Fisicamente

di Roberto Renzetti

In quanto scritto nelle pagine precedenti abbiamo visto la tragedia del WTC ed abbiamo dato un’occhiata ad Osama bin Laden. Già praticamente da subito gli USA hanno individuato l’Afghanistan come centro motore dell’attacco alle Twin Towers, nonostante che i presunti terroristi fossero 15 su 19 di provenienza saudita. In ogni caso è sull’Afghanistan che si appuntano gli interessi Usa. Vediamone le motivazioni.

La “grande scacchiera” e la guerra della Nato

Fausto Sorini

Liberazione 5 giugno 1999

“La grande scacchiera” è il titolo di un recensissimo libro di Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, una delle teste pensanti della politica estera degli Stati Uniti. Esso espone, con esemplare chiarezza e senza infingimenti “umanitari”, il quadro strategico globale entro cui collocare e comprendere le ragioni essenziali dell’aggressione della Nato alla Repubblica Federale Jugoslava, fortissimamente voluta dagli Stati Uniti.

“Il crollo dell’Unione Sovietica – scrive l’autore – ha fatto sì che gli Stati Uniti diventassero la prima e unica potenza veramente globale, con una egemonia mondiale senza precedenti e oggi incontrastata. Ma continuerà ad esserlo anche in futuro? Per gli Stati Uniti, il premio geopolitico più importante è rappresentato dall’Eurasia, il continente più grande del globo”, che “occupa, geopoliticamente parlando, una posizione assiale, dove vive circa il 75% della popolazione mondiale ed è concentrata gran parte della ricchezza del mondo, sia industriale che nel sottosuolo. Questo continente incide per circa il 60% sul PIL mondiale e per 3/4 sulle risorse energetiche conosciute … L’Eurasia – sintetizza Brzezinski – è quindi la scacchiera su cui si continua a giocare la partita per la supremazia globale”.

“Ma se la Russia – prosegue l’autore – dovesse respingere l’Occidente, diventare una singola entità aggressiva e stringere un’alleanza con il principale attore orientale (la Cina) “, e con l’India, “allora il primato americano in Eurasia si ridurrebbe sensibilmente”. E così pure se i partner euro-occidentali, soprattutto Francia e Germania, “dovessero spodestare gli Stati Uniti dal loro osservatorio nella periferia occidentale” (così viene definita l’area dell’Unione Europea), “la partecipazione americana alla partita nello scacchiere eurasiatico si concluderebbe automaticamente”.

Quindi, conclude Brzezinski, “la capacità degli Stati Uniti di esercitare un’effettiva supremazia mondiale dipenderà dal modo con cui sapranno affrontare i complessi equilibri di forza nell’Eurasia: e la priorità deve essere quella di tenere sotto controllo l’ascesa di altre potenze regionali (predominanti e antagoniste) in modo che non minaccino la supremazia mondiale degli Stati Uniti”.

“Per usare una terminologia che riecheggia l’epoca più brutale degli antichi imperi, tre sono i grandi imperativi della geo-strategia imperiale: impedire collusioni e mantenere tra i vassalli la dipendenza in termini di sicurezza, garantire la protezione e l’arrendevolezza dei tributari e impedire ai barbari di stringere alleanze”.

Gli Stati Uniti vogliono in primo luogo evitare che in Russia si affermi un potere politico influenzato dai comunisti, avverso al liberismo selvaggio che ha precipitato il Paese nella crisi più nera e volto a ristabilire una collocazione internazionale della Russia non subalterna all’Occidente. Per questo il deposto premier Primakov era ed è considerato un avversario temibile: è sostenuto da una Duma dominata dai comunisti, sorretto da un consenso popolare dell’80%, favorito alle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, mentre il consenso degli uomini di fiducia degli Stati Uniti, come Eltsin e Cernomyrdin è precipitato al 5-10%. Anche per questo Eltsin lo ha destituito (rendendo ormai drammatico il fossato tra paese reale e paese “legale”, ai limiti di uno scontro interno che potrebbe precipitare in forme drammatiche), dopo avergli sottratto il dossier “guerra in Jugoslavia” per affidarlo a Cernomyrdin. In modo che l’eventuale successo di una mediazione diplomatica russa avvenga su una linea più docile alle volontà della Nato, e che sia il nucleo eltsiniano (e non Primakov e la sua squadra) a trarne i maggiori benefici di immagine, in vista delle prossime scadenze elettorali in Russia.

Gli Usa vogliono inoltre favorire una evoluzione della Cina per cui le forze espressione di una nuova borghesia interna legata al mercato internazionale (che auspica un legame preferenziale e docile con gli Stati Uniti) prendano gradualmente il sopravvento sulle forze sociali e politiche che restano legate a un progetto originale e inedito di lunga transizione al socialismo, con una economia mista in cui il pubblico resti comunque prevalente sul privato. Il bombardamento pianificato dell’ambasciata cinese a Belgrado, era certo un test per vedere fino a che punto la Cina era in grado di assumere sulla guerra in Jugoslavia un profilo forte e autonomo dagli Usa e la reazione degli studenti cinesi (da molti considerati ormai succubi del modello americano) è stato un segnale più che incoraggiante di tenuta di un orientamento antimperialista, di dignità nazionale, di autonomia di valori, che parla alle nuove generazioni del mondo intero. Ma quelle bombe si proponevano, da parte dei fautori della guerra totale contro la Jugoslavia, anche l’obbiettivo di inasprire le relazioni internazionali e rendere impossibile in sede Onu una risoluzione ragionevole e negoziata (non imposta dalla Nato) tra tutte le parti in causa del conflitto balcanico.

Anche sull’India, potenza nucleare, gli Usa premono per sottrarla alla sua storica collocazione di non allineamento, che conserva forti radici nel Paese, per imporle una linea di privatizzazioni selvagge e di smantellamento del ruolo dello Stato in economia (tuttora consistente) e omologarla al modello neo-liberale.

In Europa si cerca di impedire che si affermi un modello sociale diverso da quello neo-liberale ed un sistema di sicurezza alternativo alla Nato e alla tutela americana sull’Europa. Tanto più se ciò dovesse prefigurare un quadro di cooperazione economica, politica e militare di tutta l’Europa, dall’Atlantico agli Urali, passando per i Balcani. Il che configurerebbe una entità economica geopolitica e di sicurezza di prima grandezza nel panorama mondiale e scalzerebbe l’influenza predominante degli Usa sul vecchio continente. Proprio Primakov è stato e rimane uno dei più convinti assertori di questo asse Russia-Unione Europea ad Ovest, e di un altro asse Russia-Cina-India ad oriente, che marcherebbero una evoluzione multipolare degli assetti planetari e degli stessi rapporti in seno alle Nazioni Unite, minando il progetto americano di egemonia globale unipolare, che comporta invece l’affossamento dell’Onu e la trasformazione della nuova Nato a guida americana in regolatore supremo di ogni controversia internazionale.

Sul solo terreno della competizione economica l’imperialismo americano non è in grado oggi di dominare il mondo e di subordinare i suoi stessi alleati/concorrenti come Unione Europea e Giappone. Gli Usa incidevano nel dopoguerra per il 50% del PIL mondiale: oggi la percentuale si è dimezzata, ed è di poco inferiore a quella dell’Unione Europea. Spostare la competizione sul terreno militare, dove la potenza Usa è ancora di gran lunga preponderante, significa usare la guerra come strumento di egemonia economica e politica.

Anche contro l’Europa: costringendola a subire l’iniziativa e l’interventismo anglo-americano o ad entrare nel gioco della grande spartizione delle zone di influenza, ma in posizione subalterna. Come appunto è avvenuto con questa guerra.

Siamo partiti, in apparenza, da lontano, ma la conclusione è sintetica e ci tocca da vicino. Il controllo dei Balcani è strategico nella competizione per il controllo dell’Eurasia. I Balcani sono storicamente la porta per l’Oriente; da lì passano oggi oleodotti e gasdotti che trasportano le vitali risorse energetiche tra Europa e Asia. Nella contigua regione del Mar Caspio, del Mar Nero, del Caucaso gli scienziati stimano esservi giacimenti di petrolio e di gas naturale tra i maggiori del mondo. L’allargamento della Nato ad Est si propone di inglobare gradualmente tutti i paesi dell’Europa centro-orientale e dei Balcani, incluse le repubbliche europee dell’ex Unione Sovietica, per farne un grande protettorato atlantico: per controllarne le risorse e circondare una Russia non ancora “normalizzata” e dal futuro incerto. Mentre all’altro capo del continente eurasiatico, proprio in queste settimane, è andata strutturandosi una “Nato asiatica”, che comprende, in un sistema militare e di “sicurezza” integrato, gli Stati Uniti, il Giappone, la Corea del Sud e strizza l’occhio a Taiwan, cui si assicura “protezione”.

Che cosa accadrebbe domani se gli Stati Uniti decidessero di dare vita ad una nuova UCK in Cecenia, in Daghestan; in Tibet o magari a Taiwan?

La Jugoslavia rappresentava, agli inizi degli anni ’90, un ostacolo alla normalizzazione dei Balcani. Facendo leva su processi disgregativi interni e ataviche tensioni etniche e nazionali, alimentate dalla crisi dell’esperienza socialista jugoslava (che richiederebbe un discorso a parte), la Germania prima e gli Usa poi hanno spinto per la disintegrazione del paese (attizzare il fuoco, disgregare, per poi intervenire, assumere il controllo, colonizzare). Da qui la secessione della Slovenia, della Croazia, della Macedonia, della Bosnia, e la trasformazione dell’Albania in una grande base Nato nel Mediterraneo. Restava ancora da spappolare la Repubblica Federale Jugoslava, e soprattutto l’indocile Serbia. Così fu aperto il dossier Kossovo, dove certo non mancavano i presupposti per gettare benzina sul fuoco. E dove la parte più estrema del nazionalismo serbo, con forti appoggi nel governo di Belgrado, aveva colpevolmente contribuito ad esasperare i rapporti con la popolazione kossovara di origine albanese: a sua volta sospinta dall’UCK, armata dagli americani, a precipitare la regione nella guerra civile, per poi invocare l’intervento “liberatore” della Nato.. Ma questa è storia dei giorni nostri; anzi, cronaca.


Eurasia,
centro del  potere mondiale
 

Zbigniew Brzezinski

Una delle figure chiave fra gli esperti della politica estera USA. Ex consigliere per la sicurezza nazionale per il presidente Carter; membro del Council on Foregn Relations; collabora al Center for Strategic and International Studies (CSIS); è professore alla Paul Nitze School for Advanced International Studies, Johns Hopkins University,  Washington, DC. E’ autore di diversi libri sulla politica internazionale, fra cui Out of Control: Global Turmoil on the Eve of the 21st Century e The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives.
 
 ***

Da quando esiste un’interazione politica fra i continenti, da circa cinque secoli or sono, l’Eurasia è  il centro del potere mondiale. Le sue popolazioni, in diverse epoche e in diversi modi, invasero e dominarono le altre regioni del modo; i singoli Stati dell’Eurasia si sono avvicendati al rango di prima potenza mondiale, godendone i privilegi connessi.
Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a veri e propri sconvolgimenti in politica internazionale. Per la prima volta nella storia, una potenza non Eurasiatica non soltanto ha assunto il ruolo di arbitro nell’equilibrio delle forze in questo continente, ma ha al contempo conquistato il dominio mondiale. Il collasso e il crollo dell’Unione Sovietica hanno rappresentato l’ultimo gradino nella rapida ascesa di una potenza Occidentale, gli Stati Uniti, al rango di prima ed unica potenza mondiale.

L’Eurasia conserva tuttavia la propria rilevanza geopolitica. Infatti, l’Europa – la sua zona occidentale – ha ancora in sé buona parte del potere economico e politico mondiale. Anche l’Asia orientale si è trasformata in un centro vitale di sviluppo economico e di crescente peso politico. La capacità degli USA di esercitare un’effettiva supremazia mondiale dipenderà quindi da come sapranno affrontare la complessità degli equilibri di forze in Eurasia, in primo luogo scongiurando l’emergenza di una potenza dominante e antagonista in questa regione.

Quindi, oltre alle questioni connesse con i nuovi strumenti di potere (tecnologici, mediatici, informatici, commerciali e finanziari), la politica estera Americana dovrà tenere conto della dimensione geopolitica. E dovrà far sentire la sua influenza sull’Eurasia per garantire un equilibrio continentale stabile, del quale gli USA siano l’arbitro politico.

L’Eurasia resta quindi la scacchiera sulla quale si giocherà la partita per la supremazia mondiale – e questo richiede un’intelligenza geostrategica, vale a dire l’essere in grado di elaborare una strategia funzionale ai propri interessi geopolitici. Ricordiamo che, ancora nel 1940, due uomini politici che aspiravano all’egemonia mondiale, Stalin e Hitler, concordarono esplicitamente sull’opportunità di escludere l’America dall’Eurasia (nei negoziati segreti del novembre ’40). Temevano infatti che la proiezione  della potenza Americana su questa massa continentale avrebbe demolito i loro progetti di supremazia mondiale. Certi che l’Eurasia fosse il centro del mondo, pensavano che chi ne avesse avuto il controllo, avrebbe controllato il pianeta intero. A mezzo secolo di distanza, la questione si pone in termini diversi: durerà la supremazia USA in Eurasia? E a quali fini verrà esercitata?

Il fine ultimo della politica americana dovrebbe essere positivo e utopistico: creare una comunità internazionale fondata su una reale cooperazione, coerente con aspirazioni di vecchia data e capace di garantire gli interessi fondamentali dell’umanità.
Ma, per il momento, è assolutamente indispensabile che non emerga nessuna potenza capace di dominare l’Eurasia e quindi sfidare l’America.
 

Washington, aprile 1997


Perché Washington vuole l’Afghanistan
di Jared Israel, Rick Rozoff & Nico Varkevisser
Traduzione di Luca, Vicenza. [18 Settembre 2001]
Versione originale: http://emperors-clothes.com/analysis/afghan.htm

“Il mio Paese comprende realmente che questa è la Terza Guerra Mondiale? E se questo attacco è la Pearl Harbor della Terza Guerra Mondiale, significa che abbiamo davanti una lunga, lunga guerra”. (Thomas Friedman, ‘New York Times,’ 13 settembre 2001)

Gli uomini chiave del governo Usa e dei media hanno usato il bombardamento del World Trade Center e del Pentagono per creare uno stato internazionale di paura. Questo ha portato i più vicini alleati di Washington (in particolare Germania e Gran Bretagna, ma non l’Italia) ad accordare carta bianca per quanto riguarda la loro partecipazione alle rappresaglie Usa.

Ed è servito ad oscurare la domanda più importante: Washington nasconde altre intenzioni, una strategia che va oltre lo sganciare bombe? E se esiste, cos’è, e che conseguenze ha per il mondo?

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Alcuni titoli di prima pagina dei principali giornali statunitensi:

“Terza Guerra Mondiale” (‘New York Times,’ 13/9)

“Diamo una chance alla guerra” (‘Philadelphia Inquirer,’ 13/9)

“E’ il momento di usare l’opzione nucleare” (‘Washington Times,’ 14/9).

Inizialmente, una serie di stati è stato minacciato in quanto “sostenitori del terrorismo”, che non sono “con noi”, perciò sono “contro di noi”: Cuba, Iran, Iraq, Libia, Corea del Nord, Sudan e Siria.

Pur diversi per molti aspetti, essi hanno in comune tre cose: hanno affrontato decenni di ostilità degli Stati Uniti, i loro governi sono laici e non hanno connessioni con Osama bin Laden.

In “Diamo una chance alla guerra” (‘Philadelphia Inquirer’) David Perlmutter ha avvertito che, se questi paesi non ubbidiranno agli ordini di Washington, essi dovranno: “Prepararsi alla distruzione sistematica di tutte le centrali energetiche, tutte le raffinerie, tutti gli oleodotti, tutte le installazioni militari, tutti gli uffici governativi in tutta la nazione… il collasso totale della loro economia per una generazione.”

I paesi che collaborarono alla creazione del regime talebano, addestrando e finanziando le forze di Osama bin Laden, e che non hanno mai smesso di versare fondi ai Talebani – cioè il Pakistan, i fedeli alleati degli Usa Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e gli Stati Uniti stessi – non sono stati messi nella lista dei “nemici”. Al contrario, sono tutti alleati nella Nuova Guerra Mondiale contro il terrorismo.

E solo ieri, tanto per alzare il tiro, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha detto: “Gli Stati Uniti si impegneranno in uno sforzo multilaterale per colpire le organizzazioni terroristiche nei 60 paesi che le sostengono. Non abbiamo altra scelta”.

La minaccia di bombardare un terzo delle nazioni del mondo ha spaventato molta gente. E questa, secondo noi, ne era l’intenzione. Per due motivi.

Primo, se Washington limiterà i suoi attacchi, aggredendo principalmente l’Afghanistan, il mondo tirerà un sospiro di sollievo.

E noi pensiamo che Washington attaccherà fortemente l’Afghanistan – per primo. Altre violazioni di sovranità, oltre all’uso forzato del Pakistan come base per gli attacchi, seguiranno a sostegno dell’iniziativa principale. Potrebbe svilupparsi ad esempio altro terrorismo di stato, come un aumento dei bombardamenti non provocati sull’Iraq (come diversivo).

Ma al centro dell’attenzione nell’immediato, noi pensiamo ci sarà l’Afghanistan.

Secondo, questa tattica del terrore serve a distrarre dalla strategia principale di Washington, molto più pericolosa della minaccia di bombardare numerosi paesi.

Washington vuole impossessarsi dell’Afghanistan al fine di accelerare il completamento della frammentazione delle repubbliche ex sovietiche, così come ha distrutto la ex Jugoslavia.

E questo è il più grave dei rischi che corre l’umanità.

COSA VUOLE WASHINGTON DAL MISERO AFGHANISTAN?

Per rispondere a questa domanda bisogna prendere la carta geografica dell’Europa e dell’Asia. Considerate l’enorme estensione dell’ex Unione Sovietica, in particolare della Russia.

La Russia non è solo molto estesa, possiede ricchezze incalcolabili (la maggior parte non ancora sfruttate), ma è l’unica potenza nucleare mondiale oltre agli Usa.

A dispetto di ciò che crede l’opinione pubblica, la potenza militare russa non è stata distrutta; anzi, è decisamente più forte, in relazione agli Usa, che durante il primo periodo della Guerra Fredda.

Se gli Stati Uniti riusciranno a frantumare la Russia e le altre repubbliche ex sovietiche in entità deboli e controllate dalla Nato, Washington avrà le mani libere per sfruttare le immense ricchezze di quelle terre dove e come vorrà, senza temere reazioni.

E a dispetto delle chiacchiere che parlano di una collaborazione tra Russia e Stati Uniti, e nonostante i gravi danni provocati in Russia dal Fondo Monetario Internazionale, queste rimangono le intenzioni della politica Usa. (3)

L’Afghanistan ha una posizione strategica, non solo perché confina con Iran, India, e persino (con una piccola striscia) con la Cina, ma, molto più importante, condivide confini e religione con le repubbliche centro asiatiche dell’ex Unione Sovietica: Uzbekistan, Turkmenistan e Tajikistan. Le prime due confinano a loro volta con il Kazakhstan, che confina direttamente con la Russia.

L’Asia centrale è strategica non solo per i vasti giacimenti petroliferi, ma soprattutto per la sua posizione. Se Washington dovesse arrivare a controllare queste repubbliche, a quel punto avrebbe basi militari nelle aree seguenti: il Baltico, i Balcani, la Turchia, e le repubbliche in questione.

E questo sarebbe un cappio attorno al collo della Russia.

Si aggiunga che Washington già controlla le repubbliche dell’Azerbaijan e della Georgia, al sud, ed è facile capire come gli Usa sarebbero nella posizione ideale per lanciare istigazioni alla “ribellione” in tutta la Russia.

La Nato, la cui attuale dottrina permette di intervenire nei paesi confinanti con gli stati membri, potrebbe poi iniziare “guerre a bassa intensità” che prevedano l’uso di armi nucleari tattiche (come ufficialmente dichiarato nella dottrina ufficiale), in “risposta” alle innumerevoli “violazioni dei diritti umani”.

E c’è qualcosa di ironico nel fatto che Washington pretenda di ritornare in Afghanistan per combattere il terrorismo islamico, dal momento che per distruggere i sovietici gli Usa stessi crearono i quadri del terrorismo islamico negli anni ’80.

Non si trattò, come molti credono, di una sorta di aiuto ai ribelli che contrastavano l’espansionismo sovietico. Al contrario, l’intervento sovietico in Afghanistan fu concepito come un’azione difensiva per mantenere, e non alterare, l’equilibrio globale delle forze.

Accadde infatti che gli Stati Uniti misero in atto azioni segrete al fine di “incoraggiare” l’intervento dei russi, allo scopo di trasformare la società tribale rurale afgana in una forza militare che contribuisse a dissanguare l’Unione Sovietica.

Tutto questo è stato ammesso dallo stesso Zbigniew Brzezinski, a capo della Sicurezza Nazionale statunitense a quel tempo.

Prendiamo in considerazione i seguenti brani tratti da articoli giornalistici.

Il primo, dal ‘N.Y. Times’:

“La resistenza afgana fu sostenuta dai servizi di intelligence degli Stati Uniti ed Arabia Saudita attraverso la fornitura di circa 6 miliardi di dollari di armamenti. E la zona bombardata la settimana scorsa [l’articolo fu pubblicato dopo l’attacco missilistico dell’agosto 1998], un complesso di sei accampamenti attorno a Khost, dove l’esule saudita Osama bin Laden ha finanziato una sorta di “università del terrorismo”, è ben conosciuta alla Cia (secondo le parole di un ufficiale esperto dei servizi di intelligence).

… alcuni degli stessi combattenti che lottarono contro i sovietici con l’aiuto della Cia, stanno ora combattendo sotto la bandiera di Mr. bin Laden…” (‘NY Times,’ 24 agosto 1998, pagine A1 & A7 ).

E questo articolo dal londinese ‘Independent’:

“La guerra civile afgana è in corso, e l’America è presente fin dall’inizio – o prima dell’inizio, se dobbiamo credere alle parole di Brzezinski [Zbigniew, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale ed ora stratega di politica internazionale].

‘Non abbiamo spinto i russi ad intervenire’, ha affermato in una intervista del 1998, ‘ma abbiamo consapevolmente aumentato le probabilità che lo facessero. Questa operazione segreta fu un’idea eccellente. Portò i russi nella trappola afgana. Vorreste che lo negassi?'[affermò Brzezinski].

Gli effetti a lungo termine dell’intervento americano secondo la prospettiva da guerra fredda di Brzezinski, misero, 10 anni dopo, l’Unione Sovietica in ginocchio. Ma ci furono anche altri effetti.

Per sostenere la guerra, la Cia, d’accordo con l’Arabia Saudita e l’intelligence militare pakistana ISI (Direttorio Integrato d’Intelligence), versò milioni e milioni di dollari ai Mujahedeen. Fu il più sicuro dei modi di condurre una guerra: gli Usa (e l’Arabia Saudita) fornirono i fondi, e gli Stati Uniti anche un limitato addestramento. Fornirono inoltre i missili antiaerei Stinger, che in definitiva furono quelli che cambiarono il corso della guerra.

L’ISI pakistano fece dell’altro: addestramento, equipaggiamento, indottrinamento e consulenza. E fecero il loro lavoro con ostentazione: il leader militare di allora, il generale Zia ul Haq, egli stesso di tendenza fondamentalista, si gettò nell’impresa con passione.” (‘The Independent’ (Londra) 17 settembre 2001. Sintesi.)

Per arrivare a tempi a noi vicini, va notato che gli Stati Uniti hanno aiutato i Talebani anche recentemente, a dispetto delle dichiarazioni di condanna per la violazione dei diritti umani:

“L’amministrazione Bush non si è lasciata intimidire. La settimana scorsa ha versato altri 43 milioni di dollari in assistenza all’Afghanistan, arrivando così ad un aiuto complessivo per quest’anno di 124 milioni [di dollari] e ponendo così gli Stati uniti come primo paese donatore umanitario.(‘The Washington Post,’ 25 maggio 2001)

Perché gli Usa e i loro alleati hanno continuato – fino ad oggi – a finanziare i Talebani? E perché, ciò nonostante, adesso attaccano la loro mostruosa creatura?

E’ nostra convinzione, così com’è quella di molti osservatori della regione, che Washington ordinò all’Arabia Saudita e al Pakistan di finanziare i Talebani affinché essi facessero un lavoro: consolidare il controllo sull’Afghanistan e da qui destabilizzare le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale sui loro confini.

Ma i Telebani hanno fallito. Non hanno smembrato l’alleanza dei paesi controllati dalla Russia. Invece di sovvertire l’Asia centrale, hanno iniziato a distruggere le statue di Buddha e a terrorizzare coloro che non seguivano l’interpretazione super repressiva dell’Islam che ha il regime.

Contemporaneamente, la Russia si è mossa nella direzione ‘sbagliata’, dal punto di vista di Washington. La pedina completamente controllabile Yeltsin è stato sostituito con il presidente Putin, che in parte resiste ai voleri degli Usa – per esempio contrastando il piano della Cia per impossessarsi della Cecenia attraverso l’uso di terroristi islamici legati all’Afghanistan. E ancora, Cina e Russia hanno siglato un patto di difesa reciproca. E a dispetto delle enormi pressioni Usa/Europa, Putin ha rifiutato di isolare il presidente bielorusso Lukashenko che, come l’incarcerato ma non spezzato presidente jugoslavo Milosevic, sostiene la necessità di opporsi alla Nato.(3a)

E’ questa sfavorevole sequenza di avvenimenti che ha convinto Washington ad affidarsi alla sua tattica preferita: spingersi, nell’azione politica, fin sull’orlo della guerra.

Un primo segno di questa tendenza è comparso due settimane fa, appena prima delle elezioni presidenziali nella repubblica ex sovietica della Bielorussia. La Bielorussia è situata nella regione baltica, vicino alla Lituania ed alla Polonia. Washington e l’Unione Europea detestano Lukashenko perché ha rifiutato di sottomettere il suo piccolo paese ai voleri del Fondo Monetario Internazionale, e di smantellare tutte le garanzie sociali dell’era sovietica. Inoltre prese posizione in difesa della Jugoslavia. E desidera persino l’unione di Bielorussia, Ucraina e Russia. Questo desiderio di rimettere assieme ex repubbliche sovietiche, lo mette nel mirino della politica di Washington, che mira invece a frantumare ulteriormente questi paesi.

Per mesi, Washington e gli europei si sono occupati delle elezioni bielorusse. Washington ha ammesso di aver costituito circa 300 ‘Organizzazioni non governative’. Ciò in un paese di circa 10 milione di anime. Inoltre, appena prima delle elezioni, l’ambasciatore degli Stati Uniti Michael Kozak ha scritto ad un giornale britannico:

“‘Obiettivo e metodologia degli Stati Uniti sono gli stessi in Bielorussia come in Nicaragua’, dove gli Stati Uniti hanno sostenuto i Contras contro il governo di sinistra dei Sandinisti in una guerra che ha provocato almeno 30.000 vittime.” (“The Times”, 3 Settembre 2001.) (4)

Come ricorderete, i Contras furono uno strumento terrorista che Washington finanziò negli anni ’80 per distruggere il governo nazionalista di sinistra Sandinista in Nicaragua.

I Contras erano specializzati negli attacchi ai villaggi contadini, dei quali massacravano gli abitanti; e questo quando non trafficavano con la droga. Tutto ciò emerse durante lo scandalo “Iran-Contras”.

Ora Washington sta cinicamente usando la strage del World Trade Center per dirigere le strutture della Nato, invocando l’articolo 5 del Trattato, secondo il quale tutti i membri dell’Alleanza devono rispondere ad un attacco rivolto ad uno di essi.

Questo allo scopo di: a) mettere insieme una “forza per la pace” per l’Afghanistan; b) lanciare attacchi aerei e, possibilmente, terrestri; c) eliminare l’ostinata ed incompetente leadership dei Talebani; d) assumere il controllo diretto nella creazione di una occupazione militare della Nato.

Alcuni sostengono che la Nato sarebbe folle se tentasse di pacificare l’Afghanistan. Sostengono che gli inglesi fallirono nell’800 ed i Russi negli anni ’80. Ma Washington non ha bisogno né intende pacificare l’ Afghanistan.

Ha bisogno d’una presenza militare sufficiente per organizzare e dirigere le forze indigene al fine di penetrare le repubbliche dell’Asia centrale ed istigare conflitti. Piuttosto che provare a sconfiggere i Talebani, Washington gli farà un’offerta che non potranno rifiutare: lavorare per gli Stati Uniti; saranno argomenti convincenti l’abbondanza di soldi e di armi, e le mani libere per dirigere il traffico di droga, così come hanno consentito all’Uck di fare una fortuna con la droga nei Balcani. (5)

Oppure potranno scegliere di opporsi agli Stati Uniti, e morire.

In questo modo, Washington spera di bissare ciò che ha fatto in Kosovo, dove la Nato ha preso i gangsters trafficanti di droga e i secessionisti anti-serbi, e ne ha fatto l’organizzazione terrorista “Esercito per la liberazione del Kosovo”, Uck.

In questo caso invece la materia prima sono i Talebani. Riorganizzati e posti sotto stretto controllo, rinasceranno come “Combattenti della Libertà”, e saranno diretti contro le repubbliche dell’Asia centrale.

Poiché le repubbliche asiatiche combatterebbero gli intrusi, la Nato potrebbe offrire loro assistenza militare, penetrando così nella regione da entrambi i lati, per mezzo d’un conflitto istigato dalla stessa Washington. Questa tattica simultaneamente di attacco e di difesa dell’Asia centrale – è stata impiegata con grande effetto contro la Macedonia. L’obiettivo è produrre nazioni dominate dalla Nato.

Non più Uzbekistan, Turkmenistan e Tajikistan. (6) Poi il Kazakhstan ed infine la Russia.

Questa strategia non può essere venduta al popolo americano.

Ripetiamo: non può essere venduta.

E’ per queste ragioni che l’amministrazione Bush sta usando il tragico incubo della strage di New York, che sua volta è accaduto con modalità tali da suggerire la complicità di poteri governativi americani occulti, per creare un’isteria internazionale sufficiente a trascinare la Nato nell’occupazione dell’Afghanistan e ad intensificare l’attacco all’ex Unione Sovietica.(7)

Prima che qualcuno dica con un sospiro “Ringrazio Dio, perché ce la siamo cavata con poco”, si consideri che, a parte la violazione della sovranità nazionale ed i molti altri aspetti negativi dei piani di Washington, l’attacco all’Afghanistan porta la Nato sulla soglia di casa della Russia in Asia centrale. Ciò rappresenta un’escalation strategica del conflitto, che ci avvicina di molto – anche se nessuno può dire di quanto, né la velocità con cui avverrà – ad un conflitto nucleare.

Washington vuole evitarlo? Washington, ed i potentati capitalisti che la controllano, pensano che la Russia si lascerà distruggere. Ma sappiamo che, come dicono i Greci, “l’orgoglio è seguito dall’ autodistruzione.”

I Russi sono molto strani. Provano ad evitare la lotta. Ma come scoprì il sig. Hitler , quando sono messi con le spalle al muro, combattono con la forza dei leoni. E possiedono decine di migliaia di armi nucleari.

E così Washington sta giocando con la possibilità di una guerra che ripeterebbe l’orrore dell’11 settembre al World Trade Center, o persino il massacro su larga scala come i bombardamenti terroristici sulla Jugoslavia.

E tutto ciò sembra essere solo l’anticamera dell’inferno. (8)

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1) Like a man with a guilty conscience, the U.S. government and its NATO allies constantly denounce terror while routinely employing it in international affairs. See for example:

2) ‘Criminal Negligence or Treason‘ Can be read at http://emperors-clothes.com/articles/jared/treason.htm

3)’Why is NATO Decimating the Balkans and Trying to Force Milosevic to Surrender?‘ by Jared Israel and Nico Varkevisser. Can be read at http://emperors-clothes.com/analysis/whyisn.htm

3A)’What The Hague Tribunal [sic!] Wouldn’t Let Milosevic Say‘ This is the statement which Milosevic tried to give. To prevent it ‘Judge’ May cut off his mike. It can be read at http://www.icdsm.org/more/aug30.htm

4) ‘Tough Measures Justified in Belarus‘ by Jared Israel at http://emperors-clothes.com/news/tough.htm

5) ‘WASHINGTON: PARENT OF THE TALIBAN AND COLOMBIAN DEATH SQUADS’ by Jared Israel. Can be read at http://emperors-clothes.com/articles/jared/mis.htm#a

6) ‘SORRY VIRGINIA BUT THEY ARE NATO TROOPS, NOT ‘REBELS‘ Can be read at http://emperors-clothes.com/mac/times.htm

7) – Click here please.

8) ‘Yugoslav Auto Workers Appealed to NATO’s Humanity…‘ Can be read at http://emperors-clothes.com/misc/car.htm

9) Rick Rozoff takes a critical look at Washington’s response to Tuesday’s tragedies in ‘Bush’s Press Conference: Into the Abyss‘ at http://emperors-clothes.com/articles/rozoff/abyss.htm

10) While Washington points to Osama bin Laden as “suspect # 1” in yesterday’s horrific violence, the truth is not being told to the American people: ‘Washington Created Osama bin Laden‘ by Jared Israel can be read at http://emperors-clothes.com/articles/jared/sudan.html#w

11) If one looks carefully, one can find in the Western media evidence that bin Laden has been involved – on the U.S.-backed side – in Kosovo, Bosnia and now Macedonia. Can be read at http://emperors-clothes.com/articles/jared/mis.htm

12) Bin Laden was propelled into power as part of the U.S. drive to create an Islamist terrorist movement to crush the former Soviet Union. See, the truly amazing account from the ‘Washington Post,’ ‘Washington’s Backing of Afghan Terrorists: Deliberate Policy.’ at http://emperors-clothes.com/docs/anatomy.htm

13) Head of Russian Airforce says official scenario couldn’t have happened. See ‘Russian Airforce Chief Says Official 9-11 Story Impossible’ at http://emperors-clothes.com/news/airf.htm

14) Emperor’s Clothes has interviewed Rudi Dekkers from the Huffman Aviation facility, at which two of the hijack suspects were students a year ago. Though Mr. Dekkers’ told the interviewer he had received many calls, the media has not published his comments. The interview was taped and the text on Emperor’s Clothes is a verbatim transcript, including the grammatical errors common in daily speech. See “Interview With Huffman Aviation Casts Doubt on Official Story” at http://emperors-clothes.com/interviews/dekkers.htm


Gas e petrolio
grandi affari oltre la guerra

Il petrolio centroasiatico, vera chiave del conflitto

di Domenico Walter Rizzo

nella cartina, il percorso dell’oleodotto mai costruito

Le indagini sul terrorismo fondamentalista bloccate e il vice direttore dell’FBI che, da buon irlandese, sbatte la porta e si dimette. Gli emissari dei Talebani, accolti amichevolmente a Washington, con la mediazione della nipote dell’ex direttore della Cia; e ancora il vicepresidente di una grande compagnia petrolifera che disegna in un audizione al Congresso la strategia Usa per l’Asia centrale e l’Afghanistan in particolare; un plenipotenziario statunitense che dice, chiaro e tondo, ai Talebani di scegliere tra l’oro e il piombo. Sono solo alcune delle mosse giocate negli ultimi anni sulla grande ed impervia scacchiera dell’Asia centrale.  La chiave per il petrolio dell’Asia centrale documenti Al centro della partita ci sono due lunghi serpenti d’acciaio. Per adesso ancora solo sulla carta, ma dovrebbero tagliare in due l’Afghanistan. In uno, viaggeranno ogni giorno un milione di barili di greggio proveniente dai giacimenti dell’ex URSS, nel secondo correrà il gas che sgorga dai giacimenti di Dauletabad in Turkmenistan. Due arterie strategiche per rendere accessibile alle grandi compagnie petrolifere americane le immense riserve di idrocarburi dell’Asia centrale.
 

Il 65% delle riserve mondiali Per dare solo un’idea della proporzione della posta in gioco, basta ricordare che la stima delle riserve del Caspio è di circa 263mila miliardi di piedi cubici di gas naturale e di 60 miliardi di barili di petrolio, pari al 65% delle riserve mondiali. Un tesoro immenso che ha un solo handicap: la distanza dai mercati. La soluzione? Ecco cosa propone John J. Maresca, vicepresidente delle relazioni internazionali di Unocal Corporation, una delle principali compagnie mondiali nel campo delle risorse energetiche e dei progetti. La Unocal farà parte del consorzio Cent-Gas, fino alla fine del 1998, quando sarà costretta, dalle pressioni dell’opinione pubblica americana, ad uscire ufficialemente dalla struttura che mediava con il regime dei Talebani, salvo poi a mostrare un forte interesse a rientrare a pieno titolo nel progetto nel marzo del 2000, pochi mesi prima delle elezioni nelle quali era favorito il candidato repubblicano.
Al progetto la Unocal aveva lavorato sin dal 1994. Lo riferisce Ahmed Rachid, in uno studio pubblicato nel marzo scorso dalla Yale University. “C’erano altre compagnie in campo – scrive Rachid – come l’argentina Bridas. Ma Washington e Riad si sono impegnate per convincere tutti i diretti interessati ad escludere Bridas. All’epoca Unocal aveva aperto i suoi uffici di rappresentanza nelle zone controllate dai Talebani”
  L’audizione al Congresso documenti John J. Maresca si presenta il12 febbraio 1998 davanti al sottocomitato del Congresso degli Stati Uniti pere l’Asia e il Pacifico per parlare proprio dei progetti della Unocal e delle altre compagnie petrolifere sugli idrocarburi dell’Asia centrale. Il problema come abbiamo detto è il trasporto. Maresca spiega nella sua audizione – che RaiNews24 è in grado di documentare – lo stato dell’arte e i progetti. Al memento gli unici sbocchi possibili sono il Mar Nero e il Mediterraneo, con delle linee di oleodotti che attraversano le ex repubbliche sovietiche e la Turchia. Se tutti questi progetti fossero pero’ realizzati – spiega il vicepresidente della Unocal – non potrebbero garantire tutta la distribuzione e soprattutto puntano verso mercati che non potrebbero assorbire questa produzione. Sentiamolo.
“Noi dell’Unocal – afferma Maresca – riteniamo che il fattore centrale nella progettazione di questi oleodotti dovrebbe essere la posizione dei futuri mercati energetici che verosimilmente assorbiranno questa nuova produzione.
L’Europa occidentale, l’Europa centrale e orientale e gli stati ora indipendenti dell’ex Unione sovietica sono tutti mercati a crescita lenta, in cui la domanda crescerà solo dallo 0,5% all’1,2% all’anno nel periodo 1995-2010″.
  L’Asia sarà il grande cliente del futuro “L’Asia è tutto un altro discorso – sostiene Maresca – Il suo bisogno di consumo energetico crescerà rapidamente. Prima della recente turbolenza nelle economie dell’Asia orientale, noi dell’Unocal avevamo previsto che la domanda di petrolio in questa regione si sarebbe quasi raddoppiata entro il 2010. Sebbene l’aumento a breve termine della domanda probabilmente non rispetterà queste previsioni, noi riteniamo valide le nostre stime a lungo termine.
Devo osservare che è nell’interesse di tutti che vi siano forniture adeguate per le crescenti richieste energetiche dell’Asia. Se i bisogni energetici dell’Asia non saranno soddisfatti, essi opereranno una
pressione su tutti i mercati mondiali, facendo salire i prezzi dappertutto.”
  Come portare gas e petrolio ai clienti asiatici? “La questione chiave è dunque come le risorse energetiche dell’Asia centrale possano essere rese disponibili per i vicini mercati asiatici. Ci sono due soluzioni possibili, con parecchie varianti. Un’opzione è dirigersi a est attraversando la Cina, ma questo significherebbe costruire un oleodotto di oltre 3.000 chilometri solo per raggiungere la Cina centrale. Inoltre, servirebbe una bretella di 2.000 chilometri per raggiungere i principali centri abitati lungo la costa. La questione dunque è quanto costerà trasportare il greggio attraverso questo oleodotto, e quale sarebbe il netback che andrebbe ai produttori. (…)
La seconda opzione è costruire un oleodotto diretto a sud, che vada dall’Asia centrale all’Oceano Indiano. Un itinerario ovvio verso sud attraverserebbe l’Iran, ma questo è precluso alle compagnie americane a causa delle sanzioni. 
  Afghanistan scelta obbligata “L’unico altro itinerario possibile è attraverso l’Afghanistan – dice il vicepresidente di Unocal – e ha naturalmente anch’esso i suoi rischi. Il paese è coinvolto in aspri scontri da quasi due decenni, ed è ancora diviso dalla guerra civile. Fin dall’inizio abbiamo messo in chiaro che la costruzione dell’oleodotto attraverso l’Afghanistan che abbiamo proposto non potrà cominciare finché non si sarà insediato un governo riconosciuto che goda della fiducia dei governi, dei finanziatori e della nostra compagnia.
Abbiamo lavorato in stretta collaborazione con l’Università del Nebraska a Omaha allo sviluppo di un programma di formazione per l’Afghanistan che sarà aperto a uomini e donne, e che opererà in entrambe le parti del paese, il nord e il sud.”
  Un gigante di oltre mille miglia “La Unocal ha in mente un oleodotto che diventerebbe parte di un sistema regionale che raccoglierà il petrolio dagli oleodotti esistenti in Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan e Russia. L’oleodotto lungo 1.040 miglia si estenderebbe a sud attraverso l’Afghanistan fino a un terminal per l’export che verrebbe costruito sulla costa del Pakistan. Questo oleodotto dal diametro di 42 pollici (poco più di un metro, ndt) avrà una capacità di trasporto di un milione di barili di greggio al giorno. Il costo stimato del progetto, che è simile per ampiezza all’oleodotto trans-Alaska, è di circa 2,5 miliardi di dollari.” Ecco il nostro progetto Poi Maresca spiega quali sono in dettaglio i progetti sull’Afghanistan.”Lo scorso ottobre è stato creato il Central Asia Gas Pipeline Consortium, chiamato CentGas, e in cui la Unocal ha una cointeressenza, per sviluppare un gasdotto che collegherà il grande giacimento di gas di Dauletabad in Turkmenistan con i mercati in Pakistan e forse in India. Il prospettato gasdotto lungo 790 miglia aprirà nuovi mercati per questo gas, viaggiando dal Turkmenistan attraverso l’Afghanistan fino a Multan in Pakistan. Il prolungamento proposto porterebbe il gas fino a New Delhi, dove si collegherebbe a un gasdotto esistente. Per quanto riguarda il proposto oleodotto in Asia centrale, CentGas non può cominciare la costruzione finché non si sarà insediato un governo afghano riconosciuto internazionalmente.” Le le nostre richieste E avanza le richieste delle Compagnie all’Amministrazione e al Congresso.
“Noi chiediamo all’Amministrazione e al Congresso di sostenere con forza il processo di pace in Afghanistan condotto dagli Stati Uniti. Il governo Usa dovrebbe usare la sua influenza per contribuire a trovare delle soluzioni per tutti i conflitti nella regione. L’assistenza Usa nello sviluppare queste nuove economie sarà cruciale per il successo degli affari”. Orecchie attente sulle rive del Potomac Le parole di Maresca trovano orecchie attente nei circoli della politica americana e soprattutto nella nuova Amministrazione guidata da Bush, dove non mancano gli uomini e le donne che con il petrolio hanno una certa dimestichezza a cominciare proprio dal Presidente e dal vicepresidente Cheney, presidente e azionista quest’ultimo della Oil Supply Company. Ma non solo il ruolo di Consigliere per la Sicurezza nazionale è ricoperto da Condoleeza Rice, un’affascinante signora che prima di entrare nello staff presidenziale era stata dirigente della Chevron sin dal 1991. Inutile dire che la Chevron è una delle grandi compagnie petrolifere interessate allo sfruttamento dei giacimenti del Caspio. Solo per citare i soggetti di maggiore rilievo. I Talebani sono i benvenuti in Usa Nel 1995 – spiega lo scrittore pakistano Ahmed Rashid nel suo recente libro “Talebani, Islam Petrolio e il grande scontro in Asia centrale” – dopo che i Talebani hanno conquistato Herat e cacciato dalle scuole migliaia di ragazze, non c’è stata una sola parola di critica da parte degli Stati Uniti. In realtà gli Usa, insieme all’ISI, consideravano la caduta di Herat un aiuto ad Unocal e un ulteriore stretta al cappio intorno all’Iran”. I dirigenti Talebani dopo la presa del potere vengono accolti con favore negli Usa e loro rappresentanti – racconta John Pilger – volano in Texas dall’allora governatore Bush, dove incontrano i dirigenti dell’Unocal che fanno loro un’offerta precisa riguardo all’oleodotto: una fetta dei profitti pari al 15%. Ma ci sono alcune condizioni da rispettare. 
  Il racconto di una trattativa finita male Il racconto di quella mediazione lo si trova in un libro (Ben Laden, la vérité interdite) uscito pochi giorni fa in Francia. Gli autori sono Jean Charles Brisard e Guillaume Dasquieré. Brisard è l’autore, per conto del DST francese del dossier sulle strutture economiche di Osama bin Laden, che il presidente Chirac ha consegnato a Bush nella sua visita dopo gli attentati alle Torri. Dasquieré dirige il prestigioso bollettino Intelligence online. Insomma due esperti autorevoli.  Una brillante quarantenne A reggere le fila dei contatti è Laila Helms, la nipote dell’ex direttore della Cia ed ex ambasciatore Usa in Iran, Richard Helms. Laila, è una brillante quarantenne, che da sempre ha mantenuto contatti privilegiati con gli Afghani. Ma soprattutto ha ottimi rapporti negli ambienti dei servizi segreti e del Dipartimento di Stato. Negli ultimi sei anni – spiegano Brisard e Dasquieré nel loro libro – si è dedicata alla supervisione di alcune azioni di influenza a nome dei Talebani soprattutto preso le Nazioni Unite: La sua azione non si attenua neppure dopo il 1996, quando il Mullah Omar diventa ufficialmente meno frequentabile agli occhi degli americani e neppure quando i capi Talebani accolgono bin Laden che sarà poi ritenuto responsabile degli attentati contro le ambasciate americane. Arriva persino a realizzare un documentario sulle donne afghane, talmente filo talebano da esser rifiutato da tutte le reti televisive americane.
Per Laila le cose si mettono bene con il ritorno dei Repubblicani al potere che rimette molti suoi amici funzionari nei posti chiave della Cia e del Dipartimento di Stato. I risultati non si fanno attendere. 
  Il viaggio del consigliere di Omar Tra il 18 e il 23 marzo di quest’anno Laila organizza un viaggio negli Stati Uniti per Sayed Rahmatullah Hascimi. Ha solo 24 anni, ma è già l’ambasciatore itinerante dei Talebani e consigliere personale del Mullah Omar. Non si tratta ovviamente di un giro turistico o culturale. Si parla di petrolio e di oleodotti. Gli interlocutori sono alti funzionari delal Cia e del Dipartimento di Stato. Laila riesce ad ottenere per il consiglire del Mullah un’intervista televisiva alla ABC e alla Radio pubblica. Il tutto con la benedizione dei coircoli politici vicini all’Amministrazione, che punta ad un miglioramento dell’immagine dei Talebani, in relazione al negoziato per “normalizzare” l’Afghanistan. Le indagini bloccate A dare nuovo impulso al negoziato è lo stesso Presidente Bush che promuove la nascita del cosiddetto gruppo dei 6+2 (i paesi confinati con l’Afghanistan piu’ Usa e Russia).
Ma non solo. Brisard e Dasquieré raccontano che John O’Neill, il vicedirettore dell’FBI si era dimesso improvvisamente. Dietro l’abbandono di O’Neill, spiegano i due analisti francesi, c’era un duro scontro tra il Bureau e il Dipartimento di Stato. L’amministrazione avrebbe infatti stoppato le indagini, condotte proprio da O’Neill sul terrorismo fondamentalista ed in particolare sugli attentati contro le ambasciate Usa a Nairobi e Dar El Salaam e contro la nave Cole. Questo per favorire un accordo con i Talebani. Uno stop che porto’ – secondo il racconto fatto ai due analisti farncesi che dedicano il loro libro alla sua memoria – alle dimissioni dal Bureau. O’Neill accetterà l’incarico di capo delle sicurezza del WTC e morirà insieme ad altre 5000 persone nell’attacco terroristico dell’11 settembre. Il gruppo dei 6+2

A coordinare il gruppo dei 6+2 è chiamato Francesc Verdell, rappresentante di Kofi Annan, che incontra a Roma anche l’ex re Zahir Sha, per verificare un suo possibile coinvolgimento in un governo di coalizione. Il “gruppo” si riunisce piu’ volte, senza grandi risultati. La proposta che arriva ai Talebani (siamo assai prima dell’11 settembre) è la seguente: mollare bin Laden, creazione di un governo di coalizione che comprenda i Talibani (la stessa proposta avanzata in piena guerra dagli Usa) in cambio di aiuti economici e riconoscimento internazionale. Quel riconoscimento internazionale e quella stabilità chiesta da più di due anni dalle compagnie interessate alla costruzione degli oleodotti.

Scegliete: Oro o piombo? Gli americani – raccontano Brisard e Dasquieré – non esitano ad usare anche le maniere forti. A raccontare come è l’ex ministro degli esteri del Pakistan il signor Naif Naik che, in un’intervista televisiva trasmessa in Francia, racconta che nel corso della riunione del “Gruppo” a Berlino, tra il 17 e il 20 luglio, l’ambasciatore statunitense Thomas Simons avrebbe detto, riferendosi all’Afghanistan, che dopo la costituzione del “governo allargato ci saranno aiuti internazionali – poi potrebbe arrivare l’oleodotto”. L’ambasciatore, racconta l’ex ministro, spiega quale potrebbe esser l’alternativa: se i Talebani non si comportano come si deve, e il Pakistan fallisse nel suo intento di farli comportare come si deve, Washington potrebbe ricorre ad un’altra opzione: quella militare. Brisard e Dasquieré riferiscono una battuta assai esplicita. “Ad un certo punto i rappresentati americani dissero ai Talebani: o accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o sarete sepolti da un tappeto di bombe”. L’ultimo incontro Usa-Talebani L’ultimo incontro tra emissari Usa e Talebani avviene lo scorso 2 agosto, 39 giorni prima dell’attacco alle Torri. È Cristina Rocca, direttrice degli affari asiatici del Dipartimento di Stato ad incontre a Islamabad l’ambasciatore Talebano in Pakistan. Kabul respinge definitivamente la proposta americana. La parola passa alle armi. Il fiume dei petrodollari

Tra la Cecenia e l’Afghanistan scorre un oceano nero. Sotterraneo. Fatto di 200 miliardi di barili di petrolio. Un fiume d’oro senza il quale non è possibile immaginare lo sviluppo mondiale nei prossimi 25 anni.
Il braccio orientale di questo oceano può arrivare sui mercati con gasdotti che partono dall’Uzbekistan, attraversano l’Afghanistan, per sfociare a Karachi, sulla costa del Pakistan. Questo è il percorso più breve tra le steppe dell’ex Urss e l’oceano Indiano.
Il Tagikistan non ha sue risorse petrolifere, ma ha specialisti usciti dalle università di Mosca che seguono da vicino quello che succede al di là del confine.
”Tutti i protagonisti della crisi afghana hanno a che fare con il mondo del petrolio – spiega un alto funzionario del ministero tagiko per lo sviluppo economico, che vuole mantenere l’anonimato – Prendiamo Osama bin Laden: senza i petrodollari suo padre non sarebbe diventato miliardario e senza i petrodollari il Califfo non avrebbe potuto gettare le basi del suo regno. Per non parlare poi di George Bush, del vicepresidente Dick Cheney e di altri quattro o cinque alti esponenti dell’amministrazione americana: sono tutti ‘oilmen’ che sanno perfettamente cosa c’e’ sotto il suolo dell’Asia centrale. E anche Vladimir Putin si muove a suo agio nel mondo del petrolio”.

“Apparentemente il presidente russo non ha una storia personale legata al petrolio, dato che viene dai servizi segreti. Ma solo apparentemente. La riscossa russa – spiega la fonte – dopo il crack del 1998, è avvenuta proprio grazie al petrolio. La candidatura di Putin nell’autunno 1999 è stata sostenuta proprio dagli oligarchi del petrolio”.
”Il primo dei grandi oligarchi a manifestare entusiastico appoggio a Putin fu Rem Viakhirev – prosegue il funzionario – l’ex padrone di Gazprom, il colosso mondiale del gas. E il giovane Roman Abramovich, di professione esploratore di giacimenti, ha comprato con i soldi del petrolio siberiano un paio di televisioni e le ha messe a disposizione del Cremlino”. Il grande accordo russo-americano-asiatico sull’Afghanistan, secondo lui, ha come base proprio l’oro nero.
”L’allargamento della Nato e la creazione di oleodotti e gasdotti per sottrarre il Caucaso e l’Asia centrale a Mosca sono progetti degli anni Novanta. Figli dell’amministrazione Clinton. Bush e Putin stanno trovando intese che rovesciano completamente l’impostazione precedente”, aggiunge l’esperto.
Iter e Lukoil sono due colossi russi del petrolio, Lukoil ha comprato alcuni segmenti della distribuzione di carburanti negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei.
”Nei giorni scorsi, dopo gli attentati dell’11 settembre, i dirigenti di Iter e Lukoil sono andati a Tashkent dove hanno raggiunto accordi preliminari per la vendita a terzi di gas e petrolio di Uzbekistan e Turkmenistan che dovrebbe essere convogliato attraverso condotte in Afghanistan”, aggiunge.
Il Turkmenistan – confinante con l’Afghanistan – detiene il quarto posto mondiale nelle riserve di gas naturale con 3 miliardi di metri cubi. Il Kazakhstan è secondo, per riserve di petrolio, solo ai paesi del Golfo. Il presidente Nursultan Nazarbayev, in eccellenti rapporti con Vladimir Putin, ha dato la più ampia disponibilità di aiuto agli Stati Uniti nella lotta al terrorismo internazionale.
Osama bin Laden e i Taleban permetteranno mai il passaggio delle condotte nelle loro terre? è la domanda. ”Osama bin Laden e i Taleban hanno i giorni contati – risponde – Putin sta fornendo ogni aiuto all’Alleanza del Nord e dall’altra parte stanno gia’ sbarcando i reparti speciali americani. Siamo già al finale di partita”.


Chi ha armato i talebani?



Da Washington all’Arabia Saudita, dall’Arabia al Pakistan e da qui in Afghanistan. Milioni di dollari di forniture militari in cambio del controllo sui giacimenti di petrolio e gas. Ecco come gli intricati equilibri dell’Asia centrale hanno portato i Talebani al potere.

di Francesco Terreri

Prima notizia: “Dal distretto di Sialkot grossi flussi di merce sono diretti al porto di Karachi per l’esportazione. Ma sui camion, guidati da afgani per pochi soldi, non viaggiano solo articoli sportivi, strumenti chirurgici o capi di abbigliamento. Su quei camion viaggiano armi e pasta di oppio. È la via della droga che proviene dall’Asia centrale e che, dal porto di Karachi, approda in Africa e in Europa meridionale. La polizia pakistana ferma molti camion per controlli, ma non arresta nessuno. Ufficialmente non è mai stato trovato niente”.
Seconda notizia: “Nel 1997 l’Afghanistan ha ricevuto dagli Stati Uniti 45,6 milioni di dollari di aiuti, di cui 5,9 milioni di cooperazione allo sviluppo, 39,4 milioni di interventi post-conflitto (aiuti alimentari, assistenza ai rifugiati ecc.) e 275 mila dollari di “security assistance”, che comprende sostegno economico a paesi strategici, programmi antidroga, antiterrorismo e antiproliferazione nucleare. Nel caso dell’Afghanistan i 275 mila dollari facevano parte di programmi contro il narcotraffico”.
La prima denuncia viene dalle suore di San Paolo che operano in Pakistan, dall’organizzazione non governativa pakistana Geophile e da TransFair, l’organizzazione del commercio equo impegnata nella lotta al lavoro minorile nel Punjab, ed è stata raccolta da AltrEconomia, la rivista dell’economia solidale, nell’aprile scorso. I dati sugli aiuti Usa a Kabul, cioè di fatto al regime dei Talebani, sono invece stati resi pubblici dal “Progetto sui trasferimenti di armi convenzionali” del Council for a Livable World Education Fund, un’organizzazione non profit statunitense (e pubblicati nel rapporto, uscito nel luglio di quest’anno, “Foreign Aid and the Arms Trade: A Look at the Numbers”).Scontro tra civiltà?

Le due notizie, che cioè il regime afgano in combutta con alte sfere in Pakistan copra ingenti traffici di droga e che ciò nonostante riceva fondi per la lotta alla droga dagli Stati Uniti (e recentemente abbia concluso un accordo in tal senso con l’Agenzia Onu per il controllo degli stupefacenti), sono solo in apparenza in contrasto. Perché la partita geostrategica che si sta giocando in Asia Centrale attorno al tormentato Afghanistan e alle repubbliche ex sovietiche prevede questi ed altri colpi bassi. Secondo la suggestiva, ma equivoca, interpretazione dello “scontro tra civiltà” (dal titolo del libro di Samuel P. Huntington, il decano dei politologi statunitensi), in Afghanistan e dintorni ci troveremmo su una “faglia”, su una linea di frattura tra diverse “civilizzazioni” , in particolare tra Islam e civiltà “cristiano-ortodossa”. I conflitti del presente e del futuro sono e sempre più saranno, secondo questa impostazione, conflitti tra civiltà diverse. La guerra afgana dell’Armata Rossa, vista di solito come episodio del conflitto Est-Ovest, sarebbe stata invece in questo quadro un’anticipazione dei conflitti di civiltà. E la sconfitta dell’Urss, che per gli occidentali fu una vittoria del “mondo libero”, per i musulmani fu una vittoria del mondo islamico.
La guerra lasciò dietro di sé – è ancora Huntington che scrive – “una complessa coalizione di organizzazioni islamiste votate alla promozione dell’Islam contro tutte le forze non musulmane. Ha lasciato in eredità anche un’ampia congerie di unità di guerriglia, accampamenti, campi d’addestramento e strutture logistiche, complesse reti interislamiche di rapporti e una notevole quantità di apparecchiatura militari, tra cui dai trecento ai cinquecento missili Stinger (mai pagati)”. Secondo un funzionario Usa, citato dal New York Times Magazine del 13 marzo 1994, i combattenti afgani “hanno già abbattuto una delle due superpotenze mondiali, e adesso stanno lavorando sull’altra”. Al fondo di questa strada c’è, naturalmente, l’appoggio di Kabul al terrorismo di matrice islamica, l’ospitalità a Bin Laden, e il bombardamento statunitense con missili Cruise dell’agosto scorso.La via del Pakistan

I conti tornano meno, però, se si segue la catena di relazioni che legano le fazioni afgane, e in particolare i Talebani al potere a Kabul dal settembre 1996, ad altri paesi musulmani, e oltre. Tra le poche informazioni disponibili, spiccano quelle fornite da fonti, diciamo così, “insospettabili”: le pubblicazioni legate al mondo dei mercanti d’armi e dei mercenari. Come “Raids”, che nel settembre 1995 scrive che i Talebani hanno ricevuto armi leggere, mezzi blindati e velivoli dal Pakistan, con il sostegno finanziario dell’Arabia Saudita, e l’approvazione di Washington. Del resto, al di fuori delle Foreign military sales cioè le vendite di armi da governo a governo sotto forma di “vendite commerciali”, armi leggere sono arrivate anche direttamente dagli Stati Uniti, almeno per 30 mila dollari nel 1994, come indicano le statistiche Ocse del commercio con l’estero. L’equivoco alimentato dall’interpretazione dello “scontro tra civiltà” è che l’appoggio statunitense all’Arabia Saudita, quindi al Pakistan e infine ai Talebani sia semplicemente un calcolo tattico per dividere il mondo islamico, sostenendo le fazioni sunnite che si oppongono all’Iran sciita, percepito a Washington come la minaccia principale.Dalle armi al petrolio

E invece sono in ballo anche calcoli strategici: in primo luogo su chi controlla le risorse, e le vie dell’approvvigionamento energetico. Nelle repubbliche dell’Asia centrale vi sono nuove, gigantesche riserve di gas e petrolio, soprattutto attorno al Mar Caspio. Forse già l’intervento sovietico a Kabul aveva a che fare anche con il tentativo di allargare le disponibilità sovietiche di materie prime energetiche esportabili, il principale tipo di prodotti con cui l’Urss si procurava valuta pregiata. Sicuramente oggi sono in corso grandi manovre in questo campo. Il Kazakhstan, la più grande delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia, produce 540 mila barili di petrolio al giorno, e con la Russia, l’Oman e un consorzio di compagnie petrolifere dominato dagli statunitensi dovrebbe avviare la costruzione del nuovo oleodotto dai campi di Tengiz, sul Caspio a Novorossijsk (Russia), sul Mar Nero. Da Baku, Azerbaigian, sempre sulle rive del Mar Caspio, è in costruzione l’oleodotto per Supsa, sul Mar Nero, ma in Georgia, cosa che ha fatto infuriare Mosca, tagliata fuori da questo progetto. Il Turkmenistan, grande produttore di gas naturale, ha invece annunciato la sua intenzione di concedere alla compagnia iraniana del petrolio lo sfruttamento di tre dei suoi campi sul Caspio.
Viceversa, Pakistan e Stati Uniti corteggiano il regime al potere in Afghanistan per sviluppare il progetto di nuovi oleodotti dal Caspio all’Oceano Indiano, che forniscano uno sbocco indipendente dall’Iran (e dalla Russia) al petrolio dell’Asia centrale. Ecco perché Washington non può abbandonare il Pakistan, nonostante rimbrotti e contrasti sul riarmo nucleare di Islamabad, e per questa via la connessione con i Talebani. Che sono già arrivati ai ferri corti con Teheran, sfiorando la guerra aperta un paio di mesi fa.Il mercato Usa-Pakistan

Nel solo 1997, nonostante i periodici embarghi decisi contro la politica militare del Pakistan, gli Stati Uniti hanno venduto armi al paese asiatico per 4 milioni e mezzo di dollari, quasi tutte “vendite commerciali dirette”, e hanno fornito altri 3 milioni di dollari di aiuti militari e per la sicurezza. Ma attorno al Pakistan si giocano gli equilibri dell’area. Il principale fornitore di armi a Islamabad è la Cina, che ormai non vende più solo sistemi d’arma completi, ma anche licenze di produzione e accordi di coproduzione. Ad esempio, l’anno scorso, per l’aereo addestratore “Karakorum-8”. La Cina vende anche all’Iran, in concorrenza con la Russia. La Francia, invece, si è fatta avanti con il Pakistan. E l’Italia, violando lo spirito, anche se non la lettera, della legge 185 sul commercio delle anni, nel 1997 ha avuto il Pakistan come terzo cliente in assoluto della propria industria militare: 131 miliardi di lire di nuove autorizzazioni all’export, la metà delle quali per la vendita di radar Grifo della Fiat da installare sui caccia pakistani Mirage IIIE di produzione francese. Aerei che, secondo gli esperti, sono in grado di trasportare anche una bomba nucleare.

Volontari per lo sviluppo – Novembre 1998
© ASPEm – CCM – CISV – CELIM – CMSR – MLAL


Poiché abbiamo introdotto la vicenda dell’oleodotto e gasdotto, è utile vedere altre testimonianze in proposito.

Un panorama degli interessi e delle multinazionali che muovono nazioni ed eserciti.

Oil games

di Simone Santini

L’attenta lettura e il confronto fra due documenti di recente pubblicazione può illuminare magistralmente le strategie e le connessioni fra i recenti avvenimenti della politica estera e gli interessi economici che ad essi sono legati.

Il primo è un documento redatto e reso pubblico dal CFR (Council of Foreign Relations) e dal James A. Baker Institute for Public Policy nel 2001. Il CFR è una delle lobby politico-economiche più potenti negli Stati Uniti d’America, di cui fanno parte politici e diplomatici ancora in attività o a riposo, ed industriali (tanto per citarne alcuni: l’attuale vice-presidente Dick Cheney, l’ex presidente e recente premio Nobel per la pace Jimmy Carter, gli ex consiglieri presidenziali Zbigniew Brzezinski e Henry Kissinger, e poi Frank Carlucci presidente del gruppo industriale Carlyle, e molti altri: insomma alcuni fra gli uomini più potenti ed influenti del pianeta).

In tale documento, intitolato “Strategic Energy Policy Challanges for the 21st Century”, vengono studiati, analizzati, e commentati senza ambiguità, i termini della sfida energetica che gli Stati Uniti devono affrontare per il ventunesimo secolo.

L’analisi che si propone della situazione attuale è estremamente allarmante: senza un intervento deciso che ribalti la situazione, gli Stati Uniti andrebbero incontro nel termine di pochi anni ad una crisi energetica causata da un incontrollato aumento dei costi del petrolio dovuti essenzialmente a crisi internazionali che renderebbero estremamente insicuri gli approvvigionamenti. La strada da percorrere è dunque quella di creare, con ogni mezzo, nel termine di tre-cinque anni, condizioni politiche e di infrastrutture che limitino tali impatti.

Nel concreto, le strade da percorrere sono quelle di rendere gli Usa sempre meno dipendenti dal petrolio mediorientale e rendere invece accessibili le risorse dell’Asia centrale, ossia uno spostamento epocale degli interessi geopolitici degli Stati Uniti. Infatti, si dice, la dipendenza petrolifera verso il medioriente rende l’America estremamente vulnerabile e ricattabile.

Le conseguenze previste dai redattori del rapporto potrebbero essere, se tali soluzioni non venissero adottate, drammatiche: si fa espresso riferimento a problemi di sicurezza nazionale, ad una pesante recessione economica, a scontri sociali interni. Per illustrare la situazione viene usata una efficacissima metafora: gli Stati Uniti sarebbero come una macchina lanciata a 140 km/h, ma con una sospensione rotta. Finchè la strada rimane liscia tutto sembra procedere al meglio, ma alla prima buca si rischia di finire fuori strada.  Dopo l’analisi, nel rapporto si incarica il governo americano di divulgare presso l’opinione pubblica queste “dolorose verità” e si dettano linee guida e proposte che l’attuale amministrazione dovrebbe adottare: fra le opzioni utilizzabili per il raggiungimento degli obiettivi, quella militare è vista come la più efficace.

Il secondo documento da prendere in considerazione è il rapporto dell’Aie (Agenzia internazionale per l’energia) divulgato in seno alla conferenza dell’Opec di Osaka. Contenuto del documento sono le prospettive energetiche mondiali da qui al 2030, come dire un’analisi dello sviluppo economico (e dunque politico) del futuro.

Le linee guida del documento dimostrano come allo stato attuale non esistano scenari credibili per una crescita di risorse energetiche alternative (rappresenteranno il 4% nel 2030): nel prossimo trentennio, infatti, le risorse fondamentali rimarranno il petrolio e il gas naturale, la domanda di derivati del carbon fossile è destinata ad aumentare e consolidarsi (il peso delle richieste nel computo del commercio mondiale passerà dal 45% attuale al 58% per il petrolio, dal 16% al 28% per il gas), e le scorte per questo lasso di tempo rimangono ampie. I problemi che preoccupano l’Aie sono piuttosto gli stessi prospettati nel documento del CFR, e cioè rendere “sicuri e stabili” gli approvvigionamenti  e controllare la politica dei prezzi. Infatti, secondo le stime che si fanno nel documento, se la media attuale di un barile di petrolio è di 20 dollari (aldilà delle congiunture che possono fare fluttuare i costi, ma solo in maniera temporanea), nel 2030 il prezzo, secondo il trend prospettato, sarà aumentato di oltre il 30%.

Dal punto di vista geopolitico due sono i dati fondamentali: l’Opec è e sarà il perno della futura produzione energetica (a meno che lo scenario politico internazionale, evidentemente, non cambi) e al suo interno il peso della produzione mediorientale resterà maggioritario; l’aumento di domanda di combustibili fossili e il relativo aumento dei prezzi sarà provocato dallo sviluppo di paesi asiatici a grande intensità demografica, come India e Cina, che punteranno su queste risorse energetiche per avere una crescita rapida anche se dolorosa per costi ambientali.

I due documenti dunque, anche se da prospettive diverse, forniscono un quadro omogeneo: il “grande gioco” per l’egemonia mondiale viene intrapreso sullo scenario delle risorse energetiche. Per gli Stati Uniti questo ha una doppia valenza: sul piano interno significa scongiurare problemi di recessione economica e di pace sociale, sul piano esterno significa mantenere quel vantaggio che ne fa l’unico riferimerimento per la globalizzazione economica e culturale. Le domande a cui si deve rispondere a questo punto sono: perché e di quali crisi regionali hanno paura gli Stati Uniti? Quali sono gli avversari che a livello regionale o globale possono contrastare gli interessi “imperiali” americani?

Nel 1945, su una portaerei al largo del mar Rosso, l’allora presidente americano Roosevelt e il monarca saudita Ibn Saud, siglavano un accordo che avrebbe segnato gli scenari mondiali dal dopo guerra fino ad oggi. Gli Stati Uniti erano pronti a candidarsi come i “guardiani” della monarchia di Riyad, in cambio avrebbero stipulato vantaggiosi accordi petroliferi che li ponevano al riparo da qualsiasi “guerra energetica”.

Tale comunione di intenti è proseguita, con alti e bassi, ma con sostanziale reciproca soddisfazione, fino agli scenari attuali: secondo molti consiglieri americani essa sarebbe però giunta ad esaurimento.

L’attuale monarca, re Fahad, è gravemente malato, e di fatto la politica saudita è già nelle mani del principe ereditario Abdullah. Ma la lotta per la successione, in realtà, sembra appena cominciata e si preannuncia lunga e con esiti incerti. Se infatti il principe Abdullah è fautore di una politica moderata e di continuità nei rapporti con l’alleato americano, l’aristocrazia e la società civile saudita è sempre più percorsa da fermenti anti-occidentali. Evidentemente settori ampi del potere di Riyad soffrono dell’ingombrante presenza occidentale che soffoca l’identità islamica dell’Arabia Saudita, senza tenere conto dei risvolti economici. Se molti infatti si sono grandemente arricchiti con i cosiddetti petro-dollari, ampia parte della società ha visto la ricchezza di una risorsa strategica mondiale come quella del petrolio, orientarsi verso altri lidi che non erano il medio oriente. Lo sceicco bin Laden (un saudita, appunto) non è altri che il frutto di questo misto di istanze nazionalistiche, di revanscismo arabo, di orgogliosa rivendicazione culturale e religiosa, di sofferenza per risorse economiche usurpate da stranieri (oltre tutto “infedeli”).  Non a caso i servizi segreti americani hanno individuato nell’area dell’aristocrazia araba i grandi sponsor occulti del terrorismo islamico, non a caso la maggior parte dei terroristi dell’ 11 settembre erano sauditi.

Se queste istanze diventassero prevalenti, o se il principe Abdullah fosse costretto a far loro concessioni in chiave anti-americana pur di mantenere il potere, lo scenario che si aprirebbe per gli Stati Uniti sarebbe estremamente pericoloso.

Quando alla fine degli anni ’70 lo scià di Persia Reza Palevi venne cacciato da una rivolta popolare, il mondo venne percorso da un brivido. L’occidente fu colto di sorpresa da questa rivoluzione asiatica che rischiava di mutare molti scenari. In piena guerra fredda, infatti, lo spostamento di uno stato come quello persiano (un produttore petrolifero) dal campo filo-occidentale a quello filo-comunista poteva significare dare ad una parte o all’altra un vantaggio decisivo. Ma ben presto ci si accorse che nella neonata Repubblica dell’Iran sarebbero prevalse le istanze confessionali degli ayatollah guidati da Khomeini, mentre a soccombere sarebbero stati i tentativi progressisti della leadership laica guidata dal primo presidente dell’Iran liberato, Bani Sadr.  In realtà, una Repubblica islamica faceva molto meno paura all’occidente: essa considerava sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica come diverse espressioni di uno stessa entità satanica, e allo stesso modo dovevano essere combattuti. Con un’Iran equidistante, magari contenuto da un fedele alleato (si ricordi la quasi decennale guerra Iran-Irak), gli Stati Uniti potevano tutto sommato convivere, e magari sottobanco continuare a flirtare o fare affari (si ricordi lo scandalo Irangate che lambì l’amministrazione Reagan-Bush sr.).

Nei suoi oltre venti anni di vita, la Repubblica islamica dell’Iran ha già attraversato molte fasi: è uscita moralmente vincitrice dalla dolorosissima guerra con l’Irak (un milione di morti e gravi danni economici), ha retto l’urto della morte del padre della rivoluzione Khomeini, può contare su sfere di influenza che oltrepassano i confini nazionali (in Afghanistan è vicina ai signori della guerra Ismail Khan e Gulbuddin Hekmatyar che controllano il confine orientale, in Irak è vicina ai gruppi sciiti anti-Saddam che sono maggioritari al sud, in Libano finanzia il gruppo Hezbollah): può ben dirsi che l’Iran è una potenza regionale in ascesa. Ma nel quadro non mancano le ombre.

Quella che fu l’arma vincente della guerra contro l’Irak, rischia ora di trasformarsi in un boomerang: il grande sviluppo demografico consentì infatti all’Iran di reggere l’urto del dopoguerra, quando solo grazie al sacrificio umano di intere generazioni di giovani, il paese non venne sopraffatto. Le difficoltà socio-economiche stanno però venendo al pettine: quella iraniana è una società giovane e in espansione, ma questa massa umana deve fare i conti con una economia fragile che non è riuscita (soprattutto a causa della guerra e dell’embargo economico a cui, nel silenzio dei media, è sottoposta) a diversificare le proprie fonti di ricchezza che si reggono unicamente sul petrolio, e il problema della disoccupazione è oggi tanto grave in Iran quanto in qualsiasi altra società industriale, senza però averne i vantaggi. Le nuove generazioni soffrono infatti la condizione di una società chiusa nei suoi dogmi religiosi, esse non sentono più il fervore rivoluzionario che aveva consentito di cacciare lo scià, la mancanza di reale democrazia e libertà di espressione sono avvertiti come soffocanti. Questo stato di cose ha condotto anche a sommosse popolari nate nelle università iraniane.

La situazione attuale è quanto mai in evoluzione: le istanze riformistiche della società iraniana sono state raccolte in questi ultimi anni dallo stimato presidente politico Khatami. Ma essere il presidente politico (cioè eletto dal popolo a suffragio universale) non significa in Iran avere in mano le redini del potere, esso infatti deve essere condiviso con gli ayatollah che sono i garanti dell’ortodossia religiosa (nella Repubblica islamica iraniana non esiste una effettiva distinzione tra stato laico e stato religioso). Questi ultimi, rappresentati dall’erede di Khomeini, l’ayatollah Khamenei, vogliono mantenere rigidamente le strutture sociali dell’Iran. Lo scontro tra “riformisti” e “conservatori” ha assunto profili anche drammatici, non si è esitato ad arrivare all’uso del terrorismo interno e dell’omicidio politico. La situazione attuale, dopo la recente rielezione a grande maggioranza del presidente Khatami, sembra potersi avviare a soluzione pacifica se non interverranno fattori esterni a destabilizzarla. Certo è che la maggior parte della popolazione è favorevole alle riforme e non sembra disposta ad aspettare all’infinito, Khatami ha assoluto bisogno dell’appoggio internazionale per ottenere spazi di manovra sul campo interno.

Ma pur con queste difficoltà, le prospettive di crescita dell’Iran sono notevoli, di nuovo grazie alle risorse energetiche. La scoperta di importanti giacimenti di petrolio e gas nel bacino del Caspio potrebbe essere il volano in grado di rivitalizzare tutta la regione. Non si hanno ancora dati precisi, ma secondo stime non ufficiali, quando l’estrazione di petrolio sarà giunta a regime, dal Caspio potrebbe arrivare oltre la metà delle riserve mondiali. La politica estera iraniana è stata quella di muoversi finora con cautela, ma l’obiettivo finale è ben definito: queste nuove straordinarie risorse dovranno appartenere ai popoli sui cui territori si trovano.

Durante più colloqui promossi dall’Iran fra i paesi rivieraschi del Mar Caspio, si è tentato di accordarsi su uno status giuridico del bacino che soddisfacesse equamente le parti in causa. Anche l’ultimo round, però, che vedeva partecipare Russia, Kazakistan, Turkmenistan, Iran ed Azerbaigian, è fallito. Evidentemente accordarsi sul caviale (un trattato sulla pesca dello storione del Caspio esiste) è molto più facile che accordarsi sul petrolio. Soprattutto per Kazakistan, Turkmenistan e Azerbaigian, l’idea di un consorzio che sfrutti in maniera indipendente dalle potenze e dalle multinazionali occidentali queste risorse, risulta non percorribile. Questi paesi, giovani e politicamente fragili, sono infatti usciti dall’orbita sovietica per entrare direttamente in quella delle logiche di mercato, e per loro sottrarsi all’influenza delle compagnie petrolifere occidentali appare molto difficile.

Questo stato di cose potrebbe però favorire l’Iran su un contesto più ampio, la Repubblica degli ayatollah potrebbe spendere la moneta della sua indipendenza sul mercato orientale.

La Cina sta infatti cercando di intraprendere la sua partita “globale” e per riuscirci ha lo stesso bisogno degli Stati Uniti: ottenere un accesso sicuro, stabile, economico, alle risorse energetiche. La naturale linea di penetrazione verso il Mar Caspio sarebbe rappresentato dal Kazakistan, con cui la Cina condivide un lungo confine e in cui vive una minoranza etnica di origine cinese. La situazione politica però non lo permette. Le compagnie occidentali (fra tutte si possono citare Texaco, Shell, British Gas, Eni) sono arrivate in Kazakistan fin dall’inizio degli anni ’90 e qui si sono radicate mutando anche gli aspetti sociali di questo paese. Inoltre la dirigenza politica è entrata subito in simbiosi con la nuova realtà: il Kazakistan è una sorta di “democrazia dittatoriale”, una di quelle formule di governo che piacciono tanto ai consigli di amministrazione delle multinazionali. Il presidente Nazarbayev controlla rigidamente gli apparati burocratici e di sicurezza, i media, il potere giudiziario. Vistosi in difficoltà dopo le prime elezioni vinte, ha pensato bene di cambiare la costituzione per prolungare automaticamente il proprio mandato senza dover passare di nuovo attraverso il voto popolare. Con lui le multinazionali energetiche possono fare affari in assoluta tranquillità, allo stesso tempo, se qualche mira personalistica dovesse incrinare l’idillio, un regime come quello di Nazarbayev è ampiamente ricattabile (anche il Kazakistan potrebbe diventare uno “stato canaglia”).

Ecco dunque aprirsi uno spiraglio per una inconsueta partnership strategico-commerciale fra Iran e Cina. Da un lato potrebbe aprirsi un mercato energetico amplissimo e in forte crescita, dall’altro potrebbe concretizzarsi la possibilità di accedere alle sponde (iraniane) del Mar Caspio.

Dopo queste premesse e questi scenari, appare facile illustrare le motivazioni che spingono gli Stati Uniti all’intervento in Irak.  Infatti, con una sola robusta spallata militare al regime di Baghdad, gli americani (anche se sarebbe più corretto dire gli anglo-americani) sono pronti a raccogliere tutta una serie di vantaggi, ognuno dei quali, individualmente considerato, potrebbe valere la posta in gioco.

Dal punto di vista strategico-militare, l’insediamento di basi in Irak consentirebbe lo sganciamento dall’Arabia Saudita con un duplice scopo: da un lato permetterebbe una normalizzazione dei rapporti interni a quel paese (una delle ragioni di attrito tra la monarchia saudita e i suoi oppositori è appunto la presenza dei soldati americani sul suolo sacro dell’Islam), ma questo avverrebbe senza un significativo allentamento del controllo, anche militare, su Ryad.

Dal punto di vista geopolitico regionale, permetterebbe di spezzare proprio al centro quel “cuscino” anti-israeliano e anti-occidentale che va da Teheran a Damasco passando per Baghdad. Tale cuscino è allo stato solo geograficamente ostile, in quanto sia l’Iran che la Siria sono estremamente diffidenti nei confronti del regime di Saddam Hussein, ma se la necessità di difesa da un nemico comune portasse ad una sua saldatura politica, ciò si tramuterebbe in un pericolo mortale per Israele e per gli interessi occidentali nell’area. È necessario intervenire prima che ciò avvenga.

Dal punto di vista economico-energetico porterebbe a vantaggi di breve, medio e lungo termine. L’Irak è il secondo produttore mondiale di greggio dopo l’Arabia Saudita ma le sue risorse sono attualmente congelate per l’embargo economico decretato dall’Onu dopo la guerra nel Golfo, e mantenuto per il fermo volere di Stati Uniti e Gran Bretagna.  Il dopo Saddam è già stato pianificato: la produzione ed esportazione dovrebbe tornare a pieno regime ma questa volta sotto il diretto controllo di un consorzio a guida anglosassone in cui l’americana Exxon e anglo-americana Bp Amoco sarebbero i partner principali. I pozzi irakeni hanno bisogno di ingenti investimenti dato il loro stato precario a causa della guerra e dell’embargo, tali investimenti sarebbero molto remunerativi ma queste compagnie non potrebbero rischiare ingenti capitali senza la sicurezza di avere le spalle ben protette dalla presenza militare americana. Lo sfruttamento diretto dei pozzi irakeni consentirebbe nell’ordine di: stabilizzare i mercati finanziari visto che storicamente gli introiti petroliferi dal medio oriente vengono reinvestiti sulle borse di Londra e Wall Street; stabilizzare e controllare definitivamente il prezzo del greggio visto che la commercializzazione di quello irakeno avverrebbe fuori dal controllo Opec: questo rassicurerebbe il mercato interno statunitense e permetterebbe di detenere una formidabile arma ricattatoria da usare per la destabilizzazione economica dei paesi nemici. Questo punto ci porta ad illustrare direttamente i vantaggi geopolitici generali.

Con il famoso ultimo discorso sullo stato dell’Unione pronunciato da George Bush jr., la politica estera americana ha fatto un salto di qualità.  Nel delineare la forma del “nuovo ordine mondiale” (espressione coniata da suo padre, Bush sr.) il presidente statunitense ha inserito tra gli “stati canaglia”, cioè tra coloro che sono i principali ostacoli di questa visione globale, l’Irak, l’Iran e la Corea del Nord. Se l’inserimento della Corea ha destato qualche sorpresa negli ambienti diplomatici (e può essere letto come una sorta di messaggio allusivo in chiave anti-cinese) non altrettanto può dirsi per le minacce rivolte agli altri due stati asiatici. La sorpresa è arrivata quando Bush ha voluto specificare i termini  per i quali considerava l’Iran uno stato canaglia.

Dice Bush: “Se al popolo iraniano venisse concesso il diritto di scegliere, sicuramente sceglierebbe la libertà e non troverebbe un amico migliore degli Stati Uniti nel suo cammino verso la democrazia” e poi riferendosi agli uomini che incarnano l’attuale tendenza riformista della presidenza iraniana,  li definisce “troppo deboli, inefficienti, e non abbastanza seri nel mantenere le promesse”.  Un attacco talmente diretto che non lascia spazio a possibili fraintendimenti. Qual’ è però il suo significato politico profondo?

Nell’accomunare in un unico bersaglio riformisti e conservatori, col suo appello rivolto direttamente al popolo iraniano, Bush comincia una politica di largo respiro per la destabilizzazione e la eventuale caduta del regime degli ayatollah. Il bersaglio principale delle sue parole è chiaramente il presidente Khatami, limpido il tentativo di sua delegittimazione politica ed esposizione agli attacchi dei nemici interni.  Per le mire americane, infatti, la figura di Khatami è molto più pericolosa di quella di Khamenei: una leadership che nel contempo riuscisse a modernizzare socialmente il paese ed all’esterno riuscisse a coagulare una politica regionale indipendente , ad esempio, per lo sfruttamento delle risorse energetiche del Caspio, realizzerebbe una ascesa fenomenale per la potenza regionale dell’Iran ed automaticamente intralcerebbe enormemente la penetrazione americana nell’area. Anche per l’immediato futuro non ci sarebbe nessuna sorpresa in mosse dell’amministrazione americana che tendessero (in maniera assolutamente tattica) a rafforzare l’ala religiosa in modo da radicalizzare il conflitto fra Teheran e l’Occidente.

L’occupazione militare dell’Irak non farebbe poi che accelerare la definizione del quadro. Prima di tutto l’Iran verrebbe così a trovarsi fisicamente circondato dagli eserciti anglo americani chiudendo la morsa iniziata con l’invasione dell’Afghanistan, secondariamente (ma non per importanza) la capacità di controllo diretto delle risorse irakene e il conseguente abbassamento del prezzo del petrolio, consentirebbe di strangolare la già fragile economia iraniana che ha proprio dall’oro nero l’unica fonte di ricchezza. A questo punto ben si capisce cosa intendesse Bush quando, invitando il popolo iraniano verso la conquista della libertà, lo rassicurava sul fatto che su quella strada avrebbero trovato gli Stati Uniti come loro migliori amici.  Se poi ciò non bastasse, il casus belli che porterebbe allo scontro diretto è già stato individuato: la presenza di Hezbollah (o Hizbullah come taluni preferiscono scrivere) cioè del “partito di Dio” filo-iraniano nel sud del Libano, una spina nel fianco per Israele che vive uno stato di perenne tensione guerreggiata con questa organizzazione e che gli americani non hanno esitato ad inserire tra le minacce terroristiche più gravi (per alcuni superiore ad al-Qaeda). Molti pacifisti paventano l’intervento in Irak pensando che potrebbe infiammare l’intera regione: non vedono che la destabilizzazione della regione potrebbe proprio essere uno dei motivi ricercati dai fautori dell’intervento visto che permetterebbe ad Israele una resa dei conti definitiva in Palestina e Libano, e per gli Stati Uniti accelerare le dinamiche dello scontro con Teheran.

La “normalizzazione” politica dell’Iran permetterebbe dunque di chiudere quella che attualmente è l’unica falla nei progetti americani per il bacino del Caspio (dell’incapacità della Russia di svolgere un ruolo autonomo cercheremo di dire nel prossimo paragrafo), e questo consentirebbe tra l’altro di aprire dei rapporti commerciali con la Cina da una posizione di privilegio. Avere per gli Stati Uniti la mano sul rubinetto delle fonti energetiche consentirebbe di regolare il grado di sviluppo dell’immenso paese asiatico: se il grande mercato cinese è assolutamente appetibile per i capitali mondiali, una sua crescita autonoma non è auspicabile. L’Impero vuole soci di minoranza, non competitori.

Quali altri attori si muovono sulla scena della politica internazionale? Un ruolo da comprimario di lusso è sicuramente quello della Russia di Putin. Dalla disgregazione dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’90, l’ex “impero del male” ha perso gran parte della sua influenza politica soprattutto in quelle zone che appaiono attualmente nevralgiche, come il Caucaso e l’Asia centrale. Dal grembo sovietico sono nati una serie di stati nazionali che ben presto, in modo più o meno diretto e palese, si sono sganciati da Mosca e sono entrati nell’orbita del mercato capitalistico, come dire (per quanto riguarda la loro politica energetica ad esempio) aver consentito l’ingresso a massicci interessi di multinazionali straniere. Si è già detto della situazione in Kazakistan, ma con diverse condizioni quella stessa può valere per molti altri.

La commercializzazione del petrolio e del gas del Caspio è già cominciata attraverso quelle linee commerciali “alternative” che  consentono di eludere il controllo russo. La campagna militare afghana è stata, sotto questo aspetto, illuminante. Se per anni le multinazionali avevano ingaggiato una lotta nel tentativo di assicurarsi la concessione delle pipelines che dovevano attraversare il paese, con la conclusione della guerra la situazione si è rapidamente sbloccata: lo scorso 16 settembre, quindi a meno di un anno dall’inzio della guerra, i governi di Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan hanno presentando alla Banca dello sviluppo asiatico un progetto di fattibilità per un gasdotto dalla capacità annua di 15 milioni di metri cubi. Sarebbe superfluo dire che tale gasdotto è frutto di un consorzio commerciale guidato dalla compagnia americana Unocal (sarà poi un caso che il nuovo presidente afghano Karzai fosse proprio consigliere per la Unocal?).

Se in questo caso siamo ancora allo stadio di progettazione, per un’altra linea commerciale (dal Caspio verso occidente) si è giunti recentemente alla fase di messa in opera: lo scorso 18 settembre si sono inaugurati i lavori per il gasdotto Azerbaigian-Georgia-Turchia che attraverso il Caucaso dovrebbe portare la risorsa da Baku, sul Caspio, al porto turco di Ceyan sul Mediterraneo. Alla presenza dei tre presidenti interessati, il segretario Usa per l’energia Spencer Abraham, è stato latore di un messaggio di George Bush che ha definito il progetto come “componente essenziale del corridoio energetico Est-Ovest”.  Anche in questo caso siamo alla presenza di un consorzio commerciale internazionale ma a guida anglo americana: il partner principale è la Bp Amoco, seguono di nuovo la Unocal e l’altra americana Amerada Hess, la norvegese Statoil e via di seguito compagnie azere, francesi, italiane, giapponesi. Nessuna russa.

Anche per la linea commerciale che dal Caspio porta a nord-ovest, i russi stanno incontrando notevoli difficoltà a causa del conflitto ceceno. Lo stato di guerriglia fra l’esercito di Mosca e gli indipendentisti ceceni ha più volte portato ad attacchi e danneggiamenti  del gasdotto di Grozny (capitale della Cecenia) inducendo i russi a trovare altre vie (più lunghe e dunque più costose) per oltrepassare la piccola regione caucasica. La recrudescenza degli scontri (l’atto terroristico contro il teatro di Mosca è solo l’ultimo di una catena di violenza e conflitti che hanno provocato centomila vittime solo fra i civili) non lascia comunque i russi guardare con ottimismo al pacifico sfruttamento economico  della regione. La possibilità di un allargamento del conflitto è sempre presente: a più riprese Mosca ha minacciato la Georgia di non dare asilo ai “terroristi” ceceni, i quali farebbero base nella valle di Pankisi, in territorio georgiano appunto, e da lì muoverebbero per rapide incursioni in territorio russo. Se, finora, alle minacce non sono seguiti i fatti è solo perché gli Usa, legati dagli accordi commerciali con la Georgia di cui si diceva, non lo permetterebbero.

L’unico apparente successo commerciale colto dai russi negli ultimi anni sembrava essere l’accordo tra la compagnia petrolifera Lukoil e il governo di Baghdad per la gestione e ammodernamento degli impianti di estrazione irakeni, e in seguito per il loro sfruttamento in vista di una possibile fine dell’embargo decretato dall’Onu. Tale accordo si collocava in una più ampia relazione economico-commerciale per un ammontare di 40 miliardi di dollari. In definitiva, dalla fine degli anni ’90 ad ora, le uniche compagnie petrolifere attive in Irak erano quelle russe e quelle francesi con il colosso Total-Elf-Fina. Bisogna dunque ammettere che il pacifismo e la prudenza russa e francese nella crisi irakena, nascono in realtà da interessi economici ben precisi e determinanti. Tale situazione è però in aperta evoluzione: in una recente conferenza svoltasi negli Stati Uniti, gli oppositori anti-Saddam in esilio hanno chiaramente detto che dopo la destituzione del dittatore di Baghdad, tali accordi commerciali dovranno essere interamente ridiscussi. Le compagnie americane, come si diceva, stanno già scaldando i motori.

Viene da chiedersi come mai Mosca non abbia opposto nessun tipo di resistenza fattiva a questo inesorabile sgretolamento  delle proprie sfere di influenza. La risposta ci può venire da una conferenza bilaterale russo-statunitense sull’energia che si è svolta a Houston ai primi di ottobre, durante la quale il ministro dell’energia russo Igor Yusufov ha dichiarato che il suo paese avrebbe bisogno di investimenti nel settore petrolifero pari a 50 miliardi di dollari, somma che solo gli Usa (o forse l’Europa se fosse un’entità politica capace di muoversi unitariamente) potrebbe garantire. Il progetto di partnership fra Usa e Russia prevederebbe questo genere di scambio: da qui al 2010 gli Stati Uniti diverrebbero il grande importatore del petrolio russo attraverso la linea commerciale siberiana e pacifica, i russi rinuncerebbero alle linee commerciali centro-europee e questi approvvigionamenti sarebbero garantiti attraverso il corridoio 8 caucasico e sub-balcanico controllato dagli americani. I soli perdenti sarebbero in questo caso i grandi porti commerciali del nord Europa come Amburgo ed Anversa che rimarrebbero, al contrario di adesso, tagliati fuori da tutte le rotte fondamentali. Di questo sembra essersi accorta solo la Germania che sembra voler propugnare infatti (e decretando così un gelo storico nei rapporti tra Berlino e Washington) una sorta di german way che non sia sempre e soltanto di semplice accondiscendenza agli interessi americani.

La nuova divisione del mondo sulle rotte del petrolio sembra definita, e così stando le cose, l’Impero gioca una partita fondamentale e da vincere a tutti i costi. L’Europa resterà a guardare? L’ex generale Carlo Jean, attualmente analista strategico e docente per la Luiss, ha così intitolato un breve saggio pubblicato sulla rivista Limes: “Per servire a noi stessi dobbiamo servire agli americani”. L’articolo contiene anche spunti di analisi condivisibili, ma basterebbe osservare una cartina geografica per capire che  l’Europa, e, a maggior ragione, l’Italia, debbano avere una vocazione mediterranea e non atlantica. Ma forse Carlo Jean intendeva dire soltanto che si debba semplicemente servire gli americani.

Ottobre 2002

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Per la stesura di questo articolo si sono utilizzate le seguenti fonti:

 www.axiaonline.it

www.inventati.org/internattiva

www.ilmanifesto.it

www.panorama.it

www.washingtonpost.com

 ed inoltre la rivista “Limes” e la trasmissione Rai “C’era una volta”.


L’ASIA CENTRALE VAL BENE UNA (O PIÙ) GUERRE?

Collettivo di Fisica dell’Università La Sapienza (Roma)

Centro italiano Studi per la Pace – http://www.studiperlapace.itcentro@studiperlapace.it (dal 1999)

Che fine ha fatto la Russia?

L’8 dicembre 1991 l’URSS cessa di esistere. Al suo posto nasce la Comunità di Stati Indipendenti (CIS) formata dalla Russia e dalle ex-repubbliche sovietiche.
 
Da quel momento è veramente finita la guerra fredda e con essa il lungo periodo di tensione internazionale?
 
Secondo il generale USA W.E. Odom “la scomparsa della minaccia sovietica non ha reso obsoleto il sistema di sicurezza guidato dagli USA e creato per contenerla; l’idea diffusa che la fine della guerra fredda abbia rimosso il bisogno di una leadership degli USA nelle tre aree strategiche (Europa, Giappone-Corea, Golfo Persico-Asia Centrale ndr) è pericolosamente sbagliata”, “anzi è divenuta più importante proprio per il collasso dell’URSS. Questo è certamente vero nel Transcaucaso e nell’Asia Centrale “.
 
La caduta della Russia rende appetibili le ex-repubbliche sovietiche, ora accessibili al mercato occidentale, sostanzialmente per due ragioni: una, di carattere prettamente economico, scaturisce dal bisogno dell’Occidente di espandere il suo mercato, ormai stagnante, in nuove aree e di impossessarsi delle notevoli risorse naturali, ancora inesplorate, presenti in alcuni di questi Paesi; l’altra, di natura strategica, nasce dal desiderio di accerchiare la Russia, pur sempre potenza nucleare, attraverso una strategia a tenaglia.
 
A nord la Nato comincia ad allargarsi, senza incontrare troppi ostacoli, verso l’Europa Orientale e i Paesi baltici, mentre a sud procede la penetrazione statunitense nel Caucaso e nell’Asia Centrale.
 
E’ soprattutto qui, in Asia Centrale, che si apre il cosiddetto “Grande Gioco”, sia in quanto si tratta di una zona ancora da spartire, sia perché essa è ricca di risorse naturali.
 

Che cosa c’è di tanto “speciale” in Asia Centrale?

Soffermiamo la nostra attenzione sulla zona del Turkestan occidentale, che comprende Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan e Kirghizistan.
 
Si tratta dei 5 Paesi ex-sovietici meno evoluti, trovatisi, all’atto dell’indipendenza dall’URSS, alle prese con i problemi di una confusa transizione economica dovuta all’obsolescenza del preesistente apparato industriale.
 
La prima risorsa di questi Paesi è l’agricoltura, sebbene pessime politiche agricole, quali la monocoltura del cotone e l’eccessivo sfruttamento agricolo, abbiano causato veri e propri disastri ambientali. Tuttavia questa parte del Turkestan riveste un forte interesse per il Grande Gioco asiatico, che si riassume così: vi è abbondanza di fonti energetiche e materie prime ancora da sfruttare, si tratta di zone di transito per gasdotti e oleodotti; inoltre questi Paesi sono grandi produttori di oppio e vie di passaggio per le droghe orientali. La politica di questi Paesi è un giochino ben noto: hanno bisogno di riforme strutturali, ma non hanno i soldi per realizzarle; con riforme fittizie che migliorano alcuni indicatori economici, ma non il reddito pro-capite, cercano disperatamente di attirare i capitali stranieri.
 
Tutte queste repubbliche sono zeppe di idrocarburi e di materie prime: in particolare si segnalano Uzbekistan per gas e oro, Kirghizistan per i metalli, mentre per il gas soprattutto il Turkmenistan.
 
Quest’ultimo nel 1998 è stato il 4° produttore mondiale di gas, che al 95% viene esportato. Ecco qualche dato circa gli investimenti stranieri, considerando che spesso insediamento economico ha significato anche penetrazione militare; è il caso di Uzbekistan pieno di basi USA, e del Tagikistan, che ospita 10000 soldati russi.
 
Alcuni di questi Paesi hanno goduto di aiuti del FMI e si stima che fino al 1998 investitori occidentali e orientali abbiano speso 5 miliardi di dollari e ancor più ne spenderanno in futuro. Vediamo qualche nome: Newmont Mining (industria estrattiva), Technip (raffinerie), Daewoo, Siemens, Stet, Deutsche Telekom, Coca Cola. Il settore trainante è però quello dell’estrazione e trasporto di gas e petrolio, che vede a far la parte del leone Russia (Gasprom), USA (Unocal e Chevron), Turchia e Cina, settore ancor più importante in quanto chi controlla le vie del petrolio detiene il potere.
 
Al momento dell’indipendenza queste repubbliche del Turkestan, tutte desiderose di entrare in contatto con l’area del dollaro, ma prive di sbocchi marittimi, si vedevano ancora costrette ad appoggiarsi alla rete di trasporto dell’ex-URSS, (peraltro inadeguata ai nuovi giacimenti) in mano ad una Russia allora senza futuro e che spesso appariva più che altro come una rivale nella “corsa all’ovest”. Molto più conveniente sarebbe stato per loro puntare direttamente verso l’Oceano Indiano.
 
E’ illuminante il caso del Turkmenistan, che, come vedremo, ci riporterà all’attuale guerra. A metà degli anni ’90 la Gasprom, che detiene il monopolio dell’esportazione, si rifiuta di vendere all’Occidente il gas turkmeno, tenendolo per sé. Il Turkmenistan guarda allora all’Iran, che offre il suo porto di Bandar-Abbas sul Persico; questo progetto trova l’opposizione USA che contropropone un gasdotto Caspio-Turchia (Baku-Ceyan) e soprattutto appoggia un progetto del Pakistan che propone un gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan ( porto di Gwadar). Questo progetto prevedeva un ruolo di primo piano della statunitense Unocal e della saudita Delta-Oil. Siamo negli anni in cui il regime talebano è in buoni rapporti con gli USA e la via di passaggio rappresentata dall’Afghanistan è aperta.
 
Torniamo adesso agli anni nostri e leggiamo dalla “Rivista ENI”:
 
Le riserve di] gas (Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan) sono dell’ordine di 15-20 trilioni di mc. Altri quantitativi si potrebbero aggiungere a seguito di nuove attività esplorative.
 
Inoltre:
La distanza dai mercati potenziali, la mancanza di gasdotti per le esportazioni proiettano lo sfruttamento delle riserve di gas in una prospettiva temporale di lungo termine. Le alternative di trasporto al sistema russo verso i mercati europei, verso l’Oceano Indiano o verso la Cina hanno il problema dei transiti attraverso l’Iran (sottoposto ad embargo americano) o l’Afghanistan (la cui situazione interna è sempre fluida – eufemismo sostitutivo di ” condizione perenne di guerra civile”- ndr), oppure comportano investimenti che rendono, ad oggi, il gas centroasiatico meno competitivo rispetto a quello proveniente da altre aree.
 

Il nuovo Grande Gioco

Cerchiamo ora di disegnare una mappa delle strategie effettive messe in atto dai governo USA, in completo accordo con gli interessi delle multinazionali.
 
Esaminiamo ora un documento di A.W. Burke della Logistica del corpo dei marines scritto per l’ultimo numero del ’99 su “Strategic Review”, dello U.S. Strategic Institute di Boston, in commento del documento presidenziale ” National Security Strategy” del 30/10/1998: ” L’insieme dei campi energetici della regione Asia centrale-Medio Oriente contiene la più grande concentrazione mondiale di riserve di idrocarburi e merita l’attenzione statunitense. Assicurare alle compagnie USA la leadership nello sviluppo delle risorse nella regione e azzerare l’influenza russa e iraniana sull’esplorazione e sviluppo dei campi energetici, nonché sulle direttrici delle pipelines per l’esportazione costituisce la base di quella politica.”
 
Seguono raccomandazioni che così riassumiamo:
 

  1. Pieno supporto alla realizzazione delle condotte transcaspiche ( tra cui la Baku-Ceyan) che avrebbero il pregio di mettere fuori gioco le vie controllate da Iran e Russia
  2. Limitare la penetrazione russa nella regione
  3. Sostenere la Turchia in quanto fedele alleato contro Russia ed Iran
  4. Controllare l’Iran
  5. Coltivare il Pakistan in chiave anti-Iran; “Il Pakistan è già un possibile punto di passaggio per l’esportazione del gas (pur di passare per l’Afghanistan, ndr)”
  6. Aumentare la presenza militare americana in Asia Centrale istituendo rapporti di cooperazione con i vari governi locali.

Come agiscono in questo nuovo contesto strategico le altre potenze? Abbiamo ragione di ritenere che la condotta perseguita sia la stessa degli USA.
 
L’Iran va accrescendo il suo potenziale militare da tempo e ha di recente siglato un accordo con Mosca per rifornimenti bellici per oltre 300 milioni di dollari all’anno.
 
La Cina stessa ha raggiunto un importante accordo per l’acquisto di armi dalla Russia, con la quale ha anche firmato un accordo sulla riduzione delle truppe di frontiera, chiudendo in tal modo un conflitto sul riconoscimento di alcuni confini che si trascinava da anni.
 

GIOCHI DI POTERE IN AFGHANISTAN (PARTE PRIMA)

Prima fase: 1979-1989, la sporca guerra Urss-Afghanistan

Dal ’79 al ’89 si svolge la guerra Urss-Afghanistan. Vediamo quali sono i retroscena di questa guerra e che conseguenze ha avuto nello scenario del mondo islamico.
 
Un passo indietro: il 1973 è l’anno in cui, con un colpo di stato ortganizzato dal principe Mohammed Daud che detronizza il re Zahir Shah, l’Afghanistan viene proclamato una repubblica; nel ’78 il Partito Democratico del Popolo afghano (PDPA), filo-sovietico, dà il via alla “rivoluzione d’aprile” che porta alla nascita della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, sotto la guida di Mohammad Taraki.
 
Tuttavia le riforme del nuovo regime, volte alla sovietizzazione e alla laicizzazione del paese, alimentano il malcontento di larghi strati della popolazione.
 
E’ questo il contesto in cui comincia a organizzarsi la resistenza islamica armata.
 
A metà del ’79 le formazioni della guerriglia islamica riunite in un unico fronte di resistenza sostenuto da Iran Pakistan ,Cina, controllano quasi l’80% del territoro afghano. Taraki viene ucciso e il PDPA si spacca definitivamente. L’URSS,
 
di fronte alla minaccia dell’estansione della ribellione islamica alle vicine repubbliche di Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, decide di invadere l’Afghanistan oltrepassando il confine nel dicembre ’79.
 
Nel gennaio ’80 gli Usa offrono al Pakistan un piano di aiuti economici e militari per arrestare l’avanzata dell’Urss in Afghanistan, ma era già da tempo che la Cia tendeva la sua longa manus verso l’area in questione. Da un’intervista a Zbigniew Brzezinsky,ex consigliere per la Sicurezza Nazionale Statunitense, da Le Nouvel Observateur (Francia) 15 Gennaio 1998 :
 
Brzezinsky: Secondo la versione ufficiale della faccenda, gli aiuti ai Mujaheddin da parte della CIA sono cominciati durante il 1980, ovvero, dopo che l’armata rossa aveva cominciato l’invasione dell’Afghanistan il 24 Dicembre 1979. La realta’, rimasta fino ad oggi strettamente celata, è completamente diversa: è stato il 3 luglio 1979 che il presidente Carter ha firmato la prima direttiva per aiutare segretamente gli oppositori del regime filo sovietico di Kabul.
 
Quello stesso giorno ho scritto una nota al presidente nella quale si spiegava che a mio parere quell’aiuto avrebbe determinato un intervento armato dell’unione sovietica in Afghanistan.
 
Domanda: nonostante questo rischio lei ha sostenuto questa azione segreta. Ma lei stesso desiderava questo intervento sovietico ed ha cercato di provocarlo?
 
Brzezinsky: non e’ proprio cosi?. Non abbiamo spinto i russi ad intervenire, ma abbiamo consapevolmente aumentato le probabilita’ di un loro intervento.
 
Come si attua la strategia USA in questo contesto?
 
Il ruolo fondamentale è svolto dai servizi segreti pakistani (ISI) che ricevono intelligence e finanziamenti da USA e Arabia Saudita ( sono questi gli anni dell’alleanza economica tra la famiglia Bush e la famiglia saudita dei bin Laden, al cui proposito torneremo in seguito). L’ISI gestisce autonomamente i fondi americani e la guerra contro la Russia non viene presentata al popolo afghano e ai volontari stranieri (che d’ora in poi chiameremo arabi-afghani) come una guerra pro-America, ma come una jihad islamica contro gli infedeli comunisti. I pochi ufficiali, che in realtà erano a conoscenza del vero ruolo americano, lo hanno silenziosamente accettato, pur di abbattere l’allora principale nemico russo.
 
Citiamo qualche dato: al 1987 si stima che l’America avesse fornito alle forze della guerriglia 65000 tonnellate di armi, fra cui i micidiali missili Stinger, e aiuti economici fino a 470 milioni di dollari. Con l’appoggio della Cia l’ISI arrivò ad avere uno staff segreto di ben 150000 persone, a tutti gli effetti una vera e propria struttura parallela di governo.
 
Agli inizi dell’89 è definitivo il ritiro delle truppe sovietiche e la sconfitta russa (13310 morti e 35478 feriti ) contribuisce in modo determinante alla dissoluzione dell’Urss, come ben previsto dagli strateghi americani.
 

Seconda fase ’89’ 92- ascesa dei mujhaeddin

Al di là dell’alleanza con gli usa il pakistan ha interesse a installare un governo islamico a Kabul subalterno ai suoi scopi. Infatti,Islamabad , vuole “disinnescare”, la questione del Pashtunistan (la “Linea Durand” divideva in due i territoti dell’etnia pashtun tra Afghanistan e Pakistan) in senso favorevole al suo paese, così da potersi dedicare alla ancor più delicata questione del Kasmhir ( ove c’è l’uranio) dove erano in corso guerre sanguinose con l’ India.
 
Inoltre un governo estremista di stampo islamico-sunnita in Afghanistan avrebbe esercitato una pressione contro il vicino Iran islamico-sciita (“bestia nera” degli Usa ), e contemporaneamente avrebbe costituito un freno per un eventuale ritorno russo nell’area.
 
Questi calcoli hanno convinti gli Usa a sforzarsi per sostenere la Jihad finchè con la definitiva scomparsa dell’Urss ( dic.’91), l’America si chiama fuori da un’area ormai scomoda a causa della presenza di un pericoloso integralismo islamico da lei stessa precedentemente armato e si dedica prevalentemente ad altre aree ( per esempio il golfo persico dove nel 91 scoppia la guerra ).
 
L’alleanza dei partiti di Peshawar, che sembrava ormai chiaramente forzata e imposta dall’esterno per interessi economici, i quali peraltro andavano cambiando la loro direzione, si sciolse e scoppiò la guerra civile tra le diverse fazioni della resistenza islamica. Nel 1992 i mujaheddin tagiki sostenuti dall’Iran e fedeli a Rabbani e Massud, si impossessano di Kabul, sottraendola all’uzbeko Dostum e ad Hekmatjar, leader degli afghani-arabi, appoggiato dal Pakistan.
 
Gli scontri proseguono a fasi alterne fino al 1994, nel momento in cui compaiono i talebani ( che nel 1996 prenderanno Kabul) e Russia e USA tornano ad interessarsi dell’area.
 
E’ importante capire come la guerra contro la Russia prima e la successiva guerra civile siano state il brodo di coltura di un acceso fanatismo islamico ( di impronta wahabita-saudita). Basti pensare che con soldi sauditi e soprattutto pakistani tra il ’92 e l’82 ben 35000 musulmani provenienti da tutto il mondo hanno infoltito le fila dei combattenti afghani. Il Pakistan in primo luogo ha creato centinaia di madrassas e campi militari in Afghanistan, più volte usate in seguito come centri di reclutamento e addestramento per i soldati da spedire in Kashmir, Kossovo e Cecenia.
 
Fra l’altro molti combattenti hanno preso a ragionare sul fatto che, se si era riusciti a sconfiggere l’URSS, perché non si poteva fare lo stesso con gli Stati Uniti?
 
Emblematico è il ragionamento di Brzezinsky.
 

D: E nessuno di voi e’ pentito di avere supportato l’integralismo ed il terrorismo islamico con armi ed addestramento?
 
Brzezinsky: Cosa e’ più importante per la storia del mondo? I talebani od il collasso dell’impero sovietico? Qualche musulmano esaltato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?
 

L’errore (o forse la dimenticanza ) degli Stati Uniti appare ora in tutta la sua evidente drammaticità.
 

GIOCHI DI POTERE IN AFGHANISTAN (PARTE SECONDA)

Il nuovo grande ruolo dell’Afghanistan nella partita globale

Mentre all’interno del Paese i capi guerrieri si scontrano massacrando la popolazione civile, all’esterno non è visibile alcuna ricerca di soluzioni politiche per l’Afghanistan. Il mondo intero sembra voler “dimenticare” l’esistenza di questo Paese, per cancellare i misfatti e gli errori di valutazione commessi in questa regione.
 
Nel 1993 cambia il contesto strategico e l’Afghanistan, ormai completamente disintegrato, torna a farsi importante per i grandi manovratori delle trame del potere mondiale. La sparizione dell’URSS è ormai irreversibile; le ex-repubbliche sovietiche vogliono divenire luogo di approdo dei capitali americani. Teheran si offre ora come via alternativa a i traffici dell’Asia Centrale. Consentire all’Iran di controllare i traffici nell’area avrebbe significato ridurre l’influenza degli Usa da un lato e dell’Arabia Saudita dall’altro sugli stati della CIS dove venivano emergendo nuove riserve di petrolio e di gas. Era infatti sul petrolio del Caspio che l’Iran voleva mettere le mani. In questo momento dunque Usa e Arabia Saudita si ritrovano alleati. Il Pakistan , maggior produttore mondiale di oppio, voleva dal canto suo il controllo delle vie della droga. Con la guerra afghana fu possibile per il Pakistan agire indisturbato su questo territori segnato dagli scontri e bisognoso di finanziare i mujaheddin senza gravare sui bilanci interni, decise di trasferire le piantagioni di oppio in Afghanistan .Con la piena legittimazione della Cia e dell’Isi ebbe inizi un enorme commercio di narcotici che portò l’Afghanistan a produrre, tra il ’92 e il ’95, ben 240 tonn. di oppio annue.
 
Il 91,5 % del ricavato totale andava ai grandi centri della criminalità organizzata sparsi nel mondo civilizzato per un valore di 9,15 miliardi di dollari all’anno; i restanti 850 milioni di dollari criminali i fermavano in Pakistan, consentendogli di affermarsi come potenza nucleare.
 

I talebani e la strategia Pakistana di controllo dell’Afghanistan

Il 4 novembre del ’94 un gruppo di guerriglieri assalta nei pressi di Kandahar un convoglio di 30 camion pakistani diretto in Asia Centrale. I taliban, (letteralmente , “studenti di teologia coranica”) compaiono per la prima volta sulla scena come gruppo armato che dichiara di voler proteggere la libertà di traffico e di transito in Afghanistan. Il giorno dopo Kandahar viene presa dai talebani. Agli inizi del ’95 i talebani controllano sette province afghane su 28 e nel febbraio ’95 arrivano a Kabul sconfiggendo in pochi mesi i partiti dei mujaheddin e il governo, sempre più debole e diviso di Rabbani.
 
E’ chiaro che il convoglio nascondesse dietro la facciata di aiuti umanitari merci scottanti quali armi e droga.
 
I talebani appartengono alla setta sunnita dell’Islam (inizialmente erano pasthun durani) e vogliono costruire una vera società islamica, sebbene sin dall’inizio non siano chiare le loro concezioni statuali e le loro idee costituzionali.
 
Tra fasi stagnanti e momenti di rapidissime avanzate militari, sostenuti economicamente e militarmente dal Pakistan, i talebani arrivano nel ’98 a conquistare Mazar-i-Sharif e a controllare il 90% del territorio afghano. Nella prima tappa di questa ascesa un governo talebano filopakistano era la carta che il Pakistan poteva giocare per soddisfare l’alleato americano, che sosteneva fortemente il progetto Unocal di un gasdotto attraverso l’Afghanistan. Nel 1998 tuttavia qualche ingranaggio in questo complesso marchingegno si rompe.
 
Facciamo ora un passo indietro.
 

Bin Laden, gli americani e i talebani

La storia degli affari tra la famiglia Bush e la famiglia Bin Laden comincia negli anni ’60 in Texas. Mohammad Bin Laden, sceicco saudita diventato miliardario con commesse edili provenienti direttamente dalla famiglia reale comincia a fare investimenti in America.
 
Dopo la morte di Mohammad (incidente aereo) il testimone passa al figlio Salem Bin Laden, fratello maggiore di Osama, che “sbarca” in Texas nel ’73, fondando una compagnia aerea. Compagno di avventure imprenditoriale di Salem è il cognato Khalid bin Mafhouz, proprietario della più grande banca privata del mondo e banchiere della casa reale saudita. L’obiettivo dei due è entrare nei circoli finanziari americani che contano per poter poi condizionare la politica americana agli interessi della dinastia saudita. L’uomo giusto da agganciare per questo progetto è in quegli anni G. Bush senior, petroliere, influente uomo politico, direttore della Cia dal ’76.
 
C’è anche il contatto giusto: si tratta di J.Bath, imprenditore, amico personale di G.Bush junior, agente Cia per i contatti con l’Arabia Saudita , alle dipendenze di Bush senior. L’anno di svolta è il ’78. Bush jr. fonda la Arbusto Energy e i due sauditi, tramite Bath, prestanome di Salem, contribuiscono al capitale iniziale. In seguito Bath procurerà molti affari importanti ai due che entreranno pesantemente nei giri giusti. Gli anni ’80 vedono l’ascesa di tutti questi personaggi. Bush sr. diventa vice presidente nell’81 e presidente nell’88; Bush jr. si da sempre più alla finanza e nonostante le sue società sembrassero sempre a un passo dal fallimento guadagna milioni di dollari , usufruendo di finanziamenti dagli arabie da tutto l’entourage di papà Bush. Salem e Mafhouz si radicano nel tessuto economico americano. Tra l’86 e il ’90 Mafhouz acquisisce il 20% delle azioni Bcci, banca usata come copertura dalla Cia per il riciclaggio del denaro della droga, denaro usato tra le altre cose per finanziare i mujaheddin afghani nella loro guerra contro l’URSS. Tra i consiglieri di tale banca siede tra l’altro Khalifa , sceicco del Bharein.
 
Sempre Mafhouz è tra i finanzatori della “Blessed Relief”, Ong musulmana recentemente accusata di finanziare Osama Bin laden (di cui Mafhouf è cognato).Tutte queste attività portano Mafhouz al 125° posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo secondo Forbes. Nell’87 Mafhouz acquisisce il 17% delle azioni Harken Energy compagnia di Bush Jr.; subito dopo la Harken ottiene una commessa multimiliardaria dal Barhein ( guarda caso) e le azioni volano alle stelle.Nell’88 però Salem muore come il padre in un incidente aereo e nel ’90 il sodalizio Bush _Mafhouz si rompe.
 
Bush jr., prevedendo la crisi del petrolio kuwaitiano e la conseguente guerra del golfo ( fatta dal padre) vende tutte le azioni della Harken finchè il prezzo è ancora alto; quando la Harken fallisce Mafhouz è l’unico che ne paga le conseguenze e lo scandalo travolge anche la Bcci che fallisce. Mafhouz dunque scompare di scena e ripara in Irlanda. Attualmente è ricercato come braccio destro di Osama Bin Laden.
 
Durante la guerra contro l’URSS il giovane Osama combatte al fianco dei mujaheddin; pur essendo antiamericano, sceglie di approfittare del sostegno USA contro l’URSS . Tra il ’90 e il ’91 si rompe il cartello finanziario tra Bush e bin Laden e soprattutto l’America invade il Golfo. Osama si allontana allora dalla casa reale saudita, facendosi promotore degli interessi petroliferi locali. Privato successivamente della cittadinanza saudita, ripara in Sudan, da dove, grazie alle sue immense risorse finanziarie riesce a mettersi a capo di un vasto movimento islamico antiamericano, cresciuto e fanatizzato nel calderone delle guerre civili afghane. Messo in piedi un vero e proprio impero del terrore, si sposta in Afghanistan, dove nel ’96, con la mediazione del Pakistan (qual fatale errore!) conosce il mullah Omar. Mediante un’abilissima operazione politica, supportata dagli aiuti finanziari e militari che bin Laden era in grado di offrire ai talebani, sfila ai pakistani il controllo di ampi settori del regime talebano, rivolgendoli contro l’America. Nel 1998 si sfiora la guerra: bin Laden fa esplodere le ambasciate americane in Africa e l’America risponde con una pioggia di missili sui campi di al-Queda. L’Unocal abbandona il progetto. I tempi per una guerra però non sono ancora maturi. Sono gli anni in cui l’amministrazione Clinton privilegia i Balcani e il Kossovo. Si tenta una negoziazione che sembra aprire uno spiraglio; nel 2000 la Unocal rientra nel progetto, ma è solo uno fuoco di paglia. In seguito il cambio della guardia al governo USA: si insedia al potere l’amministrazione più militarista e connessa con gli interessi petroliferi degli ultimi anni. Dal marzo 2001 ad agosto 2001 l’America offre un ultimatum ai talebani: se ci consegnate Bin Laden (e ci lasciate costruire il gasdotto Unocal, ndr) vi copriremo d’oro, altrimenti vi seppelliremo di bombe.
 

Bibliografia:


Limes, Le Monde Diplomatique, Il Manifesto, la rivista “Scienza e Vita” del marzo ’98,materiale reperito sul sito http://www.italy.indymedia.org, il libro “Afghanistan anno zero” di Giulietto Chiesa & Vauro, il dossier “Nato” a cura della rivista Guerre&Pace che a sua volta riprende fonti da “The Economist” e “International Herald Tribune”, nonché rapporti ufficiali del governo Usa e rapporti della multinazionale petrolifera Unocal

Kissinger, il grande mestatore
tratto da www.nexusitalia.com

da Rinascita del 22 novembre 2001

I guerrafondai? Tutti simpatizzanti dei talebani: così un’analisi dell’Executive Intelligence Review. L’ex segretario di Stato USA Henry Kissinger, autonominatosi portabandiera della guerra mondiale al terrorismo, è un truffatore. Il 31 ottobre ha tenuto un discorso al Center for Policy Studies, il pensatoio londinese della Mont Pelerin Society, dichiarando che la salvaguardia “dell’ordine mondiale” può essere garantita soltanto con la completa distruzione del regime talebano e della rete terroristica Al Qaeda di Osama Bin Laden.        

Kissinger ha elogiato la “special relationship” tra Inghilterra e Stati Uniti di cui si fa promotore il governo di Tony Blair ed ha aggiunto : “La guerra in Afghanistan dev’essere vista come un attacco al più evidente protettore del terrorismo e contro il suo rappresentante più simbolico, Bin Laden”. Secondo Kissinger “non si può accettare un risultato ambiguo: il governo talebano dev’essere eliminato e la rete di Bin Laden dev’essere distrutta senza mezzi termini … Perché se restano ancora in giro, i talebani diventeranno un emblema del fatto che è possibile resistere alla più forte delle nazioni ed ai suoi alleati … Ciò avrebbe un effetto pericoloso su tutti”. Kissinger ha minacciato quelle nazioni che fanno “il minimo ritenuto opportuno” contro l’Afghanistan, come la Siria e l’Iran, dicendo che arriverà il momento in cui “i paesi saranno obbligati a scegliere tra la loro permanenza nella coalizione o impegnarsi in operazioni di sostegno al terrorismo”.

Nella realtà dei fatti, fino solo a qualche tempo fa Kissinger è stato uno dei principali apologeti e sostenitori del regime talebano insieme ad Arnaud de Borchgrave, il direttore del Washington Times del rev. Sun Myung Moon e della United Press International (UPI), oggi anch’egli impegnato a caldeggiare l’obliterazione di Bin Laden e dei tabelani.   

È dimostrato che i collegamenti tra ambienti di potere negli USA e Bin Laden non cessarono all’epoca dei ritiro dell’Unione Sovietica dall’Afghanistan nel 1989, ma che la sponsorizzazione di fatto dei talebani è continuata fino all’estate del 2001.              

Kissinger si è attivamente adoperato a far sì che il regime talebano non finisse sulla lista ufficiale degli sponsor del terrorismo, come riferisce anche il Washington Post del 5 novembre in un articolo di prima pagina, firmato da Mary Pat Plaherty, David Ottaway e James Grimaldi, intitolato “Come l’Afghanistan si è sottratto alla lista degli sponsor del terrorismo”.

Per salvaguardare gli interessi della Unocal, che lo aveva ingaggiato come consulente, Kissinger si sarebbe rivolto al Dipartimento di Stato per chiedere che non fossero imposte sanzioni contro l’Afghanistan, dove la Unocal aveva deciso di costruire un oleodotto, proveniente dall’Asia Centrale, che doveva attraversare I’intero paese. “Per assicurarsi i necessari finanziamenti di enti come la Banca Mondiale, la Unocal aveva bisogno del riconoscimento formale del Dipartimento di Stato al governo talebano in Afghanistan. La Unocal ingaggiò gente di casa al Dipartirmento di Stato: l’ex segretario di Stato Henry Kissinger, l’ex ambasciatore speciale John J. Maresca e l’ex ambasciatore in Pakistan Robert Oakley”, dice tra l’aItro l’articolo del Washington Post.              

Il 12 febbraio 1998 Maresca, in veste di vice presidente dei rapporti internazionali della Unocal,testimoniò alla Sottocommissione Asia e Pacifico del Congresso USA caldeggiando la costruzione dell’oleodotto afgano, che avrebbe tagliato fuori la Russia e l’Iran dall’importante mercato del petrolio e del gas dell’Asia Centrale. Maresca notò che un  oleodotto in Iran era fuori discussione a motivo delle sanzioni USA vigenti, per cui “l’unica opzione che resta è l’oleodotto che attraversa l’Afghanistan”. Disse anche che l’Unocal “non favorisce nessun gruppo” tra le fazioni rivali afgane, ma desidera che gli USA sostengano i talebani riconoscendone il governo. Qualche giorno prima di tale testimonianza la Unocal aveva invitato a Washington una delegazione talebana per incontrare parlamentari ed esponenti del governo.         

Il caso di Borchgrave é ancora più palese. Nel giugno 2001 lui era a Kandahar in Afghanistan, per intervistare il capo talebano Mohammed Omar Akhund. L’intervista, diffusa dalla UPI il 14 giugno, elogiava il leader talebano presentandolo come un eroe rimasto ferito ben cinque volte nella guerra contro l’aggressore sovietico. De Borchgrave presentava Omar come colui che si stava seriamente occupando di mettere Bin Laden sotto controllo, esprimendo rammarico per la mancata collaborazione degli USA che non trasmettevano le prove richieste a carico di Bin Laden, affinché potesse essere processato da un tribunale afgano.        

Dopo l’11 settembre però, Kissinger e de Borchgrave e altri “amici” dei talebani sono diventati i più accesi sostenitori delle operazioni militari in Afghanistan. Il 23 settembre l’UPI ha denunciato l’intero clero islamico pakistano come sostenitore del terrorismo talebano.                  

Nel discorso di Londra, Kissinger si è dimostrato un portavoce di quegli “ambienti canaglia” che si sono alleati all’Inghilterra per condurre gli USA in uno scontro di civiltà. “Non parlo solo per conto dell’amministrazione Bush”, ha infatti detto Kissinger ai suoi 800 ascoltatori, prima di passare a spiegare la sua tesi di fondo secondo cui la pace con l’lslam è impossibile. C’è una differenza fondamentale “che forse soltanto l’Inghilterra e l’America” riescono a capire ha detto Kissinger. Ha poi detto che l’11 settembre ha risvegliato gli americani dall’indifferenza forse di più di quanto non avvenne con Pearl Harbor. “Fino a quel momento il pubblico americano si sarebbe meravigliato a sentir dire che tra gli Stati Uniti e l’Islam vi sono differenze fondamentali … che potesse esistere qualcosa come la guerra tra le civiltà”.

Dopo aver ammesso la sua “impazienza”, di fronte alla lentezza delle operazioni militari, Kissinger ha aggiunto che “se la vittoria in Afghanistan è l’unico scopo … finiremo per scoprire che il terrorismo tornerà a colpire”. Invece, la presa di posizione di un paese di fronte al terrorismo costituirà il modo in cui “ridefinire il sistema internazionale”. Ha detto anche che la politica dell’amministrazione Bush essenzialmente concede ai gruppi palestinesi “di circolare liberamente”.

Oggi Kissinger è un esponente del Defence Policy Board, organismo di consulenza del Pentagono, in cui è stato ammesso dal presidente dell’organismo Richard Perle. Perle a sua volta appartiene alla cosiddetta “cabala di Wolfowitz” composta dai personaggi più impegnati a trasformare la “guerra al terrorismo” nella terza guerra mondiale. Kissinger e Perle caldeggiano l’espansione delle operazioni della “coalizione anti-terrorismo” per estendere simultaneamente le ostilità contro diversi paesi islamici, a cominciare dall’Irak. Sia Perle che Kissinger figurano ai vertici dell’impero massmediale Hollinger Corp, un ente spionistico di fatto, con centro a Londra che pubblica tra l’altro il Daily Telegraph e Jerusalem Post, ed è presieduto dal canadese Konrad Black. Il Telegraph, insieme alle pubblicazioni di Moon, è il portabandiera della propaganda di guerra sui mass media. 


PER CHE COSA SI COMBATTE IN AFGHANISTAN?

di Pierre Gringoire

L’Occidente in Afghanistan non era più così largamente presente dalla spedizione di Alessandro Magno. La parentesi inglese di fine Ottocento non è certo comparabile con l’attuale impegno politico-militare di Enduring Freedom. Può essere utile, nel momento in cui anche un migliaio di Alpini italiani si preparano ad affrontare operazioni militari in quel lontano paese, riflettere su questo fatto.

L’Afghanistan, per quanto distante e sottosviluppato, non è un posto qualunque. E non basta a spiegare la novità di quanto sta accadendo il fatto che di lì debbano passare le nuove pipelines petrolifere progettate dalla Unocal americana. Una visione strategica imperniata solo sugli interessi petroliferi americani nella regione, per quanto determinanti, è certamente riduttiva.

Il fatto più serio è che, per la prima volta nella storia mondiale, l’Occidente anglosassone si va installando nell’area che da sud-est degli Urali si estende a sud fino all’Iran e all’Oceano Indiano:  un’area descritta già nel lontano 1904 dal geopolitico inglese sir Halford Mackinder come lo Hearthland o la Pivot Area,“zona cardine” ai fini del controllo anzitutto del blocco continentale terrestre euro-asiatico e poi anche del resto del mondo – soprattutto per quella potenza che, come oggi avviene per gli Usa, detenesse il controllo mondiale degli Oceani.

Non possiamo infatti dimenticare che le operazioni in Afghanistan seguono il consolidarsi di rapporti politico-militari diretti fra gli Stati Uniti d’America e le repubbliche musulmane a nord dell’Afghanistan stesso, che, dopo la fine dell’URSS, si aggiungono a quelli, seppur spesso difficili, con il Pakistan. Ora gli Usa occupano le basi ex sovietiche di Sherabad e Sherisq in Uzbekistan, di Manas in Kirghizistan, oltre alla base area presso Baku in Azerbaigian.

La Pivot Area ha visto dunque negli ultimi anni, ben prima dei fatti dell’11 settembre, svilupparsi una penetrazione diretta da parte statunitense.

Questa situazione appare ancora più determinante per il futuro perché oggi quest’area, diversamente da come poteva apparire a Mackinder nei primi anni del XX secolo, è anche punto di incontro degli interessi strategici di Russia, Cina ed India – cioè di quei “centri principali di potere globale” come li definisce Bush nel recentissimo documento ufficiale della Casa Bianca (The National Security Strategy of the USA, the White House, settembre 2002, documento scaricabile dal sito http://www.whitehouse.gov/nsc/nss.html), ancora in grado di competere, almeno a livello regionale, con gli Stati Uniti.

Tutte e tre queste potenze però, a diversi gradi di intensità e di complessità, attraversano momenti critici: perso da un decennio il ruolo di competitore ideologico mondiale del sistema capitalistico, dissoltasi la sua area di influenza e controllo nell’Est europeo, la Russia permane in una condizione di crisi sia sul piano politico-economico (negli ultimi dieci anni il PIL russo si è dimezzato) che della sua sicurezza, minacciata proprio dall’elemento islamico radicato sia nelle aree ad est del Mar Caspio che nell’area petrolifera caucasica (conflitto in Cecenia).

La Cina, per quanto abbia sicuramente superato meglio della Russia la transizione post-comunista, dovrà misurarsi nei prossimi anni con le conseguenze socio-politiche del proprio stesso forte sviluppo economico e del nuovo più alto profilo come potenza con aspirazioni egemoniche in Asia.

L’India, dilaniata dal confronto storico fra musulmani e induisti, in bilico fra sviluppo e crisi sociale conseguente ai processi di globalizzazione, rimane stretta fra le contemporanee tensioni territoriali, religiose e politiche con Cina e Pakistan.

Per tutte e tre queste potenze – la diretta presenza angloamericana nel cuore del mondo asiatico, al centro del pericoloso incrocio dei loro confini, rappresenta un elemento inedito e per molti versi preoccupante, in grado di destabilizzare equilibri che hanno faticosamente e non sempre pacificamente resistito a mezzo secolo di dopoguerra.

Come se non bastasse, questo crocevia centro asiatico di potenze globali è anche il crocevia delle aree religiose mondiali cristiano-orientale, islamico, induista e confuciano ed è anche il più potente punto di concentrazione mondiale di armamenti nucleari, di cui sono dotati sia la Russia, che la Cina, l’India ed il Pakistan, oltre ovviamente agli stessi Stati Uniti.

Rispetto poi alla situazione cui si fa in genere riferimento, il Grande Gioco russo-britannico di fine Ottocento per il controllo del cardine afgano, oggi si dimentica un ulteriore elemento di straordinario rilievo: il fatto cioè che, diversamente da allora, l’Occidente atlantico conta nella regione sulla presenza dello Stato di Israele che, nel conflitto causato dall’occupazione della Palestina, si è imposto come una potenza militare senza confronti nell’area, a maggior ragione da quando ha concluso un accordo politico economico militare con la Turchia (fino a quel momento tradizionalmente ostile), che ha in qualche modo completato il solido sbarramento filo-occidentale a ovest dell’area mediorientale.

Se si considera la capacità di proiezione navale mondiale anglosassone, oramai inavvicinabile da alcun altro Stato neanche su aree oceaniche circoscritte, ci si accorge che di fatto la presenza in Afghanistan dell’Occidente completa per la prima volta nella storia una sorta di accerchiamento del continente asiatico da parte anglosassone.

Occorre infatti tenere ben presente che gli Stati Uniti sono storicamente in primo luogo una potenza asiatica, per il ruolo strategico determinante che svolgono nell’Oceano Pacifico, almeno da quando dispongono delle basi aeronavali nelle isole Hawai e che, sempre nel Pacifico, l’Australia ha da sempre fiancheggiato le strategie economiche, politiche e militari anglosassoni.

Ne consegue che sia India che Cina che Russia (in quanto potenza anche asiatica) possono percepire l’azione in Afghanistan con ancora più forte preoccupazione, al di là delle dichiarazioni di solidarietà e adesione alla lotta contro il “terrorismo” mondiale, per i rispettivi ruoli in Asia.

Mentre, a causa del ruolo di Israele, la medesima percezione di accerchiamento è certo presente anche nei Paesi arabi del Medio Oriente e in tutta quella fascia di  religione islamica che dal Medio Oriente si spinge fino all’Indonesia ed al sud est asiatico.

Né si deve pensare che tale situazione nasca a seguito della reazione statunitense ai fatti dell’11 settembre 2001: la storia recente dimostra che l’attuale intervento diretto in Afghanistan non è un puro atto difensivo, bensì il risultato di una strategia di lungo periodo che gli Stati Uniti perseguono lucidamente almeno dalla fine degli anni Settanta, a partire cioè dalla caduta dello shah Reza Pahlevi in Iran (1978). Senza dimenticare che gli ascendenti di tale strategia sono presenti in realtà fino dalla progettazione anglo-americana del futuro assetto postbellico, nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Molti sono infatti gli elementi che rivelano che gli Stati Uniti hanno lucidamente utilizzato il potenziale islamista per dare il colpo di grazia decisivo alla potenza russa comunista, approfittando del critico momento di passaggio che l’Urss iniziò ad affrontare nell’era post-brezhneviana, quando si manifestavano cioè le prime esigenze di una revisione profonda dell’assetto sovietico – oggettivamente non più in grado di sostenere in termini di efficienza politico-economica il ruolo di grande potenza mondiale dell’Unione sovietica.

Non è oramai evidente solo il fatto che gli Usa abbiano utilizzato spregiudicatamente i mujahiddin islamici, addestrandoli armandoli finanziandoli come freedom fighters (combattenti della libertà, secondo la definizione del presidente Reagan) dopo l’invasione russa in Afghanistan (dicembre 1979): molti sono gli elementi che fanno ritenere che questa stessa invasione sia stata scientemente provocata prima e diplomaticamente avallata durante, proprio nella consapevolezza di aprire non solo una crisi decisiva nel regime sovietico ma anche uno spazio alla penetrazione nell’intera Pivot Area mondiale.

“Zbigniew Brzezinski, segretario alla Sicurezza nazionale dell’amministrazione Carter, si è addirittura felicitato della «trappola» tesa ai sovietici nel 1978, manovrando gli attacchi dei mujahiddin (organizzati armati e addestrati dalla Cia) contro il regime di Kabul: una manovra che ha spinto alla fine dell’anno successivo i sovietici a invadere il territorio afgano” (N. Chomsky, “Terrorismo, l’arma dei potenti”, Le monde diplomatique/il Manifesto, dicembre 2001).

Dalle famigerate carte dell’archivista del KGB Vasily Mitrokhin, ora raccolte nell’ambizioso Cold War International History Project (CWIHP) del Woodrow Wilson International Center dello Smithsonian Institute di Washington, emergerebbero infatti elementi decisivi per far ritenere che il KGB (e in esso il futuro premier russo Yuri Andropov) fu spinto da agenti americani alla decisione di invadere l’Afghanistan, facendo appunto scattare quella trappola.

Così come è oramai di pubblico dominio il fatto che gli Stati Uniti abbiano presentato, tra luglio e agosto 2001, una sorta di ultimatum al regime talebano, nel quale si minacciava un intervento militare diretto, dopo il fallimento di trattative svoltesi fin dai primi mesi del 2001: prima dunque che, a fornire motivi internazionalmente più che sufficienti ad avviare l’intervento militare in Afghanistan, sopravvenisse l’attentato dell’11 settembre (Brisard – Dasquié, Bin Laden, la verité interdite, Denoël ed., 2002).

Sarebbe opportuno che in Europa questi fatti divenissero subito, prima cioè che tutto si trasferisca sul piano militare, argomento di discussione pubblica, superando le superficiali semplificazioni di quella informazione di largo consumo che sta ormai riducendosi, sui mass media, a pura propaganda bellica.

Sarebbe necessario cioè che gli europei aprissero un dibattito sul fatto che gli interessi dei Paesi dell’Unione Europea coincidano davvero con la spinta decisiva che l’amministrazione Bush sta dando alla acquisizione del controllo diretto sulla Pivot Area mondiale da parte anglosassone – nella quale a pieno titolo si inserirà la futura guerra in Iraq, con tutte le ulteriori incognite che essa può comportare.

Per quanto poi specificamente riguarda l’Italia, le domande sono ancora più complesse e le risposte determinanti: la posizione italiana, infatti, di connessione fra le due sponde del Mediterraneo (quella europea e quella nordafricana), per un verso, e, per l’altro, di fronteggiamento dell’area balcanica, dove mondo europeo, mondo slavo e musulmano si incontrano almeno da mezzo millennio – esige una visione lucida dei rischi che comporterà un ancor più marcato appiattirsi del profilo italiano sulla politica di potenza anglosassone.

Con tale appiattimento, infatti, rischia di chiudersi per molto tempo ogni possibilità di dialogo e di costruttiva interazione con queste due aree, strategiche per il futuro dell’intera Unione Europea e per il ruolo italiano in essa.

Bisognerà pure decidersi anche a valutare, appieno e pubblicamente, se la grande strategia imperiale anglosassone di accerchiamento dell’area eurasiatica non contenga in definitiva, per di più nel momento in cui gli Usa attraversano una gravissima crisi economica e sociale, seri elementi di minaccia anche per il futuro sviluppo dell’Europa – con il cui processo di unificazione, a breve termine, quella spregiudicata strategia andrà inevitabilmente a collidere.

La risposta a queste domande è un dovere, almeno nei confronti di quei soldati europei che stiamo inviando in Oriente: rischiano e rischieranno la loro vita per difendere la libertà di tutti o per portare a compimento una strategia di dominio mondiale, perseguita da tempo dalle élites anglosassoni?


BRIDAS – UNOCAL : UNO SCONTRO DENTRO IL “NUOVO GRANDE GIOCO”

di Emanuela Bonchino



Carlos Bulgheroni e’ il presidente di una piccola compagnia petrolifera argentina che si chiama Bridas. E’ un uomo affascinante, erudito, un industriale filosofo, capace di andare per le strade polverose di Kandahar per trattare con i mullah, indossando un impeccabile blazer blu dai bottoni dorati, una cravatta di seta gialla e morbidi mocassini italiani come se si trovasse in una normale riunione d‘affari a New York o Buenos Aires . Bulgheroni e’ figlio di immigrati italiani e suo padre, Alejandro Angel, aveva creato Bridas nel 1948, Carlos è soprattutto un uomo posseduto da un’idea. Tra il 1995 e il 1996 abbandona la sua impresa in Sudamerica e per nove mesi vola con il suo jet da un signore della guerra all’altro in Afghanistan e a Islamabad, Ashkabad, Mosca e Washington, per convincerli che il suo progetto di una pipeline per portare ai mercati asiatici il gas e il petrolio del Turkmenistan è una possibilità realistica e anche un buon affare. 

Dal 1994 la compagnia petrolifera argentina negoziava in segreto con i talebani e con i loro nemici dell’Alleanza del nord per costruire un gasdotto attraverso l’Afganistan. Bulgheroni è stato il primo contatto dei talebani con il mondo delle politiche petrolifere e li fa entrare nel “nuovo Grande Gioco”, che si apre sullo scenario dell’Asia centrale.

Da diversi anni Bridas fa affari in questa regione: nel 1991 è la prima compagnia occidentale che rischia, offrendo dei contratti al Turkmenistan. Ma sulla strada dell’Afghanistan incontra un gigante dell’industria petrolifera: la Unocal, una delle maggiori company statunitensi, anche lei interessata al grande affare degli idrocarburi dell’Asia centrale.

Le strategie di Bridas e Unocal per penetrare in Afghanistan erano pero’ molto diverse.
“Bridas è una piccola società a conduzione familiare – racconta Ahmed Rashid nel suo libro ‘Talebani, Islam, petrolio e il grande gioco in Asia centrale’ – i cui dirigenti, allevati secondo la tradizione europea, sono interessati alla politica, alla cultura, alla storia e alle relazioni personali dei luoghi e delle persone con cui vanno a trattare. Vanno a esplorare i legami etnici, tribali e familiari dei leader che si preparano a incontrare. Unocal, invece, è una grande multinazionale che assume i dirigenti perché gestiscano un business petrolifero globale”. Uomini, spesso legati a filo doppio al governo di Washington, interessati al loro lavoro più che all’ambiente politico in cui si trovano”. 

“Se i dirigenti di Bridas – racconta sempre Rashid – passano ore a sorseggiare tè nel deserto con gli uomini delle tribù afghane, mentre esplorano le possibili rotte, quelli di Unocal vanno avanti e indietro in elicottero e danno per scontato quello che gli viene detto dai signori della guerra afghani notoriamente capricciosi. Gli afghani hanno imparato da tempo l’arte di dire all’interlocutore quello che vuole sentirsi dire per poi affermare esattamente il contrario all’ospite successivo”. 
Inoltre le informazioni in base alle quali si muove Unocal sono quelle che gli passano i servizi segreti pakistani ( Isi) e l’ambasciata statunitense a Islamabad, ovvero la CIA. 
C’è un’altra differenza che svantaggia Unocal e avvantaggia Bridas. La compagnia americana è costretta a osservare una politica che non si discosta dalla linea di Washington, fa pressione sui Talebani su quello che dovrebbero fare, su come dovrebbero comportarsi. Bridas invece non pone simili costrizioni. Ai dirigenti argentini non importa poi se il governo dei Talebani non è riconosciuto da nessuno stato. 

In realtà è stata proprio Bridas a portare Unocal in Afganistan. “Nel 1996 Bulgheroni riferisce al premier pakistano Bhutto e a Nyazov che “gli accordi con i signori della guerra sono stati raggiunti e firmati e questo ci assicura il diritto di procedere”. Nello stesso mese Bulgheroni firma un accordo di trent’anni con il governo afghano, poi si reca dal presidente Burhanuddin Rabbani per trattare la costruzione e la messa in esercizio di una gasdotto di Bridas tramite un consorzio internazionale. Bridas avvia le trattative con altre compagnie petrolifere inclusa Unocal, la dodicesima compagnia petrolifera degli Stati Uniti che ha maturato una considerevole esperienza in Asia e ha interessi in Pakistan sin dal 1976. Funzionari turkmeni si incontrano per la prima volta con Unocal a Houston, nell’aprile 1995, su invito di Bridas”. 

E’ a questo punto che il presidente turkmeno Nyazov stravolge il gioco con un voltafaccia che lascia senza parole i dirigenti della compagnia argentina. 
Ma andiamo con ordine. Nel settembre 1994 Nyazov è convinto dai suoi consiglieri che Bridas stia sfruttando il Turkmenistan e blocca le esportazioni di petrolio da Keimir, chiedendo di rinegoziare i suoi contratti con la società. Bulgheroni acconsente, accettando di ridurre i suoi profitti dal 75 al 65 per cento. Entro il gennaio 1995 la questione dunque sembra risolta. Nello stesso anno Bridas trova l’oro: un altro vasto terreno metanifero a Yashlar ( dove già operava con un contratto del 50 e 50 per cento con Nyazov), con riserve di gas stimate più del doppio di quelle totali del Pakistan. Il presidente turkmeno lungi dal celebrare l’evento torna all’attacco, chiedendo ancora una volta di rinegoziare i contratti di Yashlar e Keimir . Bridas non ci sta, ricorda a Nyazov che deve rispettare i contratti, ma il presidente si mostra poco interessato alle leggi internazionali. “Ma ci sono altre ragioni che lo spingono a imporre un giro di vite – afferma Rashid – Unocal, infatti, propone la costruzione di un proprio gasdotto, utilizzando i giacimenti esistenti a Daulatabad in Turkmenistan. I profitti di questa impresa sarebbero finiti tutti in Turkmenistan. Nyazov capisce che Unocal potrebbe diventare lo strumento per impegnare in Turkmenistan, insieme all’importante compagnia statunitense, anche l’amministrazione Clinton”. E Nyazov ha bisogno degli americani, mentre gli americani hanno bisogno di sostenerlo per evitare che si ritrovi nell’orbita dell’Iran.

Per questo Nyazov si reca all’Onu e, a New York, convoca Bridas e Unocal. Qui il 25 ottobre 1995, di fronte agli sbalorditi dirigenti di Bridas, Nyazov sigla un accordo con Unocal e con il so partner saudita, la Delta Oil Company, per la costruzione di un gasdotto attraverso l’Afghanistan. Unocal, propone un gasdotto da Daulatabad fino al Pakistan centrale. Crea il consorzio CentGas (1997), con una partecipazione al 70%, dando il 15% a Delta, il dieci a Gazprom ( Russia) e il cinque a Turkmenrosgaz (Turchia). Unocal firma anche un secondo accordo, il Central Asian Pipeline Project ( Caopp) che prevede un oleodotto di 1690 km da Chardzhou in Turkmenistan fino alla costa pakistana, un oleodotto a cui avrebbero poi potuto collegarsi gli antichi oleodotti risalenti all’era sovietica. 

Bulgheroni si infuria e nel febbraio 1996 cita in giudizio Unocal e Delta davanti alla corte di Fort Bend in Texas, chiedendo 15 miliardi di dollari di danni, accusando di ” subdola interferenza nella prospettiva di relazioni di affari”, di cospirazione civile contro Bridas e in sostanza di averle rubato l’idea. L’azione legale, com’era prevedibile, verrà respinta il 5 ottobre 1998, con la motivazione che la disputa è governata dalle leggi del Turkmenistan e dell’Afghanistan e non da quelle del Texas. 

Bridas però non si arrende. Continua a trattare coi Talebani, anzi ne invita una delegazione in Argentina per un tour nei suoi uffici. La stessa cosa fa Unocal a Washington.
Inizia un grande corteggiamento dei Talebani da parte delle due compagnie petrolifere. Ma, mentre Unocal è disposta a iniziare i lavori solo quando si raggiungerà la stabilizzazione in Afghanistan, Bulgheroni si incontra coi leader Talebani a Kabul e dice che Bridas è interessata a iniziare il lavoro in qualsiasi condizione di sicurezza. Promette inoltre di aiutare gli afgani a costruire strade e a rimettere in sesto l’industria. Ai Talebani piacciono le proposte degli argentini, e soprattutto apprezzano il fatto che fanno poche domande ed evitano di imporre codici morali tesi ad ammorbidire il loro fondamentalismo. Il 28 agosto del 1997 i Talebani annunciano che la Bridas ha offerto per la pipeline condizioni migliori della Unocal e firmeranno presto un contratto con loro. Ma la Unocal resta in gara. Il 5 settembre Bridas vende il 60% delle sue operazioni in America Latina al gigante petrolifero americano Amoco, confidando nella possibilità che ciò possa influenzare Nyazov a scongelare le proprietà di Bridas bloccate in Turkmenistan. 

Nel 1998 tutto cambia per la Unocal. Le femministe americane, che hanno un peso elettorale enorme per i democratici, spingono perché il governo di Clinton prenda una posizione netta contro i Talebani, che calpestano i diritti umani delle donne in Afghanistan. Così il 3 marzo Marty Miller della Unocal ad Ashkhabad è costretto a dichiarare sospeso a tempo indeterminato il progetto della Unocal, perché non finanziabile finché dura la guerra in Afghanistan. E quando anche gli azionisti contestano i piani della compagnia petrolifera americana nella regione a causa delle violazioni dei diritti civili attuate dai Talebani, la Unocal ritira il proprio personale sa Islamabad e Kandahar. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno incriminato ufficialmente Osama bin Laden di terrorismo, dopo gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania. Clinton fa lanciare 75 missili Cruise contro Jalalabad e i campi di addestramento di al Qaeda. I rapporti fra Unocal e Talebani entrano in crisi. La Unocal si ritira dal consorzio CentGas, adducendo a motivo i bassi prezzi del petrolio. Chiude le sue sedi in Uzbekistan, Turkmenistan e Kazakistan. 

Una fase del “nuovo Grande Gioco” si è ormai conclusa.


 Gli interessi in Afghanistan 

di Alessandra Libutti

E’ il 1979 quando l’armata rossa invade l’Afghanistan dando inizio ad una guerra che si protrarrà per 10 anni e il cui peso umano, economico e politico segnerà per sempre la fine dell’impero sovietico e il termine della guerra fredda. Da questo fatto in sé è possibile capire come esso rappresenti un pezzo basilare della scacchiera sulla quale si sono giocati gli equilibri del mondo degli ultimi vent’anni.

Ma perché proprio questo Paese montano, povero, tecnologicamente arretrato è stato ed è ancora oggi più che mai fondamentale per il futuro del mondo?

Geograficamente l’Afghanistan rappresenta uno snodo cruciale: a cavallo tra medio oriente, oriente ed ex Unione sovietica è sempre stato strategicamente vitale. Eppure, di per sé questo spiega solo relativamente gli eventi.

Grazie ad alcune interessanti analisi, siamo in grado di tracciare un panorama complesso, in cui gli interessi e i giochi politici ed economici in ballo hanno avuto ed hanno tutt’ora un peso determinante.

Nel suo saggio “Unholy Wars: Afghanistan, America and International Terrorism”, il giornalista americano della ABC, John Cooley, spiega il modo in cui la CIA operò, sotto la direzione di William Casey, capo dell’agenzia durante l’amministrazione Reagan, per supportare il movimento dei Mojahedin (operazioni proseguite successivamente dall’amministrazione Bush-padre, anch’egli ex capo della CIA) servendosi di figure carismatiche islamiche e instaurando inoltre un sistema di autofinanziamento in grado di garantire una forza economica alle truppe ribelli.

Secondo Alain Labrousse (direttore dell’Observatoire Geopolitique Des Drogues), nel suo saggio “Uncle Sam’s Junk”, fu quello della droga il mercato che sovvenzionò i ribelli. All’indomani dell’invasione sovietica infatti, la maggior parte delle piantagioni d’oppio controllate dai Mojahedin erano state abbandonate a seguito degli scontri rendendo impossibile ai ribelli l’acquisto di armi. Questo finché la CIA, con il supporto dei servizio segreti pakistani, appoggiò la creazione di centinaia di laboratori, destinati alla produzione di eroina lungo la linea del confine tra l’Afghanistan ed il Pakistan. Responsabili del monopolio erano i leader dei due gruppi di Mojahedin più fondamentalisti, Gulbuddin Hekmatayar e Osama Bin Laden., entrambe reclutati dalla CIA all’indomani dell’invasione sovietica e rappresentanti il trait-d’union tra i servizi segreti americani, pakistani e i Mojahedin.

Secondo John Cooley essi furono addestrati dalla CIA in Virginia, a Camp Peary – conosciuto anche come “The Farm” (“la fattoria”) – in tecniche di spionaggio e sabotaggio.

Grazie a questa operazione, la produzione annua di eroina in Afghanistan tra il 1979 e il 1989 passò dalle 400 alle 1500 tonnellate e i Mojahedin poterono contare su una risorsa economica non indifferente, tanto che quando, in anni recenti, le autorità americane accusarono i Taliban di autofinanziarsi attraverso il mercato dell’eroina, essi risposero di aver semplicemente rilevato il network creato dalla CIA. Inoltre, l’addestramento dei ribelli si sarebbe rivelato, negli anni a venire, un vero e proprio boomerang.

Lo sforzo della CIA nel sovvenzionare i Mojahedin contro l’Unione Sovietica, e gli errori di valutazione nel soppesare le proprie alleanze, spiegano però solo in parte la natura degli interessi in ballo. Se è vero che da un lato costringere l’URSS ad una guerra infinita era un modo per annientare definitivamente la ormai già moribonda economia comunista, è anche vero, secondo il giornalista Michael Griffin (“Reaping the Whirlwind: the Taliban Movement in Afghanistan”) che la vera guerra traeva le sue radici nel tentativo del controllo dell’energia in tutta l’Asia centrale.

Secondo Griffin, la possibilità di far passare attraverso l’Afghanistan un oleodotto che mettesse in comunicazione il medio oriente all’India, sarebbe infatti equivalsa al controllo totale dei prezzi dell’energia di gran parte dell’Asia.

Ed è qui che troviamo un altro interessante elemento del puzzle: la compagnia petrolifera Unocal.

Con oleodotti in Thailandia. Indonesia, Azerbaijan e Congo, Unocal è una delle compagnie petrolifere più importanti del mondo e, secondo Griffin, “estremamente vicina alla famiglia Bush”.

Tra il 1989 e il 1996, anno dell’ascesa al potere dei Taliban, la guerra civile tra le varie fazioni dei Mojahedin fu terreno poco fertile per le trattative commerciali. A parere di Griffin, la posizione dell’amministrazione Clinton verso i Taliban fu estremamente docile proprio al fine di poter raggiungere con essi un accordo su un eventuale oleodotto. Infatti, è proprio la fine della guerra civile e la speranza di un riconoscimento ufficiale di un governo entro tempi brevi, a dare il via libera alla Unocal.

In un comunicato del 27 ottobre 1997 (http://www.unocal.com/uclnews/97news/102797a.htm), la Unocal annunciava infatti il progetto della costruzione di un oleodotto tra il Turkmenistan e l’India attraverso l’Afghanistan ad opera di un consorzio di sei compagnie composto per il 46,5% dalla Unocal, il 15% dalla saudita Delta Oil Company, il 7% dal governo del Turkmenistan più altre compagnie giapponesi, Koreane e pakistane. L’oleodotto, secondo John Maresca, vice-presidente della Unocal, sarebbe stato “la nuova via della seta… il corridoio commerciale tra medio oriente ed Asia”.

Tutto sembrava andare per il verso giusto finché improvvisamente, poco più di un anno dopo, il 4 dicembre del 1998, sempre la Unocal, annunciava di ritirarsi definitivamente dal progetto.

Scorrendo il comunicato ufficiale (http://www.unocal.com/uclnews/98news/centgas.htm), scopriamo che le motivazioni addotte dalla compagnia riguardano motivi umanitari, primo tra i quali il maltrattamento delle donne da parte dei Taliban. In realtà, la natura etica del ritiro è stata forzata alla Unocal dal mancato riconoscimento ufficiale del governo dei Taliban da parte dell’amministrazione Clinton a causa delle pressioni di organizzazioni femministe e umanitarie. Infatti, la legge americana impedisce ad Unocal di firmare un contratto con un governo non ufficialmente riconosciuto.

Jan Goodwin in “Buried Alive. Afghan Women Under the Taliban” (http://www.cbc.ca/news/indepth/background/taliban.html) riporta che l’amministrazione Clinton, proprio per via delle pressioni dei gruppi femministi, aveva imposto ai Taliban una serie di condizioni per il riconoscimento del loro governo, primo tra tutti il diritto all’istruzione e al lavoro da parte delle donne. Il rifiuto da parte dei Taliban di sottostare alle condizioni conseguì il mancato riconoscimento del governo ed il naufragio del progetto della Unocal.

E’ a questo punto che diviene chiaro che i Taliban sono governanti economicamente scomodi all’America. Per la Unocal, come le altre compagnie americane, è legalmente impossibile firmare trattative con governi non ufficialmente riconosciuti né, viste le posizioni estreme dei Taliban, è possibile che il loro governo possa essere riconosciuto.

Quando nel ’98 avvengono però gli attacchi terroristici alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania da parte dell’organizzazione di Bin Laden ed egli si rifugia proprio in Afghanistan, l’amministrazione Clinton ha finalmente l’occasione per poter attaccare militarmente il Paese e cercare di sbarazzarsi dei Taliban. L’operazione però fallisce lasciando a George W. Bush il “problema Afghanistan” ancora tutto da risolvere.

Secondo Michael Griffin (il cui saggio precede di diversi mesi gli eventi di questi giorni), le strette connessioni tra la famiglia Bush e la Unocal renderanno assai difficile svelare i retroscena della politica estera americana in Afghanistan.

LINKS :

Speciale_attacco_agli Usa

(19 settembre 2001)


Dal Manifesto

Sotto il corridoio afghano
L’importanza strategica del gas-oleodotto che dovrebbe andare dal Caspio al Pakistan. E dell’accordo
tra imprese che ha escluso l’Unocal, importante compagnia petrolifera degli Stati uniti. Lo scacco
energetico è una delle ragioni della guerra in Afghanistan
MANLIO DINUCCI

Il progetto del “corridoio” energetico afghano, su cui ieri il manifesto ha pubblicato un importante documento, è uno dei principali motivi della guerra in Afghanistan. Eccome una ricostruzione cronologica.
Nel luglio 1997, subito dopo la conquista di Kabul (25 settembre 1996), i talebani firmano un memorandum d’intesa con Pakistan, Turkmenistan e Uzbekistan per la costruzione di un gasdotto che, attraversando l’Afghanistan, dovrebbe portare fino in Pakistan il gas naturale del Caspio. Si incomincia anche a progettare un oleodotto Caspio-Pakistan che, per un ampio tratto, dovrebbe seguire lo stesso “corridoio” del gasdotto.
Il 27 ottobre 1997: sette compagnie petrolifere e il governo del Turkmenistan costituiscono il consorzio Central Asia Gas Pipeline Ltd. (Centgas), che presenta il progetto di un gasdotto di 1.464 km Turkmenistan-Pakistan via Afghanistan, estendibile per altri 750 km fino in India. A capo del consorzio è la compagnia statunitense Unocal. Le altre sono la saudita Delta Oil, la pakistana Crescent Group, la russa Gazprom, la sudcoreana Hyundai Engineering Construction Company, le giapponesi Inpex e Itochu. Ecco che il gasdotto, con una capacità annua di 20 miliardi di metri cubi, potrebbe essere costruito in 2-3 anni. Vi è però un problema: una compagnia concorrente, l’argentina Bridas, dichiara il 4 novembre di essere vicina a un accordo con i talebani afghani per la costruzione del gasdotto.
E il 25 novembre 1997: il vicepresidente esecutivo della Unocal, Bob Todor, sottolinea l’importanza strategica del “corridoio” afghano per raggiungere l’Asia, “il mercato in più rapida crescita per il gas e petrolio del Caspio”. Il “corridoio” cinese è troppo lungo è costoso (e non gradito a Washington), quello iraniano è impraticabile per il divieto Usa.
Siamo al 5 dicembre 1997 quando una delegazione ad alto livello del regime talebano viene invitata negli Stati uniti per colloqui con la Unocal, che la ospita per diversi giorni nel suo quartier generale di Sugarland in Texas. Nello stesso periodo la Unocal apre un suo ufficio di rappresentanza a Kandahar, già base meridionale dei talebani prima della conquista di Kabul.
E’ il gennaio 1998, e i talebani annunciano di aver scelto, per la realizzazione del gasdotto attraverso l’Afghanistan, il consorzio con a capo la Unocal, e firmano l’accordo.
Tutto si tiene ancora nel giugno 1998: dopo che la russa Gazprom ha ceduto la sua quota del 10% nel Centgas, la Unocal e la Delta Oil acquistano il pieno controllo del consorzio con l’85% del pacchetto azionario. A questo punto, però, qualcosa si incrina nell’alleanza Usa-Arabia saudita. Washington non si fida più del regime talebano, sia per le sue crescenti tendenze anti-Usa, sia perché lo ritiene inaffidabile per il controllo del decisivo “corridoio” afghano. L’Arabia saudita, che per anni (d’accordo con Washigton) ha finanziato i talebani in funzione anti-russa e anti-iraniana, invece vuole continuare a sostenerli. Il governo saudita, quello pakistano e gli Emirati arabi sono gli unici paesi al mondo a riconoscere ufficialmente il governo talebano.
Così, il 20 agosto 1998, gli Usa lanciano il primo attacco aereo in Afghanistan contro sospette roccaforti del sospetto terrorista Osama bin Laden. Naturalmente, il 21 agosto 1998, il giorno dopo l’attacco aereo, la Unocal annuncia di sospendere la sua attività per la realizzazione del gasdotto, dichiarando che la riprenderà solo “quando l’Afghanistan conseguirà la stabilità necessaria a ottenere finanziamenti al progetto del gasdotto dalle principali agenzie internazionali”. E l’8 dicembre 1998 la Unocal annuncia anche il suo ritiro dal consorzio Centgas. Fatto rilevante, alla guida del Centgas subentra, al posto della Unocal statunitense, la Delta Oil saudita. Tutto bloccato dunque? No, perché nell’aprile 1999 Afghanistan, Pakistan e Turkmenistan annunciano di essersi accordati per riattivare il progetto del gasdotto e chiedono al consorzio Centgas, ora diretto dalla Delta Oil saudita, di procedere alla sua realizzazione. A questo punto gli Usa si vedono sfuggire di mano il controllo del “corridoio” afghano e, con esso, la possibilità di controllare l’approvvigionamento energetico dell’Asia con il gas e petrolio del Caspio. Si vedono scavalcati dal loro più importante alleato nella regione, l’Arabia saudita, che riattiva il progetto del gasdotto (cui dovrebbe seguire quello dell’oleodotto) per realizzarlo e gestirlo senza gli Usa, d’accordo con i talebani, a loro volta d’accordo con il fuoriuscito saudita bin Laden. Bin Laden a parte, quel che si prospetta concretamente è la possibilità che si costituisca una coalizione di paesi in grado di sfidare gli Stati uniti, sottraendo loro il controllo delle fonti energetiche da cui anche gli Usa dipendono in misura crescente. Si verifica, in altre parole, la situazione prevista nel documento strategico pubblicato dal Pentagono il 30 settembre (il manifesto, 10 ottobre 2001), cioè “la possibilità che potenze regionali sviluppino capacità sufficienti a minacciare la stabilità di regioni cruciali per gli interessi statunitensi, la possibilità che emerga in Asia un rivale militare con una formidabile base di risorse” (Quadrennial Defense Review, 30 settembre 2001). La risposta non può che essere quella indicata nello stesso documento del Pentagono: usare “le forze armate, il cui scopo è proteggere e promuovere gli interessi nazionali degli Stati uniti”, per “cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati”.


Il petrolio centroasiatico, una chiave di lettura  del conflitto
di Domenico Walter Izzo

TUTTE LE NOTIZIE SULL’OPERAZIONE MILITARE DA RAI NEWS 24
Il petrolio centroasiatico, una chiave di lettura del conflitto

Le indagini sul terrorismo fondamentalista bloccate e il vice direttore dell’FBI che, da buon irlandese, sbatte la porta e si dimette. Gli emissari dei Talebani, accolti amichevolmente a Washington, con la mediazione della
nipote dell’ex direttore della Cia; e ancora il vicepresidente di una grande compagnia petrolifera che disegna in un audizione al Congresso la strategia Usa per l’Asia centrale e l’Afghanistan in particolare; un plenipotenziario
statunitense che dice, chiaro e tondo, ai Talebani di scegliere tra l’oro e il piombo. Sono solo alcune delle mosse giocate negli ultimi anni sulla grande ed impervia scacchiera dell’Asia centrale.

La chiave per il petrolio dell’Asia centrale documenti Al centro della partita ci sono due lunghi serpenti d’acciaio. Per adesso ancora solo sulla carta, ma dovrebbero tagliare in due l’Afghanistan. In uno, viaggeranno ogni giorno un milione di barili di greggio proveniente dai giacimenti dell’ex URSS, nel secondo correrà il gas che sgorga dai giacimenti di Dauletabad in Turkmenistan. Due arterie strategiche per rendere accessibile alle grandi compagnie petrolifere americane le immense riserve di idrocarburi dell’Asia centrale. 


Il 65% delle riserve mondiali Per dare solo un’idea della proporzione della posta in gioco, basta ricordare che la stima delle riserve del Caspio è di circa 263mila miliardi di piedi cubici di gas naturale e di 60 miliardi di barili di petrolio, pari al 65% delle riserve mondiali. Un tesoro immenso che ha un solo handicap: la distanza dai mercati. La soluzione? Ecco cosa propone John J. Maresca, vicepresidente delle relazioni internazionali di Unocal Corporation, una delle principali compagnie mondiali nel campo delle risorse energetiche e dei progetti. La Unocal farà parte del consorzio Cent-Gas, fino alla fine del 1998, quando sarà costretta, dalle pressioni dell’opinione pubblica americana, ad uscire ufficialmente dalla struttura che mediava con il regime dei Talebani, salvo poi a mostrare un forte interesse a rientrare a pieno titolo nel progetto nel marzo del 2000, pochi mesi prima delle elezioni nelle quali era favorito il candidato repubblicano. Al progetto la Unocal aveva lavorato sin dal 1994. Lo riferisce Ahmed Rachid, in uno studio pubblicato nel marzo scorso dalla Yale University.
“C’erano altre compagnie in campo – scrive Rachid – come l’argentina Bridas. Ma Washington e Riad si sono impegnate per convincere tutti i diretti interessati ad escludere Bridas. All’epoca Unocal aveva aperto i suoi uffici di rappresentanza nelle zone controllate dai Talebani”

L’audizione al Congresso  documenti John J. Maresca si presenta il12 febbraio 1998 davanti al sottocomitato del Congresso degli Stati Uniti pere l’Asia e il Pacifico per parlare proprio dei progetti della Unocal e delle altre compagnie petrolifere sugli idrocarburi dell’Asia centrale. Il problema come abbiamo detto è il trasporto. Maresca spiega nella sua audizione – che RaiNews24 è in grado di documentare – lo stato dell’arte e i progetti. Al memento gli unici sbocchi possibili sono il Mar Nero e il Mediterraneo, con delle linee di oleodotti che attraversano le ex repubbliche sovietiche e la Turchia. Se tutti questi progetti fossero però realizzati – spiega il vicepresidente della Unocal – non potrebbero garantire tutta la distribuzione e soprattutto puntano verso mercati che non potrebbero assorbire questa produzione. Sentiamolo. “Noi dell’Unocal – afferma Maresca – riteniamo che il fattore centrale nella progettazione di questi oleodotti dovrebbe essere la posizione dei futuri mercati energetici che verosimilmente assorbiranno questa nuova produzione. L’Europa occidentale, l’Europa centrale e orientale e gli stati ora indipendenti dell’ex Unione sovietica sono tutti mercati a crescita lenta, in cui la domanda crescerà solo dallo 0,5% all’1,2% all’anno nel periodo 1995-2010”.

L’Asia sarà il grande cliente del futuro “L’Asia è tutto un altro discorso – sostiene Maresca – Il suo bisogno di consumo energetico crescerà rapidamente. Prima della recente turbolenza nelle economie dell’Asia orientale, noi dell’Unocal avevamo previsto che la domanda di petrolio in questa regione si sarebbe quasi raddoppiata entro il 2010. Sebbene l’aumento a breve termine della domanda probabilmente non rispetterà queste previsioni, noi riteniamo valide le nostre stime a lungo termine.
Devo osservare che è nell’interesse di tutti che vi siano forniture adeguate per le crescenti richieste energetiche dell’Asia. Se i bisogni energetici dell’Asia non saranno soddisfatti, essi opereranno una pressione su tutti i mercati mondiali, facendo salire i prezzi dappertutto.”

Come portare gas e petrolio ai clienti asiatici?
“La questione chiave è dunque come le risorse energetiche dell’Asia centrale possano essere rese disponibili per i vicini mercati asiatici. Ci sono due soluzioni possibili, con parecchie varianti. Un’opzione è dirigersi a est attraversando la Cina, ma questo significherebbe costruire un oleodotto di oltre 3.000 chilometri solo per raggiungere la Cina centrale. Inoltre, servirebbe una bretella di 2.000 chilometri per raggiungere i principali centri abitati lungo la costa. La questione dunque è quanto costerà trasportare il greggio attraverso questo oleodotto, e quale sarebbe il netback che andrebbe ai produttori. (…)
La seconda opzione è costruire un oleodotto diretto a sud, che vada dall’Asia centrale all’Oceano Indiano. Un itinerario ovvio verso sud attraverserebbe l’Iran, ma questo è precluso alle compagnie americane a causa delle sanzioni.

Afghanistan scelta obbligata
“L’unico altro itinerario possibile è attraverso l’Afghanistan – dice il vicepresidente di Unocal – e ha naturalmente anch’esso i suoi rischi. Il paese è coinvolto in aspri scontri da quasi due decenni, ed è ancora diviso dalla guerra civile. Fin dall’inizio abbiamo messo in chiaro che la costruzione dell’oleodotto attraverso l’Afghanistan che abbiamo proposto non potrà cominciare finché non si sarà insediato un governo riconosciuto che goda della fiducia dei governi, dei finanziatori e della nostra compagnia. Abbiamo lavorato in stretta collaborazione con l’Università del Nebraska a Omaha allo sviluppo di un programma di formazione per l’Afghanistan che sarà aperto a uomini e donne, e che opererà in entrambe le parti del paese, il
nord e il sud.”

Un gigante di oltre mille miglia
“La Unocal ha in mente un oleodotto che diventerebbe parte di un sistema regionale che raccoglierà il petrolio dagli oleodotti esistenti in Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan e Russia. L’oleodotto lungo 1.040 miglia si estenderebbe a sud attraverso l’Afghanistan fino a un terminal per l’export che verrebbe costruito sulla costa del Pakistan. Questo oleodotto dal diametro di 42 pollici (poco più di un metro, ndt) avrà una capacità di trasporto di un milione di barili di greggio al giorno. Il costo stimato del progetto, che è simile per ampiezza all’oleodotto trans-Alaska, è di circa 2,5 miliardi di dollari.”
Ecco il nostro progetto
Poi Maresca spiega quali sono in dettaglio i progetti sull’Afghanistan.”Lo scorso ottobre è stato creato il Central Asia Gas Pipeline Consortium, chiamato CentGas, e in cui la Unocal ha una cointeressenza, per sviluppare un gasdotto che collegherà il grande giacimento di gas di Dauletabad in Turkmenistan con i mercati in Pakistan e forse in India. Il prospettato gasdotto lungo 790 miglia aprirà nuovi mercati per questo gas, viaggiando dal Turkmenistan attraverso l’Afghanistan fino a Multan in Pakistan. Il prolungamento proposto porterebbe il gas fino a New Delhi, dove si collegherebbe a un gasdotto esistente. Per quanto riguarda il proposto oleodotto in Asia centrale, CentGas non può cominciare la costruzione finché non si sarà insediato un governo afghano riconosciuto internazionalmente.”
Le nostre richieste
E avanza le richieste delle Compagnie all’Amministrazione e al Congresso. “Noi chiediamo all’Amministrazione e al Congresso di sostenere con forza il processo di pace in Afghanistan condotto dagli Stati Uniti. Il governo Usa
dovrebbe usare la sua influenza per contribuire a trovare delle soluzioni per tutti i conflitti nella regione. L’assistenza Usa nello sviluppare queste nuove economie sarà cruciale per il successo degli affari”.Orecchie attente sulle rive del Potomac Le parole di Maresca trovano orecchie attente nei circoli della politica americana e soprattutto nella nuova Amministrazione guidata da Bush, dove non mancano gli uomini e le donne che con il petrolio hanno una certa dimestichezza a cominciare proprio dal Presidente e dal vicepresidente Cheney, presidente e azionista quest’ultimo della Oil Supply Company. Ma non solo il ruolo di Consigliere per la Sicurezza nazionale è ricoperto da Condoleeza Rice, un’affascinante signora che prima di entrare nello staff presidenziale era stata dirigente della Chevron sin dal 1991. Inutile dire che la Chevron è una delle grandi compagnie petrolifere interessate allo sfruttamento dei giacimenti del Caspio. Solo per citare i soggetti di maggiore rilievo.
I Talebani sono i benvenuti in Usa documenti.
Nel 1995 – spiega lo scrittore pakistano Ahmed Rashid nel suo recente libro “Talebani, Islam Petrolio e il grande scontro in Asia centrale” – dopo che i Talebani hanno conquistato Herat e cacciato dalle scuole migliaia di ragazze, non c’è stata una sola parola di critica da parte degli Stati Uniti. In realtà gli Usa, insieme all’ISI, consideravano la caduta di Herat un aiuto ad Unocal e un ulteriore stretta al cappio intorno all’Iran”. I dirigenti Talebani dopo la presa del potere vengono accolti con favore negli Usa e loro rappresentanti – racconta John Pilger – volano in Texas dall’ allora governatore Bush, dove incontrano i dirigenti dell’Unocal che fanno loro un’offerta precisa riguardo all’oleodotto: una fetta dei profitti pari al 15%. Ma ci sono alcune condizioni da rispettare.

Il racconto di una trattativa finita male
Il racconto di quella mediazione lo si trova in un libro (Ben Laden, la vérité interdite) uscito pochi giorni fa in Francia. Gli autori sono Jean Charles Brisard e Guillaume Dasquieré. Brisard è l’autore, per conto del DST francese del dossier sulle strutture economiche di Osama bin Laden, che il presidente Chirac ha consegnato a Bush nella sua visita dopo gli attentati alle Torri. Dasquieré dirige il prestigioso bollettino Intelligence online.
Insomma due esperti autorevoli.

Una brillante quarantenne
A reggere le fila dei contatti è Laila Helms, la nipote dell’ex direttore della Cia ed ex ambasciatore Usa in Iran, Richard Helms. Laila, è una brillante quarantenne, che da sempre ha mantenuto contatti privilegiati con gli Afghani. Ma soprattutto ha ottimi rapporti negli ambienti dei servizi segreti e del Dipartimento di Stato. Negli ultimi sei anni – spiegano Brisard e Dasquieré nel loro libro – si è dedicata alla supervisione di alcune azioni di influenza a nome dei Talebani soprattutto preso le Nazioni Unite: La sua azione non si attenua neppure dopo il 1996, quando il Mullah Omar diventa ufficialmente meno frequentabile agli occhi degli americani e neppure quando i capi Talebani accolgono bin Laden che sarà poi ritenuto responsabile degli attentati contro le ambasciate americane. Arriva persino a realizzare un documentario sulle donne afghane, talmente filo talebano da esser rifiutato da tutte le reti televisive americane.
Per Laila le cose si mettono bene con il ritorno dei Repubblicani al potere che rimette molti suoi amici funzionari nei posti chiave della Cia e del Dipartimento di Stato. I risultati non si fanno attendere.

Il viaggio del consigliere di Omar
Tra il 18 e il 23 marzo di quest’anno Laila organizza un viaggio negli Stati Uniti per Sayed Rahmatullah Hascimi. Ha solo 24 anni, ma è già l’ambasciatore itinerante dei Talebani e consigliere personale del Mullah Omar. Non si tratta ovviamente di un giro turistico o culturale. Si parla di petrolio e di oleodotti. Gli interlocutori sono alti funzionari della Cia e del Dipartimento di Stato. Laila riesce ad ottenere per il consigliere del Mullah un’intervista televisiva alla ABC e alla Radio pubblica. Il tutto con la benedizione dei coircoli politici vicini all’Amministrazione, che punta ad un miglioramento dell’immagine dei Talebani, in relazione al negoziato per “normalizzare” l’Afghanistan.

Le indagini bloccate
A dare nuovo impulso al negoziato è lo stesso Presidente Bush che promuove la nascita del cosiddetto gruppo dei 6+2 (i paesi confinati con l’ Afghanistan più Usa e Russia).
Ma non solo. Brisard e Dasquieré raccontano che John O’Neill, il vicedirettore dell’FBI si era dimesso improvvisamente. Dietro l’abbandono di O’Neill, spiegano i due analisti francesi, c’era un duro scontro tra il Bureau e il Dipartimento di Stato. L’amministrazione avrebbe infatti stoppato le indagini, condotte proprio da O’Neill sul terrorismo fondamentalista ed in particolare sugli attentati contro le ambasciate Usa a Nairobi e Dar El Salaam e contro la nave Cole. Questo per favorire un accordo con i Talebani. Uno stop che portò – secondo il racconto fatto ai due analisti francesi che dedicano il loro libro alla sua memoria – alle dimissioni dal Bureau. O’Neill accetterà l’incarico di capo delle sicurezza del WTC e morirà insieme ad altre 5000 persone nell’attacco terroristico dell’11 settembre.

Il gruppo dei 6+2
A coordinare il gruppo dei 6+2 è chiamato Francesc Verdell, rappresentante di Kofi Annan, che incontra a Roma anche l’ex re Zahir Sha, per verificare un suo possibile coinvolgimento in un governo di coalizione. Il “gruppo” si riunisce più volte, senza grandi risultati. La proposta che arriva ai Talebani (siamo assai prima dell’11 settembre) è la seguente: mollare bin Laden, creazione di un governo di coalizione che comprenda i Talibani (la stessa proposta avanzata in piena guerra dagli Usa) in cambio di aiuti economici e riconoscimento internazionale. Quel riconoscimento internazionale e quella stabilità chiesta da più di due anni dalle compagnie interessate alla costruzione degli oleodotti.

Scegliete: Oro o piombo?
Gli americani – raccontano Brisard e Dasquieré – non esitano ad usare anche le maniere forti. A raccontare come è l’ex ministro degli esteri del Pakistan il signor Naif Naik che, in un’intervista televisiva trasmessa in Francia, racconta che nel corso della riunione del “Gruppo” a Berlino, tra il 17 e il 20 luglio, l’ambasciatore statunitense Thomas Simons avrebbe detto, riferendosi all’Afghanistan, che dopo la costituzione del “governo allargato ci saranno aiuti internazionali – poi potrebbe arrivare l’oleodotto”. L’ambasciatore, racconta l’ex ministro, spiega quale potrebbe esser l’alternativa: se i Talebani non si comportano come si deve, e il Pakistan fallisse nel suo intento di farli comportare come si deve, Washington potrebbe ricorre ad un’altra opzione: quella militare. Brisard e Dasquieré riferiscono una battuta assai esplicita. “Ad un certo punto i rappresentati americani dissero ai Talebani: o accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o sarete sepolti da un tappeto di bombe”.

L’ultimo incontro Usa-Talebani
L’ultimo incontro tra emissari Usa e Talebani avviene lo scorso 2 agosto, 39 giorni prima dell’attacco alle Torri. È Cristina Rocca, direttrice degli affari asiatici del Dipartimento di Stato ad incontrare a Islamabad l’ambasciatore Talebano in Pakistan. Kabul respinge definitivamente la proposta americana. La parola passa alle armi.

Domenico Walter Izzo da www.disinformazione.it


Approvato il gasdotto «talebano»

di MANLIO DINUCCI

(il manifesto del 04/06/2002)

Accordo tra i presidenti pakistano, turkmeno e l’afghano Karzai sul «corridoio» di 1.500 km. Seguirà l’oleodotto. E’ il progetto Unocal. Adesso attraverserà regioni controllate dagli Usa.


I presidenti del Pakistan e Turkmenistan, Musharraf e Niyazov, e il primo ministro afghano Hamid Karzai, hanno sottoscritto il 30 maggio, a Islamabad, un accordo che rilancia il progetto del gasdotto Turkmenistan-Pakistan via Afghanistan. Secondo il progetto, il gasdotto – lungo 1.500 km e con una capacità annua di 30 miliardi di metri cubi – partirà dal giacimento turkmeno di Daulatabad e, attraversato l’Afghanistan, arriverà al porto pakistano di Gwadar, dove verrà costruito un impianto di liquefazione del gas naturale. Sarà la via più breve, ha sottolineato il presidente pakistano Musharaff, attraverso cui le risorse energetiche dell’Asia centrale potranno essere trasportate in Giappone ed Estremo Oriente e in Occidente. Solo a Daulatabad, ha precisato Niyazof, vi sono riserve di gas naturale ammontanti a 6.500 miliardi di metri cubi. Il progetto, il cui costo è stimato in 2 miliardi di dollari, si baserà – ha detto Musharraf – sullo studio di fattibilità già esistente, ossia su quello presentato nel 1997 dal consorzio capeggiato dalla compagnia statunitense Unocal (v. il manifesto, 18-10-2001). Fatto singolare, si tratta dello stesso progetto che i talebani avevano approvato nel gennaio 1998, dopo che una loro delegazione ad alto livello era stata invitata negli Stati uniti per colloqui con la Unocal. La compagnia statunitense – dopo aver speso almeno 20 milioni di dollari per finanziare anche «istituzioni benefiche» talebane – si era però ritirata dal progetto nel dicembre 1998 (in quanto a Washington non si fidavano più del regime talebano), annunciando comunque la sua disponibilità a riprendere l’attività per la realizzazione del gasdotto «quando l’Afghanistan conseguirà la stabilità necessaria».

Il momento è arrivato. A capo del governo afghano c’è ora Hamid Karzai (anche se ad interim) che – documenta Le Monde (6-12-2001) – «ha perfezionato la sua formazione negli Stati uniti, dove è stato consulente della compagnia petrolifera americana Unocal, quando essa studiava la costruzione di un gasdotto attraverso l’Afghanistan». E l’inviato speciale del presidente americano george W. Bush in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, è stato anche lui consulente della Unocal, nel periodo in cui redigeva lo studio di fattibilità del gasdotto. Anche se la Unocal dice di non essere interessata a ritornare in Afghanistan, il ministro afghano per le miniere e industrie, Alim Razim, ha dichiarato – e chi poteva dubitarne? – di considerarla ancora la «compagnia leader» per la realizzazione del progetto.

Ma è a questo punto secondario se sia proprio la Unocal a riprendere in mano il progetto. Fondamentale, per Washington, è che ora esso può essere controllato dagli Stati uniti. Nel 1999 – quando, dopo il ritiro della Unocal, l’Afghanistan dei talebani, il Pakistan e il Turkmenistan si erano accordati per portarlo avanti affidandolo alla compagnia saudita Delta Oil – gli Usa si erano visti tagliati fuori. Ben diversa è la situazione odierna.

L’area attraverso cui dovrebbe passare il gasdotto, cui sarebbe abbinato in seguito un oleodotto, è presidiata militarmente dagli Stati uniti e da governi alleati. Washington ritiene quindi fattibile l’apertura di questo nuovo corridoio, il più breve e meno costoso, attraverso cui il gas naturale e petrolio del Caspio può essere trasportato ai paesi consumatori senza farlo passare dal territorio russo, controllando in tal modo una importante via dell’approvvigionamento energetico dell’Asia orientale (Giappone compreso) e degli Stati uniti stessi.

Regista della riapertura del corridoio afghano è Dick Cheney, che, prima di divenire vicepresidente nell’amministrazione Bush, era Ceo (Chief Executive Officer) della Halliburton, la maggiore fornitrice mondiale di servizi per le industrie petrolifere, con cui egli ha accumulato una fortuna ricevendo per di più, come liquidazione, un pacchetto azionario di 34 milioni di dollari. La Halliburton, la ExxonMobil, la Conoco e altre compagnie statunitensi, che hanno investito 30 miliardi di dollari per lo sfruttamento delle riserve energetiche del Caspio, premono per l’apertura del cosiddetto corridoio afghano, che alcuni petrolieri texani (dotati di cultura storica) hanno denominato «la nuova via della seta».

La via, però, è irta di ostacoli. Sul piano interno, Cheney rischia di finire sotto inchiesta per aver favorito illegalmente, oltre alla Enron, anche la Halliburton. In Afghanistan, il rilancio del progetto del gasdotto acuisce lo scontro tra le fazioni, che si disputano le centinaia di milioni di dollari dei futuri diritti di transito. Inoltre, una guerra nel subcontinente indiano potrebbe bloccare la realizzazione del gasdotto, sia in Pakistan che in India (dove, secondo una variante del progetto, potrebbe arrivare una sua derivazione). Una cosa, comunque, è certa: se verrà realizzato, il gasdotto (facilmente sabotabile) dovrà essere presidiato da forze armate lungo tutto il percorso. Alle popolazioni delle zone che attraverserà esso non porterà quindi alcun vantaggio, ma solo una maggiore militarizzazione del territorio.


Afghanistan: la battaglia per il petrolio asiatico
di Roberto Chinzari10/01/2002

Le strade del petrolio lasciano sempre grandi scie di interessi. Lo scacchiere strategico dell’energia spesso si intreccia con interventi militari e strategie geopolitiche. Così accade in Afghanistan: c’è chi apertamente si domanda se non si tratti di una “guerra dell’oleodotto”.

La nostra indagine parte dal 14 settembre del 2001. Tre giorni dopo gli attentati alle Twin Towers la Unocal, importante compagnia petrolifera statunitense, emette un comunicato ufficiale. “La compagnia non supporta in nessun modo i Talebani in Afghanistan e non abbiamo alcun progetto o interesse in Afghanistan”, afferma. Perché questo messaggio?

Il progetto Centgas

Facciamo un po’ di passi indietro nella seconda metà degli anni Novanta. Il 27 ottobre 1997, ad Ashgabat, in Turkmenistan, sei compagnie internazionali e il governo locale firmano ufficialmente un accordo per la costituzione di un consorzio, denominato Central Asia Gas Pipeline Ltd.(CentGas), con l’obiettivo di costruire un oleodotto di 1.271 chilometri, per unire le ricche riserve di gas naturale del Turkmenistan con il mercato in sviluppo del Pakistan. Il progetto dovrebbe far passare le condotte attraverso la direttrice Herat-Kandahar in Afghanistan, passando per Quetta in Pakistan e arrivando a Multan. La spesa prevista è di quasi due miliardi di dollari. Il punto di partenza dell’oleodotto è Chardzou, in Turkmenistan, già collegato alle riserve energetiche russe della Western Siberian Oil. Il punto di arrivo può sfociare nel Mar Caspio o anche essere ulteriormente collegato a Delhi, in India. Si tratta di un progetto strategico per l’intera economia centroasiatica.

La lotta per il petrolio

Di questo oleodotto si comincia già a parlare negli anni precedenti. Già nel 1994 a dicembre, dopo le elezioni in Turkmenistan, il professore Michael Ochs riferisce al Congresso statunitense, parlando del paese centroasiatico  come del “Kuwait dell’ex Unione Sovietica” e del “sogno dell’oleodotto”. A giugno del 1997 il Turkish Daily News, pubblica un articolo dedicato ai movimenti delle compagnie petrolifere. Annunciando la visita ad Ankara del direttore della Unocal, scrive che “gli Stati Uniti vogliono che la Unocal svolga un ruolo simile a quello della Chevron (altro big petrolifero statunitense n.d.r.) in Kazahstan”. Racconta così i retroscena di una battaglia e gli interessi della Turchia, con la Unocal interessata all’affare del raccordo Iran-Turchia. Ma l’attenzione è anche più ad est. Già nel 1992, grazie ad un accordo con il governo turkmeno, la compagnia petrolifera argentina Bridas, che operava nel paese, avrebbe dovuto produrre il 75% delle risorse petrolifere. La cosa scontenta i “big” del petrolio e la Unocal firma un accordo identico con lo stesso governo, escludendo la Bridas. La compagnia argentina aveva però il supporto del presidente pakistano Benazir Bhutto, che viene deposta nel 1996 con un colpo di stato. Il nuovo governo non esita ad approvare il progetto della Unocal. Per eliminare definitivamente il concorrente la multinazionale statunitense cerca alleati in Arabia Saudita.

Una “santa alleanza”

Il consorzio CentGas nasce con questa fisionomia: Unocal Corporation (Stati Uniti) con il 46,5%, la Delta Oil Company Limited (Arabia Saudita) con il 15%, il Governo del Turkmenistan con il 7%, con quote inferiori l’Indonesia Petroleum Ltd, la Itochu Oil Exploration (Giappone), la Hyundai Engineering & Construction (Corea del sud) e il Crescent Group (Pakistan), società centrale nell’economia del paese islamico, con 15.000 dipendenti e fatturato pari all’1% del Pil del paese. Nel giugno del 1998 la Russia vuole entrare nell’affare e la Gazprom cerca di ottenere il 10% della società. La mossa si spiega con il timore di perdere influenza nella zona, il nuovo oleodotto bypasserebbe la direttrice fondamentale che unisce la Russia con l’Iran. 
La Unocal, nasce nel 1983 dalla riorganizzazione della Union Oil. Interessi soprattutto in Alaska, nel Golfo del Messico, in Thailandia. Molti nomi del direttorio della compagnia sono intrecciati nella politica. Così Donald Rice, comandante dell’aviazione americana quando era presidente Bush padre; così Charles Larson, comandante in capo del Comando navale del Pacifico; così Robert Oakley, ex ambasciatore americano in Pakistan, noto per il suo ruolo a fianco della Cia per aiutare i Mujaheddin nella loro lotta contro i sovietici negli anni Ottanta. La compagnia ha supportato anche economicamente le campagne elettorali repubblicane.
La Delta Oil, invece, è diretta dallo sceicco Bandar bin Muhammad Al-Aiban, uomo molto legato a re saudita Fahd, tanto da essere anche membro della “Shura Council” dell’Arabia saudita. La società controlla anche la maggioranza della società canadese Centurionenergy, con interessi soprattutto in Tunisia e in Egitto. La Delta Oil ha sede a Jeddah, che il caso vuole sia la sede anche del Saudi Binladin Group. 

La strada tormentata del progetto

Nel gennaio del 1998 viene firmato un primo accordo tra Pakistan, Turkmenistan (dell’estroso presidente Niyazov) e i Talebani in Afghanistan, per predisporre i finanziamenti destinati al progetto. Nel marzo dello stesso anno, tuttavia, la Unocal propone un rinvio della fornitura dei fondi a causa del persistere della guerra civile in Afghanistan. Ci vuole una situazione più stabile nel paese. La Unocal più o meno esplicitamente è accusata di sovvenzionare il regime talebano. La società si difende e parla di colloqui  con tutte le fazioni in lotta, per promuovere il progetto. Tanto che, dopo aver sospeso la partecipazione in agosto, l’8 dicembre 1998 la Unocal esce dal consorzio e abbandona l’operazione. La motivazione ufficiale è l’instabilità, l’ufficiosa la pressione internazionale e il mancato riconoscimento del nuovo regime. La Delta Oil allora decide di prendere in mano il progetto e di coinvolgere anche gli Emirati Arabi. Da allora fino ad oggi più di una volta la compagnia deve smentire organi di stampa pakistani e asiatici che parlano di un suo rinnovato interesse. In particolare la compagnia statunitense realizza dei colloqui con i Talebani nel marzo del 2000 e valuta con discrezione la possibilità di rientrare nell’affare.

Oggi una prospettiva di pace potrebbe riaprire le porte al progetto. Ahmed Zaki Yamani, ministro saudita dell’energia, una delle voci più autorevoli dell’Opec, sostiene la necessità di pacificazione in Afghanistan, per avviare un periodo di sviluppo e sfruttamento di un bacino petrolifero che potrebbe stabilizzare i prezzi del greggio. Allo stesso tempo l’invito agli Stati Uniti è quello di non estendere le azioni di guerra ad altri paesi: la conseguenza sarebbe l’impennata del costo del petrolio. Ma quale sarà l’atteggiamento dell’alleanza del nord verso il progetto, visto che lo stesso Massud era sempre stato contrario all’ingerenza statunitense in questo campo?


Le verità sotto terra

dal Manifesto

Vedi anche “gli scenari nascosti della guerra

“Finché a Kabul non ci sarà un governo che goda della fiducia degli Usa e della nostra compagnia, quell’oleodotto non sarà possibile”. L’audizione di un petroliere al Congresso americano

Quello che segue è il testo dell’audizione di John J. Maresca davanti al sottocomitato per l’Asia e il Pacifico della Camera dei rappresentanti Usa, il 12 febbraio del 1998. Maresca è il vicepresidente delle relazioni internazionali della Unocal Corporation, una delle principali compagnie al mondo per le risorse energetiche e lo sviluppo di progetti.

É bene tener presente l’importanza delle riserve di gas e di petrolio presenti in Asia centrale e il ruolo che queste giocano nel determinare la politica Usa. Vorrei concentrarmi su tre questioni. Primo, la necessità di numerose vie di transito in cui far passare gli oleodotti e i gasdotti per le riserve di petrolio e di gas presenti dell’Asia centrale. Secondo, la necessità che l’America sostenga gli sforzi regionali e internazionali tesi a soluzioni politiche equilibrate e durature dei conflitti nella regione, compreso l’Afghanistan. Terzo, il bisogno di assistenza strutturata per incoraggiare le riforme economiche e lo sviluppo nella regione di un clima appropriato per gli investimenti. A questo proposito, noi sosteniamo in modo specifico l’annullamento o la rimozione della sezione 907 del Freedom Support Act.
La regione del Caspio contiene enormi riserve di idrocarburi intatte. Solo per dare un’idea delle proporzioni, le riserve di gas naturale accertate equivalgono a oltre 236mila miliardi di piedi cubici. Le riserve petrolifere totali della regione potrebbero ammontare a oltre 60 miliardi di barili di petrolio. Alcune stime arrivano fino a 200 miliardi di barili. Nel 1995 la regione produceva solo 870.000 barili al giorno. Entro il 2010 le compagnie occidentali potrebbero aumentare la produzione fino a circa 4,5 milioni di barili al giorno, un aumento di oltre il 500% in soli 15 anni. Se questo dovesse accadere, la regione rappresenterebbe circa il 5% della produzione totale di petrolio al mondo.
C’è tuttavia un grosso problema da risolvere: come portare le vaste risorse energetiche della regione ai mercati che ne hanno bisogno. L’Asia centrale è isolata. Le sue risorse naturali sono sbarrate, sia geograficamente che politicamente. Ciascuno dei paesi del Caucaso e dell’Asia centrale vive difficili sfide politiche. Alcuni paesi hanno guerre irrisolte e conflitti latenti. Altri hanno sistemi in via di trasformazione in cui le leggi e anche i tribunali sono dinamici e mutevoli. Inoltre, un importante ostacolo tecnico che noi dell’industria petrolifera riscontriamo nel trasporto del greggio è l’infrastruttura esistente nella regione per quanto riguarda gli oleodotti.
Essendo stati costruiti durante l’era sovietica, con Mosca come suo centro, gli oleodotti della regione tendono a dirigersi a nord e a ovest verso la Russia. Non ci sono collegamenti verso il sud e l’est. Ma attualmente è improbabile che la Russia possa assorbire altri grossi quantitativi di petrolio straniero. Improbabile che nel prossimo decennio essa possa diventare un mercato significativo in grado di assorbire nuove riserve energetiche. Le manca la capacità di trasportarle ad altri mercati.
Due grossi progetti infrastrutturali stanno cercando di rispondere al bisogno di una maggiore capacità di export. Il primo, sotto l’egida del Caspian Pipeline Consortium, prevede la costruzione di un oleodotto a ovest del Caspio settentrionale fino al porto russo di Novorossiysk nel Mar Nero. Il petrolio viaggerebbe poi con le petroliere attraverso il Bosforo fino al Mediterraneo e ai mercati mondiali.
L’altro progetto è sponsorizzato dall’Azerbaijan International Operating Company, un consorzio di undici compagnie petrolifere straniere tra cui quattro compagnie americane: Unocal, Amoco, Exxon e Pennzoil. Questo consorzio considera possibili due vie di transito. Una di esse si dirigerebbe a nord e attraverserebbe il Caucaso settentrionale fino a Novorossiysk. L’altra attraverserebbe la Georgia fino a un terminale di spedizione sul Mar Nero. Questa seconda via potrebbe essere estesa a ovest e a sud attraverso la Turchia fino al porto di Ceyhan sul Mediterraneo.
Ma anche se entrambi gli oleodotti fossero costruiti, la loro capacità totale non sarebbe sufficiente a trasportare tutto il petrolio che, si pensa, la regione produrrà nel futuro. Essi non avrebbero nemmeno la capacità di arrivare ai mercati giusti. Bisogna costruire altri oleodotti per l’export.
Noi dell’Unocal riteniamo che il fattore centrale nella progettazione di questi oleodotti dovrebbe essere la posizione dei futuri mercati energetici che verosimilmente assorbiranno questa nuova produzione. L’Europa occidentale, l’Europa centrale e orientale e gli stati ora indipendenti dell’ex Unione sovietica sono tutti mercati a crescita lenta, in cui la domanda crescerà solo dallo 0,5% all’1,2% all’anno nel periodo 1995-2010.
L’Asia è tutto un altro discorso. Il suo bisogno di consumo energetico crescerà rapidamente. Prima della recente turbolenza nelle economie dell’Asia orientale, noi dell’Unocal avevamo previsto che la domanda di petrolio in questa regione si sarebbe quasi raddoppiata entro il 2010. Sebbene l’aumento a breve termine della domanda probabilmente non rispetterà queste previsioni, noi riteniamo valide le nostre stime a lungo termine.
Devo osservare che è nell’interesse di tutti che vi siano forniture adeguate per le crescenti richieste energetiche dell’Asia. Se i bisogni energetici dell’Asia non saranno soddisfatti, essi opereranno una pressione su tutti i mercati mondiali, facendo salire i prezzi dappertutto.
La questione chiave è dunque come le risorse energetiche dell’Asia centrale possano essere rese disponibili per i vicini mercati asiatici. Ci sono due soluzioni possibili, con parecchie varianti. Un’opzione è dirigersi a est attraversando la Cina, ma questo significherebbe costruire un oleodotto di oltre 3.000 chilometri solo per raggiungere la Cina centrale. Inoltre, servirebbe una bretella di 2.000 chilometri per raggiungere i principali centri abitati lungo la costa. La questione dunque è quanto costerà trasportare il greggio attraverso questo oleodotto, e quale sarebbe il netback che andrebbe ai produttori. Per quelli che non hanno familiarità con la terminologia, il netback è il prezzo che il produttore riceve per il suo gas o il suo petrolio alla bocca del pozzo dopo che tutti i costi di trasporto sono stati dedotti. Perciò è il prezzo che egli riceve per il petrolio alla bocca del pozzo.
La seconda opzione è costruire un oleodotto diretto a sud, che vada dall’Asia centrale all’Oceano Indiano. Un itinerario ovvio verso sud attraverserebbe l’Iran, ma questo è precluso alle compagnie americane a causa delle sanzioni. L’unico altro itinerario possibile è attraverso l’Afghanistan, e ha naturalmente anch’esso i suoi rischi. Il paese è coinvolto in aspri scontri da quasi due decenni, ed è ancora diviso dalla guerra civile. Fin dall’inizio abbiamo messo in chiaro che la costruzione dell’oleodotto attraverso l’Afghanistan che abbiamo proposto non potrà cominciare finché non si sarà insediato un governo riconosciuto che goda della fiducia dei governi, dei finanziatori e della nostra compagnia.
Abbiamo lavorato in stretta collaborazione con l’Università del Nebraska a Omaha allo sviluppo di un programma di formazione per l’Afghanistan che sarà aperto a uomini e donne, e che opererà in entrambe le parti del paese, il nord e il sud.
La Unocal ha in mente un oleodotto che diventerebbe parte di un sistema regionale che raccoglierà il petrolio dagli oleodotti esistenti in Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan e Russia. L’oleodotto lungo 1.040 miglia si estenderebbe a sud attraverso l’Afghanistan fino a un terminal per l’export che verrebbe costruito sulla costa del Pakistan. Questo oleodotto dal diametro di 42 pollici (poco più di un metro, ndt) avrà una capacità di trasporto di un milione di barili di greggio al giorno. Il costo stimato del progetto, che è simile per ampiezza all’oleodotto trans-Alaska, è di circa 2,5 miliardi di dollari.
Data l’abbondanza delle riserve di gas naturale in Asia centrale, il nostro obiettivo è collegare le risorse di gas con i più vicini mercati in grado di assorbirle. Questo è basilare per la fattibilità commerciale di qualunque progetto sul gas. Ma anche questi progetti presentano difficoltà geopolitiche. La Unocal e la compagnia turca Koc Holding sono interessate a portare forniture competitive di gas alla Turchia. Il prospettato gasdotto Eurasia trasporterebbe il gas dal Turkmenistan direttamente all’altra parte del Mar Caspio attraverso l’Azerbaijan e la Georgia fino in Turchia. Naturalmente la demarcazione del Caspio rimane una questione aperta.
Lo scorso ottobre è stato creato il Central Asia Gas Pipeline Consortium, chiamato CentGas, e in cui la Unocal ha una cointeressenza, per sviluppare un gasdotto che collegherà il grande giacimento di gas di Dauletabad in Turkmenistan con i mercati in Pakistan e forse in India. Il prospettato gasdotto lungo 790 miglia aprirà nuovi mercati per questo gas, viaggiando dal Turkmenistan attraverso l’Afghanistan fino a Multan in Pakistan. Il prolungamento proposto porterebbe il gas fino a New Delhi, dove si collegherebbe a un gasdotto esistente. Per quanto riguarda il proposto oleodotto in Asia centrale, CentGas non può cominciare la costruzione finché non si sarà insediato un governo afghano riconosciuto internazionalmente.
L’Asia centrale e la regione del Caspio è benedetta da riserve abbondanti di petrolio e gas che possono migliorare la vita dei suoi abitanti, e fornire energia per la crescita sia all’Europa che all’Asia. Anche l’impatto di queste risorse sugli interessi commerciali e sulla politica estera degli Stati Uniti è significativo. Senza una risoluzione pacifica dei conflitti nella regione, difficilmente saranno costruiti oleodotti e gasdotti attraverso le frontiere. Noi chiediamo all’Amministrazione e al Congresso di sostenere con forza il processo di pace in Afghanistan condotto dagli Stati Uniti. Il governo Usa dovrebbe usare la sua influenza per contribuire a trovare delle soluzioni per tutti i conflitti nella regione.
L’assistenza Usa nello sviluppare queste nuove economie sarà cruciale per il successo degli affari. Noi incoraggiamo anche forti programmi di assistenza tecnica in tutta la regione. In particolare, chiediamo l’annullamento o la rimozione della sezione 907 del Freedom Support Act. Questa sezione restringe ingiustamente l’assistenza del governo Usa al governo dell’Azerbaijan e limita l’influenza Usa nella regione.
Sviluppare itinerari per l’export a costi competitivi per le risorse dell’Asia centrale è un compito formidabile, ma non impossibile. La Unocal e altre compagnie americane similari sono pienamente preparate a intraprendere il compito e a riportare ancora una volta l’Asia centrale al centro dei traffici come era in passato.
Traduzione di Marina Impallomeni


“Internazionale” del 1 novembre 2001

TUTTE LE VIE DEL PETROLIO

LE COMPAGNIE PETROLIFERE CON SEDE NEGLI STATI UNITI CERCANO DA ANNI DI SFRUTTARE I GIACIMENTI DELL’ASIA CENTRALE. UN GOVERNO FILOSTATUNITENSE A KABUL POTREBBE AIUTARLE

VIJAY PRASHAD, OUTLOOK, INDIA.

Il bombardamento è cominciato. Kabul viene bombardata. Così ripetono gli anchorman televisivi e i giornali con voce spenta, con un tono di inevitabilità. Sento i miei vicini bisbigliare: finalmente è arrivata, la guerra, e speriamo che finisca presto. Non vogliamo sentirne il peso, perché potrebbe costringerci a fare delle scelte morali scomode. Meglio fingere che non stia succedendo, oppure che la sua inevitabilità la renda irrilevante.

Intanto le grandi potenze fingeranno che questa guerra sia scoppiata a causa dell’11 settembre, cercheranno di mettere a tacere il dibattito, e impediranno qualsiasi discussione sugli altri scopi della guerra, sul continente degli scandali. Nessuno parlerà di un certo incontro diplomatico a Berlino, in Germania, nel luglio del 2001, in cui i funzionari del dipartimento di Stato americano hanno rivelato ai loro alleati e ad altri, i loro piani di guerra nel caso che gli Stati Uniti avessero deciso di attaccare i taliban (The Guardian, 22 settembre 2001).

Lo stesso copione è in atto ora che i bombardamenti sono seguiti dalle razioni alimentari, mentre la campagna aerea passa dai jet agli elicotteri, e infine alle più flessibili operazioni di terra. La notizia che gli Stati Uniti qualche mese fa stavano addestrando i combattenti uzbechi nel centro-ovest americano rimane sepolta nelle ultime pagine dei giornali.

Il 13 dicembre 1995 gli Stati Uniti e l’Uzbekistan firmarono un accordo in base al quale l’America avrebbe addestrato le truppe uzbeche e avrebbe avuto accesso al territorio dell’Asia centrale per l’addestramento. Nel 1996 le forze uzbeco-statunitensi condussero la campagna di addestramento Balance-Ultra96 nella Valle di Fergana, un posto perfetto per prepararsi alla guerra contro l’Afghanistan. Questa campagna fu seguita da altre, per consentire alle truppe statunitensi di conoscere bene il terreno e di stringere rapporti con l’esercito uzbeco. La situazione appare confusa, tranne che nel continente degli scandali.

In questo continente tutte le case hanno porte girevoli. Diplomatici, contrabbandieri di armi, capi dei servizi segreti cenano al tavolo del governo, e poi, come se dipendesse solo dai loro meriti, raggiungono il tavolo degli esperti con i capitani d’industria, i cambiavalute e vari briganti assortiti. Nel continente degli scandali, quelli che finanziano i taliban fingono di essere esimi professori e dignitari reali.

Una carriera completa

Robert Oakley ha cominciato la sua carriera nel dipartimento di Stato nel 1957 alle Nazioni Unite, e la finisce come professore all’Università nazionale della Difesa e alla Unocal.

Il principe Turki al-Faysal Saud non ha avuto bisogno di passare per nessuna porta girevole perché è sempre stato nella grande casa. Destinato dalla nascita a entrare nella dinastia saudita installata dagli inglesi in Arabia Saudita, il principe Turki, come il principe Sultan, ha attinto a piene mani dai suoi vari talenti per emergere come capo dei servizi segreti del regno e, collateralmente, come agente di varie imprese multinazionali, come la società petrolifera argentina Bridas.

Due uomini molto stimati, nella palude del continente degli scandali.

La vera gloria di Oakley cominciò quando l’amministrazione Reagan lo innalzò alla carica di direttore dell’ufficio del dipartimento di Stato per la lotta al terrorismo, nel settembre del 1984. I dettagli del lavoro svolto da Oakley in quella sede non sono molto chiari, ma alcuni cablogrammi resi noti grazie alla Legge sulla libertà di informazione, dimostrano che ha fatto di tutto per mettere in cattiva luce la Libia e soprattutto che è stato un uomo di punta nello scandalo Iran-Contras.

Alla fine degli anni Ottanta, Robert Oakley che oggi è membro onorario dell’Istituto nazionale di studi strategici presso la difesa nazionale, diventò sempre più potente.

Nell’agosto del 1988 fu nominato ambasciatore in Pakistan e diventò un punto di riferimento per il jihad dei mujahidin contro la repubblica popolare democratica dell’Afghanistan e l’esercito sovietico che occupava il paese.

Ma, soprattutto, l’incarico in Pakistan permise a Oakley di lavorare con il principe Turki al-Faysal Saud, capo dei servizi segreti dell’Arabia Saudita dal 1977 al primo settembre 2001 e tramite fra il suo govemo e il jihad dei mujahidin. A quell’epoca il principe conobbe bin Laden, perché entrambi appartenevano all’elite saudita ed erano andati in Afghanistan per partecipare a quella che consideravano una guerra santa.

Il principe Turki Faysal, figlio del defunto monarca, esercita molta influenza sugli ambienti dell’élite governativa saudita ed è uno dei principali ispiratori della sua politica. Anche Thurki Faysal, come Oakley, sembra aver avuto rapporti soprattutto con i più duri sostenitori del jihad, persone come i taliban e il gruppo di Hekmaytar. Ma dalla fine della guerra, a causa del loro nuovo lavoro, Oakley e Turki Faysal siedono alle estremità opposte del tavolo d’affari.

Un movente diverso

Con il crollo dell’Unione Sovietica, le vaste riserve di petrolio e gas naturale dell’Asia centrale sono tornate al centro dell’attenzione delle multinazionali dell’energia. La Guerra del Golfo del 1991 aveva a che fare con il problema del consumo di petrolio degli Stati Uniti. Una lettera scritta dal ministro dell’Energia James Walkins nel febbraio1991 lo fa capire chiaramente: “Come ha dimostrato quanto è avvenuto nel Golfo Persico, dobbiamo ridurre la nostra dipendenza dal petrolio importato da regioni instabili. Questo richiederà sia una riduzione della nostra dipendenza complessiva dal petrolio, soprattutto nel settore dei trasporti, sia un aumento della produzione interna, pur sempre nel rispetto dell’ambiente”.

Ma la guerra afgana del 2001 ha un movente diverso e non riguarda il consumo interno degli Stati Uniti. Sembra che questa guerra abbia a che vedere con l’abililtà delle multinazionali che hanno sede negli Stati Uniti, di firmare accordi (in questo caso con gli afgani) per penetrare in questi mercati, vista la crisi del gas naturale e del petrolio in Asia meridionale. I giacimenti di petrolio e gas naturale dell’Asia centrale sono enormi; oggi il Kazakistan costituisce la quinta riserva di petrolio del mondo.

Due settimane dopo 11 settembre, l’affiliata della Chevron, Tengizchevroil ha completato un oleodotto che va dal giacimento petrolifero di Tengiz, nel Kazakistan occidentale, al porto russo di Novorossijsk, sul Mar Nero. Questo oleodotto porterà petrolio in Europa occidentale da quello che potrebbe diventare il quinto produttore di petrolio del mondo (e soprattutto fuori dall’ambito dell’Opec). L’oleodotto di Tengiz è solo uno dei molti che condizionano la geopolitica della regione. Un altro, che trarrebbe vantaggio dalla risoluzione del problema afgano, è il gasdotto di quasi 1500 chilometri che va dai giacimenti di gas di Dauletabad, nel Turkmenistan orientale, al Pakistan attraversando l’Afghanistan. Questo progetto da vari miliardi di dollari ha fatto scendere sul sentiero di guerra due multinazionali, la statunitense Unocal e l’argentina Bridas. Entrambe hanno ingaggiato sauditi e americani per negoziare con i taliban, che hanno continuato a metterle l’una contro l’altra per aumentare i propri margini di guadagno.

La Unocai e i taliban

La Unocal, che di recente è stata tagliata fuori dal mercato del petrolio di Myanmar, è ansiosa di ottenere l’appalto del progetto e un regime afgano filostatunitense potrebbe aiutarla a concludere l’affare.

Zahir Shah, l’ex re dell’Afghanistan, vive a Roma dal 1973 grazie alla pensione di uno Stato del Golfo del quale non vuole fare il nome. Forse l’investimento fatto su di lui dall’anonimo Stato prima o poi porterà dei frutti, se l’ex re tornerà al potere con la famigerata Alleanza del Nord. Ora, proprio come nessuno si interessa dei soldati dell’esercito uzbeco addestrati negli Stati Uniti, a nessuno sembra interessare il progetto della Unocal di formare operai e insegnanti afgani presso l’Università del Nebraska: nel novembre del 1997, la Unocal sborsò circa un milione di dollari perché il Centro studi afgani dell’Università addestrasse più di 400 afgani sulle varie competenze tecniche necessarie per la costruzione dei gasdotti.

E ancora, a nessuno sembrano interessare i tour negli Stati Uniti organizzati dalla Unocal per i taliban (e facilitati dai servizi segreti pachistani che hanno tardato a rilasciare i visti dei taliban che sarebbero dovuti andare in Argentina a spese della Bridas).

A pochi di noi interessa che emeriti professori come Oakley si siano alleati con Henry Kissinger e la Saudi Delta Oil Company (il cui presidente, Badr al Aiban, è molto ascoltato da re Faud) per convincere i taliban a favorire la Unocal.

Proprio come a pochi interessa che il principe Turki Faysal fosse l’uomo di contatto tra la Bridas e i taliban.

Quando i taliban presero il potere nel 1996, il presidente della Unocal fu felicissimo, perché pensava che un governo centrale stabile potesse ridurre della metà il costo del gasdotto. Marty Miller della Unocal cercò addirittura di convincere le fazioni che il gasdotto avrebbe favorito la risoluzione del conflitto con le forze antitaliban. Le cose non andarono così e alcuni pensarono che la Unocal avesse segretamente aiutato i taliban ad allontanare quella che oggi è l’Alleanza del Nord dalla zona dove sarebbe dovuto passare il gasdotto (Ahmed Rashid, Pipe Dreams, The Herald, Pakistan, ottobre 1997, pagina 50).

Dopo che Clinton ordinò il bombardamento dell’Afghanistan il 20 agosto del 1998, l’affare della Unocal andò in fumo. Ma le speranze si rinverdirono il 29 aprile del 1999, quando i ministri dell’Energia di Afghanistan, Pakistan e Turkmenistan si incontrarono per impegnarsi alla realizzazione di un progetto tripartito per il gasdotto.

Fu proprio in quel periodo che il re Zahir Shah cominciò a fare pressione per incontrare l’Alleanza del Nord e prese a parlare di un loya jirga, un consiglio degli anziani. L’anonimo Stato del Golfo che da trent’anni paga la pensione a quel povero vecchio forse ha cominciato a reclamare il suo debito. E lo ha mandato a cercare carburante.

Riserve enormi

In tutta fretta, dopo l’11 settembre, la Unocal ha pubblicato questa nota sul suo sito, web: “La Unocal ha ricevuto richieste di informazioni su un gasdotto proposto in precedenza che, se fosse stato costruito, avrebbe attraversato una parte dell’Afghanistan. Ci siamo ritirati da quel progetto nel 1998, e non abbiamo in corso né in programma alcun progetto in quel paese. Non sosteniamo in alcun modo i taliban”.

Dopo quanto è accaduto l’11 settembre, questa deve essere la loro posizione ufficiale. Ma non dovremmo dimenticare la testimonianza presentata da John Maresca, presidente della Unocal internazionale, il 12 febbraio del 1998. Certo risale a prima che gli Stati Uniti bombardassero l’Afghanistan in agosto, ma ci fa capire quanta importanza la Unocal attribuisse a quel paese.

Ecco quel che disse Maresca: “La regione del Caspio contiene incredibili riserve di idrocarburi non sfruttate, molte delle quali si trovano nel bacino stesso del Mar Caspio. Le riserve di gas naturale di Azerbaijan, Uzbekistan, Turkmenistan e Kazakistan equivalgono a 80 trilioni di metri cubi. Le riserve complessive di petrolio della regione potrebbero superare i 60 miliardi di barili – sufficienti a soddisfare le necessità energetiche dell’Europa per 11 anni. Secondo alcune stime, i barili potrebbero essere addirittura 200 miliardi.

Nel 1995, la regione produceva solo 870 mila barili al giorno (44 milioni di tonnellate l’anno). Entro il 2010, le società occidentali potrebbero portare la produzione a 4,5 milioni di barili al giorno – un aumento di più del 500 per certo in soli 15 anni. Se questo avverrà, la regione potrebbe rappresentare circa il 5 per cento della produzione complessiva mondiale di petrolio, e quasi il 20 per cento del petrolio prodotto dai paesi che non aderiscono all’Opec. Ma va ancora risolto un grosso problema: come far arrivare le vaste risorse energetiche della regione sui mercati che ne hanno bisogno. Sono poche, se mai esistono, le zone del mondo che potrebbero garantire un tale aumento della fornitura di petrolio e gas ai mercati mondiali. La soluzione sembra semplice: costruire una ‘nuova’ Via della Seta. Applicare questa soluzione, tuttavia, è tutt’altro che semplice. I rischi sono alti, ma altrettanto alta sarebbe la ricompensa”.

I vantaggi afgani

Maresca respinge l’idea di far passare il gasdotto attraverso l’Iran e opta per l’Afghanistan. “L’altra alternativa possibile sarebbe passare attraverso l’Afghanistan, che però presenta dei rischi particolari. Il paese è coinvolto in un’aspra guerra da quasi vent’anni.

Il territorio che il gasdotto dovrebbe attraversare è sotto il controllo dei taliban, un movimento islamico il cui governo non è riconosciuto dalla maggior parte degli altri paesi. Abbiamo detto chiaramente fin dall’inizio che la costruzione del gasdotto che proponiamo non può cominciare finché non ci sarà un governo riconosciuto che goda della fiducia degli altri governi, degli investitori e della nostra società. Ciò nonostante, il passaggio attraverso l’Afghanistan sembra la scelta migliore e quella che presenta il minor numero di ostacoli tecnici. È il percorso più breve verso il mare e il terreno è relativamente adatto alla Costruzione del gasdotto.

Il percorso attraverso l’Afghanistan porterebbe il petrolio dell’Asia centrale più vicino ai mercati asiatici e quindi sarebbe il più economico ai fini del trasporto”. Nel continente degli scandali, i militari e gli industriali stanno versando sangue per ‘installare un governo riconosciuto che goda della fiducia degli altri governi, degli investitori e della nostra società”.

La democrazia è irrilevante. Illustri professori e capi dei servizi segreti si riuniscono per alimentare la nostra dipendenza dal petrolio. Mentre le bombe cadono, cominciano a ronzarmi nell’orecchio le voci dell’ingordigia delle grandi società e del machismo dei militari. 

Riserve petrolifere dei paesi che si affacciano sul Mar Caspio (miliardi di barili)

         IRAN                          0,1

         RUSSIA                      0,5

         UZBEKISTAN           0,6

         TURKMENISTAN    3,5

         AZERBAIGIAN         6,9

         KAZAKISTAN         12-19

          Fonte: Agenzia Internazionale per l’energia


L’omicidio della democrazia

Mentre il generale pachistano Musharraf fa piazza pulita delle istituzioni democratiche, gli Stati Uniti tacciono per non perdere il suo appoggio nella lotta al terrorismo

I partiti politici, i mezzi di informazione e i ceti medi pachistani protestano contro i tentativi del generale Musharraf di garantire all’esercito un ruolo politico permanente prima delle elezioni generali, fissate dalla Corte suprema per il 10 ottobre. La prevalenza di civili o militari nel panorama politico successivo avrà implicazioni di vasta portata, sia per il Pakistan sia per l’intera regione.

Finché Musharraf ignorerà le critiche, avrà poco da temere. Finora, forte del regime militare, è riuscito a gestire le pressioni internazionali.Inoltre, può contare sugli aiuti degli Stati Uniti in cambio dell’impegno di combattere i terroristi locali.

Ovviamente Washington è meno interessata alla politica pachistana che ad al Qaeda e ad assicurarsi che Musharraf impedisca ai militanti islamici di sconfinare nella zona del Kashmir controllata dagli indiani. Eppure, aiutando il presidente pachistano nel suo tentativo di reprimere una piccola minoranza di estremisti, gli Stati Uniti permettono al presidente pachistano di ignorare le istanze della stragrande maggioranza.

Collera contro gli Usa
L’esercito ha proposto nuovi emendamenti alla Costituzione del 1973, che trasformeranno il sistema parlamentare in uno presidenziale guidato da Musharraf, vincitore di un controverso referendum ad aprile che lo ha confermato presidente per cinque anni. Gli emendamenti gli darebbero il potere di destituire il primo ministro e il governo e di nominare tutte le più alte cariche nelle province, nella magistratura e nella burocrazia. Un Consiglio di sicurezza nazionale governato dai capi delle forze armate controllerebbe esecutivo e parlamento. Il dipartimento di Stato americano non ha fatto commenti su queste modifiche.

Mentre le elezioni si avvicinano, Musharraf è deciso a far vincere l’esercito. I servizi segreti civili e militari sono già al lavoro nei vari distretti per influenzare il voto offrendo il sostegno governativo ai loro candidati. Grazie a una serie di nuove leggi, note come ordinanze presidenziali, l’esercito può controllare chi si candida alle elezioni.
L’obiettivo della strategia militare è evitare che gli ex primi ministri Benazir Bhutto e Nawaz Sharif, o i loro seguaci, si presentino alle elezioni. I due partiti più grossi del Pakistan sono la fazione di Sharif della Lega musulmana pachistana (Pml) e il Partito popolare pachistano (Ppp) di Bhutto, anche se i loro leader sono in esilio. Tutti i principali partiti politici del paese si sono opposti a queste manovre. “È l’omicidio della democrazia”, ha dichiarato Nawabzada Nasrullah, capo dell’Alleanza per la restaurazione della democrazia, che riunisce 16 partiti di opposizione tra cui il Pml e il Ppp.

Gruppi di cittadini, avvocati e imprenditori si sono uniti al coro. “Perché votare, dato che è l’esercito a dettare le regole e a scegliere i candidati e visto che manipolerà i risultati?”, chiede Hina Jilani, segretaria generale della Commissione pachistana per i diritti umani. La stampa è quasi tutta ostile. “Il problema principale dell’esercito è come promuovere la farsa pianificata in nome delle elezioni di ottobre”, ha scritto Ayaz Amir sul quotidiano Dawn.

La collera non è riservata solo al presidente pachistano: anche gli americani hanno la loro parte, perché agli occhi di molti Musharraf sta riuscendo nel suo intento solo grazie ai generosi aiuti degli Stati Uniti in cambio della sua collaborazione per stanare al Qaeda. I partiti islamici stanno approfittando del clima di malcontento per rispolverare la propaganda antiamericana. Anche i partiti laici e i gruppi di civili pensano che Washington stia appoggiando la prospettiva di un governo quasi militare dopo le elezioni di ottobre.

Traduzione di Stefania De Franco


DONNE AFGHANE: IL PUNTO SULLA SITUAZIONE ATTUALE


UN BILANCIO ALL’ALBA DEL NUOVO ANNO: COSA E’ CAMBIATO, QUALI PROSPETTIVE

gennaio 2003, di Gabriella Gagliardo

All’alba del nuovo anno, pochissime notizie dell’Afghanistan trapelano attraverso la stampa nazionale, mentre l’Italia si appresta ad inviare l’ennesimo contingente militare, col beneplacito del nostro Parlamento.
In realtà, notizie ben documentate e circostanziate sono state raccolte da diverse fonti autorevoli, ma non trovano spazio sui mass media. Abbiamo cercato di darne testimonianza sul nostro sito in diversi articoli ai quali rimandiamo, cercando in questa sede di ricostruire un quadro complessivo della situazione, in particolare per quanto riguarda le donne.
Rawa ha denunciato con insolita durezza in uno dei suoi ultimi comunicati
il disinteresse dimostrato dall’Occidente verso i diritti umani e in particolare i diritti delle donne, che vengono sistematicamente violati ancora oggi in Afghanistan.
Dopo avere insediato a forza di bombardamenti un governo in balia di elementi criminali di cui era nota la pericolosità, ed dopo avere spento i riflettori su un paese devastato, l’Occidente ha riversato aiuti economici inferiori a quanto promesso, e sulla cui destinazione reale si nutrono molti dubbi, ed ha incentivato in ogni modo il rientro dei milioni di profughi sui campi minati, nelle città prive di opportunità di lavoro, di sicurezza, di servizi minimi.
I diversi signori della guerra hanno mantenuto i loro eserciti personali con i quali continuano a compiere soprusi, violenze ed azioni di pulizia etnica, mentre il governo centrale non garantisce affatto il controllo del territorio nazionale. I responsabili della sicurezza USA continuano a fornire assistenza e sostegno direttamente alle autorità locali denunciate dalle organizzazioni per i diritti umani per la pratica della tortura e altre sistematiche gravissime violazioni a danno della popolazione e dei prigionieri. Anche i quotidiani italiani hanno riportato le accuse che organizzazioni americane hanno mosso al proprio governo riguardo alle torture praticate nel carcere di Kabul e in altri centri di detenzione ai danni di persone accusate di terrorismo, o riguardo alla consegna di prigionieri a paesi terzi, perché svolgessero essi il lavoro sporco.
Ora è superfluo ribadire qui l’estrema gravità di pratiche che, oltre che inammissibili contro qualsiasi essere umano, colpiscono persone che fino a prova contraria vanno ritenute innocenti. Ci preme piuttosto rilevare come questo contesto di totale mancanza di sicurezza influenzi la vita quotidiana delle donne, pubblica e privata.
Dalla seconda metà del 2002, parallelamente alla progressiva “disattenzione” dei media occidentali, le donne in Afghanistan vengono nuovamente spinte con ogni mezzo a regredire in una condizione di apartheid, come documenta ampiamente l’ultimo rapporto di Human Rights Watch (non ancora disponibile in italiano) dal titolo “Vogliamo vivere da esseri umani. Repressione delle donne e delle ragazze nell’Afghanistan occidentale”.
L’indagine, ampia e accurata, è stata svolta nel territorio di Herat, governato da Ismail Khan (rispetto al quale e ai suoi stretti rapporti con gli Stati Uniti, HRW aveva già pubblicato un altro dettagliato documento di oltre 50 pagine, di cui abbiamo tradotto alcuni stralci), ma analoghe restrizioni contro le donne sono state documentate su tutto il territorio afghano. Ad esempio, in almeno altre cinque province (Kandahar, Sar-e Pol, Zabul, Logar, Wardak) le scuole femminili, riaperte subito dopo l’insediamento del governo provvisorio con grande clamore internazionale, sono state sistematicamente attaccate, date alle fiamme, le insegnanti aggredite talvolta con l’acido. Nella stessa Kabul è stato ricostituito il vecchio Ministero per la Repressione del Vizio e la Promozione della Virtù, sotto nuovo nome: Insegnamento Islamico; e il Ministro degli Affari Religiosi utilizza novanta donne per vigilare nelle strade sul comportamento delle donne, per sanzionarne il trucco o l’abbigliamento “anti-islamico”. Per la stessa ragione, le donne possono venire fermate per strada e maltrattate da qualunque uomo, senza alcuna divisa che lo contraddistingua.
Fuori da Kabul, le aggressioni e gli stupri vengono documentati in grande scala dalla stessa HRW. Nel nord ne sono vittime in modo selettivo intere famiglie di etnia Pashtun. Nel sud, i casi documentati si riferiscono in particolare ai mesi di maggio-giugno, quando le truppe locali cercavano di impedire alle donne di candidarsi o partecipare al processo elettorale per la Loya Jirga. Negli stessi mesi, venivano prese di mira in particolar modo le donne impegnate negli aiuti umanitari, e le donne e le bambine rifugiate nei campi profughi. Si sono distinti il Generale Mohammed Fahim, Ministro della Difesa, e Burhanuddin Rabbani, per l’utilizzo delle loro truppe allo scopo di rafforzare le restrizioni “morali” dell’era talebana, contro le donne e non solo: la proibizione di musica e la danza, il divieto di avere contatti con le organizzazioni straniere, e così via.
Il caso di Herat, come si vede, non è quindi da intendere come un caso limite quanto piuttosto come un esempio particolarmente documentato di un processo in atto su scala nazionale.
Vale quindi la pena di soffermarci su Herat, città con un’antica tradizione culturale liberale, oggi sottoposta a un controllo poliziesco capillare più insidioso che ai funesti tempi dei talebani, repressione che contrasta con le aspirazioni della popolazione locale e con le aspettative alimentate dal crollo del precedente regime. Ad Herat ci sono donne disposte a parlare, a denunciare, violando il divieto di avere contatti con stranieri e rischiando per questo la propria incolumità: è noto, anche attraverso quotidiani italiani come il Manifesto, cosa sia accaduto ai testimoni del massacro di Mazar-e Sharif, e certamente alle protagoniste delle testimonianze raccolte da HRW, è molto più evidente che a noi quali rischi si corrano a raccontare. Il rapporto di HRW è per noi quindi una preziosa testimonianza della coscienza delle donne afghane riguardo ai propri diritti e della ferma determinazione a lottare per essi.
Grazie a loro apprendiamo che il governo locale di Herat ha ingaggiato adolescenti per controllare i comportamenti di donne e uomini, conferendo loro il diritto di sanzionarli direttamente in qualsiasi luogo e momento. Ciò viola la Costituzione del 1964, attualmente in vigore secondo gli accordi di Bonn, e le Convenzioni Internazionali sui diritti umani sottoscritte dal governo dell’Afghanistan, che garantiscono l’uguaglianza formale dei sessi e il diritto all’integrità fisica e alla libertà di movimento.
Le restrizioni alla libertà di movimento delle donne si moltiplicano invece giorno dopo giorno, allo scopo evidente di impedire ogni partecipazione delle donne alla vita pubblica e sociale, e ogni contatto con l’altro sesso. E’ nuovamente proibito uscire di casa non accompagnate da un parente stretto maschio, proibito guidare o andare in bicicletta – in ogni caso sarebbe impossibile usando il burqua, che viene nuovamente imposto nei fatti -, proibito viaggiare a bordo di un’auto se non con un parente stretto, proibito quindi anche usare un taxi, mentre i mezzi pubblici sono quasi inesistenti. Di fatto, diventa un’impresa raggiungere una scuola o l’università, il lavoro, o anche un medico in caso di emergenza. HRW riferisce ad esempio il caso di una madre che è stata arrestata mentre cercava di portare d’urgenza in auto il proprio neonato in ospedale, ed è rimasta alcuni giorni detenuta senza poterlo allattare. Chi contravviene ai divieti, o viene sorpresa a camminare o a parlare con un uomo e non riesce a dimostrare un grado di stretta parentela con lui, viene arrestata e condotta in ospedale per una visita ginecologica forzata, allo scopo di certificarne la verginità o, nel caso di donna sposata, per verificare se ha avuto rapporti sessuali recenti. L’accompagnatore viene condotto alla polizia per essere “interrogato”, secondo le consuete modalità di cui parlavamo sopra. Le vittime sono prevalentemente i giovani, gli studenti. Ma la stessa “visita ginecologica” si configura come una vera e propria violenza sessuale per le modalità con cui viene compiuta, contro la volontà delle donne e in modo da rovinare per sempre la loro reputazione e l’onore della famiglia. E’ un’esperienza traumatica, della quale le vittime non parlano schiacciate dalla vergogna, ma che i numerosi testimoni descrivono unanimemente come molto umiliante. Quattro medici devono firmare il referto.
Ogni giorno nell’ospedale di Herat vengono sottoposte a queste indagini una media di 10 donne, mentre a quelle che richiedono assistenza medica per ragioni di salute essa viene negata. Meno dell’1% delle donne di Herat partoriscono con assistenza medica, e non per niente il tasso di mortalità materna dell’Afghanistan è il più alto del mondo: si stima che si verifichino 515.000 morti materne all’anno, di cui l’87% per mancanza di accesso alle cure mediche.
Gli esami ginecologici forzati sono dunque, oltre che un grave abuso sessuale, una violazione del diritto alla salute di tutte le donne, distogliendo risorse mediche indispensabili e causando morte.
Lo stesso governatore Ismail Khan moltiplica invece i proclami pubblici via radio incitando tutti gli uomini, privati cittadini, a intervenire per reprimere e punire ogni contatto tra i due sessi. E’ proibito alle donne andare nei parchi la sera, ma nessuna osa avventurarsi per strada dopo le !6 o le 17. Con crescente frequenza le donne vengono arrestate anche nella propria casa: chiunque può entrare e verificare se esse si trovino in compagnia di uomini di parentela non stretta, e questo è sufficiente per venire trasportati dalla polizia e indagati con i sistemi sopra esposti. Gli arresti vengono registrati ufficialmente alla centrale: non si tratta, per il governo di Herat, di abusi, ma di un doveroso controllo della moralità.
La violazione della libertà di espressione e associazione, negata a tutti, è doppiamente esercitata contro le donne, escluse dalla vita politica, sociale e culturale malgrado la formale riapertura di scuole e università alle donne, e malgrado i posti di lavoro promessi e resi irraggiungibili. Gli spazi sono persino più ristretti che all’epoca dei talebani: se allora la Herat Literary Society, prestigiosa accademia letteraria, contava sulla presenza discreta ma attiva di donne, ora le donne ne sono state espulse del tutto, attraverso successive strette repressive che vengono ricostruite in modo dettagliato nel documento di HRW. Soprattutto, è stato assolutamente proibito, in quella sede come in qualsiasi altro luogo, parlare dei diritti delle donne.
Tutte le associazioni di donne sono state proibite, e per tentare di controllare la fortissima spinta delle donne alla partecipazione, il governo stesso ha creato la Herat Women ‘s Shura, ne ha insediato la presidentessa scelta personalmente da Ismail Khan, il quale inoltre invia persone del governo a presenziare lo svolgimento di ogni incontro. Malgrado il rigidissimo controllo, in alcune riunioni sono emerse voci di dissenso contro il governo e la sua politica misogina, voci prontamente represse. Il governatore ha preteso di usare gli incontri di questa associazione per condannare i suicidi delle ragazze che sfuggono così ai matrimoni forzati, accusandole di non essere coraggiose ma incapaci di lottare per risolvere i problemi delle loro famiglie. Impossibile contraddirlo.
Il rapporto di HRW analizza anche le violazioni dei diritti delle donne nei luoghi di lavoro, all’Università, attraverso la censura totale delle immagini femminili alla televisione, e così via: rimandiamo al documento integrale per ragioni di spazio.
Vogliamo qui ricordare invece altri due elementi per completare il quadro della situazione afghana.
Il primo riguarda un tema gravissimo di cui non si parla affatto per ovvi motivi: la contaminazione da uranio a seguito dei bombardamenti americani. Come abbiamo riportato in un precedente articolo, il territorio afghano è contaminato e le conseguenze sulla salute della popolazione sono fuori controllo a causa del contesto sanitario che non permette di estendere le costose analisi in ulteriori aree del territorio nazionale. Non è noto perché gli USA abbiano usato testate con uranio, più cancerogeno ancora dell’uranio impoverito, ma è evidente che nessuno si preoccupa di soccorrere le vittime ne’ di bonificare l’ambiente, già infestato dalle mine antiuomo (lo sminamento, a cui lavorano anche tecnici italiani, procede con estrema lentezza e enormi difficoltà dovute anche alla mancanza di sicurezza sempre più grave quanto più ci si allontana dalla capitale)
L’altro elemento ci riguarda da vicino: cosa sta facendo il nostro paese, oltre ad inviare alpini e a collaborare con gli USA?
A livello istituzionale si è formato un Gruppo di Contatto delle deputate italiane con le donne afghane. E’ stato promosso da deputate sensibili alle problematiche delle donne afghane e raccoglie esponenti di tutti i partiti, da sinistra a destra. Da’ seguito agli impegni presi dalla delegazione di parlamentari italiane che nel febbraio 2002 si erano recate in visita a Kabul. Il “Programma del governo afghano per il sostegno del Ministero degli Affari delle Donne”, per il quale era stato chiesto loro sostegno politico e finanziario, e che prevedeva il monitoraggio delle azioni legislative per promuovere la parità giuridica delle donne, non sembra avere fatto alcun passo avanti dal momento che la sharia continua ad essere applicata e le carceri si sono nuovamente riempite di donne in fuga da matrimoni forzati e violenza domestica. E per quanto riguarda i programmi su istruzione, formazione professionale e sanità, è evidente dopo quanto abbiamo riportato sopra, che non ci sia, o non ci possa essere a causa del peso dei fondamentalisti nel nuovo governo, a livello governativo alcuna seria intenzione di promuovere progetti duraturi ed efficaci. Il 28 novembre scorso il Gruppo di Contatto ha convocato a Roma presso la Camera dei Deputati undici donne afghane tra cui la nuova titolare del Ministero per gli Affari delle Donne Habiba Sarabi, che ha sostituito la precedente Ministra Sima Samar costretta a dimettersi. Secondo quanto riportato in un articolo pubblicato dal Paese delle donne le invitate hanno ringraziato per gli aiuti, anche se assolutamente insufficienti rispetto alle esigenze, e hanno spiegato che nel processo di democratizzazione bisogna mediare con le diverse tradizioni locali.
Al di là della personale abnegazione delle donne che si espongono assumendo incarichi istituzionali in situazioni di rischio, resta dubbio che il processo in atto possa essere definito “di democratizzazione”. L’ipoteca principale è senz’altro l’impunità dei signori della guerra che non solo si sono macchiati di crimini contro l’umanità, ma sono stati ricollocati nei posti di comando dagli Stati Uniti, e con la protezione di questi ultimi, le armi, i finanziamenti che essi distolgono dagli aiuti umanitari, i proventi che ricavano dal rifiorito traffico di droga, continuano ad opprimere una popolazione che non li ha mai scelti come propri governanti. Il disprezzo contro le donne e il totale disconoscimento dei diritti umani delle donne, sono i pilastri su cui si fonda la loro dottrina e il loro potere: come è possibile mediare su questo?
Alla luce dei fatti, la posizione di Rawa, che qualcuno giudica troppo intransigente, ci appare semplicemente coerente e lucida. Rawa ritiene che ottenere un processo internazionale contro i signori della guerra sia una priorità, una condizione senza la quale ogni percorso di democratizzazione non avrebbe corso. E ritiene che il nuovo Stato afghano debba essere laico: compromessi, concessioni alle tradizioni vere o presunte, non possono che minare alla radice i diritti umani più elementari delle donne. Rawa sostiene anche che, malgrado l’analfabetismo e l’arretratezza in cui sono state forzatamente tenute le donne soprattutto nelle campagne, anche le donne più povere desiderano vivere la propria fede religiosa senza le costrizioni esterne e violente del potere politico. Uno Stato laico non è un lusso per intellettuali, ma un diritto fondamentale per tutte e tutti.
Certamente è proprio il lavoro di base con le donne dei settori popolari più svantaggiati l’unica speranza di una radicale e duratura trasformazione, ed è con questi settori organizzati della società civile che anche noi dobbiamo cercare di intensificare le relazioni di solidarietà diretta.


Guerra infinita e il gasdotto Karzai-UNOCAL


Mentre il parlamento italiano ha prorogato l’operazione militare Enduring Freedom fino a fine anno senza limitazioni di confini, l’opinione pubblica internazionale scopre che gia nei primi mesi del 2001 la Cia sapeva – senza aver avvisato l’FBI – del coinvolgimento dell’attentatore del Pentagono Khalid al-Midhar contro una nave militare statunitense nello Yemen. L’Iran capitanato da Mohammed Khatami in questi mesi ha giocato assieme a Usa e la Russia la partita per il controllo del petrolio e dei gas mondiali che ammontano al 30% nel sottosuolo di Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. A Kabul è diventato presidente ad interim Hamid Karzai, ex consulente della Unocal, la multinazionale americana del petrolio. Karzai è riuscito a far sottoscrivere ai presidenti del Pakistan e Turkmenistan, Musharraf e Niyazov un accordo che rilancia il progetto del gasdotto il cui costo è stimato in 2 miliardi di dollari e che verrà realizzato dalla Unocal. La preannunciata guerra a Saddam Hussein fa tremare l’Iran che rischia di uscire dalla grande corsa al petrolio creando equilibri interni difficili. La coalizione “contro il terrorismo” si sta allargando e vede il Giappone che sta modificando la sua costituzione pacifista per partecipare all’Enduring Freedom. A Seul in Corea del Sud sono presenti 37 mila soldati americani a difesa dalla Corea del Nord e nelle Filippine il governo ha dovuto trovare un escamotage per derogare alla costituzione e accettare le truppe americane sul proprio territorio. [03.06.2002]
» Fonte: © WarnewsClorofillaAltroadigeEquilibriItaly Indymedia;
» Approfondimento: © Enclave USA in Italia – di Guerra & PaceLe basi al posto giustoBoycott Israel.


Scenari di guerra
di Maria Matteo

I venti di guerra soffiano sempre più forti. Solo se l’opposizione alla guerra e al militarismo continueranno a crescere…

La guerra globale, la prima guerra del secolo, va avanti. Migliaia di persone, per lo più civili, sono morte sotto le bombe in Afganistan. Ad un anno di distanza la guerra non è finita: tra i monti afgani si continua a morire. A Kabul un governo feroce e dispotico è stato sostituito da un governo altrettanto feroce e dispotico ma disponibile a far partire l’oleodotto che gli amici ed alleati di ieri, i talebani, non volevano più costruire. L’elegante premier Hamid Karzai in passato di mestiere faceva il consulente per la Unocal, la compagnia americana che costruirà l’oleodotto. Karzai è l’unico leader afgano che non dispone di una milizia propria: alla sua sicurezza badano le truppe speciali dell’esercito statunitense. I crimini statunitensi contro prigionieri di guerra massacrati e poi seppelliti in fosse comuni sono stati pubblicamente denunciati persino al parlamento europeo. La popolazione afgana è sempre più spossata dalla fame e dalla violenza, i cattivi di turno, Bin Laden ed il mullah Omar sono scomparsi dai media e gli americani sono sul punto di concludere un affare che sfuggiva loro da una decina d’anni. Niente male per una guerra che pretende di essere combattuta in nome della libertà e della giustizia «durature».
Bush un anno fa annunciava una campagna bellica infinita. Il pretesto della «guerra al terrorismo» è divenuto la chiave di volta di una politica guerrafondaia volta a rimettere in piedi la dolente economia americana a suon di bombe.
La guerra in Iraq forse sarà già scoppiata quando leggerete queste righe. O, magari, vi sarà stato un ulteriore rinvio. Pare di trovarsi di fronte ad un condannato a morte in attesa di esecuzione che, grazie all’abilità del suo legale riesce ad ottenere qualche giorno in più di vita. Ma, e lui lo sa, la sua vita è appesa un filo assai esile. Che l’Iraq fosse nel mirino di Bush lo si sapeva da mesi. Addirittura il toto guerra dava per scontata la data di novembre. La straordinaria emozione suscitata dagli spettacolari attentati dell’11 settembre del 2001 aveva spalancato le porte all’offensiva guerrafondaia della lobby affaristico-militare che aveva sostenuto la candidatura di George II. La promulgazione, quasi senza dissenso, del Patriot Act, che di fatto rendeva possibili detenzioni extragiudiziali di semplici sospetti, nonché una sostanziale, ulteriore militarizzazione della vita sociale americana, era il segno inequivocabile che una politica di guerra infinita aveva di fronte a se ben pochi ostacoli.
Seppelliti i morti delle Twin Towers, il governo Usa ha capitalizzato l’indignazione popolare, tentando di trasformare la tragedia in business. Poco importava che Bin Laden in tempi non lontani fosse stato al servizio della Cia. Poco importa che oggi, dopo due decenni di guerre foraggiate dagli Usa, l’Afganistan sia un paese allo stremo. Poco importa che i feroci talebani fossero meno di un lustro fa fedeli e buoni alleati: con buona pace dei «diritti umani» che, notoriamente non riguardano né le donne né gli oppositori politici.

 A seconda delle necessità

In verità l’avventura irachena del presidente Bush pare meno facile da far digerire sia all’opinione pubblica americana sia ai recalcitranti alleati europei. L’ampiezza delle manifestazioni contro l’intervento in Iraq dimostra che qualcosa si comincia a muovere nel ventre molle degli Stati Uniti. La soffocante propaganda di questi ultimi mesi non è riuscita ad impedire un dissenso che, diversamente dallo scorso anno, oltre alle aree più radicali, vede scendere in campo contro l’intervento ampi strati di popolazione. Lo slogan «Not in my name» attraversa gli Stati Uniti coinvolgendo, oltre alle grandi città, anche piccoli centri più tradizionalmente conservatori.
Se a ciò si aggiunge che la smania bellica di Bush II vede, al di là del fratellino siamese britannico, solo l’entusiastica adesione del pecorile Berlusconi, mentre il resto dell’Europa e gli alleati arabi si mostrano alquanto freddini, appare chiaro che la partita che si sta giocando sull’Iraq va ben al di là della solita guerra per il petrolio che i militari americani combattono a seconda delle necessità.
D’altro canto la posta in gioco è molto alta perché sul tappeto vi è la cancellazione definitiva del pur residuale ruolo dell’Onu, quale ambito di definizione di regole, che per quanto sempre asimmetriche, lasciavano aperto uno spazio nel quale, pur sancita la superiorità del più forte (il Consiglio di Sicurezza ed i suoi cinque membri dotati di facoltà di veto), si desse una parvenza di «legittimità» alle varie operazioni belliche. Nel lontano 1991, quando Bush I diede inizio alla guerra contro l’Iraq, la coalizione a guida statunitense partì con la benedizione dell’Onu. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia ed il ruolo dell’Onu, in un mondo sempre più unipolare, è divenuto esile, sostanzialmente ininfluente.
La «guerra preventiva» enunciata da Bush di fatto prefigura un ordine in cui il gendarme americano si assume il ruolo di poliziotto, giudice e boia.
La campagna di guerra dell’amministrazione americana dovrebbe terminare solo con la sconfitta del nemico. Già il «nemico». Osama, gli integralisti, gli Stati detti «canaglia», perché non al servizio degli interessi Usa. Ma i morti, i mutilati, gli affamati sono uomini, donne, bambini, vittime ed ostaggi di interessi per i quali non valgono nulla, granelli di sabbia sullo scacchiere del «grande gioco» della politica di potenza. Il «gioco» feroce di Bush II, l’uomo dei petrolieri e dei mercanti d’armi, interessati al controllo delle grandi risorse energetiche, timorosi della concorrenza dei recalcitranti alleati europei, consapevoli che oggi la «supremazia» statunitense si afferma soprattutto sul piano militare.
L’invasione dell’Iraq voluta da Bush non è che l’ultimo atto di una guerra che dura da oltre un decennio. Dopo la guerra guerreggiata, l’embargo e i bombardamenti «mirati» hanno mietuto le loro vittime. Le cifre di questa lenta strage sono spaventose: oltre un milione di morti tra i più deboli, i più poveri, i senza potere.
Saddam Hussein, l’attuale obbiettivo della guerra permanente, è un feroce dittatore che guida una compagine fascista come il partito Ba’ath, fondato nel dopoguerra da nazionalisti arabi che avevano combattuto con i nazifascisti. Hussein già nel lontano 1988 si distinse per il massacro di migliaia di curdi con armi chimiche fornite dagli Usa. Ma allora nessuno minacciò ritorsioni. All’epoca, non diversamente da Bin Laden, il Rais di Baghdad era un’importante pedina nella politica degli USA che si guardarono bene dal rimarcare la disinvoltura con cui trattava i propri «affari». Lo stesso dittatore che oggi deve essere destituito massacrando a suon di bombe la disgraziata popolazione irachena è stato ricevuto con tutti gli onori dai governi delle maggiori democrazie mondiali. Ma, si sa, criminali ed alleati variano a seconda della convenienza del momento. Ed il principio di «non ingerenza» assume caratteristiche carsiche, comparendo o scomparendo all’occorrenza.
Lo dice persino il noto assassino, golpista e guerrafondaio, nonché nobel per la pace, Henry Kissinger che è tempo di far saltare il principio di non ingerenza negli affari interni di uno stato. La «guerra preventiva» contro tutti coloro che oggi od in futuro contrasteranno gli interessi americani non può più nascondersi dietro la foglia di fico dell’intervento «umanitario» con la quale si era coperta la guerra contro la Serbia per il controllo del Kossovo e, soprattutto, di un’importante via di collegamento per la circolazione di petrolio, gas, armi e droga.
I giochi delle varie diplomazie vanno avanti: forse l’attacco può essere rimandato di settimane o mesi. Ma fermarlo sarà possibile solo se l’opposizione alla guerra ed al militarismo continueranno a crescere negli Usa come in Europa.

 “dio, patria famiglia”

Qui da noi, nel Belpaese di Berlusconi, Bossi e Fini sono in atto le grandi manovre: una bella finanziaria di guerra, leggi liberticide contro i lavoratori, gli immigrati, le donne. La retorica, quella più becera, si spreca. Tornano in auge i mai sopiti mostri dell’intolleranza, del razzismo, del nazionalismo.
I soldi sottratti alla sanità, alla scuola, ai servizi sociali serviranno per finanziare il viaggio ed il soggiorno di mille assassini legalizzati in divisa da alpino alla volta dell’Afganistan. Con il beneplacito, ancora una volta, di parte del centro-sinistra.
Chi si oppone è definito «traditore della patria», schierato con il «nemico», sostenitore del terrorismo. Come sempre di fronte all’orrore della guerra la neolingua dei potenti chiama la guerra pace, la ferocia giustizia.
Gli alpini aprono le loro parate con «Dio, patria, famiglia». Noi, senzapatria, senzadio, senzafamiglia abbiamo per patria il mondo intero.
Siamo uomini e donne di parte. La parte delle vittime. Sempre.

Rivista Anarchica, Novembre 2002

  Maria Matteo


La pace per un oleodotto?


Firmato a Ashgabat l’accordo per la realizzazione del gasdotto trans-afghano
Causa di guerre Le risorse energetiche del Centrasia, la posta in gioco anche per l’Afghanistan, via di transito verso i mercati mondiali.

di Giuliana Sgrena


La via alla costruzione dell’oleodotto che dovrebbe trasportare petrolio e gas dal Tukmenistan al Pakistan via Afghanistan è stata aperta ieri con la firma di un accordo tra i rappresentanti dei tre paesi interessati nella capitale turkmena, Ashgabat. Dopo anni di discussione e di guerre – la costruzione del gasdotto trans-Afghanistan è stata alla base di alleanze e conflitti con i vari signori della guerra, taleban compresi, e servizi segreti dell’area – finalmente il progetto vedrà la luce, si dice a partire dal 2004. Il primo passo era già stato compiuto lo scorso maggio ad Islamabad con l’accordo dei tre presidenti – il pakistano Musharraf, il turkmeno Niyazov e l’afghano Karzai – che avevano dato il loro assenso al progetto. Un successo soprattutto per il presidente ad interim afghano alla vigilia dell’apertura della Loya jirga (il grande consiglio intertribale di giugno) che avrebbe dovuto confermarlo. L’interesse di Karzai per il gasdotto era noto essendo stato (o forse lo è ancora) il presidente afghano uno dei consiglieri della Unocal, la compagnia petrolifera americana con il maggior peso nel consorzio – insieme alla Delta oil saudita, l’Indonesia Petroleum, la Hyundai coreana e altre – che da anni perseguiva la realizzazione del progetto in competizione con la Bridas argentina, anche se poi, nel 1998, aveva desistito di fronte all’impossibilità di attuarlo a causa del conflitto tra taleban e mujahidin. Per la Unocal avrebbe lavorato anche l’inviato di Bush in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, ora dirottato sull’Iraq, visto che sempre di guerra per il petrolio si tratta. Con l’avvio del progetto Karzai può ricambiare il favore agli Stati uniti che l’hanno imposto come presidente e lo mantengono al potere (senza l’appoggio Usa Karzai non resisterebbe). Anche se il presidente ad interim non può garantire la stabilità necessaria al paese per la costruzione di un oleodotto di 850 chilometri (su un totale di 1.500) e il passaggio di 20 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Perché, come sostiene Ahmed Rashid nel suo libro Taleban, «la pace può portare un oleodotto, ma un oleodotto non può portare la pace». Comunque, per la realizzazione, occorre innanzitutto trovare i finanziamenti: l’ambizioso progetto dovrebbe costare dai 3 ai 3,2 miliardi di dollari. Si tratterebbe del primo grande investimento straniero in Afghanistan. Tuttavia, vista la situazione precaria del paese dove, a oltre un anno dall’inizio della campagna antiterrorismo, i signori della guerra continuano a dettare legge con la forza delle armi, non sarà facile trovare investitori stranieri, dopo che non sono arrivati nemmeno i soldi promessi dai paesi donatori. Probabilmente per l’oleodotto sarà diverso e gli Stati uniti ancora una volta metteranno in campo il loro peso, se non saranno troppo impegnati a mettere le mani sul petrolio iracheno. L’Afghanistan è strategicamente importante per Bush e anche l’oleodotto trans-afghano, non solo per l’approvvigionamento di risorse ma anche per rompere il monopolio della Russia nella regione per il passaggio delle materie prime – evitando anche l’Iran -, ma non solo. Mosca, dopo aver scontato gli effetti della sconfitta del 1989, quando l’Armata rossa fu costretta a ritirarsi, ha riguadagnato influenza in Afghanistan, dove peraltro sta riorganizzando il ministero degli interni. Mentre gli Stati uniti, grazie alla campagna antiterrorismo, hanno posizionato proprie truppe in Uzbekistan, Tagikistan e Kyrgyzstan. Una posizione che difficilmente abbandoneranno e che anzi servirà da ponte per ulteriori allargamenti sia militari che economici. Conquistare i paesi con immensi giacimenti di idrocarburi – le riserve di gas in Turkmenistan sono valutate in 100.000 miliardi di piedi cubi, la quarta più grande riserva mondiale di gas – permette di esercitare un enorme potere sulla disponibilità di queste risorse.
Una volta raggiunto il porto pakistano di Karachi, grazie al gasdotto trans-afghano, il gas turkmeno potrà facilmente essere immesso sul mercato mondiale. Il principale potenziale acquirente potrebbe essere l’India, rapporti con il Pakistan permettendo. Karzai è ottimista e azzarda che l’India potrebbe persino unirsi al trio e partecipare al progetto.

Fonte: Il Manifesto 28/12/02


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