Fisicamente

di Roberto Renzetti

di Luca Pesenti

http://www.ideazione.com/settimanale/2.esteri/57_25_01_2002/pesenti.htm

Era il 6 agosto 1806 quando Francesco II rinunciò alla corona imperiale, sancendo così la fine del Sacro Romano Impero Germanico sotto i colpi di Napoleone. Il tramonto dell’età degli imperi cominciò simbolicamente proprio quel giorno. Da lì in poi, nulla sarebbe stato più come prima, nel trionfo dei moderni stati nazionali che giungerà a compimento con il primo conflitto mondiale. Ma a ogni tramonto corrisponde sempre un nuovo giorno e così oggi, duecento anni dopo, sempre più si torna a parlare di una rinascita (più o meno trionfale) di quell’antico modello, la cui assenza rappresenta una vera anomalia storica. Ne discutono i filosofi, ma anche (e soprattutto) politologi, esperti di relazioni internazionali, sociologi, economisti. Tutti a confronto con il problema dei problemi: costruire una forma di unità politica in grado di pacificare il sempre più litigioso pianeta. Che si tratti dello “Stato mondiale”, auspicato del 1960 da Ernst Junger, di una forma riveduta e corretta degli antichi Imperi, oppure ancora di un’entità nuovissima e tutta da inventare, sono in molti a ragionarci sopra: a destra come a sinistra, di qua e di là dall’Oceano, con intenti a volte restaurativi, a volte antagonisti. Oppure con sguardo realistico e pragmatico, come accade nei più influenti think tank americani, nei quali da qualche anno si è acceso il dibattito sulla necessità di legittimare la supremazia USA nel mondo.

Da una decina d’anni il problema fondamentale per la politica estera americana è naturalmente cosa fare dell’eccesso di potenza raggiunto dopo il crollo dell’Unione Sovietica e dei vantaggi che esso conferisce agli USA. Da una parte i neo-isolazionisti, dall’altra i sostenitori della supremazia, dell’egemonia, insomma del primato imperiale degli Stati Uniti nel mondo. Il confronto, riassunto da John Rourke, dell’Università del Connecticut, nel suo “Taking Sides: clashing Views on Controversial Issues in American Foreign Policy” e schematicamente presentato in Italia da Rita di Leo in “Il primato americano” (Il Mulino), si sta celebrando da alcuni anni sulle grandi riviste di politologia e relazioni internazionali, dal “Foreign Affairs” alla “Political Science Quarterly”. Mentre nelle principali Università, fioriscono corsi a sfondo politologico che invitano gli studenti a riflettere sul ruolo imperiale americano, approfondendo Bismarck e studiando a fondo l’impero inglese.

Robert Kagan, direttore del Carnagie Endowment for International Peace (www.ceip.org), pubblicò nell’estate del 1998 un influente articolo sul “Foreign Policy”, sostenendo la necessità di un “benevolent empire”, dominante nel sistema internazionale per preservare un livello ragionevole di pace e prosperità. Espressione delicata e politicamente corretta, che nasconde però l’ipotesi di un ruolo egemonico, anche militare, degli Stati Uniti nel mondo. Insomma, una nuova “pax americana”, rilanciata dal repubblicano Thomas Donnelly. Direttore dell’influente think tank “Project for the New American Century”, che ha lanciato senza infingimenti l’ipotesi di un impero democratico e liberale, sul modello di quello romano ma, ovviamente, attualizzato.

Sorprendentemente (ma nemmeno poi tanto), nella lista dei teorici neo-imperiali rientra anche un inglese. Robert Cooper, consigliere di Tony Blair, nell’ottobre del 2000 pubblicò un articolo sulla rivista “Prospect” (tradotto ora da “Ideazione” nel numero in distribuzione in questi giorni), in cui non solo sposava la causa di un impero americano democratico e difensivo, ma proponeva anche all’Unione Europea di abbandonare le ipotesi di creazione di un super-stato, per diventare invece “un impero di tipo cooperativo” sul modello dell’Impero romano, per fornire ai cittadini non solo la pace ma anche “la possibilità di godere di una libertà comune”. Tutte ipotesi che dopo l’11 settembre hanno acquistato forza e consensi, mettendo in crisi la lunga lista di isolazionisti che proprio non volevano sentir parlare di egemonia americana e meno che mai di Impero, preoccupati per le conseguenze inevitabili che un simile ruolo comporterebbe. Tra questi, gli intellettuali democratici contestatori del ruolo egemonico americano, come Samuel Berger, consigliere del presidente Clinton, che nel 1999 definiva gli Stati Uniti “la prima potenza globale della storia che non sia una potenza imperiale”. Intanto Joseph Nye, testa pensante ad Harvard e influente consigliere della Casa Bianca clintoniana, sta per pubblicare un libro (“Soft power: the illusion of American Empire”) in cui si sostiene la necessità per gli States di attrezzarsi a ricoprire il ruolo di nuova Roma, ma senza utilizzare cannoniere e aerei: semplicemente lavorando per il bene comune, privilegiando il potere economico e culturale su quello militare.

Ma anche a destra non mancano i dubbi: passi l’egemonia, ma l’impero è un’altra cosa. Tra gli esempi illustri, il repubblicano Pat Buchanan, Andrew Bacevich, professore di relazioni internazionali a Boston, e soprattutto Charles William Maynes, presidente della Eurasia Foundation, che in un articolo pubblicato sempre sul “Foreign Policy” – “The Perils of (and for) an Imperial America” – ha addirittura messo in dubbio la necessità storica di un ruolo egemonico degli Stati Uniti, opponendosi frontalmente alle tesi di Kagan.

Al di là del citato caso Cooper, il dibattito ha tutto un altro sapore una volta trasportato nel Vecchio Continente. Il tema dell’Impero sembra più un gioco di filosofia politica (con quarti di nobiltà di antico lignaggio) che non una riflessione strategica. Nella convinzione che in fondo l’Europa debba consigliare il nuovo imperatore sul modello migliore per costruire, come proposto da Alain De Benoist ne “L’impero interiore” (Ponte alle Grazie), un nuovo ordine rispettoso delle differenze e delle culture. Naturalmente c’è anche chi è convinto della necessità storica di costruire l’ennesimo conflitto antagonista per sconfiggere il nuovo tiranno. E’ il caso, ovviamente, del redivivo Tony Negri, che nel suo “Empire” (scritto a quattro mani con Michael Hardt e di prossima traduzione per Rizzoli) dipinge il potere delle tre Rome (New York, Washington e Los Angeles) proprio come fosse un nuovo Impero romano, e propone al movimento anti global niente meno che il compito storico anticamente ricoperto dal Cristianesimo: abbattere l’Impero per globalizzare il bene e la giustizia. Tanto è bastato per spingere “Micromega” ad allestire un forum, coinvolgendo anche i filosofi Roberto Esposito e Salvatore Veca nella riflessione sull’egemonia americana. E sempre sulla rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais, Massimo Cacciari ha negato che l’Impero americano possa paragonarsi a quello romano, perché incapace – a detta del filosofo veneziano – di garantire concordia e soprattutto pluralità di culture e tradizioni. Proponendo in alternativa un inedito “federalismo universale”.

Ma a ben vedere il primo a parlare di impero in Europa fu Jean-Marie Guehenno, oggi tra i grandi burocrati europei, che nel 1993 scrisse “La fine della democrazia” (Garzanti), proponendo due modelli esemplari cui rifarsi per comprendere le forme dell’impero postmoderno: l’impero romano di Adriano e Marco Aurelio, oppure quello cinese. Un “grande spazio”, per riprendere l’espressione giuridica utilizzata da Carl Schmitt, dalle frontiere fluide, fatto di regole fisse piuttosto che di principi etici superiori, senza una capitale e senza imperatore. Insomma, un gigantesco dominio di regole, incapace però di sancire un ordine definito: “L’età imperiale – scriveva Guehenno – è un’età di violenza diffusa e continua. I barbari sono nell’impero e l’impero secerne i propri barbari”. Ogni riferimento alla cronaca dell’ultimo decennio è puramente casuale.

25 gennaio 2002

(da “Il Giornale”)


Guerre&Pace n. 92 – settembre 2002

STRATEGIE IMPERIALI

Il respiro corto di Bush

di Sergio Finardi

http://www.mercatiesplosivi.com/guerrepace/gepart207.htm

Dall’11 settembre l’amministrazione Bush non ha saputo tracciare nessuna linea di politica estera a lungo termine. Le sue mosse sono state ondivaghe, segnate dalle lotte interne, dal respiro corto delle lobbies economiche e dal peso crescente dei falchi “neoconservatori”, principali fautori del militarismo Usa

Da quando avevamo avanzato alcune riflessioni sulle possibili linee di sviluppo della politica estera di Bush (vedi “G&P”, n. 83, ottobre 2001) è passato quasi un anno. Da allora, nessuno dei nodi su cui l’amministrazione era chiamata a concepire una linea ha trovato definizione entro una coerente visione degli equilibri mondiali che si vorrebbero sostenere a lungo termine. Dal Medio Oriente all’Asia meridionale, dall’Europa alla Russia e alla Cina le mosse statunitensi sono state ondivaghe, segnate da evidenti lotte interne e dal respiro corto delle lobbies economiche.

LOTTA AL TERRORISMO: UNA COPERTA STRETTA

La frenetica e tattica tessitura della coperta stretta della “lotta al terrorismo” dopo gli eventi dell’11 settembre non tarderà a disfarsi – per quanto oggi sembri allineare lungo il suo asse molti paesi – sotto il peso delle contraddizioni che il concetto e la strategia implicano (1).

Il nemico “invisibile” ha dovuto essere forzatamente calato nei panni di un paese per dare un senso alla “risposta” e di necessità l’amministrazione dovrà continuare a scegliere paesi, piuttosto che poco spettacolari operazioni di polizia, per sostenere il consenso all’enorme esborso di denaro pubblico prospettato.

Sebbene goda ancora dell’acquiescenza dei grandi media statunitensi e di un vasto corpo di apparati di propaganda ideologica che passano per istituti di ricerca, l’idea che in Afghanistan si sia raggiunto qualcosa che ha a che fare con i conclamati obiettivi di quella lotta comincia a scricchiolare: sono da tempo emersi documenti sulle trattative segrete che, nello stesso 2001, erano condotte tra talebani e rappresentanti dell’amministrazione Bush; sulla pianificazione dell’attacco prima degli eventi dell’11 settembre; sulla complessa relazione tra l’attacco stesso, le operazioni a sostegno del famoso progetto CentGas, miracolosamente ripresosi dopo la rimozione dei talebani (2) e il controllo delle risorse energetiche centro-asiatiche, cui non sono estranei co-interessamenti del gigante russo Gazprom. Anche istituti moderati come il Project on Defense Alternatives del Massachusetts hanno recentemente fatto circolare analisi che sottolineano come l’aver scalzato i talebani e tolto alcune basi locali di al-Qaeda non abbia affatto colpito al cuore l’organizzazione terroristica, né eliminato i suoi dirigenti, né posto l’Afghanistan su una strada diversa da quella della lotta anarchica delle fazioni che lo dominano. Passare all’Iraq è una strada già oggi minata e gli obiettivi possibili si assottiglieranno man mano (3).

ESERCIZIO UNILATERALE DI SUPREMAZIA

L’implementazione di misure protettive in materia di scambi con l’estero e il ritiro deliberato da molte trattative o trattati multilaterali hanno soddisfatto compagnie e sindacati di alcuni settori e l’ala isolazionista dell’amministrazione, che sostiene la necessità per il paese di non essere vincolato da alcuna norma internazionale e di perseguire invece i suoi obiettivi internazionali attraverso l’esercizio unilaterale della sua supremazia non meno economica che militare (4). Al contempo, però, ha reso quasi ridicoli gli appelli liberisti degli uomini di Bush ogni qualvolta convenga loro e ha reso contraddittoria la politica delle vaste alleanze internazionali ad hoc, mostrando troppo evidentemente la strumentalità di un approccio che usa o rifiuta le stesse regole a seconda dell’occasione.

La scelta di puntare su una entente cordiale con la Russia e sulla disponibilità del laburista Blair, di fatto saltando in più di una occasione gli altri alleati europei e lo stesso consesso Nato, ha certamente fornito elementi importanti d’appoggio per la liquidazione del regime afghano; per lasciare mano libera a Sharon nel perseguire la sua “soluzione finale” del problema palestinese; per ottenere forse qualche segreto consenso di Putin all’attacco all’Iraq; per creare in cambio lo spazio necessario per la sfida sui prezzi che il settore energetico russo ha lanciato ormai da più di un anno ai paesi Opec e all’Arabia Saudita in particolare (5).

Come ha tuttavia sottolineato William Pfaff – vecchia volpe della presenza mediatica statunitense in Europa, già membro del conservatore Hudson Insitute ed editorialista dell’”International Herald Tribune” – questa scelta ha creato la possibilità di “a polite mutiny“, un ammutinamento con i guanti dell’Unione Europea e dei membri europei della Nato, qualora si accorgessero che il gioco di eterna sudditanza agli Stati Uniti non vale più la candela (6).

I PREPARATIVI DELLA GUERRA ALL’IRAQ

Rispetto all’Iraq, inoltre, sembra che nulla – dalle aperture irachene degli inizi di agosto sulla questione degli ispettori Onu, all’invito al Congresso statunitense a visitare l’Iraq fatto dalle stesse autorità irachene – possa far recedere dagli inconsulti piani di attacco militare su Baghdad preparati dall’amministrazione e dai suoi falchi. Pur scontando che in questi mesi Bush ha perseguito una vera e propria campagna di disinformazione, non vi è dubbio tuttavia che mentre scriviamo (inizi agosto) sia in corso una preparazione militare effettiva.

Recentemente Scott Ritter, già capo ispettore Onu in Iraq, repubblicano ed ex marine mutatosi in ardente oppositore di un attacco militare, ha infatti dichiarato, durante una affollata assemblea pacifista a Boston, che il “Third Marine Expeditionary Force della California sta preparando il posizionamento di 20.000 marine nella regione irachena per operazioni di combattimento a terra. L’Air Force ha usato buona parte delle sue munizioni di precisione a guida satellitare per far saltare le caverne in Afghanistan. Il Congresso ha da poco approvato l’allocazione di risorse di emergenza e detto alla Boeing di accelerare – in modo da essere pronti per la fine di settembre – la produzione dei dispositivi connessi al Global positioning system che vanno collocati sulle bombe e permettono loro di colpire gli obiettivi mentre gli aerei se ne allontanano. Perché? Perché all’Air Force è stato detto di prepararsi a dislocare tre stormi d’assalto rapido per operazioni di combattimento in Iraq dalla metà ottobre. Come uno che ha partecipato alla guerra del Golfo, posso dirvi che quando prepari una tale forza per l’azione – interrompendo i suoi cicli di addestramento e di operatività e spendendo cifre colossali – è molto difficile ritirarla senza averla usata” (7).

L’insistenza sull’obiettivo di un cambio violento di regime a Baghdad ha, per converso, creato più di un dissidio nel mondo arabo cosiddetto moderato, di cui sono prova le recenti dichiarazioni di alcuni suoi leader, tra cui l’Arabia Saudita, contro un intervento armato in Iraq; ha suscitato un’opposizione interna considerevole e che ha coagulato numerosi gruppi pacifisti statunitensi in manifestazioni coordinate contro la guerra; ha provocato un dissenso che ha raggiunto autorevoli quotidiani come il britannico “The Guardian”, che si è pronunciato nei termini più duri contro la politica di Bush (l’articolo di George Monbiot, The US is now a threat to the rest of the world. The sensible response is non-cooperation, 6 agosto 2002, è una lezione di chiarezza e di grande giornalismo).

Infine, le connessioni della famiglia Bush (8) e degli uomini più o meno prominenti dell’attuale amministrazione con le più sporche vicende che hanno attraversato e attraversano gli Stati Uniti da molti decenni hanno aggiunto un costante sapore di “interesse privato in atti d’ufficio” alle scelte di politica estera e interna.

IMPREVEDIBILI SVILUPPI INTERNI

L’appuntamento elettorale per il rinnovo parziale di Congresso, Senato e Governatori degli stati, fissato per il 5 novembre, contribuirà a rendere questo vuoto di prospettiva ancora più marcato, poiché peseranno sempre più sulle scelte dei mesi autunnali ragioni contingenti.

Gli sviluppi della situazione interna sono infatti di entità imprevedibile. Si tratta delle proporzioni sempre più gravi assunte dagli scandali finanziari, mentre la risposta dell’amministrazione coglie solo gli aspetti più superficiali del problema (9); dell’effetto non ancora pienamente dispiegatosi del fallimento Enron (10) sull’investimento energetico, che causerà nei prossimi mesi altri fallimenti importanti nel settore stesso e in quello finanziario esposto nei suoi confronti (11); del coinvolgimento di presidenza, vicepresidenza e ministro dell’Esercito (Thomas White) in casi ormai noti di insider trading e contabilità fasulla (12); dell’aggravamento della bilancia dei pagamenti esteri e del ritorno di un consistente deficit pubblico tirato dalla spesa militare e per la “sicurezza interna” (13); della possibilità di una crescente opposizione allo stravolgimento dell’assetto costituzionale statunitense realizzato in nome dell’emergenza “terrorismo” (14) o all’allocazione di ingenti risorse pubbliche per piani rivolti alle infrastrutture, ai siti strategicamente sensibili e al traffico commerciale con l’estero che mostrano già ora di scontrarsi con i potenti interessi che sostengono la farragine di competenze e agenzie preposte alla “sicurezza” (15).

Lo sviluppo di tali elementi influenzerà presto e pesantemente la lotta sulle linee di politica estera tra le fazioni dell’amministrazione e potrebbe eliminare strada facendo gruppi e personalità che hanno influenza sulle scelte di politica estera.

Ci si chiede, inoltre, quanto possano stare insieme le linee espresse nel famoso discorso di Bush sull’”asse del male” con le iniziative di Powell di fine luglio/inizi agosto 2002 rivolte a India e Pakistan, indi ai paesi del Sud-est asiatico e dell’Asean, entro il cui ambito è avvenuta la ripresa dei colloqui con la Corea del Nord, uno dei “centri” nominati da Bush in quel discorso. L’apertura di Powell ha tra l’altro riaperto la strada alle trattative tra le due Coree (16). Non è secondario, poi, che le iniziative del Segretario di stato siano venute quasi in coincidenza con insistenti voci, fatte probabilmente circolare ad arte, su sue imminenti dimissioni (17).

DERIVA MILITARISTA E FALCHI NEOCONSERVATORI

Vari articoli recenti di “G&P” hanno già affrontato i temi relativi alla sovrapposizione/imposizione di logiche militari alla proiezione estera degli Stati Uniti e ciò che questo implica sul piano dei rapporti globali (18); al rapporto tra crisi economica, complesso militare-industriale e rilancio del bellicismo statunitense (19); al rapporto tra i programmi della cosiddetta difesa anti-missile e il “contenimento” di Cina e Russia (20) nonché al rapporto tra Nato e Russia (21); alla nuova importanza assunta dall’Africa nell’agenda di Bush junior e dei petrolieri statunitensi (22); alle conseguenze delle scelte di Bush (e di Clinton) nei teatri militarmente più delicati dell’America Latina e dell’Asia orientale (23). È inutile ripetere in sintesi tali analisi e a esse rimando per i temi connessi, segnalando in nota solo alcuni recenti saggi e studi che illustrano l’arco delle posizioni Usa (24).
Mi sembra utile invece riprendere il filo delle considerazioni avanzate un anno fa sugli elementi formativi – teorie e gruppi – che oggi competono per la guida della politica estera statunitense.

È infatti sentire comune che sullo sfondo della deriva militarista dell’amministrazione Bush stia la frattura tra la linea moderata degli uomini del Dipartimento di stato guidato da Colin Powell e i falchi “neoconservatori” come, tra molti altri, Paul Wolfowitz (vicesegretario alla Difesa), Richard Perle (capo del consiglio “politico” della Difesa), Elliot Abrams (assistente della Casa Bianca per i “diritti umani e la democrazia”!), Douglas Feith (sottosegretario alla Difesa per la pianificazione politica), Zalmay Khalilzad (già della Rand e consulente Unocal, sostenitore del regime dei talebani presso l’Amministrazione Clinton prima di diventare l’inviato di Bush in Afghanistan e direttore della sezione Medio Oriente/Asia meridionale al National Security council, Nsc), David Frum, l’autore (probabilmente con Wolfowitz) del discorso di Bush sull’”asse del male”.

Oltranzisti del liberismo, colonne portanti di Sharon e dell’intervento armato in Iraq, in buona parte coinvolti nello scandalo Iran-Contras durante l’amministrazione Reagan, tali uomini trovano un forte appoggio nel Nsc guidato da Condoleeza Rice e nel dipartimento della Difesa tenuto da Ronald Rumsfeld e hanno certamente avuto parte nell’imbarazzante fallimento della prima missione Powell in Israele e Palestina. Di che chiedersi, dunque, da dove venga ai “neoconservatori” la forza che stanno esprimendo in questi mesi nell’influenzare le avventure di Bush junior.

IL “COMITATO SUL PERICOLO PRESENTE”

“Neoconservatore” era appellativo dato tra gli anni Sessanta e Settanta ai gruppi di brillanti e allora famosi ex liberal e intellettuali ex progressisti che avevano abbracciato ideologie di trasformazione tecnocratica, di egemonismo internazionale e di conservatorismo in politica interna (25). Gradatamente, tali gruppi avevano guadagnato posizioni nel Partito repubblicano e nei centri di elaborazione delle politiche militari ed estere e assunto posizioni preminenti nell’establishment. Figure importanti del movimento erano stati inizialmente elementi della nebulosa trotzkista statunitense come Irving Kristol (che collaborerà in seguito allo “Wall Street Journal”), Norman Podhoretz (editor di “Commentary” e “vate” culturale del più bieco opportunismo), sua moglie Midge Dector (del Committee for the Free World insieme a Rumsfeld); Ben Wattenberg, del Partito democratico (26). Agli inizi degli anni Settanta questi antesignani erano stati raggiunti da altri, più decisivi, personaggi.

Nel periodo assumeva infatti una certa importanza un gruppo chiamato “Comitato sul pericolo presente” (Cpd), raccolto intorno a Eugene Rostow, professore a Yale, democratico, ex consigliere del presidente Johnson e tra i maggiori pianificatori della guerra in Vietnam (27), sostenitore con il senatore Henry Jackson di forti spese militari. Rostow aveva raccolto intorno a sé personalità quali Paul Nitze, tra i primi a teorizzare l’uso effettivo militare dell’arma atomica; l’ex ministro della Difesa, J. Schlesinger; il futuro capo della Cia, Bill Casey; George P. Shultz, già nell’amministrazione Nixon; l’ammiraglio Zumwalt; il futuro consigliere alla sicurezza nazionale di Reagan, Richard Allen; la “democratica” Jeanne Kirkpatrick; Amoretta Hoeber, della Rand (vicina all’Aviazione statunitense); i già ricordati Richard Perle (assistente di Jackson e anche lui vicino alla Rand) ed Elliot Abrams (nipote di Podhoretz, divenuto poi assistente Segretario di stato); infine, Donald Rumsfeld, Ronald Reagan, il democratico Daniel P. Moynihan (grande mentore di Israele in Congresso), Michael Ledeen, dell’American enterprise institute, che servirà nell’amministrazione Reagan come consigliere di quel “galantuomo” di Oliver North all’Nsc (28). Con Reagan, i membri del Cpd erano divenuti parte della nuova amministrazione.

GLI ALTRI UOMINI DEL PRESIDENTE

Richard Allen aveva aiutato Reagan a selezionare circa altri 60 membri del Cpd per i più alti e delicati incarichi. Rostow era divenuto capo della agenzia per il controllo degli armamenti (Acda) e aveva chiamato presso di sé lo stesso Nitze (capo negoziatore per l’agenzia) e appunto ancora Rumsfeld. Nello stesso tempo, Perle diveniva vicesegretario della Difesa (Affari per la sicurezza internazionale), la Kirkpatrick ambasciatrice all’Onu e Amoretta Hoeber consigliera per la ricerca e lo sviluppo (vicegretariato del dipartimento dell’Esercito). Buona parte di costoro formeranno poi il nucleo d’assalto per il progetto di “guerre stellari” di Reagan e formano in parte ancora oggi quello della National Missile Defense.

Cinque figure avranno poi particolare importanza nello sviluppo del movimento come forza politica interna: Bill Kristol (figlio di Irving ed editore di “Weekly Standard”, architetto delle crociate morali della Destra sui valori americani, aspro critico di Powell dalle colonne del suo magazine), Ralph Reed (capofila della rinascita della Destra religiosa), Grover Norquist (antifiscalismo, liberismo e antisindacalismo estremo), David McIntosh (deregolazionista, antifederalista, ambientalista sui generis e contrario al Trattato di Kyoto); Clint Bolick (fautore di crociate antiburocrazia, dei voucher dati a famiglie povere per la scuola privata, dell’abolizione dell’affirmative action, ovvero delle quote riservate alle minoranze nei luoghi di lavoro; capofila del conservatorismo “compassionevole”).

I loro “istituti” e gruppi di elezione saranno The Project for the New American Century, l’Heritage Foundation, l’American Enterprise Institute, l’America Israel Public Affairs Committee (Aipac, forse la lobby più potente degli Stati Uniti) e l’oltranzista proisraeliano Institute for Near East Policy (diretto alla ricerca da Patrick Clawson).

NOTE

(1) Vedi il saggio di Grenville Byford, analista indipendente di politica estera, pubblicato da Foreign Affairs” (July/August 2002) con il titolo The Wrong War. Ancor più che in passato, tuttavia, la rivista del Council of Foreign Relations (Cfr), cupola dell’establishment statunitense in materia di politica estera, si è distinta per la pubblicazione di saggi che ben figurerebbero in qualche antologia del pensiero fascista del XXI secolo. Vedi, ad esempio, K.M. Pollack, Next Stop Baghdad? in Foreign Affairs, March/April 2002.

(2) Rideco, settimana del 27/5/2002: “Il 30 maggio, in occasione d’una riunione, i leader dell’Afghanistan, del Pakistan et del Turkménistan hanno firmato un’intesa per la costruzione e il finanziamento d’una pipeline che partirà da Dovletabad nel Turkménistan e arriverà al Pakistan attraverso l’Afghanistan” [T.d.R.]; Ken Silverstein, No War for Oil! in “The American Prospect”, August 12, 2002.

(3) Vedi, al proposito, l’aggiornata analisi di Rahul Mahajan – del Green Party – The New Crusade: America’s War on Terrorism, Monthly Review Press, 2002 <www.monthlyreview.org/newcrusade.htm>.

(4) Ha ragione Maria Turchetto a sottolineare che “troppo spesso, parlando di crisi, recessione, cattiva salute dell’economia americana, enfatizzando dati negativi relativi alla crescita o al debito di questo paese, si finisce col sostenere che gli Stati Uniti hanno nei confronti degli altri paesi forti una supremazia puramente militare.” (Il sacro Impero, “G&P” n. 87, 2002).

(5) E. L. Morse, J. Richard, The Battle for Energy Dominance, in Foreign Affairs, March/April 2002.

(6) “International Herald Tribune”, 25 luglio 2002. Vedi anche S. Finardi, Asia Centrale e Transcaucaso. Una massa critica fra Est e Ovest, “G&P” nn. 72, 73, 74, 2000.

(7) Suffolk Law School, 23 luglio, trascrizione dell’intervento a cura del Network di azione contro la guerra e le sanzioni all’Iraq.

(8) Chi voglia averne un rapido ma documentato saggio – che va dalle operazioni pro-Nazi del “fondatore” della dinastia, Prescott, durante la Seconda guerra mondiale, alla vicenda dell’invasione di Cuba, all’assassinio di J. F. Kennedy, allo scandalo Iran-Contras, al famoso fallimento della banca Bcci, al Carlyle Group – può andare al sito http://www.hereinreality.com/ ed essere guidato nelle varie vicende alla consultazione delle fonti relative.

(9) Vedi la legge siglata dal presidente Bush il 30 luglio 2002 (H.R. 3763, Sarbanes-Oxley Act, 2002). In essa si prefigura la costituzione di un Public Company Accounting Oversight Board che dovrebbe monitorare (ed eventualmente elevare) gli standard della contabilità aziendale. La legge prevede, inoltre, che sia rafforzata l’indipendenza delle società di verifica dei bilanci e degli analisti del mercato; che ai dirigenti delle aziende sia vietato – come lo è per i lavoratori che possiedono le medesime azioni nei loro fondi pensione – trattare le azioni delle loro aziende e che i dirigenti siano personalmente responsabili dei bilanci che pubblicano; che siano rafforzati i mezzi finanziari e inquisitivi dell’organo di controllo sulla borsa (Sec); che siano aumentate le pene per comportamenti illegali connessi ai bilanci e ai documenti che li sostengono. In realtà, il cuore del problema sono le infinite possibilità date dalle varie deregolamentazioni di operare con logiche di rapina e di spregiudicato avventurismo in mercati – energia, comunicazioni e media, trasporti, in particolare – estremamente delicati per l’interesse pubblico. Vedi al proposito M.A. Hiltzik, J.F. Peltz, Why telecom deregulation tangled the wires, in “International Herald Tribune”, 26/7/2002.

(10) Sugli inizi della vicenda vedi S. Finardi, Caso Enron, l’energia con il buco e Cattivi consiglieri (Andersen), in “il manifesto”, 9 e 13/12/2001.

(11)Vedi, ad esempio, US$ 500 billion debt fules US gas and power bankruptcy fears e Banks plunge over Enron link, in “Financial Times”, 29 e 24/7/2002.

(12) Come noto, Bush per il caso della texana Harken Energy Corp, di cui era direttore; Cheney per quando era amministratore delegato della Halliburton, la maggiore compagnia mondiale di servizi per l’industria petrolifera; White come ex dirigente della Enron Energy Services, sussidiaria Enron. Vedi S. Finardi, in “il manifesto”, 7/8/2002.

(13) Per una puntuale e sintetica descrizione della parabola economica statunitense vedi J. Halevi, Greenspan equilibrista su un cartello di carte e Capitalismo all’indonesiana, in “il manifesto”, 2/2/2001 e 27/1/2002.

(14) Vedi: N. Chang, The US Patriot Act, in “Covert Action Quarterly”, winter 2001. In “G&P” n. 86, 2002 (a cura di Anna Desimio); S. Baraldini, USA, guerra alla Costituzione, in “G&P”, n. 85, 2001; D. Zolo, Dallo Stato di diritto all’Impero penale, in “il manifesto”, 16/11/2001. Per la “variante italiana”: G. Pelazza, La guerra del diritto, in “G&P”, n. 86, 2002.

(15) Per chi possa avere accesso a tale fonte (on line, ma a sottoscrizione), un gran numero di analisi e posizioni sono state pubblicate al proposito negli ultimi mesi dal newyorkese “Journal of Commerci” (fondato da Samuel Morse nel 1827 e tra gli iniziatori della “Associated Press”, un tempo la voce maggiore del mondo dei trasporti, ora settimanale del gruppo Economist, con edizione quotidiana solo on line). Per una più generale prospettiva, vedi il saggio di S. E. Flynn, comandante nella guardia costiera statunitense e membro del Cfr: America the Vulnerable, in “Foreign Affairs”, January/February 2002.

(16) Vedi Reuters, Rival Koreas to resume high-level talks, 4/8/2002.

(17) Vedi T.S. Purdum, Embattled, scrutinized, Powell soldiers on, in “New York Times”, 25/7/2002.

(18) P. Maestri, Superiorità militare; A. Lodovisi, Guerra globale e corsa al riarmo, in “G&P”, n. 85, 2001 e n. 88, 2002. Vedi anche J. Halevi, L’impero dei missili del terzo millennio in”il manifesto”, 3/5/2001, e M. Dinucci, Il Pentagono ai comandi, in “il manifesto” 17/7/2002.

(19) M. Dinucci, Le vere ragioni della guerra, in “G&P”, n. 84, 2001. Vedi anche S. Finardi, Lo sceriffo a cavallo dell’industria militare, in “il manifesto”, 7/2/2002.

(20) Vedi K. Coates, Preparando la guerra spaziale, in “G&P”, ottobre 2001 (trad. a cura di A. Desimio). Vedi anche J. Halevi, L’impero dei missili …, cit.

(21) P. Maestri, La Nato e la Russia, in “G&P”, n. 91, 2002.

(22) C. Jampaglia, L’Africa cambia, in “G&P”, n. 91, 2002.

(23) Svetonio, Narcotraffico e riforma agraria; J. Gerson, Il fronte dell’Asia orientale; G. Capisani, Uzbekistan a stelle e strisce, in “G&P”, n. 85, 2001, n. 88 e n. 86, 2002. Per una analisi discutibile, ma informata, della politica statunitense verso la Colombia, vedi: G. Marcella, D. Sculz, Colombia’s Three Wars: US Stategy at the Crossroads, in “Strategic Review”, winter 2000.

(24) Sul nuovo assetto strategico delle forze militari statunitensi vedi D. H. Rumsfeld, Transforming the military in “Foreign Affairs”, May/June 2002. Ancora in “Foreign Affairs, vedi per le concezioni sul ruolo globale degli Stati Uniti, i saggi di S. G. Brooks, W. C. Wohlforth, American Primacy in perspective, (July/August 2002); S. Hoffmann Clash of Globalizations (July/August 2002); R. Mead, The American Foreign Policy Legacy (January/February 2002); S. Mallaby, The Reluctant Imperialist (March/April 2002). Indi, J. Gershman, Is Southeast Asia the second front?, (July/August 2002).

Per un’altra visione del ruolo statunitense, Joseph S. Nye Jr., The Dependent Colossus, in “Foreign Policy”, March/April 2002. Sul tema degli effetti della globalizzazione “all’americana”, vedi il bel saggio di Joseph Stiglitz Globalization and Its Discontents (New York, W. W. Norton, 2002). Su Asia centrale ed Afghanistan, i rapporti del Congressional Research Service (“Foreign Affairs”, Defense, and Trade Division): Jim Nichol, Central Asia’s New States: Political Developments and Implications for U.S. Interests., May 18, 2001; Kenneth Katzman Afghanistan: Current Issues and U.S. Policy Concerns, June 22, 2000; Afghanistan: Connections to Islamic Movements in Central and South Asia and Southern Russia, December 7, 1999. Per la questione dei nuovi scenari di conflitto relativi al controllo delle risorse, M.T. Klare, The New Geography of Conflict, “Foreign Affairs”, May/June 2001. In “G&P”, Nuova geografia dei conflitti, novembre 2001; Resource Wars: The New Landscape of Global Conflict. Metropolitan Books/Henry Holt, 2001.

(25) Sulla genesi di tali gruppi vedi tre testi importanti: Nina J. Easton, Gang of Five. New York, Simon & Schuster, 2000; Leon T. Hadar, The ‘Neocons: From the Cold War to the “Global Intifada”, Washington report on Middle East Affairs, aprile 1991; Peter Steinfels The Neo-Conservatives. New York, Simon & Schuster, 1979.

(26) Vedi Fareed Marjaee: The ideological genealogy of the current demonology, the “Axis of Evil” Cabal and the Case of Iran“, 5 aprile 2002 (disponibile al sito http://www.payvand.com), ove si traccia con precisione la connessione tra tali personaggi e gruppi con la politica mediorientale e pro israeliana statunitense.

(27) Vedi S. Finardi, Tutti gli zombi del presidente, in “il manifesto”, 2/1/2001.

(28)Tra i suoi capolavori, un articolo dell’8 marzo 2001 sulla “National Review” (È il tempo di una buona purga vecchio stile), in cui se la prende con i radicali “feminazi” (testuale) e con quei tipi che al Nsc, nella Cia e al dipartimento di Stato “vorrebbero creare una continuità con le politiche di Clinton in Medio Oriente”, e lui pure ferocemente avverso a Powell (L’Iran e l’Asse del Male, in “National Review”, 4/3/2002).


http://www.odradek.it/giano/archivio/2001/38/del_bello38.html

ACCUMULAZIONE – CRISI – GUERRA: IL RAPPORTO CHE SI ROVESCIA

di Claudio del Bello

Nella presunzione del “controllo totale” si mettono in azione gli stessi strumenti che hanno provocato la crisi. Solo uno sviluppo politico del “movimento di Seattle” può portare il mondo fuori dall’“impasse”

Il punto da cui partire non è un’immagine, il crollo delle torri gemelle – non a caso privilegiata dai media rispetto allo squarcio del Pentagono; ma una relazione: al massimo dell’espansione del mercato capitalistico è corrisposta improvvisamente la sua paralisi; all’eliminazione drastica di tutte le salvaguardie keynesiane relative all’esplodere catastrofico delle crisi – che avrebbero dovuto sciogliere il toro dell’accumulazione dai residui “lacci e lacciuoli” che ne rallentavano la corsa – è corrisposta l’emersione fulminea della peggiore crisi di sovraproduzione dopo il ’29; alla ormai completa possibilità di esportare all’esterno tutte le conseguenze negative dell’accumulazione (economiche, ecologiche, sociali, militari) è corrisposta in un attimo l’introversione di tutte le tendenze negative. Guerra compresa. Non un’immagine, ma un rapporto che si rovescia.
La via d’uscita classica – la guerra che distrugge merci e capitali in eccesso, spostando la frontiera del mondo integrabile nel processo dell’accumulazione – non esiste più, perché non c’è più nessun mercato da conquistare. Ogni scarto violento è rivolto in primo luogo contro di sé. E ogni guerra diviene guerra interna. Per gli Stati uniti questo è il vero trauma, ancora neppure identificato con chiarezza. La guerra non avviene altrove, è qui e dovunque. Non è più il vidoegame iracheno o jugoslavo, occasione per svuotare gli arsenali, “operazioni chirurgiche” da ammirare in tv con sangue rigorosamente altrui (“non sangue” quindi, proprio come quello del cinema).

La difesa militare dell’accumulazione

Tuttavia, la confusa percezione che “qualcosa non va più” viene combattuta con una intensificazione e radicalizzazione nell’uso degli stessi strumenti usati finora; gli stessi che hanno prodotto l’attuale crisi. Come un tossicodipendente che reagisce al malessere con una dose maggiore, forse mortale. Sul piano della “sicurezza” – parola magica e collante ideologico residuale nella metropoli capitalistica mondiale – il collasso è di una evidenza solare: proprio quando i fatti dimostrano che non si controlla più nulla, si lancia la strategia della “giustizia infinita”, nella presunzione di poter conseguire un controllo totale. Non appare, nelle teste che hanno concepito lo slogan, neppure un bagliore di intelligenza della totalità; altrimenti riconoscerebbero che la forsennata rapidità di rotazione del ciclo capitalistico è diventata possibile solo in quanto i controlli son venuti via via decadendo; e che, quindi, a una ripresa e intensificazione dei controlli corrisponderà il rallentamento, tanto più brusco quanti più ce ne saranno. Difendere militarmente i punti critici del ciclo dell’accumulazione significa ostacolare l’accumulazione stessa, introdurre rigidità inaggirabili al culmine dello sforzo per eliminarle tutte (il costo e i diritti del lavoro in primis). L’amministrazione Usa non ne prende atto e rifiuta l’unica soluzione possibile: la rimozione per via politica delle più esplosive tra le cause dell’attuale crisi. Prende Osama per la barba e si propone di saltare al di là dei problemi concreti; di imporre soluzioni a prescindere dai problemi. Al fallimento delle strategie limitate, relative – dislocanti, posticipanti – risponde con l’assoluto; al fallimento del “solo umano” un governo risponde con la postura (e solo quella) del divino onnipotente.
Ma del resto le ultime elezioni Usa hanno sancito un quasi–golpe: le lobbies dei petrolieri e del complesso militare–industriale hanno imposto il proprio candidato (uno di loro, direttamente) nonostante siano minoranza; e non hanno lesinato brogli. Si tratta di un blocco di potere che – per la prima volta – assurge al massimo potere del mondo senza avere un progetto per il mondo e in cui il mondo possa riconoscersi. Tutto ciò che promette di fare riguarda soltanto se stesso. Non sono neppure gli eredi di Reagan, perché non hanno più davanti un’Unione Sovietica. Non hanno, detto altrimenti, davanti un avversario dalle caratteristiche che possano giustificarne le mosse come parte di una strategia di “miglioramento per tutti”.

Tanta dissennatezza – promettere la guerra infinita in piena crisi, esasperare fino al fanatismo dello “scontro tra civiltà” i rapporti col mondo musulmano in astratto e arabo in concreto – deve comunque avere un senso, qualcosa che la renda obbligata e non solo parto senile di blocco di potere esausto. Qualcosa di “esausto”, in effetti, c’è. Ed è visibile dentro la crisi energetica incipiente, il restringersi dell’orizzonte temporale entro cui è possibile immaginare una “crescita senza fine” dell’accumulazione, del meccanismo reso possibile dalla disponibilità illimitata dell’unica merce – a parte la forza lavoro – il cui prezzo entra nella formazione del prezzo di tutte le altre: l’energia prodotta dal petrolio. Varie sono le analisi e le previsioni sulle riserve esistenti in natura: da quelle ottimistiche diffuse dai cartelli delle società petrolifere (50 anni), a quelle pessimistiche risultanti da criteri di calcolo più aderenti alle modalità reali di estrazione del greggio (10–15 anni). Tempi stretti o medio–lunghi, ma comunque coinvolgenti le aspettative di vita dell’umanità che ha oggi vent’anni. Dovremmo tutti – a livello planetario – essere coinvolti nella consapevolezza di questo drammatico scorrere irrecuperabile del tempo, nella ricerca di alternative, nella realizzazione di una cooperazione “altra”. Nulla di tutto ciò.

Come sul Titanic, l’orchestra mediatica continua a suonare la musica dell’eternità di questo mondo, del “migliore dei mondi possibili”. Fermare questa musica, guardare in faccia la realtà di un sistema–pianeta che va incontro ai propri limiti fisici a velocità crescente (tale è la legge interna dell’accumulazione) è altrettanto implosivo del lasciar correre il treno capitalistico contro il muro della crisi. Arrestarsi, per questo meccanismo, è morire. E allora non possiamo attribuire al caso, o alla follia degli uomini (chi è più folle, il para–petroliere Osama o il para–petroliere Bush?) la contrazione bellica dei problemi. Né può essere attribuita al caso la circostanza che, a dieci anni dal Golfo, sia proprio quest’area del mondo al centro della guerra di cui non si può vedere la fine nemmeno da parte di chi la indice.

È evidente l’aporia rappresentata dall’“infinite justice”, frettolosamente derubricata nella più terrena “enduring freedom”. Ma il concetto dell’azione militare prolungata, di un’indefinita estensione nel tempo, è stato pervicamente mantenuto dall’“ufficio marketing” del Pentagono. Segno che gli attribuiscono un significato chiave, ancorché involontariamente jettatorio (come si sono incaricate di dimostrare le borse mondiali nella prima settimana di riapertura di Wall Street). “Guerra di lunga durata” è storicamente la strategia del debole contro il potente, dei rivoluzionari contro gli Stati. Non potendo ottenere in un attimo la vittoria, si punta sul logoramento dell’avversario, per poi abbatterlo nel momento di massima crisi. Il potente, e in special modo “il più” potente di tutti, è al contrario obbligato a sbarazzarsi al più presto del suo nemico: il solo esistere di un avversario ne mina la fiducia interna, la coesione sociale, lo sviluppo economico. La scelta dell’amministrazione Usa rivela un impazzimento vero, senza soluzione all’interno della logica adottata: deve scaricare la sua potenza su qualcosa che non ne giustifica l’utilizzo. “Fare dell’Afghanistan un deserto di polvere e sassi”, come se già non lo fosse, è un obiettivo al limite del ridicolo. Non ci può essere relazione più assurda, non si può pensare un rapporto costi/benefici più sconveniente (è venuto in mente persino a Bush junior!): missili da due milioni di dollari scagliati contro tende e greggi. Sarà perciò una “guerra invisibile”, senza la Cnn. Sarà una guerra di veline travestite da notizie, di comunicati ufficiali senza riscontri possibili, di sperimentazione di armi di cui non si deve neppure supporre l’esistenza, e sapremo che ci sono stati caduti americani solo dalle famiglie dei soldati che da mesi non ricevono più informazioni sui congiunti. Sarà la guerra sporca della Cia, senza più ostacoli di tipo legale o rischi di esser presa “con le mani nel sacco”. Ogni infamia è stata preventivamente autorizzata da una “cambiale in bianco e senza data di scadenza” concessa al più ottuso presidente che sia mai entrato nello studio ovale. Un suicidio della democrazia democraticamente deciso. E sancito, in qualche modo, dall’Onu.

Scontro di civiltà e “guerra infinita”
Il capitalismo, e all’epoca dell’egemonia Usa, sembra così tornato al suo punto di partenza: riaffermarsi o morire. Ma all’inizio, in Inghilterra, rappresentava un nucleo duro, un meccanismo autoaffermantesi con un mondo da conquistare, distruggendo l’altro da sé pezzo a pezzo, eliminando concorrenti della stessa natura. Una sorta di highlander devoto alla regola: “ne resterà soltanto uno”. Ora quel mondo è suo, ed è solo: ogni “strappo” per rigenerare il meccanismo si rivolge soltanto al proprio interno. È immediatamente distruttivo di sé.
Caduta l’Unione Sovietica – che a questo punto assurge, per apparente paradosso, a campione di umana comprensione dei propri limiti, con quel suo ammainare e ripiegare le bandiere rosse e sgombrare il campo senza colpo ferire – i “nemici” dell’amministrazione Usa sono stati pescati sempre tra i più fedeli comprimari. Il Noriega ex agente della Cia promosso a presidente di Panama; il Saddam Hussein che aveva fermato l’Iran combattendolo per interposta persona e amputandone ogni ambizione di egemonia pan–musulmana; il Milosevic degli accordi di Dayton, che spianava la strada della polverizzazione della Jugoslavia per coltivare il miraggio di una “grande Serbia”. E ora il rampollo Bin Laden – figlio e fratello degli “sfortunati” soci d’affari della famiglia Bush, disgraziatamente collassati con i loro aerei, a vent’anni di distanza l’uno dall’altro, mentre sorvolavano il Texas (quante coincidenze, signora mia!)1 – entusiasta testa d’ariete nella strutturazione del fondamentalismo islamico in funzione antisovietica prima (Afghanistan) e antirussa poi (Cecenia).

Ma la realtà è troppo complicata per gli apprendisti stregoni del “divide et impera” in versione texana. Lo si vede dall’impossibilità di decidere se questo in via d’allestimento sia o no uno “scontro di civiltà” – ed è gran discutere tra gli opinionisti a cachet. Se lo è, mentre non risulta più facile spingere gli occidentali esitanti a stringersi a coorte, diventa impossibile conquistare l’appoggio dei regimi arabi moderati, corrotti o corrompibili; per non dire dei cinesi, totalmente estranei all’antitesi proposta (cristiano–musulmano) e opachi eredi, semmai, di una terza idea di civiltà. Se non lo è, la coalizione può essere più ampia, ma la sua coesione sarà minore, soggetta al moltiplicarsi di istanze politiche avanzate da questo o quell’alleato da cui non si può prescindere. E così Bush lancia la “crociata” e poi entra a piedi scalzi in moschea; stila una lista di “40 o 60” paesi da mettere in riga perché “ospitano terroristi” per aggiungere che, in fondo, gli Stati uniti fanno parte della lista (non si contano gli algerini “afgani” del Gia e del Fis che hanno ricevuto asilo politico negli States). Con una conseguenza importante: una “crociata” non ammette discussioni e tappa la bocca a tutte le voci discordanti; una “guerra contrattata” implica l’accettazione di posizioni di merito diverse, potenzialmente paralizzanti.

Ecco allora la “guerra infinita”, che comporta lo stato di guerra interno permanente, anche quando l’azione militare ha per teatro territori lontani dal proprio. Figuriamoci quando, come in questo caso, il territorio è il mondo intero e le proprie megalopoli sono in prima linea. La scelta della guerra perenne “in nome della libertà” implica perciò che proprio la libertà – i diritti civili, di opposizione e critica, di informazione e azione politica, e persino di movimento di uomini e capitali – sia la prima vittima. Non c’è possibilità di attenuazione verbale. Gli ossimori che hanno costellato gli anni ’90 – “guerra umanitaria” resta l’esempio insuperabile – sono a questo punto impossibili anche da pensare. L’unica libertà che resta è quella d’impresa, l’investire denaro. Tutto il resto è potenzialmente vietato o “pericoloso”.

L’Impero si è rotto
L’“universo della libertà”, nel momento dell’affidamento di poteri senza limite al presidente degli Stati uniti, collassa immediatamente a impero costrittivo: “o con noi o con i terroristi”. Chi non è “con noi” verrà trattato come nemico. Non è una metafora, una licenza retorica; è un programma di governo. E intanto l’Europa, nella sua decisione–quadro tendente a riavvicinare le legislazioni degli Stati membri in materia di “terrorismo”, include (art. 3, lett. f) tra le manifestazioni “a fini di terrorismo” anche “l’occupazione abusiva o danneggiamento di infrastrutture statali o pubbliche, mezzi di trasporto pubblico, luoghi e beni pubblici”. Non contenti, i legislatori europei pensano di inserire l’affermazione: “in quest’ultimo punto potrebbero rientrare, tra l’altro, gli atti di violenza urbana”2. Da questo punto di vista, due terzi dei conflitti sociali e della lotta politica del Novecento rientrerebbero nel reato di “terrorismo”. Che Guevara, Nelson Mandela, persino Gandhi (e certamente Nehru) verrebbero collocati nel perimetro onnicomprensivo che questa formulazione disegna. “Terrorismo” è la cappa destinata a coprire, falsificare e negare i conflitti sociali; formula, probabilmente non inconsapevole, usata dal potere per giustificare le proprie pratiche.
Potenza delle categorie totalizzanti. Viene in mente l’“Impero”. Anch’essa una parola (nient’altro che una parola), che ha attraversato come una ola i parlanti, che hanno preso a riferirvisi compulsivamente mostrando di non sapere che gli imperi sono tutti caduti e che basta prendere a parlarne per farli scricchiolare: con tempi di decadenza enormemente più rapidi del lontano passato, adeguati – insomma – al just in time della produzione contemporanea. L’“Impero”, un abbaglio; e non solo a carico di certi post–operaisti nostrani, ma anche di autorevoli e potenti centri di elaborazione, come il Project for the New American Century di Washington, o di Andrew Bacevich, docente di Affari internazionali alla Boston University, che ha recentemente dichiarato: “c’è a stento un solo personaggio pubblico che abbia da ridire sull’idea che gli Stati Uniti rimangano l’unica superpotenza militare fino alla fine del tempo”3.

Qualcosa, definitivamente, si è rotto: un impero, si diceva. E nel disporsi delle forze in campo – una coalizione di tutti gli Stati contro una congrega dispersa di gruppuscoli non meglio identificati – non si può individuare una parte che sia “la nostra”. Dopo Manhattan e il Pentagono, gli Stati uniti – e la destra occidentale – provano la carta del “con noi o contro di noi”, tentando di eliminare le distinzioni, i dubbi, le opposizioni, gli spazi e i diritti. La direzione è quella di uno schiacciamento su una posizione indifendibile: nessuno, in occidente, per quanto disperata sia la sua condizione esistenziale, può infatti “sperare” nell’integralismo islamico.
È la situazione nella quale si trovava il movimento operaio di fronte alla I guerra mondiale. Quella era una stupida guerra tra aspiranti imperi, tra coalizioni eguali e senza alcun “valore trascendente” da affermare o difendere. Dove l’unica parte in cui aveva senso collocarsi era contro entrambi proprio in quanto eguali; capitalisti in lotta per l’egemonia.
Dopo sono venute le contrapposizioni ideologiche che hanno permesso di schierarsi riconoscendo una sfumatura e una differenza tra le parti in lotta. E allora libertà contro fascismo, rivoluzione contro reazione, occidente contro socialismo reale, liberazione nazionale contro colonialismo. Si poteva scegliere, mediare tra le proprie posizioni e “il meno lontano”, fare politica in alternativa alla guerra e anche durante una guerra – per definizione, visto l’equilibrio atomico tra due superpotenze di pari distruttività – “limitata” geograficamente e per intensità di fuoco.

Ora torniamo alla situazione in cui nessuna delle parti che ci vengono presentate può avere la nostra adesione. Non questo capitalismo che ha rinnegato persino le più timide conquiste del movimento operaio o le più scialbe opzioni di politica economica keynesiana; ma che, al contrario, rispolvera la variante fascista dell’“intervento statale nell’economia”, l’ipertrofia spionistico–militare. Non, certo, un integralismo religioso qualsiasi (islamico o cristiano fa ben poca differenza), con la testa rivolta a splendori passati e però perfettamente a proprio agio con i più sofisticati meccanismi del capitalismo attuale. D’altra parte, a ben guardare, la novità di una guerra che si vuole lunga consiste nel fatto che la stessa identificazione del “nemico” è il compito interno della guerra.

Il movimento no global come unica possibilità
Resta il movimento no global. Grande speranza, e ancor piccola cosa. Sicuramente internazionale e intergenerazionale, luogo di concentrazione e precipitazione di tutte le critiche generate dal dominio esclusivo della logica del profitto; di rimescolamento di identità, storie, soggettività disomogenee; di compresenza di nostalgie antimoderniste e futuribile visionario. Sede di confronto tra pensiero scientifico criticamente accorto e programmatica ignoranza di ogni scientificità dell’essere sociale. Stridente di contrasti: delegazioni di masse periferiche perennemente al di sotto delle soglie di sopravvivenza e massiccia presenza di gioventù opulenta con qualche problema di coscienza; astuti dirigenti di potenti holding–Ong e cristallini “solidali di base”. Come ogni movimento nella sua fase di formazione, come ogni nuova speranza di un altro sistema di relazioni umane, è – siamo – una galassia in formazione. Tutto è da fare. “Il primo sorgere è inizialmente una immediatezza, un concetto di quel nuovo mondo. Quanto poco un edificio è compiuto quando le fondamenta sono state gettate, tanto poco il concetto dell’intero, che è stato raggiunto, è l’intero stesso”(Hegel, Fenomenologia). Un’idea, un primo embrione di visione di un “nuovo mondo” è tornata a manifestarsi attraverso un movimento, inevitabilmente pieno di cose nuove e di frammenti vecchi. Farlo crescere non significa “viziarlo”, tacerne i limiti o esaltarne i difetti come fossero virtù. Accontentarsi della sua nascita non sarebbe davvero un gesto d’amore.

A Genova si è chiuso il ciclo iniziato a Seattle. A Genova, il “sintomo” del malessere globale ha cessato d’esser riguardato come tale e il governo italiano si è incaricato di investirlo del ruolo di “nemico interno”. La stupida iattanza berlusconiana (“c’è una strana coincidenza tra le contestazioni al modello occidentale e gli attacchi terroristici all’America”) volgarizza una percezione che si fa strada nella testa delle leadership più reazionarie dei paesi industrializzati: ogni ipotesi alternativa di governo dell’esistente va distrutta prima che diventi patrimonio di massa. Non sappiamo al momento se il movimento riuscirà a porsi all’altezza della sfida che gli è stata posta. È necessaria tanta intelligente esperienza e qualche sprazzo d’audacia intellettuale; immensa prudenza e puntuta spregiudicatezza; acume tattico al limite del cinismo e ferma vigilanza sulle questioni di principio. Doti da tenere insieme, combattendo la tentazione di favorire comportamenti autonomizzati, tendenzialmente divergenti. A favorirli, ci proveranno, ci stanno già provando. Gli opinion makers a un tanto la riga si son messi subito al lavoro, chiedendo perentoriamente a questo o quel “portavoce” di “prendere le distanze” da questo o quel concetto, da questo o quel comportamento. Se si accettassero tali diktat in pochi giorni avremmmo un pulviscolo di sentimenti difformi, non più un movimento. Lo sanno, questo vogliono ottenere.

Quanto è successo l’11 settembre ha finito con determinare l’oscuramento di ragioni ed estensione del movimento. Ha seminato anche qualche dubbio su di sé, prima che la necessità di opporsi comunque alle logiche di guerra – e ai loro autoritari corollari – facesse riscoprire la voglia e l’urgenza di tornare a discutere.
Un movimento che, nel piano di Fini e dei carabinieri, doveva essere decapitato, anzi annientato manu militari è uscito vitale e rafforzato, mentre il governo Berlusconi ha perso la sua faccia nel mondo; perseverando (come nel caso dell’assise FAO) si è inimicato la diplomazia internazionale, ha lacerato qualsiasi contiguità in Europa, anche con i suoi alleati di centro–destra (come nel caso delle demenziali dichiarazioni sulla “superiorità dell’occidente”).

L’attacco al movimento a Genova, però, nella bestialità immotivata della sua attuazione, aveva comunque un senso politico: serviva a impedire la crescita dell’unica ipotesi – al momento presente nel mondo – in grado di far convergere interessi, intelligenze e prospettive verso una gestione del pianeta diversa dall’attuale. Verso un’idea, un’impostazione, in grado di unire gli interessi dei poveri e dei “giusti” dell’occidente con i popoli sfruttati e colpiti dalla guerra, dallo “scambio ineguale”, dai vincoli subordinanti. Un’idea i cui contorni sono ancora sfumati, ma la cui ossatura comincia ad apparire con sufficiente chiarezza.
Prima, questo ruolo unificante degli “sfruttati di tutto il mondo” veniva svolto dal movimento – e dal pensiero – comunista. La sua scomparsa comporta che le “linee di soluzione” dei conflitti tendano a essere completamente diverse a seconda dell’area geografica o delle culture di appartenenza. Ora – per ora – è affidato all’elidersi reciproco di ideologie minori e localizzate, all’emergere necessario del riconoscimento obiettivo degli interessi della parte sociale “non ricca” del mondo, massicciamente presente tanto nei paesi perennemente “in via di sviluppo” che nelle metropoli dell’occidente.

Il “movimento di Seattle” rappresenta al momento l’unica possibilità di ricollegare questi mondi e individuare una via d’uscita all’impasse. Che non si perda, è fondamentale. Che affronti in tempi rapidi, e con rigore di pensiero, la nuova situazione, è decisivo. Un altro mondo, proprio ora che non sembra più possibile, diventa addirittura necessario.

1 Si vedano Giancarlo Radice su il Corriere della sera del 22 settembre; Francesco Piccioni su il manifesto del 25 e 26 settembre; la prima pagina di Le Monde del 26 settembre; il Daily Mail del 24 settembre.
2 “Ma il dissenso non è terrorismo”, Giuseppe Di Lello, il manifesto, 3 ottobre 2001.
3 Vedi Claudio Del Bello, “Sulla fine delle ideologie”, Hortus musicus, n. 8, ottobre–dicembre 2001.


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