Fisicamente

di Roberto Renzetti

64a SEDUTA

MERCOLEDI 1° MARZO 2000

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

indi del Vice Presidente MANCA

prima parteseconda parte

Prima parte

Indice degli interventi

PRESIDENTE
POMARICI SPATARO 1 – 2 – 3 – 4
BIELLI (Dem. di Sin.-L’Ulivo), deputato 1
GIORGIANNI (PPI), senatore 1 – 2 – 3
FRAGALA’ (AN), deputato 1 – 2
MANCA (Forza Italia), senatore 1
PARDINI (Dem. di Sin.-L’Ulivo), senatore 1 – 2

La seduta ha inizio alle ore 19,40.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.

Invito il senatore Pardini, segretario f.f., a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

PARDINIsegretario f.f., dà lettura del processo verbale della seduta del 23 febbraio 2000.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE

PRESIDENTE. Comunico che, dopo l’ultima seduta, sono pervenuti alcuni documenti il cui elenco è in distribuzione e che la Commissione acquisisce formalmente agli atti dell’inchiesta.

Informo altresì che il ministro Enzo Bianco ha provveduto a restituire, debitamente sottoscritto ai sensi dell’articolo 18 del regolamento interno, il resoconto stenografico della sua audizione dell’ 8 febbraio 2000, dopo avervi apportato correzioni di carattere meramente formale.

INCHIESTA SUGLI SVILUPPI DEL CASO MORO: AUDIZIONE DEI DOTTORI ARMANDO SPATARO E FERDINANDO POMARICI.

Vengono introdotti i dottori Armando Spataro e Ferdinando Pomarici

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca, nell’ambito dell’inchiesta sugli sviluppi del caso Moro, l’audizione dei dottori Armando Spataro, membro del Consiglio superiore della magistratura e Ferdinando Pomarici della Procura della Repubblica di Milano che ringrazio per la loro presenza.

I colleghi conoscono come si è generata l’esigenza della presente audizione. A seguito del deposito della relazione di un nostro consulente, il dottor Bonfigli – i cui contenuti sarebbero dovuti restare riservati perché gli atti dei consulenti non impegnano la Commissione, ma dovrebbero essere soltanto un contributo offerto alla nostra riflessione, ed invece, come spesso avviene almeno in parte furono resi pubblici – registrammo una presa di posizione del dottor Spataro che, pur con tutto il rispetto dovuto alle attività e alla valutazione della nostra Commissione, ci suggerì un’audizione diretta degli inquirenti dell’epoca, e cioè dei carabinieri e dei magistrati che direttamente seguirono le indagini su via Monte Nevoso, per evitare che la Commissione finisse per dar corpo a ipotesi fantasiose.

Dal momento che non abbiamo delle idee precostituite ma adempiamo, pur fra non poche difficoltà, ad un compito istituzionale, mi è sembrato giusto prendere contatto prima con il dottor Spataro e poi con il dottor Pomarici per manifestare il nostro interesse ad audirli, anche perché altro interesse non abbiamo se non quello di fare chiarezza. Se noi potessimo giungere alla fine a fare chiarezza su tutte le vicende comunque collegate al rapimento e all’omicidio dell’onorevole Moro o più in generale sull’intera vicenda del terrorismo di sinistra, saremmo ben lieti e chiuderemmo questo tema specifico di indagine dando al paese l’assicurazione che tutto è stato chiarito o, ancor meglio, che tutto era già chiaro. Il problema, però, è che una serie di elementi oggettivi ci spingono a dubitare che le cose siano in questi termini ed a pensare che invece ci sono aspetti, sia pure non decisivi ma comunque importanti, che meritano di essere ancora indagati, scrutati e chiariti.

Introducendo l’audizione osservo che su questo problema del modo con cui i carabinieri e la magistratura milanese individuarono il covo di via Monte Nevoso, effettuarono il noto blitz, e rinvennero importante documentazione relativa alla vicenda Moro, la nostra Commissione si è già attivata da tempo proprio per il fatto che rispetto al modo con cui tutto questo si è verificato ci siamo trovati di fronte ad una pluralità di versioni tra loro non corrispondenti. Mi riferisco innanzitutto al rapporto con cui il reparto operativo dei carabinieri riferì alla magistratura milanese sulle modalità con cui il covo era stato individuato (rapporto giudiziario del 13 ottobre 1978, firmato dal Comandante maggiore Valentino Formato); personalmente avevo trovato una versione abbastanza diversa dei fatti in un libro di memorie del generale Morelli “Gli anni di piombo”; un’altra versione fu quella data dal generale Dalla Chiesa quando fu audito dalla Commissione Moro; un’ulteriore versione risultava da informative della polizia inviate al Ministero dell’interno.

Nell’incertezza dedicammo buona parte dell’audizione del generale Bozzo – che era stato uno dei maggiori collaboratori del generale Dalla Chiesa – a questo problema. Il generale Bozzo ci offrì una quinta versione che, per la verità, si avvicinava molto a quella fornita dal generale Dalla Chiesa e ci diede anche una spiegazione del perché c’era questo scarto di versione. Andando un po’ a memoria e quindi forse rischiando qualche inesattezza, ci disse che i carabinieri autori del rapporto giudiziario facevano parte del reparto operativo dei carabinieri di Milano, non si trattava quindi dei carabinieri dei nuclei di Dalla Chiesa. Aggiunse anche che loro non facevano rapporti di polizia giudiziaria e che in realtà si appoggiavano ad un determinato reparto che era al corrente delle cose che gli dicevano e che non sempre informavano di tutto. Inoltre il generale Bozzo sottolineò in particolare che fra i nuclei di Dalla Chiesa ed il reparto operativo dei carabinieri di Milano intorno alla vicenda di via Monte Nevoso c’erano stati forti contrasti per cui Bozzo attribuì ai suddetti contrasti anche il modo non efficace, non efficiente con il quale fu eseguita la perquisizione in tale covo. Il generale Bozzo ci disse che il generale Morelli aveva voluto scrivere un libro di memorie, ma senza nessuna ambizione di precisione documentale e che la polizia non sapeva niente e aveva attribuito a informative riservate, di cui i carabinieri erano in possesso, il successo dell’operazione di via Monte Nevoso al fine di sminuirne l’importanza. Aggiunse altresì che il generale Dalla Chiesa aveva il difetto di voler parlare sempre a braccio per cui, convocato dalla Commissione di inchiesta, vi si era recato sulla base soltanto di un briefing organizzato dai suoi più stretti collaboratori ed anche per questo motivo era incorso in qualche inesattezza.

Poiché noi continuavamo a trovarci di fronte ad una pluralità di versioni e quelle che ci sembravano più attendibili, mi riferisco a quella fornita dal generale Dalla Chiesa, come integrata dal generale Bozzo, rimandavano alla nota scoperta a Firenze di un borsello in un autobus, al suo contenuto, e alle relative indagini che avevano consentito l’individuazione del covo di via Monte Nevoso ed anche l’attribuzione ad Azzolini della proprietà del suddetto borsello e dal momento che questa era una vicenda che aveva origine a Firenze, ci è sembrato giusto, anzi doveroso, puntare la nostra attenzione nell’ambito giudiziario fiorentino. Da ciò iniziò una lunga corrispondenza tra me e la pocura di Firenze nell’ambito della quale chiedevo di acquisire le carte relative all’incarto processuale relativo al borsello. Ci furono non poche difficoltà perché il fascicolo relativo all’incarto penale si trovava in una località fiorentina piuttosto “sgarrupata”, se posso usare questo neologismo, cosa che rendeva difficile l’accesso a tale fascicolo. Naturalmente ciò ha implicato del tempo, ma non ci ha scoraggiati e quindi, quando abbiamo acquisito la collaborazione a tempo pieno di un magistrato proveniente dalla procura di Brescia, il dottor Bonfigli, lo abbiamo incaricato di effettuare una serie di accessi, sia a Firenze che a Milano, da cui è nata poi quella relazione.

Questa premessa l’ho voluta fare, e spero che i dottori Spataro e Pomarici ne prenderanno atto, per rendere noto che ci siamo trovati di fronte a discordanze di carattere oggettivo che ci hanno indotto ad accentrare il fuoco della nostra indagine sulla vicenda relativa alla scoperta del covo di via Monte Nevoso. I punti su cui vorrei richiamare l’attenzione degli audiendi, dando inizio all’audizione di questa sera, sono due. Innanzi tutto, vorrei avere la conferma se la nostra convinzione sulla falsità del rapporto del 13 ottobre 1978, firmato dal maggiore Valentino Formato, sia fondata o no. Questo è un primo punto che va chiarito. Era un rapporto veridico, e quindi la storia è quella che racconta questo rapporto, vale a dire che fu individuato a Milano un giovane alto, che aveva sulla spalla un borsello, che sembrava particolarmente pesante e, quindi, che faceva nascere il sospetto che nascondesse un’arma, per cui i pedinamenti e le ricognizioni fotografiche portarono ad individuare nel portatore del borsello il brigatista Azzolini e i pedinamenti di quest’ultimo condussero al covo di via Monte Nevoso; oppure è vera invece tutta un’altra versione che Dalla Chiesa ha riferito alla Commissione Moro, Bozzo ha riferito a noi, una versione che alcuni carabinieri, sentiti in altre sedi giudiziarie, hanno asseverato. In questo caso la storia risulterebbe completamente diversa. Si ritrova un borsello a Firenze, questo borsello per il suo contenuto genera una serie di indagini e queste ultime portano a via Monte Nevoso. Questo è il primo punto che va accertato e oggi il dottor Pomarici, sulla base delle conoscenze attuali, potrà sicuramente confermare o no la falsità di quel rapporto.

L’altro è il punto di arrivo. Mentre il primo può essere considerato l’alfa, questo può essere considerato l’omega, nel senso che sembra esistere, sulla base delle nostre acquisizioni, un diaframma tra polizia giudiziaria e uffici giudiziari di Milano e polizia giudiziaria e uffici giudiziari di Firenze. In effetti, l’altro dato sicuro è che l’intera vicenda si conclude con una archiviazione del processo, se non sbaglio, per furto. L’oggetto del furto era rappresentato dal contenuto del borsello, quindi documenti d’identità e una pistola con la matricola abrasa; non si trattava quindi di un furto di poca entità e quel fascicolo e quel processo sono stati archiviati perché sono rimasti ignoti gli autori del fatto. Infatti, la magistratura fiorentina non è mai stata informata, con la precisione con la quale oggi noi saremmo in grado di informarla, del fatto che l’autore del furto non poteva che essere, almeno con grande probabilità, il proprietario del borsello individuato nella persona di Lauro Azzolini.

I dottori Spataro e Pomarici potranno chiedersi il perché di queste domande. E’ chiaro che nella nostra prospettiva non ci interessa il fatto che un falso sia stato commesso e non sia stato perseguito, né che un furto sia stato commesso e il colpevole non sia stato ugualmente perseguito, bensì ci interessa il perché ciò sia avvenuto. Parlo a titolo personale, ma credo di esprimere un’opinione condivisa anche dagli altri colleghi: penso che tutto ciò sia stato determinato dalla necessità di tenere coperto il nome di un informatore. Anche se non si tratta di una valutazione giuridico-formale ma politica, penso che all’epoca ci potessero essere delle ragioni per tenere coperto il nome di questo informatore. Quello che non riusciamo ad accettare, visto che c’è un organismo parlamentare che per legge si deve occupare di tali faccende, è perché permanga ancora oggi questa resistenza ad ammettere verità che facevano parte di una sfera di indicibilità nel momento in cui tali fatti avvenivano, ma che oggi a tanta distanza di anni potrebbero essere ammesse e conosciute, soprattutto nel momento in cui la vicenda nazionale continua ad attribuire ancora tanta importanza a questi aspetti meno conosciuti del caso Moro. Questo discorso ci porta ad allargare lo spettro dell’indagine che non ha soltanto a che fare con il discorso del ritrovamento del borsello e del covo di via Monte Nevoso. In realtà giorni fa abbiamo avuto modo di sentire Silvano Girotto e anche in merito al problema della collaborazione di Girotto credo siano sorti dei dubbi, sia per quanto mi riguarda che per quanto riguarda altri colleghi, su come fu utilizzata quella collaborazione, sul perché ad esempio nei fascicoli che abbiamo acquisito dalla magistratura di Torino sia stato fotografato Girotto che incontra Curcio, che incontra Levati, che incontra Curcio e Franceschini e, infine, che incontra nuovamente Levati, mentre non troviamo mai foto di Girotto che incontra Moretti, benché sia certo, per stessa ammissione di Girotto, di Moretti e di Franceschini, che questo incontro sia avvenuto. Perché Moretti vive una situazione di impunità per così lungo tempo? Da accertamenti che stiamo svolgendo risulta che perfino durante il sequestro Moro l’ordine di custodia cautelare, che a quel tempo si chiamava mandato di cattura, di Moretti interviene ad una certa distanza di tempo rispetto ad ordini di custodia cautelare che invece furono emessi immediatamente. Naturalmente non riusciamo a dare risposte a tutti questi interrogativi, ma riteniamo che nel porceli adempiamo ad un dovere istituzionale e non rincorriamo ipotesi fantasiose. Cerchiamo soltanto di trovare una spiegazione razionale che oggi ci dia conto del perché una serie di cose siano avvenute.

Dottor Pomarici, nel darle la parola le chiederei di partire da questi due problemi, vale a dire se quel rapporto è vero o falso e per quale motivo i magistrati di Firenze non hanno mai potuto sapere che quel borsello lo aveva perduto Azzolini.

POMARICI. Signor Presidente, non voglio entrare assolutamente nel merito delle problematiche concernenti il sequestro Moro perché derivano da un procedimento penale al quale io sono rimasto estraneo, essendo stato seguito dalla procura della Repubblica di Roma. Pertanto, non mi intrometto nelle valutazioni, né tanto meno nelle esposizioni di dati relativi a procedimenti penali a me estranei; altrettanto posso dire per quanto riguarda “frate mitra” e per quanto è avvenuto a Torino.

Posso riferire con ampia dovizia di particolari per quanto è successo invece a Milano, e non solo in quell’occasione, perché poi sono successi altri fatti simili che daranno un certo tipo di spiegazione.

Pertanto, se la prima domanda è: “Il rapporto del 13 ottobre 1978 è vero o falso?”, dovrei rispondere che è vero ma è falso. Se voi vi volete attestare su un dato puramente formale, è sicuramente un rapporto falso per omissione. L’unico dato falso, per affermazione, è quello relativo all’occasionale individuazione di Azzolini nella zona di Lambrate come giovane che aveva attirato sospetti per la sua andatura. E’ l’unico dato oggettivamente falso. Per il resto non c’è notizia falsa, ma si omettono solamente alcuni dati precedenti l’inizio dei pedinamenti di Azzolini. Questa è la risposta formale.

Innanzi tutto sgombro immediatamente il campo da un dato relativo ai rapporti tra sezioni anticrimine dei carabinieri di Milano e reparto operativo dei carabinieri. Era un dato pacifico, comune, costante che i rapporti giudiziari e tutti gli atti, come i verbali di sequestro, i verbali di perquisizione e i verbali di arresto, non portassero mai la firma di personale delle sezioni anticrimine. Questo per un motivo molto semplice: il personale della sezione anticrimine era innanzitutto numericamente ridotto, altamente qualificato, esposto a rischi di incolumità e che doveva rimanere assolutamente segreto perché doveva continuare ad operare nell’ombra. Poiché il personale che redige e sottoscrive i processi verbali viene poi citato in dibattimento per confermare quei verbali, una volta sottoscritto un rapporto, un verbale di sequestro, un verbale di arresto, quell’ufficiale di polizia giudiziaria sarebbe stato bruciato definitivamente. Se si considera che allora, come adesso, uno dei principali strumenti di investigazione era il pedinamento, lasciar vedere una persona che poi avrebbe dovuto continuare tale attività di pedinamento con modalità (che poi, se vi interessa, sinteticamente descriverò) di difficoltà estrema significava rendere impossibile ulteriori accertamenti di quel genere. Ecco il motivo per cui il 13 ottobre del 1978 il rapporto viene firmato dal maggiore comandante il reparto operativo e non dal maggiore comandante la sezione anticrimine, Umberto Bonaventura.

Altri due rapporti che ho qui, davanti a me, concernenti analoghe operazioni di polizia giudiziaria compiute sempre dalla sezione anticrimine di Milano, uno nel 1982, che ha consentito l’individuazione di altri covi delle Brigate rosse, colonna Walter Alasia a Milano, e l’arresto di numerosi personaggi, e quello del 1988 che ha consentito l’ultimo definitivo colpo alla Walter Alasia a Milano, tra l’altro anche gli arresti degli autori dell’omicidio del senatore Ruffilli che erano nascosti nel covo di via Dogali che abbiamo scoperto, ripeto, nel 1988, egualmente portano la firma di personale del nucleo operativo (non più reparto operativo) e non della sezione anticrimine.

Perché succede che il rapporto del 13 ottobre 1978 nasconde tutto quello che è successo, che è effettivamente corrispondente alla versione fornita dal generale Bozzo, salvo un piccolo particolare dei pretesi contrasti tra la sezione anticrimine di Milano ed il reparto operativo dei carabinieri di Milano di cui poi dirò? Il motivo è molto semplice, e cioè effettivamente viene trovato questo borsello. Attenzione, io parlo per conoscenza diretta personale alla data del 1° ottobre 1978, data in cui intervengo come pubblico ministero in più posti contemporanei, cioè in via Monte Nevoso e, successivamente, in via Pallanza, dove c’era l’altro covo e dove vi fu il ferimento ed il conflitto a fuoco tra Savino ed il vice brigadiere Crisafulli che fu ferito e poi, successivamente, il 2 ottobre in via Buschi ove era la tipografia. Immediatamente vengo informato dell’accadimento reale delle cose.

Il tutto nasce dal rinvenimento di quel borsello. Il contenuto di quel borsello è univoco: Beretta 7,65, matricola abrasa; documentazione sicuramente risalente ad esponente delle Brigate rosse; certificato di un ciclomotore e tessera sanitaria di uno studio dentistico di Milano che fa ritenere che quindi quella persona viva o comunque abbia frequentato la città di Milano. È l’unico dato, oltre a quello del ciclomotore che dovrà poi essere sviluppato, che induca immediatamente l’attenzione sulla città di Milano. Viene fatto il primo accertamento presso questo studio dentistico.

PRESIDENTE. Tutto questo le viene raccontato fuori dal rapporto?

POMARICI. Fuori dal rapporto. La collaboratrice dello studio dentistico conferma che loro cliente era questo certo signor Gatelli, che si scopre essere un nome falso, di fantasia, ne dà una descrizione fisica: lo descrive come un giovane sui trent’anni, atletico, alto 1,85 metri circa, bruno, capelli scuri, barba e baffi, viso dal colorito scuro.

Mi sembra che non sia qui presente il dottor Bonfigli e mi dispiace molto perché avrò da dire alcune cose nei confronti della sua relazione, per cui mi dispiace parlare non in presenza dell’interessato.

A quel punto, non per quella che il dottor Bonfigli definisce una “fortunata intuizione investigativa” che porta i carabinieri ad esibire alla dottoressa Montebello e alla signora Marisa Oppici della Medicaldent la fotografia di Azzolini, ma per una banale attività di indagine che mi stupisce che il dottor Bonfigli non abbia preso in considerazione trattandosi di un pubblico ministero, a queste persone vengono esibite alcune fotografie ed è falsa anche, perché contraddetta da se stesso, la suggestiva domanda che il dottor Bonfigli si pone nello stesso passaggio a pagina 11 dove dice che “non si sa se tale foto sia stata esibita da sola o congiuntamente ad altre fotografie di persone all’epoca ricercate dalle forze dell’ordine”, posto che nella pagina precedente, in cui si parla del maresciallo dei carabinieri di Firenze, si afferma testualmente che vengono esibite più fotografie delle varie persone ricercate da quel maresciallo che lavora con i colleghi di Milano; si tratta di pagina 10: “Lo scritto si conclude con l’importante precisazione che …al Crea Antonio (proprietario dell’officina Moto Crea) ed al meccanico sono state mostrate delle fotografie fra cui riconoscevano senza ombra di dubbio quella riproducente Azzolini Lauro… “.

PRESIDENTE. Cerchiamo di capire che cosa le hanno raccontato i carabinieri perché lei tutto questo lo sa perché glielo raccontano; quindi i carabinieri non lo scrivono nel rapporto.

POMARICI. Non lo scrivono e le spiego il perché. I latitanti delle Brigate rosse all’epoca noti, conosciuti erano non oltre dieci. Presidente, secondo lei, quando io ritengo che un borsello sia attribuibile ad un latitante, mi viene fatta una descrizione di questo latitante, ho dieci fotografie di latitanti delle Brigate rosse, cosa esibisco a chi me lo può riconoscere? Quelle dieci fotografie.

PRESIDENTE. Il problema è che dovevano avere una fotografia recente di Azzolini perché somigliasse a quello che era andato a farsi curare i denti.

POMARICI. La fotografia risaliva a pochi anni prima, tre o quattro anni.

PRESIDENTE. Ci sono dichiarazioni giudiziarie di altri carabinieri che invece affermano che non c’erano fotografie recenti di Azzolini e Bonisoli.

POMARICI. Non sono assolutamente vere. Certamente non erano fotografie del mese prima, ma erano foto nelle quali viene riconosciuto sicuramente Azzolini. D’altro canto, Presidente, voi avete i nominativi di queste persone, che oggi vengono disvelati, alle quali persone, se di vostro interesse, potete andare a chiedere se è vera o non è vera la circostanza che tra la fine di luglio ed il 1° agosto 1978 furono loro esibite delle fotografie e riconobbero in tali fotografie Lauro Azzolini. Così, se avete ancora un dubbio, potete sgombrarlo.

Il problema è un altro: forse qui si dimentica che cosa erano le Brigate rosse a quell’epoca. Forse qui si dimentica che Guido Rossa è stato ucciso solamente perché andava a dire agli operai in fabbrica che non dovevano stare dalla parte delle Brigate rosse. Qui si tende forse a non pensare che c’era l’esigenza di salvaguardare l’incolumità di Oppici Marisa, della dottoressa Montebello e del Crea, proprietario dell’officina, che anch’egli riconosceva l’Azzolini, e del suo collaboratore perché costoro sono persone fortemente a rischio. Nell’ottica delle Brigate rosse di quei tempi uccidere chi aveva reso dichiarazioni tali da portare gli inquirenti sulle tracce di un loro appartenente sarebbe stato normalissimo. Allora i carabinieri si pongono e mi pongono il dubbio: possiamo utilizzare queste notizie a livello di fonte confidenziale? Io rispondo a norma di codice. Fonte confidenziale non significa infiltrato, ma semplicemente che l’ufficiale di polizia giudiziaria che riceve una notizia può indicarne l’autore, e questa persona verrà poi sentita dall’autorità giudiziaria e portata a dibattimento, oppure può non indicarlo, perché intende coprirlo per qualche motivo.

A mio avviso correttamente, i carabinieri hanno giustamente, e avallerei ancora oggi quella scelta, taciuto tutta questa attività precedente, che non interessava, non serviva. Certo visto oggi nel 2000 è un fatto completamente diverso, mentre nel 1978 non interessava spiegare perché e per come si fosse giunti alla materiale identificazione di Azzolini e alla sua individuazione in via Monte Nevoso: bastava dire che avevano trovato Azzolini, che avevano cominciato a pedinarlo e avevano poi trovato i vari covi.

PRESIDENTE Perché nel rapporto che le viene fatto si costruisce una storia? Non sarebbe bastato dire che fonti confidenziali suggerivano di pedinare un giovanotto? Invece il borsello ritorna nel rapporto del capitano Roberto Arlati. Questo darebbe ragione al generale Bozzo; è come se al maggiore Formato avessero raccontato una storia un poco alterata. Lui fornisce una serie di particolari che tutto sommato era un rischio rendere noti.

POMARICI. Sicuramente il maggiore Formato riferisce quello che gli dice la sezione anticrimine, ma che sia stato perso un borsello a Firenze è un dato pacifico; il signor Guidi ha reso dichiarazioni a verbale davanti ai carabinieri di Firenze e dice che una passeggera dell’autobus trova un borsello e lo consegna. Abbiamo nome e cognome della persona che trova questo borsello e lo consegna, sicché non è immaginabile che i carabinieri di Firenze inventino una persona che consegna materialmente questo borsello.

PRESIDENTE. Conosce tutte queste persone, come la dottoressa dello studio medico…

POMARICINon ho mai voluto sapere i nomi, perché io ho il dovere di ignorare.

PRESIDENTE. Perché ci crede?

POMARICI. Non c’era alcun motivo perché il 1° ottobre mi raccontassero una storia per un’altra.

PRESIDENTE. Non potevano voler coprire qualcosa d’altro? Vorrei che fosse chiaro che se lei mi dice che in quel momento c’era una serie di problemi per cui i carabinieri facevano bene a non raccontare esattamente come erano arrivati a via Monte Nevoso, io sono d’accordo con lei. Il problema è: perché dobbiamo pensare che la storia che le raccontano è invece vera?

POMARICI. Quando i carabinieri o la polizia giudiziaria hanno avuto un infiltrato lo hanno sempre detto, senza dire il nome. Noi certamente non lo chiediamo, per cui non vi sarebbe stato motivo di nascondere questa circostanza, ma soprattutto oggi vengono indicati i nomi di più persone fisiche che possono confermare o smentire quella ricostruzione, cioè abbiamo una dottoressa e un’impiegata dello studio Medicaldent, abbiamo il proprietario di un’officina e il suo impiegato, i quali tutti sono stati indicati come persone alle quali sono state esibite più fotografie, tra le quali hanno riconosciuto quella di Azzolini come cliente dello studio medico e acquirente del ciclomotore. L’ipotesi dell’infiltrato diventa evidentemente incompatibile con questa attività.

Ma le dico di più. Porto materialmente a lei e alla Commissione le prove di quello che sto dicendo. Nel 1978 mi furono fatte vedere queste fotografie, di cui vi fornirò delle riproduzioni, perché questi sono gli originali. Sono le fotografie relative ai personaggi che venivano, volta per volta, individuati per effetto del pedinamento di Azzolini, sono indicate le vie, le date. Queste sono le relazioni relative a quei pedinamenti. Questa è la fotografia di Azzolini; questa è la fotografia della finestra di via Monte Nevoso n. 8 che veniva osservata da una finestra dello stabile di fronte. Mi dicono anche il proprietario di quell’appartamento, al quale potete chiedere se è vero o no, che, avvicinato dai carabinieri per permettere che l’appartamento fosse adibito a punto di osservazione, consentì questo tipo di attività, per cui furono fatte delle fotografie. Questa persona che intravedete appena è Nadia Mantovani, che compare insieme a Bonisoli in quest’altra fotografia. Se ci fosse un infiltrato qualcuno mi dovrebbe spiegare che motivo c’era di compiere tutte queste attività di fotografia, di pedinamento, di individuazione degli altri covi per effetto di queste attività. L’infiltrato avrebbe detto tutto tranquillamente, avrebbe parlato di Tizio, di Caio e di Sempronio, dei vari covi. Quando i carabinieri invece cominciano queste attività di pedinamento…

PRESIDENTE. Se il problema fosse stato soltanto quello di scoprire il covo e di arrestare una parte dei vertici delle Brigate rosse, non ancora Moretti; ma se il problema fosse stato invece di quello di far scattare il blitz quando le carte di Moro arrivavano da Firenze a Roma, allora sarebbe stato diverso. Per noi via Monte Nevoso non è soltanto un covo delle Brigate rosse, ma il posto dove una buona parte del vertice militare delle Brigate rosse viene catturato e dove vengono rintracciate le carte di Moro. Lo Stato in 55 giorni, di fronte alla forte possibilità che la prigione di Moro fosse a Roma, sbaglia tutte le mosse, trascura tutte le tracce, come in via Gradoli; non pedina Pace, Morucci e Faranda; poi improvvisamente lo Stato diventa efficientissimo quando Moro era ormai morto e il problema era ritrovare le carte che potevano essere in qualsiasi parte d’Italia. Se lei pensa al momento in cui il generale Dalla Chiesa assume il comando dell’operazione e a quello in cui si ritrovano le carte, noterà che i tempi sono brevissimi. Lo Stato assume un livello di efficienza che in 55 giorni non si era manifestato.

POMARICI. Lei non può attribuire ai carabinieri di Milano eventuali inefficienze che forse, se ci sono state, andrebbero attribuite ad altri.

PRESIDENTE. Il problema non è Milano… volevo arrivare a Firenze.

SPATARO. Due piccole considerazioni, scusandomi per l’intromissione.

La domanda del Presidente permette a noi di spiegare anche il senso dei nostri interventi pubblici e anche di una richiesta indiretta di essere qui sentiti, quindi di spiegare l’onore che ci fate ascoltandoci. Noi siamo sempre intervenuti pubblicamente per difendere l’onore e la professionalità dei carabinieri che hanno operato e per difendere l’onore e la professionalità di chi non può più difendersi: mi riferisco al generale Dalla Chiesa. Noi siamo intervenuti per difendere la correttezza e l’operato degli organi di polizia giudiziaria, che hanno onorato le istituzioni.

Detto questo, se vi sono state deficienze e lacune che avete accertato, ci consenta di dire che noi non possiamo interloquire, non abbiamo diretto noi le indagini e non sappiamo neppure se vi siano state o meno, però mi permetta di definire ancora, con il totale indiscusso rispetto per le vostre attività, anche del collega Bonfigli, un caro amico che stimo e apprezzo, fantasiose le ipotesi formulate in relazione. Perché la stessa relazione si fonda, da un lato, sull’effettivo ritrovamento del borsello per dire che si è arrivati in una certa maniera al covo, agli arresti e che i carabinieri avevano omesso tutta quella parte della storia e poi ci viene chiesto, dall’altro, se non siamo proprio sicuri che non ci sia un informatore e la storia del borsello ci sia stata messa davanti come fumo negli occhi. Forse qui emerge una contraddizione evidente. Vorremmo capire se credete o meno alla storia del borsello. Le indagini sono andate nella maniera che il collega Pomarici ha appena descritto. Dire che il momento in cui il covo viene scoperto è legato all’arrivo di materiale documentale, è qualcosa che non ha riscontri nella realtà. Aggiungo…

PRESIDENTE. Scusi se la interrompo. Bonisoli nel processo di Metropolis ha detto che le carte le aveva portate da due giorni. Morelli racconta che litigò con Dalla Chiesa perché voleva anticipare il blitz e Dalla Chiesa non era d’accordo…

SPATARO. Un’ultima cosa signor Presidente. L’indagine dei carabinieri, che nasce dall’individuazione di Azzolini, viene portata avanti con lo scopo preciso di allargarsi il più possibile per cercare di individuare un numero ampio di brigatisti e non solo a Milano. Se si interviene il 1° ottobre è perché viene individuata e fotografata Nadia Mantovani. Bisognerebbe leggere i giornali dell’epoca per ricordarsi il can-can dovuto al fatto che si era allontanata dal soggiorno obbligato a Sustinente. Quindi si interviene quando l’indagine a Milano potenzialmente si è estesa al massimo possibile. Si poteva intervenire prima? Sarebbe stato sbagliato. Forse si sarebbero arrestati Azzolini e altri ma non sarebbe stata smantellata un’intera rete. Si poteva intervenire dopo? Può darsi, ma non si può dire se i risultati sarebbero stati migliori, perché magari qualcuno che invece è stato preso a via Monte Nevoso sarebbe scappato. Con il senno di poi oggi possiamo dire che l’operazione di infiltrazione di Silvano Girotto fu gestita troppo rapidamente. Se avessero arrestato solo Azzolini, oggi nella relazione non leggeremmo che è strano che Azzolini sia stato lasciato in ballo tanto tempo, ma probabilmente leggeremmo che i carabinieri avevano agito precipitosamente e chissà per quale motivo.

POMARICIRiprendendo la sua domanda sul famoso discorso delle carte, vorrei smitizzare questo argomento. In via Monte Nevoso, che era la più importante base della Walter Alasia, vi erano solo copie, così come in tutte le altre basi delle colonne italiane delle Brigate rosse dell’epoca. Il materiale Moro, infatti, costituiva materiale di studio per tutti i brigatisti clandestini, cioè per i regolari. Si trattava di copie dattiloscritte, per cui la presenza, l’assenza o l’eventuale sparizione di alcune di quelle carte non avrebbe garantito nulla a nessuno. Non si trattava di esemplari unici, di originali, per cui una volta sottratti si sarebbe avuta la certezza che non ne sarebbe stata trovata mai più alcuna traccia. Erano battiture fatte con carta carbone.

PRESIDENTE. E di quelle trovate dentro il muro?

POMARICI. Quelle trovate dentro il muro rappresentano un altro discorso che se volete posso farvi ampiamente. Anche quelle erano copie o meglio fotocopie. Non c’era nessun originale. Non vedo che utilità possa avere sottrarre la copia di un originale che non si sa dove sia, ma si sa che è nelle mani di persone dichiaratamente nemiche dello Stato.

FRAGALA’. Sarebbe un boomerang.

PRESIDENTE. Perché sarebbe un boomerang? Dovrei ritenere credibile la versione dei brigatisti che sostengono che avevano distrutto gli originali perché temevano che questi li avrebbero potuti incriminare, ma poi nascondono dietro un tramezzo le fotocopie degli originali? Questa è una versione credibile?

POMARICI. Questa versione è relativa al rinvenimento di via Monte Nevoso?

PRESIDENTE. E’ la versione dei brigatisti.

POMARICI. Non so dove l’abbia letta.

PRESIDENTE. I brigatisti, in particolare Morucci, in sede giudiziaria hanno detto questo.

POMARICI. Morucci con Milano non c’entra nulla. Morucci non ha mai messo piede in via Monte Nevoso. Ho io i verbali dei brigatisti, signor Presidente, e li ho portati con me. Dopo il rinvenimento dell’altro materiale del 1990 ho interrogato nuovamente Mantovani, Azzolini e Bonisoli, i quali non dicono assolutamente nulla di tutto ciò.

PRESIDENTE. Cosa dicono degli originali?

POMARICI. Degli originali affermano che erano in mano alla direzione strategica e che queste copie venivano distribuite a tutte le basi. La Mantovani dice esplicitamente “Ero da poco arrivata a Milano e mi era stato dato il compito di studiarmi quegli atti, così come facevano tutti gli altri nelle varie basi”.

PRESIDENTE. Che spiegazione davano del fatto che le fotocopie degli originali le avevano murate insieme ad armi e denaro?

POMARICI. Forse ho fatto male a non portare con me le fotografie del posto, scattate nel momento in cui facemmo il sopralluogo. Si trattava di un bilocale pieno di materiale, tanto che non c’era la possibilità di collocarne altro. Quando i carabinieri entrarono rimasero stupefatti perché sul tavolo, in bella vista, c’era la documentazione di Moro, le armi e alcune risoluzioni strategiche. Per quanto riguarda il denaro, lo nascosero per utilizzarlo in seguito. Le armi per lo stesso motivo, il resto del materiale fu nascosto perché in quel momento non era oggetto di studio da parte della Mantovani, che era l’unica che stava studiando in quanto appena arrivata. Il resto della documentazione Moro non interessava gli altri brigatisti, perché solo la Mantovani aveva quella funzione. Se volete posso leggervi il brano specifico relativo alle dichiarazioni rese dalla Mantovani nell’interrogatorio del 1990.

Torniamo al discorso sul perché i carabinieri non arrestano immediatamente Azzolini.

BIELLI. Mi scusi, lei fa affermazioni sulle quali sembra non si possa intervenire. In un’intervista all’Espresso lei aveva negato che ci potessero essere infiltrati, poi abbiamo scoperto che Girotto era un infiltrato.

POMARICI. Ma Girotto risale al 1972-1973.

BIELLI. Su Monte Nevoso le sue affermazioni non hanno ancora trovato riscontro, vorrei che lei non facesse semplici affermazioni, ma spiegasse anche la problematicità che lei ha incontrato. Non è lei che ci sottopone a delle domande, siamo noi che le facciamo.

PRESIDENTE. Colleghi, desidero fare ordine. I dottori Pomarici e Spataro ci hanno chiesto di essere auditi e noi li stiamo ascoltando. Vorrei che da parte nostra non ci fosse un aprioristico innalzamento al sospetto. Da parte vostra, però, vorrei che non ci fosse un’aprioristica chiusura sulla nostra legittima possibilità di nutrire dubbi su vicende che di dubbi grondano. Non mi dica che lei crede al fatto che di notte andavano girando con le chiavi per vedere…

POMARICISì, ci credo, è la verità.

PRESIDENTE. Come fate a saperlo? Ve l’hanno raccontato?

GIORGIANNI. Dovete considerare che il magistrato per forma mentis deve riferire fatti non opinioni.

PRESIDENTE. Ebbene, ci dicano quello che gli hanno raccontato.

POMARICINon ho assolutamente intenzione di invitarvi a non nutrire dubbi. Vi racconto quello che mi risulta. Non a caso vi parlo di queste altre due operazioni del 1982 e del 1988. Nel 1982 si conclude un’indagine iniziata il 12 marzo 1981, un anno prima. Ad Arese viene gambizzato un capo reparto, Valenzasca. Nell’immediato pomeriggio vengono individuati i presumibili autori di quel fatto nelle persone di due operai, Toraldo e Di Gennaro. Volevano fermare immediatamente i due responsabili per poter dare una risposta immediata di fronte all’opinione pubblica relativamente a questo grave episodio. Io mi opposi e con me era d’accordo la sezione anticrimine, in particolare il maggiore Bonaventura. Sono andati avanti per un anno con pedinamenti e alla fine hanno scoperto altri tre covi e arrestato altre dieci persone.

Nel 1988 a via Dogali si ha l’epilogo di un’indagine iniziata nel 1985, nella quale vengono date indicazioni su due possibili appartenenti alle Brigate rosse, Benna Ernesto e Antinori Cinzia, dei quali vengono date semplicemente queste indicazioni: lavorano da Fenzi. “Avevo cominciato a reclutare una coppia di persone, marito e moglie, che mi aveva regalato un libro e che lavora in una libreria” ed indica la libreria. Dall’attività di indagine degli stessi carabinieri viene individuata questa coppia nelle persone di Benna Ernesto ed Antinori Cinzia e siamo andati avanti per due anni e mezzo con pedinamenti, intercettazioni telefoniche. Abbiamo trovato tre covi e arrestato una quindicina di persone; abbiamo trovato il famoso Skorpion usato per l’omicidio Tartaglione ed arrestato gli autori dell’omicidio del senatore Ruffilli. Queste sono le tecniche investigative usate all’epoca dai carabinieri. Quindi, Azzolini viene individuato come il responsabile. Se poi la Commissione vuole conoscere come si è arrivati alla scoperta del covo posso dirvelo.

PRESIDENTE. Prendiamo atto che i carabinieri le riferirono, al di fuori del rapporto una versione abbastanza corrispondente a quella del generale Bozzo.

PARDINI. Quando viene a sapere di questo?

POMARICI. La mattina del 1° ottobre.

PARDINI. Non tornano le date; queste cose erano note dal 31 luglio.

PRESIDENTE. Evidentemente non gliele avevano riferite; lo informano al momento del blitz.

POMARICISenatore Pardini, manca un particolare; stiamo parlando del 1978 quando era in vigore il vecchio codice. La polizia giudiziaria faceva le sue indagini che duravano mesi e poi riferiva all’autorità giudiziaria; non era in vigore il nuovo codice, in base al quale entro 48 ore si deve informare. Il particolare in cui il generale Bozzo sbaglia è quando attribuisce a pretesi contrasti tra l’arma territoriale di Milano e la Sezione anticrimine la mancata individuazione del famoso nascondiglio.

PRESIDENTE. C’erano o no questi contrasti?

POMARICII contrasti esistevano tra Bozzo personalmente ed il generale Palombi perché quest’ultimo era stato iscritto alla P2. Bozzo aveva fatto una vigorosa campagna contro la P2 all’epoca ed era stato emarginato e subìto forti ritardi di carriera. Vi era quindi un rapporto teso a livello personale tra Bozzo e la divisione carabinieri di Milano ma tutto questo non aveva alcun rapporto tra i militari operanti. Oltretutto la perquisizione in via Monte Nevoso viene effettuata materialmente dai militari della sezione anticrimine. Il verbale di sequestro, per i motivi che le dicevo prima, viene poi sottoscritto dal maresciallo Di Castro e da un altro maresciallo, di cui non ricordo il nome, del reparto operativo.

PRESIDENTE. Bozzo ci ha voluto far capire proprio che se lo avesse fatto lui avrebbe fatto meglio la perquisizione.

POMARICI. Non vedo un generale a fare perquisizioni.

PRESIDENTE. All’epoca non era generale.

POMARICI. Era colonnello; comunque non era più ufficiale di polizia giudiziaria.

PRESIDENTE. Allora, gli uomini del suo gruppo.

POMARICI. Gli uomini del suo gruppo hanno fatto la perquisizione; proprio loro della sezione anticrimine. Il verbale viene sottoscritto come è sempre successo anche in questi altri rapporti dove vi sono sequestri, ed una sottoscrizione da parte del personale del nucleo operativo, ma la perquisizione viene materialmente effettuata dalla sezione anticrimine dei carabinieri di Milano ed ho le dichiarazioni rese sul punto specifico nel 1990 da tutto il personale.

PRESIDENTE. Il 1° ottobre le raccontano questa versione dell’attività investigativa, che, salvo per il profilo di questo contrasto, di cui lei ci ha riferito ridimensionandolo, ma che da quanto ho capito era con Bozzo ispirato da motivi personali, tutto sommato nobili, considerati i motivi del contrasto; anche a noi Bozzo ha riferito a lungo sulla filiera esistente tra i carabinieri aderenti alla P2…

POMARICI. Le dirò di più: vi era il nostro totale appoggio, ovviamente per quello che poteva valere, all’allora colonnello Bozzo.

PRESIDENTE. Di questa narrazione degli eventi fa pure parte il fatto della ricerca e dell’utilizzazione delle chiavi?

POMARICI. Signor Presidente, concludo il mio ragionamento: la vera traccia che ha portato alla scoperta del covo di via Monte Nevoso furono le dichiarazioni del meccanico dell’officina Crea che disse di ricordarsi della persona che aveva comprato quel ciclomotore e di averlo visto a bordo del ciclomotore in zona Lambrate, dalle parti di via Monte Nevoso. A quel punto l’attenzione fu attirata su via Monte Nevoso e si fecero una serie di accertamenti. Cominciarono a camminare lungo la via; videro parcheggiato il ciclomotore – questo, per esempio, non è riferito, ma me lo ricordo perché me lo spiegarono – su un marciapiede e, trattandosi di un ciclomotore di facile parcheggio, pensarono che ovviamente lo stabile fosse davanti al ciclomotore; provarono le chiavi di notte e non trovarono assolutamente corrispondenza. A quel punto fu suggerito di provare con quelli di fronte.

PRESIDENTE. Così diventa lievemente più credibile di come lo stesso Bozzo ha raccontato a noi e cioè che si fecero tutta la strada provando porta a porta, finché ci fu la porta che la chiave apriva.

POMARICI. L’allora colonnello Bozzo non aveva neanche contezza di tutti questi particolari.

PRESIDENTE. Noi non abbiamo però ancora trovato un documento che attesti la trasmissione delle chiavi da Firenze a Milano. E’ possibile che un corpo di reato sia passato da Firenze a Milano senza che vi sia un documento che lo attesti?

POMARICI. A Milano è addirittura arrivato il fascicolo processuale di Firenze; non all’autorità giudiziaria di Milano ma ai carabinieri di Milano; ed ho con me il verbale; se non l’avete ve lo posso produrre.

PRESIDENTE. Per un certo periodo quindi questo fascicolo è stato a Milano?

POMARICI. Certamente, presso i carabinieri. Successivamente parleremo del rapporto tra Milano e Firenze. E’ chiaro comunque che tutta l’attività di indagine riguardava Milano perché la persona, per lo studio medico dentistico, aveva vissuto a Milano; era di passaggio a Firenze; comunque a Firenze non vi era alcuna possibile pista investigativa perché non vi era nulla tra quegli oggetti che potesse ricondurre ad alcunché di Firenze. Tra quegli oggetti invece vi erano due cose: una che portava direttamente a Bologna, la fabbrica del ciclomotore da cui poi risulta venduto a Milano; l’altra direttamente allo studio medico dentistico a Milano. E’ chiaro quindi che le indagini vengono fatte a Milano ed è il motivo per cui il sottufficiale di Firenze viene a Milano.

PRESIDENTE. Vi è un’altra cosa che porta a Firenze; vorrei che lei abbandonasse per un momento la prospettiva di chi ha indagato con i carabinieri e assumesse la nostra: ciò che ci porta a Firenze è ciò che Morucci è venuto a dirci: quell’attività di dattilografia che generava quei documenti su cui la Mantovani doveva studiare si faceva a Firenze. Ci ha detto: fatevi dire da Moretti chi era l’irregolare che a Firenze dattiloscriveva…

POMARICIE’ possibile; il fatto che a Firenze vi fosse una base operativa delle Brigate rosse lo sappiamo per certo. D’altro canto la riprova è la presenza di Azzolini a Firenze.

PRESIDENTE. I dattiloscritti, però, si originano a Firenze e finiscono a via Monte Nevoso.

POMARICI. Non finiscono solo a via Monte Nevoso.

PRESIDENTE. A Firenze si perde un borsello che porta a via Monte Nevoso.

POMARICI. Il borsello non è relativo a Firenze, ma ad Azzolini.

PRESIDENTE. Si perde però a Firenze.

POMARICI. Azzolini era andato a Firenze proprio per i rapporti con i clandestini di Firenze.

PRESIDENTE. Lei ha mai interrogato Azzolini sul punto specifico del borsello?

POMARICI. No.

PRESIDENTE. Nessuno quindi ha mai domandato ad Azzolini come ha perduto questo borsello. Le sembra una cosa di cui noi possiamo essere soddisfatti?

POMARICI. Azzolini dopo ha dichiarato di averlo perso.

PRESIDENTE. Quando?

POMARICI. Nel 1978 riuscivo si e no ad ottenere nome e cognome da Azzolini perché la dichiarazione abituale era la seguente: sono prigioniero politico. Ricordo che a mezzanotte interrogai Mantovani Nadia e quando le chiesi quale fosse il suo domicilio rispose: latitante, facendo la battuta di spirito. Al che le risposi che, visto che era mezzanotte, che tutti e due eravamo stufi e lei forse più di me perché arrestata, credevo che queste battute di spirito potevamo risparmiarcele. La Mantovani, donna molto intelligente, mi guardò in faccia e disse: ha ragione, mi scusi; non intendo dire altro; mi dichiaro prigioniera politica, appartenente alle Brigate rosse.

SPATARO. Vorrei intervenire su questo punto, signor Presidente.

PRESIDENTE. Sì; il punto infatti è Firenze. Perché l’autorità giudiziaria di Firenze non viene mai messa in condizione di contestare ad Azzolini il furto?

SPATARO. Ci deve consentire di articolare il discorso; altrimenti la risposta alla sua prima domanda relativa al 13 ottobre 1978 sarebbe stata, come ha detto il collega Pomarici, “falso per soppressione” mentre noi diciamo che non si tratta di un falso o, meglio, che si tratta di omissione per ragioni di protezione.

PRESIDENTE. Per la verità, il questore di Milano due anni fa è stato arrestato perché in un rapporto di polizia giudiziaria avevano inserito una pistola tra quello che era stato trovato in un motoscafo.

SPATARO. Non certo per proteggere qualcuno, forse per accusare calunniosamente. Mi consenta su Firenze…

PRESIDENTE. Non è un fatto da trascurare, anche se ho detto all’inizio che capisco ci possano essere state molte ragioni ad aver portato ad una certa deformazione del vero in quel rapporto, in cui si racconta una storia; non c’è soltanto un’omissione, si racconta di un giovanotto alto che camminava con un borsello pesante e così via. Si copre anche la vicenda del borsello in qualche modo.

PARDINI. Prima ci sono degli ulteriori passaggi di comunicazione dei carabinieri di Milano a Firenze secondo i quali tutti questi procedimenti di riconoscimento non sono avvenuti. Il problema non è solo perché non vengono detti, ma perché non vengono comunicati a Firenze e perché viene comunicato il contrario.

SPATARO. Un passo indietro. E’ stato già detto che i carabinieri agiscono utilizzando quelle dichiarazioni come provenienti da fonti confidenziali, rispetto alle quali non hanno neppure l’obbligo di riferire. Quando le riferiscono all’autorità giudiziaria questa concorda non sull’opportunità ma sulla necessità di tenere coperte quelle identità, anche perché lo sviluppo successivo delle indagini lo rende inutile. Il fatto che sono stati beccati nel covo con le armi rende superfluo andare a dire questo.

PRESIDENTE. Ma in quanti rapporti abbiamo letto il riferimento esplicito a fonti confidenziali!

SPATARO. Ma la fonte confidenziale, come viene qui ipotizzata, non c’era. Partono da un fatto vero: hanno visto Azzolini in quella piazza, lo cercavano lì perché glielo aveva detto il meccanico.

Per quanto riguarda Firenze volevo dire che conosco molto bene il dottor Chelazzi che si è occupato di terrorismo di sinistra prima di occuparsi di mafia, al quale ho parlato di questa audizione. Egli mi ha detto di essere pronto a riferire in qualsiasi momento, se necessario, che venne avvertito del ritrovamento del borsello quando le indagini partirono e quando i carabinieri di Firenze andarono a Milano. Viene dunque avvertito prima di noi per la semplice ragione che noi non lo sappiamo.

In secondo luogo, che Azzolini stesse a Firenze è pacifico. Ricordo che all’autorità giudiziaria di Firenze un brigatista pentito, che si chiamava Cianci, rivelò, portando la polizia giudiziaria di fronte a ciascuno di essi, l’ubicazione di tutti i covi delle Brigate rosse e fu accertato con sicurezza che esisteva un covo durante il sequestro Moro. Che poi qualcuno voglia creare un collegamento tra Firenze ed un ipotetico ed improbabile, per quanto mi riguarda, grande vecchio musicista che operava a Firenze, è un’ipotesi che non ha alcun riscontro: nelle Brigate rosse abbiamo avuto collaboratori di tutti i livelli, i manovali, quelli che portavano i documenti, quelli che li scrivevano, quelli che sparavano…

PRESIDENTE. Mi scusi, non glielo posso consentire. Le sto dicendo di Firenze: è venuto in questa sede Morucci e, in un’audizione completamente chiusa, in cui non ha concesso nulla, non ha detto mezza parola, ad un certo punto ha detto queste parole: ma perché non vi fate dire da Moretti, la sfinge, chi era l’anfitrione che ospitava il comitato esecutivo in una casa di Firenze, chi era l’irregolare che a Firenze dattiloscriveva gli originali di Moro…

SPATARO. Cianci era un irregolare.

PRESIDENTE. Mi faccia terminare. Non per mia scienza, ma perché me lo hanno insegnato una serie di vostri colleghi che sono stati seduti dove siete voi adesso, sappiamo di dover cercare di leggere in filigrana questa dichiarazione, per capire che Morucci non ha voluto dire niente a noi, ma ha voluto lanciare due messaggi. Perché evidentemente c’è qualcuno in qualche parte del paese, che può allarmarsi per il fatto che si sappia chi era l’irregolare che batteva a macchina le carte di Moro e chi era il proprietario, l’ospite attivo, della casa in cui si riuniva il comitato esecutivo delle Brigate rosse. Queste cose ci riportano a Firenze.

SPATAROSignor Presidente, sarò telegrafico: ascoltate il pubblico ministero di Firenze per tutte le informazioni sulla colonna fiorentina.

PRESIDENTE. Vorrei chiarire, perché altrimenti non ci capiamo. Il fatto che occorre dubitare di ciò che appare, è una lezione che ci è stata impartita da vostri colleghi, per cui o nella magistratura italiana ci sono persone che credono a ciò che appare e poi c’è una stirpe di dietrologi che invece crea fumo, fa indagini sbagliate e così via, oppure dovete fare una scelta. Trovo strano questo: ci state dicendo che una narrazione dei carabinieri è vera, perché ve l’hanno raccontata i carabinieri. Per gente come noi che indaga, per esempio, su Peteano e sa quale fu il lavoro dei carabinieri in quella vicenda (creazione della pista gialla e così via) per ammissione dell’autore confesso del reato, tal Vinciguerra, questo fatto ci sorprende. Per quale motivo i carabinieri avrebbero dovuto dire la verità a voi? E’ certo che in altre occasioni ciò che i carabinieri hanno raccontato non è stato così fedele alla verità, tenendo presente che io penso che la miglior fortuna per l’Italia sarebbe che fosse vivo Dalla Chiesa perché probabilmente quelli che hanno ammazzato D’Antona sarebbero già in galera, se avessimo una persona con la capacità indagativa di Dalla Chiesa; che, però, come tutti gli indagatori sapeva che ci sono cose che si dicono e altre che non si possono dire (e la vostra vicenda lo sta confermando), verbali che possono essere non corrispondenti al vero. Ma non capisco perché dobbiamo credere per verità di fede ad una versione dei carabinieri.

GIORGIANNI. Presidente, il magistrato ha indicato una fonte attendibile e individuata, ma non comunicata, questo gli basta, il magistrato non può avere informatori, ha il dovere di non sapere.

PRESIDENTE. Su questo sono d’accordo con lei. Quello che non capisco è lo sforzo che si fa per convincerci che, al di là di quella versione non possiamo andare. Per riprendere, vorrei capire perché l’autorità di Firenze non può sapere che Azzolini ha perduto quel borsello.

POMARICISignor Presidente, le dico questo: non intendo convincere nessuno, racconto solamente i fatti che sono a mia conoscenza, i fatti oggettivi che conosco dal primo ottobre 1978, ripeto, comprese quelle fotografie che sono la riprova di un servizio chiamato O.C.P. (osservazione, controllo e pedinamento), fatto bene, ma che non avrebbe motivo di essere svolto se ci fosse qualcuno all’interno che raccontasse quello che si doveva sapere, così come non c’era bisogno di conoscere, di trovare il signore…

PRESIDENTE. E’ vero fino ad un certo punto perché anche di quello che ha fatto Girotto abbiamo le fotografie.

POMARICIAbbiamo il nominativo: società Fulgor Cavi, il cui titolare è il proprietario dell’appartamento di via Monte Nevoso 13 nel quale si misero i carabinieri, su loro richiesta e su autorizzazione di questo signore, per fare quest’attività di osservazione. Mi chiedo che necessità ci fosse di fare un’attività di osservazione se all’interno Monte Nevoso c’era qualcuno che dava le notizie. Vado oltre: il discorso di Firenze. Mi perdoni se correggo una sua piccola imprecisione; a Firenze non è avvenuto alcun furto, forse è avvenuto solamente un furto di denaro perché all’interno di quel borsello vengono trovate solo poche monete e non anche denaro in contante in banconote che presumibilmente Azzolini si doveva portare.

PRESIDENTE. …ci ha detto che c’era un fascicolo…

POMARICI. Nel borsello vi era un documento che era stato rubato in precedenza e in altra città, per cui Firenze non era competente: era una patente di guida rubata ad una persona di cui vi posso dire il nome. Il reato che è stato commesso a Firenze era un reato di porto e detenzione di armi, anzi di porto perché la detenzione come omessa denunzia, si ha nel luogo in cui Azzolini abitualmente stava, Milano. Reato che è stato poi ampiamente compreso in tutti i reati di porto e detenzione di armi, esplosivi, armi da guerra, nei confronti di Azzolini, a Milano, sicché l’informativa all’autorità giudiziaria di Firenze perché procedesse per quel reato assolutamente minore, compreso in tutti gli altri già contestati all’epoca ad Azzolini, era assolutamente superflua perché comunque quel procedimento sarebbe avvenuto a Milano per connessione e per competenza posto che il reato molto più grave di associazione a banda armata, di detenzione di armi da guerra, di esplosivi e così via, risultava commesso a Milano. Per informare l’autorità giudiziaria di Firenze della responsabilità di Azzolini si sarebbe dovuto disvelare quelle fonti che i carabinieri non avevano voluto rivelare. Cioè si sarebbe dovuto dire: sappiamo che quel borsello lo portava Azzolini perché conteneva determinati documenti e perché abbiamo individuato il responsabile che è quel signor Gatelli in Azzolini dal momento che la signora tal de tali, alla quale abbiamo mostrato le fotografie di Azzolini, ha riconosciuto nel Gatelli l’Azzolini. Quindi, la persona che ha smarrito il borsello è Azzolini e quindi risponde del reato di porto e detenzione di armi. Sicché i carabinieri avrebbero disvelato davanti ad un processo e ad un giudice a Firenze quello che cercavano di tenere riservato a Milano per non esporre queste persone a ritorsioni! Ebbene, mi sembra che questo rappresenti un motivo assolutamente banale tanto più che – ripeto – di fatto il dottor Chelazzi era stato informato della cosa e a riguardo esiste un aspetto del tutto anomalo che altrimenti non avrebbe motivo di esistere, mi riferisco cioè alla trasmissione dell’intero fascicolo processuale dal pubblico ministero di Firenze non a quello di Milano, bensì ai carabinieri di Milano e questo proprio perché stavano proseguendo le indagini. Mi sembra di aver risposto in un modo piano e banale sui motivi…

PRESIDENTE. Mi scusi, dottor Pomarici, si tratta di una storia che parte da un falso e si conclude con un favoreggiamento…

POMARICI. Favoreggiamento di chi, signor Presidente?

PRESIDENTE. Di Azzolini, colpevole di furto e che non viene processato per questo reato.

POMARICI. Ma quale furto, casomai di ricettazione!

PRESIDENTE. No, di porto d’armi.

POMARICI. Signor Presidente, le posso mostrare i documenti relativi alla condanna di Azzolini per il reato di porto d’armi. Scusi, signor Presidente, quando si commette un reato di porto d’armi, uscendo da via Monte Nevoso e arrivando fino a Firenze per poi tornare a via Monte Nevoso si tratta comunque di un unico reato; oppure a suo avviso quest’ultimo si differenzia a seconda del comune in cui ci si trova e quindi appena usciti dal comune di Milano si commette un altro reato?

PRESIDENTE. Non credo che le cose siano in questi termini, se io ho un’arma a Firenze e poi…

POMARICI. Si tratta comunque della sua arma, quella in dotazione personale. Le armi dei brigatisti…

PRESIDENTE. Azzolini è stato condannato per il reato di porto d’armi in riferimento a quell’arma?

POMARICIDi quella e di tutte le altre armi!

PRESIDENTE. Non di tutte le altre armi…

POMARICI. Si tratta di tutto l’armamentario della colonna, del logistico della colonna Walter Alasia. Signor Presidente, se lei osservasse il capo di imputazione, si accorgerebbe che sono state contestate ad Azzolini duecento armi tra comuni, da guerra, munizioni, esplosivi e quant’altro.

PRESIDENTE. La difficoltà è che Azzolini non vuole venire presso questa Commissione, perché credo che sarebbe stato interessante porgli una serie di domande.

FRAGALA’. Forse non ha tutti i torti.

PRESIDENTE. Forse, Azzolini non ha tutti i torti ma solo per chi vuole credere che le cose siano così come appaiono! Il problema è quello che vogliamo ottenere…

FRAGALA’. I dietrologi la debbono smettere!

PRESIDENTE. Onorevole Fragalà, faccia questi commenti quando le darò la parola, se le leggo i verbali in cui lei ha annunciato…

FRAGALA’. Signor Presidente, ci deve consentire di intervenire, perché se tenta di convincere i nostri interlocutori della sua tesi per tenerci qui fino alle 3 di notte, io non glielo consento!

PRESIDENTE. Lei può anche andare via!

FRAGALA‘. Rimango qui e voglio che mi sia data la parola al più presto!

PRESIDENTE. E allora avrà la parola quando gliela darò!

FRAGALA’. Ripeto, voglio che mi sia data la parola al più presto.

PRESIDENTE. Mi rivolgo ai colleghi del suo Gruppo al fine di poter riportare questa audizione in condizioni di svolgimento normali.

FRAGALA’. E allora andiamo avanti!

POMARICI. Signor Presidente, non riesco a comprendere se i vostri dubbi riguardino la presenza o la sparizione di documenti da via Monte Nevoso. Infatti, quando si osserva che stranamente è stato condotto l’intervento proprio a pochi giorni dall’arrivo di quel materiale, sembra quasi che quell’intervento sia stato mirato a trovarlo.

PRESIDENTE. Non c’è dubbio, ed ecco perché ci sono degli equivoci di fondo e dietrologie di ogni tipo. In un documento istruttorio che abbiamo stilato a luglio, il mio ragionamento parte proprio da una frase del generale Dalla Chiesa il quale non essendo stati trovati gli originali delle cassette, né quelli delle carte si chiedeva chi avesse recepito tutto ciò. Questo è quello che il generale Dalla Chiesa disse presso la Commissione Moro. Proprio perché ho stima del generale Dalla Chiesa mi pongo lo stesso tipo di problema e l’ipotesi che facciamo è che il generale potesse avere sue fonti di informazioni che gli hanno consentito di ricostruire il percorso dei dattiloscritti da Firenze fino a via Monte Nevoso giacché Dalla Chiesa cercava gli originali. Non capisco che cosa ci sia in questo di offensivo nei confronti della memoria del generale Dalla Chiesa e che cosa ci sarebbe di altrettanto offensivo se alla preoccupazione di proteggere i testimoni che avevano riconosciuto Azzolini si fosse aggiunta anche quella di salvare la vita di un informatore. Ripeto, perché si tratta di una ipotesi scandalosa?

SPATARO. Non è scandalosa. Intanto l’ipotesi è fatta di una serie di corollari, infatti sentiamo spesso dire – questo in verità lo affermate voi – che il generale Dalla Chiesa avrebbe sottratto dei documenti e dato ad altri…

PRESIDENTE. Questa era una ipotesi avanzata dalla Procura di Palermo nel processo contro Andreotti.

SPATARO. Ho avuto modo di rappresentare al riguardo ai colleghi di Palermo e di Perugia il mio personale convincimento, tuttavia ciò significa attribuire a Dalla Chiesa ipotesi di reati certamente gravi e cioè la sottrazione ad una autorità giudiziaria di documenti importanti e questo non è accaduto.

In secondo luogo la Commissione è in possesso delle dichiarazioni rese dai brigatisti non solo adesso, ma all’epoca; costoro dinanzi alla Corte di Assise di Roma denunciarono i carabinieri per aver sottratto del denaro. Erano infatti convinti che quel nascondiglio fosse stato trovato e non risultando dal verbale, pensavano che i carabinieri si fossero appropriati di quei soldi. A riguardo vi è anche la corrispondenza del presidente Santiapichi e la Procura di Milano che rispose sdegnata rispetto all’eventualità che i carabinieri avessero sottratto il denaro. Quando poi venne trovato quel nascondiglio, casualmente, là dove era sempre rimasto, i brigatisti dichiararono al collega Pomarici che loro avevano sempre pensato che esso fosse già stato trovato, tanto è vero che in quel luogo erano stati trovati esattamente gli oggetti da loro indicati. Ora, non so se il generale Dalla Chiesa volesse proteggere un informatore, anzi lo escludo.

Bisogna considerare, comunque, che abbiamo parlato con i carabinieri fin dal primo ottobre del 1978 e con essi abbiamo diviso la vita; abbiamo lavorato giorno e notte nelle caserme, abbiamo parlato con ciascuno dei marescialli che è andato di notte a girare con le chiavi. Voi non ci crederete, per carità è legittimo, però noi non parliamo in base al racconto di un ufficiale che superficialmente il primo ottobre ci ha raccontato quattro battute; ripeto, si tratta di un lavoro di anni, abbiamo trascorso la vita e siamo cresciuti professionalmente anche grazie a queste persone. Quindi l’idea che tutta questa montatura, che in parte nella relazione viene definita come una realtà – non si capisce poi come diventi il contrario – sarebbe stata creata per coprire un informatore che poi secondo quanto si dice nell’ultima parte della suddetta relazione – a mio avviso con un salto logico francamente inaccettabile – potrebbe essere lo stesso Azzolini. Quindi Azzolini informatore avrebbe fatto tutto questo per farsi volontariamente una ventina di anni di carcere quando si sa benissimo che il ruolo dell’informatore è quello di dire le cose come stanno e possibilmente di non scontare neanche un anno di carcere. In questo caso avremmo una costruzione che definisco artificiosa; mi scuso con la Commissione, sono rispettosissimo delle opinioni altrui, però lei, signor Presidente, comprenderà che non sto difendendo l’operato della Procura di Milano. Capisce che quando ci chiedete perché crediamo alle parole dei carabinieri noi non possiamo che rispondere che la versione di questi ultimi è corroborata dalle fotografie, da quello che siamo venuti a sapere e da quanto hanno dichiarato pubblicamente quando le esigenze di segretezza sono venute meno.

Signor Presidente, non voglio apparire assolutamente irriguardoso, ma vogliamo forse dire che è stato compiuto un favoreggiamento nei confronti di Azzolini quando si è fatta una scelta di non rivelare e di non collegare i due fatti?

PRESIDENTE. Come ho già detto all’inizio dell’audizione non faccio questioni di carattere formale, non posso però nemmeno accettare la sottovalutazione di tutti gli aspetti formali.

SPATARO. Volevo dire signor Presidente che stiamo parlando del 1978 quando si era a pochi mesi dalla morte di Moro e noi non sapevano nulla ed il Paese era in ginocchio; e noi in questa situazione vogliamo pensare che di fronte all’arresto di Azzolini in un covo pieno di armi di cui si scopre l’importanza, con Azzolini che di lì a poco (la cosa viene fuori con Peci, il primo dei collaboratori, esattamente un anno e quattro mesi dopo), viene accusato di omicidio, si sia in presenza di un favoreggiamento? È chiaro che si tratta di una scelta che viene fatta; hanno commesso qualche irregolarità con l’avallo della magistratura? Va bene se così è…

POMARICI. Signor Presidente, siamo venuti qui per comunicarvi quello che sappiamo. Riguardo al famoso discorso dell’informatore posso dirle che tutto è possibile, tuttavia se ci fosse stato effettivamente un informatore le ipotesi sono soltanto due. Nel caso si trattasse di una delle persone che sono state tratte in arresto in via Monte Nevoso è valida l’osservazione del collega Spataro dal momento che un informatore che viene arrestato e viene condannato – chi all’ergastolo come Azzolini e chi a trent’anni o a venticinque come gli altri – mi sembra sia un informatore leggermente “bruciato” dalla polizia giudiziaria…

PRESIDENTE. O era l’irregolare che batteva a macchina le carte a Firenze e Morucci ha voluto lanciare un messaggio a qualcuno, comunicandogli che lui sapeva chi fosse l’informatore.

POMARICI. L’irregolare che batteva a macchina a Firenze è escluso che conoscesse il covo di via Monte Nevoso, perché esisteva una tale compartimentazione e gli irregolari non avevano alcuna conoscenza delle basi operative, logistiche delle altre colonne.

PRESIDENTE. Non glielo avrebbe potuto dire Azzolini all’irregolare?

POMARICI. Escludo che Azzolini potesse fare una cosa del genere.

PRESIDENTE. Azzolini è uno che perde un borsello con le chiavi di un appartamento, con tracce che portano a Milano e non avverte i brigatisti della necessità che il covo poteva cominciare a scottare e doveva essere abbandonato.

POMARICI. No, signor Presidente. Innanzitutto voglio dirle questo. Se chi delinque non commettesse mai un errore le procure della Repubblica potrebbero essere tranquillamente smantellate perché non avremmo mai nulla su cui indagare. Il tutto nasce, invece, da una circostanza assolutamente fortuita ed occasionale perché Azzolini non poteva certo immaginare che il commesso dell’officina Crea lo avesse rivisto in via Monte Nevoso in sella ad un ciclomotore. Tutto poteva immaginare tranne che questa possibilità. Azzolini sapeva di aver dato un nome falso. A Milano arriveranno al Medical Center, troveranno un certo signor Gatelli, che in realtà non esiste, e lì finisce il discorso.

MANCA. Altro sarebbe stato il discorso se il covo fosse stato a Firenze.

PRESIDENTE. Questo sempre se ha smarrito il borsello, se non lo ha consegnato ad una persona di fiducia.

MANCA. Mi riferisco alle chiavi.

PRESIDENTE. Voglio porle una domanda che non vuole essere dietrologica, ma che rientra tra i doveri istituzionali di nostra competenza. Sottolineo che tutta la storia di questa Commissione e tutte le indagini che ha svolto, grondano di rapporti non veri, di informazioni non esatte, di piste costruite, abbandonate, ricostruite e riprese. Il collega Fragalà dice che è dietrologia. In quel caso dovremmo chiudere la Commissione. Tutto è chiaro, tutto è normale. Il collega Fragalà ci racconta la vera storia d’Italia. Voi, invece, venite in questa sede e ci dite che i carabinieri di Milano vi hanno detto tutta la verità. Ne prendiamo atto. Del resto, comprendo le ragioni che vi spingono a credere a tale verità.

POMARICI. Signor Presidente, questo non lo accetto. Faccio il magistrato da trentatre anni…

PRESIDENTE. In trent’anni non le è mai capitato di dubitare del rapporto della polizia giudiziaria?

POMARICI. Certamente, è capitato, ma non in questo caso, in particolare non con quei carabinieri. Con quei carabinieri, come diceva Armando Spataro, ho condiviso più notti di quante non ne trascorressi a casa mia in quel periodo con i miei figli. E’ gente che ha affrontato i brigatisti e che è andata a prendere Vittorio Alfieri rischiando la vita personalmente…

PRESIDENTE. Questa sarebbe una replica giusta se le avessimo dato un motivo ignobile per spiegare l’intera vicenda. Nel momento in cui invece il motivo che le diamo è per lo meno equiordinato a quanto i carabinieri le hanno detto per spiegare la vicenda, non riesco a capire quale sia il motivo dello scandalo.

POMARICI. Signor Presidente, le abbiamo indicato alcune persone del popolo, civili, cittadini, e non carabinieri o persone dei servizi o appartenenti a qualsivoglia organo dello Stato. Chiamateli e chiedete loro se è vero o no che il conducente dell’autobus rinvenne quel borsello, che questo era stato consegnato da una signora, che i carabinieri andarono al Medical Center chiedendo chi fosse un certo signor Gatelli, che ottenendo quella descrizione ed esibendo certe fotografie riconobbero Azzolini, che i carabinieri andarono dal meccanico Crea chiedendo chi avesse comprato quel ciclomotore, che il dipendente dell’officina affermò di aver visto quella persona a bordo del ciclomotore in via Monte Nevoso, che il titolare della ditta di cui le ho dato il nome abbia messo a disposizione dei carabinieri il proprio appartamento per fare delle osservazioni e, infine, che il dottor Chelazzi sia stato informato.

PRESIDENTE. Queste affermazioni lei può darcele perché ha interrogato tutte queste persone?

POMARICI. Signor Presidente, se non ci credete potete controllare. Ho a disposizione un verbale di dichiarazioni.

PRESIDENTE. Volevo soltanto sapere come potremmo verificare tali dichiarazioni.

POMARICIDispongo di un verbale di dichiarazioni di Guidi, un verbale di sequestro di un borsello.

GIORGIANNISignor Presidente, ho seguito per filo e per segno quanto hanno dichiarato i consiglieri Spataro e Pomarici e non trovo nulla di strano nella loro ricostruzione. Capisco che ci sono tante perplessità perché ci sono varie incongruenze sulle versioni che sono state fornite alla nostra Commissione, ma dobbiamo anche partire dalla considerazione – e quindi voglio ripartire da quell’osservazione iniziale – che i magistrati possono riferirci dei fatti ma non delle opinioni. Più volte mi è capitato, anche a Milano con il collega Spataro, insieme al quale nelle sezioni anticrimine abbiamo svolto delle operazioni, che nel momento stesso in cui veniva a prospettarsi la possibilità di disporre di una fonte attendibile, sia pure individuata, non si aveva motivo, quanto meno nella fase iniziale, di opporsi ad una procedura perfettamente regolare. Nello stesso tempo, scelta quella via, avevamo il dovere, perché il pubblico ministero non può avere degli informatori, di seguire quell’attività investigativa e di fare un riscontro a posteriori.

Pertanto, voglio ritornare per un attimo sull’opportunità o meno da parte della magistratura di chiedere tutti quei riscontri successivi relativamente al meccanico, alla dottoressa e così via. Quelle circostanze – abbiamo scoperto successivamente che questa fonte aveva un nome e un cognome -, servivano soltanto a verificare che le prestazioni mediche erano state effettuate nei confronti di Azzolini, che il ciclomotore era stato venduto a questa stessa persona e che era stato visto nella zona di via Monte Nevoso. Sostanzialmente, signor Presidente, servivano solamente a dare un’identità alla persona che aveva perso il borsello. Se questo borsello è stato effettivamente perso o non è stato piuttosto consegnato, se c’è una seconda versione non possiamo dirlo. Dobbiamo dare per scontato che questi magistrati non conoscano quest’altra verità. Nel momento stesso in cui viene nel corso di un’informativa dato riscontro a quelle circostanze…

PRESIDENTE. Lei sta facendo una domanda agli auditi?

GIORGIANNI. Arrivo alla domanda, signor Presidente.

PRESIDENTE. L’audizione si è fatta su richiesta degli audiendi.

GIORGIANNI. Signor Presidente, la prego di permettermi di esprimere la mia opinione. Siccome mi sembrava di aver colto qualche sua perplessità rispetto ad alcune domande e ad alcune incongruenze che lei sottolineava, ritengo di poter affermare che in realtà non c’è alcuna incongruenza. Quella fonte doveva servire soltanto per l’individuazione di una persona che poi avrebbe risposto, eventualmente, del reato di detenzione e porto di un’arma magari con matricola abrasa. Successivamente c’è stato riferito che quella contestazione è stata fatta.

Dottor Pomarici, lei quando è arrivato in via Monte Nevoso? E’ arrivato in tempi ravvicinati o è arrivato nel momento in cui sono arrivati i carabinieri?

POMARICI. Sopraggiungo a distanza di un’ora più o meno. L’intervento in via Monte Nevoso avviene verso le nove del mattino. Ero stato preavvertito che quell’intervento sarebbe avvenuto dal procuratore della repubblica. Il generale Dalla Chiesa aveva preavvertito il procuratore della Repubblica e gli aveva chiesto che il pubblico ministero fosse immediatamente disponibile ed io ero già pronto. Dopo di che avviene la sparatoria in via Pallanza. Dopo essermi recato lì, ritorno in via Monte Nevoso.

GIORGIANNI. Abbiamo appreso stasera che nel momento stesso in cui avviene il ritrovamento del borsello, quest’ultimo viene messo a disposizione dell’autorità giudiziaria di Firenze. Il pubblico ministero di Firenze, che poi invia il fascicolo processuale, ed evidentemente anche il corpo del reato, ai carabinieri di Milano, invia tale fascicolo con una delega di indagine?

POMARICI. Sì, lo invia ai carabinieri di Milano perché esperiscano gli opportuni accertamenti sulla persona.

PRESIDENTE. Questo documento può lasciarlo agli atti della Commissione?

POMARICI. Sì.

GIORGIANNI. Debbo arguire quindi che su quella delega di indagine avranno riferito mentre su circostanze diverse, che non erano attinenti a quella delega di indagine, abbiano riferito all’autorità giudiziaria di Milano. Può dirci qualcosa in proposito?

POMARICI. A noi hanno riferito su tutto il resto. Per quanto riguarda Firenze sappiamo che hanno riferito dicendo che non avevano identificato la persona con certezza.

GIORGIANNI. Quindi c’erano due informative, una che è andata a Firenze ed una che è stata mandata a voi, con tutte le circostanze.

SPATARO. L’informativa a Firenze viene inoltrata, come risulta anche dalla relazione del collega Bonfigli, dopo l’operazione.

POMARICI. Signor Presidente, mi scuso ma purtroppo sono costretto a lasciare i lavori. Tra l’altro c’è un sequestro di persona in corso a Milano.

PRESIDENTE. L’abbiamo saputo. La ringrazio e la saluto.

Il dottor Ferdinando Pomarici viene congedato.

Fine prima parte

Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

64a SEDUTA

MERCOLEDI 1° MARZO 2000

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

indi del Vice Presidente MANCA

prima parteseconda parte

Seconda parte

Indice degli interventi

PRESIDENTE
SPATARO
BIELLI (Dem. di Sin.-L’Ulivo), deputato 1 – 2 – 3
DE LUCA Athos (Verdi, l’Ulivo), senatore 1 – 2
DOLAZZA (Lega Nord Padania), senatore 1 – 2
FRAGALA’ (AN), deputato 1 – 2 – 3
MANCA (Forza Italia), senatore 1
MANTICA (AN), senatore 1 – 2
PARDINI (Dem. di Sin.-L’Ulivo), senatore 1

MANCA. Inizio con il fare questa considerazione: la professione di molti parlamentari, soprattutto la militanza in questa Commissione, porta a volte a delle convinzioni amare in quanto spesso si sospetta, non si crede alla veridicità di documenti o ricostruzioni anche fatte ad opera di uomini delle istituzioni. Questo è successo per il caso Moro, ma anche e soprattutto per il caso Ustica.

Detto questo, un colpo mortale al comportamento dell’istituzione, agli apparati di intelligence dello Stato in generale, mi riferisco al periodo del sequestro Moro, è stato portato per ultimo dal professor Cappelletti. Intanto ricordo che il professor Cappelletti faceva parte e addirittura guidava un gruppo di esperti che affiancava il senatore Cossiga ai tempi del rapimento Moro. Altri ancora, oltre a Cappelletti, ci hanno riferito che l’apparato di intelligence dello Stato al momento del rapimento e del sequestro Moro era disastroso. C’era, a detta del professor Cappelletti, il vuoto. A questo punto la rapidità e l’efficacia delle operazioni di via Monte Nevoso, che hanno portato all’arresto di nove brigatisti, dove sono stati anche sequestrati armi e documenti, e l’efficienza di questi reparti , sono in contrasto con lo stato di dichiarata inefficienza ed impotenza dell’apparato dello Stato al momento del sequestro Moro. A suo parere, qual era il livello di preparazione e di operatività delle forze dei carabinieri e di polizia al momento del sequestro Moro, al momento in cui voi avete preso in mano l’inchiesta? Anche perché questa sera, essendo uomo delle istituzioni, provengo da una delle istituzioni, sono stato un po’ rinvigorito per il fatto che finalmente non è tutta una bugia, non è tutta una sequela di atti criminali quello che compiono uomini delle istituzioni, che coprono a loro volta altre istituzioni, addirittura paesi stranieri, ma adesso sto uscendo fuori dal caso Moro.

La seconda domanda è relativa ad un articolo di Giorgio Bocca del 6 ottobre 1978: “il generale sa, il giudice ignora”, e in questo articolo è scritto che le carte di Moro furono esaminate da personalità politiche e militari prima che dai magistrati. Vorrei sapere qualcosa in merito.

Ultima domanda: è vero che Dalla Chiesa, per i contrasti tra Arma territoriale e nuclei anticrimine interruppe le indagini, le operazioni di perquisizione passando le consegne all’Arma territoriale?

SPATARO. Grado di preparazione: ho iniziato ad occuparmi a tempo pieno del terrorismo da settembre del 1978; prima avevo seguito solo in dibattimento, il processo al nucleo storico delle Brigate rosse a Milano, a Curcio e compagni. Nel momento in cui ho iniziato ad occuparmi a tempo pieno della materia, ho verificato innanzitutto un’impreparazione dell’autorità giudiziaria, meno della polizia giudiziaria e spiego perché. La polizia giudiziaria era articolata in reparti specializzati. Credo che lei, come tutti, ricorderà le polemiche che, per la verità, c’erano state prima con lo smantellamento dei nuclei speciali che operavano in Piemonte, dopo la cattura di Curcio; c’è stata poi certamente una fase di calo di attenzione specifica, ma all’epoca del sequestro Moro io credo di poter dire (all’epoca avevo soprattutto rapporti con la polizia giudiziaria di Milano, ma poi anche con altri reparti di altre sedi) che le DIGOS delle questure e anche e soprattutto i reparti dei carabinieri avevano un livello di professionalità apprezzabile, non così posso dire per l’autorità giudiziaria. Posso ricordare, ero giovanissimo all’epoca, che su mia iniziativa fu costituito in procura un gruppo di pubblici ministeri specializzati, esisteva forse solo a Torino presso l’ufficio istruzione, non presso la procura, immagini un po’. Quindi noi ci siamo specializzati nel tempo e si è creata nel tempo quell’effettiva conduzione della polizia giudiziaria da parte dell’autorità giudiziaria, del pubblico ministero in particolare, che è poi nel nostro ordinamento. Quindi io ravviso questo. Quanto al professor Cappelletti, che non ho il piacere di conoscere, non so per la verità all’epoca cosa facesse, da dove traesse le sue convinzioni.

PRESIDENTE. Era direttore dell’Enciclopedia italiana.

SPATARO. Forse non aveva esattamente frequenza delle questure e dei nuclei operativi.

PRESIDENTE. Non era stato messo nemmeno in contatto con Caselli e gli altri magistrati o con Dalla Chiesa perché gli potessero spiegare che cosa erano le Brigate rosse.

SPATARO. Non lo metto in dubbio, ma è la prima volta che lo sento, questa sera, eppure eravamo in tanti a lavorare intorno a queste cose. Certamente appoggerà le sue conclusioni e le sue analisi su dati che evidentemente a me sono sconosciuti. Con questo non voglio dire che il livello di preparazione della polizia giudiziaria fosse elevato al massimo, sicuramente lo era quello del reparto di cui ho parlato, questo lo possiamo dire perché abbiamo fatto negli anni innumerevoli operazioni. Comunque, ripeto, sottolineo una insufficienza della struttura dell’autorità giudiziaria, tanto che proprio da quel momento si creò un gruppo di specialisti, fummo in tutto una trentina e qualcuno poi, verso la fine del terrorismo, ci accusò di aver costituito una loggia. Ricordo il Manifesto: “la loggia dei trentasei”. In realtà noi abbiamo creato, senza le strutture previste dalle leggi, eccetera, un sistema di collegamento e coordinamento. Poi un brigatista, che fu anche intervistato da Zavoli, disse esattamente, che nel momento in cui loro, dal carcere, capirono che l’autorità giudiziaria si era raccordata alla polizia giudiziaria e si era specializzata, compresero pure che la fine del terrorismo si avvicinava.

Carte esaminate: per quanto possa apparire il mio un atto di fede, certamente affermo che non sono state sottratte dal generale Dalla Chiesa o da alcuno carte trovate in via Monte Nevoso, sottratte all’autorità giudiziaria e portate altrove. Che poi il generale Dalla Chiesa, come avrei fatto anch’io, abbia pregato i suoi sottoposti di fare delle fotocopie che lui avrebbe portato al Ministro o al Presidente del Consiglio lo trovo non normale, ma doveroso. Quindi escludo che altri abbiano potuto esaminare le carte prima di chi ci entrò, cioè il collega Pomarici e, ovviamente, le forze di polizia giudiziaria. Non è assolutamente vero che Dalla Chiesa abbia mai interrotto le operazioni di perquisizione per intromissioni di altri corpi o di chicchessia. Dalla Chiesa non era uomo certamente da reagire in questa maniera.

MANCA. Prendo atto di quello che ci ha precisato il senatore Giorgianni, che è magistrato anche lui, ma lei che è qui, in questa Commissione, che si affanna per ricostruire la verità, un parere ce lo può dare: come si spiega questa inefficienza anche delle forze di polizia durante il sequestro Moro?

SPATARO. Ricordo, con il senno di poi (una convinzione che ho maturato quando acquisii un minimo di esperienza), che tra le foto dei brigatisti ricercati per il sequestro Moro ne furono inserite alcune che non erano neppure di brigatisti. Forse lei lo ricorderà per aver visto la televisione o letto i giornali, ma c’erano nove o dieci fotografie di latitanti delle Brigate rosse ricercati come responsabili del sequestro tra cui Giustino De Vuono, che era un criminale comune. Certamente all’epoca ci siamo scontrati con una struttura complessiva che solo nel tempo è andata progredendo verso livelli di qualità. Una qualità che non era di tutti i reparti, magari in un corpo vi era un livello di specializzazione che non vi era presso altri corpi.

MANCA. Vuol dire che Roma era meno efficiente di Milano?

SPATARONon voglio dire questo, lungi da me. Per esempio, ho lavorato moltissimo con l’equivalente di Roma dei carabinieri antiterrorismo di Milano, cioè con il maggiore Di Petrillo. Si trattava di un reparto di elevatissima qualità. A Torino probabilmente erano più avanti che a Milano, perché a Torino avevano introitato un’esperienza che noi non avevamo.

Certamente vi era una preparazione a macchia di leopardo, non uniforme, che però si andò uniformando, devo dire modestamente, quando si riuscì a connettere l’attività della polizia giudiziaria e quella dell’autorità giudiziaria. Ricordo – scusi se faccio questo esempio – che ereditai tutti i fascicoli relativi a Prima linea a Milano. Uno era relativo ad un attentato con rapina ad una stazione in cui era scappato un ragazzo ed era stato trovato un documento di identità sui binari; c’era un altro fascicolo relativo al ferimento di un medico, dove era stata notata un’autovettura fuggire, con la targa intestata allo stesso ragazzo. Nessuno aveva mai operato il collegamento dei due fascicoli per la semplice ragione che non c’era stato un unico pubblico ministero o un gruppo di pubblici ministeri che seguissero quelle indagini. Quella fu probabilmente una colpa dell’autorità giudiziaria, perché gli organi di polizia intervenuti erano diversi. Ma anche loro non erano reciprocamente informati dell’esito delle rispettive indagini.

MANCA. Si potrebbe concludere che, al limite, tutto il fallimento del sequestro Moro sia dovuto non tanto alle forze di polizia ma a chi dava ordini, a chi le coordinava, a chi le doveva gestire.

SPATARO. Mi chiama ad una valutazione che non sono in grado di fare. Non conosco le vostre carte.

MANCA. Allora la faccio io.

PRESIDENTE. Quel che posso evidenziare io è l’assoluta assenza dell’autorità giudiziaria romana in tutta la vicenda dei 55 giorni del sequestro. Viene sostanzialmente esautorata e lo accetta.

SPATARO. Quando ci rapportammo alle varie autorità giudiziarie e creammo quel gruppo di specializzati, più che di specialisti, per molto tempo non avemmo interlocutori nella procura di Roma, bensì nell’ufficio istruzione, con i colleghi Priore, Imposimato, che però entrarono in ballo in una fase successiva.

PRESIDENTE. Devo dire che il collega Priore non crede affatto alle verità ufficiali.

SPATAROLo so benissimo.

FRAGALA’. Con Guasco avete avuto rapporti?

SPATARO. No, perché se non sbaglio era alla procura generale. Quando ad un certo punto fu avocata l’indagine, avemmo rapporti con l’ottimo Vecchione, che seguì come procuratore generale sostituto l’indagine avocata.

MANCA. Per quanto mi compete, posso dire che questa sera – per esempio – ci sono state dette cose più positive nei riguardi di uomini che hanno servito sempre lo Stato e spesso hanno pagato le colpe degli altri. Noi abbiamo anche questa funzione di difesa morale di alcuni uomini delle istituzioni.

PRESIDENTE. Vorrei un chiarimento che non ho fatto in tempo a richiedere al dottor Pomarici. Se ho ben capito, egli ci ha detto che altre copie dei dattiloscritti di Moro sono stati rinvenuti in altri covi delle Brigate rosse.

SPATARO. Escludo che sia avvenuto a Milano. Quel che ricordo è che, nell’ambito dei procedimenti che abbiamo trattato negli anni, vi sono stati sicuramente dei collaboratori che hanno riferito come alle varie colonne delle Brigate rosse…

PRESIDENTE. La mia domanda era un’altra. Ci sono stati altri covi in cui sono state trovate copie?

SPATARO. Non sono in grado di dirlo. Non lo ricordo.

PRESIDENTE. Come lei sa, i due ritrovamenti a via Monte Nevoso sono stati oggetto di analisi filologiche.

SPATARO. Abbiamo avuto modo di polemizzare con il senatore Flamigni.

PRESIDENTE. Questa polemica non c’entra. Addirittura l’analisi ha consentito di ricostruire a quali domande Moro rispondesse. Se ci fossero altre versioni del memoriale che potessero integrare il collage sarebbe estremamente importante.

SPATARO. Non lo so. So per certo che furono date copie a tutte le colonne per il dibattito interno. Erano maniaci di queste cose.

PARDINI. Vorrei riportare un po’ di serenità nel confronto sulla relazione del nostro collaboratore Bonfigli, che per certi versi ha provocato questa stessa audizione.

SPATARO. Di cui ovviamente vi ringraziamo.

PARDINI. Vorrei riportare serenità anche perché mi pare che fin dall’inizio si sia creata una tempesta in un bicchiere d’acqua, perché stiamo dicendo tutti le stesse cose. All’inizio dell’audizione, il dottor Pomarici ha detto: se mi si chiede se formalmente si è trattato di un falso, di un falso si è trattato.

SPATARO. Non lo riteniamo tale.

PARDINI. Ho appuntato questa considerazione. Il dottor Pomarici ha detto che si è trattato di un falso, magari per omissione.

PRESIDENTE. Ci ha detto che in qualche modo era autorizzato; sia pure verbalmente gli raccontarono la storia.

PARDINI. Ho premesso che vorrei portare serenità all’audizione.

In realtà nella relazione sono state messe in evidenza alcune incongruenze. Il borsello viene trovato il 28 luglio 1978 e già tre giorni dopo si sa tutto sul suo proprietario, dove abita. Nella relazione Bonfigli sono citati dei rapporti che dicono che il 31 luglio e il 1° agosto già si sapeva tutto su chi era il proprietario. Lei conosce i rapporti tra le sezioni speciali anticrimine di Milano e di Firenze all’epoca? Quali comunicazioni e scambi di notizie avvenivano tra le due sezioni? Il capitano Arlati, allora comandante della sezione anticrimine di Milano, durante il dibattimento contro il brigatista Terrelli del 1993 e del 1994, nega che vi fossero. Soprattutto, come spiega il comportamento tenuto negli atti formulati dal comandante del reparto operativo di Milano, maggiore Formato, che in una nota del 1979 a Firenze, su richiesta precisa di riferire, in relazione al ritrovamento del borsello, tutto quanto era possibile, non dice assolutamente nulla di quanto l’anno prima era stato oggetto di indagine?

Se tutto questo, a un anno di distanza, avveniva per coprire i tre che avevano riconosciuto Azzolini, mi basta questa spiegazione: i carabinieri di Milano hanno mentito perché dovevano, per coprire l’identità di quei tre e a Firenze non comunicano mai la verità, anzi comunicano il falso. In realtà la procura di Firenze è costretta ad archiviare perché gli viene detto che di Azzolini non si riesce a conoscere mai l’identità per tali ragioni. Lei conferma questa ricostruzione?

SPATARO. Non la confermo. Mi consentirà di contraddirla garbatamente. Lei sa benissimo quanto la stimi e quanto le sia amico. Né ho interesse ad attaccare la relazione di Bonfigli; mi interessa soltanto offrirvi degli elementi di verità. Le sue domande mi consentono di indicare dei punti che avrei avuto a cuore di chiarirvi.

La relazione parte da un assunto clamorosamente errato, cioè che vi siano quattro versioni diverse. Si parla di Morelli come di uno dei principali artefici dell’operazione; non è così ed egli scrive delle cose ampiamente imprecise: parla di una rapina a Firenze avvenuta solo nella sua fantasia.

PRESIDENTE. Ci mette anche un motorino.

SPATARO. E’ una cosa completamente fasulla, che non sta né in cielo né in terra.

Bozzo e Dalla Chiesa – come ha ricordato il Presidente – dicono cose sostanzialmente analoghe con qualche imprecisione di Dalla Chiesa, dovuta al fatto che egli era al vertice della piramide, mentre Bozzo era più vicino agli operativi. Si cita come fonte un telex della polizia di stato che non è in alcun modo considerabile fonte. La prima ragione è legata al fatto che si tratta di un atto burocratico-amministrativo. La polizia deve dare atto al Ministero, con un telex e non con un rapporto, che a Milano è accaduto quanto sappiamo. C’erano giornalisti sguinzagliati in tutta la città con sparatorie ovunque.

Perché la polizia abbia parlato di fonte confidenziale? C’è chi parla di invidia per sminuire. Personalmente ritengo che in un primo contatto informale i carabinieri non abbiano detto nulla alla polizia, visto quello che stava accadendo, e che la polizia si sia arrogata poi questo diritto, anche se non con intenzioni ingannevoli, quello di parlare erroneamente di fonte confidenziale. Quindi, se scremiamo le fonti, partendo da Morelli che non sa nulla fino ad arrivare alla polizia di stato che sa ancora meno, non abbiamo quattro diverse fonti.

In secondo luogo, sempre a proposito della relazione, quando vi si dice che tra il 28 e il 31 luglio si arriva all’individuazione di Azzolini e della casa, si sbaglia nuovamente, perché confonde clamorosamente – e questo un pubblico ministero come il relatore lo dovrebbe fare – tra l’individuazione dell’area ove la casa si collocava, resa possibile dalle indicazioni del Crea, cioè del meccanico, e l’esatta individuazione dell’appartamento. Quest’ultima invece è frutto del lavoro, che a voi potrà sembrare inverosimile e che è avvenuto non in un’unica notte ma in più notti, con l’aiuto delle chiavi.

PRESIDENTE. Qui, però, le cose non tornano. La vicenda delle chiavi ci è stata raccontata da Bozzo, invece il dottor Pomarici questa sera ha detto qualcosa di diverso. Egli ha affermato che, visto il motorino posteggiato, si andò a vedere se le chiavi aprivano.

SPATARO. Non ha detto però che il motorino fu visto la prima sera delle ricerche.

PRESIDENTE. Della versione fa parte il fatto che per più notti girarono portone per portone?

SPATAROSicuramente questa è la verità. Lei avrà un’altra opinione, ma per me questa è la verità.

PRESIDENTE. Questa sarebbe la verità nel momento in cui avessimo una serie di riscontri, ma non lo avete fatto voi e non lo abbiamo fatto neanche noi.

PARDINI. Mi riferivo ad un documento datato Milano, 3 agosto 1978, in cui si dice che a Crea Antonio e al meccanico erano state mostrate delle foto e tra queste riconoscono senza ombra di dubbio l’identità di Azzolini.

SPATARO. L’identità sì, ma non è vero che la casa è stata individuata in tre giorni. Alla casa si perviene dopo un po’ di giorni. Tenete presente che ad agosto i brigatisti vanno in ferie ma noi no. Ad agosto, però, la casa viene completamente abbandonata.

PRESIDENTE. In sostanza, il 3 agosto accade che il ragazzo dell’officina dice di aver visto il motorino in quella zona.

SPATARO. No, ha detto di aver visto il tizio con il ciclomotore che si aggirava in quella zona e di aver concluso che doveva essere di quelle parti. Aveva indicato di averlo visto proprio lì.

PRESIDENTE. Se io giro in una strada devo necessariamente abitare su quella strada?

SPATARO. Questo è quanto ha riferito il ragazzo, tant’è che i carabinieri si sono recati lì notte tempo e l’hanno trovata. Del resto il meccanico l’aveva visto più volte non una sola volta.

PARDINI. A questo punto sappiamo che il proprietario del borsello è Azzolini, il proprietario del motorino è Azzolini, sappiamo che abita dalle parti di via Monte Nevoso, ma non conosciamo esattamente il numero civico. A questo punto è sufficiente pedinarlo per poterlo scoprire.

SPATARO. Ma dove lo troviamo, senatore Pardini? Mi consenta, non vorrei apparirle irriguardoso ma non dovete pensare che i pedinamenti si fanno come nei film, soprattutto per quanto riguarda i brigatisti che facevano i contropedinamenti. Sappia – perché è documentato – che i brigatisti facevano i contropedinamenti, quindi non solo prendevano lo stesso pullman cinque volte in una direzione e nell’altra, ma avevano anche degli altri brigatisti che li seguivano alle spalle. I carabinieri non sono così scemi che appena vedono una persona sospetta gli si appiccicano per ventiquattro ore al giorno. Non solo i carabinieri, per la verità. Quindi, c’è questa imprecisione perché si individua l’area ma non si individua esattamente la casa.

Per quanto riguarda i rapporti tra la sezione di Milano e quella di Firenze, posso dirle quali erano ordinariamente i rapporti vigenti tra le varie sezioni, nella fattispecie non ero presente quando le sezioni di Milano e Firenze si sono scambiate le notizie. L’indagine, come sappiamo, parte da Firenze. E’ chiaro che il sottufficiale Negroni, non è, come sostenuto nella relazione, il principale artefice dell’indagine, in quanto fa semplicemente il passacarte, il trait d’union tra i carabinieri di Milano che compiono le indagini e Firenze che giustamente vuole avere notizie. I rapporti, quindi, sono quelli di una informativa continua. Immagino – perché non ero presente – che Negroni abbia partecipato a qualche accertamento. Le faccio anche un altro nome, il maresciallo Saracini che, anche se non è citato, a Firenze è un personaggio storico. Avranno partecipato all’investigazione in piena armonia e gaiezza. Intanto vorrei precisare che Arlati non è il comandante. All’epoca il comandante era il capitano Bonaventura ed Arlati era l’ufficiale a cui faceva capo quell’indagine. Il capitano Ruffino invece seguiva le indagini di Alunni, che era stato arrestato il 13 settembre. Tenete presente il sovrapporsi delle investigazioni.

Infine, mi chiedete come mi spiego il comportamento di Formato. Se si parte dall’affermazione che abbiamo confermato che il rapporto è falso, mi si consentirà di smentirla. Il falso si ha quando si nasconde qualcosa a chi ha diritto di conoscerla. In questo caso vi è la consapevole convergenza di autorità giudiziaria e polizia giudiziaria sulla necessità di tutelare la vita di alcune persone. Pochi mesi dopo a Torino verrà ucciso il barista Cividate, che aveva chiamato la polizia avendo visto due sospetti, Caggegi e Barbara Azzaroni. Viene ucciso per questo.

PRESIDENTE. Scusi se la interrompo. Tutto questo avviene nel 1978. Nel 1982 le Brigate rosse sono ancora attive, ma allora perché Dalla Chiesa non si pone questa preoccupazione quando parla alla Commissione Moro?

SPATARORicordo personalmente che Dalla Chiesa venne a riferire alla Commissione Moro che i suoi uomini avevano una traccia investigativa concreta che avrebbe portato all’individuazione di Marco Barbone come autore dell’omicidio Tobagi. Non fece il nome di Barbone ma fece riferimento ad un gruppo che proveniva da una scissione della FCC e questo fu oggetto di una pubblicazione sull’Espresso che ci portò – e fui io ad ordinarlo – a fermare Barbone che stava scappando. Quindi, all’epoca, Dalla Chiesa poteva avere anche delle legittime riserve sulla possibilità di mantenere un segreto. All’epoca avevamo i morti per le strade, senatore Pardini.

PRESIDENTE. Tutto questo nasce dal fatto che Dalla Chiesa va alla Commissione Moro e racconta una storia diversa da quella contenuta nel rapporto.

SPATARO. Ma l’esigenza è la stessa ed è quella che induce Formato, un anno dopo, a mantenere ferma quella versione.

PRESIDENTE. Sembra quasi che Dalla Chiesa nel 1982 non si preoccupasse più di mantenere segreta l’identità dell’uomo che aveva identificato il motorino.

SPATARO. Intanto il nome non viene fatto, fino a quando egli non ritiene giunto il momento di dire qualcosa. Evidentemente avevo inteso la domanda in senso opposto. Senatore Pardini, tenga presente che quando Formato riferisce a Firenze noi dobbiamo ancora celebrare i dibattimenti. Noi non avevamo paura soltanto della reazione dei brigatisti, temevamo anche che nei processi tramite gli avvocati, alcuni dei quali sono stati condannati definitivamente per partecipazione a banda armata, si potesse disvelare quel retroterra che un tecnico dei processi avrebbe potuto comprendere meglio di un brigatista. Quindi, se un anno dopo Formato dice ancora quella cosa lo fa per tutelare quel segreto. Non mi permetto di interferire con le vostre scelte istruttorie, ma non escludo che Firenze sia stata informata di tutto, sostanzialmente come noi, anche se documentalmente abbia, come noi, ricevuto un rapporto parziale. Personalmente sono certo di questo, escludendo che il maresciallo Saracini o Negroni potessero tacere a Chelazzi, che era il dominus, insieme a Vigna, di tutte quelle investigazioni quello che i carabinieri di Milano avevano detto a noi. A questo punto le posso rispondere facilmente che a Firenze erano informati come noi e quindi la spiegazione è la stessa.

PARDINI. Per quanto mi riguarda le spiegazioni sono più che esaurienti e le prendo per buone. Esse mi confermano il fatto che la relazione non dice niente di diverso da quello che dite voi. Semplicemente voi date una spiegazione a delle incongruenze che la relazione evidenzia. Essa mette in evidenza un rapporto falso o incompleto dell’autorità giudiziaria.

PRESIDENTE. Ciò che stasera stiamo comprendendo è che l’autorità giudiziaria di Milano era fin dall’origine informata di una versione diversa.

PARDINI. Perché le dico questo? Vorrei che questo servisse a riportare il clima giusto tra di noi se fosse necessario. Lei deve anche pensare che questa Commissione sta lavorando sul caso Moro che, tra i tanti buchi neri, ha quello enorme che si chiama Firenze. Il fatto che su Firenze non si riesca mai a dimostrare o a chiarire nulla; che intorno a Firenze ruoti uno dei grandi misteri del sequestro Moro; il fatto che su Firenze, come ha ricordato il Presidente, lo stesso Morucci abbia detto quello che ha detto; che a Firenze venga trovato un borsello che innesca un rapporto non falso ma omissivo…

PRESIDENTE. Aggiungiamo che i ROS e gli UCIGOS di oggi…

SPATARO. …quelli di oggi non sono come quelli di ieri.

PRESIDENTE. …che meritano non meno fiducia di quelli di ieri ci hanno detto che probabilmente se si fosse indagato meglio in Toscana forse le BR non sarebbero rinate.

SPATARO. Questa è responsabilità di chi l’ha detto. Io non lo credo.

PARDINI. Mettere tutti questi elementi insieme costituisce un elemento di dubbio ulteriore.

SPATARO. Se è dubbio mi inchino di fronte alla vostra altissima attività. Non so se mi riterrete scorretto per quello che sto per dire però questa relazione, fatta da un consulente che io rispetto…

PRESIDENTE. Non ammetto né la domanda né la risposta.

SPATAROQuello che voglio dire è che mi sarei aspettato che venissero sentiti, come era stato richiesto seppure informalmente, i diretti protagonisti di questa vicenda perché sulla stampa qualcuno è stato infangato.

PRESIDENTE. Vorrei riportare la discussione ad una correttezza istituzionale. Tutto sommato, mi sembra molto meglio che siate venuti voi a dirci tutto questo, invece del dottor Bonfigli, se glielo aveste riferito. Malgrado la fama di garantista che ho sia immeritata, penso che oggi a qualche garantista si sarebbero drizzati i capelli se avesse saputo che ci sono rapporti di polizia giudiziaria ed informazioni diverse, verbalmente date all’autorità giudiziaria, e che questa non le verbalizzi.

SPATARO. Avrei voluto vedere quel garantista a rischiare la vita al posto del meccanico Crea.

PRESIDENTE. Questo potrebbe avvenire anche oggi in altri tipi di processi: che ci siano cioè agenti di polizia giudiziaria che raccontano una storia ai magistrati senza che questi la verbalizzino anche se capisco che, data la specificità del momento, formalizzarsi forse non è giusto.

PARDINI. Il problema è che tutto questo riguarda l’unico ritrovamento parziale del memoriale Moro avvenuto in due tempi, in maniera del tutto da chiarire. Lei capirà che, messo tutto insieme, un verbale parzialmente vero – il che equivale a dire parzialmente falso – non poteva passare inosservato. E’ giustificata l’audizione in questo senso.

Infine, le risulta che quando sono state rinvenute le carte di Moro e lette sia arrivato da Roma il dottor Vitalone e che costui abbia partecipato alla riunione in cui si è data per la prima volta lettura delle carte di Moro? In caso affermativo, perché ciò è avvenuto?

SPATARO. Ricordo sicuramente il dottor Gallucci; non ricordo Vitalone. Tenga presente che io e Pomarici ci scambiavamo i ruoli e personalmente seguivo la vicenda Alunni. Se era presente Vitalone certamente non è stata sua la prima lettura. La prima lettura è stata la nostra. Non so se nello stesso articolo citato prima di Bocca o in uno precedente costui affermava che da via Monte Nevoso è scappato Moretti; è matematicamente certo. Bocca affermava questo, ma all’epoca si lasciava passare tutto. Non so se Bocca sappia delle cose. Penso che lo abbiate ascoltato o comunque lo farete.

Quanto a Firenze, Morucci è certamente un personaggio sulla cui serietà e dissociazione attuale credo abbastanza: quando il sequestro Moro è in corso Morucci viene cacciato dalla BR oppure va via lui, portando con sé un po’ di armi. Da un certo momento in poi perde i rapporti con la vita delle BR. Non so se Morucci sapesse o abbia inteso alludere o abbia fatto delle ipotesi: a Firenze operavano all’epoca come magistrati i dottori Vigna e Chelazzi; come forza di polizia giudiziaria operava non solo un ROS ad alto livello ma anche una DIGOS diretta dal dottor Fasano, attualmente un alto funzionario o addirittura direttore del SISDE. A Firenze vi è stata poi, grazie alla capacità di lavorare, una messe di risultati e di collaboratori che hanno portato a chiarire anche il passato. Credo che queste persone vi potranno chiarire tutto. Il senatore giustamente dice: proponiamo una possibile spiegazione che alluda ad uno scopo nobile. Mi rendo conto che i carabinieri avrebbero dovuto e potuto solo proteggere un informatore; però, in certe tesi come quelle della relazione, si intuisce che quello è un passaggio per arrivare ad altre conclusioni.

PRESIDENTE. Non è vero.

SPATARO. Sì, perché se diciamo, come si dice, che uno come Azzolini non può perdere il borsello, allora si dice che Azzolini è un infiltrato. Perché lo si dice? Evidentemente vi è sempre sullo sfondo la convinzione, sia pure del tutto legittimamente formatasi, che vi sia dietro un mistero, quale quello delle carte sparite di Moro. Capisco i misteri dell’Italia ma credo che ai tanti misteri d’Italia corrispondano poche certezze. Questa pagina è, a mio avviso, certa e luminosa.

MANTICA. Vorrei svolgere una breve premessa per arrivare a Monte Nevoso anche se l’episodio che cito rientra solo in un momento successivo in Monte Nevoso: il 18 marzo del 1978 alle 12,30 esce il primo comunicato delle BR in cui si dice: il prigioniero collabora pienamente. Alle 20,30 dello stesso giorno a Milano vengono ammazzati Fausto e Iaio nella zona Lambrate. Non so se hanno presente la storia e la vicenda di questi due giovani del Centro sociale Leoncavallo che vengono uccisi e che costituiscono uno dei misteri d’Italia. Nessuno capisce bene questo omicidio.

Stranamente – lo dico perché è l’unica volta (che mi risulti) che in un documento delle BR si citino persone che non ne facciano parte – nel secondo comunicato delle BR si fa riferimento a Iaio e Fausto, rendendo onore ai compagni Fausto e Iaio, vittime di sicari di Stato. E’ un fatto strano; Fausto e Iaio non appartengono alle BR. Nessuno l’ha mai detto eppure vengono citati dal comunicato BR.

Nel terzo comunicato delle BR si parla delle famose trattative imposte dallo Stato con oscuri intermediari che le BR denunciano. Perché la domanda? Nel 1990, nel mese di novembre, quindi dopo l’irruzione nel covo di via Monte Nevoso – sono carte agli atti della Commissione stragi; poi darò un documento alla Commissione stragi che non è agli atti – nelle indagini, tra l’altro condotte dal dottor Pomarici che mi dispiace non essere presente, un nucleo di polizia giudiziaria viene mandato ad interrogare gli inquilini abitanti in via Monte Nevoso n. 9, perché situato di fronte a Monte Nevoso n. 8. Vanno, interrogano tutti gli inquilini sulla base di un elenco fornito dall’avvocato Cesare Porzio Giovanola, che è l’amministratore dello stabile, in cui si indicano tutti gli abitanti residenti nel 1978. Questo è un documento agli atti della Commissione. Quello che non è agli atti è un documento storico-anagrafico del comune di Milano dal quale risulta che in via Monte Nevoso 9 abitava Fausto Tinelli, uno dei due uccisi. Dal documento della questura non risulta il nome di Fausto Tinelli come residente in via Monte Nevoso 9: questo invece è un documento storico-anagrafico del comune di Milano in cui risulta che invece vi abitava.

SPATARO. I documenti hanno la stessa data?

MANTICA. Questo documento è di ieri, me lo sono andato a prendere, ma il documento storico-anagrafico del comune di Milano dice che è entrato nel 1959 ed è uscito nel ’78, poveretto, che era proveniente da Trento, figlio di Giovanni e di Angeli Danila, cittadinanza italiana, c’è anche il codice fiscale e così via. Tutto questo può darsi che appartenga ai misteri di questa storia d’Italia, comunque è ben strano.

PRESIDENTE. O alle dietrologie, direbbe l’onorevole Fragalà.

FRAGALA’. Questi sono fatti.

MANTICA. La prima domanda è che senso ha avuto andare ad interrogare gli inquilini dello stabile di fronte, anche perché la Fulgor Cavi si trova in via Monte Nevoso 13 e ci avete spiegato prima che quello stabile si trova più direttamente di fronte a Monte Nevoso 8. Eppure, la questura di Milano, su incarico del dottor Pomarici, si reca in via Monte Nevoso 9 con lo scopo di contattare gli inquilini ivi abitanti in ordine alle indagini relative al noto covo di via Monte Nevoso 8. Gli abitanti, si afferma, non hanno fornito notizie utili su circostanze sospettose, comunque note.

La prima domanda è dunque per quale motivo via Monte Nevoso 9, cosa ci si aspettava. Inoltre, Fausto e Iaio non è un episodio di incidente stradale qualunque: è una storia complessa milanese, ne hanno parlato i giornali per anni, ovviamente sono stati i fascisti ad ucciderli, ci sono stati cortei e celebrazioni. Possibile che a nessuno è mai venuto in mente di scoprire dove abitava Fausto Tinelli, che abitava in via Monte Nevoso 9? E quando si vanno a fare le perquisizioni in quello stabile nessuno si ricorda di questa vicenda? La vicenda peraltro è ancora misteriosa perché ancora nessuno ha trovato i responsabili. Inoltre – non voglio fare il dietrologo, finora ho fornito fatti – è strano questo collegamento dell’onore ai compagni Fausto e Iaio. La procura di Milano, su un comunicato, il secondo delle Brigate rosse, avendo l’omicidio di Fausto e Iaio in casa, ha pensato che si rendesse “onore ai compagni caduti” solo perché erano due ragazzi del centro sociale Leoncavallo? Non è un segnale tra le Brigate rosse e chi ha ammazzato Fausto e Iaio?

SPATAROCredo di poter essere abbastanza preciso su Iaio e Fausto, di dover invece formulare delle ipotesi su via Monte Nevoso 9, ma con riserva di far pervenire una nota scritta dal dottor Pomarici.

Per quanto riguarda Iaio e Fausto, ne parlo a ragion veduta perché me ne sono occupato io come pubblico ministero (quello del 1978 fu un settembre tremendo: ci fu la morte del pilota Ronni Petterson a Monza, l’arresto di Alunni, le indagini su Iaio e Fausto e altre vicende). Ricordo molto bene quella indagine e ricordo, pur non essendo all’epoca anziano, di avere svolto un volume di attività investigativa, unitamente alla DIGOS di Milano, che poche volte mi è poi capitato di produrre; per la verità, purtroppo, con esiti – come lei ha ricordato – negativi. Ad un certo punto formalizzai l’indagine e nell’atto di formalizzazione al giudice istruttore scrissi che, dopo quella mole di attività, ritenevo giusto che ci fosse un altro magistrato, un giudice, che iniziasse a tirare le fila delle tante piste emerse: fu quindi quasi una dichiarazione di sconfitta, lo affermo con franchezza, ancora mi brucia per il clamore di quella vicenda. Posso dirle che tuttora incontro spesso i genitori e i comitati, che, forse, bontà loro, hanno capito che ce l’ho messa tutta, e tuttora dico agli stessi che non vi sono elementi certi per potersi affermare che i due furono uccisi da gruppi estremistici di destra, che purtroppo vi era anche una pista – spero non susciterà polemiche – che parve addirittura molto concreta, che si trattasse di omicidio legato al traffico di stupefacenti, sia pure di basso cabotaggio. Certamente è vero che nell’immediatezza, per il tipo di clamore, di attività messa in campo dai gruppi del Leoncavallo operanti in quella zona, il duplice omicidio passò all’esterno come un omicidio di marca fascista e possiamo dire che è rimasto tale, anzi certe convinzioni si sono maggiormente radicate per cui poi, come forse il senatore Mantica saprà, qualche collaboratore, soprattutto di area romana, di gruppi della destra romana ha riferito di aver saputo da Tizio che a sua volta aveva saputo da Caio che quei ragazzi erano stati uccisi da romani in trasferta. Quest’ipotesi è stata seguita a lungo dal giudice istruttore Salvini, con il quale ho continuato a lavorare, ma alla fine, purtroppo, non si è raggiunto alcun risultato.

Sul comunicato delle Brigate rosse, l’interpretazione che io, in prima persona, diedi all’epoca e che tuttora mi convince è questa: poiché il fatto nell’opinione pubblica era passato come di matrice fascista e vi era un grande movimento della sinistra extraparlamentare, ma non solo, attorno a questa vicenda, poteva essere utile sul piano della propaganda cercare di agganciare, dimostrando sensibilità, eventuali simpatie nell’area dell’extrasinistra per il movimento brigatista.

MANTICA. Perché “sicari di Stato”?

SPATARO. Spesso, con un’equazione che non condivido, si dice che i fascisti, soprattutto nei fatti di strage, siano in qualche modo collegati agli apparati statuali. Sia ben chiaro che sto parlando di slogan che neppure lontanamente condivido, ma evidentemente ci fu una scelta propagandistica delle Brigate rosse, probabilmente azzardata ma che, a mio avviso, ha una logica. In quel periodo si ricordi che, intanto, inizia a montare la reazione dopo Moro; c’è da un lato una frangia che è ammirata dalla potenza geometrica che, secondo qualcuno, era stata dispiegata in via Fani, ma qualcun altro inizia a prendere le distanze anche dall’atteggiamento “né con lo Stato né con le BR” perché era successo un fatto così clamoroso. Adduco questa spiegazione e interpretazione.

Non vi furono indagini particolari sul contenuto di questo volantino, lo acquisimmo agli atti, lo abbiamo anche tenuto presente non tanto per andare a individuare perché mai vi fosse scritto questo, ma perché tra le ipotesi venne anche formulata quella di una sorta di esecuzione nei confronti di ragazzi dissidenti rispetto alla scelta eversiva, ma francamente di minor rilievo rispetto ad altre ipotesi. Questa è la mia interpretazione della vicenda e del perché le BR citano questo duplice omicidio.

PRESIDENTE. Metodologicamente ritiene che quei documenti delle BR meritino un’analisi accurata? La mia impressione è che loro pesassero le parole, se dicono “sicari di Stato”, non voglio contraddire la sua interpretazione, ma indubbiamente prima di scriverlo ci hanno pensato. Ne parlavamo l’altro giorno con il professor Cappelletti, che avrebbe dovuto analizzare questi comunicati, ma non sembrava molto approfondito nell’analisi. Nel comunicato numero 4 si parla di “trattative segrete e di intermediari misteriosi”, secondo me significa qualcosa. Non sono parole che Moretti scriveva a caso.

SPATARO. Per quanto riguarda il lessico delle Brigate rosse e i contenuti dei loro documenti posso affermare, forse peccando di presunzione, che all’interno di tutto il gruppo dei magistrati che seguiva il terrorismo, io, forse perché ero il più giovane, avevo il compito di fare un’analisi sommaria ovviamente, come può farlo un pubblico ministero.

PRESIDENTE. Chiediamo collaborazione: l’espressione trattative segrete e intermediari misteriosi cosa può significare?

SPATARO. Sul primo punto, nonostante l’attenzione che si deve al lessico, non voleva significare null’altro che sposare uno slogan suscettibile di determinare popolarità. I brigatisti accusano i fascisti e lo Stato, e i brigatisti sono contro lo Stato…

PRESIDENTE. Per quanto riguarda le trattative segrete?

SPATARO. Qui francamente ci addentriamo nel campo delle ipotesi. Credo che sia patrimonio ormai comune a tutti che vi erano esponenti del partito socialista che avevano in corso dei contatti, non so quanto radicati all’epoca del comunicato numero 4. Ritengo quindi che potrebbero aver alluso a questo.

PRESIDENTE. Quindi lei ritiene inverosimile ad esempio quello che è apparso oggi sul quotidiano “Il Messaggero”, mi riferisco all’intervista a Carlos che ha parlato di un aereo dei servizi pronto a Beirut per finalizzare la trattativa su Moro.

SPATARO. Assolutamente sì, signor Presidente, forse la deludo, ma non posso dire altro.

PRESIDENTE. Non viene da me la richiesta di audire Carlos.

SPATARO. Riguardo alla domanda su via Monte Nevoso, 9, la mia ipotesi è questa. Come è noto scoppiò la polemica in merito al fatto che ci fosse stata una “manina” o una “manona” che aveva rimesso i documenti al loro posto per poi richiudere il nascondiglio. Al riguardo, posso dire che nel frattempo l’appartamento in questione era stato disabitato e sigillato e si ricorderà che si fecero determinate scoperte perché il nuovo proprietario aveva effettuato dei lavori di ristrutturazione, non escludo quindi che un’indagine così a vasto raggio sia stata disposta da Pomarici proprio per verificare se qualcuno nella zona – magari proprio gli inquilini di fronte – avessero notato dei lavori all’interno dell’appartamento. Tuttavia, dal momento che si tratta di una ipotesi e se la Commissione lo consente, vi farò avere una nota scritta a cura del dottor Pomarici in cui verranno spiegate le ragioni dell’investigazione.

PRESIDENTE. Per quanto riguarda questo aspetto, anche in base a relazioni precedenti della Commissione, il problema della “manina” e della “manona ” è stato risolto perché alcune perizie hanno dimostrato…

SPATARO. Che l’intervento era dell’epoca.

PRESIDENTE. Mi riferisco però al fatto che la perquisizione non fu fatta bene.

SPATARO. Su questo, signor Presidente, ha ragione. Certamente, se non fu scoperto il 1° ottobre del 1978 quel nascondiglio è evidente che è stato compiuto un errore. Sono stato in quell’appartamento e comunque vi posso dire che il muro sottostante alla finestra sembrava tale da potersi rompere anche con un semplice colpo di martello. Non era così, ed evidentemente si è trattato di un errore.

BIELLI. Da quanto risulta da un settimanale, in una intervista è stato affermato che è stato eseguito un lavoro, mattonella per mattonella.

SPATARO. È stato effettuato un lavoro su tutte le superfici ad eccezione di quel tratto di muro, del resto le pareti portavano i segni dei martelli.

BIELLI. Da una parte si dice che è stato fatto un lavoro mattonella per mattonella e dall’altra lei afferma che forse in quel particolare posto non è stato effettuato, ma allora non fu eseguito un lavoro mattonella, per mattonella. Dico ciò per una ragione: nell’audizione di questa sera quello che sinceramente mi ha sorpreso è il fatto che abbiate manifestato tutte sicurezze; poi però dopo si scopre che se aveste avuto qualche dubbio forse i misteri avrebbero avuto anche la possibilità se non proprio di essere scoperti per lo meno di trovare una chiave di lettura.

PRESIDENTE. La virtù laica del dubbio!

BIELLI. Allora, rispetto ad una affermazione come quella secondo cui il lavoro è stato condotto mattonella per mattonella che cosa posso pensare, che il dottor Pomarici ha detto il falso?

SPATARO. L’intervista a cui lei fa riferimento, è stata rilasciata dal dottor Pomarici per spiegare perché non era stato sperimentato quel particolare pezzo di muro; non mi sembra, infatti, che il collega Pomarici abbia affermato che era stato saggiato anche quel pezzo di mattone. Ripeto, il dottor Pomarici ha dichiarato che era stato fatto tutto quello sembrava si dovesse fare e lo ha fatto proprio per spiegare perché non fosse stato trovato il nascondiglio.

BIELLI. Le sembra che io possa accettare la sua spiegazione?

SPATARO. Lei può accettarla o meno…

BIELLI. Si vuole spiegare la ragione per cui non è stato svolto un lavoro in un determinato punto del muro e nel momento in cui si viene accusati di non aver fatto un buon lavoro la risposta è: “perché non lo si è fatto “. C’è un qualcosa che non riesco a capire. Non riesco a comprendere che cosa si voglia coprire.

SPATARO. Niente onorevole Bielli, assolutamente niente. Lei è liberissimo di non credermi, per quanto mi riguarda tra le mie pochissime virtù ho quella del dubbio, probabilmente questa sera non l’ho manifestata, forse perché rispetto a quel caso ho delle certezze. Le posso dire che se fossi stato io il brigadiere che doveva battere i muri non avrei saggiato quella parte delle pareti che sembrava una sfoglia, naturalmente, però avrei sbagliato.

BIELLI. E questo nonostante Flamigni vi avesse detto che bisognava controllare, perché in quella intervista Flamigni vi dice anche che era stata proposta una interrogazione parlamentare in cui si indicava la necessità di controllare. Quando parlavo dell’opportunità di avere perlomeno qualche dubbio…

SPATARO. A seguito di quella interrogazione i carabinieri erano andati a battere i muri di quella abitazione mattone per mattone. Aggiungo, inoltre, che sapevamo anche che i nascondigli dei brigatisti erano collocati proprio dietro i termosifoni dove conservavano soprattutto le armi proprio per evitare che i carabinieri potessero scoprirli attraverso i metal detector. Non ho quindi alcun dubbio a dire, con la stessa certezza, che non aver bucato anche quel muro sia stato comunque un errore.

BIELLI. Prendo atto che finalmente abbiamo scoperto questo errore perché fino a questo momento non sono state manifestate che certezze. Ma lei crede che per chi sta cercando di svelare i misteri d’Italia un errore di questo genere possa essere considerato da poco? Ecco perché anche rispetto ad altre questioni vorremmo che ci aiutaste a dirimere il dubbio e tutte queste vostre certezze a mio avviso non ci aiutano.

SPATAROMi dispiace.

BIELLI. Non ci aiutano per una ragione: perché rispetto ai misteri non portano nulla di nuovo lasciandoli tutti come prima. Pertanto credo che quelle che lei considera certezze assolute dovrebbero essere valutate anche sulla base di qualche nuovo elemento, questo potrebbe rappresentare un contributo per aiutarci ad andare oltre, altrimenti rimarremo sempre allo stesso punto.

Presidenza del vice presidente Manca

SPATARO. Onorevole Bielli, lo dico con lo stesso spirito, e senza nemmeno lontanamente voler da parte mia invertire i ruoli, tuttavia mi piacerebbe comprendere un aspetto. Se siete convinti, sulla base di una perizia e delle dichiarazioni dei brigatisti che quel pannello era lì dal 1978 e non è stato rimosso, né alterato allora vorrei capire dove si va a parare. Le sto dicendo che evidentemente chi ha operato ha compiuto un errore a non bucare in quella parte di muro. Pertanto o ritenete che questo errore sia stato compiuto in mala fede, per coprire una rimozione, oppure ritenete che il pannello sia stato rimosso e poi rimesso; ma solo in questo caso posso comprendere un particolare accanimento investigativo come del resto anche io ho mostrato mille volte in altre vicende. Tuttavia se arriviamo alla convinzione che quel pannello c’era, allora mi consenta che tutto questo è solo un’indagine che stiamo facendo tanto per parlare.

MANTICA. La questione è abbastanza delicata ed ecco perché desideriamo che ci facciate pervenire una nota scritta per quanto riguarda via Monte Nevoso, 9. I relativi fascicoli sono conservati qui presso la Commissione e si tratta di documenti recuperabili anche da parte vostra; nel fascicolo in nostro possesso è contenuto l’elenco degli inquilini dello stabile di via Monte Nevoso e c’è anche il nome del proprietario dello stabile, l’avvocato Cesare Porzio Giovanola. Ebbene, risulta stupefacente il fatto che non si faccia menzione di Fausto Tinelli di cui ho il certificato anagrafico storico. Anche in questo caso non voglio fare il dietrologo, però veramente si tratta di una sfortuna incredibile il fatto che proprio il nome di Fausto Tinelli, abitante in via Monte Nevoso 9 non sia…

SPATARO. L’atto su cui non risulta il nome di Fausto Tinelli che data porta?

MANTICA. Il documento a cui è allegato questo atto è datato 14 novembre 1990 mentre l’allegato, non porta data. In esso si dice: “il proprietario dello stabile forniva a questo ufficio l’elenco degli inquilini che hanno abitato nello stabile in questione dal 1978 a oggi di cui si allega copia”. Infatti, è effettivamente allegata una copia di un documento dove però non compare il nome di Tinelli. Tra l’altro questo atto viene dalla questura di Novara.

SPATARO. Non saprei dirle, forse si è trattato di un errore del proprietario. Posso invece dire che credo addirittura di essermi recato in questo stabile perché sono andato a trovare la mamma di Tinelli.

MANTICA. La mamma abitava in quello stabile perché lui vi abitava con la famiglia. C’è un documento delle Brigate rosse, mi riferisco al terzo comunicato, in cui si dice esattamente: “denunciamo come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del regime di far credere nostro ciò che invece cerca di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti”. Allora io mi chiedo a che cosa si riferisce questo mascheramento dei fatti, forse all’uccisione di Fausto e Iaio ad opera dei sicari di Stato che avvertono le Brigate rosse di sapere tutto di loro e del covo di via Monte Nevoso? Altrimenti non c’è spiegazione.

SPATARO. Direi di no.

MANTICA. Dottor Spataro, non glielo sto chiedendo, la mia è solo una riflessione.

SPATARO. La riflessione che sento di fare è questa: rapportando il contenuto del documento con quello che scrivevano i giornali lei ricorderà che all’epoca si indicavano le Brigate rosse come portatrici di precise richieste e di trattative nei confronti dello Stato – ricordo anche dei documenti dei brigatisti proprio in questi termini – quindi probabilmente essi volevano affermare il fatto che erano loro a condurre la danza e ad essere custodi di Moro e che erano gli altri a dover fare le richieste.

MANTICA. A questo punto stiamo andando a ruota libera. Tuttavia la mia domanda nasceva dal fatto che siccome questo omicidio di Fausto e Iaio è rimasto misterioso, non sono stati disegnati nemmeno dei mosaici che avrebbero potuto in qualche modo indicare un riferimento, desidero segnalare che combinazione tutto ciò avviene durante il rapimento Moro, anzi nei primi giorni di quel sequestro perché tale omicidio risale al marzo 1978. Combinazione i due vengono citati in un comunicato delle Brigate rosse, combinazione Fausto risiede a via Monte Nevoso 9, di fronte a via Monte Nevoso 8. Si tratta quindi di una serie di concause sfortunate che però ci fanno pensare che ci sia un collegamento. Quando poi si va a fare una perquisizione a via Monte Nevoso, 9, non per colpa della Questura ma, anche qui per una serie di fatti sfortunati, quel nome non è nell’elenco degli inquilini; la somma di tutte queste casualità crea una valanga di dubbi.

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

SPATARO. Sarebbe però anche difficile ipotizzare che la questura abbia voluto omettere la citazione di un fatto così clamoroso. Si sapeva che viveva lì.

MANTICA. Risulta strano anche a me. Fausto e Iaio frequentavano un circolo sociale, il Leoncavallo; certamente non fanno parte delle BR, ma dell’acqua in cui i pesci si muovono. Fausto, per combinazione, vive vicino al covo di via Monte Nevoso, 8; può darsi che sapesse o non sapesse, capisse o non capisse; muore durante il rapimento Moro ed i brigatisti scrivono: “onore ai compagni caduti, vittime di sicari di Stato”. Non ci avete mai pensato?

SPATAROCi abbiamo pensato. Ho detto che si pensava anche ad una esecuzione a scopo di sanzione per comportamento dissidente. Direi di no anche perché l’omicidio di Fausto Iaio era addirittura di molto antecedente al rinvenimento del borsello. Francamente non riesco ad ipotizzare un nesso. Tra l’altro, i ragazzi furono indagati anche sotto il profilo socio-politico anche se non sembravano di spessore tale da essere utilizzati in attività illegali, clandestine, eversive, soprattutto se di alto livello.

PRESIDENTE. Li avrebbero potuti uccidere anche le Brigate rosse, magari perché avevano capito qualcosa che non dovevano capire.

MANTICA. Il dottor Spataro conosce meglio di me la dinamica dei fatti, ma sembrò da subito un’esecuzione.

SPATARO. Certamente. Le tesi che alla fine si portarono avanti, almeno quella più accreditata più da parte degli organi di stampa che dagli inquirenti, forse anche dal giudice istruttore, era quella di un gruppo di destra che, per rendersi visibile e per rivendicare la morte di Franco Anselmi a Roma durante una rapina ad un’armeria, va a Milano e uccide due persone a caso, senza movente. Questa è una prima ipotesi, perché l’omicidio di destra è collegato ad una mancanza di movente specifico, e solo a questo. La seconda ipotesi era relativa allo spaccio. Si venne a sapere che esistevano dei dissidi con un certo spacciatore della zona su cui abbiamo indagato molto. Alcuni di questi, per la verità, gravitano anche nell’ambito dell’estrema destra, anche se scollegati da attività politiche. Una terza ipotesi, con minori possibilità di essere creduta, era l’ipotesi della faida, anche se è un termine improprio, all’interno dei gruppi extraparlamentari di sinistra, magari anche a carattere brigatistico. In realtà, in questo senso non vi è stata alcuna conferma, al di là di questo possibile collegamento.

PRESIDENTE. Prima di dare la parola all’onorevole Bielli, perché continuo a riflettere come spesso accade sul senso complessivo dell’odierna audizione, mi sembra di aver capito da quanto ci avete detto che il vero modo con cui viene individuato il covo di via Monte Nevoso sta nella versione Bozzo, salvo quel particolare del contrasto che avete corretto, che nell’indagine foste informati di questa versione nell’immediatezza del fatto lo stesso 1° ottobre, che riteneste che tutto ciò non era rilevante ai fini dello sviluppo dell’indagine e che il problema che si era arrivati a via Monte Nevoso e quello delle fotografie erano tutti fatti legati all’esigenza di coprire le identità di alcuni cittadini. Questa verità emerge poi lentamente prima nella dichiarazione del 1992 fatta da Dalla Chiesa alla Commissione Moro, poi nelle dichiarazioni degli altri carabinieri nel 1993-1994 nel processo che è citato nella consulenza Bonfigli e poi in base a quello che Bozzo ha raccontato alla Commissione. Come mai ne conservate un ricordo così preciso? Ne avete continuato a parlare con in carabinieri?

SPATARO. Assolutamente sì, signor Presidente, perché quell’esperienza umana e professionale ha segnato la nostra vita. Le posso raccontare parola per parola tutte le indagini di terrorismo che abbiamo svolto insieme ai carabinieri, alla DIGOS. Sono fatti che nell’esperienza di una persona che ha dato, lo dico con modestia, quello che era capace di dare, rimangono indelebili. Questo non lo sto dicendo per retorica.

PRESIDENTE. Ne avete continuato a parlare con i carabinieri? Se mi viene detto il nome di un dentista o di un’infermiera dopo un certo tempo lo dimentico.

SPATARO. Non ricordavo i nomi di quelle persone, ricordavo il nome del meccanico Crea dal momento che possedevo una motocicletta e quindi ogni tanto ci passavo. Comunque, mi riferisco a fatti accaduti dieci anni dopo. Conoscevo il nome del meccanico, ma gli altri nomi non me li ricordavo assolutamente. Sapevo dell’esistenza di uno studio dentistico, ma non ricordo i nomi.

PRESIDENTE. Con i protagonisti di quell’indagine ne avete continuato a parlare man mano che la storia diventava più chiara?

SPATAROAssolutamente sì. Questa storia è stata per noi chiara sin dall’inizio.

PRESIDENTE. Intendevo dire che diventava pubblica.

SPATAROSì. Tenga presente che il capitano Arlati è poi andato via ed è stato coinvolto in vicende penali di non poco rilievo relativamente ai fatti di “Mani pulite”, in quanto aveva assunto la direzione di un’agenzia di investigazione privata. Ne abbiamo continuato a parlare con gli ufficiali e con i sottufficiali. Tenga presente che il ROS, che all’epoca era la sezione anticrimine, aveva un’ossatura di sottufficiali di prim’ordine e con alcuni di essi abbiamo condiviso anni di lavoro.

PRESIDENTE. Anche con i carabinieri di Firenze?

SPATARO. Conosco il maresciallo Saracino, uno dei sottufficiali sui quali potrei mettere la mano sul fuoco e conoscevo il maresciallo Galletta – oggi capitano – che comanda i carabinieri di Gallarate. La storia di quegli anni è fatta anche di particolari non noti. Voglio rivelarne un altro che ritengo oggi si possa raccontare. Relativamente alle indagini su via Monte Nevoso, proprio per non dare nell’occhio rispetto ad eventuali curiosi e soprattutto brigatisti, talvolta in quella via i sottufficiali si recavano con le proprie mogli fingendo di essere una coppia di passanti normali. Le mogli, pur non appartenendo all’arma dei carabinieri, lo hanno fatto per dedizione.

PRESIDENTE. Lei ha mai conosciuto il capitano Pignero?

SPATAROL’ho conosciuto pochissimo perché lasciò la struttura dei carabinieri nei primissimi anni in cui ci occupammo di terrorismo.

PRESIDENTE. Può dirci se è ancora vivo?

SPATARO. Non lo so, ma credo che sia passato ai servizi segreti.

PRESIDENTE. Non parli di servizi segreti perché altrimenti attira l’attenzione di molte persone.

SPATAROCertamente entrò nei servizi segreti.

BIELLI. Voglio rivolgerle due domande partendo da queste premesse. In primo luogo, lei ha affermato – e ne sono profondamente convinto – che rispetto alla cosiddetta relazione Bonfigli si è sentito in dovere di intervenire per tutelare l’Arma dei carabinieri e anche il generale Dalla Chiesa. Credo che il problema della tutela dell’Arma dei carabinieri ci riguardi tutti e credo che nessuno in questa sede ha una volontà persecutoria verso nessuno, tanto meno verso il generale Dalla Chiesa al quale dobbiamo essere tutti grati per quanto ha fatto per il nostro Paese. La tutela dell’Arma, qualunque essa sia, è un problema che riguarda anche noi. Stiamo cercando di svolgere un’operazione che riguarda tutti i settori dello Stato, della vita sociale e civile. Se si scopre che in un determinato settore c’è qualcuno che sbaglia e riusciamo ad individuarlo, tuteliamo meglio quel settore. La difesa tout court secondo cui tutto va comunque bene non tutela nessuno. Noi stiamo cercando di indagare su questioni su cui i dubbi sono tanti e stiamo cercando di dirimerli. Per cui stia certo che, per quanto riguarda la tutela dell’Arma e del generale Dalla Chiesa non sarà e non è solo.

Seconda questione. Prima lei ha ricordato il capo dell’anticrimine di Milano dell’epoca, Bonaventura, che oggi è il capo della prima divisione del SISMI, dei Servizi segreti, nel senso che scopriamo si tratta di personaggio sicuramente di grande valore. Poi lei ha fatto altre affermazioni come quella su Morucci, che sarebbe stato cacciato dalle Brigate rosse prima dell’omicidio Moro.

PRESIDENTE. In realtà viene cacciato dopo. Lui è tra quelli che partecipano al trasporto della salma.

BIELLI. Faccio queste premesse per dirle che proprio quello che io chiamo il bisogno del dubbio rispetto alle affermazioni che facciamo ci può permettere di capire qualcosa di più, altrimenti affermazioni come quelle che lei ha fatto alla fine danno delle certezze che poi non risultano tali. Vado adesso al merito delle questioni che le voglio porre. La prima riguarda il discorso degli infiltrati: lei esclude il fatto che in quel momento ci fossero degli infiltrati che in qualche modo hanno avuto un ruolo importante rispetto poi agli atti che voi avete fatto, agli atti giudiziari che avete portato avanti. Il generale Bozzo ci dice delle cose un po’ diverse, ma io aggiungo che il tema degli infiltrati è una di quelle questioni in cui noi, lavorando su tali problemi, scopriamo che ce n’erano, ce ne sono e aggiungo anche che gli stessi carabinieri, l’anticrimine di Milano, negli anni successivi abbiamo scoperto che agiva anch’essa con degli infiltrati. Lei esclude tutto questo: perché questa certezza?

SPATARO. Vorrei che fosse più preciso, se lo può: quali sono gli infiltrati cui lei allude?

BIELLI. Io ho fatto prima un accenno e lei giustamente mi ha detto che era in un’altra epoca.

SPATARO. Lei dice che ci sono stati, ma quali? Forse padre Girotto?

BIELLI. Io sto parlando dopo quell’epoca.

SPATARO. A chi si riferisce? Siccome non me ne risultano, se lei lo sa me lo dica.

BIELLI. Io lo chiedo a lei, poi, a seconda della sua risposta, può darsi che le dica qualcos’altro.

Come ultima questione ritorno un attimo sulla famosa vicenda di via Monte Nevoso per la ragione che il 3 novembre del 1986, ma credo forse anche nel 1985, l’onorevole Flamigni fa una richiesta rivolgendola direttamente alla Procura della Repubblica di Milano e la fa a seguito di alcune interviste fatte anche con Bonisoli e con altri. Flamigni dà indicazioni molto precise, sulla base anche di affermazioni che gli erano state fatte da brigatisti detenuti in carcere con cui aveva dei rapporti, circa l’esistenza, in via Monte Nevoso, di altro materiale e documenti che lui dice riconducibili a Moro. Avanza una richiesta di perquisizione supplementare, ma gli fu opposto il rifiuto. Lei sa chi è che assunse questa decisione e quali furono le motivazioni adottate? Non mi sembrano questioni secondarie.

Infine, sempre in riferimento a via Monte Nevoso, prima le ho parlato di alcune affermazioni fatte dal dottor Pomarici. Nell’intervista all’Espresso il dottor Pomarici oltre a “mattonella per mattonella” usa anche un altro termine: “abbiamo scarnificato i muri”. Se le parole hanno un senso, scarnificato vuol dire che non ci doveva essere un pezzo che rimaneva al di fuori della scarnificazione. Lei ha detto che si tratta di un errore, ma io su questo tema dell’errore continuo a chiederle il perché sono state fatte affermazioni di quel tipo, in cui si escludeva in maniera assoluta che ci potesse essere qualcosa. Questo non riesco a comprenderlo. Inoltre, come vengono scoperti i documenti Moro? Non sulla base, in qualche modo, di un lavoro vostro a seguito di tutta questa operazione, ma sulla base di un fatto casuale.

Allora visto che lei ha parlato prima di errore, che cosa debbo arguire io di fronte al fatto che non si tratta di un semplice errore? C’è una richiesta esplicita di supplemento di indagine, di fare la perquisizione. Dopo dodici anni scopriamo un’opinione di questo tipo. Aggiungo però che il signor Gennaro Bernardo, quello che ha buttato giù il muro, trova segni anche di effrazione sul sigillo posto all’appartamento dal 1978. Su questo episodio avete indagato? Era a vostra conoscenza? Si indagò su coloro che hanno avuto la disponibilità dell’appartamento dal 1978 al 1990? Sono queste le risposte che ci possono permettere di dirimere i dubbi – anche lei ha detto “parliamo dei misteri d’Italia”- che io credo sia legittimo avere.

SPATARO. Parto dalla prima affermazione: ovviamente sono certo, certissimo che la Commissione come organo, e singolarmente i componenti, sono interessati alla tutela del generale Dalla Chiesa e soprattutto dell’azione delle forze di polizia giudiziaria, che hanno operato correttamente. Certamente non tutela l’onore di queste persone il fatto che sia apparsa, senza smentita, una notizia sulla stampa in cui si dice che i carabinieri hanno scritto il falso per delle finalità che evidentemente non vengono neanche chiarite. Non voglio minimamente muovere alcun rilievo, ma mi consenta soltanto di dirle che io ho ritenuto di dovermi muovere, non è stata la prima volta per la verità, individualmente, perché francamente mi sarei aspettato un’affermazione un po’ più argomentata e più prudente giacchè devo dirle…

PRESIDENTE. Quello però era un documento interno che veniva dato a noi.

SPATARO. Ma questo non è stato spiegato alla stampa, Presidente. Si parla di conclusioni della Commissione. Poi, sarà colpa del giornalista, per carità, però voglio dire che voi, come me, lo so per certo, siete interessati alla tutela dell’onore. In quel caso ho ritenuto di dovermi muovere perché non si erano mossi altri. Poi, onorevole Bielli, non capisco a cosa alluda quando fa riferimento al fatto che il colonnello Bonaventura è oggi direttore della prima divisione SISMI; non lo comprendo, per cui vado avanti.

BIELLI. È un personaggio importante.

SPATARO. È un personaggio importante e quindi questo testimonia la sua eccezionale qualità. Se poi c’è dell’altro vorrei che mi fosse spiegato, perché non può che confermare quello che voglio dire io, e cioè che stiamo parlando degli ufficiali migliori che ci sono stati sul territorio.

PRESIDENTE. Il problema è che le logiche operative dell’intelligence non sono o non dovrebbero essere le stesse logiche della polizia giudiziaria.

SPATARO. Esattamente.

PRESIDENTE. Noi ogni tanto ci domandiamo se nell’attività di polizia giudiziaria non emergano, anche per fini nobili, atteggiamenti che dovrebbero essere più propri dell’intelligence. Quando arriveremo poi al punto degli informatori aggiungerò qualcosa.

SPATARO. La mia valutazione è che certamente quando il Bonaventura agì come comandante della sezione lo fece in pieno rispetto delle sue prerogative di ufficiale di polizia giudiziaria e in pieno accordo con l’autorità giudiziaria, io ritengo – come ho detto prima – anche di Firenze, ma questo dovrete eventualmente accertarlo voi. Sugli infiltrati, egregio onorevole Bielli: trascuro del tutto il discorso su Silvano Girotto, alias Frate Mitra, che appartiene ad un’epoca in cui forse non ero nemmeno in magistratura, credo che sia il 1974. Per me è preistoria.

PRESIDENTE. Io l’ho conosciuto da uditore giudiziario nel 1975.

SPATARO. Da quello che so io, secondo me fu utilizzato impropriamente, perché forse si sarebbe potuto stroncare con più decisione quello che allora stava nascendo. Comunque, non so niente. Quando lei mi dice che il generale Bozzo avrebbe dichiarato qualcosa di diverso da quello che ho detto io sull’uso degli infiltrati, e che ci sarebbero stati degli infiltrati dopo, non so bene a cosa si riferisce; mi permetto sommessamente di chiedere qualche specificazione, sempre in nome del garantismo a cui alludeva il Presidente. A me risulta unicamente quello che sto per dirle: vi fu una volta un confidente, che apparteneva ai Reparti comunisti di attacco, che diede qualche indicazione dopo essere stato arrestato; se non mi sbaglio, si tratta del Marocco Antonio, che fu perquisito ed ebbe una sorta di reazione intimorita, per cui diede qualche indicazione. L’infiltrato è cosa diversa. L’infiltrato è persona che, mentre opera in un’organizzazione, riferisce. E’ autorizzato ad agire, legalmente. Per esempio, il sistema statunitense prevede che gli undercovered agents, possano essere addirittura autorizzati a partecipare a rapine e a fatti gravi; in Italia questo non è possibile. Se ci sono delle altre specificazioni, sarà così cortese da dirmele. A me non risulta null’altro.

PRESIDENTE. Una delle accuse che la Commissione Moro rivolse al sistema istituzionale fu che l’esperienza di Santillo e Dalla Chiesa non era stata utilizzata nella vicenda Moro, perché i due nuclei investigativi erano stati sostanzialmente smantellati. Noi, che partivamo da questo giudizio, abbiamo notato che questo almeno in parte è ingiusto, perché abbiamo acquisito dal Viminale con grande fatica una documentazione da cui risulta che furono costituiti due distinti gruppi (uno informativo e l’altro operativo) delle cui sedute plenarie ci hanno però mandato solo due verbali: uno datato 10 aprile e l’altro 14 aprile 1978. Ad entrambe queste sedute parteciparono sia Santillo sia Dalla Chiesa.

Le leggo un brano di un mio documento istruttorio: “Di particolare interesse appare poi alla Commissione, anche in relazione a ciò che in seguito si dirà, il contributo dato da Dalla Chiesa nella seconda delle due riunioni, di cui è stato acquisito il verbale, in cui il generale sottolineò il problema dell’estendersi del terrorismo nelle regioni meridionali e prospettò la possibilità di collegamenti tra estremisti e mafia, fece riferimento a contatti, che si riprometteva di sviluppare, con alcuni informatori detenuti in carcere per ottenere importanti notizie sulle BR; aggiunse che secondo sue informazioni alla stesura delle risoluzioni strategiche delle BR contribuivano anche professori universitari appartenenti alle stesse”.

Se oggi le domandassi chi erano gli informatori di Dalla Chiesa detenuti in carcere, quali erano le fonti delle sue informazioni, per cui alla stesura delle risoluzioni strategiche delle BR contribuivano anche professori universitari appartenenti alle stesse, lei mi saprebbe dare oggi una risposta precisa?

SPATARO. Intanto mi consentirà di dire che informatori significa confidenti, che sono cosa ben diversa dagli infiltrati.

PRESIDENTE. Non ci formalizziamo.

SPATARO. Non è una questione di lessico, è cosa molto diversa. Non so chi fossero gli eventuali informatori. Tenga presente che all’epoca Dalla Chiesa non era ancora il responsabile del nucleo costituito – mi sembra – a fine agosto, ma era responsabile delle carceri. Evidentemente confluivano sul suo tavolo, immagino, informative, segnalazioni del personale carcerario; se poi vi fossero informatori credibili, attendibili o meno non ho la minima idea.

PRESIDENTE. Ne parla Dalla Chiesa in una riunione al Viminale, quando si cercava di salvare Moro.

SPATARO. Voi siete portati ad attribuire ad un’affermazione di carattere generico, che può fare riferimento a qualsiasi tipo di informatore, il valore e il crisma della verità assoluta.

PRESIDENTE. Le dico in maniera distesa che noi non siamo l’autorità giudiziaria. L’impressione un po’ desolante che ho è che su tutta questa vicenda proprio le indagini giudiziarie non si siano fatte come si doveva.

La settimana scorsa abbiamo sentito un professore universitario italiano che ci ha detto di aver organizzato un gruppo di esperti presso il Viminale. Il problema è che questo professor Cappelletti fino all’altra settimana non l’aveva ascoltato mai nessuno. E a Roma siamo al processo Moro sexties! Secondo me della vicenda Moro il 90 per cento è già conosciuto; il 10 per cento che non lo è; e fa pensare a chissà cosa ci sia di sommerso. Quel che si dovrebbe conoscere sono i rapporti tra sistema e antisistema, che ci sono in tutte le parti del mondo, di cui gli atti della Commissione grondano di esempi e che sarebbe singolarissimo che non ci fossero stati nella vicenda delle BR e del sequestro Moro.

SPATARO. Questo segna con chiarezza proprio la differenza tra i vostri altissimi compiti e i nostri. Se il professor Cappelletti, che – ripeto – sento oggi nominare per la prima volta, fosse venuto da me all’epoca di queste indagini, a parte che io non conoscevo quelle su Moro, ovviamente avrei chiesto innanzitutto le sue credenziali e, una volta accertate queste, mi creda che avrei avuto francamente dei seri dubbi ad accoppiarlo ad un ufficiale di polizia giudiziaria nell’analisi non capisco bene di che cosa.

PRESIDENTE. Questa scelta non l’abbiamo compiuta noi, ma il Ministro dell’interno di questa Repubblica.

SPATARO. Era una scelta riguardante le sue competenze politiche, tanto è vero che escludo ci sia stato un magistrato in Italia che abbia mai sentito parlare di questo professor Cappelletti. Lo escludo, dato che ci sentivamo ogni giorno con i colleghi. Forse se il Ministro dell’epoca ci avesse parlato di questo, avremmo preso in considerazione l’utilità di servirci anche di lui. Presidente, tenga presente che siamo nel 1978 e stiamo vivendo gli albori delle indagini antiterrorismo, perché quel che era avvenuto prima era acqua fresca rispetto a ciò che avvenne dal sequestro Moro in avanti.

PRESIDENTE. Non è vero, perché Franceschini e Curcio erano stati arrestati nel 1974; e Curcio era evaso con la semplicità che sappiamo. Il gruppo delle Brigate rosse nel 1975 era stato quasi debellato e il generale Maletti, che noi abbiamo ascoltato a Johannesburg, e ci è sembrato tutto sommato un militare tutto di un pezzo, in un rapporto del 1975 aveva sostenuto che le Brigate rosse si stavano trasformando e stavano diventando diverse, non sapeva nemmeno se da quel momento in poi si potevano definire veramente di sinistra.

SPATARO. Ho detto prima che innanzitutto vi è stata un’impreparazione dell’autorità giudiziaria, perché la specializzazione, eccetto Torino, nasce dopo la vicenda Moro.

Detto questo, rispondendo anche all’osservazione dell’onorevole Bielli, non voglio dare l’immagine di una procura, di più procure o di singoli magistrati infallibili. No, io sono qui umilmente a raccogliere le vostre valutazioni, però in maniera altrettanto convinta voglio offrire delle certezze che ci sono, anche se talvolta sono accompagnate da dubbi. Rispondendo alla domanda, posso dire che Dalla Chiesa aveva l’idea fissa di trovare le “meningi”, usando una sua espressione. Ricordo un incontro iper riservato che facemmo clandestinamente in una caserma di Alessandria, al quale partecipammo noi di Milano, la DIGOS, i carabinieri, mi pare i responsabili di Torino per impostare ex novo un’indagine che partisse – come diceva Dalla Chiesa – “a monte” e non “a valle”, cioè pensare a due o tre grandi intellettuali (emerse il nome di un tale Piero Del Giudice, poi incriminato con Prima linea, responsabile di omicidi). Era una sua preoccupazione, ma non solo sua, bensì anche nostra; abbiamo compiuto un’indagine analoga anche con Tobagi.

PRESIDENTE. Di quel sospetto di cui ha parlato Bozzo, che Dalla Chiesa pensasse ad una centrale unica del terrorismo di destra e di sinistra, ha mai parlato?

SPATARO. No. Se non lo sapete, il generale Dalla Chiesa ha fatto compiere delle lunghe indagini, mobilitando i suoi uomini, su un ufficiale dei carabinieri che si chiamava Achille Foggetti, comandante dell’antidroga, perché un informatore aveva detto che era il comandante delle Brigate rosse. Dalla Chiesa faceva indagini su tutto.

BIELLI. Vuole che passiamo in seduta segreta?

SPATARO. No, anche se ovviamente ci sono nomi che vanno tutelati per privacy, perché si trattava di un eccellente ufficiale. Dico questo per dimostrare quanto alto fosse lo scrupolo del generale. Se un informatore qualsiasi faceva il nome di un suo ufficiale, faceva compiere indagini. Probabilmente lo diceva anche nelle sedi ufficiali. Da qui a dar corpo sul piano investigativo e probatorio alle ipotesi di partenza ce ne corre. Rispondo all’ultima domanda dell’onorevole Bielli. Comprendo che lei abbia di nuovo ripreso questo argomento. Io forse non sono stato chiaro. Le dico intanto che alcune affermazioni, anche quando riferisce di alcuni colloqui, del senatore Flamigni sono contestabili, però dovrei avere il libro davanti. Peraltro ricordo di essere entrato in una stanza quando egli stava parlando con Pomarici, di aver salutato e di aver presenziato solo per pochi secondi.

Ripeto ancora una volta che, anche sulla base degli impulsi del senatore Flamigni e su disposizione dell’autorità giudiziaria di Milano, sono stati compiuti di nuovo quegli accertamenti in quella casa, battendo i muri e – come ha detto Pomarici con un po’ di enfasi – scarnificando le piastrelle. E’ stato accertato ex post che non si è battuto lì, e questa è stata una lacuna, non di Pomarici, non del generale Dalla Chiesa, ma di chi evidentemente non ha battuto in quel posto col martello. Se torniamo su questo, vuol dire soltanto affondare il coltello nella piaga. Questo non significa che i dubbi non alberghino nel nostro animo, ciò avviene, ma non su questi argomenti. Le posso dire che Bonisoli, Azzolini ed altri, sentiti dal senatore nel 1985, non erano affatto quei dissociati attendibili che sono oggi. Erano persone diverse. Pomarici ha ricordato un episodio, ora ne ricordo uno io. Sappiate che quando chiesi ad uno di questi brigatisti il luogo di residenza mi rispose dandomi l’indirizzo della mia abitazione. I personaggi erano questi. Se uno oggi vuol fondare le sue teorie su quanto hanno detto Bonisoli ed Azzolini nel 1985 è liberissimo di farlo. Liberissimo di non credere alle certezze dei magistrati.

PRESIDENTE. Qualche volta però Flamigni ha indovinato.

SPATAROQuando?

PRESIDENTE. Ad esempio su via Monte Nevoso ed anche sul quarto uomo. Flamigni è stato uno dei primi a sostenere, con una serie di argomentazioni logiche, perché aveva avuto informazioni da Azzolini e Bonisoli, che in via Montalcini c’era un quarto uomo. Con ciò voglio sostenere che pure il lavoro intellettuale di Flamigni merita rispetto. Dobbiamo prendere atto di questo. Sulla presenza del quarto uomo a via Montalcini egli ha avuto ragione, anche se in una relazione del 1995 io dissi che a mio avviso l’ipotesi del quarto uomo non era convincente. Ma lui ha avuto ragione ed io torto.

SPATARO. E’ uno studioso che ha analizzato a fondo le carte, come pochi altri hanno fatto in Italia. Tuttavia la storia di queste indagini è fatta di tanti fatti casuali che voi neppure immaginate. Forse non sapete quanti latitanti sono stati presi con un sistema che probabilmente ignorate. I pentiti sono stati utilizzati per le dichiarazioni rese in dibattimento, come tutti sanno, e per questo si sono beccati diversi anni di carcere, ma a volte sono stati anche disponibili a salire in macchina con le forze di polizia giudiziaria per battere i quartieri da loro frequentati insieme ai compagni. Questo per la semplice ragione che la fotografia di un latitante, anche se poi lo incontro viso a viso, difficilmente può dirmi qualcosa, mentre per i pentiti era facile individuarli. A Milano mi è capitato di arrestare Sergio Segio, il numero uno di Prima linea, per quanto mi riguarda più pericoloso di Moretti, grazie ad un pentito che lo ha individuato. Lo abbiamo mai scritto questo? Questo non è stato scritto perché un conto è parlare di un pentito che rende dichiarazioni in dibattimento e si assume faccia a faccia le sue responsabilità verso i suoi ex compagni, cosa diversa invece, nella loro ottica, è macchiarsi di un’infamità tale da salire sulla macchina di un carabiniere. Signor Presidente, questa è storia ma forse il collega Bonfigli non la conosce.

BIELLI. Perché deve parlare sempre di Bonfigli? Lo ritengo estremamente inopportuno.

SPATARO. Perché la relazione è stata pubblicizzata e porta il suo nome. Comunque le chiedo scusa, anche perché ho già ascoltato le sue ramanzine, che incasso. Tuttavia, mi creda, quando parlo di questo consulente in realtà parlo di un amico al quale però avevo richiesto di rappresentarvi certe esigenze.

BIELLI. L’amicizia può essere anche critica, ma in questo caso la critica è eccessiva.

SPATARONon è una personalizzazione e se ho dato questa idea me ne scuso.

DOLAZZA. Scusate, sono un po’ stralunato da tutto questo discorso. Fa tanto piacere al nostro vice presidente di Commissione quando si parla di Ustica. Al riguardo, se andiamo a vedere il numero dei testimoni scopriamo che la maggior parte sono morti e non di morte naturale. Parlando di Moro scopriamo invece che molte persone che hanno partecipato alle indagini, giudici, commissari e così via, hanno fatto carriere fulgide diventando magistrati di primo livello. Con ciò hanno dimostrato di avere una grande preparazione e una notevole forza nel compimento della loro attività.

Tuttavia, quando andiamo ad esaminare lo svolgimento delle indagini scopriamo che sono state commesse delle banalità. Quando il collega dice che questo è il certificato storico in cui si dimostra che la tale persona uccisa abitava al numero 9 e, d’altra parte, mi si dice che la lista di quelli che abitavano in quel palazzo è stata fornita dall’avvocato Tizio o Caio, mi chiedo se non era possibile per l’autorità giudiziaria andare a prendere i certificati storici in comune. Dal momento che il comune ha rilasciato il certificato, perché la polizia non ha cercato la certificazione relativa alle persone indagate?

SPATARO. Non lo so.

DOLAZZA. Quando vuole la polizia utilizza gli organi normali. In questa sede Silvano Girotto, alias Frate Mitra ha detto “Mi cercavano ed io ero a casa mia. Avevo un contratto del gas, uno della luce ed ero sull’elenco telefonico. Eppure sono rimasti sorpresi quando sono venuti e mi hanno trovato”. A questo proposito mi viene da pensare che è strano che la polizia, scoperta la zona interessata (il 3 agosto), via Monte Nevoso, che tra l’altro non è molto lunga, impieghi tre mesi per individuare l’appartamento.

SPATARO. No, impiegano pochi giorni.

DOLAZZA. Va bene, ma dopo impiegano molti mesi per scoprire chi va e chi viene da quell’appartamento. Non riesco a capire come sia stato possibile, essendo lì da tre mesi, non vedere che i brigatisti stavano erigendo un muro sotto la finestra, in pratica armeggiavano sopra il calorifero. Infatti, se creo un nascondiglio sotto la finestra e dall’altra parte mi stanno sorvegliando e fotografando, posso anche chiuderla, ma come è possibile che nessuno si accorga di nulla? Ammettiamo che si tratti di un errore. Consideriamo però anche altri fatti: in alcune fotografie abbiamo alcuni brigatisti e altri no; scopriamo che il magistrato per proteggere testimoni produce rapporti parzialmente veri. Tutto questo comporta un meccanismo in cui esiste una certa discrezionalità da parte degli organi inquirenti e dei magistrati e la cosa mi spaventa. Questa discrezionalità, infatti, non ha limiti. Solo nel momento in cui essa viene sottoposta a verifica, si può dimostrare qualcosa. Ma se non sono in grado di sottoporre a verifica tutto, quanta di questa discrezionalità conosco? Lei prima mi dà delle certezze affermando che i carabinieri sostenevano che i fatti erano andati così. Poi mi dice che il magistrato di Firenze probabilmente sapeva esattamente quello che sapeva lei, anche se sulla carta non risulta. Questo magistrato non ha mai detto che sapeva, o forse qualcuno non glielo ha mai chiesto. Ma a questo punto, se io non ho chiesto, quante altre cose i magistrati non mi hanno detto? La mia domanda è che se non ho chiesto, perché non mi è venuto il dubbio, quante altre cose i magistrati e i carabinieri non mi hanno detto? E quali altri documenti non mi hanno dato? Vorrei che lei mi confermasse che quanto è stato dichiarato in questa sede è onestamente la verità. A questo punto non so più se credere o meno. Non conosco il livello della sua discrezionalità e fin dove l’ha gestita.

SPATARO. Senatore Dolazza, tralascio di commentare la sua prima affermazione circa i progressi in carriera di qualche magistrato.

DOLAZZA. Progressi che comunque mi lasciano sconcertato.

SPATAROIn proposito però non ho titolo per intervenire. Quanto al ritardo dell’intervento dei carabinieri, mi sembrava un punto chiaro ma se non lo è chiariamolo. La scelta viene fatta consapevolmente per la semplice ragione che probabilmente si sarebbe potuto arrestare Azzolini già il 5 agosto, quando, dopo il 3 agosto, con le chiavi si individua l’appartamento. Oggi credo che qualcuno legittimamente – forse anche lei – potrebbe affermare che è strano che i carabinieri avendo tra le mani un pezzo da novanta abbiano arrestato Azzolini precludendosi la possibilità di arrestare tutti gli altri. Quindi come fai sbagli. Credo che in questo caso sia stata fatta la scelta corretta: la colonna delle BR – abbiamo saputo poi dai pentiti brigatisti – fu azzerata; non si è più ripresa; solo con tale Vittorio Alfieri e Pasqua Aurora Betti si riprese nel 1982. Quindi, quanto al ritardo, la scelta fu consapevole e frutto, come ha detto il dottor Pomarici, di una prassi che in altri campi ed indagini si è ripetuta.

Sulla discrezionalità mi rendo conto della delicatezza del suo discorso: mi permetterei di dire intanto di farlo di volta in volta in relazione a casi specifici perché questo consente di individuare il limite di quella discrezionalità cui lei allude perché non si tratta di una discrezionalità senza limiti; è una discrezionalità che ha il suo contrappeso, in un sistema di bilanciamento, nel principio di responsabilità, addirittura in questo caso non politica, come quella che caratterizza le vostre attività, ma penale. Faccio un esempio: mi è capitato nel 1996 questo fatto: riusciamo ad individuare un latitante della ’ndrangheta, importante a Milano. Un pentito ci dice: guardate che questo è in contatto con i numeri 1, 2 e 3. In tal caso mi sono assunto la responsabilità non farlo arrestare subito; se il latitante avesse commesso un delitto ne avrei risposto io. Il latitante fortunatamente è stato seguito dalla Criminalpol, una volta, in Spagna ma lo si è perso al confine; un’altra volta nuovamente in Spagna; si individua una base. Da quell’unica persona siamo riusciti ad arrestare 25 persone in tutta Europa, ed in particolare i numeri 1, 2 e 3 della ’ndrangheta a livello nazionale. Non sono certo nomi conosciuti come quello di Riina, ma sono stati presi a Madrid. Se avessi arrestato il latitante avrei fatto il mio dovere; nessuno avrebbe potuto dirmi nulla.

La discrezionalità dunque si esercita motivatamente; ciascuno di noi poi ne parla con i capi degli uffici che, soprattutto nelle procure oggi, hanno il ruolo di vertice di una struttura gerarchica. Vi è un principio di assunzione di responsabilità che evidentemente, quando è necessario, bisogna mettere in piazza. Quindi, per quanto mi riguarda, in questa come in qualsiasi altra indagine le dico che riteniamo di aver motivatamente scelto di non far scrivere nei rapporti le citazioni di quei testi. Mi creda, senatore, deve rapportarsi a quegli anni. Sono stati uccisi alcuni testimoni; non è un’ipotesi. Un barista soltanto per aver chiamato la polizia perché ha visto a Torino i due ragazzi sospetti è stato ucciso una settimana dopo. Non era stato scritto da nessuna parte che aveva chiamato la polizia ma quelli di Prima linea lo avevano capito. Ciò la angoscia? Per la verità, posso anche comprenderlo. Spero che conti anche il retroterra di ciascuno di noi, di chi vi parla. Con ciò non voglio accreditare nulla se non il fatto di essere uno che ha fatto insieme ai carabinieri il suo dovere, null’altro. Ma se lei mi dice di farle sapere la verità, senatore, posso confermarle che quello che ho detto è la verità. Di più non posso dire. Valuterete voi le competenze in sede politica.

DOLAZZA. Quello che mi preoccupa è forse che non vorrei trovare in altri campi la filosofia della discrezionalità. Parto dal principio che l’Italia è costituita da un sistema di corde ed elastici: nel momento in cui si taglia una corda o un elastico, come disgraziatamente è successo al Parlamento che ha tolto determinati tipi di immunità ai parlamentari, non vorrei ritrovarmi di fronte ad una situazione tale per cui mentre da un lato domande posso farne e dall’altro no, finisce che chi fa domande ed ha un certo potere discrezionale può intervenire in tutti i luoghi.

SPATARO. Cosa avrebbe fatto lei? Avrebbe detto di scrivere? E se poi avessero ammazzato i cittadini che avevano dato notizie ai carabinieri?

DOLAZZA. Sono convinto che molte operazioni effettuate ufficialmente da forze dell’ordine forse sono state fatte da personale specializzato.

SPATAROPotremmo discuterne di volta in volta e per quanto mi riguarda posso dire che anche recentemente – non posso rivelarlo anche perché non rientra nelle vostre competenze – ho denunciato – sono stato sentito come testimone in una certa inchiesta – una serie di operazioni deviate compiute da un certo corpo di polizia.

DOLAZZA. Sono estremamente preoccupato perché il concetto di discrezionalità – in questo caso sta venendo alla luce – viene giustificato; viene alla luce il verbale, il motivo, l’operazione anche se sono trascorsi molti anni. Se il concetto si protrae le persone che l’hanno attuato e che continuano a stare ai loro posti possono continuare a farlo. Il problema è se quei verbali che oggi leggo sono veri, non lo sono o lo sono parzialmente.

SPATARO. Mi auguro che almeno per questa sera possa fidarsi.

DOLAZZA. Parlo anche perché alcuni miei colleghi sono stati accusati di tentativo di rivoluzione dello Stato.

FRAGALA’. Desidero ringraziare per la disponibilità, la pazienza e la cortesia con cui ha quasi subìto un interrogatorio di terzo grado, mentre noi dovremmo, al contrario, esprimere un apprezzamento nei suoi confronti non solo per quello che ci ha detto a chiarimento di questa vicenda ma anche per quello che lei ha detto nei confronti dell’Arma dei carabinieri e del generale Dalla Chiesa che in questi anni, da varie parti politiche e giudiziarie, sono stati oggetto di campagne vere e proprie di aggressione e di diffamazione.

Credo che quanto lei stasera ha chiarito ponga una pietra tombale su una serie di dubbi che potevano senz’altro essere legittimi ma che certamente non potevano arrivare a qualificare come falso un rapporto che invece è assolutamente legittimo e trasparente sia per le indagini sia per i rapporti con l’autorità giudiziaria di Milano e quella di Firenze. Devo dirle anche che già dall’audizione che abbiamo fatto del generale Bozzo, allora colonnello, si era capito ampiamente che il generale una serie di affermazioni le faceva per un antagonismo spiccato che aveva nei confronti del generale Palumbo.

PRESIDENTE. Per la verità lo fece in seduta segreta.

FRAGALA’. Sì, signor Presidente. Non le aveva per la questione della P2 perché, durante quella audizione si fece notare che anche il generale Dalla Chiesa aveva aderito alla P2 e certamente non aveva avuto da parte dello stesso generale Bozzo motivi di antagonismo o di contrasto così forte come quello che lui riservò al generale Palumbo. Peraltro, lei stasera ha chiarito un aspetto che riguarda, dal punto di vista dell’efficacia finale, l’insufficiente perquisizione del covo di via Monte Nevoso. Il generale Bozzo la attribuì, durante l’audizione, al fatto che il nucleo antiterrorismo aveva un contrasto con l’Arma territoriale per cui dovette fare la perquisizione di fretta e abbandonare rapidamente l’appartamento. Personalmente, a questa storia del generale Bozzo non credetti, anzi gliela contestai perché i tempi della perquisizione parlavano chiaro: non era assolutamente vero che era stata superficiale perché c’era quel contrasto e dunque avevano fatto in fretta. La verità è sicuramente quella che lei oggi ci ha riferito, che rispetto all’abbattimento di tutti i muri si è evitato, per un motivo assolutamente casuale, di abbattere quel muro e, quindi, solo per questo motivo, non sono venuti fuori allora i documenti e i denari. La prima domanda che le rivolgo è la seguente: quando durante il processo i terroristi Bonisoli, Azzolini e così via accusarono i carabinieri di essersi impossessati del denaro, come avete reagito dal punto di vista di un accertamento, di una verifica, di un’indagine o di qualcos’altro?

SPATARO. Se ne occupò certamente il collega Pomarici che seguiva gli sviluppi dell’inchiesta, ovviamente convocando i responsabili del reparto antiterrorismo e chiedendo loro di fare ulteriori accertamenti interni. L’esito fu che i soldi non c’erano, sembrò come un voler gettare fango da parte dei brigatisti sulla correttezza dei carabinieri. Mi pare di ricordare che ci fu anche una risposta un po’ risentita da parte dell’allora procuratore Gresti al presidente Santiapichi. Su questo potrebbe riferire il giudice Abate che, era giudice a latere, e attualmente è sostituto procuratore generale presso la Cassazione. Credo che fu una donna, la Brioschi se non mi sbaglio, a tirare fuori questa storia. Non pensammo certo che avesse potuto esserci un luogo non esplorato dove stavano quei soldi ed altro, non ci pensammo proprio.

FRAGALA’. Ma la circostanza che i soldi non furono trovati e i brigatisti accusarono apertamente i carabinieri di essersene impadroniti, alla luce del ritrovamento è una conferma che nessuno sapeva nulla.

SPATARO. Sono stati riascoltati tutti, Bonisoli, Azzolini e così via. Nel 1990 avevano cambiato atteggiamento, non erano più i duri irriducibili, anche perché andavano ormai tutti fuori, c’era un atteggiamento più moderato, più dialogante. Ascoltati da Pomarici dissero che effettivamente era a quei soldi che alludevano, viste le fotografie e i rilievi riconobbero che era il nascondiglio che avevano fatto. Del resto, non vorrei interpretare io le parole del Presidente ma mi sembra che sia una convinzione cui siete pervenuti anche grazie alle perizie che Pomarici dispose, anche sui tempi di costruzione fisica del pannello. E’ un fatto assolutamente matematico, si può discutere, chiamiamola una forma di superficialità, è vero, ma che quel pannello esistesse e nascondesse esattamente quelle cose dal 1978, che nessuno l’avesse rimosso e ricollocato è per noi un fatto pacifico.

FRAGALA’. La seconda domanda riguarda la prima battitura del memoriale Moro su cui, come lei sa, c’è stata una campagna politica e anche un’aggressione giudiziaria alla memoria del generale Dalla Chiesa per attribuirgli comportamenti sleali nei confronti delle istituzioni o della magistratura su cui lei, e di questo la ringrazio, ha dato stasera una decisiva e definitiva risposta in senso negativo. Come è stato ricordato poco fa, nell’audizione del generale Dalla Chiesa alla Commissione Moro, che avvenne prima che egli andasse a Palermo ad assumere l’incarico di prefetto antimafia, si dice che questa prima battitura, questo memoriale Moro in originale ci deve essere da qualche parte, qualcuno lo deve avere recepito. C’è poi un’intervista, non so se lei la conosce, di un esponente della sinistra extraparlamentare romana, Renzo Rossellini (quello che annunciò a Radio Città Futura il sequestro Moro quarantacinque minuti prima che avvenisse), al quotidiano parigino “Le Matin”, nell’ottobre del 1978 in cui, ad una domanda specifica del giornalista su che fine avesse fatto quel memoriale, la prima battitura del memoriale Moro, Renzo Rossellini rispose in questi termini: il fatto che i brigatisti avessero annunciato che avrebbero usato politicamente i risultati, i verbali del processo del popolo, degli interrogatori di Moro, e poi non lo fecero può significare soltanto che i brigatisti, in effetti, fecero attraverso il sequestro Moro un’operazione informativa in senso classico, diedero cioè questo memoriale ad un servizio segreto dell’Est per un’utilizzazione di tipo spionistico. Queste sono le due analisi che si fanno del memoriale. Ora, dalle vostre indagini qual è l’ipotesi o addirittura il fatto più concreto per dare una risposta sul dove e sul come sia stato utilizzato il memoriale Moro nella prima battitura, quella originale?

PRESIDENTE. Questa è una domanda molto importante perché, in realtà, cerchiamo sempre di rispondere all’interrogativo del generale Dalla Chiesa: “vorrei sapere chi ha recepito tutto ciò.”

SPATARO. Non credo che quando Dalla Chiesa dicesse “vorrei sapere chi ha recepito” affermasse delle certezze, tipo convinzioni che a qualcuno estraneo al mondo brigatista siano stati consegnati quei memoriali, né che esprimesse altro che la curiosità dell’investigatore sulla sorte di questi originali dei memoriali. Ma questa è una mia interpretazione che può essere diversa da quella che altri possono dare. Posso dire qualcos’altro. Non so Renzo Rossellini o altri esegeti dell’ultima ora, anche di ore recentissime, su cosa fondino le loro convinzioni.

PRESIDENTE. Era un esegeta in contemporanea.

SPATAROAnche se, per la verità non è esattamente vero che avesse annunciato il sequestro Moro, sarebbe stato incriminato, ma aveva annunciato che qualcosa si muoveva. Vi è sempre stata, nell’ambito dei movimenti eversivi di sinistra, e anche all’interno delle Brigate rosse, una frangia… Penso a Franceschini, che non reputo personaggio serio e attendibile come brigatista. E’ stato arrestato molto tempo addietro, per tanti anni quindi può avere soltanto ascoltato cose all’interno del carcere, sia pure immagino attendibili, poi è uscito, è stato onorato in molte circostanze ed è diventato il commentatore ufficiale o quasi dell’attività delle Brigate rosse. Franceschini, in più di un’occasione, sempre con quel tipo di allusioni che certamente non hanno diritto di cittadinanza nelle aule giudiziarie, ha cercato di mettere in cattiva luce Moretti, soprattutto, e anche Azzolini. Si parla, per la verità, di motivazioni particolari: in alcuni verbali di collaboratori si dice che Franceschini abbia sempre maturato un particolare livore verso chi era libero per aver deciso di non attuare la campagna di liberazione dei detenuti ma di colpire altri obiettivi e questo non sarebbe stato gradito ai detenuti storici, ma non ci avventuriamo in questa ipotesi. Di certo, non so se il memoriale fisicamente sia stato battuto a Firenze o altrove, chi lo abbia avuto e chi eventualmente nascosto o distrutto. C’è qualcuno – mi pare Savasta – che afferma che è stato distrutto.

PRESIDENTE. Su questo volevo richiamare la sua attenzione, su questa inverosimiglianza, cioè di dire che si era distrutto l’originale, perché non doveva costituire prova del coinvolgimento diretto, mentre si fanno le copie in giro.

SPATARO. La distruzione, intanto, potrebbe essere stata determinata da circostanze contingenti, far sparire qualcosa che poteva bruciare. Onestamente, non vorrei avventurarmi in ipotesi perché, non avendo raccolto quelle dichiarazioni dei brigatisti, non avendo seguito questo filone di indagine non ho i ricordi molto chiari, purtroppo sono passati degli anni, so tutto e ricordo tutto di Milano, meno del resto. Di una cosa però sono certo: Moretti, Azzolini erano brigatisti seri, non Franceschini, ovviamente secondo l’ottica con cui si può ritenere serio un criminale. Pertanto, l’idea che Moretti, Azzolini o i brigatisti di via Monte Nevoso disponessero di un documento scottante, con rivelazioni clamorose, capace se non di minare alle radici, perlomeno di incrinare la democrazia e decidessero di non utilizzarlo, per quanto mi riguarda è del tutto folle. Per questa ragione la mia personale convinzione è che i documenti trovati in via Monte Nevoso esaurissero il conosciuto dei brigatisti e che quel conosciuto non fosse affatto clamoroso, né sconvolgente. In tal senso, quindi non credo che i brigatisti possano aver dato i documenti, sia quelli di via Monte Nevoso e magari altri ancora più clamorosi, ai servizi segreti, ai potenti locali, o ai politici per un qualche utilizzo che loro non avrebbero fatto. Non credo, quindi, che questa sia una ipotesi reale perché significherebbe sostenere che le Brigate rosse erano eterodirette cosa che non è reale.

FRAGALA’. Riguardo a questo aspetto condivido la sua opinione; tuttavia la mia domanda riguardava il motivo per cui i brigatisti non utilizzarono questo interrogatorio pubblicamente – come avevano preannunciato – per fare una campagna politica.

SPATARO. Per questa ragione. Innanzi tutto, come ha affermato il collega Pomarici e secondo quanto rivelato nel corso degli anni dalla Mantovani, questi documenti erano ancora oggetto di studio e di analisi e quindi vennero dati alle colonne per trarne dei significati politici.

PRESIDENTE. La decisione di non pubblicare le carte, è contenuta nel comunicato numero 6, in cui i brigatisti dichiararono che erano stati rivelati tutti i crimini della Democrazia cristiana e gli autori delle stragi, affermando altresì che però non si trattava di “clamorose rivelazioni”. Mi sembra che in questo vi sia una contraddizione, dal momento che la parte iniziale del comunicato sembrerebbe attestare che vi fossero invece clamorose rivelazioni. Tra l’altro, il ritrovamento del nascondiglio dietro al pannello ha consentito di accertare che Moro aveva parlato anche della struttura Gladio.

FRAGALA’. Tuttavia i brigatisti non lo avevano capito.

PRESIDENTE. Vedo una strana concordanza tra le opinioni del dottor Spataro, le sue e quelle di Rossana Rossanda…

FRAGALA’. E Barbara Balzerani…

PRESIDENTE. I brigatisti dichiararono che era venuto il momento di fare una scelta contraddicendo tutto quanto avevano detto nei comunicati precedenti e affermarono che non avrebbero reso pubblici i documenti ma che li avrebbero affidati ai mezzi di diffusione dell’organizzazione clandestina.

SPATARO. Ed infatti questa documentazione circolò all’interno delle colonne. Credo pertanto che la risposta a questo problema sia un mix. Mi riferisco ad una incapacità di lettura tra le righe di fronte ad un personaggio di elevato spessore, indipendentemente dall’opinione che si possa avere del profilo politico dell’onorevole Moro; ad una mancanza di tempo e cioè all’impossibilità di completare in quei pochi mesi l’analisi politica delle Brigate rosse. Per i brigatisti, infatti, sostenere che la Democrazia cristiana rappresentava il centro del potere politico rappresentava evidentemente una ovvietà e sarebbe stato opportuno trovare qualcosa di clamoroso.

Per quanto riguarda la contraddizione sottolineata dal Presidente posso dire che individuo ancora una volta il contrasto tra la parte propagandistica – ossia il messaggio attraverso il quale loro debbono comunque comunicare che hanno ucciso Moro per un qualche motivo e perché sono venuti a conoscenza di fatti importanti – e la realtà. In caso contrario non solo i brigatisti stessi, ma l’intero paese avrebbe potuto trarre un ben magro bilancio rispetto ad una operazione di questo tipo che pure aveva determinato la morte di tante persone. Torno quindi a ripetere che vi era un contrasto tra la fase propagandistica e la realtà.

PRESIDENTE. Non condivido questa opinione, giacché suffragarla significherebbe fare torto a Moro che in quel memoriale è addirittura profetico…

SPATARO. Lei vi ha riscontrato aspetti sconvolgenti?

PRESIDENTE. Moro descrive in anticipo “Tangentopoli” e “Mafiopoli”, parla di Gladio e dichiara che da parte del sistema c’era stata una campagna di cloroformizzazione…

FRAGALA’. Se descriveva “Tangentopoli” non era profetico, ma coerente al suo tempo.

PRESIDENTE. Descrive ciò che sarebbe avvenuto negli anni ’80, dopo la sua morte. I brigatisti non compresero l’importanza di quel memoriale, sta di fatto che anche nella prima versione – mi riferisco al primo ritrovamento – la stessa opinione pubblica reagì come se Moro non avesse detto niente. Invece, ripeto, quel documento conteneva effettivamente una serie di denunce e di giudizi durissimi, forse quella reazione era dovuta al fatto che nel frattempo era nata l’idea che non fosse Moro a parlare, magari perché esisteva la “sindrome di Stoccolma” di cui il professor Cappelletti ci ha parlato a lungo.

FRAGALA‘. A questo non credeva nessuno, solo il professor Cappelletti.

PRESIDENTE. Il problema, però, sta nel fatto che politicamente questo memoriale non fu utilizzato da nessuno, nemmeno dalle opposizioni.

FRAGALA’. Questo aspetto lo hanno spiegato tanti brigatisti e si tratta di una tesi che credo possibile, mi riferisco cioè al fatto che i brigatisti si aspettavano da Moro di conoscere i legami con lo Stato imperialista delle multinazionali.

SPATARO. Se Moro avesse detto che la strage di piazza Fontana era attribuibile al generale…

PRESIDENTE. Moro su piazza Fontana dichiara che: “la strategia della tensione che ha insanguinato il paese e che ha avuto connivenze e indulgenze all’interno del mio partito”.

SPATARO. Ecco perché i brigatisti, che forse sono più seri dei magistrati nel trovare riscontri, dicono di aver saputo cose importanti ma non avendo i riscontri… che posso dirle, signor Presidente!

PRESIDENTE. Tuttora viene ritenuta una verità non dicibile. Che la strategia della tensione avesse connivenze e indulgenze all’interno della Democrazia cristiana è tuttora una cosa che non ci sentiamo di affermare in termini di sicurezza.

FRAGALA’. Tuttavia, i brigatisti che erano intrisi di marxismo-leninismo quando ebbero di fronte Moro si resero conto che si trattava di un personaggio completamente diverso da quello che si aspettavano e quindi ritennero che quelle dichiarazioni fossero acqua fresca e che non combaciassero con il loro schema ideologico.

PRESIDENTE. Lei, dottor Spataro, ritiene che la versione del memoriale che nasce dal mix del primo e del secondo ritrovamento sia completa?

SPATARO. Penso di sì. Tuttavia, non avendo poi condotto delle indagini sul sequestro Moro non mi sento di dirlo con certezza. Quello che posso affermare con sicurezza è che ho letto quel materiale e anche io non l’ho trovato esplosivo. Ovviamente posso anche sbagliare, magari la mia è stata una lettura superficiale. In ogni caso a mio avviso è probabile che quella documentazione esaurisca tutto quello che ha detto Moro, proprio perché quel materiale è circolato tra le varie colonne, ma dove sia l’originale non so proprio dirlo.

PRESIDENTE. Ha mai interrogato il giornalista Scialoja? In un articolo dello stesso vengono citati addirittura brani del memoriale di Moro che non sono stati trovati.

SPATARO. Tengo a ribadire che non abbiamo indagato sul sequestro Moro, ma sui riflessi, lavoravamo nell’indagine su via Monte Nevoso. Ad un certo punto, anzi, tutta la parte relativa a questa indagine, una volta giudicati i brigatisti per quanto riguarda i reati connessi alla detenzione di armi, passò alla autorità di Roma.

PRESIDENTE. Durante i mesi di agosto e settembre, nel covo di via Monte Nevoso le risulta che entrassero e uscissero solo i brigatisti che alla fine furono catturati?

SPATARO. La Mantovani era stata vista solo pochi giorni prima. Sono certo di poter dire che nell’agosto il covo venne quasi del tutto abbandonato, non vi fu visto nessuno, forse Azzolini una sola volta.

PRESIDENTE. La mia domanda era però questa: in un periodo così lungo è possibile che non ci sia stato nessun brigatista che poi non risultasse tra quelli catturati?

SPATARO. Non so dirle, certamente sono stati fotografati alcuni personaggi che lei vede in questi documenti. Mi riferisco per esempio a Bonisoli che non si sapeva assolutamente chi fosse.

PRESIDENTE. Però fu catturato.

SPATARO. Non credo che vi siano stati altri. Posso dire soltanto che altri brigatisti arrestati altrove non si erano mai recati a via Monte Nevoso e quindi è vero il contrario. Non mi risulta quindi che ci siano state persone che sono andate a via Monte Nevoso e che non siano state poi arrestate. Desidero però sottolineare, facendo riferimento a quanto ho prima affermato, che questo tipo di pedinamento ed anche le osservazioni in un posto fisso quale poteva essere un appartamento dovevano essere svolte con la massima prudenza. E’ impossibile fotografare eventuali lavori fatti nell’appartamento…

PRESIDENTE. Quando fu catturato Moretti l’indagine la condusse lei?

SPATAROCon Moretti intervenni proprio io. Fu un’indagine strana e casuale.

DOLAZZA. Mi scusi, ma le voglio portare un ragionamento da ragazzo di campagna. Una persona che deve studiare dei documenti in primo luogo non capisco perché li metta dietro un muro che poi sigilla. Se era necessario studiare tutta questa documentazione non la si può nascondere dietro un muro.

PRESIDENTE. Una possibile risposta è che disponevano dei dattiloscritti. Il vero problema è che i dattiloscritti non corrispondono per intero a quanto si è trovato all’interno del muro.

DOLAZZA. Inoltre, stiamo parlando di una superficie posta sotto una finestra con davanti un calorifero.

SPATARO. Non ricordo se vi fosse un calorifero, ma non mi sembra che vi fosse.

DOLAZZA. Quello a cui voglio arrivare è che per fare un muro non ci vuole un attimo. Sono necessarie pitture e la rimozione di eventuali calcinacci che poi vengono buttati nella spazzatura. Se si fa una verifica su quanto si sta facendo nell’appartamento la sera si può verificare quanto viene buttato. Il fatto che non ci si accorga che si stiano facendo dei lavori sui muri, mi sembra difficile da credere, ma ciò che mi sembra più tragico è che quando si fa la bonifica di un appartamento si parte dallo smontaggio degli interruttori e poi si fanno passare i cavi per le linee necessarie all’appartamento. Il fatto che lei mi dica che le martellate sono state date a un metro e ottanta d’altezza e non sulla pavimentazione in particolare relativa a quell’angolo di finestra…

SPATARO. Non so se abbiano sollevato parte della pavimentazione.

DOLAZZA. …mi sembra la dimostrazione o di un lavoro fatto da dilettanti o del fatto che c’era qualcuno che non si voleva veramente cercare.

SPATAROPossiamo affrontare questo discorso mille volte, ma certamente questo pannello esisteva e quanto vi era all’interno non è mai stato rimosso.

FRAGALA’. Su questo punto ha ampiamente risposto il generale Bozzo che ha sostenuto che era tale e tanto il materiale visibile, in quanto si trattava di un covo pieno di armi e di documenti, che immaginare che ci fosse qualcos’altro era veramente difficile.

PRESIDENTE. Mi sembra che dal verbale non risulti che lei abbia contestato la versione di Bozzo su come avvenne il sequestro, sul fatto che non avessero litigato con i carabinieri e che lei non ci avesse creduto. Dal verbale della riunione non risulta.

SPATARO. A meno che non l’abbia sentito da qualcun altro. Era pieno di materiale. I verbali furono scritti da carabinieri che furono obbligati a non uscire dal covo fino a quando ogni cosa non fosse stata elencata nei verbali del sequestro. Non vi fu soluzione di continuità e rimasero chiusi lì dentro per giorni.

Rispetto a Moretti fui chiamato dal dottor Putomatti, all’epoca – siamo nel 1981 – vice dirigente della DIGOS, che mi mise al corrente del fatto che il dottor Filippi della questura di Pavia si era precipitato da Pavia a Milano alla DIGOS sostenendo che un suo confidente, un balordo che si chiamava Longo, da loro arrestato aveva fatto la seguente proposta: “Voi non mi arrestate e io vi faccio catturare Mario Moretti con cui ho un appuntamento a Milano”. Quando io venni chiamato e mi fu detta questa cosa mi sganasciai dalle risate. Chiesi chi fosse questo Longo e mi si rispose che si trattava di una persona con precedenti penali per traffico di stupefacenti e rapine. Questo Longo raccontava che i brigatisti in quel momento erano alla ricerca di nuovi adepti e quindi avevano cominciato a contattare lui e un gruppetto di due o tre persone, tutte di basso livello, in vista di una nuova affiliazione, dell’ingresso nell’organizzazione.

PRESIDENTE. E’ una versione nota.

SPATARO. Mi trovo fisicamente in questura durante questo appostamento. Ricordo che arrivarono in questura spingendo queste due persone ed eravamo tutti sicuri che insieme a Moretti fosse stato arrestato Senzani.

PRESIDENTE. Lei ci può assicurare che durante quei due mesi in agosto Moretti non sia mai stato nel covo di via Monte Nevoso?

SPATARO. Posso senz’altro assicurarle che se Moretti è stato in via Monte Nevoso non è stato identificato come tale. Se Moretti per qualche ragione dovesse essere sfuggito alla cattura ciò non è sicuramente avvenuto per una scelta dei carabinieri. Personalmente sarei portato ad escludere che Moretti sia mai stato visto in via Monte Nevoso. Comunque, non ho questa certezza perché non mi trovavo lì e mi risulta che in quel periodo anche i carabinieri allentarono il servizio.

PRESIDENTE. Si sa che i brigatisti erano in ferie.

SPATARO. Certamente più di noi.

PRESIDENTE. Distinguevano le campagne di primavera da quelle autunnali perché nel frattempo c’erano di mezzo le ferie.

SPATARO. Alcune ferie di studio le hanno passate in Spagna; Prima linea ha svolto un corso con l’ETA, anche se poi vacanze vere e proprie le hanno fatte nei Pirenei.

FRAGALA’. Le voglio rivolgere ora un’ultima domanda sui rapporti internazionali delle Brigate rosse, sempre in riferimento al covo di via Monte Nevoso. Come lei sa i carabinieri del generale Dalla Chiesa rintracciarono nel covo di via Monte Nevoso un’ingentissima quantità di materiale documentale, tra cui numerose carte indicative di collegamenti tra le Brigate rosse e i terroristi della RAF, Rote Armee Fraktion; tra l’altro, vennero rinvenuti i seguenti documenti: il resoconto di un dibattito svoltosi all’interno del carcere di Stammein tra i terroristi detenuti, dichiarazioni di Baader-Meinhoff, di Ensslin e di Jan Carl Raspe, rese durante i processi di Stoccarda e di Berlino, un biglietto delle ferrovie tedesche, una cartella contenente documenti relativi alla storia della RAF e una cartella contenente trenta fogli dattiloscritti sulle strategie eversive della stessa RAF. Ebbene, rispetto a quanto rintracciato dal nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa, il SISDE nel 1982 scriveva: “sussistono elementi tali da poter affermare che appartenenti alla RAF tedesca si siano più volte recati in città del nord e del centro Italia, Milano e Roma, allo scopo di entrare in contatto con elementi delle Brigate rosse e organizzare un incontro internazionale delle formazioni clandestine onde concertare forme di cooperazione sul piano offensivo e difensivo anche in vista di operazioni congiunte a livello europeo. I contatti con le Brigate rosse” – continua il SISDE – “dovevano avvenire probabilmente per il tramite di un esponente di Soccorso Rosso”. Oggi su ” Il Messaggero” viene riportata un’intervista attribuita al noto terrorista Carlos, in questo momento detenuto a Parigi, il quale afferma che: “a Milano si tentò una riunione tra rivoluzionari stranieri per cercare una trattativa con uomini dello Stato, ma ci fu un blitz della polizia che aveva già identificato questi terroristi i quali sfuggirono per un soffio alla cattura”. Desidero che lei riferisca alla Commissione quali indagini, a seguito della scoperta di questo materiale risalente alla RAF, avete fatto sui collegamenti tra le Brigate rosse e i gruppi eversivi internazionali.

SPATARO. Anche a questa domanda Pomarici avrebbe potuto rispondere meglio in quanto io seguii un altro filone investigativo. Credo, comunque, di poterle dire qualcosa. Tenga presente che all’epoca non disponevamo di collaboratori processuali. Piaccia o non piaccia è uno strumento che contro il terrorismo soprattutto, ma non solo, è stato decisivo. All’epoca i rapporti con organizzazioni straniere erano dati per scontati. Dicevo prima che pochi giorni prima, nel covo di Alunni in via Negroli a Milano furono trovati quattordici quaderni di terroristi del Fronte Comunisti Combattenti, non di Prima linea, che erano stati in Spagna, avevano fatto un corso sull’uso di esplosivi, c’erano anche annotazioni in spagnolo, quindi era pacifico.

Quel ritrovamento confermò questa ipotesi. Posso anche dire che vi erano rapporti costanti con il BKA tedesco, io stesso sono stato in Germania in quegli anni per uno scambio di informazioni, di documenti, eccetera. Loro, tra l’altro, erano molto informati, lo sono ancora, su tutto quello che avviene in casa nostra. Quindi, dirle che da quel rinvenimento e da queste ovvie, elementari intuizioni si sia passati poi ad individuare la persona fisica del terrorista della RAF che abbia potuto consegnare, scambiare informazioni o documenti, no, questo non è mai avvenuto e non era possibile, non c’era una possibilità investigativa per arrivare a questo: non un documento falso, non una fotografia, non una grafia, per quello che io ricordi. Posso dirle, in relazione a quello che più in generale lei ha ricordato come attribuibile al SISDE, che certe note del SISDE, ma non solo di quest’organo, spesso vengono arricchite, si basano talvolta sulla lettura degli stessi appunti interni che fanno gli organi di polizia giudiziaria, che vengono poi riciclati in appunti dei Servizi e poi ritornano all’origine, quindi c’è un giro continuo. Ma lasciamo stare questo, fortunatamente non succede sempre, c’è anche chi lavora seriamente. Però quella affermazione del SISDE io la posso confermare per una parte: mi sono occupato della cattura, a Milano, di una terrorista latitante tedesca, non mi ricordo assolutamente il nome né purtroppo l’anno, però si tradusse quell’arresto nell’operazione appunto di cattura di un latitante sottoposto poi a procedimento estradizionale, non ne scaturì alcun elemento che dimostrasse un collegamento attuale con le Brigate rosse, Prima linea o altro. Non c’è mai stato uno sviluppo.

Invece, per quanto riguarda l’ipotesi di un collegamento tramite Soccorso Rosso tra varie entità terroristiche agenti a livello internazionale, penso che questo possa essere verosimile. Ricorderei che Sergio Spazzali, avvocato poi morto a Parigi, è stato condannato in via definitiva sia come appartenente alle Brigate rosse, in quanto esponente dell’ala legale, sia per il trasporto in Italia di un centinaio di mine antiuomo. Stiamo parlando degli anni 1971-1972, credo, era ancora l’epoca di Carlo Fioroni. L’avvocato Sergio Spazzali, che è morto latitante all’estero, era in contatto notorio con Petra Krause, coinvolta anche lei in attività illegali in Italia ed era sicuramente in contatto con terroristi tedeschi. Credo che lei stessa sia stata incriminata anche in Germania. Quindi, questa è una cosa più che verosimile. Che io ricordi, faccio ammenda di eventuali errori, non abbiamo mai avuto tracce concrete che Azzolini, Tizio si sia incontrato con Caio a Milano e abbiano progettato azioni in comune. Questo mai.

FRAGALA’. E di Carlos non ha mai saputo niente?

SPATARO. Assolutamente no.

FRAGALA’. Lei ci ha ribadito poco fa, o il dottor Pomarici, che il generale Dalla Chiesa ebbe ad avvertirvi anticipatamente del giorno e dell’ora in cui si sarebbe fatto il blitz nel covo di via Monte Nevoso, in modo che voi magistrati foste disponibili a presenziare fin dal primo attimo.

SPATARO. Sicuramente sì.

FRAGALA’. Quindi è assolutamente escluso quanto qualcuno ha tentato di sostenere, anche in sede giudiziaria, che i carabinieri e il generale Dalla Chiesa fecero questo blitz all’insaputa dell’autorità giudiziaria e che i magistrati della procura di Milano furono chiamati soltanto dopo, a cose fatte.

SPATARO. Come già ha detto il dottor Pomarici, bisogna ricordare il diverso periodo storico. Ancora la fase di collaborazione stretta tra pubblici ministeri, o giudici istruttori, e polizia giudiziaria era in itinere; peraltro non esisteva alcun obbligo formale, da parte della polizia giudiziaria, nel corso delle indagini di dare notizia di reato come è previsto adesso. Inoltre i carabinieri, durante tutta la fase investigativa che nasce dal borsello, quindi dal mese di luglio, non avevano mai avuto modo di rivolgersi all’autorità giudiziaria per ottenere, per esempio, decreti di intercettazione telefonica, perquisizioni. Quindi, era tutta una attività di iniziativa della polizia giudiziaria, i carabinieri. Nel momento in cui si decise l’intervento, il procuratore Gresti venne pregato di partecipare ad un incontro con Dalla Chiesa che gli disse che l’indomani ci sarebbe stata una grossa operazione e quindi pregò lui di avvertire il sostituto di turno di essere pronto e disponibile, cosa che Gresti fece con Pomarici. Aggiungo, per quello che io poi ho saputo, che ovviamente era particolarmente gradito ai carabinieri che quel giorno fosse di turno un magistrato come Pomarici, che già conosceva quella materia e che quindi sarebbe stato una garanzia sotto molti punti di vista. Per cui i carabinieri avvertirono prima. Ricordo che Pomarici poi intervenne, fui chiamato anch’io, anche perché vi furono delle sparatorie.

Ritorno a quello che diceva il presidente Pellegrino: in via Olivari ci fu un altro latitante, Savino, che era uno grosso, che non era mai stato visto. I carabinieri vanno in via Pallanza, in una casa a cui si era arrivati con pedinamenti a partire dall’appartamento di via Monte Nevoso; per cui si scopre quest’altra casa e contestualmente i carabinieri vanno in quella via. L’ufficiale che entra in via Pallanza, altra eccellente persona che attualmente comanda la sezione di polizia giudiziaria di Milano, l’attuale colonnello Ruffino, vede uscire un personaggio e ha un’intuizione, soltanto l’intuizione di andare dal portiere per chiedergli di quella persona. Il portiere risponde che quel signore che è appena uscito abita nella casa che interessa i carabinieri, e l’ufficiale, facendo due più due, si precipita fuori, va per arrestarlo e questo spara. Nasce una sparatoria ma viene catturato Savino, che all’epoca era un brigatista latitante del livello di Azzolini e Bonisoli. Voglio dire che si è trattato di un fatto casuale, i carabinieri non l’avevano mai visto. Quindi fu chiamato Pomarici che intervenne e poi intervenni anch’io, fin dall’inizio.

DE LUCA Athos. Anch’io mi associo al ringraziamento per la sua disponibilità e la loquacità rispetto a questi temi. Naturalmente tutte queste argomentazioni hanno chiarito alcune circostanze. Una circostanza che io credo non sia stata chiarita ha delle somiglianze per noi della Commissione con la seduta spiritica che non ci ha mai convinto.

PRESIDENTE. Altra verità giudiziaria della quale è lecito dubitare.

SPATARO. Non posso dare certezze perché non ne so nulla.

DE LUCA Athos. Non pretendevo che lei ci illuminasse su quella vicenda. Però per noi è un po’ come la seduta spiritica questo fatto dell’abbattitura dei muri di Via Monte Nevoso. Lei ci deve dare atto, con grande franchezza, che forse se fosse dalla nostra parte nutrirebbe la stessa incertezza e sospetto, o comunque diffidenza rispetto ad una tesi di questo tipo. Comunque, non sto a ripetere le argomentazioni svolte dai colleghi. Vorrei quindi domandare: secondo lei c’è o non c’è una contraddizione nella sua narrazione, nelle cose che ci ha detto rispetto al fatto che da una parte si tende a dire che l’autorità giudiziaria, gli inquirenti hanno fatto tutto in modo anche approfondito, efficiente, senza trascurare nulla, eccetera, e poi mi pare che lei stesso ci abbia detto che in realtà la polizia incominciò a funzionare dopo il caso Moro?

SPATARO. Più l’autorità giudiziaria, ho detto, per la verità, perché i reparti specialisti c’erano già.

DE LUCA Athos. Allora, uno scenario nel quale l’autorità giudiziaria ha cominciato a funzionare dopo il caso Moro, lei dice?

SPATARO. Dopo il sequestro Moro, in pratica.

DE LUCA Athos. Prima non ha funzionato?

SPATARO. Adesso si tratta di dare un giudizio un po’ troppo categorico. Diciamo che il salto di qualità c’è stato dopo. Abbiamo iniziato a riunirci, onorevole, abbiamo cominciato a scambiarci carte; i verbali dei pentiti in tempo reale passavano da un ufficio all’altro anche senza necessità di inchieste specifiche e lo abbiamo fatto spontaneamente, non c’è stato bisogno di una legge che istituisse la direzione nazionale antiterrorismo.

DE LUCA Athos. Questo è un dato che comunque rimane agli atti della Commissione su questo periodo della nostra storia recente. Vorrei chiederle: si è fatto una ragione, ha una sua idea da fornirci sul perché le Brigate rosse avrebbero dovuto avere due copie difformi della stessa documentazione?

SPATARO. No, onestamente no. Non mi sono posto il problema. Tenga presente che probabilmente vi erano anche dei nastri da trascrivere e quindi vi è anche un problema di trascrizione. Vi è un problema anche di possibile derivazione da duplicazione di nastri. Non mi è sembrato un interrogativo decisivo fra quelli mossi sul piano giudiziario.

PRESIDENTE. Perché lei parla di nastri? Il ritrovamento delle fotocopie ha dimostrato che in realtà la dattiloscrittura non avveniva da nastro ma dal manoscritto di Moro. Maccari ha detto che queste registrazioni iniziarono e poi furono abbandonate.

SPATARO. Maccari mi pare credibile.

PRESIDENTE. Allora lo è anche sulla circostanza che Moretti abbia portato le domande, cui Moro doveva rispondere, già preparate. Resta il problema di chi gliele abbia preparate.

SPATARO. Se lo aveva fatto qualcuno. Poteva anche avere svolto “i compiti a casa”.

PRESIDENTE. Diciamo che il tipo di domande che gli pongono non sembrano appartenere alla cultura di Moretti. Cosa gli poteva interessare la Montedison?

SPATARO. Credo che Moretti sia un personaggio di grossissimo spessore culturale, di grosso livello, non bisogna farsi fuorviare dal fatto che fosse di origine operaia.

PRESIDENTE. Condivido su questo il suo punto di vista. Il nodo è che Moretti dice che non pubblicarono il memoriale di Moro perché aveva raccontato una serie di cose che non interessavano. Non si capisce allora perché gliele avessero chieste.

SPATARO. Forse si aspettavano delle risposte più interessanti, forse sono state deludenti. Per quanto riguarda l’inefficienza, ricordo alcuni casi, senza voler puntare il dito su alcuno. In relazione all’omicidio Alessandrini, il 29 gennaio, ordiniamo una serie di perquisizioni e casualmente due notti dopo, in una casa di un tizio che faceva il portiere di notte, viene trovato Diana Calogero, un altro personaggio latitante di altissimo livello. Vengo chiamato di notte – non ricordo quali atti stessi compiendo – e la mattina mi reco alla DIGOS e chiedo di esibirmi i reperti. Mi rispondono che non c’è niente, a parte una pistola e un’agendina, che era stata sigillata presso gli uffici della questura. Chiedo di vederla, faccio aprire la ceralacca e nei fogli della settimana successiva era scritto, come avrebbe potuto fare un bambino di cinque anni, al contrario: ore 9, edicola piazza Libia. Ipotizzo che si tratti di un appuntamento e, siccome si sapeva che spesso i brigatisti non sapevano reciprocamente dove abitavano, capisco che poteva trattarsi di un appuntamento strategico. Mi rispondono di aver già dato la notizia alla stampa; controbatto che mi dispiace e che dopo una settimana ci si sarebbe recati egualmente all’appuntamento perché magari si sarebbero dovuti incontrare brigatisti che non avrebbero saputo come incontrarsi a loro volta, anche se Diana Calogero era stato arrestato.

Per farla breve, fu presa la colonna Walter Alasia, ricostituitasi nel frattempo. Furono arrestati a quell’appuntamento tre brigatisti, tra cui la Brioschi, e i poliziotti arrivarono in questura gridando in maniera pazzesca la loro gioia per avere effettuato gli arresti. Si è trattato di un fatto casuale, non voglio dire di essere stato bravo, forse l’avrebbe fatto qualcun altro. Purtroppo anche la storia di queste indagini è costellata non solo di momenti belli ed esaltanti, ma anche di errori e di lacune, non sto dicendo il contrario. Se tutti fossimo stati perfetti, lo Stato italiano non avrebbe passato quel che ha passato. In quel caso si è trattato dell’esame superficiale di un ispettore della DIGOS che ha messo da parte l’agendina.

DE LUCA Athos. Non possiamo liquidare queste vicende come errori che succedono. Stiamo parlando di organi la cui professionalità è costituita proprio dalla metodologia di lavoro.

PRESIDENTE. Non ci può dare questa garanzia assoluta su tutto.

SPATARO. La sto dando solo su questo, sulla operazione di via Monte Nevoso.

PRESIDENTE. I verbali della collaborazione di Peci, che penso lei ritenga un momento importante nella lotta al terrorismo, furono consegnati ad un giornalista, che li pubblicò, da un alto funzionario della polizia di Stato.

SPATARO. Due delinquenti, che mi pare siano stati condannati.

PRESIDENTE. Secondo lei, perché lo fecero? Si sente di escludere che anche nell’amministrazione non ci fosse qualcuno che tutto sommato non voleva portare le indagini fino in fondo, perché poteva essere interessato ad una situazione di destabilizzazione in Italia?

SPATARO. Intanto, il danno che ne derivò fortunatamente non fu catastrofico, perché in parte le dichiarazioni erano state utilizzate. Che Peci collaborasse lo si seppe appena dopo l’operazione di Genova. Ne ho conosciuti di funzionari e magistrati infedeli, non è che abbia conosciuto solo persone di cui mi onoro di essere amico, come quelle che ho ricordato prima.

PRESIDENTE. Erano banali infedeltà, un giornalista che aveva pagato, o c’era una strategia complessiva?

SPATARO. A questo punto, rispondo come cittadino che ha avuto un’esperienza particolare. Ritengo che il sequestro Moro, come peraltro mi pare lei abbia detto poco fa, sia uno dei pochi fatti chiari della storia italiana. Questo è il mio pensiero, quindi non ritengo che vi siano state delle strategie. Altro discorso è chiedersi se vi sono stati personaggi annidati nelle istituzioni, in qualche partito, in qualche servizio deviato che avessero interesse a che accadesse quanto è successo, cioè che Moro fosse ucciso. Sarebbe francamente sbagliato da parte mia dire che a tutti andava bene l’opera leale delle istituzioni, però dire che coloro ai quali poteva stare a cuore una qualche deviazione istituzionale abbiano poi diretto le investigazioni, formulato complotti ed altro, per la mia esperienza non lo posso sostenere.

PRESIDENTE. Mi sembra strano che lei lo escluda con sicurezza con riferimento alla vicenda Moro, che resta una delle più complesse.

SPATARO. Onestamente, per non apparire un’altra volta presuntuoso – tutto voglio essere stasera meno che questo – ribadisco come io non abbia condotto, come del resto Pomarici, l’indagine sul sequestro Moro. Vorrei che fosse chiaro che esprimo su questo punto delle valutazioni molto personali, mentre i fatti di via Monte Nevoso sono documentati e oggettivi.

PRESIDENTE. Ha letto il libro del fratello di Aldo Moro?

SPATARO. Solo una parte.

PRESIDENTE. Lui pone dei dubbi.

SPATARO. Capisco l’atteggiamento, soprattutto dei congiunti e dei parenti.

Scusate se citerò una situazione personale. Ho un po’ pagato sulla mia pelle la vicenda Tobagi, con tutte le polemiche. Me la sono presa con tutti, ho querelato in ogni sede, ottenendo la condanna di alcuni parlamentari socialisti che avevano strumentalizzato quella vicenda. Però ho rispettato le affermazioni del padre di Tobagi, perché secondo me i parenti e i congiunti sono gli unici che hanno il diritto di dire qualsiasi cosa per dare una giustificazione più alta della morte di un congiunto.

Parlando di un’altra vittima, pensare che Alessandrini sia stato ucciso da quattro ragazzi di Prima Linea sembrava assurdo ad amici e colleghi, come Gerardo D’Ambrosio e Fiasconaro, nonostante lo dicesse chi, come me, era stato incaricato di quell’indagine perché quel tragico giorno ero di turno. Avevo una conoscenza ancora relativa del terrorismo, però avvisai che era sbagliato pensare che quell’omicidio fosse il frutto delle indagini di Alessandrini su piazza Fontana e che Prima linea era quella che diceva di essere. Poi gli anni mi hanno dato ragione. Certe volte non c’è superficialità, anzi il contrario. Certe volte si cerca una spiegazione più alta di morti assurde. Pensando che Alessandrini fosse stato ucciso dai servizi segreti e non da quattro ragazzi di Prima linea, non l’avrebbe fatto tornare in vita, ma una moglie, un figlio forse se ne sarebbero fatti una ragione. Guido Galli viene ucciso quando il terrorismo sta per finire. Se fosse stato arrestato Sandalo quindici giorni prima, Galli sarebbe in vita. Per la verità la famiglia Galli la pensa come me. Comunque lasciamo stare, sono fatti personali.

DE LUCA Athos. Un aspetto sul quale ho sempre formulato un giudizio negativo e severo sia rispetto ai politici sia rispetto ai magistrati sia rispetto ai protagonisti di questa tragica vicenda è la tendenza a giustificare un po’ tutto, a dire che le indagini in realtà furono svolte, c’erano dei limiti, che la polizia non era la stessa, come se tutto fosse normale. Come se non vi fossero responsabilità, perché l’Italia era fatta in quel modo. Una sorta di autoassoluzione di tutta questa vicenda. Il nostro scopo, invece, è quello di capire se vi siano responsabilità. Sulla vicenda Moro – nonostante sia abbastanza chiara, a parte alcuni interrogativi ancora in sospeso – ciò che non siamo riusciti a capire e che vorremmo comprendere è se dietro vi fossero delle precise volontà.

SPATARO. A questa domanda non sono in grado di rispondere. Con molta modestia e umiltà mi sono permesso di dire che anziché dar voce ad un pazzo, il brigadiere Demetrio Perelli, vi do la mia testimonianza. Poiché stiamo parlando di un pazzo, che viene invece accreditato come una fonte di valutazione, vi confermo, forse non modestamente, che sarebbe più utile credere ai carabinieri, a me ed a Pomarici. Poi potete valutare quello che vi abbiamo raccontato e sostenere che non è credibile per altre ragioni e che i pazzi siamo noi. Aspetto ancora di sentire dall’onorevole Bielli chi sono gli infiltrati, giacché fino a questo momento non l’ha detto.

PRESIDENTE. Non abbiamo certezze. Stiamo cercando. Le ho letto un brano di un documento di Dalla Chiesa nel quale si parla di fonti informative, anche se non sappiamo dare un nome a queste fonti, così come non riusciamo a dare un nome ai professori universitari che probabilmente hanno scritto i documenti delle Brigate rosse.

SPATARO. L’onorevole Bielli si riferisce per caso a Rocco Ricciardi?

BIELLI. Lei sa che il generale Dalla Chiesa sulla distinzione che lei ha fatto, afferma che si tratta di una sottigliezza e che il confine è molto labile. Posso aver sbagliato chiamandoli infiltrati o informatori, comunque mi pare che un nome l’abbia fatto anche lei.

SPATAROIo ho fatto il nome di Marocco, lei quello di Ricciardi. A proposito di quest’ultimo abbiamo risposto ad interrogazioni parlamentari presentate dal partito socialista e dall’onorevole Craxi. Questo personaggio diede una sola indicazione. Consentitemi innanzi tutto di correggere quanto ho detto prima, perché ho accavallato i ricordi. Colui che fu perquisito e si intimorì per la perquisizione, temendo di essere in qualche modo incriminato e arrestato, non fu Marocco ma Ricciardi. Marocco fu arrestato a Bagnolo Cremasco nel febbraio del 1980 dopo una rapina. Portato in carcere fece qualche timida confidenza.

Ricciardi, invece, quando fu perquisito accettò un rapporto confidenziale con il sottufficiale che lo aveva perquisito, rivelando, ad esempio, che i Reparti comunisti di attacco – un’organizzazione ormai sciolta – avevano avuto in passato delle attenzioni nei confronti di alcuni obiettivi tra i quali il giornalista Tobagi. Credo che parlò anche di me e di un’altra persona. Qualche tempo dopo il giornalista Tobagi venne ucciso e ciò emerse in sede processuale. Questo accadde perché Ricciardi, nel frattempo arrestato, assunse un atteggiamento di piena collaborazione processuale rivelando, forse per volersi accreditare, di aver fatto delle confidenze in precedenza. Ricciardi, comunque, va considerato tutt’altro che un infiltrato. Egli aveva detto non un decimo, ma un millesimo di quello che sapeva, anche se fornì delle indicazioni confidenziali senza avere nulla in cambio, perché non poteva essere arrestato quando fu perquisito. Comunque non fu un infiltrato.

BIELLI. Non è detto che debbano aver avuto qualcosa in cambio, ci sono infiltrati che sono in carcere e vi rimangono.

DE LUCA Athos. Come spiega l’arrivo del magistrato romano Claudio Vitalone?

SPATARO. Ribadisco quanto ho detto poco fa. Non ricordo se Vitalone venne a Milano dopo la vicenda di via Monte Nevoso, ma non lo escludo. Pomarici copriva l’indagine a 360 gradi; io coprivo a 360 gradi l’indagine Alunni FCC, anche se ci intersecavamo. Non posso escludere la cosa, ma non la ricordo. Posso dirle con certezza matematica che Vitalone non ha partecipato neppure una volta nel corso degli anni ad uno solo degli incontri che i pubblici ministeri e i giudici istruttori organizzavano per aggiornarsi sulle indagini relative al terrorismo. Probabilmente non lo avremmo neanche accettato – e non perché avevamo stipulato una conventio ad excludendum –, ma per la semplice ragione che a quelle riunioni partecipavano solo i veri esperti di terrorismo. Tuttavia potrei chiedere a Pomarici se egli incontrò Vitalone.

DE LUCA Athos. Vorrei chiederle un’ultima cosa. Rispetto al sequestro Costa, Morucci disse di aver ricevuto banconote da lire 100.000 e 50.000 e che era sicuro che non vi fossero banconote da lire 10.000 o 20.000. Poiché risulta che non fosse così e che egli dichiarò il falso, vorrei sapere cosa può dirci in proposito.

SPATARO. Non ho seguito nulla del sequestro Costa e quindi non posso dirle niente. Tra l’altro ignoravo le circostanze alle quali ha fatto riferimento.

FRAGALA’. Mi scusi, dottor Spataro, volevo sapere se corrisponde al vero che l’edificio di via Monte Nevoso, dove era allocato il covo delle Brigate rosse, era stato fatto oggetto di attenzione da parte delle forze dell’ordine dal momento che lì vi era la sede di una società di import–export sospettata di attività di riciclaggio. In sostanza, vorrei sapere se a via Monte Nevoso si è verificata la medesima situazione di via Gradoli.

SPATARO. E’ un fatto che sento ora per la prima volta. Questa vicenda sarebbe emersa prima della scoperta del covo?

FRAGALA’. Sì. Può prendere un appunto per chiedere al dottor Pomarici se egli abbia mai saputo che l’edificio era stato attenzionato dalle forze dell’ordine per via di questa società di import–export sospettata di riciclaggio?

PRESIDENTE. Prima di concludere l’audizione, per dare un senso – mi corregga se sbaglio – a quello che complessivamente ci è stato detto dal dottor Pomarici e da lei, vorrei riassumere il tutto in poche parole. Delle complesse indagini che avevano portato i carabinieri, a seguito del ritrovamento del borsello di Firenze, a via Monte Nevoso, l’autorità giudiziaria di Milano fu immediatamente informata. Voi però riteneste, d’accordo con i carabinieri, che questa attività non dovesse essere riportata interamente nel rapporto giudiziario per la necessità di tutelare cittadini che avevano fornito confidenzialmente un contributo a quelle indagini. Lei ci ha anche detto che sulla verità di tutto questo non sono state fatte verifiche, tant’è che ha invitato la Commissione, a distanza di tanti anni, ad operare i necessari controlli.

SPATARO. Questo va un po’ oltre quello che abbiamo detto. Secondo me i riscontri li abbiamo fatti, perché tutti i racconti sull’andamento dei fatti sono pervenuti da fonti diverse interne ai carabinieri, quindi non solo da un generale o da un comandante, ma dall’insieme del reparto che ha proceduto alle indagini. Se intende dire che non abbiamo mai sentito i cittadini che avevano reso dichiarazioni confidenziali, glielo confermo. Ma non ce n’era assolutamente bisogno. Non c’era alcuna ragione di dubitare di quanto da più fonti ci veniva confermato, anche perché – come ho detto prima – avevamo una documentazione fotografica sui pedinamenti e sugli arresti.

PRESIDENTE. In più ci ha detto che non è improbabile – non lo può dire con certezza – che medesime informazioni i carabinieri abbiano dato all’autorità giudiziaria di Firenze e che abbiano avuto la stessa adesione da parte della stessa che pure richiese ed ottenne l’archiviazione del processo n. 6722/78, perché erano rimasti ignoti gli autori del reato; mentre la conclusione sarebbe stata diversa se all’autorità giudiziaria di Firenze fosse stata “incartata”, come si dice in gergo forense, l’identità di Azzolini come il possessore del borsello. E’ così?

SPATARO. Sì, anche se ho letto nella famosa relazione che comunque si fa riferimento ad un rapporto dei carabinieri in cui si cita il riconoscimento di Azzolini, sia pure in via probabilistica e non di certezza assoluta.

PRESIDENTE. Poiché penso che di tutto questo ne terremo conto ed abbiamo già deliberato di sentire il comandante generale dell’Arma dei carabinieri per una panoramica più ampia su tutte queste vicende vorrei porle quest’ultima domanda: vi sono vicende di questo tipo che potrebbero essere interessanti per la Commissione, di attività indagative che non sono state consacrate in atti giudiziari perché esistevano analoghe esigenze di sicurezza o l’esigenza di coprire fonti confidenziali, o di coprire informatori di cui lei è a conoscenza in tutta la sua attività oppure è stato un episodio isolato?

SPATAROFarò uno sforzo ulteriore e se qualcosa di rilevante per la Commissione troverò lo scriverò o lo dirò in un’altra audizione. Sicuramente ho fatto riferimento prima alla cattura di alcuni latitanti con l’aiuto di pentiti; cosa che è avvenuta a Milano, Torino e a Roma. Pentiti che si sono trasformati in veri e propri appartenenti ai carabinieri ed alla polizia e che giravano nelle macchine con polizia e carabinieri. Sono pressoché sicuro che di questo non è mai stato dato atto per non esporre ad ulteriori rischi di ritorsioni i pentiti stessi. Di questo ne sono abbastanza sicuro; cito il caso di Segio per Milano; anche a Roma vi è stato un episodio con sparatorie; anche a Torino. Di così clamoroso, palpabile, interessante per voi però lo escluderei.

PRESIDENTE. A qualche identificato brigatista si sono lasciate le redini lente sul collo?

SPATARO. Lo escludo nel modo più assoluto, per quanto a me noto.

Spero di non aver ecceduto con la mia ansia. Credo di aver detto tutto quello che mi animava. Mi permetterei sommessamente di dire, pur con il rispetto che si deve all’attuale comandante generale dell’Arma dei carabinieri, che forse sarebbe anche importante sentire, se lo riterrete opportuno, per esempio il colonnello Bonaventura e, da lui, fino in fondo tutta la scala dei sottufficiali che hanno fatto questi accertamenti così come su Firenze i colleghi, soprattutto Chelazzi.

PRESIDENTE. Ricordo che noi siamo una Commissione parlamentare d’inchiesta; tutti noi siamo impegnati in tante altre attività parlamentari; abbiamo tempi, limiti e soprattutto una debolezza rispetto all’attività giudiziaria: tutte le indagini che facciamo finiscono per essere prevedibili nei loro sviluppi. Quindi, sentire testimoni non a sorpresa – perché questi testimoni sarebbero ampiamente preavvertiti – o compiere atti a sorpresa, che potremmo fare solo dopo averli formalmente deliberati sarebbe una inutile fatica. Cerchiamo di svolgere un’attività complessiva di analisi; di fronte ad una serie di sue certezze troviamo un Capo dello Stato che in alto luogo istituzionale si è domandato se altre intelligenze non fossero dietro al sequestro Moro. Abbiamo ripreso l’indagine su Moro partendo dal fatto che l’allora Capo dello Stato, il presidente Scalfaro, parlando alla Camera, si è posto questo interrogativo. Abbiamo una legge che ci impone di continuare ad indagare sul caso Moro. Non abbiamo né verità precostituite, né la volontà di dire a tutti i costi che ci sono misteri, dove non ve ne sono. Penso che nel momento in cui ci fossimo tutti convinti che tutto è chiaro e non vi è niente da indagare non continueremmo: non le hanno mai parlato per esempio di quale rapporto ci fosse tra il noto Chichiarelli ed i carabinieri?

SPATARO. L’ho letto sui giornali. Non me ne sono mai interessato.

PRESIDENTE. Questi sono i punti che cerchiamo di capire.

SPATARO. Chiedo al Presidente di prendere atto del fatto che deposito agli atti della Commissione una nota datata 24 febbraio 2000 dei carabinieri della Sezione anticrimine di Milano, cui sono allegate fotografie ed annotazioni sui pedinamenti di Monte Nevoso ed una nota dei carabinieri di Firenze sulle indagini delegate da quella procura.

PRESIDENTE. Ne prendiamo atto e attendiamo ulteriori contributi scritti che ci potrà far pervenire. Dichiaro conclusa l’audizione.

La seduta termina alle ore 00,10 del 2 marzo 2000.

Fine seconda parte

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: