Fisicamente

di Roberto Renzetti

ARGENTINA 1890

Protezione degli interessi di Buenos Aires.

CILE 1891

I marines si scontrano con i ribelli nazionalisti.

HAITI 1891

Sconfitta della rivolta dei lavoratori neri sull’isola Navassa, reclamata dagli USA.

IDAHO 1892

L’esercito reprime lo sciopero dei minatori dell’argento.

HAWAII  1983-(?)

Il regno indipendente è rovesciato e le isole sono annesse.

CHICAGO 1894

Repressione dello sciopero dei ferrovieri, 34 morti.

NICARAGUA 1894

Per un mese viene occupata Bluefields.

CINA 1894-95

Sbarchi dei marines durante la guerra Sino-Giapponese.

COREA 1894-1896

I marines sono di stanza a Seul durante la guerra.

PANAMA 1895
 I marines sbarcano nella provincia colombiana.

NICARAGUA 1896
I marines sbarcano nel porto di Corinto.

CINA 1898-1900
 La rivolta dei Boxer è repressa da eserciti stranieri.

FILIPPINE 1898-1910(?)
 Sottratte agli spagnoli. Uccisi 600.000 filippini.

CUBA 1898-1902(?)
Sottratta agli spagnoli. Insediamento di una base della Marina.

PORTORICO 1898-(?)
 Sottratto agli spagnoli. L’occupazione continua.

GUAM 1898-(?)
 Sottratta agli spagnoli. Ancora usata come base.

MINNESOTA 1898-(?)
 L’esercito si scontra con i Chippewa presso Leech Lake.

NICARAGUA 1898
 I marines sbarcano nel porto di San Juan del Sur.

SAMOA 1899-(?)
 Battaglia per la successione al trono.

NICARAGUA 1899
 I marines sbarcano nel porto di Bluefields.

IDAHO 1899-1901
 L’esercito occupa la regione mineraria di Coeur d’Alene.

OKLAHOMA 1901
 L’esercito si scontra con gli indiani Creek in rivolta.

PANAMA 1901-1914
Separazione dalla Colombia 1903, annessione della zona del canale 1914-1999.

HONDURAS 1903
 I marines intervengono nella rivoluzione.

REPUBBLICA DOMINICANA 1903-1904
 Protezione degli interessi statunitensi durante la rivoluzione.

COREA 1904-1905
 Sbarchi dei marines durante la guerra russo-giapponese.

CUBA 1906-1909
 Sbarchi dei marines durante le elezioni democratiche.

NICARAGUA 1907
 Si installa un protettorato della “Diplomazia del dollaro”.

HONDURAS 1907
 Sbarco dei marines durante la guerra contro il Nicaragua.

PANAMA 1908
 I marines intervengono durante il confronto elettorale.

NICARAGUA 1910
 Sbarco dei marines a Bluefield e Corinto.

HONDURAS 1991
 Protezione degli interessi statunitensi durante la guerra civile.

CINA 1911-1941
 Occupazione e scontri.

CUBA 1912
 Protezione degli intereressi statunitensi all’Havana.

PANAMA 1912
 I marines sbarcano durante un periodo elettorale infuocato.

HONDURAS 1912
 I marines proteggono gli interessi economici statunitensi.

NICARAGUA 1912-1933
 20 anni di occupazione con bombardamenti e contro-guerriglia.

MESSICO 1913
 Evacuazione degli americani durante la rivoluzione.

REPUBBLICA DOMINICANA 1914
 Lotta contro i ribelli per Santo Domingo.

PANAMA 1908
 I marines intervengono durante il confronto elettorale.

NICARAGUA 1910
 Sbarco dei marines a Bluefield e Corinto.

HONDURAS 1991
 Protezione degli interessi statunitensi durante la guerra civile.

CINA 1911-1941
 Occupazione e scontri.

CUBA 1912
 Protezione degli intereressi statunitensi all’Havana.

PANAMA 1912
 I marines sbarcano durante un periodo elettorale infuocato.

HONDURAS 1912
 I marines proteggono gli interessi economici statunitensi.

NICARAGUA 1912-1933
 20 anni di occupazione con bombardamenti e contro-guerriglia.

MESSICO 1913
 Evacuazione degli americani durante la rivoluzione.

REPUBBLICA DOMINICANA 1914
 Lotta contro i ribelli per Santo Domingo.

COLORADO 1914
 Soffocamento dello sciopero dei minatori con l’esercito.

MESSICO 1914-1918
 Serie di interventi contro i nazionalisti.

HAITI 1914-1934
 19 anni di occupazione e bombardamenti in seguito alle rivolte.

REPUBBLICA DOMINICANA 1916-1924
 8 anni d’occupazione dei marines.

CUBA 1917-1933
 Occupazione militare, protettorato economico.

PRIMA GUERRA MONDIALE 1917-1918
 Affondamento di navi (gli Usa inventano il Lusitania), guerra contro la Germania.

RUSSIA 1918-1922
 5 sbarchi per contrastare i bolscevichi

PANAMA  1918-1920
 “Azioni di polizia” durante i disordini post-elettorali.

JUGOSLAVIA 1919
 I marines intervengono a favore dell’Italia contro i serbi in Dalmazia.

HONDURAS 1919
 Sbarco dei marines durante la campagna elettorale.

GUATEMALA 1920
 Intervento di due settimane contro i sindacalisti.

VIRGINIA OCCIDENTALE 1920-1921
 L’esercito interviene contro i minatori ed addirittura bombarda

TURCHIA 1922
 Combattimenti contro i nazionalisti a Smirne (Izmir).

CINA 1922-1927
 Spiegamento di forze durante la rivolta nazionalista.

HONDURAS 1924-1925
 2 sbarchi durante lo scontro elettorale.

PANAMA 1925
 I marines soffocano lo sciopero generale.

CINA 1927-1934
 Marines di stanza in tutto il paese.

EL SALVADOR 1932
 Invio di navi da guerra durante la rivolta di Farabundo Martí.

WASHINGTON 1932
 L’esercito blocca la protesta dei veterani della prima guerra mondiale che reclamano la gratifica straordinaria.

SECONDA GUERRA MONDIALE 1941-1945
Molti studiosi iniziano ad indagare Pearl Harbor come uno strumento per intervenire. prima guerra nucleare.

PORTORICO 1950
Operazione di commando
Repressione della rivolta indipendentista a Ponce.

COREA 1950-1953
minaccia atomica nel 1950, e vs. Cina nel 1953.

IRAN 1953
Operazione di commando
La CIA rovescia la democrazia e installa lo scià.

VIETNAM 1954
 Minaccia nucleare
Vengono offerte alla Francia bombe da usare contro l’assedio.

GUATEMALA 1954
Operazione di commando, bombardamenti, minaccia nucleare
La CIA dirige l’invasione degli esiliati in seguito alla nazionalizzazione di terre di imprese statunitensi da parte del nuovo governo; le basi dei bombardieri sono in Nicaragua.

EGITTO 1956
Minaccia nucleare
Si intima ai sovietici di tenersi fuori dalla crisi del canale di Suez; i marines evacuano gli stranieri

LIBANO 1958
 Occupazione dei marines contro i ribelli.

IRAQ 1958
Minaccia nucleare
Avvertimento all’Iraq perché non invada il Kuwait.

CINA1958

Minaccia nucleare
Si intima alla Cina di non procedere contro Taiwan.

PANAMA 1958
 La protesta delle bandiere sfocia in confronti.

VIETNAM 1960-1975
Invenzione del Tonchino. Guerra contro il Vietnam del Sud e il Vietnam del Nord; 1-2 milioni di morti nella guerra più lunga degli Stati Uniti; minaccia atomica nel 1968 e 1969.

CUBA 1961
Operazione di commando
L’invasione degli esiliati diretta dalla CIA fallisce.

GERMANIA 1961
Minaccia nucleare
Allerta durante la crisi del muro di Berlino.

CUBA 1962
Minaccia nucleare,
Blocco navale durante la crisi dei missili; quasi-guerra con l’URSS.

LAOS 1962
Operazione di commando
Incremento di forze militari durante la guerriglia.

PANAMA 1964
 Alcuni panamensi che sollecitano la restituzione del canale sono uccisi.

INDONESIA 1965
Operazione di commando
Un milione di vittime nel colpo di stato militare assistito dalla CIA.

REPUBBLICA DOMINICANA 1965-1966
Bombardamenti
Sbarco dei marines durante la campagna elettorale.

GUATEMALA 1966-1967
Operazione di commando
I Berretti Verdi intervengono contro i ribelli.

DETROIT 1967
 L’esercito si scontra con la popolazione di colore, 43 vittime.

STATI UNITI 1968
 Dopo l’assassinio di M.L. King; più di 21.000 soldati mantengono l’ordine nelle varie città.

CAMBOGIA 1969-1975
Bombardamenti, truppe, navi
Circa 2 milioni di morti in una decade di bombardamenti, fame, e caos politico.

OMAN 1970
Operazione di commando
Gli USA dirigono l’invasione della marina iraniana.

LAOS 1971-1973
Operazione di commando, bombardamenti
Gli USA dirigono l’invasione sud-vietnamita; bombardamenti a tappeto della campagna.

SUD DAKOTA 1973
Operazione di commando
L’esercito dirige l’assedio di Wounded Knee occupata dagli indiani Lakota.

MEDIORIENTE 1973
Minaccia nucleare. Allerta mondiale durante la guerra mediorientale.

CILE 1973
Operazione di commando
Il colpo di stato spalleggiato dalla CIA depone il presidente  Allende eletto in democratiche elezioni

CAMBOGIA 1975
Bombardamenti
Nave catturata con l’impiego di gas tossici, 28 vittime di un incidente di elicottero.

ANGOLA 1976-1992
Operazione di commando. La CIA aiuta i ribelli appoggiati dal Sud Africa.

IRAN 1980
Minaccia nucleare, tentativo fallito di bombardamento
Raid per liberare gli ostaggi dell’ambasciata; 8 soldati muoiono nell’incidente di elicottero. Minacce all’Unione Sovietica perché non appoggi la rivoluzione.

LIBIA 1981
Navi, aerei
Due jet libici sono abbattuti durante le manovre navali.

EL SALVADOR 1981-1992
Operazione di commando
Consiglieri, controllo aereo in aiuto alla guerra contro i ribelli, soldati coinvolti in un breve scontro con ostaggi.

NICARAGUA 1981-1990
Operazione di commando
La CIA dirige l’invasione degli esiliati (Contras), colloca mine nei porti contro la rivoluzione.

LIBANO 1982-1984
Navi, bombardamenti, truppe
I marines espellono l’OLP e appoggiano i falangisti, la marina bombarda le posizioni musulmane e siriane.

HONDURAS 1983-1989
 Le manovre permettono di costruire basi vicino ai confini.

GRENADA 1983-1984
 Invasione 4 anni dopo la rivoluzione.

IRAN 1984
 Due aerei iraniani sono abbattuti nel Golfo Persico.

LIBIA 1986
Bombardamenti, navi. Attacchi aerei per rovesciare il governo nazionalista.

BOLIVIA 1986
 L’esercito dirige i raids nella regione della cocaina.

IRAN 1987-1988
Navi, bombardamenti
Gli USA intervengono a lato dell’Iraq nella guerra tra i due paesi.

LIBIA 1989
Abbattimento di due aerei libici.

ISOLE VERGINI 1989
 Disordini tra la polazione nera di St. Croix dopo l’uragano: intervento dei marines

FIILIPPINE 1989
 Copertura aerea fornita al governo contro il colpo di stato.

PANAMA 1989-1990
Bombardamenti. Il governo nazionalista è rovesciato da 27.000 soldati, i leaders sono arrestati, le vittime sono più di 2000.

LIBERIA 1990
 Evacuazione degli stranieri durante la guerra civile.

ARABIA SAUDITA 1990-1991
 Offensiva contro l’Iraq in risposta all’invasione del Kuwait; 540,000 soldati di stanza in Oman, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Israele.

IRAQ 1990-?
Bombardamenti, truppe, navi
Blocco navale dei porti iracheni e giordani, attacchi aerei; più di 200.000 morti nell’invasione di Iraq e Kuwait; zona no-fly nel Nord curdo e nel Sud sciita, distruzione in larga-scala della forza militare irachena.

KUWAIT 1991
Navi, bombardamenti, truppe
La famiglia reale kuwaitiana è ristabilita sul trono.

LOS ANGELES 1992
 L’esercito e la marina spiegati contro la rivolta anti-polizia.

SOMALIA 1992-1994
Occupazione delle Nazioni Unite guidate dagli USA durante la guerra civile; raids contro una fazione a Mogadiscio.

YUGOSLAVIA 1992-1994
 Blocco navale della Nato su Serbia e Montenegro.

BOSNIA 1993-95
Aerei, bombardamenti
Pattugliamento della zona no-fly zone durante la guerra civile; abbattimento di aerei, bombardamenti dei serbi.

HAITI 1994-96
Blocco navale contro il governo militare; le truppe riportano in carica il presidente Aristide a tre anni dal colpo di stato.

CROAZIA 1995
Bombardamenti
Attacco agli aereoporti della Krajina serba prima dell’offensiva croata.

ZAIRE (CONGO) 1996-97
 Marines nei campi profughi degli Hutu ruandesi, nella zona dove ha inizio la rivoluzione del Congo.

ALBANIA 1997
 Soldati sotto tiro durante l’evacuazione degli stranieri.

SUDAN 1998
Missili. Attacco di una fabbrica farmaceutica accusata di produrre gas nervino per i terroristi.

AFGANISTAN 1998
Missili. Attacco ad un ex campo di addestramento della CIA usato da gruppi di fondamentalisti islamici accusati di aver attaccato le ambasciate.

IRAQ 1998-?
Bombardamenti, missili
Quattro giorni di attacchi aerei intensivi dopo che gli ispettori per gli armamenti hanno accusato di ostruzionismo gli iracheni.

YUGOSLAVIA 1999-?
Bombardamenti, missili
Pesanti attacchi aerei dopo il rifiuto della Serbia di ritirarsi dal Kossovo.

MACEDONIA 2001

Le truppe della NATO trasferiscono e disarmano parzialmente i ribelli albanesi.

AFGANISTAN 2001
Massiccia mobilitazione degli USA per attaccare i Taliban e Bin Laden. LA guerra potrebbe estendersi all’Iraq, al Sudan e oltre. (I primi bombardamenti sono iniziati il 7 ottobre 2001. Molte città afgane sono sottoposte a attacchi aerei. La storia continua).  

IRAQ 2003


Una breve storia degli interventi degli Stati Uniti, dal 1945 al presente

di William Blum

La macchina della politica estera americana è stata alimentata non da una devozione a qualsivoglia tipo di moralità, ma piuttosto dalla necessità di servire altri imperativi, che possono essere riassunti qui di seguito:
1) rendere il mondo sicuro per le multinazionali americane;
2) abbellire i rendiconti finanziari degli imprenditori della difesa a casa che hanno contribuito generosamente nei confronti di membri del congresso;
3) impedire il sorgere di qualsiasi società che possa fare da esempio riuscito di un modello alternativo a quello capitalista;
4) estendere l’egemonia politica ed economica su di un’area la più ampia possibile, come si addice ad una “grande potenza”.
Tutto questo in nome di combattere una supposta crociata morale contro ciò che freddi guerrieri si sono convinti essere, e hanno convinto il popolo americano, l’esistenza di una malvagia Cospirazione Comunista Internazionale, che in realtà non è mai esistita, malvagia o no.
Gli Stati Uniti sono intervenuti in modo estremamente grave in più di 70 nazioni in questo periodo. Tra queste vi sono le seguenti:
Cina 1945-49: intervenuti in una guerra civile, prendendo le parti di Chiang Kai-shek contro i comunisti, anche se gli ultimi erano stati nella guerra mondiale un alleato degli Stati Uniti più vicino. Gli Stati Uniti si servirono dei soldati giapponesi sconfitti per combattere dalla loro parte. I comunisti costrinsero Chiang a scappare a Taiwan nel 1949.
Usando ogni trucco disponibile, gli USA interferirono nelle elezioni per impedire al Partito Comunista di assumere il potere in modo legale e onesto. Questa perversione della democrazia fu fatta in nome del “salvare la democrazia” in Italia. I Comunisti persero. Per i successivi decenni, la CIA, insieme con le multinazionali americane, continuò ad intervenire nelle elezioni italiane, versando centinaia di milioni di dollari e molta guerra psicologica per bloccare lo spettro che stava tormentando l’Europa.
Grecia 1947-49: intervenuti in una guerra civile, prendendo le parti dei neofascisti contro la sinistra greca che aveva combattuto i nazisti coraggiosamente. I neofascisti vinsero e istituirono un regime molto brutale, per il quale la CIA creò una nuova agenzia di sicurezza interna, KYP. Nel giro di poco, la KYP stava portando a termine ovunque tutte le accattivanti pratiche di polizia segreta, inclusa la tortura sistematica.
Filippine 1945-53: le forze armate USA combatterono contro le forze di sinistra (Huks) anche mentre gli Huks stavano ancora combattendo contro gli invasori giapponesi. Dopo la guerra, gli USA continuarono la loro lotta contro gli Huks, sconfiggendoli, e poi installando una serie di fantocci come presidente, culminando nella dittatura di Ferdinando Marcos.
Corea del Sud 1945-53: dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti soppressero le popolari forze progressiste in favore dei conservatori che avevano collaborato con i giapponesi. Questo portò ad una lunga era di governi corrotti, reazionari e brutali.
Albania 1949-53: gli USA e la Gran Bretagna cercarono di rovesciare il governo comunista e installarne uno nuovo che sarebbe stato pro-occidentale e composto in larga misura da monarchici e collaboratori dei fascisti italiani e dei nazisti.
Germania anni 50: la CIA orchestrò un’ampia campagna di sabotaggio, terrorismo, trucchi sporchi e guerra psicologica contro la Germania dell’Est. Questo fu uno dei fattori che portarono alla costruzione del muro di Berlino nel 1961.
Iran 1953: il Primo Ministro Mossadegh fu destituito in un’operazione congiunta USA e Britannica. Mossadegh era stato eletto da una larga maggioranza del parlamento, ma aveva commesso il fatale errore di guidare il movimento per la nazionalizzazione di una ditta di petrolio di proprietà britannica, la sola industria petrolifera operante in Iran. Il colpo di stato ripristinò a potere assoluto la Shah e iniziò un periodo di 25 anni di repressione e tortura, con l’industria petrolifera restituita a proprietà straniera, come segue: la Gran Bretagna e gli USA, ciascun il 40%, altre nazioni il 20%.
Guatemala 1953- anni 90: un colpo di stato organizzato dalla CIA rovesciò il governo democraticamente eletto e progressista di Jacobo Arbenz, dando inizio a 40 anni di squadroni della morte, torture, sparizioni, esecuzioni di massa, e crudeltà inimmaginabili, per un totale di 100.000 vittime -indiscutibilmente uno dei capitoli più disumani del ventesimo secolo. Arbenz aveva nazionalizzato la ditta USA, United Fruit Company, che aveva legami strettissimi con l’élite di potere americana. Come giustificazione per il colpo di stato, Washington dichiarò che il Guatemala era stato sul punto di essere occupato dai sovietici, quando in realtà i russi avevano così poco interesse per il paese che non avevano neppure mantenuto relazioni diplomatiche. Il vero problema agli occhi di Washington, oltre alla United Fruit, era il pericolo che la democrazia sociale del Guatemala potesse estendersi ad altri paesi dell’America Latina.
Medio Oriente 1956-58: la Dottrina di Eisenhower affermava che gli Stati Uniti “sono pronti ad usare le forze armate per assistere” qualsiasi paese del Medio Oriente “che richieda assistenza contro l’aggressione armata da qualsiasi paese controllato dal comunismo internazionale”. La traduzione inglese di questo era che a nessuno era permesso dominare o avere un’influenza eccessiva sul medio oriente e sui suoi campi di petrolio eccetto agli Stati Uniti e che chiunque ci avesse provato sarebbe stato per definizione “comunista”. Attenendosi a questa politica, gli Stati Uniti cercarono due volte di rovesciare il governo siriano, misero in scena diverse dimostrazioni di forza nel Mediterraneo per intimidire i movimenti oppositori dei governi appoggiati dagli USA in Giordania ed in Libano, fecero atterrare 14.000 truppe in Libano e cospirarono per la destituzione o l’assassinio di Nasser d’Egitto e del suo problematico nazionalismo medio-orientale.
Indonesia 1957-58: Sukarno, come Nasser, era il tipo di leader del Terzo Mondo che gli Stati Uniti non potevano sopportare. Egli prese l’essere neutrale nella guerra fredda seriamente, facendo viaggi in Unione Sovietica e in Cina (sebbene anche alla Casa Bianca). Nazionalizzò molte holding private di olandesi, l’ex potenza coloniale. E si rifiutò di dare un giro di vite al partito comunista indonesiano, che stava percorrendo la strada legale e pacifica e otteneva impressionanti successi elettorali. Tali politiche potevano benissimo dare ad altri leader del Terzo Mondo delle “idee sbagliate”. Quindi fu la CIA che iniziò a gettare denaro nelle elezioni, a tramare l’assassinio di Sukarno, che cercò di ricattarlo con un falso film di sesso, e unì le forze con ufficiali militari dissidenti per muovere una guerra a larga scala contro il governo. Sukarno sopravvisse.
Guyana Britannica/Guyana, 1953-64: Per 11 anni, due delle più vecchie democrazie del mondo, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, arrivarono al punto di impedire ad un leader democraticamente eletto di occupare la sua carica. Cheddi Jagan era un altro leader del Terzo Mondo che cercò di rimanere neutrale e indipendente. Fu eletto tre volte. Sebbene di sinistra – più di Sukarno o Arbenz- le sue politiche in carica non erano rivoluzionarie. Ma ciò nonostante era un uomo marchiato poiché rappresentava la più grande paura di Washington: costruire una società che poteva essere un esempio riuscito di un modello alternativo al capitalismo. Utilizzando un’ampia varietà di tattiche – da scioperi generali e disinformazione a terrorismo e legalismi britannici, gli USA e la Gran Bretagna alla fine si liberarono di Jagan nel 1964. John F.Kennedy dette l’ordine diretto per la sua espulsione, così come, presumibilmente, aveva fatto Eisenhower.
Uno dei paesi più ricchi nella regione sotto Jagan, la Guyana, con gli anni 80, era uno dei più poveri. La sua principale esportazione divennero le persone.
Vietnam, 1950-73: La discesa scoscesa iniziò con lo schierarsi con la Francia, ex colonizzatori e collaboratori dei giapponesi, contro Ho Chi Minh ed i suoi seguaci che avevano lavorato a fianco degli sforzi di guerra degli Alleati e ammiravano tutte le cose americane. Ho Chi Minh era, dopo tutto, un tipo di comunista. Aveva scritto diverse lettere al presidente Truman e al Dipartimento di Stato chiedendo l’aiuto dell’America per vincere l’indipendenza vietnamita dai francesi e trovare una soluzione pacifica per il suo paese. Tutte le sue implorazioni furono ignorate. Perché era un tipo di comunista. Ho Chi Minh modellò la nuova dichiarazione di indipendenza vietnamita sulla base di quella americana, cominciando con “Tutti gli uomini sono creati uguali. Essi sono dotati dal Creatore di …” Ma questo non contava niente a Washington. Ho Chi Minh era un certo tipo di comunista.
Ventitré anni, e più di un milione di morti, gli Stati Uniti ritirarono le proprie forze militari dal Vietnam. La maggioranza delle persone dice che gli USA persero la guerra. Ma distruggendo il Vietnam fino al midollo, e avvelenando la terra e il gruppo genetico, Washington aveva in realtà ottenuto il suo scopo principale: prevenire ciò che poteva essere stato il sorgere di un’alternativa di buon sviluppo per l’Asia. Ho Chi Minh era, dopo tutto, un certo tipo di comunista.
Cambogia 1955-1973: Il principe Sihanouk, un altro leader che non desiderava essere un cliente americano. Dopo molti anni di ostilità verso il suo regime, inclusi piani di assassinio e gli ignobili Nixon/Kissinger “bombardamenti a tappeto” segreti del 1969-70, Washington alla fine destituì Sihanouk in un colpo di stato del 1970. Questo era tutto ciò che era necessario per spingere Pol Pot e le sue forze Khmer rosse ad entrare nella rissa. Cinque anni dopo, presero il potere. Ma cinque anni di bombardamenti americani avevano provocato la sparizione dell’economia tradizionale della Cambogia. La vecchia Cambogia era stata distrutta per sempre.
Incredibilmente, i Khmer rossi dovevano infliggere una miseria anche più grande a questo paese infelice. Per aggiungere dell’ironia, gli Stati Uniti appoggiarono Pol Pot, militarmente e diplomaticamente, dopo la loro seguente sconfitta con i vietnamiti.
Congo/Zaire 1960-65: Nel giugno del 1960, Patrice Lumumba divenne il primo ministro del Congo dopo l’indipendenza dal Belgio. Ma il Belgio trattenne la sua vasta ricchezza mineraria nella provincia di Katanga, ed i prominenti ufficiali dell’amministrazione Eisenhower avevano legami finanziari con la stessa ricchezza e Lumumba, alle cerimonie del giorno dell’indipendenza di fronte ad una massa di dignitari stranieri, richiese l’economia della nazione così come la sua liberazione politica e narrò di una lista di ingiustizie contro i nativi perpetrate dai proprietari bianchi del paese. Il povero uomo era ovviamente condannato.
Undici giorni dopo, la provincia di Katanga si staccò, Lumumba fu destituito a settembre dal presidente su istigazione degli Stati Uniti, e nel gennaio del 1961 fu assassinato su espressa richiesta di Dwight Eisenhower. Seguirono diversi anni di conflitto civile e caos e l’ascesa al potere di Mobutu Sese Seko, un uomo non sconosciuto alla CIA. Mobutu continuò a governare il paese per più di 30 anni, con un livello di corruzione e di crudeltà che sbalordì anche i suoi manovratori della CIA. La popolazione dello Zaire visse in povertà abietta nonostante l’abbondante ricchezza naturale, mentre Mobutu divenne un multimiliardario.
Brasile 1961-64: il Presidente Joao Goulart era colpevole dei soliti crimini: prese una posizione indipendente in politica estera, restaurando rapporti con i paesi socialisti e opponendo le sanzioni contro Cuba; la sua amministrazione passò una legge che limitava l’ammontare dei profitti che le multinazionali potevano inviare al di fuori del paese; una sussidiaria di ITT venne nazionalizzata; egli promosse riforme economiche e sociali. E il procuratore generale Robert Kennedy si trovò a disagio di fronte a Goulard che permetteva ai “comunisti” di occupare posizioni nelle agenzie di governo. Tuttavia l’uomo non era un radicale. Era un proprietario terriero miliardario e un cattolico che indossava una medaglia della Vergine al collo. Ciò, tuttavia, non fu abbastanza a salvarlo. Nel 1964, fu destituito in un colpo di stato militare che aveva un profondo, segreto coinvolgimento americano. La linea ufficiale di Washington fu … sì, è una sfortuna che la democrazia sia stata rovesciata in Brasile… ma, ciò nonostante, il paese è stato salvato dal comunismo.
Per i successivi 15 anni, tutte le caratteristiche della dittatura militare che l’America Latina conobbe e amò furono istituite: il Congresso fu chiuso, l’opposizione politica fu ridotta a estinzione virtuale, l’habeas corpus per “crimini politici” fu sospeso, la critica al presidente fu vietata per legge, gli uomini del governo presero il controllo dei sindacati dei lavoratori, alle crescenti proteste si rispose con la polizia e lo sparare dei militari sulle folle, le case dei contadini furono bruciate, i preti brutalizzati … sparizioni, squadroni delle morte, un livello e una depravazione notevole di tortura… il governo aveva un nome per il suo programma: la “riabilitazione morale” del Brasile.
Washington era molto compiaciuto. Il Brasile ruppe le relazioni con Cuba e divenne uno degli alleati più affidabili degli Stati Uniti in America Latina.
Repubblica Dominicana, 1963-66: Nel febbraio del 1963, Juan Bosch assunse la carica come il primo presidente della Repubblica Dominicana eletto democraticamente dal 1924. Qui finalmente fu l’anticomunismo liberale di John F. Kennedy che contrastò l’accusa che gli USA appoggiavano solo dittature militari. Il governo di Bosch doveva essere la tanto cercata “dimostrazione di democrazia” che avrebbe smentito Fidel Castro. Gli fu dato un grandioso trattamento a Washington poco prima che assumesse la carica.
Bosch era fedele alle sue convinzioni. Egli richiese la riforma terriera; alloggi a basso affitto; modesta nazionalizzazione delle imprese; e investimento straniero purché non sfruttasse eccessivamente il paese; e altre politiche che costituivano il programma di ogni leader liberale del Terzo Mondo serio riguardo al cambiamento sociale. Era inoltre serio riguardo a quella cosa chiamata libertà civili: Comunisti, o quelli etichettati come tali, non dovevano essere perseguitati a meno che non violassero realmente la legge.
Un numero di ufficiali americani e uomini del congresso espressero il loro disagio con i piani di Bosch, e con la sua posizione di indipendenza dagli Stati Uniti. La riforma terriera e la nazionalizzazione sono sempre argomenti sensibili a Washington, roba di cui il “socialismo strisciante” è fatto. Da diverse parti della stampa USA Bosch venne canzonato come “rosso”.
A settembre, gli stivali militari cominciarono a marciare. Bosch era fuori. Gli Stati Uniti, che potrebbero scoraggiare un colpo di stato militare in America Latina con un battito di ciglia, non fecero niente.
Diciannove mesi più tardi, scoppiò una rivolta che prometteva di riportare l’esiliato Bosch al potere. Gli Stati Uniti mandarono 23.000 truppe per aiutare a soffocarla.
Cuba 1959 fino ad oggi: Fidel Castro arrivò al potere all’inizio del 1959. Una riunione del Consiglio di Sicurezza USA del 10 marzo del 1959 incluse nell’agenda la possibilità di portare “al potere a Cuba un altro governo”. Seguirono 40 anni di attacchi terroristici, bombardamenti, invasione militare su piena scala, sanzioni, embarghi, isolamento, assassini … Cuba aveva portato a termine la Rivoluzione Imperdonabile, una minaccia molto grave di stabilire un “buon esempio” in America Latina.
La parte più triste di questo è che il mondo non saprà mai che tipo di società Cuba avrebbe potuto produrre se lasciata sola, se non costantemente sotto tiro e sotto la minaccia dell’invasione, se le fosse stato permesso di rilassare il suo controllo a casa. L’idealismo, la visione, il talento, l’internazionalismo erano tutti lì. Ma non lo sapremo mai. E questa certo era l’idea.
Indonesia 1965: Una serie complessa di eventi, che coinvolgevano un supposto tentativo di colpo di stato, un contro-colpo, e forse un contro-contro-colpo, con le impronte digitali americane visibili in vari punti, risultò nell’espulsione dal potere di Sukarno e la sua sostituzione attraverso un colpo di stato militare con il generale Suharto. Il massacro che iniziò immediatamente – di comunisti, simpatizzanti comunisti, sospetti comunisti, simpatizzanti sospetti comunisti, e nessuno di cui sopra – fu chiamato dal New York Times “uno dei più selvaggi assassini di massa della storia politica moderna”. Le stime del numero di uccisi nel corso di alcuni anni cominciano dal mezzo milione e arrivano ad oltre un milione.
Più tardi si venne a sapere che l’ambasciata USA aveva compilato delle liste di spie “comuniste”, dagli scaglioni alti ai quadri dei villaggi, circa 5.000 nomi, e consegnate al controllo dell’esercito, che in seguito dette la caccia a queste persone e le uccise. Gli americani poi spuntavano dalla lista i nomi di quelli che erano stati uccisi o catturati. “Fu proprio un grande aiuto per l’esercito. Probabilmente uccisero molte persone ed io probabilmente ho molto sangue sulle mie mani”, disse un diplomatico USA. “Ma non è tutto cattivo. C’è un tempo quando in un momento decisivo devi colpire duro “.
Cile, 1964-73: Salvador Allende era il peggiore scenario possibile per un imperialista di Washington. Poteva immaginare solo una cosa peggiore di un marxista al potere-un marxista eletto al potere, che onorava la costituzione e diventava sempre più popolare. Questo scosse le pietre fondanti sopra le quali la torre anticomunista fu costruita: la dottrina, coltivata scrupolosamente per decenni, che i “comunisti” possono prendere il potere solo attraverso la forza e l’inganno, che posso mantenerla solo attraverso il terrorizzare e il lavaggio del cervello della popolazione.
Dopo aver sabotato il tentativo elettorale di Allende nel 1964 e avendo fallito nel 1970, nonostante i loro migliori sforzi, la CIA ed il resto della macchina americana di politica estera non lasciarono nulla di intentato nel tentativo di destabilizzare il governo Allende nei seguenti tre anni, prestando particolare attenzione alla costruzione di un’ostilità militare. Alla fine, nel settembre del 1973, i militari rovesciarono il governo, con Allende che morì nel corso degli eventi.
Fu così che chiusero il paese al mondo esterno per una settimana, mentre i carri armati roteavano e i soldati buttavano giù le porte; gli stadi risuonarono con i suoni delle esecuzioni e i corpi si ammucchiavano lungo le strade e galleggiavano nel fiume; i centri di tortura aprirono per affari; i libri sovversivi furono gettati nei falò; i soldati fendevano i pantaloni delle donne, gridando che “In Cile le donne indossano abiti!”; i poveri ritornarono al loro stato naturale; e gli uomini del mondo a Washington e nelle aule della finanza internazionale aprirono i loro libri di controllo. Alla fine, più di 3.000 furono quelli giustiziati, migliaia ancora torturati o spariti.
Grecia 1964-74: Il colpo di stato militare ebbe luogo nell’aprile del 1967, proprio due giorni prima dell’inizio della campagna per le elezioni nazionali, elezioni che sembrava certo avrebbero riportato il veterano leader liberale George Papandreou alla carica di primo ministro. Papandreou era stato eletto nel febbraio del 1964 con l’unica maggioranza assoluta nella storia delle elezioni delle Grecia moderna. Le riuscite macchinazioni per spodestarlo erano iniziate subito, uno sforzo in comune della Royal Court, le forze militari greche e quelle americane insieme alla CIA di stazione in Grecia. Il colpo di stato del 1967 fu seguito immediatamente dalla tradizionale legge marziale, la censura, gli arresti, i pestaggi, la tortura e le uccisioni, un totale di 8.000 vittime nel primo mese. Questo fu accompagnato dall’ugualmente tradizionale dichiarazione che tutto ciò veniva fatto per salvare la nazione da una “presa di potere comunista”. Le influenze travianti e sovversive nella vita greca dovevano essere rimosse. Tra queste c’erano le minigonne, i capelli lunghi e i giornali stranieri; il frequentare la chiesa per i giovani era obbligatorio.
Fu, tuttavia, la tortura a marchiare più indelebilmente i sette anni di incubo greco. James Becket, un avvocato americano mandato in Grecia da Amnesty International, scrisse nel dicembre del 1969 che “una stima conservatrice porrebbe a non meno di duemila” il numero delle persone torturate, solitamente nei modi più raccapriccianti, spesso con equipaggiamento fornito dagli Stati Uniti.
Becket riportò ciò che segue:
Centinaia di prigionieri hanno ascoltato il piccolo discorso dell’ispettore Basil Lambrou, che siede dietro la sua scrivania su cui si trova il simbolo rosso, bianco e blu della mano stretta dell’aiuto americano. Egli cerca di dimostrare al prigioniero l’assoluta futilità della resistenza: “Ti rendi ridicolo pensando di fare qualcosa. Il mondo è diviso in due. Da quella parte ci sono i comunisti e da questa il mondo libero. I Russi e gli Americani, nessun altro. Che cosa siamo noi? Americani. Dietro a me c’è il governo, dietro il governo la NATO, dietro la NATO gli USA. Non puoi combatterci, siamo americani.”
George Papandreou non era un radicale. Egli era un tipo liberale anticomunista. Ma suo figlio Andreas, erede in linea diretta, quando era ancora piccolo alla sinistra del padre non aveva mascherato il suo desiderio di portare la Grecia fuori dalla guerra fredda e aveva messo in questione il rimanere nella NATO, o almeno come satellite degli Stati Uniti.
Timor Est, 1975 fino al presente: nel dicembre del 1975, l’Indonesia invase Timor Est, che si trova al confine est dell’arcipelago indonesiano e che aveva proclamato la propria indipendenza dopo che il Portogallo aveva abbandonato il controllo. L’invasione fu lanciata il giorno dopo che il presidente USA Gerald Ford ed il segretario di stato Henry Kissinger avevano lasciato l’Indonesia dopo avere dato a Suharto il permesso di usare armi americane, che, sotto la legge USA, non potevano essere usate per aggredire. L’Indonesia era lo strumento di maggior valore per Washington nell’Asia sudorientale.
Amnesty International stimò che al 1989, le truppe indonesiane, con lo scopo di annettere con la forza Timor Est, avevano ucciso 200.000 persone su di una popolazione tra i 600.000 e 700.000. Gli Stati Uniti appoggiarono consistentemente la pretesa dell’Indonesia su Timor Est (a differenza dell’ONU e dell’UE), e minimizzarono notevolmente il massacro, allo stesso tempo rifornendo l’Indonesia con armamenti militari e la formazione necessaria per eseguire il lavoro.
Nicaragua 1978-89: quando i Sandinisti rovesciarono la dittatura di Somoza nel 1978, era chiaro a Washington che essi potevano benissimo essere quella bestia tanto temuta -“un’altra Cuba”. Sotto il presidente Carter, i tentativi di sabotare la rivoluzione presero forme diplomatiche ed economiche. Sotto Reagan, la violenza fu il metodo prescelto. Per otto lunghi terribili anni, la popolazione del Nicaragua fu sotto l’attacco dell’esercito per procura di Washington, i Contras, formato dalle spietate Guardie Nazionali di Somoza e da altri sostenitori del dittatore. Era una guerra al massimo, che mirava a distruggere i programmi sociali ed economici progressisti del governo, bruciando scuole e cliniche mediche, violentando, torturando, minando i porti, bombardando e mitragliando a bassa quota. Questi erano i “combattenti per la libertà” di Ronal Reagan. Non ci sarebbe stata nessuna rivoluzione in Nicaragua.
Grenada 1979-84: che cosa porterebbe la nazione più potente del mondo ad invadere un paese di 110 mila abitanti? Maurice Bishop ed i suoi seguaci avevano assunto il potere in un colpo di stato del 1979, e sebbene le loro politiche effettive non erano rivoluzionarie come quelle di Castro, Washington era guidata ancora dalla sua paura di un'”altra Cuba”, in particolare quando le apparizioni pubbliche dei leader di Grenada in altri paesi della regione incontravano grande entusiasmo.
Le tattiche di destabilizzazione degli USA contro il governo di Bishop cominciarono ben presto dopo il colpo di stato e continuarono fino al 1983, distinguendosi per numerosi atti di disinformazione e di sporchi trucchi. L’invasione americana nell’ottobre del 1983 incontrò una resistenza minima, sebbene gli USA subirono la perdita di 135 persone tra morti e feriti; ci furono inoltre circa 400 vittime tra i grenadini e 84 tra i cubani, perlopiù lavoratori edili. Per quale concepibile scopo umano queste persone persero la loro vita non è stato rivelato.
Alla fine del 1984, si tennero delle elezioni discutibili appoggiate dall’amministrazione Reagan. Un anno più tardi, l’organizzazione per i diritti umani, Council on Hemispheric Affairs, riportò che la nuova forza di polizia di Grenada formata dagli USA e le forze anti-sommossa avevano acquisito una reputazione per la brutalità, gli arresti arbitrari e l’abuso d’autorità e stavano erodendo i diritti civili.
Nell’aprile del 1989, il governo pubblicò una lista di più di 80 libri la cui importazione veniva proibita. Quattro mesi dopo, il primo ministro sospese il parlamento per anticipare un minacciato voto di sfiducia, risultante da ciò che i suoi critici chiamarono “uno stile sempre più autoritario”.
Libia 1981-89: la Libia rifiutò di essere uno stato cliente appropriato di Washington nel Medio Oriente. Il suo leader, Muammar al-Qaddafi, era arrogante. Doveva essere punito. Aerei USA abbatterono due aerei libici in quello che la Libia riteneva il suo spazio aereo. Gli USA inoltre sganciarono bombe sul paese, uccidendo almeno 40 persone, inclusa la figlia di Qaddafi. Ci furono altri tentativi di uccidere l’uomo, operazioni per destituirlo, una grande campagna di disinformazione, sanzioni economiche e l’accusa alla Libia di essere dietro il bombardamento del Pan Am 103 senza nessuna valida prova.
Panama, 1989: i bombardieri pazzi di Washington colpiscono ancora. Dicembre 1989, una grande casa popolare a Panama City annientata, 15.000 persone rimaste senza casa. Contando diversi giorni di combattimento a terra contro le forze panamensi, qualcosa come 500 morti fu il conteggio ufficiale dei corpi, ciò che gli USA ed il nuovo governo panamense installato dagli USA ammisero; altre fonti, con le stesse prove, insistettero sulla morte di migliaia; qualcosa come 3.000 feriti. Ventitré americani morti, 324 feriti.
Domanda del giornalista: “Valeva davvero la pena di mandare delle persone a morire per questo? Per prendere Noriega?”
Gergo Bush: “Ogni vita umana è preziosa, e tuttavia io devo rispondere, sì, ne è valsa la pena.”
Manuel Noriega era stato un alleato ed un informatore americano per anni fino a che non sopravvisse alla sua utilità. Ma prenderlo non fu l’unico motivo dell’attacco. Bush voleva mandare un chiaro messaggio al popolo del Nicaragua, con le elezioni in programma nel giro di due mesi, ovvero che questo poteva essere il loro destino nel caso avessero rieletto i Sandinisti. Bush voleva inoltre flettere qualche muscolo militare per illustrare al Congresso il bisogno di una forza pronta a combattere anche dopo la recente dissoluzione della “minaccia sovietica”. La spiegazione ufficiale per l’espulsione americana fu il commercio di droga di Noriega, di cui Washington aveva saputo per anni e di cui non si era preoccupato affatto.
Iraq anni 90: bombardamento implacabile per più di 40 giorni e notti, contro una delle nazioni più avanzate del Medio Oriente, devastando la sua antica e moderna capitale; 177 milioni di libbre di bombe che cadono sulla popolazione dell’Iraq, il più concentrato assalto aereo nella storia del mondo; armi all’uranio impoverito che inceneriscono persone, causando cancro; distruzione di depositi d’armi chimiche e biologiche e attrezzature petrolifere; avvelenamento dell’atmosfera ad un livello tale forse mai raggiunto altrove; seppellimento di soldati vivi, deliberatamente; infrastruttura distrutta con un effetto terribile sulla salute; sanzioni che continuano fino ad oggi moltiplicando i problemi di salute; forse un milione di bambini morti fino ad oggi a causa di tutte queste cose, ancora di più adulti.
L’Iraq era la potenza militare più forte tra gli stati arabi. Questo poteva essere stato il loro crimine. Naom Chomsky ha scritto: e’ stata una preminente, trainante dottrina della politica estera degli USA fin dagli anni 40 quella secondo la quale le vaste e ineguagliabili risorse energetiche della regione del Golfo verranno effettivamente dominate dagli Stati Uniti e dai suoi clienti, e, crucialmente, che a nessuna forza indipendente, indigena sarà permesso avere una sostanziale influenza sull’amministrazione della produzione di petrolio e sul suo prezzo.
Afghanistan 1979-92: tutti sanno della incredibile repressione delle donne in Afghanistan, portata avanti dai fondamentalisti islamici, anche prima dei Talebani. Ma quante persone sanno che durante gli ultimi anni 70 e gran parte degli 80, l’Afghanistan aveva un governo impegnato nel portare il paese incredibilmente arretrato nel 20 secolo, inclusi diritti uguali per le donne? Tuttavia ciò che accadde è che gli Stati Uniti versarono miliardi di dollari nel muovere una guerra terribile contro questo governo, semplicemente perché era appoggiato dall’Unione Sovietica. Prima di ciò, le operazioni della CIA avevano di proposito aumentato le probabilità di un intervento sovietico, e così accadde. Alla fine, gli Stati Uniti vinsero e le donne, ed il resto dell’Afghanistan, persero. Più di un milione di morti, tre milioni di disabili, cinque milioni di rifugiati, in totale circa la metà della popolazione.
El Salvador, 1980-82: i dissidenti del Salvador cercarono di lavorare entro il sistema. Ma con l’appoggio USA, il governo lo rese impossibile, usando frodi elettorali ripetute e uccidendo centinaia di protestanti e scioperanti. Nel 1980, i dissidenti presero le armi, e guerra civile.
Ufficialmente, la presenza militare USA nel Salvador era limitata ad una capacità consultiva. In realtà, i militari e il personale della CIA giocarono un ruolo più attivo su base continuata. Circa 20 americani vennero uccisi o feriti in incidenti aerei mentre facevano voli di ricognizione o altre missioni sopra aree da combattimento, ed emerse anche una considerevole prova di un ruolo USA nel combattimento di terra. La guerra si concluse ufficialmente nel 1992; 75.000 morti civili e il Ministero del Tesoro americano impoverito di miliardi. Un significativo cambiamento sociale è stato ampiamente ostacolato. Una manciata di ricchi ancora possiedono il paese, i poveri rimangono tali come mai, e i dissidenti ancora temono gli squadroni della morte di destra.
Haiti, 1987-94: gli USA appoggiarono la dittatura della famiglia Duvalier per 30 anni, poi opposero il prete riformista, Jean-Bertrand Aristide. Nel frattempo, la CIA stava lavorando intimamente con gli squadroni della morte, i torturatori e i trafficanti di droga. Con questo come sfondo, la Casa Bianca di Clinton si trovò nell’imbarazzante situazione di dover fingere-a causa di tutta la loro retorica sulla “democrazia”-che essa appoggiava il rientro al potere d’Aristide a Haiti dopo che era stato spodestato in un colpo militare del 1999. Dopo aver ritardato il suo ritorno per più di due anni, Washington finalmente aveva fatto ridare dai suoi militari l’incarico ad Aristide, ma solo dopo aver obbligato il prete a garantire che non avrebbe aiutato i poveri a spese dei ricchi, e che si sarebbe attenuto strettamente ad un’economia di libero mercato. Questo significò che Haiti avrebbe continuato ad essere la pianta di montaggio dell’emisfero occidentale, con i suoi lavoratori che ricevevano salari letteralmente da fame.
Yugoslavia, 1999: gli Stati Uniti stanno bombardando il paese riportandolo ad un’era preindustriale. Vorrebbero che il mondo credesse che il loro intervento è motivato solo da impulsi “umanitari”. Forse la storia di cui sopra degli interventi USA, può aiutare a decidere quanto peso dare a questa pretesa.


  Nel dossier iracheno l’elenco di chi ha fornito armi vietate
In Yemen fermata nave carica di missili Scud

Gli Usa pronti a usare il nucleare contro l’Iraq

dal nostro corrispondente ARTURO ZAMPAGLIONE

NEW YORK – L’opzione nucleare torna prepotentemente sulla scena già tesissima del braccio di ferro fra gli Stati Uniti e l’Iraq. Con un documento di sei pagine che sarà diffuso oggi, la Casa Bianca aggiorna la propria strategia in fatto di prevenzione e risposta da attacchi con armi di distruzione di massa, e riafferma il diritto a rispondere in caso di attacco.

“Gli Stati Uniti – si legge nel documento – continueranno a mettere in chiaro che si riservano il diritto di rispondere con forza soverchiante, compreso il ricorso a tutte le opzioni a nostra disposizione, all’impiego di armi di sterminio contro gli Stati Unti, contro le nostre forze oltreoceano e contro i nostri amici e alleati”. E’ la prima volta che il documento che regola la strategia americana contro gli attacchi chimici o biologici viene rivisto dal 1993: e una fonte dell’amministrazione Usa ha rivelato all’agenzia France Presse che l’Iraq è il primo destinatario di questo ammonimento.

A far crescere la tensione fra Washington e Bagdad nelle ultime ore ha contribuito anche la scoperta di una nave proveniente dalla Corea del Nord con a bordo almeno dodici missili Scud a largo delle coste dello Yemen. L’imbarcazione era sotto il controllo dei servizi segreti americani da quando aveva lasciato la Corea del Nord, ma è stata fermata da navi spagnole in pattugliamento nella zona. Secondo alcune fonti, i missili avrebbero dovuto essere scaricati in Yemen, ma la destinazione della nave non è ancora del tutto chiara: gli analisti militari americani hanno immediatamente sottolineato che erano proprio missili Scud quelli che durante la Guerra del Golfo Saddam lanciò contro Israele e l’Arabia Saudita.

Mentre i venti di guerra si facevano sentire con forza a Washington, da New York si propagava la piccola vendetta di Saddam Hussein: nella dichiarazione ufficiale di Bagdad sulle armi di sterminio, su cui lavorano non-stop gli ispettori dell’Onu e soprattutto gli 007 della Cia, e su cui infuriano le polemiche al Palazzo di vetro, gli iracheni, infatti, hanno elencato nome e indirizzo di centinaia di industrie occidentali che, in cambio di petrodollari, fornirono al governo di Bagdad gli strumenti per sviluppare armi chimiche e batteriologiche, nucleari e missilistiche.

La lista, che è ancora top secret, rischia di mettere in imbarazzo molte imprese americane ed europee, anche se alla fine degli anni ottanta, al momento delle grandi. Grazie a un colpo di mano dei diplomatici gli americani, stigmatizzato non solo da Bagdad, ma anche dalla pacifica Norvegia, gli unici ad avere in mano il dossier iracheno in versione integrale oltre all’Onu e alla Iaea di Vienna sono i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna). Gli altri dieci membri riceveranno presto una versione epurata.

Nella serata di ieri, infatti, il capo degli ispettori Hans Blix ha detto che la sua squadra conta di produrre entro lunedì una “versione di lavoro” della dichiarazione trasmessa dall’Iraq alle Nazioni Unite e di poter dare “una prima valutazione” al Consiglio di Sicurezza giovedì 19 dicembre. “Per quanto ci riguarda ha detto ieri il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer stiamo studiando il materiale con molta attenzione e con l’aiuto di vari team di traduttori, analisti, membri dell’intelligence, esperti militari. Ci vorrà un po’ di tempo per arrivare a una conclusione”.

Secondo Saddam Hussein, non è vero: George W. Bush ha già deciso di attaccare l’Iraq e cerca di solo manipolare il dossier iracheno. Anche i russi sono perplessi sulla posizione americana: “Accetteremo solo le conclusioni degli ispettori dell’Onu, sui quali nessuno deve fare pressioni indebite”, ha tuonato ieri il ministro degli Esteri Igor Ivanov.

Intanto continuano i preparativi bellici e le manifestazioni pacifiste, i raid anglo-americani al sud dell’Iraq (ieri il quarto dall’inizio del mese) e le ispezioni dell’Onu nelle industrie irachene. Ieri ci sono stati cortei in centinaia di città americane per protestare contro la “guerra di Bush”. Ma la realtà è che l’opinione pubblica americana è favorevole alla guerra (58 per cento, secondo un sondaggio della Gallupp), la ritiene inevitabile (74 per cento), anche se preferirebbe che ci fosse la benedizione dell’Onu (64 per cento).

(11 dicembre 2002)


Storia dell’Iraq


Breve sintesi che ripercorre le vicende storiche dell’Iraq dalla Prima Guerra Mondiale alla guerra Iran-Iraq. Da dove risulta chiara la costante intromissione delle grandi potenze (soprattutto USA e Regno Unito) sui destini di questo Paese. REDS. Ottobre 2002.


Dall’antichità sino alla Prima Guerra Mondiale

L’Iraq si estende in gran parte sulla Mesopotamia (dal greco “tra i fiumi”), un territorio pianeggiante sul quale scorrono prima di congiungersi i fiumi Tigri ed Eufrate. E’ una terra che ha ospitato le più antiche civiltà: sumeriassiribabilonesi. Data la sua posizione strategica e il fatto di non essere delimitata, se non in qualche misura a Nord, da confini naturali, è stata successivamente, innumerevoli volte, terra di conquista : persianimacedoni… quindi arena di scontro tra romani e parti.

L’espansione arabo-islamica nel VII secolo (un cui lascito è anche la lingua araba parlata da gran parte della popolazione della pianura, ma non dai curdi che abitano le montagne, vedi Mappa dell’insediamento sciita in Iraq e dell’insediamento curdo in Iraq, Iran, Turchia, Siria-1992) portava all’occupazione di un enorme territorio, tra cui la Mesopotamia. Anche la Persia, che confinava ad est con la Mesopotamia, venne islamizzata ma espresse le proprie aspirazioni nazionali attraverso la dissidenza religiosa sciita che divise il mondo musulmano in due blocchi (l’altro, molto più vasto, sarà chiamato sunnita, vedi Mappa della presenza sciita in Medio Oriente e Iran-1986). La Mesopotamia si trovò tra questi due blocchi e divenne dunque di nuovo area di scontro tra le due frazioni islamiche, il cui lascito è ancora oggi una popolazione araba divisa tra sciiti e sunniti (Mappa etnico-religiosa dell’Iraq-1992)mentre i curdi sono quasi tutti sunniti.

Con la conquista araba la Mesopotamia divenne centro di un enorme impero. Nel 750 la dinastia Abbaside sostituì quella degli Omayadi e il nuovo califfo al-Mansur fondò la città di Baghdad sulle rive del Tigri (spostando la capitale da Damasco). Baghdad crebbe sino a divenire la più grande città del suo tempo. Dopo aver raggiunto il suo apice l’impero arabo-islamico nel corso dei secoli successivi non cessò mai di indebolirsi con sempre nuovi territori che si autonomizzavano dal potere centrale, ed esponendosi così alle mire di altri popoli. Tra questi i mongoli che invasero la Mesopotamia distruggendone le infrastrutture agricole e conquistandone nel 1258 Baghdad, e radendola al suolo. Da questo colpo la regione non si riprese e Baghdad nel 1392 venne nuovamente saccheggiata dalle truppe di Tamerlano. Dopo la caduta del suo impero l’attuale Iraq venne inglobato per un breve periodo nella Persia (1509) e quindi conquistato dagli ottomani del cui impero entrò a far parte nel 1535.

L’Impero Ottomano esercitava il suo potere attraverso dignitari locali (pascià) dotati di una certa autonomia sui propri territori. L’attuale Iraq era distribuito su tre province: Baghdad, Bassora e Mosul (vedi L’Impero Ottomano nel 1915 nel Medio Oriente, e i confini degli stati dopo il Trattato di Losanna-1923). Nella parte araba della Mesopotamia ottomana gli sciiti erano maggioranza e stentavano a riconoscere la legittimità del potere di Costantinopoli, che sosteneva il sunnismo in chiave antipersiana.

La caduta dell’Impero Ottomano

Durante la Prima Guerra Mondiale l’Impero Ottomano si schierò con gli Imperi Centrali e dunque contro la Gran Bretagna. Questa già da anni premeva sulla regione e colse subito l’occasione che le si offriva: sostenne la rivolta araba antiottomana promossa dal giugno 1916 da Husain ibn Ali, sceriffo della Mecca. Questi aveva intrapreso negoziati segreti con gli inglesi che gli avevano promesso l’istituzione di un ampio dominio arabo, indipendente (vedi Mappa dell’intesa Husain-McMahon-1915) Un esercito arabo costituito da decine di migliaia di uomini comandati da uno dei figli di Husain, Faysal, con denaro e assistenza inglese, avanzò verso nord conquistando Damasco nell’ottobre del 1918. Nel territorio oggi occupato dall’Iraq però le cose andarono diversamente. La popolazione sostenuta dagli ulema sciiti si alleò contro gli inglesi in una jihad in difesa dello “stato musulmano” che dette qualche filo da torcere agli inglesi. Dal 1914 al 1917 l’attuale Iraq venne comunque progressivamente occupato dalle truppe angloindiane (nel 1915 cadde Bassora e nel 1917 Baghdad). Gli inglesi si insediarono dunque in un clima estremamente ostile, anche perché i settori arabo-nazionalisti che ambivano all’emancipazione dal dominio ottomano, senza per questo cadere in quello inglese, trovarono ancor più forti motivi di frustrazione. I bolscevichi all’indomani della rivoluzione d’Ottobre avevano reso pubblici tutti i trattati segreti e tra questi anche quello Sykes-Picot del maggio 1916 che non prevedeva alcuna indipendenza per le terre arabe, ma la loro spartizione tra Francia e Gran Bretagna (vedi Mappa dell’intesa Husain-McMahon-1915). A ciò si aggiunse la dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 che schierava la Gran Bretagna a fianco del sionismo.

Una delle conseguenze dirette dell’accordo franco-inglese fu che i francesi entrarono in Damasco nel 1920 cacciando senza tanti complimenti Faysal, che, fidando negli inglesi, si era già proclamato “re degli arabi” e aveva governato la “Grande Siria” per due anni, dopo la sconfitta degli ottomani. L’attribuzione alla Gran Bretagna da parte della Società delle Nazioni del “mandato” (una sorta di “affidamento” politico) sull’Iraq nell’aprile 1920, catalizzò il malcontento che culminò in una sommossa generale chiamata in Iraq “rivoluzione del 1920” e che vide coinvolti tutti gli strati della popolazione irachena. Gli scontri durarono mesi e gli inglesi riuscirono a ristabilire il controllo solo in novembre.

Il dominio inglese

Sir Percy Cox, il rappresentante inglese a Baghdad, proclamò il primo governo iracheno il 23 ottobre 1920. Una volta repressa la ribellione però gli inglesi si resero conto che non potevano governare direttamente e puntarono a creare un apparato statale che sostanzialmente dipendesse da loro, ma dietro le quinte. Un esercito nazionale che affiancava le truppe inglesi fu creato nel 1921 e nel marzo venne imposta la monarchia costituzionale di re Faysal I, lo stesso cacciato in malo modo dai francesi e che così gli inglesi trovavano il modo di “compensare”. Il 10 ottobre 1922 un trattato anglo-iracheno regolava la tutela inglese sul nuovo stato. Fu il primo di una serie che rispondeva sempre al fine di gestire una dipendenza neppure tanto mascherata. Il 3 ottobre 1932 il Paese otteneva un’indipendenza che era decisamente formale, visto che in ogni aspetto strategico la Gran Bretagna esercitava il proprio controllo. Gli inglesi piazzarono un loro uomo di fiducia (Nuri Sad) a capo dell’esercito. E per tutelare i propri interessi ricorsero a questo personaggio per vari decenni.

In Iraq vigeva formalmente una certa libertà politica, ma la vera autorità era l’ambasciatore britannico: i partiti, che non avevano alcun radicamento di massa, venivano sciolti se minacciavano anche vagamente l’ordine costituito. Gli inglesi riuscirono a marginalizzare i religiosi sciiti, e lo stato, soprattutto l’esercito, venne affidato a elite arabe sunnite (in continuità con quanto già accadeva sotto gli ottomani). L’esercito iracheno trovò presto materia per “allenarsi”: nel 1933 attuò un massacro della minoranza assira, e nel 35-36 represse una rivolta lungo l’Eufrate.

Dal 1925 si aggiunse alla già complessa realtà irachena anche la questione curda: la Società delle Nazioni decretò, nonostante appelli e manifestazioni contrarie dei curdi, che il vilayet (termine che indicava le province ottomane) di Mosul fosse unito all’Iraq, che si definiva stato arabo.

La base sociale sulla quale nasceva lo stato iracheno dunque era assai debole. Dipendente dalpotere inglese, strutturalmente diviso da due pesa”questioni nazionali”: quella curda e quella sciita. Per questo ben presto l’attore principale della scena politica divenne l’esercito, la struttura più solida e con più risorse. Dal 1936 cominciarono una serie di colpi di stato ad opera di diversi gruppi di ufficiali, ma senza che venisse messa in discussione la continuità della monarchia e gli interessi inglesi. Nel 1933 moriva Faysal I e gli succedeva il figlio Ghazi: il nuovo re mostrava una qualche simpatia nazionalista ma morì “provvidenzialmente” in un incidente d’auto nel 1939. Salì al trono il figlio Faysal II che assumeva i poteri effettivi solo nel 1953 dato che alla morte del padre aveva solo quattro anni.

Nel 1936 il colpo di stato del generale Bakr Sidqi al Askari (di origine curda) impose un governo di impronta vagamente nazionalista-kemalista con a capo Hykmet Suleiman (di orgine turca). Cominciava ad esprimersi in settori ancora limitati della società irachena (nascente borghesia, circoli intellettuali, settori dell’esercito) una certa spinta modernizzante. L’esperimento comunque durò poco: nell’agosto 1937 Bakr Sidqi venne assassinato e il governo cadde. Seguì un periodo di forte instabilità (7 colpi di stato) accompagnato da una crescente attività a livello di massa, che vedeva spesso come controparte la Gran Bretagna e la sua politica filosionista.

Nel 1941 un altro colpo di stato portò all’insediamento di un governo militare con a capo Rashid Ali al-Gaylani, nazionalista e panarabo, che per spirito antibritannico e non certo per simpatie filonaziste ricercò l’alleanza di Italia e Germania. L’Asse fece ben poco per Rashid, in compenso la Gran Bretagna intervenne subito con le sue truppe e in un paio di mesi riuscì a ristabilire il controllo sul Paese. Nuri Said venne fatto primo ministro e nel 1943 l’Iraq dichiarava guerra all’Asse. Solo il trattato di Portsmouth nel 1948 restituì una limitata sovranità all’Iraq.

Mentre l’esito della guerra rafforzò gli inglesi la società irachena aderiva con sempre maggior trasporto a idee nazionaliste o comuniste. Il Partito Comunista Iracheno (PCI), formatosi nei fatti con la costituzione dell’Associazione Contro l’Imperialismo (1935), nonostante fosse più radicato nella borghesa e nella classe media che tra i contadini e gli operai, si trasformò ben presto nel partito comunista più forte del mondo arabo. Le pressioni di Gran Bretagna e USA però (gli USA si andavano affiancando alla Gran Bretagna nell’esercizio del dominio di quel Paese) portarono a un’ondata persecutoria contro i comunisti che raggiunse il suo culmine nel ’47-’48 quando fu impiccato il suo massimo leader (Yusuf Salman Yusuf detto Fahd) con quasi l’intera direzione del partito.

Anche i curdi fecero sentire la loro voce e nel 1944 fu fondato il Partito Democratico del Kurdstan (PDK) unione di transughi di varie associazioni curde, di comunisti e dell’ala sinistra del primo partito curdo, Hewa Ya Kurd, fondato nel 1910. Il nuovo partito si era chiamato in un primo momento Partito della Liberazione Curda, ma dopo la fuoriuscita dei comunisti (tornati al PCI) adotterà il nome che lo caratterizzerà nei decenni successivi.

Nel dopoguerra Nuri Said e la monarchia proseguirono in una politica seccamente filoccidentale che portò alla rottura delle relazioni con l’URSS (1954) e alla firla del Patto di Baghdad: nel 1954 l’Iraq siglava con la Turchia un accordo in funzione antinazionalista e antisovietica, al quale poi avrebbero aderito la Gran Bretagna, il Pakistan e l’Iran, che suscitò malcontento nei sempre più agguerriti circoli nazionalisti. Il regime cercò di frenare l’effervescenza sociale chiudendo nel ’54 giornali e riviste e vietando i partiti politici. Nel novembre 1956 durante l’aggressione di Francia, Gran Bretagna e Israele contro l’Egitto di Nasser ci furono violente manifestazioni in tutto il Paese, duramente represse.

I nazionalisti al potere

Nel 1952 un colpo di stato aveva portato al potere in Egitto i “giovani ufficiali”, un movimento di cui Gamal Abd en Nasser fu il maggior esponente, e che abolì l’anno dopo la monarchia. Nasser nazionalizzò poi il Canale di Suez (che era in mani inglesi) e sposò la causa del panarabismo, movimento teso a riunire sotto un unico edificio statale la nazione araba divisa da confini imposti dalle grandi potenze: nel febbraio 1958 come primo passo l’Egitto promosse la costituzione della RAU, l’unione con la Siria. Nuri Said rispose proclamando il 14 febbraio l’Unione iracheno-giordana e assumendo la carica di primo ministro federale. I due stati erano monarchie “sorelle”: la Giordania era retta dal re Huseyn Talal e quella dell’Iraq da Faysal Ghazi, cugini di primo grado (nipoti del sopramenzionato sceriffo della Mecca Husain ibn Ali), entrambi hascemiti (discendenti cioé da Maometto). Truppe irachene furono inviate verso il confine giordano in vista dell’unificazione dei due eserciti. Lo scopo di Nuri Said, in linea con i desiderata delle grandi potenze, era di organizzare un possibile intervento in Libano e Siria in funzione anti-egiziana. Nel tragitto, alcuni reparti che si trovavano sotto il comando di Abdel Karim Qassem dovevano passare la notte tra il 13 e il 14 luglio a Baghdad.

Il 14 luglio 1958 però le truppe di Qassem con il sostegno attivo della popolazione assaltavano il palazzo reale e le sedi del governo, mentre la radio occupata trasmetteva la Marsigliese. Re Faysal e altri membri della sua famiglia venivano giustiziati sul posto. Nuri Said in un primo momento riusciva a fuggire, travestito da donna, ma venne riconosciuto da alcuni soldati e subito fucilato. L’odio popolare era tale verso questo personaggio che, quando la sua tomba venne identificata, una folla ne trascinò il cadavere per le vie di Baghdad.

Nasceva dunque la repubblica. Qassem varò le prime leggi contro il latifondo, ridusse i profitti della Iraq Petroleum Company (nei fatti sotto il controllo inglese), cercò di riconciliarsi con i curdi, impose agli inglesi (che non avevano mai lasciato il territorio iracheno) di sgomberare la base di al-Habbaniyya.Infine, denunciò il Patto di Baghdad (24 marzo 1959).

Qassem avviò la collaborazione con le forze progressiste che influenzavano le stesse masse che sostenevano il nuovo regime. Anche il PCI venne chiamato a collaborare. Ma tra queste forze non vi era unità di vedute. Da un lato i nazionalisti (Baath e nasseriani) premevano perché anche l’Iraq prendesse parte alla RAU (l’unione tra Egitto e Siria). Dall’altro comunisti, curdi e sciiti si opponevano agli unionisti. In filigrana si può leggere una contrapposizione dettata dalla irrisolta questione nazionale irachena. L’Egitto e la Siria infatti sono a grandissima maggioranza sunniti, e l’identità sciita è da un lato araba, ma dall’altra sente il richiamo della più forte concentrazione di sciiti: l’Iran persiano; gli sciiti del resto sono maggioranza in Iraq ma nella RAU si sarebbero trovati minoranza. I curdi del resto all’interno dell’Iraq sono una consistente minoranza (intorno al 20%), ma all’interno della RAU si sarebbero ridotti ad una trascurabile minoranza con ancor più difficoltà, in uno stato arabo forte ed esteso, di potersi autonomizzare e in prospettiva unificare con il resto dei curdi sparsi tra Turchia, Siria e Iran. Questo conflitto prese nel corso dei mesi l’aspetto di una guerra civile strisciante.

Il clima di effervescenza sociale allarmò Qassem che nel luglio del 1959 sciolse tutti i partiti. Le agitazioni e gli scioperi furono repressi. Ripresero le persecuzioni nei confronti dei comunisti e gli scontri armati con i curdi.

Nel 1961 il Kuwait diventava indipendente. Si trattava di un territorio semidisabitato che non era è mai stato separato, prima del mandato inglese, dalla provincia di Bassora. Gli inglesi però trovarono tutto l’interesse a farne uno stato a sé, debole e inconsistente, per poterne controllare meglio le enormi potenzialità petrolifere. Qassem dunque si servì della tradizionale rivendicazione irachena su quel territorio anche per affrontare la fase difficile che attraversava il regime, le cui basi di consenso andavano restringendosi. Qassem, così, mosse l’esercito in direzione del Kuwait non riconoscendone l’indipendenza. Intervenne subito la Gran Bretagna che riuscì ad ottenere dalla Lega Araba, allora dominata dall’Egitto, il via libera all’invio di truppe a protezione del’emirato, insieme a un corpo di interposizione araba, con l’appoggio anche di Arabia Saudita e Giordania. Pur essendo nazionalista arabo, in Nasser prevalse in quel momento la preoccupazione di non vedere aumentare troppo la potenza del suo “rivale” Iraq.

Il logoramento del regime portò l’8 febbraio 1963 a un colpo di stato guidato dal colonnello Abdel Salam Aref che era stato deposto da Qassem, rappresentante dei settori più panarabi (nasseriani e baassisti) dell’esercito. Qassem venne ucciso e il Baath si rese protagonista di vere e proprie stragi le cui vittime erano comunisti ed ex seguaci di Qassem. Abdel in novembre cacciò il Baath orientando la propria azione in direzione di un panarabismo moderato.

Il nuovo regime a parole era più vicino a Nasser e proseguì sul terreno della modernizzazione: vennero nazionalizzate imprese straniere, si difese il petrolio come arma politica nella “lotta contro l’imperialismo e il sionismo” salvaguardandone i prezzi e il consolidamento dell’OPEC (l’organizzazione nata per tutelare gli interessi dei Paesi produttori di petrolio, sino ad allora defraudati dalle compagnie petrolifere occidentali). Venne decretata la riforma agraria e varati piani di sviluppo. Ma non si autorizzò la ripresa dell’attività politica, e continuò la repressione dei comunisti.

Il 10 febbraio 1964 si arrivò a un accordo di cessate il fuoco tra il regime e i curdi, che però su questo si divisero. Il leader storico Barzani aveva accettato l’accordo in vista di una promessa autonomia, ma la fazione di Jalal Talabani non credeva alle promesse irachene. L’URSS, desiderosa di stringere i contatti con l’Iraq, appoggiava la linea Barzani. Questa non fece però molta strada: il regime non fece alcun passo concreto verso i curdi e portò lo stesso Barzani a ricredersi.

Il 13 aprile 1966 Aref morì in un misterioso incidente aereo e il fratello Abdel Rahman Aref, più moderato, salì al potere. Questi tentò un qualche riavvicinamento con l’Occidente, ma l’anno successivo la guerra arabo-israeliana provocò enormi proteste popolari che costinsero il regime a rompere i rapporti con USA e Gran Bretagna.

Segno della radicalizzazione in corso, il 17 luglio 1968 un altro colpo di stato riportava al potere il partito Baath con a capo il generale Ahmed Hassan al-Bakr. Ma il Baath era profondamente cambiato: la componente sciita era uscita, ed erano rimasti in prevalenza militari originari di Takrit. Uno di essi era il generale Ahmed Hassan al-Bakr e un altro era un civile, ma pure originario di Takrit e imparentato con lui: Saddam Hussein, condannato a morte nel 1959 per un fallito attentato contro Qassem. Era quest’ultimo, pur ricoprendo il ruolo di vicepresidente, a esercitare un potere sempre maggiore: progressivamente epurò l’esercito per renderlo sempre più fedele al Baath, ossia al clan Takrit. Il nuovo regime comunque lanciò un intenso programma di trasformazioni economiche (accelerazione dell’industrializzazione, moltiplicazione delle aree coltivabili) e sociali di stampo nazionalista e sul piano internazionale contrastò frontalmente la politica statunitense, sostenendo le oranizzazioni palestinesi. Anche negli anni successivi l’Iraq si sarebbe mantenuto sempre fermo oppositore di Israele e nel 1978 avrebbe ospitato a Baghdad il summit della Lega Araba che condannava gli accordi di Camp David tra Egitto e Israele (che mettevano fine all’occupazione del Sinai, ma a costo del riconoscimento dello Stato di Israele e della completa smilitarizzazione dello stesso Sinai). L’Iraq era esponente di quello che venne chiamato “fronte del rifiuto” insieme a Libia, Siria, Algeria, Yemen del Sud e OLP. Nel marzo 1972 l’Iraq firmava un “trattato di amicizia e cooperazione” con l’URSS e dal 1° luglio dava il via a una graduale nazionalizzazione della Iraq Petroleum Company. Ruppe con la Gran Bretagna nello stesso anno, accusata di complicità con l’Iran per l’occupazione delle isole di Abu Musa e della picocla e grande Tomb nel Golfo Persico.

Nel luglio 1973 il Partito Comunista Iracheno e il Partito Democratico del Kurdistan accettarono di integrare con il Baath un “Fronte Nazionale Progressista”. Il Baath dimostrò una certa intelligenza tattica nell’inglobare parte dei curdi e il PCI in un unico fronte: pur disponendo del totale controllo delle leve statali depotenziava in questo modo le uniche due forze che potenzialmente avrebbero potuto insidiarlo. Nello stesso tempo il Baath ristrutturava le forze armate in modo da renderle impermeabili alla propaganda politica degli altri autorizzando il solo Baath al reclutamento tra gli ufficiali. Da parte del PCI fu una politica completamente fallimentare e autolesionista, spiegabile solo con le pressioni esercitate dall’URSS che voleva consolidare i rapporti statali con l’Iraq, anche a costo del “sacrificio” dei comunisti iracheni.

L’11 marzo 1970 il regime aveva raggiunto un accordo con Barzani del PDK per la concessione entro quattro anni dell’autonomia al Kurdistan (senza la zona petrolifera di Kirkuk) e il riconoscimento del curdo come seconda lingua ufficiale. In realtà la questione curda si deteriorò assai presto: i curdi si divisero e una parte continuò a combattere anche se l’11 marzo 1974 viene proclamata ufficialmente la regione autonoma curda con capitale Erbil. Il retroterra delle azioni curde era l’Iran che aveva tutto l’interesse a ridimensionare anche su mandato statunitense le ambizioni di un Iraq percepito ormai come nemico dell’Occidente. Il 6 marzo 1975 Saddam Hussein e lo scià Reza Pahlevi durante il vertice dell’OPEC, firmarono un trattato dove si riconoscevano le richieste iraniane sullo Shatt-el-Arab (il confine tra i due stati sarebbe corso sulla linea mediana del fiume). La questione prima dell’accordo era regolamentata da un trattato del 1937 che prevedeva il diritto da parte dell’Iraq di controllare il transito navale; questo privilegio era stato patrocinato dalla Gran Bretagna che all’epoca manteneva il controllo sul Paese; negli ultimi tempi però era ignorato dall’Iran che faceva navigare barche con bandiera iraniana approfittando della superiore potenza militare. In cambio l’Iran cessava ogni appoggio alla guerriglia curda. Per Mustafa Barzani si trattava di una cocente sconfitta che lo costrinse all’esilio in USA dove morirà nel 1979. Nel Kurdistan entravano in funzione le istituzioni della regione autonoma con la partecipazione di un’altra ala del PDK e con l’Unione Patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani.

Il 16 luglio 1979 Saddam costrinse il presidente Hassan al-Bakr a dimettersi e assunse anche formalmente nelle proprie mani tutti i poteri. Vennero passati per le armi tutti i dirigenti del Baath che avevano disapprovato la destituzione del presidente e fu dato il benservito al PCI, che così fu costretto a passare alla clandestinità mentre i suoi membri venivano perseguitati e uccisi.

La prima guerra del Golfo

Dalla fine del 1979 Saddam lancia una escalation propagandistica contro l’Iran. In quel Paese una rivoluzione popolare dai caratteri fortemente antimperialisti e antiUSA ha rovesciato la monarchia. Tutte le componenti della variegata opposizione vi partecipano, ma è la componente komeinista (fondamentalismo sciita) ad acquisirne il controllo. Saddam si propone allora ai regimi arabi reazionari e ai Paesi occidentali come un baluardo contro il possibile dilagare del komeinismo. E’ mosso in questo da una serie di fattori. Innanzitutto la presenza in Iraq di una maggioranza sciita potenzialmente influenzabile dai successi dei fratelli vicini. Una guerra con l’Iran avrebbe consentito un clima di unità nazionale contro il nemico a scapito dell’identità sciita e impedito a questa componente sempre esclusa dalla gestione della società sin dai tempi degli ottomani, di rialzare la testa. In secondo luogo c’era un calcolo geopolitico: Saddam immaginava che l’indebolimento della struttura militare iraniana causata dalla rivoluzione gli avrebbe consentito di acquisire un rapido vantaggio con il vicino rivale che sino ad allora non aveva mai potuto permettersi. Conseguenze di questa strategia è un riavvicinamento all’Egitto e ai Paesi arabi reazionari (Arabia Saudita in primo luogo), l’allentamento dei rapporti con l’URSS (di cui condanna l’invasione in Afghanistan), e un avvicinamento ai Paesi occidentali. Dopo una serie di incidenti di frontiera il 22 settembre le truppe irachene varcano il confine e invadono il territorio iraniano.  


Dodici anni fa.

La guerra del Golfo


Storia della guerra contro l’Iraq condotta nel 1991 da una coalizione internazionale guidata dagli USA sotto le bandiere dell’ONU: gli avvenimenti, i protagonisti e le ragioni profonde che la causarono. Se ne traggono utili indicazioni per comprendere i tratti della nuova guerra del Golfo che sta per scoppiare. Di Ilario Salucci. Ottobre 2002.


da http://www.ecn.org/reds/guerra/iraq.html 

La guerra è un’esplosione di contraddizioni storiche acutizzatesi al punto che non esiste altro mezzo per la loro soluzione, perché in una società di classe non ci sono giudici che possano decidere con strumenti giuridici o morali sui conflitti che saranno risolti con le armi in guerra. La guerra Ë un fenomeno politico, e non giuridico, morale o penale. La guerra non Ë condotta per punire un nemico per colpe reali o supposte, ma per spezzare la sua resistenza al fine di perseguire i propri interessi. La guerra non è una cosa in sé, con un proprio obiettivo: è la parte organica di una politica ai cui presupposti rimane legata e alle cui necessità deve adattare i propri successi.
Franz Mehring, Vom Wesen des Krieges, Die Neue Zeit, 20.11.1914,
cit. in: E. Mandel, The Meaning of the Second World War, London, 1986, pag. 56.

Gli avvenimenti
Il 2 agosto 1990 l’esercito iracheno varca il confine con il Kuwait e procede a occupare il piccolo emirato. Non vi Ë praticamente resistenza. L’emiro, la sua famiglia e tutta la classe dirigente kuwaitiana si rifugiano all’estero. Il Kuwait rimane sotto occupazione irachena circa sette mesi, durante i quali vengono giustiziate alcune centinaia di persone.
La reazione internazionale Ë immediata. Due giorni dopo l’invasione del Kuwait Washington decide di inviare delle truppe in Arabia Saudita, e il 6 agosto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU decreta l’embargo nei confronti dell’Iraq. A fine agosto il Consiglio di Sicurezza autorizza l’uso della forza per imporre l’embargo. Da settembre inizia a formarsi l’alleanza politica e militare attorno agli Stati Uniti, a partire dall’Unione Sovietica sotto la direzione Gorbacev. Il 29 novembre il Consiglio di Sicurezza autorizza líuso della forza per obbligare l’Iraq a lasciare il Kuwait, e fissa un ultimatum per il 15 gennaio 1991: le truppe schierate in Arabia Saudita raggiungono a gennaio il numero di 670.000 persone, di cui mezzo milione statunitensi. Il ritiro dell’Iraq dal Kuwait per l’alleanza costruita sotto l’egida degli Usa dev’essere incondizionato, e per questo motivo vengono respinte  tra agosto e gennaio  numerose proposte di mediazione provenienti da Baghdad.
Il 16 gennaio iniziano i bombardamenti su Iraq e Kuwait: Ë il piš pesante raid aereo della storia, senza paragoni sia con la guerra vietnamita, sia con i successivi bombardamenti su Serbia e Kossovo nel 1999 e sull’Afghanistan nel 2001. Il 24 febbraio, dopo cinque settimane di bombardamenti, inizia l’offensiva terrestre della coalizione in Kuwait e Iraq: il giorno successivo Baghdad ordina il ritiro delle proprie truppe dal Kuwait, che vengono massacrate dall’aviazione statunitense sull’autostrada che collega Kuwait City a Bassora. Il 28 febbraio Baghdad capitola, accettando tutte le condizioni. Viene firmato il cessate il fuoco.
Secondo fonti statunitensi l’esercito iracheno avrebbe sofferto 100.000 morti, mentre secondo fonti irachene i civili iracheni uccisi sarebbero stati 35.000. Gli Stati Uniti hanno contato 300 vittime nelle proprio esercito (di cui per la metà lontano dai teatri di guerra, per incidenti d’ogni genere e specie). Nel corso di questi ultimi dodici anni sono morti 7.800 ex soldati statunitensi, per malattie contratte durante la guerra del Golfo (la cosiddetta sindrome del Golfo), a causa dell’uso di munizioni all’uranio, dei bombardamenti alleati dei pozzi petroliferi e di fabbriche chimiche, e cosÏ via.
Fin dal 27 febbraio il sud dell’Iraq insorge contro Baghdad, e molti soldati iracheni in fuga dal Kuwait si uniscono alla popolazione sciita che si rivolta contro Saddam Hussein. Nel giro di due settimane tutto il sud iracheno Ë controllato dai ribelli, ma Baghdad  con il consenso degli Stati Uniti  riesce a organizzare un’offensiva e a riprendere il controllo del territorio. La repressione Ë feroce e centinaia di migliaia di persone si rifugiano in Iran o si nascondono nelle paludi. Alcune sporadiche rivolte si registrano nel cuore dell’Iraq, ma Ë nel Kurdistan iracheno, a nord, che scoppia una insurrezione di massa contro Saddam Hussein, a partire dal 7 marzo. Le truppe irachene dopo aver schiacciato la rivolta a sud riescono a reprimere anche quella kurda a nord, sempre con il benevolo consenso di Washington: tra fine marzo e i primi di aprile del 1991 più di due milioni di kurdi si rifugiano  in condizioni umanitarie terribili  in Turchia e in Iran. Solo dopo molti tentennamenti il Consiglio di Sicurezza dell’Onu adotta una risoluzione in aprile perché si crei una zona nell’Iraq del nord dove i kurdi possano essere rimpatriati al riparo dalla repressione di Baghdad: su questa base inizia il rientro dei profughi kurdi, e l’avvio, il 19 aprile, di negoziati tra Saddam Hussein e i leader kurdi. A giugno viene formata una zona autonoma kurda nel nord dell’Iraq, e a ottobre, dopo il fallimento dei negoziati, Baghdad ordina come rappresaglia il ritiro di tutto il proprio personale dal Kurdistan iracheno (ad eccezione del territorio di Kirkuk, ricco in petrolio, che rimane sotto il controllo di Baghdad) e un embargo totale. Da allora esiste un territorio autonomo, di fatto indipendente, del Kurdistan iracheno, con proprie istituzioni.
L’emiro del Kuwait rientra nel suo paese il 14 marzo 1991. Provvede all’espulsione degli immigrati palestinesi (400.000 persone) e fa giustiziare alcune centinaia di persone. L’unico giornale vagamente critico del suo operato viene immediatamente fatto chiudere.

I motivi dell’invasione del Kuwait
Saddam Hussein era salito al potere in Iraq nel 1968, con un colpo di stato il cui primo obiettivo era di schiacciare un ìfuocoî guerrigliero di ispirazione guevarista nel sud del paese, a cui si stava unendo una scissione di sinistra del Partito Comunista iracheno. Nel corso dei successivi dieci anni Saddam Hussein ha represso in modo feroce qualsiasi tipo di opposizione alla sua dittatura personale: la ribellione kurda del 1974, i comunisti di tutte le tendenze, anche frazioni del proprio stesso partito (il Partito della resurrezione araba socialista – Baath), sono stati tutti annegati nel sangue. Ogni gruppo o ogni individuo recalcitrante Ë stato liquidato o neutralizzato. L’irresistibile ascesa di Saddam Hussein Ë culminata nel 1980, con la concentrazione di tutti i poteri nelle sue mani, e da allora Ë iniziato un grottesco culto ufficiale della sua personalità. La dittatura di Saddam Hussein si basa su una burocrazia borghese civile, militare e poliziesca, a cerchi concentrici, largamente determinati dall’appartenenza alla famiglia, al clan o alla provincia (Takrit) del tiranno. I privilegi di questa burocrazia sono assicurati dalla rendita petrolifera dello stato iracheno.
Nel settembre 1980 l’Iraq attacca l’Iran, dove l’anno precedente una vittoriosa rivoluzione era riuscita a cacciare il regime dello Scià: l’obiettivo iracheno era di appropriarsi dei campi petroliferi dell’Arabistan iraniano (la principale regione petrolifera iraniana) ed affermarsi così come potenza regionale dominante. La guerra dura più di otto anni, e dalla sola parte irachena i morti sono 300.000. A queste vittime devono essere aggiunti almeno 100.000 kurdi (alcune fonti kurde arrivano alla cifra di 180.000 vittime) massacrati dall’esercito nel nord dell’Iraq dal 1987 al 1989, con l’operazione denominata Anfal, con largo uso di armi chimiche, che portò alla distruzione della maggioranza dei villaggi del kurdistan iracheno (il caso-simbolo di questa repressione, grazie alla disponibilità di documenti fotografici, Ë stato lo sterminio il 16 marzo 1988 di tutti gli abitanti del villaggio di Halabdja, circa 5.000 persone, con iprite e gas sarin, mentre i sopravvissuti vennero spianati con i bulldozer). Il cessate il fuoco con l’Iran venne firmato nel 1988, senza che la frontiera esistente prima del conflitto fosse modificata.
Le distruzioni materiali provocate dalla guerra con l’Iran furono enormi (stimate a 150 miliardi di dollari), e Baghdad uscì dalla guerra con un indebitamento di 60 miliardi di dollari, oltre a ritrovarsi con un esercito totalmente sproporzionato rispetto alle dimensioni (un milione di persone mobilitate) che può mantenere. La crisi finanziaria del Paese dopo la guerra del Golfo del 1980-1988 non fece che aumentare, e i vari paesi arabi ed emirati che avevano sostenuto l’Iraq nella guerra contro l’Iran non accettavano di continuare a sovvenzionarlo. Eí in questa situazione che matura la decisione di occupare il Kuwait (uno stato artificiale creato dall’imperialismo britannico delineando un confine attorno ai pozzi petroliferi, proprietà personale dell’emiro e della sua famiglia, dove nessun minimo diritto democratico era garantito): un’occupazione permanente e l’annessione del Kuwait all’Iraq avrebbe risolto tutti i suoi problemi finanziari grazie alla rendita petrolifera aggiuntiva, mentre un accordo di mediazione (in cambio del ritiro dal Kuwait) avrebbe comunque portato risorse aggiuntive.
Baghdad non si aspettava una reazione statunitense e internazionale cosÏ determinata e inflessibile (numerosi altri casi simili nel passato non avevano provocato reazioni significative a livello internazionale, per Israele, per l’Iran, il Marocco, la Turchia, l’Indonesia, ecc.) contando piuttosto che la fine della guerra fredda avrebbe consentito un maggior margine di manovra rispetto al passato per un paese come il suo, lasciando comunque spazi per mediazioni vantaggiose. Una volta resosi conto che così non era, il regime di Saddam Hussein non poté ritirarsi senza passare attraverso la guerra del 16 gennaio  28 febbraio 1991 (il cui esito, vista la sproporzione nel numero delle vittime, era scontato), in quanto la legittimazione del suo regime ne sarebbe uscita a pezzi.

I motivi della guerra del Golfo: la sindrome vietnamita
Gli Stati Uniti erano rimasti profondamente segnati dalla sporca guerra che avevano condotto in Vietnam, con una delegittimazione interna ed internazionale in materia di operazioni militari all’estero che doveva accompagnarli per decenni. Il tentativo (timido) di effettuare un intervento militare all’estero da parte del “falco” Reagan era terminato in modo catastrofico: nel 1983 gli Usa si ritiravano dal Libano dopo aver subito in due attentati 305 perdite. L’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein offrì un’occasione ideale a Bush per tentare di superare l’inibizione statunitense in fatto di guerra  ritornare ad una situazione di “normalità” in base alla quale la maggior potenza militare del mondo potesse essere in grado di sfruttare la propria superiorità. Nel 1990-1991 l’argomentazione-chiave fu il “rispetto del diritto internazionale”, mentre successivamente venne invocata la “difesa della democrazia” (Haiti), la “guerra umanitaria” (Somalia, Bosnia e Serbia), ed oggi la “guerra al terrorismo” (Afghanistan). La grande variabilità delle argomentazioni ideologiche per dare legittimità alle guerre e alle offensive militari scatenate in varie parti del mondo traducono la debolezza intrinseca di ciascuna di queste argomentazioni (riassumibili tutte nel fatto che i “buoni motivi” sono sempre selettivi) e la difficoltà persistente a ritrovare una legittimità  in primo luogo interna  alle azioni dell’imperialismo statunitense. Da questo punto di vista la situazione odierna è ancora ben lungi dall’essere paragonabile a quella dei 25-30 anni seguiti alla fine della seconda guerra mondiale, passati sotto il segno della “lotta al comunismo” (e di un miglioramento nelle condizioni di vita grazie al boom economico). Un segnale inequivocabile fu la poco gloriosa ritirata statunitense dalla Somalia nel 1994.
Oggi “Bush il piccolo” riprende tutta la retorica degli “stati canaglia” inaugurata da suo padre all’inizio degli anni ’90, ma come questa retorica aveva mostrato tutti i suoi limiti nel corso degli anni ’90 (i continui bombardamenti condotti sull’Iraq da Usa e Gran Bretagna sono sempre stati condotti nel più totale isolamento internazionale, e sottoposti a critiche sempre più ampie all’interno degli stessi Stati Uniti; l’isolamento dell’Iran è fallito proprio grazie ai più fedeli alleati degli Usa, in primo luogo l’Arabia Saudita; e così via), così costituisce oggi una argomentazione ben più debole, visto che i cosiddetti “stati canaglia” non fanno nulla per essere considerati tali. La guerra del Golfo di dodici anni fa fece credere ai dirigenti di Washington di aver girato definitivamente pagina dopo i “giorni bui” del 1974 (quando gli Usa furono costretti a ridurre in modo decisivo la propria presenza in Indocina, con la conseguente caduta l’anno successivo dello stato fantoccio del Vietnam del Sud) ma ancora oggi questi dirigenti si ritrovano con lo stesso problema: il fantasma sempre presente della contestazione di massa contro il bellicismo Usa che fece affondare l’impresa vietnamita. Il consenso interno per ogni azione militare dev’essere conquistato volta per volta e non può essere mai considerato definitivamente acquisito: per questo l’insistenza odierna sulle “guerre lampo”, su un numero di (proprie) vittime limitato e sullo sviluppo tecnologico in materia di armamenti (i tre quarti delle spese mondiali per ricerca e sviluppo in campo militare sono effettuati negli Usa), in grado di compensare la debolezza del “fattore umano”.

I motivi della guerra del Golfo: assicurare i flussi di capitali
La motivazione fondamentale che spinse gli Stati Uniti alla guerra del Golfo fu quella di garantirsi un flusso di capitali in entrata. Nel 1990 (e molto piš oggi) il capitalismo statunitense Ë dipendente dal fatto che un flusso costante di capitali provenienti da tutto il mondo entri in patria. Uno di questi flussi, non quantificabile ma estremamente importante, era ed Ë quello proveniente dai vari paesi che godono di una “rendita petrolifera”, che viene investita da questi paesi nelle azioni e nei titoli di stato Usa, o viene spesa per l’acquisto (sovrapprezzo!) di armamenti sempre provenienti dagli Usa. Nel 1990 gli Stati Uniti conoscevano una recessione economica (come oggi) che rendeva il capitale ancora più sensibile a questo fattore: una modificazione degli equilibri nel golfo persico, dove sono concentrati questi “stati che hanno una rendita” (la “banda dei quattro”: Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti) metteva pericolosamente in discussione questi vitali flussi di capitali, e richiedeva un intervento per ristabilire lo status quo ante. La creazione di un regime in Iraq, al posto di quello di Saddam Hussein, che garantisse un flusso aggiuntivo di questi capitali era certamente un obiettivo ben gradito a Washington, ma gli Stati Uniti si scontrarono con l’assenza di una “carta di ricambio” che cercarono inutilmente nei più alti vertici dell’esercito iracheno. Lo scoppio di rivolte e insurrezioni contro il regime di Baghdad nel marzo 1991 venne visto come un grave pericolo poiché poteva portare esattamente all’opposto di quello che veniva ricercato: un Iraq democratico, federale, concentrato sulla propria ricostruzione. Sarebbe stato l’evento più distruttivo per tutta la regione, dove esistono solo regimi autocratici terrorizzati dalla possibilità di movimenti rivoluzionari al proprio interno. Per questo concesse tutto quanto era necessario al regime di Saddam Hussein per poter schiacciare queste rivolte.
In questo groviglio di interessi Washington non poteva permettersi di “marciare su Baghdad” nel febbraio 1991. Come ironicamente raccontava “il buon soldato Schveik” più di ottant’anni or sono,

“non è mica una cosa così semplice penetrare in questo o quel paese! Ognuno è capace di farlo, ma poi, venirne fuori, questa sì che è vera arte militare! Quando uno entra in un posto, deve sapere tutto quello che succede intorno, per non doversi trovare tutt’ad un tratto dinnanzi a qualche difficoltà, vale a dire dinnanzi a una catastrofe. Ad esempio una volta a casa nostra, ancora nel vecchio edificio, acchiapparono nel solaio un ladro; quel mariuolo aveva notato, quando era entrato dentro, che c’erano certi muratori i quali stavano proprio allora riparando un abbaino, e dunque riuscì a svincolarsi, freddò la portinaia e scese giù per le scale fino a raggiungere il lucernario, ma poi di lì non poté più uscir fuori. Il nostro vecchio Radetzky, invece, conosceva ogni strada, non riuscivano mai a pizzicarlo”

Nel 1990-1991 (e così è ancora oggi) il controllo del petrolio in quanto tale da parte degli Usa non fu una delle motivazioni per la guerra. Dalla prima metà degli anni ’70 il mercato del petrolio è un mercato perfettamente internazionalizzato, dove i vari produttori di petrolio nel mondo si fanno direttamente concorrenza líuno con líaltro. In questo modo il prezzo del petrolio è fissato dal funzionamento del mercato stesso, secondo un meccanismo conosciuto in economia come quello della rendita marginale, e non da accordi tra vari stati produttori che decidono di aumentare o diminuire la produzione, accordi che tutt’al più possono influire sul prezzo mondiale in modo marginale e temporaneo. Il prezzo del petrolio  sulla base di questo mercato  non viene fissato nel golfo persico, ma dall’industria petrolifera statunitense, la meno produttiva esistente oggi sul pianeta, e garantisce una cospicua rendita a tutti i paesi con una produttività maggiore nell’estrazione del petrolio. Che il petrolio in sé non fosse la questione chiave venne dimostrato proprio dal biennio 1990-1991, quando si ebbe contemporaneamente il crollo della produzione di petrolio in URSS, e il blocco della produzione ed esportazione di quello iracheno e kuwaitiano: il mercato internazionale non soffrì di mancanza nell’offerta di petrolio e i prezzi  dopo una breve e limitata impennata  tornarono ad essere quelli esistenti prima della crisi internazionale.

Un bilancio
Gli Stati Uniti sono riusciti, nello scorso decennio, a mantenere stabile la situazione del golfo persico, assicurandosi il flusso costante dei capitali di cui abbisognavano.
Tuttavia il costo umano, anche dopo la fine della guerra del golfo, Ë terribile. La popolazione irachena Ë sottoposta da dodici anni a sanzioni economiche che, secondo la prestigiosa rivista ìForeign Affairsî, sono delle “sanzioni di distruzione di massa”, con circa 90.000 decessi all’anno. In un articolo nel 1999, i due professori americani John e Karl Mueller  dopo aver stimato a 400.000 il numero totale dei morti provocati nella storia da armi di distruzione di massa (nucleare, chimiche e biologiche, ad esclusione delle camere a gas naziste)  concludevano, usando il condizionale per attenuare l’impatto delle loro affermazioni: “Se le stime dell’Onu delle perdite umane in Iraq sono corrette, anche solo approssimativamente, appare dunque che le sanzioni economiche costituirebbero la causa della morte in Iraq di piš persone di quante ne siano mai state massacrate nella storia da tutte le armi cosiddette di distruzione di massa”.
Tuttavia non solo il regime di Saddam Hussein Ë ancora al suo posto, e la “carta di ricambio” militare ricercata nel 1990-1991 pare non ci sia ancora oggi, ma anche il regime iraniano sorto dal crollo del “pilastro statunitense nel Medio oriente” (il regime dello Scià) non è stato affatto intaccato dalla “politica di contenimento” attuata dagli Usa. Al contrario gli Usa si sono scontrati con numerosi loro alleati (ed addirittura proprie multinazionali) che hanno stretto rapporti via via piš stretti sia con l’Iraq, sia soprattutto con l’Iran.
Riuscirà “Bush il piccolo” a ritrovare questa egemonia sempre piš messa in discussione con la sola forza delle sue supersofisticate armi? Quest’ultimo anno e soprattutto questi ultimi mesi testimonierebbero il contrario: che la corsa in avanti bellicista degli Stati Uniti accentua, anziché risolvere, i problemi di egemonia di cui è afflitta la superpotenza Usa. Il capitale francese e tedesco esprime interessi divergenti da quelli americani per quanto riguarda la nuova guerra all’Iraq. Kuwait e Arabia Saudita si azzardano a criticare Washington come mai in passato Ë avvenuto (in un certo momento sono addirittura circolate voci su un ritiro dei capitali sauditi dagli Stati Uniti!!!). E soprattutto il movimento antiguerra è già da ora fortissimo in Europa, e gli Stati Uniti hanno visto in aprile una manifestazione (nonostante fosse malissimo organizzata) di 100.000 persone a sostegno dei palestinesi, e a settembre decine di migliaia di persone manifestare contro la guerra. Il fantasma del movimento antiguerra statunitense della fine anni ’60  inizio anni ’70, che riuscÏ ad essere per estensione e radicalità la causa prima della sconfitta dell’imperialismo statunitense in Indocina, continua a provocare notti agitate ai dirigenti di Washington.

Secondo le parole di Dickens, in apertura a “Una storia tra due città”, “erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un’epoca di saggezza, era un’epoca di follia, era un tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo”. In ultima analisi, sta a noi scegliere.  


“L’inconsapevolezza in politica è rovinosa. In guerra, è criminale”

E’ la chiusura dell’articolo di Lucio Caracciolo del 3 ottobre su Repubblica.

Quello che manca è la franchezza nel dichiarare le motivazioni per la guerra. La sequenza di interventi autorevoli per scongiurare l’attacco è impressionante, ma la serie di obiezioni che vengono mosse a tutte le giustificazioni della guerra da esponenti dei media,da esperti e da funzionari di organizzazioni internazionali lo è ancora di più. Per ritenere che tutte le motivazioni e le giustificazioni contrarie alla guerra siano orchestrate da Saddam bisognerebbe dare credito al rais di una capacità di controllo dei media e delle menti occidentali che francamente non è facile avallare. Le motivazioni che si adducono all’opinione pubblica internazionale per giustificare l’azione sono le seguenti:

1)  L’Iraq disporrebbe di armi di distruzione di che Saddam non esiterebbe ad usare

«Se io dovessi quantificare la minaccia rappresentata dall’Iraq in termini di armi di distruzione di massa, essa equivale a zero» Scott Ritter, statunitense, per 7 anni ispettore Onu in IRAQ

·       CAPACITA’ BALISTICHE: Rolf Ekeus, che ispezionò per conto dell’ONU gli arsenali militari iracheni dopo la guerra nel Golfo, dichiarò che l’Iraq aveva perduto 817 dei suoi 819 missili a lunga gittata

·       ARMI BIOLOGICHE: Nel 1999 un team del Consiglio di sicurezza certificò che le strutture di armi biologiche irachene erano state  distrutte o rese inoffensive.

·       ORDIGNI NUCLEARI Per quanto riguarda la minaccia nucleare di Saddam la International Atomic Energy Agency (Iaea) ha accertato che il programma di armamento nucleare iracheno era stato eliminato.Gli ispettori della Iaea sono ancora in Iraq e lo scorso gennaio hanno dichiarato il completo rispetto iracheno delle limitazioni. Quando si chiede all’Iraq di consentire l’accesso agli ispettori viene da chiedersi in che veste  quelli della Iaea siano ancora lì. L’Iraq non ha mai espulso gli ispettori, neppure quelli dell’Onu. Sono sempre stati ritirati quando venivano accusati di essere delle spie.

2) Ci sarebbe una connessione diretta tra l’Iraq e gli attentatori dell’11 settembre.

Al riguardo lo scorso 5 febbraio un rapporto del New York Times ha concluso che «la Cia non ha alcuna prova che l’Iraq abbia partecipato ad azioni terroristiche contro gli Usa in quasi un decennio e l’Agenzia è convinta che Saddam non abbia fornito armi chimiche o biologiche ad al-Qaida o ai terroristi ad essa associati».

Sono interessanti al riguardo le riflessioni di Scott Ritter, il quale definisce la “connessione” con Al Qaeda «una faccenda palesemente assurdaSaddam Hussein»ricorda «è un dittatore laico, ha passato gli ultimi trenta anni a dichiarare guerra al fondamentalismo islamico, facendolo a pezzi. A parte la guerra all’Iran degli ayatollah, in Iraq sono in vigore leggi che sentenziano la pena di morte per il proselitismo in nome del wahabismo, la religione di Osama bin Laden. Osama odia in modo particolare Saddam, lo chiama l’apostata, un’accusa che implica la pena di morte».

3) Saddam bloccherebbe gli aiuti umanitari per il popolo iracheno

In proposito secondo alcuni osservatori vi sarebbereo invece ben 5 miliardi di dollari in aiuti bloccati dagli Usa con il beneplacito della Gran Bretagna. Quelle spedizioni sarebbero già state approvate dall’Onu e comprendono vaccini, antidolorifici, medicinali salva-vita ed equipaggiamenti diagnostici per il cancro. L’embargo lascerebbe meno di 150 euro all’anno per la sopravvivenza di una persona. sebbene si possa essere certi che se Saddam avesse un tornaconto nel bloccare gli aiuti lo farebbe senz’altro, lo stesso segretario generale dell’Onu ha affermato che questo non è stato fatto. Evidentemente Saddam non ha bisogno di fare ciò che altri già fanno per lui.

    Dannis Halliday, l’assistente segretario generale dell’Onu responsabile degli aiuti umanitari, ha dato le dimissioni dichiarando l’embargo all’Iraq un <<genocidio>>. Anche il suo successore Hans von Sponeck ha rassegnato le dimissioni. Lo scorso novembre i due scrissero che “la morte di 5-6 mila bambini al mese è principalmente dovuta ad acqua contaminata, malnutrizione e mancanza di medicine. Gli Usa e il Regno Unito, con i loro ritardi nelle autorizzazioni, sono responsabili di questa tragedia, non Baghdad”.

Altro fatto poco noto e imbarazzante è che gli Usa e Gran Bretagna stanno bombardando l’Iraq da almeno due anni con frequenza settimanale. “Non ci rimangono che i gabinetti di campagna”, sarebbe il commento sconsolato di un funzionario del Pentagono.

Le giustificazioni di Blair e Bush NON CONVINCONO. Sicura è solo una conseguenza: questo conflitto esaspera lo scontro tra culture, allarga le fratture esistenti tra Nord e Sud del mondo, offre nuovi pretesti alla follia terrorista, apre le porte ad un nuovo disordine mondiale.

La ricerca della PACE, in questo contesto, è QUESTIONE DI SOPRAVVIVENZA:

Bibliografia:

William Rivers Pitt – Guerra all’ Iraq, intervista a Scott Ritter

Aspettando Saddam, quaderno speciale di Limes, settembre 2002

Corridoi di guerra

Petrolio e gas: L’approvvigionamento energetico dell’occidente è stato
alle origini delle guerre balcaniche. La regia è statunitense

MICHEL COLLON*

Il manifesto, 03 Giugno 2001

Sinistra ripetizione? Dopo che i separatisti dell’Uck hanno attaccato i villaggi della Valle di Presevo nella Serbia del sud, dai quali per concessione della Nato si sono ritirati – forse – e dopo che per due anni sono stati uccisi in Kosovo civili serbi, moderati albanesi, rome persone di altra etnia, le milizie albanesi dell’Uck, ecco che hanno  portato la guerra nella vicina Macedonia. E, nuovamente, ecco che ricompaiono litanie di profughi lungo le strade. Finisce o ricomincia nei
Balcani? Comunque sia sono avvenimenti che permettono di capire meglio quanto è successo nel 1999.
1. Macedonia regione strategica?
Sì, lo spieghiamo su Solidaire e nel nostro libro Monopoli citando il Generale Michael Jackson, allora comandante delle truppe della Nato a Pristina: “Noi resteremo qui, certamente, molto tempo al fine di garantire la sicurezza dei corridoi energetici che attraversano la Macedonia”.
Corridoi energetici? Abbiamo presentato le carte geografiche che dimostrano i progetti dell’Europa (una rete completa di oleodotti e gasdotti che la uniscono, attraverso i Balcani, alle enormi fonti di petrolio e gas del Caucaso ex Sovietico) e quelli degli Stati Uniti (un oleodotto Bulgaria-Macedonia-Albania-Adriatico che assicurerebbe alle multinazionali petrolifere statunitensi il controllo di questa stessa via del petrolio e del gas). Progetti rivali, in effetti. Ecco perché tutte le grandi potenze cercano da dieci anni il controllo della Jugoslavia. La via del petrolio e del gas passa di là. Noi
sottolineiamo anche che, dal 1992, è in Macedonia – anche se molto lontano dalle zone di conflitto – e da nessuna altra parte che Washington aveva inviato un battaglione.
Siamo franchi: anche a sinistra, alcuni trovavano esagerato sospettare di Washington di disegni così neri… come il petrolio. Ma proprio recentemente, il rispettabilissimo quotidiano britannico Guardian ha confermato: “Un progetto chiamato “Trans-Balkan Pipeline” non è mai stato menzionato dalla stampa europea o americana. Questa linea partirà da Burgas (Mar Nero) per raggiungere l’Adriatico a Vlore (Valona), passando per la Bulgaria, la Macedonia e l’Albania. Per l’Occidente sarà probabilmente la principale via verso il petrolio ed il gas attualmente estratti in Asia centrale, 750.000 barili al giorno. Un progetto necessario, secondo l’Agenzia americana del Commercio e dello Sviluppo, perché “fornirà una fonte costante di greggio alle raffinerie americane, attribuirà un ruolo chiave alle compagnie americane nello sviluppo di questo corridoio vitale est-ovest e farà progredire nella regione la volontà di privatizzazione del governo americano. Chiaro, no?
Inoltre, il segretario americano all’energia Bill Richardson ha dichiarato nel 1998, quindi prima della guerra: “Si tratta della sicurezza energetica dell’America”. Un discorso radicalmente copiato, indurito e approfondito dalla nuova amministrazione Bush. Quando gli Stati uniti parlano di “sicurezza energetica”, bisogna sapere cosa vuol dire: preservare il dominio mondiale e i superprofitti delle loro multinazionali petrolifere. E Richardson prosegue: “Vorremmo vedere questi paesi nuovamente indipendenti appoggiarsi su interessi commerciali e politici dell’Ovest, piuttosto che rivolgersi in un’altra direzione. Noi abbiamo effettuato un’importante investimento politico nella regione del Caspio ed è importante per noi che sia il tracciato degli oleodotti che la politica siano corretti”.
E il Guardian aggiunge questo, essenziale: “Il 9 dicembre ’98 (prima della guerra, ndr) il presidente dell’Albania ha assistito ad una riunione su questo argomento a Sofia: “A mio parere personale, nessuna soluzione che si trovi in seno alle frontiere serbe porterà una pace durevole”. Il messaggio poteva difficilmente essere più chiaro: se voi volete l’accordo con gli albanesi per l’oleodotto Trans-Balcanico, dovete togliere il Kosovo ai serbi.
2. L’offensiva dell’Uck è una sorpresa?
Gli Stati uniti si sono messi in combutta con il diavolo allora. Perché numerosi rapporti diplomatici americani attestavano: l’Uck separatista assassinava non soltanto i poliziotti e i civili serbi, ma anche albanesi sposati a serbe o semplicemente per aver accettato di vivere nello stato jugoslavo. E l’inviato speciale di Washington nei Balcani, Robert Gelbard, aveva lui stesso affermato in tre riprese alla stampa internazionale, all’inizio del ’98: “Vi dico che questi dell’Uck sono terroristi”. Ma tre mesi più tardi questi terroristi si erano trasformati miracolosamente in “combattenti per la libertà” e la Nato sarebbe ben presto diventata la loro forza aerea.

Oggi, gli Stati Uniti fingono sorpresa davanti alla “violenza  estremista” che attacca la Macedonia. Bella ipocrisia! Dal giugno ’98, l’Uck diffondeva fra i suoi simpatizzanti europei una carta della “Grande Albania”. In Monopoli (pag.69), riproduciamo questa carta con il commento: “Oltre al Kosovo questa Grande Albania toglierebbe vasti territori alla Macedonia, al Montenegro e alla Grecia. Le guerre sono quindi inevitabili se l’Uck riesce a realizzare i suoi piani”.
Questa Albania implica non soltanto l’espansionismo, ma anche la puliziaetnica. Oggi, sotto gli occhi e con il tacito accordo della Nato, 350.000 non Albanesi sono già stati espulsi dal Kosovo: serbi, ma anche rom, goranci, turchi eccetera. Il Kosovo è quasi “puro”.
Una sorpresa? Veramente no, poiché già il 12 luglio 1982 il New York Times intervistava un responsabile jugoslavo del Kosovo, d’origine albanese: “I nazionalisti albanesi hanno un programma di due punti: inizialmente creare una repubblica albanese etnicamente pura, e in seguito la fusione con l’Albania per formare una Grande Albania”. D’altra parte, al tempo della insurrezione anti-jugoslava del 1981, i nazionalisti albanesi avevano già stabilito una stretta collaborazione fra le loro unità di Macedonia, Serbia e Montenegro.
Tutto questo non ha impedito all’influente senatore americano Joseph Lieberman di dichiarare nell’aprile ’99: “Gli Stati uniti e l’Armata di Liberazione del Kosovo difendono gli stessi valori umani, gli stessi principi. Battersi per l’Uck, è battersi per i diritti umani e i valori americani”. In breve: Usa-Uck, stesso combattimento. D’altra parte, chiunque viaggi in Kosovo può vedere un po’ dappertutto, per esempio sopra le stazioni di benzina, le bandiere albanese e americane strettamente associate.
3. La versione della Nato sta in piedi?
Cosa ci diceva la Nato per giustificare i suoi bombardamenti mortali?
Che la sua guerra era umanitaria. Falso: era per il petrolio e per spezzare un’economia che resisteva alle multinazionali occidentali e al Fmi. Che aveva tentato tutto per trovare una soluzione negoziata. Ugualmente falso: sappiamo adesso che non c’è mai stato un negoziato a Rambouillet, soltanto una commedia per giustificare una guerra già decisa. Che era una guerra pulita. Falso ancora: 2000 civili jugoslavi uccisi, innumerevoli fabbriche e infrastrutture distrutte. Più l’uso di armi proibite e criminali come bombe a frammentazione (cluster bomb) o munizioni all’uranio. Con più vittime di quelle addebitate al perfido Milosevic.
Al momento, si sta sciogliendo anche il poco che rimane della versione ufficiale. Ci avevano detto: “I problemi del Kosovo provengono da Milosevic”. Il Kosovo non funziona meglio con Kostunica.
Ci dicevano che bisognava intervenire per fermare un genocidio serbo e stabilire un Kosovo multietnico. Ma il generale tedesco Heinz Loquai ha dimostrato che il preteso documento “Piano ferro-di-cavallo”, presentato dal ministro tedesco Scharping per giustificare l’intervento armato, era un falso, e che il genocidio era una menzogna mediatica. Ciò rende la guerra ingiustificata e rende la Nato colpevole di aver provocato due catastrofi umanitarie: un esodo massiccio di albanesi, poi un altro di serbi. E il generale Michael Rose, che comandava le forze Onu in Bosnia, rimprovera alla Nato “di aver introdotto una cultura di violenza”. Infine, per tentare di scusare l’attuale pulizia etnica in Kosovo, i sostenitori della Nato e dell’Uck hanno preteso di descriverla come una sequenza di “vendette per ciò che hanno fatto i Serbi”. E ora, nella Macedonia dove non è successo nulla, con quale pretesto giustificare l’aggressione dell’Uck? E’ tempo di riconoscere la sola spiegazione possibile: l’Uck mira a creare uno stato etnicamente puro e non può realizzare questo programma che con l’escalation dell’odio e con il terrorismo.
4. Washington fa il doppio gioco?
Gli Stati uniti fanno finta d’indignarsi per le attuali violenze dell’Uck.
Ma bisogna far rimarcare diverse cose. Non hanno alzato un dito quando l’Uck è uscita dal Kosovo per attaccare la regione di Presevo in Serbia centrale. Peggio: l’infiltrazione si è prodotta a partire dalla zona di occupazione americana del Kosovo. Washington e la Nato pretendono oggi “di cercare di fermare il flusso d’armi e di combattenti verso la Serbia del Sud e verso la Macedonia”. Ma chiunque si rechi in Kosovo può osservare barriere e controlli della Kfor ogni cinque chilometri. Soltanto, questa stessa Kfor lavora con interpreti e altro personale uscito dall’Uck. Che si è, d’altra parte, trasformato nel molto ufficiale “Corpo di Protezione del Kosovo”. In breve, chi non cerca le armi dell’Uck, non le troverà. D’altra parte, il maggiore Jim Marshall, portavoce della Kfor americana, ha dichiarato il 6 marzo scorso: “Abbiamo identificato fra 75 e 150 ribelli a Tanusevci (Macedonia), li abbiamo fatti entrare e uscire dal Kosovo, e sbarazzarsi del loro equipaggiamento e delle loro armi prima di passare la frontiera”. Una domandina stupida: cosa vi impediva di arrestarli? 45.000 soldati Nato occupano il Kosovo e non possono arrestare 150 terroristi? Ora quei pochi “fermati” stazionano nella grande base Usa di Bondsteel (Urosevac) costruita in dispregio degli accordi di Kumanovo (dove ora si combatte).
5. L’Uck scatenerà un’altra guerra?
Cosa succederà? Dopo aver giocato su diversi tavoli, gli Stati uniti possono trovarsi all’angolo. Da un lato, continuano a utilizzare l’Uck per ottenere maggiori concessioni in Serbia: la privatizzazione totale e l’eliminazione del principale partito di opposizione, il Sps (inviandone il presidente al tribunale dell’Aja). Ma, dall’altro lato, se lasciano che l’Uck vada troppo oltre, si metteranno contro alcuni alleati preziosi: il governo macedone e la Grecia, paesi ugualmente minacciati dalle rivendicazioni dell’Uck. E anche Kostunica, che non può presentare alla sua opinione pubblica alcun bilancio positivo sul Kosovo, anzi – tranne forse nella Valle di Presevo, nella Serbia del sud ora ricontrollata dalle truppe di Belgrado, ma settori dell’Uck(Ucpmb) non hanno intenzione di deporre le armi nemmeno lì. Ma se Washington mollasse l’Uck e rovesciasse le sue alleanze, potrebbe succedere che la sua alleata (in realtà rivale) Germania si metta nuovamente a sostenere clandestinamente l’Uck. La quale ha quindi interesse a spingere oltre le sue provocazioni.
Rovesciare le alleanze? Abbiamo già visto cose di questo tipo da parte degli Stati Uniti, per esempio fra Iran, Iraq e Siria. Ma lo scopo degli americani è di assicurarsi nei Balcani uno stato (o staterelli, o
stati-mafie) “portaerei”. Per fare ciò, la scelta numero uno resta uno stato fantoccio albanese che dovrebbe tutto a Washington. Solo le potenze europee rifiutano una modifica delle frontiere nei
Balcani. Queste provocherebbero nuove guerre tra i piedi dell’Europa e destabilizzerebbero i progetti di “corridoi” descritti più sopra. Una cosa è sicura: l’intervento della Nato, per interessi nascosti, non ha portato e non porterà la pace.

* Giornalista belga esperto di Balcani


Gli arsenali di Stranamore

L’ATOMICA INTELLIGENTE
Angelo Baracca  

1.La presenza in Iraq di armi di distruzione di massa e l’eventualità incombente che Saddam Hussein ne sviluppi quantità ed efficienza fino a costituire una minaccia irreparabile per la nazione e i valori americani – che sono per definizione gli stessi dell’Occidente: «libertà, democrazia, libera impresa» –, un ostacolo mortale per «la nuova era di sviluppo globale garantito dal libero mercato e dalla libertà dei commerci», è – come è noto – l’argomento principe, ossessivamente ripetuto, che l’Amministrazione Bush (e, con poche e parziali eccezioni, la corte numerosa di governi capeggiata dal laburista Blair) ha messo alla base del programma di aggressione contro l’Iraq e della vera e propria eversione del diritto internazionale e della stessa Carta dell’Onu, perfezionata nella sua forma più solenne nella recente National Security Strategy of U.S. presentata il 17 settembre al Congresso 1.
Del molto controvertibile fondamento di questa motivazione soprattutto dopo le devastazioni di Desert Storm, anni di ispezioni Onu e gli effetti dei continui raid aerei; della responsabilità degli Usa (e di molti dei loro principali alleati) nella fornitura all’Iraq di Saddam di materiali e know how per i suoi tentativi di programmi nucleari bellici negli anni precedenti la prima Guerra del Golfo 2 e per la costruzione di armi chimiche e biologiche; del progetto di egemonia mondiale e di controllo delle risorse energetiche planetarie 3 che motivano molto più verosimilmente il progettato intervento armato in Iraq, si scrive da parte di fonti numerose e non sospette e si discute apertamente anche in circoli molto ufficiali degli stessi Usa. In questo articolo mi sembra utile concentrare l’attenzione piuttosto su una serie di dati noti in ambienti ristretti (o accuratamente minimizzati o taciuti) e di considerazioni che – rovesciando il senso pressoché plebiscitario della lettura corrente dei fatti da parte della maggioranza dei media – portano a ristabilire un quadro attendibile delle dimensioni e delle fonti dei rischi che minacciano il mondo.
2. È purtroppo vero che il rischio di una guerra nucleare e di uso di armi di sterminio, chimiche e batteriologiche, è effettivamente oggi più concreto che in tutti i decenni della Guerra Fredda, ma esso non viene né da Saddam, né dai paesi dell’`asse del male’ (i quali non si vede perché dovrebbero – qualora potessero – sferrare un attacco che certamente porterebbe alla loro cancellazione dalla carta geografica, destino che i progetti americani e dei loro alleati israeliani sembrano preparare all’Iraq). È invece proprio da Washington che viene il pericolo di una catastrofe planetaria innescata da un `attacco preventivo’. Lo prevede esplicitamente la Nuclear Posture Review trapelata a gennaio, e sono in corso di attuazione concrete misure militari per renderlo possibile.
Abbandonando il principio del `contenimento’ e della `deterrenza’, enunciato da Truman 50 anni fa, la `dottrina Bush’, sancisce il diritto dell’unica superpotenza di intervenire militarmente a proprio insindacabile giudizio, ovunque, quando lo ritenga opportuno, e con qualunque mezzo. Il più tragico dei paradossi vedrebbe gli Stati Uniti sferrare un attacco nucleare per… prevenire l’improbabile eventualità che altri lancino armi di sterminio. D’altra parte, già nel 2000, Mosca ha varato una nuova Dottrina militare che, rovesciando la tradizionale opzione sovietica del no first use, consente una risposta nucleare anche a un attacco convenzionale che colga il paese in condizioni critiche4.
I progetti in corso, come vedremo, tendono tra l’altro a cancellare la distinzione tra guerra nucleare e guerra convenzionale, abbassando minacciosamente la soglia della prima. Il concetto stesso di `distruzioni di massa’ nelle operazioni militari deve essere notevolmente esteso: infatti, la guerra nucleare (o almeno radioattiva) è già in corso con l’uso massiccio dei proiettili a uranio impoverito. Sembra chiaro che gli Stati Uniti hanno fatto uso di aggressivi chimici nella Guerra del Golfo 5 (dopo il Vietnam); infine i bombardamenti di impianti chimici civili, come è accaduto a Pancevo e Novi Sad in Serbia, producono effetti non molto diversi da quelli prodotti dall’uso massiccio di aggressivi chimici, colpendo indiscriminatamente la popolazione civile e le generazioni future.
3. Occorre in primo luogo fare chiarezza – contro una battente campagna mediatica minimizzatrice – sulla consistenza e le prospettive degli arsenali, e sui programmi nucleari.
È vero che i trattati Start stavano conducendo alla riduzione quantitativa degli arsenali strategici russo e americano a circa un decimo (5.000-6.000 testate per parte) delle decine di migliaia che, ai tempi della Guerra Fredda, sostenevano la strategia della deterrenza e della mutua distruzione assicurata. Lo Start-2 avrebbe condotto a una ulteriore riduzione a 3.000-3.500 testate per parte nel 2007, se Mosca non lo avesse disdetto in risposta alla denuncia unilaterale da parte di Washington del trattato Abm (Anti-Ballistic Missile). Nel giugno scorso venne dato con grande battage mediatico l’annuncio dell’accordo Bush-Putin sulla riduzione del numero delle testate strategiche a 1.700-2.200 per parte. Si evitava di dire che lo `storico accordo’ non era un trattato e che non prevedeva la distruzione delle testate rimosse. Sicché gli Usa conserverebbero alla fine 4600 testate (installate o immagazzinate), senza contare un numero imprecisato – tra 4.000 e 10.000 – di testate tattiche, per le quali non vige attualmente nessun trattato. Nell’Amministrazione circolavano proposte per ridurre le testate strategiche a non più di 1500 (ma, ovviamente, anche pressioni opposte); mentre Mosca sa bene che in futuro non potrà mantenere più di 1.000-1.500 testate operative.
Ma il punto veramente decisivo è un altro: gli Usa stanno rinnovando radicalmente il proprio arsenale strategico con testate nucleari nuove, più efficaci e pericolose. Nel folle bilancio militare del Pentagono 6 di più di 400 miliardi di $ (mld $), la spesa per le armi nucleari ha superato abbondantemente la spesa annuale media dei decenni della Guerra Fredda (3,7 mld $).
Sono infatti in corso mega-progetti per simulare i test nucleari e progettare nuove testate. Un progetto del costo complessivo di almeno 67 mld $ in 15 anni (4,5 mld $ all’anno: quasi il triplo del `Progetto Manhattan’ 7, o del `Progetto Apollo’) prevede la realizzazione di fantascientifici super-computer per la simulazione dei test: che per un computer ordinario richiederebbe 6,6 milioni di ore di calcolo. Il pretesto ufficiale è la verifica dell’operatività e della sicurezza dell’arsenale attuale, ma per tale scopo non è necessaria questa dimensione di risorse. Lo scorso anno l’Ibm ha realizzato per il governo il super-computer ASCI White (Advanced Strategic Computation Initiative) – 1000 volte più potente del suo predecessore Deep Blue che nel 1997 sconfisse il campione mondiale di scacchi Gary Kasparov – che è composto di 8192 microprocessori, pesa come 17 grossi elefanti, assorbe per il raffreddamento acqua quanto ne servirebbe per 765 abitazioni, ed esegue 12,3 trilioni di operazioni al secondo: ma la simulazione di un’esplosione nucleare, prevista per il 2005, richiede l’esecuzione di 100 trilioni di operazioni al secondo.
Anche la Gran Bretagna sta lanciando un progetto analogo da 2 mld di sterline (= 3 mld $), per realizzare mini-testate tattiche da utilizzare preventivamente contro Stati non-nucleari o gruppi terroristici: un progetto che asseconda perfettamente la decisione di Bush del marzo scorso di realizzare nuove testate Low Yeld capaci di penetrare attraverso 300 metri di granito prima di esplodere e di distruggere bersagli nucleari profondi (precedentemente la legge proibiva ai laboratori nucleari militari di studiare testate di potenza inferiore ai 5 kilotoni).
Un altro progetto di Washington, la National Ignition Facility, sfonderà certamente il costo previsto di 1,2 mld $ per simulare nel 2003 (ma subirà ritardi) con 192 laser il calore generato da un’esplosione termonucleare. L’amministrazione ha poi avviato la progettazione di un impianto, che costerà da 2 a 4 mld $, per produrre detonatori al plutonio.
Andrebbe ricordato ai fautori nostrani di una ripresa del nucleare `civile’ che esso si sostiene solo se si affianca a un sostanzioso programma militare: come mostrano la quasi bancarotta della società privata British Energy, che gestisce la metà delle centrali inglesi e i ripetuti scandali per l’incuria e per gli incidenti, regolarmente occultati del colosso elettrico giapponese.
4. In secondo luogo, aumentano le pressioni anche per la ripresa effettiva dei test nucleari sotterranei, ovviamente sempre a discrezione di Washington: che ormai – dopo la bocciatura del 1999, attribuita alla maggioranza repubblicana contro l’amministrazione Clinton – ha deciso di non ratificare mai il Comprehensive Test Ban Treaty (Ctbt). Del resto si tenga presente che i contestati test nucleari di Chirac del 1995 nel Pacifico furono condotti anche per conto degli Stati Uniti (con i quali era stato stipulato un accordo segreto per lo scambio di dati) per sperimentare una testata a potenza variabile: così come i test indiani e pakistani del 1998 sperimentarono testate per conto rispettivamente di Israele e dell’Iran 8. Test effettivi potrebbero essere necessari per realizzare le testate Low Yeld.
Intanto Washington, Mosca, Pechino e Parigi conducono test nucleari sotterranei sub-critici (in cui cioè non si innesca effettivamente la reazione a catena): gli Usa ne hanno eseguito a oggi 18 in Nevada, a Los Alamos e al Livermore Laboratory, mentre il programma segreto Appaloosa prevede simulazioni a scala naturale di esplosioni nucleari in superficie usando plutonio-242 come surrogato del plutonio militare.
Preoccupata dal progetto dello scudo anti-missili, la Cina sta sviluppando indubbiamente programmi nucleari militari e missilistici: dietro la cattura nell’aprile 2001 dell’aereo spia americano EP-3E vi era la sorveglianza da parte degli Usa dei preparativi di un test cinese sub-critico nel poligono di Lop Noor, che poi venne effettuato. Alcuni anni fa Pechino comprò da Mosca i dispositivi di contenimento che si utilizzano per mascherare gli effetti sismici di un test. In Russia molti scienziati sono frustrati dal rispetto da parte di Mosca del bando dei test nucleari, proprio mentre Washington decide di non ratificare il Ctbt e rinnova il proprio arsenale; la percentuale del budget destinato allo sviluppo delle forze nucleari strategiche passerà dal 18 al 23-25%. Nel giugno scorso il ministro della Difesa, pur negando di volere riprendere i test, ha informato della decisione di mantenere le condizioni operative e di sviluppare le infrastrutture del poligono nucleare di Novaya Zemlya (destinato peraltro anche a deposito di scorie nucleari). Israele ha appena dotato di nuovi missili Cruise con testata nucleare (com’era ampiamente previsto) tre sommergibili convenzionali della classe Dolphin acquistati dalla Germania, aumentando così notevolmente il proprio potenziale offensivo. C’è da chiedersi con quale faccia le potenze nucleari potranno presentarsi alla scadenza del rinnovo del Trattato di Non-Proliferazione nel 2005, di fronte ai paesi non nucleari che nel 2000 accettarono il rinnovo con la clausola dell’impegno alla progressiva eliminazioni delle armi e del rischio nucleari.
Un’ulteriore fonte di tensione e di pericolo è costituito dal fatto che Washington perpetua l’atteggiamento della Guerra Fredda mantenendo più di 2000 testate strategiche costantemente in stato di allerta, pronte a partire in caso di allarme (Launch on Warning) su bersagli strategici in Russia (quasi 500 puntate sulla sola area di Mosca). Questo atteggiamento costringe la Russia e la Cina a fare altrettanto, mantenendo una tensione permanente e aumentando il rischio di una ritorsione nucleare per errore. Non solo l’arsenale strategico di Mosca è decrepito, ma anche l’intero sistema di allarme, radar e satelliti: dei 43 satelliti militari alcuni non rispondono più, altri sono al termine della vita operativa, rendendo l’intero sistema `cieco’ per una parte del giorno. I rischi che provengono dalla Russia originano più dalla sua debolezza che dalla sua forza.
5. In questo quadro le conseguenze della realizzazione dello scudo anti-missili saranno molto pesanti. Quando si parla (e non spesso) di questo scudo, i mezzi di `disinformazione’ nostrani riportano i successi o gli insuccessi dei test della sola National Missile Defense (Nmd), composta di un sistema radar di allarme, basato largamente in Europa, e di missili basati a terra che devono intercettare le testate in arrivo, distinguerle dalle false testate e da altre esche, e distruggerle mediante killing Vehicles a impatto diretto. In realtà il sistema che gli Usa stanno sviluppando è enormemente più complesso e ambizioso (oltre che costoso): si tratta infatti di una difesa a più strati (Layered Missile Defense) composta di una molteplicità di sistemi anti-missile, per distruggere le testate attaccanti in più modi, i quali riprendono molti aspetti del progetto reaganiano delle `Guerre Stellari’, e comportano una diretta militarizzazione dello spazio.
È forse opportuno ricordare brevemente che il volo di un missile balistico viene suddiviso in tre fasi: la fase di spinta (boost) – in cui i motori sono accesi –, la fase di volo inerziale fuori dagli strati densi dell’atmosfera, e la fase di rientro nell’atmosfera: durante la boost phase il missile sarebbe più facilmente intercettabile, ma i tempi sono brevissimi e occorrerebbe un sistema di allarme a ridosso del paese attaccante. Inoltre, i possibili attacchi non comprendono solo i missili intercontinentali, ma le testate destinate al campo di battaglia, i missili Cruise, ecc. Tutto questo non tiene, ovviamente, conto che lo scudo non serve a nulla per difendersi da attacchi terroristici, non meno micidiali, condotti in altri modi.
I militari americani lavorano su non meno di 20 programmi di difesa missilistica: la Nmd è solo uno di almeno otto programmi principali che si stanno sperimentando 9. L’occhio vitale del sistema è costituito dal System-Low-the Missile-Warning e dai satelliti a raggi infrarossi per inseguire la traiettoria. La Marina ha due progetti: il Navy Area Theater Ballistic Missile Defense, e il Navy Theater Wide. Anche l’Esercito ha due progetti: il Thaad (Theater High Altitude Area Defense: un sistema basato a terra, che dovrebbe proteggere le truppe dislocate oltremare da missili di teatro), e il sistema Patriot Pac-3. Vi sono poi due progetti di laser dell’Aviazione: l’Airborne Laser (portato da un Boeing 747-400, dovrebbe distruggere i missili durante la salita, a una distanza di non più di 400 km) e lo Space Based Laser (basato invece nello spazio). I costi complessivi (probabilmente sottostimati, in particolare per le spese durante il ciclo di vita dei sistemi, valutato in circa 20 anni) superano – come mostra la Tab. 1 – la cifra astronomica di 115 mld $.
La Ballistic Missile Defense Organization (Bmdo) prevede la ricerca simultanea nelle varie aree. L’Amministrazione spinge per accelerare i progetti, in modo che alcuni possano divenire operativi prima della fine del mandato di Bush (2004), chiedendo al Congresso finanziamenti addizionali. I progetti sono soggetti a continua evoluzione. Il programma di difesa tattica della Marina Navy Area ha incontrato difficoltà tecniche e se ne prevede lo spiegamento con forte ritardo rispetto alla data prevista del dicembre 2003. La Thaad è prevista per il 2007, ma potrebbe venire anticipata di un anno o due 10. L’Airborne Laser è previsto per il 2008, ma potrebbe essere anticipato (notizie recenti riportano però che dovrà essere riprogettato, perché risulta troppo pesante). 5 o 10 intercettori della Nmd potrebbero essere dispiegati nel 2004 (sebbene fonti del Dipartimento di Stato denuncino ritardi), alcuni sistemi basati in mare potrebbero essere operativi nel 2005. La sperimentazione dello Space Based Laser è prevista nel 2012 e dovrebbe costare 4 mld $.
I progetti non finiscono qui. Ve ne sono infatti altri dell’Esercito: il Tactical High Energy Laser, la protezione mobile per le truppe Medium Extended Air Defense; poi ancora due programmi sviluppati per Israele: il programma Arrow di difesa di teatro (testato nelle manovre militari congiunte Usa-Israele-Turchia del 17 giugno 2001), e il laser anti-razzo. Bisogna aggiungere inoltre il sistema di satelliti di allarme Sbirs-High (solo per ricerca e sviluppo si prevedono 8,2 mld $, più 2,4 mld $ di supporto), la rete della Marina di gestione del campo Cooperative Engagement Capability, e diversi altri progetti collaterali. Se questi sono i progetti di difesa dai missili balistici, i militari denunciano la mancanza di difese dai missili Cruise (che, dicono, in futuro incorporeranno capacità stealth): ma si stanno sperimentando sistemi a questo scopo.
Il progetto di difesa antimissili comporta molte gravi conseguenze. In primo luogo, oltre all’uscita di Mosca dallo Start-2 (che consentirebbe tra l’altro la scappatoia di reinstallare testate multiple sui missili balistici), questo progetto sta già inducendo una proliferazione nucleare e missilistica: poiché infatti nessuna difesa di questo tipo può dare la completa sicurezza di distruggere le testate attaccanti, la contromisura più efficace di altri paesi consiste nell’attrezzarsi per saturarla, aumentando il numero di missili e di testate di un attacco. Sia Mosca che Pechino, oltre a sviluppare varie contromisure (false testate, esche, ecc.), testano nuovi missili balistici che possano ingannare le difese antimissili (veicoli di rientro manovrabili, ecc.).
Molteplici inconvenienti vengono denunciati anche all’interno degli Stati Uniti. Lo scienziato del Mit Ted Postol critica lo scudo antimissili ed è in accesa contrapposizione con l’Amministrazione: in un’intervista al «manifesto» (11.9.2001) evocava il pericolo che le testate colpite nella fase di spinta potrebbero cadere in Europa, in Canada o nell’America Centrale. Sul prestigioso «Bulletin of the Atomic Scientist» di settembre 2002, Geoffrey Forden denuncia il rischio che l’intercettazione di una testata con un laser potrebbe essere non meno disastrosa, con la differenza che le vittime sarebbero diverse da quelle previste se il missile andasse a bersaglio.
6. Il rischio principale risiede nel pericolosissimo carattere offensivo che assumerà l’intero sistema. Una delle paranoie americane consiste nel timore che la supremazia nello spazio sia destinata a essere compromessa nel prossimo futuro e che questo metta a rischio la propria sicurezza. Le proposte strategiche per il futuro (Joint Vision 2010, SpaceCom 2020) vagheggiano di riconquistare l’egemonia nello spazio – che, secondo queste analisi, sarebbe compromessa – con un «dominio completo» del campo di battaglia, basato su un sistema digitale composto di satelliti di spionaggio, allarme e comando-controllo, difese missilistiche, piattaforme spaziali dotate di armi ad alta tecnologia e precisione, in modo da poter colpire qualsiasi punto del pianeta in pochi minuti (contro i 20-30 impiegati dai missili balistici). Nell’estate scorsa, nella Conferenza per il disarmo che si trascina stancamente a Ginevra, gli Stati Uniti hanno seccamente rifiutato la proposta avanzata dalla Russia e dalla Cina di discutere un nuovo trattato che limiti la militarizzazione dello spazio.
La `difesa’ anti-missili sarà affiancata da tali sistemi d’arma offensivi, con una pericolosissima escalation nella militarizzazione dello spazio. Washington sta studiando un `bombardiere spaziale’, cioè un `veicolo sub-orbitale’ lanciato da un aereo, a velocità 15 volte superiore a quella degli attuali bombardieri, capace di distruggere da un’altezza di 60 miglia bersagli dall’altra parte del pianeta in 30 minuti: si tratterebbe di una ulteriore escalation, di un nuovo genere di guerra stratosferica! Nei prossimi conflitti è previsto l’uso massiccio di aerei e altri veicoli senza pilota (unmanned), sperimentati con successo nei Balcani.
Questa paranoia alimenta una spirale inarrestabile. Le nuove armi convenzionali compromettono qualsiasi stabilità strategica: la sola scelta che rimane agli altri paesi è cercare di riequilibrare la situazione puntando su armi di distruzione di massa a tecnologia meno avanzata, potenziando il deterrente nucleare, prevedendo la possibilità del ricorso a qualsiasi mezzo militare, dalle armi chimiche e batteriologiche, alla guerra ecologica, alla guerriglia e al terrorismo.
Si profilano però altri allarmanti scenari della guerra tecnologica. Gli Usa hanno allo studio addirittura metodi per modificare le condizioni atmosferiche per fini bellici. Mentre sono già stati collaudati nelle ultime guerre metodi di `cyber war’, con i quali disturbare la rete di comando-controllo dell’esercito nemico, azzerare i computer della difesa aerea integrata, inserire messaggi ingannevoli (nella guerra dei Balcani, per indurre i comandi jugoslavi a comunicare mediante telefoni cellulari, che possono essere facilmente intercettati, è forse stata disturbata anche la rete telefonica). Secondo gli esperti si possono inserire dati falsi nei computer nemici, cancellarne la memoria, inserire virus, perfino modificare gli stessi sistemi d’arma del nemico (ad esempio, riprogrammare un missile Cruise nemico in modo che esso inverta la traiettoria e ritorni sulla nave, o l’aereo, che lo ha lanciato), o riprodurre la voce di un presidente o comandante comunicando comandi suicidi alle truppe. Si pensa che 23 paesi possiedano capacità in questo campo e sono stati riportati attacchi di hackers alle reti informatiche di vari paesi, anche se ovviamente non è facile distinguere attacchi isolati da quelli organizzati da paesi nemici.
Il Pentagono, che chiama questo settore Information Warfare, aveva creato un centro e un comando militari, SpaceCom (Air Force Space Command), per gestire le forze di cyber-war, un Battaglione Spaziale, un Mobile Technology Team, un Laboratorio di Difesa Spaziale, col compito di coordinare sia la difesa della rete informatica militare da minacce esterne, sia le azioni offensive. Ma recentemente è stata annunciata l’unificazione dei comandi SpaceCom e StartCom, responsabile delle forze nucleari strategiche, come passo inequivocabile per prepararsi a sferrare l’`attacco preventivo’.
7. La situazione non è certo migliore per quanto riguarda le altre armi di distruzione di massa, chimiche e batteriologiche. Queste ultime costituiscono probabilmente il pericolo maggiore: tecniche di ingegneria genetica ormai standardizzate, sviluppate in particolare dalle multinazionali dell’alimentazione per produrre organismi geneticamente modificati, consentono ormai anche a un gruppo terroristico in un laboratorio relativamente modesto di modificare il codice genetico di microrganismi normalmente ospiti innocui del corpo umano o di piante alimentari, in modo che essi producano tossine letali o nocive (gli Stati Uniti hanno condotto ripetuti attacchi a Cuba, danneggiando l’agricoltura e l’allevamento).
Il disarmo chimico e batteriologico è regolato da due distinte Convenzioni, la cui operatività attuale risulta però assai limitata. La responsabilità di questa situazione risale in larga misura agli Stati Uniti, i quali, mentre accusano i paesi dell’`asse del male’ di sviluppare, detenere e progettare di utilizzare questi aggressivi, ostacolano o rifiutano in pratica le verifiche e le ispezioni, per proteggere i segreti industriali delle loro industrie chimiche e batteriologiche.
La Convenzione sulle armi chimiche, del 1997, è stata ratificata da 120 paesi, ma gli Stati Uniti si trovano in stato di violazione, poiché non hanno emanato la legislazione applicativa e il regolamento per le ispezioni; di conseguenza anche la Germania e il Giappone stanno ostacolando le verifiche. Difficilmente potrà essere rispettata la data del 2012 stabilita per l’eliminazione di questi aggressivi. Gli Stati Uniti dovrebbero aver distrutto circa un quarto (7000 tonnellate) del loro arsenale, mentre alla Russia mancano i fondi necessari per distruggere le 40.000 tonnellate del proprio arsenale (stoccato in 7 siti, cui gli esperti stranieri hanno accesso): recentemente Mosca ha addirittura minacciato di uscire dalla Convenzione sulle armi chimiche se non le verrà concessa una dilazione dei termini che questa prevede per l’eliminazione del proprio arsenale 11. Abbiamo ricordato che è molto probabile che Washington abbia fatto uso di aggressivi chimici nella Guerra del Golfo. Con l’arroganza imperiale che ormai li contraddistingue nei confronti di quasi tutti gli strumenti del diritto internazionale, poi, nell’aprile scorso hanno preteso il licenziamento del diplomatico brasiliano Bustani da direttore generale dell’Organizzazione per la proibizione della armi chimiche, a causa delle sue iniziative non concordate con Washington, tra le quali i suoi sforzi per persuadere l’Iraq ad aderire all’Organizzazione: il 26 luglio è avvenuta la nomina al suo posto del diplomatico argentino Pfirter, evidentemente più controllabile.
Ancora più grave è la situazione per la Convenzione sulle armi batteriologiche, che risale al 1972 e bandisce lo sviluppo, lo stoccaggio e la produzione di aggressivi batteriologici: sebbene sia stata ratificata da 144 paesi (comprese tutte le principali potenze militari), essa non contiene nessun meccanismo per le verifiche. Ma qui l’arroganza di Washington ha toccato uno dei punti più grotteschi. Mentre mostra i muscoli e inflessibilità per le verifiche in territorio iracheno, un anno fa ha seccamente rifiutato l’accordo faticosamente raggiunto a Ginevra dopo sette anni di trattative per arrivare a una bozza di Protocollo per le ispezioni, poiché «metterebbe a rischio la sicurezza nazionale e informazioni confidenziali», impegnandosi a ritornare al tavolo delle trattative con nuove proposte: l’appuntamento era fissato per novembre 2002, ma l’Amministrazione Bush ha comunicato ai suoi alleati che intende rinviare ulteriormente le discussioni fino alla prossima scadenza di revisione nel 2006 12. Recentemente è stata rivelata l’esistenza nel deserto del Nevada di un laboratorio segreto in cui, utilizzando le scoperte di ingegneria genetica, si producono agenti biologici letali: il pretesto è di effettuare simulazioni per ridurre la minaccia di questi agenti, ma è evidente che la loro produzione viola comunque la Convenzione del 1972. Del resto, anche la vicenda delle lettere all’antrace dopo l’11 settembre ha condotto ad una pista americana. L’arsenale russo di aggressivi batteriologici rimane invece l’area ancora più segreta: vi sono ancora tre centri di ricerca militari in cui gli osservatori stranieri non hanno mai messo piede; il governo sostiene di avere distrutto l’intero arsenale, ma i militari sospettano che esistano ancora consistenti colture.
La situazione è effettivamente gravissima e allarmante: la minaccia sembra addirittura superiore a quella che il mondo conobbe durante la crisi dei missili a Cuba, della quale cade ora l’anniversario. Ma la responsabilità del pericolo attuale ricade quasi interamente sulla iperpotenza imperiale che, a differenza del 1962, non trova una adeguata opposizione ai suoi piani egemonici: di fronte a questo rischio enorme, gravissima è la responsabilità degli altri governi, che rimangono subalterni o complici. Soprattutto colpisce la miopia dei governi dell’Unione europea, i quali non riescono neppure ad assumere una posizione chiara per arrestare la politica criminale di Sharon. Perfino Enrico Mattei aveva capito che verso i paesi arabi occorre una politica autonoma: per questo fu assassinato.


note:
1  Leggine ora la traduzione italiana integrale in «Liberazione», 13 ottobre 2002.
2  Che dietro il progetto nucleare di Saddam – bloccato nell’81 dal bombardamento israeliano di Tamouz e poi definitvamente disintegrato durante la prima Guerra del golfo – vi fosse, insieme a quello fondamentale della Francia, il ruolo degli Stati Uniti è confermato dal fatto che, appena dieci mesi prima dello scatenamento di Desert Storm, all’aeroporto di Londra furono intercettati 41 detonatori nucleari di costruzione statunitense destinati a Saddam. Ma sul ruolo di Washington nella proliferazione nucleare è d’obbligo rinviare a un saggio di eccezionale interesse di Dominique Lorentz, Affaires Nucléaires (Paris, Les Arènes, 2001), che riscrive la storia dell’ultimo mezzo secolo in tema di proliferazione nucleare (cfr. anche due recensioni sul fascicolo di ottobre 2002 di «Guerre e Pace», e sul fascicolo di maggio-agosto di «Giano»). Documenti ufficiali dell’Onu e il Comprehensive Test Ban Treaty riconoscono esplicitamente che ben 44 paesi «dispongono delle capacità tecniche per sviluppare un armamento atomico» («Le Monde», 15.10.99; almeno i 35 paesi riportati in corsivo hanno avuto la tecnologia, direttamente o indirettamente, da Washington: Algeria, Argentina, Australia, Austria, Bangladesh, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Cina, Colombia, Corea del Nord, Corea del Sud, Egitto, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Giappone, India, Indonesia, Iran, Israele, Italia, Messico, Norvegia, Olanda, Pakistan, Peru, Polonia, Repubblica del Congo, Romania, Russia, Slovacchia, Spagna, Sud Africa, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria, Vietnam).
3  Dopo che per decenni ci è stato detto che le risorse petrolifere saranno sufficienti per decenni o secoli, risulta invece ormai chiaro che nel giro di pochi anni si raggiungerà il picco nel ritmo di estrazione del petrolio e del gas naturale, cui seguirà una progressiva e inarrestabile contrazione (ciò è dovuto al fatto che ben prima che un pozzo si esaurisca si raggiunge un limite al quale per estrarre il petrolio occorre più energia di quanta non ne contenga); mentre la domanda di petrolio continua a lievitare. V. ad es. A. Di Fazio, in Aa. Vv., Contro le Nuove Guerre (a cura di M. Zucchetti), Odradek, 2000; e Ritt Goldstein, «il manifesto», 10.10.2002.
4  Vale la pena di ricordare che Washington non ha mai rinunciato all’opzione del first use dell’arma nucleare: qualche anno fa ridicolizzò la timida proposta del ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, di rivederla («International Herald Tribune», 24.11.1998).
5  Lo ha sostenuto Wouter Basson, l’eminenza grigia che stava dietro il programma di guerra chimica del governo dell’apartheid sudafricano, in una testimonianza all’Alta Corte di Pretoria sulla distruzione di questo arsenale, sostenendo che i filmati sulla resa delle truppe irachene mostravano chiaramente nell’espressione dei soldati gli effetti di tali aggressivi («India Times», 28.7.2001: ). Altri indizi dell’uso di aggressivi chimici vennero portati già subito dopo la fine della guerra.
6  Cfr. M.T. Klare, Supemazia militare permanente, «la rivista del manifesto», settembre 2002, p. 49-52.
7  È il progetto che si concluse con la costruzione delle bombe atomiche sganciate il 6 agosto 1945 su Hiroshima e il 9 su Nagasaki.
8  Si veda il saggio citato in nota 2.
9  John M. Donnely, «Defence Week», 2.4.2001.
10  M. Selinger, «Aerospace Daily», 14.6.2001.
11  «Moscow Times», 8.10.200202, p.4.
12  Peter Slevin, U.S. abandons Germ Warfare Accord, «Washington Post», 19.9.2002. Angelo Baracca (baracca@fi.infn.it) insegna al Dipartimento di Fisica dell’Università di Firenze.Questo articolo rielabora e aggiorna uno scritto dello stesso autore apparso, con il titolo Torna l’incubo nucleare,nel fascicolo di ottobre di «Guerre e Pace» (http://www.mercatiesplosivi.com/guerrepace/default.htm).


Il manifesto

Ataque a Sudan

(En la fabrica sudanesa solo habia medicinas)

 

Nella fabbrica sudanese “c’erano solo medicine”

In Sudan una fabbrica di medicinali, tanto collusa con il terrorismo
islamico da ricevere commesse persino dalle Nazioni
unite. In Afghanistan strutture per l’addestramento militare costruite
con soldi americani durante la guerra contro
l’occupazione sovietica e una casa dove un tempo abitava la “primula
rossa” Osama bin Laden, il saudita che in queste ore
sta rubando a Saddam Hussein la palma di uomo più cattivo della terra.
Una ventina i feriti nell’attacco contro l’impianto alla
periferia di Khartoum, la capitale sudanese, mentre i missili cruise
esplosi in Afghanistan nella regione di Khost e di
Islamabad avrebbero fatto 26 morti, tra cui cinque pachistani e 53 feriti. Questo è il
bilancio – per quanto riguarda la perdita di vite umane non
certo definitivo – delle operazioni chirurgiche via missile che gli Usa
hanno condotto a partire dalle loro navi da guerra che
incrociavano nel Mar Rosso e nel Mar Arabico.

“Abbiamo inflitto danni considerevoli ai campi dei terroristi”, ha
commentato il consigliere Usa per la sicurezza nazionale
Sandy Berger, ma il “loro” uomo, bin Laden è ancora vivo e vegeto e
minaccerebbe azioni di rappresaglia contro obiettivo
americani, sostiene il direttore del giornale arabo con sede a Londra
al-Quds al-Arabi, che dice di avere raggiunto per
telefono in Afghanistan un portavoce della “primula rossa”. Ancora ieri
bin Laden ha ribadito a un giornale pachistano di
essere
“totalmente estraneo” agli attentati di due settimane fa che hanno
ucciso 257 persone nelle ambasciate americane di Kenya
e Tanzania. Eppure i talebani erano pronti a consegnare bin Laden agli
Stati uniti se questi “avessero dimostrato i suoi
legami con il terrorismo”, ha detto alla Cnn il rappresentante dei
talebani a New York, Noorulla Zadran. Con le incursioni
di giovedì “hanno dato un terribile esempio al resto del mondo”. Alcuni
giornalisti che sono riusciti a raggiungere la zona
dell’Afghanistan colpita dai missili hanno visto crateri di circa dieci
metri di diametro. I cruise avrebbero distrutto, tra gli
altri, il campo di Hakrat-ul-Mujaheddin, dove si addestravano
guerriglieri musulmani del Kashmir. I talebani, intanto hanno
scatenato la protesta dei lorosostenitori. Hanno dichiarato uno sciopero
generale nella loro roccaforte, la città di Kanfahar,
dove la folla ha invaso le strade cantando slogan antiamericani. Alcune
migliaia di persone hanno saccheggiato a Jalalabad
la sede dell’Onu, il cui personale era già stato evacuato.

Le reazioni

Dimostrazioni anche nella città pachistana di confine di Peshawar, dove
la polizia ha sparato per disperdere tremila profughi
afghani che manifestavano contro i raid. A Kabul, ieri mattina, è stato
ferito, ma non in modo grave, il tenente colonnello
italiano Carmine Calò, impegnato nella missione dell’Onu in Afghanistan,
colpito da un proiettile mentre attraversava la città
su un auto delle Nazioni unite. L’episodio ha convinto tutte le agenzie
dell’Onu e le Ong a evacuare il proprio personale del
paese.
Nella regione soltanto il governo anti-talebano dell’Afghanistam
capeggiato da Rabbani e tuttora riconosciuto dall’Onu ha
espresso il suo appoggio alla prova di forza Usa e alla “nobile
battaglia” contro il terrorismo. Anche il Pakistan, alleato
regionale dell’America, ha preso le distanze dai raid. Il primo ministro
Nawaz Sharif ha espresso la sua indignazione per
telefono a Clinton, tanto più che per arrivare a bersaglio, i missili
avrebbero sorvolato lo spazio aereo pachistano. E
manifestazioni antiamericane hanno attraversato tutto il paese da
Islamabad a Karachi. Il governo aveva prima annunciato e
poi smentito la notizia che uno dei missili fosse caduto sul suo
territorio.

Reazioni feroci ai raid arrivano anche dal Sudan, dove la precisione
balistica americana ha raggiunto un risultato a dir poso
imbarazzante. Ad essere colpita è stata infatti la fabbrica Al Shifa,
specializzata nella produzione di medicinali. L’impianto
aveva un contratto con l’Onu per produrre medicine destinate all’Iraq,
nell’ambito del piano “petrolio contro cibo” realizzato
(parzialmente) dalle Nazioni unite per alleviare le terribili
conseguenze per la popolazione irachena dell’embargo
internazionale.
L’Onu ha confermato ieri che farmaci di quell’impianto – antimalarici e
farmaci per bambini – per un valore di 200.000
dollari sono stati consegnati nel gennaio scorso all’Iraq con tanto di
timbro Onu. Il governo sudanese – che accusa
l’America di avere sferrato l’attacco non da navi al largo del Mar
Rosso, bensì da cinque cacciabombardieri penetrati in
Sudan – ha deciso ieri di ritirare la propria delegazione diplomatica
dagli Usa e di presentare un ricorso al Consiglio di
sicurezza per chiedere che una commissione d’inchiesta internazionale compi un sopralluogo a Khartoum e
accerti la reale natura della fabbrica colpita.

Per il momento, tuttavia, il COnsiglio di sicurezza tace. Nessuno ha
sollevato la questione dei raid nella riunione a porte
chiuse che si è svolta ieri, ha detto il presidente di turno del
Consiglio, lo sloveno Danilo Turk. E il Segretario generale
Annan ha rinnovato soltanto la sua “preoccupazione” per i fatti di Sudan
e Afghanista, esprimendo la condanna per il
terrorismo in tutte le sue forme. Non tacciano invece i paesi arabi.
“Profonda inquietudine per attacchi che minacciano la
sicurezza e la stabilità del Medio oriente” è stata espressa da Mohamed
Ismail, il responsabile per gli affari internazionali
della Lega “Gli attacchi tipo Rambo non risolveranno mai il problema del terrorismo internazionale –
ha dichiarato – e non sradicheranno mai le cause
della violenza.”. A Tripoli, in Libia, il colonnello Gheddafi ha
personalmente diretto una manifestazione di protesta.

Come combattere il terrorismo (islamico?) ricorrendo al terrorismo

L incursione militare americana sul Sudan e l’Afghanistan – che non è
stata la prima e, come ci dicono, “non sarà l’ultima” –
suggerisce un paio di considerazioni.

1 – Gli Stati uniti d’America, in quanto potenza leader del mondo, ed
espressione massima della democrazia, hanno il
diritto, oltre alla forza, di intervenire ovunque siano “minacciati i
loro interessi”, ovvero – più prosaicamente – per
“rappresaglia” o per “vendetta”?

Se hanno questo diritto, hanno fatto benissimo a bombardare il Sudan e
l’Afghanistan l’altro ieri e domani chissà chi (i
bersagli non mancano). Come ha detto Clinton alla nazione e poi
specificato il ministro della difesa Cohen, “il messaggio è
chiaro: non c’è santuario per loro” (i terroristi) e “non c’è limite
alla nostra determinazione a difendere i nostri interessi, le
nostre idee contro questi attacchi vigliacchi”.
Il punto è che essendo gli Usa l’ormai unica e incontrastata
super-potenza planetaria i loro “interessi” e la loro “sicurezza
nazionale” tendono sempre più a coincidere con i quattro angoli del
mondo (persino la derelitta Africa, e gli effetti si vedono).

Se si riconosce all’America il diritto alla “rappresaglia” e alla
“vendetta” – sia pure in chiave contro-terrorista (all’israeliana,
per intendersi) – allora i bombardamenti sul Sudan e l’Afghanistan – e
gli altri che verranno – sono più che legittimi, doverosi.
(Ma allora perché l’ambasciatore Usa all’Onu, Richardson, ricorre al
pietoso espediente di scrivere al Consiglio di sicurezza
per dire che la rete terrorista del temibile Osama bin Laden “non ci ha
lasciato un’alternativa all’uso della forza” e si appella
all’articolo
51 della carta delle Nazioni unite che sancisce il diritto
all’autodifesa?.) E avrebbe anche ragione il sottosegretario agli esteri

italiano Fassino che giudica la risposta americana “prevedibile e
inevitabile” anziché protestare – o almeno notare – per la
reiterata e teorizzata pratica terrorista nella lotta al terrorismo
della prima potenza democratica del mondo.

Se al contrario non si riconosce agli Usa questo diritto, bombardamenti
come quelli su Sudan e Afghanistan – stati discutibili
e discussi ma pur sempre, in teoria, sovrani – non possono essere
definiti alttrimenti che terrorismo. Del tutto simile, se non
dal punto di vista tecnologico, a quello praticato dai terroristi,
islamici o cristiani o ebrei, che hanno piazzato le bombe a
Nairobi e Dar es Salaam, e di cui dovrebbe occuparsi – come ha detto il vecchio
Tony Benn alla Bbc richiamandosi alla “politica delle
cannoniere” d’antan – il neonato (e forse già morto) Tribunale penale
internazionale.

2 – Si discute molto, adesso, se il “Go!” dato da Clinton ai suoi Rambo
sia solo un tentativo di distogliere l’attenzione e la
pressione dallo stucchevole affaire fra lui e Monica, o se invece sia
indipendente dal sexgate. Probabilmente le due cose
vanno insieme e per quanto riguarda gli effetti la differenza non è
molta. In un caso saremmo di fronte a un uso
spudoratamente cinico del potere, sulla base di quello che in America
chiamano “around the flag rally effect”, l’effetto del
richiamo della bandiera che dimostra anche in questo caso di funzionare
se è vero che i sondaggi dicono che l’80% degli
americani è d’accordo con i
bombardamenti. Nell’altro caso saremmo di fronte a un uso politicamente
brutale, e ben noto, del potere. Che, in entrambi i
casi, non servirà a smantellare il terrorismo e anzi, di certo, renderà
gli “interessi” americani nel mondo sempre più appetibili.


Lettera del vescovo della Florida al presidente Bush

Domenica, 29 dicembre2002

Signor Presidente,

Noi americani siamo bersaglio del terrorismo perché sosteniamo tutte le dittature. Racconti la verità al popolo, signor Presidente, sul terrorismo.
Se le illusioni riguardo al terrorismo non saranno disfatte, la minaccia continuerà fino a distruggerci completamente.
La verità è che nessuna delle nostre migliaia di armi nucleari può proteggerci da queste minacce. Nessun sistema di Guerre Stellari (non importa quanto siano tecnologicamente avanzate né quanti miliardi di dollari vengano buttati via con esse) potrà proteggerci da un’arma nucleare portata qui su una barca, un aereo, la valigia o un’auto affittata.
Nessuna arma del nostro vasto arsenale, nemmeno un centesimo dei 270 miliardi di dollari spesi ogni anno nel cosiddetto “sistema di difesa” può evitare una bomba terrorista. Questo è un fatto militare.

Signor Presidente,

lei non ha raccontato al popolo americano la verità sul perché siamo bersaglio del terrorismo quando ha spiegato perché avremmo bombardato l’Afganistan e il Sudan. Lei ha detto che siamo bersaglio del terrorismo perché difendiamo la democrazia, la libertà e i diritti umani nel mondo. Che assurdità, Signor Presidente! Noi siamo bersaglio dei terroristi
perché, nella maggior parte del mondo, il nostro governo difende la dittatura, la schiavitù e lo sfruttamento umano. Siamo bersaglio dei terroristi perché siamo odiati. E siamo odiati perché il nostro governo ha fatto cose odiose.
In quanti paesi agenti del nostro governo hanno deposto dirigenti eletti dal popolo, sostituendoli con militari-dittatori, marionette desiderose di vendere il loro popolo a corporazioni americane multinazionali? Abbiamo fatto questo in Iran quando i marines e la Cia deposero Mussadegh perché aveva intenzione di nazionalizzare il petrolio. Lo sostituimmo con lo scià Reza Pahlevi e armammo, allenammo e pagammo la sua odiata guardia nazionale Savak, che schiavizzò e brutalizzò il popolo iraniano per proteggere l’interesse finanziario delle nostre compagnie di petrolio. Dopo questo
sarà difficile immaginare che in Iran ci siano persone che ci odiano?

Abbiamo fatto questo in Cile. Abbiamo fatto questo in Vietnam. Più recentemente, abbiamo tentato di farlo in Iraq. E, è chiaro, quante volte abbiamo fatto questo in Nicaragua e nelle altre Repubbliche dell’America Latina? Una volta dopo l’altra, abbiamo destituito dirigenti popolari che volevano che le ricchezze della loro terra fossero divise tra il popolo che le ha prodotte. Noi li abbiamo sostituiti con tiranni assassini che avrebbero venduto il proprio popolo per ingrassare i loro conti correnti privati attraverso il pagamento di abbondanti tangenti affinché la ricchezza della loro terra potesse essere presa da imprese come la Sugar, United Fruits Company, Folgers e via dicendo.
Di Paese in Paese, il nostro governo ha ostruito la democrazia, soffocato la libertà e calpestato i diritti umani. È per questo che siamo odiati in tutto il mondo. Ed è per questo che siamo bersaglio dei terroristi.

Il popolo canadese gode di democrazia, di libertà e di diritti umani, così come quello della Norvegia e Svezia. Lei ha sentito mai dire che un’ambasciata canadese, svedese o norvegese siano state bombardate?
Noi non siamo odiati perché pratichiamo la democrazia, la libertà e i diritti umani.
Noi siamo odiati perché il nostro governo nega queste cose ai popoli dei paesi del terzo mondo, le cui risorse fanno gola alle nostre corporazioni multinazionali.
Quest’odio che abbiamo seminato si ritorce contro di noi per spaventarci sotto forma di terrorismo e, in futuro, terrorismo nucleare.
Una volta detta la verità sul perché dell’esistenza della minaccia e della sua comprensione, la soluzione diventa ovvia.
Noi dobbiamo cambiare le nostre pratiche. Liberarci delle nostre armi (unilateralmente, se necessario) migliorerà la nostra sicurezza.
Cambiare in modo drastico la nostra politica estera la renderà sicura.
Invece di mandare i nostri figli e figlie in giro per il mondo per uccidere arabi in modo che possiamo avere il petrolio che esiste sotto la loro sabbia, dovremmo mandarli a ricostruire le loro infrastrutture, fornire acqua pulita e alimentare bambini affamati. Invece di continuare a uccidere migliaia di bambini iracheni tutti i giorni con le nostre sanzioni economiche, dovremmo aiutare gli iracheni a ricostruire le loro centrali elettriche, le stazioni di trattamento delle acque, i loro ospedali e tutte le altre cose che abbiamo distrutto e abbiamo impedito di ricostruire con le sanzioni economiche.
Invece di allenare terroristi e squadroni della morte, dovremmo chiudere la nostra Scuola delle Americhe. Invece di sostenere la ribellione e la destabilizzazione, l’assassinio e il terrore in giro per il mondo, dovremmo abolire la Cia e dare il denaro speso da essa ad agenzie di assistenza.
Riassumendo, dovremmo essere buoni invece che cattivi.

Chi tenterebbe di trattenerci? Che ci odierebbe? Chi vorrebbe bombardarci?
Questa è la verità, signor Presidente. È questo che il popolo americano ha bisogno di ascoltare.

mons. Bowman, vescovo della Florida


NON NEL NOSTRO NOME

Appello degli intellettuali e degli artisti nordamericani contro la guerra




Che non si dica che negli Stati Uniti la gente non abbia fatto niente quando il suo Governo ha dichiarato una guerra senza limiti e ha instaurato nuovi mezzi di repressione. I firmatari di questo appello invitano  la popolazione nordamericana a reagire alle politiche e alle restrizioni generali che sono emerse  dopo l¹11 settembre, mettendo in pericolo le popolazioni del mondo.

Noi crediamo che le persone e le nazioni hanno diritto  alla determinazione del proprio destino, liberi da qualsiasi coercizione militare delle grandi potenze. Crediamo che tutte le persone detenute o perseguite dal governo degli Stati uniti debbano avere gli stessi diritti. Crediamo che fare domande, criticare e dissentire sono attitudini che devono essere valorizzate e protette.

Noi crediamo che le persone di coscienza debbano assumere la responsabilità delle azioni dei loro governi  e, soprattutto, dobbiamo opporci alle ingiustizie commesse  in nostro nome. Invitiamo tutti i nord americani ad opporsi alla guerra e alla repressione che è stata lanciata al mondo dall’amministrazione Bush. E¹ ingiusta, immorale e illegittima. Decidiamo di essere parte in causa con i popoli del mondo.

Anche noi abbiamo osservato con angoscia i terribili fatti dell’11 settembre del 2001. Anche noi abbiamo pianto le migliaia di vittime innocenti e ci siamo terrorizzati di fronte alla orribile carneficina che ci ha portato alla memoria scene simili  avvenute in Bagdad, Panama o, una generazione fa, in Viet-Nam. Anche noi ci siamo domandati, come milioni di statunitensi, com’è stato possibile che sia successo tutto questo.

Però, mentre il dolore era appena cominciato, i pregiudizi più vecchi hanno scatenato il loro spirito di vendetta coniando un ordine semplicistico: ³buoni contro cattivi² che è stato subito adottato da tutti i mezzi di comunicazione, sottomessi e impauriti. Ci hanno detto che il solo fatto di formulare domande su questi terribili fatti sfiorava il tradimento. Non ci doveva essere nessun dibattito, né  spazio per i dubbi etici o politici. L¹unica risposta possibile era la guerra fuori e la repressione dentro casa.

In nostro nome l¹amministrazione Bush, con la quasi unanimità del Congresso, ha attaccato l¹Afghanistan e si è arrogata, insieme ai suoi alleati, il diritto di distruggere forze militari in qualunque luogo e momento. Le brutali ripercussioni si sono fatte sentire dalle Filippine alla Palestina, dove i carriarmati e i bulldozer israeliani hanno tracciato un terribile sentiero di distruzione e morte. E il governo si sta attrezzando per intraprendere una guerra totale in Iraq, un paese che non ha nessuna relazione con i tragici attentati dell’11 settembre. Che razza di mondo sarà questo se si permette al Governo degli Stati Uniti di lanciare comandi, assassini e bombe dove gli fa più comodo?

In nostro nome, il Governo ha creato negli Stati Uniti due classi di cittadini: quelli a cui, almeno a loro, hanno promesso i diritti elementari del sistema legislativo e quelli che, ora, pare non abbiano nessun diritto. Il Governo ha arrestato più di mille immigrati e li ha segretamente incarcerati, senza limite di tempo. Centinaia di persone sono state deportate e centinaia sono ancora in prigione. Per la prima volta negli ultimi dieci anni, le regole per l¹immigrazione sono stati applicate in modo diseguale.

In nostro nome, il Governo ha scatenato un¹ondata di repressione nella società. Il portavoce del presidente ha intimidito la gente dicendo: ³Attenzione a quello che dite² e la visione degli accadimenti espressa dagli artisti, dagli intellettuali e dai professori è stata distorta, attaccata o eliminata. Il cosiddetto ³Atto Patriottico², insieme ad una miriade di strumenti simili in tutto il paese, dà alla polizia nuovi e più ampli poteri di investigazione e sequestro, sotto la copertura dei procedimenti segreti.

In nostro nome l¹esecutivo usurpa gli atti e le funzioni degli altri rami del Governo. Un ordine esecutivo ha messo in funzione i tribunali militari. E¹ sufficiente una firma del presidente per definire ³terrorista² un determinato gruppo di persone. Dobbiamo prendere molto seriamente i governatori quando parlano di una guerra che durerà una generazione e quando parlano di un nuovo ordine. Stiamo di fronte a una nuova politica imperiale verso il mondo e a una politica interna che genera e manipola la paura per limitare i diritti fondamentali.

C¹è una strategia mortale negli accadimenti di questo ultimo mese che deve essere vista così com’è e contro la quale dobbiamo resistere.

Molte volte, nella storia, la gente ha indugiato a resistere fino a quando era troppo tardi. Il presidente Bush ha dichiarato: ³O con noi, o contro di noi². Questa è la nostra risposta: noi neghiamo che egli possa parlare a nome di tutti i nordamericani. Noi non consegniamo le nostre coscienze in cambio di una vana promessa di sicurezza.

Diciamo NO in NOSTRO nome.

Noi ci neghiamo di far parte di questa guerra e rinneghiamo tutte le azioni fatte in nostro nome o per il nostro bene. Tendiamo invece  la mano a chi nel mondo soffre per la conseguenza di queste decisioni.

Mostreremo la nostra solidarietà con le parole e con le azioni. I firmatari di questo appello invitano tutti i nordamericani a unirsi a questa sfida.

Applaudiamo e appoggiamo tutte le proposte che si faranno, ogni volta che riconosceremo l¹esigenza di fare molto per porre fine a questa pazzia.

Noi siamo stati ispirati dalla decisione dei riservisti israeliani che, assumendone i rischi  in prima persona, hanno dichiarato che c¹è un limite e si sono negati di prestare il loro servizio a Gaza e nei territori occupati.

Noi siamo stati ispirati dai numerosi esempi di resistenza e di coscienza che ci offre la storia degli Stati Uniti: da chi ha combattuto la schiavitù a chi ha posto fine alla guerra in Viet-Nam non obbedendo agli ordini, o negandosi a ingrossare le fila o appoggiando chi opponeva resistenza.

Non permettiamo che il mondo, che oggi ci contempla, si disperi per il nostro silenzio e per la nostra incapacità di azione. Facciamo in modo che tutti possano sentire il nostro impegno.

Resisteremo di fronte alla macchina da guerra e alla repressione e faremo tutto il possibile per frenarla.

Firmano: Michael Albert; Laurie Anderson; Edward Asner, attore; Rosalyn Baxandall,storica; Russell Banks, scrittore; Jessica Blank, attrice e drammaturga; Medea Benjamin, Global Exchange; William Blum, scrittore; Theresa Bonpane; Fr. Bob Bossie, SCJ; Leslie Cagan; Henry Chalfant,produttore cinematografico; Bell Chevigny, scrittore; Paul Chevigny, professore di Legge; Noam Chomsky, politologo y linguista; Robbie Conal, pittore; Stephanie Coontz, storica; Kimberly Crenshaw, professoressa di Legge; Kia Corthron, drammaturga; Kevin Danaher, Global Exchange; Ossie Davis, attore; Mos Def, musicista; Carol Downer, direttrice del Centro Femminista di Salute per le Donne; Eve Ensler, drammaturga; Leo Estrada, professore dell¹UCLA; John Gillis, scrittore; Rutgers Jeremy Matthew Glick, editore di ³Another World Is Possible²; Suheir Hammad, scrittore; Rakaa Iriscience, interprete di hip hop; David Harvey, antropologo; Erik Jensen, attore e drammaturgo; Casey Kasem Robin D.G. Kelly; Martin Luther King III; Barbara Kingsolver; C. Clark Kissinger, ³Refuse and Resist!²; Jodie Kliman, psicologa; Yuri Kochiyama; Annisette & Thomas Koppel, cantanti e compositori; Dave Korten, compositore; Tony Kushner, drammaturgo; James Lafferty, direttore esecutivo della ³National Lawyers Guild² in Los Angeles; Rabbi Michael Lerner, editore del ³TIKKUN Magazine²; Barbara Lubin; Anuradha Mittal, codirettore dell¹Istitut for Food and Development Policy/Food First; Malaquias Montoya, scultore; Robert Nichols, scrittore; Rev. E. Randall Osburn, vicepresidente della Southern Christian Leadership Conference; Grace Paley; Jeremy Pikser, sceneggiatore; Juan Gómez Quiñones, storico; Michael Ratner, presidente del Center for Constitutional Rights; Adrienne Rich, poetessa; Boots Riley, artista de hip hop; David Riker,produttore cinematografico; Edward Said; Starhawk Michael Steven Smith, della National Lawyers Guild; Bob Stein, pubblicitario; Gloria Steinem; Alice Walker; Naomi Wallace, drammaturga; Rev. George Webber, presidente emerito del NY Theological Seminary; Leonard Weinglass, avvocato; John Edgar Wideman; Saul Williams y Howard Zinn, storici.


Risposte alla sinistra dei Cruise


Attraverso la polemica nei confronti della sinistra moderata statunitense, l’autore propone una serie di argomentazioni utili nella mobilitazione contro la guerra che si prepara. Di Edward Herman. Da Znet-Italia. Traduzione di Sergio De Simone. Gennaio 2003.

È piuttosto deprimente vedere quanto spesso i liberali ed alcuni progressisti siano stati incapaci di mantenere una opposizione di principio alle politiche USA verso l’Iraq, che, dopo oltre dieci anni di “sanzioni di distruzione di massa”, stanno prendendo la rincorsa verso una guerra di aggressione bella e buona.

Esiste un’opposizione significativa, che si manifesta nel crescente numero di marce di protesta ed incontri di auto-informazione in cui persone di vario credo politico hanno espresso la loro opposizione alla guerra che si preannuncia. Ma questo dissenso ampio e sempre più profondo ha avuto un impatto solo modesto sui mass media, che stanno ancora funzionando principalmente come condotti e agenzie stampa del partito della guerra, ed i liberali ed i “progressisti” che vi fanno la loro comparsa accettano i presupposti del partito della guerra e ne fanno il gioco, che è chiaramente la ragione per cui riescono a comparirvi.

Molti dei liberali e dei progressisti che si sono uniti al partito della guerra, o lo criticano solo sul piano della tattica, sono stati sommersi dalla piena di propaganda governativa o filo-governativa, e trovano difficoltà a sottrarvisi. Alcuni, però, sono coloro che Eric Alterman definisce con approvazione la “sinistra patriottica”, che non sono progressisti ma liberali che non possono sopportare di vedere il loro paese accusato di comportamento criminale ed insistono sull'”equilibrio”, sul “pragmatismo” (cioè sull’accettazione dei presupposti della politica di stato), e sul sostegno dell’interventismo moderato e ragionevole.

Senza soffermarmi qui ad analizzare l’operato della sinistra patriottica (si veda il mio “La sinistra dei cruise” su Z Magazine del Novembre 2002), passerò dapprima in rassegna alcuni degli elementi paralizzanti del fuoco di fila mediatico, per poi far cadere l’attenzione su alcuni aspetti minimizzati o omessi dalla sinistra patriottica e altri apologeti della guerra.

ELEMENTI PARALIZZANTI

1. Saddam Hussein è malvagio, perciò la sua rimozione è giustificabile È certamente vero che Saddam Hussein sia un dittatore brutale, ma questa non è una giustificazione ragionevole per la sua rimozione attraverso un’invasione straniera. Ciò è espressamente proibito dalla Carta delle Nazioni Unite, eccetto laddove il governo preso di mira non minacci un attacco, ciò che, contrariamente agli Stati Uniti, l’Iraq non ha fatto.

Un attacco dell’Iraq implicherebbe perciò il crollo del diritto internazionale e costituirebbe un ritorno alla legge della giungla. Per di più, l’invasione sarebbe estremamente costosa per la popolazione irachena, che ha già subito sanzioni genocide sancite dall’ONU a copertura delle politiche USA e britanniche. Questo argomento è rafforzato dal fatto che gli Stati Uniti usano regolarmente pratiche di guerra che producono un numero elevato di morti tra i civili del paese con l’obiettivo per minimizzare le proprie perdite.

La rimozione di un cattivo governo è il compito principale della popolazione vittima; qualsiasi aiuto esterno non può avere niente a che vedere con il mantenimento della popolazione in ostaggio del cambio di regime (l’attuale politica di sanzioni) o con un intervento militare.

Occorre anche osservare come le caratteristiche di Saddam Hussein in quanto leader ben difficilmente possono essere la vera ragione della guerra minacciata, dato che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna lo hanno sostenuto energicamente negli anni 80 quando combatteva l’Iran; ed hanno sostenuto altri dittatori dello stesso suo rango per brutalità (per esempio, Suharto, Trujillo, Mobutu, Pinochet ed i generali argentini nel periodo dal 1976 al 1983).

Dati i trascorsi di USA e Gran Bretagna, il loro scopo (si veda “il programma segreto”, sotto) è il caos e l’odio che un’invasione produrrebbe – dopo 12 anni di sanzioni genocide. Non c’è alcuna ragione di credere che vogliano che il loro intervento possa produrre la fine della dittatura.

2. L’acquisizione di “armi di distruzione di massa” (ADM) minaccerebbe la sicurezza statunitense e mondiale.

Questo è un non-senso insostenibile, primo perché gli Stati Uniti sono perfettamente capaci di difendersi e possiedono una schiacciante capacità di risposta, e finanche Israele potrebbe minacciare un livello tale di rappresaglia da precludere a Saddam l’uso di quelle armi in maniera offensiva anche se le avesse.

Ancor di più, non ha nessun mezzo per raggiungere obiettivi statunitensi. Ha fatto uso di ADM in passato, ma solo quando gli USA gliele hanno fornite e ne hanno protetto l’uso (contro l’Iran, loro nemico), fino al punto in cui hanno impedito la condanna dei metodi di Saddam da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (per i dettagli si veda il “contro dossier” del Partito Laburista del 21 settembre 2002).

Saddam non ha fatto uso di ADM durante la guerra del Golfo, perché sapeva che se lo avesse fatto la reazione USA sarebbe stata durissima. George Tenet, capo della CIA, ha dichiarato agli inizi di ottobre di fronte ad un comitato del Senato che la probabilità che Saddam usi ADM nel “futuro prevedibile” è “bassa”, se non come mossa disperata in caso di attacco. In breve, anche se Saddam possedesse ADM, potrebbe usarle soltanto come mezzo di difesa, a meno di non dirigerle contro un obiettivo approvato dagli USA, come negli anni 80.

3. Il comportamento ostruzionista di Saddam verso le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ed il regime delle ispezioni è intollerante.

Quest’accusa presuppone che il regime delle ispezioni sia giustificato e non uno strumento del programma di vendetta USA. Di fatto, benché il sistema delle ispezioni sia stato ideato per eliminare in principio le ADM dell’Iraq, durante gli anni di Clinton è stato più volte chiarito che il sistema delle ispezioni resterà in funzione fino a che Saddam non sarà rimosso.

Ciò elimina qualunque incentivo affinché Saddam voglia cooperare con le ispezioni, e mostra anche come il sistema delle ispezioni sia stato la copertura di un piano quasi-segreto degli USA. È stato anche ammesso sia da parte americana che da parte di alti funzionari di UNSCOM, che gli USA si sono serviti di UNSCOM per spiare l’Iraq in preparazione di un attacco militare, ciò che facilitò la definizione degli obiettivi nella campagna di bombardamenti del 1998, chiamata “Volpe del deserto”, realizzata da USA e Gran Bretagna. Quella campagna di bombardamenti, i numerosi bombardamenti successivi, e le “no-fly zones” non sono mai state autorizzate dalle risoluzioni o decisioni del Consiglio di Sicurezza, e sono perciò illegali, atti di aggressione unilaterale.

Il regime delle ispezioni è anche screditato dal fatto che i suoi soli propositori, Stati Uniti e Gran Bretagna, si sono rifiutati regolarmente di permettere l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza quando ciò rientrasse nei loro interessi politici. La risoluzione 687, che imponeva sanzioni ed ispezioni, invocava altresì la creazione di una zona nel Medio Oriente in cui le ADM fossero messe al bando. Essa non è stata messa in pratica, perché avrebbe costretto gli USA ad ammettere l’esistenza di un vasto arsenale israeliano di AMD ed imporne la distruzione.

Nel caso dell’Iraq, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si sono anche serviti del presunto mancato rispetto della 687 da parte irachena per continuare le “sanzioni di distruzione di massa” che hanno prodotto più di un milione di morti civili. Joy Gordon ha mostrato in “Sanzioni economiche di distruzione di massa” (Harpers, Nov. 2002) che gli USA e la Gran Bretagna hanno ripetutamente interpretato le sanzioni allo scopo di impedire l’aiuto umanitario ai civili (ponendo il veto ad ambulanze, vaccini, pompe idriche, attrezzature per lo spegnimento degli incendi), azioni da parte di funzionari USA e britannici che costituiscono crimini di guerra. Nonostante il piano nascosto e le illegalità del sistema delle ispezioni, e nonostante le resistenze e gli inganni iracheni, il sistema è riuscito a distruggere circa il 90-95% degli arsenali di ADM dell’Iraq, secondo Scott Ritter ed Hans von Sponeck, che presero parte attiva al processo di ispezione. Ma ciò non ha soddisfatto gli USA e la Gran Bretagna, e non poteva, dato il loro obiettivo illecito di un cambio di regime.

4. Bene, che proponi?

Di fronte all’aggressione in programma – il più serio di tutti i crimini internazionali – la sola risposta decente e razionale consiste nel dire di non farlo. Gli apologeti non possono ammettere che il loro stato stia per imbarcarsi in un’aggressione, e perciò non riescono ad ammettere questa cosa elementare. Non possono riconoscere che la “minaccia” posta dall’Iraq sia un’invenzione, e che il vero problema sia quello di contenere una superpotenza “canaglia” che costruisce ad arte ragioni per scendere in guerra.

La mia prima e primaria “proposta” perciò è che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna siano messe sotto pressione affinché interrompano i loro piani di aggressione e che la “comunità internazionale” smetta di sostenere le sanzioni di distruzione di massa e l’aggressione progettata dalla superpotenza canaglia e la costringano a desistere, minacciandola di sanzioni economiche globali se non lo facesse.

La seconda grande minaccia sono le politiche di Ariel Sharon e di Israele, politiche di occupazione, pulizia etnica ed espansione degli insediamenti e di ulteriore terrorismo all’ingrosso e “trasferimenti”. Propongo che l’ONU condanni queste politiche, ma anche il sostegno USA di questa massiccia e crescente pulizia etnica e minacci sanzioni e l’espulsione dalla comunità ONU e dei paesi civili se queste politiche terroristiche e di pulizia etnica fossero proseguite oltre un certo limite.

Per quanto concerne l’Iraq, dato che le politiche di ispezione e controllo degli armamenti sono state giustificate sulla base di una qualche mitica e spaventosa minaccia, costruita per dare ragionevolezza ad un piano segreto e alla vendicatività da parte di USA e Gran Bretagna, e che queste politiche hanno avuto conseguenze genocide, dovrebbero essere ritirate da qui in poi.

Al contrario, le relazioni con l’Iraq dovrebbero essere normalizzate e bisognerebbe incentivare il corretto comportamento istituendo relazioni commerciali e “impegni costruttivi”, ciò che gli Stati Uniti fanno regolarmente con le nazioni repressive che fungono ai suoi interessi. La “minaccia” dell’Iraq sarà controllata da questa ragnatela di interessi, dalla sua accettazione della sorveglianza da parte dell’Agenzia Internazionale per l’energia atomica e dall’equilibrio di potere esistente in cui l’atteggiamento di offesa e l’uso di ADM da parte sua sarebbe estremamente costoso (vedi il punto 2 poco sopra).

Ciò non produrrà automaticamente la democrazia in Iraq, perché quella è una cosa che dovrebbe venire dall’interno, ed è probabile che si realizzerà prima con un “impegno costruttivo” e con condizioni di assedio alleggerite che non continuando con un’ostilità intensa o con il cambio di regime progettato dagli USA.

ASPETTI MINIMIZZATI O OMESSI

Gli apologeti della politica USA e della guerra imminente ignorano regolarmente e non riescono a vedere il significato delle loro caratteristiche che le rendono illegali, immorali e criminali. Tra le altre, le seguenti:

1. Mani sporche

Saddam non è stato solo sostenuto, egli fu protetto, nel far ricorso alla guerra chimica negli anni 80, dai due paesi che sono maggiormente preoccupati dal suo uso di ADM oggi. L’ipocrisia qui è degna di nota, ma questa considerazione suggerisce anche la fraudolenza della pretesa di una minaccia.

La morte di oltre un milione di civili iracheni come risultato della politica di sanzioni costituisce un caso rilevante di crimine di guerra, in violazione del codice di Norimberga. Gli ingegneri di questa politica genocida non solo non hanno le mani pulite nel prendere di mira ulteriormente l’Iraq, in un mondo giusto sarebbero tutti sotto processo in un tribunale. Gli apologeti della politica USA e della guerra prossima ventura sembrano del tutto inconsapevoli di questo contesto enormemente compromettente in cui avvengono le discussioni politiche d’oggi.

2. L’illegalità della guerra preventiva

Questi apologeti sono del tutto indifferenti al fatto che portare guerra ad un paese che non ti ha attaccato e non porta minacce credibili d’attacco viola il diritto internazionale elementare e costituisce una chiara aggressione. Questa mancanza di attenzione nei confronti della legalità si accompagna al processo di demonizzazione avanzata e all’amplificazone della minaccia. Manca di considerare anche il fatto che secondo i principi della “prevenzione”, schiere intere di stati sarebbero giustificati se attaccassero il territorio USA.

3. Due pesi, due misure

Si accompagna anche alla politica di lungo corso del “due pesi, due misure” in cui il diritto internazionale e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza si applicano solo agli altri, non a noi e ai nostri amici. Così, gli apologeti non vedono problema nel fatto che Ariel Sharon ed Israele non solo possono ignorare il diritto internazionanle (e la quarta convenzione di Ginevra) e innumerevoli pronunciamenti del Consiglio di Sicurezza, ma anche ricevere il sostegno attivo da parte degli USA in queste violazioni. Se il loro stato dice che è importante mettere in pratica la legge in maniera selettiva, si uniscono alla messa in pratica selettiva con grande fervore morale.

4. Il piano segreto

Il loro fervore morale non è sminuito dalla ovvietà di un piano nascosto sotto il clangore delle minacce alla sicurezza nazionale USA proveniente dalla disponibilità nelle mani sbagliate di ADM. Il desiderio di controllare le risorse petrolifere, di aiutare Sharon, di aiutare i produttori di armi, di rimodellare il Medio Oriente e di tenere una guerra in corso per nascondere il piano reazionario di Bush passano inosservati o sfuggono alla vista. Questo è un grande aiuto per il programma della squadra di Bush.

5. La corruzione dell’ONU

Gli apologeti ignorano anche la misura in cui la politica statunitense ha reso l’ONU una farsa ed una tragedia. Il team di Bush è apertamente irrispettoso nei confronti dell’ONU (e del diritto internazionale) nel suo perseguire gli obiettivi dell’amministrazione. Essi, come già i collaboratori di Clinton, si serviranno dell’ONU quando potranno e lo ignoreranno quando esso non sarà a loro disposizione. Nella rincorsa all’attacco all’Iraq, la squadra di Bush ha ottenuto che l’ONU accettasse un regime di ispezioni che garantirà un casus belli e farà sì che possano commettere un’aggressione con la sua approvazione. Invece di opporsi all’aggressione, l’ONU è collusa con la sua realizzazione. Ciò rappresenta la morte morale dell’istituzione.

6. I costi della guerra

Gli apologeti sottostimano il costo della guerra. Vi saranno modeste perdite americane, ma enormi dalla parte irachena, fintanto che gli USA porteranno avanti la loro politica usuale di bombardamenti intensi prima dell’occupazione o invasione. I costi saranno immensi per la distruzione dell’Iraq e molto alti per la condotta della guerra. “Danno collaterale: i costi sanitari ed ambientali della guerra all’Iraq”, pubblicato dalla Associazione dei Medici per la Prevenzione della Guerra nel novembre del 2002, stima mezzo milione di morti nell’ipotesi di sola guerra convenzionale, costi per più di 200 milioni di dollari e effetti secondari incommensurabili sulla salute e sul benessere.

Ci sarà probabilmente anche un’intensificazione delle risposte terroristiche. Questo e gli effetti a catena della guerra sulla società USA spingeranno quest’ultima ancora ulteriormente nella direzione di uno stato autoritario. Ciò è un vantaggio per l’amministrazione Bush poiché l’aiuterà, come già l’11 settembre e la guerra al terrore in generale, a camuffare meglio i suoi piani che vanno contro l’interesse pubblico.


Da http://www.sisde.it &nbsp;

Il “futuro prevedibile”     

«L’uomo del futuro sarà colui
che avrà la memoria più lunga »
F. Nietzsche


Tracciare uno scenario sul futuro di un fenomeno assai complesso come la globalizzazione a un orizzonte temporale di più anni implica la tacita accettazione dell’idea che i fattori che lo hanno determinato abbiano carattere duraturo, e che il fenomeno stesso sia destinato a continuare in avvenire più o meno con le stesse caratteristiche che esso presenta attualmente, ed a plasmare domani la realtà internazionale se non proprio in maniera analoga a come ciò avviene oggi, almeno in maniera altrettanto determinante. Uno scenario sul futuro della globalizzazione sconta perciò l’assunto di base che i grandi flussi che determinano questo fenomeno possano essere considerati come elementi stabili del periodo di tempo per il quale è possibile fare previsioni.
Tale periodo – il “futuro prevedibile” – varia, naturalmente, a seconda dei fenomeni esaminati. Esso è, per esempio, di vari decenni per i fenomeni demografici, ma solo di qualche anno per quelli economici, e dell’ordine dei mesi per quelli politici. Nel caso della globalizzazione, fenomeno a carattere prevalentemente socio-economico – e che consiste in un violento accrescimento delle reciproche interferenze tra ciò che accade in società ed attività diverse – l’estensione del “futuro prevedibile” non va oltre gli 8-13 anni.
Guardando all’indietro è facile peraltro vedere che l’epoca della globalizzazione ha già coperto un arco temporale più o meno della stessa lunghezza. Essa si è estesa sull’ultimo quindicennio del ventesimo secolo, ed ha coinciso con gli anni del post-comunismo, in cui si sono spontaneamente e potentemente sviluppati alcuni flussi che erano in precedenza impediti o fortemente condizionati da esigenze politiche legate alla Guerra Fredda. Si tratta soprattutto di flussi trans-frontiera, dalla cui evoluzione dipendono gli scenari della globalizzazione, e che possiamo raccogliere in quattro categorie:
– flussi informativi (trasferimento di tecnologie o diffusione di media come Internet, in precedenza coperto dal segreto militare),
– flussi di investimento (cioè della libera localizzazione di attività produttive, e soprattutto manifatturiere, in paesi a basso costo del lavoro, dove in precedenza l’impresa estera era sempre esposta al rischio della nazionalizzazione),
– flussi accresciuti di merci (essendo alcuni paesi del terzo mondo diventati grandi esportatori di prodotti manifatturati),
– flussi di persone (ma solo in misura nettamente inferiore agli altri flussi per la crescente resistenza delle società più ricche ad accogliere immigrati provenienti da altri continenti e da altre culture).
Questo stretto collegamento tra il fenomeno della globalizzazione e le condizioni del post Guerra Fredda fa sì che l’assunto di stabilità futura relativo ai flussi che determinano la cosiddetta globalizzazione non sia indiscutibile. Le condizioni che hanno reso possibile i flussi in questione sono state strettamente legate ad una fase storica, oggi terminata, che inizia con la crisi del blocco dell’Est, e che deriva dai modi in cui il comunismo è giunto al collasso. Dopo l’implosione dell’URSS, e fino all’undici settembre, le società civili ed economiche di tutto il mondo hanno infatti goduto di un clima euforico, in cui coloro che non facevano della guerra e della politica la loro attività principale hanno pensato di potersi godere il windfall of peace, i benefici del rilasciamento della tensione. E tale sentimento può essere capito, e il beneficio misurato facilmente, se si pensa al senso contrario di smarrimento che aveva attanagliato, ad esempio, gli ambienti Nato, postisi subito alla ricerca di un nuovo teatro di conflitto per non andare, come essi stessi dicevano “out of business”. La speranza suscitata dal superamento dei “blocchi” può essere cioè misurata dal timore per il futuro di ciascuno dei singoli “addetti ai lavori” della guerra fredda, moltiplicato per l’intera umanità.
Il quadro di questa che potremmo definire “l’ora della ricreazione” del post-comunismo ha subito, a partire dall’undici settembre, modifiche profonde, e non tornerà probabilmente mai più alla stessa coralità, alla stessa spontaneità, alla stessa “innocenza”. Anche se l’economista Paul Krugman ha tracciato – in un suo personale esercizio previsionale – un plausibile scenario secondo il quale tra pochi anni nessuno si ricorderà più delle Torri Gemelle, ma tutti subiranno ancora le conseguenze del caso Enron, è un fatto difficilmente contestabile che il corso degli avvenimenti è stato radicalmente mutato dalla reazione americana agli attacchi subiti sul proprio territorio nell’autunno del 2001. Tali attacchi hanno portato la Casa Bianca a proiettare la propria potenza e i propri interessi sul mondo intero, nell’intento di non lasciare nulla, negli eventi e nelle trasformazioni mondiali, né al caso né all’iniziativa di altri attori.

L’era post-globale
Il nuovo clima politico creatosi con il diffondersi della paura per il terrorismo condiziona negativamente infatti tutti e quattro questi tipi di flusso.
Per quel che riguarda i flussi informativi si ricorderanno in primo luogo le misure di oscuramento e di censura assunte per il timore che certi servizi giornalistici contenessero comunicazioni in codice per i terroristi, e via via tutte le altre iniziative e proposte in questo senso, sino alle ventilate misure di controllo sul prestito dei libri da parte delle biblioteche e di schedatura dei lettori sulla base degli interessi culturali. Ma, a parte questi casi che hanno dato visibilità al fenomeno, i flussi informativi sono stati soprattutto ridotti dallo sgonfiarsi della “bolla” che si era creata attorno alle cosiddette dot-coms, cioè alle aziende operanti nei “settori della convergenza” (telecomunicazione – elettronica – media). La “società dell’informazione” non va, naturalmente, considerata archiviata, perché le innovazioni introdotte da Internet non vengono meno, ma essa risulta sostanzialmente rallentata dagli aspetti di caduta della privacy e di possibilità di controllo inerenti alla stessa tecnologia e che si svilupperanno nei prossimi anni ad un ritmo e con un’ampiezza verosimilmente assai maggiore di quella della “rivoluzione dell’informazione”, le cui prospettive per una svolta epocale vanno quanto meno riviste e rinviate ad un orizzonte temporale più lontano.
Anche se in maniera diversa, anche i flussi di investimento attraverso le frontiere hanno subito – e continueranno a subire per tutto il breve periodo del “futuro prevedibile” in campo finanziario – le conseguenze della fine di quella che abbiamo chiamato la “età dell’innocenza” coincidente con la globalizzazione. Non solo la caccia ai depositi bancari e ai finanziatori del terrorismo ha un po’ spaventato gli investitori internazionali, spingendo – ad esempio – i capitali dei paesi arabi ed islamici ad abbandonare i piazzamenti americani, ma soprattutto si è rotto all’interno stesso del mondo occidentale il clima di fiducia tra investitori ed intermediari finanziari. Già la crisi delle “tigri asiatiche”, nel 1997-1998, aveva dimostrato la minaccia che la globalizzazione finanziaria (con le connesse instabilità) faceva pesare sull’insieme del fenomeno della globalizzazione. In particolare la crisi dell’Indonesia, che era entrata nel circuito mondiale dei liberi flussi finanziari senza che la struttura produttiva del paese risultasse solidamente integrata nel sistema mondiale, aveva fatto singolare contrasto con la solidità della Cina, la cui tenuta – in assenza di convertibilità della moneta e in un clima di prudenza nei confronti della globalizzazione finanziaria – aveva di fatto posto termine alla serie di crisi a catena in Asia, dimostrando che il fenomeno determinante della globalizzazione restava l’integrazione produttiva. Della crisi e del rallentamento dei flussi finanziari hanno per altro approfittato le istituzioni statuali di alcuni importanti paesi per segnare alcuni non trascurabili punti nei confronti dei soggetti economici internazionali, scatenando una lotta contro i paradisi fiscali. Si è verificato così un vero capovolgimento. Da un lato si è avuto un riequilibrio tra Stati e imprese a favore dei primi, andando contro una delle principali caratteristiche della globalizzazione, mentre la costituzione di un organismo di azione finanziaria internazionale dai poteri sempre crescenti poneva un potente freno alla capacità delle diverse nazioni di concorrere tra loro per attrarre investimenti esteri, con uno sviluppo che era veramente l’ultimo che ci si sarebbe attesi dopo la fine del comunismo e dello statalismo in economia.
Per quanto riguarda i flussi di merci, è facile constatare che le instabilità e il declino della globalizzazione finanziaria hanno finito per consolidare la divisione internazionale del lavoro, quale essa si è configurata da quando le politiche di industrializzazione export led di quattro paesi (o meglio spezzoni di paese: Taiwan, Hong Kong e Singapore, piccoli frammenti della immensa Cina, e la Corea del Sud, a sua volta frammento di un paese diviso) erano diventate il modello applicato per uscire dal sottosviluppo da gran parte dei paesi dell’Asia orientale più qualche timida imitazione latino-americana, mentre da questa parziale “globalizzazione produttiva” restavano interamente escluse l’Africa e il mondo islamico. In altri termini, il fenomeno dell’inclusione del Terzo Mondo nel sistema mondiale del lavoro industriale era rimasto limitato alla sola regione sino-mongolica, cioè ad un quadro non globale, ma sub-globale. Di conseguenza, i nuovi flussi mondiali di merci hanno mostrato una tendenza a cristallizzarsi solo sugli assi tra Asia orientale e Costa occidentale degli Stati Uniti e in minor misura tra Asia orientale ed Europa. Questi due assi, aggiunti al tradizionale asse commerciale nord Atlantico, finivano per mostrare un sistema commerciale mondiale ridotto a una sola parte del Pianeta – relativamente piccola – senza nessuna vera tendenza a diventare globale. A ciò si aggiunge che, contrariamente a tutte le dichiarazioni di principio, il governo della principale potenza economica del mondo ha mostrato tendenze chiaramente autarchiche, aggiungendo nuove sovvenzioni alla propria agricoltura protetta e imponendo dazi doganali assai alti sull’acciaio. Sul piano operativo, poi, il commercio mondiale non può che essere influenzato che in senso antiglobale, dopo l’undici settembre, dal progetto americano di controllare eventuali infiltrazioni terroristiche negli Stati Uniti riducendo a una decina i porti di imbarco per le merci dirette negli Stati Uniti. Da una assai incompleta globalizzazione si è così passati a uno scenario per i prossimi decenni che evoca addirittura le vie commerciali monopolizzate del Medioevo.
Per quel che riguarda infine i flussi migratori da un paese all’altro e da un continente all’altro, essi – come già abbiamo detto – sono sempre stati quelli che hanno incontrato le maggiori resistenze, e che anche nel periodo post-comunista sono rimasti larghissimamente inferiori ai trasferimenti di popolazione verificatisi nel XIX secolo e nei primissimi anni del XX. Qualsiasi scenario in questo campo, che esso si riferisca all’Europa o agli Stati Uniti (cioè a quelli che sono stati paesi di destinazione di tali flussi) deve tener conto di sviluppi politici interni che fanno intravedere una netta chiusura ed un clima di paura e di sospetto verso la diversità. Ciò fa apparire il capitolo demografico-culturale come quello più chiaramente significativo della fine della globalizzazione e della multiculturalità che essa sembrava promettere per la maggior parte delle società del mondo.

Gli scenari dell’ordine mondiale
È possibile insomma sostenere – alla luce dei fatti e dell’evoluzione dei flussi sopra descritti – che la globalizzazione è già terminata, e che ogni esercizio previsionale all’orizzonte di 8-13 anni deve prendere in considerazione, come tendenze prevalenti e determinanti, non più – o non solo – i flussi spontanei divenuti così impetuosi a partire dalla metà degli anni ottanta, quando si manifestarono i primi vacillamenti del sistema sovietico, ma soprattutto quello che potremmo definire e chiamare il globalismo unilaterale americano. Questa azione unilaterale non avviene però in un mondo privo di altri soggetti collettivi con capacità autonome di reazione e di iniziativa. Vanno perciò anche tenuti presenti i conseguenti tentativi da parte degli altri attori mondiali di dar vita a una sorta di globalismo multilaterale.
Nel comportamento dell’attore internazionale destinato a restare comunque determinante nel futuro prevedibile – gli Stati Uniti -, ad un atteggiamento di principio nel complesso favorevole al proseguimento della globalizzazione (apertura dei mercati, deregolamentazione, riconoscimento del primato delle imprese sui poteri statuali) fa riscontro una prassi non sempre coerente. Per il prossimo decennio, perciò, è prevedibile il passaggio da un ordine mondiale tendenzialmente determinato dall’adesione spontanea di tutti o quasi gli attori ad un insieme di regole, o semplicemente di prassi, ad un sistema obbligato a gravitare verso la potenza egemone, anche per una evidente tendenza di tutti i poteri consolidati ad emarginare e a trattare con sospetto come pericolosi, non solo i propri nemici, ma anche ogni forza non politically correct.
Un “ordine” a decisioni altamente decentrate quale è stato quello dell’era della globalizzazione, sarà probabilmente sostituito da un “sistema” gerarchizzato, anche se organizzato a “geometria variabile” attorno alla potenza centrale. Al momento, tale sistema non ha ancora assunto rigidità. Non è cioè ancora chiaro – ad esempio – se la Russia sarà una potenza marginale del sistema americanocentrico oppure un elemento “revisionista” – e quindi parzialmente antagonista – che rivendicherà parte degli spazi e margini di influenza precipitosamente ceduti nel decennio successivo al disfacimento dell’URSS, e in tutto il periodo post-comunista. Sull’arco del futuro prevedibile, è comunque probabile che gli elementi di autonomia e di rivalità si accentueranno, in Russia, rispetto a quelli di subordinazione sistemica agli USA.
Analogamente, pur non essendo chiara – probabilmente non è stata ancora neanche decisa a Pechino – la linea della Cina, è possibile tracciare un quadro delle tendenze alla scadenza temporale del prossimo decennio. Quel che è chiaro è che l’economia cinese avrebbe bisogno di un minimo di altri dieci anni (e forse più) di sviluppo comparabile a quello successivo al 1978 per potersi permettere un comportamento da potenza in grado di limitare la preponderanza degli Stati Uniti. Ciò è vero – naturalmente – solo a condizione che non si presentino forti elementi di discontinuità in un senso o in un altro, ad esempio, una crisi del modello economico americano, oppure un breakthrough scientifico-tecnico che ne consolidi la supremazia in maniera non capovolgibile per un lunghissimo periodo. In tal caso, i tempi di una forte “autonomizzazione” politico-militare della Cina rispetto agli USA, oggi predibile all’orizzonte temporale del 2012-15, potrebbero invece essere accelerati da un esaurimento dei mercati di esportazione dei prodotti cinesi e da una conseguente riconversione del sistema produttivo della Cina verso i consumi da potenza (cioè verso l’infrastrutturazione militare del Paese).
L’emergere degli USA come potenza egemone del nuovo ordine mondiale è stata facilitata, nell’ultimo decennio, dal fatto che l’America godeva di una leadership riconosciuta da tutto l’Occidente in funzione anticomunista e dalla Cina in funzione antisovietica. A ciò si è aggiunto il bisogno dell’ex superpotenza rivale di essere “recuperata”, dopo la rinuncia alla funzione imperiale e i successivi dissolvimento dell’URSS e saccheggio della Russia condotto dall’esterno. Tutto ciò ha consentito agli Stati Uniti di utilizzare le strutture di comando concepite nel quadro della riconosciuta funzione di leadership del passato, nel periodo dell’equilibrio tra blocchi, per tentare di imporre un dominio globale che non si giustifica più nei rapporti di forza economica tra i vari Paesi (e gruppi di Paesi) del mondo. Nel giro di 8-13 anni è prevedibile quindi una profonda ristrutturazione degli organismi e delle alleanze nella logica del nuovo equilibrio mondiale.
La riorganizzazione delle alleanze in maniera ancor più radicale di quella che ha portato alla creazione del Consiglio Russia-Nato è un evento che caratterizzerà il quadro del prossimo decennio, naturalmente in maniera consona ai rapporti di forza, militari ed economici, tra i vari soggetti del sistema mondiale. E questi rapporti di forza sono caratterizzati dal fatto che la fine della Guerra Fredda ha coinciso con un rilasciamento dello sforzo militare di tutti i Paesi tranne l’America. Ciò, nel breve termine, ha dato agli Stati Uniti una superiorità militare prima mai conosciuta. E in prospettiva, è possibile che questa superiorità sia destinata ad accentuarsi, in quanto in America tutta la ricerca tecnologica, e persino scientifica, è finanziata e orientata a fini militari, mentre nel resto del mondo ha altre priorità. In particolare in Giappone è orientata alla comprensione dei fenomeni climatici. Per questi fenomeni invece l’America, almeno nei primi mesi dell’amministrazione Bush, ha dimostrato scarsa sensibilità.
Un elemento di forte incertezza sullo scenario della realtà internazionale, all’orizzonte 2010-2015, è se sia o meno possibile estrapolare questa situazione attuale ed ipotizzare che la divergenza tra l’impegno militare degli Stati Uniti e degli altri Paesi duri ancora in futuro. In questo arco temporale appare in realtà improbabile che gli Americani saranno disposti a pagare per uno sforzo in campo militare analogo, se non maggiore, a quello del periodo della guerra fredda, mentre verosimilmente il resto del mondo sarà impegnato in obiettivi più orientati al benessere.
Tutto lascia pensare che ciò non avvenga, perché – al di là delle tensioni nel terrorismo – la realtà dei fatti è che non esiste una potenza rivale dell’America in grado di minacciare la sicurezza del Paese e di giustificare agli occhi del contribuente americano un tale sacrificio per molti anni. La teoria dello “scontro delle civiltà” che era destinata proprio a “inventare il nemico” per tenere mobilitata l’America e, possibilmente, il resto dell’occidente dietro di essa, è infatti troppo fragile. Non solo non si è realizzata l’alleanza islamico-confuciana (sicché il mondo islamico – anche quando fosse convertito in un nemico totale – non può da solo costituire una minaccia credibile), ma la stessa America rischia addirittura di conoscere un’altra fase di assenza di focus esterno come quella descritta dallo stesso Huntington alla fine del ’97.
Uno scenario non impossibile è infatti quello in cui – come reazione ad un accentuato protagonismo americano – una crescente chiusura dell’Europa su se stessa coincida con un riemergere della Russia come potenza regionale nel quadro di un ordine mondiale gerarchico con al vertice gli Stati Uniti. La Russia è infatti uno degli esportatori di petrolio su cui gli Stati Uniti puntano nella loro strategia di ridurre il peso dei Paesi Opec nella politica mondiale.
L’accettazione di tale posizione di leadership ha cominciato però a erodersi rapidamente, non molto dopo l’undici settembre, sicché è verosimile che all’ordine globale unilateralista a dominante americana venga rapidamente contrapposta la visione di un ordine globale multilaterale. Con tutti i limiti del trattato sul Tribunale Penale Internazionale, il contrasto su questo argomento tra Europa e Stati Uniti ne costituisce già un primo segno, ma altri e forse più importanti possono essere relativi al campo economico come ad esempio i contrasti in sede Gatt dalle cui disposizioni Washington pensa di essere sciolta unilateralmente. Anche la crisi del dollaro è in questo senso significativa. In passato, soprattutto nel decennio post-comunista, il deficit costante della bilancia commerciale americana era accettato dagli altri Paesi che accumulavano nelle loro casse – e nelle tasche dei loro cittadini – pezzi di carta verde forniti dagli americani in cambio di beni reali. Che lo scambio fosse ineguale era solo apparente, l’America infatti esportava un bene chiamato “fiducia”. Ed era per questo che il resto del mondo accettava lo squilibrio commerciale. Al momento attuale ciò non è più vero, come conseguenza dell’evoluzione interna agli Stati Uniti. Ed un forte attivismo unilaterale americano potrebbe aggravare la situazione interna.
Per quanto riguarda tale attivismo politico-militare, nel periodo medio-breve è probabile un uso intensivo di strumenti militari in guerre contro “Stati canaglia”, scelti secondo i criteri più vari, e in “Stati falliti” in cui possono trovare terreno fertile movimenti a-statuali e globalizzanti di opposizione all’ordine unilaterale post-globalizzazione. Ma in un periodo più lungo, le prospettive della potenza militare appaiono meno ottimistiche.
Ogni previsione oggi possibile del sistema internazionale, mostra che – indipendentemente dall’uso sistematico della forza da parte della potenza egemone del sistema e dei suoi alleati, più o meno occasionali – la divaricazione nelle condizioni sociali ed economiche dei popoli andranno accentuandosi. Di conseguenza andrà crescendo per frequenza e intensità il fenomeno del fallimento degli Stati, obbligando la potenza centrale del sistema ad interventi sempre più frequenti. Oltre questo scenario, che potrebbe comunque esaurirsi anche prima dell’orizzonte decennale, ogni previsione deve tener conto delle due ipotesi alternative della “non tenuta” socio-politica del “centro” del sistema, oppure di una svolta scientifico-tecnologica tale da cambiare completamente la natura delle società, con conseguenze imprevedibili nel sistema internazionale.


Il futuro dell’Europa


Uno scenario a 8-13 anni della collocazione e del ruolo dell’Europa nel sistema internazionale deve tener conto dell’ambiguità del processo di unificazione europeo rispetto a quello che va sotto il nome di globalizzazione, che – va ricordato – è intervenuto in un momento successivo a quello in cui furono avviati i Trattati di Roma, ed in un clima politico generale radicalmente diverso.
Nel periodo post-comunista, l’Europa poteva essere considerata come un building block se non della globalizzazione (che allora non esisteva, o almeno non veniva percepita come tale) di una liberalizzazione a livello mondiale, nel senso che l’abbattimento delle frontiere tra i propri membri – e poi il rapido allargamento a molti altri Stati – veniva visto più come il risultato di un programma di eliminazione degli ostacoli agli scambi tra europei, che dell’idea di costruire un nuovo potente soggetto politico sopranazionale. Nello scorso decennio, con la conversione di massa del conformismo prevalente al liberoscambismo, era stato quasi dimenticato che originariamente il processo di integrazione dell’economia del Vecchio Continente aveva come finalità anche quella di garantire alcune autosufficienze collettive – in campo alimentare ed energetico ad esempio -, aveva cioè carattere assai diverso da quello che avrà in seguito alla globalizzazione, i cui flussi tendevano a creare una interdipendenza generalizzata a livello mondiale. All’orizzonte del prossimo decennio, però, successivamente alla fine della globalizzazione spontanea, è prevedibile un riemergere delle vocazioni all’autosufficienza e alla chiusura semi-autarchica (a livello continentale, e non più nazionale, naturalmente), sicché l’Europa potrebbe progressivamente configurarsi come un vero e proprio stumbling block sulla strada di un mondo globale.
Questo scenario non appare immediatamente evidente agli osservatori italiani, in quanto l’Italia, a differenza di Francia e Germania, ha vissuto l’avventura europea essenzialmente in funzione anti-provinciale ed anti-autarchica. Ha cioè sempre visto l’Europa come un building block di un mondo aperto agli scambi, ai flussi innovativi, alla diffusione di nuove idee.
Ciò non significa però che – a dieci o quindici anni da oggi – sia certo che l’Europa si presenterà come una entità isolata e chiusa in se stessa. Ciò è in primo luogo reso improbabile dai problemi di approvvigionamento energetico, che avranno un ruolo fondamentale nella politica estera di tutto il prossimo decennio. Ed in secondo luogo c’è da tenere presente che, nello scenario determinato dall’unilateralismo globale degli Stati Uniti, anche un’Europa costruita sulla base del vecchio principio dell’autosufficienza dovrà prendere atto delle nuove circostanze e delle nuove condizioni geo-strategiche determinate dal ruolo “imperiale” degli USA.
È evidente, infatti, che sta prendendo corpo un progetto tendente a sostituire un pericolo “verde” al vecchio pericolo “rosso” presentando agli Occidentali l’intero Islam come complice obiettivo di Al Qaeda. E per di più trasformando questa solo parziale verità in una realtà indiscutibile, attraverso comportamenti che tendono a gettare effettivamente l’intero Islam su quella posizione estrema.
Il quadro geo-strategico che rischia di risultare da tale condotta è caratterizzato soprattutto dal progetto di una guerra per trasformare politicamente l’Iraq più o meno com’è stato trasformato l’Afghanistan, con la sostituzione di Saddam con un equivalente di Karzai. Ciò implica anche una profonda trasformazione del ruolo della Giordania, che si trova nella scomoda posizione di confinare con Israele da un lato e con l’Iraq dall’altro. Ed implica poi, una democratizzazione “violenta” dell’Iraq le cui risorse petrolifere diventerebbero a questo punto sfruttabili intensivamente e liberamente esportabili, determinando una forte riduzione del ruolo dell’Arabia Saudita nel mercato petrolifero.
Se si tiene conto dei difficili rapporti che nonostante un qualche recente miglioramento permangono tra Libia e Stati Uniti è facile capire come il Mediterraneo finirebbe per diventare più il fronte di uno scontro di civiltà alla Huntington, ed anche di infiltrazioni terroristiche e di puro e semplice contenimento dei rifugiati, che una possibile area di cooperazione tra le due sponde. L’alternativa tante volte ventilata tra collaborazione euro-mediterranea e collaborazione tra le due Europe, dell’Est e dell’Ovest, risulterebbe seriamente condizionata da una ovvia preferibilità della seconda.
L’accessione di nuovi membri alla Comunità – da completare, almeno secondo gli impegni ufficiali, ben prima dell’orizzonte temporale preso in considerazione in questa sede – mostra peraltro già un chiaro indirizzo in tal senso, nonostante tutte le perplessità della Francia di fronte all’ipotesi della nascita di una sorta di Commonwealth germanico in Europa centrale e orientale. L’espansione del Mediterraneo del Nord, il mar Baltico, risulterebbe cioè preferibile e immediatamente attuabile. In che misura questa sorta di Lega Anseatica possa estendersi verso oriente e in che misura avrà una struttura aperta, sarà cioè un building block di un mondo in cui possano continuare a dispiegarsi i flussi caratteristici della globalizzazione, sarà determinato dall’evoluzione della Russia e soprattutto dal suo rapporto bilaterale con gli Stati Uniti.

Conclusioni
Nel secondo decennio del XXI secolo il quadro globale dovrebbe dunque essere caratterizzato – a meno di sconvolgimenti traumatici determinati da una crisi ambientale generalizzata o dal collasso del sistema economico e sociale dell’Occidente – da un ordine mondiale gravitante sul nord America, che potrebbe risultare grandemente rafforzato da una nuova ondata di innovazioni tecnologiche, e contrapposto a forze e movimenti principalmente a carattere a-statuale tendenti a contestare e a rivedere profondamente non solo l’ordine mondiale ma gli stessi principi di base su cui esso è fondato. A seconda delle scelte politiche più o meno unilateraliste che saranno attuate nell’immediato futuro dall’autorità politica americana altri due centri minori di potere, la Russia e la Cina, potranno alternativamente essere schierate a difesa dello status quo globale politico ed economico pur restando sostanzialmente diverse per quel che riguarda i principi fondamentali della società (democrazia, diritti umani) dalla cultura dell’Occidente. In alternativa, queste due potenze minori potranno assumere un ruolo “revisionista” dell’ordine mondiale in qualche modo dando vita a un equilibrio instabile con soggetti multipli e di natura diversa. La vera incognita in uno scenario al 2010-2015 resta l’Europa, che potrebbe, procedendo in ordine sparso, autocondannarsi alla totale irrilevanza o diventare addirittura un elemento grave di instabilità del sistema mondiale, oppure – in un quadro di unità – essere uno degli elementi di stabilità di un ordine mondiale caratterizzato da elementi di multipolarità.

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