Fisicamente

di Roberto Renzetti

Restano in vigore le sanzioni economiche imposte all’Iraq nel 1990 dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Le informazioni che continuano ad arrivare parlano di migliaia di civili morti, compresi molti bambini, per la mancanza di cibo e medicinali provocata dalle sanzioni. A settembre, dopo aver esaminato il rapporto sull’Iraq stilato in base alla Convenzione sui diritti dell’infanzia, il Comitato per i diritti del fanciullo ha osservato che i bambini sono stata la categoria più colpita dalle sanzioni. Sono anche rimaste in vigore le due ‘zone di interdizione aerea’ sul nord e il sud del paese.

A gennaio il governo ha proibito ad alcuni membri della Commissione speciale delle Nazioni Unite (UNSCOM) di ispezionare alcuni luoghi sospettati di essere fabbriche di armi, tra cui otto palazzi presidenziali. Una coalizione guidata dagli Stati Uniti ha minacciato l’Iraq di rappresaglie militari se non fosse stato dato libertà di movimento agli ispettori dell’UNSCOM. A febbraio l’Iraq ha firmato un memorandum d’intesa con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in cui consentiva l’accesso senza alcuna condizione o restrizione a tutti i siti sospetti. Però ad agosto l’Iraq ha sospeso la cooperazione con l’UNSCOM, inducendo il Consiglio di Sicurezza ad approvare a settembre la risoluzione 1194, che prorogava le sanzioni contro l’Iraq fino alla ripresa delle ispezioni sugli armamenti. In ottobre l’Iraq ha annunciato la fine di ogni cooperazione con l’UNSCOM. A novembre l’Iraq è tornato sui suoi passi, e le azioni militari da parte delle forze armate statunitensi e britanniche sono state bloccate prima ancora di cominciare. Infine, a dicembre, in seguito a un rapporto dell’UNSCOM in cui si affermava che l’Iraq non aveva dato la sua completa collaborazione agli ispettori delle Nazioni Unite, le forze aeree di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno bombardato l’Iraq per quattro giorni, uccidendo anche dei civili.

A febbraio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che autorizzava l’Iraq a vendere un quantitativo di petrolio del valore di 5,2 miliardi di dollari ogni sei mesi, utilizzando il ricavato per scopi umanitari. In precedenza, il quantitativo consentito era pari a 2 miliardi di dollari ogni sei mesi.

Migliaia di soldati turchi sono rimasti sulle loro posizioni nel nord dell’Iraq (vedi Rapporto 1998), compiendo nuove incursioni a caccia di membri e combattenti del partito di opposizione in Turchia PKK (Partito Curdo dei Lavoratori).

A settembre, i leader del KDP (Partito Democratico del Kurdistan) e del PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) si sono incontrati negli Stati Uniti, a Washington, e hanno firmato un accordo di pace che comprendeva l’impegno a eleggere un nuovo Parlamento nel 1999 nelle zone controllate dai due gruppi. Incontri successivi, per discutere dell’attuazione dell’accordo, hanno avuto luogo nel Kurdistan iracheno e in Turchia. Le due parti hanno effettuato anche scambi di prigionieri.

Ad aprile, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha condannato le “violazioni sistematiche, diffuse e gravi dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale compiute dal governo iracheno”, e ha prolungato di un altro anno il mandato del relatore speciale delle Nazioni Unite sull’Iraq.

Sono continuati gli arresti delle persone sospettate di essere oppositori del governo, tra cui dei possibili prigionieri di coscienza, mentre decine di migliaia di persone imprigionate negli anni passati sono rimaste in carcere.

Per tutto il corso dell’anno sono continuate a giungere denunce di arresti di persone sospettate di essere oppositori politici, tra cui possibili prigionieri di coscienza, anche se non è stato possibile accertarne il numero preciso. Migliaia di persone arrestate negli anni scorsi perché sospettate di essere oppositori politici o perché avevano partecipato a proteste contro il governo sono rimaste in carcere in condizione di incommunicado.

Dawud al-Farhan, noto giornalista e scrittore, è stato arrestato e incarcerato per almeno due mesi, a quanto pare dopo essere stato convocato al ministero dell’informazione nella capitale, Baghdad, a causa dei suoi articoli sul giornale”al-Zawra’” in cui criticava alcuni funzionari governativi e la situazione economica irachena. È stato rilasciato a settembre grazie a un condono presidenziale. Un gruppo di sospetti oppositori è stato arrestato nella città meridionale di al-Nassiriya, non sappiamo in che data. Sembra che siano stati incarcerati nell’al-Amn al-`Am direzione generale di sicurezza, a Baghdad, e condannati a morte. Non si conoscono i dettagli del processo. Tra loro vi erano Sayyid `Ubadi al-Batat, Yassin `Ali al-Washah e il tenente colonnello Muhammad Hardan al-Jubair. La loro sorte era ancora ignota alla fine dell’anno.

Secondo le informazioni disponibili, a febbraio il presidente Saddam Hussein ha ordinato la liberazione di centinaia di detenuti di nazionalità araba, tra cui palestinesi, libanesi, siriani ed egiziani. Più di cinquanta giordani erano stati rilasciati a gennaio. Tutti, pare, erano detenuti per reati penali comuni.

Parecchie famiglie curde sono state scacciate dalle loro case, e diversi componenti di queste famiglie sono stati presi come ostaggi.

A gennaio le autorità hanno ordinato l’espulsione forzata di 1468 famiglie curde residenti nella provincia di Kirkuk verso le province sotto il controllo del KDP o del PUK, citando come motivo della deportazione “la sicurezza e l’importanza geografica della zona”. L’ordine stabiliva anche che un membro per ogni famiglia sarebbe stato trattenuto come “ostaggio” fino al completamento dell’espulsione delle rispettive famiglie. Stando alle denunce, per la fine di giugno più di cento famiglie erano state deportate, e ancora di più nei mesi seguenti.

Vi sono state molte accuse di torture e maltrattamenti dei detenuti.

Vi sono state numerose denunce di torture e maltrattamenti dei prigionieri. I metodi usati comprendevano scariche elettriche in varie parti del corpo, lunghi periodi di sospensione appesi agli arti accompagnati da percosse, falaqa (la pratica di colpire le piante dei piedi, causando numerose fratture), ustioni da sigaretta e periodi di reclusione in isolamento.

Secondo quanto ci è stato riferito, almeno sei persone sono state punite con il taglio delle mani.

Ad agosto, secondo quanto ci è stato riferito, il figlio maggiore del presidente, ‘Uday Saddam Hussain, ha ordinato che venissero tagliate le mani a sei membri del gruppo noto come Fida’yi Saddam (I combattenti di Saddam), per i reati di furto e di estorsione ai danni dei viaggiatori commessi nella città di Basra, nel sud del paese.

Non si hanno notizie sul destino di migliaia di persone ‘scomparse’ negli anni scorsi.

Non ci sono state altre notizie sul destino di migliaia di persone ‘scomparse’ negli anni passati (vedi precedenti edizioni del Rapporto). Tra loro ricordiamo Sayyid Muhammad Sadeq Muhammad Ridha al-Qazwini, membro del clero sciita, nato nel 1900, che era stato arrestato nel 1980, a quanto pare per fare pressione sui suoi figli all’estero affinché ponessero fine alle loro attività contro il governo; e `Aziz al-Sayyid Jassem, scrittore e giornalista molto conosciuto arrestato nel 1991. Notizie non confermate indicavano che quest’ultimo era ancora in carcere nel 1996, ma il suo destino e le sue vicissitudini da allora restano ignote.

Eseguite centinaia di sentenze capitali, anche di prigionieri politici; è possibile che alcune fossero esecuzioni extragiudiziali. La pena di morte continua a essere comminata, anche per reati di natura non violenta.

Centinaia di condanne a morte sono state eseguite, tra cui anche quelle di detenuti politici; in alcuni casi può essersi trattato di esecuzioni extragiudiziali. La pena capitale ha continuato a essere comminata, anche per reati di natura non violenta. Le vittime comprendevano sospetti oppositori del governo, membri dei gruppi di opposizione, militari sospettati del coinvolgimento in tentati colpi di stato e altri accusati di reati comuni.

Muhammad Haj Rashid Hussain al-Tamimi è stato ‘giustiziato’ verso giugno, e il corpo restituito ai suoi familiari. Era stato arrestato in casa sua a Baghdad nel dicembre del 1997 perché sospettato di star organizzando un gruppo di opposizione. Suo fratello, il colonnello Tariq Haj Rashid Hussain al-Tamimi, era stato a sua volta ‘giustiziato’ nel 1988 per il suo coinvolgimento in un complotto per rovesciare il governo. Ad aprile un alto esponente del clero sciita, l’ayatollah sceicco Mortadha al-Borujerdi, di 67 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nella città di al-Najaf, sembra mentre camminava verso casa dopo le preghiere dell’alba; in passato era sfuggito ad altri due tentativi di assassinarlo. A giugno, un altro importante esponente sciita, l’ayatollah supremo sceicco Mirza `Ali al-Gharawi, di 68 anni, suo genero Muhammad `Ali al-Faqih e altri due uomini sono stati uccisi a colpi di pistola di notte, mentre andavano in auto da Karbal’ ad al-Najaf. Sembra che i loro corpi siano stati immediatamente cremati dalle autorità, senza che le famiglie avessero il permesso di tenere una cerimonia funebre. Pare che a novembre siano state arrestate otto persone per l’assassinio dei due ayatollah, e che le autorità abbiano affermato che il movente degli omicidi era stato il furto.

Ci sono state altre segnalazioni di esecuzioni di prigionieri, tra cui detenuti politici (vedi Rapporto 1998). Pare che a giugno siano stati uccisi più di sessanta persone nella prigione di Abu Ghraib vicino a Baghdad. La maggior parte era stata arrestata in seguito alla sollevazione contro il governo del marzo 1991. A settembre sembra siano stati uccisi almeno cento detenuti politici, tra cui ventun donne; i loro cadaveri sono stati sepolti in fosse comuni.

Diverse persone accusate di reati comuni sono state ‘giustiziate’, tra cui un gruppo di dieci uomini a gennaio, per contrabbando, e altre due persone a maggio, per furto e omicidio. In entrambi i casi non si hanno informazioni su eventuali processi.

Non si hanno altre notizie sul gruppo di cinque uomini e una donna condannati a morte nel luglio del 1997 con l’accusa di aver organizzato attività di prostituzione e di aver contrabbandato alcolici in Arabia Saudita (vedi Rapporto 1998). Ghalib `Ammar Shihab al-Din, un giordano condannato alla pena capitale nel dicembre del 1997 per contrabbando, è stato rilasciato ed espulso in Giordania dopo la sospensione della sentenza (vedi Rapporto 1998).

Vi sono state segnalazioni di abusi contro i diritti umani anche nelle zone sotto controllo curdo.

Nelle zone del paese sotto controllo curdo vi sono stati combattimenti tra le forze del governo turco e quelle del PKK. Come risultato, si parla di migliaia di profughi. Si ha notizia anche di abusi contro i diritti umani. Ad aprile, due membri del Partito Comunista dei lavoratori iracheni, Shapoor `Abd al-Qadir e Kabil `Adil, pare siano stati uccisi a colpi di pistola dai membri di un gruppo chiamatoLega Islamica ad Arbil, davanti all’ufficio per i disoccupati del sindacato. L’omicidio sarebbe da collegare agli scontri suscitati dal dibattito sui diritti delle donne in occasione della Giornata mondiale delle donne tra membri del Partito Comunista e della Lega Islamica. Sono state riportate minacce di morte da parte dei gruppi islamici contro donne che facevano parte delle organizzazioni femminili e contro membri di gruppi comunisti. In un caso, Nazanin `Ali Sharif, una dei leader dell’Organizzazione indipendente delle donne ad Arbil, sembra abbia ricevuto minacce di morte e sia sfuggita a un tentativo di assassinio a giugno; a luglio è fuggita all’estero chiedendo asilo.

È rimasta ignota la sorte di Ahmad Sharifi, un iraniano arrestato nel gennaio del 1997, pare da poliziotti del PUK, e quindi ‘scomparso’; così come quella di Bekir Dogan, un giornalista turco della televisione, che sembra essere ‘scomparso’ da maggio del 1997, dopo che le forze di sicurezza del KDP avevano fatto irruzione nel centro culturale mesopotamico di Arbil (vedi Rapporto 1998).

Interventi di Amnesty International

Amnesty International ha chiesto al governo iracheno di liberare tutti i prigionieri di coscienza, di porre fine all’espulsione delle famiglie curde e di permettere a quelle già allontanate di ritornare alle proprie case. Ha anche sollecitato le autorità a sospendere le esecuzioni capitali e a riesaminare le condanne già inflitte, in modo da commutarle.

Amnesty International ha anche chiesto al governo dei chiarimenti sulla notizia dell’uccisione di centinaia di detenuti nelle prigioni di Abu Ghraib e al-Radhwaniya alla fine del 1997, accludendo un elenco delle 288 vittime. L’organizzazione ha anche espresso la sua opinione secondo la quale le procedure seguite nel processo a carico delle quattro persone di nazionalità giordana ‘giustiziate’ nel dicembre del 1997 (vedi Rapporto 1998) violassero gli obblighi dell’Iraq in rapporto al Patto sui diritti civili e politici, che l’Iraq ha ratificato. Sono anche state chieste informazioni sul destino dei cinque uomini e della donna condannati a morte nel 1997 (vedi sopra). A giugno il governo ha risposto, accusando Amnesty International di ripetere le stesse accuse già presenti nei precedenti rapporti, e affermando che la lista delle esecuzioni portate a termine alla fine del 1997 era priva dei dettagli che avrebbero “facilitato la ricerca della verità”. In ogni caso, il governo non ha risposto alla sostanza delle accuse di esecuzioni di massa e alle preoccupazioni di Amnesty riguardo alle altre violazioni dei diritti umani.

Ad aprile Amnesty International ha manifestato la sua preoccupazione per l’espulsione di famiglie curde dalla provincia di Kirkuk. A giugno, ha chiesto informazioni sulle circostanze degli omicidi di due alti esponenti del clero sciita, avvenuti tra aprile e giugno (vedi sopra), chiedendo i dettagli delle inchieste eventualmente in corso ed esprimendo le sue preoccupazioni. Nessuna risposta era ancora pervenuta alla fine del 1998.

Ad aprile Amnesty International ha scritto al KDP manifestando la sua preoccupazione per l’uccisione di due membri del Partito Comunistaad Arbil (vedi sopra). A maggio il KDP ha risposto che era stata subito avviata un’indagine e che una persona era stata arrestata. Alla fine dell’anno non erano ancora noti i risultati completi dell’inchiesta.

A novembre e a dicembre Amnesty International ha chiesto ai governi di Stati Uniti, Gran Bretagna e Iraq di assicurare la massima protezione ai civili, in accordo con il diritto umanitario internazionale. In risposta, le autorità britanniche hanno indicato che in qualsiasi azione militare da parte loro “sarà fatto tutto il possibile per evitare vittime tra i civili”. Nessuna risposta è arrivata dalle autorità statunitensi e irachene.

Amnesty International – Sezione Italiana
Rapporto Annuale 1999


Bushus et Saddagnus…

  di Alberto B. Mariantoni *

Se volessimo soltanto limitarci a descrivere il mero aspetto formale dell’impari e disgustoso «conflitto» che da più di 11 anni oppone gli USA all’IRAQ, potremmo benissimo ricorrere a Fedro o Caius Iulius Phaedrus (10 /-54) della tradizione latina: «Ad rivum eundem Bushus et Saddagnus venerant, siti compulsi…» (Bushus e Saddagnus, spinti dalla sete, erano giunti allo stesso ruscello. Più in alto stava Bushus, e molto più in basso Saddagnus).
Lo stesso dicasi, se desiderassimo unicamente illustrare il significato ed il senso dell’indegno e vizioso «serial» che da mesi, ormai, continua a tenere il mondo intero, con il fiato sospeso, in una situazione di «non-pace/non-guerra», tra le pretestuose e prevaricatrici accuse di George W. Bush e le puntuali e disarcionanti confutazioni e/o repliche di Saddam Hussein e degli altri membri del governo iracheno: «Tunc fauce improba latro incitatus iurgii causam intulit…» (Allora l’assassino, spinto dalla malvagia bocca, offrì il motivo di lite: “Perché – disse – facesti torbida l’acqua, a me che bevo?”. Saddagnus di rimando, temendo: “Come posso – prego – fare ciò che lamenti, oh Bushus? Da te il liquido scorre ai miei sorsi!”).
Identica considerazione, in fine, se ci accontentassimo esclusivamente di prevedere e di anticipare l’inevitabile e scontato esito della meschina e sproporzionata «tenzone» tra Washington e Baghdad: «Repulsus ille veritatis viribus… » (Respinto quello dalle forze della verità: “Prima di questi sei mesi – soggiunse – dicesti male di me”. Rispose Saddagnus: “Veramente non ero nato”. “Tuo padre, per Ercole – egli riprese – disse male di me”; E così presolo, lo sbrana con ingiusto massacro).
Nel nostro comodo e sbrigativo accostamento allegorico, però, il solo problema che dovremmo comunque tentare di risolvere, sarebbe quello di riuscire a fare effettivamente coincidere – agli occhi dell’opinione pubblica – gli autentici tratti distintivi del «Ra’is iracheno» con quelli di un qualunque ingenuo ed indifeso «agnello»… Ed, allo stesso tempo, fare realmente combaciare le genuine e provabili peculiarità dell’attuale «Presidente americano» con quelle di un qualsiasi scaltro e feroce «lupo»…

Chi è Saddam Hussein?

Sappiamo tutti chi è Saddam Hussein… Sfortunatamente per lui, infatti, il «Rayessna al-Ghali» («Presidente bene amato») iracheno, lontano dall’essere l’ingenuo ed indifeso «agnello» della favola di Fedro, è semplicemente un «autocrate». Un «despota» mediorientale. Un «dittatore» che – dopo avere sistematicamente e capillarmente eliminato ogni forma d’opposizione o di dissenso all’interno del suo paese – continua a spadroneggiare incontrastato ed inamovibile, sull’Iraq, da all’incirca ventisette anni.
La «memoria corta» dell’opinione pubblica essendo quella che è, l’uomo della strada, molto probabilmente, non lo ricorderà affatto, ma il «feroce Saladino» di Baghdad non è sempre stato l’irriducibile e lo spietato «anti-americano» che oggi tutti preferiscono dipingere…
Al contrario, nel 1975 – quando ancora era Vice-presidente del paese e «numero due» del regime ba’athista del Generale Ahmad Hassan al-Bakr – il suo primo atto ufficiale di governo fu proprio quello di favorire e di avvantaggiare economicamente, nel contesto dell’OPEC, gli Stati Uniti d’America ed il resto dei Paesi industrializzati dell’Occidente: in particolare, facendo in modo che, alla riunione d’Algeri (1975), il prezzo del greggio – vertiginosamente aumentato dopo la Guerra arabo-israeliana del Kippur (1973) ed il conseguente embargo imposto agli Occidentali dai Paesi Arabi produttori di petrolio – fosse considerevolmente ridimensionato!
Non sappiamo se fu per esprimergli profonda gratitudine a proposito di quel suo inatteso e benvenuto «gesto» o per premiarlo platealmente per quella sua «attitudine positiva» nei confronti delle nostre economie, ma una cosa è certa: in Occidente, tra il 1975 ed il 1990, il «despota» Saddam fu intensamente e strettamente «corteggiato», «adulato» e «riverito» dalla quasi totalità dei nostri Governi.
Questi ultimi, infatti, durante quello stesso periodo, lo considerarono apertamente un uomo politico «laico», «illuminato» e «visionario», nonché un «baluardo sicuro» ed «indispensabile» nella lotta al «pericolo islamico», rappresentato – in quell’epoca – dalla rivoluzione Khomeinista iraniana (1979-1980). In tutti i casi, lo propagandarono e lo imposero, alle nostre opinioni pubbliche, come un alleato «oggettivo» ed «imprescindibile».
A riprova di quella tendenza, La Francia, ad esempio, si «sbracciò», in quegli anni, a fornire a Saddam, «chiavi in mano», la famosa Centrale Nucleare di Tammouz (piratescamente bombardata e rasa al suolo dall’aviazione israeliana, nel 1981) ed a «prestargli» – per tutta la durata della guerra Iraq-Iran (1980-1988) – intere squadriglie di Super-Etendard della sua flotta aerea militare nazionale… La Gran Bretagna, dal canto suo, non esitò – insieme alla Germania, all’Italia, alla Svizzera, al Belgio, all’Olanda, al Belgio, alla Spagna, al Giappone, ecc. – a mettergli a disposizione aiuti finanziari a fondo perduto e prestiti astronomici a tasso agevolato, armamenti sofisticati, infrastrutture militari-industriali tecnologicamente avanzate, ecc. E gli Stati Uniti, per non essere da meno, oltre ad assicurare all’Iraq una vera e propria «assistenza militare» ed una quotidiana e dettagliata «copertura» fotografico-satellitare sui posizionamenti e gli spostamenti delle truppe iraniane nel corso di quel conflitto, non indugiò affatto – insieme alla Francia, alla Gran Bretagna ed alla Germania ed, in certi casi, al Brasile ed all’Argentina… – a offrirgli più di 80 miliardi di dollari di armamenti a credito, senza contare la fornitura di numerosi stabilimenti turnkey contract per la produzione ed il condizionamento, per scopi bellici, di gas vescicanti ed asfissianti (come le «mostarde solforose»), di gas nervini (come il «sarin», il «tabun», il «soman» ed il «vx») e molteplici laboratori scientifici per la coltura e l’impiego – come deterrenti militari – del «Bacillus Anthracis», del «Vaiolo», del «Botulino», della «Francisella Tularensis», ecc. Armi, queste ultime, che il «Ra’is di Baghdad», negli ultimi anni della Guerra Iraq-Iran (1986-88), non si privò affatto di utilizzare – con il beneplacito dell’Occidente (l’ex Presidente Reagan e l’attuale Segretario di Stato alla Difesa Donald Rumsfeld ne sanno qualcosa?) – sia contro l’esercito Iraniano (nella regione di Sulemaniya, in particolare) che contro il suo stesso popolo: cioè, i ribelli Kurdi del F.K.I. (Fronte del Kurdistan Iracheno, formato da elementi del Partito Democratico Kurdo di Massoud Barzani, dell’Unione Patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani e del Partito Comunista Iracheno), nella regione di Halabja, e le comunità Shi‘ite del Sud dell’Iraq.
Saddam Hussein, dunque, se vogliamo – tra il 1975 ed il 2 Agosto 1990 (data dell’invasione irachena del Kuwait e del fallito tentativo di Baghdad di affrancarsi dall’invadente, inibente e coercitiva tutela statunitense ed atlantica) – era un «dittatore» amico… Un «tiranno» buono… Un personaggio, cioè, che – prima di diventare il classico «mostro nel cassetto», «l’abominevole Hitler» della situazione ed il «pericolo pubblico No. 1» che oggi tutti conosciamo – non aveva nulla da invidiare al resto dei «despoti» e degli «aguzzini» che, da più di 57 anni, continuano imperterriti ed indisturbati a governare, per «conto terzi», il mondo arabo (e non solo quest’ultimo…: il pakistano Parvez Musharraf, docet!), né tanto meno qualcosa da temere dai governi e dai media occidentali! Questo, per la semplice ragione che, il suo regime, era – e continua ad essere – l’ordinaria e corrente «copia conforme» degli altri 21 regimi arabi che l’informazione a «geometria variabile» dei versatili e prezzolati pennivendoli delle nostre «democrazie» – per evidenti ed indicibili motivi d’ordine economico, politico e/o militare – stima più opportuno, in generale (e sicuramente più conveniente e redditizio…, in particolare), definire, «regimi arabi moderati»! (Per saperne di più su Saddam Hussein, il regime iracheno, il ruolo occidentale ed israeliano nel Vicino Oriente e la Guerra del Golfo, vedere il mio: «Gli occhi bendati sul Golfo», Jaca Book, Milano,1991).

Chi è, realmente, George W. Bush?

Crediamo tutti di sapere chi è George W. Bush jr.… Ed, invece, come avremo modo di constatare (vedere articolo allegato: «il vero Bush jr.»), quasi nessuno lo conosce veramente per quello che effettivamente è!
Grazie, infatti, al subdolo e capillare «monopolio dell’informazione» che Washington ha instaurato nel mondo ed al sistematico e compiacente «schermo protettivo» che l’insieme dei media occidentali (impropriamente ritenuti «liberi»…) continua servilmente a «stendere» sulla sua persona, la maggior parte degli abitanti della Terra ignora perfettamente la sua specifica natura, il suo iter personale e le sue autentiche e tangibili «qualità» e «peculiarità».
Certo, l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America vorrebbe… (e fa di tutto per…) rassomigliare, almeno formalmente, allo scaltro e feroce «lupo» della favola di Fedro ma, in realtà, è semplicemente un «pupazzo», una «marionetta», un inconsistente ed insignificante «fantoccio»!
Se vogliamo, oltre a calcare supinamente ed indegnamente le «nobili» orme del bisnonno Samuel Prescott (nel 1914-1918 «servo fedele» e «factotum» di Percy A. Rockefeller proprietario della City Bank e della Remington Arms Co., nonché dello speculatore borsistico Bernard Baruch e del banchiere «privato» Clarence Dillon), del nonno Prescott Sheldon («uomo di paglia» e «prestanome» e del gruppo Brown Brothers Harriman) e del padre George Herbert Walker («ex sfortunato petroliere», «ex disastroso coordinatore» del fallito sbarco filo-americano della Baia dei Porci, a Cuba, ed ex «ufficiale di collegamento» del futuro dittatore panamense Manuel Noriega; poi, di punto in bianco… «consulente speciale» e «strisciante leccapiedi», fino al 26 Ottobre 2001, del famigerato Carlyle Group, il principale fornitore di materiale da guerra delle forze armate americane; Direttore della CIA tra il 1976 ed il 1981; Vice-Presidente con Reagan, tra il 1981 ed il 1989; e quarantunesimo Presidente degli USA, tra il 1989 ed il 1992), George W. Bush jr. è addirittura il peggiore epigono della sua stessa «famiglia di lacchè». Ed allo stesso tempo – come la maggior parte dei Presidenti americani degli ultimi settant’anni – il classico «burattino» della situazione. Un personaggio, cioè, interamente «inventato», artatamente «pompato» e totalmente «sponsorizzato» e «manovrato» dagli effettivi detentori del potere reale negli USA. In particolare: il vorace e guerrafondaio complesso militare-industriale del paese (Carlyle Group, Lockheed Martin Corp., McDonnel Duglas Corp., Tennero Inc., General Motors Corp., Northrop Grumman Corp., Raytheon Corp., General Electric, Loral Corp., Boeing Co., United Technologies Corp.); le fameliche ed insaziabili «sorelline» del petrolio (Chevron-Texaco, Exxon-Mobil, Marathon Oil, BP-America – che è la fusione tra Standard Oil e British Petroleum – e BP-AMOCO; senza contare Halliburton Inc., Unocal, Delta Petroleum, TMBR/Sharp Drilling, ecc.); i principali istituti di credito dello spregiudicato e rapace sistema bancario americano (Citicorp, Citibank , Bank of America, First National Bank of Boston, Morgan Stanley, ecc.) ed i maggiori gruppi monopolistici del mercato statunitense (AT&T; Microsoft; Schering-Plough; Monsanto; Tom Brown Inc.; Motorola; Gulfstream Aerospace; General Dynamics; Tribune Company; Gilead Sciences; Amylin Pharmaceuticals; Sears; Roebuck & Co.; Allstate; Kellogg; Asea Brown Boveri; Pharmacia, Ford Motor Company; Lear Corp.; DaimlerChrysler; Philip Morris; Amtrak; America Online; Time Warner; Merck; Abbott Laboratories, Brownstein, Hyatt & Farber; NL Industries; Ford Motor Company, Northwest Airlines; Clorox; C.R. Bard; HCA-The Healthcare Company; Dole Food; Northwest Airlines; Enterprise Rent-A-Car; Greyhound; United Airlines; Union Pacific; Boeing, International Paper; Lucent Technologies; Eastman Kodak; Alcoa; Schering-Plough Corp.; Qualcomm Inc.; Eli Lilly; Charles Schwab; Transamerica Corp.).

Un Governo di «comparse»

Per rendersene conto, basta dare una rapida «occhiata» alla composizione dell’attuale staff dirigenziale statunitense: lo stesso Bush jr., in passato, è stato direttore di una filiale del gruppo Carlyle ed – insieme al padre – ha ricevuto onorari da questa società fino all’Ottobre del 2001, data alla quale la famiglia Bin Laden (sic!) ha venduto le sue azioni…; il Vice-Presidente Dick Cheney continua ad essere totalmente legato all’industria militare del paese ed al gruppo petrolifero Halliburton Inc.; il Segretario di Stato o Ministro degli Esteri Colin Powell è fortemente «ancorato» alla General Dynamics, Gulfstream Aerospace e America Online; l’Attorney General o Ministro della Giustizia John Ashcroft è la particolare «emanazione» di AT&T, Microsoft, Schering-Plough, Monsanto ed Enterprise Rent-A-Car; il Segretario di Stato alla Difesa Donald Rumsfeld la specifica «persona di fiducia» di General Dynamics, Gulfstream Aerospace, Asea Brown Boveri, Gilead Sciences, G.D. Searle/Pharmacia, General Instrument/Motorola, Tribune Company, Amylin Pharmaceuticals, Sears, Roebuck & Co., Allstate e Kellogg; la Segretaria di Stato agli Interni Gale Norton è strettamente «infeudata» con Delta Petroleum, BP Amoco, NL Industries, Brownstein, Hyatt & Farber, e Ford Motor Company; la Consigliera alla Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice è la diretta e fedele espressione di Chevron, Charles Schwab e Transamerica Corp.; il Segretario di Stato al Tesoro Paul O’Neill è l’interessato «factotum» di Alcoa, Lucent Technologies, International Paper ed Eastman Kodak; il Segretario di Stato al Commercio Donald L. Evans è «l’uomo di punta» di Tom Brown Inc. e di TMBR/Sharp Drilling; il Segretario di Stato all’Energia Spencer Abraham è la «longa manus» di General Motors, Ford Motor Company, Lear Corp. e DaimlerChrysler; il Segretario di Stato alla Sanità ed ai Servizi Umani Tommy G. Thompson è apertamente «vincolato» a Philip Morris (sic!), GeneralElectric, Merck, Amtrak, America Online, Time Warner ed Abbott Laboratories; la Segretaria di Stato al Lavoro Elaine Chao è «l’espressione semi-nascosta» di Bank of America, Northwest Airlines, Clorox, C.R. Bard, HCA-The Healthcare Company e Dole Food; la Segretaria di Stato all’Agricoltura Ann M. Veneman è il «pezzo da novanta» di Monsanto Co e Pharmacia Co., (i principali produttori e propagatori di O.G.M. nel mondo!); il Segretario di Stato ai Trasporti Norman Y. Mineta è lo speciale «periscopio» di Lockheed Martin, Northwest Airlines, Greyhound, United Airlines, Union Pacific e Boeing; il Segretario di Stato agli ex-combattenti Anthony Principi è «l’informale» ed efficace «plenipotenziario» di Lockheed Martin, Ford Motor Company, Microsoft, Schering-Plough Corp., Federal Network, QTC Medical Services e Qualcomm Inc.; il Responsabile dello Staff presidenziale Andrew H. Card Jr. è uno degli «uomini» di General Motors; il Direttore dell’Amministrazione e del Budget della Casa Bianca, Mitch Daniels, Jr. è uno dei «delegati» di General Electric, Citigroup, Eli Lilly e Merck.

Inutile sbalordirsi

Tenuto conto di queste realtà, dobbiamo ancora domandarci il perché del rifiuto, da parte dell’Amministrazione Bush, di ratificare il «Protocollo di Kyoto» (relativo alla riduzione dei gas ad «effetto serra»)? Dobbiamo ancora continuare a questionarci per conoscere le reali ragioni dell’atteggiamento statunitense al «Summit della Terra» di Johannesburg o a quello di Durban, sul «razzismo», sempre in Sud Africa? Abbiamo bisogno di comprendere il motivo per cui, il «libero-scambismo» propagandato e selvaggiamente imposto da Washington ai nostri paesi, rima quasi sempre – negli USA – con il più egoistico ed arrogante «protezionismo» (ad esempio, i 100 miliardi di euro ultimamente devoluti ai produttori agricoli statunitensi o l’iniqua tassa del 30% recentemente introdotta sulle importazioni d’acciaio in provenienza dall’Europa e dal Giappone)? In aggiunta, c’è ancora necessità di sbalordirsi a proposito delle contraddizioni di fondo che emergono – ad esempio – tra i discorsi ufficialmente «moralizzatori» di Bush jr. (come quello del 9 Luglio 2002, alla Borsa di New York…) e le quotidiane e costanti implicazioni della classe politica americana negli scandali economici della maggior parte delle grandi imprese del paese, come Enron, WorldCom, Merrill Lynch, Andersen, Global Crossing, Qwest Communications International, Dynegy, Adelphia Communications, Xerox, Imclone, Tyco, ecc.?
Inoltre, dopo le invereconde e capillari «connections» che abbiamo potuto verificare tra la politica e l’economia negli USA, è tuttora lecito stupirsi, se il traffico di droga (oppio, coca, cannabis), nel mondo – che rappresenta all’incirca 700 miliardi di euro all’anno (più del 9% del commercio mondiale!) – seguita ad essere principalmente alimentato dai paesi (Pakistan, Turchia, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan, Tagikistan, Kirghisistan, Egitto, Laos, Nepal, Birmania, Thailandia, Guatemala, Giamaica, Colombia, Bolivia, ecc.) che intrattengono delle strette relazioni con Washington? E’ ancora valido determinare i motivi che spingono la Casa Bianca a rifiutare qualsiasi incontro al vertice con l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo di Parigi che si propone di smantellare i «paradisi fiscali» e di reprimere il conseguente traffico e riciclaggio di «denaro sporco?» E’ ancora utile interrogarsi, per individuare le ragioni che pressano gli Stati Uniti a volere assolutamente imporre al mondo i loro O.G.M. (organismi geneticamente modificati) o le carni commestibili dei loro allevamenti debitamente «doppate» con numerosi prodotti farmaceutici (tra i più conosciuti: il 17 beta estradiolo, il progesterone, il testosterone, lo zeramolo e l’acetato di trembolone e di melengesterolo)?
Conoscendo, tra l’altro, «chi» tira effettivamente «le fila» della politica americana, è ancora sensato chiedersi il perché dell’«inattesa» e «sbalorditiva» ricusazione statunitense del «Trattato sul bando totale dei test nucleari» o degli «Accordi START» (riduzione dell’insieme degli armamenti strategici); oppure, il loro antagonismo alla «Convenzione sulle armi biologiche e chimiche» del 1972; o ancora, la loro opposizione al «progetto onusiano» contro il «traffico illegale di armi leggere» nel mondo; ovvero, il loro rifiuto di fornire una qualunque spiegazione ai responsabili dell’Unione Europea a proposito di «Echelon» (il sofisticato sistema americano ed anglosassone di sorveglianza elettronica dell’insieme delle comunicazioni telefoniche, fax ed e-mail)??
Diciamocelo francamente: è ancora ragionevole lambiccarsi il cervello per comprendere il significato ed il senso dell’insolente e sfrontata ostilità dell’attuale Presidente americano nei confronti del «Tribunale Penale Internazionale» (TPI)? E’ ancora opportuno evocare l’incontrollabile ed inarrestabile «spirale della violenza», per spiegare la rimessa in discussione degli «Accordi di pace» israelo-palestinesi del 1994, l’arrivo al potere di Sharon e la messa in pratica della tracotante e criminale politica colonialista, vessatrice e massacratrice di Tel-Aviv, in Palestina? E’ ancora equilibrato parlare di «Attacco all’America», per scoprire la vera origine degli «attentati» dell’11 Settembre 2001 e le reali ragioni dell’«inevitabile» e consequenziale «guerra infinita» al terrorismo degli ex freedom fighters filo-americani di al-Qa’ida?
In fine, sapendo come stanno davvero le cose negli USA, dobbiamo ancora arrovellarci il cervello, per afferrare le ragioni del colossale e farneticante aumento del budget americano della «Difesa» che è passato dai 297,7 miliardi di dollari del 1998 agli attuali 331 miliardi (all’incirca, un miliardo di dollari al giorno! Quando, comparativamente, i quindici Paesi membri dell’Unione Europea – su «consiglio disinteressato» dei loro «padroni» USA – sono passati, per lo stesso genere di spese, dai loro complessivi 180,5 miliardi di dollari del 1998, agli attuali 144,4 miliardi)? Dobbiamo ancora spremerci le meningi, per individuare e circoscrivere i reali motivi che spingono la Casa Bianca a volere a tutti costi demonizzare, aggredire ed eliminare Saddam Hussein, per intronizzare, al suo posto, un qualunque Sharif ‘Ali Bin Al-Hussein (finalizzato e provvidenziale «pronipote» di terzo/quarto grado dell’ultimo Re d’Iraq e classico «dandy di servizio» degli interessi USA, nonché strumentale ed addomesticato duplicato dell’attuale «mescalero» afghano Hamid Karzai)?
Inutile, quindi, riferirsi al Lupus et Agnus di Fedro, per tentare di spiegare i minacciosi e rivoltanti «venti di guerra» che sembrano, ancora una volta, planare indisturbati sul malcapitato Iraq… Ugualmente vano ed inefficace cercare di interpretare il cosiddetto «duello all’ultimo sangue» tra Bush e Saddam, in chiave di semplice e programmato «regolamento di conti» tra gangsters…

Il «nano» ed il «gigante»

La vera verità sul «conflitto» che oppone, da ormai 11 anni, gli Stati Uniti all’Iraq, è da ricercarsi in tutt’altra direzione: quella – a mio giudizio – della «strategia economica» per fini di «dominazione politica e militare» del mondo.
Se abbiamo, infatti, la pazienza di dare uno sguardo ad un qualunque Atlante e ci dilettiamo a paragonare le annesse tavole di sintesi demografica, mineralogica, merceologica, tecnologica, finanziaria, industriale e commerciale degli Stati Uniti e quelle del continente Euro-Asiatico, ci accorgiamo che l’insieme dei paesi che compongono quest’ultima area geopolitica, rappresentano cumulativamente una potenzialità generale che è di gran lunga superiore a quella che è normalmente vantata o pretesa dagli USA nei loro singoli confronti.
In altri termini, se la totalità dei paesi del vecchio continente decidessero, un giorno, per pura ipotesi, di mettere in comune la globalità delle loro risorse e delle loro potenzialità economiche (cioè, tutte le loro materie prime, tutta la loro tecnologia, tutte le loro capacità finanziarie, bancarie, industriali e commerciali, tutta la loro manodopera, l’incommensurabile vastità e le infinite esigenze dei loro territori e l’inesauribile mercato consumistico che è rappresentato dalla somma aritmetica delle loro popolazioni) costituirebbero immediatamente il primo impero politico, economico e militare del mondo. Una potenza tale che, a suo confronto diretto, gli Stati Uniti – oltre a dovere immediatamente rinunciare al ruolo di superpotenza che, fino ad ora, hanno infondatamente ed indebitamente usurpato – apparirebbero, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, come una potenza di secondo piano. Un «potenza», cioè, il cui ruolo politico internazionale rassomiglierebbe rapidamente, come per incanto, a quello che la Polonia o la Bulgaria, tra il 1945 ed il 1990, esercitavano all’interno del «Patto di Varsavia» sovietico!
Conosciamo la situazione reale dell’economia statunitense… Dopo avere, negli anni 1980-1990, scelleratamente delocalizzato la maggior parte della loro industria di produzione consumistica in Estremo Oriente ed avere stoltamente concentrato l’essenziale del loro avvenire economico all’interno di tre regioni specifiche del paese (California = «nuove tecnologie»; Texas = «industria petrolifera»; Florida = «complesso militare-indusriale»), gli strateghi di Washington erano praticamente convinti che il problema della crescita economica del paese sarebbe stato determinato dal dilagare nel mondo delle loro «nuove tecnologie»; quello della disoccupazione autoctona, sarebbe stato in gran parte risolto dal consequenziale potenziamento e sviluppo dell’«economia virtuale» o «on-line»; quello dei consumi interni, dall’importazione dei prodotti finiti, a basso costo, dalle loro aziende che nel frattempo si erano trasferite in Asia.

I conti senza «l’oste»

Quella loro, a dir poco, azzardata e poco felice scelta di strategia economica, però, era confortata dal fatto che, in quell’epoca, gli Stati Uniti – oltre ad essere restati (dopo la caduta dell’URSS) la sola superpotenza militare del mondo – potevano tranquillamente permettersi il lusso (visti pure gli stretti legami che gli USA intrattenevano con l’Arabia Saudita ed il Kuwait) di bruciare all’incirca 15 milioni di barili di petrolio al giorno (di cui 9,5 milioni, importati dai paesi del Golfo e pagati a prezzi «politici» irrisori… In tutti i casi, estremamente meno esosi di quelli che allora pagava – ed oggi continua a pagare – l’Unione Europea!), per alimentare e sostenere, al minor costo possibile, la totalità del consumo energetico del paese.
Iniziata tra il Luglio del 1990 ed il Marzo 1991 (periodo della penultima importante recessione economica USA che coincise – guarda caso! – con la trappola tesa all’Iraq il 2 Agosto 1990 e la successiva “crociata” statunitense per “liberare” il Kuwait in nome del diritto, dei principi e della morale…) e rivelatasi fragorosamente e drammaticamente al gran pubblico a partire dal Marzo 2001, la crisi economica statunitense (notevolmente aggravata dalla situazione di bancarotta fraudolenta nella quale continuano a operare la maggior parte degli istituti bancari nord-americani che, da più di 20 anni, insistono a volere portare in attivo, nei loro bilanci, i miliardi di dollari che, a suo tempo, furono allegramente prestati all’URSS, al Messico, all’Argentina, al Brasile ed alla maggior parte dei paesi del Terzo mondo, e che mai e poi mai saranno loro restituiti!), ha un nome: quello delle «nuove tecnologie».
Queste ultime, infatti, lontano dall’ottenere i successi scontati che i loro più quotati «guru» avevano spavaldamente preannunciato, si sono inevitabilmente ed oggettivamente urtate a due ostacoli principali: quello dell’impossibilità, da parte della maggior parte dei paesi del mondo (eccetto l’Europa Occidentale, il Giappone e l’Australia), di poterle finanziariamente acquistare e quello dell’impossibilità, per la maggioranza dei cittadini delle singole nazioni del Globo, di poterle intellettualmente «assorbire» e «maturare», in tempi brevi.
Quell’inattesa situazione, a sua volta, ha provocato negli USA una serie di «contraccolpi» economici, come gli innumerevoli ed inarrestabili «tracolli in borsa» dei principali titoli tecnologici del paese; l’accumulazione impressionante degli invenduti nel campo elettronico e computeristico; la riduzione considerevole dei profitti per le principali aziende del settore; lo scadimento della produzione industriale; la caduta del PIL; la diminuzione complessiva dei consumi; l’assottigliamento generale del volume globale delle importazioni e delle esportazioni; un deficit commerciale trimestrale di all’incirca 130 miliardi di dollari; la considerevole diminuzione negli investimenti industriali; e, quindi, un ulteriore e notevole incremento della disoccupazione…
Ed a nulla sono servite, fino ad ora, le successive decurtazioni dei tassi d’interesse voluti dalla Federal Reserve (tassi passati, nel corso del solo anno 2001, dal 6,5% all’1,75%: il tasso più basso registrato dal 1947!), per tentare di rilanciare la «macchina economica» statunitense.
Per gli Stati Uniti, dunque, tra le ultime carte da «giocare», per non essere costretti in breve tempo a dichiarare fallimento, rimanevano soltanto quella del «petrolio» e quella dell’«armamento».

«L’uovo di Colombo» americano

La carta del «petrolio», però, era fortemente handicappata e resa insicura dall’instabile situazione politica interna in Arabia Saudita e nel Kuwait, e quella dell’«armamento» era momentaneamente inutilizzabile, in quanto – dopo la fine della «Guerra fredda», la scomparsa dell’URSS e la «spoliticizzazione» e «l’allineamento economico» della Cina – obiettivamente non esistevano più «nemici», degni di questo nome… A meno che, di inventarseli di sana pianta!
E per «inventarli» come si doveva, ecco, dunque, uno dietro l’altro – dopo le puntuali «boccate di ossigeno» che gli USA, negli ultimi vent’anni, avevano già potuto ottenere per la loro economia dai loro interventi militari in Nicaragua, a Panama, a Grenada, ad Haiti, in Somalia, nel Sudan, in Libia, nel Libano, in Iraq e nei differenti Stati dell’ex Iugoslavia – spuntare, provvidenziali, dal «cappello del mago»: Sharon in Israele… per provocare i Paesi arabi ed islamici e creare un artificiale ed incontenibile «scontro di civiltà» tra Occidente e mondo musulmano; gli (auto?) attentati dell’11 Settembre 2001… per scatenare una guerra contro l’Afghanistan, occupare il paese e prendere piede, formalmente o informalmente, in Asia centrale e, di conseguenza, soggiogare militarmente, senza colpo ferire…, la quasi totalità delle ex repubbliche musulmane sovietiche (dove, è noto a tutti, esistono importantissime riserve di gas e di petrolio); e, dulcis in fundo, il «pericolo» Saddam!
Ma per quale ragione – direte voi – proprio Saddam…? Quando, sappiamo benissimo, che lo stesso padre di Bush jr., nel 1990-1991, 41° Presidente degli Stati Uniti e capo della più importante coalizione militare messa in piedi dall’epoca del Secondo conflitto mondiale, con i suoi carri armati a pochissimi chilometri da Baghdad, alla fine della Guerra del Golfo (1991), non solo (secondo la versione ufficiale…) lo lasciò in vita per non «infierire»… ma, affermando di averlo ormai militarmente «sgominato» e politicamente reso «inoffensivo», lo mantenne addirittura al potere (quasi sicuramente, per dare modo all’opinione pubblica mondiale di potere meglio distinguere, con più spigliata facilità, i responsabili dei già citati «regimi arabi moderati»…), in Iraq?

Diversi «piccioni» con una «fava»…

Rimettere dopo 11 anni, il «pericolo» Saddam sul «tappeto»…, sembra – a prima vista – una flagrante e grossolana contraddizione/impostura… Eppure, non lo è!
Se prendiamo in conto, infatti, la terribile crisi economica che gli USA stanno attraversando, i recenti e preoccupanti «attriti» e «dissapori» con l’Arabia Saudita ed il pericolo mortale che rappresenterebbe – per la loro economia e la loro sempre più contestata egemonia politica e militare – un eventuale accordo (anche esclusivamente economico!) tra l’Unione Europea e la CSI (Russia e paesi ex sovietici rimasti nel «girone» di Mosca), ci accorgiamo immediatamente che il «pericolo» Saddam – per i reali detentori del potere negli USA (e non certo, per i «parrocchetti» dell’Amministrazione Bush jr.!) – era (ed è…) l’unico «pericolo» che il loro paese avrebbe potuto agevolmente ed impunemente paventare, per togliersi momentaneamente e sicuramente d’impaccio e, contemporaneamente, fare «bingo» su tutta la linea!
Come fare altrimenti… per «distrarre» l’opinione pubblica americana, ridare «spago» all’economia del paese, rimettere al «passo» l’Arabia Saudita ed impedire a tutti i costi una qualsiasi intesa eurasiatica, avendo simultaneamente una qualunque concreta speranza di continuare ad assicurarsi il ruolo di superpotenza e, quindi, il dominio del mondo, per i prossimi 40/50 anni, senza per altro dovere, in nessun modo, rischiare alcunché?
E’ semplice: prendendo diversi «piccioni» con la «fava» Saddam!

L’ «arma» del petrolio

Non dimentichiamo, infatti, che un eventuale guerra statunitense contro l’Iraq – dopo la tutela militare e politica che Washington ha imposto alla maggior parte delle petro-monarchie del Golfo ed all’Afghanistan, ed i «protettorati» formali o informali che è riuscita a realizzare sulle ex Repubbliche musulmane sovietiche – farebbe immediatamente «rientrare nei ranghi» Riyad e neutralizzerebbe definitivamente l’Iran. Inoltre, la diretta o indiretta presa di possesso del petrolio iracheno (potenzialmente 3/4 milioni di barili al giorno) – insieme al WTI americano, al petrolio della Penisola Arabica, quello delle Repubbliche musulmane dell’Asia centrale, quello messicano, quello venezuelano (ed il Brent del mare del Nord?) – metterebbe nelle mani degli USA, il «monopolio» di all’incirca i tre quarti (circa 900 miliardi di barili) delle riserve d’idrocarburi attualmente accertate e disponibili sul nostro pianeta. E con quella certezza energetica nel «cassetto», gli Stati Uniti si assicurerebbero senz’altro la «parte del leone» nel mondo, per almeno mezzo secolo: in particolare, avrebbero la possibilità di concedere, alla loro malandata economia, la tanto attesa «boccata d’ossigeno» che permetterebbe alla loro società di uscire rapidamente dalla crisi; in secondo luogo, avrebbero l’occasione di ricompattare la loro opinione pubblica e rinverdirebbero notevolmente, agli occhi dei propri amministrati, il tradizionale sentimento di potenza e d’invincibilità che caratterizza e tiene unita l’eterogenea e squinternata società americana; in terzo luogo, giocando «l’ago della bilancia», in materia energetica, con gli interessi mercantili divergenti dell’Unione Europea (che ha assolutamente bisogno dell’energia petrolio) e della Russia (che produce petrolio ed ha delle riserve accertate per all’incirca 65 miliardi di barili), ricatterebbero alternativamente i due blocchi di paesi (in poche parole: facendo artatamente aumentare il prezzo del petrolio, gli Stati Uniti sarebbero in grado di soffocare drasticamente l’economia europea, mentre facendolo abilmente scendere, sarebbero in condizione di creare delle serie difficoltà alla già vacillante e tuttora instabile economia russa) e, mettendo commercialmente l’uno contro l’altro, ne impedirebbero la possibile intesa; in fine, rendendo indispensabile la loro presenza militare in Europa, nel Vicino Oriente ed in Asia Centrale (soprattutto a causa dei possibili disordini generalizzati che la guerra contro l’Iraq potrebbe scatenare all’interno del mondo arabo e musulmano), darebbero la possibilità alla loro «macchina da guerra» di rinforzarsi ulteriormente e di continuare ad imporre – manu militari e contro ogni umana logica – il ruolo politico ed economico «guida» di Washington all’insieme dei paesi del mondo.
Che le suddette congetture o eventualità rappresentassero (e continuino a rappresentare…) le reali intenzioni di Washington nella sfrenata ed assurda corsa alla guerra all’Iraq, sembra l’abbiano capito perfino il «satrapo» Putin e il «valletto» Chirac. Ed è per quella ragione che – nonostante l’attacco «terroristico» alla petroliera francese nello Yemen e la recente «presa di ostaggi» filo-cecena al teatro di Mosca – i due hanno continuato imperterriti ad ostacolare, con tutti i mezzi a loro disposizione, fino alla «risoluzione 1441» del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i frettolosi e furbeschi progetti americani di guerra immediata all’Iraq.
Come avremo, però, ben presto, modo di constatare… il «piano Iraq», per gli USA, ce n’est que partie remise…

Alberto B. Mariantoni

(*) Note biografiche sull’Autore

Alberto Bernardino Mariantoni è nato a Rieti il 7 Febbraio del 1947. E’ specializzato in Economia Politica, Islamologia e Religioni del Medio Oriente. Politologo, scrittore e giornalista, è stato per più di vent’anni Corrispondente permanente presso le Nazioni Unite di Ginevra e per diciotto anni sul tamburino di «Panorama». Ha collaborato con le più prestigiose testate nazionali ed internazionali, come «Le Journal de Genève» e «Radio Vaticana». Ha al suo attivo decine e decine di inchieste e di reportages in zone di guerra e di conflitti politici soprattutto in area mediorientale. E’ autore di oltre trecento interviste ai protagonisti politici dei paesi del Terzo Mondo e della vita politica internazionale. Ha scritto: «Gli occhi bendati sul Golfo» (ed. Jaca Book, Milano 1991) e «Le non-dit du conflit israélo-arabe» (ed. Pygmalion, Paris, 1992). Dal 1994, è Presidente della Camera di Commercio Italo-Palestinese.


Iraq, il disarmante dossier di Scott Ritter

tratto da www.informationguerrilla.org

Scott Ritter è un ufficiale dei marines che, per sette anni, ha partecipato alla missione di disarmo in Iraq come ispettore Onu. Fervente repubblicano, ha votato per Bush ma oggi pubblica un libro-intervista in cui smonta la costruzione mitologica occidentale sulle armi di distruzione di massa in possesso di Baghdad

TOMMASO DI FRANCESCO

Passo dopo passo, annuncio dopo annuncio, il mondo sta entrando nell’avventura della guerra all’Iraq che il presidente statunitense George W. Bush e l’alleato-maggiordomo Tony Blair vogliono ad ogni costo. Stavolta non ci sarà nemmeno la bugia della «guerra umanitaria», sarà una guerra-guerra, tout court, anzi sarà preventiva. Anche se non mancheranno le motivazioni che ci spiegheranno – già hanno cominciato a farlo – che l’azione armata alla fine è servita proprio per «prevenire» un disastro all’umanità di fronte ad armi di distruzione di massa. Diranno tante cose. Ma il punto è che ogni guerra per essere tale ha bisogno, da parte del potere, di trovare una sua giustificazione, per essere narrata e trovare la sua legittimazione. Insomma, stavolta quale sarà la «Rambouillet» irachena, il casus belli utile a scatenare l’inferno? Non l’hanno ancora trovata, ma in queste ore si sta delineando. Ci dice infatti il Dipartimento di Stato Usa che Stati uniti e Gran Bretagna hanno definito la risoluzione dell’Onu da imporre all’Iraq, tale che dovrebbe convincere i recalcitranti che non vogliono questa guerra – i più – e tale da zittire la disponibilità del regime di Saddam Hussein che ha risposto, di fronte ai tanti dossier e rivelazioni, che era disposta, senza condizioni, al ritorno degli ispettori dell’Onu su tutto il territorio del paese. In buona sostanza si prepara una Risoluzione «forte» al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come voleva Bush, scritta da Blair, che impone a Baghdad la presenza degli ispettori non nei soli siti sospettati di ospitare armi di distruzione di massa, ma ovunque, soprattutto nelle sedi politiche del regime, il parlamento e i ministeri, il palazzo presidenziale compreso. Aggiungeranno magari che, stavolta, gli ispettori, dovranno essere «protetti» da una missione internazionale armata. Condizioni, come si vede, fatte apposta per portare al fallimento della mediazione del segretario dell’Onu, Kofi Annan, che ha accettato la disponibilità di Baghdad – che chiede la presa in considerazione del problema della fine delle devastanti sanzioni che durano da dieci anni – e che ha attivato da subito gli ispettori guidati dal capo missione Hans Blix che si dichiara pronto a partire. Questi i fatti, fin qui. Tenendo presente che l’intera costruzione si regge sulle dichiarazioni di Bush e Blair che chiedono l’autorizzazione a fare la guerra per «disarmare» l’Iraq che possiederebbe «armi bateriologiche e chimiche, armi di distruzione di massa pronte ad essere usate in 45 minuti contro Israele e Cipro» e «l’arma atomica tra pochi mesi». E si aggiunge in queste ore, richiamando la memoria ancora ferita dell’11 settembre, che «Saddam ha dato le armi chimiche ad Al Qaeda», smentendo le smentite su questo fatte solo poche ore prima. Baghdad corre a rispondere aprendo alla stampa internazionale i «siti» considerati letali e chiedendo l’arrivo degli ispettori al più presto, ma non basta e non servirà a nulla. Blair ha presentato un «dossier». Non convince nessuno, ma per la guerra può bastare, e per l’immaginario televisivo basta e avanza per dire che ci sono le prove.

Ci vorrebbe a questo punto qualcuno, davvero autorevole, capace di smontare la costruzione mitologica occidentale sulle «armi di distruzione di massa» in possesso di Baghdad. Questo qualcuno c’è. Si chiama Scott Ritter, ufficiale statunitense eroe dei marines, che ha partecipato per sette anni alla missione di disarmo in qualità di ispettore Onu e perdipiù è un fervente repubblicano che ha votato per Bush alle ultime presidenziali.. Scott Ritter ha pubblicato in questi giorni un libro-intervista Guerra all’Iraq straordinario quanto decisivo, uscito in contemporanea in Italia, dov’è stato pubblicato da Fazi Editore (10 Euro, pp. 115) e negli Stati uniti, curato dal noto commentatore e saggista americano William Rivers Pitt. Un libro che, da questo punto di vista, davvero è il «controdossier» che andrebbe letto nei parlamenti occidentali. Che cosa dice di talmente eccezionale l’ex funzionario-ispettore Onu dal 1991 al 1997 Semplicemente questo: «Se io dovessi quantificare la minaccia rappresentata dall’Iraq in termini di armi di distruzione di massa, essa equivale a zero». E la sostanza di questa affermazione non l’ha solo scritta nelle risposte di questo libro, o in decine di interviste e articoli che ha pubblicato in questo ultimo periodo. No, ha fatto di più. In aperto conflitto con il «suo» governo, è andato a Baghdad in queste settimane per accompagnare i giornalisti della stampa internazionale a visitare i presunti «siti di armi di distruzione di massa», che altro non sono che fabbriche civili o macerie, residuo del buon lavoro di controllo e distruzione fatto proprio dagli ispettori Onu. Una denuncia così fastidiosa da meritare la risposta stizzita perfino del segretario di stato Usa Colin Powell.

Un libro bomba, è il caso di dire. Fin dall’esergo iniziale che cita Karl Kraus: «Come si governa il mondo per condurlo alla guerra? I diplomatici dicono bugie ai giornalisti e poi, una volta che le vedono pubblicate, ci credono». E l’America, scrive nell’introduzione William Rivers Pitt, dopo l’11 settembre appare propensa a credere e ad apprezzare ogni contrapposizione tra bene e male, tuttaltro che tranquilla all’idea che qualcuno abbia armi di distruzione di massa e che queste possano arrivare ai terroristi di Al Qaeda di bin Laden. Inoltre Saddam Hussein è stato così demonizzato, ancora di più dopo la prima guerra del Golfo, con il paragone tra lui e Hitler, che si ritiene ci siano motivi più che sufficienti per una sua deposizione. Tuttavia ancora non è chiaro perché sia necessaria questa guerra. E non è chiaro chi sia Saddam Hussein, mentre tutti o quasi sanno ormai che Osama bin Laden era nel libro paga della Cia quando organizzava la resistenza islamica all’occupazione militare sovietica dell’Afghanistan e che i talebani erano alleati, anche d’affari, del Pakistan, dell’Arabia saudita e degli Stati uniti fino a un mese prima dell’11 settembre e con loro trattavano il nuovo oleodotto del consorzio angloamericano Unocal, ora realizzato a «fine» guerra da Hamid Karzai, neopresidente afghano, ex consulente dell’Unocal e assai probabilmente agente della Cia.

Il fatto è, spiega bene il libro, che anche Saddam Hussein è una creatura americana: «E’ un mostro, sì, ma il `nostro’ mostro, è una creazione americana come la Coca Cola e l’Oldsmobil». E’ stato il governo americano del presidente Ronald Reagan ad appoggiare e ad armare il suo regime, ferocemente impegnato contro il fondamentalismo islamico interno e iraniano, fin dall’inizio degli anni Ottanta – nell’82 l’Iraq venne cancellato dalla lista dei paesi terroristi – per contrastare l’influenza sovietica nella regione, e ad armarlo ancora di più durante la guerra con l’Iran, guerra in cui ha usato sul campo di battaglia armi chimiche fornite proprio dallo stato maggiore americano, guerra sostenuta attivamente dall’intelligence Usa che pianificò battaglie, attacchi aerei e danni dei bombardamenti. Una guerra costata due milioni di morti. Come dettagliatamente resocontato nell’agosto del 2002 dal New York Times che ha pubblicato dettagliate e controfirmate dichiarazioni di alti ufficiali Usa coinvolti nella politica di aiuti militari all’Iraq durante l’Amministrazione Usa: l’America sapeva che Saddam Hussein usava armi chimiche contro l’Iran, ma continuava a fornirgli armi e assistenza. L’America chiudeva tutti e due gli occhi sugli effetti devastanti di quel riarmo, chimico, batteriologico, nucleare visto che l’avvio di nucleare iracheno era stato bombardato nel 1981 dall’altro «mostro» americano nell’area, vale a dire Israele con il suo potenziale bellico e atomico (200 testate, ma clandestine). Una conoscenza delle armi di Saddam Hussein che sarebbe tornata utile nei bombardamenti chirurgici della prima guerra del Golfo: uno scherzo per i bombardieri di precisione americani, visto che i siti erano nei cassetti dello stato maggiore Usa che li aveva costruiti. Non uno scherzo per i 100.000 militari occidentali contaminati dalla Sindrome del Golfo, quella che ora tutti dimenticano.

E inolte, vorremmo ricordare noi, quale America gridava allo sterminio quando, nel 1984, Saddam Hussein massacrava i comunisti iracheni? E poi «sempre gli Stati uniti non hanno deposto il regime di Baghdad durante la guerra del Golfo, e di fatto hanno ostacolato i tentativi di rovesciare Saddam Hussein compiuti dai ribelli iracheni sollecitati all’azione dalla nostra retorica» e, aggiungiamo, dalle promesse della Cia.

Il libro-intervista racconta decine e decine di ispezioni, di indagini campione di sarin, di scoperte poi dimostratesi di scarso rilievo, delle menzogne degli iracheni smascherate, del lavoro delle ispezioni a sorpresa della biologa Diane Seaman e l’affare del codice segreto che parlava di «Attività biologiche speciali», documento che poi si rivelò come il testo dei servizi segreti iracheni per la sicurezza personale del dittatore iracheno, e il mondo fu perfino sull’orlo di una nuova guerra che poi fu evitata e su cui, mentendo, soffiava – denuncia Scott Ritter – l’ex capo ispettore Richard Butler pur informato sulla realtà e inconsistenza dell’affare; e ancora di tensioni per le ispezioni nelle sedi istituzionali, di approfondimenti in laboratorio, dell’impianto di fermentazione chimica di Al Hakum fatto esplodere dagli ispettori, del monitoraggio capillare dal 1994 al 1998 della totalità degli impianti chimici iracheni. Ispezione dopo ispezione per arrivare alla conclusione che i bombardamenti e il lavoro di distruzione ha praticamente portato a zero il grado di pericolosità dell’Iraq quanto ad armi di distruzione di massa. «Ritengo a questo punto fondamentale un problema di cifre – risponde Scott Ritter nel libro -. L’Iraq ha distrutto il 90-95% delle sue armi di distruzione di massa. Dobbiamo ricordare che il restante 5-10% non costituisce necessariamente una minaccia né un programma di armamento, se non siamo in grado di dire quella percentuale minima che fine ha fatto, non significa che l’Iraq ne sia ancora in possesso», dopo il massiccio embargo e il passaggio degli ispettori.

E i legami con Al Qaeda? E la bomba atomica di Saddam pronta tra pochi mesi?

Scott Ritter non ha dubbi e definisce la «connessione» con Al Qaeda «una faccenda palesemente assurda». «Saddam Hussein – ricorda – è un dittatore laico, ha passato gli ultimi trenta anni a dichiarare guerra al fondamentalismo islamico, facendolo a pezzi. A parte la guerra all’Iran degli ayatollah, in Iraq sono in vigore leggi che sentenziano la pena di morte per il proselitismo in nome del wahabismo, la religione di Osama bin Laden. Osama odia in modo particolare Saddam, lo chiama l’apostata, un’accusa che implica la pena di morte». L’unica arma, se così si può dire, che lega Osama bin Laden e l’Iraq è il fatto che il leader di Al Qaeda così come reclama la libertà in Palestina condanna il mondo occidentale per le sanzioni all’Iraq. Perché? «Perché le sanzioni americane – risponde Scott Ritter – non colpiscono certo Saddam, colpiscono il popolo iracheno», al quale bin Laden si richiama profeticamente usando le sanzioni come grido di guerra. Quanto al nucleare, il libro-intervista rivela che il fondamento di questa accusa risiede in alcuni fuoriusciti e disertori, Khidre Hamza, funzionario di medio livello del programma nucleare iracheno, oggi immeritatamente protagonista di molti programmi-scoop della tv americana, e soprattutto aiutante di Hussein Kamal genero di Saddam e responsabile della commissione militare industriale irachena. E’ stato Hamza a raccontare e a costruire con la Cia i dati sul presunto programma nucleare iracheno attuale, ma lo stesso genero di Saddam, Hussein Kamal, quando disertò nel 1995, si rifiutò di sottoscrivere e prendere per buoni quei dati definendoli «un falso grossolano».

Resta un solo interrogativo vero, che William Rivers Pitt prende alla fine di petto con questa domanda: «Lei è un veterano dei marine, un ufficiale e un funzionario di intelligence. Ha passato sette anni in Iraq a rintracciare queste armi per garantire la salvezza e la sicurezza non solo di questo paese, ma anche del Medio Oriente e del mondo. Eppure alcuni suoi concittadini la chiamano traditore perché parla così apertamente di tali argomenti. Come risponde?». «La gente può dire quello che vuole – risponde secco ma sereno Scott Ritter – ma chi parla in questo modo non fa che dimostrare la propria ignoranza. Esiste una cosuccia che si chiama Costituzione degli Stati uniti d’America. Quando ho indossato l’uniforme dei marines e mi fu affidato l’incarico di ufficiale ho giurato di essere fedele e di difendere la Costituzione contro tutti i nemici, esterni e interni. Questo significa che sono disposto a morire per quel pezzo di carta e per quello che rappresenta. Quel documento parla di noi come popolo, e di un governo del popolo, fatto dal popolo, per il popolo, Parla di libertà di parola e di libertà civili individuali….Il massimo servizio che posso rendere al mio paese – conclude Scott Ritter – è di facilitare la discussione e il dialogo sul comportamento da tenere verso l’Iraq…Se quelli che esercitano pressioni a favore della guerra non sono in grado di provare le proprie ragioni, l’opinione pubblica americana dovrà esserne consapevole». «Voglio che l’America non commetta l’errore di questa guerra», ha ripetuto sui giornali americani in questi giorni. Forse, alla maniera di Scott Ritter, vale la pena sentirsi un po’ «tutti americani».

Fonte: http://www.ilmanifesto.it


Nell’infinito “affaire Iraq” la storia degli ispettori è tutta racchiusa in un vecchio sito web non più aggiornato dal 1999, quando il primo team di “segugi” guidato dall’ex marine Scott Ritter, esaurì il suo compito
Inviati

14/11/2002 15.04.30 , 

di Roberto di Nunzio
www.onu.org/Depts/unscom rimane comunque una testimonianza di ordinaria follia burocratico-diplomatico-militare, pieno com’è di documenti che riferiscono di non aver trovato nulla o, scrivono gli ispettori, di essere stati messi in condizione di non  poter trovare nulla.

I nuovi ispettori, risultato dei recenti incontri di Vienna tra i funzionari dell’Onu ed i rappresentanti iracheni, saranno guidati in tandem da Hans Blix e Jacques Beaute. E già dal nome che è stato dato loro  dimostrano una propensione più muscolare all’azione: “Action Team” (ora sotto le insegne “Unmovic” – www.unmovic.org).

Cosa hanno fatto  gli ispettori a Vienna
Intanto sono stati costretti a “leggere” ed ordinare qualche decina di migliaia di fotografie scattate dai satelliti e dagli aerei spia negli ultimi anni per cercare di selezionare in modo scientifico l’immensità del territorio dell’Iraq. Quindi insieme agli istruttori militari hanno preso confidenza con i sofisticati programmi di software con i quali sono equipaggiati i loro pc portatili. Pc che “rispondono” ad una unità centrale che verrà installata a Vienna, ai piani alti del palazzo delle Nazioni Unite. Qui convergeranno tutti i testi, i dati, le foto e le immagini che gli ispettori cattureranno in sede di ispezione,  sempre qui tutto il materiale verrà analizzato da esperti che a loro volta invieranno i dati “in chiaro” al Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan e al Presidente Bush.

Gli ispettori infine hanno avuto modo di familiarizzare con un avveniristico equipaggiamento tecnico degno delle migliori “spy stories”. Dalla cortina di riserbo e segretezza che protegge il lavoro preparatorio filtra la curiosità di una valigetta “24ore” con una maniglia molto speciale: in caso di presenza di raggi gamma (e quindi di laboratori atomici) la maniglia potrà cambiare colore avvertendo gli ispettori che si trovano in un luogo che potrebbe necessitare di controlli approfonditi. 

Il compito degli ispettori
Per ora attendere il segnale di via libera dopo l’approvazione di Saddam Hussein della Risoluzione “1441” del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Ma fuori e dentro il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite molti tra i paesi più influenti  sembrano essere in totale disaccordo tra loro. Ad eccezione di George W. e Tony Blair.
Kofi Annan, in versione “pompiere” sostiene che ogni discussione è legittima, anzi servirà certamente a rafforzare il ruolo ed i compiti degli ispettori.

I quali dal canto loro, per bocca del “team manager” Hans Blix premono affinchè almeno una prima parte di loro possa giungere in Iraq entro la fine della prossima settimana.
Ma la difficile mediazione tra tutte le parti, i colossali interessi in gioco, il rischio che la situazione sfugga di mano ancora una volta come negli anni passati, causeranno certamente un significativo rinvio della partenza dell'”Action Team”.

In questi giorni convulsi le notizie più importanti  arrivano da Londra e Washington, dove Tony Blair, in una intervista alla Bbc conferma un incondizionato appoggio alla politica della “Guerra Preventiva” Casa Bianca, anche se preferisce puntare l’azione inglese sull’individuazione e l’eliminazione degli armamenti di distruzione di massa ancora in possesso dell’Iraq, piuttosto che, “tout court”, l’eliminazione fisica di Saddam Hussein come invocato a più voci dall’aministrazione Bush.

A questo proposito conviene ricordare che George W., ancor prima del poderoso successo elettorale della scosa settimana, ha ricevuto dal Congresso Usa l’autorizzazione ad usare la forza contro Saddam Hussein come e quando vuole.


Guerre&Pace n. 92 – settembre 2002

STRATEGIE IMPERIALI

Dal Caucaso all’Asia Centrale

di Giampaolo R. Capisani

Nel quadro della politica di guerra degli Stati Uniti acquista particolare rilievo la rapida evoluzione della loro presenza (militare, ma anche strategica ed economica) in quello che era lo spazio post-sovietico

Mentre scriviamo, appare ormai imminente un’operazione militare su vasta scala in Iraq; negli Stati Uniti addirittura le domande dei giornalisti sembrano soffermarsi non sul quando, ma sul come e secondo quale scenario: l’opzione “Alleanza del Nord”? Quella dei bombardamenti chirurgici ? Quella di un attacco massiccio con successiva occupazione territoriale?…

BAGHDAD E NASDAQ

Tale operazione, considerata da diversi ambienti inevitabile e interpretata come una “seconda fase naturale” della cosidetta “Enduring Freedom” inaugurata in Afghanistan, sembra essere invece il risultato di una paziente costruzione dell’amministrazione Bush, programmaticamente conquistata dai “falchi” conservatori o reazionari (Donald Rumsfeld, Condoleeza Rice e Zbigniew Brzezinski) a danno delle “colombe” (Colin Powell).

Né va dimenticata o sottovalutata la gigantesca portata emotiva, finanziaria e alla fin fine politica dei pesanti scandali finanziari, in assoluto i più gravi mai accaduti, poiché vedono concentrarsi negli ultimi due anni ben dieci dei venti maggiori fallimenti della storia economica statunitense: Enron, Pacific Gas and Electric, K-mart, Adelphia Communications, Global Crossing, Tyco, Worldcom, oltre alle difficoltà di Xerox e Merck ecc. Scandali che sono arrivati a investire il presidente G.W. Bush, (affari Harken Energy Corporation e Texas Rangers), il vicepresidente Cheney (affare Halliburton) e parte del loro entourage.

Sembra quanto mai realista vedere un nesso tra la pessima situazione della finanza (e dell’economia?) statunitense e l’imminenza dell’operazione irachena. Quanto più Bush è apparso tiepido ed evasivo circa l’adozione di nuovi meccanismi giuridici contro la bancarotta fraudolenta e le malversazioni dei manager, lasciando ad Alan Greespan il compito di denunciarne pubblicamente la “cupidigia”, tanto più si è dimostrato risoluto e deciso contro i nemici “esterni” in un atteggiamento veicolato dalla stampa popolare con lo slogan: “Il nemico è altrove!” (sottintendendo che il nemico non può certo trovarsi tra noialtri americani!).

LA FINE DELLO SPAZIO POST-SOVIETICO

Anche alla luce di questo è importante mettere in maggiore rilievo una trama di relazioni che la stampa, sia quella anglosassone che quella specializzata, ha raramente preso in considerazione: l’evoluzione della presenza statunitense (militare, ma anche strategica ed economica) nei territori dell’ex Unione Sovietica (vedi anche “G&P” n. 86 e n. 78).

Con l’approssimarsi del 2003 almeno sette delle quindici ex repubbliche che formavano l’Unione Sovietica saranno integrate nella Nato (come i tre stati baltici) o ospiteranno basi e militari statunitensi (come l’Uzbekistan e il Kirghizstan in Asia centrale, la Georgia e l’Azerbaijan nel Caucaso).

Attraverso questa strategia “entrista” l’iniziativa di Washington metterà di fatto fine alla nozione di “spazio post-sovietico”, intendendo con questo un preciso periodo di tempo (dalla dissoluzione dell’Urss nel 1991 alla guerra in Afghanistan nel 2002) e una serie di regioni geografiche nelle quali l’influenza e gli interessi russi erano giocoforza dominanti, in ragione dei lunghi decenni comunemente trascorsi nell’edificio federale sovietico.

OTTO MESI FA, LE PRIME BASI

Circa otto mesi fa nel quadro dell’Isaf (l’International Security Assistance Force, da cui dipendono le forze militari in campo in Afghanistan) vennero installate nei pressi di Termez in Uzbekistan e Manas in Kirghizstan le prime basi militari nell’Asia centrale ex sovietica, ufficialmente “destinate a rimanere operative per diversi anni” e ciascuna con effettivi dell’ordine di 1.500-2.000 soldati, un paio di dozzine di aerei da guerra tra F-15, F-18 e in quella kirghisa anche diversi Mirage 2000 francesi.

Ma la capacità operativa di queste basi supera una loro banale descrizione e delinea una grande capacità di proiezione esterna: grazie all’autorizzazione al sorvolo dello spazio aereo e all’utilizzo dell’aereoporto tagiko di Aini (prossimo alla capitale Dushanbe) le suddette basi, già qualificate come “nodi di osservazione”, sono eventualmente in grado di controllare con aerei spia o con “droni” (cioè mezzi volanti ad altitudini poste al di sopra e al di sotto dei normali segnali radar) porzioni di territorio cinese, indiano, pakistano e perfino russo e ceceno e di poterlo fare in maniera assai più precisa e puntuale di quanto stiano attualmente facendo i satelliti militari. Il “New York Times” dell’8 maggio scorso, ad esempio, accredita la tesi che il missile con il quale due giorni prima la Cia avrebbe tentato di assassinare Gulbuddin Hekmatyar (ex primo ministro afghano del periodo post-sovietico e leader dell’Hezb-e-Islami dichiaratosi ostile al governo di Hamid Karzai), sarebbe partito da un drone decollato da Manas…

GLI USA ARRIVANO IN GEORGIA

La fase successiva del dispiegamento del dispositivo statunitense si sviluppa nel maggio 2002; nel quadro della “lotta mondiale al terrorismo” giunge nella Georgia ex sovietica un gruppo di circa 200 istruttori militari agli ordini del tenente colonnello R.M. Waltemeyer, con l’incarico di formare alcune unità speciali antiterrorismo (due di fanteria, un battaglione e una unità motorizzata per un totale di 1.500 uomini) che ufficialmente avranno il compito di catturare o eliminare elementi legati ad Al-Qaeda annidati, secondo Washington, nelle inaccessibili gole di Pankissi, al confine con la Cecenia.

Il contingente americano era già stato preceduto il 30 aprile dall’arrivo a Tbilisi (la capitale georgiana) di una ventina di “specialisti” nel quadro di un programma di sostegno militare costato 64 milioni di dollari (stessa cifra in euro) vale a dire tre volte il budget militare annuale della Georgia!

GEORGIA CONTRO CECENIA

L’arrivo dei “berretti verdi” ha evidentemente destato un certa agitazione a Mosca, poiché il Regno di Georgia divenne parte dell’Impero zarista fin dal 1801 e non appare secondario che di quel paese fosse originario un certo Josif Dzugasvili poi passato alla storia con il soprannome di Stalin.

Il ministero russo degli Affari esteri è parso reagire flemmaticamente: “La Georgia ha il diritto sovrano di prendere delle misure per assicurare la propria sicurezza di fronte alla minaccia del terrorismo internazionale”. In effetti Mosca sembra avere accettato questa forma di cooperazione “nel nome della lotta contro il terrorismo ceceno”, considerando probabilmente la presenza statunitense come il male minore, in cambio del riconoscimento da parte di Washington dei legami esistenti tra la guerriglia cecena e Al-Qaeda. “Penso che ci sia una influenza di Al-Qaeda” ha dichiarato il 27 febbraio Bush, mentre un responsabile del Pentagono (che ha voluto restare anonimo) si dice “assolutamente certo che Al-Qaeda si è infiltrata nelle gole di Pankissi”.

Si tratta di un giro di valzer inconsueto da parte della Casa Bianca, che per anni aveva martellato sulle violazioni dei diritti umani in Cecenia e aveva ricevuto il presidente indipendentista Aslan Maskhadov con gli onori di un capo di stato (l’ultima volta la scorsa estate). Gli Stati Uniti hanno confortato le tesi del Cremlino riconoscendo che i guerriglieri ceceni annidati nelle gole di Pankissi, in gran parte costituiti da volontari jihadisti arabi seguaci di Khattab (uno dei leader della guerriglia cecena di origine giordana ucciso dai russi il 20 marzo 2002) rappresentano un fronte locale di Al-Qaeda (alla stessa stregua del Kashmir indo-pakistano, del Sinkiang cinese e dell’Afghanistan).

ARCHITETTURA IMPERIALE

Sarà chiaro solo tra parecchi anni in questo gioco di specchi a chi sia effettivamente convenuta questa mossa, che in linea di massima appare un successo tattico russo, ma in realtà è un’affermazione degli Usa sul piano strategico. Quello che avrebbbe dovuto inquietare Mosca è che in cambio del linkage guerriglia cecena = terrorismo = Al-Qaeda si è determinata una nuova e decisiva presenza statunitense sul fianco meridionale della Russia; una presenza che assume la forma di un arco che a partire da occidente, cioè dalla Turchia e dalla base di Incirlik, si sviluppa poi nel Caucaso, nell’Asia centrale e in Afghanistan terminando con le Filippine: un posizionamento che sembra definire una vera e propria architettura imperiale.

Il dispositivo militare che sarebbe prematuro paragonare a un limes romano, ha tuttavia, proprio in maniera assai simile a un limes, la funzione di contenimento dei paesi non sottomessi alla logica della lotta mondiale al terrorismo (Cina); quella del controllo delle aree instabili (Pakistan); oppure ancora quella di mantenere sotto pressione gli “stati canaglia” che secondo la Casa Bianca costituiscono l’”asse del male”: Iraq, Iran, Corea del Nord.

AL CENTRO DI INTERESSI ENERGETICI

Ma nel caso georgiano la presenza militare viene affiancata da un secondo dispositivo di carattere economico-strategico che ha per obiettivo di dare maggiore stabilità a un paese situato sulla rotta dell’evacuazione degli idrocarburi del Caspio attraverso l’oleodotto Baku (costa azera del Caspio)-Supsa (costa georgiana del mar Nero), proprio mentre sono appena iniziati i lavori per il raddoppio dello stesso oleodotto (da Baku a Tbilisi) e per la realizzazione della diramazione da Tbilisi a Ceyan (costa mediterranea della Turchia).

Il Btc (Baku-Tbilisi-Ceyan) è un progetto fortemente voluto (e in gran parte finanziato) dagli Stati Uniti, il cui costo totale è stato stimato in 2,9 miliardi di dollari; cioè un oleodotto assai più dispendioso di progetti che seguivano percorsi alternativi, ma nei disegni di Washington permette di aggirare Russia e Iran e di favorire Georgia e Turchia; quest’ultima particolarmente sfavorita dal fatto che il terminale di Ceyan, punto di arrivo del greggio iracheno, è rimasto praticamente inattivo dopo l’embargo conguente alla guerra del Golfo. Sempre nel maggio scorso si è svolto il summit di Trabzon tra i capi di stato turco, georgiano e azero che aveva in agenda proprio l’inizio dei lavori del Btc, ma che è servito soprattutto per consolidare l’alleanza Ankara-Tbilisi-Baku regionalmente contrapposta all’asse Mosca-Erevan-Teheran.

IL SOSTEGNO USA A SHEVARDNADZE

Tornando alla Georgia, è dunque evidente che con la loro presenza gli Stati Uniti intendono sostenere la traballante presidenza di Eduard Shevardnadze, che grazie alla sua posizione di ministro degli Esteri di Mikhail Gorbaciov è riuscito a conservare legami privilegiati con Washington e in primo luogo con l’équipe dell’ex presidente George Bush padre. Si dice che dei quattro attentati ai quali Shevardnadze è sfuggito in un decennio di presidenza, cioè dal 1992, due se non tre siano stati sventati da uomini della Cia che avevano il compito di proteggerlo. Di fatto si sa che l’ambasciata statunitense di Tbilisi (con circa un centinaio di addetti) è la terza per importanza dell’ex Urss, dopo quelle di Mosca e Kiev. Va inoltre ricordato che l’aiuto finanziario statunitense nell’ultimo decennio ha raggiunto il miliardo di dollari, cioè un livello analogo, se rapportato a una popolazione di soli cinque milioni di abitanti, agli aiuti in denaro elargiti da Washington a stati come l’Egitto o Israele.

Del resto ancora prima dell’11 settembre era già in essere un programma di assistenza militare: dieci elicotteri Huey UH-1H erano già stati consegnati lo scorso anno insieme a un’équipe di “collegamento militare” che dalla primavera del 2001 si è installata nei locali del ministero della Difesa georgiano. In agenda rimane anche la sostituzione di tutte le armi leggere dell’esercito georgiano con armi di fabbricazione statunitense.

Anche sul piano del sostegno interno al governo di Eduard Shevardnadze la presenza statunitense è stata discreta ma costante. Nel novembre del 2001, quando dopo l’assassinio di un giornalista a Tbilisi grandi manifestazioni percorsero le vie della capitale e della maggiori città del paese chiedendo le dimissioni di Shevardnadze e provocando una grave crisi di governo, Washington, visto il clima di pesante instabilità, decise di finanziare una parte dell’approvigionamento dell’elettricità di Tbilisi per aiutare Shevardnadze e il suo etablishment a superare l’inverno.

LE ASPETTATIVE VERSO GLI USA

L’originalità della situazione georgiana rispetto ad altre aree ex sovietiche nelle quali l’iniziativa statunitense legata alla lotta al terrorismo rappresenta una novità, come in Uzbekistan o in Kirghizstan, è che in questi ultimi paesi il potere centrale mantiene il controllo sul proprio insieme territoriale magari con delle difficoltà (come nel Fergana per Tashkent o la cittadina di Osh per Bishkek), mentre in Georgia i militari statunitensi hanno preso posizione in una paese frammentato e in una situazione di deliquescenza: conflitti separtisti irrisolti, come per l’Ossezia Meridionale e l’Abkhazia (quest’ultima autoproclamatasi indipendente da Tbilisi nel 1993, con il sostegno di Mosca, dopo sanguinosi combattimenti contro i georgiani); baronie regionali che hanno reso di fatto indipendenti regioni intere del paese, come l’Adjaria; tensioni interetniche che si vanno aggravando, come quelle con gli armeni nel distretto Akhalkalaki; zone franche dalla giurisdizione come il Pankissi, crocevia di contrabbando e di traffici illegali.

Tutti questi elementi riducono la legittimità e la sovranità territoriale dei governi di Tbilisi a ben poca cosa, mentre l’unico elemento di continuità della Georgia indipendente sembra essere quella dell’antagonismo con Mosca (che dispone ancora di tre basi militari in territorio georgiano) e con la Comunità degli stati indipendenti (Csi) ex sovietici.

Le aspettative verso gli Stati Uniti crescono anche a Baku, che già ospita numerosi tecnici di multinazionali statunitensi del petrolio impegnati a fare crescere il potenziale energetico dell’Azerbaijan. Già nei prossimi mesi, con la decisione di Washington di sospendere l’embargo di vendita di armi ad Armenia e Azerbaijan per via della guerra per il Nagorno-Karabakh, Baku dovrebbe ricevere forniture e assistenza militare per lo meno simile a quella garantita alla Georgia.


Mentre la sua nazione si appresta ad attaccare l’Iraq, il segretario della Difesa americano rilascia un intervista a Jim Lehrer (Pbs), nella quale distorce in maniera evidente la verità sulla “cacciata”, 4 anni fa, degli ispettori Onu da Baghdad. Fair denuncia un altro caso di disinformazione
Donald Rumsfeld non la dice tutta

26/09/2002 20.31.16 , di red.

Fare domande “scomode” a coloro che detengono il potere è uno dei compiti primari del giornalista – soprattutto quando una nazione si appresta a entrare in guerra. Ma Jim Lehrer, della PBS, ha fallito il suo compito durante un’intervista con il segretario alla difesa Donald Rumsfeld risalente allo scorso 18 settembre su “Newshour with Jim Lehrer”. Anzi, il giornalista non ha saputo incalzare Rumsfeld nemmeno quando questi ha fatto asserzioni “imprecise”.

Un esempio: Rumsfeld ha fatto ripetutamente riferimento agli ispettori militari della commissione speciale delle Nazioni unite (Unscom), espulsi (secondo la sua versione) 4 anni fa dall’Iraq dicendo: “Abbiamo osservato una situazione in Iraq in cui il regime ha violato circa 16 risoluzioni delle Nazioni unite e , alla fine, ha sbattuto fuori gli ispettori”. Poi Rumsfeld ha continuato dicendo che “è passato del tempo… quattro anni da quando gli ispettori dell’Onu sono stati cacciati e nessuno è stato più lì a vedere cosa succede”.

Nel dicembre del 1998, gli ispettori delle Nazioni Uniti non sono stati affatto buttati fuori. Al contrario, E’ il capo della stessa delegazione, Richard Butler, a dare l’ordine di evacuazione in previsione di un possibile attacco aereo statunitense contro l’Iraq. Lo conferma quanto detto da Madeleine Albright allo stesso Jim Leher nel ‘98 (17/12): l’allora segretario di stato americano spiego che Butler “ha deciso per proprio conto che L’Unscom aveva esaurito il suo compito”.

Rumsfeld ha anche fatto dubbie asserzioni riguardo a non meglio precisati piani iracheni “per  invadere l’Arabia Saudita”. Si è trattato presumibilmente di un riferimento alla posizione presa dal Pentagono durante il settembre del 1990, dopo l’invasione irachena del Kuwait: all’epoca, infatti, lo stato maggiore americano sosteneva che Hussein stava ammassando centinaia di migliaia di soldati lungo i confini sauditi e dunque preparandosi a attaccare anche questa nazione. Ma il St. Petersburg Times (06/01/91), pubblicò in seguito immagini da satellite della regione che smentivano la tesi statunitense.

Dopo la guerra, un non meglio precisato “senior commander” dell’esercito americano ammise in un’intervista con il Newsday che era stata un’esagerazione dire che l’Iraq stesse ammassando truppe lungo il confine con l’Arabia Saudita. L’ufficiale spiegò tra l’altro che “era in corso una grande campagna di disinformazione intorno a quella guerra”.
Nonostante la più che dubbia veridicità delle affermazioni di Rumsfeld, il giornalista Lehrer ha lasciato che il segretario della Difesa andasse avanti senza fare alcun commento.

Recentemente la Cnn ha ben dimostrato fino a che punto un giornalista può (e deve n.d.t.), evidenziare eventuali “imprecise affermazioni” fatte dai rappresentanti delle Istituzioni. Lo scorso 18 settembre, ad esempio, il reporter Richard Roth ha messo in chiaro la “confusione” regnante riguardo alla vicenda degli ispettori dell’Onu in questo modo:

“Durante una nostra diretta, Donald Rumsfeld, segretario delle Difesa… ha detto ‘guardate che è stato l’Iraq che ha sbattuto fuori gli ispettori dell’Onu’. Ciò è impreciso: sono stati infatti gli ispettori le Nazioni Unite ad andarsene, in conseguenza delle pressioni esercitate su di loro dagli Stati Uniti. Lo conferma anche il fatto che hanno avuto appena il tempo di portar via le loro valige prima che l’attacco dell’esercito americano avesse luogo”.

E’ sempre importante per i giornalisti correggere manipolazioni dei fatti, ma quando un membro del governo offre disinformazione per giustificare una guerra, il dovere giornalistico diventa un imperativo.

L’azione proposta da Fair: contattate il Pbs NewsHour e stimolate il suo comitato di redazione a correggere le imprecise affermazioni fatte da Donald Rumsfeld.

Contattate:
NewsHour with Jim Lehrer
newshour@pbs.org

Fair è l’osservatorio americano sui media che opera per garantire il massimo pluralismo d’informazione. Traduzioni a cura di Alessio Jacona

_____________

Nel frattempo il premier inglese Tony Blair, ha reso noto un dossier che accusa Saddam di lavorare per ostacolare le ispezioni dei funzionari Onu, nascondendo le armi chimiche. Secondo l’intelligence britannica i materiali proibiti sarebbero nascosti in case, ospedali, scuole e moschee.

(4 febbraio 2003)


Il dossier Iraq, humor britannico


Falso il rapporto contro Saddam Hussein. I servizi segreti inglesi hanno messo assieme vecchi articoli di giornale (alcuni addiritura di dodici anni fa) e documenti scaricati da internet
ORSOLA CASAGRANDE
LONDRA

Le bugie hanno le gambe corte. E la brutta figura è assicurata. Il governo Blair ieri a disperatamente cercato di difendere il dossier sulla colpevolezza dell’Iraq presentato come recentissima raccolta di materiale e informazioni dell’intelligence e che invece altro non è che un collage di informazioni e articoli tagliuzzati, ricopiati (con tanto di errori) e incollati malamente assieme. Alcune delle informazioni sono addirittura vecchie di dodici anni. Infatti il governo ha utilizzato perfino un articolo scritto da uno studente californiano neo-laureato e relativo alla situazione irachena pre-guerra del golfo del `91. Arrogante e per nulla intimorito il portavoce del premier Tony Blair ha continuato a ripetere che il «dossier è accurato» e ha aggiunto di non avere «nulla di cui vergognarsi e niente da giustificare».

E pensare che tre giorni fa il premier ha liquidato il dossier (quello sì recente, dato che risale a sole tre settimane fa) redatto dai servizi segreti del MI5 come «roba vecchia». Perché ovviamente in quel rapporto c’erano informazioni non gradite a Blair: l’intelligence britannica infatti sostiene che non ci sia alcun legame tra Saddam Hussein e al-Qaida. Il commento più duro alle imbarazzanti rivelazioni di ieri è quello dell’ex ministra laburista dei trasporti, l’attrice Glenda Jackson: «Se il dossier sull’Iraq presentato al parlamento e al paese come un documento affidabile e aggiornatissimo, frutto del lavoro dell’intelligence britannica, anche se in realtà si trattava di un documento che metteva insieme fonti e articoli anche molto vecchi che nulla avevano a che fare con l’MI5, allora possiamo dire di essere di fronte ad un altro esempio di come il governo stia cercando di ingannare il paese e il parlamento sulla questione della guerra contro l’Iraq». E naturalmente, ha aggiunto Jackson in una intervista alla Bbc Radio4, «ingannare è un eufemismo per dire mentire».

Intervistato dalla Bbc Radio4 l’autore dell’articolo copiato, lo studente californiano Ibrahim al-Marashi ha confermato che il suo lavoro era stato pubblicato dalla Middle East Review of International Affairs. «Le mie fonti – ha aggiunto – erano documenti che avevo ottenuto da ribelli kurdi nel nord dell’Iraq e documenti che erano stati lasciati dai servizi segreti iracheni in Kuwait». Più di dieci anni fa, s’intende.

Il dossier presentato dal governo britannico era stato citato più volte dal segretario di stato americano Colin Powell come «estremamente dettagliato e preciso». Powell ha nuovamente fatto riferimento al rapporto britannico mercoledì quando ha presentato le nuove «prove» della colpevolezza di Saddam Hussein al consiglio di sicurezza dell’Onu. «Vorrei – aveva detto Powell – attirare l’attenzione dei miei colleghi sull’accurato rapporto distribuito dal Regno unito… che descrive in minuzioso dettaglio le attività con cui l’Iraq sta ingannando il mondo».

Il portavoce di Tony Blair ha ammesso che «ripensandoci, avremmo forse dovuto citare le fonti, per evitare confusioni inutili. Ma nel complesso – ha concluso – il documento è valido e accurato». Nessun imbarazzo nemmeno per gli errori di ortografia che confermano che si è trattato proprio di un’operazione di mero cut and paste. Tony Blair è quindi intervenuto per cercare di chiudere la vicenda sostenendo di essere pronto ad affrontare il test di popolarità. «Il pericolo -ha detto – posto dalle armi di distruzione di massa è enorme e io ne sono convinto». Il problema è che Blair non sembra essere disposto a sottoporre le sue paure al vaglio del parlamento. Rispondendo alle interrogazioni di alcuni deputati il ministro della difesa Geoff Hoon ha detto che «bisogna essere molto cauti sul pronunciamento del parlamento prima che la guerra abbia inizio: non possiamo permetterci di passare informazioni al nemico». Insomma, se un dibattito (e un voto) ci sarà a Westminster, avverrà a bombardamenti in corso.
il manifesto – 08 Febbraio 2003  


ANCORA SUL DISARMO

DELL’IRAQ

Ignorate le rivelazioni-bomba di un
“super disertore”

di Ornella Sangiovanni

L’Iraq distrusse il suo intero stock di armi biologiche e chimiche e di missili proibiti nel 1991: lo rivelò nel 1995 ai funzionari dell’UNSCOM e dell’IAEA Hussein Kamel, genero di Saddam Hussein, a capo del programma di armamenti iracheno, che fuggì in Giordania nell’agosto 1995, e venne ucciso poco dopo il suo rientro in Iraq, nel 1996.

La notizia è stata pubblicata dal settimanale Usa Newsweek nel numero datato 3 marzo 2003 dal giornalista John Barry – uno specialista sulle ispezioni degli armamenti in Iraq – che è riuscito a entrare in possesso della trascrizione della testimonianza resa da Hussein Kamel.

Agli ispettori Kamel disse che dopo la guerra del Golfo l’Iraq aveva distrutto tutti i suoi stock di armi chimiche, biologiche, nonché i missili per lanciarle. Tutto ciò che rimase furono piani, dischetti di computer, microfiches, e stampi per la produzione. L’Iraq non aveva però abbandonato le sue ambizioni: le armi furono distrutte in segreto, per nasconderne l’esistenza agli ispettori nella speranza di riprendere la produzione una volta terminate le ispezioni.

Kamel- scrive Barry- rese la stessa testimonianza – in sessioni separate – alla CIA e all’MI6, e “un suo aiuto che disertò assieme a lui … confermò le asserzioni di Kamel sulla distruzione degli stock delle armi di distruzione di massa”.

Il servizio di Newsweek – peraltro non ripreso da nessun’altra fonte di stampa – è stato negato con forza dal portavoce della CIA, Bill Harlow, che lo ha bollato come “non corretto, falso, sbagliato, non vero” lo stesso giorno in cui esso veniva pubblicato (dichiarazione alla Reuters, 24 febbraio 2002).

La notizia tuttavia veniva confermata il 26 febbraio, allorché Glen Rangwala, analista dell’università di Cambridge e membro del CASI (la campagna contro le sanzioni all’Iraq della stessa università) riusciva a entrare in possesso di una copia completa della trascrizione della testimonianza di Kamel: un documento UNSCOM/IAEA classificato come “sensitive”.

Nel testo Kamel dice inequivocabilmente : “Ordinai la distruzione di tutte le armi chimiche. Tutte le armi – biologiche, chimiche, missilistiche, nucleari, furono distrutte”.

La defezione di Kamel è stata ripetutamente citata da Bush e da funzionari chiave dell’Amministrazione Usa come prova del fatto che 1) L’Iraq non ha disarmato; 2) Le ispezioni non possono disarmarlo e 3) I disertori come Kamel sono la fonte più attendibile di informazioni sugli armamenti iracheni.

Secondo l’articolo di Newsweek, Kamel rese le stesse testimonianze ad analisti della CIA nell’agosto 1995.

Se questo è vero, sono numerosi i funzionari dell’Amministrazione che hanno avuto accesso alle sue dichiarazioni.

Il fatto che essi abbiamo ripetutamente citato la sua testimonianza, senza però mai rivelare il fatto che egli disse che le armi erano state distrutte, indica che l’Amministrazione potrebbe stare nascondendo delle prove decisive.

Questo, in particolare, getterebbe dubbi sulla credibilità della testimonianza resa dal Segretario di Stato Colin Powell il 5 febbraio 200 alle Nazioni Unite.

In quell’occasione Powell, fra l’altro dichiarò: “Ci vollero anni perché l’Iraq alla fine ammettesse di aver prodotto quattro tonnellate del letale agente nervino, VX … L’ammissione giunse solo dopo che gli ispettori raccolsero documentazione a seguito della defezione di Hussein Kamel, il defunto genero di Saddam Hussein””

Forse sarebbe utile che i giornalisti chiedessero alla CIA di rendere pubbliche le trascrizioni dei suoi colloqui con Kamel.

Le sue affermazioni, infatti, anche se, ovviamente, non provano che l’Iraq non possieda più stock di armi chimiche o biologiche, consentono tuttavia quantomeno una buona dose di scetticismo sul modo in cui l’Amministrazione Usa (e i mass media) hanno affrontato finora la questione del disarmo dell’Iraq.

IRAQ: IL PUNTO SULLE ISPEZIONI

  • Le ispezioni sugli armamenti non convenzionali in Iraq sono iniziate il 27 novembre 2002, dopo una interruzione di circa 4 anni. Gli ispettori vennero infatti ritirati nel dicembre 1998, alla vigilia dell’operazione militare Desert Fox, e da allora non erano più rientrati nel paese.
  • 7 dicembre 2002: con un giorno di anticipo sulla scadenza prevista dalla risoluzione Onu 1441 (2002)) l’Iraq consegna la dichiarazione sui suoi programmi di armamenti: un dossier imponente, composto da oltre 12.000 pagine, suddiviso in quattro parti: nucleare, chimico, biologico e balistico.
  • 19 dicembre 2002: Hans Blix, Direttore Esecutivo dell’UNMOVIC, e Mohammed El Baradei, Direttore Generale dell’IAEA, fanno un rapporto preliminare al Consiglio di Sicurezza.
  • 28 dicembre 2002: l’Iraq consegna una lista con i nomi di oltre 500 scienziati che hanno lavorato ai suoi programmi di armamenti.
  • 9 gennaio 2003: Hans Blix e Mohammed El Baradei presentano al Consiglio di Sicurezza il rapporto finale sul dossier iracheno. Essi dicono di non aver sinora trovato in Iraq alcuna “pistola fumante” (ovvero, nessuna prova inconfutabile) del fatto che il paese possieda armi di distruzione di massa. Ribadiscono tuttavia che la dichiarazione presentata dall’Iraq è “incompleta”, e che molte questioni restano da chiarire. Dal dossier risulterebbe inoltre che l’Iraq ha violato le sanzioni dell’Onu, importando parti (motori per missili) e materie prime per la produzione di combustibile solido per missili per il suo programma missilistico.
  • 19 e 20 gennaio 2003: Blix ed El Baradei vanno a Baghdad per colloqui con i funzionari iracheni. Viene sottoscritta una dichiarazione congiunta in 10 punti, nella quale, fra l’altro, l’Iraq si impegna a “incoraggiare le persone ad accettare l’accesso anche in aree private” e a “incoraggiare” le persone a cui venga richiesto ad accettare interviste in privato. L’Iraq dice inoltre di essere pronto a rispondere alle questioni sollevate in merito alla sua dichiarazione del 7 dicembre 2002.
  • 27 gennaio 2003: Blix ed el Baradei presentano al Consiglio di Sicurezza il rapporto sulle ispezioni previsto dalla risoluzione 1441 (2002)Blix, Direttore Esecutivo dell’UNMOVIC, dice che l’Iraq non ha accettato sinceramente – neanche oggi – le risoluzioni dell’Onu che ne impongono il disarmo, aggiungendo tuttavia di non poter confermare le accuse degli Usa, secondo le quali Baghdad avrebbe ricostituito il suo arsenale.
    Il Direttore Generale dell’IAEA, Mohammed El Baradei, afferma nel suo rapporto di “non aver trovato prove che l’Iraq abbia ripreso il suo programma di armamenti nucleari dalla sua eliminazione negli anni ‘90”, sottolineando di aver bisogno ancora di “alcuni mesi” per continuare le ispezioni: mesi – ha detto – che “sarebbero un investimento prezioso, perché potrebbero aiutarci a evitare una guerra”.
    Blix dice inoltre che molte questioni fondamentali restano ancora senza risposta, in particolare dove si trovino l’agente nervino VX, 2 tonnellate di mezzi di coltura per agenti biologici tipo l’antrace, 550 granate da artiglieria riempite di iprite e 6.500 bombe chimiche di cui l’Iraq sinora non ha dato conto. Inoltre, malgrado le assicurazioni date dall’Iraq che esso avrebbe incoraggiato i suoi scienziati a farsi intervistare in privato dagli ispettori, nessuna di queste interviste ha ancora avuto luogo.

    I rapporti si trovano a:
    http://www.un.org/Depts/unmovic/Bx27.htm (rapporto Blix)
    http://www.iaea.org/worldatom/Press/Statements/2003/ebsp2003n003.shtml (rapporto El Baradei)
  • 29 gennaio 2003: nuova riunione del Consiglio di Sicurezza
  • 8-9 febbraio 2003: Blix ed El Baradei vanno a Baghdad per colloqui con le autorità irachene “su alcuni importanti temi in sospeso”
  • 14 febbraio 2003: Blix ed El Baradei presentano un nuovo rapporto al Consiglio di Sicurezza. Mentre nel rapporto dell’IAEA si dice di non aver trovato sinora “alcuna prova di attività nucleari o relative al nucleare proibite in corso in Iraq”, il rapporto di Blix sottolinea le numerose questioni ancora in sospeso, e la necessità di una “immediata, attiva e incondizionata cooperazione” da parte dell’Iraq perché le ispezioni possano essere completate in un tempo breve. Si dà inoltre notizia del fatto che gli esperti balistici dell’UNMOVIC hanno concluso all’unanimità – dopo un confronto con altri esperti di un certo numero di stati membri dell’Onu – che i missili as Samoud 2 in possesso dell’Iraq rientrano fra gli armamenti vietati perché la loro gittata supera i 150 km. consentiti.

    L’UNMOVIC impone all’Iraq la loro distruzione fissando il termine per l’inizio al 1 marzo. Baghdad accetta e inizia la distruzione entro la data stabilita.
    I rapporti si trovano a:
    http://www.un.org/Depts/unmovic/blix14Febasdel.htm (rapporto Blix)
    http://www.iaea.org/worldatom/Press/Statements/2003/ebsp2003n005.shtml (rapporto El Baradei)

Attualmente (al 1 marzo 2003) sono 120 gli ispettori dell’Onu presenti in Iraq. Sono stati sinora ispezionati circa 350 siti (dall’UNMOVIC) e 150 (dall’IAEA).
Dal 5 gennaio le ispezioni vengono condotte con il supporto degli elicotteri, mentre il 17 febbraio c’è stata la prima ricognizione con l’impiego degli aerei U-2.
L’ufficio aperto a Mosul, nel nord del paese, è ora pienamente operativo, mentre è prevista l’apertura di un altro nel sud, a Bassora.

Il prossimo rapporto degli ispettori al Consiglio di Sicurezza è previsto per il 7 marzo.

(a cura di Ornella Sangiovanni)

“STIAMO DISSIPANDO LA NOSTRA LEGITTIMITA’ INTERNAZIONALE” – DIMISSIONI DI UN ALTO DIPLOMATICO USA

Un alto diplomatico americano, John Brady Kiesling, consigliere politico presso l’ambasciata Usa di Atene, si è dimesso dal suo incarico e dal servizio diplomatico a causa della politica dell’Amministrazione Bush sull’Iraq.
Le sue dimissioni sono state confermate dall’ambasciata americana di Atene, che ha dichiarato che esse sono dovute a “ragioni personali”.
Kiesling è stato ha prestato servizio per circa 20 anni, ricoprendo incarichi in Medio Oriente, Armenia e Grecia.
Quello che segue è il testo della sua lettera di dimissioni, nella traduzione italiana.

Lettera di dimissioni del diplomatico Usa John Brady Kiesling

Al Segretario di Stato Colin L. Powell

Atene, 27 febbraio 2003

Caro Segretario,

Le scrivo per presentarle le mie dimissioni dal servizio diplomatico degli Stati Uniti e dal mio incarico di consigliere politico dell’Ambasciata Usa di Atene, a decorrere dal 7 marzo. Lo faccio con il cuore pesante. Il bagaglio della mia formazione comprendeva un sentito obbligo di restituire qualcosa al mio paese. Prestare servizio come diplomatico Usa era un lavoro da sogno. Venivo pagato per capire lingue e culture straniere, per incontrare diplomatici, politici, studiosi e giornalisti, e per convincerli che gli interessi degli Stati Uniti e i loro fondamentalmente coincidevano. La mia fede nel mio paese e nei suoi valori era l’arma più potente nel mio arsenale diplomatico.

E’ inevitabile che in vent’anni con il Dipartimento di Stato io diventassi più sofisticato e cinico sui motivi burocratici limitati ed egoisti che hanno definito a volte le nostre politiche. La natura umana è quella che è, e io sono stato ricompensato e promosso per aver capito la natura umana.

Ma fino a questa Amministrazione era stato possibile credere che sostenendo le politiche del mio presidente io sostenevo anche gli interessi del popolo americano e del mondo. Non lo credo più.

Le politiche che adesso ci viene chiesto di promuovere sono incompatibili non solo con i valori americani ma anche con gli interessi americani. Il nostro inseguire con fervore una guerra con l’Iraq ci sta portando a dissipare la legittimità internazionale che è stata l’arma –sia di offesa che di difesa – più potente dell’America fin dai tempi di Woodrow Wilson. Abbiamo iniziato a smantellare la più grande e più efficace rete di relazioni internazionali che il mondo abbia mai conosciuto. La nostra strada attuale porterà instabilità e pericolo, non sicurezza.

Sacrificare interessi globali a politiche interne ed egoismo burocratico non è nulla di nuovo, e certamente non è un problema solamente americano. Tuttavia, non avevamo visto una tale distorsione sistematica dell’intelligenza, una tale manipolazione sistematica dell’opinione americana dalla guerra del Vietnam. La tragedia dell’11 settembre ci ha lasciato più forti di prima, radunando attorno a noi una vasta coalizione internazionale a cooperare per la prima volta in un modo sistematico contro la minaccia del terrorismo. Ma, piuttosto che prendere il merito di questi successi e partire da essi, questa Amministrazione ha scelto di fare del terrorismo uno strumento di politica interna, arruolando una al Qaida sparpagliata e ampiamente sconfitta come suo alleato burocratico. Abbiamo disseminato terrore e confusione sproporzionati nella mente del pubblico, facendo un collegamento arbitrario fra i problemi che non hanno alcun rapporto fra loro del terrorismo e dell’Iraq. Il risultato, e forse il motivo, è quello di giustificare un’ampia assegnazione impropria di ricchezza pubblica in diminuzione all’esercito e di indebolire le tutele che proteggono i cittadini americani dalla mano pesante del governo. L’11 settembre non ha fatto tanto danno alla struttura della società americana quanto noi siamo determinati a fare a noi stessi.

E’ la Russia dei Romanov realmente il nostro modello: un impero egoista, superstizioso che si agita verso l’autodistruzione in nome di uno status quo condannato?

Dovremmo chiederci perché non siamo riusciti a convincere una parte maggiore del mondo della necessità di una guerra contro l’Iraq. Negli ultimi due anni abbiamo fatto troppo per asserire ai nostri partner mondiali che interessi ristretti e mercenari degli Stati Uniti calpestano i valori prediletti dei nostri partner. Anche laddove i nostri fini non sono in discussione, lo è la nostra coerenza. Il modello dell’Afghanistan è di scarso conforto per alleati che si chiedono su che base intendiamo ricostruire il Medio Oriente, e a immagine e interessi di chi. Siamo davvero diventati ciechi, come lo è la Russia in Cecenia, come lo è Israele nei territori occupati, secondo il nostro consiglio, sul fatto che una potenza militare schiacciante non è la risposta al terrorismo? Dopo che le stragi di un Iraq post-bellico si uniranno a quelle di Grozny e di Ramallah, ci vorrà uno straniero coraggioso che si allinei con la Micronesia per seguire la strada che indichiamo.

Abbiamo ancora una coalizione, una buona. La lealtà di molti dei nostri amici è impressionante, un omaggio al capitale morale americano accumulato in oltre un secolo. Ma i nostri più stretti alleati sono meno persuasi della giustificazione per una guerra che del fatto che sarebbe rischioso permettere agli Usa di lasciarsi trasportare in un completo egocentrismo. La lealtà dovrebbe essere reciproca.

Perché il nostro presidente condona l’approccio borioso e sprezzante verso i nostri amici e alleati che questa amministrazione sta promuovendo, anche fra i suoi più alti funzionari? “Oderint dum metuant” è davvero diventato il nostro motto?

Vi esorto ad ascoltare gli amici dell’America nel mondo. Anche qui in Grecia, preteso terreno di coltura dell’anti-americanismo europeo, abbiamo più amici e più stretti di quanto il lettore di giornali americano possa immaginare. Anche quando si lamentano dell’arroganza americana, i greci sanno che il mondo è un posto difficile e pericoloso, e vogliono un sistema internazionale forte, con gli Usa e l’UE in stretta partnership. Quando i nostri amici hanno paura di noi piuttosto che per noi, è tempo di preoccuparsi. E adesso hanno paura. Chi dirà loro in modo convincente che gli Stati Uniti sono, come erano, un faro di libertà, sicurezza, e giustizia per il pianeta?

Signor Segretario, ho un enorme rispetto per il suo carattere e la sua abilità. Lei ha preservato per noi più credibilità internazionale di quanto meriti la nostra politica, e ha salvato qualcosa di positivo dagli eccessi di una Amministrazione ideologica ed egoista. Ma la sua lealtà verso il presidente si spinge troppo oltre. Stiamo sforzando al di là dei suoi limiti un sistema internazionale che abbiamo costruito con tanta fatica e ricchezza, una rete di leggi, trattati, organizzazioni e valori condivisi che pone dei limiti ai nostri nemici molto più efficacemente di quanto abbia mai limitato la capacità dell’America di difendere i propri interessi.

Mi dimetto perché ho provato e non sono riuscito a riconciliare la mia coscienza con la mia capacità di rappresentare l’attuale Amministrazione americana. Ho fiducia nel fatto che il nostro processo democratico alla fine si correggerà da solo, e spero che in modo modesto potrò contribuire dall’esterno a definire politiche che servano meglio la sicurezza e la prosperità del popolo americano e del mondo che condividiamo.

John Brady Kiesling

GUERRA ALL’IRAQ: A RISCHIO TUTTA L’ARCHEOLOGIA IN MEDIO ORIENTE

Una guerra all’Iraq fermerebbe le ricerche archeologiche non solo in questo paese ma in tutto il Medio Oriente. Sulla questione hanno scritto di recente sia il New York Times che il Washington Post, riferendo le preoccupazioni di studiosi e ricercatori americani per l’impatto che un conflitto potrebbe avere sul patrimonio archeologico del paese e per le ricerche nell’intera regione

Per l’Iraq timore principale riguarda non tanto i danni che i monumenti potrebbero subire nel corso della guerra, ma il saccheggio a cui essi sarebbero esposti nella fase successiva al conflitto.

La paura di una guerra ha comunque già avuto i suoi effetti su tutta la regione. Tutte le équipe archeologiche straniere hanno lasciato l’Iraq già da alcuni mesi, sospendendo a tempo indeterminato gli scavi in località come Uruk, Assur, Nimrud e Ninive. Ma anche quelle che lavorano in Siria, Giordania e in alcune località della Turchia meridionale dubitano che quest’anno ritorneranno a scavare.

Anche in Egitto si vanno diffondendo le preoccupazioni fra i ricercatori, mentre sono stati abbandonati i progetti per riprendere le ricerche archeologiche in Iran. Ci potrebbero essere ripercussioni anche per l’archeologia in Israele, già colpita per la situazione interna del paese: quasi nessuno dei 30 scavi americani è probabile che riprenda, e perfino le équipe israeliane quest’anno hanno deciso di non scavare.

Un nervosismo diffuso e la decisione di interrompere le ricerche viene confermata da Rudolph Dorneman, direttore esecutivo dell’American School of Oriental Research, che coordina il lavoro archeologico in Israele, Giordania, Siria e in altri luoghi della regione.

Dal canto loro, archeologi e rappresentanti di gruppi culturali hanno cercato di allertare i funzionari dell’Amministrazione Usa sulla devastazione culturale che una guerra porterebbe alla culla di una civiltà così antica.

Essi hanno avuto incontri con funzionari del Dipartimento di Stato e di quello alla Difesa, sottolineando l’importanza di rispettare la convenzione dell’Aja sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato. La Convenzione, del 1954, obbliga le parti belligeranti a non colpire siti di interesse culturale e monumenti tranne quando essi ospitino o siano nelle vicinanze di installazioni militari. Gli Stati Uniti l’hanno firmata ma non l’hanno mai ratificata.

Ma archeologi e collezionisti concordano sul fatto che la preoccupazione maggiore è il saccheggio dopo una guerra, come avvenne già nel 1991, quando i danni ai siti furono lievi, ma non così i saccheggi che subirono sia i siti che i musei..

E temendo che i saccheggi possano essere peggiori dopo un’altra guerra, l’Archaeological Institute of America ha diffuso una dichiarazione che invita “tutti i governi” ad aiutare a proteggere musei e siti sia durante che dopo una guerra e ad aiutare le autorità irachene a ricostruire i musei e a fare rispettare leggi contro il saccheggio. Dal canto suo, il Dipartimento di Stato ha aggiunto un gruppo di lavoro ai 16 già esistenti per studiare il futuro dell’Iraq. Esso dovrebbe iniziare le discussioni nel mese di marzo.

RICOSTRUZIONE: PER L’IRAQ NESSUN PIANO MARSHALL

Ricostruire l’Iraq dopo una guerra costerà almeno 30 miliardi di dollari nei primi tre anni. E’ questa la stima fornita dal responsabile dell’UNDP, Mark Malloch Brown, e riferita in un articolo pubblicato il 31 gennaio scorso dal New York Times.

Malloch Brown ha richiamato l’attenzione sul compito immane di questa ricostruzione, se gli Stati Uniti e i loro alleati decidessero di fare una guerra.

Malgrado la ricchezza petrolifera del paese, sottolinea il funzionario Onu, questa sarà una impresa assai più costosa e complessa della ricostruzione dell’Afghanistan.

“E’ un posto assai danneggiato che ha bisogno di un aiuto enorme”, ha detto Malloch Brown, ammonendo che l’Iraq non sarà in grado di contare su un rinnovato flusso di petrolio per pagare la propria ricostruzione.

L’industria petrolifera del paese, infatti, è in grave degrado dopo oltre un decennio di scarsi investimenti, e avrà bisogno di un enorme flusso di nuovi capitali per essere riportata a standard competitivi sul mercato globale.

I “pianificatori” delle Nazioni Unite tuttavia ritengono difficile che l’Iraq riceva i grossi investimenti necessari per la ripresa dell’industria petrolifera finché non avrà ripianato i suoi debiti: almeno 60 miliardi di dollari di debito commerciale e ufficiale – secondo stime dell’Onu – più 170 miliardi di dollari di risarcimenti per danni di guerra.

La produzione di greggio è scesa dai 3,5 milioni di barili al giorno di prima della guerra del Golfo ai 2,1 milioni di barili attuali, il che fa 13 miliardi di dollari all’anno. Se, con un nuovo governo, la produzione salisse a 16 miliardi di dollari all’anno, sarebbe ancora appena sufficiente a pagare per le necessità essenziali e le riparazioni dopo una guerra.

Gli Usa interverranno in aiuto, magari con un nuovo “Piano Marshall”?

L’esempio afghano non è incoraggiante.

All’inizio – scrive l’editorialista Paul Krugman, in un pezzo pubblicato sul New York Times (e sull’International Herald Tribune) il 21 febbraio scorso (The Martial Plan), i soldi non erano un problema.

La vittoria sui Talebani era una questione di denaro ai signori della guerra locali, non meno che di forze speciali e bombe “intelligenti”.

Bush però “promise che il nostro interesse non sarebbe finito una volta vinta la guerra; questa volta non avremmo dimenticato l’Afghanistan, saremmo rimasti per aiutare a ricostruire il paese e a garantire la pace”.

Quanto denaro per la ricostruzione dell’Afghanistan allora ha inserito l’Amministrazione nel suo budget per il 2004 – si chiede Krugman? Niente: la “squadra” di Bush se ne è dimenticata, e imbarazzati membri del Congresso hanno dovuto inserire 300 milioni di dollari per coprire il “buco”.

L’Iraq riceverà lo stesso trattamento, scrive Krugman, citando la recente dichiarazione del portavoce della Casa Bianca, Ari Fleischer, secondo il quale l’Iraq potrebbe pagare la propria ricostruzione, anche se gli esperti ammoniscono che potrebbero volerci anni prima che i giacimenti petroliferi del paese possano produrre secondo la loro potenzialità.

Quest’Amministrazione – conclude l’editorialista – “fa piani marziali, non piani Marshall: miliardi per l’aggressione, neanche un centesimo per la ricostruzione”.

SCUDI UMANI

Gli “scudi umani” stanno diventando un grattacapo per Washington. Gli Stati Uniti hanno ammonito l’Iraq a non collocare civili in siti militari nel tentativo di impedire un attacco, dicendo che l’impiego di “scudi umani” rappresenterebbe un crimine contro l’umanità punibile dopo ogni guerra.

L’argomento è stato affrontato sia dal Segretario Usa alla Difesa, Donald Rumsfeld, che dal Capo degli Stati Maggiori Riuniti, il generale dell’aviazione Richard Myers, il giorno dopo l’arrivo a Baghdad di circa 100 attivisti partiti da Londra, i quali hanno intenzione di posizionarsi nelle vicinanze di potenziali obiettivi dei bombardamenti nel tentativo di impedire gli attacchi.

L’impiego di “scudi umani” “è una pratica che rivela disprezzo per le norme dell’umanità, le regole del conflitto armato, e, mi si dice, la legge, la pratica e la fede dell’Islam”, ha dichiarato Rumsfeld durante una conferenza stampa al Pentagono il 19 febbraio. “Collocare scudi umani” – ha aggiunto – “non è una strategia militare, è assassinio, una violazione delle leggi dei conflitti armati e un crimine contro l’umanità, e sarà trattato come tale. Coloro che seguono gli ordini [di Saddam NdR] di impiegare scudi umani pagheranno un prezzo pesante per le loro azioni”.

Dello stesso avviso il generale Myers, il quale ha detto che usare non combattenti – anche coloro che si offrissero volontari – per proteggere potenziali obiettivi militari “potrebbe essere considerato un crimine di guerra in ogni conflitto”. Un ammonimento che aveva già rivolto all’Iraq il 15 gennaio.

La questione comunque sembra davvero destare una certa preoccupazione a Washington.

Il generale che dovrebbe guidare la guerra – Tommy R. Franks, comandante del US Central Command – ha dichiarato il 26 febbraio all’Associated Press, dal suo quartier generale di Camp as Sayliyah in Qatar, che le forze americane e alleate non potrebbero garantire la sicurezza dei civili che si posizionassero intenzionalmente come “scudi umani” contro un attacco a obiettivi iracheni.

“Faremo del nostro meglio per evitare vittime fra i non combattenti ma, ve lo dico, non ci riusciremo al 100%”, ha dichiarato.

Una posizione condivisa dal ministro della difesa britannico Geoff Hoon, anch’egli in Qatar, che nella stessa conferenza stampa ha detto ai giornalisti: “Non è detto che terremo necessariamente conto dei cosiddetti scudi umani”.

“Vorrei sottolineare a voi la necessità che chiunque stia contemplando questo genere di azione torni a casa piuttosto che fare il gioco di Saddam Hussein”, ha aggiunto.

E la campagna del Pentagono non si ferma. Lo stesso 26 febbraio è stato diffuso un rapporto della CIA sull’uso degli “scudi umani” (Putting Noncombatants at Risk: Saddam’s Use of ‘Human Shields’), secondo il quale, fra l’altro, gli iracheni avrebbero collocato installazioni militari nelle vicinanze di scuole, moschee, magazzini di generi alimentari, e aree residenziali in numerose aree popolate.

Attualmente sono più di 100 i volontari internazionali che si trovano a Baghdad con l’intenzione di proteggere le infrastrutture civili da eventuali attacchi: tra loro anche un gruppo di italiani.

Il contingente più numeroso – partito da Londra a fine gennaio – è arrivato nella capitale irachena alla metà di febbraio, dopo un lungo tragitto via terra che ha toccato vari paesi europei, e poi la Turchia e la Siria.

Il coordinatore, Ken Nichols O’Keefe, è un ex-marine che ha combattuto nella guerra del Golfo, rinunciando successivamente alla cittadinanza americana per “disgusto” nei confronti della politica Usa.

(Vedi il suo “diario“, pubblicato sul quotidiano britannico The Independent, il 25 febbraio 2003).

I primi gruppi di attivisti si sono già posizionati presso installazioni civili: presso la centrale elettrica di Baghdad sud – un impianto che venne colpito da sei bombe nel 1991 e tuttora opera solo a metà della sua capacità di prima delle guerra – presso un impianto per la lavorazione e lo stoccaggio di riso e grano nella zona nord della città, e presso la raffineria di al Dura, anch’essa colpita durante la guerra, e che malgrado sia ancora piuttosto malconcia, raffina 60.000 barili al giorno di petrolio: combustibile di vitale importanza per i trasporti pubblici, il riscaldamento, gli ospedali di Baghdad.

I rapporti con le autorità irachene però sembra non siano proprio idilliaci. Il rifiuto da parte di queste alle richieste dei gruppi di volontari di dislocarsi presso ospedali e scuole, da un lato, unito alla delusione per i numeri non proprio significativi rispetto alle esigenze del compito, hanno convinto già un primo gruppo – composto in prevalenza di inglesi, a rientrare a casa.

E coloro che sono rimasti in Iraq starebbero “riconsiderando” la loro strategia.

Per ulteriori informazioni e aggiornamenti: www.humanshields.org

IRAQ PEACE TEAM

Una delegazione di 23 pacifisti dell’Iraq Peace Team – il gruppo di attivisti organizzato dall’associazione Voices in the Wilderness che con delegazioni a staffetta è presente dal settembre 2002 in Iraq – si è recata nella zona smilitarizzata nel sud del paese, lungo il confine con il Kuwait, dove ha installato una “Tenda della Pace” e fatto un digiuno di quattro giorni.

L’intenzione era di inviare un messaggio sia ai militari americani al di là del confine che agli americani contrari a una guerra all’Iraq.

“Speriamo con tutto il cuore che il nostro messaggio ai 90.000 soldati americani già dispiegati in Kuwait e ai pacifisti che si trovano negli Stati Uniti possa aiutare a impedire una guerra”, dice la dichiarazione di intenti letta durante una conferenza stampa a Baghdad da Charlie Liteky, 72 anni, di San Francisco, un decorato della guerra del Vietnam.

Preghiamo perché ciascuno di voi, dice il testo, rivolgendosi ai militari e ai marinai americani, possa tornare presto “alla propria famiglia e ai propri cari senza dovere partecipare agli orrori della guerra”.

Riconosciamo “che siete stati messi in una posizione piena di ansia e di pericolo, per la quale condividiamo la responsabilità. Riconosciamo che siete in questa posizione perché in patria non siamo noi a governarci – ma siamo invece governati da una minoranza che decide su questioni di guerra e di pace nell’interesse di pochi, non dei molti.

La nostra democrazia inadeguata ci ha portato in passato a impantanarci in situazioni mortali, e ora sull’orlo di un altro conflitto che può essere descritto solo come una tragica guerra dell’impero”.

L’appello ai militari è quello di umanizzare gli iracheni “…le persone comuni che popolano le città e i villaggi del paese, che lavorano nei negozi e nei ristoranti, vanno a scuola, praticano la loro religione, celebrano compleanni, matrimoni e funerali; che, come gli innocenti in ogni guerra subiranno le maggiori sofferenze – e che sono praticamente identici alle nostre famiglie in patria, specialmente nel loro desiderio di pace”.

Fu proprio il generale e presidente Dwight Eisenhower – proseguono gli attivisti – a dirci: “Ricordate che tutti i popoli di tutte le nazioni vogliono la pace. Solo i loro governi vogliono la guerra”. Vi chiediamo, nostri concittadini, pensare con la vostra testa e il vostro cuore e di fare la cosa giusta”.

Ai pacifisti e a tutti coloro che negli Usa il 15 febbraio hanno marciato per la pace viene poi rivolto un appello perché questo “giorno storico di protesta non sia la fine dei nostri sforzi, ma solo l’inizio”: l’appello a un “un massiccio, sit-down preventivo per la pace” da farsi in tutti gli Stati Uniti come unico modo per evitare una guerra e un disastro umanitario in Iraq .

Il movimento per la pace – conclude la dichiarazione, citando le parole del rev. Daniel Berrigan – “otterrà successo solo quando mostrerà lo stesso coraggio per la pace che i soldati mostrano per la guerra”.


La Bbc rivela i contenuti di un documento
top secret dei servizi segreti britannici
007 inglesi: “Non ci sono legami
tra Saddam e Bin Laden”

Oggi Powell deve convincere l’Onu della pericolosità del rais
Da Repubblica.it

LONDRA – Proprio nel giorno in cui gli Stati Uniti devono presentare all’Onu e al mondo le prove contro Saddam Hussein, dalla Gran Bretagna arriva una bordata che minaccia di appannare la credibilità dell’operazione. Secondo i servizi segreti del Regno Unito non esistono rapporti di collaborazione tra Al Qaeda e l’Iraq. Anche se il segretario di Stato Colin Powell dovrà convincere il Palazzo di vetro della pericolosità di Saddam e non dei suoi rapporti con Osama Bin Laden, il collegamento tra il capo di Al Qaeda e il rais di Bagdad è stato sempre più che sottinteso dall’amministrazione Bush.

Ora da Londra, un dossier di almeno tre settimane fa di cui sono conoscenza il premier Tony Blair e pochi altri, dice che non solo quel collegamento non esiste, ma che Saddam e Bin Laden sono divisi da ideologie incompatibili ed entrambi diffidano a vicenda. A rivelare l’esistenza del rapporto è la Bbc, secondo cui tra il regime di Bagdad e l’organizzazione terroristica in effetti nel passato vi sarebbero stati contatti, che però adesso non sussistono più. Sarebbero dunque smentite le accuse di complicità con lo sceicco integralista di origini saudite rivolte alle autorità di Bagdad da George W. Bush ancora una settimana fa, in occasione del discorso sullo Stato dell’Unione.

Anche il ministro degli Esteri britannico Jack Straw, pur denunciando alla radio statale che l’Iraq creò un “ambiente permissivo” di cui Al Qaeda si avvalse per operare sul suo territorio, ha ammesso poi che la consistenza dei legami tra l’uno e l’altra non è chiara, e che ogni eventuale iniziativa militare contro Saddam sarebbe basata sulla violazione delle risoluzioni Onu in tema di disarmo piuttosto che sulla connivenza con il terrorismo.

Comunque questa fuga di notizie arriva per gli Usa nel momento peggiore e all’indomani del no del presidente francese Chirac alla guerra. Secondo il corrispondente della Bbc Andrew Gilligan, che ha visionato il rapporto, fonti dell’intelligence hanno confidato negli ultimi giorni all’emittente il crescente scontento per il modo in cui il lavoro dei servizi viene usato politicamente per sostenere l’intervento contro l’Iraq. Non è probabilmente un caso che la notizia sia apparsa poco prima dell’intervento al Consiglio di sicurezza di Powell.

(5 febbraio 2003)

I numeri della guerra del Golfo

di p.ch.

La coalizione di Desert Storm


La coalizione degli alleati consisteva di 36 Paesi, tra cui Afghanistan, Argentina, Australia, Bahrain, Bangladesh, Belgio, Canada, Cecoslovacchia, Danimarca, Egitto, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Honduras, Italia, Kuwait, Marocco, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Nigeria, Norvegia, Oman, Pakistan, Polonia, Portogallo, Qatar, Arabia Saudita, Senegal, Corea del Sud, Spagna, Siria, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti.
Gli Usa hanno impiegato nella Guerra del Golfo oltre 500.000 soldati; gli alleati invece 160.000, pari al 24 per cento delle forze dispiegate.

Alcuni numeri sulle operazioni militari nel Golfo
Morti Usa: 148 in battaglia, 145 non in battaglia Esercito: 98 in battaglia, 105 non in battaglia Marina: 6 in battaglia, 8 non in battaglia Marines: 24 in battaglia, 26 non in battaglia Aviazione: 20 in battaglia, 6 non in battaglia Donne uccise: 15
Americani feriti in azione: 467
Morti britannici: 24, 9 sotto il fuoco Usa
Britannici feriti in azione: 10
Morti francesi: 2
Francesi feriti in azione: 25 (stima)
Morti arabi alleati: 39
Raid aerei alleati: oltre 116.000
Perdite di velivoli alleati: 75 (63 Usa, 12 alleati)
Ad ala fissa: 37 in battaglia, 15 non in battaglia
(Perdite Usa: 28 in battaglia, 12 non in battaglia; nessuna perdita di aerei non Usa in combattimenti aerei)
Elicotteri: 5 in battaglia 18 non in battaglia (tutti Usa)

Le perdite irachene
Nel giugno del 1991, secondo stime americane, morirono oltre 100.000 soldati iracheni, 300.000 riportarono ferite, 150.000 disertarono e 60.000 furono fatti prigionieri.
Molte associazioni per i diritti umani denunciarono che un numero molto più elevato di iracheni morirono in battaglia. A detta di Baghdad, i morti civili furono oltre 35.000. Tuttavia, anni dopo, alcuni ricercatori hanno concluso che il numero di soldati iracheni uccisi fu significativamente inferiore a quello inizialmente riportato.
Perdite irachene (stime): dati del Comando centrale americano del 7 marzo 1991
36 aerei persi in combattimenti aerei
6 elicotteri persi in combattimenti aerei
68 aerei e 13 elicotteri distrutti a terra
137 velivoli iracheni fuggiti in Iran
3.700 su 4.280 carri armati
2,400 su 2,870 altri veicoli corazzati
2,600 su 3,110 pezzi di artiglieria
19 navi affondate, 6 danneggiate
42 divisioni neutralizzate
Numero di prigionieri di guerra catturati: le forze Usa ne hanno consegnati 71,204 agli alleati sauditi.

I costi della guerra

Il Dipartimento della Difesa Usa ha stimato che i costi della guerra nel Golfo siano stati pari a 61 miliardi di dollari; tuttavia altre fonti hanno detto che quel numero potrebbe essere più alto, fino a 71 miliardi.
L’operazione fu finanziata con i 53 miliardi di dollari offerti dai Paesi dell’Alleanza, molti dei quali provenienti dalle casse del Kuwait, dell’Arabia Saudita e da altri stati del Golfo (36 miliardi), dalla Germania e Giappone (16 miliardi di dollari). Alcuni Paesi, come l’Arabia Saudita, contribuirono allo sforzo offrendo servizi alle forze in campo (tipo trasporti e vettovaglie).
3 febbraio 2003


La guerra in Iraq potrebbe costare  200 Miliardi di dollari


Una cifra quattro volte a quella della guerra del Golfo e pari a 20 volte il costo di “Enduring freedom”.

di Giulia Crivelli – dal Sole 24 Ore


Mentre il presidente George Bush junior e i suoi consiglieri politici aspettano il via libera dell’Onu, i consiglieri economici della Casa Bianca fanno i conti su quanto potrebbe costare la guerra all’Iraq.

Una cifra vicina al 2% del Pil
Un primo calcolo parla di una cifra compresa tra i 100 e i 200 miliardi di dollari, circa 207 miliardi di euro, cioè tra l’1 e il 2% del prodotto interno lordo degli Usa, che lo scorso anno è stato di 10 trilioni, spiega oggi il Wall Street Journal in un articolo di prima pagina.
Secondo Lawrence Lindsey, capo economista dell’amministrazione Bush (la sua qualifica è quella di capo del White House National Economic Council), il costo della guerra, anche nel caso gli Stati Uniti fossero costretti ad accollarselo da soli, non causerà una recessione all’economia del Paese.
Ma molto dipenderà dalla durata dell’eventuale conflitto contro Saddam Hussein e dalla partecipazione alle spese di alleati come la Gran Bretagna.

Quasi quattro volte il costo della Guerra nel Golfo
La Guerra del Golfo del 1991, combattuta da Bush padre, costò 58 miliardi di euro, pari all’1% del Pil Usa di allora. Ma 48 miliardi furono pagati dagli alleati, tra i quali spiccava l’Arabia Saudita che invece, in caso di guerra all’Iraq, potrebbe limitarsi a concedere l’uso di alcuni basi aeree.

Venti volte Enduring Freedom
La guerra in Afghanistan, a partire dall’inizio dell’operazione Enduring Freedom, il 7 ottobre scorso, è invece costata agli Stati Uniti, sempre secondo le stime citate dal Wall Street Journal, 10 miliardi di dollari.

Ma da Morgan Stanley arriva un avvertimento: “La guerra porterebbe la recessione”
Ma non tutti, come era prevedibile, sono d’accordo con le analisi della Casa Bianca: secondo Stephen Roach, capo economista di Morgan Stanley, un’eventuale guerra contro l’ Iraq avrà come conseguenza che gli Usa torneranno in recessione. Secondo Roach, intervenuto ad una conferenza svoltasi oggi a Madrid, in caso di invasione dell’ Iraq, si avrà un nuovo rialzo dei prezzi del petrolio. L’ economista ha aggiunto che “per l’ economia americana, già fiacca e caratterizzata da una ripresa lenta, questo tipo di choc sarà sufficiente a farla precipitare di nuovo in recessione”.

Marcia indietro saudita: sì condizionato all’uso delle basi
In una parziale marcia indietro rispetto a posizioni precedenti, anche l’Arabia Saudita ha infatti dato ieri la sua disponibilità a far entrare truppe Usa sul suo territorio qualora l’Onu dovesse approvare un’azione militare contro l’Iraq. Si è pronunciato in questo senso il ministro degli esteri saudita, principe Saud al-Faisal in un’intervista alla Cnn. “Se l’Onu decide, attraverso il Consiglio di Sicurezza, di attuare una politica delle Nazioni Unite, tutti i paesi che hanno firmato la carta dell’Onu devono aderire”, ha detto il capo della diplomazia saudita alla rete di Atlanta. Al-Faisal ha d’altra parte messo in chiaro che il “sì” di Riad è condizionato fortemente al fatto che l’azione Usa non sia unilaterale. Lo stesso al-Faisal, in dichiarazioni riprese dal quotidiano arabo di Londra al-Hayat e dal New York Times in prima pagina, ha invitato Baghdad ad accettare gli ispettori dell’Onu: “Il tempo stringe e se l’Iraq fa rientrare gli ispettori prima che l’Onu vari una nuova risoluzione, farà una buona impressione sulla comunità internazionale”.

16 settembre 2002


INDUSTRIA E FORZE ARMATE
(LA GUERRA DEL GOLFO 1991)

da FOCUS


Provate a immaginare un deserto: dune di sabbia che si perdono dietro altre dune, un caldo infernale, rarissime forme di vita. E ora provate a immaginare lo stesso deserto trasformato in una città abitata da mezzo milione di persone, che hanno bisogno di vivere, muoversi e …combattere. Si, combattere, perchè il nostro deserto è l’Arabia Saudita prima e dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein.
La Guerra del Golfo è stato un evento di eccezionale importanza da molteplici punti di vista. Per tutti noi che lavoriamo nel grande mondo dell’Azienda quello che è accaduto tra i mesi di agosto del 1990 e 1991 ha però un interesse un po’ speciale, perchè molti dei problemi che lo stato maggiore delle forze alleate ha dovuto affrontare sono decisamente simili a quelli che dobbiamo risolvere tutti i giorni sul lavoro. Con questo numero di Focus on tratteremo un tema particolarmente vicino a noi: quello della logistica. Prossimamente vedremo anche l’argomento della motivazione e della gestione degli uomini.

I rapporti tra industria e forze armate.
La Sears Merchandise Group è una delle maggiori catene statunitensi che operano nel mondo della Grande Distribuzione. I numeri di quest’Azienda fanno impallidire quelli dei “colossi” europei. William “Gus” Pagonis è il Senior Vice President of Logistics dell’Azienda: è un riporto diretto al vertice ed è entrato a far parte della Sears (pagato a peso d’oro, rispetto a quanto guadagnava prima) nella seconda metà degli anni ‘90: poco dopo la fine della Guerra del Golfo, perchè Pagonis “prima” era un soldato, che ha terminato la sua carriera come generale a tre stelle responsabile di tutta la logistica delle forze statunitensi mobilitate per la Guerra del Golfo.
Gus Pagonis non è un’eccezione: è la norma. Colin Powell (oggi corteggiatissimo dai Repubblicani) e Norman Schwarzkopf hanno lasciato le forze armate poco dopo la fine delle operazioni, iniziando una proficua carriera nel privato. E’ solo la punta di un iceberg: negli Stati Uniti avere alle spalle una solida carriera militare ti spalanca le porte dell’Azienda. In Italia invece sono pochissimi i militari che riescono a trovare alternative alla carriera nelle forze armate. E i pochi che riescono lo possono fare generalmente solo in industrie belliche. Attenzione: gli uomini delle nostre forze armate spesso hanno un livello addestrativo all’altezza di quello dei colleghi americani. Sbagliamo noi a non facilitare lo scambio tra i due mondi, o sbagliano gli Americani?

Pianificare, e ancora pianificare
550.000 uomini spostati quasi dall’oggi al domani nell’altro lato dell’emisfero; 7 milioni di tonnellate di materiali spediti da un continente all’altro; 122 milioni di pasti caldi serviti in una regione dove non esistevano ristoranti …; 32.000 tonnellate di posta recapitata; 12.575 aerei revisionati: questi sono solo alcuni dei numeri veramente impressionanti comportati dallo sforzo bellico statunitense. Come è stato possibile tutto questo?
L’addestramento in tempo di pace è un tema molto importante per qualsiasi forza armata. Addestrarsi vuol dire cercare di simulare cosa potrebbe accadere in futuro e studiare come farvi fronte, preparando la struttura di cui si dispone ad agire conseguentemente. Bene: nel luglio del 1990 le forze armate americane terminarono una simulazione su larga scala che prevedeva la reazione a un’invasione irachena del Kuwait. L’esercitazione (come spesso accade) durò qualche mese e coinvolse migliaia di uomini. Il 1° agosto del 1990 le forze di Saddam varcarono il confine con il Kuwait. Gli Americani dovettero solo ripetere (dal vero) l’esercitazione appena conclusa.

La logistica come attività globale
Da sempre ogni servizio è geloso della propria struttura logistica. Come potrebbe l’Esercito conoscere (e soddisfare) le esigenze logistiche dell’Aeronautica? Come potrebbe un Marinaio organizzare l’assistenza tecnica ai mezzi terrestri dei Marines?
“Stormy” Norman Schwarzkopf la pensava però diversamente: e per la prima volta nella storia militare statunitense tutte le attività di tipo logistico necessarie per sostenere uno sforzo bellico non simulato sono state concentrate in una sola struttura. I risultati della decisione sono stati decisamente positivi. Non esiste un modello teorico valido in astratto (centralizzare il supporto logistico è meglio che decentralizzare?). Esiste però una dote vincente: “leggere” le esigenze del presente e cercare la migliore soluzione organizzativa. Avere la forza di trovare nuove soluzioni, di andare contro la tradizione, se sembra giusto farlo. Solo chi sa rischiare in questo modo riesce a vincere scommesse ambiziose.

Make or buy?
La dottrina militare statunitense prevede che in caso di operazioni condotte su territori di Stati esteri si deve cercare di acquistare da fornitori locali la maggior parte dei servizi disponibili in loco. Questa regola è stata seguita anche durante la Guerra del Golfo. Per esempio, tirando le somme alla fine delle operazioni ci si è resi conto che senza la capacità di trasporto messa a disposizione da operatori privati sauditi sarebbe stato quasi impossibile trasportare uomini e mezzi fin sulla linea del fronte e alimentare lo sforzo bellico rendendo disponibili i “carburanti” necessari. Per esempio, uno degli obiettivi fondamentali che si era dato Gus Pagonis era riuscire a servire pasti caldi anche agli uomini schierati nei più lontani avamposti in mezzo al deserto: pasti caldi annaffiati da Coca Cola ghiacciata e che terminavano con gelati di vario gusto. C’è riuscito e lo stesso Schwarzkopf ha affermato che uno dei principali fattori di successo dell’operazione è stato il morale delle truppe, tenuto alto anche grazie a queste cure. Il servizio incaricato di contattare i fornitori locali, contrattare le condizioni d’acquisto di tutti i servizi e coordinarne l’erogazione è stato la logistica.


La Bosnia vendeva armi all’Iraq?

 (18/09/2002) Dopo una nota verbale rivolta dall’Ambasciata USA a Sarajevo al Ministero degli Esteri bosniaco la Presidenza Tripartita della BiH ha richiesto al Governo della RS di avviare un’immediata inchiesta su di una presunta vendita di armi all’Iraq. Lo ha per primo reso noto il quotidiano Nezavisne Novine.

Il Ministero della Difesa della RS, accogliendo la richiesta, ha formato una Commissione d’inchiesta che agli inizi di questa settimana ha poi reso noto agli organismi competenti le informazioni raccolte.

Secondo quanto affermato dalle autorità statunitensi vi sarebbero prove, della cui esistenza ha dato poi conferma anche Jozo Krizanovic, membro della Presidenza bosniaca, che in pieno embargo alcune compagnie avrebbero venduto all’Iraq componenti di armi. Tra queste vi sarebbe la ditta “Orao” con sede a Bijelina. Se i fatti venissero dimostrati la BiH avrebbe contravvenuto le Risoluzioni 661, 687 e 1409 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Secondo l’Ambasciata americana dalla Republika Srpska non solo sarebbero partite componenti di armamenti ma sarebbero anche state fornite consulenze tecniche in campo militare.

“A prescindere da come si risolverà questa vicenda come Presidenza Tripartita abbiamo già deciso di promuovere al più presto una legge che regolamenti la produzione ed il commercio di armi. Siamo testimoni del fatto che in entrambe le Entità ci si sia comportati da irresponsabili a questo proposito in questi anni” ha dichiarato Krizanovic che ha poi chiarito che “il Presidente della RS Sarovic ha compreso bene la questione e si è dimostrato molto cooperativo”. Lo stesso Sarovic la scorsa settimana aveva dichiarato a proposito della vicenda che “siamo del tutto consapevoli dell’accusa che ci viene rivolta. Voglio render chiara la nostra intenzione nel rispettare la Risoluzione 687 delle Nazioni Unite e proprio per questo abbiamo promosso in modo rapido questa commissione d’inchiesta”.

La Commissione, della quale faceva parte lo stesso Ministro della Difesa della RS, ha poi reso noti i risultati della propria inchiesta all’inizio di questa settimana ed ha smentito le accuse rivolte dagli statunitensi. “Nessuna impresa della RS ha avuto contatti di lavoro con l’Iraq” si afferma “L’Orao lavora con l’estero ma i suoi contatti sono esclusivamente limitati al mercato della Repubblica Federale Jugoslava”. La Commissione non ha però indagato sulla possibilità che dalla FRJ le componenti prodotte in Bosnia potessero venir direzionate verso Paesi terzi.

Cosa che, tra l’altro, non hanno smentito gli stessi dirigenti della Orao. “Siamo estranei alla vicenda” avevano dichiarato all’indomani delle accuse mosse dall’Ambasciata USA, ma non possiamo escludere che le componenti da noi prodotte, utilizzate in prevalenza per la costruzione di motori di veivoli civili, una volta trasportate in Serbia siano state poi rivendute a Paesi terzi”. I dirigenti della compagnia di Bijelina hanno poi chiarito che “la Orao ha collaborato con l’Iraq sino al 1989. Al tempo Iraq e Jugoslavia avevano buoni rapporti. I nostri ultimi contatti risalgono al 1997 ed erano dovuti al tentativo di riscuotere crediti che vantavamo da prima della guerra”.

Intanto la Presidenza Tripartita si è mossa per mettere ordine nella materia. “La decisione di sottoporre ad agenzie statali il controllo del commercio delle armi rappresenta un segnale positivo nella direzione del controllo civile delle forze militari” ha dichiarato Beriz Belkic, uno dei tre membri della Presidenza. Secondo la decisione della Presidenza citata da Belkic tutto l’import e l’export di armi dovrebbe essere sottoposto a previa autorizzazione da parte del Consiglio dei Ministri.

Belkic ha anche sottolineato come nella nota sottoposta alle autorità bosniache da parte del rappresentante del Governo americano emergeva chiaramente come le indagini condotte fossero solo a livello preliminare e non certo definitive. “Azioni disciplinari verranno comunque intraprese nei confronti di alcuni dirigenti della Orao. Per ora non in merito alla vendita di armi all’Iraq, ancora da dimostrare, ma in merito alla mancata notifica al Ministero della Difesa della RS della firma di alcuni contratti”.

Belkic ha anche reso noto che è intenzione della Presidenza tener costantemente informati OHR, Missione ONU e Ambasciata USA sull’andamento delle indagini.

 Fonte: © Osservatorio sui Balcani


Inchiesta (3) C’era un tempo che i leader Usa e iracheni posavano insieme sorridendo, brindando e scambiandosi strette di mano, sorrisi, documenti e…
Quando Donald Rumsfield e Saddam Hussein erano grandi amici

 15/11/2002 
 

Gli Stati Uniti si legarono all’Iraq fin dal 1983, come non smette di ricordare la televisione irachena continuando a trasmettere come un tormentone lo “storico” incontro di quel 10 dicembre di diciannove anni fa tra Donald Rumsfield (attuale capo dei “falchi” della Casa Bianca) e Saddam Hussein, terminato, come ogni summit ufficiale che si rispetti, con strette di mano, brindisi, documenti di cooperazione tra i due paesi e una bella posa per i fotografi.

Quell’incontro fu unanimamente considerato molto importante dall’amministrazione americana, sempre tormentata dall’incubo Iran ed i suoi Ayatollah.

Da quella data dell’incontro e per i cinque anni successivi la Casa Bianca non si limitò a fornire supporto strategico e militare a Baghdad, ma anche una dettagliata miscela di aggressivi chimici e forniture di interi laboratori di cultura per sperimentare e produrre armi batteriologiche. Ora siamo in grado di conoscere con assoluta precisone la lista delle sostanze chimiche che i servizi di sicurezza Usa inviarono in Iraq.

Le armi batteriologiche. Christopher Dickey e Evan Thomas sono due giornalisti americani di Newsweek, due reporter di talento, che sono riusciti nell’impresa, tutt’altro che facile, di scovare i documenti segreti che provano quali sostanze chimiche, e persino i loro antagonisti, sono state trasportate in Iraq.

Batteri, funghi e protozoi “coltivati” nei laboratori militari Usa furono destinati all’IAEC (Iraq Atomic Energy Commission). Le culture di questi “prodotti” servivano per realizzare armi batteriologiche compreso l’Antrace. Il Dipartimento di Stato Usa,  con funzione di fornitore, aggiunge al carico anche un milione  e mezzo di “iniettori di atropina”, con effetto antagonista, per un eventuale contagio.

Per usare le armi chimiche servivano degli elicotteri appositamente configurati: arrivarono in buon numero anche loro per far contento l’amico e alleato Saddam, impegnato nella guerra contro gli odiati (dagli americani) iraniani.

Ma ben presto i generali di Baghdad decisero di far cambiare rotta agli elicotteri e li spedirono nel nord dell’Iraq, a “gasare” le popolazioni curde provocando autentiche stragi di civili che inorridirono il mondo. Correva l’anno 1988 e le piogge di “Iprite”, “Sarin”, “Tabun” e “Vx” non potevano più passare inosservate con migliaia di civili innocenti che morivano tra atroci sofferenze.

Il Presidente Ronald Reagan e l’intero staff della Casa Bianca, davanti al Congresso incolparono l’Iran, poi sotto la pressione dell’opinione pubblica interna, dei dubbi che iniziavano ad affiorare sulla stampa, dell’insistenza con la quale i democratici chiedevano chiarimenti e spiegazioni, furono costretti ad ammettere che la responsabilità era tutta di Saddam Hussein.

Nel frattempo l’Iraq vinceva la guerra contro Teheran (al prezzo di un milione di morti complessivi tra le due parti) e se ne attribuiva pubblicamente tutti i meriti.

Pur storcendo il naso davanti ai metodi di Saddam, la Casa Bianca gli riconobbe (altrettanto pubblicamente) il ruolo di “gendarme” della turbolenta regione, accreditando il Rais come Capo di Stato fidato e fedele.

Erano anni nei quali i manager delle  multinazionali facevano la fila davanti alla porta di Saddam Hussein con la speranza di aggiudicarsi commesse nelle grandi opere civili nell’Iraq del dopo guerra.

Un uomo politico di prestigio e di esperienza come il senatore Usa Bob Dole venne ricevuto in qualità di capo di una delegazione ufficiale del Congresso americano che aveva come obiettivo quello di accaparrarsi i migliori affari per le aziende e le industrie Usa.
Ma il massimo della considerazione degli americani per Saddam Hussein coincide con la svolta cruciale che il Rais decide di imprimere nei rapporti con i suoi alleati e protettori americani.

La svolta di Saddam
Armato fino ai denti dai servizi di sicurezza americani, consapevole che le culture nei laboratori per le armi batteriologiche e chimiche proseguivano come in una catena di montaggio, alla ricerca di uranio arricchitto per il programma nucleare in fase avanzata di sviluppo, Saddam Hussein decide di non rispettare gli accordi segreti stipulati con la Casa Bianca dopo la vittoria sull’Iran di Khomeini.

Realizza stabilimenti e nuovi siti dove stoccare le armi in gran segreto e soprattutto all’insaputa degli americani, inizia a guardarsi intorno nella regione del Golfo Persico certo come è che nessuno può (militarmente) resistergli. Sicuro che gli Usa lo sosterranno comunque, dopo che il Presidente Ronald Reagan (scampato il pericolo iraniano) lo ha promosso sul campo  come alleato numero uno.

In breve il Dipartimento di Stato perde completamente il controllo di Saddam Hussein e non riesce più a venire a capo di quella montagna di armamenti convenzionali e di distruzione di massa che ormai Baghdad ha fatto propri.

Mentre le riunioni al Pentagono e alla Casa Bianca si susseguono frenetiche, i soldati iracheni  giungono a Kuwait City. E’ il 2 agosto 1990, Saddam Hussein non risponde più agli ordini dei suoi “creatori”.

Tutti gli istituti di studi politici e militari americani concordano in un punto: Saddam Hussein è stato troppo avido.

Se si fosse “limitato”, nell’invasaione del Kuwait, ad arrivare a ridosso della capitale senza entrarvi, se per esempio le truppe irachene si fossero attestate nell’area di Mutla Ridge, senza infliggere l’umiliazione al piccolo emirato della caduta di Kuwait City, Saddam Hussein sarebbe ancora lì.

“Desert Storm”
La notte tra il 16 ed il 17 gennaio 1991 le truppe americane bombardano Bagdad: è iniziata la guerra della “Grande Coalizione” contro il “Grande Satana”.
“Desert Storm” terminerà 40 giorni dopo, il 28 febbraio 1991, senza che neppure un soldato delle truppe di terra entri a Bagdad.

La cantonata
La Casa Bianca ed il Pentagono, all’alba di quel 28 febbraio, sono assolutamente sicuri che la capitolazione di Saddam Hussein sia questione di ore: con un esercito umiliato, una ritirata nel deserto con la resa di migliaia di uomini (sotto l’occhio delle telecamere della Cnn).

La perdita di prestigio e di autorità avrebbe condannato il Rais a lasciare il potere nelle mani di una nuova classe dirigente, sotto la spinta di una opinione pubblica infuriata ed impoverita dalla sconfitta.

Una nuova classe dirigente con la quale trattare in posizione di forza per far rientrare negli arsenali Usa l’enorme quantità di armi batteriologiche e chimiche che l’Iraq ha a disposizione e interrompere il programma nucleare che stava tanto a cuore a Saddam. Questioni, queste, che ora gli Usa considerano una autentica bomba ad orologeria pronta ad esplodere in una delle regioni più instabili del pianeta.

L’analisi dei funzionari del potere politico e militare americano si rivelò clamorosamente sbagliata. Una autentica cantonata.

Nonostante l’embargo deciso dalle Nazioni Unite e dal governo americano che hanno fatto in pochi anni precipitare l’Iraq in una condizione di spaventosa indigenza Saddam Hussein è rimasto a Baghdad, ben saldo al comando, fedele custode degli accordi segreti con la Casa Bianca, delle clausole segretissime che regolavano le forniture d’armi.

Mentre gli Usa rimangono alle prese con il problema degli ispettori dell’Unscom, indecisi se augurarsi che il nuovo team dei “cacciatori d’armi” messo in piedi in tutta fretta durante gli incontri Vienna delle scorse settimane trovi effettivamente i laboratori per la preparazione degli aggressivi chimici e batteriologici targati “Usa, 1983/1988” e dover così rendere pubblici tutti gli accordi “sporchi” intercorsi con l’ex alleato numero uno. O che tutto si risolva in un altro viaggio a vuoto degli ispettori e poter così cogliere al volo l’opportunità di tornare in Iraq  con le armi spianate (e stavolta ben strette tra le mani) per andarsi a riprendere ciò che è loro. Compreso il “Grande Satana”.


Miscellanea relativa al fatto che il fedele alleato USA, Saddam Hussein, ancora 8 giorni prima dell’invasione del Kuwait del 1990, informò della cosa l’ambasciatrice USA a Bagdad, April Glaspie, che non ebbe nulla da obiettare riconoscendo il diritto di Saddam di rispondere ad atti di aggressione economica da parte del Kuwait

In un articolo del 22 di Settembre 1990 del New York Times l’ambasciatrice americana April Glaspie disse le cose seguenti: ” Non esprimiamo alcuna opinione su conflitti tra stati Arabi, come in questa vostra disputa sulla linea di confine con il Kuwait. Capiamo che dal punto di vista Iracheno le misure prese dagli Emirati Arabi Uniti, e dal Kuwait sono, in ultima analisi, paragonabili ad una aggressione militare contro l’Iraq.”

Secondo la versione ufficiale bin Laden ruppe i rapporti con i governi Arabo ed Americano a causa della Guerra nel Golfo.
Ciò può suonare plausibile ad orecchie Occidentali. Dopo tutto l’Iraq è un paese Arabo e lo stesso bin Laden è Arabo.
Ma Iraq ed Arabia Saudita sono molto diversi. L’Arabia Saudita era, ed è, un paese sotto la tirannia della setta Wahhabi, fanatica e fondamentalista, la quale è sostenuta sia dalla “famiglia reale” Saudita, sia dalla ricca famiglia bin Laden. L’Iraq, al contrario, era un centro importante per la cultura Araba secolare.
Bin Laden passò gli anni ’80 combattendo un governo secolare (sorretto da truppe Sovietiche) in Afghanistan. In seguito tornò in Arabia Saudita, dove:
“In seguito all’invasione Irachena del Kuwait fece pressione sulla famiglia reale Saudita per organizzare un corpo di difesa civile all’interno del regno e per creare una forza di reazione tra i veterani della guerra Afgana con lo scopo di combattere l’Iraq”. (dal “Pittsburgh Post-Gazette”, Domenica 23 Settembre 2001, Edizione “Two Star”, pagina A-12, “Come la Guerra Santa contro i Sovietici si ritorse contro l’America”, di Ahmed Rashid)
Ma per quale ragione Osama voleva “creare una forza di reazione … con lo scopo di combattere l’Iraq”?
Nessuno può affermare con serietà che gli Iracheni avessero intenzione di attaccare l’Arabia Saudita. Il vero problema tra Iraq e Kuwait era il petrolio, ed in parte anche le conseguenze di una divisione geografia ereditata da tempi coloniali. Se controllate la carta della regione vedrete che il Kuwait sembra una piccola ma strategica propaggine ritagliata dall’Iraq. (Per la cartina, http://home.achilles.net/~sal/icons/iraq.gif )
Il conflitto tra Kuwait ed Iraq era in realtà un conflitto locale. Tutto sta ad indicare che Saddam Hussein credesse che a) l’Iraq fosse in realtà sottoposto ad un attacco ad opera dal Kuwait, e la conseguente invasione sarebbe stata una sorta di contrattacco e che b) gli USA non sarebbero intervenuti.
Il 22 di Settembre 1990, il “New York Times” ha pubblicato quello che sembra essere una minuziosa trascrizione di una conversazione tra Saddam Hussein e l’Ambasciatrice Americana April Glaspie. Questa conversazione avvenne il 25 di Luglio, otto giorni prima l’inizio dei combattimenti. Pubblicheremo la conversazione tra Hussein e Glaspie non appena possibile. Si tratta di materiale estremamente interessante. Nel corso di tale conversazione l’Ambasciatrice afferma che l’amministrazione Bush comprende il punto di vista Iracheno e non desidera immischiarsi in questa diatriba puramente Araba. Ad esempio l’Ambasciatrice Glaspie afferma:
” …non esprimiamo alcuna opinione su conflitti tra stati Arabi, come in questa vostra disputa sulla linea di confine con il Kuwait … capiamo che dal punto di vista Iracheno le misure prese dagli Emirati Arabi Uniti, e dal Kuwait sono, in ultima analisi, paragonabili ad una aggressione militare contro l’Iraq.” (New York Times, 22 Settembre 1990)
È chiaro che Saddam Hussein volesse essere sicuro della neutralità Americana prima di intraprendere alcuna azione contro il Kuwait. Inoltre l’Arabia Saudita è, nel mondo Arabo, alleato chiave di Washington ed in questo paese si trovano enormi basi militari Americane, della cui esistenza, naturalmente, la classe dirigente Irachena era al corrente. Per queste due semplici ragioni l’idea che l’Iraq abbia mai pensato di attaccare l’Arabia Saudita appare assolutamente inconcepibile.
Quale ragione avrebbe quindi spinto bin Laden a chiedere alla “famiglia reale Saudita di organizzare un corpo di difesa civile all’interno del regno”? O di “creare una forza di reazione tra i veterani della guerra Afgana con lo scopo di combattere l’Iraq”. Non vi era alcuna apparente necessità di difendere il regno Saudita.
Per quale ragione dunque bin Laden prese una posizione così provocatoria?
Le spiegazioni più logiche sono a) che intendesse annientare l’Iraq poiché si trattava di uno stato Musulmano secolare o b) che stesse lavorando con la CIA e stesse tentando di fare aumentare lo stato di tensione tra l’Iraq e l’Arabia Saudita, o magari addirittura di provocare l’Iraq in un attacco preventivo contro l’Arabia Saudita per dare quindi una scusa agli USA per attaccare l’Iraq.
Qualsiasi fosse la ragione era chiaro che bin Laden non fosse offeso dall’idea di dover combattere contro l’Iraq. Per quale ragione dunque, ascoltando la versione ufficiale, la Guerra del Golfo lo offese così tanto?
La risposta ufficiale è che tale conflitto implicò la nascita di un’alleanza Arabo-Americana che bin Laden percepì come una dissacrazione dell’Arabia Saudita.
Questo è un po’ troppo da digerire. Bin Laden aveva lavorato in stretta collaborazione con l’esercito Americano – la CIA per essere precisi – come rappresentante della “famiglia reale” Saudita in Afghanistan durante il decennio in cui la CIA allevava amorevolmente forze Islamiste destinate a combattere il governo Afgano e le truppe Sovietiche.
Non stiamo parlando di un idealista, di un sant’uomo. Lui e la sua famiglia costruirono una fortuna sulla carneficina compiuta in Afghanistan. (Vedasi più avanti)
Per quale ragione bin Laden sarebbe improvvisamente impazzito di rabbia quando il governo Saudita stava facendo le cose che lui stesso aveva fatto come rappresentante del medesimo governo?
La ragione (ancora secondo la storia ufficiale) sarebbe l’ingresso di decine di migliaia di soldati Americani in basi Saudite al seguito di tale conflitto: questa massiccia invasione d’infedeli avrebbe dissacrato il sacro suolo Saudita.
Inorridito, bin Laden ruppe ogni contatto con la “famiglia reale” Saudita e gli USA.

Padre Jean-Marie Benjamin inizia il suo lungo viaggio nel 1997, quando attraversa la terra di Abramo con l’intento di girare un documentario dal titolo “Iraq: genesi del tempo”. Da questo momento la sua vita, la sua lotta, la sua battaglia si legherà in modo indissolubile con la tenacità del Popolo iracheno, la stessa tenacità che porterà padre Benjamin a lottare con tutte le sue forze contro il “delirio di onnipotenza” di Bush senior, il serpente.
Iraq, trincea d’Eurasia ripercorre le vicende e la situazione politico-sociale creatasi con l’embargo criminale, nonché i retroscena della guerra di diffamazione perpetrata ai danni della Repubblica dell’Iraq. Il testo ha, altresi’, il merito di spiegare ai Lettori in maniera ‘chiara’ il ruolo esercitato dal petrolio nello scenario politico internazionale, nelle guerre e, in particolare nelle vicende mediorientali.

A questo proposito, le considerazioni di Padre Benjamin, in merito all’interesse occidentale nei riguardi dell’Iraq, sono molto lucide e importanti e meritano di essere riportate: “La storia dell’interesse occidentale verso quell’area inizia intorno al 1909, in Iran. La Gran Bretagna, ed in misura minore la Francia, si accaparrano il petrolio iracheno all’indomani della Prima guerra mondiale, appropriandosi direttamente ed interamente di alcune aree geografiche che erano state dell’Impero ottomano. In seguito gli Stati Uniti riuscirono quasi a monopolizzare tutto il petrolio della regione. Ci sono tuttavia delle date importanti da ricordare, a testimonianza dell’orgoglio nazionale sia degli iraniani che degli iracheni: il 1950, quando Mossadeq tenta la nazionalizzazione [e per questo viene rovesciato della CIA], in Iran, della Anglo-Iranian Oil Compact, e il 1969 con l’inizio del programma di nazionalizzazione attuato dal governo di Baghdad, guidato dal Partito Socialista della Rinascita (Ba’ath). Nel 1975, [a quattro anni di distanza dalla ‘leggendaria’ Rivoluzione di luglio e tre anni dopo il Trattato di amicizia con l’URSS], l’Iraq riuscirà nel suo intento: riportare al popolo iracheno tutta la ricchezza petrolifera del sottosuolo. In quello stesso periodo il governo iracheno tentava di coinvolgere anche gli altri Paesi arabi in una politica di nazionalizzazione delle fonti petrolifere nel quadro del nazionalismo pan-arabo. L’Iraq, in pochi anni, grazie ai proventi del petrolio, riusci’ a crescere tecnologicamente e industrialmente, tanto da diventare una delle più avanzate dell’intera area, sia dal punto di vista sociale che tecnologico ed economico. (…) Tutto questo è stato reso possibile proprio dal “regime” di [Sua Eccellenza] Saddam Hussein, da ’79 al ’90, cioè fino all’entrata [la ri-annessione] nel Kuwait.”
Un altro punto centrale che padre Benjamin ha il merito di analizzare e focalizzare nella ‘giusta’ dimensione è quello concernente la questione del Kuwait: “Il Kuwait era iracheno, era la diciannovesima provincia, della al-Kadhima. Nel 1963, l’Iraq ha riconosciuto, tuttavia, la sovranità e l’indipendenza del Kuwait”. Dunque, continua Padre Benjamin, “la questione dell’invasione [ri-annessione] non è ovviamente da mettere in relazione ad una questione di frontiere tra Nazioni sovrane, perché in questo caso ci troviamo in presenza di false “frontiere”, che, in quando imposte dalle potenze coloniali, obbediscono agli interessi geopolitici e geoeconomici non dei popoli che vi risiedono, bensi’ dei governi coloniali, distanti migliaia di chilometri. L’indipendenza del Kuwait, proclamata nel 1961, rappresenta in effetti una vera e propria amputazioni del territorio iracheno e la privazioni del suo naturale sbocco al mare”.

“[La cosiddetta] invasione [annessione] del ’90 […] è il risultato di una trappola in cui [il Presidente] Saddam Hussein è caduto. La motivazione della cosiddetta invasione [annessione] è dovuta al petrolio del campo di Rumaylah. Secondo gli iracheni, la monarchia kuwaitiana si era resa colpevole della sottrazione di petrolio iracheno. Il Kuwait, come poi è risultato, aveva infatti installato un impianto petrolifero che estraeva petrolio dal giacimento iracheno di Rumaylah. Cio’ è stato denunciato formalmente, in una lettera [disponibile presso l’archivio dell’Associazione Italia-Iraq] al segretario generale e a quello della Lega Araba, dall’allora Ministro degli Esteri iracheno, Tareq ‘Aziz. La lettera, del 15 luglio 1990, denunciava, oltre al furto di petrolio durato per dieci anni (dal 1980 al 1990, il Kuwait avrebbe ricavato oltre 2 milioni di dollari), un piano di corrosione del territorio iracheno messo in atto dal Kuwait, mediante infrastrutture petrolifere e attività di sfruttamento agricolo, nonché – con la complicità degli Emirati Arabi Uniti – la sovrapproduzione di petrolio, in dispregio delle quote fissate dall’Opec. L’eccedenza di petrolio aveva creato seri problemi al mercato internazionale, facendo crollare drasticamente il prezzo dell’oro nero. L’Iraq aveva vissuto tutto cio’ come un vero e proprio complotto ai propri danni: in particolare l’operazione kuwaitiana in quanto antieconomica per lo stesso Kuwait era particolarmente sospetta e sembrava eterodiretta, o comunque sembrava far parte di un piano prestabilito. (…) Nel frattempo il governo iracheno mobilitava le forze armate alle frontiere con il Kuwait e convocava l’ambasciatore americano, signora Glaspie [anche il testo del colloquio, avvenuto a Baghdad il 25 aprile 1990, fra il Presidente Saddam Hussein e April Glaspie è disponibile presso il nostro archivio]. L’incontro con la signora Glaspie, nonché le dichiarazioni del Segretario di Stato Aggiunto americano per il Vicino Oriente, John Kelly, sembravano incoraggiare [il Presidente] Saddam Hussein nelle rivendicazioni verso il Kuwait, e comunque facevano intendere che gli Usa sarebbero rimasti neutrali tra i due contendenti. Bush senior pero’ già preparava le sue truppe”.


L’Iraq non ha attaccato alcun paese da più di dodici anni. E appena otto giorni prima dell’invasione del Kuwait il 2 agosto 1990, l’inviata USA a Baghdad mostrò ciò che apparve un nulla osta all’invasione, quando si incontrò con Saddam Hussein. Una trascrizione irachena dell’incontro cita l’ambasciatrice April Glaspie: “Non abbiamo opinioni riguardo i vostri conflitti inter-arabi come il vostro conflitto con il Kuwait. Il segretario (di stato) Baker mi ha dato direttiva di evidenziare che il Kuwait non è socio dell’America”

Preparativi per la guerra in Iraq
di Antonio Moscato



Molti candidati ai Premi Oscar per la menzogna

I candidati più quotati al premio Oscar per la bugia sono ovviamente il presidente George W. Bush e i suoi più stretti collaboratori. In questi giorni, mentre intensificavano i bombardamenti sul territorio dell’Iraq, alla faccia di tutte le convenzioni internazionali, hanno ripetuto di “avere le prove” dei legami di Saddam Hussein e Bin Laden, e inoltre di avere la certezza che entro sei mesi l’Iraq sarebbe in grado di avere armi atomiche.
Le prove, naturalmente, “non possono essere rese pubbliche per ragioni di sicurezza”. Ma i governi alleati o clienti, a cui ovviamente potevano essere benissimo fornite, sostengono che non ci sono. Anche quasi tutti i consiglieri del padre di Bush hanno espresso forti dubbi (e certo, se hanno affiancato quello che era il presidente degli Stati Uniti al momento delle guerra del Golfo del 1991, non dovrebbero essere stati oggi tenuti all’oscuro per “motivi di sicurezza”).
Le “prove” sui tentativi iracheni di dotarsi di armi atomiche sono assolutamente risibili: i satelliti spia avrebbero rilevato attività edilizie in zone dove in precedenza c’erano impianti militari smantellati. Anche il superfalco Cheney sostiene che Saddam “cerca attivamente e aggressivamente armi atomiche”. Cerca: ma dove? Al supermercato?
Tutti gli esperti sanno bene che il reattore nucleare (sperimentale) di Tamuz, distrutto con un azione di pirateria aerea israeliana nell’aprile 1981, era stato allestito da tecnici francesi, e aveva bisogno di una costante assistenza esterna. Anche se Saddam Hussein volesse veramente predisporre le strutture edilizie per accoglierne uno nuovo, la messa in opera di un simile impianto dipenderebbe da fornitori occidentali da cui sarebbe semplice ottenere informazioni. Ammesso che qualche impresa statale francese o russa o tedesca avesse stabilito accordi per fornire impianti di questo genere (cosa inverosimile in questo contesto) intervenire per bloccare tutto sarebbe facilissimo, senza infliggere nuove sofferenze allo sventurato popolo iracheno. E poi, ammesso che riesca a trasformare un reattore sperimentale in un impianto capace di produrre un’atomica, come la invierebbe? Per posta prioritaria?
Nel 1990-1991, molti imbecilli ripetevano che Saddam era il nuovo Hitler e l’Iraq la nuova Germania con il quarto esercito mondiale. Era una balla grottesca, data l’arretratezza di partenza del paese, interamente dipendente dalle forniture militari di paesi più sviluppati, tra cui gli stessi Stati Uniti, la Germania e anche l’Italia.
Pierre Salinger ha documentato che alla vigilia della Guerra del Golfo 207 ditte avevano fornito a Saddam “materiale bellico non convenzionale”: di queste 86 erano tedesche, 18 statunitensi, altrettate britanniche, 16 francesi. 12 italiane. Tra queste ultime spiccava la SNIA Tecnint (FIAT) che aveva fornito un “laboratorio di armi chimiche per SAAD16, la SAIA BPD che ha offerto carburante per razzi, la Technipetrole tecnologia per gas nervino, la HP Usa calcolatori per missili e il “Center for Disease Control”, sempre statunitense, “il virus della febbre del Nilo”.
Ovviamente ciò si spiega col fatto che fino a pochi giorni prima di diventare “il nuovo Hitler” Saddam era un amico degli occidentali e soprattutto un buon cliente. E questo spiega come sia stato facile smantellare quegli impianti, che erano stati allestiti proprio da ditte dei paesi che hanno invaso l’Iraq nel 1991!
Al momento dell’occupazione del Kuweit sarebbe stato facilissimo intervenire su Saddam sospendendo forniture e assistenza. Per giunta, l’Iraq era dipendente dagli Stati Uniti anche sul piano alimentare (era il primo degli acquirenti di riso dagli Stati Uniti, e l’ottavo per il grano), sicché i mezzi per una pressione non mancavano. Ma quello che serviva non era “fermare Saddam Hussein”, bensì dare una dimostrazione al mondo di cosa poteva aspettarsi chi veniva prescelto come bersaglio dall’imperialismo.

Le vere colpe di Saddam e quelle attribuitegli dagli ex complici
L’unico dei collaboratori dell’ex presidente Bush e di Reagan che oggi si è schierato con gli interventisti, Caspar Weinberger, in un’intervista apparsa sul “Corriere della Sera” del 7 settembre 2002, alla domanda: “Esistono prove sufficienti dei legami tra Iraq, Osama e Al Quaeda?”, ha risposto testualmente: “Certo. Basti pensare al tipo di uomo che è Saddam, al brutale attacco che perpetrò contro il vicino Kuweit, all’uso del gas per sopprimere la sua stessa popolazione, a tutte le promesse che aveva fatto all’ONU per le ispezioni e che non ha mai mantenuto. Siamo in possesso di tutte le prove che ci occorrono.”
Incredibile: nessuna di queste “prove” ha qualcosa a che fare con gli ipotetici legami di Saddam col presunto centro del terrorismo mondiale (e che questo sia rappresentato da Bin Laden, è stato messo fortemente in dubbio da persone che se ne intendono, come i presidenti di due paesi alleati degli Stati Uniti, Egitto e Pakistan!).
Partiamo a ritroso dall’ultimo argomento per smontarli a uno a uno: Saddam Hussein in realtà ha accettato per anni gli osservatori delle Nazioni Unite, fino a quando furono sostituiti da noti agenti della CIA. Lo hanno confermato con le loro dimissioni i principali rappresentanti dell’ONU a Baghdad come lo svedese Rolf Ekeus, l’assistente di Kofi Annan Denis Halliday, il suo successore Hans von Sponeck, e lo stesso Scott Ritter, capo degli ispettori per il disarmo, che dimettendosi ha ammesso che una parte dei suoi uomini lavoravano apertamente ed esclusivamente per i servizi segreti statunitensi, in aperto spregio di quanto prescritto dai regolamenti dell’ONU.
L ultimo capo degli ispettori, Richard Butler, è stato denunciato dal suo stesso predecessore: quando lasciò Baghdad nel dicembre 1998, presentò il suo rapporto non all’ONU, come avrebbe dovuto fare, ma direttamente agli Stati Uniti, per consentire l’inizio di una nuova serie di bombardamenti prima che Kofi Annan potesse recarsi nel paese.
Quanto alla “prova” rappresentata per Weinberger dal “tipo di uomo che è Saddam”, varrebbe anche per decine di fedeli alleati di Washington nel Medio Oriente, in Africa, in America Latina, di cui molti hanno al loro attivo aggressioni a paesi vicini, e tutti sono esperti in uso di gas e altre armi letali contro la loro stessa popolazione.
Parlare dell’aggressione al Kuweit è poi incredibile da parte di un esponente degli Stati Uniti: Saddam fornì infatti la prova (un video) dell’incontro in cui all’inizio dell’agosto 1990 l’ambasciatrice degli Stati Uniti, April Glaspie, gli assicurava che il suo paese non era interessato alle rivendicazioni irachene sul Kuweit (che era in origine un pezzo della provincia irachena di Bassora trasformato dalla Gran Bretagna in uno staterello vassallo ed era stato rivendicato più volte anche dai governi iracheni precedenti al regime di Saddam).
E come poteva dubitare di quelle rassicurazioni Saddam, che dagli Stati Uniti e dai suoi fantocci nel Golfo (Arabia Saudita, Emirati, e lo stesso Kuweit) era stato incoraggiato, finanziato e armato contro l’Iran degli ayatollah, di cui nel 1980 si temeva la capacità di proselitismo?

Saddam e Bin Laden
Indicare come “complice di Saddam” il fantomatico Bin Laden (sempre che esista ancora) è due volte grottesco, sia perché costui è stato a lungo alleato degli Stati Uniti contro l’URSS e socio in affari della famiglia Bush, sia perché il suo integralismo non ha nessun punto di contatto col laicismo del Baath iracheno.
Gli stessi argomenti di Weinberger sono stati usati (sul “Corriere della sera” dell’8/9/2002) dalla Consigliera per la Sicurezza nazionale Condoleezza Rice, che allude ancor più spudoratamente non solo all’invasione del Kuweit, ma anche alla guerra con l’Iran (Saddam “ha attaccato due volte i suoi vicini”). Per giunta, secondo la Rice, Saddam avrebbe “pagato 25.000 dollari ai kamikaze palestinesi” (chi glielo ha detto? Qualche cinico giornalista convinto che solo per denaro qualcuno può dare la vita per una causa? O l’inventore delle “prove” basate sul video con l’esecuzione di un cagnolino in un laboratorio di chissà quale parte del mondo?). Saddam poi secondo la Rice avrebbe “cercato di assassinare un ex Presidente degli Stati Uniti”. Quale? E che “prove” ci sarebbero? Mentre lei stessa, come Bush o Weinberger, parla apertamente di uccidere Saddam!
E quanti attentati contro Castro sono stati ammessi dalla stessa stampa statunitense?
La Rice dice tranquillamente poi che “l’assenza di risoluzioni dell’ONU non è il cuore del problema. Su questo punto ci si permetta di essere realistici”. Ed aggiunge che, visto che Saddam avrebbe ignorato moltissime risoluzioni dell’ONU (ma abbiamo visto che ciò è falso!), “vedremo se è il caso di tornare all’ONU”!
Un altro candidato al Premio Oscar per la menzogna e l’ipocrisia, è Tony Blair, che ha il coraggio di chiamare “ispezioni coercitive” un piano che prevede “l’invio di 20-50 mila soldati alleati ai confini iracheni con l’incarico di aprire la strada e di proteggere gli ispettori internazionali”! E intanto, nonostante l’opposizione di molti ministri, ha già inviato i suoi bombardieri a fianco di quelli USA a scaricare armi micidiali sul territorio iracheno (ma il Pentagono precisa che “i suoi top guns erano stati aggrediti e si sono difesi”). Gli Stati Uniti infatti sostengono che quando i loro piloti “hanno la sensazione” di essere inquadrati dai radar, devono reagire alla inequivocabile “aggressione irachena”.

Il più ipocrita di tutti: Shimon Peres
Ma forse il massimo “alloro” per l’ipocrisia va assegnato al “Premio Nobel per la pace” Shimon Peres. Al meeting di Cernobbio del 6 settembre Peres ha dichiarato testualmente che “le colpe di Saddam Hussein sono moltissime: la guerra con l’Iran, costata 7 milioni di morti e l’invasione del Kuwait, che provocò un altro conflitto con trecentomila morti”. Nel primo caso, in realtà, la stima massima ha parlato di due milioni di morti (che non sono pochi, ma vanno divisi comunque in parti eguali tra Iran e Iraq, come le responsabilità per la guerra, che se era stata iniziata da Saddam su istigazione occidentale, è stata protratta poi testardamente da Komeini anche dopo che aveva costretto le truppe irachene a ritirarsi dal territorio iraniano, nel tentativo di privare l’Iraq dello sbocco sul Golfo).
Nel secondo caso, Peres parla come se il 95% delle vittime (forse molto più di 300.000, e quasi tutti civili) non fossero state irachene, in conseguenza della enorme sproporzione tecnologica e anche numerica tra le forze occidentali e lo scalcagnato esercito iracheno, che era stato grottescamente presentato come quello della quarta potenza mondiale, in procinto di invadere l’Arabia Saudita (mentre la foto dei satelliti sovietici accertarono che l’invasione del Kuweit era stata compiuta da un contingente ridotto, circa 10.000 uomini, con cui sarebbe stato impensabile un attacco all’armatissimo regime saudita).
Quanto alle altre colpe di Saddam, si attagliano perfettamente anche al criminale Sharon, di cui Peres è completamente complice.
Il colmo dell’ipocrisia è stato manifestato da Peres in un’intervista rilasciata il giorno successivo al giornale cattolico “Avvenire”: dopo aver caldeggiato l’attacco all’Iraq, Peres si è affrettato a dichiarare che “quella irachena e quella israelo-palestinese sono due questioni separate, che è fondamentale tenere separate”. Paura di ritorsioni irachene? Difficile, dato che gli israeliani sanno bene, come sapevano benissimo nel 1991, quanto la tanto paventata “potenza militare” dell’Iraq sia un bluff (altra cosa, ma riguarda gli eserciti di terra, che un’invasione possa trovare una resistenza ben diversa da quella dello sventurato Afghanistan, prostrato da oltre un ventennio di guerre combattute sulla sua terra). E comunque, se ci fossero problemi, Sharon ha già dichiarato di essere pronto a intervenire con ogni mezzo, compresa qualcuna delle 200 atomiche che Israele ha costruito fin dagli anni Settanta in collaborazione col Sudafrica allora razzista.
A tutti quelli che ripetono in buona fede le bugie di Bush e soci su Saddam che avrebbe rifiutato gli osservatori dell’ONU (mentre ha rifiutato solo quelli della CIA), chiediamo perché non si ricordano mai di Israele, che ha sempre rifiutato ogni ispezione internazionale sui suoi arsenali atomici, e perfino su “normali” crimini di guerra come il massacro di Jenin? Sicché i mancati “osservatori” si sono limitati, a distanza, a ripetere i dati forniti dall’esercito sionista, che negavano semplicemente il fatto.
Ultimo episodio, l’uccisione di altri bambini e donne sicuramente estranei al “terrorismo”, su cui, dopo che era stata sollevata da autorevoli commentatori israeliani qualche perplessità, si è fatto il “bel gesto” di annunciare un’inchiesta dell’esercito. Naturalmente l’inchiesta ha concluso… scagionando ogni militare israeliano (erano stati imprevedibili “effetti collaterali).
Ancora una volta Israele segue l’esempio degli Stati Uniti, che si sono autoassolti per il bombardamento di una festa di nozze in Afghanistan, come per tanti altri massacri di civili che non avevano neppure l’idea di cosa fosse un grattacielo.
Veramente un record di ipocrisia. Purtroppo Peres continua a godere di tanta benevolenza nella sinistra italiana, che perfino su “Liberazione” la dichiarazione all’Avvenire che abbiamo citato è stata scambiata per una dissociazione dalla posizione di Bush, mentre invece si tratta di un atteggiamento classico in Peres: fanno bene gli Stati Uniti ad affrontare il “pericolo Saddam”, ma la questione palestinese ce la vediamo da soli. Il tutto condito da una dichiarazione di buoni sentimenti: “se il primo problema per noi, ora, è quello della sicurezza, è anche perché desideriamo tornare a una situazione di libertà: il conflitto è anche per noi una prigione, dalla quale desideriamo uscire con tutto il cuore”. Anche questa frase è stata segnalata positivamente su “Liberazione dal commentatore che firma “lo spettatore”, che a quanto pare non ne ha colto il senso, che è questo: vogliamo tornare alla “libertà” che avevamo prima della rinascita della resistenza palestinese con l’Intifada…

Allora assolviamo Saddam?
Lungi da noi l’intenzione di assolvere Saddam, che abbiamo condannato quando massacrava i curdi e aggrediva l’Iran col plauso di tutto l’occidente. Ma come dimenticare che le colpe di cui si è macchiato, oltre ad aver avuto come complici quelli che ora lo additano come incarnazione del male, non sono un’eccezione ma la regola in gran parte del mondo?
Basta pensare alla Turchia, a cui nessuno ha fatto pagare l’occupazione di un terzo di Cipro e il massacro – che continua – non solo dei curdi, ma anche di moltissimi turchi democratici? E per quanti anni l’Indonesia è stata libera di massacrare il popolo di Timor Est, prima che la crisi del regime militare istallato nel 1965 con uno spaventoso bagno di sangue spingesse l’ONU a intervenire tardivamente? E non occupa ancora la parte occidentale della Papuasia-Nuova Guinea, annessa col nome di Irian?
E il Marocco non è stato lasciato libero di occupare la Repubblica Saharawi? E che dire dei governanti di Cile, Guatemala, Bolivia, Argentina, Brasile, Salvador, Colombia, Messico, ecc., che hanno massacrato i loro popoli con armi e consigli degli Stati Uniti? Non parliamo dei crimini compiuti prima dai regimi coloniali in Africa, e poi portati avanti – dopo l’indipendenza formale – da governanti infami sotto la guida di paesi imperialisti. Basta ricordare il ruolo della Francia nei massacri nel Ruanda e Burundi.
E poiché non siamo né siamo mai stati “campisti”, come si definivano quelli che vedevano solo le colpe dei paesi imperialisti (o almeno di quelli che in quel momento non erano alleati dell’URSS o della Cina), nell’elenco dei crimini impuniti mettiamo anche l’oppressione del popolo ceceno iniziata dagli zar, proseguita dall’URSS staliniana e perpetuata oggi da Putin in nome della “lotta al terrorismo islamico”, come la Cina usa lo stesso pretesto per continuare a opprimere le minoranze nel Tibet e nel Xinjang, e l’India per combattere il separatismo nel Kashmir.
Naturalmente se la Russia o la Cina, dopo aver tratto il massimo vantaggio dall’adesione alla “crociata contro l’integralismo”, riterranno troppo pericolosa la politica di Bush e si dissoceranno da essa facendo davvero uso (per la prima volta dopo decenni) del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza, invece di assentarsi o astenersi, (o magari, anche se è più improbabile ancora, se lo farà la Francia), saluteremo positivamente questo gesto, senza per questo dimenticare i diritti delle minoranze oppresse da quei governi, e senza illudersi che con quel gesto quei paesi diventino baluardi delle lotte di liberazione…

Consigli di lettura
Ho accennato finora a molte delle situazioni tragiche nel mondo. Tra l’altro ho dedicato articoli e libri alla questione palestinese (su cui ricordo il recentissimo “Israele sull’orlo dell’abisso” di A. Moscato e Cinzia Nachira, ediz. Sapere 2000, Roma 2002). Ma oggi la priorità assoluta è fermare i preparativi di aggressione all’Iraq, e per questo raccomando a tutti i compagni la lettura di un ben documentato libro di padre Jean-Marie Benjamin, “Obiettivo Iraq. Nel mirino di Washington”, Editori Riuniti, Roma, 2002, molto utile per smantellare la campagna di intossicazione dei mass media. Sulla guerra precedente, e in particolare sulle “bugie di guerra” che la prepararono e giustificarono, può ancora servire un libro scritto a caldo, ma che mantiene una certa attualità: Antonio Moscato “Israele, Palestina e la guerra del golfo”, Sapere 2000, Roma, 1991.


SEMINANDO TEMPESTA:
Israele, America e la guerra imminente



Roni Ben Efrat
(da “Challenge A magazine covering the israeli-palestinian conflict)



Il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha trovato in Israele un robusto supporto per la sua imminente guerra contro l’Iraq. La destra e la sinistra lo esaltano entrambe. La stampa gli fa da cassa di risonanza. Le colombe sulla questione Palestinese sono diventate falchi a proposito dell’Iraq. L’opinione pubblica israeliana e’ per il 40% favorevole all’uso del nucleare qualora l’Iraq utilizzasse armi chimiche o biologiche contro Israele, anche se questo fatto non rappresenterebbe in se’ e per se’ una vera e propria minaccia all’esistenza dello Stato d’Israele medesimo. Ma 
gli israeliani si mettono ordinatamente in fila per ricevere ognuno la propria maschera antigas. I benefici di questa imminente guerra appaiono loro cosi’ evidenti, che l’argomento non e’ stato oggetto di alcuna discussione, ne’ alla Knesset, ne’ in seno al governo. All’arrivo della guerra il paese che subira’ la collera dell’Iraq sara’ Israele. Eppure, il sostegno degli israeliani alla guerra di Bush e’ ancora piu’ forte di quello degli stessi americani. Questo fatto e’ ancora piu’ evidente quando ci accorgiamo che nel resto del mondo, Stati Uniti compresi, l’argomento accende dibattiti roventi. Il Cancelliere tedesco Gerhard Schroeder ha ottenuto la ri-elezione in Germania per la sua forte presa di posizione contro la guerra all’Iraq. Al momento della stesura di questo articolo, Francia e Russia minacciano di porre il proprio veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti della risoluzione statunitense che vorrebbe l’autorizzazione per un intervento militare immediato nel caso l’Iraq si opponga all’invio degli ispettori.
Meta’ della popolazione americana e’ favorevole alla guerra, ma si e’ verificato un calo del 17% di questo consenso, rispetto al giugno scorso. 
Il 26 ottobre circa 150000 americani hanno manifestato contro la guerra: a Londra il 28 settembre erano in 350000 a protestare. (Secondo il Guardian solo un terzo della popolazione britannica e’ favorevole alla guerra). In Italia un milione e mezzo di persone hanno manifestato contro la posizione favorevole alla guerra (e la politica economica) del governo Berlusconi.
E l’opposizione israeliana? Non si sente. Yossi Sarid, il suo leader parlamentare, ha tenuto un discorso lo scorso 14 Ottobre, per l’apertura della sessione invernale della Knesset, nel quale e’ riuscito a non dire una parola sia sull’Iraq sia sulla questione palestinese. Si e’ limitato a parlare della poverta’ in Israele. Ha raccontato di un bambino che 
ricevendo il pranzo a scuola e’ stato sorpreso dalla sua insegnante a nascondere un pezzo di pollo in tasca: lo avrebbe conservato per la madre. Si tratta certamente di una storia emblematica, ma Sarid ha omesso il contesto: il disastroso crollo sociale di Israele e’ per gran parte dovuto al deterioramento della complessa situazione politica sia nei confronti dei Palestinesi sia dei paesi arabi piu’ in generale.La guerra contro l’Iraq non potra’ che complicare ulteriormente la situazione.

La Junta messianica

Israele e’ pro-America per tradizione. Non c’e’ nulla di nuovo in questo. Ma Israele dovrebbe chiedersi se l’amministrazione Bush gli riserva la stessa fedelta’ accordatagli dai suoi predecessori. La risposta e’ un chiaro no!  Il mondo si trova oggi di fronte ad un fenomeno “nuovo, ma vecchio”, le cui implicazioni si estendono ben oltre il conflitto Stati Uniti- Iraq. In seguito a dubbie elezioni la Casa Bianca e’ finita in mano a una giunta di destra sostenuta da 70 milioni di fondamentalisti cristiani che considerano il proprio destino legato a Sion.

Questo concetto messianico trova la sua corrispondenza laica nell’interpretazione data alla storia dai diretti collaboratori di Bush: il Vice Presidente Dick Cheney, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, il Consigliere per la Sicurezza di Stato Condoleeza Rice e i loro “dipendenti” Paul Wolfowitz e Richard Perle.  Nella visione di questi soggetti, nell’era di Reagan l’amministrazione repubblicana sconfisse “l’impero del male” lasciando gli Stati Uniti unica superpotenza mondiale.  Bush senior approfitto’ di questa situazione ereditata dal suo predecessore e monto’ 
un’offensiva mondiale vincente contro l’Iraq. Poi ci fu la ritirata. Per questioni economiche di poca importanza, gli americani elessero Bill Clinton. Invece di condurre il paese verso il suo chiaro destino di potenza mondiale, Clinton ha ricercato i profitti della pace. Le difese del paese sono andate in malora. Ma alla fine, nonostante tutto, la squadra  Reagan-Bush e’ tornata in auge. Per guidare gli Stati Uniti verso l’egemonia globale.Quanto sopra si ritrova in un lungo documento intitolato “Rebuilding America’s Defence”. E’ stato pubblicato nel Settembre 2000, poco prima delle elezioni presidenziali, da un gruppo conservatore che si autodefinisce “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”. “In senso ampio”, dicono gli stessi autori, “intendiamo il progetto come la riproposizione del piano di difesa strategica preparato dal Dipartimento per la Difesa di Cheney nei giorni del declino dell’amministrazione Bush. La Guida alla 
Politica di Difesa (DPG), preparata all’inizio del 1992, forniva il progetto per il mantenimento della preminenza statunitense, finalizzata ad impedire l’insorgere di una forte potenza rivale e alla configurazione di un ordine internazionale in linea coi principi e gli interessi americani”. (www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf)
“Rebuilding America’s Defence” ha rappresentato la base di partenza per la politica estera e di difesa di George W. Bush. Il suo pezzo forte e’ l’espansione della potenza politica americana, in modo tale che gli Stati Uniti possano restare l’unica superpotenza mondiale inviolata. A questo scopo sostiene che l’America debba incrementare la spesa per la difesa, sviluppare la propria potenza nucleare e riprendere i test nucleari. Sostiene l’annullamento del Trattato per la messa al bando dei test nucleari, firmato da Clinton (idem pp. 7-8).La sua influenza era gia’ apparsa evidente durante il primo anno della nuova amministrazione Bush, quando furono bloccate le trattative internazionali sul controllo delle armi.
“Rebuilding America’s Defence” e’ stato redatto prima degli attacchi dell’11 Settembre 2001.Questi fatti hanno poi dato un ulteriore impulso alle iniziative americane per un controllo globale, cosi’ come indicato in un documento piu’ recente, “The National Security Strategy of the United States”, pubblicato dall’amministrazione Bush il 20 Settembre 2002. (http://usinfo.state.gov/topical/pol/terror/secstrat.htm). Il nuovo documento sulla Sicurezza Nazionale contiene cio’ che e’ ormai nota come Dottrina Bush: “Il pericolo maggiore che la nostra nazione ha di fronte si trova la’ dove si incrociano radicalismo e tecnologia”. L’America deve dimostrare la sua determinazione nell’azione. “La nostra attenzione deve rivolgersi immediatamente verso quelle organizzazioni terroristiche di portata mondiale e verso quei terroristi o stati che li fiancheggiano nel tentativo di conquistare o usare armi di distruzione di massa…Mentre gli 
Stati Uniti continueranno a lottare per ottenere il supporto della comunita’ internazionale, noi non esiteremo ad agire da soli, se necessario, esercitando il nostro diritto di auto-difesa…” E ancora “Per secoli, la legislazione internazionale ha riconosciuto ai singoli stati il diritto a non dover subire un attacco prima di potersi legittimamente difendere da quelle forze che rappresentavano una seria minaccia incombente….Dobbiamo adattare il concetto di minaccia incombente alle potenzialita’ ed agli obiettivi dei nostri nemici odierni”.La conseguenza e’ chiara: gli americani non si considereranno al sicuro finche’ lo zio Sam non diventera’ il Grande Fratello.Sulla New York Review of Books del 26 Settembre Frances Fitzgerald sottolineava  che Bush padre sapeva il fatto suo in tema di politica estera. In seno  ai piu’ importanti consiglieri di Bush padre, il segretario alla difesa Cheney era un falco appartenente ad una minoranza. 
Oggi, alla Casa Bianca, George W. Bush dipende completamente dai suoi consiglieri. Oggi, il Vice Presidente Cheney collabora fianco a fianco col suo mentore e vecchio amico, Donald Rumsfeld,  persona con idee nettamente di destra, che ha scelto a sua volta di essere affiancato da Paul Wolfowitz, co-autore del DPG, e suo vice. Nella ex posizione di 
quest’ultimo al pentagono, Rumsfeld ha nominato Douglas Feith, un favorito di Richard Perle, vecchio falco dell’amministrazione Reagan. (Oggi Perle e’ Consigliere al Pentagono). E cosi’, la minoranza guerrafondaia dai tempi 
del vecchio Bush padre rappresenta oggi il principale gruppo di consiglieri che circondano quell’ignorante di suo figlio.

[……]

Esiste una “Israeli connection”. Nel 1996, sempre secondo F. Fitzgerald, Perle e Feith prepararono un documento che consigliava a Benjamin Netanyahu, allora primo ministro di Israele, di dare un taglio netto al processo di pace di Oslo, e di riprendere direttamente il controllo su West Bank e Gaza. Di fronte al rifiuto di Netanyahu di fronte a tale consiglio, Feith scrisse in un suo pezzo: ” Il prezzo da pagare in sangue sara’ alto, ma sara’ una necessaria forma di disintossicazione, l’unico modo per uscire dalla trappola di Oslo” (citato da Fitzgerald, op. cit.). Un tale consiglio, da parte di Feith e Perle, dovrebbe attirare l’attenzione dei sostenitori degli accordi di Oslo, in seno alla sinistra 
israeliana, quando sostengono la guerra contro l’Iraq credendo con convinzione che dopo tale vittoria, con l’imposizione di un nuovo ordine in Medio Oriente, Bush  imporra’ il ritiro di Israele dai Territori Occupati. 
Tuttavia i fatti sembrano indicare che “lo stesso consigliere che oggi indica la via di Baghdad difende strenuamente la conquista definitiva di West Bank e Gaza da parte di Israele”

[……]

Rebuilding America’s Defence risolve definitivamente il mistero del perche’ Bush figlio sia cosi’ accanito contro l’Iraq: “Di fatto, gli Stati Uniti hanno cercato per anni di giocare un ruolo di molto maggior peso nella sicurezza della regione del Golfo. Se da un lato il conflitto con l’Iraq ne fornisce una giustificazione nell’immediato, la necessita’ di una 
sostanziale presenza delle forze americane nell’area del Golfo travalica i problemi legati al regime di Saddam Hussein” (Op. cit. p.14). Ma le basi americane non si trovano nei paesi del Golfo, questo al fine di proteggere i vicini di Saddam Hussein. “Dal punto di vista degli Stati Uniti,  l’importanza di tali basi permarrebbe anche dopo un’eventuale 
uscita di scena di Saddam. Piu’ a lungo termine infatti, sarebbe  l’Iran a rappresentare una minaccia verso gli interessi degli Stati Uniti  nel Golfo. E anche se le relazioni Stati Uniti – Iran dovessero migliorare, il mantenimento di basi militari avanzate nella regione rappresenterebbe comunque un elemento essenziale nella strategia di sicurezza degli Stati Uniti, considerato il perdurare degli interessi americani nella regione”. (Rebuilding…, p. 17)
Non dobbiamo pertanto attenderci una connessione diretta fra cio’ che gli ispettori riveleranno sulle armi di Saddam e la decisione di Bush di optare per la guerra.
La franchezza di una tale documento e’ inusuale, ma cio’ che rivela e’ sconcertante: nella sua ricerca di dominio l’America e’ pronta ad andare avanti da sola, trascinandoci tutti verso il caos. Non meno allarmante e’ 
la reazione in Israele, dove la stragrande maggioranza ascolta con piacere ogni canto messianico sulla guerra tra il Bene e il Male.

I sostenitori


Il ruolo della stampa in Israele e’ di netto sostegno alle posizioni guerrafondaie, dato che non promuove dibattiti alternativi in proposito. Persino il liberale “Ha’aretz, che si vanta della sua reputazione di giornale per la “gente pensante”, titolava cosi’ l’editoriale delle scorso 11 Settembre 2002: “Affrontiamo l’asse del male”. Senza particolari prove da esibire, questo pezzo collega il disastro che ha colpito l’America con l’imminente guerra all’Iraq. “Cosi’ l’America, un anno dopo, prepara l’attacco all’Iraq in un contesto da guerra all’ultimo sangue (milhemet hurmah, espressione biblica qui applicata alla guerra al terrorismo – RBE). Perche’ la sfida, e la guerra, non sono limitate alle enclaves delle organizzazioni  terroristiche, per quanto ramificate e pericolose esse possano essere. L’ambizioso obiettivo che si e’ giustamente posto il Presidente Bush, e’ di annientare le medesime forze del male che hanno 
colpito le Twin Towers a New York, e che nelle lor multiformi versioni hanno dichiarato  guerra alla esistenza dell’intero mondo libero. Dopo aver ricordato Pearl Harbour, l’editoriale prosegue: “L’America ha capito [nel 
1941] che la guerra non era solo contro il Giappone, ma contro l’intero “asse del male” di quell’epoca. La lucidita’, la determinazione, il sacrificio e la capacita’ di leadership dimostrata dall’America in quegli 
anni sono cio’ che ha salvato la nostra civilta’”. Mentre l’Ha’aretz riscrive la storia, Yediot Aharonot non e’ da meno. In tre suoi editoriali (firmati dal direttore) Sever Plotzker  si scaglia contro quanti nel mondo si oppongono alla guerra. Eccone un esempio: “In momenti come questo bisogna essere molto chiari con tutti: il terrorismo islamico, fascista, omicida, nutrito dal fanatismo religioso – ma anche supportato da regimi dittatoriali come quello di Saddam Hussein, e’ la minaccia diretta alla pace, alla prosperita’   ed al progresso dell’intero mondo civilizzato…. Gli oppositori alla guerra contro Saddam Hussein devono comprendere che, di fatto, col loro comportamento dimostrano a favore dell’attacco terroristico a Bali, degli attacchi a Tel Aviv, dell’attacco a Helsinki e per l’attentato che avra’ luogo nel cortile di 
casa  loro.” (Yediot Aharonot October 14). Va sottolineato che questo crociato e’ stato direttore di al-Hamishmar, un quotidiano socialista che ha chiuso dopo essere stato privatizzato. I giorni che ci porteranno alla guerra con l’Iraq entreranno nella storia (se qualcuno restera’ a scriverla) con la superficialita’ della stampa israeliana.

Israele nell’attesa del Day After

Dietro la cieca adulazione di Israele per l’America si cela  ben altro….La Guerra del Golfo del 1991 ha spento quanto restava della prima Intifada, cosi’ come il movimento nazionale palestinese, storica espressione dell’OLP. Molti guerriglieri palestinesi si sono trasformati in tecnocrati. Quanti hanno mantenuto un’uniforme l’hanno fatto in seno all’Autorita’ Palestinese, sotto la supervisione della CIA. Negli anni di Oslo, tuttavia (1993-2000), in seguito al degrado delle condizioni di vita nei Territori, un senso di profonda amarezza si e’ diffuso sempre piu’ ampiamente, sia nei confronti di Israele, sia verso l’Autorita’ Palestinese. E’ infine esploso nella Seconda Intifada, che e’ rapidamente sfuggita ad ogni controllo. Oggi, In Israele, sia la destra sia la sinistra sono convinte che una nuova sconfitta di Saddam Hussein avra’ un effetto analogo a quello scatenatosi alla fine della precedente,  quello cioe’ di domare la nuova Intifada. Questa teorica contiene due ulteriori considerazioni: la piu’ semplice vede la campagna militare finalizzata alla caduta di Saddam Hussein strettamente collegata a quella tesa a rovesciare Arafat. La seconda, ben piu’ complessa, ha origine da alcune figure dei servizi militari israeliani e ritiene che Israele possa da sola tener testa al terrorismo palestinese, ma che per raggiungere una soluzione politica ci sia la necessita’ di un piu’ ampio mutamento strategico in Israele..Questo cambiamento deve arrivare dall’esterno. E solo L’America e’ in grado di piegare la regione alle esigenze geopolitiche di Israele. Questa posizione trova spesso voce presso i media. Per esempio:”Essendoci stato richiesto [da Bush – RBE] di restare fuori dalla questione irachena, il vero obiettivo del governo deve essere quello di concentrarsi sui vantaggi del “giorno dopo.” (Yael Gvirtz, Yediot Aharonot, 7 Ottobre). Aluf Benn allude alla medesima posizione dalle colonne di Ha’aretz (10 Ottobre): “Il messaggio di Israele puo’ essere anche letto nei termini seguenti: La crisi con l’Iraq fornisce una buona opportunita’ per dare ai Palestinesi il colpo di grazia che porra’ fine 
all’Intifada e migliorera’ la posizione di Isarele nei negoziati che seguiranno la rimozione di Saddam.”Israele vuole cogliere l'”uva”  e non intende discutere col guardiano della vigna.
Nella sua recente visita negli Stati Uniti Sharon ha promesso di mantenere questo atteggiamento col doppio obiettivo di supportare Bush nella sua ricerca di consenso e di ottenerne a sua volta il supporto sulla piazza internazionale e presso le banche, in un momento in cui l’affidabilita’ finanziaria di Israele e’ nel mirino delle stesse istituzioni bancarie. 
(Vedi anche “Bush tenta di risollevare le sorti dell’economia israeliana” in questo stesso numero).

ASPETTATIVE PERICOLOSE


La speranza che l’insediamento di un regime fantoccio in Iraq spiani la strada ad una analoga operazione nei Territori Occupati e’ completamente destituita di ogni fondamento. Il tentativo di cambiare o modificare regimi esistenti e’ stato spesso oggetto della politica statunitense. Ben lungi dal riscuotere significativi successi, ha piuttosto portato il caos (nel Sud Est asiatico, in America Latina, in Medio Oriente, in Afghanistan) di cui oggi la stessa amministrazione Bush si lamenta. Israele e’ incappata in simili fallimenti nei tentativi fatti in passato di insediare leader arabi. 
Due esempi per tutti:
1) L’avventura libanese. Nel 1982, durante la presidenza di Ronald Reagan, in Israele era primo ministro Menahem Begin. Ariel Sharon, allora ministro della difesa, intraprese una campagna bellica per modificare la mappa geografica del Medio Oriente, cominciando dal Libano. L’idea era quella di eliminare l’OLP come forza interna a quel paese, in modo da permettere  al leader della milizia cristiana  Bashir Gemayal di assumere il controllo del paese e permettere al Parlamento di eleggerlo presidente. Gemayal avrebbe dimostrato la sua gratitudine negoziando la pace con Israele. Inoltre, avendo sconfitto Arafat in Libano, Israele avrebbe potuto esercitare la propria volonta’ sui demoralizzati territori della West Bank e di Gaza. Secondo lo storico Howard Sachar, inoltre, Sharon aveva anche intenzione di 
rovesciare dal trono Re Hussein, trasformando la Giordania nello stato Palestinese ed annettendo i Territori Occupati. (Howard M. Sachar, A History of Israel, Volume II, New York: Oxford University Press, 1978, p. 172).
Di fatto l’esercito israeliano caccio’ l’OLP dal Libano e Bashir Gemayal fu eletto presedente il 23 Agosto.  Poche settimane dopo, fu assassinato. Si scateno’ il caos. Sharon chiese  al suo Capo di Stato Maggiore di ripristinare l’ordine e di permettere ai Cristiano Falangisti  di entrare nei campi dei rifugiati. Il risultato di tale operazione fu il massacro di 
Sabra  e Shatila. A questo punto gli Americani ritornarono in Libano, con lo scopo, anche, di “riportarvi l’ordine” – ma, nell’Ottobre 1983,  un attacco suicida uccise 241 marines. Gli americani se ne andarono e gli Israeliani si ritirarono nel sud del Libano. Del piano di Sharon non rimaneva che una sottile “zona di sicurezza” oltre il confine settentrionale di Israele. Questa zona e’ in seguito costata centinaia di vite umane a Israele e migliaia al Libano, finche’ il primo ministro Ehud Barak non l’ha fatta sgomberare, due anni fa. Il Libano non e’ diventato la “democrazia cristiana ” sognata da Begin, Sharon, e (almeno fino ad un certo momento) Ronald Regan. L’invasione israeliana ha ottenuto, e’ vero, 
la cacciata dell’OLP ma soprattutto ha prodotto morte e distruzione, una drammatica frammentazione della propria societa’, un ampio discredito a livello mondiale, la crescita del movimento degli Hezbollah e la nascita di una nuova tattica di guerriglia: l’attacco suicida.
2) L’avventua di Oslo. In seguito all’espulsione dell’Olp dal Libano i Territori Occupati sono diventati il principale centro di resistenza palestinese. E poi scoppiata la prima Intifada (1987). Israele ha risposto con una piu’ sofisticata forma di occupazione. Nel corso degli anni 70 e 80 Israele ha cercato, senza successo, di infiltrare collaboratori con 
posizioni di leader (i cosiddetti Village Leagues). L’idea era quella di trasformare la stessa OLP in un’entita’ sottomessa al controllo di Israele. La combinazione tra la politica israeliana e quella della sua creatura, la corrotta autorita’ Palestinese, ha condotto al caos della seconda Intifada. Il partito Laburista, che aveva puntato tutte le sue carte su Oslo si e’ ritrovato, fin dall’Ottobre 2000, senza partners, senza agenda. Avendo perduto anche ogni caratteristica che lo differenziasse dal partito avversario, il partito laburista si e’ unito al Likud, in un evidente tentativo di mettere fine allo scontro. (Dopo 20 mesi, l’alleanza si e’ rotta). L’Intifada ha fatto crollare l’economia israeliana, riportandola ad 
essere un caso pietoso per la carita’ americana. Nello stesso tempo, pero’, anche l’America e’ sprofondata in una seria 
crisi economica. William Grider cosi’ scrive su “The Nation” (13 Settembre, 2002):
“L’indebitamento estero netto dell’economia statunitense – causata dall’aver accumulato per 20 anni un deficit commerciale sempre piu’ ampio – raggiungera’ quest’anno quasi il 25% del prodotto interno lordo degli Stati 
Uniti, ovvero circa 2,5 trilioni di dollari. Quindici anni fa era…zero. 
Lo spettro della crescente debolezza americana sembra impermeabile agli sguardi della gente che continua a pensare di vivere in una prosperita’ permanente.  Ma le sabbie mobili sono una realta’. Siamo gia’ sprofondati fino alle ginocchia.”

Gli Stati Uniti della seconda Guerra del Golfo non saranno gli stessi della prima. Dieci anni fa a Wall Street dilagava la speranza che i mercati mondiali si aprissero alle corporations americane; i dividendi del collasso sovietico erano a loro disposizione. Invece, il crollo delle torri ha scosso l’America. Quando si tratta di guerra all’Iraq, l’Europa resiste, il 
terzo mondo resiste, chiunque abbia la testa sulle spalle, resiste. Washington, allora, si sente tradita. Nonostante il crollo del comunismo, pace e prosperita’ si fanno desiderare. Solo una piccola parte di Israele sta in maniera decisa con l’America e con il governo. Dopo due anni di attacchi suicidi gli Israeliani sono risoluti e determinati nel rifiuto 
della rabbia che genera il caos. Ora, si sentono pronti, a destra come a sinistra, a sostenere una crociata il cui risultato sara’ la crescita esponenziale di quella rabbia. Quanti hanno seminato vento raccoglieranno tempesta. Ma quelli che hanno seminato tempesta, cosa raccoglieranno?

La combinazione di potere militare e crisi economica e’ pericolosa. Tenta le vie della forza per risolvere problemi economici, con mezzi militari. Questa commistione, non molti anni fa ha generato il fascismo. E ha sottoposto l’umanita’ ad un incommensurabile olocausto. Il mondo si trova oggi ad un analogo crocevia. La domanda non e’: ‘Puo’ il mondo convivere con Saddam Hussein?’. La vera domanda e’, piuttosto: ‘Puo’ il mondo 
convivere con George W. Bush?’ La sparizione del campo socialista e’ sentita oggi come non mai. Quelli che hanno fermato Hitler non erano (con il dovuto rispetto per Ha’aretz) gli Americani, ma i Sovietici a Stalingrado.  I Sovietici hanno impedito agli Stati Uniti di invadere Cuba. Hanno mitigato la poverta’ in tanti paesi del mondo. Nei decenni piu’ recenti le lotte della classe lavoratrice mondiale e delle forze pacifiste hanno subito una significativa battuta d’arresto. 
Hanno pagato un pesante prezzo per il fallimento del tentativo socialista. L’Unione Sovietica ha fallito perche’ ha escluso le persone dai processi decisionali. Ha fallito nella costruzione del socialismo nell’unico modo in cui esso possa essere costruito: democraticamente. L’Unione Sovietica ha fallito, in breve, nel tenere desto lo spirito della rivoluzione. Noi dovremmo guardare a questo esperimento, tuttavia, come il primo, non come l’ultimo nel suo genere.

Un nuovo movimento di massa e’ cresciuto, in questi anni, contro la globalizzazione. Molte speranze sono riposte in esso, ma di fronte all’imminente guerra non si e’ fatto sentire a sufficienza. La ragione chiave di questo fallimento e’ che il movimento detesta i partiti politici. Rifuggendo la politica organizzata non sono in grado di porsi come alternativa all’ordine mondiale esistente. Non misurandosi col potere, non danno neanche vita a mutamenti politici. Nelle attuali circostanze in cui “gli altri” sono organizzati in multinazionali, partiti e regimi, le proteste che si limitano a reagire di fronte a determinati eventi sono un lusso che non ci si puo’ permettere. La reale urgenza e’ davvero un atto di reazione: fermare la megalomania della Casa Bianca. Non si puo’ certo contare su Jacques Chirac o su Gerhard Schroeder che solo due anni fa hanno preso parte nell’attacco contro la Yugoslavia. E neppure su Vladimir Putin, preso da personali ambizioni. Su una piu’ lunga prospettiva e’ necessario arrivare a negare ai capitalisti i mezzi per trascinare l’umanita’ nella guerra. La protesta va organizzata su un’agenda socialista.

SEGUE NELL’ARTICOLO SEGUENTE


Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: