Fisicamente

di Roberto Renzetti

Institute for Policy Studies
Gennaio 2003

COMPRENDERE LA CRISI USA-IRAQ
Un’introduzione

Phyllis Bennis

SOMMARIO

L’attuale crisi tra gli USA e l’Iraq è il prosieguo di più di dieci anni di antagonismo tra Washington e Baghdad, che ha visto coinvolto tre amministrazioni americane. Per capire a fondo perché adesso ci troviamo sull’orlo di una guerra, tuttavia, bisogna guardare da vicino agli obiettivi dell’attuale amministrazione Bush, che è spinta al conflitto delle massicce riserve petrolifere irachene e dall’obiettivo di espandere il potere militare statunitense nel mondo.

Il governo iracheno ha indubbiamente un passato brutale, e gli USA ed i suoi alleati non avrebbero mai dovuto facilitarne l’accesso alle armi di distruzione di massa, come hanno fatto nel corso degli anni 80, la decade che ha visto una stretta alleanza USA-Iraq. Non ci sono prove tuttavia che l’Iraq abbia attualmente a disposizione armi di distruzioni di massa funzionanti, o che rappresenti una minaccia immediata per gli Stati Uniti; né che vi sia alcun legame tra l’Iraq e gli eventi del 11 Settembre, nonostante le affermazioni del governo Bush. Una guerra degli USA contro l’Iraq violerebbe la legge internazionale e rafforzerebbe la nostra reputazione di superpotenza arrogante e senza alcuna responsabilità. Gli effetti sarebbero particolarmente drammatici in Medio Oriente, dove molti governi sono in equilibrio precario tra una popolazione sempre più indignata e le richieste di Washington, da cui dipendono per gli aiuti militari ed economici. Una guerra causerebbe grandi sofferenze in Iraq, già devastato dalla guerra del 1991 e da anni di sanzioni economiche rovinose, ed esporrebbe altri a gravi rischi, inclusi decine di migliaia di soldati americani.

Se gli USA fossero lungimiranti, cercherebbero di lavorare attraverso le Nazioni Unite per promuovere il disarmo, i diritti umani e la democrazia interna ed in tutta la regione, e perseguirebbero politiche energetiche interne al fine di ridurre la nostra dipendenza dal petrolio e dunque i nostri interventi nel Golfo Persico e altrove.


CONTENUTI


I.

La corsa statunitense alla guerra

II.

La risposta del mondo, le Nazioni Unite e il diritto internazionale

III.

Le consegenze della guerra: Iraq e oltre

IV.

La storia delle relazioni USA-Iraq

V.

Alternative alla guerra


Informazioni sull’autore

Phyllis Bennis, membro dello Institute for Policy Studies a Washington, è una famosa scrittrice ed esperta del Medio Oriente. Tra i suoi libri recenti ricordiamo Before & After:U.S. Foreign Policy and the September 11 Crisis e Calling the Shots: How Washington Dominates Today’s UN. Ha intrapreso dibattiti con funzionari governativi di alto rango e appare regolarmente sulla televisione statunitense ed internazionale ed alla radio. Nel 1999 ha accompagnato la prima delegazione del Congresso in visita in Iraq.

Informazioni sull’Institute for Policy Studies

Lo Institute of Policy Studies è un centro studi multidisciplinare fondato nel 1963. In un momento in cui altri centri studi celebrano le virtù dell’ingordigia senza limiti, della ricchezza sconfinata e della guerra infinita, IPS cerca di creare una società più responsabile – costruita attorno ai valori di pace con giustizia, sostenibilità e decenza. IPS, come disse una volta I.F. Stone, “è un istituto per gli altri come noi.”


Gennaio 2003
The Institute for Policy Studies

La crisi USA-Iraq: Un’introduzione
Parte I: La corsa statunitense alla guerra

Phyllis Bennis

1. L’amministrazione Bush dice che una guerra contro l’Iraq è necessaria a causa della minaccia delle armi di distruzione di massa, per il supporto iracheno al terrorismo e per la questione dei diritti umani. Questi argomenti sono validi? Il governo dell’Iraq è stato per molto tempo repressivo nei confronti della sua stessa popolazione ed ha attaccato due volte altri paesi (l’Iran ed il Kuwait) a causa di vecchie dispute politiche, economiche e di sicurezza. L’apice della potenza militare irachena viene raggiunto durante gli anni ’80 come risultato di un’alleanza decennale con gli Stati Uniti che, insieme a europei ed altri alleati, gli hanno fornito supporto politico, militare, tecnologico e finanziario. Infatti è stato durante il periodo dell’alleanza USA-Iraq che Baghdad ha commesso le sue peggiori violazioni dei diritti umani. Ma i bombardamenti della Guerra del Golfo nel 1991 seguiti da 12 anni di estenuanti sanzioni hanno severamente diminuito la capacità militare irachena. Fino a quando gli ispettori agli armamenti delle Nazioni Unite hanno lasciato l’Iraq, nel 1998, anticipando la campagna di bombardamenti statunitense denominata “Volpe del Deserto”, essi hanno trovato e distrutto oppure reso inoffensive il 90-95% delle armi di distruzione di massa irachene, comprese le loro armi chimiche, quelle biologiche ed i missili a lungo raggio. Hanno anche distrutto completamente la loro rozza capacità nucleare. L’amministrazione Bush ha associato l’Iraq, la Corea del Nord e l’Iran al cosiddetto “asse del male”. Ma solo l’Iraq è stato scelto per possibili attacchi militari. A differenza della Corea del Nord che può già disporre di armi nucleari, che ha ripudiato il trattato di non proliferazione, espulso gli ispettori nucleari delle Nazioni Unite e che ha minacciato direttamente gli Stati Uniti, l’Iraq non ha armi nucleari e sta dando libero accesso agli ispettori ONU. A differenza di numerosi altri paesi, l’Iraq non fa parte del disegno terroristico internazionale. L’Iraq semplicemente non osa minacciare gli Stati Uniti.  2. Quali sono le reali ragioni che si nascondono dietro la precipitosa corsa dell’amministrazione alla guerra? La minaccia statunitense di avviare una guerra contro l’Iraq è largamente guidata dal petrolio e dalla voglia d’impero – per espandere il potere economico e militare statunitense. Poiché questi obiettivi avvantaggiano principalmente le compagnie petrolifere e le persone già ricche e potenti, l’amministrazione Bush fa leva sulla paura degli americani comuni per mobilitare il sostegno pubblico a favore della guerra collegando – in modo falso – l’Iraq alla minaccia, molto concreta, del terrorismo ed al retorico “asse del male”. Bush, per conquistare consensi, gioca anche sulla genuina preoccupazione degli americani per i diritti umani. Molti alti funzionari dell’amministrazione Bush vengono direttamente dall’industria petrolifera. Il presidente Bush stesso, così come il vice presidente Dick Cheney, il Consigliere alla Sicurezza Nazionale Condoleeza Rice, il Segretario al Commercio Donald Evans e molti altri, hanno tutti forti legami con aziende petrolifere – la Chevron una volta ha chiamato una petroliera col nome di Rice in segno di ringraziamento. Ma gli Stati Uniti non stanno minacciando un’invasione semplicemente per assicurare il loro continuo accesso al petrolio iracheno. Piuttosto vi è, da parte statunitense, una più ampia manovra per il controllo dell’industria petrolifera che dia loro la facoltà di decidere il prezzo del greggio sul mercato mondiale. Le riserve petrolifere irachene sono seconde solo a quelle dell’Arabia Saudita. E con una sempre più instabile Arabia Saudita appoggiata dagli Stati Uniti, la questione di quali compagnie petrolifere – francesi, russe o americane – debbano controllare i ricchi ed inesplorati campi petroliferi iracheni una volta rimosse le sanzioni, è stata spostata al primo posto nell’agenda di Washington. Molti nell’amministrazione Bush credono che nel lungo termine, un Iraq dipendente dagli USA nel dopoguerra sostituirà il controllo saudita sul prezzo del greggio e ridurrà l’influenza del cartello petrolifero a guida saudita nell’OPEC. L’Iraq può sostituire l’Arabia Saudita, almeno parzialmente, quale fattore centrale della strategia petrolifera e militare degli Stati Uniti nella regione, e gli Stati Uniti resterebbero i garanti del petrolio per il Giappone, la Germania e gli altri alleati in Europa e nel mondo. L’espansione del potere statunitense, al centro della strategia di guerra dell’amministrazione Bush, include il ridisegno della mappa politica del medio oriente. Lo scenario include il controllo americano dell’Iraq e il resto degli stati del Golfo cosi come Giordania ed Egitto. Qualcuno nell’amministrazione vuole anche di più – “cambiamento del regime” in Siria, Iran, e Palestina con Israele quale permanente e incontestabile potenza regionale appoggiata dagli Stati Uniti. L’anello delle basi americane costruite oppure ampliate di recente in Qatar, nel Gibuti, nell’Oman e in qualche altra località sono i preparativi di una guerra USA contro l’Iraq e ne anticipano gli obiettivi. Ma i super-falchi dell’amministrazione Bush hanno un piano più ampio per costruire un impero globale che vada oltre il Medio Oriente. La maggior parte di questo piano è stato concepito molto prima dell’11 settembre, ma ora è stato portato avanti sotto la bandiera della “guerra al terrorismo”. La guerra in Afghanistan, la creazione di una serie di basi militari statunitensi nei paesi della regione del Mar Caspio e dell’Asia sud-occidentale (anch’essi ricchi di petrolio e gas naturali), la nuova dottrina strategica della guerra preventiva e l’ascesa dell’unilateralismo come principio, sono tutti quanti aspetti della loro crociata. Attaccare l’Iraq è solo il prossimo passo.  3. Che cosa significa “cambiare il regime”? “Cambiare il regime” è un eufemismo per indicare l’assassinio o il rovesciamento di Saddam Hussein. “Cambiare il regime” è stata la politica ufficiale degli Stati Uniti a partire dall’Iraq Liberation Act del 1998 [atto firmato da Clinton per creare un fondo di 97 miliardi di dollari per sostenere l’opposizione irachena., ndt]. Il concetto che il popolo iracheno stesso, una volta che saranno eliminate le sanzioni economiche, sia capace di ricostruire il paese nonché le loro stesse vite, collaborando per sostituire gli attuali governanti con altri più rappresentativi e meno repressivi, semplicemente non è previsto dall’agenda di Washington, né lo è mai stato. Nonostante il primo presidente Bush istigò gli iracheni a rivoltarsi contro il governo di Saddam Hussein dopo la prima Guerra del Golfo, egli ha rapidamente abbandonato la chiamata alla rivolta ed ha abbandonato l’Iraq al suo destino.  4. Cos’è la dottrina di Bush dell'”attacco preventivo”? In un discorso del giugno 2002 all’Accademia Militare degli Stati Uniti a West Point e in un documento strategico rilasciato nel 2002, Bush e la sua amministrazione ha rivendicato l’uso della forza militare preventiva contro paesi o gruppi terroristici considerati in procinto di acquisire armi di distruzione di massa o missili a lungo raggio, ed ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero “rispondere con una travolgente durezza” e con “tutte le opzioni” – codice usato per dire armi nucleari – ad ogni uso di armi chimiche, biologiche, radiologiche o nucleari contro gli Stati Uniti, le sue truppe o i suoi alleati. Tale minaccia di usare armi nucleari – in specifica violazione del “Trattato di Non Proliferazione”, che proibisce l’uso di armi nucleari contro ogni stato che non ne possiede – rappresenta una significativa escalation nella dominazione militare statunitense. Ciò riflette una parallela richiesta presente nei documenti strategici per un nuovo approccio allo scontro militare in cui gli Stati Uniti dovrebbero impedire a qualunque nazione, ovunque nel mondo, persino di cercare di eguagliare la capacità militare statunitense. Ironicamente, perfino la parola “preventiva” non è propriamente applicata. La strategia di Bush va ben oltre la prevenzione che implica un’imminente minaccia. L’Iraq, addirittura secondo quelli che chiedono la guerra, non rappresenta un’imminente minaccia per gli Stati Uniti. Piuttosto, l’amministrazione Bush sta attualmente esortando ad una guerra preventiva per impedire un ipotetico riarmo o rafforzamento futuro dell’Iraq. La guerra preventiva è chiaramente illegale.  5. Cosa sono le “no-fly zone”? Perché gli aerei statunitensi le stanno già bombardando? Alla fine della prima Guerra del Golfo, nel 1991, gli Stati Uniti insieme con il Regno Unito (e la Francia, che interruppe immediatamente la sua partecipazione) stabilì una zona di interdizione al volo [“no-fly zone” appunto, ndt] nel nord dell’Iraq ed in seguito nel 1992 anche nel sud. L’apparente ragione fu quella di proteggere la popolazione kurda nel nord e la riottosa popolazione sciita nel sud dagli attacchi iracheni proibendo la presenza di aerei militari iracheni nell’area. Da allora, aerei statunitensi e britannici hanno sempre pattugliato la “no-fly zone”. Dopo i raid di bombardamento denominati “Volpe del Deserto” del dicembre 1998, gli Stati Uniti hanno iniziato a bombardare regolarmente in entrambe le zone in risposta alle mosse di difesa irachene di intercettazione radar o scegliendo come obiettivo gli aerei con armi antiaeree, nonostante nessun aereo [americano o inglese, ndt] con equipaggio sia mai stato colpito (l’Iraq ha abbattuto almeno tre aerei radiocomandati e quindi senza piloti). Nel 1999, il solo anno per cui esistono dati attendibili, le Nazioni Unite hanno documentato 144 civili uccisi dalle bombe statunitensi nella “no-fly zone”. Gli Stati Uniti affermano che i loro bombardamenti avvengono per rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite, a volte citando la risoluzione dell’ONU 688 la quale richiama l’Iraq a rispettare i diritti umani delle comunità più deboli. Ma nessuna risoluzione, né la 688 né nessun altra, menziona la creazione di una zona di interdizione al volo per non parlare di bombardamenti od altre ingiunzioni militari. Quando la risoluzione delle Nazioni Unite che autorizzava nuove ispezioni è passata nel novembre 2002, il segretario della difesa Donald Rumsfeld ha dichiarato che la difesa antiaerea irachena contro i bombardieri ha costituito una sostanziale violazione degli obblighi iracheni, ma numerosi ambasciatori al Consiglio di Sicurezza, cosi come il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, erano in forte disaccordo.   6. Chi nell’amministarzione Bush appoggia la guerra all’Iraq? Le voci più forti a favore della guerra nell’amministrazione vengono da ideologi raggruppati intorno al Segretario alla Difesa Rumsfeld ed al Vice Presidente Cheney. Essi includono il vice di Rumsfeld, Paul Wolfowitz, il Capo del Consiglio di Difesa del Pentagono Richard Perle, il capo degli assistenti di Cheney, Lewis Libbey ed altri. Tutti hanno spinto per una forte azione militare contro l’Iraq per un decennio o più; nel 1998 essi hanno firmato una lettera aperta al Presidente Clinton chiedendo azioni militari più aggressive contro l’Iraq. Molti di loro erano parte della campagna lanciata dal Project for New American Century [Progetto per il Nuovo Secolo Americano: gruppo che ha prodotto nel settembre 2000 un documento che descrive in dettaglio un progetto per la sottomissione militare del pianeta al dominio statunitense. Il testo fu redatto per un gruppo specifico di persone, che oggi ricoprono incarichi non indifferenti: Dick Cheney, attuale vicepresidente degli Stati Uniti; Donald Rumsfeld, attuale segretario alla difesa; Paul Wolfowitz, attuale vicesegretario alla difesa; Jeb Bush, fratello del presidente; e Lewis Libby, capo dello staff di Cheney, ndt] chiedendo una nuova politica estera animata dal prevenire che ogni paese possa mai aspirare a confrontarsi con il potere statunitense. Poiché quasi nessuno di loro è stato militare e nessuno ha reali esperienze di combattimento ma stanno parlando di una guerra che altri combatteranno, essi sono noti come “falchi da pollaio” (“chicken-hawks” nel testo originale, ndt). La guerra resta la loro opzione strategica migliore per la politica verso l’Iraq. Perle, ad esempio, ha detto ad una delegazione di parlamentari britannici nel novembre 2002 che “neppure un certificato d’integrità” emesso da parte degli ispettori agli armamenti delle Nazioni Unite eviterebbe una guerra USA contro l’Iraq.  7. Chi è contro la guerra o almeno è più prudente? L’opposizione ad una guerra unilaterale con l’Iraq è ampiamente diffusa tra la popolazione americana, con uomini d’affari, religiosi, ed anche capi militari. Perfino all’interno dell’amministrazione stessa vi è un’opposizione degna di nota. Il dipartimento di stato condotto da Colin Powel benché non inequivocabilmente contrario alla guerra è a favore di una risposta multilaterale basata sull’uso delle Nazioni Unite per legittimare la condotta statunitense. Alcuni consiglieri politici della Casa Bianca stanno pensando anche di suggerire un approccio che includa una chiaro mandato delle Nazioni Unite basandosi sui sondaggi che dicono (secondo Business Week ed altri) che una maggioranza degli americani non appoggerebbe una guerra condotta unilateralmente e fuori dall’approvazione delle Nazioni Unite. Diversi generali in pensione chiedono pubblicamente cautela, un sentimento – secondo quanto riferito – condiviso da molti capi di stato maggiore. Il generale Antony Zinni che è stato per la maggior parte degli anni ’90 capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (che include l’Iraq) ed in seguito inviato speciale del presidente Bush in Medio Oriente ha anche esternato la propria opposizione alla condotta bellica di Bush.  8. Chi beneficerà di una guerra in Iraq? Le compagnie petrolifere statunitensi sarebbero tra le prime a beneficiarne, attraverso accessi privilegiati alle riserve petrolifere dell’Iraq, le seconde in ampiezza del pianeta. Questo accesso non significa solamente fornitura di greggio ma anche un enorme potere nel mercato globale del petrolio che scalzerebbe quello dell’Arabia Saudita e dell’OPEC. Nei tardi anni novanta fino al 2002, l’Iraq ha firmato contratti che avrebbero dato a compagnie petrolifere francesi e russe accesso privilegiato alle riserve irachene una volta che fossero state rimosse le sanzioni economiche. Gli Stati Uniti hanno usato questi contratti per far pressione su Francia e Russia nelle deliberazioni del Consiglio di Sicurezza. La minaccia – suggerita dai dirigenti statunitensi e più esplicitamente dai leader dell’opposizione irachena – era che un regime post Saddam Hussein in Iraq avrebbe annullato i contratti esistenti e che le compagnie francesi e russe non avrebbero avuto accesso ai nuovi contratti petroliferi se i loro governi si fossero opposti ai piani statunitensi (la contrapposizione in merito è che nel breve termine una caduta della produzione di petrolio, dovuto alla guerra, potrebbe avere serie conseguenze economiche, ma molte compagnie petrolifere sembrerebbero credere che beneficeranno dal maggior prezzo di mercato che accompagnerebbe una tale riduzione di produzione). Anche le compagnie che producono e installano equipaggiamenti petroliferi dovrebbero beneficiarne. Il vice presidente Cheney è stato CEO [Chief Executive Officer, equivalente al nostro amministratore delegato, ndt] di una di queste aziende, la Halliburton Oil Services, prima di ritornare a Washingthon nel 2001 come componente dell’amministrazione Bush. Tra il 1997 ed il 2001 la Halliburton sotto la guida di Cheney a fatto affari con l’Iraq per un valore di almeno 73 milioni di dollari per ricostruire le infrastrutture petrolifere mandate in pezzi dalla guerra e dalle sanzioni economiche, ma le sanzioni statunitensi hanno limitato questa ricostruzione. Con un controllo militare statunitense nel dopoguerra in Iraq, le compagnie petrolifere degli Stati Uniti sarebbero in posizione privilegiata, le sanzioni petrolifere sarebbero certamente alzate e compagnie tipo la Helliburton vincerebbero giganteschi contratti di ricostruzione. Anche i produttori di armi statunitensi ne beneficerebbero. I produttori militari hanno già vinto nuovi e più grandi contratti per produrre più armi e di miglior qualità. Boeing Aircraft, per esempio produttrice del kit J_DAM che trasforma immense e letali bombe da 500 e 2000 libbre in altrettante bombe intelligenti stanno lavorando contro il tempo per produrre tali kit prima dell’inizio di una guerra contro l’Iraq. Boeing sta costruendo una nuova industria di 30,000 piedi quadrati a Sant Charles, Las Angeles per sostenere la domanda ed anche i fornitori, includendo Loockeed, Honeywell e Textron, stanno incrementando la produzione. Il portavoce della Boeing Bob Algarotti prevede “un innalzamento del livello di produzione fino alla fine del decennio.”   9. Chi beneficerà di una guerra in Iraq? Le forze militari irachene sono in minor numero e più deboli rispetto alla guerra del golfo del 1991, il Pentagono stima che esse siano solo ad un terzo della loro potenzialità originaria. Esse difettano di capacità missilistica perfino per raggiungere la maggior parte dei paesi confinanti, non parliamo poi degli Stati Uniti. Il presidente degli Stati Uniti ha detto in un occasione che l’Iraq avrebbe aerei senza pilota che possono volare attraverso l’oceano ed attaccare gli Stati Uniti. Un evidente volo di immaginazione retorica che non è mai stato ripetuto. L’Iraq ha tentato di attaccare i bombardieri nelle “no-fly zone”, aerei che si erano illegalmente introdotti nello spazio aereo iracheno per attaccare obiettivi iracheni; la ritirata degli aerei americani avrebbe messo fine a questo (quanto mai innocuo) tentativo di abbatterli (vedi domanda 5 per sapere di più sulle “no-fly zone”). Nell’edizione 2001 del Rapporto Annuale sul Terrorismo Globale del Dipartimento di Stato, gli Stati Uniti hanno ammesso che l’Iraq “non ha più tentato un attacco anti-occidentale dopo il loro fallito piano per assassinare l’allora presidente Bush nel 1993 in Kuwait” (se questo piano ci sia realmente stato resta da chiarire).  10. L’Iraq possiede armi di distruzione di massa? Non lo sappiamo con certezza – questo è il motivo per cui gli ispettori dell’ONU sono in Iraq. Come alla fine del 2002, gli ispettori non hanno indicato di aver trovato l’evidenza di ogni visibile programma d’armamento. Quando l’originale gruppo di ispezione, UNSCOM, lasciò l’Iraq nel dicembre 1998, alla vigilia del bombardamento iracheno da parte di Washington, disse di aver trovato e distrutto o reso inoffensive il 90-95% delle armi di distruzione di massa irachene. L’Iraq ha dichiarato di aver distrutto altri armamenti, ma non possiede un incartamento completo per documentare pienamente la loro distruzione. Non vi è certamente alcun piano nucleare in atto – che può essere facilmente verificato via satellite e con altre tecnologie. Mentre è possibile che qualche materiale biologico o chimico dagli ultimi programmi di armamento possano essere rimasti in Iraq ma che non siano stati ancora scoperti dagli ispettori, non vi è alcuna indicazione che esista un potenziale sistema per lo spargimento di queste sostanze. L’amministrazione Bush dichiara che l’Iraq possiede armi di distruzione di massa – ma hanno rifiutato di mostrare le prove che dichiarano di avere e non vogliono neppure fornirle ai gruppi di ispettori delle Nazioni Unite. Questo contraddice la dichiarazione di Washington di un’imminente minaccia da armi di distruzione di massa irachene – se le minacce fossero state reali, sicuramente i funzionari statunitensi avrebbero fornito immediatamente agli ispettori tutte le informazioni necessarie per neutralizzare la minaccia. Trattenendo le informazioni, gli Stati Uniti sembrano più interessati a giocare a “rimpiattino” piuttosto che trovare realmente ogni reale armamento per renderlo inoffensivo. Inoltre, l’emergente esempio delle armi nucleari della Corea del Nord può essere istruttivo. Se, come è il caso nella Corea del Nord, ci fosse la reale evidenza di un’arma nucleare irachena, sarebbe inverosimile che Bush minacci una guerra contro l’Iraq. Dovrebbe essere usata invece una combinazione di diplomazia ed altri deterrenti. La buona volontà statunitense di parlare alla Corea del Nord – che possiede armi nucleari – contrapposto al rifiuto di parlare all’Iraq, fornisce un’altra chiara indicazione che l’Iraq non possiede armi nucleari.  11. L’Iraq ha nulla a che fare con l’11 settembre o con Al-Qaeda? Una guerra contro l’Iraq aumenterebbe la sicurezza degli americani in patria e all’estero? L’Iraq non ha nulla a che fare con gli attacchi dell’11 settembre. Infatti l’Iraq ha una lunga storia di antagonismi con Osama bin Laden ed Al Qaeda. Secondo il New York Times: “subito dopo che le forze militari irachene hanno invaso il Kuwait nel 1990, Osama bin Laden ha avvicinato il principe sultano Bin Abdelaziz Al Saud, il Ministro della Difesa saudita, con una proposta inconsueta… Arrivando con mappe e molti diagrammi, Bin Laden disse al principe sultano che il regno poteva evitare l’affronto di concedere all’armata di miscredenti americani di entrare nel regno per cacciare l’Iraq dal Kuwait. Egli stesso poteva condurre la battaglia, disse, alla testa di un gruppo di ben addestrati mujahideen che – diceva – poteva vantare 100,000 uomini. Anche se l’offerta era senza dubbio esagerata, l’ostilità di Bin Laden verso il secolare Iraq era chiara. Non vi è alcuna ragione di credere che ciò sia cambiato. Invece di rendere gli americani più sicuri, ci sono molte ragioni per temere che una guerra contro l’Iraq metterà gli americani in grande pericolo. In tutto il medio oriente, il sentimento anti-americano è già dilagante a causa del supporto finanziario e diplomatico dell’occupazione israeliana in terra palestinese e per il supporto ai regimi corrotti e repressivi del mondo arabo. Una guerra statunitense contro l’Iraq inoltre inasprirà questa rabbia, forse guidando i più disperati a scegliere atti di violenza contro individui o istituzioni americane percepite come simboli del potere o della politica americana.  12. Se gli Stati Uniti non attaccano l’Iraq, come possiamo essere sicuri che non ci sono armi di distruzione di massa? Supportando gli ispettori ONU agli armamenti, il cui mandato è finire il lavoro dei primi gruppi di ispezione, trovando e rendendo innocue ogni arma di distruzione di massa residua. Noi possiamo ottenere ulteriori rassicurazioni applicando l’articolo 14 della Risoluzione 687 delle Nazioni Unite che afferma che disarmare l’Iraq dalle armi di distruzione di massa dovrebbe essere un primo passo verso la creazione in Medio Oriente di un’ampia “zona libera da armi di distruzione di massa e da missili balistici necessari al loro utilizzo e ad un bando globale delle armi chimiche”. Un tale approccio, piuttosto che l’attuale atteggiamento statunitense che inonda la regione già satura di armi con armamenti sempre più potenti, dovrebbe certamente aiutare a ridurre la tensione militare nella regione.  13. Quanto costerà una guerra contro l’Iraq? Chi pagherà per essa e quale sarà il suo impatto sull’economia statunitense? Una stima che va da 60 miliardi di dollari fino a forse 1600 miliardi di dollari, dove sono state incluse le conseguenze della guerra. Perfino la stima inferiore rappresenta tra l’1 e il 2% del prodotto interno lordo statunitense. La crisi del golfo del 1990-91 costò circa 80 miliardi di dollari ovvero circa l’1% del prodotto interno lordo, ma l’80% di quel costo fu pagato dai nostri alleati il che è improbabile che accada questa volta. Il conto finale includerà molto più degli schieramenti militari, delle truppe e delle armi. Essa includerà pure le paghe per i riluttanti partner che fanno parte delle coalizioni. I turchi ad esempio hanno dato chiaramente le loro condizioni per una guerra americana: compensazione fino a 25 miliardi di dollari per eventuali perdite, che i turchi dicono non dovrebbero venire dalla legislazione congressuale ma direttamente dal Pentagono; una chiara proibizione statunitense a creare uno stato kurdo nel nord dell’Iraq e garanzie per il controllo della sicurezza turca nel nord dell’Iraq. Inoltre, durante una visita ad Ancara del Vice Segretario alla Difesa Paul Wolfowitz nel dicembre 2002, ai turchi sono stati promessi nuovi generosi aiuti economici, la costruzione di basi militari permanenti nel sud-est kurdo e un rinnovato supporto diplomatico che comprende una più forte campagna statunitense per favorire l’ingresso turco nell’Unione Europea. E nessuno di questi iniziali costi di guerra include il prezzo della ricostruzione. Il precedente Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Sandy Berger, ha recentemente affermato che la ricostruzione dell’economia irachena dovrebbe costare tra i 50 ed i 150 miliardi di dollari. Ma vista l’abitudine di Washington a condurre la guerra, lasciando la ricostruzione alle Nazioni Unite ed al resto della comunità internazionale (così come è successo recentemente in Kosowo e in Afghanistan) è improbabile che gli Stati Uniti intendano pagare per la ricostruzione dell’Iraq. Anche senza una nuova guerra in Iraq gli Stati Uniti spendono più di 11,000 dollari al secondo per l’apparato militare. Ciò significa più di un miliardo di dollari al giorno, metà di tutte le spese militari del mondo considerando insieme i nostri amici e gli avversari.  14. L’amministrazione americana ha parlato di piani a lungo termine per occupare l’Iraq. Cosa significa? Qualcuno nell’amministrazione Bush ha sostenuto la tesi dell’assunzione del controllo diretto dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel dopoguerra, tesi basata sull’occupazione della Germania e del Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questo modello immagina il mondo del 1945, prima cioè che cinque decadi di decolonizzazione ridisegnasse lo scacchiere politico con nuovi paesi indipendenti. Esso prevede un ampio benvenuto iracheno alle truppe statunitensi non solo come momentanei liberatori ma come graditi, perfino benvenuti, occupanti permanenti, una cosa poco verosimile visto l’ampio grado di comprensione che c’è stato in Iraq delle devastanti sanzioni economiche e delle pressioni americane che le hanno mantenute per 12 anni. Questo scenario immagina gli Stati Uniti che pagano miliardi di dollari per ricostruire un’economia irachena devastata dalla guerra. Ma tutti sanno che questo è illusorio. Perfino le astiose e diverse opposizioni irachene appoggiate dagli Stati Uniti, riunitesi a Londra nel dicembre 2002, sono state capaci di convenire solo su una cosa – che un’occupazione militare statunitense del loro paese non era accettabile. L’occupazione probabilmente significherà l’immediata suddivisione dei campi petroliferi iracheni da parte statunitense, la rapida riabilitazione dell’infrastruttura petrolifera e la rapida ridistribuzione dei contratti petroliferi alle compagnie americane. Le rendite petrolifere iracheno dovrebbero essere deviate per ripagare Washington per i costi dell’invasione e dell’occupazione stessa, ritardando indefinitamente la ricostruzione della sinistrata infrastruttura fisica sociale e civile dell’Iraq. E le truppe americane – e gli americani in genere – diventerebbero il simbolo nell’intera regione di un’odiata superpotenza.  Prossima sezione: II. La risposta del mondo, le Nazioni Unite e le leggi internazionali.


Gennaio 2003
The Institute for Policy Studies

La crisi USA-Iraq: Un’introduzione
Parte II: La risposta del Mondo, la legge internazionale e l’ONU

Phyllis Bennis

15. Gli Stati Uniti hanno diritto ad invadere l’Iraq?

No. La risoluzione delle Nazioni Unite passata nel Novembre 2002 determinò un nuovo invio di ispettori per verificare il disarmo dell’Iraq, come richiesta finale prima della revoca delle sanzioni. La risoluzione afferma che ci saranno “serie conseguenze” se ci fosse una “violazione materiale” della stessa, ma non identifica nello specifico quali dovrebbero o potrebbero essere queste conseguenze. La risoluzione afferma che una “violazione materiale” sarebbe determinata sia da omissioni o bugie nelle dichiarazioni sugli armamenti iracheni, sia da una maldisposizione nei confronti degli ispettori. Riserva all’intero consiglio, e non ad un qualsiasi singolo paese, l’autorità di trarre conclusioni su questo aspetto.

Quando la risoluzione passò, ogni ambasciatore del consiglio tranne quello di Washington, chiarì che la risoluzione non forniva un’autorizzazione alla guerra. Secondo l’ambasciatore del Messico, Adolfo Aguilar Zinser, l’uso della forza sarebbe stato giustificato soltanto, “sotto previa, esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza”. Gli Stati Uniti possono decidere di fare la guerra senza l’OK del Consiglio di Sicurezza, e senza preoccuparsi di ciò che gli ispettori ONU troveranno o non troveranno. Ma le condizioni delle risoluzioni dell’ONU sono considerazioni molto importanti per paesi del Consiglio di Sicurezza come Francia, Messico, Germania e altri, i cui governi devono trovare un equilibrio tra il loro desiderio di unirsi alla guerra di Bush e un’ampia e diffusa opinione pubblica contro la guerra.

16. Gli Stati Uniti hanno diritto alla legittima difesa nei confronti dell’Iraq?

Secondo la Carta delle Nazioni Unite, nessuna nazione ha diritto di attaccarne un’altra. Le sole eccezioni sono 1) se il Consiglio di Sicurezza autorizza specificatamente un attacco militare o 2) per legittima difesa. La “legittima difesa” è definita molto rigorosamente. L’articolo 51 della Carta afferma che un paese ha diritto alla legittima difesa solo “in caso di attacco armato”. L’Iraq non ha attaccato gli Stati Uniti (si veda la sezione 5 sulle no fly zone), quindi non siamo nel caso di legittima difesa. Gli Stati Uniti affermano di avere diritto alla “legittima difesa preventiva” per fare guerra all’Iraq, senza qualsiasi ulteriore autorizzazione da parte delle Nazioni Unite. Ma la Carta dell’ONU non autorizza una tale affermazione. Alcuni studiosi credono che fermare un attacco imminente darebbe ad un paese anche il diritto di usare la forza militare in una sorta di legittima difesa. Ma anche questo argomento cade, perché nessuno, nemmeno i super falchi di Bush, afferma che un attacco di qualsiasi di tipo da parte dell’Iraq, specialmente agli Stati Uniti, sarebbe “imminente”.

17. Che cosa pensa il resto del mondo dell’attuale crisi con l’Iraq?

Il sostegno internazionale alla spinta verso la guerra dell’amministrazione Bush è quasi inesistente. La maggioranza dei governi, e probabilmente la maggioranza delle persone nel mondo, accetta come legittimo il fatto di rimandare gli ispettori ONU a completare l’operazione di disarmo riguardo ai programmi di distruzione di massa dell’Iraq, benché molti credano anche che le sanzioni economiche dovrebbero essere revocate immediatamente. Solamente pochi governi, tra cui quello di Israele e alcuni funzionari d’alto grado del Regno Unito, appoggiano senza riserve la guerra invocata da Bush. Tale guerra non ha il sostegno dei paesi più vicini all’Iraq, neanche del Kuwait, vittima dell’invasione e dell’occupazione dell’Iraq nel 1990. Enormi mobilitazioni hanno portato milioni di europei a protestare contro la guerra imminente. L’opinione pubblica in Asia, in America Latina, in Africa é allo stesso modo contraria alla guerra. E in tutto il medio oriente i governi fanno fatica a soddisfare le richieste da parte dei loro sponsor economici e/o militari a Washington e allo stesso tempo affrontare (e reprimere) lo sdegno di una massiccia parte di cittadini contro i piani di guerra statunitensi (si veda la domanda 30).

L’opposizione di molti governi è basata sulla mancanza di autorità delle Nazioni Unite sulla guerra. Infatti, alcune, come la Germania, hanno rifiutato la partecipazione diretta del loro esercito in una guerra statunitense in Iraq anche nel caso in cui sia autorizzata da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Nella regione, alcuni paesi con ruolo chiave e una forte dipendenza dagli Stati Uniti, come la Turchia o l’Arabia Saudita, hanno accettato con riluttanza di fornire sostegno ad una guerra statunitense, e solamente nel caso in cui sia autorizzata da una nuova risoluzione ONU. Per questa ragione, probabilmente, gli Stati Uniti intensificheranno la pressione – corruzione, minacce, punizioni – sul Consiglio di Sicurezza dell’ONU per ottenere i voti necessari (si vedano domande 19 e 20).

18. Quali sono le conseguenze legali di un’invasione? Quali precedenti stabilisce per altri paesi del mondo?

Senza autorizzazione dell’ONU, e visto che non possono appellarsi alla legittima difesa, un attacco statunitense all’Iraq violerebbe le leggi internazionali. Si tratterebbe del crimine dell’aggressione, uno dei più seri crimini di guerra. Tutti coloro aventi ruoli di comando potrebbero essere ritenuti responsabili davanti ad una Corte statunitense o internazionale.

Una decisione unilaterale di invadere l’Iraq (anche se la pressione statunitense dovesse trascinare altri paesi) stabilisce anche un dannoso precedente. Se come risposta standard alle violazioni delle risoluzioni dell’ONU di un certo paese viene avanzato l’esempio statunitense della guerra unilaterale, il mondo potrebbe vedere l’Algeria che attacca il Marocco perché non ha tenuto fede alle risoluzioni ONU che chiedono una fine dell’occupazione da parte di Rabat del Sahara occidentale. La Grecia potrebbe dichiarare guerra alla Turchia per la continua violazione di Ankara delle risoluzioni ONU che chiedono la fine dell’occupazione della Cipro del nord. E la Siria, la Giordania o il Libano potrebbero citare i precedenti degli Stati Uniti per legittimare un attacco a Israele per le sue violazioni di 60 risoluzioni ONU riguardanti la sua occupazione illegale della Palestina e delle alture del Golan Siriane. Già Russia e Israele hanno citato le affermazioni di Bush sulla “guerra preventiva” per giustificare l’intensificazione della loro repressione in Cecenia e nella Palestina occupata.

Inoltre, se gli Stati Uniti rivendicano la loro invasione come giustificata dalla “legittima difesa preventiva” per il fatto che l’Iraq potrebbe in futuro acquisire armi di distruzione di massa, gli Stati Uniti stessi sarebbero di fatto esposti ad attacchi da parte di tutti i paesi del mondo, in qualità di maggiori detentori al mondo di armi di distruzione di massa di tutti i tipi, ed essendo il solo governo che abbia mai usato armi nucleari.

In fin dei conti, una guerra preventiva statunitense in Iraq mina alla base la possibilità di un’influenza statunitense di tipo collaborativo e non militare nel mondo, indebolisce gli sforzi statunitensi di portare i terroristi internazionali davanti alla giustizia, ed è invece una ricetta per il caos globale. Come ha detto Nelson Mandela: “L’atteggiamento degli Stati Uniti d’America è una minaccia alla pace nel mondo. Perché ciò che [l’America] dice è che se si ha paura di un veto da parte del Consiglio di Sicurezza, la soluzione può essere andarsene, intraprendere l’azione e violare la sovranità di altri paesi.”

19. Qual’è il ruolo delle Nazioni Unite nella crisi in Iraq?

Le Nazioni Unite hanno giocato un ruolo centrale nel conflitto USA-Iraq dal 1990, quando gli Stati Uniti usarono la corruzione, le minacce e le punizioni per assicurarsi l’approvazione del Consiglio di Sicurezza sulla guerra del Golfo. Da allora gli Stati Uniti hanno manipolato l’ONU per i loro propri scopi politici di guerra e per ottenere sanzioni contro l’Iraq. Madeleine Albright, a quei tempi ambasciatore statunitense all’ONU e più tardi Segretario di Stato, non ebbe reticenze a dichiarare, nel 1995, che “l’ONU è uno strumento della politica estera statunitense.” Ciò nonostante, gli ideologi dell’amministrazione Bush si sono opposti alla centralità dell’ONU, e persino ad un coinvolgimento dell’ONU, nella crisi irachena, per una questione di principio.

Questo è particolarmente chiaro nel caso delle sanzioni economiche che hanno devastato l’Iraq dalla fine della guerra del Golfo. Mentre praticamente ogni altro paese dell’ONU sarebbe pronto revocare le sanzioni ed a permettere agli iracheni di ricostruire il loro paese in rovina, le sanzioni rimangono al loro posto perché i governi hanno paura di sfidare gli Stati Uniti (per ulteriori informazioni sulle sanzioni e sul loro impatto, si veda domanda 26). Per lo più l’influenza che l’ONU continua ad esercitare sulla crisi in Iraq deriva dalla risoluzione 687, la risoluzione per il disarmo, per le sanzioni e per il cessate il fuoco, che, ironicamente, è la stessa risoluzione che gli Stati Uniti citano per giustificare la loro marcia verso la guerra. La risoluzione in realtà autorizza il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e non ogni singolo paese, a prendere tutte le decisioni che riguardano il disarmo dell’Iraq. Afferma anche nello specifico che le sanzioni dovranno essere revocate quando l’Iraq sarà dichiarato libero da armi di distruzione di massa. Gli Stati Uniti, ovviamente, hanno una lunga storia di incuranza delle risoluzioni dell’ONU che non si adattano agli obiettivi della loro politica estera, e di imposizione delle proprie interpretazioni sulle deboli obiezioni da parte del Consiglio di Sicurezza (si veda domanda 5, sulle no-fly zone, per un esempio). In passato, funzionari statunitensi, tra cui George H.W. Bush e Bill Clinton, i Segretari di Stato James Baker e Madeleine Albright, il consigliere per la Sicurezza Nazionale Sandy Berge e altri, hanno tutti asserito che non permetterebbero di porre fine alle sanzioni, indipendentemente dalle richieste dell’ONU, fino a che Saddam Hussein non sia stato rimosso dal potere – cosa che sicuramente non è menzionata in alcuna risoluzione ONU.

A partire dal Novembre 2002, l’ONU è stato di nuovo incaricato di applicare il regime di ispezione UNMOVIC/IAEA (United Nations Monitoring, Verification and Inspection Commission e International Atomic Energy Agency – N.d.T.), e di certificare il disarmo che determinebbe la fine delle sanzioni. Se l’ONU certifica il disarmo, e la guerra viene evitata, gli Stati Uniti saranno certamente propensi ad opporsi alle richieste di revoca delle sanzioni della risoluzione 687, e si può prevedere che partirà una nuova campagna statunitense di corruzione, minacce e punizioni perché il Consiglio di Sicurezza mantenga le sanzioni. In risposta, l’Assemblea Generale, in base a precedenti nella storia dell’ONU che gli permettono intromettersi quando il Consiglio di Sicurezza non è ritenuto in grado di agire, potrebbe farsi carico della questione, nonostante sia normalmente di competenza del Consiglio. Una tale iniziativa dell’Assemblea Generale, potrebbe verificarsi solamente se la coscienza e la volontà politica degli altri membri ONU fosse rafforzata, per esempio, dall’espansione di un movimento globale per la pace e la giustizia che pretenda che un’Assemblea più democratica sfidi un Consiglio dominato dagli Stati Uniti.

20. Gli USA potranno ricevere l’autorizzazione dall’ONU per muovere guerra all’Iraq?

Se l’Amministrazione decide di operare con il consenso dell’ONU, e se è pronta a pagare un alto prezzo finanziario, politico e diplomatico, ci son pochi dubbi che gli USA utilizzeranno i mezzi del loro arsenale diplomatico per forzare un voto a loro favore; è già capitato così in passato. Ma potrebbero esserci delle difficoltà, specialmente con le “pistole fumanti” delle armi di distruzione di massa (WMD) dell’Iraq. Sotto alcune condizioni, anche se una maggioranza dei membri del Consiglio potrebbero sottostare alle pressioni di Washington, la risoluzione risultante potrebbe probabilmente costituire ancora una violazione della Carta dell’ONU sulle soluzioni pacifiche, interpretando alcune guerre, in base ai suoi temini, ancora illegali.

Nel 1990, gli Stati Uniti corruppero la Cina con una riabilitazione diplomatica dopo Piazza Tienanmen e il rinnovo dell’assistenza per lo sviluppo a lungo termine per prevenire il veto alla risoluzione principale per la Guerra del Golfo nel 1991 (la Cina si astenne). I paesi poveri, per il voto del Consiglio, furono comprati con riduzioni sul prezzo del petrolio Saudita, nuovi aiuti militari ed assistenza economica. E quando lo Yemen, l’unico paese arabo nel Consiglio, votò contro la risoluzione che autorizzava la guerra, un diplomatico statunitense disse all’ambasciatore dello Yemen, “che sarà il voto ‘no’ più caro che abbiate avuto”. Tre giorni dopo gli Stati Uniti tagliarono dal bilancio tutti gli aiuti allo Yemen.

In questo periodo, le Mauritius sono diventate un esempio. Durante le prime due settimane del dibattito all’ONU sulla risoluzione di ispezione, Jagdish Koonjul, rappresentante delle Mauritius, fu richiamato dal suo governo perché aveva chiaramente fallito nell’esprimere il supporto delle Mauritius alla proposta di risoluzione degli Stati Uniti, malgrado le istruzioni ricevute. Perché il suo governo era così interessato? Perché le Mauritius ricevono significativi aiuti dagli Stati Uniti grazie al “Trattato per lo Sviluppo e le Opportunità dell’Africa”, che ha come condizione necessaria per gli aiuti statunitensi, che i paesi “non devono impegnarsi in attività contrarie alla sicurezza USA o agli interessi di politica estera”.

21. Cosa diceva la risoluzione di ispezione delle Nazioni Unite del Novembre 2002? Autorizzava la guerra contro l’Iraq?

La Risoluzione 1441 non decreta l’uso della forza. Ufficialmente ridefinisce la crisi irachena, almeno sullo scenario internazionale, come risoluzione sul disarmo e non come cambiamento di regime e potrebbe ritardare un attacco USA. Ha fornito uno strumento potente per difendere la responsabilità statunitese al multilateralismo a favore delle Nazioni Unite, e può essere considerata una parziale vittoria di quelli che si oppongono alla guerra. Ma riflette anche la dominazione degli Stati Uniti sulle Nazioni Unite e sul resto del mondo ed in ultima analisi stabilisce i termini della guerra.

La vittoria reale è che l’Amministrazione Bush ha ritenuto necessario rimettersi all’ONU. Ancora nell’estate del 2002, ai “falchi da pollaio” del Pentagono sembrava fallita ogni strategia basata sull’ONU riguardo l’Iraq. Ma il Capo di Stato Maggiore rimase scettico, i sondaggi mostravano che meno di un quarto degli Americani sarebbe stato daccordo all’attacco all’Iraq senza il supporto dell’ONU, e centinaia di migliaia di manifestanti riempì le strade. I più stretti alleati di Washington, dalla Germania al Messico e anche il Partito Laburista di Tony Blair, erano contrari al crescente unilateralismo statunitense. I “falchi da pollaio”, che sentivano che riconoscere qualche autorità pari agli Stati Uniti – o peggio sottostare alle Nazioni Unite era un errore, persero questa battaglia distruttiva per ambo le parti, e gli Stati Uniti accettarono la motivazione richiesta dall’ONU.

Otto settimane di negoziati portarono ad una serie di compromessi statunitensi su quale ruolo avrebbero avuto i suoi ufficiali, militari o dei servizi segreti, all’interno della delegazione di ispezione. La risoluzione decreta un regime di ispezione di intensità senza precedenti ed intrusiva che permette al gruppo di ispezione dell’ONU completa libertà di andare in ogni posto dell’Iraq, senza preavviso, e hanno ottenuto il permesso d’accesso in ogni luogo che vogliono per la loro ricerca di armi, inclusi i più sicuri “siti presidenziali”. Gli ispettori inoltre hanno ottenuto dei nuovi poteri straordinari, inclusa la possibilità di portare fuori dall’Iraq gli scienziati iracheni e le loro famiglie per interrogarli, e fornirgli un eventuale asilo politico all’estero.

Ma la risoluzione non autorizza la guerra. Invece, specifica che il rapporto degli ispettori sulle violazioni irachene saranno il motivo di speciali consultazioni del Consiglio di Sicurezza in risposta ad eventuali violazioni. Nel primo mese di questo lavoro, i nuovi ispettori dell’ONU – UNMOVIC e IAEA – senza restrizioni di cooperazione da parte degli iracheni, hanno eseguito ispezioni vaste ed intrusive oltre che interviste, e non hanno trovato evidenze di qualche arma proibita. Gli Stati Uniti continuano a dichiarare di avere delle “prove” sulle armi di distruzione di massa, ma hanno rifiutato di fornire qualche evidenza agli ispettori per metterli in grado di confermare le accuse. E sotto i termini della risoluzione, queste dichiarazioni unilaterali ed infondate sono insufficienti per far scattare ulteriori consultazioni del Consiglio di Sicurezza.

L’Amministrazione Bush può ancora lanciare la sua propria guerra per il petrolio, per l’espansione della potenza USA e per l’Impero – ma la Risoluzione 1441 non autorizza a fare questo nel nome delle Nazioni Unite.

+22 Come sono iniziate le ispezioni agli armamenti in Iraq ? Che cosa è successo durante le prime ispezioni?

Alla fine della Guerra del Golfo nel 1991, le Nazioni Unite hanno approvato la Risoluzione 687, che dichiarava il cessate il fuoco, stabiliva le condizioni del disarmo per le armi di distruzione di massa dell’Iraq e imponeva sanzioni economiche da revocare nel momento in cui l’Iraq avesse pienamente rispettato tali condizioni. Per controllare le operazioni di disarmo, il Consiglio di Sicurezza aveva istituito una Commissione Speciale delle Nazioni Unite (UNSCOM), che insieme con l’International Atomic Energy Agency (IAEA) mandasse squadre di ispettori in Iraq per trovare e distruggere o rendere inoffensivi tutti i programmi iracheni di armi chimiche, biologiche e nucleari e di missili a lungo raggio. L’UNSCOM ha lavorato in Iraq per sette anni. In questo periodo l’Iraq ha cooperato in qualche settore, ma in altri momenti ha rifiutato la propria collaborazione. Nonostante la mancanza di una completa collaborazione da parte irachena, l’UNSCOM ha trovato e distrutto la stragrande maggioranza dei componenti dei programmi di armi iracheni. Ma in quel periodo l’UNSCOM è stato gravemente compromesso dalla rivelazione che stava conducendo un’operazione illegale di spionaggio per conto dei servizi segreti americani e israeliani. Gli ispettori delle Nazioni Unite stavano passando informazioni che non avevano nulla a che fare con i programmi di armi proibite ma molto a che fare con gli ambienti vicini a Saddam Hussein, la struttura degli ufficiali governativi di alto rango, la collocazione delle Guardie Repubblicane ed altro – tutte cose utilissime alle intenzioni manifestate da Washington di rovesciare il regime iracheno, qualcosa che non faceva assolutamente parte del programma delle Nazioni Unite. Nello stesso tempo, funzionari americani cercavano di gestire in modo capillare il sistema ispettivo, controllandone l’andamento, il grado di invadenza, la scelta dei siti ed altro, conducendo ad una grave crisi all’interno dell’UNSCOM ed alle dimissioni di almeno uno degli ispettori al vertice. Nel corso delle varie crisi fra UNSCOM e Baghdad, gli Stati Uniti hanno minacciato un’imponente azione militare contro l’Iraq. All’inizio del 1998 questa minaccia è stata scongiurata dalle trattative in extremis del Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan a Baghdad. Ma Washington continuava a stringere la pressione, compresa la pressione sullo stesso UNSCOM. Alla fine del 1998 Stati Uniti e UNSCOM hanno concertato insieme una nuova crisi in cui il capo dell’UNSCOM Richard Butler sosteneva con grande ostentazione che l’Iraq stava totalmente impedendo all’UNSCOM di fare il suo lavoro. Ma in realtà le cose non stavano affatto così. Lo stesso rapporto di Butler, nonostante la sua isterica introduzione dichiarava che “in termini statistici, la maggior parte delle ispezioni sulle strutture e sui luoghi in corso di verifica erano effettuate con la collaborazione irachena.” Ma gli Stati Uniti minacciavano ancora di far ricorso alla forza, e sotto la loro pressione, Butler improvvisamente ha rimosso i suoi ispettori. Ventiquattro ore dopo, gli Stati Uniti lanciavano l’attacco illegale di 4 giorni chiamato Desert Fox. Non ci sono dubbi che gli Stati Uniti stavano organizzando la crisi dell’UNSCOM. Il Senatore Joseph Biden (Democratici-Delaware) ha ammesso nel corso di un’intervista televisiva di aver trascorso molte ore con Butler presso la Rappresentanza degli Stati Uniti all’ONU il 13 dicembre, due giorni prima che uscisse il rapporto di Butler. Il Washington Post riferiva che il 15 dicembre mentre tornava da Israele, il presidente Clinton aveva riesaminato “la versione finale” che Butler intendeva usare nel rapporto. Il Post faceva rilevare che questi tempi evidenziavano come l’abusiva visione in anteprima del rapporto da parte di Washington “precedesse di parecchio la sua consegna al primo destinatario ufficiale (il segretario delle Nazioni Unite) Kofi Annan.” Dopo il bombardamento del Desert Fox che distrusse la maggior parte della modesta opera di ricostruzione che l’Iraq era riuscito a realizzare dalla fine della guerra del 1991, l’Iraq ha rifiutato di consentire agli ispettori UNSCOM di ritornare nel paese.

23 Che cosa sono i crimini di guerra? Ci saranno probabilmente crimini di guerra se gli Stati Uniti attaccheranno l’Iraq? Quali sono le implicazioni per i soldati americani? E per i civili iracheni?

I crimini di guerra sono violazioni delle leggi internazionali che regolano le operazioni belliche. Questi includono molte cose come mirare deliberatamente contro i civili, l’attacco di obiettivi anche militari quando l’effetto sia sproporzionatamente dannoso per i civili, o violazioni alle norme della quarta Convenzione di Ginevra per un trattamento umano dei civili, dei combattenti feriti o dei prigionieri di guerra durante la guerra. Crimini di guerra furono commessi da tutte le parti durante la Guerra del Golfo. I crimini di guerra degli Stati Uniti non hanno avuto altrettanta pubblicità di quelli iracheni durante la guerra, così c’è un gran rischio che si verifichino ancora. I crimini di guerra americani durante la stessa guerra comprendevano il bombardamento di un rifugio antiaereo per civili, l’uccisione di oltre 400 civili, e l’attacco delle truppe irachene in fuga dal Kuwait mentre cercavano di arrendersi. Il Protocollo II della Convenzione di Ginevra vieta anche l’attacco di “obiettivi indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile” in qualsiasi circostanza, quindi la decisione del Pentagono di prendere deliberatamente come bersaglio la rete elettrica irachena è stato un crimine di guerra – senza considerare il suo valore militare, la vita della popolazione civile dipende dal sistema elettrico per gli ospedali, per l’acqua potabile e per l’intero complesso di elementi fondamentali per la vita rappresentato dall’elettricità in un paese industriale moderno. Benché gli Stati Uniti finora abbiano rifiutato di sottoscrivere il Protocollo II, questo non rende legale la sua violazione da parte degli americani. I leaders politici e militari americani potrebbero essere ritenuti responsabili di crimini di guerra se dovessero dare ordini simili a quelli della Guerra del Golfo del 1991. Per esempio, alcuni documenti del gennaio 1991 resi noti anni dopo (vedi: Tom Nagy’s “The Secret Behind the Sanctions: How the US Intentionally Destroyed Iraq’s Water Supply ” in The Progressive, September 2001) dimostrano che il Pentagono era a conoscenza dell’intenzione di distruggere la rete elettrica irachena con il risultato risaputo ed evidente di mettere fuori uso i sistemi di supporto vitali da cui dipendeva la vita della popolazione civile irachena – per esempio, gli impianti di potabilizzazione dell’acqua – consentendo in questo modo il diffondersi di patologie trasmesse dall’acqua che potevano uccidere un gran numero di neonati e bambini. Quasi tutte le strategie militari americane discusse pubblicamente nel 2002 cominciano con una pesante campagna contro Baghdad. Il razionale del Pentagono è che Baghdad – come viene comunemente rappresentata – “è costellata da postazioni contraeree e circondata da formidabili truppe di Guardie Repubblicane.” Che queste dichiarazioni siano o meno vere, Baghdad è un’affollata città di 5-6 milioni di normali civili iracheni, che cercano disperatamente di vivere qualcosa che assomigli ad una vita normale. Per quanto le bombe americane siano “intelligenti” è improbabile che quei civili possano essere risparmiati. Le stesse sanzioni economiche, responsabili della morte di centinaia di migliaia di innocenti, sono in evidente violazione della legge di guerra che proibisce le aggressioni sui civili, dal momento che il loro micidiale impatto è ben noto ai loro esecutori americani e delle Nazioni Unite. Per la legge internazionale i leaders politici e militari sono responsabili per i loro ordini, e i singoli soldati possono anche essere imputati per gli stessi crimini di guerra se eseguono questi ordini illegali. (Nel 2002, le organizzazioni pacifiste hanno cominciato a distribuire avvisi ai giovani soldati israeliani, mettendoli in guardia che forse gli ordini dati nei territori occupati potrebbero costituire crimini di guerra ed eseguire questi ordini potrebbe renderli passibili di processo per crimini di guerra).


Gennaio 2003
The Institute for Policy Studies

La crisi USA-Iraq: Un’introduzione
Parte III: Le conseguenze della guerra: Iraq e oltre

Phyllis Bennis

24. Chi soffrirà a causa della guerra in Iraq?

Il primo a soffrire sarà il popolo iracheno. Per quanto intelligenti le cosiddette “bombe intelligenti” del Pentagono possano essere, non c’è dubbio che la guerra statunitense contro l’Iraq comporterà enormi sofferenze umane. Anche le armi più avanzate, come le fibre di carbonio studiate per paralizzare la rete elettrica irachena senza danneggiare gli edifici, provocheranno morti civili generalizzate quando istituzioni vitali come gli ospedali e gli impianti per il trattamento delle acque resteranno improvvisamente senza elettricità. L’uso da parte del Pentagono di armi all’uranio impoverito continuerà a minacciare la salute e la vita dei civili. Dopo vent’anni di guerra, e dodici anni di sanzioni economiche letali, il tessuto sociale iracheno, già devastato, sarà ulteriormente sbrindellato da un’alta guerra.

Nella regione già instabile, la guerra alimenterà le tensioni e la rabbia contro gli USA. I paesi del Medio Oriente pagheranno probabilmente un prezzo molto alto in termini di sovvertimenti economici. Le monarchie assolute e le false democrazie repressive aumenteranno la repressione ed il controllo sulle popolazioni infuriate per il sostegno offerto dai loro governi alla guerra di Washington. Il supporto di Israele alla guerra aumenterà il suo isolamento nella regione; i Palestinesi pagheranno un prezzo elevato in termini di vite umane e di perdita delle terre, dal momento che Israele darà un ulteriore giro di vite nei territori occupati mentre la guerra avvolge i paesi vicini. La devastazione ambientale provocata da una guerra del genere non avrà confini.

La guerra rafforzerà la posizione degli USA quale superpotenza assoluta che non nutre alcun rispetto per il resto del mondo. La guerra sarà una nuova campagna di assunzioni per coloro disposti ad usare la violenza contro obiettivi americani ed aumentare la probabilità di attacchi terroristici contro gli Stati Uniti. I militari americani saranno probabilmente di nuovo esposti all’uranio impoverito, oltre ai normali rischi di una battaglia. In un momento in cui l’economia americana sta attraversando una congiuntura estremamente difficile, e solo i fabbricanti di armi e le società petrolifere sono sulla cresta dell’onda, tagli all’istruzione, alla sanità, alla previdenza sociale, alle infrastrutture urbane sono parte del prezzo che gli Americani pagheranno per la guerra in Iraq.

25. Com’è la vita in Iraq adesso? Quali sono le cause delle sofferenze della popolazione civile?

Gli Iracheni soffrono per svariate ragioni. Da quando è salito al potere, il partito Baath di Saddam Hussein ha imposto controlli rigorosi ed un’atmosfera politica repressiva in cui il dissenso è proibito e le punizioni sono severe e rapide. I diritti politici e civili degli Iracheni sono sistematicamente violati, come in tutte le monarchie assolute e nelle altre “democrazie” in cui il presidente è eletto a vita. Non esiste la libertà di espressione o di riunione, non esistono i partiti d’opposizione e la stampa libera. Chi è sospettato di dissentire viene arrestato, e si sente spesso parlare di arresti arbitrari di familiari, di tortura, e di esecuzioni extragiudiziali. Gran parte dell’opposizione irachena, incluse le organizzazioni comuniste, nazionaliste arabe ed islamiche, è stata sbaragliata senza pietà oppure costretta all’esilio. I Curdi iracheni sono stati l’obiettivo della brutale campagna di Anfal degli anni ’80, mirata a cacciare i Curdi dalle regioni chiave ricche di petrolio, in una versione “arabizzata” della pulizia etnica.

Prima delle sanzioni, gli “altri” diritti umani della maggioranza della popolazione irachena – i diritti economici e sociali – erano rispettati. Contrariamente agli altri produttori di petrolio del Golfo, l’Iraq ha investito quasi tutta la ricchezza prodotta dal petrolio all’interno del paese, costruendo i più avanzati sistemi sanitari e di istruzione di tutta la regione. Anche durante la lunga guerra Iran-Iraq, gli Iracheni, prevalentemente appartenenti alla classe media, vivevano in una società moderna, i cui standard di vita somigliavano a quelli del Primo Mondo, con uno dei più bassi livelli di sperequazione della ricchezza della regione. L’accesso al cibo, alla sanità, all’istruzione e la qualità della vita in generale era simile a quella dei paesi sviluppati. Il problema più comune che i pediatri iracheni si trovavano ad affrontare era l’obesità infantile.

La Guerra del Golfo e le sanzioni hanno cambiato tutto. La moderna e tecnologica società irachena, dopo sei settimane di intensi bombardamenti, è stata ridotta ad uno stato preindustriale. Le sanzioni hanno impedito agli Iracheni di viaggiare, hanno impedito l’accesso ai giornali medici e scientifici e la partecipazione alle conferenze internazionali, ed hanno creato una generazione di Iracheni insufficientemente istruiti per il ventunesimo secolo ed indignati per non avere accesso a ciò che i loro genitori una volta davano per scontato.

La disoccupazione è alle stelle, e il dinar iracheno è precipitato da 3 dollari per dinar, il cambio prima delle sanzioni, ad un tasso di circa 23 mila dinars per dollaro nel 2003. Il Vice Secretario General Hans Von Sponeck, il secondo Coordinatore Umanitario dell’ONU in Iraq a dimettersi per protestare contro l’impatto delle sanzioni, ha descritto l’impatto del “lato meno visibile, meno drammatico e non materiale delle sanzioni economiche.” “Tutto è stanco,” ha detto. “Il tessuto sociale iracheno è gravemente sotto attacco.” Come ogni economia basata sulle sanzioni, l’Iraq è caratterizzato da una classe sociale di persone che si sono arricchite sul mercato nero, legate al regime, ed in continua crescita, con un divario sempre maggiore tra la maggioranza sempre più povera e la minoranza sempre più ricca.

Le sanzioni economiche rappresentano il principale ostacolo alla ricostruzione dell’Iraq. Prima che le sanzioni venissero imposte, il 90 per cento delle entrate irachene veniva dalle esportazioni di petrolio. Dopo che le sanzioni hanno proibito qualsiasi vendita di petrolio, la mancanza di accesso al cibo ed alle medicine fondamentali ha raggiunto rapidamente livelli catastrofici per la popolazione, un tempo per la maggior parte costituita dalla classe media. La ricostruzione del sistema elettrico, idrico e petrolifero del paese, e di altre infrastrutture danneggiate dai bombardamenti del 1991, si è arrestata. Nel 1999, una delegazione di staff del Congresso statunitense in visita in Iraq ha riferito che: “l’immagine di neonati emaciati e bambini denutriti malati o addirittura morenti in Iraq è ormai ben nota negli Stati Uniti. La delegazione, visitando gli ospedali a Baghdad, Amara e Basra, ha trovato quella realtà immutata. La maggioranza di questi bambini stanno morendo di malattie curabili, generalmente causate dall’acqua non trattata e esacerbate dalla denutrizione, per le quali i trattamenti ed i medicinali basilari non sono disponibili.”

26. Cosa sono le sanzioni contro l’Iraq, perché sono state imposte, e perché non sono state ancora rimosse?

Il Consiglio di Sicurezza ha imposto delle sanzioni globali contro l’Iraq il 6 Agosto 1990, quattro giorni dopo che l’Iraq ha invaso il Kuwait. La giustificazione ufficiale era di fare pressioni sul regime affinché si ritirasse dal Kuwait, ma lo stesso giorno l’allora Presidente George H. W. Bush, insieme al leader Britannico e ai leader della NATO, annunciò il piano per l’Operazione Desert Shield, e ordinò alle agenzie governative statunitensi di preparare dei piani per “destabilizzare ed infine rovesciare” il Presidente iracheno Saddam Hussein. La Guerra del Golfo che seguì mise fine all’occupazione irachena in Kuwait, ma lasciò Saddam Hussein al potere. Le sanzioni non vennero rimosse, subordinate, secondo l’ONU, allo smantellamento delle armi di distruzione di massa irachena. Funzionari statunitensi hanno reso noto, tuttavia, che le sanzioni non verranno rimosse fino a quando Saddam Hussein resterà al potere.

Vennero inoltre imposte delle sanzioni militari per impedire ad altri paesi di vendere armi all’Iraq. Nel corso degli anni ’70 e ’80 gli USA ed i suoi alleati, specialmente Francia, Germania e Russia, avevano venduto all’Iraq armamenti su vasta scala, nonché i materiali necessari a fabbricare armi chimiche, biologiche e nucleari. Le sanzioni militari arrestarono gran parte, ma non tutte, queste vendite di armi.

Le sanzioni economiche che seguirono furono le più ampie e le più severamente rispettate di qualunque regime di sanzioni mai imposto a qualunque paese. Inizialmente proibirono del tutto l’esportazione di petrolio iracheno, praticamente l’unica fonte di riserve monetarie per l’Iraq. (Si veda la prossima domanda su Oil for Food). Le sanzioni proibivano inoltre la vendita all’Iraq di qualsiasi prodotto, con l’eccezione di alcuni tipi di cibo e medicine – ma anche queste ultime erano impossibili da ottenere perché senza le entrate petrolifere non c’erano soldi per comprare niente. Sin dall’inizio, gli Stati Uniti insistettero che queste sanzioni avrebbero esercitato enormi pressioni sul regime di Saddam Hussein, dapprima a ritirarsi dal Kuwait, successivamente a collaborare al disarmo dell’Iraq.

Il problema è che i governi stessi sono in gran parte protetti dall’impatto delle sanzioni, ed è invece la gente che ne soffre le conseguenze. Questo si è sicuramente verificato in Iraq, dove le morti a causa delle sanzioni superano di gran lunga i morti causati dalla Guerra del Golfo stessa. Nei primi anni le morti erano prevalentemente legate alla denutrizione; tra la metà e la fine degli anni 90, il rigido programma di razionamento alimentare voluto dal governo aveva contribuito a migliorare la situazione nutrizionale, ed una percentuale più elevata di morti venne causata da malattie trasmesse mediante l’acqua, che non venivano curate a causa della mancanza di medicine e di strutture sanitarie negli ospedali. La missione ONU in Iraq disse, nel marzo 1991, che “l’Iraq, per qualche tempo a venire, è stata relegato ad un’era preindustriale, ma con tutte le invalidità della dipendenza postindustriale dall’uso intensivo di energia e tecnologia.”

Le sanzioni economiche non hanno, come qualcuno potrebbe immaginare, fomentato la rivolta in Iraq. Al contrario, hanno aumentato la dipendenza dal regime, dal momento che la quantità limitata di cibo e medicine a cui la popolazione ha accesso è fornita dal sistema di razionamento del governo. Inoltre, le persone che lottano per procurarsi dell’acqua potabile e una qualche forma di istruzione per i loro figli non sono in grado di mobilitarsi in opposizione al loro governo. Rimuovere le sanzioni e consentire la riabilitazione della classe media irachena avrebbe probabilmente l’effetto di rinnovare le lotte interne per la democratizzazione ed il cambiamento di regime.

27. Che cos’è il programma Oil for Food? Come funziona?

Nel 1996, il Consiglio di Sicurezza creò il Programma Oil for Food [petrolio in cambio di cibo, n.d.t.], che consentiva all’Iraq di vendere quantità limitate di petrolio; nel 1999 i limiti vennero rimossi. Ma l’Iraq non controlla le entrate dal petrolio. Al contrario, le entrate petrolifere sono tenute in un deposito presso terzi controllato dalle Nazioni Unite, e L’Iraq deve ottenere l’approvazione del “Comitato 661” (così chiamato dal nome della risoluzione che stabilisce le sanzioni) per qualsiasi contratto d’acquisto di cibo, medicine, materiale edile, qualsiasi cosa. Trenta percento del reddito Oil for Food (successivamente ridotto al 25 percento) era dirottato nel Fondo Iracheno di Compensazione, per risarcire le perdite causate dall’invasione irachena del Kuwait. Verso la fine degli anni ’90, quasi tutti gli individui impoveriti che erano state vittime dell’invasione (in maggioranza Asiatici del Sud che lavoravano in Kuwait, Palestinesi espulsi dal Kuwait, etc.) erano stati risarciti, e i fondi restanti andavano a ripagare la famiglia reale del Kuwait, Iraele, le compagnie petrolifere statunitensi ed internazionali, nonostante gli analisti suggerissero bisognasse rimandare il pagamento di questi risarcimenti fino a quando l’UNICEF non avesse certificato che tra i bambini iracheni non vi fossero più morti per le conseguenze delle sanzioni.

Oil for Food non era stato mai studiato per ricostruire l’economia irachena e neppure per fornire un minimo di sicurezza alimentare e sanitaria per i 22 milioni di abitanti dell’Iraq. Ufficialmente, era stato istituito per impedire ulteriori peggioramenti delle condizioni della popolazione civile. In realtà, era una risposta dettata da considerazioni di pubbliche relazioni alla crescente indignazione internazionale per le morti tra i civili su grande scala. Dal momento che il Comitato per le Sanzioni riflette le relazioni di potere all’interno del Consiglio di Sicurezza, gli USA ed gli altri quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza hanno potere di veto su ogni singolo contratto – e lo hanno usato spesso. Verso la fine del 2001, c’erano contratti in sospeso per il valore di 5 miliardi di dollari, quasi tutti per volontà degli USA.

Fino al Dicembre 2002, non c’erano stati cambiamenti di rilievo nella percentuale delle morti causate dalle sanzioni tra le fasce più vulnerabili della popolazione irachena. Secondo le relazioni dell’UNICEF, 5 mila bambini con meno di 5 anni d’età muoiono ogni mese a causa delle sanzioni ONU imposte dagli Stati Uniti.

28. Come vengono trattati i Curdi in Iraq?

L’Iraq, come gli altri paesi il cui territorio include terre Curde (Siria, Turchia ed Iran), ha una storia di discriminazione e maltrattamenti nei confronti dei Curdi. In anni recenti la situazione dei Curdi iracheni è molto migliorata, sia economicamente che politicamente. Una guerra statunitense contro l’Iraq non migliorerebbe certamente la situazione dei Curdi: il prezzo richiesto dalla Turchia, uno degli alleati degli USA, per partecipare alla guerra, potrebbe certamente includere la promessa degli USA di non interferire nella repressione nei confronti dei Curdi turchi, che ha già visto diverse campagne militari nel Kurdistan iracheno dove i Curdi turchi cercano rifugio. È anche probabile che gli USA accolgano le richieste turche di garantire che i Curdi iracheni non ottengano neppure un concreto livello di autonomia (che potrebbe offrire un modello destabilizzante ai Curdi turchi, che mirano all’indipendenza) – perché per gli USA, l’alleanza con la Turchia è strategicamente più importante dei desideri dei Curdi turchi o iracheni.

L’Iraq ha trattato i Curdi brutalmente, anche nel passato relativamente recente. La campagna di Anfal del 1988 ne ha uccisi decine di migliaia, alcuni con i gas velenosi. L’ “Arabizzazione,” – cacciare i Curdi dalle aree di importanza economica e strategica e verso le regioni settentrionali dell’Iraq – è ancora la politica dominante nella zona circostante la città curda di Kirkuk, ricca di giacimenti di petrolio.

I due principali partiti dei Curdi iracheni, il KDP ed il PUK, una volta sostenevano l’indipendenza, ma hanno abbandonato da lungo tempo quell’obiettivo a favore dell’autonomia culturale e amministrativa all’interno dell’Iraq. Dalla fine della Guerra del Golfo i Curdi hanno creato una regione largamente autonoma nel nord dell’Iraq, all’interno della “no-fly zone” britannico-statunitense. I militari iracheni hanno fatto irruzione nell’area nel 1996 a seguito della richiesta di uno dei partiti Curdi, ritirandosi dopo che il tentativo di rovesciare il governo iracheno, guidato dalla CIA, era stato soffocato. Dopo il ritiro delle forze armate, il Kurdistan iracheno ha sviluppato una separata struttura sociale e di governo. Lo sviluppo è stato facilitato dall’accesso dei Curdi alle forniture locali di acqua potabile, da volumi sostanziali di commercio attraverso i confini permeabili, e, ancora più importante, dall’avere a disposizione una porzione di entrate dal programma Oil for Food, del 22 percento più elevata del resto dell’Iraq. La vita culturale ed economica è rifiorita, e nel 2002 i Curdi iracheni partecipavano, sebbene consapevoli delle sue posizioni pro-belliche, al Iraqi National Congress e ad altre attività dell’opposizione. Dal 2000, i leader Curdi continuano ad inviare regolarmente i loro emissari per negoziare con il governo di Baghdad, ed hanno dichiarato che non parteciperanno alla guerra statunitense per rovesciare il regime.

Nella vicina Turchia, alleata degli USA, la regione curda del Sud Est è da lungo tempo il centro di terribili conflitti e repressione. Fino all’agosto 2002, ai Curdi era vietato per legge insegnare la loro lingua o gestire le loro scuole. I Curdi erano largamente esclusi dalla vita economica e culturale del paese. Sebbene il conflitto con i separatisti del PKK fosse terminato nel 1999, Ankara ha rifiutato di concedere un’amnistia e 12 mila combattenti e le loro famiglie sono stati costretti a fuggire nel nord dell’Iraq. L’esercito turco, con l’appoggio degli USA, continua ad attaccare delle presunte basi del PKK nel nord dell’Iraq via terra e via aria.

Le superpotenze esterne – soprattutto gli USA – hanno anch’esse usato e abbandonato i Curdi, ora abbracciandoli, poi abbandonandoli al loro destino nelle mani di una crudele potenza regionale. Il governo turco teme che la popolazione curda del suo paese possa prendere a modello l’autonomia della sua controparte irachena. Il Vice Segretario della Difesa Wolfowitz ha visitato Ankara nel Dicembre 2002 ed ha promesso che gli Stati Uniti manterranno “l’integrità territoriale” dell’Iraq; un’affermazione che va interpretata alla luce di casi precedenti in cui gli Stati Uniti hanno sacrificato l’autodeterminazione dei Curdi al fine di perseguire obiettivi regionali strategici. In un caso esemplare, i Curdi iracheni ribelli vennero armati dagli USA nei primi anni ’70, a seguito delle richieste dello Shah Iraniano. A seguito di un accordo successivo tra lo Shah e l’allora Vice Presidente Saddam Hussein, gli USA abbandonarono i Curdi, che vennero massacrati dalle truppe irachene.

29. Quale sarà l’impatto della guerra sugli Iracheni?

La guerra in Iraq causerà una gravissima crisi umanitaria. I documenti di pianificazione delle Nazioni Unite prevedono che 500 mila Iracheni saranno feriti nelle fasi iniziali di un guerra degli USA. L’ONU ritiene che una guerra in Iraq risulterà in una nazione menomata con le infrastrutture a pezzi, la rete elettrica gravemente danneggiata, e danni ingenti all’industria petrolifera. Le relazioni dell’ONU prevedono anche danni ai civili di gran lunga superiori a quelli della Guerra del Golfo del 1991, e una conseguente crisi di rifugiati.

In un memorandum confidenziale di pianificazione del Novembre 2002, la Inter-Agency Humanitarian Preparedness and Response Framework for Iraq and Neighboring Countries stimava che “9,5 milioni di persone potrebbero perdere la sicurezza alimentare, meno del 50 percento della popolazione manterrebbe l’accesso all’acqua potabile, e verrebbero a mancare farmaci essenziali.” I piani dell’ONU prevedono la possibilità di fornire aiuti alimentari di emergenza solo alla metà degli aventi bisogno – un massimo di 4,5 milioni di persone. In una versione successiva della relazione, le Nazioni Unite stimano che circa 3 milioni di coloro che non avrebbero accesso al cibo si troverebbero ad affrontare “una grave denutrizione.”

La Inter-Agency Framework afferma che “a seguito delle ostilità, oltre 1,2 milioni di rifugiati potrebbero cercare di attraversare i confini internazionali alla ricerca di asilo e protezione nei paesi confinanti. Si verificherebbero nuovi spostamenti di massa nelle regioni più gravemente colpite e insicure. Le aree urbane sarebbero le più colpite.” Documenti successivi indicano che l’ONU anticipa la necessità di creare campi di accoglienza temporanei lungo i confini per circa mezzo milione di Iracheni.

30. Che succederà nel resto del Medio Oriente se scoppia una guerra in Iraq?

Il Medio Oriente è già gravemente instabile. I regimi della regione si troverebbero ad affrontare serie crisi di legittimità, visto che le popolazioni si opporrebbero in massa alla dipendenza dei loro governi nei confronti degli USA e l’appoggio alle politiche statunitensi nella regione. La natura acritica del supporto statunitense ad Israele e all’occupazione israeliana della Palestina potrebbe rivelarsi particolarmente problematica.

Non c’è dubbio che, nonostante le affermazioni spesso violente di opposizione mirate a calmare la rabbia popolare, i governi di tutta la regione, quando sarà il momento, faranno esattamente quello che Washington chiede loro. Non hanno scelta: senza il sostegno della loro popolazione, rimangono al potere solo con il supporto degli USA; sia che quel supporto sia economico, come nel caso della Giordania, o militare, come nel caso dell’Arabia Saudita e degli altri stati petroliferi del Golfo, o, sia economico che politico, come nel caso dell’Egitto. Alcuni di questi governi, tuttavia, sono altamente instabili, e rischiano persino di essere capovolti, se il loro supporto ad una guerra statunitense diventasse troppo esplicito o troppo sprezzante nei confronti della sensibilità popolare. Gli Stati Uniti sembrano poco interessati a queste sfide politiche; pensano forse che anche questi problemi potranno essere risolti militarmente, o che gli attuali regimi potranno essere facilmente rimpiazzati con altri più obbedienti al volere degli USA. Tutti i governi regionali stanno usando i preparativi per la guerra per sferrare “attacchi preventivi” contro il dissenso interno nei propri paesi. Questo aumento della repressione governativa, che peggiorerà con lo scoppio della guerra, spingerà una quota sempre maggiore dell’opposizione nella clandestinità o nell’estremismo. Questo contribuirà ad aumentare la minaccia per i cittadini statunitensi nella regione. Con l’aumentare della rabbia nei confronti del governo USA, la furia disperata delle popolazioni marginali, senza potere e senza alcuna voce in capitolo potrebbe facilmente trasformarsi in violenza. Sebbene finora non vi siano stati esempi ricorrenti di questo fenomeno, obiettivi “facili” come turisti americani, studenti, uomini d’affari ed altri ancora potrebbero diventare i bersagli di tale rabbia. Potrebbero seguirne attacchi terroristici ancora più gravi.

31. Che cosa ha a che fare Israele con la guerra in Iraq?

Israele è l’unico paese nella regione che appoggia apertamente una guerra USA in Iraq. È probabile che Israele possa beneficiare dalla guerra in termini di maggior supporto finanziario, ma potrebbe anche pagare in altro modo i costi della sua vicinanza agli USA. Israele vorrebbe che una guerra molto più ampia ridisegnasse la mappa politica del Medio Oriente. Ci sono anche segni molto evidenti che Israele utilizzerebbe una guerra contro l’Iraq come copertura per una campagna più aggressiva nei confronti dei Palestinesi. (Si veda la domanda successiva.) Sebbene i leader israeliani abbiano visto per anni nell’Iran una più grave minaccia alla sicurezza israeliana che non l’Iraq (riconoscendo il degrado delle forze armate irachene a partire dalla Guerra del Golfo), la fissazione dell’amministrazione di Bush con l’Iraq ha portato Tel Aviv ad appoggiare quella guerra nella speranza di una successiva guerra contro l’Iran. Molti falchi dell’amministrazione Bush, come Richard Perle, Douglas Faith ed altri, hanno ideato delle strategie che contengono la visione di una nuova mappa del Medio Oriente dominato dagli USA, con Israele nel ruolo di un giovane, strategico socio di Washington. (Si veda, ad esempio: “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm,” pubblicato dallo Study Group on a New Israely Strategy Toward 2000, dello Institute for Advanced Strategic and Political Studies.)

In realtà, una guerra contro l’Iraq potrebbe creare problemi ben più gravi per Israele. Il suo appoggio alla guerra e gli stretti legami con gli Stati Uniti potrebbero far sì che qualcuno possa ritenere Israele responsabile per le azioni belliche di Washington. Ne potrebbero conseguire un maggiore antagonismo ed un maggiore isolamento regionale nei confronti di Israele, ed attacchi potenziali contro i singoli Israeliani, soprattutto se l’Iraq dovesse soffrire enormi perdite civili.

Sin dal 11 settembre, i funzionari israeliani ripetono incessantemente “adesso sapete cosa significa”, equiparando gli attacchi al World Trade Center ed al Pentagono con gli attacchi suicidi di giovani Palestinesi disperati. Negli Stati Uniti, i difensori dell’appoggio statunitense acritico nei confronti di Israele, soprattutto nelle comunità fondamentaliste ebraiche e cristiane di destra, sono tra i più ferventi sostenitori della guerra all’Iraq. Gli Stati Uniti forniscono circa 4 miliardi di dollari all’anno in aiuto economico e militare ad Israele, oltre che un uno costante del potere di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per bloccare le critiche internazionali all’occupazione israeliana. Recentemente, nel Dicembre 2002, gli USA hanno imposto il veto su quella che sarebbe stata una condanna unanime dell’uccisione da parte di funzionari ONU nei territori occupati e la distruzione di un deposito alimentare dell’ONU a Gaza. All’inizio del 2003, Israele stava sfruttando la probabilità di una guerra USA contro l’Iraq per domandare ancora aiuti dal bilancio americano già in bolletta – inclusi 4 miliardi di dollari in nuovi aiuti militari ed 8 miliardi di dollari in ulteriori garanzie di prestito – e tutto sembrava indicare che il Congresso avrebbe acconsentito.

32. Quale sarà l’impatto della guerra sui Palestinesi?

I Palestinesi stanno già soffrendo le peggiori conseguenze dell’occupazione militare dal 1967. Il collasso del processo di pace di Oslo, le grandi speranze naufragate in una delusione da incubo, e l’attuale realtà palestinese è quella di uno strettissimo controllo militare, un aumento della repressione, la devastazione economica e la catastrofe sociale. In alcune aree la disoccupazione è arrivata al 70 percento.

Secondo l’Agenzia Internazionale Americana per lo Sviluppo Internazionale, la denutrizione infantile nei territori occupati di West Bank e Gaza è alle stelle, e nell’estate del 2002 aveva superato i livelli della Somalia e del Bangladesh. Le “uccisioni mirate” israeliane, o l’assassinio dei Palestinesi, continua, senza che le critiche internazionali riescano ad opporvisi. (Alla fine del 2002, gli USA avevano smesso di fingere di criticare le uccisioni, muovendosi verso quello che molti nella regione chiamano la “Israelizzazione” della guerra USA al terrorismo, usando attacchi missilistici dagli elicotteri in stile israeliano per uccidere un presunto leader di Al Qaeda ed altre cinque persone che guidavano una macchina isolata nel mezzo del deserto dello Yemen.) Non sorprende che le condizioni disperate e lo stallo completo delle negoziazioni di pace abbiano spinto un numero crescente di Palestinesi a commettere azioni disperate – sia atti legittimi di resistenza che attacchi illegali a civili israeliani, essi stessi in violazione alle leggi internazionali.

Mentre a Washington saliva la febbre di guerra nella primavera del 2002, la minaccia di “trasferimento” diventava una preoccupazione ben più seria per i Palestinesi. A lungo ritenuto in Israele un argomento inadatto alle discussioni perbene, nel corso degli ultimi due anni il concetto di “trasferimento” – eufemismo israeliano per la pulizia etnica – è stato catapultato al centro della discussione politica. L’idea di “trasferimento” è sempre più presente nei reportage dei media ed è stato al centro di almeno una conferenza accademica di alto livello in una delle più prestigiose università di Israele; è ormai parte del dibattito politico istituzionale ed i suoi sostenitori hanno seggi nel Parlamento e nel Governo di Israele.

La minaccia è che nel caos regionale di una guerra USA all’Iraq, Israele potrebbe espellere a forza un gran numero di Palestinesi. Il “trasferimento” potrebbe forse prendere la forma di una punizione contro un intero villaggio da cui proviene un kamikaze, o forse circa 1000 palestinesi presi di mira – leader politici, intellettuali, militanti, o quelli che Israele ritiene siano militanti – verrebbero trasferiti oltre il fiume in Giordania o messi su un aereo diretto in Libano. La possibilità non è poi così remota; oltre alle espulsioni di massa che hanno costretto all’esilio oltre un milione di Palestinesi durante le guerre del 1947-48 e del 1967, nel 1994 le truppe israeliane avevano arrestato 425 Musulmani nei territori occupati, li avevano costretti a salire a forza su elicotteri militari e li avevano trasferiti sulle colline del Libano meridionale. Lì erano stati abbandonati sulle colline innevate, senza documenti, senza permessi e nonostante l’opposizione del governo Libanese.

Lo stesso Generale Sharon, eletto Primo Ministro di Israele nel Gennaio 2001, creò nel 1981-82 la campagna “la Giordania è la Palestina” che sosteneva l’espulsione di tutti i Palestinesi dai territori occupati così come del milione circa di Palestinesi che sono adesso cittadini di Israele, spingendoli tutti in Giordania. Nel 1989, l’ex Primo Ministro israeliano e poi Ministro degli Esteri Benjamin Netanyahu disse agli studenti dell’Università di Bar-Ilan: “Israele avrebbe dovuto sfruttare la repressione delle manifestazioni in Cina, quando l’attenzione del mondo era focalizzato su quel paese, per portare a termine espulsioni di massa degli Arabi dai Territori.” La guerra in Iraq fornirebbe un’opportunità simile per il “trasferimento” mentre l’attenzione del mondo è rivolta altrove.

Recenti mobilitazioni di accademici israeliani hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche contro il “trasferimento”, ma il pericolo rimane molto concreto – sondaggi dimostrano che più del 40 per cento degli Israeliani sono a favore di una tale pulizia etnica.


Gennaio 2003
The Institute for Policy Studies

La crisi USA-Iraq: Un’introduzione
La storia delle relazioni USA-Iraq.

Phyllis Bennis

33. L’Iraq ha mai usato armi di distruzioni di massa? Le ha usate durante la guerra del Golfo? L’Iraq ha mai usato armi di distruzione di massa contro gli USA o i loro alleati?

L’esercito irakeno ha usato armi chimiche contro civili kurdi nel corso della campagna “Anfal” negli anni ’80. Le ha anche usate contro le truppe iraniane durante la guerra Iran-Iraq. Tutte queste utilizzazioni di armi chimiche, sia contro civili sia contro truppe nemiche, hanno violato il trattato internazionale sulle armi nucleari.

L’ex ufficiale irakeno, generale al-Shamari, ha detto a Newsweek di essere stato il responsabile del bombardamento delle truppe iraniane con armi chimiche con cannoni Howitzer e che un satellite spia USA forniva l’informazione sui bersagli. Un ex ufficiale della CIA ha confermato a Newsweek che gli USA hanno fornito all’Iraq informazioni di intelligence ivi comprese quelle relative alla guerra chimica. Il generale al-Shamari oggi vive al sicuro negli USA dove gestisce un ristorante poco fuori Washington DC.

Il regime iracheno evidentemente sapeva che l’uso illegale di queste armi contro obiettivo di nessun interesse per l’occidente (come le truppe iraniane o i civili kurdi) non avrebbe comportato serie conseguenze. Aveva ragione; gli USA hanno continuato ad autorizzare la spedizione di stock di batteri e di altro materiale per armi di distruzione di massa a Bagdad anche dopo che l’uso iracheno di armi chimiche illegali è diventato di dominio pubblico.

Ma nel corso della guerra del Golfo l’Iraq non ha mai usato armi chimiche o biologiche. Sapevano che qualsiasi uso di queste contro le truppe americane, saudite o israeliane avrebbe avuto conseguenze devastanti. Israele ha minacciato di usare le sue bombe nucleari se attaccata dagli ordigni di distruzione di massa iracheni, sebbene operasse ancora sotto le restrizioni imposte dagli USA. La deterrenza ha funzionato: il regime iracheno non ha mai usato armi di distruzione di massa contro nessun obiettivo USA o alleato. L’esposizione di molti militari americani alle tossine di armi chimiche, probabilmente una delle cause della sindrome della guerra del Golfo, è dovuta ai lanci di ordigni chimici da parte dell’esercito USA.

34. Come consideravano l’Iraq gli USA prima della crisi del Golfo del 1990-91? Perché gli USA hanno cambiato opinione?

Gli Usa hanno mantenuto una stretta alleanza con l’Iraq per tutto il corso degli anni ’80. Nel 1983 e di nuovo nel 1984, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, all’epoca inviato speciale del presidente Reagan, volò a Bagdad per incontrarsi con Saddam Hussein e negoziare il pieno ripristino delle relazioni diplomatiche. Malgrado due incontri faccia a faccia, Rumsfeld non ha mai espresso a Sadam Hussein alcuna contrarietà da parte degli USA a proposito dell’uso illegale di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq. (Il Dipartimento di Stato sostiene che Rumsfeld ne avrebbe fatto menzione in separata sede a Tariq Aziz). In ogni caso Washington ha pienamente ristabilito le relazioni diplomatiche a partire dal novembre 1984, offrendo sostegno finanziario, crediti per l’agricoltura, tecnologia militare ed intelligence, stock di batteri per le armi biologiche e sostegno politico al regime di Bagdad che, allora come oggi, era guidato da Saddam Hussein.

Nel luglio 1990, solo pochi giorni prima che l’Iraq invadesse il Kuwait, l’ambasciatore USA April Glaspie. La spie incontrò Saddam Hussein e gli disse, per conto del presidente Gorge H.W. Bush di “non avere nessuna opinione sui conflitti interarabi, come il vostro disaccordo ci frontiera con il Kuwait”. Alcuni analisti ritengono che Saddam Hussein abbia interpretato questo come un via libera per l’invasione del Kuwait. Sia che fosse veramente o meno un via libera, non è stata certo una chiara dichiarazione di opposizione all’invasione da parte degli USA.

La posizione degli USA è cambiata bruscamente dopo che l’Iraq ha invaso il Kuwait nell’agosto 1990. L’invasione, una chiara violazione del diritto internazionale, ha fornito agli USA un facile pretesto per la guerra. Questa mobilitazione per la guerra è stata una scelta politica, non una necessità politica. L’Iraq non è stato, dopo tutto, il primo Paese mediorientale ad invadere ed occupare un vicino. Il Marocco ha continuato ad occupare il Sahara occidentale, la Turchia aveva invaso la parte settentrionale di Cipro e vi ha mantenuto dal 1974 una “Repubblica turca” fantoccio; ed Israele ha continuato l’occupazione, internazionalmente condannata, della West Bank palestinese, di Gaza e della parte orientale di Gerusalemme, come anche delle Alture del Golan siriane. Tutte queste occupazioni sono illegittime e, come l’invasione irakena del Kuwait, sono state condotte da fedeli alleati degli USA.

Ma nel 1990 Washington ha reagito a qualcosa che va ben al di là dell’Iraq e del Kuwait: alla più ampia situazione internazionale e alla fine della guerra fredda. L’Unione Sovietica stava per crollare, lasciando agli USA il ruolo di unica superpotenza globale. Invece di annunciare la conquista della pace e la rinuncia delle loro pretese militari globali, gli USA hanno deciso di portare il mondo alla guerra proclamando così la loro decisione di rimanere una superpotenza, malgrado la mancanza di un concorrente strategico. L’alleanza con l’Iraq è stata capovolta ed è iniziata la demonizzazione di Saddam e di tutto ciò che è irakeno.

35. Come in passato le imprese USA hanno aiutato l’Iraq ad ottenere armi di distruzione di massa?

Nel periodo della sua alleanza con gli USA negli anni ’70 e ’80, l’Iraq aveva in corso programmi per la produzione di armi chimiche e biologiche, e per la ricerca e la realizzazione della produzione di armi nucleari. Questi programmi -come rivelato nelle audizioni del 1994 della Commissione del Congresso per le Attività Bancarie- erano attivamente e consapevolmente sostenuti dalle imprese e dal governo USA. Queste audizioni hanno rivelato, fra l’altro, che l'”American Type Culture Collection”, un’impresa poco fuori Washington, su licenza del Dipartimento al Commercio degli USA, aveva fornito l’Iraq di un grande stock di agenti batterici per armi biologiche, fra cui l’antrace, il botulino, l’e-coli ed altri ancora.

Un’indiscrezione del giornale tedesco Tageszeitung, a proposito distruzione da parte di Washington di alcune delle 8.000 pagine della dichiarazione irachena del 7 dicembre 2002 sulle armi, ha fornito un’ulteriore documentazione. Le sezioni distrutte documentavano che 24 imprese USA, 55 succursali USA di imprese straniere, e un certo numero di agenzie governative USA avrebbero fornito componenti, materiale, addestramento e altri tipi di assistenza ai programmi irakeni per la produzione di ordigni chimici, biologici, balistici e nucleari negli anni ’70 e ’80 e che alcune abbiano continuato fino alla fine degli anni ’90. Le imprese USA comprendono la Honeywell, la Rockwell, l’Hewlett Packard, la Dupont, la Eastman Kodak, la Bechtel e altre ancora. Sarebbero stati coinvolti anche i Dipartimenti governativi USA per l’Energia, il Commercio, la Difesa e l’Agricoltura. Come anche i laboratori federali di Sandia, Los Alamos e Lawrence Livermore.

Uno dei principali articoli di prima pagina del Washington Post (30 dicembre 2002) ha ulteriormente documentato il sostegno USA ai programmi irakeni per la fabbricazione di armi di distruzione di massa, specialmente per quelle chimiche, oltre al commercio di armi e altri beni militari. Questo articolo ha anche dettagliatamente illustrato l’attivo coinvolgimento del Segretario di Stato Donald Rumsfeld, all’epoca inviato speciale del presidente Reagan in Iraq, nell’opera di pieno ristabilimento delle relazioni diplomatiche e di miglioramento del commercio e delle altre relazioni economiche che hanno sostenuto l’appoggio militare di Washington all’Iraq.

Altri repubblicani sono stati coinvolti nei loschi affari che hanno aiutato l’Iraq a produrre armi di distruzione di massa. Nel 1989 i notiziari ruppero il segreto su un prestito di 4 miliardi di dollari concesso all’Iraq da una filiale USA dell’italiana Banca Nazionale del Lavoro (BNL), che a quel tempo impiegava Henry Kissinger nel suo consiglio di consulenti di politica internazionale. Il deputato al Congresso, Henry Gonzales, presidente della Commissione sulle attività bancarie, scoprì anche che un dirigente delle Kissinger Associates nel giugno del 1989 aveva incontrato a Bagdad Saddam Hussein. Nel corso dell’incontro a quanto pare il leader irakeno avrebbe espresso interesse per l’ampliamento delle relazioni commerciali con gli USA. “Molti clienti delle Kissinger Associates ottennero licenze di esportazione per l’Iraq. Parecchi di questi erano anche i beneficiari dei prestiti della BNL all’Iraq”. Gonzalez lo scrisse in una lettera indirizzata all’allora presidente Bush (senior). L’Iraq usò i prestiti della BNL anche per cercare di comprare componenti di armi nucleari di difficile fabbricazione.

36. E i gruppi di opposizione irakeni? Sono finanziati dal governo USA?

Dalla guerra del Golfo nel 1991 gli Usa hanno aiutato e fondato solo un piccolo gruppo dei più di 70 gruppi di opposizione che hanno funzionato fuori dell’Iraq. Nei primi anni la CIA ha fornito parecchi milioni di dollari a due gruppi: il Congresso Nazionale Irakeno (CNI), guidato dal banchiere Ahmad Chalabi (ricercato in Giordania per appropriazione indebita di 60 milioni di dollari dalla Petra Bank), in esilio e attualmente residente a Londra, e il Patto Nazionale Iracheno (PNI) costituito in larga parte da ex ufficiali dell’esercito. Nel 1998 il Congresso ha approvato l’Iraq Liberation Act che ha autorizzato la spesa di 97 milioni di dollari per sostenere l’opposizione Irakena. Il CNI e il PNI, insieme con Consiglio Supremo per la Repubblica Islamica in Iraq (col suo quartier generale a Teheran), il Movimento per la Monarchia Costituzionale (guidato da Sharif Hussein esponente della vecchia famiglia reale), l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK), il Partito Democratico Kurdo (PDK), e due altri partiti più piccoli sono stati scelti nel 1999 come beneficiari del sostegno finanziario USA. Il Consiglio Supremo, che rappresenta molti shiiti dell’Iraq meridionale ed è sostenuto dell’Iran, ha subito rifiutato il finanziamento USA. Solo tre di questi gruppi, i due partiti kurdi al nord e il consiglio Supremo al sud, hanno una presenza in Iraq.

Da allora la fiducia degli USA nei confronti dell’opposizione è diminuita, salvo che fra i super falchi del Pentagono e qualcuno della CIA. Il generale Anthony Zinni, che è stato a capo del Comando Centrale USA (comprendente l’Iraq) per lungo tempo negli anni ’90 e che nel 2001 è diventato l’inviato speciale del presidente Bush in Medio Oriente, ha detto che portare l’opposizione al potere getterebbe l’Iraq in “una Baia dei Caproni dissoluti”, alludendo al disastro della “Baia dei Porci” del 1961.

Durante i primi due anni dell’amministrazione Bush ci sono stati grandi tentativi di unificare un’opposizione frazionata. Solo a metà di dicembre 2002 a Londra è stato possibile tenere una conferenza ad alto livello: dopo mesi di rinvii dovuti ai litigi fra i gruppi su temi quali quando e come costituire un governo in esilio. Il risultato più importante della conferenza è stato la richiesta agli USA di astenersi dopo la guerra di imporre all’Iraq un’occupazione militare. Ma la sostanza di questa richiesta sembra basarsi sulla preoccupazione di proteggere la posizione degli esiliati irakeni, molti dei quali di avere dentro il Paese un appoggio piccolo o addirittura nullo. La conferenza si è accordata su un appello per un Iraq “democratico, pluralistico e federale”, ma c’è stata solo una limitata convergenza su cosa questo significhi e su come ci si arriva.

Dall’inizio del 2003 le speranze riposte dall’amministrazione sull’opposizione sembrano essere quasi finite. I continui disaccordi sui soldi, la leadership e i compensi hanno mantenuto i gruppi dell’opposizione divisi e in lotta l’un con l’altro. Quelli, che nell’amministrazione sono a favore di un’occupazione diretta (di breve o lunga durata) dell’Iraq da parte degli USA dopo la guerra, sembra che abbiano vinto la battaglia contro quelli, che fanno pressione per un sostegno all’opposizione per creare un governo in esilio ancor prima che cominci la guerra. Mentre i “gruppi di lavoro” in esilio sulla democrazia in Iraq e sulle questioni correlate vanno avanti con la sponsorizzazione del Dipartimento di Stato, il ruolo di un’opposizione una volta influente si è indebolito. (Vedi anche la domanda n° 43).


Gennaio 2003
The Institute for Policy Studies

La crisi USA-Iraq: Un’introduzione
Parte V: Alternative alla guerra.

Phyllis Bennis

37. Quale dovrebbe essere l’approccio USA?

Gli USA dovrebbero annunciare immediatamente che la guerra non è una soluzione alla crisi con l’Iraq, e che non daranno inizio ad una guerra unilaterale né useranno l’ONU come strumento per creare una falsa ragione “multilaterale” alla guerra, e che la diplomazia e iniziative davvero internazionali saranno tentate in alternativa.

38. Cosa bisognerebbe fare con le sanzioni economiche?

Gli USA dovrebbero dichiarare l’immediato ritiro di tutte le sanzioni economiche contro l’Iraq, mettere fine al controllo straniero sui proventi dalla vendita di petrolio iracheno e porre fine alle proibizioni contro il commercio e la ripresa economica irachena. Nel frattempo gli USA dovrebbero consentire all’Iraq di sospendere il pagamento del 25% degli utili sulla vendita di petrolio a titolo di compensazione fino al momento in cui l’Unicef non certifichi che i bambini iracheni non sono più soggetti ad un alto rischio a causa dell’impoverimento derivante dalle sanzioni.

39. In cosa dovrebbe consistere la politica USA riguardo al disarmo dentro ed attorno l’Iraq?

Gli USA dovrebbero sostenere il lavoro degli ispettori ONU in Iraq e rispettare l’indipendenza e l’autorità delle Nazioni Unite nelle decisioni relative alle ispezioni.

Gli USA dovrebbero modificare le sanzioni contro l’Iraq mettendo in atto immediatamente l’articolo 14 della risoluzione 687 per il cessate il fuoco, che afferma che il disarmo dell’Iraq dovrebbe essere un passo verso la creazione di una regione mediorientale libera da armi di distruzione di massa e dai missili in grado di trasportarle. Ciò chiaramente richieda la fine della politica dei due pesi e due misure degli USA che ignora la nacessità di una ispezione e distruzione degli arsenali nucleari israeliani, noti ma non riconosciuti, e fornire un contesto per la cessazione di tutti i programmi di armi biologiche e chimiche in Iran, Israele ed altrove nella regione.

Gli USA dovrebbero muoversi per porre fine al loro ruolo di maggior fornitore di armi di tutti i tipi in questa regione già stracolma di armi. Gli USA dovrebbero immediatamente rendere nota la documentazione relativa a tutte le aziende americane e alle agenzie governative coinvolte nei programmi per le armi di distruzione di massa dell’Iraq in passato e annunciare nuove limitazioni per impedire a tutte le aziende americane di esportare armi a qualunque paese mediorientale.

Gli USA dovrebbero annunciare la loro intenzione di seguire il modello del regime di ispezioni ONU in Iraq dando il benvenuto alle ispezioni internazionali di tutti gli impianti USA per la produzione di armi di distruzione di massa, e sollecitare gli altri quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza a fare lo stesso.

Gli USA dovrebbero immediatamente riprendere i negoziati che hanno abbandonato per rafforzare il Trattato sulle Armi Biologiche.

Gli USA dovrebbero annunciare la loro intenzione di fornire un modello per il disarmo nucleare riaffermando la loro adesione all’articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare, che richiede che tutte le potenze nucleari ufficiali facciano passi verso il disarmo nucleare totale.

40. Come dovrebbe essere una nuova politica petrolifera americana?

Gli USA dovrebbero riconoscere che la sola strada verso l’indipendenza energetica consiste nel ridurre la nostra dipendenza dal petrolio a favore di combustibili alternativi. Gli Stati Uniti rappresentano il 4% della popolazione mondiale; consumiamo il 25% del petrolio e delle altre risorse energetiche mondiali. La regione del Golfo Persico detiene il 65% del petrolio mondiale; fintanto che gli USA rimarranno dipendenti da forniture sempre maggiori di petrolio, resteremo dipendenti da quella regione.

41. Cosa dovremmo fare con le “no-fly zones”?

Gli USA dovrebbero porre immediatamente termine ai loro bombardamenti delle no-fly zones irachene, della loro imposizione militare e dichiararne la fine.

Gli USA dovrebbero richiedere dalla Turchia il rispetto dei loro confini ed il mantenimento dell’aviazione e dell’esercito al di fuori dei confini iracheni.

Gli USA dovrebbero incoraggiare il prosieguo dei recenti negoziati tra i leaders curdi ed il regime iracheno relativamente alla protezione della popolazione curda irachena e di altre minoranze potenzialmente minacciate. Gli USA dovrebbero anche incoraggiare paesi terzi (come l’Unione Europea, la Lega Araba, la Giordania, il Qatar, la Francia) a lavorare in sede ONU per dare inizio a tali discussioni con il governo iracheno. Giacché l’Unione Europea è già coinvolta nelle discussioni sul trattamento da parte della Turchia della sua minoranza curda, allargare queste discussioni in modo tale da includervi la protezione dei diritti degli iracheni come dei curdi turchi potrebbe essere un buon inizio.

42. In che modo gli USA possono promuovere i diritti umani in Iraq?

Gli USA dovrebbero riconoscere la limitazione della propria credibilità a causa del loro costante sostegno al regime iracheno durante i periodi di maggiori violazioni dei diritti umani.

Gli USA dovrebbero appoggiare le iniziative internazionali (tribunali o altri forums) pensati per far sì che gli individui ed i governi (l’Iraq, gli USA ed altri) rispondano delle loro violazioni in ogni categoria di diritti umani – politici, civili, economici, sociali e culturali – in Iraq o nel Kuwait occupato dalla metà degli anni 80 fino al presente, per includere i periodi delle violazioni più gravi. Il tribunale potrebbe investigare le violazioni del diritto di guerra (l’uso di armi chimiche, la scomparsa ingiustificata di prigionieri di guerra ecc.); le violazioni dei diritti civili e politici (l’uso diffuso di tortura, arresto, esecuzioni extragiudiziali, espulsioni forzate e trasferimenti ecc.), e violazioni dei diritti sociali ed economici (rifiuto di cibo, acqua, cure mediche attraverso l’imposizione di sanzioni economiche).

Gli USA dovrebbero avviare indagini interne per determinare la responsabilità degli ufficiali statunitensi nel definire o attuare in Iraq politiche che abbiano violato i diritti umani della popolazione irachena e dovrebbero assumere misure per prevenire che esse siano imposte nuovamente in futuro. Tali indagini dovrebbero riguardare tutte le violazioni del diritto di guerra, incluso l’attacco di obiettivi non militari e di truppe irachene in ritirata da parte delle forze alleate durante la guerra del Golfo ed il bombardamento tuttora in corso delle “no-fly zones” irachene. Dovrebbe anche esserci un’indagine USA sulle violazioni dei diritti economici, sociali e culturali a causa del bombardamento alleato e del regime di sanzioni, incluso l’impedimento dell’accesso a cibo, acqua, medicinali ed istruzione adeguati da parte della popolazione irachena, così come sulla distruzione delle istituzioni educative, sanitarie, economiche e culturali.

43. Cosa bisognerebbe fare con l’opposizione irachena?

Gli USA dovrebbero annunciare l’immediata cessazione del sostegno di gruppi armati dell’opposizione irachena. Poiché l’Atto di liberazione dell’Iraq del 1998 non comprende specifici requisiti di attuazione, la Casa Bianca può e deve ribaltare la sua posizione attuale di sostegno di quell’atto ed annunciare la sua intenzione di ignorarlo.

Gli USA dovrebbero riaffermare il loro impegno ad attenersi alla Carta della Nazioni Unite e ad altri divieti legali internazionali di tentativi di rovesciare i governi di altri paesi.

Gli USA dovrebbero accettare di fornire finanziamenti solo alla Lega Araba, all’Unione Europea, all’ONU o ad altre iniziative multilaterali per fornire assistenza umanitaria ed economica alle organizzazioni della società civile ed alle istituzioni umanitarie irachene; Washington non dovrebbe finanziare nessun soggetto o campagna selezionati unilateralmente, comprese le campagne politiche o di propaganda.

Gli USA dovrebbero lavorare per proteggere gli interessi curdi attraverso un processo di riconciliazione mirante a stabilire un accordo di autonomia regionale non discriminatorio per i curdi iracheni, e garantire che, con il ritiro delle sanzioni, il benessere economico della regione sia protetto.


“BUSH AVEVA PIANIFICATO IL ‘CAMBIO DI REGIME’ IN IRAQ PRIMA ANCORA DI DIVENTARE PRESIDENTE”

Neil Mackay

Sunday Herald – Scozia – 15 settembre 2002

http://www.kelebekler.com

Un progetto segreto per il dominio globale statunitense rivela che il Presidente Bush e il suo governo avevano pianificato un attacco premeditato contro l’Iraq per imporvi un “cambio di regime” addirittura prima del suo ingresso alla presidenza nel gennaio del 2001.

Il progetto – scoperto dal Sunday Herald – per la creazione di una “Pax Americana globale” è stato redatto da Dick Cheney (attualmente vicepresidente), Donald Rumsfeld (segretario alla difesa), Paul Wolfowitz (il vice di Rumsfeld), il fratello minore di George W Bush, Jeb e Lewis Libby (il capo dello staff di Cheney). Il documento, dal titolo “Rebuilding America’s Defences: Strategies, Forces And Resources For A New Century” (“Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”), è stato redatto nel settembre del 2000 dal think-tank di destra [neo-conservative], il Project for the New American Century (PNAC) [“progetto per un nuovo secolo americano”].

Il piano mostra che il governo Bush intendeva assumere il controllo militare del Golfo a prescindere se Saddam Hussein fosse o no al potere. Il testo dice ‘gli Stati Uniti hanno cercato da decenni di svolgere un ruolo più permanente nella sicurezza regionale del Golfo. Mentre il conflitto irrisolto con l’Iraq fornisce una giustificazione immediata, l’esigenza di avere una sostanziosa presenza delle forze americane nel Golfo va oltre la questione del regime di Saddam Hussein.’ Il documento del PNAC presenta ‘un progetto per conservare la preminenza globale degli Stati Uniti, impedendo il sorgere di ogni grande potenza rivale, e modellando l’ordine della sicurezza internazionale in modo da allinearlo ai principi e agli interessi americani’. Questa ‘grande strategia americana’ deve essere indirizzata ‘il più lontano possibile verso il futuro’, dice il rapporto. Che invita poi gli Stati Uniti a ‘combattere e vincere in maniera decisiva in teatri di guerra molteplici e contemporanei’, come una ‘missione cruciale’ [core mission]. Il rapporto descrive le forze armate statunitensi all’estero come la ‘cavalleria lungo la nuova frontiera americana’. Il progetto del PNAC dichiara il proprio sostegno a un documento scritto in precedenza da Wolfowitz e Libby, in cui si affermava che gli Stati Uniti dovrebbero ‘dissuadere le nazioni industriali avanzate dallo sfidare la nostra egemonia (leadership) o anche dall’aspirare a svolgere un ruolo regionale o globale maggiore’. Il rapporto del PNAC inoltre: descrive gli alleati chiave, tra cui il Regno Unito, come ‘il mezzo più efficace per esercitare un’egemonia globale americana’; afferma che le missioni militari per garantire la pace ‘richiedono un’egemonia politica americana e non quella delle Nazioni Unite’; rivela l’esistenza di preoccupazioni nell’amministrazione americana a proposito della possibilità che l’Europa possa diventare un rivale degli USA; dice che ‘anche se Saddam dovesse uscire di scena’, le basi nell’Arabia Saudita e nel Kuwait dovranno restare in maniera permanente, nonostante l’opposizione locale tra i regimi dei paesi del Golfo alla presenza di soldati americani, perché ‘anche l’Iran potrà dimostrarsi una minaccia pari all’Iraq agli interessi statunitensi’; mette la Cina sotto i riflettori per un ‘cambio di regime’, dicendo che ‘è arrivata l’ora di aumentare la presenza delle forze armate americane nell’Asia sudorientale’. Ciò potrebbe portare a una situazione in cui ‘le forze americane e alleate forniscano la spinta al processo di democratizzazione in Cina’; invita a creare le ‘US Space Forces’ (“forze spaziali statunitensi”) per dominare lo spazio, e ad assumere il controllo totale del ciberspazio in modo da impedire che i ‘nemici’ usino internet contro gli Stati Uniti; anche se gli Stati Uniti minacciano la guerra contro l’Iraq per aver sviluppato armi di distruzione di massa, gli USA potrebbero prendere in considerazione, nei prossimi decenni, lo sviluppo di armi biologiche – che pure sono state messe al bando. Il testo dice: ‘nuovi metodi di attacco – elettronici, ‘non letali’, biologici – diventeranno sempre più possibili. .. il combattimento si svolgerà in nuove dimensioni, nello spazio, nel ciberspazio, forse nel mondo dei microbi… forme avanzate di guerra biologica in grado di prendere di mira genotipi specifici potranno trasformare la guerra biologica dal mondo del terrorismo in un’arma politicamente utile’; il testo prende di mira la Corea del Nord, la Libia, la Siria e l’Iran come regimi pericolosi, e sostiene che la loro esistenza giustifica la creazione di un ‘sistema mondiale di comando e di controllo’. Tam Dalyell, deputato laburista [nel parlamento di Londra] e una delle principali voci di ribellione contro la guerra all’Iraq, ha dichiarato: ‘si tratta di immondizia proveniente da think tank di destra pieni di falchi-coniglio – gente che non ha mai visto gli orrori della guerra, ma è innamorata dell’idea della guerra. Gente come Cheney, che è riuscita a sfuggire al servizio militare ai tempi della guerra del Vietnam. ‘Si tratta di un progetto per il dominio mondiale statunitense – un nuovo ordine mondiale creato da loro. Questi sono i processi mentali di americani fantasticanti, che desiderano controllare il mondo. Sono sconvolto dal fatto che un primo ministro laburista inglese vada a letto con una banda di gente di una tale bassezza morale.’


I loschi affari di Bush & Co

Da “Il Piccolo” di Maurizio Zenezini



Al fondo del bellicoso confronto che oppone gli Stati Uniti all’Iraq ci sono anche ragioni economiche. Sono queste ragioni così forti da valere come causa della guerra annunciata? Proviamo a rispondere.
Il petrolio, innanzitutto. Le riserve irachene di petrolio sono seconde solamente a quelle dell’Arabia Saudita e i sauditi, antichi sodali e fornitori degli americani, stanno diventando un partner sempre meno affidabile. La potente lobby petrolifera è ottimamente rappresentata nell’amministrazione Bush (la Chevron ha persino dato il nome di Condoleeza Rice ad una delle sue navi cisterna).


Gino Strada intervistato da Massimo Giannini per “La Repubblica” – 15 febbraio 2003

“………………………….

Indovino dove vuole arrivare: la guerra a Saddam si fa per il petrolio.
“E per quale altra ragione, se no? È una scelta politica compiuta da una banda di petrolieri che vuole mettere le mani sul greggio iracheno. Le riserve petrolifere di Bagdad ammontano a 326 miliardi di barili, il 25% in più di quelle dell’Arabia saudita, principale produttore di greggio nel mondo. Le dice niente tutto questo? Le dice niente il fatto che chi decide di fare la guerra a Saddam, oggi, sono Bush junior della Harken, Dick Cheney della Hulliburton, Condoleeza Rice della Chevron, Rumsfeld della Occidentale?”

E a lei dicono niente gli interessi petroliferi dei Paesi pacifisti in quell’area, come la Francia con la TotaFinaElf e la Russia con la Loukoil?
“Nulla a che vedere. Gli americani attaccano perché vogliono fare oggi in Iraq quello che hanno fatto un anno fa in Afghanistan, dove la guerra è servita solo a far passare gli oleodotti. Non a caso oggi a Kabul governa un signore che si chiama Karzai, che prima era un impiegato al servizio degli americani della Unicall. D’altra parte non c’è da stupirsi: è normale che accada, quando la principale superpotenza mondiale è governata dai petrolieri. Non lo dico io, lo scrive Brzezinsky nel suo ultimo libro ‘La grande scacchiera’. In una grande società multiculturale come l’America è sempre più difficile garantirsi consensi in politica estera, ‘se non in presenza di minaccia nemica diretta e percepita a livello di massa’. È la strategia di Bush: serve creare un mostro ogni volta, magari con un bel gioco mediatico, serve a questi gangster camuffati da politici per poter dire “ci difenderemo”. Oggi il mostro di turno è Saddam, e così gli fanno una guerra di aggressione”.
………………………………”


Bush, libertà infinita
(di traffici)

Il libro consigliato: “Bin Laden, la vérité interdite” di Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquié

A: “La famiglia dei presidenti d’America”,
ovvero i Bush

di Michael Landsbury

È uscito il 14 di novembre in Francia “Bin Laden, la vérité interdite” (Bin Laden, la verità vietata), di Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquié, un libro scandalo che denuncia i rapporti dell’amministrazione Bush (e delle precedenti) con il regime dei talebani, tenuti fino a pochissimi mesi fa. Gli Stati Uniti hanno da tempo individuato nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale giacimenti ricchissimi di greggio e gas naturale e, contemporaneamente, hanno sempre manifestato la loro preoccupazione per l’instabilità politica dell’area. L’Afghanistan, si sa, non ha giacimenti petroliferi ma è geograficamente strategico per far arrivare quelle risorse naturali nei porti dell’Oceano indiano e, da lì, in tutto il mondo.

Deve essere un vizio di famiglia quello di fare affari in segreto con i regimi dittatoriali. Chissà se anche il nonno dell’attuale presidente americano, Prescott Bush, senatore del Connecticut per due volte, avrebbe usato ai suoi tempi la frase «O con me o con Bin Laden». Certo, lui, più solennemente, avrebbe dovuto dire «O con me o con Hitler».

Non lo disse mai, anzi non lo fece mai. Sì, perché il vecchio Bush era direttore e azionista della Union Banking Corporation (UBC). La banca, secondo l’attenta ricostruzione di Webster G.Tarpley e Anton Chaitkin, autori del libro sull’ex presidente George Bush “George Bush: The Unauthorized Biography”, era stata fondata per finanziare la riorganizzazione dell’industria tedesca durante il periodo nazista.

Il principale partner tedesco della UBC era l’industriale Fritz Thyssen, famoso per aver scritto in un libro: «Io ho pagato Hitler». Tra le aziende tedesche che la UBC finanzò c’era la Silesian-American Corporation, diretta dallo stesso Prescott Bush, che fu vitale fino al 1942 per fornire carbone all’industria bellica nazista. Un’altra delle aziende finanziate era la German Steel Company che produsse quasi la metà dell’acciaio e degli esplosivi che armavano l’esercito di Hitler.

Il bisnonno dell’attuale presidente americano, Bert Walker, era stato uno dei soci fondatori della Compagnia di navigazione Hamburg-America Line di cui Prescott Bush fu, per un periodo, anche direttore. La Compagnia dava frequentemente passaggi gratis e in prima classe a membri del partito nazista. Nei primi anni trenta le sue navi portarono alle squadracce di Hitler armi e munizioni dall’America alla Germania.

La passione per la guerra e le armi non è nuova nella famiglia Bush. Samuel Bush, padre di Prescott fu direttore della War Industries Board che fece affari d’oro con la prima guerra mondiale.

L’ipocrisia puritana domina la politica americana: apparentemente tutti i membri delle Amministrazioni e gli stessi presidenti, una volta ricevuto un incarico pubblico, si sono sempre spogliati dei loro interessi in aziende, banche e compagnie. In realtà hanno continuato a favorire le lobbies da cui provenivano o che li avevano finanziati durante la campagna elettorale. Alcuni membri dell’Amministrazione Bush, è noto, provengono dal mondo delle multinazionali petrolifere. Tra questi i più potenti sono: Condoleeza Rice (direttrice del Consiglio nazionale di sicurezza) e il vicepresidente Dick Cheney (secondo molti il vero presidente ombra).

È palese l’interesse americano, in questa fase, nel guidare, soprattutto militarmente, il nuovo e confuso ordine mondiale scaturito dal crollo dell’Unione Sovietica. Le fonti di energia vanno controllate non più, come una volta, attraverso regimi amici ma sostanzialmente inaffidabili. Occorre una presenza diretta delle truppe Usa che garantisca la stabilità di paesi produttori di greggio. Ne è stato un esempio eloquente il dopo Guerra del golfo. I soldati americani presidiano da allora l’Arabia Saudita e sorvegliano perennemente l’intera area con i loro aerei (i caccia inglesi e americani volano ogni giorno sulle no-flying zones dell’Irak).

La tesi di fondo del libro “Bin Laden, la verità vietata”, di Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquié, è che il vero scopo della strana Guerra afgana non sia la lotta al terrorismo ma i grandi interessi petroliferi, chiari alle multinazionali americane ben prima dell’11 settembre.


La guerra del petrolio. Da http://www.greenpeace.it/stopesso/petrolioecasabianca.htm

Il petrolio spinge la Casa Bianca alla guerra con l’Iraq

Il momento è davvero propizio per le multinazionali del petrolio. Milioni di automobilisti in tutto il mondo pagherebbero qualsiasi cifra per riempire i serbatoi delle loro auto. Il business è talmente grande che è in grado di vanificare anche la migliore delle politiche ambientali. E se gli interessi delle multinazionali vengono minacciati basta chiedere al vecchio amico George W. di riunire le truppe e dichiarare una guerra.

Legami stretti con il petrolio

Da quando George W. Bush, ex-petroliere, si è insediato alla Casa Bianca, ben prima dell’11 settembre, la sua amministrazione si è affrettata a dichiarare che gli Stati Uniti stavano affrontando un periodo di crisi energetica. Seppur nessun dato confortasse questa tesi, Bush è riuscito a utilizzarla come il cavallo di battaglia della sua strategia politica.

L’Iraq rappresenta la seconda riserva di petrolio al mondo, ma la sua produzione è stata severamente limitata dopo la guerra del Golfo, a causa delle sanzioni economiche applicate al paese e della distruzione delle sue infrastrutture; la ricostruzione e l’aumento della produzione di petrolio richiederà anni di intenso lavoro. Le multinazionali del petrolio hanno rivolto le loro mire alle riserve irachene, e sarebbero ben contente di accaparrarsi il lavoro.
I legami tra la Casa Bianca e i dirigenti delle compagnie petrolifere non sono mai stati così stretti come in questo momento, soprattutto per il vice presidente Dick Cheney, che è stato a capo della Halliburton, la più grande società al mondo di forniture petrolifere. Cheney, nell’agosto del 2000, ha dichiarato pubblicamente che quando era a capo della multinazionale, aveva mantenuto un atteggiamento di grande fermezza verso l’Iraq che si era tradotto nell’assenza assoluta di rapporti economici. Invece, come alla fine ha dimostrato il Financial Times, nel 1998 e 1999 Cheney ha diretto vendite all’Iraq per un valore di 23.8 miliardi di dollari.
I legami del Presidente George W. Bush con l’industria petrolifera risalgono a suo nonno. Condoleeza Rice, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, ha fatto parte del consiglio di amministrazione della Chevron, e di recente una petroliera è stata battezzata con suo nome.
Il Dottor Traynor della Deutsche Bank, uno dei maggiori analisti dell’industria petrolifera, ritiene che la ExxonMobil, la più grande e la più influente compagnia degli Stati Uniti a livello politico, sarà quella che più di tutte le altre trarrà enormi vantaggi da un eventuale cambiamento di regime in Iraq.
La ExxonMobil si è molto impegnata perché il governo statunitense abbandonasse gli impegni di ratifica del Protocollo di Kyoto sul riscaldamento globale. La società petrolifera ha contribuito alla campagna presidenziale del 2000 con 1.375.250 dollari, attestandosi al secondo posto dopo la Enron, tra le industrie del petrolio e del gas, che hanno contribuito alla campagna elettorale; l’89% della somma è andato ai repubblicani. Minando gli sforzi di ridurre le emissioni di gas serra, la ExxonMobil rafforza sia la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio che il controverso rapporto dell’amministrazione americana con i paesi produttori.
Comunque, a differenza degli omologhi francesi, russi e cinesi, la ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera al mondo, negli ultimi dieci anni non ha avuto modo di sfruttare le riserve irachene dalla fine della guerra del Golfo. In precedenza la società possedeva il 25% del petrolio iracheno e una nuova guerra potrebbe garantirle nuovamente l’accesso a quelle grandi riserve di petrolio.

La giustificazione di Bush per fare la guerra non ha fondamento

Sebbene non sia un segreto che la Casa Bianca abbia uno stretto legame con i dirigenti dell’industria petrolifera, la decisione di dichiarare guerra all’Iraq aveva bisogno di una buona ragione. La guerra contro il terrorismo lanciata sulla scia degli eventi dell’11 settembre è stata un veicolo perfetto. Mentre il mondo vacillava per la paura di altri attentati, l’Iraq cominciava ad essere menzionato con sempre maggiore rilevanza nei discorsi chiave del Presidente. Bush ha rapidamente spostato l’attenzione da Osama Bin Laden verso Saddam Hussein ed ora l’attenzione del mondo è rivolta alle armi di distruzione di massa dell’Iraq.
Gli Stati Uniti sono pronti a negoziare con la Corea del Nord, che possiede con certezza un arsenale di armi nucleari, ma nel contempo stanno preparando l’invasione dell’Iraq, senza prove certe dell’esistenza di armi nucleari.
Un rapido sguardo alla politica statunitense sulle armi di distruzione di massa vanifica l’argomentazione del possibile impiego di armi di distruzione di massa come fattore determinante per la guerra all’ Iraq.
Come firmatari del Trattato contro la proliferazione nucleare (NPT), gli Stati Uniti hanno l’obbligo legale di ridurre il proprio arsenale nucleare, di non effettuare test e di negoziare un trattato di disarmo nucleare sotto stretto controllo internazionale. Al contrario, l’attuale amministrazione sta aumentando il budget finalizzato alla costruzione del proprio arsenale nucleare, e del programma di test nucleari, senza curarsi dei trattati esistenti.
Uno dei primi atti dell’amministrazione Bush è stata quello di tagliare circa il 21% dei fondi per i programmi di distruzione delle armi e dei materiali nucleari nei paesi della ex Unione Sovietica ed al contempo aumentare del 5% i fondi destinati all’arsenale nucleare interno.
La tendenza dell’amministrazione Bush a ignorare, abbandonare o vanificare i trattati internazionali è particolarmente evidente nell’ambito degli accordi sulla limitazione degli armamenti.
• Nel dicembre 2001, il Presidente Bush ha reso vani i negoziati mirati a dare reale efficacia alla Convenzione sulle Armi Biologiche (BWC). Un rifiuto all’ultimo momento, dopo cinque anni di negoziati, che ha fatto infuriare gli altri paesi aderenti.
• Nel 2000, alla conferenza di revisione del NPT, gli Stati Uniti e gli altri paesi firmatari hanno raggiunto un accordo per mettere al bando i test nucleari sfruttando l’entrata in vigore del Trattato sul Divieto Complessivo di Test Nucleari, primo di 13 specifici impegni verso il disarmo. Poco dopo però, il Senato statunitense ha annunciato che non avrebbe sottoscritto il Trattato. Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno dichiarato di non essere più d’accordo con gli impegni supplementari, così facendo hanno messo in pericolo il futuro del Trattato sulla Non-Proliferazione Nucleare.
• L’amministrazione di Bush si è anche tirata rispetto all’impegno di rafforzare il Trattato contro i missili balistici (ABM Treaty), come conseguenza della decisione di portare avanti il progetto di difesa missilistica dello scudo spaziale(“Star Wars”). Questo progetto rappresenta una delle cause primarie dei continui fallimenti negli ultimi tre anni, dei negoziati internazionali finalizzati a liberare il mondo dalle armi di distruzione di massa. Inoltre questo fornisce un alibi ad altre nazioni per sviluppare e incrementare i loro arsenali nucleari.
In conclusione , la politica di Bush riguardo le armi di distruzione di massa è arbitraria, ipocrita e inconsistente. Il pianeta ha disperatamente bisogno di un approccio equo e sovranazionale per l’eliminazione delle armi di distruzione di massa. Una guerra con l’Iraq servirebbe solamente a rinforzare l’attuale ipocrisia.

Che cosa puoi fare

Se ritieni che la posizione di George W. Bush in merito alla guerra sia fondata su una strumentale politica sugli armamenti stretti legami con l’industria del petrolio, fai sentire la tua voce attraverso queste iniziative:

· Scrivi ai rappresentanti alle Nazioni Unite che fanno parte del Consiglio di Sicurezza e chiedi loro di applicare le risoluzioni internazionali e di rifiutare una eventuale guerra in Iraq.

· Partecipa alla nostra campagna contro la ExxonMobil/Esso, la più grande multinazionale petrolifera del mondo.


SI SCRIVE “ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA”. SI LEGGE PETROLIO!

di Tito Pulsinelli – Information Guerrilla

Le tre zone piú calde del pianeta (Asia centrale, Medio oriente e le Ande) e il curriculum vitae dell’attuale classe dirigente nord-americana, mostrano un denominatore comune: il petrolio. Non solo Bush e il suo vice D. Cheney, ma da Condoleeza Rice in giú, l’intero gruppo dirigente é stato trapiantato al vertice degli Stati Uniti prelevandolo dai consigli di amministrazione delle multinazionali del petrolio.

Il petrolio é dunque una vocazione professionale che si trasforma in orizzonte geo-politico prioritario per la politica internazionale di Bush. Fino ad oggi, laddove é manifesta la presenza di giacimenti energetici, lí si é dispiegata l’iniziativa politico-militare di Washington. Ossia lungo tre assi: i confini meridionali dell’ex Russia sovietica, nella bolgia del Medio oriente e nella regione delle Ande (Venezuela, Colombia, Ecuador e Bolivia), che contano con le riserve di idrocarburi piú ingenti della terra.

Le cronache ci hanno narrato che per tutto il corso dell’anno passato, queste latitudini sono state l’oggetto delle incofessabili brame del paese che -pur non essendo il piú popoloso del mondo- divora quasi un terzo degli energetici esistenti. Questa tendenza onnivora va accentuandosi, unitamente al disegno di non mettere mano ai giacimenti di casa, che vorrebbero preservare come futura riserva strategica, quando tutti gli altri resteranno a secco.

La grottesca caccia a un terrorista -ex amico- é stata un alibi evanescente che ha consentito il posizionamento militare nell’avanposto afgano, a ridosso delle pingue riserve del Kazakstan. Quella che era stata presentata come un’operazione di polizia internazionale ha preso le sembianze piú veridiche di occupazione di un territorio che, fuori dai centri urbani, rimane insidioso e incontrollabile. I russi ne sanno qualcosa. Lo stillicidio incessante che patiscono gli occupanti, é ritenuto come un “prezzo giusto” da pagare per tuberie, oleodotti e baluardi militari utili adesso -per la guerra del petrolio-e nella sfida futura con la Cina, identificata come il nuovo avversario globale.

Nella terza riserva mondiale di idrocarburi, lungo la dorsale delle Ande -cioé nel “cortile continentale”- Washington ha varato il Plan Colombia. E´una pioggia di sovvenzioni belliche per soffiare sul fuoco di una endemica guerra civile, in un quadro di atomizzazione dello Stato e di dualismo del potere. E’ il preludio all’aperto intervento diretto dell’esercito nord-americano. I giacimenti colombiani sono modesti rispetto alle ingenti riserve petrolifere del Venezuela e quelle di gas naturale della Bolivia. Il Plan Colombia é il bisturi con cui scongiurare la convergenza strategica tra questi produttori, ed impedire a qualsiasi costo la formazione di una OPEC sudamericana. A maggior ragione ora, quando nella regione si sono imposti governi che -non per squalificarli sbrigativamente come “populisti”- smettono di essere un’alternativo per la difesa della sovranitá e per uno sviluppo svincolato dall’FMI. La Bolivia in questi giorni é sull’orlo di una esplosione sociale.

A metá prile del 2002 giocarono la classica carta del golpe per liberarsi di Chavez. Un gruppo di generali riuscí a impossessarsi del potere per 48 ore. Il primo editto dei golpisti sanciva che il Venezuela abbandonava l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, e rinunciava alla politica di limitazione dei volumi di greggio esportato. Il capo di imputazione piú grave per il governo di Chavez é aver resuscitato l’OPEC, con la conseguente lievitazione del prezzo del barile da 9 a 22 dollari.

Fallita la carta del golpe, per garantirsi un governo docile disponibile a una politica di oleodotti aperti e prezzi minimi, é sopravvenuta la destabilizzazione economica attraverso una serrata padronale protrattasi per due mesi. L’ammontare dei danni economici sofferti dallo Stato e dal settore degli industriali sono paragonabili a quelli prodotti da una guerra combattuta senza senza bombe e bombardamenti: una trentina di miliardi di dollari. Il governo, peró, non cade, la partita rimane aperta e il problema dei flussi energetici “sicuri ed economici” rimane irrisolto.

A questo punto si rompono gli indugi e torna in primo piano il Medio oriente e il teatro d’operazione dell’Iraq: 64% delle riserve mondiali racchiuse nel suo sottosuolo. Da conquistare manu militari. La litania sull’esistenza di “armi di distruzione di massa” e, soprattutto, l’insistenza sulla futilitá di verificarne l’esistenza, é molto sospetta. E non contribuisce sicuramente al consolidamento di una coalizione internazionale minimamente paragonabile a quella che promosse Bush senior dieci anni fa. L’obiettivo immediato é sempre il petrolio, quello strategico é l’egemonia planetaria.

Gli Stati Uniti, prima economia, prima potenza militare del mondo, nonché il piú indebitato, é manifestamente vulnerabile a due dipendenze: il petrolio e i flussi finanziari. Il suo sistema produttivo sta perdendo colpi e il suo debito é gestibile solo con l’afflusso esterno di 1 miliardo di dollari al giorno.Il governo di Bush ha incrementato il deficit concentrando la spesa pubblica a sostegno dell’armamentismo.E punta sulla tecnologia militare per stabilire un egemonismo che faccia dimenticare i problemi del suo sistema produttivo.

L’intrinseco fondamentalismo e l’unilateralismo che lo caratterizza ha accresciuto le contraddizioni vieppiú implosive tra i propri alleati: europei, arabi e persino nella NATO. Le lacerazioni sono destinate ad aumentare, visto che é assai improbabile che una guerra-lampo materializzi una “Bagdad delenda est”. E’ una guerra destinata ad allargarsi a macchia d’olio, perché gli altri nemici dichiarati -come l’Iran-non se ne staranno con le mani conserte ad aspettare giudiziosamente il loro turno per essere invasi. L’obiettivo immediato di distruggere la OPEC mettendo le mani sul petrolio dell’Iraq non é circoscrivibile. Siamo alla vigilia di una guerra di lunga durata.

Per ora il prezzo del barile ha oltrepassato i 30 dollari e c’é da mettere in conto uno scenario come quello del 1973, quando i paesi arabi limitarono i rifornimenti energetici al mercato internazionale. Con un embargo, i prezzi schizzeranno alle stelle. E i vassalli europei, tra cui brilla il ligio Nano da Arcore, scopriranno che gli Stati Uniti possono comodamente attivare lo sfruttamento dei giacimenti domestici che, a quel punto, saranno economicamente redditizi. E la concorrenza europea e giapponese perderà competitività.


Gli Stati Uniti contro l’Iraq. Uno studio sull’ipocrisia

di William Blum* (http://members.aol.com/bblum6/American_holocaust.htm, 9 febbraio1998)

“Abbiamo sentito che mezzo milione di bambini sono morti,” ha detto Lesley Stahl, giornalista di “60 Minutes”, parlando delle sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iraq. “Voglio dire, sono di più dei bambini morti a Hiroshima. E… e insomma, è un prezzo che vale la pena pagare?”

La sua ospite, nel maggio 1996, l’ambasciatrice all’ONU, Madeleine Albright, ha risposto: “Penso che sia una scelta molto dura, ma il prezzo… pensiamo che ne valga la pena.”

Oggi, il Segretario di Stato viaggia intorno al mondo per ottenere il sostegno a ulteriori bombardamenti sull’Iraq. Evidentemente, vale ancora la pena pagarne il prezzo. Il prezzo, naturalmente, lo paga esclusivamente il popolo iracheno: circa un milione di morti, uomini, donne e bambini, e una nazione già ricca che a causa dei bombardamenti precedenti e di sette anni di sanzioni è precipitata in una situazione di povertà, malattia e malnutrizione.

Il loro crimine? Avere un capo che si rifiuta di cedere tutta la sovranità agli Stati Uniti (che agiscono sotto l’usuale copertura dell’ONU), i quali pretendono che ogni struttura in Iraq, compresi i palazzi presidenziali, sia disponibile alle ispezioni alla ricerca di “armi di distruzione di massa”. Dopo più di sei anni di ispezioni, e una significatva distruzione di scorte di materiale per armi chimiche, biologiche, nucleari e di programmi di ricerca e sviluppo di armi, la squadra dell’ONU si rifiuta ancora di certificare che l’raq è abbastanza pulito.

Dal momento che il paese è più grande della California, è comprensibile che gli ispettori non possano essere sicuri che tutte le armi proibite siano state scoperte. E’ altrettanto comprensibile che l’Iraq sostenga che gli Stati Uniti possono continuare e che continueranno a trovare delle scuse per non rilasciare all’Iraq la certificazione necessaria per far cessare le sanzioni. In effetti, il Presidente Clinton ha detto più di una volta che gli Stati Uniti non permetteranno che le sanzioni vengano tolte finchè Saddam Hussein rimarrà al potere. Si può dire che gli Stati Uniti abbiano inflitto all’Iraq una punizione e un ostracismo più vendicativi di quelli riservati alla Germania o al Giappone dopo la seconda guerra mondiale.

Il regime di Saddam Hussein ha ragione di stupirsi dell’alto (doppio) standard stabilito da Washington. Meno di un anno fa, il Senato americano ha approvato una legge che rende effettiva la ” Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, della produzione, della detenzione e dell’uso di armi chimiche e sulla la loro distruzione” (titolo abbreviato: Convenzione sulle armi chimiche), un trattato internazionale che è stato ratificato da più di 100 nazioni nei suoi cinque anni di vita.

La legge del Senato, articolo 307, stabilisce che “il Presidente può negare una richiesta di ispezione relativa a qualsiasi struttura negli Stati Uniti nei casi in cui ritenga che l’ispezione possa costituire una minaccia per gli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Saddam non ha chiesto altro che questo per l’Iraq. Presumibilmente, secondo la legge del Senato, la Casa Bianca, il Pentagono, ecc. sarebbero off limits, come Saddam insiste dovrebbero essere i suoi palazzi e l’unità militare responsabile della sua sicurezza personale, che un colonnello americano ha chiesto di visitare.

L’articolo 303 stabilisce inoltre che “Qualsiasi obiezione del Presidente a un singolo individuo con la funzione di ispettore … non porà essere sottoposta a revisione da nessun tribunale.” Di nuovo questo fa venire in mente una lamentela ripetuta dagli iracheni: recentemente una squadra di sedici ispettori ne includeva quattordici degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, i due avversari principali di Saddam, quelli che, proprio in questo momento, stanno operosamente pianificando nuovi bombardamenti arei sull’Iraq. La squadra era guidata da un capitano del Corpo dei Marines degli Stati Uniti, un veterano della Guerra del Golfo, che è stato accusato dall’Iraq di essere una spia. Ma gli iracheni non hanno un pari diritto di esclusione. Lo stesso articolo della legge del Senato stabilisce, in aggiunta, che un agente dell’FBI: “accompagni ogni visita di una squadra di ispezione”.

Le richieste del governo Iracheno di considerare off limits alcuni siti e di avere ispettori meno di parte sono state liquidate dai portavoce del governo americano e dai media americani. “Che cosa hanno da nascondere?” è stato l’atteggiamento prevalente.

Eppure l’ipocrisia va ancora più a fondo. Nel suo recente discorso sullo Stato dell’Unione, il Presidente Clinton, trattando dell’Iraq, ha parlato di come “affrontare i nuovi pericoli delle armi chimiche e biologiche e quello degli stati fuorilegge, dei terroristi e del crimine organizzato che cercano di procurarsele.” Ha rimproverato aspramente Saddam per avere “sviluppato armi nucleari, chimiche e biologiche” e ha lanciato un appello per il rafforzamento della Convenzione sulle Armi Biologiche. Chi tra i suoi ascoltatori sapeva, quali media hanno riferito che gli Stati Uniti sono stati i fornitori di gran parte dei materiali biologici di base di cui gli scienziati di Saddam Hussein avrebbero disposto per creare un programma di guerra biologica?

Secondo un Rapporto del Senato del 19941 dal 1985, se non da prima, fino al 1989, un vero assortimento diabolico di materiali biologici è stato esportato in Iraq da fornitori privati americani dopo avere fatto domanda al Dipartimento del Commercio Statunitense e avere ottenuta l’autorizzazione. Tra questi materiali, che spesso causano morti lente e tormentose, c’erano:

– Bacillus Antracis, che causa l’antrace.

– Clostridium Botulinum, principio della tossina botulinum.

– Histoplasma Capsulatam, che provoca una malattia che attacca i polmoni, il cervello, il midollo spinale e il cuore.

– Brucella Melitensis, un batterio che può danneggiare gli organi più importanti.

– Clostridium Perfringens, un batterio altamente tossico che provoca malattie sistemiche.

– Clostridium tetani, altamente tossico.

– E inoltre: Escherichia Coli (E.Coli); materiali genetici; DNA umani e batterici.

Dozzine di altri agenti patogeni biologici sono stati spediti in Iraq durante gli anni 80. Il Rapporto del Senato faceva notare: “Questi materiali biologici non erano attenuati o indeboliti ed erano in grado di riprodursi.”

“Si è appreso in seguito,” rivelava il comitato, “che questi microorganismi esportati dagli Stati Uniti erano identici a quelli che gli ispettori dell’ONU hanno trovato ed eliminato dal programma di guerra biologica iracheno.”

Queste esportazioni sono durate per lo meno sino al 28 novembre 1989, nonostante fosse stato riferito che l’Iraq stava combattendo una guerra chimica e forse anche biologica contro gli iraniani, i curdi e gli sci’iti fin dai primi anni 80.

Durante la guerra Iraq-Iran del 1980-88, gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari e servizi spionistici a entrambi le parti in conflitto, con la speranza che si producessero reciprocamente dei danni molto gravi, dando ragione a quanto Noam Chomsky aveva postulato:

E’ stata una dottrina dominante, trainante della politica estera degli Stati Uniti fin dal 1940 quella di far sì che le ampie, ineguagliabili risorse energetiche della regione del Golfo fossero controllate a tutti gli effetti da Washington e dai suoi stati satelliti e, elemento ancor più decisivo, di non permettere ad alcuna forza indigena indipendente di avere un’influenza sostanziale sull’amministrazione della produzione e del prezzo del petrolio.

Infatti, è provato che Washington ha incoraggiato l’Iraq ad attaccare l’Iran e a cominciare la guerra per primo. Questa politica, insieme a considerazioni di tipo finanziario, ha rappresentato probabilmente la motivazione decisiva delle forniture di materiali biologici all’Iraq (l’Iran, a quel tempo, era considerato il pericolo più grande per la sempre apparentemente minacciata sicurezza nazionale degli Stati Uniti.)

Mentre il pubblico e i media americani vengono preparati ad accettare e ad applaudire il prossimo bombardamento del popolo iracheno, la ragione effettiva dichiarata, la linea politica ufficiale, è che l’Iraq è uno stato “fuorilegge” (o stato “canaglia”, o stato “paria” – i media ripetono in modo obbediente tutte le orecchiabili definizioni suggerite dalla Casa Bianca o dal Dipartimento di Stato), che non ottempera a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Israele, d’altro canto, ha ignorato tante risoluzioni senza che gli Stati Uniti abbiano bombardato Tel Aviv, abbiano imposto sanzioni, o soltanto abbiano ridotto gli aiuti militari. Ma per qualche arcana alchimia ideologica, Israele non è reputato uno stato “fuorilegge” da Washington. Né tali si considerano gli Stati Uniti per non aver eseguito l’ordinanza della Corte Mondiale dell’ONU nel 1984, che imponeva di cessare le azioni militari ostili contro il Nicaragua, o per le numerose volte in cui essi hanno totalmente ignorato le risoluzioni dell’Assemblea Generale votate a stragrande maggioranza, e neppure per l’uso ripetuto, da parte loro, di agenti biologici contro Cuba fin dal 1960.

In ogni modo il dissenso sul controllo delle armi è tra l’Iraq e le Nazioni Unite, non tra l’Iraq e gli Stati Uniti. E l’ONU non ha autorizzato nessuno dei suoi membri ad utilizzare la forza. “Cosa dà il diritto a Gran Bretagna e agli Stati Uniti di fare questo da soli?” ha chiesto un giornalista insolitamente coraggioso, alla conferenza stampa Clinton/Blair del 6 febbraio.

Nè il Presidente Clinton nè il Primo Ministro Blair hanno risposto

Il bombardamento sembra essere inevitabile. I ragazzi si stanno dando da fare a mettere tutti i loro giocattoli in posizione; riescono già a vedere le decorazioni di guerra appuntate al loro petto. Naturalmente nessuno sa che cosa riuscirà a realizzare se non morte e distruzione. Saddam rimarrà al potere. Sarà sempre più determinato sulla questione delle ispezioni. Forse ci può essere una consolazione per il popolo iracheno. Il Washington Post ha riferito che il Segretario alla Difesa William Cohen ha dichiarato che “i membri del governo americano non intendono danneggiare militarmente l’Iraq tanto da indebolire il suo ruolo di contrappeso all’Iran nella regione.” In un futuro non troppo lontano, quando l’Iran comincerà a mostrare un po’ di più i muscoli, in modi non così graditi a Washigton, forse sarà di nuovo la volta di tornare alla buona, vecchia “diplomazia” americana.

* Autore di Killing Hope: U.S. Military and CIA Interventions Since World War II.

1. U.S. Chemical and Biological Warfare-Related Dual Use Exports to Iraq and Their Possible Impact on the Health Consequences of the Persia Gulf War , 25 maggio 1994.  


La battaglia per il petrolio iracheno
I loschi traffici delle corporazioni statunitensi a partire dalla Prima Guerra Mondiale
di Richard Becker tratto da Nexus nr.42 (gennaio-febbraio 2003)

Come e perché è iniziato l’interesse degli Stati Uniti per l’Irak? Un semplice e fondamentale quesito che, in tutte le innumerevoli ore che i media corporativi dedicano alla diffusione delle menzogne dell’amministrazione Bush e delle falsità sull’Irak, non è quasi mai stato posto. E per un valido motivo. Sin dal suo effettivo inizio, ottant’anni fa, la politica statunitense verso l’Irak si è sempre concentrata su di un unico obiettivo: assumere il controllo delle risorse petrolifere di quel paese.
L’intervento statunitense in Irak affonda le sue radici negli strascichi della Prima Guerra Mondiale, che fu una guerra fra imperi capitalistici. Da un lato gli imperi germanico, austroungarico ed ottomano (turco); dall’altro l’intesa imperiale britannico-franco-russa. Il Medio Oriente ricadeva in gran parte sotto il controllo ottomano.
I britannici, tramite il loro agente T.E. Lawrence -conosciuto come “Lawrence d’Arabia”- promisero ai leader arabi che se avessero combattuto a fianco della Gran Bretagna contro i dominatori turchi, al termine del conflitto essa avrebbe appoggiato la creazione di uno stato arabo indipendente. 
Nel contempo i ministri degli esteri britannico, francese e russo stavano stipulando in segreto l’accordo Sykes-Picot, che ridisegnava il Medio Oriente e che venne reso pubblico dopo la Rivoluzione Russa del 1917 dal Partito Bolscevico, che lo denunciò in quanto imperialista.
Quando le popolazioni arabe e curde scoprirono il tradimento perpetrato dalle “democrazie” imperiali, in tutto il Medio Oriente scoppiarono rivolte di massa. Le ribellioni poi continuarono durante tutto il periodo coloniale. La pressione fu brutale sino all’estremo. Nel 1925, ad esempio, i britannici sganciarono gas velenosi sulla città curda di Sulaimaniya in Irak -fu la prima volta che del gas veniva lanciato da aerei da guerra-.

Francia e Gran Bretagna si spartiscono il Medio Oriente.
Dopo il 1918, a guerra finita, Francia e Gran Bretagna procedettero con il loro piani. Il Libano e la Siria, secondo gli accordi, sarebbero stati annessi all’impero francese; la Palestina, la Giordania e le due province meridionali dell’Irak -Baghdad e Basra- sarebbero entrate a far parte dell’esteso impero britannico.
Non si accordarono invece su chi si sarebbe impossessato della provincia di Mosul, l’area settentrionale dell’Irak odierno che, secondo l’accordo Sykes-Picot, doveva far parte della “sfera d’influenza” francese. I britannici, tuttavia, erano determinati ad aggiungere Mosul, la cui popolazione era in massima parte curda, alla loro nuova colonia irachena. A sostegno delle proprie rivendicazioni, l’esercito britannico occupò Mosul quattro giorni dopo  la resa turca, nell’ottobre 1918 -e non se ne andò più-.
La risoluzione della contesa inter-imperialista tra Francia e Gran Bretagna per Mosul determinò l’inizio del ruolo statunitense in Irak.
L’importanza di Mosul per le grandi potenze si basava sulle note, benché all’epoca ben poco sfruttate, risorse petrolifere. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra a fianco di Francia e Gran Bretagna nel 1917, dopo che i loro alleati e nemici si erano in gran parte sfiancati; le condizioni degli Stati Uniti per entrare in guerra comprendevano la richiesta che, nel panorama mondiale postbellico, venissero tenuti in considerazione i loro obiettivi politici ed economici, fra cui vi era l’accesso a nuove fonti di materie prime, in particolare il petrolio.
Nel febbraio del 1919 Sir Arthur Hirtzel, ufficiale coloniale britannico di grado elevato, ammonì i cuoi soci: “Bisognerebbe tenere presente che la Standard Oil Company è assai ansiosa di acquisire il controllo dell’Irak” (Citato in Britain in Iraq, 1914-32, di Peter Sluglett, Londra 1974)
Di fronte alla dominazione franco-britannica della regione, gli Stati Uniti inizialmente richiesero una politica di “Porte Aperte”, di modo che alle società petrolifere statunitensi fosse consentito di trattare liberamente con la nuova monarchia fantoccio di Re Faisal, che i britannici avevano installato sul trono dell’Irak.
La soluzione alla contesa degli alleati vittoriosi riguardo all’Irak fu la spartizione del petrolio di quel paese; i britannici mantennero Mosul come parte della loro nuova colonia irachena.

Nemmeno una goccia per l’Irak
Il petrolio iracheno venne spartito in cinque quote: un 23,75 per cento a testa a Gran Bretagna, Francia, Olanda e Stati Uniti; il restante cinque per cento destinato ad un magnate del petrolio, tale Caloste Gubenkian, noto con soprannome di “Mister Cinque Percento”, che contribuì a negoziare l’accordo.
All’Irak apparteneva esattamente lo zero per cento del petrolio iracheno. Le cose sarebbero rimaste così sino alla rivoluzione del 1958.
Nel 1927 si diede l’avvio a importanti esplorazioni petrolifere e nella provincia di Mosul furono scoperti enormi giacimenti. Due anni dopo fu costituita la Iraqi Petroleum Company – composta da anglo-iraniani (oggi British Petroleum), Shell, Mobil e Standard Oil of New Jersey (Exxon)- che, nel giro di pochi anni, avrebbe completamente monopolizzato la produzione petrolifere irachena.
Nello stesso periodo la famiglia al-Saud, appoggiata dagli Stati Uniti, conquistò gran parte della vicina penisola arabica. L’Arabia Saudita nacque negli anni ’30 come neocolonia degli Stati Uniti. L’ambasciata statunitense a Riad, capitale dell’Arabia Saudita, aveva sede nell’edificio della Aramco (Arab American Oil Company).
Però le società petrolifere statunitensi ed il loro governo di Washington non erano soddisfatte; volevano il controllo totale del petrolio mediorientale, così come avevano il quasi-monopolio delle riserve petrolifere dell’emisfero occidentale. Ciò significava soppiantare i britannici che, in quella regione, facevano ancora la parte del leone.

Gli Stati Uniti mirano agli interessi britannici.
Per gli Stati Uniti l’opportunità derivò dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Anche se Stati Uniti e Gran Bretagna vengono generalmente raffigurati come i più stretti alleati in tempo di guerra, di fatto erano allo stesso tempo in feroce contrasto. 
La guerra indebolì assi l’impero britannico, sia sul territorio nazionale che all’estero, con la perdita delle importanti colonie in Asia. Nelle prima fasi del conflitto, fra il 1939 ed il 1942, non si sapeva nemmeno se la Gran Bretagna sarebbe sopravvissuta; non avrebbe mai più recuperato la sua antica posizione di dominio.
Gli Stati Uniti, d’altronde, divennero sempre più potenti nel corso del conflitto -prima di entrare nel quale i capoccioni di Washington avevano atteso ancora una volta il momento più opportuno-. Nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale, le amministrazioni Truman e Roosevelt, dominate dai forti interessi di colossi bancari, petroliferi e di altro tipo, erano determinate a ristrutturare il mondo postbellico onde assicurare la posizione predominante agli Stati Uniti. Gli elementi chiave della loro strategia furono:
1) Superiorità militare negli armamenti convenzionali e nucleari;
2) Globalizzazione corporativa dominata dagli Stati Uniti, da conseguirsi tramite il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, creati nel 1944, e affermazione del dollaro come valuta mondiale;
3) Controllo delle risorse globali, in particolare il petrolio.
Mentre sui campi di battaglia infuriava la guerra, dietro le quinte tra Stati Uniti e Gran Bretagna si dipanava una contesa per il controllo economico globale, contesa che fu talmente aspra che il 4 marzo del 1944 -tre mesi prima del D-Day, giorno dello sbarco in Normandia- il primo ministro britannico Wiston Churchill inviò al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt un messaggio alquanto insolito per il contenuto imperialista ed il tono ostile:
Grazie infinite per le sue assicurazioni sull’assenza di occhi di triglia [guardare con invidia -RB] verso i nostri giacimenti petroliferi in Iran ed in Irak. Lasci che io ricambi garantendole che noi non abbiamo la minima intenzione di intrometterci nei vostri interessi o proprietà in Arabia Saudita. A questo riguardo, così come per tutto il resto, la mia posizione è che da questa guerra la Gran Bretagna non ricerca alcun beneficio territoriale o di altro genere; essa, d’altra parte, non verrà privata di alcunché le appartiene di diritto dopo aver contribuito nel migliore dei modi alla giusta causa, quantomeno non fino a quando il vostro umile servitore avrà l’incarico di occuparsi dei suoi affari” (Citato in The Politics of War, di Gabriel Kolko, NY 1968)
Quello che questa nota evidenzia con chiarezza è che i leader statunitensi erano così risoluti ad acquisire il controllo su Iran e Irak che avevano fatto suonare il campanello d’allarme presso le élite di comando britanniche.
Nonostante il discorso minaccioso di Churchill, non c’era nulla che i britannici potessero fare per contenere la potenza in ascesa degli Stati Uniti; nell’arco di pochi anni, la classe dirigente britannica si sarebbe adattata alla nuova realtà ed avrebbe accettato il ruolo di socio di minoranza di Washington.

L’espansione del ruolo statunitense dopo la Secondo Guerra Mondiale.
Nel 1953, dopo che la CIA con un colpo di stato aveva messo sul trono lo Scià, gli Stati Uniti assunsero il controllo dell’Iran. Alla metà degli anni ’50, l’Irak era sotto controllo congiunto di Stati Uniti e Gran Bretagna.
Nel 1955 Washington, assieme alla Gran Bretagna, istituì il Patto di Baghdad, che comprendeva i suoi regimi satelliti in Pakistan, Iran, Turchia ed Irak; Il Baghdad Pact, o CENTO -Central Treaty Organitation- aveva un duplice scopo.
Da una parte contrastare l’ascesa degli arabi e di altri movimenti di liberazione in Medio Oriente e nel sud-est asiatico; dall’altra rappresentare l’ennesima di una serie di alleanze militari -le altre erano NATO, SEATO ed ANZUS- che accerchiassero il campo socialista di Unione Sovietica, Cina, Europa Orientale, Corea del Nord e Vietnam del Nord.
L’Irak, il cuore del CENTO, era indipendente solo nominalmente; i britannici vi mantenevano basi dell’aeronautica militare. Anche se il paese era estremamente ricco di petrolio, ospitando il 10% delle riserve mondiali, tuttavia contava una popolazione che viveva in condizioni di fame e di miseria; il tasso di analfabetismo era dell’80%, c’era un solo medico ogni 6000 abitanti ed un dentista ogni 500.000.
L’Irak era governato dalla monarchia corrotta di Faisal II e da una consorteria di proprietari terrieri feudali e mercanti capitalisti.
Alla base della povertà dell’Irak, vi era il semplice fatto che l’Irak stesso non disponeva dei suoi vasti giacimenti petroliferi.

La rivoluzione irachena.
Il 14 luglio del 1958, l’Irak venne scosso da un’energica esplosione sociale. Una rivolta militare si trasformò in una rivoluzione nazionale, ed il re e la sua amministrazione, oggetto della giustizia popolare, furono di colpo scalzati.
Washington e Wall Street erano sbalordite. Nella settimana che seguì il New York Times, il “quotidiano ufficiale” degli Stati Uniti, sulle sue prime 10 pagine non riportava altre notizie che quelle relative alla rivoluzione irachena. Mentre oggi si ricorda meglio un’altra grande rivoluzione che sarebbe avvenuta appena sei mesi dopo a Cuba, all’epoca Washington considerava l’insurrezione irachena assai più pericolosa per i propri interessi vitali.
Il presidente Dwight D. Eisenhower la definì “la più grave crisi dai tempi della Guerra in Corea“. Il giorno successivo alla rivoluzione irachena, 20.000 marine iniziarono a sbarcare in Libano; il giorno dopo, 6600 paracadutisti britannici furono paracadutati in Giordania.
Questa è quella che divenne poi nota coma la “Dottrina Eisenhower”. Gli Stati Uniti sarebbero intervenuti direttamente -entrati in guerra- per impedire la diffusione della rivoluzione nel vitale Medio Oriente.
I corpi di spedizione britannici e statunitensi intervennero per salvaguardare i governi neo-coloniali di Libano e Giordania; se non l’avessero fatto, l’impulso popolare proveniente dall’Irak avrebbe sicuramente abbattuto i corrotti regimi dipendenti di Beirut ed Amman.
Però Eisenhower, i suoi generali ed il suo arci-imperialista segretario di stato John Foster Dulles avevano anche ben altro in mente: invadere l’Irak, rovesciare la rivoluzione ed insediare un nuovo governo fantoccio a Baghdad.
Tre fattori indussero Washington ad abbandonare il progetto nel 1958; il carattere travolgente della rivoluzione irachena; l’annuncio della Repubblica Araba Unita, confinante con l’Irak, in base al quale, nel caso gli statunitensi avessero cercato di invadere, le sue forze avrebbero combattuto contro le forze imperialiste; e l’energico sostegno della Repubblica Popolare Cinese e dell’Unione Sovietica alla rivoluzione. Quest’ultima avviò una mobilitazione di truppe nelle repubbliche sovietiche meridionali vicine all’Irak.
La combinazione di questi fattori costrinse i leader statunitensi ad accettare la rivoluzione irachena come fatto compiuto; Washington però in realtà non si rassegnò mai alla perdita dell’Irak.
Nei tre decenni successivi, il governo statunitense adoperò numerose tattiche per indebolire e scalzare l’Irak in quanto stato indipendente. In varie occasioni -come successe dopo che l’Irak nel 1972 portò a termine la nazionalizzazione della Iraqi Petroleum Company e stipulò con l’Unione Sovietica un trattato di difesa- gli Stati Uniti fornirono massicci aiuti militari agli elementi curdi di destra che combattevano Baghdad ed aggiunsero l’Irak alla loro lista degli “stati terroristi”.
Gli Stati Uniti appoggiarono gli elementi più reazionari all’interno della struttura post-rivoluzionaria contro le forze comuniste e nazionaliste di sinistra e, ad esempio, alla fine degli anni ’70 plaudirono alla soppressione del Partito Comunista Iracheno e dei sindacati di sinistra da parte del governo del partito Ba’ath di Saddam Hussein.
Negli anno ’80, gli Stati Uniti incoraggiarono e contribuirono a finanziare ed armare l’Irak nella sua guerra contro l’Iran, nazione in cui la Rivoluzione Islamica del 1979 pose fine alla dominazione statunitense; in realtà lo scopo degli Stati Uniti era quello di indebolire e distruggere entrambi quei paesi. L’ex Segretario di Stato Henry Kissinger rivelò il vero atteggiamento statunitense riguardo alla guerra quando affermò: “Spero che si ammazzino gli uni con gli altri“.
Il Pentagono fornì all’aviazione militare irachena fotografie satellitari degli obiettivi militari iraniani, mentre nello stesso tempo lo scandalo Iran-Contra svelò che gli Stati Uniti stavano inviando all’Iran missili antiaerei. La guerra Iran-Irak fu un disastro, costò la vita a milioni di persone e indebolì entrambi i paesi.

Il collasso dell’unione sovietica e la guerra del golfo
Quando infine nel 1988 la guerra Iran-Irak terminò, le vicende in atto in Unione Sovietica stavano costituendo un nuovo e più grave pericolo per l’Irak, che aveva stipulato con quest’ultima un trattato di collaborazione militare e di amicizia. La leadership di Gorbaciov, nell’ottica di una “distensione permanente” con gli Stati Uniti, iniziò a tagliare i fondi destinati ai suoi alleati dei paesi in via di sviluppo. Nel 1989, Gorbaciov si spinse ancora più in là e ritirò l’appoggio ai governi socialisti dell’Europa Orientale, i quali in gran parte crollarono. Questo brusco cambiamento nei rapporti di potere a livello mondiale -che culminò due anni più tardi con la fine della stessa Unione Sovietica- costituì la più grande vittoria dell’imperialismo statunitense sin dalla Seconda Guerra Mondiale. Inoltre spianò la via alla guerra statunitense del 1991 contro l’Irak e a più di un decennio di sanzioni, blocchi e bombardamenti che hanno devastato l’Irak e la sua popolazione.
Oggi l’amministrazione Bush, adducendo come argomento “armi di distruzione di massa” e “diritti umani”, sta cercando di guadagnarsi il sostegno dell’opinione pubblica ad una nuova guerra contro l’Irak. In realtà a Washington non interessano né una ridotta capacità militare dell’Irak né i diritti umani di qualsiasi angolo della mondo; quello che nel 2002 spinge la politica statunitense in direzione dell’Irak è lo stesso obiettivo che motivò Washington e Wall Street 80 anni fa: il petrolio!

Tratto da Nexus ed. italiana nr. 42 (gennaio-febbraio 2003)


La guerra degli USA e GB all’Iraq è già in corso
di John Pilger – fonte http://web.tuttopmi.it/unponteperbagh/index.htm

John Pilger, giornalista australiano trapiantato a Londra, è stato inviato di guerra in molti paesi, fra cui il Vietnam, la Cambogia, Timor Est.
E’ autore di numerosissimi articoli, libri e documentari. Fra questi ultimi ricordiamo Paying the Price: Killing the Children of Iraq: una straordinaria denuncia delle condizioni degli effetti dell’embargo all’Iraq sulla popolazione civile. L’articolo che pubblichiamo di seguito nella traduzione italiana è apparso il 20 dicembre sul quotidiano britannico Daily Mirror.
L’attacco americano e britannico all’Iraq è già cominciato. Mentre il governo Blair continua a sostenere in parlamento che “non è stata presa nessuna decisione definitiva”, la Royal Air Force e i bombardieri americani hanno cambiato segretamente tattica e intensificato i loro “pattugliamenti” sull’Iraq fino a un assalto generalizzato su obiettivi sia militari che civili.
I bombardamenti americani e britannici sull’Iraq sono aumentati del 300%. Fra marzo e novembre, secondo le repliche del Ministero della Difesa ai parlamentari, la RAF ha sganciato più di 124 tonnellate di bombe.
Da agosto a dicembre, ci sono stati 62 attacchi di aerei americani F-16 e di Tornado della RAF – una media di un bombardamento ogni due giorni. E’ stato detto che questi erano mirati alle “difese aeree” irachene, ma molti sono caduti su aree densamente popolate, dove le morti di civili sono inevitabili.
Secondo la Carta delle Nazioni Unite e le convenzioni belliche e il diritto internazionale, gli attacchi equivalgono ad atti di pirateria: non differiscono, in linea di principio, dal bombardamento della Lutwaffe tedesca in Spagna negli anni ’30, che fu il preludio della sua invasione dell’Europa.
I bombardamenti sono una “guerra segreta” che raramente ha fatto notizia. Dal 1991, e specialmente negli ultimi quattro anni, sono stati incessanti e adesso sono considerati la più lunga campagna anglo-americana di bombardamenti aerei dalla seconda guerra mondiale.
I governi americano e britannico la giustificano sostenendo che essi hanno un mandato dell’Onu per sorvegliare le cosiddette “no-fly zone” da essi
dichiarate dopo la guerra del Golfo. Essi dicono che queste “zone”, che danno loro il controllo della maggior parte dello spazio aereo iracheno, sono legali e sostenute dalla risoluzione 688 del Consiglio di Sicurezza.
Ciò è falso. Non ci sono riferimenti alle no-fly zone in nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza.
Per essere sicuro di questo, l’ho chiesto al dr. Boutros Boutros-Ghali, che era Segretario Generale dell’Onu nel 1992, quando venne approvata la
risoluzione 688. “La questione delle no-fly zone non venne sollevata e perciò non fu discussa: non una parola”, ha detto. “Esse non offrono alcuna
legittimità a paesi che mandano i loro aerei ad attaccare l’Iraq.”
Nel 1999, Tony Blair sostenne che le no-fly zone consentivano a Stati Uniti e Gran Bretagna di svolgere “un ruolo umanitario vitale” nel proteggere i kurdi nel nord dell’Iraq e gli “arabi delle paludi” nel sud.
In realtà, gli aerei americani e britannici hanno effettivamente fornito una copertura alle ripetute invasioni del nord Iraq kurdo da parte della vicina
Turchia.
La Turchia è decisiva per l’ “ordine mondiale” americano. Sentinella dei giacimenti petroliferi del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, è un membro della Nato e il destinatario di miliardi di dollari in armi e attrezzature militari americane. E’ anche il luogo in cui si trovano le basi dei bombardieri americani e britannici.
Una insurrezione di lungo periodo da parte della popolazione kurda di Turchia è considerata da Washington come una minaccia alla “stabilità” della
“democrazia” turca, che è una copertura per il suo esercito che è fra i peggiori violatori di diritti umani al mondo. Centinaia di migliaia di kurdi di
Turchia sono stati costretti alla fuga e 30.000 secondo le stime sono stati uccisi. La Turchia, a differenza dell’Iraq, è “nostra amica”.
Nel 1995 e 1997, 50.000 soldati turchi, appoggiati da carri armati e aerei da combattimento, hanno occupato quello che l’Occidente chiama “rifugio sicuro kurdo”.
Essi hanno terrorizzato villaggi kurdi e ucciso civili. Nel dicembre 2000, sono tornati, commettendo le atrocità che l’esercito turco commette con immunità contro la propria popolazione kurda.
Per entrare nella “coalizione” Usa contro l’Iraq, il regime turco verrà ricompensato con una mazzetta di 6 miliardi di dollari. Delle invasioni della Turchia si parla di rado in Gran Bretagna. La collusione del governo Blair è così grande che, praticamente all’insaputa del parlamento e del pubblico britannico, la RAF e gli americani hanno, di quando in quando, sospeso intenzionalmente i loro pattugliamenti “umanitari” per permettere ai turchi di continuare a uccidere i kurdi in Iraq.
Nel marzo dello scorso anno, piloti della RAF che pattugliano la “no-fly zone” nel Kurdistan iracheno hanno protestato pubblicamente per la prima volta per la complicità loro imposta nella campagna turca. I piloti si lamentavano del fatto che veniva loro frequentemente ordinato di rientrare alla base i Turchia per permettere all’aviazione turca di bombardare proprio la gente che essi dovevano “proteggere”.
Parlando in condizioni di anonimità con il dr. E. H., docente di politica all’Università di Bristol e specialista delle sanzioni all’Iraq, i piloti hanno
detto che, ogni qualvolta i turchi volevano attaccare i kurdi in Iraq, le pattuglie della RAF venivano richiamate alla base e al personale di terra veniva detto di spegnere i radar, in modo che gli obiettivi dei turchi non fossero visibili. Un pilota britannico ha riferito di aver visto la devastazione dei villaggi kurdi provocata dagli attacchi una volta ripreso il suo pattugliamento.
Anche ai piloti americani che volano in tandem con quelli britannici viene ordinato di invertire la rotta e tornare in Turchia per permettere ai turchi di devastare i “rifugi sicuri” kurdi.
“Si vedevano arrivare F-14 e F-16 turchi, caricati al massimo di munizioni”, ha detto un pilota al Washington Post. “Poi rientravano mezz’ora dopo con le munizioni esaurite.” Quando gli americani tornavano nello spazio aereo iracheno, ha detto, vedevano “villaggi in fiamme, molto fumo e fuoco.”
I turchi non fanno molto di più degli aerei americani e britannici nella loro finzione umanitaria.
La vera portata dei bombardamenti anglo-americani è sorprendente, con la Gran Bretagna socio di minore importanza.
Nei 18 mesi fino a gennaio 1999 (l’ultima volta che sono stato in grado di confermare cifre ufficiali americane) gli aerei americani hanno effettuato 36.000 sortite sull’Iraq, comprese 24.000 missioni da combattimento.
Il termine “combattimento” è assai ingannevole. L’Iraq non ha praticamente aviazione né difese aeree moderne.
Perciò, “combattimento” significa sganciare bombe o lanciare missili su infrastrutture che sono state devastate da 12 anni di embargo.
Il Wall Street Journal, la vera voce dell’establishment americano, lo ha descritto eloquentemente quando ha scritto che gli Usa avevano
di fronte “un autentico dilemma” in Iraq. Dopo otto anni di imposizione di una no-fly zone nel nord (e nel sud) dell’Iraq, rimanevano pochi obiettivi. “Siamo arrivati all’ultima capanna”, protestava un funzionario americano.
Ho visto i risultati di questi attacchi. Mentre andavo in macchina dalla città di Mosul, nel nord, tre anni fa, ho visto i resti di un serbatoio d’acqua agricolo e di un camion, crivellati di fori di proiettili, frammenti di missile, una scarpa e la lana e gli scheletri di circa 150 pecore.
Una famiglia di sei persone, un pastore, suo padre e sua moglie e quattro figli erano stati fatti a pezzi qui. Era aperta campagna, senza alberi: un paesaggio lunare. Il pastore, la sua famiglia e le sue pecore sarebbero stati chiaramente visibili dal cielo.
Il fratello del pastore, Hussain Jarsis, acconsentì a incontrarmi nel cimitero in cui è sepolta la famiglia.
Arrivò su una vecchia Toyota con la vedova, curva per il dolore, col volto coperto. Teneva la mano dell’unico figlio rimasto, e si misero a sedere
accanto ai cumuli di terra che sono le tombe dei quattro bambini. “Voglio vedere il pilota che ha ucciso i miei figli”, urlò verso di noi.
Il fratello del pastore mi disse: “Ho sentito delle esplosioni, e quando sono arrivato per cercare mio fratello e la sua famiglia, gli aeroplani
volteggiavano sulle nostre teste. Non avevo raggiunto la strada principale quando c’è stato il quarto bombardamento. Gli ultimi due missili li hanno
colpiti. 
Allora non potevo capire cosa stava succedendo. Il camion era in fiamme. Era un camion grande, ma era fatto a pezzi. Non ne restava nulla, tranne i pneumatici e la targa.
Abbiamo visto tre cadaveri, ma il resto erano solo parti di corpi. Con l’ultimo missile, ho potuto vedere le pecore saltare in aria.”
Non si è saputo se a fare questo siano stati aerei americani o britannici. Quando particolari dell’attacco furono riferiti al Ministero della Difesa
di Londra, un funzionario disse: “Ci riserviamo il diritto di compiere azioni vigorose se minacciati.”
Questo attacco fu importante, perché venne indagato e verificato dal più alto funzionario delle Nazioni Unite in Iraq all’epoca, Hans von Sponeck, che si recò là in macchina appositamente da Baghdad.
Egli confermò che niente nelle vicinanze somigliava a una installazione militare.
Von Sponeck registrò le sue conclusioni in un documento interno confidenziale intitolato “Attacchi aerei sull’Iraq”, preparato dalla Sezione Sicurezza
delle Nazioni Unite (UNOHCI). Egli confermò inoltre dozzine di attacchi simili e questi sono documentati: attacchi a villaggi, a un molo da pescatori, nei pressi di un deposito di derrate alimentari dell’Onu. Gli attacchi erano così regolari che von Sponeck ordinò di sospendere i convogli umanitari dell’Onu tutti i pomeriggi.
Per questo motivo, von Sponeck, un alto funzionario delle Nazioni Unite con una carriera onorevole in tutto il mondo, si fece nemici potenti a Washington e a Londra.
Gli americani chiesero che Kofi Annan, il Segretario Generale dell’Onu, lo licenziasse e rimasero sorpresi quando Annan sostenne il suo principale rappresentante in Iraq.
Tuttavia, alcuni mesi dopo, von Sponeck sentì che non poteva più gestire un programma umanitario in Iraq che era minacciato sia dai bombardamenti illegali che da una politica americana che intenzionalmente bloccava le forniture umanitarie.
Si dimise per protesta, come aveva fatto il suo predecessore, Denis Halliday, assistente Segretario Generale delle Nazioni Unite. Halliday definì
l’embargo a guida Usa-Gb “genocida”. 
Adesso è chiaro dai documenti ufficiali che gli Stati Uniti si stanno preparando a un possibile massacro in Iraq. La “Dottrina per operazioni urbane congiunte” del Pentagono dice che, a meno che Baghdad non cada rapidamente, essa deve essere oggetto di una “potenza di fuoco schiacciante”. La resistenza di Stalingrado nella seconda guerra mondiale viene data come “lezione”.
Bombe a frammentazione, bombe “bunker” a penetrazione profonda e uranio impoverito verranno quasi certamente usati. L’uranio impoverito è un’arma di distruzione di massa. Impiegato per il rivestimento di missili e granate da carro armato, la sua forza esplosiva spande radiazioni su un’area vasta, specialmente nella polvere del deserto.
Il professor Doug Rokke, il fisico dell’esercito americano incaricato di bonificare il Kuwait dall’uranio impoverito, mi disse: “Sono come la maggior parte della gente del sud dell’Iraq. Ho 5.000 volte in corpo il livello di radiazioni raccomandato.
Quello che vediamo adesso, problemi respiratori, problemi ai reni, tumori sono il risultato diretto. La discussione sul fatto che esso sia o no la causa di questi problemi è fabbricata. La mia stessa cattiva salute ne è un testamento.”
L’arma di distruzione di massa più devastante è stata brevemente fra le notizie la settimana scorsa, quando l’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla condizione dell’infanzia nel mondo.
Il costo umano dell’embargo a guida americana all’Iraq è spiegato chiaramente in statistiche che non hanno bisogno di commenti.
“Il tasso di mortalità infantile in Iraq è quasi triplicato dal 1990 a livelli che si trovano in alcuni dei paesi meno sviluppati del mondo”, dice il
rapporto.
“La regressione del paese nell’ultimo decennio è di gran lunga la più grave dei 193 paesi esaminati.
L’Unicef dice che un quarto dei bambini iracheni sono oggi sottopeso e che più di un quinto hanno un arresto della crescita da malnutrizione.”
In base alle normative dell’embargo agli iracheni è consentito meno di 100 sterline a persona con cui sostenersi per un anno intero.
A oggi, il costo degli attuali bombardamenti “segreti” e illegali britannici dell’Iraq è di un miliardo di sterline


Fonte:
http://web.tuttopmi.it/unponteperbagh/index.htm

Libro “I nuovi padroni del mondo” di John Pilger,
Fandango editore:
http://www.fandango.it/ita/libri/padroni/padroni.htm#alto

La verità dietro la guerra americana di John Pilger
http://www.zmag.org/Italy/pilger-realstory.htm  

www.disinformazione.it


Il nuovo assetto geopolitico: ecco chi ci guadagna

L'”anello non-arabo” (Iran-Israele-Turchia) e l’eventuale guerra in Medio Oriente: accordi non-ufficiali, trattative, prospettive

Pare che il primo a guadagnare qualcosa da un intervento statunitense in Iraq sia il gruppo dei paesi del cosiddetto “anello non-arabo” dell’area (Turchia, Israele, Iran) magari con una differenziazione di guadagni. Ma non c’è dubbio che questi Paesi siano i vincitori nella regione. In Asia anche l’India è un Paese vincitore. Quanto ai perdenti, sono tanti. In questo articolo cercherò di spiegare la cartina geopolitica mondiale per poter capire il ruolo di un eventuale intervento americano in Iraq dal punto di vista della strategia statunitense: nel fare ciò terrò presente il contrasto con alcuni fronti internazionali come l’UE, lo scontro Usa con un grande stato come la Cina, alla luce del suo comportamento ambiguo con gli Stati arabi e islamici non ancora classificati come amici o nemici.

L’”anello non-arabo” (Iran-Israele-Turchia). Per capire cosa guadagnerà questo “anello non-arabo” bisogna sapere che attualmente ci sono discorsi “bilaterali” tra USA e Iran. E mentre qualcuno afferma che sono alcuni stati arabi a fare da mediatori tra USA e Iran, le mie fonti assicurano che è proprio Israele l’agente attivo nel restaurare i rapporti irano-statunitensi, e non un paese arabo. I diplomatici israeliani infatti portano avanti una diplomazia “sotto-radar”, di tipo track-two, una specie di diplomazia di secondo livello per trovare un terreno comune all’America e all’Iran, un terreno che permetta anche delle relazioni israelo-iraniane il cui scopo finale è quello di tornare allo stato in cui erano le relazioni di Israele con l’Iran durante gli anni ’70 e prima della rivoluzione islamica.

Il punto di vista tritalerale americano-iraniano-israeliano sulla situazione dell’Iraq dopo Saddam rappresenta il nucleo del dialogo americano-iraniano-israeliano. E forse i guadagni dell’Iran da un cambiamento in Iraq sono ben superiori a quelli di un qualsiasi altro “giocatore” regionale dello stesso peso come lo fu l’Egitto durante la guerra del Golfo nel ’91. Ma i guadagni dell’Iran non si possono capire se non nell’ottica dell’anello non-arabo adiacente all’Iraq che rappresenterà sicuramente la base di una qualsiasi alleanza per una futura guerra.

Se guardiamo alla Turchia, per esempio, troviamo che gli USA hanno cominciato un dialogo con essa sui rimborsi per qualsiasi perdita economica o per qualunque altro costo da sostenere nel caso gli USA lancino una guerra contro l’Iraq. La fonte di queste informazioni sono responsabili americani e turchi. Cosa vogliono i turchi? I turchi hanno avanzato una serie di richieste la prima delle quali consiste in aiuti economici diretti rappresentati dagli aiuti finanziari statunitensi e aiuti economici indiretti tramite la pressione americana sugli europei affinché accettino l’adesione della Turchia all’ UE. E infatti il presidente statunitense Bush è stato a colloquio con il Presidente dell’ UE affinché aiuti la Turchia a diventare membro dell’Unione.

Anche i militari statunitensi stanno preparando una serie di incontri al margine dell’incontro Nato nella Repubblica ceca finalizzati allo stesso obiettivo. In cambio, la Turchia ha dato disponibilità di basi e di forze armate, e la promessa di non sfruttare qualsiasi situazione bellica per estendere la propria sovranità sul Nord dell’Iraq. Nel frattempo gli americani hanno promesso di non sventolare la carta curda che rappresenta una minaccia non solo per la Turchia ma anche per l’Iran e la Siria. E mentre nel mondo arabo scommettono su un una riconsiderazione da parte dei turchi dei loro rapporti con Israele, specie dopo la vittoria del partito islamico, i turchi stessi non hanno nessuna intenzione di tirarsi indietro ma anzi tutti gli indicatori indicano un rinforzamento di questa relazione.

L’anello non arabo non include solo il Medio Oriente ma si estende fino all’Asia nel quadro della relazione speciale che si sviluppa fra tutti i membri di quel triangolo e l’India. La particolarità del rapporto tra India e Israele si sta continuamente rinforzando. Anche le collaborazioni militari tra India, Iran e Turchia stanno aumentando. Ad aggiungersi va la relazione particolare che lega Israele e l’India all’Estonia, una piccola repubblica che rappresenta il sud dell’ex-URSS dove la Turchia è influente. Per capire questa influenza bisogna guardare le relazioni sino-americane come un ombrello sotto il quale si combinano queste alleanze.

Gli Stati Uniti attualmente considerano la Cina uno dei suoi più grandi concorrenti nel sistema mondiale. Specialmente se teniamo in conto che il ritmo di crescita economica cinese è arrivato all’8%, il che fa della Cina un’immensa potenza che può influenzare l’economia mondiale. L’operazione di “contenimento” della Cina viene al primo posto nelle priorità dell’attuale amministrazione americana. E non si può contenere la Cina con i metodi tradizionali come si fa con l’Iraq o con l’Iran. Gli Stati Uniti in questo campo seguono la strategia del dialogo diplomatico con la Cina tramite le organizzazioni internazionali, i rapporti bilaterali, e nello stesso tempo cercano di assediarla con il cerchio dell’alleanza che si estende da Israele alla Turchia, all’India e all’Iran.

Cosa c’entra in tutto questo la Cina? Se teniamo conto che l’80 per cento del petrolio in arrivo in Cina proviene dal Golfo persico, capiremo che il controllo americano sulle fonti di petrolio è basilare nella strategia americana nei confronti della Cina e del suo assedio. E chi guarda al ruolo del petrolio arabo nella strategia di dominazione americana dopo il crollo del comunismo capisce di che cosa si sta parlando. Il sistema mondiale attuale è un sistema su cui domina l’America sia politicamente che militarmente e cioè è un sistema “unipolare” sia a livello politico che su quello militare. Ma nello stesso tempo è un sistema “multipolare” a livello economico. Sia l’UE che la Cina che il Giappone sono in concorrenza economica con gli USA.

E siccome l’UE, la Cina e il Giappone si basano quasi esclusivamente sul petrolio arabo come fonte di energia, mentre gli USA importano solo il 12% del proprio petrolio dal Golfo, diventa chiaro che lo scopo dell’America non è quello di assicurare l’arrivo del petrolio in patria ad un prezzo ragionevole come afferma qualcuno, ma per fare pressione sull’UE, sulla Cina e sul Giappone. E cosi gli USA usano il loro potere militare per la dominazione economica.

Il dominio politico-militare si trasforma in dominio politico-militare-economico. Se questo è il nucleo della dominazione americana attraverso la sua strategia nei confronti di paesi concorrenti economicamente, mi pare che l’intervento in Iraq non sia più un semplice cambiamento di regime, ma una necessità strategica imposta dal nuovo assetto geo-politica. Gli americani infatti vedono se stessi, come ha detto un membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza, come portatori della bandiera dell’Impero Britannico nel Golfo.

E per ottenere questo controllo, diventa necessario l’intervento in Iraq. Ma ciò che è nuovo è il non dipendere molto dagli arabi nella nuova equazione. L’america si baserà invece su elementi non arabi come l’Iran, Israele, l’India e la Turchia e questo perché in ballo non è l’Iraq ma l’Europa, il Giappone e la Cina come concorrenti. Proprio per questo assistiamo a tanti dubbi a livello europeo (ad eccezione dell’Inghilterra) quando non il rifiuto totale di una guerra contro l’Iraq che permetterebbe agli americani di controllare totalmente il petrolio del Golfo.

Il controllo americano, se preferite chiamatelo ricatto, viene imposto anche al comportamento giapponese nell’area mediorientale. Una responsabile giapponese mi ha detto che “la nostra politica nel mondo arabo e nel sud dell’Asia è stabilita a Washington, non a Tokyo.” A questo punto gli americani controllano la politica nipponica nei confronti del mondo arabo e nel Sud dell’Asia. E questa dominazione si capisce anche da ciò che gli USA hanno dettato al Giappone a proposito dell’Afganistan, nonostante il responsabile giapponese mi avesse affermato che hanno una valutazione della stabilità in Afganistan diversa da quella degli americani e che non scommettono su Karzai. Cose che però non possono dire pubblicamente.

Evidenti sono i tentativi fatti sotto tavolo che cercano di non includere gli arabi nella nuova strategia americana nei confronti della zona. Se esiste un solo paese arabo in grado di far parte dell’alleanza israeliana-iraniana-turca-indiana questo sarà la Giordania e infatti gli Usa hanno fatto alla Giordania le stesse promesse che hanno fatto alla Turchia.

La Giordania, in questo caso, avrà le sue ragioni. Inserirsi in quell’alleanza le eviterà qualsiasi crisi che potrebbe sorgere dall’alleanza Sharon-Netanyahu che mira al trasferimento dei palestinesi in Giordania se dovesse scoppiare il caos nell’area mediorientale. Per questo, per garantire la continuità della Giordania come sistema e come stato, è necessario che faccia parte dell’alleanza.

Per questo pare che gli arabi non abbiano nessuna possibilità dopo la guerra se non quella di rivolgersi alla “Bomba cinese”. Questo perché l’assetto attuale non include tanti di loro se non per questioni puramente logistiche che riguardano il movimento delle truppe, il diritto di volare o quello di stanziare sui territori. Ma chi vince alla fine è questa alleanza non-araba che, a mio avviso, impone agli arabi un diverso modo di pensare al futuro di una zona all’orlo del caos regionale e di nuove alleanze.

al-Ahram (Le piramidi, Egitto) .:. 21.11.02

http://www.aljazira.it/

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: