Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

GENNAIO 2011

INTRODUZIONE

       Nella vulgata in circolazione sembrerebbe che, morto Gesù, sia nata una Chiesa, senza soluzione di continuità. Non è così, come proverò a mostrare. Debbo però avvertire che documenti sui quali poter contare sono pochi. La Chiesa, nei secoli, ha operato distruzioni, falsificazioni ed occultamenti che rendono molto difficoltosa una ricostruzione razionale del periodo storico che riguarda non già le vicende dell’umanità ma quelle che la riguardano. Ci restano solo testi agiografici, apologetici, esegetici, testi dai quali, con fatica, è possibile capire coda accadeva, ad esempio, di chi non condivideva le posizioni ufficiali. Ben più autorevole di chi scrive è lo storico inglese Edward Gibbon che alla fine del Settecento scriveva nella sua Storia del declino e della caduta dell’Impero romano:

Ma per quanto l’indagine obiettiva e razionale sui progressi e l’affermazione del cristianesirno sia utile o dilettevole, è accompagnata da due peculiari difficoltà. Gli scarsi e sospetti materiali della storia ecclesiastica raramente ci consentono di dissipare la fitta nube che copre i primi secoli della chiesa. La grande legge dell’imparzialità ci costringe troppo spesso a rivelare le imperfezioni dei non ispirati maestri e credenti del vangelo, mentre ad un osservatore disattento può sembrare che le loro mancanze gettino un’ombra sulla fede che professarono. Ma lo scandalo dei pii cristiani come il fallace trionfo degl’infedeli dovrebbero cessare, ricordando non solo da chi, ma anche a chi fu fatta la divina rivelazione. Il teologo può abbandonarsi al grato compito di rappresentare la religione quale ci venne dal cielo, ammantata della sua nativa purezza; ma allo storico s’impone l’ingrato dovere di mostrare l’inevitabile miscuglio di corruzione e di errore, che essa contrasse nella sua lunga dimora sulla terra, tra esseri deboli e degenerati.

        Si può aggiungere poco, forse solo il modo con cui ho operato. Il riferimento costante sono stati i testi di bibliografia ai quali ho aggiunto vari siti web da me ritenuti attendibili. Si tratta quindi di letteratura, da parte mia, secondaria. Ad essa ho aggiunto la lettura, quando ciò mi è stato possibile di testi originali di Padri e Dottori della Chiesa che, purtroppo, sono le uniche fonti primarie. Ho tentato di estrarre da tali testi quanto ritenevo utile, importante e, a mia conoscenza, poco noto anche a coloro che si interessano di questi problemi. Ne viene fuori una storia che può piacere o meno ma che, indubbiamente, segna una totale deviazione dal cammino che il povero Gesù aveva tentato di indicare. Molti utilitaristi, affaristi e procacciatori di fortune, si sono buttati sulle spoglie del Cristo per sbranarlo ed offrirlo ancora in modo sacrificale alle brame di un gregge poco aduso a pensare. E così nacque un centro di potere piagnone quando ha bisogno ma crudele quando può che è la nostra Chiesa di Roma, la sempiterna alleata do ogni potere violento e reazionario contro i destinatari originali degli insegnamenti di Gesù. In compenso, occorre ammetterlo, la Chiesa è stata molto più brava dei traditori biblici. In luogo dei 30 denari ha preteso molto ma molto di più, come testimoniano palazzi e lussi nelle residenze dorate dei gerarchi.

 

UN CERTO GIORNO …

        Un certo giorno di un certo anno, ormai della nostra era, moriva Gesù. La sua eredità restò nelle mani degli Apostoli e particolarmente in Giacomo, suo fratello minore, che era il designato capo della comunità cristiana di Gerusalemme. Vi è un noto brano del Vangelo di Matteo che dice altro:

18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». [Mt. 16, 18-19]

Su questi due versetti è basata la legittimità che la Chiesa si è data. Inutile obiettare che questa frase fa perno sulla parola Chiesa e l’equivalente semitico di questa parola nell’Antico Testamento aveva il significato di Assemblea generale del popolo  giudaico dinnanzi a Dio (kahal Javhè) come del resto si legge ancora in Matteo:

17 Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. [Mt. 18, 17]

Inoltre ai versetti riportati nella prima citazione seguono subito dopo due versetti in cui Gesù dice a Pietro:

23 Ma [Gesù], voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». [Mt. 16, 23]

dice cioè che Pietro è come un satana che dà scandalo e ragiona come gli uomini, dimenticando il modo di pensare di Dio.

        Un altro vago cenno alla missione di Pietro si trova nel Vangelo di Giovanni dove Gesù risorto torna a farsi vedere per la terza volta. Naturalmente pranza con gli apostoli e, durante questo pranzo, dice a Pietro che dovrà pascere le sue pecore e le sue pecorelle e gli dice pure che farà una brutta fine. Intanto possiamo notare che si perpetua il sistema fasullo del Vecchio Testamento delle profezie fatte dopo che i fatti sono accaduti (o si suppone, come in questo caso, che siano accaduti ed il riferimento è alla morte di Pietro a Roma, mai provata). Quindi, fatto più importante, Gesù assegna a Pietro il compito di pascolare le sue pecore che, come Gesù ha più volte ripetuto, sono solo le pecore d’Israele.

5 Questi dodici [apostoli] Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6 rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’IsraeleAndate ed annunciate che il Regno di Dio è vicino.[Mt. 10, 5-7]

E’ chiaro che sono le pecore perdute del popolo di Israele le persone che ha interesse a raggiungere. E ciò è ribadito più oltre:

21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele».  [Mt. 15, 21-24]

poi Gesù guarì quella giovane ma affermò, anche con durezza, quale era il suo scopo.  E leggendo l’insieme del Nuovo Testamento, non si troverà mai Gesù che tenta di avvicinare per convertire un o per far abbandonare il politeismo ad un non ebreo. E quella frase che leggiamo alla fine dei tre Vangeli sinottici:

19 Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo [Mt. 28, 19]

è un falso inserito posteriormente, addirittura dopo l’invenzione della Trinità (IV secolo).

        La cosiddetta evangelizzazione verso altre terre e popoli fu un’invenzione non di Gesù, non degli apostoli, ma di Paolo di Tarso ed è lo stesso Paolo ad affermarlo nella Lettera ai Galati (inventando comunque il fatto che qualcuno gli avrebbe affidato qualcosa):

7 Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi [Gal. 2, 7]

        I pochi versetti riportati, ai quali se ne possono aggiungere molti, mostrano ancora una cosa. Gesù, da ebreo qual era, legato alla Legge mosaica che lavora per riformare insieme al Tempio ed alla sua gestione (si ricordi il suo intervento contro quei sacerdoti sadducei corrotti), non poteva pensare a qualcosa di alternativo:

17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. [Mt. 5, 17]

tale Legge doveva tornare alle origini, doveva essere preservata, riaffermata ed anche spogliata di quei vincoli, precetti e proibizioni ritenuti inutili soprattutto per la vita dei più indifesi, per i quali dovevano apparire artificiosi paradossi.

        Anche se sembra ormai impossibile, vi è un motivo ancora più importante a monte del perché Gesù non pensava neppure lontanamente ad una Chiesa: Egli credeva che la fine del mondo era vicinissima, cosa che ripete spesso (abbiamo già incontrato un versetto in proposito: Mt. 10, 7):

31 Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. [Lc. 21, 31-32]

        Sembra evidente il fine di Gesù, riformare in qualche modo la pratica dell’ebraismo nel suo popolo prima della fine imminente con l’avvento sulla Terra del regno di Dio. Gesù era convinto di quanto diceva e questa fine imminente lo spingeva ad una rapida operazione all’interno, insisto, del suo popolo. Non c’era tempo e quindi non si poneva proprio il proposito di una Chiesa universale. E non è che Gesù fosse un esaltato che viveva esperienze differenti da quelle del suo popolo. La credenza del Giudizio Universale e dell’avvento del Regno di Dio in Terra era diffusissima (e lo sarà almeno per tutto il I secolo) tra gli ebrei. In proposito vi sono due testimonianze, sia di Paolo che dello stesso Pietro:

11Ora, queste cose avvennero loro per servire da esempio e sono state scritte per ammonire noi, che ci troviamo nella fase conclusiva delle epoche. [1 Cor. 10, 11]

7 La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. [ 1 Pt. 4, 7]

Insomma, pensare che Gesù volesse una Chiesa che durasse nei secoli, confrontandola con l’imminente Giudizio Universale, è una sciocchezza che diventa imbroglio per i fedeli credenti.

        Stiamo parlando comunque di un periodo in cui vi era una gran quantità di sette ebraiche ed il Cristianesimo nascente in qualche modo era inteso come una di tali sette. Vi è un documento neotestamentario, La lettera di Giacomo (scritta tra il 75 e l’80, all’interno di gruppi ebraico-cristiani, e quindi attribuita falsamente a Giacomo che a quell’epoca era già stato giustiziato), in cui il Cristianesimo viene presentato come un ebraismo liberale e le assemblee che facevano riferimento a Paolo, una degenerazione religiosa. Da qui si può capire quali divisioni vi fossero tra gli stessi cristiani e come il fatto che Gesù immaginasse una Chiesa è proprio peregrino.

        Insomma Gesù non ha mai pensato ad una Chiesa e, se vi è una Chiesa, il fatto non è da ascrivere al povero Gesù che ha solo visto utilizzata, dopo falsificazioni nei testi neotestamentari, la sua figura che comunque godeva di un’importante carisma popolare.

        Entriamo in maggiori dettagli.

LE PRIME COMUNITÀ CRISTIANE

        Dopo la morte di Gesù, intorno al 30, le tensioni in Palestina andavano aumentando e non per la morte di Gesù della quale solo pochi fedeli si accorsero ma per l’occupazione romana. Da una parte gruppi di resistenti ebrei attaccavano con azioni di guerriglia le guarnigioni e gli accampamenti romani. Dall’altra il potere di Roma, cui era alleata l’aristocrazia e l’alta borghesia ebraica insieme ai sacerdoti Sadducei del Tempio,  diventava sempre più inflessibile contro ogni gesto ostile. Roma, la capitale dell’Impero era troppo lontana per capire i sentimenti di popolazioni così lontane ed i procuratori e/o prefetti di Roma non erano all’altezza del loro compito. Si pensi solo che l’Imperatore Caligola nell’anno 40 pretese di avere una sua statua, in quanto dio in Terra, nel Tempio di Gerusalemme e si rifletta sull’odio che una operazione del genere provocava negli abitanti di Palestina. Caligola non avrebbe desistito e si sarebbe arrivati a crocifissioni di massa se la morte di Caligola nel 41 non avesse messo fine a questa sciocchezza criminale. La speranza di risolvere questi problemi avrebbe preteso prefetti all’altezza nel senso di comprensione delle peculiarità di quel popolo. Ma, ho già detto, quella terra era distante da Roma ed avere lì un incarico era una sorta di punizione e comunque incarico riservato non certo alle menti dell’Impero. E così, negli anni seguenti vi furono due prefetti incapaci come Lucceio Albino e Gessio Floro. Scrive di Loro Giuseppe Flavio ne La guerra giudaica [Libro II, Cap. 14]:

Festo, che successe a Felice come procuratore, affrontò la piaga che più affliggeva il paese: catturò moltissimi briganti e non pochi ne mise a morte. Invece Albino, il successore di Festo, non resse il governo nello stesso modo, anzi non vi fu genere di abuso di cui non si macchiasse. Infatti non soltanto commetteva ruberie a danno di tutti nella trattazione dei pubblici affari, né si limitava a schiacciare tutto il popolo sotto il peso dei tributi, ma prendeva denaro per riconsegnare in libertà ai parenti quelli che per brigantaggio erano stati carcerati dalle autorità delle loro città o dai precedenti procuratori, sicché soltanto chi non pagava rimaneva in prigione come un delinquente. Allora a Gerusalemme crebbe l’ardire dei rivoluzionari poiché i loro capi comprarono per denaro Albino facendosi garantire da lui l’impunità per le loro macchinazioni, e la parte del popolo che non era amante dell’ordine passò dalla parte dei complici di Albino. Ogni farabutto, circondato da una propria banda, s’innalzava al di sopra dei suoi come un capobanda o un signorotto, e si serviva dei suoi scherani per angariare la gente dabbene. E mentre le vittime tacevano su quanto avrebbe dovuto essere oggetto delle loro più fiere proteste, chi non era stato colpito, per paura di subire la stessa sorte, arrivava anche a blandire coloro che invece avrebbero meritato un castigo. Insomma nessuno poteva più parlare senza timore, e, mentre la prepotenza dilagava, si gettavano i primi semi della futura distruzione della città.
Così era Albino, ma il suo successore, Gessio Floro, lo fece apparire al confronto un fior di galantuomo. Albino le sue ribalderie le aveva commesse per lo più nascostamente e per vie traverse, mentre Gessio si compiaceva di ostentare il suo disprezzo per i diritti della nazione, e come un boia arrivato per giustiziare dei condannati a morte, non si astenne da alcuna forma di ruberia e di vessazione. Nei casi pietosi era di una ferocia inaudita, nelle turpitudini il più sfrontato; nessuno più di lui gettò discredito sulla verità, né escogitò metodi più insidiosi nel commettere delitti. A lui sembrò piccolo guadagno quello che si poteva ricavare da un solo individuo, e perciò si diede a spogliare intere città e a taglieggiare popolazioni intere, e per poco non arrivò a bandire nel paese che tutti potevano fare i briganti purché a lui toccasse una parte del bottino. La sua cupidigia gettò la desolazione nelle città e fece sì che molti, abbandonando le avite dimore, si rifugiassero in paesi stranieri.

        Era con tali delinquenti che si aveva a che fare, personaggi che fecero crescere l’odio contro Roma ed alimentarono gruppi di lotta di liberazione tra cui Esseni e Zeloti. Cestio Gallio, il governatore della Siria da cui dipendeva la Giudea fu implorato di intervenire. Fu così che si arrivò nel 66 allo scoppio della Prima Guerra Giudaica e Flavio Giuseppe spiega che la provocazione fu proprio di Floro che voleva la guerra per evitare un’inchiesta sulle sue orrende malefatte. Aggravò l’ira degli abitanti di Gerusalemme chiedendo una grossa somma di denaro al Tempio. La popolazione si ribellò e Floro fece uccidere 3600 persone che si apprestavano a difendere il Tempio. Subito dopo chiese alla città di ospitare due coorti di soldati romani provenienti da Cesarea (1200 persone) e ordinò al comandante delle coorti di attaccare la folla se questa lo avesse insultato. Come prevedibile ciò accadde e vi fu un altro bagno di sangue. Floro andò a riferire a Cestio Gallio che i disordini erano nati per colpa degli ebrei e Cestio mandò degli ispettori a Gerusalemme. Costoro riferirono che la colpa era di Floro. Sembrava che il tutto si sistemasse ma alcune frange di ebrei attaccò guarnigioni romane uccidendone tutti i soldati. Nella gran confusione di questi primi momenti, Floro da una parte si schiera a lato dei pagani ellenizzanti che erano in conflitto con i giudei e dall’altra tenta di impadronirsi dei tesori del Tempio. In tutta la Palestina scoppi la rivolta e Cestio Gallio è costretto ad intervenire. La resistenza non è particolarmente forte perché i romani sono visti con favore. Per questo Cestio traccheggia non approfittando della superiorità momentanea. Questo ritardo fa armare i ribelli che lo sconfiggono. Da Roma, Nerone sostituisce subito Cestio Gallio con Vespasiano. Costui, da Antiochia, parte con due legioni mentre sue figlio Tito, da Alessandria, parte con una legione. L’avanzata è piena di atrocità. In Galilea viene catturato anche Giuseppe Flavio che era un governatore giudeo e che si salvò per aver profetizzato a Vespasiano che sarebbe diventato Imperatore di Roma. E nel 69 la profezia si realizzò, Vespasiano tornò a Roma per assumere la direzione dell’Impero, lasciando Tito a terminare la conquista della Palestina. Tito raccoglie tutte le legioni sotto il suo comando ed arriva ad assediare Gerusalemme. Dopo vari mesi riesce ad aprire una breccia nelle mura fortificate presso il Tempio. Da lì partì la conquista della città, strenuamente difesa principalmente da esseno-zeloti, alla quale seguì prima l’incendio (secondo Flavio Giuseppe, fortuito) del Tempio e quindi la sua totale distruzione insieme a quella di Gerusalemme (anno 70).

        I dettagli di questa sanguinosissima guerra sono ancora ne La guerra giudaica di Giuseppe Flavio.

        Ebbene, in questo clima si andavano formando le prime comunità cristiane che, sembra evidente, dovevano distinguersi dagli ebrei per non essere individuate come nemiche di Roma. Non si hanno infatti cenni di loro partecipazione ad eventi di guerra contro i romani ma ciò non vuole dire ma magari vi siano stati poiché, appunto, era difficile ancora distinguere all’epoca tra ebrei ed ebrei cristiani, visto che le sette ebraiche abbondavano ed era facilissimo confonderle tra loro. Dopo la distruzione del Tempio vi fu comunque un’altra diaspora di ebrei (per evitare la dura repressione) e (questa volta) di ebrei-cristiani (per evitare di essere confusi con la lotta degli ebrei) e le prime comunità  ebraico-cristiane sopravvissero fra Siria ed Israele in un progressivo isolamento, fino alla scomparsa totale. La posizione di Pietro e Giacomo, i capi delle comunità veramente cristiane (nel senso di veramente eredi del messaggio di Gesù), era quella di mantenere le comunità cristiane nell’ambito dell’ebraismo opponendosi in ogni modo allo scissionismo paolino arrivando addirittura a mettere al bando Paolo. Gli Atti degli Apostoli danno un’eco di questa lotta:

1 Ora alcuni, venuti [ad Antiochia] dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: «Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi».
2 Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. 3 Essi dunque, scortati per un tratto dalla comunità, attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli. 4 Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani e riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro.
5 Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: è necessario circonciderli e ordinar loro di osservare la legge di Mosè. [At. 15, 1-5]

        Il problema era molto grave e per cercare una soluzione fu convocato nel 49-50 un Concilio a Gerusalemme di tutti gli apostoli, al quale fu concesso di partecipare a Paolo e Barnaba. Questo concilio decise di lasciar liberi Paolo e Barnanba di far proseliti tra i pagani ma con alcune limitazioni:

19 Per questo io, [Giacomo], ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani, 20 ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue. [At. 15, 19-20]

        Disinteressati di questo dissidio di fondo, crescevano ovunque, fuori della Palestina, le comunità paoline, quelle fondate da Paolo, stanziandosi nelle grosse città greco-romane. Come curiosità, il termine cristiano nacque proprio ad Antiochia, intorno al 45, in una comunità paolina, come testimoniano gli Atti degli Apostoli

26 [Paolo e Barnaba] Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente; ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani. [At. 11, 26]  

        La comunità ebraico-cristiana di Gerusalemme, allo scoppiare della Prima Guerra Giudaica, si trasferì dalla città di Pella (oggi in Giordania) per evitare, come accennato, di essere accusati di connivenza con la rivolta ebraica contro Roma. Era nota come comunità ebionita ( solo i poveri, cioè gli ebionim, verranno salvati) e fece molti proseliti. Vespasiano fu informato di ciò dal fratello Flavio Sabino e si convinse dell’innocuità di questa setta. Tale atteggiamento di Roma si mantenne, a parte una breve interruzione con Nerone, fino all’Imperatore Domiziano che, nel 95, ad un anno dalla sua morte (fu assassinato nel 96), iniziò una persecuzione contro l’aristocrazia cristiana e, per quanto gli storici hanno appurato, non contro quella particolare religione ma contro alcuni nobili, generali, senatori ed aristocratici cristiani che organizzavano un colpo di stato armato per cacciarlo. Tra il 70 ed il 132 (data d’inizio della Terza Guerra Giudaica, dopo una Seconda Guerra nel 115-117, al tempo di Traiano, subito repressa)(1) la comunità ebionita tornò a Gerusalemme dove ricostruì una sinagoga sul Monte Sion utilizzando i materiali del Tempio distrutto.

        Come già accennato furono le comunità paoline che si diffusero prevalentemente in città a cultura greca e greco-romana. Paolo aveva un pubblico più esteso, era meno vincolato a tradizioni radicate, era più abile. Il fatto poi che i romani intervenivano sul centro della cristianità Gerusalemme, distruggendola, con le conseguenti diaspore, aiutava il progetto di Paolo. E di aiuto a Paolo era anche l’isolamento della comunità giudaico-cristiana a Pella, essa permetteva a Paolo di sostenere che si era tutti unanimi nella cristianità, uniti naturalmente nel suo Cristianesimo che, come già detto, non c’entrava nulla con Gesù. Alla fine di ciò i seguaci di Paolo riuscirono a far sparire la tradizione giudaico-cristiana degli ebioniti spacciandoli addirittura come eretici. Cioè Gesù ed i suoi apostoli erano eretici di se stessi. In definitiva i gentili, i non ebrei, i politeisti, e piano piano i ricchi aristocratici, furono loro a convertirsi e ad accettare il Cristianesimo come loro religione. Un Cristianesimo che con Cristo non aveva nulla a che fare, come non mi stancherò di ripetere, perché era stato deformato, ad uso di quei gentili, da Paolo.

        All’interno della assemblea popolare, l’ ekklesia, si riunivano all’inizio i cristiani di ogni provenienza, i giudeo-cristiani e gli etno-cristiani (i pagani ed i gentili convertiti). Il termine ekklesia era di provenienza greca ed aveva il senso di assemblea democratica, organizzata democraticamente, in cui tutti i partecipanti erano considerati uguali (anche gli schiavi che altrove non erano ammessi). La necessità di incontrarsi in gruppo discendeva proprio dal bisogno di organizzarsi e di finanziarsi, inizialmente, per far fronte ad opere di sostegno a vedove, orfani, malati, detenuti, poveri e per avere le disponibilità economiche del culto nascente, cioè il necessario per le cene rituali. Il lavoro era delicato e ad esso furono chiamate delle persone che assunsero il nome di diaconi, una specie di servitori inferiori assegnati ai compiti prima elencati. Del culto si occupavano invece gli anziani che assunsero il nome di presbiteri. Costoro dovevano accertarsi che la dottrina cristiana fosse rispettata all’interno della comunità, decidevano le persone che erano nelle condizioni di avere sostegno economico e vigilavano sul lavoro di profeti e maestri. L’ultima funzione assegnata ai presbiteri dovette sorgere quando le comunità divennero numerose proprio perché esse erano il luogo dove sapevano di trovare rifugio i profeti ed i maestri che andavano in giro a fare apostolato. Siamo a cavallo del I e II secolo, epoca a cui risale uno scritto in greco trovato solo nel 1873 a Costantinopoli, la Didaké, dottrina dei 12 apostoli, una sorta di protocatechismo cristiano. In esso, ad esempio, si spiegava il modo per finanziare i profeti e coprire le spese della comunità:

3. Prenderai perciò le primizie di tutti i prodotti del torchio e della messe, dei buoi e delle pecore e le darai ai profeti, perché essi sono i vostri Sommi Sacerdoti.  [Dd. 13, 3]

        Queste primizie sarebbero state distribuite tra i poveri, in assenza di profeti. In questo brano è anche d’interesse notare che i profeti sono indicati come sommi sacerdoti e ciò avvenne all’atto della separazione dei cristiani dalla organizzazione religiosa degli ebrei. Ma l’intero documento è molto istruttivo perché è in gran parte dedicato al modo di sostenere i poveri. Costoro, se dicono di venire in nome del Signore dovranno sempre essere ospitati ma al massimo per tre giorni. Se decidono di restare di più dovrà loro essere trovato un lavoro. Queste semplici regole mostrano un fatto importante nell’ambito della dottrina: era finita la credenza nella promessa della fine del mondo vicinissima. La vita riprendeva regolarmente e mentre il povero era povero per sempre non più per quel poco tempo che lo divideva dal Giudizio Universale, il ricco non si sbarazzava più dei suoi beni per salvare l’anima. E tanto più si allontanava la fine del mondo, quanto più perdeva importanza chi era incaricato di illustrare la vita ultraterrena, cioè i profeti che, intorno al II secolo diventarono imbarazzanti per le comunità tanto che se ne sbarazzarono sostituendoli con un’altra figura, non necessariamente pietosa e disponibile verso i bisognosi, quella dell’episkopos, del vescovo, una persona che in origine doveva controllare la corretta amministrazione dei beni materiali senza occuparsi della dottrina, dell’interpretazione delle scritture.  Non a caso, chi si occupa di amministrare denaro diventa presto il personaggio più importante della comunità diventando, da impiegato ragioniere, capo della medesima con acquisizione fasulla di elevata spiritualità e di illuminazione da parte dello Spirito Santo.

        Tra le lettere attribuite a Paolo (due a Timoteo ed una a Tito), ma non sue, è anche affrontata la necessaria virata da una fede nata per una fine del mondo a breve ad una religione che deve invece organizzarsi per tempi lunghi. Cosa devono fare i fedeli se la fine del mondo non c’è ? Devono comportarsi secondo la morale, in modo cioè che nessun peccato turbi le sue relazioni con il Regno dei cieli al quale può aspirare in quanto penitente e battezzato. Ed inizia la saga del pastore e del gregge di pecore più volte utilizzata da Gesù. Sono i pastori, i vescovi (aiutati dai presbiteri a loro subordinati) già assurti a ruoli pastorali da quelli meramente amministrativi, che devono guidare il gregge insegnandogli i comportamenti soprattutto con il proprio esempio. In questa saga la ekklesia nel suo significato originale di assemblea democratica sparisce per essere sostituita dal potere monarchico dei vescovi, il potere di uno solo su una intera comunità. Questo cambiamento non fu indolore in molte comunità dove vi furono scontri anche violenti contro questo snaturamento radicale della gestione della comunità. Ed esempi, anche clamorosi di questi scontri si possono leggere nella collezione di documenti del II secolo nota come Scritti dei padri apostolici(2). Non è qui il caso di fare una disamina completa degli episodi avvenuti; darò solo un cenno agli accadimenti di Corinto (Grecia) ai quali si riferisce Clemente Romano nella sua Prima Lettera ai corinzi proprio alla comunità di quella città:

I, 1. Per le improvvise disgrazie e avversità capitatevi l’una dietro l’altra, o fratelli, crediamo di aver fatto troppo tardi attenzione alle cose che si discutono da voi, carissimi, all’empia e disgraziata sedizione aberrante ed estranea agli eletti di Dio. Pochi sconsiderati e arroganti l’accesero, giungendo a tal punto di pazzia che il vostro venerabile nome, celebre e amato da tutti gli uomini, è fortemente compromesso. […]
III, 1. Ogni onore e abbondanza vi erano stati concessi e si era compiuto ciò che fu scritto: “Il diletto mangiò e bevve, si fece largo e si ingrassò e recalcitrò”. 2. Di qui gelosia e invidia, contesa e sedizione, persecuzione e disordine, guerra e prigionia. 3. Così si ribellarono i disonorati contro gli stimati, gli oscuri contro gli illustri, i dissennati contro i saggi, i giovani contro i vecchi. 4. Per questo si sono allontanate la giustizia e la pace, in quanto ognuno ha abbandonato il timore di Dio ed ha oscurato la sua fede; non cammina secondo i comandamenti divini, non si comporta come conviene a Cristo, ma procede secondo le passioni del suo cuore malvagio, in preda alla gelosia ingiusta ed empia attraverso la quale anche “la morte venne nel mondo”. [Clemente ai Corinzi]

        Qui la lotta raccontata è tra due gruppi, da una parte vi sono coloro che erano eletti, con i quali si schiera Clemente, e dall’altra coloro che non digeriscono questa delega totale ad una sola persona. Da notare che nell’argomentare di Clemente viene avanzato per la prima volta il metodo della successione apostolica: ha diritto ad una responsabilità di potere nella comunità colui il quale si muove nella linea del predecessore. Insomma, con un semplice esercizio mentale si capisce che l’ultimo vescovo con cui abbiamo a che fare, ripercorrendo la strada a marcia indietro, da vescovo a vescovo, si arriva ad un apostolo che lo ha avviato. E poiché gli apostoli furono istituiti da Gesù, inviato al mondo da Dio, i vescovi risultano diretti emissari di Dio.

        In realtà a Corinto la comunità era composta di almeno quattro partiti e sempre sull’orlo della scissione. Vi era il partito di Paolo, quello di Pietro, quello di Gesù e quello di Apollôs (un giudeo alessandrino, discepolo prima di Giovanni Battista ed in seguito di Filone di Alessandria)(3). Il partito di Paolo ebbe il sopravvento tra i liberti, la maggioranza degli aderenti alla comunità, anche perché colui che faceva da tesoriere (aveva la cura dell’arka) era un paolino e Paolo, in passato, era stato ospite di un piccolo industriale tessile del luogo(4).

        Abbiamo fino ad ora intravisto l’emergere di alcune funzioni che, con responsabilità diverse dovevano guidare le comunità. Andiamo un pochino più a fondo.

        Vi sono due brani della Lettera agli ebrei, attribuita a Paolo ma in realtà del suo discepolo Apollo, in cui Gesù viene definito sacerdote:

5 Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria di sommo sacerdote, ma gliela conferì colui che gli disse: Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato6 Come in un altro passo dice: Tu sei sacerdote per sempre, alla maniera di Melchìsedek [Eb 5, 6]

14 È noto infatti che il Signore nostro è germogliato da Giuda e di questa tribù Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio. 15 Ciò risulta ancor più evidente dal momento che, a somiglianza di Melchìsedek, sorge un altro sacerdote, 16 che non è diventato tale per ragione di una prescrizione carnale, ma per la potenza di una vita indefettibile. 17 Gli è resa infatti questa testimonianza: Tu sei sacerdote in eterno alla maniera di Melchìsedek. [Eb. 7, 15-19]

ma è profondamente errato interpretare ciò come un’esaltazione di questa professione. Al contrario i versetti letti servono per spiegare che il sacerdozio levitico era ormai superato e Gesù era venuto anche per sbarazzarsi di quel tipo di sacerdozio, tribale, di casta, al servizio del Tempio, per fare sacrifici che mondassero dai peccati [Eb 5, 9-10; 7, 21-25].  La Lettera è chiara anche in positivo quando dice che Gesù non ha bisogno di queste funzioni e tantomeno di sacrifici poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso [Eb 7, 27]. E si potrebbe continuare ma sembra chiaro che il sacerdozio per Gesù in quel tempo era, diciamolo meglio, se non fonte di corruzione e di conformismo, un qualcosa di stantio, di ripetitivo che non entrava davvero nel messaggio di novità che portava Gesù medesimo.

        L’organizzazione delle prime comunità cristiane era diversa, anche se non completamente, da quella del tempio ebraico. In ogni comunità, che come già visto è una ecclesia, una assemblea popolare, vi era una guida costituita da un collegio di presbiteri (come nelle sinagoghe). Più avanti nel tempo fu creata la figura del supervisore o amministratore, che è poi il vescovo (episcopoi) inteso in senso completamente diverso da quello che poi è diventato. Le comunità paoline avevano organizzazioni leggermente differenti con dei collaboratori di Paolo designati alle varie mansioni con un compito di servizio alla comunità (e non il contrario !). Altre funzioni di servizio furono introdotte al crescere delle comunità  ma sempre per competenze specifiche in un qualche ambito e mai con un qualcuno chiamato per essere al di sopra degli altri con una qualche vocazione in più.

        Ma il già citato Clemente Romano nella sua Prima Lettera ai corinzi, oltre a quanto già detto, implorava i fedeli di seguire le indicazioni dei preposti a capo della comunità e di provvedere al loro mantenimento. Altro documento che attesta la nascita di un qualcosa che Gesù non si era mai sognato è del 110. Il vescovo di Antiochia, Ignazio (? – circa 110), faceva sapere scrivendo agli Efesini che il vescovo era unico, era la massima autorità dell’ecclesia, doveva essere rispettato allo stesso modo di Dio. A lui si deve una prima suddivisioni di incarichi nell’ecclesia tra vescovi, presbiteri e diaconi e l’uso, per la prima volta, delle parole Chiesa e Cristianesimo(6).

        E’ l’inizio della costruzione di una gerarchia nella Chiesa. Un vescovo rappresenta il luogo e dal vescovo dipendono i diaconi ed i presbiteri che venivano nominati con l’imposizione delle mani. In tal modo entravano in un ordo risultando ordinati. E’ d’interesse notare che l’ordo era una istituzione imperiale romana. Vi erano tre ordo che distinguevano i cittadini per importanza. Il primo era quello che raggruppava senatori e governanti, il secondo quello che metteva insieme i vari notabili, il terzo quello che caratterizzava la plebe. La Chiesa distinse in due gli ordo che la riguardavano, quello delle gerarchie (i minus ter o ministri che via via divennero magis ter o maestri, con un passaggio epico e tipico da minus a magis) e quello della plebe (chiaro no ?).  A questo punto fu San Cipriano (200-258) a rendere sacerdoti (persone sacre, consacrate, diverse dal gregge dei fedeli) i ministri, attingendo direttamente dalla tradizione ebraica e costruendo quindi la categoria di chierici contro i quali Gesù si era battuto, dati i risultati, inutilmente. E questo uso divenne generalizzato dopo il Concilio di Nicea (325) perché Costantino voleva un gruppo di persone di riferimento ed affidabili cui assegnare la cura dei sudditi dell’impero. La codifica della figura del sacerdote (prima delegata ai vescovi quindi ai presbiteri) avvenne nel V secolo, quando l’eucarestia che precedentemente ogni fedele poteva officiare divenne sempre più una esclusiva del clero. La Chiesa si era costituita come sistema di potere allo stesso modo di altre religioni non senza qualche insigne personaggio che, fino al IV secolo, rifiutava con fermezza la cosa. E’ il caso, ad esempio, di San Girolamo (347-420) che nel rifiutare i sacerdoti affermava che nei testi sacri si parlava solo di diaconi e di presbiteri e non di vescovi e quindi il diventare vescovo significava essere fuori dall’ecclesia. San Girolamo, che era personaggio di rilievo in quanto tradusse la Bibbia in latino (la famosa Vulgata), rifiutò di conseguenza la carica di vescovo e la sua posizione la fece presente anche nella traduzione della Bibbia, quando in luogo del termine che propriamente significa diacono mise quello di minus ter o ministro che vuol dire colui che è sottoposto agli altri. Fu la Chiesa post Girolamo a cambiare quel termine in magis ter, che vuol dire colui che è più su degli altri.

        Quanto ora detto evidenzia un’evoluzione che toccò le basi stesse del Cristianesimo. All’inizio tutti credevano che Gesù era il Cristo facendosi battezzare nel suo nome e credevano di aver diritto ad uno Spirito Santo che li illuminasse. Il culto sembrava essere quello che troviamo descritto nel Nuovo Testamento: tutti i partecipanti dell’assemblea potevano potevano considerarsi e si consideravano capaci di avvicinarsi personalmente a Dio per il loro essersi liberati dal peccato. Col passare degli anni e con la fine del mondo che tardava la condizione di purezza raggiunta non sembrò più facile ad essere mantenuta ed i cristiani non si differenziavano molto dai vicini pagani. Fu allora che i cristiani iniziarono a vedere con rispetto sempre maggiore coloro che si comportavano in modo austero, che dominavano gli istinti, che si alimentavano con sobrietà e passavano molto tempo in preghiere e meditazioni. Così, poco a poco, all’interno della comunità cristiana si crearono delle differenziazioni tra i semplici membri considerati terreni e le autorità considerate spirituali. E’ l’inizio del clero come autorità, all’inizio, acquisita per meriti spirituali ma subito dopo conquistata con lotte anche molto dure. Questo cambiamento rese sempre più simili i cristiani ai pagani, ambedue bisognosi di sacerdoti che si separavano sempre più dai semplici fedeli terreni. I sacerdoti si dettero una gerarchia e divennero un gruppo selezionato differenziato dagli altri credenti. Questo gruppo venne chiamato clero, dal greco kleros (parte eletta), ed i suoi integranti ricevettero il nome di chierici. Il resto della comunità era chiamata laòs che in greco significa popolo (dal termine laòs derivò poi quello di laico, con il significato, dapprima, di colui che non riceve insegnamenti teologici specializzati, e quindi di profano, di colui che non si intende).

        E’ utile notare che nel II secolo i vescovi ebbero un ruolo importante che, come accennato, trascese quello di amministratori. Queste importanti figure erano elette, in generale, tra i membri più importanti della comunità o del gruppo di comunità (o diocesi) e spesso risultavano chiamati alla funzione i più ricchi, coloro che erano meno colpiti dal ritardo della fine del mondo e che tornarono a dare importanza ai beni accumulati. Per quanto questi vescovi potevano essere scontenti dell’amministrazione politica e dello stato delle cose esistente, non si proponevano di riformare il mondo. Erano le persone che più potevano arrivare ad accordi e reciproca comprensione con i circoli dominanti dell’Impero. E questo fu uno dei motivi che fece aumentare l’insoddisfazione verso la gestione gerarchica delle diocesi con la formazione di differenti sette cristiane che poco a poco furono le nemiche principali di cui sbarazzarsi in ogni modo. Nascevano le eresie(7), credenze di gruppi di cristiani che in linea di principio non erano moralmente inaccettabili o lontane dagli insegnamenti evangelici, delle quali parlerò più oltre.

        Ma i vescovi ben presto assunsero su di loro anche un altro ruolo, quello di tenere lontane dalle assemblee le persone che portavano nuove idee e tendevano, a loro giudizio, a confondere le acque. Acquisirono presto l’autorità di allontanare dall’assemblea le persone a loro non gradite. Se si guarda questo fenomeno con attenzione si scopre che il cristianesimo riuscì a aprirsi una strada importante nella cedibilità popolare perché offriva suoi pensatori, suoi profeti distinti da quelli del giudaismo. Da un dato momento, appena una cinquantina d’anni dopo la scomparsa dei nuovi profeti, coloro che si offrivano come altri profeti erano scacciati come entità perturbatrici di un ordine che ormai si riteneva chiuso in sé. Ma i profeti crescevano e, se non altro, mostravano un malcontento crescente rispetto all’ordine sociale esistente nelle diverse comunità.

LA COMUNITÀ CRISTIANA DI ROMA

        Medesime situazioni a quella di Corinto si verificarono nelle città in cui erano state costituite le prime comunità cristiane fuori dalla Palestina, tra cui: Efeso, Antiochia, Smirne, Magnesia, Tralles (tutte il Asia Minore) ed Alessandria (Nord Africa). E noi, non sapendo nulla di preciso in proposito, possiamo ipotizzare un analogo processo a Roma per la costituzione della prima comunità cristiana a partire grosso modo dall’anno 50. Roma era già un grande centro che aveva raccolto molti ebrei delle differenti diaspore, era una città molto grande e molto importante per iniziare un’opera di evangelizzazione. Naturalmente, nei primi tempi, i giudeo-cristiani non erano distinti dai giudei che, a loro volta, erano un aggregato di Farisei, Sadducei ed Esseni. Si avvertiva solo un incremento di predicazione di idee nuove, che erano poi idee battiste o essene, intersecantesi con quelle cristiane. L’imperatore Claudio, che già aveva avuto in odio la peste giudea di Alessandria minacciata di dure punizioni proprio per questa diffusione di idee nuove, principalmente quelle cristiane, nel 49 passò alle vie di fatto a Roma espellendo i giudei, ancora non chiaramente distinti dai cristiani. Di ciò ci informa Svetonio che aggiunge che i giudei spesso tumultuavano sotto la spinta di Chrestus (iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulit [C. Svetonio Tranquillo, Vite dei Cesari, lib. V, c. 25]). Svetonio fornisce quel nome Chrestus che è molto probabilmente un non ben capito o non ben tradotto nome dell’ispiratore dei tumulti che sembrerebbe essere Gesù. Riguardo ai tumulti sembrerebbe troppo presto pensare ai cristiani che creano un tumulto contro il potere di Roma a Roma. E’ invece quasi certo si trattasse di scontri tra diversi partiti di matrice giudaica così come abbiamo visto a Corinto. Di questa cacciata del 49 non parlano né Flavio Giuseppe (che parla di Claudio come amico del giudaismo) né gli Atti degli Apostoli (che parlano di cacciata ma di giudei e non di cristiani). I fatti sembrano confusi ma, ripeto, era troppo presto perché si pensasse ad una cacciata di cristiani ben distinti dai giudei. Chiarezza, se così si può dire, si fece nel 64, in occasione dell’incendio di Roma che dette il via ad una persecuzione, questa volta netta, contro i cristiani. Roma era una città piena di monumenti in marmo ma anche di distese di baracche di legno ed in uno di questi insediamenti per poveri scoppiò un furibondo incendio del quale alcuni accusarono Nerone ed altri i cristiani. Nerone si affrettò a sottoscrivere la colpa dei cristiani. Qui alcuni storici sostengono che un incendio probabilmente sviluppatosi per cause naturali fu effettivamente alimentato da cristiani con delle torce ardenti, quasi ad assecondare quella fine del mondo che predicavano imminente. Iniziò una durissima caccia al cristiano come racconta Tacito [P. Cornelio Tacito, Annales, lib. XV, c. 44]:

Ma nessun mezzo umano, né largizioni del principe o sacre cerimonie espiatorie riuscivano a sfatare la tremenda diceria per cui si credeva che l’incendio fosse stato comandato. Per far cessare dunque queste voci, Nerone inventò dei colpevoli e punì con i più raffinati tormenti coloro che, odiati per le loro nefande azioni il volgo chiamava Cristiani. Il nome derivava da Cristo, il quale, sotto l’imperatore Tiberio, era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato: soffocata per il momento, quella rovinosa superstizione che dilagava di nuovo, non solamente attraverso la Giudea, dove quel male era nato, ma anche in Roma, dove tutto ciò che c’è al mondo di atroce e di vergognoso da ogni parte confluisce e trova seguito. Ordunque prima furono arrestati quelli che confessavano la loro fede; poi, dietro indicazione di questi, una grande moltitudine di gente fu ritenuta colpevole non tanto del delitto di incendio, quanto di odio contro l’umanità. E non bastò farli morire, che fu aggiunto anche lo scherno; sicché, coperti da pelli di fiera, morivano straziati dal morso dei cani o venivano crocifissi o dovevano essere dati alle fiamme perché, quando la luce del giorno veniva meno, illuminassero la notte come torce. Per questo spettacolo Nerone aveva offerto i suoi giardini, intanto che dava un giuoco circense, mescolandosi al popolino vestito da auriga e partecipando alla corsa ritto su un cocchio. Per questo, sebbene essi fossero colpevoli e meritassero le punizioni più gravi, sorgeva verso di loro un moto di compassione, sembrando che  venissero immolati non già per il pubblico bene, ma perché avesse sfogo la crudeltà di uno solo [P. Cornelio Tacito, Annales, lib. XV, c. 44]

Solo Tacito crea il collegamento tra l’incendio di Roma e la persecuzione di Nerone. Comunque le vittime stimate da uno studio del padre Vincenzo Monachino (Le persecuzioni nell’Impero Romano e la polemica pagano-cristiana, PUG 1980) non superarono le 300 unità (moltissime ma non tante quante favoleggiano gli esegeti della Chiesa). Da osservare che nella già citata Prima Lettera ai corinzi di Clemente Romano si parla del martirio di Pietro e Paolo (comunque avvenuto sotto Nerone(5)):

V, 1. Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. 2. Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. 3. Prendiamo i buoni apostoli. 4. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il posto della gloria. 5. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. 6. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’oriente e nell’occidente, ebbe la nobile fama della fede. 7. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. [Clemente ai Corinzi]

ma non si dice dove avvenne ed in quali circostanze.

        La definitiva rottura tra Giudaismo e Cristianesimo si avrà dopo il 70, dopo la distruzione del Tempio e, se ancora Nerva accomunava le due religioni nei provvedimenti persecutori, già con Traiano la differenza risultò netta. Anche la citata Didaché differenziava i culti, preghiere differenti in ore differenti e digiuni in momenti differenti. Ma poi vi era la Torah che, fin dall’epoca di Domiziano, dai cristiani era rispettata solo nel decalogo. I cristiani tentavano con fatica a costruirsi loro testi sacri che, dopo le Lettere di Paolo, cominciarono ad apparire tra il 70 ed il 120. Era una rigogliosa fioritura di Vangeli (una settantina) che nasceva dal bisogno di fissare e radicare una tradizione ed ogni comunità ne adottava uno senza magari conoscere l’esistenza dell’altro. La verità poteva anche sfuggire se nasceva una comunione tra credenti su una medesima storia che doveva definire i fondamenti di una dottrina tutta da costruire. Si iniziava gradualmente la disputa tra il messaggio originale e suo uso attraverso i dogmi che, specularmente porteranno al proliferare di eresie delle quali ci occuperemo più oltre. La confusione era però grande per le sostanziali differenze tra storie diverse e piano piano si sentì la necessità di scegliere gli scritti da accettare per tutte le comunità. Ma qui sorsero enormi problemi perché non si capiva bene quale fosse una comunità che avesse un qualche primato sull’altra. Resta il fatto che l’episodio traumatico del 70, in poco tempo, distrusse i luoghi dove si erano sviluppati sia Ebraismo che Cristianesimo. Gli eventi conclusisi in quell’anno dettero vita al bisogno di testimoniare cosa erano quei luoghi e cosa si svolse in essi. Naturalmente il mito e la leggenda ne furono grandemente favoriti.

ESPANSIONE IN ASIA ED AFRICA

        In concomitanza con la distruzione del Tempio vi fu un rinchiudersi in sé del Giudaismo che macerò la sua sofferenza in senso spirituale rivolgendosi alla nazione perduta. Ciò fece terminare l’azione di proselitismo degli ebrei proprio quando iniziò quella dei cristiani che avevano avuto una espansione in Asia Minore (Siria, ed attuale Turchia) ed in Africa del Nord. Inevitabilmente la predicazione dei primi cristiani soffrì o si arricchì (dipende dai diversi punti di vista) di importanti influenze filosofiche e culturali dell’ellenismo nelle varie articolazioni che aveva assunto nelle diverse aree del Mediterraneo. Ed uno dei problemi maggiori si porrà in coincidenza, come vedremo più oltre, con lo gnosticismo, lo spiritualismo derivato dalle religioni iraniane e greche. A proposito poi dell’accoglienza da parte di Roma dell’espansione delle varie comunità, disponiamo di un documento di grandissimo interesse perché proviene da un romano non cristiano come Plinio il Giovane (61-113) che verso la fine della sua vita, probabilmente dal 111 al 113 d.C., ricoprì l’incarico di governatore (legatus pro praetore) della Bitinia e del Ponto. Da queste province egli ebbe un epistolario con Traiano contenente un paio di lettere d’interesse per il nostro argomento. La prima contiene informazioni che Plinio invia a Traiano sui comportamenti e le attività dei cristiani con le domande del come comportarsi nei processi contro di loro mentre la seconda è la risposta di Traiano a quei quesiti. Leggiamo questi documenti (nella traduzione di Nicolotti):

E’ per me un dovere, o signore, deferire a te tutte le questioni in merito alle quali sono incerto. Chi infatti può meglio dirigere la mia titubanza o istruire la mia incompetenza? Non ho mai preso parte ad istruttorie a carico dei Cristiani; pertanto, non so che cosa e fino a qual punto si sia soliti punire o inquisire. Ho anche assai dubitato se si debba tener conto di qualche differenza di anni; se anche i fanciulli della più tenera età vadano trattati diversamente dagli uomini nel pieno del vigore; se si conceda grazia in seguito al pentimento, o se a colui che sia stato comunque cristiano non giovi affatto l’aver cessato di esserlo; se vada punito il nome di per se stesso, pur se esente da colpe, oppure le colpe connesse al nome. Nel frattempo, con coloro che mi venivano deferiti quali Cristiani, ho seguito questa procedura: chiedevo loro se fossero Cristiani. Se confessavano, li interrogavo una seconda e una terza volta, minacciandoli di pena capitale; quelli che perseveravano, li ho mandati a morte. Infatti non dubitavo che, qualunque cosa confessassero, dovesse essere punita la loro pertinacia e la loro cocciuta ostinazione. Ve ne furono altri affetti dalla medesima follia, i quali, poiché erano cittadini romani, ordinai che fossero rimandati a Roma. Ben presto, poiché si accrebbero le imputazioni, come avviene di solito per il fatto stesso di trattare tali questioni, mi capitarono innanzi diversi casi. Venne messo in circolazione un libello anonimo che conteneva molti nomi. Coloro che negavano di essere cristiani, o di esserlo stati, ritenni di doverli rimettere in libertà, quando, dopo aver ripetuto quanto io formulavo, invocavano gli dei e veneravano la tua immagine, che a questo scopo avevo fatto portare assieme ai simulacri dei numi, e quando imprecavano contro Cristo, cosa che si dice sia impossibile ad ottenersi da coloro che siano veramente Cristiani. Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani, ma subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni persino da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e i simulacri degli dei, e imprecarono contro Cristo. Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio, e obbligarsi con giuramento non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti. Fatto ciò, avevano la consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente, cosa che cessarono di fare dopo il mio editto nel quale, secondo le tue disposizioni, avevo proibito l’esistenza di sodalizi. Per questo, ancor più ritenni necessario l’interrogare due ancelle, che erano dette ministre, per sapere quale sfondo di verità ci fosse, ricorrendo pure alla tortura. Non ho trovato null’altro al di fuori di una superstizione balorda e smodata. Perciò, differita l’istruttoria, mi sono affrettato a richiedere il tuo parere. Mi parve infatti cosa degna di consultazione, soprattutto per il numero di coloro che sono coinvolti in questo pericolo; molte persone di ogni età, ceto sociale e di entrambi i sessi, vengono trascinati, e ancora lo saranno, in questo pericolo. Né soltanto la città, ma anche i borghi e le campagne sono pervase dal contagio di questa superstizione; credo però che possa esser ancora fermata e riportata nella norma. [Lettera di Plinio a Traiano, Epistularum, X, 96]

La risposta di Traiano è la seguente:

Mio caro Plinio, nell’istruttoria dei processi di coloro che ti sono stati denunciati come Cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non può essere stabilita infatti una regola generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi messi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi. [Lettera di Traiano a Plinio, Epistularum, X, 97]

        E’ Plinio che ci dice che all’alba del II secolo la nuova religione è enormemente diffusa facendo proseliti nella classe media, tra i poveri e tra i contadini. Traiano non è duro come ci si aspetterebbe perché dice che non occorre fare la caccia ai cristiani e non bisogna tener conto degli anonimi che denunciano.

        Le persecuzioni furono abbastanza energiche in Siria fino ad Adriano (Imperatore dal 117 al 138) che iniziò un periodo di moderazione. Con Antonino Pio (Imperatore dal 138 al 161) la legge che riguardava i cristiani divenne più chiara affermando che il cristiano in quanto tale non era perseguibile a meno che, individualmente, non commettesse dei reati contro le leggi ordinarie. Antonino Pio, non ancora Imperatore,  gestì parte dell’ultima rivolta in Palestina, la Terza Guerra Giudaica che si svolse dal 132 al 135. Adriano, dopo aver soffocato la rivolta, trasformò Gerusalemme in una colonia romana. I giudei furono cacciati dalla città che fu lasciata a nuovi coloni. Ai Giudei fu impedito di entrare in città pena la morte. Con Antonino Pio furono di nuovo concessi ai giudei alcuni diritti, come la circoncisione ma per il ritorno a Gerusalemme occorrerà attendere Costantino. Da notare che la rottura tra gli insorti ebrei guidati da Simon Bar Kosebah ed i cristiani fu totale. I cristiani furono indicati come collaborazionisti dei romani e perseguitati con estrema durezza.

        La Terza Guerra Giudaica fece emergere fino alle estreme conseguenze la rottura tra Giudaismo e Cristianesimo e l’evento maggiormente indicativo di tale rottura furono le teorie di Marcione.

LE ERESIE DI MONTANO E MARCIONE

         Inizio ora ad inoltrarmi in un campo vastissimo molto complesso, quello delle eresie, perché pieno di insidie a posteriori. Lo farò nel modo più semplice esemplificando con qualche eresia senza dilungarmi.

        Eresia è avere visioni diverse da quelle codificate di una data religione e poiché le comunità cristiane che nascevano, soprattutto in Asia Minore, non avevano un canone comune che fosse accettato da tutti, era estremamente semplice che nascessero eresie, cioè visioni diverse di quanto aveva predicato Gesù. Già alla metà del I secolo troviamo interpretazioni differenti in varie interpretazioni del pensiero di Gesù. Citerò solo qualche nome: (metà del I secolo) ebionisti, giudaizzanti, giudeo-cristiani, nazarei, elcesaiti, nicolaiti, menandristi; (I secolo) Simon Mago, borboniani, mandei, inizio del docetismo, gnosticismo (del quale parlerò oltre); e così crescendo con il passare degli anni. Le eresie che discuterò ora, il montanismo ed il marcionismo, furono le più importanti del primo periodo della Chiesa ed anche pericolose competitrici, si svilupparono intorno alla metà del II secolo.

        L’eresia montanista prende il nome dal fondatore, Montano, originario della Frigia (al centro dell’attuale Turchia) convertitosi intorno al 157, anno nel quale aveva profetizzato la fine del mondo. Coloro che presero sul serio questa profezia si radunarono con il profeta in una città della Frigia nella quale aspettarono la discesa in Terra della Nuova Gerusalemme come descritto nell’Apocalisse di Giovanni:

2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo [Ap. 21, 2].

        Naturalmente la profezia non funzionò, perché le profezie funzionano sempre e solo quando sono fatte dopo che gli eventi si sono realizzati (e la Bibbia fu maestra di eccellenti profezie a posteriori), ma Montano si creò un grande seguito di adepti che continuarono con il montanismo fino al IV secolo.

        La profezia anzidetta è uno degli aspetti del montanismo ma è tutta interna ad esso. Montano era un fermo sostenitore del ritorno al Cristianesimo delle origini, a quando vi era una tensione morale enorme per quella minaccia di imminente Giudizio finale. Il ritorno dell’immoralità, del peccato, era dovuto alla perdita della credenza di questa fine imminente. Molti, principalmente i ricchi, ritornarono alle loro vite precedenti funestate di peccato. La nuova minaccia di fine del mondo doveva sistemare le cose. I montanisti esigevano che tutti i battezzati si pentissero di qualunque comportamento scorretto e principalmente dei peccati mortali. Questa opzione era valida una sola volta, dopo il primo pentimento, chi avesse commesso un peccato sarebbe stato condannato per l’eternità. In ogni caso i pentiti non erano immediatamente perdonati perché sarebbe stato Dio, alla fine, a decidere per la loro salvezza. Questa posizione ideologica aprì ad un’altra questione che diventerà un caposaldo del cattolicesimo che vedremo tra qualche riga.

        Si può ben capire che il movimento montanista creò una immediata contraddizione tra la pratica di vita dei cristiani contemporanei e la profonda moralità del Cristianesimo primitivo. E proprio questa evidente contraddizione non fu presa come uno stimolo ad impegnarsi di più sulla via della fede nella salvezza, ma come un qualcosa che spaventava i credenti allontanandoli piuttosto che avvicinarli. Il problema era comunque posto: riconciliare la realtà esistente con gli ideali del Cristianesimo. Non deve quindi stupire che le comunità cristiane allora esistenti e già potenti decisero di considerare eretico il montanismo.

        I seguaci di questa setta predicavano il compimento di quanto Gesù annunciava nel Vangelo di Giovanni:

12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà. [Gv. 16, 12-15]

e, tra gli annunci, vi era il prossimo ritorno di Gesù, fatto che rendeva del tutto superflua la gerarchia della Chiesa, i suoi dogmi ed i suoi sacramenti perché somministrati da persone con bassi livelli di moralità. Il messaggio evangelico era stato corrotto dalle interferenze culturali greche e da ogni sovrastruttura impostagli dalla Chiesa (gerarchizzazione e mondanizzazione). La salvezza non si raggiunge mediante regole ma mediante partecipazione attiva ed entusiasta. Occorre qui notare che il rifiuto della filosofia greca come elemento corruttore rappresenta la vicinanza del movimento montanista con le sette di tendenza giudaico-cristiana, fatto che distinguerà radicalmente il montanismo dal marcionismo (Tertulliano che fu feroce avversario del marcionismo e delle eresie in genere, sul finire della sua vita, disgustato della corruzione esistente nella Chiesa, divenne eretico aderendo al montanismo).

        Abbiamo un documento scritto della metà del II secolo che mostra come pensatori della Chiesa fossero coscienti del problema posto da Montano. Si tratta de Il Pastore (che sarebbe poi un angelo della penitenza inviato da Dio), uno scritto di Erma, in cui si affronta il problema della remissione dei peccati compiuti dopo il battesimo e si indica il comportamento che devono avere coloro che si convertono al Cristianesimo anche se non sempre si comportano secondo la sua morale. A costoro veniva concessa la possibilità di pentirsi una sola volta e, se peccavano di nuovo, sarebbero stati dannati per sempre. Questo unico pentimento possibile era strettamente commesso con l’imminenza della fine del mondo. Quando cominciò a svanire questa speranza, la Chiesa fu costretta a trovare un altro strumento che avesse maggiore efficacia per difendere i suoi fedeli dalla disperazione che li prendeva per le loro debolezze. Fu qui che venne istituita la confessione dopo la quale veniva l’assoluzione, cioè la licenza di peccare a piacere (da notare che ne Il Pastore, accanto alla figura dell’angelo, vi è un’altro personaggio, una matrona veneranda che, nella metafora, rappresenta  la Chiesa).     

         L’eresia marcioniana nacque nella stessa atmosfera spirituale di quella montanista e dette luogo ad un’organizzazione simile a quella della Chiesa. Il seguito che ebbe fu molto importante tanto da creare l’ira della Chiesa. Durò finché la Chiesa non ebbe un riconoscimento ufficiale (da Costantino in poi), dopodiché gli imperatori che si susseguirono la distrussero su richiesta pressante della Chiesa stessa. 

        Anche Marcione, il fondatore della setta, proveniva dall’Asia Minore, da Sinope una cittadina del Ponto, regione situata sulla costa meridionale del Mar Nero (attuale Turchia). Nato all’incirca nell’80, aveva circa 40 anni quando si recò a Roma con una sua nave (faceva l’armatore) e, dopo aver donato tutti i suoi averi (200 mila sesterzi) a quella comunità, nel 144 iniziò la predicazione della sua dottrina per la quale sembra sia stato scacciato dalla comunità di origine. I correligionari, udito ciò che sosteneva, gli restituirono quanto aveva dato e lo cacciarono. Da quel momento Marcione iniziò a predicare autonomamente per riformare il Cristianesimo e a fare proseliti per la sua setta. Il punto di partenza della sua predicazione era simile a quello di Montano, la constatazione di un venir meno dei costumi etici delle comunità dei cristiani ormai in mano a ceti borghesi con molto maggiori disponibilità economiche dei primitivi destinatari degli insegnamenti di Gesù. Tali insegnamenti si erano ormai diluiti in una quantità di influssi esterni sia religiosi che filosofici da averlo completamente snaturato. Inoltre era ritornato in auge il Vecchio Testamento, un meraviglioso alibi per applicare esteriormente la Legge senza intervenire praticamente nel cambiamento dei costumi e degli atteggiamenti degli uomini. In tal modo ritornava di moda il moralismo del Giudaismo con un Cristianesimo sempre più adattato a coloro che erano o sarebbero diventati dei fedeli. Marcione, come del resto Montano, partiva quindi da un ritorno agli insegnamenti primitivi di Gesù, qua e là semplificati per renderli comprensibili al gran numero di persone molto poco preparate. Si liberò di ogni interferenza filosofica e dogmatica, con le quali la Chiesa aveva deformato ogni cosa, insegnando direttamente le cose che aveva detto Gesù frammiste con quelle che aveva predicato Paolo (qualcuno ha definito il marcionismo una sorta di paolinismo radicale). Riportò il Cristianesimo ad essere la religione dei poveri e dei diseredati, a fare dell’amore verso il prossimo il suo nucleo centrale.

        Marcione era uno strenuo avversario del giudaismo nell’ambito di un Cristianesimo che sempre più si muoveva sulla strada aperta da Paolo sull’integrazione con la cultura dell’ellenismo. Marcione era un seguace di Paolo e sulla linea di apertura di Paolo all’ellenismo e di chiusura al giudaismo mosse la sua predicazione.

        Secondo Marcione, in accordo con tutti i cristiani della sua epoca, l’Antico Testamento era un libro sacro per i cristiani e la fede che costoro professavano era in gran parte conseguenza di quei testi sacri. Ora però, secondo Marcione, era giunto il momento di separare chiaramente il Vecchio dal Nuovo Testamento riconoscendo l’esistenza di due libri sacri: quello ebraico e quello cristiano che ci fornivano due immagini di Dio, uno proveniente dal libro sacro ebraico e l’altro dal libro cristiano. Il primo tra questi due era senz’altro un Dio giusto mentre l’altro, il Dio di Gesù, era un Dio clemente. Il Dio giusto, che scelse i giudei come suo popolo, li governava e castigava con giustizia finché perse completamente la sua gente. Fu a questo punto che si manifestò il Dio clemente che era restato ignorato perché non si era manifestato in alcun modo nel mondo. Questo Dio clemente inviò Gesù sulla terra per salvare sia i giudei che i pagani. Fu ancora l’azione del Dio giusto che consegnò Gesù ai romani per essere crocifisso e la crocifissione fu solo apparente  perché Cristo, come forza divina, non poteva essere davvero sacrificato. Quindi, inutile dirlo, la salvezza dell’uomo dipende dal Dio clemente. Allora anche i Vangeli e le Lettere di Paolo erano falsificate perché accoglievano dentro di loro argomenti veterotestamentari che erano propri di persone, come gli Apostoli, vissute imbevute di Vecchio Testamento e non completamente in grado ci comprendere gli insegnamenti di Gesù. Marcione iniziò allora a redigere una serie di scritti che raccontassero un passato attendibile e quindi, fu il primo ideatore di un canone che, in seguito, la Chiesa farà suo ma a modo suo.

        Vi è ancora un elemento di interesse nelle elaborazioni di Marcione. Poiché questo mondo fu creato dal Dio giusto, esso va negato in ogni suo aspetto, anzi, è esso stesso il principio de4l male. Come conseguenza i marcionisti vivevano privandosi di tutto, anche dei rapporti con altre persone, esclusa la richiesta di entrare nella setta. Si tratta di quell’odio al mondo che Tacito nel 116 assegnò ai seguaci del Messia nei suoi Annales.

        Marcione è considerato da vari storici e teologi come uomo onesto dotato di una perizia filologica elevatissima in evidente contrasto con l’ignoranza regnante tra i cristiani della Chiesa. Scrive Deschner [2] di Marcione:

in ogni caso, pur venerato umilmente dai seguaci, mai si arrogò il rango o l’autorità del Profeta o dell’Apostolo; e non simulò – com’era pur costume del tempo – nessuna rivelazione divina né una tradizione segreta né il ritrovamento miracoloso di un qualche manoscritto. E nemmeno pretese l’infallibilità del testo da lui tanto acutamente purgato, per cui i discepoli proseguirono il suo lavoro critico, apportando modifiche più o meno decisive al suo vangelo. Contemporaneamente Marcione espurgò le lettere paoline, delle quali 10 accolse nel proprio canone.

        Marcione viene da vari storici associato allo gnosticismo. Va subito detto, per togliere ogni possibile dubbio, che lo spiritualismo degli gnostici è pratica di fede del giorno per giorno in Marcione che non si perde in esegesi dell’anima ma cerca l’operare concretamente costruendo una chiesa militante. Ma, per capire meglio, conviene aprire un paragrafo in proposito per ritornare poi ancora su Marcione.

LO GNOSTICISMO

        Lo gnosticismo, movimento molto complesso ed articolato in diversi filoni, iniziò a svilupparsi nel II secolo. Per iniziare ad intuire di cosa si tratti si può far riferimento al nome, di origine greca, gnosi (γνῶσις), che vuol dire conoscenza. Un riassunto quindi della parola gnosticismo potrebbe essere come raggiungere la salvezza attraverso la conoscenza.

        La ricerca sulle antiche origini del pensiero gnostico sono ancora argomento di serrata discussione. Nello gnosticismo si intravvede il confluire di diversi elementi filosofici, culturali e religiosi. Si tratta di una sorta di sincretismo tra antichi culti misterici di provenienza orientale (Iran ed India) già presenti nella religione che si sviluppò a Babilonia dopo la conquista di Ciro il Grande (539 a.C.). Ad essi via via si sono aggiunti: l’astrologia magica, lo zoroastrismo, l’ermetismo, la cabala ebraica, … Ciò solo basterebbe a mostrare che questo movimento nacque indipendentemente dal Cristianesimo e che solo successivamente vi fu una sorta di fusione con esso. Successivi contributi allo sviluppo dello gnosticismo vennero dalla filosofia greca, a partire da Platone, e quindi dall’ellenismo di Alessandria d’Egitto. Tutto ciò è argomento di dotte ed approfondite discussioni con un elemento che sembra accertato, l’influenza ellenistica in quanto molti dei testi di cui disponiamo di letteratura gnostica, in lingua copta, sono stati trovati in Egitto aNag Hammâdi nel 1945(8).

        Per quel che ci riguarda è interessante vedere e capire le intersezioni tra Gnosticismo e Cristianesimo. Gli gnostici avanzavano la teoria della dualità tra mondo materiale e mondo spirituale, mondi in dura contrapposizione tra loro. Abbiamo già visto che questa era la visione di Marcione, e per questo considerato gnostico, ma qui andiamo oltre perché la visione del Dio del Vecchio Testamento, il Dio giusto, come Dio superato da quello nel Nuovo Testamento, il Dio clemente. Qui siamo di fronte alla considerazione di quell’antico Dio che diventa un malvagio Demiurgo, una entità che proprio per aver creato il mondo materiale dei peccatori e degli errori, è malvagio. Ciò vuol dire che la salvezza si deve conseguire lottando contro le potenze responsabili della creazione del mondo che sono più spregevoli che sinistre. Il mondo creato da loro in imitazione illegittima della creatività divina e come prova della loro propria divinità, è di fatto una dimostrazione della loro inferiorità sia nella sua costituzione che il suo governo [Jonas]. Contro questo demiurgo del mondo responsabile anche delle potenze inferiori che generano paura, l’anima tende a sfuggire utilizzando il sacramento che la rende invisibile a queste potenze inferiori malvagie. Tutto questo e molto altro comporta un atteggiamento contrario alla Legge mosaica ed il ripudio del Dio del Vecchio Testamento. Tra gli gnostici iniziò a svilupparsi l’idea che quel primo Dio non poteva essere il responsabile della creazione la quale doveva essere di un potere molto lontano e separato che neppure aveva conoscenza di quel Dio. E, come scrisse Ireneo [I 26, 1], Cristo fu il primo a predicare nel mondo il Padre sconosciuto. Il sostegno a queste tesi è anche rintracciabile in Matteo e Luca  nel Nuovo Testamento:

25 In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. [Mt. 11, 25-27]

21 In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. 22 Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». [Lc. 10, 21-22]

E’ la ricerca e lo svelare questi segreti, queste cose nascoste, che Dio (quello clemente) ci permette o meglio che permette a chi entra in questo contatto spirituale con lui.

        Nei limiti di questo lavoro quella parte dello gnosticismo che confluisce nel Cristianesimo è riassumibile nelle cose dette. E’ ora possibile ritornare a Marcione.

IL VANGELO DI MARCIONE

       

        Poiché secondo Marcione, come già detto, i Vangeli erano falsificati e pieni di cattive interpretazioni di quanto aveva detto Gesù, egli scrisse un Vangelo che doveva essere uno strumento per capire Gesù, il Vangelo di Marcione noto come Vangelo del Salvatore. Si trattava di un dialogo tra Gesù ed i suoi discepoli che ricostruivano la predicazione di Gesù su notizie raccolte con fatica e scrupolo sulla base del Vangelo di Luca, quello meno condizionato dall’Ebraismo e più vicino al greco a cui erano state tolte delle parti ed aggiunte delle altre (il Vangelo di Giovanni non sembra sia stato conosciuto da Marcione e, poiché è il più vicino alle sue idee c’è qualcuno che ha ipotizzato, non so bene su quali basi, che quel Vangelo sia stato scritto da lui). Non era l’unico scritto di Marcione a cui si deve anche una Antitesi. Purtroppo questi due lavori che sarebbero stati eccezionalmente utili per capire e ricostruire pezzi di storia, sono stati accuratamente fatti sparire dalla Chiesa (del Vangelo del Salvatore conserviamo alcuni frammenti nel papiro Berolinensis 22220 del VI secolo).

        Per quanto sappiamo di Marcione, e ci troviamo nella condizione di ciò che sappiamo di Democrito, attraverso i suoi avversari, egli credeva alla passione di Cristo anche se in modo differente dalla Chiesa e ciò lo distanziava dagli gnostici. Altro elemento di differenza riguarda la sua ortodossia che lo teneva lontano dai voli pindarici degli gnostici, dalle loro fantasie mitologiche, dai miti sulle origini, dal moltiplicarsi di figure vicine alla divinità. In altri termini egli, dopo le semplificazioni che aveva fatto, si attiene al significato letterale del Vangelo senza cercare di rapportare al suo pensiero tutti gli scritti del Vecchio e Nuovo Testamento mediante l’uso utilitaristico delle metafore e delle allegorie. Egli considera Paolo come portatore di verità. E’ lui l’apostolo e, come lui, crede che la salvezza discenda dalla fede e non, come pensavano gli gnostici, dalla conoscenza. Il Dio buono, il Padre di Gesù, opera per salvare l’umanità anche se essa gli è estranea perché prodotto dal Dio giusto ma malvagio del Vecchio Testamento che ha creato il mondo materiale, alla creazione del quale il Dio buono non ha avuto nulla a che fare. E Marcione non si cura di creare un qualche legame tra i due Dio, il demiurgo ha fatto ciò che ha fatto che è in sé giusto (Marcione non usa il termine malvagio che sembra però essere all’interno del ragionamento che vuole la salvezza di questa umanità materiale), mentre il Padre di Gesù tenta di riportare le anime di quella cattiva creazione al loro luogo naturale che è il regno divino. Harnack ha riassunto bene i termini del rapporto tra i due Dio: “Alla questione circa ciò da cui Cristo ci ha salvato – dai demoni, dalla morte, dal peccato, dalla carne (tutte queste risposte furono date fin dai primissimi tempi) – Marcione risponde in modo radicale: Egli ci ha salvato dal mondo e dal suo dio per farci figli di un Dio nuovo e straniero [… E] quale motivo aveva il Dio buono di interessarsi al destino dell’uomo ? e la risposta è: Nessuno, tranne la sua bontà”. [Citato da Jonas]

        Sta di fatto che, come testimonia Giustino ed il più grande avversario di Marcione, Tertulliano, la sua religione si era diffusa in tutto il mondo, allora sotto il dominio di Roma, che era interessato al Cristianesimo. C’è di più perché, almeno fino agli inizi del IV secolo, parlare di cristiani significava indicare i seguaci di Marcione, coloro che invece si muovevano sul sentiero cattolico tradizionale e si definivano cristiani erano invece definiti dalla gente adoratori del Messia. Si può ancora aggiungere che la vera prima grande Chiesa, con analoghe gerarchie della Chiesa cattolica, che si estendeva dalla Mesopotamia, all’Egitto, al Mare del Nord era quella di Marcione. E l’interessante è che fu la Chiesa cattolica ad apprendere da Marcione e non viceversa.

        A questo punto possiamo solo dire che, a fronte del grande successo della religione di Marcione, la Chiesa cattolica reagì come da allora fece sempre: diffamò Marcione ed i marcionisti in modi addirittura volgari.

        Iniziò Giustino di Nablus (100-164 circa), nella sua Prima apologia dei Cristiani,ad imbastire calunnie che denigrassero quel pericoloso concorrente che faceva moltissimi proseliti:

XXVI. […] 5. Vi è poi un certo Marcione del Ponto, il quale tuttora insegna ai suoi seguaci a credere che esiste un altro Dio superiore al creatore. Costui, in mezzo ad ogni genere di uomini, con l’aiuto dei demoni, è riuscito a far sì che molti pronuncino bestemmie e neghino che Dio sia creatore dell’universo, e ammettano che un altro, il quale sarebbe superiore a Lui, ha compiuto cose maggiori di lui.
6. Tutti coloro che si ispirano ad essi, come abbiamo detto, sono chiamati cristiani, nello stesso modo che tra i filosofi anche coloro che non hanno in comune le stesse teorie, hanno in comune la stessa denominazione.
7. Se poi compiano quelle nefandezze di cui si favoleggia, rovesciamento di lampada ed accoppiamenti impudichi e pasti di carni umane, non sappiamo. Sappiamo però che non sono né perseguitati né uccisi da voi, almeno a causa delle loro dottrine. [Giust. Apol. 26, 5-7]

 LVIII. – 1. Come abbiamo detto, i cattivi demoni esibirono anche Marcione del Ponto, il quale ancora oggi insegna a negare Dio creatore di tutte le cose del cielo e della terra e Cristo Suo figlio, preannunziato dai Profeti; egli annunzia una sorta di altro dio accanto al Creatore dell’universo, e parimenti un altro figlio.
2. Molti, prestandogli fede, come se fosse il solo a sapere la verità, si burlano di noi pur non avendo alcuna prova delle loro affermazioni; irragionevolmente, come agnelli afferrati dal lupo, diventano preda delle dottrine atee e di demoni.
3. Infatti questi demoni non aspirano ad altro che ad allontanare gli uomini dal Dio che li ha creati e dal Suo primogenito, Cristo. Quanti non riescono ad innalzarsi dalla terra, essi li inchiodarono e li inchiodano alle cose terrene e costruite dalle mani dell’uomo, mentre subdolamente sviano e gettano nell’empietà quanti intendono volgersi alla contemplazione delle cose di Dio se non sono dotati di salde capacità di ragionamento e non conducono una vita pura e libera da passioni. [Giust. Apol. 58]

E Giustino così continuava nel suo Dialogo con Trifone:

4. Ci sono stati e ci sono dunque, amici, molti uomini venuti nel nome di Gesù che hanno insegnato a dire e a compiere cose empie e blasfeme. Noi li designiamo in base al nome di colui dal quale ha preso avvio ogni insegnamento e dottrina. 5. Ognuno insegna infatti a suo modo a bestemmiare il creatore di tutte le cose ed il Cristo la cui venuta era stata da lui profetizzata e il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Con costoro non abbiamo niente in comune e sappiamo che sono atei, empi, ingiusti e iniqui, e invece di onorare Gesù lo confessano solo di nome. 6. Affermano di essere cristiani allo stesso modo di quei pagani che iscrivono il nome di Dio sui loro manufatti e poi prendono parte a riti empi e atei. Tra di loro vi sono alcuni chiamati marcioniti, altri basilidiani, altri saturniliani, ciascuno col rispettivo nome desunto dal capostipite della dottrina, […]

        Sembra poi che ancora Giustino abbia scritto un’intera opera dal titolo Contro Marcione, ma non ci è pervenuta. Marcione era poi duramente attaccato dal fustigatore delle eresie, Ireneo di Lione (130-200), originario di Smirne, anch’esso quindi dell’Asia Minore, nel suo Adversus haereses. In questo caso l’obiettivo principale era lo gnosticismo e Marcione era inserito, quasi in modo spregiativo, in quel movimento religioso estremamente variegato.

27.1 Un certo Cerdone prese le mosse dai discepoli di Simone, venne a Roma al tempo di Igino, che aveva l’ottavo posto della successione episcopale a partire dagli apostoli, ed insegnò che il Dio annunciato dalla Legge e dai profeti non è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo: perché quello è stato conosciuto, questo è ignoto; quello è giusto, mentre questo è buono. 27.2 Marcione del Ponto, che fu suo successore, ampliò l’insegnamento bestemmiando senza pudore il Dio che fu annunciato dalla Legge e dai profeti: dice che è autore dei mali, che desidera le guerre, è anche incostante nelle sue decisioni e in contraddizione con se stesso. Dice poi che Gesù, inviato dal Padre, che è al di sopra del Dio creatore del mondo, venne in Giudea al tempo del preside Ponzio Pilato, che era procuratore di Tiberio Cesare, si manifestò in forma umana a quelli che erano in Giudea, abolì i profeti e la Legge e tutte le opere di Dio che ha creato il mondo, che egli chiama Kosmokrator. Inoltre, mutilando il Vangelo di Luca e togliendo tutto ciò che è stato scritto sulla generazione del Signore e molte parti dell’insegnamento che si ricava dai discorsi del Signore – quelle in cui è scritto con la massima chiarezza  che il Signore riconosce come suo Padre il creatore di questo mondo – […] [Ir. Adv. Haer. 27, 1-2]

        Per rendere Marcione ancora più disprezzabile, Ireneo ricorreva ad un episodio da lui stesso raccontato in Adversus haereses [III, 3, 4]. In questo episodio Marcione si sarebbe rivolto al Vescovo di Smirne, Policarpo, affinché riconoscesse il suo Vangelo. Policarpo, indignato, avrebbe apostrofato Marcione come primogenito di Satana, e questo gravissimo epiteto sarebbe stato contenuto in una lettera di Policarpo nella quale si diceva: Chiunque non confessi che Gesù Cristo è venuto in carne è un anticristo e chiunque non confessi la testimonianza della croce procede dal diavolo e chi perverta le parole del Signore per le proprie concupiscenze e dica che non c’è resurrezione, né giudizio, costui è primogenito di Satana. Mi pare si possa dire che gli argomenti erano estremamente rozzi, di poveretti accecati da una fede priva di ogni sostegno razionale e/o teologico.

        Uno dei massimi denigratori di Marcione fu il cartaginese Tertulliano (circa 155-230 circa) che contro di lui nel 207 scrisse un’opera in 5 volumi, Adversus Marcionem (si deve notare che quest’opera fu scritta quando già Tertulliano aveva lasciato il Cristianesimo per aderire al Montanismo). Un brano di Tertulliano mostra come la polemica contro Marcione era ritenuta fondamentale per mettere a tacere un pericolosissimo concorrente:

Chi è poi «l’uomo del peccato, il figlio della perdizione» (II Thess. 2,3), che deve essere rivelato prima dell’avvento del Signore, e che si solleva sopra tutto ciò che è detto Dio e sopra ogni religione, che siederà nel tempio di Dio e che ostenterà di essere dio? Secondo noi certamente l’anticristo, come insegnano le vecchie e le nuove profezie, come pure l’apostolo Giovanni, il quale afferma che gli anticristi sono già venuti nel mondo, precursori dello spirito dell’anticristo, in quanto negano che Cristo sia venuto nella carne, e sciolgono Cristo, evidentemente in Dio creatore; in realtà, non so se per Marcione si tratti del cristo del demiurgo: non è ancora venuto, per lui. Comunque, chiunque sia dei due, mi domando perché venga con ogni potenza e segni e manifestazioni di inganno. 5. «Perché – dice – non hanno accolto l’amore della verità, per essere salvati; e perciò ciò sarà per loro un istinto di menzogna, in modo che siano sottoposti a giudizio tutti coloro che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità» (II Ep. Thess. 2,9). Dunque, se è l’anticristo a vantaggio del creatore, il creatore coinciderà con Dio, che lo manda per indurli in errore, perché non hanno creduto alla verità in modo da essere salvati; dunque, verità e salvezza saranno proprie del medesimo che le vendica con l’introduzione dell’errore, cioè del creatore, a cui compete finanche la gelosia di ingannare con l’errore coloro che non ha catturato con la verità. 6. Se invece non è l’anticristo secondo la nostra concezione, allora si tratta del cristo del demiurgo, secondo quella di Marcione. E come sarà mai, che per vendicare la propria verità sottometterà cristo al demiurgo? Ma se anche è d’accordo sull’anticristo, direi comunque: come mai gli è necessario Satana, angelo del demiurgo, e viene ucciso da questo, dovendo servire al demiurgo con l’azione ingannatrice? Insomma, se è indubbio che l’angelo, la verità e la salvezza sono propri di colui a cui appartengono anche l’ira, l’invidia e l’invio dell’errore contro quanti lo disprezzano e abbandonano, e pure contro quanti lo ignorano (e a questo punto Marcione faccia un passo indietro, ammettendo che pure il suo dio è geloso), chi si indignerà più a buon motivo? Colui, credo, che sin dagli inizi della realtà aveva predisposto per il suo riconoscimento opere, benefici, punizioni, ammonimenti, testimoni, e tuttavia non è stato riconosciuto; non certo colui che si è mostrato una sola volta, con l’unico strumento di un vangelo, e per di più incerto, e che non annuncia apertamente un altro Dio. Così, a chi compete la vendetta, competerà anche il motivo della vendetta, e cioè il vangelo, la verità e la salvezza. [Contro Marcione, V 16, 4-7. Citato da Rizzi].

        Non cito tutto il citabile perché l’elenco sarebbe lungo ed arriva anche a livelli grotteschi ed infami perché un dottore della Chiesa del IV secolo, tal Efrem, definì i marcioniti lupi razziatorisporchi maialispaventevoli sacrileghi, … espressioni di dotta teologia. Non contenti di ciò alcuni fedeli della Chiesa arrivarono ad attaccare i luoghi da dove proveniva Marcione con espressioni come le seguenti:

«In quei luoghi abitano tribù estremamente crudeli, ammesso che si possa usare il verbo abitare per uomini che vivono sui carri. Conducono una forma di esistenza primitiva; l’amore è indecente; i corpi dei genitori vengono fatti a pezzi e divorati insieme con brandelli di carni animali in orge disumane …Ma nel Ponto nulla vi è di più barbarico e infame del fatto che vi sia nato Marrcione .. , infatti, Marcione è davvero più implacabile e più tristo delle bestie feroci di quella terra barbarica» (Citato da Deschner [2]).

        La parte peggiore resta comunque la vera e propria diffamazione, il creare dei falsi e delle contraffazioni a so nome, il continuo attribuire a Marcione cose che egli non aveva mai detto. Dico tutto ciò e mi soffermo su Marcione solo perché questo metodo della denigrazione, della diffamazione, dell’attacco personale incurante della matrice cristiana da cui partiva, era ed è metodo utilizzato dalla Chiesa nei secoli.

        Nonostante quanto or ora detto la chiesa di Marcione si estese poderosamente sia in Occidente che in Oriente fino, probabilmente, ad influenzare gli Albigesi nella loro condanna del Vecchio Testamento. Arrivò ad essere sconfitto e decadere, ma non per meriti altrui quanto per propri demeriti. Lo dice in poche parole Deschner [2]:

La Chiesa marcionita soccombette alla maggioranza, e Marcione ne ha, in parte, la responsabilità: condannando la procreazione, interruppe la fonte naturale della moltiplicazione delle sue comunità, in quanto consentì il battesimo solo degli scapoli o dei separati; e questo si ritorse contro di lui. Il più forte non sempre è il migliore: troppo spesso nel corso della storia la volgarità ha avuto il sopravvento sulla cultura e sulla nobile generosità. Il più antico scritto ecclesiastico proviene da una Chiesa marcionita di Damasco.

 

LA SCONFITTA DEL MONTANISMO
 


        Il montanismo, come credo si sia ben capito, rappresentava una visione del cristianesimo molto più rigorosa del marcionismo e, nel contempo, più vicina alla visione giudaica del mondo con quel ritorno del Messia auspicato in tempi brevi. Il digiuno e la verginità, ad esempio, vennero qui portati all’esasperazione ed alla gloria. Prescindendo da aspetti particolari si può dire che ambedue questi movimenti reclamavano un ritorno alla morale cristiana primitiva non aggiungendo nulla ad essa. Anche un cristiano come Tertulliano, feroce fustigatore delle eresie aderì al montanismo mostrando il bisogno di un ritorno alle origini decretando con ciò la sua conversione eretica. Il fatto è che la Chiesa andava acquisendo costumi disinvolti e già avviati verso pratiche che scambiavano denaro con assoluzioni e per realizzare i suoi propositi secolari doveva sbarazzarsi dei  Marcione e dei Montano. Quando  lo fece con  Montano vi  fu il moto di ripulsa di  Tertulliano(9) che aderì al movimento demonizzato. Uno degli episodi che irritò particolarmente Tertulliano fu un editto del 217 di Papa Callisto I che ampliava a suo piacere i poteri del Vescovo di Roma, tra di essi quello che prometteva la diretta remissione dei peccati come compito esclusivo del Papa indipendentemente dall’intervento di Dio e/o Gesù. Tertulliano scriveva nel De Pudicitia:

Come giungesti a questa decisione, io mi chiedo, da dove usurpi questo diritto della Chiesa? Se è perché Dio disse a Pietro: ‘Su questa pietra io costruirò la Mia Chiesa, io darò a te le chiavi del regno dei cieli’, o sull’affermazione che ‘qualsiasi peccato rimetterai o non rimetterai sulla terra sarà rimesso o non rimesso in paradiso’? Forse tu presumi che questo potere di rimettere o non rimettere ti è stato trasmesso e con te ad ognuno in comunione con la Chiesa di Pietro, chi sei tu per alterare la manifesta intenzione di Dio di conferire questa facoltà personalmente e solo a Pietro?

[…] Si dovrebbe prendere visione di questo perdono là dove si entra con la speranza di ottenerlo. E invece no ! Lo troviamo nelle chiese. [De pud. XXI]

        Queste discussioni nascono da un problema al quale ho già accennato e le cui origini furono nel montanismo, la confessione. La questione risale ai Vangeli dove Gesù parla continuamente di perdono ma mai di una qualche regola che lo permetta o meno. Ciò vuol dire che non distingueva tra peccati. Abbiamo visto che vi era la possibilità di pentirsi una sola volta a chi si battezzava, dopodiché la condanna sarebbe stata eterna. Ciò, lo abbiamo visto, era legato alla fine imminente del mondo ma quando questa si allontanava occorreva trovare un altro metodo di remissione dei peccati e questo fu appunto la confessione con il conseguente perdono. Quando il meccanismo fu perfezionato, ad imitazione delle religioni misteriche, si distinsero i peccati con tutta una classificazione riassumibile però in peccati mortali e veniali. Aveva iniziato a parlare del problema la Prima Lettera di Giovanni

16 Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; s’intende a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte: c’è infatti un peccato che conduce alla morte; per questo dico di non pregare. 17 Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte. [1 Gv. 5, 16-17]

        Quante volte ci si poteva confessare ? Si passò in breve tempo da una volta a sempre e ciò significò, nei fatti, una licenza a peccare per l’automatica remissione dei peccati commessi, di qualunque genere fossero (a partire dal II secolo la remissione vituperata da Tertulliano nel Papa, passò ai vescovi e poi ai semplici preti. A partire dal Quarto Concilio Laterano del 1215 la confessione, precedentemente facoltativa, divenne obbligatoria per i cristiani almeno una volta l’anno. Inutile aggiungere che le penitenze per essere perdonati passarono presto dal Padre Nostro, Credo, Ave Maria a denaro da versare alla Chiesa. Ed in tempi brevissimi ogni atrocità venne perdonata in cambio di denaro con un listino davvero allucinante, la Taxa Camarae di Leone X del 1517 che fu il fattore scatenante della Riforma di Lutero.

        Le premesse erano già tutte nel citato Papa Callisto che nel 217 permise nozze libertine alle donne benestanti come denunciava Ippolito:

[Permise] che le donne di ceto superiore avessero un concubino di propria scelta, sia schiavo che libero, e che costui venisse considerato suo marito, pur senza un regolare matrimonio (Citato da Deschner [2]).

Ma Callisto fece molto di più perché, come denunciava ancora Ippolito, permise ai vescovi qualunque peccato senza che pagassero con la deposizione. E la specifica diceva che era possibile peccare anche contro lo Spirito Santo.

        Tornando al montanismo, come già accennato, esso si diffuse con estrema rapidità in Asia, Africa e Roma, soprattutto tra cristiani. La Chiesa li perseguitò a morte fino alla loro completa sparizione quando, nel VI secolo, con il sostegno dell’Imperatore Giustiniano, fece bruciare le case dove risiedevano con all’interno donne e bambini.

        Ma anche qui, come osservato per il marcionismo, la fine del movimento fu dovuta all’estremo rigore imposto ai suoi fedeli. e se il rigore va bene per alcuni non è certamente un allettante incentivo per le masse. E su questo la Chiesa ebbe buon gioco ma, nel criticare il montanismo che predicava il ritorno alle origini del cristianesimo, rinunciò definitivamente alle sue origini screditandole e con essa i fedeli che ancora veneravano i miti protocristiani. Di tutto ciò, la Chiesa, che diventava strumento di potere, non aveva più bisogno. Ed anche qui iniziarono le campagne denigratrici e diffamatorie spesso fondate su falsi. L’esempio della denigrazione l’ho fornito con Marcione qui basta un solo episodio che descrive bene il clima carognesco della Chiesa contro chi poteva rappresentare un esempio rispetto alla degenerazione. Secondo uno scrittore fedele alla Chiesa, tal Cirillo, Montano avrebbe:

macellato dei piccoli bambini, tagliandoli in minuscoli pezzi per un infame banchetto, col pretesto che essi dovevano servire per quelli che chiamano i loro misteri (citato da Deschner [2]).

Non serve aggiungere altro. La Chiesa vince sempre su tutti, con ogni mezzo.

PERCHÉ I CRISTIANI SI AFFERMARONO

        Arrivati a questo punto c’è da chiedersi perché, nonostante decine e decine di movimenti ereticali che si staccavano da ogni parte e perché nonostante la persecuzione (che discuterò subito dopo), riuscirono ad affermarsi sulla gran quantità di religioni di ogni tipo che il mondo all’epoca offriva. Gibbon, dopo aver detto che non può indagare le cause prime e cioè la convincente evidenza della dottrina e la provvidenza ordinatrice del suo grande Autore, si occupa delle cause seconde fornendo una risposta articolata in cinque punti riassunti nel modo seguente:

[La religione cristiana] fu con la massima efficacia favorita e sostenuta dalle cinque cause seguenti. 1)L’inflessibile, e se così è lecito dire, intollerante zelo dei cristiani, derivato bensì dalla religione giudaica, ma spogliato di quello spirito angusto e insocievole, che anziché invitare, aveva allontanato i gentili dall’abbracciare la legge di Mosè. 2) La dottrina di una vita futura, abbellita da tutte quelle circostanze che potessero corroborare e rendere efficace questa importante verità. 3) I poteri taumaturgici attribuiti alla chiesa primitiva. 4) La pura e austera morale dei cristiani. 5) L’unità e disciplina della repubblica cristiana, che gradatamente formò uno stato indipendente e sempre crescente nel seno dell’impero romano.

        Secondo Gibbon, il motore primo della crescita del Cristianesimo fu l’essersi sganciato dall’ebraismo. L’essersi cioè presentato al mondo con la Legge mosaica svincolata dai ceppi che i giudei gli avevano imposto. Si trattava di un sistema non così chiuso che però manteneva i presupposti fondanti dell’unità di Dio e di una religione zelante. Se si aggiunge ciò alla meraviglia dell’invenzione di un Dio che si fa uomo, che soffre e risorge tornando Dio per salvare l’umanità, si comprende il fascino dell’insieme della nuova religione che oltretutto parlava di uguaglianza tra tutti gli uomini, della loro liberazione, di amore per il prossimo, di pace e fratellanza in un mondo devastato da ingiustizie, violenze e guerre. La costruzione letteraria era poi di prim’ordine: si partiva da Mosè e si annunziava la nuova fede attraverso ogni tipo di profezia che portava al Messia. Questi non era più il Re conquistatore e vendicatore come quello degli Ebrei, ma un giusto che avrebbe portato alla liberazione e salvezza dell’umanità attraverso il suo personale sacrificio che annullava drammaticamente ed in un sol colpo i rituali sacrifici del Tempio. I riti particolari funzionanti solo in determinati luoghi in date condizioni vennero sostituiti con  un culto tutto proteso allo spirito che poteva realizzarsi dovunque nel mondo sostituendo, tra l’altro, il sangue della circoncisione con l’acqua del battesimo. Il popolo eletto, da quello di Israele, divenne il popolo del mondo. La transizione non fu semplice e per molto tempo il Cristianesimo fu confuso con una delle molteplici sette del Giudaismo e tutto ciò non fu indolore perché i cristiani vennero assimilati a coloro che da sempre avevano creato infiniti problemi all’Impero con continue ribellioni.

        Ed arriviamo qui al perché i cristiani delle origini furono oggetto di persecuzioni da parte dell’Impero.

LE PERSECUZIONI CONTRO I CRISTIANI

 

            Vi è ancora una domanda da porsi: perché, per un certo periodo, i cristiani furono perseguitati dall’Impero romano ? Quell’Impero era il più tollerante che si fosse fino all’epoca conosciuto con culture, costumi, religioni dei vari popoli occupati. L’unica limitazione che l’Impero poneva era il non attentare all’Impero stesso.

        Una parziale risposta a questa domanda discende proprio dalla comprensione di quanto discutevo più su a proposito delle sette che via via di staccavano dal filone iniziale della Chiesa. Il Cristianesimo, fin dai suoi esordi, cresceva e si fortificava perché si poneva come una religione che avversava l’Impero. Chi entrava nelle sue fila lo faceva, o almeno credeva di farlo, per protestare contro le ingiustizie e l’oppressione dei governi. E poiché l’Impero era il garante, rappresentante e difensore dell’ordine stabilito, il forte risentimento, se non l’odio, si rivolgeva contro l’Impero. Da un certo punto la Chiesa si mosse con fare accondiscendente verso l’Impero con atteggiamento troppo tollerante e questo suo cambiamento di posizione fu uno dei motivi della nascita di varie sette che si allontanavano dal filone principale. Forse non era stata chiara la predicazione o si giuocava, come spesso è accaduto ed accade, con l’equivoco ma l’opposizione della Chiesa all’Impero non era come quella, ad esempio, di varie sette giudaiche che operavano con la lotta armata, era qualcosa di radicalmente nuovo. Si trattava di una sorta di resistenza passiva che implicava conseguenze anche religiose enormi. Il tutto discendeva da quella frase che Gesù si dice abbia pronunciato rispondendo a dei giudei che gli chiedevano se era giusto pagare le tasse all’Impero. In questa risposta si poteva decidere se l’opposizione all’Impero era di tipo giudaico o di tipo nuovo. Nel Vangelo di Luca leggiamo questo breve racconto:

20 [Gli scribi e i sommi sacerdoti] postisi in osservazione, mandarono informatori, che si fingessero persone oneste, per coglierlo in fallo nelle sue parole e poi consegnarlo all’autorità e al potere del governatore. 21 Costoro lo interrogarono: «Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni secondo verità la via di Dio. 22 È lecito che noi paghiamo il tributo a Cesare?». 23 Conoscendo la loro malizia, disse: 24 «Mostratemi un denaro: di chi è l’immagine e l’iscrizione?». Risposero: «Di Cesare». 25 Ed egli disse: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». 26 Così non poterono coglierlo in fallo davanti al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero. [Lc. 20, 20-26]

        Occorre però fare attenzione perché questa frase era dirompente rispetto all’Impero perché creava un dualismo tra Cesare, cioè l’Impero, e Dio, dualismo che contrastava con quanto si era affermato ai vertici del potere ormai da secoli. Nei Paesi dell’Asia Minore (Vicino e Medio Oriente) i Re e gli Imperatori erano considerati come esseri protetti da un dio o addirittura sue incarnazioni. Questo costume rimase, radicandosi sempre più, in tutti i regni in cui fu diviso l’ Impero di Alessandro Magno dopo la sua morte. Gli imperatori romani seguirono l’esempio dei loro predecessori quando occuparono quelle regioni. Nacque il culto dell’Imperatore come quello del vero dio, ed in suo onore furono innalzati templi con i rispettivi sacerdoti. Alla popolazione era richiesto che in determinati giorni facessero offerte, anche modeste, e sacrifici al Dio in terra, cioè all’Imperatore. Ebbene, la frase di Gesù, rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio, era, oltreché eversiva, blasfema rispetto al Dio-Imperatore e creava un conflitto perché non riconosceva come Dio l’Imperatore medesimo. Su ciò nacque lo scontro tra Cristianesimo ed Impero romano ed alcuni effetti di tale scontro li abbiamo visti nella lettera che Plinio il Giovane scrisse a Traiano. In definitiva i cristiani pagavano le tasse ed i contributi che dovevano, facevano anche alcuni lavori obbligatori richiesti a tutta la popolazione ma si negavano risolutamente a fare offerte e tantomeno sacrifici al tempio di un Dio che nel modo più assoluto non riconoscevano. Ed i cristiani vivevano qui una dura lotta con se stessi e con le autorità perché se le offerte le facevano al loro Dio, i romani li potevano condannare a morte come traditori; se le offerte le facevano al Dio-Imperatore peccavano di idolatria e come tali perdevano ogni speranza di salvezza. Naturalmente la scelta dipendeva dal coraggio di ciascuno e dalla fede che si aveva nel trovare, dopo la morte, il mondo felice sognato in una vita disperata. Coloro che sceglievano di mantenere il Dio cristiano, davanti ai giudici, erano condannati a morte assumendo il titolo di martiri, nel senso etimologico di testimoni (martiri furono non solo i cristiani ma anche quelli delle sette cristiane, i giudei ed altri di altre religioni). Il martirio, pur non auspicato da nessun cristiano e che comunque riguardò un ristretto numero di persone, era la migliore pubblicità per il Cristianesimo che mostrava la sua opposizione totale, fino alla morte, all’Impero. L’essere cristiani significò essere disposti al martirio e ciò era una presentazione eccellente tra le grandi masse di oppressi e diseredati dall’Impero(10).

        E non bastava più una semplice cultura contadina per convertire i giudei del Tempio, ora ci si trovava nella capitale dell’Impero, Roma, dove occorreva fare proselitismo tra persone più informate con aperture maggiori, con uno sfondo culturale greco che impregnava tutto di sé. Serviva ora non solo conoscere i testi sacri giudei e neotestamentari ma anche elementi di filosofia greca e di diritto. Il compito più impegnativo di questi cercatori di proseliti era ora quello di togliere il Cristianesimo da una vulgata negativa che generalmente lo faceva setta giudaica per presentare in modo aperto ed accattivante la nuova fede. Siamo nella seconda metà del II secolo cioè nell’epoca degli apologisti. Costoro dovevano togliere di mezzo tutti i luoghi comuni che erano stati creati contro i cristiani (luoghi comuni che però i cristiani scatenarono contro le varie sette cristiane), come quello che mangiavano i bambini (non si cresce mai), che praticavano il cannibalismo, che praticavano rapporti incestuosi ed amenità simili nate però da una erronea comprensione dell’Eucarestia, del mangiare carne e sangue del Signore attraverso i simbolici pane e vino, dalla cattiva interpretazione degli stretti rapporti tra fratelli e sorelle. Altra calunnia era quella dei cristiani che facevano orge immonde che iniziavano quando cani legati a dei candelabri li facevano cadere generando oscurità. Naturalmente gli apologisti, nel negare con forza tutte queste accuse affermavano il rigore del loro mondo, la corruzione e gli abusi che li circondavano, pratiche alle quali solo loro resistevano.

        Resta da capire perché i cristiani erano visti come potenziali nemici dell’Impero e lo erano anche da personaggi di una aristocrazia aperta e di buoni costumi come Plinio, Tacito, Svetonio e Plutarco. A costoro il Cristianesimo appare come una superstizione depravata, smodata e straniera (Plutarco). E la superstizione era per i romani colti un qualcosa di abominevole che ricordava i maghi e gli astrologi, portatori di pratiche e riti oscuri e misteriosi, più volte cacciati dalla capitale per la loro pericolosità sociale legata alla capacità intrinseca di abbindolare il popolo ignorante e, non a caso, la magia era in Roma duramente repressa. Oltre alla cacciata dei seguaci di Dioniso nel 186 a.C., nel 139 furono espulsi dalla città gli astrologi e nel 58 furono abbattuti i templi di Iside, e di nuovo distrutti quelli riedificati nel 48 d.C.. I motivi di queste repressioni e proibizioni erano sempre legati o ad atti sediziosi o a culti misterici o alla diffusione di pratiche magiche. Anche il giudaismo, del quale per lungo tempo il Cristianesimo fu ritenuto una setta, era inserito, almeno parzialmente, per quel suo culto cabalistico, nei ranghi della magia ed era tollerato solo se praticava i suoi riti non in assembramenti in grado di turbare l’ordine pubblico. Magia, astrologia e giudaismo, pur nelle loro diversità, erano anche considerate credenze straniere lontane dallo spirito di Roma. Per ciò che riguarda il giudaismo la tolleranza dell’Impero (a parte qualche isolata eccezione) fu molto grande perché solo loro furono esonerati dai sacrifici in onore dell’Imperatore con l’allontanamento della statua dell’Imperatore dal Tempio di Gerusalemme. Fatto questo riconoscimento occorre però dire che gli ebrei non godevano di buona fama e buona stima e la repulsione verso di loro venne presto trasferita ai cristiani che, come più volte detto, erano considerati una setta giudaica.

        Ma siamo ancora nella seconda metà del II secolo, in epoca in cui i cristiani erano relativamente pochi e le persecuzioni contro di loro erano sporadiche e contavano poche centinaia di persone. La situazione è bel spiegata dallo storico Santo Mazzarino il quale afferma che il concetto di persecuzione è da studiare di volta in volta con molta attenzione. Tale concetto ci chiarisce – scrive Mazzarino – il più grave paradosso di questo stato romano, il quale ufficialmente dichiara un crimine di cristianesimo, ma lo punisce solo nei casi di una precisa denunzia (questa può verificarsi anche come autodenuncia, quando il cristiano dichiara – spontaneamente o su domanda – di essere cristiano). Ma già nel secolo successivo, il III, si produssero in Roma una serie di eventi catastrofici e disgrazie (siccità, peste, invasioni barbariche, …) che determinò una rapida successione di imperatori che provocò il proposito di unificare la popolazione intorno al culto del sovrano (oltre alla necessità di cercare un capro espiatorio). Fu Decio che intorno al III secolo emanò decreti che imponevano ad ogni cittadino di fare offerte all’immagine dell’Imperatore in presenza di funzionari dello Stato. Un certificato avrebbe provato il compimento dell’obbligo richiesto e chi non lo avesse esibito sarebbe stato arrestato come traditore della patria. In quel III secolo iniziò quindi una politica avversa ai cristiani che, fino ad allora, avevano solo sofferto la ripulsa della cittadinanza per vari motivi ben illustrati da Deschner [2]:

Erano sospetti politicamente e moralmente per il loro disprezzo di incarichi e dignità pubblici, per il rifiuto del servizio militare, il loro attivismo, il tentativo di sottrarre ai tribunali statali le proprie cause giudiziarie, il rifiuto del giuramento e il capovolgimento totale dei rapporti sociali. Il popolo odiava i cristiani perché si appartavano da tutti, dall’intera vita statale e culturale come pure dalla sua esistenza privata e religiosa. I cristiani non frequentavano il circo né il teatro, e nemmeno le feste e le processioni pagane; nelle famiglie introducevano la discordia e facevano passare per l’unico vero il proprio dio, degradando le altre divinità al rango di figure diaboliche. Bramavano ardentemente la fine del mondo, quella raccapricciante catastrofe che avrebbe recato loro la gioia eterna, e agli altri interminabili tormenti. Tutta la letteratura precristiana pullulava di una radicale condanna della vita antica. I Pagani appaiono come atei, rigonfi d’invidia, di menzogna, odio, desiderio di morte, apertamente interessati soltanto alla sfrenatezza sessuale, a mangiare e a ubriacarsi. Il loro mondo è «nero», maturo per la distruzione «nel sangue e nel fuoco»; i cristiani definivano se stessi «la parte aurea», «Israele di Dio», «popolo eletto», «popolo santo» e tertium genus hominum.
Nessun altro culto dell’antichità conobbe un simile atteggiamento esclusivistico, che contraddiceva il principio stesso del politeismo. I Pagani non pretendevano, come gli Ebrei, di essere il popolo eletto, né, come i cristiani, una nuova schiatta, benché tali formulazioni fossero usuali anche fra loro, che però non se ne servirono mai in forma talmente faziosa e provocatoria. Nessun Pagano convinto negava l’esistenza di divinità diverse e le loro convinzioni religiose non perseguivano alcuna forma di «conversione».

        L’imposizione delle offerte di cui parlavo prima terminò con Decio ma iniziò di nuovo all’inizio del IV secolo con Diocleziano, epoca in cui furono distrutti o confiscati numerosi templi cristiani. Ma siamo già in epoca in cui i cristiani erano diventati molti e, ciò che più conta, con diffusione in ogni angolo dell’Impero (ma soprattutto in Siria, in Asia Minore, nel Nord Africa e, in minore qauntità a Roma) ed in ogni ceto politico e sociale, particolarmente nell’esercito che, a partire dal III secolo con Settimio Severo, aveva reclutato legionari nei bassi strati sociali e tra i barbari (si faccia quindi attenzione a non cadere nel mito del Cristianesimo come religione degli strati sociali più deboli che fa il paio con l’altro, quello cioè dei poveri cristiani continuamente perseguitati e con un numero abnorme di martiri). Verso la metà del III secolo con Massimino il Trace prese l’avvio un periodo pluridecennale in cui si ebbe la successione ininterrotta, di imperatori emanazioni di lotte furibonde tra comandanti dell’esercito (in gran parte di origine danubiana laddove vi era la maggiore pressione barbarica ai confini dell’Impero) per la gestione del potere a Roma. Fino a Diocleziano che attuò una importante riforma della struttura dell’Impero cedendo poi il potere, per sue spontanee dimissioni, ad una tetrarchia di “Imperatori” che dovevano reggere differenti territori dell’insieme dell’Impero. Dopo una serie di eventi molto complessi(11), nel 312, Costantino si impadronì del potere, almeno in Occidente.

 CRISTIANESIMO ANTICO E CULTURA GRECA

        Nel I secolo, mentre lottavano tra loro le due correnti del cristianesimo, quella apostolica e quella paolina, emergeva anche un contrasto culturale di fondo. Mentre gli apostoli tendevano ad ancorare il Cristianesimo alla tradizione giudaica, Paolo tentava di legarlo alla cultura  greca. Nella posizione di Paolo occorre però precisare almeno un elemento. Dire che Paolo lavorava per portare il Cristianesimo verso la cultura greca è una semplificazione sbagliata. In realtà Paolo lavorava per sganciare il Cristianesimo dall’austera tradizione giudaica per offrirlo ai pagani, ai gentili, a persone meno abituate ai rigori e la disciplina ebraica. Parlare infatti di cultura greca, nel I secolo è parlare di un mondo di conoscenze e di sapere che neppure sfiorava Paolo. Ed egli stesso lo dice nella Prima Lettera ai Corinzi anche se trovando delle pie motivazioni per giustificare la sua scelta obbligata:

17 Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. 18 La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. 19 Sta scritto infatti:
Distruggerò la sapienza dei sapienti
e annullerò l’intelligenza degli intelligenti
.
20 Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? 21 Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. [1 Cor. 1, 17-21]

        Insomma: estendiamoci in Grecia ma lasciamo perdere i dotti e le persone colte, la cultura di base deve restare quella contadina della Giudea.

        Abbiamo quindi, da un lato, la tradizione apostolica, legata al giudaismo e nutrita di spirito antiromano e, dall’altro, una proclamata apertura alla cultura pagana ed all’Impero romano ma mantenendo la cultura a debita distanza. Ci vorrà del tempo prima che venga assimilata dai cristiani la cultura greca ed un primo esempio possiamo trovarlo nella Lettera di Clemente ai corinzi in cui, mentre la sostanza è ancorata al tradizionale giudaismo, la forma, con l’uso degli esempi, è già greco. Ciò che apparteneva a quella grande cultura era comunque visto con paura tanto è vero che molte polemiche contro l’eresia legano i presunti eretici a pensatori greci. A cominciare dallo gnosticismo, i cristiani tra II e III secolo, consideravano l’intero fenomeno come una deformazione della religione cristiana dovuta all’influsso depravatore della filosofia greca (Simonetti). Tertulliano affibbiava agli eretici l’influsso di Platone o degli stoici. Ippolito aveva creato una corrispondenza tra eresie e pensiero greco e individuava come ispiratori di varie eresie o Pitagora, o Platone, o Aristotele o Eraclito o Empedocle (o sovrapposizione tra i suddetti filosofi greci). E’ chiaro che nei testi gnostici vi sono le influenze suddette ma risulta intollerabile forzare gli influssi fino a far sparire il pensiero dell’eretico per appenderlo al presunto pensiero di un filosofo. Ciò, non è peregrino dire, mostra quanto la cultura, il pensiero più evoluto fosse considerato nemico del Cristianesimo. E noi che viviamo a 2.000 anni di distanza non ci stupiamo affatto se continuiamo a soffrire le medesime sciocchezze spacciate per verità non negoziabili. Per comprendere quale ostilità vi era verso il pensiero greco, tout court spacciato per pensiero pagano, è utile leggere qualche pagina di Simonetti che esemplifica con alcuni casi:

La novità del messaggio cristiano, la sua semplicità e schiettezza contrapposte alla sofisticata cultura pagana, il suo elevato impegno sul piano religioso e morale facilmente ispiravano anche a persone formate agl’ideali della paideia greca un moto di reazione, che poteva arrivare anche al completo rifiuto della vecchia cultura insieme con i vecchi dei: la vita nuova di chi è rinato per mezzo del battesimo in Cristo deve rifiutare ogni contatto col mondo vecchio in tutti i suoi aspetti, un mondo nel quale il cristiano è pellegrino, straniero, in attesa di raggiungere la sua vera patria nei cieli. Perciò Taziano, valorizzando un certo apprezzamento per la sapienza di Egiziani, Indiani, ecc. attestato nel platonismo della sua età, arriva addirittura a capovolgere e ritorcere contro gli stessi Greci quel sentimento di disprezzo che essi nutrivano per i barbari, cioè per tutti quelli che non parlavano greco: sulla base di dati non solo storici ma anche mitici egli fa vedere che non sono stati i barbari ad aver dedotto le loro conoscenze dai Greci ma che è avvenuto proprio l’opposto: i Greci hanno derivato l’astronomia dai Babilonesi, la geometria dagli Egiziani, l’alfabeto dai Fenici, ecc. In questo contesto egli deride sia la retorica greca sia la poesia: la prima serve a calunniare e a prevaricare nei tribunali, l’altra a descrivere battaglie e amori di dei e a corrompere gli animi (adv. Graec. 1).
Ma è soprattutto contro la filosofia che Taziano e altri indirizzano i loro strali, come quella che, aspirando ad additare all’uomo la via della verità, s’opponeva nel modo più diretto alla rivelazione cristiana. In questo senso essi riprendono anche il motivo giudeoellenistico dell’anteriorità della Legge di Mosè rispetto a Platone, della cultura giudaica rispetto a quella greca. La finalità di tale spunto polemico era di dimostrare che tutto quanto c’è di buono nella filosofia greca derivava dal giudaismo, ed esso poteva essere addotto anche a scopo conciliativo […]; ma Taziano, Teofilo, lo Ps. Giustino se ne servono solo in funzione polemica per deprimere il valore della filosofia e in generale di tutta la cultura greca: nel racconto del diluvio gli autori greci non soltanto sono posteriori a Mosè ma sono anche pieni di inesattezze; Platone ha derivato la sua dottrina delle idee da un fraintendimento del racconto di Mosè relativo alla creazione del mondo e dell’uomo.
Molti altri erano ì modi per deprimere il valore della filosofia: Taziano rimprovera ai filosofi l’uso di farsi retribuire e ricorda aneddoti poco edificanti che circolavano su di loro. Ma il modo più impegnativo e più adoperato consiste nel mettere in rilievo le contraddizioni che si riscontravano fra un filosofo e l’altro, cioè un metodo già messo in opera all’interno della stessa filosofia, soprattutto dagli scettici. […]
In un secondo momento la polemica contro la filosofia, prima limitata al contesto apologetico nei confronti dei pagani, viene estesa a un ambito interno alla chiesa stessa, in quanto – come sopra abbiamo già rilevato – si fa della filosofia la matrice dell’eresia gnostica e di tutte le altre eresie. Tertulliano, che abbiamo visto molto esplicito su questo punto, è particolarmente insistente nel colpire e deprezzare la filosofia: egli ama contrapporre la curiositas dei filosofi, cioè la ricerca cavillosa e sottile che non conduce alla verità, alla semplicità della ricerca dei cristiani illuminati dalla rivelazione di Cristo, e afferma che noi non abbiamo più bisogno della curiosità dopo Gesù Cristo né della ricerca dopo il Vangelo. È questo atteggiamento antintellettualista che lo porta a volte ad esaltare l’irrazionalità della fede: credo quia absurrdum, e gli fa accomunare nella stessa condanna filosofia dialettica e retorica […] Alla sua penna dobbiamo le affermazioni più efficaci e incisive dell’incompatibilità fra cristianesimo e cultura antica, ch’è di prammatica citare in un discorso come il nostro:
«Cos’ha da spartire Atene con Gerusalemme? Che cosa l’Accademia con la chiesa? … La nostra formazione è dal portico di Salomone. Che somiglianza ci può essere tra il filosofo e il cristiano, tra il discepolo della Grecia e quello del cielo, tra chi cerca la fama e chi cerca la salvezza, chi vende parole e chi realizza opere, chi costruisce e chi distrugge, chi altera e chi tutela la verità, chi è ladro e chi è custode del vero?».

        E’ comunque da rimarcare che questi strenui avversari della cultura greca (a proposito delle radici giudaico-cristiane che qualche opportunista ignorantello vorrebbe imporci), con sprezzo del ridicolo, usavano poi citazioni colte ed argomenti dialettici tratti da quella filosofia per attaccare gli avversari. A tale proposito conclude Simonetti:

Queste discrepanze fra teoria e prassi … circa il rapporto fra cristianesimo e cultura pagana, dimostrano quanto fosse difficile, per non dire impossibile, a un cristiano impegnato nel campo delle lettere evitare il contatto e l’influsso della cultura greca, anche se programmaticamente rifiutati. Anche prescindendo dalla difficoltà di deporre da un giorno all’altro un habitus mentale derivante da formazione retorica e filosofica acquisita in lunghi anni di studio, vari argomenti concorrevano a ridimensionare di molto quel rifiuto programmatico. In primo luogo si avvertivano le esigenze della polemica contro il politeismo pagano, per la quale erano di massimo aiuto gli argomenti in senso monoteistico ricavati proprio dalla filosofia e dalla poesia greca. Vi si aggiungeva l’esigenza di presentare il messaggio cristiano, almeno a livello di media cultura, in forma che riuscisse in parte familiare all’ascoltatore pagano, sì che, quando un concetto cristiano trovava riscontro nella filosofia soprattutto platonica e anche stoica (trascendenza e bontà di Dio, funzione cosmologica del Logos, libertà dell’uomo, ecc.), era buona politica stabilire il collegamento. Per di più, il messaggio cristiano, al fine di essere presentato a un pubblico colto, necessitava non soltanto di presentazione ma addirittura di elaborazione adeguata. Esso infatti, in quanto messaggio di salvezza, toccava solo sporadicamente e marginalmente certi argomenti di natura metafisica cosmologica e antropologica, che da secoli affaticavano la riflessione filosofica greca ed erano diventati familiari a ogni persona anche di modesta cultura. Se il cristianesimo voleva conquistare simpatie e adesioni in tali ambienti, esso doveva allargarsi adeguatamente su quei temi e doveva farlo secondo la problematica e la terminologia ormai usuali in tali contesti; né d’altra parte era possibile farlo in altro modo, stante la carenza degli scritti vetero e neotestaamentari in argomento.

        A tale bisogna iniziarono ad aprirsi cautamente al confronto con quella cultura alcuni cristiani a partire dal III secolo, ma si trattava di autori minori (Minucio Felice, Melitone di Sardi, …che non sembra abbiano avuto grande influenza e seguito. Più importante per i fini che si volevano raggiungere fu l’uso del metodo greco, quello che fece Giustino aprendo una scuola di filosofia cristiana ad imitazione delle scuole greche di filosofia. Ma gli insegnamenti che lì si davano più che di filosofia apparivano come una professioni di fede, omelie di rivendicazione di un primato, qualcosa di molto ma molto lontano anche dalla più elementare argomentazione dell”ultimo filosofo greco. Basti questo passo di Giustino tratto dalla Seconda Apologia:

«La nostra religione appare più sublime di ogni insegnamento umano, in quanto Cristo, apparso per noi, rappresenta il principio di ragione nella sua totalità, cioè corpo, Logos e anima. Infatti tutto ciò che di buono in ogni tempo hanno affermato e trovato filosofi e legislatori, è stato realizzato dalle loro ricerche e intuizioni grazie a una porzione di Logos. E poiché non conobbero nella sua interezza il Logos, che è Cristo, hanno anche fatto affermazioni fra loro contraddittorie … Infatti ciascuno di loro, secondo la porzione di Logos divino seminale, parlò bene vedendo ciò che aveva affinità con quello» (II Apol 10.13, anche 8). Perciò – continua Giustino -, in forza di questa partecipazione dei filosofi, come di ogni altro uomo, al Logos divino, cioè Cristo, «tutto ciò che essi hanno detto di vero appartiene a noi cristiani», che grazie all’incarnazione del Logos abbiamo avuto rivelazione non più parziale ma completa (II Apol. 13). [Citato da Simonetti]

        Insomma i poveri filosofi si affannano ma ci forniscono solo qualche verità parziale, anche contraddittoria, perché loro attingono al Logos che è il principio e verità totale che tutto comprende. Occorre rassegnarsi perché la verità è metafisica ed è inutile indagarla. Chi lo fa si illude e quindi … sembra si voglia concludere che è meglio dedicarsi ad adorare il Logos che pensare ed elaborare.

COSTANTINO IL GRANDE

 

        Prima di passare alle questioni riguardanti i rapporti tra Costantino e la Chiesa, è utile un breve cenno biografico. Costantino nacque nella attuale Bulgaria, vicino all’attuale Sofia. Era figlio illegittimo di Costanzo Cloro (probabilmente un cristiano in segreto) che, in una tra le varie spedizioni militari, conobbe sua madre, la cameriera (stabularia) Elena, in un albergo dei Balcani dove probabilmente esercitava anche come baldracca. Elena fu poi ripudiata perché Costanzo preferì sposare Teodora, la figlia di Massimiano, l’Augusto che lo aveva nominato Cesare (suo successore) a capo dell’Impero romano d’Occidente.

        Con Costantino siamo di fronte ad un Imperatore che permise alla Chiesa di esercitarsi in una delle sue migliori prestazioni, il falso. Tutti sappiamo che a Diocleziano è imputata l’ultima durissima repressione contro i cristiani. Ebbene, quando il potere passò a Massenzio, questi la fece terminare con tutta una serie di benefici per la Chiesa come: la restituzione dei beni sequestrati in precedenza, la possibilità di nominare sacerdoti, il permesso di costruire cimiteri, a fa edificare una basilica cristiana. Costantino non fece nulla di tutto ciò eppure, ma come nelle profezie solo a posteriori, la sua vittoria su Massenzio fu festeggiata dai cristiani come quella del bene contro il male, del Dio cristiano contro i pagani. La favola del “in hoc signi vinces” ci ha dilettato l’infanzia pur essendo, appunto, una favola (questa storia fu raccontata nella Vita di Costantino di Eusebio di Cesarea). Una qualche verità si può trovare nei simboli cristiani dipinti sugli scudi, cioè le prime due lettere greche del nome di Gesù, ΧΡΙΣΤΟΣ cioè Christos, e quindi XP, e sulla loro funzione (Cacitti descrive un altro simbolo e cioè una sorta di T, quindi una quasi croce sormontata da una piccola o) un altro simbolo. E’ probabile che Costantino abbia agito così per risvegliare lo spirito di lotta dei molti cristiani che componevano l’esercito di Roma. Ciò era molto importante perché da molti anni i cristiani propagandavano il rifiuto del combattimento e Celso si era soffermato cento anni prima a denunciare ciò come una grave minaccia per la sicurezza dello Stato, proprio quando iniziava la pressione dei barbari  ai confini dell’Impero. Costantino invece era persona di larghissime vedute ed estremamente perspicace. Era stato per molti anni in mezzo all’esercito, quell’esercito formato da persone provenienti e dagli strati più bassi e della popolazione e dai barbari che avevano deciso di difendere l’Impero. Egli aveva visto che il Cristianesimo era un potente aggregatore che aveva, tra le truppe, molti adepti. Capì che era conveniente allearsi con i cristiani pur lasciando le altre religioni libere di esistere e di praticare i loro riti. Ciò fu sancito dall’Editto di Milano del 313 che Costantino sottoscrisse insieme ad un tetrarca d’Oriente, Licinio(12). Nell’Editto, come riportato da Lattanzio, si affermava:

Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto abbiamo risolto di accordare ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità. 

    Questo editto seguiva quello del 311 di Galerio, imperatore della tetrarchia d’Oriente, che ammalatosi a Nicomedia assegnò la causa della malattia alle maledizioni dei cristiani che aveva perseguitato. Nell’editto di Galerio, emanato anche a nome di Costantino e Licinio, detto di Nicomedia, si decretò la fine degli editti di Diocleziano. Con questo Editto il cristianesimo divenne ufficialmente religio licita, venivano restituite ai cristiani le loro proprietà ancora in mano all’Impero (Massenzio aveva già abbondantemente provveduto a restituire tutto e a dare moltissime facilitazioni ai cristiani), i cristiani venivano risarciti delle perdite materiali subite durante le persecuzioni e, soprattutto, la religione cristiana veniva in tutto equiparata alle altre religioni riconosciute dall’Impero. Altri provvedimenti, apparentemente più insignificanti furono presi da Costantino tra il 315 ed il 325. Ne elenco alcuni: “Abolì la croce come strumento di morte ed equiparò l’uccisione di uno schiavo ad un assassinio e l’uccisione di un bambino, eseguita in nome dell’autorità paterna, al parricidio. Venne incontro alle necessità dei genitori poveri per dissuaderli dal vendere o abbandonare i propri figli. Vietò di bollare in faccia i condannati ai lavori forzati o ai giochi circensi. Stabilì che i prigionieri potessero vedere ogni giorno la luce del sole. Proibì la tortura. Soppresse la facoltà, data al magistrato, di destinare i colpevoli di gravi delitti alle lotte dei gladiatori. Proibì che si disperdessero i membri di una famiglia di schiavi quando si ponevano in vendita dei beni dello Stato. Abolì le tasse introdotte da Augusto a carico dei celibi e delle coppie senza figli. Favorì la legittimazione dei figli naturali. Punì l’adulterio rendendo più difficile il divorzio. Obbligò lo Stato ad assumere la tutela degli orfani e delle vedove” [Galavotti].

        Subito dopo Costantino intensificò la sua macchina propagandistica, prima imponendo simboli cristiani  sulle monete destinate ad Oriente dove vi era un gran numero di cristiani (le monete per l’Occidente restavano inalterate o con il simbolo del Dio Sole o con quello di Giove (nel 320 anche questi simboli pagani sparirono). A partire dal 324, dalla sconfitta definitiva di Licinio e dalla totale presa del potere da parte di Costantino,  si moltiplicarono i favori verso i cristiani e sparirono nelle monete e nell’iconografia pubblica riferimenti a idoli o simboli pagani. Il paganesimo veniva sempre più messo in un angolo a fronte di un Cristianesimo che conquistava via via ogni posto di potere. La lotta di Costantino contro i nemici dei cristiani fu particolarmente dura ed efficace contro le sette cristiane, quelle che via via gli venivano indicate come pericolose per l’unità dell’Impero. Ma l’operato di Costantino era anche sottile e subdolo. Così ce lo presenta Gibbon:

L’equilibrio fra le due religioni [quella che ciascun cittadino aveva ed il Cristianesimo] fu di breve durata; e l’occhio penetrante dell’ambizione e della cupidigia scopri ben presto, che la professione del cristianesimo poteva contribuire al vantaggio della vita presente non meno che della futura. La speranza di ricchezze e di onori, l’esempio d’un imperatore e le sue esortazioni, i suoi sorrisi irresistibili diffondevano la convinzione tra la folla venale e ossequiosa, che ordinariamente riempie le sale di una reggia. Le città che dimostravano un maggior zelo con la volontaria distruzione dei loro templi, venivano distinte con privilegi municipali e premiate con donativi al popolo; e la nuova capitale dell’Oriente si gloriava del singolare vantaggio di non essere mai stata profanata dal culto degl’idoli. Poiché le classi inferiori della società sono governate dall’imitazione, la conversione di quanti avevano qualche superiorità di nascita, di potere, o di ricchezza veniva tosto seguita dalla moltitudine dei dipendenti. La salvezza del popolo minuto fu acquistata a buon mercato, se è vero che a Roma in un anno si battezzarono dodicimila uomini, oltre un proporzionato numero di donne e di fanciulli, e che, l’imperatore aveva promesso a ogni convertito un abito bianco con venti monete d’oro.

        La Chiesa si espandeva anche in tal modo, con un esercito che scoraggiava le deboli proteste dei pagani, ed iniziava a diventare uno Stato nello Stato ma doveva pagare a sua volta molto, rinunciando sempre più ad un lontanissimo Gesù che ormai era sparito. Ma non è qui che troviamo indizi utili a spiegare l’ulteriore trasformazione della Chiesa da assemblea che accoglie i seguaci di Gesù a strumento di potere. Per capire a fondo occorre seguire gli eventi che fecero convocare nel 325 ed accompagnarono il Primo Concilio di Nicea, il Primo Concilio Ecumenico della cristianità.

ARIO

        Prima di affrontare la discussione sul Concilio di Nicea, è utile parlare in Breve di una eresia che si era fatta strada nel mondo cristiano, quella di Ario. Per capire di cosa si tratta occorre proprio risalire ai Vangeli ed al trattamento che Paolo fece di Gesù. In breve quest’ultimo lavorò alacremente alla divinizzazione di Gesù anche se non lo considerava identico al padre, iniziando la teoria subordinazionista (il padre è più importante del figlio). Per Paolo solo il padre è Dio (JeoV), mentre il figlio è Signore (kurioV). La cosa si ritrova nel Vangelo di Giovanni, dove Gesù dice: Il Padre è più grande di me [Gv. 14, 28]. E la cosa venne  accettata da tutte le comunità cristiane e da tutti i pensatori (Ireneo, Tertulliano, Origene, …) almeno fino al IV secolo. Fu allora che Ario sostenne le stesse cose di precedenti Padri della Chiesa e venne trattato da idolatra ed eretico. Ciò che era accaduto era solo che il processo di divinizzazione di Gesù era avanzato grandemente. Il primo a condannare il subordinazionismo fu Teofilo di Alessandria che nella sua condanna investì, oltre ad Ario, anche Origene (che verrà condannato definitivamente dal V Concilio della Chiesa nel 553). Si può quindi capire che uno degli scopi di Costantino era togliersi di torno ogni divergenza nella Chiesa e, tra di esse questa che dilagava ovunque ed era particolarmente sentita nella Chiesa di Alessandria. Si trattava nientemeno di stabilire la natura di Gesù in relazione al Padre; in particolare, stabilire se il Figlio fosse della stessa ousìa, sostanza, del Padre. In proposito Ario, che aveva un grande seguito anche nel clero, sosteneva:

Dio è uno ed eterno, non generato. Gli altri esseri sono creature, il Logos per primo. Come le altre creature, esso è stato tratto dal nulla, non già dalla sostanza divina; ci fu un tempo in cui non esisteva [citato da Grenz]

        In altri termini, fino a Nicea (ma anche dopo) non tutto il clero cristiano era d’accordo sulla vera natura della di Gesù e quindi, come vedremo, della Trinità. Che Gesù fosse inteso come un’entità divina era nelle cose, ma che fosse della stessa sostanza di Dio, a lui identico in tutto e per tutto, era e sarà tutt’altro che pacifico. Ed Ario non era il primo a porre un problema che era e sarà lacerante e mai risolto per tutta la cristianità, quello della Trinità e quello della natura dei componenti la Trinità, se tra le tre persone della Trinità vi fosse una gerarchia, se si trattasse rigorosamente di un solo Dio, … insomma qualcuno si poneva allora quel problema che oggi la Chiesa tratta come mistero della Trinità. Molto in breve il problema venne posto, sulla scia di altre posizioni precedenti (Modalismo e Monarchianismo(14)), in modo chiaro e dirompente alla metà del III secolo dal prete africano Sabellio (di Tolamide in Cirenaica). Secondo Sabellio, in linea con il Monarchianismo, Dio è una sola persona (ipostasi) in una unità inscindibile che si manifesta nelle tre forme di Padre, Figlio e Spirito Santo che sono solo tre nomi di tre modi diversi di rivelazione successiva del medesimo Dio nei vari momenti del Vecchio e Nuovo Testamento: il Padre nella creazione del mondo, il Figlio nell’incarnazione e lo Spirito Santo nella Pentecoste. Sabellio usava un’immagine per far capire l’unità che si presenta in tre modi differenti: il Padre è la faccia visibile del Sole, il Figlio era la luce emanata dal Sole, lo Spirito Santo era il calore che il Sole emana. Con questa concezione Gesù non era altri che il medesimo Padre ad essersi incarnato per manifestarsi e quindi era stato sempre il Padre a subire la Passione (patripassianismo). Queste posizioni furono anche di alcuni Papi ma poi divennero eretiche e combattute con una storia lunga ed articolata che non è qui il caso di ricordare. A noi serve ricordare che agli inizi del IV secolo le ritroviamo rielaborate dal prete Luciano di Antiochia (Cristo è come Dio, una entità spirituale preesistente ma è solo simile al Padre e ad esso subordinata) che ebbe tra i suoi discepoli molti che diventeranno vescovi nelle più importanti capitali d’Oriente. Ed in questa cerchia si era formato Ario che, formatosi ad Antiochia, nel 311 si spostò ad Alessandria come diacono (nel 313 divenne presbitero) della chiesa di Baukalis, la più importante della città. Con tale carica si batté contro lo gnosticismo, il modalismo ed il sabellismo. Solo nel 319 entrò in rotta di collisione con il suo vescovo, Alessandro, per le sue proprie tesi che costituivano un ulteriore modo di intendere la Trinità. Nel 319 Alessandro convocò un sinodo di vescovi africani e scomunicò Ario il quale, visti i tempi grami per gli accusati di eresia, fuggì in Palestina da dove scrisse al vescovo Eusebio di Nicomedia che molto volentieri gli concesse protezione ed asilo. In poco tempo le teorie di Ario fecero molti proseliti anche grazie all’influenza di Nicodemo sull’Imperatore (all’epoca) Licinio e sulla moglie Costanza (sorella di Costantino) ed al sostegno dello storico della Chiesa Eusebio di Cesarea.

        Vediamo ora, in breve, le teorie di Ario. Intanto egli era persona irreprensibile, coltissima, amabile, con una figura ascetica e con ottime capacità oratorie. Tutto filava liscio tra Ario ed il suo vescovo (per il quale, tra l’altro, egli si era fatto da parte cedendogli la carica) finché non si discusse della questione trinitaria. Molti storici osservano però che qui si utilizzò uno dei metodi spesso utilizzati dalla Chiesa, il trasferire sul piano delle dispute dogmatiche dei veri e propri scontri di potere che, in dettaglio, vogliono dire assegnazione di vescovati, quindi influenze e denaro. Il fatto d’interesse che il vescovo Alessandro ed il presbitero Dario disputavano da due posizioni che sarebbero diventate entrambe eretiche: da una parte Alessandro seguace di Sabellio e dall’altra l’ariano Ario che sosteneva essere il Padre l’unico Dio in senso pieno e completo mentre il Figlio era una creazione dal nulla del Padre. Quindi Padre e Figlio erano diversi ed il Figlio era stato creato per fare da tramite tra Dio ed il mondo. Per Ario quindi la Trinità non era in discussione ma solo l’identità delle sostanze (homousia) con cui erano fatte le tre entità che la costituivano. Siamo qui al subordinazionismo esteso anche allo Spirito Santo: il Figlio era subordinato al Padre e lo Spirito Santo era subordinato al Figlio. Con questa posizione Ario era vicino al Cristianesimo primitivo ed a quanto avevano scritto i Vangeli che in più parti affermavano che il Padre era più grande di Gesù oltre al fatto che Gesù era una sorta di semidio, portatore di valori morali superiori e  dotato di facoltà eccezionali, ma non un Dio (… io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me [Gv. 14, 28] frase molto chiara anche se complicata dall’altra …  Io e il Padre siamo una cosa sola [Gv. 10, 30] ambedue però sistemate dai teologi che affermano essere la prima frase riferita alla natura umana di Gesù, mentre la seconda alla natura divina. Et voilà, … !).

        Il successo delle teorie di Ario, accettate dai più eminenti pensatori asiatici elevarono Ario in una posizione di intoccabilità che lo fece ritornare ad Alessandria senza più tema di aggressioni da parte del vescovo Alessandro. Di fatto la Chiesa, essenzialmente quella asiatica ed africana, risultò spaccata nelle due fazioni rappresentate da Ario e da Alessandro, mentre in Occidente non si capiva bene di cosa si discutesse, anche perché i livelli di preparazione erano bassissimi e non esistevano teologi (gli unici due, Ippolito e Novaziano, erano degli antipapi!).

        Nel 324, quando Costantino si fu sbarazzato di Licinio, ebbe a dover gestire l’Oriente cattolico e si dovette caricare tutte queste questioni teologiche pena lo smembramento dell’unità imperiale che aveva appena ricostituito. La prima mossa di Costantino fu quella di incaricare il vescovo Osio di Cordova, suo consigliere, a fare da paciere. Osio si schierò invece Alessandro, facendo condannare, in un sinodo ad Antiochia del 324-325 costituito da vescovi ignoranti di teologia, Ario. Ciò ebbe per conseguenza che le posizioni di Ario divennero pericolose da sostenere.

        A questo punto, ad evitare ulteriori fratture che avrebbero potuto portare al caos, Costantino pensò alla convocazione di un Concilio di tutta la Chiesa, il Concilio di Nicea..

IL CONCILIO DI NICEA

        Costantino, come abbiamo detto, riconobbe il Cristianesimo come religione avente stessi diritti e doveri di tutte le altre. Si trattava di un’operazione molto importante che estendeva lo sguardo avanti in modo da avere un alleato importante o comunque non nemico (si calcola che all’epoca il 10% della popolazione dell’Impero fosse cristiana) nei suoi piani di unificazione dell’Impero. Vi era una ipotesi nei piani di Costantino e cioè che la Chiesa fosse un organismo unito e compatto. Costantino si rese però subito conto che la Chiesa era scossa da lotte intestine violente che, prima del riconoscimento, erano sotterranee e difficilmente emergevano ma che, subito dopo il 313, divennero visibili. Le varie correnti in cui si divideva la Chiesa, che si rinfacciavano l’un l’altra l’eresia, la facevano non affidabile perché priva di una direzione unica non discussa e Costantino aveva bisogno di sostegno univoco. La Chiesa, per parte sua, non aveva mai risolto il dissidio fondamentale tra la linea paolina (aperta alla modernità, ai gentili, ai pagani) e quella austera degli apostoli (legata alla tradizione giudaica). Questa divisione, come le altre su differenti aspetti dottrinali (ma che c’entra Gesù con queste dottrine ?), erano ora offerte al pubblico dibattito e non erano dibattiti pacati ma feroci con la morte civile e non solo per gli sconfitti.

        Un primo assaggio delle difficoltà che si presentavano e, precedentemente non previste, Costantino lo ebbe pochi mesi dopo l’editto di Milano. Costantino infatti dovette intervenire per risolvere la crisi donatista (da Donato, il fondatore dell’ennesima setta cristiana) che da tempo ormai creava gravi problemi alla Chiesa d’Africa. Gli stessi donatisti richiesero il suo intervento quando fu eletto vescovo di Cartagine un tal Ceciliano che era stato uno che, per sottrarsi al martirio, aveva rinnegato il Cristianesimo (come ve ne erano molti). Donato, con un gran seguito di vescovi, sosteneva che solo coloro che non erano stati collaborazionisti con Roma potevano aspirare a cariche religiose con molti che addirittura pretendevano la cacciata dalle comunità cristiane di coloro che avevano avuto comportamenti codardi ed indegni durante le persecuzioni. Si ribellò quindi all’elezione di Ceciliano ed elesse un altro vescovo dando origine ad uno scisma. Ciò che preoccupava di più non era tanto il fatto religioso quanto quello politico perché il movimento donatista era fortemente nazionalista (e controllava le odierne Libia e Tunisia), avversava quindi Roma e, fatto più sconvolgente, rappresentava la volontà di rivalsa delle classi più deboli. Costantino volle muoversi mantenendo il tutto in ambito religioso affidando la soluzione al vescovo di Roma, Milziade, e ad altri tre vescovi gallici. Milziade non aveva ancora quella che successivamente divenne l’autorità papale ma era solo una sorta di conciliatore giurisdizionale. Ma il conciliatore capì subito che doveva dare ragione alla Chiesa ufficiale. Con un Concilio convocato da Milziade a Roma si decise per la regolarità della nomina di Ceciliano. Donato fece un ulteriore ricorso a questa decisione. Questa volta fu Costantino che nel 314 convocò un Concilio ad Arles, dove i vescovi presenti ratificarono la correttezza dell’elezione di Ceciliano a vescovo. Costantino non batté ciglio e mostrò qui che, pur avendo la piena autorità di imporre la sua volontà, non aveva intenzione di mettersi contro l’autorità religiosa. Ed il seguito della storia mostrò che Costantino intendeva risolvere i contrasti anche con l’esercito perché, tra il 317 ed il 321, mise in atto una dura repressione contro i donatisti, con svariati morti. In questa occasione il problema non fu risolto e Costantino, preso dal problema più urgente dell’espandersi dell’arianesimo, lasciò almeno momentaneamente una relativa libertà ai donatisti. Il problema si riproporrà in seguito con l’Imperatore Costanzo II che dovette utilizzare la forza per sterminare i donatisti con la conseguenza che, con dei martiri, crebbero come forza decisamente antiromana. Nacquero dei veri e propri guerriglieri, gli agonisti o combattenti per la vera fede contro i circumcellioni o vagabondi, che assaltavano le proprietà terriere dei ricchi, le smembravano e le distribuivano ai poveri, giacché i proprietari erano scappati. Il movimento, con il passare del tempo assunse sempre più valenza sociale e raccolse intorno a sé i movimenti rivoluzionari degli schiavi e dei coloni d’Africa. Non a caso Agostino che proveniva da quella regione (odierna Algeria) si schierò con la Chiesa ortodossa contro i difensori dei deboli. Anche per questo fu santificato.

        Questo sistema dei Concili e dei Sinodi convocati da Costantino in luoghi e tempi diversi con invitati opportuni fu spesso usato proprio da Costantino. Era sempre lui che, in definitiva, decideva di dare o no l’approvazione alle deliberazioni dei sinodi, anche per l’elezione dei vescovi. E le comunità cristiane presero l’abitudine di rivolgersi a lui per dirimere qualunque controversia.

        Naturalmente gli esegeti cristiani dell’epoca, il teologo di corte di Costantino Eusebio di Cesarea e l’istitutore del figlio ancora di Costantino, Lattanzio, parlano di Costantino come del più pio, accorto ed assennato uomo del tempo. Gli concedono ogni virtù, oltre alla conversione al Cristianesimo che nessuno sa ancora ben situare e sa se sia mai esistita(13). Questi storici del regime della Chiesa inventarono favole di sogni, apparizioni, simboli ed ispirazioni. Si può capire l’entusiasmo ma non la supina accettazione della politica di ognuno perché ci fa favori personali (e la cosa è restata la stessa fino ad oggi). E Costantino fece  alla Chiesa concessioni mai fatte da altri culti, così riassunte da Deschner [2]:

già nel 312 o nel 313 lasciò in eredità al vescovo romano un palazzo, il Laterano, noto fin dai tempi di Cesare, una volta appartenente alla famiglia dei Laterani e quindi dimora dell’imperatrice Fausta, da oltre mille anni residenza dei Papi. Nel 313 liberò il clero cattolico, e solo esso, da ogni gravame personale, privilegio assai ambito e solo di rado concesso ai sacerdoti pagani, che egli, figlio di Costanzo, estese anche alle donne e ai figli dei preti. Nel 316 l’imperatore concesse ai vescovi il pieno potere di affrancare gli schiavi della Chiesa; nel 318 la giurisprudenza chiesastica fu completamente equiparata a quella statale, il che condusse però a tali situazioni di malessere, che dovette essere nuovamente tolta ai vescovi, in oriente nel 398, in occidente nel 408. Nel 321 fu dato a tutti il permesso di fare donazioni alla Chiesa, moltiplicandone ben presto i possedimenti.

        Se si guarda tutto ciò isolandolo da tutto il resto si può certo pensare ad una conversione fulminante di Costantino. In realtà l’insieme dei favori che la Chiesa ottenne e che ne accrebbe l’influenza ed il prestigio, oltre ad invogliare molti ad entrare nelle fila del clero, avevano una precisa contropartita: la Chiesa accettava di diventare suddita non tanto dell’Impero quanto dello stesso Costantino. Ormai può sembrare superfluo ai più accorti ma Gesù spariva sempre più ed il suo discorso della montagna diventava una bella favola da raccontare ai bambini piccoli. La Chiesa era al servizio dell’Imperatore ma al potere; potere che esercitava contro i popoli sopraffatti e sfruttati dall’Impero.

        Il richiamare qui il dissidio tra varie correnti è del tutto improprio, ormai la questione si giocava tra potere e opposizione ad esso. La Chiesa ufficiale aveva scelto da che parte stare, essa era ormai completamente mondanizzata e, come tale, faceva venir meno quelle aspirazioni di giustizia sociale e di rifiuto della guerra che pure molti fedeli avevano avuto. Tutto come prima, con in più un altro corpo morto da alimentare: la Chiesa.

        Per regolare i rapporti tra Stato e Chiesa ma, soprattutto, per rendere la Chiesa ubbidiente ai voleri dell’Imperatore, Costantino, amareggiato per l’esistenza di tali meschine distinzioni, convocò nel 325 a Nicea (l’odierna Iznik in Turchia. Si veda mappa in nota 12), sua residenza estiva, il Concilio ecumenico della Chiesa. Parteciparono al Concilio 300 vescovi (le cronache esegetiche del Concilio parlarono della partecipazione di 318 vescovi per uguagliare il numero dei servitori di Abramo nella lotta contro i Re coalizzati [Gen. 14, 14]); tra di essi: uno era calabrese, uno della Gallia, uno della Pannonia (parte occidentale dell’odierna Ungheria), uno spagnolo (Osio di Cordova) e due preti romani (in rappresentanza del vescovo di Roma, Silvestro). Gli altri 296 erano appunto asiatici ed africani. Secondo tutte le cronache, a Nicea solo pochi padri sinodali si mostrarono capaci di autonomia di giudizio (secondo la Storia Ecclesiastica – 1, 8 – del 439 di Socrate, si trattava di un sinodo di veri e propri cretini), ma neppur essi riuscirono a concludere nulla. Da maggio o giugno fino all’agosto ospiti dell’imperatore, restarono impressionati dalla pompa, dalle adulazioni del monarca, da come egli baciava le cicatrici dei martiri e dall’appellativo di «amici» e «amati fratelli», col quale si rivolgeva ai presenti; così il credo niceno fu esattamente la formulazione che l’imperatore voleva: nulla accadde contro la sua volontà. Costantino aprì il concilio, intervenne nel dibattito e ne determinò l’andamento. Non furono approntati protocolli oppure essi furono fatti sparire ad opera della Chiesa che ha moltissimo da nascondere su questo Concilio.

        A Nicea uno degli argomenti discussi riguardava la posizione da assumere contro le eresie che erano maturate dopo il montanismo ed il marcionismo. La più pericolosa era ora quella di Ario. Ma quando gli ariani in sede di Concilio lesserò il loro credo, al portavoce fu strappato di mano il foglio e ridotto in mille pezzi, prima ancora che avesse finito. Oltre la questione ariana, si tentò di regolamentare anche altre questioni che in definitiva riguardavano il portare la concordia nella Chiesa perché una chiesa divisa non serviva a Costantino. Per portare la concordia occorreva essere dei teologi molto preparati e, purtroppo, quei vescovi avevano in massima parte una infima preparazione. Si lasciavano condurre per mano mentre godevano del soggiorno per loro dorato (come eventi contemporanei ci fanno immaginare molto bene).

        Ario quindi era battuto in partenza anche se il problema della Trinità rimaneva. Esso fu risolto con i soliti sistemi che vorrebbero mediare ma complicano di più i problemi. Si adottò una formula che forse non fu neppure capita dalla maggioranza dei vescovi, si affermò che il Figlio era consustanziale (homooùsion)al Padre, cioè fatto della stessa essenza (Credo niceno da cui deriva la preghiera cristiana nota come Credo). Come dice Deschner [2], assecondando i desiderata imperiali, i vescovi accettarono questa formula, che non era stata sostenuta da nessuno dei due gruppi contendenti. In tal modo furono poste fuori gioco tutte le concezioni subordinazionistiche in relazione al rapporto Padre-Figlio. Da dove proveniva questa idea ? La Chiesa non ce lo ha fatto mai sapere esplicitamente fino agli inizi del Novecento. Da allora sappiamo che l’idea è di derivazione gnostica. Anche il concetto numerico di «triade», che si trova alla base del dogma trinitario, come concetto dogmatico è di derivazione gnostica. Nasceva così la Trinità come dogma della Chiesa(15) fatta, come dicono Manacorda e De Ruggi

ero, di un Dio Padre, creatore del cielo e della terra; del Figlio unigenito, generato ma non fatto, il quale, incarnato di Spirito Santo e da Maria Vergine, si è fatto uomo; per la nostra salvezza ha sofferto è morto in croce ed è resuscitato il terzo giorno, è risalito al cielo e verrà a giudicare i vivi ed i morti; e infine dello Spirito Santo, del quale per allora non si disse niente, sicché più tardi a Costantinopoli si dovette aggiungere che procede dal Padre (senza peraltro definirlo figlio, dato che Cristo è figlio unico), ma dimenticando di dire che procede anche dal Figlio, sì che si dovrà provvedervi più tardi dicendo che procede dall’uno e dall’altro (procedenti ab utroque), dirà san Tommaso nel Pange lingua (e l’aggiunta che lo Spirito parla per bocca della Chiesa era il preludio alla sua infallibilità: la Chiesa si poneva così al di sopra dei suoi stessi fedeli, come potere teocratico, al pari di quello dell’Impero).  E così un imperatore, per giunta neppure battezzato, detta dogmi alla chiesa. E questo è solo l’inizio del vero miracolo non di Gesù o Dio ma della Chiesa: la completa distruzione del messaggio del Cristo delle origini. E la Chiesa continuò per secoli ad essere governata da imperatori e, come accennato, nel 381, nel sinodo ecumenico di Costantinopoli, nacque la Trinità come legge dello Stato. Una invenzione che l’antica comunità cristiana non si sarebbe mai sognata, che non compare nei Vangeli dove semmai il dogma viene contraddetto.

        Le conclusioni del Concilio con la determinazione accennata sulla Trinità furono trascritte su un documento (in ogni caso gli atti del Concilio sono giunti a noi in modo molto parziale riportando in modo rozzo solo ciò che interessava la maggioranza). Costantino fece sapere che chi non avesse controfirmato quel documento sarebbe stato esiliato. Solo Ario e gli egiziani che la pensavano come lui non firmarono andando in esilio verso regioni danubiane (gli oppositori alle tesi ufficiali erano 17 e, dopo la minaccia dell’esilio, divennero due). I loro libri furono bruciati. Oltre alla questione fondamentale il Concilio decise anche alcune cose di minor conto: come stabilire la data della Pasqua e varie norme concilianti verso vari gruppi eretici già espulsi tentando di invogliarli a rientrare nelle braccia della Chiesa. Finiti i lavori il Concilio si chiuse con un luculliano pranzo offerto da Costantino che fece pensare ai vescovi cretini di essere già entrati nel regno dei cieli. Costantino aveva riscosso grande successo e aveva garantito il riconoscimento di quella che era per lui la Chiesa ufficiale rispetto alle varie eresie, comunque invitate (a parte Ario) a rientrare. Era Costantino il vero capo della Chiesa che inaugurava il connubio nefasto tra Stato e Chiesa. L’atteggiamento conciliante mostrato da questo Imperatore cambiò subito quando alcuni vescovi ritrattarono (tra cui Eusebio di Nicomedia); li esiliò subito in Gallia e minacciò di dura pena chi titubava. I vescovi ossequienti erano ormai nelle mani dell’Impero ma si erano arricchiti rafforzando il loro potere temporale.

        Il cristiano Costantino si prese gioco della Chiesa fino alla fine. Egli infatti morì eretico perché si fece battezzare in punto di morte da un eretico ariano (Luciano) ed un tale battesimo non era riconosciuto dalla Chiesa. Il Principe dei cristiani era poi un sanguinario che si divertiva nel circo dove venivano sbranate dalle fiere diverse persone. Ma ora non erano più cristiane e quindi queste vittime non hanno storia. Solo un anno dopo Nicea Costantino fece uccidere suo figlio Crispo (figlio anche di Minervina) tagliandogli la gola (probabilmente per essere stato accusato dalla moglie Fausta di averla insidiata), affogò nel bagno sua moglie Fausta, figlia di Massimiano (quando scoprì che le accuse al figlio erano false e originate dal voler garantire ai propri figli la successione al trono), ed assassinò sia il suocero che il cognato. Nel 329 gli morì la madre Elena, la bagascia dei Balcani che la Chiesa santificò, forse per le sue razzie in tutto il Medio Oriente di ogni vaga ed incerta reliquia di Gesù (si aggirò sul Golgota dove trovò tre croci individuando quella di Gesù, sulla quale erano ancora conficcati due chiodi, perché produsse un miracolo. Inutile dire che le reliquie della croce, legni più chiodi, sono oggi tali da poter costruire una nave). Nel 337, infine, morì(16) lasciando l’Impero in mani incerte.

DA COSTANTINO A TEODOSIO

        Alla morte di Costantino non vi fu una immediata transizione in un successore. Dopo 4 mesi, con acclamazione dell’esercito, pratica indegna ma ormai divenuta una consuetudine, successero a Costantino i suoi tre figli avuti da Fausta: Costantino II, Costanzo II e Costante. I tre si divisero l’Impero che già subiva divisioni in base a questioni religiose: Costantino II (che aveva una specie di controversa tutela sul fratello più piccolo Costante con il quale si divideva l’Occidente dell’Impero) era per l’ortodossia nicena che, in quel momento, rappresentava l’Occidente, mentre Costanzo II era schierato con le ultime posizioni vicine ad Ario degli ultimi tempi della sua vita. La situazione si presentava insostenibile anche se, almeno, dalla successione furono esclusi i nipoti con una strage, fatta dell’esercito, dei fratellastri di Costantino con tutta la figliolanza (esclusi solo due nipoti, i figli del fratellastro Giulio Costanzo, Gallo e Giuliano che dovevano garantire l’ulteriore successione come poi avvenne perché Giuliano diventerà Imperatore). Vi fu un lungo periodo di incertezza con il prevalere delle posizioni nicene prima e venir meno poi a seguito del cambiamento di posizioni dei tre imperatori. Nel 340 Costantino II tentò di mettere a tacere Costante che era sempre più riottoso alla tutela. Si arrivò ad uno scontro armato ad Aquileia dove Costantino II cadde in una imboscata e fu ucciso. Ora l’Occidente era in mano a Costante che dal punto di vista religioso era un niceno. Ma Costante fu cacciato e quindi ucciso da una sollevazione militare del semibarbaro Magnenzio in Gallia. Dopo varie e complesse vicende si arrivò ad un feroce e sanguinosissimo scontro armato tra gli eserciti di Costanzo II e di Magnenzio che fu vinto da Costanzo II che, come suo padre che aveva battuto Licinio, ancora una volta, si proponeva come Imperatore unico (353). Per avere un sostegno di fiducia contro le minacce di franchi ed alemanni al Nord, Costanzo nominò Giuliano, il cuginastro nato nel 332, come suo Cesare nelle Gallie (355). Intanto coltivava il sogno della riunificazione religiosa che, invece, andava verso ulteriori sottili divisioni: per gli Anhomei il Figlio non era simile al Padre; per gli Homei il Figlio era simile al Padre; per gli Homoiousiani il Figlio era simile nella sostanza al padre; un Sinodo a Sirmio (in Pannonia, l’attuale Serbia) del 351 invitava a subordinare il Figlio al Padre; un successivo Sinodo a Sirmio nel 357 proponeva di abbandonare parole ignote alle Scritture (ousia) e riconoscere la superiorità del Padre; un terzo Sinodo a Sirmio nel 359 propose la formula del Figlio uguale in tutto al Padre; questa formula fu accettata nel quarto Sinodo a Sirmio dello stesso anno. Mentre si disquisiva di teologia i benefici per la Chiesa si susseguivano: nel 346 i chierici furono esonerati dalle imposte sulla terra (nel 360 il beneficio fu ristretto ai beni ecclesiastici); nel 355 i vescovi furono sottratti ai tribunali ordinari per essere affidati solo ad un sinodo di vescovi; nel 357 fu fatta rimuovere l?Ara della Vittoria, emblema della religione romana, che si trovava vicina al Senato.

        Intanto Costanzo era occupato contro i Persiani che premevano ad Oriente e, nel 359 chiese truppe a Giuliano (che aveva vinto importanti battaglie al Nord). I soldati non vollero però abbandonare il loro Cesare e si sollevarono acclamandolo Augusto (360). Costanzo si preparò ad attaccarlo ma nel 361 morì. Giuliano restava unico Imperatore e Giuliano era persona con una personalità molto forte, simile a quella del nonno Costantino.

        Giuliano in giovane età era divenuto cristiano tanto da prendere i voti per il basso clero con l’intenzione di farsi prete. Quando poi fu educato, nella città di Atene, ai classici greci, a quelle filosofia ed a quella cultura, ebbe una folgorazione e capì che la più avanzata teologia cristiana consisteva in un paio di cose: cacciare gli spiriti maligni e farsi il segno della croce. Contribuì molto alla folgorazione l’aver scoperto che il massacro nella sua casa, dal quale egli ed il fratellastro Gallo si erano salvati, era stato realizzato dallo zio Costanzo che era cristiano. Per buon peso, i vescovi cristiani che oziavano nella corte sapevano tutto e non avevano battuto ciglio anzi, gli dicevano di ringraziare il cielo per essersi salvato. E nel 361, quando divenne Imperatore, fece sapere di aver abbandonato il Cristianesimo (e per questo fu chiamato Apostata) per tornare alla religione romana e riprese l’uso dei sacrifici nei templi delle divinità romane. Non ostacolò comunque  le altre religioni e favorì in modo particolare l’ebraismo dandone prova con un tentativo di ricostruzione del Tempio (fallito per l’opposizione dei cristiani che vi vedevano un segno dell’Anticristo). Anche i cristiani ebbero sostegni con richiamo di chierici oppositori dall’esilio e restituzione di loro proprietà ma questi gli erano ostinatamente contrari sicché Giuliano abbandonò ogni progetto in loro favore senza però ricorrere al martirio (come alcuni Padri della Chiesa gli rimproverarono). Per il resto, con l’aiuto di competenti collaboratori, dette vita ad una eccellente politica economica deflazionistica per tentare di arginare i debiti non solo dell’Impero ma delle varie provincie e municipalità, debito che, anche allora, pagavano le popolazioni indigenti. Riuscì ad abbassare il prezzo del grano in un momento di carestia, ridusse le imposte ai meno abbienti, fece distribuire terre incolte ai contadini poveri (poi si accorse che i funzionari corrotti le avevano assegnate ai già ricchi ai quali le tolse per destinarle al pascolo dei cavalli). La sua politica era orientata ad alleviare, per quanto possibile, le condizioni dei più umili. Anche se costoro erano in gran parte cristiani e già sostenevano quella gerarchia ecclesiastica che iniziava ad affamarli(17). Il fondamentale principio dal quale Giuliano partiva era che tutti i cittadini, sia ricchi che poveri, avevano diritto alle medesime possibilità. Aggiunge Deschner [2] che “organizzò una vasta assistenza per i poveri, fece costruire alberghi per i pellegrini e ospedali, e stabilì un’assistenza anche per i carcerati ed i nemici” insomma, si può dire che questo pagano lavorasse ispirato da Gesù. Oltre alle questioni economiche, Giuliano affrontò quelle educative e si preoccupò di fortificare l’istruzione superiore, escludendo da essa gli insegnanti cristiani al fine di restaurare il vecchio ideale di cultura. Un maestro cristiano, per coerenza morale e intellettuale, non doveva insegnare Omero, Esiodo, Demostene, Erodoto, Tucidite, ed i massimi tesori della cultura greca e latina. Andassero i cristiani ad insegnare i Vangeli nelle loro scuole. Proibì anche a figli di cristiani di frequentare i corsi di poetica, retorica e filosofia poiché i padri condannavano queste discipline e non si capisce bene perché i figli dovessero apprenderle. Cacciò i cristiani dai vertici dello Stato e dell’esercito perché la loro religione era contraria queste cose. In luoghi dove i cristiani, sotto il suo regno, avevano distrutto templi pagani, incamerò i beni della Chiesa come risarcimento. Indipendentemente però da una sua manifesta volontà, come al solito, si ebbero anche manifestazioni violente di intolleranza religiosa contro i cristiani da parte di chi non era stato tollerato dopo il Concilio di Nicea.  Come era prevedibile, la sua politica religiosa, anche se densa di novità, non ebbe successo perché il Cristianesimo si era ormai radicato fin da secolo precedente in vastissime aree della popolazione e da una quarantina di anni tra i potenti che avevano iniziato a tirarne fuori grandi benefici economici. Giuliano che non era per nulla uno sprovveduto, se ne rese conto e ne fu profondamente amareggiato come risulta dalla sua opera Contro i Galilei,ispirata al Discorso vero contro i cristiani di Celso e al Contro i cristiani di Porfirio, opera che, non a caso, i cristiani fecero sparire e che fu rimessa insieme solo nel secolo XIX.

        Nel 363, mentre Giuliano era impegnato in una campagna contro i Persiani, venne ucciso nella sua tenda da un colpo di lancia infertogli molto probabilmente da un soldato cristiano. In Antiochia l’evento fu festeggiato con danze nelle chiese mentre, da allora, iniziò la più indegna denigrazione di cui i cristiani sono stati capaci. Misero in campo ogni infame repertorio di cui sono sempre stati maestri per calunniare questo ultimo grande Imperatore. Gli successe, eletto sul campo di battaglia, Gioviano che farà subito la pace con i Persiani, cedendo loro importanti territori e morendo un anno dopo (364). A Gioviano successe Valentiniano I (che si occupò di Occidente) che subito associò al suo regno Valente (che si occupò di Oriente). Qualche anno dopo, nel 367, Valentiniano I aggiunse al suo trono per l’Occidente il figlio di 9 anni, Graziano. I due erano cristianissimi e ritrovarono le divisioni precedenti tra l’Oriente ariano e l’Occidente niceno, con in più le successive e numerose distinzioni tra Figlio e Padre alle quali ho accennato. Valente, da ariano qual era, si occupava di cose religiose orientali mentre Valentiniano I tentava di mettere ordine nelle cose religiose occidentali. Sotto Valentiniano, nel 373, alla morte del vescovo di Milano Auxenzio, la comunità milanese si dette come vescovo il niceno non ancora battezzato Ambrogio che per elezione popolare passò da governatore della Liguria e dell’Emilia (con sede a Milano) a vescovo di Milano, seguace del neoplatonico Plotino (poi definito una creazione di Satana) ed incredibilmente dell’anticristiano Porfirio. In ogni caso secondo questo personaggio, da cui si imbevono ancora dei Papi ignorantelli, ciò che la filosofia pagana aveva  prodotto di positivo era solo frutto di suggestioni derivanti dalla Sacra Scrittura. In questo delirio e trionfo di ignoranza anche la scienza era ridotta a nulla e respinta come un attentato alla Maestà di Dio. Nel 375 Valentiniano I moriva e con l’ennesimo pronunciamento militare fu eletto Augusto non Graziano ma l’altro figlio di Valentiniano I, Valentiniano II. Comunque, poiché Valentiniano II era ancora un bambino e la reggenza era della madre Giustina, già nel 376 Graziano operava da Imperatore (avendo di fatto la tutela del fratello) gestendo il potere reale di tutto l’Occidente. E, proprio in quell’anno, dopo la visita di Graziano a Roma, il prefetto della città, Gracco, convertendosi al Cristianesimo, ordinò la distruzione del Tempio di Mitra. Ma ormai la situazione era del tutto fuori controllo e nel 377 iniziò il crollo dell’Impero d’Occidente con gli Unni che, oltrepassato il Volga, spazzavano via ogni resistenza degli Ostrogoti e spinsero i Visigoti lungo il Danubio. Si creò così una pressione di Unni, Alani, Ostrogoti e Visigoti alla quale Valente tentò di opporsi in Tracia prima con lusinghe e quindi in battaglia dove morì nel 378. Il povero Valente non era riuscito a mettere su un esercito degno perché tutte quelle regioni che prima offrivano soldati, ora davano solo preti (che se chiamati a combattere gridavano alla persecuzione). I Goti erano arrivati così alle porte di Costantinopoli dove non riuscirono ad entrare. Distrussero però tutto ciò che era intorno insediandosi, alla fine, nella regione dei Balcani. In Occidente non vi erano ancora minacce. La corte, dal 381, si era spostata da Treviri a Milano dove però sorsero gravi problemi tra il vescovo Ambrogio e la madre di Valentiniano II, Giustina, perché ariana. Giustina avrebbe voluto almeno una chiesa di rito ariano ma Ambrogio la negò con durezza e fermezza. Giustina tentò di far valere le sue prerogative imperiali e convocò Ambrogio il quale si recò all’incontro con un seguito di numerose persone, seguito che praticamente impedì la volontà imperiale su quella della Chiesa. Giustina pensò di fare a meno di Ambrogio ed ordinò che per Pasqua fosse preparata una Chiesa ma tumulti plebei, istigati da Ambrogio, impedirono che si svolgesse la cerimonia ariana. Ambrogio parlò alla folla istigandola ancora di più descrivendo Giustina come una delle più perfide donne nemiche della Cristianità e paragonando l’uso di una chiesa per gli ariani ad una ulteriore persecuzione contro i cristiani. Si sfiorò una guerra civile che vide vincitore, per il sostegno popolare, Ambrogio e che fece ottenere a Giustina un editto di tolleranza verso gli ariani. Un decreto di espulsione di Ambrogio non ebbe esito perché il vescovo utilizzò i martiri Gervasio e Protasio di oltre 300 anni prima e reliquie dei loro corpi (cercati affannosamente e trovati allo scopo anche se nessuno sa se vi fosse corrispondenza e nessuno storico sa dire di quale persecuzione furono vittime) per avere maggiore sostegno popolare attraverso la guarigione di un cieco e di vari invasati dal Demonio, miracoli testimoniati da Ambrogio, dal suo segretario Paolino e dall’africano Agostino, insegnante di retorica a Milano e futuro Santo (sic!). Un piccolo dettaglio è restato senza risposta: che fine hanno fatto i corpi di questi santi martiri ? Sciocchezze per un prestigiatore come Ambrogio che appena sei anni dopo, capito l’affare, nel 393 scoprì a Bologna i corpi di altri due martiri, Agricola e Vitale, ed ancora a Milano nel 395, altri due, Nazario e Celso. E fu così che partì la lucrosa ricerca delle reliquie che arricchì la Chiesa e non solo.

         Graziano, per parte sua, venuto a conoscenza della morte di Valente, nominò subito (379) Imperatore per l’Oriente il generale spagnolo Teodosio I, un campione del Cristianesimo niceno (come il vescovo Osio di Cordova). Teodosio  spostò la residenza a Tessalonica (l’odierna Salonicco). Anche Graziano però moriva assassinato nel 383 e l’esercito, invece di rispettare l’Imperatore legittimo Valentiniano II, elesse sul campo Magno Massimo che avanzò minaccioso su Milano (387). Giustina e Valentiniano scapparono da Teodosio I dove chiesero asilo e dove Teodosio sposò la sorella di Valentiniano, Gallia. Nel 388 infine Teodosio I sconfisse Magno Massimo e riportò al trono d’Occidente Valentiniano II sotto il tutore Arbogaste, poiché era morta Giustina. Durò poco questo rapporto perché in circostanze ignote nel 392 morì impiccato Valentiniano II. Per un breve periodo Teodosio I fu unico Imperatore ma Arbogaste con il sostegno del Senato di Roma, preoccupato per l’enorme potere e l’ingerenza della Chiesa nello Stato(18), fece elevare dall’esercito al trono d’Occidente Flavio Eugenio. Costui fu sconfitto da Teodosio nel 394 di modo che di nuovo Teodosio risultava Imperatore unico.

TEODOSIO, L’IMPERATORE DI DIO

        Prima di dare il meglio di sé in affari religiosi, Teodosio si era distinto (379) nel distinguere con evidenza le diverse classi sociali della capitale attraverso una ferrea regolamentazione dell’abbigliamento cui seguì un lusso sfrenato, nepotismo, sfruttamento dei ceti più deboli ed uno spreco incredibile di denaro pubblico. Intervenne anche a protezione della castità e contro le vedove che non rispettavano i periodi di lutto. Impose il rogo per gli omosessuali.

        Uno dei primi atti di Teodosio, in ambito religioso, fu l’Editto di Tessalonica (Cunctos polulos) del 380 in cui venne sancita la definitiva intolleranza di quello che fu il più grande Impero del mondo, Impero che fece della tolleranza il suo credo. L’editto, a cui seguirono nel 391 e 392 i decreti attuativi, era il seguente:

«IMPERATORI GRAZIANO, VALENTINIANO E TEODOSIO AUGUSTI. EDITTO AL POPOLO DELLA CITTA’ DI COSTANTINOPOLI.
Vogliamo che tutte le nazioni che sono sotto nostro dominio, grazie alla nostra clemenza, rimangano fedeli a questa religione, che è stata trasmessa da Dio a Pietro apostolo, e che egli ha trasmesso personalmente ai Romani, e che ovviamente (questa religione) è mantenuta dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, persona con la santità apostolica; cioè dobbiamo credere conformemente con l’insegnamento apostolico e del Vangelo nell’unità della natura divina di Padre, Figlio e Spirito Santo, che sono uguali nella maestà e nella Santa Trinità. Ordiniamo che il nome di Cristiani Cattolici avranno coloro i quali non violino le affermazioni di questa legge. Gli altri li consideriamo come persone senza intelletto e ordiniamo di condannarli alla pena dell’infamia come eretici, e alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa; costoro devono essere condannati dalla vendetta divina prima, e poi dalle nostre pene, alle quali siamo stati autorizzati dal Giudice Celeste.
DATO IN TESSALONICA NEL TERZO GIORNO DALLE CALENDE DI MARZO, NEL CONSOLATO QUINTO DI GRAZIANO AUGUSTO E PRIMO DI TEODOSIO AUGUSTO»

         Con queste poche parole si realizzava la più incredibile violenza all’intera umanità. Il Cristianesimo e per di più quello niceno, era religione di Stato con la minaccia di ogni persecuzione contro pagani e cristiani che non avessero aderito al credo niceno come religione unica ed obbligatoria dell’Impero romano. Il Cristianesimo, in un Impero in disfacimento, marcava un nuovo passo verso l’oppressione, l’intolleranza, l’abominio, i crimini di un potere ottuso imposto dallo Stato che si rendeva prono ai voleri del vescovo di Roma, tal Damaso, e di quello di Alessandria(19), tal Pietro, che avevano il riconoscimento di fonti indiscutibili della teologia cristiana.

        Iniziarono subito le epurazioni e da Costantinopoli fu cacciato il vescovo di credo ariano che rappresentava la quasi totalità della popolazione, sostituito dal vescovo di poche anime di credenze nicene Gregorio Nazianzio, un presunto teologo davvero non in grado di reggere tanto impegno. A questo personaggio Teodosio affidò il Primo Concilio di Costantinopoli del maggio 381 che doveva affermare teologicamente quanto Teodosio aveva deciso nel 380. Gregorio Nazianzio, fatto riconoscere vescovo di Costantinopoli dal Concilio  e per un certo periodo suo presidente, ad un certo punto di esso (giugno 381) lo abbandonò (per ritirarsi in un piccolo paesello) perché si rese conto di non essere in grado di seguire e mediare le dispute religiose (e per questo la Chiesa lo riconosce come Padre di essa) dei 150 vescovi orientali lì convocati (Damaso di Roma, non inviò alcun rappresentante). Il Concilio, dopo aver definito Costantinopoli la Nuova Roma e seconda per l’autorità vescovile, riaffermò quanto teologicamente deciso a Nicea nel 325 (condanna dell’arianesimo e di altre eresie tra cui il manicheismo(20)) ed in particolare il credo niceno, con l’aggiunta dello Spirito Santo (il Credo diventava ora niceno-costantinopolitano), così espresso: Credo in Spiritum Sanctum qui ex Patre per Filium procedit ma che venne conosciuto solo nel Concilio di Calcedonia del 451. Risolto così il problema della natura delle tre entità della Trinità restava scoperto il nuovo terreno della disputa teologica, come si integravano in Gesù la natura umana e divina, con la nascita di nuove importanti eresie. Non è peregrino denunciare che anche ora, come con Nicea, non si è conservato alcun documento, pratica utilizzata dalla Chiesa ogni volta che doveva e deve nascondere.

        Negli anni che seguirono vennero via via presi altri provvedimenti a favore del Cristianesimo: nel 381 vennero vietati tutti i riti di altre religioni e si stabilì che i cristiani apostati non avessero diritto ad un testamento; nel 382 furono permessi gli oggetti pagani solo nel caso avessero valore artistico; nel 383 il giorno dedicato al Sole (dies solis) divenne il giorno dedicato al Signore (dies dominicus); nel 385 fu ribadito il divieto di cerimonie pagane. Nel 390, questo sant’uomo di Teodosio, per vendetta ad uno sgarbo subito, fece trucidare oltre 7000 persone a Salonicco. In questa occasione, l’aizzatore dell’intolleranza criminale contro i pagani, Ambrogio, scrisse una lettera a Teodosio per rimproverarlo dell’eccidio e scomunicarlo. Teodosio fece atto di contrizione e fu perdonato e quindi ricomunicato. Tanto si era pentito l’Augusto imperatore che nel 391 e 392 emanò i decreti attuativi dell’Editto di Tessalonica del 380. Il primo decreto (febbraio 391) vietava: culti pagani anche in privato, l’ingresso in templi pagani, il pellegrinaggio in santuari e/o statue pagani con forte pena pecuniaria. Il secondo decreto (maggio 391) prevedeva pene amministrative per i pagani convertiti al Cristianesimo e poi tornati pagani. Il terzo decreto (giugno 391) specifica meglio il divieto di ingresso ai templi decretato a febbraio (se si tiene conto che i pagani erano in maggioranza nell’Impero si può capire l’ira che provocò il decreto e la necessità di usare l’esercito per applicarlo). Il quarto decreto (novembre 392) proibiva categoricamente, esplicitandoli, tutti i culti pagani che seguivano in privato. Il reato era gravissimo tipificato come lesa maestà e prevedeva la perdita dei diritti civili fino alla pena di morte, con la confisca di ogni bene e pene pecuniarie ingenti per coloro che dovevano far rispettare il decreto e non lo facevano. Iniziarono le spedizioni dei cristiani contro i templi pagani, tutti distrutti e date alle fiamme, con violenze inenarrabili per chi tentava la difesa del proprio credo.

        L’ignoranza di questo Imperatore era tale che nel 393, su sollecitazione di Ambrogio, un grande fondamentalista, intollerante, bugiardo (mentiva spudoratamente ad esempio sul fatto che i cristiani erano in maggioranza) ed ottuso (più volte minacciò di scomunica l’Imperatore Graziano se non avesse anteposto gli interessi della Chiesa a quelli dello Stato perché il benessere dello Stato era conseguenza della vera fede) per questo santificato dalla Chiesa, proibì i Giochi Olimpici ritenendoli manifestazione pagana. Finalmente, nel 395, Teodosio morì con rammarico di Ambrogio che lesse per lui una esaltante orazione funebre nella quale si vantava di averlo costretto a pentirsi in lacrime. La gestione momentanea fu assegnata ad un ufficiale di fiducia di Teodosio, Stilicone, che aveva anche il compito di occuparsi dei suoi due figli.

        Dopo la morte di Teodosio si ebbe la divisione definitiva dell’Impero in quello d’Occidente ed in quello d’Oriente(21) con l’Impero d’Occidente che cadde sotto i colpi di Odoacre nel 476 data in cui iniziarono i regni romano-barbarici. Ormai la Chiesa aveva preso il sopravvento in Occidente e nella frenesia del potere si è persa ogni traccia di Gesù e del suo insegnamento.

MA GESÙ È DIO ?

        Non mi propongo di esaminare le domande fatte nel titolo da un punto di vista teologico, non ne sarei capace perché la teologia non la capisco come attività umana. Voglio solo andare a capire come Gesù, Spirito Santo e Maria sono comparsi nella fede, che posto occupavano nei Vangeli e che posto hanno occupato in seguito. Cominciamo con la divinità di Gesù che il Concilio di Nicea risolse positivamente, come visto e che, nell’ultima frase del precedente capitolo sembra sparito dalla pratica di vita dei cristiani per restare solo un oggetto di contesa sulla sua essenza.

        Le varie cose che ho trattato mostrano che la divinità di Gesù fu oggetto di molte discussioni e non trovò mai un generale accordo. Dopo Nicea la divinità venne imposta ma solo come atto di fede. Erano passati tre secoli dalla morte di Gesù e, fino ad allora, il fatto rivestiva un’importanza secondaria perché Gesù era inteso non in quanto persona (divina o meno) ma in quanto portatore di insegnamenti condivisibili da un vasto gruppo, sempre crescente, di persone. L’iniziatore del Cristianesimo come attenzione spasmodica al corpo ed al sangue di Gesù fu di Paolo e su quella strada si mosse il Cristianesimo, vincendo la tradizione apostolica che aveva ben altro riguardo per Gesù. Il Cristianesimo fu inventato in Palestina come messaggio di un ebreo rivolto al suo popolo. Preso e sradicato da quella terra e da quelle tradizioni non poteva che diventare tutt’altro, un Dio con tutti gli arredi che avevano gli altri dei, con la novità sensazionale di un Dio che diventa uomo e si fa uccidere per garantire la salvezza degli uomini. Paolo aveva attinto abbondantemente proprio alla morte e Resurrezione di Gesù e si era occupato meno delle novità escatologiche. Resta comunque da capire come si arrivò alla divinizzazione dell’ebreo di Palestina.

        Lo stesso Gesù ci appare nei Vangeli come persona che rifiuta di essere identificata come Dio. Le aggiunte, le interpolazioni e le falsificazioni posteriori non sono riuscite a sbarazzarsi di questa verità ma servono proprio a mostrare che lo scopo dei falsari era divinizzare Gesù.

        Una lettura attenta dei Vangeli mostra un Gesù devotissimo a Dio al quale rivolge delle preghiere ed un lamento disperato. E’ comprensibile che un profeta chiami il Dio come “padre mio” e comunque questa espressione non qualifica l’esser figlio ma solo un modo di rivolgersi a chi si adora. Fatta questa premessa ricordiamo le parole di Gesù nell’ultima cena

36 E diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu». [Mc. 14, 36]

e sulla croce:

34 Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? [Mc. 15, 34]

esclamazione analoga a quella che riporta Matteo:

46 Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». [Mt. 27, 46]

Queste parole, e se ne possono citare altre come quelle che Gesù pronuncia quando gli chiedono della fine del mondo (32 Quanto poi a quel giorno o a quell’ora [in cui ci sarà la fine del mondo], nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre. [Mc. 13, 32]; 28 … io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me [Gv. 14, 28]), non sono di un Dio, ma sono di un fervente credente in un Dio. Non vi sono dubbi e non vi sono proprio perché si vollero cambiare le cose per far diventare Gesù un Dio (già in Luca e Giovanni vi sono espressioni diverse: in Luca, Gesù si consegna nelle mani di Dio mentre in Giovanni Gesù esclama che tutto è compiuto). In un Vangelo apocrifo, quello di Pietro (metà del II secolo), le parole di Gesù sulla croce vengono modificate nel modo seguente:

19. Ed il Signore gridò, dicendo: “Forza mia, forza mia, mi hai abbandonato!”. E mentre così diceva, fu assunto. [Pt. 19]

        \Di fronte a queste sostanziali differenze si può sostenere o che il Vangelo di Pietro è una pura invenzione o che lo sono i Vangeli di Marco e Matteo. Questa seconda ipotesi mi sembra che un cristiano non possa sostenerla. A quanto detto comunque si aggiungono molte e molte altre evidenze. Gesù si differenzia spessissimo da Dio riconoscendo la grande distanza che esiste tra i due, affermando che non lui ma Dio può essere definito buono, che non è lui ma Dio che assegna i posti in cielo. E quando egli, a domanda, risponde che è il figlio dell’uomo ci sono varie domande da farsi. Che Figlio dell’Uomo è uno che neppure nasce da una donna ? Non ha padre umano né madre umana. Allora tutta l’apparecchiatura che ci è stata fornita a cosa è servita ? Ed il Dio che si fa uomo cosa vuol dire ? Se il farsi uomo non prevede quel partorirai con dolore della maledizione dell’Eden, dov’è l’uomo ? Insomma, basta poco per intersecare incomprensioni o, se volete, il vero Gesù uomo del suo tempo con i suoi miti e le sue prevenzioni (e, se non risulta blasfemo, le sue millanterie). Probabilmente è quest’ultima la soluzione che sorge spontanea se si rinuncia a pensare che Gesù fosse un Dio ma solo un saggio, molto avanzato, del suo tempo. Ma come dovrebbe risultare evidente un uomo come tale non avrebbe suscitato entusiasmi e Gesù voleva predicare a molte persone, al più avrebbe avuto qualche fedele in una ristretta comunità. Per amplificare un messaggio occorre stupire, occorre che se ne parli il più possibile ed il modo che si aveva allora era quello di creare l’immagine di un uomo in grado di fare prodigi, miracoli. Essere profeta e quindi uomo di Dio. A fronte dell’inesistenza di dati storici che accreditino Gesù come persona che si spacciasse per Dio, restano alcune frasi in testi esegetici come i Vangeli che non possono che dire ciò che dicono, altrimenti, chiedo scusa, perché avrebbero scritto quei testi ? per uno qualunque di passaggio ? I tre Vangeli sinottici riportano un Gesù che annuncia l’avvento del Regno di Dio ma non pretende fede da parte di nessuno, non si offre come entità a cui si debba tener fede. A tal proposito aggiunge Deschner [2]:

Taluni particolari, apparentemente insignificanti, tradiscono il processo di esaltazione della figura di Gesù …. Così se Marco a proposito di Giuseppe di Arimatea dice che anch’egli «attendeva il Regno di Dio», Matteo, con una sottile ma eloquente differenziazione, scrive che anch’egli «era diventato un discepolo di Gesù». In tal modo il «Regno di Dio» annunciato nel Vangelo di Marco, in quello di Matteo diventa più spesso il Regno di Gesù o del Figlio dell’Uomo, e l’Annunciatore si trasforma in Annunciato. O ancora, se in Marco Gesù parla degli umili «che ci credono», Matteo aggiunge «che credono in me» (Cfr. Mc. 9, 42 con Mt. 18, 6). Se in Marco gli Apostoli, dopo la passeggiata di Gesù sulle acque, sono solo «fuori di sé per la meraviglia», in Matteo si prostrano ed esclamano: «Davvero Tu sei il Figlio di Dio!» (Cfr. Mc 6, 51 sg. con Mt. 14,33).
E dunque il Maestro di Galilea pose al centro della sua predicazione non se stesso, ma Dio e il Prossimo; annunciò non il Cristo, ma  il «Regno»;  non si presentò agli uditori gridando «credete in me!» (appare ridicolo solo pensarci); egli non pretese per sé una venerazione religiosa, né fu mai oggetto di culto da parte della Comunità primitiva.

        E’ ora necessario riportare un paio di brani dal Vangelo di Matteo in cui sembra evidente una qualche manipolazione (l’alternativa è che o Giovanni Battista o l’evangelista fosse, almeno in una occasione, ubriaco). Quasi all’inizio del Vangelo di Matteo leggiamo i seguenti versetti:

16 Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17 Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». [Mt. 3, 16-17]

andando oltre, troviamo ancora Giovanni Battista in prigione che manda a dire a Gesù delle cose d’interesse:

2 Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: 3 «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». [Mt. 11, 2-3]

        Ma come, dopo quello che ha visto accadere intorno a Gesù mentre lo battezzava, gli fa chiedere pure se è lui il Messia ? Cos’altro avrebbe dovuto fare per dimostrarlo ? Non c’è altro da pensare, oltre alle ipotesi riportate tra parentesi, che siamo di fronte ad una manipolazione in un luogo che ne smentisce un altro. Accade spesso ai furbastri poco intelligenti.

        E neppure gli Apostoli lo consideravano Dio. Una prova evidente ce la fornisce Luca che racconta un episodio avvenuto dopo la Resurrezione di Gesù, Resurrezione alla quale nessun apostolo aveva creduto. Due apostoli stavano camminando da Gerusalemme verso Emmaus e discutevano tra loro:

15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù [risorto] in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. [Lc. 24, 15-21]

E siamo qui nel momento determinante il cambiamento del punto di vista: dopo la Resurrezione cambierà il giudizio ma non tanto da pensare Gesù come Dio. Negli Atti degli Apostoli troviamo testimonianze in tal senso:

22 Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -, 23 dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. 24 Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. [At. 2, 22-24]

22 Mosè infatti disse: Il Signore vostro Dio vi farà sorgere un profeta come me in mezzo ai vostri fratelli; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. 23 E chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo24 Tutti i profeti, a cominciare da Samuele e da quanti parlarono in seguito, annunziarono questi giorni.
25 Voi siete i figli dei profeti e dell’alleanza che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le famiglie della terra26 Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l’ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione e perché ciascuno si converta dalle sue iniquità». [At. 3, 22-26]

27 davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, … [At. 4, 37]

        Ed è proprio questo che accade dopo la Resurrezione, Gesù è definitivamente riconosciuto come Cristo (Χριστός, Christòs)che in greco vuol dire messia, traduzione del suono ebraico di mašíah che vuol dire unto, cioè l’inviato da Dio per realizzare il Regno dei cieli. Il Cristo, l’unto, in tutto il Vecchio Testamento è una personalità al di sopra degli uomini normali. Ha una valenza pari ad un Re, ad un Profeta, ma resta pur sempre un uomo, una personalità superiore, ma umana. Ma c’è di più se solo si riflette a chi erano gli Apostoli. Erano degli ebrei. Ebrei. E gli Ebrei sono sempre stati rigidamente monoteisti. Come era possibile che aggiungessero al Dio del cielo un Dio che passeggiava insieme a loro ? Avevano risolto ante litteram il mistero della Trinità ? Ma poi lo stesso Vangelo di Marco racconta con chiarezza e semplicità, anche dalla bocca di Gesù, come stanno le cose:

2 Venuto il sabato, [Gesù] incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. 4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». [Mc. 6, 2-4]

Gesù, persona normale nell’ambito di una famiglia numerosa, afferma che è un Profeta e che neppure questa sua facoltà gli è riconosciuta nel suo paese natale.

        Quindi gli Apostoli ritenevano che Gesù fosse un profeta e per questo molto vicino a Dio. Paolo, che non fu Apostolo di Gesù e neppure lo conobbe, lavorò per divinizzarlo ma non nel senso di renderlo uguale a Dio ma come un Figlio di Dio come possono esserlo gli angeli esseri metafisici superiori all’uomo, dei quali si parla al capitolo VI del Primo libro di Enoch(22). Osserva correttamente Deschner [2] che mentre nei testi originali in greco Dio è sempre theos (che vuol dire Dio), Gesù è sempre kyrios (che vuol dire Signore, corrispettivo ellenistico del khristòs, unto, che non era comprensibile per i greci(23)), i due cioè non sono mai identificati con uno stesso titolo. Inoltre, con tutta evidenza, Paolo era un subordinazionista:

28 E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti. [1 Cor. 15, 28]

3 Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. [1 Cor. 11, 3]

e come subordinazionista, dico io, sarebbe stato scomunicato a Nicea. E Paolo è stato estremamente influente nelle conversioni dei gentili i quali mai discussero questo problema. Ancora nel II secolo, un grande pensatore cristiano, come Giustino, nella sua Apologia affermava che Gesù occupava il secondo posto dopo Dio immutabile ed eterno, creatore del mondo (Citato da Deschner [2]). Ed addirittura un Dottore della Chiesa e fustigatore di eretici, come Ireneo, sostenne nel suo Contro gli eretici che il Padre è superiore a tutto ed è più grande del Figlio. Anche Tertulliano, agli inizi del III secolo, distingue temporalmente il Padre dal Figlio sottintendendo che il Figlio è creazione del Padre::

Ci fu un tempo in cui Dio non aveva un Figlio. (Citato da Deschner [2])

Prima di ogni creazione c’era solo Dio.  (Citato da Deschner [2])

Origene, altra colonna del pensiero cristiano del III secolo, il primo esegeta scientifico della Chiesa cattolica, spiegava che Gesù

non è più potente del Padre, ma inferiore in potenza. Insegniamo ciò credendo alle sue stesse parole, laddove dice: “Il Padre che mi ha mandato, è più grande di me”. (Citato da Deschner [2])

conseguenza di ciò era, per Origene, il fatto che le preghiere dovessero essere indirizzate a Dio e non a Gesù. Se ora l’attento lettore confronta tutto ciò con quanto discusso a proposito di Nicea, si rende conto delle violenze che il Cristianesimo ha fatto per ubbidire a Costantino e per ottenere posizioni di privilegio. IL Cristianesimo, almeno da Nicea in poi, è inventato da pochi vescovi in un sinodo di veri e propri cretini diretto dalla mente di Costantino.

COS’È LO SPIRITO SANTO ?

        Se si cerca con pazienza sui Vangeli vi sono poche tracce di questo Dio che ha la stessa valenza di Dio e di Gesù nella Trinità che abbiamo discusso in occasione del Concilio di Nicea. Eppure di Dio e di Gesù si parla ovunque ma di questo Spirito, ancorché Santo, non si hanno tracce sostanziose. Ogni credente del gregge lo assimila ad una sorta di messaggero di Dio, una entità che trasferisce i pensieri di Dio dal cielo alla Terra, e ciò sembra sostenuto anche dal suo essere effigiato con una colomba.

        Cerchiamo un poco meglio per capire dove e come viene creata questa entità divina facendo moltissima attenzione ai falsi che la Chiesa ha operato a posteriori, come tutti gli storici seri da tempo sostengono, intervenendo sui Vangeli per accreditare dogmi decisi in epoca posteriore.

        Una ricerca sui Vangeli non può prescindere su una lettura seppur superficiale del Vecchio Testamento. Ebbene, una tale lettura deve far emergere necessariamente che in questi antichi testi viene citato per ben 378 volte lo Spirito di Javhè, che poi sarebbe lo Spirito di Dio e quindi lo Spirito Santo. Naturalmente ho tradotto nel modo che mi è parso opportuno visto che la principale operazione di Gesù è stata quella di sostituire il Dio buono del Nuovo Testamento con il Dio giusto (non si poteva insultare come merita) quello del Vecchio Testamento che si chiamava Javhè e quindi ora da sostituire con la semplice dizione Dio. Quanto dico è anche supportato dalle parole di Paolo:

17 Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. [2 Cor. 3, 17]

19 So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo [Fil. 1, 19]

6 E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!  [Gal. 4, 6]

9 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. [Rom. 8, 9]

Sembra chiaro in Paolo che lo Spirito che viene richiamato è proprio quello che era lo Spirito di Javhè. Se poi si legge nei Vangeli, in senso più lato, si scopre che la parola Spirito ha una valenza epistemologica enorme perché con tale parola si evoca ogni cosa:

8 Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». [Gv. 3, 8]

20 … Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando. [Mc. 9, 20]

50 E Gesù, emesso un alto grido, rese lo spirito (nella traduzione CEI si dice: spirò). [Mt. 27, 50]

E ciò avviene anche in Paolo:

19 E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione [1 Pt. 3, 19]

11 Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. [1 Cor. 2, 11]

Inoltre, negli scritti neotestamentari, compare anche la citazione simultanea di Dio, Cristo ed Angeli così come compariva all’interno del Primo Libro di Enoch [1 En. 39, 5 e segg.; 1 En 61, 8 e segg.]:

21 Ti scongiuro davanti a Dio, a Cristo Gesù e agli angeli eletti, di osservare queste norme con imparzialità e di non far mai nulla per favoritismo. [1 Tim. 5, 21]

26 Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi. [Lc. 9, 26]

Ed a questo trio Giustino, nella sua Apologia [1, 6], aggiungerà anche lo Spirito Santo. Ma l’idea di un trio di dei, quella che era più utilizzata che non la quaterna, più o meno identificati si ritrova spesso anche nell’Apocalisse dove, questa volta, la trinità è composta da Dio Padre, i Sette Spiriti e Gesù:

4 Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, 5 e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. [Ap. 1, 4-5]

Per forzare l’idea di Trinità si praticò nel medioevo un falso (il Comma Johanneum) e quando questo fu scoperto si tornò alla versione originale. Nella Prima Lettera di Giovanni troviamo oggi scritto:

7 Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza: 8 lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi (in altre traduzioni, invece del concordi c’è il termine uno). [1 Gv 5, 7-8]

Ebbene il testo manomesso riportava:

7 Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza: 8 il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo, e questi tre sono uno. [1 Gv 5, 7-8]

che mostra in modo sfacciato di quale bugie e falsi sono capaci nella Chiesa che si dice cristiana.

        Solo nel II secolo si cominciò a parlare, facendo grandi confusioni, di Spirito Santo. Arrivati nel III secolo il povero Spirito Santo cominciò a subire il subordinazionismo in seconda battuta: se Gesù è subordinato a Dio, lo Spirito Santo è subordinato a Gesù. Su questa posizione erano Tertulliano ed Origene (con quest’ultimo che, insieme a Clemente, proibì la preghiera verso questa terza persona nell’ordine gerarchico trinitario). Finalmente, nel IV secolo si addivenne ad una soluzione definitiva. Ci volle il Secondo Concilio di Costantinopoli del 381 perché lo Spirito Santo divenisse una divinità con tutti gli attributi e le caratteristiche delle altre due. Deschner [2] ricorda in proposito che il vescovo Ilario di Poitiers lamentò il fatto che il Credo doveva continuamente essere cambiato ed affermava che nessuno era in grado di prevedere il Credo dell’anno successivo.

MARIA, IGNORATA DAI VANGELI
 

        Arriviamo ora all’argomento più dolente per tutte le implicazioni che ha, quello di Maria, la madre di Gesù. Di questa donna, da secoli magnificata come l’immagine ideale per una donna, non vi è traccia sensibile nei Vangeli. Dopo il prodigio della nascita verginale, che tratterò solo di sfuggita, ricordando che quasi ogni Dio dell’antichità era nato da una mamma vergine, Maria praticamente sparisce. Posso invece dire che su questa vicenda i Padri della Chiesa concorsero nel ridicolo. Si può dire certamente che Maria ha avuto un figlio restando vergine ma entrare nei dettagli discutendo di questa verginità porta al ridicolo. Eppure c’erano dei distinguo che offendono anche un convinto credente. C’era chi diceva che Maria era vergine prima del parto di Gesù (ciò che non offende nessuno). Ma ciò non bastava perché serviva dire che Maria era vergine anche dopo il parto e questo offende, offende tanto che vari scrittori cristiani medioevali se ne resero conto e trovarono una via d’uscita differente al povero Gesù. Non è uscito da dove escono tutti i bambini ? Deve essere uscito da un orecchio. Facendo poi una recita di gran classe quando si recò a purificarsi come da costume ebraico. Ma la versione di maggiore interesse fu quella del santo abate Radberto (831): Maria, affermò il sant’uomo, aveva generato Gesù con il “corpo chiuso”, utero clauso. Questo sarebbe il modo di salvare la verginità di Maria ? Così si fa diventare un mostro ! Comunque resta la definizione di Maria come vergine prima, durante e dopo il parto. Un mistero, uno di quei misteri che piacciono tanto ala Chiesa ed al gregge. Naturalmente tutti dimenticano che Gesù aveva fratelli e sorelle, richiamati spesso nei Vangeli. Semplicemente questa evidenza viene trascurata ed anche qui si inventano sciocchezze offensive: quelli sarebbero figli di Giuseppe, avuti prima di sposare Maria; oppure: vi era l’uso di chiamare fratelli anche i cugini quindi quelli sono cugini di Gesù. Ma si trascura dell’altro falsificando addirittura il messaggio fondamentale del Cristianesimo: Gesù è un Dio che si è fatto uomo: il parto è uno dei momenti che, biblicamente, rendono l’uomo un uomo attraverso la sua sofferenza ed il grande dal dolore della madre(24). Tra i grandi pensatori e santi della Chiesa la tesi della verginità (prima, durante e dopo il parto) fu portata avanti da Gerolamo ed Ambrogio e divenne dogma in Oriente  nel Concilio di Efeso del 431 (si condannarono le dottrine di Nestorio, patriarca di Costantinopoli, che riteneva Maria madre dell’uomo Gesù e, in quell’occasione, si stabilì la verginità di Maria) mentre, in Occidente, nel Concilio Laterano del 649 presieduto da Papa Martino I si stabilì: la santa Madre di Dio sempre vergine immacolata Maria… ha concepito senza seme per opera dello Spirito Santo e ha partorito senza corruzione, permanendo indissolubile anche dopo parto la sua verginità(25).

        E’ invece interessante andare a trovare Maria negli scritti neotestamentari. La incontriamo negli Atti degli Apostoli quando si attendeva la discesa dello Spirito Santo:

14 Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui. [At. 1, 14]

        Gli storici segnalano che questa frase fu aggiunta agli inizi del I secolo ma ciò che è più interessante è che Maria è descritta come una persona semplice senza il diluvio di appellativi che la ricopriranno in seguito. E’ solo la madre di Gesù che ha a fianco gli altri suoi figli. Ecco allora che è importante cercare nei testi suddetti una qualche frase, una testimonianza credibile, che ci permetta di capire su cosa è basato il culto di Maria come vergine madre di Gesù. In tutte le Epistole, Maria non è mai citata. Ciò vuol solo dire che all’epoca in cui furono scritte non vi era tra i cristiani alcun interesse per la sua personalità ed i suoi attributi speciali che pure, se vi fossero stati, avrebbero richiamato l’attenzione. La ricerca di Maria nell’Apocalisse è anch’essa infruttuosa a meno che non si voglia scambiare per Maria quella donna che attende un bambino ed è minacciata da un drago:

1 Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. 2 Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3 Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4 la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. 5 Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. 6 La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni. [Ap. 12, 1-6]

        Le interpretazioni possibili sono tante(26) ma davvero questa non sembra la Maria che conosciamo se si esclude quel figlio che avrebbe dovuto governare tutte le nazioni. E’ invece interessante leggere come è presentata questa donna: allo stesso modo con cui moltissima iconografia cristiana lo fa, con la luna sotto i piedi, una corona di 12 stelle ed un serpente che l’iconografia suddetta mostra ancora sotto i piedi.

Leggendo il capitolo XI delle Metamorfosi di Apuleio trovo questa descrizione della dea Iside: Una corona di fiori variopinti le cingeva in alto la testa e proprio in mezzo alla fronte un disco piatto, a guisa di specchio ma che rappresentava la luna, mandava candidi barbagli di luce. Ai lati, a destra e a sinistra, lo stringevano le spire irte e guizzanti di serpenti e […] Quei lembi e tutto il tessuto erano disseminati di stelle scintillanti e in mezzo ad esse una luna piena diffondeva la sua vivida luce. Queste raffigurazioni di Maria non le fanno onore ed è davvero preferibile la semplice donna che ha perso il figlio ed è in attesa dello Spirito Santo.

        Maria compare quindi solo nei Vangeli canonici (parlerò oltre degli apocrifi) e non in tutti con lo stesso peso. Nel Vangelo di Giovanni, ad esempio, compare solo nei racconti in cui fa da cornice a Gesù ed in particolare nelle nozze di Cana

        1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. [Gv. 2, 1]

5 La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». [Gv. 2, 5]

12 Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli [Gv. 2, 12]

e vicino alla croce:

25 Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. 26 Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». [Gv. 19, 25-26]

da notare che Gesù la chiama donna, come farà altre volte nei Vangeli, mentre una sola volta la chiamerà madre (in complesso Maria è citata con il suo nome solo 18 volte nei Vangeli e 35 volte è menzionata come madre di Gesù). Giovanni che è il più mistico degli evangelisti non inserisce qui la verginità di Maria ? il suo essere stata concepita senza peccato originale ? La vicenda non è ragionevole e non ha altra spiegazione che Maria è una donna ordinaria (e quindi degnissima). O forse Giovanni non sapeva nulla di queste cose ? o lo sapeva ma non ci credeva ?

        In Marco troviamo un riferimento alla Madre di Gesù quando egli va a predicare nella sinagoga del suo paese natale:

3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?» [Mc. 6, 3]

        In Matteo [13, 55] ed in Luca [4, 22] leggiamo un racconto analogo con piccoli dettagli di differenza. In pratica i tre Vangeli sinottici rappresentano Maria come una madre in una famiglia ordinaria in cui è venuto fuori un Profeta come Gesù. Gli abitanti di Nazaret non trovarono niente di eccezionale in lei.

        Sempre nei tre Vangeli sinottici vi è un racconto in cui l’intera famiglia lo va a trovare ma Gesù non vuole vederla e l’episodio mostra quanto Gesù non volesse coinvolgere la sua famiglia nella sua attività rivoluzionaria che gli stava provocando molti nemici. Riporto l’episodio raccontato da Marco:

31 Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. 32 Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». 33 Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34 Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35 Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». [Mc. 3, 31-35]

        Oltre alla preoccupazione di Gesù di coinvolgere i suoi cari nel suo operato vi è anche l’insegnamento di fondo secondo il quale chi si dedica ad una causa, in questo caso il regno di Dio, deve, per forza di cose, rinunciare alle persone e cose più care, anche se questo mettere da parte, seppure per poco, l’amore materno non torna troppo con il messaggio di amore e fratellanza di cui Gesù era portatore. Ma, evidentemente, questa era l’antica tradizione cristiana che oggi si è diluita fino a scomparire. Dico questo per dire che qui Gesù non sta considerando sua madre una persona che gli è vicina per santità, vicina in quanto immacolata concezione. La sta considerando come donna, come umana, come persona tra le altre persone. Quanto risulta dai tre sinottici è negato dal posteriore Vangelo di Giovanni. Qui Gesù è un figlio esemplare, pieno di attenzioni e rispetto verso la madre. Il primo racconto che vede insieme madre e figlio è quello già indicato delle nozze di Cana. Anche qui sul miracolo realizzato non dico altro che era già presente nelle religioni misteriche ed in particolare nel mito di Dioniso. Posso solo far presente che Giovanni era l’unico di cultura ellenistica tra gli evangelisti e sentiva la necessità di rapportare la sua religione con episodi fantastici di altre religioni per sostenere l’immagine di un figlio di Dio quantomeno all’altezza degli altri dei.

        Vi sono poi, in modi differenti nei diversi Vangeli, gli episodi dell’Annunciazione e della Concezione attraverso lo Spirito Santo che sembrano essere stati aggiunti in epoca posteriore. In ogni caso il racconto che fa Luca dell’Annunciazione è il seguente:

26 Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». 29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34 Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». 35 Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio». 38 Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei. [Lc. 1, 26-38]

Ho evidenziato quel piena di grazia perché qui siamo di fronte ad un nuovo falso della Chiesa che discende dalla pessima traduzione dal greco della Vulgata. Nell’originale greco non vi è l’espressione piena di grazia ma quella, molto più pertinente al fine al quale è chiamata Maria, di grande favorita. Più precisamente il versetto 28 recita così:

28 Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o grande favorita, il Signore sia con te».

facendo attenzione si scopre che il verbo utilizzato è un sia non un è e quel sia cambia la frase in un augurio come anche oggi si usa fare. Ma c’è molto di più: dove l’angelo dice a Maria che concepirà senza macchia ?

        Matteo racconta invece una sorta di annunciazione a Giuseppe di quanto aveva realizzato lo Spirito Santo con Maria. Qui Maria diventa un puro oggetto d’uso rispetto agli uomini che tutto possono decidere:

18 Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. 20 Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. 21 Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». [Mt. 1, 18-21]

Sembra proprio che non compaia alcuna immacolata concezione in queste parole ma solo un corpo di donna su cui, comunque, dopo Dio decide Giuseppe.

        Per buon peso Tertulliano, che pure fu uno degli anticipatori della definizione nicena di Trinità, nel De carne Christi [7], accusa Maria di non aver creduto sufficientemente in suo figlio Gesù (anche sua Madre non viene considerata come sua seguace). Inoltre negò la verginità di Maria durante e dopo il parto (fu vergine riguardo all’uomo, non già riguardo al parto), sottolineando che,  benché fosse vergine quando concepì, divenne donna quando diede alla luce [De Carne Christi, 23]. Per fratelli di Gesù intende i figli di Maria secondo la carne [De Carne Christi, VII]. Ed alcuni Padri della Chiesa, come Origene, le affibbiavano accuse di presunzione e superbia.

        A partire comunque dalla seconda metà del II secolo iniziò un interessamento a Maria ma, attenzione, in Vangeli che la Chiesa non ha considerato canonici, in Vangeli cioè apocrifi. Uno di essi è il Protovangelo di Giacomo che tratta vari aspetti dell’infanzia di Maria e dei suoi rapporti con i suoi genitori Anna e Gioacchino. Si inizia con Anna che, come tutte le donne bibliche, è sterile ed ha Maria solo perché Dio fa il miracolo. Poi vi sono molti prodigi della bambina:

[6, 1] La bambina si fortificava di giorno in giorno e, quando raggiunse l’età di sei mesi, sua madre la pose per terra per provare se stava diritta. Ed essa, fatti sette passi, tornò in grembo a lei che la riprese …

Finché, a partire dai tre anni, la piccola fu educata ed allevata nel Tempio dove un angelo le dava da mangiare. Quando restò incinta a 16 anni nessuno credeva che fosse vergine e ad una malcapitata che non credeva a ciò capitò un grave incidente:

[3] Uscita dalla grotta l’ostetrica si incontrò con Salome, e le disse: “Salome, Salome! Ho un miracolo inaudito da raccontarti: una vergine ha partorito, ciò di cui non è capace la sua natura”. Rispose Salome: “(Come è vero che) vive il Signore, se non ci metto il dito e non esamino la sua natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito”.

[20, 1] Entrò l’ostetrica e disse a Maria: “Mettiti bene. Attorno a te, c’è, infatti, un non lieve contrasto”. Salome mise il suo dito nella natura di lei, e mandò un grido, dicendo: “Guai alla mia iniquità e alla mia incredulità, perché ho tentato il Dio vivo ed ecco che ora la mia mano si stacca da me, bruciata”.

        Queste favole, di questo tenore, iniziano ad annunciare la Maria che sarà utilizzata brutalmente per un’infinità di miracoli, utilissimi per dar da mangiare al gregge. Naturalmente, iniziata una leggenda, essa si esalta via via nel raccontarla. Iniziò così a parlarsi di Maria sempre vergine, anche dopo il parto. E Clemente Alessandrino [Stromata 7, 16] prese per buono il Protovangelo suddetto per affermare definitivamente che vi erano testimonianze sulla verginità di Maria dopo il parto ed il riferimento era all’ostetrica che aveva avuto la mano bruciata. Altri lo seguirono e, a partire dal III secolo, iniziò anche la parte iconografica con le prime chiese a lei dedicate (la prima fu eretta nel IV secolo o all’Esquilino – Santa Maria Maggiore –  di Roma o al Foro romano – Santa Maria Antiqua – da Papa Liberio) e con l’inizio del culto mariano. Verso la fine del IV secolo, Maria fu equiparata ai santi e nel V secolo divenne argomento teologico con Agostino che la definisce senza peccato. Ma questo solo in Africa ed in Oriente perché in Occidente occorre attendere il VII secolo per avere festività, preghiere dedicate a Maria, oltre naturalmente la ricerca spasmodica e lucrosa di reliquie e l’inizio delle apparizioni (si racconta che la prima avvenne a Costantinopoli nel V secolo(27)).

        A queste vicende dell’antichità cristiana si aggiunse il dogma dell’Immacolata concezione del 1854 (Pio IX) e quello dell’Assunzione in cielo di Maria con il suo corpo del 1950 (Pio XII). A ciò si dovrebbero aggiungere le vergogne delle apparizioni presenti, di abusi della credulità popolare con infinite truffe e raggiri che rendono ad alcune associazioni cattoliche montagne di denari sottratti a poveri miserabili (il caso di Medjugorje è veramente scandaloso).

        Se si chiede ora a chi ha letto queste note cosa resti di Gesù, davvero io credo non si possa rispondere altro che nulla. Vi è un’immaginetta sbiadita lì in fondo, utilizzata indegnamente per ogni ingiustizia, per ogni guerra, per ogni dittatura, per ogni sopruso, per ogni governo reazionario, …

        So bene che vi sono molte persone per bene tra i cristiani, certamente la maggioranza, ma non sono quelle che dicono sempre sì. Sono coloro che stanno in mezzo alla gente aiutandola e soffrendo insieme. Il peccato più grave di costoro è quella sciocchezza chiamata OBBEDIENZA. Quando queste persone avranno sciolto questa catena, potremo camminare insieme nel tentativo di migliorare le condizioni di vita di molte persone che vivono nella solitudine e nell’abbandono con l’attiva collaborazione di coloro ai quali si ubbidisce.

ED I PAPI ?

          I Papi sono un’altra invenzione della Chiesa. Altrimenti li avremmo dovuti incontrare come coloro che dirigevano, facevano ipotesi, teorie, verità e dogmi, scrivevano testi. Niente, non vi sono.

        Il citato Adversus haereses di Ireneo, è il primo elenco cronologico dei Papi a partire da Pietro. Quest’opera risale alla fine del II secolo ed in origine era scritta in greco. Ebbene, nell’originale greco non compaiono i primi Papi che invece si affacciano in una edizione latina che è stata scritta in epoca estremamente incerta tra il III ed il V secolo (anche questi testi sono comunque alterati in modo pacchiano e quindi difficili da studiare con serietà). In ogni caso, con certezza, fino al II secolo (originale greco di Ireneo) non compare Pietro come Primo Papa. Solo nel IV secolo, dopo che la Chiesa era arrivata al potere con la necessità di sistemare alcune cosette e darsi un pedigree, per la prima volta comparve Pietro come Primo Papa e neppure fugacemente ma per ben 25 anni. Già nel IV secolo si era esercitato in una falsa cronologia dei vescovi di Roma il vescovo Eusebio di Cesarea (265-340) che, non contento di questi falsi continui, ne fece anche dei vescovi di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme. Vi fu poi il Catalogus Liberianus del 354 che riporta un elenco inattendibile di “papi” fino a papa Liberio (352-66). La fonte di questo catalogo doveva essere il citato Ireneo. Arriviamo al Liber Pontificalis del VI secolo (che fu successivamente aggiornato e che è attendibile proprio a partire dal VI secolo in poi). Un elenco cronologico dei primi 28 vescovi di Roma fu fatto anche da cinque cronisti bizantini. I punti di accordo con il Liber Pontificalis sono risultati solo 4. Si può concludere che gli elenchi di papi per i primi due secoli sono fantasiosi e privi di ogni riscontro storico. La questione si può riassumere così. Roma risultò politicamente più forte per avere il primato sulle altre 5 sedi cristiane più importanti perché 4 di esse erano in Oriente e vedevano una lotta continua tra i loro vescovi mentre l’Occidente aveva solo Roma (senza lotte con altre sedi occidentali) che aveva fama di città molto importante che intersecò la sua fortuna ecclesiastica con la caduta dell’Impero d’Occidente e l’assunzione di compiti politici. Una volta che Roma ebbe acquisito il primato, il potere religioso effettivo si fondò sempre più sulle presunte prove apostoliche e sul ricorso a Pietro (ed alle interpretazioni fasulle di Matteo) anche mediante le falsificazioni e/o intercalazioni nei testi neotestamentari. E, finalmente, nel 608 per la prima volta un vescovo di Roma venne chiamato Papa. L’idea fu dell’imperatore di Costantinopoli Foca, che prese il potere facendo assassinare il legittimo imperatore Maurizio I con tutta la sua famiglia. Per tale atto criminale, il vescovo Ciriaco di Costantinopoli lo scomunicò, ma Foca, per ritorsione, proclamò “Papa” (inteso come capo di tutti i vescovi) il vescovo di Roma, ossia Gregorio I, il quale rifiutò un simile titolo, fedele alla tradizione episcopale della chiesa cristiana dell’epoca. Tuttavia, il vescovo di Roma successivo, cioè Bonifacio III, accettò di avvalersi del titolo di “Papa” diventando amico ed estimatore di Foca, che aveva intrapreso conversioni forzate di ebrei, fino al punto di erigere (con il concorso dell’esarca di Ravenna Smaragdo) una colonna dorata in suo onore nel Foro Romano. L’assumere il titolo di Papa non fu comunque privo di feroci scontri tra vescovi di differenti regioni e la storia della Chiesa (non l’apologetica) è piena di riferimenti a tali diatribe. Scrive Gregorovius sulla nascita del papato a Roma: La Chiesa romana trasformò lentamente in papato l’organizzazione imperiale in cui essa stessa  si era costituita come formazione gerarchica. L’apparato statale si tradusse in un sistema ecclesiastico il cui fulcro era il papa.

        Si può concludere che gli insegnamenti di Paolo e di Origene di Alessandria (185-254) sono diventati fondanti per la Chiesa. Scriveva Paolo nella Lettera ai Romani [3, 7]: Ma se per la mia menzogna la verità di Dio risplende per sua gloria, perché dunque sono ancora giudicato come peccatore ? ed aggiungeva Origene la sua teoria della menzogna economica basata sul disegno divino della salvezza. Secondo Origene l’inganno ha un’importante funzione nel Cristianesimo. La menzogna è necessaria (necessitas mentiendi) come condimento e medicina (condimentum atque medicamen).

Roberto Renzetti


NOTE

(1) La Terza Guerra Giudaica fu ancora una volta repressa nel sangue, Gerusalemme già abbondantemente distrutta al tempo della prima guerra giudaica venne completamente spianata e divenne colonia romana col nome di Aelia Capitolina. Agli ebrei fu persino proibito di entrare nella nuova città, ricostruita completamente secondo il modello greco, e nel luogo dove sorgeva l’antico Tempio distrutto dalle truppe di Tito fin dal 70 d.C. e mai ricostruito da allora venne eretto un tempio in onore di Giove. La guerra del 132-135 d.C. segnò la fine delle speranze messianiche del giudaismo e la scomparsa di tutta la tradizione apocalittica giudaica. Da quel momento l’ebraismo verrà a coincidere con il rabbinismo di tradizione farisaica che sostanzialmente è rimasto fino ad oggi. [Tratto da Gianluigi Bastia]

Durante questa Terza Guerra, i cristiani furono indicati come collaborazionisti dei romani e conseguentemente perseguitati dagli ebrei che si erano ribellati all’occupazione. Ne abbiamo testimonianza nell’Apologia Prima di Giustino (II secolo):

Giustino, I Apologia, 31, 6. Infatti, anche nella recente guerra Giudaica, Barkokeba [Bar Kosebah], il capo della rivolta dei Giudei, comandava che venissero condotti a crudeli supplizi solo i cristiani, se non rinnegavano e bestemmiavano Gesù Cristo.

(2) Occorre dire che nessuno degli scrittori inclusi in questa collezione di documenti era un apostolo ed il nome risulta improprio ma dato da un teologo francese nel XVII secolo. I Padri apostolici considerati in questo elenco sono: Barnaba (I secolo), Clemente Romano (I secolo), Ignazio di Antiochia (inizi II secolo), Policarpo di Smirne (prima metà del II secolo), Erma di Aquileia (II secolo), Papia di Ierapoli (prima metà del II secolo) e l’autore (II secolo) della Lettera a Diogneto.

(3) 24 Arrivò a Efeso un Giudeo, chiamato Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, versato nelle Scritture. 25 Questi era stato ammaestrato nella via del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. [At. 18, 24-25].

Sembra che sia stato Apollo l’autore della Lettera agli Ebrei attribuita a Paolo. Da notare che Apollo fu uno dei primi eretici poiché operava il battesimo di ravvedimento, come Giovanni Battista. Fu Paolo che sconfessò il suo operato.

(4) Questa informazione sembrerebbe confermare quanto alcuni storici hanno ipotizzato: i viaggi di Paolo sarebbero stati realizzati per seguire i suoi interessi di commerciante in tendaggi, merce richiesta dall’esercito di Roma. Gli ospiti di Paolo si chiamavano Aquila e  Prisca (sua moglie).

(5) Nerone regnò dal 54 al 68 e, sotto il suo regno, scoppiò, nel 66, la Prima Guerra Giudaica.

(6) Di seguito un brano di Ignazio di Antiochia della Lettera agli Efesini:

1.6 La persona del vescovo
V. Se in poco tempo ho avuto tanta familiarità con il vostro vescovo, che non è umana, ma spirituale, di più vi stimo beati essendo uniti a lui come la Chiesa lo è a Gesù Cristo e Gesù Cristo al Padre perché tutte le cose siano concordi nell’unità. Nessuno s’inganni: chi non è presso l’altare, è privato del pane di Dio. Se la preghiera di uno o di due ha tanta forza, quanto più quella del vescovo e di messi al vescovo come a Gesù Cristo
II,1. Se siete sottomessi al vescovo come a Gesù Cristo dimostrate che non vivete secondo l’uomo ma secondo Gesù Cristo, morto per noi perché credendo alla sua morte sfuggiate alla morte. 2. È necessario, come già fate, non operare nulla senza il vescovo, ma sottomettervi anche ai presbiteri come agli apostoli di Gesù Cristo speranza nostra, e in lui vivendo ci ritroveremo. 3. Bisogna che quelli che sono i diaconi dei misteri di Gesù Cristo siano in ogni maniera accetti a tutti. Non sono diaconi di cibi e di bevande, ma servitori della Chiesa di Dio. Occorre che essi si guardino dalle accuse come dal fuoco.
Senza i diaconi, i presbiteri e il vescovo non c’è Chiesa
III, 1. Similmente tutti rispettino i diaconi come Gesù Cristo, come anche il vescovo che è l’immagine del Padre, i presbiteri come il sinedrio di Dio e come il collegio degli apostoli. Senza di loro non c’è Chiesa. 2. Sono sicuro che intorno a queste cose la pensate allo stesso modo. Infatti ho accolto e ho presso di me, un esemplare della vostra carità nel vostro vescovo, il cui contegno è una grande lezione, come la sua rivere con più severità sulla cosa. Non arriverei col pensiero a tanto da comandarvi come un apostolo essendo, invece, un condannato.

Ed ancora nella Lettera ai cristiani di Magnesia:

1.1.1.1 Sottomissione al vescovo
III,1. Conviene che voi non abusiate dell’età del vescovo, ma per la potenza di Dio Padre gli tributiate ogni riverenza. In realtà ho saputo che i vostri santi presbiteri non hanno abusato della giovinezza evidente di lui, ma saggi in Dio sono sottomessi a lui, non a lui, ma al Padre di Gesù Cristo che è il vescovo di tutti. 2. Per il rispetto di chi ci ha voluto bisogna obbedire senza ipocrisia alcuna, poiché non si inganna il vescovo visibile, bensì si mentisce a quello invisibile. Non si parla della carne, ma di Dio che conosce le cose invisibili.
IV,1. Bisogna non solo chiamarsi cristiani, ma esserlo; alcuni parlano sempre del vescovo ma poi agiscono senza di lui. Questi non sembrano essere onesti perché si riuniscono non validamente contro il prece<tto.

Con parole sempre uguali Ignazio insiste anche con la Lettera ai cristiani di Smirne e con altra Lettera ai cristiani di Tralle. Insomma sembra proprio che uno dei fondatori della Chiesa e delle sue prime gerarchie sia stato Ignazio.

(7) La parola eresia deriva dal greco αiρεσις (hairesis) da cui hairetikes (eretico). Un eretico è un partitario, uno che sceglie tra diverse opzioni filosofiche, quindi un discepolo di un filosofo o pensatore religioso. Il termine non ha quindi valenza originale negativa. Anche i seguaci di Gesù, gli apostoli, i discepoli erano degli eretici. Nei Vangeli il termine non figura e negli Atti degli apostoli  ha una valenza neutra. Con le Lettere (Corinzi, Galati, Pietro)inizia ad assumere un connotato sempre più negativo, come colui che si separa dall’ekklesia con la difficoltà di stabilire chi è ekklesia e chi è hairetikes (cioè chi si separa da essa).

(8) A Nag Hammadi un contadino scoprì casualmente in una grotta una giara sigillata dentro la quale trovò 13 libri rilegati in cuoio, probabilmente uno dei lasciti di una biblioteca lì nascosti al momento in cui lo gnosticismo venne dichiarato eretico da una Chiesa che era assurta al potere con l’Impero. Inizialmente i codici lì trovati servirono per accendere il fuoco. Poi si dispersero e fortunosamente furono rimessi insieme da uno studioso che, ancora casualmente, era venuto in possesso di qualche pagina di quel vero tesoro. I manoscritti presenti nei tredici volumi sono i seguenti:

Codice I   (Codice Jung) 1. Preghiera dell’apostolo Paolo   2. Libro di Giocamo   3. Vangelo della Verità   4. Trattato sulla Resurrezione   5. Trattato tripartito Codice II 6. Libro di Giovanni   7. Vangelo di Tommaso   8. Vangelo di Filippo   9. Ipostasi degli Arconti   10. Sinfonia dell’eresia 40 del Panarion di Epifanio   11. Esegesi dell’anima   12. Libro di Tommaso l’Atleta Codice III 13. Libro di Giovanni   14. Vangelo degli Egiziani   15. Epistola di Eugnosto   16. Sophia di Gesù   17. Dialogo del Redentore Codice IV 18. Libro di Giovanni   19. Vangelo degli Egiziani Codice V 20. Epistola di Eugnosto   21. Apocalisse di Paolo   22. Apocalisse di Giacomo   23. Apocalisse di Giacomo   24. Apocalisse di Adamo   32. Frammento dell’Asclepio     Codice VII 33. Parafrasi di Shem     34. Secondo Trattato del Grande Seth   Codice VI 25. Atti di Pietro e dei dodici apostoli     26. Il Tuono, perfetta mente     27. Authentikos Logos     28. Aisthesis dianoia noèma     29. Passaggio parafrasato detr>   30. Discorsi sull’Ogdoade e sull’Enneade   31. Preghiera di Ringraziamento   35. Apocalisse di Pietro   36. Insegnamenti di Silvano   37. Le tre steli di Seth Codice VIII 38. Zostrianos   39. Epistola di Pietro a Filippo Codice IX 40. Melchisedek   41. Il pensiero di Norea   42. La testimonianza della Verità Codice X 43. Marsanes Codice XI 44. Interpretazione della conoscenza   45. Esposti Valentiniani   46. Rivelazioni ricevute dall’Allogeno   47. Hypsiphrone Codice XII 48. Sentenze di Sesto   49. Frammento centrale del Vangelo della Verità   50. Frammenti non identificati Codice XIII 51. Protennoia trimorfica   52. Frammento del 5° trattato del Codice II

La tabella è tratta da http://www.nag-hammadi.com/it/manuscripts.html

(9) Tertulliano scrisse molto e fu, oltre ad un fustigatore di eresie, anche uno strenuo conservatore. Riferendosi al contenuto di alcune sue opere, scrive Fusaro:  ai vestiti delle donne è dedicato il De cultu feminarum: essi devono essere particolarmente discreti; interpretando in chiave diabolica la figura di Eva nell’episodio del serpente nella Genesi, Tertulliano mostra la più completa svalutazione della figura femminile e, in particolare, proibisce alle donne l’uso dell’ornamento e del trucco; nel De virginibus velandis impone l’uso del velo alle donne: esse non devono uscire di casa a viso scoperto. La donna è, secondo Tertulliano, un essere che Dio ha voluto inferiore; essa è ” diaboli ianua ” (“la porta del demonio”): “ tu, donna, hai con tanta facilità infranto l’immagine di Dio che è l’uomo. A causa del tuo castigo, cioè la morte, anche il figlio di Dio è dovuto morire; e tu hai in mente di adornarti al di sopra delle tuniche che ti coprono la pelle? “. Nel De pudicitia Tertulliano mette alla berlina i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio.

(10) Debbo dire che, a fronte delle favole che parlano di un’infinità di martiri, studi approfonditi (ad esempio di Drews e Hausrath) hanno mostrato che il numero  di tutti i martiri cristiani dei primi tre secoli oscilla intorno a 1.500, cifra assai dubbia, perché è rimasta testimonianza scritta solo di un paio di dozzine di casi (Deschner [2]).

(11) E’ utile vedere rapidamente la successione degli eventi che portarono Costantino al potere.

        L’Impero era diventato troppo grande e difficile da controllare. Diocleziano lo divise dapprima in due parti, quella Orientale e quella Occidentale. Ogni parte era affidata ad un Augusto che si faceva aiutare da un Cesare che era il designato successore alla morte dell’Augusto. All’inizio Diocleziano fu l’Augusto d’Oriente mentre nominò un suo generale, Massimiano, Augusto d’Occidente. Nel 292 Diocleziano nominò Galerio suo Cesare mentre Massimiano nominò Costanzo Cloro (padre di Costantino) suo Cesare (con Severo come vicario).  Nel 305 i due Augusto, Diocleziano e Massimiano, abdicarono di modo ché Galerio divenne Augusto in Oriente e Costanzo divenne Augusto in Occidente. Nel 306 Costanzo morì ed il figlio di Massimiano, Massenzio, si fece proclamare Augusto dalle sue truppe, in luogo del designato Severo che fu anche sconfitto in battaglia dallo stesso Massenzio (Severo morì poi nel 308). Allo stesso modo il figlio di Costanzo, Costantino, si fece nominare Augusto dalle sue truppe. In tal modo l’Occidente si trovava ad avere due Augusto: Massenzio e Costantino (il primo con potere su Italia, Spagna ed Africa; il secondo con potere su Gallia e Britannia). In Oriente, Galerio aveva associato al ruolo di Augusto il suo amico Licinio mentre come Cesare vi era Massimino Daia. Alla morte di Galerio, Licinio divenne Augusto e Massimino Daia restò Cesare ma per poco tempo poiché, anch’egli, si ritenne Augusto.

        Massenzio e Costantino per un certo tempo non si scontrarono, ciascuno temendo l’altro e ciascuno misurando la propria debolezza. Una serie di eventi resero Massenzio più debole e Costantino ne approfittò attaccandolo provenendo dal Nord. Fu la famosa battaglia di Ponte Milvio a Roma del 28 ottobre 312 nella quale Massenzio morì annegato nel Tevere. Costantino divenne così l’unico detentore del potere in Occidente. e si fece nominare dal Senato Massimo Augusto.

(12) Due mesi dopo la firma dell’Editto di Milano, Licinio si scontrò per il potere con Massimino Deia sconfiggendolo (sembra poi si suicidasse nello stesso anno 313). La morte e la sconfitta di Deia rese più debole Licinio. Ne approfittò Costantino che, nel 314, con un grande esercito (ma non ancora in grado di scontrarsi apertamente e definitivamente) riprese all’Oriente tutte le province lasciando a Licinio solo la Tracia. Licinio fu attaccato e sconfitto da Costantino nel 324 che inizialmente lo risparmiò la vita ma solo un anno dopo inviò sicari per assassinarlo. Dal 324 Costantino aveva ricostruito l’unità dell’Impero romano (anche se ormai Roma era solo un mito, in quanto la capitale dell’Impero d’Occidente era Milano mentre quella dell’Impero d’Oriente era al momento Nicomedia, l’odierna Izmit in Turchia, e solo successivamente, nel 330, divenne Bisanzio su cui Costantino fece costruire a partire dal 326 la nuova città reale, Costantinopoli).

(13) Mentre Costantino approvava il decreto che rendeva la domenica giorno festivo, ne approvava un altro che regolamentava l’azione degli aruspici. Naturalmente mantenne la carica di pontifex maximus che continuava a perpetuare il ruolo divino dell’Imperatore di Roma.

(14) Il modalismo era un filone di pensiero cristiano risalente alla prima metà del II secolo. Secondo questo modo di pensare le persone della Trinità non erano altro che modi fenomenici d’essere e di agire dell’unico Dio. Quindi Dio era uno solo ed indivisibile ma agiva in modi diversi.

Il modalismo sfociò nel monarchianismo, sviluppato alla fine del II secolo, secondo il quale per conservare l’unità di Dio la Trinità era negata e Gesù non aveva natura divina (qui si aprirono altri filoni come l’adozionismo secondo cui Gesù sarebbe stato adottato da Dio al momento del battesimo). Credo si possa capire che con le eresie si entra in un campo in cui solo la fede può far decidere e, se non ci riesce la fede, ci riesce chi ha il potere con convincenti strumenti di costrizione.

(15) La Trinità è una invenzione che ha origine dalle religioni pagane. La teoria della perfezione del numero Tre, che inizia con Pitagora,  fu ben espressa da Aristotele: il Tre è il numero della totalità, in quanto abbraccia inizio, mezzo, fine.  Pitagora infatti sosteneva che Tre è il primo numero perfetto: ha principio, mezzo e fine. Non gli manca nulla. Parlava di primo perché il più importante era il 10, la famosa e temibile tetrakys su cui si giurava. Il 10 era rappresentabile con un triangolo equilatero costituito da 10 punti:

la somma di tutti i punti era dieci, numero composto dalla somma dei primi 4 numeri (1+2+3+4=10), che combinati tra loro definivano le quattro specie di enti geometrici: il punto, la linea, la superficie, il solido.

Sulla ricerca di Trinità a seguito di perfezione, così scrive Deschner [2]:

Già con Senocrate (IV secolo a.c.) una trinità stava al sommo dell’universo cosmo, e tutte le grandi religioni ellenistiche possedettero una trinità: c’era la dottrina trinitaria di Api e di Serapide, Iside, Serapide (Osiride), Horus; c’era una dottrina trinitaria nella religione dionisiaca, precisamente Zagreo, Fane e Dioniso; in Italia, sotto mille forme, c’era la triade capitolina Giove, Giunone, Minerva; esisteva la teologia di Ermete Trismegisto, Ermes tre volte grande, del Dio del mondo trino e uno, di cui si credeva fosse «un tutto unico e tre volte uno»: e queste sono solo alcune delle forme trinitarie più note.
Nell’Induismo e nel Buddhismo era comune il simbolo trinitario sotto forma di divinità tricipiti, e assai prima del Cristianesimo nella regione mediterranea, Gallia compresa, c’erano dèi tricipiti o trivolti. Nel Medioevo tre teste e tre volti ritornano nella scultura e nella pittura quali simboli della trinità cristiana, rappresentazioni osteggiate comprensibilmente dalla Chiesa, perché, al di là delle nuove forme, assomigliano spesso come gocce d’acqua ai loro modelli pagani. Ma il Cristianesimo non seguì una dottrina trinitaria determinata, bensì scelse e utilizzò tutto quanto era disponibile.

Sulla Trinità in Platone così scrive Gibbon:

Il genio di Platone, istruito dalla propria meditazione o dal sapere tradizionale dei sacerdoti dell’Egitto, aveva osato esplorare la misteriosa natura della divinità. Dopo avere elevato la sua mente alla sublime contemplazione della prima, per sé esistente e necessaria causa dell’universo, il saggio ateniese non era capace come la semplice unità della sua essenza potesse ammettere l’infinita varietà delle distinte e successive idee, che compongono il modello del mondo intellettuale; come un ente puramente incorporeo potesse eseguire quel perfetto modello, e con mano creatrice dar forma al rozzo e indipendente caos. La vana speranza di liberarsi da queste difficoltà, che sempre opprimeranno le deboli forze della mente umana, poté indurre Platone a considerare la natura divina sotto la triplice modificazione di prima causa, di ragione, o Logos, e di anima, o spirito dell’universo. La sua poetica immaginazione fissò talvolta e animò queste astrazioni metafisiche. I tre archetipi, o principi originari, erano rappresentati nel sistema platonico da tre dèi, uniti l’uno all’altro da una misteriosa ed ineffabile generazione; e il Logos fu particolarmente considerato sotto l’aspetto più accessibile di figlio di un eterno padre, creatore e rettore del mondo. Queste pare fossero le segrete dottrine, che venivano misteriosamente insegnate nei giardini dell’ Accademia, e che secondo i più recenti discepoli di Platone non potevano intendersi perfettamente che dopo un assiduo studio di trent’anni.

(16) La Chiesa, per costruire un falso come la Donazione dell’Impero romano alla Chiesa (Constitutum Constantini) da parte di Costantino, falso che gli servì in epoca carolingia, inventò una storia patetica della sua morte: Costantino contrasse la lebbra e, mentre i preti pagani gli avevano suggerito di riempire una fontana appositamente costruita con il sangue di infanti, al fine di immergersi e guarire, cosa rifiutata dall’imperatore commosso dalle lacrime delle madri, gli capitò di sognare Pietro e Paolo che gli imponevano di consultare papa Silvestro (successore di Milziade), allora rifugiato sul monte Soratte. Il papa gli avrebbe mostrato la vera “fontana di pietà” ed una volta recuperata la salute, l’imperatore avrebbe dovuto costruire chiese in tutto l’impero e gettare via gli idoli pagani. Il falso fu scoperto dall’umanista Lorenzo Valla nel Cinquecento.

(17) Dopo la morte di Giuliano, il suo amico Libanio scrisse una Orazione nella quale, rivolgendosi agli umili, affermava: “Voi infelici contadini diventerete un nuovo bottino del fisco ! Voi miseri ed eternamente sfruttati, a cosa vi gioverà adesso invocare il soccorso del cielo ?” (Citato da Deschner [2]).

(18) Già sotto Graziano si erano avuti provvedimenti contro altre religioni a Roma: era stata tolta l’immunità alle vestali ed ai sacerdoti pagani.

(19) Il Pietro di Alessandria a cui si fa riferimento nell’Editto di Tessalonica è Pietro II che fu vescovo dal 373 (dopo Atanasio, un durissimo avversario di Ario) al 380. A Pietro II successe Timoteo I che fu vescovo dal 380 al 385. Venne quindi Teofilo, vescovo dal 385 al 412. Durante il suo episcopato vi furono violente persecuzioni dei cristiani sulla comunità pagana ed i cristiani che sciamavano come bande di delinquenti nel 391 distrussero il Serapeum di Alessandria, il tempio dedicato a Serapide:

Il Serapeo, il cui splendore è tale che le semplici parole possono solamente sminuirlo, è talmente ornato di grandi sale colonnate, di statue che sembrano vive e tanta moltitudine di altre opere, che niente altro, eccetto il Campidoglio, simbolo dell’eternità della venerabile Roma, può essere considerato più fastoso al mondo [Ammiano Marcellino, Res Gestae, XXII, 16]

A Teofilo successe il nipote, il bandito criminale Cirillo (per questo santificato dalla Chiesa). Le bande cristiane divennero veri e propri squadroni della morte sotto i cui colpi nel 415 fu massacrata Ipazia, colei che dirigeva la Biblioteca, il più grande centro culturale dell’antichità, che fu data alle fiamme.

(20) Il manicheismo era una nuova eresia che preoccupava molto l’ortodossia per la sua rapida espansione in Oriente ed Occidente. Nasceva dal pensiero del persiano Mani (il nome sembra il titolo di una persona che è uno spirito superiore), che la aveva sviluppata nella seconda metà del III secolo sulla base di un’intersezione sincretica tra Cristianesimo, gnosticismo e religioni orientali (principalmente il buddhismo e la religione misterica di Mazda). Nel pensiero di Mani era la ragione e non la fede in dogmi che portava alla divinità. Con la ragione era possibile capire l’intero cosmo e le sue finalità. In definitiva la salvezza si conseguiva solo con la conoscenza. Anche su questa eresia avevamo perso tutti i documenti fatti sparire dai cristiani. Solo un paziente lavoro di storici e studiosi ed il ritrovamento di documenti nel Turkestan cinese nel XIX secolo ha permesso di ricostruire del basi del manicheismo precedentemente note solo attraverso citazioni dei nemici cristiani.

(21) In Occidente si susseguiranno i seguenti Imperatori: Onorio uno dei figli di Teodosio fino al 423; Valentiniano III fino al 455; Petronio Massimo per il 455; Avito fino al 456; Maggioriano fino al 461; Libio Severo fino al 465; Procopio Antemio fino al 472; Anicio Olibrio per il 472; Glicerio fino al 474; Giulio Nepote fino al 475; Romolo Augustolo fino al 476 quando l’esercito di Odoacre mise fine all’Impero romano d’Occidente dando inizio ai regni romano-barbarici. In Oriente invece a Teodosio seguirono: Arcadio fino al 408 quando morì di malattia (ebbe il sostegno di Stilicone che fu giustiziato nel 408);  Teodosio II fino al 450; Flavio Marciano fino al 457; Leone I fino al 474; Leone II per il 474; Zenone Isaurico fino al 491 (con l’interruzione del Regno di Basilisco del 475-476). Da qui poi seguiranno tutti gli Imperatori Bizantini, fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453.

(22) Si osservi che la Bibbia dei Settanta traduce con angeli l’espressione figli di Dio. Nel Primo Libro di Enoch (che con certezza era noto in Palestina nel I secolo a.C.) troviamo anche la profezia della venuta di un Messia che affianca e personifica Dio e la teoria della risurrezione dai morti. Quando si verificherà il giudizio finale, tutte le creature risorgeranno e le loro opere verranno valutate dal Messia di Dio, incaricato da Dio di esercitare la giustizia.

(23) Quando il cristianesimo si diffuse tra i non ebrei, quel titolo di Cristo fu inteso come se fosse altro nome di Gesù. In tal modo, si dovrebbe capire con facilità, Gesù venne chiamato Gesù Cristo che era il Signore. A questo proposito occorre ricordare che nella Bibbia dei Settanta Dio era chiamato Signore. Ciò può far forse capire come Gesù e Dio, ambedue Signore, potessero in seguito essere identificati.

(24) Occorre dire che alcuni dottori della Chiesa si prodigarono perché questo dogma fosse messo da parte: Bernardo, Bonaventura, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino.

(25) La verginità di Maria comprende la virginitas mentis cioè il costante proposito della verginità, la virginitas sensus cioè l’immunità dagli impulsi disordinati della concupiscenza sessuale, e la virginitas corporis cioè l’integrità fisica. Il dogma della Chiesa si riferisce in primo luogo all’integrità fisica.

(26) In una nota scrive Pepe Rodriguez: “Per accertare quanto sia facile trovare profezie nella Bibbia, il lettore, da solo, può fare cpsì: apre la Bibbia a caso, trova un versetto e comincia a leggere, nel nostro caso: «Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia». Sembra ovvio che si tratta di una chiara profezia su Rambo o forse si tratta di James Bond, o meglio del leader settario David Koresh, assediato fino la morte dalle forze speciali dell’Fbi nel suo ranch di Waco; o forse si riferisce all’assedio finale al Che Guevara nella località La Higuera da parte dell’esercito boliviano; ma descrive anche alla perfezione il comportamento onesto e coraggioso di monsignor Oscar Romero, assassinato nel Salvador; oppure porrebbe profetizzare la detenzione di Gesù di Nazarerh da parte dell’esercito romano; o forse …”

(27) Deschner [2] racconta che per un lungo periodo le apparizioni della Madonna non erano castissime perché usava offrire il suo seno a chi la vedeva e questi ultimi raccontavano dell’ottimo sapore di quel latte. Tra costoro ricordo: Fulberto di Chartres e Bernardo da Chiaravalle.


BIBLIOGRAFIA

(1) Corrado Augias, Remo Cacitti – Inchiesta sul Cristianesimo – Mondadori 2008

(2) AA. VV. – I Vangeli apocrifi – Einaudi 1990

(3) Peter Brown – La formazione dell’Europa cristiana – Laterza 1995

(4) Guido De Ruggiero – La filosofia del Cristianesimo – Laterza 1950

(5) Karlheinz Deschener – Storia criminale del Cristianesimo – Ariele 2000-2010 [1]

(6) Karlheinz Deschener – Il gallo cantò ancora – Massari 1998 [2]

(7) G. Filoramo, D. Menozzi – Storia del Cristianesimo – Laterza 2001

(8) Edward Gibbon – Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano – Einaudi 1987

(9) F. Gregorovius – Storia di Roma nel Medio Evo – Avanzini e Torraca 1966

(10) Hans Jonas – Lo gnosticismo – SEI 1991

(11) Santo Mazzarino – L’Impero Romano – Laterza 1973

(12) Marco Rizzi – Cesare e Dio – il Mulino 2009

(13) Pepe Rodriguez – Verità e menzogne della Chiesa cattolica – Editori Riuniti 1999

(14) Manlio Simonetti – Cristianesimo antico e cultura greca – Borla 1990

(15) Ladislav Varcl – El Cristianismo y sus origenes – Editorial Cartago de Mexico 1982

WEBOGRAFIA

(1) Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche:  http://www.rosacroceoggi.org/testi/Giuseppe%20Flavio%20-%20Antichit%E0%20Giudaiche.pdf

(2) Giuseppe Flavio, Guerra giudaicahttp://digidownload.libero.it/Hard_Rain/Guerra%20Giudaica.pdf

(3) La Bibbia CEI: http://www.laparola.net/bibbia/

(4) Gianluigi Bastia: http://digilander.libero.it/Hard_Rain/StoriaPalestina.htm  

(5) Andrea Nicolotti: http://www.christianismus.it/

(6) Dizionario del pensiero cristiano alternativo: http://www.eresie.it/it/id006_1_Apostoli_Donatismo.htm

(7) M. Rizzi – Morfologia e retorica dell’anticristowww.storicamente.org/rizzi_link3.htm

(8) Diego Fusaro – Tertullianohttp://www.filosofico.net/tertulliano.htm

(9) Enrico Galavotti – La svolta costantinianahttp://www.homolaicus.com/storia/antica/cristianesimo_primitivo/costantino/svolta_costantiniana.htm

(10) Rita Grenz – Il figlio del falegnamehttp://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-1422.htm

(11) Mario Alighiero Manacorda – Dal Politeismo al Monoteismo:  http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-1282.htm

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