Fisicamente

di Roberto Renzetti

di Georg Huygens

Tecniche di provocazione del partito della guerra negli Stati Uniti dal 1896 ad oggi.

E al dio degli inglesi non credere mai

Fabrizio De André, Coda di Lupo, 1978

 “Non sono uno storico di mestiere, però ricordo che non ci fu solo Alamo[1][1], ma anche la Maine[2][2] – lo abbiamo scoperto cent’anni dopo, che quella nave non l’avevano fatta esplodere gli spagnoli; e poi c’è stato il nostro intervento nella prima guerra mondiale[3][3], da cui l’Europa non è mai guarita[4][4]; e Franklin Delano Roosevelt[5][5], che ha invitato i giapponesi a distruggere la nostra flotta a Pearl Harbor. Allora, non è giunto il momento di indagare su questo governo sovversivo che esiste all’interno del governo, e cioè il partito della guerra con i suoi spietati servizi segreti?”

John Paul Leonard

Tree of Life Publications

Prefazione a Nafeez Mosaddeq Ahmed, Guerra alla libertà

Nota del curatore

“E’ un fatto documentato e di storico dominio, che il governo americano e l’apparato dell’intelligence militare in passato abbiano deliberatamente provocato atti di terrorismo contro sé stessi, prevedendo grosse perdite di civili e di militari, per giustificare successive azioni militari. L’esempio a cui pensiamo è Pear Harbor. Lo History Channel (USA) ha recentemente mandato in onda un documentario prodotto dalla BBC, Betrayal at Pearl Harbor che, utilizzando tra i vari materiali storici anche alcuni documenti americani ora resi accessibili, ha dimostrato che il presidente Franklin D. Roosevelt e i suoi massimi consulenti militari sapevano benissimo che il Giappone stava per sferrare un “attacco a sorpresa” contro gli Stati Uniti, in seguito alla provocazione di questi ultimi, ma consentì che l’attacco si verificasse, per giustificare l’entrata in guerra. Una dettagliata documentazione su questo fatto è stata fornita da Robert Stinnett, nel suo autorevole studio Day of Deceit: The Truth about FDR and Pearl Harbor. Stinnett ha prestato servizio nella marina statunitense dal 1942 al 1946 e gli sono state conferite dieci decorazioni sul campo e una Presidential Unit Citation”.

Così  lo studioso inglese Nafeez Mosaddeq Ahmed in Guerra alla libertà: il ruolo dell’amministrazione Bush nell’attacco dell’11 settembre[6][6].

1. 1940: il memorandum McCollum

Il libro  di Stinnett è stato pubblicato in italiano, con il titolo Il Giorno dell’inganno – Pearl Harbor: un disastro da non evitare, per i tipi del Saggiatore (Milano, 2001; l’edizione americana è del 2000). Il volume è pregevole per chiarezza e completezza, ed ha un apparato documentale di 167 pagine su 294 di testo. Da esso emerge la centralità di un documento, redatto dal capitano di corvetta Arthur H. McCollum il 7 ottobre 1940. McCollum era il capo del reparto dell’estremo Oriente dell’ONI (Office of Naval Intelligence). Ma lasciamo la parola a Stinnett:

“McCollum aveva una formazione perfetta per formulare le tattiche e le strategie contro il Giappone. Nato a Nagasaki nel 1898 da genitori missionari battisti, trascorse l’infanzia in varie città giapponesi. Capiva la cultura giapponese: ne aveva imparato la lingua prima ancora di imparare l’inglese. Dopo la morte del padre la famiglia ritornò in Alabama. A diciott’anni McCollum fu ammesso all’Accademia navale. Dopo la laurea il guardiamarina ventiduenne fu mandato all’ambasciata statunitense di Tokyo com addetto navale. Fece anche un corso di ripasso di giapponese. McCollum non era un pallone gonfiato, ma gli piacevano le feste e il drink preferito della comunità navale giapponese: lo scotch Johnny Walker con l’etichetta nera. Aveva sempre qualcosa da dire: dopo avere raccontato una lunga storia, faceva una pausa con la sua frase preferita, “in altre parole”, e ripartiva con una versione ancora più lunga…Il bollettino redatto dal capitano di corvetta McCollum nell’ottobre 1940, composto di cinque pagine (a cui ci riferiremo d’ora in poi come il bollettino delle otto azioni) propose un piano sorprendente, inteso a creare una situazione che avrebbe mobilitato un’America riluttante a partecipare alla lotta dell’Inghilterra contro le forze armate tedesche che stavano annientando l’Europa. Le otto azioni miravano ad incitare virtualmente un attacco giapponese nei confronti delle forze armate terrestri, aree e navali americane alle Hawaii, oltre agli avamposti coloniali olandesi nella regione del Pacifico.

Secondo i sondaggi d’opinione dell’estate del 1940, la maggioranza degli americani non voleva che il paese venisse coinvolto nella guerra con l’Europa. Tuttavia i capi delle forze armate e del ministero degli esteri concordavano nel ritenere che una Germania nazista vittoriosa avrebbe minacciato la sicurezza degli Stati Uniti. Avevano perciò la sensazione che gli americani avessero bisogno di una chiamata ad agire.

McCollum avrebbe rivestito un ruolo fondamentale in questo piano. Il suo nome in codice era F2. Controllò il percorso dei servizi informativi delle comunicazioni per FDR dal 1940 al 7 dicembre 1941, e fornì al presidente i rapporti di questi sulle strategie militari e diplomatiche giapponesi. Tutti i rapporti militari e diplomatici giapponesi destinati alla Casa Bianca, che venivano intercettati e decodificati, passavano dalla sezione Estremo oriente dell’Asia dell’ONI, che lui presiedeva. La sezione serviva da smistamento per tutti i tipi di rapporti dei servizi informativi, non solo del Giappone, ma di tutti gli stati dell’Asia orientale.

Ogni rapporto preparato da McCollum per il presidente si basava sulle intercettazioni radio raccolte e decodificate da una rete mondiale di crittografi delle forze armate e intercettatori radio americani. L’ufficio di McCollum faceva parte della stazione US, un centro crittografico americano segreto situato nel quartier generale principale della Marina, all’incrocio fra la Diciottesima Strada e Constitution Avenue N.W., a circa quattro isolati dalla Casa Bianca.[…]

Il bollettino delle otto azioni di McCollum era datato 7 ottobre 1940ed era stato indirizzato e spedito a due dei più fidati consiglieri militari di Roosevelt: i capitani  della marina Walter S.Anderson e Dudley W.Knox. Anderson era il direttore dell’ONI[…]. Knox era d’accordo con il bollettino delle otto azioni di McCollum, e lo fece subito avere ad Anderson con il seguente commento moderato: “sono d’accordo con il suo piano. Dobbiamo essere pronti su entrambi i fronti e probabilmente abbastanza forti da badare ad entrambi”.[…] Il bollettino di McCollum termina con la firma di Knox. Benché la proposta sia indirizzata ad Anderson, l’autore non ha trovato alcuna traccia che indichi se lui o Roosevelt l’abbiano vista. In ogni caso una serie di registrazioni presidenziali segrete, oltre ad informazioni collaterali dei servizi informativi negli archivi della Marina, offrono prove definitive che l’avessero visto. A cominciare dal giorno successivo, con il coinvolgimento di FDR, i propositi di McCollum furono sistematicamente messi in pratica.

Per tutto il 1941, a quanto pare, spingere il Giappone a compiere un atto aperto di guerra era la principale politica che guidò le azioni di FDR nei suoi confronti. Direttive dell’Esercito e della Marina che contenevano la frase “atto diretto” furono spedite ai comandanti del Pacifico. I membri del gabinetto di Roosevelt, in particolare il ministro della guerra Harry Stimson, favorirono notoriamente quella politica, secondo il diario dello stesso Stimson. Le annotazioni che vi si trovano mettono Stimson insieme ad altri nove americani che conoscevano o erano associati con questa politica di provocazioni del 1941.

L’impronta di Roosevelt si può trovare in ognuna delle proposte di McCollum. Una delle più scioccanti era l’azione D, lo schieramento deliberato delle navi da guerra americane nelle acque territoriali del Giappone o subito fuori di esse. Nel corso degli incontri segreti alla Casa Bianca, Roosevelt si fece personalmente carico dell’azione D. Definì le provocazioni “missioni a sorpresa”:”Voglio semplicemente che sbuchino qua e là e che i giapponesi continuino a chiedersene la ragione. Non mi importa di perdere due o tre incrociatori, ma non voglio correre il rischio di perderne cinque o sei.

L’ammiraglio Husband Kimmel, il comandante della flotta del Pacifico, obiettò alle missioni a sorpresa affermando:”E’ una mossa sconsiderata, e compierla porterà alla guerra””.[7][7]

Il resto del libro dimostra, con una documentazione a dir poco impressionante, le tesi appena riportate. Il quadro sociale e politico contemporaneo, e le ragioni di grande strategia politica, che dovevano condurre a Pearl Harbor, sono affrescate con vigore nel bel “romanzo” storico di Gore Vidal, L’Età dell’Oro, che, per inciso, fa espresso riferimento al memorandum McCollum.[8][8] In Vidal, che da l’idea di sapere moltissimo della politica americana del XX secolo, si perde in precisione analitica quello che si guadagna in ampiezza complessiva.

            Le analogie fra Pearl Harbor e la strage dell’11 settembre 2001 sono state suggerite da più parti. Nahfez Mosaddeq Ahmed fa anche riferimento all’operazione Northwoods, nel periodo della crisi di Cuba. Se ne dovrà parlare.

            Abbiamo ritenuto opportuno tradurre integralmente il memoriale McCollum, in modo che il lettore possa farsi una idea diretta di che si tratta. Purtroppo, secondo uno strano vezzo, gli editori italiani hanno la propensione a non tradurre INTEGRALMENTE i documenti in allegato a certi tipi di studi, pur sapendo benissimo che non tutti sono in condizione di leggere l’inglese. Così ha fatto Il Saggiatore per Sinnett, e Fandango Libri per L’incredibile menzogna di Thierry Meyssan, che riporta per esteso la documentazione dell’operazione Northwoods.[9][9] Tutt’al contrario, Lucia Annunziata, nel suo pur discutibile e alquanto flebile NO – la seconda guerra irachena e i dubbi dell’Occidente, ha avuto il garbo di proporre al pubblico italiano la traduzione integrale del documento sulla sicurezza cosiddetta nazionale di Bush del 17 settembre 2002.[10][10]

Al di là di questi dettagli, resta il fatto che il memorandum McCollum è un documento storico di interesse eccezionale. I contenuti sono talmente espliciti da non meritare apparentemente un commento. In realtà, essi sono di particolare spessore strategico, come ognuno potrà constatare. Stinnett ha analizzato il testo in maniera molto esauriente, e rimandiamo per intanto al suo libro.

E’ invece il caso di sottolineare la peculiare lucidità, sistematicità e sintesi con cui McCollum condensa la situazione mondiale dell’epoca. Da questo punto di vista, il suo è un documento che va letto con molta attenzione anche per l’aspetto lessicale e soprattutto  per l’articolazione del pensiero: che è molto istruttiva, e molto simile ad elaborazioni analoghe dei giorni nostri.

 OP-16-F-2                 ONI[11][11]            7 Ottobre 1940

Promemoria per il Direttore

Oggetto: Valutazione della situazione nel Pacifico e proposte per l’azione degli Stati Uniti.

1. Gli Stati Uniti si trovano attualmente dinanzi ad una Germania e ad un’Italia ostili in Europa e ad un Giappone ugualmente ostile in Oriente. La Russia, grande collegamento terrestre fra questi due gruppi di potenze ostili, è al momento neutrale, ma con ogni probabilità è favorevolmente orientata verso le Potenze dell’Asse, e ci si può attendere che tale atteggiamento favorevole verso queste Potenze si accresca in modo direttamente proporzionale all’estendersi dei loro successi nel prosieguo della guerra in Europa. La Germania e l’Italia hanno avuto successo nella guerra sul continente europeo e tutta l’Europa è  sotto il loro controllo militare o è stata costretta alla sottomissione. Soltanto l’Impero Britannico si sta opponendo attivamente con la guerra alla crescita del dominio mondiale della Germania, dell’Italia e dei loro satelliti.

2. Gli Stati Uniti sono rimasti in principio freddamente distaccati dal conflitto in Europa e c’è una considerevole evidenza a supporto dell’opinione che la Germania e l’Italia cerchino con ogni mezzo in loro possesso di alimentare il perdurare dell’indifferenza americana fino al risultato definitivo della lotta in Europa. Paradossalmente, ogni successo degli eserciti tedeschi e italiani ha accresciuto negli Stati Uniti la simpatia e l’aiuto materiale per l’Impero Britannico, al punto che al momento attuale il governo degli Stati Uniti si trova impegnato in una politica di fornitura di ogni aiuto, eccetto l’impegno militare diretto, unitamente alla possibilità in rapida crescita che gli Stati Uniti divengano in un futuro molto prossimo alleati a pieno titolo dell’Impero Britannico. Il fallimento[12][12] finale della diplomazia tedesca ed italiana nel mantenere gli Stati Uniti nel ruolo di spettatore disinteressato li hanno costretti ad adottare la politica di sviluppare minacce contro la sicurezza degli Stati Uniti in altre aree del mondo, e specialmente per mezzo della minaccia di rivoluzioni in America meridionale e Centrale, valendosi di gruppi controllati dall’Asse e sollecitando il Giappone a porre in essere ulteriori aggressioni e minacce in Estremo Oriente nella speranza che usando questi mezzi gli Stati Uniti diventassero così intellettualmente confusi e timorosi per la loro sicurezza diretta  da portarli ad un tale stato di preoccupazione per la preparazione della sola difesa, in modo da precludere virtualmente qualsiasi forma di aiuto statunitense alla Gran Bretagna. Come ulteriore risultato di questa politica, la Germania e l’Italia hanno successivamente concluso un’alleanza militare con il Giappone  contro gli Stati Uniti. Se i termini del trattato che sono stati resi pubblici e le dichiarazioni palesi dei leaders tedeschi, italiani e giapponesi sono credibili, e non sembra ci siano fondati motivi per dubitarne, le tre potenze totalitarie sono concordi nel muovere guerra agli Stati Uniti, possa essa scaturire dall’assistenza all’Inghilterra, o dal tentativo di interferire energicamente con gli obiettivi giapponesi in Oriente e, in più, Germania e Italia si riservano espressamente il diritto di determinare quale aiuto americano alla Gran Bretagna, a parte l’impegno bellico diretto, sia o no motivo di guerra una volta che esse avranno sconfitto la Gran Bretagna stessa. In altre parole, dopo che l’Inghilterra sarà stata sistemata i nemici decideranno se procedere immediatamente ad un attacco agli Stati Uniti. A causa della situazione geografica, né la Germania né l’Italia sono in condizione di offrire alcun aiuto materiale al Giappone. Il Giappone, al contrario, può essere di grande aiuto sia alla Germania che all’Italia minacciando e possibilmente anche attaccando i dominions britannici e le vie di rifornimento dall’Australia, India e Indie Occidentali olandesi, indebolendo in tal modo concretamente la posizione inglese di opposizione all’Asse in Europa. In cambio di questo servizio, il Giappone riceve mano libera per impadronirsi di tutta quella parte dell’Asia che gli è possibile arraffare, con la promessa aggiuntiva che Germania ed Italia faranno tutto ciò che è in loro potere per mantenere l’attenzione americana talmente concentrata da evitare che gli Stati Uniti intraprendano vere e proprie azioni aggressive contro il Giappone. Qui abbiamo di nuovo un altro esempio di come la diplomazia dell’Asse e giapponese sia finalizzata a mantenere immobilizzata la potenza americana, e con minacce ed allarmi  rendere così confusa la coscienza dell’America da precludere una pronto e decisivo intervento degli Stati Uniti in ambedue le sfere d’azione. Non potrà mai  essere sottolineato troppo  energicamente che l’ultima cosa che desiderano sia le potenze dell’Asse in Europa che il Giappone in Estremo Oriente è un’immediata azione bellica da parte degli Stati Uniti in ambedue i teatri di operazioni.

3. L’esame della situazione europea porta alla conclusione che c’è ben poco che noi possiamo fare adesso, immediatamente, per aiutare la Gran Bretagna, che già non sia stato fatto. Non abbiamo un esercito addestrato da inviare in soccorso dell’Inghilterra, né lo avremo almeno per un altro anno. Attualmente stiamo cercando di aumentare l’afflusso di materiali verso l’Inghilterra e di sostenere la difesa dell’Inghilterra in ogni modo praticabile, e questo tipo di aiuto senza dubbio aumenterà. D’altra parte, è ben poco quello che la Germania o l’Italia possono fare contro di noi fin quando l’Inghilterra continua a combattere e la sua flotta mantiene il controllo dell’Atlantico. L’unico pericolo per la nostra posizione è una disfatta prematura dell’Impero Britannico, con la flotta che cada intatta nelle mani delle potenze dell’Asse. La possibilità che un evento del genere si verifichi  potrebbe essere concretamente ridotta se fossimo già militarmente a fianco dei Britannici o se come minimo prendiamo misure attive per diminuire la pressione sulla Gran Bretagna in altri teatri. In sintesi: la minaccia alla nostra sicurezza nell’Atlantico rimane modesta fintanto che la flotta inglese mantiene il dominio dell’oceano e resta favorevole agli Stati Uniti.

4. Nel Pacifico, il Giappone, in virtù della sua alleanza con la Germania e con l’Italia, è una precisa minaccia alla sicurezza dell’Impero Britannico, e una volta che l’Impero Britannico sia caduto la potenza di Giappone-Germania e Italia  sarà diretta contro gli Stati Uniti. Un potente attacco terrestre della Germania e dell’Italia attraverso i Balcani e il Nord Africa contro il canale di Suez, insieme ad una minaccia o ad un attacco giapponese contro Singapore, avrebbero conseguenze molto serie per l’Impero Britannico. Se il Giappone potesse essere deviato o neutralizzato, i frutti di un attacco riuscito al canale di Suez potrebbero non essere così conclusivi e benefici per le potenze dell’Asse, rispetto al caso in cui tale successo fosse accompagnato dalla virtuale eliminazione della potenza navale britannica dall’Oceano Indiano, aprendo così una via di rifornimento europea per il Giappone ed una via marittima per le materie prime orientali verso la Germania e l’Italia. Il Giappone deve essere sviato se il blocco britannico ed americano (?)[13][13] dell’Europa e possibilmente del Giappone (?) deve essere almeno in parte efficace.

5. Se, come evidenziato nel paragrafo 3, è poco quello che gli Stati Uniti possono fare per rimediare la situazione in Europa, essi sono invece in condizione di annullare realmente l’azione aggressiva del Giappone, e ciò senza diminuire l’aiuto materiale statunitense alla Gran Bretagna.

6. Un esame dell’attuale posizione del Giappone contrapposta agli Stati Uniti evidenzia la seguente situazione:

Punti di forza

1.        forte posizione geografica delle isole giapponesi

2.        un governo centrale capace e fortemente centralizzato

3.        rigoroso controllo dell’economia in termini bellici

4.        un popolo assuefatto alle privazioni e alla guerra

5.        un esercito potente

6.        una flotta ben addestrata pari a circa 2/3 della forza della flotta statunitense

7.        Varie riserve di materie prime

8.        Le condizioni del mare fino ad aprile rendono difficoltose le operazioni navali in prossimità del Giappone.

Punti di debolezza

1.         un milione e mezzo di uomini impegnati in una guerra logorante sul continente asiatico

2.         stretto razionamento dell’economia e dei rifornimenti alimentari in patria

3.         una seria carenza di fonti di materie prime per la guerra,  specialmente petrolio, acciaio e cotone

4.         totale isolamento dai rifornimenti europei

5.         dipendenza da lunghe vie marittime per i rifornimenti essenziali

6.         incapacità di aumentare la produzione ed il rifornimento dei materiali bellici in mancanza di libero accesso ai mercati statunitense o europeo

7.         principali città e centri industriali estremamente vulnerabili agli attacchi dall’aria.

7. Nel Pacifico gli Stati Uniti dispongono di una posizione difensiva molto forte, e di una flotta e di un’aviazione navale già ora capaci di operazioni offensive a largo raggio in quell’oceano. Altri fattori che attualmente giocano fortemente a nostro favore sono:

A.         le Filippine tuttora in possesso degli Stati Uniti

B.         il governo delle Indie Orientali olandesi amichevole e disponibile all’alleanza

C.        gli Inglesi tengono ancora Singapore ed Hong-Kong  e ci sono favorevoli

D.        consistenti forze armate cinesi sono tuttora in campo in Cina contro il Giappone

E.         una piccola forza navale statunitense già presente sul teatro delle operazioni, capace di minacciare seriamente le vie di rifornimento da sud del Giappone.

8. Le considerazioni precedenti portano alla conclusione che un’immediata azione di aggressione navale contro il Giappone da parte degli Stati Uniti  renderebbe il Giappone  incapace di fornire qualunque aiuto alla Germania e all’Italia a supporto  del loro attacco alla Gran Bretagna, e che il Giappone stesso si troverebbe ad affrontare una situazione in cui la sua flotta potrebbe essere costretta a combattere nelle condizioni più sfavorevoli,  oppure accettare un collasso piuttosto rapido del paese a causa della forza del blocco. Una immediata e rapida dichiarazione di guerra, successiva ad adeguati accordi con l’Inghilterra e l’Olanda, sarebbe estremamente efficace per condurre il Giappone ad un rapido collasso, eliminando così il nostro nemico nel Pacifico prima che la Germania e l’Italia possano realmente attaccarci. Inoltre, l’eliminazione del Giappone deve sicuramente rafforzare la posizione della Gran Bretagna  contro la Germania e l’Italia e, in aggiunta, un’azione del genere aumenterebbe la fiducia e l’aiuto di tutte le nazioni tendenzialmente amichevoli nei nostri confronti.

8.                    Non crediamo che dato lo stato attuale dell’opinione politica il governo degli Stati Uniti possa dichiarare guerra al Giappone senza qualcosa in più; ed è scarsamente possibile che un’energica iniziativa da parte nostra possa condurre i giapponesi a modificare il loro atteggiamento. Perciò, viene suggerita la seguente linea d’azione:

A.    accordarsi con la Gran Bretagna per utilizzare le basi inglesi nel Pacifico, soprattutto Singapore

B. Accordarsi con l’Olanda per utilizzare le attrezzature della base e per poter ottenere rifornimenti nelle Indie orientali olandesi

C. Dare tutto l’aiuto possibile al governo cinese di Chiang Kai-shek

D. Mandare in Oriente, nelle Filippine o a Singapore, una divisione di incrociatori pesanti a lungo raggio

E. Mandare due divisioni di sottomarini in Oriente

F. Tenere la flotta principale degli Stati Uniti, attualmente nel Pacifico, nei pressi delle isole Hawai

G. Insistere con gli olandesi perché rifiutino di garantire al Giappone le richieste per concessioni economiche non dovute, soprattutto petrolio

H. Dichiarare l’embargo per tutti i commerci con il Giappone, in connessione con un analogo embargo imposto dall’Impero Britannico.

Se con questi mezzi il Giappone potesse essere indotto a commettere un aperto atto di guerra, tanto meglio. In conclusione dobbiamo essere completamente pronti ad accettare la minaccia di una guerra.

A.H. McCollum

CC-Op-16

   Op-16-F

   File

2. 1962 – OPERAZIONE NORTHWOODS

Nota del curatore

Il progetto per l’Operazione Northwoods, la cui traduzione facciamo precedere da alcuni estratti del già citato lavoro di Meyssan, è da leggere con molta attenzione. E ciò non solo per la singolare somiglianza con alcuni aspetti delle stragi dell’11 settembre 2001, ma anche perché costituisce una sinossi delle tecniche di provocazione discretamente completa. Invitiamo il lettore italiano a ripensare anche a molti fatti avvenuti anzitutto nel nostro paese, ma non solo. Certe corrispondenze di metodo dovrebbero saltare agli occhi.

Non è necessario aggiungere altro.

Riferisce Meyssan:

“ …Anche se il presidente Kennedy ha sanzionato i metodi e i fallimenti della CIA, non ha rimesso in discussione la politica ostile di Washington nei confronti del governo dell’Avana. Crea un Gruppo Speciale Allargato incaricato di concepire e guidare la lotta anticastrista. Questo gruppo è composto da suo fratello, Robert Kennedy (procuratore generale), dal suo consigliere militare (il generale Maxwell Taylor), da (al consigliere per la sicurezza nazionale (Mc George Bundy), dal segretario di stato (Dean Rusk), assistito da un consigliere (Alexis Johnson), dal segretario alla difesa (Robert McNamara), assistito da un consigliere (Roswell Gilpatric), dal nuovo direttore della CIA (John McCone) e dal capo di stato maggiore interforze (il generale Lyman L. Lemnitzer).

Questo gruppo speciale allargato concepisce una serie di azioni segrete riunite sotto la denominazione generica di operazione Mangoose (Mangusta). Per realizzarle, il coordinamento operativo fra il dipartimento di stato, il dipartimento della difesa e la CIA è affidato al generale Edward Lansdale (assistente del segretario alla difesa, incaricato delle operazioni speciali, e a questo titolo direttore della NSA). Mentre in seno alla CIA è costituita ad hoc una unità, il Gruppo W, diretto da William Harvey.

[…]

Il generale Lyman Lemnitzer è uno specialista in operazioni segrete: nel 1943 aveva personalmente diretto i negoziati che puntavano a mettere l’Italia contro il Reich; poi, nel 1944, condusse insieme ad Allen Dulles i negoziati segreti con i nazisti ad Ascona (Svizzera) per preparare la capitolazione (operazione Sunrise). Partecipò alla creazione della rete Stay-behind della nato, riciclando alcuni agenti nazisti nella lotta contro l’URSS, e collaborò anche con l’espatrio clandestino in America Latina di accusati per crimini contro l’umanità…

Una corrispondenza segreta del generale Lemnitzer, da poco pubblicata,

dimostra che egli complottava con le forze americane in Europa (il generale Louis Norstad) e con altri ufficiali di alto rango per sabotare la politica di John F.Kennedy.

I militari estremisti denunciano il rifiuto di Kennedy di intervenire militarmente a Cuba. Considerano i civili della CIA responsabili della pessima organizzazione dello sbarco alla baia dei Porci e il presidente Kennedy un vigliacco per aver rifiutato l’appoggio dell’US Air Force. Per sbloccare la situazione pensano di fornire un pretesto politico a Kennedy per intervenire militarmente. Questo piano, chiamato Northwoods (Boschi del Nord) comporta approfonditi studi formalizzati dal brigadiere generale William H. Craig, e viene presentato dal generale Lemnitzer in persona al gruppo speciale allargato il 13 marzo 1962. La riunione, che si svolge al Pentagono, nello studio del segretario di stato alla difesa, dalle 14,30 alle 17,30, finisce molto male: Robert McNamara boccia in blocco il piano, mentre il generale Lemnitzer diventa minaccioso. Seguono sei mesi di ostilità permanente, tra l’amministrazione Kennedy e lo Stato Maggiore Interforze, poi l’allontanamento di Lemnitzer e la sua nomina a capo delle forze armate statunitensi in Europa. Prima di partire, il generale ordina di distruggere tutte le tracce del progetto Northwoods, ma Robert McNamara conserva la copia del promemoria che gli era stato consegnato.

Per John F.Kennedy, Lemnitzer è un anticomunista isterico sostenuto da multinazionali senza scrupoli…[egli] resiste ai generali Walzer, Lemnitzer e ai loro amici e impedisce all’America di impegnarsi ulteriormente in una guerra ad aoltranza contro il comunismo, a Cuba, in Laos, in Vietnam[14][14] o altrove. Il 22 novembre 1963 viene assassinato.

Il generale Lemnitzer va in pensione nel 1969. Ma nel 1975, mentre il Senato avvia indagini sul ruolo avuto dalla CIA durante l’amministrazione Nixon, Gerald Ford, che assume l’interim della presidenza dopo lo scandalo Watergate, gli chiede di partecipare a questa indagine. Dopo aver contribuito ad insabbiare la polemica, Ford lo chiama di nuovo per guidare un gruppo di pressione, il Committee on Present Ranger (CPD – comitato sul pericolo attuale). Questa associazione è una creazione della CIA, allora diretta da George Bush padre, e porta avanti una campagna contro il pericolo sovietico. Tra i suoi amministratori si trovano diversi responsabili della CIA e Paul D. Wolfowitz (attuale vicesegretario alla difesa e responsabile delle operazioni in Afghanistan. Contemporaneamente Gerald Ford  promuove il brigadiere generale William H.Craig, che aveva coordinato gli studi preliminari dell’operazione Northwoods, a direttore della NSA (National Security Agency).

Il generale Lyman L.Lemnitzer muore il 12 novembre 1988.

Nel 1992 l’opinione pubblica americana si interroga sull’assassinio del presidente Kennedy dopo il film[15][15] che mette in luce le contraddizioni della versione ufficiale. Il presidente Clinton ordina l’apertura di moltissimi archivi del periodo Kennedy. Nei documenti del segretario alla difesa Robert McNamara viene ritrovata l’unica copia conservata del progetto Northwoods.”

Segnaliamo, per concludere, che altre dettagliate informazioni sono reperibili in Nafeez Mosaddeq Ahmed, Guerra alla Libertà, cit., pag.287 sgg.

STATO MAGGIORE INTERFORZE[16][16]

WASHINGTON 25, D.C.

                                    13 marzo 1962

MEMORANDUM PER IL SEGRETARIO DELLA DIFESA

Oggetto: Giustificazione per intervento militare USA a Cuba (TS)[17][17]

1.         Il JCS ha esaminato l’allegato memorandum per il Capo delle Operazioni, Progetto Cuba, redatto in risposta ad una richiesta di questo ufficio per una sintetica ma dettagliata descrizione di pretesti che potrebbero giustificare un intervento militare degli Sati Uniti a Cuba.

2.         Il JCS suggerisce che il memorandum proposto venga inviato come una presentazione preliminare utilizzabile a scopo di pianificazione. E’inteso che ci saranno analoghe presentazioni da parte di altre agenzie e che tali contributi verranno impiegati come base per la stesura di un piano tempificato. Progetti individuali possono pertanto essere presi in considerazione caso per caso.

3.         E’ inoltre inteso che la responsabilità principale per lo sviluppo degli aspetti militari e paramilitari del piano di base sarà assegnata ad una singola agenzia. Si consiglia di assegnare tale responsabilità per le operazioni militari  palesi e coperte (overt and covert military operations) al JCS.

Per lo Stato Maggiore Interforze

L.L.LEMNITZER

   Presidente del JCS

Allegato 1

Memo per il Capo delle Operazioni, Progetto Cuba

APPENDICE ALL’ALLEGATO A

BOZZA

MEMORANDUM PER IL CAPO DELLE OPERAZIONI, PROGETTO CUBA

Oggetto: Giustificazione per intervento militare USA a Cuba (TS)

1. Si fa riferimento al memorandum del Capo delle Operazioni del Progetto Cuba, per il generale Craig,  oggetto: “Operazione Mangoose”, datato 5 marzo 1962, col quale si richiedeva una sintetica ma dettagliata descrizione di pretesti da sottoporre al JCS come possibili giustificazioni per un intervento militare USA a Cuba.

2. I progetti elencati nel presente allegato valgono come presentazione preliminare utilizzabile a scopo di pianificazione.  E’inteso che ci saranno analoghe presentazioni da parte di altre agenzie e che tali contributi verranno impiegati come base per la stesura di un piano tempificato. Progetti singoli possono pertanto essere presi in considerazione caso per caso.

3. Tale piano, inclusivo di progetti scelti fra i suggerimenti allegati, o fra altre fonti, dovrebbe essere sviluppato per concentrare tutti gli sforzi  su uno specifico obiettivo finale che possa fornire adeguata giustificazione per l’intervento militare USA. Un piano del genere potrebbe autorizzare una costruzione logica di incidenti combinati con altri eventi apparentemente correlati per nascondere l’obiettivo finale e creare l’indispensabile impressione di avventatezza e irresponsabilità  su larga scala da parte dei Cubani, diretta ad altri paesi oltre che agli Stati Uniti. Il piano potrebbe anche integrare e tempificare opportunamente le sequenze di azione da perseguire. Il risultato atteso dall’esecuzione del piano dovrebbe essere quello di mettere gli Stati Uniti nell’apparente posizione di subire accuse da cui difendersi da parte di un governo cubano avventato ed irresponsabile, e di sviluppare a livello internazionale l’immagine di una minaccia cubana alla pace nell’emisfero occidentale.

4.     Per la soluzione del problema cubano il tempo è un fattore importante. Di conseguenza, il piano deve essere tempificato in modo da essere operativo entro pochi mesi da ora.

5.     Dato che l’obiettivo finale è un aperto intervento militare, si consiglia che la responsabilità principale per lo sviluppo degli aspetti militari e para-militari del piano, sia per le operazioni palesi che per quelle coperte, sia assegnata al JCS.

ANNESSO ALL’APPENDICE ALL’ALLEGATO A

               PRETESTI PER GIUSTIFICARE L’INTERVENTO MILITARE USA A CUBA                                       

(Nota: Le linee d’azione seguenti sono una presentazione preliminare utilizzabile soltanto per finalità di pianificazione. Non sono organizzate in ordine cronologico o ascendente. Unitamente a proposte analoghe da parte di altre agenzie, esse sono finalizzate per costituire un punto di partenza per lo sviluppo di un unico piano integrato e tempificato. Tale piano consentirà la valutazione di progetti singoli nell’ambito del contesto di un insieme di azioni coordinate intese a condurre inesorabilmente all’obiettivo di un’adeguata giustificazione per l’intervento militare USA a Cuba).

1.         Dato che sembra vantaggioso l’uso di legittime provocazioni come base per l’intervento militare US a Cuba, un piano segreto e depistante, comprendente azioni preliminari del caso come quelle poste in essere in risposta alla Forza 33 c, potrebbe essere effettuato come tentativo iniziale di provocare reazioni da parte di Cuba. Dovrebbero essere rafforzate azioni di disturbo più azioni di depistaggio per convincere i cubani dell’imminenza di una invasione. La nostra situazione militare nel corso dell’esecuzione del piano dovrà consentire un rapido cambiamento dall’esercitazione all’intervento, se la reazione cubana lo dovesse giustificare.

2.         Sarà pianificata una serie di ben coordinati incidenti che si verificheranno a Guantanamo e dintorni per dare la schietta impressione  di essere provocati da forze ostili cubane.

a.     Incidenti per costruire un attacco credibile (non in ordine cronologico):

(1)               cominciare con voci(molte). Usare radio clandestine

(2)               paracadutare cubani amici in uniforme “dell’altra parte”  per inscenare un attacco alla base

(3)               catturare sabotatori cubani (amici) all’interno della base

(4)               far scoppiare disordini vicino all’ingresso principale della base (cubani amici)

(5)               far esplodere munizioni all’interno della base; cominciare a sparare

(6)               incendiare aerei nella base (sabotaggio)

(7)               tirare colpi di mortaio dall’esterno dentro la base. Qualche danno alle installazioni

(8)               catturare un gruppo d’assalto in avvicinamento dal mare o in prossimità di Guantanamo City

(9)               catturare un gruppo di miliziani che attaccano la base

(10)          sabotare le navi in rada; grandi incendi – naftalina

(11)          affondare una nave vicino all’ingresso della rada. Pilotare i funerali per le finte vittime (può prendere il posto di (10)).

b.     gli Stati Uniti dovrebbero reagire con operazioni offensive per assicurarsi i rifornimenti di acqua e munizioni, distruggendo le postazioni di artiglieria e mortai che minacciano la base.

c.      Avviare operazioni militari US su larga scala.

3.         Potrebbe essere organizzato in diversi modi un incidente tipo “Ricordatevi del Maine” (a “remember the Maine” incident):

a.     potremmo affondare una nave US nella baia di Guantanamo ed accusare Cuba

b.     potremmo affondare una nave  drone[18][18] da qualche parte nelle acque cubane. Potremmo organizzarci in modo da provocare un incidente di questo tipo in prossimità dell’Avana o di Santiago come spettacolare risultato di un attacco cubano dall’aria o dal mare, o ambedue. La presenza di aerei o navi cubane anche solo semplicemente  per investigare le intenzioni della nave potrebbe facilmente costringere a pensare che la nave stava subendo un attacco. La vicinanza all’Avana o a Santiago aggiungerebbe credibilità specialmente per la gente che potrebbe aver sentito l’esplosione o visto il l’incendio. Gli Stati Uniti potrebbero reagire con un’operazione  aereonavale di soccorso coperta dai caccia per “evacuare” i membri superstiti dell’inesistente equipaggio. L’elenco delle vittime sui giornali americani dovrebbe provocare una utile ondata d’indignazione nazionale.

c.      Potremmo sviluppare una campagna di terrorismo comunista cubano nell’area di Miami, in altre città della Florida e persino a Washington. La campagna terroristica potrebbe essere diretta contro i profughi cubani che cercano rifugio negli Stati Uniti. Potremmo affondare un’imbarcazione (reale o simulata) carica di cubani e diretta in Florida. Potremmo favorire attentati alla vita dei cubani rifugiati negli Stati Uniti fino a pubblicizzare largamente l’estensione delle lesioni riportate nei varii casi. Potrebbe essere di aiuto per la costruzione dell’idea di un governo irresponsabile anche fare esplodere qualche bomba al plastico in punti accuratamente selezionati, arrestare agenti cubani e diffondere documenti predisposti per dar corpo ad un coinvolgimento di Cuba.

5. Potrebbe essere simulata una resistenza “con basi a Cuba, aiutata da Cuba” contro una vicina nazione caraibica (sulla scia dell’invasione della Repubblica Dominicana del 14 giugno). Sappiamo che Castro al momento sta sostenendo  tentativi clandestini di sovversione  contro Haiti, la Repubblica Dominicana, il Guatemala, il Nicaragua, e forse altri paesi.  Per denunciarli,  questi tentativi possono essere amplificati, ed altri ne possono essere ideati. Ad esempio, potremmo trarre vantaggio dalla suscettibilità dell’Aeronautica Dominicana riguardo alle intrusioni nello spazio aereo nazionale. Un B-26 “cubano”  o un  aereo tipo C-46    potrebbe effettuare dei raid incendiari notturni sulle piantagioni di canna. Potrebbero essere ritrovate bombe incendiarie di produzione sovietica. Ciò potrebbe essere associato con messaggi “cubani” ai clandestini comunisti nella Repubblica Dominicana; potrebbero anche essere scoperti, o intercettati, sulla costa carichi di armi “cubani”.

6.Una ulteriore provocazione potrebbe essere costituita dall’impiego di aerei tipo MIG da parte di piloti statunitensi. Intercettazione di aerei civili, attacchi a naviglio di superficie e distruzione di aerei USA senza pilota potrebbero rivelarsi utili come azioni complementari. Un F-86 adeguatamente riverniciato potrebbe convincere i passeggeri degli aerei che hanno visto un MIG cubano, specialmente se il pilota dell’aereo da trasporto facesse un annuncio del fatto. Il principale inconveniente di questa ipotesi  sembra essere il superamento dei rischio collegato all’ottenimento e alla modifica di un velivolo. In ogni modo, copie accettabili del MIG possono essere prodotte  partendo da materiali statunitensi in circa tre mesi.

7.Tentati dirottamenti di aerei civili e navi potrebbero apparire la prosecuzione di azioni di disturbo tollerate dal governo cubano. In concomitanza potrebbero essere favorite autentiche diserzioni di aerei e navi cubane, sia civili che militari.

8.E’ possibile creare un incidente che dimostri in maniera convincente che un aereo cubano ha attaccato e abbattuto un volo charter civile sulla rotta dagli Stati Uniti verso Giamaica, Guatemala, Panama o il Venezuela. La destinazione potrebbe essere scelta solo in funzione del fatto che la rotta prevista dal piano di volo passi sopra Cuba. I passeggeri potrebbero essere un gruppo di studenti universitari di ritorno da una vacanza o qualunque altro gruppo di persone con un interesse comune ad affittare un volo charter non programmato.

a.     Presso la base dell’Aeronautica di Englin, potremmo dipingere e numerare un velivolo che sia esattamente il duplicato di un aereo civile immatricolato come di proprietà di una organizzazione della CIA nella zona di Miami. Al momento stabilito la copia dovrebbe essere sostituita con il vero aereo civile e dovrebbe imbarcare passeggeri selezionati, dotati di false identità accuratamente predisposte. L’aereo-copia subito dopo l’immatricolazione dovrebbe essere convertito in un drone.

B.    Gli orari di decollo del drone e del vero aereo dovrebbero essere pianificati per consentire l’incontro a sud della Florida. Dal punto dell’incontro, l’aereo con a bordo i passeggeri dovrebbe scendere alla quota minima possibile e portarsi direttamente su un campo d’atterraggio ausiliario alla base dell’Aeronautica di Englin, dove ci si organizzerebbe per evacuare i passeggeri e riportare l’aereo allo stato originale. Nel frattempo il drone continuerà il volo come previsto dal piano di volo registrato. Sul cielo di Cuba il drone trasmetterà sulla frequenza internazionale di soccorso  un messaggio MAIDAY  in cui comunicherà di essere attaccato da un MIG cubano. La trasmissione sarà interrotta dall’esplosione dell’aereo, provocata da un segnale radio. Ciò farà sì che saranno le stazioni radio ICAO[19][19] dell’emisfero occidentale a comunicare agli Stati Uniti che cosa è successo all’aereo, e non gli Stati Uniti a cercare di “vendere” l’incidente.

9.      E’ possibile creare un incidente in modo da far sembrare che un alcuni MIG cubani comunisti abbiano distrutto un velivolo americano in volo su acque internazionali durante un attacco non provocato.

A.    All’incirca 4 o 5 F-101 faranno quota dalla base dell’Aeronautica di Homestead, Florida, fino in prossimità di Cuba. La loro missione sarà di invertire la rotta e simulare un bersaglio aereo per un’esercitazione di difesa aerea. Gli aerei dovrebbero effettuare cambiamenti di rotta ad intervalli frequenti. Agli equipaggi dovrebbe essere stato ordinato di tenersi come minimo a 12 miglia di distanza dalla costa di Cuba; in ogni modo, essi dovrebbero imbarcare munizioni da combattimento nel caso di attività ostile da parte dei MIG cubani.

B.    Durante il volo sopra descritto, un pilota preventivamente istruito dovrebbe condurre un Charley[20][20] a considerevole distanza in coda alla formazione. In prossimità dell’isola di Cuba, il pilota dovrebbe comunicare per radio che è stato attaccato dai MIG e sta precipitando. Non ci dovrebbe essere altra comunicazione. Il pilota dovrebbe volare a bassissima quota direttamente verso ovest, e atterrare in una base ausiliaria sicura a Englin. L’aereo dovrebbe essere preso in consegna da personale appropriato, ricoverato rapidamente e dotato di una nuova numerazione. Il pilota, che aveva effettuato la missione sotto falsa identità, dovrebbe assumere di nuovo quella vera e far ritorno al consueto posto di lavoro. Il pilota e l’aereo sarebbero così scomparsi.

C.  Esattamente nello stesso momento in cui l’aereo è stato presumibilmente abbattuto un sottomarino o una piccola unità di superficie dovrebbe spargere pezzi di F-101, paracadute, ecc., all’incirca a 15-20 miglia al largo della costa cubana, e allontanarsi. Al ritorno a Homestead, i piloti racconterebbero una storia vera, per quanto di loro conoscenza. Potrebbero essere inviate a fare ricerche navi e aerei, e le parti dell’aereo dovrebbero essere ritrovate.

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(1) per quanto riguarda il Sud Est asiatico la tesi di Meyssan è perlomeno discutibile. Né Kennedy né McNamara erano propriamente delle mammolette: è lecito solo affermare che, nel caso di Cuba, tennero una linea più equilibrata di quella degli “estremisti”. Nel testo completo di Meyssan sono rintracciabili vari comportamenti contraddittori degli esponenti “moderati” dell’élite americana. Va tenuto conto che essi sono comunque inseriti in una dinamica di potere che difficilmente consente colpi di testa, e che spesso riportano ad interessi solo temporaneamente e parzialmente contrapposti a quelli del partito della guerra.

(2) JFK, di Oliver Stone

(3) Joint Chiefs of Staff [lett.: Comitato dei Capi di Stato Maggiore: la denominazione usuale nella gran parte degli ordinamenti militari è Stato Maggiore Interforze]: nel seguito useremo la sigla JCS.

(4) Sta per: Top Secret.

(5) Senza uomini, teleguidata: nel séguito lasciamo l’espressione tecnica drone

(6) sta per International Civil Aviation Organization

(7) Charley: aereo da turismo


“ ATTACCO AL POTERE ” E WILLIS – MITRIONE

The Siege  (Attacco al potere)
regia di Edward Zwick
prodotto nel 1998 da E. Zwick e L. Obst per 20th Century Fox
con Denzel Washington, Bruce Willis, Annette Bening

UNA AGENZIA FEDERALE CHIAMATA HOLLYWOOD


Solita premessa.Hollywood dipende dalla grande e semi segreta Agenzia federale Usia (United States Information Agency, 30mila dipendenti), operativa sin dal 1° Agosto 1953 per lo scopo dichiarato, e cioè scritto nel suo atto costitutivo, di creare nel pubblico internazionale una certa voluta e falsa immagine degli Stati Uniti. In poche parole l’ Usia è il Ministero della Propaganda americano. La necessità era – ed è – di occultare la reale natura dell’entità americana per poter condurre impunemente una politica estera micidiale:gli Usa infatti non sono una democrazia, ma una dittatura dell’imprenditoriato che ha per obiettivo lo sfruttamento materiale ed umanodell’intero mondoHollywood, come del resto le altre entità aziendali americane del settore dei media (reti Tv, case editrici e discografiche, eccetera), deve essere sia autoremunerativa che soddisfare le esigenze dell’ Usia. Come minimo, nessun film deve contraddire la versione della medesima sulla realtà americana, versione consolidata in ciò che si chiama Retorica di Stato Americana (Usa opulenti, democratici, libertari, buoni, eccetera; in breve gli Usa della Retorica di Stato Americana sono esattamente quelli che voi vi figurate in mente). L’Usia può anche arrivare a far produrre dei film ex novo, perché ha bisogno di un contenitore per certi temi speciali che le premono, ma in genere approfitta delle occasioni che si presentano per far inserire i suoi messaggi di valenza propagandistica, o politica o
culturale. I soggetti importanti di Hollywood, i Vip, collaborano alla sistemazione perché necessario per rimanere a galla, dopo che era stato necessario per emergere. I grandi attori e i grandi  registi di Hollywood sono così dei Divi di Stato e dei Registi di Stato, perfettamente equiparabili a dei funzionari governativi, a dei G-men di rango abbastanza alto. Io dunque esamino i film di Hollywood per segnalare al pubblico gli elementi di propaganda intenzionale fatti inserire dall’Usia.



LA TRAMA


Attacco al potere, visto il soggetto, è uno di quei film in cui l’ Usia interviene maggiormente, se non è proprio lei a idearli dall’inizio. La trama si svolge nei nostri anni a Brooklin, una frazione della città di New York che conta sui due milioni di abitanti. Dalle foto incorniciate appese in uffici pubblici si vede che il presidente in carica è Bill Clinton. Ad un certo momento si attivano in successione quattro cellule di terroristi arabi, che compiono attentati suicidi: è sequestrato e fatto saltare un
autobus carico di passeggeri; è fatto saltare un teatro pieno di gente; un furgone-bomba irrompe ed esplode in un grande edificio. I morti a questo punto sono 900. Le indagini sono condotte sin dall’inizio dall’Fbi (la polizia municipale di New York non compare), nella persona del funzionario Anthony Hubbard (Denzel Washington), che già era il “capo degli agenti speciali dell’Fbi” del distretto di Brooklin. Partecipa anche, ma a titolo personale, l’agente della Cia Sharon Bridget (Annette Bening). Dopo il terzo attentato il Presidente (cioè Clinton) proclama la legge marziale a
Brooklin. Arrivano così i soldati, comandati dal generale De Veraux (Bruce Willis), che compiono rastrellamenti di arabi e ne chiudono migliaia in campi sportivi dotati all’istante di recinzioni e catenacci. De Veraux tortura ed uccide personalmente un arabo, ma sono Hubbard e la Bridget a risolvere la situazione individuando la quarta ed ultima cellula terrorista, che era costituita dal solo giovane Shamir, che sino allora aveva finto di essere un confidente della polizia, un collaborazionista; nel conflitto a
fuoco sia Shamir che la Bridget muoiono. Il film termina con Hubbard che arresta De Veraux per l’omicidio dell’arabo.



IL TERRORISMO ARABO SECONDO L’USIA


1) Il film tratta di terrorismo arabo. Già questo, considerato l’intero contesto hollywoodiano, è propagandaInfatti Hollywood affronta l’argomento “terrorismo” in modo selettivo: sempre tratta il terrorismo altrui e mai quello americano. Storia e attualità offrono una profusione incredibile di atti terroristici “made in Usa”. Solo quelli nei confronti di Cuba dovrebbero bastare: esplosione nel 1960 del mercantile francese Le Coubre ancorato all’Avana; invio nell’isola dal 1961 al 1963 di almeno sei team di killer professionisti presi in prestito da Cosa Nostra per uccidere Castro;
attacchi di aerei privi di insegne a pescherecci e manifatture cubane protratti per tutti i Sessanta e i Settanta, e cioè per vent’anni di seguito; contaminazione col Photoxin dei sacchi di iuta usati per imballare lo zucchero cubano, per sabotarne l’esportazione; invio nel 1969 e nel 1970 di aerei che sparsero cristalli per provocare siccità in zone fertili e piogge torrenziali in lande desertiche; diffusione nel 1961 di un’epidemia negli allevamenti di tacchini dell’isola; diffusione nel 1971 di un’altra
epidemia negli allevamenti di maiali; diffusione nel 1981 di una influenza perniciosa che colpì 300.000 persone, delle quali 158 morirono (101 bambini); sabotaggio con bomba del 7 ottobre 1973 del DC8 della Cubana Airlines in volo da Barbados all’Avana con 73 persone a bordo, tutte morte; attentati dinamitardi agli alberghi cubani nel 1997 per danneggiare il turismo, in uno dei quali trovò la morte il turista italiano Fabio di Celmo. E potremmo portare migliaia di altri casi simili accertati che hanno riguardato e riguardano i quattro angoli del mondo: gli Air Commandos e i Navy Seals sono corpi speciali dedicati statutariamente ad attentati terroristici, per non parlare dei circa 80.000 agenti di campo della CIA, e tutta questa gente è sempre in missione, a fare o preparare qualche cosa contro qualcuno.
Orbene, mai Hollywood ha preso spunto da uno di quei fatti per fare un film.
Lo avesse fatto direi che sarebbero normali anche film sul terrorismo arabo, o nord irlandese, o che altro. Ma non lo ha fatto ed allora tutti i film di Hollywood sul terrorismo altrui sono automaticamente propaganda, realizzati come sono non per trattare storie di terrorismo in sé ma per colpire selettivamente qualcuno.
2) In ogni caso terrorismo arabo, e rivolto contro gli Stati Uniti. Come tratta Hollywood il fenomeno?Per valutare ciò dobbiamo sapere come stanno le cose. Le cose stanno come nessun telegiornale qua in Europa Occidentale dice ma come ognuno dentro di sé realizza: gli Stati Uniti opprimono obiettivamente gli arabi in generale e i palestinesi in particolare, e questi e quelli operano le ritorsioni che possono. Non ci sono dubbi sull’oppressione. Gli USA sostengono regimi arabi invisi alle popolazioni come in Egitto, Giordania, Arabia Saudita, eccetera, perché gli permettono un conveniente uso del petrolio mediorientale, e tormentano regimi popolari come in Libia, Iran e Iraq perché non glielo permettono. L’Iran si è liberato solo nel 1979 della tremenda dittatura esercitata dagli USA tramite lo Scià, mentre gli stessi USA nel 1991 hanno guidato una coalizione che ha provocato 300.000 morti in Iraq. E 300.000 morti non sono una cosa da nulla. Come non lo erano stati del resto i 290 passeggeri dell’aereo di linea iraniano abbattuto intenzionalmente (a scopo intimidatorio) nel 1988 dall’incrociatore americano Vincennes. Inoltre c’è  naturalmente la questione di Israele, che solo gli Stati Uniti tengono in vita, partecipando ogni tanto ai massacri: nel 1982 i cannoni da 400 mm della corazzata New Jersey aprirono il fuoco sui campi profughi palestinesi in Libano facendo migliaia di morti, le solite donne, i soliti bambini, eccetera. Neanche queste sonocose da nulla. I terroristi arabi che colpiscono gli Stati Uniti pensano dunque di avere motivi validi e concreti per le loro azioni. Non ho detto che li hanno; ho detto che sono convinti di averli. Il che solo concorda con la natura umana: nessuno si dedica a tali cose senza essere convinto di avere motivi validi e concreti.Il governo statunitense sa benissimo tutto ciò, così come lo sa l’intero establishment dominante nel paese. Sono anzi i primi a saperlo. Ma non va detto. L’USIA ha così preparato la sua versione sull’argomento “ Terrorismo arabo anti-americano e anti-israeliano ”. E’ una versione semplice: i terroristi arabi sono giusto dei pazzi fanatici religiosi, che si danno da fare non per vendicare – sia pure dal loro punto di vista – concreti morti e concreto sangue ma solo perché odiano la civiltà Occidentale. La odiano perché percepiscono che tale civiltà, data la sua forza oggettiva, è destinata a disgregare il loro fasullo mondo islamico fatto di curiosi muezzin, di donne velate, di paradisi dove schiere di vergini urie attendono i giusti. In poche parole odiano il Progresso. Questi terroristi se la prendono specialmente con l’America non perché questa abbia fatto loro torti particolari, ma perché l’America è il simbolo dell’Occidente, la sua punta di diamante. Se la prendono anche con Israele non perché li ha spodestati dalla loro terra, torturati a migliaia e assassinati a decine di migliaia, ma perché è una testa di ponte dell’Occidente nel loro mondo. Si può
verificare che tale versione è stata imposta in tutti i film di Hollywood che hanno trattato il soggetto del terrorismo arabo, e ricordo in particolare Delta Force (1986) di Menahem Golan, con Chuck Norris; Wanted, vivo o morto (1987) di Cary Sherman; Frantic (1988) di Roman Polansky con Harrison Ford; Navy Seals: pagati per morire (1990) di Lewis Teague con Charlie Sheen; True Lies (1994) di James Cameron con Arnold Schwarzenegger. La versione è stata IMPOSTA: i registi, gli sceneggiatori e i produttori di Hollywood sanno benissimo come stanno le cose, proprio come lo sa il più sprovveduto di noi, ma appunto c’è la supervisione e la censura finale dell’USIA.
Non ci sono dubbi che la versione sia stata imposta anche per Attacco al potere. Per tutto il film i giovani arabi sospettati e spiati dagli investigatori dell’FBI sono  presentati come esagitati carichi di un odio che non si sa da dove provenga. Dobbiamo essere vigili e notare anche quello che non c’è ma che logicamente avrebbe potuto e dovuto esserci: un bel monologo di uno di quei terroristi, magari diretto alla sua ragazza come si fa normalmente nei film, dove spiega la sua versione della storia, le sue motivazioni. MANCA. Solo nel finale Shamir dice qualcosa in merito all’agente della CIA Bridget che si accinge ad uccidere. E cosa dice? Solo
questo (è un monologo di 8 secondi): qualche farfugliamento isterico, sconclusionato, e poi chiara la frase che preme al regista e a chi dietro di lui, e cioè l’accusa all’America di “voler insegnare al mondo come vivere”. Questo sarebbe il motivo di tutto, l’unica colpa dell’America: essere troppo grande, troppo forte, troppo attraente. Essere il Progresso. Il regista ci mostra come Shamir prima di accingersi a compiere il suo attentato suicida e sanguinosissimo (ed inoltre perverso: vuole fare una strage nella folla che protesta contro gli internamenti per farne ricadere la colpa sul governo) pratichi abluzioni rituali islamiche e indossi un sudario: chiara indicazione per il pubblico della natura religiosa-culturale delle sue motivazioni. Il particolare del sudario è macabro, inserito per colpire il subconscio del pubblico e caricare di negatività questi attentatori.
3) Gli arabi sono presentati come una razza inferiore. Ciò perché sia così sono ritenuti dagli americani, e sia perché utile per togliere valore a qualunque loro rivendicazione. Sono presentati esattamente come gli indiani nei famigerati western di Hollywood: cenciosi, velleitari e fanatici, portatori di una cultura in estinzione perché non all’altezza. Sono anche sporchissimi, evidentemente abituati a vivere sotto le tende: l’appartamento in cui sono sorpresi dall’FBI i tre membri della cellula N°3 non potrebbe essere più lercio. Si è trattato di una indicazione precisa data allo scenografo, per convogliare il messaggio per via subliminale. Per contro la regia ci fa sapere che i tre della cellula passavano il tempo a guardare la televisione, mangiare pizza e bere drinks: inveiscono contro l’America ma i suoi agi piacciono anche a loro. Come gli indiani, che ululavano ma ricercavano i buoni utensili e il buon whisky.
4) Si è detto che il generale De Veraux tortura e uccide un arabo. Lo fa in un gabinetto, dove l’uomo è sistemato nudo su una sedia. La scelta del gabinetto – precisamente un orinatoio – non è casuale ed ha valenza subliminale: quello è il posto per tale gente. Fatto il lavoro De Veraux esce e si toglie i guanti: guanti di gomma, sanitari. Vedremo che c’è molto ma molto d’altro su questo episodio.
5) Assai curato il personaggio di Faruk Haddad, detto Frank, il vice di Hubbard all’FBI. E’ un arabo americano inserito nella vicenda ostensibilmente perché conosce arabi e lingua, ma in realtà per fargli ricoprire il ruolo dell’arabo buono, esattamente così come nei western c’era sempre l’indiano buono, quello voglioso di integrazione e collaborazionista (indiano buono che poi, la Storia insegna, ha fatto la stessa fine degli altri; in effetti, non erano indiani “buoni”, erano indiani deficienti).
Durante i rastrellamenti dell’esercito anche suo figlio viene internato, lui ha un momento di ripensamento (l’America lo ha tradito) e lascia l’FBI dopo quindici anni di servizio. Ma l’America gli piace troppo: può dare dei dispiaceri, creare delle incomprensioni, ma è sempre la società migliore e più avanzata del mondo. Così riprende il distintivo che gli porge Hubbard e torna con entusiasmo a combattere per il Bene. La regia ci suggerisce anche cosa piaccia in particolare a Frank dell’America: il fantastico sviluppo tecnologico (Frank adora i marchingegni elettronici e invidia il rilevatore a microonde in dotazione all’esercito; al contrario degli arabi cattivi e testoni lui il Progresso lo capisce, e quindi lo apprezza).6) Si parla nel film di un certo sceicco Ahmed Bin Talem, famigerato sponsor del terrorismo. Evidentemente voleva ricordare lo sceicco Osama Bin Laden, ora famosissimo perché accusato dagli USA dell’attentato dell’11 settembre 2001 e già allora indicato dalla CIA come principale mandante degli attacchi terroristici antiamericani, e cioè come Mostro Internazionale N°1. Citare Ahmed Bin Talem era un elemento di propaganda perché così il film non solo sosteneva intenzionalmente le accuse della CIA, già una presa di posizione, ma anche voleva fare ciò senza parere, in modo nascosto, subliminale (il nome Bin Talem invece di Bin Laden).



ALTRA PROPAGANDA


7Il paese sembra impreparato agli attentati terroristici. Questi non mobilitano una burocrazia poliziesca precisa, che sembra non esistere: le indagini rimangono nelle mani del funzionario FBI del quartiere; non arrivano personaggi con tutti i tipi di divisa e di qualifica, ognuno dei quali sappia perfettamente cosa fare. Evidentemente è impreparato perché tali attentati qui sono rari, trattandosi di un Paese così in armonia con se stesso e col mondo. Invece questo non è il Paese dell’armonia: ogni anno si verificano mediamente 150 attentati terroristici, solo i più clamorosi deiquali giungono ad avere un’eco all’estero (come gli attentati  alle Twin Towers di New York del 1993, di Oklahoma City del 1995 che provocò 169 morti, di Atlanta durante le Olimpiadi del 1996, per non parlare di quello epocale dell’11 settembre 2001 che ha raso al suolo le medesime Twin Towers facendo 2.700 morti; Theodore Kaczinski, Unabomber, prima di essere arrestato nel 1996 aveva compiuto 16 attentati), ed una burocrazia poliziesca precisa in merito non solo esiste ma è anche elefantiaca. Altro che funzionario di quartiere dell’FBI.8) Agli Stati Uniti fa comodo fare credere che i loro Presidenti comandano.
Così allontanano la cognizione del loro vero sistema politico, che è una dittatura dell’imprenditoriato esercitata collegialmente tramite il Congresso, e possono eventualmente incolpare un singolo uomo per i misfatti di una categoria. E’ così una legge dell’USIA per Hollywood che i Presidenti siano presentati come ammantati di potenza suprema. Attacco al potere non è eccezione, e l’unica entità pubblica che interviene al di sopra del funzionario Hubbard saltando ogni grado intermedio che come appena detto sembra non esistere è il Presidente, che ordina la legge marziale per Brooklin.
9) C’è un omaggio subliminale al becero senatore Jesse Helms, noto per la sua spietatezza all’interno contro i dissidenti politici, che fa finta di credere “comunisti” o “nazisti”, e all’estero contro i paesi che non chinano il collo, che fa finta di credere “nazisti” o “comunisti”: c’è una riunione di alti papaveri ed un senatore, che prende la parola e gode di qualche inquadratura, è impersonato da un attore che somiglia a Helms. Vecchio trucco: in Furore John Ford aveva fatto impersonare il direttore di
un ostello per poveri a una comparsa che somigliava al presidente Delano Roosevelt.
10) Gli Stati Uniti vogliono propagandare un’immagine di società multirazziale in armonia, dove tutti hanno pari opportunità e partecipano con pari entusiasmo alla vita civile, orgogliosi di far parte di una tale Great Society. E’ ciò che ci si aspetta da un paese multirazziale e democratico. Balle naturalmente. Stiamo parlando di una Nazione che è stata schiavista sino al 1865 (sino a ieri, cioè); che ha dato nominalmente diritto di voto a tutti solo nel 1964 (un’ora fa, praticamente); che in
questo preciso istante esclude ogni minoranza riconoscibile da qualunque posizione di potere effettivo, sia politico che economico; ed il cui gruppo etnico dominante WASP ( White Anglo Saxon Protestant ) si crede il popolo eletto. Così, come nei film di guerra di Hollywood i reparti presentano una composizione che riflette rigorosamente la percentuale nella popolazione (tot anglosassoni, tot caucasici, tot neri, e se c’è posto un ispanico, un giallo, un ebreo, quant’altro), allo stesso modo si presenta in Attacco al potere la sezione dell’FBI di Brooklin comandata da Hubbard, arricchita per l’occasione dall’arabo Faruk-Frank. (Il film La sottile linea rossa fa
eccezione, perché i soldati sono tutti bianchi; ma c’è un motivo, per il quale rimando alla mia analisi del film pubblicata anche su questo stesso giornale).
Si fa di più in questo film: l’attore Denzel Washington è infatti un nero.
E’ lui, un nero, il protagonista del film; la parte di Bruce Willis è del tutto secondaria. Come ognuno sa è una rarità per Hollywood concedere la parte di protagonista a un nero. Perché non rende al botteghino. Le cose sono andate presumibilmente nel seguente modo. Si tratta di un film altamente politico, la cui stesura è caduta quindi completamente nelle mani dell’USIA, se come già detto non è stata lei ad avviarlo. Questa voleva presentare il Paese nel modo più innocuo possibile, vittima innocente di un malvagio e ingiustificato terrorismo arabo. Cosa di meglio  che affidare la parte del capo investigatore americano a un nero? E’ come dire: I neri stessi ci amano al punto di combattere in nostra difesa, tanto li rispettiamo e siamo delicati con loro; che motivi possono mai avere gli arabi per odiarci? La scelta avrebbe però comportato sacrifici al botteghino per la 20th Century Fox e allora il Divo di Stato Bruce Willisaccettò una particina per fornire un nome nei manifesti.O più probabilmente dovette accettare, perché si trattava di una comparsata davvero poco attraente: come vedremo De Veraux-Willis è utilizzato per riabilitare un mostro.
11) Hubbard trova modo in un rapido scambio di battute di dirci cosa è l’FBI: lo scopo dell’FBI, dice, è “opporsi al crimine”. Non è vero. L’FBI – Federal Bureau of Investigations  – è la polizia politica americana e il suo scopo è di controllare e reprimere il dissenso politico interno. Fu l’FBI a condurre tutte le grandi repressioni sociali americane del Novecento: la Red Scare del 1920-22; la neutralizzazione del movimento sindacale del 1945-47; l’Era McCarthy del 1950-60; la soppressione del movimento per i diritti civili dei neri e delle Pantere Nere del 1964-72.12) L’FBI represse il movimento delle Pantere Nere nel seguente modo: suoi anonimi agenti tendevano agguati in strada ai leader del movimento e li uccidevano. Gli agguati dell’FBI avvenivano spesso all’uscita di bar, di notte. Con questo sistema furono eliminate alcune decine di persone. Bobby Seale, scampato ai sicari dell’FBI ma tenuto in carcere sino al 1997 con pretesti, appena uscito ha rilasciato una intervista, diffusa anche da Rete 2, dove ha confermato quelle procedure. Ebbene il film contiene una scena designata specificatamente a riabilitare l’operato dell’FBI del periodo: la cattura da parte della squadra di Hubbard di un sospetto terrorista, che
avviene all’uscita di un bar, di notte. La scena ricorda gli agguati omicidi di allora ma li colloca adesso in un contesto positivo. Ciò ha valenza subliminale: il subconscio dello spettatore conclude che anche gli agguati di allora erano a fin di bene.
13) Diversi elementi di propaganda riguardano la CIA. C’è un suo agente nel film, ed è una donna, e di aspetto dolce e fragile; morendo cerca di recitare il Padre Nostro, aiutata da Hubbard. Ci sono agenti della CIA donne e con un dolce aspetto, ma visto il tipo di film si è certamente trattato di una scelta precisa, allo scopo di porre in buona luce l’Agenzia. Invece il fatto che la medesima reciti il Padre Nostro è una invenzione propagandistica completa: gli agenti della CIA – specie quelli operativi
sul campo – non sono tipi da preghiere, per quanto delicato sia il loro aspetto; sono dei mercenari, dei veri assassini di professione, e senza dubbio ciò vale anche per gli agenti donna. Quindi Hubbard – da funzionario dell’FBI ligio alla legge come sono
certamente tutti i funzionari dell’FBI, non è vero? – vuole arrestarla perché per legge la CIA non può operare sul territorio nazionale statunitense. E’ vero che così è per legge, ma è altrettanto vero che all’atto pratico la legge è ignorata, come tutti sanno negli Stati Uniti, compreso Edward Zwick. Potrei fare decine di esempi a supporto, non ultimo l’assassinio dell’ex ambasciatore cileno Orlando Letelier compiuto nel 1973 a Washington – la capitale, sita ben all’interno del territorio degli StatiUniti – da un team di agenti della CIA guidato dal funzionario della stessa Orlando Bosch (un collega della nostra dolce Sharon Bridget).

Ricordo solo che le Pentagon Papers nel 1972 rivelarono che la CIA stava spiando negli Stati Uniti circa 200.000 cittadini, mentre circa 400 suoi agenti erano infiltrati nei media nazionali. Oggi come oggi non ci sono Pentagon Papers che facciano rivelazioni ma non è impensabile immaginare che i cittadini spiati siano 400.000 e gli infiltrati nei media 800. E nel film Hubbard vuole arrestare la Bridget. Questa è ancora più grossa di quella dell’agente CIA che recita il Pater Noster.
14) Un grande cavallo di battaglia della propaganda di Stato americana è il seguente: i misfatti ed efferatezze varie compiute dagli Stati Uniti all’estero sono sempre dovuti all’eccesso di zelo personale di singoli militari, agenti o funzionari, o alla loro sempre personale crudeltà o corruzione.
Mai, come ovviamente invece è, i medesimi misfatti ed efferatezze sono il risultato di una volontà cosciente del governo americano. Così quando il funzionario della CIA Dan Mitrione alla fine dei Sessanta organizzava gli Squadroni della Morte in Uruguay e istruiva i poliziotti locali nelle tecniche di tortura tenendo corsi di addestramento nella cantina della sua villetta di Montevideo dove martoriava personalmente sino alla morte delle persone innocenti, ebbene tutto ciò lui non lo faceva eseguendo gli ordini del superiore e del superiore del superiore e così via sino al Congresso; no, per carità, lui lo faceva per eccesso di zelo personale anticomunista,
unito forse a un certo sadismo congenito ( altrettanto sadicamente Mutrione fu poi rapito e giustiziato dai Tupamaros ). Così per i 16.500 oppositori politici sud vietnamiti torturati e uccisi dalla CIA con la collaborazione della polizia locale nell’ambito del programma Phenix voluto da John F. Kennedy: eccesso di zelo dei funzionari CIA sul posto. Quando le Pentagon Papers rivelarono che erano aerei della CIA e del Pentagono che esportavano alle Hawaii l’eroina del Triangolo d’Oro, eroina che poi da là andava in tutto il mondo coi proventi di ritorno che finivano in banche della Florida, la commissione d’inchiesta senatoriale concluse: alcuni funzionari della CIA e alcuni generali del Pentagono corrotti. Al solito si potrebbero fare decine e decine di esempi.
Il generale De Veraux-Bruce Willis è appunto uno di questi personaggi cari alla propaganda dell’USIA. Un funzionario statale – nel caso un generale operativo dell’esercito – troppo compreso del proprio ruolo, che per eccesso di zelo nel difendere quella cosa grande, buona, irripetibile che è la sua Patria, l’America, travalica gli ordini (sempre troppo moderati, inadeguati a quel mondo cattivo che c’è là fuori) sino a infrangere la legge, sino a compiere crimini aborriti dalla sua stessa America. Ecco – ci dice il film – sono tipi del genere che hanno creato gli Squadroni della Morte in America Latina; che hanno fatto mitragliare da elicotteri i raccoglitori di banane guatemaltechi in sciopero contro la United Fruits; che hanno fatto torturare a morte 16.500 oppositori politici sud vietnamiti; che hanno eseguito la strage di My Lai; che hanno fatto bombardare ospedali in Corea, Vietnam e Iraq; che hanno fatto 4 milioni di morti in Corea e 6 milioni di orti in Vietnam; che hanno fatto bombardare i campi di palestinesi in Libano; che hanno… che hanno… che hanno. Chi ha fatto tutto ciò è sempre stato il governo americano, sapendo ciò che faceva, ed il regista del
nostro film in merito non fa che fare propaganda, quella che gli impone lo
stessissimo governo. La scena finale riassume la versione dell’USIA: Hubbard rinfaccia a De Veraux il suo comportamento illegale e lo sfida ad ordinare ai suoi soldati di ucciderlo; De Veraux, pure perverso, non vuole spingersi a tanto (Hubbard in quel momento rappresenta la Vera America, che lui rispetta) e si fa arrestare per l’omicidio dell’arabo.



CHI SI RIVEDE, DAN MITRIONE

15) Ed ecco la parte per cui dovremo sempre ricordare Bruce Willis, se non come attore almeno come uomo. L’episodio in cui De Veraux tortura l’arabo nel gabinetto vuole premeditatamente rievocare le torture eseguite da Dan Mitrione nella sua cantina di Montevideo, che lui aveva fatto attrezzare come un orinatoio – con rubinetti, scarichi a terra e piastrelle alle pareti – per gli schizzi di sangue delle vittime e le altre perdite corporali.

E’ lui il mostro che Willis riabilita. La già buona ( e non casualmente ) somiglianza fisica di Willis con il fu Mitrione, un uomo di 50 anni di origini italiane, stempiato, è esaltata aumentando con ritocchi la sporgenza del naso dell’attore. Al tempo sui giornali comparvero foto di Mitrione in divisa ( prima di entrare nella CIA era stato il capo della polizia municipale di Richmond, Indiana ), e anche De Veraux è in divisa. Il messaggio subliminale per il pubblico è che Dan Mitrione era giusto un elemento come De Veraux e che le sue vittime erano dopotutto dei terroristi.
Invece Mitrione obbediva agli ordini dei superiori nel quadro del Public Safety Program varato dal Congresso per l’America Latina e le sue vittime erano accattoni e accattone fatti rapire a caso nelle strade di Montevideo. L’episodio costituisce dunque una riabilitazione surrettizia di Dan Mitrione, la cui vicenda al tempo fece molto e negativo clamore per gli USA.
Una operazione analoga a quanto fatto nel film Forrest Gump con l’attrice scomparsa Jean Seberg, anche se in scala assai ridotta e all’incontrario: Mitrione è riabilitato mentre la Seberg è diffamata. Bravo Willis. Il pubblico italiano potrà dire di non aver mai sentito nominare Dan Mitrione. Ma Hollywood-USIA non produce solo per l’Italia; produce per il mondo e ci sono paesi dove l’episodio ha lasciato lunghi strascichi nella memoria. Negli stessi USA ad esempio, dove ai funerali di Mitrione a Richmond parteciparono Frank Sinatra e Jerry Lewis, o in Francia, che produsse un
film sulla vicenda: Etat de siege  ( L’amerikano, 1973 ) di Costantin Costa Gavras, con Yves Montand e Renato Salvatori.



ANCORA PROPAGANDA

16) Invece il fatto che De Veraux fa rastrellare gli arabi di Brooklin e li fa rinchiudere in campi sportivi attrezzati con recinzioni vuole rievocare il colpo di Stato in Cile del 1973, quando come tutti ricordano i sospetti oppositori furono rinchiusi negli stadi a decine di migliaia. E’ una riabilitazione perché suggerisce che anche in quell’occasione ci fosse qualche valido motivo. Non c’erano invece validi motivi: occorreva solo ribaltare un governo Allende che rendeva difficile alle Multinazionali
statunitensi lo sfruttamento del Paese. Si sa tutto sulla vicenda: il colpo del ’73 in Cile fu richiesto da 10 Multinazionali statunitensi operanti in loco, che poi

contribuirono con fondi; fu deciso dal Congresso; fu approvato da Nixon; fu diretto da Kissinger; e fu fatto eseguire al generale Augusto Pinochet.

Anche questo episodio rivela dunque dei collegamenti con Etat de siege, un film dedicato al sovvertimento violento statunitense dell’America Latina. In effetti questo film è stato un riferimento importante per i congegnatori di Attacco al potere: volevano anche riabilitare – dato che vi era l’occasione – i misfatti compiuti dagli Stati Uniti in America Latina ed un sistema ottimo era di richiamare surrettiziamente un film critico ma famoso sull’argomento e quindi di ribaltarne altrettanto surrettiziamente le tesi.
E’ un po’ complicato, ma tutta la propaganda americana è complicata, sofisticata, basata com’è su una scienza psicologica avanzatissima, e se ci si vuole difendere occorre essere all’altezza. Per quegli stessi congegnatori il collegamento con Etat de siege è stato così importante da condizionare il titolo stesso dell’opera, che in originale è The Siege, una parola che compare uguale, anche come pronuncia, nel titolo del film di Costa Gavras. Per il pubblico italiano l’aggancio è venuto a mancare, o per questioni di lingua o perché qui L’amerikano non ha lasciato tracce (per forza : in questo Bel Paese tutto libertà e senza censura il film è stato ritirato subito dopo l’uscita nel 1973).
17) De Veraux è dunque un generale dell’esercito e l’USIA non manca l’occasione di fargli dire qualche utile falsità in proposito. Gliene fa dire due. De Veraux dice testualmente che l’Army è “la più temibile macchina bellica della storia del mondo”. Le forze armate di terra americane sono ben lungi da questo livello. Anzi, sono e sono sempre state di una debolezza stupefacente. Marina e Aviazione sono fortissime, ma l’Army è così. Per la dimostrazione di questa affermazione rimando al mio Sacrifici Umani del 1993 (Edizioni Il Cerchio), dove è anche contenuta la spiegazione del fenomeno.
Qui mi devo limitare a fare osservare che gli Stati Uniti hanno sempre perso o non vinto tutte le guerre che potevano risolversi solo con le forze di terra (Corea, Vietnam, anche Guerra del Golfo del 1991), pur avendo sempre goduto di una ampia superiorità sia numerica che naturalmente di mezzi (in Vietnam 51 divisioni contro 10 divisioni nord vietnamite e 120.000 guerriglieri). I vertici militari e politici americani lo sanno benissimo (sono i primi a saperlo) ma non vogliono certo che il mondo se ne accorga: nei conflitti evitano con varie scuse gli scontri di terra e fanno polverone con l’aviazione, e per il resto ci pensa l’USIA con la propaganda, tramite
soprattutto Hollywood.
La seconda falsità è la seguente. Sempre De Veraux dice che l’Army non è adatta per gli interventi di polizia, benché sia stata costretta a farne qualcuno “all’estero”, “ad Haiti e in Somalia”. E’ una falsità doppia.Dal 1945 ad oggi gli Stati Uniti hanno compiuto circa 500 interventi armati all’estero, 218 documentati uno per uno dal 1945 al 1975 ; altro che “qualche intervento”. Quindi questi interventi non sono certo a scopi di polizia: sono nell’ambito della politica neo coloniale statunitense nel mondo a favore delle loro Multinazionali.18) Il pericoloso generale americano si chiama De Veraux. Non si chiama Jones, Brown o Smith; si chiama De Veraux. Non è per caso e vuole suggerire per via subliminale che i funzionari americani che travalicando gli ordini fanno del male all’estero non sono veri americani; non sono WASP anglosassoni ma di altre etnie, del caso francese. Anche Mitrione, ammicca infatti la regia, non era un WASP, perché di origini italiane. I WASP sono buoni.

ATTACCO ALLA VERITA’


Così, passo dopo passo, inquadratura dopo inquadratura e senza che noi ce ne
accorgiamo minimamente, il film ci propina un numero insospettabile di menzogne. E cioè:
– che il terrorismo arabo antiamericano è un fatto religioso-culturale;
– che gli USA non hanno fatto torti agli arabi;
– che gli arabi sono una razza inferiore;
– che gli USA non sono abituati al terrorismo interno;
– che gli USA sono una democrazia;
– che il Presidente ha grande potere;
– che l’FBI è una normale polizia civile;
– che la CIA non opera nel territorio nazionale;
– che gli agenti della CIA sono persone brave e anche religiose;
– che il sen. Jesse Helms è un benintenzionato;
– che negli USA c’è una perfetta integrazione e armonia razziale;
– che le nefandezze americane nel mondo sono dovute a iniziative di singoli;
– che Dan Mitrione era giusto uno di questi singoli;
– che questi singoli non sono normalmente dei WASP;
– che il colpo di Stato in Cile aveva validi motivi;
– che le forze di terra americane sono forti;
– che gli interventi armati americani all’estero sono pochi;
– che gli stessi sono motivati da esigenze di “ polizia internazionale ”.


Già notevole ma non basta. Come tutti i film di propaganda, oltre ai singoli e isolabili elementi di falsità appena visti, Attacco al potere contiene infatti anche dei messaggi subliminali di sintesi, ottenuti convogliando tramite tanti particolari e dialoghi opportunamente strutturati e connessi delle impressioni  generali  agli spettatori. Nel caso i messaggi sono i seguenti:
a) che l’America è oltremodo preoccupata e impreparata di fronte agli attacchi terroristici ( che trova del tutto immotivati ) e può reagire dissennatamente ricorrendo alle Forze Armate e a elementi come De Veraux, che poi fanno sfracelli e colpiscono anche gli innocenti, in patria e può capitare anche all’estero.
b) che gli arabi americani si devono guardare dal coprire i terroristi arabi perché il governo potrebbe perdere la testa a tal punto da considerare nei loro confronti gli stessi provvedimenti presi a suo tempo con i giapponesi americani (internamento coatto). Non sarebbero quindi dei provvedimenti tipici di uno stato totalitario, ma dettati solo da isteria e inesperienza.
Sono delle minacce al mondo, e agli arabi americani, convogliate tramite Hollywood.



DOPO L’11 SETTEMBRE 2001


Tranne qualche aggiustamento per la sincronizzazione, l’analisi precedente risale al 1998, quando la scrissi per l’uscita del film in Italia. Ora siamo alla fine del 2001 e non possiamo non notare come quelle minacce dei messaggi di sintesi si siano realizzate nella vera pratica. C’è stato l’attacco alle Twin Towers e gli USA hanno reagito ricorrendo veramente alle Forze Armate e facendo veramente sfracelli all’estero: hanno addirittura portato la guerra ad un Paese, l’Afghanistan, e sembra ne preparino altre contro la Somalia, il Sudan, l’Iraq, chissà quanti altri. Gli arabi americani non sono stati dimenticati: in base all’USA Patriot Act introdotto dal governo americano il 13 novembre 2001 già 5.000 di loro sono stati convocati, questionati e debitamente intimoriti dalla polizia, mentre 1.200 sono stati arrestati arbitrariamente; tutta la comunità sa di essere una sorvegliata speciale, un altro passo e c’è il campo di concentramento, magari in Alaska dato che l’America non ha una Siberia. La precisione con cui il film ha anticipato una tale reazione in una tale evenienza – una reazione non scontata, non ovvia – lascia dei sospetti: captava forse
questo film gli echi di strategie politiche che filtravano dalle stanze del potere, di scenari che si stavano preparando, compresi magari gli attentati? Non lo sappiamo; è un’altro dei tanti dubbi lasciati dall’attentato dell’11 settembre.

John Kleeves  


Freiheit zu geben durch Freiheit[1][1]

F.Schiller

LIBERTA’ PER LA LIBERTA’  

Clarissa mette in rete una serie piuttosto corposa di materiali riguardanti, direttamente e indirettamente, la strategia mondiale degli Stati Uniti d’America.

La ricchezza delle fonti di studio proposte ci obbliga ad una serie di chiarimenti preliminari, perché non vogliamo essere scambiati per quello che non siamo, né – soprattutto – intendiamo indurre nei lettori altro atteggiamento che non sia quello della ricerca libera da pregiudizi.

Quello che vogliamo dire subito è che sarebbe inutile catalogare Clarissa in una delle tante parrocchie dell’antiamericanismo. Non siamo antiamericani più di quanto non siamo anti-qualche altra cosa. Le definizioni per contrapposizione non ci piacciono. Siamo invece fermamente convinti che l’America, la migliore America, abbia dato, stia dando e possa dare in futuro il suo contributo all’evoluzione del mondo, come tanti altri popoli. Non è un caso che molti dei materiali che presentiamo siano proprio americani.

Distinguiamo nettamente il popolo americano, la civiltà degli Stati Uniti, la sua cultura,  dall’uso strumentale che ne viene fatto, e da molto tempo, da una parte della sua classe dirigente, purtroppo dominante anche se non in modo continuativo e pacifico.

Questa parte – è la nostra ipotesi storica – si considera l’erede dell’Impero Britannico, che a sua volta si considerava l’erede dell’Impero Romano. Non solo: questa minoranza ha un retroterra di tipo razzistico, parte cioè dal presupposto di una superiorità della “razza” angloamericana rispetto al resto dei popoli del mondo. Tale superiorità sarebbe dimostrata  dalla potenza economica, militare e culturale. Sulla base di  premesse del genere, e con l’apporto di un mondo affaristico ben poco afflitto da questioni ideologiche e assai interessato al denaro, una vera e propria corrente imperiale ha diretto la politica americana dalla seconda metà dell’Ottocento in avanti. Da Monroe a Theodore Roosevelt al profeta Wilson, a F.D.Roosevelt, fino all’attuale dirigenza, la sfera di interessi americana si è dilatata fino a coprire il mondo intero. Il tutto quasi sempre contro la volontà del popolo americano, tendenzialmente isolazionista e fedele (right or wrong, my country) al messaggio di libertà e felicità dei Padri Fondatori. La Nuova Gerusalemme, per presupposti razziali, per politica di potenza con pingui ritorni economici, per supponenza da evangelizzazione democratica, si è assunta il ruolo di imporre al mondo la libertà.

Ora, non c’è cosa più assurda che imporre la libertà. Non c’è cosa più contraria alla libertà del dogma che la libertà degli altri debba avere gli stessi contenuti della propria. Non c’è cosa più vile che far passare per libertà una politica schiettamente imperiale. E non c’è cosa più infame che trascinare un popolo che ha il sentimento della propria libertà, e quindi istintivamente di quella altrui, come il popolo americano, in guerre che quel popolo non vuole. E trascinarcelo come? Con un rosario di attacchi subiti volentieri, quando non preparati direttamente. Dal Maine, al Lusitania, a Pearl Harbor fino ai giorni nostri, c’è sufficiente evidenza storica per pensare che mai il popolo americano, dopo la guerra civile, sia stato coinvolto in qualche guerra che davvero lo riguardava. Perfino per la minaccia comunista o per quella nazionalsocialista esistono prove storiche sulla praticabilità di altre soluzioni, compresa quella di bloccarle per tempo con un circoscritto intervento militare nel 1919/20(la prima), o con la fermezza diplomatica (la seconda).

E’ stato necessario di conseguenza alimentare artatamente una serie di crociate, con tanto di feroci Saladini e Terre Sante da liberare, per scatenare la capacità bellica delle masse americane. Basta vedere che razza di metodi di indottrinamento e addestramento[2][2] sono stati usati nelle due guerre mondiali per mandare al fronte, altro che salvare!, il soldato Ryan.

Che poi questo abbia portato alla sconfitta di alcuni regimi totalitari, può essere un fatto positivo. Purtroppo però una ricerca storica accurata conduce a trovare atteggiamenti angloamericani alquanto ambigui verso il comunismo, il fascismo e il nazionalsocialismo. E’ perciò qualcosa più di una stravaganza  l’ipotesi storica che le ragioni dell’intervento americano in Europa non siano  state in definitiva così limpide. Quanto alle politiche seguite verso il Giappone, il mondo arabo e la Cina, qui il gioco è scoperto, e risulta molto difficile usare dei paramenti ideali, plausibili – forse troppo – verso i regimi del continente europeo.

Condurre il popolo in guerra coartandone il consenso: questa sarebbe la democrazia? E’ questo il modello di democrazia che dovrebbe valere a livello mondiale, a tacer poi della struttura sociale statunitense? Ci rifiutiamo di crederlo. Era questo che sognavano Washington, Jefferson, Adams? Assolutamente no.

Se poi si insiste nella tesi che, anche in regime di democrazia rappresentativa[3][3], sono le élites che vedono più lontano, allora bisogna dire le cose come stanno, e smascherare (con nomi, fatti, progetti) quello che non è più il giorno dell’inganno, ma il secolo dell’inganno. E su questo punto l’evidenza storica è schiacciante.

Ricordiamoci che la terra pullula dei cadaveri delle vittime dei più disparati destini manifesti. Seguitando con questo tipo di idee, altri se ne aggiungeranno. Gli statisti americani sanno benissimo che la partita con il destino manifesto della Russia non è chiusa, e che quella con il destino manifesto della Cina si sta aprendo[4][4]. D’altra parte, se il cosiddetto Occidente insiste con la teoria della propria superiorità, e ne fa la base per una politica di rapina, che cosa ci si può attendere di diverso?

Che cosa sta aspettando, il cosiddetto Occidente, per ricordarsi della prospettiva di autocoscienza e indipendenza nazionale, democrazia, cooperazione che fu propria di Mazzini e Garibaldi, ma anche – fra i tanti – di Walt Whitman?

Che gli si dica, come gli si deve dire, che non uno dei tre fondamentali principi spirituali dell’età contemporanea – Libertà, Uguaglianza, Fraternità – ha finora trovato attuazione, e massimamente nella politica internazionale? Che aveva, ed ha ragione Whitman, quando dice: “hai creduto anche tu, o amico, che democrazia significasse solo elezioni, politica, il nome di un partito? Io dico che la democrazia è utile solo laddove, procedendo il suo corso, essa giunga ad avere la sua fioritura e i suoi frutti nel comportamento, nelle più alte forme di scambio tra gli uomini e le loro credenze – religione, letteratura, università, scuole – democrazia nella vita pubblica e privata, e nell’esercito e nella marina”?[5][5] E non parliamo, per pietà, del cosiddetto libero mercato.

La libertà non si impone. Imperi democratici non sono mai esistiti, a meno di non considerare tali le strutture fortemente élitarie di Atene, Roma, Londra.

Come molti, in questo periodo, abbiamo letto L’età dell’oro di Gore Vidal. Ne siamo usciti con un profondo senso di compassione per il normale cittadino americano, un essere umano come noi e come voi. L’immagine che Vidal dipinge della classe dirigente americana induce una immensa pena, perché è tutta di prima mano, nasce da esperienza diretta.

“Hopkins salutò allegramente Caroline.”Ricorda quello che ha detto Harry Truman:”Il paese intero è altrettanto colpevole quanto qualsiasi individuo, per quel che è accaduto a Pearl Harbor””.

“Glielo hai scritto tu?”

“Non farmi domande e non ti dirò bugie”.

Mrs. Hopkins guardò di traverso Caroline, che sorrise – compassionevole, almeno lei sperava – e se ne andò. Solamente quando nel corridoio si trovò dietro a un corpo anestetizzato su un carrello, cominciò a chiedersi come diavolo il popolo americano, nella sua ignoranza attentamente coltivata, potesse essere responsabile di un attacco provocato da una classe al governo il cui primo principio era quello di non informarlo mai di nulla che non riguardasse il suo benessere”[6][6].

Ed è ancora così: ma dobbiamo sperare che non sia più così, ed operare in tal senso, per il popolo americano e per tutti gli altri.

Dobbiamo agire perché possa esserci una risposta positiva al terribile interrogativo di Whitman:

“Vediamo i figli e le figlie del Nuovo Mondo, ignari del suo genio, incapaci di scoprire ciò che autoctono, universale e vicino, importare ancora ciò che è distante, parziale e morto. Vediamo qui Londra, Parigi, l’Italia – non originali e superbe come nel mondo cui appartengono – ma di seconda mano, in un mondo cui non appartengono. Vediamo frammenti di Israele, Roma, Grecia; ma dove, sul suo stesso suolo, è possibile vedere una qualche fedele, nobile, orgogliosa espressione dell’America stessa? A volte mi chiedo se c’è posto per lei nella sua stessa casa”[7][7].

Come italiani, cittadini di un paese che soffre di un’identità  dimenticata, noi siamo profondamente vicini “ai figli e alle figlie del Nuovo Mondo”. E per essi vogliamo ricordare quanto ha detto Mazzini:”la Patria non è il territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l’idea che sorge su quello; è il pensiero d’amore, il senso d’amore che stringe in uno tutti i figli di quel territorio”.[8][8]

E’ trovare questo pensiero d’amore, che noi auguriamo al popolo americano. E in questo senso, e non con i sorrisi di madreperla e gli occhi vitrei degli attuali padroni degli USA, permetteteci di concludere dicendo con tutto il cuore: Dio benedica l’America, e la illumini.

NOVE IPOTESI DI RICERCA SULLA POLITICA IMPERIALE DEGLI USA

1.        E’ priva di fondamento storico e ideale la pretesa degli Stati Uniti d’America di ergersi a modello e a difesa della libertà politica, economica e culturale degli altri popoli del mondo, perché essi stessi retti ormai da molto tempo da una oligarchia ben poco rappresentativa della volontà popolare e capace di usare ogni mezzo per condizionare la coscienza delle masse

2.        E’ dimostrabile nei dettagli che la frazione dominante della classe dirigente degli Stati Uniti d’America ha perseguito, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, un lucido disegno imperiale, basato sulla  supposta superiorità razziale, culturale, economica e politica dei popoli anglosassoni

3.        Nell’attuazione del proprio disegno strategico, questa  minoranza ha scalzato progressivamente l’imperialismo britannico, che aveva identici obiettivi, ad esso sostituendosi e proseguendone l’azione con altri e più raffinati mezzi

4.        Seguendo questa linea, la frazione dominante statunitense ha coinvolto, usando tecniche di provocazione anche sanguinose, il popolo americano  in due guerre mondiali e in un’infinità di conflitti e confronti militari politici ed economici,  facendo strumentalmente leva sugli ideali democratici

5.        L’élite in questione ha sì permesso ai popoli europei di liberarsi dai regimi totalitari e di avere libere istituzioni, ma ciò con lo scopo, se non prevalente almeno parallelo, di ridurne in modo sostanziale l’indipendenza nazionale in molte delle sue articolazioni politiche, economiche e culturali

6.        Nel quadro del suo disegno imperiale la minoranza dirigente degli Stati Uniti d’America si è associata con chiese, sette, gruppi etnico-religiosi, circoli economici e finanziari per controllare tutte le risorse umane, politiche, culturali e materiali del pianeta

7.        Il gruppo in questione intende usare e sta usando a tal fine tutti i processi di globalizzazione e comunicazione in campo culturale, economico e politico

8.        Non esiste fondamento diverso da una strategia imperiale alla pretesa degli Stati Uniti d’America di far ricorso all’intervento armato preventivo, e a qualsiasi altra forma di intervento contro altri popoli

9.        Manca ogni giustificazione storica alla pretesa degli Stati Uniti d’America di intervenire al di fuori del proprio territorio sotto l’egida della guerra al terrorismo, in considerazione del fatto che il terrorismo, ed in specie quello islamico, è una creazione diretta e indiretta della politica di potenza perseguita sistematicamente dagli USA in Medio Oriente da almeno settanta anni a questa parte.


[1][1] Dare la libertà attraverso la libertà

[2][2] J.Bourke, An Intimate History of Killing: face-to-face Killing in Twentieth_century warfare, trad. italiana Le Seduzioni della Guerra, Argalia, Urbino, 2000

[3][3] rappresentativa di chi, poi? L’attuale presidente americano è stato eletto, com’è noto, da una risicata maggioranza all’interno del 50,8% degli aventi diritto al voto. Perciò, se gli va bene, rappresenta qualche spicciolo in più del 25% dell’elettorato americano.

[4][4] Cfr. sul punto Quiao Liang, Wang Xiangsui, Unrestricted Warfare, Edizioni dell’Esercito Cinese, traduzione italiana Guerra senza limiti. L’arte della Guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Libreria editrice Goriziana, Gorizia, 2001. Gli autori sono due ufficiali di Stato Maggiore dell’Aeronautica cinese, nonché docenti all’Accademia militare di Whampoa. L’aspetto tecnico militare è estremamente interessante, ma passa in secondo ordine rispetto alla prospettiva nazionalista e sprezzante con cui gli autori guardano all’Occidente, dicendo purtroppo cose verissime. D’altra parte la dottrina della guerra senza limiti deve circolare da un pezzo negli Stati Uniti. E’ stato molto citato, a proposito dell’11 settembre, Debito d’onore dell’ex-analista dei servizi USA Tom Clancy, soffermandosi sulla scena finale dell’attacco aereo suicida alla Casa Bianca, senza far notare che il ponderoso technotriller (600 pagine nell’edizione italiana) è un sommario sulla guerra economica, psicologica, e perfino sulle tecniche di omicidio – con armi individuali e con missili tirati dagli elicotteri nelle case – impiegate ai giorni nostri dagli israeliani. Clancy e il suo giro giocano sul codice romanzesco per a)fare soldi; b)rendere incredibili, romanzeschi appunto, scenari operativi di normale amministrazione. E’ la replica americana della tecnica dell’ex-spia inglese Ian Fleming , il creatore di 007, che invece ha fatto sognare il mondo con un personaggio che fa esattamente quello che gli uomini dei servizi segreti non fanno

[5][5] Walt Whitman, Democratic Vistas, Washington 1871, trad. italiana Prospettive democatiche, Il Melangolo, Genova 1995, pag.89

[6][6] Gore Vidal, The Golden Age, 2000, trad. italiana L’età dell’oro, Fazi, Roma, 2001, pag. 297. Lo Harry Hopkins del brano è il noto consigliere di Roosevelt.

[7][7] Whitman, op. cit., pag.140

[8][8] Giuseppe Mazzini, Dei doveri dell’uomo, Mursia, Milano 1984, pag.65. Il testo fu scritto nel 1860.


L’opinione.  

La propaganda nella tv italiana per le nonnette

12/03/2003 14.22.41 , di Mr Hyde

Magari capita di rado, ma se di pomeriggio non si ha nulla da fare non è del tutto inutile assistere ad uno di quei programmi d’intrattenimento confezionati per lo più per pensionati, disoccupati e gente a casa con l’influenza.
Le chiamano trasmissioni “leggère”, senza troppe pretese, ma che camuffate da salottino disimpegnato in realtà sono veri e propri lavaggi del cervello. Il pubblico di questo genere di programmi è di un tipo particolarmente vulnerabile, essendo costituito da persone ingenue, che in cuor loro sperano tanto sinceramente quanto vagamente che la guerra non ci sia: sono le famose “persone per bene”.

Parecchie “persone per bene” sono anche particolarmente sensibili ad un tipo di religiosità semplice: è la “religiosità popolare”, fatta di miracoli, madonnine, santi e santini. E quelli de “L’Italia sul Due” – che va in onda dopo pranzo sul secondo canale Rai – con questa roba ci vanno a nozze. Martedì 11 marzo sono bastati un collegamento da San Giovanni Rotondo, l’Elisabetta Gardini che tesse come sempre l’agiografia di Madre Teresa, la Sidney Rome, l’immancabile americana di ogni salottino prebellico che si rispetti (Vespa docet, con la Clarissa Burt accanto al burqa), il frate delle massaie di cui non ricordo il nome e l’espertino di studi strategici Margelletti, che con il buon Nativi condivide sia la ragion d’essere – quella di renderci familiari le strategie d’aggressione del Pentagono e gli ordigni che gli angloamericani scaricheranno sugli iracheni – che un’espressione pacioccona, quindi rassicurante, chiaramente in linea con i delicati compiti che deve assolvere.

Questo tipo di programmi di norma procede così. Il discorso generale deve infondere speranza e fila perciò sul binario degli esempi di vita cristiana e delle opere di bene, ma con cadenza regolare s’infilano i momenti clou per cui è stato fatto il programma. E’ a quel punto che l’espertino di strategia, dopo aver precisato che anche lui, come gli altri ospiti, prega con gran fervore, spara la prima bomba (poco “intelligente”): «Giorni fa ero in preghiera con un amico iracheno, che da sei anni non sa più nulla della moglie e dei figli, fatti sparire dalla polizia politica irachena… lui è islamico, ma ognuno ha pregato come suo costume». Simpatica davvero, tipo quella dei soldati iracheni arresisi al confine con il Kuwait ma rimandati indietro dagli inglesi perché la guerra non è ancora cominciata (fosse vero, come minimo avremmo le foto dell’esilarante avvenimento!).

Dopo un’altra dose di filmati melensi pieni di espressioni contrite ed imploranti, di folle bisognose di un “segno”, dopo una bella botta di “speranza” insomma, la parola torna a Margelletti, un vero torrente in piena: «La guerra, i militari sono gli ultimi a volerla, perché poi sono loro che vanno a prendersi le schioppettate!». E il frate gli tiene mano: «Ma Saddam è furbo, manda gli altri ma lui sta a casa…». Sarà anche così, ma se il buon pastore alle anime preferisce il gregge dell’opinione pubblica, sarà bene che s’informi sulla limpida carriera da imboscato di George W. Bush!

Ma la trasmissione dev’essere “leggèra” (e si è capito che non lo è per niente), e Margelletti ne ha in serbo una davvero fenomenale: «I nostri bambini vengono tirati su con i cartoni di Walt Disney (notoriamente sul libro paga della Cia, forse per questo gli sta simpatico), ma Saddam ha cresciuto il figlio Uday con ben altri spettacoli: lo scioglimento nell’acido, dal vivo, degli oppositori politici». «Ecco – conclude l’ecumenico uomo di preghiera prestato alla geopolitica – dobbiamo sperare che l’Iraq abbia un sistema democratico (notare che nessuna Risoluzione Onu ne richiede l’attuazione: starebbero freschi gli Usa, un’oligarchia del denaro!), dove gli iracheni possano scegliere, in libere elezioni, chi li governa». E poi giù ancora con scene di processioni, di negretti nutriti dai missionari e di gesti ieratici della salvifica gerarchia vaticana. Tutto il tempo avanti così, con quest’altalena tra “sacro” e “profano”, tra religione e propaganda filoamericana.

“L’Italia sul Due” ha tutta l’aria di non essere lì per quello che sembra. Non è una trasmissione d’intrattenimento. Una volta Rosy Bindi – inedita pasionaria! – si è messa lanciare anatemi contro gli angloamericani, e la conduttrice, in preda ad una crisi di panico, le ha tolto la parola con la classica scusa che si doveva chiudere il collegamento; un’altra volta Capanna, saturo di questa stronzata del “disarmo iracheno”, si è messo a reclamare ispezioni negli Usa e in Israele, ma di nuovo è stato interrotto. Tutte cose più che sensate, mi pare, ma per la conduttrice no. Pericolose, anzi. Mi dicono addirittura che una donna di spettacolo americana residente da molti anni in Italia ha smontato nella stessa trasmissione la leggenda per cui Bush sarebbe il “presidente di tutti gli americani”: «Macché – ha replicato su per giù – ma se l’ha votato appena il 25% degli aventi diritto!». In pratica la signora Kate Rush stava svelando l’arcano… che gli Stati Uniti non sono una “democrazia”, ma che loro si mimetizzano dietro quella sacra parola alla quale qui in Europa attribuiamo ben altri significati. Ma niente da fare, zacchete, anche quella volta è scattata la censura della conduttrice.

Ecco, un po’ di chiarezza su queste cose andrebbe fatta. Chi comanda nelle televisioni italiane? Quelle private, si sa, sono il luogo d’elezione dell’ingerenza esterna, ma quella di Stato vogliamo o no che sia uno strumento al servizio del popolo italiano e non di potentati esterni e dei loro lacchè? I conduttori, in base a quali criteri vengono scelti? E’ solo l’inviato negli Usa che deve dare prova di fedeltà incondizionata alla banda di gangster di Washington oppure si controlla anche il pedigree dei conduttori di programmi per nonnette? Perché gli ospiti accreditati, per gli stessi argomenti sono sempre i soliti? E perché se un tal giorno hanno voglia di sfogarsi d’improvviso da “autorevoli” che erano diventano “impazziti”?

E’ chiaro che in Italia, un Paese di servi scimuniti, mai nessuno andrà fino in fondo a questo discorso, compresa la benemerita Usigrai, un bell’elefante illuso di nascondere la verità dell’asservimento della Rai al padrone d’oltreoceano dietro il dito “Biagi e Santoro”; che ne pensa Giulietti di quest’indegno sfruttamento della buonafede delle “persone per bene” e della credulità popolare mirato a supportare la propaganda di uno Stato estero per un’aggressione che, né più né meno, è la stessa cosa che Saddam Hussein inflisse al Kuwait con le conseguenze che ne derivarono?

La naturale “speranza” che alberga nel cuore dell’ingenuo credente, programmi apparentemente neutri la convogliano sulle truppe americane, alle quali spetterà il compito di realizzarla. Ecco che cos’è la tv d’intrattenimento pomeridiano in Italia: una propaganda peggiore di quella dei telegiornali, o quantomeno più subdola, ché almeno in quel caso lo spettatore più bovino (con tutto il rispetto per i bovini!) parte un minimo prevenuto. Qui, invece, le nonne e le zie d’Italia vengono quotidianamente infarcite fino agli occhi di propaganda, sfruttando la loro ingenuità e buonafede. Con filmati che mescolano Padre Pio, schiere di lebbrosi e morti di fame a scene preconfezionate – e ritrasmesse mille volte – di giubilo di truppe americane, di marce di truppe americane, di sbarchi di truppe americane. Come per dire: “L’America è l’armata del Bene e la benedice anche Padre Pio!”.


“National Security Strategy” o nuovo totalitarismo?

Riflessioni e letture tra pace e guerra                                           

   (27 febbraio 2003)     

Andrea Ventura

Nell’ottobre del 1905 lo zar annunciò la concessione di una Costituzione e di una serie di libertà civili tra cui l’abolizione della censura. Trockij, con un gesto plateale, stracciò davanti alla folla il manifesto dello zar, ma non fu quella la strada che seguì la rivoluzione; piuttosto quel documento venne applicato letteralmente: i tipografi immediatamente si rifiutarono di stampare qualsiasi giornale che accettasse ancora di sottoporsi alla censura, e quando essa tornò a colpire un giornale il giorno dopo 100 giornali in tutta la Russia riportarono ciò che doveva essere censurato. Era ormai impossibile qualsiasi azione di controllo della stampa fino a quando, a Mosca, un’insurrezione avviata nella più totale impreparazione per arrestare il declino della rivoluzione fornì il pretesto per tre giorni di sistematico bombardamento d’artiglieria pesante sulla popolazione civile. L’autorità zarista era ristabilita.

Oggi la libertà di stampa sembra un fatto acquisito, almeno in Occidente, anche se l’Occidente non disdegna di ricorrere ad azioni criminali contro i mezzi di informazione fuori dei suoi confini. Ricordiamo il bombardamento della sede della televisione di Stato Jugoslava nel quadro dell’intervento “umanitario” della NATO in Kossovo sostenuto anche dal governo D’Alema, in spregio all’ONU allo statuto della NATO e alla nostra Costituzione, e quello della sede di Kabul della TV araba Al Jazeera ad opera degli americani poco prima dell’entrata delle loro truppe nella città. Ma purtroppo, nonostante la libertà che i sistemi democratici si concedono al loro interno, dobbiamo convenire con Asor Rosa (La guerra, Einaudi 2002, p. 5) quando nota che oggi “al massimo dell’informazione corrisponde il minimo della verità”, e certo non è sulle bombe che conta la censura: senza alcun evidente comando dall’alto i mezzi di comunicazione di massa a grande diffusione spostano i loro occhi ora su un’area ora su un’altra del mondo; massacri e ingiustizie appaiono e spariscono dai teleschermi e dalla stampa senza alcun nesso con la loro gravità o col fatto che siano effettivamente cessati. Così rimangono ignote al grande pubblico le inquietanti domande sull’11 settembre.

         A distanza da un anno e mezzo da quell’evento che ha segnato il mondo, la piatta e acritica ripetizione all’infinito delle verità ufficiali vuole definitivamente seppellire quegli interrogativi che nelle settimane e nei mesi successivi trapelavano dalla lettura dei giornali. Riprendiamoli brevemente:

E’ mai possibile che un gruppo di una ventina di persone armate di semplici coltellini abbia potuto colpire in quel modo il cuore della massima potenza militare mondiale?

Come è potuto accadere che dopo un’ora dal primo impatto sulle torri, dopo mezz’ora dal secondo, un altro aereo dirottato abbia vagato a lungo sui cieli dell’area più protetta del mondo senza che alcun aereo militare sia riuscito ad intercettarlo? “E ora viene il bello: un pilota del quale vogliono farci credere che fosse stato addestrato in Florida presso una scuola di piloti di Piper Club e di Chessna conduce, nel giro di due minuti e mezzo, una perfetta spirale discendente di 7000 piedi, portando l’aereo in posizione appiattita tanto bassa da tagliare i fili elettrici che attraversano la strada davanti al Pentagono, per poi infilarsi con la precisione di uno spillo sulla fiancata dell’edificio” (G. Vidal, La Repubblica, 26 settembre 2002).

Perché, quando ormai appunto era chiaro che gli aerei dirottati erano fatti precipitare, il sistema di difesa antimissile del Pentagono non ha abbattuto l’aereo?

“Su questi eventi è stata evidentemente imbastita una storia” (G. Vidal, ibidem). Chiesa, Galli, Vidal, Ahmed e altri argomentano sostanzialmente nello stesso modo: è impossibile che i servizi segreti non sapessero nulla di quello che si stava preparando, ed è probabile che i sistemi di sicurezza e le procedure automatiche di difesa siano state deliberatamente disattivate. Dato il quadro, non può neanche essere scartata la tesi estrema di T. Meyssan (Il Pentagate, Fandango Libri 2003) secondo la quale i danni subiti dal Pentagono sarebbero incompatibili con l’impatto di un aereo, del quale peraltro manca qualsiasi traccia, e indicherebbero invece che l’edificio è stato colpito da un missile. Ad un attacco esterno si potrebbe essere sovrapposto un episodio di guerra interna.

Ma gli interrogativi non finiscono qui. Nei giorni precedenti l’11 settembre sui mercati finanziari americani sono stati osservati anomali movimenti speculativi in previsione di un ribasso delle azioni delle compagnie aeree che, colpite dai dirottamenti, sono poi effettivamente crollate, come anche di una compagnia che occupava 22 piani del World Trade Center. Molti quindi, lontano dalle caverne dell’Afganistan, anzi nel cuore degli Stati Uniti, sapevano e hanno fatto affari.

Salvo i grandi mezzi d’informazione, molti poi ricordano che nelle settimane successive l’America è stata gettata nel panico dalla diffusione di lettere all’antrace; queste, oltre a causare alcuni morti, hanno costretto Camera e Senato a sospendere le sedute. Sul momento da ambienti dell’amministrazione Bush venne la proposta di reagire bombardando Baghdad, ma l’antrace risultò poi di provenienza … americana!

Chi speculò in Borsa lucrando milioni di dollari sulla morte dei suoi concittadini? Chi ha voluto gettare l’America nel terrore? Cosa è veramente successo in quei giorni? Domande scomode, meglio dimenticarle, volgere gli occhi fuori dell’America e ripetere all’infinito che Saddam mente e che è un pericolo per la comunità internazionale.

 Non è vero che senza freni razionali o senza una morale esterna di tipo kantiano la tendenza naturale dell’uomo sia verso il suo “destino fatale di guerra” (Asor Rosa, op. cit., p. 143); all’opposto, soprattutto con la formazione delle società moderne dove il consenso delle masse è essenziale, la spinta alla guerra ha dovuto molto spesso essere artificialmente provocata dai gruppi dirigenti. Lo osserviamo fin dalla Francia del 1792 quando il popolo appena affacciatosi alla politica, ma ancora indolente e privo di volontà guerriera, venne deliberatamente e coscientemente, possiamo dire in modo pianificato, spinto alla guerra contro un nemico esterno quasi del tutto inventato. Ci vollero alcuni anni, e poi Napoleone, prima che la Francia riuscisse a costruire un esercito veramente combattivo. Oppure nelle trincee della prima guerra mondiale, dove erano necessari massacri e decimazioni per spingere i soldati al combattimento. E anche nelle rivoluzioni la tendenza alla violenza non è “fatale”. La rivoluzione francese nella campagne, come racconta Lefebvre, fu sostanzialmente incruenta, semplicemente i contadini rifiutavano in massa gli obblighi feudali e bruciavano gli archivi dei castelli, badando bene che nessuno restasse accidentalmente coinvolto; anche in Russia, come riporta Franco Venturi, negli anni antecedenti all’abolizione della servitù della gleba interi villaggi sparivano, i contadini si trasferivano altrove per non servire più e talvolta passavano anche a salutare il vecchio padrone per il quale avevano lavorato tanti anni; pacifica fu anche la prima fase della rivoluzione russa del ’17 che molti non avrebbero mai voluto macchiata di sangue. E’ noto l’episodio dell’esercito bolscevico e di Krasnov, generale del governo Kerensky, quando subito dopo l’ottobre si fronteggiarono a lungo nei pressi di Pietroburgo senza che i rispettivi comandanti riuscissero a convincere i soldati ad uccidersi, finché il secondo si disgregò. E’ chiaramente superfluo ricordare anche il terrore rivoluzionario, i massacri del ’48 e dei comunardi nel ’71, le decine di milioni di morti delle due grandi guerre, i campi di sterminio, ma non può essere accettata una visione secondo la quale la tendenza naturale dei popoli sarebbe verso la guerra, pena la mancanza di comprensione di quello che avviene sotto i nostri occhi. Questa storia ci è stata raccontata fin troppo, mentre quella di coloro che si sono ribellati senza ricorrere alla violenza e alla distruzione troppo spesso è stata dimenticata.

Brzezinski: “Bisogna considerare che l’America sta diventando sempre più una società multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso su questioni di politica estera, tranne che in presenza di una minaccia nemica enorme, diretta, percepita a livello di massa” (riportato da G. Vidal, Le menzogne dell’impero, Fazi editore 2002, p. 17).

Rumsfeld: “Come è già stato per il passato, il solo avvenimento capace di galvanizzare la nazione e di costringere il governo ad agire [potrebbe] essere un attacco distruttore contro il paese e la sua popolazione, una sorta di Pearl Harbour spaziale” (riportato da G. Galli, L’impero americano e la crisi della democrazia, Kaos edizioni 2002).

Bush, la sera stessa dell’11 settembre 2001: “Questa è una grande opportunità” (riportato dall’editoriale di Limes 1/2003, p. 12).

Le alternative che gli Stati Uniti si sono trovati di fronte dopo il crollo dello “impero del Male” erano sostanzialmente due: ripiegare su se stessi dopo aver sconfitto un sistema politico e ideologico avverso ai principi liberali, oppure occupare tutti i tasselli dello scacchiere mondiale lasciati liberi o indeboliti dal crollo della potenza avversaria. La tendenza all’isolazionismo di parte dell’opinione pubblica e dell’establishment americano è ben espressa dalle preoccupazioni che ritroviamo in un volume scritto prima dell’11 settembre (C. Johnson, Gli ultimi giorni dell’impero americano, Garzanti 2001) dove viene aspramente criticata la politica americana di contenimento del comunismo, priva di rispetto per i diritti umani, ma soprattutto viene giudicata del tutto assurda la scelta di mantenere la stessa politica anche al termine della guerra fredda. Per Johnson il proseguimento di quella politica di potenza, privo ora di ogni giustificazione, provoca nei confronti degli Stati Uniti risentimenti, contraccolpi, “ritorni di fiamma” direttamente conseguenti alle operazioni americane nel mondo, mettendo a repentaglio tutto il sistema di vita e di dominio americano. Di qui il significativo titolo del volume.

L’amministrazione Clinton, col suo tentativo di disimpegnarsi dal Medio Oriente e da altre aree calde del mondo, e con la scelta di ridurre le spese militari e gli arsenali bellici rispettando e rafforzando una serie di trattati internazionali, era esposta a queste tendenze. Peraltro il problema dell’assenza in America di un sistema sanitario pubblico ed in genere di uno stato sociale analogo a quello dei paesi europei non può considerarsi disgiuntamente dall’immenso sforzo bellico che gli Stati Uniti hanno sostenuto nel corso della guerra fredda e negli anni ’80. I paesi europei, alleggeriti dal peso delle spese militari, protetti dall’ombrello nucleare statunitense, e con la necessità di sostenere il confronto diretto con le condizioni dei lavoratori nei paesi socialisti, hanno potuto più facilmente garantire anche agli strati inferiori della popolazione dei livelli di sicurezza sociale ignoti agli americani. Per l’America il crollo del comunismo poteva rappresentare l’occasione per una svolta anche in termini di politica interna.

Facile ricostruire i legami tra l’amministrazione Bush e il complesso d’interessi che ruotano attorno all’industria petrolifera e militare, complesso di interessi che ha anche visto assieme la famiglia Bush e quella Bin Laden. Vecchia storia quella di compattare la nazione contro il nemico esterno, di alimentare la paura per lo straniero, per ciò che non è controllabile, logica da cui discendono tutti i tentativi di dominio del mondo, di divisione del mondo tra Bene e Male, Bene e Male che poi sono tanto affini da risultare solo ieri stretti alleati: vale i combattenti islamici, ieri finanziati e addestrati dall’America nella guerra afgana contro l’URSS e oggi sotto le bombe, oppure reclusi come cani nella base americana di Guantànamo, forse torturati, comunque privati d’ogni diritto perché la base non è in territorio statunitense e quindi non vi si applicano le leggi americane, ma anche privati della protezione che la convenzione di Ginevra assicura ai prigionieri di guerra perché sono terroristi, ed è guerra solo ciò che all’America conviene considerare tale. Vale per il governo talebano con cui la Chevron di Condoleezza Rice faceva affari e la cui stabilità era quindi considerata dall’amministrazione americana una priorità fino a poco prima che fosse programmata la distruzione del paese, per Saddam i cui crimini contro la propria popolazione vennero ignorati fin quando faceva il gioco dell’Occidente, i cui otto anni di guerra contro l’Iran, costati un milione di morti, per le industrie belliche del mondo libero hanno rappresentato un ottimo mercato. I civili morti sotto le bombe in Afganistan e che moriranno in Iraq e nelle prossime guerre non sono mai stati né il Bene né il Male, né nemici né alleati. Forse non sono niente. Non contano: danni collaterali. Conta che oggi, dopo l’11 settembre, l’America sembra non avere più scelta. Con i propri morti ha invece la “grande opportunità” di proseguire la politica delle armi e della guerra. Ed ecco, nel settembre 2002, il documento che descrive oltre la guerra all’Iraq il mondo che Bush sta preparando. E se il futuro sarà quello che prospetta questo documento allora gli storici non avvicineranno l’11 settembre a Pearl Harbor, ma, forse, lo potranno piuttosto affiancare a quei fatti che nel 1934 hanno segnato il trionfo del nazismo e anticipato gli anni più tremendi dello stalinismo: la notte dei lunghi coltelli e l’assassinio di Kirov.

Un sistema totalitario persegue l’obiettivo del completo controllo della società, ma il conseguimento di questo obiettivo è l’ultimo atto di un processo che muove da una premessa: il nemico ci minaccia e si annida ovunque. Questo pensiero, potremo dire questo delirio, giustifica le azioni di controllo e quindi di aggressione preventiva del “nemico”, sia esso il popolo diverso che vive ai nostri confini, lo straniero che vive tra noi, coloro che oggettivamente sono “nemici di classe” perché la pensano diversamente o forse solo perché pensano. Allora ogni resistenza, ogni opposizione deve essere repressa preventivamente perché la sola possibilità di un suo coagularsi costituisce una minaccia.

In qualche modo questo pensiero è l’estrema conseguenza di un’idea essenziale borghese (che risale alle origini del cattolicesimo ed è uscito rafforzato dalla riforma protestante) secondo la quale l’uomo è naturalmente malvagio. Egli necessita quindi di un continuo controllo repressivo in quanto ovviamente, per qualsiasi ragione, l’autoinibizione razionale, morale o religiosa a distruggere può sempre cadere lasciando emergere la sua vera natura. La società umana per sopravvivere deve quindi essere sempre strutturata gerarchicamente, e lo sarà attorno al denaro dei ricchi o a un potere arbitrario se non può più esserlo attorno alla religione e al sangue dei re.

Possiamo affermare che il documento che sostiene la nuova dottrina dell’amministrazione Bush dopo l’11 settembre (The National Security Strategy of the United States of America, the White House, Washington D.C., 17 settembre 2002) esprime un pensiero compiutamente totalitario. Poche e stupide le sue idee chiave, che vanno conosciute anche perché forse la chiave per comprendere la clamorosa spaccatura tra gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, e quindi i termini della posta in gioco, può trovarsi nella prospettiva aperta da questo documento più che nella sorte di un regime indifendibile.

Vediamo: abbiamo vinto contro il totalitarismo e questa vittoria ci ha dato una supremazia militare che vogliamo mantenere a tutti i costi, ma che non ci garantisce perché un nuovi nemici ci minacciano. Questi nemici possono usare nuove armi e nuove tecnologie, e grazie ad esse anche un piccolo paese più minacciarci, quindi l’unico modo di garantire la nostra sicurezza è di agire prima che qualsiasi minaccia venga concretamente a definirsi. In altri termini, mentre l’equilibrio precedente era basato sulla deterrenza, e comunque nel passato si potevano vedere le azioni del nemico, gli spostamenti delle sue truppe, gli eserciti che si preparavano all’invasione, oggi per la nostra sicurezza bisogna agire anche se c’è incertezza sui tempi e sui luoghi dell’attacco nemico. In questa nuova situazione l’azione preventiva è l’unico modo di garantire la nostra sicurezza, cioè la migliore difesa è l’offesa. Migliaia e migliaia di terroristi popolano il mondo, dobbiamo inseguirli ovunque e rafforzare le nostre difese. Possiamo comunque trasformare questa nuova situazione in un’opportunità: far fronte all’emergenza e ai rischi del terrorismo consentirà di ridurre in genere tutti i rischi, attrezzare il sistema medico contro il bioterrorismo consentirà di ridurre i rischi di contrarre ogni tipo di infezione, controllare le frontiere

Per difenderci dal terrorismo consentirà di combattere tutti i traffici illegittimi etc. Un nuovo sistema di vita insomma! Inoltre, dato che il terrorismo prospera sulla povertà dei popoli e un mondo di poveri non è sicuro, dato che il libero mercato porta al benessere, e considerato che in un mondo globalizzato cade la distinzione tradizionale tra politica interna e politica estera, ne consegue che la liberalizzazione e l’apertura dei mercati di tutto il mondo diviene una questione centrale per il nostro interesse nazionale. Peraltro il “free trade” prima di essere un principio economico è un principio morale: la vera libertà in fondo consiste nel poter liberamente scambiare ciò che produciamo con chi ne ha bisogno. Certo, l’America cercherà di agire coi suoi amici e alleati, con la Comunità Europea, la Russia, l’India etc, e osserva con interesse le parziali aperture della Cina, ma è necessario chiarire che rivendichiamo il diritto di agire liberamente e da soli in ogni angolo del mondo: deve essere chiaro a tutti che la Corte Internazionale Criminale non si applica ai cittadini americani. Essi rispondono solo al loro paese. (Il documento è reperibile in rete)

Se sono falliti altri e più limitati controlli totalitari, difficile che abbia successo il controllo totalitario di tutto il globo terracqueo. Ma gli effetti della deriva totalitaria della massima potenza mondiale possono essere devastanti. Difficile opporsi, alcuni possono far poco, altri qualcosa, ma sicuramente la prima cosa da fare è capire; capire non tanto i legami tra politica economia e guerra, oppure i meccanismi utilizzati dagli Stati Uniti per esercitare un dominio che sembra ormai perfettamente in linea con la peggiore tradizione criminale dell’Occidente. Per questo basta spegnere la televisione a leggere qualche volume facilmente reperibile in qualsiasi libreria. Bisogna soprattutto capire il motore di questa deriva totalitaria, anche perché la sua violenza tende a generare attorno a sé, per reazione, comportamenti distruttivi che ne confermano i presupposti. Ogni resistenza deve quindi muovere anzitutto dal rifiuto radicale del nucleo che sostiene il pensiero totalitario, cioè appunto dal rifiuto dell’idea che il destino dell’uomo sia un “fatale destino di guerra” perché, se questo è il pensiero degli oppositori, allora presto vedremo, come “negazione della negazione” di hegeliana memoria, violenza illegalità e guerra dilagare, confermando la profonda convinzione che sostiene quel pensiero, fornendogli così forza e nutrimento. Né è accettabile quell’altro pensiero che, prendendo le mosse da Rousseau, alla naturale perversione dell’uomo ha voluto contrapporre l’idea che la cattiveria umana nasca dalla proprietà privata, dall’ineguaglianza materiale, pensiero che, combinandosi con la filosofia hegeliana, ha trovato espressione nel marxismo e nell’immagine di Marx della violenza come levatrice della storia, o in quella più cruda di Engels secondo cui la storia porta avanti il suo carro tra mucchi di cadaveri. La storia è certamente costellata di morte e distruzione. Dall’occupazione e lo sterminio dei paesi e dei popoli colonizzati, al commercio degli schiavi che ha arricchito le classi alte europee, dalle guerre mondiali alle guerre civili e di religione, al terrore rivoluzionario e controrivoluzionario, la storia è certamente segnata da mucchi di cadaveri. Ma questa storia non ci piace. Né è vero che le fondamentali conquiste civili e l’affermazione dei diritti dell’uomo siano sempre state conquistate col sangue. Forse talvolta, ma più spesso il sangue ha accompagnato il tentativo fascista e nazista di cancellarle. Ed infine il pensiero secondo il quale per far avanzare la storia occorre il sangue ne comprende un altro: chi non vuole uccidere non può fare la storia. E questo è sicuramente falso. E non è accettabile che dal fallimento del sogno di riscatto di chi ha imbracciato la composizione marxista di economia politica e filosofia hegeliana, si concluda che “ogni sogno di riscatto globale è tramontato. Continuare a pensarlo conduce talvolta, nonostante le buone intenzioni, a soluzioni criminali” (Asor Rosa, op. cit. p. 180, trascrizione non letterale).

Oltre 100 milioni di persone il 15 febbraio scorso sono scese in piazza in una straordinaria giornata di mobilitazione mondiale all’insegna del rifiuto della guerra. Non sembra che essi si siano curati molto dell’ammonimento di Hardt e Negri secondo il quale il rifiuto, cioè la dimensione fondamentale di ogni rivolta, pur eticamente accettabile sarebbe un “suicidio sociale” (M. Hardt, A. Negri, Impero, Rizzoli 2002 p. 193), ammonimento che ripropone così la scissione borghese tra politica, regno del reale che deve fare i conti con ciò che è, l’uomo cattivo appunto, ed etica che non porta a nulla. Né credo che quei manifestanti fossero molto convinti, come lo sono Hardt e Negri, di essere “delle scimmie e dei cyborg” (op. cit., p. 98) dato che non risulta che scimmie e cyborg abbiano mai protestato contro la guerra. Non sembra nemmeno che considerassero rivoluzionario il consumo di LSD (op. cit., p. 257) o che aspirassero, con Mengele, a “trasformazioni dei corpi… a dar vita a corpi post-umani” (op. cit., p. 205). Del tutto assente anche quella “matta bestialità naturale” di Asor Rosa (op. cit., p. 143), che invece i dimostranti hanno voluto lasciare appannaggio esclusivo dei potenti. Rousseau: “E’ la canaglia, sono le donne del mercato a separare i combattenti e ad impedire ai galantuomini di sgozzarsi reciprocamente”. Impedire la guerra ai signori della guerra, smentire innanzitutto la loro logica, ostacolare i loro piani di mobilitazione della masse. Questo il senso profondo di quella giornata del tutto pacifica che ha scosso la coscienza di molti, intaccato la sicurezza dei potenti, così come lo hanno fatto le centinaia di migliaia, i milioni di persone che nel corso del 2002 in Italia sono scesi in piazza, senza rompere una sola vetrina, contro Berlusconi. I disastri di Genova sembrano per fortuna lontani. A Firenze gli attesi barbari che avrebbero distrutto la città hanno pacificamente preparato la manifestazione del 15 febbraio. Sembra esserci una consapevolezza diffusa che solo un rifiuto radicale, un NO netto senza violenza e distruzione, solo smentendo proprio quel pensiero sulla naturale distruttività umana, solo segnando coi comportamenti una distanza abissale dalla logica del potere e della guerra è possibile contrapporre un’altra voce a quella dei mezzi di comunicazione di massa ormai nelle mani di ristrettissimi gruppi legati al potere politico, e quindi smuovere gli orientamenti di un’opinione pubblica la quale, nei sistemi democratici, in ultima istanza ratifica le scelte di chi ci governa. Ma non risulta che, nonostante l’esistenza di una puntuale critica teorica a Freud e a tutto il pensiero che sostiene la naturale perversione dell’uomo – critica che si è sviluppata a partire dai lavori di Massimo Fagioli e che si è ampliata con le ricerche della “Scuola Romana di Psichiatria” – la centralità del confronto culturale sia un tema presente nel movimento. In assenza di ciò questa consapevolezza rischia di smarrirsi, perché si può insinuare il solito pensiero, erede del fallimento del marxismo e più a fondo dell’illuminismo, secondo il quale, con Scalfari, “la democrazia nel mondo non è possibile, come non lo è cambiare la natura umana” (G. Galli, op. cit., p. 161).

Gli intellettuali spiegano che il pacifismo è ingenuo, che la politica purtroppo è altro e la democrazia non è possibile. Più velenosi degli altri ce lo spiegano proprio coloro che vorrebbero essere per la pace. Condividono il pensiero cattolico e protestante, la Bibbia, Calvino, Hobbes, Schopenhauer e Freud. Condividono in ultima istanza il presupposto totalitario: “Lo stato di natura dell’uomo potrebbe essere il fascismo, non la democrazia” (Mailer, prima pagina dell’Unità, 26 febbraio 2003). Allora tutto è inutile: non resta che il conforto del pensiero religioso secondo il quale tutti gli uomini sono uguali davanti a dio quindi … non su questa terra, oppure la cupa disperazione di Asor Rosa, oppure rimanere nell’indifferenza e, comodamente seduti sui nostri divani, osservare sulla CNN gli effetti della politica delle bombe, grati al caso che sta facendo scorrere il breve arco della nostra vita sul lato di chi le butta e non di chi le subisce.

La guerra globale è cominciata

Questo testo fa parte di un libro collettivo: “L’Empire en guerre – Le monde après le 11 septembre”, Coedizione Temps des Cerises – EPO, Paris – Bruxelles.

INDICE

– La guerra globale è cominciata [ leggi… ]
– Obiettivo n° 1 : Controllare le vie del petrolio [ leggi… ]
– Obiettivo n° 2 : Imporre le basi militari USA nel cuore dell’Asia [ leggi… ]
– Impedire un’alleanza anti-egemonica Cina – Russia – Iran [ leggi… ]
– Controllare il petrolio della Cina [ leggi… ]
– Veramente sotto pressione per trovare Bin Laden? [ leggi… ]
– Obiettivo n° 3 : Preservare il domino USA sull’Arabia Saudita [ leggi… ]
– Obiettivo n° 4 : Militarizzare l’economia come “soluzione” alla crisi [ leggi… ]
– Obiettivo n° 5 : Spezzare la resistenza del terzo mondo e la lotta anti-mondializzazione [ leggi… ]
– La necessità di costruire un fronte internazionale [ leggi… ]
– Una guerra “senza limiti” [ leggi… ]
– Le multinazionali Europee sono anch’esse una forza di pace? [ leggi… ]
– Quale sarà l’avvenire ? [ leggi… ]

“Guerra contro il terrorismo” ? Se si trattava di un film, questa sceneggiatura ufficiale sarebbe stata rifiutata in quanto non stava in piedi e nascondeva altre motivazioni.

Prima situazione inverosimile: nel 1999, poi nel 2001, i Talebani avevano stimato che la presenza di Bin Laden sul loro territorio impediva il loro riconoscimento internazionale e quindi avevano proposto agli Stati Uniti di eliminarlo o di neutralizzarlo. A loro volta, gli Stati Uniti avevano rifiutato.

Questo è stato rivelato da Laili Helms, rappresentante ufficiale dei Talebani a Washington . Che non è stato smentito.Perché?

Seconda situazione inverosimile: poco prima degli attentati, Bin Laden, il nemico pubblico attivamente ricercato, a quanto si dice, da tre anni, era andato tranquillamente a curarsi a Dubai e vi aveva incontrato il responsabile locale della CIA .

Terza situazione inverosimile: dopo gli attentati, i Talebani di nuovo avevano proposto di consegnare Bin Laden, purchè fosse giudicato in un paese neutrale. Una simile soluzione era stata applicata per l’attentato aereo di Lockerbie, che aveva dato luogo alla condanna di un cittadino libico.

Ma Bush aveva immediatamente rifiutato. Perché?

Quarta situazione inverosimile: attualmente tutti sanno che gli Stati Uniti hanno messo in campo, finanziato ed armato Bin Laden per controllare l’Afghanistan. Si parla meno del fatto che hanno anche utilizzato queste milizie fanatiche per i medesimi obiettivi in Bosnia, in Kosovo, in Macedonia, in Cecenia. Perché si rifiutano di rendere palese il dossier sul loro ruolo in queste guerre, dalle conseguenze tanto tragiche?

Quinta situazione inverosimile: ci hanno raccontato che bisognava eliminare i Talebani, per garantire la democrazia e far rispettare i diritti delle donne.

E chi mettono al loro posto? L’Alleanza del Nord di quella buon’anima del Comandante Massoud, con un curriculum sanguinario di terrore e di traffici criminali. Infatti, chi aveva imposto a Kaboul la Sharia islamica, nel 1994? Massoud, proprio lui!

Flagrante contraddizione, anche sullo sfondo del problema: tutti sanno che il terrorismo non sarà eliminato con le bombe, ma aggredendo le ingiustizie e le oppressioni che gli forniscono il terreno di cultura.

Di conseguenza, viene portato l’attacco alla fame nel mondo, che 15 miliardi di dollari sarebbero sufficienti ad eliminare? No!

Viene aumentato di 40 miliardi di dollari il budget militare USA. E i bilanci Europei vanno a seguire.

Invece di risolvere la questione Palestinese, Bush stipula nel novembre 2001 un contratto, per una cifra enorme (200 miliardi di dollari), per costruire un aereo da caccia ancora più terribile, il Joint Strike Fighter; ciascuna vittima di questo riempirà le tasche già ben ingrassate dei costruttori, la Lockheed Martin e la Boeing.

Tutto questo ci porta a domandarci se la guerra non fosse stata decisa ben prima degli attentati.

Sì!, ha affermato l’ex ministro Pakistano degli Affari Esteri, Niaz Naïk.

Già dalla fine di luglio, “alcuni funzionari americani gli avevano parlato di un piano americano inteso a scatenare un’azione militare per rovesciare il regime dei Talebani e insediare al loro posto un governo di Afghani “moderati”. Il piano dovrebbe avere inizio a partire dalle basi situate nel Tadjikistan, dove sono già all’opera i consiglieri USA. A lui veniva dichiarato che, se l’azione veniva confermata, avrebbe avuto luogo prima delle nevi, al più tardi verso la metà di ottobre.”

Come dare una spiegazione a tutte queste situazioni inverosimili?

In realtà, ciò che gli Stati Uniti perseguono, tramite questa guerra, è costituito da cinque obiettivi ben più ampi:

– Controllare il petrolio e il gas dell’Asia Centrale.

– Imporre le loro basi militari nel cuore dell’Asia, fra la Cina e la Russia.

– Preservare il dominio USA sull’Arabia Saudita.

– Militarizzare l’economia, come “soluzione” alla crisi che sta maturando.

– Spezzare la resistenza del terzo mondo e la lotta antimondializzazione.

A perseguire tanti obiettivi contemporaneamente, una superpotenza può apparire forte. In realtà, mostra anche tutta la sua debolezza.

Sempre più contestati, dal terzo mondo all’Organizzazione Mondiale del Commercio(OMC-WTO), dai giovani antimondializzazione su Internet e nella strada, gli Stati Uniti e i loro alleati reagiscono con la guerra.

Ma tosto o tardi, i diversi obiettivi entreranno fra di loro in contraddizione.

Mentre la loro arroganza, la loro mala fede, la loro aggressività non fanno che aumentare la rivolta dappertutto. L’Impero è in crisi!

Chiunque lotta per il progresso, la giustizia e la pace, è dunque spinto a porsi la domanda sugli obiettivi reali, se si vuole dare una spiegazione a ciò che sta accadendo attorno a noi.

Prima di tutto risulta necessario domandarsi perché gli stessi dirigenti USA – che per abitudine minimizzano l’ampiezza di quello che fanno – dichiarano questa volta che la guerra durerà lunghi anni e che altri Stati dovranno diventarne gli obiettivi.

Inoltre, questi stessi dirigenti prendono – all’estero, ma anche sul loro stesso territorio – delle misure di repressione estremamente gravi.

Che loro potranno utilizzare contro qualsiasi opposizione politica, e in particolare contro il movimento antiglobalizzazione.

Sì!, noi siamo entrati in una nuova forma di guerra, più grave ancora delle precedenti. Noi siamo entrati nella guerra globale!

Obiettivo n° 1 : Controllare le vie del petrolio.

Molte delle guerre cosiddette “incomprensibili” in realtà sono conflitti per l’oro nero; questo l’ho già scritto nel mio libro Monopoly .

Le multinazionali del petrolio USA e il loro governo intendono controllare tutte le vie che permettono di esportare le enormi riserve di petrolio e di gas dell’Asia Centrale. Le nostre carte geografiche indicano i Paesi che hanno la disgrazia di trovarsi sulla strada verso Occidente: Cecenia, Georgia, Kurdistan, ma anche la Yugoslavia e la Macedonia. Quindi devono subire ingerenze e altrettante guerre.

Ma queste carte mostrano che le minacce si stanno rivolgendo anche sulla via Orientale, verso la Cina e il Giappone.

Ecco perché la CIA sostiene attivamente le milizie islamiche Uïguresi anticinesi dello XingJiang.

Sulla strada verso Sud ci pensa la multinazionale USA Unocal, che intriga da molto tempo per il controllo di un oleodotto da costruire attraverso l’Afghanistan e il Pakistan.

Alla fine fruttuosi benefici!

L’industria petrolifera è onnipresente nel cuore stesso dell’Amministrazione USA.

Ha fornito tutti i ministri degli Affari Esteri dopo la Seconda Guerra Mondiale, ad eccezione di due. Uno dei quali certamente l’attuale: Colin Powell.

Ma non ha perso al cambio, visto che la famiglia Bush è una delle più importanti famiglie petroliere del Texas.

E soprattutto perché l’effettivo capo dell’Amministrazione Bush, vale a dire Dick Cheney, è lui stesso un “pezzo da novanta” di questa industria.

Proprio prima di diventare vice-Presidente, Cheney era stato per cinque anni alla testa di Halliburton, una delle principali società di servizi per l’industria petrolifera, presente in più di 130 paesi e che impiega circa centomila persone. Volume di affari nel 1999: 15 miliardi di dollari. Una delle 400 più importanti multinazionali del mondo.

Per arrivare a così splendidi risultati, Cheney non ha esitato ad ordire manovre con il governo dittatoriale in Birmania. E in Nigeria, i suoi investimenti sono fortemente aumentati dopo l’assassinio di numerosi militanti ecologisti e la repressione delle proteste popolari nel delta del Niger.

Inoltre alcuni responsabili dell’Amministrazione avrebbero appoggiato Halliburton nel conseguire lucrosi contratti in Asia e in Africa, secondo documenti del Dipartimento di Stato arrivati nelle mani del Los Angeles Times .


Dunque, la guerra annunciata è arrivata!

In effetti, sono più di vent’anni che Washington manovra e complotta per impadronirsi dell’Afghanistan, crocevia strategico dell’Asia.

Lo scopo non è variato, ma i metodi sì.

All’inizio si trattò di armare le milizie Islamiche contro l’Unione Sovietica: la più grossa operazione CIA di tutti i tempi.

Nel 1966 un diplomatico USA in Pakistan confidava: “Voi non potete gettare miliardi di dollari in una Jihad anticomunista, accettare partecipanti a questa lotta santa da tutto il mondo ed ignorarne le conseguenze. Ma noi l’abbiamo fatto. I nostri obiettivi non erano proprio la pace e il benessere in Afghanistan. Il nostro obiettivo era solo quello di ammazzare dei comunisti, e cacciare i Russi.”

Quindi i moudjahiddins della CIA hanno rovesciato il solo regime che aveva emancipato le donne Afghane e tentato, malgrado i gravi errori, di apportare un po’ di progresso sociale.

E come questi moudjahiddins, ultra-poveri, come avrebbero pagato le armi americane?

Trasformando il loro paese – con la benedizione della CIA – nel primo produttore mondiale di eroina!

E questo ha comportato la creazione dell’importantissima filiera della droga

Afghanistan – Turchia – Balcani – Europa. Con tutte le sue conseguenze.

Del resto il cocktail “petrolio – armi – droga” è un classico della CIA.

Dopo questa grande vittoria del “loro” terrorismo, gli Stati Uniti avrebbero favorito i Talebani, a dispetto delle vive critiche delle organizzazioni di difesa dei diritti dell’uomo. Interrogata allora sulle sorti delle donne Afghane, Madeleine Albright rispondeva: “Affari loro, affari interni!”.

La ministra USA degli Affari esteri aveva recitato bene la sua parte di rappresentante di commercio, quando Unocal aveva invitato sontuosamente questi Talebani inTexas.

Segnaliamo anche che Henry Kissinger in persona aveva assistito nel 1995 alla firma sull’accordo per un oleodotto, fra Unocal, il suo socio Saudita Delta, e il presidente del Turkmenistan.

In seguito, Unocal, e quindi Washington, avrebbero deciso di cambiare cavallo.

Non essendo riusciti i Talebani a rendere stabile il paese diviso, bisognava puntare su altre forze per rimpiazzare gli alleati di ieri, divenuti scomodi ed imbarazzanti.

Dunque, questa guerra, decisa ben prima degli attentati, non è più “umanitaria” delle precedenti!

Ma l’Afghanistan non è sicuramente il solo paese vittima della guerra per il petrolio e per il gas. Oltre all’ Iraq, citiamo fra gli altri il Caucaso, la Colombia, l’Algeria, la Nigeria, l’Angola… In breve, dappertutto nel mondo, dove si trova petrolio e gas, gli Stati Uniti decidono che quello appartiene a loro, e cercano di installarvi le loro basi militari, e provocano, e suscitano i conflitti che loro giudicano utili ai loro interessi.

Qualsiasi persona di buon senso si domanderà allora: gli Stati Uniti hanno veramente bisogno di tutto questo petrolio per i loro stabilimenti e le loro automobili, supponendo ugualmente che debbano conservare l’attuale assurdo modello economico, sprecone ed inquinante, dove un litro di petrolio, sottopagato ai produttori, è nei fatti, al netto delle tasse, meno caro di un litro di acqua?

No!, gli Stati Uniti non hanno proprio bisogno di tutto questo petrolio. Le riserve dei giacimenti situati negli USA sono fra le tre e le cinque volte superiori a quelle dell’Asia Centrale. E quelle di gas naturale dieci volte .

Dunque non si tratta di assicurare, come va dicendo il governo degli USA ad ogni guerra, “la certezza degli approvvigionamenti energetici”.

E allora, una nuova domanda, altrettanto logica: il petrolio è veramente lo scopo ultimo degli Stati Uniti? No, in sé non è uno scopo. È un’arma, una possibilità di ricatto. Come ugualmente ho scritto in Monopoly (p.112) : “Chi vuole governare il mondo deve controllare il petrolio. In qualsiasi posto questo si trovi.”

Nella guerra economica che caratterizza il capitalismo, gli Stati Uniti intendono detenere un mezzo di pressione strategico per il controllo degli approvvigionamenti energetici dei loro grandi rivali (Europa e il Giappone) e di tutti gli altri paesi che rischiano di mostrarsi troppo indipendenti.

Ad esempio, se l’oleodotto, che dal Caucaso va verso Occidente, è russo, e non turco o macedone, l’Europa avrebbe accesso ad un petrolio che Washington non controllerebbe più.

Inoltre, nel momento di decidere di installare basi militari in certe regioni petrolifere, Washington non sarebbe costretta ad invitare per questo i suoi “cari alleati”.

Detto ciò, il petrolio è sufficiente a spiegare la guerra contro l’Afghanistan ? No, c’è molto di più, dato che gli Stati Uniti conoscevano bene le difficoltà per conquistare questo paese. Gli Inglesi e i Sovietici vi si erano già fracassati i denti!

Obiettivo n° 2 : Imporre le basi militari USA nel cuore dell’Asia.

Nel 1997, Zbigniew Brzezinski, già citato, definiva l’ “asse – chiave” della politica estera americana: controllare l’Eurasia (Europa + Asia), cioè il 75% della popolazione mondiale e il 60% delle ricchezze economiche e naturali del mondo.

Per questo bisognava indebolire i rivali potenziali: Europa, Russia, Cina. Ed impedire qualsiasi alleanza fra di loro.

È il continente Asiatico che conosce, e che andrà a conoscere, la più forte espansione. E in Asia, è la Cina che eccita le bramosie con il suo formidabile mercato potenziale e il suo eccezionale tasso di crescita del 9,8%, in questi ultimi vent’anni. La sua produzione, tra il 1990 e il 1999, è pressoché triplicata.

Secondo certe stime, la percentuale degli USA nel PIB mondiale continuerà a calare – era del 50% nel 1945, poi del 35% negli anni 60, attualmente è del 28%, ed è destinata a calare al 15 o al 10% verso il 2020 – e sarà raggiunta da quella della Cina.

L’influenza asiatica ed internazionale della Cina non cessa di aumentare.

Il sogno di Washington è quello di riportare la Cina allo stato di neo-colonia e di sicuro liquidare il socialismo. Sogno non facile da realizzare, sia con i dollari, sia con le minacce. In quanto a Pechino, i Cinesi perseguono in modo imperturbabile la propria strategia: sviluppo accelerato, mantenendo nel contempo la coesistenza pacifica con gli Stati Uniti. Comunque i dirigenti Cinesi hanno compreso molto bene l’avvertimento lanciato loro nel 1999, quando gli Stati Uniti hanno deliberatamente bombardato la loro ambasciata a Belgrado.

In realtà quello che è cominciato con l’Afghanistan, non è altro che l’accerchiamento strategico di questa Cina troppo ribelle e potente. Nel retroscena di questa guerra, è la Cina che costituisce sicuramente l’obiettivo più importante per Washington.

Ma due altre potenze Asiatiche sono allo stesso modo prese di mira: la Russia e l’Iran. Certamente, la nuova borghesia Russa è attualmente ridotta a ruoli secondari, i suoi strumenti di azione sono fortemente limitati dalla catastrofe sociale ed economica provocata dalla restaurazione capitalistica.

Proprio per questo, essa cerca di conseguire al più presto un ruolo internazionale di peso. Cercando di combinare due metodi…a volte alleandosi servilmente con l’Occidente, e a volte giocando le proprie carte, per rendersi maggiormente “indispensabile” e far salire le proprie quotazioni all’incanto.

Quindi Mosca intrattiene rapporti commerciali e annoda alleanze con quei paesi classificati da Washington come “canaglia” : Corea del Nord, Iran, Iraq, Siria…

E Poutin si oppone allo scudo spaziale antimissili, vale a dire al rilancio di una rovinosa corsa agli armamenti.

Cosa cerca, ad esempio, Washington, sostenendo le milizie islamiche separatiste in Cecenia? Approfittare del breve periodo, in cui la Russia si trova in un momento di crisi, per indebolirla stabilmente e impedirle di ridiventare una seria rivale.

La terza potenza di questa regione, che Washington cerca di destabilizzare, è l’Iran. Dopo aver organizzato nel 1952 il rovesciamento del troppo indipendente Primo Ministro Iraniano Mossadegh, dopo aver sostenuto la sanguinosa dittatura dello Scià

Pahlevi, Washington ha incassato in questo paese una cocente disfatta con la rivoluzione islamica ed anti-imperialista del 1979.

Per indebolire l’Iran, allora Washington ha deliberatamente provocato la guerra Iran Iraq (1980-1988).

Ugualmente ha giocato la carta dell’Afghanistan per esacerbare le contraddizioni tra mussulmani sciiti (Iran) e sunniti (Arabia Saudita, Emirati del Golfo, Afghanistan, Pakistan). In questi paesi, Washington ha puntato sulla strategia islamista sunnita del generale Zia , che aveva eliminato tempo prima fisicamente il Primo Ministro Bhutto. In particolare è con l’intermediazione dei servizi segreti Pachistani che la CIA ha utilizzato i moudjahiddins afghani.

Obiettivo: fiaccare l’URSS, ma anche l’Iran.-

continua… ]INDICE

– La guerra globale è cominciata [ leggi… ]
– Obiettivo n° 1 : Controllare le vie del petrolio [ leggi… ]
– Obiettivo n° 2 : Imporre le basi militari USA nel cuore dell’Asia [ leggi… ]
– Impedire un’alleanza anti-egemonica Cina – Russia – Iran [ leggi… ]
– Controllare il petrolio della Cina [ leggi… ]
– Veramente sotto pressione per trovare Bin Laden? [ leggi… ]
– Obiettivo n° 3 : Preservare il domino USA sull’Arabia Saudita [ leggi… ]
– Obiettivo n° 4 : Militarizzare l’economia come “soluzione” alla crisi [ leggi… ]
– Obiettivo n° 5 : Spezzare la resistenza del terzo mondo e la lotta anti-mondializzazione [ leggi… ]
– La necessità di costruire un fronte internazionale [ leggi… ]
– Una guerra “senza limiti” [ leggi… ]
– Le multinazionali Europee sono anch’esse una forza di pace? [ leggi… ]
– Quale sarà l’avvenire ? [ leggi… ]


Impedire un’alleanza anti-egemonica Cina – Russia – Iran

Sicuramente, il principio fondamentale di tutta la politica imperialista resta “Dividere per regnare”.

Su questo continente Asiatico, ecco gli Stati Uniti temere sopra ogni cosa, spiega ancora Brzezinski, che : “La Cina potrebbe diventare il fulcro di una alleanza anti-egemonica Cina – Russia – Iran.”

Si è delineata una tale alleanza con il “Gruppo di Shanghaï”, che riunisce la Cina, la Russia, e quattro Repubbliche dell’Asia Centrale: Kazakhstan, Tadjikistan, Kirghizstan e Ouzbekistan. Obiettivo: la cooperazione contro le incursioni del terrorismo islamico e la collaborazione economica. Una tale cooperazione sarebbe la ben accetta da queste Repubbliche, anch’esse danneggiate in modo disastroso dalla restaurazione del capitalismo e dalla distruzione dell’URSS.

La produzione industriale del Kazakhstan e del Tadjikistan si è abbassata del 60%.

Secondo gli accurati esperti dell’Esercito USA, “un tale fallimento economico è paragonabile all’entrata in guerra del paese.”

Commento di un analista Australiano: “Il nuovo Gruppo di Schanghaï potrebbe sicuramente emergere come una forza potente contro l’influenza degli Stati Uniti nelle regione.Secondo l’agenzia Russa Interfax, l’India e il Pakistan potrebbero essere interessati a collegarsi con questa organizzazione.”

Tutto ciò risulta insopportabile per gli Stati Uniti, che non hanno mai concesso, in nessuna parte del mondo, l’instaurarsi di un “mercato comune” che non sia sotto il loro controllo.

Un altro analista ben più importante, Henry Kissinger, ha così esposto la strategia USA: “Esistono tendenze, sostenute dalla Cina e dal Giappone, a creare una zona di libero scambio in Asia.Una nuova crisi finanziaria di una certa importanza, in Asia o nelle democrazie industriali, renderebbe certamente più celeri gli sforzi dei paesi Asiatici per meglio controllare i loro destini economici e politici. Un blocco Asiatico ostile, combinando le nazioni le più popolose del mondo con grandi risorse e alcuni dei paesi industrializzati più importanti, sarebbe incompatibile con gli interessi nazionali Americani.Per queste ragioni, l’America deve mantenere una sua presenza in Asia, e il suo obiettivo geopolitico deve essere quello di impedire la trasformazione dell’Asia in un blocco ostile, cosa che avverrebbe molto probabilmente sotto la tutela di una delle sue grandi potenze.”

In breve, dividere per regnare! Visto che nella bocca di Kissinger la parola “ostile” significa: “non sottomesso agli interessi delle multinazionali degli Stati Uniti”.

Perciò, non è assolutamente una scommessa rischiosa se gli Stati Uniti intervengono in Afghanistan. Essi hanno deciso di utilizzare questo Paese, situato nel centro del cuore dell’Asia, come base per le future azioni contro le vicine Russia, Iran o Cina. Washington è interessata all’ex base Sovietica di Bagram in Afghanistan, ma – cosa più facile – ha già convertito l’Ouzbekistan in base militare e vuole prendere il controllo degli aeroporti del Turkmenistan.

Obiettivo: cacciare le truppe Russe dalla regione. Veramente molto utile questa guerra! Tanto più che gli Stati Uniti si aspettano delle difficoltà circa le loro attuali basi Asiatiche: Corea, Taïwan, Giappone…

L’insediamento di truppe USA in Ouzbekistan è stato presentato come una misura di urgenza, decisa dopo gli attentati. In realtà, è già dal 1999 che Washington vi aveva inviato i suoi “berretti verdi”, accogliendo anche numerosi ufficiali nelle scuole militari USA. Inoltre, nel 1999 questo Paese era stato incorporato in una alleanza militare antirussa, il GUAM : Géorgia, Ucraina, Azerbaïdjan, Ouzbekistan e la Moldavia.

In effetti, gli Stati Uniti cercano, in ciascuna regione strategica, di instaurare uno Stato che possa diventare in qualche maniera la loro Israele, la loro portaerei.

Dopo il Kosovo e la Grande Albania, l’Azerbaïdjan e l’Ouzbekistan sono gli eletti. Nel Caucaso, l’Azerbaïdjan e la Georgia si sono totalmente integrate nella strategia USA. Per contro, le Repubbliche petrolifere dell’Asia Centrale sono più recalcitranti, valutano i pro e i contro di un avvicinamento economico e politico con la Cina e la Russia.

Come farle oscillare a favore degli Stati Uniti?

Ricordiamo questa massima dell’ex ministro USA James Baker : “Noi non dobbiamo opporci all’integralismo, se non nella misura in cui contrasta i nostri interessi.”

Presto, se queste Repubbliche petrolifere rifiutassero di sottomettersi, gli Stati Uniti le destabilizzeranno totalmente, utilizzando ancora più intensamente le milizie Islamiche di base in Afghanistan.

Uno scenario già sperimentato in Kosovo : è proprio a partire e con l’aiuto della base militare USA di Camp Bondsteel che i terroristi dell’UCK hanno attaccato il sud della Serbia alla fine del 2000, e la Macedonia nella primavera del 2001.

Oggi tutti i Paesi dell’Asia Centrale stanno più o meno ingaggiando una guerra contro queste milizie pan-islamiste. Delle quali la più importante è il “Movimento Islamico” dell’Ouzbekistan, addestrato a Mazer-i-Sharif, che ospita anche le milizie attive in Cecenia e nello Xing-Jiang cinese.

Grazie alla guerra contro l’Iraq, gli Stati Uniti hanno potuto impiantare basi militari nel Golfo Persico.

Grazie alla guerra contro la Yugoslavia, si sono installati in Bosnia, in Kosovo e in Macedonia.

Questa volta, sperano di installarsi in Georgia, Azerbaïdjan, Turkménistan e Ouzbekistan, e stanno modernizzando la loro base turca d’Incirlik e quella in Arabia Saudita.

Se perverranno a conquistare una posizione molto vantaggiosa, gli USA si avvicineranno militarmente molto di più all’Iran, al Pakistan e alla Cina, e accerchieranno ancora meglio la Russia.

Eccellente punto di partenza anche per nuove avventure verso Sud: l’Oceano Indiano, l’Indocina…

Controllare il petrolio della Cina

Perché Unocal e le altre compagnie USA associate nel consorzio Unocal sono così interessate a questa via Afghana del petrolio, in definitiva assai rischiosa? Il petrolio e il gas dell’Asia Centrale sono già adesso esportati verso l’Europa.E allora?

Secondo Bob Todor, vice-Presidente di Unocal : “L’Europa occidentale è un mercato difficile, caratterizzato da prezzi elevati per i prodotti del petrolio, per una popolazione che sta invecchiando ed una concorrenza crescente da parte del gas naturale. In più, la regione è sottoposta ad una competizione feroce.”

Dunque, il mercato Asiatico risulta molto più interessante per Unocal in quanto, spiega ancora Todor, questo oleodotto arriverebbe all’Oceano Indiano e sarebbe ben più vicino ai mercati-chiave dell’Asia: “Le compagnie del petrolio USA potrebbero vendere in mercati a forte espansione. I profitti annunciati sono largamente più elevati di quelli del mercato Europeo. Ma la costruzione non può cominciare se non si insedia in Afghanistan un governo internazionalmente riconosciuto.”

Unocal parla di profitti sui quali confida.

Ma l’Amministrazione USA pensa anche al ricatto che potrebbe esercitare sull’economia Cinese.

Per cominciare ad applicare le strategia definita da Brzezinski e Kissinger, il petrolio risulta l’arma sognata. Poiché lo sviluppo continuo dell’industria Cinese fa aumentare in modo deciso il suo fabbisogno in petrolio e in gas.

Una volta ancora, chi controlla la produzione e il trasporto di queste materie prime controlla anche l’economia di tutti i paesi che ne sono dipendenti.

Pechino ha intravisto il pericolo.

Alla fine dell’agosto 2000, Xia Yishan, ricercatore all’Istituto di Ricerca per gli Affari Internazionali di Cina, scriveva: “In ragione di una crescita economica sostenuta, il nostro Paese ha dovuto importare grandi quantità di petrolio in questi ultimi anni… Nel momento in cui noi contiamo di investire all’estero per il nostro petrolio(…), il capitale monopolistico internazionale, con l’aiuto dei suoi governi, ha allungato la mano sui più grandi mercati di petrolio e di gas nel mondo. Il capitale monopolistico occidentale lotta aggressivamente per conquistare le risorse dei paesi dell’ex-URSS. Senza dubbio, tutti tenteranno con accanimento di impedire alle compagnie Cinesi di ottenere queste risorse energetiche. Noi dobbiamo formulare al più presto una nostra strategia opportuna:la soluzione fondamentale risulta la produzione interna.”

E, dopo gli attentati dell’11 settembre, la reazione di Pechino è stata immediata.

Fin dal 21 settembre, Zhu Xingshan, vice-Direttore dell’Istituto di Ricerca del Centro Economico dell’Energia ne trae le indicazioni: “Noi avevamo progettato di installare degli oleodotti per aumentare i nostri approvvigionamenti, a partire dall’Asia Centrale e dalla Russia, e avevamo già accordi con la Russia. Ma , in seguito agli attacchi dell’11 settembre, noi dobbiamo modificare questa strategia.
Obiettivamente gli attacchi hanno fornito un pretesto agli Stati Uniti per penetrare nell’Asia Centrale.”


E parimenti sostiene, per una rapida creazione di riserve strategiche, la necessità di ricerche più accelerate sulla liquefazione del carbone “lavoro trascurato da lunghi anni, visti i costi elevati e i danni all’ambiente. Ma, in seguito agli attacchi dell’11 settembre, noi siamo costretti a cambiare il nostro atteggiamento a considerare tali questioni.”

Veramente sotto pressione per trovare Bin Laden?

Perché il Capo di Stato Maggiore Britannico ha dichiarato, dopo due settimane di bombardamenti, che questo conflitto “potrebbe durare 50 anni”?

In definitiva, sapevano già dall’inizio che questa guerra sarebbe stata lunga, ma hanno dovuto attendere un po’ di tempo prima di affermarlo. L’importante era scatenare la guerra, manipolando l’opinione pubblica e nel forzare la volontà dei loro “alleati”.

Inoltre, decisamente in fretta, il ministro USA Rumsfeld si è messo a dichiarare in giro che poteva accadere che Bin Laden non si sarebbe più trovato. Perché?

Perché, se voi siete una superpotenza, e se contate assolutamente di impiantare le vostre basi militari in un punto strategico, dove queste non sono poi così tanto desiderate, allora voi siete costretti a tenere nascosto il vostro vero piano.

Creare quindi un problema e poi versare benzina sul fuoco! E vigilare a che questo problema non trovi risoluzione tanto presto.

Un precedente: gli Usa avevano promesso un Kosovo multietnico e pacificato, ma in realtà hanno armato ed istigato l’UCK al fine di destabilizzare la regione per molto tempo. Grazie a questo, hanno potuto installarvi la più grande base militare creata all’estero dopo la guerra in Vietnam. Washington non desidera una soluzione, vuole solamente un problema. Di lunga durata!

Per una superpotenza che brama dominare e sfruttare il mondo, far precipitare i popoli nelle sofferenze non è un problema morale. Giusto una carta buona nel grande gioco strategico. Sta tutta qui la definizione della barbarie moderna!

Obiettivo n° 3 : Preservare il domino USA sull’Arabia Saudita

Se la guerra attuale di Bush è una guerra di attacco per conquistare il dominio dell’oro nero in Asia Centrale, nel contempo è una guerra di difesa per salvare il regime Saudita, alleato decisivo in Medio-Oriente.

Infatti, Bin Laden è saudita come la maggioranza dei presunti autori degli attentati, come pure dei sostenitori finanziari della sua organizzazione, Al Qaeda.

E in testa alle grandi accuse di Bush a Bin Laden, figura proprio questa: “Loro (Bin Laden e soci) intendono rovesciare i governi esistenti in numerosi Paesi Arabi, come l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Giordania.”

Sarebbe forse una grande perdita per il popolo dell’Arabia Saudita, se questo regime corrotto e tirannico, l’ultimo regime feudale al mondo, scomparisse?

Non sembra proprio, persino agli occhi del New York Times : “Fino ad ora, il flusso di petrolio e di denaro Saudita ha messo a tacere qualsiasi critica seria Americana rispetto alla totale corruzione della famiglia reale, al suo disprezzo della democrazia e alle sue ripugnanti violazioni dei diritti dell’uomo commessi in suo nome.”

In effetti, sempre secondo lo stesso giornale, potrebbe sembrare che solo gli Stati Uniti subirebbero una perdita: “Da decenni, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno tratto profitto da questo mercato, privo di emozioni sentimentali nella loro relazione: l’America riceveva il petrolio per mantenere in movimento la propria economia e l’Arabia Saudita la protezione della potenza militare Americana.”

Esatto. Nel 2000, l’Arabia ha venduto più di sessanta miliardi di dollari$ di petrolio sui mercati mondiali: la metà di quello venduto da tutto il Medio Oriente.

E a tutto interesse di Washington, dato che, invece di reinvestire questi petrodollari nella regione per creare un’industria locale e uno sviluppo sociale, come aveva tentato di fare l’Iraq, la dinastia Saudita li dissipa in un lusso insensato, soprattutto a Wall Street e nei buoni del tesoro Americano. Quindi assorbendo una parte del considerevole déficit USA.

Il Kuwait e gli Emirati Arabi fanno lo stesso.

Inoltre, controllare gli sceicchi e gli emiri consente a Washington di mantenere il prezzo corrente del petrolio espresso in dollari e non in euro.

Allora, va tutto bene?

Salvo che perfino una parte di questi ricchi contestano, riconosce un altro grande editorialista USA, William Pfaff : “L’Arabia Saudita viene attaccata anche dai figli dell’élite Saudita, come Mr.Bin Laden(…) nemici dichiarati sia dell’America, sia dei loro dirigenti che loro definiscono corrotti.”

Il denaro per i terroristi viene dalle loro tasche, conferma il New York Times: “Questi costituiscono l’élite della società Saudita; sono uomini prosperi e rispettati con investimenti che coprono il mondo intero e una reputazione di generosità. Ma il governo USA afferma attualmente che uno dei più importanti personaggi, Yasi al-Qadi, e molti altri influenti cittadini Sauditi, hanno trasferito milioni di dollari in favore di Osama bin Laden.”

Quali interessi economici possono spiegare questo conflitto? Sicuramente Bin Laden appartiene ad una ricca famiglia di affaristi. Si tratta di una borghesia nazionale, o solamente di un’altra frazione dell’aristocrazia feudale? In ogni caso, sembra che al presente questa famiglia sia entrata in collisione con la dinastia reale e con gli Stati Uniti. E questo perché i 5.000 membri dell’élite dinastica non hanno creato un sistema industriale e bloccano lo sviluppo economico del paese, essendo appagati di piazzare mille miliardi di dollari nelle banche straniere.

D’altra parte non è il solo posto del terzo mondo dove le classi dominanti, un tempo privilegiate dagli USA, finiscono per contrastarsi rispetto alla spoliazione messa da loro in atto senza limiti.

Questo si è già visto con le “tigri” del Sud-Est Asiatico, nella Corea del Sud, in Malesia…

Ma l’Arabia Saudita non è proprio un paese dove tutti sono ricchi, e senza conflitti di classe?

In verità, il forte ribasso dei prezzi del petrolio in questi ultimi anni ha trascinato al fondo quello delle rendite dei normali cittadini. Dai 16.000$ all’inizio degli anni 80, la rendita annuale pro capite è precipitata ai 7.000$ attuali, con una crescente polarizzazione fra ricchi e poveri, messa in risalto anche dal Financial Times : “I quartieri ricchi di Riyad, con le loro lussuose boutiques in stile USA, contrastano fortemente con la povertà del sud della città, o con un certo numero di donne che mendicano nelle strade.”.

Il 35% degli uomini è disoccupato. E il 95% delle donne.

Non ci sono industrie per assorbire questa armata in espansione di disoccupati.

In questa lotta per il potere, i diversi clans Sauditi utilizzano la religione come strumento. Ma anche il risentimento provocato nella gioventù dall’oppressione della Palestina, e dalla presenza delle truppe USA, considerate come occupanti, ufficialmente 5.000 unità, ma secondo altre fonti cinque volte di più. Già obiettivi di numerosi attentati, fra i quali quello del 1996 vicino a Dahran (19 soldati USA uccisi).

La maggioranza della popolazione Saudita si augura vedere diminuita l’influenza USA sul paese.

Bin Laden fornisce un’espressione a questa corrente di opinione, rinforzata maggiormente dopo l’11 settembre.

Ritorniamo alla questione chiave: dove bisogna piazzare i petrodollari?

I paesi Arabi devono restare come semplici appoggi degli USA, o ricercare il loro proprio sviluppo?

È esattamente la medesima contraddizione che aveva sollevato Saddam Hussein nel febbraio 1990. Parlando davanti ai Capi di Stato del Consiglio di Cooperazione Araba (Iraq, Arabia Saudita, Egitto e Giordania), egli aveva chiesto il ritiro delle truppe USA dalla regione: “Se i popoli del Golfo, compresi tutti gli Arabi,non staranno attenti, la regione del Golfo Arabo sarà sotto il governo degli Stati Uniti.” E proponeva accordi commerciali di cooperazione economica.

Il crimine massimo! Proporre che i popoli di una regione – e di quale regione! – si organizzino in funzione dei loro interessi più opportuni e non di quelli delle multinazionali USA! Evidentemente è questo che ha provocato la terribile punizione inflitta all’Iraq. Washington ha così voluto presentare un esempio di distruzione totale per intimidire per sempre qualsiasi borghesia Araba tentata di seguire una via indipendente.

Ma Washington corre veramente il rischio di perdere la sua posizione dominante in Arabia Saudita? Sì, risponde un esperto de l'”Advanced Strategic and Political Studies” di Washington: “Nel 1995 l’Arabia Saudita ha rischiato di precipitare nella guerra civile, in ragione di una lotta intestina per il potere, alla quale in Occidente non fu assolutamente dato risalto (…), fra il principe di casa reale Abdullah e il suo rivale e cognato, il principe Sultan.
Abdullah aveva invitato la suprema autorità religiosa, l’Ulema, a sostenere le sue aspirazioni al trono. Ma l’Ulema aveva rifiutato.
Abdullah consolidava allora la sua posizione, comandando alla Guardia Nazionale Beduina di effettuare delle manovre militari molto spettacolari.”


Il conflitto non è terminato: “Più tempo Bin Laden riuscirà a sfuggire alle bombe Americane, più egli stimolerà lo spirito di resistenza nei suoi partigiani Sauditi. In questa situazione, il principe ereditario Abdullah (…) potrebbe sicuramente ricercare l’abdicazione del re Fahd.
Lui e la famiglia reale allora dovranno affrontare una scelta difficile:o affrontare Bin Laden, o concludere un grande patto di compromesso. Abdullah potrebbe decidere di condurre le truppe beduine della Guarda Nazionale Saudita in una grande battaglia contro i seguaci di Bin Laden. Una grande battaglia fra Wahabiti, senza precedenti, in pratica una guerra civile. Oppure potrebbe invitare l’America a ritirare le sue forze dal Paese.
Il patto di compromesso ridurrebbe fortemente l’influenza dei membri della famiglia reale, considerati come gli alleati fedelissimi dell’Occidente.”


Il dilemma sussiste anche per Washington.

Certamente non è per un caso che Bush abbia ordinato di bloccare alcune inchieste dell’FBI che conducevano verso certi appoggi Sauditi per Bin Laden.

Infatti, è nel complesso del Medio-Oriente che Washington si trova di fronte ad una potente contraddizione: non vuole e non può rinunciare ne’ a Israele ne’ all’Arabia Saudita. Israele è la sua principale pedina militare, in definitiva è semplicemente un’estensione dell’esercito USA. Ma Israele non può sostenersi se non opprimendo i Palestinesi e minacciando i suoi vicini. D’altra parte, l’Arabia Saudita è la sua più importante pedina economica per conservare le entrate del petrolio nelle sue proprie casse.

Ora i governanti Sauditi, come gli altri dirigenti Arabi, si devono confrontare con la pressione della lotta del popolo Palestinese. La sola credibile lotta di massa, la sola che esclude qualsiasi compromesso e pasticcio marcio di cui sono ghiotte le classi privilegiate, siano arabe o le altre.



Obiettivo n° 4 : Militarizzare l’economia come “soluzione” alla crisi

A dispetto di certe circostanze favorevoli, le crisi congiunturali del capitalismo occidentale si succedono a intervalli sempre più ravvicinati. Inoltre, molte regioni cosiddette “promettenti” sono crollate una dopo l’altra: le “tigri” asiatiche, la Russia,

l’America Latina… Ogni volta, gli analisti finanziari hanno avuto paura che Wall Street e tutto il sistema mondiale fossero entrati in una recessione catastrofica. Molti, non escludendo una riedizione del crach del 1929, e considerando con timore il rallentamento dell’economia, iniziato alla fine del 2000…

Ad ogni modo, anche se per questa volta è riuscito a sfuggire al crach, il capitalismo occidentale non fa che ritardare il suo problema.

In quanto riesce sempre a travasare il peso della sua crisi sul terzo mondo e sui poveri.

Ma questa “soluzione” ha creato un problema ancora più grande: come potranno le multinazionali vendere a coloro che hanno impoverito?

Questo si chiama “segare il ramo sul quale si è seduti”.

Il fossato ricchi-poveri non è solo un’immorale ingiustizia; è anche per il capitalismo un problema economico insolubile.

Da un lato esistono delle capacità di produzione senza precedenti e crescenti di continuo; d’altro lato, un divario sempre più grande fra quelli che producono e quelli che dovrebbero consumare.

Nove persone su dieci, nel mondo, oggi si trovano nel bisogno, e i programmi della Banca Mondiale o del FMI non cessano di aggravare la loro situazione di miseria. Non è questa la maniera di procurarsi dei clienti che faranno cambiare l’economia globale!

Anche prima degli attentati, l’economia USA (il modello al quale si fa riferimento) arrivava a perdere un milione di posti di lavoro in un anno. E le compagnie tecnologiche (l’avvenire della Borsa, ci avevano detto!) erano in caduta libera.

Come rilanciarle? Per i governanti USA, non ci sono …trentasei metodi: gonfiare il bilancio dei comandi militari, questo è il metodo che è stato impiegato ogni volta che l’economia USA è stata minacciata di recessione e che aveva necessità di “uscire dalla crisi”!

All’epoca della guerra del Vietnam, quindici economisti USA qualificati scrivevano: “È impossibile immaginare per l’economia un sostituto alla guerra. Non esistono tecniche comparabili in termini di efficacia per mantenere un controllo sull’occupazione, la produzione e i consumi. La guerra era, e resta, da sempre un elemento essenziale per la stabilità delle società moderne. (Il settore militare) costituisce il solo settore d’importanza dell’economia globale assoggettato ad un controllo completo e ad un potere discrezionale delle autorità di governo.La guerra, e solo la guerra, è in grado di risolvere il problema delle giacenze nei magazzini.”

Dunque è la pace il nemico!

Alla fine del suo mandato, Clinton aveva raccomandato di aumentare del 70% in sei anni il budget militare USA, benchè questo superasse già da solo quello di tutte le altre grandi potenze militari riunite. Nella via già tracciata, Bush ha continuato con il progetto di Difesa Nazionale Missilistica (NMD), con il super-bombardiere JSF, e con altri programmi militari.

Questa militarizzazione dell’economia persegue due obiettivi.

Primariamente, poiché vi è una caduta dei consumi privati come motori dell’economia, supplire ai consumi con enormi programmi di commesse pubbliche di armamenti. Bisogna sapere che il “complesso militar-industriale”, come si dice,

non si limita assolutamente ai soli mercati di cannoni in senso tradizionale, ma congloba ugualmente le multinazionali “classiche”: Ford, General Motors, Motorola, le società tecnologiche…

Secondariamente, utilizzare ancora di più la forza militare per accaparrarsi le ricchezze del pianeta.

A tutto svantaggio certamente dei popoli del terzo mondo, ma anche a detrimento di quelli che Washington chiama suoi amici, e che sono in realtà i suoi rivali nella spartizione del mondo.

Lo “scudo spaziale anti-missili” (NMD) è di questo l’esempio perfetto.

Innanzitutto non si tratta di uno “scudo”, ma bensì un’arma offensiva. Questa permetterà agli Stati Uniti, a loro piacere, di aggredire qualsiasi paese senza timori di risposta agli attacchi.

Inoltre, garantisce una manna di opulenti benefici per il complesso militar-industriale.

Infine, il NMD permette agli Stati Uniti, rilanciando la corsa agli armamenti, di scavare un fossato ancora più grande e di indebolire i loro potenziali rivali militari: Europa, Russia, Cina.

Infatti l’Unione Europea ha già deciso di mettersi al passo con la creazione di un’industria militare unificata, aumentando i budgets in funzione dell’Euro-Esercito, ma sottraendo così preziose risorse alla risoluzione dei tanti problemi sociali ed economici, che incidono tanto profondamente la realtà Europea.

continua… ]

La guerra globale è cominciata di MICHEL COLLON

Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova (terza parte)

(30 novembre 2002)

INDICE

– La guerra globale è cominciata [ leggi… ]
– Obiettivo n° 1 : Controllare le vie del petrolio [ leggi… ]
– Obiettivo n° 2 : Imporre le basi militari USA nel cuore dell’Asia [ leggi… ]
– Impedire un’alleanza anti-egemonica Cina – Russia – Iran [ leggi… ]
– Controllare il petrolio della Cina [ leggi… ]
– Veramente sotto pressione per trovare Bin Laden? [ leggi… ]
– Obiettivo n° 3 : Preservare il domino USA sull’Arabia Saudita [ leggi… ]
– Obiettivo n° 4 : Militarizzare l’economia come “soluzione” alla crisi [ leggi… ]
– Obiettivo n° 5 : Spezzare la resistenza del terzo mondo e la lotta anti-mondializzazione [ leggi… ]
– La necessità di costruire un fronte internazionale [ leggi… ]
– Una guerra “senza limiti” [ leggi… ]
– Le multinazionali Europee sono anch’esse una forza di pace? [ leggi… ]
– Qu-ale sarà l’avvenire ? [ leggi… ]


Obiettivo n° 5 : Spezzare la resistenza del terzo mondo e la lotta anti-mondializzazione

Ovunque cresce la resistenza alla mondializzazione imperialista. Fra i popoli del terzo mondo, ma anche nei paesi ricchi.

Anzitutto nel terzo mondo. In paesi molto diversi, ma che hanno in comune il rifiuto a mettersi in ginocchio…

Cuba difende il suo socialismo. L’Iraq resiste sempre, malgrado dieci anni di embargo e di bombardamenti. Il nuovo Congo tenta di preservare la sua indipendenza. I Coreani, da entrambe le parti, aspirano alla riunificazione e alla pace. E movimenti rivoluzionari avanzano nuovamente, ispirati da un progetto di società alternativa: Colombia, Nepal, India, Filippine, Messico…

Il Nord dell’America Latina inquieta particolarmente Washington, che teme di vedere la formazione di un triangolo progressista: Colombia, Venezuela, Equador. Questo triangolo porterebbe Cuba fuori dal suo isolamento e sconvolgerebbe il rapporto di forze in tutto il continente, offrendo un appoggio e nuove prospettive alle lotte popolari del Brasile e dell’Argentina.

In questo mondo di guerre e di rivolte, l’Intifada ha costituito un fattore molto importante. Se la Nato è riuscita ad infliggere una disfatta ai Serbi, i Palestinesi hanno mostrato, loro!, che un popolo finisce sempre per risollevarsi. Che le oppressioni, anche le più forti, o i tradimenti, i più perniciosi, non possono venire a capo dello spirito di resistenza.

La seconda Intifada ha decisamente rinforzato la collera delle masse arabe e mussulmane.

Inoltre, nei paesi industrializzati, la resistenza arriva a conoscere uno sviluppo molto importante. Con Seattle e Genova una nuova generazione si è lanciata nella lotta. Giovane, combattiva, creativa. Nel momento in cui la sinistra tradizionale e il movimento operaio si sono lasciati addormentare dalle promesse di un mondo migliore, a condizione di non combattere il sistema, ecco il risveglio!

Un movimento di massa: di giovani soprattutto, radicati in numerosi paesi e che iniziano a coordinarsi, che non tollerano più l’ingiustizia, il saccheggio del terzo mondo, la distruzione del pianeta, che proclamano “un altro mondo è possibile”, e si battono per prepararlo subito, inventando gli opportuni metodi di lotta.

La generazione Internet! Un’ arma nuova e formidabile che permette a milioni di giovani di informarsi, e di informare, al di fuori dei mezzi di informazione di massa dominanti. “Don’t hate the media. Be the media.” (Non detestare i media. Diventa i media), propone la nuova agenzia IndyMedia, che è stata alla testa di questa informazione alternativa a Genova e, a causa del suo successo, il bersaglio dei manganelli di Berlusconi. Dopo IndyMedia del Belgio, sono nate altre sezioni, o si preparano a nascere, in altri paesi Europei.

Grazie a Internet, i cyber-attivisti sono riusciti a creare spettacolari mobilitazioni internazionali, mettendo in difficoltà la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio(WTO) e il FMI, abituati a regolare le sorti dei popoli, escludendo la partecipazione di questi.

La porta sbarrata è stata abbattuta!

La discussione sulle sorti del pianeta è divenuta …globale. E quando si leggono i documenti della Banca Mondiale o dei servizi di polizia USA, si ha la misura di quanto sia temuto questo nuovo movimento e la sua efficacia con Internet.

Per certo, questo movimento è molto variegato, e questo d’altra parte ne costituisce la ricchezza e l’estensione.

Per certo, i governanti Occidentali tentano già di recuperarlo, proponendogli, dopo i manganelli, il “dialogo”. Provando di persuadere i movimenti che non occorre denunciare il sistema attuale, ma è sufficiente solamente aggiustarlo con qualche tocco di umanità e di partecipazione.

E, per certo, questo movimento avrà da risolvere molteplici questioni delicate…Come riuscire a collegarsi con il movimento operaio, con le odierne lotte dei lavoratori, vittime un po’ dappertutto in Europa della medesima logica? Come riuscire a superare gli ostacoli ancora frapposti dai dirigenti sindacali, che generalmente sono chiusi a riccio nei confronti di questi giovani, e completamente votati seriamente alla causa dell’Europa delle multinazionali?

Come allargarsi da movimento anti-mondializzazione ad un movimento anti-guerra, come sono già riusciti i giovani Greci e i giovani Italiani (150.000 manifestanti in Italia contro la guerra nell’ottobre 2001), ma che in Francia e negli altri paesi Europei necessita di tempi più lunghi?

Infine, come definire più chiaramente questo “altro mondo” al quale essi aspirano, traendo insegnamenti dalle società socialiste, ma in modo obiettivo, e senza lasciarsi impressionare dai bilanci distorti che ne vengono tracciati, non senza secondi fini?

L’avvenire del movimento dipenderà dalle risposte a questi interrogativi. E su tutti, immediatamente: partecipare al sistema, o contestarlo radicalmente?

Il canto delle sirene non manca proprio! Di fronte alla contestazione e alla sua popolarità, i dirigenti del capitalismo Occidentale non cessano di ripetere che essi hanno capito il messaggio, e vanno a tenerlo in conto.

Ma nella realtà, quello che si presenta è l’inverso.

Quando le privatizzazioni, che hanno toccato gli azimuts, e la conseguente distruzione delle protezioni statuali, sono risultate catastrofiche per i paesi del terzo mondo, in ogni trattativa, i paesi ricchi hanno provato ad imporre i medesimi “rimedi” del passato.

100 dei 142 paesi membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio hanno affermato che gli accordi già realizzati ( commercio, proprietà intellettuale, servizi, ecc.) sono squilibrati e favorevoli ai paesi ricchi. Malgrado questo, dirigenti e mezzi di informazione Occidentali non cessano di ripetere che è necessario proseguire nella medesima direzione, e generalizzare questa situazione anche ad altre materie.

Che la salvezza arriverà dall’apertura totale al mercato.

In realtà questa medicina è un veleno, così spiega Raoul Jennar, analista dell’ONG Oxfam : “Permettere agli investitori, e in particolare alle società transnazionali, di comportarsi dappertutto a loro piacimento, mettere le imprese nazionali in concorrenza con le compagnie transnazionali, imporre ai paesi del Sud del mondo delle limitazioni in materia ambientale quando i grandi inquinatori sono al Nord, queste sono alcune delle intenzioni dell’Unione Europea. Il colonialismo storico ha trovato nuovi strumenti per perpetuarsi.”

La necessità di costruire un fronte internazionale

Già da questo momento la nascita di un tale movimento antimondializzazione è un avvenimento di una importanza storica che probabilmente supera quella del Maggio 68. Oggi diventa possibile creare un fronte internazionale contro l’ingiustizia e contro la guerra. Collegando il Nord e il Sud, le lotte del terzo mondo con quelle dei progressisti dei paesi ricchi.

Contro la guerra del Vietnam, un fronte simile aveva permesso di fare arretrare il più potente esercito del mondo e di arrestare i suoi crimini. Oggi questo diventa ancora più necessario. Poiché tre compiti urgenti si impongono alla sinistra mondiale, e bisogna assolutamente affrontarli unendo tutte le forze:

1. Arrestare i numerosi conflitti che si stanno preparando.
2. Impedire la criminalizzazione dei movimenti di liberazione del terzo mondo.
3. Impedire nel contempo la criminalizzazione del movimento antiglobalizzazione nei paesi del Nord del mondo

Esaminiamo in breve queste tre minacce…

Una guerra “senza limiti”

1. La guerra scatenata nell’ottobre 2001 sarà molto lunga. Non si fermerà con un cambiamento di potere a Kaboul, ne’ lo stesso, se si arriverà ad una occupazione duratura trasformando l’Afghanistan in un protettorato USA o internazionale.

Poco dopo l’11 settembre, il vice-ministro USA della Difesa Wolfowitz aveva invocato che si attaccasse non solamente l’Afghanistan, ma anche le “basi terroristiche in Iraq e nella valle della Bekaa in Libano”.

Parlando parimenti di “porre fine (sic) agli Stati che sostengono il terrorismo”. La lista di questi Stati a “termine” comprende l’Afghanistan, ma anche l’Iraq, il Sudan, ed anche la Siria o la Corea del Nord.

In maniera più tattica, il ministro degli Affari esteri Colin Powell ha fatto comprendere che gli Stati Uniti non conseguiranno mai risultati, ogni volta attaccando da tutti i lati. Quindi era necessario costruire un “fronte contro il terrorismo” il più largo possibile, cercando di inglobarvi i paesi Arabi, la Russia, addirittura la Cina.

Powell pensava che questo fronte si sarebbe reso impossibile da un attacco immediato contro l’Iraq ( che la maggioranza degli Arabi sostengono). Gli Europei si sono allineati sulle posizioni di Powell. Dunque, i paesi-bersaglio verranno aggrediti uno alla volta.

Quanto tempo durerà tutto ciò? Il vice-presidente USA Cheney parla di una guerra “che durerà molto di più delle nostre vite”. Il capo di stato maggiore aggiunto afferma che gli Stati Uniti non hanno pianificato mai operazioni militari di una tale ampiezza dopo la Seconda Guerra mondiale.

In puro stile marketing, i dirigenti degli Stati Uniti subito avevano battezzato la loro guerra col bel nome di “Giustizia senza confini”. Hanno dovuto in tutta fretta ritirare la prima parola. Ma le due restanti sono perfettamente adeguate: in effetti noi siamo entrati in una guerra senza confini. La guerra globale!

Ed infatti si tratta di una guerra per imporre la mondializzazione. Nel 2000, il presidente della società francese di sistemi d’arma Aerospatiale aveva dichiarato, sicuramente alla ricerca di commesse: “Bisognerebbe essere ciechi per non vedere i prodromi di una guerra fredda intesa su scala planetaria. È chiaro che la globalizzazione non è relativa solo alla sfera dell’economia.

Guerra fredda? Un eufemismo!

Le vittime – che sono in verità del Sud del mondo – non la trovano tanto fredda. E non lo sarà sempre di più. Quando ha scatenato i bombardamenti sull’Iraq nel 1991, Bush padre aveva solennemente promesso che quella “ultima guerra” avrebbe permesso di inaugurare un Nuovo Ordine mondiale di giustizia e di pace. In seguito non si hanno mai avute così tante guerre: Bosnia, Somalia, Yugoslavia, Macedonia, Caucaso, Congo, Colombia, Afghanistan e via così…E Bush II fa di tutto per accelerare questo ritmo infernale.

2. Il secondo compito del fronte internazionale per la pace, è di impedire la criminalizzazione dei movimenti di liberazione del terzo mondo. L’Unione Europea ha accettato le pretese di Bush : tutti i paesi alleati agli USA dovranno compilare la lista delle organizzazioni “terroristiche” presenti sul loro territorio, impedire qualsiasi sostegno a queste organizzazioni, rinforzare l’apparato poliziesco e giudiziario per misure più repressive, come la detenzione preventiva senza limiti di tempo.

Oggi, queste misure riguardano soprattutto le organizzazioni integraliste. Ma, secondo i dettami delle priorità americane, possiamo sicuramente affermare che prossimamente saranno sulla lista il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, le FARC Colombiane, o il Nuovo Esercito Popolare delle Filippine.

Il 13 novembre 2001, il governo Britannico ha presentato un progetto definito “antiterroristico”, che contraddice in modo esplicito l’articolo 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Qualsiasi persona, non solamente accusata, ma semplicemente sospettata di attività terroristiche, potrà essere detenuta per una durata illimitata senza processo, ne’ imputazioni.

Lo stesso giorno, Bush firmava un ordine militare che permetteva “il giudizio dei presunti terroristi, di nazionalità straniera, emanato da una corte militare speciale e non da tribunali civili.” Le prove accusatorie potranno rimanere segrete, gli accusati non potranno presentare alcun ricorso e, come ha scitto il New York Times, “i diritti della difesa saranno drasticamente limitati.”

Da un lato, gli Stati Uniti si oppongono accanitamente alla creazione di qualsiasi tribunale internazionale che potrebbe giudicare i loro crimini di guerra.

D’altro canto gli USA stessi si preparano a giudicare, nell’arbitrio, quelli che osano tentare di liberare i loro popoli. E costoro saranno chiaramente battezzati “terroristi”, dopo una campagna di demonizzazione mediatica.

3. Ma gli attentati hanno anche fornito un pretesto ideale per criminalizzare il movimento antimondializzazione. E nel contempo qualsiasi opposizione politica o popolare nei paesi Occidentali.

A Genova, questo non è avvenuto di certo a buon mercato. I manganelli di Berlusconi non sono riusciti, secondo molti sondaggi Europei, che a rendere il movimento antiglobalizzazione ben più simpatico dei G-8 e degli organi dirigenti del capitalismo internazionale.

Al presente, le circostanze sono ben più favorevoli. E tutto di un colpo, l’Europa vede terroristi dappertutto. Il 21 settembre 2001, il Consiglio Europeo ha deciso che tutti gli Stati mettano immediatamente e sistematicamente le loro informazioni sul terrorismo a disposizione dell’Europol. Questa, d’ora in poi, potrà condurre inchieste su tutto il territorio dell’Unione e persino obbligare a questo alcuni Stati.

Avendo ricevuto il termine “terrorismo” un significato molto largo, andremo presto a conoscere nell’Unione Europea una centralizzazione dell’informazione sull’opposizione politica senza precedenti. E queste informazioni, senza alcun controllo, dovranno essere trasmesse agli Stati Uniti.

Il 30 settembre, la Commissione Europea ha adottato una proposizione di “lotta contro il terrorismo”. La sua definizione dimostra che si va ben al di là della contingenza degli attentati perpretati contro gli USA: “Le azioni terroristiche minano le leggi e i regolamenti e i principi fondamentali sui quali poggiano le tradizioni costituzionali e la democrazia degli Stati membri dell’Unione. Esse vengono commesse contro uno o più Stati, contro le loro istituzioni o la loro popolazione, con l’intento di intimidirli o distruggere le strutture politiche, economiche e sociali di questi paesi.”

In questo documento si parla esclusivamente di assassinii, di rapimenti, di impiego di armi? No! Se commessi per raggiungere uno degli obiettivi indicati in precedenza, divengono anche atti di terrorismo: “la presa di possesso o la distruzione di proprietà dello Stato, di mezzi di trasporto pubblico, di luoghi pubblici o il blocco di bisogni di base come l’energia elettrica, o la messa in pericolo di persone, di beni, di animali o dell’ambiente.” L’Unione Europea ammette, anch’essa, che la violenza di strada con carattere politico rientra nell’ambito della sua definizione.

Dunque, José Bové potrà essere etichettato come “terrorista”. Come qualunque militante sindacale, o antiglobalizzazione in Europa, se ricorrerà ad una delle tradizionali forme di azione di strada. Infatti, questa definizione di crimine politico allude ad un largo ventaglio di forme di opposizioni al capitalismo.

Nello stesso modo viene ostacolata la mobilitazione via Internet: gli “attacchi per mezzo di sistemi informatici” costituiscono anche un delitto terroristico, se rientrano nel concetto politico di terrorismo analizzato prima.

Le multinazionali Europee sono anch’esse una forza di pace?

Prima di concludere, bisogna ancora esaminare una questione di sovente proposta nei dibattiti:

l’Europa risulta essere più saggia e meno guerriera del cow boy USA ?

Non sarebbe il caso di sostenere un Euro-Esercito, ma solo per fargli compiere “missioni di pace”?

Ha forse ragione Le Figaro quando scrive che “i Quindici divergono sensibilmente dagli Americani rispetto al loro rapporto con il resto del mondo. (…) Washington tende a gestire il pianeta con metodi tecnico-militari, gli Europei cercano di sviluppare un approccio globale della sicurezza, dove il militare non è che un mezzo fra gli altri di gestire politicamente i conflitti.”?

In realtà queste due linee tattiche esistono anche negli Stati Uniti, l’abbiamo già visto. Ma i loro obiettivi sono gli stessi, ed è per questo che i dirigenti Europei non hanno per niente smascherato i reali obiettivi fondamentali di Bush contro il terzo mondo.

Chris Patten, Commissario Europeo agli Affari Esteri, mostrandosi completamente d’accordo con la strategia Powell, ha richiesto una “leadership assoluta per costringere la comunità internazionale ad investirsi in modo molto forte in questo combattimento…Bisognerà “convincere” i paesi reticenti.”

In buona sostanza, l’Unione Europea si è allineata dietro alla leadership USA!

Dal 12 settembre, ha accettato peraltro di fare riferimento all’articolo 5 del Trattato della NATO che obbliga a sostenere militarmente gli Stati Uniti.

Nondimeno, è tutto rosa in questo “ménage” ?

Al momento di lanciare i bombardamenti contro l’Afghanistan, George Bush ha associato i fedelissimi “amici britannici”, ha avvertito Chirac e Schröder, ma non il presidente in carica dell’Unione Europea, il Belga Verhofstadt. Peraltro, costui non ha esitato ad “accordare la sua completa solidarietà agli Stati Uniti e a tutti gli altri paesi impegnati.” Ma è stato chiaramente dimostrato che, ne’ i piccoli paesi della NATO, ne’ l’Unione Europea sono soci affidabili agli occhi di Washington, che tenta di creare fra loro divisioni.

Dopo l’inizio della crisi, l’Unione Europea ha dato l’impressione di condurre una politica più “ragionevole” di quella dei falchi Americani. Da evidenziare la figura del ministro Belga degli Affari Esteri Louis Michel, che affermava poco tempo dopo gli attentati : “Noi non siamo in guerra!”

Dunque, gli USA e l’U.E. sono a volte uniti e a volte divisi? Sì.

I governi USA ed Europei restano uniti nella loro volontà di fare portare il peso della crisi ai popoli del terzo mondo: basso prezzo per le materie prime, distruzione dei prodotti locali e dei servizi per la popolazione in modo da favorire la penetrazione delle multinazionali, ricatto di un ingiusto debito…gli USA e l’UE sono ugualmente uniti nel combattere le forze progressiste che contestano questa “libertà” delle multinazionali.

Ma dietro questa facciata unitaria, la crisi degli sbocchi economici li obbliga a condurre una battaglia subdola per razziare i mercati migliori nell’interesse delle propie multinazionali.

Ed è là che l’Europa intende giocare la carta della sua “moderazione” apparente…

Da qualche anno, la collera e la rivolta si focalizzano sui governanti Americani. L’occupazione israeliana ha costato la vita a decine di migliaia di Palestinesi. Tutti, nel mondo Arabo, sanno che senza i miliardi di dollari versati ogni anno a Israele, senza il siluramento da parte di Washington delle risoluzioni votate all’ONU in favore dei Palestinesi, il problema della Palestina sarebbe risolto da lungo tempo.

L’Unione Europea vede in questa situazione una opportunità di presentarsi come una alternativa all’imperialismo americano. Pronuncia qualche parola in favore dell’applicazione degli accordi di Oslo, si presenta come difensore dei Palestinesi quando le multinazionali Europee si fanno premura per rastrellare le commesse, al momento della ricostruzione dell’Iraq.

Nel fornire un profilo all’Europa, come forza che frena il falcone Americano, si spera di guadagnare la fiducia dei governi che si stanno allontanando da Washington. In fondo non si tratta altro che di marketing politico a vantaggio di Mercedes, Siemens ed altri come la TotalFina…In attesa dell’Esercito Europeo…

Sul lungo tempo, questa nuova guerra annuncia dunque un aggravamento della rivalità tra gli USA e l’Europa. Da un certo punto di vista, gli strateghi Americani vi scorgono l’occasione di riprendere la direzione del mondo capitalistico. Secondo Zoellick, ministro del Commercio degli USA, “la pronta risposta deve fare avanzare il ruolo direttivo degli Stati Uniti sui fronti politico, militare ed economico”.

D’altra parte numerosi dirigenti Europei vi vedono l’opportunità di modificare a loro vantaggio il rapporto di forza.

In breve, nel ménage, si vedranno aumentare i colpi mutuamente scambiati ed inferti.

Il problema dell’Unione Europea è quello di non disporre ancora di mezzi militari per le sue ambizioni. Gli Stati Uniti fanno di tutto per impedirlo, e questo da lungo tempo.

Nel 1992, Wolfowitz, che allora era solo un consigliere del Pentagono, aveva raccomandato di “fare di tutto per impedire l’emergenza di un sistema di sicurezza esclusivamente Europea.”

Essendosi lanciata l’Europa su questa direzione, allora il suo collega Scowcroft aveva scritto al cancelliere Tedesco Kohl per criticare la sua “ingratitudine, malgrado il sostegno USA alla riunificazione.”

E il presidente Bush in persona aveva indirizzato una minaccia in termini sottili ma chiari: “Il nostro punto di partenza consiste nel fatto che il ruolo Americano nella difesa e negli affari dell’Europa non sia reso superfluo dall’Unione Europea. Se questo punto di partenza è sbagliato, se, miei cari amici, il vostro obiettivo ultimo è di assicurarvi da voi stessi la vostra difesa, allora oggi è arrivato il momento di dichiararlo.”

Dopo dieci anni attraversati da tutte le guerre cosiddette “umanitarie”, Washington continua a sabotare l’emergenza di una forza militare Europea autonoma, indipendente dalla NATO. Ma dopo ognuna di queste guerre, gli Europei hanno preso delle misure. Era previsto che nel 2003 l’Euro-Esercito avrebbe disposto di sessantamila uomini. Ma, dopo l’11 settembre, i ministri dell’UE hanno deciso si accelerare questa messa in campo, appellandosi ad uno sforzo finanziario in materia di bilanci militari. Pagherà il sociale!

La missione di Javier Solana consiste nell’unificare gli eserciti Europei, così come l’industria degli armamenti (sotto la direzione della Tedesca Dasa e della Francese Matra), e nel rafforzare questa industria, imponendo grosse commesse di materiale unificato.

La Germania intende mettersi alla guida di questo Esercito Europeo. E, ad ogni conflitto, fa avanzare le sue pedine un po’ più avanti, per farsi accettare come potenza militare. Il cancelliere Schröder ha dichiarato: “Il tempo in cui la Germania poteva contribuire solo finanziariamente alle campagne militari internazionali è definitivamente tramontato. La costituzione della Germania le fa obbligo ad assumere anche rischi militari, oltre che ad essere una grande potenza economica. Una nazione non conta realmente sul piano internazionale, se non è preparata a sostenere un conflitto.”

Dunque l’UE non è una forza di pace, come essa ama presentarsi, ma vuole solamente diventare “Califfo al posto del Califfo”. Vale a dire superpotenza dominante.

Lottare per la pace significa, dunque, opporsi alla partecipazione Europea alla guerra in Asia Centrale e in qualsiasi altro posto. E lottare contro l’aumento delle spese militari Europee, contro l’Esercito d’Europa, contro lo sciovinismo Europeo!

Quale sarà l’avvenire ?

Per il movimento della pace è più che mai giunta l’ora della mobilitazione.

Anzitutto, perché la guerra in Afghanistan non è proprio terminata.

È di certo più facile ad una potenza straniera entrare in questo paese che uscirne. E rimettere al potere delle bande armate, che erano state aiutate a rovesciare il precedente potere, tanto criminali quanto i Talebani, è tutto meno che una soluzione. Qualsiasi gruppo, che verrà posto al potere, apparirà come un traditore al soldo degli stranieri.

Anche se, in modo differente, si spartiranno le tante vallate, i diversi bottini del saccheggio e i diversi traffici, questi “signori della guerra” non sapranno costituire una soluzione per l’avvenire. Ne’ apportare benessere e pace al popolo Afghano. Principalmente, perché esistono solo per essere gli agenti, i collegamenti degli interessi delle potenze straniere, Stati Uniti in testa.

Questi hanno aiutato i Talebani e le altre milizie integraliste a massacrare qualsiasi opposizione progressista, fra cui i guerriglieri maoisti, che si erano battuti contro l’URSS.

In effetti, non lo si dirà mai abbastanza, gli Stati Uniti non sono la soluzione, ma costituiscono il problema! Sono loro che hanno gettato il popolo afghano nella disgrazia da più di vent’anni, e i loro interessi non sono mutati. Sono cambiate solamente le loro tattiche.

La seconda ragione per una mobilitazione ancora più intensa sta nel fatto che l’attacco contro l’Afghanistan non è che la prima di una serie di guerre interessate contro numerosi paesi. Si è cominciato con i meno popolari, i Talebani, ma non ci si fermerà prorio là.

Però il movimento contro la guerra ha anche dei motivi per sperare. In ogni dibattito al quale si partecipa, ci colpisce una constatazione: di volta in volta la gente prende sempre più consapevolezza che non si tratta di guerre umanitarie, ma solamente di guerre per interesse. Certamente lo si scorge più chiaramente a proposito degli Stati Uniti che dell’Europa, ma è un buon inizio.

La volontà di fare qualche cosa è anche ben più grande rispetto al fatalismo che ha dominato per tanti anni. Ma ancora non si vede bene come entrare in azione. Da questo deriva la grande responsabilità del movimento per la pace!

Organizzarsi su scala Europea e mondiale.

Non perdere il proprio tempo a cercare di convincere ed illuminare quelli che hanno il potere di decidere, che tanto sanno molto bene quello che fanno, ma piuttosto indirizzarsi verso la base, alla massa delle persone. E toccarli con un linguaggio semplice e concreto, collegando la guerra alle loro preoccupazioni quotidiane. Trovare le forme di azione concrete che permetteranno di allargare la mobilitazione. Congiungere l’entusiasmo dei giovani alla trasmissione dell’esperienza delle precedenti generazioni.

Utilizzare ancora meglio le possibilità di Internet e della contro-informazione.

Difendere il diritto dei popoli a disporre di se stessi, la loro sovranità, di fronte alle ingerenze neocoloniali, anche se queste sono paludate, come sempre, da pretesti umanitari.

Aiutare in pratica a sviluppare la cooperazione fra i popoli, per sfuggire a questo sistema soffocante dominato dalle multinazionali.

Condurre con serietà il dibattito su una società alternativa.

Sciogliere la NATO, l’armata della mondializzazione, senza però cercarne dei surrogati, come l’esercito Europeo.

Al contrario, combattere la militarizzazione dell’economia, e lottare perché questa sia al servizio della gente.

Risolvere questi problemi diventa la responsabilità di ciascuno di noi!

Michel Collon – Belgium
michel.collon@skynet.be

Questo testo fa parte di un libro collettivo: “L’Empire en guerre – Le monde après le 11 septembre”, Coedizione Temps des Cerises – EPO, Paris – Bruxelles.

Per informazioni: editions@epo.be

Si possono anche consultare :

– Michel Collon, “Monopoly – L’Otan à la conquête du monde”, 245 p., Ed. EPO, Bruxelles, 2000.
– Michel Collon e Vanessa Stojilkovic, “Les Damnés du Kosovo”, video 78 minuti.

I commenti su questo testo, le critiche, le osservazioni o le proposte possono essere indirizzate attraverso l’editore, o a michel.collon@skynet.be


La verità dietro
la guerra americana

John Pilger

A partire dall’11 settembre, la “guerra contro il terrorismo” ha fornito ai paesi ricchi, Stati Uniti in testa, un pretesto per allargare il loro controllo sulle questioni mondiali.

Diffondendo “paura e rispetto”, come ha scritto un giornalista del Washington Post, l’America intende disfarsi delle insidie per la sua incerta capacità di controllare e gestire l’”economia globale”, eufemismo che indica la progressiva conquista di mercati e risorse da parte delle nazioni ricche del G8.

Questo, e non la caccia ad un uomo in una grotta afgana, è lo scopo delle minacce che il vicepresidente USA Dick Cheney fa a “40-50 paesi”. Ha poco a che vedere con il terrorismo e molto con il mantenimento delle divisioni che puntellano la “globalizzazione”.

Il commercio internazionale mondiale ammonta a più di 11,5 miliardi di sterline [circa 18,5 miliardi di euro, ndt] al giorno, una piccolissima frazione delle quali, lo 0,4%, è condivisa con il paesi più poveri. Il capitale americano e del G8 controlla il 70% dei mercati mondiali, e a causa delle regolamentazioni che mentre richiedono la fine dei dazi doganali e dei sussidi nei paesi poveri, ignorano il protezionismo occidentale, i paesi poveri perdono circa 1,3 miliardi di sterline [circa 2,1 miliardi di euro, ndt] al giorno nel commercio.

Da qualunque punto di vista è una guerra dei ricchi contro i poveri. Basti considerare le statistiche della mortalità. Il conto delle morti, afferma il World Resources Institute, è di più di 13 milioni di bambini ogni anno, o 12 milioni al di sotto dell’età di 5 anni secondo le stime ONU.

“Se 100 milioni di persone sono state uccise nelle guerre “ufficiali” del XX sec.”, ha scritto Michael McKinley, “perché devono ricevere una considerazione privilegiata rispetto al numero dei bambini morti a causa dei programmi di aggiustamento strutturale a partire dal 1982?”

L’articolo di McKinley, che insegna alla Australian National University, dal titolo “Bollettino di guerra: una indagine sulla nuova disuglianza come zona di battaglia”, fu presentato ad una conferenza a Chicago nel corso dell’anno e merita una diffusa lettura. Descrive vividamente l’accelerazione del potere economico occidentale negli anni di Clinton, accelerazione che, dopo l’11 settembre, ha superato la soglia del pericolo per milioni di persone”.

Il Meeting del WTO del mese passato a Doha in Qatar è stato disastroso per la maggior parte dell’umanità. Le nazioni ricche hanno domandato ed ottenuto un nuovo “ciclo” di “liberalizzazione del commercio”, cioè il potere di intervenire nelle economie dei paesi poveri, di imporre privatizzazioni e la distruzione dei servizi pubblici.

Solo a loro è solo consentito di proteggere le loro industrie nazionali e l’agricoltura; solo loro possono fornire sussidi alle esportazioni di carne, grano e zucchero, per poi vendere sottocosto nei paesi poveri e distruggere i mezzi di sussistenza di milioni di individui.

In India, sostiene l’ambientalista Vandana Shiva, i suicidi tra i contadini poveri sono “un’epidemia”.

Anche prima che il WTO si riunisse, Rober Zoelliek, rappresentante per il commercio americano, invocava la “guerra contro il terrorismo” per mettere in guardia i paesi in via di sviluppo che non si sarebbe tollerata alcuna opposizione seria al programma commerciale americano.

Affermava: “Gli Stati Uniti sono impegnati nel raggiungimento della leadership globale e comprendono che la forza permanente della nostra nuova coalizione … [contro il terrorismo] … dipende dalla crescita economica…”. Il messaggio è che la “crescita economica” (elite ricca, maggioranza povera) è uguale ad antiterrorismo.

Mark Curtis, storico e capo delle politiche di Christain Aid, ha preso parte al meeting di Doha e ha descritto “un disegno emergente di minacce e di intidimazione contro i paesi poveri” equivalente ad una “diplomazia delle cannoniere in campo economico”.

Ha affermato: “È stata una cosa assolutamente oltraggiosa. I paesi ricchi si sono serviti della loro forza per sostenere il programma del grande capitale economico. Il problema dei gruppi economici multinazionali come causa della povertà non era neppure in programma; era come una conferenza sulla malaria che non discuteva della zanzara”.

I delegati dei paesi poveri si sono lamentati di venir minacciati del ritiro dei loro pochi ma preziosi privilegi commerciali.

“Se mi esprimessi troppo fortemente in favore dei diritti del mio popolo”, dice un delegato africano, “gli USA telefonerebbero al ministro da cui dipendo. Direbbero che sto mettendo in imbarazzo gli Stati Uniti. Il mio governo non chiederebbe neppure, ‘Cosa ha detto?’. Mi spedirebbe direttamente un biglietto domani… così io non parlo per paura di turbare il padrone”.

Un alto funzionario statunitense chiamò il governo dell’Uganda per chiedere che il suo ambasciatore al WTO, Nathan Irumba, fosse ritirato. Irumba è a capo del comitato del WTO sul commercio e lo sviluppo ed era stato critico del programma di “liberalizzazione”.

Il dottor Richar Bernal, delegato giamaicano a Doha, ha affermato che il suo governo si era trovato di fronte alla stessa pressione. “Avvertiamo che questo meeting [del WTO] non ha connessioni con la guerra al terrorismo”, ha detto, “[eppure] ci è fatto credere di star bloccando la salvezza dell’economia mondiale perché non aderiamo ad un nuovo ciclo [di misure a favore della liberalizzazione]”.

Haiti e la Repubblica Domenicana sono state minacciate della revoca dei loro speciali privilegi nel commercio con gli Stati Uniti se avessero continuato ad opporsi al “procurement”, come si indica in gergo la effettiva presa di controllo sulle priorità di spesa pubblica di un governo.

Il ministro per il commercio e l’industria indiano, Murasoli Maran, ha detto con rabbia, “l’intero processo è una mera formalità e veniamo costretti contro il nostro volere… il WTO non è un governo mondiale e non dovrebbe tentare di appropriarsi di ciò che cade legittimamente nel dominio dei governi e dei parlamenti nazionali”.

Ciò che la conferenza ha mostrato è che il WTO è diventato un governo mondiale, guidato dai ricchi (principalmente Washington). Benché abbia 142 membri, solo 21 governi contribuiscono in realtà alla estensione delle politiche, gran parte delle quasi sono scritte dal “quad”: Stati Uniti, Europa, Canada e Giappone.

A Doha, gli Inglesi hanno fatto una parte simile a quella di Blair nel promuovere la “guerra al terrorismo”. Il segretario di stato per il commercio e l’industria, Patricia Hewitt, ha già dichiarato che “dopo l’11 settembre, le condizioni impongono con forza schiacciante una maggiore liberalizzazione dei commerci”. A Doha, la delegazione britannica ha mostrato, secondo Christian Aid, “l’abisso tra la sua retorica sul far funzionare il commercio per i poveri” e le sue vere intenzioni.

Questa “retorica” è la specialità di Claire Short, Segretario allo sviluppo internazionale, che ha superato se stessa annuncianto un “pacchetto di nuove misure” ammontanti a 20 milioni di sterline [circa 32,13 milioni di euro, ndt] per aiutare i paesi poveri.

Di fatto, era la terza volta in un anno che si annunciava lo stesso pacchetto di aiuti. Nel dicembre del 2000 Short affermò che il governo “avrebbe raddoppiato il suo sostegno alle iniziative che rafforzano il commercio nei paesi in via di sviluppo da 15 milioni di sterline [circa 24,1 milioni di euro, ndt] nel corso degli ultimi tre anni a 30 milioni di sterline nel corso dei prossimi tre”.

Nel marzo scorso, lo stesso denaro fu annunciato di nuovo. Short, dichiarò il suo ufficio stampa, “annuncerà che la Gran Bretagna raddoppierà il suo sostegno a favore… del risultato dei paesi in via di sviluppo in campo commerciale…”.

Il 7 novembre, il pacchetto di 20 milioni di sterline fu annunciato di nuovo. In più, un suo terzo è subordinato all’avvio di un nuovo “ciclo” del WTO.

Questo è tipico della globalizzazione della povertà, il vero nome della “liberalizzazione” . Di fatto, il nome della Segreteria per lo Sviluppo Internazionale di Short è una parodia orwelliana tanto quanto il moralismo di Blair a proposito dei bombardamenti. Short merita una menzione particolare per l’importante ruolo di sostegno che ha avuto nella falsa guerra al terrorismo.

Per gli ingenui continua ad essere il diamante grezzo che dice quello che pensa attraverso i titoli dei giornali: e questo è vero, in un senso. Cercando di giustificare il suo sostegno per il bombardamento fuorilegge di civili in Yugoslavia, ha paragonato i suoi oppositori a simpatizzanzi dei Nazisti.

Successivamente ha ingiuriato gli operatori di organizzazioni di assistenza in Pakistan, che invocavano una pausa nei bombardamenti, definendoli “emotivi” e ha messo in discussione la loro onestà. Pretendeva che gli aiuti “stessero passando” quando, di fatto, ben pochi erano distribuiti laddove erano più necessari.

Circa 700 tonnellate vengono trasportate ogni giorno in Afghanistan, meno della metà di quello che l’ONU afferma essere necessario. Sei milioni di persone restano a rischio. Niente raggiunge le aree vicino Jalalabad, dove gli americani stanno bombardando i villaggi e uccidendo centinaia di civili, tra 60 e 300 in una notte, secondo i comandanti anti-talebani che cominciano a supplicare Washington di smettere. Su queste uccisioni, come sulle uccisioni di civili in Yugoslavia, la schietta Short è muta.

Il suo silenzio ed il suo supporto alla campagna omicida degli USA da 21 miliardi di dollari [circa 23,2 miliardi di euro, ndt] per soggiogare e corrompere i paesi poveri alla sottomissione, rivela l’ipocrisia dell’”economia globale quale unica maniera di aiutare i poveri”, come ha ripetutamente affermato.

Il militarismo che è visibile a tutti tranne gli incapaci intellettualmente e moralmente è la naturale estensione delle politiche economiche rapaci che hanno diviso l’umanità come mai prima. Come scrisse Thomas Friedman sul New Yourk Times, “la mano nascosta” del mercato è la forza militare degli USA.

Poco si parla in questi giorni delle “ricadute” che “creano ricchezza” per i poveri, giacché è chiaramente falsa. Anche la Banca Mondiale, di cui Short è uno dei governatori, ha ammesso che i paesi più poveri stanno peggio ora, sotto la sua tutela, che dieci anni fa: che il numero dei poveri è aumentato, che si muore più giovani.

E questi sono paesi con “programmi di aggiustamento strutturale” che sono intesi “creare ricchezza” per la maggioranza. È stata tutta una bugia.

Testimoniando di fronte ad un comitato ristretto della House of Commons, Claire Short ha descritto gli USA come “l’unica grande potenza che quasi volta le spalle al mondo”. La sua faccia tosta merita un premio. La Gran Bretagna dà solo lo 0,34% del suo PNL in aiuto, meno della metà del minimo stabilito dall’ONU.

È tempo di riconoscere che il vero terrorismo è la povertà, che uccide decine di migliaia di persone ogni giorno, e che la causa della loro sofferenza è direttamente collegata a quella della sofferenza di persone innocenti in villaggi polverosi.


Che succederebbe se l’OPEC passasse all’Euro?


di Paul Harris, da Soberania.info – Traduzione di Tito Pulcinelli
tratto da www.informationguerrilla.org

L’idea ossessiva di Bush su Bagdad si basa su molte ragioni. In altri articoli che ho scritto per YellowTimes.org, feci allusione non tanto alle ovvietà delle ragioni addotte contro l’Iraq, bensì alla guerra di Bush contro l’Europa. Io credo che questa sia la ragione principale della fissazione con l’Iarq.
Quando un paese va in guerra, si preparano piani su chi sarà vittorioso e su chi perderà; nessuno scatena una guerra sperando di essere sconfitto, però non sempre l’obiettivo manifesto dell’aggressione é l’obiettivo vero della guerra. A volte non si tratta di quel che speri di ottenere con la guerra, bensì di quello che gli altri perderanno; e non deve per forza essere un tuo nemico dichiarato quello che ti aspetti che soffrirà le conseguenze maggiori della guerra.
In questo caso, Bush spera che la vittima sia l’economia europea, che é robusta e probabilmente sarà ancor più forte in un futuro vicino. L’ingresso della Gran Bretagna nell’Unione Europea é inevitabile; la Scandinavia lo fará in tempi ravvicinati. A maggio del 2004, entreranno dieci nuovi paesi e questo fará aumentare il PIL dell’UE a circa 9,6 trilioni di dollari e 280 milioni di persone, di fronte ai 10,5 trilioni di dollari e 280 milioni di persone degli USA. Questo, per i nord-americani, é un formidabile blocco concorrente; ma la situazione é molto più complessa di quel che indicano queste cifre. E molto dipende dalla piega che prenderanno gli avvenimenti in Iraq.
Come tanti altri, ho scritto che questa guerra che é alle porte si combatterà per il petrolio. Sicuramente vi sono altre ragioni, però il petrolio é la causa scatenante. Ma non per le ragioni che comunemente si adducono.
Non é per le enormi riserve ancora vergini che si ritiene esistano in Iraq, che non sarebbero state sfruttate a causa delle sue antiquate tecnologie; non é per le brame del governo USA di mettere le zanne su questo petrolio. E’ piuttosto per le zanne che i nord-americani vogliono mantenere lontano da lì.
La causa di tutto questo non é l’11 di settembre, né l’improvvisa illuminazione che Saddam continuava ad essere un tipo ripugnante, né il cambio di governo negli Stati Uniti. Quel che ha accelerato le cose é stata la decisione presa dall’Iraq il 6 di novembre del 2000: sostituire il dollaro con l’euro nel suo commercio petrolifero. Allora, questo cambio sembrò uno stupido capriccio, perché l’Iraq stava perdendo una gran quantità di utili a causa di una dichiarazione politica di principio.
Però prese questa decisione, e il deprezzamento continuo del dollaro nei confronti dell’euro, sta a significare che l’Iraq fece un buon affare cambiando riserve monetarie e divise per il commercio del proprio petrolio. Da quel momento, l’euro si é rivalutato del 17% sul dollaro, cosa che si deve applicare pure ai 10 bilioni di dollari del fondo di riserva dell’ONU “petrolio per cibo”.
Sorge una domanda che, probabilmente, si é posto anche Bush: che succederebbe se l’OPEC passasse all’euro?
Alla fine della seconda guerra mondiale, nella conferenza di Bretton Woods venne firmato un accordo che fissava il valore dell’oro a 35 dollari l’oncia e con questo divenne lo standard internazionale con il quale si misuravano le monete. Però nel 1971, Nixon cancellò tutto questo, e il dollaro divenne lo strumento monetario principale, e solo gli USA possono produrlo. Il dollaro oggi é una moneta priva di copertura, sopravalutato, nonostante il record del deficit di bilancio e lo status di paese più indebitato del mondo. Il 4 di aprile del 2002, il debito era di 6021 trilioni di dollari a fronte di un PIL di 9 trilioni di dollari.
Il commercio internazionale é diventato un meccanismo grazie al quale gli USA producono dollari e il resto del mondo produce quel che i dollari possono comprare. Le nazioni non commerciano più per ottenere “vantaggi comparativi”, ma solo per ramazzare dollari da destinare al pagamento del debito estero, che é fissato in dollari. E per accumulare dollari nelle riserve monetarie con la finalità di preservare il valore delle monete nazionali. Le banche centrali delle nazioni, per prevenire attacchi speculativi alle proprie monete, sono costrette a comprare o trattenere dollari, in una misura equivalente all’ammontare del proprio circolante.
Tutto ciò crea il meccanismo del dollaro forte che, a sua volta, obbliga le banche centrali ad immagazzinare dollari, cosa che rende ancor più forte il dollaro. Questo fenomeno é conosciuto come “egemonia del dollaro” e fa sì che le merci strategiche -soprattutto il petrolio- siano quotate in dollari. Tutti accettano i dollari perché con essi si può comprare il petrolio.
Dal 1945, la forza del dollaro consiste nell’essere la divisa internazionale per gli interscambi petroliferi globali (petro-dollari). Gli USA stampano centinaia di migliaia di miliardi di dollari senza nessun tipo di copertura: “petro-dollari” che sono usati dalle nazioni per pagare la fattura degli energetici agli esportatori dell’OPEC. Ad eccezione dell’Iraq e, parzialmente, del Venezuela.
Questi petro-dollari sono poi riciclati nuovamente dall’OPEC negli USA, sotto forma di lettere del tesoro o altri titoli con denominazione in dollari: azioni, beni immobiliari ecc. Il riciclaggio dei petro-dollari rappresenta il beneficio che, dal 1973, gli USA ricevono dai paesi produttori di petrolio per “tollerare” l’esistenza dell’OPEC.
Le riserve di dollari debbono essere investite nel mercato nord-americano, cosa che, a sua volta, produce utili per l’economia USA. L’anno scorso, nonostante un mercato in netto ribasso, l’ammontare delle riserve USA é cresciuto del 25%. L’eccedente nei conti dei capitali finanzia il deficit commerciale.
Dato che gli USA creano “petro-dollari”, loro controllano il flusso del petrolio. Siccome il petrolio si paga in dollari e questa é l’unica moneta accettata in questi scambi, si arriva alla conclusione che gli USA possiedono il petrolio del mondo gratis.
Di nuovo: che succederebbe se l’OPEC decidesse di seguire l’esempio dell’Iraq e cominciasse a vendere il petrolio in euro? Una esplosione economica. Le nazioni importatrici di petrolio dovrebbe mettere in uscita i dollari dalle rispettive riserve delle banche centrali, e rimpiazzarli con gli euro. Il valore del dollaro precipiterebbe, e le conseguenze sarebbero quelle di un qualsiasi collasso di una moneta: inflazione alle stelle (vedi Argentina), i fondi stranieri in fuga dal mercato dei valori nord-americano e ritiro dei fondi dalle banche come nel 1930 ecc.
Tutto questo non avverrebbe solo negli USA. Il Giappone ne uscirebbe severamente castigato, data la sua totale dipendenza dal petrolio straniero e l’incredibile sudditanza al dollaro. Se crollasse l’economia giapponese, crollerebbero quelle di molti paesi -non escluso gli USA- in un effetto domino.
Questi sarebbero gli effetti potenziali di un “improvviso” passaggio all’euro. Un cambio più graduale sarebbe più gestibile, ma altererebbe ugualmente l’equilibrio finanziario e politico del mondo. Vista la vastità del mercato europeo, la sua popolazione e la sua necessità di petrolio (ne importa più degli USA), l’euro potrebbe rapidamente diventare -di fatto- la moneta standard per il mondo.
Esistono buone ragioni perché l’OPEC -come gruppo-segua l’esempio dell’Iraq e adotti l’euro. Non vi é dubbio (dopo tanti anni di umiliazioni subite dagli USA) che potrebbero approfittare delle circostanze per emettere una dichiarazione politica di principi. Ma esistono anche solide ragioni economiche.
Il poderoso dollaro ha regnato incontrastato dal 1945 e negli ultimi anni ha guadagnato ancor più terreno con il dominio economico USA. Alla fine degli anni ‘90, più dei quattro quinti delle transazioni monetarie e la metà delle esportazioni mondiali, sono avvenute in dollari. L’obiettivo della guerra di Bush contro l’Iraq, naturalmente, é assicurarsi il controllo di quei giacimenti e porli sotto il segno del dollaro; successivamente passerà ad incrementare esponenzialmente la produzione e forzare i prezzi al ribasso. Alla fin fine, l’obiettivo di Bush é scongiurare con minacce di ricorrere alle vie di fatto, che qualsiasi paese produttore passi all’euro.
A lungo termine, il vero obiettivo non é Saddam, é l’euro e l’Europa. Gli USA non se ne staranno con le mani in mano ad assistere allo spettacolo di questi “ultimi arrivati” degli europei che tengono in pugno le redini del loro destino. E men che mai, che assumano il controllo della finanza internazionale. Naturalmente, tutto dipende dal folle piano di Bush e, soprattutto, che non scateni la terza guerra mondiale.


www.disinformazione.it


Sull’imperialismo, l’uranio, la Nato, la Palestina e altro ancora 

di Fulvio Grimaldi

Per chi avesse sognato di vivere in un mondo inesorabilmente unito da quel fenomeno naturale , peraltro ciclico, della globalizzazione, in cui tutti erano d’accordo di fare tutto con tutti, di stare insieme armonicamente nella Nato, nel Fmi, nella Bm, nel G7, nell’Omc, l’inizio anno, secolo, millennio sono suonati come una brusca sveglia. Una sveglia suonata da due trombettieri: uno che urlava “uranio 238”, l’altro che ribatteva strepitando “terrorismo”. A corredo, parole antiche, quasi desuete: “fedeltà atlantica”, “schieramento occidentale” e, addirittura, “civiltà occidentale” e, perfino, “democrazia occidentale”. Tutte ripetute tanto più accanitamente, quando più la loro sostanza si assottigliava. Ci resta solo da attendere il fatidico “non possiamo non dirci filo-americani” del canuto padre della patria. Con buona pace di coloro che pensavano tutto fosse sopito, che i supremi regolatori del sistema pianeta, appunto i Fmi, le Bm, ecc., alti nell’empireo di una realtà misteriosa, opaca, inafferrabile, ma certo superiore avessero fatto del mondo un circolo della briscola. Con uno solo che da le carte, ma appunto briscola.. Che sviste! Tutt’a un tratto gli è esplosa in mano una roba di cui si erano scordati financo il nome: contraddizione interimperialistica. Gliela aveva nascosta l’anfibio militare che gli Usa sono soliti schiacciare in faccia a grandi e piccini, amici e avversari: “la buttiamo sul militare, sulla guerra e voi europei, con le vostre fisime, i vostri interessi, potete andare per nespole.” Eppure, tra un chiodo e l’altro dell’anfibio, non era difficile percepire gli assembramenti, i subbugli, le scazzottate, che so, sulla carne agli ormoni che, respinta dagli europei, avrebbe mandato in rovina gli allevatori americani; o sul transgenico che, senza mercato europeo, avrebbe visto le corporations agricole Usa buttarsi dal 50° piano di Wall Street. O la questione dell’esercito europeo agli ordini – tantissimo, così così, poco, pochissimo – della Nato, che è come dire il guinzaglio a stelle e strisce al collo dei botoli europei. Si era intravisto lo scazzo sulle tecnologie militari da acquistare, quello su Jugoslavia sì-Jugoslavia no e, poi, a chi cosa della Jugoslavia. Qualcuno si è ricordato che qualcuno aveva ucciso Enrico Mattei, qualcun altro aveva pensato al Moro detestato da Kissinger, altri, almeno fino allo scorticamento con i trucchi finanziari di George Soros delle tigri asiatiche, aveva teorizzato i tre grandi poli imperialistici in gara sulle corsie africane ed asiatiche dei mercati, delle risorse naturali, della forzalavoro rivestita di catene. Ora coloro che avevano parlato di imperialismo, cioè, se proprio si vuole, la globalizzazione a guida Usa, e, peggio, di contraddizioni interimperialistiche, quando hanno sentito singhiozzare l’Europa per le decimazioni all’uranio e, di conseguenza, per tutte le schifezze della schifezza guerra d’aggressione e gli Usa scatenarle contro il narcotico “terrorismo”, si sono aggiustati la cravatta, hanno tirato fuori il petto e stanno passeggiando per il corso lungo una serie di scappellate. Avevano previsto la falange, l’avevano vista arrivare, avevano spiegato come fermarla. Questa falange la guerra Usa-Europa l’ha portata al sole, come fanno i caterpillar. E se poi vi saranno secchiate d’acqua gettate dai padroni del mondo e dai loro maggiordomi su queste braci, la contraddizione interimperialistica avrà chi, tra gli uranizzati, i mandati al macello, i privati del diritto, i derubati per spendere sul militare, i flessibili di ogni specie, vorrà invece rinfocolarle perché divampino. E anche i palestinesi, con il loro “o patria o muerte”, avranno qualche zolfanello da contribuire. Loro che la falange ce l’hanno addosso.
La falange macedone è tornata di moda. Basta guardare la carta geografica per rendersi conto cosa si nasconde dietro al fenomeno della globalizzazione, quello smoking sotto al quale gli Usa e gli imperialismi minori europei e dell’Estremo Oriente indossano la divisa e le armi, magari all’uranio 238, dei loro assalti genocidi a popoli e risorse da riportare sotto lo stivale del colonialismo ottocentesco. Alessandro Magno non avrebbe saputo fare meglio: la punta della falange collocata in Turchia e proiettata verso il cuore dell’Asia, a conquistarne le risorse e ad assediare i potenziali rivali, Russia, Cina, India. Lo aveva detto chiaramente un libro bianco del Pentagono fin dal 1992: gli sforzi degli Stati Uniti per garantirsi l’egemonia mondiale (ecco la globalizzazione mascherata da “civile” mediante i terminali del complesso militare-industriale-politico statunitense: Fmi, Omc, Bm, G7) devono anzittutto impedire il riemergere di un rivale. I due fianchi della falange: la penetrazione verso Est attraverso i Balcani disintegrati e l’Europa, ridotta all’obbedienza facendo giocare la stellare superiorità militare Usa; il Medioriente assoggettato attraverso la rimozione dei punti di resistenza alla normalizzazione americana costituiti dall’Algeria (dunque sovversione anarco-integralista), dalla Palestina (soluzione finale per mano israeliana), dall’Iraq, potenza regionale e punto di riferimento per le mai sopite speranze di rivoluzione nazionale, mai morte tra le masse arabe (liquidazione totale attraverso guerra, embargo, uranio 238). In questa accelerazione offensiva impressa alla politica estera Usa da Bill Clinton si inseriscono tutte le iniziative destinate a sopprimere ogni punto di attrito all’interno dei paesi vassalli, governati da oligarchie politico-militar-mafiose, colluse in virtù di ricatti, garanzia di potere, minacce di destabilizzazione, prebende agli apparati finanziario-economici.
In primo luogo l’eliminazione nei termini più sanguinari di fattori di disturbo interni alla Turchia, come l’opposizione di sinistra che si è arrivati, con l’Europa che voltava la faccia dall’altra parte,a carbonizzare nelle carceri e, soprattutto, il popolo curdo e della sua rivoluzione armata, sospinta alla mercè dei tagliagole proconsolari del Puk di Talebani in Iraq, dopo la sconcertante resa unilaterale di un leader incarcerato e torturato, in tutta evidenza non padrone di sé. La persistente aggressività statunitense, per mano delle bande brigantesche e narcotrafficanti dell’ex-Uck e di formazioni simili in Montenegro ed Albania. Questa, col duplice obiettivo di tenere sotto pressione una Jugoslavia abitata da un popolo da sempre infido e nella quale la partita tra il Quisling Goran Djindjic e l’ondivago Vojislav Kostunica non è ancora risolta, e di costringere all’allineamento un’Europa terrorizzata dalle tensioni politico-sociali che potrebbero essere innescate da una nuova guerra balcanica. Infine, la militarizzazione, lungo linee strategiche dettate dagli Usa, dei paesi europei, con una formidabile accelerazione dei processi di criminalizzazione e repressione di ogni espressione di antagonismo sociale, antimperialista, pacifista, nonché di un capillare controllo sociale, di promozione a istituzione sopra le istituzioni di corpi militari (Carabinieri) e di professionalizzazione delle forze armate nell’ambito della nuova Nato d’attacco, anche nucleare, illegittima sul piano costituzionale e delle procedure parlamentari violate. 
In questo contesto, per iniziativa di giornalisti e parlamentari di Rifondazione Comunista, si è verificato l’imprevisto: la dirompente rivelazione che la “guerra umanitaria” non era né umanitaria, né “pulita”, ma che il massiccio uso di proiettili e missili all’uranio 238, oltre a innescare un genocidio strisciante, già collaudato in Somalia e più mostruosamente in Iraq, dei popoli renitenti, non faceva differenza tra queste popolazioni civili e i militari dei paesi mercenari. Si è trattato della più grossa contraddizione esplosa nell’arco di cinquant’anni di Alleanza Atlantica, tra europei, da un lato, e comando politico-militare statunitense e britannico della Nato e, più significativamente, tra popolazioni che si sono viste sacrificate agli appetiti dell’imperialismo e dei loro governanti, collusi con l’operazione di pulizia etnica e sociale più scellerata dai tempi del nazifascismo e di Hiroshima. La reazione di Washington e dei suoi sicofanti europei alla prospettiva, ora davvero credibile, di finire nei tribunali sia del diritto, sia dei popoli, sia della storia, ha avuto il noto svolgimento previsto per queste occasioni dai manuali Cia. La chiusura dell’ambasciata a Roma come schiaffo a un presidente del consiglio che aveva osato l’impensabile: chiedere lumi alla Nato sulle cause della strage di militari italiani contaminati dall’U238 (delle popolazioni avviate verso il destino iracheno di un milione e mezzo di morti, in gran parte da U238, non interessa dar conto: trattasi di quegli imbecilli di kosovari che si sono fatti scoprire fuggire dalle bombe Nato – a buona ragione come s’è visto – piuttosto che dalla poi svaporata “pulizia etnica” serba). Il parallelo lancio della campagna terroristica contro un terrorismo – capofila Osama Bin Laden, da sempre manutengolo Cia – che tutta la storia dell’imperialismo ci insegna essere nella quasi totalità un autoterrorismo finalizzato alla soppressione del dissenso. 
All’ossessivo allarme terrorismo si sono subito accompagnate le salmerie dei corifei mediatici, quali intellettualmente soft, quali con la grazie della mannaia. Si va da un Adriano Sofri, il falsificatore ad uso Nato delle stragi musulmane a Sarajevo e a Racak, che interviene sul mattatoio allestito in Palestina da Israele con un oceanico studio sull’innocenza ebraica e sulla colpevolezza romana nel processo a Gesù (storia già documentata da ben altri studiosi), a quei centri sociali del Nord Est, fraterni amici delle organizzazioni Cia in Jugoslavia (Otpor, Alleanza Civica), che rifiutano di partecipare alle manifestazioni in difesa del popolo palestinese massacrato perchè “non ci riconosciamo nella parola d’ordine Due Stati per Due Popoli, essendoci estranea (come all’imperialismo nei confronti degli stati da assoggettare, ndr) la nozione di Stato”. Oppure da certi democratici che insistono per il processo a Slobodan Milosevic per pulizie etniche (smentite da tutti gli investigatori) ed espulsioni (provocate da 78 giorni di bombardamenti Nato all’uranio), per poi adombrarsi della “violenza” nei territori occupati, tra bambini con pietre, senza patria, senza terra e spesso senza casa, e serial-killer con tiratori scelti, carri armati e Apache, forniti di munizioni all’U238 (fonti sulle consegne di proiettili all’uranio: Ufficio Ambiente delle FFaa Usa e Istituto di Ricerca olandese LAKA). Per finire con l’incongruenza dei moderati che, dopo aver alimentato il “partito del nè-ne”, né con la Nato, né con il dittatore Milosevic reo quantomeno di autoritarismo e corruzione, si schierano con Arafat, opportunamente nel contesto attuale, ma senza adottare la stessa equidistanza alla luce di fenomeni di corruzione ed autoritarismo dell’Anp (Autorità Nazionale Palestinese) rispetto ai quali il governo di Milosevic era un giardinetto di gigli.
Mirabilia di certo pacifismo.
Mi sono trovato a viaggiare con un legambientino pacifista per buona parte del campo di concentramento chiamato Territori Occupati. Per arrivare in qualsiasi villaggio o città sotto controllo palestinese, in quella allucinata fisionomia butterata dal vaiolo degli insediamenti che sono la Cisgiordania e Gaza, si impiega dieci volte il tempo che occorrerebbe se si potessero percorrere le ampie strade riservate ai coloni ed ai loro presidi armati. Il percorso è un gioco dell’oca, con in alto i moderni e lussuosi insediamenti colmi d’acqua potabile, per piscine e irrigazione di territori incessantemente confiscati ai palestinesi e, in basso, a portata di fucilate ad arbitrio degli umori coloniali, le case degli occupati, sistematicamente rinserrate da barriere ufficiali o allestite dai coloni. Lavoratori che non hanno reddito dal 24 settembre 2000, inizio della nuova Intifada di Al Aqsa, perchè non possono raggiungere i posti di lavoro, studenti impediti di andare a scuola, famiglie che non si possono rifornire di viveri e combustibili, trattenute di buste paga per 7 miliardi di dollari in tre mesi non restituite sotto forma di indennità di disoccupazione, assistenza sanitaria, pensioni, e quindi rubate da Israele. A Hebron sono entrato nella casa di un medico, nella città storica dei crociati ed ottomani, sui cui piani superiori si sono installati militari “a difesa” dei 400 coloni fascisti arrivati dagli Usa e insediatisi nel cuore del centro arabo. Dopo aver spaccato le tubature d’acqua e i cavi della luce del padrone di casa, oltre a riempirne dei loro rifiuti e delle loro feci il giardino e cortile, i soldati sparano quando gli gira contro le case arabe sottostanti. Nella giornata della nostra visita uccidevano una ragazza di 18 anni e ne ferirono l’amica all’interno di un appartamento. Più tardi, siamo capitati nella sparatoria contro un gruppo di civili palestinesi, alla disperata ricerca di viveri nel mercato sotto coprifuoco, e altri due palestinesi rimasero feriti. Questa volta però, i Tanzim (milizia palestinese), pareggiarono il conto, con altrettanti feriti da parte israeliana. In un’altra occasione, al posto di blocco di Belua, che blinda Ramallah verso Nord, nel solito scontro tra fucilatori israeliani dietro a blindati e tank e ragazzi palestinesi con le fionde di Davide, ci sono caduti a fianco in un’ora cinque feriti, dei quali una ragazza. Come fare, a questo punto, i grilli parlanti e rimproverare ai palestinesi di ricorrere, nell’ora del loro strangolamento e degli eccidi, alla lotta armata? Il mio amico non violento, brav’uomo, appariva disgustato dalla sfilata di uomini armati nell’anniversario della fondazione di Al Fatah, mi parlava della necessità imperativa per i palestinesi di dialogare con l’altra parte e si disperava di quanta strada dovessero percorrere per “arrivare ad amare i coloni”. 
A Betlemme incontriamo Kamal Nasser che è dirigente sia della formazione di elite di Fatah, Forza 17, sia del Partito del Popolo (erede del partito comunista palestinese): “Il piano di pace di Clinton è uguale al diktat di Rambouillet e soddisfa esclusivamente gli interessi colonialistici israeliani, negandoci unità nazionale, capitale, frontiere, continuità territoriale, ritorno almeno di parte dei cinque milioni di profughi e punta soltanto a farci fare la figura di chi rifiuta ogni soluzione. Soltanto da Betlemme sono dovuti andarsene 250.000 betlemiti. Qui il 30% della popolazione vive di turismo, ma gli alberghi, ristoranti e negozi sono vuoti. L’esercito israeliano impedisce l’entrata e l’uscita. L’anno scorso a Natale abbiamo avuto 14.000 pellegrini, quest’anno 400. Per l’anno santo erano attesi un milione e mezzo, ne sono arrivati meno della metà e prima dell’Intifada. Eppure erano stati spesi, per l’accoglienza, 110 milioni di dollari pubblici e 130 privati. Oltre il 55% della forza lavoro è disoccupata. L’università ha perso l’80% degli studenti a causa del blocco. Sul piano sanitario rasentiamo la catastrofe. Le nostre ambulanze vengono trattenute per notti intere ai check-point e spesso i malati ci muoiono. Noi che eravamo al centro di scambi culturali con tutto il mondo (trenta gemellaggi con altre città), siamo ridotti a un deserto delle comunicazioni. A questo punto non abbiamo più nulla da perdere e la posta è esclusivamente il ritorno ai confini del 1967, come da risoluzioni Onu. Le elezioni del 6 febbraio saranno un esame di coscienza per il popolo israeliano. Se vince Sharon, il macellaio di Sabra e Chatila, vuol dire che non vogliono la pace. Toccherebbe all’Europa intervenire, i suoi interessi sono antagonistici rispetto a quelli americani ed israeliani. Purtroppo continua a funzionare il ricatto della Shoah, che non fu il nostro crimine. Ho letto che in Italia ci sono autorevoli commentatori, legati ad Israele, che tentano di far passare l’equazione: antisionismo uguale ad antisemitismo, ovviamente tesa a imbavagliare quei pochi che ci sostengono.”
Un’equazione che non fa la sinistra israeliana della coalizione Meretz. La forza di questa formazione, ambigua e piena di contraddizioni, sta scemando, come si è dissolto il movimento per la pace “Peace Now”, oggi sostituito da un gruppo assai minuscolo, ma molto combattivo e meno “equidistante” dei suoi predecessori sostenitori di Rabin, Gush Shalom, che in effetti fa ogni sforzo per sostenere la causa palestinese, però con l’obiettivo che un tempo apparteneva al Fronte Popolare palestinese: un unico stato laico, oggi certamente non all’ordine del giorno. I nostri interlocutori di Meretz cincischiano sullo smantellamento di tutti gli insediamenti e, soprattutto, sul ritorno dei profughi, per i quali “non ci sarebbe spazio” (c’è però spazio per 150.000 lavoratori stranieri, tra legali e illegali, forza lavoro sottopagata e alla mercè di qualsiasi arbitrio, come per tutti gli ebrei del mondo; ne sono arrivati, in parte falsi ebrei, più di un milione dalla Russia). Le elezioni sono vicine e anche Meretz sente l’aria razzista e fascistoide che tira nel paese. Si teme addirittura, e questa è una preoccupazione fondata sulla conquista delle posizioni più elevate nella gerarchia militare e delle forze di sicurezza da parte degli ufficiali integralisti più bellicosi, che Israele si avvii a una dittatura militare, appena mascherata da quanto il benevolo Occidente continuerà a considerare una democrazia. Già ora l’esercito è il massimo centro di potere dello Stato, i politici avanzano nella misura in cui sono stati comandanti nelle guerre del ‘67, ‘73 e nella carneficina nel Libano, le massime autorità giudiziarie si esprimono all’unisono con questi fautori della Grande Israele e l’esercito dispone anche della forza d’urto fascista dei coloni: 200.000 in armi e ormai liberi di compiere qualsiasi arbitrio ai danni dei civili palestinesi.
Jamal Zakuti, a Gaza, è uno dei massimi dirigenti dell’altro partito comunista palestinese, il Fida (Unione Democratica di Palestina), nato da una scissione del Fronte Democratico di Najef Hawatmeh. È stato a capo della prima Intifada, 1987-1993, nella quale ha avuto un figlio ucciso e la moglie incarcerata. Ha fatto parte del famoso gruppo di resistenti palestinesi che Israele espulse in Libano e che si arroccarono, in un lungo digiuno della fame, lungo il confine. Oggi è nel Politburo del Fida e segretario del Comitato Politico del parlamento (Consiglio Nazionale Palestinese), è stato tra i negoziatori della prima fase e ora è al governo della più disperata striscia di terra del mondo: 130.000 abitanti, la più alta densità demografica in assoluto, di cui 700.000 profughi rinserrati nei campi dai quali parte la più vivace risposta armata agli attacchi israeliani; 500 coloni installati in sei insediamenti che insistono sulle terre fertili e sulle acque non salinizzate dal prelievo israeliano. 
Jamal ci parla dell’Intifada e del suo futuro. “C’è bisogno di un maggiore grado di organizzazione, coinvolgimento a lungo termine, comunicazione esterna. L’intifada deve avere un crescente carattere popolare, a fianco di una più efficiente risposta in termini militari. Contro gli abusi che stiamo subendo c’è poco da cincischiare: abbiamo il diritto, sancito dall’Onu, di difenderci con tutti i mezzi; come fa qualsiasi specie minacciata di eliminazione. Siamo in un momento critico, poiché sette anni di chiacchiere ed inganni, di promesse non mantenute, hanno provocato da un lato depressione, dall’altro una polarizzazione estrema tra le due parti. L’indebolimento ha anche riguardato il rapporto di partiti ed associazioni con il governo. Con l’escalation dell’aggressione, Barak ha tentato di approfittare di questa situazione, ma, nonostante tutto, i quattro mesi trascorsi hanno dimostrato che, anche se presi alla sprovvista dalla provocazione dello stragista Sharon sulla Spianata delle moschee, i palestinesi hanno una capacità di resistenza che nessun violenza riesce a piegare e sentono di essere più vicini che mai alla fine del dominio coloniale, nonostante il terrorismo di Stato esercitato da Israele e protetto dagli Usa e dai suoi accoliti. La nostra resistenza è un incoraggiamento a tutti coloro che vedono in Israele un avamposto dell’imperialismo neocolonialista , è la cartina di tornasole per ribadire che imperialismo e indipendenza sono la questione centrale nel mondo oggi. Vorrei che tutti coloro che protestano contro le organizzazioni internazionali della finanza, dell’economia, del commercio, vedessero il vero nocciolo del problema: l’egemonismo americano che in Medio Oriente e Asia si combina con il colonialismo sionista e che ha i suoi centri a Washington, a Bruxelles, a Tel Aviv. Si pensa a noi come a delle vittime, e lo siamo, ma siamo anche vincitori strategici. La nostra lotta ha conseguito successo dopo successo: ha imposto Madrid e poi Oslo, per quanto poi svuotati, ha fatto risvegliare le masse arabe dal Marocco all’Oceano Indiano, ha messo in crisi i regimi vassalli degli Usa e li ha costretti ad appoggiare l’Intifada; ha permesso all’Iraq di uscire dall’ostracismo arabo e mondiale (dall’Iraq ci sono venuti gli unici aiuti cospicui: beni per 1 miliardo di Euro bloccati dagli israeliani al confine giordano; 130.000 dollari alle famiglie degli arabi israeliani uccisi da Tsahal in Galilea, dopo che queste avevano respinto le scuse di Barak); ha dato nuovo impulso alle rivendicazioni di quei cittadini di terza classe che sono i palestinesi d’Israele, spodestati, discriminati, repressi non meno di noi nei territori occupati; ha costretto gli americani a misure di panico, come il lancio planetario dell’allarme terrorismo, un terrorismo attuato soprattutto da Usa e Israele nel nome del “contrasto al terrorismo”; i vertici arabi e islamici hanno formulato condanne senza precedenti di Israele, il suo isolamento economico attraverso la sospensione degli scambi commerciali e turistici”. 
Chiediamo al compagno Jamal di parlarci del futuro della Resistenza.
“L’Intifada deve organizzarsi meglio a livello di base e di quadri. Dobbiamo creare un’economia della Resistenza con forme di cooperazione tra tutti i settori della società, un anticipo di come vorremmo la nostra futura società socialista. Dobbiamo costringere le autorità politiche ad adeguarsi all’Intifada. Ora che i negoziati sono evaporati nel nulla da cui erano sorti, il governo non ha più alibi. La base sociale del popolo ha dimostrato di sapersi far carico della Resistenza, a costo di sacrifici inenarrabili. Contadini, lavoratori, studenti, donne devono avere più voce in capitolo e si deve formare un governo nuovo, unitario, dove si facciano sentire le forze vive del nostro popolo, quelle che hanno pagato il vero, enorme tributo di sangue. Il suo programma economico e sociale deve essere indirizzato a costruire un’economia di resistenza solidale e di lunga durata. Non è più possibile che si sacrifichino solo i poveri, mentre alcuni ceti agiati non sono coinvolti. Sul piano militare le organizzazioni di sicurezza dell’Anp devono essere guidate dai patrioti palestinesi e specializzarsi nel contrasto agli squadroni della morte israeliani che hanno assassinato molti dei nostri migliori dirigenti. E qui una grande responsabilità pesa sulle forze della sinistra. Spetta a queste sostenere la lotta contro il nemico e contro le degenerazioni antidemocratiche interne. Spetta alle forze di sinistra coinvolgere tutte le classi e superare la spaccatura tra Anp e formazioni islamiche con strutture democratiche che sappiano controllare l’Anp. È l’unico modo per contenere l’espansione islamica. Quanto ai negoziati, noi vorremmo che procedessero di pari passo con le varie forme di lotta. 
Quando abbiamo abbassato la guardia, hanno fatto spezzatino dei nostri diritti. Ma i negoziati non possono essere condotti da un arbitro che gioca per una delle due squadre. Devono guadagnare una nuova base internazionale, con il coinvolgimento di Europa, Russia e di tutti i paesi dell’area. L’obiettivo è l’attuazione delle risoluzioni Onu, l’unica questione da discutere è il calendario”.
Obietto a Jamal che tutto questo oggi, agli occhi di chi sta fuori, pare abbastanza utopico.
“Meno di quanto credi. Questa guerra fa molto male agli Usa e al loro controllo sul mondo arabo e islamico. E fa molto male a Israele.
Psicologicamente, la società ebraica è in piena nevrosi da paranoia.
Economicamente i danni sono enormi: si pensi che il blocco dei territori occupati e della nostra forza lavoro ha anche bloccato i 3,9 miliardi di dollari che noi importiamo da Israele contro i 600 milioni che esportiamo. L’industria e l’edilizia israeliane, pilastri dell’economia dello stato, sono ferme senza gli operai palestinesi. I generali-killer che si vanno facendo largo nella società e nelle FFaa d’Israele sono pericolosi per la stessa Israele. Voglio vedere per quanto potrà star ferma la cosiddetta comunità internazionale quando in Israele si sarà verificato un putsch, o, comunque, quando al potere ci sarà un criminale come Sharon. Ci saranno sicuramente nuove elezioni tra sei mesi e un anno. E anche Israele dovrà decidere se vuole essere un paese normale o in eterno un ghetto”.
Per accertarsi che non c’è utopia nelle previsioni che sorreggono tutti i palestinesi, basta fare un giro d’orizzonte nell’area. Israele, oltre a subire una pesante crisi di produzione e commerciale, si trova ad affrontare la bruciante questione dei lavoratori immigrati, circa 150.000, in rapporto alla popolazione la presenza più elevata del mondo. Filippini, nigeriani, latinoamericani, bangladeshi, pakistani, coreani, tutti adibiti ai lavori più umili e sottopagati, privi di ogni garanzia sindacale e sanitaria, oggetto di uno sfruttamento spietato che prevede 15 ore di lavoro al giorno e alloggi in stamberghe fatiscenti e superaffollate. Fanno bene ai profitti degli speculatori edili e di ogni genere che dovrebbero affrontare un costo del lavoro decuplicato impiegando manodopera israeliana. Ma provocano lacerazioni razziste nella società che ha, in grande maggioranza, un atteggiamento tipo Lega padana. I lavoratori palestinesi sono stati espulsi, nessuno li vuole più perché sa che domani saranno una quinta colonna dell’Intifada. Ma nessuno vuole gli immigrati. Una bella grana per un governo sostenuto dagli istinti più belluini del suo elettorato. 
Guardando oltre il Golan, congelato nella presa israeliana, uno sviluppo storico di enorme rilevanza è la normalizzazione dei rapporti tra Siria ed Iraq, con la riapertura delle frontiere, i voli alla faccia del divieto Onu, gli scambi ripresi in pieno a dispetto dell’embargo, le visite ad alto livello, la riapertura delle ambasciate. Il tutto, dopo che ai vertici arabo ed islamico l’Iraq è rientrato alla grande nel consesso arabo-islamico, come quel paese che può dire a tutti: “avevamo ragione noi”, sia quando organizzammo l’alleanza anti-Camp David del 1977, sia quando resistemmo all’espansionismo di Khomeini, sia quando fummo l’ultimo trincea contro l’imperialismo. E anche l’Iran si è avvicinato allo schieramento arabo con la sua minaccia, di grandissimo peso dopo la sconfitta subita da Israele ad opera degli Hezbollah in Libano, di appoggiare fattivamente Siria e Libano in caso di aggressione israeliana. Il messaggio poi ha assunto maggiore concretezza, quando gli Hezbollah hanno ripreso le azioni armate contro il Nord d’Israele, in dichiarato appoggio all’Intifada. 
Si tratta di successi dell’Intifada, ai quali se ne potrebbero aggiungere molti altri, anche sul piano psicologico. Ma più importante di tutto appare l’incipiente destabilizzazione del più importante paese arabo, l’Egitto del vecchio tiranno Mubarak, stretto tra aiuti statunitensi, indispensabili alla sua disastrata economia liberista e corrotta, e l’infiammarsi della protesta popolare, laica ed islamica, per la democrazia e a fianco dei palestinesi. Pressioni a tutti i livelli per interrompere i rapporti commerciali con Israele hanno portato al ritorno in patria dell’ambasciatore in Israele, alla chiusura degli uffici commerciali, all’interruzione del remunerativo flusso turistico. 
Mentre campagne di boicottaggio ben organizzate e rilanciate da continue mobilitazioni di massa hanno provocato la rovina di alcune delle maggiori compagnie angloamericane che avevano investito in Egitto e che ora si ritirano.
Significativo il caso della Sainsbury Egypt, filiale della più grande catena di supermercati del mondo. Un membro della camera di commercio egiziana ha dichiarato: “Sainsbury, Coca Cola e Pepsi, ma anche moltissime grandi società di costruzione sono le prime vittime dell’Intifada, ma non saranno certamente le ultime. Il regime lo sa e sa che è troppo tardi per riaddomesticare i palestinesi e le proprie masse con un ulteriore umiliazione travestita da accordo di pace. Forse sta rinascendo un sentimento di unità araba, forse hanno tirato troppo la corda”.
Jamal, il compagno di Gaza, aveva parlato di una nuova fase della lotta di liberazione e di una rivoluzione nazionale che avrebbe dovuto unire proletari e borghesi. Fu così che il mondo arabo si liberò dal dominio coloniale britannico e francese. Ora deve toccare a statunitensi e israeliani.  


Petrolio e guerra dietro il crack della Enron

di Stefano Mannucci

(Il Tempo del 29/01/2002)

Un filo rosso lega la guerra in Afghanistan alla bancarotta della Enron. Le lobby economico-produttive che hanno contribuito all’insediamento di Bush e Cheney alla Casa Bianca potrebbero aver esercitato un ruolo nelle vicende post-11 settembre, e persino nella scelta del neopremier ad interim di Kabul. Da anni, infatti, Hamid Karzai è uno dei consulenti chiave della Unocal, la compagnia petrolifera californiana che aveva tentato di venire a patti con il regime taleban per la realizzazione di un oleodotto-gasdotto che, partendo dal Turkmenistan, e attraversando il territorio afghano, sfociasse in Pakistan, dopo 1300 km di un percorso quantomeno insidioso. Per capire gli intrecci dell’”affaire”, è necessario partire dagli eventi delle ultime ore: dal contrasto tra il Congresso americano e il vicepresidente Dick Cheney, accusato di non voler rivelare i dettagli degli incontri con i top manager dell’industria americana per la messa a punto del piano nazionale dell’energia. Il sospetto è che Cheney, in questo modo, ostacoli l’inchiesta per il fallimento Enron.
Attenzione: proprio alla “corporation” protagonista del più grave crack della storia statunitense era stato affidato, a suo tempo, lo studio di fattibilità sull’impianto petrolifero in Asia Centrale progettato dalla Unocal. Ai meeting riservati dei primi mesi dello scorso anno, Cheney aveva ammesso anche il presidente della Enron Kenneth Lay. Intanto, molti azionisti di punta dell’azienda erano già entrati nell’amministrazione Bush: tra questi, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e il Rappresentante per il Commercio Robert Zoellick. Non bastasse, uno degli ex vicepresidenti della Enron, Thomas White, è ora Segretario dell’Esercito. E prima di diventare numero due della Casa Bianca, lo stesso Cheney era alla guida della Halliburton, la multinazionale candidata alla realizzazione delle infrastrutture del gasdotto afghano.
A Wall Street, tuttavia, temono che la prossima bancarotta riguardi proprio la Halliburton, il cui titolo in borsa ha avuto nelle ultime settimane un calo del 40 per cento. Per il momento, dunque, la triangolazione Unocal-Enron-Halliburton rischia di rivelarsi un fallimento istituzionale, potenzialmente in grado di travolgere l’amministrazione Bush, i suoi “grandi elettori”, e il progetto di un nuovo ordine mondiale.
E non troppo solida potrebbe rivelarsi anche la posizione dell’”uomo nuovo” di Kabul, quell’Hamid Karzai ora volato a Washington per consultazioni con il presidente. Negli Stati Uniti Karzai non è un turista per caso: assieme ad alcuni fratelli possiede una catena di ristoranti a Chicago, San Francisco, Baltimora e Boston. Alla Cia lo considerano di casa: il direttore dell’Agenzia, Bill Casey, andava a trovarlo in Pakistan, dove Karzai aveva stabilito la sua residenza negli anni in cui gli Stati Uniti finanziavano la guerriglia dei mujaheddin contro i sovietici. In quel periodo, dall’America affluivano soldi di ogni tipo agli afghani: dietro gli 007, le consorterie del petrolio tentavano di ingraziarsi tribù ed etnie in attesa di tempi migliori per il gasdotto. È allora che Karzai, confermano fonti del governo turco e iraniano, diventa consulente Unocal.
Dalla metà degli anni novanta, la compagnia petrolifera californiana ospita a più riprese, nel suo quartier generale di Sugarland, Texas, alcuni emissari taleban. Nel ’97 la CentGas, il consorzio internazionale alla cui testa è la Unocal, deve guardarsi dalla concorrenza degli argentini della Bridas Group, anch’essi interessati a sfruttare i giacimenti di gas naturale e petrolio in Asia Centrale. Dietro le quinte, al fianco di Karzai lavora per la lobby americana Zalmay Khalilzad, figlio di un esponente dell’ex governo afghano ai tempi di re Zahir Shah. E qui ogni tassello sembra andare al posto giusto: Khalilzad, che analizza il fattore di rischio per il progetto CentGas, è in quel momento uno dei più stretti collaboratori del Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleeza Rice, la stessa che, per la sua esperienza in materia, ha avuto l’onore di veder battezzata con il suo nome una superpetroliera Chevron. Khalilzad, proprio come Karzai, ricompare al centro delle questioni afghane quando, dopo i raid di questi ultimi mesi, Bush lo spedisce a Kabul come Inviato Speciale Usa.
Dal 1998, ufficialmente, la Unocal ha rinunciato all’idea dell’oleodotto in Afghanistan. Una posizione riconfermata all’indomani dell’11 settembre 2001, quando la compagnia ha affermato di non aver più rapporti con gli esponenti taleban. Peccato che, in modo molto discreto, negli ultimi tre anni i rappresentanti degli “studenti” coranici abbiano mantenuto rapporti più che cordiali con i maggiorenti Usa. Una loro emissaria negli States è stata Laili Helms, nipote di un altro ex direttore Cia. E nella primavera scorsa Ramatullah Hashami, un “diplomatico” spedito a Washington dal mullah Omar, si è presentato alla Casa Bianca con in dono un prezioso tappeto afghano per Bush. La guerra ha mandato all’aria le trattative, ma il sogno dei petrolieri è rimasto in piedi. Serviva un governo affidabile a Kabul, e Karzai è subito parso l’uomo adatto. L’unico ostacolo al suo insediamento poteva essere il rivale Abdul Haq, il leader dell’Alleanza del Nord considerato dalla Cia troppo vicino agli interessi di Mosca e Teheran. Haq è stato ucciso dai taleban appena entrato in Afghanistan per perorare la causa dell’ex re Zahir Shah: secondo alcune fonti la “soffiata” sarebbe partita dai servizi segreti pakistani dell’Isi, legati a doppio filo con quelli Usa.
Le bombe hanno dunque riaperto la via del petrolio: l’ambasciatore americano a Islamabad, Wendy Chamberlain, ha già avuto colloqui con il ministro pakistano Usman Aminuddin per il via libera al terminale del gasdotto davanti a Karachi.


Enron-petrolio, il binomio che fa tremare la Casa Bianca

di Giuseppe De Bellis
31/01/2002

C’è un linea che collega la guerra in Afghanistan e lo scandalo Enron. Non è sottile e neppure rossa. E’ lunga 1040 miglia (1664 chilometri) e larga più di un metro. Il suo colore è il nero. Come il petrolio. Questa linea è l’oleodotto che dovrebbe attraversare l’Asia, passando dall’Afghanistan, per portare l’oro nero proveniente dal mar Caspio fino alle coste meridionali del Pakistan. E di lì dritto sulle petroliere Usa.

Affari, politica, assetto internazionale, accordi commerciali: ecco il quadro che unisce il fallimento della corporation finanziatrice della campagna elettorale di George W. Bush e il conflitto afghano. Una storia che ha tutto l’aspetto di un intrigo. E che affonda le sue radici nel 1994. 
Il progetto. La Unocal corporation, una delle tre più importanti compagnie al mondo nel campo dello sfruttamento delle risorse energetiche, comincia a lavorare all’idea di costruire un oleodotto che attraversi l’Asia centrale. Vengono individuate tre possibili soluzioni. La prima è quella di dirigersi verso est, direzione Cina. Significherebbe costruire un serpente d’acciaio lungo quasi 5.000 chilometri. Un impresa impossibile, anche per la difficoltà Usa di giungere a un accordo con Pechino. Un’altra strada è quella che va a sud: parte dal Caspio e giunge nell’Oceano Indiano. L’inghippo di questa opzione è il passaggio dall’Iran, paese decisamente precluso alle compagnie americane. L’unica via praticabile, allora, è quella che passa attraverso l’Afghanistan. Il paese è da poco uscito dalla guerra civile che ha portato al potere i Talebani. 
I rapporti Usa-Talebani. Per costruire la via del petrolio è necessario scendere a patti con i nuovi padroni dell’Afghanistan. Dirlo oggi sembra assurdo. E invece, in quel periodo i rapporti tra gli Usa e il regime di Kabul erano tutt’altro che critici. Anzi: nel 1995 gli Stati Uniti si dichiara pronti a raggiungere l’accordo. L’intesa arriva due anni dopo. A ottobre 1997 si costituisce il consorzio Cent-Gas. Ne fanno parte, oltre alla Unocal, altri sei giganti del petrolio, tra cui la saudita Delta oil. Il progetto prevede il canale sotterraneo di 1040 miglia, capace di trasportare un milione di barili di greggio al giorno. Il costo è stimato intorno ai 2,5 miliardi di dollari. Tra Usa e talebani fila tutto liscio: la Unocal apre un ufficio a Kandahar, quartier generale del regime integralista islamico.
A modificare la situazione è l’ospitalità che, nel frattempo, Kabul offre a Osama Bin Laden, il terrorista acerrimo nemico degli Stati Uniti. Da quel momento il governo americano taglia i ponti con il potere afghano. Contemporaneamente, nel paese asiatico non cessano i conflitti interni.
Il 12 febbraio 1998 John Maresca, vice presidente della Unocal corporation si presenta al congresso degli Stati Uniti. «Finché a Kabul non ci sarà un governo che gode del riconoscimento americano, della fiducia degli investitori e della nostra compagnia, l’oleodotto non si può fare», dichiara. «Dovete garantire la pace nella regione, la vostra assistenza è fondamentale per la riuscita dell’affare».

Ma la crisi tra Stati-Uniti e Talebani diventa rottura: la Unocal esce dal consorzio Cent-Gas. Così l’America sembra tagliata fuori dal progetto. Almeno fino al 2000. Ovvero fino alle elezioni presidenziale di Bush junior. Arrivato alla Casa Bianca, l’ex governatore del Texas promuove la nascita del “Gruppo 6+2”, formato dai paesi confinanti con l’Afghanistan più la Russia e gli Usa. A marzo 2001, il consigliere personale del Mullah Omar, Sayed Rahmatullah Pascimi vola negli Stati Uniti per tentare di normalizzare i rapporti con l’amministrazione americana e per riparlare dell’oleodotto. Seguono altri incontri, altre trattative.

 E gli Usa fanno la voce grossa. L’ex ministro degli esteri del Pakistan Naif Naik, in un’intervista televisiva trasmessa in Francia, racconta i particolari della riunione del “Gruppo” a Berlino, tra il 17 e il 20 luglio scorso. In quest’occasione l’ambasciatore statunitense Thomas Simons avrebbe detto, riferendosi all’Afghanistan, che il governo di Kabul deve aprire ad altre forze politiche. E’ la condizione per arrivare al riconoscimento della comunità internazionale, agli aiuti e alla ripresa del progetto dell’oleodotto. 
L’ultimo incontro tra emissari Usa e Talebani avviene il 2 agosto. Cristina Rocca, direttrice degli affari asiatici del Dipartimento di Stato incontra, a Islamabad, l’ambasciatore Talebano in Pakistan. Kabul respinge definitivamente la proposta americana. 
Poco più di un mese dopo (39 giorni), l’attacco alle torri gemelle. Il sospettato numero uno è Bin Laden. Con lui, nel mirino degli Usa, il governo che lo ospita: i Talebani.
Il ruolo della Enron. Lo scandalo Enron sembra totalmente estraneo alla questione petrolio-Afghanistan. E invece non è così. Gli uomini della corporation fallita sono stati i primi a lavorare attivamente al progetto della via del greggio: nella fase di preparazione del piano, alla Enron è stata affidato il compito di realizzare lo studio di fattibilità del progetto.
Non solo. Il presunto coinvolgimento della Casa Bianca nella bancarotta della corporation richiama inevitabilmente il petrolio. Non è un mistero che il presidente George W. Bush, il vice Dick Cheney, il segretario per la sicurezza Condoleeza Rice hanno tutti a che fare con l’oro nero. Prima di diventare governatore del Texas Bush aveva fatto affari con gli impianti di estrazione, seguendo la strada del padre George. Cheney è stato per diversi anni il presidente e azionista della società energetica Oil Suppli Company. La Rice, prima di entrare nello staff presidenziale, era dirigente della Chevron, una delle maggiori compagnie petrolifere mondiali. Il rischio per l’amministrazione americana è che il crack della Enron porti a scavare sempre più a fondo negli interessi dei vertici di Washington. E quando si va in profondità non si sa cosa si può trovare. A volte anche il petrolio.


MR. WOLFOWITZ, I SUPPOSE…

DI GEORG HUYGENS

I “falchi” dell’Amministrazione americana, ovvero le menti e le personalità che incarnano il partito della guerra negli Stati Uniti.

“Wolfowitz, uno studioso, è il teorico che predica la fede nella superiorità etica e nel destino imperiale dell’America, da lui considerata l’erede dell’antica Roma; Libby, un abile avvocato, è lo stratega che programma le battaglie al Congresso e per la conquista dell’opinione pubblica…Libby fu lo studente preferito di Wolfowitz, allora professore di scienze politiche all’università di Yale, che nel 1980 lo portò con sé al Dipartimento di Stato sotto il presidente Ronald Reagan”

Ennio Caretto, I 4 falchi della Casa Bianca, in Sette, settimanale del Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, pp.112-115

1. Chi è Paul Wolfowitz?  57 anni[1][1], di origini ebraiche,  Vice Segretario di Stato alla difesa,  laureato in matematica nel 1965 alla Cornell University, ha conseguito il dottorato in scienze politiche all’Università di Chicago nel 1972.
Negli ultimi sette anni, Rettore e Professore di Relazioni Internazionali alla Scuola Paul H. Nitze di Studi Internazionali avanzati (acronimo inglese: SAIS). La scuola è considerata una delle migliori del mondo, con 750 studenti e sedi a Washington, Nachino e Bologna[2][2]


Durante il suo rettorato, la Scuola ha raccolto fondi per 75 milioni di dollari, raddoppiato la sua dimensione, ed è stata modernizzata e condotta su una linea di studio della politica internazionale che va oltre la prospettiva della Guerra Fredda per spingersi decisamente verso quella della globalizzazione.Dal 1989 al 1993, Wolfowitz ha ricoperto l’incarico di Vice Segretario di Stato alla Difesa, a capo di un gruppo di 770 persone, responsabile di tematiche strategiche, di pianificazione e di indirizzo politico[3][3]. In quel periodo, Wolfowitz e il suo gruppo sono stati i principali artefici della revisione della strategia e del nuovo schieramento  delle forze armate  statunitensi in  conseguenza della fine della Guerra Fredda. Sempre sotto la sua guida, quel gruppo ebbe un ruolo fondamentale per la messa a punto dei piani per la Guerra del Golfo, per la raccolta di 50 milioni di dollari di aiuti finanziari da parte degli Alleati e per evitare l’apertura di un secondo fronte fra Iraq e Israele. Impegnato nel campo degli accordi per il disarmo nucleare USA-URSS, ha sviluppato politiche che hanno condotto alla realizzazione del concetto di Strategia di Difesa Regionale e di Forza di Base. In precedenza, durante la presidenza Reagan, Wolfowitz è stato per un triennio ambasciatore in Indonesia, quarto paese del mondo per popolazione, ed il più popoloso dell’area islamica. Prima  ancora di tale incarico, è stato per tre anni assistente Segretario di Stato per l’Asia Orientale e il Pacifico – da cui alcune delle sue opere pubblicate – ed ha fornito un contributo sostanziale allo sviluppo delle relazioni fra USA, Giappone e Cina. Ha avuto un ruolo centrale nella transizione “pacifica”  dalla dittatura di Marcos alla successiva “democratizzazione” delle Filippine.
Gli incarichi anteriori di Wolfowitz sono stati:

–         due anni come capo dello Staff di Pianificazione politica del Dipartimento di Stato (1981-1982)

–         tre anni ( 1977-1980) come Vicesegretario di Stato aggiunto alla Difesa, con competenza sui Programmi regionali, incarico durante il quale ha contribuito a creare quello che successivamente è divenuto il Comando generale delle Forze Armate. Avviò anche il sistema logistico navale di pre-schieramento, che si è trasformato successivamente nella spina dorsale dello spiegamento iniziale delle forze Usa per l’operazione Desert Shield

–         nel 1975, è uno degli amministratori del gruppo di pressione CPD (Committee on the Present Danger), una creazione della CIA, diretta all’epoca da Bush senior, e porta avanti una campagna contro il pericolo sovietico. Il capo del CPD è il generale Lyman L.Lemnitzer, già capo dello stato maggiore interforze ai tempi della crisi di Cuba, e ideatore dell’operazione di provocazione Northwoods (Boschi del Nord) contro i cubani, includente anche l’abbattimento da parte di un “aereo cubano” di un volo charter civile statunitense[4][4]

–         quattro anni (1973-77) nell’Agenzia per il Controllo degli Armamenti e per il Disarmo, occupandosi di molti argomenti relativi alla non proliferazione nucleare

–         nel 1966-67 ha lavorato come dirigente al Bureau of Budget.

Wolfowitz ha insegnato a Yale fra il 1970 e il 1973, e alla Johns Hopkins nel 1981. Nel 1993 è stato George Kennan Professor di Strategia della Sicurezza Nazionale al National War College. Numerosi i suoi scritti sulle prestigiose riviste Foreign Affairs e National Interest.

E’membro del Rockefeller Council on Foreign Relations (CFR), del Gruppo Strategico dell’Aspen Institute, ha partecipato al Bilderberg meeting 2000 in Belgio, e nello stesso anno era membro della Commissione Trilaterale Rockefeller.

Su http://www.amazon.com sono reperibili le seguenti opere di Wolfowitz:

1)        Asian Democracy and American Intrests (sic), scaricabile a pagamento, 1995

2)        Trilateral Forum on North Pacific Security, June 1-3, 1995

3)        Managing the International System over the Next Ten Years, 1995, Trilateral Commission (60 pg).

2. Risulta inoltre che[5][5]  :

 << Paul Wolfowitz ha fatto parte del gruppo di lavoro del  “Project for the New American Century (PNAC) , uno dei numerosi think-tank della destra statunitense. Il documento, intitolato Rebuilding America’s Defences: Strategies, Forces And Resources for a New Century, è  stato scritto nel settembre del 2000 – quando Bush non era ancora presidente. Il testo fu redatto per un gruppo specifico di persone, che oggi ricoprono incarichi non indifferenti: Dick Cheney, attuale vicepresidente degli Stati Uniti; Donald Rumsfeld, attuale segretario alla difesa; Paul Wolfowitz, attuale vicesegretario alla difesa; Jeb Bush, fratello del presidente; e Lewis Libby, capo dello staff di Cheney.

Già alla fine degli anni Cinquanta, un vecchio conservatore, il presidente Eisenhower, metteva in guardia contro la struttura mostruosa che cominciava a dominare il suo paese: una coalizione sempre più stretta tra immense imprese legate alle commesse militari, uno Stato che aveva come funzione principale la conduzione della guerra e una sterminata catena di laboratori dove scienziati, sociologi, tecnici di ogni sorta lavoravano anno dopo anno per affinare gli strumenti del dominio, a prescindere completamente dalla pur vivace società civile del paese. Il testo, circa 90 pagine[6][6], è un esempio, nemmeno tanto insolito, di ciò che si produce in questi laboratori. Questa simbiosi, in nome della “guerra duratura”, tra alcune gigantesche corporations, lo Stato e la ricerca sembra una riedizione di un aspetto fondamentale del nazionalsocialismo dell’epoca dei Krupp e di Peenemünde. Il parallelo è ovviamente tecnico e non demonizzante: è inutile elencare le profonde differenze tra il sistema statunitense e quello della Germania degli anni Trenta[7][7]. Ma è inevitabile che una struttura di questo tipo porti non solo a uno stato di Enduring War, ma anche – come è successo con il Patriot Act – all’abolizione di alcuni elementi fondamentali di democrazia.

La sede del “progetto per un nuovo secolo americano”  coincide con quella di un giornale di proprietà del miliardario dei media, Murdoch, cosa che può indurre a utili riflessioni sulla libertà di stampa. Il direttore del PNAC, William Kristol, è il figlio di Irving Kristol, il principale ideologo della nuova destra americana, che è riuscito a prendere in mano le redini di alcune ricchissime fondazioni americane, tra cui spicca la Olin Foundation, creata dalla principale impresa di armi da fuoco degli Stati Uniti. Queste fondazioni hanno versato milioni di dollari per trasformare anche la produzione di idee in un annesso dell’industria bellica. Grazie a Irving Kristol, ad esempio, Samuel Huntington ha potuto incassare finora ben cinque milioni di dollari da varie fondazioni come premio per aver creato la famosa nozione di “scontro di civiltà”. Che prima ancora di essere un libro è uno slogan, ormai noto anche ai meno colti.  Il progetto, finalizzato al dominio globale statunitense, rivela che il Presidente Bush e il suo governo avevano pianificato un attacco premeditato contro l’Iraq per imporvi un “cambio di regime” addirittura prima del suo ingresso alla presidenza nel gennaio del 2001. Il progetto – scoperto dallo scozzese Sunday Herald, e reso noto il 15 settembre 2002 dal giornalista Neil Mackay – per la creazione di una “Pax Americana globale” è stato redatto per Dick Cheney (attualmente vicepresidente), Donald Rumsfeld (segretario alla difesa), Paul Wolfowitz (il vice di Rumsfeld), il fratello minore di George W. Bush, Jeb, e per Lewis Libby (il capo dello staff di Cheney). Il documento, dal titolo “Rebuilding America’s Defences: Strategies, Forces And Resources For A New Century” (“ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”) ha vari contenuti di assoluta attualità. Il piano mostra che il governo Bush intendeva assumere il controllo militare del Golfo a prescindere dal fatto che Saddam Hussein fosse o no al potere. Il testo dice: ‘gli Stati Uniti hanno cercato da decenni di svolgere un ruolo più stabile nella sicurezza regionale del Golfo. Mentre il conflitto irrisolto con l’Iraq fornisce una giustificazione immediata, l’esigenza di avere una sostanziosa presenza delle forze americane nel Golfo va oltre la questione del regime di Saddam Hussein.’
Il documento del PNAC presenta ‘un progetto per conservare la preminenza globale degli Stati Uniti, impedendo il sorgere di ogni grande potenza rivale, e modellando l’ordine della sicurezza internazionale in modo da allinearlo ai principi e agli interessi americani’.
Questa ‘grande strategia americana’ deve essere indirizzata ‘il più lontano possibile verso il futuro’, dice il rapporto. Che invita poi gli Stati Uniti a ‘combattere e vincere in maniera decisiva in teatri di guerra molteplici e contemporanei’, come una ‘missione cruciale’ [core mission].
Il rapporto descrive le forze armate statunitensi all’estero come la ‘cavalleria lungo la nuova frontiera americana’. Il progetto del PNAC dichiara inoltre il proprio sostegno a un documento scritto in precedenza da Wolfowitz e Libby, in cui si affermava che gli Stati Uniti dovrebbero ‘dissuadere le nazioni industriali avanzate dallo sfidare la nostra egemonia (leadership) o anche dall’aspirare a svolgere un ruolo regionale o globale maggiore’[8][8].
Il rapporto del PNAC inoltre: 

–         descrive gli alleati chiave, tra cui il Regno Unito, come ‘il mezzo più efficace per esercitare un’egemonia globale americana’;

–         afferma che le missioni militari per garantire la pace ‘richiedono un’egemonia politica americana e non quella delle Nazioni Unite’;

–         rivela l’esistenza di preoccupazioni nell’amministrazione americana a proposito della possibilità che l’Europa possa diventare un rivale degli USA;

–         dice che ‘anche se Saddam dovesse uscire di scena’, le basi nell’Arabia Saudita e nel Kuwait dovranno restare in maniera permanente – nonostante l’opposizione locale tra i regimi dei paesi del Golfo alla presenza di soldati americani – perché ‘anche l’Iran potrà dimostrarsi una minaccia pari all’Iraq agli interessi statunitensi’;

–         mette la Cina sotto i riflettori per un ‘cambio di regime’, dicendo che ‘è arrivata l’ora di aumentare la presenza delle forze armate americane nell’Asia sudorientale’. Ciò potrebbe portare a una situazione in cui ‘le forze americane e alleate forniscano la spinta al processo di democratizzazione in Cina’;

–         invita a creare le ‘US Space Forces’ (“forze spaziali statunitensi”) per dominare lo spazio, e ad assumere il controllo totale del ciberspazio in modo da impedire che i ‘nemici’ usino internet contro gli Stati Uniti;

–         anche se gli Stati Uniti minacciano la guerra contro l’Iraq per aver sviluppato armi di distruzione di massa, gli USA potrebbero prendere in considerazione, nei prossimi decenni, lo sviluppo di armi biologiche – che pure sono state messe al bando. Il testo dice: ‘nuovi metodi di attacco – elettronici, ‘non letali’, biologici – diventeranno sempre più possibili. .. il combattimento si svolgerà in nuove dimensioni, nello spazio, nel ciberspazio, forse nel mondo dei microbi… forme avanzate di guerra biologica in grado di prendere di mira genotipi specifici potranno trasformare la guerra biologica dal mondo del terrorismo in un’arma politicamente utile’;

–         il testo prende di mira la Corea del Nord, la Libia, la Siria e l’Iran come regimi pericolosi, e sostiene che la loro esistenza giustifica la creazione di un ‘sistema mondiale di comando e di controllo’.

Tom Dalyell, deputato laburista britannico e una delle principali voci di ribellione contro la guerra all’Iraq, ha dichiarato: ‘si tratta di immondizia proveniente da think tank di destra pieni di falchi-coniglio – gente che non ha mai visto gli orrori della guerra, ma è innamorata dell’idea della guerra. Gente come Cheney, che è riuscita a sfuggire al servizio militare ai tempi della guerra del Vietnam. Si tratta di un progetto per il dominio mondiale statunitense – un nuovo ordine mondiale creato da loro. Questi sono i processi mentali di americani fantasticanti, che desiderano controllare il mondo. Sono sconvolto dal fatto che un primo ministro laburista inglese vada a letto con una banda di gente di una tale bassezza morale.’>>

Al di là delle deprecazioni moralistiche di questo genere, peraltro molto anglosassoni, resta il fatto che l’ispirazione alla strategia imperiale romana, ricostruita ad usum delphini, è una vecchia tradizione prima britannica e quindi statunitense. Sul punto va ricordata  almeno la notevole opera di Edward Luttwak The Grand Strategy of Roman Empire, The Johns Hopkins University Press, 1976, (trad. it. La Grande strategia dell’Impero Romano, Rizzoli, Milano 1981). Opera sicuramente ben nota a Wolfowitz, nella quale già si postulavano varie possibili fasi di evoluzione di un dominio imperiale neo-romano. Il problema è che Luttwak predilige il sistema degli Stati-clienti (i famosi proxies), con una dislocazione regionale di grossi nuclei di forze americane, pronte ad intervenire nel caso le forze dei clienti non fossero all’altezza della minaccia esterna, o i clienti stessi avessero problemi di ordine interno o di conflitti fra loro. Wolfowitz sta  invece passando alla fase due del modello strategico delineato da Luttwak, quella dell’occupazione militare diretta e degli Stati-fantoccio. Immaginiamo che sia Luttwak che Wolfowitz stiano facendo, fra l’altro, gli scongiuri, visto che, secondo lo schema dello stesso Luttwak, la terza fase – che dovrebbe logicamente seguire – è già ampiamente il principio della decomposizione dell’impero.

3. Fanno riflettere queste  altre  interessanti informazioni su Paul Wolfowitz.[9][9] 

Il nostro sarebbe vicino a Kissinger e Brzezinski e ad altre personalità conservatrici.

Wolfowitz è inoltre attivo nelle alte sfere dell’American Enterprise Institute, della New Atlantic Initiative, della Rand Corporation, dell’American-Israel Public Affairs Committee e del Washington Institute for Near East Policy. All’interno di quest’ultimo, è il principale responsabile di un rapporto sul Medio Oriente, redatto per l’attuale Amministrazione, il cui argomento centrale è la fine del processo di pace di Oslo e l’assunzione di un attitudine di confronto verso l’Iraq e la Siria.

Durante la guerra del Golfo del 1991, Wolfowitz si trovava in Israele. E’ il mentore di Richard Perle dell’American Entreprise Institute, vecchio funzionario del pentagono dell’epoca Reagan-Bush senior, sempre favorevole alla politica di confronto. Negli ultimi anni, Wolfowitz ha diretto  la House Policy Committee (HPC),  gruppo di studio dei parlamentari repubblicani al Congresso, che ha steso il rapporto del « Cox Committee »[10][10] sulla minaccia cinese.

Wolfowitz  è assurto a notorietà all’inizio degli anni 90  quando, già Vice Segretario alla Difesa, coordinò uno studio strategico del Pentagono, rimasto segreto fin quando il New York Times  lo ha pubblicato l’8 marzo 1992. Alcuni particolari sono stati ripresi nello Strategic Alert  del 12 e 19 marzo 1992. Secondo lo studio, a seguito della decomposizione dell’Unione Sovietica e della riunificazione tedesca, gli USA “debbono mantenere il meccanismo che permetta loro di dissuadere i concorrenti potenziali ad aspirare a un ruolo strategico regionale o globale più esteso. (…) La missione politica e militare dell’america per il dopo-Guerra Fredda consisterà nel fare in modo che nessuna superpotenza rivale possa emergere in Europa Occidentale, in Asia o nei territori dell’ex-Unione Sovietica « .

Notava all’epoca lo Strategic Alert  : « La dottrina Wolfowitz è la componente militare-strategica di una trilogia politica comprendente la dottrina  Thornburgh[11][11]  nell’àmbito del diritto internazionale e la dottrina Webster[12][12] per quanto concerne le operazioni di intelligence. La prima afferma che la legge americana si pone al di sopra del diritto internazionale quando gli interessi vitali, o pretesi tali, degli USA sono in gioco. La seconda considera gli alleati politico-militari degli USA come concorrenti economici, e autorizza operazioni di intelligence contro il Giappone, la Germania e altri paesi industrializzati.»

4. Poiché un uomo si riconosce anche dai suoi amici, parlando di Wolfowitz non si può trascurare il suo discepolo prediletto a Yale, I. Lewis Libby[13][13], anch’egli di origini ebraiche, capo dello staff del vicepresidente, Dick Cheney.
<< Durante il suo webcast dell’ 11 settembre scorso, Lyndon LaRouche[14][14]  ha utilizzato l’immagine di un guanto israeliano indossato dalla mano d’acciaio della corrente imperialista della classe dirigente americana. A detta di LaRouche,  questa simbiosi fra utopisti angloamericani nella tradizione di Bertrand Russell e discepoli idelogici di Vladimir Jabotinsky in Israele, rappresentati da Ariel Sharon o Benjamin Netanyahou – spinge per uno scontro di civiltà permanente che dovrebbe cominciare in Medio Oriente. 

La corrente in questione è una rete che ha infiltrato profondamente la burocrazia civile americana nell’entourage del ministro della Difesa Donald Rumsfeld, del vicepresidente Dick Cheney e del Dipartimento di Stato. Fra i mebri più influenti di questo circolo[15][15], si contano  Paul Wolfowitz, Richard Perle, David Wurmser, Doug Feith et John Bolton.  Gli stessi Rumsfeld  Cheney incarnano personalmente questa idea imperialista.

Segnaliamo anche il ruolo di un certo Lewis Libby, capo di gabinetto  di Cheney, nell’ufficio del quale ha messo in piedi una specie di  “consiglio nazionale di sicurezza-ombra”. Diventato un protetto di Paul Wolfowitz nel 1973 all’università di Yale, Libby ha occupato successivamente diversi posti di assistente di Wolfowitz al Dipartimento di Stato e al Pentagono durante le amministrazioni Reagan e Bush senior. Ha anche strette relazioni con gli ambienti vicini a Sharon in Israele, compresa la rete di spionaggio di Pollard[16][16].

Nel periodo dal 1985 al 2000, mentre non era ancora al governo, Libby è stato l’avvocato personale di Marc Rich, un imbroglione latitante perché accusato nel 1983 dal ministero della Giustizia americano per evasione fiscale e attività commerciali con il nemico. Rich era scappato dagli USA e si era trasferito in un lussuoso rifugio a Zug, in Svizzera. Secondo fonti isaeliane, Rich sarebbe attualmente indagato per versamenti illeciti di contributi a favore di Sharon durante l’ultima campagna elettorale in Israele. E’ stato inoltre coinvolto in operazioni equivoche in Russia, in Europa dell’Est e in Africa.

Per impedire a Sharon di scatenare una terza guerra mondiale in Medio-Oriente, è urgente aprire un’inchiesta sull’insieme di questo apparato clandestino che ha legami con Pollard, « di denunciarlo e di cacciarlo dal governo, e subito !”, dice LaRouche.>>

Francamente, LaRouche avrebbe fatto bene a precisare che l’apparato non è affatto clandestino, ma al massimo semi-ufficiale. In secondo luogo, non è il circolo imperialista ad avere legami con Pollard. Semmai è Pollard ad essere uno dei tanti, ben introdotti e sguscianti faccendieri ad essere opportunamente utilizzato dal circolo di cui sopra.

Può essere interessante notare che Libby, ufficiale di collegamento e uomo di struttura della cerchia in esame, è anche autore di un thriller: The Apprentice (L’apprendista), Graywolf, 1996. La storia è  ambientata nel 1903 in Giappone, e ne emerge una straordinaria conoscenza di quel paese.

5. Per completezza, riportiamo di seguito l’elenco dei partecipanti allo PNAC, così come appare nell’ultima pagina dello studio citato REBUILDING AMERICA’S DEFENSES – Strategy, Forces and Resources For a New Century, A Report of The Project for The New American Century, September 2000:

<<PROJECT PARTICIPANTS

Roger Barnett

U.S. Naval War College

Alvin Bernstein

National Defense University

Stephen Cambone

National Defense University

Eliot Cohen

Nitze School of Advanced International

Studies, Johns Hopkins University

Devon Gaffney Cross

Donors’ Forum for International Affairs

Thomas Donnelly

Project for the New American Century

David Epstein

Office of Secretary of Defense,

Net Assessment

David Fautua

Lt. Col., U.S. Army

Dan Goure

Center for Strategic and International Studies

Donald Kagan

Yale University

Fred Kagan

U. S. Military Academy at West Point

Robert Kagan

Carnegie Endowment for International Peace

Robert Killebrew

Col., USA (Ret.)

William Kristol

The Weekly Standard

Mark Lagon

Senate Foreign Relations Committee

James Lasswell

GAMA Corporation

I. Lewis Libby

Dechert Price & Rhoads

Robert Martinage

Center for Strategic and Budgetary

Assessment

Phil Meilinger

U.S. Naval War College

Mackubin Owens

U.S. Naval War College

Steve Rosen

Harvard University

Gary Schmitt

Project for the New American Century

Abram Shulsky

The RAND Corporation

Michael Vickers

Center for Strategic and Budgetary

Assessment

Barry Watts

Northrop Grumman Corporation

Paul Wolfowitz

Nitze School of Advanced International

Studies, Johns Hopkins University

Dov Zakheim

System Planning Corporation

The above list of individuals participated in at least one project meeting or contributed a paper for

discussion. The report is a product solely of the Project for the New American Century and does not necessarily represent the views of the project participants or their affiliated institutions[17][17].>>


[1][1] Fonte: www.defenselink.mil (sito del Governo americano)

[2][2] Dal giugno 2002, per l’editoriale Olimpia, esce il mensile DOSSIER INTELLIGENCE. In esso si trova regolarmente la pubblicità della sede bolognese della SAIS. Direttore responsabile è Vittorio di Cesare. Del Comitato scientifico fa parte la SAIS di Bologna. Nel n.4, settembre 2002, si nota la pressoché totale scomparsa dei collaboratori angloamericani che costituivano l’ossatura dei primi 3 numeri, a favore di esperti italiani più giovani. Si tratta comunque di una pubblicazione discretamente seria e di tono moderato.

[3][3] Nel testo inglese: policy. Indica una sequenza, un corso d’azione, non un’ideologia.

[4][4] Fonte: Thierry Meissan, L’incredibile menzogna, Fandango libri, Roma 2002, pp. 100-101 (ed. originale francese L’incroyable imposture, Aucun Avion ne s’est écrasé sur le Pentagone!, Editions Carnet 2002)

[5][5] Fonte:www.kelebekler.com. Da questo punto, e fino alla fine delle virgolette, riproduciamo il testo con alcune piccole variazioni redazionali, per soli motivi di leggibilità. La riproduzione è autorizzata dai curatori del sito, a condizione che se ne citi la fonte, come ben volentieri facciamo

[6][6] scaricabile in formato PDF dal sito dello PNAC

[7][7] anche perché analoghe osservazioni reative allo stesso periodo si possono fare, carte alla mano, per i rapporti fra industria bellica e classi politiche delle democrazie occidentali, nessuna esclusa

[8][8] Vedi sotto 

[9][9] Fonte www.solidariteetprogres.online.fr, 21 gennaio 2002.

[10][10] Cox Committee: istituito mel giugno 1997, presieduto dal senatore Cox, ha analizzato i rischi per la sicurezza nazionale degli USA legati al trasferimento di tecnologie in Cina eventualmente utilizzabili dalla PLA (Popular Liberation Army, Esercito Popolare di Liberazione, insomma l’esercito cinese)

[11][11] Thornborough, Richard: due volte governatore della Pennsylvania, procuratore generale degli Usa dal 1988 al 1991: ha più volte proposto, fra le alter cose, una politica di intervento e controllo su Internet

[12][12] Webster, Daniel: “Nel 1837, in seguito al sostegno dato da alcuni americani ad una ribellione in Canada, le forze britanniche attraversarono il confine e diedero fuoco alla nave Usa “Caroline”, spingendo il segretario di Stato Daniel Webster a formulare quella dottrina che doveva diventare il fondamento del diritto internazionale moderno: “Il rispetto per il carattere inviolabile del territorio degli stati indipendenti è la base essenziale della civiltà”; la forza può essere usata solo per l’autodifesa, quando la necessità “è immediata, schiacciante e non lascia né la possibilità di usare altri mezzi, né il tempo per riflettere”. Durante il processo di Norimberga ci si riferì proprio a quel principio per respingere la giustificazione dei comandanti nazisti che l’invasione della Norvegia era stata necessaria per prevenire un attacco degli Alleati alla Germania. Non c’è bisogno di spendere molte parole per sottolineare quanto gli Stati Uniti abbiano rispettato quella dottrina dal 1837 ai nostri giorni”.(Noam Chomsky)

[13][13] Fonte: www.solidariteetprogres.online.fr, 24 settembre 2002.

[14][14] Lyndon LaRouche, ex-marxista statunitense, personaggio controverso, pubblica un interessante Electronic Intelligence Weekly, reperibile al sito www.larouchepub.com

[15][15] Nel testo francese originale: cabale, dall’ebraico Kabbala

[16][16] Ex-analista civile dei servizi segreti della marina, Jonathan Pollard a metà degli anni ottanta si rese conto (dice lui) che certe informazioni non venivano passate ad Israele, contrariamente agli accordi vigenti fra quello sato e gli USA. Di lì sono cominciati i suoi guai. Nel 1985 viene arrestato in USA come spia di Israele. Per la versione dell’interessato, www.jonathanpollard.org. Per altri è un agente sovietico. Vicenda interessante: tocca una mezza dozzina di governi.

[17][17]Le persone sopra elencate hanno partecipato ad almeno una riunione del progetto o hanno contribuito a un documento di discussione. Lo studio è esclusivamente il risultato del Progetto per il Nuovo Secolo Americano e non rappresenta necessariamente l’opinione dei partecipanti o delle istituzioni cui essi  appartengono.


L’esercito dell’Europa non può vincere senza gli Usa
di Zbigniew Brzezinski

Anche se la nuova forza militare europea diventasse una realtà operativa
nel 2003 non potrà certo agire da sola se non votandosi alla sconfitta

Oggi l’Europa – nonostante il suo potere economico, la sua significativa integrazione economica e finanziaria, e il perdurare di una autentica amicizia transatlantica – è di fatto un protettorato militare degli Stati Uniti. Questa situazione genera necessariamente tensioni e risentimenti, soprattutto da quando la minaccia diretta verso l’Europa, che rese questa dipendenza alquanto sopportabile, si è notevolmente affievolita. Tuttavia non solo è una realtà che l’alleanza tra America e Europa sia disequilibrata ma è anche vero che l’attuale asimmetria di potere probabilmente aumenterà ancor più a favore dell’America. Questa asimmetria è dovuta sia alla forza senza precedenti dell’espansione economica dell’America che all’innovazione tecnologica di cui l’America è leader in campi diversi e complessi come la biotecnologia e l’informatica. Inoltre la rivoluzione tecnologica condotta dagli americani nel campo militare, non solo aumenta il raggio di influenza degli Stati Uniti, ma trasforma anche la natura e gli usi dello stesso potere militare. A prescindere da qualsiasi azione collettiva da parte degli Stati europei, è assai improbabile che nel prossimo futuro l’Europa riesca a colmare il divario militare che la separa dall’America.
Di conseguenza gli Stati Uniti rimarranno probabilmente l’unico vero potere globale per almeno un’altra generazione. E questo comporta che l’America sarà anche il membro dominante dell’alleanza transatlantica almeno per i primi venticinque anni del Ventunesimo secolo. Quindi il dibattito transatlantico non riguarderà tanto i cambiamenti fondamentali sulla natura del patto quanto piuttosto le tendenze previste, le relative implicazioni e le conseguenti ma più marginali modifiche. Detto questo non sarà necessario aggiungere che anche degli adattamenti progressivi potrebbero far nascere conflitti che sarebbe meglio evitare se si vuole che i rapporti tra Stati Uniti ed Europa rimangano costruttivi e con un reale spirito di cooperazione…. Chi in America decide la politica da seguire nei rapporti con l’Europa, dovrebbe tenere a mente una semplice regola: «non rendere l’ideale nemico del buono». L’ideale, per Washington, sarebbe un’Europa politicamente unita e membro fedele della Nato. Un’Europa che spenda quanto gli Stati Uniti per la difesa ma destinando queste spese quasi esclusivamente ad ampliare le capacità della Nato. Un’Europa disposta a far agire la Nato «fuori zona», per togliere il peso dei problemi globali dalle spalle degli Usa, e complice delle preferenze geopolitiche dell’America specialmente per quanto riguarda la Russia e il Medio Oriente. Infine, un’Europa compiacente su questioni che riguardano i mercati internazionali e la finanza. Il «buono» è un’Europa che si presenta come rivale economica, che amplia gradualmente la sua interdipendenza a scapito della vera indipendenza politica e militare, che riconosce i propri interessi nel tenere l’America coinvolta nelle sue periferie orientali; nonostante il fatto che sia comunque seccata della sua relativa dipendenza e che cerchi un’emancipazione graduale senza esserne completamente convinta.

Coloro che, negli Stati Uniti, decidono la politica da seguire devono riconoscere che in realtà «il buono» sta al servizio di importanti interessi americani. Dovrebbero tenere presente che iniziative come l’Esdi (European security and defence identity) riflettono la domanda europea di autostima, e che le lamentose ingiunzioni (una serie di «non si può» emanati dai dipartimenti di Stato e difesa) non fanno altro che intensificare i risentimenti europei e hanno la potenzialità di spingere Germania e Gran Bretagna nelle braccia della Francia. In aggiunta, l’opposizione alle iniziative europee da parte dell’America può solo convincere certi europei – ingiustamente – che la Nato è più importante per la sicurezza degli Stati Uniti che per la sicurezza dell’Europa. Infine, ma non meno importante, vista la realtà della scena europea, quelli posti dall’Esdi alla Nato non sono problemi di principio ma di metodo, e i problemi che riguardano il metodo non si risolvono in modo costruttivo trasformandoli in questioni di principio. Quindi, drammatici annunci di rottura sono controproducenti, hanno un che di teologico, e come tali minacciano di trasformare differenze superabili in dibattiti dottrinali. Si rifanno a dissensi passati all’interno della Nato che non hanno portato a nulla di buono, come l’iniziativa morta sul nascere della Forza nucleare multilaterale, nei primi anni Sessanta, che accelerò il programma nucleare francese. O, più di recente, nel 1999, gli sforzi americani per rinvigorire la Nato facendola diventare una sorta di alleanza globale, «fuori zona», iniziativa che cadde in pezzi con l’avvento della guerra in Kosovo. Dispute come queste distraggono da una realtà fondamentale: la Nato ha avuto un notevole successo, e il fatto che sia tutt’altro che perfetta non impone una revisione drammatica.
A questo punto bisognerebbe chiedersi: anche se la nuova forza europea diventasse una realtà nel 2003, dove e come potrà agire da sola? In quale contesto credibile si può immaginare un’Europa che agisca con decisione senza garanzie di sostegno da parte della Nato e senza una certa dipendenza sulle sue finanze? Immaginiamo un conflitto in Estonia, con il Cremlino che incita la minoranza russa e poi minaccia di intervenire, l’Europa non alzerebbe un dito senza il coinvolgimento diretto della Nato. Supponiamo che il Montenegro voglia l’indipendenza e che la Serbia lo invada, senza la partecipazione degli Stati Uniti è probabile che le forze europee verrebbero sconfitte. Mentre le tensioni sociali in piccole province europee – per esempio la Transilvania o persino la Corsica! – richiederebbero l’invio di forze di pace europee (come già è successo in Bosnia). Un intervento del genere non sarebbe certo l’esempio di una Europa diventata «un attore indipendente sullo scenario internazionale», per citare il ministro della Difesa francese Alain Richard… Gli Stati Uniti dovrebbero confermare il loro sostegno alla ricerca europea di una maggiore integrazione, anche se quel sostegno sarà essenzialmente retorico. Gli Stati Uniti hanno saggiamente evitato di identificarsi con l’opposizione conservatrice britannica all’unione politica e monetaria europea, e, ugualmente, dovrebbero anche evitare la tentazione saltuaria di mostrare una schadenfreude, un piacere perverso, quando l’Europa inciampa. L’America non deve temere l’emergere di una rivale proprio perché l’integrazione europea sarà lenta e perché il sistema governativo europeo non sarà come quello americano. Il rapporto fra le due sponde dell’Atlantico appare più come un matrimonio che riunisce differenze e convergenze rispettate dalle due parti – compresa una certa divisione del lavoro – ed entrambe di fatto servono e consolidare il rapporto. Questa è stata la situazione negli ultimi cinquant’anni e rimarrà tale per diverso tempo. Di fatto il carattere in evoluzione del sistema internazionale dovrebbe rafforzare i legami transatlantici. L’Europa e gli Stati Uniti insieme rappresentano quasi il quindici per cento della popolazione mondiale, e sono entrambi visti come isole di prosperità e di privilegio in un contesto globale irrequieto e in subbuglio. In quest’era di comunicazioni istantanee, una percezione di ineguaglianza si può tradurre rapidamente in ostilità politica verso coloro che sono invidiati. Quindi, sia i propri interessi che un senso di potenziale vulnerabilità dovrebbero continuare a fornire le basi per una duratura alleanza tra Stati Uniti ed Europa. La comunità europea, situata sulla sponda occidentale dell’Asia e in prossimità dell’Africa, è più esposta al crescente tumulto globale e ai rischi che ciò comporta di quanto lo sia l’America, più isolata geograficamente, più unita politicamente e con una maggiore potenza militare. L’Europa sarà più a rischio se uno sciovinismo politico motiverà di nuovo la politica estera della Russia, o anche nel caso che l’Africa o l’Asia sud-centrale vedessero un aggravarsi dei propri fallimenti sociali. Anche la proliferazione di armi nucleari di distruzione minaccia più l’Europa per la sua limitata capacità militare e per la prossimità geografica con Stati potenzialmente nemici. Per quanto si possa vedere, l’Europa avrà ancora bisogno dell’America per sentirsi realmente sicura. Allo stesso tempo, un rapporto più stretto con l’Europa legittima filosoficamente e definisce il ruolo globale dell’America. Crea una comunità di Stati democratici senza la quale gli Stati Uniti rimarrebbero solitari nel mondo. Mantenere, migliorare e specialmente ampliare questa comunità deve rimanere il compito più storicamente vitale dell’America, per poter «assicurarsi la benedizione della libertà per noi e per la nostra posterità».
© Fl – The National Interest (traduzione dall’inglese di Flavia Marcello)

Zbigniew Brzezinski


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