Fisicamente

di Roberto Renzetti

300*.

RAFFAELLO GUALTEROTTI a GALILEO in Padova.

Firenze, 24 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 126. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.r

V. S. si partì senza che io potessi dirle alcune cose a bocca di qualche momento; pure forse ritornerà migliore occasione. Fratanto io ho sentito che V. S. ha visto l’occhiale di Mess. Giovambatista milanese, et attribuitoli alcuna loda. Hora, 12 anni sono, io feci uno strumento, ma non già afine di veder gran lontananze e misurar le stelle, ma per benefizio di un cavaliero in giostra e in guerra, e lo proposi al Ser.mo Gran Ferdinando et insieme al’Ill.mo et Eccel. mo Sig.r Duca di Bracciano, Don Verginio Orsino; ma parendomi debol cosa, lo trascurai. Pure ancor io, sentendo il romore del Fiammingo, presi i miei vetri e i miei cartoni, e li rimesi insieme, e tornai a considerare il loro uficio, e vedi in terra e ‘n cielo molte cose molto meglio che non fa l’occhiale di Giovambatista milanese: e tale strumento mi insegnò fare quel foro che V. S. vide circa a trenta anni sono nela camera mia ala Torre al’Isola, dal qual foro io sino da la mia prima fanciullezza inparai a dubitare del modo del vedere, che la terra refletteva i raggi del sole con gran lume e molto regolatamente, e vi imparai molte bagattelle che io haveva letto esser possibile a farsi, e finalmente lo strumento che 12 anni sono io feci; dal quale indotto, 6 anni sono scrivendo sopra la nuova stella, in proposito del modo del vedere io dissi, che chi voleva veder le stelle di giorno, guatasse per una cerbottana([719]). Hora io ho detto tante parole non per contrariare a la gloria di V. S, ma per esservi a parte molto e molto giustamente, poi che a me si deve quella lode che V. S. dà ad uno Belga, quelo che V. S. può dare ala sua patria. Mirabil cosa non mi parrà mai Ciò ch’io dirò deli atti fiorentini. Dio l’ami.

Di Firenze, il dì 24 di Aprile 1610.

Di V. S. molto Ill.reServi.re Aff.mo Raffael Gualterotti.

Fuori: Al Molto Ill.re et Eccellente Signor

Galileo Galilei.

Padova.

301*.

[MARTINO HORKY] a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Bologna, 27 aprile 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 68-69. – Autografa.

S. D. P.

Grata hora, acceptissima venit 20 Aprilis litera. Hanc amo, illas exosculor. Tres ad te placet. Fabulosum mercatorem caelestem ad Garamantas et Indos, displicet. Sed quid mirum?

Hoc eunt ordine fata.

Alterum hîc vide, lege, iudica. Tuum iudicium mecum. Ego tibi nostrum. Tota in Bononia male audit: quia capilli decidunt; tota cutis et cuticola flore Gallico scatet; cranium laesum, in cerebro delirium; optici nervi, quia nimis curiose et pompose scrupula prima et secunda circa Iovem observavit, rupti; visus, auditus, gustus et tactus periit; in manibus chiragra, quia philosophicam et mathematicam pecuniam furtim sustulit; cor palpitat, quia fabulam caelestem omnibus vendidit; intestina tumorem praeter naturam deponunt, quia ulterius apud studiosos et viros illustres non titillat; pedes podagra clamant, quia per omnes quatuor anguli limites vagatur. Felix ac terque quaterque beatus medicus, qui infirmum Nuncium ad sanitatem pristinam [sic]. Misso infirmo, redeo ad vos, gemmulas claras, gemmulas caras….

Postscriptum.

Concredam tibi furtum, quod feci. Galileus Galileus, Mathematicus Pataviensis, venit ad nos Bononiam, et perspicillum illum, per quod 4 fictos planetas vidit, attulit. Ego 24 et 25 Aprilis die et nocte nunquam dormivi, sed instrumentum hoc Galilei millies mille modis probavi, tam in his inferioribus, quam in superioribus. In inferioribus facit mirabilia; in coelo, fallit, quia aliae stellae fixae duplicatae videntur. Sic observavi nocte sequente cum Galilei perspicillo stellulam, quae super mediam trium in cauda Ursae maioris visitur; aeque quatuor minutissimas stellulas vicinas vidi, uti Galileus in Iove observavit. Habeo testes excellentissimos viros et nobilissimos doctores, Antonium Roffeni, et in Bononiensi Academia mathematicum eruditissimum, aliosque plurimos, qui una mecum praesepe in caelo eadem nocte 25 Aprilis, praesente ipso Galileo, observarunt; sed omnes instrumentum fallere sunt confessi. At Galileus obmutuit, et die 26, die ae, tristis ab Illustrissimo D. Magino discessit summo mane; et pro beneficiis, cogitationibus infinitis, quia fabulam vendidit, repletus, gratias non egit. D. Maginus honoratum convivium, et lautum et delicatum, Galileo paravit. Sic miser Galileus Bononia cum suo perspicillo 26 die discessit. Ego, quamdiu Bononiae fuerat, numquam dormivi, sed instrumentum hoc semper infinitis modis probavi. In altera occasione plura dabo de his. Vale.

Ich hab das Perspicillum als in Wachss abgestochen, das niemandt weiss, undt wen mir Gott wieder zue Hauss hilft, will ich fiel ein pessers Perspicillum machen als der Galileus.

Fuori: Excellentissimo Domino

M. Ioanni Keplero, S. C. Maie. Mathematico,

amico meo cariss.o

Praga.

302.

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO [in Padova].

Roma, 28 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 27. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

II Sig.or Baldino Gherardi mi ha presentato da parte di V. S. l’occhiale, e ‘l discorso che ci ha fatto sopra, che l’uno e l’altro mi è stato oltra modo caro per amor di V. S. e perchè io gli desideravo; e le ne resto con molto obligo, rendendolene le gratie che devo. Con l’occhiale ho già fatte belle esperienze, e spero farne dell’altre: e perchè’l S.or Baldino mi dice che V. S. lo va tuttavia perfettionando, desidero che mi avvisi in che modo si possa migliorare, et in particolare, se col farlo più lungo si potrà vedere più da lontano; se quel vetro ch’è concavo da una parte, facendosi concavo anco dall’altra, come sono gli occhiali che si fanno per quei che hanno la vista corta, mostrarebbe le cose meglio e più lontano; e se pigliando cristallo di montagna, in cambio di vetro, sarebbe meglio.

Mando a V. S. un quadretto, al quale il Papa ha concesso l’indulgenze ch’ella vedrà nell’accluso foglio, acciochè lo tenga per divotione e per amor mio, sebene per altro è cosa ordinaria e di poco momento; che io non glielo mando già per ricompensa del libro e dell’occhiale donatimi, perchè ci sarebbe troppa disagguaglianza, essendo quelli cose rare. V. S. nondimeno accetti il mio buon animo. Che ‘l Signore Iddio la contenti.

Di Roma, li 28 d’Aprile 1610.

Di V. S. Ill. S.or Galileo Galilei.Come Fratello Il Card.le dal Monte.

Fuori: All’Ill. Sig.or

Il Sig.or Galileo Galilei.

303.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 28 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 128. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Oss.mo

L’ambitione che ho della servitù di un così grand’huomo come è V. S., inventrice di cose che chiarisce la crassa ignoranza degli huomini et che fa stupire gli eruditi, mi rende costante in mantenere et sostentare (benchè io vermicello) la reputatione di V. S., et avvisarla di quanto sento alla giornata delle oppositioni che le vengono fatte per quello libretto ammirabile et miracoloso, benchè piccolo, del perspicillo nuovo.

Scrissi già a V. S. del S.r Chepplero, quale certamente si mostra molto affettionato a V. S. et favorisce quanto può l’inventione di V. S., ancora che habbia dati quegli avvertimenti (quali già comminciano a verificarsi), ciò è dell’emulatione ch’ella si sarebbe concitata sì da Todeschi come da Italiani. Ma questi mi pare che siano i primi, come ella sentirà([720]).

Gionse non hieri l’altro il Sig.re Elettore di Colonia, quale ha seco un amico mio, chiamato Gio. Zugmanno, matematico stimato de’ primi di qua da’ monti. La prima cosa che le domandai, dopo li compimenti, fu se egli havea visto il libretto di V. S. Disse, haverne due essemplari, ch’erano stati mandati a S. Altezza suo padrone. Addimandato poi Quid sibi videretur de illis demonstrationibus di V. S., rispose: Nec probo, nec improbo, donec Domini Gallilei instrumentum videro, et expertus fuero. Hora, questa mattina (perchè gli havevo detto all’hora che il Chepplero non vi metteva difficoltà sopra le dimostrationi sudette, et molti altri ch’erano della professione), mi ha sfodrato fuori una lettera del Magino (quale mi era stato ad intendere fosse morto), nella quale dà giuditio del libro di V. S. et dello stromento. La sostanza della lettera è questa; ma vederò di haverne una copia, essendo poca cosa, ciò è di una facciata: Quanto al libro et stromento del Gallilei, io credo che sia un inganno, perchè quando con occhiali colorati, fatti da me, guardavo l’ecclipsi solare, mi faceva vedere 3 soli; così anco credo che sia avvenuto al Gallilei, quale si deve essere ingannato dal reflesso della luna. Sono molti altri che oppugnano questa openione del Gallilei, et tra gli altri il Dottore Papazzone voleva ex professo nelle scuole publiche confutare tutto il libro; ma le lettioni si sono finite più presto del solito: ma spero che subito dopo l’ottava di Pasqua eseguirà il suo intento. Poi dice: Ma per tornare al proposito, mi pare una cosa ridicolosa di quei 4 nuovi pianetti, che presuppone il Gallilei che vadino intorno al pianeta([721]) (non mi ricordo), et che discostandosi un minuto hora da una banda hora dall’altra, finiscano il suo corso in un mese. Bisogna che V. S. m’intenda per discretione, perchè non son della professione. Poi soggionge: Io spero d’andare queste feste di Pasqua a Venetia. Non mancherò di procurare di haverne uno di quegli instromenti, per chiarirmi meglio della verità. Dixi.

Ho dimandato a chi scriveva questa lettera. Mi ha risposto che S. Altezza gli haveva dato ordine di ricercare il S.r Magino della sua openione, et che il Magino ha risposto questo a S. Altezza. Io non ho potuto contenermi di dire che questa non era altro che una mera invidia, perchè biasimano l’opra senza havere visto lo stromento; et che già il pronostico del Chepplero comminciava a riuscire, perchè dispiace al Magino che altri gli metta il piè avanti, tanto più nella sua patria propria; chè se altrove fosse seguito, meno gli brusciarebbe. Exigua est virtus, quae caret invidia. V. S. non dubiti che ella haverà séguito di qua, oltre che la verità ha da confondere gli emoli.

V. S. intanto ha d’havere singolare obligo al S.r Ambasciatoredi Toscana, comune padrone, perchè non tralascia cosa veruna per difesa dell’honore di V. S.; et già ha lavata la testa a più di due di questi nostri Italiani, medichetti di merda, che non sanno se sono vivi.

Di nuovo non posso dire altro, se non che questi Principi comminciano a comparire, essendo gionto hor hora Magonza([722]),et non hieri l’altro Colonia et il Landgravio Lodovico di Hessia, et alcuni giorni il Duca di Brunsvich; domani, Sassonia. Baviera non voleva venire, ma intendo che gli hanno spedito un corriero perchè venga. S’aspetta anco domani Massimiliano, et poi Ferdinando. Avvisarò poi dell’assemblea et le risolutioni di essa, se bene si dubita che non si concluderà nulla, overo se si concluderà, non si eseguirà. Con che fine le bacio la mani.

Di Praga, questo dì 28 di Aprile 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Una riverenza alli molto Rev.di

Maestri Pavolo et Fulgentio([723]).

Poscritta. Caro Sig.r, mi favorisca d’intendere del S.r Ottavio Pamfilio, perchè gli vorrei scrivere. Aspetteremo con desiderio la sua risposta alle considerationi del Chepplero([724]), mandatele dall’Ambasciatore di Toscana. Non ardisco domandarle uno de’ suoi libretti, non havendo con lei alcuno merito. V. S. potrà mandare sotto al plico della Sig.ria due righe della ricevuta delle mie, indrizzandola al S.r Marcant.o Patavino([725]), Secretario di Venetia in Praga, mio amico vecchio; et s’ella non havesse tempo di scrivere, basterà accennarlo nella lettera che ella scriverà al sudetto Ambasciatore di Toscana.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss. mo

Il S.r Gallileo Gallilei, Matematico di

Padova.

304*

ALFONSO FONTANELLI a [ATTILIO RUGGERI in Modena].

[Firenze, aprile (?) 1610].

Arch. di Stato in Modena. Cancelleria. Dispacci Ambasciatori Estensi a Firenze, B.a XLIV. – Autografa. Un’annotazione d’archivio dice: «Fu ritrovata questa poscritta, così scompagnata, fra lettere ch’erano tutte dell’anno 1610»; e sul di fuori del foglio si legge: «Del Co. Alfonso Fontanelli. Occhiali».

Dopo scritto. Non può esser che costì non s’habbia notitia dell’inventione dell’occhiale trovata in Fiandra, co ‘l quale si vede di lontano parecchie miglia e si distinguono molte cose che senza quell’instrumento non si vederebbono; ma non so già se cotesti principi n’habbiano. Hora sappia V. S. Ill.ma che di molti mesi prima ch’io venissi in Lombardia, il Galileo, filosofo e matematico esquisito che legge in Padova, et è suddito del Granduca, ne donò uno a S. A., compagno d’un altro che poco prima haveva donato alla Rep.ca di Venetia, et ottenutone per premio mille scudi di pensione servendo, et cinquecento l’anno, non servendo: et io mi trovai qui presente all’esperienza prima che se ne fece, e fra l’altre cose si vide di lontano tre miglia un caprioletto assai picciolo. E perchè mi parve cosa nuova e da prezzarsi da ogni principe per lo frutto che può cavarsene, oltre alla curiosità, motteggiai a Madama che subito che si risapesse che qui fosse una simil cosa, i principi parenti et amici ne ricercherebbono S. A.; e ‘l Granduca et ella rispose subito che risponderebbono d’haverla da Venetiani, et di non potere comunicarla ad altri. Pare poi che si sia fatta in modo familiare questa inventione, che se ne siano veduti diversi, più e meno perfetti secondo l’habilità de gli artefici; onde posso credere che cotesti principi n’habbiano anch’essi, e non se ne curino. Tuttavia non vo’ restar, ad ogni buon fine, di dire a V. S. Ill.ma, che havendomi detto il Sig. Paolo Giordano Orsino, tornato hora dal suo viaggio, d’haverne portato alcuni di Fiandra, caso che coteste Altezze n’havessero desiderio, non sarebbe forse difficile d’haverne uno da S. Ecc.za. È vero che non converrebbe fondarsi su la mia proposta, non essendo forse espediente che qui si sapesse del mio presente motivo: ma se il S.r Duca, o, non volendo S. A. cimentarsi per dubio della negativa, il S.r Principe, scrivesse a questo S.re d’havere inteso il suo ritorno, e che se per caso havesse portato alcuno di quelli occhiali di Fiandra che veggono così di lontano, havrebbe gusto d’haverne uno, potrebb’essere che S. E.za incontrasse volentieri l’occasione di servire a S. A.

Non creda però V. S. Ill.ma ch’io sia invitato a dir questo da intenzione alcuna ch’io n’habbia, perchè se l’havessi, parlerei in altra maniera: ma mi è venuto solo questo pensiero dal parermi l’occhiale cosa da principe e dall’haver inteso da S. Ecc.za che n’ha portato più d’uno, ch’io m’immagino che non sia se non ad effetto di regalar principi che non ne habbiano. Sopra tutto è necessario di non mustrar che da me ne possa esser presentita cosa alcuna in questa materia; nè io sarei buono da esservi impiegato, per non generar sospetto.

305*.

CARLO BARTOLI a GALILEO in Padova.

Venezia, 1 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 49. – Autografa.

Molto Ill.tre et Ecc.mo Sig.re e P.ne Oss.mo

Io li do il ben tornato, et li mando un mazzo di lettere venuto da Pragha et consegnatomi dal segretario del Residente di Toscana, il quale, come credo che sapia, non si trova qui al presente. Et questo suo segretario mi ha detto che il Sig.re Giuliano di Medici li accenna che fra V. S. e lui potrebbe esser passassero molte lettere, et che l’uno all’altro mandasse diverse cose; che però habbia cura di mandare a Pragha a buon recapito tutto quello che lei mandasse, sì come anchora tutto quello che per lei li venisse nelle mani. Dice dunque detto segretario, che non ha comodità di mandar queste cose se non fra quele del G. D., la qual cosa volentierissimo farebbe, se di sopra ne havesse qualche ordine; che però potrebbe V. S. agevolissimamente ottenere dal Sig.re Vinta che così li ordinasse, che la servirebbe con ogni diligentia. L’ambasciatore non porta pena: io ho fatto l’ambasciata. In quello che io sarò buono, si serva di me, che la servirò, come sono obblighato.

Credo che harà ricevuto alcune mie lettere, nelle quali [la] ringratiavo del favore fattomi col suo libro: però in ques[…] non l’infastidirò di nuovo. Li dico bene che una volta, con occasione, spero di haver a restar favorito da lei di andar anchor io a spasso per il cielo, et di poter dar[…] occhiata a que’ monti della luna, de’ quali ne ho tanta voglia, che se fussi donna gravida, mal per me; nè temo che sia per essermi scarsa di questo favore, havendola sempre trovata a favorirmi prontissima, sì come mi troverà a servirla, se mi honorarà([726]) delli suoi comandamenti, come la pregho. Et per fine li b. l. m. Nostro Signore la guardi.

Di Ven.a, a 1 di Mag.o 1610.

Di V. S. molto Ill.treAff.mo Ser. Carlo Bartoli.

Fuori: Al molt’Ill.tre et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei.

Padua([727]).

306.

GIOVANNI KEPLER a GIULIANO DE’ MEDICI.

Praga, 3 maggio 1610.

Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 101-102 [Edizione Nazionale].

307.

GALILEO A [BELISARIO VINTA IN FIRENZE].

Padova, 7 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 34-37. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Come per la mia passata accennai a V. S. Ill.ma, ho fatte 3 lezioni publiche in materia de i 4 Pianeti Medicei et delle altre mie osservazioni; et havendo hauta l’udienza di tutto lo Studio, ho fatto restare in modo ciascheduno capace et satisfatto, che finalmente quei primarii medesimi che erano stati acerbissimi impugnatori et contrarii assertori alle cose da me scritte, vedendosela finalmente disperata et persa a fatto, costretti o da virtù o da necessità, hanno coram populo detto, sè non solamente esser persuasi, ma apparecchiati a difendere et sostener la mia dottrina contro a qualunque filosofo che ardisse impugnarla: sì che le scritture minacciate saranno assolutamente svanite, come è svanito tutto il concetto che questi tali havevano sin qui procurato di suscitarmi contro, con speranza forse di esser per sostenerlo, credendo che io, atterrito dalla loro autorità o sbigottito dal profluvio de i lor creduli seguaci, fussi per ritirarmi in un cantone et ammutirmi. Ma il negozio è passato tutto al rovescio; et ben conveniva che la verità restasse di sopra.

Saprà a presso V. S. Ill.ma, et per lei loro Ser.me Al.ze, come dal Matematico dell’Imperatore ho ricevuta una lettera, anzi un intero trattato di 8 fogli([728]), scritto in approbazione di tutte le particole contenute nel mio libro, senza pur contradire o dubitare in una sola minima cosa. Et creda pur V. S. Ill.ma che l’istesso haveriano anco parimente detto da principio i literati d’Italia, s’io fussi stato in Alemagna o più lontano; in quella guisa a punto che possiamo credere, che gl’altri principi circumvicini d’Italia con occhio un poco più torbido rimirino la eminenza et potere del nostro Ser.mo Signore, che gl’immensi tesori et forze del Mosco o del Chinese, per tanto intervallo remoti. Hora il negozio è qua in stato tale, che l’invidia hora mai non ha più attacco di abbassarlo, col convincerlo di falsità, nè pure anco col metterlo in dubbio. Resta a noi, ma principalmente a i nostri Ser.mi Padroni, di sostenerlo in reputazione et grandezza, col mostrare di farne quella stima che a così segnalata novità si conviene, essendo ella in effetto stimata per tale da tutti quelli che ne parlano con sincero animo.

L’Ill.mo S. Ambasciator Medici mi scrive di Praga, non essere in quella Corte occhiali se non di assai mediocre efficacia, et per ciò me ne domanda uno, accennandomi essere desiderato anco da S. M.à; et mi scrive che io lo deva far consegnare in Venezia al Secretario del S. Residente, acciò lo mandi sicuro([729]). Io però intendo che detto Secretario non riceverà o manderà cosa alcuna senza l’ordine di V. S. Ill.ma([730]): però, contentandosi S. A. che io ne mandi per tal via sarà V. S. Ill.ma servita di dar ordine in Venezia che siano ricevuti et mandati. Intanto, non me ne ritrovando di esquisiti, vedrò di condurne a fine un paro o dui, se bene a me è grandissima fatica, nè io vorrei essere necessitato a mostrare ad altri il modo vero del lavorargli, se non a qualche servitore del G. D., come per altra gli ho scritto. Però, et per altri rispetti ancora et principalissimamente per quietarmi([731]) di animo, desidero grandemente la resoluzione dell’altro negozio, statomi più volte accennato, ma particolarmente da V. S. Ill.ma ultimamente in Pisa: perchè sono in tutti i modi resoluto, vedendo che ogni giorno passa un giorno, di mettere il chiodo allo stato futuro della vita che mi avanza, et attendere con ogni mio potere a condurre a fine i frutti delle fatiche di tutti i miei studii passati, da i quali posso sperarne qualche gloria. Et dovendo trapassare quelli anni che mi restano o qui o in Firenze, secondo che piacerà al nostro Ser.mo Signore, io dirò a V. S. Ill.ma quello che ho qui, et quello che desidererei costà, rimettendomi però sempre al comandamento di S. A. S.

Qui ho di stipendio fermo fiorini 1000 l’anno in vita mia, et questi sicurissimi, venendomi da un principe immortale et immutabile. Più di altrettanto posso guadagnarmi da lezioni private, tuttavolta che io voglia leggere a signori oltramontani; et quando io fussi inclinato a gl’avanzi, tutto questo et più ancora potrei mettere da canto ogn’anno col tenere gentil’huomini scolari in casa, col soldo de i quali potrei largamente mantenerla. In oltre, l’obligo mio non mi tien legato più di 60 mez’hore dell’anno, et questo tempo non così strettamente, che per qualunque mio impedimento io non possa, senza alcun pregiudizio, interpor anco molti giorni vacui: il resto del tempo sono liberissimo, et assolutamente mei iuris. Ma perchè et le lezioni private et gli scolari domestici mi sariano d’impedimento et ritardanza a i miei studii, voglio da questi totalmente, et in gran parte da quelle, vivere esente; però, quando io dovessi ripatriarmi, desidererei che la prima intenzione di S. A. S. fusse di darmi otio et comodità di potere tirare a fine le mie opere, senza occuparmi in leggere.

Nè vorrei che per ciò credesse S. A. che le mie fatiche fussero per esser men profittevoli agli studiosi della professione, anzi assolutamente sariano più; perchè nelle publiche lezioni non si può leggere altro che i primi elementi, per il che molti sono idonei; et tal lettura è solo di impedimento et di niuno aiuto al condurre a fine le opere mie, le quali tra le cose della professione credo che non terranno l’ultimo luogo. Per simile rispetto, sì come io reputerei sempre a mia somma gloria il poter leggere a i Principi, così all’incontro non vorrei haver necessità di leggere ad altri. Et in somma vorrei che i libri miei, indrizzati sempre al Ser.mo nome del mio Signore, fussero quelli che mi guadagnassero il pane; non restando intanto di conferire a S. A. tante et tali invenzioni, che forse niun altro principe ne ha di maggiori, delle quali io non solo ne ho molte in effetto, ma posso assicurarmi di esser per trovarne molte ancora alla giornata, secondo le occasioni che si presentassero: oltre che di quelle invenzioni che dependono da la mia professione, potria esser S. A. sicura di non esser per impiegare in alcuna di esse i suoi danari inutilmente, come per avventura altra volta è stato fatto et in grossissime somme, nè anco per lasciarsi uscir delle mani qualunque trovato propostogli da altri, che veramente fusse utile e bello.

Io de i secreti particolari, tanto di utile quanto di curiosità et admirazione, ne ho tanta copia, che la sola troppa abbondanza mi nuoce et mi ha sempre nociuto; perchè se io ne havessi hauto un solo, l’haverei stimato molto, et con quello facendomi innanzi, potrei a presso qualche principe grande havere incontrata quella ventura, che sin hora non ho nè incontrata nè ricercata. Magna longeque admirabilia apud me habeo: ma non possono servire, o, per dir meglio, essere messe in opera se non da principi, perchè loro fanno et sostengono guerre, fabricano et difendono fortezze, et per loro regii diporti fanno superbissime spese, et non io o gentil’huomini privati. Le opere che ho da condurre a fine sono principalmente 2 libri De sistemate seu constitutione universi([732]), concetto immenso et pieno di filosofia, astronomia et geometria: tre libri De motu locali([733]), scienza interamente nuova, non havendo alcun altro, nè antico nè moderno, scoperto alcuno de i moltissimi sintomi ammirandi che io dimostro essere ne i movimenti naturali et ne i violenti, onde io la posso ragionevolissimamente chiamare scienza nuova et ritrovata da me sin da i suoi primi principii: tre libri delle mecaniche, due attenenti alle demostrazioni de i principii et fondamenti, et uno de i problemi([734]); et benchè altri habbino scritto questa medesima materia, tutta via quello che ne è stato scritto sin qui, nè in quantità nè in altro è il quarto di quello che ne scrivo io. Ho anco diversi opuscoli di soggetti naturali, come De sono et voce, De visu et coloribus, De maris estu, De compositione continui, De animalium motibus([735]), et altri ancora. Ho anco in pensiero di scrivere alcuni libri attenenti al soldato, formandolo non solamente in idea, ma insegnando con regole molto esquisite tutto quello che si appartiene di sapere et che depende dalle matematiche([736]), come la cognizione delle castrametazioni, ordinanze, fortificazioni, espugnazioni, levar piante, misurar con la vista, cognizioni attenenti alle artiglierie, usi di varii strumenti, etc. Mi bisogna di più ristampare l’Uso del mio Compasso Geometrico, dedicato a S. A., non se ne trovando più copie; il quale strumento è stato talmente abbracciato dal mondo, che veramente adesso non si fanno altri strumenti di questo genere, et io so che sin hora ne sono stati fabricati alcune migliaia. Io non dirò a V. S. Ill.ma quale occupazione mi sia per apportare il seguir di osservare et investigare i periodi esquisiti de i quattro nuovi pianeti; materia, quanto più vi penso, tanto più laboriosa, per il non si disseparar mai, se non per brevi intervalli, l’uno dall’altro, et per esser loro et di colore et di grandezza molto simili.

Sì che, Ill.mo S., bisogna che i’ pensi al disoccuparmi da quelle occupazioni che possono ritardare i miei studii, et massime da quelle che altri può fare in cambio mio: però la prego a proporre a loro Alt.e, et a sè medesima, queste considerazioni, et avvisarmi poi la loro resoluzione.

Intanto non voglio restar di dirgli, come circa lo stipendio mi contenterò di quello che lei mi accennò in Pisa, essendo honorato per un servitore di tanto Principe; et sì come io non soggiungo niente sopra la quantità, così son sicuro che, dovendo io levarmi di qua, la benignità di S. A. non mi mancherebbe di alcuna di quelle comodità che si sono usate con altri, bisognosi anco meno di me, et però non ne parlo adesso. Finalmente, quanto al titolo et pretesto del mio servizio, io desidererei, oltre al nome di Matematico, che S. A. ci aggiugnesse quello di Filosofo, professando io di havere studiato più anni in filosofia, che mesi in matematica pura: nella quale qual profitto io habbia fatto, et se io possa et deva meritar questo titolo potrò far vedere a loro Alt.e, qual volta sia di loro piacimento il concedermi campo di poterne trattare alla presenza loro con i più stimati in tal facoltà.

Ho scritto lungamente per non haver più a ritornare sopra tal materia con suo nuovo tedio: mi scusi V. S. Ill.ma, perchè, se bene questo a lei, che è consueta a maneggiar negozii gravissimi, parerà frivolissimo et leggiero, a me però è egli il più grave che io possa incontrare, concernendo o la mutazione o la confirmazion di tutto lo stato et l’esser mio. Aspetterò sua risposta; et in tanto, supplicandola ad inchinarsi humilmente in mio nome a loro A. Ser.e, bacio a V. S. Ill.ma con ogni reverenza le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicità

Di Pad.a, li 7 di maggio 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

308*.

GIOVANNI KEPLER a GIO. ANTONIO MAGINI [inBologna].

Praga, 10 maggio 1610.

Arch. Malvezzi de’ Medici in Bologna. Carteggio di G. A. Magini. – Autografa.

…. Obsecro, D. Martino Horky me excuses quod nomen Vencesilao dedi. Bohemi plerique hoc nominis habentur, a patrono Bohemiae Venceslao. Accepi eius literas de 6 et 27 Aprilis hac hora reditus mei domum. Illas attulit pater ipsius, me absente, quem nunc non vacat quaerere. Nox ingruit. Ad ipsum proxime scribam.

Petis meam de Galilaei Nuncio sententiam. Accipe, et ignosce. Copernicani sumus uterque: similis simili gaudet. Puto tamen (si legas attente), me satis mihi cavisse, et ubi potui, ad sua ipsum principia revocasse. Vale.

Raptim Pragae, 10 Maii anno 1610.

Tuae ExcellentiaeOfficiosissimus Ioannes Kepler.

309*.

TOMMASO MERMANNI a GALILEO in Padova.

Monaco, 12 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal. P. I, T.VI, car. 51. – Autografa.

Ill.mo et Eccell.mo Sig.re mio S.r Oss.mo

È stato di molto gusto il raro e meraviglioso libro di V. S. Ecc.ma al Ser.mo S.Duca Massimiliano di Baviera, mio Signore; e molto più caro sarà all’Altezza sua di vedere l’istromento da lei ritruovato per vedere da lontano, il quale sta aspettando il S.r Michel Angelo, fratello di V. S. e mio singolar amico. Ho voluto darle di ciò notitia; e se non havesse occasione di messo fedele, lo potrà inviare in Venetia in mano del S.r Cavallier Andrea Minuccio, gentil’huomo della Camera di S. A., Residente per lei in detta città: e se detto istromento sarà de’ più isquisiti, tanto più piacere e gusto arrecharà a S. A., la quale, come principe grave e nelle attioni sue consideratissimo, non lo mostrerà facilmente ad altri, se non a personaggi grandi, a qualche proposito che di ciò potesse venire.

V. S. molto Ill.re prenda in buona parte questo mio aviso, e servale per inditio del molto desiderio che tengo di servirla, sì come di tutto cuore me le offero, per la gran stima che faccio del suo grande e sommo valore. Col quale fine le bacio la mano, e prego ogni felicità.

Di Monacho, alli 12 di Maggio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maAff.mo Ser.tore Thom.o Mermanni, Consegliere e Medico di S. A. etc.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Professore della Mathematica in Padova etc.

Padova.

310.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Venezia, 21 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 46. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Il Sig.r Girolamo Magagnati, noto a S. A. S. et a V. S. Ill.ma non tanto per le mie relazioni quanto per altre sue gentilissime composizioni poetiche, ornamento delle altre molte virtù che in lui riseggono, mosso da una particolare reverenza verso il Ser.mo G. D., ha, con quello stile purgatissimo che ella vedrà, distesi in versi i concetti dell’alligata composizione([737]); et ben che la virtù propria sia bastante a dargli adito a presso la benignità di S. A. S. et alla cortese intercessione di V. S. Ill.ma, tutta via ha voluto che io resti honorato di accompagnare il suo componimento et la sua lettera sino alle mani di V. S. Ill.ma, acciò che da quelle poi trapassi con maggior favore in quelle del S. G. D. A questo uffizio non occorre che io aggiunga preghi, per non defraudare alla cortesia di V. S. Ill.ma et al merito dell’opera et dell’autore. Però senz’altro più, con ricordarmeli servitore devotissimo, con ogni reverenza gli bacio le mani, e dal Signore Dio gli prego somma felicità.

Di Venezia, li 21 di Maggio 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

311.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Firenze, 22 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 53. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Ho ricevuto tutte le lettere di V. S.; et havendole lette tutte a i Ser.mi Padroni, n’hanno preso infinito gusto, et massimamente dell’ultima, poi che tutti li litterati et intendenti, et anche quelli che prima l’intendevano contro l’opinione di lei, sono stati persuasi et convinti dalle ben fondate deduttioni, ragioni et osservationi della S. V. Et quanto al volerla i Ser.mi Padroni qua, con darle quella honorata provisione, ch’io l’accennai, et tanto virtuoso otio che ella possa finire i suoi studii et perfettionare tutte quelle opere et darle in luce al mondo, per publico benefitio, sotto l’auspicio et nome di questo grande et Ser.mo Principe, ne sono molto bene l’Altezze loro risolute, et me ne hanno data la parola, et penseranno ancora a un titolo honoratissimo per lei, et senza effettivo obbligo d’havere a leggere in Pisa, assai conforme alla dichiaratione che V. S. me ne fa; et con le prime lettere, sì come saranno ben discussi tutti i termini et articoli per darle ogni maggior sodisfattione, così io gliene potrò dare molto determinato et stabilito avviso: et mentre che io tratto il gusto, servitio et gloria del mio Signore, sono et sarò anche del continuo procuratore del contento, honore et utile della S. V. Et m’hanno detto i Ser.mi Padroni che faranno rimettere a V. S. dugento scudi in Venetia, per aiutarla nella spesa degl’occhiali et della stampa: et in Corte Cesarea, in Inghilterra, in Francia et in Spagna si è scritto che, mandando V. S. là occhiali o libri, ricevino et essequischino tutto quello che con sue lettere ordinerà loro la S. V., come glie ne scrivesse il Gran Duca medesimo. Et l’Ambasciatore che risiede in Corte Cesarea, credo ch’ella sappia che si chiama l’Ill.mo Mons.re il Protonotario Giuliano de’ Medici; et l’Ambasciatore in Spagna, l’Ill.mo S.r Cont’Orso d’Elci; et il Segretario in Londra, l’Ill.re S.r Ottaviano Lotti, Segretario del Ser.mo di Toscana; et in Francia l’Ill.re S.r Scipione Ammirato, Segretario del Ser.mo di Toscana. Et con tutto l’animo me le offero et raccomando; et stia sana et allegra, che con intera sua contentezza farà immortale sè, il Padrone et la patria.

Da Firenze, a’ 22 di Maggio 1610.

Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te S.r Galilei.Serv.re Aff.mo Belis.o Vinta.

Fuori: All’Ill.mo et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

Si raccomanda alla cortesia del S.r Montauto.

312**.

BELISARIO VINTA a ORSO D’ELCI in Madrid.

Firenze, 23 maggio 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 302,car. 107. – Di mano d’un segretario.

…. Se un Sig.re Galileo Galilei, nobil fiorentino, primario Matematico dello Studio di Padova, et che ha ritrovato et osservato in cielo nuove stelle et l’ha nominate Medicea Sidera, mandasse a V. S. Ill.ma alcune sue dimostrationi et compositioni in stampa sopra tali stelle et pianeti, et anche certi occhiali di sua inventione per rimirarle et osservarle più facilmente, affinchè ella le faccia presentare costì o a Sua M. o a cotesti S.ri letterati, et in particolare al Sig. Contestabile, ella gli accetti et lo favorisca in essequire la sua volontà, perchè è matematico et filosofo di gran merito et di gran fama, et è anche amicissimo mio, et tutto anche ha a resultare in honore et gloria del Ser.mo nostro Padrone….

313.

GALILEO GALILEI [A MATTEO CAROSIO in Parigi].

Padova, 24 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 19. – Copia trascritta quando fu messa insieme la raccolta Palatina dei Mss. Galileiani. In capo ad essa si legge: «A dì 15 Febbraio 1694 ab Inc.ne Dal Sig.r Giov. Batta del Sig.r Agostino Nelli nobil Fior.no». La detta copia apparisce adunque tratta da altra copia d’un originale che era nel 1694 presso il NELLI. Altra copia, di mano del sec. XVII, è nella Biblioteca Nazionale di Parigi (Fonds Du Puys n.° 663, car. 203) e porta la seguente annotazione: «Lettera del Galileo ad un medico che è in Pariggi, chiamato S.r Mattheo Carosio. Havuta in Marsiglia dal S.r Gallanzo de Gallanzi([738]) ariminese, ch’era in Corte del Card.le di Gioiosa, alli 26 Aprile 1611». Questa copia ha gravi errori, che accusano nell’amanuense poca conoscenza dell’italiano; onde abbiamo preferito attenerci all’altro esemplare, del quale però abbiamo corretto qualche errore che lo vizia, giovandoci della copia Parigina. Si segnano appiè di pagina con le lezioni della fonte da noi seguita, dalle quali ci discostiamo, e con P quelle lezioni del codice Parigino, di cui abbiamo creduto opportuno tener nota.

Ill.re Sig.re

Mando a V. S. l’Avviso Astronomico domandatomi da lei, acciò possa con suo comodo vederlo. Quello che mi scrive in proposito di quello che dicono i mattematici di costì, mi viene scritto da altre bande ancora, et fu similmente pensiero d’altri qui circunvicini, ai quali, col fargli io vedere lo strumento et i Pianeti Medicei, ne è([739]) rimossa ogni dubitazione. Il simile potrei fare ancora con i remoti, se potessi abboccarmi con loro. Ben è vero che le loro ragioni di dubitare sono molto frivole e puerili, potendosi persuadere che io sia tanto insensato, che con lo sperimentare centomila volte in centomila stelle et altri oggetti il mio strumento, non vi habbia potuto o saputo conoscere quegl’inganni che essi, senza haverlo mai veduto, stimano havervi([740]) conosciuto; o pure che io sia così stolido, che senza necessità alcuna habbia voluto mettere la mia reputazione in compromesso et burlare il mio Principe. L’occhiale è arciveridico, et i pianeti Medicei sono pianeti, et saranno sempre, come gli altri: hanno i loro moti velocissimi intorno a Giove, sì che il più tardo fa il suo cerchio in 15 giorni incirca. Ho seguitato di osservargli, et séguito ancora, se bene horamai per la vicinanza dei raggi del sole cominceranno a non si poter veder più per qualche mese.

Questi, che parlano, doveriano (per fare il giuoco del pari) mettersi come ho fatto io, cioè scrivere, e non commettere([741]) le parole al vento. Qua ancora si aspettavano 25 che mi volevano scrivere contro; ma finalmente sin hora non si è veduto altro che una scrittura del Cheplero, Mattematico Cesareo, in confirmazione([742]) di tutto quello che ho scritto io, senza pur repugnare a un iota: la quale scrittura si ristampa hora in Venezia([743]), et in breve V. S. la vedrà, sicome ancora vedrà le mie osservazioni molto più ampliate et con le soluzioni di mille instanze, benchè frivolissime; ma tuttavia bisogna rimuoverle, giacchè il mondo è tanto abbondante di poveretti. Non sarò più lungo con V. S.; mi conservi la sua grazia et mi comandi.

Di Pad.a, li 24 di Maggio 1610([744])

Di V. S.Ser.re Aff.mo Galileo Galilei

314.

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Bologna, 24 maggio 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod.10703, car. 70. – Autografa.

….Scripsi enim durissime contra Nuncium Sidereum: illa omnia Nuncii huius pater, me inscio, cum in nostra domo Bononiae pernoctatus est, abstulit. Quia autem multos amicos hîc habet, muto animum, et, secundum Dissertationem tuam doctissimam, formam aliam sequar; et quamprimum illa quae contra Nuncium typis dare voluero descripsero, primo tibi ad revidendum mittam.

Scio, deceptio unde veniat: hanc tu, vir doctissime, in Dissertatione, in ultimo argumento, p. 34([745]), invenisti; ego contra cum eiusdem Galilei perspicillo in caelo errorem inveni et probavi. Haec tibi, Vir doctissime et aeternum honorande, concredo; extra limen nihil.

Video, omnes Italos Galileo favere; video, illa quae contra scribo, Maginum, ut typis prodeant, impedire. Es beisst ein Fuchss den andern nicht, undt ein Hundt beldt den andern nicht ahn. Aber ich will dem wellischen Gsellen zue Padua die 4 neue Planeten in seinem Nuncio nicht lassen, wenss mir meinen Kopf undt mein Leib undt Leben khosten sollt; den diss Perspitzill, dass er geschmitt hatt, betrieget hie undt droben: hie khan ich ein Liecht bei der Nacht firfach zeigen; droben haben wir undt der Galileus selbsten, in eines Edellmanns Hauss, so Massimianus Kavrara([746]) heist, Spicam Virginis mediante hoc perspicillo duplicatam 25 Aprilis nocte sequente Bononiae gesehen. Omnia quae vidi in mea Peregrinatione tempus dabit. Nam brevi eo (ubi omnia mea requiescunt, et D. pater tibi forsan aperuit) me conferam, et quicquid vidi in caelo Iovis liberius dicam. Hîc nil excuditur, nisi prius Inquisitor, a N. P. Paulo V electus et confirmatus, viderit et probaverit….

Postscriptum.

Habeo, vir doctissime, in animo conficiendi, auxiliante Deo, hic in Italia instrumentum cum quo longissime distans per 15 miliaria remotus homo colloqui cum altero queat, et maiora visibilia quam cum Galilei rancido perspicillo videre possit. Serviet, auxiliante Deo, in caelo ad observationes melius quam Galilei perspicillum; serviet in tumultu et strepitu Bellonae. Iterum vale.

315*.

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.

[Bologna, 26 maggio 1610].

Blbl. Palatina in Vienna. Cod. 10703. car. 33. – Autografa.

….Brevi meam Peregrinationem cum Nuncio Sidereo finitam tibi ad revidendum mittam….

316*.

GIOVANNI ANTONIO MAGINI a GIOVANNI KEPLER [in Praga].

Bologna, 26 maggio 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 32. – Autografa.

S. P. D.

Tua, Vir Clarissime, Dissertatio cum Nuncio Sidereo inclusa litteris, 20 die Maii mihi est tradita. Methodus placet: Galilaeo haud gratam futuram credo, quia ad sua principia argute et amice revocasti. Quatuor tantum novi Ioviales famuli eliminandi et excutiendi relinquuntur. Vix obtinebit. 24, 25 Aprilis mea in domo suo cum perspicillo pernoctavit, novos hos Ioviales circulatores ostendere cupiens; nihil fecit. Nam magis quam 20 viri doctissimi aderant, nemo tamen planetas novos perfecte vidit….

317.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 28 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 47. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Non mi occorre con la presente altro, se non accusar la ricevuta della gratissima di V. S. Ill.ma, per la quale intendo la resoluzione di loro A. S.me, et ne starò attendendo l’ultimazione, sicuro che loro Al.ze et V. S. Ill.ma haveranno ogni ragionevole riguardo allo stato che io lascio, et che lasciato non lo posso più ritrovare.

Io sono tanto stanco dal rispondere a tante lettere che da tante bande mi sopraggiungono, che son mezo morto: però con sua buona grazia finirò con far humilissima reverenza a loro A.ze Ser.me Et a V. S. Ill.ma bacio reverentemente le mani, et dal Signore Dio prego somma felicità.

Di Pad.a li 28 di Maggio 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

318*.

ANDREA MINUCCI a GALILEO in Padova.

Venezia, 28 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss.Gal., P. I, T. VI, car. 55. – Autografa.

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

La virtù et il valore di V. S. è tanto predicato nel mondo, che non si può stimare vivo chi non ne ha notitia: per questo non mi do meraviglia ch’anco nella nostra Corte di Baviera sia arivato ‘l suo nome, et com’ella haveria occasione non solo di meravigliarsi ma di scandelizarsi, s’io non l’honorassi et stimassi. Ma perchè bramo con fatti, più che con parole, comprobare questa verità, io ne starò attendendo l’occasione; et tra tanto invierò quanto prima la casseta al S.r Mermanni, amico mio singolarissimo et suggeto amabilissimo, come V. S. deve sapere. Alla quale bacio per fine la mano.

Di Vin.a, il dì 28 Maggio 1610.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma S.r Galileo GalileiAffett.mo et Ser And. Minutio.

Fuori d’altra mano: all’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Gallilleo Gallillei.

Padova.

319*.

GIORGIO FUGGER a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Venezia, 28 maggio 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Mss. 10703, car. 40. – Autografa.

Doctissime ac Praestantissime Domine Keplere,

Ad proximas quod respondeam non habeo, praeterquam quod disertam sane Dissertationem in Galilaei Nuncium perlegi, ex quo is, sivult, larvam sibi detractam facile deprehendet. Ad perspicillum quod attinet;, eiusmodi, S. Caes. Maiestati mox transmittendum summa diligentia confici curavi….

320*.

ANDREA LABIA a GALILEO in Padova.

Roma, 29 maggio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 61.– Autografa.

Molto Ill.re Sig.re Oss.mo

La fama dello stromento di perspettiva trovato da V. S. è arrivata tanto oltre, che ha di sè invaghiti molti prencipi, et tra gli altri l’Ill.mo Sig. Card.e Borghese, il quale, se per altra occasione conoscesse V. S., le ne harebbe volentieri scritto. Sappia dunque, esserle tanto caro tale stromento, che se da lei le capita nelle mani, come glie([747]) potrà haver dato cenno il Sig.r Benzio, non solo le riscriverà in ringratiamento, ma anco conoscerà quanto ciò le potrà essere giovevole; onde la prego quanto posso a dar gusto a sì fatto prencipe, chè, oltre la sua sodisfattione, le resterò obligato in perpetuo. Et le bacio le mani.

Di Roma, li 29 di Maggio 1610.

Di V. S. molto Ill.reAff.mo S.re And.a Labia.

Fuori, d’altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r S.r Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, a Padova.

Padova.

321*.

LUCA VALERIO a GALILEO in Padova.

Roma, 29 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 130. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Ch’io non habbia fin qui risposto alla lettera di V. S. a me carissima, scrittami a punto sei settimane fa, com’ella dice, prudentemente et con verità incolpa non me, ma una continova indispositione di stomaco e di testa, lasciatami dalla mia lunga malatia d’otto mesi: onde non pur lo scrivere, ma il leggere quattro righe, m’era quasi impossibile. Ma hora, la Dio gratia, da sì gravi dolori fatto libero, rispondo a V. S., pregandola a lasciare ogni sospetto che l’animo mio si possa mai mutar verso di lei, essendo la luce delle sue eccellentissime virtù sì vigorosa, et la mia mente in loro tanto avidamente fisa, che mi muove in ogni occasione il volere, indi la lingua, a lodare il valore, la sapienza, l’ingegno, et la singolar bontà di V. S. La quale ringratio molto del Messagiero Celeste, ch’ella mandandomi m’ha honorato appresso questi signori dotti di Roma, et datami occasione di giustificar le diffese da me fatte per V. S., prima che qui comparissero queste sue sagacissime et ammirande osservationi: che, a dirle il vero, comechè Roma per lo più abondi d’huomini di raro ingegno et dottrina eccellente, non mancano però di quelli ch’appresso d’alcune persone di gran stato, con alcune raccolte di varie lettioni, si fanno tenere oracoli di belle lettere, et fanno con la lingua continua guerra a i veri letterati, che parlano con fondamento. Alcuni di questa schiera facevano dire a V. S. certe cose ridiculose, ch’ella non s’havrebbe potuto mai sognare, fingendo d’havere havute di ciò secure relationi da Venetia. Sì che V. S. s’assicuri ch’io le vivo devotissimo servitore: et per conclusione della lettera, prego V. S. a non lasciarsi tanto trar dalle stelle, ch’ella non séguiti l’opera de i varii moti terrestri; sì come ancor ne la prega la S.ra Margherita([748]), fatta non men di me del valore di V. S. predicatrice. Et con tal fine baciandole amendue le mani, la preghiamo a tenerci in gratia: et Dio N. S. la prosperi et conservi.

M’era dimenticato di dire a V. S. come per l’allegrezza ch’io ho havuta dell’honore et utile fattole da cotesta Seren.ma Signoria, ho fatti di fresco alcuni versi latini in lode di quella et della mirabile città di Venetia, li quali non le mando hora per meglio considerarli: penso mandarli, piacendo a Dio, per quest’altro ordinario.

Di Roma, li 29 di Maggio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Devotis.o Luca Valerj.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

322*.

GIO. CAMILLO GLORIOSI a GIOVANNI TERRENZIO in Roma.

Venezia, 29 maggio 1610.

Archivio dell’Ospizio di S. Maria in Aquiro in Roma. Carteggio di Giovanni Faber. Filza 415, car. 530. – Autografa.

…. Nuncius Sidereus Galilaei de Galilaeis, de quo quid sentio scire cupis, multa nunciat, quae neque nova sunt, neque ipsum agnoscunt auctorem. Credo, te non latere inventorem perspicilli quendam Belgam fuisse, et biennium fere elapsum est, quod huius ocularis rumor omnium aures penetravit; et verum non est, ut ait, quod doctrinae de refractionibus innixus ipsum adinvenerit: immo pro certo mihi relatum est, se proprium instrumentum vidisse, repenteque perspicillum fabricasse et ut suum excogitatum Venetiarum Principi sine mora obtulisse, cum tunc temporis Venetiis praesens esset Belga, qui tale instrumentum adportaverat, ne inventionis origo detegeretur et ipse primus auctor non crederetur. Quo in crimine Galilaeus suspectus est, cum auctorem quoque se faciat instrumenti quod Circinum Militare et Geometricum appellavit, Magnoque Hetruriae Principi dedicavit; vetus quippe adinventum, et ab omnibus una voce Michäeli Coigneto Antverpiensi, ut primo inventori, attributum. Quae vero de luna refert, veterrima sunt, Pythagoraeque adscribuntur; qua de re disertissimus extat Plutarchi libellus, quorum sententias novissime confirmare videntur Maestlinus in suis thesibus lunaribus et Keplerus in sua Optica Astronomica: neque sub novitatis mysterio promulgari debent ea quae scribit de Galaxia et de maiore fixarum numero, a veteribus non animadverso, cum de his omnibus ubique prostent philosophantium opiniones, controversiae; nec astronomi asseveranter inerrantium numerum determinarunt, at eas tantum recensere visi sunt, quae clarissime obtutui sese offerunt, quaeque sidereis instrumentis facile adnotari queunt. Sed admirationem omnem atque novitatem ad quatuor planetas circa Iovis stellam motibus disparibus cursitantes revocari, magis consentaneum arbitror; quorum binos a quibusdam aliis perspicilli beneficio prius detectos fuisse, rumor est. Publice fatetur Augustinus a Mula, patritius Venetus, se huiusmodi stellas prius conspexisse, Galilaeoque, de his nullam notitiam habenti, communicasse; rettulit quoque mihi Ill.mus Fuggerus([749]) se audivisse, apud Batavos, ubi perspicilli adinventio ortum habuit, observatos etiam fuisse: a quibus forte excitus Galilaeus, ut gloriae et pecuniae lucrum faceret, et si primus non fuerit observator, primus tamen scriptor haberi voluit; scis enim cautos et industrios esse Florentinos: hincque, occasione arrepta, plurimum dignitatis et commoditatis a Republica Veneta, itemque a Magno Hetruriae Duce, adeptus, se perspicilli et novorum planetarum auctorem et inventorem promulgavit. Sed isthaec, ut astronomico negotio nihil conducibilia, missa faciamus, et rem ipsam, uti decet, introspiciamus.

Te non fugit, Vir doctissime, astronomicam disciplinam sensui visus subiacere, et hinc observationes, quae per visum fiunt, sideralis scientiae prima rudimenta et principia ab omnibus existimari. Cum itaque antecessores nostri libera oculorum acie caelum et astra intuiti sint, mirum non est, si ea quae nunc specilli adiumento conspiciuntur, minime animadverterunt. Vitrei ocularis optica arte elaborati munus est, obiecta longinqua et minima, et propinquiora et maiora visui offerre: hinc multa nunc et olim alio modo se habebunt, quam ut a priscis traditum est; scientiae enim, tempore et hominum solertia, perfìciuntur. Neque profecto absurda sunt, quae de luna, stellis fixis, deque nebulosis et Galaxia, recensuit in suo libello Galilaeus; cum, huius instrumenti beneficio, fixae, quae prius delitescebant, nunc se conspiciendas praebeant, et quae prius nebulosae dicebantur, nunc conspicuae atque micantes dici oportere, itemque candorem illum lacteum minimarum stellarum confusam quandam congeriem indicare, atque lunae maculas asperitates atque inaequalitates quasdam videri. Fateor quidem, me semel aut bis ad caelum, comite perspicillo, oculos convertisse, et haec omnia, et si non ita adamussim ut refert auctor, tamen non multum dissimilia adinvenisse: duas tantum stellulas Iovi propinquissimas observavi, quae an fixae vel errones sint, affirmare non audeo. Exactiori instrumento, longiorique tempore, multisque observationibus, haec rimari opus est: hoc tamen non tacebo, probabilia esse omnia quae recensuimus, et tempore forte confirmabuntur; nec deerunt qui strenuam huic novitati operam navabunt, et praecipue Keplerus, qui assidue stellarum observationibus invigilat….

323**.

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.

Venezia, 29 maggio 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 120. – Autografa.

…. Al S.r Amb.r Medici è stato mandato sempre quel che è stato inviato qui per lui molto prontamente: ed al S.r Galilei dissi io medesimo che si manderebbe volentieri gli occhiali et libro, ma che il cannone lungo era bene pensare ad altra via, perchè andarebbe in pezzi; et lui restò satisfatto. Ho poi dato conto e al S.r Amb.re et al S.r Galileo dell’ordine che ho da V. S. I. con sue lettere, et ancora al S.r Lotti inviarò quel che mi verrà dato per lui….

324.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 31 maggio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 132. –Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re P.rone Colend.mo

Stimo tanto il favore che V. S. si è degnata di farmi, mentre mi ha riputato degno di una sua lettera, come se Cesare istesso mi havesse scritto([750]), con tutto che io sia stato honorato di un lungo abboccamento da S. M. (cosa in questi paesi non ordinaria). Ad rem, perchè so che i signori matematici vogliono più presto demostrationi che parole.

Superflue sono le scuse di V. Sig.ria Ecc.ma di havere indugiato a scrivere sin hora, poi che son stato raguagliato della sua assenza non solo per via de gli suoi amici,come da l’Ill.mo Ambasciatore di Fiorenza, ma anco per via de gli suoi nemici, quali strepitano più che mai; anzi se ne fanno beffe, havendo io visto lettere di un familiare del Magino([751]) (credo todesco), che V. S. partì da Bologna tutto confusa, dopo essersi affaticata indarno di fare capace il S.r Magino delle sue dimostrationi la sera avanti, ch’ella fu a cena seco, con molto regalamento, secondo egli presuppone.

Quello ho da dire a V. S. Ecc.ma, e questo per suo particolare, che oltre l’havere il Magino scritto al Matematico di Colonia([752]) per tirarlo alla sua contro di lei, ha fatto il medesimo con tutti i matematici di Germania, Francia, Fiandra, Polonia, Inghilterra ecc.; il che ho saputo non da uno, ma da diversi di diverse nationi, tutte persone che rappresentano persone de principi: dicono agenti residenti, ambasciatori, chè pochi sono in questa Corte con quali non ho qualche intratura o domestichezza (il che sia detto senza ostentatione). Et se bene non ho dato conto a V. S. con le mie, mi è parso di supplire con il mezzo dell’Ill.mo S.Ambasciatore Toscano, al quale n’ho dato conto di mano in mano: ciò è che questo huomo, il Magino, vedendosi mettere il piè inanzi nella propria patria, in quella propria professione dove egli vorrebbe egli solo Fenice, faccia ogni sforzo di scancellare i meriti di V. Ecc.za, in materia et soggetto ella sola merita nome di Fenice (sic). Non voglio tralasciare di dire ch’il Magino, per openione di alcuni speculativi (da’ quali non dissento affatto), sia spinto da chi([753]) può commandare nel luogo dove egli è schiavo, fuori del proprio nido: però si può scusare il buon gentil signor di non farlo per malegnità, ma per commandamento de’ padroni.

Io, che ho caminato per queste università di Germania dopo la mia partenza da Italia, ho conosciuto qualche astrolago et matematico; ho scritto a parecchi che voglino andare adagio nel dare il loro giuditio intorno al libro di V. S. Il Sig.r Kepplero sta saldo per V. S., con il quale ho stretta l’amicitia. Il Zugmesser, Matematico dell’Elettore di Colonia, non ardisce palesemente mostrarsi contrario a V. S. Ecc.ma affatto: ma havendo io seco fatti offitii gagliardi, con occasione che mi viene talvolta a truovare o che io vado dall’Elettore di Colonia, finalmente si è lasciato intendere di essere gravemente offeso da V. S. nel libro contro al Capra([754]), qual dice che ha visto, se bene in esso V. S. lo chiama Fiamingo, contuttociò egli sia Tedesco, ciò è da Spira. Egli desiderarebbe sommamente un libro del Capra([755]), perchè dice che non l’ha mai visto. Ancorachè sia tutto sopra la persona sua l’oppositione fatta da V. S., la quale se bene è sopra ogni invidia, non dimeno, havendo io tolta sicurtà di fare dare sodisfattione da V. Ecc.ma, che so che non l’haveva con lei ma con il Capra, però non sarebbe fuori di proposito ch’ella mi scrivesse un capitoletto in sua giustificatione.

V. S. mi scusi che io domandassi uno de’ suoi essemplari([756]), chè all’hora non sapevo che fossero stati mandati a Francofurto: ma n’aspetterremo della 2a editione, con l’aggionta ch’ella accenna.

Ho havuto dal S.r Chepplero quel suo discorso([757]) sopra l’opra di V. S., quale mi riesce vago.

Veggo dalle lettere di V. S. che il S.Ambasciatore Tosco non le ha scritto nulla delle lettere scritte da Bologna al Chepplero doppo il suo passaggio di essa per colà, ancorachè me presente le leggesse al detto Ambasciatore, almeno riferisse il contenuto, conforme a quel che ho detto di sopra di quel famegliare del Magino.

Il Residente di Lucca([758]), con quel coglione del Dottore Mingone([759]) tirolese, non cessano tuttavia di farmi insulti, come quello che havevo difeso la sua opra, appoggiandosi essi nell’autorità del Magino, con il quale dicono volere più presto errare, che acconsentire all’openione di tutto il mondo.

Mi è stato carissimo d’intendere che il S.r Pamfilio([760]) si truovi ancora costì: et se prima havesse ricevute le lettere di V. S., harei risposto; ma le ho havute tardissimo, perchè ho mutato d’alloggiamento, non saputo da nessuno se non hoggi. Io son diventato castellano di Cesare, ciò è sto in Castello da un amico.

Ho ricevuta singolarissima gratia da V. S. del favore fattomi in fare riverenza a quelli S.ri Padri Maestri Pavolo et Fulgentio, a’ quali resto di scrivere per scarsità di tempo. Tuttavia voglio pregare V. S. ad avvisare Maestro Pavolo di non fidarsi di continuare la prattica di scriv[ere] a uno di Parigi([761]), quale mostra le sue lettere ad altri, i quali mi hanno detto particolari scritti da S. R. che sono sforzato a crederlo. Ma ne scriverò con le prime a S. Reverenza; et intenderò meglio anco li particolari dall’amico, quale è un barone todesco venuto di fresco di Parigi, che fa professione di gran politico, senza dichiararsi di che religione egli si sia: ma havendo havuto io seco amicitia in altri luoghi, so quanto pesa, et ne darò minuto raguaglio al Padre Maestro con le prime. Intanto la supplico di favorirmi di rendere a questi RR.di Padri centuplicati saluti.

Di Praga, all’ultimo di Maggio 1610.

Di V. Ecc.zaServ.re Aff.mo Martino Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matematico in

Padova.

325*.

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO in Padova.

Roma, 4 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal.,P. I, T. XIV, car. 29. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

Ho ricevuta la lettera di V. S., che mi è stata gratissima per le cose che mi scrive dell’occhiale; e particolarmente mi è piacciuto intendere quello ch’ella va pensando di fare del cristallo di rocca, perciochè spero che mediante la dottrina et ingegno di V. S. si possano trovare altre cose mirabili, sì come ella ne ha trovate fin hora: et s’ella me ne farà partecipe, io le ne restarò con molta obligatione. In Roma si lavorano i cristalli di rocca con arte e facilità mirabile: però se in questo particolare io posso fare servitio alcuno a V. S., lo farò molto volentieri.

Quel gentil’huomo fiorentino che ha domandato a V. S. un occhiale, io credo, per dire il vero, che l’habbi chiesto a instanza del Cardinal Cappone: ma non lo sapendo io, e desiderando intendere il desiderio del Cardinale Borghese, mostrai a S. S. Ill.ma la lettera di V. S.; la quale vide con molto gusto, e mi fece grande instanza ch’io scrivessi a V. S. che gli sarebbe carissimo havere uno de’ suoi occhiali, et me lo replicò più volte. Però se V. S. glielo manda, credo che gli farà gran piacere. E con questo per fine la saluto.

Di Roma, li 4 di Giugno 1610.

Di V. S. Ill. S.r Galileo Galilei.Come fratello, Il Card.le dal Monte.

Fuori: All’Ill. Sig.or

Il Sig.or Galileo Galilei.

Padoa.

326.

VINCENZO GIUGNI a GALILEO in Padova.

Firenze, 5 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.I, T. VI, car. 59. – Autografi la sottoscrizione e l’indirizzo interno.

Molto Ill.re et Ecc.te Sig.r mio,

Delli 7 et 28 di Maggio mi trovo sua a far risposta. Per la prima mi dice che mi mandava tre fila di catene, et che dando negli zaffi corse risico di perderle, ma non seguì, mediante l’amicizia che haveva et l’essere sopra gl’ori gentilhomini molto amorevoli inverso la sua persona; et mi diceva che il giovedì vegnente l’harebbe consegnate al procaccio di Venezia, perchè me le rendessi in mia mano, il che per ancora non è seguito. Per avviso le sia. Sì bene per la sua de’ 28 m’è stato reso una scatoletta con una verghetta d’oro al peso di once sette et mezzo, acciochè io gliene faccia una medaglia del Ser.mo nostro Gran Duca, con il rovescio delle stelle trovate da lei, et nel modo che l’ordinasti al Ligozzi([762]) per farl’impresa nell’anticamera. Ma il Ligozzi, che ha di molte faccende, ancora ci ha da dare l’impresa che se gl’ordinò; et il Gran Duca mi disse che non voleva che si facessi se prima non era bene giustificata dalle risposte delle lettere che havevi scritto: et io risposi che già n’havevi ricevute, et che approvavano quanto diceva, e che sarebbono messe alla stampa. Credo che come sarà messo su quella che ha fatto il Ligozzi, si farà ancora nelle medaglie d’oro: et all’hora mi ricorderò di servire a V. S. Et intanto, perchè la sappia ogni cosa, io ho havuto la parola da S. A. che il soprapiù dell’ordine che m’haveva dato quanto alla collana per V. S. Ecc.ma, sia a V. S. da me ben data. M’è parso dargliene notizia, perchè la cognosca quanto il Ser.mo Padrone l’ama, et cognosca che anch’io desidero di servirla. Et baciandoli le mani, le prego dal Signore Iddio il colmo delli sua desiderii.

Di Fior.za, li 5 di Giugno 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.te Il S.r Galileo Galilei.Aff.mo per ser.lla Vinc.o Giugni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei in

Padova.

327.

BELISARIO VINTA a GALILEO inPadova.

Firenze, 6 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 57. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Hanno queste AA. deliberato di dar titolo a V. S. di Matematico primario dello Studio di Pisa et di Filosofo del Ser.mo Gran Duca, senz’obligo di leggere et di risedere nè nello Studio nè nella città di Pisa, et con lo stipendio di mille scudi l’anno, moneta fiorentina, et con esser per darle ogni commodità di seguitare i suoi studii et di finir le sue compositioni; et sì come vivendo appresso all’AA. loro et con esso loro conversando, conosceranno et proveranno sempre più([763]) la sua valorosissima et eminentissima virtù in tanti et tanti conti, così accresceranno al suo merito amore et stima, et alla sua persona favori, honori et gratie. Et se V. S. si contenti di questo, bisogna che la me lo specifichi bene bene con sue lettere, con farsene poi in nome di lei la supplica, et da S. A. il decreto et rescritto, et la publicatione quando vorrà la S. V.: et intanto si terrà più segreto che sarà possibile. Et non havendo potuto questo giorno fare il mandato de i 200 scudi, che S. A. le dona per le spese intorno a gli occhiali et stampa d’altra sua compositione sopra i ritrovati pianeti, si farà domani o posdomani: et questi faccia conto d’haverli in borsa. Et le bacio le mani.

Di Firenze, li 5 di Giugno 1610.

Di V. S. Ill.re et moltoEcc.te S.r Galileo Galilei.Serv.re Aff.mo Belisario Vinta.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te Sig.re mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei.

Venetia per Padova.

328.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 7 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. VII, car. 135. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.rone Oss.mo

Non ho voluto mancare di scrivere queste 4 righe a V. S. per farle sapere che ho trattato più di una volta con quel Zugmesser, Matematico di Colonia, che si tiene essere stato calonniato da V. S. contro ogni ragione in quel libro ch’ella scrisse contro i Capri.

Fra le altre cose dice che V. S., in presenza del S.r Cornaro([764]), confessò che lo stromento di lui fosse migliore del suo;

Che egli non ha mai visto Tichone Brahe, et V. S. mette ch’egli l’havesse havuto da lui;

Che V. S. lo chiama Fiamengo, essendo Tedesco da Spira;

Che V. S. mostra di non haverlo conosciuto se non per sentire dire,

Che nello stromento di V. S. ci era un mancamento, che non era nel suo.

Io vorrei, se fosse possibile, di riconcigliare V. S. con questo huomo, se possibile fosse, perchè ha pensiere di scrivere contro di lei et di esserle nemico mortale. Però V. S. m’accenni la sua volontà, et quello ella vuole che io faccia.

Con le ultime dell’Ill.mo S.r Cardinale Capponi, ho che li matematici di Roma et Toscana restavano capaci della inventione di V. S.; il che ho voluto mostrare al Kepplero per sua consolatione, et al Zugmesser per sua confusione. Raccomando l’inclusa a V. S.

Di Praga, alli 7 di Giugno 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maServ.re Aff.mo Martino Hasdale.

Fuori: A1 molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 Il Sig.r Galileo Gallilei, Matem.co di

Padova.

329*.

GIO. BATTISTA MANSO a GALILEO [in Padova].

Napoli, 8 giugno 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIX, n.° 110. – Autografa la sottoscrizione.

Molt’Ill.re Sig.re mio,

Poteva la fortuna ritardar le mie lettere a capitar nelle mani di V. S., ma non già ritener lei da’ favori che m’ha fatti con questa sua. Era affettionatissimo alla sua dottrina, al suo valore, alla sua virtù; hora sono obligatissimo alla sua cortesia, alla sua amorevolezza et al conto che fa dell’osservanza ch’io le tengo. Vorrei esser così buono a servirla come sono affettuoso nel riverirla et ardente nel predicarla; ma questo favore anche spetto da V. S. per mezzo de’ suoi comandamenti, e dalla fortuna con porgermene occasione.

Il suo Aviso Astronomico è stato con sommo desiderio spettato da tutta questa città. Sin hora non ve n’è capitato alcuno: credo che sieno ritenuti per istrada; ma io n’ho procurato uno per ogni via, e spero haverlo o da Roma (se ve ne sono rimasti) o da Venetia. Fra questo mentre, restarò raccommandandomi vivo alla cortesia di V. S., a cui priego da N. S. ogni felicità.

Di Napoli, il dì VIII di Giugno 1610.

Di V. S. molt’Ill.reSer.re Aff.mo Giovanb.a Manso.

Fuori: Al molt’Ill.re S.r mio

Il S.r Galileo Galilei.

330*.

MARTINO HORKY ai DOTTORI DI FILOSOFIA E DI MEDICINA

dell’Università di Bologna.

Bologna, 15 giugno 1610.

Cfr. Vol III, Par. I, pag. 131 [Edizione Nazionale].

331*.

ORAZIO DEL MONTE a GALILEO in Padova.

Crema, 16 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 136. –Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

V. S. Ecc.ma dà frequente dimostrattioni al mondo della vivacità et felicità del suo bellissimo intelletto, et poi non lascia occasione di darle a me della singolar sua cortesia; onde troppo cumolo fanno seco tant’oblighi miei, et quanto vaglio, li rendo gratie del suo Aviso Astronomico. L’inventione del’occhiale è cosa veramente di grandissimo gusto, nè mi posso persuadere che Olandesi, o altri ingegni barbari, vi siano a parte. Ma questa, d’haver scoperto quattro pianeti di più, è cosa maravigliosa, et simile allo scoprimento d’un mondo novo; et V. S. Ecc.ma potrà con molta raggione gareggiar di gloria con il Colombo, non che avantaggiare il Montereggio: et io, che professo portarle particolare affetto, godo in estremo che il suo nome cresca con il suo molto merito.

Aspettamo qual cosa sopra l’istromento suo geometrico, perchè nelli libretti V. S. Ecc.ma promette un giorno far vedere cose di più.

Io mi ritrovo in essere alcune opere di mio padre b. m., che le vorrei dar fuori; ma li stampatori di Venetia mi hanno tradito troppo con le scorrettioni ne’ Problemi Astronomici([765]). Se fosse possibile che in Padova io fossi servito di buon correttore, io le darei fuori volentieri, perchè son consigliato et importunato farlo, et le opere son curiose: La Coclea che inalza l’aqua, divisa in 4 libri([766]); Opuscoli: In Quintum; De motu terrae; De horologiis; De radiis in aqua refractis([767]); In nono(?) opere (?) Scoti; De proportione composita, et la fabrica di alcuni istromenti ritrovati da lui, delle quali tutte cose vi sono le figure intagliate([768]). Io prego V. S. Ecc.ma avisarmi come potrei fare. E per non tediarla più, le bacio le mani.

Di Crema, li 16 Giugno 1610.

Di V. S.Ill.re et Ecc.ma S.r D. Galileo. Pad.aAff.mo Ser. di core Oratio del Monte.

Fuori d’altra mano: all’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r D. Galileo Galilei, Mattem.co nello Studio di

Padova.

332.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 18 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 38. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

La lettera humanissima di V. S. Ill.ma, scrittami ultimamente, non mi fu resa qui in Padova se non il sabato prossimo passato, sì che era trascorso di un giorno il tempo di potergli dar risposta. Havendo hora intesa la determinazione di loro Al.ze Ser.me et ricercandomi lei sopra ciò l’ultima mia et specificata deliberazione, gli dico che a quanto loro A.ze Ser.me hanno stabilito, sì circa lo stipendio come circa il titolo, niente o poco sono per domandare che si alteri, come quello che altro mai non ho desiderato che l’intera satisfazione di loro A.ze Ser.me: et questo poco si ristringe a stabilire et specificare, la mia condotta essere durante la vita mia, sì come in vita ero condotto qua, se cominciavo il servizio al prossimo Ottobre venturo; e circa il titolo, piacendo a loro Alt.ze Ser.me di nominarmi Matematico primario dello Studio di Pisa, desidero che pur tuttavia mi resti il titolo non solo di Filosofo del Ser.mo G. D., ma di Matematico ancora. Et sopra questo mi fermo, et di tanto ne do certa et resoluta parola a V. S. Ill.ma, acciò possa ultimare et effettuare quello che resta: il che stimo che sarà bene che segua quanto prima, perchè havendomi il Ser.mo G. D. comandato che io fussi costà questa state, io potessi liberarmi di qua con ogni prestezza e trasferirmi a Firenze, senza haver più bisogno di ritornar qua di nuovo.

Circa poi il ristampare il libro intorno a i Pianeti Medicei, giudico che sia bene aspettare il ritorno di Giove fuori de i raggi del sole, per poterlo osservare ancora mattutino, et por nell’opera molte osservazioni fatte in questa costituzione, oltre a quelle che ho fatte di più mentre è stato vespertino, il quale ho potuto vedere benissimo, insieme con i suoi pianeti aderenti, sino a 3 settimane fa([769]). Il tempo di poterlo ricominciare a vedere orientale mattutino sarà tra meno di 2 mesi([770]), et si vedrà comodamente 2 hore avanti giorno: et tra tanto andrò seguitando le mirabilissime osservazioni et descrizioni della luna, la qual vista avanza tutte le meraviglie, et massime hora che ho perfezionato maggiormente l’occhiale, sì che scuopro in essa bellissimi particolari.

Questo istesso tempo mi basterà ancora per ampliare il trattato, nel quale voglio inserire tutti i dubbi et tutte le difficultà statemi promosse, insieme con le loro risposte et soluzioni, acciò che il tutto resti indubitatissimo, sì come in effetto è non solamente vero, ma più di quello che ho detto e scritto. Non voglio restar di far sapere a loro Al.ze Ser.me, come ho con diligenza osservato più volte intorno a Marte et a Saturno, vedendosi ambedue la mattina avanti giorno, et in effetto non veggo che habbino altri pianeti loro assistenti; cosa che mi è di sommo contento, poi che possiamo sperare di dovere esser noi soli, et non altri, stati graziati da Dio di quest’honore.

Se loro Al.ze Ser.me haveranno fatto ordinare in Venezia che mi siano contati li Ñdi 200, che mi scrive V. S. Ill.ma([771]), verranno oportuni o per la spesa della stampa, se mi tratterrò qua tanto, o per la condotta mia et delle mie robe et per parte di risarcimento del danno che sentirò nel disfar casa qua et rifarla in Firenze, il quale non sarà leggiero; et in questo caso io stesso poi farò la spesa intera della stampa.

Restami finalmente di significare a loro A.ze Ser.me, come per ridurmi in perfetto stato di quiete di mente mi bisogneria liberarmi da alcuni oblighi che ho, et in particolare con 2 miei cognati([772]), per il resto di dote che deveria per sua parte pagar loro mio fratello, havendo io sborsata la parte mia et assai più; ma perchè mi trovo obligato per lui, et esso non si trova in facoltà di poter satisfare al suo debito([773]), è forza che sottentri io per lui. Però mi sono promesso tanto della benignità di loro Alt.e Ser.me, che quella comodità che ad altri molte volte hanno fatta, et io più volte ho ricevuta qua da questi Signori([774]), mi deva, supplicandonele io, esser conceduta: et questa è l’imprestito dello stipendio di 2 anni, per doverlo scontare ne i prossimi quattro venturi; et ciò domando io per grazia specifica dalla loro infinita cortesia, dalla quale sola intendo di riconoscerla et non da altra condizione, havendo io, come da principio ho scritto, fermo proponimento di non mutare articolo alcuno essenziale di quelli che dalla assoluta deliberazione di loro Alt.e mi sono stati proposti.

Altro più non soggiungo in questa materia, ma starò attendendo da V. S. Ill.ma quanto prima lo stabilimento et effettuazione del negozio, per venirmene poi subito a servire et reverire presenzialmente i miei Ser.mi Signori et Padroni naturali. A i quali intanto reverente m’inchino, et a V. S. Ill.ma con ogni spirito bacio le mani, pregandogli dal Signore Dio il compimento di ogni suo desiderio.

Di Pad.a, li 18 di Giugno 1610.

Di V. S. Ill. maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

333**.

ANDREA LABIA a GALILEO in Padova.

Roma, 19 giugno 1610.

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.r Oss.mo

L’occhiale di V. S. è stato presentato al personaggio destinato([775]), se bene con mancamento di uno de’ vetri necessarii: non so donde possa nascerne il difetto: tutta via è stato gratissimo, et per lettere ella se ne avedrà. Fra tanto io ho participato del favore da V. S., et insieme sono avvinto dall’obligo che da esso per mio conto ne dipende. Del quale pregandola a tener memoria, impiegandomi dove le parrà, le bacio di tutto cuore le mani, et infinitamente la ringrazio.

Di Roma, li 19 di Giugnio 1610.

Di V. S. molto Ill.re S.r Galileo.Aff.mo Ser.re And.a Labia.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

334.

GIOVANNI ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.

Bologna, 22 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. VII, car. 138. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio,

Arrivai a Bologna giovedì, per Iddio gratia, sano: fui, come è solito mio, con il Sig.re Magino, al quale([776]) feci le raccommandazioni sue, et le furno gratissime.

Gli addimandai di Mess. Martino todesco, suo servitore, perchè volevo vederlo; ma lui mi rispose che era andato a vedere la città di Modena, che tanto desiderava vedere, con alcuni suoi amici. Ma il giorno seguente certi gentil huomini Modenesi, amici del Sig.re Magino et miei intrinseci, scrissero ad esso che in Modena si ritrovava il suo servitore, quale faceva stampare una opera contra il Sig.re Galileo, et che l’istesso gli lo haveva detto, et l’istesso scrissero ancora a me: il che inteso, tanto fu il sdegno che prese il detto et io insieme, stante già li molti protesti fateli et parole mille volte dette a questo furfante, che usceti di casa et subito spinsi A.o, mio servitore, a Modena con lettere calde a certi miei, che cercassero di impedire simile negotio. Et il giorno seguente arrivò Martino, quale, prima che il Sig.re Magino lo vedesse, lo vidi io, et li dissi([777]), che stante li termini usati et il mal procedere suo con amico mio carissimo come lei, et del S.re Magino ancora, haveva commesso una indignità gravissima, ma che ne portarebbe la penna, se non cercasse modo di retratare questa, come mi referirno, maledica scrittura, et che il suo padrone era molto incolerito. Lui mi negò; ma arrivato a casa, subito la mattina il Sig.re Magino lo chiamò, et li fece molte brusche parole, dicendoli che se li levasse di casa, poi che non voleva apresso di sè homini, che essendo sui servitori, ardissero obstare contra amici suoi, e tanto più quanto che gli lo haveva detto lui et io mille volte; et lo cacciò fuori di casa. Dove andasse non lo so, ma lo saprò; et il Sig.re Ma[….] mi riferse, che domenica sera l’incontrò nella strada di Modena, tutto mal andato e disperato.

Determinai volerne dare conto a V. S. Ecc.ma, acciò sappi quanto passa circa simil negotio, et insieme conosca quanto conto tenga di lei in simile occasione; assicurandola che se per sorte costui fosse tanto ostinato, come essere sogliono li Tedeschi, che volesse pure stampare questa sua opera, non è però mai seguito con consentimento di alcuno di noi, ma ben sempre havere bravato seco et straziatoli mille scartafazi, et in oltre saremo per fare ogni sforzo possibile acciò non habbia l’intento suo; che, per Dio vero, il Sig.re Magino et io ne sentiamo dolore interno. Ma al sicuro l’habbiamo fugato in modo, che a quest’hora forsi ne sarà pentito, perchè li resta troncato mille dissegni. Et ad altro spatio forsi scriveròli molto più distintamente, chè fra tanto intenderò il successo del tutto. Resta solo che mi conservi nella buona gratia sua, et favoriscami de’ suoi commandi, che con straordinaria prontezza li mostrarò quanto desideri servirli effettualmente. E li baccio con ogni affetto le honorate mani.

Di Bolog.a, il dì 22 Giugno 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSe.re di cuore Gio. Ant.o Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Eminentiss.mo Lettore di Math.a nello Studio di

franca per Venetia.Padoa.

335.

[GIO. ANTONIO MAGINI ad ANTONIO SANTINI in Venezia].

[Bologna, 22 giugno 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. XIV, car. 91. – Copia di mano di ANTONIO SANTINI, da lui inviata a GALILEO con lettera de’ 24 giugno (cfr. n.° 337).

Faccio poi sapere a V. S., che sono stato astretto levarmi di casa quel Mess.r Martino Horki tedesco; e questo perchè egli è stato tanto incivile et inconsiderato, di andare a Modona a fare stampare quella scrittura che egli havea fatto contra il S.re Galilei, con tutto che io li protestassi in sul saldo ch’io non intendevo che facesse questa cosa mentre stava in casa mia: ansi, havendolo inteso io domenica sera, lo licentiai in modo, ch’io non volsi che ci stesse la sera. E perchè li dissi che volevo io stesso correggiere questa sua imprudenza, et impedirli la stampa di quel libro con scrivere a Modona ad amici, si risolse quasi subbito di tornare a Modona per prender la detta scrittura.

Haverò caro che V. S. facci sapere questo successo al detto Sig.r Galilei, acciò egli prenda quella resolutione che li piacerà: e la resposta a costui sarebbe di farlo bastonare, muovendosi a tal impresa più per bestialità che per altro. Et io le ho detto che la licentia dateli non è per lui solo, ma per tutti i Tedeschi, che sono inimici di noi altri Italiani.

336**.

OTTAVIANO LOTTI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Londra, 23 giugno1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4189. – Autografa.

…. Se il S.Galileo Galilei manderà qua et imporrà a me cosa veruna, io haverò quella cura di sodisfarlo et servirlo, che prima mi comanda il cenno datomene da V. S. Ill.ma con l’ultima sua de’ 22 di Maggio passato, et che richiede poi opera sì degna, che certo doverà portar gusto grande alla Maestà di questo Re….([778])

337.

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Padova.

Venezia, 24 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T.VII, car. 140. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Havevo sentito che V. S. havea risoluto di tornare a Firenze, e stavo in speransa dovesse passar per qua per baciarli([779]) le mani, essendo stato impedito a me il trasferirmi a Padova per qualche occupatione; et acciò V. S. non partisse a dirittura sensa che potessi salutarla, lo farò con questi dui versi.

E quello che maggiormente mi premeva trattar seco, havevo carico di farle testimonio, che quella voce si era sparsa fosse scritto contra il suo Sidereo Nuncio, e che il S.re Gio. Antonio Magini ne fosse consapevole, o vero autore, era del tutto vanità. Bene un certo Martino tedesco, che esso teneva in casa per scrivere, si era incapricciato in ciò; et essendo venuto a sua notitia, lo haveva acremente ripreso della sua presuntione, per non dire pazzia: e quando pensava che si fusse distolto da questo humore, con lettere che ricevo in questo punto de’ 22, mi scrive il contenuto dell’incluso capitolo([780]); et se essa haverà occasione di esser per qua, ne le farò vedere l’originale. E creda che il S.re Magini è molto invelenito contra questo huomo, perchè non ostante che confessi che la materia è di fatto, li dispiace che, con mille spropositi che doverà dire, possa sapersi, questo tale esser stato in casa sua, per la profettione che tiene esso dell’ottima conrispondenza con V. S. E più oltre anche a bocca mi allargherei con seco, che per brevità non segue: et io per me stimo che V. S. non haverà nessuna fatica a respondere ad uno ingnorante simile, che da per sè gli suoi argumenti li faranno contra.

Non ho volsuto mancare di darli questo aviso, stimolato anche dal S.re Magini; dal quale fu approvato il testimonio mio della vista de’ pianeti, poi che esso da impedimenti naturali stenterà a poter ricevere aiuto suficiente con l’instrumento.

Io le vivo poi il solito affezionatissimo servitore, et aspetto occasione, per non esserli del tutto inutile, di ricevere qualche suo comandamento: et le b. le m.

Di Venetia, adì 24 Giugno 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Antonio Santini.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il S.re Galileo Galilei, in

Padova.

338**.

GIO. ANTONIO MAGINI a [ANTONIO SANTINI].

[Giugno 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 88. – Copia di mano di ANTONIO SANTINI, da lui inviata a GALILEO con lettera de’ 10 luglio (cfr. n.° 356). In capo al foglio si legge, sempre della mano del SANTINI: «Copia d’un capitolo d’una lettera del S.re Magini di Bologna», e a tergo, di mano di GALILEO: «copia. S. Magini».

Ho riceuto il vetro che V. S. mi ha mandato, che mi è stato oltre modo caro, come quello che s’è benissimo accompagnato con l’altro; e ne rendo molte gratie alla sua infinita cortezia, avisandoli che ho hauto incredibil satisfattione dell cannone ultimo, che l’ho sperimentato nella luna, e veduto benissimo quelle macchie con la medesma distintione tutte le sere che le ho osservate: et a me appaiano come goccie d’oglio nella superficie dell’acqua; et ho scoperto l’eminenza della luna benissimo, parendomi che sia come un ballone di neve non ben formato, ma alla grossa, che fa poi qualche oscurità in certi luoghi e inequalità. Ho provato a mettere insieme due vetri concavi da una parte, uno sopra l’altro, e vengano le cose grandemente accresciute, ma però confuse; e però io credo che se i vetri fossero grossi e concavi da ambi due le parti, farebbe meglio.

In proposito del S.r Galilei, dico che io cercarò i[n] ogni modo di sgannare il mondo([781]), che io non ho parte nella coglionaria che ha fatto quel mio Tedesco; e già si sa publicamente per tutto Bologna, e lo farò non manco per sincerare col detto S.r Galilei, quanto anche([782]) per proprio mio interesse, chè mi vergognerei d’havere acconsentito a ragione così frivole et insulse, che porta costui. Io non sono stato buono di cavare una di quelle scritture di sua mano, se bene ho adoperato alcuni buoni mesi([783]), perchè egli s’è impaurito e teme a darla fuori per le minaccie ch’io le ho fatto: anzi, si è egli lasciato intendere che l’haverebbe trattenute a fatto, quando li fossero state pagate le suoi spese; ma poi si è inviato a Milano fin 4 giorni, che si ridurrà in casa del Capra, già nemico del S.re Galilei: ma sarà in luogo che se gli potrà far qualche scherso finalmente, quando haverò qualche resposta dal S.re Keplero, ma in nome suo proprio. Et ultimamente ricevè una lettera che non mi volse mostrare. Costui mi ha smarrito il foglio b del Nuncio Sidereo: se lo potessi havere, mi sarebbe cosa gratissima, etc.

339.

GALILEO a [VINCENZO GIUGNI in Firenze].

Padova, 25 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. V, car. 40. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Ho inteso per la cortesissima di V. S. Ill.ma delli 5 stante, resami solamente li 19, la ricevuta della verghetta di oro; et quanto alle 3 fila di collana, che havevo scritto di esser per mandargli, mi risolvei in quel cambio mandar la verghetta al peso giusto di un filo della collana, che V. S. Ill.ma mi diede sopra più di quello che era l’ordine del S. G. D. Ma hora che, per favore di V. S. et grazia della benignità di S. A., questo sopra più mi vien lasciato, mi sarà gratissimo che ella mi favorisca di far tirare la detta verghetta in un filo di catena, che accompagni li altri, et alla mia venuta a Firenze ve l’aggiugnerò; et essendo questo nuovo dono di S. A. aggiunto all’altro mandato, nel quale si conteneva una medaglia, questa, per non abusare la liberalità di quell’A.za, riceverò quando sia fatto il conio con i Pianeti Medicei. In proposito de i quali, mi par di dover dire a V. S. Ill.ma, già che lei mi scrive che S. A. va riservata in mettergli nella sua anticamera([784]) o in altri luoghi, che l’andar circuspetto è atto degno della prudenza di ogni savio principe, et perciò laudabilissimo: tutta via mi farà grazia soggiugnergli, che quello che ha scoperti i nuovi pianeti è Galileo Galilei, suo fedelissimo vassallo, al quale bastava, per accertarsi della verità di questo fatto, l’osservazione di 3 sere solamente, non che di cinque mesi, come ho fatto continuatamente, et che lasci ogni titubazione o ombra di dubbio, perchè allora resteranno questi di esser veri pianeti, quando il sole non sarà più sole; et si assicuri S. A. S.ma, che tutti i romori nascano dalla sola malignità et invidia, la quale sì come io provo contro di me grandissima, così non creda S. A. S. in questa materia di andarne esente; et io so quel che mi dico. Ma gl’invidiosi et ignoranti taceranno a lor dispetto, perchè ho trovato il modo di serrargli la bocca; ancor che assai chiaro argomento è che loro non parlano sinceramente, il gracchiar solo per i cantoni, dando fuora il lor concetto con le parole vane, ma non con la penna et con gl’inchiostri stabili e fermi. Ma in ultimo l’esito et il frutto di queste malignità ha da esser totalmente contrario all’intenzione de i loro autori, li quali, havendo sperato di annullare questa grandissima novità col gridarla per falsa, per impossibile et contraria a tutti gl’ordini della natura, l’haveranno in ultimo resa tanto più sublime, immensa et ammiranda, se bene per sè stessa è veramente tanto nobile et degna di stima, che nissun’altra heroica grandezza se gl’avvicina. Et di quanto ella sia stimata et ambita da i maggior re del mondo, siane a V. S. Ill.ma argomento quello che da un servitore molto intrinseco del defunto re di Francia di f. m. mi fu scritto li 20 di Aprile prossimo passato; il che non terrò con V. S. occulto, già che nel miserabil caso sono passate tutte le altre grandezze di quello invittissimo re. Le parole formali del capitolo della lettera scrittami da Parigi([785]) sono precisamente queste:

«La seconda richiesta, ma la più instante, che io possa mai fare a V. S., è che ella si risolva, scoprendo qualche altro bello astro, di denominarlo dal nome del grande Astro della Francia, anzi dal più lucido di tutta la terra; et più tosto dal proprio nome d’Arrigo, che dal gentilizio di Borbone, se così le pare: che V. S. farà una cosa giusta, dovuta et proporzionata; illustrerà sè insieme, et renderà sè et casa sua ricca e potente per sempre. Di questo ne assicuro V. S. sopra l’honore mio, la servitù che io le ho, et il merito suo particolare. V. S. investighi dunque con ogni prestezza et accuratezza, per iscoprire di nuovo qualche cosa bella in questo proposito et per esser la prima, et ce n’avvisi subito, mandando le lettere per via delli SS.ri Vanlemen; et si assicuri, come se ricevesse la voce et certezza dall’organo principale, che resterà contenta et felice in perpetuo. Havendo reso il debito alla patria, V. S. può rendere questo meritissimamente alla vera virtù et valore heroico del maggiore, più potente, bellicoso, prudente, fortunato([786]), magnanimo et buono principe che sia comparso al mondo da molti secoli in qua: il quale havendo, tra tante principesse, scielta una de’ Medici per sua legittima consorte, et postposte le donne di tutte le parti, originariamente et nel presente regie, per crearne un degno successore di lui in questo potente regno, all’imitazione dell’altro Arrigo 2°, suo predecessore, il quale lo prevenne nello sposare similmente un’altra de’ Medici, che tanto tempo ha regnato col marito e 3 figliuoli, successivamente re di Francia; V. S. verrà col nome di Arrigo a comprendere i 2 re di Francia che ne i nostri tempi si sono accasati nella Casa de’ Medici, et ne hanno lasciati regii successori, et si obligherà la Casa de’ Medici maggiormente, et compiacerà alla Republica di Venezia, tanto osservante, amica et benemerita di questa Corona et Maestà, dalla quale scambievolmente ne ha ricevuti quei grati et grandi offizii che si sa da poco in qua, che sempre si continuano et continueranno di più in più. Sì che V. S. non manchi di trovare et di avvisarmene il primo, sicura di esser per aqquistarsi un monarca et una grande e bellicosa nazione sua obligata et protettrice in tutte le sue occorrenze, etc.»

Da questo, e più dalla natura istessa del fatto, può comprendere V. S. Ill.ma la sua grandezza: et però nelle occasioni, che oportunamente se gli presenteranno, la prego ad operare che S. A. S. non ritardi il volo alla fama col dimostrarsi ambigua in quello che pur col proprio senso ha più volte veduto, et che la fortuna ha riserbato a lui solo et spogliatone ogn’altro; perchè hor mai comincio ad esser certo che non si troveranno altri pianeti, havendo con diligenza fatte moltissime osservazioni et inquisizioni.

Sono stato prolisso soverchiamente con V. S. Ill.ma: ne incolpi l’immensa devozione mia verso il Ser.mo nostro Signore, al quale per suo mezo humilmente m’inchino; et a lei con ogni reverenza bacio le mani, et insieme a i SS.i suoi figliuoli et miei singolarissimi padroni. Il Signore li conceda quanto desidera.

Di Pad.a, li 25 di Giugno 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

340*.

SCIPIONE BORGHESE a GALILEO in Padova.

Roma, 26 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 33. – Autografa la firma.

Molto Mag.co S.re

M’ha causato desiderio et curiosità d’haver uno degli occhiali inventati da V. S. l’haver intese, et in parte vedute, le sue mirabili operationi: onde può assicurarsi che mi sia stato sopra modo caro quello ch’in suo nome m’ha presentato il S.r Andrea Labia([787]), il quale devrà farle anco fede della stima ch’io fo delle virtù di V. S., et della particolare volontà ch’io ho di farle piacere, sì come dall’opere stesse ne sarà meglio certificata nelle occasioni di suo servitio. In tanto la ringratio del dono dell’occhiale, et dell’amorevoli et cortesi dimostrationi con che l’è piaciuto d’accompagnarlo; et per picciol segno del mio buon animo, le piacerà di ricevere quel che le viene in un picciolo scattolino con questa mia. Ch’io io per fine me l’offero et raccomando di cuore.

Di Roma, li 26 di Giugno 1610. S.r Galileo Galilei.Al piacere di V. S. Il Card.le Borghese.

Fuori: Al molto Mag.co S.re

Il S.r Galileo Galilei, a

Padova.

341*.

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO in Padova.

Roma, 26 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 31. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

L’occhiale che V. S. ha mandato al Sig.or Cardinal Borghese, non è capitato in mano mia: però io non ho trattato con S. S. Ill.ma di quei particolari che V. S. mi scrive. Ch’è quanto posso dirle; e con questo me le offero nelle sue occorrenze. Che Dio la prosperi.

Di Roma, li 26 di Giugno1610.

Di V. S. Ill. S.or Galileo Galilei.Come fratello Il Card.le dal Monte.

Fuori: All’Ill. Sig.or

Il Sig.or Galileo Galilei.

Padoa.

342*.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Firenze, 26 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Nuovi Acquisti Galileiani, n. 6. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

L’ultima lettera di V. S. de’ 18, scritta a me([788]), et da me letta tutta a i Ser.mi Patroni, et da loro udita con attenzione et piacere, ha fatto fermare et risolvere stabilitissimamente il suo negotio: et perchè questo giorno è il sabato, et l’hora è tardissima, non si può questa sera rispondere con la firma di S. Alt.a, come le vuol rispondere l’Alt.a sua medesima; ma seguirà con le prime. Et intanto questa sera l’Alt.a sua ha soscritto il mandato per il S.r suo Depositario generale di dugento scudi di donativo, che ella le fa; ma non so già, dubitando io che il S.r Depositario haverà serrati i suoi dispacci a quest’hora, se darà in questa gita la commessione a i Sig.ri Mannelli per il sudetto pagamento: ma in somma seguirà a canto a canto. Et io sono et voglio essere suo procuratore, et sempre servirla: et le bacio le mani.

Da Fir.ze, 26 Giugno 1610.

Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te S.r Galileo Galilei.Serv.re Aff.mo Belis.o Vinta.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te Sig.r Hon.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Venetia per Padova.

343**.

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.

Venezia, 26 giugno 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 128. – Autografa.

…. Mi è anche stato adimandato se è vero che il Dottor Galileo venga a servir S. A. con condizioni grandissime; et pure ho detto che non so niente: et questo se è vero, scoprendosi, gli potria esser di noia qua….

344.

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.

Bologna, 29 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 142. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio Oss.mo

Siamo, il Sig.re Magini et io, questa mattina stati insieme, et hoggi a punto poi ho receputo. Intendo quanto mi scrive; et assicuro V. S. per risposta, che non è stato di consenso del S.re Magini che Martino habbia scritto ad alcuno nè in Alemagna nè altrove, ma ha fatto il tutto per mera sua temerità, et il detto sempre ha cercato levarlo di questo pensiero; ma in soma li oltramontani sono zervelli molto stravaganti. Il Magino manda la copia di una lettera venutali di Firenze, dove a pienno si scorge quanto fosse arrogante, et volere scrivere alli amici suoi come se di suo consenso l’avesse fatto; il che è falsissimo, come con il tenpo V. S. conoscerà benissimo. E basti.

Arrivò costui a Bologna, doppo licentiato dal S.re Magino, et referì ad alcuni che era stato a Milano, et a Pavia si era abbocato con il S.re Capra; et è andato ad habitare nello Colleggio de’ Nobili, governato da’ Iesuiti. Io non ho ancora potuto vederlo; ma mi scrisse un gentilhuomo, che haveva stampato, et si era partito subito di Modena, ma che non sapeva dove. Hora dunque che è in Bologna, vorrei pur cercare modo di intendere l’animo suo, poi che per simil causa sdegnato non li parlo nè io nè tam poco il S.re Magino, et siamo tutti dui pronti di scrivere una epistola, della quale V. S. se ne potrà servire, giustificandosi che sempre l’habbiamo disuaso a questa impresa, et habbi scritto a chi si voglia, l’ha fatto per sua temerità et non di conseglio del S.r Magino. E tanto basti per hora, per la fretta del coriero; se altro occorerà, avisaròla. Che per fine li bacio le manni, insieme con il S.re Magino.

Di Bologna, il dì 29 Giugno 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSe.re di cuore Gio. Ant.° Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Eminent.mo Letore nello Studio di

Padoa.

345*.

BERLINGHIERO GESSI a GALILEO in Padova.

Venezia, 30 giugno 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 35. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re Sig.re

Mi è inviata da Roma una lettera dell’Ill.mo S.r Card.le Borghese, con uno scattolino et una catena d’oro per V. S.; et aciochè habbia il tutto in mano sua presto et sicuramente, mi sono risoluto inviare apposta il presente mio staffiero, che la consegnerà in mano sua: et ella si contenterà avvisarmi della ricevuta, et anco rescrivere all’Ill.mo S.r Card.le sudetto per risposta della sua lettera, che io poi la invierò per l’ordinario di sabato; et si contenterà dare ambedue le lettere al medesimo staffiero. Che con ciò di tutto cuore me le offero et raccomando.

Di Venetia, li 30 di Giugno 1610.

Di V. S. S.r Galileo Galilei. Padova.Affett. mo per ser.la Berling.o, Vescovo di Rimini.

Fuori: all’Ill.re Sig.re

Il S.r Galileo Galilei.

Padova, in mano sua.

346*.

[MARTINO HORKY] a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Bologna, 30 giugno 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Mss. 10703, car. 34. – Autografa.

…. Non plumbum, pro mea Peregrinatione, sed argentum brevi videbo. Illam inclusam vide, lege, iudica. Eo parenti dic, ut et suas: non autem plumbum sed argentum, sçn tÒ YeÒ. Est meus qui te Ianus Perneggerus, ibidem astrorum cultor. Dubitationem pristinam excusam scias, antequam tuas vidi. Careo providentia patroni: iuramentum fecit Italice contra me. Ego vero nihil timeo, quia Deus (et omnes Sancti) providebunt…. Illa perpendo, scio, omnia, de quibus tuis mones…. Wenn mann mich dem Geldt verhindert hatt, will ich nicht lenger die Wellisch verhindern, sondern non plumbum etc. repetirn. Sed scias, primum hoc exemplar esse, quod mitto. Volo enim cum caeteris 500, propriis impensis excusis, Galileum expectare, qui brevi tempore ad nos veniet. Tum ipse adibo, et unum eidem in manus proprias praesentabo. Me Deo, et illis cui dedico, commendabo. Scopuli maris Hadriatici non nocebunt. Ululandum contra Galileum? Sed non in plumbo; argentum videre, pro Peregrinatione, brevi cito cito cupio. Eo tuas spectabo….

347**.

[MARTINO HORKY a FRANCESCO SIZZI].

[giugno 1610].

Bill. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car.89-90. – Copia di mano di ALESSANDRO SERTINI. Di fuori, di mano di GALILEO, è scritto: «Lettera di Martino al S. Sizi».

Mitto tibi meam Perigrinationem contra Nuncium Sydereum: illam nemo Bononiae vidit. Ecce tibi, amice, omnia dicam.

Feci impensa in hoc negocio, inscio Magino, Mutinae. Ille, cum rescivit, statim iuravit hoc modo: Per Dio S.o, Sig.r Martino, se voi scriverrete contro ‘l Galileo, io voglio voi impedire, et voglio fare che voi non potete andar fuora senza grandissima burla dell’Italia. Ego nihil moror Maginum; et tibi iam formalia verba scribo D. Kepleri, ubi sic ad me ait: «Haeres tu quidem adhuc in pristina dubitatione super Galilei syderibus: non miror nec culpo: philosophantium sententias oportet esse liberas. At si me respicis, simul et candor bene stat iuxta libertatem. Quod si impugnasti quod iam probas tecum, age, mihi gratificare, qui veritatem, qui te, amo; sollicitudine me libera, et ad Galileum perscribe, quid, lecta mea Dissertatione, credere incipias, quod antea tibi veri dissonum videbatur.» Praeterea ait in eadem littera, quam eodem temporis momento in posta cum T. E. litteris, iuvenis mihi([789]) vita mea propria carior, accepi, hoc modo: «Tu ais, tibi candelam et Spicam Virginis illo instrumento visam duplicatam([790]). Non potuisses me confirmare aptius: nam ita plane est, et mihi, dum hoc genus instrumenti tento, duplicatae res videntur. Nam dum haec ipsa verba scribo» (ait D. Keplerus eisdem) «superveniunt Magini litterae de 26 Maii, quibus tua manus erat adiecta, ubi Magino idem obstare video. Dicam: credo equidem nec ipsi Galileo cognitum esse. Ego vero dixi Dissertationis fol. 10 fine et 11 initio([791]). Nimirum hoc suspicor, Galilei oculum esse lyncaeum, caeterorum vestrorum, qui negatis vos eadem agnoscere, mævpaû esse oculos. Quod si Galileus sciret mederi, facile omnes suspiciones falsi subterfugeret: medebitur autem, si peculiarem cuilibet oculo applicuerit lentem cavam. Loquor experientia certissime suffultus; et ratio demonstrationum mearum idem exigit, idem instrumentum, ex iis quae iam vulgo circumferuntur, uni prodesse, alii minime.» Ecce verba formalia doctissimi viri Ioh. Kepleri tibi hîc descripta mitto.

Impera mihi quicquid vis; omnia tempore faciam. T. E. opto esse addictus. Sed vis ne ut tibi dicam fallaciam huius Galileici instrumenti? Illam ego in Peregrinatione mea non attigi. Ecce tibi concredo. Tota hallucinatio in novis istis planetis fit hoc modo: quam primum oculus a puncto collectionis radiorum aberrat, tum 4r maculas minutissimas Galileo monstrat. Hanc rationem esse veram et certam, et a me probatam, scias. Scis cur illam iam non dixi? Quia

Fistula dulce canit, volucrem cum decipit auceps.

Puerilia emitto; sed omnia ideo feci, ut eo melius Galileus illa refutare possit. Per Deum vivum, hîc tibi dico, quod in aeternum vir hic Galileus novos 4r planetas ostendere non poterit, etc.

348.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Venezia, 2 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 48. –Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Servirà questa solamente per far reverenza a V. S.Ill.ma et accusar la ricevuta della sua cortesissima lettera, hauta da me qui in Venezia, et per essa intesa la deliberazione di loro Alt.e Ser.me; della quale ne sto attendendo l’ultimazione, per ridurmi quanto prima in stato di quiete, per poter prosequire la cominciata impresa, ad onta dell’invidia et malignità humana, anzi ferina, et a gloria et esaltazione del nome del mio Signore. Ma perchè spero di potere in breve diffusamente trattar seco a bocca, non mi diffonderò al presente in altro. La supplico a baciar la vesta in mio nome a loro Al.e Ser.me; et a V. S. Ill.ma con ogni reverenza bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicità.

Di Venezia, li 2 di Luglio 1610.

Di V. S. Ill.maOblig.mo Ser.re

349*.

ROBERTO STROZZI a GALILEO in Padova.

Roma, 2 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 174. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Essendo un giorno con il Sig.or Cardinale dal Monte il Sig.or Cardinale Montalto, et vedendo l’occhiale che V. S. mandò per il Sig.or Baldino([792]), diss’a me ch’haveria havuto caro haverne uno. Io gli risposi, che conoscevo lei di natura tanto cortese, che quando havesse saputo la mente sua, gli ne haveria mandato uno senz’altro. Mi replicò ch’io dovessi scriverne a V. S., come faccio; e la prego di buon core a voler fare a me questo favore, dando così notabil gusto a questo Signore, la benignità del quale credo che sia benissimo conosciuta da lei per fama. Se V. S. vorrà dar questa sodisfatione al Sig.or Cardinale, e fare a me gratia singolarissima, si contenti di farmelo sapere, acciò io possi riferire a esso Signore quanto ella resterà contenta di voler fare in questo propposito. Et le bacio le mani.

Di Roma, a dì 2 Luglio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Roberto Strozzi.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Dottor Galileo, a

Padova.

350*.

PAOLO MARIA CITTADINI a GALILEO in Padova.

Bologna, 3 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 61. – Autografa.

Perillustri et Ecc.mo D. D. Galileo Galileo, Mathematicarum in almo Patavii Gymnasio publico Professori, ac amico suo maxime colendo.

Ea est erga te, Vir Ecc.me, meae voluntatis propensio, ut ab ea die qua tecum, summa animi mei iucunditate, in thalamo Ecc.mi Magini sum allocutus, semper exarserim desiderio tuimet doctissima perfrui familiaritate; quapropter summopere precibus exoptare nunquam intermisi, ut Bononiam iterum accederes: hîc etenim non minima mentis meae aviditate expectaris. Faxit Deus ut in hoc compos sim desiderii, quo intus flagro.

Optabam superioribus diebus ad te scribere, quo ego angar dolore, quod Martinus([793]), iam famulus Ecc.mi Magini, quaedam absurda, erronea, mendis (hallucinari non credo) perturbata, in tui Medicea Sidera typis temere ausus est credere. Angor, inquam, dolore, eo quia Magini animus non minime excruciatur; ipsissimus ille maerore afficitur, quod famulus, et victu et doctrina enutritus ab ipso, si non ferro, calumniis tamen convitiisve, percutere quem valde diligit, coram omnium hominum coetu, nunc tentat. Testor Deum, Ecc.me Vir, millies ego hunc Martini animum ab hoc pertentato opere dimovere non praetermisi.

Amo te, iterum amo te, ob tui praeclarissimas, quibus perpetuo fulgebis, virtutes, quarum fulgore, nec spes sane irrita erit, hae nubes, erroribus conglutinatae, dissipabuntur. Interim vive foelix, et meipsum ex intimis cordis visceribus commendatum habeas quaeso.

Bononiae, quinto Non. Iulii 1610.

Ecc.mae D. tuae Studioss.s Fr. Paulus M.a Cittadinius, in almo Bonon. Gymnasio Theolog.

351.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 5 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VIII, car. 21-22. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.rone Colend.mo

Dovevo scrivere a V. S. con l’ordinario passato del triomfo che il Zugmesser andava cantando per tutto del Magino contro di lei, mediante tre lettere scritte da Bologna in confirmatione, anzi essaggeratione, delle prime calonnie, alle quali 24 di Bologna della professione sottoscrivono: ciò è di essere stati presenti quando V. S. si sforzò di fare la dimostratione del suo libro con il suo stromento, et che ella diceva: Non vedete la tale, la tale et la tale cosa?, ma che non fu pure uno che confessasse di vedere, ma ben tutti dicevano di non vedere nulla di quello ella affermava di vedere: di maniera che tutti quei che hanno viste queste lettere restano confusi altrettanto di quello che si rallegravano di simile inventione truovata da V. S. Ma non ho mancato di confortare parecchi con le lettere dell’Ill.mo S.r Card.le Capponi, et questa mattina con quelle di V. S., le quali ho mostrato questa mattina al S.r Vacchero, huomo della prima classe fra’ letterati, oltre che è de’ primi conseglieri di S. M. Cesarea et mecenate de’ virtuosi. Però l’altra sera, cenando io seco, havemmo contesa sopra l’essere stato il primo inventore di questo stromento, volendo egli sostentare che Giovanni della Porta havesse detto stromento([794]); con il quale dice havere parlato 4 volte, et che l’haveva truovato huomo singolarissimo, non ostante che io dicesse tutto il contrario, sforzandomi([795]) di convincere con infinite tare che so contra il Porta, quale non intendeva molti capitoli della sua Magia, nè manco le sapeva ispiegare in volgare, iscusandosi che erano tutte cose havute da altri così scritte in latino come stavano stampate nel suo libro. Appunto si truovò nella medesima compagnia l’antiquario di S. M., amico di quello, che confuse il Porta.

Il medesimo antiquario, come intimo di S. M. Cesarea, disse che S. M. restava ogni giorno tuttavia più sodisfatta di questa inventione, particolarmente di quegli ultimi occhiali mandati dal S.r Ferdinando Tassis di Venezia al S.r Ammoral Tassis, che risiede qui, ambedue amici miei, et quello primo del S.r Ottavio([796]).

Appunto, per saltare di frasca in pertica, non ho havuta risposta dal S.r Ottavio ad una mia, o forsi il tempo non serve ancora. Con il corriere ordinario gli scriverò di nuovo. Intanto mi favorisca di un baciamano, come anco alli nostri Padri venerandi. Quel gentilhuomo che mi disse di quelle lettere di Parigi che scriveva Maestro Pavolo([797]), andò a casa, ma l’aspetto di giorno in giorno di ritorno. Con che fine le bacio le mani.

Di Praga, alli 5 di Luglio 1610.

La prima volta che S. M. mi chiama, voglio intendere di sua bocca quello dice et sente dello stromento di V. S. Ma forsi sarà in tempo che quello che ella disegnava di mandare sarà venuto.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ho invidia a V. S. mentre s’accosta la stagione de’ melloni.Serv.re Aff.mo Martino Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matematico di

Padova.

352.

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.

Bologna, 6 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 144. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

Mi piace che V. S. Ecc.ma resti sganata di quanto forsi haveva conceputo in occasione di quello furfante di Martino([798]), poichè ancora dall’opera conoscerebbe che in modo alcuno il Sig.re Magino ci poteva havere mano, come ancora qual si voglia altro che la vedesse; perchè voglio che mi credi, che non vi è cosa, levato la mordacità, come mi vienne referto, che una pietra, per così dire, si degnasse legerle, non che solverle, essendo pienno di parole pedantesche. Da quello giorno in qua che partì di casa del S.re Magino, mai più l’ho veduto io, se bene l’ho fatto cercare, chè mi fu referto che era venuto: et quello a cui commisse il carico di cercarlo, mi referse con chi haveva egli trattato, et volevo che li tenesse dietro, come haverebbe fatto, per levarli le opere, passato che esso fosse il territorio di Bologna, con darli ancora un buono raccordo; ma perchè stava con sospetto et temeva, si accorse et alla sfugita partì: ma non haveva nulla, come mi fu referto poi, perchè le opere eranno rimaste apresso al S.re Baldassara Capra, con il quale lui era stato alcuni giorni a Pavia, et haveva detto che era venuto a pigliare certi denari a Bologna e poi che andava a stare con il Capra, et che farebbe conoscere che diceva la verità di quanto haveva scritto, et che si era accorto che il S.re Magino et io l’insidiavamo per farli qualche mala burla, ma che andava a stare in uno locho che non temeva alcuno. Ma mi credi, Signore mio, che la buona fortuna sua è stata che lui conosceva certi galanthomini, et sapeva il loro mestiero, con l’occasione di vederli meco; et quando ha veduto che alcuni di essi lo hanno seguito, si è smarito. Et se V. S. si fosse allargato nelle prime, l’haverei fatto conoscere che le sono amico: e basti. Non so più che dire intorno a simile negotio, salvo che se mi nascerà occasione di potere giovare allo Todescho in contrario, lo farò, poichè così richiede l’insolenza sua.

Godo poi infinitamente che sii per vedersi l’aggiunta del suo nuovo Aviso, et vivo bramoso di vederla. Il Sig.re Pappazone et molti altri di questi Signori la salutano infinitamente. Et pregola per fine a tenermi vivo nella buona gratia sua, favorendomi de’ commandi suoi all’occorrenze; che per non tediarla, farò fine allo scrivere, ma non ad amarla et servirla. E Nostro Signore gli concedi prosperità e felicità di vita.

Di Bolog.a, il dì 6 Luglio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer. re di cuore Gio. Ant.o Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Eminentiss.mo Letore nello Studio di

Padoa.

353**.

MATTEO BOTTI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Parigi, 6 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 25. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.mo Sig.r mio Oss.mo

La partenza di Piero Capacci, che seguì tre giorni sono, mi ha evacuvato di quanto havevo che dire; e però non mi resta se non qualche particolare ch’ella vedrà nell’inclusa copia, e quel che ho sentito dire qui al Carosi([799]), cioè che questa Regina haveva fatto provar qua a più d’uno, se si sapeva fare l’occhiale del Galilei, e che n’haveva mostro molto desiderio, e non era riuscito. Credo che, oltre al far piacere a S. Maestà a mandarne qualcuno, si farebbe anche honore allo Stato del Ser.mo Padrone, perchè qua hanno per gran cosa quelli ordinari, e ce ne sono le botteghe piene….

354.

MASSIMILIANO, Duca di Baviera, a GALILEO in Padova.

Monaco, 8 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 37. – Autografa la firma.

Massimiliano per la gratia di Dio Conte Palatino del Rheno,

Duca dell’una et l’altra Baviera, etc.

Sicome io ho tenuto sempre in molta stima la persona di V. S. per le rare virtù sue, così m’è stato di special contento l’havere, all’incontro, da lei segno della affettion sua verso di me, come l’è piacciuto darmi con la sua de’ 25 di Maggio et con l’occhiale mandatomi. Onde ne la ringratio vivamente; et in testimonio della buona volontà che serbo io di sua gratificatione, le invio il qui annesso ben picciol dono, et me le offero con ogni prontezza. Che Dio la prosperi.

Da Monaco, li 8 di Luglio 1610.

 Mass.o Duca di Bav.ra

Fuori: Al Nobile Sig.r

Il Dottor Galileo Galilei et cet.

franco per Ven.a  Padova.

355**.

BARTOLOMEO SCHROETER a GALILEO in Padova.

Zerbst, 8 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 9-12. – Autografa.

XaÛrein kaÜ eépr‹ttein.

Perlegenti mihi, Vir Nobilissime, Clarissime, nundinarum proximarum vernalium Francofortensium catalogum librarium, inter alios libros philosophicos et mathematicos, partim de novo emissos, partim vero auctos atque recognitos, etiam sese obtulit titulus libelli cuiusdam, sane novus, mirus et insolitus, materiam innuens magnam inspiciendamque longeque admirabilem: mox vero mihi ex bibliopolis nostris inquirenti, anne libelli istius exemplum attulerint, responsum fit, nullum sibi visum. Ecce vero, ut domum redii, voti mei et desiderii exoptatissimi([800]) compos fio: mandato enim et iussu Illustrissimi et Clementissimi Principis ac Domini nostri Dn. Augusti, Principis Anhaltini, Comitis Ascaniae, Dn. Servestae ac Bernburgi etc., per eius Celsitudinis Secretarium exemplar mihi transmittitur legendumque exhibetur, meumque de hac materia insolente et augusta iudicium expetitur. Libellum avide arripio; uno spiritu, ut dicunt, perlego et iudico. Si quid praeter spem et exspectationem, Galilaee clarissime et solertissime, hac ultima et corruentis mundi senecta, in artibus et scientiis accidere potuit admirabilius, maius longeque gratius, viris tum illustrissimis, tum aliis cuiusvis generis mathematum studio naturalique disciplinae deditis, hoc certe est tui, Galilaee celeberrime, libelli, cui nomen fecisti Nuncii Siderei, materia; qua pandis suspiciendumque proponis spectaculum de natura superiore caelesti, ea in parte qua, inde usque a condito fundamine suo, nemini adhuc fuit cognita atque perspecta, licet a tot iam seculis, tot clarissimi, acutissimi, et summa diligentia observandi caelestium tum corporum tum horum motuum naturas praediti viri, vixerint, nec non adhuc magna eorum turba in vivis sit, quorum aliqui tum disciplinam naturalem tum mathesin excoluerunt, ampliarunt et divinis canonibus confirmarunt.

Verum omnes hi, quoquot fuerunt, solummodo aciei oculorum naturali, et exinde rationibus per consequentiam deductis, innitentes et confidentes, quaecunque sese offerebant fainñmena in spacioso caeli concavo, primum notabant; deinde ad instrumentorum thr®seiû accedebant, et has canonibus includebant; non soliciti de illis quae visum naturaliter et bene se habentem effugiebant. Tu vero, Galilaee nobilissime, his non contentus es vulgaribus, tritis et notissimis, sed ad intima penetralia astrica pergis, scrutans abscondita et invisibilia huc usque nobis ibidem relicta: quod qua laude, quo honore, praestitisti, non modo haec praesens, sed et quae sequetur, si qua futura est posteritas, dignis vix unquam depraedicare poterit eloquiis. Saepius in certaminibus philosophicis et astronomicis tu verus Palaemon vocaberis; saepius tu tuo sagacissimo invento hoc, et sequentibus quae exspectamus avide quam plurimis, uti ea praemisso hoc tuo Nuncio Sidereo promisisti, compones dissidia et altercationes magnas et frequentes. Det Pater luminum et intelligentiae ut omnia feliciter pertexas, nobiscum communia facias quam citissime et luculentissime.

Recte itaque te omnibus magna de natura speculantibus inspicienda contemplandaque proponere dicis. Quid enim philosophis et astronomis ex improviso maius et admirabilius obvenire potuisset istis tuis quinque assertionibus, ex parte inauditis et plane novis, ex parte vero antea notis quidem, sed dubiis, in quibus oculari demonstratione, ope tuorum perspicillorum, comprobas id quod ante te alii vix, et ne vix quidem, coniectura assequi sibi sumserunt? Etenim, ante omnia, usitatam inerrantium stellarum multitudinem decuplo, et amplius, auges; imo rectissime, ut et revera est, infinitam nobis (sicuti Scriptura dicit: Quis numerabit stellas?) comprobas. Dehinc, lunare corpus, caelo quasi detrahens, ita prope constituis, ut possit omni modo, quoad superficiem suam, conspici, eiusque natura secundum omnia accidentia sensibus nostris penitius concipi et intelligi. Altercationes tritas diutissime de Galaxia ita etiam seponis, ut non nisi caeci eas revocare([801]) ausint. Idem et de nebulosis doctissime facis. Tandem quam ultimo addis assertionem de planetis circum-Iovialibus quatuor a te eiusdem perspicilli beneficio observatis, erit illa apud philosophos et astronomos quam plurimos non minus par‹dojow; quam Œdænatoz, quia vix omnes de instrumento illo egregio erunt soliciti, tum quia perspicilla commoda ubivis locorum non haberi possunt, aut certe magnis sumtibus ex locis exteris ac longinquis afferri debent, tum quia perspicilla omnia non omnibus conveniunt; etenim inter aliquot vix inveniri possunt quae huius vel illius oculis conveniunt et apte quadrant.

Quoniam itaque, Galilaee praestantissime, his ipsis, et maxime assertione ultima, novum quasi caelum constituis, non procul aberit quin habitas hactenus pro falsis hypotheses verissimas probabis, et inventores primos circa suas potius hypotheses adsumtas aut falsos fuisse aut studio ita invertisse demonstrabis, quam recentiorum quisquam: inte[lli]go Copernicum maxime et eius adseclas. Sed de his omnibus spem maximam concipimus ex promissione tua de constitutione Systematis novi Mundi([802]), ideoque ea spe freti, nos sustentamus.

Verum, cum de hisce tuis assertionibus doctissimis nemo quicquam proferre vel iudicare poterit vel ausit absque exactissimo, ut tumet ipse statim a fronte libelli tui mones, instrumento, quod obiecta pellucida, distincta, et sine ulla caligine obducta, repraesentet, eademque ad minimum secundum quaterdecuplam rationem multiplicet (tunc enim illa bis decuplo viciniora commonstrabit), et nisi tale fuerit instrumentum, omnia frustra quae a te in caelis conspecta sunt tentari, nec posse a quopiam intueri; Illustrissimus Princeps noster, Dn. Augustus, Princeps Anhaltinus, Comes Ascaniae etc., cuius Celsitudinis in disciplinis scientiarum artiumque liberalium promovendis operam et studium collocat singulare, et quidem ita ut eo tempore, quo a severioribus negociis ocium sibi contingit, mathematica et physica, delectationis et cognitionis gratia, tractare consueverit diligentissime; nullos non sumtus hucusque impendit, ut potuerit tanti huius tui, a te delineati et descripti, instrumenti particeps fieri: sibi enim eius Celsitudo, praeter illa quae hîc comparari et confieri iussit, ex peregrinis, Gallia, Belgio et aliis locis afferri curavit aliquot; sed ad scopum a te praescriptum eorum instrumentorum nullum pervenit.

Quare non immerito dubium quod ante innui oboritur, primum de instrumenti qualitate: num ita sit generale, ut quilibet, cuiuscunque sit aetatis, eo possit uti, pro visus sui ratione et constitutione; an vero, ut alias communia seu vulgaria sunt perspicilla appropriata certis hominum aetatibus, sit ita comparatum ad uniuscuiusque oculos. Si generale, ut maxime opinor, fuerit, non dubito quin a plurimis in usum deducetur; sin speciale fuerit, tunc, praeter incommodum illud, quod successu temporis, cum aetate accrescente, inutile reddetur, a multis non curabitur ob sumtuum rationem. Atque ideo fortassis (quod cum venia dictum volo, nihil interea hoc tuo studio et invento laudatissimo detrahens) veteres non planetas illos a te noviter observatos, itemque fixarum numerum illum et chorum ingentem, doctrinae astronomicae incluserunt, sed solummodo illos qui omnium visui, naturaliter se habenti, fuerunt conspicui; putantes supervacaneum ponere invisibiles errantes et fixas, cum vix visibilium doctrinam percipere valerent, immo ut eo facilius scientiam astronomicam, quae pars est physicae, constituerent, nempe in finitudine, non in infinitate.

Deinde, quoad quantitatem, a te, Vir Clarissime, instrumentum descriptum quidem est in genere, sed de longitudine et latitudine, tum tubi plumbei tum perspicillorum, nihil est additum; cum tamen notissimum sit, cum longitudinem tum latitudinem instrumenti plurimum facere, primum ad constipationem seu condensationem umbrae seu tenebrarum in eo conclusarum, per quas radii visivi transeuntes fortificantur, dum lumen aëris circumfusum ab oculo removetur; posthac etiam facere ad ampliationem seu multiplicationem corporis obiecti visilis: quae duo ex doctrina de refractionibus in perspectiva et specularia, tuo ipsius iudicio et approbatione in Nuncio Sidereo, eo loci ubi de modo observandi luminis proprii lunaris agis (si nempe a tecto vel camino aut alio aliquo obice inter visum et lunam, sed procul ab oculo posito, cornua ipsa lucentia occultentur, tunc partem reliquam globi lunaris, a sole nondum illuminatam, adspectui nostro expositam relinqui, vi et potestate luminis insiti et nativi([803])), nota et manifestissima sunt.

Et quamvis Illustrissimae suae Celsitudini dubium non sit de exacto huius tui instrumenti usu et praxi a tua Humanitate adhibita verissima, deque perfecta et illustri theoria illius, quam ex promisso tuo, occasione commoda et quam proxime futura, in medium et vulgus prolaturus sis; tamen interea Illustrissima sua Celsitudo desiderio desiderat fabricae instrumenti tui et conspectum, et experientiam eius in illis in quibus tu, ut Mercurius alter, aptatis sacris talaribus, praecursor et praemonstrator extitisti. Sed cum ratio alia commodior qua instrumentum illud haberi queat non sit nisi ab ipso autore, a tua Humanitate, Vir Clarissime, quam potest studiosissime et gratia magnificentiaque propensa contendit, ut Celsitudini suae hoc officii genus tribuat, et sumtibus impensisque Illustrissimae suae Celsitudinis instrumentum eiusmodi unum, secundum omnia sua requisita perfectum, procuret; Noribergensium praeclarorum mercatorum, utpote Bartholomaei Viatis et Martini Pelleri, negotiatoribus aut factoribus (ut vocant), Venetiis habitantibus, tradat, et prima occasione transferendum huc iubeat; itemque paria perspicillorum duo vel tria sine tubis, a te bene examinata, siquidem illa hisce in regionibus ex officinis vitriariis haberi non possunt. Sumtus quoscunque ea in re tua Humanitas fecerit, cum gratia benigna et voluntate benevola quam citissime ab Illustrissima sua Celsitudine remittentur. Et praeterea si Celsitudo sua hoc ipsum a tua Humanitate, Vir Clarissime, obtinebit, ut se obtenturam plane confidit atque sperat, affectam se officio gratissimo existimabit, nominisque tui celebritas etiam his in locis, viros inter tam illustris quam inferioris status atque conditionis, modis multis augebitur et accrescet, tibique Celsitudinis suae magnificentiam, aliorumque quam plurimorum benevolentiam, devinctas studio tenebis singulari.

Cura ut valeas, et petitioni Illustrissimi Principis, Domini nostri Clementissimi, ut laudabili ita honestissimae, satisfacias quam citissime, in quantum per occasionem fieri potest.

Dabantur VIII Iduum Iul., Servestae.

Excell. et Spectabilitatis Tuae

Observantiss. et Addictiss.

M. Bartholomaeus Schröterus,

in illustri Principum Anhaltinorum Gymnasio, quod est Servestae,

linguae sanctae et mathematum professor.

Fuori: Nobilissimo et Excellentissimo Viro

Dn. Galilaeo Galilaei, Patritio Florentino,

Professori Matheseos in Gymnasio Patavino Clarissimo,

ad proprias dentur.

Padova([804]).

Cito ito ito

356*.

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Padova.

Venezia, 10 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 168. – Autografa.

Molt’Illustre et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Mandai a V. S. una lettera del S.r Roffeni, di Bologna, 3 giorni sono, e non le scrissi alcuna cosa per non molestarla senza caosa. Ora mi è capitata la sua gratissima di hieri con le lettere per Firenze et altrove, ove si inviano fidatamente: in ogni altra occorrenza desidero esser atto a servirla. Io le mando un capitolo della lettera hauta in questa settimana dal S.r Magini([805]): vedrà quello passa del Martino Tedesco, che è pur ridicolosa. Se potrà haversi quella scrittura, ne li farò capitare; ma fino ora a Bologna non si è possuta havere. Vedrà che il S.r Magino ha cominciato ad usare il cannone, e non si contentò d’un solo, chè ne ha due: comincia a confessare del corpo lunare, et non dubito che ove haverà la pazienza e modo da osservare, non sia per venire alla verità del facto. Ho piacere che di Roma havesse hauto l’assenso, e per me non ho bisogno di testimonii. Io vivo tutto suo; e desideroso di servirla come devo, li b. le mani.

Di Ven.a li 10 Luglio 1610.

Di V. S. molto Illustre et Ecc.maSer.re Parat.mo Antonio Santini.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, in

Padova.

357*.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Venezia.

Firenze, 10 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 63-64. – Autografa.

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

Questa bestia di quel Tedesco del Sig.r Magini, non contento del libro che V. S. dice ch’egli ha stampato, ha scritto anche una lettera a un altro Tedesco, pur sopra la materia dell’occhiale e pianeti; e non è piena se non di maledicenze che contengono scherni, cosa che invero non richiederebbe altro che un carico di bastonate, come dice il Sig.r Magini. Il furfante è tanto prosuntuoso, ch’egl’ardisce entrare nel S. G. D. nostro, con dire che gli è([806]) stato dato ad intendere qua e là. Ne è venuta la copia a Firenze, non so mandata da chi, ed era in mano al Colombo([807]) e io l’ho vista, ed è la più scimunita cosa che si possa vedere. Non sento già che si sia sparsa, nè vista per molti. Di più odo ch’egl’è venuto in Firenze un’altra scrittura, pur d’un Tedesco, contro il […] di V. S., e ‘ntendo che è debol cosa e che […] persona che non è delle più sviscerate che V. S. abbia. Vedrò se posso intenderne particolari. E questo è quanto passa di nuovo.

Quanto alle composizioni, fui dal Padre Claudio Seripandi, il quale mi mostrò i versi latini ch’egli ha fatto, che mi son parsi belli affatto; e ne ha per le mani delli altri, e altri gliene sono stati mandati di fuora, che son cosa bella; e mi ha detto che voleva mutar non so che, e che però io mi contentassi che si mandassero quest’altra settimana. Che poteva io rispondere? Il Sig.r Buonarroti anch’egli della prossima le manderà qual cosa, e tra [sic] io le mando un sonetto del Sig.r Piero de’ Bardi([808]). Non so come questi signori se l’intendino circa ‘l mettere il lor nome, caso che V. S. le voglia stampare: intenderò l’umor loro. Il Sig.r Chiabrera è un pezo che se n’andò a Savona, e mi promesse di fare: per ancora non ho havuto cosa alcuna. Ella è aspettata; e volendo stampare, potrebbe farlo qua, e venire quanto prima. Gl’amici le bacian le mani: non gli novero per brevità. Io son tutto suo al solito. Dio la feliciti.

Di Firenze, il dì 10 di Luglio 1610.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.aSer.e Aff.mo Aless.o Sertini.

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo mio Sig.re

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Venezia.

Padoa([809]).

358*.

MARTINO HORKY a PAOLO SARPI [in Venezia].

Milano, 10 luglio 1610.

Riproduciamo questa lettera dall’opera Delle inscrizioni veneziane raccolte ed illustrate da EMMANUELE ANTONIO CICOGNA, Vol. IV, Venezia, MDCCCXXXIV, pag. 676. Il CICOGNA l’aveva autografa tra le sue carte.

Mag.co et molto R.do Padre,

Sapendo quanto la sia affetionata al S. Galileo, perciò, havendo io fatta stampare questa mia operetta([810]) contra de lui, m’è parso mandarne una copia a V. Paternità, aciò la vedi: se dico la verità, admonisca esso Galileo, aciò possi emendar l’error suo; se io al’incontro m’ingano, la me ne dia aviso, che io mi ritratarò et non starò ostinato. Siamo statti allogiati insieme in Bologna in casa del Magini, et con quello suo ochiale habbiamo fatto prova molte volte, et sempre si è trovato falso tutto quello ha scritto. Di queste mie opere ne sarà datto al Gran Duca, et ne sarà portato per tutte le parti, aciò sii fatto iudicio de la verità.

Da Mil.o, alli X Iulio 1610.

Di V. PaternitàAff.mo Serv. Martino Horky a Lochovic.

Fuori: Al M.co et molto Reverendo

Padre M.ro Paolo de’ Servi.

359*.

COSIMO II, Granduca di Toscana, a GALILEO in Padova.

Firenze, 10 luglio1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 39. – Autografa la firma. Nei Mss. Gal., P. I, T. I, car. 197, è una copia sincrona, in capo alla quale si legge: «Fede per me infrascritto, qualmente nella filza segnata con lettera de’ negoti dell’almo Studio Pisano e Fiorentino, a c. 1, apparisce quanto appresso», e in fine è la firma di GIO. BATTISTA TOZZI, che, come Cancelliere dello Studio, la autentica. Questa copia, che non è molto esatta, ci fornisce qualche parola che nell’originale, essendo molto guasta la carta, più non si distingue.

Don Cosimo

Gran Duca di Toscana etc.

Mag.co nostro Dilett.mo

L’eminenza della vostra dottrina et della valorosa vostra suffizienza, accompagnata da singolar bontà nelle matematiche et nella filosofìa, et l’ossequentissima affezzione, vassallaggio, et servitù che ci havete dimostra sempre, ci hanno fatto desiderare di havervi appresso di noi; et voi a rincontro ci havete fatto sempre dire che, ripatriandovi, havereste ricevuto per sodisfazione et grazia grandissima di poter venire a servirci del continuo, non solo di Primario Matematico del nostro Studio di Pisa, ma di proprio Primario Matematico et Filosofo della nostra persona: onde, essendoci risoluti di havervi qua, vi habbiamo eletto et deputato per Primario Matematico del suddetto nostro Studio, et per proprio nostro Primario Matematico et Filosofo; et come a tale habbiamo comandato et comandiamo a chiunque s’appartiene de’ nostri Ministri, che vi diano provisione et stipendio di mille scudi, moneta fiorentina, per ciascun anno, da cominciarvisi a pagare dal dì che arriverete qui in Firenze per servirci, sodisfacendovisi ogni semestre la rata, et senza obligo d’habitare in Pisa, nè di leggervi, se non honorariamente, quando piacesse a voi, o ve lo comettessimo espressa et estraordinariamente noi, per nostro gusto o di Principi o Signori forastieri che venissino; risedendo voi per l’ordinario qui in Firenze, et proseguendo le perfezzioni de’ vostri studii et delle vostre fatiche, con obligazion però di venir da noi dovunque saremo, anche fuor di Firenze, sempre che vi chiameremo. Et il Signore Iddio vi conservi et contenti.

Di Firenze, li X Luglio 1610.   Il Granduca di Tosc.a Sig.e Galileo.  

Fuori: Al Mag.co Mess. Galileo Galilei,

nostro dilett.mo

Padova.

360.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 12 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 65-66. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Non risposi alla cortesissima lettera di V. S. delli 24 del passato per carestia di tempo, riducendomi il lunedì (che parte l’ordinario per Italia) tardi ascrivere. Hora con questa supplirò in qualche parte.

Imprimis, che quello che le ho scritto del Magino et suoi seguaci sia vero, lo torno a confirmare, nè occorre dubitarne un pelo, et m’obligo sempre di verificarlo con le loro medesime lettere. Et haveano fatta una fattione sì gagliarda, prima partisse il Zugmesser per Vienna con il suo padrone, che havevano infettata tutta Corte; ma per gratia del Signore Iddio et mercè della verità, sono restati chiariti, almeno si vanno chiarendo poco a poco. Il povero Chepplero non poteva più resistere a queste oppositioni, che le venivano fatte con le lettere di Bologna, con le quale pretendevano che V. S. fosse partita da Bologna confusa et convinta, cantando già il triomfo costoro, come che appoggiati in una sententia diffinitiva dell’Università di Bologna.

S. M. Cesarea è stata cagione, che il progresso fatto dagli avversarii sia andato calando, perchè S. M. si chiama contentissima et sodisfattissima.

Come torna il Zugmesser da Vienna, non mancherò di ingegnarmi di farlo capace, con quello ch’ella mi ha scritto della contesa con il Capra.

Torno a S. M. Due o tre settimane sono il S.r Ammorale Taxis ricevè da Venetia dal S.r Ferdinando, suo parente, un paro di occhiali, de’ quali S. M. disse che restava sodisfattissima, come ho detto di sopra. Hora, hieri il medesimo Taxis n’ebbe un altro per l’ordinario, insieme con lo stromento fatto dall’istesso maestro che serve a V. S. Questo fu portato hieri a S. M. al tardi; ma perchè sopragionsero negozii aromatici per la venuta di questo Duca di Brunsvich, venuto per le poste in 26 hore da Vienna, però non so ancora come sia riuscito. Il Sig.re Tassis, stato da me questa mattina, mi ha detto di havere scritto che il penultimo occhiale sodisfa meglio a S. M. che l’ultimo. Ma truovandosi da me l’antiquario di S. M. , et con la quale ogni giorno parla, rispose che S. S.ria non haveva bene inteso, perchè S. M. hieri sera a un’hora di notte non l’haveva ancora pruovato; et che questo havere mal inteso nasceva da un equivoco, che il cameriere haveva fatto per non sapere di quell’occhiale venuto hieri, ma di quell’altro, pure del Tassis, che ho mentionato di sopra, et di un altro mandato otto giorni fa da Venetia a un cameriere di S. M. Ma spero avanti sera sapere se S. M. n’haverà fatto la pruova di questo ultimo, et se supera di bontà quell’altro, mandato 3 settimane sono, al quale S. M. fece uguagliare la concavità di una banda d’un occhiale con buon successo.

Il non havere havuta risposta dal S.re Ottavio([811]) ad una mia che gli scrissi cinque settimane sono, mi fa dubitare che sia andata a male insieme con quelle che scrissi a V. S. Et pure ne sto con grandissimo martello di quello gentil huomo, al quale porto singolarissima affettione: nè minore è il desiderio che ho di consolarlo, sì come credo di haverne quasi il potere.

Io ricevo molti favori da S. M., particolarmente per gli amici: ma, fra gli altri, stimo non poco che S. M. mi ha fatto, et fa tuttavia, vedere bellissimi libri manuscritti di cose curiose, confidandomeli anco in mano le tre et 4 settimane. Appunto n’ho fatto copiare dal mio servitore questi giorni passati uno, che forsi darebbe gusto al molto R.do M.ro Pavolo, perchè tratta di sympathia, antipathia et harmonia, venendo ad infiniti particolari.

Un baciamano a quegli amici, et un baciabocca a quegli meloni prelibati.

Di Praga, 12 di Luglio 1610.

 Serv.re Aff.mo M. Hasdale.

V. S. volti([812]).

Io fui chiamato la settimana passata da S. M., ma non vi fu commodità di uscire de’ ragionamenti fuori della materia per la quale io ero chiamato. Ma sarà per la prima, desiderando sapere dalla sua propria la sodisfattione di S. M. circa lo stromento.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Matematico di

Padova.

361.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze]

Padova, 16 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 49. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Ho ricevuta la determinazione del Ser.mo G. D. nostro Signore([813]), mandatami da V. S. Ill.ma, in esequuzione della quale procurerò di spedirmi di qua quanto prima, per venirmene di costà a ridurmi in stato di quiete per i miei studii, et di negozio solamente per il servizio di loro A.ze S.me Ho anco, questo giorno, inteso dell’ordine dato a i SS.i Mannelli per lo sborso dei Ñdi 200, e di tutto per hora desidero che da V. S. Ill.ma ne siano in mio nome rese grazie a S. A. S., sin che in breve presenzialmente in voce, et più con li effetti di una devotissima et fedelissima servitù in perpetuo, renderò a tanti favori quei ringraziamenti et quella maggior ricompensa, che dalla Bontà divina sarà conceduta alle mie piccole forze. Restando in tanto a V. S. Ill.ma perpetuamente obligato, con ogni reverenza gli bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicità.

Di Pad.a, li 16 di Luglio 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

362*.

GIULIANO DE’ MEDICI a GALILEO in Padova.

Praga, 19 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 41. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Non prima ho risposto alla cortesissima lettera di V. S. delli 28 di Giugno, per non haver potuto haver da me il Sig. Gleppero che due giorni sono, che li feci i baciamani di V. S. e gli detti quelle osservattioni mandatemi da lei([814]), che li sono state carissime e ne la ringratia infinitamente, con molto accrescimento dell’amore e affezione sua verso V. S.: nè mi maraviglio punto di quello che la mi dice intorno alla sua Epistola([815]), perchè mi pare che in tutte le cose sia cervello veloce e che stracorra assai. E sto con estremo desiderio aspettando l’occhiale di V. S.; il quale mettendo in un cassettino conforme alla lunghezza sua, potrà far darlo al Sig. Montauti([816]), il quale quando ci havesse difficoltà, potrà V. S. farlo dare da qualche altro, indiritto semplicemente a me, al maestro della posta di Venezia, che spedisce le lettere per qua, chè l’harò benissimo, havendo molte volte per la medesima strada cassette d’olii, rinvolti grandi di libri e di drappi ancora, che so che eccedono di molto la grandezza dell’occhiale.

Intorno poi a quel che dica il volgo, io non ne resto punto maravigliato, perchè so che le cose grandi non possono esser senza invidia, la quale serve poi a quelli stessi di gastigo quando restano chiariti, come doverrà seguire delle cose di V. S., che havendo il testimonio del senso, sono appoggiate a inconcusso([817]) fondamento; e mi rallegro più tosto con V. S., chè tutte queste cose serviranno a far più celebre il suo nome e raffinare la sua dottrina. E con pregarla a darmi segno di ricordarsi della nostra antica amicitia con qualche occasione dove io possa servirla, le bacio le mani, come la prego anco a fare in mio nome al gentilissimo Mons.or Gualdo. Che N. S. Iddio le conceda ogni contento.

Di Praga, li 19 di Luglio 1610.

Di V. S. Ill.re et Ecc.maAff.mo Ser.re Giuliano Medici.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Honorandissimo,

Il Sig.or Galileo Galilei, Matematico nello Studio di Padova.

In Padova.

363**.

ORSO D’ELCI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Madrid, 22 luglio 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4941. – Autografa.

…. Il Sig.r Galileo Galilei, del quale V. S. Ill.ma mi fa mentione nella sua lettera de’ 23 di Maggio([818]), non mi ha inviato quelle sue dimostrationi matematiche: et se egli in nessun tempo si varrà del mezzo mio per farle vedere in questa Corte, io m’ingegnerò di farlo restar sodisfatto, et specialmente farò che le veda et le consideri il S.r Contestabile et il Conte di Salinas, che sono i più eruditi cavalieri che siano oggi qua….

364.

GALILEO a [COSIMO II, Granduca di Toscana, in Firenze].

Padova, 23 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 50. – Autografa.

Ser.mo Sig.re mio Sig.r Col.mo

Ancorchè io sia in brevi giorni per poter presenzialmente far questo uffizio debito di congratulazione con V. A. S. per la nascita del S. Principe novello, tutta via quel gaudio universale et eccessivo che per la nuova del felicissimo parto ingombra i petti di tutti i suoi devotissimi vassalli, non ha potuto lasciarmi la lingua et la penna in silenzio, sì che io non corra a dar segno all’A. V. S. dell’immensa allegrezza che ho sentita et sento per la grazia singolare conceduta dalla Divina Sapienza et Bontà al suo fortunatissimo Stato, con l’assicurarlo doppiamente, e nella giovinezza dell’A. V. et nella succedente prole, di volergli continuare il più soave et benigno governo, che in qualsivoglia più avventurosa etade si sia ritrovato in terra. Perpetui dunque Sua Divina Maestà nella felicità di V. A. S. la beatitudine terrena di tutti i suoi sudditi, tra i quali io devotissimo me gl’inchino, et humilissimo gli bacio la veste.

Di Pad.a, li 23 di Luglio 1610.

Di V. A. S.Hum.mo et Dev.mo Servo et Vass.lo Galileo Galilei.

365*.

GIOVANNI CIAMPOLI a GALILEO in Padova.

Firenze, 24 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 67. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Dal S.r Dottor Sertini hebbi avviso, come V. S. Ecc.ma desiderava di vedere qualche poesia del Poeta Contadino([819]); e perchè allora mi pareva bene ch’ei facesse qualche canzone appartenente a cotesto Studio, indugiai a servirla, aspettando ch’il favor divino lo fecondasse di concetti ammirabili e degni di lei. L’occupationi ch’egli ha haute sono state tante, che in questa città non ci poteva quasi vivere: tanto era importunato dalla copia di favori insoliti, che quasi l’havevano fatto sbalordire. Gli pareva, su questi caldi, inaridito per lui il fonte d’Elicona, che solamente gli pare di saper trovare tra i boschi e le fontane d’Arcidosso, donde però non si vuol partire, non ostante l’invito cortesissimo di questi Ser.mi Padroni, che l’hanno regalato di libri a sua voluntà, di vestito per tutta la sua famiglia, e di quattro altre moggia di grano; e l’hospitalità liberalissima del S.r Gio. Bat.a([820]) a pena l’ha potuto persuadere a ritornarci qualche volta, e lasciare per un poco di tempo quelle sue montagne, dove ei dice sentirsi più favorito dalla Musa e dal cielo, sì che quagiù ha potuto compor poco. Hebbero forza non piccola di risvegliarlo l’allegrezze universali del nato Principe; onde la mattina subito fece l’inclusa canzonetta, con l’altra ode a Madama Ser.ma Le mando per hora queste due, col sonetto di partenza al S.r Gio. Bat.a([821]), per essere l’ultime opere sue e non sapendo che parte scermi d’ottave in questo nuovo poema, essendovene in tanti luoghi delle ammirabili assolutamente, come dicon molti, e tutti se si riguarda al componitore. Se vorrà altro, accenni, chè i cenni di V. S. Ecc.ma mi saranno in questa et in ogn’altra occasione, dove io habbia ventura di servirla, espressi comandamenti, gloriandomi di vivere obbligatissimo alla sua cortesia, et havendo particolare ambitione d’esser tenuto per servitor non discaro, e non inutile al tutto, di persona tanto ammirabile, sì come per tale il S.r Gio. Bat.a ama et honora V. S. Ecc.ma, che con la felicità del suo divino ingegno honorando tanto questa patria nobilissima, fa stupire con la fama delle sue maraviglie tutt’Europa.

Baciole con devoto affetto la mano; e dalla divina Bontà, per benefitio universale, per gloria sua e per contento di tanti suoi amici e servitori, le prego lunghezza di vita et ogni prosperità più desiderabile.

Di Firenze, il dì 24 di Luglio 1610.

Di V. S. Ecc.maAff.mo et Obblig.mo Ser.re Gio. Ciampoli.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

366*.

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO in Padova.

Roma, 24 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 41. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

Ho ricevuto l’occhiale mandatomi da V. S., il quale mi par bonissimo, e spero che mi habbi a riuscire tuttavia meglio. Le ne rendo molte gratie e me le offero di core, acciò che si vaglia di me con ogni sicurezza in tutte le sue occorrenze.

Con la prima commodità avvisarò il Sig.or Cardinal Montalto de’ particolari che si devono osservare intorno all’uso dell’occhiale; et io non mi lasciarò scappare di mano quello che V. S. mi ha mandato ultimamente, perchè lo voglio per me, chiedamelo pure qualunque si sia. Il Signor Iddio prosperi V. S.

Di Roma, li 24 di Luglio 1610.

Di V. S. Ill. S.or Galileo Galilei.Come fratello Il Card. dal Monte.

Fuori: All’Ill. Sig.or

Il Sig.or Galileo Galilei.

Padoa.

367*.

ALESSANDRO PERETTI DI MONTALTO a GALILEO in Padova.

Roma, 24 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 48.– Autografa la firma.

Molto Mag.co Sig.re

È vero ch’io disideravo molto d’havere uno de gli occhiali, onde vien comendata e celebrata tanto l’industria di V. S.: e però, essendosi ella compiaciuta mandarmene uno di bellezza e bontà incomparabile, può esser certa che mi è stato di singolar contento. La ringratio dunque della sua cortesia e gentilezza e dell’affettione che mi dimostra, alla quale corrispondo compitamente con ottima volontà; e sempre che mi si offerisca opportunità di mostrargliela con effetti, il farò con ogni prontezza. Intanto mi raccomando a lei di buon core. Dio, nostro Signore, la conservi e contenti.

Di Roma, alli 24 di Luglio 1610.

Al piacer di V. S.

S.r Galileo Galilei.A. Car. Montalto.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.re

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

368*.

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.

Bologna, 27 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 146. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone Oss.mo

Stavo con grandissimo desiderio che V. S. Ecc.ma, come già mi significò in Padoa, venesse a Bologna, et mi sono andato trattenendo, ma non è ancora arrivata; onde nello passaggio suo desidero e goderla et servirla. Mi fu dunque l’altro giorno mostrato quella piccola operuzza di quello sciagurato di Martino Horchi, servitore del S.re Magino, et a penna hebbi patienza di legerla, et l’ho ancora apresso di me; et credami che sarà tenuto per quello che veramente è, cioè uno solenne ignorante. E perchè fra molte et ridicole raggioni, che non fanno a proposito, dice che una notte, in casa delli SS.ri Caprara, Gio. Ant.o Roffeni li fece vedere una stella duplicata, et esso non voleva confessarlo([822]), sii come si voglia, voglio chiarire questo furfante et arrogante; et ho risoluto volere scrivere una lettera([823]), a questo altro spatio, a V. S. Ecc.ma, nella quale voglio inserire molte cose, tolte di peso da authori et directe contro di lei senza proposito, et insieme mostrarli l’ignoranza sua, et all’occasione farli conoscere quelle parole: Et haec illis qui Galileo mihique favent et invident([824]); la quale lettera desidero che sii stampata nella agiunta che lei mi significa dovere fare, ut cunctis inotescat: che se altrimente, non starei ad affaticarmi nè tam poco a mandargliela. Sto dunque aspetando risposta, e me gli offero prontissimo in ogni occasione.

Bolog.a, il dì 27 Luglio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSe.re di cuore Gio. Ant.o Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re e P.rone mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Eminentiss.mo Letore nello Studio di

franca per Venetia.Padoa.

369*.

ROBERTO STROZZI a GALILEO in Padova.

Roma, 29 luglio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 175. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il sig. Cardinale Montalto Ill.mo ha ricevuto il canone che V. S. si è compiaciuta mandarle, e ne ha havuto tanto gusto quanto immaginar si possa; et essendo in cocchio con S. S. Ill.ma, raggionassimo assai della persona di V. S. Io gli dissi parte e delle virtù e delle qualità sue, per le quali mostrò esso Signore desiderio di poterle fare qualche servitio. Io poi resto a V. S. tanto obligato che non potrei più, poichè ad instanza mia si è compiaciuta regalare questo Ill.mo Signore di cosa tanto segnalata. V. S. però commandi a me liberamente in quelle occasioni che mi conoscerà buono, ch’io la servirò sempre prontamente e volentieri. Et le bacio le mani.

Di Roma, adì 29 Luglio 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re di core Roberto Strozzi.

Fuori: Al molt’Illustre et Ecc.mo Sig.r mio [… ]mo

Il Sig.r Dottor Galileo de’ Galilei.

Venetia per Padova.

370.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 30 luglio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Par. VI, T. V, car. 42 – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Sarà questa solo per far reverenza a V. S. Ill.ma, et significarli come per diverse occupazioni, et tra le altre per la gravissima et finalmente mortale infirmità del mio povero Alessandro([825]), non sono potuto ancora andare a Venezia, dove anderò doman l’altro, et spedito di lì m’incaminerò a cotesta volta: ma prima gli scriverò ancora, et la supplicherò a impetrarmi da loro A. S.me una lettiga da Bologna a Firenze, sendomi impossibile il cavalcar per sì lunga et malagevole strada.

Ho cominciato il dì 25 stante a rivedere Giove orientale mattutino, con la sua schiera de’ Pianeti Medicei, et più ho scoperto un’altra stravagantissima meraviglia([826]), la quale desidero che sia saputa da loro A.ze et da V. S., tenendola però occulta, sin che nell’opera che ristamperò sia da me publicata: ma ne ho voluto dar conto a loro A.ze Ser.me, acciò se altri l’incontrasse, sappine che niuno la ha osservata avanti di me; se ben tengo per fermo che niuno la vedrà se non dopo che ne l’haverò fatto avvertito. Questo è, che la stella di Saturno non è una sola, ma un composto di 3, le quali quasi si toccano, nè mai tra di loro si muovono o mutano; et sono poste in fila secondo la lunghezza del zodiaco, essendo quella di mezzo circa 3 volte maggiore delle altre 2 laterali: et stanno situate in questa forma , sì come quanto prima farò vedere a loro A.ze, essendo in questo autunno per haver bellissima comodità di osservare le cose celesti con i pianeti tutti sopra l’orizzonte.

Non occuperò più V. S. Ill.ma; et baciandoli con ogni reverenza le mani, la supplico ad inchinarsi humilmente in mio nome a loro A.ze Ser.me Il Signore la feliciti.

Di Pad.a, li 30 di Luglio 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

371*.

ODOARDO FARNESE a GALILEO in Padova.

Roma, 6 agosto 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 45.– Autografa la firma.

Molto Mag.co Sig.re

Il desiderio ch’io tenevo d’uno de gli occhiali inventati da V. S., et la prontezza con la quale ella si è mossa a compiacermene, possono renderla persuasa del molto obligo ch’io riconosco alla cortesia sua di quello che mi ha mandato. Tuttavia serviranno anco le presenti righe per un testimonio del mio riconoscimento, et insieme della particolarissima stima ch’io faccio della persona et valore suo, a fin ch’ella habbia da fare capitale de i meriti che tiene meco et del prontissimo desiderio mio verso di lei, in ogni occorrenza, come di cuore ne la prego. Et il Signore Dio la prosperi

Di Roma, li 6 d’Agosto 1610.

  S.re Galileo Galilei.Tutto di V. S. Il Car. Farnese.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

372.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Padova.

Firenze, 7 agosto 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 69-71. – Autografa. A car.71t., accanto all’indirizzo, si legge, di mano di GALILEO: «S. Sertini: parla del Sizii».

Molto Ill.re ed Ecc.mo mio Sig.re

I parenti s’hanno quali la ventura gli dà, gl’amici quali l’huomo se li sa scerre: però non posso far altro di questo mio([827]), il quale è un pezo che io mi accorsi che haveva preso troppo della qualità franzese. Ho volsuto ch’e’ vegga la lettera che V. S. ultimamente mi ha scritto, ciò è il capo dove ella mi tratta di lui, e gliel’ho fatta mostrare da uno amico suo, ma che non approva questo modo di fare, e più presto crede, sì come ed io ancora, che corra un gran risico di farsi scorgere per uno scimunito. Egli l’ha havuto forte per male; e mi ha mandato a dire che bene è vero ch’egli ha havuto opinione contro allo scritto da V. S., ma che sin ora l’ha tenuta in sè, ma che ora vuole scrivere, o per me’ dire, havendo scritto, lo vuol fare stampare: cosa che è più giorni che io ho inteso ch’egli ha fatto, perchè intendo che un frate di S. Trinita e lui, o lui solo (basta che il frate interviene), ha composto un libretto, dove e’ vuole ch’e’ sieno reflessi, e di già l’ha mandato costà a Venezia perchè si stampi([828]). V. S. potrebbe forse trovarlo. Bisogna ch’e’ sia una solennissima coglioneria, perchè delle matematiche e’ non ne sa, dice il mio fratello, e senz’esse io, benchè non intenda, me ne rido. L’amico, che gli lesse la lettera, mi ha riferito ch’egli si maravigliò molto che V. S. havesse notizia di questo trattamento tra lui e l’Orco([829]), e finalmente cominciò a dolersi del Magini, dicendo ch’egli l’haveva tradito e presuponendo che V. S. da lui ne havesse havuto notizia, dicendo in oltre che anche esso Magini era consapevole e consenziente ad ogni cosa e che ne haveva lettere, e che poi ch’egli haveva scoperto lui, egli ancora voleva palesarlo([830]): al che gli fu risposto che non poteva essere che ‘l Magini havesse fatto tal cosa, poi che per mille vie si era volsuto giustificare con V. S. Ora così è passato il negozio: il tutto serva per avviso; e se V. S. vuole far sapere al Magini questa cosa e mostrarli anche questa lettera, a me non rilieva: mi sa male ch’ell’abbia a far con fanciulli. Et de his hactenus.

Il Sig.r Buonarruoti le bacia le mani e le manda l’alligata composizione([831]), pregandola che vuoglia migliorarla dove le paia che ne sia capace, e che le piaccia aggradire la buona volontà di servirla. Credo, anzi son certo, che le piacerà. E perchè V. S. disse di volere stampare, ogn’uno ne ha paura, ed egli ancora non vorrebbe il suo nome in istampa, ma come il Sig.r Piero de’ Bardi([832]), havendosi a stampare, si contenterebbe che si dicesse: dell’Impastato, Accademico della Crusca.

V. S. non mi ha mai detto cosa alcuna dello stampare: forse vuole indugiare, per vedere quello che hanno in corpo tutti questi che scrivono o vogliono scrivere, per poter rispondere a tutti ad un tratto; e mi piace, sì per la minor briga, non havendo a fare tanti trattati o leggende, ma una sola, sì ancora perchè V. S. può rispondere a tutti senza menzionar nissuno, e non entrare in altro che ne’ meri termini della cosa, il che a me piace estremamente, e credo che sia la vera.

V. S. harà havuto un sonetto del Sig.r Niccolo Arrighetti([833]), che io l’inviai la settimana passata: credo le sarà piaciuto. Non ho visto ancora il padre Claudio([834]): non mancherò farle i ringraziamenti. Qua è rinfrescato assai, e se così fossi seguito costà, l’aspetterei di certo; se no, piova quanto prima, perchè una volta co’ l bicchiere in mano leviamo un gran croscio di risa contro l’invidia delli ignoranti e maligni e le loro coglionerie.

Il Sig.r Andrea([835]) va facendo, e dice che non sa perchè Venere abbia eletto il suo cervello per campo da combattere contro Apollo, poichè appena mancato un rigiro, ne vien un altro: ma le stanze si finiranno in ogni modo. Non le scrivo altro. È aspettata con desiderio. Dio la guardi.

Di Fir.e, il dì 7 di Ag.o 1610.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.maSer.e Aff.mo Aless.o Sertini.

Padron mio, l’avvisarmi del nuovo scoprimento senza dirmi che, è stato appunto un farmene venir voglia e piantarmi quivi.

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo mio Sig.re

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Padova.

373.

FRANCESCO SIZZI a GIOVANNI DE’ MEDICI [in Pisa].

Firenze, 7 agosto 1610.

Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 205.

374.

GIOVANNI KEPLER a GALILEO [in Padova].

Praga, 9 agosto 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 85-86. – Autografa. Le car. 87-88 del medesimo Tomo contengono copia, di mano di GALILEO, della lettera stessa; probabilmente preparata per la stampa che questi disegnava di farne. Questa copia presenta alcune varianti, che registriamo appiè di pagina con la iniziale G.

S. P. D.

Excellentissime D. Galilaee, amice colende,

Accepi ab. Ill.mo Oratore M.i Ducis Hetruriae continuationem tuarum observationum circa Medicaea Sidera([836]). Magno me desiderio incendisti videndi tui instrumenti, ut tandem iisdem tecum potiar caelestibus spectaculis. Nam quae hic habemus ocularia, quae optima, decuplant diametrum; caetera vix triplicant; ad vigecuplum meum unum pervenit, sed debili et maligna luce. Causa me non latet, et video ut clarificari possint; sed sumptus subterfugimus. Nullo ex iis, quae hactenus videro potui, stellae minutae deteguntur, uno excepto quod ipse construxi: id non maiorem tripla diametrum facit, aut summum quadrupla. Stellas tamen Viae Lacteae plurimas distinctissime exhibet; mirum, cum in hunc usum formatum sit, ut illuderet spectatori. Causa est claritatis, quia copiosissimam admittit lucem: nec enim, ut caeteris, limbus lentis convexae tegitur, tota lens patet; itaque et in([837]) latam regionem visus excurrit, et facile quae quaero assequor.

Proximo interlunio Martem matutinum sum contemplatus. Aliquot minutas vidi([838]), sed non in longitudinem zodiaci dispositas: puto accensendas lino Piscium. Iovem nondum per id aspexi([839]). Caetera, ut quodque melius, et praesertim quod vigecuplat, paulatim mihi detegunt lunae faciem; satis enim illa luminis habet, etiam cum per tenuissimas rimas inspicitur. Video igitur dispositionem macularum accurate; video in media sectione primae quadrae promontoria duo lucida; video paulatim et vitri glacialis speciem. Die S. Iacobi, ut et ante duos menses, notavi in imo cornu nodum lucidum, divisum et a cornu supra et ab extremo lucis acumine ad ortum. Quos dicimus oculos, soleo comparare quadrupedi in pastum aut praedam ruenti, rictu et pedibus primoribus; idque est sinister oculus e regione nostri dextri. Haec effigies cum gena dextra, latissima macula, connectitur flexuoso maculae ductu, qui quamproxime Graecorum j repraesentat in typis Henrici Stephani. In gena ipsa sex distinctas numero lucidas insulas in recta transversa versus os.

Dum haec scribo, in manus meas venit importuna charta hominis Bohemi, Mutinae excusa([840]). Miram adolescentis temeritatem, qui mussantibus omnibus indigenis doctis, ipse, peregrinus et imperitus, solus obloquitur, re nondum comperta. Credo, ut histrionibus persona, sic ei novitas et obscuritas nominis audaciam addidit. An habes tu fortassis aemulos Italos, qui conduxerunt operam peregrini, ut meam Germani Dissertationem invidiosam petulantia Bohemi ulciscerentur? Indignae paginae in quibus tempus teras; sed tamen, quia mea epistola abutitur, statui rationem tibi quodammodo reddere facti alieni.

Noscere me cepit Pragae, anni sunt aliquot. Superiori Ianuario, cum opera mea indigeret, literis Bononia missis fores amicitiae meae pulsare cepit: vix tandem agnovi quis esset. Cepi de novo favere homini, quod studiosus esset literarum et mei. Ut primum intellexi ex eius literis, esse tibi obtrectatores, ipsum vero sequi studia vulgi, gnarus quam ea novis obstent inventis, properavi ad te scribere, si forte praeriperem occasiones. Ad ipsum exemplar Epistolae([841]) misi impressae, ut ex ea disceret vel sapere vel certe ¤p¡xein. Quid vero is ea fecerit, vides: amicitiam hanc, inquam, vix dum spirare visam obscurissime, nece famosissima iugulavit([842]).

Arcanum hoc effert, scilicet: revocatum te a me ad principia tuarum observationum? Scilicet, non ipse hoc in praefatione dixeram: hoc coniectore, aut proditore, opus fuit? At non ideo recensui quid simile antea fuerit observatum, ut ipse obtrectaret, sed ut caeteri crederent plurium testimonio, et ut epistola mea fuco careret, ingenuitate sua lucrifaciens aemulos et pertinaces. Saepe irati satiantur exigua, exosi multa; at non ille: quin exprobrat, iactat, insultat, auget. Si quid te habere dixi meorum simile circa maculas lunae, at et plura habere te dixi, nec mutuatum dixi: temeritatis esset hoc certo affirmare in illa publica epistola: saepe diversis ad eundem scopum convenitur viis. Si me credit obiter aliquid innuere voluisse, ne quaeso oscitasse putet, qui neglexerim id aperte dicere: me mihi relinquat. Ego non existimo cuiquam licere in quoquam aliena recognoscere, nisi qui etiam peculiaria, nova, rara, pulchra, quae invenit, agnoscere, capere et discernere aptus est.

Sed nihil magis me pungit, quam quod laudibus me effert, sputum hominis. Contumeliam mihi infert, quicunque laudem crimini quaerit ex mea qualicunque fama.

Dubitationem mihi impingit ex eo, quod salvum volui cuiuscumque iudicium. O vanum argumentum! Quod ego perpendo, tu non perpendis: possum et ego credere, et tibi non credenti ignoscere. Sed dogmata propria subiicio examini? Quid vero haec ad fidem habitam alieno affirmato? Exaggeravi scelus, si pro veris ficta tradidisses. Hoc ille vult impugnari fidem Nuncii. At haec quidem vix est. Ego fidem Nuncio astruo. Certamen hoc virtutis est cum vitio: ego, ut bonus vir, de Galilaei affirmatis iudico, non cadere in illum tantam nequitiam; ille, nullo adhuc gustu honestatis, eoque illam susque([843]) deque habens, cadere affirmat, ex suo forte ingenio caeteros aestimans. Esto ut deceptus sim (quod absit). Ego, mea credulitate bonus, facto miser habebor; ipse, eventu foelix, calliditate pessimus. Quia haec via iuris est, ut quilibet praesumatur bonus, dum contrarium non probetur: quanto magis si circumstantiae fidem fecerint? Et vero non problema philosophicum, sed quaestio iuridica facti est, an studio Galilaeus orbem deluserit. Hanc mihi quaestionem placuit initio tractare, cum quia vestibulum obsidebat, tum quia tam multi erant, qui malebant credere te fallere, quam rem novam detegi.

Rationes vero me et argumentationes invictissimas contra hunc Nuncium protulisse? Hoccine bonae indolis indicium, amici([844]) et benefactoris intentum, pervertere? Et ubi artes inversionum? Cur non probat quod dixit? Cur non recenset illa argumenta, ut omnes videant, pessima fide dictum? Extat epistola mea; illa loquatur. Passim per illam lusus interspersi, hoc([845]) consilio, ut irrisores risu praevenirem in traditione rei novae et in vulgus absurdae. Si quis forte, parum attentus, ex his lusibus ansam sumit dubitandi de mea sententia, hic certe scurra ex eorum numero non est, qui ex privatis meis literis satis quid tenerem fuit edoctus.

Haec sunt, Galilaee, quae me mordent; reliqua rideo. Nam punctus eius promiscuos, quibus me impetit, ut muscae alicuius aeque contemno. Nec sum adeo stupidus, ut movear authoritate vulgi negativa, aut a vulgi oscitantia et ineptitudine contra astronomi experientiam et dexteritatem ratiociner. Quid mirum, professores Academiarum promiscuos opponere sese inventioni rei novae in illa provincia, in qua rei tritissimae et apud omnes astronomos contestatissimae, parallaxium scilicet, extant oppugnatores loco eminentissimi, eruditionis fama celeberrimi? Neque enim celare te volo, complurium Italorum literas Pragam ferri, qui tuo perspicillo planetas illos a se videri pernegant. Ego quidem mecum ipse causas dispicio, cur tam multi negent, etiam qui perspicillum tractent; et si comparem ea quae mihi interdum eveniunt, video non esse impossibile ut unus videat quod non vident mille alii. Sic Varus ille ex Drepano prospexit classem e portu Chartaginis solventem, numeravitque naves; quod nemo tota Sicilia potuit. Saepe usuvenit, ut quae mihi prosunt perspicilla, ea non prosint alii, et quae caeteri laudant, ea ego de nebulis accusem. Ipse unus et idem, cum incipio contemplari, puro fruor aspectu; ubi aliquantum immoror, colores iridis oriuntur.

Igitur, etsi mecum nondum quicquam dubito, dolet tamen me tamdiu destitui testimoniis aliorum, ad fidem caeteris faciendam. Te, Galilaee, rogo, ut testes aliquos primo quoque tempore producas. Ex literis enim tuis ad diversos didici, tibi non deesse testes; sed neminem, praeter te, hoc referentem producere possum, quo famam epistolae meae defendam. In te uno recumbit tota observationis authoritas. Nisi forte placet tibi testimonium ab hoste; quod inter scribendum incidit. Fatetur, se([846]) tuo instrumento die 24 Aprilis vidisse duos planetas circa Iovem, 25 Aprilis quatuor([847]). Raptim produxi chartam tuam ad Ill.m Oratorem transmissam: et ecce tu quoque ad 24 Aprilis exhibes duos, ad 25 Aprilis quatuor planetas.

Invenit tamen ista sycophantia naeniam impudentissimam de reflexionibus, qua populum abduceret. Vulgus enim, opticarum rationum imperitum, aures libenter accommodat obtrectatori, ex opticis loquenti; quia inter caecum et videntem nescit distinguere, gaudetque qualibuscunque imperitiae suae tribunis. Quos si iubeas, adire scriptores opticos, in rem praesentem venire, libellum stultissimum ex seipso refellere, experieris eos malle, hoc authore, curvum dicere rectum, ut lascivire contra philosophiam possint, quam ut id laboris sibi sumant. Et imperabit sibi doctus aliquis, huius scientiae gnarus, ut papyrum perdat in refutandis his nugis? O sapientem Pythagoram, qui nulla re alia maiestatem philosophiae contineri censuit, quam silentio! Nunc quia iecisti aleam, Galilaee, vulgoque propalasti haec caelorum adyta, quid aliud restat, quam ut contemnas concitatos istos strepitus, gratumque stultis mercimonium, inscitiam, accepta contumelia loco precii, vendas? quippe vulgus contemptum philosophiae in se ipso ulciscitur perpetua ignorantia.

Licebit tibi tamen hanc epistolam publici iuris facere, si tua interesse putaveris: mea nihil interest, nec dignor hominem. Vale et rescribe.

Pragae, 9 Aug. 1610. Ex. T.Officiosiss.us I. Keplerus, S. C. M.tis Mathematicus.

375.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 9 agosto [1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 148-149. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Colend.mo

Come il Sig.r Zugmesser sia qui, non mancherò di renderlo capace di quanto ella mi scrive nella sua. Mi pare che([848]) egli habbia letta la risposta fatta da V. S. alli Capri, ma so bene che egli desiderava di vedere il loro libro, che dice non havere visto; et questo lo desidera grandemente, havendomene fatta istanza. Ho caro sapere quello particolare che V. S. nel suo libro non dice altrimenti, ch’egli havesse havuta quell’inventione dal Brahe([849]).

Signor mio, una parentesi. Ho stretta amicitia con un figliuolo di Brahe et con la sorella del Brahe, matrona vecchia molto honorata, che scrive in matematica precipuamente, et traduce libri di latino in tedesco per suo gusto. Un altro figliuolo del Brahe si truova in Italia di presente. N’ho voluto avvisare V. S., se per sorte le occorresse qualche cosa con loro in detto genere.

Quanto poi a quella scrittura uscita da quel Bohemo, già servitore del S.r Maggino, la va per manus, essendone qui un essemplare solo, mandato d’Italia al Velsero Augustano, tutto spagnuolo et poco amico de’ Venetiani. Non ho vista ancora detta scrittura, ma la potrò vedere. Non pensi V. S. che io habbia detto fuori di proposito che il Velsero sia tutto spagnuolo; perchè gli Spagnuoli stimano, per ragione di stato essere necessario che il libro di V. S. si debba supprimere, come pernicioso alla religione, con il mantello della quale si fanno lecito di fare ogni poltronia per arrivare alla monarchia. Questa lega, ch’è qui contro di V. S., non viene fabricata da altri che da loro et loro dependenti et adherenti, tra’ quali il Residente di Lucca([850]), così bel cuius quanto mai habbia conosciuto, et per tale anco tenuto. Ci è poi un dottorello, che fa vita con detto Lucchese, che abbaia con gli altri, come i cagnuoli che sentono abbaiare i altri cani, perchè egli, come anco il Lucchese, confessano non havere mai studiato matematica.

Io mi chiarirò meglio, come V. S. m’accenna, di quelle lettere scritte da Bologna, se sono state scritte con participatione del S.r Magini. Ma mi pare che io facessi replicare 3 o 4 volte il Zugmesser, ch’il Magino era nominato tra gli altri che sottoscrivevano all’oppositioni di V. S.

Quel furfantello appunto mi ha chiarito con essere andato a servire il Capra.

Quanto al Chepplero, mangiammo l’altro giorno insieme, et volendolo accompagnare a casa, per havere io d’andare da un suo vicino, fui desviato altrove. Ma mi haveva comminciato a ragionare di V. S. et di questa opera del Bohemo, quale è figliuolo di un predicante luterano, come questa mattina uno mi ha detto. Io dopo havute le lettere di V. S., non ho havuta commodità di vedere detto S.r Chepplero, essendo venute un giorno più tardi del solito; non prima di hoggi le ho havute: ma domani gli mostrerò la lettera di V. S., et a lei([851]) risposta per il prossimo, piacendo al Signore, come anco al mio patroncino et signor, il S.r Ottavio, la cui lettera ho baciata molte volte, come a me gratissima. Intanto prego V. S. a fare le mie scuse con S. S.ria, perchè ho da scrivere fogli di carta.

Quanto all’ultimo occhiale, S. M. dice ch’è il migliore di quanti n’ha havuti, in rappresentare le cose grandi et da lontano; ma le pare che potrebbe essere più chiaro. Questo è quello mandato dal Fucchero([852]), ambasciatore. Non mancherò di dire, con la prima occasione, di quelli fatti per mano di V. S., de’ quali mi pare che l’Ambasciatore Toscano doveva darne uno([853]), et questa mattina me ne son scordato di domandarne. Bacio le mani.

Di Praga, 9 d’Agosto.Serv.re Aff.mo M. Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Matematico di

Padova.

376.

[GIOVANNI KEPLER a MARTINO HORKY in Milano].

[Praga], 9 agosto 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 35.– Copia di mano sincrona.

…. Tuam Peregrinationem ex concessu D. Mathei Welseri nactus, legi. Etsi igitur candoris mei famam iuxta tuam amicitiam tueri non possum, eoque nuncium tibi remitto, patria tamen tui causa, et quia ne hosti quidem alicuius mali causa esse velim, duo tibi significo, tertium admoneo. Primum est, quod epistolam ad Galilaeum scripsi, qualem te meruisse aestimare potes, eique potestatem feci, si velit, publice imprimendi([854]). Alterum, quod conditio tui parentis([855]) nota sit secretario Regis Hispaniarum Oratoris, et ex eius relatu caeteris Italis qui hic sunt; adfui enim cum recenseret illis: videris igitur tu, an iis in partibus tibi haec notitia sit incommodatura, nisi forte omnes Sancti consilium tibi suppeditaverint pericula ista praeveniendi. Tertium: pater, non minus quam ego, imo multo maxime, pro te est sollicitus; quanto magis, si sciret de tua Peregrinatione et mea invectiva! Eius paternum consilium si vis sequi, primo quoque die te ex illis locis proripies, utcunque poteris. Vale.

9 Augusti, 1610.

 Quem nosti.

377**.

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO in Padova.

Bologna, 16 agosto 1610.

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio,

Resto con molto obligho a V. S. Ecc.ma della gratiosa sua lettera, datami negligentemente dallo coriero; et doppo il poterli non rispondere, ho inteso il contenuto di essa et con prudenza, chè da sugetto tale altro non si può sperare, godendo infinitamente che sii per venirsene presto, et di già forsi per strada: onde la godremo, et rimeterò a lei quanto già le scrissi, havendo quasi fornita l’Epistola([856]). Et con questa occasione gli offero la casa mia, pregandola a volersene valere in questo passaggio, et ancora in altre occasione, chè riputeromi favore segnalato che così povere mura fossero degne di ricevere così honorato et eminente sogetto: che se altrimente, a nome del S.r Magini l’invito parimenti a casa sua, et ha imposto a me con grandissima instanza il fare simil offitio seco; il che esseguisco con quello affetto possibile, pregandola che ne favorisca uno di noi et non altro, perchè non haverà forsi servitori che tanto bramino d’honorarlo et servirlo quanto noi. Et perchè non mi è concesso il scriver più alla longa, fornisco, et me le raccomando in gratia.

Di Bologna, a dì 16 Ag.o 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re di cuore Gio. Ant.o Roffeni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re P.rone mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Eminentiss.o Letore nello Studio di

franca per Venetia.Padoa.

378.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 17 agosto 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 72. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Colend.mo

Con tutto che io non sappia dove questa mia sia per ritruovare V. S., nondimeno non voglio tralasciare di scrivere queste 4 righe.

Il Zugmesser sarà qui questa settimana: farò con lui, et se non basterà, con l’istesso Elettore, quale so che haverà caro di leggere le lettere di V. S., piene di modestia et humanità, da confundere Sciti et Tartari, non che barbari Germanici.

Ho fatto venire il sapore alla bocca, non meno che colera al fiele, a C.([857]) con quel capitolo, che il Cardinale Borghese gli havea levato dalle mani quell’occhiale fatto di mani sue. S. M. ha prorotto in queste parole: «In somma, questi preti vogliono ogni cosa». Mi ha dato ordine di scrivere a V. S. a nome suo; ma mi son scusato con dire, ch’ella havea scritto al S.r Ambasciatore di Toscana, che al sicuro harebbe mandato un al doppio più perfetto di quello che ha havuto Borghese. Vedendo che S. M. non s’acquietava, l’ho fermata finalmente con dire, che ella a posta era stata chiamata a Fiorenza dal G. D. per farne qualche numero, da mandare a varii prencipi.

Ho fatto vedere al S.r Chepplero quello che V. S. scrive et al S.r Ambasciatore et a me. In parte ha supplito con l’ordinario passato, in parte mi ha promesso di supplire questa sera con una altra lettera, se però il vino, che habbiamo bevuto insieme a pranzo, non gli fa mettere la testa sul capezzale. Si ha havuto ad impazzire ad intendere quella ciferà([858]). Caro Signore, non ci tenga così a bada, havendo così segnalati malevadori contro chi volesse arrogarsi lo scoprimento di quella così grande maraveglia, maggiore della prima, ciò è de’ Pianeti.

V. S. mi creda, che oltre che ho il cervello fuori di gangani (come si dice a Roma) per troppa crapula, scrivo questa in fretta grandissima. Le bacio le mani, pregandola a conservarmi suo, come son in effetto.

Di Praga, alli XVII di Agosto 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.teServ.re Aff.mo M. Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.re Oss.mo

Il Sig.r Galileo Gallilei, Matematico di

Padova.

379.

GALILEO a GIOVANNI KEPLER [in Praga].

Padova, 19 agosto 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10702, car. 65-66. – Autografa.

S. P. D.

Binas tuas epistolas, eruditissime Kepleri, accepi: priori, iam abs te iuris publici factae, in altera mearum observationum editione respondebo; interim gratias ago, quod tu primus ac fere solus, re minime inspecta, quae tua est ingenuitas atque ingenii sublimitas, meis assertionibus integram fidem praebueris: secundae, ac mox a me receptae, responsum dabo brevissimum; paucissimae enim supersunt ad scribendum horae.

Primo autem significas, perspicilla nonnulla apud te esse; verum non eius praestantiae, ut obiecta remotissima, maxima atque clarissima repraesentent, ob idque meum te expectare. Verum excellentissimum quod apud me est, quodve spectra plusquam millies multiplicat, meum amplius non est: ipsum enim a me petiit Serenissimus Hetruriae Magnus Dux, ut in tribuna sua condat ibique, inter insigniora ac preciosiora, in perennem facti memoriam custodiat. Paris excellentiae nullum aliud construxi; praxis enim est valde laboriosa: verum machinas nonnullas ad illa configuranda atque expolienda excogitavi, quae hic construere nolui, cum exportari non possent Florentiam, ubi in posterum mea futura est sedes. Ibi quam primum conficiam, et amicis mittam. Ex tuis adnotatis in  coniicio, tuum perspicillum mediocris tantum esse efficaciae, ob idque ad planetas conspiciendos forte minime idoneum; quos quidem planetas a XXV Iulii iam cum e matutinos orientales pluries conspexi, atque adnotavi.

Ex caelo denique descendis ad Orcum, ad Boemum scilicet illum, cuius tanta, uti vidisti, est audacia, stultitia et ignorantia, ut absque nominis illius gloria de eo verba proferre, vel etiam iniuriosa, minime possimus. Lateat igitur apud Orcum, totiusque pariter vulgi contumelias susque deque faciamus; namque contra Iovem nec gigantes, nedum pigmei. Stet Iuppiter in caelo, et oblatrent sicophantae, quantum volunt.

Petis, carissime Keplere, alios testes. Magnum Hetruriae Ducem produco, qui, cum superioribus mensibus Planetas Mediceos mecum saepius observasset Pisis, in meo discessu munus pretii plusquam aureorum mille dedit, modoque in patriam me convocat, cum stipendio pariter aureorum mille in singulis annis, cumque titulo Phylosophi ac Mathematici Celsitudinis suae, nullo insuper onere imposito, sed tranquillissimo ocio largito, quo meos libros perficiam mechanicorum, constitutionis universi, nec non motus localis, tum naturalis tum violenti([859]), cuius sinthomata complurima, inaudita et admiranda, geometrice demonstro. Me ipsum produco, qui, in hoc Gimnasio stipendio insigni florenorum 1000 decoratus, et quale mathematicarum professor nullus habuit unquam, et quo tuto, dum viverem, frui possem, etiam illudentibus planetis et effugientibus, discedo tamen, et eo me confero, ubi illusionis meae poenas inopiae atque dedecoris luerem. Iulium, fratrem Iuliani Illustrissimi Oratoris Magni Ducis, exibeo, qui Pisis cum multis aliis aulicis pluries Planetas observavit. Verum, si estat([860]) adversarius meus, quid amplius egemus testibus? Pisis, mi Keplere, Florentiae, Bononiae, Venetiis, Paduae, complurimi viderunt; silent omnes et haesitant: maxima enim pars, nec Iovem aut Martem, vix saltem lunam, ut planetam dignoscunt. Quidam Venetiis contra me obloquebatur, iactitans se certo scire, stellas meas, circa Iovem a se pluries observatas, planetas non esse, ex eo quod illas semper cum Iove spectabat, ipsumque aut omnes aut para modo sequebantur, praeibant modo. Quid igitur agendum? cum Democrito aut cum Heraclito standum? Volo, mi Keplere, ut rideamus insignem vulgi stultitiam. Quid dices de primariis huius Gimnasii philosophis, qui, aspidis pertinacia repleti, nunquam, licet me ultro dedita opera millies offerente, nec Planetas, nec , nec perspicillum, videre voluerunt? Verum ut ille aures, sic isti oculos, contra veritatis lucem obturarunt. Magna sunt haec, nullam tamen mihi inferunt admirationem. Putat enim hoc hominum genus, philosophiam esse librum quendam velut Eneida et Odissea; vera autem non in mundo aut in natura, sed in confrontatione textuum (utor illorum verbis), esse quaerenda. Cur tecum diu ridere non possum? quos ederes cachinnos, Keplere humanissime, si audires, quae contra me, coram Magno Duce, Pisis a philosopho illius Gymnasii primario prolata fuerunt, dum argumentis logicalibus, tanquam magicis praecantationibus, novos planetas e caelo divellere et avocare contenderet? Verum instat nox, tecum esse amplius mihi non licet. Vale, Vir eruditissime, et me, ut soles, ama.

Paduae, 19 Augusti 1610.

Excell.ae tuaeStud.mus Galileus Galileus M. D. Hetr.ae Phyl.us et Mat.cus

380.

GIO. ANTONIO ROFFENI a GALILEO [in Padova].

Bologna, 19 agosto 1610.

Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 11, 193-200 [Edizione Nazionale].

381**.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Firenze, 19 agosto 1610.

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

Illustre Sig.r mio Oss.mo

Nell’inclusa copia d’un articolo di lettera del S.r Cont’Orso d’Elci, Ambasciatore del Gran Duca mio Signore in Corte Cattolica([861]), la sentirà et conoscerà l’accurata commissione che S. A. gli haveva dato, intorno alle dimostrazioni matematiche et ad ogn’altra cosa che V. S. gli havesse inviato et raccomandato; et hora mai saremo a tempo a ragionar qui di quel che la voglia inviare, non solo a quella, ma anche all’altre Corti. Et quando la vorrà che s’invii lettica a Bologna, la ce l’avviserà per tempo: et di me disponga in tutti i conti. Et li bacio le mani.

Da Firenze, li 19 Agosto1610.

Di V. S. Ill.ma S.r Galileo Galilei.Serv.re Aff.o Belis.o Vinta.

Fuori: all’Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig. Galileo Galilei.

Venezia per Padova.

382.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 20 agosto1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 51. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Sono hor mai, per la Dio grazia, vicinissimo all’essermi sviluppato di mille e mille intrighi, li quali era necessario che avanti la mia partita di qua fussero sciolti et spediti. La prossima settimana invierò miei arnesi a Venezia per consegnarli al condottore, et il primo o secondo di 7mbre, piacendo al Signore, mi metterò in viaggio per cotesta volta, et in carrozza mi condurrò sino a Bologna; il resto del cammino, non comportando la mia indisposizione che io lo possa fare per sì lunga e faticosa strada a cavallo, supplico V. S. Ill.ma ad impetrarmi dal Ser.mo nostro Signore tanto favore et honore, che io possa farlo in una delle sue lettighe, sì come più altre volte ho fatto: di che a S. A. S. et a V. S. Ill.ma terrò obligo particolare. Sono per arrivare a Bologna alli 5 di Settembre, dove alloggerò col S. Magini, Matematico di quello Studio, convenendomi trattar seco di molti particolari scrittimi da diverse parti d’Europa sopra li nuovi pianeti, li quali hanno promossa tra gl’huomini tanta confusione, ma tutto in fine, per grazia divina, a esaltazione et a grandezza di un tanto scoprimento. Séguito di fare le loro osservazioni, vedendosi adesso nell’aurora benissimo.

Otto giorni sono ricevei da i SS.i Mannelli li Ñ.i 200, dei quali rendo infinite grazie al Ser.mo G. D.; et saranno impiegati nella nuova impressione, per farla di maestà proporzionata alla materia et alla dedicazione. Restami il ringraziarne parimente V. S. Ill.ma, et non di questo solo, ma di tanti altri favori, per i quali gli viverò sempre obligato et pronto ad ogni suo comandamento. Con che, reverente gli bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego il colmo di felicità.

Di Pad.a, li 20 di Agosto 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

383*.

GIO. CAMILLO GLORIOSI

ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA [in Venezia].

Venezia, 20 agosto 1610.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata: Lettere di fuori. 1601-1602. Riformatori dello Studio di Padova, n.° 168. – Autografa la firma.

Ill.mi et Ecc.mi SS. Riformatori,

Sono quattro anni che mi trattengo in Venetia, aspettando l’occasione di servire questa Serenissima Repubblica nel carrico della lettura delle Mathematiche, e già mi son fatto intendere dall’Ill.mo S.r Andrea Moresini e dagli altri Ill.mi SS. Riformatori antepassati, addimandando loro la concorrenza nello Studio di Padova, overo d’introdur questa lettura publica in Venetia: per la prima mi risposero, esserci parte in contrario di non potersi dare la concorrenza nelle Mathematiche; per la seconda, neanco, per non essere in uso, e che non potevano innovar cosa nessuna: per lo che cessai dall’impresa. Hora, essendo venuta l’occasione che vachi la lettura delle Mathematiche nello Studio di Padova per la partenza del Sig.r Galileo, vengo con l’istesso affetto ad offerirmi di servirli in detto carrico, offerendomi ancora ad ogni pruova con qualsivoglia concorrente, sì come commanderanno le SS.rie VV. Ill.me et Eccell.me, alle quali humilmente faccio riverenza.

In Venetia, a 20 Agosto 1610.

Delle SS. VV. Ill.me et Eccell.me  Serv.re Humiliss.mo Il Dottor Gio. Camillo Gloriosi.

384*.

GIULIANO DE’ MEDICI a [GALILEO in Padova].

Praga, 23 agosto 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 46. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Honorand.mo

Ho salvato appresso di me il polizino mandatomi da V. S. con le lettere trasposte, con haverne dato copia ad alcuni et in particolare al Sig. Glepero; il quale si consuma di sapere che cosa sia([862]), e va inmaginandosi mille cose, e dice di non saper quietar l’animo: e la lettera di V. S. è ita in mano a S. M. Cesarea, sì come V. S. doverrà sentire dal Sig.r Asdalio, con alcuni altri particolari. Al quale rimettendomi, solo pregherò V. S. a affrettare di favorir qua del suo strumento, per poterle far fare un altro effetto, che è di turar la bocca a molti che vogliono parlare al buio. E del Sig. Gleppero mandai alcun tempo fa una lunga epistola a V. S., in proposito di quello che ha stampato contro di lei([863]), che voglio presupporre che l’habbia hauta. Che è quanto le saprei dire, con baciarle le mani e pregarle da Nostro Signore Iddio ogni felicità.

Di Praga, li 23 d’Agosto 1610.

Di V. S. Ill.re et Ecc.maAff.mo Ser.re Giuliano Medici.

385*

MARTINO HASDALE a GALILEO in Firenze.

Praga, 24 agosto [1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 150.– Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Colend.mo

Sopragionto dalla strettezza del tempo, mi conviene di attaccarmi([864]) all’àncora laconica.

S. M. Cesarea, havendo havuto da me il sommario dell’ultima lettera scritta da V. S. all’Ill.mo S.r Ambasciatore, ha voluto vedere l’originale, quale ho procurato et datogli, et poi anco recuperato. Insomma S. M. sta con la bocca saporita d’intendere quello significa quella cifra di lettere trasportate, che contengono quello di più da lei ultimamente ritruovato.

Inoltre mi ha commesso di scrivere a V. S., s’Ella havesse per sorte il secreto della parabola d’Archimede che bruscia da lontano, et quanto da lontano. Ho risposto che scriverò, ma che so per certo che un suo svisceratissimo amico l’ha; però, che lo tiene tanto caro, che non l’ha voluto vendere per molte migliaia di Ñ al Gran Duca Francesco. Io intendo M.ro Paulo([865]). Così mi è stato dato ad intendere al mio paese da un gran matematico, amico suo.

In materia poi degli occhiali, S. M. ha fatto dire per me all’Ill.mo di Toscana, che dovesse scrivere a V. S. ch’ella tenesse un poco in più prezzo quegli istromenti ch’ella fa di sua mano, havendo ricevuto a sdegno che i preti le habbino levato di mano quello era destinato per S. M.([866]). Insomma n’aspetta di quei perfettissimi quanto prima, almeno uno. Con che fine le bacio le mani.

Di Praga, 24 d’Agosto.

Di V. S. Ecc.ma

Il Zugmesser gionse questa notte: non l’ho ancora visto. Non mancherò.

 Serv.re Devot.mo M. Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

386*.

GIULIANO DE’ MEDICI a GALILEO in Firenze.

Praga, 6 settembre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 45. – Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Honor.mo

Ho ricevuto particolarissimo contento di sentire per la sua gratissima, che V. S. habbia havuto dal Ser.mo G. Duca nostro Signore quel riconoscimento che si conviene alla sua virtù; et tanto più, che spero una volta di poterla godere in Fiorenza, quando mi sia concesso di potermene tornare, che per questo rispetto mi sarà anco il ritorno più desiderabile. Al Sig. Gleppero detti la lettera di V. S., che li fu in estremo cara; et perchè mi dice che non ricerca altra risposta, in quel cambio stamperà un foglio, nel quale confermerà d’havere osservate le cose viste da V. S. con uno de’ suoi occhiali che ha il Sig.or Elettore di Colonia, come V. S. potrà vedere dall’alligata che le scrive il Sig. Seghetti([867]), che stava con il Sig.r Pinelli. Al quale rimettendomi, solo dirò a V. S. che il Sig. Gleppero volentieri([868]) andrebbe nel luogho che lascia lei a Padova; che se gli potesse fare qualche favore in questo particolare, gli ne resterebbe con grand’obligho: et spererebbe che S. M. C. gli desse licentia, poichè in ogni modo ha gran difficultà, secondo lo stile di questa Corte, a esigere i suoi stipendii; et spererebbe che [….]olesse torre la ventura altrove. Et con questo poi [….]olto tarda, bacierò le mani a V. S. et le [….]Dio ogni felicità.

Di Pragha, a 6 di Sett.re 1610.

 Ser.re Aff.mo Giuliano Medici.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig.or mio Honor.mo

Il Sig.or Galileo Galilei, Matematico del Ser.mo G. Duca di Toscana.

Firenze.

387*.

MICHELE MAESTLIN a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Tubinga,7 settembre 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10702, car. 36. – Autografa.

…. Iam hac occasione huius Martini Horckii, viri, ut animadverti, in rebus mathematicis et aliis literis non aspernandi, de Galileo novorum planetarum autore et inventore haec scribam. Hic Martinus profecto me magna solicitudine liberavit. Egregie sane tu in tuo scripto (cuius exemplar, a te mihi missum, lectu iucundissimum est; pro quo etiam ingentes tibi ago gratias) Galilaeum deplumasti: videlicet, quod non ipse novi huius perspicilli primus fuerit autor; quod ipse non primus in luna animadverterit impolitam superficiem; quod non primus mundo ostendat plures in caelo stellas, quam quas hactenus in veterum scriptis annotatas habemus; et quae caetera sunt. (In qua Dissertatione, pro honestissima etiam mei facta mentione tibi rursus gratias ago, non quas debeo, sed quas possum maximas.) Unum restabat, quo adhuc exultare potuit: videlicet observatio ipsa 4 planetarum novorum circa Iovem. Hanc clavam ipsi exterorum nemo ex manibus extorquere potest, quia hic nulla valent argumenta theologica, philosophica, astronomica, optica, etc. Ea omnia poterat eludere. Nam Sacra Scriptura numerum planetarum nobis non prodidit, quin potius Dei sapientiam et potentiam immensam praedicat, cuius nostra mens capax non sit. Philosophia nobis perfecte cognita non est; sed quocunque in ea nos convertimus, videmus nobis, ex infinitis, paucula esse nota, et quotidie plura inveniri, quae antea erant incognita. Mathemata quam sint inexausta, quis mathematicorum ignorat? Exemplo sit unica arithmetica cossica, quam quadratam quidem utcunque habemus cognitam: quidam eam in cubicis etiam adoriuntur; sed ubi in quadratis quadratorum, in sursolidis et aliis quantitatibus, quae in infinitum assurgunt? Certe ego in eo infinito quantitatum arithmeticarum campo existimo residere veram circuli quadraturam. Sed haec praeter institutum. Astronomorum nullus hactenus hos 4 planetas novit. At diceret Galilaeus: Instrumentum hoc eos observandi non habuerunt. Quid de opticis? Quicquid alius opposuisset, etiamsi longe perfectius confecisset perspicillum, so were doch keines besser denn dass seine gewesst. Sein Uhr were recht gangen: es müsste vil ehe die Sonn nicht recht gehen. Verum hic Martinus Horky nos hac solicitudine liberat; qui deceptionem visus animadverterat non in alio simili, sed in ipsius Galilei perspicillo, ipsumque autorem suo proprio gladio sic iugulavit, ut cum antea exemplaria Siderei Nuncii multa passim in Italia extarent, nunc nullum amplius (sicut refert) prostet venale. Idcirco ipsius Martini scriptum (Peregrinationem inscribit) mihi vehementer placet: loquor autem de iis quae in eo proprie ad rem faciunt: caetera enim, quae in eo non pauca sunt, plane omissa optarem. Non enim dubito quin ad illa caetera Galileo respondendi materia non sit defutura, adeo ut, propter copiam eorum, principalem quaestionis statum sit magno silentio praeteriturus. Sed dies dabit quid responsurus sit. Verum spero, te quoque contra eum mutum non futurum. Sed de his iam satis: proxime plura….

388*.

GIO. ANTONIO MAGINI a [SPINELLO BENCI in Mantova].

Bologna, 8 settembre 1610.

Arch. Gonzaga in Mantova. Rubrica Bologna E. XXX. 3. – Autografa.

…. Ho saputo che in Padova tutti mi desiderano a quella lettura; e sono stato invitato da amici a lasciarmi intendere che trattino destramente per me con i SS. Riformatori dello Studio di Padova, che sono tre nobili Venetiani primarii, e ch’io gli dica le condittioni ch’io ricerco: ma havendo io questa pena da partirmi([869]), vado molto riservato, per non sdegnare i SS.ri Bolognesi. E ho havuto anco dalli amici che m’hanno raccordato che ci è una legge del Cardinale Morone, fatta qui a Bologna, che nelle conventioni non si può astringere alcuno a pena di denari; e nella mia ricondotta par che dal canto dei SS.ri Bolognesi ci sia poca sincerità, volendomi obligare con pena, perchè vengono in questo modo a dichiararsi che conoscono di non mi pagare quanto io merito, e che temendo che altri mi paghino meglio e più giustamente, non gli sia levato dalle mani. Veda, di gratia, V. S.: io ho servito questo publico a quest’hora 22 anni, et fui condotto da principio con stipendio solamente di 250 scudi, perch’io m’ero rimesso alla discrettione loro, et così sono andato ricevendo a poco a poco tenui accrescimenti sino alla somma di 500 scudi: e pure in altri Studii altri mathematici sono pagati meglio; perchè ultimamente il Signor Galilei ottenne da’ Venetiani mille fiorini, e al presente è condotto dal Gran Duca con mille e dugento scudi in vita; e pure so io in coscienza mia di non essergli punto inferiore, ma più tosto di avanzarlo d’avantaggio….

Di Bologna, li 8 Settembre 1610.

Di V. S. molto IllustreSer.reAff.mo G. Ant. Magini.

Aspetto qui in casa mia fra 4 giorni il S.or Galilei per passaggio, il quale intendo ch’ha da parlarmi da parte dei SS.ri Venetiani per quella lettura; e già è arrivato da me suo cognato con una lettica del Gran Duca per condurlo.

389**.

ANDREA CIOLI([870]) a BELISARIO VINTA in Firenze.

Parigi, 13 settembre 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4626. – Autografa.

…. Questa mattina, per non so che condotta, è arrivato l’occhial grande del Sig. Galilei per la M. della Regina, del quale nel medesimo tempo che si hebbe la suddetta lettera, si hebbero nuove di Lione; et al Sig.r Marchese([871]) tocca il presentarlo alla Regina, poi che a lui lo chiese, et doverà, nel dargliene, farle l’offerta d’altri, come ha scritto V. S….

390**.

FRANCESCO STELLUTI a GIO. BATTISTA STELLUTI in Fabriano.

Roma, 15 settembre 1610.

Bibl. Vaticana in Roma. Cod. Vat. 9684., car. 104. – Autografa.

…. Già credo che a quest’hora habbiate visto il Galileo, cioè il suo Sydereus Nuncius, et le gran cose che dice: ma hora il Keplero, allievo del Ticone, gli ha scritto contro, et già n’è venuto di Venetia un libro al Padre Clavio; et gli dice, che lui si fa autore di quell’instromento, et sono più di trent’anni che lo scrive Gio. Battista della Porta nella sua Magia Naturale et l’accenna anco nel libro De refractione optices([872]): sì che il povero Galileo restarà smaccato. Ma intanto il Gran Duca gli ha donate 800 piastre, et la Signoria di Venetia gli ha accresciuta la provigione….

391.

GALILEO a [CRISTOFORO CLAVIO in Roma].

Firenze, 17 settembre 1610.

Vedi l’informazione premessa al n.° 8.

Molto Rev.do Sig.re mio Pad.ne Col.mo

È tempo ch’io rompa un lungo silenzio, che la penna, più che ‘l pensiero, ha usato con V. S. M. R. Rompolo hora, che mi trovo ripatriato in Firenze per favore del Serenissimo G. Duca, il quale si è compiaciuto richiamarmi per suo matematico et filosofo. La causa perchè io l’habbia sino a questo giorno usato, mentre ciò è che mi sono trattenuto a Padova, non occorre che io particolarmente la narri alla sua prudenza; ma solo mi basterà l’assicurarla che in me non si è mai intepidita quella devozione che io devo alla sua gran virtù.

Per una sua lettera, scritta al S. Antonio Santini ultimamente a Venezia, ho inteso come ella, insieme con uno dei loro Fratelli, havendo ricercato intorno a Giove, con un occhiale, de i Pianeti Medicei, non gli era succeduto il potergli incontrare. Di ciò non mi fo io gran meraviglia, potendo essere che lo strumento o non fusse esquisito sì come bisogna, o vero che non l’havessero ben fermato; il che è necessariissimo, perchè tenendolo in mano, benchè appoggiato a un muro o altro luogo stabile, il solo moto dell’arterie, et anco del respirare, fa che non si possono osservare, et massime da chi non gli ha altre volte veduti et fatto, come si dice, un poco di pratica nello strumento. Io, oltre alle osservazioni stampate nel mio Avviso Astronomico, ne feci molte dopo, sin che Giove si vedde occidentale; ne ho poi molte altre fatte da che egli è ritornato orientale mattutino, e tuttavia lo vo osservando. Et havendo ultimamente perfezionato un poco più il mio strumento, veggonsi i nuovi Pianeti così lucidi et distinti come le stelle della seconda grandezza con l’occhio naturale; sì che volendo io, 15 giorni sono, far prova quanto duravo a vedergli mentre si rischiarava l’aurora, erano già sparite tutte le stelle, eccetto la Canicola, et quelli ancora si vedevano benissimo con l’occhiale. Spariti dopo questi ancora, andai seguitando Giove per vedere parimente quanto durava a vedersi; et finalmente era il sole alto più di 15 gradi sopra l’orizonte, et pur Giove si vedeva distintissimo et grande, in modo che posso esser sicuro che seguitandolo col cannone, si saria veduto tutto ‘l giorno.

Ho voluto dar conto a V. S. M. R. di tutti questi particolari, acciò in lei cessi il dubbio, se però ve n’ha mai hauto, circa la verità del fatto; della quale, se non prima, li succederà accertarsi alla mia venuta costà, sendo io in speranza di dover venire in breve a trattenermi costà qualche giorno. Restami, per non tediarla più lungamente, il supplicarla a ripormi in quel luogo della sua grazia, il quale dalla sua cortesia et dalla conformità degli studii mi fu conceduto gran tempo fa, assicurandosi, niuna cosa essere in poter mio, della quale ella non possa con assoluta potestà disporre. Et con ogni reverenza baciandogli le mani, gli prego dal S. Dio felicità.

Di Firenze, li 17 di 7bre 1610.

Di V. S. M. R.Devotissimo Servitore Galileo Galilei.

392*.

FRANCESCO PINELLI a GALILEO in Firenze.

Napoli, 17 settembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 47. – Autografa.

Molt’Ill.re Sig.e

Desidero fuor di modo un di quegl’istrumenti che scrissi l’altra volta a V. S., insieme con un di que’ libri d’osservazioni da V. S. fatte con detto istromento. Scusimi il mio S.re Galileo se io l’incomodo, et all’incontro mi comanda, che farò qualsivoglia cosa che li sii grata. Con questo, restando così servita di mandarmi dette cose subito, e li prego da N. S. Iddio salute e contento.

Da Nap., a 17 di Sett.re 1610.

Di V. S. molto Ill.<….> Il Duca dell’Acerenza.

Fuori: Al S.r Galileo Galilei,

che N. S. guardi.

Fiorenza.

393**.

GALILEO a [VIRGINIO ORSINI in Roma].

Firenze, 18 settembre 1610.

Arch. Orsini in Roma. Corrispondenza di Virginio II, dal 1610 al 1611. IIC. Prot. XXI. – Autografa.

Ill.mo et Ecc.mo Sig.re

Richiede il debito della mia humilissima servitù verso V. E. Ill.ma, che io le dia conto del mio ritorno in Firenze, dove per benignità del Ser.mo Gran Duca mio Signore sono fermato al suo servizio. Io, nell’altre dimore fatte a presso S. A., scusai con la brevità del tempo la mia fortuna, del non mi haver ella presentata occasione di poter mostrar con qualche segno esterno di servitù la devozione dell’animo mio verso V. E. Ill.ma et gl’Ill.mi et Ecc.mi Signori suoi figliuoli: hora che cessa questa causa, se io continuerò di vivere totalmente ozioso nel servirla, non potrò più scusar me a presso me stesso, ma converrà che io mi reputi et condanni per servitore assolutamente inutile.

Io per tanto la supplico, che, con l’impiegar l’opera mia in qualche suo servizio, voglia in un tempo medesimo accertar sè stessa dell’ardentissimo affetto col quale io bramo i suoi comandamenti, et me dell’esser la mia devotissima servitù da lei gradita. Qui humilissimo me gl’inchino, et dal Signore Dio gli prego il colmo di felicità.

Di Firenze, li 18 di 7bre 1610.

Di V. E. Ill.maHum.mo et Dev.mo Ser.re Galileo Galilei.

394**.

MATTEO BOTTI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Parigi, 19 settembre 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4624, car. 130. – Autografa la sottoscrizione.

…. Sua Maestà([873]) mi ha confessato, discorrendo con me, come fa spesso lungamente,…. che sia venuto l’occhiale del Galilei, seben mostra poco più degl’altri….

395*.

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO in Vicenza.

Padova, 19 settembre 1610.

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X It., car. 108. – Autografa.

…. E V. S. non mi dà nova alcuna del suo occhiale, portato costà? Di gratia, non invidii la gloria sua al S.r Galileo; ch’io non posso credere che non habbia dato a lei cosa se non perfetta….

396*.

LUCA VALERIO a GALILEO [in Firenze].

Roma, 24 settembre 1610.

Raccolta Lozzi in Roma – Autografa.

Molto Illustre et Ecc.mo Signor mio Oss.mo

Grande allegrezza m’ha data otto dì fa il Sig. Cigoli, havendomi letta la lettera di V. S., intendendo per essa la dimostratione ch’il Ser.mo Sig. Gran Duca([874]) ha fatto nella persona di V. S., ch’egli è veramente fautore et protettore della virtù; cosa, nel vero, che da’ prencepi di quest’avara età, et prodiga nei piaceri del senso, suol esser per lo più molto lontana. Non minor diletto ho ricevuto dal disidèro che V. S. mostra delle mie lettere, segno manifesto ch’ella m’ama; quantunque io a me medesimo mi dispiacia, per haver data occasione a V. S. di farsi maraviglia ch’ella delle due ultime lettere, che m’ha scritte, non habbia havuta risposta di niuna. Ma pur V. S. ha da sapere, che alla prima di quelle io non risposi, per esser ricaduto nel male acerbissimamente, et non haver havuta per ciò commodità di dire al Sig. Baldino([875]) quel ch’io disiderava ch’egli dicesse a V. S. per mia parte. Alla seconda io risposi, facendo la mia scusa et ringratiandola del dono del suo libro, a me gratissimo per l’acutissime et maravigliose osservationi, avisandola ancora com’io m’era portato, prima ch’io havessi il libro, contra i calunniatori, che fingevano V. S. haver dette della luna cose da mover riso alle pietre. Ch’ella non habia ricevuta la lettera, credo essere stata la causa, perch’io la indrizzai a Padova, dov’io credeva che V. S. dovesse tosto da Venetia ritornare, per passar a Firenze, et indi a Pisa, per ordine del suo Prencipe. Ma poichè V. S. è per haver ferma stanza nella patria, giuocherò al sicuro, nè haverò occasione di simili confusioni. Quanto al mio stato, che V. S. disidera di sapere, al presente io sto sano, la Dio gratia, et parmi haver racquistata gran parte delle forze perdute per sì lunga malatia, et di poter seguitar le mie deboli imprese. Nè m’occorrendo altro che scriverle, bacio a V. S. le mani, come fa ancora la Signora Margherita Sarochi, pregandola a conservarmi nella sua buona gratia, et pregando Dio N. S. le dia ogni contento.

Di Roma, li 24 di Settembre 1610.

Di V. S. molto Illustre et Ecc.maServitore Aff.mo Luca Valerio.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

397.

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.

Venezia, 25 settembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 8. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Finalmente mi risolsi di rivedere Giove mattutino, se bene, per quello aspetta a me, haveo tanta confermassione dall’haverlo veduto vespertino, che non dubitavo se li pianeti intorno a esso da lei scoperti vi fossero o no (se però non si desse là sopra qualche alterassione). Lo riveddi lunemattina, alle hore 10, giorno che fu de’ 20 stante, e trovai li 4 pianeti tutti orientali. Alli 23 poi li riveddi nel modo che notirò da basso.

Io non so come, essendosi fatto tanto comune e facile questo uso del cannone, non sia da quelli che attendono alle specolative chiarito questa partita e dato l’assento. Invero, o non la ponno negare, o sono ostinati. Desidero sentire bone nove di lei, e che mi dia occasione di servirla; e le b. le mani.

Di V.a, 25 Sett.e 1610.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma 
 Serv.re Aff.mo A. Sant.ni

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.e Galileo Galilei.

Firense.

398*.

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO in Vicenza.

Padova, 26 settembre 1610.

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X It., c. 109. – Autografa.

…. Sia come si voglia, io, che non so tacere, le do nova come in Germania il Keplero ha osservato ancor esso i quattro pianeti novi, et che, vedendoli, esclamò, come già Giuliano Apostata: Galilaee, vicisti. Questo è a[vvi]so del S.r Velsero, che bascia le mani a V. S. Ma che le sto io a scrivere osservationi d’altri? e’ non può essere che co ‘l conspicillo donatole([876]) ella non habbia veduto nella Via Lattea l’anima di qualche heroe….

399.

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Brescia, 27 settembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 152. – Autografa.

Ill.re et Eccell.mo Sig.re

Hebbi la lettera di V. S. nel partir suo da Padoa per Firenze, alla quale ho tardato rispondere, perchè qua da Brescia non havemo ordinario per Firenze. Hora, perchè piglio la strada per Milano, dove un amico mio m’ha promesso d’inviar sicure le lettere, scrivo ringraziandola di tanto affetto che tiene di me, che pur son consapevole di esser indegno suo servitore. Già che poi V. S. si degna di volermi favorire di un cannone delli suoi, la voglio pregare (acciò la sventura non mi tolga quel che la grazia sua mi concede) di non mandarlo, se non è più che sicura che m’habbia da ricapitar nelle mani.

Qua in Brescia alcuni affezionatissimi signori delle virtù e dottrine di V. S., con non minor sdegno loro che mio m’hanno riferito che il Magini (non so con che ardimento) haveva scritto contro il suo Aviso Astronomico; e perchè non ho potuto haver copia di simil bestialità, prego V. S. a darmene qualche nova, chè o riderò, o qualche cosa sarà.

Nel resto son qua tutto suo; e se qualche volta mi vorà far degno di qualche sua, potrà indrizzar la lettera in Milano Al molto Ven. P.re D. Constanzo di Brescia, Monaco in S. Simpliciano di Milano, chè sarà sicura. E con questo offerendomeli servitore, come li sono, li b. l. m.; e l’istesso fa il P. D. Serafino([877]).

Di Brescia, li 27 di 7mbre 610.

Di V. S. Ill.re et Eccell.maSer.re e Discepolo Oblig.mo D. Benedetto Castello.

Fuori: All’Ill.re et Eccell.mo Sig.re e P.ron mio,

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

400.

GIO. ANTONIO MAGINI a [GALILEO in Firenze].

Bologna, 28 settembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 10. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

A punto io stavo in pensiero di scrivere a V. S. per darle conto di certo effetto ch’ho ritrovato col canone, quando m’è sopragionta la sua gratissima; il qual è questo: che alungando il canone alla doppia distanza di quello che porta, et levando via il traguardo o lente concava, si vedono tutte le cose alla riverscia et molto distinte, se bene piccole. Et questo l’ho scoperto con l’occasione d’un canone o tromba che mi ha mandata a donare il S.or Santini, che è di forse dodici pezzi: il qual S.or Santini, per l’ultime lettere che mi sono capitate hoggi, scrive così delli 4 pianeti:

«Alli 20 ho osservato Giove verso le 10 hore, et haveva li 4 pianeti tutti orientali in questa forma ; alli 23, circa la medesma hora, li haveva così disposti . Haverei pur caro di sapere di costì qualche cosa circa questa mobilità, et la causa della negativa, quia patent sensui.»

Questo è quanto me ne scrive detto S.or Santini, del cui testimonio si potrebbe valere, massime che per altre sue m’ha acertato haver veduti più volte li detti pianeti.

Il S.or Roffeni è partito questa mattina per villa, ma gli scriverò che mandi a V. S. l’Epistola così volgare, chè gli sarà di manco briga, et sarà più a proposito, sendo scritta da un Italiano.

Quanto allo specchio mio concavo et convesso ch’havevo destinato alla Maestà Cesarea, è vero ch’io n’havevo ricevuto dalla detta Maestà una ricognitione di tre millia taleri, ma computandovi il prezzo dell’altro mio specchio, che già 7 anni gli mandai, et anco per la dedicatione delle mie Tavole del Primo Mobile([878]) et per la fatica ch’io feci per il discorso della gran congiontione di  et  del 1603; sì che mi viene S. Maestà a valutare quest’ultimo specchio più tosto più di mille taleri che manco: il che io non dico per trattar mercantilmente col Ser.mo G. Duca, quando se ne compiacesse, alla cui liberalità sempre mi rimetterò. Et a punto voglio hoggi scrivere all’Ecc.mo S.orAmbasciatore Fuccari([879]), che facia sapere alla Maestà Cesarea, che quando non mi mandarà per tutto Ottobre la detta ricognitione, voglio esser libero da disponere di detto specchio a mio piacere, secondo le occasioni che mi si rappresentaranno. Et saprà V. S. che ultimamente vene un ordine all’Ill.mo S.orCarlo Gonzaga, che mi havesse a pagare questi tre millia taleri delle contributioni che si doveva detto S.orCarlo far pagare a i feudatarii d’Italia dell’Imperio; ma non ci è stato alcuno ch’habbia voluto cominciare a pagare: et ha risposto alla detta Maestà, che non ci è alcuna speranza d’haver denari in tal modo; et staremo aspettando se darà altro ordine. Voleva in ogni modo il S.or Fuccari cavarmi dalle mani detto specchio per amor di questa lettera; ma io gli ho risposto, non voler ch’esca dalle mie mani s’io non vedo i denari, chè pur troppo sono stato burlato per il passato.

Non voglio restar di dire a V. S., che l’estade passata diedi il compagno di quest’ultimo mio specchio al Ser.mo S.or Prencipe di Mantova, il quale mi disse non volermi dar più di 500 scudi, come quello ch’era figliuolo di famiglia et che haveva poco da spendere, donandomi insieme alcuni diamanti in aneli, che valevano circa cento scudi, et soggiongendomi che ad altri tempi mi si sarebbe dimostrato grato; li quali denari a punto mi furono fatti pagare qui in Bologna dal Maestri per ordine del S.or Antonio Pavesi, a cui furono consignati doppo la mia partita per mandarmeli, non havendo detto S.or Prencipe il commodo di sodisfarmi avanti la sua partita per Casale. Che è quanto m’occorre rispondergli in tal materia, soggiongendole ch’io haverò più gusto che questo specchio ultimo tochi al Ser.mo G. Duca che all’Imperatore, massime che non se ne trova d’altri che quello del S.or Prencipe di Mantova, sendosi rotte le forme. Et questo accende il fuoco alla distanza di due piedi et mezo, et rivolta l’imagine alla distanza di cinque piedi: et il primo specchio fa le dette cose alla metà di detto spatio, sendo molto più concavo; et ho ancora le forme d’esso in essere, per farne qualch’altro. Porta la spesa d’haver l’uno et l’altro, perchè fanno le apparenze alquanto diverse.([880]) Et qui bacio a V. S. le mani, offerrendomi sempre prontissimo a’ suoi commandi, et ringratiandola di quanto ha fatto per me.

Di Bologna, li 28 Settembre 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

401*.

GALILEO a COSIMO II, Granduca di Toscana, [in Firenze].

[ottobre 1610].

Arch. di Stato in Pisa. Archivio dell’Università, Negozi dello Studio di Pisa dal 1610 al 1612, car. 2. – Autografa.

Ser.mo Gran Duca,

Galileo Galilei, umilissimo servo di V. A. S., dopo essere stato dichiarato et eletto da V. A. per suo Primario Matematico et Filosofo etc., et dichiaratogli, con sua lettera, provisione di mille scudi l’anno, da cominciarsegli a pagare dal dì che arriverà in Firenze, dove arrivò fino alli dodici di Settembre prossimo passato, supplica reverentemente l’A. V. a voler far dare ordine a i ministri, a chi aspetti, che in conformità della volontà di V. A. gli sodisfaccino durante sua vita la detta provvisione per i suoi tempi: che prega et pregherà sempre Iddio per la conservazione et felicità di V. A. S.

402.

GALILEO a GIULIANO DE’ MEDICI [in Praga].

Firenze, 1° ottobre 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10702, car. 71. – Autografa.

Ill.mo et Rev.mo Sig.re Col.mo

Io ho sentito gran contento che il S. Keplero, et altri insieme, habbino finalmente potuto vedere et osservare i Pianeti Medicei col mezo dell’occhiale che mandai al Ser.mo Elettore di Colonia([881]), et molto mi piace che ei voglia di nuovo scrivere in questa materia, a confusione di una gran moltitudine di maligni et ostinati. Io non ho ancora data alle stampe l’ultima sua lettera scrittami in biasimo di quel Martino Orchi([882]), sì per le occupazioni del trasportar casa da Padova a Firenze, sì ancora perchè volevo accompagnarla con un’altra scrittami nel medesimo proposito dal S. Giann’Antonio Roffeni, il quale è pur citato dal medesimo Martino a suo favore, nella qual lettera esso S. Roffeni gli lava la testa non meno che il S. Keplero; et solo sto aspettando che ei me la mandi fatta latina([883]), havendomela mostrata in Bologna scritta vulgarmente. Il S. Keplero, per havere scritta la detta lettera nell’istesso tempo che leggeva la Peregrinazione di Martino, cioè in grandissima fretta, ha tralasciate alcune estreme balordaggini di colui, le quali son sicuro che haverà vedute dopo; come quella, quando cita la mia scrittura tronca, et quando, non intendendo egli niente la ragione immaginata dal S. Keplero, e posta nel fine della sua Dissertazione, in proposito dell’apparire i Pianeti Medicei hor maggiori et hor minori, dice che quella principalmente mi estermina. Io son sicuro che se il S. Keplero havesse veduto, et havuto tempo di avvertire, questi et altri luoghi, non gli haverebbe lasciati sotto silenzio; e però se ei volesse aggiugnere et inserir qualche altro concetto in questo proposito, io tratterrò il publicarla sino alla risposta di V. S. Illustrissima.

Non ho intanto mancato di scrivere a Venezia, dove mi è parso oportuno, come non saria impossibile l’havere un soggetto così eminente in quello Studio([884]), quando loro procurassero di haverlo; e tanto è bastato, non havendo il suo valore bisogno di attestazione di altri là dove è benissimo conosciuto: però io tengo per fermo che ei sarà ricercato, e condotto honoratissimamente, il che saria a me di contento infinito, per la comodità del poterlo godere da presso, et anco talvolta presenzialmente.

Io non sono ancora accomodato di casa, nè sarò sino a Ognisanti, conforme alla consuetudine di Firenze; però non ho potuto fare accomodare miei artifizii da lavorar li occhiali, delli quali artifizii parte vanno murati, nè si possono trasportare: però non si meravigli V. S. Ill.ma se tarderò ancora a mandargli il suo; ma procurerò bene che la dimora sia compensata con l’eccellenza dello strumento. Mi necessita ancora a indugiare il lavoro il mancamento del vetro, del quale fra quattro giorni M. Niccolò Sisti ne deve, di commissione del G. D., mettere una padella in fornace, et mi promette di fare cosa purissima et eccellente per tali artifizii.

Io prego V. S. Ill.ma a favorirmi di mandarmi l’Optica del S. Keplero([885]), e il trattato sopra la Stella Nuova([886]), perchè nè in Venezia nè qua gli ho potuti trovare. Desidererei insieme un libro che lessi due anni sono sul catalogo di Francofort, il quale, per diligenza fatta con librari di Venezia, che mi promessero farlo venire, non ho mai potuto havere: io non mi ricordo del nome dell’autore, ma la materia è de motu terrae;et il S. Keplero ne haverà notizia. Mi farà insieme favore avvisarmi della spesa, la quale rimborserò qua in casa sua, o dove mi ordinerà.

In questo punto ho ricevute lettere dal S. Magini, il quale mi avvisa, i Pianeti Medicei essere stati osservati più sere in Venezia dal S. Antonio Santini, amico suo, e dal S. Keplero. Io per hora non ho comodità d’osservargli, per non haver luogo in casa che scuopra l’oriente; ma nella casa che ho presa, et dove torno a Ognisanti, ho un terrazzo eminente et che scuopre il cielo da tutte le parti, et vi haverò gran comodità di continuare le osservazioni. Non voglio più lungamente occuparla: degnisi continuarmi la grazia sua, et reverente gli bacio le mani, e dal Signore Dio gli prego felicità. Favoriscami salutar caramente il S. Keplero.

Di Firenze, il 1° di 8bre 1610.

Di V. S. Ill.ma et Rev.maObblig.mo Ser.re Galileo Galilei.

403.

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 1° ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 74. – Autografa.

Eccel.mo Sig.r mio Oss.mo

Scrissi a V. S. due settimane sono per Fiorenza, come ella mi avisò di Padova, et dello stato del Sig.r Luca Valerio et come li avevo fatto le racomandazioni, le quali rendeva duplicate. Di me poi, dell non la poter godere che pure tanto tempo([887]) ò desiderato il suo ritorno alla patria, et quando è effettuatosi, la mia mala fortuna à volsuto abbia questo impedimento, per contemperare ogni mio piacere con tanta amarezza; pure, se piacerà a Dio, fra uno anno o diciotto mesi([888]) credo sarò spedito e di ritorno per goderla, che è quello che io sopra ogni altra cosa desidero. Intanto, s’ella può dare una volta di qua, non credo che sia fuori di proposito, perchè questi Clavisi([889]), che sono tutti, non credono nulla; et il Clavio fra gli altri, capo di tutti, disse a un mio amico, delle quattro stelle, che se ne rideva, et che bisognierà fare uno ochiale che le faccia e poi le mostri, et che il Galileo tengha la sua oppinione et egli terrà la sua.

Gli ò da dire anche, che alcuni ànno tassato il titolo del libro che l’à messo fuori, et che ora, avendo voluntà di farlo vulgare, pure agli amici vostri vorrebbono che fusse più semplice et positivo. Io non l’ò visto, et quando lo avesse visto, per essere latino, non lo arei inteso: però ella sa che il Petrarcha, Dante e ‘l Boccaccio quanto semplicemente l’ànno posto. Io non so, nè chi me lo disse mel seppe bene dire: basta; V. S. vi avertischa, se lo fa vulgare. Et anche dà lor noia e gran fondamento fanno sopra lo avere inventato altri l’ochiale, et che ella se ne fa bello. Tutto dico a V. S., acciò si armi et che i nimici non la trovino sprovista alla difesa.

Mi scrive in una sua che io presentasse una lettera a Sua Ecel.za, mi immagino al Sig.r Don Virginio([890]); la quale lettera io non ò auta, nè ne so nulla altro. Ora V. S. comandi se io l’ò da servire in cosa alcuna, perchè io sono cor ogni prontezza preparato ad ogni suo cenno: et baciandoli le mani, le prego da Dio ogni maggior contento.

Di Roma, questo dì primo di Ottobre 1610.

Di V. S. Ecc.maAff.mo Servitore Lodovico Cigoli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

404*.

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 2 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 154. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Feci sapere al S.or Roffeni quanto V. S. m’haveva scritto, mandandogli una polizza in villa; il quale m’ha mandata questa lettera per lei([891]), con occasione della quale voglio scriverle quello che non ho voluto scrivere nella mia prima lettera([892]), acciò ch’havesse potuta nell’occasioni mostrare, et massime al Ser.mo G. Duca in occasione dello specchio. Dicole dunque hora, che se mi farà questa gratia di farmi dare a S. A. uno di questi miei specchi grandi, che pesano sino a cento libre et hanno di diametro sino a 20 oncie del piede di Bologna, dal quale comprenderà poi il giro, oltre l’obligo ch’io gli tenirò in perpetuo, gli sarò ancora cortese d’un specchio assai bello et nobile, di mediocre grandezza; ch’è a punto quello ch’io tengo nel mio studio sopra quel tavolino, che fu da lei et dal S.or suo cognato([893]) veduto, il quale a punto lo havevo destinato di donare al S.or Fuccari, ambasciatore Cesareo, se mi faceva riscuotere dalla Maestà Cesarea i tre millia taleri assignatemi per la ricognitione de i miei specchi: et ho a punto scritto martedì al detto, ch’haverò caro di ultimare quanto prima questo negotio; altrimenti io darò via questo ch’havevo destinato alla detta Maestà, se me ne venirà occasione. Starò dunque attendendo che lei incamini bene questo negotio con S. A.; il che se si effettuarà, sperarò poi di cavarmi il capriccio in far fare certi altri specchi molto gustosi, cioè il colunnare et il parabolico: et V. S. non haverà occasione di dolersi di me, che mi raccordarò sempre di fargli parte delle cose mie. Con che fine bacio a V. S. le mani, et al S.or suo cognato insieme.

Di Bol.a, il 2° Ottobre 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re di cuore G. Ant.o Magini.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.

Firenze.

405*.

VIRGINIO ORSINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 8 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 49. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re Sig.re

Può assicurarsi V. S., ch’io habbia sentito con gusto strasordinario che ella si sia fermata al servizio di S. A., così convenendo al particolare mio buono affetto verso di lei, et alla stima che meritamente fo’ delle sue virtuose qualità. Haveranno anche i miei figliuoli occasione d’acquistare non poco da lei, et io ne fo molto capitale, sì come farà V. S. di me in tutte le sue occorrenze. E Dio la prosperi.

Di Roma, il dì VIII d’Ott.re 1610. S.re Galileo Galilei.Aff.mo di V. S. Virg.o Orsino.

Fuori: All’Ill.re Sig.re

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

406*.

FRANCESCO MARIA DEL MONTE a GALILEO in Firenze.

Roma, 9 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 51. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. Sig.or

La lettera di V. S. mi è stata tutta di gran gusto, ma particolarmente in quella parte dove mi ha significato che ‘l Gran Duca l’habbi richiamata in Toscana con sì honorati titoli e con sì nobile provisione; la qual attione è stata veramente degna d’un tanto Principe, che si è mostrato simile ad Augusto in favorire i virtuosi. Io me ne rallegro di core con V. S., e prego il Signore Iddio che continui di bene in meglio le sue prosperità, desiderando occasione di adoperarmi spesso per lei.

Di Roma, li 9 di Ottobre 1610.

Di V. S. I. S.or Galileo Galilei.Come fratello Il Card.le dal Monte.

Fuori: All’Ill. Sig.or

Il Sig.or Galileo Galilei.

Fiorenza.

407*.

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.

Venezia, 9 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 156. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il Padre Clavio mi scrive haver riceuto lettere da V. S., dove li fa mentione haver inteso da me che loro a Roma se la burlano de’ pianeti novi, e mostra di aspettar lei di andar in esso luoco per certificarsi del fatto. Io per me li ho scritto, che più fiate li ho veduti, e mutati di sito, talmente che non ne dubito punto. La verità è una sola; e quando haveranno imparato a maneggiare l’occhiale, e che la potenza del vedere sia integra, forza è che confessino. Io dubito che alcuni di questi più grossi, voglio dire di più riputassione, non stiano duri, acciò V. S. si metta in necessità di mandargli lei uno instrumento.

Di Praga sin qui non ho sentito alcuna cosa: nè per caosa delli libri del S.or Keplero V. S. si dia pensiero, poi che, come ella sa, ogni mia cosa è al suo comando. Desidero bene mi dia occasione di servirla e mi conservi in sua gratia, e li b. le mani, come fanno li amici che per sua parte ho salutato, e già alcuno si querelava della sua taciturnità; ma il S.or Magagnati è consolato per l’aggregatione fatta della sua persona dalli SS.ri Cruscanti([894]). Io ho giudicato V. S. haverci la maggior parte. Mi sarà carissimo intendere la sua salute, che Nostro Signore Iddio conservi.

Da Ven.a, a 9 Ottobre 1610.

Di V. S. molto Ill.reet Ecc.ma

Il S.or Magagnati tratta partire per costì fra 8 giorni.  Ser.re Aff.mo A. Santini.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.or mioOss.mo

Il S.reGalileo Galilei, in

Firense.

408*.

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 15 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 158. – Autografa.

Molto Ill.re S.or mio Oss.mo

Il S.or Roffeni mandò a V. S. hoggi otto la lettera fatta latina([895]), et il mio servitore a punto la portò alla posta con le mie, sì che mi meraviglio che lei non l’habbia ricevuta. Mi dispiacque che per la freta io non le potessi dar una scorsa, per veder s’haveva bisogno di qualche accommodamento, il che potrebbe far lei; et a me haverebbe piaciuto che gli l’havesse mandata così volgare, perchè so quello ch’era, et haverebbe havuto più del buono.

Il S.or Card.le Giustiniano s’è fatto venire da Venetia, già più di due settimane, Bortolo, figliuolo di quell’occhialaro dall’Imp.e, per far lavorare de’ vetri da canoni, et se ne caverà a suo modo la voglia, et n’haverò ancor io alcuno, facendone colui d’assai buoni così per canoni lunghi come per mediocri; et credo voler tenir ancor io questo giovane una settimana in casa.

Il S.or Santini mi mandò sino a 3 lenti assai grandi, tra le quali penso ce ne sia una molto buona: ma io non ho traguardi molto a proposito, et n’aspetto da Venetia. Ma se lei mi farà gratia di qualche vedri, sperarò che mi debbano riuscire molto migliori di questi, et gli ne restarò con obligo et con disiderio di non me le dimostrare ingrato.

Ho poi inteso quanto mi scrive del specchio grande, et spero fra poco d’haver fornito un poco di discorso sopra lo specchio concavo, ad instanza del nostro Cardinale; il quale forse mi risolverò di far stampare, chè potrebbe esser che movesse maggior desiderio al G. D. d’haver uno di quei specchi, vedendo questo discorso.

Haverei caro, che V. S. facesse sapere con qualche bel modo al S.or Keplero, che Martino è stato tanto insolente et indiscreto in casa mia, che si prendeva licenza di metter mano sino nelle mie lettere che ricevevo da gl’amici et riponevo sopra le mie tavole; et questo io dico, raccordandomi che nell’ultima lettera d’esso Keplero, che mi lesse nell’hosteria, ci era non so che, che attaccava quasi la mia persona. Però haverò ancor io campo franco di risentirmi in qualche parte dell’istesso Martino, con l’occasione di quest’operetta dello specchio concavo.

Io fornisco, sendo interrotto da un gentil’huomo ch’hora è arrivato da me, et le bacio le mani, offerrendomi sempre prontissimo a’ suoi commandi.

Di Bol.a, li 15 Ottobre 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Gio. Ant.o Magini.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.

Firenze.

409.

GALILEO a MICHELANGELO BUONARROTI in Roma.

Firenze, 16 ottobre 1610.

Galleria e Archivio Buonarroti in Firenze. Filza 48, Lett. G, car. 930. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.re

La speranza che havevo di ritrovar V. S. molto I. in Firenze, mi ritenne in silenzio quando in Padova ricevei, per mano del S. Sertini([896]), la sua bellissima canzone sopra i Pianeti Medicei. Dopo il mio arrivo qui, la medesima credenza del suo presto ritorno mi ha ritenuto dal rendergli quelle dovute grazie, che pure a bocca speravo di potergli rendere più proporzionate alla grandezza del favore. Finalmente l’haver io pur oggi vedute due lettere di V. S., una al S. canonico Nori et l’altra al S. Sertini, nelle quali niuna parola dice del ritorno, mi ha fatto risolvere a scrivergli, se non il debito ringraziamento, al meno la confessione dell’obligo che a tanti altri mi ha aggiunto nel favorirmi della sua leggiadrissima composizione; et quando lo scoprimento di questi nuovi pianeti non producesse altro benigno influsso in terra, assai è egli stato il dare occasione all’ingegno del S. Buonar.i di parturire opera così gentile. Io ne rendo a V. S. quelle grazie maggiori che capir possono in una piccola carta: grandi le rende la mente, et grandissimo è l’obbligo che resta nell’animo, prontissimo a compensar con l’affetto quello che all’effetto delle forze manca.

Io non posso dire di star contento in Firenze, sendo restato defraudato della presenza di 2 padroni et amici tanto primarii: dico di V. S. et del S. Cigoli. Consoli V. S. l’amarezza col darmi speranza di presto ritorno, et con l’assicurarmi che io habbia luogo nella sua grazia([897]). Gli b. le m., et per grandissima fretta finisco.

Di Firenze, li 16 di 8bre 1610.

Di V. S. molto I.Ser.re Parat.mo Galileo Galilei.

Fuori: Al Ill.re Sig.re mio Sig. Osser.mo

il S. Michelang.lo Buonar.ti

Roma.

410*.

PIETRO DUODO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 16 ottobre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 76. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r

Mi ritrovavo in vila quando mi capitarono le lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, in modo che non potei renderle quelle gratie che facio hora della amorevolissima lettera che mi ha scritto, la quale mi dimostra molto bene l’affettione sua così verso il publico come verso il nostro particolare; di che le ne rendo quelle gratie magiori che io posso: e sappia V. Ecc.za, che se ci ha lasciato il core, ha anco portato via il nostro, in modo che se crede esser a Fiorenza lei, ella se ingana, perchè ci siamo noi. Li figliuoli([898]) vivono obligatissimi per li tanti beneficii che hanno ricevutti da lei, e tutti insieme andaremo attendendo occasione di corisponderle di quel modo che merita la tanta amorevoleza che ci ha usata. V. Ecc.za donque ci conservi per suoi amorevolissimi e ci comandi, perchè le offerimo tutto il nostro potere in suo servitio.

Di Venetia, li 16 Ottobre 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maAff.mo per servirla Piero Duodo.

Fuori: All’Ill.re Sig.r

L’Ecc.mo Sig.r Galileo Galilei.

In corte di S. Altezza.

Fiorenza.

411*.

GIOVANNI WODDERBORN a ENRICO WOTTON in Venezia.

Padova, 16 ottobre 1610.

Cfr. vol. III, Par. I, pag. 151 [Edizione Nazionale].

412*.

GIULIANO DE’ MEDICI a [GALILEO in Firenze].

Praga, 18 ottobre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 47. – Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.or

In questo punto che sono per fare il piegho, mandandomi il Sig. Gleppero l’alligata([899]), in risposta della lettera di V. S., della quale subito che l’ebbi ricevuta gli feci parte, non ho voluto tardare di mandargliene qui alligata. Et per conto de’ libri che la desidera([900]), li due del Sig. Gleppero gli manderò senz’altro, et quell’altro farò ogn’opera di trovarlo senza che pensi a altro, se non in pensar sempre a quello la possi servire, chè da V. S. non potrò ricevere maggior favore. Non voglio restare di dirle ancora, che qui ci è un Fiammingho che viene d’Inghilterra, che pretende havere trovato il moto perpetuo; et havendone solo prima dato un istrumento al Re d’Inghilterra, ne ha adesso dato un altro a S. M. Cesarea, che mostra di pregiarsene molto et ha caro che non lo comunichi con altri: et consiste, questo moto, d’aqua che in un cannello, fatto quasi in forma di luna, va hora in su et hora in giù da una banda a l’altra;([901]) et il Sig. Gleppero non ci ha una fede al mondo, se non vede come gli sta. Con che baciandoli le mani, le pregherò da N. Signore Dio ogni felicità.

Di Pragha, a 18 d’Ott.re 1610.

Di V. S.S.re Aff.mo Giuliano Medici.

413*.

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Padova, 22 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 160. – Autografa.,

Ill.re et Ecc.mo Sig.ore

Io ho sentito grandissima contentezza del suo prospero viaggio, felice arrivo in Firenze, e dell’ottimo stato di sanità che gode: la ringratio infinitamente del favore fattomi nel darmene ragguaglio, e le resto con molt’obbligo della nobile relatione fatta di me a coteste Ser.me Altezze, la quale in gran parte ascrivo all’affettione che si degna di portarmi.

Le sue osservationi seranno dal tempo fatte note a ciascuno. Qui giorni sono si disse che in Alemagna il Cheplero col suo stromento haveva veduto intorno a Giove le Stelle Medicee; e l’altr’hieri mi disse Mess. Francesco Bolzetta, che un oltramontano([902]) gli haveva parlato di voler dare alle stampe un trattato in risposta alla Peregrinatione del Boemo, in favore del Noncio di V. S.: intorno a che altro non sidice se non le cose già dette, e che il S.or Maggini non confessi di haver veduto li pianeti nuovi, o più tosto affermi di non haverli veduti con tutto che habbia adoprato l’occhiale.

Di suo successore si tratta, ma non per quest’anno; e sono in predicamento il S.or Maggini, et un oltramontano([903]) che dimora a Vinetia: così corre fama in Padova, non sapendosi l’amino degl’Ill.mi SS.ri Riformatori.

Feci li suoi baciamani all’Ecc.mo S.or Cremonino et agli altri amici, che glieli rendono moltiplicati. Sborsai le sette lire a Mess. Antonio tornidore, conforme all’ordine datomi da V. S., e feci ricapitare in mano propria di M.a Marina([904]) la lettera che mi raccomandò. L’alliganda fie del S.or Bronziero([905]), acre difensore de’ dogmi di V. S., col quale e col S.or Conte Zabarella più d’una volta con molto mio gusto mi è venuto fatto di discorrere. Altro non mi occorre, se non pregarla mi vogli conservare nella sua buona gratia e favorire de’ suoi comandamenti.

Di Padova, alli 22 di Ottobre 1610.

Di V. S. Ecc.maSer.re Aff.mo Fortunio Liceti.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig.ore Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei.

Firenze.

414*.

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 23 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 162.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Mi sono acertato che quel furbo di Martino Horchi m’ha portati via alquanti de’ miei libri, per la libertà ch’egli haveva di maneggiare il mio studio; et tra gl’altri s’è preso un grosso libro, nel quale erano legate insieme quattro opere curiose, cioè Pisces zodiaci inferioris seu de solutione physica, Della fisica sublimatione del Tornes, Hieronymi Rubei De distillatione, Fratris Celestini De his quae in mundo mirabiliter eveniunt et de mirabili potestate artis et naturae Rogerii Bachonis: nel qual libro quest’auttore toccava qualche bel segreto dello specchio concavo, dicendo che si poteva, mediante quello, rappresentare nella luna un concetto da esser inteso da chi stava lontano; ma però non mi raccordo se proponeva così detto segreto. Però desidero che V. S. facia dire al S.or Roffeni nella sua Epistola qualche cosa dell’infideltà di costui, il qual so certo che m’ha rubbati questi libri, poi che mi fu scritto da Modena che egli si vantava d’aver tal segreto narrato dal Baccone. Mi sono ancora assicurato che m’ha portati via alcuni altri libri, de’ quali io ne tengo poco conto: et è stata la mia aventura di licentiarlo improvvisamente, non lo lasciando fermare nè anco un giorno in casa, perchè forse m’haverebbe tolto qualch’altra cosa di più importanza.

Il S.or Roffeni si meraviglia che V. S. non gli habbia accusata la ricevuta della sua Epistola([906]); ma io gl’ho detto che non può tardare ad avisarlo. Il S.or Santini mi mandava la posta passata quella sua lente perfetta, con la quale osservava i pianeti circolatori di Giove, insieme con alcuni traguardi: ma quand’io sono andato dal coriero, m’ha risposto non haver ricevuta quella scattola; et mi dispiacerebbe che fosse ita a male. Io spero che le lenti ch’ho fatte lavorare sopra la concavità d’un mio specchio, debbano riuscire, quand’io potrò accompagnarle con traguardi a proposito, perchè fanno la tromba più grande di quante io n’habbia vedute, et fanno ancora gl’oggetti grandissimi et da vicino; et non vedo l’hora di certificarmene meglio. Con questo fine mi raccordo deditissimo a servir sempre V. S., alla quale bacio le mani insieme col S.or Roffeni.

Di Bol.a, li 23 Ottobre 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo G. Ant.o Magini.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.

Firenze.

415.

LUCA VALERIO a GALILEO in Firenze.

Roma, 23 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 76. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Non so s’io mi rallegri più della sua lettera, resami hieri a un’hora di notte dal S.r Cigoli, o pur m’attristi del dispiacere ch’ella prende dalle ciancie di costoro, li quali, dove lor manca il fare, si credono di supplire al suo honore col cicalare et biasimar l’opere altrui. Signor mio caro, io, che dalle lingue di molti di questa città son stato et sono molto più mal trattato di lei, et ho imparato di ridermene, conforto V. S. a fare il medesimo, considerando questa esser parte della divina Providenza, acciò intendiamo che i nostri parti, quando per nostri si pigliano, sono da molti scherniti, a fin che conosciamo più chiaramente che qualunque buone opere che noi faciamo, in quanto buone e perfette, non vengono da noi ma da Dio solo; nel che ci sono costoro di grande aiuto, li quali, considerandoci come huomini che siamo, ma non con l’aiuto del cielo, nè perciò giudicando verisimile che da noi possa procedere alcun bene, ci danno occasione d’allegrarci che la gloria delle nostre lodevoli fatighe, scoperta la verità, non solo da noi, ma etiandio da tutti, si renda tutta a Dio.

Ma dove mi son lasciato trasportare, sapendo io che V. S. intende questo meglio, et è più atto a farlo, di me? Però, passando a quel ch’ella tocca rallegrandosi della mia sanità et ch’io sia in stato di seguitar le mie opere, come fo, la ringratio infinitamente dell’amor suo verso di me, ch’in ciò riluce; pregandola ad assicurarsi d’haverne da me degno contracambio, quanto però alla grandezza dell’affetto, non quanto alla qualità che prende dal soggetto ond’è prodotto, poi che tal ricompensa tanto non è in mia([907]) mano, quanto il mutar l’esser proprio: sì che V. S. accetti per supplemento dell’impotenza la buona volontà.

Pregola ancora a darmi occasione onde s’accresca in me l’allegrezza della fertilità del suo sublime ingegno, dandomi aviso s’ella séguita l’opera di quei moti et che altro pensa di fare; ch’io per me séguito la materia de pyramide, avendo già quasi rassettata quella de centro gravitatis solidorum in miglior forma di prima([908]), discostandomi al solito dallo stile d’Archimede, et accresciuta sì, che m’è necessario partirla in 5 libri.

Et per fine bacio a V. S. le mani, come ancor fa la S.ra Margherita([909]), rendendole li saluti duplicati. Ella è predicatrice del gran valore di V. S., et s’apparechia a dare in luce la sua Scanderbeide, ridendosi anch’essa della guerra puerile che pur le fanno talhora gli homai rochi e sprezzati parlatori. Se V. S. costì vedesse il S.r Francesco Fondacio, mi farebbe gran favore a dirle da parte mia che S. S. si degni di darmi raguaglio del suo stato, e dirgli ch’io et la S.ra Margherita le baciamo le mani.

Di Roma, a dì 23 d’Ottobre 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Luca Valerio.

Fuori: Al molto Illustre et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

416.

MICHELANGELO BUONARROTI a GALILEO in Firenze.

[Roma, ottobre 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss Gal., P. I, T. XV, car. 8. – Autografa.

Molto Ill.e Sig.r mio,

Le grazie che si convengon rendere a chi è desideroso di servire altrui a ragione, e per quanto è in suo potere si studia di farlo, ben che il servizio ne succeda poco efficace, sono lo accettar una buona voluntà; la quale ero sicurissimo che era accettata da V. S. subito che da me le venne la poverella e rozza mia canzonetta([910]), che da lei troppo più cortesemente del merito è così lodata. Non ci avevano adunque luogo quelle scuse che V. S. fa meco, in aver (dice ella) differito a rendermi grazie da Padova a Firenze, e da Firenze a Roma. Ma bene dal mio ritrovarmi qua alla sua venuta costì (benchè da me invidiata) ne è incontrata buona ventura, poi che le stesse grazie che la sua amorevolezza testifica che mi avrebbe fatte in voce, mi avrebber fatto più arrossire che lontane non fanno, se il non meritato dono suol porger qualche vergogna al ricevitore. In qualunque modo finalmente mi siano venute, quantunque non meritate, mi fanno al presente riringraziar V. S. di quelle e del cortesissimo affetto che le muove e che muove V. S. a tanto onorarmi quanto ella fa, e massimamente in dolersi della assenza mia costì alla sua venuta, quando io qua, intendendo la sua venuta costà, debbo dolermi della mia partenza, per essermi privo e del goderla e del poterla servir di presenza; il che spero che sia per succedere fra non molti giorni, non ostanti gli allettamenti di Roma, che non son pochi. Ma io mi guarderò dalle Sirene. Il Sig.r Cigoli, con altri amici, son di quelle Sirene che allettando posson giovare; e a me ha giovato assaissimo il suo commercio, quando l’ho potuto avere, perchè mi è torcia fra le tenebre di queste antichità. Ricevei iersera la cortesissima di V. S., essendo a veglia seco col Sig.r Passignano; e a vicenda leggendoci la sua lettera ciascuno, ci parve ragionar seco: e io nel fatto de’ Sig.ri Serristori messi anch’io sopra la efficace forza di V. S. il mio manino. A’ quali, sicome al Sig.r Alessandro Sertini, V. S. mi farà grazia baciar le mani, e parimente al Sig.r Amadori([911]), sì come io fo a lei, espostissimo e desiderosissimo de’ suoi comandamenti; desiderandole dal Signore ogni felicità, e fortuna prospera sempre mai più al singular merito delle sue virtù.

Il Sig.r Cigoli è nel colmo del più alto cielo, ciò è nel pinnacolo della lanterna della cupola della cappella del Papa, dinanzi al Dio Padre e al suo splendore.

Di V. S. molto Ill.e   S.r Galileo.  S.e Aff.mo Michelag.lo Buonarroti.

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r Galileo Galilei, Sig.r mio Oss.o

Firenze.

Raccomandata alla cortesia del

Sig.r Alessandro Sertini.

417.

TOMMASO SEGGETT a GALILEO in Firenze.

Praga, 24 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 78. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.re P.rone Oss.mo

Ho differito aposta fin a questa settimana di rispondere alla cortesissima et a me gratissima lettera di V. S., per mandarle l’inchiusa relatione del Sig.r Keplero([912]) intorno a quel c’havevamo osservato([913]) nelle Stelle Medicee. Egli fece insieme stampare i miei versi; ma è stata usata così poca diligenza nello stamparli, ch’io mi vergogno. Per questo, disegnando V. S. di farmi l’honore (di che la ringratio di buon cuore) che escano in luce con le sue osservazioni celesti (il che a me sarà di sommo contento), io glieli mando ancora una volta, scritti di mia mano et cresciuti d’un epigramma, ch’è il settimo, et su questa copia V. S. gli potrà fare stampare([914]). Io ringratio V. S. dell’honore che m’ha fatto a farli vedere al Ser.mo Gran Duca. Mi spiace che la lode di sì gran liberalità sia più tosto guasta dalla mia rozza musa, che adornata. Come che sia, dopo c’ho inteso che non sono spiacciuti a S. A., hanno cominciato a piacer a me.

Stiamo, il Sig.r Keplero et io et tutti i migliori spiriti, con gran desiderio aspettando lo scoprimento della sua nuova osservazione([915]). La prego, s’egli è cosa che si possa sapere senza suo pregiudizio, sia servita di farmene parte. Il favore si farà ad uno, il quale, se non lo potrà ricompensare, lo saprà almeno stimare secondo il merito. Con che, pregandole da N. S. Idio ogni contento, gliene bacio le mani. Il medesimo fa il Sig.r Keplero.

Di Praga, a dì 24 d’Ottobre 1610.

Di V. S. molto Ill.reSer.re Aff.mo Tomaso Segheto.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re et P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei,

Filosofo et Matematico del Ser.mo Gran Duca.

Firenze.

418*.

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 24 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 79. – Autografa.

Ecel.mo Sig.r mio,

Detti ricapito alle lettere. Il Sig.r Luca Valerio sta bene del male: la febre l’à lasciato, et comincia un poco a rifarsi; et le salute tornano duplicate, et dice che scrisse a V. S. et di nuovo lo farà di questa. Circha alle racomandazioni de’ Sig.ri Serristori, non ocorreva, perchè le sono obligato, et mando per essa([916]) per finirla qua ai tempi rubati del lavoro di Sua Santità, il quale ò cominciato.

Avanti le due sue ultime avevo detto al Sig.r Don Virginio che io avevo auto una vostra lettera, nella qual diceva «La inclusa la darete a Sua Eccellenza»; ora, che io non la avevo auta, et che dubitavo venisse a lui: mi disse che l’avea auta([917]), ma non mi disse altro, et io non replicai niente.

Ò auto molto contento della risposta datami, contro alla mormorazione di questi Romaneschi; et il lasciarsi vedere qua forse non sarebbe fuori di proposito, massimo trattenendosi qua punto il Signore([918]).

Ora, se in cosa alcuna la posso servire, mi comandi, perchè sono tutto suo, nè ò altro martello di Firenze se non di non la poter godere et servire presenzialmente: ma se a Dio piacerà, finito che arò questa opera, me ne voglio tornare a riposarmi et essere tutto mio et del Sig.r Galileo: al quale le bacio le mani, et le prego da Dio ogni maggior grandezza.

Di Roma, questo dì 24 di Ottobre 1610.

Di V. S.a Ecel.maUmilissimo Servitore Lodovico Cigoli.

Il Sig.r Cavalier Domenico Passigniani

le bacia le mani.

Fuori: Allo Ecel.mo Sig.re et Pat.n mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

419.

GIOVANNI KEPLER a [GALILEO in Firenze].

Praga, 25 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 12-13. – Autografa.

S. P. D.

Ex literis tuis, Celeberrime Vir, quas ad Ill.m Oratorem Florentinum Cal. Octobribus Florentia misisti([919]), salutem, qua me impartiri voluisti, percepi, proque ea gratias ago, teque mutua mea impertior. Ad caetera, quae desiderasti, D. Segethus, quid nobis in commune visum, meo loco respondebit: nam in Italica tyro sum. Narrationis etiam meae([920]) exemplum ex ipsius literis accipies. Querelam tamen super ipsius facto reticere non possum, qui nimio tui, nonnullo etiam mei, studio, sed praepostero, sed pertinaci, Epigrammata sua meae Narrationi per vim subnexuit([921]): nobilissima illa quidem et in te honorificentissima, sed quibus ego semper existimavi Narrationem meam adulationis in te suspectam redditum iri, praesertim si quo pacto innotescat, quid ad me promovendum ex instinctu Ill.mi Oratoris moliaris. Tunc enim invidi detrectatores, quorum pleni sunt hodierni literatorum coetus, aperte prorumpent, et causabuntur mulos mutuum scabere. Saepe monui, sua seorsim ederet: caeterum is ita se comparaverat, ut citra offensionem repelli non posset. Quod tanto concessi facilius([922]), quod perpenderem, temporis diuturnitate omnes furiosorum oblocutiones facile expiraturas, Iove interim cum sito suo famulitio perpetuam semitam pergente.

Certiorem te reddo, venisse ad me hesterna die Martinum Horky, reducem ex Italia, quamvis passim in itinere moras nexuerit. Miram et spectabilem occursationem! cum ille exsultanti vultu, et veluti triumphato Galilaeo, me ut consentientem([923]) alloqueretur, ego vero responderem, ex formula epistolii, quo ipsi amicitiam renunciaveram([924]). Id tanto utrumque magis perturbavit, quod nec ille de mea renunciatione sciebat (quippe literae meae Bononiam perlatae sunt post ipsias discessum), neque ego aliter, quam lectum ipsi epistolium, animum induxeram. Post multam altercationem, demum patuit error utriusque persuasionum: atque ille mihi suarum rationum momenta, sui certissimus, sincerissimo affectu, recensuit; ego illi argumenta sua solvi, seu potius oppressi, nihil nisi meis ipsius observationibus propriis ingestis. Non erat, opinor, constantiae, non ex authoritate publici scripti, ad primam meam instantiam sententiam mutare: mansit hac vice in sententia. Caeterum doluit pessime, cum ipsi recenserem quid ad te scripsissem. Tunc enim, quasi hoc unico labore proposito, summa persuasionis vi me coepit oppugnare, ut de concepta opinione me deiiceret, nihil ipsum sycophantice contra me egisse: omnino persuasum fuisse, hanc, quam ipse in scriptum suum transtulisset, esse genuinam meam sententiam. Faciebant fidem his attestationibus etiam argumenta, quibus etiamnum contra Ioviales Satellites, adeoque et contra meas ipsius observationes meamque Narrationem (quam coram exhibui), pugnabat acerrime. De iis vero quae contra te durius scripsisset, sic respondebat: obsecundatum se hic publicae famae, doctissimis in Academia Bononiensi professoribus non paucis, aliisque per Italiam; de quorum consensu fidem mihi fecit documentis manifestissimis. Quanquam iis mihi non erat opus. Anne igitur hoc non esse viri boni, iustissimo dolori Academiarum accommodare calamum? oppugnare commenta portentosa, in fraudem veritatis, in contumeliam naturae comparata? Denique eo rediit summa orationis, ut appareret, plures per Italiam viros doctos in procinctu stetisse publicae contradictionis, quos non mutatio sententiae, sed tui domicilii translatio, id est metus offensionis tui Principis, hactenus retinuisset; certamen igitur hoc fuisse, quinam caeteros in hac palaestra publicae scriptionis praeverteret. Caetera, quae plus apud me ponderis habebant, prudens praetereo([925]). Quid multis? expugnavit me, agnovi temeritatis illecebras, ignovi: rediimus in gratiam; sic tamen, ut ille, primum atque, me monstrante, visurus et agniturus sit Ioviales Satellites, sententia sua cessurum profiteretur. Erat autem in transitu ad parentes suos: revertetur brevi Pragam.

Nunc te, Galilaee, rogo, quando vides mihi satisfactum, ut, quia te usque ad praesentium Ill.mi Oratoris literarum adventum differre velle dixisti publicam literarum mearum([926]) descriptionem, illa igitur in meam gratiam supersedeas in totum. Maior erit gloria triumphi, si tibi, uti spero, hostis tui confessionem ultroneam transmisero. Nam etsi careo Electoris instrumento, successit tamen aliud, propinquo perfectionis gradu: plus enim quam decuplat. Eo iam bis vidi binos Planetas([927]) Medicaeos: eodem spero me et illi monstraturum. Interim excusa Narratione mea, authoritatem meam, perperam contra te adductam, rectissime dilues([928]). Si adolescentiam ipsius respicis, nihil est in hac aetate familiarius, quam in placita praeceptorum fervide transire, exque iis, veluti ex aliquo propugnaculo, temerario ausu procurrere et manus cum hoste conserere. Sin oculos in teipsum convertis, equidem non adeo decorum nec ex gravitate tua est, proiectam hanc lacessendi et impetendi libidinem in curae parte ponere, aut sumptus in publicandas eius refutationes impendere. Si doctus vir esset, si alicuius nominis, aliud dicerem. Plane existimo, tum demum pravum vulgus hominum aliquid tributurum huic futili scripto, cum tu contra id, seu ipse seu per alios, insurrexeris. Nam imperitia suspiciones etiam de innocentissimis suppeditat. Omnino magni animi est, mediocria etiam parvi aestimare et contemnere. Contra, si ceperis altercari cum uno, excibis et caeteros; passim occasiones praebebis obloquendi etiam levibus, si de scopo ipso([929]) nullam spem habent. Praeterea([930]), si dissimulaveris, principum morem sequeris; sin autem responsabis, ad scholasticorum subsellia rursum descendes. Atqui non habes iam a quo expectes insanos clamores: Responde, responde, de suggestu descende: relinque igitur scholae, qua de exiisti, mores suos. Atque haec in genere, de quibus tu videris. Meam in specie epistolam unice contendo omitti. Quod si non persuasero, saltem summas facias, rogo, argumentorum seu responsionum mearum. Denique, si ne hoc quidem obtineo, saltem titulos personales et probra verborum, iustissima quidem, sed iam remissa, expungas: cuiusmodi sunt, quod aio, nondum ipsum famae suae curam habere (contra quod ipse totam vitam suam ad examinandum proposuit), quod petulantiam illi tribuo, quod sputum hominis vocito, quod proditionem incuso, quod sycophantiam, quod scurram appello. Imperitiam, temeritatem, stupiditatem, infoelicissimum meorum verborum intellectum, et quae alia huius classis, tolerabiliora existimo, quia non animi morbi([931]), non vitae probra, sed vel naturae vel aetatis vitia.

Satis multa de his, ne nostrae amicitiae aut tuae virtuti videar diffidere. Desinam igitur, si hoc adhuc subiunxero([932]). Audio enim recusam esse Florentiae Dissertationem. meam([933]): cupio eius exemplum videre.

Iamque vale, et nos primo quoque tempore desiderio tuae novae inventionis leva: neminem habes, quem metuas aemulum.

Pragae, 25 Octobris anno 1610.

N. Ex. T.

420.

MARCO WELSER a GALILEO in Firenze.

Augusta, 29 ottobre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 24. – Autografa. A questa lettera facciamo seguire il parere di GIO. GIORGIO BRENGGER, che ad essa era allegato e che si trova autografo a car. 26-27 del medesimo codice. Sempre nello stesso codice, a car. 70-72, si ha copia così della lettera come del parere, scritta di mano di VINCENZIO VIVIANI, che vi premise (car. 69) quest’annotazione: 3 lettere, 1610 [cioè, la presente con l’allegato parere, e quelle che pubblichiamo sotto i nn.i 424 e 425]. Copie. Dal Sig.r Vinc.o Galilei. Copiate da me da originali del Velseri e Breugger [sic], e da bozze del Galilei in 4 fogli; e a car. 28-31 è un’altra copia, di mano del sec. XVIII, della lettera del WELSER.

Molto Ill.e et Ecc.mo S.or Oss.mo

Mi do a credere che V. S. possa haver sentito mentovare il mio nome in Padova per bocca de’ SS.i Gualdo et Pignoria; quando non, il S.or Pichena costì, tanto mio amico et patrone, le ne darà qualche notizia. Con tal sicurtà ho compiacciuto volontieri un mio amico in mandarle l’inserto foglio, persuadendomi che non le sarà discaro l’intendere che ancora di qua da’ monti gli suoi scritti vengon letti con ogni maggior attentione, che testimonio ne sarà l’istesso dissenso; et la bontà di V.S. mi assicura, che, bene o male che habbia discorso l’amico, lei non se ne riputarà gravata, vedendo tralucer la schiettezza della sua intentione, che mira solo ad investigar il vero.

Aspetto con singolar desiderio la nova opera, che mi avisorono più giorni sono gli sopradetti SS.i che V. S. era in procinto di dar in luce. Fra tanto la prego di arrolarmi nel nomero de’ suoi servitori, offerendole dal mio canto tutto quel poco che posso e vaglio. Iddio la feliciti.

Di Augusta, a’ 29 di 8bre 1610.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.maAff.mo Servit.e Marco Velseri.

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Galileo Galilei.

Firenze.

—————

Inter alia multa, quae nobis Sydereus Galilaei Nuncius nova mira et memorabilia retulit, haud extremum locum tenet eius de altitudine montium in corpore lunae discursus: quos tam celsos facit, ut eos ultra 4 miliaria italica attollat. Libet igitur, hanc ratiocinationem accuratius perpendere, et, collatis inter se diversis Galilaei observationibus, eius veritatem inquirere.

Duae sunt quas Sydereus Nuncius notavit observationes, ex quibus de montium illorum altitudine coniecturam facere possumus: prior est quae tempus anticipationis luminis, altera quae intervallum inter verticem illuminatum et terminum lucis, nobis significat. Quamvis enim illa certior videatur, haec incertior et errori magis obnoxia, placuit tamen Autori hanc pro illa amplecti, et ex hac sola montium mensuram investigare.

Scribit ille, pag. 24 (editionis Francofurtensis([934])), se aliquoties intra tenebrosam lunae partem observasse montium vertices nonnullos lumine perfusos, licet a termino lucis satis fuerint remoti, quorum distantia a parte lucida fuerit aequalis vel etiam maior vigesima parte diametri lunaris, ut in schemate adiecto. Sit corpus lunae CBFH, cuius pars luminosa CBF, tenebrosa vero CHF, et in hac mons AD, cuius vertex D, a radio solis GCD illustratus, distet a termino lucis C intervallo CD, quod sit 1/20 diametri CF: quando igitur diameter lunae sumitur miliarium italicorum 2000, fit DC 100 miliaria, et, per penultimam primi Euclidis, ED 1004 987/1000; ex qua si auferatur radius EA 1000, relinquitur montis AD altitudo 4 987/1000 ex sententia Galilaei.

Hanc ratiocinationem ut non reprobo, ita eius hypothesin, cui illa innititur, probare nequeo: quia terminum lucis apparentem C sumit pro puncto contactus, quod quidem locum haberet, si lunae corpus esset exacte rotundum; et cum sit inaequale et montosum, fit ut, propter flexuosum decursum lineae confinii, terminus lucis apparens a puncto contactus declinet. Esto enim radius solis STVX, illuminans verticem X in parte tenebrosa, secans lineam confinii, seu terminum lucis apparentem, in T: dico, punctum intersectionis T non esse punctum contactus, sed aliud quod cadit inter T et X, nimirum V, esse punctum contactus, per 18 III Euclidis; quod quidem etiam naturalis terminus lucis, vocari possit, quia si luna exacte esset globosa, hoc punctum incideret in ipsum terminum lucis. Quod si quis in schemate praemisso distantiam TX, idest verticis illuminati a termino lucis apparente, sumat pro tangente vera, quae est VX, eum graviter hallucinari et in computo errare necesse est. Tale quid hoc loco Autori contigisse suspicor([935]), praesertim cum videam, mensuram altitudinis AD 4 987/1000 cum ea quae ex altera Galilaei observatione elicitur, non convenire: quam nunc quoque suspiciemus.

Scribit Galilaelis, pag. 14([936]), haec verba: Permultae apparent lucidae cuspides intra tenebrosam lunae partem, omnino ab illuminata plaga divisae, quae paulatim, aliqua interiecta mora, magnitudine et lumine augentur, post vero secundam horam aut tertiam reliquae parti lucidae et ampliori iam factae iunguntur. Haec altera est observatio, quae nostro instituto accomodari potest: secundum quam cacumen montis D a puncto contactus C (sive illud incidat in terminum lucis apparentem, sive non incidat) separatur intervallo non maiori, quam ut post duas tresve horas plagae lucidae adnecti et cum ea continuari possit; idest ut a prima verticis D illuminatione transactis duabus aut tribus horis, ipsa montis radix A quoque illustretur, propagato naturali lucis termino ex C usque in A. Supputemus igitur quantus sit arcus CA, tribus horis competens, sumpta proportione a motu menstruo, qui absolvitur diebus 29 1/2 fere: hoc modo. Ut se habet tempus dierum 29 1/2 ad ambitum globi lunaris grad. 360°, ita spatium horarum 3 ad arcum CA, vel angulum CEA, 1°. 31′. 32″: hic angulus in tabula secantium ostendit lineam EAD miliarium 1000 354/1000, quandoquidem radius lunae EC supponitur 1000 miliarium; qui ablatus ex EAD, relinquit altitudinem AD tantum 354/1000 unius miliaris. Ex quo maxima apparet inter has duas observationes discrepantia: quarum illa montem AD ultra quatuor, et fere ad 5, miliaria extollebat; haec fere ad tertiam unius integri partem eandem contrahit. Quo fit ut mihi persuadeam, Autorem (quod pace eius dictum volo) in illa observatione, quae tangenti DC tribuit vigesimam diametri partem, lapsum esse. Nam illa stante, necesse est ut angulus CEA sit 5°. 42′. 38″; ex quo deinde sequitur, verticem D a sole illustrari non tantum duabus aut tribus, sed undecim horis integris et amplius, priusquam plagae lucidae iungatur, siquidem quae ratio est 360 graduum ad dies 29 1/2, eadem est arcus CA 5°. 42′. 38″ ad horas 11, min. 14: quod temporis spatium cum admodum magnum sit, procul dubio a Galilaeo dudum deprehensurum et annotatum fuisset, cum trium et duarum horarum intervallum silentio non praeterierit.

De his itaque velim ipsum Autorem (qui ob publicatas suas observationes laudem nunquam intermorituram apud omnes doctos et gratam posteritatem([937]) meritus est) moneri, ut praedictas Nuncii Syderei controversias ipse inspicere et pro rei exigentia illas corrigere, ac tandem, iteratis observationibus iisque inter se collatis, certius quid de hac re statuere ac nobis communicare, possit.

Ioan. Georg. Brengger

ita sentiebat.

421.

GIOVANNI KEPLER a [GIULIANO DE’ MEDICI in Praga].

[Praga, 18 ottobre 1610].([938])

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 76. – Autografa. Tale autografo fu trasmesso a GALILEO, di cui mano, al di fuori della lettera, si legge: «S. Keplero».

Ill.me et Rev.me D.e Col. me

Legi Galilaei literas ad Ill.am D.m Vestram, et illum praecipue locum, ubi existimat, me, nimio properandi studio, transiliisse locum insignem in illo hostili scripto adversarii sui, ubi in palpabili perversione scopi mei praecipuum suum fundamentum ponit; quasi ego errorum occasiones, quibus Galilaeus sit deceptus, pag. 34 Dissertationis meae([939]) clarissime detexissem.

Ad haec respondeo: Cum ad Galilaeum scriberem, ignarus an ille publicam facere vellet epistolam meam, nullus dubitavi quin Galilaeo ipsi, citra meam instructionem, facile apparitura sit sinistra acceptio mei textus; caeteris vero non putabam me scribere, et si etiam ederetur epistola, non defuturum sibi Galilaeum, sed nota luculenta lectoribus facile detecturum fraudem, seu commissam seu admissam: eoque delevi totam illam fraudis detectionem ex epistolae meae concepto, contentus illam absorpsisse verbis hisce: RELIQUA RIDEO, et postea paragrapho INVENIT TAMEN ISTA SYCOPHANTIA, item ET IMPERABIT etc.([940])

Sed quia mavult Galilaeus, meis quam suis verbis patere lectori sensum meorum verborum pag. 34 Dissertationis, age, ex meo concepto exscribam deleta. Sic enim erat scriptum initio: Extat epistola mea, illa loquatur. Ipse transilit triginta tres paginas, et in ultima arripit nescio quid, quo infoelicissime intellecto stupiditatem prodit ingenii. Existimat, me disci planum hoc dicere, quod alias lentem dicunt exteriorem et ad stellas conversam. Toto, ut vides, coelo errat. Ego ex tuis novis planetis discos feceram, non ex vitris([941]); illorum planum (non vitri planum) ad Iovem conversum esse dixeram. Sic supra et infra irradiari perpendiculariter, intelligit ille surdaster de vitro, quod duas habet superficies, superiorem et inferiorem; cum ego de planetis irradiatis loquar, quando supra Iovem currunt et quando infra. Et quod irradiat, ipsius intellectum est Iupiter, irradians vitrum([942]), cum in meo sensu sol fuerit, irradians planetas. Sic diversos colores, diversas planities, omnia accipit de vitro; ego, de planetis, etc.

Haec ex veteri concepto, in gratiam Galilaei, qui ea Ill.ae D.i Vestrae maluit edisseri meis quam suis verbis. Per se enim indigna sunt quae referantur. Repudiavi enim in Narratione mea, his nundinis excusa([943]), tam hanc meam, quam illam Galilaei, speculationem; et huc inclino, ut credam, cum Medicaea sunt proxime Iovem tam evidentia visu, semper esse supra Iovem; cum vero sunt inconspicua, tunc infra esse: quod si verum esset, sequeretur, Iovem ipsum esse qui illa etiam globosa existentia illuminet, et fo[r]tius illuminet de propinquo, quam sol de longinquo. Sed expectanda sunt plura experimenta.

Haec, aéyvrÜ ad communicationem literarum Galilaei scripta, Ill.a D.o Vestra boni consulat, cui me commendo.

Ill.ae D.is VestraeObservantiss. I. Keplerus.

422*.

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 2 novembre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIX, n.° 46. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mioOss.mo

Ho riferito al S.or Roffeni quanto V. S. mi disse per suo conto, il quale mostrò di non restare apieno sodisfatto, dicendo che non si sogliono perdere le lettere che, gli vengono, et che gli dispiaceva non haver la lettera italiana in buon termine, sendo che, per l’occasione di farla latina([944]), egli l’haveva in molti luoghi guasta; et si partì poi per villa, ove è ancora al presente. Se ritornarà presto, come io credo, per il principio dello Studio, gli tornarò a riparlare dell’istessa lettera. Con che fine gli bacio le mani in freta.

Di Bol.a, li 2 Nov.re 1610.

Di V.S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo G. Ant.o Magini.

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.

Firenze.

423*.

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.

Venezia, 6 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 81. – Autografa la firma.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Ricevei la gratissima di V.S. de’ 16 di Ottobre, alla quale non feci pronta risposta per ricercare quanto V. S. mi commetteva e darli sodisfatione di quelle opere che ricercava. Io non trovo chi sia l’autore fiorentino Sisi, che V. S. mi accenna li scrivi contra. Quanto a Padre Marsilio,([945]) intendo che l’ha compita; sono però in dubbio, se la stamperà o no: intanto, perchè V. S. ne habbia copia, ho procurato che il Clar.mo S.or Antonio Calvo me ne facci havere una copia, e me l’à promessa; ma perchè m’è sopragiunto a me una febbre terzana doppia, che da X giorni in qua mi tiene a letto, non ho possuto retirarla. Vederò che la pratica non svanisca, ch’io pur desidero di vedere qualche bella pazzia. Di quel’Orchi, qua non ve ne sono; ma se V. S. scriverà a Modena, ne potrà havere quella quantità che desidera.

Ho gusto che V. S. si trattenghi con intera sua satisfatione al servitio di cotesta A. Debbe ritrovarsi anche il S.or Macagnati, al quale favorischami di un bacia mano.

La settimana passata mandai a cotesto Ill.mo Ambasciator nostro un occhiale, da lui richiestomi: perchè la mia indispositione non mi lasciò ben considerarlo, come haverei volsuto, prego V. S. con suo commodo volerne haver vista, e farmi sapere se risponde, acciò che io possa mandarli un altro vetro, se occorresse; e questo lo fo, dubbitando che esso, per termine di complimento, non me lo laudi oltra il merito. Fo fine e li bacio le mani, raccordandomeli servitore. Nostro Signore la conservi.

Di Venetia, adì 6 Novembre 1610.

Di V.S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Ant.o Sant.ni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il Sig. or Galileo Galilei, in

Firenze.

424.

GALILEO a [MARCO WELSER in Augusta].

Firenze, 8 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 32. – Bozza autografa, dalla quale fu trascritta la copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, che è a car. 73 del medesimo codice. Cfr. l’informazione premessa al n.° 420.

Ill.mo Sig.re et Pad.n Col.mo

Io non pure ho frequentemente([946]) sentito il nome di V. S. Ill.ma per le lingue dei SS.i Gualdo et Pignoria, ma molto avanti per quella del S. Gianv.o Pinelli di gloriosa memoria, et infinite volte([947]) per quelle della fama; et come ho sempre bramato d’incontrare occasione di potermi dedicare servitore alla sua gran virtù([948]), così ho con lietissimo cuore abbracciata questa, del mandarmi ella le contradizioni([949]) dell’eruditissimo Sig.r Brengger([950]): le quali quando anco fossero insolubili([951]), mi pregerei più ne gl’errori dell’opera mia che nelle cose([952]) ben dette, se pur ve n’è alcuna, sendomi quelli stati mediatori all’aqquisto([953]) di un tanto padrone([954]), frutto a cui simile([955]) non mi è provenuto, nè spero che sia per provenirmi, dal resto de i miei trovati; li quali hora con gran([956]) ragione posso reputare per indubitati et assolutamente veri, persuadendomi che quando io in cose essenziali([957]) havessi preso errore, sarei stato dalla gratissima et da me stimatissima censura del S. Brengger fatto avvertito, con non meno([958]) cortese affetto di questo che scorgo nelle dubitazioni sue intorno a cosa solo di mediocre rilievo. Et se([959]) pure anco in altra li restasse scrupolo, io supplico V. S. a pregarlo di communicarmi liberamente([960]) ogni sua instanza, assicurandolo che lo riceverò per favore singolare, reputando io azione altrettanto honorata et degna di huomo virtuoso l’avvertire gl’autori de i loro([961]) errori, quanto mi par vergognoso il lacerargli dietro le spalle.([962])

Io ricevei ieri dal S. Picchena la cortesissima sua, insieme con le dubitazioni del S. Brengger([963]); tra ieri et oggi, ben che aggravato da più di una indispositione, ho scritto quello che mi è sovvenuto in mia difesa: non so se, come il corpo, così haverò hauta la mente inferma; comunque sia, appaghisi V. S. del buon volere, come anco il Sig.r Brengger, al quale cordialissimamente mi offerisco, attendendo sua risposta([964]). Et a V. S. con ogni reverenza bacio le mani et me gli dedico per servitore([965]), et dal Signore gli prego ogni desiderata felicità.

Di Firenze, li 8 di 9mbre 1610.([966])

Di V. S. Ill.maSer.re Dev.mo Galileo Galilei.

425.

GALILEO a GIANGIORGIO BRENGGER.

[Firenze, 8 novembre 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 34-36. – Bozza autografa, dalla quale fu trascritta la copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, che è a car. 74-77 del medesimo codice. Cfr. l’informazione premessa al n.° 420.

Ut tuae discussioni([967]), eruditissime Brengger, respondendo, pro viribus satisfaciam, brevitati atque facilitati consulens, te ut membratim tuam perlegas narrationem rogatum volo: singulis enim particulis, tuam eandem prosequens methodum, responsa accomodabo.

Relegas igitur a principio tui discursus usque ad illa verba: Duae sunt, quas Sydereus Nuncius etc.

Respondeo enim, inter praecipua quae in meo Nuncio considerantur, esse profecto illud, quod scilicet ae facies, praesertim autem pars lucidior, eminentiis atque lacunis undiquaque scateat; illas autem sublimes minus magisve reperiri, non maximi apud me esse momenti; nec ob id quia([968]) minores essent, quod praecipuum est in mea intentione pervertendum fore. Neque tamen credas, haec modo a me pronunciari, ut meum forte in ratiocinando errorem excusem: peccatum nanque aut in assumptis, aut in demonstrationibus, factum est nullum, ut inferius patebit.

Lecturam sequere usque ad illa verba: Scribit ille, pag. 24, etc.

Verum quidem est, ex binis a te consideratis observationibus posse nos in cognitionem([969]) harum altitudinum deduci; ac utraque per se, quoad demonstrationem pertinet, firmissima est, dum tamen in illarum assumptis error non admittatur: elegisse autem me eam quae magis errori esset obnoxia, hoc, pace tua dixerim, a vero absonum, ni fallor([970]), esse videtur. Ratio enim quam ego elegi, nulli inevitabili errori est exposita: quam vero tu praeponis, aut omnino impossibilis, aut incerta quidem atque admodum dubia, existit. Meam primo considero, et ab obiectis tuis vindico: potes interim tuae scripturae lectionem extendere usque ad Scribit Galileus etc.

Provide advertis, terminum lucis apparentem, ob asperam et montuosam lunaris corporis superficiem, a vero puncto contactus declinare: asperitas enim illa flexuosum admodum sinuosumque efficit decursum lineae confinii lucis ac tenebrarum, ex quo verticis iam illustrati distantia ab ipso confinio citra errorem determinari nulla ratione possit([971]); imo asseris tu evenire([972]), hanc longe maiorem accipi([973]) ac([974]) definiri, quam vera ab exquisito puncto contactus esset elongatio, ex quo sequi, altitudinem a me deinde ratiocinando collectam superare veram eminentiarum lunarium elevationem. Hinc notam allucinationis mihi inuris; attamen immerito quidem, mi Brenggeri; luminosi et enim verticis elongationem non ab anfractuoso et, quod consequens esset, incerto illuminationis confinio, sed a veraci termino, a puncto scilicet contactus, radii illustrantis desumpsi. Id autem quo pacto a me praestitum sit, licet ex iis quae in Nuncio scripta fuerunt quispiam colligere posset, in tui tamen gratiam lucidius explicare non pigebit.

Integramae faciem in duas praecipuas partes, magnas([975]) ambas atque naturali oculo conspicuas, divisi: quarum altera obscurior, ac veluti magna quaedam nubes nigricans, faciem ipsam inficit; cuius faciei([976]) reliquum, dum lumine solari perfunditur, clarius nitidiusque effulget. Ingentes illas maculas, acie naturali spectabiles, veteres seu antiquas appellavi, easque fere omnes([977]) superficiem aequabilem ac perpolitam obtinere scripsi; id enim perspicillum luce clarius ostendit; veluti, e contra, clariores ae plagae eminentiis lacunisque confertae eiusdem instrumenti beneficio spectantur. Ex his sequitur, terminum illuminationis partim aequabiliter, partim vero tortuose ac anfractuose, protendi: qua enim super magnas maculas incedit, aequabili ac perpolita linea designatur; qua vero lucidiorem, lacunosam nempe ac montuosam([978]), regionem intersecat, flexuosus admodum atque anfractuosus spectatur: veluti apposita praesefert delineatio, in qua ae globus integer AKHL; pars illuminata, AKH; terminus lucis, ductus AGH; cuius pars DE, ubi illuminatio magnae maculae teminatur, aequabiliter extenditur, reliquae vero partes ABD, FGH, tortuosae admodum extant, termini illuminationis lucidiorum ae partium existentes. Scias insuper velim, omnes fere antiquas ac magnas maculas altissimorum montium iugis undique esse circumseptas; quod ex eo intelligas licet, quia, cum supra tum infra singulas, dum a confinio lucis per medium secantur, prominent, ac supra tenebrosam ae partem longo ductu extenduntur, quaedam quasi promontoria luminosa, intra quorum sinum reliqua magnae maculae pars intercluditur. Delineationes BCD, EFG harum eductionum imagines tibi repraesentant.

Ex his iam habes, eruditissime Brengger, et terminum illuminationis exactissimum, ac prorsus eundem cum puncto contactus, designatum a linea DE; habes et verticum illuminatorum remotiones DC, EF, quas facili admodum negocio ad terminum DE conferre potes, nec non etiam ad integram diametrum AH. Scias insuper, non semel offerri etiam cuspides illuminatas e regione partis confinii DE, consimiles iis quae notis I, I indicantur; ex quarum distantia de altitudine eorundem ratiocinari obvium fit. Quae cum ita se habeant, omnem tibi in hac methodo dubitandi ansam ablatam esse reor([979]).

Ne quid autem hac in parte, animadversione dignum, intactum relinquatur, silentio minime involvam (quod geometrica libertate dictum esse velim), aliqua me corripi dubitatione, num omnino([980]) vere a te scriptum sit, lineam distantiae a vertice luminoso ad confinium lucis a me usurpatam (cum ad flexuosum decursum lineae confinii terminatur([981])) longiorem esse, quam si ad naturalem lucis terminum, ita a te vocatum, referretur: existimas enim([982]), ob montuosam ae superficiem, punctum veri ac naturalis contactus inter verticem illustratum et flexuosum lucis terminum cadere. At ego, e contra, breviorem potius([983]) esse affirmo distantiam([984]) a vertice illuminato ad lucis usque terminum in montuoso lunari corpore apparentem, quam si ad verum contactum in superficie perfecte([985]) sphaerica referretur.

Sit enim in perfecte sphaerica superficie circulus maximus ABCD, radius autem tangens in C esto FCE; intelligatur vero ultra, contactum mons quidam BE, cuius vertex E illuminatus erit, et distantia a confinio naturali erit EC. Quod si montibus confertam ponas superficiem, adeo ut ex adverso montis EB constituatur mons alter GH, cuius obiectu([986]) illuminatio radii FCE impediatur, nec illustretur vertex E nisi a sublimiori radio IHE, iam manifeste vides, distantiam EH breviorem reperiri ipsa EC. His ita se habentibus, patet altitudines([987]) lunarium montium, per hanc breviorem([988]) distantiam a me (ex tua scilicet sententia) compertas, minores fuisse quam re vera forent si maiorem alteram a naturali contactu distantiam accepissem: vides insuper, verum non esse quod tu universaliter affirmas, punctum nempe naturalis contactus inter E et H cadere.

Ad alteram tuae narrationis partem me confero (quam usque ad finem legere potes), in qua([989]) ex nonnullis meis pronunciatis, iisque magis (ut opinaris)([990]) ad dictas altitudines dimetiendas accomodatis, me mihi contrariari asseris: at contra, nec me mihi contrariari, neque rationem praedictarum altitudinum ex tempore illuminationis dimetiendarum a multis peccandi occasionibus (ob assumptorum inconstantiam) esse vacuam, ex sequentibus fiet manifestum.

Utque primum me a contraditionibus liberem, detur ea omnia, quae a te scripta sunt, esse vera: tunc([991]) quid aliud, queso, quispiam inde colliget, quam nonnullorum montium altitudines 4 milliarium compertas a me fuisse, aliorum vero a te vix tertiae unius partis? Hoc autem et verissimum esso credo, et fateor. Nec tamen a me pronunciatum fuit ullibi, lunares montes omnes eiusdem et celsissimae magnitudinis esse: sunt in a, uti arbitror, veluti in terra, et altissimae, et mediocres, eminentiae, et exiguae quoque. Amplius, vertices lucidae nonnullos, a confinio luminis avulsos, eidem termino([992]) intra 2 vel 3 horas adherere conscripsi; non tamen verticibus omnibus idem accidere significavi: sunt enim qui neque 6a aut 8a hora, aut forte([993]) etiam tardius([994]), cum termino lucis iungantur; ex quibus nil aliud inferas licet, nisi eorundem montium dispares altitudines.

At iam tandem, quot quantisque fallaciis altera metiendi ratio sit obnoxia([995]), pro viribus explicemus. Primo, itaque, non posse tuto verticis alicuius altitudinem ex mora coniunctionis utriusque luminis, verticis nempe et confinii, indagari, vel ex eo manifestum esse potest, quod, posita eadem montis altitudine eademque a confinio lucis([996]) distantia, luminum copula maturius nec non([997]) serius praestari potest, prout obicis adversi declinatio magis minusve fuerit praerupta; quod clarius ex apposita figura intelligetur.

Sit enim mons ABC, cui ex oriente opponatur alter mons CDE; vertices amborum contingat radius BDF, adeo ut vix tantum B cuspis illustretur. Iam si dorsi DC declinatio secundum lineam CD extendatur, extensa illa versus([998]) G, patet quod, constituto sole paulo supra radium CDG, tota vallis DCB erit luminosa, iunctaeque erunt luces verticis B et termini D per continuationem spacii luminosi DCB: quod si abrupta magis foret montis declinatio DC, nempe secundum lineam HDI, iam sole in G constituto, interstitium HC adhuc tenebrosum foret, cuius umbra plagam luminosam BC a lucida DE disterminaret, nec prius iungerentur lumina, quam sol ad lineam HDI pertingeret; quod longum post temporis intervallum accidet. Non licet, igitur, ex mora coitionis luminum sublimitatem montis ABC venari.

Dices, sat esse tibi perceptionem temporis, quo altitudo BC illustratur? Verum et haec mutabilis ac dubia([999]) paenitus est: quis enim finem illustrationis montis a principio illuminationis plani distinguet? Sed, quod magis urget([1000]), esto in apposita figura idem mons ABC, transeatque idem radius BDEF per trium montium vertices B, D, E: constat, sole posito in linea EF, illustrari apicem B; eius vero radius citius ad radicem C perveniet, si obex remotior fuerit, nempe in loco E; tunc enim, ducta linea CEG et in ipsa posito sole, perveniet radius ad punctum C: si vero obiiciatur mons vicinior, nempe D, non profecto illustrabitur radix C, nisi cum sol in CDH locetur; quod serius fiet. Vides, igitur, quanam ratione idem mons aliis atque aliis temporibus illuminetur, pro diversis remotionibus([1001]) interpositorum corporum: ex quo anceps atque incerta redditur omnis calculatio in altitudine disquirenda.

Nec forte credas, te declinare posse incomoda ac difficultates consimiles, producendo illustrationis radium, non per sinuosum confinii ductum, sed per exquisitum naturalemque contactum; iisdem enim detineberis angustiis: eadem enim altitudo citius modo, modo vero tardius, illuminabitur, licet ex eodem aequabili et perpolito orizonte proveniat irradiatio. Sit enim sphaerica superficies BCD, montis alicuius elevatio BA, tangens vertici A occurrens([1002]) sit EDA; sit autem mons modo praeruptus, ac fere ad perpendiculum erectus, secundum lineam AB([1003]), modo vero leniter ascendens secundum lineam CA. Si igitur per punctum C ducatur tangens, quae utrinque extendatur, super hac erit tota linea montis CA, et infra eandem erit pars rupis AB: quare sol, in ipsa tangente locatus, totam extensionem CA illuminabit, sed rupis AB inferior pars adhuc in tenebris erit. Constat itaque, undique esse angustias.

Amplius, ne te praetereat, nullas alias observationes, seu a mora coitionis luminum, seu a distantiis verticum a confinio lucis, petitas, accomodas esse altitudinibus dimetiendis, nisi quae habentur circa lunae quadraturas; ibi enim tantum distantias directe, non autem oblique, intuemur, luminumque copulas citra erroris periculum prospicere possumus: at cum  in quadrato fuerit, non tam diu supra orizontem noctu versatur, ut remotissimarum cuspidum lumina cum confinio lucis applicentur. Atque ex his manifestum esse reor, secundam illam methodum, a te propositam, non modo dubiam atque perplexam, verum impossibilem([1004]) forte, existere

426*.

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 9 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 165. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Mi sono arrivate in un istesso tempo le lettere di V.S. Ecc.ma et quelle diVenetia, sì che, sendo l’hora tarda et d’andare alle schuole, ho poco tempo di rispondere a tutto; et però sarò breve con lei, contentandomi solamente d’assicurarla della buona mente del S.or Roffeni con questo riscontro, che havend’egli ricevuta l’ultima di V. S. poco doppo ch’io havevo mandata la mia lettera per lei alla posta, procurò ch’andassimo insieme per ripigliarla indietro dal coriero, acciò che lei non restasse disgustata: ma non la potessimo havere, perch’hanno ordine di non le dare a chi si voglia. Et però V. S. si deve levare di questa cattiva impressione, chè le so dire di sicuro che il detto S.or Roffeni gl’è partialissimo servitore, come ancora le sono io.

Piacemi il consiglio del S.or Keplero, di far ricantare a colui([1005]) la palinodia; et sarà con più riputatione di V. S. et con più vergogna([1006]) di lui, oltre che io credo che siano divulgate pochissime di quell’opere. Al ritorno del S.or Roffeni le scriveremo tutti due, doppo che gl’haverò letta questa, scritta a me, et consignata la sua. Et con tal fine le bacio con molta fretta le mani.

Di Bol.a, li 9 Nov.re 1610.

Di V.S. molto Il.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Il Magini.

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.

Firenze.

427.

GALILEO a GIULIANO DE’ MEDICI in Praga.

Firenze, 13 novembre 1610.

Riproduciamo questo capitolo di lettera dall’opuscolo IOANNIS KEPLERI S.ae C.ae M.tis Mathematici Dioptrice, seu Demonstratio eorum quae visui et visibilibus propter conspicilla, non ita pridem inventa, accidunt. Praemissae Epistolae Galilaei de iis quae post editionem Nuncii Siderii ope perspicilli, nova et admiranda, in coelo deprehensa sunt, ecc. Augustae Vindelicorum, typis Davidis Franci, M. DCXI, pag. 15-16.

Di Firenze, li 13 di 9bre 1610.

Ma passando ad altro, già che il S. Keplero ha in questa sua ultima Narrazione([1007]) stampate le lettere che io mandai a V. S. Ill.ma trasposte, venendomi anco significato come S. M.à ne desidera il senso, ecco che io lo mando a V. S. Ill.ma, per participarlo con S. M.à, col S. Keplero, et con chi piacerà a V. S. Ill.ma, bramando io che lo sappi([1008]) ogn’uno. Le lettere dunque, combinate([1009]) nel loro vero senso, dicono così:

Altissimum planetam tergeminum observavi.

Questo è, che Saturno, con mia grandissima ammiratione, ho osservato essere non una stella sola, ma tre insieme, le quali quasi si toccano; sono tra di loro totalmente immobili, et costituite in questa guisa ; quella di mezzo è assai più grande delle laterali; sono situate una da oriente et l’altra da occidente, nella medesima linea retta a capello; non sono giustamente secondo la drittura del zodiaco, ma la occidentale si eleva alquanto verso borea; forse sono parallele all’equinotiale. Se si riguarderanno con un occhiale che non sia di grandissima multiplicazione, non appariranno 3 stelle ben distinte, ma parrà che Saturno sia una stella lunghetta in forma di una uliva, così ; ma servendosi di un occhiale che multiplichi più di mille volte in superficie, si vedranno li 3 globi distintissimi, et che quasi si toccano, non apparendo tra essi maggior divisione di un sottil filo oscuro. Hor ecco trovata([1010]) la corte a Giove, et due servi a questo vecchio, che l’aiutano a camminare nè mai se gli staccano dal fianco. Intorno a gl’altri pianeti non ci è novità alcuna. Etc.

428*.

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 13 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 83. – Autografa.

Ecel.mo Sig.r mio Oss.mo

In risposta della sua dei 6 di 9mbre non ò che dirli altro, se non molte salute([1011]) da il Sig.r Passigniani et dal Sig.r Micelagniolo Buonaruoti et il Sig.r Ciampoli([1012]), che sono qui presenti. Quanto alle mormorazioni romanesche, alla venuta del Sig.r Gianbatista Strozzi, nello andare a visitare Monsig.r Dal Borgho, il Sig.r Cianpoli disse che aveva veduto le stelle, et il Sig.r Micelagniolo altrove da certi Ill.mi il medesimo; et io non mancho mai in ogni occhasione del mostrare le sue lettere, che temgo carissime, et massimo l’uttima: ma ogni principio([1013]) porta dificultà in coloro che sono assodati et invechiati in una oppinione. Pure al fine la verità arà il suo luogho.

Non è ancora comparso la tavola delli Sig.ri Serristori, nè Bastiano mio fratello; ma credo sarà qua domani o l’altro, per lo aviso che io tengho da Ulivieri. Non ò fatto anchora le racomandazioni al Sig.r Luca o a Valerio: la farò domani. Ner resto V. S. mi comandi, perchè io sono tutto tutto suo([1014]), nè ò altro martello che del non la godere. Nel resto io sto bene et allegramente; et baciandoli le mani, Dio la feliciti.

Di Roma, questo dì 13 di 9mbre 1610.

Di V. S. Ecel.maAff.mo Ser.re Lodovico Cigoli.
Michelag.lo Buonarroti bacia le mani a V. S., e li conviene tal volta esser testimonio oculato sopra i pianeti, e dice che gli ha veduti, e lo ridice, tanto che qualcun, che non lo credeva, lo va credendo. 

Fuori: Allo Ecel.mo Sig.re et Patron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

429*.

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 20 novembre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIX, n.° 47. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc. mo S.or mio Oss.mo

Do parte a V. S. Ecc.ma, che questi giorni passati i SS.ri del Regimento di Bologna si sono compiaciuti di accrescermi la provisione di 125 scudi, sotto pretesto d’aiuto annuo per la stampa, non havendo voluto far alteratione de’ i patti vecchi, confirmati per instromento publico; et non mi sono curato d’attendere alla lettura di Padova, perchè mi sarebbe stato di troppo impaccio far una tanta mutatione, nè si sentiva che quei Riformatori volessero darmi più stipendio di quello che io havevo qui. Io ho da ringratiare V. S. ancora per quest’accrescimento poi che con la partenza sua da Padova m’ha data occasione di lasciarmi qui intendere arditamente, che se mi verrà occasione di maggior salario, io abbandonarò questa cathedra et m’attaccarò al miglior partito.

Diedi poi la lettera al S.or Roffeni di V. S., che credo le haverà risposto. Mi fu mandata la risposta di quel Franzese([1015]) a Martino, la quale m’è piacciuta assai, et l’ho prestata ad alquanti di questi SS.ri, per non essersene vedute d’altre qui. Bacio con questo fine le mani a V. S. Ecc.ma, et le prego dal Cielo ogni suo contento.

Di Bol.a, li 20 Nov.re 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo G. Ant.o Magini.

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.

Firenze.

430*.

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Padova, 25 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 85. – Autografa.

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Solamente heri l’altro io ho recevuto la lettera di V. S. delli 13 del presente, in Vicenza, dove son stato quasi duoi mesi continui. Ritornai heri a Padova, e doppo haverla letta e riletta più volte con mio grandissimo gusto, l’ho communicata con li nostri più cari et intrinsici amici, che pur essi ancora hanno sentito estremo piacere. Volevo mandarla al S.r Volsero, ma mi son imaginato che, doppo la contratta familiarità con detto signore, gli haverà dato minuto conto d’ogni cosa; sì come all’incontro esso S.r Volsero gli haverà scritto d’un Ollandese, che con un suo occhiale vuol far leggere una lettera commune, lontana quanto un huomo può caminare in un’hora e più. Sinhora tutti questi fanno i loro miracoli a terra a terra; ma V. S. va sopra i cieli, onde può cantare con ‘l Petrarca

E volo sopra ‘l ciel, e giacio in terra.

Qui non s’è veduta l’opra del Keplero, ma sì ben certa risposta alla lettera dell’Orchi([1016]).

Non so se V. S. haverà inteso, per uscir del cielo e della terra, il caso miserabile occorso in acqua al S.r Filippo Contarini, il quale, passando la Piave, li cade il cavallo sotto, e restò morto nell’acqua, con grandissimo travaglio del S.r Francesco e di tutta la sua casa.

Si contenterà V. S. che per questa volta io le accusi solamente la ricevuta della sua lettera, poi che, per esser se non giunto, non ho quell’informatione delle cose di questo Studio, c’haverò la ventura settimana, nella quale procurerò di scriverle più allongo. In tanto le bacio con ogni affetto le mani, rallegrandomi infinitamente che la sua virtù et il suo valore sia conosciuto da chi può eccellentemente riconoscerlo con ‘l dovuto premio. Guardi V. S., in tanta altezza et in tanta serenità, di non abbagliare et ingrossar la vista, sì che non degni di mirar più a basso: serbi di gratia anco un occhiale per mirare noi altri suoi servitori, conformandosi con Dio, qui humilia respicit, et alta a longe cognoscit. Il qual sia quello che doni a V. S. il compimento d’ogni vera felicità.

Di Pad.a, alli 25 Nov. 1610.

Il S.r Baldino e R.di Sandelli e Pignoria([1017]) bacian la mano a vostra Sig.ria

Di V. S. Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Paolo Gualdo.
Questa lettera la mando alla ventura. Ci farà gratia scriverci come per l’avvenire si dovranno inviargliele sicure. 
S.r Galilei. 

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

In Corte di S. A. Ser.ma

431.

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 26 novembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 87. – Autografa.

Ecel.mo Sig.r mio,

Non risposi a V. S., perchè non avevo trovato il Sig.r Luca([1018]), al quale poi ò mostro la sua lettera, della quale si rallegrò molto, dicendo che s’era trovato molte volte a difenderla. Li([1019]) è dispiaciuto molto la nuova della sua indisposizione; che a Dio piaccia recuperi la sanità presto, acciò che, poi che io non la posso godere costà almeno per uno anno, ella possa venire qua, sì per goderla, come perchè V. S. possa chiarire questi satrapi e gran bacalari.

Feci le racomandazione al Sig.r Buonaruoti: tornano duplicate, et così da il Sig.r Luca et dal Sig.r Passigniani. Et io li sono, sebene per mia disgrazia lontano, più affezionato servitore di tutti; et con tutto il cuore li bacio le mani.

Di Roma, questo dì 26 di Novembre 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecel.maAff.mo Servitore Lodovico Cigoli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecel.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

432*.

GIULIANO DE’ MEDICI a GALILEO in Firenze.

Praga, 29 novembre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 42. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Resto molto maravigliato di sentire dalla gratissima di V. S. delli 13 del presente([1020]), come mi havesse scritto con il precedente ordinario, poi che non le ho altrementi ricieute, con mio molto disgusto; sì come con altretanto contento mi trovo la presente sua, insieme con la disertattione del Sig.r Gleppero([1021]), che havendola pur hora riceuta, non ho tempo di vederlo. Ma mi riserberò a dar ragguaglio di tutto a V. S. per questo altro ordinario, sì di questo come de gl’altri particolari che si contengono nella sua lettera, e specialmente circa al far sapere a S. M. Ces.a la deciferattione di quelle lettere; volendo solo dirgli per adesso, che con il presente ordinario servo V. S. col Ser.mo Padrone circa il farle sapere quanto desidera intorno al moto perpetuo([1022]), et in quella stessa maniera appunto che la mi dice, stimandomi a molta ventura di potermi impiegare in cosa di suo gusto: nè si dubiti che a altri sia scritto o fatto sapere. Con che per adesso baciandole le mani, le pregherrò da Nostro Signore Iddio ogni contento.

Di Praga, il dì 29 di Nov.re 1610.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma S.r Galilei.S.re Aff.mo Giuliano Medici.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Honor.mo

Il Sig.r [Galileo Galilei], Filosofo e Matematico di S. A. S., in

Firenze.

433*.

ANTONIO SANTINI a GALILEO in Firenze.

Venezia, 4 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 14. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Ho riceuto particolar gusto dalla lettera di V. S., per haver sentito che quell’occhiale, mandato al S.or Ambasciator nostro, sia riuscito; e so che esso haverà gradito estremamente il favore di V. S. di visitarlo, et io la ringratio quanto posso.

Il mio male, Iddio gratia, è partito, sebene anche sto alla camera, per accomodarmi alla cattiva stagione.

Se quelle apparenze delli pianeti, che non mi parevano rotondi altre volte, sono false, dubito che nel traguardo, che non stesse saldo, fosse qualche impedimento; che quando potrò meglio, mi ci proverò. Ora li dico, che finalmente il P. Clavio di Roma mi scrive come hanno osservato Giove; e li metterò abasso le osservationi, copiate apunto dalla sua lettera. A poco a poco la gente si chiarirà. Quando potrò veder Saturno, li dirò se mi riuscirà di riconoscere quelle differenze. E perchè scrivo con difficultà, le b. le mani, facendo fine.

Di V.a, a 4 Dic.e 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Particol.mo Ant.o Santini.

Le stelle intorno Giove così comparsero:

ma non siamo ancora sicuri, se sono pianeti o non.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo mio S.or Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, in

Firense.

434.

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Brescia, 5 dicembre 1610.

La prima delle due lettere che pubblichiamo sotto i numeri 434 e 434bis è, autografa, nei Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 164, e porta la data «Di Brescia, il 5 di 9mbre 610», dove il 9 di 9mbre è stato corretto in X: manca la seconda carta del foglio, la quale verisimilmente conteneva l’indirizzo. La seconda lettera è anch’essa in una sola carta e di pugno del CASTELLI, ma nell’angolo superiore sinistro della carta si legge, sempre della stessa mano del CASTELLI, «Copia»: nell’angolo superiore destro è stato scritto, pur dal CASTELLI, l’indirizzo. Questa lettera, che ora forma la car. 167 del citato Tomo, era originariamente unita alla risposta di GALILEO, che noi pubblichiamo sotto il n.° 447, e che è al presente nel T. VII, 2, della P. III dei Mss. Gal., a car. 56. Questa risposta è pure di mano del CASTELLI, ha nel margine superiore sinistro l’indicazione, di mano del CASTELLI, «Copia», e nel margine superiore destro l’indirizzo: la filigrana della carta della seconda lettera del CASTELLI e della risposta di GALILEO è la medesima; e nel tergo della seconda carta del foglio contenente questa risposta si legge, di mano di GALILEO: «D. Ben.to da Brescia, con la mia risposta: tratta di Ven.re e di Saturno ».

Il VENTURI (Memorie e Lettere inedite finora o disperse di Galileo Galilei ecc., Parte I, Modena, per G. Vincenzi e Comp., M.DCCC.XVIII, pag. 142-143) pubblicò un «Poscriptum» alla risposta di GALILEO, «che pur trovasi dopo la stessa lettera manuscritta nella Biblioteca di Parma», poscritto che manca nella copia di pugno del CASTELLI. Noi lo riproduciamo alle pag. 504-505, lin. 68 e seg. [Edizione Nazionale], sebbene, per quante ricerche abbiamo istituito, non abbiamo potuto ritrovare dove sia la lettera che il VENTURI vide a Parma, e che ora non è più in quella Biblioteca Palatina.

Noteremo da ultimo che la seconda delle lettere del CASTELLI ha delle correzioni interlineari, scritte a matita e in parte oggi quasi illeggibili, di mano di VINCENZIO VIVIANI, che evidentemente disegnava di pubblicare quella lettera e credeva opportuno modificarne alcune espressioni. Di tali correzioni del VIVIANI, secondo il nostro istituto, non tenemmo conto([1023]).

Ill.re et Eccell.mo Sig.r e P.ron mio,

Gli mesi passati, quando V. S. Eccell.ma stava in Padoa al servizio della Republica, deliberai, lasciati la patria e i parenti, ritirarmi in S. Giustina, per poter far di quei guadagni che si fanno con la conversazione di V. S., quali sono da me stimati sopra ogn’altro bene di questo mondo: hor, che di già lei s’è ritirata in Firenze, son necessitato, stando nell’istesso desiderio, di cambiar i mezi per conseguirlo. Per tanto mi son risoluto al futuro Capitolo (piacendo così a’ nostri Padri) di venir a star in Firenze, dove la goderò e dove, potendo, la servirò ancora, se non conforme all’obligo mio e meriti suoi, almeno quanto mi permetteranno le deboli forze mie.

Mi rallegro poi, non con V. S., ma con il S.r Magini, che non habbia (come haveva inteso io) fatta quella coglioneria di scriver contro all’Aviso Sidereo. Quanto all’opra dell’Orchi, non è ancora comparsa in Brescia, nè l’ho veduta; ma se ci verrà mentre ci starò io et alcuni virtuosi gentilhuomini affezionatissimi al valor e dottrina di V. S., sarà a spese comuni, siano quante si vogliano le copie, comprata et abbrusciata, acciò in questa nostra patria non ne resti manco memoria.

Mi rallegro parimente con V. S. delle honorate e degne lodi con le quali di continuo sento celebrar il nome suo e virtù; e piaccia a Dio (già che qua publicamente si dice che cotesto suo glorioso e prudentissimo Gran Duca va continuamente rimunerando i meriti suoi) che con questo mezo gli nobilissimi studii della geometria ritornino nelle primiere et antiche riputazioni. Io poi vo così freddo e lento, per non haver aiuto al pigro e rozo intelletto mio; e perchè gli dì passati cascai in un certo pensiero, e facilmente potrei ingannarmi, hora glie lo scrivo, per riceverne o emendazione sana o confirmazione gagliarda.

Essendo (come credo) vera la posizione di Copernico, che Venere giri intorno al sole, è chiaro che sarebbe necessario che fosse vista da noi alle volte cornuta, alle volte no, stando pure detto pianeta in pari remozioni dal sole, ogni volta però che e la piccolezza dei corni e la effusione dei raggi non c’impedissero l’osservazione di questa differenza. Hora desidero saper da V. S. se lei, con l’aiuto dei suoi meravigliosi occhiali, ha notata simile apparenza, quale senza dubio sarà mezo sicuro di convincer qual si voglia ostinato ingegno. Simil cosa vo sospettando ancora di Marte circa il quadrato con il sole; non dico già di apparenza cornuta e non cornuta, ma almeno di semicircolare e più piena. Ma perchè son inettissimo anco a minori speculazioni, e questa in particolare ricerca la dottrina e cognitione delle lontananze e grandezze dei nominati pianeti e tra di loro e dalla terra, delle quali non ho vergogna dire che ne sono ancora del tutto ignorante, tacendo e supplicandola di due righe in risposta, li fo humil riverenza e li bacio le mani, in nome del P. D. Serafino([1024]) ancora.

Di Brescia, il 5 di Xmbre 610.

Di V. S. Ill.re et Eccell.maAff.mo Ser.re e Discepolo Oblig.mo D. Benedetto Castello.

434bis*.

Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Filosofo di Sua A. S.ma

Firenze.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Da che io hebbi la lettera di V. S. Ecc.ma delli 22 d’Agosto, nella quale mi accennava di haver osservato in cielo un’altra novità inopinabile, quel desiderio che ho sempre hauto di trasferirmi un’altra volta dove ella si ritrovava, per poter, con il suo aiuto([1025]), dare qualche gagliardo principio a quel studio di geometria e filosofia al quale, mentre dimoravo in Padoa, m’incitò, hora in tal guisa mi s’è accresciuto, che ho fatto ferma risoluzione di venire, con bona grazia de’ miei superiori, a stanziare in Firenze; e credo che dopo Pasca sarò consolato.

Dall’istesso aviso che V. S. mi dà, dopo varii pensieri che mi sono passati per il capo, finalmente son cascato in questo, che, essendo vera, come tengo verissima, la Copernicana constituzione del mondo, Venere habbia da fare, in pari digressioni dal sole, tal volta apparenza cornuta e talvolta non cornuta, secondo che si ritroverà o di qua o di là dal sole, ma che nei secoli passati sia stata impossibile simile osservazione per la piccolezza del globo di Venere e ‘l svanimento della sua figura. Hor che V. S. con le sue immortali invenzioni ha osservate tante altre meraviglie nelle cose celesti, invisibili alle forze ordinarie, desiderarei sapere se in questo particolare ha fatto osservazione alcuna, e se è vero quanto ho sospettato. Nel medesimo desiderio stanno il P. D. Serafino di Quinzano e gli Sig.ri Ferrante Lana e Francesco Albano, affezionatissimi alla dottrina di V. S. e filosofi più che donzinali. Per tanto supplico V.S. a darmene aviso, perchè, oltre che la conclusione sarà per sè stessa di gran conto e noi tutti gli ne resteremo obligatissimi, servirà parimente per convincere qualsivoglia ostinato ingegno contro Copernico. Vado sospettando ancora simile apparenza in Marte; ma perchè a questa terminazione si ricercherebbe più essatta cognizione della remozion sua dal sole, della quale me ne confesso ancora ignorante, non dirò altro: solo che, ricordandomegli obligatissimo servitore e discepolo, li fo riverenza, pregandogli da Dio benedetto ogni contento. Gli sopranominati Signori li baciano le mani.

Di Brescia, il 5 di Xmbre 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maDevotiss.o Ser.e e Discepolo D. Benedetto Castelli.

435.

GALILEO a [GIULIANO DE’ MEDICI in Praga].

Firenze, 11 dicembre 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10702, car. 74. – Autografa.

Le lettere trasposte sono queste:

Haec immatura a me iam frustra leguntur

o y.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Sto con desiderio attendendo la risposta a due mie scritte ultimamente a V. S. Ill.ma et Rev.ma, per sentire quello che haverà detto il S. Keplero della stravaganza di Saturno.([1026]) In tanto gli mando la cifera di un altro particolare osservato da me nuovamente, il quale si tira dietro la decisione di grandissime controversie in astronomia, et in particolare contiene in sè un gagliardo argomento per la constituzione Pythagorea et Copernicana; et a suo tempo publicherò la deciferatione, et altri particolari.

Spero che haverò trovato il metodo per definire i periodi de i quattro Pianeti Medicei, stimati con gran ragione quasi inesplicabili dal S. Keplero; al quale piacerà a V. S. Ill.ma di far mie raccomandazioni affettuosissime, come anco al S. Segheti([1027]). Dal S. Asdale non sento più niente, nè so perchè. Mi scusi della brevità, perchè non sto bene, et mi conservi la sua grazia, della quale vivo ansiosissimo. Et con ogni reverenza gli bacio le mani.

Di Firenze, li 11 di Xbre 1610.

436.

GALILEO a [PAOLO GUALDO in Padova].

[Firenze], 17 dicembre 1610.

Abbiamo questo capitolo di lettera da una di MARCO WELSER a CRISTOFORO CLAVIO, che pubblichiamo sotto il n.° 453. Cfr. pure n.° 454.

Sono finalmente comparse alcune osservationi circa i Pianeti Medicei, veduti da alcuni Padri Giesuiti, scolari del P. Clavio, e dal medesimo P. Clavio scritte e mandate anco a Venezia([1028]). Io gli ho fatti più volte vedere ad alcuni de’ medesimi Padri qui in Firenze, anzi pur a tutti questi che ci sono et ad altri che ci sono passati; e questi se ne sono serviti in prediche et in orationi, con concetti molto graziosi. Tuttavia non mi confido poter espugnar alcuni di cotesti filosofi, o per dir meglio non credo che siano per esser così facili a lasciarsi cacciar da me queste carote. A Pisa è morto il filosofo Libri, acerrimo impugnatore di queste mie ciancie, il quale, non le havendo mai voluto veder in terra, le vedrà forse nel passar al cielo.

437.

CRISTOFORO CLAVIO a GALILEO in Firenze.

Roma, 17 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 6. – Autografa.

Molto Mag.co Sig.or mio Oss.mo

Si maravigliarà V. S. che alla sua lettera, scritta alli 17 di Settembre, non habbia fin qui risposto; ma la causa è, che io aspettai di dì in dì la sua venuta a Roma, et anco perchè volevo prima tentare di vedere i novi Pianeti Medicei: et così l’habbiamo qua in Roma più volte veduti distintissimamente. Al fine della lettera metterò alcune osservationi, delle quali chiarissimamente si cava che non sono stelle fisse, ma erratiche, poi che mutano sito tra sè et tra Giove. Veramente V. S. merita gran lode, essendo il primo che habbi osservato questo. Già molto prima havevamo vedute moltissime stelle nelle Pleiadi, Cancro, Orione et Via Lactea, che senza l’instromento non si veggono.

Questi giorni mi scrisse il S.or Antonio Santini, che V. S. ha scoperto che Saturno sia composto da tre stelle, ciò è che li stiano da canto due stelle piccole di qua e di là. Questo ancora non habbiamo potuto osservare; solo habbiamo notato co ‘l instromento, che pare che Saturno sia oblongo, a questo modo .

Vostra Signoria séguiti pur ad osservare; forse che scoprirà altre cose nove nelli altri pianeti. Nella luna, mi maraviglio grandemente della sua inequalità et asprezza, quando non è piena. In vero questo instrumento sarebbe di valore inestimabile, se non fosse così fastidioso in adoprarlo. V. S. mi tenghi per suo affettionato; et con questo fo fine, baciandoli([1029]) le mani et pregandoli da Dio ogni contento.

Da Roma, alli 17 di Decembre del 1610.

Di V. S.

Si sono visti qui in Roma alcuni occhiali mandati da V. S., i quali hanno li vetri convessi assai grandi, ma coverti, con restarvi solamente un bucco piccolo libero. Desiderarei di sapere che serve tanta grandezza, se ha da coprirsi in questo modo. Pensano alcuni, che siano fatti grandi, acciò scoprendosi tutti la notte, si possono meglio vedere le stelle([1030]).

Fuori: Al molto Mag.co

Sig.or Galileo Galilei, mio Oss.mo

Fiorenza.

438*.

GIOVANNI KEPLER a [FILIPPO MUELLER in Lipsia?]

Praga, 18 dicembre 1610.

Bibl. dell’Osservatorio in Pulkowa. Mss. Kepleriani, Vol. L. XI. – Autografa.

Epistolam tuam, festivissime mortalium, quisquis es, magna cum iucunditate perlegi. Etsi enim non iis instructus sum opibus privatis, ut animam agente fisco publico, a quo dependeo, dolore vacare possim, tamen ut seniculi, qui Veneri per aetatem strenue militarunt, quamvis emeriti rudeque donati, ad subitum conspectum exorientis pulchellae virgunculae modicum incalescunt, nec tripudium titubantibus cruribus exercere abnuunt; sic ego quoque, diuturna ingruentis inopiae imaginatione penitus obsoletus, et ferias quasdam a studiis agens, Saturnalia puta deterioris conditionis (quippe philosophis, rerum dominis, servos ad metalla damnatos observantibus), vix tandem ad lectionem literarum tuarum animo reflorui, curisque de crastino ad perspicaces illos exercitus relegatis qui sublimes levibus pennis liquidum aethera tranant, ad respondendum tecumque iocandum serio consedi. Nam quidni tecum iocer, qui (ut pueri solent myindam ludentes) si te non video, at te palpo iam iamque teneo? Titillas enim iucunditate scriptionis eminus, vestisque laciniam porrigis ambroseam et gratias meras spirantem, acerrimi ingenii, prudentiae et discretionis, quam odoror ex aptitudine iocorum, ex dictionis contemperatione oratoria, cum me laudantis gestu redarguis; humanitatis eximiae ex praeclara de me existimatione; doctrinae denique multiplicis ex usu terminorum mathematicorum dextro exque orationis flumine tortuoso, quod varias passim rupes optimorum auctorum, hinc Plinii, illinc Ios. Scaligeri, alibi aliorum, alluit, indeque limum derasum in cespitem oppositum egerit amoenissimae doctissimaeque dictionis. Sed et feris me adversum te prope, et me retroflexum teque nominetenus capturientem (stylo an manu) lubricitate membrorum elaberis. O te argutum, qui laudes, quas in me profundis, adulationis suspicione penitus liberas, quia, ipsam etiam faciem, cui mutuo bene quid fieri posset, abesse voluisti; reprehensiones vero, quibus me corripiendum censes, in tuto collocasti. Anne te poëtam dicam, quia et prodes et delectas? Philosophum certe te vel sola inventionum humanarum admiratio, superque operibus Dei concepta delectatio, gaudium stuporque attonitus, effecerunt. Quo nomine, etsi mihi lusus iste vehementer placet, quippe corrigi a doctis expetibilius quam laudari a promiscuis, quia tamen ludendi provinciam suscepi, non aegre feres, quisquis es qui sub hac persona lates, si te appropinquantem plagasque inferentem, ubi tenere nequeo, protrusu summoveam, verbera tua declinem, aut mutuis ictibus, fortuna per tenebras aspirante, vindicem.

Incipis ab inopinati successus exaggeratione in re specillaria. Oppono me, vestigia Scaligeri premens. Cum Cardanus in immensum extulisset typographiam velut ab inopinato successu, Scaliger negavit difficilem aut fortuitum transitum a sigillis, quae veteribus cognita, ad typos aeneos. Sic ego nunc nihil admodum novi inventum dico in tubis bilentibus, cum in usu fuerint lentes simplices. Etiam quod obiecta caelestia attinet, semper ego, ex quo astronomiam colo, specillis adhibitis plures minutioresque et distinctiores vidi stellas, ipsamque lunae faciem, in defectibus praecipue, nitidiorem. Nam quod assensum meum ante haec tempora cohibui, vereor ut, qua in re illum cohibui, id ne nunc quidem frustra sit. Hoc enim proponebat Caesar, per specula et specilla efficere, ut literae minutissimae, multis milliaribus remotae, sic legerentur ac si praesentes essent. Et ut ad caelestia haec accommodem, specilli huius fabrica nititur huiusmodi geometricis principiis, ut, quoad effectum, infinita videri possit. Non existimo tamen, ut montes in luna et valles, sic arbores quoque et cervos aut naves, in lacubus iis fluitantes, olim repraesentatum iri. Argumento utor eodem quo olim. Nam ut aëris, sic aetheris quoque, si modo corpus est, aliquis necessario color est: quem si lumen stellularum solisque in luna reflexum superat, at non superabit minutissimae rei lucula. Eorum enim quae sunt eiusdem generis, ut coloris in aethere et coloris in superficiebus densarum creaturarum lunarium, proportio mutua inverti potest continenti minoris auctione aut minoris diminutione. Sed addo et alterum argumentum. Etsi praecepta docent, fabricam sic instrui, ut effectus in infinitum usque multiplicetur, manus tamen artificis non eo usque sequentur. Nam si non tantum deest politissimae vitri rotunditati, quod vel lunae corpus vel eius partem centesimam distorqueat et luculas confundat, at tantum denique deerit, quod decies millesimam aboleat: ut si iubeas reculam quinquaginta mille milliarium abhinc distantem sic exhibere praesentem ac si distaret unum milliare, deerit fortasse rotunditati vitri particula, verbi causa, quinquagies millesima, quae iam totum illud idolum confundet. Nescio an argumentorum horum alterutrum confirmetur illo experimento, quod in praestantissimis tubis, quos hactenus mihi contigit videre, aura caelestis iam albida et splendens repraesentatur, per quam vix agnoscuntur stellulae illae minutae.

Dixi, me ludere; itaque turpe mihi non est, partem etiam victam restaurare. Concedo enim, ut in Dissertatione quoque, aliquid a Galilaeo praestitum, quod nequaquam speraveram. At rursum, si ego id non speravi, habeo tamen, quem tibi, roganti Quis hoc putasset? exhibeam ex Dissertatione mea: Pistorium([1031]), adeoque ipsum Caesarem. Adeoque et in ea diffidentia, quod visus nudus praestare non possit ea quae speculo armatus, adversarium habes Wacherium, qui omnino putat, in hoc infinito gentis humanae numero reperiri, qui simplice visu omnem speculariae visionis subtilitatem imitentur. Nec valde ei repugno. Vidi enim qui de die omnia assequerentur nudis oculis, quae ipse vix assequebar instrumento, quod decuplam exhibebat rei diametrum.

Quis vero tu, vel tandem qui, cum etiam me intus et in cute nosse profitearis, nomen tamen celas? Anne hoc simulas, ut tutius lateas meamque eludas indaginem, obiecta hac falsa specie? Credo equidem, et hoc inquirendi vestigium desero: non enim me nosti penitissime. Aberrasti a foribus, fallit te coniectura: seria disserui cum Nuncio Galilaei. Si error est, genuinus est, minime fictus. Audiam igitur, uti tua instrumenti Galilaei descriptio meae fabricae descriptae redarguat errores. Equidem prolixam tuam et liberalem voluntatem erga me lubens exosculor, qui me eo argumenti genere censueris exhilarandum; eoque nomine et Seussio meo gratias debeo, qui a solito officiorum, quae inter nos exercemus amici, tramite non deflectit, et simul subirascor, qui, cum consolari debuerit afflictum curis imminentium, immisso hoc personato equite in ludendi necessitatem me coniecerit. Qui si tibi adeo familiaris est, ut meam festivitatem eum esse scias; si praeterea tua est illa commoditas alia quam a festivitate percipiatur; si denique pietatis legibus ei usque ad nominis etiam opprobria es obligatus; quis tu igitur es? et quaenam haec pietatis ŽmfibologÛa a Seussio ipso nexae? an ab alio, qui te huic obstringere necessitudini iure potuit? En vero, personam paulo ante plagosam, dum e latibulis insultaret, nunc, postquam intra manus eam tento pertentoque, mitissimam, manusque supplices tendentem. Opprobrium simulat in summa laude, imperitiam post demonstrationem scientiae; et simul dextro pede post sinistrum vibrato, mihi iuxta stanti posticam infert plagam, quia Galilaeum reprehensurus carere debui omni naevo. Nihil patior decedere gratiae descriptioni tuae, humanissime, quod instrumentorum ab ipso Galilaeo missorum copia interim mihi est facta; ex qua certus sum te omnia verissime esse persecutum. Videndum tamen, si quid tua verba suppeditent, quo mea fabrica, in Dissertatione tradita, redarguatur.

Primo, canalem describis tubae forma, ampliorem inferiore orificio. Nihil hoc contra mea. Agnovi in mea descriptione, vitrum extimum latius requiri: reliquum, oculo propinquum, utcunque latum, oculo non totum servit. Tubae vero forma, quod vitra attinet, in libera artificis est potestate; at si valde latum vitrum inferius, ea servit pro diaphragmate, quod adhibent in cylindris ad avertendos a lateribus cavatis radios diei, inducendamque obscuritatem. Itaque in demetiendis diametris orificiorum et longitudine canalis industriam demonstrasti, ad rei summam profecisti nihil. Fateor, scripta iam Dissertatione, postquam ad experimenta accessi, conturbatum me fuisse fama tubae. Cum enim non quantum sufficiebat in instrumentis versarer, nec admitterent mea instrumenta ut remotius vitrum quantacunque fenestella pateret, mirabar cui bono canalis infra tanto pateret orificio, cuius potissima pars esset iterum tegenda. Subiit, tubae effigiem ornatus et delectationis causa exprimi: postea et hoc incidit, diaphragma pertusum angusto foramine, loco intermedio inter vitra, praestare obturationem laxi orificii canalis, et ostendi totum vitrum foris in laxo orificio kræcevw §neka, cum intus diaphragmatis angusto foramine prolixitas isthaec exterior occulte coërceatur. Rursum, necessitatis causa putabam fieri tubae formam; lentes enim convexas non posse poliri, nisi sint iustae latitudinis, ut ita manus artificis, stylum tenens, quo vitrum applicatur, coti rotato subnixa, lata vitri basi, minus incumbat in latus alterutrum, minusque decedat rotunditati; politas igitur lentes adeo latas non posse citra periculum diminui exteriori limbo, itaque totae ut inseri possint, necessario foris hiare canalem; angustum vero fieri circa oculum, ut manu teneri possit. At postquam alia post alia, et denique quoddam ipsius Galilaei, tractavi, etsi id erat tecto vitro convexo usque ad angustiam grossi Polonici, deprehendi, praesertim noctu ad lumen stellarum, totum, quantum erat, vitrum patere posse, nullo etiam intus diaphragmate obstante: atque ita tandem postliminio reduxi meas demonstrationes fabricamque in Dissertatione descriptam, cui propter falsas delationes insufficientis experientiae nuncium remiseram. Nam erat mihi in animo, in descriptione fabricae, totum convexum versus stellas patere debere.

Sequitur tubulus, qui cavum vitrum gerit, ductilis seu exemptilis. Eius usum fabricae ais ignorare te. Docebo. Plane ita est: nisi ductilis fiat, indagari vitrorum iusta distantia non potest pro videndis remotis. Alter usus: ut, quia distinguuntur oculi facultatibus, igitur variabilis vitrorum distantia posset sublevare omnes; alius enim alio longius educit tubulum, ut distincte videat; qui tamen longissime educit, ille etiam maxima rei visibilis quantitate fruitur. Tertia utilitas in eo: ut qui res propinquas minutissimas in maxima quantitate vult videre, is distantiam vitrorum augeat; quo nomine nulla unquam longitudo, nulla vitrorum distantia, omnibus omnino rerum appropinquationibus sufficit.

In lentium crassitie nihil est situm, dummodo figura ad hanc attemperetur; hoc potius incommodi habent crassae omnes, quod pro crassitudinis modulis etiam lucem imbibunt suae substantiae coloribus et tenebrositate. Caeterum de politurae effectu puto te recte ratiocinari, quod, antequam poliantur, sint eiusdem crassitiei.

Bracteola stannea duos habet usus: unum in materia, quae spissa simul est et tamen mollis, quare vitrum incumbens tutum praestatur; alterum in figura, quod tegit vitrum usque ad angustum foramen contra copiam lucis diurnae. At de nocte removenda est, ut vitrum latius plus lucis a quolibet puncto lucente sparsae admetiatur oculo. Hoc idem eandem ob necessitatem iam a rerum primordio et natura est amplexa in conformatione pupillae oculi, quae naturali motu connivet et coit ad multam lucem, subito patescit ad tenebras: id licet experiaris, caput a fenestrae conspectu ad penetralia obscura vertente, si eius pupillas in utroque situ de proximo inspexeris. Atque en verum antea dictum, tubae formam nihil vitris aut visioni conferre. Nam quid os laxum conferat canalis huius, si vicissim obtegitur bractea stannea?

Ad vitra transis. Spirant tua vestigia violas, quacunque incedis. Atque ego tot tuis artibus, tot festivitatibus, quibus tuam personam, imo vero quibus tuum nomen tuumque vultum sub persona latentem, depinxisti, in epistola hunc superscribam titulum: Hic Gratiarum soboles, lepos est; Naturae simia; Pegasus philosophiae; Lyra eloquentiae. Coniecturis tamen usus ego non sum, sed demonstrationibus. Omnia ista constant figura hinc hyperbolica, inde convexa. Adi, si fors affulserit, meam Dioptricen, quae versatur in manibus Ser.mi Electoris Coloniensis, et ab eo, uti spero, typo publico exornabitur([1032]). Cur igitur tu diversum deprehendisti in instrumento Galilaei? Quia demonstrationes rerum apices consequuntur subtilissime, machinamenta possunt rursum prorsumque vagari. Itaque quam ego internam superficiem volui esse hyperbolicam, ea Galileio instrumento fuit exterior convexitas; vicissim, quam ego exteriorem posui convexitatem, ea fuit Galilaeo interior planities. Causas diversitatum reddam omnes. Primum ignorabam tunc, quod iam est demonstratum in Dioptrice, situs aequipollere, nec interesse utra superficies introrsum vertatur extrorsumve. Deinde ignorabam, refractiones vitri vel crystalli usque ad tricesimum gradum inclinationis ad sensum aequipollere inclinationibus: hoc posterius ab experientia fuit mutuandum. Hoc vero obtento sequitur, hyperbolam ad sensum nihil differre a convexo sphaerico in tanta subtilitate. Quid igitur planities? quia (quod cognatum est primo) ignorabam, convexitates utriusque superficiei posse accumulari in unam, reliqua manente plana. Quarto: in institutam hanc subtilitatem, ut vitrum exterius esset circuitu 30 minutorum convexum etc., me hoc induxit, quod scirem, vitrum cavum ponendum esse non longe a concursu radiorum; nam sic instituta subtilitas, ac si in ipsissimo puncto concursus collocandum esset vitrum, quod fieri non potest. Cum ergo distare debeat cavum ab hoc radiorum concursu, iam igitur omnis illa fabricae meae subtilitas, a me meticulose observata, irrita efficitur; etsi, si observaretur, non impediret effectum, iuvaret potius. Hanc itaque plagam non declinabo; recte sentis. Non tantum tu in Galilaei instrumento frustra consectareris gradus et minuta, quia Galilaeus ad numerum non respexit, sed mechanicam explorationem magistram habuit, sphaericam unam superficiem fecit, alteram planam (quam insuper etiam excavari magno profectu posse mea Dioptrice docet), non certo nec destinato arcu totius sphaerae; sed nec ipse quidem subtilitates mearum demonstrationum applicare scio, ut praecise ad quaesitum effectum pertingant. Atque tu plane artifex egregio rem epiphonemate concludis: plura proponere contemplantem, quam exsequatur opere is cui imperatur. Cui igitur (ut mutuum habeas) tu paulo supra non potuisti credere, me animo praesenti et serio exhibuisse meam fabricam? scribis enim, me nullo operis experimento niti, sed mera speculatione, ut profitetur Dissertatio.

Quod cavum attinet specillum, nova mihi verbera intentas, sed irrita. Specillum cavum eodem intervallo a convexo distinctum si sic adhaerescat, ut loco moveri non possit, nequaquam servit omnium oculis, sed opus erit ad canalem sic invariabilem permutatione cavarum lentium. At utilissimo compendio subvenit licentia variandi hanc distantiam tubo exemtili et trusatili: sic enim lens eadem cava vario situ vicem gerit multarum eodem et uno situ. Demonstratio in Dioptricis.

Superest figura cavitatis in lente propiore. Non puto, aliam te vidisse quam sphaericam. Nam hyperbolicam constanter negant omnes nostrates tornari posse: sulcos enim reddi circulares, dum intimo formantis sphaerae hyperbolicae umbo pene nihil radit, quippe axis tornati conoidis, exteriora plurimum radunt. Nec licet huic rei subvenire varietate applicationum. Nam portio sphaerae potest ubique applicari ad cavitatem patellae eadem sphaerica superficie excavatae, tam in eius centro vel axe, quam apud limbum extimum et vicissim. Non sic conoidea vulgari in fabrica: umbo enim nonnisi vertice sedet in cavitatis centrum seu fundum. Itaque puto, vitri cavitatem fuisse sphaericam. Nam et hoc noto, etiam Galileio instrumento distorqueri visibilia et reddi exteriora maiora, et pro quadratis aurita. Vitium est in eo, quia cavum non est hyperbolicum. Causa cur in cavo conoides figura non possit sine incommodo negligi, cum in convexo possit, est ista: quia cavum est necessario magna portio suae sphaerae (vel quasi), convexum non item. Sed non difficile fuerit Galilaeo comminisci novum genus machinae, qua etiam fundus cavi radatur vehementius quam vulgariter, a partibus circa motus axem fere quiescentibus. Talem modum iam ipse quoque in promtu habeo: et fortasse, si successerint instituta, vel mea manu aggrediar fabricam.

Dixi, in Dissertatione, de multiplicatione convexarum lentium; verissima deprehendo etiam experientia, sed successu non tali, qualem in hoc genere instrumenti quaerimus. Situs oculi ante puncta concursus est similiter certus et plane necessarius. Dioptrice mea etiam ulterius procedit. Nam si oculo liceat, punctum hoc concursus transcendere et multiplicare convexas lentes, krÛseiw oriuntur vix explicabiles, nisi quis a priori causas inspiciat. Successit hic et mechanice. Itaque docet Dioptrice, etiam meris convexis eadem praestare, quae concavo et convexo; item situm cavi et convexi pervertere; denique varie et iucunde causarum rimatores eludere.

Tu vero quid in Galilaeum respicis, ut instrumentum mihi porrigat, quo tui animi sensa pervidere possim? quasi ad hanc rem mihi non abunde tua sufficiat epistola, aut quasi quisquam te ipso possit esse hac in re ingeniosior. Atque ego, etsi haud equidem tali me dignor honore, ut eum docere sperem, qui me docere possit, quia tamen philosophiae eius, quae rerum naturam inspicit, fructus non aliunde praestantior percipitur, quam ex conversatione bonorum, eodem cognitionis desiderio flagrantium, non minori tui vel videndi vel audiendi et denique fruendi desiderio sum incensus. Nam nequit exulare virtus ex eo animo, in quo sedem fixit amor doctrinae operumque Dei admiratio….

439.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Firenze.

Praga, 19 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 168-170. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r Oss.mo

Io scrivo in fretta; però m’iscuserà della maniera carlonesca.

Fu dato da me a S. M. quel capitolo che V. S. mandò al S.r Ambasciatore Toscano circa lo scoprimento fatto da lei deltriforme([1033]); cosa che a S. M. ha dato non minore gusto che maraveglia, come n’haverà testificatole il Sig.r Kepplero con lettere, perchè questo capitolo fu cagione che S. M. lo chiamasse subito et gli ordinasse d’incontrare la verità, facendogli consegnare a questo effetto il migliore occhiale che havesse et il maggiore, insieme con 200 Ñ di moneta et intentione di fargli pagare gli suoi avanzi, che sono di milliara. In somma le inventioni di V. S. et scoprimenti de’ nuovi astri tantum abest che truovino più oppositione, che l’istesso Martino Horchy Bohemo, che stampò quella coglioneria in Italia, gionto qui et abboccato con il Kepplero, restò il più confuso huomo del mondo, facendogli toccare con mano il Kepplero gli errori grossissimi suoi, sì che pagarebbe egli hora due libre di sangue (come ha detto), che non havesse stampato quel libro contro V. S.

Non crederebbe V. S. quanta consolatione sento per la confusione che il Zugmesser ne deve havere, per non dire rabbia, havendo io qualche ragione (oltre l’interesse di V. S.) a volergli poco bene a quell’huomo, per havere egli resomi sospetto di che religione mi fosse: cosa nata dalle facetie che soglio dire in conversatione, essendo egli huomo non meno scropoloso che superstitioso nella cattolica. Ma non farebbe scropolo di acquistare un spirito per qualunque prezzo, modo et via. Non lo posso dipingere per altro che per un Giovanni de’ Vitelli, che di notte rubbava le vacche, et il giorno fuggiva vedendo un vitello. Non potei contenere, nel suo partire, di farne risentimento gagliardo con lui, et da me solo a solo, et per mezzo di communi amici, offerendogli anco il duello, se voleva mantenere quello mi era stato([1034]) riferito havere egli detto di me. Ma riparò il tutto con la negativa.

Non voglio lasciare di dire a V. S. un particolare da farla smascellare dalle risa. Costui, dico il Zugmesser, per persuadermi meglio, come havea fatto all’Elettore di Colonia, che tutto quello V. S. havea scritto di lui nel libro contro il Capra, gli proposi che qui si trattava il Cavag.re Pompeio([1035]), uno de’ testimonii citati da V. S., et che detto Cavagliere havea bisogno grandissimo del mezzo suo appresso l’Elettore, di maniera ch’egli harebbe havuta bellissima commodità di fargli cantare la palinodia con un scritto. Pareva che allhora gli fosse cascata la manna dal cielo, riputando l’hora di questo rincontro felicissima, professandomi obligatissimo di questo avviso. Ma scopersi poi tutto il contrario, perchè, con tutto che il Cavalliere andasse più et più volte là per truovarlo, il Zugmesser sempre andò fuggendo la scrima di abboccarsi seco, dopo la prima volta che gli fece havere audienza dall’Elettore, inanzi alla quale nè dopo non hebbe ardire mai di toccare un minimo tasto di questa palinodia. Ma se si veniva a questo cimento, et che il Cavalliere havesse mostrato un minimo segno di volere piegare, per interesse de’ suoi crediti che ha con quella Altezza, gli havevo apparecchiata una bella intemerata. De his satis.

Quanto a quello specchio parabolico, io riferii a S. M. quanto ella mi havea risposto. L’autore del moto perpetuo([1036]) concorre nella medesima openione di V. S., come se havesse parlato con lei.

In questo proposito, mentre mi ricordo, il Magini presentò a S. M. gli anni adietro, un specchio concavo, nè mai havea havuto nulla di ricompensa. Hora un medico di S. M., suo amico et compagno di studio (a Padova già), gli ha ottenuto da S. M. assegnamento di m/2 fiorini sopra il negotio di Piombino, da pagarsi dal S.r Appiani. Credo che il medico farà a vacca con il S.r Magini.

Quanto allo stromento che V. S. disegna di mandare a S. M. , sarò suo procuratore per l’honorario; ma vorrei ch[…] vi aggiongesse qualche altra cosa di dedicatione nuova, se vi fosse l’occasione: et l’occasione di Piombino è bellissima per li contanti, de’ quali il pagamento si doverà fare in diversi termini a S. M. Il che sia per avviso a V. S. Con che fine me le ricordo servitore di cuore, con uno profumatissimo baciamani.

Di Praga, all[i] XIX di Xbre 1610.

Di V. S. Ecc.maServ.re Aff.mo M. Hasdale.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Gallileo Gallilei.

Fiorenza.

440*.

GIULIANO DE’ MEDICI a [GALILEO in Firenze].

Praga, 20 dicembre 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 43. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Con l’alligata del Sig. Asdalio([1037]) intenderà V. S. quanto ha passato S. M. Ces.a intorno a quello haveva nuovamente ritrovato: et al Sig. Gleppero lessi la lettera di V. S., il quale non ha preso niente in mal senso quello di che ella si dubitava, sì come egli stesso doverrà facilmente scrivergliene. Et per li due libri che V. S. desiderava di suo, gliene mando per Girolamo Malatesti, che di casa mia se ne torna a Firenze, che non credo potrà tardare un mese a arrivare; e l’altro, che V. S. desiderava([1038]), non l’habbiamo saputo ritrovare. E perchè presto ci sarà occasione di persona che di costì se ne verrà a questa([1039]) volta, ho scritto a mio padre che lo facci sapere a V. S., acciò sappi il tempo di potermi favorire del suo occhiale([1040]), che sia perfetto; il quale, come V. S. già sa, ci è tanto desiderato, et io ne resterò in particolare obligatissimo. Con che baciandole le mani, le pregherrò da Nostro Signore Iddio ogni felicità.

Di Praga, li XX di Dicembre 1610.

Di V. S. Ill.re et Ecc.maS.re Aff.mo Giuliano Medici.

441**.

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Brescia, 24 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 90. – Autografa.

Molto Ill.re et Eccell.mo Sig.re

Con questa mia, prima intendo di augurarli le felicissime Feste di quest’anno e dell’anno futuro e di mill’apresso; poi, di significarli un mio pensiero e desiderio, rimettendomi in tutto e per tutto al suo savio consilio e gagliardo aiuto. Il desiderio è questo. Io desidero di impiegare, qual si sia, quel beneficio che ho riceuto da V. S. Ecc.ma nei studii, di impiegarlo, dico, in modo tale, che una volta habbia, prima, da otturar la bocca a tanti che mi dicono che queste scienze non mi daranno un aiuto al mondo; poi, di accomodar in maniera le cose mie, che possa, con la quiete del vivere, haver comodità di dar qualche sorte di perfezione alle cominciate fatiche. Hora, havendo inteso che il Ser.mo Sig.r D. Francesco([1041]) deve andar in Spagna (di grazia, V. S. Ecc.ma mi perdoni; chè il mio bisogno mi fa desiderare), se vi fosse loco tra tanti servitori che il nominato Signore condurà in sua compagnia, volentieri mi ci metterei in frotta: alla peggio, lo servirò con la Messa per capellano. Se li pare riuscibile il negozio, mi ci proponga et aiuti, chè l’assicuro che favorirà uno, non solo che tenerà perpetua memoria di tanto beneficio, ma che nelle azzioni sue non si scostarà dai suoi indrizzi e comandi; e quando questo non riesca, la suplico a voler pensar qualche volta al caso mio, che pur li son e discepolo e servitore.

Per la prima comodità son per mandar a V. S. Ecc.ma la demostrazione di certe proposizioni che ho dimostrate sopra il primo di Archimede De aequeponderantibus([1042]), per sottometterle alla censura del purissimo intelletto di V. S. Ecc.ma Alla quale facendo riverenza, bacio le mani.

In Brescia, il 24 di Xmbre 610.

Di V. S. molto Ill.reOblig.mo Ser.re D. Benedetto Castelli.

Fuori: Al molto Ill.re et Eccell.mo Sig.re

Il Sig.r Galileo Galilei, Philosofo di S.A.

Firenze.

442*.

ODOARDO FARNESE a GALILEO in Firenze.

Roma, 24 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 53. – Autografa la firma.

Ill.re Sig.re

Con mio grandissimo disgusto si è rotto questi giorni il vetro piccolo dell’occhiale mandatomi da V. S., mentre l’havevo fatto portar meco in campagna per discredermi con questa così degna inventione: onde, trovandomi privo di cosa che stimavo assaissimo, prego V. S. ad essermi cortese d’un altro vetro; che si dupplicarà l’obligo che le sento della sua prima cortesia, et io non restarò privo del godimento di essa. Dio, Signore nostro, la prosperi.

Di Roma, li 24 Xmbre 1610.

  S.r Galileo Galilei.Al piacer di V. S. Il Car. Farnese.

Fuori: All’Ill.reSig.r

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

443*.

ANTONIO SANTINI a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 25 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 89. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo mio S.re

S’io devo confessare il vero, V. S. è nato per honorar questo nostro secolo di cose nuove, e con la perfettione della sua industria arricchir il mondo della cognissione di tanti oggetti nobilissimi et occulti, che hormai mi vo persuadendo che V. S. vada in peregrinaggio tra quei lumi. Con mio sommo gusto ho sentito che nuovamente habia ritrovato altre cose più belle e più di uso et aiuto alle cose astronomiche: però salverò la cifra([1043]), sino che venga da lei chiarita. E già che queste notti sono così longhe, quando, ottenebrato il cielo, e rimosso dalle observassioni, li può avanzar tempo a scrivere, veda di non procastinare a dar sodisfattione a’ curiosi et render etterno il suo nome con publicar nuovo testimonio delle sue fatiche, poi che vengano l’infirmità e l’impedimenti, che ci troncano li nostri dissegni.

Io al solito mi vo restorando, e quasi sono in bilancia della mia prima sanità, tutto desideroso di servirla; et obligatissimo li b. le mani, augurandoli le Sante Feste.

Di Ven., a 25 Dece. 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma  Ser.re Aff. e Parat.mo Ant.o Santini.
L’opera del Sisii([1044]) non è anche sub praelo: haverò memoria che ne habia una. Sento non sia cosa di momento. Di novo li b. le m. 

444*.

GIO. ANTONIO MAGINI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 28 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 171. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Non risposi all’ultima lettera di V. S., perchè, stampandosi all’hora quel mio trattatello del specchio concavo([1045]), pensavo che dovesse esser fornito presto per mandarglilo; ma ho havuto tanta poca aventura, che me l’ha il stampatore portato in lungo sino alla vigilia del Santissimo Natale, perchè gli sono venuti degl’altri lavori, che non ha voluto perderli. Hora dunque gli ne mando due copie, acciò che possa con buona occasione farlo vedere al Ser.mo G. Duca; al quale haverei gusto che col mezo di V. S. toccasse quest’altro mio specchio grande, a confusione di sua Maestà Cesarea, ch’ha fatto starmi male sin hora con le sue vane promesse, sì come lei vedrà nel primo capitolo, ove ho voluto essagerare l’historia di questi specchi per dar una sbarbuzzata a quei ministri Cesarei, volendo io in ogni modo farne capitare alquante copie a quella Corte et procurare ancora che sia veduto dall’Imperatore.

Son dietro a metter l’ultima mano a i miei discorsi delle tavole dell’Italia, per dar principio doppo Pasqua a stampare questa mia fatica([1046]), per la quale forse mi converrà di far la spesa del mio, sendo hoggidì i librari tanto tiranni, che vogliono ogni guadagno per loro soli; et però s’io potessi trare qualch’utile di questi miei specchi, mi tornarebbe per tal occasione molto bene. Stiamo poi attendendo che V. S. facia parte al mondo di quest’altra nuova sua scoperta, ch’ha significata in cifra al S.or Roffeni; il quale s’è risoluto a dar fuori hora la sua Epistola latina contro Martino, se bene io lo consigliavo a darla più tosto fuori in italiano, massime stampandola di dietro ad un discorso astrologico italiano([1047]), et sapendo io quel che era in lingua italiana, per([1048]) non haverla veduta se non alla sfugita tradotta in latino.

Con quest’occasione io do a V. S. le buone feste del Santissimo Natale, augurandole l’anno venturo felice con molti altri appresso, et baciandogli per sempre le mani.

Di Bol.a, li 28 Decembre 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Gio. Ant.o Magini.
V. S. avertisca che nel primo foglio, che contiene le due ultime carte, vano posti dentro tutti gl’altri fogli, et questo per troppo accortezza d’un novello compositore Venetiano. Ma però, sendosi stampati pochi fogli de i primi, dimani voglio farlo disponere in altro modo, et gli ne potrò mandar qualch’altra copia all’occasione. 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, Math.co del Ser.mo G. Duca di Toscana.

Firenze.

445*.

PAOLO GUALDO a GALILEO in Firenze.

Padova, 29 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 92. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc. S.r mio Oss.mo

Doppo ch’io scrissi la mia a V. S. Ecc.ma, mi sono sopravenuti tanti impicci, essendo che M.r Vicario è andato per stare alcuni giorni a Modena e mi ha lasciato suo Vicio, sì che non ho havuto appena il fiato che sia mio; onde m’ha bisognato commettere molti mancamenti di complimento, specialmente con V. S., di che gliene chieggo perdono.

Qui habbiamo quest’anno uno Studio assai sgangherato: certa riforma, lasciata dal già Cavalier Duodo([1049]) intorno al leggere, è con la sua morte affatto svanita. È morto il povero Montecchio([1050]), refrigerio de’ forsenati scolari: vi è gran concorrenza di soggetti per la sua lettura, sì come per quella di V. S. Sinhora non si sente alcuno, temendo ciascuno sormontare in quel suggesto et in quella cathedra occupata già dal S.r Galilei,

Cui nè primo fu simil nè secondo.

Dal S.r Velsero hebbi questi giorni una lettera con un certo libretto De gestis Pelagii, ritrovato già un anno e più in Fiesole in una libraria di canonici regolari, fatto stampar da lui([1051]), non più veduto alle stampe. Delle cose del Cheplero non mi dice niente. Ho bene lettere da Parma da un P. Gesuita, che mi ricerca s’io ho veduto un libro del Cheplero, intitolato Dissertatio cum Nuntio Sydereo Galilei, et un altro intitolato Narratio de observatis phaenomenis circa quatuor Sydera Medicea, le quali opere mi scrive esser tutte conformi all’inventioni del S.r Galileo; le quali opere ancora non sono comparse a Padova, e me ne stupisco. Quanto alla zifra dell’ o. y.([1052]), io le dirò con ‘l servo Terentiano Davus sum, non Oedipus. La mostrarò a questi nostri filosofi, se bene son tanto ostinati nelle loro opinioni, che dubito che non la vorrano n’anco vedere, non che affaticarsi per interpretarla.

Io ho portata la lettera al S.r Pandolfo; ma non havendolo ritrovato a casa, et havendovi trovato il S.r Dottor suo fratello, l’ho data a S. E., il quale l’ha letta, e mi disse che stava ansiosissimo per scrivere a V. S. per l’accidente che intenderà nell’inclusa sua([1053]), del quale m’ha dato parte e son restato maravigliatissimo; e mi pare impossibile che l’amico li facesse mai burla alcuna, poi che questo sarrebbe ben altro che non credere alle Stelle Medicee.

Ho intesa la morte del Dottor Libri([1054]); onde, con quella sicurtà che mi concede la bontà di V. S., la prego, con quel maggior affetto che può, a voler impiegare la sua autorità in favorire l’Eccellente Belloni([1055]), tanto amico di V. S. e partiale suo, poi che egli, il S.r Canonico suo fratello, e tutta la sua casa, ne resterà in perpetuo obligatissimi servi suoi, et io ne sentirò estremo contento. Caro Signor, s’adopri efficacemente, perchè so che quando s’impieghi da senno, otteniremo il nostro intento.

Poi che veggo che V. S. tiene commercio con ‘l S.r Duca d’Accerenza([1056]), se ha occasione di scriverli, me li racorderà devotissimo servitore, e li dirà, o per dir meglio li farà un poco di conscienza, ch’è pur vergogna che non si sia mai fatto un poco di sepultura o di memoria all’honoratissimo S.r G. Vincenzo, suo zio, cosa tanto desiderata dal S.r Duca suo padre([1057]). Io ho scritto a Napoli al P. Barisone([1058]), Provinciale de’ Padri Gesuiti, acciò parli con S. E. e con la S.ra Duchessa di tal materia; altrimenti mi risolverò far qualche cosa io: ma non potrò far cosa corrispondente ad un tal soggetto et alla conditione di esso S.r Duca.

Horsù, per questa volta non sarò più lungo: se haverò qualche nuova astronomica o mathematica, la scriverò a V. S.; in tanto le bacio con ogni affetto le mani, e se qui son buono a servirla, mi farà sempre gratia singolare a commandarmi. Mi sarà caro sapere se basta, scrivendoli, dire: a Firenze, o come s’ha da fare per inviarle le lettere, che le capitino sicure.

Di gratia, mi scriva se ha trovato inventione alcuna per migliorare gli occhiali, come ella pensava di fare. Il Signore Iddio la feliciti, le doni buon Capo d’anno et ogn’altro bene.

Di Pad.a, alli 29 Xmbre 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Paolo Gualdo.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

446.

GALILEO a [CRISTOFORO CLAVIO in Roma].

Firenze, 30 dicembre 1610.

Vedi l’informazione premessa al n.° 8.

Molto Rev.do P.re et mio Sig.r Col.mo

La lettera di V.R.([1059]) mi è stata tanto più grata, quanto più desiderata et meno aspettata; et havendomi ella trovato assai indisposto et quasi fermo a letto, mi ha in gran parte sollevato dal male, portandomi il guadagno di un tanto testimonio alla verità delle mie nuove osservazioni: il quale, prodotto, ha guadagnato alcuno degl’increduli; ma però i più ostinati persistono, et reputano la lettera di V.R. o finta o scrittami a compiacenza, et in somma aspettano che io trovi modo di far venire almeno uno dei quattro Pianeti Medicei di cielo in terra a dar conto dell’esser loro et a chiarir questi dubbii; altramente, non bisogna che io speri il loro assenso. Io credevo, a quest’hora dovere essere a Roma, havendo non piccolo bisogno di venirvi; ma il male mi ha trattenuto: tuttavia spero in breve di venirvi, dove con strumento eccellente vedremo il tutto. In tanto non voglio celare a V. R. quello che ho osservato in Venere da 3 mesi in qua.

Sappia dunque, come nel principio della sua apparizione vespertina la cominciai ad osservare et la veddi di figura rotonda, ma piccolissima: continuando poi le osservazioni, venne crescendo in mole notabilmente, et pur mantenendosi circolare, sin che, avvicinandosi alla maxima digressione, cominciò a diminuir dalla rotondità nella parte aversa al sole, et in pochi giorni si ridusse alla figura semicircolare; nella qual figura si è mantenuta un pezzo, ciò è sino che ha cominciato a ritirarsi verso il sole, allontanandosi pian piano dalla tangente: hora comincia a farsi notabilmente cornicolata, et così anderà assottigliandosi sin che si vedrà vespertina; et a suo tempo la vedremo mattutina, con le sue cornicelle sottilissime et averse al sole, le quali intorno alla massima digressione faranno mezzo cerchio, il quale manterranno inalterato per molti giorni. Passerà poi Venere dal mezzo cerchio al tutto tondo prestissimo; et poi per molti mesi la vedremo così interamente circolare, ma piccolina, sì che il suo diametro non sarà la 6a parte di quello che apparisce adesso. Io ho modo di vederla così netta, così schietta et così terminata, come veggiamo l’istessa luna con l’occhio naturale; et la veggo adesso adesso di diametro eguale al semidiametro della veduta con la vista semplice. Hora eccoci, Signor mio, chiariti come Venere (et indubitamente farà l’istesso Mercurio) va intorno al sole, centro senza alcun dubbio delle massime rivoluzioni di tutti i pianeti; in oltre siamo certi che essi pianeti sono per sè tenebrosi et solo risplendono illustrati dal sole, il che non credo che occorra delle stelle fisse, per alcune mie osservazioni, et come questo sistema de i pianeti sta sicuramente in altra maniera di quello che si è comunemente tenuto: così nel determinare le grandezze delle stelle (trattone il sole et la) si sono presi errori, nella maggior parte de i pianeti et in tutte le fisse, di 3, 4 et 5 mila per cento, et più ancora.

Quanto a Saturno, non mi meraviglio che non l’habbino potuto distintamente osservare: prima, perchè ci bisogna strumento che multiplichi le superficie almanco 1000 volte; di più, Satutno adesso è tanto lontano dalla terra, che non si vede se non piccolissimo: tuttavia l’ho fatto vedere qui a molti dei loro fratelli così distintamente, che non vi hanno alcuna dubitanza; et si vede giusto così.   Cinque mesi sono, si vedeva assai maggiore: da quel tempo in qua è diminuito molto, nè però si è mutata pure un capello la costituzione delle sue 3 stelle, le quali, per quanto io stimo, sono esattamente parallele non al zodiaco, ma all’equinoziale.

La notte passata osservai l’eclissi della , ma però senza novità alcuna, non havendo veduto altro che quello appunto che mi ero immaginato, ciò è che il taglio dell’ombra è indeterminatissimo et confuso, come quello che è cagionato dal corpo della terra, posto lontanissimo dalla; dove che le ombre che si scorgono nella medesima, cagionate dalle eminenze che sono nell’istesso corpo, sono terminate, crude et taglienti. Delle quali eminenze, rupi et grandissimi tratti di gioghi eminentissimi, sparsi per tutta la parte più lucida della, V. R. non ne abbia dubbio alcuno, perchè a chi haverà buona vista, et intenderà un poco poco di perspettiva et di ragione di ombre et di chiari, lo farò così manifestamente toccar con mano, quanto manifestamente siamo certi delle montagne et delle valli terrestri, et niente meno.

Hora, la notte passata, con l’occasione dell’aspettar l’eclissi, osservai molte volte i Pianeti Medicei, notando le loro mutazioni nella medesima notte in diverse hore; le quali furono tali, notando anco le distanze tra essi et  in proporzione al diametro apparente di esso :

Vedremo dunque, quanto ci piacerà, le mutazioni anco nella medesima notte. Ma perchè le osservazioni che ho fatte da 2 mesi in qua, le ho fatte tutte la sera, non ho potuto incontrare quelle che ella mi ha mandate, fatte costà la mattina; perchè, come vede, in 7 o vero 8 hore fanno gran mutazione.

Hora, per rispondere interamente alla sua lettera, restami di dirgli come ho fatto alcuni vetri assai grandi, benchè poi ne ricuopra gran parte, et questo per 2 ragioni: l’una, per potergli lavorar più giusti, essendo che una superficie spaziosa si mantiene meglio nella debita figura, che una piccola; l’altra è, che volendo veder più grande spazio in un’occhiata, si può scoprire il vetro: ma bisogna presso all’occhio mettere un vetro meno acuto et scorciare il cannone, altramente si vedrebbono gli oggetti assai annebbiati. Che poi tale strumento sia incomodo ad usarsi, un poco di pratica leva ogni incomodità; et io gli mostrerò come lo uso facilissimamente et con minor fatica assai che altri non fa nell’astrolabio, quadrante, armille, o altro astronomico strumento.

Haverò soverchiamente tediata S.R.: scusi il diletto che ho nel trattar seco, et continui di conservarmi la sua grazia, di che la supplico con ogni istanza, come anco che ella mi procacci quella dell’altro Padre Cristoforo([1060]), suo discepolo, da me stimatissimo per le relazioni che ho del suo gran valore nelle matematiche. Et per fine dell’uno et all’altro con ogni reverenza bacio le mani, et dal Signore Dio prego felicità.

Di Firenze, li 30 Dicembre 1610.

Di V. S. M. R.daServitore Devotissimo Galileo Galilei.

447.

GALILEO a BENEDETTO CASTELLI in Brescia.

Firenze, 30 dicembre 1610.

Vedi l’informazione premessa al n.° 434.

Al molto R.do P. e mio Sig.r Col.mo

Il P. D. Benedetto Castelli, Monaco Casinense.

Brescia,

S. Faustino.

Molto R.do P.re,

Alla gratissima di V. S. molto R. delli 5 di Xmbre darò breve risposta, ritrovandomi ancora aggravato da una mia indisposizione, la quale per molti giorni m’ha tenuto al letto.

Ho con grandissimo gusto sentito il suo pensiero di venir a stanziare in Firenze, il quale mi rinova la speranza di poterla ancora godere et servire qualche tempo: mantengasi in questo proposito, et sia certa che mi haverà sempre prontissimo ad ogni suo comodo, benchè la felicità del suo ingegno non la fa bisognosa dell’opera mia nè di altri. Quanto alle sue dimande, posso in parte satisfarla; il che fo volentierissimo.

Sappia dunque che io, circa tre mesi fa, cominciai a osservar Venere con lo strumento, et la vidi di figura rotonda, et assai piccola; andò di giorno in giorno crescendo in mole, et mantenendo pur la medesima rotondità, sin che finalmente, venendo in assai gran lontananza dal sole, cominciò a sciemar dalla rotondità dalla parte orientale, et in pochi giorni si ridusse al mezo cerchio. In tale figura si è mantenuta molti giorni, ma però crescendo tuttavia in mole: hora comincia a farsi falcata, et sin che si vederà vespertina, anderà assotigliando le sue cornicelle, sin che svanirà: ma ritornando poi matutina, si vedrà con le corna sottilissime et pure averse al sole, et anderà crescendo verso il mezo cerchio sino alla sua massima digressione. Manterassi poi semicircolare per alquanti giorni, diminuendo però in mole; et poi dal mezo cerchio passerà al tutto tondo in pochi giorni, et quindi per molti mesi si vedrà, et Lucifero et Vesperugo, tutta tonda, ma piccoletta di mole. Le evidentissime conseguenze che di qui si traggono, sono a V.R.a notissime.

Quanto a Marte, non ardirei di affermare niente di certo; ma osservandolo da quattro mesi in qua, parmi che in questi ultimi giorni, sendo in mole a pena il terzo di quello che era il Settembre passato, si mostri da oriente alquanto scemo, se già l’affetto non m’inganna, il che non credo. Pure meglio si vedrà al principio di Febraio venturo, intorno al suo quadrato; se bene, per l’apparire egli così piccolo, difficilmente si distingue la sua figura, se sia perfetta rotonda o se manchi alcuna cosa. Ma Venere la veggo così spedita et terminata quanto l’istessa luna, mostrandomela l’occhiale di diametro uguale al semidiametro di essa luna veduta con l’occhio naturale.

O quante et quali conseguenze ho io dedutte, D. Benedetto mio, da queste et da altre mie osservazioni! Sed quid inde? Mi ha quasi V. R.a fatto ridere, col dire che con queste apparenti osservazioni si potranno convincere gl’ostinati. Adunque non sapete, che a convincere i capaci di ragione, e desiderosi di saper il vero, erano a bastanza le altre demostrazioni, per l’addietro addotte; ma che a convincere gl’ostinati, et non curanti altro che un vano applauso dello stupidissimo et stolidissimo volgo, non basterebbe il testimonio delle medesime stelle, che sciese in terra parlassero di sè stesse? Procuriamo pure di sapere qualche cosa per noi, quietandosi in questa sola sodisfazione; ma dell’avanzarsi nell’opinione popolare, o del guadagnarsi l’assenso dei filosofi in libris, lasciamone il desiderio e la speranza.

Che dirà V. R.a. di Saturno, che non è una stella sola, ma tre congionte insieme et immobili tra di loro, poste in linea retta parallela all’equinoziale, così ? La media è maggiore delle laterali tre o quattro volte; tale l’ho io osservato da Luglio in qua: ma hora in mole sono diminuite assai.

Horsù, venga a Firenze, che ci goderemo et haveremo mille cose nove et ammirande da discorrere. Et io in tanto, restandogli servitore, gli bacio le mani et gli prego da Dio felicità. Renda i saluti duplicati al P. D. Serafino et alli Sig.ri Lana et Albano([1061]).

Di Firenze, li 30 di Xmbre 1610.

Di V. S. molto R.Ser.re Aff.mo Galileo Galilei.

——

Mi ero scordato di dirgli, come la passata notte osservai l’eclisse della luna, che fu alle dieci ore e un terzo. Non vi è cosa notabile, nè praeter imaginationem: vedesi solamente il taglio dell’ombra confusissimo, cioè non tagliente e terminato, ma indistinto et annebbiato molto, dove che le ombre causate nella luna dalle eminenze sue proprie sono crudissime et terminatissime, come quelle che nascono da corpi tenebrosi, vicinissimi ad esse ombre; ma l’ombra della terra, tanto remota dalla luna, non può fare il suo termine et confine con la parte luminosa altrimenti che sfumato, indistinto et annebbiato. Ebbi l’istessa notte occasione di osservar più volte i Pianeti Medicei et le loro mutazioni, le quali metterò di sotto, insieme con le distanze giuste tra loro et Giove. Se la mia mala complessione mi concedesse il far continue osservazioni, spererei in breve di poter definire i periodi di tutti quattro; ma mi è necessario, in cambio di dimorare al sereno, starmene bene spesso nel letto. Bacio a V. Riverenza di nuovo le mani.

Die 29 Dec. Hora seq. noctis 3.a

Hora 7.a([1062])

Hora 10.a

448.

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Padova, 31 dicembre 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P, VI, T. VII, car. 173. – Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.ore

Quando haverò dal S.or Cont’Alessandro([1063]) li danari, secondo l’ordine datomi, li consignerò subito in mano di Mad.a Marina([1064]); alla quale, ha quasi un mese, diedi lire 124, per resto di quanto io era debitore a V. S. in virtù della scritta fattale.

Il S.or Camillo Belloni desiderarebbe di succedere nel primo luogo di Filosofia in Pisa al fu S. Dottor Libri([1065]), che sia in cielo; e mi ha accennato di volerne scrivere a V. S.

Giorni sono qui morì il S. Dottor Montecchio([1066]), et hora sta male il S.or Dottor Sommo([1067]).

Ho con gusto sentito che le sue osservationi siano confermate dal testimonio delli Padri Giesuiti in Roma([1068]), se bene alli emuli di V. S. tal testimonio è allegato sospetto. Li due nuovi pianeti sostenenti il vecchio Saturno, se bene, per non haver moto diverso da quello, non doverebbero dar tanto fastidio, pure agli stessi sono impossibili. La terza osservatione, che V. S. accenna meravigliosa, muove tal un di loro a prestar men fede alle prime, dicendo che quanto più novità divolgherà, tanto meno verisimile dimostrerà ciò che pretende; ma io spero che il tempo chiarirà il tutto, sendo queste cose nelle quali altrui non debba fermamente asseverare cos’alcuna, se molte volte e per molto tempo non ha osservato la loro natura e conditioni.

L’Ecc.mo S.or Cremonino la saluta, e si rallegra di sua sanità ricuperata; io, congratulandomi seco dello stesso e pregandola a conservarmi nella sua buona gratia, le bacio le mani, e le prego da N. S. il buon Capo d’anno e felice il viaggio di Roma.

Di Padova, l’ult.o del 1610.

Di V. S. Ill.re et Ecc.maAff.mo Ser.re Fort.io Liceti.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il Sig.or Galileo Galilei.

Firenze.

449*.

GIOVANNI KEPLER a GALILEO [in Firenze].

[Praga, dicembre 1610].

Bibl. Palatina di Vienna. Cod. 10702, car. 63. – Minuta autografa([1069]).

S. P. D.

Ego, Galilaee clarissime, neque Italus sum, neque ex politissima Germanorum natione oriundus, neque lautis domus patriae conditionibus inter speciosa sermonis gestuumque exercitia educatus, ut tecum, insigni artifice, urbanitate contendam, qui, cum quidvis aliud scripturus videreris, depredationem potissimum arripuisti.

Lecto Bohemi scurrili libello, excandui, ad te scribendum censui, ne silentio viderer approbare simulationem pessimam mihi imputatam. Eam epistolam ita scripsi, ut si forte tui defendendi causa eam velles edere, id intelligeres tibi per me licere. Cum postea rogares meam sententiam super loco quodam Dissertationis a me praeterito, hoc iam certum argumentum mihi erat destinatae abs te editionis; eoque sic attemperavi responsum, ut quod esset edendum. Si edidisses tui defendendi causa, nihil eram habiturus, quo de quererer, quippe quod iam bis concesseram; sin autem mei nominis studio id fecisses, insuper etiam gratiae tibi a me debebantur. Supervenit reconciliatio Bohemi, hominis contemnendi potius ob nominis obscuritatem ingeniique tenuitatem, adeoque commiserandi ob temeritatem infoelicem, quam persequendi publice ob scurrilitatem. Itaque revocavi quod concesseram, non iure nisus sed precibus. Si iam erat edita mea responsio, nihil in me peccatum; temporis culpa est: sin res est integra, tuque intermittis meique amore tibi ipsi dees, rursum ego gratias debeo. Sin autem, quod scribis, multo minoris facis a Bohemo vituperari, quam ego laudari, gratulemur invicem uterque: ego, quod errore sum liberatus circa tuum editionis agitatae consilium; tu, quod editionis mihique gratificandi onere, coniuncto cum aliqua tua molestia. Nullum ullibi reperio deprecationi locum, nisi in tua civilitate meique cultu, quem vicissim deprecor. Quare mittamus ista. Unum rogo: transmittas ad Illustrissimum Oratorem si quid est editum.

Vidi Wodderbornii Confutationem([1070]): placet. A ludicris ad paulo seria magis, quamvis tenuia: ignosce: difficultates aulicae docent aestimare etiam tenuia.

Dissertationem edidi meis sumptibus, misique Francofortum aliquem iustum numerum. Florentinus itaque typographus ad damnum me redigit sua editione([1071]): id per se inhumanum; an etiam iniustum, viderit Florentia. Nam si non recognoscit Caesarem superiorem, nihil queror; sin autem, equidem privilegio munitus erat libellus. Propter hanc ambiguitatem, in suspenso erit quo nomine Illustrissimo Oratori sim obligatus. At, nisi fallor, non sedet is Pragae typographi causa, sed Magni Ducis; suamque munificentiam sibi vindicat. Quod si mihi iuris aliquid esset in typographum, condemnarem illum ad multam hanc, ut tuis operis solveret pro uno bono et lato vitro convexo, quod esset fragmentum sphaerae duodecim pedum semidiametri, aut ei aequipolleret. Nam hic Pragae facile invenirem, qui cavum mihi accommodaret; in convexis solis difficultas est. Suis enim phialis parum efficiunt, et mea dictata simulant se spernere; ex quo intelligo, esse ipsis expiscandi consilium. Atque ego sumptus non habeo instruendi domi machinam, et alias manu infoelix sum, solis speculationibus deditus. Huiusmodi vitro nisi aliunde instruar, adempta mihi est commoditas contemplandi tuum illum vetulum Geryonem tricorporem; in quo in terras vincto deducendo, tu alterum te praestitisti Herculem.

Est et altera querela, negligentiae, quae mutilavit meum libellum Phaenomeni Singularis([1072]). Aut si omnino breve aliquid excerpere voluit, cur non ipsum nucleum exscripsit, ipsam scilicet meam observationem? cur in refutatione eius qui observationem Adelmi Benedictini negavit, filum abrumpit? O pestem librorum, si id ex more facit! Itaque tanto maior est eius culpa, qui non tantum privilegia contemnit, sed etiam vitiosa et mutila recudit. Sed haec typographo meo remitto, qui sumptus in Phaenomenon impendit. Nam, nisi fallor, solent illi mutuum invicem rependere.

Certiorem te facio, scripsisse me superiori Augusto et Septembri Dioptricen([1073]), quae constat propositionibus et axiomatibus promiscue numeratis centum quinquaginta una minus: eam tradidi Electori Coloniensi. Ingens quidem labor in causis eruendis; non minor tamen voluptas in inventione earum, quam tibi ex Mediceorum aut figurae Saturniae inventione. Id ago, ut imprimantur pauca exemplaria; id si impetro, ad te mittam unum: iucundissimas videbis causas contingentium circa haec duplicata specula, si modo non antea es rimatus eadem.

450**.

GIO. BATTISTA DELLA PORTA a FEDERICO CESI in Roma.

[Napoli, 1610].

Bibl. della R. Accad. dei Lincei in Roma. Mss. n.° 12 (già Cod. Boncompagni 580), car. 336. – Autografa.

…. e mi doglio che l’inventione dell’occhiale in quel tubo è stata una mia inventione([1074]); e Galileo, Lettor di Padua, l’have accomodato, co ‘l quale ha trovato 4 altri pianeti in cielo, e numero di migliaia di stelle fisse, e nel circolo latteo altrettante non viste ancora, e gran cose nel globo della luna, ch’empiscono il mondo di stupore….

FINE DEL VOLUME DECIMO.

INDICE CRONOLOGICO

DELLE LETTERE CONTENUTE NEL VOL. X

(1574-1610).

1Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei13 gennaio 1574
2Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei9 febbraio 1574
3Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei10 marzo 1574
4Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei4 gennaio 1575
5Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei29 aprile 1578
6Muzio Tedaldi a Vincenzio Galilei16 luglio 1578
7…………. a ……………….1588
8GALILEO a Cristoforo Clavio8 gennaio 1588
9Cristoforo Clavio a Galileo16 gennaio 1588
10Guidobaldo del Monte a Galileo16 gennaio 1588
11Enrico Caetani al Senato di Bologna10 febbraio 1588
12GALILEO a Cristoforo Clavio25 febbraio 1588
13Cristoforo Clavio a Galileo5 marzo 1588
14Antonio Riccoboni a Galileo11 marzo 1588
15Guidobaldo del Monte a Galileo24 marzo 1588
16Michele Coignet a Galileo31 marzo 1588
17Guidobaldo del Monte a Galileo28 maggio 1588
18Guidobaldo del Monte a Galileo17 giugno 1588
19GALILEO a Guidobaldo del Monte16 luglio 1588
20Guidobaldo del Monte a Galileo22 luglio 1588
21Guidobaldo del Monte a Galileo16 settembre 1588
22Guidobaldo del Monte a Galileo7 ottobre 1588
23Guidobaldo del Monte a Galileo30 dicembre 1588
24Giovanni Ricasoli Baroni a Neri Ricasoli Baroni11 maggio 1589
25Giovanbatista Ricasoli Baroni a Ruberto Pandolfini25 maggio 1589
26Giovanni Ricasoli Baroni a Francesco Guadagni, Neri Ricasoli Baroni e Lorenzo Giacomini15 giugno 1589
27Guidobaldo del Monte a Galileo3 agosto 1589
28GALILEO a Lorenzo Giacomini5 ottobre 1589
29Benedetto Zorzi a Baccio Valori2 dicembre 1589
30Guidobaldo del Monte a Galileo10 aprile 1590
31GALILEO a Cappone Capponi2 giugno 1590
32GALILEO a Vincenzio Galilei15 novembre 1590
33Guidobaldo del Monte a Galileo8 dicembre 1590
34GALILEO a Vincenzio Galilei26 dicembre 1590
35Guidobaldo del Monte a Galileo21 febbraio 1592
36Gio. Vincenzo Pinelli a Galileo3 settembre 1592
37Gio. Vincenzo Pinelli a Galileo9 settembre 1592
38Giovanni Uguccioni a Belisario Vinta21 settembre 1592
39Gio. Vincenzo Pinelli a Galileo25 settembre 1592
40Giovanni Uguccioni al Granduca di Toscana26 settembre 1592
41Benedetto Zorzi a Galileo12 dicembre 1592
42Marc’Antonio Bissaro a Galileo15 dicembre 1592
43Giacomo Contarini a Galileo22 dicembre 1592
44Gellio Sasceride (?) a………….28 dicembre 1592
45Guidobaldo del Monte a Galileo10 gennaio 1593
46Girolamo Mercuriale a Galileo3 marzo 1593
47GALILEO a Giacomo Contarini22 marzo 1593
48Giacomo Contarini a Galileo28 marzo 1593
49Livia Galilei a Galileo1 maggio 1593
50Giulia Ammannati  Galilei a Galileo29 maggio 1593
51Guidobaldo del Monte a Galileo3 settembre 1593
52Alessandro Sertini a Galileo19 novembre 1593
53GALILEO ad Alvise Mocenigo11 gennaio 1594
54Luigi Alamanni a Gio. Battista Strozzi7 agosto 1594
55GALILEO a …………14 giugno 1596
56GALILEO a Iacopo Mazzoni30 maggio 1597
57GALILEO a Giovanni Kepler4 agosto 1597
58Giovanni Kepler a Michele Mästlinsettembre 1597
59Giovanni Kepler a Galileo13 ottobre 1597
60Guidobaldo del Monte a Galileo17 dicembre 1597
61Giovanni Kepler a Giangiorgio Herwart von Hohenburg26 marzo 1598
62Alessandro d’Este a Galileo20 marzo 1599
63Cosimo Pinelli a Galileo3 aprile 1599
64Agostino da Mula a Galileo3 luglio 1599
65Girolamo Mercuriale a Galileo9 luglio 1599
66Giovanni Kepler a…..18 luglio 1599
67Antonio Quirini a Galileo24 agosto 1599
68Giovanfrancesco Sagredo a Galileo1 settembre 1599
69Ticone Brahe a Gio. Vincenzo Pinelli3 gennaio 1600
70Ticone Brahe a Galileo4 maggio 1600
71GALILEO a Giulia Ammannati  Galilei25 agosto 1600
72GALILEO a Gio. Battista Strozzi5 gennaio 1601
73Girolamo Mercuriale a Galileo29 maggio 1601
74GALILEO a Michelangelo Galilei20 novembre 1601
75Giovanfrancesco Sagredo a Galileo17 gennaio 1602
76GALILEO a Baccio Valori13 marzo 1602
77GALILEO a Baccio Valori26 aprile 1602
78GALILEO ai Riformatori dello Studio di Padovamaggio 1602
79I Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova9 maggio 1602
80Giovanfrancesco Sagredo a Galileo8 agosto 1602
81Edmondo Bruce a Giovanni Kepler15 agosto 1602
82Giovanfrancesco Sagredo a Galileo23 agosto 1602
83Paolo Sarpi a Galileo2 settembre 1602
84Paolo Pozzobonelli a Galileo12 settembre 1602
85Giovanfrancesco Sagredo a Galileo28 settembre 1602
86Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo8 ottobre 1602
87Giovanfrancesco Sagredo a Galileo18 ottobre 1602
88GALILEO a Guidobaldo del Monte29 novembre 1602
89Giovanfrancesco Sagredo a Galileo20 dicembre 1602
90Francesco Morosini a Galileo10 gennaio 1603
91Sebastiano Venier a Galileo23 gennaio 1603
92GALILEO ai Riformatori dello Studio di Padova12 febbraio 1603
93I Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova20 febbraio 1603
94Edmondo Bruce a Giovanni Kepler21 agosto 1603
95Francesco Tengnagel a Gio. Antonio Magini1603
96Giovanfrancesco Sagredo a Galileo12 aprile 1604
97GALILEO a Vincenzo Gonzaga22 maggio 1604
98Costanzo da Cascio a Galileo24 maggio 1604
99Vincenzo Gonzaga a Galileo26 maggio 1604
100Gio. Camillo Gloriosi a Galileo27 maggio 1604
101Antonio de’ Medici a Galileo28 giugno 1604
102Marco Lentowicz a Galileo13 agosto 1604
103Davide Ricques a Galileo6 settembre 1604
104Paolo Sarpi a Galileo9 ottobre 1604
105GALILEO a Paolo Sarpi16 ottobre 1604
106Ilario Altobelli a Galileo3 novembre 1604
107Ilario Altobelli a Galileo25 novembre 1604
108Antonio Alberti a Giovanni Malipiero17 dicembre 1604
109Cristoforo Clavio a Galileo18 dicembre 1604
110Leonardo Tedeschi a Galileo22 dicembre 1604
111Ilario Altobelli a Galileo30 dicembre 1604
112Onofrio Castelli a Galileo1 gennaio 1605
113GALILEO a Onofrio Castelli (?)gennaio 1605
114Ilario Altobelli a Galileo10 gennaio 1605
115Ottavio Brenzoni a Galileo15 gennaio 1605
116Baldassare Capra a Gio. Antonio della Croce16 febbraio 1605
117Girolamo Spinelli ad Antonio Querengo28 febbraio 1605
118Giovanfrancesco Sagredo a Galileo12 marzo 1605
119Alessandro Sertini a Galileo16 aprile 1605
120Vincenzo Giugni a Galileo4 giugno 1605
121GALILEO a Niccolò Giugni11 giugno 1605
122Giovanni del Maestro a Galileo15 agosto 1605
123Cristina di Lorena a Galileo25 ottobre 1605
124Asdrubale Barbolani da Montauto a Belisario Vinta29 ottobre 1605
125Asdrubale Barbolani da Montauto a Ferdinando I, Granduca di Toscana29 ottobre 1605
126Vincenzo Giugni a Galileo5 novembre 1605
127GALILEO a Cristina di Lorena11 novembre 1605
128GALILEO a Cosimo de’ Medici18 novembre 1605
129Cipriano Saracinelli a Galileo5 dicembre 1605
130Ottavio Brenzoni a Galileo19 dicembre 1605
131GALILEO a Cosimo de’ Medici29 dicembre 1605
132Cosimo de’ Medici a Galileo9 gennaio 1606
133Ferdinando Saracinelli a Galileo12 gennaio 1606
134Vincenzo Giugni a Galileo21 gennaio 1606
135GALILEO a Michelangelo Galilei11 maggio 1606
136Cipriano Saracinelli a Galileo26 maggio 1606
137Asdrubale Barbolani da Montauto a Ferdinando I, Granduca di Toscana10 giugno 1606
138Vincenzo Giugni a Galileo20 giugno 1606
139GALILEO a Cosimo de’ Medici10 luglio 1606
140Asdrubale Barbolani da Montauto a Belisario Vinta12 agosto 1606
141Asdrubale Barbolani da Montauto a Belisario Vinta26 agosto 1606
142………. A Vincenzo Giugni23 settembre 1606
143Cipriano Saracinelli a Galileo30 settembre 1606
144GALILEO a …………….27 ottobre 1606
145Giovanfrancesco Sagredo a Galileo23 novembre 1606
146GALILEO a Cristina di Lorena8 dicembre 1606
147Ioannes Antonius Petrarolus a Baldassare Capra1 gennaio 1607
148Alessandro del Monte a Galileo8 gennaio 1607
149Curzio Picchena a Galileo25 gennaio 1607
150GALILEO a Curzio Picchena9 febbraio 1607
151Baldassare Capra a Gioacchino Ernesto di Brandeburgo7 marzo 1607
152Benedetto Castelli a Galileo1 aprile 1607
153Giacomo Alvise Cornaro a Aurelio Capra4 aprile 1607
154GALILEO ai Riformatori dello Studio di Padova9 aprile 1607
155Cipriano Saracinelli a Galileo13 aprile 1607
156Giacomo Alvise Cornaro a Galileo21 aprile 1607
157Giacomo Alvise Cornaro a Galileo24 aprile 1607
158Giacomo Alvise Cornaro a Galileo25 aprile 1607
159Lodovico delle Colombe a Galileo24 giugno 1607
160GALILEO a Cosimo de’ Medici24 agosto 1607
161GALILEO a Girolamo Quaratesi24 agosto 1607
162Cosimo de’ Medici a Galileo11 settembre 1607
163Cipriano Saracinelli a Galileo11 settembre 1607
164Silvio Piccolomini a Galileo8 ottobre 1607
165Raffaello Gualterotti a Galileo20 ottobre 1607
166Girolamo Magagnati a Galileo21 ottobre 1607
167Benedetto Castelli a D. Ermagora di Padova24 ottobre 1607
168GALILEO a Curzio Picchena16 novembre 1607
169GALILEO a Curzio Picchena4 gennaio 1608
170Belisario Vinta a Galileo13 gennaio 1608
171GALILEO a Belisario Vinta8 febbraio 1608
172Sebastiano Venier a Galileo17 febbraio 1608
173Marino Ghetaldi a Galileo20 febbraio 1608
174Michelangelo Galilei a Galileo4 marzo 1608
175GALILEO a Belisario Vinta14 marzo 1608
176Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo21 marzo 1608
177Giuseppe Gagliardi a Galileomarzo 1608
178Belisario Vinta a Galileo22 marzo 1608
179Raffaello Gualterotti a Galileo29 marzo 1608
180GALILEO a Belisario Vinta4 aprile 1608
181Belisario Vinta a Galileo12 aprile 1608
182Antonio Santini a Galileo18 aprile 1608
183Belisario Vinta a Galileo19 aprile 1608
184I Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova19 aprile 1608
185Giovanfrancesco Sagredo a Galileo22 aprile 1608
186Giovanfrancesco Sagredo a Galileo26 aprile 1608
187GALILEO a Belisario Vinta3 maggio 1608
188GALILEO a Belisario Vinta23 maggio 1608
189Belisario Vinta a Galileo29 maggio 1608
190GALILEO a Belisario Vinta30 maggio 1608
191Ferdinando Saracinelli a Galileo9 giugno 1608
192Belisario Vinta a Galileo11 giugno 1608
193GALILEO a Belisario Vinta20 giugno 1608
194Ottavio Brenzoni a Galileo21 giugno 1608
195Alessandro Sertini a Galileo3 agosto 1608
196Alessandro Sertini a Galileo5 agosto 1608
197Alessandro Sertini a Galileo18 agosto 1608
198Pietro Duodo a Galileo30 agosto 1608
199GALILEO a Cristina di Lorenasettembre 1608
200Pietro Duodo a Galileo10 ottobre 1608
201Curzio Picchena a Galileo18 dicembre 1608
202GALILEO a Cristina di Lorena19 dicembre 1608
203Cristina di Lorena a Galileo8 gennaio 1609
204GALILEO a Cristina di Lorena16 gennaio 1609
205Curzio Picchena a Galileo31 gennaio 1609
206GALILEO a Cristina di Lorena11 febbraio 1609
207GALILEO ad Antonio de’ Medici11 febbraio 1609
208GALILEO a Cosimo II de’ Medici, Granduca di Toscana26 febbraio 1609
209GALILEO a Vesp.febbraio 1609
210Pietro Duodo a Galileo6 marzo 1609
211Alessandro de’ Medici a Galileo6 marzo 1609
212Cosimo II de’ Medici, Granduca di Toscana a Galileo7 marzo 1609
213GALILEO ai Riformatori dello Studio di Padova9 marzo 1609
214Pietro Duodo a Galileo10 marzo 1609
215Pietro Duodo a Galileo10 marzo 1609
216Giovancosimo Geraldini a Galileo12 marzo 1609
217Luca Valerio a Galileo4 aprile 1609
218Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo9 aprile 1609
219Giovanfrancesco Sagredo a Galileo30 aprile 1609
220Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo22 maggio 1609
221Luca Valerio a Galileo23 maggio 1609
222Luca Valerio a Galileo30 maggio 1609
223Enea Piccolomini Aragona a Galileo27 giugno 1609
224Pietro Duodo a Galileo29 giugno 1609
225Luca Valerio a Galileo18 luglio 1609
226Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo1 agosto 1609
227Giovanni Bartoli a Belisario Vinta22 agosto 1609
228GALILEO a Leonardo Donato, Doge di Venezia24 agosto 1609
229Alessandro Sertini a Galileo26 agosto 1609
230Gio. Battista della Porta a Federico Cesi28 agosto 1609
231GALILEO a Benedetto Landucci29 agosto 1609
232Enea Piccolomini Aragona a Galileo29 agosto 1609
233Giovanni Bartoli a Belisario Vinta29 agosto 1609
234Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo31 agosto 1609
235Andrea Morosini a Galileo4 settembre 1609
236………….. a Giovanni Carolus4 settembre 1609
237Giovanni Bartoli a Belisario Vinta5 settembre 1609
238Antonio de’ Medici a Galileo12 settembre 1609
239Gio. Battista Strozzi a Galileo19 settembre 1609
240Enea Piccolomini Aragona a Galileo19 settembre 1609
241Giovanni Bartoli a Belisario Vinta26 settembre 1609
242Giovanni Bartoli a Belisario Vinta3 ottobre 1609
243Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo15 ottobre 1609
244Giovanni Bartoli a Belisario Vinta17 ottobre 1609
245Giovanni Bartoli a Belisario Vinta24 ottobre 1609
246Giovanfrancesco Sagredo a Galileo28 ottobre 1609
247GALILEO a Belisario Vinta30 ottobre 1609
248Giovanni Bartoli a Belisario Vinta31 ottobre 1609
249GALILEO ai Riformatori dello Studio di Padova4 novembre 1609
250Belisario Vinta a Galileo7 novembre 1609
251Belisario Vinta a Giovanni Liczko di Ryglice7 novembre 1609
252Giovanni Bartoli a Belisario Vinta7 novembre 1609
253GALILEO a Belisario Vinta20 novembre 1609
254Giulia Ammannati  Galilei ad Alessandro Piersanti21 novembre 1609
255Ottavio Brenzoni a Galileo23 novembre 1609
256Giulia Ammannati  Galilei ad Alessandro Piersanti24 novembre 1609
257GALILEO a Michelangelo Buonarroti4 dicembre 1609
258Ottavio Brenzoni a Galileo15 dicembre 1609
259GALILEO ad Antonio de’ Medici (?)7 gennaio 1610
260Belisario Vinta a Galileo9 gennaio 1610
261Giulia Ammannati  Galilei ad Alessandro Piersanti9 gennaio 1610
262GALILEO a Belisario Vinta30 gennaio 1610
263Belisario Vinta a Galileo6 febbraio 1610
264Enea Piccolomini Aragona a Galileo6 febbraio 1610
265GALILEO a Belisario Vinta13 febbraio 1610
266Belisario Vinta a Galileo20 febbraio 1610
267Raffaello Gualterotti ad Alessandro Sertini1 marzo 1610
268Raffaello Gualterotti a Galileo6 marzo 1610
269GALILEO a Cosimo II de’ Medici, Granduca di Toscana12 marzo 1610
270Marco Welser a Cristoforo Clavio12 marzo 1610
271GALILEO a Belisario Vinta13 marzo 1610
272Paolo Sarpi a Giacomo Leschassier16 marzo 1610
273Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo18 marzo 1610
274Gio. Battista Manso a Paolo Benimarzo 1610
275Gio. Battista Manso a Galileo18 marzo 1610
276GALILEO a Cosimo II de’ Medici, Granduca di Toscana19 marzo 1610
277GALILEO a Belisario Vinta19 marzo 1610
278Belisario Vinta a Galileo19 marzo 1610
279Girolamo Selvatico a Francesco Vendramin20 marzo 1610
280Girolamo Selvatico a Francesco Vendramin26 marzo 1610
281Enea Piccolomini Aragona a Galileo27 marzo 1610
282Alessandro Sertini a Galileo27 marzo 1610
283Giovanni Bartoli a Belisario Vinta27 marzo 1610
284Belisario Vinta a Galileo30 marzo 1610
285Martino Horky a Giovanni Kepler31 marzo 1610
286Ottavio Brenzoni a Galileo3 aprile 1610
287Benedetto Castelli a Galileo3 aprile 1610
288Martino Horky a Giovanni Kepler6 aprile 1610
289Carlo Conti a Galileo11 aprile 1610
290Michelangelo Galilei a Galileo14 aprile 1610
291Martino Hasdale a Galileo15 aprile 1610
292Giorgio Fugger a Giovanni Kepler16 aprile 1610
293Martino Horky a Giovanni Kepler16 aprile 1610
294Ilario Altobelli a Galileo17 aprile 1610
295Cristina di Lorena a Vincenzo Giugni18 aprile 1610
296Giuliano de’ Medici a Galileo19 aprile 1610
297Giovanni Kepler a Galileo19 aprile 1610
298Gio. Antonio Magini a Giovanni Kepler20 aprile 1610
299Chiarissimo Fancelli a Matteo Bartolini20 aprile 1610
300Raffaello Gualterotti a Galileo24 aprile 1610
301Martino Horky a Giovanni Kepler27 aprile 1610
302Francesco Maria del Monte a Galileo28 aprile 1610
303Martino Hasdale a Galileo28 aprile 1610
304Alfonso Fontanelli ad Attilio Ruggeriaprile (?) 1610
305Carlo Bartoli a Galileo1 maggio 1610
306Giovanni Kepler a Giuliano de’ Medici3 maggio 1610
307GALILEO a Belisario Vinta7 maggio 1610
308Giovanni Kepler a Gio. Antonio Magini10 maggio 1610
309Tommaso Mermanni a Galileo12 maggio 1610
310GALILEO a Belisario Vinta21 maggio 1610
311Belisario Vinta a Galileo22 maggio 1610
312Belisario Vinta a Orso d’Elci23 maggio 1610
313GALILEO a Matteo Carosio24 maggio 1610
314Martino Horky a Giovanni Kepler24 maggio 1610
315Martino Horky a Giovanni Kepler26 maggio 1610
316Gio. Antonio Magini a Giovanni Kepler26 maggio 1610
317GALILEO a Belisario Vinta28 maggio 1610
318Andrea Minucci a Galileo28 maggio 1610
319Giorgio Fugger a Giovanni Kepler28 maggio 1610
320Andrea Labia a Galileo29 maggio 1610
321Luca Valerio a Galileo29 maggio 1610
322Giov. Camillo Gloriosi a Giovanni Terrenzio29 maggio 1610
323Asdrubale Barbolani da Montauto a Belisario Vinta29 maggio 1610
324Martino Hasdale a Galileo31 maggio 1610
325Francesco Maria del Monte a Galileo4 giugno 1610
326Vincenzo Giugni a Galileo5 giugno 1610
327Belisario Vinta a Galileo5 giugno 1610
328Martino Hasdale a Galileo7 giugno 1610
329Gio Battista Manso a Galileo8 giugno 1610
330Martino Horky ai Dottori di Filosofia e Medicina dell’Università di Bologna15 giugno 1610
331Orazio del Monte a Galileo16 giugno 1610
332GALILEO a Belisario Vinta18 giugno 1610
333Andrea Labia a Galileo19 giugno 1610
334Gio. Antonio Roffeni a Galileo22 giugno 1610
335Gio. Antonio Magini ad Antonio Santini22 giugno 1610
336Ottaviano Lotti a Belisario Vinta23 giugno 1610
337Antonio Santini a Galileo24 giugno 1610
338Gio. Antonio Magini ad Antonio Santinigiugno 1610
339GALILEO a Vincenzo Giugni25 giugno 1610
340Scipione Borghese a Galileo26 giugno 1610
341Francesco Maria del Monte a Galileo26 giugno 1610
342Belisario Vinta a Galileo26 giugno 1610
343Asdrubale Barbolani da Montauto a Belisario Vinta26 giugno 1610
344Gio. Antonio Roffeni a Galileo29 giugno 1610
345Berlinghiero Gessi a Galileo30 giugno 1610
346Martino Horky a Giovanni Kepler30 giugno 1610
347Martino Horky a Francesco Sizzigiugno 1610
348GALILEO a Belisario Vinta2 luglio 1610
349Roberto Strozzi a Galileo2 luglio 1610
350Paolo Maria Cittadini a Galileo3 luglio 1610
351Martino Hasdale a Galileo5 luglio 1610
352Gio. Antonio Roffeni a Galileo6 luglio 1610
353Matteo Botti a Belisario Vinta6 luglio 1610
354Massimiliano, Duca di Baviera, a Galileo8 luglio 1610
355Bartolomeo Schröter a Galileo8 luglio 1610
356Antonio Santini a Galileo10 luglio 1610
357Alessandro Sertini a Galileo10 luglio 1610
358Martino Horky a Paolo Sarpi10 luglio 1610
359Cosimo II, Granduca di Toscana a Galileo10 luglio 1610
360Martino Hasdale a Galileo12 luglio 1610
361GALILEO a Belisario Vinta16 luglio 1610
362Giuliano de’ Medici a Galileo19 luglio 1610
363Orso d’Elci a Belisario Vinta22 luglio 1610
364GALILEO a Cosimo II, Granduca di Toscana23 luglio 1610
365Giovanni Ciampoli a Galileo24 luglio 1610
366Francesco Maria del Monte a Galileo24 luglio 1610
367Alesandro Peretti di Montalto a Galileo24 luglio 1610
368Gio. Antonio Roffeni a Galileo27 luglio 1610
369Roberto Strozzi a Galileo29 luglio 1610
370GALILEO a Belisario Vinta30 luglio 1610
371Odoardo Farnese a Galileo6 agosto 1610
372Alessandro Sertini a Galileo7 agosto 1610
373Francesco Sizzi a Giovanni de’ Medici7 agosto 1610
374Giovanni Kepler a Galileo9 agosto 1610
375Martino Hasdale a Galileo9 agosto 1610
376Giovanni Kepler a Martino Horky9 agosto 1610
377Gio. Antonio Roffeni a Galileo16 agosto 1610
378Martino Hasdale a Galileo17 agosto 1610
379GALILEO a Giovanni Kepler19 agosto 1610
380Gio. Antonio Roffeni a Galileo19 agosto 1610
381Belisario Vinta a Galileo19 agosto 1610
382GALILEO a Belisario Vinta20 agosto 1610
383Gio. Camillo Gloriosi ai Riformatori dello Studio di Padova20 agosto 1610
384Giuliano de’ Medici a Galileo23 agosto 1610
385Martino Hasdale a Galileo24 agosto 1610
386Giuliano de’ Medici a Galileo6 settembre 1610
387Michele Mästlin a Giovanni Kepler7 settembre 1610
388Gio. Antonio Magini a Spinello Benci8 settembre 1610
389Andrea Cioli a Belisario Vinta13 settembre 1610
390Francesco Stelluti a Gio. Battista Stelluti15 settembre 1610
391GALILEO a Cristoforo Clavio17 settembre 1610
392Francesco Pinelli a Galileo17 settembre 1610
393GALILEO a Virginio Orsini18 settembre 1610
394Matteo Botti a Belisario Vinta19 settembre 1610
395Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo19 settembre 1610
396Luca Valerio a Galileo24 settembre 1610
397Antonio Santini a Galileo25 settembre 1610
398Lorenzo Pignoria a Paolo Gualdo26 settembre 1610
399Benedetto Castelli a Galileo27 settembre 1610
400Gio. Antonio Magini a Galileo28 settembre 1610
401GALILEO a Cosimo II, Granduca di Toscanaottobre 1610
402GALILEO a Giuliano de’ Medici1 ottobre 1610
403Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo1 ottobre 1610
404Gio. Antonio Magini a Galileo2 ottobre 1610
405Virginio Orsini a Galileo8 ottobre 1610
406Francesco Maria del Monte a Galileo9 ottobre 1610
407Antonio Santini a Galileo9 ottobre 1610
408Gio. Antonio Magini a Galileo15 ottobre 1610
409GALILEO a Michelangelo Buonarroti16 ottobre 1610
410Pietro Duodo a Galileo16 ottobre 1610
411Giovanni Wodderborn a Enrico Wotton16 ottobre 1610
412Giuliano de’ Medici a Galileo18 ottobre 1610
413Fortunio Liceti a Galileo22 ottobre 1610
414Gio. Antonio Magini a Galileo23 ottobre 1610
415Luca Valerio a Galileo23 ottobre 1610
416Michelangelo Buonarroti a Galileo23 ottobre 1610
417Tommaso Seggett a Galileo24 ottobre 1610
418Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo24 ottobre 1610
419Giovanni Kepler a Galileo25 ottobre 1610
420Marco Welser a Galileo29 ottobre 1610
421Giovanni Kepler a Giuliano de’ Mediciottobre 1610
422Gio. Antonio Magini a Galileo2 novembre 1610
423Antonio Santini a Galileo6 novembre 1610
424GALILEO a Marco Welser8 novembre 1610
425GALILEO a Giangiorgio Brengger8 novembre 1610
426Gio. Antonio Magini a Galileo9 novembre 1610
427GALILEO a Giuliano de’ Medici13 novembre 1610
428Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo13 novembre 1610
429Gio. Antonio Magini a Galileo20 novembre 1610
430Paolo Gualdo a Galileo25 novembre 1610
431Lodovico Cardi da Cigoli a Galileo26 novembre 1610
432Giuliano de’ Medici a Galileo29 novembre 1610
433Antonio Santini a Galileo4 dicembre 1610
434Benedetto Castelli a Galileo5 dicembre 1610
435GALILEO a Giuliano de’ Medici11 dicembre 1610
436GALILEO a Paolo Gualdo17 dicembre 1610
437Cristoforo Clavio a Galileo17 dicembre 1610
438Giovanni Kepler a Filippo Müller (?)18 dicembre 1610
439Martino Hasdale a Galileo19 dicembre 1610
440Giuliano de’ Medici a Galileo20 dicembre 1610
441Benedetto Castelli a Galileo24 dicembre 1610
442Odoardo Farnese a Galileo24 dicembre 1610
443Antonio Santini a Galileo25 dicembre 1610
444Gio. Antonio Magini a Galileo28 dicembre 1610
445Paolo Gualdo a Galileo29 dicembre 1610
446GALILEO a Cristoforo Clavio30 dicembre 1610
447GALILEO a Benedetto Castelli30 dicembre 1610
448Fortunio Liceti a Galileo31 dicembre 1610
449Giovanni Kepler a Galileodicembre 1610
450Gio. Battista della Porta a Federico Cesi1610

INDICE ALFABETICO

DELLE LETTERE CONTENUTE NEL VOL. X

(1574-1610).

  
Alamanni Luigi a Gio. Battista Strozzi7 agosto 159454
Alberti Antonio a Giovanni Malipiero17 dicembre 1604108
Altobelli Ilario a Galileo3 novembre 1604106
Altobelli Ilario a Galileo25 novembre 1604107
Altobelli Ilario a Galileo30 dicembre 1604111
Altobelli Ilario a Galileo10 gennaio 1605114
Altobelli Ilario a Galileo17 aprile 1610294
Bartoli Carlo a Galileo1 maggio 1610305
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta22 agosto 1609227
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta29 agosto 1609233
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta5 settembre 1609237
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta26 settembre 1609241
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta3 ottobre 1609242
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta17 ottobre 1609244
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta24 ottobre 1609245
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta31 ottobre 1609248
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta7 novembre 1609252
Bartoli Giovanni a Belisario Vinta27 marzo 1610283
Baviera (di) Massimiliano a Galileo8 luglio 1610354
Bissaro Marc’Antonio a Galileo15 dicembre 159242
Borghese Scipione a Galileo26 giugno 1610340
Botti Matteo a Belisario Vinta6 luglio 1610353
Botti Matteo a Belisario Vinta19 settembre 1610394
Brahe Ticone a Galileo4 maggio 160070
Brahe Ticone a Gio. Vincenzo Pinelli3 gennaio 160069
Brenzoni Ottavio a Galileo15 gennaio 1605115
Brenzoni Ottavio a Galileo19 dicembre 1605130
Brenzoni Ottavio a Galileo21 giugno 1608194
Brenzoni Ottavio a Galileo23 novembre 1609255
Brenzoni Ottavio a Galileo15 dicembre 1609258
Brenzoni Ottavio a Galileo3 aprile 1610286
Bruce Edmondo a Giovanni Kepler15 agosto 160281
Bruce Edmondo a Giovanni Kepler21 agosto 160394
Buonarroti Michelangelo a Galileo23 ottobre 1610416
Caetani Enrico al Senato di Bologna10 febbraio 158811
Capra Baldassare a Gioacchino Ernesto di Brandeburgo7 marzo 1607151
Capra Baldassare a Gio. Antonio della Croce16 febbraio 1605116
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo9 aprile 1609218
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo22 maggio 1609220
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo18 marzo 1610273
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo1 ottobre 1610403
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo24 ottobre 1610418
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo13 novembre 1610428
Cardi da Cigoli Lodovico a Galileo26 novembre 1610431
Cascio (da) Costanzo a Galileo24 maggio 160498
Castelli Benedetto a D. Ermagora di Padova24 ottobre 1607167
Castelli Benedetto a Galileo1 aprile 1607152
Castelli Benedetto a Galileo3 aprile 1610287
Castelli Benedetto a Galileo27 settembre 1610399
Castelli Benedetto a Galileo5 dicembre 1610434
Castelli Benedetto a Galileo24 dicembre 1610441
Castelli Onofrio a Galileo1 gennaio 1605112
Ciampoli Giovanni a Galileo24 luglio 1610365
Cioli Andrea a Belisario Vinta13 settembre 1610389
Cittadini Paolo Maria a Galileo3 luglio 1610350
Clavio Cristoforo a Galileo16 gennaio 15889
Clavio Cristoforo a Galileo5 marzo 158813
Clavio Cristoforo a Galileo18 dicembre 1604109
Clavio Cristoforo a Galileo17 dicembre 1610437
Coignet Michele a Galileo31 marzo 158816
Colombe (delle) Lodovico a Galileo24 giugno 1607159
Contarini Giacomo a Galileo22 dicembre 159243
Contarini Giacomo a Galileo28 marzo 159348
Conti Carlo a Galileo11 aprile 1610289
Cornaro Giacomo Alvise ad Aurelio Capra4 aprile 1607153
Cornaro Giacomo Alvise a Galileo21 aprile 1607156
Cornaro Giacomo Alvise a Galileo24 aprile 1607157
Cornaro Giacomo Alvise a Galileo25 aprile 1607158
Duodo Pietro a Galileo30 agosto 1608198
Duodo Pietro a Galileo10 ottobre 1608200
Duodo Pietro a Galileo6 marzo 1609210
Duodo Pietro a Galileo10 marzo 1609214
Duodo Pietro a Galileo10 marzo 1609215
Duodo Pietro a Galileo29 giugno 1609224
Duodo Pietro a Galileo16 ottobre 1610410
Elci (d’) Orso a Belisario Vinta22 luglio 1610363
Este (d’) Alessandro a Galileo20 marzo 159962
Fancelli Chiarissimo a Matteo Bartolini20 aprile 1610299
Farnese Odoardo a Galileo6 agosto 1610371
Farnese Odoardo a Galileo24 dicembre 1610442
Fontanelli Alfonso ad Attilio Ruggeriaprile (?) 1610304
Fugger Giorgio a Giovanni Kepler16 aprile 1610292
Fugger Giorgio a Giovanni Kepler28 maggio 1610319
Gagliardi Giuseppe a Galileomarzo 1608177
Galilei Livia a Galileo1 maggio 159349
Galilei Michelangelo a Galileo4 marzo 1608174
Galilei Michelangelo a Galileo14 aprile 1610290
Galilei Ammannati Giulia a Galileo29 maggio 159350
Galilei Ammannati Giulia ad Alessandro Piersanti21 novembre 1609254
Galilei Ammannati Giulia ad Alessandro Piersanti24 novembre 1609256
Galilei Ammannati Giulia ad Alessandro Piersanti9 gennaio 1610261
Galileo a Giangiorgio Brengger8 novembre 1610425
Galileo a Michelangelo Buonarroti4 dicembre 1609257
Galileo a Michelangelo Buonarroti16 ottobre 1610409
Galileo a Cappone Capponi2 giugno 159031
Galileo a Matteo Carosio24 maggio 1610313
Galileo a Benedetto Castelli30 dicembre 1610447
Galileo a Onofrio Castelligennaio 1605113
Galileo a Cristoforo Clavio8 gennaio 15888
Galileo a Cristoforo Clavio25 febbraio 158812
Galileo a Cristoforo Clavio17 settembre 1610391
Galileo a Cristoforo Clavio30 dicembre 1610446
Galileo a Giacomo Contarini22 marzo 159347
Galileo a Leonardo Donato24 agosto 1609228
Galileo a Michelangelo Galilei20 novembre 160174
Galileo a Michelangelo Galilei11 maggio 1606135
Galileo a Vincenzio Galilei15 novembre 159032
Galileo a Vincenzio Galilei26 dicembre 159034
Galileo a Giulia Ammannati Galilei25 agosto 160071
Galileo a Lorenzo Giacomini5 ottobre 158928
Galileo a Niccolò Giugni11 giugno 1605121
Galileo a Vincenzo Giugni25 giugno 1610339
Galileo a Vincenzo Gonzaga22 maggio 160497
Galileo a Paolo Gualdo17 dicembre 1610436
Galileo a Giovanni Kepler4 agosto 159757
Galileo a Giovanni Kepler19 agosto 1610379
Galileo a Benedetto Landucci29 agosto 1609231
Galileo a Cristina di Lorena11 novembre 1605127
Galileo a Cristina di Lorena8 dicembre 1606146
Galileo a Cristina di Lorenasettembre 1608199
Galileo a Cristina di Lorena19 dicembre 1608202
Galileo a Cristina di Lorena16 gennaio 1609204
Galileo a Cristina di Lorena11 febbraio 1609206
Galileo a Iacopo Mazzoni30 maggio 159756
Galileo ad Antonio de’ Medici11 febbraio 1609207
Galileo ad Antonio de’ Medici (?)7 gennaio 1610259
Galileo a Cosimo de’ Medici18 novembre 1605128
Galileo a Cosimo de’ Medici29 dicembre 1605131
Galileo a Cosimo de’ Medici10 luglio 1606139
Galileo a Cosimo de’ Medici24 agosto 1607160
Galileo a Cosimo de’ Medici26 febbraio 1609208
Galileo a Cosimo de’ Medici12 marzo 1610269
Galileo a Cosimo de’ Medici19 marzo 1610276
Galileo a Cosimo de’ Medici23 luglio 1610364
Galileo a Cosimo de’ Mediciottobre 1610401
Galileo a Giuliano de’ Medici1 ottobre 1610402
Galileo a Giuliano de’ Medici13 novembre 1610427
Galileo a Giuliano de’ Medici11 dicembre 1610435
Galileo ad Alvise Mocenigo11 gennaio 159453
Galileo a Guidobaldo del Monte16 luglio 158819
Galileo a Guidobaldo del Monte29 novembre 160288
Galileo a Virginio Orsini18 settembre 1610393
Galileo a Curzio Picchena9 febbraio 1607150
Galileo a Curzio Picchena16 novembre 1607168
Galileo a Curzio Picchena4 gennaio 1608169
Galileo a Girolamo Quaratesi24 agosto 1607161
Galileo ai Riformatori dello Studio di Padovamaggio 160278
Galileo ai Riformatori dello Studio di Padova12 febbraio 160392
Galileo ai Riformatori dello Studio di Padova9 aprile 1607154
Galileo ai Riformatori dello Studio di Padova9 marzo 1609213
Galileo ai Riformatori dello Studio di Padova4 novembre 1609249
Galileo a Paolo Sarpi16 ottobre 1604105
Galileo a Gio. Battista Strozzi5 gennaio 160172
Galileo a Baccio Valori13 marzo 160276
Galileo a Baccio Valori26 aprile 160277
Galileo a Belisario Vinta8 febbraio 1608171
Galileo a Belisario Vinta14 marzo 1608175
Galileo a Belisario Vinta4 aprile 1608180
Galileo a Belisario Vinta3 maggio 1608187
Galileo a Belisario Vinta23 maggio 1608188
Galileo a Belisario Vinta30 maggio 1608190
Galileo a Belisario Vinta20 giugno 1608193
Galileo a Belisario Vinta30 ottobre 1609247
Galileo a Belisario Vinta20 novembre 1609253
Galileo a Belisario Vinta30 gennaio 1610262
Galileo a Belisario Vinta13 febbraio 1610265
Galileo a Belisario Vinta13 marzo 1610271
Galileo a Belisario Vinta19 marzo 1610277
Galileo a Belisario Vinta7 maggio 1610307
Galileo a Belisario Vinta21 maggio 1610310
Galileo a Belisario Vinta28 maggio 1610317
Galileo a Belisario Vinta18 giugno 1610332
Galileo a Belisario Vinta2 luglio 1610348
Galileo a Belisario Vinta16 luglio 1610361
Galileo a Belisario Vinta30 luglio 1610370
Galileo a Belisario Vinta20 agosto 1610382
Galileo a Marco Welser8 novembre 1610424
Galileo a Vesp.febbraio 1609209
Galileo a …………14 giugno 159655
Galileo a …………27 ottobre 1606144
Geraldini Giovancosimo a Galileo12 marzo 1609216
Gessi Berlinghiero a Galileo30 giugno 1610345
Ghetaldi Marino a Galileo20 febbraio 1608173
Giugni Vincenzo a Galileo4 giugno 1605120
Giugni Vincenzo a Galileo5 novembre 1605126
Giugni Vincenzo a Galileo21 gennaio 1606134
Giugni Vincenzo a Galileo20 giugno 1606138
Giugni Vincenzo a Galileo5 giugno 1610326
Gloriosi Gio. Camillo a Galileo27 maggio 1604100
Gloriosi Gio. Camillo a Giovanni Terrenzio29 maggio 1610322
Gloriosi Gio. Camillo ai Riformatori dello Studio di Padova20 agosto 1610383
Gonzaga Vincenzo a Galileo26 maggio 160499
Gualdo Paolo a Galileo25 novembre 1610430
Gualdo Paolo a Galileo29 dicembre 1610445
Gualterotti Raffaello a Galileo20 ottobre 1607165
Gualterotti Raffaello a Galileo29 marzo 1608179
Gualterotti Raffaello a Galileo6 marzo 1610268
Gualterotti Raffaello a Galileo24 aprile 1610300
Gualterotti Raffaello ad Alessandro Sertini1 marzo 1610267
Hasdale Martino a Galileo15 aprile 1610291
Hasdale Martino a Galileo28 aprile 1610303
Hasdale Martino a Galileo31 maggio 1610324
Hasdale Martino a Galileo7 giugno 1610328
Hasdale Martino a Galileo5 luglio 1610351
Hasdale Martino a Galileo12 luglio 1610360
Hasdale Martino a Galileo9 agosto 1610375
Hasdale Martino a Galileo17 agosto 1610378
Hasdale Martino a Galileo24 agosto 1610385
Hasdale Martino a Galileo19 dicembre 1610439
Horky Martino ai Dottori di Bologna15 giugno 1610330
Horky Martino a Giovanni Kepler31 marzo 1610285
Horky Martino a Giovanni Kepler6 aprile 1610288
Horky Martino a Giovanni Kepler16 aprile 1610293
Horky Martino a Giovanni Kepler27 aprile 1610301
Horky Martino a Giovanni Kepler24 maggio 1610314
Horky Martino a Giovanni Kepler26 maggio 1610315
Horky Martino a Giovanni Kepler30 giugno 1610346
Horky Martino a Paolo Sarpi10 luglio 1610358
Horky Martino a Francesco Sizzigiugno 1610347
Kepler Giovanni a Galileo13 ottobre 159759
Kepler Giovanni a Galileo19 aprile 1610297
Kepler Giovanni a Galileo9 agosto 1610374
Kepler Giovanni a Galileo25 ottobre 1610419
Kepler Giovanni a Galileodicembre 1610449
Kepler Giovanni a Giangiorgio Herwart von Hohenburg26 marzo 159861
Kepler Giovanni a Martino Horky9 agosto 1610376
Kepler Giovanni a Michele Mästlinsettembre 159758
Kepler Giovanni a Gio. Antonio Magini10 maggio 1610308
Kepler Giovanni a Giuliano de’ Medici3 maggio 1610306
Kepler Giovanni a Giuliano de’ Mediciottobre 1610421
Kepler Giovanni a Filippo Müller (?)18 dicembre 1610438
Kepler Giovanni a ………18 luglio 159966
Labia Andrea a Galileo29 maggio 1610320
Labia Andrea a Galileo19 giugno 1610333
Lentowicz Marco a Galileo13 agosto 1604102
Liceti Fortunio a Galileo22 ottobre 1610413
Liceti Fortunio a Galileo31 dicembre 1610448
Lorena (di) Cristina a Galileo25 ottobre 1605123
Lorena (di) Cristina a Galileo8 gennaio 1609203
Lorena (di) Cristina a Vincenzo Giugni18 aprile 1610295
Lotti Ottaviano a Belisario Vinta23 giugno 1610336
Maestro (del) Giovanni a Galileo15 agosto 1605122
Magagnati Girolamo a Galileo21 ottobre 1607166
Magini Gio. Antonio a Spinello Benci8 settembre 1610388
Magini Gio. Antonio a Galileo28 settembre 1610400
Magini Gio. Antonio a Galileo2 ottobre 1610404
Magini Gio. Antonio a Galileo15 ottobre 1610408
Magini Gio. Antonio a Galileo23 ottobre 1610414
Magini Gio. Antonio a Galileo2 novembre 1610422
Magini Gio. Antonio a Galileo9 novembre 1610426
Magini Gio. Antonio a Galileo20 novembre 1610429
Magini Gio. Antonio a Galileo28 dicembre 1610444
Magini Gio. Antonio a Giovanni Kepler20 aprile 1610298
Magini Gio. Antonio a Giovanni Kepler26 maggio 1610316
Magini Gio. Antonio ad Antonio Santini22 giugno 1610335
Magini Gio. Antonio ad Antonio Santinigiugno 1610338
Manso Gio. Battista a Paolo Benimarzo 1610274
Manso Gio. Battista a Galileo18 marzo 1610275
Manso Gio. Battista a Galileo8 giugno 1610329
Mästlin Michele a Giovanni Kepler7 settembre 1610387
Medici (de’) Alessandro a Galileo6 marzo 1609211
Medici (de’) Antonio a Galileo28 giugno 1604101
Medici (de’) Antonio a Galileo12 settembre 1609238
Medici (de’) Cosimo a Galileo9 gennaio 1606132
Medici (de’) Cosimo a Galileo11 settembre 1607162
Medici (de’) Cosimo a Galileo7 marzo 1609212
Medici (de’) Cosimo a Galileo10 luglio 1610359
Medici (de’) Giuliano a Galileo19 aprile 1610296
Medici (de’) Giuliano a Galileo19 luglio 1610362
Medici (de’) Giuliano a Galileo23 agosto 1610384
Medici (de’) Giuliano a Galileo6 settembre 1610386
Medici (de’) Giuliano a Galileo18 ottobre 1610412
Medici (de’) Giuliano a Galileo29 novembre 1610432
Medici (de’) Giuliano a Galileo20 dicembre 1610440
Mercuriale Girolamo a Galileo3 marzo 159346
Mercuriale Girolamo a Galileo9 luglio 159965
Mercuriale Girolamo a Galileo29 maggio 160173
Mermanni Tommaso a Galileo12 maggio 1610309
Minucci Andrea a Galileo28 maggio 1610318
Montalto (di) Peretti Alessandro a Galileo24 luglio 1610367
Montauto (da) Asdrubale a Ferdinando de’ Medici29 ottobre 1605125
Montauto (da) Asdrubale a Ferdinando de’ Medici10 giugno 1606137
Montauto (da) Asdrubale a Belisario Vinta29 ottobre 1605124
Montauto (da) Asdrubale a Belisario Vinta12 agosto 1606140
Montauto (da) Asdrubale a Belisario Vinta26 agosto 1606141
Montauto (da) Asdrubale a Belisario Vinta29 maggio 1610323
Montauto (da) Asdrubale a Belisario Vinta26 giugno 1610343
Monte (del) Alessandro a Galileo8 gennaio 1607148
Monte (del) Francesco Maria a Galileo28 aprile 1610302
Monte (del) Francesco Maria a Galileo4 giugno 1610325
Monte (del) Francesco Maria a Galileo26 giugno 1610341
Monte (del) Francesco Maria a Galileo24 luglio 1610366
Monte (del) Francesco Maria a Galileo9 ottobre 1610406
Monte (del) Guidobaldo a Galileo16 gennaio 158810
Monte (del) Guidobaldo a Galileo24 marzo 158815
Monte (del) Guidobaldo a Galileo28 maggio 158817
Monte (del) Guidobaldo a Galileo17 giugno 158818
Monte (del) Guidobaldo a Galileo22 luglio 158820
Monte (del) Guidobaldo a Galileo16 settembre 158821
Monte (del) Guidobaldo a Galileo7 ottobre 158822
Monte (del) Guidobaldo a Galileo30 dicembre 158823
Monte (del) Guidobaldo a Galileo3 agosto 158927
Monte (del) Guidobaldo a Galileo10 aprile 159030
Monte (del) Guidobaldo a Galileo8 dicembre 159033
Monte (del) Guidobaldo a Galileo21 febbraio 159235
Monte (del) Guidobaldo a Galileo10 gennaio 159345
Monte (del) Guidobaldo a Galileo3 settembre 159351
Monte (del) Guidobaldo a Galileo17 dicembre 159760
Monte (del) Orazio a Galileo16 giugno 1610331
Morosini Andrea a Galileo4 settembre 1609235
Morosini Francesco a Galileo10 gennaio 160390
Mula (da) Agostino a Galileo3 luglio 159964
Orsini Virginio a Galileo8 ottobre 1610405
Petrarolus I. A.a Baldassare Capra1 gennaio 1607147
Picchena Curzio a Galileo25 gennaio 1607149
Picchena Curzio a Galileo18 dicembre 1608201
Picchena Curzio a Galileo31 gennaio 1609205
Piccolomini Silvio a Galileo8 ottobre 1607164
Piccolomini Aragona Enea a Galileo27 giugno 1609223
Piccolomini Aragona Enea a Galileo29 agosto 1609232
Piccolomini Aragona Enea a Galileo19 settembre 1609240
Piccolomini Aragona Enea a Galileo6 febbraio 1610264
Piccolomini Aragona Enea a Galileo27 marzo 1610281
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo8 ottobre 160286
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo21 marzo 1608176
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo1 agosto 1609226
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo31 agosto 1609234
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo15 ottobre 1609243
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo19 settembre 1610395
Pignoria Lorenzo a Paolo Gualdo26 settembre 1610398
Pinelli Cosimo a Galileo3 aprile 159963
Pinelli Francesco a Galileo17 settembre 1610392
Pinelli Gio. Vincenzo a Galileo3 settembre 159236
Pinelli Gio. Vincenzo a Galileo9 settembre 159237
Pinelli Gio. Vincenzo a Galileo25 settembre 159239
Porta (della) Gio. Battista a Federico Cesi28 agosto 1609230
Porta (della) Gio. Battista a Federico Cesi1610450
Pozzobonelli Paolo a Galileo12 settembre 160284
Quirini Antonio a Galileo24 agosto 159967
Ricasoli Baroni Giovanni a Francesco Guadagni, ecc.15 giugno 158926
Ricasoli Baroni Giovanni a Neri Ricasoli Baroni11 maggio 158924
Ricasoli Baroni Giovanbatista a Ruberto Pandolfini25 maggio 158925
Riccoboni Antonio a Galileo11 marzo 158814
Ricques Davide a Galileo6 settembre 1604103
Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova9 maggio 160279
Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova20 febbraio 160393
Riformatori dello Studio di Padova ai Rettori di Padova19 aprile 1608184
Roffeni Gio. Antonio a Galileo22 giugno 1610334
Roffeni Gio. Antonio a Galileo29 giugno 1610344
Roffeni Gio. Antonio a Galileo6 luglio 1610352
Roffeni Gio. Antonio a Galileo27 luglio 1610368
Roffeni Gio. Antonio a Galileo16 agosto 1610377
Roffeni Gio. Antonio a Galileo19 agosto 1610380
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo1 settembre 159968
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo17 gennaio 160275
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo8 agosto 160280
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo23 agosto 160282
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo28 settembre 160285
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo18 ottobre 160287
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo20 dicembre 160289
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo12 aprile 160496
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo12 marzo 1605118
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo23 novembre 1606145
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo22 aprile 1608185
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo26 aprile 1608186
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo30 aprile 1609219
Sagredo Giovanfrancesco a Galileo28 ottobre 1609246
Santini Antonio a Galileo18 aprile 1608182
Santini Antonio a Galileo24 giugno 1610337
Santini Antonio a Galileo10 luglio 1610356
Santini Antonio a Galileo25 settembre 1610397
Santini Antonio a Galileo9 ottobre 1610407
Santini Antonio a Galileo6 novembre 1610423
Santini Antonio a Galileo4 dicembre 1610433
Santini Antonio a Galileo25 dicembre 1610443
Saracinelli Cipriano a Galileo5 dicembre 1605129
Saracinelli Cipriano a Galileo26 maggio 1606136
Saracinelli Cipriano a Galileo30 settembre 1606143
Saracinelli Cipriano a Galileo13 aprile 1607155
Saracinelli Cipriano a Galileo11 settembre 1607163
Saracinelli Ferdinando a Galileo12 gennaio 1606133
Saracinelli Ferdinando a Galileo9 giugno 1608191
Sarpi Paolo a Galileo2 settembre 160283
Sarpi Paolo a Galileo9 ottobre 1604104
Sarpi Paolo a Giacomo Leschassier16 marzo 1610272
Sasceride Gellio (?) a………….28 dicembre 159244
Schröter Bartolomeo a Galileo8 luglio 1610355
Seggett Tommaso a Galileo24 ottobre 1610417
Selvatico Girolamo a Francesco Vendramin20 marzo 1610279
Selvatico Girolamo a Francesco Vendramin26 marzo 1610280
Sertini Alessandro a Galileo19 novembre 159352
Sertini Alessandro a Galileo16 aprile 1605119
Sertini Alessandro a Galileo3 agosto 1608195
Sertini Alessandro a Galileo5 agosto 1608196
Sertini Alessandro a Galileo18 agosto 1608197
Sertini Alessandro a Galileo26 agosto 1609229
Sertini Alessandro a Galileo27 marzo 1610282
Sertini Alessandro a Galileo10 luglio 1610357
Sertini Alessandro a Galileo7 agosto 1610372
Sizzi Francesco a Giovanni de’ Medici7 agosto 1610373
Spinelli Girolamo ad Antonio Querengo28 febbraio 1605117
Stelluti Francesco a Gio. Battista Stelluti15 settembre 1610390
Strozzi Gio. Battista a Galileo19 settembre 1609239
Strozzi Roberto a Galileo2 luglio 1610349
Strozzi Roberto a Galileo29 luglio 1610369
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei13 gennaio 15741
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei9 febbraio 15742
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei10 marzo 15743
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei4 gennaio 15754
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei29 aprile 15785
Tedaldi Muzio a Vincenzio Galilei16 luglio 15786
Tedeschi Leonardo a Galileo22 dicembre 1604110
Tengnagel Francesco a Gio. Antonio Magini160395
Uguccioni Giovanni al Granduca di Toscana26 settembre 159240
Uguccioni Giovanni a Belisario Vinta21 settembre 159238
Valerio Luca a Galileo4 aprile 1609217
Valerio Luca a Galileo23 maggio 1609221
Valerio Luca a Galileo30 maggio 1609222
Valerio Luca a Galileo18 luglio 1609225
Valerio Luca a Galileo29 maggio 1610321
Valerio Luca a Galileo24 settembre 1610396
Valerio Luca a Galileo23 ottobre 1610415
Venier Sebastiano a Galileo23 gennaio 160391
Venier Sebastiano a Galileo17 febbraio 1608172
Vinta Belisario a Orso d’Elci23 maggio 1610312
Vinta Belisario a Galileo13 gennaio 1608170
Vinta Belisario a Galileo22 marzo 1608178
Vinta Belisario a Galileo12 aprile 1608181
Vinta Belisario a Galileo19 aprile 1608183
Vinta Belisario a Galileo29 maggio 1608189
Vinta Belisario a Galileo11 giugno 1608192
Vinta Belisario a Galileo7 novembre 1609250
Vinta Belisario a Galileo9 gennaio 1610260
Vinta Belisario a Galileo6 febbraio 1610263
Vinta Belisario a Galileo20 febbraio 1610266
Vinta Belisario a Galileo19 marzo 1610278
Vinta Belisario a Galileo30 marzo 1610284
Vinta Belisario a Galileo22 maggio 1610311
Vinta Belisario a Galileo5 giugno 1610327
Vinta Belisario a Galileo26 giugno 1610342
Vinta Belisario a Galileo19 agosto 1610381
Vinta Belisario a Giovanni Liczko di Ryglice7 novembre 1609251
Welser Marco a Cristoforo Clavio12 marzo 1610270
Welser Marco a Galileo29 ottobre 1610420
Wodderborn Giovanni a Enrico Wotton16 ottobre 1610411
Zorzi Benedetto a Galileo12 dicembre 159241
Zorzi Benedetto a Baccio Valori2 dicembre 158929
………. a Giovanni Carolus4 settembre 1609236
………. a Vincenzo Giugni23 settembre 1606142
………. a ……………….15887

([1]) Cfr. Per la edizione nazionale delle Opere di Galileo Galilei sotto gli auspicii di S. M. il Re d’Italia. Esposizione e disegno di ANTONIO FAVARO. Firenze, tipografia di G. Barbèra, 1888, pag. 36‑39.

([2]) Vedi Per la edizione nazionale delle Opere di Galileo Galilei sotto gli auspicii di S. M. il Re d’Italia. Indice cronologico del Carteggio Galileiano, per cura di ANTONIO FAVARO. Firenze, tipografia di G. Barbèra, 1896.

* Nell’edizione elettronica Manuzio, queste indicazioni sono state omesse.

([3]) Diciamo autografa la sottoscrizione, quando, oltre al nome e cognome dello scrivente, è autografa anche quell’espressione officiosa d’ossequio (Oblig. mo Ser.reAl piacer suoPer servirla, ecc.), che suole precedere la firma; invece, diciamo autografa la firma, quando questa sola sia di pugno del mittente.

([4]) Circa le vicende corse dagli autografi e circa l’origine di alcune copie, cfr. soprattutto Documenti inediti per la storia dei Manoscritti Galileiani nella Biblioteca Nazionale di Firenze pubblicati ed illustrati da ANTONIO FAVARO, nel Bullettino di bibliografia e di storia delle scienze matematiche e fisiche, T. XVIII,1885, pag. 1‑112 e 151‑230.

([5]) Alcune sottoscrizioni, o firme, di GALILEO e dei corrispondenti più importanti, le riproduciamo, dagli autografi, in facsimile.

([6]) Invece non abbiamo tenuto conto, per regola, dell’abitudine di GALILEO di scrivere a tergo delle lettere il cognome o il nome del mittente; la quale abitudine attiene all’ordinamento che GALILEO stesso faceva di parte almeno della sua corrispondenza, (cfr. ANTONIO FAVARO, Documenti inediti ecc., pag. 3). Abbiamo bensì registrato (nelle informazioni premesse alle lettere) siffatte notazioni di GALILEO, quando al nome del corrispondente era aggiunta qualche altra notizia, che potesse servire d’illustrazione alla lettera, o quando anche il semplice fatto del leggersi quel nome di pugno del Nostro potesse avere speciale valore, p. e., perchè, trattandosi di una lettera fra terzi, dimostrasse che essa era pervenuta in mano di GALILEO. – Non teniamo poi nota degli appunti di mani antiche, ma posteriori a GALILEO, che si leggono su alcune lettere: p. e., del nome del mittente scritto in capo alla lettera, sull’angolo superiore a sinistra, che è traccia di scelte o ordinamenti fatti in tempi diversi, ecc.

([7]) Abbiamo conservato, per regola, senza sciogliere, quelle abbreviazioni che, rispettate, sembra mantengano di più l’originale carattere al documento: p. e., le abbreviazioni dei titoli e degli epiteti officiosi, così frequenti nel secolo di GALILEO, ecc.

([8]) Abbiamo bensì conservato nel testo, con esattezza affatto diplomatica, qualsiasi più materiale errore (o nemmeno abbiamo aggiunto i dopo cggl di suono palatino), quando chi scriveva fosse persona affatto illetterata; nel qual caso, ogni ritocco, anche lieve, avrebbe alterato la fisonomia del documento.

** Nell’edizione elettronica Manuzio, gli errori corretti nell’Edizione nazionale sono riportati in note a pie’ di pagina contrassegnate dalla dicitura — [CORREZIONE].

([9]) Citiamo spesso il Vol. XIX, nel quale pubblicheremo i Documenti concernenti GALILEO (Cfr. Per la edizione nazionale ecc. Esposizione e disegno cit., pag. 39). Delle citazioni di questo volume il lettore potrà servirsi agevolmente, sebbene non sia indicata la pagina, coll’aiuto dell’Onomastico che pubblicheremo in fine dell’Edizione, nel quale sotto lo stesso nome troverà citata e la lettera e il documento, a cui per la illustrazione della lettera rimandiamo.

([10]) A proposito di costei cfr. il n.° 4.

([11]) VIRGINIA, sorella di GALILEO.

([12]) Cfr. Vol XIX. Doc. V, a).

([13]) Il CAMPORI legge: A M.a Giulia… sc. sette… Al maestro di Galileo… sc. cinque… Per un sacco… sc. sette… Per poliza e mulende 1.5. Il tutto p. 8.10. Tutto sono sc. venti p. 10, de’ quali… Correggiamo col confronto delle due seguenti partite, le quali si leggono in un conto corrente di dare e avere (cfr. Vol. XIX, Doc. V) fra MUZIO TEDALDI e VINCENZIO GALILEI: E adì 6 di febraio [1574], lire 7, portò M.a Giulia, e lire 5 Galileo; lire 12. E adì 9 detto, per sacca j° di grano fatto farina, lire 8.10 (Bibl. Naz. Fir., filza intitolata sul dorso 1. Galileo. Scritture, Istrumenti, Inventarj etc. appartenenti al medesimo, a suo Padre e a’ suoi Discendenti, per lo più originali e autografi, car. 7r.). Cfr. anche Lett. 1. La somma di lire otto e soldi dieci, identica nel documento e nella lettera, mostra non essere esatte nella lettera le due precedenti cifre di 7 e 1.5. – [CORREZIONE]

([14]) Il CAMPORI legge perchè si scrive. – [CORREZIONE]

([15]) La «Compagnia» o «Fraternita di S. Guglielmo», alla quale VINCENZIO GALILEI era stato ascritto addì 21 marzo 1566. – Vedi R. Archivio di Stato di Firenze: Archivio del Patrimonio Ecclesiastico della Diocesi di Pisa; F. XXXVI, 3, Libro dei Partiti, 1548-1575, car. 57r.: «Vinc. Ghalilei con 25 fave nere e 4 biance.» Vedi ancora nel medesimo Archivio, F. XXXVI, a car. 81, e 12 a car. 13.

([16]) Il CAMPORI legge tutti savj. Cfr. qui appresso, Lett. 3. [CORREZIONE]

([17]) Cioè nel collegio dove erano ospitati e spesati quaranti scolari toscani dello Studio.

([18]) Figlia di ERMELLINA AMMANNATI e nipote di VINCENZIO GALILEI.

([19]) ERMELLINA AMMANNATI, sorella della moglie di VINCENZIO GALILEI.

([20]) DOROTEA AMMANNATI.

([21]) Di stile pisano.

([22]) Di stile pisano.

([23]) Vedi Vol. I, pag. 184-185 [Edizione Nazionale].

([24]) Vedi Vol. I, pag. 197, lin. 23‑24 [Edizione Nazionale].

([25]) Fu pubblicato nell’anno seguente: Novi Calendarii Romani Apologia adversus Michaelem Maestlinum Gaeppingensem, in Tubigensi Academia mathematicum, tribus libris explicata. Autore CHRISTOPHORO CLAVIO Bambergensi, e Societate Iesu. Romae, apud Sanctium et socios. MDLXXXVIII.

([26]) Di stile fiorentino.

([27]) Vedi la figura a pag. 188 del Vol. I [Edizione Nazionale].

([28]) Cfr. n.° 8.

([29]) EUCLIDIS Elementorum libri XV, ecc. nunc tertio editi, summaque diligentia recogniti atque emendati. Auctore CHRISTOPHORO CLAVIO Bambergensi, e Societate Iesu. Coloniae, exspensis Ioh. Baptistae Ciotti, M D XCI.

([30]) GUIDIUBALDI E MARCHIONIBUS MONTIS In duos Archimedis aequeponderantium libros paraphrasis, scholiis illustrata. Pisauri, apud Hieronymum Concordiam,MDLXXXVIII.

([31]) FEDERICI COMMANDINI Urbinatis Liber de centro gravitatis solidorum. Bononiae, ex officina Alexandri Benacii, MDLXV, car. 46‑47.

([32]) In questo medesimo Archivio, e precisamente nella filza intitolata: «N.° 27. Lettere dalli 2 Gennaio 1588 sino alli 30 Xbre 1589. Oratoribus Dominationis Comite Vincentio Campeggi et Marchione Camillo Bolognino. Nicolao Fava Secretario», è contenuta una lettera dei SS.ri Quaranta al Conte VINCENZO CAMPEGGI, sotto il dì 27 febbraio 1588, nella quale si legge: «Con questa si risponde alla raccomandazione dell’Ill.mo Sig. Camerlengo, fattaci per M. Galileo Galilei, nobile fiorentino, per Mattematico in questo Studio nostro.» La risposta alla lettera del Cardinale Camerlengo esiste nella stessa filza, di seguito al testo della lettera dei Quaranta, ed è pubblicata in Studi e Mem. per la Storia dell’Università di Bologna, Vol. VII, Bologna, 1922, pag. 10, per cura di E. COSTA. Da altra del CAMPEGGI, data da Roma sotto il dì 5 marzo 1588, abbiamo: «Presentai la lettera responsiva all’Ill.mo Camarlengo per il Matematico Giubilei (sic).»

([33]) Vedi Vol. XIX. Doc. VII.

([34]) Cfr. n.° 9.

([35]) Fra il e punto si legge, cancellato, centro delle. – [CORREZIONE]

([36]) Cfr. n.° 8.

([37]) Cfr.n.° 12.

([38]) di ax a xa – [CORREZIONE]

([39]) Vedi Vol. I, pag. 183 [Edizione Nazionale].

([40]) Cfr. n.° 10.

([41]) Doctissime è stato corretto in luogo di Illustrissime, che prima era stato scritto. – [CORREZIONE]

([42]) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. – [CORREZIONE]

([43]) V. di Vol. I, pag. 196‑198 [Edizione Nazionale].

([44]) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. – [CORREZIONE]

([45]) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. – [CORREZIONE]

([46]) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. – [CORREZIONE]

([47]) dicis adminulo tui – [CORREZIONE]

([48]) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. – [CORREZIONE]

([49]) Prima era stato scritto frustri, e poi fu corretto frusti. – [CORREZIONE]

([50]) LUDOLFO VAN CEULEN (germanicamente VON COLLEN), che, equivocando sul cognome, il COIGNET tenne per nativo di Colonia, mentre era di Hildesheim.

([51]) quo secet – [CORREZIONE]

([52]) absolvimus admiculo praeceptorum – [CORREZIONE]

([53]) communiabimus – [CORREZIONE]

([54]) Cfr. i nni. 10 e 15.

([55]) FRANCESCO MARIA DEL MONTE.

([56]) Cfr. n.° 19.

([57]) Cfr. i nn.i 9, 12, 13.

([58]) Vedi Vol. I, pag. 188, lin. 33‑34 [Edizione Nazionale].

([59]) Il P. CRISTOFORO CLAVIO: cfr. nn.i 9, 13.

([60]) hommini – [CORREZIONE]

([61]) PAPPI Alexandrini Mathematicae Collectiones a FEDERICO COMMANDINO urbinate in latinum conversae et commentariis illustratae. Pisauri, apud Hieronymum Concordiam, M.D.LVIII, car. 44.

([62]) Probabilmente al COIGNET, col quale sembra che GALILEO tenesse attiva corrispondenza: cfr. n.° 16.

([63]) Era andato cercando di GIOVANBATISTA E di GIOVANNI RICASOLI, che s’erano aggirati ne’ dintorni di Pescia, ed era tornato a Pescia: vedi Vol. XIX, Doc. IX.

([64]) GIOVANBATISTA RICASOLI.

([65]) GIOVANBATISTA RICASOLI.

([66]) Lizza Fusina.

([67]) VINCENZO GUADAGNI.

([68]) Cfr. n.° 51.

([69]) Cfr. Vol. XIX. Doc. IX, a. X.

([70]) Bonazza, villa di LORENZO GIACOMINI in Val di Pesa presso Firenze.

([71]) La lettura di matematica nello Studio di Padova era vacante per la morte di GIUSEPPE MOLETTI.

([72]) GIOVANNI ANTONIO MAGINI era stato eletto, con partito del 4 agosto 1588, per quattro anni dal principio delle lezioni immediatamente successivo. Cfr. Archivio di Stato di Bologna. Arch. Pontificio. Sezione del Senato. Partitorum, Vol. XXVI, car. 16.

([73]) Cfr. n.° 51.

([74]) diss’a – [CORREZIONE]

([75]) Cfr. Vol. XIX. Doc. VIII, c.

([76]) In sette tomi sono tanto la edizione di GALENO del VALGRISI di Venezia MDLXII ‑ MDLXIII, quanto la quarta del GIUNTI di Venezia del MDLXV.

([77]) Manca la firma, essendo stata tagliata la carta.

([78]) Manca il principio, essendo stata tagliata la carta.

([79]) La sorella di GALILEO, che andava a nozze con BENEDETTO LANDUCCI.

([80]) costa cirche tre – [CORREZIONE]

([81]) Cfr. Vol. XIX. Doc. X.

([82]) GIOVANNI MICHIEL. Cfr. n.° 37.

([83]) GIOVANNI UGUCCIONI.

([84]) Vedi n.° 36.

([85]) Intendi fiorini, chè a tanto ammontò il primo stipendio annuo di GALILEO nello Studio di Padova.

([86]) Nè della richiesta nè della concessione di tale licenza, menzionata anche in altre lettere (cfr. p. e., n.° 45), non abbiamo trovata alcuna traccia negli archivi.

([87]) Cioè la Ducale d’elezione a Matematico dello Studio di Padova. Cfr. Vol. XIX. Doc. XI, a. 1.

([88]) GALILEO aveva letta la sua prelezione il giorno 7. Cfr. n.o 44.

([89]) le ho tornato – [CORREZIONE]

([90]) Cfr. n.° 41.

([91]) Tabula tetragonica, seu quadratorum numerorum cum suis radicibus, ex qua cuiuscumque numeri perquam magni, minoris tamen trigintatribus notis, quadrata radix facile miraque industria colligitur. Nunc primum a IO. ANTONIO MAGINO Patavino, mathematico in almo Bononiensi Gymnasio, supputata, ecc. Venetiis, apud Io. Baptistam Ciottum, MDXCII. – Nelle prime quattro carte non numerate, oltre alla dedica dell’Autore a TICONE BRAHE sotto il dì 1° febbraio 1592, sono contenuti componimenti poetici latini e greci indirizzati a TICONE BRAHE da FABIO PAOLINI udinese e da ANDREA CHIOCCO medico veronese.

([92]) Intorno a tale particolare vedi ANTONIO FAVARO, Ticone Brahe e la Corte di Toscana nel Tomo III della Serie V dell’Archivio Storico Italiano, Firenze, coi tipi di M. Cellini e C., 1889, pag. 222-224.

([93]) Cfr. n.° 51.

([94]) IACOPO MAZZONI.

([95]) tuttlaltre – [CORREZIONE]

([96]) essa mosa dal – [CORREZIONE]

([97]) con la è stato sostituito da GALILEO a dalla, che leggesi cancellato. – [CORREZIONE]

([98]) In luogo di lo schermo prima leggevasi il sostegno: sopra il fu da GALILEO rifatto un lo, ed a sostegno, cancellato, fu sostituito schermo. – [CORREZIONE]

([99]) in pessare a – [CORREZIONE]

([100]) 1593 è aggiunta di mano sincrona.

([101]) Sopra il debole fondamento di questa menzione, e dell’altra contenuta nella lettera successiva, fu attribuita a GALILEO un’altra sorella per nome LENA.

([102]) Fratello minore di GALILEO.

([103]) Sorella di GALILEO.

([104]) S. Giuliano era monastero di Domenicane in Firenze.

([105]) BENEDETTO LANDUCCI, marito di VIRGINIA GALILEI.

([106]) GALILEO si era personalmente impegnato al pagamento della dote alla sorella VIRGINIA. Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, a, 2.

([107]) Fratello di GALILEO.

([108]) haverei mostratto – [CORREZIONE]

([109]) La prima pubblicò egli stesso sette anni dopo(GUIDI UBALDI E MARCHIONIBUS MONTIS Perspectivae libri sex. Pisauri, apud Hieronymum Concordiam, MDC); l’altra fu data alla luce dopo la sua morte (GUIDI UBALDI E MARCHIONIBUS MONTIS De Cochlea libri quatuor. Venetiis, MDCXV, apud Evangelistam Deuchinum).

([110]) Adiano – [CORREZIONE]

([111]) ADRIANO VAN ROOMEN. L’opera di lui alla quale qui si accenna è la seguente: Ideae mathematicae pars prima, sive Methodus polygonorum, ecc. AuthoreADRIANO ROMANO, ecc. Lovanii, apud Ioannem Masium, M D XCIII.

([112]) io debbo – [CORREZIONE]

([113]) Guarde se – [CORREZIONE]

([114]) tormentate è stato corretto dall’autore in luogo di sconsolate, che prima aveva scritto. – [CORREZIONE]

([115]) Trovar pietà è sottolineato nell’autografo. – [CORREZIONE]

([116]) Ma è sottolineato, e in margine si legge: «o e».– [CORREZIONE]

([117]) Veramente al n.° 72, del quale lo squarcio latino più sotto riprodotto è un sunto, leggermente parafrasato. Cfr. HERONIS Alexandrini Spiritalium liber. A FEDERICO COMMANDINO Urbinate ex graeco nuper in latinum conversus. Urbini, MDLXXV, car. 72.

([118]) calatus – [CORREZIONE]

([119]) calati – [CORREZIONE]

([120]) id.

([121]) in locum AEFB in ipsum. Deduciamo la correzione dal testo del COMMANDINO, che citiamo nella nota. – [CORREZIONE]

([122]) locum AB implebimus – [CORREZIONE]

([123]) calatum – [CORREZIONE]

([124]) calato – [CORREZIONE]

([125]) oleum alidet – [CORREZIONE]

([126]) par poter di raccorre – [CORREZIONE]

([127]) Tra che lasciò si legge, cancellato, ne. – [CORREZIONE]

([128]) Questi allegati mancano nel codice.

([129]) Cfr. Vol. IX, pag. 10‑11 e pag. 31‑57 [Edizione Nazionale].

([130]) L’essersi questo autografo rinvenuto in uno stesso sacco con parecchi altri documenti concernenti la famiglia PALLAVICINI di Parma (la quale nel 1596 abitava il palazzo, passato circa mezzo secolo più tardi in proprietà della famiglia MARTINENGO CESARESCO di Brescia, che tuttora lo possiede), induce ad argomentare che il Marchese quivi menzionato fosse un PALLAVICINI, e precisamente o ALFONSO o il figlio suo ALESSANDRO, perchè nel 1596 erano contemporaneamente nel palazzo di Salò, FELICITA figlia del primo, nata il 30 agosto 1585, e VITTORIA figlia del secondo, nata il 6 gennaio 1587.

([131]) Tra le carte PALLAVICINI, che con tutto nostro agio abbiamo potuto esaminare, non rinvenimmo traccia della lettera che qui GALILEO scrive di unire.

([132]) Cfr. n.° 58.

([133]) Prodromus dissertationum cosmographicarum, continens mysterium cosmographicum de admirabili proportione orbium coelestium, deque causis coelorum numeri, magnitudinis, motuumque periodicorum genuinis et propriis, demonstratum per quinque regularia corpora geometrica a M. IOANNE KEPLERO, ecc. Tubingae, excudebat Georgius Gruppenbachius, anno MDXCVI.

([134]) Sul margine della car. 33r. si legge, scritto a matita di mano di GALILEO: «De globis conscriptus a Roberto Nues. Londini impressus, 94, in…». «Nues» veramente si legge nell’autografo Galileiano, ma il cognome vero è «Hues» ed il titolo dell’opera è: «Tractatus de globis, coelesti et terrestri, ac eorum usu».

([135]) Prima aveva scritto sapienter tu, proposito exemplari tuae personae, occulte mones; poi aggiunse et davanti ad occulte, e da ultimo portò et occulte dopo tu. – [CORREZIONE]

([136]) Prima aveva scritto perducamus, che poi corresse in perducere queamus. – [CORREZIONE]

([137]) In luogo di Primam… etiam hora 12, prima aveva scritto Easdem stellas observa etiam circa 19 et 26 Martii anno 98, suo ordine; poi corresse Easdem stellas in Eandem stellam; e da ultimo a Eandem sostituì Primam, cancellò et 26 e suo ordine, e in margine aggiunse, dopo 98, le parole altitudine... etiam hora 12. – [CORREZIONE]

([138]) Hombergerus – [CORREZIONE]

([139]) Tra desiderare Cuicunque si legge, cancellato, Vale. – [CORREZIONE]

([140]) Tra nuper e Galilaeus aveva scritto, e poi cancellò, ad me. – [CORREZIONE]

([141]) Tra rem e diligentius aveva scritto, e poi cancellò, rectius. – [CORREZIONE]

([142]) statuit. Atqui lunae. – [CORREZIONE]

([143]) Cfr. Vol. II, pag. 337 [Edizione Nazionale].

([144]) GIROLAMO PALANTIERI.

([145]) magnetica lingula è stato sostituito a magnes, che prima aveva scritto. – [CORREZIONE]

([146]) et latere… applicato è stato aggiunto posteriormente in margine. – [CORREZIONE]

([147]) motus magnetici è stato sostituito a huius rei che prima aveva scritto. – [CORREZIONE]

([148]) DOMINICUS MARIA FERRARIENSIS.

([149]) Cfr. IOANNIS KEPLERI astronomi Opera omnia edidit Dr. CH. FRISCH. Vol. II. Frankofurti a M. et Erlangae. Heyder & Zimmer, MDCCCLIX, pag. 816.

([150]) LEONARDO DONATO, Procuratore di San Marco e Riformatore dello Studio di Padova.

([151]) ZACCARIA CONTARINI, Riformatore dello Studio.

([152]) ANGELO, FILIPPO e FRANCESCO CONTARINI.

([153]) MATTEO ZANE, Riformatore dello Studio.

([154]) se quam primum. – [CORREZIONE]

([155]) Nei primi giorni del novembre 1599. Cfr. Carteggio inedito di Ticone Brahe ecc., pubblicato ed illustrato la ANTONIO FAVARO. Bologna, Zanichelli, 1886, pag. 223.

([156]) Intorno ai motivi che possono avere spinto TICONE BRAHE a cercare con tanta insistenza la corrispondenza con GALILEO da risolversi egli stesso ad iniziarla, come fece con la lettera che segue, cfr. A. FAVARO, Di alcuni nuovi materiali per lo studio del carteggio di Ticone Brahe e delle sue relazioni con Galileo (Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti. Serie VI, T. VII, pag. 199‑215), Venezia, tip. Antonelli, 1889, e A. FAVARO, Ticone Brahe e la Corte di Toscana (Archivio Storico Italiano. Serie V, T. III, pag. 211‑224), Firenze, tip. Cellini e C., 1889.

([157]) TYCONIS BRAHE Dani Epistolarum astronomicarum libri. Quorum primus hic Illustrissimi et Laudatissimi Principis Gulielmi Hassiac Landgravii ac ipsius mathematici literas, unaque responsa ad singulas, complectitur. Uraniburgi, anno M D XCVI.

([158]) gentil’homino – [CORREZIONE]

([159]) Cioè dal monastero di San Giuliano. Cfr. n.° 49.

([160]) Prima di questa lettera, per ordine cronologico dovrebbe venire quella segnata al N. 229, la cui data è «26 agosto 1600» e non 1609 come erroneamente fu interpretato nella prima edizione.

([161]) Lettres autographes composant la collection de M. ALFRED BOVET décrites par ÉTIENNE CHARAVAY: ouvrage imprimé sous la direction de FERNAND CALMETTES. A Paris, librairie Charavay frères, 4, rue de Furstenberg, 1887, pag. 186.

([162]) Collezione d’autografi e di documenti storici formata e posseduta dal CAV LUIGI ARRIGONI, bibliofilo-antiquario. Serie Prima. Poeti italiani. Firenze, tip. dell’Arte della Stampa, 1885, pag. 30.

([163]) Tra o e pur leggesi, cancellato, per. – [CORREZIONE]

([164]) ORAZIO CORNACCHINI.

([165]) COSIMO DE’ MEDICI, poi COSIMO II.

([166]) Maggi – [CORREZIONE]

([167]) Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, b, 1).

([168]) Mancano nell’autografo e il nome e lo spazio per il nome. GALILEO volle probabilmente indicare il gentiluomo presso il quale MICHELANGELO era allogato. Il WOLYNSKI opina che fosse un principe RADZIWIL. Cfr. Relazioni di Galileo colla Polonia, ecc.nell’Archivio Storico Italiano, Serie terza, T. XVII, pag. 26.

([169]) Discorso sopra la musica antica e moderna di M. GIROLAMO MEI, ecc. In Venetia, M. DC. II, appresso Gio. Battista Ciotti.

([170]) Cfr. Vol. XIX. Doc. XII.

([171]) Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, b, 2).

([172]) I Riformatori dello Studio caddero qui in errore: chè non già per dotare una sua figlia, ma per pagare la dote promessa alla LIVIA (Cfr. Vol. XIX, Doc. XV, b, 1), aveva GALILEO quell’urgente bisogno di danaro, che nella precedente lettera espose ai Riformatori dello Studio.

([173]) Vedi la nota alla lettera n.° 58.

([174]) GASPARO PIGNANI.

([175]) Nel Cadore avevano i SAGREDO ed i VENIERricche possessioni di boschi e di miniere.

([176]) GUILIELMI GILBERTI Colcestrensis medici Londinensis De magnete magneticisque corporibus et de magno magnete tellure physiologia nova, plurimis et argumentis et experimentis demonstrata. Londini, excudebat Petrus Short, anno MDC. Lib. V, cap. V e VI.

([177]) all’equinottione – [CORREZIONE]

([178]) GUILIELMI GILBERTI, ecc. De magnete, lib. V, cap. VII.

([179]) Op. cit., lib. V, cap. VIII.

([180]) In luogo di quella… quadrato prima aveva scritto tutto il diametro, che poi cancellò. – [CORREZIONE]

([181]) Probabilmente GALILEO aveva ragguagliato il POZZOBONELLI degli esperimenti fatti con l’«edifficio da alzar acque et adacquar terreni» nel giardino di Casa CONTARINI. Cfr. Vol. XIX. Doc. XII, XIII, e.

([182]) Prima aveva scritto, a quanto pare, di questa son, e poi corresse questa in quella. – [CORREZIONE]

([183]) In questa contrada di Padova abitava GALILEO nel tempo in cui il POZZOBONELLI fu suo ospite. – Cfr. A. FAVARO, Delle case abitate da Galileo Galilei in Padova negli Atti e Memorie della R. Accademia di scienze, lettere ed arti in Padova. Vol.IX, pag. 225‑268.

([184]) Prima aveva scritto della fortezza ne han portati a volo 14: di qui; poi cancellò ne e aggiunse tra le linee delli assistenti. – [CORREZIONE]

([185]) GIOVAN VINCENZO PINELLI.

([186]) che resiste è aggiunta interlineare. – [CORREZIONE]

([187]) Cfr. n.° 82.

([188]) Monte Ortone, presso Abano.

([189]) È questo il poscritto ad una lettera che deve essere stata indirizzata a Venezia, dove in questi giorni si trovava il GUALDO in compagnia di COSIMO PINELLI, Duca di Acerenza. Era questi venuto da Napoli, per conferire a Milano con ERICIO PUTEANO intorno alla biografia del defunto suo zio GIO. VINCENZO, la cui memoria intendeva onorare con un mausoleo da erigersi in Padova. – Cfr. nella Bibl. Marciana di Venezia le carte relative alla famiglia GUALDO nel Cod. CXLVI della Cl. VI (Ital.), car. 41t‑42r.

([190]) Cfr. Mss. Gal. Par. VI. Tomo I, 1, car. 13‑15, ossia Vol. XIX. Doc. XIII. Appendice.

([191]) Prima aveva scritto 26, che poi corresse in 27. – [CORREZIONE]

([192]) Prima aveva scritto alla terza, e poi corresse a sesta. – [CORREZIONE]

([193]) Cfr. Vol. II, pag. 259 [Edizione Nazionale].

([194]) O se tutta – [CORREZIONE]

([195]) l’altra – [CORREZIONE]

([196]) linee utrumque AF – [CORREZIONE]

([197]) le linee SI, IA uscumque – [CORREZIONE]

([198]) Cfr,Vol. VIII, pag. 221, 393 [Edizione Nazionale].

([199]) Cfr. Vol. II, pag. 190 [Edizione Nazionale].

([200]) GIO. CARLO SCARAMELLI: Cfr. R. Archivio di Stato in Venezia, Collegio. Lettere secrete: Anno 1602, e Bibl. Marciana, Cod. Cl. VI, n.° CCCIII, car. 213.

([201]) GUGLIELMO GILBERT: cfr. n.° 83.

([202]) Di stile veneto.

([203]) Cfr. n.° 89.

([204]) Di stile veneto.

([205]) S.r Galleo – [CORREZIONE]

([206]) Cfr. n.° 79.

([207]) Di stile veneto.

([208]) Di stile veneto.

([209]) Cfr. n.° 58.

([210]) Qui si allude evidentemente a GALILEO, e ad insinuazioni contro di lui contenute nella lettera del MAGINI, alla quale risponde il TENGNAGEL.

([211]) Qui ci parrebbe indicato abbastanza chiaramente GIOVAN FRANCESCO SAGREDO.

([212]) prestare la sensa – [CORREZIONE]

([213]) Vedi n.° 82.

([214]) Baldassar Capra.

([215]) Forse GIULIO CESARE CAIETANO.

([216]) mezzo hassero la – [CORREZIONE]

([217]) Accanto all’indirizzo si legge quest’appunto, di mano di GALILEO: «Carta real da l’Aquila alle 2 ruote».

([218]) Cfr. n.° 97.

([219]) contracambiate – [CORREZIONE]

([220]) STANISLAO LAZOCSKI.

([221]) ANNIBALE BIMBIOLO.

([222]) Cfr. Vol. VIII, pag. 372‑374 [Edizione Nazionale].

([223]) Cfr. n.° 104.

([224]) Questo allegato manca nel codice.

([225]) dir da sole – [CORREZIONE]

([226]) TICONIS BRAHE Dani Astronomiae instauratae progymnasmata, quorum haec prima pars de restitutionibits motuum solis, etc. Typis inchoata Uraniburg Daniae, absoluta Pragae Bohemiae, MDCII.

([227]) CHRISTOPHORI CLAVII Bambergensis e Societate Iesu Astrolabium. Romae, impensis Bartholomaei Grassi, ex typographia Gabiana, MDXCIII.

([228]) CHRISTOPHORI CLAVII Bambergensis e Societate Iesu Geometria Practica. Romae, ex typ. AloysiiZanetti, MDCIV.

([229]) CHRISTOPHORI CLAVII Bambergensis e Societate Iesu Horologiorum nova descriptio. Romae, apud Aloysium Zannettum, M.D.XCIX.

([230]) Compendium brevissimum describendorum horologiorum horizontalium ac declinantium, auctore CHRISTOPHORO CLAVIO Bambergensi Societatis Iesu. Romae, apud AloysiumZannettum, MDCIII.

([231]) essementare – [CORREZIONE]

([232]) non si leggo – [CORREZIONE]

([233]) distione – [CORREZIONE]

([234]) che il tutto – [CORREZIONE]

([235]) con tutta che – [CORREZIONE]

([236]) l’istessi convenienti – [CORREZIONE]

([237]) molto non – [CORREZIONE]

([238]) quando quando siano – [CORREZIONE]

([239]) F. VALLESII Commentarius in Aristotelis librum IV Meteorologicorum. Patavii, 1591.

([240]) ributtattato – [CORREZIONE]

([241]) prima che che havesse – [CORREZIONE]

([242]) Carteggio inedito di Ticone Brahe, Giovanni Keplero ecc. con Giovanni Antonio Magini, tratto dall’Archivio Malvezzi de’ Medici in Bologna, pubblicato ed illustrato da ANTONIO FAVARO. Bologna, Nicola Zanichelli, 1886, pag. 283.

([243]) Nel verso leggesi di pugno di GALILEO una annotazione concernente la nuova stella, la quale fu da noi riprodotta a suo luogo (II, 280, lin. 1‑6 [Edizione Nazionale].).

([244]) Cfr. Vol. II, pag. 269‑273 [Edizione Nazionale].

([245]) Tra apparso e circa leggesi, cancellato, li 10. – [CORREZIONE]

([246]) Resta così in tronco nell’autografo.

([247]) Discorso dell’Ecc.mo Signor ANTONIO LORENZINI da Montepulciano intorno alla nuova stella. In Padova, MDCV, appresso Pietro Paolo Tozzi.

([248]) Cfr. n.° 111.

([249]) per larchezza – [CORREZIONE]

([250]) Tra suoi famigliari leggesi, cancellato, commandi.– [CORREZIONE]

([251]) Nell’autografo manca la figura citata.

([252]) LEONARDO TEDESCHI: vedi n.° 110.

([253]) Cioè il precetto di pagamento della dote promessa alla sorella LIVIA, per la lite intentatagli dal cognato TADDEO GALLETTI. Cfr. n.° 121 e Vol. XIX. Doc. XV, b, 3. a.

([254]) Tra si farà leggesi, cancellato, manderò. – [CORREZIONE]

([255]) NICCOLÒ GIUGNI.

([256]) VINCENZO GIUGNI.

([257]) Cfr. Vol. II, pag. 269-273 Edizione Nazionale.

([258]) Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, b, 3, d.

([259]) Cfr. n.° 118 e Vol. XIX, Doc. XV, b, 3.

([260]) Cfr. n.° 125.

([261]) ROBERTO LIO.

([262]) poca capicità – [CORREZIONE]

([263]) Car.mi – [CORREZIONE]

([264]) Cfr. n.° 123.

([265]) Cfr. Vol. II, pag. 365 Edizione Nazionale.

([266]) BENEDETTO LANDUCCI.

([267]) de quale desidera – [CORREZIONE]

([268]) Cioè il compasso geometrico e militare.

([269]) DON ANTONIO DE’ MEDICI.

([270]) ho ordinato – [CORREZIONE]

([271]) FERDINANDO SARACINELLI.

([272]) FABRIZIO COLORETO.

([273]) SILVIO PICCOLOMINI.

([274]) Cfr. n.° 16.

([275]) dell’Ambrogina – [CORREZIONE]

([276]) Ephemerides Io. BAPTISTAE CARELLI Placentini, ecc. meridiano inclitae urbis Venetiarum diligentissime supputatae, ecc. Venetiis, apud Baltassarem Costantinum, MDLVII.

([277]) Ephemerides IOANNIS STADII Leonnouthensis, ecc. secundum Antverpiae longitudinem ex tabulis Prutenicis supputatae ab anno 1583, usque ad annum 1606, ecc. Lugduni, in off. Q. Philip. Tinghi, Florent. MDLXXXV.

([278]) GIO. GIROLAMO BRONZIERO.

([279]) VIRGINIO e PAOLO GIORDANO ORSINI.

([280]) CIPRIANO SARACINELLI.

([281]) zio di – [CORREZIONE]

([282]) COSIMO DE’ MEDICI, principe ereditario.

([283]) appartenze  [CORREZIONE]

([284]) LEONARDO DONATO, coronato Doge addì 12 gennaio 1606.

([285]) La Pasqua di Resurrezione nel 1606 essendo caduta il 26 marzo, qui si intende che la Pasqua alla quale si allude era la Pasqua di rose, cioè la Pentecoste, che cadeva il 14 maggio.

([286]) Probabilmente il FOSCARI venuto a stare in casa di GALILEO con un servitore il 13 febbraio 1606. Cfr. Vol.XIX, Doc. XIII, b, 2.

([287]) Cfr. Vol. XIX, Doc. XI, c.

([288]) aspettimo – [CORREZIONE]

([289]) FERDINANDO I.

([290]) FERDINANDO SARACINELLI.

([291]) COSIMO DE’ MEDICI, principe ereditario.

([292]) mandarò – [CORREZIONE]

([293]) restarà  [CORREZIONE]

([294]) il 9mbre tanto – [CORREZIONE]

([295]) Misura veneta di capacità, equivalente a circa 9 litri.

([296]) GIROLAMO FABRICIO D’ACQUAPENDENTE.

([297]) Semidea Fabrici.

([298]) GIO. TOMMASO MENADOI.

([299]) proticato – [CORREZIONE]

([300]) Di stile fiorentino.

([301]) D. LORENZO PACIFICO DI AVERSA.

([302]) In luogo di principiar prima aveva scritto far [CORREZIONE]

([303]) Vedi Vol. II, pag. 365 Edizione Nazionale.

([304]) Vedi Vol. II, pag. 427 Edizione Nazionale.

([305]) usupatore – [CORREZIONE]

([306]) NICCOLÒ MONTALBAN.

([307]) tanto pena ch’io  — [CORREZIONE]

([308]) Forse il Cavalier POMPEO de’ Conti DA PANNICHI. Cfr. vol. II, pag. 546 Edizione Nazionale.

([309]) GIOVANNI NICCOLÒ NOSTIZ.

([310]) GIOVANNI ZUGMESSER.

([311]) Forse GIROLAMO SIPINELLI.

([312]) Cfr. n.° 156.

([313]) Dissertationes duae BALTHESARIS CAPRAE. Una de logica et eius partibus, altera de enthymemate. Patavii, ex officina Petri Pauli Tozzii, 1606.

([314]) Cfr. Vol. XIX. Doc. XVIII.

([315]) Cfr. Vol. II, pag. 546 Edizione Nazionale.

([316]) Cfr. n.° 156.

([317]) Considerazioni diALIMBERTO MAURI sopra alcuni luoghi dei Discorso di Lodovico delle Colombe intorno alla stella apparita nel 1604. In Firenze, appresso GioAntonio Caneo, 1606.

([318]) Discors. di LODOVICO DELLE COLOMBE, nel quale si dimostra che la Nuova Stella apparita l’ottobre passato 1604 nel Sagittario non è cometa nè stella generata o creata di nuovo, nè apparente, ma una di quelle che furono da principio nel cielo; e ciò esser conforme alla vera filosofia, teologia e astronomiche demostrazioni. Con alquanto di esagerazione contro a’ giudiciari astrologi. In Firenze, nella stamperia Giunti, 1606.

([319]) Risposte piacevoli e curiose di LODOVICO DELLE COLOMBE alle Considerazioni di certa maschera saccente nominata Alimberto Mauri fatte sopra alcuni luoghi del Discorso del medesimo LODOVICO intorno alla stella apparita l’anno 1604, ecc. In Fiorenza, per Gio. Antonio Caneo e Raffaello Grossi, 1608.

([320]) Vedi Vol, II, pag. 270‑273 Edizione Nazionale.

([321]) Vedi Vol. II, pag. 515. Edizione Nazionale.

([322]) Cfr. Vol XIX, Doc. XVIII, b 2).

([323]) Intorno a questa lettera cfr. Miscellanea Galileiana Inedita, Studi e ricerche di ANTONIO FAVARO. (Estr. dal Vol. XXII delle Memorie del R. Istituto Veneto), Venezia, tip. di Giuseppe Antonelli, 1887, pag. 18-23.

([324]) Cfr. n.° 155.

([325]) Scarperia, piovano di Fagna.

([326]) Relazione del viaggio e della presa della città di Bona in Barberia, fatta per commessione del Sereniss. Granduca di Toscana in nome del Serenissimo Prencipe suo primogenito, dalle galere della Religione di Santo Stefano il dì 16 settembre 1607 sotto il comando di SILVIO PICCOLOMINI, Gran Contestabile di detta Religione et aio del medesimo Principe. In Firenze, nella stamperia de’ Sermartelli, MDCVII.

([327]) il particolari —[CORREZIONE]

([328]) prima aveva scritto dava, e poi corresse dà. — [CORREZIONE]

([329]) Quella che nella sua ricomparsa del 1682 fu osservata dall’HALLEY e venne battezzata col suo nome: ricomparve poi nel 1759, nel 1835 e nel 1910.

([330]) prima aveva scritto Adesso, e poi corresse Ancuò. [CORREZIONE]

([331]) Cfr n.° 165.

([332]) Cfr. n.° 152.

([333]) meglio poti — [CORREZIONE]

([334]) Fu infatti comunicata a GALILEO che la trattenne e notò sul tergo di essa, che corrisponde alla car. 22: «D. Ben.to»

([335]) Al Signor Curzio Picchena, segretario di S. A. S., s —[CORREZIONE]

([336]) Questa lettera manca.

([337]) GIOVANFRANCESCO SAGREDO. Cfr. n.° 169.

([338]) della detta avanti al petto, s —[CORREZIONE]

([339]) Questa risposta manca nel ms.

([340]) Si accenna qui ad una qualche natività, e forse a quella della figliuola del PICCHENA: cfr n.° 201.

([341]) Di stile fiorentino.

([342]) Cfr. n.i 176 e 177.

([343]) Altrotanto —[CORREZIONE]

([344]) Vol II, pag. 515 Edizione Nazionale.

([345]) MARINI GHETALDI ecc. Apollonius redivivus, seu restituta Apollonii Pergaei inclinationum geometria. Venetiis, apud Bernardum Iuntam, MDCVII.

([346]) Tra ò e hauto leggesi, cancellato, nè ò.

([347]) Con ANNA CHIARA BANDINELLI.

([348]) In luogo di l’avervi scritto prima aveva scritto, e poi cancellò, dire. —[CORREZIONE]

([349]) Prima aveva scritto a quello, poi corresse al vostro. —[CORREZIONE]

([350]) che so che restano haver i è sostituito a per dar soddisfazione a’ che prima aveva scritto. —[CORREZIONE]

([351]) Tra stentando e 30 leggesi, cancellato, io. —[CORREZIONE]

([352]) Tra gratia e concessami leggesi, cancellato, fattami. —[CORREZIONE]

([353]) Cfr. n.° 171.

([354]) Girolamo Michiel.

([355]) Circa questa scrittura mandava il PIGNORIA al GUALDO sotto il dì 11 aprile 1608: «La scrittura de’ medici intorno la neve intendeva provare, che se non si sgombrava, come s’è fatto, averia cagionato corruzione d’aria, male di punta, infiammazione de’ polmoni, febri di varie sorte e morbi populari». Cod. cit. car. 37.

([356]) L’assè — [CORREZIONE]

([357]) ch’vù, Segnore —[CORREZIONE]

([358]) Questa lettera in dialetto pavano è la dedicatoria d’una poesia dialogica, scritta essa pure in quel dialetto e intitolata Faelamento de Rovegiò bon Magon dalle Valle de fuora e de Tuogno Regonò della Villa de Vegian, sora la nieve dell’anno 1608, che si legge a car. 68‑81 del codice contenente la dedicatoria: l’una e l’altra, di mano sincrona. Sul tergo della car. 82 si legge «Bacco fachin, sta a S.ta Maria d’Avanzo, portò»; e questo appunto potrebb’essere di mano d’ALESSANDRO PIERSANTI, servitore di GALILEO in Padova. Occasione alla poesia e alla dedicatoria dette una straordinaria nevicata, che nei primi mesi del 1608 afflisse Padova e il suo contado: di questa nevicata, alla quale si riferiscono pure lelettere di n.° 171 e 176, vedi A. FAVARO, Scampoli Galileiani, Serie prima, negli Atti e Memorie della R. Accademia di scienze, lettere ed arti in Padova, vol. II, pag. 14‑17.Che Rovegiò bon Magon dalle Valle de fuora sia pseudonimo di GIUSEPPE GAGLIARDI, si hadal Ragionamento dello Academico Aldeano [NICCOLÒ VILLANI] sopra la poesia giocosa de’ Greci, de’ Latini, e de’ Toscani etc. In Venetia, MDCXXXIVappresso Gio. Pietro Pinelli, pag. 75. Cfr. anche, dei citati Scampoli, la Serie seconda, nei medesimi Atti e Memorie, vol. III, pag. 14.

([359]) Cfr. n.° 171.

([360]) o a dire o a —[CORREZIONE]

([361]) Di stile fiorentino.

([362]) Tractatio de cometarum causis, effectibus, differentiis et proprietatibus ex F. IUNCTINI voluminibusexcerpta. Lipsiae, 1580.

([363]) Le nozze honno —[CORREZIONE]

([364]) sopetto [CORREZIONE]

([365]) MARINO GHETALDI. Cfr. n.°, 173.

([366]) Quest’ordine non è ora allegato alla lettera.

([367]) VITTORIO AMEDEO ed EMANUELE FILIBERTO, figli di CARLO EMANUELE I, che erano stati ad accompagnare Donna ISABELLA, loro sorella, la quale aveva sposato ALFONSO D’ESTE, principe ereditario di Modena, e si recavano a Mantova per la celebrazione delle nozze dell’altra loro sorella MARGHERITA col principe ereditario di quel ducato.

([368]) FRANCESCO QUARATESI.

([369]) Cfr. Galileo Galilei e lo Studio di Padova, per ANTONIO FAVARO, Vol. II. Firenze, Successori Le Monnier, 1883, pag. 105.

([370]) Cfr. n.° 184.

([371]) FRANCESCO QUARATESI.

([372]) «Festa di Gentildonne», per la quale, con deliberazione in Pregadi dei 19 aprile 1608, le invitate furono sciolte dall’obbedienza alle leggi suntuarie della Repubblica. Fu data il giorno 24 aprile, nel palazzo di ALVISE PRIULI, Procuratore di San Marco. Vedi Archivio di Stato in Venezia, Cerimoniali, III, car. 24t. – Senato. Pompe. Cap. I, car. 69.

([373]) Cfr. n.° 187.

([374]) GASPARO PIGNANI. Cfr. Vol. II, pag. 562 Edizione Nazionale.

([375]) Questi puntolini sono nell’autografo: e il numero 52 è stato scritto posteriormente in uno spazio che prima GALILEO aveva pureoccupato con puntolini.

([376]) In luogo di dar loro prima aveva scritto darli. —[CORREZIONE]

([377]) Tra però e a si legge, cancellato, con l’ancora. —[CORREZIONE]

([378]) è segna A —[CORREZIONE]

([379]) Prima aveva scritto più volentieri sostiene 2 ferri che un solo, poi corresse come stampiamo. —[CORREZIONE]

([380]) il piano della calamita è aggiunto in margine. —[CORREZIONE]

([381]) In luogo di comporta prima aveva scritto dimostra, che non è cancellato. —[CORREZIONE]

([382]) Prima aveva scritto trovato un altro pezzo alquanto minore, poi corresse come stampiamo. — [CORREZIONE]

([383]) riducesse un una. — [CORREZIONE]

([384]) In luogo di et la palla si caverebbe così prima aveva scritto et una palla riusciria così. — [CORREZIONE]

([385]) con la pietra è aggiunta interlincare. — [CORREZIONE]

([386]) In luogo di pregandola che a quello prima aveva scritto al quale. — [CORREZIONE]

([387]) Questo schizzo non è unito alla lettera.

([388]) Tra pietra e per leggesi cancellato se gli potria aggiugnere uno. — [CORREZIONE]

([389]) Inscrivere è stato corretto in luogo di aggiugnere che prima aveva scritto. — [CORREZIONE]

([390]) Prima aveva scritto la fedeltá devota et obedienza, poi corresse come stampiamo. — [CORREZIONE]

([391]) In luogo di i popoli a lei commessi prima aveva scritto i suoi popoli. — [CORREZIONE]

([392]) Prima aveva scritto admiratore et conoscitore di cosi alta virtù, e poi corresse come stampiamo. — [CORREZIONE]

([393]) Qui di seguito leggonsi questo due parole, sottolineate: Cosmos Cosimu. Cfr. Lett. n.° 199. — [CORREZIONE]

([394]) Tra sì come e il si legge, cancellato, l’un ferro. — [CORREZIONE]

([395]) Cioè il giorno 3 maggio. Cfr. Lett. n.° 187.

([396]) Questa calamita andò poi perduta, e la perdita ne fu grandemente deplorata dal LEIBNIZ in due lettere ad ANTONIO MAGLIABECHI dei 17 gennaio e 13 giugno 1698. — Cfr. Clarorum Germanorum ad Antonium Magliabechium nonnullosque alios Epistolae ex autographis in Biblioth. Magliabechiana, quae nunc publica Florentinorum est adservatis descriptae. Tomus primusFlorentiae, MDCCXLVI, ex typographia ad insigne Apollinis in platea S. C. M., pag. 87, 90.

([397]) Cfr. n.° 181.

([398]) Cfr. n.° 185.

([399]) A questa lettera non è allegata alcuna figura; abbiamo bensì trovato un oroscopo, accompagnato da uno schema di natività, che fu annesso alla lettera n.° 115: ma e per il dubbio che sia proprio la cosa qui richiamata, e per la, nessuna sua importanza, ne abbiamo omessa la riproduzione.

Noteremo soltanto che è relativo a persona nata il 2 marzo 1562 in Vilna.

([400]) ANDREA SALVADORI.

([401]) Dal 14 giugno al 23 agosto 1608 la Corte si trattenne nella Villa Ferdinanda ad Artimino. Cfr. Bibl. Naz. Fir. Mss. Gino Capponi 261. Vol. I, car. 213t.-218t.

([402]) Questa lettera manca nel ms.

([403]) Così sta scritto, ma veramente il libro è di Tommaso Bovio.

([404]) ANDREA SALVADORI.

([405]) GIOVANNI CIAMPOLI.

([406]) ANDREA SALVADORI: Cfr. n.° 195.

([407]) Accenna alle nozze di COSIMO, Gran Principe di Toscana, con MARTA MADDALENA, figlia dell’Arciduca CARLO D’AUSTRIA.

([408]) Intendi i nipoti FRANCESCO e ANDREA, figli di ALVISE DUODO, fratello di PIETRO, che morì celibe. Cfr. n.° 210.

([409]) Tra nel e vedersi leggesi, cancellato, cuore.— [CORREZIONE]

([410]) contro la leggesi fra le righe sostituito a dalla cancellato. —[CORREZIONE]

([411]) Tra però e con leggesi, cancellato, quasi. —[CORREZIONE]

([412]) potrassi è aggiunta interlineare.— [CORREZIONE]

([413]) Cfr. n.° 198.

([414]) OTTAVIO BRENZONI.

([415]) CATERINA.

([416]) Di pesatore al saggio.

([417]) Di stile fiorentino.

([418]) Cfr. nn.i 202 e 203.

([419]) Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, a, 3).

([420]) Di stile fiorentino.

([421]) Cfr. Vol. XIX. Doc. XV, a, 3.

([422]) Le Novelle letterarie pubblicate in Firenze l’anno MDCCLXXXIV, Vol. XV, in Firenze MDCCLXXXIV, nella stamperia di Antonio Benucci, ecc., pag. 161, dove per la prima volta venne stampata questa lettera sopra l’autografo, che forse era allora in condizioni meno deteriorate che oggi, leggono Onde fo sapere a V.E.

([423]) Cfr. Vol, VIII, pag. 11 Edizione Nazionale.

([424]) Prima di La lettera si leggono, cancellate, queste parole.: Nella gratissima lettera di V. S. —[CORREZIONE]

([425]) ENEA PICCOLOMINI ARAGONA.

([426]) Prima aveva scritto quel reverente ossequio, poi corresse quella reverente devozione e da ultimo tornò a correggere quel reverente ossequio. —[CORREZIONE]

([427]) In luogo di con la prima aveva scritto nella. —[CORREZIONE]

([428]) prima che la vita è aggiunta marginale. —[CORREZIONE]

([429]) Dopo publicare si legge, cancellato, al mondo. —[CORREZIONE]

([430]) Da apportando a potessi è aggiunta marginale. —[CORREZIONE]

([431]) In luogo di eserciterei prima aveva scritto farei. —[CORREZIONE]

([432]) In luogo di la libertà che ho qui prima aveva scritto questa libertà. —[CORREZIONE]

([433]) In luogo di a V. S., prima aveva scritto ad alcuno. — [CORREZIONE]

([434]) In luogo di merito o servitù prima aveva scritto servire. — [CORREZIONE]

([435]) In luogo di può bastare prima aveva scritto basteria. — [CORREZIONE]

([436]) In luogo di dell’opera prima aveva scritto del servizio. — [CORREZIONE]

([437]) Tra dover ed espor si legge, cancellato, per prezzo. — [CORREZIONE]

([438]) et chi da quello dependesse è aggiunta interlineare. — [CORREZIONE]

([439]) In luogo di si convertiranno in prima aveva scritto arriveranno a. — [CORREZIONE]

([440]) In luogo di grand’aiuto prima aveva scritto gran sollevamento. — [CORREZIONE]

([441]) SILVIO PICCOLOMINI.

([442]) Cfr. n.° 198.

([443]) Di stile veneto.

([444]) Di stile fiorentino.

([445]) Di stile fiorentino.

([446]) Cfr. Statuta Almae Universitatis D. Artistarum et Medicorum Patavini Gymnasii. Denuo correcta et emendata, ecc. Patavii, Apud Ioannem et Franciscum Bolzetam, M. D. XCV, car. 32.

([447]) ANNIBALE BIMBIOLO.

([448]) Cfr. nn.i 210 e 215.

([449]) Di stile veneto.

([450]) In luogo li accorgeremo, prima ora scritto accorgerebbono. — [CORREZIONE]

([451]) Di stile veneto

([452]) le mano — [CORREZIONE]

([453]) SILVIO PICCOLOMINI.

([454]) FERDINANDO SARACINELLI.

([455]) Forse FRANCESCO dei marchesi GONZAGA.

([456]) Di stile fiorentino.

([457]) Ecc.mo — [CORREZIONE]

([458]) De centro gravitatis solidorum libri tres LUCAE VALERII Mathematicae et Civilis Philosophiae in Gymnasio Romano professoris. Romae, typis Bartholomaei Bonfadini, MDCIIII.

([459]) Cfr. n.° 221.

([460]) andare scielgendo et rivolgendo, r — [CORREZIONE]

([461]) pregandole dal Signore Dio, r — [CORREZIONE]

([462]) Di V. S. Ecc.ma Desiderosiss.o di ser.la G. F. Sagredo, r — [CORREZIONE]

([463]) Ecc.mo S.r, G. G., r — [CORREZIONE]

([464]) Al molto Mag.co S.r mio Oss.mo L’Ecc.mo Sig.r Galileo Galilei, Mattematico di Pad.ua Venetia, r —

([465]) Cfr. Vol. IX, pag. 12 Edizione Nazionale.

([466]) Quadratura parabolae, per simplex falsum. Et altera, quam secunda Archimedis expeditior, ad Martium Columnam, LUCAE VALERII, mathematicae et civilis philosophiae in almo Urbis gymnasio pubblici professoris. Rome, apud Lepidum Facium, MDCVI.

([467]) Cioè i primi nove, il duodecimo ed il decimoquarto de La Scanderbeide, Poema eroico della Signora MARGHERITA SARROCCHI, dedicato All’Ill.ma Sig.ra D. Costanza Colonna Sforza, ecc. In Roma, appresso Lepido Faccii, MDVI.

([468]) Cfr. n.° 221.

([469]) Cfr. n.° 221.

([470]) Intendi della ricondotta alla lettura.

([471]) Cfr. n.° 198.

([472]) Il VALERIO non ha disegnata nella lettera la figura alla quale qui si richiama, probabilmente perchè egli si riferiva a quella che GALILEO avrà delineato nella lettera a cui questa risponde e che non è pervenuta sino a noi. Forse la figura corrispondeva a questa che qui aggiungiamo per agevolare l’intelligenza del testo.

([473]) Cfr n.i 221 e 222.

([474]) Questa lettera dovrebbe andare prima della lettera 72

([475]) FRANCESCO PICCOLOMINI.

([476]) IOAN. BAPTISTAE PORTAE Neap. De refractione optices parte. Libri novem, ecc. Neapoli, apud Io. Iacobum Carlinum et Antonium Pacem, ex officina Horatii Salviani, 1593. — Nè il libro IX, che tratta De coloribus ex refractione, s. de iride, lacteo circulo etc., nè il libro VIII, che è intitolato De specillis, nulla, contengono di ciò che in questa lettera si descrive. Cfr. n.° 297.

([477]) Cfr. Vol. XIX, Doc. XIX.

([478]) Cfr. n.°228.

([479]) Cfr, Vol XIX, Doc. XI.

([480]) Cfr. Vol II, pag. 365 e seg. Edizione Nazionale.

([481]) Cfr. Vol II, pag. 515 e seg. Edizione Nazionale.

([482]) Cioè della ricondotta alla lettura.

([483]) GIOVANNI CAROLUS, editore della effemeride.

([484]) inventata da lei ‑ [CORREZIONE]

([485]) mi favoì di ‑ [CORREZIONE]

([486]) Cfr. n.° 185.

([487]) Accanto all’indirizzo si legge quest’appunto di mano di GALILEO:

«Scatolini.

Soldi.

Tavoletta sottile.

Maschera.»

In altro luogo della stessa carta è delineata una costituzione dei pianeti Medicei.

([488]) Conosciuti di i Montelupi — [CORREZIONE]

([489]) ANNIBALE BIMBIOLO.

([490]) Fra di e poi leggesi, cancellato, hora. — [CORREZIONE]

([491]) Cfr. n.° 213.

([492]) Cfr. n.° 247.

([493]) Cfr. n.° 251.

([494]) L’altro fratello si chiamava STANISLAO.

([495]) BALDINO GHERARDI.

([496]) La primogenita di GALILEO.

([497]) volendomene accanere — [CORREZIONE]

([498]) Accanto all’indirizzo si leggono questi appunti di mano di GALILEO, verisimilmente fatti in occasione di un viaggio a Venezia:

«Scarfarotti e cappelletto per Vinc.o.

La cassa delle robe di Marina.

Lente, ceci bianchi, risi, uva passa, farro.

Zucchero, pepe, garofani, cannella, spezie, confetture.

Sapone, aranci.

Pettine d’avorio n.° 2.

Malvagia da i S.i Sagredi.

Palle d’artiglieria n.° 2.

Canna d’organo di stagno.

Vetri todeschi spianati.

Spianar cristallo di monte.

Pezzi di specchio.

Tripolo.

Lo specchiaro all’insegna del Re.

In calle delle Aqque si fanno sgubie.

Trattare in materia di scodelle di ferro, o di gettarle in pietre, o vero come le palle d’artiglieria.

Privilegio per il vocabolario.

Ferro da spianare.

Pece greca.

Feltro, specchio per fregare.

Follo.

Pareggiarsi col S. Mannucci et rendergli l’Edilio.»

([499]) MARINA GAMBA.

([500]) Fra cortesissima e lettera leggesi, cancellato, sua. Le parole di V.S. sono scritte tra le linee. —

([501]) a V. S. molto I. et Ecc.ma, racconterò, G — [CORREZIONE]

([502]) come da vicino, G — [CORREZIONE]

([503]) che mi apparisce, G — [CORREZIONE]

([504]) veduta maggiore 400 volte, et il suo corpo 8000, di quello, G — [CORREZIONE]

([505]) dimostra: onde in, G — [CORREZIONE]

([506]) si vede altissimamente, quella non, G — [CORREZIONE]

([507]) eguale, G— [CORREZIONE]

([508]) di genti, A — [CORREZIONE]

([509]) non se ne può, G — [CORREZIONE]

([510]) sparsi, G — [CORREZIONE]

([511]) sono questi, A — [CORREZIONE]

([512]) parte de linea, A — [CORREZIONE]

([513]) punte illuminose sporgono, A — [CORREZIONE]

([514]) intaccare, G — [CORREZIONE]

([515]) per così dire non si legge in G. — [CORREZIONE]

([516]) tratto dell’ombra, come, G — [CORREZIONE]

([517]) nella presente figura si vede, G — [CORREZIONE]

([518]) punte illuminose poste, A — [CORREZIONE]

([519]) luminosa: et sono simili, G — [CORREZIONE]

([520]) rappresenta l’altra figura. Veggonsi appresso nella, G — [CORREZIONE]

([521]) massimamente verso il confine, G — [CORREZIONE]

([522]) corno inferiore, moltissime, G — [CORREZIONE]

([523]) oscure sempre et tutte verso, G — [CORREZIONE]

([524]) sole, come si vede nell’altra figura, dalla frequenza, G —[CORREZIONE]

([525]) quali macchiette, G — [CORREZIONE]

([526]) che si chiamano, G — [CORREZIONE]

([527]) chiamano ghiaccio. A.—[CORREZIONE]

([528]) In G non si leggono poi le parole Siane… presente — [CORREZIONE]

([529]) plenilunio pochissimo si, G — [CORREZIONE]

([530]) l’orlo illustrato risguarda, G —[CORREZIONE]

([531]) corpo luminare: et, A — [CORREZIONE]

([532]) lunare: aspetto onninamente simile a quello che fanno, G — [CORREZIONE]

([533]) da monti, G — [CORREZIONE]

([534]) conprendere, A — in G non si leggono le parole come… comprendere. — [CORREZIONE]

([535]) le sopranominate macchiette, G — [CORREZIONE]

([536]) figure irregolari, G — [CORREZIONE]

([537]) ho, non senza grande stupore, osservata, G — [CORREZIONE]

([538]) che è quasi, G — [CORREZIONE]

([539]) In G non si legge nella quale; invece a lin. 65-66 [Edizione Nazionale] si legge si veggono in essa macchia le medesime.— [CORREZIONE]

([540]) lasciando il cerchio di, G — [CORREZIONE]

([541]) apparenze di lume et di ombre a capello, che faria in terra, G — [CORREZIONE]

([542]) dire la, G — [CORREZIONE]

([543]) da i suoi altissimi, G — [CORREZIONE]

([544]) abbracciata: i suoi, G — [CORREZIONE]

([545]) avertendo, A — [CORREZIONE]

([546]) perfettamente rotonda et non si legge in G. — [CORREZIONE]

([547]) si vede nella, G — [CORREZIONE]

([548]) ciò è nella australe non si legge in G. — [CORREZIONE]

([549]) lucida nel seguente modo: nella, G — [CORREZIONE]

([550]) nell’aggiustar più, A.La parola aggiustar è sottolineata, e sopra è scritto aquistare — nell’aqquistar questo lume maggiore, se, G — [CORREZIONE]

([551]) dopo alcune, G — [CORREZIONE]

([552]) circondate dalle tenebre; et queste, G— [CORREZIONE]

([553]) in terra nell’aurora gl’altissimi monti, ben che molto occidentali, prima, G — [CORREZIONE]

([554]) macchie della luna le quali, G — [CORREZIONE]

([555]) tale inegualità, nè vi fa il lume del sole, G — [CORREZIONE]

([556]) mancare dalla cavità, A — [CORREZIONE]

([557]) mancare delle predette eminenze et cavità. Sì che, G — [CORREZIONE]

([558]) volesse paragonarla alla terra, le macchie della luna risponderiano alli mari, G — [CORREZIONE]

([559]) che vedendosi da gran distanza il globo terrestre illuminato dal sole, più lucido aspetto faria il terreno, et più oscuro il mare. Vedesi tuttavia, G — [CORREZIONE]

([560]) Vedasi tuttavia, A — [CORREZIONE]

([561]) tutto et totolmente simile, ma, G

([562]) queste è, G — [CORREZIONE]

([563]) l’altro verso la parte orientale, quando, G — [CORREZIONE]

([564]) 5 o ver 6, G — [CORREZIONE]

([565]) mirabilmente et, G — [CORREZIONE]

([566]) lucidi de tutto, A — [CORREZIONE]

([567]) resto, ma uno in particolare, che par come una stellina, assai più chiaro dell’altre, G — [CORREZIONE]

([568]) 5 o 6 altre macchiettine piccole, G — [CORREZIONE]

([569]) nere de tutto, A — [CORREZIONE]

([570]) resto, le quali par che il sole non possa mai rischiarire col suo lume, G. Con queste parole termina il cod. G. — [CORREZIONE]

([571]) avicinerà, A — [CORREZIONE]

([572]) Genaro, A — [CORREZIONE]

([573]) Questa non è fra gli autografi della Raccolta CAMPORI.

([574]) Di stile fiorentino.

([575]) BENEDETTO LANDUCCI.

([576]) Cfr. n.° 254.

([577]) Cfr. Vol. XIX, Doc. XIII.

([578]) La VIRGINIA, nominata di sopra.

([579]) BALDINO GHERARDI.

([580]) Di stile fiorentino.

([581]) Accenna al Sidereus Nuncius, nella edizione principe del quale il titolino corrente a capo di pagina è Observationes sidereae recens habitae. Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 9, nota 2 [Edizione Nazionale].

([582]) delle orecchi — [CORREZIONE]

([583]) Di stile fiorentino.

([584]) Cfr. n.° 262.

([585]) Cfr. n° 263.

([586]) Di stile fiorentino.

([587]) Cfr. n° 263.

([588]) questo mi povero — [CORREZIONE]

([589]) Cfr. n° 262.

([590]) In un foglio, che ora, allegato alla lettera, forma la cart. 25 del codice, si legge, di mano, a quanto sembra, di BELISARIO VINTA, ciò che segue: «Leggasi questa a S. A.; et perchè quella denominatione Cosmici è greca, e si potrebbe interpretare che la fusse data a quelle stelle per la natura di qualche lor qualità et moto, e non per gloria del Ser.mo nome della Casa de’ Medici et della loro natione et città di Firenze, io piglierei quella denominatione Medicea Sidera: et piacendo così a lor Altezze, il Cioli risponda subito a Venetia, et la mandi al Vinta». Cfr. n.° 266, e Vol. III, Par. I, pag. 9, nota 2 [Edizione Nazionale].

([591]) Cfr. n° 260.

([592]) Di stile fiorentino.

([593]) Accanto all’indirizzo sono delineate, certamente di mano di GALILEO, due configurazioni dei Pianeti Medicei, senza indicazione di data.

([594]) Il sonetto non è ora allegato alla lettera.

([595]) Discorso di RAFFAEL GUALTEROTTI, gentilhuomo fiorentino, sopra l’apparizione de la nuova stella. E sopra le tre oscurazioni del sole e de la luna ne l’anno 1605. Con alquanto di lume del arte del oro, ecc. In Firenze, nella stamperia di CosimoGiunti, MDCV. — Il passo a cui nella lettera siaccenna, non è però contenuto nella detta opera, bensì a pag. 26 dell’altra intitolata: Scherzi degli spiriti animali, dettati con l’occasione de l’oscurazione de l’anno 1065 diRAFFAEL GUALTEROTTI, ecc. In Firenze, nella stamperia di CosimoGiunti, MDCV.

([596]) io ho viso Venere — [CORREZIONE]

([597]) Di stile fiorentino.

([598]) nostro nela la luna ci apparivano — [CORREZIONE]

([599]) la lo credo a Giovan — [CORREZIONE]

([600]) Di stile fiorentino.

([601]) Confutatio Calendarii Georgii Germanni Wartenbergensis Borussi. Auctore CRISTOPHORO CLAVIO Bambergensi, Societatis Iesu. Moguntiae, excudebat Reinhardus Eltz, anno Domini M. DC. X.

([602]) Intende il Sidereus Nuncius: cfr. Vol. III, Par. I, pag. 53 e seg. [Edizione Nazionale].

([603]) quae alias vel non apparent vel obscurae, G — [CORREZIONE]

([604]) uti confert, et, G — [CORREZIONE]

([605]) accomodaverunt et expoliverunt, G — [CORREZIONE]

([606]) Lunatos vos vocatis, G — [CORREZIONE]

([607]) cuius diametri 6 pedum, P — [CORREZIONE]

([608]) digiti minoris, — [CORREZIONE]

([609]) instrumentum quatuor circiter pedum, G — [CORREZIONE]

([610]) videtur tantum pars, P — [CORREZIONE]

([611]) visione videretur, subtenderet tantum scrupula, G — [CORREZIONE]

([612]) instrumento, videbitur sub angulo maiori quam tertium graduum, G — [CORREZIONE]

([613]) sunt in lucia, in Iovis, P — [CORREZIONE]

([614]) quem tibi meo nomine Dominus legatus exibebit, G — [CORREZIONE]

([615]) ipsum lunare corpus, G — [CORREZIONE]

([616]) GIOVANNI BATTISTA AMADORI.

([617]) Venezza — [CORREZIONE]

([618]) supito — [CORREZIONE]

([619]) GALILEO aggiunge di sua mano: «il S. Paolo Beni.»

([620]) GIO. BATTISTA DELLA PORTA.

([621]) Cfr. n.° 230.

([622]) Nel ms. è stato qui lasciato un piccolo spazio bianco.

([623]) de’ cronocatori – [CORREZIONE]

([624]) conceda – [CORREZIONE]

([625]) Consapevole è aggiunto tra la linee di mano di GALILEO.

([626]) Cfr. n.° 275.

([627]) Cfr. Vol. III, Par. 1, pag. 53 e seg. [Edizione Nazionale].

([628]) mandare innanzi è scritto sopra inviar, che non è cancellato. – [CORREZIONE]

([629]) queto fatto –[CORREZIONE]

([630]) da velente huomo –[CORREZIONE]

([631]) In luogo di disegni prima aveva scritto, e poi cancellò, figure. –[CORREZIONE]

([632]) Dopo a i cenni di S. A. si legge, cancellato, quanto segue: Mi è forza ristampare anco l’Uso del Compasso Geometrico, non se ne trovando più copie et fabricandosi continuamente di questi miei compassi, de i quali sin hora ne sono passati per le mie mani più di300; et me ne vengono continuamente domandate da diverse bande. –[CORREZIONE]

([633]) Cfr. n.° 281.

([634]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 53 [Edizione Nazionale].

([635]) Cfr. Vol. IX, App. I.

([636]) Cfr. n.° 310.

([637]) Quest’allegata oggi manca.

([638]) Di stile fiorentino.

([639]) Allude alla elezione del Matematico dell’Accademia Delia in Padova, avvenuta l’istesso giorno 20 marzo, e nella quale a GALILEO era stato preferito il Conte INGOLFO DE’ CONTI. Cfr. n.° 280, e Vol. XIX, Doc. XX.

([640]) Cfr. n.° 279.

([641]) GIULIO ZABARELLA.

([642]) Le parole in corsivo sono sottolineate, con inchiostro diverso da quello con cui è scritta la lettera.

([643]) Cfr. Vol. XIX. Doc. XX.

([644]) Cfr. n.° 277.

([645]) ritrovato –[CORREZIONE]

([646]) D. ANTONIO DE’ MEDICI.

([647]) FRANCESCO NORI.

([648]) VIRGINIA.

([649]) Monastero delle Ammantellate dell’Ordine di S. Maria di Monte Carmelo, oltrarno.

([650]) ANDREA SALVADORI.

([651]) Cfr. Vol. IX, pag. 233 [Edizione Nazionale].

([652]) MICHELANGELO BUONARROTI il giovane.

([653]) Accenna probabilmente a qualcuna delle scritture che si andavano annunziando contro le scoperte celesti di GALILEO.

([654]) P. SERAFINO DA QUINZANO.

([655]) Tra Patrone e intento si legge, cancellato, in particolare [CORREZIONE]

([656]) Tra riceverete e non si legge, cancellato, qualche. – [CORREZIONE]

([657]) intentendissimo – [CORREZIONE]

([658]) de Kepplero – [CORREZIONE]

([659]) non havendo fattione mentione – [CORREZIONE]

([660]) Tra accennato et si legge, cancellato, quelle cose. – [CORREZIONE]

([661]) Un LORENZO di MARCANTONTO CORNARO era morto il 25 settembre del 1609 (Necrologio Nobili, nell’Archivio di Stato in Venezia, Arch. dell’Avogarie del Comun). Con la morte d’un altro CORNARO (GIACOMO ALVISE, del quale cfr. A. FAVARO, Delle case abitate da Galileo Galilei in Padova, negli Atti e Memorie della R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti in Padova, vol. IX, pag. 249, nota 2) si risalirebbe al 29 agosto 1608.

([662]) PAOLO SARPI e FULGENZIO MICANZIO.

([663]) MARTINO PACHACZEK.

([664]) Astronomia nova aÞtiolñghtoû seu Physica Coelestis tradita commentariis de motibus stellae Martis ex observationibus G. V. Tychonis Brahe. Iussu et sumtibus Rudolphi II, etc. Plurium annorum pertinaci studio elaborata Pragae a S.ae C.aeM.tis Mathematico IOANNE KEPLERO. Anno aerae Dionysianae M DCIX.

([665]) praescribant – [CORREZIONE]

([666]) Cfr. n.° 58.

([667]) Proculus – [CORREZIONE]

([668]) apellat – [CORREZIONE]

([669]) angustisimis – [CORREZIONE]

([670]) Cfr. n.° 83.

([671]) Pruno – [CORREZIONE]

([672]) Vedi Vol. III. Par. I, pag. 62, lin. 15‑17 [Edizione Nazionale].

([673]) tecumque è aggiunto in margine – [CORREZIONE]

([674]) GIULIANO DE’ MEDICI.

([675]) conctra – [CORREZIONE]

([676]) Ad Vitellionem paralipomena, quibus astronomiae pars optica traditur, etc. Authore IOANNE KEPLERO. Francofurti, apud Claudium Marnium et haeredes Ioannis Aubrii. Anno MDCIV.

([677]) requirere è aggiunta marginale.  [CORREZIONE]

([678]) IO. BAPT. PORTAE Neapolitani Magiae Naturalis libri XX, in quibus scientiarum naturalium divitiae et delitiae demonstrantur, etc. Neapoli, apud Horatium Salvianum, M. D. LXXXVIIII, pag. 269.

([679]) etiam è aggiunta interlineare. – [CORREZIONE]

([680]) observato – [CORREZIONE]

([681]) pro diversitate oculorum è aggiunta marginale. Le stesse parole erano prima state scritte, e leggonsi cancellate, due righe più sotto tra prohibeantur e convergere. – [CORREZIONE]

([682]) retiformi è scritto sopra cornea, che è cancellato. – [CORREZIONE]

([683]) Qui segue, cancellato: Atque haec tecum, Gallilaee, ad primum libelli tui caput conferre libuit. – [CORREZIONE]

([684]) accurratissima – [CORREZIONE]

([685]) Da qui a refractiones è aggiunta marginale. – [CORREZIONE]

([686]) aut 34′ minutorum è aggiunta marginale. – [CORREZIONE]

([687]) Da a Braheo a illam è aggiunta marginale. – [CORREZIONE]

([688]) IOANNIS KEPLERI astronomi Opera omnia edidit Dr. CH. FRISCH. Vol. III. Frankofurti et Erlangae, Heyder & Zimmer, MDCCCLX, pag. 520‑549.

([689]) IOANNIS KEPLERI S.ae C.ae M.tis Mathematici Phaenomenon singulare, seu Mercurius in sole visus etc. Lipsiae, impensis Thomae Schureri bibliopolae, 1609.

([690]) Cfr. n.° 297.

([691]) Da uti ad assimilavit è aggiunta marginale. – [CORREZIONE]

([692]) IOH. KEPPLERI Mathematici olim Imperatorii Somnium, seu Opus posthumum de astronomia lunari, divulgatum a M. LODOVICO KEPPLERO filio, impressum partim Sagani Silesiorum, absolutum Francofurti, sumptibus haeredum authoris, anno MDCXXXIV.

([693]) Da eliciendi a profundo è aggiunto in margine. – [CORREZIONE]

([694]) Disputatio de multifariis motuum planetarum in caelo apparentibus irregularitatibus, etc, M. MAESTLINI, etc. Tubingae, 1606.

([695]) Averrois è aggiunto in margine. – [CORREZIONE]

([696]) Vedi Vol. III, Par. I, pag. 71, lin. 5-6 [Edizione Nazionale].

([697]) Vol. cit., pag. 71, lin. 24  pag. 72, lin. 13 [Edizione Nazionale].

([698]) Vol. cit., pag. 72, lin. 34  pag. 73, lin. 4 [Edizione Nazionale].

([699]) Vol. cit., pag. 73, lin. 20‑30 [Edizione Nazionale].

([700]) IOANNIS KEPLERI Sac. Caes. Maiest. Mathematici De stella nova in pede Serpentarii, etc. Pragae, ex officina calcographica Pauli Sessii. Anno MDCVI.

([701]) a te causa. Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 117, lin. 20 – [Edizione Nazionale].

([702]) nova nonnullam è aggiunta marginale. – [CORREZIONE]

([703]) Da quod circumiectum è aggiunta marginale. – [CORREZIONE]

([704]) Pruni – [CORREZIONE]

([705]) Pruni – [CORREZIONE]

([706]) non nisi è stato sostituito a quasi, che è cancellato. – [CORREZIONE]

([707]) seculis – [CORREZIONE]

([708]) Pruno – [CORREZIONE]

([709]) Prunus – [CORREZIONE]

([710]) Da planetas naturae è aggiunto in margine. – [CORREZIONE]

([711]) illas lunas hucusque – [CORREZIONE]

([712]) ceptum – [CORREZIONE]

([713]) Allude all’opera De motibus stellae Martis, cap. 33.

([714]) ut passim è aggiunta interlineare. – [CORREZIONE]

([715]) Prunus – [CORREZIONE]

([716]) isocaedri – [CORREZIONE]

([717]) quibus ego. Cfr. Vol. III Par. I, pag.125, lin. 14 [Edizione Nazionale]. – [CORREZIONE]

([718]) facilime – [CORREZIONE]

([719]) Cfr. n.° 267.

([720]) Dopo sentirà si legge, cancellato: Mi giova a credere che. – [CORREZIONE]

([721]) I puntolini sono nell’autografo.

([722]) Moganza — [CORREZIONE]

([723]) PAOLO SARPI e FULGENZIO MICANZIO.

([724]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag.99 e seg. [Edizione Nazionale].

([725]) MARCANTONIO PADAVINO.

([726]) honerarà – [CORREZIONE].

([727]) Accanto all’indirizzo (car 50t) si legge, di mano di GALILEO: «Nuncii Syderei fragmenta» e a car. 49r., in capo al foglio, sono queste parole di mano sincrona: «Nuntius Sidereus. Boza». Probabilmente la lettera del BARTOLI, scritta sopra un foglio di formato grandissimo, fu usata da GALILEO come camicia di bozze del Sidereus Nuncius.

([728]) Cfr. n.° 297, e vol III, Par. I, pag. 105 e seg. [Edizione Nazionale].

([729]) Cfr. n.° 296.

([730]) Cfr. n.° 305.

([731]) Per quitarmi — [CORREZIONE]

([732]) Cfr. Vol. VII, pag. 3 [Edizione Nazionale].

([733]) Cfr. Vol. VIII, pag. 11, nota 3, e pag. 190 e seg. [Edizione Nazionale].

([734]) Cfr. Vol. VIII, pag. 564 [Edizione Nazionale].

([735]) Cfr. Vol. VIII, pag. 567-568 [Edizione Nazionale].

([736]) Cfr. Vol. II, pag. 607 [Edizione Nazionale].

([737]) Meditazione poetica di GIROLAMO MAGAGNATIsopra i Pianeti Medicei. Al Ser.mo Don Cosmo II, Gran Duca di Toscana. In Venezia, MDCX, Presso gli heredi d’Altobello Salicato. – Sul frontespizio è raffigurato lo stemma Mediceo, sormontato da una corona, che ha per perle cinque stelle rappresentanti Giove con i quattro pianeti. Presentemente questa composizione non è allegata alla lettera nei Mss.Galileiani.

([738]) GALLANZONE GALLANZONI.

([739]) Medicei, si è P — [CORREZIONE]

([740]) stimano havermi, G — [CORREZIONE]

([741]) e non conmettere G, e non mettere, P — [CORREZIONE]

([742]) in conformazione di, G – [CORREZIONE]

([743]) Cfr. Vol. XIX, Doc. XIX.

([744]) alli 27 di Maggio, P – [CORREZIONE]

([745]) Vedi Vol. III, Par. I, pag. 121-122 [Edizione Nazionale].

([746]) MASSIMO CAPRARA. Cfr. Carteggio inedito di Ticone Brahe, ecc.pubblicato ed illustrato da ANTONIO FAVARO. Bologna, Nicola Zanichelli, 1886, pag. 120-121. Cfr. anche Vol. III, Par. I, pag. 142, lin. 9 [Edizione Nazionale].

([747]) nelle mano, come gle — [CORREZIONE]

([748]) MARGHERITA SARROCCHI.

([749]) GIORGIO FUGGER.

([750]) In luogo di scritto prima aveva scritto parlato, che poi cancellò. — [CORREZIONE]

([751]) MARTINO HORKY. Cfr. n.° 314.

([752]) GIOVANNI EUTEL ZUGMESSER.

([753]) Intendi i Gesuiti, influenti a Bologna, non più a Padova, patria del MAGINI, essendo stati espulsi fino dal maggio 1606 dai dominii della Serenissima. Cfr. n.° 135.

([754]) Cfr. Vol. II, pag. 515 [Edizione Nazionale].

([755]) Cfr. Vol. II, pag. 427 [Edizione Nazionale].

([756]) In luogo di uno de’ suoi essemplari prima aveva scritto quel suo essemplare. — [CORREZIONE]

([757]) Cioè la Dissertatio: cfr. Vol. III, Par. I, pag. 99 [Edizione Nazionale].

([758]) ALESSANDRO ALTOGRADI. Cfr Carteggio inedito di Ticone Brahe, Giovanni Keplero, ecc. con Giovanni Antonio Magini, ecc. pubblicato ed illustrato da ANTONIO FAVARO. Zanichelli, 1886, pag. 437.

([759]) TOMMASO MINGONI.

([760]) OTTAVIO PANFILI.

([761]) GIACOMO BADOVERE.

([762]) IACOPO LIGOZZI.

([763]) sempre più è aggiunto tra le linee, di mano del VINTA. — [CORREZIONE].

([764]) GIACOMO ALVISE CORNARO. Cfr.Vol. II, pag. 545-546 [Edizione Nazionale].

([765]) GUIDIUBALDI E MARCHIONIBUS MONTIS Problematum astronomicorum libri septem. Venetiis, apud Bernardum Iuntam, Io. Baptistam Ciottum et socios, MDCVIIII.

([766]) Cfr. n.° 51.

([767]) De horologiis radiis in aqua — [CORREZIONE]

([768]) Tutte queste opere rimasero inedite.

([769]) Cioè fino al 21 maggio. Cfr. Mss. Gal.,Par. IV, T. VI, car. 19br.

([770]) Ricominciò a vederli addì 25 luglio. Cfr. Mss. Gal., Par. III, T. IV, car. 73t.

([771]) Cfr. n.° 327.

([772]) Cfr.Vol. XIX, Doc. XV.

([773]) Cfr. n.° 174.

([774]) Cfr. Vol. XIX, Doc. XI.

([775]) Cfr. nn.i 320 e 340.

([776]) a quale – [CORREZIONE]

([777]) et li disse – [CORREZIONE]

([778]) Cfr. n.° 311.

([779]) baciali — [CORREZIONE]

([780]) Cfr. n.° 335.

([781]) sgannare il modo che — [CORREZIONE]

([782]) Galilei, quando anche — [CORREZIONE]

([783]) Intendi mezi.

([784]) Cfr. n.° 326.

([785]) da Parigli – [CORREZIONE]

([786]) fortunato nell’autografo è sottolineato. ENRICO IV era stato assassinato il 14 di maggio.

([787]) Cfr. nn.i 320, 333.

([788]) Cfr.n.° 332.

([789]) litteris invenis mihi — [CORREZIONE]

([790]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 142, lin. 4-13 [Edizione Nazionale].

([791]) Cfr.Vol. III, Par. I, pag. 111, lin. 10-21 [Edizione Nazionale].

([792]) BALDINO GHERARDI.

([793]) MARTINO HORKY.

([794]) Cfr. nn.i 230 e 450.

([795]) sforzandosi – [CORREZIONE]

([796]) OTTAVIO PANFILI.

([797]) Cfr. n. 324.

([798]) MARTINO HORKY.

([799]) MATTEO CAROSIO. Cfr. n.° 313.

([800]) exoptatissime – [CORREZIONE]

([801]) revocari – [CORREZIONE]

([802]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 75, 96 [Edizione Nazionale].

([803]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 72 [Edizione Nazionale].

([804]) Padova è d’altra mano.

([805]) Cfr. n.° 338.

([806]) con dire ch’egli è – [CORREZIONE]

([807]) LODOVICO DELLE COLOMBE.

([808]) Si ha, trascritto di mano di GALILEO, a car. 104r. del Tomo III della Par. I dei Mss. Galileiani:

«Dell’I. S. P. B.

Su l’ali di virtù, di gloria accese,
L’alme invitte di Cosmo e Ferdinando,
Di Giovanni e Francesco, al ciel volando,
Nel sesto giro sono eterne ascese;

E se già furo al nostro bene intese,
Or in sembianze lucide rotando,
E con Giove ne’ cor virtù spirando,
Si fanno scorta a glorïose imprese.

Tu, Galileo, apri ‘l tesor de’ cieli
col vetro illustre, e i gran Toscani Regi,
Fatti stelle immortali, a noi riveli.

Qual sol novello, gli stellanti fregi
Dall’orror delle tenebre disveli,
A te crescendo, al cielo e al mondo, i pregi».

([809]) Padoa fu aggiunto d’altra mano.

([810]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 129-145 [Edizione Nazionale].

([811]) OTTAVIO PANFILI.

([812]) La lettera occupando per intero anche il recto della seconda carta del foglio, il poscritto si legge sul tergo, sul quale, più sotto, è l’indirizzo.

([813]) Cfr. n.° 359.

([814]) Certamente relative ai Pianeti Medicei, e concernenti le configurazioni tra il 9 marzo ed il 21 maggio: cfr. Mss. Gal., P. III, T. III, car. 34r., 34t, 35r, 36r. e P. IV, T. VI, car. 19br. Nei manoscritti Kepleriani giunti insino a noi, per quanto ci risulta dalle indagini a tale uopo istituite, non ne è rimasta traccia di sorte alcuna.

([815]) Cioè alla Dissertatio cum Nuncio Sidereo: cfr. n.° 297, e Vol. III, Par. I, pag. 99 e seg. [Edizione Nazionale].

([816]) ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO.

([817]) Tra inconcusso leggesi, cancellato, saldiss. – [CORREZIONE]

([818]) Cfr. n.° 312.

([819]) GIO. DOMENICO PERI, d’Arcidosso nel Senese.

([820]) GIO. BATTISTA STROZZI.

([821]) Non sono ora uniti alla lettera.

([822]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 142, lin. 9 e seg. [Edizione Nazionale].

([823]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 195-200 [Edizione Nazionale].

([824]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 145, lin. 31 [Edizione Nazionale].

([825]) ALESSANDRO PIERSANTI. Cfr. Vol. 19, Doc. XIII, pag. 174.

([826]) miraviglia – [CORREZIONE]

([827]) FRANCESCO SIZZI.

([828]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 203-250 [Edizione Nazionale].

([829]) Cfr. n.° 347.

([830]) Cfr. Carteggio inedito di Ticone Brahe, Giovanni Keplero, ecc. con Giovanni Antonio Magini ecc. pubblicato ed illustrato da ANTONIO FAVARO. Bologna, Zanichelli, 1886, pag. 353-356.

([831]) Si legge, di mano di GALILEO, nei Mss. Galileiani, Par. I, T. III, car. 103r.-104r.:

«DEL S. MICHELAGNOLO BUONARRUOTI.

Quando ‘l custode de gli aurati pomi
Cadde dal formidabil braccio estinto,
Mirando Giove dal figliuol Tirinto
Gli orribil colli insanguinati e domi;

Questa, fra cento e cento ardite imprese,
Sovr’ogn’altra innalzando il maggior Dio,
Per farle schermo dal mortale obblio,
Il ciel della sua imago illustre rese.

Ivi Alcide il gran pondo ancora scuote
E par che fiamme di valore spiri,
E tra’ fulgor degli stellati giri
L’ammira Arturo e n’ha stupor Boote.

Tanto val di virtù terrena luce,
Che non disdegna ‘l ciel farsene adorno;
Quindi veggiam che l’eternal soggiorno
Dello splender di tanti eroi riluce.

Chi dell’eroico onor l’anima inpiuma
Per lo sentier d’opre sovrane e rare,
Stella poi ‘n ciel tra l’altre stelle appare,
E di sua gloria l’universo alluma.

Tal Ferdinando, chiusi gl’occhi al mondo,
Dal cui sguardo pendea d’Etruria il freno,
Lassù gl’aperse; e assise a Giove in seno,
Il sesto cerchio più rendeo giocondo:

E nell’abisso dell’eterna mente
De’ quattro figli la virtù fatale
Scorgendo al fin dover farsi immortale,
Seggio loro apprestò divo e lucente.

Le quattro a noi non più vedute stelle,
Che ‘l linceo sguardo sol dell’alto ingegno
Tuo, Galileo, ci scuopre, albergo degno
Saranno in ciel delle quattro alme belle.

Al Mediceo splendore Argo e Perseo
Ne fiano oscuri, e di sue glorie il vanto
Il bel cigno Ledeo dirà col canto
Su l’aurea cetra onde fu chiaro Orfeo.»

([832]) Cfr. n.° 357.

([833]) Nei Mss. Galileiani, Par. I, Tomo III, a car.104t., è trascritto di mano di GALILEO un sonetto, in capo al quale, sempre di mano di GALILEO, si legge: «Del Sig.re A.» Sospettiamo sia appunto il sonetto dell’ARRIGHETTI qui accennato, quantunque VINCENZIO VIVIANI a quell’«A» abbia soggiunto di sua mano «ndrea Salvadori».

([834]) CLAUDIO SERIPANDI: cfr. n.° 357.

([835]) ANDREA SALVADORI: cfr. Vol. IX, pag. 233 e seg. [Edizione Nazionale].

([836]) Cfr. n.° 362.

([837]) itaque in, G – [CORREZIONE]

([838]) minutas stellulas vidi, G – [CORREZIONE]

([839]) per illum aspexi, G – [CORREZIONE]

([840]) Cioè la Peregrinatio dell’HORKY.

([841]) Cioè della Dissertatio.

([842]) Cfr. n.° 376.

([843]) eoque illum susque, G – [CORREZIONE]

([844]) indoli iudicium, amici, G – [CORREZIONE]

([845]) lusus interposui, hoc, G – [CORREZIONE]

([846]) incidit. Testatur, se, G – [CORREZIONE]

([847]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 140, lin. 32-35; pag. 141, lin. 1-9 [Edizione Nazionale].

([848]) In luogo di Mi pare che prima aveva scritto, o poi cancellò, Non so s’. – [CORREZIONE]

([849]) Cfr. n.° 328.

([850]) Cfr. n.° 324.

([851]) Tra et e a lei si legge, cancellato, ne. – [CORREZIONE]

([852]) GIORGIO FUGGER.

([853]) Prima aveva scritto doveva mandarne uno, poi cancellò le prime tre lettere di mandarne. – [CORREZIONE]

([854]) Cfr. n.° 374.

([855]) Cfr. n.° 375.

([856]) Cfr. n.° 368.

([857]) Intendi CESARE.

([858]) La cifra relativa a Saturno tricorporeo.

([859]) Cfr. n.° 307.

([860]) Forse deve dire testatur.

([861]) Cfr. n.° 363.

([862]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 185, lin. 17 [Edizione Nazionale].

([863]) Cfr. n.° 374.

([864]) Tra di e attaccarmi si legge, cancellato, essere breve.– [CORREZIONE]

([865]) Fra PAOLO SARPI.

([866]) Cfr. n.° 378.

([867]) TOMMASO SEGGETT. Quest’allegata non si trova nella raccolta del CAMPORI.

([868]) Tra Gleppero e volentieri leggesi, cancellato, se potesse.– [CORREZIONE]

([869]) Nella scrittura della sua condotta alla lettura di Matematica nello Studio di Bologna, era stata pattuita la penalità di 500 scudi, qualora egli di sua volontà la lasciasse.

([870]) ANDREA CIOLI, segretario del Granduca, fu mandato a Parigi con una missione speciale alla Regina di Francia, MARIA DE’ MEDICI: vi andò l’11giugno 1610, trattenendosi fino al 1° febbraio 1611.

([871]) MATTEO BOTTI.

([872]) Cfr. nn.i 230 e 297.

([873]) Maria de’ Medici.

([874]) Grand-Duca – [CORREZIONE]

([875]) BALDINO GHERARDI.

([876]) Cfr. n.° 395.

([877]) P. SERAFINO DA QUINZANO.

([878]) IO. ANTONII MAGINI, ecc. Tabulae primi mobilis, quas directionum vulgo dicunt, ecc., necnon Apologia Ephemeridum eiusdem Auctoris. Ad Augustissimum Imperatorem Rudolphum II. Venetiis, apud Damianum Zenarium, MDCIIII. – Tavole del primo mobile, overo delle direttioni dell’Ecc.mo S. GIO. ANTONIO MAGINI, ecc. All’Illustrissimo et Sacratissimo Imperatore Rodolfo il Secondo. In Venetia, MDCVI, appresso l’herede di Damian Zenaro.

([879]) GIORGIO FUGGER.

([880]) Da Porta la spesa alquanto diverse è aggiunta marginale. – [CORREZIONE]

([881]) Cfr. n.° 386.

([882]) Cfr. n.° 374.

([883]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 193‑200 [Edizione Nazionale].

([884]) Cfr. n.° 386.

([885]) Cfr. n.° 297.

([886]) Cfr. n.° 297.

([887]) pure tatto tempo – [CORREZIONE]

([888]) Dio, fa uno anno o dicotto mesi – [CORREZIONE]

([889]) Intendi gli aderenti del P. CLAVIO.

([890]) Don Virgini – [CORREZIONE] D. VIRGINIO ORSINI. Cfr. n.° 393.

([891]) Questa lettera non si trova nei Mss. Galileiani.

([892]) Cfr. n.° 400.

([893]) Cfr. n.° 388.

([894]) persona li SS.ri Cruscanti – [CORREZIONE]

([895]) Cfr. n.° 380.

([896]) Cfr. n.° 372.

([897]) nella su grazia – [CORREZIONE]

([898]) Cfr. n.° 198.

([899]) Cfr. n.° 421.

([900]) Cfr. n.° 402.

([901]) Cfr. nn.i 432, 652, 655.

([902]) GIOVANNI WODDERBORN.

([903]) Qui forse il LICETI confonde tra il KEPLER, che aveva aspirato a succedere a GALILEO (cfr. n.° 386), e GIO. CAMILLO GLORIOSI, che da oltre quattro anni s’era trasferito a Venezia ed aveva offerti i suoi servigi alla Repubblica (cfr. n.° 383).

([904]) MARINA GAMBA.

([905]) Nessuna lettera di personaggi della famiglia BRONZIERO è nei Mss. Galileiani.

([906]) Cfr. n.° 408.

([907]) non è mia – [CORREZIONE]

([908]) Cfr. n.° 217.

([909]) MARGHERITA SARROCCHI.

([910]) Cfr. n.° 372.

([911]) GIO. BATTISTA AMADORI.

([912]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 181‑188 [Edizione Nazionale].

([913]) osservati – [CORREZIONE]

([914]) Nei Mss. Galileiani, P. I, T. III, car. 99t.-102r., si hanno, scritti di mano di GALILEO, gli epigrammi di TOMMASO SEGGETT, che abbiamo riprodotto nel Vol. III, Par. I, pag. 188‑190, di seguito alla Narratio de Iovis satellitibus del KEPLER; più il settimo, che il SEGGETT mandava a GALILEO con la presente lettera, e due altri, dello stesso autore. Noi crediamo opportuno di pubblicarli qui tutti, perchè quelli che abbiamo stampato nel Vol. III offrono, nella lezione di mano di GALILEO, notevoli varianti.

THOMAE SEGHETI Britanni in Galilaei Galilaei observationes novas caelestes

Epigrammata.

I.

Quae latuere soli saeclis incognita priscis,
Magno auso in lucem protulit ante Ligur:

Accola nunc Arni, saeclis incognita cunctis,
Protulit in lucem quae latuere poli.

Illo dedit multo vincendas sanguine terras;
Sidera at hic nulli noxia. Maior uter?

II.

Uni quae quondam lucebant sidera coelo,
Quae fuerant solis cognita caelitibus,

Humano spectanda dedit generi Galilaeus:
Mortales hoc est reddere diis similes.

III.

Lucebant caelo, iam terris sidera lucent.
An non hoc lucem est addere sideribus?

Quantum, o quam pulcrum, nisi tu, Galilaee, fuisses,
Divinae mentis delituisset opus!

Abdita quod per te primum patefecit Olympi,
Permultum debes tu, Galilaee, Deo:

At tibi multum homines, debent tibi sidera multum;
Multum etiam debet Iuppiter ipse tibi.

IV.

Aethere subductum mortalibus intulit ignem,
Emeritus poenam est Iapetiodines.

At tu, qui occultos antehac, Galilaee, tot ignes
Invexti terris, quid mereare? Polum.

V.

Terrigenas, genus invisum, molimine vasto
Conatos terras iungere sideribus,

Vindex dextra Iovis manes detrusit ad imos!
Ambiti merces haec fuit imperii.

Nil tale affectans, Galilaeus sidera terris
Iunxit, et ignotas edocuit choreas;

Et decus astruxit caelo, divisque sibique,
Ausus inaccessas primus inire vias.

Pro meritis, Galilaee, tua inter sidera quondam
Ipse novum ambibis sidus, ut illa Iovem.

Quod si nulla dies Mediceïa sidera perdet,
Nulla dies perdet nomen in orbe tuum.

Quae praecessere Epigrammata, nondum visis ab Autore Syderibus Mediceis effusa sunt; quae sequuntur, conspexit.

VI.

Keplerus, Galilaee, tuus tua sidera vidit:
Tanto quis dubitet credere teste tibi?

Si quid in hoc, et nos Mediceïa vidimus astra,
Vultava marmoreum fert ubi flava iugum.*

Vicisti, Galilaee! Fremant licet Orcus et umbrae,
Iuppiter illum, istas opprimet orta dies.

VII.

Inventis nuper Florentia nomina terris,
Nunc dedit inventis nomina sideribus.

Iam tua (caelestes quid possis poscere maius?)
Perque solum fama est didita perque polum.

Ad Ser. Mag. Hetruriae Ducem de collatis in Galileum, ob Siderum Mediceorum dedicationem, muneribus tituloque Philosophi et Matematici sui cum honorario mille aureorum annuorum.

VIII.

Tuscorum Dux Magne, animo, quam nomine, maior,
Auspice quo patuit regia tota Iovis,

Mens caelo cognata tua est, praeclara foventis
Ingenia, exemplo ut regibus esse queas.

Regius isti animo titulus debetur, et olim
Hetrusco reges iura dedere solo.

Felix patrono Galilaeus! Iuppiter illi,
Quae tu donasti, praemia debuerat.

Pro meritis, Dux Magne, soli cum sero relinques
Sceptra, locum cedet Iuppiter ipse tibi.

IX.

Eiusdem argumenti ad Galilaeum.

Non frustra medio es venatus in aethere stellas
Olim latentes, et stupenda Cynthiae.

Foecundus labor hic tibi: Tu, Galilaee, cohortem
Iovi dedisti, Iuppiter Iovem tibi.

X.

De perspicillo quod Ser.us Magnus Hetruriae Dux Technothecae suae, memoriae causa, asservandum curavit.

Per prosopopeiam.

Quo primum patuere poli secreta, dioptron,
Hic habito. Dices, dignum habitare polo.

Non libet: obvenit potior mihi sedibus illis
Gloria; tecta mihi sunt Medicea polus.

De eodem instrumento ad eundem Magnum Ducem Autor idem qui superiorem Odem composuit.

Quisquis es, aetherios qui nostris artibus ignes
Atque novas, longo tramite, cernis opes,

Artificis ne quaere manus, ne quaere latebras,
Repperit ambages ingeniosus Amor.

Scilicet ut longis quoque tractibus adsit amanti
Dux meus, has artes daedalus urget Amor.

Astra licet nova contempler, nova signa valete.
Hoc ago: Dux oculis adsit ubique meus.

De eodem instrumento ad Autorem.

Quae semper latuere ingloria sidera caelo,
Auspice te, rutila iam patuere coma.

Tu decus ignotum reseras, vitaque perennas,
Et potis obscuras luce animasse faces.

O quid agant obstricta tibi pro munere tanto
Sidera? te socium sidus adesse volent.

Pragae.

([915]) Cioè la soluzione dell’anagramma concernente Saturno.

([916]) Cioè per la tavola, alla quale lo stesso CIGOLI accenna nella successiva del 13 novembre (cfr. n.° 428).

([917]) Cfr. nn.i 393 e 405.

([918]) DON VIRGINIO ORSINI.

([919]) Cfr. n.° 402.

([920]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 181‑188 [Edizione Nazionale].

([921]) Cfr. n.° 417, e Vol. III, Par. I, pag. 188-190 [Edizione Nazionale].

([922]) In luogo di facilius prima aveva scritto, e poi cancellò, libentius. – [CORREZIONE]

([923]) ut consentientem è aggiunto in margine. – [CORREZIONE]

([924]) Cfr. n.° 376.

([925]) Da Caetera a praetereo è aggiunta marginale. – [CORREZIONE]

([926]) Cfr. n.° 374.

([927]) Planetas è corretto in luogo di satellites,che prima aveva scritto. – [CORREZIONE]

([928]) Da Interim a dilues è aggiunta marginale. – [CORREZIONE]

([929]) scopo ipso è sostituito a gravibus, che prima aveva scritto e poi cancellò. – [CORREZIONE]

([930]) Praetera – [CORREZIONE]

([931]) morbi è corretto in luogo di vitia, che prima aveva scritto. – [CORREZIONE]

([932]) Fra adhuc e subiunxero si legge, cancellato, monuero. – [CORREZIONE]

([933]) IOANNIS KEPLERI, Mathematici Caesarei, Dissertatio cum Nuncio Sidereo nuper ad mortales misso a Galilaeo Galilaeo, ecc. Huic accessit phaenomenon singulare de Mercurio ab eodem Keplero in sole deprehenso. Florentiae, apud Io. Antonium Canaeum, 1610.

([934]) Sidereus Nuncius, magna longeque admirabilia spectacula pandens ecc., quae a GALILEO GALILEO ecc. sunt observata, ecc. MDCX, prostat Francof. in Paltheniano. Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 71, lin. 18 e seg. [Edizione Nazionale].

([935]) suspicior – [CORREZIONE]

([936]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 64, lin. 6‑10 [Edizione Nazionale].

([937]) posteritatam – [CORREZIONE]

([938]) Cfr. n.° 4l2.

([939]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 125, lin. 20‑24 [Edizione Nazionale].

([940]) Cfr. n.° 374.

([941]) non ex vitris è aggiunta marginale. – [CORREZIONE]

([942]) irradians vitrum è aggiunta marginale. – [CORREZIONE]

([943]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 181‑190 [Edizione Nazionale].

([944]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 193‑200 [Edizione Nazionale].

([945]) GIOVANNI MARSILI.

([946]) frequentemente è corretto in luogo di molte volte, che prima aveva scritto. – [CORREZIONE]

([947]) infinite volte è aggiunto tra le linee. – [CORREZIONE]

([948]) potermi…. virtù è corretto in luogo di potermegli dedicare per servitore, che prima aveva scritto. – [CORREZIONE]

([949]) contradizioni è corretto in luogo di dubitationi, che prima aveva scritto. – [CORREZIONE]

([950]) GALILEO scrive sempre BREUGGER, in questa lettera e in quella di n.° 425, in luogo di BRENGGER.

([951]) Tra fossero e insolubili si legge, cancellato, state. – [CORREZIONE]

([952]) In luogo di mi pregerei…. nelle cose prima aveva scritto haverei pregiato più gl’errori nell’opera mia [e prima ancora aveva scritto gl’errori miei], che le cose. – [CORREZIONE]

([953]) In luogo di all’aqquisto di prima aveva scritto a guadagnarmi, che poi aveva corretto in a potermi guadagnar. – [CORREZIONE]

([954]) In luogo di un tanto padrone prima aveva scritto un padrone tale, quale io pretendo che mi deva esser V. S. – [CORREZIONE]

([955]) In luogo di a cui simile…. nè spero che prima aveva scritto assolutamente maggiore di qualunque altro mi sia provenuto, o che io speri che. – [CORREZIONE]

([956]) In luogo di con gran prima aveva scritto non senza. – [CORREZIONE]

([957]) Tra cose ed essenziali si legge, cancellato, più. – [CORREZIONE]

([958]) In luogo di meno prima aveva scritto minore. – [CORREZIONE]

([959]) In luogo di Et se prima aveva scritto Ma quando. – [CORREZIONE]

([960]) liberamente è aggiunto tra le linee. – [CORREZIONE]

([961]) de i loro è stato corretto in luogo di de gl’, che prima aveva scritto. – [CORREZIONE]

([962]) Da li quali hora fino a spalle è aggiunta in margine. – [CORREZIONE]

([963]) In luogo di dal S. Picchena… del S. Brengger, prima aveva scritto la cortesissima sua dal S. Picchena. – [CORREZIONE]

([964]) attendendo sua risposta è aggiunta interlineare. – [CORREZIONE]

([965]) et me gli dedico per servitore è aggiunta interlineare. – [CORREZIONE]

([966]) Nella data, 8 è stato corretto, da altra mano, in 9. – [CORREZIONE]

([967]) Cfr. n.° 420.

([968]) quia è sostituito fra le linee a quod, cancellato, che prima si leggeva. – [CORREZIONE]

([969]) cognizionem – [CORREZIONE]

([970]) ni fallor è sostituito fra le linee a omnino, cancellato, che prima si leggeva. – [CORREZIONE]

([971]) Prima aveva scritto potest, poi corresse possit, senza cancellare potest – [CORREZIONE]

([972]) asseris tu è aggiunto in margine; ed evenire è scritto fra le righe, in sostituzione di accidere, che si legge sottolineato, ma non cancellato. – [CORREZIONE]

([973]) Fra maiorem ed accipi leggesi, cancellato, ut plurimum. – [CORREZIONE]

([974]) ac è stato corretto in luogo di aut, cancellato, che prima si leggeva. – [CORREZIONE]

([975]) Tra partes magna leggesi, cancellato, divisi. – [CORREZIONE]

([976]) faciei è aggiunta interlineare. – [CORREZIONE]

([977]) fere omnes è aggiunta interlineare. – [CORREZIONE]

([978]) ac montuosam è aggiunta interlineare. – [CORREZIONE]

([979]) Dopo reor leggesi, cancellato: Ad alteram ab te allatam rationem me confero, ubi tu ex mora occursuum luminum vertices montium illustrantium cum confinio illuminationis tutius easdem altitudines venari posse autumas;cuius rationis multiplicem peccandi ansam, ni fallor, ex his intelligere possumus. Primo nanque. – [CORREZIONE]

([980]) omnino è aggiunta interlineare. – [CORREZIONE]

([981]) terminatur leggesi fra le linee sopra referatur, non cancellato. – [CORREZIONE]

([982]) existimas è scritto in margine. Prima aveva scritto: ob montuosam enim ae superficiem… terminum cadere existimas. – [CORREZIONE]

([983]) potius è aggiunto in margine. – [CORREZIONE]

([984]) Tra affirmo distantiam leggesi, cancellato, lineam. – [CORREZIONE]

([985]) perfectae – [CORREZIONE]

([986]) Le parole cuius obiectu sono scritte fra le linee, in sostituzione di a quo, che leggesi cancellato. – [CORREZIONE]

([987]) Tra patet e altitudines leggesi, cancellato, distantias. – [CORREZIONE]

([988]) breviorem è stato corretto in luogo di minorem, che è cancellato. – [CORREZIONE]

([989]) Tra potes ed in qua leggesi, cancellato, quam aut impossibilem aut multis erroribus expositam esse. – [CORREZIONE]

([990]) ut opinaris è scritto tra le linee. – [CORREZIONE]

([991]) tunc è scritto tra le lince. – [CORREZIONE]

([992]) termino, è aggiunto tra le linee. – [CORREZIONE]

([993]) forte è aggiunto tra le linee. – [CORREZIONE]

([994]) tardius è scritto tra le linee, sopra amplius che non è cancellato. – [CORREZIONE]

([995]) obnoxia è scritto tra le linee sopra exposita, che non è cancellato. – [CORREZIONE]

([996]) confinio lucis è scritto tra le linee sopra termino, non cancellato. – [CORREZIONE]

([997]) nec non è stato corretto in luogo di et, che leggesi cancellato. – [CORREZIONE]

([998]) Tra illa e versus leggesi, cancellato, usque ad. – [CORREZIONE]

([999]) ac dubia è aggiunta interlineare. – [CORREZIONE]

([1000]) Da quis urget è stato aggiunto in margine. Dapprima, dopo paenitus est continuava: Esto enim in apposita ecc.: enim fu poi cancellato. – [CORREZIONE]

([1001]) remotionibus è scritto tra le linee sopra elongationibus, non cancellato. – [CORREZIONE]

([1002]) occurens – [CORREZIONE]

([1003]) Le parole secundum lineam AB sono aggiunte in margine. – [CORREZIONE]

([1004]) Tra verum ed impossibilem leggesi, cancellato, et omnino, e tra le righe è scritto forte. – [CORREZIONE]

([1005]) Cioèa MARTINO HORKY.

([1006]) vergona. – [CORREZIONE]

([1007]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 185, lin. 17 [Edizione Nazionale].

([1008]) sapi – [CORREZIONE]

([1009]) donque, compinate – [CORREZIONE]

([1010]) Hor euo trovata – [CORREZIONE]

([1011]) Prima aveva scritto saluti; poi mutò la in e. – [CORREZIONE]

([1012]) Canpoli – [CORREZIONE]

([1013]) ogni principo – [CORREZIONE]

([1014]) sonottutto tutto suo – [CORREZIONE]

([1015]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 149‑178 [Edizione Nazionale]. A questa Confutatio della scrittura dell’HORKY allude cortamente il Magini, dicendo, per errore, francese il WODDERBORN.

([1016]) Intendi la Confutatio del WODDERBORN: cfr. Vol. III, Par. I, pag. 149‑178.

([1017]) BALDINO GHERARDI, MARTINO SANDELLI, LORENZO PIGNORIA.

([1018]) LUCA VALERIO.

([1019]) a difendere la. Li – [CORREZIONE]

([1020]) Cfr. n.° 428.

([1021]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 181‑190 [Edizione Nazionale].

([1022]) Cfr. n.° 412, 652, 655.

([1023]) Ci basti citarne alcune, che possono servire di saggio. A lin. 6 il VIVIANI corregge inopinabile in maravigliosa; a lin. 8, quel in quello; a lin. 13, cascato in caduto; a lin. 14, la Copernicana constituzione del mondo in la revoluzione di Venere intorno sole come intorno a suo centro; a lin. 17, ‘l in lo; a lin. 23, più che in non; a lin. 26, contro Copernico in Peripatetico, ecc.

([1024]) D. SERAFINO DA QUINZANO.

([1025]) con il suo aiuto è aggiunta interlineare. – [CORREZIONE]

([1026]) Cfr. n.° 427.

([1027]) TOMMASO SEGGETT.

([1028]) Cfr. n.° 433.

([1029]) biaciandoli – [CORREZIONE]

([1030]) Cfr. n.° 446.

([1031]) Cfr. n.° 297.

([1032]) IOANNIS KEPLERI S.ae C. ae M.tis Mathematici Dioptrice ecc. Augustae Vindelicorum, typis Davidis Franci, M. DCXI. L’opera è dedicata all’Elettore di Colonia. Cfr. n.° 449.

([1033]) Cfr. n.° 435.

([1034]) mi ero stato – [CORREZIONE]

([1035]) POMPEO de’ Conti DA PANNICHI. Cfr. Vol. II, pag. 546, 601 [Edizione Nazionale].

([1036]) Cfr. n.° 412.

([1037]) Cfr. n.° 439.

([1038]) Cfr. n.° 402.

([1039]) questa è corretto di mano del MEDICI sopra cotesta, che leggesi cancellato. – [CORREZIONE]

([1040]) occhiale è scritto di mano del MEDICI sopra strumento, che leggesi cancellato. – [CORREZIONE]

([1041]) D. FRANCESCO DE’ MEDICI.

([1042]) equeponderantibus – [CORREZIONE]

([1043]) Cioè quella concernente le fasi di Venere. Cfr. n.435.

([1044]) Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 203 e seg. [Edizione Nazionale].

([1045]) Breve instruttione sopra l’apparenze et mirabili effetti dello specchio concavo sferico del dottor GIO. ANTONIO MAGINI, ecc. In Bologna, presso Gio. Battista Bellagamba, MDCXI.

([1046]) Intorno alle peripezie alle quali andò soggetta la pubblicazione di quest’opera, cfr. Carteggio inedito di Ticone Brahe, ecc. con Gio. Antonio Magini, pubblicato ed illustrato da ANTONIO FAVARO. Bologna, Zanichelli, 1886, pag. 150‑159.

([1047]) L’Epistola apologetica del ROFFENI fu stampata, oltre che in un opuscolo a sè (cfr. Vol. III, Par. I, pag. 193 [Edizione Nazionale]), anche in appendice al Discorso astrologico che il ROFFENI pubblicò per l’anno 1611. Di quest’edizione non conosciamo alcun esemplare: ma che veramente sia esistita, ce ne fa fede GIO. TARGIONI TOZZETTI, che nelle Notizie degli aggrandimenti delle scienze fisiche accaduti in Toscana ecc., T. I, In Firenze MDCCLXXX, pag. 47, scrive: «Ho fra i miei libri un Discorso astrologico delle mutazioni de’ tempi, con altri notabili accidenti, sopra l’A. 1611, aggiuntovi un’Epistola contro la Peregrinazione di Martino Horkio intorno al Sidereo Nunzio delli nuovi pianeti dell’Eccellentissimo Sig. Galileo Galilei, del Dott. Gio. Antonio Roffeni Bolognese, stampato in Bologna nel 1611, in 4. L’Epistola, che vi si legge a c. 43, è scritta in latino».

([1048]) in lingua Italia, per – [CORREZIONE]

([1049]) PIETRO DUODO.

([1050]) SEBASTIANO MONTECCHI.

([1051]) D. AUGUSTINI Liber de gestis Pelagii, nunc primum editus. Augustae Vindelicorum, ad insigne Pinus. MDCXI.

([1052]) Cfr. n.° 435.

([1053]) Questa inclusa non è nei Mss. Galileiani.

([1054]) Cfr. n.° 436.

([1055]) CAMILLO BELLONI. Cfr. n.° 448.

([1056]) FRANCESCO PINELLI. Cfr. n.° 392.

([1057]) COSIMO PINELLI.

([1058]) ANTONIO BARISONE.

([1059]) Cfr. n.° 437.

([1060]) CRISTOFORO GRIENBERGER.

([1061]) Cfr. n.° 434bis.

([1062]) Il VENTURI, che noi qui seguiamo (cfr. l’informazione premessa al n.° 434), fu, senza dubbio, inesatto nel riprodurre l’osservazione di Hora 7a: cfr. infatti n.° 446, e Mss. Gal., P. III, T. IV, car. 76t., nelle quali fonti le osservazioni relative alla stessa ora sono autografe di GALILEO e tra loro concordano.

([1063]) ALESSANDRO MONTALBAN.

([1064]) MARINA GAMBA.

([1065]) Cfr. n.° 436.

([1066]) Cfr. n.° 445.

([1067]) FAUSTINO SOMMO.

([1068]) Cfr. nn.i 436, 437.

([1069]) Non pare che questa lettera sia stata effettivamente spedita a GALILEO. Cfr. n.° 455.

([1070]) Vedi Vol. III, Par. I. pag. 149‑178 [Edizione Nazionale].

([1071]) Cfr. n.° 419.

([1072]) Cfr. n.° 297. Nell’edizione fiorentina della Dissertatio cum Nuncio Sidereo venne ristampata anche una parte del Phaenomenon Singulare.

([1073]) IOANNIS KEPLERI S.ae C.ae M.tis Mathematici Dioptrice seu Demonstratio eorum quae visui et visibilibus propter conspicilla non ita pridem inventa accidunt. Praemissae Epistolae Galilaei de iis quae post editionem Nuncii Siderei ope perspicilli, nova et admiranda, in caelo deprehensa sunt. Item Examen praefationis Ioannis Penae Galli in Optica Euclidis de uso optices in philosophia. Augustae Vindelicorum, typis Davidis Franci. M. DCXI.

([1074]) Cfr. n.° 230.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: