Fisicamente

di Roberto Renzetti

LE OPERE DI

GALILEO GALILEI

——

VOLUME X

FIRENZE

G. BARBÈRA EDITORE

1965

LE OPERE

DI

GALILEO GALILEI

NUOVA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

SOTTO L’ALTO PATRONATO

DEL

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

GIUSEPPE SARAGAT

——

VOLUME X

FIRENZE

G. BARBÈRA – EDITORE

1965

PROMOTORE DELLA EDIZIONE NAZIONALE

IL R. MINISTERO DELLA ISTRUZIONE PUBBLICA

DIRETTORE: ANTONIO FAVARO

COADIUTORE LETTERARIO: ISIDORO DEL LUNGO

CONSULTORI: V. CERRUTI – G. GOVI – G. V. SCHIAPARELLI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: UMBERTO MARCHESINI

1890 – 1909

LA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

FU PUBBLICATA SOTTO GLI AUSPICII

DEL R. MINISTERO DELLA EDUCAZIONE NAZIONALE

DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI

E DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

DIRETTORE: GIORGIO ABETTI

COADIUTORE LETTERARIO: GUIDO MAZZONI

CONSULTORI: ANGELO BRUSCHI – ENRICO FERMI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: PIETRO PAGNINI

1920 – 1939

——-

Questa Nuova Ristampa della Edizione Nazionale

è promossa

dal Comitato Nazionale per le Manifestazioni Celebrative

del IV centenario della Nascita di Galileo Galilei

1964

CARTEGGIO.

——

1574-1642

AVVERTIMENTO.

Nel por mano alla pubblicazione del Carteggio Galileiano, crediamo opportuno indicare brevemente le norme, secondo le quali abbiamo proceduto e procederemo in questa parte così grave ed ardua del nostro lavoro. Pochi altri Carteggi possono adeguarsi a questo per importanza di documenti; la quale attiene del pari e alla biografia, e alla scienza, e alle condizioni storiche dell’età vissuta e con sì durevoli conseguenze modificata da Galileo.

Le lettere, siano di Galileo, siano di altri a lui indirizzate, siano fra terzi ma concernenti Galileo, vengono distribuite in un’unica serie, secondo l’ordine cronologico delle date; e non dubitiamo, per le ragioni che altra volta abbiamo largamente esposte([1]), che questo sia il migliore partito al quale potessimo appigliarci. Chi apre il volume, distingue però subito le tre categorie: poichè alle lettere di Galileo è riserbato quel corpo di carattere maggiore col quale nei volumi precedenti abbiamo stampato gli scritti suoi, mentre le lettere dirette a Galileo sono in un carattere minore, e quelle fra terzi in altro corpo ancor più piccolo. Le lettere le quali sono state già pubblicate, o si dovranno pubblicare, in altre parti della nostra Edizione, vuoi perchè abbiano soltanto la forma di missive, ma si debbano risguardare piuttosto quali trattati scientifici, vuoi perchè facciano parte integrale di scritture dalle quali non possano distaccarsi, non si ristampano nel Carteggio, ma sono richiamate al loro luogo: così è conservata insoluta la continuità della serie. Al numero progressivo che è in capo a ogni lettera, il lettore troverà spesso apposti uno o due asterischi: con un solo asterisco indichiamo quelle lettere che non furono comprese finora nelle Edizioni delle Opere di Galileo; col doppio asterisco distinguiamo quelle che da noi per la prima volta sono date alla luce. Ognuno vedrà, a semplice aperta di libro, di quanti documenti, o sparsi fino ad oggi in pubblicazioni diverse, o assolutamente nuovi, viene ad avvantaggiarsi la nostra Edizione: sono poi molte altre le lettere di cui noi pubblichiamo brani inediti, talora assai lunghi e importanti, omessi, non sappiamo per quali motivi, da precedenti editori, che della mutilazione non fecero neppur cenno; moltissime, quelle che in uno o in altro passo erano state siffattamente alterate, spesso per difficoltà di lettura dei manoscritti, da non dar senso alcuno, o senso affatto stravolto; ben poche, le lettere nelle quali non abbiamo avuto motivo, seguendo la scorta degli originali, di introdurre numerose correzioni: così che possa dirsi, senza tema di esagerare, che la nostra Edizione, la quale conterrà circa triplo numero di lettere in confronto della più ricca tra le antecedenti([2]), sia da considerarsi, anche rispetto al Carteggio, non come riproduzione o compimento di queste, ma addirittura come opera nuova.

In testa ad ogni pagina sono indicati, per comodità di chi consulti l’opera, i termini di tempo entro cui stanno le lettere che nella pagina stessa sono, o tutte o in parte, comprese, come pure i numeri progressivi di esse.* In capo a ogni lettera è messo in evidenza il nome del mittente, quello del destinatario, il luogo dove la lettera è indirizzata, il luogo da cui fu scritta, e la data; e quelli di tali elementi che non risultano dall’originale di cui ci serviamo, ma sono aggiunti da noi per induzione, si chiudono tra parentesi quadre. A ogni lettera è premessa pure una breve informazione, che dichiara da qual fonte noi riproduciamo la lettera stessa, e quando sia da manoscritto, come avviene quasi sempre, indica con precisione bibliografica dove il manoscritto stesso oggi si trovi, se sia tutto autografo, o autografo soltanto in parte([3]),o originale, o copia, e in quest’ultimo caso determina, per quanto abbiamo potuto, l’età e l’autorità della copia([4]). Di altri particolari che possano essere presentati talora dai manoscritti, è stato pur fatto ricordo, di volta in volta, nelle informazioni.

Le lettere di Galileo e quelle a Galileo sono pubblicate, com’è naturale, integralmente, non escluse le intestature, le sottoscrizioni([5]) e gl’indirizzi interni ed esterni, che da molti dei precedenti editori sono stati omessi([6]); da quelle di terzi ci siamo limitati spesso a stralciare i tratti o capitoli che concernono Galileo: sarebbe stato infatti partito del tutto inopportuno e sconsigliato riprodurre più e più pagine, relative a materia del tutto aliena, soltanto perchè in mezzo ad esse si trovano poche righe che risguardano il Nostro. Quando omettiamo noi una parte d’una lettera, indichiamo l’omissione con tre o quattro puntolini; mentre non poniamo alcun segno, quando dalle fonti, a cui ci è dato attingere, abbiamo, e non per materiali guasti del manoscritto, incompleto quel documento.

Come abbiamo proceduto nella cura del testo in casi speciali, e soprattutto quando uno stesso documento ci era offerto da fonti diverse, è detto nelle informazioni premesse a quelle lettere: qui basterà avvertire che ci siamo attenuti alle fonti, fossero manoscritte o stampate, autografi o copie, con fedeltà anche maggiore di quella usata nei volumi precedenti delle Opere. Invero (parlando più particolarmente delle lettere scritte in italiano) non solo abbiamo rispettato, massime quando avevamo gli autografi, i periodi viziosamente costruiti, non riducibili a nessuna certa sintassi, che in questa prosa epistolare sono frequenti e che da altri editori sono stati costretti, con arbitrarie e non lievi correzioni, a diventar regolari; non solo abbiamo conservato le forme idiomatiche, siano lessicali, siano morfologiche, adoprate da ciascun corrispondente, per quanto si discostassero dall’uso che suol considerarsi più corretto; ma anche riproducemmo dalle fonti, di volta in volta, la grafia, sebbene spesso non ortografica, limitandoci soltanto a sciogliere, in generale, le abbreviazioni([7]), a distinguere gli u dai v e ad aggiungere i dopo cggl, dove fosse necessario per indicarne il suono palatino, e mantenendoci libertà nell’uso delle iniziali maiuscole o minuscole, degli apostrofi e degli accenti, nella separazione delle parole, non che nell’interpunzione, la quale, per la maggior parte, è nostra. Potrà qualcuno rimproverarci le difformità che così vengono a conservarsi, e che non sempre saranno da attribuire all’essere diversi gli autori; ma trovandoci di fronte a fonti così disparate e a scrittori così differenti, ora fiorentini, ora d’altre città della Toscana, ora d’altre parti d’Italia, ora stranieri che scrivono più o men bene l’italiano, in qual modo potevamo noi creare un’uniformità, che sarebbe stata affatto artificiale? Noi non ci credemmo lecito nè di sacrificare le native fattezze degli autografi, per conformarli alle copie manoscritte o alle stampe; nè di far riassumere a queste per forza quella veste genuina che fu loro strappata, esponendoci al pericolo di aggiungere agli altrui i nostri arbitrii.

La fedeltà, che credemmo doverosa, alle fonti, non spingemmo però fino al punto di conservare nel testo quelli che manifestamente non potevano giudicarsi altro che o trascorsi materialissimi della penna dello scrivente o errori del copista o alterazioni dell’editore o sbagli del tipografo: in questi casi pertanto abbiamo corretto il testo, e la lezione errata abbiamo registrato, quando metteva conto (cioè soprattutto quando veniva da autografi, e specialmente di Galileo), appiè di pagina([8]). Quivi sono state notate anche quelle parole o frasi (sempre che abbiano qualche importanza) che si possono leggere negli autografi sotto le cancellature, e che poi furono o cambiate con altre o del tutto omesse; e spesso è tenuto conto dell’essere un tratto, più o meno lungo, aggiunto (ben s’intende, ove non sia avvertito in contrario, dallo scrivente stesso) tra le linee o in margine**.

Le lacune, anche soltanto di parti di parole, che dipendono da guasti dei manoscritti, sono state indicate con parentesi quadre, dentro alle quali abbiamo supplito ciò che è andato perduto, e abbiamo posto dei puntolini quando non ci parve abbastanza certa la supplitura. Alle parole di dubbia lettura soggiungemmo, tra parentesi, un punto interrogativo; nei pochi luoghi poi ne’ quali non ci riuscì, nemmeno con l’aiuto di persone praticissime, d’interpretare la scrittura, ponemmo dei puntolini tra parentesi di questa forma < >. Nè ci astenemmo di notare con sic qualche parola, o qualche tratto, di lettura, per contrario, sicurissima, ma che per uno o per un altro motivo potrebbero far sorgere dubbi in chi ha dinanzi solamente lo stampato nostro.

Le collazioni delle fonti manoscritte furono fatte e ripetute con ogni diligenza da noi per tutte le lettere che si conservano nelle biblioteche e negli archivi di Firenze, e per alcune di quelle che sono in altre città d’Italia; per le lettere che non potemmo direttamente vedere, abbiamo fatto ricorso alla cooperazione di molti altri studiosi, ai quali ci è caro rendere qui pubbliche grazie. Nonostante però le cure che abbiamo usato per avere precisa cognizione delle fonti anche ne’ più minuti particolari, non ci farà maraviglia se alcuno, riscontrando quei codici che non potemmo noi stessi avere a mano, troverà che non sempre sia stato proceduto nelle collazioni con piena uniformità, o che qualche svista sia incorsa: difetti inevitabili, massime quando le collazioni non sono fatte tutte dalla stessa persona; ed errori scusabili più facilmente, quando chi collaziona nè ha speciale pratica delle abitudini grafiche dello scrivente, nè può acquistarla mediante opportuni confronti, non avendo forse a sua disposizione che o quello soltanto o pochi altri autografi della stessa mano: e questa era la condizione in cui si trovavano spesso i nostri coadiutori. Chi conosce, del resto, le difficoltà delle scritture familiari dei secoli XVI e XVII, e sa quale cumulo di cure minute e incessanti domanda una pubblicazione qual è la presente, non ci sarà avaro d’indulgenza per i difetti che potesse notare nell’opera nostra.

Diversamente dai volumi precedenti, nei quali alle scritture scientifiche o letterarie non soggiungemmo illustrazione alcuna, abbiamo apposto alle lettere brevi note; ma queste volemmo, per regola, che fossero contenute nei limiti dei dati sicuri di fatto e di ciò che fosse necessario, o almeno molto opportuno, per l’intelligenza del testo, astenendoci dal divagare con facile erudizione nel campo delle ipotesi o delle illustrazioni superflue. Perciò queste note consistono il più spesso in rimandi agli altri volumi della nostra Edizione([9]), o in citazioni di titoli di libri menzionati: dei corrispondenti e delle altre persone ricordate non è data alcuna notizia (tranne che spesso abbiamo soggiunto in nota o il cognome o il nome, dove lo scrivente dà soltanto o il nome o il cognome), poichè riserbiamo, per regola, ogni illustrazione biografica a un Onomastico che pubblicheremo alla fine dell’Edizione. E invero, poichè il nome della medesima persona ricorre spesso in lettere diverse, nè sempre vicine di data e neppure contenute in uno stesso volume, sarebbe stato poco opportuno così lo apporre l’illustrazione dove s’incontra la prima volta e a questa rimandare negli altri luoghi, come lo sparpagliare le notizie in varie note.

Alla fine di ciascun volume del Carteggio saranno l’Indice cronologico e l’Indice alfabetico, secondo i nomi dei mittenti, delle lettere in esso contenute; e un doppio Indice generale, cronologico ed alfabetico, sarà posto alla fine del Carteggio intero.

CARTEGGIO.

——

1574-1610

1*.

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI in Firenze.

Pisa, 13 gennaio 1574.

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 1. – Autografa.

… Ho ricevuto lo schizatoio et il pallone per Galileo, et i libri per il Corvini, che se li manderanno con la prima comodità; al quale Galileo pagai lire cinque per il mese, che li portò al maestro. Mandai, vedendo tardare il lino che aspettamo di Livorno, lib. 100 di altro lino alexandrino, bello e buono, alla vostra donna, la quale se n’è chiamata contenta, acciò che non si stessi; et non gli mancherò di quanto potrò,sempre: et se non havessi M.a Lucrezia([10]) malata, sarei stato di parere che in questi travagli la se ne fusse stata un mese in casa mia; ma non si ricerca: oltre che, la bambina([11]) è tanto fantastica, che a chi non è uso pare insopportabile. Però gli ho detto che dica se la vuol nulla, chè io non mancherò di far quanto potrò: perchè, sendo occupato sempre, non posso far di quei servizi che bisognerebbe; ma non mancherò di suplire con la borsa.

Ho saputo che havete pagato al Ciacchi lire L, che havete fatto errore, che non bisognava, sapendo massime che vi sono debitore indigrosso: pure io ve n’ho dato credito, al conto a parte. Tenete anco voi conto, chè è bene…([12])

2*.

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI [in Firenze].

Pisa, 9 febbraio 1574.

I capitoli di questa e della seguente lettera furono pubblicati da GIUSEPPE CAMPORI a pag. 586-587 del Carteggio Galileano inedito (nelle Memorie della R. Accademia di scienze, lettere ed arti in Modena, Tomo XX, Par. II. In Modena, 1881); e noi non abbiamo potuto riscontrarli sugli originali, non essendosi più ritrovati questi (nè quelli di alcune altre lettere pur edite per la prima volta dal CAMPORI) nella raccolta di autografi legata dal CAMPORI stesso alla Biblioteca Estense di Modena. Riproducendo la lezione del CAMPORI, la correggiamo in alcuni luoghi, che segniamo appiè di pagina.

Pisa, 9 Febbraio 1574.

Da domenica in qua, ho pagato per voi li appresso denari:

A M.a Giulia, vostra donna, lire sette………………………………………………………………..7.
Al maestro di Galileo, portò Galileo, lire cinque………………………………………….……..5.
Per un sacco di grano fatto macinare a richiesta di detta M.a Giulia, lire sette…………..7.
Per poliza e mulende………………………………………………………………………………..……1.5.
Il tutto lire 8.10 
Tutto sono lire venti, soldi 10, de’ quali mi farete creditore.([13]) 

Credo che per questa gita non harete lettere da Galileo, perché vi scrive([14]) mercoledì, atteso che domani è S. Guglielmo, festa della nostra Compagnia([15]): ma vi fo fede che son tutti sani([16]) et di buona voglia, et la bambina e tutti, eccetto vostra donna, et tutti molto vi si raccomandano. Galileo ha tramutato la maschera in un paro di pianelle, che così si è contento.

3*.

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI [in Firenze].

Pisa, 10 marzo 1574.

Vedi la informazione premessa alla lettera precedente.

Pisa, 10 Marzo 1574.

La vostra donna e tutti di casa stanno bene, et tutti son sani.… Vi aspettiamo con desiderio.

4*.

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI in Firenze.

Pisa, 4 gennaio 1575.

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 2. – Autografa.

Molto Mag.co e Hon.do Compare,

Ricevei la vostra con una per il Rettore, la qual detti subito; et mi rallegro del sentire che la comare e voi e ‘l putto stiate tutti bene, insieme con li altri, et harò caro intender che Galileo vadi acquistando nelle virtù et nelle lettere, et che la Verginia vadi cresciendo, perchè tutti li amo come me stesso, sendo voi come un altro me medesimo….

Quanto a M.a Lucrezia, Dio gli perdoni, che è perfida donna; ma purga i suoi difetti con lo star di continuo in travagli e dolori fuori di misura: et io porto questa croce per vedere il fine di questa nostra pratica; chè se mangiai mai pesce con seco, digerisco le lische. Dio vi doni ogni bene.

Di Pisa, il dì 4 di Gennaio 1575.Vostro Compare Muzio Tedaldi.

Fuori: Al Molto Mag.co Mess. Vinc.o Galilei, Compare Osser.mo

In Fiorenza.

5*.

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI in Firenze.

Pisa, 29 aprile 1578.

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 5. – Autografa.

Molto Mag.co et Hon.do Compare,

Per la vostra ho inteso quanto havete concluso con il vostro figliuolo; et come, volendo cercar di introdurlo qua in Sapienza([17]), vi ritarda il non esser la Bartolomea([18]) maritata, anzi vi guasta ogni buon pensiero; et che desiderate che la si mariti, e quanto prima.

Le considerationi vostre son buone, et io non ho mancato nè manco di far quell’opera che si ricerca; ma sino a qui son venuti tutti partiti, per non dir obbrobriosi, poco aproposito per lei; et l’ultimo fu un dipintore, che ha due figliuole, una grande, il quale qua si ha acquistato tanto nome di fracido, che non merita di parlarne. Et se non fusse per non entrare in novelle, vi direi che chi vi dice et chi vi ha detto tante cose, credete che non sia nè buono nè presso; perchè se io non vi tenessi il mio puttino e non vi fussi spesso e non vedessi, sarei forse dell’oppinion vostra: ma la mala fortuna di quella fanciulla, et la malignità delli uomini, et il poco governo, e ‘l troppo fidarsi delle donne, causa questo. So ben che la fanciulla non ha in sè se non buone parte, et per il buon governo che l’ha fatto et fa al mio puttino io li sono obbligatissimo: oltre che ne’ mia bisogni, dopo che Dio mi ha lassato di così, mi son valso sempre dell’opera loro; et hoggi, che ho maritato una balia che era rimasta a mia custodia, M.a Ermellina([19]) per sua gratia mi è venuta a custodir la mia casa; et so quanto io ho giovato a tutte, et quanto giovo, a fine non habbia a riuscire quel che le gente si promettono; et, se posso, voglio operare che in quella casa non entri huomo, sì come di già si è operato che Mess. Iacopo se n’è levato interamente; et se M.a Doratea([20]) farà a mio modo, farà sì che le lingue non habbin che dire; et se io sarò nel numero, non me ne curo, perchè so che l’andarvi per me è a buon fine, et poi sono hormai in età da dar poco sospetto di me. Et per concludere, ardisco di dire che credo che la Bartolomea sia così casta come qual si vogli pudica fanciulla; ma le lingue non si possono tenere: pure io crederrò, con l’aiuto che do loro, di levar via tutti questi romori et farli supire; per il che a quel tempo potrete facilmente mandare il vostro Galileo a studio: et se non harete la Sapienza, harete la casa mia al vostro piacere, senza spesa nessuna, et così vi offero et prometto: ricordandovi che le novelle son come le ciriegie; però è bene credere quel che si vede, e non quel che si sente, parlando di queste cose basse: perchè se io non sapessi le cose, ancor io sento dir farfalloni che si piglierebbono con le molle, come, se occorressi che io venisse una volta costì, vi farei toccar con mano, per la fede che so che è fra noi. Non mancherò, all’occasione che si porgeranno, proccurare l’utile e bene della fanciulla, come se propia sorella mi fusse. State sano, il che Dio vi conceda.

Di Pisa, il dì 29 di Aprile 79([21]).  Vostro Compare Muzio Tedaldi.

Fuori: Al molto Mag.co Mess. Vinc.o Galilei, Compare Osser.mo, in Fiorenza.

Fiorenza.

Data a Pier Francesco Lapini, di contro al monte da’ Torrigiani.

6*.

MUZIO TEDALDI a VINCENZIO GALILEI in Firenze.

Pisa, 16 luglio 1578.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 5. – Autografa.

Molto Mag.co et Hon.do Compare,

Perchè le cicalerie degli huomini, che badono a’ casi di altri, son tante che non hanno nè fine nè fondo, io non mi distenderò, per rispondere alla vostra, molto a lungo; et l’altra gita restai, sendo stato 4 giorni oppressato dal mal di fianco: et dirò solo che mi è grato di saper che haviate rihavuto Galileo, et che siate di animo di mandarlo qua a studio; ma questo anno sarà doloroso fare, mediante che siamo di ricolta et ci vale il grano lire 15 il sacco: pure Dio sa tutto, et a tutto provvede.

Quanto al ciarlare di Antonio Pellieri, non mi occorre dire altro, se non che se gli havesse tanto tenuto la moglie quanto ho fatto io Bartolomea, non harebbe tanti figliuoli, anzi nessuno. Ma perchè questo è quasi oppinione di ognuno, mediante il cattivo nome, et la continua dimesticheza mia, mi rimetto a Dio, che sa tutto; et se bene anco voi, come curioso, forse credete a vostro modo, fate quel che Dio vi spira, perchè io dirò sempre il vero.

Circa l’haverla in casa, ve l’ho schritto; e quanto all’haverla sposata, è forse tanto buono l’animo mio, et tanto vago di levarla di questi diri et de’ pericoli di perdere l’honore, come a bocca vi direi se fussimo da presso, che vi potrei dire che fusse vero, sendo che in tutte le parte sempre mi ha sattisfatto: et trovandomi io attempato, mal sano et con un sol figliuolo, conoscendo che mal sattisfarei a torre una che mi dessi buona dote, ho disegnato più in lei che in altri, et mancherei prima della vita che mancare al mio proposito; perchè sono huomo, son libero, et tanto mi è sposa una povera e senza nulla, quanto se fusse una regina, perchè tutti siamo a Dio figliuoli: sì che non vi maravigliate, et tenete in voi, perchè la gente si cheti; chè vedrete che quel che io dico, è stabilito in cielo. Dio vi doni ogni contento.

Tenete in voi; et se si dice, lasciate dire, ch’un paio di orecchi seccono cento lingue.

Di Pisa, il dì XVI di Luglio 79([22]).  Vostro Compare Muzio Tedaldi.

Fuori: Al Molto Mag.co Mess. Vinc.o Galilei, Compare Hon.do in Fiorenza.

In Fiorenza.

7*.

……………………..a……….([23])

Bologna [1588].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V. T. II, car. 6. Copia sincrona, probabilmente dall’originale. A tergo, di mano di GALILEO, si legge: Giudizio sopra una mia prop.ne, fatto in Bologna.

Molto Ill.re Sig.r

Il mio amico loda infinitamente lo inventore di questa speculatione, et insieme col Sig.r Moleto lo giudica molto versato nelle matematiche. Et solo per mostrar che egli l’habbia veduta, quanto al lemma, dice che pare che gl’antecedenti et consequenti nella construttione si variino da quello che erano nella proposta. Et benchè questo lemma non sia il medesimo con la nona d’Archimede, nel 2° trattato del Tartaglia, par non di meno nato di là, et sotto la forma di quella propositione constretto, et simile ad una propositione che egli già molti anni fece, nella quale, sì come Archimede toglie i due quinti della massima et l’amico di V. S. un quarto, egli toglieva un ottavo, seguendo, ne l’altre, con simili proportionalità, nel lor genere. Et dice non esser molta fatica, seguendo la forma d’Archimede, formarsene assaissime.

Quanto al teorema, egli dubita se il centro del pezzo della piramide sia il punto o: per ciò che, stando la deffinitione del centro delle gravità de’ corpi posta da Pappo et adoprata dal Marchese Del Monte nelle Mecaniche, non segue che se per lo centro o supposto passerà un piano, quel pezzo si divida in due parti ugualmente pesanti, come dovria quando fosse veramente il centro. Et il Comandino, che la medesima materia tratta nel libro De centro gravium alla XXVI propositione, molto più s’accosta a trovar il centro, che non par che faccia questa demonstratione, quantunque da quella del Comandino non sia molto differente.

Et questo è quanto egli a bocca mi riferisce; et io le bacio la mano.

8.

GALILEO a CRISTOFORO CLAVIO in Roma.

Firenze, 8 gennaio 1588

Questa e le altre lettere di GALILEO al P. CRISTOFORO CLAVIO sono state riscontrate sugli autografi, che prima del 1870 si conservavano a Roma in una delle Case della Compagnia di Gesù. Di tale riscontro siamo debitori alla cortese mediazione del P. FRANCESCO EHRLE, Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Molto Mag.co et Rev.do mio S.re

Parmi hor mai tempo di rompere il silenzio sin qui usato con V. S. M. R. da che mi partii di Roma, sì per rinfrescarli nella memoria il desiderio che ho di servirla, come ancora per darle occasione di satisfare al desiderio mio, che è d’intender nuova di lei et sentire il parer suo circa alcune mie difficultà; delle quali una è questa, che con la presente gli mando, intorno alla dimostrazione dell’infrascritto lemma, la quale desidero saper da lei se interamente gli quieta l’intelletto, atteso che alcuni, a i quali qui in Firenze l’ho mostrata, dicono non ci haver l’intera satisfazione, non tollerando volentieri quel doppio modo di considerare le medesime grandezze in diverse bilancie, come benissimo V. S. M. R. nella dimostrazione scorgerà. Io ho cercato molti giorni con diligenza qualche altra dimostrazione, ma non trovo cosa alcuna, salvo che a dimostrarla per induzione, il qual modo di dimostrare a me non satisfà molto. Io sono per anteporre il parere di V. S. M. R. ad ogn’altro: et se la vi si quieta, mi vi quieterò io ancora; quanto che no, tornerò a cercare altra demostrazione: però desidero che quanto prima mi favorisca scrivermi l’opinion sua.

Io credo che nella dimostrazione di quel teorema del centro della gravezza del frustro del conoidale rettangolo, che lasciai a V. S. M. R., vi sia una scorrezione, poi che è ancora nell’originale d’onde la copiai; et dove credo che dica: Quam autem rationem habet composita ex ns et tripla sx ad compositam ex ns et dupla sxsi deve leggere: Quam autem rationem habet composita ex ns et dupla sx ad compositam ex tripla utriusque simul nssx([24]). Questa scorrezione è di poca importanza; ma se ci fossero errori di momento, desidero che la mi favorisca avvertirmene.

Credo che questo che li porgerà la presente, sarà l’Ill.re S. Cosimo Concini, mio amorevolissimo padrone, nella cui grazia desidero esser conservato con il favore di V. S. M. R., che so che in ciò varrà assaissimo; et al medesimo, volendo degnarsi di rispondermi, potrà consegnare le sue, et esso per sua cortesia si prenderà diligente cura che io le habbia. Sto aspettando intendere che il suo trattato sopra l’emendazione dell’anno sia uscito in luce([25]). Et con questo fine, pregandola ad amarmi, comandarmi et ricordarsi di me nelle sue orazioni, le bacio le mani.

Di Firenze, il dì 8 di Gennaio 1587([26]).

Di V. S. M. R.Prontissimo Servitore Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Rev.do P.re et mio S.r Colendissimo

Il P.re Christoforo Clavio, Matematico Eccell.mo

Roma.

9.

CRISTOFORO CLAVIO a GALILEO in Firenze.

Roma, 16 gennaio 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car 7. – Autografa.

Molto Mag.co S.or mio Oss.o

Ho ricevuto la lettera di V. S., a me gratissima per intendere come si ricordi tanto particolarmente di me, sì come lo fo anco io di lei. Circa il suo lemma dirò brevemente quello che mi pare, benchè adesso sto molto rimoto di queste speculationi de aequiponderantibus, le quali, come V. S. sa bene, ricercono grande attuatione: ma però, per sodisfarla, dirò il mio parere.

Il supposto, adunque, mi piace: ma quanto alla dimostratione, non mi dà fastidio quel doppio modo di considerare le medesime grandezze in diverse bilancie, perchè Archimede fa quasi il medesimo nella prop. 6 del lib. 1 De aequiponderantibus; ma quando, nella libra ad([27]), nel d pende la massima et nel a la minima, suppone V. S. che al hora il medesimo punto x sia il punto dell’equilibrio di tutte, sì come il medesimo x si pone il punto dell’equilibrio quando la massima pende nel et la minima nel b, nella libra ab; il che pare che ricerca d’essere dimostrato, altrimente mi pare quod petitur principium. Se costasse che ‘l punto x fosse il punto dell’equilibrio nella libra ad, sì come gl’è nella libra ab, mi pare, secondo il mio poco giuditio (stando adesso così remoto di queste speculationi), che la sua dimostratione proceda bene.

La ringratio poi della correttione della dimostratione del centro gravitatis del frusto del conoidale rettangolo, a me mandata. Io non ho ancora havuto tempo di vedere detta dimostratione. Spetto occasione che possi un poco rinfrescare la memoria di questo studio, et gli scriverò sinceramente quello che io sentirò.

Quanto al trattato del calendario, l’ho finito, ma l’ho da rivedere co ‘l Cardinale di Mondevi, il quale è occupatissimo et trattiene questo negotio. M’avvisi con che via gli potrei mandare uno, quando sarà stampato, chè gli manderò volontieri uno([28]). Vo adesso rivedendolo, con aggiongerle qualche cosetta; et il medesimo fo nel Euclide([29]), che presto comminciarò di stamparlo.

Il S.or Cosimo Concini non ho visto: forse io non ero in casa quando portò la lettera. Quando lo vedrò, farò l’officio di buon cuore. Con questo fo fine, offerendomi in ogni sua occorrenza quanto potrò.

Di Roma, alli 16 di Gennaro del 1588.

Di V. S.Servo nel Signore Christoph.o Clavio.

Fuori: Al molto Mag.co S.or Galileo Galilei, mio Oss.o

Firenze.

10.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.

Pesaro, 16 gennaio 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 9. – Autografa.

Molto Mag.co S.r mio Hon.do

Si scusa V. S. nella sua, che troppo liberamente e con troppo ardire viene con la sua lettera, a me certo gratissima, a ritrovarmi, com’ella sia per fastidirmi; ma non si avvede che con troppo ardire et troppo mi lauda, fuori di ogni mio merito. Ma in questo conosco che ha voluto notificarmi l’animo suo, certamente verso di me troppo cortese; dove io l’ho da ringratiar di due cose: l’una, dell’havermi troppo honorato et esaltato; l’altra, del favore che mi ha fatto a mandarmi il suo teorema, che veramente gliene resto obligatissimo, et a me è piaciuto assai, massime che V. S. ha voluto immitar Archimede nelle due ultime propositioni De aequeponderantibus: ilqual libro fra pochi giorni sarà mandato fuori da me comentato([30]). Che se ben il libro d’Archimede non ha troppo bisogno di comento, non ho però potuto mancare di non farlo; e perchè sarà fra pochi giorni finito di stampare, io ne mandarò uno a V. S., se però saprò dove ella sia per essere, sì che la prego ad avisarmene.

E perchè nella sua mi dice di haver altre cose sopra i centri della gravezza, a me farà sempre favor grande a farmi partecipe delle sue cose, che, per questo saggio che mi ha mandato, non possono se non essere di esquisita dottrina; dalle quali so che non potrò se non imparar assai, havendo conosciuto in questa una esquisita et profonda scienza, et un modo di trattar molto bello et assai succinto e breve.

Fra alcune lettere, che molti giorni sono occorsero fra il Padre Clavio et me, io le scrissi che l’ultima del Commandino, De centro gravitatis solidorum([31]) non era buona per non esser universale; il qual Padre mi mandò poi la sua dimostratione, assai diversa da questa di V. S. Et ho havuto caro che questa sia stata buona occasione di haver havuto a conoscere, al meno per lettere, V. S.; dove la si pò assicurare di haver uno, che in ogni sua occorrenza non lasciarà occasione di servirla. Sì che la prego con tutt’il core a non restar di comandarmi liberamente: e le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 16 di Gennaro del 1588.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo de’ Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co S.r mio Hon.do,

Il S.r Galileo Galilei

Fiorenza.

11*.

ENRICO CAETANI al SENATO DI BOLOGNA.

Roma 10 febbraio 1588.

Arch.di Stato in Bologna([32]). Archivio del Senato. Reggimento. Lettere dell’Ambasciatore al Senato, 1588. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.ri SS.ri

Tengono pensiero le, SS.rie VV., per quello che mi s’espone, di condurre un matematico alla lettura pubblica dello Studio di Bologna, et intendo che sia stato loro proposto M. Galileo Galilei, nobile fiorentino, il quale habbia grande approbatione della sua sufficienza([33]). Se le SS.rie VV. inclinaranno a condurlo, aggiongo la mia raccomandatione a beneficio suo, acciò nel concorso delli altri li giovi appresso la loro humanità l’esser raccomandato da me, che ne sentirò particolar obligo alle SS.rie VV.; alle quali mi offero con tutto l’animo.

Di Roma, a’ 10 di Febbraio 1588.

Delle SS. VV. molto Ill.riCome fratello per servirle Il Cardinale Caetano.

Alli SS.ri Quaranta del Reggimento di Bologna.

Fuori: Alli molto Ill.ri SS.ri Quaranta del Reggimento di Bologna.

a Bologna.

12.

GALILEO a CRISTOFORO CLAVIO in Roma

Firenze, 25 febbraio 1588.

Vedi l’informazione premessa al n.° 8.

Molto Rev.do mio S. Col.mo

Ricevetti, più giorni sono, una di V. S. R., a me gratissima([34]), alla quale non prima che hora ho dato risposta, sì per essermi convenuto fare alcuni viaggi, sì ancora per non l’infastidire, sapendo quanto sia di continuo occupata. La ringrazio infinitamente dell’amico affetto che mi ha dimostrato in cortesemente avvertirmi di quello che stima haver bisogno di dimostratione nel mio lemma, più giorni sono mandatoli; et perchè so che con gl’amici della verità, quale è V. S. R., si può et devesi parlare liberamente, dirò con brevità quanto in mia difesa mi sovviene.

A quello dunque che V. S. R. dice che non gli costa che quando, nella libra ad, nel d pende la massima et nell’a la minima, il punto dell’equilibrio deva essere x, sì come quando, nella libra ab, in pende la massima et in la minima et che si dà x essere il punto dell’equilibrio, anzi gli pare che ciò habbia bisogno d’essere dimostrato; rispondo, che se noi diamo che del composto di tutte le grandezze l’equilibrio sia x, quando le parti componenti sono fghkn, del medesimo composto sarà ancora il punto dell’equilibrio il medesimo x, con tutto che io lo consideri esser composto delle parti norst atteso che del medesimo composto uno è il([35]) punto dell’equilibrio, et le sue parti componenti per il diverso modo di considerarle non variano sito o grandezza. Ma forse meglio dichiarerà l’intentione mia la figura che con questa gli mando, nella quale (e tanto serve al mio bisogno) pongo le grandezze congiunte. Posto dunque che di tutto il composto il punto dell’equilibrio sia x, il medesimo indubitatamente sarà o se io considero tal composto costare delle parti fghkn, o delle parti norsatteso che, o compongasi dell’une o dell’altre parti, sempre è idem numero compositum: et quando io lo considero esser composto delle fghkn, sono le grandezze disposte ordinatamente nella libra ab; et considerandolo composto delle norst, sono le parti con ordine contrario distribuite nella libra ad: onde, per il postulato che io pongo, mi pare poter concludere l’intento mio.

Questo è quello che mi fa per ancora credere buona la mia dimostratione; il che quando non satisfaccia al molto giudizio di V. S. R., preponendolo al mio poco, mi affaticherò in qualche altra investigazione. Intanto V. S. R. per carità mi farà favore scriverne il suo parere, il quale in questo mezzo starò con desiderio attendendo, come faccio il suo trattato del calendario([36]); che volendomi favorir mandarmene uno, potrà farlo consegnare a M. Ruggiero Ruggieri, maestro delle poste del Gran Duca di Toscana, che si piglierà diligente cura di mandarmelo. Et qui con ogni reverenza baciandoli le mani, la prego ad amarmi et commandarmi, et conservarmi nella grazia del S. Cosimo Concini, al che fare sommamente varrà il mostrare, a V. S. R. ciò esser grato.

Di Firenze, il dì 25 di Febraio 1588.

DI V. S. M. R.Obbligatissimo Servitore Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Rev.do S.re et mio Pad.ne Col.mo

Il Padre Cristoph.o Clavio.

Roma.

13.

CRISTOFORO CLAVIO a GALILEO in Firenze.

Roma, 5 marzo 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 11. – Autografa.

Molto Mag.co S.or Oss.o

Ho ricevuto la risposta alla mia scrittali, et mi dispiace di non potere, perle continue mie occupationi, attendere con più studio alla materia del centro gravitatis,per satisfare a V. S. nel suo quesito, come io desidero. Dirò pur quello che mi pare: V. S. però non pigli adesso mia risposta per oraculo, perchè, come ben sa, chi vole ben rispondere a simili dubii, bisognarebbe che fosse al hora attuato in simile studio, che adesso io non sono.

Dico adunque che mi pare ancora, che egeat demonstratione che ‘l punto x([37]) resti il punto del equilibrio nella libra ad. Il postulato suo prova bene che il punto del equilibrio nella libra ad dividerà proportionalmente la libra ad, sì come ‘l x divide la libra ab: ma dirà uno, che ‘l detto punto nella libra ad sarà un altro diverso dal x. Et volendo pur V. S. che sia ancora ‘l x, suppone adunque che sia tale proportione di ax a xb([38]), quale è da ax a xdquod est petere principium, perchè da qui procede tutta la dimostratione. Se V. S. trova che veramente ‘l punto x sia nella libra ad, servisene, perchè, come dico, io per adesso non posso meglio considerare. A me certo pare che si doverebbe provare. Perchè, dicendo l’adversario che ‘l ponto del equilibrio nella libra ad sia y, seguitarà, per il suo postulato, et bene: chè sarà bx ad xa, come ay ad yd: et così mai proverà che bx sia dupla alla xa.

V. S. mi perdoni se non lo satisfò a pieno, come desidero, per la causa sudddetta. Della promessa mi ricordarò, et sarò sempre pronto a servirlo. Nostro Signore conservi V. S. nella sua santa gratia.

Di Roma, a 5 di Marzo dell’anno 1588.

Di V. S.Servo in Christo. Christoph.o Clavio.

Fuori: Al molto Mag.co S.or Galileo Galilei

Mio Oss.o

Fiorenza.

14.

ANTONIO RICCOBONI a GALILEO in Firenze.

Padova, 11 marzo 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 7. – Autografa.

M.to Mag.co S.or mio Oss.mo

Il valor di V. S., predicatomi dalle lettere dell’Ill. S.or Conte M. Antonio Bissaro, et scorto benissimo in quella sua compositione che da tanti valent’huomini è stata approvata e sottoscritta([39]), mi haveva a bastanza infiammato ad amarla e riverirla, di maniera che non pensava che niente si potesse accrescere all’affettion mia verso lei. Nondimeno per la cortesissima sua lettera confesso esser talmente accresciuta, che tra gli affettionati suoi mi pare nè ancho di dover ciedere allo stesso S.or Conte; et amo veramente occasione di fare qualche segnalata dimostratione dell’animo mio verso le sue molte virtù, affermandole in tanto che il S.or Moleto l’ama medesimamente da buon senno. Et baciandole la mano, con offerirmele per sempre et pregarle da N. S. Iddio ogni felicità,

Di Padova, a XI di Marzo MDLXXXVIII.

Di V. S. molto Mag.ca    Ant.o Riccobuono.

Fuori: Al molto Mag.co S.or mio Oss.mo

[Il S.or] Galileo Galilei, Mathematico Ecc.mo

Firenze.

15.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.

Pesaro, 24 marzo 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 13. – Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio.

Confesso la mia negligentia in esser stato troppo a risponderle; ma mi sono lasciato trasportare dal tempo, che volevo mandargli il libro, il quale è apunto finito di stampare adesso([40]). Io conosco benissimo che V. S. non ha punto bisogno di questo comento, ma il libro è fatto per i principianti: e non so se nella praefatione del secondo libro io sarò stato troppo arrogante in esser contrario a Eutocio, a Pappo et a molti altri moderni; ma io ho voluto pigliar la parte di Archimede più che io ho potuto. Haverò caro di saper il suo giuditio, quale stimo sopra ogni altro. Poi la non mi poteva dar la miglior nuova, che di sentire che ella sia per passar di qua; che questo lo desidero infinitamente: ma non voglio che la si fermi qui da me un giorno solo, e la prego a non pentirsi di non mi far questo favore di venire, qui da me, chè la casa mia voglio che sia sempre sua.

La sua dimostratione ultima, che mi ha mandato, mi ha piaciut’assai. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 24 di Marzo del 1588.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo de’ Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co S.r mio Hon.do

[Il S.r] Galileo Galilei.

Fiorenza.

Con un libro.

16.

MICHELE COIGNET a GALILEO [in Firenze].

Anversa, 31 marzo 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 15. – Autografa.

Doctissime([41]) Galilee,

Tradidit nobis nuper Dominus Ortelius tuam de centro gravitatis frusti([42]) conoidis parabolici inventionem([43]), quam certe magna admiratione amplexi sumus, precipue quod hanc (absit iactantia) inventis Archimedis ea de re longe faciliorem et praxi accommodatiorem invenimus. Nobis ad perficiendum simile problema solebat hic sequens modus sufficere:

Sit frusti([44]) conoidis parabolici abcd axis ef, cuius centrum gravitatis inveniendum sit. Complementum huius frustri sit portio agb. Iam si eh sit tertia pars axis portionis eg, erit centrum gravitatis praedictae portionis: similiter si fi sit tertia pars totius axis fg, erit i centrum gravitatis conoidis dgc. Iam frustri centrum erit necessario in eadem axe infra i, nempe in m, ita quod ratio hi ad im sit ut frusti([45]) abcd ad portionem agb: quod cum ita inventum fuerit, erit m quesitum centrum gravitatis dati frustri.

Sed centrum hoc multo facilius nova tua inventione investigare doces. Quia axem frusti([46]) ef divides solummodo per signa l et o in tres partes aequales, et dicis, adminiculo tui([47]) lemmatis, quod centrum gravitatis dati frusti([48]) erit inter l et o signa, in m scilicet, ita quod quam habeat rationem um dc ad um ab, eandem habeat recta lm ad rectam mo; quod cum ita sit, invenienda erit solummodo rectis dc et ab tertia proportionalis, que sit pq. Erit ergo dc ad pq sicuti lm ad mo, vel compositum ex rectis dc et pq ad rectam dc sicut lo ad lm: facile ergo per 12am sexti Elementorum Euclidis invenies quantitatem rectae lm, qua quesitum centrum gravitatis dati frusti([49]) innotescet. Certe hic confitendum erit, doctissime Galilaee, hanc tuam inventionem dignam esse ut ea a cunctis, has artes colentibus, mira congratulatione accipiatur, et tibi pro tali benificio gratias aeternas habeamus.

Bella intestina miserabilis nostrae inferioris Germaniae adeo bonarum artium studia extinguerunt, ita quod vix apud nos aliquem invenies, qui his artibus et studiis favere videatur. Quidam Coloniensis tamen, nomine Ludolpho([50]), nuper nobis proposuit aliqua problemata geometrica, quorum non pigebit unum hic adscribere:

Sit circulus bcdh, divisus duabus diametris bd et ch, sese secantibus ad rectos angulos in centro a. Diameter bd sit 8, et secetur secundum extremam et mediam rationem in g, eritque bg  80 minus 4, gd vero 12 minus  80. Ex g enim duces rectam gf pros orthos cum diametro bd, et sit recta gf aequalis ac; punctum f autem coniunges recta centro a, quae secet([51]) circuli circumferentiam in puncto i, a quo tandem ad punctum b recta ducenda erit: haec dirimet circuli diametrum in k. Inveniendae iam sunt quantitates rectarum bkkick et kh. Hoc problema vero absolvimus adminiculo praeceptorum([52]) et regularum artis magnae, sive algebrae: quare si huius artis speculationes tibi cordi sint, poteris, si lubet, hoc praedictum problema tuo modo investigare.

His vale, doctissime Galilaee; et cum nobis plus ocii a superis concedetur, tunc aliqua nostrae inventionis tibi communicabimus([53]).

Datum Antverpiae, pridie calend. Aprilis, anno a Christo nato 1588.

Eruditioni et humanitati tuae paratissimus

 Michael Coignet matheseos studiosus.

17.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO [in Firenze].

Pesaro, 28 maggio 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 16. – Autografa.

Molto Mag.co S.r mio.

Ho ricevuto due sue lettere, che mi hanno data grandissima satisfattione. Credo che per la sua modestia dica che gli piace il mio libro che gli ho mandato([54]); ma la prego quanto posso che mi vogli avertire qualche cosa sopra esso, perchè io ho ancora tutti i libri in mano, e mi sarà facil cosa a coreggerlo dove bisogna: e di gratia non manchi di farmi questo piacere.

Io le mando la lettera per Monsignor mio fratello([55]): la glie la dia lei medesima, e spero che per quello che toccarà a lui, non mancarà di aiutarlo, havendogl’io scritto in modo, che credo che conoscerà il suo valore et la sua dottrina, havendogli io scritto la verità([56]).

La prego a non mancar di attendere a queste cose del centro della gravità, che ha cominciato, essendo cose bellissime et sottilissime.

Ho veduto il suo lemma([57]), e per dirgli liberamente il parer mio, dubbito che petat principium, perchè nella dimostratione dove dice: Verum centrum omnium est x, quare x eadem ratione dividet ba et ad lineas([58]), pare che si possa negare questa conseguenza; perciochè si potrebbe dire forse che la libra ad sarà divisa non in x, ma in un altro punto nella proportione che ha bx a xa. La detta conseguenza sarebbe vera se, pigliato il punto dove si voglia, ne seguitasse sempre che bx a xa fusse come ax a xd; il che è falso, seben alcuna volta pò esser vero, ciò è quando bx sarà dupla di xa, perchè all’hora ax sarà dupla di xd: che se fusse ab divisa in sei part’eguali, bx saria 4, xa 2, xd 1; e però par che la sua dimostratione petat principium. Ma però mi rimetto a più prudente giuditio, e massime al suo.

Io poi desidero che mi comandi, che certo ho grandissimo desiderio di potergli far ogni servitio; e se bisognarà che io replichi altre lettere, non resti di avisarmi e di comandarmi liberamente. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 28 di Maggio del 1588.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo de’ Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio,

[Il S.r] Galileo Galilei.

18.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.

Pesaro, 17 giugno 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 18. – Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

Quand’io scrissi a V. S. intorno a quella sua dimostratione, di lì a due giorni io mi accorsi dove havevo pigliato errore. Perchè nella prima dimostratione, per esser assai succinta, mi parve che havendo havere la medesima proportione bx a xa come ax a xd, che di qui ne seguitasse che x fusse poi centro della gravità di norsappese in dicm, a: ma è al contrario, che essendo x centro delle gravità, ne séguita che bx a xa sia come ax a xd, sì come più chiaramente nella sua ultima ha mostrato: sì che a me pare che la dimostratione stia benissimo, fondata in quella suppositione, la quale si potrebbe forse dimostrare con poca cosa.

Io non mancarò di tener ricordato a Monsignor mio fratello quanto ella desidera; e se son buono a servirla in altro, mi comandi. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 17 di Giugno del 1588.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo de’ Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio,

Il [Sig. Galileo] Galilei

Fiorenza.

19.

GALILEO a GUIDOBALDO DEL MONTE [in Pesaro].

Firenze, 16 luglio 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 7. – Copia di mano del secolo XIX, trascritta quando fu messa insieme la raccolta Palatina dei Mss. Galileiani, e derivata, come sembra probabile, direttamente o indirettamente, da copia che dall’originale aveva procurato VINCENZIO VIVIANI.

Ill.mo mio Sig.re

Ho tardato sin hora a scrivere a V. S. Ill.ma, non per mia negligenza, ma solo per non infastidirla con mie troppo frequenti. Ho havuto contento che la dimostrazione del lemma gli sia parsa buona, però che il giudizio di due uomini illustri, qual è V. S. Ill.ma et un altro([59]) che pur due volte mi ha replicato che petit principium, mi facevano assai dubitare di essere abbagliato; e l’haver ancora con gran fatica cercatane altra dimostrazione, e non l’haver trovata mi sbigottiva. Quanto al principio il quale, come V. S. Ill.ma benissimo dice, dimostrar si potrebbe, giudico che, quando ancora così paresse a lei, sia meglio il lasciarlo indimostrato, perciò che questo ancora parmi essere usato da homini([60]) grandi; dico il lasciare, e massime ne’ trattati difficili, indimostrate alcune cose di non molta difficoltà: pure quando V. S. Ill.ma giudichi altramente, io lo dimostrerò, onde la prego a dirne il suo parere, e non meno di quello quanto di questo che hora gli mando, che è l’applicazione di esso lemma, per dimostrare il centro del conoidale rettangolo. Un’altra volta gli manderò dimostrato, che in conoide obtusiangulo centrum gravitatis axem ita dividit, ut pars ad verticem ad reliquam eandem habeat rationem, quam composita ex axe et dupla ad axem adiectae habet ad compositam ex adiecta et tertia parte axis.

Il negozio che altra volta scrissi a V. S. Ill.ma per conto di Pisa non sortirà, però che intendo che un certo monaco che prima vi leggeva, e l’intermesse essendo fatto generale della sua religione, rinunzia hora il generalato per tornarvi a leggere, e che digià da S. A. ha riavuta la lettura. Ma perchè qui in Firenze per i tempi a dietro ci è stata una lezione pubblica di matematica, instituita dal G. Cosimo, essendo hora vacante e, per quanto intendo, molto da’ nobili desiderata, ho supplicato per questa, sperando ottenerla col favore di Monsig.re Ill.mo suo fratello, al quale di questo negozio ho dato il memoriale. E perchè sino ad hora non ha veduto tempo opportuno di trattarne con S. A., essendoci stati forestieri, crederò che V. S. Ill.ma potrebbe haver tempo di scriverli un’altra volta in mio favore, del che la supplico per l’osservanza che ho alle molte sue virtù, e per la ferma speranza che ho nella cortesia sua. E qui con ogni reverenza baciandoli le mani, la prego a comandarmi et amarmi.

Di Firenze, il dì 16 di Luglio 1588.

Di V. S. Ill.maUmilis.mo Serv.re Galileo Galilei.

20.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.

Pesaro, 22 luglio 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 20. – Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio,

Non vorrei che facessi scusa di non fastidirmi per non scrivere, perchè le sue lettere le vedo così volontieri quanto altre che mi vengano, conoscendo in esse ogni dì più il suo felice ingegno. Mi è piaciut’assai le dimostrationi che mi ha mandato, et bellissima sarà quella del conoide ottusiangolo, che la vederò volontieri, come farò sempre tutte le cose sue. Et quel principio, che io le dissi che si potrebbe dimostrare, pò far ciò che vuole, per ciò che chi ha un poco di pratica del dimostrare, quasi che patet sensu, per dir così.

Io non ho mancato di scriver a Monsig.r del Monte per la sua lettura di Fiorenza, e se le mie parole haveranno credenza, lei l’ottenerà al sicuro; e mi rincresce che non habbi ottenuta quella di Pisa, come sarebbe stato suo et mio desiderio. La mi comandi pur liberamente, che la servirò sempre con tutt’il core, siccome sono obligato ai meriti suoi. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 22 di Luglio del 1588.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo de’ Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

21*.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.

Pesaro, 16 settembre 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 22. – Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

Mi dispiace assai che ‘l suo negotio vadi così alla lunga, che quando sarà terminato in bene, io ne sentirò contento grandissimo; e se in questo mezzo le parerà che io debba far altro, mi avisi, chè non mancarò di adoperarmi caldamente, per quanto si estenderanno le mie deboli forze.

Circa il problema propostoli delli tre circoli, Pappo nel quarto libro, alla decima propositione, mi fece venir voglia di trovarlo, perchè Pappo non insegna di trovarlo([61]); e così doppo molto fantasticare lo trovai, et lo mandarò a V. S., se ben io spero di servirmene un giorno in istampa; ma lei è tanto cortese verso di me, che non voglio mancare: ma non posso adesso, perchè io l’ho fra certe mie carte, che Dio sa dove sono, per haver assai scombossolato il mio studio, essend’io stato fuori, dove mi bisognarà forse tornare. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 16 di Settembre del 1588.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo de’ Marchesi del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

22*.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO [in Firenze].

Pesaro, 7 ottobre 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 24. – Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

Mand’a V. S. il problema che mi adimandò, e mi escusi se sono stato troppo a mandarglielo. Se lo mandarà in Fiandra([62]), di gratia lo accomodi come gli parerà, perché glie lo mando così come io l’ho trovato fra certe mie cartaccie. Haverò caro d’intendere se le sarà piaciuto; e s’io son buono a servirla in alcuna cosa, mi comandi, desiderando anche d’intendere se il suo negotio ha per ancora havuto buon fine secondo il desiderio suo. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 7 di Ottobre del 1588.

Di V. S.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

[Il S.r] Galileo Galilei.

23*.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Pisa.

Pesaro, 30 dicembre 1588.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 26. – Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

V. S. non lascia occasione di favorirmi, mostrandomi il suo affetto dell’allegrezza che mostra della esaltatione del S.r mio fratello al cardinalato; del che la ringratio sommamente, e glie ne bascio le mani.

Ho havuto caro che gli siano piaciuti quelli problemi; et in verità io non gli risposi, chè dubbitavo che le lettere non capitassero male. Ho anche con grandissima mia satisfattione sentito ch’ella vogli mandar fuori le sue cose del centro della gravezza, che in verità V. S. ne acquistarà molto honore.

Non sarò più lungo; e s’ella mi conosce buono a servirla, mi comandi. E le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 30 di Decembre del 1588.

Di V. S.come fratello Guidobaldo dal Monte

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

Il S.r Galileo Galilei.

Pisa.

24*.

GIOVANNI RICASOLI BARONI a NERI RICASOLI BARONI in Firenze.

Lucca, 11 maggio 1589.

Arch. di Stato in Firenze. Magistrato Supremo, Filza 1355. Copia sincrona, premessa questa indicazione: «Copia di una lettera scritta di Lucca e di Pescia, scritta da Mess. Giovanni Ricasoli a Mess. Neri, suo fratello, li XI di maggio 1589». – Se ne hanno due altre copie sincrone, che presentano lievissime differenze di forma, nella Filza che forma il n.° 59 dei Nuovi Acquisti Galileiani della Biblioteca Nazionale di Firenze; e una copia, pur sincrona, ma incompleta, è nella Filza 217, Inserto 15, car. 61t.-62t. dell’Archivio RICASOLI in Brolio.

…. Galileo andò cercando di noi, e tornò([63]).

Siamo all’Ascensione, adi XI maggio, e siamo in Lucca: e l’amico([64]) mi dice volere ire a Lerice domattina, e così siamo di accordo d’ire lui et io e Lorenzo, alias il Lanzi. In questo mentre si è fatto motto al Cav.re Ridolfi, et ho baciato la mano allo Ill.mo S.r Giovanbatista Dati, uno delli Anziani, e domandatoli l’arme tutti insieme, lui, Galileo, il S.r Ridolfi et io; e poi non la volse. Hoggi mi ha detto l’amico, che è 22 hore, che si vuole partire adesso, perchè dubita del Cav.re Ridolfi. Ci partiamo domani per Lerice. Galileo se ne torna, e vi porta queste lettere per aviso….

25**.

GIOVANBATISTA RICASOLI BARONI a RUBERTO PANDOLFINI in Firenze.

Genova, 25 maggio 1589.

Arch. Ricasoli in Brolio. Filza 217, Inserto 15, car. 127t. – Copia sincrona.

Hon. Cugino,

Desidero, havendo animo di fermarmi qui, d’havere de’ panni lini e delle camice, collaretti, pezzuole: però vi piacerà dirlo alla Maddalena, mia sorella, che potrà dar ordine in casa alla Dom.a, che in quel tamburo, che è in casa, vi metta queste cose; et più, se è fatto, quel vestito di bigio argentato, che sono calze intere, giubbone e colletto: chè Mess. Galileo, tornando in qua, potrà seco condurre dette robe: ancora, un breviario novo, che comprai ultimamente, et è in casa. Questo m’occorre dirvi, in quanto alle cose che mi fanno qui di bisogno….

26*.

GIOVANNI RICASOLI BARONI a FRANCESCO GUADAGNI,

NERI RICASOLI BARONI e LORENZO GIACOMINI [in Firenze].

Venezia, 15 giugno 1589.

Arch. di Stato in Firenze. Magistrato Supremo, Filza 1355. Copia sincrona, premessa quest’indicazione: «Copia di una lettera di Giovanni Ricasoli, scritta di Venetia il dì XV di giugno 1589 a Mess. Neri e altri». – Se ne hanno due altre copie sincrone, che presentano lievissime differenze di forma, nella Filza che forma il n. 59 dei Nuovi Acquisti Galileiani della Biblioteca Nazionale di Firenze; alle quali copie è premessa la seguente indicazione: «C. Lettera di Giovanni Ricasoli a Mess. Francesco Guadagni, Mess. Neri Ricasoli e Mess. Lorenzo Giacomini, de’ 15 di giugno 1589, di Venetia»: e una copia, pur sincrona, è nella Filza 217, Inserto 15, car. 64r.-65r., dell’Archivio RICASOLI in Brolio.

…. In caso che Mess. Galileo o Piero, servitore dell’amico([65]), venissino, farò che, capitando alle Zafusine([66]) o altri luoghi di Lombardia, come vi havevo scritto che qualchuno venisse, che capitino a Venetia, dove li sarà detto, o dal S.r Vinc.o ([67]) o S.r Iacopo Guadagni, dove saremo iti….

27.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze.

Monte Baroccio, 3 agosto 1589.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 28. – Autografa.

Molto Mag.co S.r mio,

Con effetto V. S. non vuol lasciar complimento nessuno con me: ma credo che di già ella habbi compreso la natura mia, lontana da ogni cerimonia; e la si assicuri che vorrei poterla servir molto più di quello che ho fatto, che alli meriti suoi non mi par di haver fatto niente.

Io sono venuto a star in villa a un mio luogo, et mi ha bisognato portar molte cose, et per conseguenza metter sotto sopra il mio studio; e così mi perdoni se non gli mando quelle mie poche cosette sopra la cochlea([68]), che presto glie le mandarò, perchè mi bisogna copiarle per esserci molte rimesse, essendo questa la prima bozza. Et se altro vuol da me, mi comandi; e le bascio le mani, com’a suo padre.

Di Monte Baroccio, alli 3 di Agosto del 1589.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo dal Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

[Il S.r] Galileo Galilei.

Fiorenza.

28*.

GALILEO a [LORENZO GIACOMINI in Firenze].

Bonazza, 5 ottobre 1589.

Arch. di Stato in Firenze. Magistrato Supremo, Filza 1355, car. 101t. – Copia sincrona, premessavi quest’indicazione: «Copia di una lettera scritta da Galileo Galilei, di Bonazza, il dì 5 di Ottobre 1589». Altra copia, pur sincrona, a car. 74t. della Filza 217, Inserto 15, dell’Archivio RICASOLI in Brolio.

Ill.re mio Sig.re

Questa sera sono arivato insieme col S.r Giovanbatista([69]) e Giovanni al suo luogo([70]), dove l’aspetto subito veduta la presente, che spero che condurremo detto S.r Giovanbatista a Firenze. Lui sta malissimo del corpo, e peggio che mai della mente, et ha bisogno di grandissime e preste cure. La non manchi, chè ce n’è gran necessità. Nè altro.

Di Bonazza, il dì 5 di Ottobre 1589.

Di V. S. I.Prontiss.o Ser.e Galileo Galilei.

V.S. mi favorisca fare intendere a mio padre dove sono, e che tornerò quanto prima.

29*.

BENEDETTO ZORZI a BACCIO VALORI in Firenze.

Venezia, 2 dicembre 1589.

Bibl. Naz. Fir. Filza Rinuccini 27. – Autografa.

… Del Galileo intesi dal S.or Pinelli, et ho piacere che all’huomo si sia aperta la stradda di mostrare in publico Studio sua dottrina. Qui dubito che la cathedra per quest’anno ancora sarà vuota([71]), mancando massimamente questo soggetto del quale il Cl.mo Contarini et io tenivimo vivo il nome nella memoria de chi governa lo Studio; nel quale io per me vorrei vedere ad introdure la lettura di Platone, come mi do a credere che facilmente S. A. la ritornerà in Pisa; et carissimo mi sarà, come ciò segua, che V. S. si contenti farmene moto….

30.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Pisa.

Monte Baroccio, 10 aprile 1590.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 9. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te Sr. mio,

Mi è sommamente caro di haver nuova di lei; ma io non resto compitamente satisfatto, perchè la vorrei veder più contenta e meglio trattata, secondo li meriti suoi. Io non ho havuto per ancora nuov’alcuna da Venetia; ma io cercarò di saper qualche cosa, e non mancarò di avisargliene. Gli dico bene, che passand’io da Bologna, domandai del Magino, il qual non viddi, se ben mi fermai in Bologna due giorni e più; e parlando con alcuni, et in particolare con un dottore che legge in Studio, com’egli si portava et come serviva bene, mi rispose che si portava male e che non sa dimostrar niente, et che quando replica qualche cosa, dice che sempre dice le medesime parole, et quelle apunto che sono in Euclide, sì che non ne restano satisfatti: et io con questo campo dissi che in Fiorenza ci era un mio amico, il qual hoggi legge in Pisa etc., dove mi slargai sopra di V. S. a mio modo. Ma intesi che la condotta del Magino dura ancor un anno e mezzo([72]), se ben mi ricordo: e non potrà far che, o per una via o per l’altra, non si facci qualche cosa.

Io ho poi trovate alcun’altre cose sopra la cochlea([73]), le quali non l’ho ancor ben scritte. Come io le haverò in esser, so che mi favorirà di vederle, perchè gliele mandarò, perchè come io havrò il suo giuditio, sarò satisfatto. Fra tanto mi comandi: e le bascio le mani.

Di Monte Baroccio, alli 10 di Aprile del 1590.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.te S.r mio

[Il S.r, Ga]lileo Galilei.

Pisa.

31.

GALILEO a CAPPONE CAPPONI in Pisa.

Firenze, 2 giugno 1590.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. V, car. 1 e 2. – Copia di mano del sec. XVIII alla quale è premessa la seguente indicazione: «Copia di una lettera scritta dal celebre Galileo Galilei, esistente originalmente nell’Archivio del Sig.r Marchese Cav.re Vincenzio Maria Capponi da S. Fridiano.»

Al molto Ill.re et Rev.mo Mons.or

Cappone Capponi, mio S.r Col.mo

Pisa.

Mons.r Rev.mo

La cagione che mi ha trattenuto qua è stata molto diversa da quella che mi fece partir di Pisa, atteso che, sendomi io partito per servizio della S. Lucrezia Capponi, come dissi a([74]) V. S. R.ma, et havendo finito quanto per suo servizio far devea, mi è convenuto poi assister qua appresso mia madre, sopraggiunta da gravissima infirmità, et quasi che mortale: et la credenza che havevo, che in breve fosse per vedersi l’esito di tal malattia, mi ha trattenuto di giorno in giorno, senza significare a V. S. R.ma tal mio impedimento. Intendendo dal S. Giulio Angeli, che la cura, il male dovere essere per andare in lungo, et essendo noi hor mai allo scorcio dello Studio, mi tratterrò con buona grazia di V. S. R.ma appresso detta inferma, persuadendomi che la presenza mia sia per essergli di grandissimo alleviamento. Et acciò V. S. R.ma e il Sig.r Buonaventura non restino mal satisfatti, havendo io di già havuta tutta la mia provvisione, ho ordinato a M. Lionardo Pegolotti, che sarà l’apportatore di questa, che satisfaccia a, tutte l’appuntature, che per la toga e per le lezioni lasciate mi fossero occorse([75]). V. S. R.ma dunque li ordini quanto far deve, che ad ogni suo cenno sarà satisfatta. Intanto V. S. R.ma mi conservi in sua grazia et mi comandi, assicurandosi che i comandamenti suoi saranno da me stimati favori singolarissimi. Et qui con ogni debita reverenza li bacio le mani.

Di Firenze, il dì 2 di Giugno 1590.

Di V. S. R.maProntiss.o et Oblig.mo Ser.re Galileo Galilei.

32.

[GALILEO a VINCENZIO GALILEI in Firenze].

Pisa, 15 novembre 1590.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Anteriori di Galileo, T. I, car. 34. – Autografa.

Car.mo Padre,

Ho hauto in questo punto una vostra, con la quale ditemi di mandarmi i Galeni et il vestito et la Sfera, le quali cose non ho ancora ricuperate: me le harò ancora stasera. I Galeni non hanno ad essere altro che 7 tomi([76]), sì che staranno bene. Io sto benissimo, et attendo a studiare et ad imparare dal S. Mazzoni, il quale vi saluta. E non havendo altro che dire, fo fine.

Di Pisa, il dì 15 di 9bre 1590.

Vostro Car.mo Fig.o

……………….([77])

33.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Pisa.

Monte Baroccio, 8 Dicembre 1590.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 30. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te S.r mio,

Per non haver havuto molti giorni sono sue lettere, la sua mi è stata gratissima, e mi rallegro che con il S.r Mazzone si dia bel tempo, non senza mia invidia, che vorrei esser alle volte nel mezzo a tutti due e goder de’ suoi ragionamenti; al qual S.r Mazzoni V. S. da mia parte facci un grandissimo saluto et un lunghissimo bascia mano.

Una delle cose che io desideravo di sapere è se V. S. ha mai havuto accrescimento di provisione, che questo vorrei che fusse secondo il mio desiderio et il merito suo. Mi è poi assai piaciuto di veder che ella sia tornata al centro della gravità, et ha fatto assai haver trovato quanto mi ha scritto; et io ancora ho trovato alcune cose, ma non posso finir di trovar una contingente che mi fa disperare, che mi par di haverla trovata per una certa strada, ma non la posso dimostrare e chiarirmene con la dimostratione: ma la sua lettera mi ha consolat’assai, poi che vedo che V. S. cerca, e non finisce di trovare così presto, dove io non mi maraviglio s’io non trovo. Però non si maravigli se io non gli mando ancora a mostrare quanto io gli promisi, oltre che mi bisogna copiar molte cose; ma quanto più presto potrò, glie le mandarò, chè ho più caro io di haver il suo giuditio, che altra cosa. Fra tanto se mi conosce che io la possi servire in alcuna cosa, mi comandi liberamente; e le bascio le mani.

Di Monte Baroccio, alli 8 di Decembre del 1590.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo del Monte.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.te Sig.re mio Oss.mo

[Il S.r] Galileo Galilei.

Pisa.

34.

[GALILEO a VINCENZIO GALILEI in Firenze].

Pisa, 26 dicembre 1590.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Anteriori di Galileo, T. I,car. non numerata tra la 20 e la 21. – Autografa.

([78]) ………………………………………………………………………………………………… più che ordinaria; et in questo fatto più che ne gl’altri, forse, bisogna pregare Iddio che gli piaccia di disporlo il meglio che sia possibile. Quella cosa che serbo alla Virginia([79]), è un cortinaggio di seta, la quale comprai in Lucca; et Alimento me l’ha fatto tessere con poca spesa, tal che, ancor che il drappo sia largo un braccio et ¼mi costa circa tre([80]) carlini il braccio. Il drappo è fatto a liste, et vi piacerà assai; hora fo fare le frangie di seta per fornirlo, et facilmente farò fare la lettiera ancora: ma harò caro che non ne parliate in casa, acciò gli giunghi inaspettato; et alle vacanze del Carnovale lo porterò, et come vi ho detto, se vi piacerà, gli porterò da fare 4 o 5 veste di domasco et di vellutino a opera, che saranno cosa rara. Nè altro.

Di Pisa, il dì 26 di 10bre 1590.

Vostro Car.mo Fig.o

G. G.

35.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Pisa.

Monte Baroccio, 21 febbraio 1592.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 11. – Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

Perchè era molti giorni che io non havevo havuto nuova di V. S., però feci che Horatio mio figliuolo glie ne dimandasse. A quello che vedo, trovo che V. S. mi ha scritto altre volte, et io non le ho havute, come anche non ho havuta quella che V. S. mi dice havermi scritto della morte di suo padre([81]): che in vero quando l’ho sentito, ne ho preso gran dispiacere, e per amor suo e per amor di V. S.; nè mi pareva tanto vecchio, che non havesse potuto viver ancora molti anni. Io me ne condolgo con V. S., ma bisogna contentarsi di questi disturbi che dà il mondo.

Mi dispiace ancora di veder che V. S. non sia trattata second’i meriti suoi, e molto più mi dispiace che ella non habbi buona speranza. Et s’ella vorrà andar a Venetia questa state, io l’invito a passar di qua, che non mancarò dal canto mio di far ogni opera per aiutarla e servirla; chè certo io non la posso veder in questo modo. Le mie forze sono deboli, ma, come saranno, io le spenderò tutte in suo servitio. E le bascio le mani, com’al S.r Mazzone, se si ritruova in Pisa. Che il Signor la contenti.

Di Monte Baroccio, alli 21 di Febraro del 1592.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo dal Monte.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r mio Hon.

Il Sig.r [Gali]leo Galilei.

Pisa.

36*.

GIO. VINCENZO PINELLI a GALILEO in Venezia.

Padova, 3 settembre 1592.

Bibl. Estense in Modena. Raccolta Campori. Autografi. B.a XLV, n.° 5. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.re

Le lettere di V. S. per me et per il Sig.re Bartolomeo Mainerio ci hanno trovato inchiodati: per me, per una svolta d’un piede, che non m’ha permesso poter andar attorno da domenica mattina in qua; et il Sig.re Bartolomeo, per qualche termini di febre, che l’han tenuto in letto poco poi che gli venne quell’accidente in casa mia, presente la S. V. Con tutto ciò si è cominciato a far qualche opera col Ill.mo S.re Procuratore M.([82]) per mezzo d’altri, et spero di poter seguir l’offitio io proprio, con l’aiuto di Dio, per domani, quando ne darò conto a V. S.: alla quale per hora non starò a dir altro, se non che le bacio la mano, come dico al Sig.r K.ro([83]), suo hospite. Che N. S.re la conservi et contenti.

Di Padova, alli 3 di Settembre 1592.

Di V. S. molto M. et Ecc.maAff. Ser. G. V.zo Pinello.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.re mio

Il S.re Galileo Galilei.

Vene.a

A S.ta Iustina, in ca’ Gradenigo.

in casa del molt’Ill.re S.r K.ro Uguccione.

37*.

GIO. VINCENZO PINELLI a GALILEO in Venezia.

Padova, 9 settembre 1592.

L’autografo della presente fece parte, insieme con altri documenti galileiani, di un fondo del quale si servì il prof. ANGELO DE GUBERNATIS per pubblicare un «Carteggio Galileiano, Nuovi documenti inediti per servire alla biografia di Galileo Galilei» (Nuova Antologia, Seconda Serie, Vol. XVIII, 1879, pag. 7-50). Detto autografo oggi si trova nella Raccolta Lozzi in Roma.

Molto M.co et Ecc.mo S.re

Hebbi l’ultima lettera di V. S., et pensai poter esser hieri col Sig. Procuratore Michele([84]), che non mi fu lecito, per alcun travaglio di stomaco che mi sopravenne. Sono stato questa mattina, et pertanto mi ha detto, darà alla S. V. li 200 fiorini senz’altro, et serà costì per domani o l’altro senza fallo; sì che la S. V. ne potrà star sull’aviso, et subito al suo arrivo andarlo a ritrovar, per ringraziarlo del suo buon animo et così far instanza per la spedizione. Non voglio lassar di dire alla S. V. (ma ciò sia detto tra di noi), che forse per alcun di cotesti Signori s’ha la mira a qualche altro soggetto; et però non sarà se non bene ch’ella s’offerisca alla concorrenza di chi cercasse questa lettura, chè in questo modo si chiariranno le partite et la giustizia harà il suo luogo. Ma, di grazia, la S. V. non si lassi intendere di questo mio avertimento. Con che le bacio le mani, come fa il Sig. Maire, che tuttavia se la passa in letto, ben migliorando da hieri in qua. Che Dio la prosperi.

Di Padova, alli IX di Settembre 1592.

Di V. S. Ecc. maAff. Servitore G. V. Pinello.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

il Sig.re Galileo Galilei

Vinetia.

38*.

GIOVANNI UGUCCIONI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Padova, 21 settembre 1592.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 30. – Autografa.

Molto Ill.re S.r mio e P.ne Oss.o

Sono in Padova, e sono venutoci con Mess. Galileo Galilei, che legge la Matematica in Pisa; quale quindici giorni fa venne per vedere Venetia, et in tanto hieri in carrozza, in discorrendo meco, mi disse che in Venetia era stato ricerco di leggere in Padova, e che crede che harebbe 200 scudi in circa di salario l’anno, e che ha risposto che, sendo al servitio del Gran Duca, non può risolvere cosa nessuna, onde io credo che se ne venga a cotesta volta, per trattare di questo negotio con S. A. S.: alla quale non ho voluto scrivere, perchè mi credo che basti haverlo conferito a lei con la presente; che se sarà male scritta, mi scuserà perchè sono all’hosteria per montare in carrozza per alla volta di Vicenza et essere giovedì in Venetia….

39**.

GIO. VINCENZO PINELLI a GALILEO in Venezia.

Padova, 25 settembre 1592.

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

Molto M.co et Ecc.mo Sig.re

Poichè hieri io aspettai la S. V. indarno, desidero ch’almeno di lontano ella mi faccia intendere come sia rimasta con questi SS.ri Riformatori in proposito delli 180([85]); se bene, per quanto mi è occorso di ragionarne con diversi che sono stati a ragionamento co’ sud.i Sig.ri del suo particolare, non ne dovrei dubitare: tuttavia ne desidero due righe dalla S. V., alla quale dissegnava di mandare alcune lettere che le dissi per quelli miei SS.ri et amici, ma, sviato da diverse occasioni, non ho potuto; et la S. V. per sua cortesia per hora supplirà lei, che non mancarò appresso di far il resto. Et le bacio la mano: che Dio le doni ogni contento.

Di Padova, li 25 di Settembre 1592.

Di V. S. molto Mag.ca et Ecc.ma

Non voglio lassar di dire a V. S., come hieri mi trovai con un gentilissimo Mocenigo, tornato di villa; il quale ha buon gusto, et mi promise di volerlo favorire nell’occasione, di che non ci mancheranno de’ buoni aiuti alla giornata, che serviranno per allargare questa piccola strettezza. E gionta V. S. a Firenze, mi avisi di sè.

 Aff. Ser. G. Vinc.o Pinello.

Fuori: Al moltoMag.co et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig. Galileo Galilei.

Venetia.

40*.

GIOVANNI UGUCCIONI al GRANDUCA DI TOSCANA [in Firenze].

Venezia, 26 settembre 1592.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Med. 2993, n.° 42. – Autografa.

… Sino al principio di questo mese comparse qua il Galileo, Matematico di Pisa, che è stato sempre qui in casa mia per veder la città; e domattina si parte per costà, sendo stato ricerco di legger nello Studio di Padova con 180 ducati l’anno di salario: onde ha risposto che non vuole fermar niente se prima non ne dà conto a V. S. A., come è suo debito([86])….

41.

BENEDETTO ZORZI a GALILEO in Padova.

Venezia, 12 dicembre 1592.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 13. – Autografa.

Molto M. et Ecc. S.r

Ecco finalmente la lettera([87]), la quale da me non è mancato di procurarla sino al primo giorno che V. S. me ne scrisse; ma questi secretarii et bollador sono per l’ordinario così lunghi. C’è stato di spesa lire veneziane £ 25, soldi 12, in ragion di due e mezza per cento dello stipendio, et £ 3, 2 per la bolla. Questi, o V. S. li tenga appresso di sè sino che siamo insieme, o diali a Mess. Paolo Meietto, libraro al Portico Alto, al quale scriverò poi quello che ne haverà per mio conto a fare.

Torno ad allegrarmi con V. S. dell’ottimo suo principio([88]) et a desiderarle ogni compiuta sodisfattione et felicità. Vorrei che si fosse valsa della casa; ma poi che le ha tornato([89]) in piacere favorire il S.r Pinelli, almeno V. S. si vaglia in qualche altro conto della casa nostra et cose nostre: et occorrendole alcuna cosa, se bene quel nostro di casa Maestro Mathio sa quanto io desideri di servire et gratificare V. S., tuttavia se le occorrerà alcuna cosa, potrà con esso lui valersi di questa mia lettera, ch’io di nuovo non le starò a scriver altro.

Il liuto restò nelle sue mani, et sin hora deve V. S. haverne fatto il suo volere. Et me le raccomando di tutto cuore.

Di Ven.a, li XII Decembre M. D. XCII.

Di V. S. S.r Galileo.Aff.mo per servirla Benedetto Giorgio.

Fuori: Al molto M.co et Ecc. S.r Hon.

Il S.r Galileo Galilei, Mat.co nello Studio

di Padova.

42*.

MARC’ANTONIO BISSARO a GALILEO in Padova.

Vicenza, 15 dicembre 1592.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 15. – Autografa.

Molto M.co et Ecc.te S.r mio Oss.o

Mi rallegrai summamente, quando io intesi per lettere di V. S. ch’ell’era per venire a leggere in Padova, sì perchè io giudicai luogo più degno del suo valore questo che altro, come perchè mi pareva che mi si porgesse occasione di rinovare con lei se non l’amicitia, la quale, essendovi sempre continuato l’affetto, non s’è mai tralasciata, almeno l’uso dell’amicitia, che per la distanza de’ luoghi ove l’uno et l’altro habitava, et forse per la diversità de’ studii et de’ negotii, pareva intepidito alquanto. Non feci risposta alle predette sue lettere, conciosiachè et lei scriveva di mettersi in viaggio per Pisa, et io in quello stesso tempo mi partivo per Ferrara, di dove poco fa tornai. Hora io mi rallegro maggiormente che V. S. sia in cotesta città et habbia dato principio honoratissimo alla sua lettura, come intendo. V. S. sa quanto può disporre di me, che l’amo vivamente: però faccia sì che io possa rimanere perfettamente consolato di questa nostra vicinanza, il che serà quando V. S. mi comanderà, come desidero et la prego. Et col fine le bacio le mani.

Di Vic.a, alli 15 di Decembre 1592.

Di V. S. Ecc.teSer.re M. Ant.o Bissaro.

Fuori: Al molto M.co et Ecc.te S.r mio […],

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

43*.

GIACOMO CONTARINI a GALILEO in Padova.

Venezia, 22 dicembre 1592.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 17. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r

La lettera di V. S. Ecc.ma m’è stata sopra modo cara; et prima havevo inteso del suo principio([90]) et della satisfattione presa da quel Studio, che me ne son consolato grandemente. Desidero d’esser commandato da lei; et però, dove vaglio, m’adoperi. Hora non posso prender forze, respetto alla staggione; ma spero, con un poco di mitigation d’aria, di poter forse arivar fin a Padova. Fra tanto N. S. Dio la conservi felice […].

Di Ven.a, a 22 X.e 1592.

Di V. S. Ecc.maAff.mo fratello per servirla sempre Giacomo Contarini.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

44*.

[GELLIO SASCERIDE?] a….

Padova, 28 dicembre 1592.

Riproduciamo questo capitolo di lettera dall’opera TYCHONIS BRAHE Astronomiae instauratae Mechanica. Wandesburgi, anno CIC. D. IIC, dove si legge sul tergo della car. 35 (non numerata), premesse queste parole: «Quia adhuc aliquid superest spatii, quae sequuntur paucula, sic expetente typographo, subiungi permisi ex literis cuiusdam medicinae Doctoris, Patavii commorantis, ad quendam studiosum Danum». Che il mittente sia GELLIO SASCERIDE afferma J. L. E. DREYER, Tycho Brahe: ein Bild wissenschaftlichen Lebens und Arbeitens im sechszehnten Jahrhundert. Karlsruhe, Druck und Verlag der G. Braun’schen Hofbuchhandlung, 1894, pag. 277.

Maginus per totam ferme aestatem hic, Patavii et Venetiis, moratus est. Qua de caussa, non satis constat.

Interea Gallilaeus de Gallilaeis Florentinus professionem mathematicam hic adeptus est, qui suarum lectionum septimo Decembris initium fecit. Exordium erat splendidum, in magna auditorum frequentia. A Domino Pinello is liberaliter commendatur, quem, si posset, perlibenter in Domini Tychonis amicitiam insinuaret. Tu, qui animum Tychonis novisti, poteris, quod ex re erit, in hisce disponere.

Maginus edidit nuper librum, cui titulum fecit Tabula Tetragonica sub Tychonis patrocinio([91]). Exemplar mihi ad te mittendum dedit, quod prima occasione transmittam. Retulit etiam, Illustrissimos Venetos in consilio Rogatorum deliberasse, ut aliquis mathesevs peritus, stipendio 300 Coronatorum, in Aegyptum ablegaretur, qui pro Tychone isthic observaret([92]): tantae enim hic Tycho certe est celebritatis, quantae nemo eorum qui nunc vivunt.

Datae Patavii, 28 Decembris anni 1592.

45.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Padova.

Monte Baroccio, 10 gennaio 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 19. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te S.r mioHon.do

Io hebbi una lettera di V. S. quando ella era in Fiorenza per tor licentia per poter andar a legger a Padova, alla qual risposi; dove desideravo, come desidero ancora, di saper che provision gli danno, perchè io vorrei che ella fusse trattata secondo il desiderio mio et i suoi meriti. Gran contento ho poi preso in veder che habbi dei scolari assai; chè spero che con il suo valor farà di maniera che molti attenderanno a questa scienza, et glie la farà conoscere, perchè invero ella non è conosciuta se non da molti pochi.

Io non mancarò, con l’occasioni che mi presentaranno, di scrivere al S.r Gio. Battista dal Monte di quanto mi ricerca. Quanto poi che mi vogli haver obligo del luogho di Padova, io non voglio per niente che me ne habbi obligo, non havendoci io fatto niente; ma il tutto lo dia al suo valore et al suo molto sapere.

La mia Prospettiva([93]) mezzo dorme e mezzo vegghia, chè, a dir il vero, io ho tante le occupationi, che non mi lasciano respirare; e per queste cose bisognarebbe esser libero da ogni fastidio: pur la voglio finire, et hora sono atorno per accomodargli il principio, trattando dove si ha da metter l’occhio acciò le cose si possino veder secondo che vogliamo; ma non ho ancor trovato ogni cosa: e prima di ogn’altra cosa ci vorrò poi il suo giuditio. E le bascio le mani, come fa mia moglie e tutti.

Di Monte Baroccio, alli 10 di Gennaro del 1593.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo dal Monte.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.te Sig.r mio Hon.

Il Sig.r [Gali]leo Galilei.

Padua.

46*.

GIROLAMO MERCURIALE a GALILEO in Padova.

Pisa, 3 marzo 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 21. – Autografa.

Ecc.mo Sig.re

Io non credevo già, che i matematici, che non si dilettano se non di certezza, attendessero poi a ingannar gli huomini colla eloquenza; ma la sua lettera, ch’io ricevetti l’altr’hieri, mi ha fatto mutare oppenione e credere che ogn’uno si diletti di acquistarsi l’amore colle lusinghe. Voglio dire che lei mi ha troppo voluto, come si dice, ongere li stivali: ma forse l’haverà fatto credendo ch’io havessi presa qualche maninconia dalla favola sparsa, secondo mi fu scritto a questi dì, in Padova, et che perciò habbia voluto consolarmi. Pure sia come si voglia, purchè io sia sicuro di essere amato dalla persona sua, tanto stimata e tanto predicata da questa mia debole lingua.

V. E. si può molto ben ricordar com’io le dissi che ‘l Studio di Padova era il proprio domicilio del suo ingegno, et che ogni giorno più havrebbe sentito utile et comodo: onde sia lodato Dio che non potrà dire di haver da me blanditie, ma pura verità; anzi tengo certo che alla giornata s’accorgerà ch’io le dissi poco.

Il S. Mazzoni([94]) se fusse così diligente in scrivere com’è in amare et stimare et predicare V. E., non havrebbe causa di dolerse di lui; ma di gratia, scusi la sua corporatura, et creda certo che tutti due facciamo a concorrenza et a gara a chi più dice le sue lodi. Ch’io habbia lasciato vestigi di me, può esser facilmente, perchè 18 anni sono stato servitore di molti ingegni et de tutti cotesti SS. Dottori leggenti; a’ quali se bacierà per me le mani in universale et in particolare, le ne resterò obligatissimo, sì come insieme con tutti i miei figliuoli le bacio caramente a lei.

Di Pisa, li 3 di Marzo 1593.

Di V. S. Ecc.maAff. Ser.re Hier. Mercuriale.

Fuori: All’Ecc.mo Sig.r mio Osser.mo

Il Sig.r Galileo Galilei Mat.co

Padova.

47*.

GALILEO a GIACOMO CONTARINI in Venezia.

Padova, 22 marzo 1593.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: Patroni e Provveditori all’Arsenal. Documenti antichi circa la Casa dell’Arsenale, 1515-1594, n.°… – Autografa.

Ill.mo Sig.re

Ho inteso dal Ill.re Sig.r Gianvin.o Pinelli il quesito di V. S. Ill.ma, circa il quale li dirò quello che io tengo la verità: et è questo.

Quanto al far maggiore o minor forza, nel pingere avanti il vassello, l’essere il remo posato sul vivo o fuori, non fa differenza, sendo tutte l’altre([95]) circostanze le medesime: et la ragione è, che sendo il remo quasi una leva, tutta volta che la forza, il sostegno et la resistenza la divideranno nella medesima proporzione, opererà col medesimo vigore; et questa è propositione universale et invariabile. Et io non credo che dal far le ale alla galera si cavi altra comodità, che l’haver piazza più capace per i soldati et per i forzati, i quali forzati non si potrebbono accomodare 4 o 5 per remo, et massime verso la poppa et la prua, se non vi fossero le ale: ma che quando e’ si potessero accomodare a vogare tanto nell’un modo quanto nell’altro, il posar lo schermo sul vivo o fuori facesse differenza alcuna, io non lo credo a patto alcuno, stando però il remo sempre diviso nella medesima proporzione; nè io veggo che la voga si possa impedire o agevolare da altro che dal porre lo schermo più lontano dal girone o più vicino, et quanto più sarà vicino tanto maggior forza si potrà fare: et la ragione è questa, la quale forse non è stata tocca da altri. Il remo non è una semplice leva come le altre, anzi ci è gran differenza in questo: che la leva ordinariamente deve havere mobili la forza et la resistentia, et il sostegno fermo; ma nella galera tanto si muove il sostegno, quanto la resistenza et la forza: dal che ne séguita che il medesimo sia sostegno et resistenza, per ciò che in quanto la pala del remo si appunta nell’aqqua, viene l’aqqua ad esser sostegno, et la resistenza lo schermo; ma quanto l’aqqua vien ancor essa mossa([96]) dal remo, in tal caso essa è resistenza, et lo schermo è sostegno. Et perchè quando il sostegno è immobile, tutta la forza si applica a muover la resistenza, se si accomoderà il remo tanto che l’aqqua venga quasi che immobile, all’hora la forza si impiegherà quasi tutta a muovere il vassello; et per il contrario, se il remo sarà talmente situato che l’aqqua venga facilmente mossa dalla palmula, all’hora non si potrà far forza in muovere la barca: et perchè quanto più la parte della lieva verso la forza è lunga, tanto più facilmente si muove la resistenza, quando la parte del girone sarà assai lunga, tanto più facilmente l’aqqua verrà mossa, et per ciò il suo sostegno sarà più debole, et il vassello meno si spingerà; per l’opposito, quando la medesima parte tra lo schermo et la forza sarà più corta, all’hora l’aqqua più difficilmente potrà dalla palmula esser mossa, et per conseguenza, in quanto la mi serve per sostegno, sarà più salda, et il vassello si potrà con più forza spingere. Però si conclude, che quanto lo schermo è più vicino al girone, tanto più forza si può fare in spingere il vassello, non potendo l’aqqua così facilmente esser mossa con la([97]) palmula molto lontana dallo schermo dalla forza vicina al medesimo schermo; et però in tal caso l’aqqua fa più l’offizio del sostegno, che della resistenza: et tutto questo è manifestissimo per l’esperienza. Non sendo dunque altra cosa che possa arrecar comodo o incomodo alla voga che l’essere lo schermo([98]) più lontano o più vicino alla forza, io non dubito punto che in questo il porre lo schermo sul vivo o fuori non faccia differenza alcuna.

Questo è quanto per hora mi sovviene in risposta del suo dubio, et non dubito che molto meglio circa ciò habbia discorso V. S. Ill.ma; però quando li piacesse farmi parte de i suoi pensieri circa questo particolare, le ne resterei infinitamente obbligato, assicurandomi che ne imparerei assai, et forse i suoi discorsi mi farebbono sovvenire qualche altra cosa. La pregherò che quando anderanno attorno simili dubi, si degni farmene partecipe, perchè ho grandissimo piacere in pensare([99]) a cose curiose.

Mandai la lettera di V. S. Ill.ma all’amico scultore, ma per ancora non ho hauta risposta. Con che li faccio humilissima reverenza, pregandola a comandarmi.

Di Padova, li 22 di Marzo 1593.

Di V. S. Ill.maOblig.mo Ser.re Galileo Galilei.

Fuori: All’Ill.mo Sig.re et mio Pad.n Col.mo

Il S. Iacomo Contarino.

Venezia.

48*.

GIACOMO CONTARINI a GALILEO [in Padova].

Venezia, 28 marzo 1593.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: Patroni e Provveditori all’Arsenal. Documenti antichi circa la casa dell’Arsenale, 1515-1594, n.°… – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r mio,

Con mio grandissimo gusto ho veduto quanto V. S. Ecc.ma m’ha scritto in proposito delli remi delle galee: et se ben io ho il tempo molto stretto, ricercandomi ella che io le debba scrivere qualche cosa di quelle che in questo proposito mi vanno per mente, le dirò che, per le osservationi che ho fatto, li remi che tutta via si usano non sono proportionati al corpo del vassello; però bisognaria metter studio in proportionar queste due cose insieme, perchè si ottenirà quello che si desidera, che è l’agilità et velocità: et per mia opinione, detta proportione si può cavar da 3 cose; dalla larghezza del vivo del vassello, dall’altezza sopra acqua dove ripossa il remo, et dal moto che comunica loro il galeotto nel tirar il remo.

Parlando prima di questa ultima, che è la forza movente, dirò che, ponendosi il galeotto in voga, è necessario considerar che conviene fare un de’ 3 moti: o tirando il remo di sotto in su, per esser basso; o di sopra in giù, per esser alto; o dirittamente al petto, per esser posto tra questi dui estremi. Hora si può benissimo giudicare che, questi dui estremi sopradetti essendo violenti, convengono esser mancanti di forza et difficilissimi a durare; adonque bisogna situar il remo in modo, che tirandolo venga al petto quando l’huomo sta diritto, havendo poi l’avvantaggio quando il galeotto cade in bilancia, che col peso del corpo agita più facilmente il remo che con la forza ordinaria. Supposto questo, che non ha difficoltà alcuna, è necessario venir alla cognitione del proprio loco et della propria altezza che doverà esser posto il remo al schermo sopra acqua; il che si trovarà facilmente quando s’haverà in consideratione et l’altezza dell’huomo che voga et la longhezza del remo. Però bisogna situarlo tant’alto, che il remo possa toccar l’acqua quando il galeotto non cada nelli doi estremi sopradetti. A voler far questo, è necessario che il remo sii lungo et tochi l’acqua molto lontano dal navilio, che leva il deffetto al galeotto de vogar il remo con i brazzi alzati: ma si cade in un altro bisogno, che havendo il remo lungo, bisogna maggior forza a moverlo, così per vogare come per alzarlo et abbassarlo. Però in questo ponto cade la larghezza del navilio, perchè da essa si devono cavar la longhezza del ziron del remo et la larghezza della postizza, poi che quando non supplisse il navilio a capir la longhezza del ziron nel suo corpo vivo, bisogna aiutarlo colla postizza; poi che il ziron è fatto non solamente per mover l’asta del remo che sta fuori del schermo, ma anco per far contrapeso al peso de detto remo, il qual peso è tanto che, con tutto che il zirone si faccia lungo et grosso, non però basta, ma s’è in necessità d’aggiongerli 50, 60 et 100 lib. di piombo, acciò che, stando in bilancia, il galeotto non habbi altra fatica che di tirarlo. Oltra questa grossezza s’ha da considerar la forza de chi ha da mover il vassello, la qual doverà esser de molti huomini, come s’è detto, per la gravezza del navilio et per la lunghezza del remo.

Dai pratici dell’arte vien diviso il remo in tre parti: due parti si danno dal schermo alla palla, et una si risserba per zirone. Potendo questa 3a parte esser tanto lunga, per le cause dette di sopra, che non possa esser capita dentro il vivo della galea, è necessario slargar le postizze tanto che dalla corsia al schermo possa capirsi il zirone, et per necessità bisogna valersi di sito manco forte, mettendo la forza nel morto della galea. Hora, questo spacio non deve esser tutto occupato dagli huomini che tirano il remo, perchè se si metteranno 4, 6 et più huomini a questo remo, bisogna haver avertenza che l’ultimo huomo sia tanto lontano dal schermo, che possa metterli forza, et aggionger la sua appresso quella delli altri suoi compagni che sono verso la corsia; che quando fosse troppo vicino, sarebbe inutile: oltre che bisogna tra l’ultimo huomo et la postizza che possano star li huomini combattenti, senza impedir chi voga. Dalla corsia al schermo bisogna adonque che sia capita la 3a parte del remo. Questa terza parte doverà esser tanto longa che sortisca le cose dette di sopra, et da questa 3a parte intrinseca immediate si cavaranno le due estrinseche al navilio. Questo moto che fanno i galeotti è molto differente, perchè più forza mette il primo che il secondo, et più il secondo che il terzo, et così successivamente fin all’ultimo; et questa lor forza si cava teoricamente: perchè il moto che fa il remo nelle estremitadi sue è circolare, proportioninsi i circoli che fa la palla con quel del zirone, che si vedrà la forza che doveva esser movente a quella che è mossa; et proportioninsi i circoli del primo a quel del secondo, che si vedrà anco la proportione della forza tra loro. Adonque non può sucedere quello che si dice, che quanto la parte del zirone sarà più lunga, tanto più facilmente l’acqua verrà mossa, et perciò il suo sostegno sarà più debole et il vassello manco si spingerà, perchè al sicuro col zirone curto non si haverà mai forza di governar il remo, non che vogarlo. È ben vero che quando la necessità astringe a far il remo più lungo de fuori, di quello che porta la terza parte che deve star dentro, che l’huomo convien cedere; ma se vol adoprarne, è sforzato mettervi maggior forza movente, che sarà maggior quantità d’huomini, et a mettervi più huomini bisogna allargarsi fuori del vivo del navilio tanto più: il che, a mio giuditio, non è male, perchè ne nasce la ressolution del secondo dubio, qual sia maggior forza, o quella che sta sul corpo vivo del navilio, o quella che si pone sopra la postizza fuori del vivo. Quella che sta sul vivo, è più vicina al centro, et perciò move con maggior difficultà; et quella che è lontana dal centro, più facilmente sforza il navilio ad andar avanti, convenendo per necessità, quella che è vicina haver due moti contrarii, l’uno di spinger et l’altro di cacciar sotto il navilio, perché il remo convenirà esser sempre più corto, et perciò cacciarsi più presso con la palla al navilio,et volendolo sforzar convien andar più sotto all’acqua; cacciandosi mo’ sotto il navilio, viene ad haver il contrario dell’acqua, che tanto maggiormente gli resiste nel caminare. Adonque il schermo più lontano dal centro sarà più utile, se ben patiràl’imperfettione del manco forte, a che con l’arte si potrà sempre remediare dagli huomini intendenti.

Io pensava non impir meza faccia di carta, et tamen mi sonlasciato trasportar fin a questo termine, che eccedendolo sarebbe fastidirla, et mi si potrebbe opponer che io volessi instruere Minervam. V. S. Ecc.mami ami et mi commandi.

Di V.a, a 28 Marzo 1593.

Di V. S. Ecc.maAff.mo fratello per servirla sempre Giacomo Contarini.

49.

LIVIA GALILEI a GALILEO in Padova.

Firenze, 1° maggio 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal, P. I, T. XIII, car. 5. – Autografa.

Amantisimo fratello,Addì pimo di maggo. 1593([100]).

Venedo chostì la nostra Lena([101]), non mi sarei mai tenuta che io non v’avessi scricto questi quatro verssi, dandovi nuove di me: e se bene la Signoria Vostra non si cura di sapere di me, io mi curo di sapere di voi, che non ò altro bene che Vosignioria; e però la prego a volermi fare gratia di volermi rispondere, acò che io abia questo pocho di chonteto: e se bene Vosignioria scrive a nostra madre, lei non me le porta mai; mi dice bene: El vostro fratello vi si rachomanda: e per lei ò initeso come la Signioria Vostra manda Michelagnolo([102]) iniPolonia. Io n’ò auto grandisimo dispiacere; poi mi conforto e dico così: Se fusi lato pericoloso, voi non ve lo manderesti, perchè so che li avete affetione. E più ò inteso come ell vostro ritorno sarà presto, che mi pare mile anni; e di gratia richodatevi di recharmi da fare una vesta, che n’ò bisognio pure asai. E con questo farò fine, restando sempe al comando di Vostra Signioria. Nostra madre e la Verginia([103]) vi si racomanda, e ‘l simile fa S.a Clarice e S.a Contessa; e io senza mai fine mi vi ofero e rachomado. Adio.

 Vostra chara sorella Livia in S.o Guliano.([104])

Fuori: Alla molto Magnificoet Ecellentisimo Signiore

Dotore Galileo Galilei, frate[llo cha]risimo e onorado, in

Padova.

D’altra mano: Data al S.r Lodovico Teri.

50.

GIULIA AMMANNATI GALILEI a GALILEO in Padova.

[Firenze], 29 maggio 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 7. – Originale, non autografa.

Car.mo figliuolo .s.

Ho intenso come avete auto male, la qual cosa ne ò auto gran dispiacere; ma dopo, il contento, se ora, per Iddio gratia, state tutti beme: di tanto me ne godo ancor io. Hora non posso mancare di dirvi le cose come le vanno giornalmente: perchè, al quel che io intendo, volete venir qua quest’altro mese, harò caro e mi sarà contento grandissimo; ma venite provisto, perchè, a quel io vedo, Benedetto([105]) vole il suo, ciò quel che gli avete promisso([106]), e minaccia fortemente di farvi pigliare subito che arriverete qua. Per quel che io intendo, esendo di patti e così obbligato, debbe potere; però sarà persona per farlo: però vi fo avisato, perchè a me non sarà altro che dispiacere.

Ho auto una lettera da Michelagniolo([107]), cola qual mi pregava che io andassi a trovare il Monsù, e che lo pregassi che gli mandassi parechie sonate; però vi sono ita molte altre volte, e ànno fatto dire di non vi essere. Hora i’ ò inteso da Benedetto, che vi è stato più volte, come lui ha detto che voi havete dato certe sonate in costà a non so che signori, i quali ànno mandato qua tutti i principii col chiedergline di altre sorte che quelle havevano, per il che l’à ‘uto per male, non ne vol più dare a nessuno. In però se vi paressi di scrivere 4 versi al Sig. Cosimo Ridolfi, e vedere se per suo mezzo ne potessi aver qualcuna, sott’ombra di volere inparare lui; se no, aspettar di venir qua voi.

Detti la lettera al Saleolino: ni rispose che vi manderebe quanto li domandi. Sono anda a veder la Livia: lei sta bene, vi si raccomanda, et la Verginia ancora, e io il simile; e vi prego, per quanto posso, che di gratia mi avisiate il vostro stare, se sarete guariti, o come starete di mano a mano. Non altro: a voi mi raccomando et Michelagniolo; e alla Lena dite che attenda a ingrassare, ma non faccia crepare il suo banbino. Non altro: a rivederci alla tornata con sanità.

Da luogo solito, il dì 29 di Maggio 1593.

 Vostra aff.ma madre G. G.

Fuori: Al molto Mag.co e mio Fideliss.o Signore

Galileo Galilei, mio sempre Oss.mo, in

Padova.

51.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO [in Padova].

Monte Baroccio, 3 settembre 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 32. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te S.r mio Hon.do

Mi saria stato carissimo che V. S. fusse passata di qua, chè, oltre al contento, gl’haverei mostrato([108]) volentieri alcune cose della mia Prospettiva, la quale in questo verno spero di finirla, et ho già dissegnato i due terzi delle figure, e vo risecando e levando via più cose che posso, perchè in vero mi riesce lunga: e circa il darla fuori, mi sarà necessario d’aspettar che le figure si finischino d’intagliare, che Francesco mio servitore non ci pò troppo attendere, sì che non credo che possino esser finite di qui a un anno. Io desidero di levarmela dinanzi, che non la posso più vedere; anzi sono di animo di mandar fuora prima la Prospettiva, e poi la Cochlea([109]).

Io scrissi a questi giorni un’altra mia a V. S., ma ella doveva esser a Fiorenza; e gli davo nuova che un dottor Adriano([110]) Romano([111]), di Lovanio, mi ha mandato a donar un libro suo, che lo chiama Ideae mathematicae, sive Methodus polygonorum, il qual tratta del descrivere le figure poligone, ma per via di calcolo, tutto per via d’approssimatione, con i numeri: e ci sono le propositioni e le praxi, ma non c’è niuna dimostratione, che me ne sono molto maravigliato.

Al S.r Pinello V. S. farà un bascia mani, ringratiandolo che tenghi memoria di me; e gli ho invidia, che vorrei esser ancor io tal volta alli loro colloqui. E le bascio le mani, e mi comandi.

Di Monte Baroccio, alli 3 di Settembre del 1593.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo dal Monte.

52*.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Padova.

Firenze, 19 novembre 1593.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 23. – Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Oss.mo

Che devo io scrivere al mio Sig.r Galileo? pregarlo per certo ch’egli mi voglia favorire di quello che io sommamente desidero e di che io sommamente conosco haver mancamento, ciò è della grazia sua, la quale posso credere che si sia dilungata da me, vedendo che egli non ha più memoria del fatto mio. Ma per vedere s’io la posso riacquistare per mezzo della poesia, come io l’acquistai primieramente per mezzo dell’istessa, vi mando, Sig.r Galileo, un sonetto composto il dì de’ Morti per memoria del mio fratello, che sia in gloria. L’ho mostrato a qualche amico, da cui mi è stato detto non esser spernendo affatto; ma che hanno che fare i giudizi degl’altri col vostro? A chi non si intende del vino, piacerà più quel di Brozzi che quel di Lucolena. Se piacerà a voi, crederrò io che vaglia qualcosa; ma poco vi può egli piacere, essendo fatto in fretta e ora ch’io sono lontano da voi, perchè chi naviga senza tramontana naviga per perduto. Ora, qualunque egli si sia, vi viene innanzi; fategli buona cera: s’egli è buono, approvatelo; se cattivo e incorrigibile, stracciatelo; se corrigibile, correggetelo, e amatemi.

Oltre i miei passati travagli, ho al presente mio padre nel letto malato. Immaginatevi il bel tempo ch’io mi debbo([112]) dare. Pure non credo che sia per esser altro.

Di Firenze, addì 19 di 9bre 1593.

È arrivato costà il Sig.r Campagni: fate conto che io sia io, Sig.r Galileo, perchè è giovane tanto meritevole quanto si possa dire. E datevi bel tempo.

Guardate se([113]) potete migliorare il 7° verso, perchè da mezzo innanzi non mi piace.

Di V. S.Ser.e Aff.mo Aless.o Sertini.

Mandatemi qualche composizione vostra o d’altri, chè tra tanta moltitudine di gente non può far che non sia una dozzina di poeti.

Occhi, fonti del cuore, occhi, piangete:
D’anime tormentate([114]) amare strida
Chieggon mercè; vostra pietà l’affida
Che degl’incendi lor pietade havrete.

Deh lagrime per loro a Dio porgete:
Forse l’alma diletta in voi confida
Trovar pietà([115]); beati voi, se guida
Con le lagrime vostre al ciel le sete.

Beato lagrimar, se degl’incendi,
Che tu per abbellirti, alma, sostieni,
Dal pianger nostro refrigerio prendi.

Ma([116]) se all’eterno Sol ti rassereni,
Deh per lagrime a Lui preghi mi rendi,
Che ‘l corso mio dal precipizio affreni.

Di grazia, avvisatemi se è arrivato costì il Sig.r Stefano Rivarola; e baciateli le mani per me, s’egli vi è.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r

Galileo Galilei, Sig.r mio Oss.mo, in

Padova.

53.

GALILEO ad ALVISE MOCENIGO in Venezia.

Padova, 11 gennaio 1594.

Bibl. Ambrosiana in Milano. Cod. R. 104, car. 376r. – Copia del tempo, di mano ignota: all’angolo superiore a sinistra, scritto d’altra mano, ma essa pure del tempo, si legge: «Ad Alvise Mocenigo, del D. Galilei».

Chiarissimo et molto Illustre Signore,

Dalle parole di V. S. Ch.ma et dalla fabrica assai confusa posta da Herone al n.ro 7([117]) vengo in cognitione, quella essere la lucerna della quale V. S. Ch.ma desidera la costruttione: però l’ho più volte letta, et finalmente non so da le sue parole trarne tal senso, che non mi resti qualche confusione. Ma non volendo interamente obligarci a tutte le sue parole, mi pare che voglia inferire una fabrica simile all’infrascritta:

Construatur lucerna basim habens concavam ACDB, intersectam diafragmate EF. Sit vero calathus([118]) oleum continens KL, et ex diafragmate EF procedat tubulus MN simul cum eo perforatus, distans a calathi([119]) operculo quantum sufficit ad aëris exitum: sit autem alius tubulus XO per operculum, distans a fundo calathi([120]) quantum ad olei fluxum sufficit et ex operculo paululum excedens; excessui vero aptetur alius tubulus P, habens superius osculum obstructum, cui agglutinetur alius tubulus exilis, et simul cum eo perforatus, per quem ellychnium influat; sub diafragmate vero EF conglutinetur clavicula R, deferens in locum CDEF, ita ut, si aperiatur, aqua ex loco AEFB in ipsum([121]) CDEF transeat. Sit autem in operculo AB parvum foramen Q, per quod locum AEFB implebimus([122]) aqua. Sublato itaque ellychnio, calathum([123]) oleo implebimus per tubulum XO, aëre per tubum MN excedente et adhuc per clavem apertam quae est in fundo et per foramen. Repleto autem calatho([124]) oleo, superimponemus tubulum X cum ellychnio; et clausa clavicula, aquam infundemus in locum AEFB. Quando autem opus fuerit oleum superinfundere ellychnio, aperta clavicula R, aqua in locum ECDF influet; et aër, per MN tubum impulsus, oleum elidet([125]) per tubulum OX ad ellychnium; et cum non opus fuerit amplius fluere, claudemus claviculam.

Questo è quanto per hora mi par di poter raccorre([126]) dalle parole di Herone, come ho detto di sopra, assai confuse: et l’ho voluto mandare a V. S. Ch.ma, acciò che, avvertito dal suo giuditio, possa con altra occasione cavarne forse miglior costrutto, ancor che la fabrica explicata esseguisce quanto promette la proposta.

Con che, baciandoli reverentemente le mani, li resto devotissimo servitore. N. S. la prosperi.

Di Padova, li 11 di Gennaro 1594.

Di V. S. Ch.maServ.e Pront.mo Galileo Galilei.

54*.

LUIGI ALAMANNI a GIO. BATTISTA STROZZI in Roma.

Firenze, 7 agosto 1594.

Bibl. Naz. Fir. Cod. Magl. VIII. 1399, car. 247. – Autografa.

…. Circa alla lettione del Galileo, egli è a Padova, dov’intendo la fa molto bene; et non l’ho potuta havere da lui, et consisteva in questo, che riferiva l’opinione circa il sito dell’Inferno di Dante, che lasciò([127]) scritta Antonio Manetti Fiorentino in un libretto stampato da’ Giunti, e di poi riferiva l’opinione sopra ‘l medesimo del Vellutello, comentatore di Dante, e comparandole l’una con l’altra, mostrava essere migliore quella del Manetto: della quale mando qui incluso il profilo e la pianta, intagliata in rame, ma per ancora non finita([128]); imperò a penna vi ho aggiunto alcuni caratteri per contrasegni, che dichiareranno alcune cose di esso. E chi volessi saperne il tutto, potrebbe vederlo nel libretto del detto Manetti([129])

55**.

GALILEO a…………………… [in Verona].

Padova, 14 giugno 1596.

Palazzo Martinengo Cesaresco in Salò. – Autografa. Argomentiamo che questa lettera sia stata indirizzata a Verona, leggendovisi di baciamani mandati ai «Sig.ri Nichissoli», gentiluomini veronesi; ma non sapremmo ben dire a quale dei corrispondenti veronesi di GALILEO sia stata diretta. L’autografo, piuttosto sbiadito, è scritto sopra un foglio intero di carta, e non reca alcun indirizzo, probabilmente perchè chiuso in un piego insieme con la lettera che GALILEO scrive di accompagnare.

Ill.e Sig.re

Come per altra scrissi a V. S., havevo procurato di disporre un mio amico al servizio dell’Ill.mo S.r Marchese, per insegnare alla S.ra sua figliuola([130]). Finalmente ho hauto lettere dall’amico, il quale si scusa non potere accettare tale occasione, come per la sua, la quale mando a V. S., potrà vedere([131]); talchè ne potrà dare conto all’Ill.mo S.r Marchese. Altri non mi sovvengono, che potessero essere il proposito. Ne ho scritto all’Ill.mo Sig. Guidubaldo Dal Monte, acciò vegga se in Urbino o in altra parte si trovasse persona idonea; ma dubito si sia per durar fatica. Vorrei potere essere a presso a quel Signore, chè haverei per ventura grandissima di potermi honorare di instruire un ingegno tanto raro; ma poi che non si può altro per la tanta distanza, mi quieterò in questa buona disposizione.

V. S. è aspettatissima qua: non so per qual nostro peccato voglia così lungamente tormentarci tra speranza e timore; però o venga, o almeno non tenga tanto sospesi tanti suoi servitori et amici. Mi farà grazia baciar le mani a li Sig.ri Nichissoli, et tenermi in sua grazia, favorendomi una volta di qualche suo comandamento. Nostro Signore la prosperi.

Di Padova, li 14 di Giugno 1596.

Di V. S. molto Ill.reSer.re Att.mo Galileo Galilei.

56.

GALILEO a IACOPO MAZZONI [in Pisa].

Padova, 30 maggio 1597.

Vedi Vol. II, pag. 193-202 [Edizione Nazionale].

57.

GALILEO a GIOVANNI KEPLER in Graz.

Padova, 4 agosto 1597.

Bibl. Palatina di Vienna. Cod. 10702, car. 61-62. – Autografa.

Librum tuum([132]), doctissime vir, a Paulo Ambergero ad me missum, accepi non quidem diebus, sed paucis abhinc horis: cumque idem Paulus de suo reditu in Germaniam mecum verba faceret, ingrati profecto animi futurum esse existimavi, nisi hisce literis tibi de munere accepto gratias agerem. Ago igitur, et rursus quam maximas ago, quod me tali argumento in tuam amicitiam convocare sis dignatus.

Ex libro nihil adhuc vidi nisi praefationem, ex qua tamen quantulumcunque tuam percepi intentionem: et profecto summopere gratulor, tantum me in indaganda veritate socium habere, adeoque ipsius veritatis amicum. Miserabile enim est, adeo raros esse veritatis studiosos, et qui non perversam philosophandi rationem prosequantur. At quia non deplorandi nostri saeculi miserias hic locus est, sed tecum congratulandi de pulcherrimis in veritatis confirmationem inventis, ideo hoc tantum addam, et pollicebor me aequo animo librum tuum perlecturum esse, cum certus sim me pulcherrima in ipso esse reperturum. Id autem eo libentius faciam, quod in Copernici sententiam multis abhinc annis venerim, ac ex tali positione multorum etiam naturalium effectuum caussae sint a me adinventae, quae dubio procul per comunem hypothesim inexplicabiles sunt. Multas conscripsi et rationes et argumentorum in contrarium eversiones, quas tamen in lucem hucusque proferre non sum ausus, fortuna ipsius Copernici, praeceptoris nostri, perterritus, qui, licet sibi apud aliquos immortalem famam paraverit, apud infinitos tamen (tantus enim est stultorum numerus) ridendus et explodendus prodiit. Auderem profecto meas cogitationes promere, si plures, qualis tu es, exstarent: at cum non sint, huiusmodi negotio supersedebo.

Temporis angustia et studio librum tuum legendi vexor: quare huic finem imponens, tui me amantissimum atque in omnibus pro tuo servitio paratissimum exibeo. Vale, et ad me iucundissimas tuas mittere ne graveris.

Dabam Patavii, pridie nonis Augusti 1597.

 Honoris et nominis tui amicissimus Galileus Galileus in Academia Pat.na Mat.cus

Fuori, d’altra mano: Dem ehrnuesten vnnd wolgelehrten Herrn M. Joanni Kepler Wiertenberger, Irer Fürstl. Durchl. zu Gräcz Mathematico, meinem lieben freündt.

Gräcz.

58*.

GIOVANNI KEPLER a MICHELE MAESTLIN [in Tubinga].

[Graz, settembre 1597].

R. Bibl. di Stoccarda. Cod. Math., car. 14.

…Nuper in Italiam misi 2 exemplaria mei opusculi([133]) (sive tui potius), quae gratissimo et lubentissimo animo accepit Paduanus Mathematicus, nomine Galilaeus Galilaeus, uti se subscripsit. Est enim et ipse in Copernicana haeresi inde a multis annis. Unum exemplar misit Romam, et plura habere desideravit…

59.

GIOVANNI KEPLER a GALILEO in Padova.

Graz, 13 ottobre 1597.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 33([134]) e 34. – Autografa.

Literas tuas, vir humanissime, 4 Augusti scriptas, 1 Septembris accepi, quae quidem gemino me affecere gaudio: primum, propter amicitiam tecum Italo initam; post, propter consensum nostrum in cosmographia Copernicana. Cum igitur in calce epistolae humaniter me ad crebras epistolas invitasses, neque mihi sponte mea stimuli ad hoc deessent, facere aliter non potui, quin per hunc praesentem nobilem iuvenem ad te scriberem. Existimo namque te ab eo tempore, si ocium tibi fuit, libellum meum penitius cognovisse; inde cupido me vehemens incessit censurae tuae percipiendae: sic enim soleo ad quoscunque scribo, iudicia de meis incorrupta efflagitare; et mihi credas velim, malo unius cordati censuram, quamvis vis acrem, quam totius vulgi inconsideratos applausus. Utinam vero tibi, tali intelligentia praedito, aliud propositum esset! Nam etsi sapienter tu et occulte, proposito exemplari tuae personae, mones([135]), cedendum universali ignorantiae, nec sese temere ingerendum vel opponendum vulgi doctorum furoribus, qua in re Platonem et Pythagoram, nostros genuinos magistros, sequeris, tamen cum hoc saeculo, primum a Copernico, deinde a compluribus, et doctissimo quoque mathematicorum, immanis operis initium sit factum, neque hoc iam porro novum sit, terram movere; praestiterit fortasse, communibus suffragiis semel impulsum hunc currum continenter ad metam rapere, ut, quia rationum pondera vulgus minus librat, authoritatibus illud magis magisque obruere incipiamus, si forte per fraudem ipsum in cognitionem veritatis perducere queamus([136]): qua ratione simul laborantes tot iniquis iudiciis socios adiutares, dum illi vel solatium caperent ex tuo consensu, vel praesidium ab authoritate. Non enim tui solum Itali sunt, qui se moveri, nisi sentiant, credere non possunt; sed etiam nos hic in Germania non optimam dogmate isto gratiam inimus. Verum sunt rationes, quibus nos contra has difficultates muniamus. Primum, ab illa ingenti hominum multitudine separatus sum, nec uno actu tot clamorum strepitum haurio. Deinde, qui mihi sunt proximi, vulgus hominum est, qui cum haec abstrusa, ut aiunt, non capiant, mirantur tamen, nec, credere velint an non, unquam secum ipsi cogitant. Docti mediocriter, quo sunt prudentiores, hoc cautius sese immiscent hisce mathematicorum litibus; quinimo fascinari possunt, quod expertus loquor, authoritate matheseos peritorum: ut cum audiunt, quas iam habeamus ephemerides, ex Copernici hypothesibus extructas; quicunque hodie scribant ephemerides, Copernicum omnes sequi; et cum ab ipsis postulatur ut concedant quod non nisi in mathesi institutis demonstrari possit, phaenomena sine motu terrae consistere non posse. Nam etsi haec postulata vel pronunciata non sunt aétñpista, sunt tamen a non mathematicis concedenda; cumque sint vera, cur non pro irrefutabilibus obtruderentur? Restant igitur soli mathematici, quibuscum maiori labore agitur. Ii, cum nomen idem habeant, non concedunt postulata sine demonstratione: quorum quo imperitior quisque, hoc plus negocii facessit. Veruntamen et hic remedium adhiberi potest: solitudo. Est in quolibet loco mathematicus unus; id ubi est, optimum est. Tum si habet alibi locorum opinionis socium, literas ab ipso impetret; qua ratione, monstratis literis (quorsum etiam mihi tuae prosunt), opinionem hanc in animis doctorum excitare potest, quasi omnes ubique professores mathematum consentirent. Verum quid fraude opus est? Confide, Galilaee, et progredere. Si bene coniecto, pauci de praecipuis Europae mathematicis a nobis secedere volent: tanta vis est veritatis. Si tibi Italia minus est idonea ad publicationem, et si aliqua habiturus es impedimenta, forsan Germania nobis hanc libertatem concedet. Sed de his satis. Tu saltem scriptis mihi communica privatim, si publice non placet, si quid in Copernici commodum invenisti.

Nunc abs te placet aliquid observationum postulare: scilicet mihi, qui instrumentis careo, confugiendum est ad alios. Habes quadrantem in quo possis notare singula scrupula prima et quadrantes primorum? Observa igitur, circa 19 Decembris futurum, altitudinem eductionis caudae in Ursa maximam et minimam eadem nocte. Sic circa 26 Decembris observa similiter utramque stellae polaris altitudinem. Primam stellam observa etiam circa 19 Martii anni 98, altitudine nocturna, hora 12; alteram, circa 28 Septembris, etiam hora 12([137]). Nam si, quod opto, differentia quaedam inter binas observationes intercedet unius atque alterius scrupuli, magis si decem aut quindecim, rei per totam astronomiam latissime diffusae argumentum erit; sin autem nihil plane differentiae deprehendemus, palmam tamen demonstrati nobilissimi problematis, hactenus a nemine affectatam, communiter reportabimus. Sapienti sat dictum.

Mitto autem duo insuper exemplaria, quia Hambergerus([138]) mihi dixerat, te plura desiderare([139]). Cuicunque miseris, ille literis de libello scriptis mercedem solverit. Vale, Clarissime vir, et per epistolam longissimam mutuum mihi repende.

13 Octobris anno 97, Gratii.

Humanitati tuaeamantissimus M. Johan Kepler.

Fuori: Clarissimo viro Domino Galilaeo Galilaeo,

Paduano Mathematico, tradantur

Paduam.

60*.

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Padova.

Pesaro, 17 dicembre 1597.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI. car. 25. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te S.r mio Hon.do

Sono tanti giorni che io non ho havuto nuova di V. S., che ho caro questa occasione di Horatio mio figliuolo, che se ne viene per star appresso al S.r Gio. Batt.a dal Monte, di ricordarmeli che desidero di servirla, desiderando di haver nuova di lei. In un anno che Horatio è stato qua, io l’ho introdotto un poco nelle mathematiche, et desidero che V. S. l’esorti a voler attenderci, chè ha assai buono ingegno, e pò andar studiando da sè alcune cose: e gli ho detto, che come trova qualche difficoltà, se ne venghi da V. S., chè so che per amor mio lo favorirà di esser qualche volta maestro, che ogn’un di noi lo riceveremo per favore. Et io se son buono a servirla, mi comandi: e le bascio le mani.

Di Pesaro, alli 17 di Dicembre del 1597.

Di V. S.Ser.re Guidobaldo dal Monte.

Fuori: Al molto Mag.coet Ecc.te Sig.r mio Hon.

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

61*.

GIOVANNI KEPLER a GIANGIORGIO HERWART VON HOHENBURG in MONACO.

Gratz, 26 marzo 1598.

Bibl. della R. Università in Monaco. Cod. 692, pag. 278. – Autografa.

… Quod autem etiam ex ratione ventorum et motus marium deduci argumenta existimas pro motu telluris, equidem et ego nonnullas harum rerum cogitationes habeo; et cum nuper Galilaeus([140]), Patavinus Mathematicus, in literis ad me scriptis testatus esset, se plurimarum rerum naturalium causas ex hypothesibus Copernici rectissime deduxisse, quas alii reddere ex usitatis non possint, neque tamen in specie quicquam commemoraret, ego hoc de maris fluxu suspicatus sum. Sed tamen, ubi rem diligentius([141]) perpendo, non videmur a luna discedere debere, quoad rationes fluxuum ex illa deducere quimus: quod quidem fieri posse existimo. Qui enim terrae motui tribuit, motum marium mere violentum motum statuit; at qui lunae([142]) maria dicit adhaerescere, ex parte naturalem facit…

62*.

ALESSANDRO D’ESTE a GALILEO in Padova.

Modena, 20 marzo 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 5. – Autografa la sottoscrizione.

Molto M.co et Ecc.te amico car.mo

Io conservo continova et amorevole memoria della persona sua; et però èmmi stata carissima la sua, dove con tanto affetto si congratula con esso me della mia promotione. Ne la ringratio dunque; et perciochè mi pare soverchio l’offerirle l’opera mia, lascerò che se ne vaglia ove potesse giovarle. Et intanto la saluto con suo fratello: et N. S.or Dio gli conservi.

Di Modona, li 20 di Marzo 1599.

  S.or Galileo Galilei.Al piacer suo Aless.ro Car.le d’Este.

Fuori: Al molto M.co amico car.mo

Il S.or Galileo Galileo.

63*.

COSIMO PINELLI a GALILEO in Padova.

Napoli, 3 aprile 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 7. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.re

Ho riccevuto le scritture dell’uso del Compasso([143]), mandatemi da V. S. per mezzo del S.r Gio. Vincenzo mio zio; le quali mi sono state tanto care, quanto conviene al valor di esse, che veramente è infinito, se bene V. S. si compiace di parlarne con troppo severo giudicio. Ne la ringratio dunque quanto posso; et l’assicuro che, et per questo et per le molt’altre sue meritevoli qualità, me le stimerò sempre grandemente ubligato et affettionato. Il S.r Federico accetta la ragione ch’adduce V.S. per il libro di cui gli diede intentione, et resta insieme meco desideroso di servirla. Et le bacio la mano.

Di Napoli, a 3 d’Aprile 1599.

Di V. S. S.r Galileo Galilei.per servirla Il Duca d’Acerenza.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r

Il S.r Dottor Galileo Galilei,

a Padova.

64*.

AGOSTINO DA MULA a GALILEO in Padova.

Venezia, 3 luglio 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 27. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r mio,

Io haveva da esser li giorni passati a Padova, et mi sono incontrati tanti affari che mi hanno tratenuto, che non so quando che io possa venirvi. Per questo prego V.S. che mi favorisca di pigliarsi fatica di vedere quelle metope che la sa che sono da quel bocalaro; et perchè mi è stato fatto dire che le sono cotte et che io mandi a pigliarle, et da altra parte sono avvisato che le non hanno havuta cottura a bastanza, procurare che siino poste una altra fiata in fornace, acciochè, reccevendo nova cottura, possano resister alla ingiuria de i tempi, dovendo esser poste in opera al scoperto. La mi faccia gratia di operar che sia fatto questo servitio quanto prima, perchè il tempo insta, et li murari, per aspettarle, rittardano l’opera. Il scultore, che le ha fatte, ha obbligo di farle cuocer a sue spese a perfettione, et ha lasciato questo carico al bocalaro, dove sono esse metope: pur se per farle dar questa ultima cottione bisognasse spender qualche cosa, mi contenterò farlo, quando non possi far altro. La prego a perdonarmi il disturbo et commandarmi: et le bascio le mani. Il P. M. Paulo la saluta.

Da Ven.a, alli 3 di Luglio 1599.

Di V. S.Ser.re Agostino da Mulla.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r mio Osser.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Padova,

al Santo.

65.

GIROLAMO MERCURIALE a GALILEO in Padova.

Firenze, 9 luglio 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 29. – Autografa.

Ecc.mo S.re

Non potrei esprimere quanta consolatione mi habbi recata la lettera di V. E., e quanto gusto habbi sentito da Mess. Michel Angelo suo fratello, che certo, e per la sua virtù singolare e per le creanze, merita d’esser amato et favorito da ciascuno. Credo che egli medesimo scriverà quel ch’io habbi fatto con questi Prencipi e con questi musici per lui; ma non ho ancora finito di far quel ch’io desidero, che certo desidererei si fermasse in Firenze a servir le loro Altezze, come havrebbono anco caro molti di questi musici, et specialmente il S.r Emilio del Cavalliere, patrone del tutto in questo genere.

Al mio S.r Gio. Vinc.o Pinello ho scritto fra due volte dopo la ricevuta della sua lettera; ma credo non le habbi havute, perchè il gentilhuomo, al quale le drizzai in Venetia, le havrà ritenute per giusto rispetto: sì che prego V. S. a scusarmi seco, se per avventura havesse fatto di me qualche sinistro concetto. Mi è ben doluto intendere ch’egli sia in mano de’ medici, seben dall’altra banda spero che fin hora debba esserne uscito felicemente, secondo prego N. S. Dio che lo mantenghi ancora per molti anni.

Non so se il P. Palantieri([144]) sarà ancora ritornato, e per questo drizzo la lettera a lei, acciò la presenti quando vi sarà, non essendo cosa di momento.

Speravo pur di poter riveder V. S. in Firenze quest’anno, sendomene stata data gran speranza da suo cognato. Tuttavia mi andrò godendo la sua memoria, con la fiducia certa di esser amato da lei in ogni luoco, second’io e l’amo et osservo per il suo singolar valore. Et gli bacio le mani.

Di Firenze, li 9 di Luglio 1599.

Di V. S. Ecc.maAff.mo Ser.re Hier. Mercuriale.

Fuori: All’Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei.

Padova.

66**.

GIOVANNI KEPLER a …

Graz, 18 luglio 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Par. VI, T. VII, car. 35r. e 40t. – Autografa per la maggior parte.

…. Quod nisi tua studia interrumpuntur, operam hanc amicam in te suscipias, ut ingenia virorum Italorum sollicites in subiectis materiis: nihil mihi gratius esset, quam legere scriptas his de materiis epistolas. D. Galilaeum praecipue hoc nomine saluta, a quo miror me responsum nullum accipere….

…. Tertio, vehementer cuperem a Galilaeo, post exacte constitutam lineam meridianam, observari declinationem magnetis ab illa linea meridiana, sic ut magnetica lingula([145]) libere in quadrato vase ad perpendiculum erecto, et latere ad meridianam applicato([146]), natet. Nam videtur mira polliceri magnes, modo essent diligentes observatores et varii magnetes consulerentur, nihil ne discreparent. Ego pridem in hanc ivi sententiam: quo loco iam est punctum, quorsum vergit magnes, eo loco in principio mundi fuisse polum, et hanc esse motus magnetici([147]) rationem. Videor motum illum et variationem altitudinum poli, quam Maria([148]) animadvertit, pulcherrime huc traducere posse. Mercator distantiam poli magnetici a mundano ponit 16 ½ gradus. Eam ex observatione Batavorum deprehendo non maiorem 6 ½, id quod plurimum ad hoc meum intentum facit… ([149])

67*.

ANTONIO QUIRINI a GALILEO in Padova.

Venezia, 24 agosto 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 31. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r mio,

Vorrei, nell’occasione ch’io ho havuto, e tutta via ho, di adoperarmi in agiuto di V. S., esser fornito di maggior forza et di maggior autorità di quella che mi trovo, perchè procurerei di farle conoscere con veri effetti et la molta stima ch’io faccio della sua persona et del suo valore, et il capitale che tengo delli commandamenti fattimi dalli Sig.ri Giorgio, Soranzo et Pinelli, che tanto affettuosamente mi hanno raccommandato il suo honore et il suo interesse: ma, quale ella si sia, volentieri l’ho impiegata et di novo l’impiegherò in favor suo, con desiderio che l’officio mio le riesca fruttuoso et giovevole. Ho compreso un’ottima dispositione verso di lei nell’Ill.mo S.r P.r Donato([150]), la quale ho ancho tentato di accrescere; nè altro impedimento s’appone che la strettezza del danaro, nella quale convenirà cadere la cassa dello Studio, mentre si veda lo esempio della duplicatione et più che duplicatione dello stipendio nella rinovatione delle condotte. È vero che alcune volte si è fatto in alcuni; ma è ancho vero che fu stimato grande errore et di malissima consequenza. Con tutto ciò replico a V. S. ch’io tornerò a far officio, perchè possi restar sodisfatta in questa sua presente occorrenza, come farò in ogn’altra che le piacerà valersi dell’opera mia. Et con tal fine le desidero ogni vero bene, et bacio le mani al Cl.mo S.r Benedetto Giorgio.

Di Ven.a, li 24 Agosto 1599.

Di V. S.per servirla Ant.o Quirini.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r mio

Il Sig.r Galileo Galilei, lettor delle Mathematiche nello Studio di

Padova.

68.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Venezia, 1° settembre 1599.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 33 e 34. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r

Io sento grandissimo discontento, vedendomi imbarazzato in un negotio nel quale, havendo a trattare con persone di grandissima auttorità, vedo che ogni mio uffitio si può quasi assolutamente dir inutile et infruttuoso. Tre volte mi son trovato col’Ill.mo Contarini([151]), dal quale mai ho potuto trare pur una parola cortese; anzi una volta mi ha detto, che quando non si voglia aquetarsi al dovere, si farà dal loro canto altra delibe[razione…] conformità: intendo da altra parte che egli si lamenta de’ suoi nepoti([152]), perchè non facciano altro che tormentarlo in questo proposito; onde io vedo che con questo soggetto ogni uffitio è anzi dannoso che giovevole. L’Ill.mo Zane([153]), col quale ho parlato più volte, persevera nella medesima gentilezza et cortesia di prima, et concorrerà volontieri a dar a V. S. Ecc.ma ogni satisfattione. L’Ill.mo S.r P.r Donado, col quale ho parlato, mi ha corrisposo veramente con parole assai cortesi et molto honorevoli della persona di V. S.; et anco nel corso del suo ragionamento ha dimostrato far gran stima di quella lettura; et si dilatò assai in questo proposito meco, presente pur l’Ill.moContarini, il che mi persuasi anco esser fatto ad arte: et la conclusione del ragionamento fu, che il Moletti non passò il segno delli 300; che l’essempio di Bologna non haveva luogo in questo Studio, perchè vi era mancamento di danaro; che il viver della catedra solamente era quasi impossibile, e che delle lettioni private bisognava farsi pagare; ma però che, quando gl’altri si contentassero, si vederebbe arrivar alli 350, mostrando di condescender a questo per singular gratia; et in fine pregandomi et protestandomi, con maniera però assai cortese, che non volessi pretender più, perchè, mettendo questo essempio in confusione tutto lo Studio, averei procurato quello che, come gentil’huomo venetiano e di giuditio (per dir come Sua S.ria Ill.ma disse), non mi si conveniva tentare; che già havevo assai abondantemente sodisfatto all’amicitia che tengo con lei, all’obligo che asserivo haverle, et a quel favore et aiuto che i veri gentil’huomini sono tenuti prestare a virtuosi che meritano; et che, sicome fin qua restava molto ben edificato de’ buoni offitii che havevo fatto, così gli pareva che mi dovessi hormai aquietare, et procurare anco che V. S. Ecc.ma si aquetasse, et conoscesse che con lei si è fatto quello che con altri non s’haverebbe fatto; et che quando con lei si volesse passar più avanti, questo sarebbe un chiamare tutti i dottori a Venetia et nutrirli in speranze indebbite, alle quali non saria possibile dar alcuna satisfattione; che, havendomi io così ardentemente adoperato per V. S. Ecc.ma, si persuadevano che io fossi molto suo amico, et che per consequenza stimavano che, et per l’auttorità dell’amicitia et per le molte ragioni che io haverei potuto addurle, l’haverei senza dubbio fatta contentare; che le scrivessi, che haveriano attesa la risposta. Io non mancai, in quella maniera che mi fu lecita, andar rissolvendo alcuna delle cose sopradette et discorrer sopra il suo merito, il quale, sicome trappassava per molti rispetti i segni ordinarii, così ricchiedeva estraordinaria satisfattione. Pure l’Ill.mo Donado mi replicò sempre il medesimo, et sempre con maggior efficaccia; et l’Ill.mo Contarini, non attendendo a quello che ragionavimo, mai disse altra parola, se non che si maravigliava, et che non vedeva causa di così alte pretensioni, mostrando di restar pochissimo satisfatto della mia persona. Io sto aspettando risposta dal Magini, et venuta che ella sia, la darò all’Ill.mo Zane; e tra tanto aspettarò da lei risposta. Et le baccio la mano.

In V.a, il primo Settembre 1599.

Di V. S. Ecc.madesiderosissimo di servirla Gio. Fr. Sag.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r Honorat.mo

S.r Galileo Galilei, Mat.co dello Studio di

Padova.

69*.

TICONE BRAHE a GIO. VINCENZO PINELLI in Padova.

Benatek, 3 gennaio 1600.

Bibl. dell’Università di Basilea. Cod. G. I, 35, car. 8-9. – Minuta autografa.

Illustri et Clarissimo viro D.no Vincentio Pinello, Patricio Patavino,

D.no et amico suo Observandissimo.

Illustris et Magnifice vir,

S. Cum superiore anno Italiam peragrasset nobilis et eruditus adolescens Franciscus Tengnaglius, qui aliquamdiu antea, tam in Dania quam Germania, meus domesticus fuit, et Dresdae a me, in Italiam profectus, inter alia, ut, Patavium transiens, te officiose meo nomine salutaret atque de statu mearum rerum edoceret, in mandatis habuit; reversus autem nuper ad me, cum ab ipso percontarer an te allocutus esset, respondit se quum primum([154]) Patavium permeasset, saltem biduum ibi mansisse, interim te conveniendi nullam datam fuisse commoditatem. Reiecit itaque illud in reditum suum, donec, ulteriore Italia perlustrata, in Germaniam ipsi revertendum foret. At, cum rursus urbem vestram accederet([155]) et quod antea omissum erat praestare satageret, te ibi non invenit; sed in villam tuam, animi caussa, secessisse, Mathematicus vester Galilaeus de Galilaeis referebat. Re itaque hac, praeter utriusque nostrum expectationem, infecta, is ad me (uti dictum) rediit….

Vale, salutato a me peramanter ob conformia studia praestantissimo istic mathematum professore Galilaeo de Galilaeis; qui si mihi (uti constituerat) per dictam occasionem scripsisset, me in respondendo non invenisset difficilem([156]).Poterit tamen id alio fortassis tempore praestari…

70.

TICONE BRAHE a GALILEO [in Padova].

Benatek, 4 maggio 1600.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 41. – Autografa la firma.

Clarissime et Excellentissime Vir,

Cum hisce diebus Pragae fuissem, atque ibi Serenissimi Principis Magni Ducis Hetruriae oratorem apud Sacram Caesaream Maiestatem, Illustrissimum et Generosissimum Dominum Cosmum Concinum e Comitibus Pennae, convenissem, inter alia Illustrissimae Dominationis eius humanissima mecum colloquia (uti sane est vir, eximia comitate parique doctrina, praeter generis illustrissimum splendorem, admirandus nec unquam satis laudatus), incidit etiam Excellentiae tuae honorifica mentio, ob singularem, qua, in mathematicis praesertim, plurimos alios antecellis, eruditionem; cumque a tanto viro tuas dotes etiam depraedicari audirem, stimulavit id prius de Excellentia tua animo meo conceptam sententiam, ut non potuerim non has ad ipsam scribere, atque sic amicitiae nostrae et ulterioris inter nos per literas correspondentiae fundamina ponere.

Quia vero a nobili adolescente Francisco Tengnaglio, meo domestico, ex Italia huc redeunte, percepi Excellentiam tuam primum nostrum tomum Epistolarum Astronomicarum([157]) perlustrasse, atque in eo nonnulla reperiisse de quibus mecum conferre cuperet, ego certe idipsum nullatenus detrecto; sed si quid fuerit quod Excellentia tua in disquisitionem inibi vocare velit, erit id mihi gratissimum, invenietque me ad respondendum pro meo modulo quam paratissimum. Sive de hÿpothesi nostra coelestium revolutionum, quae solem centrum facit circuitionis quinque planetarum, terram autem, et eam quiescentem, solummodo amborum luminarium, atque octavae quam vocant spherae (cui assumptioni apparentias quam optime congruere depraehendi, ut nihilominus tollantur vasti illi epicÿcli, quemadmodum apud Copernicum, et terra in centro universi, quod ille non admisit, immota maneat: sunt etiam particularia quaedam, in hac nostra inventione, quae neque iuxta Ptolemaicam neque Coperniceam speculationem tam competenter excusari possunt); sive de restitutione fixarum stellarum; sive de cometis, quos omnes in ipso coelo curricula sua absolvere, contra quam volunt Peripatetici, probo, idque in septem, a me diligenter observatis, demonstratum relinquo; sive de quacunque tandem alia re, cuius in illo libro mentio fit, mecum disserere Excellentia tua volet; faciat id ingenue pro suo arbitrio. Ego vicissim meam sententiam illi aperire, atque de rebus astronomicis cum ea iucunde conferre, non intermittam. Valeat Excellentia tua quam optime.

Dabantur ex Arce Caesarea Benatica, die 4 Maii Anni 1600.

Excellentiae tuaeStudiosissimus

Fuori: Admodum Magnifico et Excellenti Viro

D.no Galilaeo de Galilaeis,

Mathematico excellentissimo, amico honorando.

71.

GALILEO a GIULIA AMMANNATI GALILEI in Firenze.

Padova, 25 agosto 1600.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 11. – Autografa.

Car.ma et Honor.da Madre,

Da una vostra lettera et da una di Mess. Piero Sali intendo del partito che ci vien proposto per la Livia nostra; in proposito di che non veggo di potervi dar certa resoluzione, perchè, ancora che il partito detto mi venga lodato da detto Mess. Piero et che tale io lo stimi, niente di meno hora come hora non lo posso accettare: et la causa è, che quel Signore Pollacco, a presso di chi è stato Michelagnolo, ha ultimamente scritto che ei deva quanto prima andar là da lui, offerendoli partito honoratissimo, ciò è la sua tavola, vestito al pari de i primi gentil’homini([158]) di sua corte, dua servitori che lo servino et una carrozza da 4 cavalli, et di più 200 ducati ungari di provvisione l’anno, che sono circa 300 scudi, oltre a i donativi, che saranno assai; tal che lui è risoluto di andar via quanto prima, nè aspetta altro che l’occasione di buona compagnia, et credo che tra 15 giorni partirà. Onde a me bisogna di accomodarlo di danari per il viaggio; et in oltre bisogna che porti seco, ad instanza del suo Signore, alcune robe; che, tra ‘l viatico et le dette robe, non posso far di manco di non l’accomodare al meno di 200 scudi: sapete poi se ne ho spesi da un anno in qua; tal che non posso far quel che vorrei. Da l’altro canto mi viene scritto da Suor Contessa, che io deva in ogni modo levar la Livia di là([159]), perchè vi sta malissimo volentieri: et io, già che lei ha aspettato sin qui, vorrei pure che si vedesse di accomodarla bene; perchè, se bene credo alle parole di Mess. Piero et che questo Pompeo Baldi sia buona persona, pure sentendo come, tra quello che guadagna et quello che può havere di entrata, non deve arrivare a 100 Ñ, non so come si possa con questo danaro mantenere una casa. Però, quanto al mio parere, vorrei che si scorresse ancora un poco avanti, perchè Michelagnolo, arrivato che sia in Pollonia, non mancherà di mandarci una buona partita di danari, con i quali, et con quello che potrò fare io, si potrà pigliare spediente della fanciulla, già che ancora lei vuole uscire a provare le miserie di questo mondo. Però vorrei che cercassi di cavarla di là et metterla in qualche altro monasterio, sin che venga la sua ventura, persuadendogli che l’aspettare non è senza suo grande utile, et che ci sono et sono state delle regine et gran signore, che non si sono maritate se non di età, che sariano potute esser sua madre. Vedete dunque di vederla quanto prima, et date l’inclusa a Suor Contessa, la quale mi dimanda il salario per il convento: però vi farete dire quanto è, che quanto prima lo manderò. Et sopra quanto vi scrivo potrete parlare con Mess. Piero Sali, perchè, per non replicare le medesime cose, li scrivo brevemente et lo rimetto a quanto li tratterete voi. Altro non mi occorre dirvi, se non che a tutti ci raccomandiamo. N. S. vi contenti.

Di Padova, li 25 di Agosto 1600.

 Vostro A[ff.]o Fig.lo G. G.

La lettera di Suor Contessa l’ho mandata poi a suo frate[llo].

Fuori: Alla sua Car.ma et Honor.da Madre

M.a Giulia Galilei.

Firenze.

72.([160])

GALILEO a [GIO. BATTISTA STROZZI in Firenze].

Padova, 5 gennaio 1601.

L’autografo era a car. 422 del cod. Strozziano N.° 973, al quale, di mano «dell’Abbate Luigi di Carlo Strozzi. 1677», è preposto il titolo «Lettere originali di letterati, scritte a Gio. Batta Strozzi il Cieco». Detto codice ora è il Magliabechiano VIII. 2. 1399; ma quella carta 422 fu sottratta, e dell’autografo galileiano è rimasta traccia solo nell’indice iniziale. Ricomparve nella raccolta TRÉMONT et BOILLY, da questa passò nella BOVET([161]), nel catalogo della quale fu dato in facsimile: venduto all’asta per il prezzo di lire 690, pervenne alla raccolta ARRIGONI([162]), da cui passò finalmente a quella GNECCHI.

Molto Ill.re Sig.re et Pad.ne Osser.mo

La bellissima sestina et la gratissima lettera di V. S. mi sono state di doppio contento: questa, recandomi testimonianza della memoria che tiene di me; et quella, dell’opinione che ha V. S., ch’io possa gustare ancora delle poetiche bellezze. Et invero, se pari al gusto et diletto fusse in me il giudizio, già per mia sentenza haveria la sua sestina sopra ogn’altro poema di tal genere vittoria; e confesso a V. S. haver veduto quello che, o per la difficoltà del componimento, o pur([163]) per mia insatiabile ignoranza, non sperava di veder mai, cioè sestina il cui alto, vago et chiaro concetto non fusse dalla strettezza degl’oblighi superato. Ne la ringrazio dunque infinitamente, et la prego a farmi spesso di simili favori; che sarà per fine di questa, con baciarli con ogni reverenza le mani e offerirmeli servitore prontissimo. N. S. la prosperi.

Di Pad.a, li 5 di Gennaio 1601.

Di V. S. molto I.Oblig.mo Ser.re Galileo Galilei.

73.

GIROLAMO MERCURIALE a GALILEO in Padova.

Pisa, 29 maggio 1601.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal, P. I, T. VI, car. 17l. – Autografa.

Ecc.mo Sig.r

Senza dubio alcuno aspettavo V. E. col S.r Cornachini([164]), e Dio sa quanta consolatione havrei sentita nel vederla et abracciarla doppo tanti anni; ma poi che non torna bene alle sue cose et ai suoi pensieri, havrò speranza al meno di rivederla quest’altr’anno: nel qual tempo l’essorto in tutt’i modi ad esporsi di venire, perchè il S.r Prencipe([165]) havrà passati gli dodici anni, et tengo certo serà capace di tutte quelle cose matematiche che V. E. gli saprà mostrare; et sappi certo che quel figliuolo ha un felicissimo ingegno e memoria, et sopra il tutto è il più curioso cervello che si possa immaginare: onde credo havrà occasione V. E. di essercitare il suo talento, et chi sa anco che non possa essere qualche sua buona fortuna. Però torno a dirgli che in tutt’i modi veda di finire quel suo instrumento geometrico e militare, acciò possa lei medesima portarlo il seguente anno per San Gioanni a Firenze, dove serò ancor io: et fra tanto con la prima occasione farò quel’ufficio che si deve con le loro AA. SS.me; et se V. E. volesse mandarmi un breve ritratto di quello che fa per il S.r Prencipe, con l’uso et utilità sue, lo mostrarei alle loro AA., et so certo che ‘l Prencipe ne prenderebbe diletation. Che è per fine: et gli bascio le mani.

Di Pisa, li 29 Maggio([166]) 1601.

Di V. E. Ecc.ma S.r Galileo Galilei.Aff.mo Ser.re Hier.o Mercuriale.

Fuori: All’Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Venetia per Padova.

74.

GALILEO a MICHELANGELO GALILEI in Vilna.

Padova, 20 novembre 1601.

Museo Britannico in Londra. Egerton Mss. 48, car. 2. – Autografa.

Car.mo et Honor.do Fratello,

Ancor che io non habbia mai hauta risposta ad alcuna delle mie 4 lettere scrittevi da 10 mesi in qua in diversi tempi, pur torno a replicarvi l’istesso con la presente; et voglio più presto credere che siano andate mal tutte, et ogn’altra cosa meno verisimile, che dubitare che voi fussi per mancare di tanto all’obligo vostro, non solamente del rispondere con lettere alle mie, ma con effetti al debito che haviamo con diverse persone, et in particolare col S. Taddeo Galletti nostro cognato, al quale, come più volte vi ho scritto, maritai la Livia nostra sorella con dote di ducati 1800([167]): de i quali 800 si pagorno subito, et mi fu forza pigliarne 600 in presto, confidando che al vostro arrivo in Lituania voi fussi per mandarmi se non tutta questa somma al meno la maggior parte, et per contribuire poi del restante di anno in anno sino all’intero pagamento, conforme all’obligo che ho fatto sopra tale speranza; che quando io havessi creduto che il successo havesse ad essere altrimenti, o non haverei maritata la fanciulla, o l’haverei accomodata con dote tale che io solo fussi stato bastante a satisfarla, già che la mia sorte porta che tutti i carichi si habbino a posare sopra di me. Io vi pregavo in oltre che dovessi mandare una carta di obligazione per darla al S. Taddeo, nella quale vi obligassi in solidum alla detta dote insieme meco, et che tale scrittura fusse autenticata per publico notaio. Però torno a ripregarvi che non vogliate mancare di eseguire tutto questo quanto prima: et sopra ‘l tutto non mancate di darci avviso dell’esser vostro, perchè ne stiamo tutti con gran pensiero, non havendo mai intesa cosa alcuna di voi da che vi partisti di Cracovia, eccetto che circa un mese fa dal S. Carlo Segni, il quale per sua cortesia mi scriveva haver ricevute lettere da voi di Lublino, et che stavi in procinto di ritornare in Vilna, ma che per me non havevi mandato nè letterenè altro. Circa ‘l resto noi stiamo, per grazia di Dio, tutti bene, et si aspetta di giorno in giorno il parto della Livia, la quale insieme con suo marito vi si raccomanda infinitamente, come fo io con nostra madre. Di grazia, non mancate avvisarci dell’esser vostro quanto prima. Et baciate le mani al Sig.re([168]) per mia parte.

Di Padova, li 20 di 9mbre 1601.

 Vostro Aff.mo fratello Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Mag.co et Honor.do

S. Michelagnolo Galilei.

Vilna.

75*.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Venezia, 17 gennaio 1602.

Dobbiamo riprodurre anche questa lettera (vedi l’informazione premessa al n. 2) dall’edizione del CAMPORI, che per primo la pubblicò a pag. 2-3 del citato Carteggio Galileano inedito, non avendo potuto ritrovarne l’originale.

Io mando a V. S. Ecc.ma due stromenti da far viti, che hanno bisogno di accommodamento. La picciola l’ho fatta io stesso già alcuni mesi; ma perchè parmi che non abbia tutta quella bona grazia che vorrei, volevo accomodarla, il che poi non ho voluto tentare, perchè in vero mi è passata la voglia di lavorare: onde volendo far una macchinetta picciolissima, prego V. S. Ecc.ma operar che M.o Fait me la accommodi subito, siccome anco desidererei che accommodasse anco quell’altra, sì che lavorasse politamente. E mi perdoni della briga.

Ho fatta fare una macchinetta, con una ruota d’avolio, con la vite perpetua incavata, come quelle di M.o Fait, ma però senza torno, col semplice scarpello: riescì assai bella, per esser fatta da maestro novello. Ne ho anco fatto principiar una quasi tutta di ferro, in forma di quelle di M.o Fait, da strassinare, ma con una ruota di più: non so come riuscirà ben fatta, poichè il marangone fa l’uffizio del fabro e non vuole ubedire; e servendo cotali cose più per galanteria che per altro, mi rincresce che l’ostinazione di costui le tolga quel poco di gentile che se gli potrebbe dare con qualche ornamento. E per fine me le raccomando.

In Venezia, a XVII Genaro 1602.

76.

GALILEO a BACCIO VALORI in Firenze.

Padova, 13 marzo 1602.

Scrive il NELLI, Vita e Commercio letterario di Galileo Galilei ecc. Vol. I, Losanna, 1793, pag. 138, nota 1, che l’originale di questa lettera era nella libreria RINUCCINI in Firenze: ma le ricerche da noi fattene sono state inutili: e dobbiamo valerci d’una copia del secolo XIX, che è nella Biblioteca Nazionale di Firenze. Mss. Gal., P. I, T. V, car. 3, copia trascritta quando fu messa insieme la raccolta Palatina dei Mss. stessi.

Molto Ill.re Sig.re et Padron Col.mo

Dal Sig. Michele Saladini mi sono state mandate, conforme all’ordine di V. S. molto Ill.re, 10 copie del discorso del Sig.r Mei sopra l’antica et la moderna musica([169]); il quale mi è stato sommamente grato, sì per la cosa in sè stessa, degna veramente dell’erudizione singolare dell’autore, sì ancora per venirmi mandata da V. S., segno che tien memoria grata di un suo devotissimo servitore, cosa da me sopra modo ambita et della quale mi pregio assai: et così si assicuri V. S. che sono desideroso di servirla, come obbligato a farlo. Ho letto il discorso, al quale non saprei dar lode maggiore che il dire che sono persuaso et credo che dica il vero, che deve essere l’ultimo scopo di ogni speculatore. Lo participerò con quelli di questo Studio che mi parranno più atti a intenderlo; et a V. S. molto Ill.re renderò infinite grazie dell’amorevole affetto, e con farli le debite reverenze finirò. N. S. la conservi.

Di Padova, li 13 di Marzo 1602.

Di V. S. molto Ill.reServ.re Obbligat.mo Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re et Pad.ne Col.mo

Il Sig. Baccio Valori.

Firenze.

77.

GALILEO a BACCIO VALORI in Firenze.

Padova, 26 aprile 1602.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 9. – Copia della stessa mano del n.° 76.

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

Io non mi trovo disegno buono per spiegar la fabbrica et l’applicazione della mia macchina per cavar acqua([170]): però non ubbidisco al comandamento di V. S. molto Ill.tre; ma non però li nego la dimanda, ma solo differisco il servirla sino alla mia venuta costà, la quale, se grande impedimento non mi si interpone, ho disegnato che sia in questa state, dove, con la viva voce e con un modello materiale, li potrò dare migliore satisfazione: se bene in effetto la cosa in sè non è da essere molto stimata, et massime dal purgatissimo giudizio di V. S. molto Ill.tre Alla quale intanto mi ricordo per servitore devotissimo et obbligatissimo; et baciandoli con ogni reverenza le mani, le prego da Dio compita felicità.

Di V. S. molto Ill.tre

Padova, 26 di Aprile 1602.Servitore Obb.mo Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Ill.tre Sig.re et Pad.ne Col.mo

Il Sig.re Baccio Valori.

Firenze.

78*.

GALILEO ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA in Venezia.

[Padova, maggio 1602].

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: Atti 1, 1597-1609, Riformatori dello Studio di Padova, n° 419. – Autografa.

Ill.mi et Ecc.mi Sig.ri Rifor.ri

Galileo Galilei, Lettor delle Mat.che nello Studio di Padova et humiliss.o servo delle S. V. Ill.me et Ecc.me, trovandosi, come ad alcuna delle S.e loro è più particolarmente manifesto, aggravato da un debito([171]), il quale, oltre al suo peso, lo va con interessi consumando, nè potendo da quello alleggerirsi senza il loro sussidio et favore; con ogni humiltà le supplica a volere esser favorite di compassionare allo stato suo, et sovvenirlo in questa sua necessità col prestargli del publico stipendio la provisione di anni due anticipatamente, per scontarla esso supplicante in anni quattro che li restano a finire la sua condotta, con dare idonea sicurtà della vita, assicurando le S. V. Ill.me et Ecc.me che quando non fusse da estrema necessità astretto, non haveria ardito di molestarle. Et quando sia di tal grazia favorito, oltre al restargnene con obligo perpetuo, pregherà sempre il S. D. che loro conceda il colmo di felicità.

79*.

I RIFORMATORI DELLO STUDIO ai RETTORI DI PADOVA.

Venezia, 9 maggio 1602.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: N° = (sic). Lettere dalli Ecc.mi Sig.ri Riform.ri dello Studio scritte ai diversi Ill.mi Rettori ed altri, 1601 al 1622. Riformatori dello Studio di Padova, n° 64. – Originale.

1602. 9 Maggio.

Alli Rettori di Padova.

È così pia la occasione che ci fa supplicare da D. Galileo Galilei, Lettor delle Mathematiche in quel Studio, di aiuto di qualche somma di denaro del salario suo, che tiene a quella Camera per il servitio che presta, sendo egli per collocar in matrimonio una sua figliuola nubile([172]) et trovandosi in molto stretta fortuna, che ci ha fatti risolvere di accomodarlo di quel danaro anticipato che per l’ultima sua condotta gli può aspettar in tempo di un anno; con condizione però, che dia sufficiente pieggieria di vita et ogni caso che non fusse col servitio scontato il danaro che riceverà, come si è osservato in altri: di che habbiamo voluto dar a V. S. Ill.me notitia, acciocchè così faccino essequire.

80*.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Venezia, 8 agosto 1602.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 31. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r mio Hon.mo

Hor hora ho ricevuto le calamite, benissimo condittionate, et l’altr’hieri ebbi l’anello, il quale, così armato, certo è un Rodomonte. Il nasetto della grande io non so accomodarlo così, al presente, che faccia maggior riuscita di quello che mi soleva fare una brocca che le soleva applicar per armatura; onde haverò bisogno della presenza di V. S. Ecc.ma, che haverò con occasione o della mia venuta costì o della sua in questa città. Tra tanto la prego conservarmi suo; et le bacio la mano.

Di V.a, a 8 Agosto 1602.

Di V. S. Ecc.Aff.mo per serv.la Gio. Fr. Sagr.

Fuori: Al Molto Mag.co et Ecc.mo S.r

Il Sig. Galileo Galilei, Mathem.co di

Padova.

81*.

EDMONDO BRUCE a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Firenze, 15 agosto 1602.

Bibl. Palatina di Vienna. Mss. 10702, car. 218. – Autografa.

Spero, mi Eccellentissime Keplere, te meas accepisse literas, Patavii datas: nunc tibi has a Florentia mitto, quibus te certum facio, quod mea sors fuit cum Magino concurrere in eodem curru a Patavio usque ad Bononiam, in cuius domo, amice acceptus, per diem noctemque mansi; quo temporis curriculo honorifice de te locuti sumus. Prodromum([173]) tuum ei ostendi, dixique te summopere admirare, eum nunquam tuis literis respondisse: ast ipse mihi iuravit, se nunquam antea tuum Prodromum vidisse, sed eius adventum quotidie dilligenter expectasse, mihique fidelliter promisit, se suas ad te literas breve mittere velle; teque non solum amare, sed etiam pro tuis inventis admirare, confessus est. Galeleus autem mihi dixit, se ad te scripsisse, tuumque librum accepisse, quae tamen Magino negavit; eumque, te nimis leniter laudando, vituperavi. Nam hoc pro certo scio, se tua ut sua inventa suis auditoribus et aliis promsisse. Sed ita feci, et faciam, ut ea omnia non ad suum, sed ad tuum, honorem magis redundabunt.

Florentiae, 15 Augusti 1602.Tuus ut suus Edmundus Brutius.

Fuori: Ecc.mo D. D. Ioanni Keplero,

Mathematico M. C.

Pragae.

82*.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Venezia, 23 agosto 1602.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 33. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Da M. Gasparo([174]) haverà V. S. Ecc.ma inteso la monitione che ho fatta di machine, et il desiderio ch’io ho di cavar dalle mani di M.o Fait uno di quelli trapani con li quali incava li denti delle ruote per le viti perpetue; il che non so se così facilmente si potrà ottenire, quando egli sappia che debba capitar nelle mie mani, havendosi egli grandemente doluto che io habbia insegnato al mio marangone far le sue machine: però la prego veder, per quella via che le parerà più riuscibile, di far questo servitio.

La miavenuta costì voglio certo che sia a qualche tempo. Il Sig. Veniero nostro et io desideriamo questo ottobre far un viaggietto in Cadore([175])et in alcun altro luogo circonvicino, questo mese di Ottobre; ma perchè senza la compagnia di V. S. Ecc.ma riuscirebbe questo nostro viaggio per luoghi fantastichi molto insipido, ho voluto darlene aviso per tempo, acciò, per favorire l’uno et l’altro di noi, si disponga a farci questa gratia: che quanto incommodo ella prendesse per così fatta cagione, altrettanta fatica noi ci oblighiamo far per lei al tempo della sua ricondotta, il qual desidero saper quando sarà. Che sarà fine di questa, pregandoli da N. S. ogni felicità.

In V.a, a 23 Agosto 1602.

Di V. S. Ecc.ma S.r Galileo.Aff. mo per serv.la G. F. Sag.do

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S. Hon.mo

Il S.r Galileo Galilei, Mathem.

Padova.

83*.

PAOLO SARPI a GALILEO in Padova.

Venezia, 2 settembre 1602.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 43.– Autografa.

Ecc.mo Sig.re P.rone mio Colen.o

Poichè li 25 miglia, per quanto siamo distanti, m’impedisce il discorrere con V. S., cosa che desidero sopra tutte le altre, voglio tentare di farlo con intermedio delle lettere, et al presente nel proposito ch’incominciai trattare con esso lei quando l’altro giorno fummo insieme, della inclinatione della calamita con l’orizonte. Il nostro auttore([176]) molto raggionevolmente dice, quella non essere una attrattione, ma conversione più tosto, nascendo dalla virtù d’una et dell’altra, che vogliono essere situate in un certo muodo insieme, perilchè il più desiderato muodo di situarsi è quello quando per li poli: imperochè fa l’asse uno, et se ci è moto, ancora tutte le parti participano del moto non solo circa l’asse della grande, ma anco circa il suo; anzi forse si fa talmente uno, che perde il suo equinotiale, et fa accostare quello della grande, perdendo ambi dua li poli in che si congiongano, et facendo come d’un corpo li dua poli estremi. Ma se sono situate per li equinotiali, si vede anco la unione, havendo li assi paralelli et l’equinotiali in un piano, et participando il moto sopra quelli. Hora, nelle altre situationi io non so vedere che cosa voglino fare. Andava pensando che accomodassero in qualche maniera insieme il cerchio d’ambe due paralello all’equinottiale([177]) et per il vertice della reggione: ma non è così. È ben forza che voglino accomodarsi in qualche maniera, pertenente alle sue parti, et che da quelle venga regolata, et denominate le parti: non sono se non poli, asse et cerchi parallelli; come adonque? Forse come il nostro auttore dice? che però non veggo come et a che fine, nè qual parti a quale vogli situare. Ma egli come ha truovato il suo muodo? per esperienze o per raggione? Non per esperienze: perchè, o con la terra, et questo ricercherrebbe viaggio regolato per una quarta; non con la terrella, perchè si ricerca che il versorio non habbia sensibile proportione con la terrella, acciò nell’istesso luoco sii il centro et la cuspide, altrimenti non è fatto niente. Non mi par manco che per raggione: imperochè bisogna render causse della descrittione de que’ cerchi che lui chiama conversionis, che nella piciola dimostratione ne descrive 3: BCL sotto l’equinotiale; ODL di 45; GL di 90([178]). Essendo tutti li tali, come si vede nella figura grande([179]), descritti sopra il ponto della reggione come centro, intervallo una retta da esso centro al polo opposito, cerco prima la raggione di questo intervallo; poi, perchè questi cerchi conversionis non sono simili, ma quello del 45 è un quarto, li precedenti più, li seguenti meno. Al che si dà per regola che siino tra il polo opposito L et il cerchio BOG, quale è descritto sopra il centro della balla, intervallo quella che può quanto il semidiametro et il lato del quadrato([180]). Quale è la raggione di pore questo centro et tanto intervallo? poi, perchè debbono essere divisi in tante parti come un quadrante così li grandi come li picioli?

Queste sono le difficoltà. Della spirale non ho difficoltà alcuna, ma è un bel genere di elica, generandosi di dua moti circolari. Prego V. S. che habbia un poco di consideratione sopra le mie difficoltà, et sopplisca al mancamento del nostro auttore, il quale ha taciuto le causse delle più oscure cose che siano: almeno havesse detto come ne è venuto in cognitione. Appresso, perchè desidero far esperienza di questa inclinatione, per levarmi la fatica prego V. S. scrivermi il muodo tenuto in far il versorio, con che li applica li perni, se con fuoco o con cola o come, et di che materia li fa, et sopra che li appoggia, et in soma ogni particolare, perchè non vorrei consumar tempo in esperimentar molte cose, poichè ella ha fatto la fatica. Qui farò fine, pregando V. S. scusare la mia importunità et non curare di rispondermi se non con suo commodo, sichè non venga impedita nè da’ suoi negotii nè dalli studii. Però li bascio la mano.

Di Vinetia, il dì ij Settembre 1602.

Di V. S. Ecc.ma

Fuori: All’Ecc.mo Sig.re mio P.rone Osservan.o

Il S.r Galileo Galilei, Math.co Publico, in

Padova,

appresso il Santo.

84*.

PAOLO POZZOBONELLI a GALILEO in Padova.

Savona, 12 settembre 1602.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 123. – Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re Oss.mo

Due di V. S. Ecc.ma quasi in un tempo mi son state rese la settimana passata, la prima de’ 22 Maggio, e l’altra de’ 16 Agosto, quali mi son state carissime, perchè mi arrecano bonissime nove di V. S., di cui per tanto tempo già stavo in ansietà; et con la più vecchia ho havuto la scatola di occhiali, quali son stati a sodisfatione de’ parenti, et ringratio V. S. della briga presasi in farmeli haver boni et del presente che V. S. mi fa del prezzo di essi: del quale, per esser cosa da me richiesta, desideravo di far mio debito, et che il prezzo fusse pagato da me et restarli in obligo solo della fatica; ma già che V. S. così vole, non voglio far torto alla sua amorevolezza, ma pregarla a porgermi occasione ch’io possa far la mia parte ancor io. Quanto a che lo instrumento di V. S. fusse riuscito([181]), se ben in mente mia già ne sapevo l’esito et me lo teneva per certo, come V. S. lo avisa pure, per il suo aviso seco me ne rallegro, et prego Dio li porga maggior occasione di palesar il suo valore.

Quanto a’ miei studii, io son disperato; chè da che son qui, non ho havuto tanto agio di aprir pur un libro. Vi causa ben in parte la mia natura, che per ogni poco di occasione mi disvio di sorte da camino, che no fo più cosa bona: ma che direbbe V. S. s’io li dicessi che voglio far come colui che buttando la berretta in terra maledisse il suo troppo senno, già che ogn’uno mi vol dar delle brighe e delle comissioni, talchè io, che fuggo la fatica, non mi par di haverne sì poca in levarmi da torno le cure et molestie d’altri? senza che le mie proprie non mi dan sì poca occupatione; talchè io credo di voler andar disponendo le cose in maniera che me ne vorrò fuggire, per poter goder de l’otio et della consolatione di continuare nel mio studio. Però quando sarà a tempo, V. S. sarà avisata di tutto. Intanto non posso salvo dirli, che de’ tanti fatti ch’io pretendevo di far a casa mia, non ho fatto altro che attendere al palazzo; et della mia carissima matematica nè de l’altra arte spagirica non ho fatto cosa alcuna, giachè di quella son([182]) fornito di stromenti a compimento, et di quest’altra non ho tanto vedro che le donne potessero farne la punta a soi fusi, nè tanto carbone che potesse dissegnare un di quegli animali che eran dipinti nella mia camera della contrada de’ Vignali([183]).

Ho nove dal S.or Conte Persico di Fiandra, che presto se ne tornerà in Italia. Sta bene di salute, et di là è gionto qui un corriero, che rifferisce, in Ostenden a quello assedio li ingegneri del’Arciduca haver fatto certi loro artifici per serrar quelli canali, che hanno nominati salsiccie; et che mentre si stava accomodando alquante di queste salsiccie, alcune cannonate della fortezza han portati a volo 14 delli assistenti([184]): di qui io scrivo al S.or Conte, che se ne venga a mangiarsele qui, dove si mangian senza dubio di esser fatto volare come Icaro. V. S. attenda a governarsi et godersi alle volte col S.or Paolo Gualdo gentilissimo; di cui non havendo nova poi della mia partenza, desidero intenderne alcuna, et che mi porgesse occasione ch’io lo servisse. Li scrissi al mio arrivo qui, ma non hebbi risposta: ne do colpa alle sue occupationi. Per fine a V. S. bacio le mani, e prego dal cielo ogni bene.

Di Savona, a 12 di Settembre 1602.

Di V. S. Ill.re et Ecc.maAff.mo Ser.re Paolo Pozzobonelli.

Poco manco ch’io mi scordavo il meglio. S’io fussi pedante, haverei qui tanto più da fare a veder versi et scritti; et presto, se V. S. fusse de l’istesso humore, li manderei di qui un’opera contra del Lipsio. Credo che V. S. non farebbe come il S.or Gio. Vinc.o([185]), che voleva ancora i ritratti delli autori, ma si contenterebbe de l’opera: et quello Ill.mo che ha fatto mendace l’Ingegnieri, bisogna ch’ei sia grand’huomo, perchè farà restar bugiardi altri ingegni che l’Ingengnieri. La sua fama per qua vola gloriosa, et le operationi sono stupende; et quella di far una animetta sottilissima di ferro, che resiste([186]) a botta di qualunque grosso moschettone, etiam da cavaletto, è delle minori.

Fuori: All’Ill.e et Ecc.mo Sig.or Oss.mo

Il S.r [Galileo] Galilei, Lettor dig.mo, in

Venetia per Padova,

al Santo.

85*.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Venezia, 28 settembre 1602.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 165. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r Hon.mo

Il nostro viaggio in Cadore([187]) per necessità deve prolungarsi alla metà del mese venturo, rispetto che, sentendomi aggravate le reni oltre modo, dal cavalcare ne riceverei notabilissimo danno: anzi, dovendo io, di consiglio del P.e M.o P.lo de’ Servi, prender l’acqua della Vergine da Monte Artone([188]), ho dato ordine che sia mandata a V. S. Ecc.ma una quarta nuova, acciò veda di farmela subito empire della detta acqua et mandarmela con diligenza.

Scrissi, sono molti giorni, al S.r Cortuso semplicista, pregandolo che fosse contento mandarmi qualche semenza di alcun semplice degno per il nostro giardino, et di questo gli ho fatto anco far instanza dall’Ecc.mo S.r D. Benedetto Benedetti; nè solo non ho potuto haver le semenze, ma neanco due sue righe: di che certo ne ho preso qualche disgusto, onde mi sono rissoluto scrivergli la seconda volta, non già per replicargli la instanza, ma bene più tosto per pungerlo del torto che m’ha fatto; ma però non ho voluto essequire questa mia intentione, se prima V. S. Ecc.ma, con sua commodità, non trovi occasione di parlargli in questo proposito, et mi dia aviso di quello che egli sappia dire, perchè certo n’ho preso molto disgusto. Et per fine a V. S. E[cc.ma] mi raccomando.

In V.a, 28 Settembre 1602.

Di V. S. Ecc.maSer. G. F. S.

Fuori: All’Ecc.mo S.r Hon.mo

Il S.r Galileo Galilei, Mathematico di

Padova.

86**.

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Venezia].

Padova, 8 ottobre 1602.

Bibl. Marc. di Venezia. Cod. LXVI della Cl. X (Ital.), car. l. – Autografa.

…. Sono stato a casa del S.r Galileo per rihavere lo scrittorio del S.r Duca, ma ho trovato che un staffiere è venuto per esso([189]).

87*.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Venezia, 18 ottobre 1602.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 34. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r Hon.mo

Ringratio V. S. Ec.ma de’ ferri. Darò al P.re M.o Paolo il declinatorio, et farò l’ambasciata come ella mi comanda. Ho provato il declinatorio al modo che ella già mi mostrò costì. L’effetto di star perpendicolare, posto il suo assetto sotto la meridiana, mi è riuscito molto bene; et situato sotto il parallelo, ho veduto la declinatione: ma sopra il più et meno, a me pare che vi sia materia da filosofare.

Ho detto a quel gentil’huomo dalla natività quello che V. S. Ecc.ma mi scrive: lascierò a lui la cura di sollecitarmi; della mia([190]) prenderò la sua commodità.

Il punto del nascimento del Moresini, che cadè giù del campanile, è l’anno 1586, a 28 Luglio, ad hora di sesta che si sona alli Frari, che suole essere tra terza et nona. Il giorno de 28 è così notato nell’Avogaria et nel libro di suo padre. Sua madre nondimeno afferma essere lui nato a 27([191]), di mercordì, due giorni avanti Santa Marta. Il figliuolo è sano, fortunato nella robba, poichè già cinque anni un suo cio gli ha lasciato 3000 ducati di entrata a lui solo, et non agli altri fratelli, se ben maggiori di età. Scritto fin qui, mi è venuto voglia di vedere sopra le efemeride per ritrovar il giorno, et ho veduto che a 27 era domenica, et per consequenza considero la mattina: onde non è da credere, come dice la madre, che il padre arrivasse a casa a sesta([192]); et essendo anco non mercore, ma domenica, credo che, ingannandosi in un conto, s’inganni anco nel resto.

Habbiamo qui nuova certa della presa di Buda col castello, con bottino inestimabile, ricuperatione del governatore et altri schiavi fatti ad Alba Regale: nuova che ha fatto stupir ogn’uno, poichè s’accamparono gli Imperiali a 2, et a 9 hanno preso ogni cosa, dicesi con vie sotteranee.

Il Cl.mo Veniero è fuori; al suo ritorno si farà il servitio: ma ad un modo all’altro, V. S. Ecc.ma stia sicura. E per fine li baccio la mano.

In V.a, a 18 Ottobre 1602.

Di V. S. Ecc.maDesid.mo di servirla Gio. F. Sag.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r

Il S.r Galileo Galilei.

Pad.a

88.

GALILEO a GUIDOBALDO DEL MONTE [in Montebaroccio].

Padova, 29 novembre 1602.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 10. – Copia di mano del secolo XIX, trascritta quando fu messa insieme la raccolta Palatina dei Mss. Galileiani, e derivata da copia che dall’originale aveva tratto di sua mano VINCENZIO VIVIANI. Alla copia moderna è premessa la seguente indicazione, che certamente fu riprodotta dalla copia di pugno del VIVIANI: «Copia di lettera del Sig.r Galileo, da Padova li 29 Novembre 1602, al Sig.r Marchese Guid’Ubaldo dal Monte, a Monto Baroccio, cavata da me dall’originale mandatomi da Pesaro dal Sig.r Dottor Costanzo Pompei con sua lettera del primo Gennaio 1661 ab Inc.ne e da esso trovata in un sacco di varie scritture attenenti all’eredità di detto Sig.r Guid’Ubaldo, esistente oggi in Pesaro appresso…».

Ill.mo Sig.e e P.ron Col.mo

V. S. Ill.ma scusi la mia importunità, se persisto in voler persuaderle vera la proposizione de i moti fatti in tempi uguali nella medesima quarta del cerchio([193]); perchè, essendomi parsa sempre mirabile, hora viepiù mi pare, che da V. S. Ill.ma vien reputata come impossibile: onde io stimerei grand’errore e mancamento il mio, s’io permettessi che essa venisse repudiata dalla di lei speculazione, come quella che fusse falsa, non meritando lei questa nota, nè tampoco d’esser bandita dall’intelletto di V. S. Ill.ma, che più d’ogn’altro la potrà più presto ritrarre dall’esilio delle nostre menti. E perchè l’esperienza, con che mi sono principalmente chiarito di tal verità, è tanto certa, quanto da me confusamente stata esplicata nell’altra mia, la replicherò più apertamente, onde ancora lei, facendola, possa accertarsi di questa verità.

Piglio dunque due fili sottili, lunghi ugualmente due o tre braccia l’uno, e siano AB, EF, e gli appicco a due chiodetti A, E, e nell’altre estremità B, F lego due palle di piombo uguali (se ben niente importa se fussero disuguali), rimuovendo poi ciascuno de’ detti fili dal suo perpendicolo, ma uno assai, come saria per l’arco CB, e l’altro pochissimo, come saria secondo l’arco IF; gli lascio poi nell’istesso momento di tempo andar liberamente, e l’uno comincia a descrivere archi grandi, simili al BCD, e l’altro ne descrive de’ piccoli, simili all’FIG; ma non però consuma più tempo il mobile B a passare tutto l’arco BCD, che si faccia l’altro mobile F a passare l’arco FIG. Di che mi rendo sicurissimo così:

Il mobile B passa per il grand’arco BCD, e ritorna per lo medesimo DCB, e poi ritorna verso D, e va per 500 e 1000 volte reiterando le sue reciprocazioni; l’altro parimente va da F in G, e di qui torna in F, e parimente farà molte reciprocazioni; e nel tempo ch’io numero, verbi grazia, le prime cento grandi reciprocazioni BCD, DCB etc., un altro osservatore numera cento altre reciprocazioni per FIG piccolissime, e non ne numera pure una sola di più: segno evidentissimo che ciascheduna particolare di esse grandissime BCD consuma tanto tempo, quanto ogni una delle minime particolari FIG. Or se tutta([194]) la BCD vien passata in tanto tempo in quanto la FIG, ancora le loro metà, che sono le cadute per gli archi disuguali della medesima quarta, saranno fatte in tempi uguali. Ma anco senza stare a numerar altro, V. S. Ill.ma vedrà che il mobile F non farà le sue piccolissime reciprocazioni più frequenti che il mobile B le sue grandissime, ma sempre anderanno insieme.

L’esperienza, ch’ella mi dice aver fatta nello scatolone, può essere assai incerta, sì per non esser forse la sua superficie ben pulita, sì forse per non esser perfettamente circolare, sì ancora per non si potere in un solo passaggio così bene osservare il momento stesso sul principio del moto: ma se V. S. Ill.ma pur vuol pigliare questa superficie incavata, lasci andar da gran distanza, come saria dal punto B, liberamente la palla B, la quale passerà in D, e farà nel principio le sue reciprocazioni grandi d’intervallo, e nel fine piccole, ma non però queste più frequenti di tempo di quelle.

Quanto poi al parere irragionevole che, pigliandosi una quarta lunga 100 miglia, due mobili uguali possino passarla, uno tutta, e l’altro([195]) un palmo solo, in tempi uguali, dico esser vero che ha dell’ammirando; ma se consideriamo che può esser un piano tanto poco declive, qual saria quello della superficie di un fiume che lentissimamente si muovesse, che in esso non haverà camminato un mobile naturalmente più d’un palmo nel tempo che un altro sopra un piano molto inclinato (ovvero congiunto con grandissimo impeto ricevuto, anco sopra una piccola inclinazione) haverà passato cento miglia: nè questa proposizione ha seco per avventura più inverisimilitudine di quello che si habbia che i triangoli tra le medesime parallele et in basi uguali siano sempre uguali, potendone fare uno brevissimo e l’altro lungo mille miglia. Ma restando nella medesima materia, io credo haver dimostrato questa conclusione, non meno dell’altra inopinabile.

Sia del cerchio BDA il diametro BA eretto all’orizzonte, e dal punto A sino alla circonferenza tirate linee utcumque AF([196]), AE, AD, AC: dimostro, mobili uguali cadere in tempi uguali e per la perpendicolare BA e per piani inclinati secondo le linee CA, DA, EA, FA; sicchè, partendosi nell’istesso momento dalli punti B, C, D, E, F, arriveranno in uno stesso momento al termine A, e sia la linea FA piccola quant’esser si voglia.

E forse anco più inopinabile parerà questo, pur da me dimostrato, che essendo la linea SA non maggiore della corda d’una quarta, e le linee SI, IA utcumque([197]), più presto fa il medesimo mobile il viaggio SIA, partendosi da S, che il viaggio solo IA, partendosi da I.

Sin qui ho dimostrato senza trasgredire i termini mecanici; ma non posso spuntare a dimostrare come gli archi SIA et IA siano passati in tempi uguali: che è quello che cerco([198]).

Al Sig.r Francesco mi farà grazia rendere il baciamano, dicendogli che con un poco d’ozio gli scriverò una esperienza, che già mi venne in fantasia, per misurare il momento della percossa([199]): perquanto al suo quesito, stimo benissimo detto quanto ne dice V. S. Ill.ma, e che quando cominciamo a concernere la materia, per la sua contingenza si cominciano ad alterare le proposizioni in astratto dal geometra considerate; delle quali così perturbate siccome non si può assegnare certa scienza, così dalla loro speculazione è assoluto il matematico.

Sono stato troppo lungo e tedioso con V. S. Ill.ma: mi perdoni in grazia, e mi ami come suo devotissimo servitore. E le bacio le mani con ogni reverenza.

Di Padova, li 29 Novembre 1602.

Di V. S. Ill.maServ.re Obblig.mo Galileo Galilei.

89*.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Venezia, 20 dicembre 1602.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 35. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r Hon.mo

Sebene V. S. Ecc.ma per l’accidente della mia morte haveva sospeso il mandarmi il declinatorio, non voglio però tanto risentirmene, che anco doppo morte non vogli adoperarmi per lei, come ho sempre desiderato di poter fare. Onde, havendo havuto gagliarda batteria dal Cl.mo Giustiniano per la sodisfattione della sua lettera di cambio, per non lasciarlo mal sodisfatto et di lei et di me, mi sono dato a cercare li danari: et così con grandissima fatica ho trovato Z. 30, che sono d.ti 300, sopra il Cl.mo S.r Sebastiano Veniero et me; spero con tale avantaggio, che V. S. Ecc.ma haverà isparmiati incirca 11 d.ti di interesse, i quali sono scorsi in questi 20 giorni doppo li pagamenti, perchè dove al principio del mese si cambiava a d.ti 129 per Ddi 100, spero che dimani haveremo in ragion di d.ti 133 3/4. È vero che il Cl.mo Giustiniano pretendeva haver egli questo utile, dicendo che non è il dovere, che havendo indugiato a ricever il pagamento, altri havesse il benefitio del tempo. Quello che mi contarà li danari, non mi ha ancora parlato; ma di ragione doverà cambiare secondo il corso della piazza. Il sensale anch’esso m’ha detto, che dipendendo questo avantaggio dalla sua trattatione, ne dovrebbe haver buona parte. Io però credo non voler ceder ad alcuno. La lettera è di d.ti 287, s. 10, et non ho trovato alcuno che m’habbia voluto servire di minor suma; onde mi son contentato pigliar li 300 intieri, et così le invierò il rimanente. Tra tanto V. S. Ecc.ma potrà scriver ringratiando il Cl.mo Veniero, il quale in questo servitio ne ha havuta tanta parte quanta io stesso, e piezò meco in solidum. Et se in altro posso servirla, la mi comandi.

Le rendo molte grazie del declinatorio, il quale non ho per ancora posto in opera.

L’Ecc.mo Senato manda un suo secretario in Inghilterra([200]), per negotio di particolari mercanti. Con questa occasione mi sono rissoluto scrivere all’autore del magnete([201]), per avere la sua amicitia. Mi farà gratia V. S. Ecc.ma scrivermi alcuna cosa che ella si compiacesse che gli conferissimo, perchè per ora io non ho molte cose degne, non havendo ben letto il suo libro; ma non mi partirò da alcuni generali et dalle cose contenute nel primo libro, delle quali parmi havere qualche cognitione. Et avendo hora molta fretta per esser notte, faccio fine et me le raccomando.

In V.a, a XX Decembre 1602.

Di V. S. Ecc.maDesid.mo di servirla Gio. Fr. Sag.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo S.r Hon.mo

Il S.r Galileo Galilei, mathem.co

Padova.

90*.

FRANCESCO MOROSINI a GALILEO in Padova.

Venezia, 10 gennaio 1603.

Bibl Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 159. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.mo S.r mio,

Conoscendo io l’amor che per sua gratia mi porta, era ben sicuro che per l’elettione mia al Saviato di Terra Ferma ella fosse per sentire consolatione grande; ma l’agionger il testimonio cortese delle sue littere mi ha altre tanto obligato, quanto io mi sento desideroso di servirla in ogni occasione maggiore. La prego ad amarmi al solito e a comandarmi, che mi rittroverà senpre pronto a i suoi servigi. E le bacio le mani.

Di V.a, li 10 Gen.o 1602([202]).

Di V. S. Ecc.ma Ecc.mo GalileiSer.r Oblig.mo Fran.o Morosini.

Fuori: All’Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

91*.

SEBASTIANO VENIER a GALILEO in Padova.

Venezia, 23 gennaio 1603.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 161. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo S.r Honor.do

Sono così singolari li meriti dell’Ecc.za Vostra, che doverebbe ogn’uno incontrar occasione di far per lei cosa che le fosse di sodisfattione et gusto: onde se io, col Cl.o S.r Sagredo, ho in alcuna parte servito al suo desiderio([203]), piacemi che la cosa sia riuscita conforme al suo volere; et se nelle future sue occorenze ella conoscerà che l’opera mia sia per esserle giovevole, la prego a valersene, poi che mi troverà non men pronto che affettuoso in ogni sua dimanda. La ringratio quanto debbo dell’uffitio che l’è piacciuto far meco, rallegrandosi di questa elettione mia in Savio di Terra Ferma, il qual grado mi sarà tanto caro, quanto che potrò per esso coadiuvare li pensieri degli amici miei; et se Vostra Ecc.za si compiacerà valersi di me, conoscerà da nuovi effetti quanto in me sia ardente l’affetto nell’adoperarmi nei suoi comodi. Et con questo fine a V. S. Ill.re et Ecc.ma prego da Dio, nostro Signore, ogni maggior consolatione.

In Venetia, alli 23 di Gennaro 1602([204]).

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma S.r Galileo([205]) Galilei.Ser.re di core Sebastiano Veniero.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo S.r Honor.do

Il S.r Galileo Galilei, Lettor delle Matematiche in

Padoa.

92*.

GALILEO ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA in Venezia.

Padova, 12 febbraio 1603.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: N.° = (sic). Lettere dalli Ecc.mi Sig.ri Riform.ri dello Studio scritte ai diversi Ill.mi Rettori ed altri. 1601 al 1622. Riformatori dello Studio di Padova, n° 64. – Originale.

Ill.mi et Ecc.mi Sig.ri Reformatori,

La benignità di VV. SS. Ill.me, dimostratami nel concedermi gratiosamente l’anno passato([206]) una paga di un anno anticipatamente per sodisfare a parte di un mio debbito che mi dava molto impaccio, mi dà ardire al presente, che io sono molestato del resto, a venire, sicome faccio, a supplicarle da nuovo dar ordine che hora me ne sia data un’altra anticipata di un anno; che sicome per questa gratia io sarò sollevato da peso che oltremodo mi aggrava, così resterò per sempre obligatissimo a VV. SS. Ecc.me alle quali prego da N. S. ogni felicità.

In Pad.a, a 12 Feb.o 1602([207]).

Di VV. SS. Ill.meDevot.mo S.e Galileo Galilei, Lettore delle Mathematiche.

93*.

I RIFORMATORI DELLO STUDIO AI RETTORI DI PADOVA.

[Venezia], 20 febbraio 1603.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: N.° = (sic). Lettere dalli Ecc.mi Sig.ri Riform.ri dello Studio scritte ai diversi Ill.mi Rettori ed altri. 1601 al 1622. Riformatori dello Studio di Padova, n° 64. – Originale.

1602([208]), a’ 20 Feb.o

Alli Rettori di Padoa.

Instandoci con grande affetto D. Galileo Galilei, Lettor delle Mathematiche in quel Studio, di esser accommodato del salario suo di un anno anticipato, oltre quello che un anno fa gli fu da’ precessori nostri fatto accommodare per suo urgentissimo bisogno, habbiamo stimato bene essaudirlo, come facciamo scrivendo alle VV. SS.rie Illust.me che, data per lui fideiussione di vita a piaccimento loro, lo faccino accommodare di detto suo salario; con espressa obligatione di haverlo intieramente a scontare, prima che possi essergli sborsata alcuna cosa. Come è conveniente; e però così esseguiranno.

Marc’Antonio Memmo, Proc.r Reformator.

Francesco Molin, Reformator.

Antonio Priuli, K.r Reformator.

94*.

EDMONDO BRUCE a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Padova, 21 agosto 1603.

Bibl. Palatina di Vienna. Mss. 10702, c. 219. – Autografa.

…Maginus ultra septimanam hic fuit, tuumque Prodromum([209]) a quodam nobile veneto pro dono nuperrime accepit. Galeleus tuum librum habet, tuaque inventa tanquam sua suis auditoribus proponit. Multa alia tibi scriberem, si mihi tempus daretur.

Raptim Patavii, 21 Augusti 1603.

Tuae EccellentiaeAmicissimus Edmundus Brutius Anglus.

Fuori: Ad Excell.m Virum

D. D. Iohannem Keplerum, Mathematicum C. M.

Pragae.

95*.

FRANCESCO TENGNAGEL a GIO. ANTONIO MAGINI in Bologna.

[Praga, 1603].

Arch. Malvezzi de’ Medici in Bologna. Carteggio di G. A. Magini. – Autografa.

…. Promissi fidem liberaturo, Clarissime et Excellentissime Domine Magine, visum fuit ea, quae a Dominatione Vestra et praestantissimo Patre Clavio circa lunaria soceri mei Domini Tychonis laudatissimae memoriae mota sunt dubia, paulo accuratius expendere, iisque omnem scrupulum (si quis, fatear, in eorum animis adhuc resederit), quantum prae otii penuria et innumeris tum politicis tum mathematicis curis in praesentia licuerit, quadantenus eximere. Nam quod ad aemulos Domini Tychonis et calumniatores attinet, equidem illos adhuc isthoc honore dignabor, ut obscuri isti homunciones, in pulpitis duntaxat Patavinis([210]) ac privatim pro libidine in quemvis apud rudem plebeculam debacchantes, ex Tychoni eiusque aeterni nominis splendore per me Reipublicae literariae innotescant. Veritas enim ab his noctuis in tenebris delitescentibus (protomathematicos istos intelligo, insignem illum (si Diis placet) Mathematum Professorem, alterumque ipsius asseclam fratrem ignorantiae Venetum([211])) ne premi quidem, nedum opprimi, potest, qui, cum prae imperitia nihil ipsimet in publicum ediderint, aliorum nunquam intermorituris et plus quam herculeis laboribus invident, ac mordacibus insultant verborum aculeis. Quamobrem, omissis his Zoilis et Aristippis, ad reliqua literarum Dominationis Vestrae contexta transgressus, paucis ad singula eorum capita respondebo….

96*.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Venezia, 12 aprile 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 152. – Autografe le lin. 14-15 [Edizione Nazionale].

Ecc.mo Sig.r Honorat.mo

Dal Sig. Veniero e da me si sono fatti l’offitii efficacissimi per la ricondota di V. S. Ecc.ma e per l’augumento dessiderato da lei; ma in fatti la strettezza che dicono havere de’ danari, e la poca voglia che hanno di espedire questo negotio sotto il loro magistrato, si toglie la speranza di poter concludere nella maniera dessiderata da lei e procurata da noi. Pure non si farà notar cosa alcuna senza darci prima la risolutione in voce, della quale ne daremo a lei aviso per sapere s’habbia a prestare l’assenso([212]).

Mando a V. S. Ecc.ma la polizza di Coleggi di Padoa che mi prestò; et me le raccomando, invitandola doppo le feste in Cadore([213]), acciò almeno in questi giorni santi io mi acorga che habbia pur una volta d’atendermi quello che tanto mi ha promesso. Et a V. S. Ecc.ma mi raccomando.

In Venetia, a 12 Aprile 1604.

Di V. S. Ecc.maAff.mo come Fratello Gio. F.co Sag.

Fuori: All’Ecc.mo Sig.r Honorat.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Matematico di

Padova.

97*.

GALILEO GALILEI [a VINCENZO GONZAGA in Mantova.]

Padova, 22 maggio 1604.

Arch. storico Gonzaga in Mantova. Raccolta di autografi.

Ser.mo Sig.re

Se quella persona della quale l’A. V. S.ma m[i] domandò, quando presi da lei licenza, fusse sta[ta] così per il cognome da me, come per il nome propr[io], conosciuta, le ne haverei potuta dare quella informatione a bocca, che hora li do per lettere.

Questo dunque è il S. Aurelio Capra, Milanese, il quale sono molti anni che si ridusse in questa città con un suo figlio giovanetto([214]), per occasione di farlo studiare, come ha fatto; et per assisterli et far minore spesa fece resolutione di trasferir qua sè et il resto della famiglia. Si andava ne’ primi tempi trattenendo con dar letione di giocar di spada, sin che fece amicitia col Clar.mo S. Iacomo Alvigi Cornaro et col S. Grosso, da i quali havendo appreso alcuni segreti di medicina, si va di presente trattenendo col far qualche esperienza di essa facoltà, et da diversi vien tenuto in qualche stima; ma più da molti vien predicato come quello che havendo nelli ultimi tempi hauto per più anni strettissima amicitia del Grosso, habbia da esso hauti, se non tutti, al meno i maggiori et la maggior parte de suoi segreti: nè mancano di quelli che credono, esso possedere et di presente lavorare intorno al gran magistero (che così lo dicono). Intendo in oltre che adesso ha strettissima pratica con un Tedesco, il quale professa gran segreti, et in particolare afferma havere una pillola, et il modo del comporla, che non essendo maggiore di una veccia, presa per bocca mantiene uno sano et gagliardo per 40 giorni, senza che pigli altro cibo o bevanda. Circa simili esercizii et pratiche si occupa il detto S. Capra. Il figliuolo, che già è di 24 anni circa, oltre a i paterni studii attende anco alla medicina secondo la via di Galeno, per mescolarla con l’altra empirica et farne un composto perfetto; et oltre a ciò ha fatto, et tuttavia fa, studio nelle cose di astronomia et di astrologia giudiciaria, nella quale da mo[lti] è tenuto che habbia et prattica et giudizi[o es]quisito. Questa è quanta relatione posso di pr[esente] dare all’A. V. S.ma; la quale se comanderà [che] più particolarmente proccuri di penetrare, ob[bedi]rò ogni suo cenno.

Perchè alla mia partita di costà da una persona di corte mi fu detto che V. S. A. era restata non be[n] satisfatta del trattar mio circa ‘l mio negozio, et che meglio saria stato con qualche finta scusa licentiarmi da lei, che farle proporre altre conditioni che quelle che di prima offerta mi haveva l’A. V. S. fatte esibire, io, non stimando che per occasione alcuna deva mai la bugia essere alla verità preposta, narrerò con laconica brevità all’A. V. quanto mi è stato proposto, et quanto è stato da me semplicissimamente risposto.

Venni la prima volta al suo comandamento in Corte, dove improvvisantente mi fu esposta la volontà di V. A. S., che era di havermi al suo servizio; domandai un poco di dilatione di tempo, sin che tornassi qua et pensassi et parlassi con i miei, con promessa di risolvere l’animo mio a V. A. S. al ritorno per la comedia. Venni, pensai, parlai et tornai; et dissi al S. Giulio Cesare([215]) che rispondesse all’A. V. S., che havendo io esaminate le mie necessità et lo stato mio, non potevo per li ducati 300 et spesa per me et per un servitore offertami partirmi di qua, et che però mi scusasse apresso V. A. S. etc., soggiungendoli che caso che V. A. S. li havesse domandato quali fussero state le mie pretensioni, li dicesse ducati 500 et 3 spese. Questa è la somma schiettissima di quanto è stato proposto et risposto: nel che, sì come non ho hauto mai altro scopo che di reverire l’A. V. et con ogni possibil modo compiacerla, ubidirla et servirla, così, se si riguarderà l’integrità dell’animo mio, credo che niuno potrà riconoscervi altro che purissima sincerità; ma pure, quando per mia cecità io non ci scorgessi quei falli che altri di vista più purgata vi scuopre, perdoni l’A. V. S. et scusi la mia debolezza, se dall’insolito splendore abbagliata ha in qualche cosa inciampato, et sia certa che non meno in assenza che in presenza gli sarò sempre humilissimo et devotissimo servo. Et qui con ogn[i] maggior reverenza inchinandomeli, della [sua] gratia la supplico, et da Dio li prego il colm[o] di felicità.

Di Padova, li 22 di Maggio 1604.

Di V. A. S.maHumiliss.o et Oblig.mo Servo Galileo Galilei.

Fuori: Al Ser.mo S. Duca di Mantova,

Sig.re e Pad.ne Col.mo

98*.

COSTANZO DA CASCIO a GALILEO in Padova.

Napoli, 24 maggio 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 47. – Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio P.rone Oss.mo

Doppo che io ultimamente fui in Padova per visitare il Santo e V. S. ancora, subito ritornato in Ferrara, fui spedito per Napoli dalla felice memoria del Card. Matthei, nostro Protettore in quel tempo, per ordine di N. S., con occasione assai honorata; et fatto quanto havevo ordine di fare, supplicai di restarmene qua per alcun tempo, dove anco mi ritrovo al presente con molta mia sodisfatione, havendoci imparticolar ritrovatoci il Sig.r Giovan Camillo Gloriosi, Dottore di Filosofia et Theologia et sopra tutto eccellentissimo in qualsivoglia genere di mathematiche, col quale ho hauto tutto questo tempo strettissima conversatione. Hora detto Signore ha fatto ferma resolutione di voler partirsi di questo Regno, e desidera di ritirarsi in qualche parte dove potesse manifestare la virtù e valor suo: et io, perchè so quanto V. S. ama la virtù et imparticolare quella delle mathematiche, e quanto desidera giovare a quelli che in esse hanno fatto ragionevol frutto, ho preso sicurtà con lei di raccomandarnelo con tutto il core, caso che costà in quelle parti di Lombardia ci fusse qualche occasione o di lettura ordinaria o di qualch’Achademia e d’insegnare a particolari in Venetia o altrove; perchè l’assicuro io che è huomo per dar conto di sè, e far honore a V. S., se lo promoverà, et utile a quelli ch’insegnerà. L’havevo raccomandato alli giorni passati al Sig.r Christoforo Papponi per lo Studio di Pisa; ma habbiamo trovato il luogo occupato da uno che si domanda il Pomarance, favorito dalla Gran Duchessa. Se questo si partisse, serebbe facil cosa che, col favor di detto Sig.r Christoforo, ottenesse quella lettura: fra tanto se a lei li venisse occasione alcuna, di novo la supplico si degni di favorire questo così virtuoso giovane, che riceverà il merito da Idio e laude da gli huomini. Altro non li dirò in questo fatto, sapendo che con lei non occorre fare molte cerimonie.

Dipoi, quando fui costà in Padova, mi ricordo che li domandai come si poteva dimostrare che dui corpi d’una medesima specie et figura, equali o vero inequali, per il medesimo mezzo havessero la([216]) medesima velocità di moto; et lei mi assegnò dui ragioni, per le quali si conduceva l’aversario a dui inconvenienti. Hora, per essere già tanto tempo che fu questo, me le sono scordate, e perchè me ne fa bisogno a un certo mio proposito, la prego si degni di novo accennarmele; et se altra demonstratione mathematica havesse intorno a questa propositione, mi farebbe favor grandissimo mandandomela: e conumererò questo con infiniti altri beneficii da lei riceuti, et inparticolare che m’habbi insegnato quanto so di mathematica; che se bene per mio diffetto ne so poco, tutta via mi serve per ragionarne con quelli che ne sanno a sai, et a lodare il non mai lodato a bastanza maestro, che m’ha insegnato. Et per non fastidirla più, pregarò Nostro Signore che ogni suo honorato desiderio a lieto fine conduca.

Di Santa Chiara di Napoli, li 24 di Maggio 1604.

Di V. S.Obligatiss.mo Servo Fra Constanzo da Cascio, de’ Minori Osservanti Riformato.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.mo Sig.r mio P.rone Oss.mo

il Sig.r Galileo Galilei, Mathematico ordinario dello Studio di Padova.

Padova.([217])

99.

VINCENZO GONZAGA a GALILEO in Padova.

Mantova, 26 maggio 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 11. – Autografa la firma.

Molto Mag.co Sig.r

Ho veduta la lettera di V. S.([218]); et la relatione che mi fa della persona, che le nominai qui, è così compita, che non m’occorre per hora des[i]derar di più, ringratiandola della fatica che se n’ha preso. Quanto poi alla scu[sa] che passa meco, questa non era punto necessaria, tanto più concordando mol[to] bene ciò ch’ella stessa scrive con quello che da altri mi fu riferto nel medesimo fatto: et se a V. S. non è tornato bene di fermarsi qui, non però mi resta occasione alcuna di mala sodisfattione, essendo giusto ch’ella goda di quella libertà che ha di procurar il suo commodo, al qual troverà me sempre ancora prontissimo. Che resto intanto raccommandandomele caramente, et pregandole felicità.

Di Mantova, li 26 di Maggio 1604. S.r Gallileo Gallilei.Per far piacer a V. S. Il Duca di Mant.

Fuori: Al molto Mag.co Sig.r

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Padova.

100.

GIOVANNI CAMILLO GLORIOSI a GALILEO [in Padova.]

Napoli, 27 maggio 1604

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 154. – Autografa.

Il Padre Fra Costanzo da Cascio me ha talmente invaghito delle virtù di V. S., che io sono costretto venire a vederla et ad offerirmegli per servitore con la presenza, sì come hora faccio con le carte. Io, Sig.r Galilei, ho sempre desiderato uscir di Regno, et occuparmi nell’essercitio delle mathematiche, ov’io ci trovo una felicissima sodisfattione, e con quelle ho fatto pensiero trattener la mia vita: in queste nostre parti si tengono a baie, ond’io sempre sto in continui rammarichi. Ho preso grandissimo contento in haver conosciuto il Padre Fra Costanzo, col quale discorrendo qualche volta, vengo ad alleviare in parte la noia de’ miei disgusti; il quale m’ha dato ferma speranza ch’io, col mezo di V. S., possi dar sodisfattione a questo mio pensiero.

La priego dunque a ricevermi tra’ suoi affettionati e far grata accoglienza alla mia servitù, che, innamorata del valor suo, le viene innanzi con ogni debita reverenza, supplicandola se in coteste parti di Venetia o altri luoghi le venisse qualche occasione di lettura publica o privata, ov’io honoratamente mi potesse trattenere; chè non la farei restar defraudata del’honor suo. Ho preso questo ardire di pregarla sopra di ciò, sapendo di certo che ama e favorisce tutti coloro che se gli danno per devoti, e particolarmente quelli che col mezo delle virtuose attioni cercano honorarla et essaltarla. E le bacio le mani.

Da Napoli, a 27 di Maggio 1604.

Di V. S. Ecc.ma S.r Galilei.Ser.re Aff.mo Gio. Camillo Gloriosi.

101*.

ANTONIO DE’ MEDICI a GALILEO in Padova.

Firenze, 28 giugno 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 13. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te Sig.r

Intendendo che V. S. ha una palla che gettandola nell’acqua sta fra le due acque, vengo con la presente a pregarla vivamente di voler favorirme, et consegnarla al Padre D. Antonio Cerrato, che le porgerà la presente; certa, che me ne farà favor segnalato, et che da me sarà contracambiata([219]) questa sua cortesia. Et me le raccomando.

Di Fiorenza, li 28 Giugno 1604.

Di V. S. S.r Galileo Galilei.Per farle serv.o Don Ant.o Medici.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.te

S.r Galileo Galilei.

Padova.

102*.

MARCO LENTOWICZ a GALILEO in Padova.

Cracovia, 13 agosto 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 155. – Autografa.

Nobilissime et Excellentissime Doctor, Professor et amice incomparabilis,

Et institutionis ratio, et aliquot mensium domestica conversatio, et multis in rebus cognitus atque perspectus amor ac benevolentia D. T. erga me, mei, mecumque, faciunt et merito efficiunt, ut omni paene loco et momento in ipsius dulcissima verser recordatione, laude, stupore. Quotiescunque etenim cum quopiam nostratium ago, quod non ita infrequenter hisce 3 post reditum meum e patria contigit mensibus, absente nae nunquam contingit mayematico. Faxint caelites ut hic noster septentrio eius viri vultum videat, cuius famam et virtutem iamdudum stupet et admiratur. Ego certe, si quidpiam unquam potero, in hoc, ut possim, vel unice contendam et elaborabo.

Nostri Angeli, per inferiores sphaeras hinc inde dispersi, in aula summi Iovis non comparent: quamprimum tamen comparuerint, ut et Excellentissimae D. T. appareant, nîl non faciemus, dummodo tamen et nos in aliquem istorum orbium ab E. D. T. referamur, cuius in gratia, moveantur licet reliqua omnia, ut a discreta D. T. conservemur benevolentia, etiam atque etiam oramus. Vale, honor Maθέσεων, vir praestantissime, tuumque Marcum, quamvis iam alienum, tuum esse arbitreris velim.

Cracoviae, Idibus Augusti anno Salutis 1604.

E. D. T.Servitor Marcus Lentovics, Regiae Maiestatis Secretarius.

Fuori: Nobilissimo Excellentissimoque Viro

D. Galileo Galilei, in celeberrima Universitate

Patavina Mathesevû Professori dignissimo [… ]issimo.

103*.

DAVIDE RICQUES a GALILEO in Padova.

Costantinopoli, 6 settembre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 157. – Autografa.

Mag.co mio Sig.r Hon.do

Ben che tardi, io non ho volsuto di tutto manchare, et per la promessa et per l’obligo mio, di scriverli, acciò che la fusse certa che ricognosco li suoi boni meriti verso di me et che sarò sempre prompto a riservirla et honorarla. Mi son arricordato spesse volte della sua gratissima conversatione, et principalmente della consultatione, che ho fatto con essa, de quel mio viagio: però mi trovo quasi sforzato de dirli dei suoi evenementi.

Trovandomi fra le do elementi, del peso distinti, ligato, et però volitando, et più travaigliato della memoria del bene che haveva havuto inanzi che del male presente, facieva diversissimi voti, piangendo hora la perdita del tempo et de tante bone vertù, hora delle bone vivande, hora de quel mio bon letto: ma tutto quel che facieva, non ci era rimedio; pure nissun bon genio me venne levare. Così restò, havendo però questa gratia de Dio, che siamo ionti a buon salvamento; a Chi gliene sia laude.

Venendo qua, miraviglia è come ho perduto quasi in un momento tutta la memoria delli havuti fastidii, i quali mi parevano inanzi tanti, che tutto il bene del mondo non sarebbe stato bastante per farmili dismenticare. Ma a qui non piacerebbe un cossì bel paëse, nella formation del quale la natura ha collocata il suo più raro artificio per farlo perfetto de toutto che se può desiderare et per monstra di quello che la ha operata maij? Non li dirò per quel pulcherrimo sito, non per li miraculosi effetti de questi do mari, i quali qui se coniungano, non per il nobilissimo porto che fanno; la sua professione luij suppedita di quelle cose (come da seno sono summe) melior contemplatione et più perfetta che io non potrò fare per il mio mal dire: luij dirò per quelle cose istesse le quale parevano a la Vostra S. contrarie a oigni delettatione. Se pigliamo li custumi, che è più delettevole che de vedere queste variationi Turcheschi et Asiatichi? quelle ceremonie, quelle feste, queste pompe, quelli canti, quelli balli? i quale, secondo il paëse, paiano certe perfecti. Il vestire ipso è et lascivo et piacevole, li ornamenti vagi et pretiosi, et ha una certa maiestà nelle persone alte, donde se possano contemplare et li antiqui custumi dei Greci, et anche quelli delle antique monarchie. Se artificiose opere et necessarie risguardiamo, che pò esser visto più piacevole che queste di qua? che hanno […] una certa vagezza per excitar et allegrar li spiriti visitivi. È cosa chiara che niente contenta più l’occhio che un bel fiore: qua tutte le robbe, in summa tutte, se ne pinguano, et con sì vagi, freschi et belli colori, che paiano vivi fiori di sopra. Non voiglio dire dei labori, chi vengano principalmente di Persia, del Cairo et altri logui, donde non si può veder niente più bello; et questo in tutto, fin a li utensili. Se la mi proporrà li spassi et piaceri, lui dirò che non guene sono in nissun loco, se li non sono qua. Qua se veddano quelli belli giardini, quelli frutti orientali, quelli fiori Asiatichi, quelle fontane; qua è questa antiqua sedia imperiale, qua un presente monarcha, qua quelle belle colomne, quelle antiquità, quelle richezze de tanti imperij subiugati. Se la mi dirà delle donne, queste ancora di qua passano tutte, in tutte le proprietè che hanno da haver donne belle; perchè loro sono le più nette et le più bianche et le più gratiose che esser possano, et per loro transparente braguessine et belle camise monstrando delle volte et le guambinette et delle volte il loco dove è il domicilio del dolce che amore ha. Così la vedderà che la sua disuasiasione habbia havuto in parte l’effetto, in parte non. Et per questo la mi scuserà se hora li dico che per guoderguene alquanto de tante belle et rare cose et per riportarguene, oltra questo, il frutto di questa lingua (della bellezza et perfettione della quale si potessi dire asaiij), mi sia mosso a restarne qua fin a la prima vera. Verso quel tempo spero di rivederla et servirla, mentre la prego che la mi mantenga nella sua bona gratia, et mi honori di ricordarsene alcune volte del servitor suo, chi ne li faria vedere li effetti, se possibel cosa fusse esser commendata da lei.

La mi scuserà verso la sua chara madre del suo forziero, chi per grando mio fallo è restato a Venetia: nientedemeno non li sarà perso, ni guasto in nissun modo. La luij bascia la sua honorata mano de parte mia, comme a tutta la nation nostra et principalmente a quelli chi haveranno charo il mio ricordo. De le lettere inciuse la prego che la mi facia il favore che de far loro havere buono ricapito. Rispetto di quella che è al Illustrissimo Buczackij, mi arricordo che luij sta al traietto di S. Moijsè a Venetia; ma del nome della casa non mi posso ricordare. Il S. Stanislao([220]) overo alteri della nation Polaca lo saperanno. Con questo me li recommando, espettando nuova da lei, se esser può, et de tutto quello que passa nella vostra buona terra, per via del Sig.or Christoforo Helbig, mercante del fondego in Venetia. Et pregando Iddio che ci faccia la gratia de revederci in sanità et allegrezza.

Di Constantinopoli, ali 6 del Septembre A.o 1604, in fretta.

Alli Mag.ci Sig.ri il Sig.or Garbetti et il Sig.or Hanniballe([221]), mie magistri honorandi, mi facia favore di ricommandarmi.

Di V. S. molto M.caAffettionatiss.o Servitore David Ricques.

Fuori: Al molto Mag.co et mio Oss.mo Sig.re

Il Sig.re Galilaeo Galilaei, Mathematico digniss.mo, in

Padoa.

104.

PAOLO SARPI a GALILEO in Padova.

Venezia, 9 ottobre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 103. – Autografa.

Ecc.mo Sig.re P.rone mio Oss.mo

Con occasione d’inviarli l’allegata, m’è venuto pensiero di proporli un argomento da risolvere, et un problema che mi tiene ambiguo.

Già habbiamo concluso, che nessun grave può essere tirrato all’istesso termine in su se non con una forza, et per consequente con una velocità. Siamo passati (così V. S. ultimamente affermò et inventò ella) che per li stessi termini tornerà in giù, per quali andò in su. Fu non so che obietione della palla dell’archibuggio: il fuoco qui intorbida la forza dell’istanza. Ma diciamo: un buon bracio, che tira una frecia con un arco turchesco, passa via totalmente una tavola; et se la freccia discenderà da quella altezza dove il braccio con l’arco la può trarre, farrà pochissima passata. Credo che l’instanza sii forse leggiera, ma non so che ci dire.

Il problema: se saranno doi mobili di disugual specie, et una virtù minore di quello che sii capace, riceverà qual si voglia di loro; se comunicandosi la virtù a ambi dua, ne riceveranno ugualmente: come se l’oro fosse atto di ricevere dalla somma virtù 20 et non più, et l’argento 19 et non più,se sarrano mossi da virtù 12, se ambi dua riceveranno 12. Par di sì; perchè la virtù si comunica tutta, il mobile è capace, adonque l’effetto l’istesso. Par di no; perchè, adonque doi mobili di specie diversa, da ugual forza spenti, anderanno all’istesso termine con l’istessa velocità. Se un dicesse: La forza 12 muoverà l’argento et l’oro all’istesso termine non con la stessa velocità; perchè no? se ambi dua sono capaci anco di maggiore che quella qual 12 li può comunicare?

Non obligo V. S. a risposta: solo per non mandar questa carta bianca, la quale haveva già appetito peripatetico d’essere impita di questi carateri, l’ho voluta contentare, come l’agente fa alla materia prima. Adonque qui farò fine: et li bascio la mano.

Di Vinetia, il 9 Ottobre 1604.

Di V. S. Ecc.maAff.mo Ser.re F. Paulo di Vinetia.

Fuori: All’Ecc.mo Sig.re mio P.rone Osservan.o

Il S.re Galileo Galilei, Matematico.

Padova,

alli Vignali del Santo.

105.

GALILEO a PAOLO SARPI in Venezia.

Padova, 16 ottobre 1604.

Bibl.Universitaria di Pisa, nella Sala di Lettura. – Autografa.

Molto Rev.do Sig.re et Pad.ne Col.mo

Ripensando circa le cose del moto, nelle quali, per dimostrare li accidenti da me osservati, mi mancava principio totalmente indubitabile da poter porlo per assioma, mi son ridotto ad una proposizione la quale ha molto del naturale et dell’evidente; et questa supposta, dimostro poi il resto, cioè gli spazzii passati dal moto naturale esser in proporzione doppia dei tempi, et per conseguenza gli spazii passati in tempi eguali esser come i numeri impari ab unitate, et le altre cose. Et il principio è questo: che il mobile naturale vadia crescendo di velocità con quella proportione che si discosta dal principio del suo moto; come, v. g., cadendo il grave dal termine per la linea abcd, suppongo che il grado di velocità che ha in c al grado di velocità che hebbe in esser come la distanza ca alla distanza ba, et così conseguentemente in d haver grado di velocità maggiore che in c secondo che la distanza da èmaggiore della ca([222]).

Haverò caro che V. S. molto R.da lo consideri un poco, et me ne dica il suo parere. Et se accettiamo questo principio, non pur dimostriamo, come ho detto, le altre conclusioni, ma credo che haviamo anco assai in mano per mostrare che il cadente naturale et il proietto violento passino per le medesime proporzioni di velocità. Imperò che se il proietto vien gettato dal termine d al termine a, è manifesto che nel punto d ha grado di impeto potente a spingerlo sino al termine a, et non più; et quando il medesimo proietto è in c, è chiaro che è congiunto con grado di impeto potente a spingerlo sino al medesimo termine a; et parimente il grado d’impeto in basta per spingerlo in a: onde è manifesto, l’impeto nei punti dcandar decrescendo secondo le proporzioni delle linee dacaba; onde, se secondo le medesime va nella caduta naturale aqquistando gradi di velocità, è vero quanto ho detto et creduto sin qui.

Quanto all’esperienza della freccia([223]), credo che nel cadere aqquisterà pari forza a quella con che fu spinta, come con altri esempi parleremo a bocca, bisognandomi esser costà avanti Ognisanti. Intanto la prego a pensare un poco sopra il predetto principio.

Quanto all’altro problema proposto da lei, credo che i medesimi mobili riceveranno ambedue la medesima virtù, la quale però non opererà in ambedue il medesimo effetto: come, v. g., il medesimo huomo, vogando, communica la sua virtù ad una gondola et ad una peotta, sendo l’una et l’altra capace anco di maggiore; ma non segue nell’una et nell’altra il medesimo effetto circa la velocità o distanza d’intervallo per lo quale si muovino.

Scrivo al scuro: questo poco basti più per satisfare al debito della risposta che al debito della soluzione, rimettendomi a parlarne a bocca in breve. Et con ogni reverenza li bacio le mani.

Di Padova, li 16 di Ottobre 1604.

Di V. S. molto R.daSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

Fuori: Al molto R.do Sig.re et Pad.ne Col.mo

Il Padre M.ro Paolo da Venezia.

Venezia,

ne’ Servi.

106*.

ILARIO ALTOBELLI a GALILEO in Padova.

Verona, 3 novembre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 49. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

Havendo veduto la lettera che V. S. scrive al S.r Fontanella, nella quale m’honora oltre ogni mio merito, mi par debito di ringratiarla di tutto cuore, come faccio, et offerirmele prontissimo servitore, come già molti anni son stato divoto del suo nome e bramoso della sua servitù: tanto possono appresso di me gl’ingegni sublimi. E tanto basti per hora in materia politica. Ma mi dispiace che il S.r Fontanella mandasse a V. S. quel foglio, che non credo fusse corretto, havendol’io detto che dovesse venir a pigliarne un altro per V. S. Ecc.ma, poi che quello era consignato all’istesso Fontanella. Però le rimando l’alligato([224]). È calcolo d’infinita patientia: credo che sia venuto bene, e che poco o nulla s’errerà, poi che in quella del 1601 si comisse error solo di doi o tre minuti in circa. Il calcolo di Cipriano Leovitio mi son maravigliato che produca l’istesso momento ad unguem, ciò hor. 2. 16′ in dimidia duratione. È ben vero che il luogo del sole Alfonsino, ch’egli ha usato, non è differente da questo del Ticone più che doi minuti al più, anzi manco: tanto che è molto più vero il luogo del Sole con l’Alfonsine che con le Pruteniche, se bene in gli altri quelle si deve sprezzare e queste ricevere, fintanto che siano finite le Rudolfee, ciò è Ticoniche, delle quali tratteremo altre volte.

In tanto mi piace che V. S. si sia accorta di questo nuovo mostro del cielo, da far impazzir i Peripatetici, ch’hanno creduto sin hora tante bugie in quella stella nova e miracolosa del 1572, priva di moto e di parallasse. Come semifilosofi, potriano protervire che pur era fuor del zodiaco et in parte boreale; ma in questa, quo se vertant, nescient: poi che, se non intendono le parallasse, non potranno negare che non sia in parte australe nel Zodiaco, vicino alla eclittica, in segno igneo, appresso Giove calido, et hora poco lontana si può dir dal sole([225]), e più bella che mai, nata nella di  et  calidissimo, alli 9 d’Ottobre e non prima, perchè io osservando la di  et  se rispondeva al calcolo Prutenico alli 8 d’Ottobre, intento tutto e per lungo spatio in quella parte del cielo, con un compagno, non si vedeva altra stella nè vicina nè lontana che gli tre superiori, per esser l’aria molto chiara. Ma perchè io ne scrivo per hora una breve indicatione, che fra 8 giorni forsi sarà finita, per servire tanti che mi fanno instanza, non ne dirò altro per hora a V. S.; ma la prego sì bene instantissimamente a farmi gratia di osservar se facci diversità d’aspetto et quanta, come anco la lunghezza et larghezza precisamente, perchè io non ho altro instrumento che un astrolabio d’un piede di diametro e manco, sì che non posso scapricciarmi bene. Et del tutto mi farà gratia, come ne la prego grandemente, avisarmi. Con che fine torno a dedicarmele servitore et l’abbraccio strettissimamente.

Di Verona, li 3 Novembre 1604.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maDeditiss.o Serv.re F. Ilario Altobelli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matem.co di

Padova.

107*.

ILARIO ALTOBELLI a GALILEO in Padova.

Verona, 25 novembre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 51. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

Tengo molto cara la risposta di V. S. gentilissima, godendo insieme l’amore che scuopre verso di me, e che così presto l’habbi accecata per mio gusto, e che l’occasione di questa maravigliosissima maraviglia del cielo, donata per ultima luce all’ultimo della penultima età del mondo, facci conoscere gl’ingegni e la verità della natura celeste, nei secoli precedenti sin alla prima origine d’ogni cosa non mai più così chiaramente testificata. Questo è impossibile che sia globo sospeso nell’aria elementare per cagion di freddo et humido, pasto del foco celeste, mentre vediamo che non ha nessun moto proprio, nè retto nè obliquo nè confuso, che saria impossibile ad intenderlo, stante la liquidezza e continua concitatione varia dell’aria. Non è dissimile dall’altre dell’ottava sfera, non ha mut[ato] mai colore, scintilla più d’ogni altra fissa a quali solo e per natura propria, et il suo sito rende possibile ogni impossibilità conietturata di Aristotile, distrugendo ogni sua imaginatione, poi che è in parte australe nel zodiaco, vicino all’eclittica, in segno igneo e fra pianeti calidissimi nata, nè teme la faccia del sole che già l’asconde, sì che è cosa manifesta ch’ella habbi ottenuto il suo trono infra le fiamme ardenti. Ma se questi Peripatetici, o, per dir meglio, semifilosofi, non intendono la dimostratione insuperabile della diversità dell’aspetto, per toccar con mano ch’ella risiede insin lasù nel ciel stellato, e che perciò eccede intorno a trecento volte di grandezza la terra e ‘l mare, come si potrà convincere la pertinacia loro? È cosa improba o simile, dice Galeno nel 3° De diebus decretoriis, il non voler far esperienza et non voler credere a chi la fa, et che è cosa soffistica il voler negar la manifesta esperienza. In fine, l’educatione è troppo potente in tutte le cose, poi che vediamo che l’esser nodrito in una imaginata opinione cagiona tal ostinatione, che la verità lucente non può rimoverla. Io credo certo, che se l’istesso Autor vivesse, si renderebe a tanta forza. Ma, in ogni modo, l’istessa stella, emula di Giove, et opposta al tempio di Mercurio, doppio non men di figura che di natura, distrugerà il falso e parturirà il vero, e finalmente si caminerà per la luce et non per le tenebre.

Io credo esser stato un de’ primi, e forsi solo primo, a conoscere et veder la sua prima apparitione in Europa, che fu li 9 d’Ottobre, quasi nel tramortar del sole, nella di  et ; et certo che all’occhio pareva che havesse l’istessa lunghezza che havevano questi doi, poi che si vedeva in sito consimile:

Ma scrivendo V. S. le sue osservationi, le credo, sì perchè l’occhio poteva errare qualche poco, sì anco per qualche varietà che vi poteva intervenire per le rifrattioni, e tanto più che il P. D. Mordano teologo mi scrive con maggior precisione l’osservationi fatte da un discepolo del Ticone con instromento ritrovato dal Ticone istesso, che sono gr. 17. 51′  con latitudine di gr. 1. 41′, che son quasi conformi, pur senza parallasse e senza moto. D’Augusta di Germania mi si scrive gr. 21 ; di Roma gr. 14, osservata forsi con gli quadranti o instrumenti da falegnami. Aspetto di giorno in giorno l’osservationi del S.r Magino, de’ quali ne farò parte a V. S.

Ho abbozzato sopra di essa 8 capitoli, ma non ho tempo per hora di ponerli a sesto, per esser occupato troppo nel mio proprio studio per servire al carico mio, onde, essend’io forastiero all’astronomia e quasi di furto pigliando tal hor qualche cosa, non ho potuto sin hora farci riflession propria più che tanto; havendo tolto quello che ho scritto là e quà in buona parte, essendoci del mio tutto un capitolo della contestatione della sua prima apparitione, poi che in quei giorni ero vigilante in censurar il calcolo Prutenico con l’occasione della di  et , et la sera delli 8 d’Ottobre particolarmente, sul traboccar del sole, trovai gli tre superiori soli, in questa forma di trigono equicrurio giusto:

nè si vedeva altra stella per tutto il cielo, con particolare maraviglia d’un Padre qui secondo lettore, instrutto così da me alla cognitione oculare degli stessi pianeti più volte: e la sera delli 9 Ottobre, tornando al medesimo luogo, vedessimo gli istessi con la positura visuale antescritta, sì che non v’è dubio alcuno. E vi sono del mio alcuni capitoli de significati in qualità et quantità iuxta loca et tempora. Nel resto mi vaglio molto del Ticone, che tanto e così egregiamente ha scritto sopra quella del 1572 nella prima parte de’ Proginasmi([226]), della dignità a carte 320 avanti e dopo, dell’altezza a carte 398 e seguenti, della materia a car. 794 nella conclusione, dove anco dilucida la vera dottrina della Via Lattea contro Aristotile: e per tutto ci sono ragioni comuni a periti et imperiti. Ma se questi Peripatetici volessero supplire al mancamento della lor filosofia, si doveria far due cose per sapere il vero: la prima, che loro prestassero gli orecchi e la mente con patienza; la seconda, che V. S. Ecc.ma gli mostrasse e con dottrina e con essempi la necessità delle parallassi, insin con l’esperienza fatta in terra, acciò, a guisa de’ filosofi o soffisti antichi che negavano ogni scienza, ma che, convinti dalle matematiche, dissero pur trovarsi il sapere, così loro fussero costretti a confessar il vero. Ma se sin hora non intendono che purus in una scientia est asinus, come sarà mai possibile piegarli a questo? Hor facia Dio, che ad altri si fa chiaro, ad altri oscuro. Io ho detto abastanza. Mi duole non esser in Padova in questi tempi, sì per goder le sue lettioni, sì per sentire l’infinite confabulationi e farmi scoglio di contraditioni ancor io, ma da scherzo e per burlare. E con questo le bacio la mano, e da N. S. Dio le prego ver’allegrezza.

Di Verona, li 25 Novembre 1604.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maDeditiss.o Ser.re F. Ilario Altobelli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matematico di

Padova.

108.

ANTONIO ALBERTI a GIOVANNI MALIPIERO [in Venezia].

Abano, 17 dicembre 1604.

Cfr. Vol. II, pag. 528 [Edizione Nazionale].

109*.

CRISTOFORO CLAVIO a GALILEO in Padova.

Roma, 18 dicembre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII. car. 54. – Autografa.

Molto Mag.co S.or mio Oss.mo

Mi vergogno quasi della mia negligentia, in fare a saper V. S. come molti anni sono, almeno 11, che finito di stampare il mio Astrolabio, l’anno 1593([227]), mandai subito uno a lei, et indrizzai al S.orBalì di Siena; et andando io l’anno 1600 a i bagni di S. Casciano et a Siena, trovai che ‘l libro non era mandato a V. S., perchè s’era partito da Pisa senza sapere io niente di questo; et un gentilhuomo Sanese s’ l’haveva usurpato per sè, et pregandomi gli lo donai. Hora, perchè mi pare molto probabile che già V. S. l’haverà visto; et se non, m’avisi, che gli manderò uno, che a punto mi restò. Interim gli mando la Geometria Prattica, stampato adesso([228]), benchè non è degna di lei; ma lo fo per continuare l’amicitia tra noi.

Sono parecchi mesi, mandai a Padova per informarmi quanto valeva quel suo compasso,e mi fu risposto che V. S. mi volevo mandare uno, il qual dono mi sarebbe gratissimo, se però V. S. mi lo potrà mandare senza suo scommodo; perchè, ancorchè in questo Geometria Prattica pongo una cosa simile mostratomi d’un certo Tedescho, stimo pur molto più il suo, per la varietà delli usi. Però in questo mi rimetto alla liberalità di V. S. Intendo che il S.or Albertino Barisoni ha procurato di fare far uno, et che V. S. dubitava che era per me: sappi che non è per me, nè manco ho saputo niente.

Qui è stato un gran bisbiglio della stella nova, la quale habbiamo trovata nel 17 grado di , con latitudine borea di gradi 1 1/2 in circa. Se V. S. ha fatto qualche osservatione, mi farà piacere d’avisarmi. Il Magino mi scrive d’haverla anco lui osservata nel medesimo grado; et così anco scrivono di Germania e Calabria.

Vegga V. S. se posso niente per lei; et se non havesse havuta il libro della nova descrittione d’horivoli per via delle tangenti([229]), insieme con un compendio brevissimo([230]), me lo significhi, che non mancarò di mandargli lo. Et con questo fo fine, pregandogli da Dio ogni bene. Et li baccio le mani.

Da Roma, alli 18 di Xbre del 1604.

Di V. S.Servo nel S.re Affett.mo Christoforo Clavio.

Il libro verrà con la prima commodità, che speriamo debba essere per il Clar.mo Sig.r Giorgio Cornaro; et li sarà consegnato dal Sig.r Marcello Barisone.

Fuori: Al molto Mag.co S.or

Il Signor Galileo Galilei, Mathem.co Excellentissimo, mio Oss.mo

Padova.

110*.

LEONARDO TEDESCHI a [GALILEO in Padova].

Verona, 22 dicembre 1604.

Bibl. Naz.Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 56-65. – Autografa, cominciando dalle parole «perchè il sole non può luminar»; originale, di mano d’amanuense, nella parte precedente.

Molt’Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re Col.mo

Non posso far ch’io non le mantenga la promessa; ma credami che non vorrei esser trascorso tant’oltre, promettendole de dir il mio parer intorno a cosa tanto dificile, per non dire impossibile a sapersi da qual si voglia ingegno, benchè sottilissimo, che humano sia; sì che se mai ho provato esser vera quella propositione d’Aristotile: Sicut se habet oculus noctuae ad lumen solis, ita se habet intellectus noster ad ea quae sunt manifestissima in natura, in questo chiarissima la mi si scopre. Tuttavia, perchè dal’altro canto l’istesso filosofo in altro loco m’inanima, dicendo che è meglio et più dilettevol cosa haver cognitione, benchè lieve, superficiale et non certa, delle cose superiori et più nobili, che haver una piena et sicura scientia di queste inferiori, voglio pur sodisfar all’obligo nel quale spontaneamente mi son posto, et scriverle quello ch’io ne senta, persuadendomi che lei non debba già, attribuendo questo a tropp’ardir et temerità, burlarsi di me come che, quasi nuovo Icaro, Fetonte o Prometeo, tenti salir al Cielo, donde poi non ne riporti altro che, o come doi, morti nell’acque o nel foco, o, come l’altro, perpetua pena nell’esser lacerato da un rostro d’avoltoio; perchè, se bene il parer, ch’io son per apportare, queste pene meritasse, confido che o lo tenerà così fattamente secreto che non gli potrà occorrer alcuno di questi incontri, o che si degnarà o con ragioni o con la sua autorità talmente proteggerlo, che sarà sicuro da ogni sinistro accidente in cui per sè stesso potesse incorrere. Scriverò dunque; et scrivendo imitarò il nostro Peripatetico, il quale delle cose dificili ha sempre più tosto voluto scriver il quid non sit, che il quid sit, fossero mo’ tali o perchè infra sensum, com’è la materia prima, o perchè supra sensum, come sono tutte le inteligentie astratte e da ogni materia sensibi[le] realmente separate.

Et per cominciar hor mai, io dico che, essendo la questione che cosa sia questa luce nuovamente alli X 8bre del presente anno apparsa nel Saggittario, vicino a Giove che si era per congionger insieme con Marte, bisogna che sia luce fondata o in un corpo, et così sia reale et radicata in un soggetto solo, o in due corpi, et così sia più tosto luce intentionale et spirituale, cioè dependente dal suo producente et efficiente. Se è d’un corpo solo, o che è elementare et corruttibile, o celeste et immortale; se è di doi, o che ambidui sono elementari, o ambidoi celesti, o l’uno elementare([231]) e l’altro celeste. Ritorno al primo, et mostro che non poss’esser elementare: perchè se tale fosse, essendo in regione alta, sarebbe corpo meteorologico, et per consequenza, havendo gran duratione et moto verso l’occaso, saria del genere delle comete: ma come[ta] non è, come son per provare; adonque non può esser questa luce, luce di corpo elementare. Le ragioni mo’ sono altre naturali, altre più tosto matematiche. Et per cominciar dalle naturali, la prima sarà tolta dalla chiarezza, limpidezza e splendor suo incomparabile, che di gran lunga avanza ogni stella et qual si voglia altra celeste luce, dalla solare in poi, non cheluce o di foco che sia qui tra noi, o di vapore ignito et cometa. Se dunque supera di splendore tutte le stelle, et Venere et Giove istesso, le quali hanno la sua luce dalla sola densità del loro orbe, senza admistioni d’alcuna sostanza opaca, chi non dirà che questa non sia luce di foco? o elementare, la quale non si puol produrre se non col mezo di qualche parte di corpo opaco; o terrestre, o sia grosso et corpulento come ne’ carboni accesi, o sia vaporoso et fumoso come nella fiamma comete et altre impressioni ignite; per l’opacità del quale è necessario che perdi di chiarezza, come acquista il termino et sodezza terminante il nostro vedere, che vol dire l’esser di luce elementare. Oltre che è pur vero che i corpi elementari sono più impuri et meno trasparenti de’ celesti, et che per ciò se anco quella luce fosse di foco puro elementare condensato, non potrebb’haver in sè stessa tanta chiarezza, che ogni più lucida stella sopravanzi.

La seconda si trahe dalla uniformità del suo lume in tutte le parti, che ha sempre conservata: poi che se fusse elementare, sarebbe simile alle fiamme che qui s’accendono ne’ legni o in altra combustibile materia, le quali pur in altre parti più, in altre meno, lucide sono; dovendo ancora questa havere l’istesse cause di diversità di lume, così nella materia come nell’efficiente, come hanno quelle. Nell’efficiente: perchè, quanto alla parte più alta, sarebbe in loco tanto più caldo, per la vicinanza della sfera del foco; et così nelle parti superiori dovrebbe esser più lucida et infiammata, al contrario delle nostre fiamme, le quali, per haver il fomite a basso, sono più lucide nelle parti inferiori: oltre che nelle parti superiori ancora havrebbe l’essalatione più sottile et più atta ad infocarsi; così all’incontro nelle parti inferiori sarebbe men lucida et più impura. Nella materia poi, è cosa chiarissima che non può esser sempre dell’istessa conditione, non altrimenti di che occorre nel nostro foco, il quale nel principio non può esser così chiaro come nel mezo e fine, havendo la materia fumosa manco secca et vaporosa: il che dovrebb’accader ancora in questa luce, essendo che, se si è conservata longo tempo, ha ricevuto nutrimento da nova essalatione tirata da’ raggi solari o altra stella, la quale in principio più humida, poi, continuamente imprimendo il sole maggior siccità, più pura et meno vaporosa le sarebbe stata somministrata da questi elementi inferiori; tanto più che non si ritrovando sempre il sole nell’istesso sito, hora più hora meno scalda, onde hora più hora meno sottile et secca essalatione può dalla terra cavare: sì che dovrebb’esser stata di lume hora più hora meno lucida, il che non è però occorso. Ma che? non è ogni corpo meteorologico misto imperfetto? et se tale, non è egli necessario che non sia similare et homogeneo? Questo si vede ne’ sassi et ne’ metalli, tra’ corpi fatti da’ vapori et essalatione perfettissimi: quanto dunque più s’ha da credere che tali debbono esser le comete? et se tali, devono per consequenza haver ancora il lume suo di dissimile qualità et conditione: oltre che non è da creder che nel mondo elementare sia alcuna luce più perfetta di qual si voglia più imperfetta celeste; e pur nella Luna appaiono macchie e diversità di luce, il che si scorge ancora in alcune stelle, che perciò nuvolose s’addimandano. Per tutte, dunque, queste ragioni è da credere che ogni luce elementare rinchiuda in sè qualche varietà, nè possi esser uniforme, come è stata questa.

La terza si può raccorre dalla scintillatione di questa luce, la quale è tanto grande, quanto ogn’uno che l’ha mirata può far fede: e pur non mai si viddero comete scintillare; che se tali fossero osservate, senza dubbio, sì come le loro altre affettioni et qualità non furono taciute, così nè anco questa, come principalissima et molto conspicua, sarebbe passata sotto silentio: tanto più che è pur parer d’Aristotile che solo le stelle del firmamento inerranti et lontanissime siano dotate di questa passione del scintillare, per la loro distanza dalla nostra vista, volendo forse che la scintillatione non sia qualità reale nelle stelle, ma a loro attribuita da noi, o dal nostro imperfetto senzo del vedere, o per la lontananza dell’oggetto, per la quale si vadi continuamente attenuando la sua specie visibile, sì che non poss’esser atta a mover il nostro senso perfettamente et lo facci, nel veder, vaccillare. Ma sia come si voglia, si può ragionevolmente concludere che non possi esser cometa, poi che queste, per la sua vicinanza, non possono scintillare.

La quarta si cava dalla sua figura rotonda, figura non conveniente alle comete, se vogliamo haver riguardo al nome loro, chiamandosi comete, quasi comate. Et, per il vero dire, non si legge([232]) appresso autore alcuno altra distintione([233]) nella figura delle comete, che o che siano crinite, o barbute, o codate: il che a punto la ragione ci persuade. La quale è, che essendo la cometa essalatione ignita, necessariamente, sì come l’altre fiamme, deve haver la figura piramidale, la quale, se bene stando la fiamma immobile va all’in su, niente di meno ogni volta che è girata, si fa laterale et pendente verso la parte di dove viene aggirata; come si può far prova in fiamma che in candela, legno o altra materia accesa sia, la quale se accade che sia voltata in giro, lascia a dietro, in foggia di coda, la parte acuta della piramide, che mentre stava immota andava all’in su. Così dunque occorre nelle comete, che essendo, per rivolutione del primo mobile, aruotate, lasciano a dietro la coda o altra parte che habbi del’acuto, la quale li dia figura hora di chioma, hora di barba, hora di coda. Et ciò deve avenire alle comete con ragione, essendo, con quel moto circolare, girate non secondo la natura loro, conforme alla quale dovrebbonsi mover con moto diretto all’in su; perilchè ne segue, che violentemente essendo con gran velocità mosse, non possino conservar la figura rotonda, ma che disgregate, e per così dire dissipate, mentre tentano di resistere a tal moto, ci appaiono di figura non altrimenti circulare et di globosa, come che questa sia figura di perfetta unione et sicura quiete. Non starò anco di dire che debbono mostrar la coda o altra figura oblunga per un’altra ragione: la quale è, che ascendendo nuova essalatione al corpo della cometa infocato dalle parti da basso, può occorrere che hora verso una parte hora verso l’altra s’accosti al detto corpo; et così mentre s’avicina s’infiamma, la quale, per esser longa di figura, come dal suo ascendere si può raccorre, ci rappresenti nel corpo della cometa, o coda o altra figura che habbi del longo. Con la qual ragione anco si può rispondere a chi m’opponesse alla prima ragione, dicendo che seguirebbe, conforme a quella, che la cometa havesse la coda pendente sempre verso l’oriente, essendo verso l’occidente dal primo mobile rapita; con tutto che se ne siano osservate molte haver la coda hora verso occidente, hora verso il mezo dì et hora verso il settentrione. Sia dunque a bastanza detto per mostrare, che essendo questa luce di figura rotonda, non può altrimenti esser cometa.

La quinta è tolta dal suo moto che, doppo che fu avertita, sin che s’è potuta vedere fuori de’ raggi del sole, ha havuto per spatio d’un mese e mezo, non havendo havuto altro moto che quel del primo mobile, per quanto s’è potuto alla grossa osservare: et pur le comete si sono osservate haver almeno dui moti, uno verso l’occidente, l’altro, a questo contrario, verso l’oriente, oltre molti altri moti, come sono all’in su et al’in giù, da un lato all’altro, et altri ancora molto irregolari et difformi, la causa de’ quali si può facilmente esplicare con l’ultima ragione da me di sopra addotta per mostrar che le comete habbino la coda o altra figura oblonga; poi che, ascendendo da diverse parti della terra alla cometa nuova essalatione, ne segue che, estinta la fiamma nella prima essalatione per difetto di nutrimento, s’accendi nella nova dalla terra sumministratale, et così al nostro senso pare che la cometa prima si mova, con tutto che sia un’altra fiamma che in altro loco di parte in parte in altra materia si va accendendo: non altrimenti di quello che occorre se il foco s’accende in materia longa combustibile che di lontano sia dalla nostra vista; imperochè all’hora ci pare che quella fiamma si mova, con tutto che non sia quella prima, ma nova continuamente in quella materia generata. Non havend’ella dunque più d’un moto sensibile, non può già esser cometa, dovendo loro necessariamente, oltre quel del primo mobile, haverne un altro verso oriente, rispetto la tardanza che fanno mentre al detto primo mobile resistono; il quale se bene realmente non fosse vero e real moto, niente di meno a noi tale ci appare.

La sesta ragione, assai efficace, si può trarre dal sito suo che ha verso il sole: poi che, quando apparve, era o nella linea eclitica, per la quale scorre il sole, o da quella non molto lontana, e dal sole distante solo per due segni del zodiaco, cioè intorno a sessanta gradi, sempre nell’istessa grandezza conservandosi sintanto che si è potuta vedere. Da questo suo sito adunque io ne cavo argomento certo et infallibile che non sia cometa: poi che, s’Aristotile dice, nelle Meteore, che rare volte tra li segni tropici se ne producono, per la calidità di quel sito, causata dalla vicinanza del sole, che continuamente per quel spatio delli tropici contenuto vien aggirato (et questo perchè detto calore, dalla reflessione de’ suoi raggi ad anguli retti prodotto, quella essalatione o vogliamo dir fumo che quindi trahe, inanzi che possi ascender alla regione superiore del’aria et quivi, unita et ammassata insieme, formar una cometa, per l’accessione sua disperde, dissipa, et per dir in una parola risolve), potrò io ragionevolmente dire che mai se ne possino generar tanto vicine al sole, et generate conservarvisi tanto tempo, per le sopradette cause, le quali sono molto più efficaci se sotto il sole direttamente si considereranno che tra li tropici, mentre il sole sia dal loco della cometa, tra quelli generata, molto più lontano che non fu et sia da questa, nel Saggittario prodotta. Onde si può respondere a chi volesse opponere che Aristotile dice esser apparsa una cometa circa il circolo equinottiale, il quale pur in due parti eguali divide il spatio che è tra’ tropici contenuto: chè può ben esser che ivi comparisse questa cometa, et che il sole e nella longhezza e nella declinatione fosse da quella molto più lontano che da questa non è; tanto più che l’istesso dice che durò paucis diebus, pochissimo. Questa, donque, conservandosi tanto tempo, et così vicina al sole, è impossibile che cometa sia, non potendosi, per mio sentimento, in loco così al sole vicino traher sino alla più alta regione dell’aria tanta copia d’esalatione secca, che generi una cometa et che continuamente la vadi conservando, prima che si risolva e svanisca.

Potrei, per settima raggione, addurne un’altra, la qual pur non voglio tacere: et è che Tolomeo, nel secondo del Quadripartito, non per altro vole che le comete siano di natura di Marte et Mercurio insieme, nella diversità et diformità de’ moti l’uno, e l’altro nelli effetti, che producono, quali sono guerre, uccisioni, pesti, carestie, venti horribili et terremoti. Hora veggiamo che questa luce non è rossegiante, quale è Marte; non ha varietà de’ moti, come Mercurio; et sin qui effetti in tutto contrarii all’altre comete ha causato, cioè una continua serenità tranquillissima d’aria, senza venti, et, quanto comporta la stagione, temperatissima, dalla quale non si può sperar se non effetti bonissimi. Si può dunque di qui verisimilmente concludere, questa non esser cometa. Et tanto basti delle ragioni naturali, dalle quali farò passaggio alle mathematiche.

Peritissimo dice, che se le comete fossero nell’aria, quella cometa che si generasse sotto l’equinottiale, da noi per la sua bassezza non potrebb’esser veduta, avanzando la gibbosità della terra quel sito: quanto più ragionevolmente si può dire, che da noi non potrebb’esser scoperta quella che si aggirasse sotto il Saggittario, segno della maggior declinatione del sole australe, et perciò da noi più lontano che sia l’equinottiale intorno vintidoi gradi? L’autorità del quale si può confirmar con dui altre ragioni: l’una, perchè se da noi non ponno esser vedute quelle stelle che hanno maggior declinatione australe de 45 gradi, con tutto che siano altissime et nel supremo stellato cielo, quanto meno si potrebbe manifestarci questa, la quale, se bene ha la mettà minor declinatione, è poi sproportionatamente, et per dir così d’infinito spatio, più bassa? L’altra è, che se il semidiametro della terra è 3035 millia, come si legge appresso li più approvati autori, et la maggior altezza dell’aria, dalla superficie della terra misurata, è solamente millia 52, come si mostra per la distantia delle comete, che pur si trovano nell’altissima regione dell’aria, et noi, in questo sito collocati, siamo distanti dal raggio perpendicolare della nova luce 67 in 68 gradi, che è la terza parte et più della mettà della terra, bisogna concludere che in questo spatio il globbo della terra s’inalsi il terzo del suo semidiametro, et che se il tutto([234]) è 3035 millia, il terzo sia mille e XI miglia poco più; onde è necessario dire che l’altezza del globbo terrestre ne debba occupare et molto d’avantaggio superare le 52 millia della profondità di tutta l’aria, loco a tutte le comete sin hora vedute conveniente: sì che, per conseguenza, non potrebbe questa luce esser da noi veduta, se fosse cometa. Nè mi si deve opporre che la quantità de’ vapori, che sono in queste parti occidentali, dove questa luce si scorge, tra quella e la nostra vista interposti, con tutto che sia sotto l’oriente, la possino far parer tant’alta che la vediamo, come si può far la prova con una moneta posta in un vaso prima voto, poi pieno d’acqua: poi che risponderò che l’esempio è diverso in quanto alla grossezza del mezo, non essendo proportione ragionevole tra la densità de’ vapori e dell’acqua, et quanto ancora alla distanza, parendone questa luce molto sopra terra; il che non appare nella moneta, la qual, se ben nel vaso pieno d’acqua si potesse scorgere, stando et noi et il vaso nel’istesso sito che prima non si scopriva nel vaso voto, non si scorge però se non molto vicino al’orlo del vaso. Oltre che io credo solo che la densità de’ vapori possi ben farci parer il corpo lucido più grande e più vicino di quello che realmente è, ma non già, se sotto la terra si ritrova, possa farlo apparir sopra, et tutto spiccato dal’orizonte tant’alto mostrarcelo, come ci appare questa luce. Di più, se ciò fusse vero, non potrebb’apparire così lucida, perchè senza dubio dalla densità de’ vapori fraposti sarebbe rimessa in gran parte la sua chiarezza; non altrimenti di quello che si scopre nel sole, il quale mentre sorge dal’orizonte è sempre men lucido che quando risplende nel mezo cielo. Di più, la notte non ponno esser molti vapori nell’aria, essendo remoto il sole che dalla terra li leva, massime in queste notti passate, che sono state chiarissime e limpidissime; et poi saria necessario che hora più alta hora più bassa ci fosse apparsa, perchè l’aria non è sempre nè dall’istessa copia nè da l’istessa qualità di vapori ingombrata.

La seconda ragione è, che da uno ingegnosissimo et acutissimo spirito, molto erudito nell’astronomia, è stata osservata che nel discendere sempre più s’avicinava a Marte, chiaro segno che a Marte è superiore: imperochè se fosse più bassa, nel discendere, sempre più da Marte lontana sarebbe parsa di quello che fusse mentre era alta dall’orizonte, come chiaramente si può comprendere dal tipo et figura mathematica.

La terza è, che se fosse nella sommità dell’aria, causarebbe diversità d’aspetto anco a paesi vicini, ad altri parendo in un sito rispetto a qualche stella del firmamento, ad altri parendo in un altro; la qual diversità d’aspetto tra Verona e Padova pure sarebbe anco grandissima, se fusse questa luce lontana solo 52 millia come l’altre comete, con tutto che([235]) venga scritto da paesi lontani esser vista nel’istesso sito che noi ancora l’osserviamo, et per consequenza non causi diversità d’aspetto sensibile: argomento certissimo che sia nell’ottavo ciel stellato; imperochè con questo, cioè con le paralassi, et con null’altro mezo più sicuro si suol venir dalli astronomi in cognitione dell’altezza de’ pianeti et altre luci. Et questo basti per provare che non sia luce di corpo elementare.

Che mo’ non sia di corpo celeste, si può agevolmente provare: perciochè, essendo nova, bisogna che sia nuovamente generata; o per moto dunque d’alteratione, o per moto locale. Per moto d’alteratione, no: poichè Aristotile, nel primo del Cielo, con molte ragioni prova che il ciel non sia alterabile, nè soggetto ad altro moto che locale; oltre che nè efficiente nè materia si può ritrovare in cielo per produr nove stelle. Non materia: perchè, o che sarebbe stata sempre informe, et così si concederia il vacuo; o che sarebbe stata formata, et così si dovrebbe prima corromper quella prima forma, acciochè potesse ricever questa nuova: ma non s’è veduta in cielo tal corruttione; adunque ciò esser non può. Non efficiente: perchè non puol esser quell’elemento nè altro cielo. Non elemento: perchè seguirebbe che il corpo più ignobile et inferiore superaria il maggiore et più degno; oltre che si darebbe attione dalli elementi nel cielo, il che è contrario alla filosophia d’Aristotile. Non altro cielo: perchè seguirebbe che uno fosse all’altro contrario, et simili effetti molto più frequenti si vedriano. Non per moto locale: poichè, essendo la luce ne’ cieli causata dalla parte più densa delli suoi orbi, non posso comprendere come il moto locale possi causare densità maggiore, se li cieli sono, come sono realmente, sodi et duri, sì come si cava d’Aristotele nelle sue Metheore, il qual vuole che i cieli causino calore per l’attritione dell’aria, il che non potrebb’essere se i cieli non fossero sodi et densi, come benissimo nota Alessandro Afrodiseo in quel loco. Di più, non potrian le stelle fisse tra loro sempre conservar l’istesse distanze in un moto così rapido com’è il diurno, dovendosi massimamente mover per altri moti ancora. Ma che? non saria necessario che se per la generatione di questa nova luce il cielo in altra parte si fosse fatto più denso, che in altra parte poi fosse divenuto più raro? et così qualch’altra stella fusse smarrita, per esser divenuto più raro il cielo in quella parte? Di più, se per condensatione si fosse generata, seguirebbe pure che nel principio fusse apparsa manco lucida, et che a poco a poco havesse aquistato la sua maggior chiarezza, procedendo la condensatione per moto, che non si fa in instanti: ilche però non c’è occorso vedere.

Resta dunque concluder che non sia luce in un solo corpo celeste fundata; sì come nè anco in doi, che tutti elementari siano, se si hanno a memoria le ragioni mathematiche con le quali ho provato che non possi esser elementare. Hor mi bisogna mostrare che non sia parte celeste, parte elementare: il che non mi sarà dificile. Perchè, o che il corpo di questa luce sarebbe, efficiente il celeste, et il recipiente elementare, o il contrario: il che non può essere, perchè seguirebbe che se la luce è perfettione, li elementi potessero a i cieli dar perfettione, et così haver in loro attione, cosa molto assurda da dirsi; sì come nè anco può il contrario avenire, massime in questa luce, cioè che il corpo celeste sia l’efficiente, che nella elementare essalatione co i suoi raggi perquotendo, a quella comunichi la sua luce, cioè che il corpo celeste sia l’efficiente per refrattione di quelli. Imperochè l’istessi inconvenienti([236]) occorreriano, che ho mostrato occorrere se si dicesse questa esser luce in un solo corpo elementare fundata: poi che nè da noi si potrebbe vedere, nè così lucida apparirebbe, et gran diversità d’aspetto ci mostrarebbe, aggiungendovi anco che detta essalatione sarebbe o poca o assai: se poca, non sarebbe veduta da paesi non molto anco lontani; se assai, molte luci a questa simili ci farebbe apparire, et di più ci nasconderebbe quella stella che percotendo in detta essalatione sopra lei diretta ci causasse quest’altra nova luce; il che però non occorre, numerandosi oltre questa nel cielo tutte quelle stelle che per l’adietro sono state osservate.

Hora bisogna vedere se possi haver origine questa luce da dui corpi che ambidui celesti siano: nel che è necessario distinguere, perchè, o che saria luce per reflessione del sole o d’altre stelle; se per unione, o per unione de più corpi lucidi, o per unione di duoi corpi densi sì, ma non lucidi, o per unione di duo corpi, l’uno de’ quali sia lucido, l’altro no.

Il primo esser non può, cioè che questa sia luce di reflessione di corpo lucido, o non lucido. Imperochè, o che saria il corpo lucido qualche pianeta o stella fissa: et così ne seguirebbe che, essendo la luce di reflessione molto men([237]) chiara di quello che è la luce del corpo d’onde è causata, non potrebb’esser così chiara et risplendente che ogn’altra stella di splendore avanzi; tanto più che molto più frequentemente si sarebbe veduta questa luce, ritrovandosi li pianeti nell’istesso sito del cielo in non longo spatio di tempo. O che sarebbe causata dal sole: il che non si può dire, prima perchè il sole non può luminar co i suoi raggi parte densa del cielo che luce rotonda ci mostri, che sia tanto a lui vicina come è et è stata sempre questa luce; il che si può agevolmente comprendere nella luce della luna, la quale, per haver il suo lume dal sole, quanto più a quello s’accosta, tanto minor parte di lei riceve lume, et solo quando è lontanissima al sole, di luce rotonda a noi si mostra. Sì come nè anco il secondo: poi che le congiuntioni di pianeti non durano tanto quanto ha durato questa luce; et pur allora quando questa luce apparve, non v’era altra congiuntione che quella di Giove et Marte, dalla quale però questa distinta et alquanto lontana si scorgeva; oltre che il pianeta inferiore dal superiore si può facilmente, benchè congionto, apparere diverso. Sì che è impossibbile che questa luce possi esser causata per unione di più corpi celesti per sè stessi lucidi. Il terzo modo poi a doi oppositioni è soggetto: l’una delle quali è che la parte densa, ma non lucida, di sotto alla lucida posta, ci coprirebbe la stella et parte lucida, sì che una stella manco si osserverebbe nel cielo, il che non è; l’altra, che non così chiara ci potrebbe apparere, perchè la densità, se ben ci facesse parere più grande la stella sopraposta, la farebbe parer poi meno chiara.

Resta dunque che se questa è luce celeste, non possi esser prodotta in altra maniera che per unione di doi parti di doi diversi cieli, che per una certa mediocre densità non possino esser atte, mentre separate sono, a mandar luce, come sono quando siano([238]) insieme una sopra l’altra unite. Havendo io donque sin qui mostrato quid non sit, è ben ragione che hor mai, lasciando intendere il mio parere, se ben forse manco de gli altri conforme al vero, mostri quid sit: il che però protesto di voler fare non perchè creda io solo di toccar, come si suol dir, la brocca, ma per farle parer più vero quel proverbio Quot homines, tot sententiae.

Il mio parer donque è questo: che, essendo questa luce nel cielo (tralasciando hora il miracoloso oprar d’Iddio, et parlando co i mezi naturali), da altro esser cagionata non possi che da doi parti di cielo di tal densità, che, separate, non siano atte a produr luce, ma congionte insieme, et di doi densità fattane una sola molto densa, sia atta risplender et mandar da sè nuova luce, la quale, separandosi ancora queste due densità da sieme, per il diverso moto de’ cieli nelli quali sono, si corrompi (come forse si vedrà); et di tal natura direi che fosse ancora quella che nell’anno 1572 apparve nella costellatione di Cassiopea, nel circulo artico, dove vien intersecato dal coluro equinotiale: sì che non credo che l’oppinione del Valesio([239]) sia in tutto vera di quella stella, dicendo egli che fosse prodotta nel cielo di Saturno, riverberando in una parte di mediocre densità di quello qualche stella delle fisse, direttamente a quella parte sopraposta, la quale per quella sua densità facendola apparer più grande, la credessimo nuova stella; poi che, com’io nel terzo modo da me ributtato([240]) ho mostrato, seguirebbe che quella densità, se ben più grande, non però più lucida ce l’havrebbe mostrata, et pur lucidissima più di Giove et Venere ancora ci apparve; et di più quella stella da quella densità, o vogliam dire nuova luce, ci sarebbe stata celata, et così non sariano state osservate in cielo, come furono, tutte le prime et antique stelle. Hora, per tornar alla mia oppinione, et meglio dichiararmi, io dico che ciò può benissimo essere: cioè che nel ciel stellato et nell’orbe deferente dell’apogeo di Saturno siano densità della natura già descritta, le quali doppo longhissimo girar d’anni, per esser l’un e l’altro di questi cieli di moto tardissimo, si possino una sopra l’altra unire, et così produr una sola densità, la quale sia simile a quelle dove sono l’altre stelle che sono atte per sè stesse a mandar luce. Che tali densità ne’ cieli si ritrovino, lo manifesta il circulo latteo, il quale non è atto a mandar luce, ma solo a biancheggiare, per esser d’una mediocre densità, come attestano tutti li astrologhi et la maggior parte de’ Peripatetici ancora. Che la luce ne’ cieli habbia origgine dalla sola densità de’ loro orbi, manifestamente lo dice Aristotile et niuno il nega. Che doi densità mediocri et, separate, non atte a mandar luce, possino, insieme unite, acquistar luce et splendore, credo che sia chiarissimo a chi sa quell’assioma che virtus unita fortior est se ipsa dispersa. Che questi cieli siano di moto tardissimo, et che perciò rarissime volte, anzi, doppo la creation del mondo sin a questo tempo presente, rispetto l’istesse parti di loro non si siano mai congiunti, non occorre provare a chi ha qualche cognitione di moti celesti. Sì che io non credo, per queste ragioni, che questa mia oppinione possi parer del tutto fuori fuori di ragione, ma che sia assai vicina al vero; tanto più che non è contraria alla fondatissima filosofia d’Aristotile, perchè da questa si vede come, senza alterationi et corruttione ne’ cieli, si possi, col simplice moto locale, produrre in loro nuove luci.

Due sono le oppositioni che se li potrebbono fare: una, che la parte densa inferiore verso la superiore, se ben a quella unita, ci causarebbe qualche diversità d’aspetto; l’altra, che in instanti non sarebbe stata osservata così grande come è, ma che a poco a poco si sarebbe generata, nell’applicarsi insieme queste due densità. Alle quali però facilmente io posso rispondere, dicendo, alla seconda, che da chi bene è stata osservata, fu prima scorta più picciola, poi si è a poco a poco aggrandita, maggior lume di giorno in giorno acquistando. Potrei risponder ancora che li molti vapori, per le precedenti piogge, s’erano tra quella luce e la nostra vista nell’aria frapposti; nel principio del suo apparere la facessero parer tale et di tanta grandezza, con tutto che fosse d’assai minor mole. Si potrebbe anco dire che forse non fu osservata prima che havesse([241]) notabile quantità, perchè (da chi non l’havesse osservata a bella posta, il che non è da dirsi, non potendo saper alcuno che ci dovesse tal luce in quei tempi apparere) non sarebbe forsi fuori di ragione pensare che da niuno fosse avvertita nel suo primo principio visibile, sì come anco è da credere di quella stella che apparve del 1572, che sì come a poco a poco svanì, come nota il Clavio, così anco a poco a poco si generasse, se ben non fu prima osservata che fosse grandissima. Alla prima poi, dicendo che il cielo di Saturno rispetto il firmamento non può causare notabile diversità d’aspetto, tanto meno che io suppongo le due densità connesse et unite una sopra l’altra, sì che tra esse non vi si frapponga altro corpo; poi che ponendo la densità di sotto nell’orbe deferente l’apogeo di Saturno et quella di sopra nel ciel stellato, senza dubbio la densità di sotto rispetto quella di sopra non può causare paralasse alcuna, se ben fosse alquanto inferiore dell’altre stelle fisse.

Et tanto basti circa la mia oppinione: la quale se da lei sarà stimata vera o, per quanto di queste cose si può sapere, dal vero non molto lontana, ne sentirò consolatione grandissima di tal giuditio; se anco no, non mi si potrà attribuire ad ignoranza o a temerità, havendole protestato di volerla scrivere per non parer mancator di parola et poco desideroso di servirla. Al quale, per non esserle hormai più tedioso, facendo fine, faccio humilissima reverenza.

Da Verona, a 22 di Xbre 1604.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maAff.mo Ser.re Lonardo Todeschi.

Di fuori si legge, di mano di Galileo:

LeonardoTedeschi, della Stella nuova del 604.

111*.

ILARIO ALTOBELLI a GALILEO in Padova.

Verona, 30 dicembre 1604.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 66. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo

Per servir V. S. Ecc.ma, le significo della nuova stella che già doi giorni sono un mio amico qua intendente l’ha veduta; ma io, non havend’orizzonte commodo in questi tempi così rigidi, massime la matina, non ho animo di vederla per hora.

Ho aviso dal S.r Pirro Colutii, mio paesano et peritissimo nella professione, che scrive a lui l’Ill.mo S.r Bardi, haver veduto la sua prima apparitione li 27 Settembre et osservatala più sere, ch’è cosa alienissima dal vero; poi che io avanti li 9 Ottobre più giorni hebbi l’occhio in quella parte del cielo, intentissimo al moto di Marte, che andava a , con testimonio intendente, nè mai fu veduta, ma solo li 9 Ottobre, che ci fece grandemente maravegliare, et era quasi un narancio mezzo maturo. L’istesso scrive un medico da Cosenza, di Calabria, matematico, ciò è che non prima delli 9 Ottobre apparve, intento ancor lui in quei giorni pur là su. Io stupisco dunque di quella relatione delli 27.

Il P. Clavio scrive al S.r Magino([242]), il quale mi manda la copia della lettera, che l’ha osservata in Roma con i stromenti, e l’ha trovata sempre immota et equidistante da molte fisse, e la conclude nell’ottava sfera. Ch’è quanto mi occorre per hora, abbracciandola per fine, sperando un giorno, e presto, di farlo in persona.

Di Verona, li 30 Decembre 1604.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maDeditiss.o Ser.re F. Ilario Altobelli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matem.co di

Padova.

112*.

ONOFRIO CASTELLI a GALILEO [in Padova].

Roma, 1° gennaio 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 143([243]). – Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Sì come l’obligatione che tengo a V. S. è grande, così vengo ad esser in debito di augurarle, come faccio, il buon Capo d’Anno; ricordandoli appresso, che mi farà molta gratia mentre mi favorirà di qualche commandamento, et parimente a dirmi due parole del suo giuditio circa questa nuova stella. Et non essendo questa per altro, a V. S. bacio le mani.

Roma, primo Genn.o 1605.

Di V. S. molto Ill.re   S.r Galilei.Aff.mo Ser.e Onofrio Castelli.

113.

GALILEO GALILEI a [ONOFRIO CASTELLI in Roma?].

[Padova, gennaio 1605].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 63. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re et P. Col.mo

Mi è più di una volta stata fatta instanza dal nostro gentilissimo S. Orazio Cornacchini, che io dovessi mandare a V. S. Ecc.ma copia di tre letioni fatte da me in publico([244]) sopra il lume apparso circa([245]) li 9 di Ottobre in cielo, il quale sotto nome di stella nuova viene addimandato, affermandomi ciò esser da lei molto desiderato. Io mi sono sin qui scusato con detto Signore, sì perchè conosco la debolezza de i miei discorsi et quanto siano indegni di comparire nelle mani di V. S. Ecc.ma, sì ancora perchè, sendo quasi che stato messo in necessità di publicare le dette lezioni, potevo allora occupar V. S. E. per un’hora in leggerle, prorogando intanto il tempo di farla più certa, di quello che è, del mio poco avvedimento. Sono poi andato differendo tal publicazione, et sono anco per differirla per qualche giorno, perchè il fermarmi solamente nel dimostrare, il sito della nuova stella essere et esser sempre stato molto superiore all’orbe lunare, che fu il principale scopo delle mie letioni, è cosa per sè stessa così facile, manifesta et comune, che al parer mio non merita di slontanarsi dalla catedra; dove bisognò che io ne trattassi in grazia de i giovani scolari et della moltitudine bisognosa di intendere le demostrazioni geometriche, ben che apresso li esercitati nelli studii di astronomia trite et domestichissime. Ma perchè ho hauto pensiero di esporre ancora io, tra tanti altri, alla censura del mondo quel che io senta non solo circa il luogo et moto di questo lume, ma circa la sua sustanza et generatione ancora, et credendo di havere incontrato in opinione che non habbia evidenti contradizioni, et che per ciò possa esser vera, mi è bisognato per mia assicuratione andar a passo lento, et aspettare il ritorno di essa stella in oriente dopo la separatione del sole, et di nuovo osservare con gran diligenza quali mutationi habbia fatto sì nel sito come nella visibile grandezza et qualità di lume: et continuando la speculazione sopra questa meraviglia, sono finalmente venuto in credenza di poterne sapere qualche cosa di più di quello in che la semplice coniettura finisce. Et perchè questa mia fantasia si tira dietro, o più tosto si mette avanti, grandissime conseguenze et conclusioni, però ho risoluto di mutar le letioni in una parte di discorso, che intorno a questa materia vo distendendo: et in tanto che la publicatione si andrà differendo, per mostrare a V. S. E.a che non per indiligenza, o perchè io non preponga i suoi cenni ad ogn’altra cosa, sono stato ritirato dal mandarli le mie letioni, ma solo, come ho detto, da l’essere stata la mia prima intentione di publicarle in breve, hora che ho resoluto di mutarle in discorso et aggiugnervi circa la sustanza et generatione, et che per ciò ho bisogno di più tempo, ecco che io, con quella confidenza che so che posso prendere di lei, gli scoprirò succintamente tutta la machina che ho nella fantasia, fermandomi però nelle sole conclusioni et riserbando al trattato le confirmationi et dimostrationi di esse([246])….

114*.

ILARIO ALTOBELLI a GALILEO in Padova.

Verona, 10 gennaio 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 68. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Oss.mo

Non occorre usar quella forma di scrivere, toccando il sospetto dell’amor mio verso V. S. Ecc.ma, reputando io a mio favore di poterla sempre servire: del che e questa e le passate vaglino per tanti instrumenti, fatti in forma Camerae et omni meliori modo etc.

Ho veduto quella buffoneria o temerità del Discorso della Nuova Stella([247]), in disterminatione dell’autore, non de’ matematici; et perchè incidit in foveam quam fecit, non occorre risponder altro: vilesceret animus etc.

La stella poi, quando fu veduta da me e da quelli ch’eran con me, alli 9 Ottobre, e non prima, ancor che fussimo pur intenti a rimirar quella parte del cielo più giorni prima, et massime la sera delli 8, e c’intervennero, per maggior giustificatione, queste parole: Com’è possibile che non si vedano altre stelle che quelle tre?, vedendosi ,  et  soli: et la sera delli 9 alla prima vista apparve con le tre la nuova, e disse quell’istesso: O là, che stell’è quella? hier sera non v’era già? Et era grande, al mio parere, quanto , et di colore come un narancio mezzo giallo e mezzo verde, o pur misto di giallo et verde. Dopo non la potei vedere, per turbarsi il tempo, sino la sera delli 15 Ottobre, et appareva assai più grande di : anzi quella fu la maggior grandezza ch’io habbi osservato nella stella nuova, e credo che più tosto gli giorni seguenti sia decresciuta che altrimente; ma poco però in quei primi giorni potea andar mancando, havendo continuato d’osservarla per molti giorni seguenti sempre maggior di . Scrive l’istesso al P. Clavio un medico matematico di Calabria, ciò è che non è stata veduta prima delli 9 Ottobre, ancorachè egli havesse intentamente più giorni prima rimirato quella parte del cielo, et massime la sera delli 8, et che nella prima apparitione era come , e poi si fece presto assai maggior di : et io ho la copia della sua lettera, mandata dal P. Clavio al S.r Magino et dal S.r Magino a me etc.([248]). Et questo basti della grandezza, che hora deve esser di seconda in circa.

Del sito astronomico, per osservanza d’instrumenti io non le posso dir niente di certo, ciò è con ogni precisione, non havendo instrumenti idonei; nè ho hauto orizzonte commodo a formar triangoli sferici, onde havesse potuto limitarla essattissimamente; nè meno s’è fatta per ancora vedere nell’altezza somma, che basteria per haver il longo et il largo giustissimamente, come si vedrà bene nel principio di Marzo: però non le posso dir altro, se non che aspettiamo quel tempo. Ma parlando per aviso d’un Ticonico, fu trovata, come già le scrissi, alli gr. 17. 51′ , con un grado et 41′ m. di larghezza boreale: onde la declinatione era gr. 20. 16′. 51″ australe; l’ascensione retta, 257. 0′, 47″; l’altezza meridiana nel’elevatione del polo 45 doverà esser gr. 24. 43′.

Ma parlando dell’osservanza fatta già col quadrante, le dico che la trovai per molte settimane equidistante dall’altre fisse ad unguem: poiche alli 16 Ottobre, all’altezza dell’Aquila gr. 50, la nuova era alta gr. 9 1/2, dico sopra l’orizzonte; et alli 31 d’Ottobre trovai il medesimo, ciò è l’Aquila 50, e la nuova 9 1/2; et alli 17 d’Ottobre, all’altezza dell’Aquila gr. 51, la nuova era alta 10 1/2; et il medesimo trovai alli 2 Novembre, ciò è all’altezza dell’Aquila 51, la nuova era alta 10 1/2; et così altre volte. Sì che io non posso comprender ch’ella si sia mossa altrimente, et tanto più che osservando il passaggio di , che fece per quel grado delli 18 alli 20 et 21 di Gennaro, viddi che stava nell’istesso luogo, essendo distante dalla stella alli 20 quattro dita in antecedentia per lunghezza et per larghezza([249]), et alli 21 s’era fatta in consequentia distante dalla stella un palmo incirca. Ma con l’occhio non si può dar conto de’ minuti: il meglio sarà chiarirsi quando si farà vedere nel meridiano, per non far tanti imbrogli et passar per tanti dubi.

Et questo è quanto le posso dir per servirla pro nunc, alias, ubique et semper. Dio la conservi sana, et mi ami come ha cominciato.

Di Verona, li 10 Genn.o 1605.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maAff.mo Ser.re F. Ilario Altobelli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Mat.co di

Padova.

115*.

OTTAVIO BRENZONI [a GALILEO in Padova].

Verona, 15 gennaio 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 70-73. – Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Di raro sogetto, d’altissima impresa, da et ordinario ingegno et picciole forze, chiede V. S. Ill.re et Ecc.ma il parere. Sogetto degno di lei, impresa già sufficientemente da grand’huomini discussa, può malagevolmente far apparer i pensieri miei allevati d’industria, non che d’ingegno et forti raggioni ripieni. Io nondimeno devo haver solo riguardo a i commodi suoi, et forse, come che altre volte m’ha fatto degno de’ suoi famigliari([250]) et frequenti raggionamenti, nè anco a questa volta li rincrescerà legger un foglio scritto, che rappresenta l’affettione e ‘l desiderio mio di servirla. Nè in scriver di questo soggetto prendo maggior baldanza, perchè sin hora sii, hormai per il valor de’ grand’huomini, sufficientemente dicchiarito; poi che dal solo consiglio de’ suoi commandi, quanto più brevemente potrò, farò compendio di quanto altrevolte, per mio solo creder, ho raggionato et per lettere più difusamente scritto.

Circa li 15 d’Ottobre 1604, nell’occultarsi del sole, vidi improviso una nova luce, che rassembrava stella <…> a Giove, di equale a lui o di maggior grandezza, quasi con l’istesso colore, ma scintillante. Sarei stato all’hora (lo confesso), per la meraviglia, incredulo a me stesso, se ciò non havessi creduto esser fiamma altamente acesa, che comunemente si dice cometa; et forse <…> maggiormente la meraviglia, quando anco così fatto splendore potevo dubbitare che fosse novamente apparso in cielo, poi che ramentomi d’haver letto che ne l’anno 1572 un simile n’apparve in Cassiopeia. All’hora, per trovar argomento di levarmi di dubio et farmi, se non chiaro, almeno men confuso, osservai con un instromento, in ciò mediocremente opportuno, una distanza tra Marte et questa nova luce, et la vidi se non maggiore, almeno equale, quando era alta da terra, a quella distanza che presi per due hore doppo, ciò è nel tramontar di quella: assai chiaro argomento, per il creder mio (s’altra condittion materiale non s’interpose), ch’ella non fosse sotto il cerchio della luna, perchè in questo caso sarebbe stata maggiore la distanza ultimamente presa della prima, come dalla occlusa figura potrà osservare([251]). Nella quale io suppongo, come è in vero, che Marte non habbi alcuna diversità d’aspetto, ciò è che nell’istesso loco si vegga stando nella superficie della terra come nel centro: ma qual si voglia reggion dell’aria o del foco non può haver questo, per la vicinanza sua: sì che se fosse stata nell’aria, si sarebbe veduta maggiore la distanza, et tramontar più tosto del dovere, per mio creder, per lo spacio quasi di doi gradi, ancorchè fosse stata quasi immediatamente sotto la luna, come dalle linee secanti et tangenti penso che si possi sottrare. Dovendo donque essere, per la detta raggione, sopra della luna, mi fu forza di creder ch’ella fosse nell’8° cielo; poi che se fosse stata in un cielo de’ pianeti, havrebbe forse havuto uno de’ moti loro, il che però non vidi mai per più giorni che l’hebbi osservata. Ma se piacesse di dire che potrebbe anco esser in un deferente degli apogei de’ tre superiori, di ciò non contendo, perchè in ogni modo il fatto sta a persuadere come la materia celeste possi mostrare di queste nove apparenze.

Ma se il Peripatetico mi rimproverasse troppa fede nell’apparenza et poca solertia nel contemplare, li rispondo che non fui lento sempre a rispondere ch’era un vapor lento e tenace aceso nell’altissima sede degli elementi, ove nondimeno più rade volte sogliono ascender così fatti vapori; et che s’a l’Italia come all’Alemagna mostrava l’istessa distanza da un’altra stella a proporzionata altezza dall’orizonte come l’altre stelle fisse, io li dissi che come quell’humore sol far apparer quel denaro, posto in fondo del vaso, più alto del suo sito reale, così questa, quanto più s’avicina all’orizonte, o per il moto del cielo o per il diverso sito degli habitanti, tanto più s’erge et s’inalza da quello per caggione de’ vapori fraposti: nè bisogna dire che ci vogli grand’elevatione per beneficio de’ vapori, perchè pochissima basta, come ho detto di sopra, sendo così lontana dalla terra, ciò è per 30 volte in circa come è il semidiametro della terra. Questa elevatione si può veder anco nel sole vicino all’orizonte, ma non però tale nè tanta, perchè molto più lontano, anzi lontanissimo, si ritrova; il che è caggione che se non pochissimo più dell’esser suo si mostri elevato, come esperimentando si può investigare. Non mi affaticcarò a dissolver varie apparenti raggioni in contrario, perchè so che a lei sarebbe superfluo, et considerarà la grandissima distanza che non li lascia mostrar tutti gli effetti di cometa; et può anco apparer visibile et grande, perchè l’aggrandiscono i vapori.

Con tutto ciò che questo habbi potuto sostenere, nondimeno quel stimolo della verità mi ha fatto prender il primo partito, et conchiuder che assolutamente stii nel cielo: et a questo tanto maggiormente mi son apigliato, sentendo che da molti luoghi lontani et per latitudine et per longitudine vien osservata in un luogo istesso. Et di questo parere sendo ogni diligente osservatore, resta solo il provare come ella sii prodotta nell’8° cielo.

Fu eccellentissimo et elevatissimo spirito, gentil’huomo di questa citta([252]), che asseriva che ad una parte densa dell’8° cielo vi s’è congionta un’altra parte densa d’inferior cielo, et quella luce che per sè niuna poteva render, adesso ambi unite la dimostrano, opinione veramente sotile, ma, per mio gusto, poco dimostrativa. Poi che (lasciando da parte molti altri argomenti) questo cielo inferiore non può esser di , nè meno d’altro pianeta, perchè nello spacio di mill’anni sarebbe passato più di trenta volte a far apparer questa nova luce, et nondimeno non s’è più veduta; et se è d’un altro cielo, per questo effetto novamente dal nostro volere posto in cielo, che in mill’anni non habbi fatto una revolutione, sarebbe stato necessario, movendosi così lentamente, che a poco a poco fosse cresciuta la nominata stella, come veggiamo farsi dell’ecclissi, et così lentamente, che a gionger a tal grandezza dovrebbe esser stata gli anni interi, massime se vogliono admetter che quel cielo inferiore sii uno degli apogei di . Sì che per sodisfarci meglio, altrimenti bisogna dire; et perciò se diremo che sii prodotta nell’8° cielo, si dee anco avertire che non paia cosa strana nella scola dei Peripatetici. Onde io dico prima, che sebene Aristotile disse ch ‘l cielo è ingenerabile e incorottibile, nondimeno non dice, nè da lui si cava, che non si possi produrre nova stella; anzi che delle sue conchiusioni si deve dire, che sendo le stelle più dense parti degli orbi suoi, questa altro non sii che una densata parte dell’orbe suo. Ma s’alcuno mi ricchiamasse, con dire: La materia del cielo è soda, e non flussile, nè da agente alcuno possi condensarsi, io son tenuto, per il mio potere, di ritrovar il vero.

Dunque, primieramente, a chi considera l’opere di natura è manifesto che il corpo denso più s’avicina all’opaco che non fa il flussile e liquido, come si può vedere dalla natura terrestre, la quale, come densissima, è anco di tutti gl’elementi et elementali corpi opacissima, dalla quale quanto più si scostiamo, trovamo elementi et meno densi et in tutto flussili. Dunque, sendo il cielo lontanissimo dalla terra, deve essere non opaco come quella, nè meno denso, come che non habbi per niente dell’opaco; anzi che, sendo sopra il foco, deve tanto più superarlo con la rarità sua, A questa aggiongo la seconda raggione. Il cielo della luna ha questa natura (secondo la premessa d’Aristotile), che densandosi produce corpo opaco, come si vede nella luna istessa: se donque fosse di materia soda, inclinarebbe alla densità, et così a poco a poco s’avicinarebbe alla natura dell’opaco; il che sendo gravemente fuggito da natura, qual intende illuminar le cose sublunari, non oscurarle, si deve per consequenza dire che non è quel cielo materia soda, ma flussile et propriamente eterea, ma senza comparatione molto più degna del foco elementare: da questo caverano i Peripatetici una consimil natura degli altri cieli. Al terzo loco pongo altresì chiara et, per mio creder, efficace raggione. Se la materia degli orbi celesti fosse soda, come non veggiamo noi che evidentemente sarebbero impediti i raggi de’ pianeti et dell’inerranti stelle? sì che non si potrebbero liberamente trasmetter in questi elementi inferiori? Questo si può sufficientemente osservare in lucidissimi cristalli o altra materia più trasparente, ma soda in sè stessa.

Da queste raggioni si può facilmente credere che la materia del cielo sii atta per condensarsi: et se si può condensare, di gracia non dubbiti alcuno ch’ella sii alterabile et corrottibile, perchè questa, se la vogliamo dire alteratione, non è destruttiva, ma perfettiva. Et per darli compita sodisfattione, io dico: O vero quella varietà tra le stelle et l’altre parti del cielo importa propria alteratione e contrarietà; o non. Si deve dire che no, perchè è varietà perfettiva. Così donque, che si formi nova stella per condensatione delle parti del cielo, non importa contrarietà o varietà destruttiva, ma perfettiva. Se donque non repugna alla materia celeste condensarsi et far apparere nova stella, non è da creder che non vi si trovi agente proportionato per effettuar questo, per non haver questa potenza in vano. Questo naturale agente potrà facilmente esser creduto il lume de’ pianeti, et a gran raggione; poi che operando questo istesso nelle cose inferiori, mediante però il calore prodotto dalla reflessione de’ raggi loro, si deve inferire che il lume istesso servi natura di operare; et sì come deriva da materia celeste, così quella a punto può esser disposta materia all’immediata operatione sua; et sì come qui a basso con il calore congrega et adduna le cose consimili et separa le dissimili, così nell’8° cielo deve congregare et condensare quella materia in sè stessa consimilissima, et deve congregare come si è detto, perchè opera secondo il suo principio, che è corpo delle stelle et luminari denso et congregato. Ma se non operasse quel lume de’ pianeti nell’8° cielo, in vano la natura gl’havrebbe fatti corpi rottondi, et dalla parte superiore parimente luminosi. Aggiongo che se non occoressero alle volte di queste apparenze et nove stelle, potressimo facilmente negare che nel cielo vi fosse altra materia fuor che i soli corpi de’ pianeti et stelle. Ingratitudine sarà donque il rifiutar queste apparenze che ci vogliono insegnare et farne certi di cose tanto sublimi.

Restarà forse un poco di meraviglia, perchè così rade volte si veggano tal’apparenze. Si deve dire che rare volte ancora occorrono di così fatti concorsi et unioni de pianeti come questa fatta nel segno di Sagittario, nel cui trigono si può calcolare che per lo spatio di 900 anni non sii fatta un’altra congiontione di Giove et di Saturno, alla quale vi s’è aggionto Marte, pur grave et pianeta superiore. Ma perchè occorrono constitutioni più frequentemente, ma di minor valore, perciò se ne producono ancora de così fatte stelle, ma molto minori di grandezza, sì come tre anni sono una, ma picola, apparve nel Cigno, et il Sig.r Tycone, solertissimo osservatore, ne trovò tal volta più di dieci o dodeci oltre al numero prefinito di Tolomeo; ma non sono di tal meraviglia, perchè così da ogn’uno non si pono osservare, per la picola quantità loro.

Hora per le cose dette non credo ch’a V. S. Ill.re et Ecc.ma debbi restar scropolo di sorte alcuna: et se volessimo anco congietturare se può esser durabile questa stella, potremo saperlo in questa maniera. Ella ha havuto l’esser da caggione non permanente, come è il concorso de pianeti; adonque non può ella esser senza fine, poichè l’effetto partecipa solo la natura della causa, non più oltre. Così l’ho vedut’io nei giorni passati, poi che è fatta orientale, sminuita in gran parte.

Non ho potuto esser più breve, in materia non così chiara: però lei mi perdoni s’ho trapassato il foglio. Che per fine li baccio le mani.

Di Verona, a 15 di Gen.o 1605.

Di V. S. Ill.re et Ecc.maAffett.mo Servitor Ottavio Brenzoni.

116.

BALDASSARE CAPRA a GIO. ANTONIO DELLA CROCE.

Padova, 16 febbraio 1605.

Cfr. Vol. II, pag. 289 [Edizione Nazionale].

117*.

[GIROLAMO SPINELLI] ad ANTONIO QUERENGO [in Padova].

Padova, 28 febbraio 1605.

Cfr. Vol. II, pag. 311 [Edizione Nazionale].

118*.

GIOVAN FRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Venezia, 12 marzo 1605

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 36. – Autografa.

Ecc.mo S.r Hon.mo

Ho havuto tanto tardi la lettera di V. S. Ecc.ma, che non si è potuto preparar alcuna cosa per sollevarla dal travaglio che ella mi scrive([253]); ma dimattina si farà([254]) ogni possibile, e se le manderanno anco lettere di favor per l’Ill.mo S.r Podestà.

Hebbi le sue scritte dal P. M.ro Paolo, insieme con li cecchini quattro; il che credo che ella habbia fatto per darmi essempio di quello che io ho a fare quanto le scrivo per baretti o altro. Mi spiace della sua infirmità, e prego N. S.re che al gionger di questa ella habbia recuperata la sua sanità. E me le raccomando.

In V.a, a 12 Marzo 1605.

Di V. S. Ecc.maAff.mo per serv.la Gio. Fran. Sag. in fretta.

Fuori: All’Ecc.mo S.r Hon.mo

Il S.r Galileo Galilei, Mathem. di

Padova.

119*.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Padova.

Firenze, 16 aprile 1605.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIX, n.° 110. – Autografa.

Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio,

Io ho havuto carissimo d’intender da V. S. che la mia lettera non ha trovato luogo o possibilità di operare effetto alcuno appresso di lei in raccomandazione del Sig. abate Giugni([255]), già che V. S. dice che la gentilezza e i meriti di lui havevano di maniera occupata la grazia e l’animo di V. S. per prima, che ogni augumento rimaneva impossibile. Nè meno caro lo ha havuto il Sig. Cav.re, padre([256]) del Sig. abate, il quale con grandissimo gusto ha veduto la lettera che V. S. mi scrive. E benchè da quello che ella mi dice io vegga che Firenze non può sperare di haverla a rihavere, tutta volta non voglio già perder la speranza che noi ci habbiamo a riveder quando che sia, o per la venuta sua qua, o per la mia in codesti paesi.

Il mio fratello bacia le mani a V. S. infinitamente, e desidera ch’ella lo consigli a che parte delle mathematiche si debbe appigliare, presuposto, come io le scrissi già, ch’egli abbia veduto Euclide. Dico questo, massimamente perchè V. S. scrive che, havendo questa scienza molte parti, vorrebbe sapere che qualità di libri il mio fratello desidera, per poterli provvedere. Le dico per tanto ch’e’ si rimette a lei, la quale sa benissimo quali sia meglio ch’e’ pigli a vedere prima, e quali poi.

Saprà V. S. di più, ch’io sono stato pregato, da tali amici miei che io non ho potuto per alcun modo disdir loro, di chiederle un favore: e questo è, che qua sono stati veduti alcuni strumenti geometrici inventati da V. S., uno in mano al Sig. Orazio dal Monte, un altro in mano ad altri, il nome del quale non ho in memoria. Ora io sono stato pregato strettamente di voler pregar lei che voglia mandarne due, inviandoli a me, e mandare insieme la regola e il modo di usarli; per la qual cosa io chieggo grazia a V. S., poichè questi amici miei mi honorano credendo che io possa qualcosa appresso la cortesia sua, ch’ella non voglia render vana questa loro credenza, ma favorir me e loro. Bene è vero che, non sapendo io quanto questa richiesta importi e vaglia appresso di lei, io non vorrei parerle nè indiscreto nè prosontuoso: però voglio che il tutto si intenda, se quello che io le chieggo è cosa ch’ella possa fare senza suo disgusto e pregiudizio. Se mi potrà favorire, io stimerò il favore infinitamente; potrà insieme avvisare che spesa ci sia stata di manifattura, e dove voglia che sieno rifatti i danari, o qui o in Venezia: e ‘l medesimo le dico de’ libri che desidera il mio fratello. L’instrumento mi dicono che si chiami instrumento geometrico: questo è quanto io ne so. Presupongo che V. S. abbia inteso che cosa sia: e perchè io l’ho abbastanza tediata, farò fine, baciandole le mani e pregandole ogni contentezza.

Di Firenze, addì 16 di Aprile 1605.

Di V. S. Illustre et Ecc.aSer. Aff.mo Alessandro Sertini.

Se quello ch’ella ha scritto intorno alla stella([257]) si è stampato, come mi scrisse che seguirebbe, favoriscaci di mandarcelo; perchè di qua non si è visto, e mi immagino che non sia gran volume.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig. mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Padova.

120.

VINCENZO GIUGNI a GALILEO in Padova.

Firenze, 4 giugno 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 144. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te S.r mio,

In risposta della vostra, se ben lunga, breve sarò io di risposta: et non li risposi la settimana passata per non essere comparso l’abate, mio figliuolo; di poi, sendo venuto, et sentito in voce da lui le carezze et gl’onori che gl’havete fatto in accarezzarlo et insegnarli, mi è parso significandogliene ringratiarla. Et havendo inteso da lui di vostri disagi et travagli, et sentendoli lodare il vostro instrumento, et con quanta prestezza e’ si può rendere utile a’ principi et a’ particolari, mi è parso farne passata con Madama Ser.ma nostra Padrona, dicendoli, nel meglio modo che ho saputo, la volontà di V. S. essere d’indirizzare detto instrumento et ragion d’esso all’Altezza del Principe nostro; et ho ancora detto di più, che potrebbe fare risolutione di passare qua per questa state, per passare le vacanze et fuggire i caldi et rendersi pronto a mostrare al Gran Principe di quant’utilità sia il suo instrumento: la qual Madama m’ha risposto che sia indiritto al Gran Principe, et che passando qua sarà visto come meritano le sue virtù. Però venga allegramente, chè sarà ben vista.

Quanto alla causa sua che verte a’ Consiglieri([258]), sentirete il successo dal vostro procuratore, che altro sopra ciò non dirò, restando al vostro servitio, me li raccomando.

Di Fiorenza, li 4 di Giugno 1605.

Di V. S. Ill.re et Ecc.te S.r Galilei.Aff.mo per servilla Vinc.o Giugni.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il S.re Galileo Galilei, leggente in

Padova.

121.

GALILEO a NICCOLÒ GIUGNI in Firenze.

Venezia, 11 giuguo 1605.

Autografoteca Azzolini in Roma.–A LUIGI AZZOLINI la presente lettera fu ceduta da EMILIO SANTARELLI, che l’aveva avuta da FRANCESCO TASSI, il quale l’aveva tratta dall’Archivio GIUGNI.

Molto Ill.re et Rev.mo Sig.re Cole.mo

Per una affettuosissima lettera dell’Ill.mo Signor padre di V. S. Rev.ma ho compresa la relazione fatta da V. S., proporzionata più alla bontà et nobiltà dell’animo di V. S. che al mio merito: ma non si comprenderia l’eccesso della sua bontà, se i suoi offizii pareggiassino solamente, e non sopravanzassino, gl’altrui meriti. Ho anco inteso quanto è stato trattato con coteste A. S.me, che sarà causa di farmi rivedere in breve V. S. R.ma e ricompensare in parte i miei mancamenti, tuttavolta che avanzi a V. S. tempo di prevalersi della mia servitù.

Io sono ancora in Venezia; ma spero domani tornarmene a Padova, essendosi terminata la mia lite([259]) nel modo che più diffusamente scrivo all’Ill.mo Signor suo padre. Di Padova mi partirò quanto prima habbia regolate le cose mie, e sarò a riveder V. S. R.: alla quale in tanto mi ricordo servitore devotissimo, e con ogni reverenza bacio le mani. Il Signore la colmi di felicità.

Di Ve.a, li 11 di Giugno 1605.

Di V. S. molto Ill.re et Rev.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Ill.re et R.mo Sig.re et Pad.ne Cole.mo

Il S. Abate Giugni.

Firenze,

San Salvi.

122.

GIOVANNI DEL MAESTRO a GALILEO in Firenze.

Pratolino, 15 agosto 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 146. – Autografi la sottoscrizione e l’indirizzo.

Molto Ill.re Sig.r mio,

Desidera Madama Ser.ma la venuta di V. S. qua, sì per il virtuoso trattenimento del Ser.mo Principe, come anco per l’acquisto della sanità di lei in questa felicissima aria di Pratolino, che gliela spera molto giovevole, trasportandosi da cotesto catino a questa eminenza, dove se li conserva buona camera, modesta tavola, buon letto e grata cera. Se verrà stasera, o vorrà indugiare a domattina, in ogni tempo Mess. Leonido aportatore li farà dare una buona lettiga. Et io senza più me li offero servitore, e li prego da Dio contento.

Di Pratolino, li 15 d’Agosto 1605.

Di V. S. molto Ill.reSer.re Aff.mo. Gio. Del Maestro

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re

Il Sig.e Dottore Ghalilei, mio Sig.re Oss.mo

Firenze,

dal Carmine, subito.

123*.

CRISTINA DI LORENA a GALILEO in Padova.

Firenze, 25 ottobre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 9. – Autografa lafirma.

Mag.co nostro Dilettiss.mo

Si trova, come sapete, in Padova Matteo Giusti, che attende allo studio delle leggi: et intendendo Noi che egli si diletta anche delle matematiche et che ne ha buonissimi principii, desideriamo che l’habbiate per raccomandato et che siate contento d’insegnarli con la vostra solita diligenza et amorevolezza; perchè, essendo egli nipote d’un nostro accettissimo servitore, ne farete particolar piacere a Noi ancora. Et Nostro Sig.r Dio vi conservi et contenti.

Di Fiorenza, li 25 di Ottobre 1605.

il Galilei.Chrest.na G. D.sa

Fuori: Al Mag.co Mess. Galileo Galilei,

Nostro Dilett.mo

Padova.

124**.

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.

Venezia, 29 ottobre 1605.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 2999, n.° 118. – La lettera è per circa la prima metà di mano d’un segretario, e poi autografa, e autografa è pure la sottoscrizione. Il capitolo che riproduciamo è nella parte di mano del segretario.

Molto Ill.re S.re P.ron mio Oss.mo

È stato da me il S.re Matematico Galilei, et rimasto interamente sodisfatto per i commandamenti venutimi di costì et per quel che gli ho promesso et posso fare a suo servitio, come vedrà V. S. nella Publica([260]), nella quale ella mi ordina ch’io ne dia conto….

125**.

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO

a FERDINANDO I, Granduca di Toscana, in Firenze.

Venezia, 29 ottobre 1605.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 2999, n.° 117. – Originale con sottoscrizione autografa.

Ser.mo S.re

Di commandamento di V. A. m’ordina, il Cav.r Vinta ch’io raccomandi il S.re Galileo, Matematico di Padova, et gli interessi suoi con occasione et vivezza al Proc.re Donato; et per tale effetto è stato da me il medesimo Galileo, il quale è restato pienamente sodisfatto, quando m’ha ritrovato prontissimo essecutor del commandamento, et che insieme gli ho accennato che una parola di V. A., o di suo ordine, detta al Lio([261]), che viene hora a risiedere appresso di quella, come a huomo intrinsechissimo del S.r Donato et che l’ha servito di secretario nelle sue cariche, farà grandissimo effetto, et che io lo servirò in oltre, con ogni vivezza et con maggior certezza di vero effetto, con il S.re Girolamo Capello, tanto devoto et affettionato all’A. V., che è compagno et nella medesima carica del Proc.re Donato. E non posso restare di dire, che, per molto ben disposto et affetto che sia il Proc.re Donato, egli ha sempre nome d’esser parchissimo et strettissimo nel dar provisioni et accrescimenti, che è quel che desidera il Galilei. Di presente non sono questi SS.ri in Venetia, nè si deve trattare. A suo tempo saran ritornati loro, verrà il Galilei qui, et io lo servirò vivamente….

126.

VINCENZO GIUGNI a GALILEO in Padova.

Firenze, 5 novembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 148. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio,

Di poi la sua partita non li ho scritto per carestia di tempo: tengo ben nuova dal S.re Residente di costà per S. A., che era arrivata con buona salute, et da esso gl’era stato detto quanto S. A. haveva fatto ordinare che a favor di V. S. parlassi al Clar.mo Procuratore Donato; et quando io lo dissi a S. A., mi disse: Molto volentieri vogliamo aiutare il Galileo, perchè è virtuoso; però di’ al Vinta, che in su la lettera che noi scriviamo al Residente, dica che lo raccomandi efficacissimamente. Mi è parso dargliene avviso, et in tanto ricordarmegli per qualche suo servitio, et ricordarmegli nella memoria che la mi dette una lettione e mezzo sopra il regolo, che per la mia poca capacità([262]) non ritenni troppo; se gli paressi ch’io meritassi ricevere la sua grazia di qualche suo scritto, acciò io potessi diventar capace di quelli conti, che, con brevità ben distillati da lei, rendono agevolezza a qual si voglia rozzo intelletto. La supplico in ciò, et me li rendo affezionatissimo: et li bacio la mano, pregando il Signore Iddio che li dia il colmo di ogni suo desiderio.

Di Fiorenza, li 5 di Novembre 1605.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

Le parole di S. A. funno queste: Vinc.o, questi Clar.mi ([263]) ànno per male le lettere de’ Principi; però io voglio che lo faccia il mio Residente: serva per suo aviso, quanto basta, et non altro; et al suo tempo soleciti il Residente, chè farà più che la lettera, dicendo da parte di S. A.

Aff.mo et per s.lla

Vinc.o Giugni.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il S. Galileo Galilei, in

Padova.

127.

GALILEO a [CRISTINA DI LORENA in Firenze].

Padova, 11 novembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I., T. IV, car. 18. – Autografa.

Ser.ma Mad.ma et mia Sig.ra Col.ma

Haverei, per mia naturale disposizione et per l’amicizia che ho antiquata col S. Camillo Giusti, procurato sempre che l’opera mia dovesse esser al S. Matteo Giusti di aiuto nelli studii delle matematiche. Hora che ci si aggiugne il comandamento di V. A. S.ma ([264]) l’haverò per mia impresa principale, sì come sono per antepor sempre i suoi cenni ad ogn’altro mio affare, reputandomi allora haver segno di participare della grazia di V. A. S., della quale vivo sommamente avido, quando mi darà occasione di ubidire a i sui comandi.

Io sto aspettando che mi siano mandati li due strumenti d’argento, per poterli segnare et rimandare perfetti. In Venezia ho fatto dar principio ad intagliare le figure che vanno nel discorso circa l’uso di esso mio strumento; et intagliate che siano, farò subito stampar l’opera([265]), consecrandola al nome immortale del mio Ser.mo et Humaniss.o Principe. Al quale intanto con ogni maggiore humiltà m’inchino, dopo l’havere al Ser.mo G. D. et a l’Altezza Vostra con infinita reverenza baciata la vesta, con pregargli da S. Divina Maestà il colmo di felicità.

Di Padova, li 11 di Novembre 1605.

Di V. A. S.Humil.o et Oblig.mo Servo Galileo Galilei.

128.

GALILEO a [COSIMO DE’ MEDICI in Firenze].

Padova, 18 novembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 14. – Autografa.

Ser.mo Sig.re mio Pad.ne Col.mo

Havevo speranza di potere a quest’hora rendere a V. A. S. quelle grazie che devo, per havere ella fatto con tanta efficacia raccomandare il mio negozio all’Ill.mo S. Proc.or Donato, et insieme darli conto del successo di esso; ma già che per la lunga assenzia da Venezia dell’Ill.mo S. Girolamo Cappello, che è uno de i Riformatori, non si è per ancora spedita cosa alcuna, et forse non si spedirà così presto, non mi è parso di dover differir più questo mio debito, e tanto più quanto dal Sig.or Residente di V. A. S. ho hauto avviso come ha già trattato col S. Donato et hauto bonissime promesse. Io dunque, con quella infinita humiltà che devo, rendo grazie all’ A. V. di essersi compiaciuta di favorire et honorar tanto un suo minimo servo, il quale, altro non potendo, terrà in perpetuo scolpito nell’anima un tanto debito, et in compensa gliene pregherà da S. D. M. il colmo di felicità. Et qui con ogni humiltà la inchino.

Di Padova, li 18 di 9mbre 1605.

Di V.A.S.Hum.mo et Obed.mo Servo Galileo Galilei.

129.

CIPRIANO SARACINELLI a GALILEO in Padova.

Villa dell’Ambrogiana, 5 dicembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 150. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Mag.co et molto Ecc.te S.r mio,

Hebhi a’ dì passati nella Villa del Poggio una lettera del cognato di V. S.([266]), con la quale mi dava nuova dell’arrivo di lei a Padova, che mi sarebbe piaciuto assai senza l’agiunta della sua indispositione; et perchè eravamo sul ritornare a Fiorenza, non gli risposi subito, sperando quivi di vederlo et parlargli; il che però non mi venne mai fatto, onde la lettera di V. S. de’ 25 del passato è giunta aspettatissima et gratissima, havendo inteso, oltra il resto et che importava il tutto, ch’ella si trovasse di già con buona salute. Quanto alla dispositione et affezzion mia verso la persona di V. S., deve credere che sia ferma et costante, perchè io non cominciai ad amarla et honorarla subito che la viddi et ragionai seco una volta, ma doppo haver conversato seco intrinsecamente qualche tempo; onde quella benevolenza alla quale è preceduta la cognizione, non si può pensar che sia si non salda et immutabile. Ma senza tanta pratica haverei anche fatto il medesimo, poi che il bello et il buono, cioè la virtù, ha forza di tirare a sè l’ animo et la volontà di chi la può, anche mediocremente et quasi da lontano, conoscere et considerare; nel qual caso appena ardisco io di collocarmi non havendo notitia alcuna della nobile et principal professione di V. S. Ma ella è accompagnata da tante altre virtù, che garreggiano tra loro del primo luogo, che sarei bene in tutto rozo et ingnorante, se non sapessi fare una induzzione, permezzo della quale possa arrivare a sapere et intendere che io amo et osservo V. S. con molta ragione. Et di questo fin qui.

Circa i studii del Ser.mo Principe nostro, de’ quali desidera([267]) che io le dia conto, se ella intende delle mattematiche, posso dirle assulutamente che dalla partita di V. S. di Fiorenza in qua, non ha pur visto, non che operato, mai l’Istrumento([268]), non perchè la scienza non piaccia molto a S. Altezza, ma parte perchè non vi è chi si ricordi così bene le operationi, et parte perchè la Corte è andata continuvamente innanzi et indietro, senza altri diversi impedimenti che vi sono stati; ma come saremo in Pisa, si farà intorno a ciò, al sicuro, qualche cosa. Intanto ella mettarà mano, et forse finirà di stampare il libro, che servirà al Sig.r Principe per un gran stimolo, non che per memoriale.

Sono appunto dua giorni che qui fu detto che quel giovine del S.r Don Antonio([269]) haveva una volta finiti quegli istrumenti d’argento; che quando sia vero, V. S. li potrebbe havere con il prossimo ordinario, perchè Madama Ser.ma ha ordinato([270]) al guardarobba che se gli faccia dare et glie ne mandi. Ho quasi voglia di aggiugner V. S. per un essempio in quel’opuscolo che fa Plutarco De vitiosa verecundia, poi che la dice di non haver havuto ardire di scrivere al Ser.mo Sig.r Principe; poi che ella si può ricordare che l’ha vista sempre volentieri, et io le fo fede che l’ama et la stima assai, et la saluta ancora molto affezzionatamente.

Il Caval.r Ferdinando([271]), mio nipote, li è altrettanto servitore quanto le son io, et se potessi dir più, lo direi, perchè esso spera d’imparar da V. S. qualche cosa, dove io non son più a tempo, nè buono ad alcun mestiero. Il S.r Coloreto([272]) si trova a Livorno con il Granduca. dove S. Altezza è andata per stare otto o dieci giorni; ma subito che torna, farò l’offitio, et so certo che le sarà molto grato. Al S.r Silvio([273]), che è restato qui con il Sig.r Principe, ho detto quanto V. S. mi scrive di quel libro che gli vuol mandare([274]); di che è restato sodisfattissimo, et si raccomanda a V. S. con molto affetto. Et io insieme con il Caval.r Ferdinando le bacio le mani, et prego il Signore Dio che le doni, con la sanità, tutte le cose che lei desidera.

Dalla Villa dell’Ambrogiana([275]), il dì 5 di Decembre 1605.

Di V. S. molto Mag.caAff.mo et Certiss.o Ser.re Cipriano Saracinello.

Fuori : Al molto Mag.co et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, professore di Mathemmatica in

Padova.

130*.

OTTAVIO BRENZONI a GALILEO in Padova.

Verona, 19 dicembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 76. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il contento ch’ho havuto nel sentir nova di V. S.a Ecc.ma, il desiderio ch’ho di servirli, la pressa, una sol hora di tempo o poco più datami dal Sig.r Bastiano per la risposta ch’attende, finalmente lo smassellarmi quasi dalle risa per la nova logica dal mio carattere messa in campo, mi ha posto tal confusione nel capo, che non so se il prognostico potrà riuscire per tacuino ordinario. Così mi ha detto di voler partir hoggi il Sig.r Bastiano; il che se non fosse, come dalla sua mi par di scorgere, mi farebbe torto, come gli ho detto, a non servirsi della casa nostra, che è obligata a V. S. Ecc.ma In questo mentre, per non mi sfredir la mano et pria che mi si spunti la pena, cominciarò a stender dieci parole circa la formata figura: nella quale avertirò prima, che sendo secondo l’Efemeridi del Carelli([276]), può esser facilmente piena d’errori, come sarebbe tal volta di dieci gradi in ; ma se però svariasse poco dallo Stadio([277]) (il che non ho potuto vedere, per haverlo fuori di casa, nè meno dalli secondi mobili, per l’angustia del tempo), potressimo andar congietturando, come dirò per piacere a V. S. Ecc.ma Il qual raggionamento sendo come di cose vane, pregaròla farsene, et di tutta la lettera insieme, un paio di stecchi per adoprar nei necessarii bisogni: havrò anco a favore se tacerà il mio nome et quelle cose che li parerano di silentio degne, poichè potrei scriverli più liberamente di quello forse ch’è espediente.

Il temperamento donque di questo Signore li dà che sii sottoposto ad un poco di catarro dalla testa, caggionato prima da indispositione di stomaco: questo è poi caggione di qualche ombra di vertigine, poi che non sono molto ben disposti gli occhi, così per certe offuscationi come per altro, come son per dire. Può ancora patire alcun flusso di sangue dal naso, forse dalla parte sinistra, per il consenso della milza, dalla quale può sentir alle volte alcun travaglio: è anco atto a ricevere qualche ulcereta di mal francese, così nelle parti obscene come che scaturischi circa il colo et le gambe (facio assai se la pena mi serve sino in fine). Questa costitutione non è molto lontana dal significato di un poco di sciatica: finalmente non è senza raggione se provasse alcun flusso di corpo, come diarea et disenteria. Il fine dello stame non è violento, ma naturale: èvi però di violento alcuna calciata di quadrupede, caduta da cavallo con pericolo di rompersi una gamba et ricever percossa nella testa. In un occhio ancora può patir qualche sinistro, ma, come spero, senza pericolo di perderlo. La  è forse dubia se caschi in o non: però se fosse in , sarebbe contrario significatore; stando così, è buona per molta successione di robba, ma con molto dispendio, così per piezarie come per causa di governatori et per condane, poi che se non vi è significato di bando, manca poco. La maggior causa del male sono così fatti amici et compagni. Così gli honori sarebbero grandi, se quel concubinario di non inducesse a concubine frequentemente con gli amici; et per ciò par che così un poco caschi la riputatione. Si potrebbe aggiustare per l’ascendente all’antiscio di  se fu circa li 29 anni, caduta, pericolo d’animali, di morsicatura et di foco ancora, con melancolica infirmità; poi per il mezo cielo a circa li anni 23, se fu rissa, questione con un poco di dishonore, forse per fugire, lasciando gli amici; et di qui aggiustata che fosse, si potrà far facilmente giuste le dirrettioni.

La pressa mi fa finire: promettoli però di scriverli più spesso, perchè lei non si scordi l’osservacioni per intender il mio carattere. Mi rallegro molto del bene del Sig.r Bronziero([278]); et a V. S. Ecc.ma riverente baccio le mani.

Di Verona, alli 19 Dicembre 605.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maAffett.mo Servitor Ottavio Brenzoni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Matematico di

Padoa.

131.

GALILEO a COSIMO DE’ MEDICI [in Firenze].

Padova, 29 dicembre 1605.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 15-16. – Autografa.

Ser.mo Principe et mio Sig.re Col.mo

Io ho tardato sin’hora a scrivere a V. A. S.ma, ritenuto da un timido rispetto di non mi esporre ad una nota di temerità o arroganza; et prima ho voluto per via di confidentissimi amici e padroni inviarli dovuti segni di reverenza, che direttamente comparirgli avanti, parendomi di non dovere, lasciando le tenebre della notte, assicurarmi di fissare immediatamente gl’occhi nella serenissima luce del sole oriente, ma di andargli prima assicurando et fortificando con lumi secondarii et reflessi. Hora, che ho sentito haver V. A. S. ricevuti i miei humilissimi segni di devozione con quell’istessa benignità di aspetto con la quale si degnò sempre di aggradire la mia presenzial servitù, vengo con sicurezza maggiore ad inchinarmeli et ricordarmeli per uno di quei fedelissimi et devotissimi servi, che a somma grazia et gloria si reputano di essergli nati sudditi; se non inquanto questo mio debito naturale precide la strada alla mia volontaria elezione di poter mostrare all’Altezza Vostra di quanto lunga mano io anteporrei il giogo suo a quello di ogn’altro Signore, parendomi che la soavità delle sue maniere et la humanità della sua natura siano potenti a far che ciascheduno brami di essergli schiavo. Questa mia naturale disposizione fa che io non pensi ad altro che a quello che potesse esser di servizio di V. A. S.; ma dubito molto di non gli havere a restare servo in tutto inutile, poi che i maneggi et l’imprese grandi non sono da me, et sono le basse aliene da l’Altezza Vostra. Supplisca dunque al difetto delle mie forze l’eccesso della sua benignità, et si appaghi di quello che, mancando negli effetti, soprabbonda nel mio animo.

Al Ser.mo Gran Duca et a Madama Ser.ma desidero esser ricordato per devotissimo servo per bocca di V. A. S.; anzi, desiderando ricordarmi tale all’Ill.mo et Ecc.mo S. D. Ferdinando Gonzaga et a gl’Ill.mi et Ecc.mi Sig.ri Orsini([279]), ho concluso che questo mio affetto, passando per la lingua di V. A. S., aqquisti tanto di efficacia et valore, che il dir lei a quelli Ecc.mi Signori solamente: Il Galilei vive vostro devotissimo servo, possa eccedere qualunque più culta et efficace orazione, che per persuadere questa verità io potessi imaginarmi. La supplico pertanto ad esser servita di farmi tal grazia; et a Lei stessa con ogni humiltà inchinandomi, prego da Dio il colmo di felicità.

Di Padova, li 29 di Xmbre 1605.

Di V. A. S.maDev.mo et Hum.mo Servo.

Fuori: Al Ser.mo Principe di Toscana etc.

mio Sig.re Colend.mo

132.

COSIMO DE’ MEDICI a GALILEO in Padova.

Cerreto, 9 gennaio 1606.

Bibl Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 15. – Autografe la lin. 20 [Edizione Nazionale] e la sottoscrizione.

Molto Mag.co mio Dilett.mo

Ho riconosciuto nella lettera di V. S. de’ 29 del passato la molta modestia che conobbi in lei continuamente mentre l’estate passata si lasciò godere in queste bande, ma non vi harei già voluto vedere quel timido rispetto o dubbio d’esser notato di temerità, se senza altri internuntii m’havesse scritto: perchè in questo modo, o V. S. dissimula di conoscere i proprii meriti, o crede che non sieno ben conosciuti da me. Dell’eccellenti virtù sue ho veduto saggio tale in me stesso, che deve credere che ne conservi et continua et viva memoria: et se bene quel virtuoso seme che V. S. s’ingegnò di spargere nell’intelletto mio, per varii accidenti non ha fruttificato, come forse poteva et doveva, tuttavia spero in Dio che se occorrerà che ella torni a rivederlo, non lo troverà forse tanto soffogato, che la buona cultura sua non possa germogliare. Et quando ritorneranno in qua gli istrumenti d’argento, segnati et accomodati da lei, mi saranno facilmente et di ricordo et di stimolo a ripigliarli et essercitarli un poco.

Non deve dubitar V. S. che appresso il Granduca et Madama, miei Signori, si perda la memoria di lei; et io glie ne ho rinfrescata con l’occasione della sua lettera. Con che m’offero prontissimo a ogni suo commodo, et prego Dio che la contenti sempre.

Di Cerreto, il dì VIIII di Gennaro 1606.

S.or Galileo, io son tutto di V. S. S.r Galileo Galilei.Al piacer suo Don Cosimo P.e di Tosc.

Fuori: Al molto Mag.co mio Dilettiss.o

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Padova.

133*.

FERDINANDO SARACINELLI a GALILEO in Padova.

Cerreto, 12 gennaio 1606.

Bibl Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, Ba. LXXXVIII, n.° 170. – Autografa.

Molto Ecc.te et molto Mag.co S.r mio Oss.mo

Il Sig. mio zio([280]) è di([281]) natura molto sincera, e con gli amici suoi (nel numero de’ quali son certo che tien V. S.) procede con semplicità et schiettezza et senza alcuna sorte di cerimonia, come presuppongo che non l’usasse con V. S. quando rispose alla gentilissima lettera che haveva ricevuta da lei; onde, havendo S. S.ria veduto quello ch’ella scrive a me, si è maravigliato che V. S. pensi che la lettera di lui habbia bisogno di ringraziamenti, o ch’ella s’astenghi di scrivergli per dubio di non fastidirlo con obligarlo alle risposte. Ma sappia V. S., che lo scrivere non gli è d’una briga al mondo, salvo che, rispetto a un poco di catarro che gli scorre per tutto il braccio dritto, non può far questo mestiero di sua mano, come vorrebbe. A me, che non ho questo impedimento, e che son giovine et obligato alle virtù et amorevolezza di V. S., pare di ricevere un poco di torto scrivendomi che le basti di sentir per terza persona ch’io habbia ricevuto la sua lettera, dovendo pur creder ch’io conosca d’esser obligato non solo di risponder io medesimo, ma, anche senza lo stimolo delle sue lettere, scriverò talvolta a lei, per ricordarmele affezzionato et servitore.

I studii miei caminano secondo la qualità della stagione, cioè addiacciati, nonchè freddi, massime che la spessa mutatione delle ville et le continue caccie ci rubbano quella parte del tempo che sarebbe più proportionata a gli studii. Pure il Ser.mo Sig. Principe, mio Signore([282]), dice che quando la Corte sarà a Pisa, vuol far prova di ricordarsi, si non tutto, almeno qualche parte di quello che apprese da V. S. l’estate passata; et io m’ingegnarò di valermi dell’occasione. Intanto piaccia a lei di conservarmi nella memoria sua, assicurandosi ch’io le sono affezzionatissimo, sì come le è anche affezzionatissimo et desideroso di farle servizio il mio S.r zio. Dalla risposta del Ser.mo Principe potrà V. S. vedere ch’io non ho mancato di obbedirla, in presentare all’A. S. la sua lettera. Ho complito alcuni di questi SS.ri in nome di V. S., com’ella mi comanda, et tutti le baciano le mani. Il che fo anc’io con il maggiore affetto che posso.

Di Cerreto, il dì 12 di Gennaro 1606.

Di V. S. molto Ecc.te et molto Mag.ca Al S.r Galileo.Aff.mo Ser.re Ferdinando Sarac.llo

Fuori: Al molto Ecc.te et Ill.re S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

134*

VINCENZO GIUGNI a GALILEO in Padova.

Firenze, 21 gennaio 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 169. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.te S.r mio,

Rispondendo alla sua de’ 6, gli dico haver ricevuto li compassi con tutte le sue appartenenze([283]) et la poca punta rotta, la quale ho consegnata, insieme con l’altre, a Maestro Raffaello, acciò li segni; et io gli darò vista di quello lasciasti a Niccolò, mio figliuolo, acciò che con tal essempio possa manco errare.

Mi incresce infinitamente che e’ si interponga tante cose per allungare quello che io speravo che a quest’hora dovessi esser fatto nella persona vostra, l’augumento: pure voglio sperare che, con questo nuovo Principe([284]) che haranno, s’habbia a risolvere in bene il tutto; et lei non mancherà di tenerlo ricordato al S.r Residente. Et io restando per sempre farli servitio, li bacio le mani: e Dio la guardi.

Di Fiorenza, li XXI di Gen.o 1606, ab Inc.ne

Di V. S. Ill.re S.r Galileo.Aff.mo Ser.re Vinc.o Giugni

Fuori: All’Ill.re et Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, in

Padova.

135.

GALILEO a MICHELANGELO GALILEI in Padova.

Venezia, 11 maggio 1606

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 17. – Autografa.

Car.mo et Honor.do Fratello,

Ho inteso quanto per la vostra mi scrivete, et mi dispiace infinitamente non solo di non poter venir costà subito, ma di non esser venuto 10 giorni sono, rincrescendomi infinitamente questa stanza di Venezia; ma già che sono qui, voglio pur vedere se posso cavar qualche resoluzione del mio negozio, dandomi questi Signori speranza di esser per ridursi il giorno di Pasqua([285]), et si scusano di non poter attendere a questo negozio nè ad alcuno altro, eccettuatone quei di Roma, che li tengono impediti giorno e notte. Però potrete dire all’amico che vi ha parlato per quel Signore todesco, che io sarò costà alla più lunga l’ultima festa di Pasqua, dopo il qual tempo potrò attendere a quel Signore, et che fra tanto me li offerisca et vegga di trattenerlo.

Iersera a due hore di notte furono mandati via li Padri Giesuiti con due barche, le quali dovevano quella notte condurli fuori dello stato. Sono partiti tutti con un Crocifisso appiccato al collo et con una candeletta accesa in mano; et ieri dopo desinare furno serrati in casa, et messovi due bargelli alla guardia delle porte, acciò nessuno entrassi o uscisse del convento. Credo che si saranno partiti anco di Padova et di tutto il resto dello stato, con gran pianto e dolore di molte donne loro devote.

Questo è quanto mi occorre dirvi. Fate reverenza al Clar.mo S. Foscari([286]) et datemi nuove di lui, et baciate le mani a i Clar.mi S.ri Cocchi: et state sano.

Di Venezia, li 11 di Maggio 1606.

 Vostro Aff.mo fratello G. G.

Fuori: Al molto Mag.co et Osser.mo

Sig. Michelagnolo Galilei

 Padova, ne’ Vignali.

136*.

CIPRIANO SARACINELLI a GALILEO in Padova.

Firenze, 26 maggio 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 139. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Mag.co et Ecc.te S.r mio Oss.mo

Domandai di V. S. a’ dì passati al Sig.r suo cugnato, il quale mi disse che presto l’haremmo havuto in queste bande, sì che io credevo di veder più presto la persona di lei che una sua lettera: et questa nondimeno, che ho ricevuta, mi è stata molto grata, et le rendo infinite gratie della viva et cortese memoria che tiene di me et del Caval.r Ferdinando, mio nipote, l’uno et l’altro de’ quali ci conosciamo inhabili a servirla, per la debolezza delle nostre forze, ma molto desiderosi di poterlo fare.

Mi duole che la ricondotta di V. S. con cotesti Ecc.mi Signori sia caduta in tempo così difficile et importuno, quanto è quello che hoggi corre per le differenze che sono fra Sua Santità et la Rep.a di Venetia: tuttavia spero in Dio che nel negotio suo si saranno superate tutte le difficultà; et confermata la sua lettura di Padova, che è quello che importa principalmente, se ne potrà venire con l’animo quieto: et io l’assicuro che verrà desiderata et aspettata da’ Ser.mi Principi, et poi da tutti noi altri. Il male è che troverà che non solamente non si è fatto alcun profitto nella institutione del S.r Principe in materia delle mattemmatiche, ma piaccia a Dio che S. A. non si sia dimenticata di molte regole che V. S. le diede l’anno passato: tuttavia sarà almeno diventato più abile a poter confermare quello che imparò l’anno passato et ad intendere l’altre cose che restano.

Ho fatto reverenza a Madama Ser.ma in suo nome, alla quale questo offitio è stato gratissimo, sì come è stato ancora al Ser.mo Principe; et l’uno et l’altro mi hanno commesso che io lo risaluti da parte loro. Che è quanto m’occorre per risposta della sua, data di Padova li 19 d’Aprile, se ben credo che voglia dir di Maggio: doppo haverle baciate le mani insieme con il Caval.r Ferdinando, mio nipote, et pregato il Signore Dio che le conceda la gratia sua et ogni contento.

Di Fiorenza, il dì 26 di Maggio 1606.

Di V. S. molto Mag.ca et Ecc.teSer.re Aff.mo Cipriano Sarac.llo

Fuori: Al molto Mag.co et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, a

Padova.

137**.

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO

a FERDINANDO I, Granduca di Toscana, in Firenze.

Venezia, 10 giugno 1606.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 2999, n.° 198. – Originale, con sottoscrizione autografa.

….Il Galilei, Mathematico di Padova, favorito a nome di V. A., ha ottenuto la rafferma nella sua lettura con augmento di ducati 200 alli 320 che ne havea([287]), et ha causa di restar sodisfattissimo….

138*.

VINCENZO GIUGNI a GALILEO in Padova.

Firenze, 20 giugno 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 141.– Autografa.

Ill.re et Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Io mi ralegro che li sua molti meriti in qualche parte sono ricognosciuti, poi che a lei sola è stato fatto l’aumento delli 200 fiorini. Voglio sperare che se Dio gli dà vita, che habbia di nuovo ad avere di questi bene meriti. Spero d’avere presto comodità con la viva voscie di ralegrarmi di presentia con lei. Io scrissi alla Corte, per vedere come trovavo il desiderio di questi Ser.mi Padroni. Madama Ser.ma mi rispose queste parole: Noi aspettiamo([288]) qua il Galilei come l’anno passato. Però io credo che, sempre che voglia et possa venire, sarà di gusto a li Padroni; et io con li mia figlioli saremo pronti a farli qualsivoglia servitio, sempre che se ne dia et vengha l’occasione. Et le bacio la mano. Che il Signore le dia ogni suo maggiore contento.

Di Fiorenza, il dì 20 di Giugno 1606.

Di V. S. Ill.re et Ecc.te al S.r Galileo.Aff.mo per ser.lla Vinc.o Giugni.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, leggente in Padova.

A Padova.

139.

GALILEO a COSIMO DE’ MEDICI [in Firenze].

Padova, 10 luglio 1606.

Cfr. Vol. II, pag. 367 [Edizione Nazionale].

140*.

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.

Venezia, 12 agosto 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 33. – Originale con sottoscrizione autografa.

…. Il S.re Galileo Galilei. è stato spedito conforme al suo gusto molto favorevolmente circa la sua ricondotta; et tanto più è stata segnalata la gratia, quanto si è effettuato in Collegio et Pregadi adesso, in mezzo a tanti affari, per opera del S.re Girolamo Capello, che, sentendo il desiderio che si havea costì del Galileo dal S.r Principe nostro, ha superato ogni difficultà. Et io certo credo almeno che resterà sodisfattoil Galileo della mia buona volontà….

141**.

ASDRUBALE BARBOLANI DA MONTAUTO a BELISARIO VINTA in Firenze.

Venezia, 26 agosto 1606.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 2999, n° 222. – Originale, con sottoscrizione autografa.

…. Il S.r Galileo sarà comparso et da per sè stesso dato conto de’ suoi affari a loro A. A….

142*.

…………… a VINCENZIO GIUGNI in Firenze.

Pratolino, 23 settembre 1606.

Arch. di Stato in Firenze. Guardaroba Medicea, filza 263, n° 792. – Originale: è autografa la sottoscrizione del granduca.

Cavalier Giugni,

S. A. comanda che voi diate tanto raso nero al Galileo, da parte del Principe, per farsi una zimarra. Et il S.r Dio vi guardi.

Di Pratolino, li 23 di settembre 1606.

Fer.([289])

Fuori: Al molto Mag.co Cav.r Vincentio Giugni

Guard.a Generale nostro dilett.mo

Fiorenza.

143*.

CIPRIANO SARACINELLI a GALILEO [in Padova].

Orvieto, 30 settembre 1606.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 166. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Mag.co et molto Ecc.te mio S.r Oss.mo

Quando io partii ultimamente dalla Corte, la venuta di V. S., desiderata et aspettata da molti, et da me et da mio nipote([290]) in particolare, l’havevo già come disperata per quest’anno, parendomi che la stagione fosse hormai tant’oltra, che la richiamasse più tosto alle solite fatighe dello Studio, che l’invitasse a godere il privilegio delle vacanze. Ma poi che l’arrivo suo a Fiorenza s’è quasi congiunto con la partita mia senza che ci siamo possuti vedere, il dispiacere che mio nipote et io ne habbiamo sentito è sopra a quello che si possa credere. È vero che mi sarebbe stato senza dubio più molesto il partire, poi che mi toglieva il poterla et servire come meritano le rarissime virtù sue et l’affezzione che V. S. mostra di portarmi. Mi duol bene infinitamente, per servitio del Ser.mo Sig. Principe([291]), ch’ella fosse necessitata d’andarsene così presto, già che in sì pochi giorni a pena il tempo sarà stato a bastanza per rivedere et rinfrescare nella memoria di S. Al.za le cose passate. Pur conviene aver pazienza; et se a Dio piacerà di concederci vita et sanità, si potrà supplire a questo mancamento un’altra volta. Io, et presente et assente, l’amarò et osservarò sempre, con desiderio di servirla: et quello che dico di me, dico medesimamente del Caval.r mio nipote. Et l’uno et l’altro insieme le baciamo le mani con ogni affetto.

D’Orvieto, il dì ultimo di Settembre l606.

Di V. S. molto Mag.ca et molto Ecc.teAff.mo Ser.re Cipriano Sarac.llo

144.

GALILEO GALILEI a………………….

Padova, 27 ottobre 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. V, car. 4 e 5. – Copia di mano del secolo XVIII.

Ill.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Tornai di Firenze dieci giorni sono, e trovai tre lettere di V. S. Ill.ma e due compassi inviatimi, le quali lettere da’ miei di casa erano state trattenute, perchè per tre settimane innanzi li avevo scritto che non mi scrivessero più, perchè ero per partirmi; e perchè la partita mia si prolungò 15 giorni di più, nè io ebbi le sue lettere, nè ella nè gli amici suoi sono prima restati serviti. Ma più, la mia cattiva fortuna ha voluto, che a pena ritornato a Padova, sia stato assalito da una malattia grave e pericolosa, la quale mi ha tenuto e tiene tuttavia nelle sue forze, sì che il servire V. S. Ill.ma è stato per necessità ritardato; nè potrò rimandarli gli strumenti prima che la prossima settimana, al qual tempo senz’altro glie le manderò([292]) insieme con due copie degl’usi loro, dalle quali resterà([293]) l’amico di V. S. Ill.ma satisfatto ancora del problema. Mi scrive in oltre della spesa che ci sarà, la quale, per esser molta, non può essere ristorata con manco d’un secchio del miglior vino che si sia fatto questo o l’anno passato in coteste parti; il quale tanto([294]) più mi sarà grato, quanto che lo domando nel fervor della febre, et in un anno che le tempeste hanno ruvinato tutte l’uve di queste contrade. Non so se V. S. Ill.ma, o i padroni de’ compassi, habbino cognizione della misura del secchio([295]): però io gli dirò che è tanta, che quattro buoni compagni in una sentata ne vederebbero il fondo; ma a me basterà un mese, perchè lo beverò parchissimamente. Il vino non lo domando a lei se non come procuratore, perchè il richiedere direttamente vino a chi beve acqua, oltre allo sproposito, sarebbe con pregiudicio della sua bontà.

Ho presa questa baldezza con la cortesia di V. S. Ill.ma di pascere l’immaginatione con questi discorsi di Bacco, mentre che la febre malamente mi rasciuga di dentro. Mi scusi e mi perdoni; e quando io possa scrivere di proprio pugno, haverò da conferir seco qualche speculazione intorno al moto. In tanto le baccio con ogni maggior riverenza le mani, et insieme all’Ill.ma e Generosissima Sig.ra sua consorte e suoi figli, a i quali tutti conceda il Signore somma felicità.

Di Padova, il dì 27 d’Ottobre 1606.

 Di V. S. Ill.maServit.e Obbligatis.mo Galileo Galilei.

145*.

GIOVAN FRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Palmanova, 23 novembre 1606.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 32. – Autografa la firma.

Ill.re et Ecc.mo Sig. Hon.mo

L’impedimento che sopravene a V. S. Ecc.ma, per lo quale non vene col Sig. Veniero a rittrovarmi, mi dispiacque per l’effetto che concerneva all’interesse mio, ma certo molto più per la cagione che tanto importava a lei; et havendo ultimamente inteso l’inifirmità sua, n’ho preso singolar dispiacere, e tanto ch’io non posso esprimerlo. Voglio sperare che all’arrivo di queste ella sia ridotta in sanità, et che forse habbia dato prencipio a pensare il modo di venir qui avanti ch’io parta.

Quest’anno i vini da Buri molto famosi non sono riusciti dolci, et quelli da Rosazzo sono tra il dolce et il garbo; ma nel costo riescono salati, poichè si vendono cinque lire il secchio, prezzo che, s’è come sono avisato, è l’istesso che la Malvasia in Venetia. Io, con tutto questo, ne ho compro tre mastelli, uno de’ quali ho mandato al S.r Donà Moresini, che me lo ricercò, uno si è quasi bevuto, et un altro si è fatto mez’acqua, nè è cosa degna di lei. Qui ho gustati vini d’Istria, moscateli e ribole assai buone, et l’anno venturo spero farne qualche provisione per qualche amico et per qualche amica; e se vi sarà occasion di messo, vederò in una caneveta mandarne tanto a V. S. Ecc.ma, che possi consigliarmi di quale dovrò provedere.

Hebbi già due mesi i saladi et le marzoline che V. S. Ecc.ma mi mandò; ma perchè non venero sue lettere, io non l’ho mai ringraziata, perchè sì come nelle risposte uso qualche diligenza, così nelle proposte riesco negligentissimo: ma con lei sarà questo poco errore, sapendo che il fine suo in presentarmi non fu di riceverne ringratiamento, ma bene di farmi godere di queste sue buone cose. Che sarà fine di queste, pregandole dal Signor Dio compita sanità et contento.

In Palma, a 23 Novembre 1606.

 Desiderosissimo per serv.la G. F. Sag.

Fuori: All’Ill.re Sig.r Hon.mo

L’Ecc.mo Sig. Galileo Galilei, Matematico di

 Padova.

146.

GALILEO a CRISTINA DI LORENA [in Firenze].

Padova. 8 dicembre 1606.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 10-20. – Autografa.

Mad.ma Ser.ma

Il male, che cominciò la notte avanti la partita di Pratolino et che mi ritenne poi otto giorni a presso indisposto in Firenze, dopo havermi concedute tante forze che mi potessi condurre a Padova, due giorni dopo il mio arrivo qua, rompendo ogni tregua, mi assalì et fermò in letto con una terzana, la quale, poco dopo convertitasi in continua, mi ha ritenuto et ritiene tutta via aggravato, benchè da 6 giorni in qua non sia così severamente oppresso. In tanto ho con mio grandissimo dispiacere sentita la morte dell Ecc.mo S. Mercuriale, che sia in Cielo, et apresso quella di altri medici principali in Pisa; perilchè, stimando io che siano per provveder la Corte et lo Studio di suggetti simili a i mancati, mosso da un purissimo affetto di servir sempre l’Altezze Vostre Ser.me, ho voluto, benchè malissimo atto a potere scrivere, conferire con l’A. V. un mio pensiero, del quale farà quel capitale che il suo perfettissimo giudizio gli detterà.

Qua, come benissimo sa l’A. V. S., si trova il S. Aqquapendente([296]), il quale è molto mio confidente et amico di molti anni. Egli vive estremamente affezionato servitore di loro A. Ser.me, sì per le singolari carezze che da loro ricevette quando fu costà, sì per i presenti et donativi veramente regii che ne portò in qua; è in oltre sommamente innamorato della città et del paese a torno di Firenze, nè si vede mai sazio di celebrare ciò che costà vedde et gustò. All’incontro, havendo qua aqquistato quanto poteva sperare di facultà et reputazione, et trovandosi per l’età male atto a tollerare le fatiche continue che, per giovare a tanti suoi amici et padroni, gli conviene ogni giorno pigliare, et per ciò essendo molto desideroso di un poco di quiete, sì per mantenimento della sua vita come per condurre a fine alcune sue opere, nè gli mancando altro, per adempire la sua virtuosa ambizione, che di pervenire a quei titoli et gradi a i quali altri della sua professione è arrivato, li quali non gli possono se non da qualche gran Principe assoluto esser donati; per tanto io stimo che egli molto volentieri servirebbe l’A. V. S. me Aggiugnesi, che ritrovandosi egli una grossissima facultà, et non havendo altri che una figliuola di un suo nipote, fanciulletta di 10 anni in circa([297]) et che doverà esser dotata di meglio che 50m ducati, non è dubio alcuno che esso vede che quei costumi et virtù che a donna ben allevata si convengono, molto meglio in cotesti monasterii nobilissimi, che qua in casa sua, potrebbe ella apprendere, et essere poi, al tempo del suo maritaggio, favorito dal sapientissimo consiglio di V. A. S.: per le quali tutte cose io conietturo qua disposizione di cambiare stato. La qual cosa ho voluto io di proprio moto, et senza coferirne una minima parola nè ad esso S. Aqquapendente nè ad altra persona vivente, communicare a V. A. S.; il che la supplico a ricevere in buon grado, et come effetto nato da uno svisceratissimo desiderio di servirla. Ne farà dunque l’A. V. quel capitale che alla sua prudenzia parerà; et quando anco gli paresse che fusse cosa da non ci applicar l’animo, al meno è certa che con altri che con i miei pensieri non ne è stato ragionato. Degnisi dunque l’A. V. ricevere in buon grado la purità del mio affetto, et mi scusi della presente così male scritta, poi che, per la gravezza del male, volendola scrivere di propria mano, mi è bisognato metterci 4 giorni.

Restami il supplicarla a baciar con ogni humiltà la vesta in mio nome al Ser.mo G. D. et al S.mo S. Principe: et all’Altezza Vostra con ogni humiltà inchinandomi, prego dal S. Dio somma felicità.

Di Padova, li 8 di Xmbre 1606.

 Di V. A. S.Hum.mo et Oblig.mo Servo et Vass.lo  Galileo Galilei.

Fuori: Alla Ser.ma G. Duchessa di Toscana,

Sig.a et Pad.na Col.ma

147.

IOANNES ANTONIUS PETRAROLUS a BALDASSARE CAPRA.

Ex Flumine, 1° gennaio 1607.

Cfr. Vol. II, pag. 433 [Edizione Nazionale].

148*.

ALESSANDRO DEL MONTE a GALILEO in Padova.

Pesaro, 8 gennaio 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 167. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Essendo che V. S. sia stato sempre di tanto affetto verso la persona del S.r Guid’Ubaldo mio padre, non posso restare, ancorchè con infinito mio dolore, avvisarla di quanto s’è compiacciuta la Maestà di Dio rissolvere di lui. Imperò sappia V. S. che egli per doi mesi passati ha sostenuto una infirmità nel letto tanto grave, che finalmente hieri l’altro, giorno dell’Epiphania, alle 20 hore et un quarto, se n’è passato da questa all’altra vita migliore, così havendo disposto la Divina Volontà. Pertanto, poichè in quella debbiamo quietarci, havendo lei perduto chi amava tanto V. S., si compiaccia compatire al dolore del caso successo e ricevere me con gl’altri miei fratelli, che in suo loco siamo succeduti, per suoi servitori d’affetti, se non d’effetti, che pareggino e i meriti di V. S. e lo amore con che l’osservava il sud.o Sig.r nostro padre, che Dio se l’habbia seco in Cielo. E con tale affetto me le offero a suoi commandi, con baciarli le mani.

Di Pesaro, il dì 8 di Gen.1607.

Di V. S. molto Ill.reAff.mo Se.re  Alessandro dal Monte.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

[Il] Sig.r Galileo Galilei.

Padoa.

149*.

CURZIO PICCHENA a GALILEO in Padova.

Pisa, 25 gennaio 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 135. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Madama Ser.ma vorrebbe, che V. S. con la sua solita destrezza procurasse d’haver minuta informazione del Dottor Gio. Tommaso Menadori,([298]) medico veneziano, benchè s’intenda che la patria sua debbe essere Rovigo; et se egli non sta costì in Padova, almeno vi debbe aver praticato([299]) altre volte, in modo che a V. S. sarà facile di potersene informare. In somma l’A. S. vorrebbe sapere il merito, l’esperienza et la sufficienza sua, et se nel medicare egli habbia fatto prove segnalate et che gli habbino dato nome straordinario; et si promette che V. S. gliene darà relazione sicurissima et fedelissima. Et io, ricordandole il mio desiderio di servirla, le bacio con ogn’ affetto la mano.

Da Pisa, alli 25 di Gennaio 1606([300]).

Di V. S. Ill.re S.r Galilei.Aff.mo Serv.re Curzio Picchena.

Fuori: All’Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Lettore Matematico in

Padova.

150.

GALILEO a CURZIO PICCHENA in Pisa.

Padova, 9 febbraio 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 21. – Autografa.

Ill.re Sig.re et Pad.ne Osser.mo

L’Ecc.mo S. Minadoi da Rovigo è da me benissimo conosciuto; anzi in questa mia lunga malattia mi ha visitato insieme con l’Ecc.mo S. Aqquapendente, stimandolo io tra i migliori medici che oggi siano in questa città. Egli fu nella sua gioventù medico del Ser.mo di Mantova, padre del presente Duca: dopo, fu due volte in Soria et dimorò in Aleppo, medico della nazione: venne poi a Venezia, et 7 anni sono fu condotto a leggere in questo Studio, dove ha mantenuto et mantiene il luogo suo honoratissimamente, con frequenza di scolari et satisfazione di quelli che si prevagliono dell’opera sua. È huomo di anni 50 in circa, di aspetto grato, gioviale, et di maniere et costumi piacevoli et honesti, et al parer mio da dar satisfazione non meno nelle corti che nelle catedre. È di presente fuori di condotta, et procura salire di grado et di stipendio: incontra qualche difficoltà, sì per le condizioni de i tempi, sì per il contrasto de i concorrenti, che domandano il medesimo luogo. Esperienze segnalate particolari non potrei nominare a V. S., le quali, sì come avvengono rare, così vi ha gran parte la fortuna, che le presenti più a questo che a quello; ma il buon credito che ha qua, non è nato se non dal valor suo, mostrato nelle cure, ne i collegii et nella lettura. Et questo è quanto posso dire a V. S., la quale mi scuserà se haverà tardato ad haver la risposta, perchè le lettere da alcuni mesi in qua vengono a Padova tanto più tardi dell’ordinario, che non si può rispondere se non 8 giorni dopo il consueto. Sì che potrà V. S. scusarmi con Madama Ser.ma, et con occasione baciarli humilissimamente la veste in mio nome, ricordandomeli devotissimo servo; et l’istesso la supplico a far apresso il Ser.mo Principe, baciando di più con ogni reverenza le mani a tutti quei Signori di Corte che lei sa che mi amano. Et a V. S., offerendomi servitore obligatissimo, bacio le mani et prego da Dio felicità.

Di Pad.a, li 9 di Febraio 1607.

Di V. S. Ill.reSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

Fuori: All’Ill.re Sig.re et Pad.ne Osser.mo

Il S. Curzio Picchena.

Pisa,

in Corte.

151.

BALDASSARE CAPRA a GIOACCHINO ERNESTO DI BRANDEBURGO.

Padova, 7 marzo 1607.

Cfr. Vol. II, pag. 429 [Edizione Nazionale].

152*.

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Padova.

La Cava, 1° aprile 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal.,P.VI, T. VII, car. 80. – Autografa.

Eccell.mo Sig.r mio,

Per le correnti turbolentie son stato necessitato a mancar del debito mio, con non dar conto a V. S. del stato mio: hora, con l’occasione del nostro Capitolo Generale, prima li faccio profonda riverenza, dandoli aviso che il stato mio è assai megliore di quello a che io sto di continuo preparato; poi vivo al servitio di questo mio prelato([301]), che non manca honorarmi; leggo una lettione d’Euclide, del quale io già ho visto il 7°, 8°, 9° et sin alla quarantesima del X°, et di lì, suffocato dalla moltitudine (per confessar il peccato mio) de’ vocaboli, profondità delle cose e difficultà di demonstrationi, mi son trasferito al’XI, XII e XIII, de’ quali ho visto tutto quello che dalle viste propositioni dependeva. Dopoi ho datto l’assalto a Tolomeo, ma son restato intricato al primo corrollario del capitolo duodecimo: se V. S. mi vole favorire con darmi qualche lume, infilzarò quest’obligo con gli altri. Ho datto di piglio alli Elementi Sferici di Theo[dosio], et insieme ho cavati gli piedi dalle sette prime propositioni di Archimede De iis que vehuntur in aqua: all’ottava, starò aspettando in luce il trattato suo De centro gravitatis solidorum, il quale alla detta materia mi pare necessario. Gli miei discepoli adorano le rare virtù, et a’ nostri secoli uniche, di V. S., delle quali spesso ne faccio quella che io posso mentione.

Mi è poi occorso, a giorni passati, sfogar un pensier mio circa la ragione d’Aristotile addotta per confirmar l’eternità del moto, la quale conclude esser stato il moto avanti il primo moto del’aversario; e perchè a questo m’indusse la definitione del moto dattami da V. S., cioè che il moto non sia altro che una mutatione di una cosa in relatione a un’ altra, ho fatto disegno, come si sia, mandarne copia a V. S., acciò, se ci è bisogno di anullatione o di correttione, si degni compiacermene.

Supposto donque da Aristotile che a principiar il moto è necessario che preceda la essistentia del movente e mobile, segue dicendo: O che questi sono fatti, o eterni: se eterni, perchè non si faceva il moto? se fatti, adonque per moto: talchè era il moto avanti il moto. Che questa sia una consequenza stroppiata, io lo provo, proposti prima e confirmati doi lemmi, verissimi non solo da sè, ma nella dottrina istessa d’Aristotile. Il primo è, che se il tutto si facesse, saria impossibi[le] farsi con moto. La ragione è, perchè ricercandosi, per la definitione del moto, qualche cosa a rispetto della quale si faccia la mutatione, et essendo da noi proposta la produttion del tutto, niente si ritrova: adonque non si fa con moto, che era il proposito nostro. Il secondo è, che non sarebbe un assurdo quello che per tale si va predicando da’ Peripatetici, che se il tutto si facesse, si farebbe di niente, poicchè non solo non è inconveniente, ma saria necessario che, facendosi il tutto, di niente si facesse: talchè potiamo dire che l’axioma Ex nihilo nihil va inteso e limitato a forza (se però have spetie di verità) alle prodottioni particolari, non a quella del tutto (se si facesse). Hora, come può inferire quest’ huomo da bene: Se sono fatti, adonque per moto? se nè lui nè altri, che habbiano solo un puoco di lume di intelligenza di parole, ponno dire che la prodottione universale si faccia (se si fa) con moto? Non vede egli che, mentre mi dona, non concede, questo passo si facta, che imediate da sè stesso si tronca la strada, come nel primo lemma, di poter dire: ergo per motum? Io non dico nè che sia fatto nè che non sia fatto, ma che il progresso suo non mi fa guadagnar niente. Dalla dottrina poi di V. S., che a principiar([302]) il moto è ben necessario il movente, ma a continuarlo basta il non haver contrasto, mi vien da ridere quando essaltano questa dottrina come quella che mi faccia venir nella cognitione dell’essistentia di Dio; conciosiachè se fusse vero che il moto fosse eterno, io potrei doventar ateista e dire che di Dio non havemo bisogno, bestemia scelerata. Horsù: la carta mi manca; se V. S. si degnerà scrivermi, potrà indrizzare le lettere in Roma a D. Hermagora da Padoa in Monte Cavallo, che l’haverò sicure. Con che me li dono tutto di cuore.

Dalla Cava, il primo di Aprile 607.

Di V. S. E.maAff.mo Ser.re e Discepolo D. Benedetto di Brescia.

Alli 4 di questo aspettiamo qua Mons.r R.mo il P. Mordano, con il quale havrò occasione di conversar al spasso.

Fuori: All’Eccell.mo mio Sig.r Oss.mo

 Il Sig.r Galileo Galilei.

Padoa.

153.

GIACOMO ALVISE CORNARO ad AURELIO CAPRA [in Padova].

Padova, 4 aprile 1607.

Cfr. Vol. II, pag. 537 [Edizione Nazionale].

154.

GALILEO ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA [in Venezia].

[Venezia, 9 aprile 1607.]

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. II, T. VII, car. 25. – Minuta autografa. A car. 26t. si legge, di mano di Galileo. Memoriale alli Ill.mi S.i Riformatori. Quanto alla data, cfr. vol. II, pag. 538 [Edizione Nazionale].

Ill.mi et Ecc.mi Sig.ri Riformatori,

Io Galileo Galilei fiorentino, Lettor publico delle Matematiche nello Studio di Padova, espongo alle SS. V. Ill.me et Ecc.me, come, sono già dieci anni, havendo, dopo lunghi et assidui studii, ridotto a qualche perfezione un mio strumento matematico, di mia pura imaginazione escogitato, inventato et perfezionato, le utilità del quale et in numero et in qualità essendo grandi in tutte le parti delle matematiche, tanto contemplative, quanto civili, militari et mecaniche, stimai sin dal detto tempo potere a molti giovare col conferire con loro et li strumenti et il modo dell’usargli, dandone apresso in scrittura chiara et piena instruzione a molti Principi et Signori et altre genti di diverse nazioni, sì che ne sono sino a questo giorno per ogni parte di Europa sparsi, et in particolare se ne trovano in non piccol numero in questa città di Venezia, in mano di diversi gentil’huomini. Et perchè non mi compiacevo tanto delle cose proprie, benchè ne vedessi un comune applauso, che io non stimassi poterle anco, col progresso del tempo et con più diuturni studii, accrescere et migliorare, restavo di far detto strumento et vulgatissimo et comunissimo con le publiche stampe; ma sendomi un anno fa pervenuto qualche sentore che altri si sarebbe appropriata la mia invenzione, quando non vi havessi fatto provvedimento, mi risolvei fare stampare in Padova alcune copie delle operazioni di detto mio strumento, sotto questo titolo: Le Operazioni del Compasso Geometrico et Militare di Ga1ileo Galilei([303]) et c., per tagliare la strada a quelli che volessero attribuirsi le fatiche mie. Ma tale provvedimento non mi è bastato; poichè nuovamente Baldessar Capra milanese, trasportando dalla toscana nella latina lingua il libro mio, et alcune poche cose tralasciandone, et alcune pochissime et frivolissime o false aggiugnendovene, lo stampa nella medesima città([304]), et con parole ingiuriosissime asserisce, essere io stato impudente usurpatore di questa opera: la quale esso Capra procura di persuadere esser parto delle sue fatiche, et sè esserne vero et legittimo effettore, et pertanto dovere io con gran vergogna arrossirmi, nè mai più ardire di comparire nel cospetto delli huomini di honore et di lettere. Onde, essendo io Galileo Galilei sopradetto, vero, legittimo et solo inventore, sì che altri non ve ne ha parte alcuna, dello strumento et di tutte le sue operazioni già da me publicate, come io pienamente potrò fare alle SS. V. I.me et Ecc.e constare, et però sendone io tanto falsamente quanto temerariamente et impudentemente dichiarato usurpatore dal sopra detto Capra, anzi essendo egli che con la medesima temerità cerca di usurparsi l’opera et l’honore mio; ricorro alle SS. V. I. et E., acciò che, conosciuta che sia da loro questa verità, provegghino con la loro autorità alla redintegrazione dell’honor mio, prendendo di questo usurpatore([305]) et calunniatore quel castigo che alla somma lor prudenza parrà esser condegno delle opere di quello.

155*.

CIPRIANO SARACINELLI a GALILEO in Padova.

Pisa, 13 aprile 1607.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi. B.a LXXXVIII, n.° 168. – Autografa la firma.

Molto Mag.co et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il Cavalier Montalbano([306]) non è arrivato per ancora alla Corte; ma di Fiorenza m’ha mandato la lettera di V. S., piena della sua solita cortesia et gentilezza, et tanto piena, ch’io([307]) resto confuso et non so quasi che mi rispondere; poichè non era di bisogno nè conveniva ch’ella complisse et con me et con il Cavalier Ferdinando, mio nipote, tanto accuratamente, scusandosi di non ci haver visitato già molto tempo fa con lettere. Ma concedasi questo all’infinita humanità di V. S., con la quale quanto io son più scarso di parole, tanto più sarò pronto in corrisponder con gli effetti, se da lei me ne sarà data mai occasione, come desidero.

Io mi rallegro ch’ella sia liberata della malatia, dalla qual dice esser stata travagliata lungamente; et sì come spero che debbia recuperare intieramente le forze, così prego il Signor Dio che glie ne dia grazia et glie ne conservi.

Il Sig. Principe tiene amorevol memoria di lei; et io ardisco di promettere che, sempre che occorra, S. A. le mostrarà la buona volontà che le porta. Il Sig. Silvio Piccolhomini le bacia le mani, come facciamo il Cav. Ferdinando, mio nipote, et io.

Di Pisa, il Venerdì Santo del 1607.

Di V. S. molto Mag.ca et molto Ecc.te S.r Galileo.Aff.mo Ser.re Cipriano Sarac.llo

Fuori: Al molto Mag.co et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Professore di Matt.a, in

Padova.

156*.

GIACOMO ALVISE CORNARO a GALILEO [in Venezia].

Padova, 21 aprile 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII. car. 82. – Autografe le lin. 26-27. [Edizione Nazionale]

Molto Ill.re et Ecc.mo sempre mio Hon.mo

Dalle lettere di V.S. Ecc.ma, ch’io ricevei hieri, et da queste d’hoggi, ho inteso come passa la facenda col Capra, rallegrandomi che li S.ri Reformatori voglino darle campo di giustificare le sue giustissime ragioni nel modo ch’ ella mi scrive, che sarà certo il migliore di tutti gli altri per reprimere l’arroganza del detrattore della fama di V. S. et convincerlo di maligna ignoranza, come mi rendo sicuro; dolendomi di non poter esser presente a prova che mi saria gratissima di vedere.

Ho fatto intender a diversi quanto ella mi scrive; et il S.r Cavaliere([308]) non mancarà di adoperarsi col S.r Nonstiz([309]) et con altri. Al S.r Consalvo ho fatto parte di ciò ch’ella desidera, il quale venirà a trovarmi; et daremo buonissimo ordine. Ma io mo’ dubito che pochi di questo Studio siano per venire costà: onde direi, che saria bene di procurare un altro simile congresso qua in Padova, con l’intervenimento de’ Sig.ri Rettori della Città. Hieri parlai con il Pilan, il quale m’ha detto d’haver comperato il libro del Capra, et vedutolo diligentemente, trova ch’esso ha rubato da V. S., dal Magini, et da quel tale Tedesco, o Fiamingo([310]), et che non vi è cosa di suo: onde non si può dir a bastanza della sfacciataggine di quel giovane prosontuosissimo. Non mancarò di fare, et far fare ad altri, di quelli ufficii che V. S. m’ha scritto; la quale vorrei ch’invitasse Girolamo([311]) a trovarsi presente al cimento, perchè potria condurvi anco altri di buon giudicio. Et io glie ne scrivo. Che sarà per fine, pregando a V. S. Ecc.ma ogni più compito contento, conforme al molto merito suo, et di favorirmi di baciar la mano affettuosamente alli Sig.ri Riformatori miei Sig.ri, a’ quali non ho scritto, nè scrivo, parendomi che non vi sia bisogno alcuno.

Di Pad.a, li 21 d’Aprile 1607.

  Per servire a V. S. Ecc.ma    Sempre prontiss.et obl.mo G. A. C.

157*.

GIACOMO ALVISE CORNARO a GALILEO in Venezia.

Padova, 24 aprile 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 83. – Autografa.

Molto Ill.tre et Ecc.mo S.r sempre mio Hon.mo

L’avertimento di Girolamo([312]) sopra il libretto stampato dal Capra De logica([313]) non è stato inconsideratamente dato a V. S., perchè potrebbe essere ch’egli havesse posto, sotto suo nome, della materia de quei libri manuscritti dello Scocese, ch’io diedi ad esso Capra, che ancora non me li ha restituiti, nè posso cavargeli hora di mano, essendo egli a Venetia: ma mi raccordo che ne diedi uno a Girolamo, scritto di mano del Capra, da cui si potrà cavare qualche lume di ciò che si cerca. Io so di haverne uno di quei stampati dal Capra, et ho fatto diligenza di trovarlo, per vedere come dice et se si assimiglia ad alcuno di quelli ch’io li diedi; nè ho potuto oggi ritrovarlo. Per certo questo gallante giovane ha trovato una bella via da farsi fammoso con le fatice d’altri; ma la famma potria, di buona et honorata ch’egli pretendea, cangiarsi in rea et vituperosissima: nè ho dubio che V. S. Ecc.ma non sia per riversargela malamente, benchè con ogni ragione. Si sono fatti in questa città ragionamenti longi, in diversi luoghi, sopra il negotio che ella ha per mano; et sono stati alcuni ch’hanno detto di volere venire costà, et non mancano di quelli che tengono la parte Caprina, essendo abondanza oggi dì de caproni et buffali. Io sto aspettando la lieta novella, et in tanto a lei auguro ogni maggior gloria, piacendomi grandemente che Girolamo sia stato et sia per trovarsi con lei. Non manco di tenere vivo il negotio da Verona come da me, che è anco il vero: al ritorno di V. S. sarà forza dare una volta là. Et con tal fine me le raccomando.

Di Padova, li 24 Aprile 1607.

Di V. S. molto Ill.tre et Ecc.maAff.mo et Oss.mo G. A. C.

Fuori: Al molto Ill.tre S.r Ecc.mo

Il S.r Galileo Galilei, sempre mio Hon.mo, a

Venetia.

Al magazen delli portalettere.

158*.

GIACOMO ALVISE CORNARO a GALILEO in Venezia.

Padova, 25 aprile 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 85. – Autografa.

Molto Ill.tre et Ecc.mo mio Hon.mo

Ho veduto quel tanto che V. S. Ecc.ma mi ha scritto nelle sue di oggi, et mi piace grandemente che sia seguito([314]) ciò che ho sempre presuposto dal valore suo. Che ‘l Capra habbi negato sì gran verità della mia attestatione([315]), non havrei mai creduto. Haveva fatto lettere a’ S.ri Rifformatori, querellandomi della sfacciataggine di costui; ma ho pensato poi di far che Girolamo([316]) ne tratti lui, et li scrivo le rinchiuse, raccomandandole a V. S., non tanto per il ricapito, quanto perch’ella discorri con esso intorno questo fatto. Pare a me che si doveria scacciare di questa città il caprone et il capretto, perchè sono tutta dui colpevoli; et se li S.ri Rifformatori non faranno tal provisione, io procurarò di ottenerla di qua. Ma sarà necessario che parli prima con V. S. Ecc.ma, cui mi raccomando et prego contento.

Di Padova, li 25 Aprile 1607.

Per servire a V. S. E.maSempre Obl.mo. G. A. C.

Fuori: Al molto Ill.tre et Ecc.mo S.re sempre mio Hon.mo

Il S.r Galileo Galilei, a

Venetia.

Al magazen delli porta lettere.

159*.

LODOVICO DELLE COLOMBE a GALILEO in Padova.

Firenze, 24 giugno 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 129. – Autografa.

Ill.re et Ecc.te Sig.r

È vero che ne’ primi giorni, che uscì fuora l’invettiva fatta dal Mauri([317]) contro il mio Discorso([318]), io sospettai, per certo romore e conghietture che poi riusciron vane, che V. S. havesse parte in quella con esso lui; ma l’Eccellente Sig.r Gio, Bat.a Amadori, per sua grazia, mi accertò, dal detto di V. S. non esser così in modo veruno: di che io rimasi appagato molto, sapendo lui non esser men veritiero, che amico a V. S. e a me. Hora, perchè egli m’ha fatto veder una lettera, dove ella mostra esserle venuto avviso che ho risposto e fatto menzion di lei come d’uno degli avversari, perciò le scrivo questi quattro versi, dicendole che per niuna maniera creda questo di me, sì come io feci di lei alla testimonianza del Sig.r Amadori, stimando che ella, come gentile, dotta e prudente, non potesse haver posto le mani in simil pasta: ma, essendo occorso che io risponda([319]) a certe poche dubitazioni che pareano al Mauri far contro di me, già stampate da Cecco di Ronchitti contro il Sig.r Lorenzini([320]), delle quali è stata creduta da alcuni il vero autore, perciò, havendo reputato le mie risposte esser rivolte ancora a lei, le ne hanno dato sentore. Assicurisi adunque di me, sì come gli stessi avversari, che io non ho passato i termini dell’huomo da bene, quantunque, secondo l’occasion datami, habbia ribattuto le morsicature, perchè l’ho fatto con piacevolezze e motti e facezie, senza animosità veruna. Anzi ne ringrazio gli avversari, che nel medesirno tempo mi hanno sollecitato negli studi e aperta la strada a offerirmele per servi[r]la, come che altro essi ne sperassero. Io me le profferisco con ogni affetto, aspettando occasion da lei di mostrarlo con l’effetto, e le bacio la mano.

Alli 24 di Giugno 1607, di Fiorenza.

A V. S. Ill.re et Ecc.teS.re Lodovico delle Colombe.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.te Sig.r

Galileo Galilei, Pad.e Oss.mo

Padova.

160*.

GALILEO a COSIMO DE’ MEDICI [in Firenze].

Padova, 24 agosto 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Ga1., P. VI, T. V, car. 7. – Autografa.

Ser.mo Principe et mio Sig.re Col.mo

Io non solo con la presenza, ma tardissimo ancora con queste poche righe, comparisco avanti l’A. V. S.ma et di questa mia tardità et la causa et la scusa le mando nell’alligato libro([321]), scritto in mia difesa et giustificazione contro alle calunnie di un temerario, il quale con fraude arditissima si era voluto publicare per inventore del mio Compasso Geometrico, chiamandone di più me usurpatore; la qual cosa essendo troppo progiudiciale all’honor mio, mi ha ritenuto qua per convincerlo di falsità avanti gl’Ill.mi Sig.ri Riformatori, et fargli supprimere il suo libro nel modo che l’A. V. S. potrà, da questo mio et dalla sentenza dei medesimi. SS. Riformatori([322]), comprendere. Ma perchè il libro di quello non si è potuto così presto supprimere, che egli già non ne havesse mandati molti in torno, et in particolare in mano di quei Signori i quali ei sapeva haver da me il mio libro et strumento ricevuto, onde io potevo dubitare che anco in Firenze, et forse all’orecchie dell’A. V., ne fosse arrivato sentore; io, che più che la morte devo fuggire ogni macchia che innanzi al candore della Serenità Vostra potesse denigrar l’honor mio, ho per miglior consiglio eletto il purgarmi et sincerarmi apresso il mondo et l’A. V., restando in assenza et in silenzio, che il comparirgli avanti, timido et dubbioso di qual concetto fusse hauto di me. Et parendomi anco di scorgere un non so che di progiudiciale alla grandezza del suo nome, quando io mi fussi di quello, col dedicargli il mio strumento, fatto scudo per un’opera usurpata, ho voluto antepor questa mia giustificazione a quel piccolo servizio che l’A.V. haveria da me potuto ricevere; piccolo, dico, quanto alla utilità sua, benchè grandissimo quanto alla mia honorevolezza.

Supplico l’A. V. S. ad impiegar un’hora nella lettura di questa mia difesa, la quale non dubito che m’impetrerà perdono se ho pretermesso di venire a quella servitù nella quale mi haverà sempre ad ogni suo minimo cenno paratissimo. Et qui con ogni humiltà inchinandomegli, gli bacio la vesta, come anco alli Ser.mi suoi Padre et Madre, a i quali tutti dal S. Dio prego somma felicità.

Di Padova, li 24 di Agosto 1607.

Di V. A. S.Hum.o et Dev.mo Servo et Vassallo Galileo Galilei.

161*.

GALILEO a [GIROLAMO QUARATESI in Firenze].

Padova, 24 agosto 1607.

Ignoriamo dove ora sia l’autografo della lettera, della quale il presente brano fu dato in facsimile nella Isographie des hommes célèbres, ou collection de fac-simile, de lettres autographes et de signatures. Tomo II. Paris, Alexandre Mesnier, libraire, 1828-1830, car. 37r.([323])

…..tra comodità qual ella più desiderasse: però V. S. comandi, che me haverà prontissimo o a dargli o a procurargli honorato et comodo ricetto. Questo solo non resterò di dire a V. S., che in casa altri lettori, o haverà moltitudine in compagnia, o vero spesa straordinaria, ma in casa mia non haverà altra compagnia che l’Ill.mo S. C. Aless.ro Montalbano, il quale ha un fratello costà cavaliere et paggio di S. A.([324]), il quale, essendo stato altri 4 anni in casa mia, continuerà sino che finisca i suoi studii, ciò è quest’anno et il seguente: et circa il resto sarà il tutto rimesso all’arbitrio di V. S., dalla quale starò aspettando ordine per servirla conforme a quello. Et in tanto a lei et al S. Fran.co, suo figliuolo, con ogni affetto bacio le mani, et prego da N. S. felicità.

Di Pad.a, li 24 d’Agosto 1607.

Di V. S. molto I.Ser.r Oblig.mo Galileo Galilei.

162.

COSIMO DE’ MEDICI a GALILEO in Padova.

Firenze, 11 settembre 1607.

Bibl. Naz Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 17. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Mag.co et Ecc.te mio Dilettiss.o

A gl’orecchi miei non era pervenuta altra notitia delle calunnie date a V. S. da quel galanthuomo circa l’inventione del suo Compasso Geometrico, si non che, dimandando io di lei quest’estate, mi fu detto (seben mi ricordo) ch’ella era stata, non so che tempo, poco ben disposta, et poi occupata in certo negotio che le premeva assai per l’honore, che doveva essere sicuramente questo; onde V. S. non ha bisogno di far meco scusa alcuna. La ringratio poi molto del libro che mi ha mandato, il quale veramente non ho ancor letto tutto, ma, per quello che ne ho visto, quel suo detrattore o sarà un ostinato temerario, o che pagherebbe buona cosa a esser digiuno di quest’impresa. Mi rallegro con lei che la causa sia terminata, come si vede, con infinita reputatione et laude di V. S.: alla quale offerendomi, le prego da Dio ogni bene et ogni contento.

Di Fior.a, il dì XI di Settembre 1607.

  S.GalileoAl piacer suo Don Cosimo, P.e di Toscana.

Fuori: Al Mag.co mio Dilettiss.o

Il S.r Galileo Galilei, a

Padova.

163*.

CIPRIANO SARACINELLI a GALILEO in Padova.

Firenze, 11 settembre 1607.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.o 167. – Autografa la firma.

Molto Mag.co et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

La lettera di V. S. de’ 24 del passato mi è stata resa per le mani del Landucci, suo cugnato, insieme con un’altra sua per il Ser.o S.r Principe. Le sopradette due lettere son venute accompagnate da due libretti, che contengono la Difesa di V. S. contra quello veramente usurpatore del suo instrumento, overo Compasso Geometrico. Il libro che è tocco a me, l’ho letto tutto, et per quello che me ne pare, se quell’ardito Capra sapesse saltare all’indíetro, credo che lo farebbe molto volentieri: basta che V. S. l’ha gastigato come meritava, havendolo con la sua penna frustato e mandatolo, come si dice a Fiorenza, su l’asino. Al Sig.r Principe è stata cara la lettera di V. S., il libretto gl’è piaciuto et credo che lo finirà di leggere: et sappia V. S. che S. A. l’ama et la stima molto, et che per conservarsi nella gratia sua ha poco bisogno dell’opera mia; tuttavia, per soprabondanza d’affezzione, non mancarò di ricordare le virtù et meriti suoi.

V. S. ha cagione di voler bene al Cav.r Ferdinando, mio nipote, non perchè in lui siano quelle qualità che V. S., ingannata, facilmente le par di conoscerci, ma perchè, conoscendo esso molto bene le virtù singolari che sono in lei, l’ama anche et osserva singolarmente, et le bacia le mani. Ho salutato, come V. S. mi scrive, il S.Piovano([325]), et datogli a leggere il libretto, con patto che lo faccia vedere a qualcun altro, come debbe haver fatto, non me l’havendo per ancora ristituito.

Il Landucci, suo cugnato, mi narrò il travaglio che haveva per conto della gabbella delle doti. La cosa in sè stessa, quanto all’interesse, non pareva che fosse di grande importanza; ma, o poco o assai che sia, a ciascuno incresce di pagare un debito al quale non pare di esser tenuto. Non seppi far altro, così all’improviso, in servitio suo, che ricordargli ch’andasse da parte mia a informare di questo caso il S.r Bastian Corboli, Segretario della Consulta, nella quale, si trattano simil materie. Tornò a dirmi che vi era stato, et se ne era partito molto sodisfatto; et parmi che mi dicesse ancora che se ne doveva parlar nella prima Consulta, et perchè in essa suole intervenire il Ser.o S.r P.e, pregai S. A. che, sentendone parlare, volesse raccomandare il negotio particolarmente al Dottor Cavalli, fiscale: ma facilmente la detta Consulta si dovette fare senza la presenza d’esso S.r Principe, perchè di questo caso S. A. non ne ha sentito parlare; nè io so quello che sia poi seguito, non havendo più visto il S.Landucci, di che anche mi son maravigliato un poco. Se mi farà altra instantia o mi ricercarà di qualche cosa, potrà ben mancare il potere, ma la volontà di giovarli non mancarà mai, e per lui stesso e per rispetto di V. S., alla quale io son sommamente desideroso di servire. Et le bacio le mani.

Di Fiorenza, il dì XI di Settembre 1607.

Di V. S. molto Mag.ca et molto Ecc.teAff.mo Ser.re Cipriano Sarac.llo

Fuori: Al Molto Mag.co et molto Ecc.te Sig. mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Professore di Mattematica, in

Padova.

164*.

SILVIO PICCOLOMINI a GALILEO in Padova.

Firenze, 8 ottobre 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 131. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Sapendo io quanto V. S. sia mio affetionato amico, mi rendo certo che l’harà sentito e sentirà gusto dell’ felice successo dell’impresa della fortezza e città di Bona in Barberia, commessami dal Ser.mo Gran Duca, mio Signore, al quale è stata di tanto contento e sodisfatione, che ha voluto che se ne mandi la relatione et il disegno alla stampa([326]); quali mando qui inclusi a V. S., acciò la veda e senta destintamente i particolari([327]), se bene ne sono stati lasciati molti.

Desidero e prego V. S. a favorirmi d’avisarmi che provisione dia la Republica al generale dell’artiglieria, et imparticolare quello che dà([328]) al S.Ferrante de’ Rossi; e ciò quanto prima, perdonandomi s’io l’infastidisco. E comandi a me dove son buono: e li bacio le mani.

Di Fior.a, il dì 8 di 8bre 1607.

Di V. S. Ill.re Ho riceuto il libro mandatomi, et mi è stato gratissimo, ringratiandola infinitamente. S.r Galileo Galilei    Ser.re Silvio P.ni

Fuori: All’Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, a

Padova.

165*.

RAFFAELE GUALTEROTTI a GALILEO in Venezia.

Firenze, 20 ottobre 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 86. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.te Sig.r

La ringrazio del baratto de’ libri, e la prego che vegga di darli in consegna ad uno che me li porti qui in dogana, che io pagarò il porto et ogni spesa fatta. E poi che V. S. è in Vinezia, vegga di farmi un favore, che è di veder di trovarmi un ciottolo di lapis lazzeri, o tavole segate, che sieno di lapis cattivo, ciò è turchino, sbiancato, con macchie bianche, che a me serviria per far cieli e nuoli, che per ogni altro lavoro saria disutile, e darmi aviso del costo e del nome del padrone; chè qua poi, per mezzo de’ Riccardi, delli Strozzi o simili, lo farei levare e condurre.

Le nuove mi sono state carissime; et in contracambio le mando la nascita di una cometa([329]), apparsa il dì 27 di 7mbre 1607, circa le 7 hore di notte, nell’Orsa maggiore, rispondente a 18 gradi del Lione: et in tre dì caminò verso mezo giorno tanto, che passò sopra Arturo, e si pose con esso e con la lucida della Corona in un perfetto triangolo; e di poi in tre settimane ha fatto per il Serpente altrettanto viaggio quanto fece ne’ tre primi giorni. Iersera era vicina ala stella della coscia sinistra di Ofiucco; e per ire a recider l’eclittica ne’ 15 gradi del Saggittario in circa, rinuova il significato del’altra del 1604. Qui prego Dio che l’esalti, e li bacio le mani.

Di Firenze, il dì 20 di Ottobre 1607.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.teServi.re Aff.mo Raffael Gual.

Fuori: Al Molto Ill.re et Eccelle.te

Sig. Galileo Galilei, a

Venezia.

166*.

GIROLAMO MAGAGNATI a GALILEO in Padova.

Venezia, 21 ottobre 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 133. – Autografa.

Molt’ Ill.re et Ecc.mo S.mio Oss.mo

Ò compare, compare, s’à foessè stò on cò son stò io mi in tanti imbruogi, in tanti fastibii e in tanti dafari, à ve sò dire che no ve smaravegiessè s’à no v’hò de longovia scritto, c’hà hò bù na vostra sletra, c’hà gò mandò quell’altra in Toescaria, la bella prima consa c’hà faesse, c’hà gò inteso ch’ì fatto ravolò e ch’i ravi xè stè con è stroppe, perchè la bruosema no gi à ancora ben brustolè, e cetola. Ancuò([330]) mò, che i molini è serè e che ‘l se può anare un può à spasso, perchè el preve no vuole che ‘l se vaghe à overa, à ve fazzo savere c’ha go bù an l’altra sletra, con el pezzo de bosattello, e sì à gò an inteso, saì, compare?, con disse questù, che aì speso d’i soldi: ma, con disse questù, s’havì, saíu, compare?, à vuò mò dire, che s’i tornerì à lombrare, el ve mancherà pì de denove marchitti per tron de tutto quelo c’haì speso, perchè à no vuogio mandarve groppitti de bezze, saíu, compare? Perzontena fe’ che ‘l vostro boaruolo tegne la tessera, ò che ‘l gi segne sù qualche salgaro, perchè à farò così an mi de quigi c’à spenderò in pessatti e in altre noelle, e pò, con se revederemo, à se valizeremo, con disse questù. In stò mezo, caro compare, mandemene ogni stemana un pezzatto così de st’andare, con qualche paro de bresolatte, che le me sà bone; e zà c’haì scomenzò, e me g’haì usò, à no men porave destuore. E così, con à ve dego rivar de dire, an mi e ‘l zuoba de sera à ve fornirò de qualche cosa, sì che seguramen nò caderà ch’à fè altra spesa livelondena, perchè fè vostro conto che vù tirerì sù la negossa el vendere, con tanti pessati che ve bastarà, e mi chiapperò sù el stroppelo, c’haverà impirò sù da far de bon bruò e de bone menestre; e così, con disse questù, à faren con fà gi aseni, à se grattaren un con l’altro, e donde pì ne pizza, compare, zoè in la gola. Or sù, compare caro, che ‘l se staghe in legrisia pì che ‘l se pole; e viva l’amore, perchè s’à son vecchio, à no son cottecchio, saíu, compare?

Sto aspettando nova di quanto l’Ecc.mo S.r Cremonino havrà operato; e l’amico ancora l’aspetta con grand’ansia. E con ciò affettuosissimamente le bacio le mani.

Di Vin.a, il 21° di 8bre 1607.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maAff.mo Ser.re Gir.mo Magagnati.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r, Dottor Galileo Galilei.

Padoa.

167**.

BENEDETTO CASTELLI a D. ERMAGORA di Padova in Venezia.

La Cava, 24 ottobre 1607.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal. P. VI, T. XIV, car. 21 e 22. – Autografa.

Molto Ven. Padre Oss.mo

Alli 10 di 8bre corrente ritrovandomi in una loggia, la sera, alla scoperta, al’usanza mia, per riguardar le stelle, viddi una luce, o vogliam dire cometa([331]), nella parte occidentale, della grandezza delle stelle della prima magnitudine, ancorchè, per esser alquanto oscurotta, non facesse di sè troppa bella mostra, con una coda o irradiatione stesa verso oriente apunto, quale si andava scemando di splendore nell’estremità sua, in maniera che non si poteva ben bene rafigurare la longhezza sua, ma così di grosso appariva di sette gradi in circa. Ma perchè mi ritrovai rinchiuso nelle stanze del mio Reverendo([332]), per esser il loco, dove io stava, pertinente alla camera sua, non potei per quella sera far altra osservatione: e per altra occorrenza, con mio disgusto, l’istesso alli 11 mi fu vietato. Alli 12 ritrovai, come meglio potei([333]), che detta apparenza si ritrovava apunto nell’equinottiale nel 237 grado, cominciando dalla sectione del p.° gr.° dell’con l’equinottiale. La sera sequente non fu possibile osservarla. Alli 14 si era posta tra la stella della 3a magnitudine che sta nella man sinistra di Esculapio, e quell’altra più meridionale informe tra la zampa destra del Scorpione e le coscie d’Esculapio, in maniera che, essendo lei più occidentale di tutte dua le dette stelle, faceva con quelle un isoscele, del quale essendo la base la distanza tra le due stelle, la perpendiculare dalla cometa alla base era la terza parte di detta base. Alli 15 poi si era trasferita più meridionale, tanto che con il sito della sera antecedente formava una rombide: onde entrai in pensieri che lei alli 12 fosse stata non nel 237, ma nel 236 e meno, perchè questo mi correspondeva meglio a fare che il moto suo fusse per circolo massimo. Le altre sere sequenti si andava sempre facendo più meridionale, secondo la quantità delle prime, sin che, succedendo mutation di tempi, mi fu levata sì piacevol vista; et hora, che sono alli 24, per essersi già il Sole appressato et per esser a questo nostro sito opposto l’impedimento d’un monte, la sera non posso far altra osservazione. Solo sospiro la ampiezza dell’orizonte vostro, ma molto più la vostra conversatione, con la quale volentieri ragionarei di presenza e di questo e di molte altre cose, che con non poche fatiche vado alla giornata guadagnando.

Mi farete favore darmi nova del mio Sig.r caro Galileo, e, se è possibile, communicateli questa mia, acciò se S. S. con più essatta osservatione havesse notata la sudetta apparenza, me ne dia copia: e scriveteli che io tengo desiderio di servirlo, conforme a’ segnalati e grandi meriti suoi([334])….

168.

GALILEO a CURZIO PICCHENA in Firenze.

Padova, 16 novembre 1607.

Bibl. Naz. Fir. Questa lettera, della quale l’autografo non giunse insino a noi, fu pubblicata per la prima volta tra le Lettere storiche, politiche ed erudite raccolte da Antonio Bulifon, ecc. In Pozzoli, 1685, pag. 200-204 e ne abbiamo copia di mano di Vincenzio Viviani nei Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 15 e 16. L’edizione del Bulifon non deriva da questa copia, la quale ha lezioni manifestamente scorrette; si può bensì sospettare che sia stata condotta direttamente sopra l’autografo, sebbene presenti un grave errore, che si può sanare col confronto dell’altra fonte. Riproduciamo la lettera dalla edizione suddetta, correggendo quell’errore col riscontro della copia del Viviani e segnando appiè di pagina, con la sigla s, le lezioni della stampa dalle quali ci discostiamo.

Al Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Curzio Picchena, Segretario di S. A. S.

Firenze.([335])

Molt’Ill.e Sig.r e P.ron Col.mo

Io scrissi, sono oggi 15 giorni([336]), a V. S. molt’Ill.re quello che potevo dire allora in materia del pezzo di calamita ricercato da S. A. S.: che fu, che primieramente ne havevo io un pezzetto di circa mezza libbra assai gagliardo, ma di forma non molto elegante, e che questo era al cenno di S. A. S., padrona di questo e di tutto il resto; le dissi appresso, ritrovarsene un pezzo in mano d’un gentilhuomo amico mio([337]), di bontà suprema, grande in circa 5 libre, e di bella forma; ma per ritrovarsi quel signore in Cadore, dissi che gli haverei scritto per intender l’animo suo. Scrissi, e ho havuta risposta, e che si priverà della calamita, tutta via che si trovi il prezzo di che è la stima: e già che si ha in mano di poterla havere, mi è parso di dire alcuni particolari che ho veduto io più volte nella detta calamita, havendola havuta più volte nelle mani.

Prima, è tanto vigorosa, che sostiene un fil di ferro lungo un dito, e grosso come una penna da scrivere, al quale sia attaccato libbre 6 e mezza di qualsivoglia materia; e credo, se io ho bene a memoria, che le libbre 6 e mezza fussero pesate alla grossa di queste libbre di qua, che delle fiorentine saranno circa dieci. Attaccandovi un oncinetto di ferro, non più grande di mezzo granello di grano, lo sosterrà insieme col peso di tre zecchini, che gli sieno appesi. Ha tanta forza, che appressatagli la punta d’una grande scimitarra, vicina quanto è la grossezza d’una piastra d’argento, sforza ambo le mani di qualunque gagliarda persona, che anco per maggior resistenza s’appoggiasse il pomo della detta arme al petto,([338]) e per forza la rapisce a sè. Io poi vi scopersi un altro effetto mirabile, il quale non ho potuto poi più rivedere in alcun’altra calamita; e questo è, che dalla medesima parte scaccia e tira il medesimo ferro: lo tira, mentre che gli sarà posto lontano 4 o 5 dita; ma se se li accosterà vicino a un dito in circa, lo discaccia: sicchè posandolo sopra una tavola e andando alla sua volta con la calamita, quello fugge, e seguitandolo con la calamita tuttavia scappa; ma se si ritira la calamita in dietro, quando se li è slontanata per quattro dita, il ferro comincia a moversi verso lei, e la va seguitando quanto altri la ritira indietro; ma non se gli vuole accostare a un dito, anzi, come ho detto, andandogli incontro con la calamita il ferro si ritira e fugge. Gli altri effetti poi tutti della calamita si veggono in questa mirabilmente per la sua gran forza.

Questo gentilhuomo mi scrive, essergli altra volta stati offerti 200 scudi d’oro da un gioielliere tedesco, che la voleva per l’Imperatore; ma non glie la volse dare altrimenti, stimandola egli assai più. Io non ho potuto nominare a questo gentilhuomo la persona che la domanda, nè anco la nominerò, se non ho altr’ordine da V. S.; e per essere detto signore lontano di qua, non ho potuto havere risposta da esso se non oggi: dalla quale ho cavato solamente, che quanto alla calamita la concederà, benchè prenda gran piacere de’ suoi effetti: ma per quel che mi accenna, la stima oltre a 400 scudi. Molte volte gli ho sentito dire che non la darebbe per manco oro di quello che lei sostenesse attaccato ad un ferro, il che saria per più di scudi 400: ma circa a questo non m’ha scritto adesso cosa alcuna. Io starò aspettando ordine da V. S. di quanto vuole che io tratti, chè non mancherò di ubbidire a’ cenni del nostro Sig. Principe. Al quale intanto umilmente m’inchino, e a V. S. con ogni affetto bacio le mani.

Di Padova, li 16 di Novembre 1607.

Di V. S. molt’IllustreServidore Obligatissimo. Galileo Galilei.

169.

GALILEO a [CURZIO PICCHENA in Firenze].

Padova, 4 gennaio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 9. – Autografa. Nel margine superiore a sinistra si legge, di mano di BELISARIO VINTA: «Se leva cinque libbre di Firenze quanto ella pesa»: cfr. n.° 170.

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

Ritrovandomi in obligo di rispondere qualche resoluzione al padrone della calamita, che è l’Ill.mo S. Gianfrancesco Sagredo et havendo ricevuta l’ultima di V. S. molto I., nella quale mi scrive, la mente di S. A. S. esser di non trattare di essa calamita quando quel signore stia in prezzo così alto, desiderando pure che S. A. non habbia domandato cosa possibile ad haversi senza ottenerla, ho scritto a questo signore per veder di persuaderlo ad abbassarsi, et ne ho hauta la risposta che V. S. vedrà qui alligata([339]): per la quale, poi che si rimette all’arbitrio mio, possiamo stimare che la pietra sia nostra. Solamente mi dispiace l’avergli io da principio detto di trattare per un signor Pollacco, mio scolare, il quale (per colorir la tardanza delle risposte) si trovi di presente in Firenze; che quando io potessi mostrarmi con questo signore interessato alla metà di quello che sono per servire S. A. S. haverei, conforme alla sua offerta, la calamita ad ogni prezzo, sì come son sicuro che si haverebbe in dono, quando in luogo della mia piccolissima autorità potessi usar la somma del domandante. Però se parerà a S. A. quello che pare a me, ciò è che dalla risposta del S. Sagredo possiamo, con l’interposizion della mia, qual ella si sia, autorità, assicurarci di haver la calamita ad ogni honesto prezzo, starò aspettando che V. S. mi comandi: «Proferiscigli tanto», che così esequirò.

Ho voluto mandar la propria risposta a V. S., perchè al manco da quella possa accertarsi et farne poi fede a S. A. S., come io ho procurato di servirla con ogni mio potere. Alla quale intanto inchinandomi, bacio con ogni humiltà la vesta, et a V. S. mi confermo devotissimo servitore.

Potrà mandarmi il punto([340]), chè non mancherò di procurare che V. S. resti servita, per quanto comportano i termini dell’arte. Il Signore la feliciti.

Di Pad.a, li 4 di Gennaio 1608.

Di V. S. molto I.Ser.re Oblig.mo Galileo Galilei.

170*.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Dall’Ambrogiana, 13 gennaio 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XCIII, n.° 44. – Autografa.

Ill.re S.r mio Oss.mo

Ritrovandosi il Sig. Segretario Picchena assente per certa occorrenza del Ser.mo Padrone, io debbo rispondere alla S. V., per comandamento del suo et mio Signore, che di quella calamita non ne vorrebbe dare più che dugento scudi; et quando anche bisognasse che fussino d’oro, questo si acconsentirà, e V. S. può accordargli d’oro: ma a maggior somma non si vuole arrivare; et anche questo prezzo di dugento scudi si ha da stabilire et dare, sempre che il pezzo di detta calamita che si compra levi altretanto peso di ferro quanto pesa egli; et affermandosi che la calamita pesi cinque libbre, cinque libbre di ferro bisogna ancora che levi ella: altrimenti, non si ha a pagare nè anche li sudetti dugento scudi. Ma levando cinque libbre di ferro, la S. V. arrivi fin a dugento scudi d’oro, quando la non possa far meno; et più non se ne ha da dare. Et a V. S. bacio di buon cuore le mani.

Dall’Ambrogiana, a 13 di Gennaio 1607([341]).

Di V. S. molto Ill.reTutto Aff.mo per servirla Belisario Vinta

Fuori: All’Ill.re Sig. mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

Firenze.

171.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 8 febbraio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 11 e 12. – Autografa.

Ill.mo Sig.re e Pad.ne Col.mo

La gratissima lettera di V. S. Ill.ma, scritta da l’Ambrogiana, li 13 di Gennaio, non mi è stata resa prima che li 3 di Febraio; et di questa tardanza ne è stata, per mio avviso, cagione la immensa copia di giacci et nevi, che per molti giorni hanno tenuto impedito il transito da Venezia a Padova: et di presente ancora, haviamo qui in Padova la neve alta per le strade 4 et 5 braccia, cosa orribile et che supera le memorie de gl’ huomini et delle carte([342]).

Ho intesa la resoluzione del Ser.mo nostro Padrone intorno alla calamita, conforme alla quale scrissi all’Ill.mo S. Sagredo, padrone della pietra; il quale, per havermi scritto molte altre mani di lettere intorno a questo negozio, et per trovarsi occupatissimo nel mettersi all’ordine per il viaggio di Aleppo, dove va Consolo fra poche settimane, mi scrisse brevissimamente, et mi mandò la, calamita, dicendomi che io ne facessi quanto che a me piaceva, et che non era per ritirarsi indietro dall’oblazione che per altra lettera mi haveva fatto, quando me ne haveva fatto padrone, et che se non mi contentavo dell’haverlo tirato a 200 scudi d’oro, che io lo riducessi anco a 200 d’argento et a quello che più mi piaceva, pur che io restassi satisfatto di haver gratificato quell’amico, della cui satisfazione io mi ero dimostrato così ardente. Io ho hauto molto caro di haver la calamita nelle mani, per esperimentar la sua virtù più diligentemente, essendo che V. S. Ill.ma mi ha data una limitata condizione, senza la quale non si ha da concludere o effettuare la offerta di S. A. S., per il servizio della quale io mi sono adoperato con ogni spirito, non havendo niuno altro rispetto che la sua satisfazione; oltre alla quale satisfazione è ben ragionevole che io procuri anco la mia, la quale non consiste in altro se non in far sì che S. A. S. resti certificata, che non ho scritto costà cosa che detragga un solo capello alla mera verità, mentre ho parlato delle qualità di questa pietra. Et perchè mi viene replicato sopra una sola, che è circa ‘l peso che ella può sostenere, havendo io scritto altra volta che, potendo pesar lei circa 5 libre, poteva sostenere altretanto([343]) di ferro, hora io specifico più a V. S. Ill.ma, et per lei al S.mo nostro Signore, che la pietra pesa oncie 53 a questo peso, sì che non credo che calerà molto dalle 5 libre al peso di Fírenze; ma ben che calasse qualche cosa, questo poco importa, anzi tanto sarà maggior la meraviglia, quanto che ella sostiene più di libre 5 ½ di ferro, sì come li fo sostenere io, et credo che più ancora li farò sostenere avanti che mi esca delle mani. Nè si meravigli V. S. Ill.ma che ci sia bisogno di esperienze et investigazioni per scoprir la sua forza; perchè, prima, i punti nella pietra dove la virtù è robustissima, sono due soli poli, et questi bisogna con diligenza ritrovare; in oltre, la virtù del sostenere non è meno del ferro che della calamita, sì che non ogni ferro, nè di ogni grandezza et figura, è egualmente sostenuto, ma l’acciaio elaboratissimo, et di una particolare figura et grandezza, più gagliardamente si attacca. In oltre, le armature de i poli attaccate un poco più qua o là possono far gran variazione: et io in questi 4 giorni, che l’ho tenuta nelle mani et che mi ci sono occupato intorno, l’ho fatta reggere quasi una libra di più di quello che il padrone della pietra habbia mai veduto sostenergli; et sono in speranza, facendo io fabricare alcuni pezzi di acciaio finissimo, di ridurla a sostenere ancora molto più.

Reggie dunque già de fatto quasi una libra più di quello che lei pesa; et sì come questo è vero, così haverei di bisogno che constasse a S. A. S. quando l’havesse nelle mani, acciò, per difetto di chi glie ne facesse vedere l’esperienza, le mie parole non havessero a restar immeritamente condennate; il che a me sarebbe di infinito dispiacere, tenendo io in bilancia la vita propria con la buona grazia del Ser.mo nostro Signore. Onde io credo che mi risolverò, quando non mi sia ordinato in contrario, di mandare la calamita con le sue armature attaccate precisamente a i due poli, et i medesimi due ferri che da quelli sostiene pendenti, acciò, per difetto di chi non gli sapesse così subito ritrovar costà, non habbia a restar S. A. S. senza vederne l’esperienza da me promessa: se bene saria mia interissima satisfazione il farla vedere in Venezia o all’ Ill.mo S. Residente o a chi più li piacesse; il che si potria fare senza specificar la causa perchè. Però circa questo mi rimetterò a quanto da V. S. Ill.ma mi verrà ordinato.

Gl’altri effetti di questa pietra sono quali altra volta ho scritto: et nel mandarla manderò anco dui cilindretti di acciaio, per veder quel mirabile effetto scoperto da me in questo pezzo, et credo che sia singolare di questa sola, non l’havendo io potuto far fare a niun’altra di molte che ne ho sperimentate; et è di scacciare sopra una tavola uno de i detti ferri quando se li vuole avvicinar più di due dita la pietra, et tirarselo dietro se se li discosta la medesima calamita.

Quanto al prezzo, questo signore, come da principio ho detto, non è per ritirar indietro la parola datami, rimettendosi in me; ma perchè nello scrivergli io de i 200 scudi d’oro mi ha risposto che, se par così a me, io gli faccia anco di argento, pur che ci sia la mia satisfazione, però, parendomi che questo signore potesse creder che io habbia voluto ristringerlo più di quello che haverei potuto fare, quando nel resto S. A. S. restasse satisfatta, la vorrei supplicare a restar servita di convertire li 200 Ñ.di d’oro in 100 doble, che poco più di quelli importano, perchè così potrei mostrare a questo signore (la cui buona volontà devo io per molti rispetti procurar di conservarmi) di haver tenuta la sua parte più di quello che credeva. Ma perché l’ho tenuta occupata più di quello che haverei voluto, finirò con inchinarmi humilissimamente al Ser.mo nostro Signore, et con offerirmi servitore devotissimo a V. S. Ill.ma, alla quale prego da Dio somma felicità.

Di Pad.a li 8 di Febraio 1608.

Di V. S. Ill.maSer.re Dev.mo Galileo Galilei.

172*.

SEBASTIANO VENIER a GALILEO in Padova.

Venezia, 17 febbraio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 114. – Autografa.

Ill.re et Ec.mo S.r H.do

Hebbi l’informatione che desideravo, et la ringrazio quanto più posso della diligenza che ha in ciò usato, conforme al solito della sua gientilezza. Farò l’ufficio coll’Ill.mo Moresini oportunamente, nella maniera che desidera. Le mando la lettera dell’Arrigetti, poichè comprende altro particolare. Non occore che me le offerisca, perchè sa che son tutto suo: ma ben col fine la saluto di core, et le prego da N. S. ogni maggior contento.

In Venetia, li 17 Febraro 1608.

Di V. S. Ill.e et Ecc.maSer.re di core Sebastiano Veniero.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo S.r H.do

Il S.r Galileo Galilei, Matematico di

Padova.

Al Santo.

173*.

MARINO GHETALDI a [GALILEO in Padova].

Ragusa, 20 febbraio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 88. – Autografa.

Molto Ill.re S.r mio Oss.o

I Sig.ri Reformatori hanno castigato il Capra dinnanzi al popolo assai bene, ma molto più dinnanzi agli inteligenti l’ha mortificato l’apologia([344]) di V. S.; di manera che in un modo et in un altro è stato acconcio come meritava. Io mi ricordo che quando ero in Padua del 1600, V. S. mi mostrò molte operationi del suo compasso; e quanto a me non ho havuto bisogno d’altre prove, sebene vi sono infinite nella apologia, che tutto quello sia sua inventione.

La ringratio infinitamente tanto de l’haver voluto legger il mio Apollonio([345]), quanto del’havermi mandato la sua apologia: et ogni volta che mi farà partecipe delle operationi del suo ingegno, gl’haverò obligo, perchè io sono qui come sepolto; chè non intendo altro se non quello che mi viene scritto qualche volta dal P. Clavio, e questo rare volte, per esser horamai vechio, che gli è più facile fugir lo scrivere che pigliar la penna in mano.

Haverei a caro veder il libro di V. S. della fabrica et uso del suo compasso militare, perchè vorrei far uno, chè habiamo qui un maestro, che nelle cose d’otone è valenthomo. Con che li bacio le mani.

Di Ragugia, alli 20 di Feb.o 1608.

Di V. S. Molto Ill.reAff.mo Ser.re Marino Ghetaldi.

174.

MICHELANGELO GALILEI a GALILEO [in Padova].

Monaco, 4 marzo 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 116. – Autografa.

Car.mo et Honor.do Fratello,

Ho ricevuto la vostra gratissima, et bene che quello che mi havete scrit[to] sia stato tutto lamentevole, pure mi son rallegrato in veder che non mi disprezzate tanto quanto mi andavo immaginando. Hora, rispondendovi circa il particolar de’ nostri cognati, mi dite che vo soddisfacendovi con la buona volontà. Caro fratello, se non ò hauto([346]) il modo di far con effetti quello che desidero di fare, non so che mi possiate tanto biasimare. Voi dite che ho speso una gran somma di denari in un desinare: questo non vi nego; ma considerate che questo desinare fu alle mie nozze([347]),dove non si poteva far di manco, perchè ebbi da 80 persone, tra le quali ci erano molti signori d’inportanza et inbasciadori di 4 principi: et volendo far a l’usanza di questo paese, et per non rimaner in vergogna, fui forzato a fare quello che di manco era inpossibile. Ma non mi potrete già dire che io abbia fatto tali spese per cavarmi qualche mia voglia, nè ho mai malamente buttato via tal somma; ma sì bene per risparmiar mi son patito molte voglie. Mi dite ancora che non fa al vostro bisogno con l’avervi scritto([348]) che Dio vorrà saper buon conto del’ira che potevi patir meco. So che questo poco vi aiuta al vostro bisogno([349]); ma non è per questo che io non dovessi scrivervelo, chè ben potete creder che io non ve l’abbia scritto con pensiero che questo vi deva soddisfare quanto allo scarico del debito con [i] nostri cognati. Circha questo particolare, vi dico in poche parole che con ogni mio potere anzi patirò ogni incomodo, acciò io vi dia in parte soddisfazione; ma che sia possibile che io trovi 1400 ?di, che so che restano haver i nostri cognati([350]), questo so che non potrò fare: et tal som[ma] di denari mai à da calare, poichè ci è fatica a pag[ar] solo l’interessi. Bisognava dar la dote alle sorelle non conforme al vostro animo solamente, ma ancora conforme a la mi[a] borsa. Dio benedetto vede il cuor di tutti; et se io non vo sodisfacendo con li effetti, mi dica uno se ò mai hauto il modo di poterlo fare. Quando vi mandai li f. 50 per…. il Sig.r Cosimo mi prestò f. 30, i quali non ò ancora pagati, […spero] in breve pagarlo, poichè mi scrive che vuole un de’ mia liuti; et da poi senza fallo mi farò prestar 50 f., et ve li manderò: altro non so che fare. In questi primi mesi mi è convenuto spendere assai in casa. So che direte che dovevo lasciar star di tor moglie, et considerare alle nostre sorelle. Dio mio benedetto, stentar tutto il tempo della mia vita per avanzar quattro soldi per darli poi alle sorelle! soma e giogo troppo amaro e grave, et sono più che sicuro che stentando 30 anni([351]) non potrei avanzar tanto, che io potessi dar l’intera sodisfazione. Dio mi aiuti, voglio fare più di quello che potrò: abbiatemi un poco di conpassione, et considerate che non potrete mai dire che io abbia hauto il cuor a cavarmi le mie voglie senza curarmi di altri. Del’aver tolto moglie direte che questa sol voglia è stata bastante a dichiararmi poco desideroso dì far il debito mio. Qui non vi risponderò: sallo Iddio a che fine l’ò fatto, il quale ringratio della gratia concessami([352]), et mi dia facultà di poter con gli effetti conrispondere al desiderio che ò di far il debito mio. Più a lungo non mi estenderò: vi pregherò bene che mi vogliate tener per vostro buon fratello, et siate sicuro che con ogni mio potere vederò di darvi qualche sollevamento, poi che per mia colpa dite di trovarvi in tante angustie. Scusatemi, chè quello che non ò fatto, è mancato da non haver il modo.

Ho inteso che mi farete mandar presto la cassa, la quale ho aspettato con molto desiderio per li liuti soli, chè invero in questa quaresima ne ò gran necessità per sonar in concerto, et per averli non mi sarei curato spender qualcosa di più ne la condotta: ma pazienzia. Vi ringratio della vostra buona volontà, et a voi, come a nostra madre, mi raccomando di vivo cuore, come fa ancora l’Annaclara, quale pagherei qualcosa che da voi fussi conosciuta. Dio vi feliciti.

Di Monaco, li 4 di Marzo 1608.

Volendomi scrivere, date le lettere costì in Padova al datore di questa, chè veniranno sicure.

 Vostro Aff.mo Fratello Michelag.lo Galilei

175.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 14 Marzo 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 13. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Risposi 5 settimane sono([353]) alla cortesissima lettera di V. S. Ill.ma, nella quale mi haveva significata la mente di S. A. S. in materia di quella calamita; et perchè non ho poi vedute altre sue lettere, vo dubitando che, per qualche sinistro accidente, la mia possa essersi smarrita: onde ho resoluto replicar con brevità in questa quanto nell’altra li dicevo, acciò che qualche accidente non mi facesse apparire men diligente nel servizio del Ser.mo nostro Signore.

V. S. Ill.ma mi scriveva, la volontà di S. A. S. esser di non dar della detta calamita più di Ñ.di 200 d’oro, et questo prezzo quando la detta pietra sostenesse tanto ferro quanto pesava essa, sì che supponendosi il suo peso esser di libre 5, ella sostenesse 5 libre di ferro; altramente non intendeva S. A. S. volerla. Io riscrissi a V. S. III.ma, haver significato il prezzo all’Ill.mo S. Gianfrancesco Sagredo, padrone della pietra, il quale, rispondendomi, come altra volta haveva fatto, mi faceva padrone di questo negozio, et mi mandò la calamita, la quale ancora si trova appresso di me; la forza et vigor della quale havendo io più volte esperimentato, gli fo sostenere più di 5 libre di ferro, ancor che il peso della pietra non arrivi a questo segno: onde è manifesto, il valor di quella essere assai più eccellente di quello che S. A. S. si contentava et che io havevo scritto nelle mie prime lettere. Soggiugnevo apresso, che per mia satisfazione haverei mandati, insieme con la pietra, i ferri et le sue lamette attaccate a i poli, acciò per diffetto di chi non potesse così improvisamente ritrovare le parti più vigorose della calamita, nell’esser mostrato a S. A. S. l’effetto, le mie parole non fussero apparite in qualche parte manche, essendo che la verità è che fo sostenere alla detta pietra più di una libra di più di quello che pesa lei; o vero, quando non fusse parso altramente a S. A. S., ne haverei volentieri fatto veder l’effetto in Venezia all’ Ill.mo S. Residente, o a chi mi fusse stato ordinato. Questo, et altri particolari circa i suoi effetti, havevo scritto a V. S. Ill.ma, et tanto gli riconfermo, supplicandola con sua comodità a darmi risposta, per poter liberare questo signore. Il che sarà per fine di questa, con inchinarmi humilissimamente a S. A. S., et con offerirmi servitore devotissimo di V. S. Ill.ma, alla quale prego da Dio somma felicità.

Di Pad.a, li 14 di Marzo 1608.

Di V. S. Ill.maSer.re Dev.mo Galileo Galilei.

176*.

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Roma].

Padova, 21 marzo 1608.

Bibl. Marc. Venezia. Cod. LXVI della Cl. X It., car. 33. – Autografa.

…. Di novo V. S. non aspetti, se non che Monsign. Michele([354]) è fuor di pericolo, che il freddo è tornato a farsi sentire, e che la neve s’è sgombrata da per tutto e gettata nel fiume, per consiglio de’ medici, de’ quali va in volta una forbita scrittura([355]), dettata dal Sig. Minadoi e sottoscritta da gli altri, con regretto del Cremonino e Galileo, che aliter sentiebant….

177*.

[GIUSEPPE GAGLIARDI] a GALILEO in Padova.

[marzo 1608].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Par. I, T. III, car. 69-70. – Di mano sincrona..

Al me caro, lustrio, cielentiss.mo e da ben Segnore e paron el S.r Galileo de i Galiliegi, vero arecoltore delle smatemateghe, e slenzaore in lo Bo de Pava à gi scuelari della so prefission, spiego d’hanore della nostra ité.

 L’è assè([356]) agni, paron lustrio, me caro e cielentiss.mo Seg.re, que à sonte innamorò in le vuostre virtuliose vertù, ch’a no sè faelare, que à no v’habbi in bocca, e, con disse quelù, mieritamen; perque, lagon mò annare que vù in tutte le scintie e facoltè d’hanore à boatè sì ben, que à no inviliè nigun, sì con po in quella ch’à bragagnè contugnamen, delle smatemateghe, que è la vostra prefession snatorale, el no gh’è homo, sea chi se vuogia, che ve vaghe al paro. Perque à suogio mò dire così, e so que à no me rego, che vù, Segnore([357]), col vostro stare la maor parte de i vostri dì, con tutto l’anemo e con tutto ‘l spiretto, cazzò in quelle ca d’i pianuotti de sora à furegare per le suò massarie, à v’hi fatto compagno de barba Giove, frello zurò de Marte, se ben mò le bravarì no ve piase, cusin carnale de Mercorella, e compare de tutti gi altri: de muò que à stago à spittare, che da ‘l gran ben que tutti qui pianuotti ve vò, ch’un dì, à pe d’iggi, i ve intartegne la su, e in luogo d’un Galileo i ve stramua in t’una bella fegura d’un nuovo Galion, per farve così quel hanore que à mieritè, degneole delle vuostre lustrie faighe e prefetto saere; que ve farà po an vù restare in la smalmuoria de tutti i buoni slettran, le bissecole d’agni. E perque mò sto me amore e asservation, que à ve porto, n’habbi da restarme sempre mé adosso, in confession, con fe quel della mea Bortola de Nale col so moroso, spigaruolo d’i Gagi da Tramonte, que la no ghe vosse mè far saere el ben che la ghe volea, selomè quel dì che buttanto el derean sospiero, che fu d’altro che d’amore, con se suol dire, traganto del peto al muro, la tirè su i scofon; à gh’he vogiù adesso, con sta bella casion de sto me faelamento sora la nieve passà, così fatto con l’è, vegnirve à far rebelintia, e onfrirme, co’à fago, per vostro gastaldo e sierviore; così pregantove, che smiranto no alla qualitè de quel ch’à ve mando, que xè un gnente al palangon dell’amor ch’à ve porto, ma solamen al puro affietto de quelù che ve ‘l manda, que à son mò mi, che al vogiè cettare e vere ontiera, e tegnirvelo à pe de vù per na smalmuoria de quel ben che mè sempre à ve son per portare. Con che, agurantove da ‘l cielo quella felicitè que à vorae an mi, à ve vegno, co’ un bel repetton d’inchin basantove le man, à pregarve que à me vogiè ben, e à ubigarme, e sempre, pre tutti gi vuostri comandi.

Della Vostra Seg.ria lustria e cielentiss.ma

 Sierviore e Gastaldo Rovegiò bon Magon dalle Valle de fuora.([358])

178.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Livorno, 22 marzo 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 78. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Se bene ho tardato a rispondere a V. S., non ho però lasciato di far sentire più giorni sono al Ser.mo mio Padrone tutta la prima lettera di V. S.([359]) sopra quel mirabil pezzo di calamita; et havendomi S. A. confermato che lo vuole in tutti i modi, et che si contenterà di convertire quei dugento scudi d’oro in cento doble, V. S. lo faccia sapere al patrone della pietra, et dica ancora dove egli desideri le cento doble. Et quanto a quel discorso che tanto ingegnosamente ha fatto intorno a detta pietra V. S. nella sua lettera, et la prova nella sua stanza con quelli ordigni et con quelle giuditiose accuratezze che ella ha avvisate, S. A. l’ha sentite attentissimamente; ma dice che forse anche da lei medesima et da altri ha uditi altre volte questi avvertimenti, et mi pare che anche l’A. S. ne sappia parlare per esperienza. Contuttociò non veggo che habbia a essere discaro che, nel mandare la pietra, l’invii preparata et ordinata come meglio paia a lei per sostenere quanto più peso le sia possibile, et che ella mandi ancora quei cilindretti d’acciaio, perchè si vegga quel maraviglioso effetto scoperto da lei in questo pezzo con specialità. Et quanto al modo dell’assettare la sudetta calamita in una cassetta, di maniera che non dimení, non si arruoti et non patisca, et ciò ch’ella manderà con essa non le nuoca, la se ne piglierà un po’ di briga; et credo che bisognerà che la facciamo portare dal nostro procaccio. Ma prima V. S. habbia tutto all’ordine, et avvisi, et così anche intorno alle cento doble; chè nel’inviarsi, o farsi rimettere, le doble dove ella ordinerà, si manderà anche a pigliare la calamita o a dire a([360]) chi ella l’habbia a consegnare. Et essendo il valore di V. S. una calamita che mi tira et sforza ad amarla et servirla, la prego a impiegarmi per qualsivoglia sua gratificatione et servitio. Et le bacio le mani.

Da Livorno, a 22 di Marzo 1607([361]).

Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te   Si farà buona ogni spesa che ella farà intorno alla cassetta. S.Galileo Galilei.    Serv.re Aff.mo Belisario Vinta.  

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il [S]r Galileo Galilei.

Padova.

179**.

RAFFAELLO GUALTEROTTI a GALILEO in Padova.

Firenze, 29 marzo 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I. T. VI, car. 121. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.

Risposi già a V. S., per mano del suo cognato a Vinezia, che V. S. mì mandassi i libri cambiati in doana, ch’io pagherei il nolo, etc. Non ne ho poi saputo altro, come harei desiderato per legger l’opre di V. S.

Io mi sto qua come il prete dela poca offerta: e perch’io vorrei finire alcune opere di filosofia naturale, volentieri torrei una lezione straordinaria di filosofia, perchè con la provisione potrei far le spese, e con l’occasione della lezione studierei i miei concetti e servirèmi. Per più che la metà delo studiato, è scritto, e ridotto al netto. Se V. S. in cotesto collegio nobilissimo mi potesse fare havere tal luogo, la mi favoriria infinitamente.

Se V. S. havesse il dì della natività di Fra P.lo Servita, desiderei che me ne favorisse.

Lessi un libretto del Giuntino([362]), il quale fa gran maraviglia che la stella apparsa nella Cassiopea il 1572, apparì in un subito grande, e poi in 2 anni sparì: che altro non viene a dire, se non che niuno moto regolato potè esser cagione dela apparizione di detta stella. Però se V. S. havessi altri autori, per somma grazia mi dica i nomi e i luoghi a questo proposito.

Con questo io le resto servitore al solito, le bacio le mani, e prego Dio che la tenga in sua santa guardia. Le nozze hanno([363]) lunga proroga, e le cose vanno male afatto.

Di Firenze, il dì 29 di Marzo 1608.

Di V. S. molto Ill.reServi.re Aff.mo Raffael Gualterotti.

Fuori: Al molto Ill.re et Eccellente Sig.r

Il Sig.r [Gali]leo Galilei, nobil fior.no e mat.co Ecc.mo, in

Padova.

180.

GALILEO GALILEI a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 4 aprile 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car 15. – Autografa. Nel margine superiore a sinistra si legge. Di mano di BELISARIO VINTA: «Questo si è trattato et concluso in assenza dei Secretario Picchena, et bisogna leggerla a S. A. et far provedere le doble, et poi rispondere a V.a (?) per ultima essecuzione».

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Quanto mi scrive V. S. Ill.ma per conclusione del negozio della calamita, ho io già fatto intendere all’Ill.mo S. Sagredo, padrone della pietra; di che resta S. S. satisfatta, et io obligatissimo a S. A. S., che si sia compiaciuta di arrivare alle 100 doble a i prieghi miei, poi che questo purga interamente quel poco di sospetto([364]), che mi era di qualche pregiudizio nella opinione di questo signore, che io havessi hauto poco a quore il suo vantaggio: onde ne rendo grazie infinite a S. A. S. Quanto alla consegna de i danari, sendo volontà di S. A. S.  che il compratore stia celato, potrà ella, se così gli piace, farla fare in mano mia in Venezia alla risposta della presente, dove io mi trasferirò subito ricevute sue lettere, sì per ricevere i danari et numerargli al padrone, sì ancora per consegnare nell’istesso tempo la cassetta con la pietra, la quale si trova ancora nelle mie mani, et sarà bene accomodata con li sui ferramenti et ordigni; consegnarla, dico, in mano di chi ella mi comanderà.

Parmi havere scritto altra volta a V. S. Ill.ma, come questa pietra sostiene una libra di più del suo peso; et perchè mentre l’ho hauta nelle mani vi ho fatto attorno molte esperienze et speculazioni, spero di farla veder a S. A. S. sostener, non senza grande ammirazione, poco meno che ‘l doppio del suo peso, oltre a qualche altro stupendo scoprimento fattovi da me, come in un poco di minuta gli darò conto.

 Che poi la calamita del mio valore possa attrarre l’affezione di V. S Ill.ma, con sua pace non ammetterò io, conoscendomi poverissimo di tutte le doti meritevoli di tanto favore. È per avventura più presto la calamita dello stato mio, che muove il pietoso affetto della cortesissima natura di V. S. Ill.ma ad amarmi et protegermi; nel quale devo io sperare et confidare assai più che nel mio merito, et per tanto restarne con tanto maggiore obbligo a V. S. Ill.ma, sì come veramente fo, ricordandomegli intanto vero et devotissimo servitore. Et con pregargli la buona Pasqua, gli bacio reverentemente le mani, come anco al S. Francesco, suo nipote et mio Signore.

Di Pad.a, li 4 di Aprile 1608.

Di V. S. Ill.ma.Oblig.mo Ser.re Galileo Galilei.

181*.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Livorno, 12 aprile 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI. car. 137. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te S.Hon.mo

Si è scritto a Firenze al S.r Depositario Generale, che ci mandi un ordine di cento doble di buon peso per pagarsi a V. S. a lettera vista in Venetia; ma perchè hoggi, che siamo al sabbato, essendo così lontani da Firenze, non ci può essere l’ordine in tempo da inviarlo costà, seguirà con il primo commodo, et ne avviserò in un medesimo tempo V. S., acciò ch’ella vadia per il denaro et per darlo a chi la sa, et per consegnare la calamita, acciò che ce la porti uno de’ nostri procacci. Ben è vero che il Gran Duca nostro Signore desidera quest’estate di rivedere V. S. in Firenze, havendo gran bisogno della presenza et opera di lei; et perciò m’ha comandato di scriverle ch’ella venga in tutti i modi. Et io le bacio di tutto cuore le mani.

Da Livorno, a 12 d’Aprile 1608.

Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te S.r Galileo GalileiServ.re Aff.mo Belisario Vinta.

Fuori: All’ Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

[Il S.]r Galileo Galilei.

Padova.

182*.

ANTONTO SANTINI a [GALILEO in Padova].

Venezia, 18 aprile 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 162. – Autografa.

Molto Ill.re. et molto Ecc.te S.r mio,

Con occasione di mandarle l’alligata del Sig. Ghetaldi([365]), le mando anche il titolo della propositione che nel Vieta, le accennai, era scabrosa. Le manderò anche la solutione mia, quando si compiacci di essaminarla; e se anche prima haverà tempo dirmene la sua sentenza, mi gusterà: e se io fosse libero, voleritieri verria a vedere Padova, chè in sei anni che ho stantiato a Venetia, ancora non sono uscito. Le bacio le mane, et me le raccomando.

Di V.a, li 18 Aprile 1608.

Di V. S. molto Ill.re. et molto Ecc.te Suo Aff.mo Ant. Santini.

183*.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Livorno, 19 aprile 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XCIII, n.° 45. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Mando a V. S. l’alligato ordine([366]). Può andare a sua posta a pigliar le doble a Venezia, et quivi per parte del Ser.mo Gran Duca consegnerà la calamita et quelle appartenenze al Sig. Asdrubale Montauto, et procurerà che tutto si accommodi molto bene in una cassetta, a fine che nè la pietra nè quegli ordigni non patischino punto; e gli soggiugnerà, pur per parte di S. A., che al primo nostro procaccio per Venezia consegni et raccomandi carissimamente il tutto, come carissimamente prego V. S. ad amarmi et comandarmi.

Di Livorno, li 19 di Aprile 1608.

Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te.Serv. Aff.mo Belisario Vinta.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Venezia per

Padova.

184*.

I RIFORMATORI DELLO STUDIO ai RETTORI di Padova.

Venezia, 19 aprile 1608.

Arch. Universitario di Padova. Filza segnata: 22. Cattedre e Prof.i di Astronomia, Meteor., Astrol. Fisica, Geom., Mat., Archit., Ostetr., Chimica e Medic., R. M., car. 103. – Originale: autografa la fideiussione di CESARE CREMONINO. La minuta della lettera, senza però la firma di ANTONIO PRIULI, è nella filza dell’Archivio di Stato in Venezia intitolata: Lettere dalli Ecc.mi Sig.ri Riformatori dello Studio scritte ai diversi Ill.mi Rettori ed altri. 1601 al 1622. Riformatori dello Studio di Padova, n.° 64.

Ill.mi SS.ri

Ci ha rapresentato D. Galileo Galilei con tanta evidenza di necessità l’occasione che ha di ricercarci aiuto del salario suo di un anno anticipato, che non ci è parso di doverglilo negare: et così damo a VV. SS. Ill.me libertà di farnelo accomodare dei danari della Cassa di quel Studio, togliendo però sufficiente fideiussione di vita et in ogni caso, come in altri parimenti in tal proposito si è osservato, et dovendo esso D. Galileo scontar la detta sovventione con tutto il suo salario nel spatio del medesimo anno.

Et a VV. SS. Ill.me si raccomandiamo.

In Venetia, li 19 Aprile 1608.

   Franc.o Molin, K.r P. Ant. o Prioli, Cav.r P. And.a Mor.ni  }    Reform.i

Io Cesare Cremonino, filosofo dello Studio, mi constituisco piezzo conforme al contenuto della lettera, intendendo cominciar l’anno l’Ottobre venturo prossimo.

Fuori: Agli Ill.mi SS.ri Oss.mi

Li SS.ri  Thomaso Contarini K.r et P.ro Duodo,

Rettori di Padoa.

Padoa.

185*.

G1OVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Venezia, 22 aprile 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 38. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re S.r Ecc.mo

Se ben eri io diedi aviso a V. S. Ecc.ma della festa et regata che si doveva fare a questi Principi di Savoia([367]), tuttavia ò voluto con queste replicarle che è stato fermato l’ordine della festa per giovedì, et della regata per venerdì prossimo; onde senza falo aspetto il Sig. Francesco([368]) et V. S. ancora, alla quale in solidum col Sig. Francesco bacio le mani.

Da Ferrara ho havuta una respostina da M. Rocco Berlinzone, il quale non vol dispute co’l mio frate, e si ascusa dicendo che esso frate si dimostra più eretico che religioso([369]).

In Venetia, a’ 22 Aprile 1608.

Di V. S. Ecc.maDesid.mo di servirla G. F. S.

Fuori: All’Ill.re S.r Oss.mo

L’Ecc.mo S.r Galileo Galilei.

Padova.

186*.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Venezia, 26 aprile 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 39. – Autografe le linee. 26-33.

Ill.re S.r Ecc.mo

La lettera delli Sig.ri Reformatori fu espedita già alquanti giorni([370]), et conforme al desiderio di V. S. Ecc.ma nella parte essenciale, se ben quanto allo sconto non si è mossa parola; et ha creduto l’Ill.mo Veniero, già che s’è fatto l’erore, non ne dir altro per adesso, ma solo con qualche opportunità, nella quale con due parole si ottenirà quanto si desidera.

Il Sig. Francesco([371]) in vero mi ha fatto gran torto a non valersi del casino; et se non fosse ch’io spero esser riffatto in altra occasione, vorei farne risentimento et con lui et con V. S. Ecc.ma, et insegnar loro in qual maniera si trattino gli amici. Mi duole haverlo invitato a Venetia, perchè io sono stato defraudato di questa giustissima mia pretensione di honorare il mio casino con la presenza di questo gentilhuomo, et temo che in questa sua venuta habbia egli ricevuto più incomodo che piacere, perchè alla festa([372]) non potessimo entrarvi, et nella regata non ebbi commodità di farlo andar in pedota, come sperava: tocherà a V. S. Ecc.ma far la mia escusatione.

Spontino non è mai comparso, nè meno tengo aviso se sia morto o vivo. Ho fatto fare, dopo mille ciancie, un’ancoreta di tre libre e meza, ma è riuscita molto goffa: in fatti qui non habbiamo un uomo da niente: tuttavia si farà la seconda prova per meritar l’oglio da ferite([373]). Et mi sarebbe caro sapere quanto può levare quell’altro pezzo che V. S. Ecc.ma dissegnava mandar per Germania, perchè vorei far un’altra ancoreta o cosa simile.

M. Gasparo([374]) mi fa instanza che io compri certo lottone, come ella vederà da una sua littera che ho consignata al Sig. Francesco, al quale il nostro fattore ha rifferito tutto quello che ha trovato questa matina, perchè io non posso perder una giornata di tempo in questo servitio.

Ma si faccia meglio dire la sua volontà, e me ne mandi un memorialetto, chè, farò che ‘l fattore s’affatichi, acciò M. Gasparo non si lamenti. Scriverò postdimiani a lui un’altra parolina, ma hora non posso.

Il processo giesuitico camina felicemente. Et io le bacio la mano.

In V.a, a 26 Aprile 1608.

Di V. S. Ecc.maDesiderosissimo di serv.  G. F. Sagr.

Fuori: All’lll. Sig.r Ecc.mo

 il S.r Galileo Galilei, Mathem.

 Padova.

187.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

[Venezia, 3 maggio 1608].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal. P. VI, T. V, car. 17. – Bozza autografa.

Ill.re Sig. etc.

Mando a V. S. Ill.ma la calamita, la quale, dopo l’havervi speculato et esperimentato un pezzo a torno (se ben so di non essere a mezza strada delle sue meraviglie), ho finalmente ridotta a sostenere assai più che ‘l doppio di quello che ella pesa: imperò che, pesando lei oncie 52, ne sostiene, come potrà vedere S. A. S., più di… ([375]); et son sicuro che quando io havessi hauto comodità di tempo et di chi mi havesse lavorati diversi ferramenti con esquisitezza et a mio modo, sarebbe adesso in stato di assai maggiore stupore. Ho fatti fabricare o questi 2 ferri in forma di due ancorette, sì per dar loro([376]) qualche forma, come per alludere a quello che forse favolosamente si scrive, essersi trovato un pezzo di calamita sì vasto et robusto che sosteneva un’ancora di nave, et sì ancora per la comodità di queste branche, alle quali si possono andare attaccando altri diversi pesetti, sino all’ultimo tentativo della sua gagliardezza: essendo che non ho fatte le ancore del maggior peso che io ho veduto poter esser sostenuto; prima, per esser certo che, senza tediosa et scrupolosa pazienza, subito presentati i ferri a i poli della pietra si attacchino; et oltre a questo, perchè mi è venuto in opinione che il medesimo pezzo non sostenga con la medesima forza in ogni luogo della terra, ma che, sendo nella calamita 2 poli, l’uno di essi si renda più valido, et l’altro meno, per la maggior vicinanza a l’uno de i poli del mondo, ciò è della terra, et che sotto la linea equinoziale sariano ambidue di eguali forze: onde credo che il più gagliardo polo di questa pietra qua a Padova sostenga alquanto più che in Firenze o Pisa, et l’altro per l’opposito, il che desidererei che fuss[e] con diligenza osservato. Et però a([377]) ciascuna delle 2 ancorette ho alligati i ferri et altri pesetti, che sono il più che qua li ho potuto far sostenere, stante la pietra così preparata come la mando; onde potria costà accadere (per essere il sito alquanto più meridionale di questo) che il polo australe della pietra reggesse qualche cosa meno, et l’altro alquanto più.

Ho assicurata la faccia principale della pietra con un’assicella, non solo acciò che non si freghi nel condurla, ma perchè si vegghino subito i sui poli con le lamette a i suoi luoghi: sì che, senza rimuovere altramente la detta tavoletta, basta presentare le teste delle 2 ancorette a quei 2 fori, applicando la più grande al polo più robusto, che è segnato A, che vuol dire Australe, et la più piccola all’altro, notato B([378]), che significa Boreale, avvertendo di mettere amendue i ferri nell’istesso tempo, perchè trovo, non senza grande stupore, che ella più volentieri ne sostiene 2, che un solo([379]); et un ferro così grave che per sè solo non sarà retto da un polo, vi si attaccherà mettendone un altro all’altro polo. Devesi anco avvertire, nell’applicare i ferri, di tenere l’assicella equidistante all’orizonte, perchè stando il piano della calamita pendente([380]), le teste dell’ ancorette sfuggono, nè così bene si attaccano.

Per quell’effetto, meritamente stimato da S. A. S., di scacciare et tirare il medesimo ferro con la medesima faccia, li mando 2 ferretti, l’uno de i quali, che è quello di tutto tondo, si deve posare sopra una tavola ben piana et liscia, et l’altro, che è dorato, si applica alla pietra sopra quella linea che V. S. Ill.ma vedrà segnata d’argento su la faccia principale: tenendo poi sopra la tavola la calamita così pendente come il suo taglio comporta([381]), et andando pian piano per affrontare l’altro cilindretto, che sarà su la tavola, si vedrà scacciarlo quando se li sarà avvicinato circa l’intervallo di un dito; ma ritirando la mano et la pietra in dietro, il medesimo ferretto la seguiterà, fermandosegli poi un poco lontanetto; sì che andando di nuovo ad incontrarlo con la pietra, di nuovo si ritirerà in dietro et sfuggirà l’incontro. Et perchè questo effetto ha qualche poco di difficultà sì nell’esequirlo come nello spiegarlo così con semplici parole, quando non succedesse di poterlo far vedere di presente a S. A. S., glielo farò vedere io venendo costà quest’estate per ubidire al comandamento di quella: et questo dico, perchè spero di esser per trovar la pietra ancora in mano di S. A. S., come cosa stimata da quella degna di haver luogo tra le altre cose ammirande. Su la qual credenza et acciò che S. A. S. possa insieme compiacere a quel signore oltramontano, essendo io venuto a Venezia, mi son messo a cercare tra questi lapidarii et antiquarii, et ne ho trovato un pezzo poco minore di mole([382]), ma assai di virtù, se bene la qualità della pietra mostra di esser di bonissima vena; ma, al mio parere, non è stata segata per il buon verso, tal che chi la riducesse in una palla([383]), come per avventura potria havere in animo quel signore, aqquisterebbe assai forza, et la palla si caverebbe così grande([384]) in questo minor pezzo, come nell’altro maggiore. Su questa opinione l’ho presa, credendo di far bene, et la mando insieme con l’altra. Però V. S. Ill.ma mi farà grazia di presentare a S. A. S. con la pietra([385]) il mio buono animo, pregandola che([386]) a quello si compiaccia di riguardar solamente, perdonandomi se ho fatto questo di più sopra il suo comandamento, et tanto più, quanto che scrivendo al S. Picchena dell’eccellenza dell’altra, mi scrisse che la pietra doveva esser mandata in luogo dove tanta esquisitezza non saria stata per avventura necessaria, o stimata molto sopra la mediocrità.

Se la pietra resta apresso S. A. S., io ho nella fantasia alcuni altri artifizii da renderla ancora assai più meravigliosa, et son certo che non mi falliranno, ma non ho hauto qua la comodità di potergli usare: et son di credere di potergli far sostenere forse quattro volte tanto di quello che lei pesa, il che in una pietra così grande è molto mirabile; perchè io non ho dubbio che segandola in pezzetti piccoli, se li potria far sostenere più di 30 libre di ferro, et anco 40. Io noto in questa pietra, che ella non solamente non si stracca nel sostenere il suo peso, ma sempre si invigorisce più: però saria bene accomodargli un sostegno su l’andar di questo poco di schizzo([387]), sul quale riposando tenesse tuttavia attaccati i suoi ferri. Et per dare qualche poco di spirito a un tal corpo, alludendo alla miracolosa natura et proprietà di questa pietra, per([388]) la quale i ferri così avidamente se gli accostano et uniscono, vi si potria inscrivere([389]) uno di questi 2 motti: Vim facit amor, o quello del Petrarca: Amor ne sforza, simbolo, per mio avviso, con gentil misterio esplicante l’imperio da Dio conceduto al giusto et legittimo principe sopra i suoi sudditi, il quale deve esser tale, che con una amorosa violenza a sè rapisca la devozione, fedeltà et obedienza de i vassalli([390]): et tale sarà, quando la potestà regia verrà esercitata, non in opprimere, ma in sollevare i popoli a lei commessi([391]). Et come questa soprumana virtù, nel nostro Ser.mo Principe originaria, già divinamente risplende, così, confidato su quella libertà che il titolo di maestro, da S. A. S. già per alcun tempo concedutomi, seco porta, mi sono io, per mezo di V. S. Ill.ma, voluto dimostrare a quell’A., non admonitore, ma admiratore, di così divina condizione, la quale non si desidera, ma già apertamente si scorge, nella sua natural bontà([392]); tacendo per humiltà nel Ser.mo padre le lodi di questa virtù, che nel Ser.mo figliuolo ereditariamente si diffonde. All’una et all’altra delle quali Altezze, et insieme a Madama Ser.ma, supplico V. S. Ill.ma che per mio nome baci humilissimamente la vesta([393]).

Parmi di havere altra volta pregata V. S. Ill.ma a render grazie a S. A. S. di havermi così benignamente fatto grazia di convertir li 200 Ñ.di in 100 doble, et questo per cautelar l’Ill.mo S. Sagredo, che io non habbia negletto il suo vantaggio, convenendomi, per i molti oblighi che ho con questo Signore, stimar molto la sua grazia; in augumento della quale desidero di proveder S. S. Ill.ma di un vaso di quell’olio da ferite del Siciliano, per portarlo seco in Soria, del quale mi ricercò più mesi sono, che io col suo soldo gli facessi provisione per questo tempo. Io havevo pensato di donarne a questo Signore un vasetto più proporzionato alla piccolezza della mia borsa, che alla grandezza del mio animo et del merito et bisogno suo: ma  ancora a questi si farà corrispondente se, per intercessione di V. S. Ill.ma ci potrò aggiugnere la magnificenza del Ser.mo nostro Signore, impetrandomene un vaso da S. A. S., et facendo che la prima grazia concedutami aiuti l’impetrazione della seconda, sì come([394]) il peso di un ferro aiuta la calamita a sostener più facilmente l’altro. Del qual favore ne resterò io perpetuamente obligato a S. A. S., et ne pregherò il Signore Dio, che di quanto a me ne donerà, di tanto ne levi il bisogno al suo felicissimo stato et ad i suoi fortunatissimi legni. Et a V. S. Ill.ma baciando con ogni reverenza le mani, mi ricordo devotissimo et obligatissimo servitore.

188.

GALILEO a BELISARIO VINTA in Firenze.

Padova, 23 maggio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 23. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.mo Sig.et P.ron Col.mo

Io mi trovo da quindeci giorni in qua in letto con febre continua, dove non è il minor travaglio, anzi per aventura il maggiore, il non haver ricevuto lettere di V. S. Ill.ma nè questo ordinario nè l’altro; et benchè io non possa credere che il servitio che io consegnai di propria mano a quello che attende ai procacci in Venetia, la sera di Santa Croce([395]) alle cinque hore di notte, non sia stato ben ricapitato, et anco non sia stato di intiera sadisfattione del Ser.mo nostro Signore, tuttavia non posso fare di non restar con qualche travaglio, non sentendo nuova dell’arrivo. Vero è che mi resta qualche speranza di ricevere lettere di V. S. Ill.ma domani o l’altro, poichè non so per quale accidente le sue mi vengano sempre tratenute in Venetia due o tre giorni. Ma perchè il termine di potergli scrivere con questo procaccio non si estende oltre al segno di hoggi, non ho voluto diferir più di scrivergli, et supplicarla a farmi gratia ch’io ‘ntenda il successo del negotio. Et per non accrescer molestia a lei et aggravio al mio male, finirò con baciargli humilmente le mani et ricordarmegli servitore divotissimo. Il Signore la feliciti.

Di Padoa, li 23 di Maggio 1608.

D. V. S. Ill.maS.r Oblig.mo Galileo Gal.i

Fuori: All’lll.mo Sig.r P.ron Col.mo

Il Sig.r C. Belisario Vinta, Seg.rio di S. A. S.

Firenze.

189*.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Firenze, 29 maggio 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XCIII, n.° 46. – Autografa.

Ill.re et Ecc.te S.mio Oss.mo

Arrivò la calamita([396]) benissimo conditionata, et arrivorno tutti quelli istrumenti; et il Gran Duca, mio Signore, et il Sig. Principe n’hanno fatta la prova con tutti quegl’instrumenti che son arrivati, et con tutte quelle regole et avvertimenti che V. S. n’ha dati, et ne sono rimasti sopramodo sodisfatti et contentissimi: et m’hanno comandato di scrivergliene, et aspettano a far la risposta per poterle dare il contento complito della loro sodisfattione et approbatione ed aggradimento insieme, havendomi certo comandato ch’io gli dica che restano sodisfattissimi della sua diligenza. Et ha ragione V. S. a dolersi che io habbi indugiato un po’ troppo ad avvisarle di ricevuto, et la prego a perdonarmi; et son più che mai desiderosissimo di servire a lei in tutto quello ch’io possa. Et le bacio le mani.

Da Firenze, a 29 di Maggio 1608.

Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te S.r Galileo Galilei.Tutto suo Aff.mo per servirla Belisario Vinta.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, lettore delle Matematiche.

Padova.

Subito.

190.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 30 maggio 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 25. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

La posta passata ricevei, per mano di persona di Corte, un ordine in nome di Mad.ma Ser.ma et del Ser.mo Principe in proposito del ritrovarmi io questa estate a Firenze: il quale, benchè habbia sembianza di conformità con l’altro scrittomi alcune settimane avanti da S.V. Ill.ma, tutta via viene espresso con modo tale, che potria anco, senza storcimento di parole, ricever senso di una benigna et mite revocazion dell’ordine primo.

Da V.S. Ill.ma mi furono scritte queste formali parole: Ben è vero che il Ser.mo G. D. nostro Signore desidera di rivedervi quest’estate in Firenze, havendo gran bisogno dell’opera et presenza vostra; et però mi ha comandato che io vi scriva che doviate venire in ogni modo([397]). Et io, comemi pareva, che convenisse, breve et semplicemente gli risposi, che sarei venuto ad obedire. La forma di questo secondo ordine, anzi pur tutta la lettera intera, è precisamente questa: Madama Ser.ma mi ha imposto che io vi scriva, che se vi torna bene di venire questa estate a Firenze, che gli sarà caro, et simile mi dice il S.r Principe; si che voi sentite, et in tanto io vi prego a conservarmi in vostra grazia. Di Firenze, etc. Hora, se si rimuove il servire a i Ser.i Padroni, il venire a Firenze a me non torna nè bene nè presso che bene, sì come all’incontro, concernendo il servizio di loro Altezze, il venire a servirle mi torna non pur bene, ma ottimamente bene; non essendo sotto la potestà mia cosa alcuna, la quale io volentieri non spenda per servire al mio Principe, dico sino al dispendio della vita stessa. Pare che questo secondo ordine metta come per accessorio degl’altri miei affari il servizio di loro Altezze Ser.e; ma, all’incontro, questo non solamente è in me il principale, ma il tutto: in guisa tale, che assolutamente a Firenze per miei interessi non ho che far niente; ma se ci si aggiugne il servire a i Padroni, non ho che fare altrove che a Firenze. Le parole dunque di questa seconda lettera, che pure è di persona molto accorta, mi hanno messo in gran confusione, et promossomi dubbio che l’aggradire che facessero loro Altezze Ser.e la mia venuta in Toscana et il mio frequentare la Corte, fusse solamente un trabocco della somma benignità et humanità di quelle, col quale, et non senza qualche lor tedio, si degnassero di concedere un poco di cibo al famelico mio desiderio, che vanamente mi trasporta ad insinuarmi nella servitù di quelle; ma non già perchè dal mio servizio, utile alcuno, comodo o diletto a loro Altezze ne provenga. Il qual punto deve con molta circunspezione esser considerato da me. Sì che l’invito, Ill.mo mio Sig.re, è grande, et importa tutto ‘l mio resto; onde a me conviene molto ben consultare, et considerare le due carte che ho in mano, delle quali la prima mi dice Tienlo, et la seconda Pensavi sopra. È pertanto necessario che io conferisca questo mio scrupolo con persona confidente et atta a rimuovermelo, la quale per tutti i rispetti non deve essere altri che V. S. Ill.ma Et però io la supplico, che deposta quella parte che è in lei di cortigiano, et ritenuta solamente la libertà et ingenuità cavaleresca, mi dichiari con la saldezza della punta dello stocco, et non mi adombri con la pieghevol penna, quanto io devo fare: perchè se mi dirà solamente: Vieni, chè così si vuole da i Padroni, tanto mi basterà; et lo scrivermi altramente saria un mettermi in maggior confusione di quella in che mi trovo di presente.

Io la supplico a presso a non differir più di dirmi qualche cosa della ricevuta et della riuscita della calamita, perchè giuro a V. S. Ill.ma che la febre continua, che da 25 giorni in qua mi travaglia senza darmi un minimo intervallo libero, non mi affligge tanto, quanto il non sentire la satisfazion di S. A. S.ma; la quale se bene io non metto in dubbio o che S. A. l’habbia hauta o la sia per havere, essendo in effetto la pietra il triplo, et anco il quadruplo, pìù eccellente di quello che si dimandava, tuttavia il non sentir niente non passa senza mio grave dolore. Io vo insino ruminando col pensiero se mi potesse essere stato ascritto a grave mancamento il non haver consegnate le pietre et la cassetta al S. Residente, secondo l’ordine datomi da V. S. Ill.ma, ma inviatole solamente per il procaccio: onde per mia scusa è forza che io dica a V. S. Ill.ma, come essendo in Venezia li 3 primi giorni di Maggio, il terzo, che fu sabato et il dì di Santa Croce, fui continuamente attorno a due fabbri a farli lavorar contro a lor voglia, perchè era festa, a forza di danari, intorno a quelle due ancore; et sopraggiuntami la notte col lavoro anco imperfetto, mandai una poliza al S. Residente, dicendoli che dovevo consegnarli un lavoro non ancora perfetto, per inviarlo con quel procaccio a S. A. S., et domandandolo sino a che hora ci era tempo, avanti che il procaccio partisse. S. S. mi riscrisse, che ci era tempo sino a 4 hore di notte, ma che dubitava che quella sera non si saria potuto mandar niente, non vi essendo tempo di far bullette et essendo alcune nuove costituzioni de i Signori sopra i dazii: dal che compresi come S. S. haveva creduto che io fussi per consegnarli roba da gabella. Finalmente, havendo fatto lavorar sino alle 4 hore di notte, feci chiamare una gondola, la quale con difficultà si trovò, sì per esser l’hora tarda, come perchè il tempo era piovoso et oscurissimo; et ritrovandomi 2 grosse miglia lontano dalla casa del S. Residente, quel gondoliero borbottando mi condusse in Rio delle 2 Torri, dove habita detto signore: ma essendo il rio molto lungo, la notte oscurissima, et la pioggia grande, non fu mai possibile a ritrovar la porta del S. Residente, et a quante porte si picchiava, o non si haveva risposta, per essere ogn’uno a dormire, o se alcuno si levava, ne rispondeva con qualche villania. Andarvi per terra non potevo, per l’oscurità, per la pioggia et per gl’intrighi delle robe; talchè mi risolvetti a farmi vogare a casa il maestro de i procacci, dove al ricevitor delle lettere consegnai le 2 calamite fuori della cassetta, acciò le potesse mettere nella borsa delle lettere di Corte, et gli mostrai la commissione di V. S. Ill.ma et come quelle eran robe per S. A. Ser.ma Egli tolse in nota il tutto, et mi disse che io non mi pigliassi altro fastidio, che l’haverebbe inviato con quella sicurezza che si conveniva. Mi si potria dire che io dovevo indugiare a l’altro ordinario: et io l’haverei anco fatto; ma perchè mi trovavo haver ricevuti i danari, et consegnatili all’Ill.mo S. Sagredo, non volsi mettervi altra dilazione. Questa è l’istoria: et io, ritrovandomi aggravato dal male, porrò fine a questa mia, scritta in 5 giorni, et tornerò solamente a supplicare V. S. Ill.ma, per le viscere del Signore, a cavarmi di queste travagliose angustie con due sole sue righe. Et senza fine mi raccomando nella sua buona grazia, et con ogni reverenza li bacio le mani. Il Signore la feliciti.

Di Pad.a, li 30 di Maggio 1608.

D. V. S. Ill.maDev.mo et Oblig.mo Ser.re Galileo Galilei.

191*.

FERDINANDO SARACINELLI a GALILEO in Padova

Artimino, 9 giugno 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI. car. 123. – Autografa.

Ill.re et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

La gran perdita, che ho fatta, del S.r Cipriano, mio zio, et tanto caro amico dì V. S., è stata tale, ch’io non potrei si non con molto mio dolore et travaglio significargliene una minima parte; et però passando di toccar questa corda, tanto dura all’orecchio mio et che tanto m’offende il cuore, sarò forzato a tacer quello di che pur sempre vorrei trattare. Dovrei certo et per la gentilissima lettera di V. S. et per molti altri rispetti consolarmi; ma bisogna pur che questa carne si risenta a ogni simil colpo, et tanto più d’huomini non ordinarii, et tanto congiunti e d’amore et di sangue. Confesso bene, che dove non può la forza humana, viva la divina, alla quale applicatomi et conformatomi, con la Dio volontà trovo questo sol rimedio per refrigerio d’un cuore afflitto, che congiunto con il buono aviso che mi ha dato della sua ricuperata sanità, m’hanno molto consolato. Ne lodo il Signore Dio, et me ne congratulo seco, riserbandomi al suo ritorno et con la voce et con gli effetti a offerirmegli quel medesimo servitore di sempre, ringratiandola intanto della memoria che tiene de’ suoi veri et cari amici. Con che le bacio le mani.

Della Villa Ferd.a, il dì 9 Giugno 1608.

Di V. S. Ill.ma et molto Ecc.te S.r GalileoAff.mo Ser.re Ferd.° Saracinello.

Fuori: Al molto Ill.re S.Mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Professor di Mattem.ca in

Padova.

192.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Firenze, 11 giugno 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal, P. I, T. VI, car. 125. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Havendo detto a Madama Ser.ma nostra Padrona, che quanto al comodo et bisogno di V. S. ella non ha punto voglia nè occasione di venir qua questa estate, anzi che a lei torna di grande incomodo, et che sebene V. S. ha un’assidua inclinatione et ambitione di vedere i suoi Ser.mi Principi et Padroni naturali et d’esser ben visto da loro, che ad ogni modo per questo solo la non si muoverebbe, ma che ben si muoverà subito, senza guardare a nessun suo disagio nè danno ancora, quando sapia per davero che loro Alteze desiderino per loro stimato servitio che ella venga in tutti i modi; supplicai l’Altezza sua a dirmelo alla libera, et ella mi rispose subito: «Scrivi al Galilei che essendo egli il primo et il più pregiato matematico della Christianità, che il Granduca et Noi desideriamo che questa estate venga qua, ancorchè gli sia per essere d’incomodo, per esercitare il S.r Principe nostro figliuolo in dette matematiche, che tanto se ne diletta; et che con lo studio che farà seco questa estate, potrà poi rispiarmarlo di non lo far venire così spesso qua; et che c’ingegneremo di far di maniera che non si penta d’esser venuto». Et a V. S. significo nettamente la cosa come la stà; et quanto prima la potrà venire, sarà meglio. Et le bacio le mani.

Da Firenze, XI di Giugno 1608.

Di V. S. Ill.re et molto Ecc.te S.Galilei.Serv.re Aff.mo Belisario Vinta.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

subito.Padova

193.

GALILEO a BELISARIO VINTA in Firenze.

Padova, 20 giugno 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 27. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Ho inteso quanto V. S. Ill.ma mi ordina: il che sarà da me esequito secondo il suo comandamento quanto prima, ciò è subito che l’Ecc.mo S. Aqquapendente me ne darà licenza et le forze me lo permetteranno; et spero che non passeranno più di otto giorni che sarò in viaggio. Et sovvenendomi di haverla molte volte tediata con mie lunghissime lettere, per non mi habituare in questa cattiva creanza, voglio che per hora mi basti haverli detto questo solo. Et restandoli devotissimo servitore, con ogni reverenza li bacio le mani, et li prego da Dio felicità.

Di Pad.a, li 20 di Giugno 1608.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

Fuori: All’Ill.mo Sig.re et Pad.n Col.mo

Il S. Cav. Belisario Vinta, Seg.io di S. A. S.

Firenze.

194*.

OTTAVIO BRENZONI a GALILEO in Padova.

Verona, 21 giugno 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 89. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Alla lettera di V. S. Ecc.ma al Sig.r Girolamo Magagnati non potei così tosto far aver il suo riccapito, sendo egli all’hora partito con altri gentil’huomini di Verona per veder le nozze di Mantoa([398]); ma ritornato che fu, feci l’officio compito. Egli si trova ancora quivi. A me fu gratissima la maggior parte della lettera sua a me dirretta, come il sentirla assicurata dalla malatia, et che si degni honorarmi de’ suoi commandi. Ben molto mi dolse della sua infirmità passata: hora, lodato Iddio. Di gracia, lei non resti scandalizato di questo mio tardo rescrivere, per scrivere poi quattro ciance sotto all’inclusa figura([399]), perchè, come desiderosissimo di servirla, cercavo pure d’investigare notabil cose et sicure per rispondere a quei tre quesiti: ma il troppo assottigliare la filosofia in cotal cose mi riusciva quasi sempre in fine del pensiero più che cercare nella conchiusione di quello che proposto mi haveva; sì che di tre quesiti mi riuscivan nove dubii, et di nove dubii ne ho cavato spesso 27 difficoltà. Hor vegga V. S Ecc.ma s’io havevo bisogno del filo di Teseo per rittornar al segno onde mi ero tolto. Non ho però dubbitato entrar in tal labirinto per farli cosa grata. Mi perdoni se tardi ne riesco; et Dio sa quello ch’avrò detto di buono. Se il carattere overo il testo ha bisogno di lucidatione, non mancherò di novo commento. Et per fine li prego da N. S. la compita sanità, et li baccio le mani.

Di Verona, il dì 21 di Giugno 1608.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.moAffett.mo Servitore Ottavio Brenzoni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, il Matematico dello Studio di

Padoa.

195*.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO [ad Artimino].

Firenze, 3 agosto 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIX, n.° 112. – Autografa.

Molto Ill.e ed Ecc.mo Sig. mio,

V. S. mi ha fatto sempre grazia di amarmi e onorarmi sopra ‘l mio merito, ma questa volta l’affetto e la cortesia in vero han traboccato: e se m’è lecito (che la sua gentilezza mi persuade che sia), io le ricorderò che gli huomini grandi, qual è V. S., bisogna che vadiano adagio e considerati a lodare eziam gli amici cari, e bisogna ch’e’ non concedano ogni cosa all’amore; perchè, mettendosi a rischio che i lodati non riescano, mettono anche a rischio il credito e la reputazion propria. E questo basti per quello che sia dovuto alle cerimonie.

Io presupongo che V. S. abbia detto all’A.za del Ser.mo Principe, che io ho, molti anni sono, professione del tutto diversa dalla poesia, e che quello che io ho composto è stato fatto da me assai da giovane, sì come V. S. sa benissimo, la quale si ricorderà haver sentito anni e anni alcune cose che io le mando per obbedire. Harei havuto caro mi avesse accennato, in che materia avesse volsuto i sonetti e anche la canzone. Le cose amorose dilettan più; ma non so come sien ricevute in Corte. Io me ne rimetto a lei. Voleva mandare quella canzone amorosa che io feci tanti anni sono; credo ch’ella n’abbia memoria; ma io non l’ho scritta, e mi sono dimenticato una stanza, della quale io non mi ricordo più che s’io non l’havessi mai fatta: sì che ho tolto quella in morte del Sig. Agostino del Nero, materia così fatta, ma volendo obbedire non ho potuto fare altrimenti. Mi è convenuto scrivere ogni cosa da me per più presta spedizione, sichè lo scritto non sarà più degno di tanto Principe che sieno le poesie stesse. V. S. con la sua destrezza andrà scusando ogni cosa.

Quanto al sig. Andrea,([400]) e’ conosce haver ricevuto favor grandissimo da lei, havendolo ella messo in notizia di S. A. sì onoratamente, cosa ch’egli stima per molti rispetti e in particolare per la testimonianza di V. S. Ne la ringrazia pertanto infinitamente, e se le conosce obbligatissimo. E’ vorrebbe riuscire, e perciò la supplica ch’e’ sia con sua grazia che egli indugi un poco a mandarle quell’ode sopra ‘l Cardinale Gonzaga, nella quale egli vorrebbe mutare alcune cose ch’e’ vede poter migliorare ora ch’egli è in quiete, havendola composta a Mantova tra i disagi e romori delle feste e ‘n fretta grandissima. Altre composizioni, dov’egli abbia sodisfazione e che sian parute a proposito per la materia, non ha pronte. I giovani di spirito, come V. S. sa, con l’esperienza acquistan sempre giudizio e ‘l raffinano, e di mano in mano conoscon più, e perciò non si sodisfanno mai troppo delle cose passate. Pertanto e’ prega V. S. instantemente, che siccome l’ha favorito in far sì ch’al Ser.mo Principe sia venuto voglia di veder cose sue, ella voglia proccurare ch’e’ non sia havuto in considerazione ch’e’ faccia l’obbligo suo intorno a ciò un poco prima o un poco dopo, purchè e’ lo faccia, sì com’e’ farà. E con questo e’ bacia le mani a V. S., sì come anche Luigi mio fratello, il quale dice haver affrettato il suo ritorno di villa per amor di V. S., e poi non ce l’ha trovata: ed io fo il somigliante, ringraziandola delle buone nuove del nostro Ser.mo Padrone, al quale il sommo Dio si compiaccia concedere intera sanità e lunghezza di vita.

Di Firenze, il dì 3 di Agosto 1608.

Ebbi la sua ieri da Matt<…>, ma tardi, e non ho potuto far più presto di quel ch’ella vede: però, Sig. mio, mi scusi.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.maSer. Aff.mo Alessandro Sertini.

Al molto Ill.e ed Ecc.mo Sig.r

Galileo Galilei, mio Sig.r e P.rone Oss.mo

Alla Corte([401]).

196*.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO [ad Artimino].

Firenze, 5 agosto 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal, P. I, T. VI, car. 163. – Autografa.

Molto Ill.e ed Ecc.mo Sig.r mio,

Io credo che V. S. abbia in memoria d’havermi sentito ragionare d’un gentilhuomo palermitano, amico mio, il quale è stato il verno passato qui in Firenze in medicamenti per una indisposizione, cred’egli, di mal franzese, la quale gli tiene pieno il capo e la testa di volatiche, cosa che danno brutezza, facendo scorza e forfora; ma sopra la sua persona non sente sorte alcuna di dolore. Egli ha fatto medicamenti grandissimi, da prima del male, rinfrescativi, e poi l’ha curato come mal franzese, e mai non ha potuto guarire; cosa che fa credere che non sia mal franzese, poi che non cede a’ medicamenti se non quanto l’evacuazioni e la dieta scemano gl’umori. Ritornando da Mantova, ove era stato alle feste, si fermò in Bologna, per esperimentare un medicamento propostoli per cosa buonissima, il quale non gl’ha fatto giovamento più che tanto. Perciò gl’è venuto volontà far prova de’ medici di Padova; e sapendo quanto io sia servitore di V. S., mi ha pregato che io intenda da lei quanto V. S. intenderà dalla sua lettera, la quale io le mando alligata([402]). Perciò la prego che mi voglia far grazia, quanto prima, avvisarmi quello ch’ella dice intorno a ciò che desidera sapere questo gentilhuomo da lei.

È arrivato qua un libro di un Tommaso Botio([403]), scritto contro a’ medici razionali, dic’egli, ed alcuno è parso che vi sia qualcosa di considerazione. Di grazia, V. S. mi dica che huomo e’ sia stimato da lei e dagl’alt[ri], e se, stante che gl’altri medici non arrivano al male di D. Vincenzio, questo, che ha del nuovo, se sarebbe il caso suo. Le bacio le mani, e ‘l Sig.r Andrea([404]) ancora, il quale è dietro a mettere in ordine l’ode e qualch’altra cosa per mandarla a V. S. Nostro Signore la feliciti.

Di Firenze, il dì 5 di Agosto 1608.

Di V. S. molto Ill.eServ.re Aff.mo Aless. Sertini.

Fuori: [Al] molto Ill.e ed Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei,

Alla Corte.

197*.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO [ad Artimino].

Firenze, 18 agosto 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIX, n.° 111. – Autografa.

Molto Ill.re Sig. mio,

O questa sì ch’è giuliva, che le lettere e scritture che io inviai giovedì a V. S., sieno ite male. Io diedi il plico alla posta al Sig. Brunacchi, al quale haveva dato l’altre lettere, e mi disse che ne arebbe fatto il servizio. È possibile che a quest’otta V. S. le abbia havute, e vedrà essere scritta la lettera sino di giovedì, il qual giorno, come io le ho detto, le detti alla posta. Ora, se la fortuna si accorda per far apparir maggiore la mia colpa, io non ne posso far altro; ed è un pezo ch’io sapeva che a me non era ella troppo amica. Ma io voglio presuporre che V. S. a quest’otta l’abbia ricevute, perchè, essendovi occasione sera e mattina di huomini che si spediscono costassù, quando sia avvenuto che ‘l Brunacchi, a chi io le diedi, se le dimenticasse giovedì sera e anche venerdì, l’avrà mandate il sabato.

Ho inteso che costassù si ritrova un giovane de’ Ciampoli([405]), allievo del Sig.r Gio. Bat. Strozzi, conosciutissimo da me e degno d’ogni bene e d’ogni lode per le virtù sue e d’ogni onore, e intendo che si trattiene assai con V. S.: però io non vorrei ch’ella, se non è seguito sin ora, mi menzionasse seco per conto di poesie, dico di haverne mandate a lei perchè le facesse vedere a S. A. S.. La ragione è, perch’io non mi curo di andare in bocca del popolo per questa via, e mi sono trovato dal Sig. Gio. B. e da lui ho inteso del Ciampoli, e non gli ho volsuto dir nulla nè di me nè del Sig. Andrea([406]); perchè di me non mi curo che si sappia, e di quell’altro anche non giudico bene fare gli stiamazzi, ed egli anzi non se ne cura e massime col Sig. Giob., che intendo che ha martello, per conto del Ciampoli, del Sig. Andrea. Serva a V. S. per avviso.

Di grazia, mi avvisi se ha poi ricevute le lettere, e mi tenga in sua grazia e comandi.

Di Firenze, 18 di Agosto 1608.

Di V. S. molto Ill.e ed Ecc.moSer.e Aff.mo Alessandro Sertini.

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

Sig.r Galileo Galilei,

Alla Corte.

198*.

PIETRO DUODO a GALILEO in Firenze.

Padova, 30 agosto 1608.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 81. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re ed Ecc.mo Sig.r

La lettera con la quale ha piacciuto a V. S. Ill.re ed Ecc.ma di honorarmi, a me è riuscita carissima, perchè ho conosciuto in lei un non so che d’individuo verso di me, che so non esser così commune con tutti; e però, sì come l’assicuro di corrisponderle per ogni verso, così l’accerto appresso, non mi si rappresenterà mai occasioni di farle servitio, che non lo faccia.

A quel Ser.mo Principe bascio humilmente le mani per l’amorevole affettione che dimostra di portarmi e per la memoria che resta servito di serbar di me; e mi farà favore, con occasioni, rallegrarsi con sua Altezza Ser.ma delle sue auguste nozze([407]), et le prego da Dio tutti quegl’effetti felicissimi che si hanno conceputo nell’animo. Io non ardisco dirle cosa alcuna delli Serenissimi Gran Duca e Gran Duchessa; ma se, in congiontura, potesse fare un simil offitio con essi, mi sarebbe gran favore, essendo io obligatissimo a l’un e l’altro delle loro Altezze per favori così estraordinarii, che in diverse occasioni ho ricevuto dalle loro mani.

Li figliuoli([408]) stanno bene, e le rendono i saluti quadruplicati. Studiano, et l’attendono al tempo promesso: et nel resto le auguramo ogni compita felicità.

Di Padova, li XXX Agosto 1608.

Di V. S. Ill.re ed Ecc.maAff.mo per ser.la Piero Duodo.

Fuori: All’Ill.re Sig.r

L’Ecce.mo Sig. Galileo Galilei.

Fiorenza.

199.

GALILEO a CRISTINA DI LORENA [in Firenze].

Firenze, settembre 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 29 e 30. – Bozza autografa.

Mad.ma Ser.ma

Essendo questa delle felicissime nozze del Ser.mo Principe, figliuolo di V. A. S. et nostro amatissimo Signore, la prima occasione per la quale tutta l’università de i suoi fedelissimi servi et vassalli, chi con uno et chi con altro segno di amore, di fedeltà, et di obedienza, comparendo innanzi alla sua Ser.ma Altezza, dimostri il vero et vivo giubilo che sente nel vedersi([409]) per sì fortunata copula stabilire la speranza di perpetuarsi sotto così dolce et soave governo; parmi che S. A. S., in risposta di così grati affetti, dovesse all’incontro con qualche esplicante segno manifestare a quelli l’interno affetto suo, la innata sua humanità et la sua singolar protezione, con la quale abbraccia et è per abbracciare tutto il popolo dalla Divina Providenza sotto il suo governo et patrocinio costituito. Et questo per avventura potrà l’A. S. fare, se comparendo nel cospetto publico di tutto il concorso de i suoi vassalli, spiegherà misteriosamente nella sua impresa, non carattere che denoti qualche suo più particolare affetto, ma sì bene che sia simbolo il quale gl’animi di tutti universalmente venga a consolare, con l’assicurargli della celeste pietà che nell’humanissimo suo petto risiede, con la quale è per protegergli sempre et per sempre sollevargli, rendendosegli grati, obedienti et fedeli più con l’amore et con la carità, che col timore o con la forza. Tale et sì generoso pensiero parmi che acconciamente possa esplicarsi col figurare per corpo dell’impresa una palla di calamita, dalla quale pendano molti ferri da essa sostenuti, aggiugnendovi il motto Vim facit amor: il cui senso allegorico è, che sì come quei ferri dalla calamita sono contro la propria inclinazione([410]) mossi all’in su et sostenuti in alto, ma però con([411]) una quasi amorosa violenza, avventandosi l’istesso ferro avidamente a quella pietra et quasi di volontario moto correndovi, sì che dubbio ancor resti se più la forza della calamita o il naturale appetito del ferro o pure un amoroso contrasto d’imperio et di obedienza così tenacemente ambedui congiunga; così l’affetto cortese et pio del Principe, figurato per la pietra, che a sollevare et non ad opprimere i suoi vassalli solamente intende, fa che quelli, rappresentati per i ferri, ad amarlo et obedirlo si convertino. Che poi per la palla di calamita acconciamente si additi la persona del Ser.mo Principe, è manifesto: prima, per esser le palle antica insegna della Casa; in oltre, essendosi da grandissimo filosofo diffusamente scritto, et con evidenti dimostrazioni confermato, altro non essere questo nostro mondo inferiore, in sua primaria et universal sustanza, che un gran globo di calamita, et importando il nome Cosmo il medesimo che mondo, potrassi([412]) sotto la nobilissima metafora del globo di calamita intendere il nostro gran Cosimo. Parmi altresì che non meno acconciamente venghino da i ferri pendenti dalla pietra circonscritti i devotissimi vassalli di S. A. S.; perchè se il ferro solo è quel metallo dalla cui durezza si traggono le più salde armi, sì per la difesa nostra come per l’offesa dell’inimico, chi non sa che nelle mani, nel cuore et nella fede de i sudditi è riposta ogni difesa et sicurezza del principe et de’ suoi stati? Questa dunque, Madama S.a, quando così paia al suo purgatissimo giudizio, potrà esser l’impresa con la quale, a consolazion de i suoi popoli, in questa universale allegrezza, potrà il Ser.mo Principe scoprire quale egli voglia essere verso i suoi sudditi, et quali egli desidera che si mantenghino loro verso di esso. Et quando volesse l’A. V. mantener vivo nelle memorie de i suoi vassalli questo pensiero, potria in questa occasione fare stampar medaglie d’argento et d’oro, dove da una parte fusse questa impresa col suo motto, et dall’altra intorno a l’imagine del S. Principe quest’altro: Magnus Magnes Cosmos, che nel senso literale altro non dice se non che il mondo sia una gran calamita, ma sott’altro senso dichiara l’impresa.

200*.

PIETRO DUODO a GALILEO in Firenze.

Padova, 10 ottobre 1608.

Bíbl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 77. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.r

Ricevo gran consolatione dalle lettere di V. S. Ill.re et Ecc.ma poiché in esse scuopro l’amor che mi continua; di che la ringratio infinitamente, assicurandola che l’amor suo è benissimo corrisposto et con altrettanto desiderio di servirla; quando si compiacerà valersi di me.

Ho salutato li figliuoli([413]), li quali gli rendono molte gratie et la rissalutano doppiamente. Intanto le desidero felicità, et me le raccomando.

Di Padova, li X Ottobre 1608.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma S.r Galileo.Aff.mo per ser.la Piero Duodo.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig.r

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

201.

CURZIO PICCHENA a GALILEO in Padova.

Firenze, 18 dicembre 1608.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 127. – Autografa.

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Quando V. S. era sul partir di qua, io le dissi che poi per lettera havrei replicato alcune cose a quel che scrisse a V. S. il suo amico di Verona([414]) intorno alla nascita della mia figliuolina([415]), perchè da questo io son venuto in dubio che forse l’hora non sia giusta.

Prima egli dice, che quest’ anno corrente ella correva pericolo della vita, massimamente nel mese di Settembre: et a questo io dico, che la detta figliuola non ha mai havuto male di considerazione; et già si trova presso alla fine dell’undecimo mese. Poi dice ch’ella havrà roba da’ suoi parenti ecclesiastici: et io rispondo che non mi resta parente alcuno, donde a lei possa venir roba nè anche di qui a cent’anni, nè dal canto mio nè di mia moglie. Stante adunque il dubio che l’hora non sia giusta, riceverei per favore da V. S. che il suo amico vedesse se si può aggiustare dall’istesso tempo della nascita, perchè intendo che la figliuola nacque in modo, che per mezz’hora o più fu tenuta per morta o che in breve spazio dovesse morire, perchè era nera et non faceva quasi movimento alcuno nè segno di vita, fintanto che, lavatala nella malvagía calda, ella rinvenne: et questo pericolo avvenne perchè nacque vestita et col tralcio avvolto intorno al collo, che quasi l’haveva soffocata. Da tale accidente potette forse avvenire che si tardò un poco a dar avviso della nascita a quelli che stavano fuor della camera per notar l’hora. Et il sopradetto pericolo mi par assai notabile per poter rettificare la natività, non essendocene fin hora occorso alcun altro. Con questa occasione ricordo a V. S. il mio solito desiderio di servirla, et le bacio la mano.

Da Fior.za, alli 18 di Dicembre 1608.

Di V. S. molto Ill.reAff.mo Serv.re Curzio Picchena.

Fuori, d’altra mano: Al molt’Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo […..] Matematico nello Studio di

Padova.

202.

GALILEO a CRISTINA DI LORENA in Firenze.

Padova, 19 dicembre 1608.

Bibl. Naz. Fir., Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 31. – Autografa.

Ser.ma Mad.ma

Il benignissimo affetto che da diversi segni ho scorto in V. A. S. verso la persona mia, mi presta di presente ardire di supplicarla con ogni maggiore humiltà, che voglia esser servita di favorire Mess. Benedetto Landucci mio cognato, il quale li porgerà la presente, a presso S. A. S.ma, sì che resti graziato di ottenere quanto in un suo memoriale domanda; assicurandola che in diligenza et fedeltà da niun altro lor vassallo sarà superato, et raccomandandoli la povera sua famiglia, che per tale aiuto sarà dalle lunghe sue miserie sollevata, che è opera prima della somma bontà di V. A. S.: di che et essa bisognosa famiglia nelle sue calde orazioni a presso Dio ne le renderà merito, et io in perpetuo gliene haverò quell’obligo istesso che se nella mia propria persona fusse tal benefizio stato conferito. Et con ogni humiltà inchinandomi all’A. V. S., reverentemente li bacio la vesta, et da Dio li prego il colmo di felicità.

Di Padova, li 19 di Dicembre 1608.

Di V. A. S.Hum.mo Servo Galileo Galilei.

Fuori, d’altra mano: Alla Ser.ma Gran Duchessa di Toschana, mia Signora.

Firenze.

203.

CRISTINA DI LORENA a GALILEO in Padova.

Firenze, 8 gennaio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 19. – Autografa la firma.

Mag.co nostro Dilett.mo

Noi non mancheremo d’havere in particolare raccomandazione Benedetto Landucci, vostro cognato, nelle occasioni che si presenteranno proporzionate alla persona sua. Et perchè nell’offizio che egli specificatamente chiedeva([416]) non è stato luogo per lui, essendo già dal Gran Duca stato promesso, egli si potrà ricordare in qualche altra cosa, conservando Noi la nostra solita buona volontà verso il vostro merito. Et Dio vi conservi.

Da Fiorenza, alli 8 di Gennaio 1608([417]).

Galileo Galilei.

Fuor: Al Mag.co nostro Dilett.mo

Mess. Galileo Galilei, Lettore di Matematica nello Studio di

Padova.

204.

GALILEO a CRISTINA DI LORENA [in Firenze].

Padova, 16 gennaio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 33. – Autografa.

Ser.ma Mad.ma et Mia Sig.ra Col.ma

Per calculare con le tavole Pruteniche et emendare il moto del sole con quelle di Tico Brae per l’uno et per l’altro delli due tempi dubbii del nascimento del Ser. G. D., mi è bisognato consumar tanto tempo, che non prima di adesso ho potuto assicurarmi a dire a V. A. S. cosa alcuna di resoluto circa il suo dubbio. Hora li dico, che confrontando li accidenti decorsi con l’uno et con l’altro tema, mi par assai più conforme alle regole il credere che S. A. S. nascesse li 30 di Luglio del 1549, che li 19 di Luglio del 1548; tal che S. A. S. corra adesso l’anno cinquantesimo nono, et non il sessantesimo, et sia del suo climaterico nono il principio fra due anni e mezzo, et non fra 18 mesi: il quale anco spero che S. A. S. sia per superare felicissimamente, col favore di Sua Divina Maestà, nelle cui mani principalmente risiede il governo di quelli che ha destinati a reggere i popoli. Intanto, inchinandomi con ogni humiltà a V. A. S., li bacio la vesta, et dal Signore Dio li prego il colmo di felicità.

Di Pad.a, li 16 di Gen.o 1609.

Di V. A. S.Humiliss.o et Oblig.mo Servo et Vass.lo Galileo Galilei.

Fuori: Alla Ser.ma G. Duchessa di Toscana,

mia Sig.ra et Pad.na Col.ma

205*.

CURZIO PICCHENA a GALILEO in Padova.

Firenze, 31 gennaio 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 20. – Autografa.

Ill.re S.r mio Oss.mo

Se bene il Gran Duca haveva quasi destinato et promesso a un altro quel luogo che chiese il cognato di V. S.([418]), poichè era stato dato ad intendere a S. A. che egli non era atto ad esercitarlo, non di meno Madama Ser.ma s’ è messa di nuovo a farne gagliardo offizio, sì che oggi, nella consulta degli Auditori, il luogo gli è stato dato([419]): et Madama mi ha commesso di farlo sapere a V. S., sì come faccio. Et di cuore la saluto, et le bacio la mano.

Di Firenze, alli 31 di Gen.o 1608([420]).

Di V. S. Ill.reAff.mo Ser.re Curzio Picchena.

Fuori: All’Ill.re S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo [Galilei], Lettore di Matematica.

Padova.

206.

GALILEO a CRISTINA DI LORENA [in Firenze].

Padova, 11 febbraio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV. car. 35. – Autografa.

Mad.ma Ser.ma et mia Sig.ra Col.ma

La difficultà attraversatasi nella resoluzione del negozio di Mess. Benedetto Landucci, mio cognato, ha partorito dui buoni effetti: l’uno, che ha porto occasione a loro A. S.me di accertarsi delle honeste condizioni di detto mio cognato; et l’altro, di dimostrare a me come, sopra ogni mio merito, hanno in considerazione la mia devotissima et humilissima servitù: onde io devo doppiamente ringraziare Iddio et la loro benignità, che non meno cortesemente che prudentemente hanno disposto di quello uffizio ad utile et commodo di detto mio parente. Io rendo dunque grazie infinite a V. A. S. per la benigna intercessione apresso il Ser.mo G. D.: nè potendo altro per adesso derivare dalla mia debolezza che un purissimo affetto di devozione, con questo humilissimamente mi inchino alle loro A.e S.menominando il mio obbligo perpetuo, et pregandoli da Dio il colmo di felicità.

Di Pad.a, li 11 di Febbraio 1609.

Di V. A. S.maDev.mo et Hum.mo Servo et Vassallo Galileo Galilei.

Fuori: Alla Ser.ma G. Duchessa di Toscana,

mia Sig.ra Col.ma

207.

GALILEO ad [ANTONIO] DE’ MEDICI in Firenze.

Padova, 11 [febbraio] 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 19. – Autografa.

Ill.mo et Ecc.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Ho inteso minutamente da Mess. Benedetto Landucci, mio cognato, il cortesissimo affetto col quale V. E. Ill.ma si è mostrato favorevole nella consecuzione della grazia domandata da quello, et finalmente, con l’aiuto del suo favore, ottenuta([421]): onde io ne le rendo grazie infinite, et l’accerto che in quanto la debolezza delle mie forze si estenderà, non mi haverà V. E. Ill.ma a posporre ad alcuno de i suoi più pronti et fedeli servitori.

Mi ordina in oltre mio cognato, che io deva scrivere a V. E. qualche cosa di nuovo intorno a i miei studii, sendo tale il suo desiderio; il che ricevo a grandissimo favore, et mi è stimolo a speculare più del mio ordinario. Onde […. ]ere([422]) a V. E., come dopo il mio ritorno di Firenze sono stato occupato in alcune contemplazioni et in diverse esperienze attenenti al mio trattato delle meccaniche([423]); [n]el quale ho speranza che la maggior parte saranno cose nuove, nè da altri state tocche per addietro. Et pure ultimamente ho finito di ritrovare tutte le conclusioni, con le sue demostrazioni, attenenti alle forze et resistenze de i legni di diverse lunghezze, grossezze et figure, et quanto sian più debili nel mezo che negli estremi, et quanto maggior peso sosterranno se quello sarà distribuito per tutto il legno che in un sol luogo, et qual figura doveria havere acciò fusse per tutto egualmente gagliardo: la quale scienza è mol[to] necessaria nel fabricar machine ed ogni sorte di edifizio, nè vi è alcuno che ne habbia trattato. Sono adesso intorno ad alcune questioni che mi restano intorno al moto de i proietti, tra le quali molte appartengono a i tiri dell’artiglierie: et pure ultimamente ho ritrovata questa, che ponendo il pezzo sopra qualche luogo elevato dal piano della campagna, et appuntandolo livellato giusto, la palla uscita del pezzo, sia spinta da molta o da pochissima polvere o anco da quanta basti solamente a farla uscir del pezzo, viene sempre declinando et abbassandosi verso terra con la medesima velocità, sì che nell’istesso tempo, in tutti i tiri livellati, la palla arriva in terra; et siano i tiri lontanissimi o brevissimi, o pure anco esca la palla del pezo solamente e caschi a piombo nel piano della campagna. Et l’istesso occorre ne i tiri elevati, li quali si spediscono tutti nell’istesso tempo, tuttavolta che si alzino alla medesima altezza perpendicolare: come, per essempio, i tiri aefagh, aik, alb, contenuti tra le medesime parallele cdab, sispediscono tutti nell’istesso tempo;

et la palla consuma in far la linea aef tanto tempo, quanto nella aik, et in ogn’altra; et in consequenza le loro metà, ciò è le parti efgh, ik, lb, si fanno in tempi eguali, che rispondono a i tiri livellati. Nella materia delle aqque et degl’altri fluidi, parte ancor lei intatta, ho parimente scoperte grandissime proprietà della natura; ma non mi basta l’angustia del tempo a poterle scrivere al presente, dovendo spedir molte altre lettere. Mi riserverò dunque a maggior oportunità a dir a V. E. 3 o 4 conclusioni et effetti veduti et già provati da me, che avanzano di meraviglia forse le maggiori curiosità che sin hora siano state cercate da gl’huomini. Ma tanto basti per hora.

Restami a supplicar V. E. Ill.ma conservarmi quel luogo nella sua grazia, che la sua somma bontà mi ha sin qui conceduto, assicurandosi che ha un servitore che di devozione non cede ad alcuno altro. Et per fine, inchinandomegli con ogni reverenza, li bacio le mani, et [….] Dio somma felicità.

Di Pad.a, li 11 [….] 609.

Di V. E. Ill.maSer.re Dev.mo et Oblig.mo Galileo Galilei.

Fuori,: All'[…]re et Pad.ne

[…] Medici.

Firenze.

208.

GALILEO a COSIMO II DE’ MEDICI, Granduca di Toscana, [in Firenze].

Padova, 26 febbraio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 31. – Autografa.

Ser.mo G.D.ca, mio Sig.re e Pad.ne Col.mo

Con le medesime lettere mi è arrivata l’acerba nuova della morte del Ser.mo G. D. Ferdinando, di gloriosa memoria, et l’avviso della coronazione di V. A. S.ma; onde io nell’istesso tempo mi dorrò dell’una, e mi rallegrerò dell’altro, con l’A. V. Et il dolore di sì gran perdita deve invero esser comune di tutta la Cristianità, essendo mancato un Principe, il cui prudentissimo governo era specchio a gl’altri potentati: doviamo però consolarci nel voler divino, il quale, vedendo la sua gloria esser arrivata a quel segno oltre il quale non si dà passaggio tra le grandezze terrene, l’ha volsuto condurre alla destinata beatitudine celeste, della quale non possiamo dubitare, havendo Sua Divina Maestà con lunga serie di felicissimi successi reso certo il mondo della stima che Ella faceva di un tanto Principe; et ha non meno provisto i suoi sconsolati vassalli di un presentaneo conforto, scoprendo nell’Altezza V. S.ma, tra i primi fiori dell’età sua, frutti di senno maturo, che hanno di già dato materia di far parlar di loro, e non senza stupore, a i popoli lontani; ma non già nuovi a me, che, havendo per mia benigna fortuna et per humanità di V. S. A. hauto tante volte grazia di essergli appresso, havevo più e più volte letto nel suo silenzio l’altezza de i pensieri, che ella custodiva per questo tempo. Io supplico l’A. V. S.ma, che essendo ella stata costituita da Dio per comune rettore di tanti suoi devotissimi vassalli, non sdegni tal volta di volgere anco verso di me, pur uno de i suoi più fedeli et devoti servi, l’occhio favorevole della sua grazia; della quale devotamente la supplico, mentre con ogni humiltà me gl’inchino et bacio la vesta. Il Signore Dio gli conceda il colmo di felicità.

Di Pad.a, li 26 di Febraio 1609.

Di V. A. S.Humil.mo et Dev.mo Servo et Vassallo Galileo Galilei.

Fuori: Al Ser.mo Don Cosimo Medici,

G. D. di Toscana, mio Sig.re e Pad.ne Col.mo

209.

GALILEO al «S. VESP.» [in Firenze].

[Padova, febbraio 1609].

.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 111. – Minuta autografa.

La lettera([424]) di V. S. per molti rispetti mi è stata gratissima: prima, col rendermi testimonianza della memoria che tiene il Ser.mo G. D., mio Signore, di me; poi, con l’accertarmi della continuata affezione dell’Ill.mo S. . Pic.([425]), da me infinitamente stimata, come anco dell’amore di V. S., il quale, facendogli prendere a quore i miei interessi, l’induce così cortesemente a scrivermi intorno a particolari di gran momento. De i quali uffizii et a l’Ill.mo S. Enea et a V. S. io resto perpetuamente obligato, et gliene rendo grazie infinite; et parmi debito mio, in segno di quanto io gradisca tanta cortesia, slargarmi con le SS.e loro intorno a i miei pensíeri et a quello stato di vita nel quale sarebbe mio desiderio di passar quelli anni che mi restano, acciò che in altra occasione, che si presentasse all’Ill.mo S. Enea, possa con la sua prudenza et destrezza rispondere più determinatamente al Ser.mo nostro Signore: verso la cui Altezza, oltre a quel reverente ossequio([426]) et humilissima obedienza che da ogni fedel vassallo gli è dovuta, mi trovo io da così particolare devozione, et siami lecito dire amore (perchè nè anco Idio stesso altro affetto richiede in noi più che l’amarlo), inclinato, che, posto da banda ogn’altro mio interesse, non è condizione alcuna con la([427]) quale io non permutasse la mia fortuna, quando così piacere intendessi a quell’Altezza; sì che questa sola risposta potria bastare ad effettuare ogni resoluzione, che a quella piacesse di prendere sopra la persona mia. Ma quando S. A., come è credibile, colma di quella humanità e cortesia che tra tutti gl’altri principi la rendono, et sempre più renderanno, riguardevole, volesse col suo servizio accoppiare ogn’altra mia satisfazione, io non resterò di dire, come havendo hormai travagliato 20 anni, et i migliori della mia età, in dispensare, come si dice, a minuto, alle richieste di ogn’uno, quel poco di talento che da Dio et da le mie fatiche mi è stato conceduto nella mia professione; mio pensiero veramente sarebbe conseguire tanto di oio et di quiete, che io potessi condurre a fine, prima che la vita([428]), 3 opere grandi che ho alle mani, per poterle publicare([429]), et forse con qualche mia lode et di chi mi havesse in tali imprese favorito, apportando per avventura a gli studiosi della professione et maggiore et più universale et più diuturna utilità di quello che nel resto della vita apportar potessi([430]). Otio maggiore di quello che io habbia qua, non credo che io potessi havere altrove, tuttavolta che et dalla publica et dalle private letture mi fusse forza di ritrarre il sostentamento della casa mia; nè io volentieri le eserciterei([431]) in altra città che in questa, per diverse ragioni che saria lungo il narrarle: con tutto ciò nè anco la libertà che ho qui([432]) mi basta, bisognandomi a richiesta di questo e di quello consumar diverse hore del giorno, et bene spesso le migliori. Ottenere da una Repubblica, benchè splendida et generosa, stiendii senza servire al publico, non si costuma, perchè per cavar utile dal publico bisogna satisfare al publico, et non ad un solo particolare; et mentre io sono potente a leggere et servire, non può alcuno di Republica esentarmi da questo carico, lasciandomi li emolumenti: et in somma simile comodità non posso io sperare da altri, che da un principe assoluto.

Ma non vorrei, da quanto ho sin qui detto, parere a V. S.([433]) di haver pretensioni irragionevoli, come che io ambissi stipendii senza merito o servitù([434]), perchè non è tale il mio pensiero. Anzi, quanto al merito, io mi trovo haver diverse inventioni, delle quali anco una sola, con l’incontrare in un principe grande che ne prenda diletto, può bastare([435]) per cavarmi di bisogno in vita mia,mostrandomi l’esperienza, haver cose per avventura assai meno pregiabili apportato a i loro ritrovatori comodi grandi: et queste è stato sempre mio pensiero proporle, prima che ad altri, al mio Principe et Signore naturale, acciò sia in arbitrio di quello dispor di quelle et dell’inventore a suo beneplacito, et accettare, quando così gli piaccia, non solo la pietra, ma anco la miniera, essendo che io giornalmente ne vo trovando delle nuove; et molte più ne troverei, quando havessi più otio et più comodità di artefici, dell’opera([436]) de  quali mi potessi per diverse esperienze prevalere. Quanto poi al servizio cotidiano, io non aborrisco se non quella servitù meretricia di dover espor([437]) le mie fatiche al prezzo arbitrario di ogni avventore; ma il servire qualche principe o signore grande, et chi da quello dependesse([438]), non sarà mai da me aborrito, ma sì bene desiderato et ambito.

Et perchè V. S. mi tocca alcuna cosa intorno all’utilità che io traggo qua, gli dico come il mio stipendio publico è fiorini 520, li quali tra non molti mesi, facendo la mia ricondotta, son come sicuro che si convertiranno([439]) in tanti Ñ; et questi gli posso largamente avanzare, ricevendo grand’aiuto([440]), per il mantenimento della casa, dal tenere scolari et dal guadagno delle lezioni private, il quale è quanto voglio io. Dico così, perchè più presto sfuggo il leggerne molte, che io lo cerchi, desiderando infinitamente più il tempo libero che l’oro; perchè somma di oro tale che mi possa render cospicuo tra gl’altri, so che molto più difficilmente potrei aqquistare, che qualche splendore da i miei studii.

Eccovi, S. Vesp. mio gentilissimo, accennati succintamente i miei pensieri: del quale avviso potrà V. S., se così sarà oportuno, far partecipe l’Ill.mo S. Enea, del favore del quale, insieme con quello dell’Ill.mo S. Silvio([441]), so quanto mi posso promettere, et a quello solo ricorrerei in ogni occorrenza.

Intanto prego V. S. a non comunicar con altri quanto ho conferito seco, etc.

210*.

PIETRO DUODO a GALILEO in Padova.

Venezia, 6 marzo 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 75. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re

Troppo mi favorisce V. S. molto Ill.re et Ecc.ma con le sue lettere e con la continuatione che vedo in lei del desiderio del bene de’ miei nepoti([442]); di che certo le portiamo quell’obligo ch’ella può per sua prudenza imaginarselo. Quanto a quello che mi scrive, io le dirò il mio senso, rimettendo però tutto alla sua prudenza. Per me io credo che sia bene proseguir l’opera fino alli sei libri d’Euclide, per spalancar loro la porta a tutte le sorte delle matematiche; e se bene a’ figliuoli pare forse aspro, ciò non deve parer novo, perchè sono di questa natura, che facilmente intraprendono le cose e facilmente le lasciano: e questo è un habito cattivo, nè bisogna lasciar far radice, perchè questa sarebbe una strada di fare che non sapessero mai cos’alcuna; oltrechè a me non piacciono le cose imparate per metà, che vuol dire un saper nulla. Questo è quello che posso dire a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, rimettendo a lei però, che è su ‘l fatto, quello che la stimarà meglio di fare; e potrà inanimarli con la sua destrezza, mostrando che habbi parlato con me qui a Ven.a e che mi sii doluto del poco progresso, e con quel di più che le parerà: e se vorrà che le scrivi alcuna lettera, perchè la possi mostrare, io lo farò quando mi aviserà, perchè chi in questa età non dà la spinta alla barca, tardi in altro tempo si affaticaremo. V. S. molto Ill.re et Ecc.ma mi conservi in sua grazia; et le offero, in tutto quello che posso, il mio servitio.

Di Ven.a, li 6 Marzo 1608([443]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Il S.r Galileo Galilei.Ser.re Aff.mo Piero Duodo.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r,

Il S.Galileo Galilei.

Padova.

211.

ALESSANDRO DE’ MEDICI a GALILEO in Padova.

Firenze, 6 marzo 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 117. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.te Sig.mio Oss.o

Il dolore della perdita di sì gran Signore sarebbe veramente insopportabile, per così dire, se non venisse mitigato da speranza più che ordinaria del valore, bontà et clemenza del Ser.mo nostro Padrone nuovo: et in vero sino al dì d’hoggi ha dati presagi tali, che ciascheduno non solo l’ama cordialmente, ma l’ammira straordinariamente. Piaccia a N. S. di prosperarlo, et dargli gratia che risponda con gli effetti al nobilissimo concetto che tutti hanno di esso. Io poi non mancherò con bona occasione fare quanto V. S. mi comette con S. A. S.; et so chiarissimo che stima il suo valore, et spero che glie lo mostrerà in ogni occasione.

Circa alle nove della Corte, non saprei altro che dirgli, salvo che S. A. S. ha confermato tutto il servitio di suo padre f. m. nel’istessa maniera di prima, senza mutare niente in qual si voglia modo, o pochissimo alterando. Tutti gli amici salutano V. S. cordialmente, et io in particolare sono servitorissimo suo. Il Cielo lo feliciti.

Di Fior.a, 6 di Marzo 1608([444]).

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.teSer.re Aff.mo Aless.o Medici.

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.te Sig.r

Galileo Galilei, mio Oss.o, a

Padova.

212.

COSIMO II DE’ MEDICI, Granduca di Toscana, a GALILEO in Padova.

Firenze, 7 marzo 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 21. – Autografa la firma.

Don Cosimo

Gran Duca di Toscana, etc.

Mag.co nostro Dilettiss.mo

Li vostri affetti per la morte del Ser.mo Gran Duca Ferdinando, mio Signore et Padre, che habbia il Cielo, et per la mia successione, vengono graditi da Noi carissimamente, perchè sono sincerissimi. Et portandovi noi benevolenza et tanto maggiore inclinatione, quanto sappiamo per prova il merito delle vostre virtù, vi certifichiamo che siamo per mostrarvene segni nell’occasioni di vostro commodo, contento et honore. Et il Signore Dio vi prosperi et conservi.

Di Firenze, li VII di Marzo 1608([445]).

Galileo Galilei.Il Granduca di Tosc.a

Fuori: Al Mag.co Galileo Galilei,

Nostro Dilett.mo

Padova.

213*.

GALILEO ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA in Venezia.

Padova, 9 marzo 1609.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: Atti 1 1597-1609. Riformatori dello Studio di Padova, n.° 419. – Autografa.

Ill.mo Sig.re e Pad.ne Col.mo

Fu da prudentissima determinazione de i primi ordinatori di questo Studio ordinato, che la lettura delle Matematiche, al presente da me esercitata, fusse letta in un’hora sola, nè da altre letture occupata, acciò che i medici et filosofi, bisognosi di molte cognizioni che da questa sono loro sumministrate, potessero, senza perdere altre lezioni, ascoltar questa; et si accomodò il Mat.co a legger dopo tutte le altre hore, per non impedire, né medici né filosofi, che tutte le altre hore tengono occupate([446]). Hora, non so da qual cagione mosso, l’Ecc.mo S. Bimbiolo([447]), dopo l’haver sin hora letto all’hora sempre sua consueta, et pure nell’ultima sua ricondotta riassegnatali da la parte dell’Ecc.mo Senato, è venuto in pensiero di voler leggere all’hora mia, con notabilissimo disturbo della mia lezione et danno de i miei scolari, li quali, sendo la maggior parte medici, non possono ascoltar quella senza perder la mia; onde mi è parso necessario dar conto a loro Ill.mi et Ecc.mi SS.i Riformatori di questo disordine, et supplicarle che voglino esser servite di prendere sopra ciò quella provvisione che alla prudenza loro parrà oportuna per restituir le cose nel loro ordine et rimuovere ogni confusione: perchè in effetto, da 17 anni in qua che io leggo in questa catedra, nissuno ha mai letto all’hora deputata alla mia lettura, salvo che il medesimo Ecc.mo S. Bimbiolo due anni fa alcuni pochi mesi, taciuti da me per havermi dato parola di esser per ridursi alla sua hora consueta, sì come haveva fatto, poi che tale è il comandamento dell’Ecc.mo Senato. Io non mi estenderò in altro, rimettendomi al giustissimo et prudentissimo parere delle loro S.e Ill.me et Ecc.me, le quali son sicuro che regoleranno il tutto con ottimo consiglio. Et con ogni humiltà li fo reverenza, et prego da Dio somma felicità.

Di Padova, li 9 di Marzo 1609.

Di V. S. Ill.maSer.re Abbli.mo et Dov.mo Galileo Galilei.

214*.

PIETRO DUODO a GALILEO in Padova

Venezia, 10 marzo 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 79. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r

Con questa sarà la lettera che V. S. molto Ill.re mi scrive([448]), la quale sarà indrizzata a lei, che potrà mostrarla come le parerà.

Scriverò a Cattaro per quel suo soldato, e farò quanto potrò per suo servitio; nè occorre che usi cerimonie meco, perchè se mi vedesse il cuore, non lo vedrebbe risplender d’altro che di un affetto singularissimo di servirla, perchè così ella merita et io son obligato di farlo.

Di Ven.a, li X di Marzo 1608([449]).

Di V. S. molto Ill.re S.r Galileo Galilei.Aff.mo ser.re Pietro Duodo.

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo S.r

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

215*.

PIETRO DUODO a GALILEO in Padova.

Venezia, 10 marzo 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 80. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Sono stati i figlioli questi giorni a Ven.a, et havendoli interogati nelle cose delle matematiche, vedo che ancora non havevano passato il primo di Euclide; e questo mi ha fatto dubitare che poco pensino a questo studio così nobile et così illustre, et io la voglio pregare a non stancarsi per questo, perchè ogni ragion vuole che siino capaci del loro bene. Io mi vado pensando, che V. S. molto Ill.re  sii troppo dolce con loro; et qualche volta qualche ammonitione non sarebbe se non a proposito, perchè sono di natura che vorrebbono saper tutto in un subito, e com’incontrano nelle cose difficili, si smarriscono, non sapendo essi che Iddio ha poste le virtù sopra l’altissimo monte di sudori e di fatiche, senza le quali non occorre sperar di pervenire. Io voglio sperare in fine che, con li amorevoli raccordi et indrizzi di V. S. molto Ill.re, prenderanno cuore; e quando facessero altrimente, facilmente se ne accorgeremo([450]). Io riposo sopra l’amore di V. S. molto Ill.re, e da questo spero tutto quel frutto che posso desiderare. E nel resto mi offero al suo servitio.

Di Ven.a, li X di Marzo 1608([451]).

Di V. S. molto Ill.reSer. Aff.mo Pietro Duodo.

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo S.r

Il S.Galileo Galilei.

Padova.

216*.

GIOVANCOSIMO GERALDINI a GALILEO in Padova.

Firenze, 12 marzo 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 119, – Autografa.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

Non mancai subito fare il debito mio in presentare la lettera di V. S. al Ser.mo Gran Duca, e ci aggiunsi quelle parole che mi parse, come tanto caro amico che li sono. L’A. Ser.ma mi rispose con tanta humanità, che non si può dir più; e mi disse: «Scriveteli, che dove potrò, vedrà dall’effetti quanto l’amo», e altre parole molto amorevole, che ne ho preso di nuovo gran contento. Non mancai baciare le mani([452]) all’Ill.mo Sig.re Silvio([453]), Sig.re Cav.re Ferdinando([454]), Sig.re Piovano, Sig.re Gonzaga([455]), che tutti gnene rendano dupplicati, come fo io con ricordarmeli servitore e pregarla a degnarsi di comandarmi. E il Signore Iddio li dia ogni contento.

Di Fiorenza, il dì 12 di Marzo 1608([456]).

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma([457])Serv.re Oblighat.mo Giovancosimo Geraldini.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio Oss.mo

Il Sig.re Galileo Galilei.

Padova.

217.

LUCA VALERIO a GALILEO in Padova.

Roma, 4 aprile 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 93. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Col.mo

Hoggi sono otto dì ch’io ricevei la lettera di V.S.dal S.r Lodovico Cigoli, nostro commune amico, pittore eccellentissimo, il quale se m’havesse portato il rittratto di V. S. fatto da lui, com’egli sa fare, portandola nel cuore, certo ch’egli m’havrebbe fatto cosa gratissima: ma poi che invece di quell’uno n’ho ricevuti due del bell’animo di V. S., fatti l’uno dalla sua scienza, l’altro dall’eloquenza, che sono la lettera et il teorema, parto del suo felicissimo ingegno, a quello del gran Siracusano (so ch’io non mento) di nulla inferiore; tanto questi mi sono più cari et riguardevoli che non sarebbe quello, quanto la natural figura nel rappresentare le bellezze interne è inferiore alla favella, vero rittratto dell’animo.

Ma di tutto il diletto ch’io ho preso dalla lettera, quello che nella prima apparenza mi s’è offerto, è il non essere io stato hora conosciuto da V. S. per altro, che per lo libro de’ centri della gravità de’ solidi([458]): chè s’ella m’havesse riconosciuto per quell’antico amico et devotissimo servitore ch’io le sono, crederei ch’il giuditio, ch’ella fa de’ miei componimenti, nascesse più dall’affettione, che questa da quello, essendo questa tale, nell’eccesso dell’honorar gli ainici, scusa de gli errori del giuditio da niuno rigettata; con ch’io scusai li SS.ri miei amici Pompeo Caimo et Gio. Demissiano nel riferirmi in publico le lodi che V. S. m’havea date in Firenze, parendomi ch’eglino troppo le abbellissero. Nè che V. S. non m’habbia conosciuto per fama, giudicandomene degno, punto mi maraviglio, sapendo che la fama è di due sorti: l’una, figlia del volgo, nata per forza de’ suoi stolidi gridi, la quale V. S. con ragione disprezza; l’altra è quella che nasce da pochi huomini et savi, che con la loro autorità et signoria naturale piegano et volgono a segno ragionevole lo sfrenato giuditio della plebe: et questa fama è stabile et degna del nome; l’altra, a guisa d’animale imperfetto, sorto dalle brutture della materia, oltraggiata dal tempo, a pena nata muore. Della prima maniera è la fama che V. S., per sua gratia, ha sparsa di me in coteste parti, et accresciuta quella ch’io haveva in queste. Dunque V. S. non potea conoscermi per fama, poi ella stessa la dovea partorire. Et bastarebbe a me l’intelligenza d’un savio per secolo, simile a V. S., senz’altra fama: la quale intelligenza, se si potesse por su le bilancie, mostrarebbe la leggierezza delle lodi popolari, et sanerebbe della pazzia coloro che le seguitano.

Ringratio dunque Dio che m’habbia fatto nascere et conservato fin hora in questi tempi, benchè nemici di virtù, poichè per mia buona ventura godo dell’amicitia di V. S., persona di singolar bontà, di scienze fornitissima, et di profondissimo ingegno. Laonde io ben conosco quanto gran favore V. S. mi fa, offerendomi la sua amicitia et la mia ricchiedendomi, che, come ho detto, è vecchia di molt’anni; et per non tenerla più sospesa, io sono quel Luca Valerio, devoto suo servitore, ch’ella conobbe in Pisa appresso la felice memoria del S.r Camillo Colonna, quando per quelli ameni et ombrosi prati andavamo, in compagnia d’altri filosofi, bene spesso gridando et disputando insieme. Ringratio V. S. finalmente dell’amorevole proferta, che mi fa, di favorirmi d’altre sue pellegrine inventioni, il che desidero sommamente, pur che non sia delle piramidi; la qual materia io presi a trattare et ne ho già finiti tre libri, et altri tre finiti nell’intelletto, nè voglio di tal soggetto vedere inventioni d’altri: et in ciò vinco me stesso, per non impigrire.

Il teorema di V. S. m’è piaciuto al pari de’ più maravigliosi d’Archimede. L’ha letto ancora la S.ra Margarita Sarocchi, che fu già mia discepola, donna dottissima in tutte le scienze et d’ingegno acutissimo; et giudica del facitore l’istesso che io, et a V. S. s’arricommanda, pregandola a farle gratia, s’ell’ha letti quei canti della Scanderbeide, suo poema heroico, che le furono tolti prima ch’ella li revedesse([459]), di scrivermene il suo parere et quel che altri ne sentono costì, sì come anch’io la prego. Et per non darle più noia, a forza fo fine, riserbando quel che mi restava di dire ad altro tempo. Prego Dio la conservi sempre felice, et a me dia occasione di goder V. S. di presenza et di poterla servire; il che sarà in ogni luogo et in ogni tempo, siccome ho fatto con la lingua, predicando il suo valore per tant’anni che non ci siamo revisti: sì che dove V. S. mi vedrà atto, facciami degno de’ suoi commandamenti. Et le bacio le mani.

Di Roma, li 4 d’Aprile 1609.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Devotissimo Luca Valerio.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Gallileo Gallilei, Lettor di Mattematica nello Studio di

Padoa.

218*.

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Padova.

Roma, 9 aprile 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 100. – Autografa.

Ecc.mo Sig.r et Patron mio Oss.mo

Ricevei la sua lettera, et così stracca la portai a il Sig.r Luca Valerio, il quale si mostrò molto a V. S. affezionato, ricordandosi di quando eri a Pisa, che andavi così fieramente disputando sopra molte belle cose gustose, delle quali dice il Sig.Luca non c’essere con chi conferirne, se non di cose che abbino per fine lo empiere la borsa. Ora dice che à finito una altra opera di cose bellissime, la quale sarà un poco più intelligibile et facile del’altra, et che presto la darà fuori. Non so se à dato risposta a V. S., perchè me ne sono stato tutta la settimana a S.Pagolo, là dove ò dato principio alla maggior tavola, et però no l’ò più rivisto; anzi cercho di spedirmi, per fuggire poi la malaria, che vi porta la state, et tornarmene a Roma, per ispedirmi di alcuni quadri che io ci ò cominciati, perchè, s’io posso, me ne vo’ venire a vedere cotesti paesi, et imparticolare V. S., la quale sopra tutte desidero di vedere et servire con tutto il quore. Et baciandoli le mani, le pregho da Dio ogni maggior bene.

Di Roma, il dì 9 di Aprile 1609.

Di V. S. Ecc.maAff.mo Ser.re Lodovico Cigoli.

Fuori: All’Ecc.mo Sig.r et Patron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Lettore delle Matematiche.

Padova.

219.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Aleppo, 30 aprile 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 40. – Autografa la sottoscrizione. Un secondo originale, che fu spedito in Venezia, pure con la sottoscrizione autografa e in capo al quale e accanto all’indirizzo si legge replicate, è nei Mss. Gal. della Bibl. Naz. di Firenze, P. I, T. VI, car. 102: esso presenta pochissime differenze di lezione, delle quali noteremo con la sigla r quelle che ci sembrano degne d’osservazione.

Ill.re S.re Ecc.mo

Io parlo, io discorro, et sono con l’animo a tutte l’hore con V. S. Ecc.ma, nè doppo il mio arrivo qui ho potuto nè saputo scriverle; non per diffetto di materia (perchè sono qui tante le novità et le occasioni di filosofare, che non muovo alcun passo che non desideri haverla meco per intendere da lei l’opinion sua), ma ben perchè, dall’altro canto, infiniti negotii et disturbi (et di questi, molti ancora travagliosi et molesti) mi distraono et occupano l’animo in modo, che riesco inhabile per poterle scriver come vorrei. Pure, già che non vedo mai apparire quel tempo che io possi scriverle con animo libero, ho voluto almeno con queste levarle quella meraviglia che le potesse dare il mio silentio.

Qui mi si è destato un desiderio così ardente di sapere infinite cose, che maledico, mille volte l’hora, la mia ignoranza et il tempo perduto nell’otio, che dovevo et potevo consumare ne’ studii. Se V. S. mi vedesse alcuna volta nel mio studio andare sciolgendo et rivolgendo([460]) i libri, so che riderebbe, osservando che mentre io, tratto dalla curiosità, apro alcuno di essi, ho il cuore a studiarne un altro; et come se temessi che quello mi fugisse di casa, sono astretto da soverchio affetto a pigliarlo, et doppo quello un altro et un altro, fino che mi sia caricato a misura di asino; et finalmente dandomi alla lettura di alcuno, i pensieri et i negotii, che continuamente mi scorrono in capo, fanno che la lingua et gl’occhi si affaticano in leggere, senza che l’inteletto possa capire nissuna cosa; et se per disgratia ne apprende alcuna, la memoria, distituta da travagli et da bisogni, non sa ritenerla: sichè i miei studii consistono solo in una ardentissima volontà, distrata dall’inteletto et dalla memoria, che, tiranegiati da una molesta occupatione, riescono totalmente inhabili a darle audienza. Mi consolo nondimeno con la speranza di stare seco in Padova un par di mesi a filosofare et godere; ma in un istesso tempo mi sgomenta oltre misura il pensare che debbano correr tre anni almeno avanti questo desideratissimo effetto, et che i pericoli di un molto lungo viaggio mi vietino l’accertarmi del ritorno: et in quest’ultimo impedimento pare che più si fiacchi la speranza, che in quello della longhezza del tempo; perchè, parendomi breve spatio il corso di cent’anni, assegnato per ultimo termine alla vita humana, so che tre passeranno pur troppo presto, et che con essi ancora sensibilissimamente passerà buona parte del vigore di questa vita. Si contenti in gratia V. S. Ecc.ma in questo mentre consolarmi con le sue giocondissime lettere, et fare che, acciecato dal gusto che io goderò leggendole, inganni me stesso, credendo haverla presente. Ahimè, che l’occupatione mi vieta il tratenermi più longamente con V. S., alla quale per fine et senza fine mi raccomando, pregandole da N. S. Dio([461]) ogni contento et felicità.

In Aleppo, l’ultimo d’April 1609.

Di V. S Ecc.ma([462]) S.r Galileo Galilei.Tutto Tutto suo G. F. Sag.([463])

Fuori: All’Ill.re et Ecc.moS.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei, Matematico di([464])

Padova.

220*.

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Padova.

Rorna, 22 maggio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 104. – Autografa.

Ecc.mo S.r mio,

Ricevei la cortesissima sua, et la inclusa portai a il S.r Luca Valerio, a cui in voce et con la medesima sua feci fede del’affetto et ossequio che ella gli porta; e da lui furono riceute cortesissimamente, mostrando di tenerla cambiata con altrettanto affetto et amirazione delle virtù sue: et spero che l’esere conosciuto da lui per amico et servitor del Sig.r Galileo mi darà occasione di diventarli più intrinsico e godere della conversazione sua.

Io ò fornito di abbozzare a S.o Pagolo la tavola, et iermattina me ne tornai a Roma, dove, per isbrigarmi di certe opere di questi Illustrissimi che ò fra mano, credo di volere passare la state, per terminare più presto queste opere e non andarmene in gite, poi che il tempo m’è mancato fra mano; dove fra questo resto della state et il verno seguente darò fine, et con più quiete verrò a goderla e servire la seguente primavera.

Circa i disegni ch’ella mi chiede, io non ò pronto cosa alcuna, ma andrò facendo qual cosa per poternela servire.

Il Sig.re Iacopo Giraldi, che è qui presente, bacia le mani a V. S. Ecc.ma, et la pregha a favorirla, con la risposta di questa, delle postille sopra la prima stanza del Tasso([465]), che, senza dar nome allo autore, caso però che gli dispiacesse, se ne vorebbe poter valere in qualche ragionamento, che gniene resterà con molto obligo. Et con questo baciandoli le mani, gli pregho dal Signore Dio ogni maggior felicità.

Di Roma, il dì 22 di Maggio 1609.

Di V. S. Ecc.maAff.mo Ser.re Lodovico Cigoli.

Fuori: All’Ecc.mo Sig.r et Patron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Lettore delle Matematiche.

Padova.

221.

LUCA VALERIO a GALILEO in Padova.

Roma, 23 maggio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 95. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.moS.re et P.ron mio Oss.mo

Da questa seconda di V. S., resami dal S.r Cigoli, a me gratissima, et dalla scritta a lui, non tanto piacere ho ricevuto per le lodi ch’ella mi dà, molto superiori al mio merito, quanto dall’affettione che mi mostra, ond’ella sì caldamente è mossa ad honorarmi; il che fare io non posso verso di V. S., come che io mai non cessi di predicare la sua singular scienza et sublime ingegno, adorno d’una incomparabile modestia, per la quale V. S. si degna di volere conferir meco la sua eccellentissima opera de’ corpi gravi naturalmente mossi et de’ proietti; la qual materia V. S. con ragione stima intatta fin hora. Prego dunque V. S. a seguitarla et, quanto più presto potrà, condurla al fine; chè nel vero ella è per partorire al mondo grandissimo utile et ammiratione.

Quanto alla quadratura già da me publicata, non è quella dell’hyperbole, chè, considerando io le proprietà di tal figura, non ho mai aspirato a sì grande inventione, ma è la quadratura della parabola([466]), da me conchiusa con due dimostrationi differentissime da quelle d’Archimede, come V. S. vedrà, con un discorso logico sopra l’hypotesi delle superficie gravi et delle due linee descritte da’ centri di gravità di due gravi naturalmente mossi, ambedue perpendicolari ad un medesmo orizonte, ch’usa Archimede nella sua prima dimostratione. Non la mando hora, per le varie et molte occupationi che mi togliono il tempo: per quest’altro ordinario, piacendo a Dio, non mancherò d’inviargliele, col sagio anco d’alcuni miglioramenti ch’io fei l’anno passato, et vo tuttavia facendo, ne’ miei libri publicati, che V. S. s’è degnata di leggere, et con gli undici canti della Scanderbeide della S.ra Margarita Sarrochi([467]). Ma un negotio, ch’al presente mi chiama, favorisce V. S. per ch’io non le dia occasione di magior tedio, mala ricompensa del diletto ch’io ricevo dalle sue lettere, piene di sostanza et non di materie frivoli, come V. S. per sua modestia dice.

La S.ra Margarita, non manco affettionata a V. S. che ammiratrice del suo chiaro valore, le bacia le mani, com’anch’io fo con tutto ‘l cuore, pregandole da Dio N. S. intiera felicità.

Di Roma, a dì 23 di Magio 1609.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSe.re Devotiss.o Luca Valerj.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.moS.re et P.ron mio Oss.mo

Il S.rGalileo Galilei.

Padova.

222*.

LUCA VALERIO a GALILEO in Padova.

Roma, 30 maggio 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XCII, n.° 29. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r et P.ron mio Oss.mo

Ricordevole della promessa ch’io feci a V. S. otto dì sono, vengo con queste quattro righe a sodisfare in parte al debito mio, riserbando l’altra parte ad altro tempo, poichè non ho potuto ancor copiare alcuni mie’ problemi e teoremi, co’ quali V. S. s’habbia a trastullare. Mandole dunque per hora gli undici canti della Scanderbeide([468]), come che scorrettissimi siano di stampa, per la fretta di chi li fe’ stampare, oltre al non essere prima stati revisti dalla facitrice; sì che da una parte dello schizzo potrà V. S. agevolmente comprendere qual possa essere tutta l’opera, condotta a perfettione. Mandole, involta con essa, la quadratura della parabola([469]); et perchè nel mio libro, ch’ ha V. S., non so se ci sia il primo foglio della seconda parte, ch’io feci già ristampare, per maggior chiarezza, poco tempo doppo la publicatione, perciò le mando ancor quello. Et non havendo al presente altro che scriverle, se non quel ch’havrò sempre, di pregarla che mi conservi nella sua buona gratia, a V. S. bacio le mani, come anco fa la S.ra Margherita Sarrochi, pregandole da Dio felicità.

Di Roma, a dì 30 di Maggio 1609.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maS.re Devotiss.o Luca Valerio.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.moS.re et P.ron mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Con un fascetto.

Padova.

223**.

ENEA PICCOLOMINI ARAGONA a GALILEO in Padova.

Firenze, 27 giugno 1609.

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa la sottoscrizione

Molto Ill.re et Ecc.moSig. mio Oss.mo

Sono tanto obligato all’ammorevolezza di V. S., che haverei dovuto più spesso con lettere farli noto il desiderio che io ho, che mi si porga occasione di poterla servire; ma perchè sapevo che ella era del continuo occupata ne’ suoi studi, per non darli più fastidio che gusto, mi sono andato rattenuto a scriverle fino a quest’hora, nella quale, spronato da una voce che mi è venuta all’urecchio, che questa state non siamo per godere della dolce conversatione di V. S., sono forzato a rompere il silenzio et interrompere con questa i suoi studi, con dirle che tutti noi altri, suoi amici, di ciò habbiamo preso infinito disgusto. Haverò dunque per gratia singulare, la mi porga almeno modo che io la possa in qualche cosa servire, chè servendola mi parrà di vederla e goderla. E con questa occasione non voglio mancare di darle avviso, come il nostro Ser.mo Padrone, ne’ ragionamenti occorsi sopra di V. S., ha mostrato tenerne quella memoria che le sue virtù meritano, e ne parla sempre con molto affetto, conforme a quello che gl’ha mostrato gli anni addreto. Et io in tanto offerendomi prontissimo ad ogni suo cenno, le bacio con il Sig.r padre le mani.

Di Firenze, li 27 di Giugno 1609.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer. Aff.mo Enea Piccolomini Arag.na

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.moSig.r Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

224*.

PIETRO DUODO a GALILEO in Padova.

Venezia, 29 giugno 1609.

Bibl. Est. ín Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 78. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.moS.re

Non tralasciai, prima ch’io mi partissi di Padova, di trattare con alcuni di quei SS.ri del negotio([470]) di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma;il che feci con quel termine che stimai a proposito per la riputatione sua e perchè la cosa havesse quell’effetto che desideravo per reputatione publica, e spero che ottenirò assai facilmente l’intento mio: ma è vero che dubito, la cosa sii per andar alla longa, per non esser noi in tempo di poter far ridurre quei SS.ri Ma ella creda certo che il negotio mi è a cuore; et le ho voluto scriver questo, solo perchè se nel mio partire mancai di dargliene parte, fu solo perchè non potei, ma non già perchè me ne fussi scordato, come non mi scordarò in eterno mai di tanti favori che riceve la Casa nostra dalla virtù e dalla cortesia di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Ho preparato il suo compasso et libro per inviare costì alli figlioli([471]); il che sarà con prima occasione sicura, perchè non sii guastato. Et nel resto le bacio le mani.

Di Venetia, li 29 di Giugno 1609.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maAff.mo Ser.re Pietro Duodo.

Fuori: Al Molto Ill.re Sig.re

L’Ecc.moS.r Galileo Galilei, Lettor pub.co di Mat.ca

Padova.

225.

LUCA VALERIO a GALILEO in Padova.

Roma, 18 luglio 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 97. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.moS.r mio Col.mo

Alla lettera di V. S. delli 5 di Giugno, a me gratissima, non ho risposto prima, per voler ben considerare i due principii ch’ella si è degnata di communicarmi. Per tanto io dico, che per principii d’una scienza di mezo a me non paiono duri, anzi chiarissimi, atteso che in principii di tali scienze non è necessario che sodisfaccino in prima vista a gl’intelletti privi in tutto delle scienze superiori. Ma un intelletto geometrico, con qualche lume di metafisica, o naturale o acquistato, subito intesi li termini di quelle due propositioni, della verità di esse non potrà dubitare, potendo agevolmente intendere, esser verità nota per sè stessa, che moltiplicandosi la virtù della causa sufficiente, è necessario si moltiplichi la quantità dell’effetto secondo la medesima moltiplicatione, levatone ogni sorte d’impedimento: ch’altrimente parte della virtù causale verrebe ad esser vana, il che involve manifesta contradittione; poichè la virtù causale, in quanto tale, alla quantità dell’effetto si riferisce, et con la quantità dell’effetto la quantità della causa misuriamo, sì in quanto all’estensione et intensione, come alla perfettione et nobiltà: dal che, come geometrico, il medesimo intelletto intenderà, potersi facilmente dimostrare la general somiglianza delle proportioni, per le ragioni solite addursi in molt’altre materie geometriche, et però non da inculcarsi in queste scienze medie.

Dunque, se l’impeto o inclinatione della gravità del corpo A([472]) sopra il piano inclinato all’orizonte secondo l’angolo B si supponga esser doppio dell’impeto della gravità del medesimo A sopra il piano inclinato all’orizonte secondo l’angolo C, maggiore dell’angolo B; et tali due diversi impeti nascono dalla gravità di A, limitata verso la produttione dell’ìmpeto diversamente per le diverse inclinationi de’ detti piani; si vede, per immediata conseguenza, che la velocità del moto naturale di A sopra il piano meno inclinato, sarà doppia della velocità del moto del medesimo A sopra quell’altro piano più inclinato. Dunque il vigore della causa immediata della doppia velocità, ch’è l’impeto o l’inclinatione alla doppia velocità, dovea essere doppia dell’inclinatione alla meza velocità, secondo la maggior inclinatione dell’altro piano.

La seconda suppositione non mi si rende men chiara della prima: per ciò ch’essendo il moto del corpo grave D, mosso per l’AC all’orizonte BC, composto di due moti retti, l’uno per una parallela alla BC, mobile verso la BC, et l’altro per una perpendicolare all’orizonte, essa ancor mobile, cosa chiara è che quando D sarà in C, havrà acquistato tanto impeto o inclinatione a velocemente muoversi, ch’è la quantità dell’effetto (in quanto effetto, dico, di quella parte del moto composto che si fa per la perpendicolar mobile, eguale alla stabile AB), quanto havrebbe acquistato se D si fusse mosso per la sola perpendicolare AB: et ciò dico in vigore del sopradetto principio metafisico. Et tanto bastimi haver detto per mostrarle il buon animo ch’i’ ho di servirla, rimettendomi sempre al purgato giuditio di V. S.; la quale ringratio ancora del teorema mandatomi, elegantissimo et degno di lei, che nel vero m’ha porto gran diletto.

Non ho ancora havuto tempo di copiare quel ch’io promisi a V. S.([473]), per le mie molte occupationi, delle quali, piacendo a Dio, ne sarò in gran parte alleggierito a questo Agosto; sì che potrò attendere alla promessa et seguitar gli altri mie’ componimenti, non solo per quel che ciascuno autore dee disiderare per sè stesso, ma ancora per non esser dal mondo giudicato indegno dell’amicitia di V. S. Alla quale baciando riverentemente le mani, prego da Dio N. S. intiera felicità.

Di Roma, li 18 di Luglio 1609.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma La S.ra Sarrochi ringratia V. S. del favore fattole in mandarle il giuditio dello stile del suo poema, e della diligenza che dice di voler fare sopra ogni parte di esso; et le bacia le mani, restandonele con perpetuo obligo.  Se.re Divotiss.o Luca Valerio.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.moS.re mio Col.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

226*.

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Roma].

Padova, 1.° agosto 1609.

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X, It., car. 93. – Autografa.

…. Uno degl’occhiali in canna, di che ella mi scrisse già, è comparso qui in mano d’un Oltramontano…

227**.

GIOVANNI BARTOLI [a BELISARIO VINTA in Firenze].

Venezia, 22 agosto 1609

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 63. – Autografa.

.

…. È capitato qua un tale che vuol dare in Sig.ria un secreto d’un occhiale o cannone o altro istrumento, col quale si vede lontano sino a 25 et 30 miglia tanto chiaro, che dicono che pare presente; et molti l’hanno visto et provato dal Campanile di San Marco. Ma dicesi che in Francia et altrove sia hormai volgare questo scereto, et che per pochi soldi si compra; et molti dicono haverne havuti et visti….

228.

GALILEO a LEONARDO DONATO, Doge di Venezia.

[24 agosto 1609].

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso; Terra 1609. Giugno, Luglio, Agosto. Senato I. F. 191. – Autografa.

Ser.mo Principe,

Galileo Galilei, humilissimo servo della Ser.à V.a, invigilando assiduamente et con ogni spirito per potere non solamente satistare al carico che tiene della lettura di Matematica nello Studio di Padova, ma con qualche utile et segnalato trovato apportare straordinario benefizio alla S. V.a, compare al presente avanti di quella con un nuovo artifizio di un occhiale cavato dalle più recondite speculazioni di prospettiva, il quale conduce gl’oggetti visibili così vicini all’occhio, et così grandi et distinti gli rappresenta, che quello che è distante, v. g., nove miglia, ci apparisce come se fusse lontano un miglio solo: cosa che per ogni negozio et impresa marittima o terrestre può esser di giovamento inestimabile; potendosi in mare in assai maggior lontananza del consueto scoprire legni et vele dell’inimico, sì che per due hore et più di tempo possiamo prima scoprir lui che egli scuopra noi, et distinguendo il numero et la qualità de i vasselli, giudicare le sue forze, per allestirsi alla caccia, al combattimento o alla fuga; et parimente potendosi in terra scoprire dentro alle piazze, alloggiamenti et ripari dell’inimico da qualche eminenza benchè lontana, o pure anco nella campagna aperta vedere et particolarmente distinguere, con nostro grandissimo vantaggio, ogni suo moto et preparamento; oltre a molte altre utilità, chiaramente note ad ogni persona giudiziosa. Et pertanto, giudicandolo degno di essere dalla S. V. ricevuto et come utilissimo stimato, ha determinato di presentarglielo et sotto l’arbitrio suo rimettere il determinare circa questo ritrovamento, ordinando et provedendo che, secondo che parerà oportuno alla sua prudenza, ne siano o non siano fabricati.

Et questo presenta con ogni affetto il detto Galilei alla S. V., come uno de i frutti della scienza che esso, già 17 anni compiti, professa nello Studio di Padova, con speranza di essere alla giornata per presentargliene de i maggiori, se piacerà al S. Dio et alla S. V. che egli, secondo il suo desiderio, passi il resto della vita sua al servizio di V. S. Alla quale humilmente si inchina, et da Sua Divina Maestà gli prega il colmo di tutte le felicità.

229*.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Padova.

Firenze, 26 agosto 1600([474]).

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 106. – Autografa.

Molto Mag.co Sig.r mio Oss.mo

Se noi non ci conoscessimo, io mi sbraccerei per fare una menata di scuse e di cirimonie con V. S., essendo stato tempo senza darle ragguaglio di me e di mio essere, e senza procurare di haverlo di lei. Lo fo di presente, dicendole di esser quel medesimo suo affezionato servidore di sempre, di star benissimo al servizio suo: il simigliante desidero e spero ch’ella sia per avvisare a me dì sè stessa.

Al Sig.r Francesco Buonamici è stato trattato della lettura che haveva costì il Sig.Piccolomini([475]), sì come V. S. può sapere. Egli desidera particolare informazione dello Studio e del modo del vivere, e particolarmente desidera haverne informazione da lei per haverne anche il parer suo, se tal lettura sia a proposito suo o no. Ha ricercato me che io ne richiegga lei; ed io, che sommamente desidero di servirlo, la prego quanto più possocaramente a farmi questa grazia. Ella è informata apieno delle qualità del Sig.r Buonamico, ed ha lunga sperienza di cotesto Studio, di modo che io spero che a lei sia agevole il contentarci; e quanto più lo spero, tanto più lo desidero, e ne la prego per quant’affezione ella porta a me, alla virtù, alla patria. E facendo fine con baciarle le mani e pregarle salute, la prego della sua grazia.

Di Fir.e, addì 26 d’Ag.o 1609.

Di V. S.Ser.e Aff.mo Aless.o Sertini.

V. S. rispondendo invierà le lettere

per i SS.ri Strozi indiritte a me.

Fuori: Almolto Mag.co et Ecc.mo Sig.r

Galileo [Gal]ilei, Sig.mio Oss.moin

Padova.

230.

GIO. BATTISTA DELLA PORTA a FEDERICO CESI in Roma.

Napoli, 28 agosto 1609.

Bibl. della R. Accad. dei Lincei in Roma. Mss. n.° 12 (già cod. Boncompagni 580), car. 326. – Autografa

.

…. Del secreto dell’occhiale l’ho visto, et è una coglionaria, et è presa dal mio libro 9 De refractione([476]); e la scriverò , chè volendola far, V. E. ne harà pur piacere. È un cannelo di stagno di argento, lungo un palmo ad, grosso di tre diti di diametro, che ha nel capo

un occhiale convesso: vi è un altro canal del medesimo, di 4 diti lungo, che entra nel primo, et ha un concavo nella cima, saldato b, come il primo. Mirando con quel solo primo, se vedranno le cose lontane, vicine; ma perchè la vista non si fa nel catheto, paiono oscure et indistinte. Ponendovi dentro l’altro canal concavo, che fa il contrario effetto, se vedranno le cose chiare e dritte: e si entra e cava fuori, come un trombone, sinchè si aggiusti alla vista del riguardante, che tutte son varie….

231.

GALILEO a BENEDETTO LANDUCCI in Firenze.

Venezia, 29 agosto 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 17. – Copia di mano sincrona, in capo alla quale si legge d’altra mano, pur sincrona: «1609. Del Galileo, sopra l’Occhiale». Dubitiamo gravemente dell’autenticità di questa lettera. Cfr. A. FAVARO, Galileo Galilei e la presentazione del cannocchiale alla Repubblica Veneta, nel Nuovo Archivio Veneto, Tomo I, Parte I, pag. 55-75.

Car.mo et Hon.do Cogniato,

Doppo che ricevei il vino mandatomi da voi, non vi ho più scritto per mancamento di materia. Vi scrivo hora, perchè ho da dirvi di nuovo che sto in dubbio se di tal nuova sentirete più di contento o di dispiacere, poi che vien tolta la speranza d’havermi a rimpatriare, ma da occasione utile e honorata.

Dovete dunque sapere, come sono circa a 2 mesi che qua fu sparsa fama che in Fiandra era stato presentato al Conte Mauritio([477]) un occhiale, fabbricato con tale artifitio, che le cose molto lontane le faceva vedere come vicinissime, sì che un huomo per la distantia di 2 miglia si poteva distintamente vedere. Questo mi parve affetto tanto maraviglioso, che mi dette occasione di pensarvi sopra; e parendomi che dovessi havere fondamento su la scientia di prospettiva, mi messi a pensare sopra la sua fabbrica: la quale finalmente ritrovai, e così perfettamente, che uno che ne ho fabbricato, supera di assai la fama di quello di Fiandra. Et essendo arrivato a Venetia voce che ne havevo fabbricato uno, sono 6 giorni che sono stato chiama[to] dalla Ser.ma Signioria, alla quale mi è convenuto mostrarlo et [in]sieme a tutto il Senato, con infinito stupore di tutti; e sono stati moltissimi i gentil’huomini e senatori, li quali, benchè vecchi, hanno più d’una volta fatte le scale de’ più alti campanili di Vene[tia] per scoprire in mare vele e vasselli tanto lontani, che venendo a tutte vele verso il porto, passavano 2 hore e più di tempo avanti che, senza il mio occhiale, potessero essere veduti: perchè in somma l’effetto di questo strumento è il rappresentare quell’oggetto che è, ver[bi] gratia, lontano 50 miglia, così grande e vicino come se fussi lontano miglia 5.

Hora, havendo io conosciuto quanto vi sarebb[e] stato d’utitità per le cose sì di mare come di terra, e vedendolo desidera[..] da questo Ser.mo Principe, mi risolvetti il dì 25 stante di comparire in Coll[egio] e farne libero dono a Sua Ser.tà([478]).Et essendomi stato hordinato nell'[…]re del Collegio che io mi trattenessi nella sala del Pregadi, di lì a poco [l’]Ill.mo et Ecc.mo  S. Proccurator Prioli, che è uno de’ Riformatori di s[…], uscì fuori di Collegio, e presomi per la mano mi disse come l’Ecc.mo Collegio, sapendo la maniera con la quale havevo servito per anni 17 in Padova, et havendo di più conosciuta la mia cortesia nel farli dono di cosa così accetta, haveva inmediate hordinato agli Ill.mi Sig.ri Riformatori, che, contentandomi io, mi rinnovassino la mia condotta in vita e con stipendio di fiorini 1000 l’anno; e che mancandomi ancora un anno a finire la condotta precedente, volevano che il stipendio cominciassi a corrermi il sopradetto presente giorno, facendomi dono dell’accrescimento d’un anno, cioè di fiorini 480 di Lire 6.4 per fiorino. Io, sapendo come la speranza ha le ale molto pigre e la fortuna velocissime, dissi che mi contentavo di quanto piaceva a S. Serenità. All’hora l’Ill.mo Prioli, abbracciandomi, disse: «E perchè io sono di settimana e mi tocca a comandare quello che m piace, voglio che oggi doppo desinare sia ragunato il Pregadi, cioè il Senato, e vi sia letta la vostra ricondotta e ballottata», sì come fu, restando piena con tutti i voti([479]): talchè io mi trovo legato qua in vita, e bisognerà che io mi contenti di godere la patria qualche volta ne’ mesi delle vacantie.

E questo è quanto per hora ho da dirvi. Non mancate di darmi nuove di voi e de’ vostri negotii, e salutate in mio nome tutti li amici, raccomandandomi a la Virginia e a tutti di casa. Il Signore vi prosperi.

Di Vinetia, li 29 d’Agosto 1609.

 Vostro Aff.mo Cog.to Galileo Galilei.

232*.

ENEA PICCOLOMINI ARAGONA a GALILEO in Padova.

Firenze, 29 agosto 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 99. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

La gratissima di V. S. delli 3 di Luglio non ricercava risposta; e però ho tardato sin ad hora ad accusarli la ricevuta, perchè non haveva per allora che soggiungerli di momento e che premessi. Hora con l’occasione, essendo io venuto in ragionamento con S. A. di V. S., le scrivo come la medesima Altezza mi ha comandato che io saluti a suo nome V. S., et insieme le dica che ha presentito che lei ha fatto uno occhiale, che in vedere lontano fa effetti maravigliosi, e però che haverebbe caro che ne facessi uno per lui e gli lo mandassi, e se questo gli fussi d’incommodo, la scrivessi il muodo come deve farsi, chè gli ne farà servitio.

Mi duole poi in estremo della sua indispositione, e che per ciò ne stia impedito, prima per causa di V. S., e poi per rispetto di noi altri, suoi tanto affettionati, che non la possiamo vedere: e perchè io vedo horamai passato il tempo di posserlo vedere per questa state, son quasi rissoluto di voler veder lei avanti passi l’inverno. Alla quale, desiderando impiegarmi in cosa di suo gusto, le bacio le mani.

Di Firenze, li 29 di Agosto 1609.

Di V. S. molto Ill.reAff.mo Ser.r Enea Piccolomini Arag.na

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

233**.

GIOVANINI BARTOLI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Venezia, 29 agosto 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 64. – Autografa.

….Più di tutto quasi ha dato da discorrere questa settimana il S.re Galileo Galilei, Matematico di Padova, con l’inventione dell’occhiale o cannone da veder da lontano. Et si racconta che quel tale forestiero che venne qua col secreto, havendo inteso da non so chi (dicesi da Fra Paolo teologo servita) che non farebbe qui frutto alcuno, pretendendo 1000 zecchini, se ne partì senza tentare altro; sì che, essendo amici insieme Fra Paolo et il Galilei, et datogli conto del secreto veduto, dicono che esso Gallilei, con la mente et con l’aiuto d’un altro simile instrumento, ma non di tanto buona qualità, venuto di Francia, habbia investigato et trovato il secreto; et messolo in atto, con l’aura et favore d’alcuni senatori si sia acquistato da questi SS.ri augumento alle sue provisioni sino a 1000 fiorini l’anno, con obligo però, parmi, di servir nella sua lettura perpetuamente….

234*.

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Roma].

Padova, 31 agosto 1609.

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X, It., car. 98. – Autografa.

….Di nuovo non habbiamo altro, se non la reincidenza di S. Serenità, e ricondotte di Lettori: fra’ quali il Sig. Galileo ha buscato mille fiorini in vita, e si dice co ‘l benefizio d’un occhiale simile a quello che di Fiandra fu mandato al Card. Borghese. Se ne sono veduti di qua, et veramente fanno buona riuscita….

235*.

ANDREA MOROSINI a GALILEO in Padova.

Venezia, 4 settembre 1609.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a, LXXXI, n.° 154. – Autografa.

Ecc.mo Sig.r Oss.mo

Cari molto mi sono stati li due libri che V. S. Ecc.ma mi ha inviati: così havessi io tanta commodità di tempo, che ne potessi coglier il frutto che vorrei. Con quello dell’uso([480]) ha dato l’anima al Compasso; con quello dell’apollogia([481]) ha rintuzzato l’ardire de’ maligni, et è venuto molto a proposito per la presente congiuntura([482]), tocca anco nella sua lettera. Dell’uno et dell’altro le rendo molte gratie; nè più oltre mi estendo, se bene a bocca gli haverei a dire qualche altra cosa. Intanto V. S. mi ami al solito, et io di cuore me le raccommando.

Di Venetia, alli 4 di Settembre 1609.

Di V. S. Ecc.maAff.mo per servirla Andrea Moresini.

Fuori: All’Eccell.mo Sig.Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Padova.

236*.

……a GIOVANNI CAROLUS in Strasburgo.

Venezia, 4 settembre 1609.

Bibl. dell’Univ. di Heidelberg. 2 Handschriftenzimmer, Schaukasten XXIV, n.° 4; a pag. 2 del n.° 37 d’una effemeride col titolo: «Relation aller fürnemmen unnd gedenckwrürdigen Historien, so sich hin unnd wider in Hoch unnd Nieder Teutschland, auch in Frankreich, Italien, Schott und Engelland, Hisspanien, Hungern, Polen, Siebenbürgen, Wallachey, Moldaw, Türckey, etc., inn diesem 1609 Jahr verlaufen unnd zutragen möchte; alles auff das trewlichst, wie ich([483]) solche bekommen unnd zu wegen bringen mag, in Truck verfertigen will».

….Mit unserm Hertzog wird es täglich wider besser, der soll, wie die sag willens sein, so bald er seiner Kranckeit völlig genesen, die regierung zu resigniren, und sich ins Kloster S. Georgen, dess grossen Benedictiner ordens, zu begeben.

Hiesige Herrschafft hat dem Signor Gallileo von Florentz, Professoren in der Mathematica zu Padua, ein stattliche berehrung gethan, auch seine Provision umb 100 Cronen jährlich gebessert, weil er durch sein embsings studiren ein Regel unnd Augenmasz erfunden, durch welche man einerseits auff 30 meilen entlegene ortt sehen kan, als were solches in der nehe; anderseits aber erscheinen die anvesende noch so viel grösser, als sie vor Augen sein: welche Kunst er dann zu gemeiner Statt nutzen praesentiert hat….

237**.

GIOVANNI BARTOLI [a BELISARIO VINTA in Firenze].

Venezia, 5 settembre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 65. – Autografa.

…. Il secreto o cannone dalla lunga vista del S.re Galilei vien hora venduto publicamente da un tal Franzese, che gli fabrica qui come secreto di Francia, non del Galilei; et forse deve non esser il medesimo, et questo verarnente vale pochi zecchini….

238*.

ANTONIO DE’ MEDICI a GALILEO in Padova.

Firenze, 12 settembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 23. – Autografa.

Molto Mag.co et Ecc.te  S.r

Come con infinito mio contento ho sentito la mirabil prova et esperienza che V. S. ha fatto dell’occhiale inventato da lei([484]), et che per ciò dal Ser.mo Senato di Venetia n’è stata, conforme al merito suo, rimunerata, così vengo a rallegrarmene per questa mia con lei; et insieme la prego, che quando, con buona gratia di cotesti Signori, li sia permesso di potermene fabricare uno et inviarmelo, da me sarà ricevuto per favore così segnalato, che non potrà esser maggiore: et con l’effetti dimostrarò a V. S. quanto da me sarà stimata questa sua amorevol dimostratione, della quale di nuovo la prego a trovar modo, se fia possibile, che ne venga compiacciuto; ch’oltre al renderlene il contracambio dovuto, mi obligarà eternamente a procurar l’occasione di poterla servire. Et promettendomi molto della solita sua amorevolezza, resto con offerirmele paratissimo in ogni conto, et di cuore me le raccomando.

Di Firenze, li XII 7mbre 1609.

Di V. S. molto M.ca et Ecc.te S.r Galileo Galilei.Aff.to per ser.la Don Ant.o Medici.

Fuori: Al molto Mag.co et Ecc.te Sig.r

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

239*.

GIO. BATTISTA STROZZI a GALILEO in Padova.

Firenze, 19 settembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 108. – Autografa la firma.

Ill. et Ecc.mo Sig.r mio,

Sono stato in dubbio se io scrivevo a V. S. o no: movevami il desiderio che io havevo di rallegrarmi seco; ritenevami l’immaginarmi di vederla occupatissima. Finalmente ha prevalso il parermi mio debito il darle conto, come l’altra mattina, trovandomi intorno alla tavola di queste Altezze, il Gran Duca mi favorì di([485]) voler che io sentissi la lettera che ella gl’haveva scritto, e ‘l nostro Ciampoli ne fu il lettore, maravigliandosi ogn’un grandemente del mirabile effetto del suo desiderabilissimo occhiale. Io per me dissi, che se io non havessi prima che hora saputo che ‘l Donatore d’ogni bene l’ha di sopr’humano ingegno dotata, me ne maraviglierei molto più; e quel che io soggiunsi in sua lode, non comporta che io lo dica la modestia, che non si scompagna mai dall’altre virtù che in lei sommamente risplendono. Bacio a V. S. con tutto l’affetto la mano, insieme col Ciampoli, palidetto alquanto per lo studiar troppo. Prego il Signore Iddio che lungamente la conservi, perchè il suo valore possa al mondo far di questi giovamenti, e accrescer tanto più fama a lei.

Di Firenze, il dì 19 di 7mbre 1609.

Di V. S. Ill.Serv.re Aff.mo G.ta Strozzi.

Fuori: All’Ill. et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

240*.

ENEA PICCOLOMINI ARAGONA a GALILEO in Padova.

Firenze, 19 settembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 101. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r Mio Oss.mo

La lettera di V. S. mi è stata di sommo contento; et havendo riferto a S. A. S.ma quanto la mi scrive sopra l’occhiale, e gl’honori ricevuti costà, ha mostrato sentirlo con tanto piacere, che niente più, et ha fatto conoscere a tutti l’affettione che porta a V. S. e la stima che fa di lei. E circa il cavallo, tengo per fermo la ne sarà compiaciuta, poi che S. A. mostra gran desiderio di far cosa che sia in commodo di V. S.

Gli si mandano i cristalli conforme all’avviso suo; e se la desidera far cosa grata a questa Altezza, procuri che l’occhiale sia fatto quanto prima, perchè è da lei molto desiderato.

Io poi, mi pare di possermi lamentare di lei, perchè, non comandandomi nulla, stimo che la non mi tenga per quello buono amico e servitore che le sono, e tanto desideroso de’ suoi comandamenti. Ma si assicuri pure, che se bene la fa così poco capitale di me e del S.r padre, quale tanto stima et honora V. S., con tutto ciò (come nell’altra mia le scrissi) son rissoluto questo inverno transferirmi fin da lei, per participare anch’io della sua dolce conversatione. Starò bene spettando in tanto, la mi dia occasione che io mi possa impiegare in servir V. S.: alla quale, pregando intera e presta sanità, bacio le mani, come fa il S.padre.

Di Firenze, li 19 di 7mbre 1609.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.Aff.mo Enea Piccolomini Arag.na

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Con una scatoletta.

Padova.

241**.

GIOVANNI BARTOLI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Venezia, 26 settembre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 67. – Autografa.

….Del secreto o cannone della vista lunga devo dire che veramente si vende in più luoghi, et ogni occhialaro pretende d’haverlo trovato, et ne fanno et vendono; et un Franzese in particolare, che gli fa secretamente, gli vende 3 et 4 zecchini et 2 ancora, et credo manco, secondo di che perfettione, essendovene di cristallo di montagna, che costano molto, 10 e 12 scudi i vetri soli, di cristallo di Murano, et di vetro ordinario: et questo pretende che il suo sia il vero secreto, et simile o migliore di quel del Galilei. Mi io quanto a me, che n’ho visti qualcheduno et in particolare un che n’ha venduto 3 zecchini al maestro della posta di Praga, confesso che non vi ho intera sodisfattione, perchè, essendo lungo più d’un braccio, bisogna stentar un pezzo a trovar con l’occhio la cosa che si vuol vedere, et trovata, bisogna tener l’istromento tanto fermo, che un poco che si muova fa perderla. Quello del Galilei dicono non patir tanta imperfettione (se ben anche quello un poco), ma che, havendolo egli dato per secreto et dovendone fare 12 per la S.ria, ha ordine di non insegnarlo ad altri; et io non ho potuto parlargli, perchè è a Padova. Sento però che in breve facilmente si troverà anco da altri, il secreto stando nella bontà della materia dell’occhiale et nell’aggiustarli nel cannone: et della seguente vedrò se ne trovo uno che sia a proposito, et lo manderò….

242**.

GIOVANNI BARTOLI a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Venezia, 3 ottobre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 69. – Autografa.

…. aspetto quel che mi si commanderà circa al secreto o cannone della vista lunga; il quale havrei preso et mandato sin hora, s’io non havessi considerato che mi si commandava che io lo pigliassi de i più belli et buoni, et che belli et buoni si dice esser quelli inventati o fatti dal Galilei, dal quale non so se se ne possa havere, havendolo egli dato qua per scereto et dovendone far soli 12 per la S.ria. D’altri, et d’un Franzese in particolare, si veggono et vendono a 2 zecchini et manco et più, secondo la qualità del vetro o cristallo; et ne manderei uno, ma dubito se darò o no sodisfattione. Conforme però a quel che me si dirà con le seguenti, mi governerò….

243*.

LORENZO PIGNORIA a PAOLO GUALDO [in Roma].

Padova, 15 ottobre 1609.

Bibl. Marc. in Venezia. Cod. LXVI della Cl. X It., car. 104. – Autografa.

…. Qui siamo intorno a’ cannoni; et se ne sono veduti di eccellentissimi; ma ‘l secreto e ancora in pochi, e sta con riputatione. Va in volta certo lanternino maraviglioso, che non è di minor inventione dell’occhiale, poichè, con un lume dentro, di notte porta lo splendore tanto inanti, che ci si leggerà una lettera lontana 500 passi….

244**.

GIOVANNI BARTOLI a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Venezia, 17 ottobre 1609

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 71. – Autografa.

…. Quanto al cannone o cannoni della veduta lunga, io essequirò il commandamento di comprargli, et di già sono stato col Franzese, il quale me n’ha mostrati due o tre di forme diverse; ma dicendo esser quelli destinati, uno all’Ambasciatore di Francia, et l’altro ad un altro personaggio, io gli ho ordinato che me ne faccia due ancora a me, nè so se me gli farà: pure lo pregarò avanti che parta, dicendomi di haver a partir presto, et gli mandarò con la cassa de’ vetri che mi viene ordinata dal maestro di casa, se però saran fatti i vetri et i cannoni; in che io invigilerò et userò ogni diligenza, et procurerò che segua della settimana seguente….

245**.

GIOVANNI BARTOLI a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Venezia, 24 ottobre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 72. – Autografa.

…. V. S. Ill.ma mi commandò che io comprassi uno o due di quei cannoni da veder lontano, et n’ho preso uno da quel Franzese nel partir che faceva di qua, et credo basterà questo, perchè io, quanto a me, non trovo tanti miracoli quanti sentivo che facevano questi instromenti; seben veramente quelli del Galilei intendo far gran giovamento et vantaggio, dicono di 10 per uno, cioè che multiplichi la vista 10 volte più di quel che si vede senza esso. Se non me lo commandava V. S. I. tanto espressamente, io non lo compravo; se però le piacerà far pagare il costo di esso, che in tutto e per tutto, tra il cannone, stagno et cassetta, sono 12 lire, al S.re Bencivenni Albertinelli o a Mess. Baccio Cicognini mio parente, me ne farà favore, pregandola ad appagarsi più della mia pronta  volontà di servire, che dell’effetto istesso, che mi par vanità. Pensavo mandarlo con i vetri che mi sono stati ordinati, ma non mi succede il poterli havere prima della settimana prossima….

246.

GIOVANFRANCESCO SAGREDO a GALILEO in Padova.

Aleppo, 28 ottobre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 104. – Autografa la lin. 25 [Edizione Nazionale] e la sottoscrizione.

Ill.re Sig.r Ecc mo

Tralascio il rispondere alle cirimonie scrittemi da V. S. Ecc.ma con le sue di 4 Aprile, ricevute da me per via di Costantinopoli a 16 7mbre, sì per la stretezza del tempo, come per avvertirla che de cetero non si diffondi in queste superfluità.

Il processo che ella non hebbe per communicare col suo scolare, rifferito a bocca, gli haverà forse dato gusto bastante, et avertimento sofficiente per conoscere et guardarsi da quelli nostri nemici. La loro institutione di fare tutti i giorni natali col vespero et la compieta, ha qualche conformità con la superstitione di questi del paese, che cinque volte al giorno repplicano i lor cantici.

Se il nuovo Gran Duca leverà i bertoni et attenderà alle cose sue senza sturbare quelle de gl’altri, potrà essere con ragione riputato generoso, poi che, sì come l’arte di corsaro non è da prencipe grande, così l’attendere ad imprese non riuscibili è più tosto effetto di pazzia che di generosità.

Ho fatta l’osservatione della calamita, la quale certissimamente qui declina sette gradi e mezo verso maestro, in tanto che da Venetia a qui la differenza sarebbe di quindici: ne vada mo’ V. S. investigando la cagione. Alli Padri Gesuiti di Goa ho mandata una lanzetta buona, pregandoli farne colà una essatta osservatione; et spero con loro havere l’istessa corrispondenza che haveva la Colomba col Berlinzone([486]), anzi ricevere più spesso lettere da loro che da V. S. Ecc.ma, dalla quale in un anno ho havuto una sola, et una dal re di Persia, et voglio star a vedere da chi avanti riceverò la seconda. Che sarà fine di queste, raccomandandomi suo al solito senza nissuna diminutione.

In Aleppo, a 28 Ott.e 1609.

Di V. S. Ecc.

Fuori: All’Ill.re Sig.r Ecc.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Mattematico di

Padoa([487]).

247.

GALILEO a BELISARIO VINTA in Firenze.

Padova, 30 ottobre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 39 – Autografa

.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Subito giunto a Padova, usai ogni diligenza per trovare l’Efemeride desiderate da V. S. Ill.ma, et non si ritrovando in queste librerie, commessi la medesima inquisizione in Venezia, ma parimente invano; onde ne ho scritto in Germania, di dove le haverò indubitatamente. Intanto invio a V. S. Ill.ma le mie, acciò non resti più lungamente senza; nè io ne ricevo incomodo alcuno, essendo per un pezzo occupato in altri studii.

Io sono in necessità di dare un poco di briga a V. S. Ill.ma, et questo per aiutare un povero huomo, mio servitore di molti anni, il quale circa 3 anni sono prestò da 300 scudi, che soli possedeva al mondo, ad alcuni gentil’huomini Pollacchi; li quali, sendo molti mesi fa ritornati alla patria, non pure non hanno rimandato il debito, ma nè anco hanno mai risposto a pur una delle molte lettere che se gli sono scritte in questo proposito. Hora io supplico V. S. Ill.ma che voglia restar servita di pregare alcuno di quei segretarii di Corte o altro amico suo, che sia contento di abboccarsi con questi gentil’huomini et procurare d’intender l’animo loro, et per qual causa non rispondono non solamente all’obligazione, ma nè anco alle lettere, acciò si possa poi pigliar qualche resoluzione et modo di esser satisfatti; ben che io credo che detti signori, quando vegghino che, bisognando, si haveranno de i più potenti mezi, non aspetteranno di far, violentati, quello che la coscienza gli doveria far fare spontaneamente. Il nome di questo creditore, mio servitore, è Alessandro Piersanti, et i debitori sono Giovanni Liczko di Rijglice et un suo fratello, benissimo conosciuti da i Montelupi([488]). Io supplico di nuovo V. S. Ill.ma a metterci un poco della sua autorità et del suo favore, assicurandola che farà grandissima opera di carità sollevando questo pover’uomo, che non ha altro al mondo, et essendo indisposto di infirmità incurabile, è da me mantenuto, acciò non muoia di necessità: et io gliene terrò obligo perpetuo. Che sarà per fine di questa, con pregarla a ricordarmi all’occasione humilissimo servo a coteste Altezze Ser.e: et a V. S. Ill.ma con ogni reverenza bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicità.

Di Pad.a, li 30 di 8bre 1609.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

Fuori: All’Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Il S. C. Belisario Vinta.

Con un libro.

Firenze.

248**.

GIOVANNI BARTOLI a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Venezia, 31 ottobre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. FilzaMedicea 3001, n.° 73. – Autografa.

…. Inviai con le passate uno delli cannoni, tenuti qua per tanto buoni, quanto che sono fabrica del Franzese, nè so come riuscirà, perchè i buoni sento che vengono di Fiandra, o sono fatti dal Galilei; nè io l’havrei preso, se la S. V. Ill.ma non me lo havesse espressamente commandato con più lettere. Et di questi altri che fanno diversi maestri, se ne trovano, et forse migliori di cotesto; ma io, quanto a me, nè da cotesto nè da questi cavo troppa sodisfattione….

249*.

GALILEO ai RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA in Venezia.

Padova, 4 novembre 1609.

Arch. di Stato in Venezia. Filza intitolata sul dorso: Lettere di fuori, 1601-1622, Riformatori dello Studio di Padova, n.° 168. – Autografa.

Illust.mi et Ecc.mi Sig.ri Rif.ri

Parve a i primi regolatori dello Studio di Padova, che la lettura delle Matematiche, come quella che è necessaria tanto a i medici quanto a i filosofi, fosse letta in hora tale, che nè a quelli nè a questi fusse inoportuna, sì che per sentir quelle dovessero gli scolari lasciar questa o per l’opposito; et però determinorono, questa esser letta finite tutte le altre lezioni del Studio, et in tempo che nessun altro leggesse. Questo rito et costituzione si è osservato sempre, et in particolare per li anni 17 che io ho letto in questo Studio, eccetto però che per alcuni pochi mesi, due o vero tre anni fa, che l’Ecc.mo S.r Bimbiolo([489]), allegandomi alcune sue indisposizioni et asserendo voler in breve cessare dalla lettura, lesse, non repugnando io, alla mia medesima hora. Havendo poi intermesso per alcun tempo la lettura, et essendo di poi([490]) ritornato a leggere, cominciò leggendo al’hora de i suoi concorrenti, sino al fine della quadragesima passata; nel qual tempo di nuovo gli venne humore di leggere all’hora mia, con notabile interrompimento delle mie lezioni. Per tanto io supplico le Signorie Vostre Illust.me et Ecc.me, che siano servite di provedere che il detto Sig.r Bimbiolo non proceda più oltre nell’impedirmi, contraffacendo insieme alle buone costituzioni dello Studio, che sono che i concorrenti legghino tutti all’istessa hora, et più alterando il commandamento espresso dell’Ecc.mo Senato, il quale nella sua condotta gli comanda che ei deva leggere all’hora de i suoi concorrenti, precetto specifico et particolare fatto ad esso, acciò non tornasse ad impedire l’hore deputate a gl’altri, sicome altra volta ha fatto a me([491]) et hora di nuovo torna a fare. Io non credo che le SS. V.re Ill.me et Ecc.me siano per metter dubbio sopra le mie parole: tuttavia dal vedere i ruoli delli 17 anni passati potranno accertarsi se mai niuno ha letto alla mia hora; et dalla parte presa in Senato della ultima condotta di esso Sig.r Bimbiolo potranno vedere il comandamento espresso che ei deva leggere all’hora de i suoi concorrenti, la quale è ali botti della campana il dopo desinare.

Starò attendendo che con la loro solita benignità et prudenza provegghino a questo disordine, sì come io con ogni instanza le supplico. Et intanto restandogli humilissimo et devotissimo servo, dal Sig.r Dio gli pregherò il colmo di felicità.

Di Padova, li 4 di Novembre 1609.

Delle Signorie Vostre Illust.me et Ecc.me

 Humiliss.o Servo Galileo Galilei.

250.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Firenze, 7 novembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 110. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Troppo esquisitamente ha voluto favorirmi V. S. in proposito dell’Efemeride, poichè, havendo, subito giunta in Padova, usato diligenza per trovarne, si è poi privata delle sue proprie, perchè io non habbia ad aspettare che venghino di Germania, già che costì non se ne trovano([492]); et mentre la ringratio con quell’affetto et con quella confession d’obligo che devo, la prego ad avvisarmelo liberamente quando ella ne patisse, perchè, importando meno a me che a lei l’aspettare, glie le rimanderei volentieri et spacciatamente.

Havendo poi visto quanto ella mi ha scritto per conto di quel suo vecchio servitore, che deve essere un huomo da bene da dovero, ho resoluto, per la prima diligenza che mi è parsa a proposito, di scriverne direttamente a quei proprii gentil’huomini Pollacchi nella maniera ch’ella vedrà dall’alligata copia([493]), et havendo inviato la lettera al Sig.r Valerio Montelupi, l’ho pregato non solo a ricapitarla subito fidatamente, ma a procurarmene presta risposta; alla ricevuta della quale piglieremo poi altro espediente, se bisognerà: et io haverò sempre gusto particolarissimo di servirla in questo et in tutti gli altri conti. Et le bacio di cuore le mani.

Di Firenze, li 7 di Novembre 1609.

Di V. S. Ill. et molto Ecc.te S.r Galileo Galilei.Serv.re Aff.mo Belisario Vinta.

Fuori: All’Ill. et molto Ecc.te Sig.mio Oss.mo

Il [S.r Gal]ileo Galilei, Mathematico.

Padova.

251**.

BELISARIO VINTA a GIOVANNI LICZKO DI RYGLICE [in Cracovia].

[Firenze], 7 novembre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 77, n.° 315. Minuta originale. Una copia sincrona delle lin. 1-12 (fino alla parola «vecchiaia»), in capo alla quale si legge: «Minute diverse del Cav.r And.a Cioli, da Gennaio a tutto Xembre dell’anno 1609, a 315», si ha nei Mss. Gal., P. I, T. XV, car, 36.

Per il Sig.r Cav.re Vinta.

Alli SS.ri Giovanni([494]) Liczko di Ryglice, de’ 7 di Novembre 1609.

Il Sig.r Galileo Galilei, mathematico famoso, Lettore nello Studio di Padova, amato et stimato per le sue celebri virtù da tutti i principi, et dal Ser.mo Gran Duca di Toscana, mio Signore, in particolare, del quale egli è vassallo, essendo stato a questi giorni qui, come suol fare ogn’anno di questo tempo, o per dir meglio di state, mi ha raccontato, con sua et mia meraviglia, che mentre le SS.rie VV. furono in quella città et in quello Studio di Padova, per qualche bisogno che dovette loro sopragiugnere, come bene spesso interviene ad altri Gentilhuomini et SS.ri che si trovano in paesi alieni et lontani, furono amorevolissimamente accommdati da un suo vecchio et buon servitore, chiamato Alessandro Piersanti, di trecento scudi, che in tutto il tempo della sua servitù haveva il pover’huomo durato fatica, a radunare per la sua vecchiaia et per gli accidenti delle malattie che sogliono avvenire; et che apparendo che le SS.rie VV., in cambio di riconoscere un tanto piacere con qualche segno di gratitudine, come si poteva sperare da i pari loro, si sieno scordate insino della dovuta sodisfattione del debito, poichè in tre anni non hanno pur risposto alle lettere, non che scritto mai di lor primo moto un verso, egli sarà costretto, per la pietà che deve a detto suo servitore, che piagne del continuo questo suo sudore, di ricorrerne con suo dispiacere, per mezzo de gli offitii del nostro et di altri Principi ancora, se bisognerà, alla giustitia della Maestà di cotesto Re, al quale si può tener per fermo che non piacerebbe punto questo fatto, quando puramente passasse di questa maniera. Ma io quanto a me, che sono informato della nobiltà dell’animo et della generosa natura della nobiltà di cotesto regno, havendone praticati molti con i quali tengo tuttavia stretta amicitia, non potendo mai credere quello che apparisce, et dubitando più tosto del mal ricapito delle lettere dall’una et l’altra banda, sebene il Sig.r Galileo afferma essere state molte le sue o di detto suo servitore, non ho voluto che per ancora egli ne tratti con il Gran Duca, nè che pensi ad altro ricorso, ma havendo preso sopra di me questa cura, l’ho obligato ad aspettare che ci faccia prima io qualche diligenza; et egli volentieri se n’è contentato, perchè nè anche esso finisce di credere una stravaganza come questa, et massime ricordandosi dell’ottime honoratissime qualità ch’egli scorse nelle SS.rie VV. mentre hebbe occasione di conversar con loro. Et la prima diligenza ch’io ci voglia fare, la quale spero che habbia a essere così sola come è semplice, è questa dello scriverne, come faccio, a dirittura alle SS. rie VV., nel che anche pretendo di haver a fare acquisto dell’amicitia loro, così come offero io loro la mia; et promettendomi che con la loro presta risposta, o rimetteranno il denaro che non possono tenere con lor honore, non che con salvezza della loro coscienza, o che daranno ferma promessa di doverlo senza indugio rimettere, io non soggiugnerò altro, senonchè se con detta risposta et con detto denaro mi comanderanno alcuna cosa, farò forse loro conoscere che la già offerta mia amicitia non riuscirà loro disprezzabile. Et con tutto l’animo bacio alle SS. rie VV. le mani.

252**.

GIOVANNI BARTOLI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Venezia, 7 novembre 1609.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 74. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et P.ron mio Oss.mo

In quanto a me, credevo che il cannone o occhiale che ho mandato fusse per riuscire una burla, perchè al mio occhio non fa tanti miracoli: et di quella sorte si trovano hora per tutto, che sebene non sono fabrica del Franzese, ma di occhialari ordinarii, a me par che facciano il medesimo. Et io sento contento d’haver accertato nel servitio per non pensata, et V. S. Ill.ma  ringratio del costo che mi dice farà pagare….

253.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 20 novembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 41. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Dalla copia della lettera mandata da V. S. Ill.ma in Pollonia per aiutare questo mio povero servitore, ho veduto quanto la sua infinita cortesia eccede non solo il mio merito, ma il pensiero ancora, havendo ella trovato modo tanto eccellente per ottenere il desiderio. Et come non haverei saputo desiderare nè domandare tanto, così non so nè posso ringraziarla a bastanza, non che contracambiare un tanto favore: però, rendendo a V. S. Ill.ma quelle grazie che posso maggiori et restandogli con obligo perpetuo, insieme con Alessandro mio servitore, lasceremo che Iddio benedetto la rimeriti, Esso che può, et noi di ciò humilmente Lo pregheremo, sì come faremo per il compimento di ogn’altro suo desiderio. Et qui baciandogli reverentemente la mano, nella sua buona grazia mi raccomando, et la supplico nelle occasioni a tenermi viva la memoria di coteste Altezze Ser.me, alle quali humilmente bacio la vesta.

Di Pad.a li 20 di 9mbre 1609.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

254*.

GIULIA AMMANNATI GALILEI ad ALESSANDRO PIERSANTI in Padova.

Firenze, 21 novembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 37. – Originale, non autografa.

Hon.do Mess. Alex.o

Sono più settimane che partii di costà, nè per ancora ho havuto da voi nuova alcuna, nè so la cagione: so bene che sto aspettando con desiderio di sapere quell’che passa costà di tutto, e lo potete fare liberamente, perchè le lettere mi capitano sicurissime. Vi scrissi la settimana passata, inviando le lettere a M.o Iacopo ciabattino, padre dell’Agata: caso che non l’avessi ricevuta, vedete di recapitarla. Potete pensare che sto con gran desiderio di sapere qualche particolare: però non mancate.

Desidero che mi recuperiate la tela che à la tessiera, e fate che in modo alcuno sia vista in casa, perchè è cosa mia; e la desidero qua quanto prima, e di tutto quello che vi sia di spesa, avisatelo, che subito darò ordine al S.r Baldini([495]) che vi rimborsi di quanto bisognerà; e se per via del detto S.r Baldini me la potessi inviare, molto l’haverei a caro e bisogno.

Questa settimana ò visto lettere di Galileo, quale dice che presto piglierà qualche spediente di quello che possa fare della Verginia([496]), non ci havendo per hancora pensato. Voi sapete il resto, e sapete quello voglio dire.

Racomandatemi al Freddolino et a tutte quelle gentildonne e la S.ra Lucietta Zabarella; e sopratutto non mancate di scrivermi et empiere un foglio di tutti i contenti, delizie che passono e causate per la mia partita, perchè so che non basterà, volendomene accennare([497]). Che è quanto per ora mi occore. Nostro Signore vi prosperi.

Di Firenze, il dì 21 di 9bre 1609.V.a Aff.ma quanto madre, Giulia Galilei.

Quello che havessi speso il P.Fra Cipriano per g.ro, rinborsatelo.

Fuori, d’altra mano: Al molto Mag.co et mio Oss.mo

Mess. [Al]ex.o di Piero Santi, in casa il Matematico.

Padova,

255*

OTTAVIO BRENZONI a GALILEO in Padova.

Verona, 23 novembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 106. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Sento gran contento da i commandi di V. S. Ecc.ma, se non me gli scema alquanto il suo dubbitare nel commandarmi, et iscusarsi meco; benchè io debbi ascriver questo più tosto alla sua natural gentilezza, che che così lei giudichi che sii di bisogno.

Io spero a un’altra posta di servirla di quella genesi; tra tanto mi ha parso convenevole al debito mio scriverle della sua ricevuta, et particolarmente per rallegrarmi dell’honore et premio conferitoli solo per questa così rara, dilettevole et utile invencione: che se s’havesse a rimunerare tutto il valor suo, bisognarebbe decuplare lo stipendio, ancorchè l’attione del vedere fosse solo dupplicata. Sì che è hormai tempo che godi et si conservi, senza tanto affatticare. Et io, per fine, riverente, li baccio le mani.

Di Verona, il dì 23 Novembre 1609.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maAffet.mo Servitor Ottavio Brenzoni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.Galileo Galilei, il Matem.co di

Padoa([498]).

256*.

GIULIA AMMANNATI GALILEI ad ALESSANDRO PIERSANTI in Padova.

Firenze, 24 novembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 29. – Autografa.

All suo carisimo.

La setimna passata ricevie una vostra, inseime cor una di Micelagnolo e la poliza del Signire Baldino, tuta a me gratisima. Ora li dico come io arivai qua sana e salva, ma non trovai nessuna nessuna duule cose che mi ereno state dete, a tale che bisogna atribuile a ‘ngani e bugie; ma non so se la l’arà pensata bene. Vi prego che la mia tela non vdia nele mani della signora vostra padrona([499]). Vorei mi dessi minuto raguaglo di tuto quello sii dice costì in casa, e scrivte liberamente, chè le letre vengano in mano che non c’è sospeto, et io le mia le vierò a maestro Iacopo ciabatino. Mi dispice di sentire che vi siate atrisato di cuelo che tutti li altri di casa si sono raglagrati; pur pazieza. E non mi ocorendo alltro, a vi mi racomando; e Dio d male vi gurdi.

Firenze, il dì 24 di 9 ne 69 (sic).Vostra Afezionata G. G.

Fuori: All molto Magnifico

Messere Alesandro di Pirsanti.

Padova.

257.

GALILEO a MICHELANGELO BUONARROTI in Firenze.

Padova, 4 dicembre 1609.

Museo Britannico in Londra. Add. Mss. 23139, car. 39. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.re et Pad.ne Osser.mo

Con la cortesissima([500]) lettera di V. S. ho ricevuto l’altra del molto I. e molto R.do Sig. Cosimo Minerbetti; alla quale non occorrendo altra risposta, basterà che V. S. mi favorisca significar la ricevuta a detto Signore, et insieme ricordarmeli servitore obligatissimo. Alla gentilissima sua mi è impossibile il rispondere con parole, et molto meno con fatti; ma se più di quelle, et non meno di questi, si deve prezzare l’affetto dell’animo, certo non mancherò di corrispondere al debito, al quale gl’infiniti meriti di V. S. mi legano: procurerò anco, il più che potrò, che gl’effetti diano segno di questa medesima disposizione, qualunque volta da V. S. mi sarà fatta grazia di suoi comandamenti, da me infinitamente bramati.

La mia venuta sarà costà indubitatamente avanti S. Giovanni, piacendo a Dio che io sia sano, essendomi molte volte stato così comandato dal Ser.mo nostro Signore, mentre ero costà; mi vi tratterrò tutta la state, ciò è sino alla fine di 7mbre, conoscendo adesso quali sono le maniere et i termini veramente onorati dala nobiltà fiorentina: intanto in questa mia assenza supplico V. S. a conservarmi, insieme con la sua, la memoria et la grazia di tanti miei Signori quanti V. S. sa e conosce, li quali non posso nominare ad uno ad uno. Haverò meco qualche miglioramento nell’occhiale, et forse qualche altra invenzione. Altro non mi occorre dirgli: di nuovo nella sua grazia mi raccomando, et con ogni affetto gli b. le mani.

Di Pad.a, li 4 di Xmbre 1609.

Di V. S. molto I.Ser.re Parat.mo Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Illustre Sig.re et Pad.ne Osser.mo

Il Sig. Michelagnolo Buonarruoti.

Firenze.

258*.

OTTAVIO BRENZONI a GALILEO [in Padova].

Verona, 15 dicembre 1609.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 112-113. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Molti et diversi affari hano potuto così rittener il desiderio mio, conforme al mio debito, che più tosto che hora non l’ho inviata la promessa risposta. Ma per quella stima che si deve fare di questi curiosi pronostici et da giocco, certo non si può dire ch’io li scrivi tardo, poi che, quali elli si siano, sono sempre fuor di tempo et di consiglio all’huomo prudente. Con tutto ciò, per servir a V. S. Ecc.ma et per segno d’obedienza, non devo restar di scriverli quelle quattro righe, con le quali et con la presente, riverente, li baccio le mani.

Di Verona, il dì 15 di Decembre 1609.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maAffett.mo Servitor Ottavio Brenzoni.

Pro vero el exacto tempore nativitatis accepi diem 29 Augusti anni 1576, hora 10.37′ noctis praecedentis a solis occasu; atque themate caelesti constructo – An sydera natum ostendant futurum aliquando clericali habitu relligiosum, vel in eo futurum coniugium –, aeque utrumque ambiguum est, quoniam Iovi admixta stella, Saturni per varios successus conturbat utrumque. Aliquo vero modo forte superstitem filiam sydera declarant. Trium autem astrorum congressus cum inerrantibus primae atque etiam magnitudinis secundae spondet perillustrem existimationem, modo stella Veneris, mulierum causa, multa bona non auferat; sed eadem omnia conciliabit. Caeterum astrorum haec constitutio, quamvis laudabilem sanitatem portendat, visum tamen non acutum facit, ac natum reddit malis contagiosis subiectum, interdum etiam doloribus renum ex flatuosa materia et melancolica, propter praecalidum epar; unde etiam tertianae febres cum torminibus ventris. Peculiariter autem anno 65 ab ardenti febre cavendum est, quae maxime posset obesse. Interim vero annus 44.s non inutilis est, sed altera ex parte casu et fortuna: timor etiam, quamvis inanis, de ferro et igne. Sed annus 35.s magnos habet assentatores, lusus etiam et voluptates, et si quos alios tentabit honores, quos quidem et omnes illi tribuat omnipotens Deus.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Dign.mo Matematico di

Padoa.

259.

GALILEO a [ANTONIO DE’ MEDICI in Firenze?].

[Padova], 7 gennaio 1610.

Attenendoci ad una copia di mano del sec. XVII, della quale ci fu comunicata la fotografia dalla cortesia del P. FRANCESCO EHRLE, Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, riproduciamo questa lettera secondo una lezione notevolmente diversa da quella finora conosciuta, con la data ed un lungo squarcio (a partire dalla lin. 122 [Edizione Nazionale]) prima inediti, e con figure che possono dirsi esse pure per la prima volta date alla luce. Un’altra copia, di mano del sec. XVIII, è nei Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 58r.-61r.; e in capo ad essa si legge: «Del Sig.r Vincenzio Galilei. Copiata da me da una bozza originale manchevole in un foglio rect.e». È da credere, secondo ogni verosimiglianza (cfr. Vol. VIII, pag. 562, nota 2 [Edizione Nazionale]), che siffatta copia sia stata esemplata da altra di mano di VINCENZIO VIVIANI, il quale abbia alla sua volta trascritto dalla bozza originale, avuta per mezzo di VINCENZIO GALILEI, e che quelle parole siano state dall’amanuense del sec. XVIII copiate dall’esemplare di pugno del VIVIANI, che le avesse scritte in testa alla trascrizione propria. La copia dei Mss. Galileiani (e così le stampe, che da essa derivano) arriva soltanto fino alla lin. 121 della Edizione Nazionale, ed ha materiali errori, dovuti manifestamente a false letture: questi errori furono talora corretti da un’altra mano, ma, come appare, senza che si ricorresse all’originale, e quindi non sempre felicemente. Neanche la copia del sec. XVII è scevra di trascorsi di penna e di ortografia, che abbiamo dovuto correggere e de’ quali alcuni ci parve opportuno indicare appiè di pagina: li abbiamo distinti con la lettera A, mentre con la lettera G abbiamo registrato le numerose varianti della copia derivata dalla bozza.

Per satisfare a V. S. Ill.ma, racconterò([501]) brevemente quello che ho osservato con uno de’ miei occhiali guardando nella faccia della luna; la quale ho potuto vedere come assai da vicino([502]), cioè in distanza minore di tre diametri della terra, essendochè ho adoprato un occhiale il quale me la rappresenta di diametro venti volte maggiore di quello che apparisce([503]) con l’occhio naturale, onde la sua superficie vien veduta 400 volte, et il suo corpo 8000, maggiore di quello([504]) che ordinariamente dimostra([505]): sichè in una mole così vasta, et con strumento eccellente, si può con gran distintione scorgere quello che vi è; et in effetto si vede apertissimamente, la luna non essere([506]) altramente di superficie uguale([507]), liscia e tersa, come da gran moltitudine di gente([508]) vien creduto esser lei et li altri corpi celesti, ma all’incontro essere aspra, et ineguale, et in somma dimonstrarsi tale, che altro da sano discorso concluder non si può([509]), se non che quella è ripiena di eminenze et di cavità, simili, ma assai maggiori, ai monti et alle valli che nella terrestre superficie sono sparse([510]). Et le apparenze da me nella luna osservate, sono queste([511]).

Prima, cominciando a rimirarla, 4 o 5 giorni dopo il novilunio, vedesi il confine che è tra la parte illuminata et il resto del corpo tenebroso, esser non una parte di linea([512]) ovale pulitamente segnata, ma un termine molto confuso, anfrattuoso et aspro, nel quale molte punte luminose([513]) sporgono in fuori et entrano nella parte oscura; et all’incontro altre parti oscure intaccano([514]), per così dire([515]), la parte illuminata, penetrando in essa oltre il giusto tratto dell’ellipsi([516]), come nella figura apresso si vede([517]).

Di più, non solamente è il predetto confine e termine tra ‘l chiaro e ‘l tenebroso, sinuoso et ineguale, ma scorgonsi vicino ad esso diverse punte luminosissime poste([518]) nella parte oscura, et totalmente separate da le corna illuminate; le quali punte a poco a poco vanno crescendo et ampliandosi, sì che dopo qualche hora s’uniscono con la parte luminosa([519]), divenendo lucido anco quello spatio che tra esse et la parte risplendente si fraponeva: et si veggono simili a quelle che ci rappresenta la figura appresso.

Veggonsi([520]) in oltre nella parte illuminata, et massimamente nel confine([521]) tra ‘l chiaro et l’oscuro, et più che altrove intorno alla punta del corno australe, moltissime([522]) macchiette oscure, et terminate con certi orli luminosi, li quali sono posti tutti verso la parte oscura della luna, restando le

macchiette oscure tutte sempre([523]) verso la parte onde viene il lume del sole, dalla frequenza([524]) delle quali macchie([525]) viene quella parte resa simile ad uno di quei vetri che vulgarmente si chiamano([526]) di ghiaccio([527]). Siane un poco di essempio la figura presente([528]). Secondo poi che il lume vien successivamente crescendo, sciemano le dette macchiette di grandezza et d’oscurità, sì che nel plenilunio poco si distinguono([529]); nello scemar poi della luna tornasi a vederne gran moltitudine: et pure in tutte et sempre la parte oscura è verso il sole, et l’orlo illuminato risguarda([530]) la parte tenebrosa del corpo lunare([531]). Et tutte queste apparenze sono puntualmente simili a quelle che fanno([532]) in terra le valli incoronate da i monti([533]), come ogni sano giuditio può comprendere([534]).

Apparendo le sopradette macchiette([535]) di diverse figure et molto irregolari([536]), una ve ne ho io, non senza qualche meraviglia, osservata([537]), che è posta quasi([538]) nel mezo della luna, la quale apparisce perfettissimamente circolare, et è tra le altre assai grande: nella quale([539]), et quando il sole comincia ad illustrare la sua altezza, lasciando lo spatio di([540]) mezo tenebroso, et quando poi, alzandosegli maggiormente, comincia ad illuminare il fondo, et successivamente mutandosi gl’aspetti di esso sole con la luna nel crescere et nel calare di quella, si veggono le medesime apparenze a capello di lume et di ombre, che fa in terra([541]) un grandissimo anfiteatro rotondo, o per meglio dire che faria la([542]) provincia de i Boemi, quando il suo piano fusse perfettamente circolare, et da altissimi monti([543]) fusse con perfetta circonferenza abbracciata.

Et i suoi([544]) aspetti avanti et dopo il plenilunio sono simili a questi, avvertendo([545]) che sempre la parte tenebrosa è verso il sole, et la chiara all’opposto; inditio certo, quella essere una grandissima cavità perfettamente rotonda et([546]) da termini eminenti circondata.

Quando la luna è intorno alla quadratura, si scorge nella([547]) parte inferiore, ciò è nella australe([548]), un immenso seno, il quale incava la parte lucida nella maniera apresso: nella([549]) qual cavità, crescendo la parte lucida, comincia poi a sporgere, in guisa di un promontorio, un’eminenza triangulare; et nell’aqquistar più lume([550]), se li scuoprono poco dopo intorno alcune([551]) altre punte lucide, totalmente spiccate dall’altro lume et circondate da tenebre; le quali([552]) crescendo et allargandosi, finalmente si uniscono con la parte luminosa: in quella guisa apunto che in terra gl’altissimi monti, benchè molto occidentali, nell’aurora prima([553]) si illuminano che le larghe pianure, che dalle radici di quelli verso levante si distendono. Le predette disegualità si veggono solamente nella parte della luna più lucida; ma in quelle grandissime macchie le quali([554]) senza altro strumento da ogn’uno si veggono, non ci si scorge tale disegualità di chiari e di scuri, nè vi produce il sole([555]) alcuna sensibile mutatione: onde si argomenta, la superficie di esse macchie essere assai più eguale, et mancare delle cavità([556]) et eminenze le quali tutta la parte più lucida ingombrano. Sì che([557]) quando alcuno volesse paragonare la luna alla terra, le macchie di quella risponderiano più ai mari([558]), et la parte più luminosa al continente, cioè alla superficie terrena: et io ho veramente ancora per avanti hauto sempre opinione, che il globo terrestre veduto da grandissima lontananza illuminato dal sole, più lucido aspetto faria nella parte terrena, et meno risplendente apparirebbe il mare et la superficie dell’altre acque. ([559])

Vedesi tuttavia([560]) che la parte men lucida della luna, cioè quella che communemente si chiama le macchie, non è per tutto et in tutte le sue parti consimile, ma ha sparse([561]) alcune piazzette alquanto più chiare del resto di esse macchie: et una di queste gran macchie è([562]) racchiusa di sotto et di sopra da due gioghi lunghi et molto illuminati, li quali, inclinando l’uno verso l’altro incontro all’oriente, quando([563]) la luna ha 5 o 6([564]) giorni, sporgono mirabilmente in fuori et([565]) si distendono oltre al confine sopra la parte oscura, in questa guisa.

Ho osservato in tutto il corpo lunare essere alcuni puntini più lucidi di tutto([566]) il resto, et uno in particolare posto tra la parte orientale et la meridionale della luna, che, a, guisa d’una stella assai più risplende dell’altre parti([567]); et all’incontro vi sono 5 o ver 6 altre, macchiette piccole([568]), più nere di tutto([569]) il resto, et una in particolare collocata sopra le macchie grandi verso settentrione, la quale par che molto resista all’illuminatione del sole([570]).

Molte altre minutie ho osservate, e più ancora spero di essere per osservarne, sendo intorno al finire un occhiale che mi avvicinerà([571]) la luna a meno di 2 diametri della terra.

Di tutte le sopradette osservationi niuna se ne vede o può vedere senza strumento esquisito; onde possiamo credere di essere stati i primi al mondo a scuoprire tanto da vicino et così distintamente qualche cosa dei corpi celesti.

Et oltre all’osservationi della luna, ho nell’altre stelle osservato questo. Prima, che molte stelle fisse si veggono con l’occhiale, che senza non si discernono; et pur questa sera ho veduto Giove accompagnato da 3 stelle fisse. totalmente invisibili per la lor picciolezza, et era la lor configuratione in questa forma:

nè occupava non più d’un grado in circa, per longitudine.

I pianeti si veggono rotondissimi, in guisa di piccole lune piene, et di una rotondità terminata et senza irradiatione; ma le stelle fisse non appariscono così, anzi si veggono folgoranti et tremanti assai più con l’occhiale che senza, et irradiate in modo che non si scuopre qual figura posseghino.

Hora mi resta, per satisfare interamente al commandamento di V. S. Ill.ma, dirli quello che si deve osservare nell’uso dell’occhiale: che insomma è che lo strumento si tenga fermo, et perciò è bene, per fuggire la titubatione della mano che dal moto dell’arterie et dalla respiratione stessa procede, fermare il cannone in qualche luogo stabile. I vetri si tenghino ben tersi et netti dal panno o nuola che il fiato, l’aria humida e caliginosa, o il vapore stesso che dall’occhio, et massime riscaldato, evapora, vi genera sopra. È ben che il cannone si possa allungare et scorciare un poco, cioè 3 o 4 dita in circa, perchè trovo che per distintamente vedere gl’oggetti vicini il cannone deve esser più lungo, et per lo lontano più corto. È bene che il vetro colmo, che è il lontano dall’occhio, sia in parte coperto, et che il pertuso che si lascia aperto sia di figura ovale, perchè così si vedranno li oggetti assai più distintamente.

Et tanto per hora posso dire a V. S. Ill.ma, alla quale di vivo cuore bacio le mani e dal S.re Dio prego felicità.

Di casa, li 7 Gennaro([572]) 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Aff.mo Galileo Galilei.

260**.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Firenze, 9 gennaio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XCIII, n.° 47. – Autografa.

Illustre et molto Eccellente Sig.r mio Oss.mo

La lettera ch’io scrissi a Cracovia per V. S., non ostante l’assenza del Sig. Valerio Montelupi, è stata mandata, com’ella vedrà per l’inclusa([573]), a buono et fidato ricapito, et ne staremo attendendo la risposta. Et io son tutto di V. S. al solito, et le bacio le mani.

Di Firenze, li 9 di Gennaio 1609([574])

Di V. S. Ill.a et molto Ecc.teServ.re Aff.mo Belis.o Vinta.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Il Sig. Galileo [Galilei], Matematico dello Studio di Padova.

Padova.

261*.

GIULIA AMMANNATI GALILEI ad ALESSANDRO PIERSANTI in Padova.

Firenze, 9 gennaio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 34. – Originale, non autografa.

Honor.do Mess. Aless.ro

Son molte settimane che non ho ricieuto vostre lettere, nè so la cagione: mi son messa a farvi scrivere la presente, per la quale vi prego a dar[mi] qualche nuova di costì, come si passi per tutti. Da poi la mia partita, quando Galileo scriveva a Benedetto([575]), sapevo qualche cosa; ma da un mese in qua, che non scrive, non sento cosa alcuna: mi imagino che non scriva per non li mandare e’ danari che à speso per m[e] e per la Verginia([576]), o forse per non li mandare dua vetri che più volte li à mandato a chiedere, se bene indarno. Però, caro Mess. Alessandro, vi prego a far di modo che lui ne habbia due o 3, ma non di quelli dalla vista corta e incavati, perchè ha quello che li lasciò Galileo, ma di quelli piani che vanno di sotto al cannone, cioè quelli che sono in fondo, e che quando si guarda dalla parte loro, si vede le co[se] lontanissime. E perchè Galileo ne ha quantità, non vi sarà difficile il pigliarne [2] o 3 o 4, e metterli in fondo di uno scatolino, empiendo il resto di pillore di Acquapendente([577]), di quelle che portai io qu[a]: e questo ve ne prego caldamente, poi che Galileo è tanto ingrato a uno che li à fatto e fa continovamente tante carezze alle cose sue, che niente più. E la putta([578]) sta tanto volentieri qua, che non vuol più sentir nominare cotesti paesi.

Vi raccomando la tessiera, che quanto prima sia servita; e scrivetemi, perchè per ancora non son comparse le robe che lasciai che mi mandassi, nè so a quello [che] pensi di fare. Se direte il costo delle pillore, ve lo farò rimborsare dal S.r Bandino([579]). E N. S. vi feliciti.

Di F.e, a 9 di Gen.° 1609([580]).

 [….] madre Giulia Galilei.

Fuori: Al molto Mag.co et Honorand.o [Mess. Alessa]ndro,

in casa il [Matem]atico, in

Ven.a per Padova.

262.

GALILEO a BELISARIO VINTA [in Firenze].

Venezia, 30 gennaio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 22. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Io rendo infinite grazie et resto perpetuamente obligato a V. S. Ill.ma  dell’offizio incaminato a benefizio di Alessandro Piersanti, mio servitore, il quale humilmente gli fa reverenza et sta con grande speranza attendendo di ricuperar, per mezo del favore di V. S. Ill.ma , quello che può essere il sostegno della vita sua et di che egli era già fuori di speranza; et intanto non resta di pregare il Signore Dio per la buona sanità et lunga vita di V. S. Ill.ma

Io mi trovo al presente in Venezia per fare stampare alcune osservazioni([581]) le quali col mezo di uno mio occhiale ho fatte ne i corpi celesti; et sì come sono di infinito stupore, così infinitamente rendo grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore di cosa ammiranda et tenuta a tutti i secoli occulta. Che la luna sia un corpo similissimo alla terra, già me n’ero accertato, et in parte fatto vedere al Ser.mo nostro Signore, ma però imperfettamente, non havendo ancora occhiale della eccellenza che ho adesso; il quale, oltre alla luna, mi ha fatto ritrovare una moltitudine di stelle fisse non mai più vedute, che sono più di dieci volte tante, quante quelle che naturalmente son visibili. Di più, mi sono accertato di quello che sempre è stato controverso tra i filosofi, ciò è quello che sia la Via Lattea. Ma quello che eccede tutte le meraviglie, ho ritrovati quattro pianeti di nuovo, et osservati li loro movimenti proprii et particolari, differenti fra di loro et da tutti li altri movimenti dell’altre stelle; et questi nuovi pianeti si muovono intorno ad un’altra stella molto grande, non altrimenti che si muovino Venere et Mercurio, et per avventura li altri pianeti conosciuti, intorno al sole. Stampato che sia questo trattato, che in forma di avviso mando a tutti i filosofì et matematici, ne manderò una copia al Ser.mo G. D., insieme con un occhiale eccellente, da poter riscontrare tutte queste verità. Intanto supplico V. S. Ill.ma che con oportuna occasione faccia in mio nome humilissima reverenza a tutte loro Altezze; et a lei con ogni devozione bacio le mani, et nella sua grazia mi raccomando.

Di Venezia, li 30 di Gen.o 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

263.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Firenze, 6 febbraio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 94. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Per conto di quel credito di Alessandro Pier Santi, servitore di V. S. scrivo hoggi di nuovo, acciò ne venga quanto prima qualche risposta; et non lascerò mai di servirla con ogn’amore et prontezza in tutto quello che potrò.

L’avviso ch’ella mi ha dato delle sue nuove stupende et memorande osservationi, mi è parso tanto mirabile et degno delle orecchie([582]) de’ Ser.mi Padroni, che subito ch’io ricevetti la lettera, la lessi a lor Altezze, le quali, rimaste oltre modo stupefatte di questa nuova prova del suo quasi sopranaturale ingegno, sono entrate in eccessivo desiderio di veder quanto prima dette osservationi et l’altro occhiale più eccellente: et però V. S. le manderà subito che saranne finite di stampare, et doverà poi anche piacere ad ogn’uno che per modo di avviso ella le habbia indirizzate a tutti i filosofi et mathematici; et io ancora, se bene ho poco tempo di levar gli occhi dalle scritture di segreteria, vederei volentieri opera così rara. Et con il solito mio affetto le bacio le mani.

Di Firenze, li 6 di Feb.o 1609([583]).

Di V. S. Ill. et molto Ecc.te S.r Galileo Galilei.Serv.re Aff.mo Belisario Vinta.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Ga[lileo] Galilei, pr.o Lettore di Matematiche.

Padova.

264*.

ENEA PICCOLOMINI ARAGONA a GALILEO in Padova.

Firenze, 6 febbraio 1610.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 41. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig. mio Oss.mo

Rispondo tardi alla lettera di V. S., poichè sono andato quasi ogni giorno a caccia; sì che la prego scusar questa mia tardanza. Feci l’offitio, che mi accenna con l’ultima sua, con S. A. S.ma et con Madama, anzi li lessi la medesima sua lettera; e l’uno et l’altra gradirono molto quest’offitio, et udirono volentieri quanto ha scritto a me e tutti quelli particulari che ha scritto ad altri([584]), pure sentiti dalle medesime A.([585]), quali sapendo quanto sia il valore di V. S., non se ne maravigliono molto: et il S.mo Gran Duca in particolare mostra e conserva una grata memoria verso di lei, e sta tuttavia con desiderio di rivederla. Et tanto mi ha commesso che io li scriva.

Io poi haverò carissimo sentire spesso nuove di V. S. et insieme ricever suoi comandamenti, chè in tutto quello che potrò la servirò sempre di quore.

Le pillole qua non sono anco comparse, con tutte le diligentie usate: però quando V. S. si compiaccia mandarne dell’altre, saranno carissime al S.r padre, quale insieme con me le bacia le mani.

Di Firenze, li 6 di Feb.o 1609([586]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer. Aff.mo Enea Piccolomini Aragona.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

265.

GALILEO [a BELISARIO VINTA in Firenze].

Padova, 13 febbraio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 24. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad ne Col.mo

Non prima di ieri son tornato di Venezia a Padova, et ho ritrovata in casa una di V. S. Ill.ma([587]),giunta il giorno avanti, piena, secondo il costume suo, di cortesissimo affetto, nella quale mi dà conto del replicato offizio per la redintegratione dell’havere intero di questo mio povero([588]) servitore; il quale si ritrova in età et in maniera travagliato da una gravissima indisposizione di difficultà d’orinare, che de i 30 giorni del mese ne consuma più di 20 in letto, et già saria morto di necessità, se la sua buona condizione et fedel servitù passata non havessero meritato che io lo sostenessi per carità. Egli rende a V. S. Ill.ma gratie infinite, et in lei sola ha riposte tutte le speranze; et io resto a parte de gl’oblighi che in perpetuo haveremo alla sua benignità.

Quanto alle mie nuove osservazioni([589]), le mando bene come per avviso a tutti i filosofi et matematici, ma non senza gl’auspicii del nostro Ser.mo Signore; perchè, havendomi Dio fatto grazia di poter con segno tanto singolare scoprire al mio Signore la devozion mia et il desiderio che ho che il suo glorioso nome viva al pari delle stelle, et toccando a me, primo scopritore, il porre i nomi a questi nuovi pianeti, voglio, all’imitatione degl’antichi sapienti, li quali tra le stelle riponevano gl’eroi più eccellenti di quelle età, inscriver questi dal nome della Ser.ma S. A. Solo mi resta un poco di ambiguità, se io deva consecrargli tutti quattro al G. D. solo, denominandogli Cosmici dal nome suo, o pure, già che sono a punto quattro in numero, dedicarli alla fraterna con nome di Medicea Sydera. Ioqua non posso nè devo pigliar consiglio da alcuno, per molti rispetti: però ricorro a V. S. Ill.ma, pregandola che in questo voglia dirmi il suo parere et porgermi il suo consiglio, sendo io certo che lei, come prudentissima et intelligentissima de i termini delle gran corti, saprà propormi quello che è di maggior decoro([590]). Due cose desidero circa questo fatto, et di quelle ne supplico V. S. Ill.ma: l’una è quella segretezza che assiste sempre a gl’altri suoi negozii più gravi; l’altra è una subita risposta, perchè per tal rispetto solo fo trattener le stampe, restandomi da determinar questo punto nel titolo et nella dedicatoria. Io torno domani a Venezia, dove attenderò la sua risposta, la quale potrà, così piacendoli, raccomandar lì al maestro delle poste, acciò, capitando in altra mano, non fusse inviata a Padova.

Quanto al desiderio che mi accenna V. S. Ill.ma di havere, di veder queste osservazioni, io non mancherò di far sì che resti servita tra breve tempo; et se incontrerà qualche poco di difficultà per non haver altra volta praticato lo strumento, alla più lunga questo Giugno le leveremo tutte, dovendo io, per replicato comandamento di S. A. S., ritrovarmi costà.

L’ho occupata più che a bastanza: finisco di scrivere, ma continuo di vivergli devotissimo servitore. Il Signore la feliciti.

Di Pad.a, li 13 di Feb.o 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

266*.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Firenze, 20 febbraio 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 96. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Non contento della lettera, che, come avvisai a V. S.([591]), io scrissi ultimamente al S.r Valerio Montelupi, pregandolo a ricordarsi di procurarmi quella risposta dal S.r Gio. Liczho di Ryglice, ho scritto hora di nuovo al medesimo S.r Giovanni; et con raccomandare anche il ricapito di questa al medesimo S.r Montelupi, son tornato a fargli la medesima instanza: et quel che ho replicato con questa seconda lettera a detto gentil’huomo, non posso credere, che non l’habbia a muovere a qualche cosa. Et invero che al povero servitore di V. S. io ho la medesima compassione di lei.

Il pensiero di V. S. intorno al porre i nomi a i nuovi pianeti trovati da lei, con inscrivergli dal nome del Ser.mo Padrone, è generoso et heroico, et conforme agli altri parti singolari del suo mirabile ingegno: et poichè ella ha voluto farmi l’onore del domandarmi il mio parere circa al chiamar detti pianeti o Cosmici o Medicea Sydera, iole dirò liberamente che questa seconda inscrizzione tengo per fermo che piacerà più, perchè, potendosi la voce greca Cosmici interpretare in diversi sensi, non sarebbe forse interamente attribuita da ogn’uno alla gloria del Ser.mo nome della Casa de’ Medici et della loro natione et città di Firenze, come necessariamente sarà la denominatione di Medicea Sydera; et però senz’altro a questa mi appiglierei. Et confermandomi a V. S. vero servitore di cuore, le bacio con tutto l’animo le mani.

Di Firenze, li 20 di Feb.o 1609([592]).

Di V. S. Ill. et molto Ecc.te S.Galileo Galilei.Serv.re Aff.mo Belisario Vinta.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mioOss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Venetia per Pad.a([593])

267*.

RAFFAELLO GUALTEROTTI ad ALESSANDRO SERTINI [in Firenze].

Firenze, 1° marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 23–Autografa. Accanto all’indirizzo si legge questa indicazione, autografa di GALILEO: S. Gualterotti, con un sonetto sopra le Medicee([594]).

Molto Ill.e et Ecc.te Sig.re

Gl’antichi astrolagi havevono strumento senza alcun dubbio col quale e’ vedevano i moti dele stelle ed esse stelle mirabilmente; e per ciò sei anni sono, quando io stampai il mio Discorso sopra la nuova stella([595]), io dissi che con una artifiziosa cerbottana egli si potevon vedere le stelle di giorno. Che il Sig.re Galileo habbia poi visto molte cose di nuovo, a me non è maraviglia, perch’è trentadue anni che ci conosciamo, ed ho sempre conosciuto l’eccellenza del suo ingegno. Io, per la parte mia, credo che in cielo sieno di molte cose non mai sino ad hora state osservate; e Mercurio da quattro anni in qua me ne ha dato grandissimo contrasegno, con l’essere apparso ala vista più grande che Marte, e di lui più rosso e scintillante. Poi, circa ala luna, non pure io tengo che sia un corpo diseguale, denso e nero, ma che sia alcune volte più denso che una altra, per le esalazioni e vapori ch’ella riceve dala terra: e di ciò me ne è verace testimonio, che l’anno novantotto, interponendosi fra il sole e noi, la luna fece grande oscurazione e generò gran tenebre nel’aere, e si oppose al sole con minor numero di gradi che la non fece l’anno 1604, e nondimeno generò minore oscurazione; e questo non per altro, se non perchè l’anno 1598 la luna era più pregna di esalazioni e di vapori ch’ella non fu l’anno 1604. A questo V. S. mi dirà, che l’esalazioni ch’erono nel’aere erono quelle, ch’essendo maggiori o minori, facevono parere o maggiori o minori le tenebre. Et io rispondo a V. S., che io non niego che ciò non potessi esser vero; ma nientedimeno dico, ciò essere avvenuto per essere la luna più scarica o più carica di vapori ella in sè stessa: e di ciò ne sia vero testimonio, che io ho veduta alcuna volta essa luna rincontrare la stella di Venere, e ‘nterponendosi fra l’occhio nostro e Venere, fare ch’essa Venere non si veggia ed oscurarla al tutto, per dir così; alcuna altra volta io ho visto Venere([596]) nel mezzo al corpo dela luna così chiaramente risplendere, come se essa luna stata non vi fussi. E perchè V. S. mi dirà, ciò non potere essere, chè troppa gran cosa sarebbe, io gli adduco, per mia prova che gli è stato, altri in altro tempo che ciò hanno veduto, come scrive Giovan Villani nel libro quarto, capitolo XV, nela morte d’Arrigo secondo. Poi io son d’oppinione che la luna non sia un corpo sferico. Ma per non esser di doppia noia a V. S., impongo fine, e le bacio le mani. Che Dio la faccia sempre felice.

Di casa, il primo di Marzo 1609([597]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.teAff.mo Se.re Raffael Gualterotti.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.te Sig.re mio Osser.mo

Il S.re Dottore Alessandro Sartini [sic].

In casa.

268*.

RAFFAELLO GUALTEROTTI a GALILEO in Padova.

Firenze, 6 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 91. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Ho letto qua le lettere de’ sua avvisi e dele sue nuove osservazioni. E circa la prima considerazione, che il sole sia nel centro, io non ci ho dubbio nessuno. Che sieno più stelle e più pianeti, io lo credo, perchè molti altri hanno anchora così creduto; ma di certo non ne so niente: desidero ben saperlo. Dela luna e dela strada Lattea so qual cosa, perchè io ci ho fatto qualche considerazione; e tengo che la luna sia un corpo che riceva l’esalazione e ‘l vapore da altro luogo si elevi, e che in essa anchora si generi, sichè tal ora ella sia di esso scarichissima e tal ora ripienissima: e di ciò mi è argomento, che l’anno 1598 egli oscurorno pochi punti e le tenebre furno grandissime, e l’anno 1604 eglioscurorno molti punti e le tenebre furno piccole. V. S. mi potrà dire che quelle esalazioni e vapori eron nel’aria, e ‘nterponendosi fra l’occhio nostro e la luna, nela luna ci apparivano([598]). Rispondo a V. S., che ciò è vero che può essere, ma non perciò è men vera la mia oppinione, perchè ha una prova inreprensibile: perciochè la luna, congiungendosi diametralmente con qual si voglia stella, la oscura; niente di meno io ho veduto due volte congiungersi la luna e Venere, et essa Venere apparire nel mezzo del cerchio dela luna così chiaramente come se la luna non vi fussi stata, cosa che per l’ordinario si tiene impossibile; pure, havendovela veduta una volta io specialmente, ò possuto e posso credere agevolmente, ciò essere avvenuto per essere stata in quel tempo la luna scarichissima d’ogni esalazione e vapore. Questa osservazione e questo accidente è vero; e se V. S. non lo vuol credere a me, la lo creda a Giovan Villani([599]), il quale nel quarto libro, al quindicesimo capitolo, versi cinque, dice: «Et in quel’anno si vidde la pianeta di Venus nel cerchio dela luna, cosa non mai più veduta». Ci sono molte altre verità da me osservate, le quali, per non esser tedioso e per non parer di far raccolta di paradossi, io mi taccio.

Desidererei, havanti che io morissi, di vedere quella grande stella co i quattro pianeti da V. S. osservati, perchè io caggio in pensiero che, essendo la stella grande, ella si haverebbe ordinariamente a vedere, se già la non fussi la terra o una di quelle macchie un poco più chiare dela strada Lattea. Ma siasi come si voglia, V. S. si degni in particulare di farmi grazia come io posso fare a vederla; e se la consiste nel’occhiale, la mi mandi due luci a proposito; che se io non gliene potrò donare le centinaia degli scudi, almeno io gliene dirò gran mercè di quore; perchè con questi occhiali che hanno fatto qua questi malandrini, io veggo la luna grande grande grande, e più chiara che io non la veggo con gli occhi ordinari, e ‘ntorno ala strada Lattea veggo più distendersi il suo albore, ma finalmente quello che io la veggo con gli occhi, quello mi riesce con l’occhiale. Per la qual cosa di nuovo la riprego che, sicome ella à dato a molti amici l’avviso di questa nuova osservanza, ella dia avviso a me come io ho a fare a certificarmene, perchè questa è cosa molto del mio particulare interesso. Ma per non la infastidire più lungamente, io me le ricordo al’ordinarlo servitore. Che Dio le dia ogni sorte di felicità.

Di Firenze, li VI di Marzo 1609([600]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maSer.re Aff.mo Raffael Gualterotti.

.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Il S.re Galileo Galilei, Lettore di Matem.che nel Studio di

Padova

Rac.ta al R.mo P.re M.ro Paolo, Servita.

In Venezia per Padova.

269.

GALILEO a COSIMO II DE’ MEDICI, Granduca di Toscana, [in Firenze].

Padova, 12 marzo 1610.

Cfr. Vol. III, Par. I, pag. 55-57 [Edizione Nazionale].

270**.

MARCO WELSER a CRISTOFORO CLAVIO [in Roma].

Augusta, 12 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal, P. VI, T. XIV, car. 20. – Di questa e dell’altre lettere, che pubblicheremo, del WESLER al CLAVIO conosciamo soltanto una copia di mano del sec. XVIII, che verisimilmente fu inviata a G. B. NELLI da APOSTOLO ZENO con una lettera, alla quale ora è allegata, dei 10 novembre 1714.

Molto R.do S.or P. Oss.mo

Ebbi da Magonza un trasmesso con 25 copie della risposta di V. R.za scritta contra il Germanno([601]), quale le inviarò con qualche commodità di mercanzie, se bene mi dispiace che sogliono esser rade e lunghe.

Con questa occasione non posso mancare di ricordarle, che da Padova mi viene scritto per cosa certa e sicura, che il S.orGalileo Galilei, Mathematico di quello Studio, ha ritrovato coll’istromento novo, da molti nominato visorio, del quale egli si fa autore, quatro pianeti, novi quanto a noi, non essendo mai stati visti, per quanto si habbia notizia, da huomo mortale, con di più molte stelle fisse, non conosciute nè viste prima, e circa la Via Lattea mirabilia. Io somolto bene che tarde credere est nervus sapientiae: però non mi risolvo a nulla, ma prego V. R.za che me ne dica in confidenza liberamente la sua opinione intorno questo fatto. E con bacciarle la mano, mi raccomando alle sue sante orationi. Iddio la feliciti.

Di Augusta, a’ 12 di Marzo 1610.

Di V. R.za etc.

271.

GALILEO a [BELISARIO VENTA in Firenze].

Venezia, 13 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 27. – Autografa.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Non prima che oggi, et ben tardi, si è potuto havere alcuna copia del mio Avviso Astronomico([602]), tal che non ci è tempo da poterne far legare uno per S. A. S., ma sarà forza che io indugi alla settimana ventura; oltre che mi bisogna tornare a Padova per poter inviar l’occhiale insieme con l’opera; perchè, sperando di essere spedito sin quattro giorni sono et di haver tempo di tornare a Padova et inviare il tutto di là, mi son lasciato traportare avanti. Tutta via non ho voluto mancare di inviarne una copia a V. S. Ill.ma, così sciolta et ancora bagnata, per ogni buon rispetto.

Io non so quanto sia per succeder facilmente al S. G. D. et a quei signori di Corte il poter trovare i quattro nuovi pianeti, li quali sono intorno alla stella di Giove et con lui in 12 anni si volgono intorno al sole, ma intanto con moti velocissimi si aggirano intorno al medesimo Giove, sì che il più lento di loro fa il suo corso in giorni 15 in circa. Non so, dico, quanto facilmente saranno ritrovati, se ben manderò il mio medesimo occhiale eccellentissimo, col quale gli ho osservati; perchè a chi non è ben pratico ci vuole sul principio gran pazienza, non havendo chi aggiusti lo strumento et ben lo fermi et stabilisca. Però in tal caso, quando paresse a V. S. Ill.ma che per abondare in cautela io mi trasferissi sin costà in queste vacanze della settimana Santa, che sono 23 o 24 giorni, io lo farei: tutta via mi rimetto al suo consiglio. Se si potesse differire sino alla state, nel qual tempo sarò costà per ubidire al cenno di S. A. S., non direi altro; ma in tutta la state nè Giove nè i 4 pianeti si vedranno, mediante la vicinanza del sole: nè altre vacanze ci sono sino a quel tempo, se non queste di Pasqua. Però sopra questo particolare aspetterò il prudentissimo parere di V. S. Ill.ma; il quale se sarà che io debba venire, mi farà favore che io trovi una lettiga a Bologna per il lunedì della settimana di Passione, perchè di Padova potrò partire il venerdì avanti. Questo incontro, d’haver potuto con maniera tanto pellegrina et da non se ne poter mai più sperare una simile per dimostrarmi quanto sia io devotissimo servo del mio Signore, mi è tanto a cuore, che io non vorrei che da veruna difficultà o intoppo mi fusse perturbata: però V. S. Ill.ma non si meravigli se io l’ho a cuore, et se io desidero che ella sia conosciuta et ricevuta per tale quale ella veramente è.

Io non ho più tempo di scrivere, essendo notte: però, con fargli reverenza, con ogni devozione gli bacio le mani, et dal Signore Dio gli prego somma felicità.

Di Venezia, li 13 di Marzo 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

272*.

[PAOLO SARPI a GIACOMO LESCHASSIER].

Venezia, 16 marzo 1610.

Bibl. Naz. in Parigi. Cod. lat. 8601 (già Colbertino 2832), car. 93 e 94. – Copia di mano sincrona. Delle lin. 1-14 [Edizione Nazionale], fino alle parole «secundis 17», è copia, di mano del sec. XIX, nei Mss. Gal., Par VI, T. VI, car. 18. Questa copia, che fu trascritta quando fu messa insieme la raccolta Palatina dei Mss. Galileiani, non deriva, a quanto sembra, dal cod. Parigino; e mentre ha numerosi e gravi errori, sana, d’altra parte, altri errori che in quel codice non mancano. Noi perciò, riproducendo il presente squarcio sul ms. Parigino, abbiamo profittato anche dell’altra fonte, e delle differenze dell’uno e dell’altro codice dalla lezione da noi stabilita abbiamo reso conto appiè di pagina, dove distinguiamo i due codici, Galileiano e Parigino, con le iniziali P.

…. Scis, ante biennium repertum instrumentum in Batavis, quo res longinquae videntur, quae aliter vel non apparerent, vel obscure([603]). Hoc invento noster Mathematicus Patavinus, et alii ex nostris earum artium non ignari, ad coelestia, uti cepere, et([604]) usu edocti magis accomodarunt et expolierunt([605]). Constat, ut scis, instrumentum illud duobus perspicillis (lunettes vos vocatis)([606]), sphaericis ambobus, altero superficiei convexae, altero concavae. Convexum accepimus ex sphaera, cuius diameter 6 pedum([607]); concavum, ex alia, cuius diameter latitudine digiti minor([608]). Ex his componitur instrumentum circiter 4 pedum([609]) longitudinis, per quod videtur tanta pars([610]) obiecti, quae, si recta visione inspiceretur, subtenderet scrupula([611]) 1.a 6; applicato vero instrumento, videtur sub angulo maiori quam 3 graduum([612]). Ea observata sunt in luna, in Iovis([613]) stella et in fixarum costellationibus; quae tu leges in libello quem meo nomine D. Legatus tibi exhibebit([614]), et plura alia miranda magis, de quibus tibi alias scribam. Interim ne mirere, videri stellas Iovem circumeuntes tam brevi intervallo. Namque oculo in Iove existente, distantia lunae a terra non excedit scrupula p.a 31, et ipsum lunae corpus([615]) non apparet maius scrupulis secundis 17. Ea si libuerit D. Aleaume communia facere, forte non illi erunt ingrata….

273*.

LODOVICO CARDI DA CIGOLI a GALILEO in Padova.

Roma, 18 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 39. – Autografa.

Ecc.mo Sig.re et Pat.n mio Oss.mo

Venendo costà il Sig.r Ferdinando Martelli, sono forzato con questa a salutarla, et per questo che mi viene scritto di Fiorenza dal Sig.r Amadori([616]), a rallegrarmi con lei, avendo ridotto a tale perfezione il suo ochiale, ch’ella à potuto scorgiere et osservare nel cielo cose maravigliose, et che sopra di ciò avea fatto non so che suo discorso, et era a Venezzia([617]) per farlo stampare.

Lessi la lettera al Sig.r Luca Valerio, che è ancora, per la malattia di molti mesi, convalesciente; il quale la saluta, et la pregha per ciò averlo per iscusato del non li avere mai scritto. Ritrovandomi anchora dal Sig.Cardinale Dal Monte per altro, venendo a così fatti ragionamenti, le lessi la lettera del Sig.re Amadori; il quale subito([618]) ordinò a Venezzia ad un suo ministro, ne procurassi il detto ochiale, et se il libro era stanpato gniene mandassi. Ora la pregho, perchè non li sono meno affezionato del Sig.r Amadori, al farmene partecipe, perchè ne riceverò quello maggiore contento che per me propio averrebbe. Et con questa baciandoli le mani, le pregho da Dio ogni contento.

Questo dì 18 di Marzo 1610, in Roma.

Di V. S. Ecc.maAff.mo Servitore Lodovico Cigoli.

Fuori: All’Ecc.mo Sig.re et Pad.n mio Oss.mo

[….] Galileo Galilei, in

Padova.

274*.

GIO. BATTISTA MANSO a PAOLO BENI [in Padova].

[Napoli, marzo 1610].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car, 84-87. – Copia di mano sincrona; a car. 87t, si legge questa indicazione, di mano di GALILEO: «Del S. Giovanb.a Manso, da Napoli». Della mano di GALILEO sono pure due aggiunte, che indichiamo in nota.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio([619]),

Spettava con ardentissimo desiderio lettere di V. S. per ricever avviso del suo arrivo in Padova, della sua salute e del luogo in che mi conserva della sua gratia: della quale io fo quella stima che si deve alle sue singulari virtù, e ne vivo tanto ambitioso, che non cambierei il titolo di suo servitore con quel di padrone di tutto il rimanente mondo. Aggiugneva sprone al mio desiderio la promessa che ella mi fece delle sue lettere con un’altra da Roma, alla quale ancor ch’io havessi incontanente risposto, non per ciò haveva veduta sin qui replica alcuna. Ma hora questa de’ 19 del passato ha non pur adempito ogni mio desiderio, con assicurarini che V. S. tenga memoria dell’affetto dell’animo mio verso lei e con darmi certezza della sua giunta con salute (a me tanto più cara, quanto più acerbamente ho sentito il sinistro che ricevette nella gamba per la caduta), ma di gran lunga etiandio ha sopravanzato ogni mia speranza con la giunta di nuovi favori, e soprafatto ogni mio pensiero con l’avviso di nuove meraviglie, e tali che ‘l dire che giamai non siano state udite nè cadute in intelletto humano (ancor che intorno all’istesse cose si sieno affaticati sin dal principio del mondo tutti gli ingegni), anzi che siano cose che trascendono l’agume e la capacità d’ogni mortal intendimento, è dir vero, ma è dir poco.

Ho io con istupore et con diletto grandissimo molte volte riletta la lettera sua, e comunicatala con il. S.r Porta([620]) et con gli amici conosciuti da V. S. et con altri, che per la brevità del tempo non ebbero ventura a farsi conoscere da lei: la maggior parte de’ quali è atterrita dalla novità e dalla difficultà delle cose in essa contenute; ma i più dotti nonle giudicano impossibbili, et io, mosso dalla autorità di V. S. e del S.r Galileo, le tengo non pure possibbili,ma verissime, poi che niuna di quelle cose che possono essere (come conosco esser questa) si dee negare all’osservatione fatta da due huomini così singolari in dottrina et in bontà, quali sono le SS. VV. Anzi io porto ferma speranza, che come il secolo passato si vanta a ragione di haver scoverti nuovi et non più conosciuti mondi, così questo presente si gloriarà d’haver ritrovati nuovi et non più immagginati cieli, con tanto stupore dell’età a venire, che invidieranno noi che semo nati in questi avventurati tempi et habbiamo possuto conoscere così rari e divini ingegni, e me spetialmente che ho hauta particolar gratia di esser servitore di V. S. e di sperare di essere anche, per mezo suo, del S.r Galileo: onde, come Platone ringratiava gli Dii che l’havessero fatto nascere nel mondo ne’ tempi di Socrate, così stimo dover io ringratiare il Sommo Iddio che m’habbi fatto venire in questo felice secolo, dove io possa dalla lor voce e dalle lor lettere apparar quelle cose che la soma sapienza di Lui ha voluto sin qui tener al mondo tutto celato, et hora primieramente alle SS. VV. scovrire. Meritarebbe gran lodi il S.r Galileo per haver ridotta a tanta perfettione l’invention de gli occhiali, che estenda la vista oltre 60 et 80 miglia, et renda le spetie delle cose vedute così vicine et grandi che non paiono lontane più che due miglia, et si veggano anco le minutissime; il che ha recata non picciola gelosia al nostro S.r Porta([621]), il quale ha pensato un pezzo fa, che ciò si potesse fare etiamdio in infinito (dico, per quanto si potesse estendere la linea visuale, rimoti gl’impedimenti), con proportionare i punti del concavo e del convesso de’ vetri. Ma se il S.r Galileo voleva di queste cose far meravigliare il mondo, bisognava che si fermasse qui, et non rivolgesse questo suo nobilissimo istrumento verso il cielo, per ciò che, scoprendo con esso le meraviglie di colà su, fa cessare lo stupore delle cose terrene, per istrane et grandi che elle si sieno.

La prima delle quali, e ciò è che in cielo si veggono con l’aiuto di questo occhiale nuove stelle nel fermamento, non prima osservate nè conosciute, è per avventura la minore di tutte l’altre: per ciò che gli antichi etiandio credettero, s’io non fallo, che nel cielo fossero più stelle di quelle che appaiono a gli occhi nostri. E Tolomeo nell’Almagesto, là dove favella delle stelle e dell’uso dell’astrolabio nell’osservarle, volendo mostrare che con l’aiuto di quell’istrumento si potevano misurar tutte, soggiunge: Quotquot possibile erat perspicere: onde chiaramente si raccoglie, che non tutte le stelle si possono vedere, e che egli conosceva che ve ne sono più di quelle che da lui si vedevano, le quali noi col benifitio del meraviglioso occhiale, facendole molto maggiori e più vicine, potremo senza fallo agevolmente mirare. Et innanzi a lui mostrò di conoscerlo Aristotile nel primo libro delle Meteore, nel quale, favellando delle stelle, diceva che oltra quelle d’osservata grandezza (le quali poscia gli astrologi annoverarono fino a mille e ventidue) ve ne sono altre innumerabili, che, per esser fuori delle 48 imagini celesti, egli chiamò….([622]); delle quali, perciò che di quelle che si veggono se ne sa il numero, bisogna necessariamente confessare che l’altre, credute innumerabili, non si fussero per allora vedute. L’istesso disse più chiaramente Alfagranio, et altri più moderni etiandio. Per la qual cosa di questa prima maraviglia, quantunque ella in sè medesima sia grande, pure per ciò che fu da gli antichi conosciuta almeno, se non veduta, sarà maggiore l’obbligo che habbiamo al S.r Galileo che ce la porga a riguardare co ‘l suo maraviglioso instrumento, che la novità delle stesse cose mirate.

Il medesimo si potrebbe affermare della seconda maraviglia della Galassia, della qual ancorchè Aristotile favellasse in modo che paresse anzi favoleggiare che filosofare, non è egli però che Averroe non si forzasse di darci a credere, essere oppinion di lui che il candor di quella fosse il picciolo et confuso lume d’innumerabili e spessissime stelle. La qual sentenza non solamente è stata tenuta per vera in sè stessa e seguita quasi universalmente da i moderni, ma molti se l’hanno beuta etiandio come oppinione d’Aristotile, e fra gli altri Alberto (non so per qual ragione chiamato Magno), il qual, non contento d’haverne investito Aristotile, l’attribbuì anche vanamente a Tolomeo, attestando il cap.° 2° del libro 8 dell’Almagesto; là dove ancorchè Tolomeo parlasse della Via Lattea, non però entrò mai a favellare di che cosa ella si fosse, ma solamente ne descrisse il suo sito. Ma, ad ogni modo, cosa chiara è che molti hanno creduto (et io l’ho sempre stimato vero) che la Via Lattea sia sparsa e ripiena di minutissime e moltissime stelle, le quali ciascuno ha confessato non potersi per la lor picciolezza vedere: onde grand’obbligo habbiamo a V. S. et al S.r Galileo, che ci facciano testimonio di veduta di quello che molti secoli s’è per ragione di buona filosofia creduto.

Ma molto maggiore senza fallo è la terza maraviglia che appartiene alla luna: grande non solamente in sè stessa, ma ingrandita mirabilmente dallo stil di V. S., che ci rappresenta le rarità e le densità di lei, e la varietà et inegualità della superficie delle sue parti, i suoi seni, i monti, le valli, l’ombre e l’illuminationi che in essa appaiono, così vivamente, che ci fa meravigliare e dilettare insieme; anzi ci persuade in modo, che havendola anche noi osservata con gli occhiali che habbiamo qui (co’ quali possiamo vedere un huomo assai distintamente oltra 3 miglia), veggiamo, o ci par di vedere, se non le stesse, almeno somiglianti cose, e specialmente le rarità e concavità: ma per la debolezza dell’istrumento non possiamo discernere que’ seni e que’ monti e quell’asprezza della superficie che veggono le SS. VV. Del che, a dire il vero, non saprei che ragione assegnare in filosofia, nè solamente secondo la quinta essenza immagginata da Aristotile, ma nemeno secondo i principii di Platone: salvo se volessimo dire, che la luna, per esser corpo diafano e forse più simile ad uno specchio che ad altri, rappresentasse in sè stessa l’immaggini de’ seni, de’ monti e delle valli del globo terreno, apparendo quasi, se non tutto, il Mediterraneo o l’Oceano e quasimente tutta l’Italia o la Spagna. Il che non sarebbe per avventura impossibil cosa ch’avvenisse, anzi ce ‘l potrebbe racconfermare quel modo d’illustratione che veggono le SS. VV., col qual si indorano prima le parti superiori, et poi le mezzane, et ultimamente le più basse; il qual modo non potendo essere se non quaggiù nelle parti della terra, alle quali apparisce il sole a poco a poco sensibilmente per lo moto diurno, e non nelle parti lunari, alle quali il sole o si mostra sempre intiero, o se pure se ne discosta, ciò fa con tardissimo et insensibil moto, ne segue quasi necessariamente che quelle parti così digradatamente illuminate siano più presto della terra, rappresentate nella luna, che nella luna stessa irraggiata dal sole. Ciò potrebbe venirne anche persuaso dall’ottima interpretatione data da V.S. alle voci pittagoriche d’antittona et antistrofa, poi che in questo modo sarebbe vera similitudine tra la luna e la terra, non di specie nè di analogia, ma di rappresentatione.

Ma se ciò fosse vero, per qual ragione le macchie della luna, e quest’altre cose che in loro si scorgono, si dovranno vedere sempre nel mezo di lei, e non mai vicine alla circonferenza? poi che, se fossero immaggini de’ corpi terreni, dovrebbero apparire ora in un luogo et hora in un altro del suo cerchio, conforme dove cadesse il punto della reflessione, il che s’osserva negli specchi. O forse la luna, per essere specchio convesso, rappresenta più facilmente l’imaggini nel mezo, che negli orli del globo suo? Ad ogni modo, comunque la cosa stia, quest’osservatione delle SS. VV. è degna d’altissima speculatione.

Ma quella che avanza ogn’altra maraviglia, et alla qual difficilmente par che possa la debolezza del nostro ingegno pervenire, è l’osservatione di quattro, o pur di cinque, nuovi pianeti, che le SS. VV. hanno veduti: perciò che quello che alle stelle fisse si può agevolmente concedere, e che se pur si riceva con maraviglia del senso, riguardante cose non più mai vedute, si può nondimeno apprendere con quiete del’intelletto, ch’intende cose non aliene da quelle che egli poteva immagginare, non è così facile a credersi nè piano, facendo prima mestiere di molto efficaci prove per dimostrare che le stelle vedute non siano dell’altre fisse, e poscia molto matura consideratione per salvar gli inconvenienti che potrebbero per avventura nascere dal concederlo.

Io veggo bene, che havendo le SS. VV. osservato nelle dette stelle il moto della retrogradatione, necessariamente ne segue che esse debbano essere erranti, e non fisse: ma mi dà grandemente cagione di dubitare che questo lor moto si faccia così sovente hora retrogrado hora antegrado, il che non par che possa accomodarsi con alcuna delle oppinioni de’ filosofi nè degli astrologi, e molto meno con l’osservatione e con le dimostrationi fatte sin qui nè da Tolomeo nè dal Copernico nè dal Fracastorio; poichè nè per gli epicicli, nè per gli ravvolgimenti in sè stessi, nè per quelle fasce homocentriche, si potrebbero così spesso far innanzi et indietro: onde, perchè nel riguardare con questi nuovi occhiali non si può vedere, per la picciolezza del lor buco, se non pochissimo spatio di cielo intorno alle stelle che si mirano, nè se ne possono veder molte insieme, sichè si potesse osservare il sito e la distanza tra loro, si potrebbe grandemente dubitare d’alcuno scambio, e tanto più quanto queste nuove stelle o pianeti fa mistiere che siano più piccole dell’altre; se non fosse che ogni cosa si deve credere al testimonio delle SS. VV., di ciascheduna delle quali si dee dire Ipse dixit. Ma per me potrebbe accrescere anche questa difficultà la malagevolezza con che si possono a questi nuovi occhiali accomodar gli astrolabii e gli altri strumenti di misura, co’ quali potessimo vedere l’altezza loro; onde prego V. S. ad avvisarmi se questi nuovi pianeti sono stati da loro osservati superiori o inferiori del sole: perciò che la velocità del moto, osservato in così pochi mesi dalle SS. VV., ci argomenta la picciolezza del lor cerchio, e che per consequenza siano più bassi del sole; ma la poca distanza che è tra lui e la luna, non par che possa in quel breve spatio ammettere cicli per quattro o cinque nuovi pianeti, per lo che bisognarebbe che essi fossero superiori al sole. Ma questo contradirebbe alla velocità del lor moto: di modo che fra tali contrarietà non saprei, senza l’aiuto delle SS. VV., a qual delle due mi dovessi più sicuramente accostare.

M’aggiunge sospettione l’intendere che i quattro nuovi pianeti accompagnino hora innanzi et hora indietro un altro (come V. S. dice) de’ maggiori, del qual desidero sommamente sapere s’anch’egli è nuovo, e se no, qual sia de’ cinque già conosciuti. Perciò che questo corteggiamento è segnale di maggioranza e di principato, come ottimamente dimostrò Tolomeo là dove egli favellò del satellitio; e perciò era ragione che Venere e Mercurio accompagnassero il sole, come principe del’universo: ma questo pianeta, accompagnato da quattro nonchè da due, bisognarebbe che fosse, se non maggiore o uguale del sole, almeno non minore degli altri cinque; e se questo è, non sarà nuovo, ma più presto alcuno de’ conosciuti. Ma di quei che sono già noti, Saturno, che è il maggiore, non merita tanto honore, per la malvagità e tardità de’ suoi effetti; e Giove, che ne sarebbe più meritevole, cede di grandezza a Saturno. Perciò prego V. S. che mi avvisi quello che s’è osservato intorno a queste cose, che io confesso di non poter da per me stesso sapere.

Dietro a tutte queste difficultà, nate dalla debolezza del mio ingegno e dalla poca cognitione delle scienze (del che so che mi scusarà appo V. S. la continua violenza delle perpetue occupationi e private e publiche, che mi traggono assai sovente fuori di me stesso, non che dallo studio e dalla città), scriverò anco un’asprissima querela fattami da tutti gli astrologi e da gran parte de’ medici; i quali intendendo che s’aggiungano tanti nuovi pianeti a’ primi già conosciuti, par loro che necessariamente ne venga rovinata l’astrologia e diroccata gran parte della medicina, perciochè la distributione delle case del zodiaco, le dignità essentiali ne’ segni, le qualità delle nature delle stelle fisse, l’ordine de’ cronicatori([623]), il governo dell’età de gli huomini, i mesi della formatione dell’embrione, le ragioni de’ giorni critici, e cento e mill’altre cose, che dipendono dal numero settenario de’ pianeti, sarebbero tutte sin da’ fondamenti distrutte. A questo ho risposto io, che conciosia cosa che le stelle influiscano quaggiù non per altro istrumento che per quello del lume loro, necessariamente ne segue che le stelle ch’hanno minor lume debbano ancora influir minori effetti; onde questi nuovi pianeti, havendo debolissimo lume, come dinota la lor picciolezza e ‘l non potersi da noi vedere, fa mistiero che non possino influir effetti di molta consideratione: dal che segue che non sarà necessario mutar gli ordini della astrologia o della medicina, ancor che s’accresca il numero delle stelle. Con questo ho sodisfatto a molti; ma io ho replicato a me stesso: A che dunque far cinque pianeti che non habbiano a giovare ad alcuna cosa, se la natura non fa niente in vano? forse per maggior ornamento del’universo? Questo si potrebbe affermare più voluntieri delle stelle fisse, che nelle erranti. Ma che vo io balbutendo all’orecchie di V. S.? Pur questa è licenza che si de’ concedere a gli ammirati; e che io debba essere uno di quelli, V. S. me lo concede([624]) nella sua lettera, et è proprietà della mia ignoranza, alla quale spetto il rimedio da V. S. e dal S.r Galileo, supplicando che mi favoriscano del trattato che sopra di ciò V. S. mi avvisa scrivere detto Signore, e che pur questa sua mi promette: il qual sto aspettando con tanto desiderio, che nulla più. Stimo anche mio dovere di far consapevole([625]) il S.r Galileo del molto ch’io rimango obbligato alle sue singolari virtù, et quanta parte habbia in me il debito universale che ha tutto il mondo d’osservarlo e di ammirarlo; e per ciò vengo a riverirlo con l’alligata lettera([626]).

Di V. S. Ecc.maSer.re Giovanb.ta Mansi.

275*.

GIO. BATTISTA MANSO a GALILEO [in Padova].

Napoli, 18 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 41. – Autografa la sottoscrizione.

Molt’Ill.re Sig.re

Stimo a mia somma ventura l’esser nato in secolo tanto felice, c’ha prodotto nel mondo personaggio di così rare virtù e singolar dottrina qual è V. S., in cui ha voluto Iddio non solamente unir tutti que’ doni che per adietro have sparsi ne gli altri huomini, ma riserbarlo etiandio, con nuovo e non più inteso modo, allo scovrimento de’ nuovi cieli, e fattolo di loro nuovo Atlante; e colà dove Tolomeo fu giudicato un altro Alcide, oltre a’ cui termini non fosse lecito trapassare, l’ha condotto per vie non più calcate da intelletto humano, quasi novello Colombo. Prendo anche a mia particolar gratia esser, per cortesia del S.or Paolo Beni, stato uno de’ primi ad haver parte delle sue maraviglie; ond’io ho scritto a lui che, come Platone ringratiava gli Dii che l’havessero riserbato a nascere nell’età di Socrate, così rendo io al vero Iddio doppiamente gratie, che m’habbia conceduto di vivere in questi fortunati tempi, e molto più d’haver occasione, come spero dalla humanità di V. S. e dall’intercessione del S.or Beni, d’essere da lei accettato per molto suo particolar servitore. Io come tale me le profero; e se dell’essere da lei per tal ricevuto me n’assicurasse alcun suo comandamento, me ‘l recarei a magior fortuna dell’altre due. Sa V. S. adunque il modo di favorirmi, et io non dubito della sua cortesia: onde, spettando l’effetto delle sue gratie, resto priegando a V. S. da N. S. ogni felicità.

Di Napoli, il dì XVIII di Marzo 1610.

Di V. S. molt’Ill.re Al S.or Matematico.Certo Ser.re Giovanb.a Manso.

Fuori: Al molt’Ill.re Sig.re

Il Sig.or Galilei.

276.

GALILEO a COSIMO II DE’ MEDICI, Granduca di Toscana, [in Firenze].

Padova, 19 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 45. – Autografa.

Ser.mo G. D. et mio Sig.r Col.mo

Mando all’Altezza Vostra Ser.ma il mio Avviso Astronomico([627]), dedicato al suo felicissimo nome. Quello che in esso si contenga et l’occasione dell’inscriverlo a lei, vedrà dalla dedicatoria dell’opera, alla quale mi rimetto per non tediarla due volte: solo con questa con ogni humiltà me l’inchino, et reverentemente gli bacio la vesta, augurandoli da Dio il colmo di felicità.

Di Padova, li 19 di Marzo 1610.

Di V. A. S.Humiliss.o Servo et Vassallo Galileo Galilei.

277.

GALILEO a [BELISARIO VINTA in Pisa].

Padova, 19 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. V, car. 29-33. – Le car. 29-30 contengono una prima stesura autografa, scritta in Venezia (cfr. pag. 299, lin. 57 [Edizione Nazionale]) e che GALILEO lasciò incompiuta: la pubblichiamo qui appresso, e ad essa facciamo seguire la lettera, pur autografa (car. 31-33), quale fu effettivamente mandata e molto diversa dalla prima stesura.

Ill.mo Sig.re et Pad.ne Col.mo

Invio a V. S. Ill.ma la dedicazione de i quattro nuovi pianeti alla Ser.ma et felicissima Casa Medici, sotto gli auspicii del Ser. G. D. Cosimo II, nostro Signore: la quale mando a S. A. S. insieme con quello stesso occhiale col quale ho ritrovati i pianeti et fatte tutte le altre osservazioni, et lo mando così inornato et mal pulito quale me l’havevo fatto per mio uso; ma da poi che è stato strumento a sì grande scoprimento, desidero che sia lasciato nel suo primo stato, non convenendo che si rimuova cosa alcuna delle vecchie per onorarne delle nuove che non sono state a parte nelle vigilie et fatiche delle osservationi. Però supplico V. S. Ill.ma a far mia scusa in questa parte a presso S. A., anzi a pregarla a lasciarlo in questo stato, perchè non gliene mancheranno di altri ornatissimi. Sarà ancora necessario che io sia scusato se l’opera non esce fuori stampata con quella magnificenza che alla grandezza del soggetto si saria richiesto, essendo che l’angustia del tempo non l’ha permesso, et l’indugiare et differire la publicazione era con mio troppo pericolo et risico che forse qualche altro non mi havesse preoccupato; onde mi sono resoluto mandare innanzi([628]) questo avviso, insieme con la denominazion delle stelle, per publicar poi in breve molte altre particolari osservazioni, le quali vo continuando di fare intorno a queste medesime cose.

Resta hora che si procuri che questa azione, la quale per sua natura è la più eroica et sublime maniera di spiegare et propagare all’eternità le glorie de i gran principi, sia con ogni maggiore splendore et grandezza ricevuta dal mondo; et per ottener questo, dirò quanto mi occorre in mente.

Et prima, essendo verissimo che la reputazione comincia da noi medesimi, et che quello che vuole essere stimato bisogna che sia il primo a stimarsi; quando S. A. S. per la sua infinita benignità darà segno di stimare in sè stessa quest’incontro, non è dubbio alcuno che non solo tutti i suoi vassalli, ma ogni nazione, ne farà stima, nè resterà penna nelle ali della fama che non si occupi nella gloria di questo fatto([629]). Stimo in oltre necessario il mandare a molti principi non solamente il libro, ma lo strumento ancora, acciò possino incontrare la verità della cosa. Et in quanto appartiene a questo particolare, io mi ritrovo ancora 10 occhiali, che soli, tra cento e più che ne ho fabricati con grande spesa et fatica, sono idonei a scoprir le osservazioni ne i nuovi pianeti et nelle stelle fisse; li quali saria mio pensiero mandare a parenti et amici del Ser.mo G. D., et di già me n’hanno fatti domandare il Ser.mo di Baviera, et il Ser.mo Elettor di Colonia, et l’Ill.mo et Rev.mo [S]. Card. Dal Monte: domandar, dico, l’occhiale insieme col trattato, essendosi sparso prima assai il grido che l’opera. Gli altri 5 gl’haverei volentieri mandati in Spagna, Francia, Pollonia, Austria et Urbino, quando havessi hauto, col favore del S. G. D., tale ingresso con questi principi, che io potessi sperare che la devozion mia fusse rimirata et gradita. A questi tre Signori che me lo fanno domandare, manderò lo strumento et il trattato senz’altro, come anco ad altri principi che facessero l’istesso; ma a li altri nominati non veggo come io potessi far ciò senza qualche favorevole indirizzo dalla banda del S. G. D. Però in questo caso supplico V. S. Ill.ma del suo et consiglio et favore, il quale starò attendendo quanto prima, promettendomi et assicurandomi che ella mi sia per incaminare per la più honorevole strada che ci sia.

Sarà anco necessario tra brevissimo tempo ristampare l’opera, compita con moltissime osservazioni, le quali vo continuando, et con molte et bellissime figure tagliate in rame da valente huomo([630]), il quale ho già incaparrato, et lo conduco meco a Padova; per li quali disegni([631]) si rappresentino a capello le figure di tutta una lunazione, le quali sono cosa mirabile da vedersi, et di più molte imagini celesti con tutte le stelle che veramente vi sono, le quali saranno più che dieci volte tanto che le conosciute sin qui, et a presso tutte nove le costellazioni che sin qui sono state credute stelle nebulose, ma in effetto sono gruppi di assaissime stelle unite insieme. Spero ancora che haverò potuto definire i periodi de i nuovi pianeti. Questa credo che bisognerà farla toscana, sendone da moltissimi stato richiesto sin qui; oltre che non credo che siano per mancare molti componimenti di tutti i poeti toscani, già che so che qui sono di belli ingegni che scrivono. Questa seconda edizione haverei gran desiderio che fusse fatta più proporzionata alla grandezza del Padrone, che alla debolezza del servo: però in tutto mi rimetto a i cenni di S. A.([632])

Ill.mo Sig.reet Pad.ne Col.mo

Invio a V. S. Ill.ma la dedicazione de i quattro nuovi pianeti alla Ser.ma et felicissima Casa Medici, sotto gl’auspicii del Ser.mo G. D. Cosimo II, nostro Signore; la quale mando a S. A. S. insieme con un occhiale assai buono, se bene son sicuro di presentargli in breve cosa migliore. Scrivo in tanto al S. Cav. Enea Piccolomini una instruzione di molte avvertenze et circunstanze, che è necessario di osservare nell’accomodare lo strumento per poter ritrovare i pianeti con minor difficultà([633]); et ne tratto con questo Signore, non sapendo se V. S. Ill.ma sia per essere a presso S. A. S.ma o pure per trattenersi in Firenze, et non sapendo ancora se fusse di parere di V. S. Ill.ma che in re dubia io arrivassi sin costà, come per la passata gli scrissi et ne sto aspettando suo consiglio.

Sarà necessario che V. S. Ill.ma faccia mie scuse a presso loro Altezze se l’opera non vien fuori stampata con quella magnificenza et decoro che alla grandezza del suggetto saria stato necessario, perchè l’angustia del tempo non l’ha permesso, nè io ho voluto punto prolungare la publicazione, per non correr risico che qualche altro non havesse incontrato l’istesso et preocupatomi; et per ciò l’ho mandato fuori in forma di avviso([634]), scritto la maggior parte mentre si stampavano le cose precedenti, con proponimento di ristamparlo quanto prima con molte aggiunte di altre osservazioni; il che è anco necessario farsi, perchè 550, che ne hanno stampati, sono già andati via tutti; anzi di 30, che ne dovevo havere, non ne ho hauti altro che 6, nè veggo verso di potere havere il resto, havendogli lasciati in Venezia in mano del libraio, perchè vi mancavano a stampar le figure in rame. Questa seconda volta credo che lo farò in lingua toscana, sì perchè, oltre a i librai, ne sono pregato da molti altri, sì ancora perchè credo che le Muse toscane non taceranno in così grande occasione le glorie di questa Ser.ma Casa([635]), perchè sin qua sono alcuni che scrivono in questo proposito([636]): et tali componimenti si potranno prefigere all’opera. Io poi vo descrivendo altre costellazioni, et voglio disegnare le faccie della  di un periodo intero con grandissima diligenza, et imitarle a capello, perchè in vero è una vista di grandissima meraviglia; et il tutto ho pensiero di far tagliare in rame da artefice eccellente, il quale ho di già appostato et incaparrato: con speranza però che S. A. S. sia per compiacersi che il tutto sia esequito con quella maggior magnificenza et splendore, che al suo potere, et non più alla mia debolezza, risponda; sopra di che ne starò aspettando un motto da V. S. Ill.ma

Il moto è stato et è grandissimo, et il pensiero è piaciuto infinitamente; et io son sicurissimo, che conoscendo Iddio benedetto l’ardentissimo affetto et devozion mia verso il mio clementissimo Signore, già che non mi haveva fatto nè un Virgilio nè un Homero, mi è voluto esser donatore di un altro mezo non meno peregrino et eccellente per decantare il suo nome, registrandolo in quelli eterni annali. Una sola cosa diminuisce in gran parte la grandezza di questo incontro, et è l’ignobilità et bassezza del cancelliero. Tuttavia il nobilitarlo, Ill.mo Sig. Cav.re, è non meno in mano di S. A. S., che sia stato in mia il mostrar segno della mia devotissima osservanza; nè io diffido punto della sua infinita benignità, qual volta non mi manchi una di quelle cause medie, senza le quali ordinariamente non muovono le cagioni prime: nè di questa despero, anzi saldamente me n’affido, havendo l’appoggio et il favore di V. S. Ill.ma, alla quale io non voglio soggiugnere altro se non le ultime parole che lei mi disse quando, i mesi passati, ne i Pitti, mi licenziai da lei, che furon queste: «Galileo, nelle tue occorrenze et affari tratta meco, et non con altri ».

Parmi necessario, oltre a le altre circuspezioni, per mantenere et augumentare il grido di questi scoprimenti, il fare che con l’effetto stesso sia veduta et riconosciuta la verità da più persone che sia possibile: il che ho fatto et vo facendo in Venezia et in Padova. Ma perchè gl’occhiali esquisitissimi et atti a mostrar tutte le osservazioni sono molto rari, et io, tra più di 60 fatti con grande spesa et fatica, non ne ho potuti elegger se non piccolissimo numero, però questi pochi havevo disegnato di mandargli a gran principi, et in particolare a i parenti del S. G. D.: et di già me ne hanno fatti domandare i Ser.mi D. di Baviera et Elettore di Colonia, et anco l’Ill.mo et Rev.mo S. Card. Dal Monte; a i quali quanto prima gli manderò, insieme col trattato. Il mio desiderio sarebbe di mandarne ancora in Francia, Spagna, Pollonia, Austria, Mantova, Modena, Urbino, et dove più piacesse a S. A. S.; ma senza un poco di appoggio et favore di costà non saprei come incaminarli, non mi venendo massime domandati: et senza strumenti esquisiti non si possono vedere le cose più importanti, et questi, se non escono da me, non credo che sin hora possino haversi da altra banda; perchè, havendo io fatti vedere di questi miei pochi occhiali a diversi Signori oltramontani, li quali ne hanno veduti assai in Alemagna, Fiandra et Francia, sono restati stupiti, et affermano, li altri veduti da loro esser bagattelle in proporzione di questi. Però anco sopra questo particolare desidero l’aiuto et il favore di V. S. Ill.ma: la quale doverà scusarmi delle tante molestie, considerando che il mio fine non tende ad altro che al mantenimento di questa grande impresa, concernente al Ser.mo nostro Signore, per la quale ho passate la maggior parte delle notti di questo inverno più al sereno et al discoperto, che in camera o al fuoco. Supplico per tanto V. S. Ill.ma a scusarmi et perdonarmi se forse più del conveniente la molesto; et se non gli mando adesso un occhiale, non se ne maravigli, perchè ne ho a pena tanti per il bisogno detto di sopra, et l’indugio sarà compensato con tanto maggiore eccellenza, perchè gliene darò uno quale ancora non se ne son fatti di tali: et alla mia venuta costà questo Giugno porterò al G. D. in questa materia cose di infinito stupore.

È tempo di finire: gli bacio con ogni humiltà le mani, et nella sua buona grazia raccomando tutto l’esser mio. Il Signore la feliciti.

Di Pad.a, li 19 di Marzo 1610.

Di V. S. Ill.maSer.re Oblig.mo Galileo Galilei.

L’alligata([637]) senza mansione è per Madama Ser.a, madre del G. D.: la prego a fargli far la mansione, perchè non vorrei prender qualche errore.

278.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Padova.

Pisa, 19 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI. car. 98. – Autografa la sottoscrizione.

Ill. et molto Ecc.te S.r mio Oss.mo

Havendo ricevuto la copia del suo Avviso Astronomico, l’ho subito fatta vedere a S. A. Ser.ma, alla quale havendo anche letto la lettera di V. S. che l’ha accompagnata, se le è accresciuto di sorte il desiderio di veder quei nuovi pianeti, che per assicurarsi che le riesca, aspetta che V. S. alle prossime vacanze venga con il suo eccellentissimo occhiale a facilitarne ella propria il modo, com’ella ha offerto; et a questo effetto darà a suo tempo l’ordine, che il lunedì della settimana di Passione ella possa trovare in Bologna la lettiga. Et io dovendo così presto, con l’aiuto di Dio, rivederla, con speranza di haverla anche a servire, non le soggiugnerò altro con questa. Et le bacio con tutto l’animo le mani.

Di Pisa, li 19 di Marzo 1609([638]).

Di V. S. Ill. et molto Ecc.te S.or Galileo Galilei.Serv.re Aff.mo Belisario Vinta.

Fuori: All’Ill. et molto Ecc.te S.or mio Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei.

subito, subito.

Padova.

279*.

GIROLAMO SELVATICO a FRANCESCO VENDRAMIN in Venezia.

Padova, 20 marzo 1610.

Arch. Universitario in Padova. Filza 629, car. 36. – Autografa.

Ill.mo et R.mo Sig.r mio Col.mo

Mi dispiace che la di V. S. Ill.ma mi sia rivata tardi, et che di già sia stabilito, havendo hoggi a far la eletione, chi debbi dover esser proposto, cometendone al mio colega et a me che si sii per proponer perssone che habbi letto nella materia matematicha([639]); et se mi sarà concesso tempo et occasione, farò conosser a V. S. Ill.ma che li suoi ceni mi seran comandamento. Professando esserli sempre devotissimo servitore et facendoli riverenza, li baccio le mani.

Addì 20 Marzzo 1610. Di Pad.a

Di V. S. Ill.ma et R.maObligatiss.o et Devotiss.o Ser.e Ger.o Sal.o Cav.

Fuori: All’Ill.mo et R.mo Sig.rmio et P.ron Col.mo

Il Sig.r Francesco Vendramini, Dignissimo Patriarcha di

Venetia.

280*.

GIROLAMO SELVATICO a FRANCESCO VENDRAMIN in Venezia.

Padova, 26 marzo 1610.

Arch. Universitario in Padova. Filza 629, car. 35. – Autografa.

Ill.mo et R.mo Sig.rmio Col.mo

Io confesso che quando V. S. Ill.ma mi comandò che dovessi nominar il Sig.r Conte Ingolfo([640]) per Mathematico della Accademia, restai mal sodisfato in non poterla servire. Prima, perchè la nostra comissione stava che dovessimo elegger una perssona atta ad inssegnar la scientia della mathematica all’Accademia et che havesse fato questo offitio, fu il primo eleto il figliuolo([641]) che fu già del Conte Giachomo Zabbarella qual tuttavia ha in questa scienzza libri in stampa, et l’altro fu il Sig.r Galileo, famoso Lettor in questo Studio([642]) Parve mo’ che questi SS.ri di Bancha giudicassero ancor loro poter elegere, et come va nelle universsità, prevalsse questa opinion, con desordini per molti capi, sì che per quello dicono retto [sic] il Sig. Conte; et uscii io con doi altri di Accademia([643]), con penssiero che per concienzza potessi, protestando, tagliar questa sua eletione. Ma quando conssiderai, V. S. Ill.ma havermi racomandato questo sugeto, io non ne volssi far cosa alcuna, ma lassiar che pigliasse pacificho possesso, come prego Dio che faci quel tanto che ha bisogno questa Accademia, con honorevoleza sua et dell’Ill.ma sua Casa, da me tanto stimata. Voglio pregar V. S. Ill.ma restar sodisfato di quanto ho potuto fare, et a V. S. Ill.ma facio riverenzza.

Addì 26 Marzzo 1610. Di Pad.a

Di V. S. Ill.ma et R.ma  Aff.o et Obligatiss.o Ser.e Ger.o Sal.o Cav.

Fuori: All’Ill.mo et R.mo Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Patriarcha di

Venetia.

281*.

ENEA PICCOLOMINI ARAGONA a GALILEO in Padova.

Pisa, 27 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 114. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Hiersera ricevei la lettera di V. S. delli 19 del presente([644]), quale lessi a S. A., volendo ella sentire gl’avvertimenti che si devono usare in adoperare il nuovo occhiale, quale non è ancora comparso qua, ma si spetta d’ora in ora, credendosi sia restato a Firenze; e S. A. mostra haverne gran desiderio, sperando di vedere un nuovo miracolo, a confusione di quelli che stanno ostinati in non voler credere quelle cose che V. S. afferma di haver viste e di volere far vedere a qualsivoglia. E poichè la dà piena facultà che questo si mostri, si farà vedere a tutti quelli che fanno professione d’intendere qualcosa, acciò credino alla propria vista, se però non saranno abbagliati dall’ostinatione.

Io poi sto con molto desiderio di havere uno de’ suoi libri, desiderando anch’io di partecipare di queste nuove cose, recandomi a gran ventura mia che cose tali sieno state ritrovate([645]) da un tanto patrone e amico mio.

Il Sig.r padre gli rende duplicati saluti, e desidera V. S. gli dia occasione che li possa mostrare il desiderio che ha di servirla, come faccio ancora io. E pregandoli il colmo de’ contenti, li bacio le mani.

Di Pisa, li 27 di Marzo 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma S.r Galileo Galilei.Ser.r Aff.mo Enea Piccolomini Arag.na

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Padova.

282.

ALESSANDRO SERTINI a GALILEO in Padova.

Firenze, 27 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 43. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio,

Iermattina, arrivando in Mercato Nuovo, mi si fece innanzi il Sig.r Filippo Mannelli, dicendomi che ‘l Sig.r Piero, suo fratello, gli scriveva, che ‘l procaccio di Venezia mi recava uno scatolino da parte di V. S. Questa cosa si divulgò in maniera, che io non mi poteva difendere dalle persone, che volevan sapere che cosa era, pensando che fosse un occhiale; e quando si è saputo ch’egl’era il libro, non è cessata la curiosità, massime negl’huomini di lettere, e credo che ‘l Sig.r D. Antonio([646]) harà che fare a mostrarlo. Iersera in casa il Sig.r Nori([647]) ne leggemmo un pezo, quella parte che tratta de’ pianeti nuovi; e finalmente è tenuta gran cosa e maravigliosa. Il Vivai (credo che V. S. se ne ricordi) ne scrisse a’ dì passati al Magino; rispose che era cosa di maraviglia e stupore, ma che consisteva nella sperienza.

Ora, padron mio, V. S. debbe sapere che Firenze è piena d’occhiali venuti di Venezia a instanza di diversi, i quali sono più che ragionevoli; di maniera che, vedendo io la cosa sì divulgata, haveva risoluto di pregar V. S. che mi volesse far grazia di mandarmene uno, non pretendendo delli squisiti, ma de’ manuali, come paresse a lei. Ma sentendo da lei che ne ha fatti ben cento, lasciati stare li dieci da principi, ne desidero (se la domanda non è troppo ardita) uno de’ 90 da amici; e mi scusi s’io son troppo importuno, perchè, per dirgliela, il popolo mi ci ha fatto pugnere, col tanto dire che essendo io tanto servitore a V. S., è maraviglia ch’io non sia stato favorito da lei: sì ch’ella sente.

Quanto alla sua figliuola([648]), io ho per negozio finito il metterla nella Nunziatina([649]), perchè le monache dicon di sì, e ‘l governatore ha risposto che non crede ci abbia a esser difficoltà. Si conchiuderà il negozio, e io non mancherò di sborsare quello che bisognerà: dicono volerci un letto e non so che altre cose, e ‘l salario di 6 mesi anticipati, e vogliono 42 scudi l’anno, chè così dicono esser il solito. Si farà il meglio che sia possibile.

Il Sig.r Andrea([650]) scrive di nuovo a V. S.; sì che io non so che me li dire di lui, se non ch’egli gl’è servitore. Le Muse vanno un poco adagio, perchè le nove sono rimaste indietro per una decima che debbe haver più bel muso. V. S. bisogna che gli scriva da sè, s’ella vuole che faccia qual cosa sopra le stelle Medicee([651]). Io ne ho gettato un motto co ‘l Sig.r Buonarruoti([652]); con gl’altri, non havendo tanta familiarità, non so come mi fare, ancho volendo. E perchè è tardi, finisco, e le bacio le mani.

Di Firenze, il dì 27 di Marzo 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.eSer.e Aff.mo Aless.o Sertini.

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo Sig. e P.ron mio Oss.mo

[Il] Sig.r Galileo Galilei, in

Padova.

283**.

GIOVANNI BARTOLI a BELISARIO VINTA in Firenze.

Venezia, 27 marzo 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 3001, n.° 105. – Autografa.

…. Inviai subito a Padova la lettera per il Galilei, del quale viene da ogniuno letto et considerato un libro fatto di nuovo, dove mostra d’haver col suo occhiale trovato 4 pianeti di più, et visto un altro mondo nella luna, et cose simili, che danno pastura dilettevole ai professori di quelle scientie, massime per il titolo di Sidera Medicea. Non posso già restar di dire, che da molti di questi signori vien stimato hora ch’egli li habbia burlati, quando diede per secreto quel cannone che era molto vulgare, et che nelle piazze si è venduto sino a 4 o 5 lire, della medesima qualità, come si dice; et molti poi se ne ridono, chiamandoli corrivi, mentre egli ha cercato di fare il fatto suo, come ha fatto, et gli è riuscito con un augumento di 500 fiorini alla sua provisione ordinaria per la sua lettura. Et intendo che veramente è valentissimo huomo, et è molto amico di F. Paolo….

284.

BELISARIO VINTA a GALILEO in Firenze.

Pisa, 30 marzo 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 45. – Autografa la sottoscrizione.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Con la lettera di V. S. de’ 19, scritta a me ultimamente di Padova, ricevetti le altre due, l’una per il Ser.mo Gran Duca, mio Signore, et l’altra per Madama la Gran Duchessa madre, mia Padrona: et questa certo è lettera admiranda, et amendue l’AA. LL. la volsono sentir legger da me attentissimamente, et ne mostrorno un eccessivo applauso et gusto, et haverebbono subito risposto a V. S.; ma havendole per mia mano scritto ch’ella venga qua nelle vacanze in tutti i modi, et inviatole la lettiga a Bologna, che vi sarà arrivata perlomeno la domenica di Passione prossima passata, et dovendo così tener per certo ch’ella sia in viaggio per qua, se ne sono astenute, et voglion supplir con l’affetto della viva voce.

Mi sa ben male che nè la dedicatione stampata nè l’occhiale che ella dice di mandare con le sudette ultime sue, non sono comparse, nè si ritrovano sin ad hora; ma doveranno arrivare, non potendo io credere che le possano esser mal capitate. Et venga via lei sana et lieta, che vedrà quanto lietamente di cuore quest’AA. amino et stimino il suo raro valore più che habbino fatto mai, et li onorevoli et liberali effetti che useranno verso la sua persona et in aiuto della reputatione et fama della sua ingegnosissima inventione.

Detti la sua lettera al Sig.r Cav.re Enea Piccolomini, ma egli ancora non ha potuto far nulla, non ci essendo il libro nè l’occhiale, come ho detto; ma reputo che sarà stato meglio, venendo tutto reservato alla presenza et operatione di lei, che riuscirà tanto più mirabile et grata: et havendola Iddio privilegiata di questo singolarissimo discoprimento et dono, le somministra ancora tant’ingegnosa et giuditiosa et faconda eloquenza et espressione, che ottimamente rappresenterà al mondo tutto, et con la voce et con la penna, così stupenda gratia et osservatione, a gloria dell’eterno Fattore et a contentezza et utilità del mondo tutto. Et dovendo anche io rivederla, abbracciarla et servirla presto presentialmente, non soggiugnerò altro più con questa, senonchè, sicome il Ser.mo nostro Signore approva che questa notitia si sparga et che s’inviino a’ principi gl’occhiali, che così anche aiuterà a fargli pervenir et ricevere con dignità et grandezza. Et alla S. V. bacio le mani. Et al Ser.mo mio Padrone ho allegato con quanto perpetuato grido si è immortalato il re Alfonso con le sue Tavole Alfonsine, et che molto maggiormente sarà fatto immortale S. A. et il suo nome dall’intitolatione, osservatione, teoriche et tavole, che si faranno dei quattro nuovamente scoperti pianeti.

Di Pisa, li 30 di Marzo 1610.

Di V. S. Ill.re et molto Ecc.e S.r Galileo Galilei.Ser.re Aff.mo Belisario Vinta.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

285.

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Bologna, 31 marzo 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 63. – Autografa.

Eï pr‹ttein.

Praestantissime Domine Keplere,

Saepe ad te, nullas abs te. Proxime Nuncium Sidereum de quatuor novis planetis, per me remissum, si consecutus es, id ut volui factum; sin minus, tuis hac de re edoceri cupio. Est res miranda, est res stupenda: vera an falsa, ignoro. Proin, si tua erga me voluntas, de qua omnis mihi dubitandi ansa est praecisa, est prompta, si, inquam, tua erga me benevolentia, qua me semper, Pragae delitescentem, es prosecutus, antiquum obtinet, iudicium de his Galilei quatuor novis planetis quin mecum sis communicaturus, nullus dubito. Quicquid horum arcanorum caelestium per literarum aequor commiseris et concredideris, lapidi te concredidisse credas. Nulli etenim, sit ille quicunque velit, illa communicabo, sed veluti in theca omnia clausa habebo, dum sçn tÒ YeÒ ad tuum animum notum et vere amicum rediero.

Praga, nova quae excipiat, si libet, motu proprio paucis depinge. Facturus gratissimum. Plura non do, iudicium tuum expectans, quod non gravaberis proxima occasione ad me Bononiam (vivo enim cum Magino) transmittere. Vale sideribus et nostrae scientiae, gemmula clara et cara Boëmiae.

Bononiae, 31 Martii a.° 610.

Tuae Excell.aeStudiosissimus semper Martinus Horky a Lòchovic m. pp.

Fuori: Nobilissimo et Praestantis.mo Viro

Domino M. Ioanni Keplero, S.ae C.ae M.tis Mathematico dignissimo,

D.no patrono suo Observandissimo.

Pragam.

286*.

OTTAVIO BRENZONI a GALILEO in Padova.

Verona, 3 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 118. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Finalmente ho ricevuto le sue, tanto desiate da me, Osservacioni celesti, quali, già alcuni giorni sono, lei mi havea inviate: et veramente che la minima parte dell’opra ha superato la mia espettatione. Sono cose (quando però così V. S. Ecc.ma l’habbi viste) da farci prima ben bene meravigliare, et poi rispondere; o, per dir meglio, dovemo solo star attendendo i detti suoi. Non mancano però di quelli che, per immortalarsi, vogliono anco accender il foco nel tempio di Diana; così di quelli che vorrebbero sottraherli un poco di gloria per sè stessi. Io li vado rispondendo, non per por la lingua tant’alto, ma per ripparar il foglio dalle loro morsicature: dissi il foglio, non lei, perchè di questo non ha bisogno. Li pare però che sii stata un poca d’inavertenza il sommar il corpo cubo, cioè sodo, della luna per 27000, in vece di 13500. Li ho detto che l’error nella somma non fa però errore nella demonstratione, et che quella è più tosto prattica di perticatori. Dicono che l’occhiale è caggione di quelle apparenze nella luna et di quelle stelle et pianeti non più veduti: prima, con qualche punto o inaequalità del vetro; poi, che vedendosi alcun grosso vapore da vista affatticata per mezo di lucido vetro, può facilmente apparer corpo lucido. Io gli ho detto che di questo non parlino se prima non ne fano la prova. Et io queste cose li scrivo, non che meritino essere scritte, ma per dirle con che osservanza ammiro le cose sue. In somma non occorre a scrivere più oltre, solamente che ho fatto con costoro come già fece Ænea con Cerbero: gli ho dato l’offa da mordere, perchè di questo più non mi molestino; quale è un certo sermone De peste, materia certo per quelli molto a proposito. Non mi arossisco mandarne la copia a V. S. Ecc.ma, acciò che giudichi s’ho fatto bene, et liberamente ciò che gli ne pare. Et con ciò riverente li baccio le mani.

Di Verona, il dì 3 d’Aprile 1610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maAffett.mo Servitor Ottavio Brenzoni.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Digniss.o Matematico di

Padoa.

Con un libro De peste.

287*.

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Padova.

Brescia, 3 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 116. – Autografa.

Ill.re et Eccell.mo Sig.r mio,

Quanto mi sia stato caro l’Aviso Astronomico mandatomi da V. S., lo giudichi prima dal desiderio grande che havevo di veder opere e parti del suo ingegno, quale più volte ho significato a V. S.; lo giudichi, secondo, da quello che meglio di me conosce, dall’eccellenza, dico, dell’opera stessa, quale, havendo di già letta e riletta più di dieci volte con somma meraviglia e dolzezza grande d’animo, e benissimo intesa la dottrina profonda, gli alti pensieri, dotte speculationi, e, quello che in ogni cosa sua ho sempre notato, la consonanza et unione meravigliosa del tutto, havendola, dico, letta prima che mi capitasse la sua, era preparatissimo a ricever il dono con quella stima che merita: e così l’ho riceuto e conservarò carissimo, ringratiandola che mi habbia fatto degno d’un tal dono e tesoro.

Quando uscirà quella bell’opera ingegnosa e piena di curiosità([653]), vedrò haverne impresto una copia per ridere, o l’andarò a leggere in qualche libraria, senza spenderci un quattrino.

Circa le osservationi nella luna, già doi mesi D. Serafino([654]) mi fece vedere, con un cannone suo (di forza d’avicinar le cose nove volte e più, agrandendole più d’81 in superficie, e per conseguenza in mole più di 729 volte), quei doi cornetti che saltano in fuori dalla parte illuminata nell’oscura della luna, e parimente quelle perle, provate ingegnosissimamente per cavità da V. S. Dei cornetti io, fondato sopra le sode dottrine di V. S., pronontiai che erano a guisa di elevati e continui gioghi di monti sul dorso della luna, e per conseguenza prima feriti dai raggi del sole; del resto, quanto a quelle cavità et altre più osservationi e speculationi, non ho osservato nè pensato prima del’aviso di V. S. Alla quale facendo riverenza, bacio le mani, e me li offero servitore, l’istesso facendo D. Serafino nostro.

In S. Faustino di Brescia, il 3 d’Aprile 610.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.maOblig.mo Ser.re e Discepolo D. Benedetto Castelli.

Fuori: All’Ill.re et Eccell.mo Sig.re

Il Sig.r Galileo Galilei, Lettore delle Mat.che e P.ron mio Oss.mo

Padoa.

288*.

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.

[Bologna], 6 aprile 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 64. – Autografa.

…. Er [Maginus] hatt mich wol fielmahls angestiftet, das ich mich wieder dem Origanum mit der Feder brauchen soll lassen, undt ut publice, typis excuso scripto, den Maginum defenderem. Soll diess, ob Gott woll, von mir der Gutte ehrliche Mann Origanus gewartig sein. Den ich der gantzen Teütschen undt Böhmischen Nation in der Zeitt dienen will. Aber, was mir möglich wahr, wieder einem Wellischen, fur nehmlich wieder Galileum Galileum de quatuor fictis planetis, wolt ich fiel lieber schreiben. Sed iam ululandum cum lupis….

…. Wann der Herr mir Responsum gibt, bitt ich schliesslich, auf die 4 novos Galilei planetas des Herrn Iudicium undt was der Herr Kepler darfon halt, mich zue berichten. Doch tuas, non ita ut ego, sed allegoriis obscura; quia si fortassis alius interciperet, detrimento mihi essent….

289*.

CARLO CONTI a GALILEO in Padova.

Ancona, 11 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 25. – Autografa la firma.

Ill.re et molto Ecc.te Sig.re

Questi giorni Santi appena mi permettono di accusare a V. S. la ricevuta del libro che si è compiaciuta mandarmi, non che renderle le gratie che son tenuto et darle le debite lodi del suo molto valore, massime che non ho possuto fin hora vederlo a mia sodisfattione: onde non si maravigli V. S. se così brevemente ne la ringratio, perchè, cessato questo impedimento, scriverò, piacendo a Dio, più a longo sopra alcune cose che mi occorrono, le quali so che sarà di gusto a lei di sentirle, come di molto piacere è stato a me che il S.r Antonio Negro mi habbia procurato la cognitione di V. S. Alla quale in tanto offerendomi, resto raccommandandomi di tutto core.

Di Ancona, li 11 di Aprile 1610.

  S.r Galileo Galilei.Al serv.o di V. S. Il Car.l Conti.

Fuori: All’Ill.re et molto Ecc.te S.re

Il S.r Galileo Galilei.

Padua.

290.

MICHELANGELO GALILEI a GALILEO [in Padova].

Monaco, 14 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI. car. 191. – Autografa.

Car.mo et Honor.do S.r Fratello,

Il venardì Santo passato, che fummo a li 9 del presente, ricevei la vostra gratissima insieme con i libri, quali l’istesso giorno feci legare, con pensiero di volerli presentare a li Ser.mi Patrone et Elettore; ma sendo tanto il mio Patrone intento([655]) a l’orationi, fui consigliato a indugiare al lunedì dopo la Pasqua, poi che S. A. in quei giorni Santi forse non haveria applicato l’animo a tal cose: sì che accettai il consiglio. Ieri venne il Ser.mo Elettore da Fraising, che è una città appartenente a lui; et così trovandosi questi principi insieme, mi si aperse comodissima occasione di presentare detti libri, sì come feci. Subbito dopo che ebbono desinato, mi messi nel’anticamera del Ser.mo Elettore aspettare le loro Altezze; quale venute, mi feci avanti, et ebbi una gratissima audienzia, et furno ricevuti i libri con somma benignità da quelle Altezze, replicandomi il mio Patrone più volte, che li era tal cosa gratissima et che l’occhiale li sarà altretanto più grato: et questo non è stato poco, sentir questo dal mio Patrone, poichè è un principe di poche parole; et vi assicuro, se l’occhiale riuscirà di sodisfazione di S. A., come non dubito, ne riceverete non([656]) piccolo segno di gratitudine. Basta; S. A. aspetta l’occhiale con gran desiderio. Il Ser.mo Elettore poi, come principe umanissimo, si misse a parlar meco, et mi disse haver già hauto un de’ vostri libri, ma senza figure, et vi prega che vogliate far un trattato sopra de la fabbrica de lo strumento, et insegnarlo a fare; et non havendo voi, in questo vostro primo libro, insegnato chiaramente tal fabbrica, li pare che sia mancamento; et dice, se metterete innesecuzione quello che scrivete, che vi farete inmortale; et vi prega, non volendo voi insegnar a altri detta fabbrica, al manco siate contento di volerne conpiacere S. A., che vi si dimostrerà quel principe che gli è; et dettoli che li mandate un occhiale, ne à ricevuto sommo contento, et mi dette la mano in fede, dicendomi che vi sarà gratissimo: et perchè S. A. deve partir per Praga fra pochi giorni, à dato ordine che li sia mandato subbito detto occhiale. Vedete hora voi se potete conpiacere questo principe circa l’insegnarli il modo di fabbricar lo strumento; quanto che no, scrivereteli una lettera a vostro modo. Vi dico bene che S. A. si diletta infinitamente di tal professione.

L’occhiale che vi ho dimand[a]to per me, non mi rispondete niente. Se bene io non son principe, da potervi remunerare, sono al manco vostro fratello, et per questa causa mi pare strano che non vogliate conpiacermi di tal cosa: pure non sono interamente fuora di speranza.

Li dui giorni che ò hauto li libri appresso di me, li ò fatti vedere a diversi signori int[en]denti, i quali restono stupiti di sì miracoloso trovato, et in particolar il Sig.r Talbotto, signore principalissimo Inghilese, stato scolar[o] di nostro padre già circa 30 anni fa; et dice cognoscervi voi ancora, et per esser intendentissimo([657]) di tal proffesione, resta marav[i]gliatissimo; et vi saluta caramente, rallegrandosi infinitamente il sentir le vostre virtù. Io poi non vi dico niente de l’allegrezza ch’io sento del vostro bene, et questo S. Giovanni a Firenze ho paura che non siate rubato dal nostro Patrone a cotesti Signori: il che prego Nostro Signore che segua quello che sarà per il meglio. Altro non mi occorre; solo vi prego a scrivermi spesso, e non mancate mandarmi le corde, et sopra tutto che quando sarete a Firenze, mi procuriate lettere di raccomandazione dal G. D. al mio Patrone; ma che sieno di quelle buone, sì come voi potete facilissimamente ottenere. Altro non vi ò che dire, solo pregarvi a ricordarsi di me et di quello che vi ò dimandato. La mia moglie vi si raccomanda di cuore, sì come faccio io ancora, dispiacendomi sentire che siate travagliato dal mal vecchio, sì come son io ancora; ma pazientia, rimettendo tutto a Dio.

Poscritta.

Havendo il Sig.r Lorenzo Petrangoli, senese et cappellano di S. A., vostro amico vecchio, scritto a Siena al Sig.r Domenico Meschini la copia di quella lettera che mi scrivesti circa le maraviglie scoperte da voi in cielo, li dà questa risposta:

«La nuova che V. S. mi dà del’occhiale del S. Galilei non mi è stata nuova, ma grata, come procedente dall’affezione di V. S.; perchè tengo appresso di me un occhiale, non così buono come dice il Sig.r Galilei, ma ragionevole, et in breve ne spero un migliore, per veder poi la mia vista a chi più si accosta, o a quella del Sig.r Galilei, o a quella d’un altro osservatore in Roma, che dice haver veduto che la luna traspare, contrario appunto al S.r Galilei; alla oppenione del quale non solo mi accosto per una certa mia openione, ma anco per saper il valor suo, per altro tempo et in altre occhasioni noto».

Detto Sig.r D. Lorenzo vi saluta, et vi si ricorda affezionatissimo.

Di gratia, non mancate mandarmi ancora dui o tre copie di libri, per mostrarli qua ad altri mia cari patroni, quali li desiderano grandemente. Dio vi feliciti.

Di Monaco, li 14 d’Aprile 1610.

 Vostro Aff.mo Fratello Michelag.lo Galilei.

L’inclusa vi sia raccomandata.

291.

MARTINO HASDALE a GALILEO in Padova.

Praga, 15 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 120. – Autografa.

Ecc.mo Sig.r P.rone Colend.mo

Essendo un pezzo che disegnavo di ritornare in Italia, et particolarmente a Padova et Venetia, più per godere quella gentilissima conversatione di V. S. che per altro; et tanto più me ne cresce il desiderio, quanto che veggo nuovi parti del suo felicissimo et divino ingegno: delli quali l’ultimo, intitolato Nuntius Sydereus, ha rapito ultimamente tutta questa Corte in ammiratione et stupore, affaticandosi ogniuno di questi ambasciatori et baroni di chiamare questi matemathici di qua per sentire se vi sanno fare alcuna oppositione alle demostrationi di V. S. Però vanno procurando di havere di quelli occhiali doppiii, per vederne l’esperienza.

Io mi truovai, XII giorni fa, a desinare dal Sig.re Ambasciatore di Spagna, dove il Sig.re Velsero portò al detto Ambasciatore uno di questi libbri, mostrandogli molti luoghi notabili di quello libro. Il Sig.r Ambasciatore mi domandò delle qualità di V. S. Io gli risposi quello che potei, non già quanto V. S. merita. Mi disse che voleva sentire l’openione del Kepplero([658]) sopra questo libro, sì come credo che habbia fatto chiamarlo. Ma io questa mattina ho havuta occasione di fare amicitia stretta con il Kepplero, havendo egli et io mangiato con l’Ambasciatore di Sassonia; et domattina siamo invitati da quel di Toscana, dove io vado familiarmente di continuo, essendo quel Signor mio padrone vecchio. Hora gli ho domandato quello che gli pare di quel libro et di V. S. Mi ha risposto che sono molti anni che ha prattica con V. S. per via di lettere, et che realmente non conosce maggiore huomo di V. S. in questa professione, nè manco ha conosciuto; et che con tutto che il Tichone fosse tenuto per grandissimo, nondimeno che V. S. l’avanzava di gran lunga. Quanto poi a questo libro, dice che veramente ella ha mostrata la divinità del suo ingegno; però, che ella viene havere data qualche occasione non solo alla natione Todesca, ma anco alla propria, non havendo fattone mentione([659]) alcuna di quegli autori che le hanno accennato et([660]) porta occasione di investigare quello che hora ha truovato, nominando fra questi Giordano Bruno per Italiano, et il Copernico et sè medesimo, professando di havere accennato simili cose (però senza pruova, come V. S., et senza demostrationi): et haveva portato seco il suo libro, per mostrar allo Ambasciatore Sassone il luogo. Ma in quello ch’eramo in questi ragionamenti, è sopragionto un estraordinario di Sassonia al detto Ambasciatore, che ha disturbata la conversatione. Ma domattina, piacendo a Dio, ci rivederemo, che senz’altro porterà il medesimo suo libro con quello di V. S., come ha fatto hoggi, per mostrarlo all’Ambasciatore di Toscana.

Seppi poi la morte del Cl.mo nostro Sig.r Cornaro([661]), con mio grandissimo dispiacere, che me lo scrisse il S.r Ottavio Pamfilio, quale desidero sapere se si truova ancora costì, perchè gli vorrei scrivere. Et la prego, havendo occasione, di fare un cordialissimo baciamano al Padre Maestro Paolo et Padre Maestro Fulgentio([662]), suo compagno, et che spero fra alcuni mesi lasciarmi rivedere con qualche carico. Con che fine le bacio le mani.

Di Praga, alli XV d’Aprile 1610.

Di V. S. Ecc.maServ.re Devot.mo Martino Hasdale.

Io mando questa per via dell’Ambasciatore di Venetia. Mi ricordo degli suoi melloni Turcheschi.

Fuori: All’Ecc.mo Sig.r P.rone Oss.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei, Mattematico di

Padova.

292*.

GIORGIO FUGGER a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Venezia, 16 aprile 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 38. – Autografa.

…. Ad Galilaei Nuncium Aethereum quod attinet, dudum ad manus meas devenit: et quia multis, in studio matheseos versatis, discursus aridus seu absque fundamentis philosophicis palliata ostentatio videtur, ad Sac. Caes. Maiestat. mittere ausus non fui. Novit et solet homo ille aliorum pennis hinc inde collectis, uti corvus apud Aesopum, se decorare; quemadmodum et artificiosi illius perspicilli inventor haberi vult, cum tamen quidam Belga, per Galliam in hasce partes profectus, primum huc attulerit, quod ipsum mihi et aliis ostensum fuit, et ut Galilaeus vidit, alia ad imitationem confecit, atque aliquid forsan, quod facile est, inventis addidit….

293.

MARTINO HORKY a GIOVANNI KEPLER in Praga.

Bologna, 16 aprile 1610.

Bibl. Palatina in Vienna. Cod. 10703, car. 66. – Autografa.

Esse salutatum te vult mea litera primum.

Saepe, Excellentissime D.ne Keplere, ad te, nullas a te. Distantia loci, magna ad vos euntium penuria. Germanico idiomate meas priores num acceperis, in trivio versor. Hisce peto edoceri nil aliud, nisi de quatuor Galilei Galilei, Pataviensis professoris publici, planetis, an T. E. illos videat? Iudicium T. E. hac de re audire, erit mihi pulcrum, erit gratum, erit acceptum.

Ephemerides, quas T. E. cum Magino secundum fundamenta Tychonica edere vult, opus est ut undecim planetas habeant, si datur fabula illa Galilei esse vera. D. Maginus ad te brevi literas suas daturus est. Interim te valere, una cum tuo filiolo et omnibus claris et caris gemmulis, discupio. Plura non do, iudicium tuum hac de re ore hianti expectans. D. Bacchacium([663]) officiose saluto.

Bononiae, 16 April. a.o XristogonÛaû 1610, ut vulgus.

T.ae E.aeStudiosissimus M. H. L., quem nosti, m. pp.

Fuori: Excellentissimo Viro

D. M. Ioan. Keplero, S. C. Maiest. Mathematico,

Maecenati, fautori et promotori suo carissimo.

Praga.

294*.

ILARIO ALTOBELLI a GALILEO in Padova.

Ancona, 17 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VII, car. 122. – Autografa.

Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il Nuncio Sidereo di V. S. Ecc.ma fa tanto strepito, ch’ha potuto destarmi da un profondissimo letargo a cui soggiaccio per un lustro continuo. L’Ill.mo S.r Card. Conti, mio signor, m’ha fatto vedere il libro; che se non havesse saputo la nuova se non per fama, et non havesse veduto la verità, con tanta diligenza dimostrata da V. S., io me ne sarei burlato. E chi l’havesse mai creduto? e pur è vero. Impazzirebono, se fusser vivi, gli Hipparchi, i Tolomei, i Copernici, i Ticoni, e gli Egittii et i Caldei antichi, che non hanno veduto la metà di quello che si credevano di vedere, e la gloria di V. S. Ecc.ma con sì poca fatiga offusca tutta la gloria loro; del che io ne godo tanto, che niente più. Ma vorei pur partecipar del gusto in pratica, et cooperar con V. S. Ecc.ma per testificare il medesimo al mondo, acciò non ci fusse persona alcuna che queste cose le reputasse vanitade e sogni; e lei anco, acciò questa verità fusse ben promulgata e ben dechiarata, doverà usar ogni studio che altri vedano il medesimo oculata fide. Per tanto la supplico a farmi gratia di mandarmi qui in Ancona, per mezzo dell’Ill.mo S.r Card. Conti, i vetri congrui, com’ella appunto gli descrive nell’libro, e mandarmene diversi, ch’io ci farò il tubo, e con diligenza e patienza le prometto di giustificare il tutto e servir sempre V. S. in ragguagliarla delle conformità, essendo mia particolar inclinatione di osservare; et m’ingegnerò d’adattare il tubo in forma della fiducia nel dorso dell’astrolabio, per osservar anco i periodi; e scriverò a V. S. il tutto in lingua latina, acciò lo possi poi annettere nelle sue osservationi. Significandole appresso che, ex necessario praesuppositis, arguitive, si può tener per certo che cinque pianeti s’aggirino intorno a Saturno, e tre intorno a Marte: perchè, se doi intorno al Sole, e quattro intorno a Giove, adunque, per osservar l’ordine, ci doveranno esser anco gli altri, che con gli luminari istessi sariano 19, revolutione perfetta della luna, la quale, come ministra di tutti, non haverà corte, ma moto analogo con ciascuno.

Questa speculatione è ragionevole, e spero che la giustificaremo. V. S. ci facci bene riflessione, e mi facci gratia d’avvisarmi del suo giuditio. Non le dirò altro per hora, aspettando con estremo desiderio i vetri. Et per fine le bacio la mano, et me le ricordo affezionatissimo servitore.

D’Ancona, li 17 Aprile 1610.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma   Forsi la corte di Saturno non sarà possibile vederla; ma veduta quella di Marte, basterà. 
 Deditiss.o Ser.re F. Ilario Altobelli.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Matem.co di

Padova.

295*.

CRISTINA DI LORENA a VINCENZIO GIUGNI in Firenze.

Pisa, 18 aprile 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Guardaroba Medicea, Filza 307, n.° 290. – Autografa la firma.

Molto Mag.co Cav.re nostro Dil.mo

Il Granduca vuole che voi facciate fare una catena d’oro di quattrocento scudi, di più la medaglia di S. A. per mettervila, perchè la vuol donare al Galileo, che viene adesso a Fiorenza; et glie la potrete presentare da parte di S. A. Sì che mettetela in ordine subito, mettendola a uscita di donativi…..

296*.

GIULIANO DE’ MEDICI a GALILEO in Padova.

Praga, 19 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VI, car. 47. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

Ill.re et Ecc.mo Sig.re

Non posso dir a V. S. che favore mi ha fatto in mandarmi il suo nuovo libro, del quale essendone venuto qua odore, era ripieno ogn’uno di curiosità di vederlo, et io più de gl’altri, poi che tanto più ero per godere della riputatione sua particolare e dell’honore della nostra patria, la quale harà hauto adesso e chi harà trovato nuova terra e nuova parte del cielo: che questo mi basterà havere detto a V. S. per testimonianza del contento che ne ho riceuto, e per debito del rallegramento che ne devo far seco. E del libro mandatomi non ho mancato di farne parte al Sig.r Gleppero, il quale, doppo haverlo visto, m’ha referto piacergli grandemente, ma che gl’occhiali di qua non arrivano a quella perfettione che è bisogno per goderlo e vederne l’effetto: però è necessario che V. S. ne mandi uno de’ suoi, acciò che si possi anco far gustare a S. M., la qual con gran contento ha sentito l’avviso di V. S. Però potrà far gratia d’involtarne uno e mandarlo a Venezia, che sia dato al Sig.r Asdrubale da Montauto, se vi sarà ritornato ancora; se non, al Bartoli, suo servitore, che supplisce in difetto suo: che haranno ordine d’inviarmelo. E mi promette il Sig.r Gleppero di fare alcune considerattioni quanto prima sopra il suo libro, che subito le harò, gliele manderò; non volendo restar di dirle, havermi egli detto, che per conto delle macchie della luna egli è stato sempre di contraria oppenione a quella di Plutarco, ma che adesso, vedendo con quante efficace ragioni V. S. difende Plutarco, egli s’arrende e si quieta nell’oppenione che ha preso a difender V. S. Con la quale mi rallegro poi, che costì si possa godere il gentilissimo Sig.r Gualdo, che glien’ho grand’invidia. E nel resto se la potessi in cosa nessuna servire di questi paesi, non userò seco cerimonie, potendo esser sicura che riceverò sempre per particolar gratia ogn’occasione che ella mi dia di servirla. Con che baciandole le mani, pregherrò Nostro Signore Iddio che gli dia ogni felicità.

Di Praga, li 19 d’Aprile 1610.

Di V. S. Ill.re et Ecc.ma

Raccomando a V. S. l’alligata per il Sig.r Gualdi.

 Aff.mo Ser.re Giuliano Medici.

Fuori: All’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Hon.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Matematico nello Studio di

Padova.

297.

GIOVANNI KEPLER a [GALILEO in Padova].

Praga, 19 aprile 1610.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 7-22. – È autografo quanto segue alla data; e autografe sono pure parecchie aggiunte e correzioni (che spesso emendano errori materiali dell’amanuense), interlineari e marginali: noi indichiamo quelle che ci parvero più notevoli.

S. P. D.

Iam pridem domi meae consederam ociosus, nihil nisi te cogitans, Galilaee praestantissime, tuasque literas. Emisso enim superioribus nundinis in publicum libro meo, Commentaria de Martis motibus inscripto([664]), multorum annorum labore, exque eo tempore, quasi qui difficillima expeditione bellica gloriae satis peperissem, vacatione non nulla studiis meis interposita, fore putabam, ut inter caeteros et Gallilaeus, maxime omnium idoneus, mecum de novo astronomiae seu phisicae caelestis genere promulgato per literas conferret, intermissumque ab annis amplius duodecim institutum resumeret. Ecce vero, tibi ex inopinato, circa Idus Martias, celerum opera, nunciatum in Germaniam, Galilaei mei, pro lectione alieni libri, occupationem propriam insolentissimi argumenti, de quatuor planetis antea incognitis (ut caetera libelli capita praeteream) usu perspicilli duplicati inventis: quod cum Illustris. S. C. M. Consiliarius, D. Io. Matthaeus Wackherius a Wackhenfelsz, de curru mihi ante habitationem meam nunciaret, tanta utrumque incessit admiratio, tanti orti animorum motus absurdissimi acroamatis consideratione, ut cachinnis et gaudio confusi, neque ille narrando, neque ego audiendo, sufficeremus. Augebat stuporem Wackherii asseveratio, viros esse clarissimos doctrina, gravitate, constantia, supra popularem vanitatem longissime evectos, qui haec de Galilaeo perscribant([665]), adeoque iam librum sub praelo versari, proximisque cursibus affuturum.

Me, ut primum a Wackherii ore discessi, Galilaei potissimum movit authoritas, iudicii rectitudine ingeniique solertia parta. Itaque meditatus mecum sum, qui possit aliqua fieri accessio ad planetarum numerum, salvo meo Mysterio Cosmographico([666]),quod iam ab annis 13 prostat publice; in quo quinque illae Euclidis figurae, quas Proclus([667]) ex Pithagorae Platonisque sententia Cosmicas appellat([668]), planetas non plures sex admittunt.

Apparet autem ex praefatione illius libri, et me tunc quaesivisse plures circa solem planetas, sed frustra.

Quod igitur haec perpendenti incidebat, curriculo ad Wackherium detuli; nimirum: uti terra, unus ex planetis (Copernico) lunam suam habeat, extra ordinem sese circumcursitantem, sic fieri sane posse, ut, Galilaeo, quatuor aliæ minutissimae lunae, angustissimis([669]) meatibus, circa Saturni, Iovis, Martis et Veneris corpuscula, circumvolvi videantur; Mercurium vero, circumsolarium ultimum, tam esse immersum in solis radios, ut in eo nihil adhuc simile potuerit a Galileo depraehendi.

Wackherio, contra, visum, si quatuor planetae latuerint hactenus nihil impedire cur credat, infinitos porro latere? adeoque, vel mundum hunc ipsum infinitum, ut Melisso et philosophiae magneticae authori, Gulielmo Gilberto Anglo([670]), placuit, vel, ut Democrito et Leucippo et, ex recentioribus, Bruno([671]) et Brutio (tuo, Galilaee, et meo amico) visum, infinitos alios mundos huius nostri similes esse.

Sic mihi, sic illi visum, interim dum librum ipsum Galilaei, ut erat spes facta, cupidine mira legendi discruciati expectamus.

Primum exemplum, concessu Caesaris, mihi contigit inspicere cursimque pervolitare. Video magna longeque admirabilissima spectacula proposita philosophis et astronomis, ni fallor et mihi; video ad magnarum contemplationum exordia omnes verae philosophiae cupidos convocari. [fol. 7([672])]

Iam tum gestiebat mihi animus, me rebus inferre, quippe provocatum, et qui eadem de materia ante annos sex scripsissem, tecumque([673]), Galilaee solertissime, de tam inexhaustis Iovae conditoris thesauris, quorum alios post alios nobis aperit, iucundissimo scriptionis genere conferre. Quem enim tacere sinunt tantarum rerum nuncii? Quem non implet divini amoris abundantia, per os, linguam et calamum sese profundens ubertissime?

Addebant animum Aug. Caesaris Rudolphi imperia, qui meum de hac materia iudicium expetebat. De Wackherio vero quid dicam? Ad quem ut veni sine libro, lectionem tamen eius professus, inrisum mihi, rixatum etiam, fuit, denique plane conclusum, ut in hac materia non differrem fieri quam disertissimus.

Dum aliquid meditor, superveniunt literae tuae ad Ill.mum Magni Hetruriae Ducis Legatum([674]), plenae tui in me amoris, ut qui hoc mihi honoris impertitus sis, ut per tantum virum me potissimum, et transmisso exemplari et addita commonefactione, provocandum ad scribendum censueris: quod et praestitit in tui gratiam perquam humaniter, et me in clientelam suam suscepit benevolentissime.

Quod igitur mihi propria animi propensione, quod amicis placet, quod diligenter ipse rogas, id faciam; non nulla spe inductus, me hac epistola id tibi profuturum, si eam censueris ostendendam, ut contra([675]) morosos novitatum censores, quibus incredibile quicquid incognitum, profanum et nefandum quicquid ultra consuetas Aristotelicae angustiae metas, uno proaspiste sis processurus instructior.

Temerarius forte videri possim, qui tuis assertionibus, nulla propria experientia suffultus, tam facile credam. At qui non credam mathematico doctissimo, cuius vel stilus iudicii rectitudinem arguit, qui tantum abest ut sese vanitati dedat, seseque vidisse dictitet quae non viderit, popularem auram captans, ut vel receptissimis opinionibus veritatis amore non dubitet repugnare, vulgique vituperia susque deque ferre? Quid, quod publice scribit, probrumque si quod committeretur, clam habere nequaquam posset? Egone ut patricio florentino fidem derogem de iis quae vidit? perspicaci, lusciosus? instrumentis ocularibus instructo, ipse nudus et ab hac supellectili inops? Ego non credam omnes ad eadem spectacula invitanti, et, quod caput est, vel ipsum suum instrumentum, ad faciendam fidem oculis, offerenti?

An parum hoc fuerit, Magnorum Hetruriae Ducum familiam ludificari, Mediceumque nomen figmentis suis praefigere, veros planetas interim pollicentem?

Quid, quod propriis experimentis, quod aliorum asseverationibus in parte libri deprehendo veracissimum? Quid causae sit, cur solum de quatuor planetis deludendum sibi putaverit orbem?

Tres sunt menses, cum Aug. Imperator super lunae maculis varia ex me quaesivit, in ea constitutus opinione, terrarum et continentium simulachra in luna, ceu in speculo, resplendescere. Allegabat hoc potissimum, sibi videri expressam Italiae cum duabus adiacentibus insulis effigiem. Specillum etiam suum ad eadem contemplanda offerebat in dies sequentes, quod omissum tamen est. Adeo eodem tempore, Galilaee, Christi Domini patriam vocabulo praeferens, Christiani orbis Monarcham, eiusdem irrequieti spiritus instinctu, qui naturam detectum ibat, deliciis tuis aemulatus es.

Sed et antiquissima est haec de maculis lunae narratio, fulta authoritate Pythagorae et Plutarchi summi philosophi, et qui, si hoc ad rem facit, proconsulari imperio Epirum tenuit sub Caesaribus; ut Maestlinum adeoque et mea Optica([676]) ante annos sex edita praeteream, inque suum locum inferius differam.

Haec igitur cum, consentientibus testimoniis, etiam alii de lunae corpore asseverent, consentanea iis, quae tu de eodem longe dilucidissima affers experimenta; tantum abest, ut fidem tibi in reliquo libro et de quatuor circum-Iovialibus planetis derogem, ut potius optem mihi in parato iam esse perspicillum, quo te in deprehendendis circum-Martialibus (ut mihi proportio videtur requirere([677])) duobus, et circum-Saturniis sex vel octo praevertam, uno forsan et altero Venerio et circum-Mercuriali accessuro.

Quam ad venaturam, quod Martem attinet, tempus erit maxime idoneum October venturus, qui Martem in opposito solis exhibet, terris (praeterquam anno 1608) omnium proximum, errore calculi trium amplius graduum.

Age igitur, ut de rebus certissimis meisque oculis, ut omnino spero, videndis, tecum, Galilaee, sermonem conferam; tui quidem libri methodum secuturus, omnes vero philosophiae partes, quae vel ex hoc tuo Nuncio ruinam minantur, vel confirmantur, vel explicantur, iuxta pervagaturus: ut nihil supersit, quod lectorem philosophiae deditum suspensum teneat, et vel a fide tibi praebenda prohibeat, vel ad contemnendam quae hactenus erat in precio philosophiam impellat.

Primum libelli tui caput in fabrica perspicilli versatur, tantae quidem efficaciae, ut rem spectanti millies exhibeat maiori planitie, quod tum fit, si diameter tricies bis repraesentetur longior. Quod si facultas aestimatoria manet in sententia consuetae magnitudinis, necesse est ei tunc rem videri tricies bis propiorem. Distantiam enim oculus non videt, sed coniicit, ut docent optici. Da enim, hominem aliquem abesse tribus millibus et ducentis passibus, videri vero sub angulo tricies bis maiori, quam videtur alius sine perspicillo centum passibus absens: cum certum habeat oculus, hominem illum remotum habere consuetam magnitudinem, censebit non pluribus centum abesse passibus, adiuvante et clarificatione visionis, perspicillo procurata.

Incredibile multis videtur epichirema tam efficacis perspicilli, at impossibile aut novum nequaquam est; nec nuper a Belgis prodiit, sed tot iam annis antea proditum a Io. Baptista Porta, Magiae Naturalis libro XVII, cap. X, De crystallinae lentis affectibus([678]). Utque appareat, ne compositionem quidem cavae et convexae lentis esse novam, age verba Portae producamus. Sic ille:

Posito oculo in centro, retro lentem, quae remota fuerint, adeo propinqua videbis, ut quasi manu ea tangere videaris, ut valde remotos cognoscas amicos: literas epistolae in debita distantia collocatae, adeo magnas videbis, ut perspicue legas: si lentem inclinabis, ut per obliquum epistolam inspicias, literas satis maiusculas videbis, ut etiam per viginti passus remotas legas: et si lentes multiplicare noveris, non vereor quin per centum passus minimam literam conspicieris, ut ex una in alteram maiores reddantur characteres. Debilis visus, ex visus qualitate specillis utatur. Qui id recte sciverit accomodare, non parvum nanciscetur secretum. Concavae lentes, quae longe sunt clarissima cernere faciunt, convexae propinqua, unde ex visus commoditate his frui poteris. Concavo, longe parva vides, sed perspicua; convexo, propinqua maiora, sed turbida: si utrumque recte, componere noveris, et longinqua ut proxima maiora et clara videbis. Non parum multis amicis auxilii praestitimus, qui et longinqua obsoleta, et proxima turbida conspiciebant, ut omnia perfectissime contuerentur. Haec capite X.

Capite XI novum titulum facit de specillis, quibus supra omnem cogitatum longissime quis conspicere queat; sed demonstrationem de industria (quod et profitetur) sic involvit, ut nescias quid dicat, an de lentibus solis pellucidis agat, ut hactenus, an vero speculum adiungat opacum laevigatum: cuiusmodi unum et ipse in animo habeo, quod res remotas, nullo discrimine absentiae, in maxima quantitate, ideoque ut propinquas et praeterea proportionaliter auctas exhibet, tanta claritate, quanta ex speculo (quod necessario coloris fusci est) sperari potest.

Huic loco libri Portae cum viderem praefixam querelam initio cap. X, Cavarum et convexarum lentium et specillorum, tantopere humanis usibus necessariorum, neque effectus neque rationes adhuc a nemine allatos, eam operam sumsi ante annos sex in Astronomiae parte Optica, ut, quid in simplicibus perspicillis accideret, luculenta demonstratione geometrica redderem expeditum.

Videre est ibi capite V, ubi demonstro illa quae pertinent ad modum videndi, fol. 202 coniunctas in schemate effigies cavi et convexi perspicilli, plane ad eum modum, quo solent hodie in vulgatis tubis inter se iungi. Quod si non lectio Magiae Portae occasionem dedit huic machinamento, aut si non aliquis Belgarum ex ipsius Portae instructione fabrefactum instrumentum, solutis silentii legibus morte Portae, multiplicavit in plura exempla, ut mercem venalem faceret, haec certe effigies ipsa fol. 202 libri mei potuit curiosum lectorem admonere de structura, praesertim si lectionem demonstrationum mearum cum textu Portae coniunxit.

Non est tamen incredibile, sollertes sculptores in gente industria, qui perspicillis ad sculpturae minutias videndas utuntur, casu etiam in fabricam hanc incidisse, dum lentes convexas cavis varie associant, ut, quae combinatio melius serviat oculis, eam eligant.

Non ista dico ad deprimendam inventoris mechanici laudem, quisquis fuit. Scio quantum intersit inter rationales coniecturas, et ocularem experientiam; inter Ptolomaei disputationem de Antipodibus, et Columbi detectionem novi orbis: adeoque et inter ipsos vulgo circumlatos tubos bilentes, et inter tuam, Galilaee, machinam, qua caelum ipsum terebrasti: sed nitor hic fidem incredulis facere instrumenti tui.

Fatendum est, me ex eo tempore, quo Optica sum aggressus, creberrime a Caesare rogatum de Portae suprascriptis artificiis, fidem iis, ut plurimum, derogasse. Nec mirum: miscet enim manifeste incredibilia probabilibus; et titulus capitis XI, verbis (Supra omnem cogitatum quam longissime prospicere) videbatur absurditatem opticam involvere: quasi visio fiat emittendo, et perspicilla acuant oculi iaculos, ut ad remotiora penetrent quam si nulla perspicilla adhiberentur: aut si (ut agnoscit Porta) visio fit recipiendo; quasi tunc specilla rebus videndis lucem concilient vel augeant: cum hoc potius verum sit, quae non ultro ad nostros oculos eiaculantur aliquam luculam, qua mediante conspiciantur, nunquam illa ullo perspicillo detegi posse.

Praeterea credebam non tantum aërem esse crassum et colore caeruleo, quo visibilium partes minutae eminus obtegerentur et confunderentur; quod cum per se certum sit, frustra videbam expectari a perspicillo, ut hanc aëris interfusi substantiam a visibilibus detergat; sed de ipsa etiam caelesti essentia tale aliquid suspicatus sum, quod nos, si maxime lunae corpus in immensum augeamus, impedire possit, quo minus exiguas eius particulas in sua puritate, seorsim a caelesti materia profundissima, agnoscere possimus.

Has igitur ob causas, abstinui a tentanda mechanica, concurrentibus insuper aliis etiam impedimentis.

At nunc merito tuo, Galilaee solertissime, commendo indefessam tuam industriam, qui, diffidentia omni post habita, recta te ad oculorum experimenta contulisti; iamque orto per tua inventa veritatis sole, omnes istas titubationum larvas cum nocte matre dispulisti; quidque fieri posset, facto demonstrasti.

Te monstrante, agnosco substantiae caelestis incredibilem tenuitatem, quae quidem etiam([679]) ex Opticis meis, fol. 127, patet, si proportionem densitatis aëris ad aquam conferas cum proportione densitatis aetheris ad aërem, proculdubio multo maiorem, quae efficit, ut ne minutissima quidem stellati orbis (nedum lunaris corporis stellarum humillimae) particula nostros oculos effugiat, tuo instrumento instructos, multoque plus materiae in uno specilli corpusculo interponatur inter oculum et rem visam, quam in toto illo immensi aetheris tractu: quia ex illo aliquantula resultat obscuritas, ex hoc nulla; ut pene concedendum videatur, totum illud immensum spacium vacuum esse.

Et si igitur avide tuum, Gallilaee, instrumentum expecto, tamen, si qua mihi fors affulgebit, ut mechanica, remotis obstaculis, tentare possim, strenue me in iis exercebo, idque gemina via. Nam, vel multiplicabo lentes perfectarum sphaericarum hinc inde superficierum, lenissime assurgentium, easque certis intervallis in arundine disponam, exteriores paulo latiores, ut tamen oculus intra terminum intersectionis parallelorum omnium lentium constituatur, de quibus terminis vide Optica mea, fol. 190 et fol. 440; vel, ut in unica superficie errorem (si quis esset) facilius corrigere possim, unam solam lentem seu umbonem effigiabo, altera superficie proxime plana, quippe in convexitatem sphaericam solius dimidii gradus seu 34 minutorum assurgente, reliqua non sphaerica, quae ad oculum vergit (ne mihi contingat, quod fol. 194 ostendit schema, fiatque partium rei visae distortio et confusio, de qua est prop. XVIII, fol. 193) sed in umbonem assurgente, ut est fol. 198 in schemate demonstratum, ut sit humori crystallino oculi similis; linea quippe hyperbolica tornata descriptum, quam fol. 106 in schemate quaesivi propter machinamenta optica, ut est fol. 96 et fol. 109, scilicet ut non distorta fiat visio, sed partium rei visae imagines augeantur proportionaliter, ut proposui fol. 105.

Haec, inquam, in constituenda lente convexa observabo([680]), ut maiora praestem visibilia, oculumque non longe ab hoc puncto collocabo, in quod omnium rei visae punctorum radii (quae proprietas est huius umbonis hyperbolici) unice confluunt: hyperbola eousque continuata erit, ut radius ex puncto, seu centro hoc, in contingentem extremum hyperboles faciat angulum 32°, ideoque refractionem circiter 8°; ut ad triginta semisses graduum habeam in utriusque lateris refractione extima, in intermediis proportionaliter minus.

Quia vero unius puncti de re lucente tam remota radiationes proxime parallelae descendunt ad umbonem, post quem convergentes in humorem oculi crystallinum incidunt, adeo ut, post crystallinum facta refractione, concurrant in puncto proxime crystallinum, et ab eo se rursum dilatent, donec in retiformem veniant iam dilatati instar penicilli, atque ita pro punctis lunae singulis, singula retiformis illustrantur superficies, adeo ut confusissima fiat visio; ideo ad oculum cuiuslibet spectantis peculiarem pro diversitate oculorum([681]) adhibebo lentem cavam, ut convergentes unius puncti radii, contraria refractione in cavo facta, prohibeantur convergere; sed potius divergentes, et sic, velut ab aliquo propinquo puncto venientes, in crystallinum incidant, perque eum refracti, in retiformi([682]) ipsa sortiantur sua collectionum puncta: quae definitio est visionis distinctae. Quae omnia demonstravi fol. 202 meae Optices.

Atque haec de instrumento ipso([683]). Iam quod usum eius attinet, argutum sane est inventum tuum, quomodo cognoscatur, quanta fiat rerum per instrumentum ampliatio, et quomodo singula in caelo minuta minutorumque partes dignosci possint. Qua in re, cum in certamen veniat industria tua cum Tychonis Brahei in observando certitudine accuratissima([684]), non abs re fuerit aliquid interloqui.

Memini, cum polyhistor ille scientiarum omnium Io. Pistorius ex me quaereret, non una vice, num adeo limatae sint Braheanae observationes, ut plane nihil in eis desiderari posse putem; valde me contendisse, ventum esse ad summum, nec relictum esse quicquam humanae industriae, cum nec oculi maiorem ferant subtilitatem, nec refractionum negocium, siderum loca respectu horizontis statu movens; atque hic illum contra constantissime affirmasse, venturum olim, qui perspicillorum ope subtiliorem aperiat methodum; cui ego refractiones([685]), perspicillorum, ut ineptas ad observationum certitudinem, opposui. At nunc demum video, verum in parte vatem fuisse Pistorium. Ipsae quidem Brahei observationes per se stant, habentque suam laudem. Nam quid sit in caelo arcus 60 graduum, aut 34′ minutorum([686]), hoc solis Brahei instrumentis innotescit. At ubi Braheus hoc pacto gradus caelestes, vel etiam ego meo artificio optico lunae diametrum, in caelo fuerimus dimensi, iam superveniens tuum, Galilaee, perspicillum, et quantitatem illam a Braheo et a me proditam complectens, subtilissime illam([687]) in minuta et minutorum partes subdividit, seseque Brahei methodo observandi elegantissimo coniugio associat: ut et Braheus ipse habeat, quo tuae observationis methodo gaudeat, et tu tuam ex Brahaeana necessario instruas.

Vis dicam quod sentio? Opto mihi tuum instrumentum in ecclipseos lunaris contemplatione: sperarem ex eo praestantissima praesidia ad expoliendum (est ubi, et reformandum) totum Hiparchum meum([688]), seu demonstrationem intervallorum et magnitudinis trium corporum, solis, lunae et terrae. Diametrorum enim solis et lunae differentiam variabilem, digitosque in luna deficientes, nemo exactius numerabit, nisi qui, tuo instructus oculari, diligentiam in observando adhibuerit.

Stet igitur Galilaeus iuxta Keplerum, ille lunam observans, converso in caelum vultu, hic solem, aversus in tabellam, ne oculum urat specillum, suo uterque artificio; et ex hac societate prodeat olim nitidissima intervallorum doctrina.

Quin et Mercurium ipsum in disco solis hoc artificio vidi: vide libellum hac de re editum([689]).

Nec minus etiam, si cometa quispiam effulserit, parallaxes eius, ut et lunae, ad stellulas illas minutissimas et creberrimas, solo tuo instrumento conspicuas, collatae, observari rectissime poterunt: ex quibus de altitudine corporum illorum certius, quam hactenus unquam, licebit argumentari.

Atque haec tecum, Galilaee, ad primum libelli tui caput conferre libuit.

Transis secundo ad phaenomena lunaria praestantissima: qua mentione refricas mihi memoriam eorum, quae in Astronomiae parte Optica, cap. VI De luce siderum, numero 9 Super lunae maculis, ex Plutarcho, Maestlino, meisque experimentis adduxi.

Ac initio per quam iucundum est, et me ipsum in eiusdem lunae maculis, non, ut tu, converso, sed averso vultu, observandis esse versatum. Schema huius rei habes fol. 247 mei libri, ex quo illud patet, mihi quoque limbum lunae apparuisse lucidissimum undique, solum corpus interius maculis fuisse distinctum.

Ex eo subit animum certare tecum in pervidendis illis minutis maculis, a te primum in parte lucidiore animadversis. Id autem hoc pacto me spero perfecturum mea observandi ratione, vultu a Luna averso, si lunae lumen per foramen in tabellam pertica circumlatam intro misero, sic tamen ut foramen obvallet lens crystallina, sphaerico maximi circuli gibbo, et tabella ad locum collectionis radiorum accommodetur. Sic in pertica 12 pedes longa lunae corpus perfectissime depingetur, quantitate monetae argenteae maioris. Artificium demonstravi prop. 23, fol. 196 et 211 libri mei; simplicius tamen fuit propositum a Porta primo titulo cap. VI de lente, cum ego de integro globo demonstraverim.

Pergamus, Galilaee, tua excutere phaenomena. Nam cum aetate Lunae auspicaris observata tua, primumque ostendis, quid corniculatae desit ad ovalis lineae perfectionem. Ovalem esse speciem circuli illuminatorii demonstravi numero 8, fol. 244 libri mei: terse igitur et plane mathematice loqueris.

In consideratione macularum a te primum animadversarum in parte lunae lucida, omnino optice demonstras et illuminationis ratione, illas esse cavitates aliquas seu depressas lacunas in lunari corpore. Sed excitas disputationem quidnam sint illae tam crebrae lunae maculae partis antiquitus lucidae putatae. Tu eas cum vallibus comparas nostrae telluris; et fateor esse non nullas huiusmodi valles, praesertim in Styria provincia, specie quasi rotundas, faucibus angustissimis fluvium Muram recipientes supra, emittentes infra, ut sunt campi dicti Graecensis, Libnicensis et ad Dravum Marpurgensis alique per alias regiones, quos circum campos altissima consurgunt montium iuga, speciem aheni exprimentia; quippe non minima pars latitudinis camporum est altitudo circumiectarum crepidinum. Equidem fateor, et tales in luna valles esse posse, sinuosis montium recessibus propter fluvios excavatas. At quia addis, tam crebras esse has maculas, ut assimilent lucidam partem corporis lunaris caudae pavonis, in varia specula, velut oculos, distinctae, subit igitur animum, num in luna hae maculae quid aliud notent. Apud nos enim in tellure sunt sinuosae nonnullae valles, at sunt etiam in longam protensae, secundum fluviorum decursus, profunditatis non contemnendae: cuiusmodi, veluti perpetua vallis, est Austria fere tota, propter Danubium, inter Moraviae et Styriae montes depressa et quasi recondita. Cur igitur nullas tales longas in luna maculas prodis? cur plerasque circulo circumductas? An ne licet coniecturis indulgere, lunam veluti pumicem quendam esse, creberrimis et maximis poris undique dehiscentem? Patieris enim aequo animo, ut hic per occasionem aliquid indulgeam speculationibus meis, Commentario de Marte([690]) cap. XXXIV fol. 175 propositis, ubi, ex eo quod luna a tellure duplo celerius incitatur, quam partes ipsae telluris extimae in circulo aequatore, collegi lunare corpus esse rarum admodum, quodque, exigua materiae paucae contumacia praeditum, raptui telluris non multum resistat.

Verumtamen haec, tanti non sunt, ut, si iuxta tuas sequentes narrationes stare omnino nequeant, pertinaciter defendenda putem. Nam clarissimis experimentis lege plane optica reddidisti confirmatissimum, in lunari corpore multos per lucidam partem (praesertim inferius) consurgere apices, instar altissimorum montium nostrae telluris, qui primi orientis in luna solis luce fruantur, eaque tibi perspicillo tuo utenti detegantur.

Quid iam dicam de tua super antiquis maculis lunae disputatione exactissima? Cum fol. 251 libri mei sententiam Plutarchi adduxissem, lunae maculas illas antiquas pro lacubus seu maribus habentis, lucidas partes pro continentibus, non dubitavi me opponere, et, contraria ratione, in maculis continentes, in lucida puritate humoris vim, ponere: qua in re mihi Wackherius valde applaudere est solitus. Adeoque his disputationibus superiori aestate indulsimus (credo quod natura per nos eadem moliebatur, quae per Galilaeum obtinuit paulo post), ut in Wackherii gratiam, etiam astronomiam novam, quasi pro iis qui in luna habitant, planeque geographiam quandam lunarem conderem; cuius inter fundamenta et hoc erat, maculas esse continentes, lucidas partes maria. Quid me moverit, ut hic Plutarcho contradicerem, videre est fol. 251 libri mei experimentum scilicet ibi allegatum, quod cepi in monte Styriae Scheckel, ex quo mihi subiectus fluvius videbatur lucidus, terrae tenebrosiores. At infirmitatem applicationis, folio verso, margo ipse indicat. Scilicet non luce communicata ex sole, ut terrae, lucebat fluvius, sed luce repercussa ex aëre illuminato. Propterea et causas experimenti tentavi infeliciter. Nam contra doctrinam Aristotelis, libro De coloribus, hoc affirmavi: aquas minus de atro participare, quam terras. Qui enim hoc verum esse possit, cum terrae aquis tinctae nigriores evadant? Et quid multis? Da lunam ex alba gleba constare, ut Cretam insulam (uti quidem Lucianus lunam caseo assimilavit)([691]): concedendum erit, clarius resplendescere illam ex illuminatione solis, quam maria, quantumvis non atramento imbuta.

Itaque nihil me liber meus impedit, quo minus te audiam contra me, pro Plutarcho, mathematicis argumentis disserentem illatione argutissima et invicta. Lucidae quippe partes multis cavitatibus sunt asperae, lucidae partes tortuosa linea illuminantur, lucidae partes eminentias habent magnas, quibus vicinas partes praevertunt in illuminatione; eaedem et contra solem sunt lucidae, parte a sole aversa tenebrosae: quae omnia in sicco et solido et eminenti locum habent, in liquido minime. Contra tenebrosae partes, notae antiquitus, sunt aequabiles: tenebrosae partes tarde illuminantur, quod earum arguit humilitatem, cum circumstantes eminentes iam longe lateque colluceant, et a tenebrosis illuminatis nigrore quodam, velut umbra, distinguantur; linea illuminationis in parte tenebrosa recta est in quadris; quae vicissim in humorem competunt, ima petentem, et pondere suo fusum ad aequilibrium.

His, inquam, argumentis plane satis fecisti: do, maculas esse maria; do, lucidas partes esse terram.

Neque haec tua experimenta perspicacissima, vel meo ipsius testimonio carent. Nam fol. 248 Optices meae, habes lunae bisectae lineam tortuosam, ex quo elicui eminentias et depressiones in lunae corpore. Fol. 250 exhibeo lunam in eclipsi, figura laniatae carnis aut asseris confracti, striis lucidis sese in partem umbrosam insinuantibus: qua observatione idem tecum, sed alio argumenti genere, evinco, lunae partes inaequales esse, has eminentes, illas profundas; non iam ex umbrae proiectione, sed ex eo quod debilitatum solis radium in confinio eclipsis, aliae lunae partes fortius, aliae debilius, excipiunt et revibrant. At haec confuse tantum et superficiarie a me annotata sunt, nulla distinctione maculosarum partium a lucidis. Tuam vero diligentiam quam ordinatim omnia persequitur! qui etiam maculas ipsas veteres albicantibus areolis aequabilibus, ceu maria planis insulis interstinctas exhibes.

Neque satis mirari possum, quid sibi velit ingens illa circuloque rotondata cavitas in sinistro, ut ego loqui soleo, oris angulo: naturae ne opus sit, an manus artificis. Nam profecto consentaneum est, si sunt in luna viventes creaturae (qua in materia mihi, post Pythagoram et Plutarchum, iam olim anno 1593, Tubingae scripta disputatione([692]), inde in Opticis meis, fol. 250, et nuperrime in supra dicta geographia lunari, ludere placuit), illas ingenium suae provinciae imitari, quae multo maiores habet montes et valles quam nostra tellus, ideoque mole corporum maxima praeditas, immania etiam opera patrare: cumque diem habeant quindecim nostros dies longam, aestusque sentiant intolerabiles, et fortasse careant lapidibus ad munitiones contra solem erigendas, at contra glebam forsan habeant in modum argillae tenacem; hanc igitur illis aedificandi rationem usitatam esse, ut campos ingentes deprimant, terra circulo egesta et circumfusa, forte et humoris in profundo eliciendi causa; ut ita in profundo([693]), post tumulos egestos, in umbra lateant, intusque ad motum solis et ipsi circumambulent umbram consectantes; atque haec sit illis veluti quaedam species urbis subterraneae, domus, speluncae creberrimae, in crepidinem illam circularem incisae; ager et pascua in medio, ut, solem fugientes, a praediis tamen longius non cogantur recedere.

Sed sequamur porro etiam filum tuae scriptionis. Quaeris, cur non inaequalis etiam appareat extremus lunae circulus. Nescio, quam id diligenter fueris contemplatus, anne potius hic ex opinione vulgi quaeras. Nam libro meo, fol. 249 ex eclipsi et fol. 250 in pleniluniis aliquid sane in hac extima circuli perfectione desiderare me professus sum. Perpende; et quid tibi videatur, iterato enuncia; tuis enim ocularibus fidam.

Ad quaestionem tu quidem, ut de re certa, respondes gemino modo. Primus meis experimentis non repugnat. Nam si frequentia et constipatio verticum aliorum post alios in extremo aspectabilis hemisphaerii limbo speciem exhibet perfecti circuli, fieri non potest, nisi vertices ad tornum aequati et abrasi sint, ut non minutulae nonnullae rimulae aut tuberculi compareant: quod meis observatis esset consentaneum.

In altero modo, lunae circumfundis sphaeram aëriam, quae in devexa globi reducta, profunditatem aliquam radiis solaribus et terrestribus, adeoque et nostris oculis, obiiciat; unde ille limbi merus et emaculatus splendor, tota interiori facie, qua non ita profunde obtutibus obstat hic aër, crebris maculis scatente.

Potuit te huius aëris lunarius admonere liber meus fol. 252 et 302, quae libri mei loca tuis experimentis egregie confirmas. Sane non video, qui selenitae illi in plenilunio, quod nos videmus (caeterique invisibilis hemisphaerii in novilunio) quibus temporibus ipsis est meridies, immanes aestus solis tolerare possent si non aër turbidus solem illis, ut fit apud Peruanos, crebro tegat, aestumque humore temperet; qui aër in plenilunio et maculas magis occultat, et splendorem ex sole ingentem combibit adque nos revibrat.

Quid tu de aëre dicis circa lunam, cum Maestlinus, libello Tubingae edito anno 1606([694]), etiam pluvias in ea conspexerit? Sic enim ille, Th. 152: In eclipsi lunari vespere Dominicae Palmarum anni 1605, in corpore lunae versus Boream nigricans quaedam macula conspecta fuit, obscurior caetero toto corpore, quod candentis ferri figuram referebat. Dixisses nubila, in multam regionem extensa pluviis et tempestuosis imbribus gravida, cuiusmodi ab excelsorum montium iugis in humiliora convallium loca videre non raro contingit. Haec ille.

Ne vero putes antiquarum macularum unam fuisse, monstravit ipse mihi Maestlinus anno superiori diagramma. Macula erat et situ et magnitudine differens, quippe quae quartam circiter aut quintam partem planitiei lunaris occupabat et praeterea adeo atra, ut etiam in obtenebrata luna eluceret.

Tradit eo libello, a Th. 88, lunae affinitatem cum terra, in densitate, umbra, caligine, luce a sole mutuatitia, quae globum utrumque circumambulet, quae aequales et terricolis lunae phases exhibet, et lunicolis terrae: ut utrumque corpus ab altero aequaliter illuminetur. Alterum gradum cognationis horum corporum, Th. 92, collocat in asperitate superficierum, quo loco magnam partem complectitur meae Astronomiae quodque notatu dignum est, ex tribus locis Averrois([695]) citat Aristotelis ex libro De animalibus sententiam, quod luna terrenae naturae admodum sit affinis.

In specie de aëre circa lunare corpus circumfuso a Th. 145 ex professo agit, eius ista sunt verba, Th. 149, tuis, Galilaee, verbis adeo similia, ut ex tuo libello desumpta videantur: Si lunae corpus,inquit, quacunque phase probe intuearis, extremam oram multo limpidiori puriorique luce claram, nec ullis maculis conspersam videbis: cum tamen ab interiori corpore plurimae nigricantes notae passim emicent. Quis hic dicet, uniformis illius lucis non esse aliud, quam huius obscurioris turbidi et maculati splendoris subiectum? Concludit hinc, corpus limbi esse pellucidum, quasi vitreum, aërium, homogeneum, denique aëris nostri circumterrestris plane simile.

Multus quidem est in eo, ut tecum, Galilaee, hunc aërem ex eo etiam signo probet, fol. 13, quod pars lumine solis perfusa amplioris circumferentiae apparet, quam reliquum orbis tenebrosi([696]):quod Maestlinus multis probat experimentis, non nocturnis tantum, quorum causa in visum reiici posset, sed et diurnis, quando stella Veneris se post lunae bifidae partem umbrosam recipit. Verum, pace vestra mihi liceat, ego, et si aërem concedo, tamen super hoc experimento maneo in sententia: lumen hinc lunae, inde stellae, de die etiam, sese in oculo ampliare, locumque partis tenebrosae carpere, ut ea, minuta, lucida magna putetur. Vide Optica mea, fol. 217.

Sequitur in tuo libello, fol. 13([697]), ingeniosa et legitima demonstratio eius, quod a me quoque fol. 250 et passim dictum quidem est, demonstratum vero minime: montes lunares multo maiores esse terrenis; idque non tantum in proportione suorum globorum, quod ego dixeram, sed in comparatione simplici. Scilicet, desiderabatur ad hoc demonstrandum tuum perspicillum, tua in observando diligentia.

Nec minus ingeniose te fol. 14([698]) comparas ad observationem disci lunaris, cum ei primum enascuntur cornua, docesque, cornua obiectu tecti tegere, ut reliquus discus emineat. Est hic mihi modus observandi usitatissimus.

Quod vero demonstrationem attinet, quae ostendit hoc lumen ex nostra tellure effundi, ea iam a viginti annis, eoque amplius, fuit penes Maestlinum, ex cuius doctrina illam transtuli in meam astronomiae partem Opticam, cap. VI, num. 10, fol. 252, plenissimo tractatu, ubi easdem etiam opiniones (quod lumen hoc sit a sole, vel a Venere) tecum eodem modo refuto, nisi quod hanc ultimam, merito suo, paulo, melius excipio.

Putas fol. 15([699]) ruborem illum lunae aheneum, quem circa extremitates umbrae terrenae luna eclipsata retinet (reliquo corpore fusca et evanida) esse ex illuminatione vicinae substantiae aetheriae. Adiuvas meam de eodem rubore disputationem fol. 251 Opticorum, ubi eam ex refractis in nostro aëre solis radiis deduco, et accommodas ea, quae fol. 301 adduxi, ad rationem dicendam, cur in totali solis eclipsi non semper nox fiat mera: quae in libro De stella nova fol. 117 repetii([700]). Dubito, Galilaee, an possit haec a te dicta causa([701]) huic sufficere rubori; haec enim, uti vis, aurora lunare corpus circumstat multo aequabilius, quam ut rubor iste sic inaequaliter in lunam derivetur, ut ostendunt mea fol. 276 allata experimenta: quae ubi in tuo Systemate mundi in considerationem adduxeris, spero te hac in parte tanto felicius de rerum causis disputaturum.

Ad pallorem tamen lunae in mediam umbram immersae efficiendum, ubi cessant radii solis refracti, facile patior, ut iuxta sidera solem circumstantia, quibus ego folio 277 palloris causam transcripsi, haec tua aurora ut potior causa adducatur.

Absolvi alterum libelli tui caput de luna: transeo ad tertium de sideribus caeteris.

Prima tua observatio est magnitudinis siderum, quorum corpuscula, perspicillo inspecta, in proportione ad lunae diametrum ais minui. Adducis et alia similia, quibus stellae minuuntur, verissima et mihi longo usu comperta, crepusculum, diem, nubem, velum, vitrum coloratum.

Hic tuas excutio locutiones: angulum visorium non a primario stellae corpusculo, sed a late circumfuso splendore terminari: item: perspicillo adscititios accidentalesque fulgores stellis adimi.

Quaerere ex te lubet, Galilaee, num acquiescas in causis a me allatis huius rei, ubi de modo visionis disputo fol. 217 ac praesertim fol. 221 Opticae. Nam si nihil desideras, licebit tibi porro proprie loqui, luminosa puncta conos fundere suos in crystallinum, et, post eum refractione facta, eos rursum in punctum contrahere: quia vero id punctum non attingit retinam, dilatatione nova nonnullam([702]) superficieculam retinae occupat, cum debuerit occupare punctum: itaque perspicillorum opera fieri, ut, alia refractione intercedente, punctum illud in retiformem competat. Non igitur aliqui descendunt radii in oculum a splendore stellis exterius circumfuso; sed contra, qui descendunt ab ipso lucido corpore radii, ii, vitio refractionum et per noctem amplificatione foraminis uveae, diffunduntur in splendorem in retiformi circa punctum, quod stellam debuit repraesentare, circumiectum([703]). Neque perspicillum in terra adimit aliquid stellis in caelo, sed adimit aliquid lucis retiformi quantum eius redundat.

Altera iucundissima tua observatio est figurae fixarum radiosae, differentis a planetarum figuris circularibus. Quid aliud inde, Galilaee, colligemus, quam fixas lumina sua ab intus emittere, planetas opacos extrinsecus pingi, hoc est, ut Bruni([704]) verbis utar, illas esse soles, hos lunas seu terras?

Ne tamen is nos in suam pertrahat sententiam de mundis infinitis, totidem nempe, quot sunt fixae, omnibus huius nostri similibus, subsidio nobis venit tertia tua observatio innumerabilis fixarum multitudinis supra eam, quae antiquitus est cognita, qui non dubitas pronunciare, videri stellarum supra decem millia. Quanto enim plures et confertiores, tanto verior est mea argumentatio contra infinitatem mundi, libro De stella nova, cap. XXI, fol. 104 proposita; quae probat, hunc, in quo versamur homines, nostro cum sole et planetis, esse praecipuum mundi sinum, neque fieri posse, ut ex ulla fixarum talis pateat in mundum prospectus, qualis ex nostra tellure vel etiam sole patet. Locum brevitatis causa supersedeo describere; proderit ad fidem totum perlegi.

Accedat auctarii loco et haec argumentatio. Mihi, qui debilis sum visu, sidus aliquod maiusculum, ut Canis, parum cedere videtur magnitudine diametro lunae, si radios fulgidos accenseam: at qui sunt visu correctissimo, quique instrumentis utuntur astronomicis, quibus non imponunt hi cincinni ut oculo nudo, ii quantitates diametris stellarum suas describunt per minuta et minutorum partes. Quod si ex mille solum fixis nulla maior esset uno minuto (sunt tamen pleraeque ex numeratis maiores), eae, coactae omnes in unam rotundam superficiem, aequarent adeoque et superarent diametrum solis. Quanto magis stellarum decies millium disculi in unum conflati superabunt magnitudine aspectabili speciem disci solis? Si hoc verum, et si sunt illi soles ex eodem genere cum hoc nostro sole, cur non etiam illi soles universi superant splendore hunc nostrum solem? Cur adeo obscurum universi lumen fundunt in patentissima loca, ut sol per foramen punctu aciculae minimo apertura irradians in cameram conclusam, iam statim ipsam fixarum claritatem, tota camera ablata, infinito pene intervallo superet? Dices mihi, nimium illas a nobis distare? Nihil hoc iuvat hanc causam. Quanto enim distantes magis, tanto quam sol maiori diametro vel singulae. At interfusus aether fortasse obscurat illas? Nequaquam: cernimus enim illas suis cum scintillationibus, suo cum discrimine figurarum et colorum: quod non esset, si densitas aetheris alicui obstaculo esset.

Satis igitur hinc clarum est, corpus huius nostri solis inaestimabili mensura esse lucidius, quam universas fixas, ac proinde, hunc nostrum mundum non esse e promiscuo grege infinitorum aliorum. Qua de re plura infra scribam.

Habes innumerabilitatis stellarum oculatos testes plurimos. Rabinos aiunt numerare supra duodecim millia: novi religiosum, qui nocte quadam illuni plures quadraginta numeravit in clypeo Orionis: Maestlinus maiusculas in Pleiadibus ordinarie numerat, nisi fallor, quattuordecim, non infra magnitudinum terminos.

De Galaxia, nubeculis et nebulosis sustrofaÝû beasti astronomos et physicos, detecta earum essentia, et confirmatis iis qui pridem hoc idem tecum asseverabant, nihil esse nisi congeriem stellarum, confusis luminibus ob oculorum hebetudinem.

Itaque desinent porro cometas et nova sydera cum Braheo efformare ex Via Lactea, ne perfectorum et perennium mundi corporum interitum absurde introducant.

Tandem ad novos planetas tecum transeo, rem praecipuae admirationis in libello tuo, paucula tecum super eo negocio, praeter ea quae initio dicta, collocuturus.

Primum exulto, me tuis laboribus vincere. Si circa unam fixarum discursitantes invenisses planetas, iam erant mihi a Vackherio, apud Bruni([705]) innumerabilitates, parata vincula et carcer, imo potius exilium in illo infinito. Itaque magno me liberasti metu, quod quatuor istos planetas, non circa unam fixarum, sed circa sidus Iovis, ais discurrere.

Ingens sane Vackherium philosophiae illius horridae ceperat admiratio, quae, quod nuperrime Galilaeus oculis suis perspexisset, tot annis antea, non tantum opinationibus introduxerat, sed plane argumentationibus stabilierat. Nec immerito sane magnifiunt, qui in consimilibus philosophiae partibus sensum ratione praevertunt. Quis enim non maioris faciat nobilitatem doctrinae astronomicae, quae, cum pedem extra Graeciam nunquam extulisset, tamen zonae frigidae proprietates prodidit, quam vel Caesaris experimentationem, qui clepsydris ad littus Britannicum noctes deprehendit romanis noctibus paulo breviores; vel Belgarum in septemtrione hyemationem, stuporis quidem plenam, sed quae citra cognitionem doctrinae illius fuisset impossibilis? Quis non celebrat Platonis fabulam de Atlantica, Plutarchi de insulis auricoloribus Transthulanis, Senecae de futura orbis novi detectione versiculos fatidicos, postquam tale quid ab Argonauta illo Florentino tandem fuit praestitum? Ipse Columbus dubium tenet lectorem suum, plusis ingenium admiretur novam orbem ex ventorum flatu coniicientis, an fortitudinem tentantis ignotos fluctus immensumque oceanum, et felicitatem optatis potiti.

Scilicet etiam in mea materia erunt miraculo Pythagoras, Plato, Euclides, quod, rationis praestantia subvecti, concluserunt, aliter factum esse non posse, quam ut Deus mundum ad exemplar quinque regularium corporum exornaret, licet in modo erraverint; vulgaris contra laus erit Copernici, qui, ingenio quidem usus non vulgari, descriptionem tamen mundi non nisi([706]) ocularem fecit, solum tò ÷ti in lucem efferens; cedet longe veteribus Keplerus, qui, ex oculari intuitu systematis Copernicani, quasi ¤k toè ÷ti ascendit ad causas easdem adque tò diñti, quod Plato a priori desuper tot ante saeculis([707]) prodiderat, ostenditque in systemate mundi Copernicano expressam esse rationem quinque corporum Platonicorum. Nec absurdum aut invidiosum hoc est, illos his praeferri; postulat id ipsa rei natura. Nam, si maior est gloria architecti huius mundi, quam contemplatoris mundi, quantumvis ingeniosi, quia ille rationes fabricae ex seipso deprompsit, hic expresssa in fabrica rationes vix magno labore agnoscit, certe qui rerum causas, antequam res patent sensibus, concipiunt ingenio, ii architecti similiores sunt ceteris, qui, post rem visam, cogitant de causis.

Itaque non invidebis, Galilaee, nostris antecessoribus suam hic laudem, qui, quod nuperrime tuis oculis deprehendisti, sic esse oportere tibi tanto ante praedixerant. Tua nihilominus gloria haec erit, quod, ut Copernicus, et ex eo ego, veteribus errorem in modo demonstravimus, quo putabant expressa esse in mundo quinque corpora, substituto modo genuino et verissimo, sic tu hanc Brutii nostri ex Bruno([708]) mutuatam doctrinam emendas et in parte falsitatis convincis. Putabant illi, circumiri etiam alia corpora suis lunis, ut tellus nostra sua. Verum illos ingenere dixisse demonstras; at putabant, fixas stellas esse quae sic circumirentur; causam etiam dixit Brunus([709]), cur esset necesse: fixas quippe solaris et igneae esse naturae, planetas aqueae, et fieri lege naturae([710]) inviolabili, ut diversa ista combinentur, neque sol planetis, ignis aqua sua, neque vicissim haec illo carere possit. Hanc igitur totam illius rationem esse de nihilo, tua detegunt experimenta. Esto, utfixa quaelibet sol sit, nullae illas lunae hucusque([711]) circumcursitare visae sunt: Iupiter contra, planetarum unus: et ecce quatuor alios circa illum planetas.

Interim temperare non possum, quin paradoxos illos ex tuis inventis etiam hac in parte iuvem, moneamque veri non absimile, non tantum in luna, sed etiam in Iove ipso, incolas esse; aut quod nuperrime in mensa nostri Vackherii iucunde motum detegi nunc primum regiones illas; colonos vero, primum atque quis artem volandi docuerit, ex nostra hominum gente non defuturos. Quis credidisset olim, tranquilliorem et tutiorem esse navigationem vastissimi oceani, quam angustissimi sinus Adriatici, maris Balthici, freti Anglicani? Da naves, aut vela caelesti aurae accommoda, erunt qui nec ab illa quidem vastitate sibi metuant. Adeoque, quasi propediem affuturis, qui hoc iter tentent, ego lunarem, tu, Galilaee, Iovalem, condamus astronomiam.

Haec iucunde sint interposita miraculo audaciae humanae, quae in huius potissimum saeculi hominibus sese effert. Non sunt enim mihi deridiculo veneranda sacrae historiae mysteria.

Neque tamen etiam vile operae precium duxi, obiter aurem vellicare altiori philosophiae: cogitet an quicquam, gentis humanae supremus et providus ille custos frustra permittat, et quo nam ille consilio, veluti prudens promus, hoc potissimum tempore nobis isthaec operum suorum penetralia pandat, quod congerro noster Thomas Segethus, multiplici vir eruditione, movit; aut si, quod ego respondi, Deus conditor universitatem hominum, veluti quendam succrescentem et paulatim maturescentem puerulum, successive ab aliis ad alia cognoscenda ducit (uti quidem tempus erat, cum ignoraretur planetarum a fixis discrimen, et sero admodum a Pythagora, sive Parmenide, fuit animadversum, eundem esse Vesperum et Luciferum; nec in Mose, Iobe, aut Psalmis ulla mentio planetarum), perpendat igitur et quodammodo respiciat, quousque progressum sit in cognitione naturae, quantum restet, et quid porro expectandum sit, hominibus.

Sed ad humiliores cogitationes redeamus, et quod coeptum([712]) absolvamus. Si enim quatuor planetae Iovem circumcursitant disparibus intervallis et temporibus, quaeritur, cui bono, si nulli sunt in Iovis globo, qui admirandam hanc varietatem suis notent oculis? Nam, quod nos in hac terra attinet, nescio quibus ratiobus quis mihi persuadeat, ut illos nobis potissimum servire credam, qui illos nunquam conspicimus; neque est expectandum, ut tuis, Galilaee, ocularibus universi instructi, illos porro vulgo observaturi simus.

Quo loco, opportune occurrendum duco etiam alii alicui suspicioni. Erunt enim, quibus vana videatur astrologia nostra terrestris, seu, ut philosophice dicam, doctrina de aspectibus, cum numerum planetarum aspectus facientium ad hanc usque diem ignoraverimus? Verum ii frustra sunt; astra emin in nos agunt iis modulis, quibus eorum motus sese his terris insinuant. Per aspectus enim agunt; at aspectus affectus est anguli in centro terrae vel oculi. Scilicet non ipsa in nos agunt, sed aspectus eorum fiunt obiectum et stimulus facultatum terrestrium ratione participantium citra discursum, solo instinctu.

Iam vero quatuor hi, ut ex tuis, Galilaee, observationibus patet, et minimi sunt et nunquam a Iove ultra 14 minuta digrediuntur: ut totus extimi planetae orbis minor sit disco solis vel lunae. Quare ut dem, ipsos, non impediente minuta quantitate, concurrere per aspectus ad movendas facultates sublunares, non tamen amplius quid poterunt, quam ut et ipsi quatuor et Iupiter, centrum curriculorum eorum, iunctim aequent (nec id crebro) solem, in diuturnitate nonnulla aspectus, ob diametri latitudinem.

Atque hoc pacto manet astrologia suo loco, patetque simul, quatuor hos novos, non primario nobis in tellure versantibus, sed procul dubio Iovialibus creaturis, globum Iovis circumhabitantibus, comparatos.

Id evidentius patet illi, qui tecum, Galilaee, mecumque Copernicum sequitur in systemate mundano: videmus enim in eo lunam, circumterrestrem planetam, sic comparatam, ut non possit videri aliis globis, quam soli telluri, quam cursibus suis cingit, destinata. Eius curriculi diameter habetur pro vicesima parte diametri orbis magni telluris circa solem: ego vix tricesimam existimo. Subtendit igitur minus tribus, vel, ut ego, minus duobus gradibus, ex sole inspectus. At cum Saturni altitudo sit decupla, Iovis quintupla circiter, ex Saturno igitur inspecta nostra luna non ultra 18 vel 12 minuta poterit a tellure discedere, ex Iove ad 36 vel 24 minuta: quo pacto est eius ratio plane eadem Saturniis et Ioviis, quae planetarum Iovialium nobis terrestribus creaturis. Nec abludit magnitudinis ratio. Esto enim, ut parallaxis solis sit 3 minuta, et si multo minorem esse putem; terra igitur, ex sole inspecta, habebit 6 minuta, luna sesqui. Imo terra, multo minor, etiam lunae relinquet minus, nempe non unum minutum. Atque hoc ex Saturno inspectum 6 forte secunda videbitur, ex Iove 12 secunda. Plane igitur sic est, quod nobis est in tellure nostra luna, hoc non est globis caeteris, et quod Iovi sunt illae quatuor lunulae, id non sunt nobis: et vicissim singulis planetarum globis eorumque incolis sui serviunt circulatores. Ex qua consideratione, de incolis Iovialibus summa probabilitate concludimus; quod quidem et Tychoni Brache, ex sola consideratione vastitatis illorum globorum, acque visum fuit.

Adeoque et hoc argutissime Vackherius monuit, etiam Iovem circa suum volvi axem ut mostram tellurem, ut ad illius convolutionem gyratio illa quatuor lunarum sequatur, uti ad nostrae telluris gyrationem nostrae lunae conversio in eandem plagam sequitur: adeoque nunc demum se credere rationibus magneticis, quibus in nupero meo physicae caelestis commentario([713]), volutione solis circa axem et polos corporis causas motuum planetariorum expedivi.

Nimirum ut tu, Galilaee, pulchre mones, si Iovem, curriculo duodecim annorum occupatum, quatuor circulatores ante pone cingunt, quid absurdi dixit Copernicus; telluri, dum annuo motu redit, unam lunam eadem ratione adhaerescere?

Quid igitur, inquies, si sunt in caelo globi similes nostrae telluris, anne igitur cum illis in certamen venimus, utri meliorem mundi plagam teneant? Nam si nobiliores illorum globi, non sumus nos creaturarum rationalium nobilissimae? Quomodo igitur omnia propter hominem? Quomodo nos domini operum Dei?

Difficile est nodum hunc expedire, eo quod nondum omnia, quae huc pertinent, explorata tenemus, ut temeritatis notam vix effugituri simus multa de hac quaestione disserendo.

Non reticebo tamen, quae mihi philosophica videantur argumenta adduci posse, quibus obtineatur, non tantum in genere, ut supra, hoc planetarum systema, in quorum uno nos homines versamur, in praecipuo mundi sinu, circa cor mundi, solem nempe, versari; sed etiam in specie nos homines in eo globo versari, qui creaturae rationali primariae et nobilissimae (ex corporeis) plane debetur.

Prioris affirmati de intimo sinu mundi, vide argumenta supra a multitudine fixarum (quae pro muro hunc sinum certo vallant) et a claritate nostri solis prae fixis. Quibus adde hoc tertium, quod mihi hisce diebus expressit Vackherius, assensuque laudavit.

Geometria una et aeterna est, in mente Dei refulgens, eius consortium hominibus tributum inter causas est, cur homo sit imago Dei. In geometria vero figurarum a globo perfectissimum est genus, corpora quinque Euclidea. Ad horum vero normam et archetypum distributus est hic noster mundus planetarius. Da igitur, infinitos esse mundos alios: ii aut dissimiles erunt huius nostri, aut similes. Similes non dixeris. Nam, cui bono infiniti, si unusquisque in se perfectionem omnem habet? Aliud enim est de creaturis generationis successione perennibus. Et Brunus ipse, defensor infinitatis, censet, differre oportere singulos a reliquis totidem motuum generibus. Si motibus, ergo et intervallis, quae pariunt motuum periodos. Si intervallis, ergo et figurarum ordine, genere, perfectione, ex quibus intervalla desumpta. Adeoque, si mundos invicem similes statueres per omnia, creaturas etiam feceris similes et totidem Galilaeos, nova sidera in novis mundis observantes, quot mundos. Id autem cui bono? Quin potius cavemus, uno verbo, ne progressus fiat in infinitum, quod recipiunt philosophi: cum assentiatur progressus versus minora finitus, cur non et versus maiora? Esto enim sphaera fixarum; huius pars forte ter millesima Saturni sphaera, huius item decima pars telluris sphaera; telluris porro tercentiesmillesima homo, hominis tantula pars cuniculus subcutaneus. Hic sistimus: nec progreditur natura ad minora. Pergamus igitur ad alterum membrum dilemmatis: sint illi infiniti mundi dissimiles nostri: aliis igitur quam perfectis quinque figuris erunt exornati, ignobiliores igitur hoc nostro: unde conficitur, ut noster hic mundus sit illorum omnium, si plures essent, praestantissimus.

Dicamus iam etiam hoc: cur tellus globo Iovio praestet, digniorque sit dominantis creaturae sedes.

Sol quidem in centro mundi est, cor mundi est, fons lucis est, fons caloris, origo vitae motusque mondani est. At videtur homo aequo animo illo throno regio abstinere debere. Caelum caeli Domino, soli iustitiae, terram autem dedit filiis hominum. Nam, etsi Deus corpus non habet, nec habitaculo indiget, in sole tamen (ut passim([714]) per Scripturam, in caelo) plus exerit virtutis, qua mundus gubernatur, quam in globis caeteris. Agnoscat igitur homo, ipsius etiam habitaculi sui distinctione, suam indigentiam, Dei abundantiam; agnoscat, se non esse fontem et originem ornatus mundani, sed a fonte et ab origine vera dependere. Adde et hoc, quod in Opticis dixi, contemplationis causa, ad quam homo factus oculisque ornatus et instructus est, non potuisse hominem in centro quiescere; sed oportere, ut navigio hoc telluris annuo motu circumspacietur lustrandi causa, non secus atque mensores rerum inaccessarum stationem statione permutant, ut triangulo mensorio iustam basin ex stationum intervallis concilient.

Post solem autem, non est nobilior globus aptiorque homini quam tellus. Nam is primum numero medius est ex globis primariis (circulatoribus hic et lunae globo circumterrestri seposito, ut par est); habet enim supra: Martem, Iovem, Saturnum; infra complexum sui circuitus currentes: Venerem, Mercurium et, tornatum in medio, solem, cursuum omnium incitatorem, vere Apollinem, qua voce Brunus([715]) crebro utitur.

Deinde, cum quinque corpora abeant in duas classes; trium primariorum, cubi, tetraëdri, dodecaëdri; duorum secundariorum, icosaëdri et octaëdri; telluris circuitus sic inter utrumque ordinem, veluti maceries, intercedit, ut superius dodecaëdri centra planorum duodecim, inferius respondentis icosaëdri angulos duodecim, stringat; quo vel solo situ inter figuras prae caeteris orbibus notabilis est orbis telluris.

Tertio, nos in tellure Mercurium, planetarum primariorum ultimum, vix visu apprehendimus propter propinquam et nimiam solis claritatem. Quanto minus in Iove vel Saturno Mercurius conspicuus erit! Summo itaque consilio hic globus homini videtur attributus, ut omnes planetas contemplari posset. Adeoque, quis negabit, in compensationem latentium Iovialibus planetarum eorum, quos nos terricolae videmus, attributos esse Iovi quatuor alios, ad numerum quatuor inferiorum, Martis, telluris, Veneris, Mercurii, solem ambientium intra Iovis ambitum?

Habeant itaque creaturae Ioviae, quo se oblectent; sint illis etiam, si placet, quatuor sui planetae dispositi ad normam classis trium rhombicorum corporum, quorum unum (quasi rhombicum) cubus ipse est, secundum cuboctaëdricum, tertium icosidodecaëdricum, sex, duodecim, triginta planorum quadrilaterorum: habeant, inquam, illi sua; nos homines terricolae non utique frustra (me doctore) de praestantissima nostrorum corporum habitatione gloriari possumus, Deoque conditori grates debemus.

Haec super novis dubitationibus, quas tuis, Galilaee, experimentis excitasti, philosophice tecum disserere mihi placuit.

Sed cum saepius iam structuram mundi per quinque regularia corpora ex meo Mysterio Cosmographico adduxerim, tribus verbis obiectionem initio epistolae tactam penitus eliminabo.

Cum quatuor hi planetae angustissimis meatibus Iovem ipsum circumambulent, nemo metuat, turbatum iis iri rationem meam interpositionis figurarum Pythagorae inter planetas. Quin potius spero, hos circulatores Iovios, et si quos habent alii etiam planetae, tandem omnem quae restat discrepantiam sublaturos. Rationem enim a Deo etiam horum circulatorum habitam in figurarum interpositione, circulator terrae (luna scilicet) arguit, cuius circuitum circa terram negligere non potui, cum illud negocium serio tractarem.

Adeoque etiamnum in restitutione orbium et motuum Martis, telluris, Veneris ex observationibus Brahei deprehendo, hiare plusculum interstitia, ut dodecaëdri anguli a perihelio Martis extensi, non assequantur centris planorum, lunam in apogaeo suo et aphelio telluris constitutam; neque centra icosaëdri, aphelio Veneris accomodata, porrigant angulos icosaëdri usque ad lunam in apogaeo suo et perihelio telluris constitutam: quod argumento est, superesse aliquid loci inter perihelium Martis et angulos dodecaëdri; sic inter centra icosaëdri([716]) et aphelium Veneris; et, quod miraculo esse possit, paulo plus illic, quam hic: quibus ergo([717]) spaciolis spero me lunas circummartiales et circumvenerias, si quas, Galilaee, olim deprehensurus es, facillime([718]) locaturum.

Tecum, Galilaee, incepi; tecum finem faciam. Miraris non frustra, cur tanto discrimine magnitudinis Medicea Sidera suas mutent facies. Causas, quas comminisci quis posset, tres reiicis argute et mathematice. Ponis unam physicam ut possibilem: de qua tempus docebit. Occurrit vero mihi ista: si quatuor hi planetae, disci forma, plano ad Iovem converso, circumeant, ut ad excursus maximos nobis et soli obiiciantur ut lineae, supra et infra irradientur perpendiculariter, videanturque magni, et forte diversicolores sint, pro diversitate planitierum. Sufficiat monuisse.

Quod superest, vehementer abs te peto, Galilaee celeberrime, ut in observando strenue pergas, quaeque observando fueris assecutus, nobis primo quoque tempore communices; denique prolixitatem meam dicendique de natura libertatem boni consulas. Vale.

Pragae, 19 Apri. 1610.

Nob. Exc. T.Observantissimus Ioannes Keplerus, S. C. M.tis Mathematicus.

298*.

GIO. ANTONIO MAGINI a GIOVANNI KEPLER [in Praga].

Bologna, 20 aprile 1610.

Arch. Malvezzi de’ Medici in Bologna. Carteggio di G. A. Magini. – Autografa.

…. De 4 Galilaei novis planetis quid sentias, iudicium audire expecto….

299**.

CHIARISSIMO FANCELLI a MATTEO BARTOLINI [in Pisa?].

Firenze, 20 aprile 1610.

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 1458. Fasc. 1.° – Autografa.

Cari.mo mio Padrone,

Sono arivato qua…, e gli mando l’ochiale; e quando V. S. vedessi che sia appanato, la cavi i vetri co diligienzia, e gli netti co diligienzia co panno lino…. E questa mattina il Galilei à visto questo occhiale, che l’avevo su in Guardaroba; e vi ero perchè il Giugni mi spedissi….

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: