Fisicamente

di Roberto Renzetti

Nelle pagine che seguiranno inserirò vari contributi sulle guerre che negli ultimi anni sono state scatenate contro la Jugoslavia, l’Afghanistan e l’Iraq. Naturalmente non sono interessato alle cronache dei massacri in quanto tali ma a scoprirne le ragioni note e possibili. E’ altresì evidente che il Paese che conduce queste operazioni sarà al centro dell’attenzione. Nessuno si stupisca quindi che gran parte degli articoli sono di statunitensi e si occupano di Stati Uniti. Nessuna pretesa di completezza comunque e, proprio per questo, sarà benvenuta ogni indicazione di altre fonti attendibili o autorevoli. Poiché poi siamo circondati da bipedi implumi acefali, occorre che io dica preliminarmente che sono ateo e le religioni mi interessano solo come fatto culturale, che odio ogni dittatore, terrorista e criminale (Milosevic, Bin Laden, Saddam, …), che odio ogni falsificazione che viene fatta a livelli di comunicazione di massa, soprattutto se a fini di potere. Detto questo, occorre dire che, dopo l’implosione dell’URSS, resta una sola superpotenza che ha la voglia, neppure nascosta, di impadronirsi del pianeta. I modi di dominio passano attraverso un esercito impressionante,  una politica estera aggressiva di aiuti o di fine degli aiuti, l’aiuto a vari dittatori e militari corrotti, la destabilizzazione diretta o meno di vari Paesi e zone del mondo. E’ l’Impero che si dispiega con tutta la sua potenza in tutti gli ambiti ed io credo che ogni cittadino della Terra debba opporsi con ogni energia a questo disegno egemonico.

        Anche se tutti gli indizi già costituivano abbondanti prove, il fattore scatenante delle accelerazioni degli ultimissimi anni è stato l’11 settembre, l’attacco terrorista alle Twin Towers di New York. Conviene quindi partire da qui per poi fare delle puntate indietro ed avanti (uno dei libri più completi e documentati in proposito è del britannico Nafeez Mossadeq Ahmed – Guerra alla libertà – Fazi, 2002).

        Ed iniziamo con degli articoli sull’11 settembre.


11 settembre 2001. 

Colpo di Stato in USA

dal sito www.disinformazione.it 

edizioni EFFEDIEFFE  – capitolo uno 

PROLOGO A MOSCA E A WALL STREET

“Benvenuti distruzione, eccidio, massacro! 

Io vedo, come su una carta, la fine di tutto”. 

(Shakespeare, Riccardo III, 11,4)

Il 29 giugno 2001 alcuni ospiti importanti – anche statunitensi – incontrano membri della Duma, il Parlamento russo. Visitatori e ospiti parlano della bolla finanziaria americana, l’astronomico rialzo azionario alla Borsa di Wall Street, e si trovano d’accordo su questo: presto o tardi la bolla scoppierà, provocando una crisi finanziaria globale. Ma come? Quando? Qualcuno, scettico, osserva che il rialzo azionario a New York continua da dieci anni. Per interromperlo, dice, ci vorrebbe una guerra, un evento bellico, missili lanciati da qualcuno… La signora Tatyana Koryagina, economista, ritenuta molto vicina al presidente russo Vladimir Putin, replica vivacemente: “Missili e bombe a parte, esistono altre armi, molto più distruttive”. E prosegue: “Gli Usa sono stati scelti come oggetto di attacco finanziario perché il centro finanziario del pianeta è lì. L’effetto sarà massimo. Le onde d’urto della crisi economica si spanderanno nel mondo all’istante come l’onda d’urto di una bomba atomica”. La Pravda citerà queste parole in un articolo di prima pagina del 12 luglio, dedicato appunto alla bolla speculativa americana. Mancano meno di tre mesi al fatale 11 settembre, all’attacco megaterroristico del World Trade Center a New York, a due passi da Wall Street. Alla luce dell’orribile evento, la frase della dottoressa Koryagina sembra più che una premonizione involontaria. Gli USA sono stati scelti: pare il lapsus di qualcuno che sa in anticipo. Lo è? Sapevano, i russi?

Si guardi il lettore da correre alla più affrettata delle conclusioni, sospettando che i russi, “se sapevano”, è perché “sono stati loro”. Sapevano qualcosa, è certo. Il 20 agosto, meno di un mese prima dell’11 settembre, il presidente Putin ordinò ai servizi segreti russi di avvertire le loro controparti americane, “nei più forti termini possibili”, di imminenti attacchi ad aeroporti ed edifici pubblici. Così almeno ha detto lo stesso Putin in un’intervista concessa alla rete televisiva americana MS-NBC (il 15 settembre, a tragedia avvenuta).

Del resto, una strana quantità di persone sembra che sapessero. Persone di condizione assai diseguale. Il 12 agosto, nella prigione di Toronto in cui è detenuto per frodi, un certo Delmart “Mike” Vreeland mette per iscritto quel che deve avvenire a New York, chiude i foglio in una busta e la consegna alle autorità carcerarie, perché lo protocollino.

Vreeland risulta tenente della Marina militare americana e sostiene di aver lavorato per l’intelligence della Us Navy. La sua lettera viene aperta il 14 settembre: Vreeland ha indicato in anticipo l’attacco alle Twin Towers e al Pentagono. Il curioso episodio è riportato sul Toronto Star del 23 ottobre 2001, che cita gli archivi della Toronto Superior Court dov’è traccia del fatto. La Marina americana nega che Vreeland sia mai stato addetto all’intelligence. Conferma che è stato arruolato negli anni ’80, e dimesso per comportamento scorretto. A quale scopo Vreeland ha messo per iscritto in anticipo quel che sapeva, l’ha voluto far protocollare dalle autorità carcerarie perché ci fosse sul suo documento una data certa anteriore all’11 settembre, insomma ha voluto preconfezionare una prova da poter esibire in un tribunale? Perché Vreeland sta lottando per non farsi estradare negli Stati Uniti: sostiene, davanti ad ogni giudice canadese, che la CIA vuole ucciderlo. Uno strano tipo di complottista.

Ma già un mese prima di “Mike” Vreeland, personaggi molto più importanti si erano comportati come se già sapessero. Anzi di più: come se già sapessero quel che il governo americano avrebbe fatto dopo l’attacco al WTC.

Berlino, 11 luglio 2001. Tre alti funzionari statunitensi incontrano nella capitale tedesca membri dello spionaggio russo e britannico e li informano che gli Usa progettano un attacco militare contro l’Afghanistan. Quando? A ottobre. I tre alti personaggi sono Toni Simmons, ex ambasciatore Usa in Pakistan, Karl Inderfurth, già assistente segretario di Stato per gli affari dell’Asia meridionale, e Lee Coldren, che ha lavorato al Dipartimento di Stato come esperto del Sud Asia. Sappiamo i loro nomi e il genere d’informazione che hanno comunicato dal Guardian (22 settembre 2001), dalla BBC (18 settembre), e da Interpress Service (16 novembre).

E’ anche probabile che i tre abbiano riferito quel che negli ambienti internazionali qualificati poteva essere già un segreto di Pulcinella. Ancora il britannico Guardian, il 26 settembre 2001, a firma Felicity Lawrence, rende noto che fin dall’estate 2001 “secondo informazioni non confermate, truppe speciali uzbeche e tagike erano in addestramento in Alaska e in Montana [..], mentre gli US Rangers stavano addestrando truppe speciali in Kirghizistan”. Aggiunge che ” l’alto funzionario del Dipartimento Difesa Usa, dottor Jeffrey Starr ha visitato il Tagikistan in gennaio”.

C’era chi sapeva quel che stava per accadere con tale precisione, da puntarvi sopra denaro. Molto denaro. Fra il 6 e il 7 settembre 2001 (mancano quattro giorni all’ attacco qualcuno, su mercato nanziano New York, acquista 4.744 opzioni “put” della United Airlines. Chi acquista opzioni “put” si impegna a vendere un determinato numero di azioni, a un prezzo convenuto, entro un termine stabilito; in pratica, scommette sul ribasso di quel titolo, per guadagnarci. Il 10 settembre, vengono parimenti acquistate 4.516 opzioni “put” della American Airlines. Ciò fa stranamente impennare i grafici delle compravendita giornaliere l’acquisto di opzioni “put” sulle due compagnie aeree in quei giorni è del 600 per cento superiore al normale. E nessun’altra compagnia aerea è oggetto di una simile speculazione al ribasso. Anche perché proprio il 10 settembre l’agenzia economica Reuters scrive che “si prevede un rialzo per le azioni delle compagnie di volo”. Gli anonimi speculatori vanno sicuri contro la tendenza del mercato, perché sanno con certezza che solo la United e la American avranno i loro aerei dirottati e lanciati alla distruzione.

Dopo la tragedia, il New York Times e il Wall Street Journal hanno abbondantemente parlato di questo caso di insider trading della morte; e l’FBI si è affrettata a indagarlo. Anche perché risalire agli ignoti e ben informati speculatori, significava arrivare molto vicino alle menti organizzatrici della strage; e la certezza di tutti gli inquirenti era che l’inchiesta avrebbe portato a scoprire la rete finanziaria del miliardario saudita Bin Laden e di AI-Qaeda, la sua formazione di terroristi globali. Non c’era dubbio che gli autori dell’attentato coincidessero con gli autori della speculazione. Invece non è stato così. L’ inchiesta sulle opzioni put ha portato gli investigatori su tracce assai lontane da Bin Laden, anzi in una direzione diametralmente opposta. Ne riparleremo, perché questo caso (e il silenzio sulle indagini che ne è seguito, dopo l’apertura di certe porte sorprendenti) mette gli eventi dell’11 settembre in una prospettiva completamente diversa da quella promossa dalle versioni ufficiali. Per intanto tenetelo a mente.

Noi dobbiamo correre, per darvi l’ultima notizia che annunciò il disastro in anticipo. 11 settembre: è l’alba a New York, solo due ore prima dell’evento. Negli uffici della Odigo, situati nelle immediate vicinanze delle Torri Gemelle, gli impiegati sono già al lavoro. La Odigo è un’azienda di “instant messages”, Internet, posta elettronica, segnalazioni su cercapersone: si lavora 24 ore su 24 ai computer, al software, sui portali Internet. La Odigo è in rete con il mondo intero, e smista i messaggi elettronici che rimbalzano dai più lontani angoli del pianeta. A New York, la giornata si annuncia tersa, bellissima. Il primo sole comincia ad accendere le facciate a specchio dei grattacieli.

Due impiegati della Odigo ricevono sul loro computers un “messaggio di testo” che li avverte dell’imminente attacco al World Trade Center. Presto, fra poche decine di minuti, dice il messaggio.

Il testo completo del messaggio non ci è noto. Secondo il Washington Post – che pubblicò la notizia il 26 settembre 2001 – “l’azienda (Odigo) ha detto di non poter rivelare il contenuto del messaggio o l’identità chi lo ha spedito, dato che tutto è coperto da segreto istruttorio”. Ciò che i giornalisti del Washington Post hanno potuto strappare al vicepresidente Alex Diamandis è che a ricevere il messaggio sono stati “due addetti dell’ufficio di ricerca e sviluppo e vendite internazionali” della Odigo, “che ha sede in Israele”.  Il messaggio è stato inviato da “un altro utente circa due ore prima del primo attacco”.

“Subito dopo gli eventi tragici a New York, i due addetti hanno avvertito la direzione del messaggio ricevuto e questa ha allertato i servizi segreti di Israele. A sua volta, l’FBI è stata informata”.Si può risalire a chi ha spedito il messaggio? “Colui che l’ha inoltrato non è personalmente conosciuto dagli impiegati della Odigo”, è la obliqua risposta d vicepresidente della ditta. Dietro insistenza, viene fuori però almeno questo: “La ditta in genere protegge la privacy dei suoi utenti. Però gli impiegati hanno registrato il protocollo dell’indirizzo Internet dell’inoltrante il messaggio”. Inoltre: “I servizi della Odigo comprendono un software chiamato People Finder (il Trovagente) che consente agli utenti contattarne altri”.

Sembrerebbe un gioco da ragazzi risalire al bene informato. Specie per l’FBI e i servizi segreti israeliani. Ma se hanno scoperto qualcosa di concreto, non ne sappiamo nulla: anche su questa notizia è calato il silenzio. Un silenzio inspiegabile, a tanti mesi dalla tragedia. Che alimenta sospetti e lascia spazio alla disinformazione incontrollata, o a maligne leggende urbane.

Fra queste, una ha fatto il giro del mondo: migliaia (la voce dice quattromila) operatori ebrei, il cui posto di lavoro erano le due Torri, quell’11 settembre hanno preso le ferie. Questa voce – che mira chiaramente ad agitare lo spettro del complotto ebraico – pare aver origine da notizie di stampa su giornali arabi (fonti ben meno credibili del Washington Post) e non è stata né ripresa né verificata negli Stati Uniti. La sola notizia certa riguarda la ZIM: una grossa ditta di trasporti e navigazione israeliana, che aveva i suoi uffici al piano 47 della Torre Uno (la prima colpita) e che aveva traslocato due settimane prima dell’11 settembre, trasferendo i suoi 200 impiegati alla nuova e più economica sede di Norfolk, Virginia. “Zim workers saved by costcutting”, titolava con sollievo il Jerusalem Post del 13 settembre 2001: “I lavoratori della ZIM salvati dalla riduzione dei costi”. Del resto, anche la britannica Barcklay’s Bank aveva gli uffici nelle Torri, ed aveva traslocato da poco .Il Wordl Trade Center,il più vasto spazio per uffici del mondo, era un porto di mare; aziende che vengono e vanno, che pagano l’affitto per qualche mese e poi cambiano sede.

Il sospetto va esercitato a mente fredda, senza paranoia e controllando bene la credibilità delle fonti. Come stiamo facendo in queste pagine. Tutto ciò che possiamo dire è questo: qualche decina di persone hanno mostrato di sapere “prima”. E FBI, CIA, servizi israeliani hanno tutti i mezzi per scoprire chi sono, e come mai sapevano. Se ci fosse, s’intende, la volontà di far luce.


In prima pagina: come i guerrafondai statunitensi hanno sfruttato l’11 settembre.
L’11 settembre ha effettivamente indotto un cambiamento nella politica americana e mondiale. A partire da quel giorno infatti i vertici USA hanno compreso che quei terribili atti di terrorismo offrivano l’occasione d’oro per realizzare l’obiettivo di sempre della classe dirigente capitalista americana, cioè il dominio sul mondo. Di Norm Dixon. Dalla Green Left Weekly, 11 settembre 2002. Traduzione di Davide Marzulli.


da http://www.ecn.org/reds/guerra/iraq.html 

Durante la settimana che ha preceduto il primo anniversario dei devastanti attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 a New York e Washington, le reti televisive hanno trasmesso una serie infinita di ‘eventi speciali’ che presentavano immagini ‘esclusive’ o ‘mai viste prima’ del collasso delle torri gemelle del World Trade Center (WTC) e di ciò che ne è seguito. Uomini e donne di tutto il mondo hanno condiviso ancora una volta l’orrore, la rabbia e il dramma di quel giorno terribile, in cui quasi 3000 lavoratori sono stati assassinati.

Nel giorno esatto dell’anniversario migliaia di giornalisti e presentatori TV provenienti da ogni parte del globo convergeranno sul ‘punto zero’ per ‘ricordare e riflettere’. Solenni cerimonie e discorsi patriottici dei maggiori politici statunitensi verranno propagati per radio e televisione allo scopo di confermare la volontà di Washington di proseguire la ‘guerra al terrorismo’.

Al termine del trambusto celebrativo dell’11/9, dopo migliaia di ore di televisione e chilometri di colonne pubblicate da giornali e riviste di tutto il mondo, si può esser certi che l’aspetto più evidente del periodo post-11 settembre resterà tabù per tutti i cronisti a eccezione dei più onesti: la ‘guerra al terrorismo’, cioè, non è che un cinico inganno.

Il tormentone mediatico dell’11/9 è che da quel giorno ‘il mondo è cambiato’. Pochi commentatori, però, si sono preoccupati di spiegarci come.

L’11 settembre ha effettivamente indotto un cambiamento — non sappiamo se permanente – nella politica americana e mondiale. A partire da quel giorno infatti i vertici USA hanno compreso che quei terribili atti di terrorismo offrivano l’occasione d’oro per realizzare l’obiettivo di sempre della classe dirigente capitalista americana, cioè il dominio sul mondo. Il preconizzato ‘secolo americano’ era già a portata di mano al termine della seconda guerra mondiale.

I funzionari al vertice dell’amministrazione del presidente George Bush junior hanno colto tale opportunità, calcolando cinicamente che il popolo americano, traumatizzato, sarebbe stato finalmente favorevole a consistenti interventi militari all’estero da parte di truppe americane di terra apparentemente impegnate a combattere il “terrorismo”, nonostante il rischio di un elevato numero di vittime tra gli americani – un’eventualità che si continuava a rifiutare dalla fine della guerra del Vietnam (1975).

Prima dell’11 settembre Washington aveva da tempo etichettato come “terroristi” tutti i governi e i movimenti politici sgraditi. Il Dipartimento di Stato USA pubblica ogni anno un elenco di Paesi che “sostengono il terrorismo”, elenco che da anni comprende Iran, Iraq, Siria, Libia, Sudan, Corea del Nord e Cuba. Sino all’11 settembre ciò non era stato sufficiente a convincere il popolo americano della necessità di operazioni militari importanti contro tali Paesi.

Dileguatosi il fumo delle macerie del WTC, l’amministrazione Bush ha cominciato quasi immediatamente a spostare l’obiettivo della “guerra al terrorismo” dai responsabili dichiarati delle atrocità del 9/11 — Osama bin Laden e la sua rete di reazionari religiosi, al Qaeda – a ciò che gli Stati Uniti considerano ‘terrorismo’ e ‘male’ in generale.

“Da questo giorno in poi” ha dichiarato Bush al Congresso il 20 settembre “tutte le nazioni che continueranno a proteggere o sostenere il terrorismo saranno considerate… regimi ostili”. La “prima guerra del 21esimo secolo” avrà termine, ha affermato “solo quando tutti i gruppi terroristici di portata mondiale saranno stati trovati, bloccati e sconfitti”.

Il bombardamento dell’Afghanistan iniziò il 7 ottobre. Il 21 novembre Bush traccia i contorni della cosiddetta ‘dottrina Bush’: “L’Afghanistan rappresenta appena l’inizio della guerra contro il terrore. Ci sono altri terroristi che minacciano l’America e i nostri amici, e ci sono altre nazioni pronte a sostenerli. Non saremo sicuri come nazione sino a quando queste minacce non saranno state debellate. Combatteremo questi malvagi attraverso il mondo e negli anni, e vinceremo…”

“L’America ha un messaggio per le nazioni del mondo: se proteggete i terroristi, siete terroristi; se addestrate o armate un terrorista, siete terroristi; se nutrite o finanziate un terrorista, siete terroristi, e dovrete renderne conto agli Stati Uniti e ai nostri amici.”

Il 26 novembre, con L’Iraq nel mirino, Bush espande la portata della guerra al terrorismo affermando: “Se produrranno armi di distruzione di massa per terrorizzare i popoli, dovranno renderne conto”.

La metamorfosi giunge a compimento il 29 gennaio con il discorso di Bush per lo Stato dell’Unione. La fase successiva della ‘guerra al terrorismo’ di Washington viene ufficialmente separata dagli eventi dell’11 settembre. Bush evita persino di nominare bin Laden e al Qaeda. Il presidente iracheno Saddam Hussein sostituisce improvvisamente l’elusivo bin Laden come nemico pubblico n.1.

L’ asse del male, che per Washington vede ora in testa Iraq, Iran e Corea del Nord, non ha legami certi con al Qaeda, bin Laden e gli attacchi dell’11 settembre. Tre delle quattro organizzazioni che Bush nomina — Hamas, Jihad islamica e Hezbollah — non sono collegate ad al Qaeda; il loro unico ‘crimine’ consiste nell’opposizione all’occupazione illegale della Palestina da parte di Israele.

Bush afferma inoltre senza mezzi termini che gli Stati Uniti hanno il diritto di intraprendere azioni militari unilaterali contro ‘terroristi’ all’interno di qualunque Paese, e di sferrare attacchi militari preventivi contro stati che Washington sospetti di produrre armi chimiche, biologiche o nucleari: “Certi governi si mostreranno esitanti nei confronti del terrore. E state certi che se loro non agiranno, l’America lo farà”.

Bush ricorda al mondo che la vendetta degli USA non conosce limiti geografici. “Le nostre forze armate [in Afghanistan] hanno lanciato un messaggio ora chiaro per tutti i nemici degli Stati Uniti: anche a distanza di 7000 miglia, attraverso gli oceani e i continenti, sulla cima dei monti o in fondo alle grotte, non sfuggirete alla giustizia di questa nazione”, ammonisce.

In meno di sei mesi la ‘guerra al terrorismo’ di Bush si è trasformata senza cuciture da azione contro i fautori e sostenitori dichiarati del massacro dell’11/9 in una guerra contro ogni stato del Terzo Mondo o movimento politico considerato da Washington troppo indipendente, spavaldo e ostile all’egemonia globale degli USA.

Il discorso di Bush per lo Stato dell’Unione ha costituito l’annuncio formale della volontà di Washington di dominare il mondo. L’editoriale del 1° febbraio del New York Times rileva che “Potenza e intimidazione sono tornati a essere l’arma principale della politica estera americana… Era dai tempi dell’umiliante ritiro dal Vietnam più di un quarto di secolo fa che la politica estera degli Stati Uniti non dipendeva così massicciamente dalla forza militare non nucleare, o perlomeno dalla sua minaccia, a difesa gli interessi americani nel mondo.”

A partire dalla fine della seconda guerra mondiale l’obiettivo strategico complessivo della classe dirigente americana è consistito nel mantenimento di una schiacciante supremazia militare, economica e politica e nel prevenire l’emergere di altri poteri — estesi o locali – che potessero minacciare la sua posizione. Tale obiettivo fu ribattezzato “secolo americano” al termine della seconda guerra mondiale.

Tuttavia le speranze di Washington di dominio totale vennero frustrate per quasi 50 anni dalla forza militare e industriale dell’Unione Sovietica e dalle lotte di liberazione nazionali, iniziate con le vittorie della rivoluzione cinese del 1949 e della rivoluzione cubana del 1959, seguite dall’onda di lotte indipendentiste in Africa e Asia durante gli anni ’60 culminate nella storica sconfitta delle forze statunitensi in Vietnam nel 1975.

La sconfitta di Washington in Vietnam fu sia politica che militare. Con il tempo e grazie anche ad un crescente movimento pacifista, il popolo americano comprese che i suoi dirigenti avevano cinicamente mentito nel definire la maledetta guerra contro il Vietnam — costata la vita a 50.000 soldati americani e a milioni di vietnamiti — una lotta per la democrazia, poiché si trattò in realtà di un’ingiusta guerra di aggressione imperialista.

La ‘sindrome da Vietnam’ era nata, e per più di 25 anni impedì a Washington di inviare massicci contingenti di terra nelle guerre “calde” d’oltreoceano.

Reso politicamente invalido dalla sindrome da Vietnam, l’imperialismo americano subì ulteriori sconfitte verso la fine degli anni ’70 con le vittoriose lotte per l’indipendenza in Angola e Mozambico, la rivoluzione etiopica del 1977, la rivoluzione afgana del 1978 e i processi rivoluzionari iniziati in Nicaragua e Grenada nel 1979.

Nel 1979 la cacciata dello Shah dell’Iran, filoamericano, rappresentò un’altra seria minaccia alla morsa imperialista statunitense sul Golfo persico, luogo strategico ricco di petrolio.

Con l’avvento di Ronald Reagan, salito al potere nel 1980, la classe dirigente americana lanciò un contrattacco a ciò che definiva scorrettamente “espansionismo sovietico”. Washington armò e finanziò largamente banditi e terroristi controrivoluzionari, come RENAMO in Mozambico, UNITA in Angola, i contras in Nicaragua e i mujaheddin in Afghanistan. Reagan inoltre incrementò il sostegno al regime di apartheid in Sud Africa e a regimi dittatoriali come quelli di Pakistan, Indonesia e Cile.

Tuttavia la strategia di Reagan fu anche architettata in modo da non maltrattare le truppe americane. Quando ordinò ai soldati di invadere Grenada nel 1983 (così come quando George Bush senior ordinò l’invasione di Panama nel 1989), l’operazione si basò su una grande potenza di fuoco prima che l’élite delle truppe americane entrasse e uscisse il più in fretta possibile.

Reagan aumentò notevolmente le spese militari, sino a includere il sistema difensivo missilistico ‘guerre stellari’. Lo scopo di questo mirabolante progetto consisteva nel raggiungere la capacità di sferrare il primo attacco nucleare all’Unione Sovietica senza timore di controffensiva. Il tentativo di stare al passo con tali esorbitanti investimenti militari contribuì a ‘dissanguare’ l’Unione Sovietica accelerandone il collasso.

Con il disfacimento dell’Unione Sovietica nel 1991 i governanti statunitensi sperarono che il ‘secolo americano’ fosse nuovamente all’orizzonte. George Bush senior salutò la vittoria americana sull’Iraq della Guerra del Golfo (1990-1991) anche come ‘fine della sindrome da Vietnam’ e dichiarò che da quel momento Washington avrebbe sovrinteso al mantenimento di un ‘Nuovo Ordine Mondiale’.

Bush tuttavia parlò avventatamente poiché aveva sottovalutato la sindrome da Vietnam. La forza militare degli USA si basava su di una schiacciante superiorità aerea e su di uno sforzo tecnologico imponente tali da evitare operazioni di terra impegnative. Il timore della sindrome da Vietnam frenò in parte Bush dall’inviare truppe americane in Iraq per rovesciare Saddam Hussein.

Nel corso degli anni ’90 questo era l’assetto delle operazioni militari americane. La sindrome da Vietnam si dimostrò più che mai viva e attiva con la pubblica protesta del popolo americano in occasione della morte di 18 soldati durante l’intervento ‘umanitario’ in Somalia.

Durante le amministrazioni Bush senior e Clinton le azioni militari venivano camuffate da difesa dei diritti umani, sospensione di ‘pulizie etniche’ e assistenza umanitaria. Erano condotte con la copertura di operazioni ‘di pace’ locali o patrocinate dall’ONU e in genere finalizzate all’approvazione generale.

La speranza del popolo americano che la fine della guerra fredda comportasse una riduzione consistente delle spese militari e un ‘dividendo’ di pace frustrò anche la richiesta dei dirigenti americani di spese militari a livelli di guerra fredda.

È evidente che l’11 settembre ha portato l’ala dominate dell’amministrazione Bush junior a credere che la sindrome da Vietnam si sia definitivamente dissolta.

L’affermazione secondo cui gli attacchi al WTC avrebbero “cambiato il mondo” fa parte di un mito confezionato ad arte: la ‘guerra al terrorismo’ sarebbe semplicemente la reazione ai terribili eventi di quel giorno.

Questa mitizzazione è esemplificata da un articolo melodrammatico del 5 settembre 2002 di Ron Fournier, corrispondente della Associated Press White House (Stampa Associata della Casa Bianca): “In uno stretto rifugio nucleare nelle profondità della casa Bianca, il presidente Bush guardando diritto attraverso un nudo tavolo di legno disse al suo team di sicurezza nazionale: “Preparate le truppe”. Dodici ore dopo l’attacco terroristico, pochi istanti dopo il discorso televisivo alla nazione Bush si preparava ad una guerra che avrebbe trasformato e definito la sua presidenza. “È il momento di difenderci” disse al consigliodi guerra. ” È il nostro momento.”

La verità è più semplice. Nei dodici mesi successivi all’11 settembre l’amministrazione Bush junior ha cinicamente colto a voloe sfruttato gli attacchi terroristici per inseguire il sogno della classe dirigente statunitense del ‘secolo americano’, ovvero di un ‘Nuovo Ordine Mondiale’ — vale a dire un inattaccabile impero globale americano d’ordine militare, economico e politico.

Il potere occulto dietro il trono di George Bush junior è il vice-presidente Dick Cheney e un gruppo di guerrafondai composto da veterani delle amministrazioni Reagan e Bush senior.

Nel corso degli anni ’90 questi ‘avvoltoi’ hanno pianificato il ritorno al potere, hanno avanzato un programma di indiscussa egemonia americana e patrocinato l’uso illimitato della forza militare attraverso una rete di istituzioni partorite dall’ala destra della classe dirigente e strettamente interconnesse, come il Progetto per il Nuovo Secolo Americano ( PNAC, Project for the New American Century ), l’Istituto dell’Impresa Americana ( American Enterprise Institute ), gli Americani per la Vittoria sul Terrorismo (Americans for Victory over Terrorism) e il Centro per la Politica della Sicurezza ( Center for Security Policy ). Il Weekly Standard, di proprietà di Murdoch e gli editoriali del Wall Street Journal sostennero le loro tesi (e continuano a farlo).

La lezione delle amministrazioni Bush senior e Clinton, costantemente ripetuta dai nuovi ‘centurioni’ è che la potenza americana non deve essere frenata da tentativi di bilanciare gli interessi degli Stati Uniti con quelli dei suoi alleati europei o di altri paesi. Alleanze, organizzazioni internazionali o trattati multilaterali non devono intralciare il libero esercizio del potere militare ed economico americano.

Altri punti chiavevoluti dagli avvoltoi sono stati l’incondizionato sostegno politico-militare a Israele — alleato chiave di Washington nel Medio Oriente — e l’implacabile opposizione a qualunque regime che minacciasse il dominio degli USA nello strategico Golfo Persico ricco di petrolio. Di conseguenza il marchio di fabbrica dei centurioni è stato l’estrema ostilità verso i regimi di Iraq, Iran, Siria, Libia e persino Libano, così come il plauso per tutte le iniziative di Tel Aviv volte a reprimere il movimento di liberazione della Palestina occupata.

Il PNAC fu costituito nel 1997 per promuovere la “Leadership americana globale”. Cheney, Donald Rumsfeld (ora segretario alla Difesa degli USA), Paul Wolfowitz (segretario deputato della difesa ) e Jeb Bush ( fratello minore di Bush) furono i firmatari della ‘dichiarazione di principio’ alla base del PNAC, che afferma seccamente: “[ I conservatori ] sembrano aver dimenticato gli elementi essenziali del successo dell’amministrazione Reagan: forze armate militari forti e pronte a raccogliere le sfide presenti e future; una politica estera che promuove con coraggio e determinazione i principi americani all’estero; e una leadership nazionale che accetta le responsabilità globali degli Stati Uniti…

“L’America ha un ruolo nel mantenimento della pace e della sicurezza in Europa, Asia e Medio Oriente. Sottrarsi alle nostre responsabilità vuol dire provocare minacce ai nostri interessi fondamentali. La storia del XX secolo ci insegna che è importante prefigurare gli scenari prima che le crisi emergano, e affrontare le minacce prima che diventino terrore. La storia di questo secolo ci spinge ad abbracciare la causa della leadership americana.”

Il PNAC sosteneva che gli Stati Uniti dovessero “aumentare notevolmente le spese militari” e che occorresse “modernizzare le nostre forze armate…se vogliamo far fronte alle nostre responsabilità globali attuali”; “rafforzare i legami con gli alleati democratici e sfidare i regimi ostili ai nostri interessi e valori”; “promuovere all’estero la causa della libertà politica ed economica” e “accettare la responsabilità per il ruolo unico dell’America nel preservare ed estendere un ordine internazionale favorevole alla nostra sicurezza e prosperità e ai nostri principi”.

“Tale politica reaganiana di forza militare e trasparenza morale potrebbe sembrare fuori moda oggi” ammette il PNAC. “Ma è necessaria se gli Stati Uniti vogliono confermare i successi del secolo passato e provvedere alla propria sicurezza e grandezza nel prossimo”.

Nel settembre 2000 il PNAC corroborò la sua visione imperiale con la pubblicazione del rapporto Ricostruzione della difesa americana: Strategia, Forze e risorse per un Nuovo Secolo. I partecipanti al progetto comprendevano Wolfowitz, Lewis Libby (ora capo dello staff di Cheney) e William Kristol, editore del Weekly Standard.

L’introduzione del rapporto sottolinea che gli Stati Uniti “sono l’unica superpotenza mondiale, poiché uniscono in sé la supremazia militare, la leadership tecnologica globale e l’economia più forte del mondo… Attualmente gli USA non hanno rivali a livello mondiale. La strategia americana dovrebbe mirare nel complesso a mantenere e estendere questa posizione vantaggiosa quanto più possibile nel futuro”. Per mantenere tale “situazione strategica invidiabile” afferma il rapporto, gli Stati Uniti “necessitano di una capacità militare globale superiore, sia oggi che in futuro.”

Gli autori del rapporto ammettono di avere sviluppato le indicazioni della Direttiva per la Pianificazione della Difesa (DPG, Defense Planning Guidance) del 1992, preparata per Cheney, allora segretario alla Difesa degli Stati Uniti nell’amministrazione di Bush senior, Wolfowitz e Libby.

Questo documento afferma spavaldamente che gli Stati Uniti devono continuare a “dissuadere … le nazioni industriali avanzate dallo sfidare la nostra leadership o … persino aspirare a un ruolo locale o globale maggiore … [Per ottenere questo, gli Stati Uniti] devono assumersi la responsabilità maggiore nell’indicare i mali che minacciano non solo i nostri interessi, ma anche quelli dei nostri alleati e amici, o che turbano gravemente le relazioni internazionali.”

Questo dimostra che l’imponente potenza militare sviluppata dagli Stati Uniti in Europa, Asia e Medio Oriente dopo il 1945 non era diretta soltanto a contenere il cosiddetto espansionismo sovietico, bloccare le rivoluzioni del Terzo Mondo e ottenere il controllo di risorse naturali come il petrolio del Medio Oriente, di vitale importanza per gli interessi degli Stati Uniti. Serviva anche a imbrigliare i suoi rivali capitalisti potenziali — Gran Bretagna, Francia, Germania e Giappone — all’interno di un sistema di alleanze dominato dagli Stati Uniti e concepito in modo da impedire che gli alleati sviluppino forze armate indipendenti.

Il rapporto del PNAC riaffermava la volontà della DPG “di mantenere la supremazia americana, tale da impedire il sorgere di una grande potenza rivale e capace di forgiare un ordine di sicurezza mondiale in linea con i principi e gli interessi americani… Le fondamenta della Direttiva, a nostro avviso, restano solide.”

Il rapporto del PNAC esortava a chiudere con gli anni ’90, “decade di trascuratezza difensiva” e ad aumentare le spese militari almeno sino al 3.5 — 3.8 % del Prodotto Interno Lordo (invece del 3 % circa) aggiungendo annualmente da 15 a 20 miliardi di dollari americani; ad aumentare il numero del personale militare in servizio attivo da 1,4 milioni a 1,6 milioni; a “ridisporre le forze statunitensi … stabilendo basi permanenti nel sud-est europeo [i Balcani] e nel sud-est asiatico [preferibilmente le Filippine e/o l’Australia], e a modificare la disposizione delle forze navali in conseguenza delle crescenti preoccupazioni strategiche degli Stati Uniti in Estremo Oriente [cioè il ‘contenimento’ della China e la ‘difesa’ di Taiwan]”.

Il rapporto spingeva Washington a sviluppare anche la capacità di “combattere e vincere in più guerre importanti contemporaneamente ” e di “assolvere ai doveri ‘polizieschi’ associati allo sviluppo di ambienti sicuri in regioni critiche”; di mantenere la “superiorità nucleare strategica” sviluppando piccole armi nucleari “schiaccia-bunker” e riprendendo i test nucleari; di sviluppare il “sistema di difesa missilistico guerre stellari” e di controllare i nuovi “diritti internazionali” su spazio e cyberspazio, aprendo la strada alla creazione di un nuovo corpo militare — le Forze Spaziali degli Stati Uniti ( US Space Forces) — per il controllo dello spazio [!]”.

Tutto ciò dimostra che la cricca Cheney-Rumsfeld-Wolfowitz aveva in serbo da lungo tempo il programma di espansione dell’egemonia americana. Ciò che mancava era l’elemento scatenante che ne desse l’avvio o l’esistenza di una ‘minaccia’ abbastanza seria da convincere il popolo americano ad abbandonare il desiderio di un ‘dividendo di pace’ e l’opposizione al rischio di vittime di guerra all’estero.

È per questo che gli attacchi dell’11 settembre sono stati una benedizione per la banda Bush. Washington ha riconosciuto immediatamente l’opportunità che gli si era presentata. Come ha ammesso Condoleezza Rice, consigliere della sicurezza nazionale sotto Bush junior: “Penso davvero che questo periodo sia analogo agli anni 1945-47 in quanto gli eventi … cominciarono a spostare le zolle tettoniche della politica internazionale. Ed è importante cercare di approfittarne per sistemare gli interessi e le istituzioni americane prima che si irrigidiscano di nuovo.”

A partire dall’11 settembre i nuovi centurioni di Bush hanno accelerato la realizzazione dei loro piani prima che la ‘finestra dell’occasione’ si chiudesse. Hanno guadagnato un notevole aumento delle spese militari portandole da 48 miliardi di dollari americani a 379,3 miliardi per il 2002-2003. Aggiungendo le spese militari esterne al Pentagono, sostenute per lo più dal dipartimento per l’energia del programma di armi nucleari, le spese militari ammonteranno in tutto a 396,1 miliardi di dollari americani.

Altri 38 miliardi di dollari saranno destinati alla “difesa interna” — soprattutto alla pletora di agenzie di polizia americane. Washington ha in mente di aumentare costantemente il budget di guerra sino a superare i 451 miliardi di dollari entro il 2007, un incremento del 30%.

Washington ha lasciato intendere — con il ripudio del Protocollo di Kyoto sull’emissione dei gas serra, delle norme sui crimini di guerra della Corte Criminale Internazionale e del trattato per i missili anti-balistici — che la potenza militare, economica e politica degli Stati Uniti non accetterà alcun tipo di limitazione internazionale.

È stato rivelato che gli USA intendono usare armi nucleari contro stati non-nucleari con la scusa di eliminare la minaccia delle “armi di distruzione di massa”. È giunta anche notizia che le forze speciali degli USA saranno presto autorizzate a uccidere o catturare ‘terroristi’ ovunque nel mondo, in qualunque momento se ne presenti l’occasione, senza dover ottenere l’autorizzazione dal governo interessato.

Come risultato della guerra che ha rovesciato i talebani, Washington ha collocato per la prima volta basi militari permanenti e decine di migliaia di soldati in Asia Centrale, una regione sempre più importante dal punto di vista strategico. Da queste basi gli Stati Uniti possono ‘contenere’ più facilmente Russia e Cina, controllare le nuove risorse di petrolio e gas della regione del Mar Caspio, rafforzare il dominio sul Golfo Persico e stringere ancora la morsa militare sulla maggior parte delle risorse energetiche vitali del pianeta.

Con la scusa della ‘guerra al terrorismo’ Washington ha aumentato o riproposto finanziamenti militari per regimi notoriamente oppressivi, come quelli di Yemen, Georgia, Indonesia, Pakistan, Filippine, Colombia e le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Ha anche inviato migliaia di soldati e consiglieri militari per aiutare tali regimi a reprimere i movimenti antigovernativi.

Washington ha dato via libera alla Russia perché continuasse la brutale campagna contro la lotta di liberazione della Cecenia e alla repressione dei separatisti dello Xinjang da parte del governo cinese.

Gli attacchi dell’11 settembre e la ‘guerra al terrorismo ‘ che ne è seguita hanno offerto ai guerrafondai della classe dirigente americana la migliore occasione per ‘curare’ la sindrome da Vietnam. Il test più importante sarà la prossima invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti.

Gli attivisti anti-guerra devono organizzarsi e mobilitarsi in massa per impedire questa guerra e risvegliare il più rapidamente possibile la coscienza pacifista apparentemente assopita del popolo americano. Occorrerà offrire solidarietà alla resistenza ai guerrafondai imperialisti che sorgerà inevitabilmente attraverso l’impero americano.


Bush e caprette


Data: Tuesday, September 10 @ 08:48:43 EDT
Argomento: Dossier e archivi

Una segnalazione del pignolissimo Franz fa si che anche censurati commemori a modo suo l’11 settembre scorso. Riportiamo un articolo di STEVE GREY , tratto dal sito www.talkingaboutinvolution.org


UN GROVIGLIO DI MENZOGNE

Le azioni del Presidente durante la mattina dell’11/9 non lasciano alcun dubbio che le responsabilità siano ai più alti livelli.
Alle 8.46, mentre il primo aereo colpiva il WTC, il Presidente era in una scuola elementare in Florida, in mezzo ad insegnanti e bambini, presenti la stampa e la televisione, che fece parziali riprese.
Secondo il sito “Sept 11 News”, ciò fu quel che accadde: (Pare che il negativo resoconto che segue sia in realtà una storia di copertura, inventata dopo, ma per il momento seguirò la storia ufficiale). “La notizia della tragedia arrivò al Presidente Bush nel salone di una scuola di Sarasota, Florida, qualche attimo dopo che il primo aereo aveva colpito il WTC di New York. Egli andò in una sala privata dove parlò al telefono col Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleeza Rice; allora sembrava si trattasse solamente di un terribile incidente”. http://www.september11news.com/PresidentBush.htm

L’articolo riporta che il NORAD fu allertato per un dirottamento 10 minuti prima che il primo aeroplano colpisse il WTC (h. 8.36).
Presumibilmente il NORAD cominciò a seguire la rotta dell’aereo dal momento in cui fu segnalato il dirottamento. Se non venne seguita la rotta, vi sarebbero allarmanti interrogativi sul perché, considerando che è normale pratica intercettare immediatamente gli aerei dirottati con aerei da caccia.

Può essere ritenuto che quando il WTC venne colpito per la prima volta alle 8.46, il NORAD deve aver saputo che vi era coinvolto l’aereo dirottato.
Mentre in quel momento sarebbe ancora stato sensato considerare la possibilità che l’aereo dirottato si era schiantato accidentalmente, il NORAD doveva essere a conoscenza alle 8.46 che vi era una seria possibilità che la collisione fosse un attacco terroristico. Gli allarmi avrebbero dovuto suonare forte e chiaro, e dichiarato il massimo stato di allerta. Alle 9.00 la situazione era intensificata al punto che altri due aerei erano stati segnalati fuori rotta dai controllori del traffico aereo, ed uno di questi era a 3 minuti dal secondo colpo al WTC. (Ricordare che il WTC aveva intorno ad esso una zona vietata ai voli). A meno che tutti al NORAD avessero gli schermi spenti ed i piedi sulla scrivania a quell’ora vi doveva essere il pandemonio.

Così, quando il secondo aereo colpì il WTC alle 9.03 doveva essere stato confermato oltre ogni dubbio che era in corso un grosso attacco terroristico. Chi sapeva quanti aerei potevano essere stati dirottati e dove si trovavano? In quel momento era già noto che almeno un altro era fuori rotta.

Secondo il resoconto ufficiale, Bush ritenne che il primo attacco fosse “un terribile incidente” e non ebbe ulteriori comunicazioni con nessuno fino alle 9.05, molto dopo che fosse ormai chiaro che erano in corso eventi straordinari.
Dobbiamo credere che il Presidente degli Stati Uniti non fosse informato a quell’ora sul numero di aerei commerciali che si sapeva stavano seriamente deviando dai piani di volo?
Dato che il NORAD sapeva, nel momento al quale si dice che Bush e la Rice stavano conversando, poco dopo le 8.46, la pretesa che potesse apparire solamente un incidente non sta in piedi.

A quell’ora, mentre non si poteva con certezza sapere che fosse un attacco terroristico, doveva essere noto che di ciò vi era una seria possibilità. Dunque perché hanno concluso si trattasse dello scenario di livello inferiore?

Se le informazioni disponibili in quel momento a Bush ed alla Rice erano incomplete, ed essi non sapevano che l’aereo fosse stato dirottato, allora l’asserzione nella storia ufficiale succitata sarebbe ragionevole. Ma, notizie aggiornate sulla situazione dovevano essere arrivate a Bush quasi immediatamente dopo la conversazione con la Rice. Ed ancora, secondo questo resoconto, Bush non ebbe ulteriori comunicazioni con nessuno fino alle 9.05. Perché Bush avrebbe dovuto essere informato così velocemente e mostrare un così immediato interesse per la situazione che (si ritiene) dava tutti i motivi per pensare che fosse semplicemente un incidente, ma poi non essere immediatamente informato in seguito dei nuovi sviluppi?

Se Bush e la Rice sapevano che al momento della loro conversazione vi era un aereo dirottato, allora come giustificare la loro ipotesi che i dirottatori si fossero schiantati accidentalmente? E dato che su ciò dovevano avere qualche dubbio, perché non vennero attivate strategie cautelative, in caso che l’ipotesi fosse errata? E perché non si ebbero costanti ed urgenti comunicazioni nei successivi 18 minuti mentre gli eventi erano in corso?

Se era parso corretto informare Bush “entro attimi” dello schianto delle 8.46, quando preteso si credesse che fosse “solamente un terribile incidente”, allora perché non fu ritenuto saggio informarlo subito mentre la situazione aumentava di intensità?

Perfino se ciò potesse essere spiegato, il comportamento del Presidente dopo le 9.05 indica che, se non coinvolto in deliberata complicità, allora l’unica altra spiegazione è mettere in discussione le sue facoltà mentali. Ancora dal resoconto ufficiale: Alle 9.00 circa, il Presidente era con dei bambini del secondo grado, leggeva una favola su una capretta. Alle 9.05, due minuti dopo il secondo attacco al WTC, Andrew Card, il capo dello staff presidenziale, gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Il Presidente non reagì, come ci si poteva ragionevolmente aspettare, in modo da essere interessato a tentare di fare qualcosa per fronteggiare la situazione. Non lasciò la scuola, non convocò una riunione di emergenza, non si consultò con nessuno, non intervenne in alcun modo per assicurarsi che l’aeronautica militare svolgesse il proprio compito. Perfino nemmeno menzionò gli straordinari eventi che accadevano a New York, ma semplicemente continuò nella lettura.

Nel frattempo, alle 9.06, il Dipartimento di polizia di New York trasmetteva: “E’ stato un attacco terroristico. Avvertite il Pentagono”, riportato dal NY Daily News del 12/9/2001.
http://emperors-clothes.com.idict/indict-1.htm 

Secondo il sito “September 11 news” Bush inizialmente “pareva distratto e fosco, ma continuava ad ascoltare gli alunni leggere e presto ritornò a sorridere. Scherzando disse che da come leggevano bene parevano alunni di sesto grado”.

A quell’ora milioni di persone in tutto il mondo avevano visto dal vivo il secondo impatto sul WTC alla TV. Milioni di persone sapevano che gli USA erano sotto attacco in maniera spettacolare. Quel che non sapevano era che nello stesso momento il Presidente degli Stati Uniti stava sorridendo e scherzando sulle caprette, sebbene anche a lui fosse stato riferito il fatto.

Continuò a leggere sulle caprette per altri 24 minuti!
In un’intervista a Newsweek Bush così ricorda le notizie delle 9.05: “Sono il comandante in capo ed il paese è sotto attacco”. Pretende che le esatte parole di Andrew Cards fossero: “Un secondo aereo ha colpito il WTC. L’America è sotto attacco.”
http://www.msnbc.com/news/662694.asp#BODY 

Secondo il sito “Sept 11 news”, immediatamente dopo la fine della lezione di lettura alle 9.29 circa, Bush, dopo avere conferito con i consiglieri fece un discorso alla nazione riferendo di un apparente attacco terroristico. Nel frattempo, milioni di persone intorno al mondo l’avevano già capito da soli durante il tempo passato dal Presidente a leggere delle caprette.

Mentre il Presidente stava ancora sprecando altro tempo col vuoto discorso alla nazione, il volo 77, che da mezz’ora si sapeva essere stato dirottato, aveva ora raggiunto Washington, seguito dai radar, e gli aerei da caccia della base di Andrews, a 10 miglia dal Pentagono, erano ancora in pista. Bush non sapeva, o non voleva sapere, o sapeva ma non gli importava.

Col suo discorso stava creando l’impressione di essere al comando, ma in realtà continuò a fare tutto il possibile per evitare di rimediare alla situazione.

27 minuti dopo lo schianto sul Pentagono, quando divenne noto che un altro aereo ancora, il volo 93, era stato dirottato e neppure questo intercettato, il Presidente nuovamente non intervenì sulla sleale inattività dell’aeronautica.

In quel momento era a bordo di un aereo militare diretto in Louisiana. Cosa stesse esattamente facendo non è chiaro.
Occorre ricordare che tale scenario è basato sulla storia ufficialmente approvata dall’amministrazione Bush, dunque, se fosse in qualche modo imprecisa sarebbe in ogni caso meno dannosa di quanto potrebbe essere.

Accusatorio che possa essere, sembra che perfino tale resoconto sia una montatura, inventata dopo l’evento per far sembrare migliori gli atti di Bush.

Il sito “Sept 11 news” da fonti e nessuna data di pubblicazione, nessun modo per verificare al verità od altro del resoconto. Ed è significativamente in conflitto col resoconto del “Washington Post online”, nel quale i tempi di pubblicazione possono essere verificati. Alla URL www:washingtonpost.com
c’è un articolo di Mike Alien, datato 11 settembre 2001, h. 16.36, il quale non menziona l’asserita conversazione di Bush con la Rice, appena dopo le 8.46, e dichiara “Bush aveva ricevuto le prime notizie dell’attacco alle 9.07…Bush, i cui occhi erano scintillanti, parve improvvisamente torvo. Qusto quando i funzionari ancora pensavano che l’impatto sul WTC fosse solamente un incidente, e continuò a posare per le foto”.

Per ragioni in precedenza menzionate, è impossibile credere che essi ancora pensassero ad un incidente alle 9.07. Ma questo è quanto fu detto alla stampa l’11 settembre. Qualche tempo dopo, quando divenne ovvio di quanto fosse implausibile, la storia fu cambiata con quella postata nel sito “Sept 11 news”.

Qual’è il resoconto esatto? Ad ogni modo, Bush ha molto da spiegare. Quello su cui le due storie concordano è che Bush continuò con la lezione di lettura e scherzò sul grado degli allievi.
Nell’articolo di Newsweek citato sopra, datato 3 dicembre, la storia venne ancora cambiata! Vi è scritto che dopo che Bush si accorse che “il paese era sotto attacco”
“Andò subito in una sala a guardare il terribile video”.
Non secondo il resoconto del Washington Post dell’11/9! E nemmeno secondo il sito “Sept 11 news”.

E ad un incontro con lavoratori disoccupati di Orlando, Florida, Bush cambiò di nuovo la storia!
Ecco cosa disse il Presidente. Questo si trova nel sito della Casa Bianca: “in realtà, sedevo fuori dell’aula aspettando di entrare e vidi un aeroplano colpire la torre – ovviamente la TV era accesa. E dissi, che pessimo pilota, dev’essere stato un terribile incidente.

Ma fui portato fuori di lì e non ebbi molto tempo per pensarci. Sedevo nell’aula e Andy Card, il mio capo dello staff, che sedeva laggiù, entrò e disse: Un secondo aereo ha colpito la torre. L’America è sotto attacco”.
http://whitehouse.gov

Non solo ciò è in conflitto con gli altri tre resoconti, ma il maggiore problema è che non vi è mai stata trasmessa dal vivo in TV la prima collisione al WTC! Che stazione TV stava seguendo?

Quattro resoconti, tutti in conflitto tra loro, contenenti almeno una dichiarazione totalmente falsa proveniente proprio dal Presidente. L’unica cosa che essi hanno in comune è che quando il Presidente avrebbe dovuto prendere il controllo della situazione non fece niente. Lo schema di informazioni riguardanti gli atti di Bush mentre gli attacchi erano in corso è identico a ciò che riguarda le azioni dell’aeronautica militare. Uno scenario che sfiora l’incredulità, a meno che non si pensi alla complicità USA negli attacchi, seguito da uno sbalorditivo miscuglio di storie di copertura, incredibili ed in conflitto tra loro. In entrambi i casi, le storie di copertura, mentre creavano una qualche confusione sulle raffinatezze tecniche di quello che era esattamente accaduto non cambiano il quadro complessivo.

Non è questo sufficiente per un’inchiesta?
Quando la sicurezza della nazione è in pericolo, apparentemente è di vitale importanza andare in un paese lontano ed uccidere 4.000 innocenti, pensare di attaccare altri paesi, parlare di una guerra di cui potremmo non vedere la fine, spendere 100 miliardi di dollari in una “guerra al terrorismo” preventiva e ridurre le libertà civili ai livelli dell’epoca fascista: ma non è importante fare un inchiesta sul bizzarro fallimento di coloro che hanno la responsabilità di proteggere la nazione. Una forte prova per l’accusa di preavviso e complicità è fornita un fatto curioso riguardate l’attacco al Pentagono.

Da un resoconto TV della CNN della mattina del 12/9, ora australiana: L’aereo che si diresse sul Pentagono, se l’avesse fatto una settimana prima, avrebbe colpito il punto esatto per eliminare un ufficio chiave per le operazioni del Pentagono ed ucciso molti funzionari superiori. Ma, per una presunta fortunata coincidenza il Pentagono aveva compiuto un grande rimpasto proprio una settimana prima. Come descritto nella trasmissione, la gente importante era stata spostata nell’altra parte, e dipendenti non importanti furono spostati nel lato che venne colpito. Di conseguenza, venne fatto poco reale danno effettivo alle attività importanti del Pentagono.

Fortunata coincidenza? Tale storia, dopo essere apparsa alla CNN nelle prime ore dopo gli attacchi, venne rapidamente seppellita e mai più ritrasmessa. Se si vuole pretendere che la prova della complicità è esclusa dall’idea che nessun paese farebbe questo ai propri cittadini, allora deve esser fatto notare che la pianificazione di attacchi terroristici contro cittadini americani da parte della CIA si trova negli archivi.

Il documento, precedentemente classificato, del “Piano Northwoods” rivela che nel 1962 la CIA considerò seriamente la possibilità di eseguire attacchi terroristici contro cittadini USA per addossarne la colpa a Cuba. I piani non vennero mai realizzati ma vennero discusse diverse opzioni, tra le quali l’assassinio di esuli cubani o di soldati USA, affondare navi e mettere in scena simulazioni di aerei che venivano abbattuti.

http://emperors-clothes.com/images/north-int.htm 
12/10/2001

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COLPEVOLI PER L’11-9: BUSH, RUMSFELD, MYERS
di Illarion Bykov e Jared Israel
[21 Novembre 2001]
Versione originale: http://emperors-clothes.com/indict/indict-1.htm

La base aerea di Andrews è una grande installazione militare ad appena dieci miglia dal Pentagono.

L’11 settembre, nella base si trovavano due interi squadroni di caccia in assetto da combattimento. Il loro compito era la difesa dei cieli attorno a Washington. Hanno fallito. Nonostante oltre un’ora di preallarme su di un attentato terroristico in corso, nessun caccia di Andrews ha cercato di proteggere la città.

FAA (Federal Aviation Administration, ndt), NORAD (North American Aerospace Defense, ndt) e forze armate hanno procedure comuni che permettono ai caccia di intercettare automaticamente i voli commerciali, in condizioni di emergenza. Queste procedure non sono state seguite.

Gli ufficiali dell’Air Force hanno cercato di giustificare il fallimento:

“Il tenente colonnello Vic Warzinski, un altro portavoce del Pentagono, [ha detto]: ‘il Pentagono era semplicemente ignaro che quell’aereo si stesse dirigendo contro di noi e dubito che chiunque, prima di martedì, si sarebbe aspettato qualcosa del genere.'” –‘Newsday,’ 23 settembre, 2001-11-17

Utilizzando informazioni prese da mass media e siti ufficiali, dimostreremo che questo non è vero.

Parte di quello che è successo l’11-9, come aerei che si schiantano contro edifici, è inusuale. Ma la maggior parte dei fatti, voli commerciali fuori rotta, errori nelle segnalazioni radar e possibili dirottamenti, sono situazioni comuni. Dimostreremo che queste emergenze vengono gestite abitualmente con un’efficienza professionale basata su regole chiare.

La collisione contro il World Trade Center del primo aereo dirottato chiariva che gli Stati Uniti si trovavano di fronte a una situazione eccezionale. Questo avrebbe dovuto portare a una intensificazione delle procedure d’emergenza nei sistemi di sicurezza del volo e della difesa.

L’intero paese sapeva. Per esempio, alle 9,06, la polizia di New York trasmetteva:

“‘E’ stato un attacco terroristico. Informate il Pentagono.'” –‘Daily News’ (New York) 12 settembre 2001 (1)

L’Ufficio Stampa dell’esercito ha chiarito che la gente comune che lavorava al Pentagono temeva di poter essere il bersaglio successivo:

“‘Guardavamo il World Trade Center in televisione,’ ha detto un funzionario della marina. ‘Quando il secondo aereo si è deliberatamente schiantato contro la torre, qualcuno ha detto, ‘il World Trade Center è uno dei più riconoscibili simboli dell’America. Noi stiamo in quello immediatamente successivo.'” –‘DEFENSELINK News’, 13 settembre, 2001 (2)

I sistemi di sicurezza e di difesa del cielo vengono attivati ogni giorno a causa di problemi vari. L’11-9 hanno fallito, non a causa della, ma nonostante la, natura estrema dell’emergenza. Questo può succedere solo se individui che si trovano in posizioni di alto livello si adoperano congiuntamente affinché non funzionino.

Senza un appoggio ai massimi livelli, semplici tecnici avrebbero quasi sicuramente fallito nel tentativo di sabotare e annullare i sistemi difensivi di routine. Il non funzionamento dei sistemi d’emergenza sarebbe stato notato immediatamente. Tra l’altro, data la natura catastrofica degli attentati, le più alte cariche militari ne sarebbero state coinvolte. Agendo isolati, i tecnici avrebbero potuto aspettarsi un controordine e l’arresto.

Il sabotaggio dei sistemi difensivi di routine, controllati da precise gerarchie, non sarebbe mai stato contemplato come unica opzione, senza il coinvolgimento del comando supremo dell’esercito. Il che ci porta al Presidente Gorge Bush, al ministro della Difesa Donald Rumsfeld e al capo di stato maggiore in carica, il generale dell’aviazione Richard B. Myers.

Nell’elenco di prove che seguono, evidenzieremo alcune buone ragioni per cui le persone nominate sopra dovrebbero essere accusate di tradimento per la complicità nell’assassinio di migliaia di persone che avevano giurato di proteggere.

L’elenco di prove passa in rassegna le seguenti aree tematiche:

*La base aerea Andrews e il mito di ‘nessun aereo disponibile;’

*I sistemi di sicurezza/difesa dei cieli e il mito per cui non sarebbero stati predisposti;

*Le azioni di Gorge Bush dell’11-9 che hanno chiaramente contraddetto i suoi doveri legali e costituzionali e dimostrato evidenza di colpa;

*La testimonianza sull’audizione del generale Richard B. Myers al Senato, all’atto della sua nomina a capo di stato maggiore. In questa audizione, il cui contenuto è stato riportato accuratamente da un solo giornalista, il generale Myers ha cercato di nascondere che cosa fosse successo l’11-9, quando era capo di stato maggiore provvisorio. Egli ha fornito tre diverse versioni in contraddizione tra loro, dimostrando evidenza di colpa;

*La notizia principale nel notiziario della CBS del 14 settembre. Fino a quella data, i funzionari avevano dichiarato che nessun aereo era stato fatto decollare precipitosamente per intercettare gli aerei dirottati. Ma dopo la disastrosa testimonianza del generale Myers al senato, la CBS ha diffuso una versione riveduta dell’11-9. Nella nuova lettura dei fatti emerge che jet da caccia delle basi di Otis e Langley cercarono di intercettare i voli dirottati, ma non vi riuscirono. Questa è attualmente considerata la versione ufficiale del NORAD ed è stata ripresa acriticamente sia da media che da funzionari governativi. Dimostreremo che questa versione è sia debole che incriminante.

SEZIONE UNO: Perché nessun jet da caccia è decollato per proteggere Washington?

BUGIA N.1:’NESSUN CACCIA IN ASSETTO DA COMBATTIMENTO ERA DI STANZA VICINO AL PENTAGONO’

Come già detto, la base Andrews si trova a 10 miglia dal Pentagono. I media hanno generalmente preferito non parlare di Andrews. Un’eccezione è ‘USA Today’, il secondo quotidiano americano. Un giorno, ha pubblicato due storie in contraddizione tra loro per spiegare il fallimento nel far intervenire i jet di Andrews prima dell’attentato al Pentagono:

PRIMA VERSIONE DI ‘USA TODAY’:

“la base aerea Andrews, dove si trova l’Air Force One, si trova a sole 15 miglia [sic!] dal Pentagono, ma non ha caccia. Funzionari della Difesa non hanno dichiarato se le cose sono cambiate.” –‘USA TODAY,’ 17 settembre, 2001 (3)

SECONDA VERSIONE DI ‘USA TODAY’:

“La Guardia nazionale del Columbia District aveva aerei da caccia alla base di Andrews, a sole 15 miglia [sic!] dal Pentagono, ma quegli aerei non erano né allertati, né equipaggiati.” –‘USA TODAY’ 17 settembre, 2001 (4)

Entrambe le versioni sono false.

Solo un giornale ha detto la verità. Si tratta del ‘San Diego Union-Tribune’ :

“La difesa aerea della zona di Washington si avvale principalmente dei caccia della base Andrews, in Maryland, vicina ai confini del Columbia District. Vi ha base anche la forza aerea della Guardia Nazionale distrettuale, dotata di caccia F-16, ha detto un portavoce della Guardia Nazionale.

“Ma i caccia sono decollati nei cieli intorno a Washington solo dopo il devastante attentato al Pentagono.” –‘San Diego Union-Tribune’ 12 settembre, 2001. (5)

La base Andrews è una grande installazione. Ospita due squadriglie pronte al combattimento:

*La 121sima squadriglia caccia (FS-121) della 113sima unità (FW-113), dotata di caccia F-16;

*La 321sima squadriglia caccia della marina (VMFA-321) del 49simo gruppo aereo della marina, distaccamento A (MAG-49 Det-A), dotata di caccia F/A-18.

Queste squadriglie vengono assistite da personale full-time di centinaia di persone.

LA 121SIMA SQUADRIGLIA CACCIA DELLA 113SIMA UNITA’

“.come parte del suo doppio compito, la 113sima si adopera per una risposta efficiente e rapida, nel Columbia District, in caso di catastrofi naturali o emergenze civili. Il suo personale assiste anche gli uffici d’inchiesta federali e locali nella lotta al traffico di droga nel distretto. Agisce anche come partner a tutti gli effetti dell’Air force locale” –DC Military (6)

LA 321SIMA SQUADRIGLIA CACCIA DELLA MARINA (VMFA-321)

“Nella migliore tradizione del corpo dei marines, a Andrews, ‘un nucleo di bravi uomini e donne’ è assegnato a due unità di riserva in assetto da combattimento.

“La squadriglia d’attacco caccia dei marine (VMFA) 321, una squadriglia di riserva del corpo, ha in dotazione i sofisticati F/A-18 Hornet. La squadriglia logistica 49, distaccamento A, svolge le funzioni di manutenzione e supporto necessarie a mantenere pronta un’unità.” –DC Military (6)

Dunque alla base di Andrews c’erano almeno due squadriglie pronte al combattimento.

Le citazioni riportate sopra provengono da http://www.dcmilitary.com, un sito privato, autorizzato dall’esercito a dare informazioni ai membri delle forze armate. L’abbiamo scoperto il 24 settembre. Un mese dopo ci siamo accorti che l’indirizzo era stato cambiato e che le informazioni su Andrews erano state trascritte nel carattere tipografico più minuscolo. Analogamente, il sito ufficiale della Andrews è stato ‘giù’ fin dalla metà di settembre. Fortunatamente, vi si può accedere andando su http://www.archive.org e poi su http://www.andrews.af.mil.

Sulla pagina principale di Andrews c’è un link diretto a Dcmilitary. Le informazioni sul sito di Andrews confermano quelle su Dcmilitary. Sollecitiamo chiunque a controllare questi link il più presto possibile, perché potrebbero essere spostati o rimossi di nuovo.

La nostra ricerca è stata compiuta principalmente da volontari. I quotidiani e le tv hanno equipe di ricerca che lavorano full-time. I media importanti hanno uffici a Washington, a poche miglia da Andrews. Perché i notiziari della carta stampata e delle televisioni non hanno detto il vero: che il compito di Andrews consisteva nel proteggere il Columbia District?

Il “buco” colpisce particolarmente, perché alcuni media hanno riportato che dei caccia erano decollati da Andrews, ma solo dopo l’attentato al Pentagono. Dunque, sapevano che Andrews doveva difendere la zona:

Per esempio:

“Nel giro di pochi minuti dall’attacco, le forze americane di tutto il mondo sono state poste nel massimo stato di allerta – Defcon 3, solo due livelli sotto allo stato di guerra – e gli F-16 di Andrews erano nei cieli di Washington.” –‘Sunday Telegraph,’ (Londra), 14 settembre 2001 (7)

E:

“WASHINGTON – un immenso oohh si è sollevato dalla folla quando un grande fumo nero si è sollevato dal Pentagono. All’improvviso il terrorismo si è materializzato alla porta di casa, chiaramente visibile attraverso le grande vetrate sopra il fiume Potomac. In alto, jet da caccia sfrecciavano provenienti dalla base Andrews e da altre installazioni, zigzagando nel cielo.

“Un sottile filo di fumo saliva dal centro cavo del Pentagono. Tutti, sul treno, hanno capito cos’era appena successo.” –‘Denver Post,’ 11 settembre 2001 (8)

E:

“E’ stato dopo l’attacco al Pentagono che l’Air Force ha deciso di far decollare gli F-16 dalla base Andrews della Guardia Nazionale, per svolgere compiti di copertura e protezione su Washington”. –NBC Nightly News, (6:30 del mattino, orario atlantico) 11 settembre 2001 (9)

I media avrebbero dovuto chiedere di sapere la verità sul perché i caccia assegnati alla protezione di Washington non siano decollati un ora PRIMA dell’attentato al Pentagono.

Oltre ai caccia, anche aerei cisterna e AWACS erano reperibili in fretta (un AWACS è un centro di comunicazione volante, equipaggiato con radar che sondano fino a 250 miglia di distanza. E’ più o meno la stessa distanza che c’è con il confine di West.Virginia, Ohio e Kentucky, dove il volo 77 dell’ American Airlines ha invertito la rotta per tornare a Washington). Sia il generale Myers che il vice presidente Cheney ammettono che questi aerei non hanno sorvolato l’area di Washington se non dopo l’attentato al Pentagono.

Ecco il generale Myers che testimonia il 13 settembre:

“Quando è stato chiaro di che minaccia si trattasse, abbiamo fatto decollare aerei, AWACS, aerei-radar e aerei cisterna nel tentativo di ristabilire le rotte, se il sistema FAA ci avesse segnalato altri voli dirottati.” –Gen. Richard B. Myer durante l’audizione al Senato del 13 settembre 2001 (10)

E Richard Cheney su ‘Meet the Press’:

“VICE PRESIDENTE CHENEY: Dunque, penso che la decisione più problematica è stata quella sul problema di intercettare o no eventuali voli commerciali in rotta verso di noi.

“MR. RUSSERT: e che cosa avete deciso?’

VICE PRESIDENTE CHENEY: Abbiamo deciso di farlo. E allora abbiamo messo una pattuglia aerea in assetto da combattimento sulla città; F-16 con un AWACS, che è un sistema radar aereo, e anche l’appoggio di aerei cisterna in modo da poter stare in volo a lungo.” –NBC, ‘Meet the Press’ (10.00 AM ora atlantica) 16 settembre 2001 (11)

Come vedremo, l’affermazione del signor Cheney secondo cui “la decisione più problematica è stata quella sul problema di intercettare o no eventuali voli commerciali in arrivo” è una bugia. Documenti della FAA, di pubblico dominio, provano che i jet da combattimento intercettano abitualmente gli aerei commerciali, in determinate circostanze, senza richiedere il permesso della Casa Bianca.

L’elenco delle prove CONTINUA NELLA SECONDA PARTE

Note:

(1) ‘Daily News’ (New York), 12 settembrer 2001, mercoledì, NEWS SECTION; Pg. 24: ‘THE TRAGIC TIMELINE The sad events of the day.’ il testo completo si trova su: http://emperors-clothes.com/9-11backups/dn912.htm

(2) ‘DEFENSELINK News,’ “It Was Business as Usual, Then ‘Boom'” By Jim Garamone, ‘American Forces Press Service,’ Sept. 13, 2001 http://www.defenselink.mil/news/Sep2001/n09132001_200109132.html
Backup su:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/def.htm

(3) ‘USA TODAY,’ 17 settembre 2001, Pg. 5A, “Military now a presence on home front,” di Andrea Stone. Versione web su: http://www.usatoday.com/news/nation/2001/09/16/military-home-front.htm
Backup su:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/usa-1.htm

(4) ‘USA TODAY,’ 17 settembre, 2001 lunedì, FINAL EDITION, Pg. 5A, “Shoot-down order issued on morning of chaos,” di Jonathan Weisman, WASHINGTON versione web su:
http://www.usatoday.com/news/nation/2001/09/16/pentagon-timeline.htm
Backup su:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/usa2.htm

(5) ‘San Diego Union-Tribune,’ 12 settembre 2001. Homepage su: http://www.signonsandiego.com/
articolo su:
http://pqasb.pqarchiver.com/sandiego/main/document.html?QDesc=&FMTS=FT&QVPID =&FrameName=&QCPP=&QIID=000000080620146&FMT=FT

Backup su:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/sd.htm

(6) Il link attuale è:
http://www.dcmilitary.com/baseguides/airforce/andrews/partnerunits.html
Backup su:
http://emperors-clothes.com9-11backups/dcmil.htm

(7) ‘Sunday Telegraph,’ (Londra), 14 settembre 2001 Articolo su: http://news.telegraph.co.uk/news/main.jhtml?xml=/news/2001/09/16/wcia16.xml
Backup su:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/tel16.htm

(8) ‘Denver Post,’ 11 settembre 2001 Per trovare questo articolo online, cercare l’ ID: 1075896 su:
http://www.denverpost.com
O leggere il backup su:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/dp11.htm

(9) ‘NBC Nightly News,’ “Attack on America,” (6:30 PM ET) 11 September 11 2001, “Tuesday President Bush returns to White House on Marine One,” Anchor: Tom Brokaw, Jim Miklaszewski reporting. Vedere la trascrizione su:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/nbc911cover.htm

(10) Gen. Richard B. Myers at Senate confirmation hearing 13 September 2001 Testo completo su:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/mycon.htm
Questa particolare citazione è stata tra l’altro ripresa da molti media.

(11) ‘NBC, Meet the Press’ (10:00 AM ET) Sunday 16 September 2001.
Trascrizione completa su:
http://stacks.msnbc.com/news/629714.asp?cp1=1
Backup su:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/nbcmp.htm



LA STORIA SEGRETA DI MR. CHENEY


Parte I, sezione II di ‘COLPEVOLI PER L’11 SETTEMBRE: BUSH, RUMSFELD, MYERS’
di Illarion Bykov e Jared Israel
Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova
[Inviato il 20 Novembre 2001]
Dedicato ai pompieri di New York.
__________________

Nella Parte I, Sezione I, abbiamo dimostrato che, l’11 settembre,  nella base delle Forze Aeree a Andrews, 10 miglia dal Pentagono, si trovavano squadre di caccia pronti per il combattimento. Perché i jets non si sono levati in volo da Andrews, se non dopo che il Pentagono era stato colpito?
http://emperors-clothes.com/indict/indict-1.htm

INGANNO NUMERO 2: ERA NECESSARIA UNA AUTORIZZAZIONE PRESIDENZIALE PER FAR LEVARE IN VOLO I JETS, PER INTERCETTARE IL VOLO 77.

Domenica, 16 settembre, il Vice-Presidente Richard Cheney è intervenuto alla trasmissione televisiva ‘MEET THE PRESS – INCONTRA LA STAMPA’ della Rete TV NBC. Durante questa intervista, egli ha asserito che l’Esercito necessitava di una autorizzazione dal Presidente George W. Bush, prima di far alzare i caccia per intercettare il volo 77 delle American Airlines.

Mr. Cheney non ha presentato questa affermazione, che può trarre in inganno, in un modo del tutto diretto. Egli non ha detto, ” Un aereo commerciale di linea non può essere intercettato, senza autorizzazione Presidenziale.” Invece egli si è pronunciato come se la necessità di una autorizzazione Presidenziale fosse un fatto comunemente accettato, e quindi, basandosi su questa falsa ragione, egli ha emanato una nube di disinformazione emozionale, per confondere i milioni di Americani che si erano interrogati: come mai i caccia non hanno intercettato il volo 77, prima che si schiantasse sul Pentagono?  Gli Stati Uniti non possiedono radar e, comunque, una Forza Aerea?

[Nota del traduttore: nella dichiarazione “l’Esercito necessitava di una autorizzazione dal Presidente, ecc.” si può capire che l’Aviazione era pronta, ma non è arrivata l’autorizzazione del Presidente; nel secondo caso, invece, l’autorizzazione poteva essere arrivata, ma l’Aviazione non era pronta! ].

E’ cosa comune per i funzionari, che tentano di nascondere un delitto capitale, di addossare la responsabilità ad un subordinato. Tuttavia Mr.Cheney ha usato un diverso approccio durante la trasmissione ‘MEET THE PRESS.’ Contando sulle sue capacità nell’ingannare il pubblico, Cheney ha tentato di creare l’impressione che nessuna scorrettezza indecente fosse avvenuta. Ma come si può notare dalle sue disinformazioni, immediatamente si realizza che Mr. Cheney ha affibbiato la responsabilità per il mancato intercetto a George W. Bush.

Ecco l’estratto dalla trasmissione ‘MEET THE PRESS’, dove Richard Cheney avanza la sua disinformazione sull’intercettazione:

“MR. RUSSERT: Qual’è la più importante decisione che Lei pensa dovesse essere presa durante il corso del giorno?

“VICE PRES. CHENEY: Bene,–Io penso che la decisione più dura era quella relativa alla questione se intercettare, o no, un aereo commerciale in arrivo.

“MR. RUSSERT: E voi avete deciso?

“VICE PRES. CHENEY: Noi abbiamo deciso di farlo. In pratica, abbiamo posizionato una pattuglia di aerei da combattimento sopra la città, gli F-16 con un Awacs, che è un sistema radar aerotrasportato, e aerei cisterna come supporto, in modo che i caccia potessero stare in volo per lungo tempo…
Certamente non si ottiene niente di buono, predisponendo una pattuglia per combattimento aereo, se poi non le si forniscono istruzioni per agire, tali da essere condivise, in quanto valutate come appropriate.”

“MR. RUSSERT: Allora, se il Governo degli Stati Uniti avesse preso consapevolezza che un aereo commerciale di linea, in mano a sequestratori, era diretto sulla Casa Bianca o sul Campidoglio, noi l’avremmo abbattuto?

“VICE PRES. CHENEY: Sì. Il Presidente aveva preso la decisione…che se l’aereo non avesse cambiato rotta…come ultima risorsa, i nostri piloti erano autorizzati a prenderlo.
Ora, si dice, voi sapete, che si tratta di una decisione “orrenda” da prendere.
Bene, è proprio così. Si trattava di un aeroplano pieno di cittadini Americani, civili, sequestrati da…terroristi, colpiti, e avreste voi procurato, a cuor leggero, il suo abbattimento ed evidentemente ammazzato tutti questi Americani a bordo?

“…Si tratta di una decisione a livello Presidenziale, e il Presidente ha fatto, io penso, esattamente il giusto richiamo, in questo caso, nel dichiarare, “Io avrei desiderato avere una pattuglia aerea da combattimento sopra New York.”

–NBC, ‘MEET THE PRESS’ 16 September 2001 (1)

* * *

Notare che, in questo caso,  Mr. Cheney ha eseguito un vero gioco di prestigio. Prima aveva detto, “la decisione più dura era… se intercettare, o no, un aereo commerciale in arrivo.”

Più tardi ha dichiarato,”Il Presidente aveva preso la decisione…che se l’aereo non avesse cambiato rotta…come ultima risorsa, i nostri piloti erano autorizzati ad prenderlo…”, che significa, “abbatterlo.”

Ma “intercettare”, e “abbatterlo” non hanno lo stesso significato!

“in·ter·cept (intercettare, interrompere, arrestare, fermare)
“in·ter·cept (în´ter-sèpt¹) verbo, transitivo
in·ter·cept·ed, in·ter·cept·ing,
in·ter·cepts

“1. a. Fermare, far deviare, o interrompere l’avanzamento o il percorso progettato”

(Da ‘American Heritage Dictionary’)

“shoot·down (abbattimento)
“shoot·down (sh¡t¹doun´), sostantivo

“Distruzione di un aereo in volo, per attacco missilistico o con armi da fuoco.”

(Da ‘American Heritage Dictionary’)

Mr. Cheney ha deliberatamente confuso questi termini, per impedire alla gente di domandarsi: perché i jets, in mano ai pirati dell’aria, non sono stati intercettati?

Poiché “Fermare, far deviare, o interrompere l’avanzamento o il percorso progettato” di un aeroplano sequestrato non necessariamente implica l’uso della violenza, allora non sussiste alcun ostacolo morale per fare alzare i caccia per intercettare il Volo 77. Subito dopo, Mr. Cheney ha spostato rapidamente la questione carica di problematica morale, se abbattere “un aereo carico di cittadini Americani”. Costruendo questo legame emozionale tra l’intercettare ( non necessariamente in modo violento) e l’abbattimento di un jet commerciale (sicuramente in modo violento), Cheney ha sperato di suscitare simpatie per un Presidente indotto a fare questa “orrenda” scelta: di intercettare o non intercettare!

Mr. Cheney ha tentato di attenuare questo suo gioco di prestigio, inserendo la seguente affermazione di collegamento:

“Certamente non si ottiene niente di buono, predisponendo una pattuglia per combattimento aereo, se poi non le si forniscono istruzioni per agire, tali da essere condivise, in quanto valutate come appropriate.”

Questa è disinformazione! Mr. Cheney stava trattando i suoi telespettatori come stupidi.

Primo, come qualsiasi possessore di un computer e di qualche conoscenza di base di Internet può scoprire, i Controllori del Traffico Aereo richiedono ai jets militari di intercettare aerei commerciali, come prassi di routine. Qualche volta lo scopo è di informare un pilota commerciale che il suo aereo è andato fuori rotta; altre volte l’intercettore si alza con lo scopo di osservare direttamente la situazione – per esempio, per vedere quale aereo stia volando.Nessuna di queste situazioni richiede autorizzazione presidenziale.

Secondo, gli intercettori militari (o ‘scorte’) hanno già chiare “istruzioni per agire”. Queste istruzioni possono essere lette on-line in manuali dettagliati delle Forze Armate Aeree e del Dipartimento della Difesa. Le istruzioni coprono ogni evenienza, dalla più piccola emergenza ai sequestri da parte di pirati dell’aria. Se un problema è serio, ufficiali di alto grado dell’esercito, dal Centro Comando Militare Nazionale del Pentagono, possono prendere in mano la situazione.

Cominciamo a considerare le procedure usate nell’intercettare un aereo commerciale.

Un Controllore del Traffico Aereo (ATC) può richiedere a jets militari di intercettare (o ‘scortare’) un aereo commerciale, in risposta a qualsiasi serio problema, che il Controllore del Traffico Aereo non può risolvere attraverso contatto radio.

Probabilmente, il problema più comune è quello che il jet commerciale abbia deviato dalla sua rotta autorizzata. 

Ogni jet commerciale è obbligato a seguire le IFR, o Regole per il Volo Strumentale.

IFR obbliga i piloti a concordare un piano di volo con la Amministrazione Federale dell’Aviazione, prima del decollo.
(FAA Order 7400.2E 14-1-2) (2)

“Gli aerei commerciali volano secondo piani di volo predefiniti. Questi piani di volo sono intesi a fornire rapidamente rotte che sono avvantaggiate da venti favorevoli, e nello stesso tempo evitare le rotte percorse da altri aerei. Il piano di volo usuale consiste in una serie di tre itinerari connessi: un percorso standard di decollo strumentale (SID), una traiettoria di rotta, e un arrivo standard strumentale (STAR). Ogni rotta consiste di una sequenza di punti geografici, o determinati, che, connessi, formano una traiettoria dal punto di partenza al punto di arrivo.”
–‘Direct-To Requirements’ by G. Dennis & E. Torlak (3)

Se un aereo devia dal suo piano di volo, o fa un passaggio errato da uno dei suoi punti determinati, un Controllore del Traffico Aereo (ATC) contatta il pilota. Se l’ATC non può effettuare il contatto, allora richiede una scorta – che è un jet militare – che si levi in volo e vada a controllare la situazione. Questo si chiama ‘intercettamento’.

Come potete considerare, l’intercettamento non è necessariamente un atto aggressivo. Viene richiesto comunemente, quando la comunicazione routinaria è diventata impossibile.

Per esempio, quando il jet Lear, noleggiato da Payne Stewart, il famoso giocatore professionista di golf, andò fuori rotta, e il pilota non diede risposte per radio, la FAA immediatamente contattò l’Esercito:

“Diversi caccia della Air Force e della Air National Guard, più un aereo AWACS per il controllo radar, aiutarono la FAA a rintracciare il jet fuggitivo e a valutare se avesse esaurito il carburante.”
–‘CNN,’ 26 ottobre 1999 (4)

Il manuale on-line delle FAA descrive come una scorta (ad esempio, un caccia militare) possa comunicare con un aereo di linea commerciale, quando fallisce la risposta al contatto radio. La FAA ha un documento intitolato:

“SEGNALI PER L’INTERCETTAMENTO”:
“Segnali di inizio di intercettamento aereo e risposte da parte dell’aereo intercettato”. 

Secondo questo documento, disponibile on-line, se un jet commerciale viene intercettato di giorno, il caccia di scorta deve comunicare così:

“…Oscillando le ali in una posizione leggermente superiore e in avanti, e normalmente alla sinistra dell’aereo intercettato…”

Il caccia di scorta invia il messaggio,”Voi siete stati intercettati.”

Il jet commerciale deve rispondere oscillando le sue ali, indicando così di voler conformarsi.

La scorta allora compie una

“lenta rotazione orizzontale, normalmente verso sinistra, verso la direzione di rotta desiderata.”

Si suppone che il jet commerciale risponda, seguendo la scorta.
(FAA ‘AIM’ 5-6-4) (5)

Quando un jet commerciale devia dalla sua rotta di volo approvata, crea un potenziale rischio di morte: potrebbe collidere con un altro jet. Perciò è rassicurante che la FAA abbia un protocollo standard preciso su cosa costituisce un’emergenza:

“Si considera che ci si trovi in presenza di un’emergenza aerea…quando: …Si verifica un’inaspettata perdita di contatto radar e di comunicazioni radio con qualsiasi…velivolo.”
–FAA Order 7110.65M 10-2-5 (6)

“DETERMINAZIONI DI EMERGENZA”

“Se … voi siete in dubbio che una situazione costituisca un’emergenza o una potenziale emergenza, comportatevi come se fosse un’emergenza.”
–FAA Order 7110.65M 10-1-1-c (7)

Un ufficiale di alto grado della FAA – denominato Ufficiale di Collegamento di Difesa Aerea (ADLO) – viene assegnato al quartier generale del NORAD, il Comando di Difesa Aerospaziale del Nord America. Il suo mandato: di aiutare la FAA e l’Esercito ad operare insieme per affrontare le emergenze, il più presto possibile. (8) Di solito le scorte si levano in volo da basi del NORAD, come la Otis Air Force Base a Cape Cod, Massachusetts, o la base aerea a Langley, Virginia.

Ma non sempre:

“Di norma, sono gli aerei di scorta del NORAD che prendono parte all’azione richiesta. Comunque, allo scopo di queste procedure, il termine ‘aereo di scorta’ viene assegnato a qualsiasi velivolo militare destinato alla missione di scorta.”
–FAA Order 7610.4J 7-1-2 (9)

Allora, quando il jet Lear di Payne Stewart deviò dalla rotta:

“Per primo, un caccia da Tyndall, Florida, venne deviato dal suo volo routinario di addestramento per controllare il Learjet.

Inoltre due F-16, da un’altra base della Florida, si alzarono in caccia, più tardi ricevendo il cambio da due F-16 della Guardia Nazionale Aerea, (Air National Guard), dall’Oklahoma, che a loro volta ricevettero il cambio da due F-16, da Fargo, North Dakota.”
–‘ABC News,’ 25 ottobre 1999 (10)

Durante una grave emergenza, o se vi è qualche possibilità che sia in corso un atto di pirateria aerea:

“Il servizio di scorta verrà richiesto dal coordinatore per i sequestri aerei della FAA, contattando direttamente il Centro Comando Militare Nazionale (NMCC).”
–FAA Order 7610.4J 7-1-2 (9)

Un manuale del Dipartimento della Difesa puntualizza nello stesso modo:

“In caso di un atto di pirateria aerea, l’NMCC sarà messo al corrente nel modo più veloce dalla FAA.

L’NMCC, salvo immediate risposte…farà richiesta allora di assistenza, tramite il DOD [Dipartimento della Difesa], al Ministro della Difesa, per approvazione.”
–CJCSI 3610.01A, 1 giugno 2001 (11)

L’NMCC, con sede al Pentagono, può allertare le sue stazioni radar e quindi monitorare le emergenze pericolose e gli atti di pirateria.

Per esempio, durante l’accaduto con Payne Stewart:

“…ufficiali monitorarono il Learjet sugli schermi di radar, all’interno del Centro Comando Militare Nazionale del Pentagono.”
–‘CNN,’ 26 ottobre 1999 (4)

Quando si trovano alla presenza di situazioni potenzialmente ostili, le scorte possono adottare un comportamento aggressivo:

“Un piccolo aereo privato fatto atterrare nelle vicinanze del ranch Bush”

“Ad un piccolo aereo privato, che volava non autorizzato nelle vicinanze del ranch del Presidente Bush, vicino a Crawford,  venne ordinato dall’Esercito di atterrare.

Giovedì, un vice sceriffo ha dichiarato…:

“L’Amministrazione Federale per l’Aviazione (FAA) ha indicato che l’aereo non era autorizzato e ha ordinato di trattenere i suoi occupanti.

A quel punto, ufficiali dell’Esercito, volando su due jets verso l’aereo, si sono immessi sulla frequenza radio del pilota e hanno ordinato al Chessna di atterrare…

L’aereo è atterrato su una striscia di terreno privato, nei pressi di State Highway 6, circa ad otto miglia dal ranch di Bush, vicino Crawford….”

Relativamente ad un secondo incidente, a Wood County, il”Dispatcher senior” dello Sceriffo, Rodney Mize aveva dichiarato che un aereo privato era stato costretto ad atterrare da due piloti militari su jets A-10 Warthog , verso le 11:30 del mattino. I jets avevano volato, uno sopra e uno sotto, fino a quando il pilota dell’aereo privato non era atterrato a Wisener Field, vicino a Mineola.”
–‘AP,’ 13 settembre 2001 (12)

Il ‘Boston Globe’ ha riportato che:

“Il Maggiore del Corpo dei Marines, Mike Snyder, il portavoce del NORAD ha riferito che i suoi caccia, di routine, intercettano aerei:

“Quando vengono intercettati aerei, questi vengono affrontati in modo tipico, con una reazione per gradi. L’aereo che prende contatto fa rullare i deflettori delle ali, in modo da attirare l’attenzione del pilota, o compie un passaggio di fronte all’aereo.

Eventualmente, può far fuoco con salve traccianti lungo la traiettoria dell’aereo, o, in particolari circostanze, abbatterlo con un missile.”
–‘Boston Globe,’ 15 settembre 2001 (13)

Ora, ritorniamo a Mr. Cheney e alla sua intervista a ‘MEET THE PRESS.’

Come potete ricordare, egli aveva affermato:

“Certamente non si ottiene niente di buono, predisponendo una pattuglia per combattimento aereo, se poi non le si forniscono istruzioni per agire, tali da essere condivise, in quanto valutate come appropriate.”

Mr. Cheney sta tentando di disinformare, fingendo che i piloti intercettori necessitano di ‘istruzioni’ dal Presidente, quando egli conosce perfettamente bene, che chiare istruzioni ed un’intera rete organizzativa esistono, per trattare casi di emergenza di intercettazione.

Inoltre, l’argomentazione implicita di Mr. Cheney – che non vi sia motivo di far decollare una scorta, a meno che il pilota abbia il permesso di abbattere un jet commerciale – è assurda.

Chi avrebbe potuto prendere tale decisione in anticipo, prima del decollo della scorta? Anche se un aereo di linea fosse stato preso in ostaggio da un terrorista con una missione suicida, avrebbero avuto Mr. Cheney, Mr. Bush o qualcun altro, se non Dio Stesso, la possibilità di profetizzare come il pirata dell’aria avrebbe reagito all’intercettazione dei jets militari?

Anche se il pirata fosse pronto a morire per la gloria di andare a schiantarsi sul Pentagono, significa forse che sarebbe pronto a morire anche per la gloria di ignorare un ordine di atterraggio da parte di un pilota militare?

Allora, anche se l’Esercito non avesse avuto l’autorizzazione di abbattere il Volo 77, perché non far alzare in volo aerei “scorte”? Infatti, dato che  la Polizia e l’Esercito affrontano routinariamente situazioni di pirateria aerea, con una mobilitazione di una forza potenzialmente soverchiante, si poteva sperare di indurre i pirati terroristi alla resa?

Perché, come sostiene Mr. Cheney, non ci sarebbe stato “nessun vantaggio” nel tentare questa tattica, nel caso del Volo 77? Non erano forse in gioco molte vite umane? E questo non costituisce “un vantaggio”?

UNA DIFESA, (CON RITORNO DI FIAMMA!), FALLITA

Si tratta di una difesa fallita l’insieme delle osservazioni di Mr. Cheney,

la sua opinione che solo il Presidente Bush poteva autorizzare effettivamente l’Esercito ad abbattere un aereo oggetto di pirateria?

Con tutta probabilità, questo risulta vero.

Ma, come vedremo in una successiva sezione, questo commento, così come le altre cose che Mr. Cheney ha dichiarato durante la trasmissione ‘MEET THE PRESS,’ produrranno prove schiaccianti contro George W.Bush, quando verrà trascinato in giudizio per alto tradimento.

NOTE BIBLIOGRAFICHE:

Per una mappa di Washington, che mostra la distanza della base dell’Air Force a Andrews dal Pentagono, andare a:

http://emperors-clothes.com/indict/andrewsmap.htm

(1) ‘NBC, MEET THE PRESS’ (10:00 AM ET) Domenica, 16 settembre 2001.
Trascrizione completa a: http://stacks.msnbc.com/news/629714.asp?cp1=1
Trascrizione supplementare a:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/nbcmp.htm

(2) Per prendere in considerazione le regole che ordinano i requisiti di IFR, vedere FAA Order 7400.2E; ‘Procedures for Handling Airspace Matters,’ Data di efficacia: 7 dicembre 2000; (Include la Variazione1, con efficacia 7 luglio 2001), Capitolo 14-1-2.
Il testo completo si trova a: http://www.faa.gov/ATpubs/AIR/air1401.html#14-1-2

(3) Per una chiara e dettagliata descrizione di piani di volo, punti determinati, e Controllo del Traffico Aereo, vedere: ‘Direct-To Requirements’ di Gregory Dennis e Emina Torlak a:
http://sdg.lcs.mit.edu/atc/D2Requirements.htm

(4) ‘CNN,’ 26 ottobre 1999;  “Mai il Pentagono ha considerato di abbattere il Learjet,di Stewart ” Web posted at: 8:27 p.m. EDT (0027 GMT) Il testo completo a:
http://www.cnn.com/US/9910/26/shootdown/
Supplemento a:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/cnnlearjet.htm

(5) FAA ‘Aeronautical Information Manual: Official Guide to Basic Flight Information and Air Traffic Control (ATC) Procedures,’ (Includes Change 3 Effective: July 12, 2001) Chapter 5-6-4″Interception Signals”
Il testo completo a:
http://www.faa.gov/ATpubs/AIM/Chap5/aim0506.html#5-6-4

(6) FAA Order 7110.65M ‘Air Traffic Control’ (Includes Change 3 Effective: July 12, 2001), Chapter 10-2-5 “Emergency Situations”
Il testo completo a:
http://www.faa.gov/ATpubs/ATC/Chp10/atc1002.html#10-2-5

(7) FAA Order 7110.65M ‘Air Traffic Control’ (Includes Change 3 Effective: July 12, 2001), Chapter 10-1-1″Emergency Determinations” Il testo completo a:
http://www.faa.gov/ATpubs/ATC/Chp10/atc1001.html#10-1-1

(8) FAA Order 7610.4J ‘Special Military Operations’ (Effective Date: November 3, 1998; Includes: Change 1, effective July 3, 2000; Change 2, effective July 12, 2001), Chapter 4, Section 5, “Air Defense Liaison Officers (ADLO’s)”
Il testo completo a:
http://www.faa.gov/ATpubs/MIL/Ch4/mil0405.html#Section%205

(9) FAA Order 7610.4J ‘Special Military Operations’ (Effective Date: November 3, 1998; Includes: Change 1, effective July 3, 2000; Change 2, effective July 12, 2001), Chapter 7, Section 1-2, “Escort of Hijacked Aircraft: Requests for Service”
Il testo completo a:
http://faa.gov/ATpubs/MIL/Ch7/mil0701.html#7-1-2

(10) ‘ABCNews,’ 25 ottobre 1999 “Runaway Plane Crashes in S.D.; Golfer, at Least Four Others Killed,” di Geraldine Sealey
Il testo completo a:
http://abcnews.go.com/sections/us/DailyNews/plane102599.html
Supplemento a:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/abclearjet.htm

(11) ‘Chairman of the Joint Chiefs of Staff Instruction 3610.01A,’ 1 giugno 2001, “Aircraft Piracy (Hijacking) and Destruction of Derelict Airborne Objects,” 4.Policy (page 1) PDF disponibile a:
http://www.dtic.mil/doctrine/jel/cjcsd/cjcsi/3610_01a.pdf
Supplemento a:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/3610_01a.pdf

(12) ‘The Associated Press State & Local Wire’ giovedì,13 settembre 2001, BC cycle, “Small private plane ordered to land in vicinity of Bush ranch”
Il testo completo a:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/bushranch.htm

(13) ‘The Boston Globe,’ sabato, 15 settembre 2001; Third Edition Page A1, “Facing Terror Attack’s Aftermath: Otis Fighter Jets Scrambled Too Late to Halt The Attacks” di Glen Johnson.
Il testo completo a:
http://emperors-clothes.com/9-11backups/bg915.htm


Colpevole per l’11/9

Bush allo scoperto

di Illarion Bykov e Jared Israel

Abbiamo dimostrato che le normali misure di sicurezza al volo e di difesa aerea l’11 settembre 2001 non vennero seguite. Ciò è straordinario perché l’11/9 è stato l’unico giorno nel quale quattro aerei vennero dirottati megli USA, per non dire l’unico giorno nel quale tre aerei si sono schiantati contro importanti edifici di New York City and Washington. Abbiamo arguito che tale inattività dei sistemi di protezione aerea non potrebbe essersi verificata senza il coinvolgimento di alti funzionari. Abbiamo fatto i nomi di George Walker Bush, Donald Rumsfeld e del generale Richard B. Myers. Perché queste tre persone? Nelle forze armate USA l’autorità deriva dalla posizione di una persona nella catena del comando militare. Il Presidente ed il Segretario della Difesa sono le due posizioni più elevate nella catena del comando militare. Il Comandante degli Stati Maggiori Riuniti fa parte della catena di comunicazione e gli possono essere date specifiche responsabilità dal Presidente e/o dal Segretario della Difesa. L’11 settembre era Presidente George Bush. Donald Rumsfeld era Segretario della Difesa. Ed il generale Richard B. Myers era Capo degli Stati Maggiori Riuniti f.f. Questi tre uomini quel giorno avevano responsabilità critiche per la protezione di New York e Washington. Secondo le informazioni pubblicamente disponibili essi si sono sottratti ai loro doveri. Il loro comportamento, come descritto dai media, presenta all’apparenza confusione, ingenuità e mancanza di preparazione. Ma noi dimostreremo che tale apparenza era studiata. Cominciamo dal vertice della catena del comando. GEORGE WALKER BUSH. L’11/9 il Presidente Bush era a Sarasota, in Florida, nel secondo di una visita di due giorni. Il programma di Bush per quel giorno erano pubblicamente noti in anticipo. Molta gente è confusa riguardo a cosa il presidente Bush sapeva ed a quando quel mattino l’abbia saputo. La ragione di tale confusione è che in seguito l’addetto stampa di Bush, Ari Fleischer, il suo Vicepresidente Richard Cheney, ed il Presidente Bush stesso hanno emesso resoconti contradditori su cosa fece Bush quel mattino. Fortunatamente l’11 settembre erano in Florida con il Presidente Bush dei giornalisti dei quotidiani e della TV. I loro resoconti come testimoni oculari dipingono un chiaro quadro. In questa sezione del Sommario delle prove: * a) stabiliremo che Bush ed il suo staff sapevano prima di entrare nell’aula della Booker School e * b) considereremo alcune implicazioni. In sezioni future esamineremo l’effettiva visita di Bush alla Booker School e la sua partenza dal Sarasota-Bradenton International Airport in Florida più tardi nella mattinata. Esamineremo anche le storie di copertura fatte in seguito circolare da Fleischer, da Cheney e dal Presidente Bush stesso. BUSH SAPEVA DEL PRIMO ATTACCO PRIMA DI ENTRARE ALLA BOOKER SCHOOL La reporter dell’Associated Press Sonya Ross era uno dei giornalisti che seguivano il viaggio di Bush in Florida il mattino dell’11/9. Ms. Ross era diretta alla Booker School o si trovava già lì quando venne a sapere del primo impatto contro il WTC: “Il mio cellulare suonò mentre la carovana del Presidente Bush si dirigeva verso la Emma E. Booker Elementary School di Sarasota, Florida. Un collega riferì che un aeroplano si era schiantato contro il World Trade Center di New York. Nessuna ulteriore informazione. “Chiamai l’ufficio dell’AP a Washington in cerca di dettagli. Alcune informazioni insufficienti. Ma sapevo che doveva essere brutta. Cercai un funzionario della Casa Bianca per chiedere, ma non ce ne fu alcuno a portata di mano fino alle 9.05 a.m.”. Ms. Ross ‘cercò un funzionario della Casa Bianca’ perché sapeva che quelli con Bush dovevano essere meglio informati della Associated Press. BUSH VIAGGIA CON UN POTENTE STAFF Il Presidente Bush non è una persona comune. Viaggia con il suo intero staff. Questo è responsabile per ricevere, filtrare ed inoltrare le informazioni amministrative e militari. Il Capo dello Staff Andrew Card organizza e coordina i membri dello stesso e comunica con il Presidente. In aggiunta Bush ha il Secret Service, che è responsabile della sua sicurezza. I membri di questa squadra di supporto hanno la migliore attrezzatura per le comunicazioni al mondo. Si mantengono in contatto, o possono raggiungerli facilmente, con il gabinetto Bush, con il Centro di Comando Militare Nazionale (NMCC) al Pentagono, con l’Ente Federale per l’Aviazione (FAA) e con gli agenti del Secret Service rimasti alla Casa Bianca ecc. Dal momento che il sistema di informazioni del Presidente è molto più esteso e sofisticato di quello disponibile per un reporter, sembra molto plausibile che, al momento nel quale Ms. Ross sentiva del primo impatto al WTC, cioè mentre la carovana di Bush correva verso la Booker Elementary School, il Presidente sapeva già di questo tragico evento. Fonti indipendenti lo confermano. Il giornalista dell’ABC John Cochran viaggiava con il Presidente. Martedì mattina riportò alla ABC TV: “Peter, come sai, il Presidente e giù in Florida a parlare di istruzione. E’ uscito questa mattina dalla suite del suo albergo, stava per partire, i reporter hanno visto il Capo di gabinetto della Casa Bianca, Andy Card, sussurrargli qualcosa. I reporter hanno detto al Presidente, “Sapete che sta succedendo a New York?’ Egli disse che lo sapeva e disse che avrebbe fatto qualcosa per questo più tardi. Il suo primo impegno è di circa mezz’ora in una scuola elementare di Sarasota, Florida”. ‘ABC News’ Special Report . Dunque Bush sapeva del primo attacco al WTC prima di lasciare il suo albergo. Che altro sapeva? 1) John Cochran riporta che il Presidente Bush non rispose a Andrew Card. E’ inconcepibile che ad un essere vivente venga detto che un aeroplano si è appena gettato dentro al più grande edificio di New York e questi non abbia niente da ribadire. Dunque Bush deve averlo saputo prima che glielo sussurrasse Card. 2) Ciò è confermato dal fatto che poco dopo che Card gli parlò, Bush disse ad un giornalista che avrebbe fatto più tardi una dichiarazione. Bush non avrebbe detto questo senza discutere della situazione col suo Capo dello staff ed altri. BUSH SAPEVA CHE L’INCIDENTE AL WTC ERA UN ATTACCO TERRORISTA? La risposta a questa domanda è qualcosa che il Vicepresidente Richard Cheney rivelò, probabilmente inconsciamente, a MEET THE PRESS di domenica 16 settembre. Persino senza il resoconto di John Cochran alla ABC, i commenti di Cheney costituiscono prova che prima che il Presidente Bush andasse alla Booker School sapeva che un aereo era stato dirottato e poi era schiantato nel WTC. Cheney stava parlando con il giornalista Tim Russert di MEET THE PRESS sul percorso di volo dell’American Flight 77 che colpì il Pentagono. Qui c’è il colloquio: “VICE PRES. CHENEY: …Il meglio che possiamo dire è che essi [American Flight 77] inizialmente arrivarono alla Casa Bianca e… “MR. RUSSERT: Realmente l’aereo girò intorno alla Casa Bianca? “VICE PRES. CHENEY: Non girò attorno ad essa, ma era diretto su una traccia che andava verso di essa. Il Secret Service ha un accordo con la F.A.A. Essi avevano le linee aperte dopo che il World Trade Center fu…” “MR. RUSSERT: Tracciato con il radar. “VICE PRES. CHENEY: E fu quando entrò nella zona pericolo e sembrava fosse diretto verso la Casa Bianca che mi presero e mi portarono nella cantina…(ecc)” MEET THE PRESS Trascrizione . Pare che Cheney abbia impulsivamente affermato il fatto cruciale che il Secret Service abbia una linea diretta con la FAA, dunque si accorse che stava parlando troppo e si fermò prima di completare la frase. Ma se ha veramente parlato troppo, si è anche fermato troppo tardi. E’ ovvio che la frase sarebbe terminata con la parola ‘colpito’ o qualcosa di simile. Così: “Il Secret Service ha un accordo con la F.A.A. Essi avevano le linee aperte dopo che il World Trade Center fu colpito”. Il Secret Service ha un collegamento speciale con la FAA in modo da potere rapidamente accedere ad informazioni importanti per la sicurezza del Presidente. Dopo il primo attacco al WTC, il collegamento tra la FAA ed il Secret Service venne elevato al livello di linee aperte. (In modo simile, gli ordini emessi dalla FAA e dai Capi di Stato Maggiore Riuniti richiedono un più elevato contatto tra la FAA ed il Centro di Comando Militare Nazionale (NMCC) durante i dirottamenti. V. ‘Guilty for 9-11. Perciò, all’ora alla quale il volo American 11 si schiantava contro il World Trade Center, attorno alle 8.46, e con maggiori probabilità prima che ciò accadesse, il Secret Service sapeva ciò che sapeva la FAA. Dunque, cosa sapeva la FAA? La FAA ammette che alle 8.20 ‘sospettava’ che il volo American 11 fosse stato dirottato. E, secondo la storia ufficiale rilasciata il 14 settembre: “8.40 [la] FAA notifica del volo 11 [cioè che era stato dirottato] al NEADS (il Settore Difesa Aerea Nordest) del NORAD, il sistema di difesa civile dei militari” Newsday 23 settembre 2001 Perciò, basandosi sulla storia ufficiale, alle 8.40 o prima il Secret Service sapeva che il volo 11 era stato dirottato. E dal momento che la FAA stava tracciando il volo 11, come lo faceva anche il Centro di Comando Militare Nazionale, che viene notificato dei dirottamenti ed ha accesso al radar in tutto il paese, è certo che alle 8.46 il Secret Service sapeva che un aereo dirottato si era schiantato contro il World Trade Center. Così secondo la storia ufficiale, prima che il Presidente entrasse alla Booker School, a dire il vero apparentemente prima che lasciasse il suo albergo, il Secret Service sapeva che, per la prima volta nella storia degli USA, il paese era stato attaccato dall’aria da dei terroristi. Il Secret Service, che impiega più di 4.000 persone, ha diverse responsabilità. La più importante è quella di proteggere il Presidente. E sicuramente ciò significa innanzitutto tenerlo fuori da pericoli inutili poiché prevenire è meglio che curare. Ciò è in particolare modo vero per certi pericoli: “Durante la guerra fredda, quando gli agenti della sicurezza facevano war games con oggetto minacce terroristiche alla Casa Bianca, l’unico problema insolvibile era un aereo commerciale carico di esplosivo che si faceva avanti dalla discesa di avvicinamento verso il Washington National Airport e quindi virava per una picchiata suicida sulla Casa Bianca”. (TIME Magazine) Il Secret Service è da molto tempo consapevole che uno dei più delicati pericoli per la sicurezza è posto da un attacco suicida di un aereo commerciale dirottato da un vicino aeroporto. In un giorno nel quale aerei venivano dirottati da differenti aeroporti e si schiantavano contro edifici, una primaria precauzione per la sicurezza sarebbe quella di tenere il Presidente lontano da impegni annunciati pubblicamente in un edificio vicino ad un aeroporto. La Booker School è a meno di 5 miglia dal Sarasota-Bradenton International Airport. COSA SAPPIAMO A QUESTO PUNTO 1) Prima che il Presidente Bush lasciasse il suo albergo il Secret Service sapeva che un aereo dirottato si era schiantato contro il World Trade Center, un edificio che simbolizzava la potenza USA. 2) Il Presidente è il più ovvio bersaglio individuale per un attacco terroristico. Il Presidente quella mattina aveva in programma la visita alla Booker School. La visita non era di alcuna importanza – cioè poteva essere facilmente cancellata. Il suo orario era noto pubblicamente, fino al minuto in cui avrebbe parlato di istruzione alla TV, alle 9.30. 4) Assumendo che la storia ufficiale sia interamente vera, vi erano tutti i motivi per credere che un terrorista avesse portato un aereo sul WTC. Perciò un terrorista poteva far volare un aeroplano nella Booker School per uccidere Bush – indubbiamente una vittoria maggiore che sfondare il WTC. Questo pericolo veniva aumentato dalla vicinanza del Sarasota-Bradenton International Airport. Inoltre, l’attacco al WTC poteva segnalare l’inizio di un più vasto attacco terroristico. In tale caso era certamente possibile che terroristi con armi pesanti avessero potuto attaccare la Booker School da terra. ED ORA LA QUESTIONE SCOTTANTE: Considerato l’obbligo del Secret Service di proteggere il Presidente; Considerata la linea aperta del Secret Service con la FAA e perciò la sua conoscenza che un aereo era stato dirottato ed in seguito lanciato nel World Trade Center; Considerata la potenziale minaccia mortale al Presidente Bush se si fosse recato in un posto pubblico, da programma, come annunciato il giorno precedente e conosciuto da tutti nella regione; Vi è una sola spiegazione per la quale il Secret Service abbia permesso al Presidente Bush di correre il rischio mortale di andare alla Booker School la mattina dell’11 settembre. George Walker Bush conosceva i piani per il 9/11. E poiché conosceva quei piani sapeva che nessuno avrebbe attaccato la Booker School. Video della visita di George Walker Bush alla Emma E. Booker Elementary School di Sarasota, Florida – 11/9 * * * Il video è stato rimosso, ma potete trovarlo qui: http://emperor.vwh.net/bushvideo/bushshort.ram


Quesiti sugli attacchi dell’11 settembre

di Jim Marrs – tratto da Nexus nr.36

Superficialmente tutto è sembrato abbastanza chiaro. Secondo la versione ufficiale, circa 19 terroristi mediorientali suicidi, col cuore gonfio di odio nei confronti della libertà e della democrazia americane, hanno dirottato quattro aerei di linea, ne hanno fatti schiantare due contro le torri gemelle del World Trade Center di New York ed un terzo contro il Pentagono. Il quarto a quanto viene riferito è precipitato nella Pennsylvania occidentale dopo che i passeggeri hanno tentato di contrastare i terroristi.
Tuttavia sono emersi molti quesiti inquietanti, fra cui:

– Perché i militari americani stavano predisponendo piani di guerra contro l’Afghanistan già da mesi prima degli attentati dell’11 settembre? Stavano soltanto cercando qualche evento che spingesse il pubblico americano, generalmente disinteressato, verso una guerra, come avvenuto in passato?

– Come è possibile che documenti cartacei che incriminavano bin Laden siano stati trovati infatti presso il WTC mentre le scatole nere degli aerei – progettate per resistere ad eventuali incidenti – erano danneggiate al punto da risultare inutilizzabili?

– Perché anche a distanza di giorni e persino di settimane dagli attentati al WTC agli operatori video è stato proibito di riprendere o fotografare le macerie da determinate angolazioni, così come lamentato dal corrispondente della CBS Lou Young, il quale ha chiesto: “Cos’hanno paura che vediamo?”

– Perché, come riferito dal New York Times del 16 ottobre, la relazione della polizia di New York al FBI è stata spedita con l’imballaggio “rischio per la sicurezza”? La sicurezza di chi è a rischio? Quella del FBI? Cos’è che il FBI non vuole che il Dipartimento di Polizia di New York sappia?

– Un piano terroristico palesemente sofisticato, che ha implicato almeno 100 persone e una preparzione di almeno cinque anni, come ha fatto a sfuggire ai nostri servizi di intelligence, in particolare CIA ed FBI? E perché, invece di destituire i responsabili di questo fallimento dell’intelligence e di ristrutturare completamente queste agenzie, stiamo raddoppiando il loro budget?

– Perché la Torre Sud del WTC è crollata per prima, quando non era così estensivamente danneggiata quanto la Torre Nord, che è bruciata per quasi un’ora e mezza prima di crollare?

– Perché molti testimoni affermano di aver sentito ulteriori esplosioni all’interno degli edifici? E perché la distruzione delle torri è sembrata più una implosione controllata che un tragico incidente?

– Perché il Direttore del FBI Robert Mueller ha ammesso che la lista dei nomi dei dirottatori potrebbe non contenere i loro nomi reali? Non deve forse chiunque mostrare una foto di identità per richiedere la carta d’imbargo? Che fine hanno fatto le normali misure di sicurezza?

– Perché c’è stata una discrepanza di 35 nomi fra le liste dei passeggeri pubblicate e il resoconto ufficiale dei morti su tutti e quattro i voli sfortunati? Il cronista di internet Gary North ha riferito che i “nomi pubblicati non collimano in nessun caso con il totale elencato per il numero delle persone a bordo”. Qual è il motivo di questa discrepanza?

– Visto che nessuno di questi passeggeri elencati aveva un nome dal suono arabo coma ha fatto il governo a sapere quali erano i dirottatori?

– Perché i numeri dei sedili dei dirottatori, comunicati tramite una conversazione con cellulare dalla hostess di bordo Madeline Amy Sweeney al Controllo del Traffico Aereo di Boston, non coincidevano con i numeri dei sedili occupati dagli uomini che il FBI afferma siano stati i responsabili?

– Visto che il Mistero degli Esteri dell’Arabia Saudita ha comunicato che cinque dei presunti dirottatori non si trovavano a bordo degli aerei della morte e di fatto sono tuttora in vita, mentre è stato riferito che un sesto uomo della lista è vivo ed in buona salute in Tunisia, perché questi nomi si trovano ancora sulla lista del FBI?

– Perché su nessuna delle liste passeggeri non era riportato nemmeno uno dei nomi dei dirottatori citati? Se hanno usato tutti quanti degli pseudonomi, come ha fatto il FBI ad identificarli così in fretta?

– Perché uno dei dirottatori citati si è portato un bagaglio per un volo suicida e lo ha poi lasciato nella sua macchina all’aeroporto assieme ad un foglio che lo incriminava?

– Secondo il New York Times, per quanto riguarda le indagini complessive sugli attentati di settembre, verso la fine di ottobre le autorità americane hanno riconosciuto che la maggior parte dei loro promettenti indizi per scovare i complici e parte dei loro sospetti di lunga data relativi a svariati indiziati si sono chiariti; dal momento che sono state arrestate più di 800 persone e sono state ricevute da parte della popolazione più di 365 mila segnalazioni come mai, nella più grande indagine criminale nella storia degli USA, non è venuto fuori nulla di rilevante?

– Perché delle quasi 100 persone tuttora ricercate dal FBI nessuna viene considerata uno dei principali indiziati?

– Perché stiamo bombardando l’Afghanistan, quando apparentemente nessuno dei dirottatori elencati era afgano bensì erano arabi provenienti da vari paesi mediorientali? Visto che l’Iraq era coinvolto nell’attentato al WTC del 1993, perché non stiamo bombardando quello stato “canaglia”?

– Come hanno fatto i terroristi ad ottenere i segretissimi codici e segnali della Casa Bianca e dell’ Air Force One – pretesto per sballottare il Presidente Bush per tutto il paese l’11 settembre? Ciò costituiva la prova del lavoro di un infiltrato oppure, come riportato da Fox News, la prova che l’ex dipendente del FBI ed agente doppiogiochista Robert Hanssen aveva consegnato una versione aggiornata del software trafugato Promis ai suoi manipolatori Russi i quali, a loro volta, lo hanno passato a bin Laden? Forse che questo software, che durante l’amministrazione Reagan venne sottratto ad una società americana da funzionari del Dipartimento di Giustizia presieduto dal Procuratore generale Ed Meese, permette ad esterni la libera penetrazione dei nostri computer più segreti?

– Se l’aereo del Volo 93 della United Airline è precipitato in seguito ad un’eroica lotta dei passeggeri con i dirottatori, perché dei testimoni hanno parlato di un secondo aereo che lo seguiva, di detriti infuocati che cascavano, di nessun cratere profondo e di relitti sparsi per un’area di sei miglia, cose che indicano un’esplosione in volo?

– Perché i notiziari hanno descritto passeggeri del Volo 93 mutilati e a cui è stata tagliata la gola con dei taglierini, mentre la rivista Time del 24 settembre ha riportato che uno dei passeggeri ha chiamato a casa col cellulare per riferire che “Siamo stati dirottati, ma ci stanno trattando gentilmente”?

Tratto da Nexus New Times edizione italiana nr.36 Gennaio-Febbraio 2002

www.disinformazione.it


Spie israeliane arrestate sul tetto a Manhattan

di Sbancor – tratto da http://www.rekombinant.org

Sbancor aveva avvisato: quando si iniziano a delirare razze e religioni si aprono le porte dell’orrore. Le rivelazioni vengono da Fox News e Associated Press. Ci sono forze istituzionali USA impegnate a bloccare la corsa alla guerra in Medio Oriente? Rekombinant counter-intelligence per tutti.

[NdR. Anti-boatos system: la fonte e questo articolo vanno citati correttamente]

Mentre l’intero Occidente è ridotto a una platea di idioti teledipendenti che da casa tifano, chi per gli ebrei, chi per Arafat, con gran spreco di neuroni e adrenalina elettrotelevisiva, iniziano a filtrare notizie inquietanti. Ricordando a tutti i lettori che, nella società dello spettacolo integrale, “il vero è un momento del falso” le rispedisco così come le ho avute.

Da E.I.R (Executive Intelligence Revue) anno 10, n.51 20 dicembre 2001.

(…)

“Ora, a tre mesi di distanza, Sharon e i militari israeliani procedono a passo spedito verso la guerra. In questo contesto si collocano alcune rivelazioni esplosive sul conto delle unità dello spionaggio israeliano attive negli USA alla vigilia dei misfatti dell’11 settembre. Poiché le rivelazioni provengono da una rete televisiva affermata come la Fox News, e sono poi state riprese dalla Associated Press e da CHANNEL 11 di Houston ed altri, va ritenuto che dietro vi siano forze abbastanza istituzionali impegnate a bloccare la corsa verso la guerra in Medio Oriente.

In quel fatidico 11 settembre furono arrestate cinque spie israeliane, poi estradate. Stavano tutt’e cinque su di un tetto di Hoboken, e guardavano oltre il fiume Hudson, in direzione delle Torri Gemelle. Qualcuno ha chiamato la polizia ed è risultato che i cinque facevano parte delle forze armate israeliane e che avevano lavorato per una impresa di trasporti. I cinque, i cui visti erano scaduti, si sono rifiutati di dire di più.

Gli israeliani arrestati nelle retate successive all’11 settembre sono in tutto una sessantina. La Fox News riferiva l’11 dicembre che, sottoposti al test della “macchina della verità”, alcuni di questi arrestati hanno mentito.

“Non ci sono indizi di una partecipazione israeliana negli attacchi dell’11 settembre; purtuttavia, gli investigatori sospettano che essi abbiano raccolto informazioni in anticipo attinenti a quei fatti, ma non le hanno riferite” alle autorità USA, ha detto Carl Cameron della Fox News. Le autorità americane hanno detto a Cameron che il silenzio è d’obbligo in questa fase dell’inchiesta, mentre i portavoce dell’ambasciata israeliana non ammettono niente di niente in merito allo spionaggio negli USA. Cameron ha continuato:

“Ma Fox News ha appreso che un gruppo di israeliani da poco individuato nel North Carolina si serviva di un appartamento in California per spiare un gruppo di arabi che le autorità statunitensi tengono sotto osservazione perché sospettati di collegamenti con il terrorismo.

“La Fox News ha raccolto documenti che indicano come anche prima dell’11 settembre almeno 140 altri israeliani siano stati arrestati nel corso di complesse indagini molto riservate sullo spionaggio israeliano negli USA.”

I sospetti si appuntano su studenti dell’Università di Gerusalemme o dell’Accademia Bezalel: “I documenti mostrano che [gli israeliani] si sono concentrati nella penetrazione di basi militari, degli uffici della DEA, della FBI, e di diversi uffici governativi e ci sono riusciti, entrando persino in uffici segreti e abitazioni private appositamente non registrate, assegnate al personale che svolge attività speciali”.

Un’altra parte dell’inchiesta riguarda l’arresto di decine di spie israeliane che operavano in strada, come venditori ambulanti. Cameron fa inoltre riferimento ad altre indagini condotte dalla Corte dei Conti e dai servizi militari (DIA) che definiscono le attività spionistiche israeliane negli USA rispettivamente “aggressive” e “voraci”.

Il 12 e 13 dicembre Cameron è tornato sull’argomento con la storia della AMDOCS, impresa privata israeliana che opera nelle telecomunicazioni ed è appaltatrice presso le venticinque principali imprese telefoniche americane. Il tipo di servizio prestato le da accesso in tempo reale a gran parte delle linee telefoniche del paese, con la possibilità di fare tutte le intercettazioni telefoniche che vuole. Secondo la Fox TV, la AMDOCS è finita più volte sotto inchiesta: FBI e altre forze di polizia l’hanno ripetutamente sospettata di collegamenti con la mafia e di spionaggio.

Ci sarebbe poi un documento top secret della National Security Agency (NSA) che nel 1999 spiegava come tutte le telefonate in America fossero registrabili da parte di governi stranieri, in pratica quello israeliano. Quando nel 1997 scoppiò lo scandalo “MEGA”, riguardante la talpa israeliana nell’amministrazione USA, AMDOCS fu accusata di aver intercettato le telefonate tra il Presidente Clinton e Monica Lewinsky. La Fox TV aggiungeva che il pericolo tutt’altro che remoto è che le informazioni riservate siano anche accessibili al crimine organizzato israeliano: “Non sarebbe la prima volta: nel 1997 si presentò un bel grattacapo quando le comunicazioni di FBI, Servizi segreti, DEA e LAPD furono completamente compromesse dal crimine organizzato israeliano che utilizzava i dati di cui dispone la AMDOCS”.

Il 13 dicembre la Fox ha parlato della Converse Infosys, un’altra impresa high tech, sussidiaria di un’impresa israeliana, che con uffici in tutto il territorio americano “fornisce attrezzature per le registrazioni telefoniche alle forze dell’ordine”. Gli enti preposti utilizzano il software della Converse nei propri computer per individuare le telefonate da intercettare e per lo smistamento delle registrazioni a seconda delle competenze. La casa madre della Converse, che ha accesso a questi dati, è tanto vicina al ministero dell’Industria e Commercio (di cui è stato titolare Sharon) che il 50% delle sue spese di R&D sono a carico del ministero.

Rompendo la prassi delle sue conferenze stampa, il 13 dicembre il Segretario di Stato Powell ha concesso la prima domanda al corrispondente dell’EIR. Interrogato in merito allo spionaggio israeliano negli USA, Powell ha risposto di essere al corrente della storia degli arresti — quindi confermandone la notizia — ma di occuparsi solo dell’aspetto diplomatico della questione, mentre per quanto riguarda l’aspetto spionistico, ha detto, “la domanda deve essere rivolta al ministero di Giustizia ed alla FBI”

Il capo della banda criminale di Al Qaeda, Osama bin Laden viene immediatamente indicato come il responsabile del tragico attentato al WTC.

Cerchiamo di capire chi è il personaggio attraverso articoli di giornalisti ed attraverso documenti.

OSAMA BIN LADEN

CHI E’ OUSMANE BIN LADEN?

di Michel Chossudovsky, Professore di Economia, Università di Ottawa
Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG) http:/globalresearch.ca
La URL di questo articolo è http://globalresearch.ca/articles/CHO109C.html
Inviato il 12 Settembre 2001

Traduzione di Curzio Bettio, di SoccorsoPopolare di Padova

Poche ore dopo gli attacchi terroristici sul World Trade Centre e il Pentagono, l’amministrazione Bush concludeva, senza supporto di prove, che “Ousmane bin Laden e la sua organizzazione al-Qaeda fossero i principali sospettati“.

Il Direttore della CIA George Tenet dichiarava che bin Laden aveva la capacità di pianificare “attacchi multipli senza dare avvertimenti.”

Il Segretario di Stato Colin Powell definiva gli attacchi “un atto di guerra”, e il Presidente Bush in un messaggio televisivo rivolto di sera alla Nazione asseriva che “non avrebbe fatto alcuna distinzione tra i terroristi che avevano commesso questi atti e coloro i quali avevano dato loro copertura”.

L’ex Direttore della CIA James Woolsey puntava il dito su una “sponsorizzazione statuale”, implicando la complicità di uno o più governi stranieri.

Ecco la dichiarazione dell’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Lawrence Eagleburger:
“Io penso che, essendo stati aggrediti in questo modo, noi dobbiamo mostrare che siamo terribili nella nostra forza e nella nostra risposta punitiva.”

Nel frattempo, ripetendo a pappagallo le affermazioni ufficiali, il sistema dei media Occidentali ha approvato il lancio di minacce di “azioni punitive” dirette contro obiettivi civili nel Medio Oriente. William Saffire scrive nel New York Times:
“Quando con sicurezza abbiamo individuato le basi e i santuari degli aggressori, noi li dobbiamo polverizzare – minimizzando, ma accettando i rischi di danno collaterale – e dobbiamo agire allo scoperto o segretamente per destabilizzare le nazioni ospiti del terrorismo.”

Il testo seguente sottolinea la storia di Ousmane Bin Laden e i suoi legami con la “Jihad” Islamica, secondo la strategia della politica estera USA durante la Guerra Fredda, e le sue conseguenze.

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OUSMANE BIN LADEN E LA CIA

Primo sospettato per gli attacchi terroristici a New York e a Washington, marchiato dal F.B.I. come “terrorista internazionale” per il suo ruolo nel bombardamento dell’ambasciata USA in Africa, il Saudita Ousmane bin Laden era stato reclutato durante la guerra Sovietico-Afghana “ironicamente sotto gli auspici della CIA, per combattere gli invasori Sovietici”.(1)

Nel 1979 veniva scatenata “la più larga operazione segreta nella storia della CIA”, in risposta all’invasione Sovietica in supporto al governo filo-comunista dell’Afghanistan di Babrak Kamal.(2)

“Con l’attivo appoggio della CIA e dell’ISI [Inter Services Intelligence] Pakistano, che cercavano di portare la Jihad Afghana in una guerra globale da intraprendere da tutti gli stati Mussulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35.000 integralisti Mussulmani provenienti da 40 Stati Islamici arrivarono a combattere in Afghanistan fra il 1982 e il 1992. Inoltre decine di migliaia andarono a studiare nelle scuole Coraniche (madrasahs) Pakistane. In definitiva più di 100.000 integralisti Mussulmani stranieri venivano direttamente influenzati dalla Jihad Afghana.” (3)

La “Jihad” Islamica era appoggiata dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita con una parte sostanziosa degli investimenti generati dal traffico di droga della Mezzaluna d’Oro:

“Nel marzo 1985, il Presidente Reagan firmava la Direttiva di Delibera sulla Sicurezza Nazionale 166,…che autorizzava un aumento degli aiuti militari segreti ai mujahiddeen, e rendeva palese che la guerra segreta in Afghanistan aveva un nuovo obiettivo: la disfatta delle truppe Sovietiche in Afghanistan attraverso azioni segrete e il favorire il ritiro Sovietico. — La nuova assistenza segreta USA iniziò con un drammatico aumento nelle forniture di armi — il supporto arrivò nel 1987 alle 65.000 tonnellate annue,… così come un “flusso continuo” di specialisti della CIA e del Pentagono, che operavano al quartier generale segreto dell’ISI Pachistano sulla strada principale vicino a Rawalpindi, Pakistan. Qui gli specialisti CIA, in collaborazione con ufficiali del Servizio Segreto Pakistano, concorrevano alla preparazione dei piani operativi per i ribelli Afghani.”(4)

La CIA (Central Intelligence Agency), usando il Servizio Segreto Militare del Pakistan (ISI), ha giocato un ruolo chiave nel guidare i Mujahideen.

Nei fatti, la CIA favorendo l’addestramento della guerrilla era parte integrante con l’indottrinamento Islamico:

“Tema predominante era che l’ Islam rappresentava una perfetta ideologia socio-politica, che l’Islam Santo era stato violato dalle truppe dell’Ateismo Sovietico, e che il popolo Islamico dell’ Afghanistan doveva riacquistare la propria indipendenza, rovesciando il regime Afghano di sinistra appoggiato da Mosca.”(5)

L’APPARATO PAKISTANO DI SPIONAGGIO

Il Servizio Segreto Militare Interforze Pakistano ISI veniva usato come “intermediario occulto” (infiltazione diretta). Il supporto di copertura alla “Jihad” era operativo indirettamente attraverso l’ISI Pakistano, – cioè la CIA non indirizzava i suoi aiuti direttamente ai Mujahideen. In altre parole, per garantire a queste operazioni di copertura “pieno successo”, Washington era attenta a non rivelare il suo obiettivo ultimo alla “Jihad”, che consisteva nella distruzione dell’Unione Sovietica.

Milton Beardman della CIA si esprimeva così: “Noi non dovevamo addestrare Arabi”. Tuttavia, anche secondo Abdel Monam Saidali, del Centro Al-aram per gli Studi Strategici al Cairo, a bin Laden e “agli Arabi Afghani” sono stati impartiti “tipi veramente sofisticati di addestramento, del tutto simili a quelli della CIA” (6).

Beardman della CIA confermava, a questo riguardo, che Ousmane bin Laden non era consapevole del ruolo che egli doveva occupare a favore di Washington. Queste le parole di bin Laden (riportate da Beardman): “Né io, né i miei fratelli avevamo coscienza dell’aiuto Americano”. (7)

Motivati da nazionalismo e da fervore religioso, i combattenti Islamici non si rendevano conto di lottare contro l’Armata Sovietica per gli interessi dello Zio Sam. Benchè avessero contatti con livelli superiori nella scala gerarchica dello spionaggio, i leaders Islamici ribelli nella scala di teatro non avevano contatti con Washington o con la CIA.

Con il sostegno della CIA e l’invio di massicce quantità di aiuti militari USA, l’ISI Pakistano si era sviluppato in una “struttura parallela che esercitava un potere enorme su tutti gli ambiti di governo”. (8)

Lo staff dell’ISI era composto da ufficiali militari e di intelligence, burocrati, agenti sotto copertura ed informatori, stimabile sull’intorno dei 150.000 elementi. (9)

Senza dubbio, le operazioni della CIA avevano avuto anche il rinforzo del regime militare Pakistano, con a capo il Generale Zia Ul Haq:

“Le relazioni fra la CIA e l’ISI avevano ricevuto un crescente impulso in seguito alla defenestrazione di Bhutto da parte di Zia e con l’avvento del regime militare, … Durante tutta la guerra Afghana, il Pakistan si era dimostrato aggressivamente anti-Sovietico molto più degli stessi Stati Uniti. Subito dopo l’invasione militare Sovietica dell’Afghanistan nel 1980, Zia [ul Haq] inviò il suo comandante ISI a destabilizzare gli Stati Sovietici dell’Asia Centrale. La CIA aderì a questo piano solo nell’Ottobre 1984…La CIA era quindi più cauta dei Pakistani. Sia il Pakistan, che gli Stati Uniti adottarono la linea dell’inganno in Afghanistan, con un atteggiamento pubblico orientato alla negoziazione di un accordo, mentre privatamente convenivano che un’escalation militare era la miglior soluzione.” (10)

IL TRIANGOLO DELLA DROGA DELLA MEZZALUNA D’ORO

La storia del traffico della droga nell’Asia Centrale è intimamente collegata alle operazioni di copertura della CIA. Prima della guerra Sovietico-Afghana, la produzione di oppio in Afghanistan e in Pakistan era orientata per i piccoli mercati locali. Non vi era alcuna produzione locale di eroina. (11)

A questo riguardo, lo studio di Alfred McCoy conferma che nel corso dei due anni di intervento delle operazioni CIA in Afghanistan “le regioni di confine Pakistan-Afghanistan divennero la punta massima nel mondo per la produzione di eroina, con la copertura del 60% della domanda di droga degli USA. In Pakistan, la popolazione dedita all’uso di eroina è passata dal livello vicino a zero nel 1979… all’1,20 milioni nel 1985 – un salto molto più elevato che in qualsiasi altra nazione”.(12)

“Le attività della CIA fra l’altro controllavano questo traffico di eroina. Quando i guerriglieri Mujahideen si impadronirono di territori dell’Afghanistan, ordinarono ai contadini di piantare oppio come tassa rivoluzionaria. A cavallo del confine in Pakistan, i leaders Afghani e le organizzazioni malavitose locali, sotto la protezione dell’ Intelligence Pakistana, misero in funzione centinaia di laboratori di eroina. Durante questa decade di commercio di droga del tutto libero, l’Agenzia USA per la Repressione contro la Droga a Islamabad ha reso più debole la richiesta di un numero più consistente di confische o di arresti… i funzionari USA hanno rifiutato di indagare su carichi di eroina distribuiti dai loro alleati Afghani, poiché la politica USA sui narcotici in Afghanistan era stata subordinata agli interessi della guerra contro i Sovietici.”

Nel 1995, l’ex direttore delle operazioni CIA in Afghanistan, Charles Cogan, ha ammesso che la CIA aveva di fatto sacrificato la guerra alla droga per combattere nella Guerra Fredda. “La nostra principale missione era di creare il più alto danno possibile ai Sovietici. In realtà non potevamo sprecare risorse o tempo per indagini sul traffico della droga,… Io non penso che dobbiamo sentire la necessità di scusarci per questo. Ogni situazione ha la sua ricaduta … Certamente vi è stata una ricaduta in termini di traffico di droghe. Ma il principale obiettivo è stato raggiunto. I Sovietici hanno abbandonato l’Afghanistan.” (13)

NELLA SCIA DELLA GUERRA FREDDA

Nella scia della Guerra Fredda, la regione dell’Asia Centrale non solo è strategica per le sue enormi ed estese riserve di petrolio, ma anche produce i tre quarti dell’oppio mondiale, che rappresentano entrate per molti miliardi di dollari per imprese affaristiche, per istituzioni finanziarie, per agenzie di spionaggio e per il crimine organizzato.

I profitti annuali dal traffico di droga della Mezzaluna d’Oro (tra 100 e 200 miliardi di dollari) rappresentano approssimativamente un terzo del movimento di affari annuale del Mondo intero del narcotraffico, stimato dalle Nazioni Unite sull’ordine dei 500 miliardi di dollari $. (14)

Con la disintegrazione dell’Unione Sovietica, si era aperta una nuova sorgente nella produzione dell’oppio. (In accordo con le stime dell’ONU, la produzione di oppio in Afghanistan nel 1998-99 – e questo coincide con la costruzione di rivolte armate nelle repubbliche dell’ex Unione Sovietica – ha raggiunto il record di circa 4500 tonnellate.) (15) Potenti imprese di affari dell’ex Unione Sovietica, alleate con il crimine organizzato, sono in competizione per il controllo strategico delle vie dell’eroina.

La rete militar-spionistica di grande estensione come l’ISI Pakistana non viene smantellata nella scia della Guerra Fredda. La CIA continua ad appoggiare la “Jihad” Islamica fuori dal Pakistan. Nuove iniziative segrete sono poste in atto nell’Asia Centrale, nel Caucaso e nei Balcani. L’apparato militare e di spionaggio del Pakistan essenzialmente “serve come catalizzatore della disgregazione dell’Unione Sovietica e della apparizione improvvisa di sei nuove Repubbliche Mussulmane nell’Asia Centrale.”(16)

Nel frattempo, missionari Islamici della setta Wahhabi dall’Arabia Saudita si sono stabiliti nelle repubbliche Mussulmane e nell’interno della Federazione Russa, invadendo il campo delle istituzioni laiche dello Stato. Malgrado la sua ideologia anti- Americana, il fondamentalismo Islamico è stato largamente utilizzato per gli interessi della strategia di Washington in contrapposizione all’Unione Sovietica.

Anche dopo la ritirata delle truppe Sovietiche nel 1989, la guerra civile in Afghanistan è continuata senza soste. I Talebani avevano l’appoggio dei Deobandis Pakistani e del loro partito politico, lo Jamiat-ul-Ulema-e-Islam (JUI).

Nel 1993, lo JUI entrava nella coalizione del governo Pakistano del Primo Ministro Benazzir Bhutto. Venivano stretti accordi tra lo JUI, l’Esercito e l’ISI.

Nel 1995, con la caduta del Governo di Kabul di Hezb-I-Islami Hektmatyar, i Talebani non solo instaurarono un governo fondamentalista Islamico, ma anche “assunsero il controllo dei campi di addestramento in Afghanistan soprattutto con le fazioni che facevano riferimento allo JUI …” (17)

E lo JUI, con l’appoggio dei movimenti Sauditi Wahhabi, ha giocato un ruolo chiave nel reclutare volontari per la lotta nei Balcani e nell’ex Unione Sovietica.

Jane Defense Weekly conferma a questo riguardo che “metà delle forze Talebani in uomini ed equipaggiamento provenivano dal Pakistan sotto la supervisione dell’ISI”. (18) Nei fatti, questo sta a significare che, dopo la ritirata Sovietica, entrambe le parti in lotta nella guerra civile hanno continuato a ricevere appoggi segretamente attraverso l’ISI Pakistano. (19)

In altre parole, con il sostegno del Servizio Segreto Militare del Pakistan (ISI), che in conclusione era controllato dalla CIA, lo Stato Islamico Talebano era largamente al servizio degli interessi geopolitici Americani. Infatti il traffico di droga della Mezzaluna d’Oro veniva usato per finanziare ed equipaggiare l’Esercito Bosniaco Mussulmano (a partire dal lontano 1990) e l’Armata di Liberazione del Kosovo (KLA).

In questi ultimi mesi è stato messo in evidenza il fatto che mercenari Mujahideen stanno combattendo nei ranghi dei terroristi Albanesi delle KLA-NLA, nelle loro aggressioni contro la Macedonia.

Non vi sono dubbi: questo spiega perché Washington ha chiuso gli occhi sul regno del terrore imposto dai Talebani, inclusa l’ostentata derogazione dei diritti delle donne, la chiusura totale delle scuole per le giovani, il licenziamento delle donne impiegate negli uffici governativi e l’applicazione forzata delle “leggi Sharia della punizione”. (20)

LA GUERRA IN CECENIA

Con riguardo alla Cecenia, i principali leaders ribelli Shamil Basayev e Al Khattab sono stati addestrati ed indottrinati nei campi in Afghanistan e in Pakistan, sponsorizzati dalla CIA.

Secondo Yossef Bodansky, direttore della Task Force del Congresso degli USA sul Terrorismo e la Guerra Non-convenzionale, la guerra in Cecenia è stata pianificata durante un summit segreto della HizbAllah International, tenuto nel 1996 a Mogadiscio, Somalia. (21)

Il summit veniva curato da Osama bin Laden e da funzionari di alto rango dei servizi segreti Iraniano e Pakistano. Con riferimento a ciò, il coinvolgimento dell’ISI Pakistano in Cecenia “era da molto tempo in atto per fornire i Ceceni con armi e consulenza: l’ISI e i suoi sostituti fondamentalisti Islamici attualmente sono identificati come i pezzi grossi in questa guerra”. (22)

Il principale oleodotto della Russia passa attraverso la Cecenia e il Dagestan.

A dispetto della superficiale condanna di Washington del terrorismo Islamico, i beneficiari indiretti della guerra in Cecenia sono le multinazionali del petrolio Anglo-Americane, che sono impegnate per il controllo sulle risorse petrolifere e sui corridoi degli oleodotti in uscita dal bacino del Mar Caspio.

Le due principali armate ribelli Cecene (rispettivamente guidate dai Comandanti Shamil Basayev e Emir Khattab), stimate sui 35.000 uomini, sono appoggiate dall’ISI Pakistano, che quindi gioca un ruolo chiave nell’organizzare e nell’addestrare gli eserciti ribelli Ceceni:

“[Nel1994] l’ISI Pakistano predisponeva per Basayev e i suoi luogotenenti di fiducia di essere sottoposti ad un indottrinamento intensivo sull’Islam e di venire addestrati nella guerra di guerriglia nella provincia del Khost in Afghanistan, nella base di Amir Muawia, costituita già nel lontano 1980 dalla CIA e dall’ISI, sotto la guida del famoso signore della guerra Afghano Gulbuddin Hekmatyar. Nel luglio 1994, dopo l’apprendistato a Amir Muawia, Basayev veniva trasferito al campo di Markaz-i-Dawar in Pakistan per l’addestramento nelle tattiche avanzate di guerriglia. In Pakistan, Basayev incontra ufficiali Pakistani di alto grado dell’esercito e dei servizi segreti: il Ministro della Difesa Generale Aftab Shahban Mirani, il Ministro dell’Interno Generale Naserullah Babar, e il comandante della Sezione ISI per l’appoggio alle cause Islamiche, Generale Javed Ashraf, (all’oggi a riposo). Queste connessioni di relazioni ad alto livello sono risultate di vera utilità per Basayev.”(23)

Dopo il suo addestramento e il lavoro intenso di indottrinamento, Basayev veniva assegnato a condurre gli assalti contro le truppe Federali Russe nella prima guerra di Cecenia nel 1995. La sua organizzazione ha anche sviluppato solidi legami con le organizzazioni del crimine di Mosca, come con quelle Albanesi e con l’Armata di Liberazione del Kosovo (KLA).

Fra il 1997-98, secondo il Servizio di Sicurezza Federale Russo (FSB) “I signori della guerra Ceceni hanno cominciato ad accappararsi beni immobili in Kosovo … attraverso diverse società immobiliari, registrate come copertura in Yugoslavia” (24)

Inoltre, l’organizzazione di Basayev è stata coinvolta in numerosi traffici proibiti, compreso quello dei narcotici, il drenaggio illegale di petrolio e il sabotaggio degli oleodotti della Russia, il rapimento di persone, la prostituzione, lo spaccio di dollari contraffatti e il contrabbando di materiali nucleari. (Vedere collegamenti della Mafia con il crollo delle società piramidi in Albania – (25) ).

Accanto al notevole lavaggio di denaro sporco proveniente dalla droga, i proventi delle varie attività illecite sono stati impiegati al reclutamento di mercenari e all’acquisto di armamenti.

Nel corso del suo addestramento in Afghanistan, Shamil Basayev aveva avuto collegamenti con il veterano Saudita Mujahideen Comandante “Al Khattab”, che aveva combattuto come volontario in Afghanistan.

Appena dopo pochi mesi dal ritorno di Basayev a Grozny, Khattab veniva invitato (all’inizio del 1995) ad allestire una base armata in Cecenia, per l’addestramento dei combattenti Mujahideen.

Secondo la BBC, l’arrivo di Khattab in Cecenia era stato “predisposto mediante la Islamic Relief Organisation, con base in Arabia Saudita, una organizzazione religiosa militante, con riferimento a moschee e a ricchi personaggi, che incanalava fondi verso la Cecenia”. (26)

OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

Fin dai tempi della Guerra Fredda, Washington ha consapevolmente sostenuto ed appoggiato Ousmane bin Laden, mentre allo stesso tempo lo iscriveva nella “lista dei grandi ricercati” dal F.B.I., come il terrorista più pericoloso nel Mondo.

Mentre i Mujahideen stanno combattendo attivamente la guerra degli Americani nei Balcani e nella ex Unione Sovietica, il F.B.I. – operando come una Forza di Polizia con base negli USA – sta suscitando una guerra domestica contro il terrorismo, ed entrando in azione per certi versi in modo indipendente dalla CIA, che ha – fin dalla guerra Sovietico-Afghana – aiutato il terrorismo internazionale, attraverso le sue operazioni segrete.

Per crudele ironia, mentre la Jihad Islamica – caratterizzata dall’Amministrazione Bush come “una minaccia all’America” – viene accusata per gli assalti terroristici al World Trade Centre e al Pentagono, queste stesse organizzazioni Islamiche costituiscono lo strumento chiave delle operazioni spionistico-militari degli USA nei Balcani e nell’ex Unione Sovietica.

Nella scia degli attacchi terroristici a New York e a Washington, la verità deve prevalere, per prevenire l’Amministrazione Bush in concerto con i suoi alleati NATO dall’imbarcarsi in un’avventura militare che minaccia il futuro dell’umanità.



NOTE FINALI

(1) Hugh Davies, International: ” Informers’ point the finger at bin Laden; Washington on alert for suicide bombers”, The Daily Telegraph, London, 24 agosto 1998.

(2) Cfr. Fred Halliday, “The Ungreat game: the Country that lost the Cold War, Afghanistan”, New Republic, 25 marzo 1996.

(3) Ahmed Rashid, “The Taliban: Exporting Extremism”, Foregn Affairs, novembre-dicembre 1999.

(4) Steve Coll, Washington Post, 19 luglio 1992.

(5) Dilip Hiro, ” Fallout from the Afghan Jihad”, Inter Press Services, 21 novembre 1995.

(6) Weekend Sunday (NPR); Eric Weiner, Ted Clarlc;16 agosto 1998.

(7) Ibid.

(8) Dipankar Banerjee; ” Possible Connection of ISI With Drug Industr5n>, India Abroad, 2 dicembre 1994.

(9) Ibid.

(10) Cfr. Diego Cordovez e Selig Harrison, Out of Afghanistan: The Inside Story of the Soviet Withdrawal, Oxford University Press, New York, 1995, e la recensione di Cordovez and Harrison in International Aess Services, 22 agosto 1995.

(11) Alfred McCoy, ” Drug fallout the Cia’s Forty Year Complicity in the Narcotics Trade”. The Progressive; 1 agosto 1997.

(12) Ibid.

(13) Ibid.

(14) Douglas Keh, Drug Money in a changing World, Technical document no 4, 1998, Vienna UNDCP, p. 4. Vedi anche Report of the International Narcotics Control Board for 1999, E/INCB/1999/1 United Nations Publication, Vienna 1999, p 49-51, e Richard Lapper, UN Fears Growth of Heroin Trade, Financial Times, 24 febbraio 2000.

(15) Report of the International Narcotics Control Board, op. cit., p. 49-51, vedi anche Richard Lapper, op. cit.

(16) International Press Services, 22 agosto 1995.

(17) Ahmed Rashid, The Taliban: Exporting Extremism, Foreign Affairs, novembre-dicembre 1999, p. 22.

(18) Riportato in Christian Science Monitor, 3 settembre 1998

(19) Tim McGirk, Kabul learns to live with its bearded conquerors, The Independent, London, 6 novembre1996.

(20) Vedi K. Subrahmanyam, Pakistan is Pursuing Asian Goals, India Abroad, 3 novembre 1995.

(21) Levon Sevunts, Who’s calling the shots?: Chechen conflict finds Islamic roots in Afghanistan and Pakistan, 23 The Gazette, Montreal, 26 ottobre 1999.

(22) Ibid.

(23) Ibid.

(24) Vedi Vitaly Romanov e Viktor Yadukha, Chechen Front Moves To Kosovo Segodnia, Moscow, 23 febbraio 2000.

(26) The European, 13 febbraio 1997, vedi anche Itar-Tass, 4-5 gennaio 2000. BBC, 29 settembre 1999).

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Enormi falle nella storia

“CIA contro bin Laden”

di Jared Israel

8 Novembre 2001

Al fondo troverete allegato un articolo tratto dal quotidiano “Times of India”. L’articolo cita il programma “Newsnight”, trasmesso dalla BBC, nel corso del quale è stato affermato che l’amministrazione Bush ha ordinato all’FBI di abbandonare ogni indagine riguardante le connessioni terroristiche della famiglia bin Laden prima dell’attacco al World Trade Center.

Secondo “Le Figaro” un agente della CIA incontrò bin Laden lo scorso Luglio. “Figaro” afferma che l’incontro avvenne mentre bin Laden era ricoverato nell’ospedale Americano di Dubai, uno degli Emirati Arabi Uniti. (6)

Forse avrete letto l’articolo che abbiamo pubblicato alcune settimane fa contenente estratti di un’audizione al congresso [Americano N.d.T.] avvenuta lo scorso anno il cui tema era il terrorismo nell’area meridionale del continente Asiatico. Nel corso di tale audizione, il membro del Congresso Dana Rohrabacher accusò l’amministrazione Clinton di avere sabotato ogni tentativo d’arresto di bin Laden. (4)

La versione ufficiale di questa storia vede Osama bin Laden rompere con la classe dirigente Americana ed il suo partner minore, l’Arabia Saudita, una decina d’anni fa e da allora cercare di distruggere l’Impero Americano: man mano che i fatti vengono alla luce diventa sempre più evidente il fatto che tutto questo è pura invenzione. Le dichiarazioni delle amministrazioni Clinton e Bush secondo le quali fu tentato, sfortunatamente senza successo, di sconfiggere un astutissimo bin Laden sono piene di falle.

Queste sono solo alcune tra le più grosse.

LO SCENARIO DELLA GUERRA DEL GOLFO

Secondo la versione ufficiale bin Laden ruppe i rapporti con i governi Arabo ed Americano a causa della Guerra nel Golfo.

Ciò può suonare plausibile ad orecchie Occidentali. Dopo tutto l’Iraq è un paese Arabo e lo stesso bin Laden è Arabo.

Ma Iraq ed Arabia Saudita sono molto diversi. L’Arabia Saudita era, ed è, un paese sotto la tirannia della setta Wahhabi, fanatica e fondamentalista, la quale è sostenuta sia dalla “famiglia reale” Saudita, sia dalla ricca famiglia bin Laden. L’Iraq, al contrario, era un centro importante per la cultura Araba secolare.

Bin Laden passò gli anni ’80 combattendo un governo secolare (sorretto da truppe Sovietiche) in Afghanistan. In seguito tornò in Arabia Saudita, dove:

“In seguito all’invasione Irachena del Kuwait fece pressione sulla famiglia reale Saudita per organizzare un corpo di difesa civile all’interno del regno e per creare una forza di reazione tra i veterani della guerra Afgana con lo scopo di combattere l’Iraq”. (dal “Pittsburgh Post-Gazette”, Domenica 23 Settembre 2001, Edizione “Two Star”, pagina A-12, “Come la Guerra Santa contro i Sovietici si ritorse contro l’America”, di Ahmed Rashid)

Ma per quale ragione Osama voleva “creare una forza di reazione … con lo scopo di combattere l’Iraq”?

Nessuno può affermare con serietà che gli Iracheni avessero intenzione di attaccare l’Arabia Saudita. Il vero problema tra Iraq e Kuwait era il petrolio, ed in parte anche le conseguenze di una divisione geografia ereditata da tempi coloniali. Se controllate la carta della regione vedrete che il Kuwait sembra una piccola ma strategica propaggine ritagliata dall’Iraq. (Per la cartina, http://home.achilles.net/~sal/icons/iraq.gif )

Il conflitto tra Kuwait ed Iraq era in realtà un conflitto locale. Tutto sta ad indicare che Saddam Hussein credesse che a) l’Iraq fosse in realtà sottoposto ad un attacco ad opera dal Kuwait, e la conseguente invasione sarebbe stata una sorta di contrattacco e che b) gli USA non sarebbero intervenuti.

Il 22 di Settembre 1990, il “New York Times” ha pubblicato quello che sembra essere una minuziosa trascrizione di una conversazione tra Saddam Hussein e l’Ambasciatrice Americana April Glaspie. Questa conversazione avvenne il 25 di Luglio, otto giorni prima l’inizio dei combattimenti. Pubblicheremo la conversazione tra Hussein e Glaspie non appena possibile. Si tratta di materiale estremamente interessante. Nel corso di tale conversazione l’Ambasciatrice afferma che l’amministrazione Bush comprende il punto di vista Iracheno e non desidera immischiarsi in questa diatriba puramente Araba. Ad esempio l’Ambasciatrice Glaspie afferma:

” …non esprimiamo alcuna opinione su conflitti tra stati Arabi, come in questa vostra disputa sulla linea di confine con il Kuwait … capiamo che dal punto di vista Iracheno le misure prese dagli Emirati Arabi Uniti, e dal Kuwait sono, in ultima analisi, paragonabili ad una aggressione militare contro l’Iraq.” (New York Times, 22 Settembre 1990)

È chiaro che Saddam Hussein volesse essere sicuro della neutralità Americana prima di intraprendere alcuna azione contro il Kuwait. Inoltre l’Arabia Saudita è, nel mondo Arabo, alleato chiave di Washington ed in questo paese si trovano enormi basi militari Americane, della cui esistenza, naturalmente, la classe dirigente Irachena era al corrente. Per queste due semplici ragioni l’idea che l’Iraq abbia mai pensato di attaccare l’Arabia Saudita appare assolutamente inconcepibile.

Quale ragione avrebbe quindi spinto bin Laden a chiedere alla “famiglia reale Saudita di organizzare un corpo di difesa civile all’interno del regno”? O di “creare una forza di reazione tra i veterani della guerra Afgana con lo scopo di combattere l’Iraq”. Non vi era alcuna apparente necessità di difendere il regno Saudita.

Per quale ragione dunque bin Laden prese una posizione così provocatoria?

Le spiegazioni più logiche sono a) che intendesse annientare l’Iraq poiché si trattava di uno stato Musulmano secolare o b) che stesse lavorando con la CIA e stesse tentando di fare aumentare lo stato di tensione tra l’Iraq e l’Arabia Saudita, o magari addirittura di provocare l’Iraq in un attacco preventivo contro l’Arabia Saudita per dare quindi una scusa agli USA per attaccare l’Iraq.

Qualsiasi fosse la ragione era chiaro che bin Laden non fosse offeso dall’idea di dover combattere contro l’Iraq. Per quale ragione dunque, ascoltando la versione ufficiale, la Guerra del Golfo lo offese così tanto?

La risposta ufficiale è che tale conflitto implicò la nascita di un’alleanza Arabo-Americana che bin Laden percepì come una dissacrazione dell’Arabia Saudita.

Questo è un po’ troppo da digerire. Bin Laden aveva lavorato in stretta collaborazione con l’esercito Americano – la CIA per essere precisi – come rappresentante della “famiglia reale” Saudita in Afghanistan durante il decennio in cui la CIA allevava amorevolmente forze Islamiste destinate a combattere il governo Afgano e le truppe Sovietiche.

Non stiamo parlando di un idealista, di un sant’uomo. Lui e la sua famiglia costruirono una fortuna sulla carneficina compiuta in Afghanistan. (Vedasi più avanti)

Per quale ragione bin Laden sarebbe improvvisamente impazzito di rabbia quando il governo Saudita stava facendo le cose che lui stesso aveva fatto come rappresentante del medesimo governo?

La ragione (ancora secondo la storia ufficiale) sarebbe l’ingresso di decine di migliaia di soldati Americani in basi Saudite al seguito di tale conflitto: questa massiccia invasione d’infedeli avrebbe dissacrato il sacro suolo Saudita.

Inorridito, bin Laden ruppe ogni contatto con la “famiglia reale” Saudita e gli USA.

BUON MATTONE NON MENTE

Storia affascinante! Il sacro suolo che truppe di infedeli soldati Americani hanno apparentemente dissacrato è quello di una serie di complessi mantenuti segreti, costruiti nel corso degli anni 80 dall’Esercito Americano alla modica cifra (pagata per lo più dall’Arabia Saudita) di – tenetevi stretto – oltre 200 MILIARDI di dollari [all’incirca 400 mila miliardi di lire, N.d.T.].

“Scott Armstrong: un programma da 200 miliardi di dollari che praticamente è stato portato avanti senza che nessuno vi rivolgesse alcuna attenzione. Classico esempio del procedere al di là delle regole del governo [Americano, N.d.T.].

“Scott Armstrong: i Sauditi sono stati i principali sostenitori e finanziatori del più grande sistema d’armamento che il mondo abbia mai visto, in qualsiasi regione del mondo, il quale include 95 miliardi di dollari in armi che loro stessi hanno acquistato, ai quali hanno aggiunto altri 65 miliardi di dollari per infrastrutture militari e porti. Siamo riusciti a mettere in piedi un sistema interconnesso che ha una base di controllo che funge da comando operativo, altre cinque basi, ognuna delle quali è in grado a sua volta di operare da comando operativo, le quali si trovano in bunker in cemento armato, così robusto da poter resistere a qualsiasi tipo d’esplosione, inclusa una nucleare. Hanno costruito nove porti di notevoli dimensioni dove prima non c’era nulla, dozzine di piste d’atterraggio sparse un po’ dovunque nel regno. Adesso hanno centinaia di moderni aerei da combattimento Americani e la capacità di aggiungerne ulteriori centinaia. I Sauditi da soli hanno speso 156 miliardi per i quali io posso fornire prova documentale, riga per riga, oggetto per oggetto, in sistemi d’armamento e nelle infrastrutture necessarie a sostenerli.” (Dal programma televisivo “FRONTLINE” #1112 Messo in onda il 16 Febbraio 1993, “La corsa alle armi in Arabia Saudita”. Scott Armstrong è uno tra i migliori reporter investigativi e lavora per il “Washington Post”)

(Per la Webpage ufficiale in versione PBS di questo programma televisivo, connettetevi qui; per una trascrizione connettetevi qui)

I contratti per la costruzione di queste basi, porti e piste vennero in parte affidati a imprese edili Saudite. La compagnia della famiglia di Osama, il “Saudi Binladin Group” (non inganni la diversità nel modo in cui il cognome viene scritto, si tratta della stessa famiglia) è in intimi rapporti con la famiglia reale Saudita; inoltre si tratta della più grande impresa edile di questo paese (ed un gigante nel campo delle telecomunicazioni).

E così, sicuro come lo sono la morte e le tasse, il “Saudi Binladin Group” s’accaparrò una bella fetta di questi 200 miliardi di dollari. E mentre i bin Laden stavano costruendo queste basi per gli Americani, chi Osama pensava le avrebbe usate? I marziani?

DEMOLIZIONE E COSTRUZIONE

Tornando ai contratti d’appalto, pensate a cosa successe dopo l’attacco terroristico al complesso delle torri Khobar in Bahrein il 25 di Giugno 1996. Osama bin Laden fu accusato dagli Americani di avere ideato quell’attacco, che uccise 19 aviatori Americani e ne ferì altri 500.

Successivamente venne costruito un nuovo complesso “super-sicuro”:

“Il complesso è molto probabilmente l’installazione operativa usata dall’esercito Americano con il maggior numero di guardie al mondo. Questo è chiaramente ciò che il generale dell’esercito Wayne A. Downing, ora in pensione, aveva in mente quando nel 1996 rilasciò un rapporto che criticava il sistema di sicurezza alle torri Khobar e raccomandava il rafforzamento delle misure di protezione.

“… Per ironia del caso il complesso fu costruito dal gigante dell’edilizia “Saudi Binladin Group” – posseduto dalla stessa famiglia che produsse il terrorista internazionale Osama bin Laden, reietto nella sua stessa patria” (Dalla rivista “Air Force Magazine“, Febbraio 1999).

“Ironia” non è esattamente la parola che userei io, ma va bene lo stesso.

CAVERNE AFFITTATE A CARO PREZZO

Osama completò alcune costruzioni per gli infedeli anche in Afghanistan. Questo avvenne alla fine degli anni 80. Sotto contratto della CIA, Osama e la sua famiglia costruirono le “caverne” (1), del valore di diversi miliardi di dollari, nelle quali si narra adesso si stia nascondendo, costringendo di conseguenza America e Gran Bretagna a bombardare la Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa, ed altre analoghe strategiche installazioni militari:

“Portò con sé personale che lavorava per la ditta di suo padre, così come macchinario pesante per la costruzione di strade e magazzini per i Mujaheddin. Nel 1986 aiutò a costruire un complesso di gallerie finanziato dalla CIA, il cui scopo era fungere da polveriera, campo d’addestramento e centro medico per i Mujaheddin, il tutto in profondità al di sotto di montagne in prossimità del confine Pachistano.”

(dal quotidiano “Pittsburgh Post Gazette” di domenica 23 Settembre 2001, Edizione “Two Star”, pagina A-12, “Come la guerra santa contro i Sovietici si ritorse contro l’America”, di Ahmed Rashid)

PER FAVORE NON MANDATECI QUELL’UOMO ORRIBILE!

Dopo aver apparentemente rotto con i regnanti Sauditi – anche se dubitiamo fortemente della veridicità di tale storia – bin Laden si recò in Sudan. Il governo Sudanese si stancò presto della sua presenza. In Marzo 1996, il Generale Maggiore Elfatih Erwa, allora Ministro della Difesa Sudanese, offrì di estradare bin Laden in Arabia Saudita o negli Stati Uniti.

“Il controspionaggio Sudanese, affermò, avrebbe volentieri tenuto d’occhio bin Laden per conto degli Stati Uniti. Se ciò non fosse stato sufficiente, il governo era pronto a metterlo sotto custodia ed a consegnarlo, anche se a chi non era molto chiaro. In una comunicazione, Erwa sostenne che il Sudan avrebbe preso in considerazione ogni incriminazione formulata legittimamente contro questo terrorista.” (da “The Washigton Post“, 3 di Ottobre 2001)

Funzionari Americani rifiutarono l’offerta d’estradizione. L’articolo del “Washigton Post” che riporta questa notizia si dilunga nel citare funzionari Americani che tentano di spiegare esattamente perché rifiutarono tale offerta. I funzionari vengono citati spiegare che i Sauditi avevano timore di un contraccolpo fondamentalista se avessero imprigionato e condannato a morte bin Laden, che loro si sentivano offesi dal Sudan, così come gli USA si sentivano offesi dal Sudan, che gli Americani non avevano prove a sufficienza per poterlo processare. Tutto, in verità, a parte la spiegazione più semplice e logica: bin Laden era un bene degli Stati Uniti – magari un membro della CIA, o semplicemente qualcuno che la CIA aveva usato. Probabilmente i giornalisti del “Washington Post” stavano suggerendo questo tipo di spiegazione quando hanno scritto:

“Incominciò un dibattito, che s’intensificò più avanti, sulla questione se gli Stati Uniti dovessero incriminare e processare bin Laden o se dovessero trattarlo come il combattente di una guerra clandestina”. (da “The Washingon Post”, 3 Ottobre 2001)

L’enfasi va sulla parola “trattare”, col significato di “fingere che fosse”.

In ogni caso l’offerta d’estradizione Sudanese fu rifiutata.

“[Funzionari Americani] dissero, “Chiedetegli semplicemente di lasciare il paese. Non fatelo solo andare in Somalia”. Erwa, il generale Sudanese, affermò nel corso di un’intervista: “Noi gli abbiamo risposto che si sarebbe recato in Afghanistan, e loro [i Funzionari Americani!] risposero “Lasciatelo andare””.

“Il 15 di Maggio 1996, il Ministro degli Esteri Taha mandò un fax a Carney, che si trovava a Nairobi, nel quale abbandonava la richiesta di trasferimento di custodia. Il suo governo aveva chiesto a bin Laden di lasciare il paese, Taha scrisse, e lui sarebbe quindi stato libero di recarsi dove voleva”. (“The Washington Post“, 3 Ottobre 2001)

Notate: “Noi gli abbiamo risposto che si sarebbe recato in Afghanistan, e loro [i Funzionari Americani!] risposero “Lasciatelo andare””.

Questo è semplicemente agghiacciante.

QUESTO SAREBBE ILLEGALE

È incredibile che funzionari del governo Americano cerchino di giustificare il rifiuto all’offerta d’estradizione Sudanese con la ragione che l’amministrazione Clinton “non sarebbe stata in grado di incriminarlo ufficialmente dinanzi ad una corte Americana” (“Washington Post“, 3 Ottobre 2001). Pensano forse che gli Americani non siano in grado di ricordare ciò che è successo l’altroieri? Ricordate ad esempio che lo stesso governo non esitò a bombardare il Sudan, l’Iraq e la Iugoslavia, e che tutti questi bombardamenti rappresentano il più grave caso di violazione del diritto internazionale? Per non parlare dell’Afghanistan.

O della Croce Rossa. (5)

Inoltre, secondo la rispettabilissima rivista “Jane’s Intelligence Review:”

“In Febbraio 1995 le autorità Americane indicarono bin Laden e suo cognato Mohammed Jamal Khalifa come appartenenti ad un gruppo di 172 cospiratori, che non furono incriminati, che aiutò gli 11 Musulmani accusati per l’attentato al World Trade Center e progettava di far crollare questo monumento a New York. (“Jane’s Intelligence Review”, 1 Ottobre 1995).

Quindi bin Laden veniva indicato come cospiratore, anche se non incriminato come tale, già un anno prima che il Sudan offrisse di estradarlo.

Perché il governo Americano non poté accettare l’offerta Sudanese di estradare bin Laden? Perché non lo incarcerarono, non si organizzarono al meglio e non lo misero sotto processo? Cos’aveva esattamente il governo Americano da perdere? Nel peggiore dei casi non sarebbero riusciti a farlo condannare e sarebbero stati obbligati a lasciarlo andare …

FATELO SOLO ANDARE VIA, NON IMPORTA DOVE. MAGARI … IN AFGHANISTAN

Instead, the U.S. asked Sudan to expel bin Laden, knowing full well that he would go to Afghanistan – and Kosovo and Macedonia. (2)

Invece gli USA chiesero al Sudan di espellere bin Laden, sapendo perfettamente che sarebbe andato in Afghanistan – e Kossovo, e Macedonia. (2)

Per inciso due anni dopo l’esercito Americano bombardò il Sudan, per la ragione che il governo Sudanese era alleato a bin Laden. Sembra in realtà che i migliori amici di bin Laden non si trovassero in Sudan (questa la ragione del Presidente Clinton per usare missili Cruise per bombardare e distruggere una fabbrica di medicinali Sudanese), ma sedessero all’interno del Dipartimento di Stato Americano.

Ci sono moltissimi segnali che suggeriscono che bin Laden sia ancora in qualche modo collegato alla CIA:

* Le sue attività in Afghanistan precedenti al 1990;

* Le sue attività “dalla parte degli Americani” in Bosnia, Kossovo e, recentemente, in Macedonia; (2)

* Il fatto che l’Amministrazione Clinton impedì al Sudan di estradarlo nel 1996;

* Le convincenti argomentazioni del membro del Congresso Rohrabacher sul sabotaggio operato dall’Amministrazione Clinton contro ogni tentativo d’arrestarlo; (4)

* La sua funzione da parafulmine per i dissidenti – nel senso di spingere coloro che si oppongono alla politica Americana ad appoggiare la sua visione Islamista ultra repressiva. Questo viene discusso nell’articolo “Bin Laden, il mostro terrorista. Seconda ripresa!“, che potete leggere in http://emperors-clothes.com/articles/jared/taketwo.htm ;

La sua incredibile trasformazione nei confronti dell’attentato al World Trade Center. Inizialmente negò ogni coinvolgimento, affermando che “dozzine di organizzazioni terroristiche provenienti da paesi come Israele, Russia, India e Serbia potrebbero essere responsabili” (il che significa che era opera di Satana in persona) ed affermò che “al Qaeda non considera gli Stati Uniti un nemico”. Ma solamente una settimana dopo rilasciò un nastro in cui sosteneva che “Dio Onnipotente ha colpito Gli Stati Uniti d’America nel suo punto più vulnerabile … quando il Signore Onnipotente rese vittoriosa una congrega di Musulmani, l’avanguardia dell’Islam, permettendo loro di distruggere gli Stati Uniti. Io chiedo a Dio di elevarne il prestigio e di garantire loro il Paradiso”. Quest’ultima dichiarazione fu pre-registrata e rilasciata immediatamente dopo l’inizio dei bombardamenti Americani in Afghanistan: proprio quando, guarda caso, Bush aveva bisogno dell’onda d’emozioni che tale tipo di dichiarazione avrebbe provocato per poter “giustificare” ancora un’altra guerra illegale; (3)

* Ed adesso questo servizio della BBC secondo cui l’amministrazione Bush soppresse indagini riguardanti legami tra membri della famiglia bin Laden e gruppi terroristici.

Non vi sembra che tutto questo indichi una collaborazione lavorativa tra i servizi segreti Americani e Mister bin Laden?

“SIAMO NEMICI MORTALI, PERCIO’ ACCETTA QUESTI 400 FUORI STRADA, TU, MALEDETTO!”

Ho già illustrato i dubbi che nutro nei confronti della veridicità della “rottura” tra bin Laden ed i Reali Sauditi. Sul libro “Talebani: Islam militante, petrolio e fondamentalismo in Asia Centrale”, di Ahmed Rashid, corrispondente dall’Afghanistan, Pakistan ed Asia centrale per il “Far Eastern Economic Review”, leggiamo:

“Sorprendentemente, solo poche settimane prima gli attentati alle Ambasciate Americane in Africa, il libro ci racconta … “Nel Luglio 1998 il Principe Turki visitò Kandahar e poche settimane dopo 400 nuovi fuori strada destinati ai Talebani arrivarono nella città, ancora con le targhe di Dubai”” (Citato in “La creazione chiamata Osama”, di Shamsul Islam. Può essere letto in http://emperors-clothes.com/analysis/creat.htm

Mi hanno detto che erano tutte Toyota.

FAIDE FAMILIARI?

Il punto finale. Parte della storia ufficiale di Osama racconta che l’elusivo bin Laden ruppe ogni rapporto con la sua famiglia a causa della sua visione politico-religiosa estremista e Fondamentalista.

Veramente?

Prendiamo in considerazione gli spezzoni di alcuni articoli i quali suggeriscono che magari dovremmo adottare un atteggiamento estremamente scettico:

1) “… quando Osama bin Laden prese la decisione di unirsi ai guerriglieri non-Afgani che combattevano con i Mujaheddin la sua famiglia rispose entusiasticamente”. (da il “Pittsburgh Post-Gazzette” del 23 Settembre 2001)

2) L’intera famiglia è nota per la sua posizione Islamista estremamente conservatrice (Wahhabi): “Suo padre viene riconosciuto in queste regioni come un uomo di idee religiose e politiche profondamente conservatrici ed è altresì noto per il suo profondo disgusto per le influenze non Islamiche che sono visibili negli angoli più remoti dell’antica Arabia”. UPI citato in http://www.newsmax.com/archives/articles/2001/1/3/214858.shtml

3) È vero che le faide familiari esistono. Anche all’interno di tipiche famiglie Americane possono scoppiare delle guerre. La gente litiga. E la gente fa pace.

Ma Osama non appartiene ad una “tipica famiglia Americana”. Proviene da un clan rurale Yemenita profondamente conservatore. Queste famiglie non cadono in stupidi litigi. E non evitano di parlarsi per dieci anni e poi fanno pace ed è come non fosse successo niente:

“Anche se crebbe in Arabia Saudita, nella città di Jiddah, all’incirca mille chilometri all’interno della penisola Arabica, quelli che lo conoscono dicono che abbia conservato le caratteristiche proprie del proprio popolo, nel remoto Yemen: estremamente selettivo ed intensamente conservatore nella sua adesione alle interpretazioni più rigorose dell’Isalm”. http://www.newsmax.com/archives/articles/2001/1/3/214858.shtml

4) Se in questi clan ci sono faide, possono essere estremamente violente. Per cui sembra essere estremamente improbabile che Osama sia stato disconosciuto dal suo clan familiare (come i racconta la storia ufficiale) ma nel contempo mantenga rapporti cordiali con i membri della stessa. Considerate quest’articolo:

“Funzionari dell’Ufficio [di sicurezza nazionale] in certe occasioni hanno mostrato delle registrazioni di bin Laden che parla con la propria madre per impressionare alcuni membri del Congresso o ospiti selezionati”. (citato nel “Baltimore Sun”, 24 Aprile 2001)

E questo:

“Costruzioni bin Laden per l’esercito Americano”
di Sig Christenson; articolista per l'”Express-News”

“Membri della famiglia bin Laden hanno affermato di aver perso contatto con il loro fratello, il quale si rivoltò contro il governo Saudita dopo essersi unito ai guerriglieri Islamici nel corso dell’invasione Sovietica dell’Afghanistan nel 1979.

“Ma Yossef Bodansky, direttore della “Task Force contro il Terrorismo e Guerra non Convenzionale”, affermò che “Osama mantenne contatti” con qualcuno delle sue due dozzine di fratelli. Non scese nello specifico”. (dal “San Antonio Express-News”, 14 Settembre 1998)

Ed in ultimo, da “Le Figaró“:

“Mentre era ricoverato in ospedale [l’ospedale Americano di Dubai, nel Luglio 2001] bin Laden ricevette diversi visitatori, tra cui alcuni membri della sua famiglia e prominenti rappresentanti della famiglia Saudi e delle famiglie regnanti negli Emirati” (6)

Segue l’articolo del “Times of India”.

Jared Israel


Bush impedì ad agenti dell’FBI di investigare la famiglia Laden.

“Times of India”, 7 Novembre 2001

di RASHMEE Z AHMED

TIMES NEWS NETWORK LONDRA: L’America avrebbe dovuto essere considerata lei stessa responsabile per gli eventi dell’11 di Settembre perché l’Amministrazione Americana stava usando i “guanti di velluto” nei suoi tentativi di rintracciare Osama bin Laden ed “altri fanatici collegati all’Arabia Saudita”. Questo è il risultato di una speciale investigazione della BBC che implica uno schiacciante atto d’accusa nei confronti dei due presidenti Bush e della politica estera Americana.

Questo rapporto, che la BBC dichiara essere basato su di un documento segreto dell’FBI, numero 1991 WF213589, proveniente dall’ufficio di settore dell’FBI di Washington, sostiene che il cinismo della classe dirigente Americana e le “connessioni tra la CIA e l’Arabia Saudita e le famiglie Bush e bin Laden” possono essere le reali cause della morte di migliaia di persone nell’attentato al World Trade Center”

L’investigazione, che fu trasmessa all’interno programma d’attualità della BBC “Newsnight”, racconta come all’FBI fu ordinato di “mollare” ogni indagine su uno dei fratelli bin Laden, Abdullah, il quale era legato alla “Associazione Mondiale della Gioventù Musulmana (WAMY), finanziata dall’Arabia Saudita”, un’organizzazione sospettata di essere terroristica, “i cui conti non sono ancora stati congelati dal Tesoro Americano, nonostante sia stata bandita dal Pakistan alcune settimane fa e l’India affermi che sia collegata ad un’organizzazione coinvolta in diversi attentati in Kashmir”.

“Newsnight” racconta di una lunga storia di connessioni “piene d’ombre” tra America ed Arabia Saudita, non ultime le “relazioni d’affari” dei due presidenti Bush con i bin Laden. Un altro insidioso legame fu rivelato dall’ex capo dell’ufficio visti Americano a Jeddah.

Il funzionario disse di essere stato molto preoccupato per visti concessi ad un largo numero di persone “che non avevano i requisiti necessari”, “senza legami familiari d’alcun tipo con l’America o l’Arabia Saudita”. Solo più tardi scoprì che non si trattava di “una truffa in un giro di visti”, ma parte di un largo progetto in cui giovani uomini “arruolati da bin Laden” venivano smistati “per essere addestrati dalla CIA in azioni terroristiche”, dopo di che venivano mandati in Afghanistan.

Reiterando una famosa dichiarazione di un ex partner d’affari di George W Bush, la BBC afferma [Bush, N.d.T.] che fece il suo primo milione [di dollari, N.d.T.] 20 anni fa con una compagnia il cui capitale era posseduto dal fratello maggiore di Osama, Salem. Ma continua aggiungendo la seguente inquietante asserzione: entrambi i presidenti Bush possiedono remunerativi pacchetti azionari della Carlyle Corporation, così come i bin Laden. Questa è partita come una piccola compagnia privata ed è adesso uno dei maggiori appaltatori del Ministero della Difesa. I bin Laden vendettero la loro quota della Carlyle subito dopo l’11 di Settembre, ci viene detto in questo programma.

Politici Americani dissero in seguito alla BBC che rifiutavano ogni accusa che l’establishment Americano avesse richiamato i cani da caccia dei servizi segreti dalle tracce di bin Laden e della Casa reale Saudi a causa di interessi strategici in Arabia Saudita, il paese con le più grandi riserve di petrolio al mondo.

© “Times of India”, 2001 Pubblicato per puro uso equo.

Storia originale: http://www.timesofindia.com/articleshow.asp?art_id=1030259305

Altre storie collegate al resoconto di “Newsnight” sulla BBC:

http://www.guardian.co.uk/Archive/Article/0,4273,4293682,00.html

http://www.hindustantimes.com/nonfram/071101/dlame43.asp

***

NOTE BIBLIOGRAFICHE:

1) “I campi Talebani bombardati dagli USA furono costruiti dalla NATO“. Basato su di un articolo del “New York Times”. Può essere letto in http://emperors-clothes.com/docs/camps.htm

2) “Bin Laden nei Balcani“. Articoli apparsi su pubblicazioni di grande diffusione che confermano l’appoggio dato da bin Laden al terrorismo – ed, ahimè, agli interessi Americani – nei Balcani. Possono anche essere trovati in http://emperors-clothes.com/news/binl.htm

3) Bin Laden, il mostro terrorista. Seconda ripresa!”, di Jared Israel. Potete leggerlo in http://emperors-clothes.com/articles/jared/taketwo.htm

4) “Un membro del Congresso: gli USA dispongono in modo che gli Anti-Talebani siano massacrati“. Commenti di Jared Israel seguiti da estratti da un’audizione al Congresso. Potete leggerlo in http://emperors-clothes.com/misc/rohr.htm

(La completa trascrizione dell’audizione può essere ascoltata in
http://emperors-clothes.com/misc/rohrfull.htm)

5) “Il portavoce della Croce Rossa rifiuta le menzogne del Pentagono“. Un’intervista di Emperor’s Clothes alla Croce Rossa sul bombardamento Americano alle proprie attrezzature in Afghanistan. Può essere letto in http://emperors-clothes.com/interviews/redcross.htm

6) “Da quel che si dice un agente della CIA ha incontrato bin Laden a Luglio“. Traduzione di un articolo di “Le Figaró” che può essere letto in:
http://emperors-clothes.com/misc/lefigaro.htm

[Traduzione in Italiano di Stefano Marzola]

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– Il signore della City
– Dubai, mistero Bin Laden in ospedale con spia USA
– New York e il mistero dell’esplosione prima del crollo
– Bush & Laden connection
– Speculazione sulle torri gemelle?

Quando la famiglia Bin Laden faceva affari con la famiglia Bush

di Giancarlo Radice – Corriere della Sera

dal sito www.dagospia.com 

In spagnolo, la seconda lingua del Texas, si dice «arbusto». In inglese si traduce «bush». Ed è proprio formando la compagnia petrolifera Arbusto Energy che il giovane George W. Bush, attuale presidente degli Stati Uniti, fa il suo debutto ufficiale nel mondo degli affari. E’ il 1978. Sono passati tre anni da quando ha terminato gli studi alla Harvard Business School. Fra i compagni d’avventura imprenditoriale c’è anche James Bath, suo vicino di casa, compagno di Air National Guard e amico intimo. Ma soprattutto Bath è un collaboratore di lungo corso della Cia e uomo di fiducia in America della famiglia reale saudita. Nella Arbusto Energy, non a caso, investono direttamente due fedelissimi della corona di Riad. I loro nomi: lo sceicco Salem Bin Laden, fratellastro di quell’Osama Bin Laden che sarebbe diventato più tardi il principe nero del terrorismo islamico, e Khaled Bin Mahfuz, uomo chiave dello scandalo Bcci e oggi ritenuto uno degli alleati chiave di Osama.

Ma quella fra i Bush e i Bin Laden è una saga che in realtà comincia a prendere forma molto prima. In Texas lo sceicco Muhammad Bin Laden, il patriarca, inizia a fare affari fin dai ’60. E nel 1968 muore in un misterioso incidente aereo. Poi il testimone passa al figlio Salem. Arriva in Texas nel 1973, costituisce ad Austin la compagnia aerea Bin Laden Aviation ed entra presto nei circoli che contano, fra alta finanza e politica locale. L’obiettivo è di stringere i legami necessari per arrivare a influenzare la politica Usa a favore degli interessi sauditi. La chiave d’accesso è George Bush, padre dell’attuale presidente, uomo collegato alla Cia fin dai tempi della Baia dei Porci nel ’61, poi nominato a capo della Cia nel ’76, salito alla Casa Bianca nell’81 come vice di Ronald Reagan e infine, presidente degli Stati Uniti dall’88 al ’92.

Così, fin dai primi anni ’70, le storie e gli interessi delle due famiglie s’intrecciano a più riprese. Non solo negli affari comuni in campo petrolifero e finanziario, ma soprattutto nelle vicende che hanno scandito la politica Usa e internazionale. Un esempio su tutti: l’ affaire Bcci, il più grande scandalo criminal-finanziario del secolo, un magma di connivenze che è servito a coprire le operazioni in Iran e nell’Iraq di Saddam Hussein, nel Nicaragua diviso fra Sandinisti e Contras come nell’Afghanistan dei mujaheddin. Ed è servito ad alimentare il riciclaggio di uno spaventoso flusso di denaro proveniente da traffico di droga e armi.

Un ruolo fondamentale nella liaison BushBin Laden lo svolge proprio James Bath. All’epoca della Arbusto i suoi affari gravitano attorno a una serie di piccole compagnie aeree (ottime clienti della Air America, che si scopre poi essere una società di copertura della Cia). Ma Bath è anche molto altro: informatore della Cia, intermediario nella Bcci, uomo di fiducia in America di Bin Laden, Mahfuz e, in definitiva, della Corona saudita. E’ lui uno dei grandi finanziatori di quella Arbusto che più tardi, nell’82, George W. Bush trasforma in Bush Exploration Oil, poi fonde con altre compagnie e infine trasforma in Harken Energy, in una continua girandola di nuovi finanziamenti provenienti da paesi arabi come da personaggi del giro Bcci o fedelissimi di casa Bush come James Baker (ex segretario di Stato Usa).

George W. Bush le attività industriali fruttano molto denaro, ruoli di primo piano nei consigli d’amministrazione e ricchi contratti di consulenza, anche se le attività, in realtà, vanno malissimo (per due volte la società arriva alle soglie del fallimento, ma viene sempre salvata dal consueto circolo di finanziatori). E fioccano le super-commesse. Come quella dell’89, quando il governo del Bahrein straccia improvvisamente un contratto con la Amoco e incarica la Harken di un mega-progetto di estrazione petrolifera off shore , ben sapendo che la Harken fino a quel momento non ha realizzato altro che qualche piccola estrazione di greggio di Oklahoma e Louisiana (mai in mare) e si trova in condizioni finanziarie disperate.

Solo un anno prima, nell’88, muore Salem Bin Laden. Anche lui in Texas. Anche lui precipitando in aereo in circostanze misteriose. Ma le «strade parallele» fra i BushBath e le famiglie saudite non si fermano. Attraversano buona parte degli anni ’90, per poi scomparire progressivamente dai rapporti d’intelligence. In Afghanistan la guerra anti-sovietica è finita da un pezzo. La «pecora nera» della famiglia Bin LadenOsama, è ormai la mente occulta del terrorismo internazionale. E George W. Bush comincia la sua marcia verso la Casa Bianca.

Dagospia.com 24 Settembre 2001


Torri Gemelle affittate per 99 anni

di Marco Magrini (Il Sole 24 ore)

Articolo estrapolato da IL SOLE 24 ORE del 16 settembre 2001

Larry Silverstein (sangue ebreo e passaporto americano) in data 24 Aprile 2001 ha stipulato quello che lui stesso ha definito “il più grande affare della mia vita“: prendendo in affitto per 99 anni, alla modica cifra di 4800 miliardi di lire, le Torri Gemelle del World Trade Center.

Con l’offerta da 2.3 miliardi di dollari, Silverstein ha battuto quella da 2.4 avanzata dalla Vornado Property Trust di Boston che (senza immaginare quel che sarebbe successo), è andato su tutte le furie, scatenando una campagna di stampa contro l’imprenditore ebreo. 

In questa impresa Silverstein non era solo: la Westfield Holdings quotata a Wall Street e controllata da Frank Lowy (il secondo uomo più ricco dell’Australia) si era aggiudicata gli enormi spazi commerciali del World Trade Center offrendo altri miliardi di dollari. Ovviamente non a fronte di una pagamento sull’unghia. I due partner hanno dato alla Port Authority un deposito di 616 milioni di dollari, più 115 milioni all’anno (per 99 anni) e una percentuale mai resa nota sugli affitti (a dir poco stellari).

Solo gli uffici delle Torri Gemelle ammontano a 984.000 metri quadrati, quasi interamente locati fra i 40 e i 50 dollari annui a piede quadrato; più o meno, un milione di lire per metro quadrato all’anno.

Quanto basta per dire che, detratti gli oneri finanziari e le ingenti spese di gestione, il signor Silverstein aveva di che ripagare il quasi secolare contratto firmato con la Port Authority. 

Del resto anche se il portafoglio immobiliare della Silverstein Properties s’è di un tratto dimezzato, l’imprenditore ha la sua brava rete di sicurezza. Gira voce che il complesso immobiliare fosse assicurato per 4 miliardi di dollari (circa 8300 miliardi di lire).

Ma c’è di più. Nell’intesa firmata ad aprile, è scritto a chiare lettere che il contratto perde di validità in un caso preciso: un attacco terroristico.

Inutile dire che ci vorranno mesi e stuoli di avvocati, prima di definire i risarcimenti delle compagnie assicurative – destinati a mettere in ginocchio soprattutto le società di riassicurazione – e anche per la rottura del contratto con la Port Authority, con il conseguente rimborso nelle capienti tasche di Silverstein e della Westfield. 

Per Silverstein comincia oggi un’altra avventura. Al momento, la Silverstein Properties è al lavoro in una impresa monumentale: trovare un nuovo ufficio per le 480 imprese di 28 paesi che popolavano le Torri Gemelle.

La crisi della New Economy stava finalmente allentando i prezzi stellari degli uffici di New York, e in particolare nel cosiddetto “Financial District”: -3.4% da inizio anno. Oggi che un milione e mezzo di metri quadrati sono andati in fumo, l’improvvisa scarsità di spazio nell’angusta isola di Manhattan spingerà inevitabilmente gli affitti alle stelle.

Dopodiché, Larry Silverstein avrà buon gioco nell’affrontare la ricostruzione.

Quei 4 miliardi di dollari che si stima le assicurazioni dovranno sborsare, non bastano a ricostruire fedelmente il complesso, il cui valore è valutati in 6.5 miliardi di dollari. 
Ma non è detto che le future torri debbano essere così alte – ha già dichiarato Silverstein, – l’importante è andare avanti“. 

Articolo estrapolato dall’ inserto da IL SOLE 24 ORE 16 settembre 2001


Il signore della City

di Orsola Casagrande – Londra


Molte delle sue fortune Osama Bin Laden le ha costruite a Londra. E il governo Blair ha corso il rischio di finire nel “libro nero” Usa dei paesi che appoggiavano il terrorismo


di Orsola Casagrande – Londra

Intervenendo ad un dibattito organizzato dal comitato inglese contro la guerra, Mehmet, un profugo afghano, ha ricordato che “nell’assurdità violenta e drammatica di questa guerra condotta da Usa e Gran Bretagna contro il mio paese, c’è una cosa che rende ancora più tragico quello che sta succedendo: Bin Laden è un prodotto del vostro mondo, di quel mondo occidentale e civilizzato che oggi spara missili contro la popolazione inerme e ridotta alla fame dell’Afghanistan”.
Ha ragione Mehmet, si è detto e scritto ormai tante volte. Ma la memoria dei “potenti”, come si sa, è corta. Cortissima quella di Tony Blair, alleato di ferro del presidente americano George W. Bush, che promette di “distruggere il terrorismo in maniera permanente e totale” e che lancia la sua “fatwa” civile e occidentale contro Bin Laden e il regime dei Taleban che lo proteggono, “un governo retrogrado, che non rispetta i diritti umani e che tratta le donne senza alcun rispetto e in maniera violenta e repressiva”. Anche con i soldi inglesi.
La memoria corta di Blair fa sì che nessuno o quasi parli più di quanto stretti fossero i legami di Bin Laden con il Regno unito e non solo negli anni ’80, quando cioè Whitehall e Washington pompavano miliardi nelle casse dei “guerrieri musulmani” impegnati a combattere i sovietici in Afghanistan. Nel 1994 Osama Bin Laden arrivò indisturbato a Londra, visse a Wembley per qualche mese, il tempo per mettere in piedi un ufficio nella capitale noto con il nome di “Advisory and Reformation Committee”. Il portavoce del comitato, impegnato a lanciare fatwa e a inneggiare alla jihad via fax dal suo appartamento a Dollis Hill, era il “rispettabile” uomo d’affari saudita Khalid al-Fawwaz.
Da Londra al-Fawwaz, amico di molti giornalisti e personalità, organizzava viaggi e interviste nella base di Bin Laden in Afghanistan e nel frattempo faceva propaganda soprattutto contro il regime saudita. Ad un certo punto i legami di Bin Laden con la Gran Bretagna erano diventati talmente forti (e imbarazzanti) che il governo americano si trovò di fronte alla richiesta di inserire anche il Regno unito nella lista nera dei paesi che sponsorizzavano il terrorismo. Non solo: molti dei stati arabi oggi considerati possibili obiettivi da Blair e Bush, avevano apertamente accusato la Gran Bretagna di offrire ospitalità a estremisti musulmani ricercatissimi.
Negli anni ’80, quando il nemico da combattere era l’Unione sovietica, i corpi speciali di sua maestà, le Sas, offrivano (in Scozia) addestramento ai “guerrieri musulmani” che ricordano con una certa gratitudine la tappa inglese, prima di andare ad arruolarsi nell’esercito di Bin Laden. Almeno duemila persone l’anno (negli anni ’80 e ’90), la maggior parte sostenitori della Jihad, fecero di Londra la loro base per chiamare a raccolta i fratelli musulmani e prepararli alla guerra santa: avevano scelto l’Inghilterra per le “tradizioni di democrazia e giustizia”. Ma oltre a predicare e addestrarsi, raccoglievano fondi e riciclavano denaro sporco destinato alle organizzazioni come quella di Bin Laden.
Oggi il governo Blair ha messo al bando praticamente tutte le organizzazioni mediorientali e non solo quelle: la nuova legge antiterrorismo infatti è tra le più repressive e onnicomprensive (il concetto di terrorismo è estremamente ampio e quindi applicabile anche a tre amici con materiale ritenuto sovversivo) d’Europa.
Non è un caso dunque che di fronte alle accuse del parlamento francese – la Gran Bretagna continua ad essere un paradiso per il riciclaggio di denaro sporco da parte delle organizzazioni terroristiche – il premier Tony Blair abbia reagito in maniera molto poco diplomatica liquidando il rapporto come “offensivo, male informato, pieno di errori e quindi totalmente inesatto”. Ma nelle 400 pagine redatte dal socialista Arnaud Montebourg si spiega in dettaglio come la City abbia permesso l’espansione del riciclaggio, grazie al suo severo codice di confidenzialità. Nonostante la dura reazione di Blair, il rapporto ha trovato conferme nell’indagine che da mesi la Bbc News Online sta conducendo. Anche i giornalisti britannici sono arrivati alla conclusione che il sistema messo in atto dal governo per combattere il riciclaggio di denaro sporco è totalmente inadeguato.


Dubai, mistero Bin Laden 

di Anais Ginori – Repubblica 1 novembre 2001

Lo sceicco ricoverato nell’ospedale americano a luglio per insufficienza renale. La clinica smentisce, no comment del medico

ANAIS GINORI, Repubblica del 1 novembre 2001


OSAMA Bin Laden è stato curato da un medico americano, in un ospedale americano a Dubai. Quattro mesi fa, lo sceicco saudita è stato ricoverato nella città degli Emirati Arabi per «un’infezione renale con complicazioni al fegato». Secondo il quotidiano Le Figaro, Bin Laden è arrivato a Dubai il 4 luglio e ha soggiornato fino al 14 luglio in una delle suite “vip” dell’ospedale americano, un riservato e moderno edificio di vetro e marmi, inaugurato nel ‘95 vicino a Maktum Bridge. Il nemico pubblico numero uno degli Usa si è affidato al dipartimento di urologia del dottor Terry Callaway, specialista di calcoli renali e problemi di infertilità maschile. Durante la sua degenza – ricostruisce il giornale francese – il miliardario saudita ha ricevuto le visite di parenti e amici e ha anche avuto un incontro con l’agente locale della Cia a Dubai.
Il direttore dell’ospedale, Bernard Koval, al telefono smentisce: «E’ un errore, Bin Laden non è mai stato un nostro paziente». Da Parigi, la redazione di Le Figaro, supportata da verifiche di Radio France International, conferma. «E’ stato un dirigente amministrativo a farci vedere le cartelle con le date e i motivi del ricovero» spiega Frederic Fritcher, responsabile dei servizi internazionali. «Abbiamo parlato anche noi con Bernard Koval – aggiunge Fritcher – ma non ci ha chiesto di pubblicare nessuna smentita».
Il 4 luglio Bin Laden arrivava da Quetta, in Pakistan, forse insieme al suo medico personale, l’egiziano Ayman Al Zawahiri. Il medico americano Callaway non ha voluto replicare al quotidiano, ha scelto un fermo «no comment». Silenzio anche a Washington e a Langley, nel quartiere generale della Cia. La notizia potrebbe mettere in grave imbarazzo i responsabili dell’intelligence americana, già sotto accusa per la passata collaborazione con lo sceicco saudita e per non essere mai riusciti a catturarlo dopo le stragi in Kenya e Tanzania del ‘98. A luglio, Bin Laden era formalmente considerato il terrorista più ricercato del mondo, con una taglia di oltre 10 miliardi di lire.
Il viaggio a Dubai di Bin Laden è stato ricostruito grazie a informazioni riservate e a una serie di coincidenze. Il ricovero nell’ospedale americano è avvenuto dopo gravi crisi renali, già documentate da molti giornali internazionali nella primavera scorsa. Il responsabile locale della Cia, un uomo noto negli ambienti delle spie mediorientali, è stato visto salire al piano dell’ospedale dove era ricoverato lo sceicco. Il misterioso 007 si sarebbe poi vantato con gli amici di aver incontrato Bin Laden e il 15 luglio, all’indomani della partenza dell’illustre paziente, sarebbe andato via dagli Emirati arabi. Altra coincidenza: proprio a Dubai, è stato arrestato a fine luglio Djamal Beghal, un francoalgerino che stava partendo per l’Europa dall’Afghanistan. Non è chiaro se Beghal, che ha partecipato a campi di addestramento militare di Al Qaeda, ha incontrato in quell’occasione Bin Laden. «C’era un progetto per attaccare l’ambasciata americana a Parigi» ha dichiarato Beghal, estradato nella capitale francese dopo l’11 settembre su richiesta dei giudici antiterrorismo.
Non è la prima volta che Bin Laden è costretto a cure mediche. Da tempo la Cia sostiene che lo sceicco non sta bene, si muove con difficoltà e ha bisogno di un trapianto renale. Il biografo Yosef Bodansky, aggiunge dettagli: dal ’99 Bin Laden patisce una grave insufficienza renale. I primi problemi ai reni sarebbero stati causati da un tentativo di avvelenamento di Siddi Ahmed, un emissario della Cia assoldato per quasi 1 miliardo con il compito di uccidere il terrorista rifugiato in Afghanistan. Da allora, la malattia si sarebbe complicata, con danni anche al fegato. Già a marzo Asiaweek scriveva che Bin Laden era in fin di vita e che cercava di farsi un trapianto. In aprile, il settimanale arabo Al Wassat raccontava di un medico iracheno chiamato d’urgenza a Kandahar per sottoporlo a dialisi.
Le poche persone che hanno incontrato lo sceicco in Afghanistan nei mesi scorsi hanno sempre parlato di un uomo stanco e provato. «Bin Laden è vivo e sta bene» ripetono invece gli uomini di Al Qaeda. Dopo il viaggio a Dubai, scrive Le Figaro, Bin Laden avrebbe acquistato un sofisticato macchinario portatile per la dialisi. Secondo la Cia, Bin Laden oggi è vivo nel suo nascondiglio segreto soltanto grazie a questa macchina


“Quel video è manipolato”

Il Manifesto 22 dicembre 2001


Denuncia dei traduttori Usa e della tv tedesca: aggiunte arbitrarie, censure politiche
E. N.


I dubbi sull’ormai famoso video-confessione di Osama bin Laden sono enormemente aumentati ieri, quando da due diverse ma attendibili fonti sono state smentite le ferree certezze che la Casa bianca fin dall’inizio ha voluto associare al documento.
La prima, severa smentita viene dalla tv pubblica tedesca Ard, che ha condotto un’inchiesta sul video e sull’attendibilità della traduzione fatta dagli esperti del Pentagono facendola esaminare da un illustre orientalista dell’Università di Amburgo e da due traduttori giurati. Tutti e tre sono giunti alla conclusione che in diversi e qualificanti passaggi del video la traduzione inglese va assai al di là di quanto effettivamente si senta: e sono proprio i passaggi dove dalle parole di bin Laden “si dovrebbe dedurre una chiara responsabilità”. In particolare, sembra che nella traduzione inglese siano stati inseriti dei contesti temporali – non presenti nelle parole arabe ascoltabili – che dimostrano una conoscenza anticipata dei fatti da parte del leader terrorista.
Le accuse tedesche sono abbastanza gravi. Ma ad esse si sommano le dichiarazioni, di tono e contenuto diverso ma altrettanto sconcertanti (e tali da intaccare seriamente la credibilità dell’operazione) rilasciate da uno dei traduttori ingaggiati dal governo americano, George Michael, intervistato dalla Associated press. Secondo Michael, il testo della traduzione da lui consegnata era più ampio e dettagliato di quello poi reso pubblico. Per esempio, conteneva molti nomi che poi sono scomparsi. Nomi di membri dei commandos suicidi di dirottatori: non solo Mohammed Atta verrebbe citato da bin Laden, ma anche diversi altri (almeno sei); inoltre nella conversazione ci sarebbero dei riferimenti espliciti a persone della polizia saudita e del clero saudita che avrebbero dato aiuto all’organizzazione terrorista. Michael (che è di origine libanese) e il suo collega egiziano Kassem Wahba (anch’egli assoldato dal Pentagono) non sono riusciti a intendere il nome di uno sceicco saudita citato dall’ospite di bin Laden come persona di grande aiuto; ma un altro traduttore indipendente saudita, Ali al-Ahmed, cui la Ap ha sottoposto il video, lo ha indentificato come Sheikh Abdulah al-Baraak, uno dei più importanti consiglieri religiosi della dinastia regnante saudita. Una realtà – osserva al-Ahmed – che probabilmente è molto imbarazzante per Riyadh: “penso che possa esserci stato un tentativo di coprire quello che poteva essere politicamente nocivo per gli Stati uniti”.
Ma dalla vicenda emergono due fatti gravissimi: il primo, che il video per un verso o per l’altro è stato effettivamente manomesso e dunque non è pienamente attendibile; il secondo, che gli Stati uniti nella loro guerra contro il terrorismo possono sterminare interi popoli ma non intendono in nessun caso toccare i veri “santuari” del terrorismo islamico in Arabia saudita, troppo contigui ai loro interessi petroliferi. E non è consolante.


NOTIZIE EST #477 – ALBANIA
1 ottobre 2001
BIN LADEN PROVOCA GRATTACAPI ANCHE IN ALBANIA

di Arjan Leka – (AIM Tirana, 26 settembre 2001)

La voce unica con cui il governo e l’opposizione, i partiti della sinistra e della destra in Albania hanno condannato gli atti terroristici dell’11 settembre negli USA si è trasformata in una grande quantità di voci differenti, e ciò più in fretta di quanto non ci si potesse attendere in uno stato in cui ufficialmente l’intero spettro politico è un sicuro alleato degli USA. L’ombra del principale sospettato per l’attentato, Bin Laden, è calata anche sulla scena politica albanese, rinnovando le vecchie tensioni e dando origine a nuovi problemi.

Una delle prime conseguenze politiche nel paese, dopo i tragici eventi negli USA, è stata quella di un effetto di raffreddamento nei rapporti dell’Albania con alcuni stati della regione, i quali nelle loro reazioni agli avvenimenti negli USA non hanno esitato a collegare il nome dell’Albania con quello del famigerato terrorista saudita. Il primo passo nelle accuse contro l’Albania per avere offerto rifugio al principale terrorista, Bin Laden, lo ha compiuto il premier macedone Ljubco Georgievski, il quale ha scelto la capitale bulgara, nel corso della sua visita in Bulgaria il 19 settembre scorso, per dichiarare che Bin Laden l’anno scorso ha soggiornato in Albania. La dichiarazione del presidente del consiglio macedone ha segnato il punto più alto della campagna quotidiana in atto nei media macedoni, iniziata già fin dal primo giorno dopo l’attentato negli USA, mirata a collegare l’Albania e gli albanesi alle azioni terroristiche di Bin Laden e dei fondamentalisti islamici. Tirana, che non ha reagito alle affermazioni dei media macedoni, non ha potuto mantenere lo stesso riserbo anche in relazione alle accuse formulate da un prmier che è stato aiutato due volte dal governo di Ilir Meta a uscire da una crisi di governo. Fonti bene informate del ministero degli esteri albanese hanno confermato alla AIM che il 19 settembre il ministro degli esteri ha convocato l’ambasciatore macedone a Tirana al fine di esprimergli la protesta per le accuse formulate dal premier macedone. Il fatto che il ministero degli esteri dell’Albania negli otto mesi del conflitto in Macedonia, durante i quali i membri del governo macedone hanno continuamente lanciato accuse contro Tirana, secondo loro intromessasi nel conflitto offrendo aiuti e addestramento a unità dell’UCK, non abbia mai convocato l’ambasciatore macedone, che invece è stato chiamato in relazione alle accuse macedoni riguardanti Bin Laden, è una dimostrazione di come i funzionari albanesi siano molto sensibili riguardo a una questione che potrebbe in qualche modo mettere in dubbio la loro fedeltà agli USA e alla NATO.

Una ventata fredda Bin Laden la ha provocata anche nei rapporti diplomatici appena ripristinati tra l’Albania e la Federazione jugoslava. Il ministro jugoslavo degli interni, Dusan Mihajlovic, ha dichiarato il 17 settembre che Bin Laden ha avuto e ha basi in Albania. L’insoddisfazione che Tirana ha manifestato in seguito a queste accuse jugoslave è stata a quanto sembra all’origine della smentita pronunciata dal ministro della difesa jugoslavo, S. Krapovic, in occasione di una visita a Londra il 20 settembre scorso: Krapovic ha negato che la Jugoslavia disponga di dati secondo cui Bin Laden sarebbe stato in Albania.

Si può affermare che un’ondata fredda la si sia avuta anche nei rapporti tra Albania e Bulgaria, un altro paese nel quale continua la campagna quotidiana con notizie e articoli sui rapporti tra Bin Laden e Tirana. Se si tiene presente che fin dall’inizio della crisi in Macedonia in media bulgari hanno avuto una posizione sempre meno amichevole nei confronti dell’Albania, ci si può attendere che le ultime prese di posizione a Sofia riguardo ai collegamenti tra Bin Laden e l’Albania avranno le loro conseguenze anche nei rapporti tra i due paesi, che non vivono il momento migliore.

Un’altra conseguenza degli attacchi terroristici negli USA è stata quella di un raffreddamento nei rapporti, già molto tesi, tra la coalizione di sinistra al governo in Albania, guidata dal Partito Socialista e dall’ex premier Fatos Nano, e la coalizione di destra guidata dal Partito Democratico e dall’ex presidente Berisha. Come se non fosse sufficiente il fatto spiacevole dello svolgimento non unitario, e addirittura separato, della cerimonia commemorativa delle vittime del terrorismo a New York da parte di governo e opposizione, entrambi i partiti si sono lanciati reciproche accuse relative a legami con il terrorismo di Bin Laden. L’organo del Partito Socialista, “Zeri i Popullit” ha accusato il 14 settembre il Partito Democratico e l’ex presidente Berisha di avere offerto sostegno a Bin Laden e di avere mantenuto contatti con i suoi principali terroristi nel periodo in cui i democratici erano al potere. Sono state formulate addirittura accuse secondo cui Bin Laden avrebbe avuto stretti rapporti con l’ex capo dei servizi segreti albanesi, B. Gazidede, il quale ha ottenuto asilo politico in un paese arabo. Tuttavia, l’ex premier del governo dei Democratici, Aleksandar Meksi, ha negato il 20 settembre che durante il suo governo Bin Laden sia stato in Albania.

Altrettanto duro è stato l’organo del Partito Democratico, “Rilindja Demokratike”, che il 14 settembre ha accusato la coalizione di governo di sinistra di avere trasformato l’Albania in un rifugio per il terrorismo internazionale. Mentre entrambi i partiti, che provengono da campi ideologici avversi, si accusano reciprocamente, rimane il fatto che volenti o nolenti hanno in qualche modo favorito la diffusione delle tesi secondo cui Bin Laden sarebbe veramente stato in Albania e che egli abbia avuto, e abbia ancora, basi nel paese.

La cosa ha acquisito dimensioni tali che il ministro degli esteri, Ilir Djoni, ha ritenuto necessario tenere un’apposita conferenza stampa il 19 settembre, al fine di dichiarare ufficialmente che Bin Laden non è stato in Albania e che egli non ha nemmeno una base nel paese. Il ministro si è vantato del fatto che l’Albania è un paese nel quale gli estremisti islamici sono stati messi nel mirino, poiché nel biennio 1997-1998 la polizia albanese, in collaborazione con la CIA e con l’FBI, ha arrestato dieci cittadini arabi sospetti e in tale occasione uno di essi è stato ucciso in uno scontro con la polizia albanese.

Nei fatti, la disputa che ha al suo centro il terrorismo islamico non è nuova nei dibattiti politici che si svolgono in Albania tra il governo e l’opposizione, ma gli eventi di New York, che hanno nuovamente messo Bin Laden al centro della scena internazionale, hanno reso ancora più infiammato tale dibattito anche in Albania. I grattacapi creati dall’ombra di Bin Laden a Tirana sono causati anche dalla posizione non chiara della stessa politica albanese, sia di destra che di sinistra. Essendo l’Albania un paese ex comunista nel quale per 50 anni la religione è stata sottoposta a limitazioni e in particolare essendo essa l’unico paese al mondo ufficialmente proclamatosi ateo e nel quale la fede veniva condannata con la prigione, è molto difficile credere che il fondamentalismo possa mettervi radici, indipendentemente dal fatto che la maggioranza della popolazione sia di religione islamica. Anche gli stessi partiti politici hanno sfruttato la carta del pericolo islamico come motivo per reciproci attacchi, piuttosto che ispirati da un’effettiva preoccupazione per possibili pericolosi sviluppi interni.

La nuova ondata con cui nella regione si insiste nel creare la convinzione che l’Albania mantenga contatti con Bin Laden viene spiegata a Tirana con l’obiettivo di alcuni circoli nei Balcani, e in particolare in quegli stati dove vi è una popolazione albanese, di compromettere le richieste di maggiori diritti di tali popolazioni. E che le storie sui legami, o sull’ombra, di Bin Laden in Albania non siano reali e che non abbiano trovato terra fertile negli stati occidentali, lo dimostra anche le assicurazioni offerte dall’ambasciatore americano a Tirana, Jozef Limprecht. Proprio il 14 settembre, data nella quale in Albania è stato proclamato il lutto nazionale per le vittime del terrorismo in America, l’ambasciatore ha dichiarato che l’Albania è un paese sicuro, che non vi sono pericoli terroristici e che il governo di Washington suggerisce agli americani di recarsi in Albania. E poiché tali assicurazioni provengono dal rappresentante di uno stato che ha subito una tragedia terroristica, tale dichiarazione è stata più di una medicina per la moderazione in questo periodo di grattacapi causati dall’ombra di Bin Laden nella politica albanese.


L’ultima avventura Usa

BUSH AGENTE DI BIN LADEN

Immanuel Wallerstein  
(Da la rivista del manifesto n° 32, ottobre 2002)

A proposito dell’11 settembre, Osama bin Laden ha detto chiaramente che intendeva sferrare un colpo terribile agli Stati Uniti e far cadere i governi dei ‘cattivi musulmani’, in special modo quelli dell’Arabia saudita e del Pakistan. George W. Bush sta lavorando giorno e notte per aiutarlo a raggiungere entrambi gli obiettivi. Anzi, si potrebbe dire che senza George W. Bush, Osama bin Laden non sarebbe in grado di conseguire questi due risultati, almeno nel breve periodo.
George W. Bush si sta preparando a invadere l’Iraq. L’opposizione a questo progetto sta diventando imponente. In primo luogo, all’interno degli Stati Uniti, nelle ultime settimane due gruppi hanno espresso opinioni molto esplicite. Uno è quello che fa riferimento al ‘clan del vecchio Bush’, ovvero a George W. Bush padre e a quelli che erano i suoi più stretti consiglieri. Da parte di James A. Baker, Brent Scowcroft e Lawrence Eagleburger – tutti della cerchia più ristretta dell’Amministrazione di Bush padre – sono venuti ammonimenti molto decisi sul fatto che un’invasione adesso, senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite, sarebbe inopportuna, per di più non necessaria, e potrebbe avere soltanto conseguenze negative per gli Stati Uniti.
Vi è poi l’opposizione dei militari. Brent Snowcroft è, com’è noto, un ex generale. Inoltre, abbiamo ascoltato Norman Schwarzkopf, che guidò i soldati Usa nella guerra del Golfo, Anthony Zinni, che fu al comando di tutte le truppe statunitensi in Medio Oriente ed è stato mediatore per conto dell’attuale Amministrazione in Israele-Palestina, e Wesley Clark, che ha comandato le forze Nato nelle operazioni in Kosovo. Costoro affermano che dal punto di vista militare l’impresa non sarà facile, non è militarmente necessaria in questo momento, e che potrebbe danneggiare gli Stati Uniti. Si può ritenere che questi leader militari in pensione parlino per conto di molti colleghi ancora in servizio.
Si aggiungano inoltre Richard Armey, leader della maggioranza repubblicana alla Camera, e il senatore Chuck Hagel, veterano del Vietnam e senatore repubblicano del Nebraska. Questo fronte si somma alla forte opposizione interna all’avventura progettata da Bush. Si osservi che in questo elenco non figura nessun democratico. I Democratici sono stati straordinariamente e vergognosamente timidi nel corso di tutto il dibattito.
C’è poi l’opposizione degli amici e degli alleati degli Stati Uniti. I canadesi dicono che non hanno visto alcuna prova che giustifichi un’invasione. I tedeschi affermano che non invieranno in nessun caso le loro truppe. Nelle ultime settimane i russi hanno ostentatamente intrapreso rapporti con tutti e tre i membri dell’asse del male: Iraq, Iran e Corea del Nord. I paesi arabi ‘moderati’ – Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Bahrein, Qatar – hanno fatto a gara nel negare l’uso del proprio territorio per un attacco contro l’Iraq. I curdi hanno rifiutato di partecipare a un incontro dell’opposizione irachena che si è svolto negli Usa sotto gli auspici degli Stati Uniti. E anche in Gran Bretagna gli Usa stanno incontrando resistenze. Certo, Tony Blair sembra un alleato granitico, anche se lamenta di non ricevere alcun aiuto dagli Usa, nel senso di prove evidenti che egli possa mostrare agli altri. Una maggioranza di cittadini britannici è contraria all’azione militare, e Blair rifiuta una discussione all’interno del governo britannico perché è consapevole della presenza di una forte opposizione in quella sede, in primo luogo da parte di Robin Cook.
Certo, George W. Bush può contare su alcuni fedeli sostenitori, come Ariel Sharon e Tom DeLay 1. Ma questo è tutto. Come risponde l’amministrazione Bush alle critiche? Lo stesso George W. Bush minimizza il dibattito, definendolo una ‘frenesia’, e dice che non è stata presa ancora nessuna decisione, cosa alla quale non crede nessuno. Il vicepresidente Cheney afferma che, anche se Saddam Hussein dovesse accettare il ritorno degli ispettori, dovrebbe comunque essere cacciato (una posizione che persino Tony Blair trova inaccettabile). E il segretario alla Difesa Rumsfeld sostiene che quando gli Usa decidono quel che è giusto fare, e lo fanno, altri li seguiranno. Questo, egli dice, è ciò che intendiamo per leadership.
Il problema è che, dal punto di vista dei falchi – fra i quali oggi è compreso lo stesso George W. Bush – l’opposizione è irrilevante. Effettivamente, essi preferiscono andare avanti senza l’aiuto di altri. Quello che vogliono dimostrare è che nessuno può sfidare il governo Usa e passarla liscia. Vogliono rovesciare Saddam Hussein, a prescindere da ciò che fa o da quel che dicono gli altri, perché si è fatto beffe degli Stati Uniti. I falchi sono sicuri che solo annientando Saddam possono convincere il resto del mondo che gli Usa hanno il bastone del comando, e devono essere obbediti sempre e comunque. Questo è il motivo per cui stanno portando avanti con insistenza anche l’idea perversa di indurre altri paesi a firmare accordi bilaterali con gli Stati Uniti, garantendo ai cittadini statunitensi un trattamento speciale nei campi che rientrano nell’ambito della Corte penale internazionale. Il principio è lo stesso. Gli Usa non possono essere soggetti al diritto internazionale, perché siedono al posto di comando.
Naturalmente, ciò che sostiene l’intera opposizione – l’opposizione non ostile, non quella di al-Qaeda – è che gli Usa si stanno dando la zappa sui piedi, finendo in tal modo per infliggere un danno enorme a tutti gli altri. L’azione proposta non è soltanto illegittima secondo il diritto internazionale (invadere un paese è un’aggressione, e l’aggressione è un crimine di guerra), ma anche stupida.
Prendiamo in esame i tre possibili esiti di una invasione. Gli Usa potrebbero vincere in modo rapido e facile, con una minima perdita di vite umane. Potrebbero vincere dopo una lunga, estenuante guerra, con una considerevole perdita di vite umane. Potrebbero perdere, come in Vietnam, ed essere costretti a ritirarsi dall’Iraq dopo una notevole perdita di vite umane. Una vittoria rapida e facile, che è ovviamente la speranza dell’amministrazione Usa, è l’esito meno probabile. Gli attribuisco una possibilità su venti. Vincere dopo una lunga, estenuante guerra è la prospettiva più probabile, forse ha due possibilità su tre. E, in realtà, perdere, per quanto sembri incredibile (ma allora sembrava così anche in Vietnam), è una conclusione plausibile: una possibilità su tre.
In ogni caso, tutti e tre gli esiti nuocciono agli interessi degli Stati Uniti. Immaginiamo che gli Usa vincano in modo facile e rapido. Sgomenteranno, intimidiranno, spaventeranno a morte il mondo intero. Nulla garantirà loro una perdita di reale influenza politica sul pianeta – e in primo luogo tra i nostri alleati e amici – più velocemente di questo esito così desiderato dai falchi del governo Usa. I quali sostengono che esso restaurerà il potere Usa. In realtà lo distruggerà. Ci ritroveremo senza amici, con intorno alcuni sicofanti e un’ampia maggioranza di paesi colmi di risentimento.
E poi c’è il problema di cosa fare dopo la vittoria facile. Abbiamo promesso alla Turchia e alla Giordania, e probabilmente all’Arabia Saudita, che non permetteremo la disintegrazione dell’Iraq. Ma siamo in grado di mantenere la promessa? Sì, se inviamo sul campo un proconsole Usa e almeno 200.000 soldati per una occupazione a lungo termine del paese (come in Giappone dopo il 1945). Ma non abbiamo alcuna intenzione di fare ciò, e l’idea avrebbe conseguenze molto negative per l’Amministrazione Usa negli affari interni. Un Iraq post-invasione sarebbe qualcosa di simile alla Bosnia dei primi anni novanta, preda di forze etniche interne ed esterne. Per quanto riguarda l’Iran, gli Usa non riescono a decidere se lo vogliono alleato o invaderlo. Comunque sia, l’Iran approfitterebbe al massimo di una disfatta irachena, e accoglierebbe volentieri la sua disintegrazione.
I cosiddetti Stati arabi moderati proclamano a gran voce che un’invasione Usa colpirebbe innanzitutto i loro regimi, i quali potrebbero non sopravvivere, e renderebbe praticamente impossibile quel che è già ora una possibilità remota, ovvero un accordo Israele-Palestina. Tutto questo sembra così evidente che ci si domanda come mai l’Amministrazione Usa possa avere dubbi in proposito. I falchi sia israeliani che palestinesi ne usciranno enormemente rafforzati, e meno che mai disponibili a prendere in considerazione qualsiasi accordo, indipendentemente da chi lo proponga.
Poi c’è l’esito più probabile: una lunga, estenuante e sanguinosa guerra. L’Iraq potrebbe benissimo essere «ridotto a forza di bombe all’età della pietra», come sognano spesso i falchi più aggressivi, e i suoi abitanti addirittura essere «ridotti all’età della pietra dalle atomiche». Nel frattempo, l’Iraq utilizzerebbe le terribili armi di cui dispone. Queste potrebbero essere meno numerose e potenti di quanto dica la propaganda Usa, ma anche soltanto alcune di esse, neanche molto potenti, potrebbero provocare immensi danni umani in tutta la regione (e ovviamente in primo luogo in Israele). Lo spettacolo dei soldati che ritornano nei body bags 2 avvelenerà il paese di conflitti civili. I costi economici della guerra, come anche gli effetti sulle forniture mondiali di petrolio, produrranno sulla posizione degli Usa nell’economia-mondo lo stesso tipo di danni causati dalla guerra del Vietnam. E se ci caricassimo della responsabilità morale di aggiungere nuovi bombardamenti nucleari a quelli di Hiroshima e Nagasaki, potrebbero essere necessari cinquant’anni per placare l’opinione mondiale. E inoltre, quando alla fine avremo vinto, ci si porrà ugualmente il problema di cosa fare dopo, e avremo ancora meno voglia di farlo.
La terza prospettiva possibile – la sconfitta – è così tremenda che preferiamo non pensare a quale giudizio potrebbero darne le future generazioni. Probabilmente, esse ci rimprovereranno soprattutto il fatto che a Washington nessuno sia stato capace di giudicare seriamente possibile questa eventualità. In psichiatria si chiama rimozione.
Che altro Osama bin Laden potrebbe desiderare?
© by Immanuel Wallerstein Immanuel Wallerstein insegna Sociologia alla Yale University (New Haven, Connecticut) e dirige il Fernand Braudel Center (Traduzione di Tiziana Antonelli)

note: * Apparso con il titolo di George W. Bush, the Principal Agent of Osama bin Laden, questo testo rappresenta il 96° dei Commentaries («riflessioni sul panorama del mondo contemporaneo … non rivolte alla cronaca immediata ma alla ‘lunga durata’ del tempo storico») che Immanuel Wallerstein pubblica dal 1976 due volte al mese sul bollettino on line del Fernand Braudel Center for the Study of Economies, Historical Systems and Civilizations ( ) presso la Binghamton University di New York.
1  Parlamentare repubblicano del Texas, capogruppo al Congresso, esponente della corrente di integralisti religiosi che hanno fortemente sostenuto la campagna elettorale di George W. Bush (Ndrm).
2  I body bags sono i sacchi di plastica sigillati in cui vengono trasportati in patria i cadaveri dei soldati morti. È un ricordo indissolubilmente legato alla guerra del Vietnam (NdRM).


Intervista a Noam Chomsky

Radio B92 Belgrado – settembre 2001

D: Cosa pensa a proposito di questi attacchi? Perchè pensa siano avvenuti?

R: Per rispondere alla domanda, dobbiamo prima identificare chi ha perpetrato tali crimini. E’ generalmente assodato che, plausibilmente, essi trovano origine nella regione mediorientale, e che questi attacchi devono probabilmente esser fatti risalire alla rete di Osama Bin Laden, una complessa ed estesa organizzazione, indubbiamente inspirata dallo stesso Bin Laden ma che non necessariamente agisce sotto il suo diretto controllo.
Prendiamo per buono che sia vero. Quindi, per rispondere alla sua domanda, una persona di buon senso proverebbe a indagare il pensiero di Bin Laden e i sentimenti di tutto quel vasto serbatoio di consenso su cui egli può contare in tutta la regione. Riguardo a tutto ciò, abbiamo una gran quantità di informazioni.

Bin Laden è stato esaurientemente intervistato in tutti questi anni da rilevantissimi esperti di questioni mediorientali, in particolare il più importante corrispondente nelle regione, Robert Fisk (London independent), che negli ultimi decenni ha accumulato una profonda conoscenza dell’intera area tramite un’esperienza diretta. Un miliardario Saudita, Bin Laden è diventato un leader militante islamico durante la guerra condotta contro i Russi per mandarli via dall’Afghanistan. Egli era uno dei tanti fondamentalisti religiosi reclutati, armati, e finanziati dalla CIA e dai loro alleati nei servizi segreti pakistani per recare i maggiori danni possibili all’URSS – molto probabilmente ritardando la loro ritirata, secondo molti analisti- anche se non è molto chiaro se effettivamente abbia mai avuto diretti contatti con la CIA, e questo non è comunque particolarmente importante.

Non sorprende che la CIA abbia scelto i più fanatici e crudeli combattenti che potesse mobilitare. Il risultato finale sarebbe stata “la distruzione di un regime moderato e la creazione di uno integralista, retto da gruppi incautamente finanziati dagli americani” (London Times, dal corrispondente Simon Jenkins, altro esperto di questioni della regione). Questi “Afghani”, come sono chiamati (molti, come Bin Laden, non sono cittadini afghani) condussero operazioni terroristiche lungo il confine con la Russia, fino al suo ritiro. La loro guerra non era contro la Russia, che peraltro essi disprezzano, ma contro l’occupazione russa e i crimini commessi contro i Mussulmani.

Gli “Afghani”, a ogni modo, non esaurirono le loro attività. Si unirono alle forze mussulmane bosniache durante il conflitto nei Balcani; gli Stati Uniti non ebbero nulla da obiettare, così come tollerarono il supporto dell’Iran nei loro confronti, per varie e complesse ragioni che non possiamo scandagliare ora, se non per rilevare che il triste destino dei Bosniaci non era per loro importante. Gli “Afghani” inoltre combattono i russi in Cecenia e, molto probabilmente, sono coinvolti nella campagna terroristica messa in atto a Mosca e un po’ in tutto il paese. Bin Laden e i suoi “Afghani” si sono poi rivoltati contro gli Stati Uniti nel 1990 dopo l’insediamento di basi permanenti USA in Arabia Saudita – dal loro punto di vista, un’integrazione all’occupazione russa dell’Afghanistan, ma molto più significativa per via dello speciale status che ha l’Arabia Saudita come guardiana dei luoghi più sacri.

Bin Laden è inoltre agguerrito oppositore dei regimi corrotti e repressivi di quella regione, che egli considera “non Islamici”, compreso il regime Saudita, il più fondamentalista del mondo, a parte quello dei talebani, e grande alleato degli USA sin dalle sue origini.
Bin Laden disprezza gli USA per il loro sostegno a questi regimi. Come altri nella regione, egli si sente insultato dal tradizionale sostegno degli USA alla brutale occupazione militare israeliana nei territori, giunta ora al trentacinquesimo anno: Bin Laden condannail decisivo intervento diplomatico, militare ed economico di Washington in sostegno di questo assedio criminale in tutti questi anni, la quotidiana umiliazione alla quale i palestinesi sono costretti, la continua espansione degli insediamenti dei coloni mirati alla frammentazione dei territori occupati a mò di cantoni Bantù e al controllo delle risorse, la continua violazione della Convenzione di Ginevra e tutti gli altri atti che sono riconosciuti come dei crimini in quasi tutto il mondo, tranne che negli USA, i quali hanno molte responsabilità.

E come altri, Bin Laden si oppone al sostegno di Washington a questi crimini unitamente al prolungato e decennale assalto anglo-statunitense contro la popolazione civile dell’Iraq, assalto che ha devastato quella società e causato centinaia di migliaia di morti consolidando nel frattempo il potere di Saddam Hussein -che era un alleato privilegiato di USA e Gran Bretagna nel corso delle sue peggiori atrocità, come lo sterminio dei Curdi, come certamente ricordano bene i popoli di quella regione, anche se gli occidentali preferiscono dimenticarlo.

Questi sentimenti sono diffusamente condivisi. Il Wall Street Journal (14 Settembre) ha pubblicato un sondaggio d’opinione somministrato a ricchi e benestanti mussulmani della regione del Golfo Persico (banchieri, liberi professionisti, uomini d’affari fortemente legati agli USA). Tutti hanno più o meno espresso lo stesso punto di vista: risentimento nei confronti delle politiche USA in sostegno dei crimini di Israele, delle politiche di ostacolo a un consenso internazionale su una risoluzione diplomatica in luogo della devastazione della società civile irachena; delle politiche di sostegno ai regimi repressivi in tutta la regione, e l’imposizione di barriere allo sviluppo economico tramite “il supporto alla nascita di regimi repressivi”. Tra la grande maggioranza delle persone che soffrono la fame e l’oppressione, sentimenti del genere sono ancor più forti, e costituiscono la fonte della furia e della disperazione che porta agli attentati-suicidi, così come comunemente compreso da coloro che sono coinvolti in questi fatti.

Gli USA, e la maggior parte dell’Occidente, preferiscono una versione più comoda. Tanto per citare l’editoriale del N.Y. Times del 16 Settembre, gli attentatori hanno agito nel “disprezzo dei valori cari all’Occidente come la libertà, la tolleranza, la prosperità, il pluralismo religioso e il suffragio universale”. Le azioni degli USA sono irrilevanti, e non c’è neanche bisogno di menzionarle (Serge Schmemann).
Questo è un conveniente quadro della situazione e questa presa di posizione è abbastanza usuale nella tradizione intellettuale; infatti è molto vicina alla norma. Succede che sia completamente difforme da quello che sappiamo, ma ha il “merito” di rispondere ad esigenze di autocompiacimento e di supporto acritico al potere costituito.

E’ inoltre ampiamente riconosciuto che Bin Laden e altri come lui stanno pregando per “un grande attacco agli stati mussulmani”, che potrà provocare”una larga adesione di fanatici alla sua causa”.
E questo non stupisce. L’innalzamento della tensione e della violenza è sempre molto apprezzato dagli elementi più duri e intransigenti di entrambe le parti in causa, cosa che si verificò evidentemente nella recente storia dei Balcani, tanto per fare uno dei tanti esempi possibili.

D: Che conseguenze ci saranno nella politica interna degli USA e nella percezione che l’America ha di sè?

R: La politica USA è stata già resa nota. Al mondo viene chiesta una”scelta di campo”: unitevi a noi, o preparatevi “ad affrontare sicuri scenari di morte e distruzione”. Il Congresso ha autorizzato l’uso della forza contro ogni individuo o paese che il Presidente avrà ritenuto coinvolti negli attacchi, un pensiero che ogni sostenitore considera ultra-criminale. Ed è facilmente dimostrato. Chiediamoci semplicemente come le stesse persone avrebbero reagito se il Nicaragua avesse adottato questa posizione dopo che gli USA avevano respinto gli ordini della Corte Internazionale per far cessare il suo “uso illegale della forza” contro il Nicaragua e avevano posto il veto a un risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che richiamava tutti gli stati al rispetto della legge internazionale. E quell’attacco terroristico fu anche molto più duro e distruttivo.

Per come tali questioni sono percepite qui, è tutto molto più complesso.
Bisogna tener ben presente che i mezzi di comunicazione e le élites intellettuali hanno solitamente le loro particolari agende. Inoltre, la risposta a questa domanda è, significativamente, una questione di decisioni: come in molti altri casi, con sufficiente dedizione ed energia, saranno molti gli sforzi per stimolare il fanatismo, la furia cieca e la sottomissione all’autorità.

D: Si aspetta che gli USA cambino radicalmente la loro politica estera?

R: La risposta iniziale è stata il richiamo all’intensificazione delle politiche che stimolano la furia e il risentimento utile al rafforzamento del sostegno all’attacco terroristico, e alla ricerca della definizione del programma degli elementi più duri della leadership: militarizzazione, irregimentazione interna, attacco alle politiche sociali. Ci si deve aspettare tutto questo. Ancora, gli attentati e l’escalation della violenza che essi generano, tendono a rinforzare l’autorità e il prestigio degli elementi più brutali e repressivi di una società. Ma non c’è niente di inevitabile nella sottomissione a questo stato di cose.

D: Dopo questo primo shock, si è creata molta paura riguardo a quella che potrà essere la risposta degli USA. Ha paura anche lei?

R: Qualsiasi persona di buon senso avrebbe paura della possibile reazione -quella che è stata peraltro annunciata, e che risponde alle preghiere di Bin Laden. E’ molto probabile che ci sarà un innalzamento del livello della violenza come al solito, ma questa volta su scala ancora maggiore.

Gli USA hanno già chiesto al Pakistan di tagliare gli aiuti alimentari e non solo che ancora tengono in vita la popolazione afghana. Se tale richiesta verrà accolta, un numero imprecisato di persone che non hanno il più remoto coinvolgimento con il terrorismo morirà, milioni possibilmente.
Lasci che glielo ripeta: gli USA hanno chiesto al Pakistan di uccidere milioni di persone che sono esse stesse vittime dei Talebani. Questo non ha niente a che fare col concetto di vendetta. E’ a un livello etico ancora inferiore. Il significato della cosa è amplificato dal fatto che se ne parla nel corso degli eventi, senza commenti, e presto ce ne renderemo conto a caro prezzo. Possiamo apprendere molto del livello etico della cultura intellettuale occidentale osservando le reazioni a questa richiesta. Penso che possiamo ragionevolmente confidare sul fatto che se la popolazione americana avesse la minima idea di quello che si sta per fare in suo nome, resterebbe certamente inorridita. Sarebbe a tal proposito istruttivo andare a ricercare i precedenti storici.
Se il Pakistan si rifiuta di soddisfare le richieste USA, potrebbe subire un attacco, con conseguenze imprevedibili. Se il Pakistan si sottomette alla volontà degli USA, non è impossibile che il governo venga rovesciato da forze politiche come i Talebani, che in questo caso potrebbero contare su armi nucleari. Tutto questo avrebbe ripercussioni su tutta la regione, compresi i paesi produttori di petrolio. A questo punto stiamo parlando di una guerra che avrebbe conseguenze devastanti per tutta l’umanità.

Anche se non si dovessero verificare tutte le possibilità ipotizzate, è verosimile che un attacco contro l’Afghanistan avrebbe effetti che la maggior parte degli analisti si aspettano: si ingrosserebbero le file dei sostenitori di Bin Laden, così come lui spera. Anche se venisse ucciso, farebbe poca differenza. La sua voce verrebbe ascoltata in cassette che sono già in circolazione nel mondo islamico, ed è probabile che verrebbe venerato come un martire fonte di ispirazione per tutti gli altri. E’ importante tenere a mente che, vent’anni fa, un attentato-suicida – un camion lanciato a tutta velocità contro una base militare USA- fece sì che la più potente potenza militare del mondo lasciasse il Libano. Le possibilità che si verifichino tali attentati sono infinite. Ed è molto difficile ostacolarli.

D: “Il mondo non sarà mai più lo stesso dopo l’ 11/09/2001”. Lo pensa anche lei?

R: Gli orrendi attacchi terroristici di Martedi sono qualcosa di realmente nuovo nello scenario internazionale, non tanto per entità o caratteristiche, ma per l’obiettivo. Per gli Stati Uniti, questa è la prima volta dalla guerra del 1812 che il territorio nazionale subisce un attacco, per giunta intimidatorio. Le sue colonie sono state attaccate, ma non il territorio nazionale in sè e per sè. In questi anni gli USA hanno praticamente sterminato le popolazioni indigene, conquistato metà del Messico, sono intervenuti violentemente nelle aree circostanti, hanno conquistato le Hawaii e le Filippine (ammazzando centinaia di migliaia di filippini), e per metà del secolo scorso in particolare, hanno aumentato i loro sforzi per dominare gran parte del mondo. Il numero delle vittime è colossale.

Per la prima volta, le armi si sono rivolte nella direzione opposta. Lo stesso si può dire, anche più drammaticamente, dell’Europa. L’Europa ha sofferto distruzioni immani, ma a causa di guerre interne, conquistando il mondo nel frattempo con estrema brutalità. Non è stata attaccata da vittime esterne ad essa, con rare eccezioni (l’IRA in Inghilterra per esempio). E’ dunque naturale che la NATO chiami tutti a raccolta per sostenere gli USA; centinaia di anni fatti di violenza imperialista hanno un enorme impatto sulla cultura intellettuale ed etica.

E’ corretto dire che questo è un evento nuovo nella storia del mondo, non per l’entità dell’orrore -deplorevole- ma per l’obiettivo. Come l’Occidente deciderà di reagire, è una questione di vitale importanza. Se i ricchi e i potenti scelgono di tener fede alle proprie tradizioni secolari fatte di estrema violenza, contribuiranno all’innalzamento della violenza, in una dinamica ormai famigliare, con conseguenze a lungo termine che potrebbero essere terribili. Certo, ma ciò non vuol dire che sia inevitabile. Una fetta di persone in seno alle società più libere e democratiche possono indirizzare le politiche verso una dimensione più umana e onorevole.

tradotto da Umanità Nova

Archivio Noam Chomsky


Bin Laden protetto dai petrolieri Usa

Un doppio filo lega gli Stati Uniti all’Arabia Saudita: l’interesse che l’Afghanistan rappresenta per le compagnie petrolifere. Un libro, La verità negata, spiega perché Bin Laden fu tollerato per anni.

di Melissa Bertolotti

MILANO – Uomo braccato dell’Fbi, ma protetto, per anni, dal Dipartimento americano e dai petrolieri statunitensi. Uno tra i finanzieri più rispettati del pianeta, con tanto di amicizie afghane dettate dall’opportunismo, e autore di misfatti segreti in Libia compiuti con amici della Corona britannica. Osama bin Laden è un po’ di tutto questo. Perché attorno all’uomo più ricercato del pianeta, descritto come una cellula impazzita del terrorismo internazionale, si sono mossi, negli anni, interessi economici e politici che legano a doppio filo l’Arabia Saudita, paese d’origine del miliardario del terrore, e gli Stati Uniti, i grandi nemici.

Il regista Oliver Stone fu il primo ad avvolgere il miliardario saudita in una sorta di immunità creatagli dai petrolieri americani. Osama bin Laden, aveva detto il regista di JFK, non sarà mai catturato perché protetto dalle potenze del petrolio. Somigliava all’intrigo di una Stone-sceneggiatura, ma a ricordare come la Casa Bianca abbia tentato più volte il negoziato con i taleban esce, martedì 29 gennaio, un libro che mette in luce come il clan Bush fosse interessato a usare l’Afghanistan per trasportare l’oro nero dai giacimenti dell’Asia centrale fino alle raffinerie del Mediterraneo, senza dover dipendere dagli oleodotti russi e cinesi.

La verità negata (Marco Troppa Editore, 13,90 euro), scritto a quattro mani da Jean Claude Brisard, esperto di finanza internazionale, e Guillaume Dasquié, caporedattore di Intelligence Online, si propone, recita il sottotitolo, come “una voce fuori dal coro” che “racconta il ruolo della finanza internazionale nella vicenda Bin Laden”. Con tanto di testimonianze inedite e documenti dei servizi segreti: dal primo mandato di cattura per il terrorista, emesso nel 1998 dalla Libia, al documento Usa che menziona la partecipazione di Bin Laden a investimenti in Sudan, fino alle note della Cia sul personaggio e sul suo patrimonio economico.

Se è innegabile che negli ultimi 50 anni il nostro sviluppo economico si sia basato su alleanze con le dittature del petrolio, quindi, quello che emerge da La verità negata è uno scenario inquietante dominato più dagli interessi delle grandi potenze che dalla volontà di fare giustizia. Con la diplomazia americana che, si legge nelle circa trecento pagine tradotte da Silvia Accardi e Roberto Agostani, ha stretto rapporti con i taleban, chiudendo un occhio sul loro dichiarato intento protettivo nei confronti di Bin Laden. Rapporti che, di fatto, continuarono fino all’estate del 2001. E che l’Occidente ha sempre preferito ignorare.

Fino a pochi mesi prima dell’11 settembre, quindi, i responsabili della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato americano consideravano più importante vedere l’Afghanistan, come luogo ideale per farvi passare le condotte di petrolio e di gas dei giacimenti del Kazakistan, Turkmeneistan, Kirghizistan e dell’Uzbekistan. La migliore alternativa a Russia o Iran, quindi, piuttosto che la culla del terrorismo islamico. Ed ecco che, stando alle fonti citate dai due autori, dal 5 febbraio al 2 agosto 2001 americani e taleban si impegnano in discussioni molto rischiose, riguardanti interessi petroliferi e strategie geopolitiche.

In nome della propria politica energetica, Washington sosterrà anche un processo di riconoscimento internazionale graduale del regime dei taleban. Secondo il giornalista americano Wayne Madsen, ex ufficiale dei servizi informativi ed esperto delle problematiche della sicurezza interna, la direzione centrale della Cia e l’ufficio informativo del Dipartimento di Stato incontrarono in Usa, tra il 18 e il 23 marzo 2001, l’ambasciatore itinerante dei taleban e consigliere personale del mullah Omar. Che, abbandonati gli abiti militari indossati durante la resistenza antisovietica, diventa il leader carismatico che tutti gli amici dell’Afghanistan, compresi gli uomini d’affari del settore petrolifero, aspettavano.

Il primo a capire come il sostegno ai taleban fosse una priorità economica, oltre ad avere un valore geostrategico, fu un argentino, Carlos Bulgheroni, presidente del quarto gruppo energetico dell’America latina, la Bridas (con sede a Buenos Aires e diverse attività in India e Pakistan). Il 16 marzo 1995 Bulgheroni firma un accordo per la costruzione di un oleodotto attraverso l’Afghanistan, coinvolgendo la Union Oil Company of California e il gruppo saudita Delta Oil.

Un susseguirsi di accordi in nome dell’oro nero che, patto dopo patto, facevano perdere di vista la reale pericolosità di al-Qaeda. A lla fine, quello che emerge dall’analisi, è che l’11 settembre Osama bin Laden ha concluso proprio questa lunga cronaca di malintesi e alleanze contro natura che, negli anni, hanno confortato i sostenitori di un Islam radicale. Fino a sconfinare nel cinismo politico ed economico.

(28 GENNAIO 2002, ORE 8)


Corso di propaganda Usa ai mujaheddin

Nuovi documenti rivelano che il governo Usa oltre a fornire armi ai ribelli afghani impartì anche lezioni di comunicazione: l’Università di Boston fu spedita al fronte per trasformare i mujaheddin in giornalisti.

di Sofia Basso

WASHINGTON – Il governo americano non solo insegnò ai ribelli afghani a usare i potentissimi missili Stinger, ma li addestrò pure alla sofisticata arte della comunicazione. Così, oltre a trovarsi di fronte un esercito ben addestrato e armato, gli statunitensi devono anche fare i conti con un nemico che maneggia abilmente i segreti dell’informazione mostrando una guerra che sembra fare solo vittime innocenti. A dimostrarlo sono documenti raccolti dal National Security Archives: negli anni Ottanta, mentre la Cia forniva armi ai mujaheddin in lotta contro l’occupazione sovietica in Afghanistan, esperti dell’Università di Boston trasferivano ai ribelli i capisaldi della propaganda “made in Usa”.

Tutto ebbe inizio nel 1985 quando il senatore repubblicano Gordon Humprey, deluso dalla scarsa copertura giornalistica della guerriglia afghana largamente finanziata dagli Stati Uniti, usò la sua influenza sul Congresso per affidare il compito di insegnare ai ribelli afghani come filmare e scrivere della propria jihad alla United States Information Agency, il braccio governativo per l’informazione. L’Usia delegò l’impresa alla Scuola di Comunicazione dell’Università di Boston che mise insieme un’equipe, formata anche da un giornalista della tv americana Cbs, e la mandò a Peshawar, centro di comando della resistenza afghana dal Pakistan. Qui i mujahiddin presero lezioni su come si diventa giornalisti televisivi e della carta stampata e soprattutto su come ci si attira la simpatia dell’opinione pubblica.

Già nel 1983, comunque, gli americani avevano capito che i ribelli avevano bisogno anche di un supporto psicologico da affiancare all’aiuto militare e umanitario. La direttiva 77 della Sicurezza Nazionale, infatti, invitava a fronteggiare la propaganda anti-americana di Kabul con la pubblica diplomazia. Come conseguenza, il National Secutity Council formò un gruppo di lavoro sull’Afghanistan (Afghan Working Group) che si incontrava due volte al mese per discutere di come migliorare e aumentare la copertura della guerra e generare simpatia e supporto per i mujaheddin.

IL RETROSCENA: COME LA CIA ALLEVO’ BIN LADEN

(9 NOVEMBRE 2001, ORE 17:00)


Come la Cia allevò Bin Laden

Molti dei nemici che gli americani combattono oggi in Afghanistan sono stati armati e addestrati dai servizi segreti Usa con il consenso del governo e del Congresso. Ecco come e perché.

di Sofia Basso

WASHINGTON – Si chiama blow back theory, ed è l’incubo dell’intelligence americana: allevare chi gli si ribellerà contro. Molti ricercatori l’hanno ormai dimostrato: Osama Bin Laden e il suo esercito sono stati addestrati e armati dalla Cia con il pieno consenso del Congresso e della Casa Bianca negli anni della resistenza ai sovietici in Afghanistan.

L’anno chiave fu il 1979, quando gli americani videro cambiare i rapporti di forza nell’Asia centrale: un regime amico dei sovietici prendeva il potere a Kabul, dopo che già il governo filo-americano dello Shah aveva abdicato il potere in Iran e l’influenza Usa era declinata in altri Paesi come l’Angola, il Mozambico (1975), l’Etiopia e il Nicaragua, con l’ascesa al potere di un governo filosovietico nel 1979. Memo e telegrammi tra Islamabad e Washington testimoniano come l’entrata dell’Armata Rossa nel piccolo Afghanistan fu interpretata dagli americani come prova delle tendenze espansionistiche dell’Unione Sovietica.

Documenti raccolti dagli studenti iraniani durante la presa dell’ambasciata americana a Teheran, comunque, rivelano che già nell’aprile del 1979, otto mesi prima dell’intervento sovietico, gli Stati Uniti avevano cominciato a incontrare i rappresentanti dei ribelli. Gli eventi precipitarono nel novembre, con l’avanzata dell’Armata Rossa, anche se il presidente Usa Jimmy Carter mantenne un doppio binario: aiuti segreti ai ribelli e ricerca di una soluzione negoziata. Con l’ascesa del repubblicano Ronald Reagan alla Casa Bianca nel 1980, ogni freno venne meno. Documenti e interviste raccolti, tra gli altri, dal National Security Archives, dimostrano che, dietro l’interessato consiglio dei servizi segreti pakistani, la maggior parte degli aiuti Usa finì nelle tasche dei gruppi islamici più radicali.

Il sostegno americano ai mujahiddin segna parecchi record nella storia delle operazioni paramilitari della Cia: è il primo caso di coinvolgimento del Congresso in un programma di aiuti segreti, arrivando nel 1987 a un finanziamento annuale ai ribelli di circa 700 milioni di dollari, ben più di quanto ricevesse lo stesso Pakistan. Fu, inoltre, rotto il tabù che vedeva gli Stati Uniti fornire ai suoi pupilli oltreoceano solo armi straniere in modo da poter sempre negare il proprio coinvolgimento. Nel 1986, dopo che per anni la Cia già riforniva i ribelli di armi di stile sovietico ma di fattura egiziana e cinese, l’agenzia statunitense fornì ai mujahiddin missili Stinger “made in Usa”: le più efficaci armi a spalla per abbattere l’aviazione sovietica.

Non mancano i libri di ricercatori e dei protagonisti del tempo che dettagliano come la Cia abbia pure infiltrato i suoi uomini in Afghanistan per addestrare i ribelli all’uso delle nuove armi e per aiutarli a costruire i dedali sotterranei che oggi proteggono i terroristi. Primo fra tutti il complesso di tunnel Khost, costruito nel 1996 come deposito di armi e centro di comunicazione, ed ereditato in seguito da Bin Laden per addestrare gli uomini di al-Qaeda. Nel suo libro sul regime di Kabul, il giornalista pakistano Ahmed Rashid sostiene che il governo di Islamabad fu molto sollecito nel presentare Bin Laden ai taleban quando questi presero il potere in Afghanistan nel 1996, appunto perché volevano mantenere i campi di Khost nelle mani dell’esule saudita che all’epoca aiutava anche i militanti del Kashmir.

L’intera operazione costò miliardi di dollari agli americani e milioni di vite ai sovietici, che nel febbraio 1998 annunciarono a sorpresa il ritiro delle loro centomila truppe dall’Afghanistan. Documenti russi, comunque, rivelano che già nel 1986 il Cremlino aveva deciso che la guerra era diventata troppo costosa, non solo in termini di spesa e di uomini ma anche di consenso. Quel decennio si lasciò dietro un’eredità di combattenti esperti e ben armati determinati a promuovere l’Islam contro le forze non musulmane.

(9 NOVEMBRE 2001)


Le scuole dell’odio di Osama Bin Laden (realizzate dagli USA)

Insieme al Corano, a migliaia di aspiranti kamikaze vengono consegnate armi costosissime, compresi i missili Stinger che gli Usa donarono ai mujaheddin afghani per combattere i russi.

di Rosario Mascia

E’ a Kandahar, in Afghanistan, l’università del terrorismo. Una scuola molto speciale, dove insieme al Corano agli studenti vengono consegnati kalashnikov e tutto il meglio delle armi convenzionali e non, compresi i missili Stinger che gli americani donarono ai mujaheddin afghani per combattere i russi e che successivamente tentarono di ricomprare a caro prezzo -un milione di dollari ciascuno-.
Oggi quelle armi sono puntate contro l’Occidente, acquistate senza badare a spese grazie ai soldi del principale sponsor: Osama bin Laden. Una scuola, come le altre quattordici sparse in tutto l’Afghanistan, dove entrare non è difficile se si accetta il martirio islamico, ben più difficile è uscirne di propria volontà. Chi la lascia, questa come le altre, lo fa solo per immolarsi nel nome di Allah. Una scuola dove gli studenti vengono preparati non solo tecnicamente ma anche moralmente, inculcando dentro di loro l’odio verso l’Occidente e, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la necessità del martirio per abbattere gli infedeli e raggiungere il paradiso. Un lavaggio del cervello che ha dato eccellenti risultati.
Gli studenti non mancano. Iniziano il loro apprendistato giovanissimi, in età scolare, in una delle innumerevoli madresse, le scuole coraniche dove per quindici anni verranno insegnati il Corano e la Sharia, la legge islamica che da esso deriva. Da qui i migliori passeranno poi a frequentare i “corsi di formazione” sul terrorismo.
Insegnamenti che non si tengono solo nei campi di addestramento afghani ma anche nel confinante Pakistan, la cui posizione politica internazionale è precaria. A Peshawar – da qui partì il volo dell’aereo spia americano U2 abbattuto nell’ex URSS- i corsi di perfezionamento sono tenuti alla scuola di “Dawat and Jihad” -Benvenuti alla Guerra Santa-, alla periferia della città, un tempo frequentata da quanti avrebbero poi raggiunto le formazioni di guerriglieri che combattevano i russi sulle montagne afghane.
Fondata ai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan per addestrare i mujaheddin, la scuola è la testimonianza di quali mostri abbiano creato i servizi segreti americani, organismi dei quali è ormai impossibile riprendere il controllo. Fra il 1979 ed il 1989 oltre 25 mila giovani provenienti dal Medio Oriente e dall’Asia, passarono da quel portone di legno che si apre in un muro di cinta all’interno del quale in baracche di fango gli istruttori tengono i corsi della morte. Insegnamenti dai quali gli allievi impararono l’uso delle più comuni, diffuse e moderne armi portatili, tattica di guerra, creazione di una base e mantenimento, comunicazioni sia con vecchi collaudati ma antiquati sistemi che con le più moderne tecnologie, confezionamento dei famigerati pacchi bomba, la manipolazione di tutti i tipi di esplosivi e soprattutto dove piazzarli in modo da ottenere il massimo effetto, le regole della sicurezza.
Oltre ovviamente al supporto fornito dallo studio del Corano e delle pratiche religiose. Ma la scuola non può fornire tutti gli insegnamenti e per quelli più specifici gli allievi raggiungono altre destinazioni dove riceveranno un addestramento mirato per i compiti che dovranno svolgere.
Nel campo di Abu Khabab, nei pressi di Jalalabad, nell’Afghanistan orientale, si insegna l’uso di armi chimiche e batteriologiche, un’informazione data da uno di quei pochi terroristi di Al Qaeda che hanno “saltato il fosso” finendo nelle braccia dei servizi americani. Vicino a Bagor, nell’isola di Giava, oltre 20 mila guerriglieri sono stati addestrati e successivamente inviati ad ondate nelle isole Molucche per combattere contro i cristiani.
A Zenia e Tuzla, in Bosnia, l’addestramento verte sulla penetrazione nei Balcani e l’infiltrazione in Occidente mescolandosi alle decine di profughi che quotidianamente sbarcano sulle coste italiane provenienti dall’Albania dove a Tirana è ancora attivo l’Islamic Resurrection Foundiation” che reclutava combattenti durante la guerra in Yugoslavia.
La Bulgaria ospita anch’essa alcune scuole specificamente indicate come propedeutiche al terrorismo in Cecenia mentre in Germania, Francia, Italia ed anche negli Usa i futuri martiri imparano a mimetizzarsi nel tessuto sociale occidentale studiando e perfezionando le lingue e seguendo corsi di formazione per l’uso delle nuove tecnologie. Internet è ormai uno strumento anche al servizio della propaganda islamica e del terrorismo. Nonostante l’apparente isolamento, i centri sparsi tra le montagne afghane e dell’Asia centrale sono sempre in contatto tra loro, e con le succursali occidentali, tramite telefoni satellitari, Internet, telefoni portatili, cellulari, fax. Ma oggi sembra che il centro nevralgico di tutte le attività terroristiche, scuole di addestramento comprese si stia spostando nelle montagne dello Yemen, il paese da cui proviene la famiglia di Bin Laden. Forse un’opzione in vista di una rapida fuga dall’Afghanistan, troppo esposto alla rappresaglia americana.

(13 SETTEMBRE 2001, ORE 17,10) Da Il Nuovo.it


FONDAMENTALISMI

http://www.ecn.org/rukola/fondamentalismi.htm


“Le parole sono importanti!!… chi parla male pensa male… e chi pensa male vive male!!”.

Dai giorni degli attentati alle Twin Towers i media ci ossessionano con un insieme di termini  che vengono utilizzati come sinonimi: islam, fanatismo, terrorismo, fondamentalismo, integralismo, islamismo… il risultato di questa mistura di ignoranza e malafede è la creazione di una pericolosa confusione, confusione che scava un fossato tra due civiltà.

Fondamentalismo e Integralismo sono due fenomeni estranei all’Islam: il primo è di origine protestante, l’altro cattolica. Anche il termine islamismo viene usato impropriamente per designare l’islam politico. Forte è anche la confusione circa i movimenti e i partiti islamici. Queste sono organizzazioni molto diverse tra loro ed a volte non hanno nulla in comune se non il riferimento alla religione del profeta che interpretano in modo profondamente diverso. Il movimento islamista nato nel 1928 in Egitto con i Fratelli musulmani ha conosciuto evoluzioni e cambiamenti; la sconfitta araba nella guerra dei sei giorni segnò un momento significativo, con il crollo delle formazioni nazionaliste e socialiste considerate responsabili della catastrofe. Le popolazioni umiliate e sconcertate trovarono conforto nella fede. Gli islamici ormai costretti nella clandestinità dalla maggior parte dei regimi al potere, utilizzarono le moschee come tribune e le associazioni caritatevoli come mezzo di trasmissione del loro messaggio. Adattarono il loro discorso politico a quello dei loro predecessori, facendo uso della retorica islamica per mobilitare le masse. L’islam politico divenne quindi uno dei pochi veicoli della protesta e delle rivendicazioni nazionaliste, anti-imperialiste e sociali. I regimi arabi di fronte alla minaccia dei “fondamentalisti” li hanno o perseguitati o integrati nelle istituzioni statali. Ma gli scontri tra regimi al governo e fondamentalisti non sono scontri tra sostenitori e avversari della laicità. Alcuni stati ostili all’islam politico sono dotati di costituzioni e legislazioni conformi agli insegnamenti dei libri sacri, molti sono scesi a patti con loro per utilizzarli contro avversari considerati più pericolosi.

È il caso di Israele: nei territori occupati i vari governi dello stato ebraico hanno sostenuto i Fratelli musulmani all’epoca in cui questi criticavano l’OLP perché la consideravano un miscuglio di nazionalisti e marxisti, di traditori dell’islam. Solo più tardi nel 1997, all’inizio della prima intifada i dirigenti israeliani si sono resi conto che i Fratelli musulmani hanno creato l’attuale organizzazione Hamas, che combatte per la liberazione della Palestina mediante la lotta armata e il terrorismo.

È il caso degli Stati Uniti che ritenevano gli islamisti degli amici poiché nemici degli “atei comunisti” e sostenitori dell’economia di mercato. L’alleanza degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita non è mai stata messa in discussione dopo la seconda guerra mondiale. Negli anni ’50, ’60 paesi musulmani e movimenti islamisti militavano insieme agli americani contro il nasserianesimo e contro “l’impero del male” sovietico. Era la prima versione della lotta del bene contro il male. Ma le cose cambiarono con la cacciata dei russi dall’Afghanistan, il crollo dell’impero sovietico, e la guerra del Golfo.

Nacque un nuovo tipo di ”integralismo” tra le montagne dell’Afghanistan. I mujaheddin non si sentivano appendici degli Stati Uniti, erano convinti di aver liberato la terra dell’islam con la loro forza e col martirio. Ma all’indomani della vittoria, capirono che gli Stati Uniti gli avevano giocato un brutto tiro. Con la guerra del Golfo, che provocò manifestazioni e proteste nel mondo arabo musulmano, questi popoli capirono che Washington usava due pesi e due misure: punire l’Iraq per la sua aggressione al Kuwait e lasciare che Israele continui ad occupare impunemente i territori arabi! Per questo la superpotenza statunitense divenne il bersaglio dei “fondamentalisti” di ogni tendenza.

Ma l’ “antiamericanismo” non è sempre stato uno degli obiettivi degli arabi musulmani, per molto tempo anzi questi hanno ingenuamente creduto alle belle promesse fattegli dagli Stati Uniti:

– l’emancipazione promessa dal presidente Wilson per i popoli colonizzati all’indomani della seconda guerra mondiale;

–         l’impegno del presidente Roosvelt con il re Ibn Saud di risolvere il problema palestinese;

–         dopo la seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti erano visti come i nemici del colonialismo britannico e francese;

–         nel ’56 quando il presidente Eisenhower intimò al Regno Unito, alla Francia e ad Israele di ritirare le loro truppe dall’Egitto.

Ma la storia li ha spinti a ricredersi. Non per questo si può ritenere che il terrorismo sia una pratica inerente all’islam. Esso può avere qualsiasi nazionalità, religione e fini alternativi. Il terrorismo di Al Qaeda, l’organizzazione fondata da Osama Bin Laden alla fine della guerra antisovietica in Afghanistan è atipica, senza precedenti storici. Mira a colpire quasi esclusivamente interessi americani; è transnazionale nel suo reclutamento e nella sua identità, poiché agisce in nome dell’Umma (la nazione musulmana) presente in tutto il mondo; è globalizzata perché si muove su tutto il pianeta e fa uso delle più avanzate tecnologie; i suoi adepti sono imbevuti di cultura occidentale e appartengono alle classi medie; è finanziata da privati; non dispone di una base popolare organizzata. È stata sconfessata sia dagli integralisti che dalle autorità religiose musulmane che ritengono bin Laden un eretico. Ma fa presa sulla popolazione musulmana e non: “i dannati della terra”, gli emarginati della globalizzazione (di questa globalizzazione neoliberista) si sentono vittime dell’egemonia statunitense e nel vuoto politico che oggi lacera anche il mondo arabo, sono facili prede del massaggio di Al Qaeda.  Questo movimento si è sviluppato in ambienti modernizzati, tra i musulmani che vivono in occidente. È riuscito ad avere un seguito perché i grandi classici movimenti islamisti sono diventati più nazionalisti che islamisti e non rispondono più alle richieste dei giovani deterritorializzati per effetto dell’emigrazione o di studi compiuti all’estero. Ad una popolazione musulmana globalizzata si adatta meglio questo tipo di fondamentalismo che trasforma la dolorosa esperienza della negazione della loro cultura nella rifondazione di un islam universale, in cui la umma diviene il mondo globale. Hanno saputo islamizzare la globalizzazione, cogliendo in essa l’occasione per ricostruire una società musulmana universale. Per far ciò hanno bisogno di detronizzare l’occidentalismo americano. Il risultato a cui aspirano è la creazione di un universo speculare a quello annientato, fatto di discriminazioni, oppressioni, ingiustizie, identità ossessive con un falso Allah al posto del dio-dollaro. Stanno cercando di trasformare l’islam in un contenitore vuoto, versatile, adatto ad ogni situazione globale e per questo ostile a tutto ciò che è cultura.

Solo la lotta dal basso contro le povertà e le ingiustizie economiche e politiche, per una democrazia reale, unita ad una grande battaglia culturale che faccia del dialogo tra tutte le culture e della contaminazione le sue parole d’ordine contro ogni ossessione identitaria, può fermare gli integralismi di ogni tipo (Bin Laden, Bush, Le Pen, ecc) e ridare speranza ad un mondo che va verso la guerra globale permanente.

R.u.k.o.l.a. 77


Il popolo dell’Afghanistan non ha niente a che fare con Osama e i suoi complici

L’11 settembre 2001 il mondo è rimasto scioccato dagli orribili attacchi terroristici negli Stati Uniti. RAWA esprime con il resto del mondo il proprio dolore e la condanna di questo atto barbarico di violenza e terrore.

RAWA ha già ripetutamente chiesto che gli Stati Uniti non sostengano il più sanguinario, il più criminale, il più antidemocratico e misogeno partito fondamentalista islamico, perchè entrambi, i Jehadi (l’Alleanza del Nord di Massud, ndr.) e i Talebani, hanno commesso ogni possibile sorta di orrendi crimini contro la nostra gente, essi non proverebbero alcuna vergogna nel commettere tali crimini contro il popolo americano che essi considerano “infedele”. Allo scopo di guadagnare e mantenere il proprio potere, questi barbarici criminali sono pronti facilmente a qualsiasi azione delittuosa.

Ma sfortunatamente noi dobbiamo dire che è stato il governo degli Stati Uniti che ha sostenuto il dittatore pakistano gen. Zia-ul Haq nel creare migliaia di scuole religiose dalle quali sono emersi i germi dei Talebani. Allo stesso modo, come è evidente per tutti, Osama Bin Laden è stato il pupillo della CIA. Ma ciò che è più penoso è che i politici americani non hanno tratto una lezione dalle loro politiche a favore dei fondamentalisti nel nostro paese e stanno ancora continuando ad appoggiare questo o quel gruppo o leader fondamentalista. Secondo noi, ogni tipo di sostegno ai fondamentalisti Talebani e Jehadies è attualmente dannoso contro la democrazia, i diritti delle donne e i diritti umani.

Se è provato che i presunti autori degli attacchi terroristici si trovano fuori dagli Stati Uniti, il nostro grido costante che i terroristi fondamentalisti avrebbero finito per ritorcersi contro i loro creatori, è confermato una volta di più.

Il governo degli USA dovrebbe considerare le cause di fondo di questo terribile evento, che non è stato il primo e non sarà l’ultimo. Gli USA dovrebbero smettere di appoggiare i terroristi afghani e i loro sostenitori una volta per tutte.

Ora che i Talebani e Osama sono i primi indiziati dalle forze americane dopo gli attacchi criminali, gli USA sottoporranno l’Afghanistan a un attacco militare simile a quello del 1998 e uccideranno migliaia di innocenti afghani per i crimini commessi dai Talebani e da Osama?

Pensano gli USA che attraverso questi attacchi, con migliaia di diseredati, poveri e innocenti afghani come vittime, saranno in grado di portare a termine la lotta contro il terrorismo o piuttosto diffonderanno il terrorismo su più larga scala?

Dal nostro punto di vista vasti e indiscriminati attacchi militari su un paese che è sottoposto a disastri permanenti da più di due decadi, non sarebbero una rivincita.

Non pensiamo che una tale aggressione sarebbe l’espressione della volontà della gente americana.

Il governo degli USA e il loro popolo dovrebbero sapere che c’è una grande differenza tra la gente povera e martoriata dell’Afghanistan e i terroristi criminali Talebani e Jehadi.

Mentre noi manifestiamo ancora una volta la nostra solidarietà e il profondo cordoglio al popolo degli Stati Uniti, crediamo anche che attaccare l’Afghanistan e uccidere la sua gente più derelitta e sofferente, non allevierà in alcun modo il lutto del popolo americano. Speriamo sinceramente che il popolo americano sia in grado di DISTINGUERE tra la gente dell’Afghanistan e un pugno di terroristi fondamentalisti. I nostri cuori si rivolgono alla gente degli Stati Uniti.

ABBASSO IL TERRORISMO!


L’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA)
14 settembre 2001


Le relazioni fatali: globalizzazione, spazio e guerra

di Carol Brouillet

La terra non sta morendo: viene uccisa, non da corporations o istituzioni, La terra non sta morendo: viene uccisa, non da corporations o istituzioni, sebbene queste certamente facciano la loro parte, ma da persone reali, con nomi, volti ed indirizzi, (1) le cui azioni e decisioni significano “guerra”, “morte”, “fame”, “malattie”, “deforestazione”, “inondazioni”, “siccità”, “allargamento del buco dell’ozono”, “cambio climatico”, “violente tempeste”, “la fine dell’era Cenozoica”.(2) … Il fascismo e la lotta contro il fascismo hanno caratterizzato il ventesimo secolo. Apparentemente, ci è stato detto, “la democrazia ha trionfato”. Ma dopo la II Guerra Mondiale in Europa gli antifascisti vennero presto etichettati “comunisti” e schiacciati in un paese dopo l’altro, mentre i nazisti e le loro reti di intelligence vennero assorbiti dalla “Central Intelligence Agency.” La C.I.A. ha continuamente rovesciato la “democrazia” in un paese dopo l’altro a beneficio di una corporation dopo l’altra.(3) Secondo il dizionari, “Il fascismo è un sistema di governo che esercita una dittatura dell’estrema destra, tipicamente attraverso la fusione della guida dello stato e dell’economia, assieme ad un nazionalismo belligerante”. L’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler sono i classici esempi di “paesi fascisti”. Durante la “Guerra Fredda” la C.I.A. ha sistematicamente esagerato la minaccia sovietica per giustificare il rafforzamento dell’armamento nucleare ed impaurire gli americani per fargli sostenere quello che viene non correttamente chiamato il “Dipartimento della Difesa”. Con l’emergere di potenti “corporations transnazionali” ed “istituzioni transnazionali” – create dall’Accordo di Bretton Woods (il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale,…), più tardi l’Organizzazione Mondiale del Commercio, (per non parlare delle meno formali Bilderberger, Commissione Trilaterale, Forum Economico Mondiale), alleanze militari come la N.A.T.O. , e la crescita di “forze di pace dell’O.N.U.”, è venuto in essere un nuovo “fascismo transnazionale”. La lealtà ad ogni particolare paese è preceduta dalla lealtà ai profitti delle corporations, dividendo le elite globali dalla vasta maggioranza della popolazione mondiale. La collusione tra elite corrotte nei paesi del Terzo Mondo che svendono le risorse umane e naturali dei loro paesi e le elite delle corporations dei paesi industrializzati che massimizzano i profitti, prendendo pieno vantaggio dal lavoro a basso costo in altri paesi e ristrutturando le loro imprese negli Stati Uniti (oppure in Gran Bretagna, o in Giappone o in Germania, dove il “costo del lavoro” è alto) dimostra che lo status economico conta più della nazionalità riguardo alla fedeltà. Mentre l’economia viene presentata come troppo complessa perché la maggior parte della gente possa comprenderla, vi è una grande semplicità nel sistema economico dominato dalle corporations che si sta sviluppando, che assegna il valore più alto possibile ai “profitti” o al “denaro” e nessun valore alle “vite umane” o all'”ecosistema” dal quale dipende la Vita di tutti. Il cuore dell’economia globale rimane una “economia di guerra” che è l’affare più redditizio del pianeta; è nell’interesse economico di tutte le maggiori potenze avere una guerra in corso. (4) I nemici, in particolare i “terroristi”, giustificano lo “stato di polizia” e la fabbricazione di più armi e “sistemi di difesa”. Nonostante la terribile perdita di vite umane durante tutti i conflitti del ventesimo secolo, è stata uccisa più gente dal loro governo che durante tutte le guerre tra gli stati. Più “addestramento militare” gli USA offrono ai loro “amici”, maggiore è l’abuso dei diritti umani nei paesi di quegli amici – la Colombia ne è l’esempio principale. Sempre di più la guerra stessa viene “privatizzata”, ceduta a mercenari. Le grandi società petrolifere dipendono dai militari o da eserciti privati per essere aiutate nella costruzione e nella difesa delle loro imprese. La Halliburton di Cheney (5) serve l’industria petrolifera ed i militari fornendo “servizi di supporto”, vivendo delle guerre degli USA e delle operazioni di controinsurrezione in Algeria, Angola, Bosnia, Birmania, Croazia, Haiti, Kuwait, Nigeria, Russia, Ruanda, Somalia ed altrove. Proprio recentemente la sua Brown and Root ha ottenuto un redditizio contratto di fornitura per le operazioni in Afghanistan, non proprio una sorpresa considerata la porta girevole che esiste tra il governo ed i principali fornitori della difesa. Vi è poco disagio morale nel vendere armi ad entrambe le parti di un conflitto, particolarmente nel “Terzo Mondo”, dove la non ostentata preoccupazione della “elite” è la “sovrappopolazione” – non il “sovraconsumo”. La natura razzista delle istituzioni incoraggia sottilmente l’idea che “le risorse sono limitate”, “c’è troppa gente”, “meno di loro significa ‘di più per noi'”, “le guerre, mentre non fanno piacere, non fanno così male, se ‘noi’ ne beneficiamo”. Il controllo è totale, la pace, la giustizia, la democrazia, i nostri lussi devono essere sacrificati, se ostacoliamo o minacciamo i poteri dominanti. Dal crollo dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti hanno dovuto lottare per creare i “nemici” necessari per giustificare il loro vergognoso bilancio militare. La C.I.A. ha creato i ‘mostri’ – “Noriega, Hussein, Osama bin Laden,”… Nel libro Dollari per il terrore- Gli Stati Uniti e l’Islam, Richard Labeviere fa la cronologia della relazione tra gli USA e l’Arabia Saudita, e dei loro sforzi congiunti per creare la rete al Qaeda, “Mercenari per la globalizzazione delle corporations”.(6) Al Qaeda fa da complemento al controllo delle corporations. Essa è convenientemente un bersaglio in Afghanistan dove vogliamo costruire basi e controllare il petrolio e la droga della regione, ma al Qaeda è tacitamente sostenuta dai militari USA in Cecenia, Kosovo, Macedonia, e Bosnia dove la sua agenda coincide perfettamente con gli scopi degli USA. Lo stretto collegamento finanziario della famiglia bin Laden stessa con la famiglia Bush ed il Carlyle Group (il 9° più grande fornitore della difesa negli USA) illustra come entrambe le famiglie profittino finanziariamente dalla nuova “Guerra”. Mentre 1.600 persone innocenti di discendenza mediorientale vengono arrestate per interrogatori in seguito al 9-11, i membri della famiglia bin Laden, che si dice “abbia rotto i rapporti con Osama”, vengono scortati e portati fuori del paese da un aereo militare (quando nemmeno nessun altro nel paese poteva volare), e certamente non vengono “interrogati dall’F.B.I.” nonostante si accusi Osama bin Laden essere la sospetta “mente” degli attacchi. (7) Ma quale ruolo ha giocato la C.I.A. nel 9-11? Mentre era a capo dell’intelligence pakistano il Ten. Gen. Mahmoud Ahmad, a qual tempo era negli USA per incontri alla C.I.A. Bush lo mandò in Afghanistan per chiedere “Osama bin Laden.” Sappiamo che ciò che Bush voleva veramente era la guerra, le truppe vennero messe in posizione, i piani erano stati preparati ben prima di settembre. E sul Times of India venne pubblicato questo: Le autorità USA chiesero la rimozione di “Ahmad” dopo la conferma del fatto che 100.000 dollari erano stati trasferiti al dirottatore del WTC Mohammed Atta dal Pakistan da Ahmad Umar Sheikh su richiesta del Gen. Mahmoud. Fonti autorevoli del governo hanno confermato che l’India ha contribuito significativamente nello stabilire il collegamento tra il trasferimento del denaro ed il ruolo giocato dal dimissionario capo dell’ISI. Mentre non hanno fornito i dettagli, hanno detto che le informazioni degli indiani, compreso il numero del cellulare di Sheikh, hanno aiutato l’FBI nel seguire e stabilire il collegamento. Ahmad ha perso il posto, ma non è stato arrestato od interrogato dalle autorità USA.(8) Le prove in continuo aumento, dal fatto che nessun aereo venne inviato per intercettare gli aerei dirottati, in completa violazione delle procedure standard della FAA, alle bugie degli alti ufficiali, e la falsa prova utilizzata per colpire “colpevoli” selezionati mi fa ritenere che gli USA fossero complici negli attacchi dell’11 settembre. La C.I.A. ha condotto per decenni una incessante campagna propagandistica per persuadere gli americani che “la loro sicurezza risiede in una schiacciante forza militare tecnologicamente superiore”. Per decenni la C.I.A. ha fatto “pratica” nel terrorizzare e prendere il controllo di paesi più piccoli. Un terzo del nostro bilancio è destinato alla “propaganda” e molta di questa è diretta ad influenzare il pubblico americano. Non importa che lo “Star Wars” non sia tecnologicamente realizzabile o che spingerebbe ad una nuova corsa agli armamenti, o che sia stato progettato per permettere apertamente agli “USA” di dominare e controllare il mondo,(9) l’inutile opera significa profitto per una piccola elite globale, e permetterà a questa elite globale di minacciare e terrorizzare il resto del mondo. A questo punto, le parole “a noi” “a loro” “noi” “USA” “elite transnazionali” diventano un poco nebulose, mentre il fascismo si è evoluto da un paio di paesi in fenomeni riconosciuti come “Globalizzazione delle Corporations” che istituzionalizza il dominio delle corporations sui governi, toglie il processo decisionale ai rappresentanti eletti per darlo a non eletti burocrati del commercio, permette alle corporations di denunciare i governi per spazzare via ogni legge ambientale o fastidiosa legge sul lavoro che sta sulla strada dei loro “profitti”.(10) Viene adoperata la pressione militare per guadagnare la sottomissione locale (talvolta statale o nazionale) all’agenda delle corporations transnazionali. Le elite globali, come Henry Kissinger, giocano un doppio ruolo, guidando la mano della C.I.A. per rovesciare capi di stato “non allineati” (come Allende), orchestrando il bombardamento della Cambogia e di altri paesi (quando questi sembrano “necessari”), dunque mettendo un nuovo “cappello”, consigliando le società petrolifere cinesi, dopo il 9-11.(11) Mentre Clinton era al potere la banda di Bush investiva miliardi e faceva affari con paesi dell’Asia. (12) Questi statisti globali non pensano certamente all'”America” per prima…mentre creano l’architettura di un “Nuovo Ordine Mondiale” dove governino le orporations. Nonostante la retorica che demonizza i nostri nemici, inclusa la Cina, il 17 settembre la Cina è tranquillamente entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio; l’elite cinese e l’elite americana hanno molto più in comune l’una con l’altra (nel fare profitti e controllare le masse) che differenze. E’ un minaccioso presagio pensare all’occulto simbolismo del 9-11, l’anniversario del colpo di stato in Cile, un giorno sacro per i nazisti, e la “Giornata internazionale della pace” dichiarata dall’ONU. Nel 1984 di Orwell si trovano l’eco e la retorica del comportamento della Casa Bianca, e tristemente del Congresso, che eccetto pochi meravigliosi esempi sembra felicemente tirare avanti con la “Grande Bugia” senza discutere. L’11 settembre ed il giorno seguente ero più terrorizzata dai media che battevano i tamburi di guerra che dai fatti reali. Ci vollero mesi prima che fossi capace di mettere insieme i pezzi, per capire che il miglior parallelo storico con il 9-11 è l’incendio del Reichstag che permise ad Hitler di eliminare l’opposizione, consolidare il suo potere, spazzare via la democrazia in Germania, ed insediarsi come dittatore.(13) Il Patriot Act, l’Anti-Terrorist Act, lo Homeland Security Act sono assalti diretti alla Costituzione, al Bill of Rights ed alla Democrazia.(14) Ancora peggio, queste leggi vengono replicate in tutto il mondo per criminalizzare e scoraggiare il dissenso ovunque. La Guerra al Comunismo è stata rimpiazzata dalla Guerra alla Droga ed ora dalla Guerra al Terrorismo – generalmente definito come qualsiasi opposizione al potere ufficiale. Non importa se gli USA siano l’unico paese condannato per terrorismo dalla Corte Mondiale, o che il nostro comportamento come nazione sia palesemente illegale ed provochi rabbia ovunque; questo non viene menzionato da una stampa sottomessa. Abbiamo perduto così tanto, tornando a tempi precedenti alla Magna Carta, al tempo della Inquisizione, ai tempi della tortura, delle prove segrete e delle segrete esecuzioni. Il cuore della Magna Carta è che nessun uomo – neppure il re – è al di sopra della legge. Le bugie e la segretezza che avvolgono l’occupante dell’Ufficio Ovale, il “National Security Council,” violano questo fondamentale principio, e permettono a noti criminali di gestire efficacemente un grande potere ed una carica pubblica. Sappiamo che Bush ha ottenuto illegalmente la carica attraverso la purga sistematica di legittimi elettori di colore in Florida,(15) e con una decisione apertamente politica di una Corte Suprema di parte. Gli unici beneficiari reali visibili del 9-11 sembrano essere il complesso militare-industriale, l’amministrazione Bush, le società petrolifere multinazionali, i trafficanti di droga, e regimi come Israele che si sente giustificato nell’uso della forza militare contro i “dissenzienti ed i terroristi” entro i propri confini. La stampa delle corporations ha ingoiato l’intera storia, libro, linea e dolcetto, rifiutandosi di fare le domande scomode, acclamando l’attacco del paese più ricco del mondo contro il più povero, silente sui motivi straordinariamente mercenari (installare un ex rappresentante dell’UNOCAL a capo di un governo ad interim ed a rappresentare gli interessi “USA” nella regione), e negando virtualmente l’accesso ad una informazione che rivelerebbe la magnitudine della sofferenza, depravazione e morte che sono precipitate sul popolo afghano come risultato della guerra. Le assicurazioni che questo è solamente il primo stadio di una lunga guerra che gli USA vogliono espandere ad un paese dopo l’altro, l’Iraq è il bersaglio favorito, non sono incoraggianti, mentre attraverso il Congresso e gli Stati si spinge per una legislazione perfino più repressiva. I politici ci assicurano che vi saranno altri attentati terroristici e preparano i “vaccini contro il vaiolo” per tutti i cittadini USA. Veniamo preparati psicologicamente al prossimo assalto. Penso che la più grande minaccia ai “poteri costituiti” sia un pubblico americano informato. Solamente un pubblico americano informato potrebbe fermare la “guerra al terrorismo”, mettere in ginocchio un politico non eletto le cui politiche catastrofiche minacciano tutti i popoli, ovunque. Sicuro, dubito che tutto questo sia opera di “W”, tutto da solo, ma ci tira avanti. Occasionalmente suo padre lo chiama per dirgli quando fa confusione, e per ricordargli cosa “si suppone che dica o faccia”. Quelli come noi negli USA hanno proprio ora la responsabilità particolarmente grande di prevenire il nostro governo dal commettere “crimini contro l’umanità” perfino peggiori. Sono capaci di mettere in scena “un altro attacco terroristico negli USA per espandere la guerra alla Fase Due, sia qui che all’estero. Dunque il tempo è vitale. Michael Ruppert ed il Dr. Len Horowitz hanno avvertito la gente sul Model Emergency Health Powers Act, che permetterebbe ai governanti di dichiarare un’emergenza, di costringere alla vaccinazione, alla quarantina o all’isolamento di persone, ed anche sequestrare proprietà e richiedere alla gente di “procurare servizi” attivamente durante un’emergenza.(16) La morte di quattordici tra i migliori microbiologi al mondo è un avvertimento che sono pronti per il rilascio virus di malattie infettive?(17) La draconiana legislazione è abbastanza maligna, ma le società che hanno “vaccini contro il vaiolo per l’intera popolazione USA” meritano un attento esame. Sono le stesse che hanno fornito il gas venefico per le camere a gas di Hitler,(18) collegate ai vaccini contaminati che diffondono l’AIDS in Africa, (19) e collegate al sangue infetto che ha ucciso migliaia di emofiliaci nei paesi industrializzati. (20) Considerate la monopolizzazione della terra, del denaro, del cibo, delle comunicazioni dell’energia, dell’acqua da parte delle corporations transnazionali e dell’elite globale. Stanno monopolizzando le risorse mondiali da cui dipende la vita umana a beneficio dell’umanità o per aumentare la loro ricchezza ed il loro potere? Cosa dimostrano i fatti? Come i sistemi legale, finanziario e sanitario sono speculari al sistema politico? Le società BASF, Bayer e Hoechst furono responsabili dell’ascesa la potere di Hitler, ed anche come i principali beneficiari delle sue conquiste, erano anche proprietari al 100% della IG Auschwitz, il più grande complesso industriale fuori della Germania. Il campo di concentramento di Auschwitz era un campo di lavoro forzato per questa società. Il membro del CdA della IG Farben Fritz ter Meer durante il processo di Norimberga testimoniò che “Non veniva fatto alcun male ai prigionieri, perchè essi dovevano comunque venire uccisi”. Fu condannato a 7 anni di prigione per “schiavismo e saccheggio”. Venne rilasciato nel 1952. Nel periodo 1956-1964 fu presidente del CdA della Bayer AG. Nel 1962 fu uno degli architetti della commissione del Codex Alimentarius che era sponsorizzata dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e sostenuta dalla Food and Drug Administration degli USA. La Codex Alimentarius Commission vuole BANDIRE tutte le attuali vendite di erbe, vitamine, aminoacidi, minerali ed altri medicinali da banco. Le società farmaceutiche progettano una presa del controllo globale dell’industria delle vitamine-erbe, ed entro pochi brevi anni riusciranno a spingere fuori dal mercato i competitori. Esse progettano di farlo quietamente e con cura attraverso il GATT e la Codex Commission. Le nostre vite e la nostra salute saranno ancora sacrificate per i profitti ed il potere?(20) Pensavo se quelli al potere erano veramente stupidi o cattivi. Sembra così miope uccidere il pianeta se vuoi vivere. Qualcuno gentilmente mi fece notare che “Il male è la stupidità applicata”. Il Dr. M. Scott Peck scrisse “Ho definito il male come ‘l’esercizio del potere politico che è l’imposizione della volontà di uno sugli altri attraverso palese od occulta coercizione per evitare la…crescita spirituale'”. Non posso essere d’accordo con la definizione di “Asse del Male” di Bush. “Il Razzismo, la Povertà e la Guerra” mi danno più l’idea di mali reali su scala globale. Ma la gente prende decisioni, e, a un livello personale, dobbiamo chiederci “Perché?” Come potrebbe qualcuno causare consapevolmente la morte di centinaia, migliaia o milioni di altre persone? Aung Sung Suu Kyi ha scritto: “Non è il potere che corrompe, ma la paura – la paura di perdere il potere e la paura di della punizione di quelli che lo detengono”. Quelli al potere vivono nella paura, ed il sistema dominante dipende dalla Paura e dalla Avidità che controllano l’umanità. Per quanto aborrisca le politiche dell’amministrazione Bush, provo pena per “Dubya”, immaginate di avere come padre Bush Sr., direttore della C.I.A…, che vi introduce nella setta degli Skull and Bones a Yale. Temo che quelli della elite globale siano stati traumatizzati da bambini e non siano mai stati legati ai loro genitori e non abbiano mai imparato ad amare. Credo sia il nostro amore per la vita che fa di noi degli esseri umani, e ci fa preoccupare così profondamente per gli altri e per il pianeta. Lo psicologo Erich Fromm definisce la lotta tra il Bene ed il Male come biofilia (l’amore per la vita) contro necrofilia (l’amore per la morte). “La persona necrofila è portata a desiderare di trasformare l’organico nell’inorganico, ad avvicinarsi meccanicamente alla vita come se tutti gli esseri viventi fossero cose”, egli scrive. “La persona necrofila può relazionarsi ad un oggetto, un fiore o una persona, solamente se la possiede; dunque una minaccia al suo possesso è una minaccia a se stesso… Egli ama controllare e nell’atto del controllare uccide la vita… ‘Legge ed ordine’ per loro sono idoli…” Credo sia l’incapacità di amare “se stessi”, l’odio per se stessi, a rendere qualcuno incapace di amare gli altri, che permette ad uno di condannare “l’umanità” come il male e razionalizzare le manipolazioni, i controlli o l’eliminazione di persone percepite come “incontrollabili” o come una “minaccia”. La nostra sfida, di coloro che amano la vita e si preoccupano profondamente del futuro, dell’umanità, della giustizia, della pace è come trasformare la gente, la società e le istituzioni nelle mani di coloro che concentrano la ricchezza ed il potere, distruggendo nel frattempo la Terra, per quelli che rispettano, onorano e danno valore alla vita e sostengono la pace, la libertà, relazioni intelligenti tra tutta la Vita. L’umorismo, l’amore, il coraggio, la verità, la speranza e la compassione sono gli strumenti più potenti che abbiamo. A New York, dove abbiamo dimostrato contro il Forum Economico Mondiale, abbiamo usato umorismo, canzoni, arte per comunicare i nostri messaggi. #1- Un altro mondo è possibile! #2- Loro sono tutti Enron: Noi siamo tutti Argentina. Le forze della vita devono fermare le forze della morte. La guerra al terrorismo è una grande bugia; in realtà è ovunque una guerra alla democrazia, alla pace ed alla libertà. La nostra sicurezza nazionale significa buone relazioni tra tutti i popoli, una prosperosa biosfera, andare incontro ai bisogni di tutti come dichiarato nella Dichiarazione Internazionale dei Diritti Umani; la segretezza, le armi di distruzione di massa, destinare la maggior parte delle risorse dell’umanità e delle capacità intellettuali verso il settore militare sono una “minaccia” per tutti. Lo scorso febbraio si è tenuta una giornata nazionale di solidarietà con gli “scomparsi d’America”;(21) indossavamo triangoli blu per ricordare alla gente del tempo in cui… “In Germania essi prima arrivarono per i comunisti, ed io non parlai perché non ero comunista. Allora arrivarono per gli ebrei, ed io non parlai perché non ero un ebreo. Poi vennero per i sindacalisti, ed io non parlai perché non ero un sindacalista. Poi essi vennero per i cattolici, ed io non parlai perché ero protestante. Allora vennero per me – ma a quel tempo non era rimasto nessuno per protestare”. ha spiegato il pastore Martin Niemoller (che finì in un campo di concentramento). ORA E’ IL MOMENTO DI PARLARE AD ALTA VOCE! Forte, chiaro, con amore, umorismo, passione, creatività per svegliare quelli che vivono nella paura o nella negazione della loro connessione con la razza umana, per la nostra responsabilità, per il nostro comune sogno e speranza di un mondo pacifico, giusto, felice e salubre. Indosso molti cappelli; sono un membro della Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà, ma lavoro anche con una moltitudine di gruppi che sfidano il dominio delle corporations, il militarismo e l’ingiustizia. Uno di questi gruppi spera di far crescere un movimento nazionale di solidarietà il 6 giugno ed incoraggia la gente ad organizzare manifestazioni su questo tema: Non in nostro nome – L’impegno a resistere Come persone che vivono negli Stati Uniti noi pensiamo che sia nostra responsabilità resistere alle ingiustizie fatte dal nostro governo, in nostro nome Non in nostro nome farete una guerra infinita, basta con le morti, basta con le trasfusioni di sangue per il petrolio Non in nostro nome invaderete paesi e bombarderete civili, ucciderete altri bambini lasciando che la storia prenda il suo corso sulle tombe degli ignoti Non in nostro nome eroderete le libertà per le quali avete preteso di combattere Non con le nostre mani forniremo armi e finanziamenti per la distruzione di famiglie su suolo straniero Non con le nostre bocche lasceremo che la paura ci ammutolisca Non con i nostri cuori permetteremo che interi popoli o paesi vengano ritenuti il male Non con la nostra volontà e Non in nostro nome Noi ci impegniamo a resistere Noi ci impegniamo ad essere alleati di coloro che sono stati attaccati per aver dato voce all’opposizione alla guerra o per la loro religione o etnia Noi ci impegniamo a fare causa comune con il popolo del mondo per far trionfare la giustizia, la libertà e la pace Un altro mondo è possibile e noi ci impegniamo a fare in modo che questo diventi realtà.

da    http://www.11settembre.net/ 


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