Fisicamente

di Roberto Renzetti

LE OPERE

DI

GALILEO GALILEI

——

VOLUME XVI

FIRENZE

  1. BARBÈRA EDITORE

1966

 

LE OPERE

DI

GALILEO GALILEI

NUOVA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

SOTTO L’ALTO PATRONATO

DEL

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

GIUSEPPE SARAGAT

——

VOLUME XVI

FIRENZE

  1. BARBÈRA – EDITORE

1966

 

PROMOTORE DELLA EDIZIONE NAZIONALE

IL R. MINISTERO DELLA ISTRUZIONE PUBBLICA

DIRETTORE: ANTONIO FAVARO

COADIUTORE LETTERARIO: ISIDORO DEL LUNGO

CONSULTORI: V. CERRUTI – G. GOVI – G. V. SCHIAPARELLI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: UMBERTO MARCHESINI

1890 – 1909

LA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

FU PUBBLICATA SOTTO GLI AUSPICII

DEL R. MINISTERO DELLA EDUCAZIONE NAZIONALE

DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI

E DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

DIRETTORE: GIORGIO ABETTI

COADIUTORE LETTERARIO: GUIDO MAZZONI

CONSULTORI: ANGELO BRUSCHI – ENRICO FERMI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: PIETRO PAGNINI

1929 – 1939

——-

Questa Nuova Ristampa della Edizione Nazionale

è promossa

dal Comitato Nazionale per le Manifestazioni Celebrative

del IV centenario della Nascita di Galileo Galilei

1964

 

CARTEGGIO.

——

1634-1636.

 

2838.

GIROLAMO BARDI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 3 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 41. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

Intendo da Mons.re Ill.mo Arcivescovo([1]) che 15 giorni sono V. S. partì di Siena per godere le delitie della sua villa e in solitudine attendere ad eternare il suo nome con nuovi trattati, del che me ne rallegro assai con V. S., e compatisco Mons.re Ill.o che tanto la sua partenza ha sentita. Io mi trovo sequestrato in casa dal giorno di S. Caterina in qua: il male veramente, oltre la febbre, per gl’accidenti di cardialgia è stato pericoloso e fastidioso, e mi ha lasciato tanto debole che non posso ancora uscire fuori. Intendo che venne con la Corte il S.r Aggionti: il primo passo che farò fuori, vedrò di supplire con esso all’obligo mio, per essequire tanto più li suoi cenni, che mi sono commandamenti, e desiderarei, come V. S. mi disse, che gli ne scrivesse([2]).

Stamparò quanto prima il mio primo Ingresso([3]), e ne farò parte a V. S., come è mio debito; e sarei di pensiero di stampare anco la prima lettione di Platone, che è in forma di apologia contro Aristotile, e mi son valso di molte sue galanterie([4]); ma temo li denti de’ cani rabiosi, essendo noi troppo pochi, e chi vuole farli partire con ragioni dal testo, è un volere stuciccare le vespe che dormono e trattare dell’impossibile.

Per fine, di cuore offerendomeli, le baccio humilmente le mani, e desioso de’ suoi commandi me le raccomando.

Pisa, li 3 di Genaro 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Devotiss.o Ser.e

Girol.o Bardi.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.o

Il Sig.r Galileo Galilei, Mat.co di S. A. S.

Firenze.

2839**.

ALESSANDRO MARSILI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 3 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 78. – Autografa.

Molto Ill.re ed Eccl.mo Sig.r et P.ron mio Oss.mo

La cortesia di V. S. Eccl.ma come mi prometteva, in ogni opportunità che li si fosse per porgere, una secura protezzione delle mie debolezze([5]), così per una scritta al Sig.r maestro di casa([6]) di Monsig.re Arcivescovo([7]), sento esser stato sopprabondantemente favorito appresso l’Alte.za Ser.ma; del che ne resto a lei infinitamente obligato, desiderando che se la sua partenza di qua mi ha privato di poterla servir presente, non voglia la sua gentilezza tenere otiosa la mia servitù, con non comandarmi per sue lettere in quello che mi conosce atto a servirla, bramando che altrettanto quanto li vivo di quore servitore, sia da lei esercitato con i suoi comandamenti. E con tal fine baciandole affettuosamente le mani, li fo reverenza.

Di Siena, il 3 Gennaro1633([8]).

Di V. S. molto Ill.re ed Eccl.ma Aff.mo et Obbl.mo Ser.re

Alesandro Marsili.

2840**.

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 3 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 5. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Hiersera il mio maestro di casa([9]) mi fece vedere l’amorevolissima lettera di V. S., accompagnata di fuori dall’esquisitezza de’ suoi regali, e dentro piena di quelle nuove che, per consolatione di V. S. e per mio propio interesse, io non potevo desiderare le migliori; e perchè a queste posso chiamare a parte il nostro S.r Dottore Marsili([10]), mi prometto di sollevarlo a quell’allegrezza che non piena ha havuto nel parto della sua Sig.ra consorte, che gl’ha fatto una bambina.

Quanto i regali di V. S. son venuti benissimo conditionati, tanto intendo ch’era stato un poco mal condotto il vino([11]). Nel mandar quello del brutto nome, vedrò d’usare un po’ più diligenza. Tra tanto mi metto in ordine d’arrivar fino alla villa per goder quattro giorni di bel tempo e far due cacce, a fine di vedere se havrò un po’ di fortuna di far vedere a Suor Maria Celeste un poco delle nostre salvaticine. In tanto la saluti carissimamente da mia parte, rallegrandomi seco ch’havrà potuto goder V. S. in quello stato di salute che tutti li suoi servitori li desiderano. Auguro a V. S. felicissimo l’anno nuovo; ed augurandoli il colmo d’ogni felicità, le bacio con ogni affetto le mani.

Siena, li 3 Gennaio 1634 a N.te

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei

Devot. Ser.

A. Arc.vo di Siena.

2841.

NICCOLÒ AGGIUNTI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 4 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 80. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Col ritrovamento del libro([12]) posso dire di havere ancor io ritrovata ogni smarrita allegrezza e giocondo pensiero. V. S. ha fatto bene a darmi la nuova subito, chè mi ha cavato d’un’ambascia orribilissima. Vengo adesso, con l’animo tranquillo e pieno di interno giubilo, ad abbracciarla e rallegrarmi seco del contento che haverà sentito nel rivedere la sua casa, i suoi amici e parenti cari, e godo sommamente ancor io del soavissimo frutto che è nato a V. S. dall’amara radice de’ suoi disgusti passati; dico della visita fattale dal Ser.mo Padrone, quale già sapevo con molto mio gusto che havea tal volontà, ma molto più volentieri ho inteso che egli l’habbia effettuata, e che nel medesimo tempo, honorando V. S., habbia honorato sè stesso, mostrando di havere in venerazione la virtù.

Il desiderio che V. S. ha di rivedere anco me, tempra in parte il tormento che sento di questa mia lontananza e mi assicura della sua benevolenza, perchè, cessando in me ogn’altra cagione di esser desiderato, non può tal desiderio di V. S. nascer da altro che dall’amor che mi porta; in contracambio del quale io gl’offero tutto l’amor mio, quale sarà senza dubbio di minor pregio, ma non già di minor quantità del suo. E qui baciandole col solito infinito affetto le mani, le auguro ogni meritata prosperità.

Di Pisa, 4 Gennaio 1633([13]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo et Obblig.mo S.re

Niccolò Aggiunti.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Fil.fo e Mat.co pr.rio di S. A. S.

Firenze.

2842*.

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO GASSENDI [in Digne].

Aix, 5 gennaio 1634.

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 12772, car. 114. – Autografa.

…. croyant bien que le discours du P. Scheiner([14]) marquera touts les moments que vous y requerez, et qu’il ne tardera pas de se mettre au jour, si ce n’est qu’il le voulust employer dans le livre qu’il faict ex professo contre le Galilée([15]); à qui si vous voulez escrire, je ne pense pas qu’il soit deffendu, puisqu’il n’est en actuelle prixson, et croys qu’il y aura moyen de lui faire tenir voz lettres seurement. Mais je vous conseillerois bien de les concevoir en termes si reservez et si ajustez, qu’il y ayt moyen d’entendre une bonne partie de voz intentions sans que le sens litteral y soit si preciz.

J’ay esté bien aise d’apprendre le travail que faict le Berneger de Strasbourg, et n’ay pas veu ce que vous dictes qu’il a faict du Compas de Proportion([16]), que je faray demander à Paris….

2843.

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 10 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 43. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Ho sentito con grandissimo mio gusto che finalmente V. S. Ecc.ma sii ritornata a casa, e tanto più con quella sanità che è stato assai poter conservare ne’ suoi disturbi di mente, per la quale potrà perfettionare la stampa della sua dottrina del moto, tanto desiderata.

La vorrei ben pregare, se li venisse il taglio, che si compiacesse toccare qualche cosa ancora della dottrina degl’indivisibili, come già alcuni anni sono havea pensiero, in gratia della mia Geometria([17]), e gliene restarei obligatissimo. Credo che dal dialogizare potrà far nascere l’occasione; perciò spererò d’esserne favorito.

Se il contradire alla dottrina sua havesse forza di sopprimerla, non farei adesso quest’offittio ch’io son per fare; ma perchè so che quello è occasione di farla magiormente risplendere e con magior curiosità ricercare da chi non vi faria forsi riflessione, perciò non mancarò di dirli, sicuro di non arrecarli nuova che li dispiacia (se ben forsi lo potrebbe prima che di me haver saputo), come è uscita di fresco un’opera in Venetia contro a’ suoi Dialogi già publicati, quale da un amico mio m’è stata mandata questa mattina perchè io la vega. L’autore è un tale D. Antonio Rocco, che s’intitola per filosofo Peripatetico, chiamando il libro: Esercitationi filosofìche([18]), e lo dedica al Papa; et è un mese solo ch’è finito di stampare. Non ho ancor potuto vederla, ma basta questo ch’egli dice di non essere nè matematico nè astronomo, dal che può congetturare il resto. Egli però pretende solo di toccar quelle materie nelle quali V. S. Ecc.ma contraria ad Aristotile, per difesa di quello.

Non dirò altro per hora, se non che la pregarò a sollicitare la stampa della sua dottrina del moto, per appagarne la curiosità di molti che l’aspettano, e tanto più che il tempo, per lei particolarmente più di ogni gran gioia prezioso, se ne va volando; che perciò non mancarò di pregar N. S.([19]) per la sua sanità e conservatione in essa. E li baccio con ogni affetto le mani.

Di Bologna, alli 10 Gen.ro 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Arcetri. Fiorenza.

2844**.

GIULIO NINCI a GALILEO in Arcetri.

San Casciano, 11 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., filza Favaro A, car. 41. – Autografa.

Molto Illustre Sig.re Galileo Galilei,

Mando a V. S. staia otto di farina per Santi di Gabriello Rosi, e domane mando per la vernaca. Non so se V. S. a comicato avere le faccine, che lunedì pasato rimasi con contadi che ve le portasi quanto prima, perchè il contadi sta a Merchatale. Per conto della Abodaza arei caro di sapere calcosa, se V. S. n’à auto risposta. V. S. mi scusi se io la fastidisco. Se gli ocore niete altro, V. S. mi avisi. Dell resto pregado Dio che vi conceda la sanità.

Il dì 11 di Genaio 1633([20]), in Sancascano.

  Vo.ro Affo.to

Giulio Ninci.

Fuori: Al molto Ilustre Sig.re Galileo Galilei.

In vila sua, a Samateo in Narceti.

2845*.

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Murlo, 12 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 89. – Autografa la sottoscrizione.

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Questi bei tempi de’ giorni adietro mi hanno fatto escire a godere la campagna, dove ho riceuta l’ultima cortesissima sua. E perchè l’altr’hieri mi riuscì di fare un pocha di caccia, con occasione che ne mando una soma a mia cognata([21]), ho ordinato al vetturale che, passando da V. S., glie ne lasci un pocho di saggio; e harò gusto che arrivi ben conditionata. Mentre che scrivo, son anche in procinto d’escir di nuovo in campagnia, e però non sarò più lungo, rimanendoli da Dio pregando ogni felicità.

Di Murlo, il dì 12 di Gennaro 1633([22]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Devot.mo Ser.

A. Ar.vo di Siena.

2846**.

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 14 gennaio 1634.

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r Coll.mo

Non ho voluto scriver a V. S. Ecc.ma, se non havessi terminato il suo negotio della pensione([23]): ho fatto spedire il possesso et essequire in Brescia([24]), onde si sarà nel termine di riscuoterla. Resta hora di convenire del quanto, perchè gli anni sono strani, le rendite tenuissime, le spese grandi. Ho interposta l’autorità d’un Cavaglier grande, et spero che fugiremo le liti. Mando copia([25]) delle rendite del beneficio, ove V. S. vedrà il tutto. Credo che quando si voglia ridurre la pensione a scudi 40 da £ 7 l’uno, saremo d’accordo, con questo però che alla stessa rata paghi anco tutti li decorsi. Io però non ho voluto impegnarmi punto, ma sono stato fermo nel tenore che V. S. mi diede delli 45 scudi di moneta romana; ma andarò tenendo così vivo il negotio su la speranza datami di poter vedere e godere V. S., che desidero sopra tutte le cose di questa vita. Se le paresse anco che tirassi il negotio avanti, me l’avvisi, chè io non posso esprimer il mio desiderio di servirla. E pregandole ogni felicità, le bacio le mani, con molte affettuose salutationi dell’Ec. Proc. Venier([26]).

Venetia, 14 del 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

2847*.

FRANCESCO NICCOLINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 14 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 9. – Autografa.

Molt’Ill.re S.r mio Oss.o

  1. S., che sa quanto io le sia servitore, può anche molto ben persuadersi s’io habbia sentito contento del favor singulare che il Padron Ser.mogl’ha fatto([27]), non solo perchè si veggono stimati i suoi meriti da chi costì comanda e prudentemente conosce i suoi sudditi e buoni servitori, ma ancora per la consolatione che con ogni dovere ella n’havrà sentito: ond’io non solamente me ne congratulo di cuore con lei, ma le rendo grazie del contento ch’ell’ha dato a tutta questa Casa con simil ragguaglio.

Della sua intera liberatione parlerò quand’io vegga dispositione, et ella a suo tempo saprà il tutto, sperando pure d’haver a dar compimento anche a questo suo interesse prima di venir in costà, dove fra’ primi pensieri sarà quello di venir a veder V. S. e le SS.re sue figliuole, afin di goder della loro dolcissima e virtuosa conversatione, mentre intanto con sviscerato affetto l’Ambasciatrice et io la salutiamo.

Di Roma, 14 di Genn.o 1634.

Di V. S. molto Ill.re

Galileo Galilei. Firenze.

Aff.mo Ser.re

Franc.o Niccolini.

2848*.

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO DUPUY in Parigi.

Aix, 15 gennaio 1634.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Collection Dupuy, vol. 718, car. 5. – Autografa.

…. Je n’ay pas veu la sentence de l’Inquisition contre le Galilei. Car c’est que le Sieur Renaudot([28]) a, comme je pense, affecté de ne me la pas envoyer nom plus que sa gazette([29]) par cet ordinaire, aussy peu que celle du precedant, vraysemblablement pour me la faire desirer davantage sur l’occasion de cette sentance: mais j’entends qu’il y en a des exemplaires dans la ville, que nous verrons, je m’asseure, veuille t’il ou non; et quand bien ce sera un jour plus tard que s’il nous en avoit faict l’adresse, il n’y aura pas bien grande perte pour nous…. Une chose vouldroys je bien avoir apprinse de quelqu’un de ses supposts, s’il y eust eu moyen de la penetrer; de quelle part et de quelle main luy estoit venüe cette sentence contre le Galilei. C’est sans doubte qu’elle a esté dans Rome tenüe si secrette, que l’on n’y en sçavoit rien d’asseuré parmy les personnes plus qualifiées, hors de ceux qui s’en pouvoient estre meslez. Et fault que ce soit une charité prestée et possible extorquée par la jalousie de quelques uns de ce païs de deça, puis que ces ultramontains ne l’avoient osé faire. Nous attendrons en bonne dévotion ce qu’il vous plaist nous faire espérer des actes ou pièces concernants cette grande affaire….

2849**.

SEBASTIANO SCALANDRONI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 18 gennaio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 42. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.r e P.ron mio Oss.mo

Con risposta ad una nostra scritta a V. S., ci dette intenzione che alla venuta di lei ci averebbe saldato il conto che tiene con questo fondaco: hor perchè le poche faccende et e’ disastri occorsi finora verso e’ negozzi ci spingono per le rescossione, veniamo a V. S., pregandola che ci favorischi non far più dimora; et anco ci farebbe piacere il farne la tara, stante che siamo per agiustare la ragione. Al qual fine con molto affetto li baciamo le mani, et dal Signor Iddio li preghiamo ogni contento.

Fir., 18 Genn.o 1633([30])

Di V. S. molto Ill.re Aff.mo per ser.la

Bastiano Scalandroni.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

In villa.

2850*.

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO GASSENDI in Digne.

Aix, 18 gennaio 1634.

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds francais, n.°12772, car. 119. – Autografa.

…. Ie luy([31]) ay faict voir la sentence contre le pauvre Galilei, dont il a bien eu de la compassion….

2851.

PIETRO GASSENDI a GALILEO in Firenze.

Digne, 19 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 45. – Copia fatta trascrivere da NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC dall’autografo, e inviata a GALILEO in sostituzione di questo: cfr. n.° 2864, lin. 7-9 [Edizione Nazionale].

Clarissimo ac aeterni nominis Viro Galileo Galilei,

Magni Hetruriae Ducis Mathematico primario,

  1. Gassendus S.

Magna me tenet exspectatio (o magnum aevi nostri decus), quid rerum tibi contigerit. Tametsi enim rumore crebro nescio quid divulgatum est, haud fido nihilominus, donec res fuerit plane perspecta. Utcumque sit, eam esse novi animi tui moderationem, ut, seu pro votis seu praeter vota aliquid intervenerit, paratissimus fueris ad omnem fortunae eventum. Est mihi proinde quod tibi congaudeam, nihil est quod condoleam, quando nihil potest accidisse quod valuerit animi tui serenitatem obturbare. Vive ergo similis tui, ut degas foelicissime; neque patere, ut hanc adeo venerabilem senectutem, quae sapientia fuit semper tibi comes individua, destituat.([32])

Rescivi nuper ex Deodato, Berneggerum illum Argentoratensem latinam Dialogorum tuorum interpretationem moliri. Id forte doleas: sed tu nihil conscius; neque impedire, si velis, eruditorum vota possis.

Cum nuper literae ad me deferrentur Parisiis, aliae ad me, aliae ad te, charactere eodem, fuerunt. Et ad me quidem destinatae illius Hortensii([33]) sunt, qui, imitatus Kepplerum tuo cum Nuncio disserentem([34]), Dissertationem([35]) instituit de viso a me in Soleo([36]). Quae ad te spectant, eiusdem esse, quia sunt eadem manu, coniicio. Accedit quod, licet in meis nulla fiat illarum mentio, rogat me tamen Hortensius, ut exemplum tibi impertiar([37]) (si quod habeam prae manibus) Dissertationis mecum suae. Forte id exoptat, ut inde cognoscas quam feliciter ex meo Mercurio occasionem sumpserit incidendi in illam tecum de apparente syderum exilitate sententiam. Gratulatus certe illud ipsi fueram, ex scriptis etiam quae me volueras ex tuis tum libris tum literis non ignorare. Mitto igitur ad te librum una cum ipsius([38]) litteris, interventu eximii ac non ignoti tibi Fabricii([39]), qui pridem summam virtutem tuam observantia maxima colit. An vero ausim, tum illius tum meo etiam nomine, id exigere officii abs te, ut cures mitti ad nos vitra telescopica optima et (si sperare quidem licet) cuiusmodi sunt illa tua, quando hactenus nec Venetiis nec Parisiis nec Amsterodamo nancisci ulla potuimus quae satisfaciant([40]) abunde? Audebo sane, quia nota mihi rara tua bonitas est, notus ardor quo bonas artes earumque([41]) studiosos promovere curas([42]). Effice igitur rem dignam tua sollicitudine; ac scito te facturum rem non modo nobis periucundam, sed aliis quoque, imo etiam tibi (quantum spero), olim futuram pergratam, cum observationes innotuerint quas te procurante peregerimus et quae consequenter debebuntur tibi, tum generalis inventionis, tum specialis organi nobis communicati, gratia. Poteris porro, seu directe Aquas-Sextias mittere ad Illustrem Fabritium (qui idem est Petrisci toparcha, et in Parlamento Regis Consiliarius), seu destinare ad eundem intercedente cognato tuo([43]), aut affine Rossiaeo([44]), Lugduni degentibus. Vale, incomparabilis Vir, et, quod facis, me semper ama.

Dabam Diniae, XIV Kal. Febr. MDCXXXIV.

Fuori: Clariss.o Viro Galileo Galilei,

Magni Hetruriae Ducis Mathematico primario.

Florentiam.

2852.

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Firenze.

Lione, 22 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 47. – Autografa.

Molto Ill.e Sig.r e P.ne mio Col.mo

M’è stato di somma consolatione d’intendere il ritorno di S. S.a costì alla patria. N. S. lo mantengha mille anni. Bene è vero che non posso negare a V. S. il disgusto che ho havuto della sententia che fu data a Roma del suo libro, non ostante essere stati convinti dalle potente ragione di S. S.a Questi sono frutti del’invidia, che nascano dal’astutie e malignità de’ Giesuisti, che non vorriano vedere altra virtù che in loro; e perchè non si sentano capaci di arrivare a quella di S. S.a, con la rabbia e gelosia loro la vorriano aterrare. Ma in questo le è riuscito al contrario, poi che il libro di S. S.a non fu mai tanto ricercho; chè havendone fatto venire più volte per amici, e trovandone ancora alcuni, mi sono stati levati a ruba a persone a chi non si possano disdire, che ce ne fussi le milliaria, haveriano spaccio; e se fussi stato in lingua fransese o latina, qua saria stato ristanpato per più volte. Et essendo sopra questo proposito, li dirò che sono stato ricercho da questi librari mia amici, che havendo qualque opera a stampare, gli ne stamperanno senza alcuno premio, anzi a S. S.a daranno quella quantità di copie che sarà accordato; et io per l’obligho([45]) che li tengho, e per le virtù e scientie che possede, come amatore d’esse, li offerisco con ogni sincerità et amore in quello vaglio e posso in queste parte. Se S. S.a ne farà stato, lo riceverò a favore particolare; e ciò li dico di puro affetto e di quore. E facendoli humilmente reverentia, li pregherò da N. S. il colmo d’ogni vero bene.

Di Lione, questo dì 22 di Gennaio 1634.

 

[…]alileo Galilei.

Ser. Aff.mo e Dev.mo

Rub.to Galilei.

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio e P.ne Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Mattematicho primo di S. A. S.

Firenze.

2853**.

BALDASSARRE NARDI a [GALILEO in Arcetri].

Bruxelles, 23 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 11. – Autografa.

Molto Ill. Sig.r mio Oss.mo

Con mio grandissimo gusto intesi di Roma da mio nipote([46]), che V. S. se ne ritornava trionfante a casa; nè per ciò mi fu così nuova, che mi giongesse all’improviso, perchè fui meco stesso di così felice successo sempre presago, sapendo che la verità può bene essere inchinata dal peso della calumnia, ma non oppressa in guisa che ella con maggior forza e gloria non risorga in alto, nè l’invidia può opprimere la virtù. Me ne rallegro donque con V. S. e sono a parte con l’affetto del trionfo suo, e ne ho reso alla divina giustitia le dovute gratie.

Per l’istessa lettera ho ancora ricevuto un obligo della promessa fatta di rispondermi alla preghiera ch’io già feci a V. S. di havere il suo giuditio sopra il nuovo Circolo del Sig.r Puteano([47]), il quale io grandemente amo non solo per il merito delle sue virtù, ma perchè egli ammira quelle di V. S. e non meno di me riverisce il merito e la persona sua. Questa osservanza et affettione meritano che V. S. gli faccia la gratia che egli straordinariamente desidera, quando ancora le mie lettere non havessero credito d’impetrarla; ma perchè so che V. S. mi tiene per suo servitore et è così cortese che non vorrà screditarmi con un amico, il quale si è persuaso ch’io potessi appresso di V. S. altrettanto quanto egli desidera, torno donque a supplicarla, con quella maggior efficacia che posso, che voglia col suo solito candore scrivermi liberamente quello che ella di questo Circolo giudica, chè mi obligherà a restarne eternamente debitore a V. S., alla quale prego da Dio la Sua santa gratia e quella maggior fortuna della quale tutto il mondo lo giudica meritevole: e m’accrescerà V. S. ancora il debito, se mi favorirà di ricordarmi servitore alli SS. Sertino([48]) e Salvadori([49]).

Bruscelle, li 23 Gennaio 1634.

Di V. S. molto Ill. Se.re Aff.mo di cuore

Bald.Nardi.

2854*.

MATTIA BERNEGGER ad ELIA DIODATI in Ginevra.

[Strasburgo (?)], 23 gennaio 1634.

Bibl. Civica di Amburgo. Cod. citato al n.° 2613, car. 106r. – Minuta autografa.

Aelio Deodato, viro nobilissimo amplissimoque.

Genevam.

  1. P. D.

Amplissime Domine, mihique plurimum suspiciende,

Litteras ad me tuas, et Parisiis et Metis et novissime Geneva missas, recte accepi, nisi quod mathematica nescio quae, Parisiensibus litteris addita, nondum reddita sunt. Caussatur filius itinerum pericula, et meliori occasione missurum pollicetur. Etsi vero fui negligentior in respondendo, cuius culpae, si qua est, veniam ab eximia humanitate tua facile impetravero, nolim tamen existimes abiectam a me Galilaei nostri curam. Utprimum enim librum Heidelberga a nobilissimo Lingelshemio recepi, qui avidissime lectum amplius sesquimense retinuit, statim aggressus interpretationem, quoad per scholasticos labores ordinarios mihi licebat, hucusque perrexi, nondum tamen adhuc ultra quartam partem operis, quod et expectatione mea longius est, et interdum obicibus quibusdam impeditum. Qua ex re nullum tamen mihi taedium, nulla laboris suscepti poenitentia, suboritur; quin potius insignem inde voluptatem capio, hoc unum maxime dolens, quod a iucundissima operis utilissimi tractatione subinde per occupationes alias avellor. Utut sit, enitar, cum bono Deo, ut sub exordium aestatis omnia perficiantur. Certe iam typographum curavi, qui post ferias paschales initium operis excudendi se facturum recepit. Quae de futura praefatione, ne autori ea fraudi sit, prudenter admonuisti, curae habebo; sed et ipsam praefationem, antequam imprimatur, legendam corrigendamque tibi transmittam. Habes hic annotata dubia quaedam mea([50]), in quibus expediendis iuva, quaeso, me. V.

13 Ian.([51]) 1634.

2855**.

BERNARDO CONTI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 24 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 13. – Autografa.

Molto Ill.re ed Ecc.mo S.r e P.ron mio Oss.mo

Benchè il comandamento di cui V. S. m’honora con la gentilissima sua del 21 sia leggiero, tuttavia m’ha consolato tutto, godendo di servirla in qualcosa; onde in piè di questa sarà la nota che V. S. desidera.

Nuove di queste bande sterile non se ne possono dar molte; ma sapendo che una li sarà carissima, che è quella della salute di Mons.r Ill.mo Arcivescovo, non gliela voglio tacere. Le dico anco che dalle sue pillole riporto tanta preservatione e salute, che e terno sarà l’obligo che tengo alle sue gratie, compensatemi anco in altri conti; che non havendo habilità di corrispondere in altro, mi sodisfarò col ringratiarnela sempre di tutto cuore.

Il Campanaccio hoggi si benedirà, e poi il primo giorno di bel tempo se li darà un’hora e mezzo di corda, se il conto del maestro non sbaglierà, come si crede che sia per seguire, parendo tempo troppo corto a condur tant’alto sì gran macchina. Però staremo a veder la prova, chè perciò è in ordine ogni cosa.

Ho salutato tutti questi preti in nome di V. S., che le rendano molte gratie della memoria favorita che V. S. conserva della servitù loro, e gliela rassegnano in gratia. E qui a V. S. fo reverenza.

Siena, li 24 Gennaro 1634 a N.te

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Mons.r Fabio Sergardi, Vicario generale.

Il S.r Dottore Lattantio Finetti, Rettore dell’Opera.

Il S.r Lelio Talentoni, Fiscale.

Il S.r. . . .([52]) Cavalli, Auditore di Rota.

Mons.r Gio. Batta Piccolomini, hoggi Vescovo di Chiuci, e prima di Salamina.

Mons.r Tantucci([53]), Vescovo di Grosseto.

Il S.r Cav.re Agostino Chigi, Rettore dello Spedale.

 
  Devot.mo ed Obligat.mo Ser.re

Bernardo Conti.

Il nome dell’Auditore Cavalli verrà con altra([54]).

2856*.

MATTIA BERNEGGER a BENIAMINO ENGELCKE in Venezia.

[Strasburgo?], 24 gennaio 1634.

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato al n.° 2613, car. 106t. – Minuta autografa.

Beniamin Engelke, Dantiscano Borusso,

Venetias.

(Curandae per Girolamo Otti.)

  1. P. D.

Clarissime vir, eximie fautor et amice,

Litteras tuas, anni superioris exeunte Novembri Venetiis ad me scriptas([55]), ante mensem accepi, cupidissimeque legi. Placuit acumen ac elegantia styli; placuit illa de praesenti rerum statu iudicii rectitudo; placuit inprimis amoris in me tui constantia, quem quia, pro eo ac par est, aestimo plurimi, responsum ad tuas maturare non omisissem, nisi id ex hoc mercatu nostro tutius ac rectius curatum iri putassem.

Ago gratias quod ad inclytum virum Dn. Galilaeum misisti meum epistolium([56]); gratius tamen fuisset, si reddidisses ipse, ac testis ei fuisses oculatus inchoatae a me versionis Copernicani Systematis, in qua quotidie adhuc strenue pergo, et sub exordium aestatis ad finem perducturum confido. Iam etiam egi cum typographo, qui librum per hanc aestatem excudet. Velim hoc autori, viro incomparabili, per occasionem significes, et, si fieri potest, ad meas litteras responsum aliquod ab eo impetres, quod ob tanti viri memoriam ac manum inter keim®lia mihi futurum esset. Optarim de difficilioribus quibusdam libri locis sententiam eiusdem exquirendi fieri copiam; et fortasse te parario et proxeneta fieri potest. Habes hic certe materiam ingentis in me beneficii conferendi….

14 Ian.([57]) 1634.

2857*.

MARCANTONIO PIERALLI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 25 gennaio 1634.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 47. – Autografa.

Molt’Ill.re Sig.r e P.ron mio Col.mo

Non mi si essendo porta sin a qui occasione d’inviar a V. S. Ecc.ma il denaro per l’ultimo semestre([58]) fidatamente, havevo da me stesso applicato l’animo a consegnarlo al S.r Geri Bocchineri, sì come ho fatto tanto più volentieri, quanto mi è stato significato dal S.r Niccolò([59]) che tale era il desiderio di V. S. Ho dato però in mano propria al detto S.r Geri piastre n.° 15, testoni 14 e un grosso, che appunto fanno la somma di scudi 20 romani. La prego a scusar la tardanza e comandarmi come a uno de i più affettionati e devoti servitori ch’ell’habbia: e baciandole per fine reverentemente la mano, le prego da Dio intera felicità.

Pisa, 25 Gennaro1633([60]).

Il S.r Niccolò mi ha dato la ricevuta di V. S., e la rengratio.

Di V. S. Ecc.ma Obblig.mo Ser.re

M. Ant.o Pieralli.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Col.mo

Il Sig.Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

2858.

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a GALILEO in Arcetri.

Aix, 26 gennaio 1634.

Bibl. d’Inguimbert in Carpentras. Collection Peiresc, Addit., T. IV, 3, car. 447. – Minuta autografa.

Al molt’Ill.re et Excell.mo Sig.r et P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo de i Galilei, primario Professore Mathematico

del Ser.mo Gran Duca di Toscana.

Arcetri.

Molt’Ill.re et Excell.mo Sig.re et P.ron mio Col.mo

Sonno già 30 et più anni ch’io feci l’offerta delli primi voti della mia servitù a V. S. Ill.ma mentr’ella era nello Studio di Padoa, dove, con quella admiratione ch’io poteva, benchè assai giovane all’hora, io intesi alcune sue attioni et letture publiche, e vidi riuscire assai bene la pruova di certo suo modello piccolo d’una machina grande che s’haveva da fabricar nelli giardini delli Clar.mi Sig.ri Contarini (se ben mi ricordo) per la sollevatione dell’acqua mortua([61]): e se ben non potei fare molta residenza in Padoa, nè darle alcuna pruova della stima et veneratione in cui teneva io la somma virtù et dottrina incomparabile di V. S. Ill.re, se n’è sempre mantenuta in me la viva memoria, et accresciuta sommamente quando uscì fuora il suo Sidereo Nuncio. Anzi, perciò che m’era capitato l’uno di que’ primi telescopii dell’inventione dell’innocentissimo et sottilissimo S. Giacomo Hadriensem Metsio Alcmariense, con il quale s’erano scoperti ancora qui li quatro compagni di Giove, se ben non arrivava senz’altro il nostro occhiale alla perfettione di quello di V. S. Ill.re, hebbi animo di rinovarle i segni della mia devotione et mandarle un assai buon numero dell’osservationi che se n’erano fatte qui, insieme con il calcolo che s’era fatto della proportion del moto loro, che mostrava non poca convenienza con quelle osservationi ch’ella haveva inserite nel suo Nuncio Sidereo: ma sendovisi incontrata qualche picciola difficoltà, et sopravenutomi qualche disturbo d’un viaggio in Corte, quando viddi poi uscire l’altre sussequenti osservationi di V. S. Ill.re et del S.r Simon Mario et altri, mi parve superfluo di pensarvi più, et m’astenni per maggior rispetto di farlene mentione alcuna; havendola riverita sempre nel cuore, come fo ancora, per la grandezza del suo genio et del suo valore, sì come per l’altezza delli suoi concetti et nobilissime inventioni et per la soda et profonda eruditione che si scorge in tutte le sue opere; sendomi rincresciuto non poco l’intendere i travaglii che se le son recati per l’ultima uscita in luce, non ostanti le sue precautioni, degne veramente di schusa et di molto più benigna interpretatione. Ma perchè la vicissitudine delle cose humane non potea comportare in una persona la perseveranza molto lunga de’ prosperi successi, e che la gran ventura di haver scoperto il primo tanti nobilissimi secreti nel cielo, non ancora rivelati ad altri o publicati, haveva da patir questa mortificatione, la quale vicendevolmente non potrà durar molto anch’ella, come spero con l’aiuto della Divina Maestà; intanto sendosi il gentilissimo S. Pietro Gassendi nostro voluto valere della mia correspondenza per farle capitare certe sue lettere et dell’amorevolissimo S.r Hortensio, con l’operetta di esso S.r Hortensio intorno all’osservatione di Mercurio nel sole([62]), m’è stata charissima questa occasione di farle riverenza e preggarla, come fo instantissimamente, di tenermi sempre nel numero de’ suoi fedeli servitori, sì come non son mai stato altro da tanti anni, di che potrebbono, se fossero vivi, rendere buon testimonio li SS.ri Marco Velsero, Gio. Vincenzo Pinelli, Paulo Gualdo, Agesilao Marescotti, Girolamo Aleandrio et Lorenzo Pignoria, di b. m., come forzi l’haveranno fatto a suo tempo; offerendomele prontissimo ad ogni suo cenno et desiderosissimo dell’honor de’ suoi comandamenti, s’ella mi conoscerà buono a suo servitio. Et s’ella vorrà far risposta alli SS.ri Gassendi et Hortensio, potrà venir sicura sotto ‘l ricapito in Roma dell’Ill.re S.r di Fontenay Bouchard([63]) o dell’Ill.re S.r Ludovico di Bonnaire, quali prenderanno la cura d’inviarmela, sì come ogni altra cosa ch’ella volesse participare a detto S.r Gassendi: il quale non s’è mai incontrato, sì come un anno io, a vedere Giove, nè Saturno, nè Venere, ben spogliati delli raggi loro, per la debolezza delli nostri telescopii, benchè tuttavia vi si scorga in certa maniera la rotondità del corpo di Giove, et talvolta le corne di quel di Venere, et la forma irregolare di quello di Saturno, ma non senza grand’impedimento di detti raggi; il che non([64]) patiscono, come intendo, gli occhiali del’inventione di V. S. Ill.re Onde, se fosse cosa lecita, se ne vederebbe volentieri uno de’ suoi, che se le potrebbe poi fedelmente restituire, se così da lei sarà ordinato; sapendo che è cosa difficilissima d’incontrar vetri della bontà che si può desiderare, se non per gran sorte, già che gli stromenti da lavorargli perdono facilmente la lor proportione più precisa, sì come l’ho fatto provar più volte; stimando che le ne scriverà forzi qualche cosa detto S.r Gassendi, come ha detto voler fare. E qui per fine le bacio affettuosissimamente le mani, e prego da Dio Nostro Signore ogni maggiore et più desiderato contento.

Di Aix in Provenza, alli 26 Genn.o 1634.

Di V. S. molto Ill.re Servitore Humiliss.o et Devotiss.o

Di Peiresc.

2859*.

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a GIO. GIACOMO BOUCHARD [in Roma].

Aix, 27 gennaio 1634.

Bibl. della Scuola di Medicina in Montpellier. Vol. H 271, car. 228. – Autografa.

…. Je vous envoye une lettre de M.r Gassend, et de son ordre je vous faicts l’addresse d’un sien pacquet pour faire tenir, s’il vous plaict, par quelque voye asseurée au S.r Galilée([65]) en main propre, s’il est possible, soit qu’il ayt eu la permission de se retirer chez luy, ou bien qu’il soit encores à Sienne chez M.r l’Archevesque, où M.de S.r Amand([66]) me dict l’avoir veu en revenant de ce païs. Et s’il trouve bon de vous respondre et adresser sa responce aux lettres cy joinctes de ses amys, vous me les pourrez faire tenir, s’il vous plaict, soubs les enveloppes du S.r Caval. del Pozzo([67])….

 

 

2860.

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 28 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 15. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.r e P.ron mio Col.mo

Ho riceuta la lettera di V. S. molto Ill.re, che m’è stata di infinita consolazione, massime nell’intendere la honorata visita che ha fatto S. A. della persona di V. S., degna veramente di honorata e eterna memoria. Io godo ancora della sua sanità, e prego Dio glie la conservi a beneficio del mondo e consolazione de’ suoi servitori, e di me in particolare.

Non ho ancora visto il nostro Sig.r Raffaello([68]): come lo vederò, che sarà dimani, credo io, farò quanto lei mi comanda. Ho data la lettera del Sig.r Nardi([69]) a persona che glie la consegnarà. Desidero poi sapere se V. S. ha hauta la scatolina del refe che io li mandai; e con farli riverenza finisco.

Roma, il 28 di Gen.o 1634.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gal.o

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

Fuori, d’altra mano: Al molto Ill.re Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p. Filosafo di S. A.

Fiorenza.

2861.

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 28 gennaio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 49. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

Scrissi hoggi 15([70]) a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma l’incaminamento della causa della sua pensione([71]), di cui ho fatto prender il possesso con le ducali, che, essequite, sono in mia mano. Resta venir al componimento con il prete per fugir le liti. Veramente le rendite de’ beneficii sono grandimente diminuite. Aspetto da lei lettere, se debba accomodar per concordato, che credo si ridurebbe a scudi 40 da £ 7 l’uno, con questo che sborsi anco per gl’anni decorsi.

Ho presa la pacienza di leggere il libro di Antonio Rocco contra V. S. e suoi Dialoghi([72]). È necessario ch’essa lo vegga. Ne volevo mandare uno, ma saputo che dallo stampatore ne sono stati mandati a Firenze, mi è parso superfluo, perchè V. S. l’haverà certo havuto. L’autore qui è stimato un gran peripatetico monoculus, e mi pare in vero che mentre si sta in cianze et termini si porti da valente, ma quando si viene a cose, scappi con non le toccare o prenderle in senso che possi sopra ciarlare. Il credito però che ha, nicessita V. S. a pensarci nella stampa de’ nuovi Discorsi, aspettati da me con desiderio infinito, come anco la sua persona. L’Ecc.mo Procurator Venier([73]) le fa cortesissimi saluti, et io li bacio le mani.

Ven.a, 28 Gen.o 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

2862*.

…. ai CARDINALI DELLA CONGREGAZIONE DEL S. UFFIZIO in Roma.

[Siena, gennaio 1634]

.

Cfr. Vol. XIX, Doc. XXIV, b, 90).

2863.

NICCOLÒ AGGIUNTI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 1° febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 11. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.e P.ron mio Col.mo

La proposta di V. S. Ecc.ma circa la percossa è veramente mirabilissima, e quando sia dimostrata porta seco conseguenze non meno ammirande, tra le quali una pare a me che sarà questa: che qualunque anco lieve percossa haverà forza infinita, perchè, proposto qualsivoglia grandissimo peso, potremo trovare un tal resistente nel quale una leggier percossa opererà non meno che la premente gravezza del proposto grandissimo peso([74]). Io confesso che, se bene mi è passata per la mente qualche probabil coniettura che il negozio passi come ella dice, tuttavia mi son sentito nell’istesso tempo sorgere e pullulare per tante bande difficultà e dubitazioni, che io son restato come balordo et insensato, e non mi è restato altro segno vitale se non un immenso desiderio di guarire di questa stupidezza; che perciò sento passione grandissima di non poter venire a ricever dalla sua bocca e senso e vita. Occupazioni inevitabili mi violentano a star qua; ma io giuro bene a V. S. Ecc.ma che io, benchè lontano, son giornalmente seco, perchè io non credo assolutamente che passi mai giorno che in questa mia casa non si ragioni di lei, e con gusto incredibile.

Adesso vo ogni dì esercitando uno scolare da S. Gimignano, quale ha da sostenere quest’anno conclusioni pubbliche, e disegna voler difendere in filosofia sole conclusioni cavate dall’opere di V. S. E perchè ce ne saranno delle cavate da i Dialoghi, ma però in materia non attenente al moto della terra, se a V. S. venisse fatto di legger quella porcheriuola del Chiaramonti([75]), e nel legger di notare qualche risposta a qualchuna di quelle difficoltà ch’egli move contro di lei, haveremmo per favore che ella ce le mandassi, perchè già habbiamo ordito di voler subornar uno che argumentando porti le difficoltà del Chiaramonti, e ‘l sostenente gli risponda e mostri le fallacie.

Il Sig.r Dino([76]) gli darà in mio nome quattro fiaschi di certo liquore, quale vorrei che fusse ambrosia per farla immortale, ma qui fra noi, non fra li Dei, tra i quali io non sarei ammesso. Rinfreschi con esso talhora la memoria di me, e si conservi lieto e sano. Le bacio con reverente amore la mano.

Di Pisa, p.° Febr. 1633([77]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma  

Dev.mo et Obblig.mo S.re

Niccolò Aggiunti.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Fil. e Mat.co prim.io di S. A. Ser.ma

Firenze.

2864*.

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO GASSENDI in Digne.

Aix, 1° febbraio 1634.

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 12772, car. 121. – Autografa.

…. Je fis tenir par le dernier ordinaire de Rome a M.r Bouchard([78]) vostre lettre et celle du S.r Hortensius, avec sa Dissertation, pour M.r Galilée, à qui j’escrivis par mesme moyen([79]), puisque vous m’y engagiez aulcunement. Et parce que vous m’aviez pareillement engagé envers ledict S.r Hortensius, je me resolus aussy de luy escrire; et ayant veu par sa lettre qu’il n’avoit encore peu recouvrer les Dialogues du Galilée, je mis ordre de lui en faire tenir un exemplaire, estimant que vous n’en seriez pas marry. Mais pour la lettre que vous escriviez au Galilée, je fis punctuellement executer ce que vous desiriez, et retins vostre autographe, que je garderay pour l’amour de vous jusques à ce que vous le veuilliez retirer, n’ayant envoyé qu’une coppie escripte par mon homme([80]), avec l’obmission des troys lignes que vous aviez cottées, en quoy j’ay grandement loüé vostre prudance et vostre franchise tout ensemble([81]). Car, selon le temps courant, on en eusse peu laisser couller une moitié; mais à la proffession que vous faictes de ne rien dire contre voz sentimentz, il y falloit les derniers mots pour l’interpretation de vostre dire, lesquels pouvoient estre mal prins de personnes mal intentionnées et mal informées de ce qu’il fault sçavoir pour cela en la conjoncture presante: de sorte qn’il vault bien mieux en estre demeuré aux termes generaulx, sur lesquels on ne scauroit jamais rien trouver à dire….

2865**.

GERI BOCCHINERI a [GALILEO in Arcetri].

Firenze, 2 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 98. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Hiersera di nuovo parlai a S. A. del vino, alla presenza anche del S.r Cardinale([82]) et del S.r Balì Cioli. Mi rispose l’A. S. che si era scordata di darne l’ordine, et mi comandò di dire al S.r Marc.se Coppoli([83]) che glielo rammentasse, come io feci. In questa hora, che sono le 4 di notte, ho domandato al S.r Marchese se l’ordine si era dato, et egli mi ha detto che il S.r maestro di casa([84]) lo haveva havuto; ma nell’uscire in sala il medesimo maestro di casa mi dice di non lo havere havuto: onde ho concertato, che il maestro di casa si trattenga questa sera tanto alle stanze di S. A., finchè l’A. S. entri a tavola, perchè allhora procurerà il S.r Marchese che S. A. dia questa benedetta commissione; et spero pure che la debolezza della memoria non habbia da fare svanire gli effetti della benigna volontà.

Hiersera si seguitò di parlare di V. S. et delle sue virtù, mostrando sempre S. A. una gran benignità verso di lei.

È vero che io spesi per V. S. in decime([85]) et in altro, et me lo ero scordato, nè hora me ne sovviene la somma. La mia memoria è labile, et le mie occupationi non mi danno agio di notare. Et le bacio le mani.

Di Fiorenza et da Pitti, di dove mi parto per andare a cena, 2 Febraio 1633([86]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Oblig.mo Ser.re et Parente

Geri Bocchineri.

2866*.

BENEDETTO GALILEI a GALILEO in Firenze.

Venezia, 4 febbraio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 60. – Autografa.

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Sono qualche giorni che il S.r Francesco([87]) mio cugino partì per Istria, nel qual luogho vi si tratterà circa mesi dua, onde farò io risposta alla gratissima di V. S. de’ 21 passato, dicendoli come ho recapitato in mano propria la lettera mandata per il Rev.mo Maestro Fulgenzio; et in absenzia di esso mio cugino me li offerisco io in ogni sua occorrenza, che mi troverrà sempre prontissimo. Et b. le m., pregho Dio che la conservi e feliciti.

Ven.a, 4 Febb.o 1633 ab Inc.

Di V. S. molto Ill.re Ser.re e P.te Obblig.mo

Bened. Galilei.

Fuori: Al molto Ill.re S.r e P.rone Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

2867**.

GIULIO NINCI a GALILEO in Arcetri.

San Casciano, 5 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 43. – Autografa.

Molto Ilustre Signore Galileo Galilei,

Mando a V. S. dua paia di polli e uno capreto e per Santi Mariotti; e lunedì prosimo cromprerò dell’altre poli e alti ucelani, come V. S. mi dise. E se gli ocore niete altro, V. S. mi avisi, perchè ò grande desiderio di servila. Dell resto predado Dio che vi conceda la sanità.

Il dì 5 di Febraio 1633([88]), in Sancascano.

  Vo.ro Affe.to

Giulio Ninci.

Fuori: Al molto Ilu.tre Sig.re Galileo Galilei.

In vila sua, a Samatteo in Arceti.

2868*.

CATERINA RICCARDI NICCOLINI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 5 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 265. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill. Sig.r mio Oss.mo

Tra tanti favori riceuti dalla cortesia di V. S. stimo più d’ogn’altro il Crocefisso inviatomi([89]), per esser così bello e devoto, nè altro mi scema la grandezza del contento che il considerare che ne ha privato sè stessa e la sua casa; ma già che così ha voluto, non posso se non confessare di restarlene obbligatissima, con renderli infinite gratie. Nel resto io lascio di ricordarle il mio desiderio di servirla, come cosa nota a V. S., benchè forse per la mia inhabilità non ricevo questa consolatione col mezzo di qualche suo comandamento; e le bacio le mani, come ancora alla S.ra sua figliuola.

Di Roma, 5 Febr.o 1634.

Di V. S. molto Ill.

S.r Galilei.

Devotiss.ma Serva

Caterina Riccardi Niccolini.

2869*.

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO DUPUY in Parigi.

Aix, 6 febbraio 1634.

Bibl. Nazionale in Parigi. Collection Dupuy, vol. 718, car. 12. – Autografa

…. Je seray bien ayse de voir aussy la sentence concernant le bonhomme Galilée, que le P. Mercene a laissé échapper de ses mains un peu trop facilement, si c’est de là que l’a tirée le S.r Renaudot([90]) pour en faire tant de bruict et de scandale contre l’intention mesme des autheurs, qui l’avoient tenüe si secrette durant tant de temps, jugeants, comme je pense, qu’il valloit mieux obtenir par la douceur et par la longueur du temps une partie de leur intention, que de porter les choses à l’extremité et engager possible trop de gents à chercher des contradictions ouvertes, cappables de faire de plus grands progrez que devant; ainsin qu’ilest advenu en tant d’aultres affaires de plus grande consequance, qui n’eussent esté rien ou beaucoup moings si on n’y eust procedé avec tant de vehemence….

2870*.

VINCENZO RENIERI a GALILEO [in Arcetri].

Genova, 8 febbraio 1634.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 113. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Io pensava, nella mia partita da Siena, di venir in persona a Fiorenza a reverir V. S., ma la mia cattiva fortuna non me lo ha permesso, perchè nel passaporto che havevo, mi ordinavano che dovessi andar ad imbarcarmi a Viareggio, senza toccar Fiorenza. Le sono per ogni modo sempre stato vicino col’affetto e colla memoria delle cortesie da lei ricevute in Siena, di dove scrissi a V. S.([91]), ma non hebbi risposta, forse perchè la mia andò a male o la moltitudine delle sue occupationi non mi lasciò campo di poter ricever questo favore. Mi trovo hora in Genova a predicar la futura quaresima, dove havrò per somma gratia che ella m’honori di qualche suo commandamento; il che V. S. dovrà far con tanto più confidenza, quanto che nel ritorno che farò, fatto Pasqua, a Siena, verrò senza dubbio a riverirla in Fiorenza: et acciocchè ella sappia dove inviarmele, potrà nella soprascritta notarci Genova, a S. Stefano, chè le lettere verrano sicurissime. Mi tenga nella sua buona gratia, della quale vivo ambitiosissimo, e si riccordi che fra’ suoi servitori io non cedo ad alcuno nell’amarla e nel celebrarla, dove la mia bassezza me lo permette.

Di Genova, adì 8 di Febraro 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Sig.Galileo.

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri,

Monaco di Mont’Oliveto.

2871.

GERI BOCCHINERI a GALILEO [in Arcetri].

Firenze, 9 febbraio1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 17. – Autografa.

S.r mio,

Ho finalmente procurato l’ordine del vino([92]), cioè di cinque barili, bianco, rosso, ciliegiuolo, chiarello, claretto, bruschetto, piccante, dolce, et di qualunque altro colore o sapore che V. S. desideri, perchè di Castello non vi deve esser altro che del dolce, per quanto mi dicono. Però V. S. mi avvisi di che qualità ella lo voglia, et quando et come, cioè se in barili o in fiaschi. Et sia lodato Dio d’ogni cosa. Et le bacio le mani.

Di Fiorenza, 9 Feb.o 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

Fuori: Al S.r Galileo Galilei, mio Sig.re

2872**.

IACOPO ANTONIO LUNARDI a GALILEO [in Arcetri].

Firenze, 9 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 106. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo S.re et P.ne Oss.mo

Si è presentato la lettera per il S.r Staccoli([93]), il quale ne à data bonissima speranza per conpiacere a V. S. Ecc.ma, et à avertito che si proccuri che il S.r Cav.re Girolami([94]) dia bona informazione: e perciò si prega V. S. Ecc.ma a conpiacersi di scrivere al suddetto S.r Cavaliere; così al S.r Geri Bocchineri, che raccomandi il negozio al S.r Balì Cioli. Il S.r Cellesi([95]) ancora esso favorirà per quanto possa.

Mio Signore, la prego di aiutare il suo nipote([96]), sì come confido nella bontà di V. S. Ecc.ma, poi che al ritorno di Fiesole si trova senza alcuna carica e con 3 figli. Se le paresse anco raccomandare detto negozio al S.r Conte Orso([97]), faccia quello a lei gusta; et il presente apportatore tiene ordine di aspettare le lettere che lei si conpiacerà scrivere: et io con tutti di casa ne resteremo obbligatissimi a V. S. Ecc.ma per servirla sempre. N. S. Dio la prosperi.

Firenze, a 9 Febbr. 1633([98]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Servit. Obblig.

Iac. Ant.o Lunardi.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ne Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

In sua mano.

2873*.

RAFFAELLO MAGIOTTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 11 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 21. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.e P.ron Col.mo S.

Non posso negare che quelle care raccomandationi fattemi da V. S. E.ma in tutte le lettere del P. Abbate([99]) non siano cagione (oltre al gusto mio straordinario) ch’io di me facci più stima di quello ch’io non farei per altro e quasi me ne insuperbisca, trovandomi sempre in buona gratia del Sig.Galileo. Ma però quand’io considero il fatto più adentro, vedo che tutto nasce dalla grand’affabilità et humanità sua, habile a sollevarsi con i grandi et adattarsi ancor sotto la mediocrità con i par mia. Di qui ho preso ardire di presentare a V. S. il Dottor Lattantio Magiotti Sanleolini mio fratello, quale gli recapiterà questa e tutte l’altre mie lettere, con fermo proposito di, quanto prima gli sarà permesso, venir da lei in persona, per esser ammesso nel numero de’ suoi più cari amici e servitori. S’io m’estendessi in questo proposito più a lungo, sarebbe un metter in dubbio quella gentilezza ch’io ho sempre, verso di me e tutti, provata grandissima.

Il Sig.r Marchese Giustiniani non cessa in ogni congresso di far onorata mentione di V. S., e massime doppo haver letta buona parte dell’opera con sua piena soddisfatione, poichè dov’egli credeva trovar difficultà, egli ha trovato spianata la strada a maraviglia. Così sta con una ansietà grandissima di veder in luce il doppio parto che ella nutrisce per adesso in seno, e fra tanto la saluta con ogni affetto di cuore.

S’io non sono così diligente nello scrivere, non sono però negligente nell’amarla e reverirla, con un rispetto o sospetto continuo di non disturbar le sue Muse. Perciò gli ricordo, hora per sempre, ch’io non intendo affaticarla in rispondermi se non con suo grandissimo commodo o con occasion di comandarmi qualche cosa. E qui finisco, baciando caramente la mano a V. S. E.ma e pregandogli da Dio questo carnovale, con molti appresso, colmo d’ogni contento.

Roma, il dì 11 Febbraio 1634.

Di V. S. Ecc.ma Aff.mo et Oblig.mo Ser.re

Raffaello Magiotti.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

2874*.

GIOVANFRANCESCO BUONAMICI a GALILEO [in Arcetri].

Prato, 11 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 108. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Se un vago giardino non esclude l’herbe et fiori anco meno che ordinarii per compagnia o vero maggiore splendore de’ più pregiati et peregrini, confido che la cortesia di V. S. non sia per negar l’entrata in sua casa (ancorchè recettacolo de’ più esquisiti nettari) al saggio de’ rozzi liquori che producono i nostri poco fortunati pantani. Non ardisco già offerirgliene in maggior quantità, per non violentare il suo gusto a cosa contro gusto, per non dare a me il disgusto d’una repulsa. So che comparirà anser inter olores; ma V. S. scuserà la poca notitia et il soverchio ardire che molti miei simili sogliono palesare di haver delle proprie cose, poichè alle volte anco l’asino si accosta alla lira, perchè non si crede nè si conosce di esser tanto asino.

Mia moglie([100]) resta con particolare obligatione a V. S. della memoria che tiene di lei et de’ cortesi suoi saluti da me recatili, de’ quali con ogni più vivo affetto la ringratia, riserbandosi a supplir meglio in voce quando passeremo una volta a reverir V. S. personalmente, come facciamo hora col mezzo di queste due righe, baciandoli con tutto l’animo le mani.

Di Prato, li 11 di Febbraio 1633([101]).

Di V. S. molto Ill.re Aff.mo et Oblig.mo Servitore

Giofran.o Buonamici.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

2875**.

BERNARDO CONTI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 12 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 23. – Autografa.

Molto Ill.re ed Ecc.mo S.r e P.rone Oss.mo

Il nome del S.r Auditore Cavalli, del quale restai a servirla nell’altra mia([102]), è Bartolomeo. Sodisfaccio hora con questa a questo residuo de’ suoi comandamenti, ma non all’obligationi mie, le quali, ansiose([103]) di corrispondere al suo debito, la pregano del continuo del favor de’ suoi comandamenti. Facciagliene V. S. l’honore, che qui, attendendolo con partialissimo desiderio, le rassegnano la mia devotione ed osservanza. E le bacio affettuosamente le mani.

Di Siena, li 12 Feb.o 1634 a N.te

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

S.Galileo Galilei.

Obligat.mo e Vero Ser.re

Bernardo Conti.

2876**.

MARIA TEDALDI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 12 febbraio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 171. – Autografa.

Molto Ill. et Ecc.mo P.rone Col.mo

Essendo andata hieri a visitare il Sig.r Leonido([104]), quale è arrivato di Pisa malato, mi fu presentata una sua gratissima, et sentito quanto mi comandava, preghai detto Sig.r Leonido a voler favorire di detti tartufi; quale mi promesse (sebene era in letto) di servire V. S. E.ma, purchè ce ne fussino venuti de’ belli. Però V. S. E.ma potrà mandare il suo servitore.

Quanto al venire noi costassù, non è possibile, stante la sudetta indisposizione.

Dalli SS.ri Cocchapani mi fu data nuova che V. S. E.ma in tutto e per tutto era assoluta, e che in Firenze e dovunque voleva poteva andare, della qual cosa ne feci gran festa, stando con ardentissimo desiderio di vederla in Firenze; il che non sendo seguito, non ci potremo così presto rivedere. Pregandola a comandarmi e scrivermi quel tanto mi conosce abile a poterla servire, e facendoli reverenza, li pregho dal Cielo felicità in colmo.

Fir.e, li 12 Febb.ro 1633([105]).

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma Oblig.ma e Dev.ma Ser.ra

Maria Ted.i

Fuori: Al molto Ill. et Ecc.mo P.rone Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.mo Filosofo di S. A. S.,

in Villa.

2877**.

DOMENICO CITTADINI a GALILEO in Firenze.

Siena, 13 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 13. – Autografa.

Molto Ill. ed Ecc.mo mio S.re

Accusai a V. S. E.ma il pagamento delle £ 200 al S.r Vannuccini([106]), e le detti cenno che mi era capitato alle mani certo discorso sopra i venti, stampato in Bologna in luogo di lunario del presente anno, autore Ovidio Montalbani([107]), nel quale, con l’occasione di recare l’oppenione di varii autori intorno la cagione del vento, nella faccia 7a cita un’openione che il vento possa esser cagionato da materia che stia ferma, di autor moderno; che haverei volentieri sentito, se questa openione era stampata, il luogo ove ella fosse, per mia curiosità: e perchè io so quale e quanta sia la cortesia del S. Galileo, mio Signore, so’ andato dubitando che la lettera, quale inviai alla posta, non habbia corso burasca di qualche ingegno curioso, non havendone veduto risposta. Questo trattatello, che è di 20 carte, è appresso di me; se V. S. non l’ha veduto, gliene manderò volentieri, inviato al S.Bocchineri, come fo questa.

Io sono ritenuto in casa, doppo esser stato 20 giorni in letto, dalla podagra, e in ogni tempo e in ogni stato ambitioso di servire a V. S., chè obbligatissimo le sono; e riverentemente le bacio le mani.

Siena, 13 Febb. 1633([108]).

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma Obb.mo Servo

Dom.co Cittad.ni

Fuori: Al molto Ill. ed Ecc.mo mio S.r e P.ron Col.mo

Il S.or Galileo Galilei.

Fiorenza.

2878.

GALILEO a GIOVANFRANCESCO BUONAMICI in Prato.

Arcetri, 14 febbraio1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 85. – Autografa.

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

  1. S. molto I., non contenta de i fiori, mi ha voluto esser cortese de i frutti di cotesti non dirò pantani([109]), ma colli diletti da Bacco. Ho ricevuti i 2 liquori, diversi di sapore, ma simili et eguali di bontà, e così proporzionati al mio gusto, che senza farne parte ad altri voglio godermegli solo. In tanto gli rendo le debite grazie del regalo.

La speranza, che V. S. non mi toglie, di poter una volta riceverla e servirla insieme con la S.ra sua consorte in questo mio tugurio, mi farà campare un pezzo di più, con l’allungarmi i giorni che tramezeranno quello della lor venuta; ma non però son tanto desideroso di vita, ch’io non sia altrettanto e più della lor vista, e tanto più quanto col rallegrarmi nel vederle e servirle (essendo l’allegrezza l’ottimo preservativo della sanità e della vita), potrò conseguire l’istesso benefizio. Starò dunque aspettando([110]) le persone, e tratanto i comandamenti loro da me desideratissimi, mentre con reverente affetto gli bacio le mani e prego felicità; il quale offizio mi farà grazia passar V. S. con la S.ra Polissena([111]), e con tutti di casa sua.

D’Arcetri, li 14 di Feb.1633 ab Inc.e

Di V. S. molto Ill.re Dev.mo et Ob.mo Ser.re

Galileo Galilei.

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

Il Sig. Cav.r Gianfr.co Buonamici.

Prato.

2879*.

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO inArcetri.

Bologna, 14 febbraio 1634.

 

Blbl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 53. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

  1. S. Ecc.masi querela meco ch’io non habbi con quella energia proclamato la impertinenza e stoltitia dell’autore([112])del libro inviatoli, che la conditione di quello richiedeva, o che io habbi mostrato di farne qualche conto; nel che confesso di esser veramente andato alquanto rimesso per non dir troppo, trapassando la sua insolenza ogni termine, e scoprendosi più che chiara la sua incapacità e stupidezza. La fretta con la quale io scrissi non mi diede campo di poter al vivo rapresentarli come l’autore non mi era sembrato altro che quello che a lei è parso: mi spedii con dire, se pur mal non mi ricordo, che mi era parso pieno di sciocherie e di spropositi; e così di nuovo le confermo, nè ho mancato, ragionando con altri, di rapresentarlo per tale: nè creda che appresso di me habbi aquistato un minimo che di stima, ma sì bene all’opposito ne ho formato un concetto di insolentissimo et ignorantissimo pedante. Non mi sovviene già che cosa habbi detto, dal che possa raccogliere che io gli habbi qualche credito, se forsi non fosse stato il dire che egli si mostri prattico in Aristotile; il che però non mi aggiungeria credito alcuno, poichè so bene, com’ella dice, che questi si stimano esser arrivati al sommo del sapere, quando hanno fatto gran prattica sopra li suoi testi, dall’accozzamento de’ quali professano potersi rispondere a ogni cosa, sprezzando ogni altro modo di sapere et ogni altra, per singolar che sia, strada di filosofare. Si sganni pur V. S. Ecc.ma in questo, nè si conturbi, poichè il purissimo oro delle sue saldissime ragioni è da me, per quanto la debolezza del mio ingegno mi permette, benissimo distinto dal rame, del qual sembrano essere i discorsi del sudetto autore. Ma poi, quando io pur non conoscessi a pieno tal distintione, non per questo creda che siano per mancare ingegni di gran longa superiori al mio (del quale la ringratio molto della stima che mostra di fare), che benissimo conosceranno quanto ella sopravanzi tutti gli altri nella saldezza del suo discorrere, e quanto scioccho, arrogante e pieno di vanità, si ritrovi il detto autore nel suo trattare. Io non l’ho alle mani, sì che io lo possa di nuovo vedere; ma poco mi si può aggiungere, credo, al concetto che ne ho formato, se bene io lo vidi in una scorsa, poichè alla prima mi sono parse così ben chiare le sue sciochezze, che puoco più potrei avantaggiarmi in conoscerle per tali.

Condoni qualche cosa allo scrivere, che non permette tal’hora allargarsi quanto si dovrebbe, e mi tenga pure per suo partialissimo servitore e che a niun cedo nel fare singolarissima stima del suo sublime ingegno, che con saggi così esquisiti ella ha a tutto il mondo co’ suoi sottilissimi discorsi palesato. E con tal fine alla sua affettuosa memoria mi raccomando, baciandoli le mani.

Di Bologna, alli 14 Feb.ro 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo e Dev.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Galileo Gal.ei

Fiorenza.

Arcetri.

2880**.

GERI e ALESSANDRO BOCCHINERI a [GALILEO in Arcetri].

Firenze, 16 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 111. – Le lin. 1-15 [Edizione Nazionale], fino alla parola «chiesteci» sono di mano di GERI, il resto è di mano di ALESSANDRO BOCCHINERI.

S.r mio,

Io penso che V. S. resterà servita di havere il vino a fiaschi a commodo et a elettione sua([113]); ma non mi è ancora riuscito di fare abboccare in presenza mia il Maestro di casa([114]) di S. A. col canovaio per darne l’ordine, con tutto che io habbia parlato all’uno et all’altro separatamente et habbia anche procurato questo abboccamento: et mi pare che questo S.r Maestro di casa non sia stato in questo negozio così pronto come harei voluto.

Per il S.r Vincenzio([115]), Alessandro ha parlato al S.r Luca degli Albizi et agli altri ministri de’ Nove, ma senza frutto, perchè, come negozio aggiustato, non lo vogliono alterare, et massime aggiustato (in supplimento del S.r Luca) dal S.r Antonio Carnesecchi; et si vede che quel ministro, che si tiene mal trattato dal S.r Vincenzio, ha voluto rendergli la pariglia. Per gli altri libri che restano, il S.r Vincenzio o sfugga di fargli, o si dichiari anticipatamente di non li poter far per questo prezzo.

Le mandiamo le lib. 6 di tartufi chiesteci, ma per ancora non gli si può avvisare il prezzo, perchè lo spenditore del S.r Cardinale([116]), che gli ha provvisti, non lo ha mandato a dire; ma credo che batterà a 4 giuli la lib.: et V. S. gli conti perchè hanno da essere 32.

Spero che V. S. ricevessi hieri un mio piego, entrovi una lettera del S.r Lagi([117]), et havrei caro che ella mi avvisassi quello devo rispondere a detto S.r Lagi. Et le faccio reverenza.

Da Firenze, 16 Febb.o 1633([118]).

Di V. S. molto Ill.re Devot.mo Ser.re e Parente

Aless.ro Bocchineri.

2881*.

MATTIA BERNEGGER a GIO. MICHELE LINGELSHEIM in Heidelberg.

[Strasburgo], 16 febbraio 1634.

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato al n.° 2613, car. 108t. – Minuta autografa.

…. Galilaei Systema (in quo vertendo pergo quoad possum) in Italia proscriptum est, quae res et mihi laboris stimulus est, et olim, uti spero, libri pretium accendet. Mitto proscriptionis formulam, sed ea lege ut ad me redeat, uberem aliquando praefationis materiam praebitura. V.

6 Febr.([119]) 1634.

2882**.

GERI BOCCHINERI a [GALILEO in Arcetri].

[Firenze, febbraio 1634].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 19. – Autografa.

S.r mio,

Non fui a Palazzo hieri, onde non ho nuova del vino; lo intenderò hoggi([120]). Le lib. 6 di tartufi([121]), a
tre giuli et mezzo la libra, costorno. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . £ 14
La scatola, che io presi aggiustata, quale io sigillai et ammagliai bene, et feci traforare il coperchio acciò l’aria passasse, perchè nel panierino li tartufi pericolavano di scemare, valse. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .  

 

£

 

 

 

 

13.

 

 

4

Francatura del porto et gabella in dogana. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . £ 1. 6. 8
  £ 16

Bacio le mani a V. S.

  Suo Ser.re Oblig.mo

Geri Bocc.ri

2883*.

GALILEO ai CARDINALI DELLA CONGREGAZIONE DEL S. UFFIZIO in Roma.

[Arcetri, febbraio1634].

Cfr. Vol. XIX, Doc. XXIV, b, 91, a)([122]).

2884*.

FRANCESCO NICCOLINI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 18 febbraio 1634.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXII, n.° 113. – Autografa.

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Interporrò, con l’efficacia dovuta, con N. S.re gl’offitii desiderati da V. S. per l’assoluta liberatione sua, e mi varrò de’ pretesti accennati da lei([123]) per facilitar la gratia, e stimerò in estremo di vederla consolata e ridotta alla sua casa; mentre io intanto, pregandole felicità, le bacio affettuosamente le mani.

Di Roma, li 18 Feb.o 1634.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo Ser.re

Franc.o Niccolini.

2885*.

GIOVANNI VANNUCCINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 18 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 44. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Oss.mo

Si è ricevuto li fiaschi 24 verdea, che V. S. Ecc.ma ha mandati, quattro de’ quali farò hoggi presentare al S.Domenico Cittadini, e per l’altri vinti Mons.r Ill.mo([124]) ne la ringratia sommamente della troppa parte; e perchè il S.Segretario non era in casa, si riserba rispondere a V. S. Ecc.ma per il procaccio([125]). In tanto di suo ordine le invio trenta starne, diciotto delle quali si pigliarà briga farle recapitare alla S.ra Caterina([126]) con l’inchiusa lettera, e dodici, insieme con otto tordi, se le goda lei, accettando queste poche che per hora ho potuto havere.

Tutti questi Signori di casa, come l’altri servitori, rendono infinite gratie a V. S. Ecc.ma della cortesissima memoria che si degna tener di loro, sì come sopra ogni altro faccio io per l’honor che ricevo tal hora de le sue lettere. E basciandole in tanto humilmente le mani, resto pregandoli dal Cielo ogni vero bene.

Di Siena, li 18 Febr.o 1633([127]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Se.re Humili.mo

Gio. Vannuccini.

2886.

GERI BOCCHINERI a GIO. BATTISTA VERNACCI [in Firenze].

Firenze, 18 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 83. – Autografa. Sul di fuori, accanto all’indirizzo, si legge, di mano di GALILEO: S. Geri al Vernacci.

S.r mio,

Il S.r Galileo vorrebbe poter levare a 2 et a 4 fiaschi per volta, hor bianco, hor rosso, li cinque barili di vino che S. A. gli dona, perchè così non se gli svanirà nella botte: egli prega però V. S. di darne l’ordine in cantina, con fargli consegnare la poliza di credito. Et poichè S. A. gli ha fatta la grazia con tanta benignità, non può se non haver caro l’A. S. che il vino se gli conservi buono sino al fine, come seguirà in questo modo; tanto più che il S.Mar.se Coppoli([128]) mi disse che V. S. haveva havuto ordine da S. A. di sodisfare al gusto del S.r Galileo di quella qualità di vino che più gli fusse piaciuto, et se mal non mi ricordo V. S. medesima me lo confessò. Il suo gusto in somma sarebbe questo.

Se ella mi manderà questa poliza, io gliela invierò. Et le bacio le mani.

Di Seg.ria, 18 Feb.o 1634.

Di V. S. molto Ill.re Aff.mo Ser.re

Geri Bocchineri.

Fuori: Al S.r Gio. B.a Vernacci,

Maestro di casa di S. A. S.

2887.

GIO. BATTISTA VERNACCI a [GERI BOCCHINERI in Firenze].

[Firenze, 18 febbraio 1634].

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 83. – Autografa. È scritta dappiedi alla lettera che pubblichiamo col n.° 2885.

L’ordine che io ebbi da S. A. fu di dare al S.r Galileo cinque barili di vino bianco di Castello, e sempre che egli mandi gli sarà consegnato. Mi perdoni se non lo posso compiacere, poi che non uscirei del comandamento di S. A. S. E le bacio con ogni affetto le mani.

Di V. S. molto Ill.re Aff. Ser.

Gio. Bat.a Vern.ci

2888*.

GIO. MICHELE LINGELSHEIM a MATTIA BERNEGGER in Strasburgo.

Heidelberg, 19 febbraio 1634.

Dalla pag. 63 dell’opera citata nella informazione premessa al n.° 2646.

….Sed, quaeso, quomodo procedit, Galilaeus tuus? Hiems iam praeceps ruit, quem finem labori tuo proposueras. Eiusmodi malo considerare quam publica, quae ruunt culpa universorum….

Heidelb., 9 Febr.([129]) 1634.

2889**.

GERI BOCCHINERI a GALILEO [in Arcetri].

Firenze, 21 febbraio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 118. – Autografa.

S.r mio,

L’ordine del vino si è dato; et io ho pregato, et poi anche protestato, che sia dato buono, secondo la qualità che V. S. di mano in mano vorrà, acciò non si habbia a ricorrere di nuovo a S. A., la quale mi riferisce il S.r Soldani([130]) che disse al Maestro di casa([131]), maravigliandosi della sua stitichezza([132]): «Et che importava egli darlo a fiaschi o a barili([133]), che si havesse a negare questa sodisfattione al S.r Galileo?» Però V. S. mandi a sua posta; et per la prima volta farò io la scorta a Geppo.

Poichè non ci è il Norcino, V. S. dica se vuole che se le mandi maestro Michelagnolo Coveri cerusico o il Calendino nostro cerusico, che ha nome di esser valente in così fatti mali.

Le mando un rinvoltino di scritture comparsomi di Venezia per lei; et fra porto et gabella il procaccio ha voluto due giuli. Et le bacio le mani.

Di Fiorenza, 21 Feb.o 1633([134]).

Di V. S. molto Ill.re Oblig.mo Ser.re et Parente

Geri Bocchineri.

Fuori: Al S.r Galileo Galilei, mio Sig.re

Con un rinvoltino.

In sua mano.

2890*.

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 21 febbraio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 25. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Sabato mattina comparve qui una soma con soprasoma de’ suoi regali: una mano di fiaschi di verdea squisitissima, le confetture di Suor Maria Celeste regalatissime, e sopratutto l’occhiale eccellentissimo. Io non so da che capo farmi a ringratiarla, essendomi tant’eccesso di favori più tosto di mortificatione che d’altro; ma come cose procedenti dalla bontà e gentilezza dell’animo suo, li prometto che con gl’amici saranno godute e gustate con ogni contentezza.

Non so se V. S. harà saputo che a’ giorni a dietro, nel tirarsi in Torre la campana([135]), si fiaccorno così presto i due travi che reggevano il falcone, che a malo stento si potè ricalare la campana senza danno. Hieri poi havendo meglio assicurato le cose, andò sì felicemente la campana su, che in meno d’un’hora e mezzo fu nella pergamena, senzachè nè quella nè il Mangia pericolasse. Il nostro Sig.r Rettore dell’Opera([136]) è uscito d’un grand’affanno, per quello che ogn’uno si rivolgeva a lui, ch’havessi fidato quest’impresa a un manovale; ma io gl’ho sempre fatto animo.

Io non so trovare meglio mezzano di lei per assicurar Suor Maria Celeste del mio vivo desiderio di servirla, franco d’ogni cerimonia: però V. S. m’honori in questo come nell’altre cose, mentre per fine l’assicuro che non ho nuove di maggior gusto che quelle di sua salute, nè altre più vivamente m’auguro che quelle de’ suoi comandamenti.

Di Siena, li 21 Febbraro 1634 a N.te

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei

Aff. Vero Ser.

A. A.o di Siena.

 

2891.

NICCOLÒ AGGIUNTI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 22 febbraio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 15-16. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.e P.ron mio Col.mo

I tartufi che mi ha regalato V. S. Ecc.ma son tanto belli, che in qualsivoglia luogo gl’haverei riceuti per cosa sfoggiata, ma in questo paese poi mi son giunti come delizia miracolosa. Gliene rendo grazie infinite, come fa anco il Sig.r Apollonii([137]), quale si pregia e gloria di esser nominato da lei, e mi ha imposto che io deva offerirlo, come fo, a V. S. Ecc.ma per servo devotissimo del suo singolar merito.

Ci siamo messi alla cerca di Messer Rocco([138]), e per ancora non l’habbiam trovato; ma trovato che l’haremo, tengo per fermo, che sicome l’opere di V. S. Ecc.ma ci hanno certificato che ne’ secoli andati non si era pervenuto alla suprema eminenza di sapere, così la lettura di Messer Rocco ci accerterà che nè anco si era arrivato all’estrema pecoraggine. In tanto ci dà questa medesima certezza la lettura di Messer Scipione([139]); e se Messer Rocco lo pareggerà, non farà poco.

Habbiamo letta e compresa quell’immensa balordaggine circa le macchie solari accennataci da V. S. Veramente non può esser più madornale nè più palpabil castroneria in tal materia. A suo tempo ce ne varremo, come anco di qualunque altra cosa tale, che da lei venisse in detto libro notata.

Lodovico mio fratello mi propone, in forma di problema, questo quesito: Come si potrebbe fare che una barca passasse a traverso un fiume di corso velocissimo senza movere altro che il timone di detta barca? Qui io non veggo, mentre la barca sia esposta senza alcun ritegno al corso del fiume, che il timone possa operar niente, perchè nell’esser portata la barca dalla corrente il timone e l’acqua cammineranno con l’istessa velocità, e però l’uso del timone sarà nullo. Andavo dunque considerando, se dando qualche ritegno alla barca, si potesse sodisfare al quesito; et a me pare che se la barca fusse infilata per prua nel cavo ab, in modo che ella potesse scorrer per detto cavo, all’hora potesse anco essere, che movendosi il timone da una parte, la prua dovesse per il cavo scorrere verso l’altra, e così a poco a poco condursi da una riva all’altra. Non ho tempo di dichiararmi meglio, ma credo che ella mi intenderà anco con questo poco. Desidero sentire il suo parere; e perchè l’hora è tardissima, e Gio. Batista Pieratti, lator della presente, hor hora monta in carrozza e parte col procaccia, tronco, per non poter far altro, la lettera, e gli prego intera salute e prosperità, baciandogli con interno affetto le mani

Di Pisa, il dì 22 di Febbraio 1633([140]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Ho indugiato a mandargli i cantucci, perchè pensavo poter havergli migliori; ma è stato forza pigliargli come si trovano. Con la prima occasione di navicellaio, gl’invierò al Sig.r Dino([141]).

 

 

 

 

 

 

Obblig.mo e Devot.mo S.re

Niccolò Aggiunti.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Fil.° e Mat.co prim.io di S. A. Ser.ma

Firenze.

2892**.

DOMENICO CITTADINI a GALILEO in Firenze.

Siena, 24 febbraio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 123. – Autografa.

Molto Ill. ed Ecc.mo mio S.r Col.mo

Quasi nell’istesso tempo ricevei la gentilissima lettera di V. S. e quattro fiaschi di verdea, mandatimi per parte di V. S. dal S.r Maestro di casa di M.r Ill.mo Arcivescovo([142]), quale mi è stata in più conti gratissima, e per la sua squisitezza e per essere arrivata in tempo che la potei godere con alcuni parenti, l’istessa mattina che arrivò erono a desinar da me. Ben è vero che la gola mi fece patir il fio di non voler contentarmi di un sol biccheri, nè mi valse alzar il piedi, chè la gotta se ne sentì. Ne rendo a V. S. le debite grazie; ma vorrei che sì come ella mi accresce continuamente di obbligationi verso di lei, così mi dessi occasione con i suoi comandamenti di qualche sollievo a tanti debiti. Insomma questa desiderata vecchiaia vien sempre in compagnia di mille travagli: a tollerargli in patienza!

Spero partir tra quattro o sei giorni per Pescia, e al ritorno far cotesta strada; quando non per altro, per vedere e riverir V. S., che tanto stimo e tanto le devo. E per fine facendole reverenza, prego somma felicità.

Siena, 24 Febb. 1633([143]).

Di V. S. molto Ill. ed Ecc.ma Devoto e Obb.mo Ser.e

Dom.co Cittadini.

Fuori: Al molto Ill. ed Ecc.mo S.r mio P.ron Col.mo

Il S.Galileo Galilei.

Fiorenza.

2893*.

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI in Ginevra.

[Strasburgo], 24 febbraio 1634.

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 109r. – Minuta autografa.

Aelio Diodato I. C.

Genevam.

Heri Tripponetus tuas mihi reddidit, eximie virorum, idemque meas ad te sub finem nundinarum recte se curasse dixit, nec dubitare quin iam eas acceperis. Nihilominus paucis repetam earum argumentum, si forte, praeter spem nostram, interceptae illae aut amissae fuissent.

Scripsi([144]), curae mihi esse Galilaei conversionem, nec tamen adhuc multum ultra quartam libri partem praecessisse, remorantibus subinde diversis occupationibus aliis; curaturum autem me ut aestate proxima liber excudatur domi meae, et iam egisse cum bibliopola Francofurtano Clemente Schleich, ut et impensas suppeditet et librum divendat; praefationem quoque confecturum ex animi tui sententia. Dubia quoque nonnulla notavi, rogavique iuvares me in illis expediendis; quanquam pleraque ultro nunc assequor, ipse versionis progressu et exercitatione doctior factus. Pag. 77, fin., quid est pietra S rena?([145]) excidit hic littera typographo. Pag. 86, m., quid est che tendono le pareti al commune?([146]) forte, qui popularem auram captant. Pag. 87, lin. ult., et mox pag. seq., di mano in mano([147]), nescio quid sibi velit. Pag. 88, fin., et 89, lin. 11, ombre taglienti([148]), et 89, lin. 12, il taglio([149]): sensum video, sed aptis verbis vix exprimo. Pag. 90, 7, ischiera([150]). Pag. 92, med., velluti a opera([151]): videtur esse nostro idiomate geblümbter sammet. Et mox velluto piano, item ermisino([152]).

De liberatione Galilaei laetor, pro eo ac debeo, maximopere. Rogo, incomparabili et immortali viro meae in ipsum observantiae studiique summi fidem facias. Quendam studiosum ei commendavi([153]) sub finem anni praeteriti. Si vel paucarum linearum responsum obtineo, tanti viri manus inter keim®lia mihi erit. V.

14 Febr.([154]) 1634.

2894.

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 25 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 55. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

Conforme alla rissolutione che mi porta la carissima lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma di 11, ho dato ordine all’Ill.mo Baitello([155]) a Brescia che conchiuda, se può, il negotio della pensione nelli scudi 45 overo anco 40, purchè prontamente sodisfacia anco per li decorsi: n’aspetto risposta.

Non vorrei già che queste nuove compositioni contro li Dialoghi dilungassero molto il piacere del godimento della sua persona, che mi ho fisso nella mente per il supremo che mi resti in questa vita. Li mandai il libro del Rocco hoggi sono 15 giorni. Il vederlo in qualche stima me l’ha fatto leggere tutto questi giorni: ho ricevuta molto minor sodisfattione che non credevo, perchè sebene è rigido peripatetico, è però stimato ingenuo et huomo di buono senso anco in altre cose. Maladetto interesse di Corte, che fa perder l’humanità, non che la civilità. Non veggo nel suo discorso altro che discorsi verbali e topici contro il sodo dell’opera di V. S., e le confutationi ove più preme mi paiono tutte fondate in suppositioni di quello che si disputa. O che non intende ciò che ne’ Dialoghi sia cielo, o che finge quell’antica e rancida cepolata o scatolata alla tedesca, ove le scatole stanno chiuse e sode dentro l’una l’altra, per haver bel campo di sillogizare; et ha opinione, che ovvonque si move un corpo, ci lasci, come la lumaca, un altro corpo. Mi è parsa ben goffa, ridicola e pazza l’imaginatione, che un globo che fosse mosso per moto retto non possi dare nel circolare se non trova un corpo sopra cui, per la ressistenza al passar oltre, acquisti il moto circolare: filosofia imparata dal trottolo o ruzzola. A questo modo li globi celesti per moversi hanno bisogno di terribili tavolazzi.

Il pensiero di V. S. di non far altro che note brevi e marginali al libro mi piace, e si potrà far ristampare con quelle. Ma perchè in alcuni luoghi la margine non bastarà, direi che facesse legare il libro con alcune carte bianche fra mezo li fogli, chè così haverà comodità di notare il puoco o ‘l molto, e puoi si rissolverà. È però conveniente nelli Dialoghi che prepara, far una buona passata sopra la creanza de’ pedanti. È V. S. constituita in posto, che per necessità deve servir alla sua gloria, che non può mancare, et all’avanzamento della filosofia; et in amendue è tanto inanti, che non vi è più potenza che vi si possa opponere.

Quell’altro Giesuita([156]), che fa nuovi articoli di fede, non è ancora comparso qua: ho ben curiosità che ci sia portato. Ma egli farà più heretici che conversi.

Il Sig.r Argoli([157]), Mathematico di Padova, ha fatte alcune lettioni delle machie solari, portando ragioni che siano elevationi tratte dalla luna; mi vengono lodate per gentili.

L’Ecc.mo Venier([158]) con ciera giocondissima riceve le sue salutationi, che rende con sommo affetto. E con tal fine a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma bacio le mani.

Ven.a, 25 Feb.o 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

2895*.

MATTIA BERNEGGER a GUGLIELMO SCHICKHARDT in Tubinga.

Straaburgo, …-25 febbraio 1634.

Kgl. Landesbibliothek in Stuttgart. Cod. citato al n.o 2665, car. 19. – Autografa.

…. In transferendo Systemate Copernicano non multum ultra quartam partem progressus sum ob alias curas et molestias, quae fatali quadam infelicitate studia mea subinde remorantur. Sed posthac festinandum erit magis, admovente stimulos Diodato nostro, qui scribit, librum in Italia proscriptum esse, autorem Sienae honorario carcere domo Episcopi custodiri. Proscriptionis formulam una mitto, sed remittendam. Extat in fine novorum. Vide quo stultitiae devenerint isti purpurati Patres. Sed non patiemur, opus praeclarum bono publico subtrahi. Rogo itaque, ne de promissa censura correctioneque translationis sententiam mutes.

Ex quo Gallicae copiae in has oras venerunt, itinera minus infesta sunt quam dum Sueci, seu potius Suecienses, omnium potirentur, praedatores ipsi terrae quam a praedatione vindicare debebant. Forsan ergo mittam nunc una cum scripta tum impressa, quatenus conversa sunt. Deliberabo tamen: cum enim hoc unicum exemplar Germaniam viderit, nec aliunde recuperari possit, nolim amissionis periculum adire. Pro necessitudine mutui amoris et pro humanitate tua facile obtineri abs te patieris, ut emendes omnia liberrime. Videbis subinde haesitantem ac nonnunquam turpiter impingentem imperitia astronomiae, quam et initio leviter didici, et per tot annos magnam partem dedidici; nisique tu te Schickardum hic praestes, non tam existimationi meae (nec enim patiar ut me interpretem esse publice constet) quam autori ipsi et eius operi male consuletur.

Praecedentia scripsi ante plusculos dies…. Hortante D. Clutenio([159]) nostro, ausus sum mittere Galilaica. Sed nova illa, in quibus proscriptio libri, iam non in promptu sunt mihi: venient proxime. Quaeso te, magne vir, Galilaeum curae habeas. Dn. Diodatus scripsit ad me nuper, Galilaeum ante aliquot septimanas pristinae libertati restitutum, Florentiam ad suos salvum rediisse. Debebam conversa denuo inspicere: multa enim sunt quae, iam exercitatior, melius intelligo. Tabellario satisfeci, nec vel obolum deinceps abs te hoc nomine velim exponi. Pro censura et labore gratus ero. Vale, charissimum caput.

Scripsi Argentorati, d. 15 Febr.([160]) 1634.

  M. Bernegger.

Fuori: Dem Herrn Wilhelmus Schikardt,

Vornehmen Professori d. Universität zu Tübing,

meinein grossgünstigen Herrn und hochgeehrten Freundt, einzuhändigen.

Der Bott ist bezahlt. Tübingen.

2896**.

ALESSANDRO MARSILI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 28 febbraio 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. X, car. 127. – Autografa.

Molto Ill.re et Eccl.mo Sig. mio Oss.mo

Che nelle comuni allegrezze del carnevale venga con questa a salutarla, riceva V. S. per segno che non vogli scompagnare dalli altri questo contento di godere almeno per lettere della sua grata conversatione, mentre non lo posso, come desidererei, fare di presenza. Mi assicura poi la sua gentilezza di essere mantenuto tra il numero de’ suoi più cari, poichè quella, come efficace, la corre più pronta a favorire e sollevare dove trova scarsezza maggiore.

Qua poi ce ne andiamo con le nostre lettioni debilmente, e tra la moltitudine delle oppinioni de’ principî naturali a me avviene non trovare principî, sì che affogo nella abbondanza. Lei poi, sì come abbondo di obligationi, non mi renda scarso de’ suoi comandamenti. E li fo reverenza.

Di Siena, il 28 Ferraro 1633([161]).

Di V. S. molto Ill.re ed Eccl.ma Aff.mo Ser.re et Obbl.mo

Alesandro Marsili.

2897*.

GIO. MICHELE LINGELSHEIM a MATTIA BERNEGGER in Strasburgo.

Heidelberg, 28 febbraio 1634.

Dalla pag. 64 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 2646.

…. Remitto([162]) Tribunalis Sacri sententiam contra Galilaeum. Quam foede se immiscet sacra cohors in decisionem controversiae philosophicae! Gaudeo id tibi incitamento esse ad urgendum opus tuum; in quo gnaviter perge, gratum facturus omnibus veritatis studiosis….

Heidelbergae, 18 Febr.([163]) 1634.

2898*.

RENATO DESCARTES a MARINO MERSENNE in Parigi.

[Amsterdam, febbraio 1634].

Da Oeuvres de DESCARTES, publiées par Charles Adam et Paul Tannery sous les auspices du Ministère de l’Instruction Publique. Correspondance, I. Paris, Léopold Cerf, Imprimeur-éditeur, 1897, pag. 281-282.

Mon Reverend Pere,

Encore que ie n’aye aucune chose particuliere à vous mander, toutesfois, à cause qu’il y a desia plus de deux mois que ie n’ay receu de vos nouvelles, i’ay creu ne devoir pas attendre plus long-temps à vous écrire; car si ie n’avois eu de trop longues preuves de la bonne volonté que vous me faites la faveur de me porter, pour avoir aucune occasion d’en douter, i’aurois quasi peur qu’elle ne fust un peu refroidie, depuis que i’ay manqué à la promesse que ie vous avois faite de vous envoyer quelque chose de ma Philosophie([164]). Mais d’ailleurs la connoissance que i’ay de votre vertu, me fait esperer que vous n’aurez que meilleure opinion de moy, de voir que i’ay voulu entierement supprimer le traitté que i’en avois fait et perdre presque tout mon travail de quatre ans, pour rendre une entiere obeïssance à l’Eglise, en ce qu’elle a deffendu l’opinion du mouvement de la terre. Et toutesfois pour ce que ie n’ay point encore vû que ny le Pape ni le Concile ayent ratifié cette defense, faite seulement par la Congregation des Cardinaux establis pour la censure des livres, ie serois bien aise d’apprendre ce qu’on en tient maintenant en France, et si leur authorité a esté suffisante pour en faire un article de foy. Ie me suis laissé dire que les Iesuites avoient aidé à la condamnation de Galilée; et tout le livre du P. Scheiner montre assez qu’ils ne sont pas de ses amis. Mais d’ailleurs les observations qui sont dans ce livre, fournissent tant de preuves pour oster au soleil les mouvemens qu’on lui attribuë, que ie ne sçaurois croire que le P. Scheiner mesme en son ame ne croye l’opinion de Copernic; ce qui m’étonne de telle sorte, que ie n’en ose écrire mon sentiment. Pour moy, ie ne cherche que le repos et la tranquillité d’esprit, qui sont des biens qui ne peuvent estre possedez par ceux qui ont de l’animosité ou de l’ambition; et ie ne demeure pas cependant sans rien faire, mais ie ne pense pour maintenant qu’à m’instruire moy-mesme, et me iuge fort peu capable deservir à instruire les autres, principalement ceux qui, ayant desia acquis quelque credit par de fausses opinions, auroient peut-estre peur de le perdre si la verité se découvroit.

2899*.

DINO PERI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 4 marzo 1634.

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIV, n.° 177. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il fiasco serrato con lacca viene dal Sig.r Niccolò([165]); l’altro viene d’altro luogo, con titolo di malvagia: goda l’un e l’altro V. S. Ecc.ma a mio favore. Il vino del fiaschetino, quando a lei o alle sue Monachine paresse beibile, si trova in una botticella d’un amico, e 25 o 30 fiaschi saranno a sua requisitione. M’è parso ch’ella habbia commodo di fiaschi voti; quanti ella me ne mandasse, tanti farò empiere e consegnare a V. S. Ecc.ma Le fo reverenza humilissima, e con affetto ossequiosissimo e singolarissimo le bacio e ribacio mille volte le mani.

Firenze, 4 Marzo 1633([166]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Oblig.mo e Devotiss.o Ser.

Dino P.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Gal.o Gal.i

In villa. Arcetri.

2900.

NICCOLÒ AGGIUNTI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 5 marzo 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 27. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Ho letto con tal sentimento di cuore i suoi travagli, che sono stato tutti questi giorni, e sto di presente, grandemente turbato. Principalmente mi duole la nuova di Suor Maria Celeste; so l’affetto paterno e filiale che tra di loro passa, so l’altezza d’intelletto, l’accortezza, prudenza e bontà di che è dotata la sua figliuola, e non vorrei in modo alcuno che quella che gli è stata unica e soavissima consolazione de’ suoi travagli, hora, mancando, gli desse materia d’inconsolabil pianto. Con tutto ciò in ogni caso di humana necessità bisogna più tosto che ci mostriamo grati e contenti di quella parte di bene che ci è stato conceduto, che afflitti et impazienti di quella parte che ci vien tolta. Piaccia non dimeno a Dio benedetto non solamente di non torre a V. S. tanto bene, ma di accumulargliene almen con qualch’altro degl’infiniti da lei meritati.

L’altra nuova della malvagità romana, sempre più ostinata et infellonita, oltre al dolore, mi ha suscitata un’amarissima bile che internamente mi travaglia; e ‘l travaglio si accresce nel saper che il vomito è pericoloso, e bisogna per forza vivere col cuore pieno di tanta amarezza, e tacere e soffrire. V. S. può in qualche parte consolarsi, che una tanta indignità è conosciuta; e se ella seguiterà con la sua solita costanza di animo a sostenere la tirannica pertinacia de’ suoi avversarii, lascierà al mondo, tra l’altre sue eterne memorie, anco questo memorabilissimo esempio di equanimità e sofferenza.

Tra le lezzioni pubbliche e private, tra le brighe interpostesi inopinatamente, e tra i disturbi dell’animo, parte non ho hauto tempo, e parte non ho hauto attitudine, al far quella lettera; ma per quest’altro ordinario la manderò infallibilmente a V. S. Ecc.ma, quale ringrazio di quanto mi dice acciò che io possa servire il S.r Pr. Mattias([167]). Il mio ritorno non può haver maggiore stimolo che il desiderio di V. S.; però sia certa che sarà quanto più presto mi sarà permesso da’ superiori. V. S. mi continui la sua gratia e benevolenza da me sommamente([168]) stimata e desiderata. Le bacio le mani e prego felicità.

Pisa, 5 Marzo1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Obblig.mo e Dev.mo S.re

Nicc.ò Agg.i

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Fil.fo e Mat.co primario di S. A. S.

Firenze.

2901*.

GALILEO ad ELIA DIODATI [in Parigi].

[Arcetri], 7 marzo 1634.

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9531, car. 113. – Di mano sincrona. Se ne ha un’altra copia, di mano d’uno degli amanuensi del PEIRESC e con correzioni di quest’ultimo (cfr. n.° 2914, lin. 8-9 [Edizione Nazionale]), nel ms. della stessa Bibl. Nazionale in Parigi, Fonds Dupuy, n.° 390, car. 49; e delle lin. 11-15, 36-37 sono cinque copie (con alquante modificazioni nel testo), di mano di VINCENZIO VIVIANI o di un suo amanuense, nei Mss. Galileiani della Bibl. Nazionale in Firenze, P. V, T. VI, car. 27r., 67r., 75r., 84r., 145r., tra gli appunti raccolti dal VIVIANI per compilare il suo Quinto libro degli Elementi d’Euclide ecc. Aggiuntevi cose varie e del Galileo e del Torricelli, i ragguagli dell’ultime opere loro ecc. In Firenze, alla Condotta, MDCLXXIV: in capo a due di queste copie (car. 75r. e 84r.) si legge, di mano dello stesso VIVIANI, «Risposta ad una de’ 2 Febbraio precedente, la quale manca». Dal manoscritto Fonds françaisn.° 9531, la presente fu esemplata da GUGLIELMO LIBRI, e la copia di sua mano è nella Bibl. Nazionale in Parigi, Nouv. acq., ms. fr., n.° 3282, car. 71-72. Noi abbiamo preso a fondamento della nostra edizione la copia Fonds français, n.°9531, che ci parve la più corretta, nonostante alcune mende, quasi tutte formali, laddove la copia Fonds Dupuy ha errori più gravi. Chiamando la prima copia A e la seconda B, annotiamo appiè di pagina le lezioni di A che emendiamo nel testo e che si deve intendere che sono corrette con l’appoggio di B, quando non sia espressamente indicato che con A concorda anche B.

Vengo hora alla sua lettera: e perchè ella replicatamente mi domanda qualche ragguaglio de’ miei([169]) passati travagli, non posso se non sommariamente dirgli, che da che fui chiamato a Roma sino al presente, sono, la Dio gratia, stato di sanità meglio che da molti anni in qua. Fui ritenuto a Roma in carcere 5 mesi, e la carcere fu la casa del Sig. Amb. di Toscana, dal quale([170]) e dalla Signora sua consorte fui visto et trattato in modo, che con affetto maggiore non avrebbero potuto([171]) trattare i padri loro. Spedita che fu la mia causa, restai condennato in carcere all’arbitrio di Sua Santità, e fu la carcere il palazzo([172]) e giardino del G. Duca alla Trinità de’ Monti per alcuni giorni, ma pur permutata poi in Siena in casa Monsig. Arcivescovo, dove parimenti stetti([173]) 5 mesi, trattato da padre([174]) di Sua Sig.a Ill.a et in continue visite della nobiltà di quella città; dove composi([175]) un trattato di un argomento nuovo, in materia di meccaniche, pieno di molte specolazioni curiose ed utili([176]). Di Siena mi fu permesso tornarmene alla mia villa, dove ancora mi trovo, con divieto di scendere alla città; e questa esclusione mi vien fatta per tenermi assente dalla Corte et da i Principi. Ma tornato alla villa in tempo che la Corte era a Pisa, venuto il G. Duca in Firenze, 2 giorni dopo il suo arrivo mi mandò uno staffieri ad avvisare come era per strada per venire a visitarmi, e mez’hora dopo arrivò con un solo gentil’huomo in una piccola carrozzina, e smontato in casa mia si trattenne a ragionar meco in camera mia con estrema soavità poco manco di 2 hore. Stante dunque il non aver patito punto nelle due cose che sole devono([177]) da noi esser sopra tutte l’altre stimate, dico nella vita e nella reputazione (come in questa il raddoppiato affetto dei Padroni e di tutti gl’amici mi accertano), i torti e l’ingiustizie, che l’invidia e la malignità mi hanno machinato contro, non mi hanno travagliato nè mi travagliano. Anzi (restando illesa la vita e l’onore) la grandezza dell’ingiurie mi è più presto di sollevamento([178]), et è come una spetie([179]) di vendetta, e l’infamia ricade sopra i traditori et i costituiti nel più sublime grado dell’ignoranza, madre della malignità, dell’invidia, della rabbia e di tutti gli altri vizii e peccati([180]) scelerati e brutti. Bisogna che gl’amici assenti si contentino di queste generalità, perchè i particolari, che sono moltissimi, eccedono di troppo il potere esser racchiusi([181]) in una lettera. Di tanto si contenti V. S., e si quieti e consoli nel mio essere ancora in stato di poter ridurre al netto le altre mie fatiche e pubblicarle.

L’avviso che tiene V. S. d’Argentina([182]), mi è piaciuto assai, e riconosco l’onore dall’intercessione et indefessa vigilanza sua. Harei hauto gusto che ‘l mio Dialogo fusse capitato in Lovanio in mano del Fromondo([183]), il quale tra i filosofi non assoluti matematici mi par dei men duri. In Venezia un tal D. Antonio Rocco ha stampato in difesa dei placiti d’Aristotele, contro a quelle imputazioni che io gl’oppongo nel Dialogo([184]): è purissimo peripatetico, e remotissimo dall’intender nulla di matematica nè d’astronomia, pieno di mordacità e di contumelie. Un altro Iesuita([185]) intendo havere stampato in Roma per provare([186]) la proposizione della mobilità della terra esser assolutamente eretica; ma questo non l’ho ancora veduto.

2902*.

LODOVICO BAITELLI a [FULGENZIO MICANZIO in Venezia].

Brescia, 10 marzo 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 58. – Copia di mano dell’amanuense da cui fu scritta la lettera che pubblichiamo sotto il n.° 2907. In capo alla presente copia si legge, della stessa mano: «Copia». Essa formava originalmente il secondo foglio della citata lettera n.° 2907: cfr. ivi, lin. 2 [Edizione Nazionale],

Molto Ill.re et Rev.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

Sarò parso a V. P. Rev.ma negligente e nell’operare e nel rispondere nel negotio commessomi del Sig.r Galileo([187]). Li debitori per l’ordinario sono tardi al rissolvere di pagar quello che devono: per quanta sollecitudine io habbi usata col Mansionario Arisi([188]), l’ho potuto far poco frettoloso a darmi l’ultima risposta; gl’affari della Ser.ma Republica e de’ Prencipi grandi non hanno tanta gravezza o tardità di moto. Habbiamo con quell’huomo rivoltati sossopra mille conti et mille sue pretensioni; ho voluto prender informatione minuta d’ogni particolare: in parte sono restato sodisfatto, in parte mal sodisfatto, in tutto poco sodisfatto della sua persona, et poco è mancato due o tre volte che io non habbia perduta la patienza. Pur alla fine l’ho condotto nelle sottonotate conditioni, le quali egli professa che siano l’ultimo degl’ultimi, et che non potrà far più.

Pagherà ogn’anno scudi 40 all’anno da £ 7 per scudo in due rate, come anco sta la pensione, cioè di Marzo e di Settembre.

Quanto alle annate scorse, non vorrebbe pagar niente per l’anno della tempesta, nel quale veramente son informato che non ha fatto raccolto, e nondimeno ha sodisfatto agl’oblighi.

Del resto pagherà a ragione di scudi 40, come di sopra.

Dice che ha pagato a tal conto un’annata, cioè trenta ducatoni; che da qui a Pasca di Ressurrettione sborserà 40 scudi per un’altra annata.

Et che la pensione di quest’anno si sodisfarà tutta in Settembre. Il debito comincia del 1631. Verrebbe in questo modo ad haver franco l’anno della tempesta, qui communemente rilasciato.

Io non so quanto ne resterà V. P. Rev.ma servita. M’avisi se vi è difficoltà: procurerò di superarle, quanto sarà in me, con ogni spirito. Se a caso le piacessero, per stabilirle vi vorrà procura. Attenderò nuovi commandi.

Supplico V. P. Rev.ma a non argomentare dall’essito di questo negotio il desiderio che ho di servirla: ho che fare con un prete acutissimo, in tempi veramente in queste nostre parti penuriosissimi; ella sa la debolezza mia. Nell’effetto che ha havuto, merito d’esser compatito per deffetto d’auttorità; nel rimanente non cederò a chi si sia, dove pensi di poterla servire. Humilmente a V. P. Rev.ma m’inchino, supplicandola della solita da me pregiatissima gratia.

Brescia, li 10 Marzo 1634.

Di V. P. molto Ill.re et Rev.ma Devotiss.o et Obligatiss.o Ser.re

Lodovico Baitelli.

2903**.

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 11 marzo 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 56. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.Col.mo

Con la sua gratissima di 4 ricevo l’appostilla 75. L’ho subito letta con sommo gusto e riso. Veggo che saranno postille piene di bei sali, ma, che più importa, di saporitissime nuove dottrine. La prego comunicarmile, perchè io ricevo dale cose (sic) tutto il gusto che posso ricercare nell’opere d’altri vanamente. Il suo Dialogo, stia sicura, sarà posto in tutte le lingue. Ma conviene partorirli li fratelli. La postilla è la 75. Io credo che di quelle potremo far un libretto; et come le habbia, lasci pure la cura a me, chè le farò vedere. Ma perchè non le doveremo stampare? Veggo che V. S. non ha perso niente della sua vivacità, e che nell’insegnare sa ancora far arossire li balordi et insolenti. Io ho tanta gola a queste appostille come ai Dialoghi, perchè credo che ‘l S.r Rocco voglia desiderarsi digiuno dall’irritare le vespe.

Aspetto dimani, o forsi anco hoggi al tardi, il finimento dell’affare della pensione([189]). Del Sig.r Argoli([190]) non intesi altro, se non che in certo almanaco stampato si dice ch’egli in alcune lettioni ha sostenuto, le macchie del sole essere elevationi cavate dalla luna. Lo vidi alla sfugita, me lo raffermò. La prima volta che venga a Venetia, ancor io ho gran curiosità di udire i suoi sentimenti: egli certo è galant’huomo. E con tal fine a V. S. Molto Ill.re et Ecc.ma bacio le mani.

Ven.a, 11 Marzo 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

Fuori, d’altra mano: Al molto Ill.re et Eccell.mo Sig.r, Sig.Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

2904*.

GUGLIELMO SCHICKHARDT a MATTIA BERNEGGER in Strasburgo.

Tubinga, 13 marzo 1634.

Dalla pag. 191 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 2683.

Wilh. Schickardus Matth. Berneggero

Sal. et observantiam.

Vir. Clariss., amicorum Eminentissime,

Galilaica fuerunt mihi visu lectuque multo suavissima. Stupui tamen ad primum aspectum, quod praesentissimo viarum periculo sis ausus tam rarum exemplar committere. Nimirum vicit amor mei (quem agnosco et gratum habeo); sed non debuisses, curiositatis meae causa, periculum illud adire: iam enim consequitur ut angar, donec resciscam probe redditum esse, ac tabellarii singulos gressus interim solicita mente metiar. Itaque moneo ne in caeteris idem audeas, maxime cum ad editionis ornatum tenuitas mea nil conferre possit. Nam quod censuram praetexis, id nimis benigne adeoque tuo more facis. Quis enim ego sum, ut te doceam italice? Sus Minervam! nimia et propemodum incivilis modestia tua facit, ut magnitudinem ingenii proprii et nescias et scire nolis. Sed crede mihi et aliis, de te multo praeclarius sentientibus, nec mendacii argue publicam famam. Cavillator merito videri possem, si quicquam in erudita translatione tua carperem. Nec dubito quin ea loca quae signis notasti, relectione altera, cum post intervallum velut ad aliena fueris reversus, ipse nullo negotio animadvertas; quale, v. g., istud statim in praefatione: il rimettersi ad asserir etc.([191]), quod, continere se ab assensu stabilitatis terrae, et apprehendere contrarium velut ex quadam opinatione mathematica, non inde nascatur quasi non habeatur exploratum quid alii senserint, sed etc.; item frequens illud additar([192]) pro indigitare, quasi, digito demonstrare; vaghezza([193]) pro lenocinio; sciocchezza([194]) pro nugis; palco([195]), ein balck, nach dem teutschen, nisi vereris in palatio Sagredi, magnifice structo, ullas apparuisse trabes. Ecce vero quam feliciter lusoriam phrasin cambiar le carte in mano([196]) assecutus es? quam ego sine tuo indicio nunquam intellexissem. Quid multis opus? Tu is Berneggerus es, qui tibi sufficis ipse, non indigus cuiusquam Schickardi. Unicum tamen, si in authentico ipso mutare fas esset, cuperem: schemata significantius pingi, verb. gr., fol. 6 solidas lineas, ut ex umbrarum ratione appareat evidentius trina dimensio, quae in plano monogrammate intelligitur difficulter([197]). Imo haec potius dico, ne nihil dixisse aut non legisse videar. Quod vero tu quereris, variis te occupationibus toties in diversum trahi, hoc idem evenit mihi quoque crebrius quam vellem, et nunc quoque, ut et hac de causa sim brevior. Vale feliciter, Vir Clarissime.

Tubing., d. 3 Martii([198]), an. 1634.

2905**.

GIO. GIACOMO BOUCHARD a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 18 marzo 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 59. – Autografa.

Molt’Ill.re Sig.re e Pad.ne Oss.mo

Saranno tre mesi che mi fu ricapitato dal libraro del Sole di Roma un piego di V. S., dove erano inchiuse due lettere: l’una, per il S.r G. Camillo Gloriosi, la quale gli mandai subbito; et l’altra era risposta a quella ch’io le scrissi alli 15 d’Ottobre([199]) per via del S.r S.to Amante([200]): il quale mi rallegro sia stato di gusto a V. S., assicurandola che detto Signore altresì sia restato soprapreso dalla sua cortesia et dall’eccellenti parti del suo divino ingegno. Ma mi è sopra modo rincresciuto che la libertà le sia stata levata insino al parlare: lñgow g‹r ¤stin læphw f‹rmaxon mñnow ancora ch’io m’imagini che la lo potesse fare con ogni sicurezza con quelli li quali professano d’essere galantihuomini et di più servitori suoi particolari; delli quali voglio che la sappi che mi preggio d’essere anch’io, et la supplico di voler come tale trattarme hora mai con più libertà. E confidandomi di potere ottenere questa gratia dalla sua generosità et gentilezza, la supplico che mi voglia tanto favorire che d’avvisarme del modo ch’io potria tenere per comperare uno o duoi di suoi ultimi Dialoghi et farli venire qua sicuri; ma sopra tutto desiderarei che fusse per via occulta, che non si potesse poi sapere. Se venisse mai a salutarla con mie lettere qualche gentilhuomo Franzese, il quale andasse di Firenze a Roma, saria bonissima strada; o veramente la si potria servire di quella del S.re G. Battista Doni o Antonio Nardi, gentilhuomo Aretino, col quale so che la tiene corispondenza, et il quale è amico mio particolare. Però mi rimetto del tutto alla sua prudenza([201]).

Invio a V. S. questo piego([202]), lo quale m’è stato mandato da M.r Gassendi per via del S.r Peiresc, essendomi stato raccommandato da tutti duoi molto caldamente, acciò le fosse ricapitato in man propria: però ho aspettato qualche tempo per trovare strada sicura, quale mi sono imaginato che doveva essere quella del gentilhuomo latore della presente: ‘pantaw ² paÛdeusiw ²m¡rouw poieÝ. Detti Signori mi scrivono che caso che V. S. si compiaccia di dar loro risposta, la me l’indrizzi per le vie già di sopra accennate o altre sicure; di che la supplico volere prima scrivermi lettera d’avviso particolare, et il più presto che le sarà commodo, acciò ch’io sappia s’il piego le sarà stato recapitato: et potrà mettere detta lettera d’avviso o alla posta, o veramente più presto nel piego del S.r Antonio Nardi.

Non m’imagino potere finire questa per nuova più grata a lei di quella dell’inventione d’uno horologio, dove l’hore vengono notate da una certa radica, la quale per proprietà naturale si va movendo continuamente col sole dell’istesso suo moto, posta che sia in libertà dentro all’acqua. Un tal Giesuita Tedesco, arrivato a Roma da poco tempo in qua, il quale si domanda P. Anastasio, n’è stato l’inventore([203]). Egli confessa nondimeno haverlo cavato da certi autori Arabi, essendo detto Padre molto versato nelle lingue orientali. Non dubito che V. S. col suo sublime intelletto non rechi un giorno da questa inventione qualche utilità grande al mondo, benchè hora mai fatto indegno di così fatti suoi beneficii; ma so che la si contenta del premio, il quale mai può mancare ai pari suoi, inventas qui vitam excoluere per artes. E con questo felice augurio le basciarò humilmente le mani.

Di Roma, a dì 18 di Marzo 1634.

Di V. S. molto Ill.re([204])

Al S.r Galileo Galilei.

Devotissimo Servitore

Gio. Iacomo Boccardi.

 

 

 

2906*.

RAFFAELLO MAGIOTTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 18 marzo 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 61. – Autografa.

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio S.

La lettera di V. S. Ecc.ma delli 4 stante m’è stata di particolar contento, riconoscendo conservata sempre verso di me quella affetione ch’io desidero. Le scuse di mio fratello([205]) sono per adesso tollerabili, ma quelle di V. S. mi rendono attonito, non havend’io inteso d’affaticarla, etiam ch’ella havessi ogni più bramata commodità.

Il Sig.r Marchese di nuovo la stimola a perfetionare il suo parto, e la stima come deve. L’opera del Gesuita([206]) non fu mandata da me, perchè il Sig.r Stelluti mi promesse persona fidata che partiva per la Sig.ra Marchesa, e non veddi altro; nè di nuovo mi ci affaticai, poichè sapevo ch’il Sig.r Nardi([207]), per un gentilhuomo che tornava con Monsig.r Usimbardi([208]) a Firenze, m’havea prevenuto: e credo che fino adesso l’haverà recapitato. Dell’opera di D. Antonio Rocco qua non si sapea cosa alcuna per nessuno; pur s’è con molta curiosità spedito in più luoghi, e subito lo conferirò con il Sig.r Nardi et il P. Abbate([209]), quale già dua volte non ho possuto trovare in casa, e però non posso rispondere a capitolo, sì come m’impone V. S.

Di nuovo, c’è in Roma un Gesuita([210]), stato gran tempo in Oriente, quale, oltre al posseder 12 lingue, buona geometria etc., ha seco di gran belle cose, e fra l’altre una radica, quale si volta secondo gira il sole, e serve per horiolo perfettissimo. Questa è incastrata da lui in un pezzo di sughero, quale la tenghi libera sopra l’acqua, e sopra il sughero una lancetta di ferro che mostri le hore, con un calcolo per sapere qual ora sia in altre parti del mondo. Possiede dua radiche quali si tirano fra di loro come fa la calamita il ferro. Ha portato gran copie di manuscritti arabici e caldei, con una copiosa espositione di ieroglifici, e promette esporre tutto quello si contiene nella guglia del Popolo, quale afferma esser stata lavorata prima che fusse al mondo Abramo; e dice contenersi in quelli scritti gran segreti et istorie. A questo spettacolo di tante nuovità dovevo trovarmi ancor io, ma per mia cattiva sorte non potetti esservi a tempo, et il tutto scrivo per relatione del Sig.r Nardi, qual fu presente et insieme meco saluta V. S. con tutto il core. Nostro Signor Dio la conservi.

Roma, il dì 18 Marzo1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Condoni V. S. per grazia questo male scritto e dettato, ad una occupatione([211]) che non mi dà tempo.

 

 

 

 

 

Aff.mo et Oblig.mo Se.re

Raffaello Magiotti.

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

2907.

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 18 marzo 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 63. – Autografa la sottoscrizione.

Molto Ill.re et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Dalla copia di lettera che seguirà dietro in questo foglio([212]), vedrà V. S. Eccell.ma la conclusione del suo negotio della pensione; che è quanto si è potuto fare in questi tempi con un cervello litigiosissimo. Resta a far due cose: l’una, che V. S. mi scriva se è vero quello che dice, d’haverli pagata una annata, perchè mi pare che ella mi scrivesse da principio, non haver ricevuto niente; l’altra, che contentandosi dell’accordato, faccia una nova procura nella persona dell’Ill.mo Sig.r Lodovico Baitello da Brescia([213]), con la specificatione di questo punto di poter concordare et diminuire la pensione, perchè nell’altra procura al Sig.r Francesco Galilei([214]) non ci è espresso questo, et l’haver a far io con l’Arrisi([215]) necessita a non lasciar nulla. Ho scritto in questo mezo che tenga il negotio per fatto, che prepari il danaro nel mentre che viene la procura.

Mi sono uno di questi giorni abbattuto col Sig.r Antonio Rocco, il quale in fatti mostra del galant’huomo, ma come sono gl’huomini appassionati nelle cose loro, così egli stima haver proceduto verso V. S. con tutta la creanza e riverenza possibile. Entrassimo in due punti soli. Il primo, circa l’opinione Platonica, che i globi celesti si movessero prima per li suoi spacii di moto retto, per aquistar poi il convenevol moto circolare: e lo ricercai dove fondava la sua immaginatione, sopra quale fonda tutta la sua confutatione, che chi si move per moto retto, per aquistar il circolare bisogna che s’incontri in un altro corpo fermo, sopra il quale prenda il moto circolare. Non me ne seppe dir parola più che se fosse stato muto, ma confessò ingenuamente che di matthematiche non intende nulla, il che disse haver più volte protestato. Al che io pur replicai, e come adunque voleva confutar un libro che ha le sue demostrationi in quelle scientie? L’altro punto fu sopra il moto della terra, nel quale egli non intende che il moto diurno et il moto annuo siano del sol corpo della terra, ma ha in fantasia che per questi due moti siano necessarii due globi sodi e reali, coll’incontrarsi de’ quali si faccia il moto che alteri il flusso e reflusso, come fa l’urto nella barca. Finissimo ridendo e piacevolmente: solo li dissi che con un virtuoso qual è V. S., che ha portate speculationi così singolari et inaudite intorno al moto, oltre tante cose nove osservate nel cielo, mi pareva che i Peripatetici dovessero usar quella maggior creanza che fosse possibile. Mi lasciai anco cader, che credevo per le littere ricevute che V. S. fosse per honorarlo di qualche apostilleta al suo libro, di manierache ho fatto l’apertura, che se V. S. me le farà capitare, potrò farle vedere non solo a i suoi, ma anco a lui medesmo. Ma se le altre appostille sono simili alla 75 mandatami([216]), il mio parer è di non lasciar perire gemme così preciose, ma al tutto volerle stampare; di che io haverò il carico, e pensaremo poi chi farne auttore. Mi son tutto consolato in veder in quella appostilla V. S. con l’istessa vivezza e placidezza che era già 25 anni: un’eccellente virtù in fatti mostra il suo lustro sempre, et il savio e temperato cervello conserva la sua tranquillità in qualonque turbulenza. Ma V. S. ha di ciò anco la causa esterna, perchè la malignità altrui non parturisce altro che renderla più gloriosa e più desiderabile; et io certo e sinceramente([217]) l’assicuro, che se non fossi legato, haverei prima d’hora fatto il viaggio per solo vederla. Dio la conservi in longa prosperità, e le bacio le mani.

Ven.a, 18 Marzo 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Eccell.ma Devotiss.o Ser.re

F. Fulgentio

Car. 58t.([218])

Fuori: Al molto Ill.re et Eccell.mo Sig.r, Sig. Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

2908*.

BENIAMINO ENGELCKE a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 19 marzo 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal. Nuovi Acquisti, n.° 29. – Autografa.

Ill.sso Sig.r P.re mio Osservand.sso

Scrissi per il passato di Paduva a V. S. Illustrissima, aggiungendo pur una altera lettera dal molto Illustre Sig. Matthia Bernegger, professore delle historie et della humanità in Argentina, il quale, come V. S. havrà intesa (se altrimente sana et salva è capitata questa mia), con grandissima diligenza dura faticha di ridurre il suo libro Copernicanum Systema nel latino; ma mi son maravigliato non ricivendo nissuna risposta di V. S. Illustrissima, o alla mia o alla sopradetta del Sig. Bernegger. Però, cercando occasione di poterle far riverenza di nuovo, vengo con questa, pregandola che si volesse sdegnare et solamente con due parole significarmi se habbia ricevuta quella sua, principalmente havendo tanto desiderio della sua quel dottissimo et acutissimo ingegno; perchè in questa maniera scrive:

«Ago gratias quod ad inclytum virum D. Gall. misisti meum epistolium; gratius tamen fuisset, si reddidisses coram ipse, ac testis ei fuisses oculatus, inchoatae a me Copernicani Systematis (sic), in quo quotidie adhuc strenue pergo, et sub exordium aestatis ad finem perducturum confido. Iam etiam egi cum typographo, qui librum per hanc aestatem excudet. Velim hoc autori, viro incomparabili, per occasionem significes, et, si fieri potest, ad meas litteras responsum aliquod ab eo impetres, quod ob tanti viri memoriam ac manum inter keim®lia mihi futurum esset».([219])

Con questo le bacio le mani, et dal Cielo auguro ogni felicità.

Di Pisa, il dì 19 di Marzo MDCXXXIV.

Di V. S. Ill.ma Obbligatissimo Servidore

Beniamin Angelo di Danzicha, Patritio.

Fuori: All’Ill.sso Sig.r mio Pad.re Osservand.isso

Il Sig.r Gallilaeo Gallilaei, in

Firenze

2909*.

MATTIA BERNEGGER a GUGLIELMO SCHICKHARDT in Tubinga.

Strasburgo, 24 marzo 1634.

 

Kgl. Landesbibliothek in Stuttgart. Cod. citato al n.° 2665, car. 20. – Autografa.

Guilielmo Schickardo,

Tubingam,

  1. P. D.

Vir Excellentissime, amicorum alpha,

Recte Galilaica recepi, utinam obeliscis et correctionibus tuis([220]) facta meliora! Sed nimirum pro meritis notis immeritas laudes remittere voluisti, ut importunum flagitatorem ita submoveres. Non tamen abigi me patiar; verum aut litteris sententiam tuam de difficilioribus locis exquiram, aut forsan ipse aliquando, si per otium et haec tempera licebit, ad te veniam, satisfacturus diuturno desiderio meo, coram appellandi complectendique hominem omnibus mihi caritatibus antepositum ac anteponendum…. Memini, promisisse([221]) proscriptionis Galilaici libri exemplum; illud hic habes: cum commodum erit, remitte. Et vale.

Argentorati, 14 Martii([222]) 1634.

  T. T.

M. B.

Fuori: D. Herrn Wilhelm Schikhardt,

Vornehmen Professori der Universitet zu Tübing.

meinem grosgünstigen Herren und hochgeehrten Freundt.

Tübingen.

Beigelegtes Schreiben an die Fürstin

wird dem Botten seinen Lohn bringen.

Sonsten ist er von mir bezahlt.

2910.

NICCOLÒ AGGIUNTI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 29 marzo 1634.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 30. – Autografa.

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Ricapitai la lettera al Sig.r Beniamino([223]), e questa inclusa è la risposta([224]). Non ho potuto dal parlar con esso ritrar cosa alcuna, se non il desiderio che egli haveva che V. S. rispondesse alla lettera di quello che traduce i suoi Dialoghi in Argentina([225]). Ho trattato poco seco, perchè era già in procinto di partirsi di Pisa, sicome ha fatto questa mattina, e non mi ha detto altro se non che vorrebbe che ella et io rispondessimo alle lettere di quel traduttore et alle sue, quando ci scriverà Vedrò di informarmi, da alcuni con chi ha praticato, delle sue condizioni, e per quest’altra ne darò informazione a V. S.

Il Sig.r Prencipe Mattias([226]) mi ha mandato a chiedere i Dialoghi di V. S. Ecc.ma, quali haveva portati seco quando partì di Firenze, ma gli son andati male per la morte del paggio Guidi, che gl’haveva in consegna; desidera perciò di rihavergli in tutti i modi: e questo istesso mi vien ratificato e da mio fratello([227]) e dal Sig.r Paolo Consacchi, scalco del Sig.r Prencipe e mio scolare, dal quale detto S.r Prencipe vuol farsegli leggere et esplicare. Se V. S. in queste strettezze potesse far ch’io n’havesse un esemplare (perchè di quello che ho non me ne priverei a patto veruno), mi farebbe favor segnalato.

Rileggo a sua requisizione Messer Rocco, e sono adesso su la generazione de’ moscioni([228]), da lui pulitissimamente dichiarata, sì che mi pare di vedergli nascere. Oh Cristo, oh Domenedio, l’è pur la bella cosa! Sig.r Galileo, me gli ricordo schiavo obbligatissimo, e gli bacio con affetto intensissimo la mano.

Pisa, 29 Marzo 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo et Obblig.mo S.re

Nicc. Aggiunti.

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Fil.fo e Mat.co pr.rio di S. A. S.

Firenze.

2911**.

 

BENIAMINO ENGELCKE a GALILEO in Arcetri.

Pisa, 30 marzo 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 29. – Autografa.

 

Eï pr‹ttein.

 

Vellem, si fors ita tulisset, Nobiliss.e et Excellent.se Vir, fautor colende, ut vel antea notitiam tui habuissem, vel iamnunc([229]) rerum mearum hic esset status ut initae per litteras amicitiae coram frui possem. Sed cum crastina luce mihi abeundum sit Genoam et inde in Galliam, accuso hanc meam infelicitatem, teque mirum in modum rogo, ubicunque litteras a me acceperis, respondere iis ne dedigneris. Neque dubitare me facit de hac mea petitione praesens haec tua scriptio, quae quam grata acceptaque mihi fuerit haud facile dixerim. Hoc habuit tamen ingrati, quod magni illius Berneggeri epistolium([230]) non acceperis, quod tamen ad te missurum Mathematicus Patavinus([231]) promisit. Quicquid sit, si Berneggerus ab Excell. T. impetraverit litteras, fidem me minime fefellisse experietur, neque pici ita aurum suum custodient quam iste tuas. Poteris eas ad Excell. Virum Dominum Aggiunti vel ad aedes([232]) de’ Sig.ri Marco Federigo Pfautt et fratres mittere, qui eas mihi, ego vero illi, bona fide reddemus. Ita vale, Nobiliss.e et Excell.sse Vir, et in amore quo me prosequeris persevera, et nisi molestum erit, Panegyricum hunc meum, Sereniss.o M. Duci scriptum([233]), lege, iudica, paucisque te accepisse significa.

 

Currente crena, Pisis Tuscorum, 3 calend. April. MDCXXXIV.

  V.rae Excell.iae

<> studio Add.ssus

Benjamin Engelcke, Dantis. Patr.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e Pad.e Osser.mo

Il Sig.Gallilaeo Gallilaei, Matematico Eccellentiss.o, in

Arcetri app.o Fiorenz.

 

 

 

2912*.

 

CLEMENTE EGIDII ad ANTONIO BARBERINI in Roma.

Firenze, 1° aprile 1634.

 

Cfr. Vol. XIX, Doc. XXIV, b, 92)

 

 

 

2913*.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO DUPUY in Parigi.

Aix, 2 aprile 1634.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Collection Dupuy, vol. 718, car. 30 – Autografa.

 

….Je vous renvoye enfin la sentence contre le pauvre Galilée, et y ay joinct un extraict que je vous supplie de ne communiquer poinct, hors de ceulx de vostre maison, qu’à M.r Luillier([234]), et de n’en pas laisser prendre coppie à personne, pour bons respects qui regardent non seulement la personne du dict Sieur Galilée, mais aussy ses amys et particulierement celuy à qui la lettre estoit escritte, lequel la vous communiquera possible luy mesme un jour. Mais elle avoit esté adressée ouverte à celuy qui nous en a donné cette communication avant que la faire tenir à son adresse, croyant qu’il ne manquera pas de l’envoyer et à vous et possible au bon P. Mercene([235]); mais il luy fault laisser le plaisir tout entier de vous en faire part quand bon lui semblera, sans que vous fassiez semblant, s’il vous plaict, de l’avoir veüe: car je sçay bien que l’autheur a grand interest et desir que cette relation ne coure pas, et il luy en pourroit mezadvenir tost ou tard, ce qui empeschera peult estre celuy à qui la lettre est escritte d’oser la faire voir à persone. C’est pourquoy je n’ay pas voulu manquer de vous en faire part en toute façon….

 

 

 

2914**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Firenze.

Lione, 4 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 64. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio Col.mo

 

Assicuro a V. S. ingenuamente e senza adulatione alcuna, che maggiore contento non potevo ricevere di quello mi ha dato lei per la gentilissima sua de’ 7 passato, il vedere il suo bene essere, il buon trattamento ricevuto da tutti, la gloria che ha raportato del suo valore contra l’ingnorantia, l’invidia e la rabbia. Ho havuto sommo gusto in vedere quella che la scriveva al S. Diodati([236]); e non solo mi sono contentato di vederla et leggerla, ma ne ho preso copia, fattola vedere a tutti li amici della profectione e datone copia; e una di esse ho mandato al S.re Conseg.e de Perez([237]) d’Aix, il quale l’honora e riverisce sopra qualsivoglia persona et è stato in continuo pensiero per li sua travagli. Tengho li doverà havere scritto: haveria ben caro([238]) che S. S.a se fussi degniata di farli risposta, già che lui de’ grandi vertuosi e docti l’Europa habbia e la desidera passionatamente.

Li mando alcuni intagli in legnio, stati fatti da questi artefici; in rame, c’è chi fa meglio; e in materia di figure di geometria tutti sono buoni, basta che sieno esatti nelle ligne per le dimostratione, che a questo si haverà advertenza([239]). Circa al stampare il libro, si farà; e questi librari meglio l’ameriano in latino che nella volgaria nostra italiana, già che dicano non havere correttori buoni, e ancora per l’ispaccio saria maggiore per questo regnio. Ma tutto questo si supererà, stante la stima che si fa dell’opere di S. S.; sì che in questo e in qual si voglia altra cosa non mi ha che comandare.

Con questo ordinario V. S. non potrà havere la risposta del S. Elia Diodati, ma doverà seguire con prime; e havendola gli ne manderò.

Un amico m’à fatto vedere un libro del’intitulatione qui alligata([240]): credo che S. S.a lo doverà havere; e non havendolo e desiderandolo, gli ne manderò: però comandi. E io finirò dandoli le Santissime Feste di Pasqua con gioia e contento, pregandoli da N. S. ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 4 d’Ap.le 1634.

Di V. S. molto Ill.

 

Nella carta intagliata([241]) c’è di tutto un poco.

 

 

 

Ser.e e P.te Hum.mo e Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: [Al mol]to Ill.Sig.r e P.ne Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Mattematico primo di S. A. S.

Firenze, o dove fussi.

 

 

 

2915.

 

GERI BOCCHINERI a [GALILEO in Arcetri].

Livorno, 7 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir., Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 34-35. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Compatisco estremamente V. S. del pericoloso et disperato stato di salute di Suor Maria Celeste, degna di vivere i secoli, nonchè quanto suole il corso humano di quelli che non muoiono giovani. Un padre tenero verso una virtuosissima et reverentissima figliuola non può negare al senso le giuste doglienze; sono lagrime dovute, necessarie. Ma V. S. con la speranza che si può havere, che verginella così buona et santa sia per andare a pregare Iddio per V. S. a’ piedi del medesimo Iddio, si consoli all’incontro, et non invidii et non intorbidi a lei all’incontro quel bene ch’ella si è guadagnato, perchè io credo che noi haremo più bisogno di raccomandarci a lei, che non harà ella delle orationi nostre. Io [l’ho] sempre ammirata et riverita, et non mi sono mai partito da lei se non edificato, commosso, compunto. Iddio benedetto l’haverà ricevuta nelle sue braccia, se le sarà piaciuto di haverla a questa hora chiamata a sè, come per le lettere anche del S.r Verzoni([242]) posso credere che sia seguito. V. S., valorosa in tutto, non sospenda in questa occasione l’uso del suo medesimo valore et della sua fortezza, sostenendo con quore filosofico et cristiano questo amaro colpo.

Nel resto V. S. ha qui la compassione di tutti, anche per la prohibitione che le è stata fatta di non chieder più grazia della sua liberatione([243]). Qui si fa giudizio, che il male di V. S. non sia creduto a Roma tale quale è; nè delle cose del S.to Offizio si può discorrere con quel fondamento et quelle regole che si fa delle altre cose. Non pare che si usi negli altri tribunali et nelle altre corti di comminar male a chi non si voglia far grazia, per divertirlo dal farne le instanze; ma non è già che la medesima prohibitione et comminatione non si potesse fare. Così mi dicono questi SS.ri ministri, tutti affezzionati di V. S.; et che il S.to Offizio le usi, dicono che non è maraviglia, perchè le vie del S.to Offizio sono diverse dall’altre, et sono insolite, nuovissime. Si è scritto al S.r Ambasciatore tutto quello che V. S. ha avvisato a me([244]), ma con ordine di valersi delle notizie et di aiutare V. S. in [quel] che si possa con le dovute circospezzioni, acciò non si faccia peggio, trattandosi di materia delicata; et forse credono a Roma che quelle opinioni danna[te] da loro possino, in voce et in presenza, da V. S. esser meglio rappresentate di quello che credino possa seguir per lettere, dico a S. A., alli SS.ri Principi et a tutta la città. Ma quanto si ingannano questi speculativi, poichè V. S. non scrive et non parla, et solo rappresenta il suo bisogno et si raccomanda. Iddio perdoni a chi erra, soccorra V. S. et li altri angustiati, mentre io, confermandomele servitore, le bacio in fretta le mani.

Nè per ancora siamo certi se verremo o no a far la Pasqua a Fiorenza, perchè in questo punto è sbarcato qui l’Ambasciatore di Francia([245]), che va a risedere a Roma, et le galeazze non sono partite, impedite dal vento contrario; et non sappiamo quando il S.r Ambasciatore partirà, nè quando il vento si cambierà, per tornar poi subito costà.

 

Di Livorno, 7 Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

 

 

2916.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 8 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 36t. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Il Padre Francesco([246]),

più delli altri reverendo

Che son Reverendissimi chiamati,

 

è stato da me e ci vien spesso, e continovamente si ragiona di V. S. molto Ill.re con tanto gusto nostro che io non lo posso esprimere; basta che li dica che la cara conversazione di questo buon Padre mi è stata di unica consolazione e sollevamento della mia maninconia. Son restato stupefatto del suo sapere, meravigliato della sottigliezza dell’ingegno, sodisfattissimo dell’amore sincero che porta a V. S., e inamorato della sua bontà. Ho inteso il buon stato di V. S., che m’importa assai; e lei dal medesimo Padre intenderà l’esser mio, del quale hora non li dico altro, solo che son sano quanto mai sia stato, lodato Dio benedetto. Tengo lettere da Mecenate([247]), quale è tutto di V. S.; sta bene, contento, studia più che mai, e vive rasignatissimo nella volontà di Dio e de’ Padroni, risolutissimo che da tal parte viene sempre il meglio.

È uscito fuori un libro De bello Suecico, fatto da un Genovese([248]), già mio scolare delle matematiche in Pisa, quale si è trovato nelle baruffole; ha scritto in modo che dà grandissimo gusto a chi lo legge, e qua ha grand’applauso. Me ne darà uno per mandare a V. S. e li scriverà, e vive ambiciosissimo d’esserli servitore. Quando lo potrò mandare, lo mandarò, e credo li darà gusto. E con farli humile riverenza, finisco.

 

Di Roma, l’8 d’Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.re

 

L’autore del libro sichiama Pietro Batta Borg[hi].

 
  Devotiss.o e Oblig.mo Fig.lo e Ser.re

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

2917.

 

FAMIANO MICHELINI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 8 aprile 1634.

 

Blbl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 36r. – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron in Christo Col.mo

 

Nel solo pensar di dover scrivere ad una persona tanto eminente d’ingegno, dottrina, urbanità, e finalmente al filosofo de’ nostri tempi, mi mancano i concetti e le parole, e però vado procrastinando di giorno in giorno il dar di mano alla penna per tal effetto; e sebene gli obblighi ‘nfiniti, il desiderio ardentissimo di servirla, e l’amore immenso che le porto, stanno continuamente spronandomi all’impresa, nondimeno il conoscermi totalmente ignorante, anco del saper rispettivo, mi ritrarrebbe affatto dal far l’obbligo mio, se non comprendessi ancora, l’ingratitudine esser il pessimo tra gli altri vizi, e la gentilezza di V. S. Ecc.ma atta a condonare ogni mia imperfezzione.

Le do aviso dunque d’haver visitato il R.mo Abbate Castelli e presentatogli la sua per me favoritissima lettera, che fu da esso ricevuta come pretiosissima gioia, anzi per la più cara cosa del mondo. Si assicuri pur V. S. che tra gli altri amici e discepoli suoi da me conosciuti (senza pregiudicare ad alcuno) il P. D. Benedetto stimo essere il più affezionato e alla persona e alle cose sue tutte; il quale, per gli honori fattimi da lei e per l’innata sua cortesia, mi ammette, anzi ogni giorno m’invita con affabilità straordinaria, alla sua dotta e dolcissima conversazione, della quale, e d’altre cose, in altro tempo darò a V. S. Ecc.ma compíto ragguaglio.

Il S.r Marchese Strozzi, dalla cui gentilezza ho ricevuto singolarissimi favori, la saluta caramente, et il simile fa il nostro Padre Francesco Provinciale([249]); ma io la prego a conservarmi nel numero de’ suoi minimi servi. Deo gratias.

 

Roma, 8 Aprile 1634.

Di V. S. Ecc.ma  
  Indegniss.o Scolaro e Servo in Christo

Fran.co di S. Giuseppe, Pov.ro della M. D.

 

 

 

2918*.

 

GIO. BATTISTA DONI a MARINO MERSENNE [in Parigi].

Roma, 8 aprile 1634.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Mss. fr., Nouv. acq., n.° 6205, car. 245. – Autografa.

 

…. Pour ce qui est de Galliléi, il y a long temps qu’on luy donné de se retirer à Florance, où il ne bouge d’une sienn maison au champs, qui n’est pas plus loin de la ville qu’un coup de pierre. Du temps qu’il a demeuré à Sienne, il n’a pas esté enfermé dans un cloistre, mais bien en l’archevesché, toutesfois à la large et en continuelle conversation de Monsieur l’Archevesque.

Pour le livre faict contre luy([250]), si le peu de temps que j’ay (à cause du partement de Mons.r le Marquis) me permet que je vous en cherche un, je vous l’envoyeray avec ceste cy; si non, par autre occasion….

 

 

 

2919*.

 

GUGLIELMO SCHICKHARDT a MATTIA BERNEGGER in Strasburgo.

Tubinga, 10 aprile 1634.

 

Dalla pag. 197 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 2683.

 

Wilh. Schickardius Matth. Berneggero

Sal. et observantiam.

 

….Interea tu, virorum diligentissime, Galilaica urge, qui solus tibi sufficis, nec me adiutore indiges. Dolerem vero si serio scripsisses([251]), quasi te importunum submovere cuperem. An igitur quicquam abs te mihi accidere posse importunum putas? nondum me plane noscis, si hoc tibi persuades. Libro potissimum parci volui et adhuc volo, non mihi, cum exemplar sit unicum et irrecuperabile: dubia vero per epistolas communicare liceat, quarum interitus non sit aeque damnosus. Offendent vero illae, abhinc 6 fere hebdomatibus, aut non domi, aut occupatissimum, donec indicatum illud scholasticae visitationis munus explevero….

 

Tubing., ult. Mart.([252]) 1634.

 

 

 

2920.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 11 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 66-67. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Io scrissi già un pezzo fa a V. S. Ecc.ma per discarico mio intorno al libro di Antonio Rocco([253]), che li mandai, mostrandoli che se bene havevo scritto con qualche freddezza (non havend’io essagerato la sua molta insolenza, impudenza e sciocchezza, come meritava), ciò però non era stato perchè le sue ragioni havessero fatto pur un minimo motivo nell’animo mio, ma per haver io scritto in fretta, distratto insieme da molte altre occupationi ancora, e che perciò desideravo ch’ella mi restituisse in quel grado di affetto che ella per sua gratia mi havea sempre portato, nè pensasse di diminuir il concetto che poteva haver di me fatto ch’io stimassi le cose sue sopra quelle d’ogni altro belle e via più ripiene sempre d’insolite maraviglie, a comparation delle quali sembrano l’altrui specolationi filosofiche, massime peripatetiche, merre freddezze et insipidezze, poichè tale stima apunto faccio delle cose sue, nè mai altrimenti ha da pensar ch’io facci. Io non inviai la detta lettera al P. Lutio, perchè l’havesse più presto; ma temo forsi si sia smarrita, il che assai mi dispiacerebbe: ma se facesse usar diligenza alla posta, forsi la ritrovarebbe.

Io non manco poi di sollicitare la stampa della mia Geometria([254]), ma non ostante ch’io facci ogni potere, non credo però di uscirne per sino al mese d’Ottobre o Novembre del presente anno; e mi saria caro ch’ella la potesse vedere inanzi la stampa della sua dottrina del moto, perchè meglio intenderebbe ciò che fosse congruente (per farmi, se si compiacesse, questo favore)([255]) toccare circa gli indivisibili etc. Con questa occasione poi non voglio tralasciare di dirli due propositioni che sono in essa Geometria, per intendere il suo parere, cioè quali le riescano, e se le ha mai viste in alcuno autore; e se vorrà poi le dimostrationi, le manderò ancora, se ben da sè, volendo, so che le potrà ritrovare. L’una dunque è un problema, di descrivere prossimamente la parabola intorno ad un dato diametro sopra qualsivoglia base; la seconda poi è un teorema qual vedrà. Hor vengo al problema.

Sia dato il diametro ab, intorno al quale s’habbi da descrivere una parabola che passi per la cima a et per gli estremi punti di una data base, de’ quali uno sia g, et gb metà di quella base, che faci con ab qualsivoglia angolo. Tirate dunque per i punti ga le gcac, parallele una ad ab el’altra a bg, e concorrenti in c, divideremo ac in quante parti eguali si voglia, come nelle 4 ahhiik, kc, e parimente cg in altretante parti eguali cddeef, fg; poi tirate le hl, im, km parallele ad ab, e dal punto a tirate parimente adaeaf, ag, notaremo il punto del concorso della ad (qual potiamo chiamar prima secante) con la prima parallela hl dopo il diametro ab, cioè il punto o; similmente notaremo il punto del concorso della seconda secante ae con la seconda parallela im, cioè p; poi il punto q della terza secante e parallela, et g della quarta: tirando poi per li punti a, o, p, q, g una linea che si vadi accommodando al piegar di quei punti, sarà descritta, benchè solo prossimamente, la semiparabola aopqg; con la qual regola sa che si farà parimente l’altra parte: e questo nasce da questa proprietà, che preso un punto, come o, nella parabola, e condotta ao da a sino a cg, che sia qualsivoglia parallela al diametro, che la seghi in d, essendo cg intercetta fra la parabola e la tangente ac, similmente tirata la hl parallela al diametro, che seghi la tangente ac in h, e bg parallela alla tangente in l, sempre gc a cd sarà come ca ad ah; il che provo nel mio libro, e non ha molto difficil dimostratione.

Quanto al teorema, siano le due linee rette ibac perpendicolari, che si tocchino in b, in una delle quali, come in bi, indefinitamente prolungata, si prendino parti eguali quante si voglia continuamente, sopra le quali, come diametri, siano descritti quanti cerchi si vogliano, d, e, f, g, h, che saranno eguali e si toccheranno per di fuori; s’intenda poi che siano tutti nel piano delle due ibac, e che, stando ferma ac, si rivolgano intorno essa ac, sin che ritornino di onde si partirno: è manifesto che in tal revolutione detti cerchi descriveranno certi solidi, che sono da me chiamati anelli. Hora trovo che cominciando a numerare dal cerchio d, questi anelli successivamente hanno la proportione de’ numeri dispari continuati dall’unità, come con numeri sovraposteli ho espresso. Ma è anche vera in altre figure piane, che si chiamino intorno al diametro, pur che siano debitamente collocate, cioè nei corpi da loro generati; il che, per non tediarla, tralascio d’esplicare, e tanto più non mi trovando tropo ben disposto, per haver pur la molestia della gotta, che mi dà un mal fine della quaresima. Mi scuserà perciò s’io mancassi in cosa alcuna.

Sappi poi, che di queste curiosità ve ne sono molte, ma li ho voluto mandar queste che mi parno fra le più belle. Mi dia qualche consolatione con accertarmi ch’io possega appresso di lei quel luogo di gratia che la sua gentilezza e cortesia si compiacque di assignar alli miei benchè piccioli meriti, chè spero sarà questa medicina molto salutare alla mia infirmità; augurando per tanto a V. S. Ecc.ma ancora compita sanità et insieme felicità in questa Santa Pasqua. E con tal fine li baccio riverentemente le mani.

 

Di Bologna, alli 11 Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

 

 

2921.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 11 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 38. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.mio Oss.mo

 

L’infelicità de’ due successi che V. S. mi participa con la sua degl’8 d’Aprile, han destato in me una così viva compassione, che vorrei esser libero di me stesso, e costì appresso di lei, per servirla e consolarla. Ma intorno alla perdita di Suor Maria Celeste, io non saprei trovar parole, come quello che per lungo tempo ho conosciuto che ella era quanto bene V. S. haveva in questo mondo, e, quel che più importa, con merito d’amore più che paterno. Ma l’haver ella impiegata la sua anima in servitio del prossimo, li dà prerogativa di carità così singolare, che, astraendo dalla nostra humana conditione, piùtosto merita d’essere invidiata che compianta. Spererei che una tal figliola avanti a Dio havessi sicuramente ad intercedere a V. S. e mutamento di fortuna e quiete d’animo, se molte volte le tribolationi di questo mondo non fossero a nostro maggiore profitto. Patienza e fortezza, come tanto necessarie in questi travagli ne’ quali V. S. si ritrova, son sicuro che gl’impetrerà da Dio; nè altronde è da sperarsi aiuto bastevole per resistere a’ colpi che la trafiggano. E veramente li confesso d’esser rimasto attonito al sentire i nuovi ordini di Roma, de’ quali non so ben comprendere il tenore; mentre non sta in potestà di lei, nè anco interponendovi le propie preghiere, l’impedire che il Principe o altra persona non supplichi e preghi per la sua gratia. Ma non si può dire nè far altro che tacere e ristrignersi nelle spalle.

Prometto a V. S. che una volta m’ha da veder costì all’improviso da lei, per almeno sfogarsi con un discorso di qualch’hora. A questi Signori non mi dà quasi l’animo di comunicar le disgratie di V. S., se non quant’io ne spero di poterne cavare quella testimonianza d’affetto che V. S. s’è saputo meritar da tutti. Io poi con tutta questa mia Casa può credere quanto desideriamo di servirla, massime in frangenti che la compassione è dovuta per carità cristiana. Iddio consoli V. S. a misura del senso de’ suoi servitori, e con fine le bacio per mille volte le mani.

 

Di Siena, li 11 Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.re Aff.mo vero Ser.re

A. Arc.o di Siena.

 

 

 

2922*.

 

ANTONIO QUARATESI a GALILEO in Firenze.

Siena, 11 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 61. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r mio P.n Os.mo

 

Non prima che adesso mi è stata presentata la lettera di V. S. da quell’Arcangelo([256]) cerusico daNorcia; e desiderando egli la licenza dell’arme, si è compiaciuto, in grazia di V. S. Questi Sig.ri Auditori et il Sig.r Cav.e Chigi tutti la salutano, et io la riverisco, ricordandoli la mia servitù, con augurarli felicissima la Santa Pasqua.

 

Di Siena, il dì 11 Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Ser.e Dev.mo

Ant.o Quar.si

 

Fuori: Al molt’Ill.e et Ecc.mo Sig.r Os.o

Il Sig.r Galileo Galilei, a

Firenze.

 

 

 

2923.

 

NICCOLÒ AGGIUNTI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 12 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 40. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

L’ultima lettera di V. S. Ecc.ma ha tagliato quel filo dal quale pendeva, benchè con debolissimo attacco, la speranza che ancor ancora havevo, che potesse essere che la necessità suprema le perdonasse così grave colpo, quale poi ha tocco per la perdita della sua figliuola. Conosco che V. S. ha giustissima cagione di dolersi; e se io volessi proibirgli in questo caso il dolore, mi parrebbe di far cosa empia et inumana, vietandogli quelli affetti che la natura ha in noi impressi per contrasegni della nostra humanità. Voglio ben solamente ricordarle che è vero che la natura ci ha dato gl’affetti, ma ci ha ancora dato il giudizio da moderarli, acciò, essendo immoderati, non ci fussero perniziosi; anzi in quelle persone nelle quali il lor debole natural discorso non fosse bastante a mitigar qualche loro affetto, come per esempio il dolore, ha fatto che il processo del tempo supplisca lui a tal difetto, e porti loro sollevamento. Ma chi ha più saggio discorso preoccupa il benefizio del tempo; e perciò a lei, singolarmente prudente e giudiziosa, tocca più che ad ogn’altro a far tale anticipazione, quale prego Iddio che voglia facilitargliela con mandarle da hora innanzi prosperi e lieti avvenimenti.

Questa qui alligata è la lettera che, in esecuzione del suo cenno, ho fatta al Bernechero([257]), del quale non sapendo il nome non ho potuto porvelo. Se le paresse lunga, potrà scorciarla et acconciarla a modo suo. Io l’ho scritta con mia gran fatiga, perchè il considerare in nome di chi io scrivevo mi sbigottiva. V. S. nel mio mancamento accusi il suo comandamento, e mi ami al solito, sicome io le vivo col mio solito osservante ossequio affettuosissimo servitore.

 

Di Pisa, 12 di Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo et Obblig.mo S.re

Niccolò Aggiunti.

 

 

 

2924**.

 

GIROLAMO BARDI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 12 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P, I, T. XI, car. 42. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

All’honore fattomi di leggere la mia debolissima compositione([258]), compositione e per così dire bagatella, essendosi V. S. degnata di aggiongere lodi, quali dalla sua cortesia benignamente dependenti riconosco, non saprei in qual guisa corrispondere, se non manifestarle il mio desiderio di restargliene grato; il che facilmente in parte succederà, se si degnerà di honorarmi de’ suoi commandi, che mi saranno favori singolarissimi.

Compatisco alli travagli di V. S., sì per l’età come per altri capi. Stentarò ad appigliarmi al suo consiglio, essendo io troppo amico della verità. Si consoli col ricordarsi che feriunt altos fulmina montes, ma che facilmente in puri lampi degenerano. Con che, augurandole prospere e felici dal Signore le prossime Sante Feste, di tutto cuore me le dedico.

 

Pisa, li 12 Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.a Dev.mo e Partialis.o Ser.re

Girol.o Bardi.

 

 

 

2925*.

 

CATERINA RICCARDI NICCOLINI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 22 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 267. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re Sig.re mio Oss.mo

 

La morte di Suor Maria Celeste è dolsuta ancor a me infinitamente, come quella che l’amavo con affetto particolare per le sue virtuosissime qualità e meriti di V. S., la qual compatisco in estremo di questo travaglio e d’ogn’altro ancora. È ben vero che mi confido tanto nella sua prudenza, così ben conosciuta da me e da tutto il mondo, che stimo superfluo diffondermi in consolarla, come meriterebbero i suoi accidenti, e tanto più che si puol assicurare che ancora continua in me un ardente desiderio d’ogni sua prosperità, e che non ho pari in compatirla ne’ suoi infortunii: mentre a V. S. bacio le mani con tutto l’animo.

 

Roma, 22 di Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.re Devotiss.ma Serva

Caterina Riccardi Nicc.ni

 

 

 

2926**.

 

GERI BOCCHINERI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 25 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 44. –Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

  1. S. può credere che il S.rVincenzio nostro sia stretto dal bisogno a farsi quel vestito, dovendo viaggiare; et riuscendo a lui le cose molto scarse in quel paese, non può senza il soccorso destinatoli da V. S. tirare innanzi sè, la moglie et duo figliuoli, con la necessità che ha di mantenere una cavalcatura, rispetto a’ viaggi del suo offizio. Si aggiugnerà a tutto questo il debito col Venturini, che importa molti centi di lire, delle quali non mi sovviene il numero preciso, non havendo io meco adesso il conto. Però io la prego, a nome anche del S.rVincenzio, a non diminuirli gli effetti della sua beneficenza, ancorchè sia parimente benefizio suo che li denari del Monte creschino, ma finalmente convien prima vivere. Egli nondimeno si andrà regolando, per vedere se gli possa bastare assegnatione minore: et in somma, quando non si possino metter per hora da V. S. mille scudi sul Monte, potrà metterne 900, per supplir poi al futuro semestre; et più tosto non perda in ciò tempo, acciò gli interessi comincino a correre. Tutto questo volsi dire a V. S. hier l’altro, ma non vi fu tempo; et scrivo hora, che io credo che li suoi forestieri siano partiti. Però se intanto le parrà di mandarli 25 Ñdi giugneranno opportuni. Et le bacio di cuore le mani.

 

Di Fiorenza, 25 Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Stimerei bene che V. S. scrivesse al S.r Luca degli Albizi, raccomandandogli il S.r Vincenzio.

 

 

 

 

Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

Ho saputo, ma in confidenza, che il S.r Luca disegni di mutare il S.r Vincenzio et di mandarlo a Barga, che vuol dire un viaggio di più di 100 miglia. Il S.r Balì([259]) mi ha promesso che procurerà che il disegno si revochi, et si metta il S.r Vincenzio in una Cancelleria più commoda. V. S. raccomandi però il S.Vincenzio al S.r Luca con caldezza, senza mostrar di saper questo disegno.

 

Fuori: Al molto Ill.re S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

In villa.

 

 

 

2927.

 

GALILEO a GERI BOCCHINERI [in Firenze].

Arcetri, 27 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 96. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Osser.mo

 

Stavo in procinto di scrivere a V. S. circa lo stato mio di sanità, che è travagliatissimo. L’ernia è tornata maggior che prima, il polso fatto interciso con palpitazione di cuore; una tristizia e melanconia immensa, inappetenza estrema, odioso a me stesso, et insomma mi sento continuamente chiamare dalla mia diletta figliuola: nel quale stato non giudico punto a proposito che Vincenzio si vadia allontanando col mettersi di presente in viaggi, potendo d’hora in hora sopraggiugnere accidenti per i quali fusse bene che fusse qui presente; perchè, oltre alle cose dette, una perpetua vigilia mi spaventa non poco. Dico questo a V. S., acciò, parendogli, possa farnelo avvisato, non perchè io voglia distorlo dalle sue deliberazioni, ma perchè così mi par che convenga fare, acciò egli, con più fermo discorso che non è il mio, possa poi esequir il partito migliore. Stremargli la provvisione assegnatagli non voglio, nè meno interporci parola che egli non l’impieghi a suo piacimento; però mando a V. S. i 25 d. che domanda.

Quanto allo scrivere al S. Albizzi([260]), di presente non me ne dà il quore, essendo totalmente fuori di me stesso, in maniera che lascio anco di rispondere alle lettere familiari degl’amici. Lo farò, se la instante inquietudine si abbonaccerà un poco.

Da uno degl’aiutanti di camera del G. D., che fu qua ieri, mandato da S. A. con un occhiale, intesi incidentemente come S. A. crede che io habbia ancora nelle mani i vetri del suo occhiale, che mi mandò a Siena([261]); e pur so d’haverglieli rimandati, e, se ben mi ricordo, credo che io gli consegnassi a V. S.: però me ne dica se è così. Con che gli bacio le mani.

 

Di Villa, li 27 Aprile 1634.

Di V. S. molto I. Aff.mo Ser.re e Par.e

G. G.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e Pad.n mio Osser.mo

Il S. Geri Bocc.ri

In sua mano.

 

 

 

2928.

 

GERI BOCCHINERI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 28 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 46, – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

La compatisco estremamente delle sue indispositioni, malinconie et vigilie sempre maggiori, et mi duole di non potere assistere a V. S. Il medesimo sentimento ha anche Alessandro([262]), il quale in supplimentomio verrà domenica a visitarla, convenendo a me di andare a Prato.

Ho ricevuto li 25 Ñdi per il S.r Vincenzio, al quale ho scritto questa sera lo stato di V. S. et il suo sentimento intorno al non viaggiare in questa congiuntura, et voglio credere che se ne asterrà, per esser pronto in tutti i casi a transferirsi subito da V. S. La quale è verissimo che restituì per mia mano li vetri dell’occhiale a S. A.; et io ho ricordato il tempo et il luogo della restitutione al S.r Sisto([263]), aiutante di camera dell’A. S., che li ricevette, et egli se ne è rammentato, et S. A. già resta capace et quieta. Il male è che detti vetri si sono mandati via in Spagna, col supposto che non fussero quei medesimi squisiti che l’A. S. prestò a V. S. Ma nè ella nè io habbiamo in ciò colpa.

Anche il S.r Bali Cioli sente gran dispiacere del male di V. S.; le bacia le mani, et crederebbe che fusse bene che V. S., quando potesse senza incommodo, scrivesse al S.r Luca degli Albizi. Et le bacio le mani.

 

Di Fiorenza, 28 Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

Fuori: Al Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r GalileoGalilei.

In villa.

 

 

 

2929.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 29 aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 48. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.  P.rone Col.mo

 

Hebbi la procura([264]), come credo havere dato conto a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, et in virtù di quella si fece l’accordo nelli scudi 40 da £ 7 l’uno; e hieri hebbi, per una rimessa fattami, scudi 40 a conto, de’ quali V. S. disponga a suo piacere. Ho stimato bene l’accomodar ad ogni partito per tre rispetti: prima, che le bolle obligano V. S. farsi chierico, e non so se sia e vada in tonsura et habito([265]), senza di che o si casca o ci vuole breve di dispensa; 2°, era già stato soffiato nell’orechio all’Arrisio, che è di copella, che le cose doppo successe l’haverebbono fatto sgravare; 3°, che era necessario far lite all’ecclesiastico, di che Dio guardi ogni huomo dabene e lo risservi per chi uccise il padre o fece peggio. Vedrà dall’annessa copia([266]) che il P. Castelli hebbe 30 scudi de giulii, che sono li 40 de’ nostri.

Non so quello sia accaduto de’ suoi travagli; ma li suoi beni e mali li participo con gran sentimento. Quello della strettezza non lo stimo molto, e niente ha di male che quella barbara cominatione d’haver per delitto il supplicare. Del resto conviene far buon animo e prendersi libertà da sè medesimo: anco chi è in ceppi se li dilata: godere quello si può di presente, e sperar di meglio. Ma fa stupire che un tanto di fraticello([267]) essequisca le altrui passioni contro un tale servitore del suo Principe. In qualche altro luogo non si farebbe certo, o lo farebbe a suo costo. Aspetto d’intendere che V. S. habbi ripigliate le specolationi, ch’hanno forza di divertire, se altro bene non facessero. Non le tenga celate, che questa è la maggior mortificatione che possa dare all’ignoranza et alla malignità. E le bacio di cuore le mani.

 

Ven.a, 29 Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ecc. Galileo.

Dev.mo S.or

F. Fulgentio.

 

 

 

2930*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, aprile 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 32. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ho mandate alcune copie del libro De bello Suecico del Sig.r Pier Batta Borghi([268]) al Padre Priore di Badia, delle quali sei sono in carta grande fine, cinque per i Ser.mi e uno per V. S. molto Ill.re: così di commissione e ordine dell’autore, quale vive desiderosissimo d’essere servitore di V. S., e m’ha consegnata una lettera quale mandarò per il nostro Padre Francesco delle Scuole Pie([269]), che deve partire per cotesta volta dimani o posdimani. Credo che lei habbia da gustare straordinariamente questa opera, non solo per la materia, ma per il modo con che è trattata.

Qua io vivo ut supra, rassegnatissimo nella volontà di Dio e de’ Padroni. Dal Padre Francesco intenderà il medesimo più diffusamente. Il detto Padre mi è riuscito di tutta mia sodisfazione, e confesso di non havere conosciuto huomo di pari ingegno, puro e sincero: si mostra svisceratissimo delle cose di V. S. in modo, che non ho saputo che desiderare; e in somma mi pare un spirito elevatissimo sopra la ordinaria classe de’ galanthuomini, perchè non solo è dotato di gran sapere, ma la sua modestia e circonspezzione m’ha inamorato. E con questo li bacio le mani.

 

Roma, il 6([270]) d’Aprile 1634.

Di V. S. molto Ill.re Devotis.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Firenze.

 

 

 

2931*.

 

RENATO DESCARTES a MARINO MERSENNE in Parigi.

[Amsterdam, aprile 1634].

 

Dal Vol. I, pag. 285-288, dell’edizione citata al n.° 2898.

 

…. Vous sçavez sans doute que Galilée a esté repris depuis peu par les Inquisiteurs de la Foy, et que son opinion touchant le mouvement de la terre a été condamnée comme heretique. Or ie vous diray que toutes les choses que i’espliquois en mon traitté([271]), entre lesquelles estoit aussi cette opinion du mouvement de la terre, dépendoient tellement les unes des autres, que c’est assez de sçavoir qu’il y en ait une qui soit fausse, pour connoistre que toutes les raisons dont ie me servois n’ont point de force; et quoy que ie pensasse qu’elles fussent appuyées sur des demonstrations tres-certaines et tres-évidentes, ie ne voudrois toutesfois pour rien du monde les soustenir contre l’authorité del’Eglise. Ie sçay bien qu’on pourroit dire que tout ce que les Inquisiteurs de Rome ont decidé n’est pas incontinent article de foy pour cela, et qu’il faut premierement que le Concile y ait passé. Mais ie ne suis point si amoureux de mes pensées, que de me vouloir servir de telles exceptions pour avoir moyen de les maintenir; et le desir que i’ay de vivre au repos, et de continuer la vie que i’ay commencée en prenant pour ma devise Bene vixit, bene qui latuit, fait que ie suis plus aise d’estre delivré de la crainte que i’avois d’acquerir plus de connoissances que ie ne desire, par le moyen de mon ecrit, que je ne suis fasché d’avoir perdu le temps et la peine que i’ay employée a le composer….

Pour les experiences que vous me mandez de Galilée, ie le nie toutes, et ie ne juge pas pour cela que le mouvement de la terre en soit moins probable. Ce n’est pas que ie n’avoüe que l’agitation d’un chariot, d’un bateau ou d’un cheval, ne demeure encore en quelque façon en la pierre après qu’on l’a iettée estant dessus; mais il y a d’autres raisons qui empeschent qu’elle n’y demeure si grande. Et pour le boulet de canon tiré du haut d’une tour, il doit estre beaucoup plus long-temps à descendre que si on le laissoit tomber de haut en bas; car il rencontre plus d’air en son chemin, lequel ne l’empesche pas seulement d’aller parallelement à l’horizon, mais aussi de descendre.

Pour le mouvement de la terre, ie m’estonne qu’un homme d’Eglise([272]) en ose escrire, en quelque façon qu’il s’excuse; car i’ay veu une patente sur la condamnation de Galilée, imprimée à Liege le 20 Septembre 1633([273]), où sont ces mots: quamvis hypothetice a se illam proponi simularet, en sorte qu’ils semblent mesme deffendre qu’on se serve de cette hypothese en l’astronomie; ce qui me retient que ie n’ose luy mander aucune de mes pensées sur ce sujet: aussi que ne voyant point encore que cette censure ait esté authorisée par le Pape ny par le Concile, mais seulement par une Congregation particuliere des Cardinaux Inquisiteurs, ie ne perds pas tout à fait esperance qu’il n’en arrive ainsi que des antipodes, qui avoient esté quasi en mesme sorte condamnéz autresfois, et ainsi que mon Monde ne puisse voir le iour avec le temps, au quel cas i’auray besoin moy-mesme de me servir de mes raisons….

 

 

 

2932*.

 

BENIAMINO ENGELCKE a MATTIA BERNEGGER in Strasburgo.

Parigi, 1° maggio 1634.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Supellex epistolica Uffenbachii et Wolfiorum, Folio-Band XXVI, car. 308. – Autografa.

 

Beniamin Engelke Berneggero.

  1. et off.

 

Vir Cl.sse fautor et amice Colen.sse

 

Ultimae meae Lugdun. Gallorum fuerunt, quae, uti summa festinatione scriptae, ita breviter quae tua scire intererat continebant. Iam, paulisper otii nactus, plusculis ea ipsa repetenda censui, ne aut officio defuisse, aut memoriam beneficiorum (quibue me affatim, dum praesens essem, cumulasti) deposuisse, viderer.

Negotium quod mihi a te mandatum, bona fide gessi. Cum ipso auctore colloqui coram, per fortunam non concessum; litterario nihilominus sermone eum compellavi([274]), qui, humanissime mihi respondens, gratias maximas tibi egit ob honorem quem ei([275]) translatione operis sui parare voluisti, promisitque eo nomine quanprimum tibi litteras propria manu: quas uti iam scriptas esse nullus dubito, ita, dubius ubinam haeream, amicus meus summus Pfauttius quonam mittendas esse ignorabit. Interim hoc age, V. Excell.: ad Mathematicum Pisanum Nicolaum Adiunctium scribe; litteras Venetias ad Dnum Antonium Retan sub hac inscriptione mitte:

 

A’ M. M. Sg.ri et P.ni Oss.i

A Sg.r Marco Federigo Pfaut et fratelli.

Pisa;

neque dubita quin non rectissime ad manus Adiunctii pervenerint. Responsum eadem ope amici mei supradicti expectabis, si Adiunctio, in tuis, paucis super ea re significes. Dixit mihi ille ipse, se plura adhuc Gallilaei manuscripta penes se habere, quae tamen pro tempore lucem aspicere non auderent. Quaenam ipsa sint aut cuius generis, certe ea angustia temporis circumventus fui, ut ne videre mihi quidem ea licuerit.

Panegyricum([276]) quem hic inclusum vides, me autorem nominat suum; quamvis M. Hetruriae Ducem hilari excipere fronte vidi (ipse ei reddidi), nihil tamen praeter verba et oblationes honorarii loco accepi. Tu, V. Excell., quid tibi de scribendi modo videatur, candide iudica. Probare hoc modo volui doctorum virorum conceptus, quos in Italia felicissime assecutus, et tibi aliquo modo extemporaneam operam placituram confido….

 

 

 

2933*.

 

GILLIO REYNIER a [GERI BOCCHINERI in Firenze].

Livorno, 3 maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 62. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.re mio Oss.mo

 

Per mano dal S.r Paolo Capacci ho ricevuto la grata di V. S. di 29 del passato con l’involto di scrittura, che con prima occasione di vaselli lo inviarò in Amsterdam al S.r Martino Ortensio, con racomandarlo caldamente al capitano; et a suo tempo vi darò raguaglio del nome del capitano et nave, per suo governo.

Sei giorni sono passò a meglior vita il mio fratello Teodoro, la cui anima N. S. haverà ricevuto in gloria. In luogo suo m’offerisco quel servitore che soleva essere, come ancora al’Ill.mo S.r Balì Cioli, con pregarli di tenermi in numero di essi, pregando N. S. per ogni loro contento e desiderio, restando sempre

 

Livorno, a’ 3 Maggio 1634.

Di V. S. molto Ill.re

 

Fuori, di mano di GERI BOCCHINERI([277]):

Il consolo de’ Fiaminghi di Livorno mi risponde, in proposito del libro, quanto V. S. vedrà.

Humil.mo Ser.re

Gillio Reynierj Cons.o

 

 

 

2934**.

 

ANTONIO NARDI a GALILEO in Firenze.

Roma, 4 maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 68. – Autografa.

 

Molto Ill.e et Eccell.mo S.r e P.ron Oss.mo

 

Stava con desiderio aspettando che V. S. Ecc.ma havessi riceuto il libro da me inviateli per il S.r Gerollimo Dini da Colle: ma l’haver io inteso che per ancora non gli è stato ricapitato mi ha apportato disgusto, per tema di non esser notato di negligenza nel servirla; e di già faccio sollecitar detto S.r Dini, acciò non manchi di presentarli il libro quanto prima, sebene non è cosa che importi.

Ho letto ultimamente un libro con gran curiosità, qual poi si è convertita in riso parte, e parte in sdegno. L’autore è un tal Antonio Rocco, il qual scrive contro i suoi Dialoghi; e m’imagino che lei a quest’hora l’habbi visto, sì che sopra ciò non occorre dir altro. Quanto al Chiaramonte, io non ho possuto per anche haver commodità di veder quei suoi calcoli in materia delle nuove stelle e loro sito([278]); e sebene io credo che siano erronei, contuttociò ne vorrei la certezza, e per certezza mi basta la sola attestazione di V. S.

Il S.r Magiotti la saluta caramente, e due o tre giorni sono si partì di Roma, e starà fuori una settimana o due. La saluta similmente il S.r Boccardi([279]), il qual mi dice haverli scritto per un gentil huomo Franzese([280]). Io poi li scrivo di rado, perchè temo non l’infastidire, e per l’istesso rispetto farò anche fine, supplicandola de’ suoi comandamenti.

 

Roma, 4 di Maggio 1634.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma Obligatis. Ser.re

Ant.o Nardi.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.r e P.ron Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

2935**.

 

GIULIO NINCI a GALILEO in Arcetri.

San Casciano, 5 maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 63. – Autografa.

 

Al Molto Ilus.re Sig.re Galileo Galilei.

 

Mando a V. S. staia tre di sacina e staia tre di panicho per Domenicho Ganozi. Non ò potuto mandagliene pima. V. S. mi cusi, e se gli ocore niete altro, V. S. mi avisi, per che ò grade desiderio di servla. De reto pregado Dio che vi conceda la sanità.

 

Il dì 5 di o Maggo 1634, in Sancascano.

  Vo.ro Affe.to

Giulio Ninci.

 

Fuori: Al molto Ilu.sre Sig.re Galileo Galilei.

In vla sua a Samatteo in Naceti.

 

 

 

2936.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 7 maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 50. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

Quanto è stato il gusto e la consolazione che ho hauta in questi pochi giorni, che si è trattenuto il Padre Francesco([281]) in Roma, nella sua conversazione, altrettanto sento dispiacere della sua partenza. Mi vado consolando però quando penso che V. S. goderà la dolcezza e suavità di questo buon Padre, che mi è riuscito in colmo, parendomi tagliato giusto alla misura della vera scola di V. S., sublime d’intelletto e modestissimo nelle pretensioni, condizioni che lo devono rendere amabilissimo appresso cotesta noblltà. Da lui intenderà il mio stato a bocca, alla relazione del quale mi rimetto.

Mando la inclusa lettera del Sig.r Pier Batta Borghi, quale partì ieri per Fiandra a’ bagni d’Ispà con Mons.r Raimondi. Al ritorno doverà passare per Firenze, e verrà a riverire V. S., vivendoli devotissimo e svisceratissimo. In tanto raccommandoli la protezzione della sua opera([282]) appresso cotesti Signori, e in particolare a quelli della sua conversazione. E non occorrendomi altro, li fo riverenza.

 

Di Roma, il 7 di Maggio 1634.

Di V. S. molto Ill.re Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

2937**.

 

GERI BOCCHINERI a GALILEO [in Arcetri].

Firenze, 9 maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 52. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.mio Oss.mo

 

Doman l’altro si porrà in vendita a 200 Ñdi la casa contigua a questa di V. S., et sentiamo che ci è persona che la piglierà; ma se V. S. ci volesse attendere, procureremmo che V. S. fusse anteposta. Li denari frutterebbero più che a metterli sul Monte, poichè la pigione è di Ñdi 12. Ma quello che più importa, è il commodo che riceverebbe questa casa di V. S., la quale se si havesse a vendere, varrebbe il terzo più con l’aggiunta di questa casetta. Le ne avvisiamo, acciò V. S. comandi quello che dobbiamo fare([283]): et in tutti i casi che il S.r Vincenzio venisse in Fiorenza, o che V. S. volesse tornar con lui, o che egli havesse mai un forestiero, questa casa sola è stretta; et intanto il tenere a pigione la casetta nel modo che è, frutterebbe più che a mettere sul Monte 200 Ñdi. Et le baciamo le mani; et si risolva presto, perchè non ci è tempo da perdere.

 

Di Fiorenza, 9 Maggio 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Oblig.mo Ser.re et Parente

Geri Bocchineri.

 

La Sestilia sospenderà la sua venuta sino a che V. S. vedrà di potere o no andare a Loreto, la cui gita il S.r Vincenzio haveva dismessa rispetto a quello che V. S. me ne haveva scritto([284]).

 

Fuori: Al S.r Galileo Galilei,

mio Sig.re

 

 

 

2938**.

 

[GIO. BATTISTA GONDI ad ANDREA CIOLI in Firenze.]

Parigi, 12 maggio 1634.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4645, car. 199. – Originale, non firmata.

 

Ill.mo e Clar.mo Sig.r, mio Sig.r Col.mo

 

Madama di Combalet tre giorni sono mi pregò di farle venire di costà li drappi che V. S. Ill.ma vedrà denotati nell’aggiunta memoria….

Et aspetterei anche volentieri quegli occhiali Galilei, desideratissimi dalla medesima Sig.ra e promessile tanto tempo fa([285]); e si potrebbero forse accomodare in una custodia di legno con molta bambagia, da poterli mandare sicuri con questa medesima occasione, o almeno con la cassetta del raso, che sarebbe forse meglio. E bacio a V. S. Ill.ma le mani.

 

Di Parigi, de’ 12 Maggio 1634.

 

 

 

2939.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 13 maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 64. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Ricevo le gratissime sue di 7, e contarò questa sera li scudi 40. Nel computo veggo, s’io non erro, che V. S. Ecc.ma prende un puoco di svario, perchè, secondo le bolle della pensione, al Settembre venturo maturarà la ottava rata; delle otto, due vanno vuote per l’anno della tempesta([286]), due altre per li 40 scudi che io ho nelle mani, una per quelli che ricevè il P. Castelli([287]), tanto che restano tre sole, che a Settembre prossimo sarano scudi 60 da £ 7 l’uno, quali spero mi sarano riscossi.

Mi spiace vederla lasciare le specolationi, le quali a lei sariano gloriose, alli letterati gratissime et a tutti utili. Quella rispostazza alla sua supplica dessuade per hora il tentar altro, perchè verrà interpretato pretesto. Invisum semel, seu recte seu secus, acta premunt. Se l’età non fosse così grave, io so quale dovesse essere la rissolutione. Non mi cagiona maraviglia che chi cominciò la persecutione la proseguisca; ma che queli, ad onta di cui le viene fatta, stia saldo, è necessario che vi siano li suoi rispetti, non intesi da chi non è sul fatto. La purga che sola può sanar V. S. è la prudenza, il ravivar la cognitione c’ha delle cose humane, e fare che queste in lei produchino l’effetto che deve infallibilmente portar seco il tempo. E con tal fine le bacio con ogni affetto le mani.

 

Ven.a, 13 Maggio1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

2940.

 

GERI BOCCHINERI a GALILEO [in Arcetri].

Firenze, 14 maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 56. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Hieri si concluse la compra della casetta([288]) per prezzodi Ñ 200 1/4, a spese del compratore([289]), come si costuma ne i Magistrati; le quali spese saranno, per quanto dicono, circa Ñ 22. Il Magistrato de’ Pupilli haveva risoluto di non scemar più detto prezzo, poichè da 350, conforme alla stima, si è calato a 200, per non finir di rovinare il venditore Zuccagni([290]), il genero del quale, che è un commodo lanciaio, voleva egli comprar detta casa, se si havesse havuto a scemar punto de’ 200, et era venuto a posta al Magistrato hiermattina a farvi offerta; et il computista del medesimo Magistrato, che è un de’ Grasseni([291]) amico nostro et non ha parente alcuno in questo mondo, voleva egli ancora offerire alla casa et crescere ancora, bisognando, sopra li 200, disegnando di habitare egli medesimo la casa, che per lui solo è bastante habitatione; ma, per farci piacere, si è ritirato senza darci alcuno fastidio. Insomma la spesa è buona, ma è migliore a V. S. per la commodità di questa sua casa grande. Si è fermata la vendita pro persona nominando, per farla mettere in testa o di V. S. o del S.r Vincenzio o di chi ella comanderà. Resta hora la effettuatione di quel che rimane, cioè lo stipularne il contratto, sborsare il denaro, entrare in possesso et farsi riconoscere in padrone dal pigionale, acciò cominci a correre la pigione: et noi aspetteremo ch’ell’accenni. Et le baciamo le mani.

 

Di casa, 14 Maggio 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo

S.r Galileo Galilei.

 

 

 

2941*.

 

RENATO DESCARTES a MARINO MERSENNE [in Parigi].

Amsterdam, 15 maggio 1634.

 

Dal Vol. I, pag. 298, dell’edizione citata al n.° 2898.

 

…. puisque vous avés vû le livre de Galilee, ie vous prie aussy de me mander ce qu’il contient, et quelz vous iugés avoir esté les motifs de sa condemnation. Ie vous prie aussy me mander le nom de ce traité que vous dites avoir esté fait depuis par une ecclesiastique pour prouver le mouvement de la terre([292]), au moins s’il est imprimé; et s’il ne l’est pas, ie pourrois peut estre bien donner quelque avis a l’autheur, qui ne luy seroit pas inutile….

 

 

 

2942*.

 

ELIA DIODATI a [GALILEO in Arcetri].

Lione, 16 maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 78t. – Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, in capo alla quale si legge: «E. D.    16 Maggio 1634, di Lione »

 

Di Parigi mi viene scritto da un amico([293]), persona peritissima et esercitatissima in ogni genere di scienzie, che, traportato dall’ammirazione e dal sommo contento nella lettura de’ Dialogi, s’era messo a tradurli in francese (levatone però il dialogo) in discorso continuo, e che vi aveva aggiunto qualche illustrazioni cavate da certe esperienze fatte da lui, e che cercava adesso il modo di poterlo fare stampare; il che spero che le riuscirà. Di che mi è parso avvisar V. S., e metterle in considerazione se con tal comodità, e della traduzione latina([294]), le parrà a proposito somministrare alcune memorie, sia per ampliazione e dichiarazione, o per refutazione di Morino([295]) o Fromondo([296]); il che facendosi sotto altro nome, e con la fedeltà et accuratezza di cauzione necessaria, non potrà aver ripiego d’alcuna mala conseguenza, purchè nel mandar dette memorie di costà V. S. provveda che passino sicuramente. Sopra di che starò aspettando la sua resoluzione per servirla puntualmente, come mi comanderà, etc.

 

 

 

2943**.

 

MUZIO ODDI a PIERMATTEO GIORDANI in Pesaro.

Lucca, 17 maggio 1634.

 

Bibl. Oliveriana in Pesaro. Ms. 413, car. 241. – Autografa.

 

…. Non ho hauto tempo et otio da vedere quel Rocco([297]) che ha scritto contro il Galileo. Ho ben veduto gran parte del Chiaramonti([298]), havendomi lui inviato da Pisa questa sua Diffesa; e mi pare che habbia conseguito molto bene quanto pretendeva, poichè sono molto concludenti le sue ragioni et ha scoperti al mondo gli artifitii del Galileo. Ma sono materie fastidiose, odiose e piene di molta fatica….

 

 

 

2944**.

 

GERI BOCCHINERI a [GALILEO in Arcetri].

Firenze, 18 maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 58. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

  1. S. non poteva rispondere più prudentemente a M.aGinevra, la quale non è già venuta a trovarmi, ma ben sentiamo ch’ella fa un gran fracasso a’ Pupilli. L’atto non può esser più giuridico, perchè è stato fatto per via di Magistrato; non precipitato, perchè ha durato 8 mesi. Et la medesima Zuccagna fu la prima già a dirmi che questa casetta stava bene a V. S. et al S.rVincenzio, et che io essortassi VV. SS.rie alla compra; ma io risposi che VV. SS. rie per hora havevano casa a bastanza, et che anche il prezzo era molto alto. Queste sue doglienze sono una riprova che la compra è squisita. Et per terminare il negozio, credo che sia bene che V. S. mandi quanto prima li denari, perchè tanto dureranno le querele et le brighe, quanto rimarrà tuttavia imperfetta la cosa. Et mandando V. S. li denari, sarà bene sigillare il sacchetto, et ordinare all’apportatore che lo consegni ad Alessandro([299]) o a me senza dir niente nè anche alla Giovanna, che all’usanza delle donne è una gran cicala.

Il vino è venuto; V. S. potrà mandare a pigliarne un fiasco o due per saggio: se le piacerà, ne potrà pigliare quanto vorrà; altrimenti si cambierà con le altre rimesse, che di mano in mano verranno al S.r Cardinale([300]), che potessero essere di maggiore gusto di V. S.: et Geppo potrà al Casino far motto prima ad Alessandro, il quale la mattina è sempre al Casino, almeno fino alle 14 hore. Et le baciamo le mani.

 

Di Fiorenza, 18 Mag.o 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocc.ri

 

 

 

2945.

 

GALILEO a GERI BOCCHINERI [in Firenze].

Arcetri, 18 maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 98. – Autografa.

 

Sig. mio,

 

In virtù dell’inclusa riceverà V. S. d. 250 dal S. Giovanni Taddei, de i quali si servirà per il pagamento della casetta([301]), et il resto manderò a pigliarlo per mio uso, essendo esausto affatto.

La ringrazio dell’avviso del vino, e domattina manderò per un fiasco. E gli bacio le mani.

 

D’Arcetri, li 18 di Maggio 1634.

Tutto di V. S.  

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al S. Geri Bocc.ri, mio Sig.re

 

 

 

2946**.

 

GERI BOCCHINERI ad [ALESSANDRO BOCCHINERI in Firenze].

Firenze, 19 maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. VIII, car. 226. – Autografa.

 

S.r Fratello Oss.mo

 

È bene spedire il negozio della casetta([302]). Il S.r Giovanni Taddei, che mi deve sborsare li Ñ 250, fa hora il banco a casa sua in via de’ Ginori: potresti però voi farveli pagare; et io vi invio l’ordine del S.Galileo et una ricevuta mia, in virtù di che potrete farvi sborsare questo denaro, che, pe resser voi tanto vicino alla sua casa, non vi sarà scommodo: chè sa Dio quando potrei io arrivarvi. Et mi vi raccomando.

 

Di casa, 19 Mag.o 1634.

  Vostro Fratello Aff.mo

Geri Bocchineri.

 

 

 

2947*.

 

GHERARDO GIOVANNI VOSSIO ad UGO GROZIO in Parigi.

Amsterdam, 28 maggio 1634.

 

Dalle pag. 263-264 delle GERARDI IOAN. VOSSII, et clarorum virorum ad eum, Epistolae, collectore Paulo Colomesio, Ecclesiae Anglicanae Presbytero, Londini nuper editae, nunc accuratius recusae etc. Augustae Vindelicorum, sumptibus Laurentii Kronigeri et haered. Goebelianorum, typis Schönigianis, M.DC.XCI.

 

….Simul literas accipies Hortensii([303]) civis tui, quem puto aliquando non inglorium patriae urbi fore. Est et illi familiaritas, sed literaria, cum Schikarto([304]), uti et cum Gassendo([305]) et aliis in mathesi claris viris. Ipse nunc disciplinas mathematicas in urbe hac, sed extra ordinem, profitetur. Attamen is est confluxus audientium, is quoque genius docentis, ut non dubitem quin propediem eum collegam simus habituri. Ptolemaeum sic sequitur, ut Tychonianam et Copernicanam sententiam simul proponat et explicet. Nec obscurum nobis, in Copernicanam magis inclinare, utcunque ea Romae sit damnata a Cardinalibus anno MDCXVI, atque iterum anno superiori, imo Galilaeus Galilaei Florentinus, quia hanc sententiam et viva voce et scribendo defenderet, in carcerem sit coniectus, nec inde emittendus priusquam poenitentiae satis egerit: quam rem a Nuntio Apostolico Bruxellis Lovanium perscriptam esse([306]), mihi constat ex Fromondo([307]), qui his diebus Antaristarchum suum([308]) hoc de argumento ad me misit….

 

 

 

2948*.

 

MATTIA BERNEGGER a BENIAMINO ENGELCKE in Parigi.

Strasburgo, 29 maggio 1634.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Cod. citato al n.° 2613, car. 115t. – Minuta autografa.

 

…. De Galilaicis recte curatis ingentes ago gratias. Fervet id opus, nec me laboris poenitet: si tamen labor est, ac non summa voluptas potius, operam in eiusmodi scriptore, bonae frugis et reconditae literae plenissimo, ponere. Tibi vero pro navata opera, si non alia re potero, saltem exemplari libri, qui nunc sub prelo gemit, oblato gratias faxo referam, modo sciero ubi locorum egeris. Ad Nicolaum Adiunctium omnino scribam, et gratias habeo pro indicio([309]); nec minus pro insigni Panegyrico([310]) tuo, quem cum voluptate ego, itemque Nendorffius cum suo Einsidelio([311]), et Lucius([312]), et Passelius (qui te salutant officiosissime), legimus….

 

19 Maii([313]) 1634.

 

 

 

2949**.

 

GILLIO REYNIER a [GERI BOCCHINERI in Firenze].

Livorno, maggio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 71. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.re mio Oss.mo

 

Qualche tempo fa non vi ho scritto per mancamento d’occasione; et questi pochi versi serviranno per dirvi come ho consegnato al capitano Pietro di Nicolò Drooch, capitano della nave Concordia, il piegetto di scritture mandatami per consegnare in Amsterdam al S.r Hortenzio a vostro ordine([314]): che vi serve per adviso. Et se in altro sono buona a servirvi, comandate pure a la libera, che mi trovarete prontissimo. Facendo fine, vi aguro dal Nostre Signore Iddio ogni colmo di felicità, restando sempre

 

Di V. S. molto Ill.re Aft.mo Ser.re

Gillio Reynierj Cons.o

 

 

 

2950*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 3 giugno 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.o 32. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.rone Col.mo

 

La lettera di V. S. Ecc.ma di 29 Aprile mi capitò in tempo ch’io ero smarito in mille intrichi nostri capitulari. Mi uscì di mente il negotio dell’incudine, che solo hoggi nel rivedere le lettere trovo l’errore: la prego perdonarmelo. Scrivo a Brescia, di onde haverò presta rissolutione, havendo persona che farà il servitio bene. Aspetto di intendere da V. S. che sia rasserenata la sua mente e ritornata in porto di quiete, che è la speculatione, medicina de’ mali, se, oltre il tempo, ve n’ha alcuna.

Un nostro Padre qui, c’ha gusto nell’astronomia più che fondamento, non intende nella Copernicana come li pianeti sempre uniformemente non debbano essere, se uno progressivo così anco gl’altri, o retrogradi o stationari, secondo la proportione de’ suoi moti. Io li ho dato il Copernico, credo ve lo trovarà; V. S. le accenni il luoco. A me par intenderlo, ma solo per me, non per disputarlo con altri.

Il Sig.r Baitello([315]) mi scrive c’haveremo la pensione al suo termine, colle due rate decorse, che sarano li scudi 60: li 40 li contai conforme l’ordine di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, alla quale bacio le mani.

 

Ven.a, 3 Giugno 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.e

F. Fulgentio.

 

Fuori, d’altra mano : Al molto Ill.tre et Eccell.mo Sig.r Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

 

 

 

2950*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 3 giugno 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.o 32. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.rone Col.mo

 

La lettera di V. S. Ecc.ma di 29 Aprile mi capitò in tempo ch’io ero smarito in mille intrichi nostri capitulari. Mi uscì di mente il negotio dell’incudine, che solo hoggi nel rivedere le lettere trovo l’errore: la prego perdonarmelo. Scrivo a Brescia, di onde haverò presta rissolutione, havendo persona che farà il servitio bene. Aspetto di intendere da V. S. che sia rasserenata la sua mente e ritornata in porto di quiete, che è la speculatione, medicina de’ mali, se, oltre il tempo, ve n’ha alcuna.

Un nostro Padre qui, c’ha gusto nell’astronomia più che fondamento, non intende nella Copernicana come li pianeti sempre uniformemente non debbano essere, se uno progressivo così anco gl’altri, o retrogradi o stationari, secondo la proportione de’ suoi moti. Io li ho dato il Copernico, credo ve lo trovarà; V. S. le accenni il luoco. A me par intenderlo, ma solo per me, non per disputarlo con altri.

Il Sig.r Battello([316]) mi scrive c’haveremo la pensione al suo termine, colle due rate decorse, che sarano li scudi 60: li 40 li contai conforme l’ordine di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, alla quale bacio le mani.

 

Ven.a, 3 Giugno 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori, d’altra mano : Al molto Ill.re et Eccell.mo Sig.r Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

 

 

 

2951**.

 

GIO. BATTISTA GONDI ad [ANDREA CIOLI in Firenze].

Parigi, 6 giugno 1634.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4645, car. 224. – Autografa la sottoscrizione.

 

…. Dell’occhiale([317]) ho già la partenza da Marsilia a questa volta, sì che lo aspetto qua fra otto giorni. Arriverà non men grato che aspettato….

 

 

2952*.

 

MATTIA BERNEGGER a GUGLIELMO SCHICKHARDT in Tubinga.

Strasburgo, 9 giugno 1634.

 

Kgl. Landesbibliothek in Stuttgart. Cod. citato al n.° 2665, car. 21. – Autografa.

 

…. Dn. Diodatus urget et instat de Copernicani Systematis editione, nescius quibus undique molestiis et curis premar, ut necdum libri medium vertendo superare licuerit. Nihilominus impressionem ordietur typographus, ut primum responsum ab Elzevirio, qui distractionem operis suscipiet, obtinuero. Specimen hic habeto. Deliberamus, quotnam exemplaria sint excudenda. Mihi 600 sufficere videntur, ut in materia paucorum ad gustum faciente. Quaeso, fac nobis consilii tui copiam. Est enim res adhuc integra. Diodatus submisit nuper Pauli Antonii Foscarini Carmelitani ex Italico conversum a se tractatum([318]), in quo Sacra Scriptura cum hypothesi Copernicana conciliatur. Eum Galilaeo vult adiungi. Nescio an per nostros theologos id liceat. Si tutum erit, mittam proxime legendum tibi censendumque, additurus una nodos quosdam versionis, in quibus expediendis me iuves. Iam enim exscribere non vacabat.

 

Scr. Argentorati, 30 Maii([319]) 1634.

T. Cl.ti Perpetuo amore devinctiss.

M. Berneggerus.

 

Fuori: D. Herrn Wilhelm Schikhart,

Vornehmen Professori d. Universität zu Tübing,

meinem grosgen. Herrn und geehrten Freundt, zu henden.

Tübingen.

 

 

 

2953.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 13 giugno 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 59. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

L’affetto di V. S. verso tutta la mia casa è tanto partiale e conosciuto, che dal vivo del suo cuore ricevo quei sentimenti d’allegrezza che si compiace di dimostrarmi in queste remunerationi, che S. M. Cesarea ha fatto a mio fratello([320]) ed a mio nipote([321]); e gli prometto che raddoppieriano il mio contento, quando queste domestiche felicità fussero in qualche parti valevoli a servire alla salute e alla contentezza di V. S.: e perchè di tutte le cose nostre ella ne può disporre come di propie, altro non mi so augurare se non che V. S. eserciti l’uniforme e sincero affetto di tutti noi. E se la traboccanza del suo amore non mi rendesse sospetto la favorita testimonianza che mi dà d’Evandro([322]) mio nipote, maggiormente ne goderei, all’hora massime ch’egli fussi abile ad approfittarsi de’ congressi di lei; e se varrassi del mio consiglio, questo poco di tempo che dovrà dimorare in Italia sarà bene spesso a reverire V. S. Ma altra conversatione vorrei che trovassi intorno di lei che di medici e di medicamenti; e pure che approfittino, si possono dare per bene impiegati, essendo stati troppo mortali i colpi ch’ella ha ricevuto i mesi a dietro. Anzi m’ho da lamentare di lei, che con gl’ultimi regali di Suor Maria Celeste habbi voluto rinnovare in me quel sentimento di dolore col quale in me medesimo, come in lei propia, compiango una tanta perdita; nè altro so che ricordarli che la sentenza di Seneca, che hoc habet assidua infelicitas in se boni, ut quod saepe vexat, novissime induret([323]).

A i frutti del Casentino malamente possono corrispondere questi della nostra creta, mentre massime quelli non falliscano all’occhio, e questi bene spesso anco al taglio. Se queste quattro forme che li mando riusciranno tollerabili, se ne continuerà qualche altro saggio; se no, aspetterò che sieno secchi, poichè all’hora tutti riescano più uniformemente. Io passerò l’offitio di cortesia, che V. S. mi comanda, con tutti questi Signori, li quali so che l’amano e la reveriscano quant’ella merita: e molto diversa estate mi farà provare quest’anno l’assenza della persona di V. S.; ma purchè Iddio mi facci goder buone nuove di lei in ogni luogo, tollererò volentieri ogni privatione di mio gusto. E con pregarle ogni desiderata felicità, le bacio con ogni affetto le mani.

 

Di Siena, li 13 Giugno 1634.

Di V. S. molto Ill.re Vero Aff.mo Se.

A. Ar.vo di Siena.

 

 

 

2954*.

 

GUGLIELMO SCHICKHARDT a MATTIA BERNEGGER in Strasburgo.

Tubinga, 13 giugno 1634.

 

Dalla pag. 202 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 2683.

 

…. Caeterum quo statu Galilaeica versentur, intelligere aveo. Fac, obsecro, si per valitudinem et infinitas occupationes tuas alias lieebit, ut hoc autumno prodeant….

 

Scrib. 3 Iunii([324]) an. 1634, Tubingae.

 

 

 

2955*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 16 giugno 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 70. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

 

Prima di hora non ho potuto ritrovare le poesie del Panetio, come ella desiderava, poichè havendo (alla barba de’ buoni poeti) havuto grandissimo spaccio, qua più non se ne trovano; anzi non ho potuto havere se non il Dialogo dell’anima con Christo([325]), quale li mando per la presente commodità.

Vado pur sollicitando la stampa della mia Geometria([326]), ma non ne posso venire a capo, poichè questi stampatori vogliono servire a ciascheduno che li venga alle mani: et il mio desiderio sarebbe ch’ella la vedesse inanzi alla stampa della sua dottrina del moto, acciò con opportunità, piacendoli, toccasse qualche cosa delli indivisibili.

Ho pregato l’Ill.mo Sig.r Conte Alessandro Bentivogli che, con occasione che se ne vien costà, voglia favorirmi di farli havere il detto Dialogo, dal quale, perciò credo lo riceverà. Mi dispiace non haver trovato l’altre poesie([327]) del detto Panetio, che liele havrei mandato. Accetti la buona voluntà, e si ricordi di me, che l’amo e stimo al pari di qualunque suo partialissimo, per non dir più d’ogni altro, e mi favorisca de’ suoi commandi. Con che li baccio affettuosissimamente le mani.

 

Di Bologna, alli 16 Giugno 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

 

 

2956*.

 

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI in Ginevra.

Strasburgo, 16 giugno 1634.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Cod. citato al n.° 2613, car. 118t. – Minuta autografa.

 

Aelio Diodato,

Genevam.

 

Amplissime Domine,

 

Et nuper a nobilissimo Brederodio([328]) Foscarinum([329]), et antea litteras unas alterasque Geneva, accepi, ad quas ideo nihil respondi, quod pridem significasses te Lutetiam esse rediturum. Itaque misi eo non ita pridem ad filium meum aliquod specimen editionis nostrae tibi monstrandum, cuius aliud exemplum his etiam adiungo, cum ut perspicias rem mihi curae esse, tum vero praecipue ut consilium exquiram tuum, quotnam exemplaria putes excudenda. Nam res adhuc integra est: nondum pergit typographus, nec perget antequam responsum ab Elzeviriis, qui librum, a Schleichio([330]) reiectum, distrahendum suscipient, acceperimus. Ego putem, sexcenta sufficere, ut in materia quae faciet ad paucorum gustum. Sed volemus ut voles. Versio nondum ultra medium est progressa: tot subinde curis et molestiis avocor a labore, iucundissimo futuro si ei solo vacare liceret. Neminem prorsus hic habeo, quem possim in explanandis difficilioribus locis, quorum opinione plura sese offerunt, in auxilium vocare. Nam Schickardus noster pro petita censura correctioneque remisit mihi laudes, quas, nec me nossem, si agnoscerem. Itaque fieri non potest, quin multoties impingam. Ne tamen circumscribantur lectores, statui ad finem libri subiicere commisorum indicem, ex emendationibus tuis aut (si rogare vel sperare fas est) ipsius authoris collectum. Mittam enim sigillatim pagellas, ut quaeque excusa fuerit. Misissem nunc quoque dubia nonnulla, nisi significasses, librum non esse tibi ad manum; quam caussam crediderim, quod proximae solutiones non per omnia mihi satisfecerunt. Foscarini liber additus egregie nostrum communiet adversus eos qui per speciem pietatis in eruditionem grassantur. Statui etiam annectere operi Kepleri Astronomiam Lunarem, quae nondum, quod sciam, est edita([331]). De ceteris proxime; iam enim abrumpere cogor. V.

 

6 Iunii([332]) 1634.

 

 

 

2957*.

 

GIO. MICHELE LINGELSHEIM a MATTIA BERNEGGER in Strasburgo.

Heidelberg, 20 giugno 1634.

 

Dalla pag. 72 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 2646.

 

Virorum et Amicorum Praestantissime,

 

Ad binas tuas responsum tibi debeo, quas Miegius([333]) et amplissimus Brederodius([334]) mihi reddiderunt. Specimen Galilaeicorum tuum mihi per omnia placet: tanta est perspicuitas in interpretatione tua, ut longe exactius acceperim quam ex ipso auctore. Sic perge bene mereri de publico, et molestias magni laboris fortiter perfer; quibus cor est, magni facient hanc tuam operam….

 

Heidelb., 10 Iun.([335]) 1634.

 

 

 

2958**.

 

GERI BOCCHINERI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 24 giugno 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 61. – Autografa.

 

S.mio,

 

Andrà hoggi la lettera a Venetia.

Non mi maraviglio che i dispensieri non habbino mandato il pesce, perchè ne hanno carestia, et compenseranno (credo io) V. S. in carne, come hanno promesso di fare a noi; et ne parleremo loro, ma hoggi essi non stanno a bottega.

Parleremo al Proveditore del Monte, o al S.r Cosimo del Sera, per cavar da loro l’affirmativa et non la negativa intomo al mettere denari sul Monte, se si possa.

Noi facciamo conto di sborsare ogni volta li Ñ 200 1/4 per la casa, senza aspettare altro, perchè così siamo consigliati. Il Broccardi([336]) non può cautelarci per doppo la sua morte, perchè il suo è tutto in censi vitalizii; ma il Zuccagni([337]) ha ben egli de’ beni, cioè 2 altre case et un poderino, che sono più che il soprapago delle doti della moglie et della figliuola; et li detti suoi beni stanno per la sicurtà della casetta.

Delli 25 Ñdi che havevo per le spese, oltre alli 200, defalcate le spese et il 0/4 di Ñdo, mi resteranno solamente Ñdi 9, perchè Ñ 15 et tanto ho pagato alla Gabella, di che ho mandato a V. S. la ricevuta. Di questi Ñdi 9 si hanno da pagar le spese agli offizii; et a questo conto si è pagato al notaio che venne costà a far la procura([338]), Ñ uno, onde ho solo Ñdi 8. Di questi ne mando hora tre a V. S., com’ella comanda; et Dio sa se questi Ñdi 5 che mi restano, basteranno. Ma V. S. lo vedrà a suo tempo. Et le bacio le mani.

 

Di casa, 24 Giug.o 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

Fuori, di mano di ALESSANDRO BOCCHINERI: Al S.r Galileo Galilei, mio Sig.re

In villa.

 

 

2959**.

 

ELIA DIODATI a GUGLIELMO SCHICKHARDT in Tubinga.

Ginevra, 25 giugno 1634.

 

Kgl. Landesbibliothek in Stuttgart. Cod. hist. fol.° n.° 563 (Deodatus), car. 15. – Autografa.

 

…. Galilei deplorandae sortis te commiserari, mihi, qui te cordatum et recti iudicii agnosco, non est mirum. Haec scilicet sunt tempora, quibus, cum sibi soli sapere vix liceat, aliis nova et insolita face praelucere (invidorum coeca rabie, sub religionis larva per hypocrisim, ubivis fere nunc iudicum tribunalia obsidente) pro crimine habetur inexpiabili. Illi tuum de suis infortuniis sensum significavi, simulque tuam de Purim([339]) ex parte astronomicam divinationem misi, ut ei ex hoc velut specimine innotescas. Exantlatis, vir incomparabilis et optimus, plusquam herculeis laboribus, illi a malignantium aemulorum furore excitatis, quos ille, animo nusquam fracto sed penitus invicto et vere philosophico, vigente imo roborata ei semper valetudine, ad miraculum usque sustinuit, tandem Summi Pontificis benignitate([340]) quieti restitutus, in rusculo suo amoenissimo, duobus millibus passuum Florentia distante, animo et corpore incolumis vegetaque senecta, pacate nunc degit, eadem qua prius apud suum Principem pollens gratia, et eodem apud concives et omnes bonos quo semper habitus est amore et honore; suos interim, in dulci quo fruitur otio, excolens alios labores typis mandandos, nominatim vero insigne et a plerisque pridem expetitum opus de motu, in quo multa habentur singularia ad mechanicam praecipue pertinentia, hactenus a nemine nec cogitata nec audita. His, futuris tibi (ut credo) gratissimis, exhilarare te mihi visum est….

 

 

 

2960**.

 

MARINO MERSENNE a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

[Parigi], 2 luglio 1634.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds francais, n.° 9543, car. 3. – Autografa.

 

…. J’ay icy vu une lettre de Galilée, où il dit avoir assez de santé et de temps pour achever toutes ses oeuvres, dont je suis tres ayse….

 

 

 

2961**.

 

GIO. BATTISTA GONDI ad [ANDREA CIOLI in Firenze].

Parigi, 7 luglio([341]) 1634.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4645, car. 273. – Autografa la sottoscrizione.

 

….Madame di Combalet, che mi mostra un animo gratissimo dell’haverle fatto venire que’ drappi e l’occhiale ancora, di fresco arrivato([342]) e presentatole con sommo suo gusto, sebene non sappiamo fra tutti trovar la via ad aggiustare in modo, o più a dentro o più in fuori, il cannone che va in su e ‘n giù, da poter fare che i vetri si riscontrino a far veder ben chiaro, non dice più altro del voler pagare i predetti drappi: e dell’occhiale ha reso moltissime e cortesissime grazie, et ha detto che vorrebbe che si presentasse occasione per servizio di cotesta Ser.ma Casa appresso del S.r Card.le Duca suo zio([343])….

 

 

 

2962*.

 

MATTIA BERNEGGER a GUGLIELMO SCHICKHARDT in Tubinga.

Strasburgo, 7 luglio 1634.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Cod. citato al n.° 2613, car. 120t. – Minuta autografa.

 

…. Vehementer cupio proponere dubia nonnulla conversionis italicae, sed iam non vacat. Hoc unum tamen, quaeso, nunc doce me, quid sit figura in iscorcio([344]) spectata. Sensus loci esse videtur de figura eversa nec erecta. Dn. Lucius([345]), convictor meus, tui valde honorificam mentionem subinde facere solitus, professus etiam amicitiam tuam, putat esse quod pictores vocant verdusert….

 

27 Iun.([346]) 1634.

 

2963**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 8 luglio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 71. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Credo che V. S. E. haverà ricevuta l’informatione circa l’incudine([347]), che ordinai le fosse mandata dal mio compagno, essendo io impedito.

È qui l’Ill.mo Baitello([348]), e mi assicura che a Settembre l’Arrisi([349]) mi mandarà tutto quello resta, che sarano scudi 60, conforme all’accordato e computo fatto.

Ho un giovine gentill’huomo([350]), che brama far osservatione della luna; ma siamo senza canochiale, perchè la peste ha portati li maestri, che non habbiamo che strazze. Mi conviene ricorrer a lei, che è inventore et deve havere cose isquisite([351]). Ho un altro, che nelle mecaniche([352]) lavora ciò che li viene in fantasia. Oh, se potesse star due mesi con V. S., che cose impararebbe! Questo nel studiar il suo libro si è rissoluto far la sfera Copernicana: hieri mi discorse il suo intento; non so se vi arrivarà, ma farà qualche cosa. Hor questo mi dice, che se sapesse il diametro della sfera nella portione della quale si debbono lavorar li vetri per li canochiali, che le dà l’animo di far le forme per lavorarli. La prego darci gl’indirizzi, acciò possiamo havere qualche cosa di garbo, e quegli avvertimenti co’ quali più aiutar la curiosità di questi spiriti non ordinarii.

Il Roco([353]) non si deve per alcun modo lasciare così; le appostille devono essere ad calcem. Penso, di queste e delle altre sue divine speculatìoni, le dificoltà che può incontrar nel publicarle; e pure il non farlo è defraudar l’intelletto humano della gloria maggiore a quale sia ancora arrivato in tal sogetto. Io vorrei havere questo merito coll’humanità, d’essere mezo di questo bene. Se a V. S. pare l’istesso, io lo farò, colla fede sincera che la lode tutta sia di chi essere deve; e lassi pure a me il trovar il modo. Ci facia un puoco di riflesso. Il vendicarsi dell’ingiurie incolpatamente, come questo, è uno de’ più alti gusti humani.

Aspetto intendere che habbi ricuperata la sua sanità di corpo e serenità di mente, come instantemente le prego da Dio. E le bacio le mani.

 

Ven.a, 8 Luglio 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ecc.mo Galileo.

Devotiss.o Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

2964.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 15 luglio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 63. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Ho dato l’ordine a Brescia che sia tolto l’incudine e le verghe d’aciaio al compimento della somma, e mi sia mandato. Stimo bene che V. S. Ecc.ma dia comissione alli Sig.ri Galilei di riceverla e come prattici([354]) mandarla.

Il discorso del P. Grembergero([355]) è degno della superbia giesuitica, ma rissente anco quella strana temerità di chi crede havere dominio sopra la fama. Ho ben io altro pensiero, che anzi la loro sfaciata persecutione debba rendere il nome di V. S. più glorioso. Di già il suo libro deve essere latino, e si farà in tutte le lingue.

Le mie occupationi V. S. non le potrebbe imaginare; nè altro mi fa forte al tolerare che il servir volentieri, et il contento di vedere mordere la catena a quelli che per tutto non possono quanto per petulanza et altrui bestialità pretendono.

Scrissi nelle([356]) passate pregandola aiutar un gentill’huomo([357]) che con un occhiale desidera osservar la luna, aciò si metta in via di haverne un buono: mi favorirà della gratia; e mi commandi senza alcun rispetto, chè il servirla mi è contento e gloria. E le bacio le mani.

 

Ven.a, 15 Luglio 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

 

 

 

Ecc. Galileo.

 

 

 

 

 

2965*

 

GIOVANNI VANNUCCINI a [GALILEO in Arcetri].

Murlo, 15 luglio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 64. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ricevei l’honore della lettera di V. S. Ecc.ma in Vescovado, dove non ho potuto trovar cosa a proposito secondo il suo gusto in materia delli 3 barili di vino, perchè per l’estate non sono vini da resistere. Procurai però far penetrare a Mons.r Ill.mo([358]) il contenuto della lettera scrittami, et so che egli ha dato ordine al nuovo Maestro di casa che usi ogni diligenza, acciò resti servita delli detti 3 barili di vino alla ricolta futura. Se li faranno bisogno quattro some di vino buono per bere l’inverno, spero che la potrò servire conforme al suo gusto; tutta via starò aspettando a quel tempo i suoi comandamenti di nuovo: ed in tanto bascio a V. S. Ecc.ma humilmente le mani.

 

Di Murlo, li 15 Luglio 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ser.re Humill.mo e Dev. mo

Giovanni Vannuccini.

 

 

 

2966.

 

GALILEO a MATTIA BERNEGGER in Strasburgo.

Arcetri, 16 luglio 1634.

 

Dalle pag. 111-112 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 2646. – Nella Biblioteca Nazionale di Firenze, Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 82, se ne ha una copia sincrona, di mano tedesca, a tergo della quale, sul margine, si legge, di mano ignota ma essa pure sincrona: «1634. Lettre de M.r Galilei a M.r Bernecker, du 16 Aoust», e di mano di VINCENZIO VIVIANI: «16 di Luglio 1634. Sig.r Gal. al Sig.r Berneggero». Il testo di questa copia presenta, a confronto di quello della citata stampa del 1670, lievi diversità (tra cui alcuni manifesti errori), che notiamo appiè di pagina.

 

Perillustri et Excell.mo Viro Matthiae Berneggero

Galilaeus de Galilaeis([359]).

 

  1. P. D.

 

Si nostros vultus et corporis speciem([360]) ab egregio pictore exprimi libenter aspicimus([361]) atque honoris loco habemus, quanto iucundius atque honorificentius([362]) esse debet, si non oris figuram, non corporis simulacrum, id est nostrae imaginis imaginem, sed animi sensa, mentis habitus, nostraeque intelligentiae simulacra, id est plane nos ipsos, a praestantissimo artifice studiose repraesentari videamus?([363]) Nemo itaque me iure reprehendat, si magnam percipio voluptatem et iam me aliquid esse puto, ex quo inaudii, meas philosophicas lucubrationes, quas postremo in publicum hetrusca scriptione emisi, a te, doctissime Berneggere, latinae elegantiae coloribus solertissime referri. Tua vero hac opera([364]) effectum iri auguror, ut me omnis posteritas non modo qualis ingenio fui possit contemplari, sed et supra quam merui admirari: nam tuum artificium hoc pollicetur, ut, citra similitudinis detrimentum, me pulchriorem quam sum ostendas([365]), et, imitatus Apellem, qui Antigoni faciem altero tantum latere ostendit, ut amissi oculi deformitas occultaretur, tu quoque, si quid in me mutilum vel deforme offendes, ab ea parte convertas qua speciosius apparebit. Hanc mei ornandi occasionem, quam, nullo meo officio provocatus, tam amanter ultro arripuisti, percupio sane luculenta aliqua gratitudinis significatione remunerari; sed, ut nunc tempora fortunaeque meae sunt, non possum tibi nisi hanc ipsam cupiditatem exhibere, et sic e longinquo tuam illam mihi carissimam manum, qua nostris laudibus allaboras, ex animo dissuaviari. Ceterum deierare liquido possum, post tot turbas et corporis animique vexationes, quas mihi pepererunt primum studia ipsa, quae radices artium amarae sunt, deinde studiorum fructus, qui multo ipsis radicibus amariores fuerunt([366]), hoc tuo erga me studio nullum mihi maius solatium contigisse. Etenim (ne sis nescius) liber hic, quem tanti putas ut exornes, vix famae lucem adspexit cum mihi subito, obortis invidiae tenebris, triste inhorruit caelum, et sensi circa me fragoribus omnia quati, nec solum tela manu facta in me contorta sunt, sed, caelesti etiam fulmine afflatus atque ambustus, nondum plane sordes et vincula evasi, sed adhuc catenam([367]) traho, in mei praedii suburbani circumscriptas angustias relegatus. Non tamen his angustiis eliditur aut contrahitur animus, quo liberas viroque dignas cogitationes semper agito, et ruris angustam hanc solitudinem, qua circumcludor, tanquam mihi profuturam aequo animo fero: cum enim meae iam devexae aetati mors appropinquet, fortius ad illam accessero, si me paulatim([368]) insuefecero a paucis agri iugeris ad tres ulnas sepulchri, in quo non una cum corpore nostrum nomen sepelietur, sed, modo tu me ornare pergas, orbem universum me fama excursurum, et, modo Deus hanc animi tranquillitatem mihi perpetuam faciat, animo quoque me semper beata libertate fruiturum, confido. Vale.

 

Ex Arcetrii rusculo meo, 17 Cal. Aug. 1634.

 

 

 

2967*.

 

MATTIA BERNEGGER a GIO. MICHELE LINGELSHEIM [in Heidelberg].

[Strasburgo], 20 luglio 1634.

 

 

Bibl. Civica di Amburgo. Cod. citato al n.° 2613, car. 122r. – Minuta autografa.

 

….In opere Galilaico occupationes aliae properare non sinunt. Nuper Elzevirii promiserunt impensas, itaque typographus initium excudendi fecit.

Nobilissimus Brederodius([369]) (reverentissime nomine meo salutandus) attulit a Diodato tractatum Foscarini([370]), in quo dogma Copernicanum cum Sacris Litteris conciliatur, satis speciose ac nervose, nisi fallor. Is Galilaeum adversus eos qui specie pietatis veritatem impugnant, egregie communiet. Adnectam quoque Kepleri Lunarem Astronomiam([371]), unde invicta pro Copernico argumenta peti queunt. Nondum enim, quod sciam, lucem is liber aspexit. Si votis propitius Deus annuerit, in sinu et complexu vestrae Universitatis extremam operi manum imponam. Quae dulcissima spes animo meo obversans, percepto quodam gaudio molestias alias aut leniet aut absterget. V.

 

10 Iulii([372]) 1634.

 

 

 

2968.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 22 luglio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 73. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Con l’occasione che deve passare di costà un Padre nostro, che tiene ordine di venirla a riverire in nome mio, essendosi già finita la stampa de’ primi cinque libri della mia Geometria([373]), gliel’ho voluti inviare, acciò, havendo agio, gli dia un puoco di un’occhiata, che mi sarà di molto favore, e massime se mi dirà quale gli riesca il mio fondamento delli indivisibili. E perchè dubito che a molti sia forsi per dar fastidio quel concetto delle infinite linee o piani, perciò ho poi volsuto fare il settimo libro, nel quale dimostro per altra via, differente anco da Archimede, le medesime cose; nel sesto poi tratto delli spatii sotto le spirali e volute in maniera differente da Archimede: quali vedrà come saranno stampati. Vedrà dunque fra tanto questi cinque, nel primo de’ quali sono scorsi alcuni erroretti, però di puoco rilievo, e nel libro 2° devo mutare il foglio G della dimostratione o propositione 17; perciò potrà lasciar di vederla sino che io non li rimando quel foglio ristampato. E trovandovi mancamenti, come so che sarà, scuserà la mia debolezza e bassezza del mio ingegno, che non può poggiar tant’alto come il suo, nè apparir io suo degno discepolo, e mi compatirà, non havendo havuto qua mai con chi poter conferire le mie specolationi.

Se in cosa alcuna la posso servire, commandi al Padre quanto desidera, chè esso al ritorno del tutto mi potrà avisare, poichè sta qua nel nostro convento, anzi siamo noi due soli che qua ci godiamo il papato. E con tal fine alla sua buona gratia raccomandandomi, gli baccio affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 22 Luglio 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

 

 

2969.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 22 luglio 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 65. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

 

Dalla collegata vedrà V. S. Ecc.ma quello si è essequito intorno all’incudine e la ragione del non havere mandate anco le verghe d’aciaio([374]), che mi pare buona; e se il suo compadre n’haverà bisogno, ad ogni cenno di V. S. ne ordinarò. L’incudine sarà in Bologna, ove potrà per mio nome ordinare al P. Provinciale che lo mandi, al quale scrivo hoggi che ne facia quello le sarà da lei significato.

Il suo dimorar in villa è delle felicità che ‘l suo genio, la sua età e le speculationi ricercano; et a lei, che non si contamina negl’errori del volgo, non deve diminuirne il piacere o ‘l comodo che gl’inimici e persecutori habbino parte in farglilo godere, perchè la causa efficiente non è considerabile. Io sono così implicato in negotii, che non posso assicurarmi d’havere un giorno vacuo; posso haverne, ma non me ne promettere mai; et al mio genio, più inclinato alle meditationi che all’attioni, saria la mia carica intolerabile, se il debito di servire non me la facesse sostenere volentieri; e ci ha parte anco il sapere di dispiacere a quelli che credono potere dominare tutte tre le potenze, memoria, intelletto e volontà. Le vivo al solito deditissimo, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 22 Luglio 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

Volti([375]).

 

Post scritta ho la sua gratissima di 15. Le rendo gratie cordialissime della promessa de l’occhiale e dell’informatione per farne([376]): se al mio amico riuscirà, procurarò anco de’ specchi vecchi.

Anco qui venne aviso della sfera Copernicana, ma non comparisse. V. S. è fatta un gran nemico di quel sistema, come se egli l’havesse maltrattata, e non l’altrui malignità; et io le fo pronostico che non varcarano molt’anni, che nelli cervelli de’ mathematici la terra haverà rotto il chiodo postoli, e vorrà far i suoi corsi. L’Ill.mo Baitello([377]) ha un fratello, che ha gusto nelle matematiche; ha letto il libro suo, che si vendeva mezo scudo, adesso 2, 3 e quattro: e l’istesso Sig.r Lodovico è di grandissimo ingegno; ha conosciuto V. S. in Padova, e la honora. So che riceverà sue lettere con gran piacere.

Questo inverno vennero a Venetia rabarbari nuovi; li dicono perfetti costoro: se occorrerà, haverò modo per haverne del migliore. Manna ve n’è sempre di esquisita: canella è un pezzo che non n’è capitata di nova; io non credo a chi mi dice haverla perfetta quanto cara.

Scrivo al P. Provinciale de’ Servi a Bologna, che gionto l’incudine, senza aspettar altro lo mandi a V. S., a cui di novo bacio le mani.

 

 

 

2970.

 

GALILEO ad ELIA DIODATI [in Parigi].

Arcetri, 25 luglio 1634.

 

Bibl. d’Inguimbert in Carpentras. Reg. XLI, Vol. II, car. 23. – Copia di mano sincrona, in capo alla quale si legge, di mano di NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC «1634, 25 Luglio. Galileo Galilei al S.r Deodati, della sua carcera». Le parole da «A tutti» fino a «Ma prima» (lin. 109-114 [Edizione Nazionale]) non si leggono nella copia della Biblioteca di Carpentras, e noi le abbiamo riprodotte da una copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, che è nei Mss. Galileiani della Bibl. Nazionale di Firenze, P. V, T. VI, car. 88r., tra gli appunti raccolti dal VIVIANI per compilare il suo Quinto libro degli Elementi d’Euclide ecc. (cfr. l’informazione del n.° 2091). Il VIVIANI, trascrivendo questo tratto, ma non ciò che precede della lettera, premette ad esso, e a brani di altre lettere di date posteriori, le seguenti parole: «Il Sig.r Galileo nelle seguenti lettere al Sig.r Elia Diodati, nel dargli notizia delle proprie opere che gli rimangono ancora da publicare, così dice: ne’ 25 Luglio 1634:». Il posto in cui le linee trascritte dal VIVIANI devono essere inserite nella presente lettera risulta, oltre che dal contesto, dall’aver il VIVIANI conservato altresì le parole immediatamente seguenti, soltanto però fino a «la presente» (lin. 117 [Edizione Nazionale]). E sempre tra gli appunti del VIVIANI, nel codice citato della Bibl. Nazionale di Firenze, queste linee si leggono anche, di mano del VIVIANI o di un suo amanuense, in varie copie a car. 27r., 67r., 75r., 84r., 145r. (cfr. Quinto libro ecc., pag. 79).

 

Molto Ill.re Sig.re e P.rone Col.mo

 

Spero che l’intender V. S. i miei passati e presenti travagli, insieme col sospetto di altri futuri, mi renderanno scusato appresso di lei e de gli altri amici e padroni di costà della dilazione nel rispondere alle sue lettere, et appresso di quelli del totale silenzio, mentre da V. S. potranno esser fatti consapevoli della sinistra direzzione che in questi tempi corre per le cose mie.

Nella mia sentenza in Roma restai condennato dal S.to Offizio alle carceri ad arbitrio di S. S., alla quale piacque di assegnarmi per carcere il palazzo e giardino del Granduca alla Trinità de’ Monti; e perchè questo seguì l’anno passato del mese di Giugno, e mi fu data intentione che, passato quello e il seguente mese, domandando io gratia della total liberazione l’havrei impetrata, per non haver (costretto dalla stagione) a dimorarvi tutta la state et anco parte dell’autunno, ottenni una permuta in Siena, dove mi fu assegnata la casa dell’Arcivescovo: e quivi dimorai cinque mesi, dopo i quali mi fu permutata la carcere nel ristretto di questa piccola villetta, lontana un miglio da Firenze, con strettissima proibizione di non calare alla città, nè ammetter conversazioni e concorsi di molti amici insieme, nè convitargli. Qui mi andavo trattenendo assai quietamente con le visite frequenti di un monasterio prossimo, dove havevo due figliuole monache, da me molto amate et in particolare la maggiore, donna di esquisito ingegno, singolar bontà et a me affezzionatissima. Questa, per radunanza di humori melanconici fatta nella mia assenza, da lei creduta travagliosa, finalmente incorsa in una precipitosa disenteria, in sei giorni si morì, essendo di età di trentatrè anni, lasciando me in una estrema afflizzione: la quale fu raddoppiata da un altro sinistro incontro, che fu che ritornandomene io dal convento a casa mia in compagnia del medico, che veniva dalla visita di detta mia figliuola inferma poco prima che spirasse, mi veniva dicendo, il caso esser del tutto disperato, e che non havrebbe passato il seguente giorno, sì come seguì; quando, arrivato a casa, trovai il Vicario dell’Inquisitore, che era venuto a intimarmi, d’ordine del S.to Offizio di Roma venuto all’Inquisitore con lettere del S.r Card.le Barberino, ch’io dovessi desistere dal far dimandar più grazia della licenza di poter tornarmene a Firenze, altrimenti che mi harebbono fatto tornar là alle carceri vere del S.to Offizio([378]). E questa fu la risposta che fu data al memoriale([379]) che il S.r Ambasciator di Toscana, dopo nove mesi del mio essilio, haveva presentato al detto Tribunale: dalla qual risposta mi par che assai probabilmente si possa conietturare, la mia presente carcere non esser per terminarsi se non in quella commune, angustissima e diuturna.

Da questo e da altri accidenti, che troppo lungo sarebbe a scrivergli, si vede che la rabia de’ miei potentissimi persecutori si va continuamente inasprendo. Li quali finalmente hanno voluto per sè stessi manifestarmisi, atteso che, ritrovandosi uno mio amico caro circa due mesi fa in Roma a ragionamento col P. Christoforo Grembergero, Giesuita, Mathematico di quel Collegio, venuti sopra i fatti miei, disse il Giesuita all’amico queste parole formali: «Se il Galileo si havesse saputo mantenere l’affetto dei Padri di questo Collegio, viverebbe glorioso al mondo e non sarebbe stato nulla delle sue disgrazie, e harebbe potuto scrivere ad arbitrio suo d’ogni materia, dico anco di moti di terra, etc.»: sì che V. S. vede che non è questa nè quella opinione quello che mi ha fatto e fa la guerra, ma l’essere in disgrazia dei Giesuiti.

Della vigilanza dei miei persecutori ho diversi altri rincontri. Tra i quali uno fu, che una lettera scrittami non so da chi da paesi oltramontani et inviatami a Roma, dove quello che scriveva doveva credere che tuttavia dimorassi, fu intercetta e portata al S.r Card.le Barberino, e, per quanto da Roma mi venne poi scritto, fu mia ventura che non era lettera responsiva ma prima, piena di grandi encomii sopra il mio Dialogo; e fu veduta da più persone, et intendo che ce ne sono copie per Roma, e mi è stato dato intenzione che la potrò vedere. Aggiungonsi altre perturbazioni di mente e molte corporali imperfezzioni, le quali, sopra quella dell’età più che settuagenaria, mi tengono oppresso in maniera, che ogni piccola fatica mi è affannosa e grave. Però conviene che per tutti questi rispetti gli amici mi compatischino e perdonino quel mancamento che ha aspetto di negligenza, ma realmente è impotenza; e bisogna che V. S., come mio parziale sopra tutti gl’altri, mi aiuti a mantenermi la grazia dei miei benevoli di costà et in particolare del S.re Gassendo, tanto da me amato e riverito, col quale potrà V. S. participare il contenuto di questa, ricercandomi egli relazione dello stato mio in una sua lettera, piena della solita sua benignità([380]). Mi farà anco grazia farli sapere come ho ricevuta e con particolar gusto letta la Dissertatione del S.re Martino Hortensio([381]); et io, piacendo a Dio ch’io mi sgravi in parte dai miei travagli, non mancherò di rispondere alla sua cortese lettera. Con questa riceverà anco V. S. i cristalli per un telescopio, domandatimi dal medesimo S.re Gassendo per suo uso e di altri, desiderosi di fare alcune osservationi celesti; li quali potrà V. S. inviargli, significandoli che il cannone, cioè la distanza tra vetro et vetro, deve esser quanto è lo spago che intorno ad essi è avvolto, poco più o meno secondo la qualità della vista di chi se ne deve servire.

Berigardo([382]) e Chiaramonte([383]), amendue lettori in Pisa, mi hanno scritto contro; questo per sua difesa, e quello, per quanto dice, contro a sua voglia, ma per compiacere a persona che lo può favorire nelle sue occorrenze, ma amendue molto languidamente. Ma quello che è degno di considerazione, alcuni, vedendosi un larghissimo campo di poter senza pericolo prevalersi dell’adulazione per augumento de’ proprii interessi, si son lasciati tirare a scriver cose, che fuori delle presenti occasioni sarebbero facilmente reputate assai esorbitanti, se non temerarie. Il Fromondo si ridusse a sommerger fin presso alla bocca la mobilità della terra nell’eresia. Ma ultimamente un Padre Gesuita ha stampato in Roma che tale opinione è tanto horribile, perniziosa e scandalosa, che se bene si permette che nelle cathedre, nei circoli, nelle pubbliche dispute e nelle stampe, si portino argomenti contro ai principalissimi articoli della fede, come contro all’immortalità dell’anima, alla creazione, all’Incarnazione etc., non però si deve permetter che si disputi nè si argomenti contro alla stabilità della terra; sì che questo solo articolo sopra tutti si ha talmente a tener per sicuro, che in modo alcuno si habbia, nè anco per modo di disputa e per sua maggior corroborazione, a instargli contro. Il titolo di questo libro è: Melchioris Inchofer, e Societate Iesu, Tractatus syllepticus([384]). Ècci anco Antonio Rocco, che pur con termine poco civile mi scrive contro in mantenimento della peripatetica dottrina et in risposta alle cose da me impugnate contra Aristotile([385]); il quale da sè stesso si confessa ignudo dell’intelligenza di mathematica et astronomia. Questo è cervello stupido et nulla intelligente di quello che io scrivo, ma ben arrogante e temerario al possibile. A tutti questi miei oppositori, che son molti, ho io pensiero di rispondere; ma perchè l’esaminare a parte a parte le vanità di tutti sarebbe impresa lunghissima e di poca utilità, penso di far un libro di postille, come da me notate nelle margini di tali libri intorno alle cose più essenziali et a gli errori più maiuscoli, e come raccolte da un altro mandarle fuori. Ma prima, piacendo a Dio, voglio publicare i libri del moto et altre mie fatiche, cose tutte nuove e da me anteposte alle altre cose mie sin ora mandate in luce.

Riceverà V. S. la presente dal S.r Ruberto Galilei, mio parente e Signore, al quale potrà fare parte del contenuto di questa, atteso che a S. S. scrivo bene, ma assai brevemente. Tengo anco lettere([386]) del Sig.r de Peiresc, d’Aix, ricevute insieme con quelle del S.re Gassendo; e perchè amendue mi domandano i vetri per un telescopio da fare osservazioni celesti, mi faccia grazia significare al S.r Gassendo che dia conto al S.r de Peiresc d’haver havuto i vetri, pregandolo contentarsi che di essi anco il Sig.r de Peiresc possa servirsi, facendo di più appresso il detto Signore mie scuse se differisco a rispondere alla sua gratissima, trovandomi pieno di molestie, che mi violentano a mancar talvolta a quelli officii che io più desidero di essequire. Sono stracco, et haverò soverchiamente tediata V. S.: mi perdoni e mi comandi. Gli bacio le mani.

 

Dalla villa d’Arcetri, li 25 di Luglio 1634.

Di V. S. molto I.  

Servitor Devotissimo e Obligatissimo

Galileo Galilei.

 

 

 

2971*.

 

MARINO MERSENNE a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC [in Aix].

[Parigi, 28 luglio 1634].

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9543, car. 6. – Autografa.

 

Monsieur,

Je vous envoye les 3 petîts traitez([387]) que j’ay faits, affin que vous en puissiez recevoir quelque contentement parmi vos occupations plus serieuses. Je vous prie d’envoyer à M. Doni([388]), quand vous en trouverez l’occasion, ceux où son nom est, dont les questions morales, mathematiques etc., sont differentes des vostres: parce qu’il y a des raisons pour le mouvement de la terre sans refutation, pour lesquelles j’avois mis la sentence des Cardinaux pour medecine, comme vous verrez; mais parce que l’on me dist qu’il y avoit eu quelque bruict parmi les docteurs de Sorbonne à cause des raisons que je ne refutois pas, j’ay osté toutes les questions dont ils se pouvoient formaliser, et en ay mis d’autres, que vous verrez dans le livre([389]) pour M.r Doni, qui sera plus propre pour Rome….

 

 

 

2972*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 5 agosto 1634.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 101. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.e, mio Sig.r Col.mo

 

Ho la lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma di 29 passato: le sue lettere mi sono una gustosissima ricreatione.

Senza che lei me lo ricordasse, feci scrivere all’Arrisio dall’Ill.mo Baitello per l’esborso dello speso nell’incudine; se non, si aspettarà al Settembre, e più se farà bisogno.

  1. S. si inganna se crede che vi sia mezo per impedir che le cose peregrine non siano desiderate. Sino da principio che venne alla stampa il suo libro, so d’haverle predetto che saria tradotto e stampato in tutte le lingue([390]): nè V. S. nè alcun potere lo può impedire; perciò non se ne affanni. Un suo amico, che gode nel Cielo([391]), scrisse un’Historia del Concilio Tridentino. Roma lo prohibì: a Roma sono andati e vanno quanti ne capitano in Italia. Io l’ho in Italiano, Latino, Inglese, Franzese: creda pur certo V. S. che l’istesso ha da essere de’ suoi Dialoghi; e sbattasi chi vuole. Ma se per questo a V. S. fosse torto un pelo, converrebbe ben conchiudere che non fosse in chi la debbe difendere nè senso nè riputatione, come ne’ suoi persecutori nè honore nè anima nè religione.

Da chi ha veduta la postilla 75([392]) vengo messo in croce per delle altre che credono essere da me godute con malignità come le gioie ne’ scrigni. V. S. mi consoli, e siamo tanti suoi partiali che lo meritiamo, con rissolutione che la gloria sia di chi è di ragione.

Aspetto il favore de’ vetri, et io ho accapati pezzi di vetro di un specchio grandissimo, che si spezzò prima di essere lavorato: mi dice un professore che certo sarano per il proposito. Mi vorrà qualche frate per mandarli. Mi conservi il suo amore, che stimo tesoro: e le bacio le mani.

 

Ven.a, 5 Agosto 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

2973*.

 

GIO. MICHELE LINGELSHEIM a MATTIA BERNEGGER [in Strasburgo].

Heidelberg, 8 agosto 1634.

 

Dalla pag. 77 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 2646.

 

…. Gaudeo, te pergere in Galilaeano opere. Placet institutum de addendis caeteris eius argumenti([393])….

 

Heidelbergae, 29 Iul.([394]) 1634.

 

 

 

2974**.

 

ERICIO PUTEANO a MICHELE VAN LANGREN in Bruxelles.

Lovanio, 9 agosto 1634.

 

Bibl. Royale de Belgique in Bruxelles. Mss. 19837-38. – Autografa.

 

…. Nu sullen wy verwachten wat Michalorus([395]) woort sal brengen, om terstont mynen boeck, die overlange gereest is geweest([396]), uyt te laeten gaen. Dese man wil al siende, blint syn: of blint synde, sien. Wat is hy te vreesen die tegen de waerheyt strydt? Dit is de sententie van deen seer geleerden ende goede Pater Della Faille([397]): die ick sai nemen als eenen schilt, tegen alle de pylen, die eenen man van Urbino soude mogen vytwerpen. Ick heb hier gediscoureert met Pater à S. Vincentio, die hier is gekomen op een disputatie (waer van ick V. L. hier een exemplaer sende([398])) ende is nu geinformeert van t’ begin der dagen, ende waerom dat het selve, ende op sulcken plaetse, moet gestelt syn. Ick verwacht mede uyt Italien het gevoelen van Galilaeo([399])..

 

 

 

2975.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 12 agosto 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 75. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

 

Se bene dal nostro carissimo Padre Francesco([400]) tengo frequenti avisi del buon stato di V. S. e della totale rassegnazione della sua volontà in quella di Dio e de’ superiori, cosa che mi dà grandissima consolazione, in ogni modo la lettera di V. S. mi ha talmente rallegrato, che non lo posso esprimere: bastili che di tenerezza lacrimatus sum. Il Signor Dio la conservi in così santi pensieri, e havendoli fatto dono del più elevato intelletto che sia stato gran tempo fa, per intender parte delle Sue grand’opere, li conservi ancora questi lumi, co’ quali conosce e vede che gli avvenimenti di questo mondo sono vanissimi fantasmi di sogni nel breve sonno di nostra vita; e però possiamo esser sicuri, che quando si svegliaremo alla vera vigilia dell’altra vita, ci sarà consolazione grande l’intendere che assolutamente sono un niente: e questa allegrezza sentiremo noi quando i sogni siano stati noiosi; ma quelli infelici, che sopiti in profondo letargo d’ignoranza godono di presente avvenimenti, cioè vani sogni, giocondi e allegri, all’hora restaranno confusi e addolorati, ritrovando che sono state tutte vane imaginazioni.

Mi piace assai che il libro De bello Suecico([401]) li sia piacciuto, perchè l’autore fa più stima del purgatissimo giudicio di V. S. che di m/100 di altri. Hora l’autore si ritrova in Fiandra, e hoggi li scrivo. Volendo lei rispondere, potrà farlo a suo commodo, e mandarmi la lettera, chè glie la conserverò e li mandarò la minuta, chè così tengo ordine.

Nel resto quella cosuccia che mi passò per la fantasia intorno alla luna e sua illuminazione alla terra e reciproca illuminazione della terra alla luna, fu con occasione che una sera mi trovai con alcuni letterati che facevano difficoltà come potesse la terra illuminare più la luna di quello che fa la luna la terra; et ho dimostrata la seguente([402]) proposizione, che so che a V. S. riuscirà una bagatella:

Prop.ne

Se saranno due lumi, ineguali in specie et in grandezza, illuminanti la medesima sorte di ogetti in distanze ineguali, l’illuminazione assoluta del primo all’illuminazione assoluta del secondo haverà la proporzione composta del lume in specie del primo al lume in specie del 2°, della grandezza della superficie del primo alla grandezza della superficie del 2°, e della proporzione duplicata della lontananza del 2° dall’ogetto illuminato alla lontananza del primo dall’ogetto da lui illuminato.

Tutto dimostro premesse alcune diffinitioni e supposizioni manifeste, dal che si può discorrere di quella tanto varia riflessione di lumi dei pianeti alla terra. Però lascio stare il tutto in riposo, per poterlo rivedere senza passione. E qui finisco.

M’ero scordato di dirli che non ho riceute altre lettere sue: e con questo li fo humile riverenza.

Tengo lettere del nostro Sig.r Andrea Arrighetti in proposito di condotti di acqua, dalle quali ricevo gusto e per la grandezza di quel’ingegno e perchè fa stima della mia scrittura Della misura dell’acque correnti([403]).

 

Roma, il 12 di Ag.o 1634.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gal.o

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori, d’altra mano: Al molto Ill.re Sig.r et P.n mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di Sua Alt. Ser.ma

Fierenza.

 

 

 

2976*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 12 agosto 1634.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 114. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

 

Ricevo con la lettera di 5 di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma li vetri per il canochiale, benissimo condizionati, e le ne rendo quelle gratie che posso maggiori, come di singularissimo favore. Ho ordinato il canone di punto, come essa m’ha favorito di instruirmi. L’inventione è bellissima, come tutte quelle cui essa aplica l’animo.

Stupisco che l’incudine non sia ancora giunto in Bologna([404]); et hoggi ne scrivo a Brescia([405]).

Il Sig.r Rocco è veramente un galanthuomo; Aristotelico sì, ma in fatti huomo sincero, costumato, infatti un galant’huomo. Tratta con tutti di V. S. come del maggior ingegno che viva, nè sa satiarsi nelle lodi delle sue specolationi. Non posso penetrar l’interesse del scriver il suo libro; ma chi scrive per la Corte ha da essere un insolente se fosse la modestia istessa, e la verità si lasciarebbe indur in bugie. Ha veduta, sotto la fede che conveniva, l’apostilla 75([406]), e le fa una risposta che non è copiata, assai modesta, e che per mio senso non risolve nulla: è modesta, e la manderò lo spazo prossimo. Di gratia le apostille, chè ben veggo che ella non può parlar senza insegnar cose nuove o pellegrine. Le bacio di cuore le mani e prego felicità.

 

Ven.a, 12 Agosto 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

2977*.

 

UGO GROZIO a GHERARDO GIOVANNI VOSSIO [in Amsterdam].

Francoforte, 12 agosto 1634.

 

Dalla pag. 128 delle HUGONIS GROTII ecc. Epistolae ecc. Amstelodami, ex typographia P. et I. Blaev. MDCLXXXVII.

 

….Sententiam de terrae rotatione, damnatam Romano iudicio, ut Sacris Literis inimicam, non Italis tantum, sed et illarum rerum peritissimo Kepplero, placuisse scio, et multos quotidie reperio eam sectantes. Est tamen ¤k tÇn fainom¡nvn Žnapόdeiktoς, et argumenta sunt in contrariam partem haud levia ¤k tÇn fusikÇn, etiam ex umbrarum quibusdam observationibus, si Caesenati([407]) credimus….

 

Francofurti, 2/12 Aug. 1634.

 

 

 

2978*.

 

RENATO DESCARTES a MARINO MERSENNE [in Parigi].

Amsterdam, 14 agosto 1634.

 

Dal Vol. I, pag. 303-306, dell’edizione citata al n.° 2897.

 

…. Le Sieur Beecman([408]) vint icy samedy au soir, et me presta le livre de Galilee; mais il l’a remporté a Dort ce matin, en sorte que ie ne l’ay eu entre les mains que 30 heures. Ie n’ay pas laissé de le feuilleter tout entier, et ie trouve qu’il philosophe assés bien du mouvement, encore qu’il n’y ait que fort peu des choses qu’il en dit, que ie trouve entierement veritable; mais, a ce que i’en ay pû remarquer, il manque plus en ce ou il suit les opinions desia receues, qu’en ce ou il s’en esloigne, excepté toutefois en ce qu’il dit du flus et reflus, que ie trouve qu’il tire un peu par les cheveus. Ie l’avois aussy expliqué en mon Monde([409]) par le mouvement de la terre, mais en une façon toute differente de la siene. Ie veus pourtant bien avouer que j’ay rencontré en son livre quelques une de mes pensées, comme, entre autres, deux que ie pense vous avoir autrefois escrites. La premiere est que les espaces par ou passent les cors pesans quand ilz descendent, sont les uns aus autres comme les quarrés des tems qu’ilz employent a descendre, c’est a dire que si une bale employe trois momens a descendre depuis A iusques a B, elle n’en employera qu’un a le continuer de B iusques a C etc.: ce que ie disois avec beaucoup de restrictions, car en effect il n’est iamais entierement vray comme il pense le demonstrer. La seconde est que les tours et retours d’une mesme chorde se font tous a peu prés en pareil tems, encore qu’ilz puissent estre beaucoup plus grans les uns que les autres.

Ses raisons pour prouver le mouvement de la terre sout fort bonnes; mais il me semble qu’il ne les estale pas comme il fault pour persuader, car les digressions qu’il mesle parmi sont cause qu’on ne se souvient plus des premieres, lorsqu’on est a lire les dernieres.

Pour ce qu’il dit d’un canon tiré parallelement a l’horizon, ie croy que vous y trouverés quelque difference assés sensible, si vous en faites exactement l’experience.

Pour les autres choses que m’escrivés, le messager m’oste le loysir d’y respondre, aussy qu’il m’est impossible de resoudre absoluement aucune question de physique qu’apprés avoir expliqué tous mes principes, ce qui m’est impossible que par le traité que ie me suis resolu de supprimer.

Les termes de l’imprimé de Liege([410]) sont; Quapropter idem Galileus, citatus ad Sacrum illud Tribunal Inquisitionis, et inquisitus et in carcere detentus, praevioque examine confessus, visus ferme fuit iterato in eadem sententia esse, quamvis hypotetice a se illam proponi simularet. Ex quo factum est ut, re optime discussa, pro tribunali sedentes iidem Eminentissimi Cardinales Inquisitores generato pronuntiarint et declararint, eundem Galileum vehementer suspectum videri de haeresi, quasi sectatus fuerit doctrinam falsam et contrariam Sacris ac Divinis Scripturis, hoc est, solem esse centrum mundi nec moveri ab ortu in occasum, terram vero contro moveri nec mundi centrum ipsam esse, aut quasi eam doctrinam defendi posse uti probabilem existimaverit, tametsi declaratum fuerit eam Scripturae Sacrae adversari, etc.

Ie vous remercie de la lettre que m’avés envoyee, et vous prie d’en faire adresser la response que ie vous envoye. Ie suis

  Vostre tres Obeissant et tres Affectionné Serviteur

Descartes

 

D’Amsterdam, ce 14 Aoust 1634.

 

 

 

2979.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 19 agosto 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 77. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r P.rone Col.mo

 

Mi viene scritto da Bologna l’arrivo dell’incudine([411]), che lo mandarebbono a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma.

Ricevo con le sue gratissime lettere l’apostilla, e non ho pur potuto vederla. Il Sig. Rocco ha veduta la prima, e le ha anco fatto una risposta, che voglio leggere prima di mandarla([412]). Un gentill’huomo di gran spirito e che adora V. S., et è anco amico del Rocco, m’ha fatto aboccare con lui due volte. Veramente è huomo di garbo, civile, pieno di buon affetto, e, levatole questo che crede tutto vero il detto da Aristotele più del Vangelo, un altro Simplicio, certo è huomo di garbo, senza malignità, in fatti un galanthuomo. Lo veggo pentito delle punture del suo libro; parla di V. S. come dell’oracolo vivo, eccetto che ove entra Aristotele iota unum non praeteribit([413]). Questo non rafreddi V. S. dalle postille; perchè si potrano levare le spine, ma nel resto veggo c’haveremo cose rare e nuove, et io non ricevo gusto maggiore.

Per la monaca, quando arrivino le mane nuove, se V. S. così comanda, farò comprare le 4 lire: mi scrivi dove mandarla([414]).

La mia età è di 64 anni, cominciati alli 8 di Giugno passato, ma sono oppresso da sì continue occupationi, che mi conviene cadere sotto la soma. La mia più soave rilassatione d’animo sono le sue lettere, e la lettura iterata delle sue operationi, delli Dialoghi e di quanto ha publicato. Non posso però trovare al mondo il discorso De insidentibus aquae. Dio la conservi, come di cuore Lo prego: e le bacio le mani.

 

Ven.a, 19 Agosto 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ecc.mo Galileo.

Devotiss.o Ser.

F. Fulgentio.

 

 

 

2980.

 

LODOVICO BAITELLI a [GALILEO in Arcetri].

Venezia, 25 agosto 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 67. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Fra l’obligationi ch’io tengo col Rev.mo P. Maestro Fulgentio, numero come singolarissima l’havermi aperta la strada di darmi a conoscere a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma quel servitore che già molt’anni vivo alla sua virtù, al suo nome, a’ suoi scritti. Col merito ch’ella tiene con l’universale, io concorro con la sola parte dell’ammiratione, perchè non ho occasioni di servirla, come vorrei. Sappia nondimeno, et lo creda et ne faccia esperienza col commandarmi, che sì come io amo singolarmente li suoi studii, così non ho maggior desiderio che d’esserle servitor d’effetti et d’esser da lei conosciuto tale. Ho detto al Padre che mi costituisco perpetuo essattore([415]), già che altro non posso. Voglia Dio ch’io la possa servir per molt’anni, che le auguro con ogni prosperità et contento. Et le baccio le mani.

 

Di Venetia, li 25 d’Agosto 1634.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma Ser.r Divotiss.o et Cord.mo

Lodovico Baitelli.

 

 

 

2981*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 26 agosto 1634.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 109. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Acuso le sue gratissime di 19.

L’incudine, per lettere di Mantova, era gionto là, et già 20 giorni scrive il mercante di haverlo mandato a Bologna, e soggionge: A quest’hora vi deve essere. Resto con maraviglia che non mi scrive il P. Provinciale d’haverlo havuto. Il P. Prior nostro mi disse che li scriveva il Provinciale che vi era gionto([416]); e quando puoi veggo la lettera, dice non è ancor gionto. Io resto non manco.

Le manne nuove non sono arrivate; le aspettano il mese venturo. Se la spetiara vuole della vecchia, al primo cenno mandarò le 4 lire, et usarò ogni cautezza per ben servire([417]).

Il Sig.r Rocco mi riesce un compitissimo huomo. Non si può esprimere con che honore a tutti parli di V. S. Se sapesse come, ritrattaria tutte le punture; ma ove entra Aristotele, noli me tangere: ipsissimus Simplicius. Mi mandarà un corpo de’ suoi scritti per V. S., perchè a caso ricercandoli in libraria, ove era, al tutto ha voluto li prometta di riceverli da lui. Li mandarò slegati, subito che li habbia, e vi aggiungerò per entro li vetri. Séguiti le postille, perchè veggo che farano strada a comunicar specolationi mirabili; e V. S. si vaglia dell’occasione, e lasci a me il fastidio, chè so quello debbo fare.

Quel mio amico della sfera([418]) la migliora, che facia la terra l’orbe annuo in 365, e si rivolga in sè 365 volte, tanto che camina il cerchio grande. La facilità della cosa nel vederla m’ha fatto stupire. Mi comandi, riami, e le bacio di cuore le mani.

 

Ven.a, 26 Agosto 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Il nostro spetiale, mio amico, mi dice che per la mana al tutto conviene aspettar le nuove.

 

Ecc.mo Galileo.

 

 

 

 

Dev.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

2982*

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 2 settembre 1634.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 110. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Colla gratissima di 26 mi capita il ressiduo dell’apostilla, con le nuove e maravigliose osservationi e specolationi, riservate sino a’ nostri tempi al suo divino ingegno. Piaccia a Dio conservarla in piena sanità e tranquillità.

Io non scrivo mai se non per la via del Sig.r Geri([419]), onde non so come la lettera di che mi scrive sia uscita del piego. Qua certo non si fallarà di tenere quella strada.

Le sue apostille vanno a verso di contenere tante cose singulari, che si renderà famoso anco il S.r Rocco per haverne data occasione.

Il droghiero mi dice che crede darmi la manna per hoggi a otto; se così sarà, la mandarò, et insieme li vetri e libri del Rocco, non vedendo occasione di mandarli, come desiderarei, per qualche frate di passaggio. Consegnarò tutto al giovine de’ Sig.ri Galilei([420]), chè riceverà qualche vantaggio col procaccio.

Non mi maraviglio che ancora non sia satia la malignità, perchè quelle sono serpi indomesticabili: ben è da stupire che, volendo fare dell’inventioni, non le facia di garbo, chè le scritte sono così goffe che non veneriano in fantasia d’un vilano da zappa. Oh quanto mi pesa che V. S. debba pensare a queste laidezze! chè se fosse ove io l’ho sempre desiderata, non solo rideressimo de tali scioccarie de furbazzi, ma gli le faressimo sorbire a forza di staffilate con la penna. Dio la protegga come Lo prego.

Scrivo ogni posta per l’incudine([421]), e mi struggo che non capiti. È pagato il denaro, e saremo con Arisio([422]) per il resto. Et a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma bacio le mani.

 

Ven.a, 2 Settembre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

E.o Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

2983**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 2 settembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal, P. I, T. XI, car. 69. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Sono arrivate benissimo conditionate le frutte, delle quali V. S. m’ha volsuto favorire: sono veramente belle, e se le zatte corrisponderanno alle loro promesse, saranno esquisite. Io ne ringrazio V. S. a misura delle mie obligationi, che del continuo vengano accresciute da’ suoi favori.

Al Vannuccini([423]) manderò la sua lettera; e perchè con essa mi son ricordato che una volta V. S. li commettessi certo vino bianco, e che da esso non li fu provisto, ne la voglio servire io d’una soma in fiaschi, che credo che non li dispiacerà. Non posso estendermi a fargliene maggior offerta, perchè la botte è assai piccola, e pari a questo, al mio gusto, non ne trovo: però dovrà, a suo tempo, gradire più la volontà che l’effetto, che sarà così tenue.

Io mi rallegro con V. S. di vero affetto della sua buona salute; e con pregare S. D. M. che glie la conservi sempre, resto baciandole affettuosamente le mani.

 

Di Siena, 2 Sett.re 1634.

Di V. S. molto Ill.re Devot. Ser.

A. Ar. di Siena.

 

 

 

2984**

 

ALESSANDRO NINCI a GALILEO in Arcetri.

San Casciano, 4 settembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 66. – Autografa.

 

Molto Il.e et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Sono arrivato qui in San Casciano, dove ho trovato una gratissima lettera di V. S. In risposta della quale dico, per me e per Giulio([424]), come diversi accidenti sin hora hanno ritenuto l’uno e l’altro di lasciarsi rivedere; e se bene haveremo potuto scrivere, ce ne siamo astenuti per non infastidire V. S. senza necessità; ma fra pochi giorni comparirà Giulio, poi che io non posso per anchora partirmi. Il medesimo Giulio è rimasto molto mortificato nel’intendere che V. S. habbi aspettato in vano certa farina, poi che non gl’è stato fatto l’imbasciata, o pure recapitato la lettera; ma al più lungho venerdì prossimo la manderà, e non prima, perchè, mediante la siccità de’ fiumi, non si può essere servito bene a sua posta. E se altro gli ochorre in che da noi possa essere servita, assicurisi che riceviamo per grazia singulare il potere, mediante i suoi comandi, mostrarci almeno ricordevoli di tanti oblighi con che gli siamo tenuti, mentre co ‘l fine, preghando il Signor Dio che conceda a V. S. cumulata prosperità, con la debita reverenza gli bacio le mani.

 

Di S. Casc.no, 4 di Settembre 1634.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma Devotiss.mo e Oblig.mo Ser.e

Alessandro Ninci.

 

Fuori: Al molto Ill.e et E[cc].mo Sig.r mio P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Arcetri.

 

 

 

2985**.

 

GIULIO NINCI a GALILEO [in Arcetri].

San Casciano, 7 settembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 65. – Autografa.

 

Al molto Ilu.re Sig.re Galileo Galilei.

 

Mando a V. S. staia sei di farina per Santi di Gabrielo Rosi; e se gli ocore niete altro, V. S. mi avisi, perchè ò grande desiderio di servila. Dell resto pregado Dio che vi conceda la sanità.

 

Il dì 7 di Settembre 1634, in Sancascano.

  Vo.ro Affe.to

Giulio Ninci.

 

Fuori: Al molto Ilu.re

Signore Galileo Galilei.

 

 

 

2986*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 9 settembre 1634.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 111. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

 

Ho la sua gratissima di 2.

L’aspettarsi d’hora in hora le manne fa che non le mandi nè li libri del Sig.r Roccho nè li vetri([425]), per fare un solo tramesso. La risposta([426]) alla prima postilla è in mano di Mons.r Contarini([427]), uno de’ più devoti ammiratori della sua virtù ch’abbi V. S.; che è causa che hoggi non la possi mandare, perchè non l’ho potuto ritrovar in casa. La sostanza è divertire dalle cose alle formole del sillogizare, cioè dalle cose sode alle chimere. Il ressiduo della seconda è miracoloso, con specolationi nè mai intese nè imaginate. Veggo che l’opera di queste postille sarà un oro puro. Non si prenda cura se la penna punga o no. Séguiti pure, chè saria ben un animale il Rocco se non amasse anco la batitura che viene con tanto guadagno. Le dico in pura sincerità il vero: che nella lettura de’ suoi pensieri facio il gusto cotanto delicato, che divertendolo alli scritti degl’altri, tutti mi paiono insipidi.

Quelli c’hanno veduta la sfera di quel mio amico([428]); restano amirati della facilità. Sappia V. S. che questo è persona di 30 anni: non intende latino, ma un ingegno così habile alle mathematiche, et in spetie alle mecaniche([429]), che fa ciò che vuole. S’ha fatto un istromento per far horologi da sole con una facilità estrema; diverse altre cose ha fatte: ma è stupore come ben intenda il libro di V. S. Un’altra cosa è singolare nella sua sfera, che l’occhio vede tutto quello che V. S. scrive delle machie solari, che in vero non così facilmente s’intende. Dio la conservi, e le bacio le mani.

 

V.a, 9 7mbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

E.o Galileo.

Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

2987*.

 

MATTIA BERNEGGER ad ABRAMO MARCONNET in Tubinga.

[Strasburgo], 10 settembre 1634.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Cod. citato al n.° 2613, car. 126r. – Minuta autografa.

 

…. Saluta Clarissimum Schickardum, quaeso, nomine meo perofficiose, et excusa me de silentio: dic etiam, Galilaeum per hanc hyemem excusum iri, et nundinis vernalibus proditurum; litteras quoque Diodati me recte curaturum….

 

31 Aug.([430]) 1634.

 

 

 

2988*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 12 settembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 79. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

 

Stavo con grandissimo desiderio aspettando il giuditio di V. S. Ecc.ma sopra quei cinque libri della mia Geometria([431]) mandatali: ma poichè intendo l’occupationi sue e le difficoltà che ha per applicarvisi, togliendomisene la speranza, ne resto molto mortificato. Dubito però che il non haver io farsi trattato quelle materie con la dovuta chiarezza, e con quella che a V. S. Ecc.ma suole esser così familiare nello spiegar delle sue dottrine([432]), l’havrà fatta desistere dalla lettura de’ detti libri. Desidero almeno intendere se il S.r Andrea([433]) vi si sia applicato, et il suo senso ancora intorno a questi nuovi principii, sì come me ne favorì intorno allo Specchio di Archimede([434]).

Non so se mai ricevesse poi il Dialogo del P. Panetio([435]), poichè di nuovo parlai al procaccio, e mi disse che gliel’havrebbe fatto havere. Similmente mi saria caro sapere se ricevesse mai le dimostrationi de’ duoi problemi che li mandai([436]), poichè non ho sentito che nella sua passata me ne habbi fatto mentione.

Vado accellerando il fine della stampa della mia Geometria; quale finita, subito li manderò ciò che manca al di già mandato. Inviai il foglio G del libro 2([437]) al P. Lutio: non so se l’habbi havuto. E con tal fine, augurandoli perfetta sanità e felicità, alla sua buona gratia mi raccommando.

 

Di Bologna, alli 12 Settembre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma  

 

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Firenze.

 

 

 

2989.

 

LORENZO CECCARELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 16 settembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 71-72. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

Li caldi eccessivi che sono stati fin hora, m’hanno fatto contenere di motivare la mia causa dell’heredità, le cui scritture già tengo in pronto, mancandomi solo mi venga deputato dal S.r Card. D. Antonio Barberino un prelato che mi amministri qualche giustitia, se pure non mi venga suffocata dal troppo favore della parte contraria. Per il qual rispetto vengo a pregarla d’una sua di raccomandatione al S.r Ambasciatore([438]), che mi voglia favorire di porgere a detto S.r Cardinale un mio memoriale, sicome già mi si mostrò pronto.

M’occorre di pregarla a farmi gratia singolare di far trovare due canne di cordellato di Fiorenza tinto in grana, per fare un guardacore alla mia consorte Caterina, quale con le altre sue sorelle fanno devotissima riverenza a V. S., e questo inviarlo per la corte del medesimo S.r Ambasciatore, con l’avviso del denaro che dovrò pagare, quale pagarò prontamente in mano di chi mi consegnerà la robba; e lo riceveremo con obligo singolarissimo, oltre gli altri infiniti che le devo. Mi scusi della briga, poichè non ho in coteste bande a chi darla nè da chi sperar possi tal favore.

Qui li giorni a dietro successe un caso: che il primo del corrente essendo andati a S. Egidio, festa di quel giorno, li figlioli del Duca Cesarino([439]) e quelli del Duca Gaetano in una carrozza, s’incontrorno in un vicolo con D. Carlo Colonna, quale mandò li suoi staffieri a far rinculare la carrozza di quei Signorini, con gran loro disturbo. Causò tale affronto non poco risentimento nel zio delli Gaetani, mostrandone grand’offesa; et il giorno seguente s’incontrorno nel Corso, questo, chiamato D. Gregorio, per avventura, a caso, e quello, armato come un S. Giorgio, con buona comitiva a posta fatta; e sfidatisi all’improviso, D. Gregorio investì D. Carlo, ma, trovato sotto il duro, cioè giubbone a piastre, si trovò morto il povero Gaetano con una stoccata datali da uno de’ suoi, con miserabil caso d’una carretta che, venendo a passare, fece cadere esso Gaetano, dove sopragiunti quei del Colonna lo ferirno a morte, abbenchè si fosse portato da invitto cavaliere. Da questo avvenimento stanno in rotta le principali famiglie di questa città, e Dio voglia si fermino le cose qui.

Tra le altre cause che vertono in mia bottega, le significo questa solo come curiosa et pellegrina: d’un certo Andrea Casale, Senatore Bolognese, quale essendo in età giovenile andato alla guerra di Fiandra per soldato venturiero, all’assedio d’Ostenda toccò una moschettata, e reputato morto, li compagni occuporno quanto haveva, mandando finte fedi della sua morte e sepoltura. Fu curato e guarito il giovane; e nel tornare verso la patria, preso da’ Turchi, è stato 27 anni in schiavitudine. Ultimamente riscattato con altri, venne a Roma in età di 50 e più anni, e dandosi a conoscere con li principali Bolognesi, chi per uno interesse e chi per un altro, trattandosi di m/150 scudi di facultà che bisogna restituirgli, ognuno lo nega, ancorchè si faccino molte prove hinc inde. Fu per ciò carcerato et essaminato, e hieri in Congregazione del Vicario fu detto: Se questo non è il demonio, è il vero Andrea Casale. E quel che più, mostra la moschettata, della quale si disse esser morto. Causa tanto più miserabile, quanto curiosa a narrarsi. Con che per fine a V. S., al S.r Vincenzo e Sig.re Maria Celeste et Archangela fo humilissima riverenza.

 

Di Roma, 16 7mbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

Lorenzo Ceccarelli.

 

 

 

2990.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 23 settembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 81. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r Col.mo

 

Mi capita la sua gratissima di 9.

La seconda postilla([440]) havuta intiera è cosa divina. Io stimo più la sola demostratione, che l’aggionta di gravità in eadem specie non possi accrescere velocità, che quanto del moto ha scritto Aristotele. Altro è specolar così la natura, che l’andare per li per seper accidens, e perdersi in termini. Séguiti, la prego, e mi honori della participatione.

Le manne non sono gionte: è necessaria la pacienza.

Mando la scatola de’ vetri: un amico, della professione, mi dice esser del più puro c’habbi potuto ritrovare. Ordinai che anco de’ nuovi mi fossero fatti, puri quanto si può, ma si depose il lavorare que’ giorni: si ripigliarà doppo S. Francesco, e ne mandarò.

Da Bologna mi scrivono esservi l’incudine([441]), et haverne dato conto a V. S. per la difficoltà del mandarlo: mi pare che lo facciano di l. 400; sarebbe cresciuto per strada, invece di tarlarsi. Tocca al suo compare fabro dar ordine per la condotta.

L’Ecc.mo Sagredo([442]) si va ricoverando dalla sua mala fortuna, di che V. S. deve essere già informata([443]). Hora è fatto Podestà di Padova, che è un grado per salir di nuovo su la scala. L’Ecc.mo Venier([444]) parla di lei colla bocca di zucaro: altra opposizione non ci è che l’havere lasciato il luoco, che certissimo l’haverebbe resa sicura dall’ingiustitie e persecutioni patite. Quanto alla gloria, V. S. è in stato che tutto lo sforzo della malignità non li può nuocere. Il mondo aspetta le altre sue speculationi, le quali forsi non starano male sparse nelle postille: io vi moro dietro. Et a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma bacio le mani.

 

Ven.a 23 7mbre 1634.

Di V. S.

Ecc. Galileo

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

 

 

2991*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 28 settembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 83. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig. Col.mo

 

Accuso la sua gratissima di 17.

L’amico della sfera([445]) è fuori in villa. Io non sono buono per descriverla; l’ha formata su quella di V. S. a carte…([446]) (ho in villa il libro; è nel fine, quasi([447])); quello che posso dire è: il sole, in mezo; seguono Venere e Mercurio, poi la terra, che si muove in sè stessa et nell’orbe annuo un grado per giorno([448]) l’asse sta sempre paralello a sè stesso, inclinato all’asse del zodiaco, e col circuire fa a capello quegl’effetti che V. S. descrive, di riguardar sempre la stessa parte del cielo, del variar col terminator della luce li giorni e notti. Intorno ha la luna: una balla, facia conto, da gioco, con una veste di corame, che nel suo girarsi s’agira, e fa le variationi degl’aspetti. Quello che mi dà somma sodisfattione è la facilità. Mi era dificile formar nell’idea questa machina, che in vederla ha una facilità estrema.

Parto hoggi, per star tre dì in villa: lascio ordine, e credo certo verrà con questa la manna. Il volumazzo dell’opere del S.r Roco([449]) lo vorrei pur traghettar senza spesa.

  1. S. mi creda che l’opere sue le leggo con tanto gusto, che mi sono l’unico sollievo nelle mie noie: le aspetto come medicina salutare; tutte l’altre mi paiono insipide. L’error delle lettere è costì certo, perchè a tutte si fa la sopracoperta al S.rGieri([450]). E le bacio le mani.

 

Ven.a, 28 Settembre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

 

 

2992.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 2 ottobre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 85-86. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

La magior consolatione ch’io potessi havere, era che V. S. Ecc.ma vedesse et essaminasse con diligenza questa mia Geometria, stimando io in primo grado il suo giuditio([451]); ma poichè la mala dispositione del corpo l’impediscono, non posso se non condolermi seco di quella e lagnarmi della mia puoca sorte, poichè mi vien tolta quella consolatione ch’io speravo. Ho però sentito con gusto ch’ella li habbi dato una scorsa, nè li paia il mio metodo del tutto improbabile, benchè ella dichi di havervi molte difficoltà; nè me ne maraviglio, mentre par che io trapassi all’infinito, che porta seco tanti dubii quanti ella sa. Io veramente ho conosciuto che potria dar fastidio a molti questo mio nuovo modo; e perciò, non contentandomi del rincontro delle conclusioni dimostrate per vere da altri ancora, ho voluto aggiungere il settimo libro, nel quale dimostro le medesime cose per altra via, esente da tale infinità, come ella vedrà poi([452]), e quest’altro modo l’ho lasciato per sentirne il parere de’ studiosi. Pare però tuttavia che alle obiettioni che si posson far contro, si possi dare convenevol risposta; come, per essempio, a quella che V. S. Ecc.ma fa, che è veramente bellissima, parmi che si potesse così rispondere.

Ella dice, che se tutte le linee di due superficie eguali sono eguali, diminuendole egualmente, l’ultime esinanizioni di esse dovriano esser eguali: il che poi non appare nell’essempio della scodella e del cono, restando in quella una circonferenza di cerchio, et in questo un punto, infinitamente minor di quella. Hora io direi che pure in questo essempio si verifica la magior propositione, cioè che restano le ultime esinanitioni pure eguali; poichè detraendo parti eguali da intieri eguali, è conveniente, s’habbiamo da intendere le rimanenti essere eguali, che e le detratte e le lasciate siano del medesimo genere, non essendo comparabili quelle che sono di diverso genere, come ella sa benissimo. Hora, nel suo essempio, gli indivisibili sono piani, e di questi rimangono sempre parti eguali, detrahendone parti eguali dal cono e dalla scodella; e perchè per arrivare all’ultima esinanitione di questi, cioè all’annullare i piani (per dir così), basta levarli una dimensione, perciò parmi che con ragione si dica che queste ultime esinanizioni siano eguali (se ben più tosto negativamente che positivamente), essendo noi arrivati al nullo piano tanto nel cono quanto nella scodella, non havendoci che far niente che in uno resti un punto e nell’altro una linea, come che tanto sia niun piano la linea come il ponto. L’essempio lo potiamo haver anco nel presente semicircolo abd, nel quale cadendo le perpendicolari comunque bceg sopra il diametro ad in cg, il rettangolo acd è uguale al to cb, et agd al to ge, e finalmente il rettangolo sotto ad et il punto d s’intenderia essere eguale al to del punto d, essendo tanto nullo il detto rettangolo come il detto to, e non havendo che far niente la lunghezza ad sopra l’indivisibilità assoluta del punto d per accrescere il rettangolo sotto ad et il punto d e farlo magiore del quadrato del punto d. Là onde non mi pare che in virtù di ciò si possi dire che la linea ad sia eguale al punto d, ma sì bene che lo spatio applicato ad con la latitudine del punto d, cioè con niuna latitudine, cioè il nullo spatio, sia eguale al to del punto d, cioè al nullo spatio, che è verissimo. In somma parmi che le ultime esinanitioni devano essere niente di quel genere che si diminuisse, non importando poi che differischino in altro genere. Non so se mi sarò dichiarato a bastanza, ma il suo valore supplirà al mio mancamento.

Quanto alle circonferenze de’ cerchi concentrici, dico che per liberarmi da questi argomenti che si ponno fare, massime intorno alle linee rette o curve, segate da tutte le linee o da tutti i piani di varie figure, io ho distinto i punti di retto transito da quelli di obliquo transito, sì come anco le linee di retto transito e di obliquo transito, non parendomi che si debbano cambiare quelli di retto transito con quelli di obliquo transito; e per misura de’ continui ho assunto, per le linee i punti di retto transito, e per i piani le linee di retto transito; per i solidi poi non vi bisogna tal distintione (che cosa siano poi i punti o linee di retto transito overo di obliquo transito, vien dichiarato nel libro 2, alla def. prima e nell’appendice seguente). E che importi questa varietà di transito è manifesto, poichè quanto una linea sarà tagliata meno obliquamente dalle parallele, magior spatio comprenderanno le estreme parallele fra loro, et il massimo sarà quando la segaranno perpendicularmente, cioè con retto transito: hora io prendo questo retto transito, e lascio l’obliquo, come variabile in infiniti modi. Che poi tanti punti si causino da tutte le parallele, così nella perpendicolare come nella obliqua, questo non lo negarò, come anco nelle circonferenze concentriche; ma che perciò dovesse dirsi tanto longa l’una come l’altra, mentre volessimo compor le linee di punti, dico che la differenza di questi transiti può cagionare questo, potendosi credere che detti punti siano forsi più diradati nell’obliqua che nella perpendiculare. Tuttavia, comunque ciò sia, non mi pare di essere astretto a rispondere a questo, poichè assolutamente io non mi dichiaro di componere il continuo d’indivisibili, ma solo mostro che i continui hanno la proportione delli aggregati di questi indivisibili, non assumendo io se non le linee o punti di retto transito. So che vi è molto che dire, e perciò mi sono con il settimo libro disposto a mostrare altrimente le medesime cose, come V. S. Ecc.ma vedrà. Fra tanto mi scusi se non li do forsi quell’intera sodisfattione che vorrebbe, e mi favorischi, havendo qualche altra cosa da dirvi sopra, del suo parere, che mi sarà gratissimo.

Li mando le Lagrime del Panetio([453]), havute in dono da un amico mio per lei: altre non ho potuto trovare([454]). Mi stupisco che non si sia potuto haver il già mandato Dialogo([455]) dal procaccio. E con tal fine li baccio affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 2 Ottobre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

 

 

2993*.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 7 ottobre 1634.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 112. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, P.rone Col.mo

 

Arrivo di villa, ove sono stato 10 giorni, in questo punto, e non rispondo a nissuna lettera se non a questa di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma di 30 passato, con solo acusarle la ricevuta, rimetendo tutto allo spazzo seguente.

Hoggi otto si mandò la manna; credo cosa elletta. Tutte le lettere si indrizzano con sopracoperta al Sig.r Geri([456]); di questo sia sicura. E le bacio le mani.

 

Ven.a, 7 Ottobre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

2994.

 

FAMIANO MICHELINI a GALILEO in Firenze.

Roma, 12 ottobre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 73. – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron in Christo Col.mo

 

Il non trovar parole nè concetti esprimenti gli obblighi ‘nfiniti che ho con V. S. Ecc.ma, mi ritrarrebbe affatto dallo scriverle, se il tacere non fosse mala creanza o ingratitudine, e se raffrenar potessi il desiderio ardentissimo che nell’intimo delle viscere mi stimola incessabilmente a ricordarmele servitore humilissimo e prontissimo in ogni occorrenza, come con la presente fo; il quale mi persuade ancora a non temere de i mancamenti che potessi commettere nello scrivere, con rappresentarmi l’estrema sua gentilezza. Scusi per grazia la presunzione, e gradisca il picciolo affetto.

Visitai il Rev.mo P. Castelli il medesimo giorno che giunsi in Roma, e di primo lancio mi dimandò nuove di V. S.: gliene diedi bonissime in tutte le parti, e ricevè me per lettera (benchè non adeguata) di lei. Discorremmo tre hore dolcemente di diverse cose, e particolarmente delle ammirande qualità del nostro Sig.r Galileo, gratiosissimo in tutte le cose.

Mi trattengo per lo più col S.r Raffaello Magiotti, partialissimo di V. S. e garbato al possibile. Molte cose vorrei scrivere, ma le serbo al mio ritorno, che sarà fra 15 giorni o poco più, perchè sono lunghissime.

Il nostro Padre Generale([457]) mi concede solo due giovani per lo Studio, per la scarsezza del nostro vitto et habitatione in Firenze. Mi spiace non poterne menare 6 over 8 di non ordinaria aspettazione. Egli mi dice che bisognerebbe far questo Studio in Roma; ma a me più preme la vicinanza di V. S. che qualunque altra cosa. Nelle occasioni col G. D. non si scordi di noi, come ancora con altri Signori, affinchè si conducesse a qualche bramata meta il bene universale. Godo sentire da’ miei Padri il suo buon esser di forze corporali (così il Signore gliene accresca in infinito), e mi pregio ch’ella di me non si scordi. Deo gratias.

 

Roma, 12 Ott.re 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Mi scordavo dire che il S.r Marchese Strozzi la riverisce in estremo, e l’istesso fanno il P. R.mo D. Benedetto, il Campanella, il S.r Gio. Borrelli([458]) suo discepolo, il Sig.r Magiotti e molti de’ nostri Padri, tra i quali tutti io non mi tengo nell’infimo luogo nel desiderio di servirla: e le bacio le mani. Scrivo in fretta, il che mi è causa di molti mancamenti.

Il nostro P. Generale le se conosce obbligatissimo per i favori che ella fa a me et a gli altri nostri Padri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indegniss.o Servo in Christo

Fran.co di S. Giuseppe.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron in Christo Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Fil. e Mat.co p.rio di S. A.

Firenze.

 

 

 

2995.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 14 ottobre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 87. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.rone Col.mo

 

In villa mi portai meco li Dialoghi di V. S. E. et il libro del Rocco; non altri. Li ho letti tutti due con gusto, sendomi questo stato all’animo quello che a gl’occhi di riguardanti il zane, che ne’ salti imita il saltarino. Il punto è, che l’opere di V. S. mi acconciano di maniera il gusto, che in materia di speculationi naturali non posso più leggere niente; e mi pare che riessaminando li principii peripatetici, come V. S. ha fatto nella constitutione dell’universo, tutto mi vada in fumo. Non mi resta nel libro di V. S. che due cose alle quali non bene arrivo: quei computi per le due stelle nove et il modo di adoperar gl’istromenti, e come il moto della luna vario influisca in quello della terra per il flusso; perchè capisco che quando la luna è più lontana o vicina al sole, per necessità il suo moto si altera, ma non capisco come questo influisca nel moto della terra, da cui ella è tanto distante. È però bene, perchè ritorno a leggere tutto, et il replicare ha d’essere il mio passatempo.

Aspetto da V. S. il discorso promesso De insidentibus aquae, se è possibile, e la tengo obligata comunicarme([459]) le sue specolationi, come Dio è obligato per la promessa delle sue gratie. Vorrei vedere anco crescere le postille, non perchè il Rocco nè intenda nè tocchi mai cosa al proposito, ma perchè ho concetto certo che in queste postille habbiamo cose stupende, come in questa seconda sono miracolose. Se mette mano al luoco ove fa l’oppositione, che se la sfera tangit planum in puncto, caminando si farà la linea de punti([460]), ho gran desiderio de vedere trattato quel particolare bene, ciò è dal Sig.r Galileo([461]).

Il suo debitore([462]) ci vorrebbe contare soli 20 altri scudi: li ho fatto intimare che voglio li 40, conforme all’accordato.

Credo haverà V. S. havuta la manna, che si mandò sabato.

Veggo V. S. nominare spesso il Saggiatore: io non l’ho, nè lo trovo qni. Non ho se non Nuncius Sidereus e le Lettere al Velsero delle machie solari: il resto da lei scritto lo bramo in estremo. Ho anco gran curiosità che mi honori col dirmi se quel gentill’huomo Bolognese([463]) ha scritto cosa alcuna([464]) sopra la variatione della meridiana, e se V. S. ha osservato cosa intorno alle stelle fisse, come ne’ suoi Dialoghi promete et assegna il modo.

Mi capita con la sua gratissima di 7 il suo Discorso([465]), che sarà il mio gusto della festa di dimani. Et a V. S. bacio di cuore le mani.

 

Ven.a, 14 8bre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

2996**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Firenze.

Lione, 16 ottobre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 89. – Autografa

 

Molto Ill.e Sig.r e P.ne Col.mo

 

Il piego che V. S. mi accenna havermi mandato([466]), è circa un mese e mezzo, per il S.r Diodati, io l’assicuro di non essermi mai capitato. V. S. ne faccia diligentia con quelli a chi l’à consegniato per potere rinvenirlo, già che sono cose che li premano; e quello capiterà nelle mia mane, ne puole restare con l’animo quieto, come è seguito della mandatomi con sua de’ 23 passato, havendola recapitata in propia mano, già che il S.r Diodati si ritrova qui: e qui alligato ne viene la risposta. Farò il medesimo quando altre me ne capiterà: e perchè le lettere di costì si pagano costì, alle volte l’avarisia de’ porti fa mal capitare le lettere; chè questo forze ne potria essere la causa, e se S. S. le consegni al S.r Bartolino o al Ciolli, acciò che venghino con quelle di S. A. S. per maggiore sicurezza.

La nuova proibitione venuta, del’Indice([467]), del suo libro veramente è cosa ridicola, e gustosa a chi l’à stampato, già che questo li fa mettere de’ buoni quatrini in borsa; e c’è qua molti librari che fariano il medesimo, e molti mi ronpono la testa per havere qualque sua opera: chè l’assicuro da vero parente che non la guarderiano a tante proibitioni, e lo fariano molto più volentieri che non vogliono fare le Dicisioni di Ruota e Afforismi episcopales di Monsig.r Giusti, chè non ci vogliono intendere sonata senza quatrini. Lui se ne dispera, perchè pretendeva buona mancia e metteva questo suo libro nel Xmo cielo, e questi non tengono arrivato più alto del tetto. Quanto a me, per gratia di S. S.a me lo ritrovo, e ancora ne ho fatto venire una 20na, quali ho donati; e se ne havessi havuto delle centinaie, haveriano havuto spaccio, dico con buoni danari ancora: e non ho trovato alcuno a che la concientia rimorda per questa proibitione; e fino alli Padri Iesuisti lo tengano e leggano, non ostante che sia con loro mortificatione, che procede, per dirne la verità, dalla ignorantia, invidia e rabbia: sia però detto con pace de tutti. E a S. S.a faccio reverentia, pregandoli da N. S. ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 16 8bre 1634.

Di V. S. molto Ill.e

 

Il S. Diodati è partito per Parigi, et ha lasciato la lettera alligata; e ancora lui è in pensiero del piegho([468]), havendoli fatto vedere in quello consisteva([469]).

 

 

 

 

 

 

 

 

S.r Galileo Galilei.

Ser.re Hum.mo e Dev.mo Par.te

Rub.to Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r e P.ne Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Mattem. di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

2997*.

 

MATTIA BERNEGGER a GUGLIELMO SCHICKHARDT in Tubinga.

Heidelberg, 16 ottobre 1634.

 

Kgl. Landesbibliothek in Stuttgart. Cod. citato nell’informazione premessa al n.° 2665, fol. 563. Lettere di M. Bernegger, car. 23r. – Autografa.

 

…. Tune vero credis, in hac ŽkatastasÛ& publica privataque Galilaica mea procedere posse? procedunt tamen, etsi, remorantibus subinde curis avocamentisque, languide satis ac lente. Sex folia mitto specimen; nisi tabellarii discessus anteverterit, additurus et septimum, quod hodie excudetur.

Deodatum puto Lutetiam Genova rediisse. Mitto ei epistolae scriptae ad Lucam([470]) exemplum, et excuso silentium tuum….

 

Scr. Argentor., 6 Octobris([471]) 1634.

  ‘O sòw dsow

M: B:

 

Fuori: D. Herrn Wilhelm Schikhard,

Vornehmen Professori bei der löblichen Universität Tübing,

meinen grossg. Herren und hochgeehrten Freundt zuhendig.

Tübingen.

 

 

 

2998.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 21 ottobre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 91. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mons.r Arrisi si porta da prete: ha ritrovato un cavillo per portar tempo inanti senza pagar, che ci vuole fede che V. S. non sia morta. Presto andarà a Brescia l’Ill.mo Baitello, e li voglio far svaligiar la casa da’ birri: lasci pure a me la cura, chè se non lo fo pentir della sua furbaria mi muti il nome.

Ho letta la scrittura([472]); ma V. S. m’ha così depravato il gusto, che tutto mi pare nulla in rispetto delle sue specolationi nove e singolari. Mi ha fatto ridere da dovero il pensiero suo nel fine circa il fermar del sole di Giosuè([473]), che veramente è bello. V. S. ha toccati li due punti essentiali nella prefata scrittura: l’uno, del guardarsi di stabilir per dogma di fede cosa che possi, o adesso o ‘n progresso di tempo, essere dimostrata non vera; l’altra, che la Scrittura parla delle cose naturali secondo che corre l’opinione comune: altrimente converrebbe havere per articolo di fede l’ardersi della fenice, perchè Giob alludendoci dice: In nidulo meo moriar; e ‘l rinovarsi dell’aquila, perchè David dice: Renovabitur sicut aquila iuventus tua; e l’incanto delle serpi e ‘l turar l’orecchio dell’aspide: Sicut aspidis surdae, quae obturat aures suas ne audiat vocem venefici incantantis sapienter; et altri luoghi simili, e le cose che in Giob, che ‘l christallo si facia dal giaciarsi l’acqua, e la generatione de’ metalli, con tante altre cose c’hora nissuno le ha per vere. Ma se’ Giesuiti farano articolo di fede l’immobilità della terra, s’assicurino pure che tutti li professori di astronomia hanno d’essere heretici. La Copernicana dal suo libro ha preso tanto lume, che vi balzano dentro tutti chi lo leggono.

La manna([474]) deve essere gionta. Non ho in quella speso più di 14 Lire; ma non si prenda noia di queste spesette: haveremo di qua presto denaro dal suo debitore certo, ma anco senza quello comandi se le fa bisogno alcuna cosa.

Mi scordai nell’altra dirle che nel mio stare fuori in villa l’Ecc.mo Zacaria Sagredo mi volse un giorno seco a Maroco, ove ha un palazo da re, e la sera il nostro passeggio fu in ragionare di V. S. con un affetto cordialissimo e desiderio di vederla.

Non abbandoni le postille([475]), perchè insensibilmente veggo che siamo per havere un’opera stupenda. Ho molti amici che mi sono sempre adosso, se ho alcuna cosa del S.r Galileo, il quale ha tanta comendatione che non si può esprimere. Dio ce lo conservi lungamente in prosperità, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 21 Ottobre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

2999.

 

FRANCESCO DI NOAILLES a GALILEO in Arcetri.

Roma, 24 ottobre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 75. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re

 

Ho differita sin qui la risposta da me dovuta alla cortese lettera di V. S., resami allhora dal S.r di Lusarches([476]), per aspettare occasione di poterle non solo con la presente, ma col testimonio de’ miei amici, rappresentarle non solo la stima che sempre ho fatta del suo merito e valore, ma dell’affettione che mi porta, che anco ho ben conosciuta con mio gran contento in detta sua lettera e nella comunicatione che mi fece detto Lusarches per sua parte. Hora, per la partita per Francia delli Sig.ri Croize e Cotignon gentilhuomini Francesi e miei amici, che dovendo passare per costà, li ho pregati di trasferirsi in cotesto suo luogo per visitarla da mia parte e presentarle questa mia, et dopo con la viva voce soggiungerle quanto sia grande il mio desiderio di servirla e di haver nove più frequenti di lei, come in particolare corrispondenza qua, o per via de’ suoi amici della professione o de’ suoi discepoli o altri suoi dipendenti, ne’ quali ella più confida; di che compiacendosi favorirmi, sarà per accrescermi obligo et affettione. Dalli medesimi Signori Francesi con la viva voce le sarà più distesamente insinuato tutto ciò per mia parte: la prego di ascoltarli volentieri, e di crederli tutto quello che a mio nome le esporranno. Con che fine, saluto V. S. con tutto l’animo, con desiderarle ogni felicità.

 

Di Roma, li 24 di 8bre 1634.

Di V. S. molto Ill.re

Galileo Galilei in Arcetri.

Aff.mo per serv.la

Noailles.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re

Il S.r Galileo Galilei.

Nella villa d’Arcetri.

 

 

 

3000*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 28 ottobre 1634.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 113. – Autografa.

 

Molt’ Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

 

Il R. Arrisio([477]) si è ridotto al termine: ha contato tutto il suo debito delli 60 scudi, che sono £ 420, de’ quali il P. Priore di Brescia si tiene £ 148, se ben mi ricordo per l’incudine, et le 14 della mana, perchè V. S. Ecc.ma vuole che anco di questa minutia se le dia debito, e per non essere cosa sua lo facio; onde restano £ 258, quali ho scritto che siano rimesse qui, dove V. S. ne potrà disponere a suo piacere.

Non ho questo dispacio sue lettere; il che non è requisitoria, ma aviso. Ho fatto il possibile et impossibile per ritrovar qui il suo Discorso De insidentibus aquae: in fatti non ci è, sventura ordinaria de’ buoni libri. Nell’hore vacue, che sono poche, ritorno leggere le sue Lettere al Velsero, e dietro al Nuncius Sydereus, e poi alli Dialoghi, con pensiero di non vedere più filosofia in chi non trovo gusto. Ma che si fa delle postille? La supplico non le scordare, perchè queste due che tengo mi certificano dell’utilità che li veri filosofi sono per riceverne. Il cervello temperato è tutto pieno di desiderio di giovare anco alla posterità, et io son sicuro che V. S. haverà fatta la strada al filosofare di cose, e non di termini vani, per seper accidens, materialiter, formaliter. Dio la conservi: e le bacio con ogni affetto le mani.

 

Ven.a, 28 Ottobre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Devotiss.o Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

3001*.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Firenze.

Lione, 30 ottobre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 117. – Autografa.

 

Molto Ill.e mio Sig.r e P.ne Col.mo

 

Questo ordinario ultimo mi ha portato la di V. S. de’ 26 Luglio passato([478]), insieme con un piegho per il S. Diodati, che tengho che sia quello che S. S.a ne era in pena e travaglio([479]), il quale subito senza perdimento di tempo ho mandato a Parigi a S. S.a, dove al presente si ritrova. Me ne duole bene che non sia arrivato prima a causa del S. De Perez([480]) e per il S. Gassendro([481]), ci è avanti la sua partenza per esso luogo, ma doverà rimandare quello aspetta ad essi SS.ri; come ancora per non saper le particularità che S. S.a li ha scritto, ma doverà seguir, a Dio piacendo, al suo ritorno. S. S.a pigli nuove occasioni di comandarmi, chè l’assicuro che il maggiore favore che possa ricevere sarà in poterla servire. E facendoli reverentia, li pregherò da N. S. il colmo d’ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 30 di 8bre 1634.

Di V. S. molto Ill.e Ser.e Dev.mo e Parente Aff.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r e P.ne Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matt.o primo di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

3002*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 1° novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 77. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.re et P.rn mio Col.mo

 

Dopo esser stato travagliato aspramente quattro mesi da una mia indispositione, finalmente hora mi ritrovo in bono stato et quasi libero. Ne do parte a V. S. molto Ill.re con l’occasione del ritorno del nostro Padre Francesco([482]), quale mi pare persona di grandissimo spirito et ingegno, ma, quello che io stimo sopra tutto, inamoratissimo di V. S. et delle cose sue. Gli ho dato ordine che tratti con il Sig.r Andrea Arrighetti di far ristampare il mio Discorso della misura dell’aque currenti([483]); et perchè forsi vi si farà qualche aggiunta o di postille o di scolii, supplico V. S. farmi grazia et honore di qualche particolare che lei havesse osservato in questa materia. Mi viene ancora scritto di Fierenza, che il Sig.re Aggiunti ci ha notati alcuni errori gravi presi da me, et che se ne dechiari assai largamente. Mi par strano che con me non ne habbia mai trattato: mi consolo però dall’intendere che i miei pensieri sono conosciuti veri, et le sue obiettioni per falze; et tanto mi basta.

Il Sig.r Gio. Iacomo Boccardi([484]) Fransese, gentil huomo dell’Em.mo Sig.r Cardinal Barberino, mi dice di havere inviato a V. S. molti giorni sono un piego di Francia, et ne desidera la risposta; et io desidero intendere bone nove di V. S., alla quale baccio le mani di tutto cuore, ricordandomegli servitore divotissimo.

 

Roma, p.o 9bre 1634.

Di V. S. molto Ill.re

Sig.r Gallileo.

Devotis.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re et P.rn Col.mo

Il Sig.re Gallileo [Gallilei, p.o] Filosofo di S. A. Ser.ma

Fierenze.

 

 

3003**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 2 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 79. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Con questa mia V. S. riceverà da Santi, mio mezzaiolo, tre some di vino bianco, del meglio che si sia trovato in Vescovado([485]): se riuscirà come promette ed io vorrei, son sicuro che V. S. ne haverà gusto. Aggradisca in ciò il mio desiderio di servirla sempre con tutto l’affetto, col quale le bacio per fine affettuosamente le mani.

 

Di Siena, li 2 Nov.re 1634.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei.

Dev.o Ser.

A. A.o di Siena.

 

 

 

3004**.

 

GIOVANNI VANNUCCINI a [GALILEO in Arcetri].

Murlo, 2 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 67. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Quando ricevei l’honore della prima lettera di V. S. Ecc.ma con le brugne simiane, mi ritrovavo in letto, travagliato da febbre catarrale; e le brugne, come erano da me molto desiderate, così mi furno gratissime. Sentii et appresi il desiderio di V. S. Ecc.ma intorno al vino bianco che desiderava, e stimai a suo tempo di servirla, come havevo già fatto delli sei barili di vino bianco, del megliore che si ricolga in questo paese: del rosso non ho trovato cosa che mi paresse a proposito. Mentre stavo aspettando l’addirizzamento de’ tempi e la commodità de’ vetturali, m’è comparsa la seconda lettera di V. S. Ecc.ma con una di Mons.r Ill.mo Padrone([486]), nella quale mi scrive che io li dia avviso se ho provisto il vino per V. S. Ecc.ma; e rispondendoli di sì, glie ne mandai anco il saggio, quale credo li sia piaciuto, poi che ha dato ordine qui al suo fattore che mandi per i suoi mezzaioli li sei barili di vino a donare a V. S. Ecc.ma a suo nome([487]), et a me sia restituito altrettanto vino o denari, di che già me ne so’ aggiustato. Se il vino sarà buono e riesca di suo gusto, sarà ogni anno al suo comando, mentre Dio mi darà vita: e ringratiando in tanto V. S. Ecc.ma del’honore de’ suoi comandamenti e delle brugne, la prego a favorirmi di una presa delle sue pillole([488]), mentre resto pregandole dal Signor Dio ogni maggior felicità.

 

Di Murlo, li 2 Novembre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo Ser.re

Giovanni Vannuccini.

 

 

 

3005.

 

GALILEO a GIOVANNI TADDEI [in Firenze].

Arcetri, 3 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 99. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Osser.mo

 

Si è ottenuto di poter metter sul monte d. 500([489]); onde io prego V. S. della detta somma, che tiene in mano più tempo fa di mio, esequirne conforme al piacimento di mio figliuolo Vincenzio, per mano del quale ella riceverà la presente: che di tanto gli resterò con obbligo particolare, oltre a i molti altri che tengo a V. S., alla quale, confermandomi servitore prontissimo, bacio le mani.

 

D’Arcetri, li 3 di 9bre 1634.

Di V. S. molto Ill.re Parat.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Osser.mo

Il Sig.r Giov.i Taddei.

In sua mano.

 

 

 

3006.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 4 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 93. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

La gratissima lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma di 21, che mi doveva essere data al tempo ordinario, non mi capitò se non il lunedì passato, 30 del mese, colli due discorsi Delle cose che stanno sopra l’acqua et il Saggiatore, che sarano colli Dialoghi fra le mie delitie; e ne rendo a V. S. quelle gratie che so e posso maggiori con eterna obligatione. Ho letto tutto il Saggiatore con il contento che non potrei mai esprimere. È gran cosa come Dio, la natura e lo studio, la facia osservare tutto, da tutto cavare specolationi altissime, nuove, singolari, fondate; et essa versi in che materia si voglia, non può non insegnare a chi non ha la superbia di credersi saputo o la malvagità d’invidiare l’altrui ingegno e lode. Ella ha trattato troppo modestamente con quell’insolente Sarsi. Ma, buono Dio, quante cose pellegrine gli è stato occasione di donare al mondo! Così farà nel Rocco, le cui postille la scongiuro seguire. Farò ristampare il discorso De insidentibus aquae, e forsi l’altro, opere che non debbono essere celate a’ studiosi. Ma V. S. mi conoscerà importuno troppo; non posso far di meno: le confesso e giuro che come esco dalla lettura delle cose sue, non ci trovo che noia, et il repetere la lettura delle sue ha d’essere l’impiego di tutto il tempo che m’avanza. Hor eccomi con nuova importunità: bramo vedere il Discorso sopra la Cometa([490]), che ha fatto donare a’ letterati questa gioia, dico il Saggiatore, credendo che costì non sia difficile l’haverlo, che qui non lo trovo.

Ho memoria ch’il fu Padre Maestro Paolo haveva per mente, anco negl’ultimi suoi giorni, alcune sue specolationi intorno la condensatione([491]) e rarefattione, et in un suo librettino n’haveva fatta nota, quale havendo prestato ad un gentill’huomo, mai ho potuto ricuperare. Mi resta però sempre impresso quello soleva dire esso buon Padre, che la natura produce in certe età ingegni atti a certe contemplationi, che se da loro non vengono toccate, non vi resta più speranza di conseguirle; e portava l’essempio di V. S. nel moto, e diceva a tutti che ella in questo non haveva mai havuto pari, nè credeva fosse per haverlo. Io, nudrito con questo concetto, et vedendo che in fatti sino qui non habbiamo altro che parole in quella parte che si può dire contemplatione della natura, se smanio dietro le cose sue, se non posso havere pacienza di aspettarle, devo essere scusato. È qui un virtuoso e veramente intendente nelle filosofie ordinarie e qualche cosa più, quale, sovente che si tratta di lei, non nega la virtù, ma dice che le cose da lei portate non sono nove, ma già del Cheplero. Io le dissi l’altro giorno in Libraria, che di gratia mi favorisse farmi vedere nel Keplero le specolationi portate da V. S. intorno al moto. Viddi havere fatto piacere a’ virtuosi di serrarli la bocca.

Ho nelle mani il ressiduo del denaro ricevuto dall’Arisio, cioè £ 258: V. S. ne disponga([492]). E pregandoli di tutto cuore felicità, le bacio le mani.

 

Ven.a, li 4 Novembre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

3007**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 4 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 68. – Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Da Santi mio fratello intesi che V. S. vorrebbe due botticelle di tre barili l’una, e subito feci diligenza per trovarle, ma per essere passato il tempo di fare simili provisioni, non mi sono abbattuto in cosa buona: e però ho pensato che sia meglio farle fare a posta, e già ho dato l’ordine a un maestro, che m’ha promesso di darmele finite per tutta la prossima settimana, e di servirmi bene, e di voltarle con l’acqua. Però V. S. mi avisi se fra dieci o dodici giorni saranno a tempo di potersi mettere in opera, perchè dentro a questo termine io procurerò di farle condurre; e caso che V. S. n’havessi bisogno prima, o che già si fussi provista per altra via, non habbi riguardo che le botti sieno fatte perchè non mancherà ochasione d’esitarle. E se mi conosce atto a poterla servire in altra ochasione, mi favorischa per grazia d’esercitare la sua autorità nel comandarmi, mentre co ‘l fine, facendoli reverenza, gli pregho da Dio cumulata felicità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 4 Novembre 1634.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3008.

 

RAFFAELLO MAGIOTTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 5 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 81. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, mio S.

 

La venuta del P. Francesco delle Scuole Pie([493]) m’è stata di grandissimo gusto per diversi rispetti, e tra questi per la bontà e sincerità di questo huomo, per le conferenze et occasione d’haver intese diverse cose, per i viaggi fatti in sua compagnia da una ad un’altra villa con qualche rilievo della sanità mia, ma sopra tutto per la cara et onorata mentione ch’in ogni congresso, anzi per tutto il discorso, che si faceva di V. S. Ecc.ma; e questo mio gusto vie più s’avanzava, quanto più liberamente potevo ad un sì buon virtuoso scoprir due passioni o sospetti che già gran tempo [mi] tengono ingombrata la mente. D’una egli m’ha liberato in parte; dell’altro io lo trovo appassionato quanto me. La prima era, che non havendo già gran tempo lettere di V. S., nemeno in risposta alle mie ultime, e trovando ch’il P. D. Benedetto non mi fa le solite accoglienze, anzi fugge ogn’occasione di discorso, dubitavo fortemente non havessi preso di me qualche ombra, e però non havessi passato con lei qualche sinistro uffizio. Pur il P. Francesco m’ha rincorato assai, accertandomi (vero o falso che questo fosse) ch’io però non ho scapitato niente nella servitù ch’io professo con V. S.; e così mi giova di credere, seben io più me ne terrei certo quand’ella talvolta m’adoperassi, se mi conosce buono a servirla. L’altro sospetto è, che vedendo come le speculationi di V. S. circa la natura sono tracciate per molti versi da persone avide comunque si sia di gloria, e sapendo di certo come altri facilmente sparge quello che non ha raccolto con i proprii sudori, mi fa temere che buona parte delle sue inventioni non vadino di corto alla stampa, e così V. S. resti vinta della mano et in compromesso di buona parte delle sue lunghe fatiche. Ma il P. Francesco le parlerà più chiaro circa questo. Il senso mio è stimolar V. S. a mandar in luce quanto prima l’opere sue, ricordandosi che gli scrittori non scrivono tanto per il presente quanto per il tempo a venire. S’io con lei piglio troppo ardire, non incolpi tanto la mia natura, che è stata sempre di parlar libero, overo il gran desiderio ch’io ho di vagheggiar i suoi parti, quanto un vero zelo ch’altri non la preoccupi in parte, et altri con il tempo non supprima il resto, sì come fanno ben spesso i principi, che tengon le librerie ben fornite per i sorci, polvere e tignole, più tosto che per i litterati. Pur finalmente io mi confido nella prudenza di V. S., e di quelli suoi più cari che di continuo gli stanno a torno. Così per fine gli chiedo da Dio lunga vita con prosperità, e la prego a continuarmi in sua buona grazia.

 

Roma, il dì 5 9bre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et E.ma Aff.mo et Obl.mo Ser.re

Raffaello Magiotti.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3009.

 

ELIA DIODATI a PIETRO GASSENDI [in Digne].

Parigi, 10 novembre 1634.

 

Bibl. d’Inguimbert in Carpentras. Collection Peiresc, Reg. XLI, 2, car. 25. – Copia di mano sincrona.

 

Monsieur très cher amy,

 

Peu de jours aprez mon arrivée j’ay receu le pacquet de M.r Galilei, qui estoit demeuré par chemin avec les cristaux du telescope qu’il vous envoye, lesquelz j’ay baillez a Mons.r Luillier([494]) pour vous les faire tenir. Le canon devra estre de la mesure de la ficelle dont le papier ou ilz sont enclos est lié, comme vous verrez que ledit S.r Galilei l’a escript lui-mesme de sa main sur ledit papier, et que aussy par la copie de sa lettre([495]) cy jointe il le designe. Je ne vous diray des considerations de la continuation de ses souffrances, oultre ce que j’en escripts à Mons.r de Peiresc, sinon que si Mons.r de Peiresc, par les habitudes qu’il a avec Monseig.r le Card.al Barberin, pouvoit interceder envers luy pour obtenir quelque moderation de ces grandes rigueurs, et luy faire obtenir ce dont on luy avoit donné esperance, c’est assçavoir la liberation de sa restriction en sa metairie et liberté de se pouvoir transferer à Florence et ailleurs, il feroit une œuvre de grand merite et d’une memorable charité. Il semble qu’il puisse sans grand scrupule faire ceste supplication, estant notoire de delà les montz que les severités des prohihitions pour telles causes ne sont observées en France, et qu’on ne s’y arreste point. Toutesfois je m’en rapporte à sa prudence et à la vôtre, sçachant et estant très asseuré que s’il ne le faict, ce ne sera point par manquement d’affection, ains par considerations justes qui ne le permettront. Je vous salüe humblement et suis,

 

Monsieur et tres cher amy,

De Paris, le 10 Nov.re 1634.

  Votre très humble serviteur

Diodati.

 

 

 

3010*.

 

ELIA DIODATI a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

Parigi, 10 novembre 1634.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9544, Correspondance de Peiresc, Divers, T. 10, car. 223. – Autografa.

 

…. J’ay eu de Mons.r Galilei les verres du telescope que Mons.r Gassendi luy avoit demandés, que j’ay baillés a M.r Luillier([496]) pour les luy faire tenir. Vous feriés avec cela des magnifiques observations, car il me mande qu’ils sont tres parfects. Le canon devra estre de la longueur de la ficelle de laquelle ils sont liés, comme vous verrés qu’il l’a luy mesmes escript sur le papier dans lequel ils sont enveloppés. Par la copie de la lettre qu’il m’a escripte, que i’envoye à M.r Gassendi, vous verrés son estat present, et comme ses ennemis continuent à le persecuter([497]), dont, à leur confusion, ce grand personnage a continuelle matière de faire, en son innocence et integrité, faire cognoistre au monde la force de son courage et sa constance….

 

 

 

3011.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 11 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 95. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, S.r Col.mo

 

Nel Saggiatore ho incontrato il suo discorso circa le qualità sensibili con piacere grandissimo. È un pezzo ch’io ho fatta qualche specolatione e sopra quelle e generalmente sopra li chiamati accidenti; e mi restava una confusione da che non mi sapevo svilupare. Tenevo ben per certo, essere tutte chimeriche le comuni dottrine degl’accidenti, con le loro inherentie, inessistenze, e simili proprietà imaginarie, e mi pareva che il sito, numero, figura, ordine de’ corpi suplisse a tutte le mutazioni; ma il moto è quello mi travaglia, perchè di lui, da quanto è stato scritto sino adesso, non so cavare cognitione di sorte alcuna ciò ch’e’ sia: et se è veramente cosa, e non sola imaginatione nostra, oltre il corpo, non capisco la rissolutione di lui nel niente. Veggo che V. S. Ecc. nelle sudette qualità sensibili e loro sensationi ha francato un grande e rissoluto passo.

Nel moto, alla cui cognitione diceva il nostro buon Padre Maestro Paulo che Dio e la natura haveva formato l’intelletto di V. S. unico sino alla nostra età, e che quello a che lei non fosse arrivata fosse inescogitabile, debbo aspettar sparso nelle sue opere quello che si può havere. Mi pare che sarebbe opera di gran charità verso l’humanità ridurre in uno tutti li discorsi di V. S., anco le lettere, ove ha scritto de specolationi, e comunicarle al mondo; e se io mi adoperassi in ciò, mi tenerei essere benemerito delle scienze. È l’ingegno di V. S. come le boteghe degl’orefici; ove si fanno li cancelli, aciò che nè anco la polvere si perda, perchè ha mescolato oro. Io non trovo così in altri.

Mentre scrivo, mi capita la sua gratissima di 4, che m’unge, poi punge. Come veggo cosa sua, salto d’allegrezza; ma ogni dilatione è pena. Le bacio di tutto affetto le mani.

 

Ven.a, 11 9bre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

3012**.

 

GERI BOCCHINERI a GALILEO [in Arcetri].

Firenze, 14 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 83. – Autografa. Alla lettera facciamo seguire il conto che il BOCCHINERI mandava con essa, e che è tuttora allegato (car. 84-85).

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Speravo pure di poter venir da me a baciar le mani a V. S., doppo esser tornato di Siena et avanti che io vadia fra X giorni a Pisa; ma poichè fin hora ciò non mi riesce, non ho voluto differir da vantaggio, et supplisco con questa. Con la quale mando a V. S. distinto il conto delli Ñ.di 250 che di Maggio passato ella mi fece risquotere dal S.r Taddei([498]), con l’esito di essi nella compra della casetta et di quel più che V. S. mi ha ordinato; et perchè mi restavano in mano per saldo del conto soldi otto et denari otto, glieli mando hora: et così questo resta pari.

A conto poi delli Ñ.di X che V. S. si contentò fino di Xbre passato, dell’altra somma di denari che havevo di suo, che si pagassero al Conti([499]), pensionario già di nostro padre, io adesso ne la rimborso, cioè le mando il conto anche di questi, perchè Ñ 2. – 13.4 costorno le bericuocole et le calze che V. S. mi fece comprare a Siena, et adesso le mando contanti Ñ 7. 6. 6. 8, di maniera che resta pari anche questo conto.

Se così stia l’uno et l’altro, prego V. S. di avvisarmelo per mia quiete con un suo verso. Ma io resto ben sempre con debito di servirla, et le bacio le mani, mandandole alcune scritture attenenti alla sudetta compra della casetta, perchè staranno meglio appresso di V. S., che è padrona.

 

Di Fiorenza, 14 Nov.re 1634.

 

Questa, con li denari, le sarà resa da Pierino nostro servitore, se intanto non comparisca Geppo.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Oblig.mo Parente et Ser.re

Geri Bocchineri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Con Ñdi 7. 6. 15. 4.

______________

+ 1634. + 1634.
Il S.r Galileo Galilei deve dare addì 20 di Maggio 1634 scudi sei di moneta, mandati contanti a Prato per dare al Norcino per haver castrato Carlino suo nipote.  

 

 

 

Ñ

 

 

 

 

6.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il S.r Galileo Galilei deve havere adì….([500]) di Maggio scudi dugento cinquanta, havuti contanti per lui dal S.r Giovanni Taddei, a chi io ne feci ricevuta.  

 

 

 

Ñ 250. – – –

Et addì 9 Giugno, Ñ 13. – mandati contanti al medesimo S.r Galileo per mano di Geppo, suo servitore  

 

 

Ñ

 

 

 

13.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
Et addì detto, Ñ 6 contanti alla Sestilia, d’ordine del S.r Galileo; disse, per finire di cucirsi un abito  

 

Ñ

 

 

6.

 

 

 

 

 

 

   
Et addì 21 detto, Ñ 15. 3. 16. 4 pagati alla Gabella de’ Contratti per la Gabella della compra della casetta del Zuccagni.  

 

 

Ñ

 

 

 

15.

 

 

 

3.

 

 

 

16.

 

 

 

4

   
Et più Ñ 4, che uno dato al notaio che fece la procura del S.r Galileo in Alessandro a comprare la detta casetta([501]), il qual procuratore di Fiorenza era andato a S. Matteo in Arcetri, et Ñ 3 mandati contanti al S.r Galileo per mano di Geppo, suo servitore.  

 

 

 

 

 

 

Ñ

 

 

 

 

 

 

 

4.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
Et addì 18 Agosto, Ñ 200. 1. 15.– per la compra di detta casetta.  

Ñ

 

200.

 

1.

 

15.

 

   
Et più alla Cancelleria de’ Pupilli.

Per il rogito a spese del compratore.

Mancia a’ tavolaccini, donzelli, comandatore et banditore, conforme al solito.

Al Passignano, Camarlingo de’ Pupilli, per la solita tassa, et altre spese.

Questi pagamenti passorno per mano di Alessandro mio fratello

 

 

Ñ – 2. 13. 4.

 

 

Ñ 1. –  –  –

 

 

 

 

Ñ 1. –  –  –

 

 

 

Ñ 2. 5. 6. 8

 

 

 

 

 

Ñ 5. 1  –  –

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ñ

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
Et addì 14 di Novembre, sol. 8. 8 mandati contanti al S.r Galileo per saldo di questo conto  

 

Ñ

 

 

 

 

 

 

8.

 

 

8

   
  Ñ 250.    

 

______________

 

A conto de’ controscritti Ñ 10. – mi commesse il S.r Galileo di far per lui le seguenti spese, cioè: Il medesimo S.r Galileo si contentò che alli sei di Xbre passato 1633 io pagassi di alcuni denari che allhora io havevo di suo, et de’ quali poi gli ho dato conto et habbiamo saldato, scudi dieci al S.r Bernardo Conti, creditore di nostro padre per residuo di pensione, come feci; con che detti Ñdi 10. – si dovessero restituire al medesimo S.r Galileo da Mess. Benedetto, nostro fratello, dichiarato herede di nostro padre. Però questo conto si è saldato con le controscritte somme  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ñ 10. – – –

 

In lib. XI 1/2 di bericuocoli fini di Siena, accommodati in uno scatolone.  

 

Ñ

 

 

1.

 

 

3.

 

 

 

 

In un paio di calze di lana pagonazze per Geppo, et in un paio lane bianche per la Piera, mandate al S.r Galileo.  

 

 

Ñ

 

 

 

 

 

 

4.

 

 

 

13.

 

 

 

4.

Mandatigli contanti addì 14 di Novembre 1634 per mano di Pierino, mio servitore.  

 

Ñ

 

 

7.

 

 

6.

 

 

6.

 

 

8.

  Ñ 10.

 

 

 

3013*.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 15 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 81r. – Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, alla quale sono premesse, di mano dello stesso VIVIANI, queste parole: «Alla lettera del G. de’ 25 Luglio 1634([502]) così risponde il D. ne’ 15 9bre 1634». Nello stesso codice, a car. 27t., 67t. e 145t., si hanno altre copie, di mano dello stesso VIVIANI o di un suo amanuense, di questo medesimo capitolo; e dalle indicazioni ad esse premesse risulta che la lettera è scritta da Parigi.

 

Il suo pensiero di replicare a’ suoi oppositori per postille mi par buonissimo, se per altro il tempo comporterà che lo possa fare con…([503]) Intanto farà benissimo di non perder tempo a promuover la pubblicazione delle sue eccellentissime opere del moto o delle meccaniche, tanto aspettate e desiderate.

 

 

 

3014*.

 

GIO. BATTISTA MORIN a GALILEO in Firenze.

Parigi, 15 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. IV, T. V, car. 34. – Autografa.

 

Nisi tua celebri fama tuisque libris eruditissimis humanitas tua singularis iampridem mihi innotuisset, Vir Excellentissime, hanc ad te scribere fortasse iam vererer, tibique transmittere librum([504]) eorum quae nuper in astronomia nactus sum, ut tuum de illis iudicium feras; quippe contrariae de systemate mundi sententiae nostrae animorum contrarietatem viderentur innuere. Sed per me saltem absit ut ullius rei physicae opinio contraria meam erga quemcunque charitatem dissolvat, virisque doctis debitam venerationem in me suspendat, praesertim vero tibi, quem ob ingenii excellentiam et egregia inventa ut virum de rebus philosophicis et astronomicis optime meritum semper colui et a cunctis colendum censui, neque id via nobiliori teque digniori video faciendum, quam si sua quilibet inventa tibi transmiserit, illaque tuae censurae committat. Hoc iam secundo facio: cum enim DD. Gassendus et Deodatus, tui et mei amici, me monuissent, te magnum pro telluris motu moliri opus, quod forte iam typis mandatum esset, dixi illis me alterum typis mandasse pro telluris quiete, novis rationibus instructum, quas ante libri tui editionem perpendere moleste minime ferres; unde, meam Famosi illius Problematis Solutionem([505]) tibi fore transmittendam rati([506]), primum exemplar, ne quidem absolutum, illis dedi in eum finem: quod tamen (ut postea didici) non prius accepisti, quam tui Dialogi doctissimi in lucem prodiissent, indeque non parum dolui. Nunc vero, occasione quaesita tandemque inventa, per Illustrissimum D. Legatum([507]) Magni vestri Ducis mitto ad te Scientiam longitudinum coelestium atque terrestrium, a me Parisiis publice demonstratam([508]), quam etiam misi ad celebriores Galliae, Germaniae, Hollandiae, et Daniae astronomos, teque, ut virum harum rerum peritissimum, veritatis amantissimum et maxime ingenuum rogo, ut tuum de meorum commissariorum secunda super ea re sententia iudicium mihi digneris impertiri: nisi enim tua et aliorum ad quos scripsi charitas veritatisque zelus mihi succurrant, ego hic opprimor meorum iudicum invidia et iniquitate, quae non tantum ex meo libro tibi patebunt, sed in dies etiam intenduntur, maximis illorum conatibus ne ulla meis laboribus merces exhibeatur. Nullum unquam a iudicibus meis favorem petii contra veritatem, nec a te vel aliis peto, sed veritati conforme iudicium, in honorem supremae et adorandae Veritatis. Rem facies tuo nomine tuaque veneranda senectute dignissimam, si oppressae veritati mathematicae opitulatus fueris. Scripserunt quidem ad me viri Galli doctissimi DD. Iosephus Gaulterius, Dominus et Prior Valletae, Petrus Gassendus, Theologus Diniensis, Provinciales, et D. de Valois Scotus, degens in Delphinatu, qui onmes astrorum observationibus incumbunt, idque a multo tempore, ac tibi (ni fallor) sunt omnes notissimi, suisque litteris scientiam a me traditam probant et iudicum meorum sententiam damnant. Sed quia sunt Galli et mei amici, idcirco a iudicibus meis dicuntur mihi favere voluisse.

Est autem adhuc etiam mihi parallaxium verissima scientia, longe alia ab ea Diggaesei Angli([509]), atque ad praxin et lunares tabulas restituendas, ex Tychonis et Keppleri voto, accommodatissima. Sed hanc publici iuris non faciam, quin prius debitam atque mihi promissam mercedem pro longitudinum doctrina demonstrata recepero.

Antequam autem huic epistolae finem faciam, hoc monitum puto tibi non fore iniucundum pro locorum longitudinibus. Si lunae tabulis correctis, sumantur eius ascensio recta et observationis hora, iuxta probl. 4 part. 3 libri nostri, et ad momentum observationis sumatur ex correctioribus ephemeridibus lunae latitudo coniecturalis (qua in re vix unquam duorum, saepe autem vix unius minuti, error accidet), per hanc latitudinem et ascensionem illam dabitur accurata lunae longitudo, schol. probl. part. 3, nulla etiam habita ratione altitudinis vel declinationis lunae (quo pacto vitantur errores timendi a parallaxi et refractione); sicque super terra via brevissima scietur vera loci longitudo, vel differentia meridianorum sub quibus ipso die lunae locus observabitur, iuxta arcanum a nobis propositum pag. 159. Haec autem non alia de causa ad te scribo, Vir Excellentissime, quam ut tuae censurae committantur; scio enim quae probaveris, ab aliis probanda fore, et quae reieceris reiicienda: atque idcirco, tuum de supradictis omnibus praestolans iudicium, Deum optimum maximum deprecor, ut Tuae Excellentiae corporis sanitatem et animi alacritatem in annos Nestoreos largiatur. Vale.

 

Parisiis, die 15 Novembris anno Domini 1634.

Tuae Excell.ae Addictissimus et Obsequentissimus

Ioannes Baptista Morinus.

 

Fuori: Excellentissimo ac Celeberrimo Viro

Domino D. Galileo Galilei,

Magni Hetruriae Ducis Philosopho atque Mathematico primario.

Florentiam.

 

 

 

3015*.

 

MATTIA BERNEGGER a GUGLIELMO SCHICKHARDT in Tubinga.

[Strasburgo], 16 novembre 1634.

 

Kgl. Landesbibliothek in Stuttgart. Cod. hist. Q. 201 a, Epiitolae ad Wilh. Schickardum, transscriptae ex autographis penes Schickcardum, Canstadii Decanum, car. 195r. – Copia di mano sincrona. A car. 131t. del codice della Bibl. Civica di Amburgo citato al n.° 2613, è la minuta autografa, che non differisce dalla copia dell’originale inviato.

 

  1. P. D.

 

Vir Excellentissime,

 

Civilis haec Enyo non intercludet, uti spero, commercium nostrum litterarium. Quid enim sanguisugis illis, cum inani sterilique charta, negotii? Habes ergo hic quae in Galilaeo sequuntur, eo fine missa, ut severissimam censuram, si modo vacaverit, adhibeas. Nam et quicquid in versione peccatum est, et quae de materia ipsa dicenda videbuntur amplius, ad finem libri reservo; et valde desidero, mihi praebeas hanc occasionem, in tali scripto, quod in plurium manus veniet, affectum in te meum, vel potius iudicium, publice testandi. Tertiam partem fere typographus absolvit; ego vertendo vix ultra dimidium sum progressus, et valde vereor ne pro fatali mea infelicitate improvisum quoddam impedimentum interveniat, quo minus ante vernas nundinas opus ad umbilicum perducam. Nisi cognitas haberem occupationes tuas gravissimas, auderem petere ne graveris e postremis foliis nonnulla vertenda suscipere. Fortasse tamen in hac ŽkatastasÛ& rerum, quiescentibus aliis studiis, talem operam animi caussa non invitus susceperis….

6 Nov.([510]) 1634.

 

 

 

3016**.

 

BENEDETTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 18 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 88. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Il P. Rev.mo Fulgenzio pagò a questi mia £ 258 di questa moneta per V. S.([511]), e essi questo giorno liene rimettono da cotesti SS.ri Galilei([512]), et si sono ritenuti alchune poche spese che fecie per lei il S.r Francesco([513]).

Haverò caro che V. S. ne resti satisfatta, et assicurisi che in me viverà sempre un ardentissimo desiderio di servirla, come conoscerà per effetti: e facendoli reverenza, pregho Dio che la feliciti.

 

Ven., 18 9bre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo Galilei.

Ser.re e P.te Obblig.mo

Bened. Galilei.

 

 

 

3017**.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 18 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 97. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Feci consegnar la lettera di V. S. E. al Sig.r Benedetto Galilei, al quale ho poi contate le lire 258, di che ne avisarà V. S.([514])

Li miei disturbi non mi lasciano tempo per sollazzarmi in specolationi, se non le hore che il sonno mi lascia vivo. Il mio trastullo è in riandare quello che mi si attaca delle cose di V. S. Col ramentar la specolatione che il calore, odore etc. è effluvio di corpicelli sottilissimi, che ne’ sensorii lasciano quelle affettioni, mi si rapresentan li corpi ben altra cosa che quella ce li ha fatti la dottrina peripatetica: perchè, buon Dio, che grande, inescogitabile, sarà l’effluvio delle chiamate spetie visibili! che immensità et infinità sarà quella d’un diamante, che così lungo tempo sparge una sfera continuata di effluvii, che sono corpi reali! Come si rimette il perduto? Non le posso negare, che come nel sistema de’ suoi Dialoghi mi sentii rapire a meditare la grandezza di Dio creatore dall’opera, così con questa specolatione osservata nel Saggiatore mi sento rapire a riconoscere un’imensità in ogni minima cosuccia e la picciolezza nostra, che si stimiamo così gran cosa. Li nostri theologi, che dicono le creature esserci scala alla grandezza del Creatore, non so se l’intendano così, o le sia intervenuto come V. S. dice d’Aristotele, d’havere prese alcune propositioni da buona scola: così noi altri habbiamo quelle dalle Scritture divine, ma non intese come vanno.

Mi capita, con la sua di 11, il Discorso delle Comete([515]): e V. S. mi dimanda s’haverò caro la scrittura contro quello De insidentibus, con la difesa([516])? Le dico con giuramento che non ricevo sollievo in materia di lettere che dalle cose sue, et in quelle sono immerso, e tutto il filosofare d’altri mi pare cosa insipida. Dio la conservi, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 18 9bre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

3018.

 

GALILEO a [FULGENZIO MICANZIO in Venezia].

Arcetri, 19 novembre 1634.

 

Bibl. Marciana in Venezia. Cod. XLVII dalla Cl. X It., n.° 1. – Autografa.

 

Rev.mo P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Devo rispondere alle 2 sue ultime, non havendo io potuto rispondere alla prima di esse se non molto succintamente: ma il male è che poco più potrò fare al presente, havendomi tolto buona parte del tempo il dover ricopiare il resto della postilla, che con la presente gli mando([517]).

A quello che mi dice nella prima([518]), di voler far ristampare il trattatello De insidentibus e forse il Saggiatore, quanto a questo secondo, quando si risolvesse, saria forse bene aggiugnervi le postille che ho fatte alla risposta del medesimo Sarsi al Saggiatore([519]); e si potrebbe figurar che allo stampatore fusse dato per le mani un libro di detto Sarsi postillato con risposte alle obbiezzioni che ei fa al Saggiatore. La P. V. ci penserà un poco, et io ancora. Il Discorso del S. Guiducci, che mi domanda, dovrà haverlo ricevuto, chè con l’ordinario passato gliel inviai. La nota del nostro q. comun padre e maestro([520]) poteva esser circa la condensazione e rarefazione, come punti da me più tosto stimati difficilissimi che resoluti, non vi havendo in quei tempi altro che difficoltà; ma ben poi circa 18 anni sono, ritrovandomi alla villa con il Salviati del Dialogo, mi cadde nella mente una mattina, mentre eramo a messa, un pensiero, nel quale poi più profondamente internandomi, mi vi son venuto confermando, et a me è parso poi sempre ammirando come per modo stupendo di operar della natura, secondo il qual modo (e credo in nessun altro) si possa distrarre e rarefare una sustanza in immenso senza ammettere in essa veruno spazio vacuo, et all’incontro in immenso condensarla senza alcuna penetrazione di corpi: pensiero, credami, assai peregrino, il quale insieme con moltissime altre novità spero che ella vedrà sparse nelle opere che mi restano da mandar fuora, le quali penso di ridurre al netto in questa vernata per mandarle poi alla P. V., acciò ne faccia il suo volere. Al virtuoso che ella dice, potrà con occasione fare intendere che io ho stimato sempre il Keplero per ingegno libero (e forse troppo) e sottile, ma che il mio filosofare è diversissimo dal suo, e che può essere che scrivendo delle medesime materie, solamente però circa i movimenti celesti, habbiamo talvolta incontrato in qualche concetto simile, se ben pochi, onde habbiamo assegnato di alcuno effetto vero la medesima ragion vera; ma questo non si verificherà di uno per cento dei miei pensieri.

Quanto all’ultima sua([521]), piena di affetto troppo appassionato, non ho che dirgli altro: il trattato del moto, tutto nuovo, sta all’ordine; ma il mio cervello inquieto non può restar d’andar mulinando, e con gran dispendio di tempo, perchè quel pensiero che ultimo mi sovviene circa qualche novità mi fa buttare a monte tutti i trovati precedenti. Non voglio voltar carta, perchè si fa sera; gli fo reverenza e confermo servitore.

 

D’Arcetri, li 19 9bre 1634.

Della P. V. R.ma Dev.mo et Obb.mo Ser.re

G. G.

 

 

 

3019*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 25 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 89. – Autografi i poscritti e la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r P.ron Col.mo

 

Hieri l’Ecc.mo Sig.r Ambasciator di Francia([522]) per il suo secretario mi mandò la sua littera, carissima come si può immaginare, et hieri sera, conforme al comandamento di Sua Ecc.a l’andai a visitare: fui però quasi subito interotto da due audienze che sopravennero inaspettatamente, una del S.r Pompeo Frangipani, e una del S.r Ambasciatore di Venetia([523]), il quale si trattenne sino a hora di cena; et però non potei negotiare cosa nissuna. A questo primo congresso, mi è parso cavallier compitissimo: mostra stimare il gran merito di V. S. e di amarla singolarmente. Restai in apuntamento di esser frequentemente a servirlo, e ne spero ogni bene. Sarò ancora dal S.r Ambasciatore di Toscana([524]), e sentirò i suoi sensi.

Mi son consolato assai della sanità di V. S., e assaissimo dall’intendere con quanta franchezza d’animo e rassegnamento in Dio benedetto e nella voluntà de’ superiori vadia tollerando i travagli di questo mondo. Il Signor Iddio gli mantenga questi sensi sani e santi, e gli dia l’abbondanza delle Sue beneditioni.

Non ho potuto veder ancora il S.r Maggiotti, col quale farò l’offitio che lei desidera per il S.r Vincenzo([525]), e di tutto quel che seguirà darò avviso a V. S., alla quale fo riverenza.

 

Di Roma, li 25 9bre 1634.

Di V. S. molto Ill.re

 

Hora è venuto da me il Sig.r Magiotti, quale scriverà per questo ordinario a V. S. e la servirà di quanto desidera e lo fa volontierissimo, perchè ama di buon cuore. Ho scritto a Mons.r Mecenate.([526])

 
 

S.r Gallileo Gallilei.

Devotis. e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Il Rev.mo Abb.te Spinelli([527]) si ritrova Abate di S. Niccolò del Lio in Venezia.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r P.ron mio Oss.mo

Il S.r Gallileo Gallilei, p.o Fil.o di S. A. S.ma

Fiorenza.

 

 

 

3020**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 27 novembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 99. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r e P.ne Oss.mo

 

Con altra mia([528]) dissi a V. S. la ricevuta di quel piegho che S. S.a stava in pensiero; subito che fu in me, lo mandai al S.r Diodati a Parigi, dove al presente si ritrova; e sono qualque giorni che già ho havuto adviso della ricevuta, e ancora di gratia sua mi ha mandato copia della lettera da S. S.a statoli scritta, quale ho havuto carissima. Ma veramente da vero servitore e parente la conpatisco delle affrictione che ingiustamente patisce e contra ogni ragione. Signor mio, non c’è altro rimedio se non contra fortuna fare buono quore. Le sue scientie e virtù ne sono la causa; e l’ingnorantia, l’invidia e rabbia faranno il peggio che potranno, ma alla fine si creperanno.

Il S. Diodati mi raccomanda particolarmente l’alligato piegho: però mi sarà di gusto sentirne la conparsa. Potrà dare la risposta a Girolamo, mio fratello, al quale ho dato ordine che non intravengha più quello è seguito, e ne potrà stare di animo posato.

Il S. de Perez([529]) li porta particolare affetto, e non scrive mai che non domandi sua nuove.

A’ giorni passati passò di qui il P. F. Tomaso Campanella, però sotto altro habito che il suo, portando il vestito di S. Francesco di Paola, e sotto altro nome: solo a me si diede a conoscere, dice solo per l’amicitia che teneva con S. S.a, la quale li ha servito di grande favore e appoggio appresso di M. de Perez, che l’à raccomandato a questa casa, e m’ha inposto darli nuova di lui, facendoli reverentia. Se n’è passato in Corte, e per quanto dice, per negotii di consideratione, e ha buoni passaporti. E io, doppo haverli fatto reverentia, me li ricordo servitore di quore; e mi conservi in sua gratia, pregandoli da N. S. ogni bene.

 

Di Lione, questo dì 27 di 9bre 1634.

Di V. S. molto Ill.e Ser.re Dev.mo e Par.te Aff.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio e P.ne Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matt. primo di S. A. S., in

Arcretri.

 

 

 

3021.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 2 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 93. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r P.ron Col.mo

 

Ho cominciato a servire l’Ill.mo et Ecc.mo Sig.r Ambasciatore di Francia([530]), e vado continuando ogni giorno con mio infinito gusto questa servitù. Ogni giorno si fa carissima e honoratissima comemoratione di V. S. molto Ill.re, e m’ha detto e replicato che io li scriva che è innamoratissimo di lei, e che non partirà d’Italia che non la venghi a vedere, e che se fosse lontano solo cinquanta miglia pigliarebbe la posta per Fiorenza.

Son stato dal S.r Ambasciatore di Toscana, dal quale ho havuto quei consigli savii che potevo desiderare con l’affetto sollito di S. E.za, e il tutto sarà messo in essecutione dal Sig.r Ambasciatore di Francia. Viva pur consolato, confidi in Dio benedetto, e si mantenga ne i santi suoi pensieri di somma riverenza a’ superiori.

Non sarò più lungo per hora: ogn’ordinario gli scriverò quanto passa, e non mancherò mai all’infinito mio obligo che ho di servirla: e gli fo riverenza, baciandoli le mani da parte del Sig.r Ambasciatore di Francia.

 

Roma, li 2 Xbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re

 

Deve forse esser gionto in Fiorenza a questa hora il S.r Pier Batta Borghi, autore del libro De bello Suetico([531]). Sarà a riverire V. S., perchè è persona che ammira singolarmente il gran merito di V. S. Glie lo raccomando.

 
 

S.r Gallileo Gallilei.

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r P.ron mio Col.mo

Il Sig.r [Galli]leo Gallilei, p.o Fil. di S. A. S.ma

Fiorenza.

 

 

 

3022*.

 

BENEDETTO GALILEI a [GALILEO in Arcetri].

Venezia, 2 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 128. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio et P.rone Oss.mo

 

Per l’amorevolissima di V. S. de’ 24 stante, vedo come si farebbe pagare da cotesti Galilei([532]) quanto questi mia rimessono a V. S. per resto del suo conto, e resto molto attonito de’ ringraziamenti che usa con me, chè vorrei che fussi certa che ambisco particolarmente il servirla, pregandola a darmene l’occasione. Et io in tanto la reverisco con ogni affetto, et pregho Dio che la feliciti.

 

Ven.a, 2 Xbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re Obblig.mo P.te e Ser.re

Bened. Galilei.

 

 

 

3023.

 

RAFFAELLO MAGIOTTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 2 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 91. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo S.

 

Miglior nuova non mi poteva venir all’orecchie di questa, che la carica([533]) del Sig.r Vincenzio, figliuolo di V. S. Ecc.ma, porgesse occasione a me e tutta la casa mia, massime a Sebastiano mio fratello, Logotenente delle Bande, di stringer([534]) una vera amicitia con il figliuolo del Sig.r Galileo Galilei: e qui fo punto. Per tal cagione ho scritto a Mess. Lattantio, mio fratello, in Fiorenza, et incluse lettere per Montevarchi a Sebastiano, sicurissimo ch’egli per tutti i rispetti ne sentirà gusto straordinario, e farà per il Sig.r Vincenzio quanto gli sarà possibile; e tutto senza inorpellatura di cirimonie, ma alla buona, sì come s’usa tra veri amici.

Devo scusarmi con V. S. d’un mio mancamento, et è ch’il sabato passato di notte fui fatto chiamare dal P. Abbate([535]), quale mi significò questo medesimo buon gusto che V. S. adesso m’accenna per lettere, et io promessi di risponder l’istessa sera; ma tornato a casa intorno alle due hore di notte, fui dimandato dalli SS. Sacchetti, e per non poter far altro differii la promessa fatta al P. Abbate e l’obligo ch’io ho di servir con ogni prontezza a V. S. Così mi perdonerà s’io non rispondo a tutti i particolari, massime non havend’io per ancora inteso([536]) la risposta fatta al Sig.r Nardi([537]). Dirò solo che nel legger più volte la sua lettera m’è venuta voglia di pianger per tenerezza; e ringrazio Dio di non haver fino adesso mostrato al P. Abbate alcun segno di diffidenza([538]), eccetto quanto n’ho trattato con il P. Francesco([539]), qual io stimo persona fidata. Sarò adunque più confidente per l’avvenire, honorandolo sì come haverei fatto sempre e servendolo in ogni occorren[za]. Così fo per adesso fine, pregando V. S. Ecc.ma a comandarmi liberamente et mantenermi in buona grazia del P. Abbate. N. Signor Dio dia a V. S. E. ogn[i] contento.

 

Roma, il dì 2 Xbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Aff. et Obl.mo Ser.re

Raffaello Magiotti.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col,mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3024*.

 

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 4 dicembre 1634.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 132r. – Minuta autografa.

 

Aelio Diodato,

Lutetiam.

 

Ingenti me voluptate perfuderunt et tuae et vero Galilaicae litterae([540]), ad quas perfunctorie respondere quia nefas est, diligentiam autem et copiam tabellarii festinatio et occupatiunculae meae quaedam excludunt, id officii in aliud tempus reiicere cogor. Interim inducias officiose peto, facile, si novi humanitatem tuam, impetraturus.

Habebis e mercatu nostro, qui in propinquo est, vel citius fortasse, quae hactenus excusa sunt in Systemate nostro. Ultra medietatem progressae sunt operae. In mercatus Francofurtani catalogo liber relatus est in numerum non editorum, uti putabas, sed edendorum. Spero, vel confido potitius, mercatu verno proditurum, nisi tamen accessoria illa, quorum spem facis, remorentur longius. Oro festines mittere et carmen illud Pisanum et maxime, de qua salivam certe movisti mihi, Galilaei scriptum([541]), quod addendum suscepisti. Curabo, utrumque imprimatur emendatissime….

 

24 Novemb.([542]) 1634.

 

 

 

3025*.

 

MARINO MERSENNE a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

[Parigi], 4 dicembre 1634.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9543, car. 12. – Autografa.

 

…. Si vous pouvez sçavoir de M.r Gassendi ou d’ailleurs, si Platon dit ce que Galilée luy fait dire dans ses Dialogues du mouvement de la terre, c’est dans son premier Dialogue, assez près du commencement, où il dit que, selon Platon, Dieu laissa tomber droit les planettes, et qu’estant tombées jusqu’à ce qu’elles allassent de la vitesse qu’il avoit ordonné, il changea leur mouvement droit en circulaire, qu’elles ont maintenant([543]). Je vous prie donc de me mander le lieu on Platon dit cela, car je n’en trouve rien dans le Timée; et si vous ne le pouvez sçavoir de M. Gassendi ou d’ailleurs, pour me le faire sçavoir promptement si vous escriviez a Galilée, il vous obligeroit de vous le dire et de vous envoyer un petit filet de la longueur de la brasse dont il parle tant en ses livres; ce qu’il fera d’autant plus viste, s’il sçait que je travaille à respondre pour luy à tous ses envieux dont j’ai veu les livres, en destruisant leurs raisons et en affermissant les siennes, lorsque je les trouve veritables apres les avoir examinées ad lapidem Lydium: mais je ne peux achever, que je n’aye vu ce qu’escrira Scheiner contre luy, supposé qu’il escrive, comme l’on nous disoit il y a un an([544])….

Si vous sçavez quelqu’un qui ayt escrit contre Galilée, outre Berigard([545]), Ingolfer([546]) e Roca([547]), je vous prie de me l’indiquer, car, puisque j’ay entrepris de defendre la verité qui me sera connüe, il est necessaire que je les voye tous. J’attends encore Claramontius([548]) de Florence, lequel je n’ay point encore, contre luy; j’estime que ce sera le plus habile, car il a desjà escrit contre Tycho([549]) et Kepler([550]): et je seroy bien ayse de recevoir vos conseils et vos aides, tant sur cela que sur les autres choses qui concernent mon labeur….

 

 

 

3026.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a FRANCESCO BARBERINI in Roma.

Aix, 5 dicembre 1634.

 

Bibl. Vaticana. Cod. Barb. lat. 6503 (già LXXIV, 49), car. 109. – Autografa.

 

…. Una supplica mi resta ancora a fare all’Em.za V., della quale io la preggo quanto so et posso di schusare l’ardire in un suo servitore fedelissimo, et di voler condonare alla confidenza ch’ella mi suol dare la speranza che prendo nella somma bontà di V. Em.za: ch’ella si degnarà far qualche officio per la consolatione d’un buon vecchio settuagenario et poco sano di corpo, la cui memoria difficilmente sarà scancellata nell’avenire. Et quando egli havesse errato in qualche propositione, come l’humanità lo può comportare, non mostrando ostinata opinione, anzi havendo sotto scritto l’opinion contraria, conforme a gl’ordini prescritti, di gratia non si tenghi in tanta strettezza, come intendo essere pratticata nella persona sua, se sarà possibile ottenerne qualche relaxione, come la dolcezza naturale di V. Em.za me lo fa sperare. Io l’ho conosciuto già 34 et più anni nello Studio di Padoa et nelle bellissime conversationi che si godevano in casa della b. m. del S.r Gio. Vinc.o Pinelli, con li SS.ri Aleandro et Pignoria([551]), che siino tutti in gloria. Sarà difficile che la posterità non gli mostri sempre grand’obligo delle mirabili noticie da lui scoperte nel cielo con gli suoi occhiali et con l’acutissimo suo ingegno. Et sì come a Tertulliano, ad Origene et a tanti altri Padri, che si sonno lasciati andare a qualche errore per semplicità o altramente, la S.ta Chiesa come buona madre non ha lasciato di portare gran veneratione per gli altri concetti religiosi et indicî della lor pietà et zelo al servicio divino, anzi sarebbe sinistramente interpretato et biasimato il zelo di chi gli havesse voluto castigare con la medesima severità che si castiggano gli heretici ostinati, et essercitare sopra delle persone loro quelle pene che puonno cadere in persone ree di qualche grand’errore o furfantaria, stante l’infermità humana che gli poteva haver fatto cadere in qualche peccato, la cui fragilità non è sempre indegna di schusa o di perdono, come tante altre maggiori di persone che tengono i primi gradi fra i santi; così pare che i secoli a venire potranno trovare stranno, che doppo la ritrattatione d’una opinione che ancora non era stata assolutamente prohibita in publico nè proposta se non come problematica, si usi tanto rigore ad un povero vecchio settuagenario di tenerlo in carcere, sia pubblico o privato, in maniera che non gli sia lecito di tornare alla città et alla casa sua nè di ricevere le visite et consolationi degli amici, stante le infermità quasi inseparabili della vecchiaia et le necessità delli soccorsi che vi occorono quasi di continuo, che ben spesso non patiscono la dilatione del tempo, che ricchiede la strada et distanza della villa alla città, per i rimedii ad accidenti subitanei. Questo dico per la compassione che tengo del povero buon vecchio S.r Galileo Galilei, al quale havendo voluto scrivere ultimamente, et richiestone l’aviso d’un amico di Firenze per sapere dove ei si ritrovasse, mi fu risposto ch’era confinato in una sua villa vicino ad un monasterio, dove gli era morta una figlia monacha, sua unica consolatione, et che gli erano prohibite le visite et corrispondenze degli amici, non che l’accesso della città et della propria casa; il che mi percosse il cuore et mi sforçò a lasciar uscire non poche lacrime da gli occhi, mentre andai considerando la vicissitudine delle cose humane, doppo haver havuto tanto honore et tanto avantaggio non comuni ad altri, la cui memoria è per durar tanti secoli. Io veggo che a pittori excellenti nell’arte loro si sonno condonati peccati gravissimi, et l’enormità de’ quali era a sommo horrore, per non lasciare inutile il precedente merito; et tante inventioni, le più nobili che si fussero scoperte in tanti secoli, non potranno meritare l’indulgenza d’un scherzo problematico, dove egli non ha mai affirmativamente asserito esser suo proprio parere quello che non s’è voluto approvare?

Veramente sarà cosa trovata durissima per tutto, et maggiormente dalla posterità che dal secolo presente, dove pare che ogniuno lasci gli interessi del publico, et specialmente delli miseri, per attendere alli proprii. Et sarà appunto una macchia allo splendore et fama di questo Ponteficato, se V. Em.za non si risolve di prenderne ella qualche protettione et qualche particolar solecitudine, come ne la supplico et congiuro humilissimamente et co ‘l maggior ardore et premura che mi possa esser lecita seco, et di condonarmi questa libertà forzi troppo grande: ma importa che tal volta sia lecito a suoi fedeli servitori di renderle questi officii della fedeltà loro, chè non credo che gli altri, che le sonno attorno, habbiano l’ardire di palesarle così li pensieri ch’ hanno nel cuore et che toccano l’ honore di V. Em.za molto più che non parrà forzi a molti….

 

 

 

3027.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 9 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 95. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r P.ron mio Oss.mo

 

Col consiglio del S.r Ambasciatore di Toscana, restai in apuntamento col Sig.r Ambasciatore di Francia che S. E. si compiacesse di pregar l’Emin.mo Sig.r Card.l Barberino che gl’aprisse la strada di aiutare V. S. molto Ill.re([552]). Il buon Francese ha corso la lancia con prudenza spagnola, et essendoli venuto il taglio hier mattina all’audienza di N. Signore, trattò alla lunga con S. Santità di V. S.; e la somma de’ ragionamenti per la prima volta non è stata in altro che nelle lodi di V. S., asserendo N. Signore che le portava affetto e che la stimava, e che le pareva solo strano che V. S. non havesse fatto conto dell’argumento fattoli: et io ho assicurato il Sig.r Ambasciatore che V. S. m’ha detto più volte che non ha sentito il più gagliardo argomento di quello. Andò poi all’audienza del S.r Card.l Barberino, col qual similmente trattò alla lunga di V. S., et ha buona speranza; e questa sera m’ha dato queste nuove. Perché è tardi, non sarò più lungo; ma solo gli bacio le mani da parte di S. E., e l’assicuro che ha un padrone che desidera fargli servitio ardentissimamente. E per fretta gli bacio le mani.

 

Di Roma, li 9 Xbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re Devotis.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r P.ron mio Oss.mo

Il Sig.r [Gallileo] Gallilei, p.o Fil.o di S. A. Ser.ma

Fiorenza.

 

 

 

3028**.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 9 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 101. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

 

Sono stato una grossa hora col S. Rocco. Li ragionamenti hanno versato per il più sopra V. S., di cui egli parla con quel maggior honore che si possi dare ad alcuno: l’antepone a quanti mai habbino filosofato; vi conosco però la tacita eccettione dell’Aristotele, come già il buon Cremonino. Li mostrai la postilla dell’infinito([553]), che baciò molte volte. Ha spiriti assai liberi e specolationi buone, ma non comunicabili: in fatti è huomo ingenuo. Dell’havere scritto contro V. S. non ho potuto pescar che tre fini: la gloria d’intrar in lizza con sì glorioso campione, un soverchio amor e concetto d’Aristotele, e motione della sua Academia([554]) molto numerosa e nobile, che li era sempre adosso col suo Aristotele, mal trattato da V. S. E.

Il mio amico della sfera Copernicana([555]) legge il discorso De insidentibus. Venute le scritture accennatemi da lei([556]), saremo su la stampa; ma la penuria d’operari è incredibile.

Mi scordo sempre dimandar a V. S. se ha fatta alcuna osservatione nelle stelle fisse, nel modo da lei inventato e descritto ne’ suoi Dialoghi, e ciò che le sia riuscito, e se da quel gentillhuomo Bolognese([557]) è stato ritrovata cosa di rilevo circa il variare della meridiana; perchè se si trova concordar col sistema Copernicano, a Dio Tholomaici.

Mi duole che il vetro mandato le habbia fatta così trista riuscita: ne farei fare de’ pezzi a posta; ma se non habbiamo speranza di migliorare, è tempo perso. Li vetri donatimi da V. S. mi servano, ma non come haverei bisogno; credo però il mancamento ne’ miei occhi, che si vanno perdendo in scritture e processi.

Il P. Maestro Paolo haveva una lente che bruciava e liquefaceva il piombo; il Sig.r Mula([558]) la ruppe: prego V. S. amaestrarci in che sorte di forma ne potessimo far lavorare, che fossero buone, perchè non ho dubbio ch’essa non habbi pronto quello vi fa bisogno, et il mio amico, indrizzato, lavora tutto ciò che vuole, massime di torno, in rame, ferro, etc.

La postilla della compositione d’indivisibili([559]) mi trasporta, mi pare, in un altro mondo: il corpo mi è tutt’altra cosa di quelle mi era; quest’universo mi si fa un altro. Havevo sentito in Aristotele et altri l’opinione antica, ma portata senza ragione o esplicazione mi pareva strana: hora le ragioni di V. S. mi sembrano maravigliose, nè so che oppositione che vaglia le possa far il Sig.r Rocco. Ho curiosità di sentirlo, chè aspetto un primario et secundario o altra tale bella cosa.

Sul finire di questa ricevo le sue di 2: riservo ad altro spazzo l’informatione delle monete. Aspetto qualche cosa di bello, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 9 Xmbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Devotiss.o Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

3029**.

 

ALESSANDRO NINCI a GALILEO in Arcetri.

  1. Maria a Campoli, 10 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 69. – Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Se bene V. S. mi scrisse che era assai ben provista di fascine, in ogni modo, sapendo che in questi tempi riesce il consumarle più presto che non si crede, non ho voluto lasciare un’occasione di provederne senza mandargliene prima un saggio e avisargli il prezo, acciò sappia se gli mette conto pigliarle di quassù, dove mi pare si vendino con rigore, poi che costeranno, condotte, lire sei e quattro crazie il cento. Però V. S. mi avisi se sieno di sua sodisfazione e quante ne voglia, acciò che io le possi mandare; e Giulio([560]) metterà al conto che tiene con V. S., come ha fatto de’ botticini([561]). E se in altro la posso servire, resti sicura che i suoi comandi mi saranno sempre singularissimi favori, mentre co ‘l fine, facendoli humilissima reverenza, gli pregho da Dio cumulata prosperità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 10 di Dicembre 1634.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Arcetri.

 

 

 

3030*.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 11 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 130. – Autografa.

 

Molto Ill.e mio Sig.r e P.ne Col.mo

 

  1. S. non si deve affaticare in volere dare a conoscere la santissima intentione e la sincerità della concientia che lei sempre ha havuto in ogni sua actione, e non credo che alcuno, per ignorante che sia, non la tocchi con mano e che non la veggia più chiara e più lucida che il sole; ma la vertù e la scientia che lei possede è sempre invidiata. Se V. S. ha voglia di scrivere a qualque persona, le faccia dare a Girolamo mio fratello a Firenze che me le mandi, e non se ne dia altro pensiero; chè li sua amici fanno tanto stato delle sua lettere e della sua benevolentia, che essendone privi li saria di mortificatione non piccola, e particolarmente il S.rde Perez([562]), che l’honora e rispetta quanto mai la si puole dire. Il S. Elia Diodati m’ha scritto che al S. Gassendo e a lui haveva mandato quanto li haveva comandato([563]), sì che la ne puole stare con l’animo quieto da questa banda.

Io la gita passata li mandai un grosso piegho del sudetto Sig.r Elia: tengho che l’haverà ricevuto; mi sarà gratissimo sentirne qualcosa: e spero in Dio che presto finiranno li sua travagli, alla confusione de’ sua arrabbiati inimici. Se lei ha qualcosa a mettere in luce, dove la possi servire, li ricordo che me lo reputerò a gratia particolare, e qui non haveremo tante traverse che altrove; e mi continui la gratia e amore suo, che honoro e riverisco più che cosa del mondo. E io, doppo haverli fatto reverentia, li pregherò da N. S. il colmo d’ogni suo contento.

 

Di Lione, questo dì 11 di Xbre 1634.

 

Do a S. S.a le buone feste con mille appresso.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Ser.re e Par.te Hum.mo e Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: [Al mol]to Ill.e Sig.r e P.ne mio Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matt.o primo di S. A. S.

Sia dato fido recapito. Firenze in Arcretri.

 

 

 

3031*.

 

GUGLIELMO SCHICKHARDT a MATTIA BERNEGGER [in Strasburgo].

Tubinga, 18 dicembre 1634.

 

Dalla pag. 212 dell’opera citata nella informazione premessa al n.° 2683.

 

…. Interim, quantum permittit immensus moeror, solatium capto ex suavissimis tuis Galileicis, pro quorum tam benevola communicatione sum arctissimus debitor tuus. Miror quomodo labori tanto par sis ferendo, sub quo succumberem ego millies. Augeat tibi Deus hanc virtutem, et iubeat esse longaevum! Vale feliciter, et bene rem gere.

 

De prop. Tubing., d. 8 Decem.([564]) an. 1634.

 

 

 

3032*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 19 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 103. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho inviato due volte a V. S. Ecc.ma il Dialogo dell’anima con Christo del Panetio([565]); ma la mala fortuna non m’ha concesso ch’ella ne sia restata servita, per negligenza di chi l’havea in consegna. Questo secondo fu un mulattiero, che havea fidamente ricapitato le Lagrime che li mandai([566]), ma in questo mi ha ingannato: è poi ito a Napoli; non ne posso sapere sino al suo ritorno.

Si diceva poi, nella lettera congiunta al libretto, come al suo dubio della scodella([567]) pareami ancora si potesse risponder così: che nel concetto di tutte le linee di una figura piana o di tutti i piani di un corpo non si devono, secondo le mie definitioni, intendere le estreme, benchè parino del medesimo genere; poichè chiamo tutte le linee di una figura piana le communi settioni del piano segante la figura nel moto fatto da esso da un estremo a l’altro o da una tangente sino all’opposta tangente: hora, perchè il principio e termine del moto non è moto, perciò non si devono computare le estreme tangenti fra tutte le linee; e così non è meraviglia, intendendo l’istesso per i piani ne’ solidi, che questi estremi restino diseguali, come nel suo essempio della scodella: il che si scorge([568]) anco chiaramente se prendiamo il parallelepipedo fatto da tre linee proportionali et il cubo della media, come di tre linee che siano come 1, 2, 4; perchè essendo i solidi eguali, sono nondimeno le superficie ambienti diseguali, essendo quella del cubo di 2,24, et quella del parallelepipedo 28. Sì come dunque sta l’eguaglianza delle solidità con le disuguaglianze delle superficie ambienti, così sta l’egualità di tutti i piani di due solidi eguali, cioè l’egualità di tutte le linee di quei piani, con la disegualità di tutte le linee che giacciono([569]) nelle superficie ambienti, senza alcun pregiuditio, essendo ciò conforme alle mie definitioni. Di gratia, mi favorisca dirmi qualche cosa della mia Geometria([570]), e se resta sodisfatto o no, liberamente, delle mie risposte.

Scrivo con frezza, perciò mi scusi della negligenza nello scrivere, e ciò per haver io voluto trascrivere un pensiero intorno alla def. 5 del quinto d’Euclide, quale li mando per sentirne il suo parere. È cosa fatta a richiesta di un giovine studioso([571]). Se li paresse cosa buona, havrei pensiero di metterla nel fine della mia Geometria; ma desidero sentirne prima il suo parere. E per non attediarla più, finirò, augurandoli felicissime Feste con il buon Capo d’anno, ricordandomeli devotissimo servitore.

 

Di Bologna, alli 19 Xbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

 

 

3033*.

 

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI [in Parigi].

[Strasburgo], 19 dicembre 1634.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 132r. – Minuta autografa.

 

Virorum eximie,

 

Ne nunc quidem (proximas enim meas iam redditas opinor([572]) ex voto meo prolixe licet ad te scribere, cum ab aliis avocamentis impedito, tum urgentibus operis typographicis, quae, cum hoc tempore nihil aliud habeant quod agant, me sibi totum vacare volunt. Iam superato vertice per declive imus. Habes hic impressa hactenus. Differre debebam ad nundinas nostras instantes, et minori impensa missio constitisset. Sed festinandum ideo duxi, ut istae chartae (si pote) tempori mittantur ad autorem, quo tempestive nobis errata versionis, ad calcem libri annectenda, remittat. Eidem, primo quovis tempore, copiose scribam. Valde me terruit ipsius epistola([573]), longe tersissima et elegantissima; quam elegantiam cum vel mediocriter assequi posse desperem, verendum habeo ne magnus ille vir ingenii sui divini foetum in commodiorem interpretem incidisse velit. Sed iacta est alea. Cupio quam primum nobis copiam fieri eorum quae submissurum scribis, annectenda Systemati([574])….

 

Scr. 9 Decemb.([575]) 1634.

 

Litteras ad Galilaeum meas, atque etiam sequentes in opere pagellas, annon commodius per Passavantios Basilienses curarem in Italiam? Si sic tibi videbitur (faciam enim ut voles), oro domicilium Galilei et quo dirigendae litterae sint significes.

 

 

 

3034*.

 

MATTIA BERNEGGER a GIOVANNI FREINSHEIM in Nancy.

[Strasburgo], 20 dicembre 1634.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 132t. – Minuta autografa.

 

…. Imminent, vel potius incumbunt in horas, typographicae operae in excudendis Galilaicis satis assiduae. Iam ultra medietatem progressus sum. Eius operis exemplar destinavi quoque nobilissimo Marescoto([576]) patri, quem audio talium non incuriosum esse….

 

10 Decemb.([577]) 1634.

 

 

 

3035*.

 

GALILEO a ELIA DIODATI [in Parigi].

[Arcetri], 21 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 88r. – Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, di pugno del quale se ne ha un’altra copia a car. 84r. dello stesso codice. Accanto al frammento è notata, in margine, la data. «21 Xbre 1634».

 

In breve comincerò a mandare a Venezia quel che mi resta delle mie fatiche, che è quello che da me è più stimato per esser tutto nuovo e tutto mio, e quivi si procurerà che sia stampato.

 

 

 

3036*.

 

FRANCESCO NICCOLINI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 22 dicembre 1634.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXII, n.° 111. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

L’Ambasciatrice et io confessiamo di non haver mai corrisposto interamente al nostro debito et al suo merito nel servir a V. S., la quale nondimeno, col gradir il nostro desiderio, ci ha sempre maggiormente obbligati; onde può credere che cercheremo sempre l’occasioni di mostrarle la continuattione del nostro affetto, come intanto le rendiamo gratie del favor delle buone Feste e della memoria che resta servita di tener con la S.ra Lucrezia dell’una e dell’altro di noi. E mentre prego il Signore Dio che le commuti i travagli in altrettante allegrezze, bacio a V. S. le mani di cuore.

 

Roma, 22 Xbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei.

Ser.re Aff.mo

Franc.o Niccolini.

 

 

 

3037**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 22 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 70. – Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Ricevetti la cortese lettera di V. S., accompagnata con il bericuocolo e con l’arancie, le quali cose, se bene per loro stesse mi furono gratissime, in ogni modo mi sono state di maggiore consolazione testificandomi che io sia confermato nella sua grazia, il che tutto riconoscho e ricevo dalla sua mera benignità: onde, non potendo io dimostrarmi grato a’ suoi moltipllcati favori, non devo però manchare di mostrarmene ricordevole, con rassegnarmi, benchè inutile, fra ‘l numero de’ suoi servitori in augurare a V. S. felicissime le prossime feste del Santo Natale; nel che pregho la Divina Bontà che mi facci vero augure, come io sono devoto oratore. Gradischa V. S. nel’ofizio comune il mio particolare e sincero affetto; di che io all’ora son per ricevere sicura caparra, quando io mi troverrò onorato di qualche([578]) suo comandamento, mentre co ‘l fine gli bacio le mani con la debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 22 Xbre 1634.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma  

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Alessandro Ninci.

 

 

 

3038*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 23 dicembre 1634.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXX, n.° 32. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r P.ron mio Col.mo

 

Il S. Ambasciator nostro([579]) continua nel desiderio e buona voluntà di servire V. S., e gli dispiace che la moltitudine e gravità de’ negotii che tratta, gli ritardino il trattare quello di V. S. Io gli sarò sempre a’ fianchi, se bene S. E. non ha bisogno di sproni: è però necessario caminare con gran cautela, per non guastarsi e rendersi inhabile a poter fare cosa di buono. Viva consolato, e si assicuri ch’io non ho cosa al mondo che mi prema più al core che servirla.

Ho visto il S.r Pier Battista Borghi, quale è restato sodisfattissimo di V. S. molto Ill.re, e mi ha detto che in tutto il viaggio che lui ha fatto non ha havuto maggior consolatione che di vedere e trattare con V. S.

Io sto assai bene di sanità, per gratia di Dio, e il simile desidero a V. S.; alla quale bacio le mani, augurandoli felicissime le S. Feste e Capo d’anno.

 

Di Roma, li 23 Xbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gallileo.

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r P.ron mio Col.mo

Il S.r Galli[leo] Gallilei, p.o Fil. di S. A. Ser.ma

Fiorenza.

 

 

 

3039**.

 

BERNARDO CONTI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 23 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T, XI, car. 97. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo S.r e P.ron mio Oss.mo

 

Con la gentilissima di V. S. del 21 s’è ricevuto la verdea, le pere, le barbe di bietola e l’arance, di che V. S. ha volsuto favorire Mons.re Ill.mo Arcivescovo, mio Signore([580]). S. S.ria Ill.ma ha ricevuto il tutto con sommo gusto; e perchè il suo mandato l’ha trovata occupata nell’ordinationi, ha comandato a me che io glie ne renda quelle maggiori gratie che si possa, come fo con questa, e che pel medesimo suo mandato io la serva per sua parte d’un capriolo, dodici starne e quattro marzapani e quattro biricuocoli di questo paese. Aggradisca V. S. l’animo col quale se li inviano queste bagattelle, che per altro sono un niente al merito di lei.

Io qui le rendo devotissime gratie delle buone Feste inviatemi, e per parte ancora di tutti quest’altri di casa prego a V. S. ogni vera felicità e contentezza; e con desiderio di reverirla presto in coteste bande, resto facendole reverenza.

 

Siena, li 23 Xbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

Le barbe di bietola son state quattro; ma le due altre dice il portatore d’haverle lassate costà.

 

 

 

 

  Devot.mo Ser.re di tutto cuore

Bernardo Conti.

 

 

 

3040*.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 23 dicembre 1634.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX n.° 108. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re, Sig.r Col.mo

 

Nè io ancora resto capace del computo che V. S. molto Ill.re et Ecc.ma mi mandò nella sua di 2. Bisogna però sia giusto, perchè questi SS.ri Galilei([581]) sono assignatissimi et honoratissimi. Nell’espeditione del possesso della pensione non credevo fosse tanta spesa; però questa non mi passò per mia mano: nell’altre cose, cioè il mandarla a Brescia, farla registrar, intimare et altri atti soliti, non si è speso nulla, chè io diedi gl’ordini necessari. Il discapito delle 55 lire per necessità è questo: il cambio e le monete. Sappi V. S. che, già tre mesi sono, le valute qui si sono alterate di salto, che il cechino è £ 16, il scudo d’argento, che già era £ 7, corre £ 10; e perchè £ 258([582]) sono state pagate con scudi 25 et un reale da £ 8, senza dubbio questo sarà lo svario. Un’altra volta non passeremo per cambio: trovarò io mezo.

Sono stato due spazzi senza scriverle per occupationi sorvenutemi, et il passato scrissi due versi solamente. Queste Feste instanti, che di tutto cuore auguro a V. S. felicissime, mi dano un puoco di scanso.

Mi è convenuto rivedere un libro grosso Vestigationes peripateticae([583]) per la stampa, del theologo Franciscano di Padova. Questo è un de’ rari intelletti che vivano, ma peripatetico al possibile, versatissimo però in ogni literatura. In questo volume due di queste Vestigationes ho osservate: l’una, la difesa d’Aristotele, 12 Met., t. 45 sino 48, del numero delle sfere celesti, che fa 45, 47, 49, 55 et 59, e lo salva bene; ma come stessero quelle sfere nel cervello d’Aristotele o di Calippo, l’intendo hora manco di prima: e V. S. m’ha così depravato il gusto nel legere altri, che lo facio con quella diferenza che farei dal mangiare un pero moscatello all’inghiotir un bocone di cassia. L’altra Vestigatione è de formae separabilitate: in questa, con 12 testi d’Aristotele con le sue deduttioni, prova omnem formam esse separabilem; con tre soli, nullam formam esse separabilem; e poi, aliquam tantum esse separabilem. M’ha gustato che in Aristotele con più testi e ragioni si dia il paradiso anco delle oche e dell’anare, che non([584]) si dia quello degli huomini. Se si stamparà, n’haverà V. S. uno, chè merita in verità essere veduto. Così vengo ricordarle la mia avidità di vedere delle cose sue; e queste Feste la mia ricreatione sarà leggerle. E con tal fine le bacio con ogni affetto le mani.

 

Ven.a, 23 Decembre 1634.

 

Post.a Ho fatto far il computo: ho indovinato che sta nelle monete: un’altra volta teneremo altra strada.

  Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

3041*.

 

MATTIA BERNEGGER a GIO. MICHELE LINGELSHEIM in Heidelberg.

[Strasburgo], 23 dicembre 1634.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 133r. – Minuta autografa.

 

…. Scripsi t‹xiota, cum typographicae operae de Galilaicis urgerent, iam ultra medium excudendo progressae….

 

13 Decemb.([585]) 1634.

 

 

3042**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 24 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 105. – Autografa.

 

Molto Ill.e mio S.re Oss.mo

 

Le lettere di S. S.a mi sono tanto grate e di tanta consolatione, che non ostante che io sia alla vigilia di Natale occupato in altro, mi emanciperò di accusarli la sua de’ 9 stante, ricevuta in questo punto, e per essa visto la ricevuta del piegho mandatoli del S.r Elia Diodati, che con suo comodo potrà fare risposta.

Io godo che S. S.a vadia pigliando questo suo esilio in forma di passatempo: questo è il vero modo di fare crepare nel loro veleno e suffocare nella loro rabbia l’invidiosissimi sua nemici; e più seguirà, se la mette in luce altre sua fatiche. Tutti li amici et servitori di S. S.a la pregano e la conccitano a questo, sì per lasciare di lei maggiore memoria (bene che grande fino a qui), come per satisfatione loro e per la confusione di quelli che pretendano sapere il tutto. Ma qui non ferma la sfacciataggine di quelli tali, pretendendo di essere conpagni de Dio, quando tutti li altri reputano a gloria il potersi dire humilissimi servi; e questo basti. Io in sudetto particolare, sì come in ogni altro, lo servirò con la vita e con il proprio sangue, dove sarò buono. Ill.mo S.r de Perez ne farà il medesimo, l’hautorità del quale è grandissima, e l’affetiona particolarmente più di qual si voglia persona del mondo; e per consolatione di S. S.a li ho mandato la sudetta sua scrittami, chè sono sicuro che la terrà per gioia.

Il P. Canpanella fa stampare qui alcuni libri, e ne ha dato la cura a me. C’è un trattato di medicina, che quasi è finito, e un’altra sua Filosofia, che va venire di Roma. Mi scrive di Parigi che si ritrova adesso nel colmo de’ sua contenti, e voria tenere V. S. per goderla; e mi ha inposto farli sua baciamani, come faccio.

Mi ralegro grandemente con S. S.a e m’è stato gratissimo il saperlo, che l’Ill.mo et Ecc.mo S.r Conte di Novaglia([586]) sia stato suo discipolo in Padova([587]); e haverà sempre questo potente mezzo in Roma, che lo proteggerà in ogni occasione con la sua hautorità, e se ha delli nemici, non li mancheranno amici. E io, in qualità di suo humilissimo servitore e parente, li do felicissimo Cappo d’anno con un millione appresso, con il colmo d’ogni suo bene.

 

Di Lione, questo dì 24 di Xbre 1634.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Ser.re Hum.mo e Par.te Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

 

 

3043**.

 

GALILEO a MAZZEO MAZZEI [in Firenze].

Arcetri, 29 dicembre 1634.

 

Arch. di Stato in Firenze. Monte di Pietà, Filza 1072 (d’antica numerazione Campione 107), n.° interno 548([588]). – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

 

In esecuzione di quello che significai 3 giorni sono a bocca a V. S. molto Ill.re, gl’invio la presente per mano di Giuseppo, mio servitore, e di Domenico Sullucheri, lavoratore di V. S., con pregarla che voglia restar servita di ordinare a i SS.i ministri del Monte che consegnino i frutti decorsi de i 3m scudi che tengo più anni sono su cotesto Monte, insieme con quei pochi frutti delli altri 500 che vi sono da circa 3 mesi in qua([589]), per aggiustar l’esazzione di tutti insieme: che di tal favore terrò obbligo particolare a V. S. molto I., alla quale, con baciargli con reverente affetto le mani, prego felice il prossimo anno nuovo con molti anni appresso.

 

D’Arcetri, li 29 di Xmbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re Parat.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e Pad.ne Col.mo

Il S.r Mazzeo Mazzei, Prov.r del Monte.

In sua mano.

 

 

 

3044*.

 

GIO. FRANCESCO PASSIONEI a GALILEO [in Arcetri].

Firenze, 29 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 215. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Il favore che V. S. m’ha fatto in consolatione di Mons.r Nuntio di Venetia([590]), io lo stimo grandemente e le ne rendo molte gratie, offerendole all’incontro quanto può depender da me: che per fine le bacio le mani.

 

Firenze, li 29 Xbre 1634.

Di V. S. molt’Ill.re Amor.mo Aff.mo Serv.re

G. F. Vesc.o di Cagli.

 

Fuori: Al molt’ Ill.re Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

In sua mano.

 

 

 

3045**.

 

ELIA DIODATI a GUGLIELMO SCHICKHARDT in Tubinga.

Parigi, 29 dicembre 1634,

 

Kgl. Landesbibliothek in Stuttgart. Cod hist. fol.o n.° 563, Lettere di E. Diodati, car. 17. – Autografa.

 

…. Gassendus noster per me habuit a Galileo telescopium omnium perfectissimum([591]), quo nunc accinctus coelestibus speculationibus in dies attentior incumbit….

 

 

 

3046**.

 

GIROLAMO BARDI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 30 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 101. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

 

Dall’Ecc.mo S.r Agionti([592]) ho inteso il prospero e felice stato di V. S. Ecc.ma, che molto grato mi è stato, del quale con lei di tutto cuore mi ralegro, e priego dal Cielo [ogni] felicità che io a me stesso saprei desiderare.

Hebbi ardire di fare degna commemoratione di V. S. Ecc.ma, come vidde, in scherzi per altro giovenili, da’ Padroni ricercatemi. Vorei che la mia penna fosse più avalorata, per poterla honorare come doverei: in tanto augurandole dal Cielo felice l’anno venturo con molti altri apresso, di vero cuore me le dedico e raccommando.

 

Pisa, li 30 Xbre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo Ser.e

Girol.o Bardi.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matemat.co di S. A. S.

Firenza([593]).

 

 

 

3047**.

 

PIER BATTISTA BORGHI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 30 dicembre 1634.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 99. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r e P.ron mio Colend.mo

 

Non accusi, la supplico, la mia negligenzia nello scriverle, poi che è proceduto dai grandi impicci havuti, che mi hanno (e le servirà per scusa efficace) impedito che non ho potuto visitare il P. Abbate D. Benedetto altro che due volte. E se, per sua grazia, scuserà la negligenzia passata, mi perdoni la brevità con la quale hora le scrivo, perchè havendo pur oggi mutato casa, non ho tempo di stendermi in longo. Solo questa servirà per darle notizia che tengo sigillati in un pacchetto, per inviarli a V. S. molto Ill.re per via del Sig.r Ambasciatore di Toscana, i libri scritti alle spalle di questa, e che posdomani al più tardi col sudetto P. Abbate glieli porterò. Si stenderà poi la medesima a farle testimonianza che le desidero felice il nascente anno, e che viverò sempre

 

Roma, il penult.o dell’anno 1634.

Di V. S. molto Ill.re Divotiss.o et Obedientiss.o Serv.re

Pier Batta Borghi.

 

 (Sul tergo🙂 Gassendi Mercurius in sole visus, et Venus invisa([594]).

Martini Hortensii de eodem([595]).

Lansbergi Apologia adversus Fromondum et Morinum([596]).

Fromondi Antaristarchus([597]).

Eiusdem Vesta, sive Antaristarchi vindex([598]).

 

 

 

3048*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 30 dicembre 1634.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 115. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col. mo

 

Ho sentito inesplicabile contento dal cenno che V. S. molto Ill.re et Ecc.ma mi fa, che vi sia speranza, col mezo di quel suo scolaro([599]), ch’una volta si plachi questo cielo imperversato: il che succedendo, credo dovere ricevere di quelle consolationi che non le sa chi non le gusta.

Io vado fantasticando intorno la rarefattione e condensatione, ma non arrivo a cosa che mi sodisfacia; e però getto da bravo, e dico: Il maestro l’insegnarà, senza lambicarsi il cervello. La consideratione dell’infinito mi va aiutando molto, e mi leva gran tenebre dagl’occhi. Vi è nelle Vestigationi peripatetiche, di cui scrissi nella precedente([600]), questa: che sostenendo con Aristotele la separatione dell’anima intellettiva, alla difficoltà dell’infinito numero rispetto all’eternità del mondo egli si sbriga in due modi: l’uno, che ‘l moto non è eterno in Aristotele secondo il proprio sentimento, ma secundum opinionem vulgarem; l’altro, la transmigratione di corpo in corpo, ma del solo humano, con la conditione et ordine che la prima separata entri nell’ultimo formato. E cotesto è infatti un grand’huomo et un gran peripatetico! E non vuole poi V. S. che mi puzzino queste filosofie, se le comparo con la naturalezza e sincerità di quella di V. S.?

Habbiamo qui un freddo acutissimo, che mi fa troncare lo scrivere, ma non mai il desiderio di servirla e la continuatione in amarla et bramarle ogni contento. E le bacio le mani.

 

Ven.a, 30 Decembre 1634.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Cordialiss.o Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

3049**.

 

NICCOLÒ AGGIUNTI a GALILEO in Arcetri.

[Pisa, 1634?].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 3. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Niccolò Aggiunti, humilissimo servo di V. S. Ecc.ma, con ogni riverenza gl’espone, come havendo in più volte messo da parte tutti que’ liquori che gli son parsi più grati al gusto, adesso ne fa un humil tributo a V. S. Ecc.ma e la supplica a gradir in essi la devota volontà del donatore.

Quando io potrò respirare da una infinità di faccendacce, verrò a prender ristoro doppo sì lunga dieta. Non posso aggiugner altro. Le bacio con immenso affetto le mani e le prego felicità.

 

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo et Obblig.mo S.re

Niccolò Aggiunti.

 

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Con venti fiaschi di vino. Arcetri.

 

 

 

3050.

 

FRANCESCO BARBERINI a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

Roma, 2 gennaio 1635.

 

Bibl. d’Inguimbert in Carpentras. Collection Peiresc, Reg. XLI, 1, car. 208. – Copia del tempo.

 

…. Non mancherò di rappresentare a N. S. quanto ella mi scrive([601]) per il S.r Galileo; ma essendo io, se bene il minimo, uno de’ Card.li che assistono al S. Offitio, mi scuserà se non mi stendo in replicarli più particolarmente….

 

 

 

3051**.

 

NICCOLÒ AGGIUNTI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 3 gennaio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 7. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Un’altra volta, quando V. S. Ecc.ma mi vuol regalar tartufi, non me gli mandi sì belli, perchè io gli godo con troppa passione. Ogni volta che io vo per affrontargli col coltello, doppo haver dato loro tre o quattro occhiate con le labbra strette e gl’occhi spalancati, ritiro la mano e non mi basta l’animo a darci dentro, parendomi un peccato a guastargli. Veramente e’ son la più sfoggiata cosa ch’i’ habbia visto. Mi sono stati gratissimi, e per il lor merito e più per il pregio della mano, sopra ogni altra preziosa, che me gli porge. Ne ho fatto parte, in nome di V. S. Ecc.ma, al Sig.r Pieralli, il quale penso che da sè stesso la ringrazierà, se le reliquie d’una lunga indisposizione che l’ha travagliato glie lo permetteranno. Io per la mia parte le rendo infinitissime grazie, e la prego con tutto l’animo a continuarmi la sua benevolenza, mentre io supplico il Cielo che a lei continui la sanità per un lunghissimo e felicissimo corso di anni. Con questo le bacio reverentissimo la mano.

 

Di Pisa, 3 Gennaio 1634([602]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Devot.mo et Obblig.mo S.re

Niccolò Aggiunti.

 

 

 

3052.

 

GIOVANNI PIERONI a GALILEO [in Arcetri].

Neustadt, 4 gennaio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 107-109. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.rone Oss.mo

 

Per molti rispetti ho differito di scrivere a V. S. Ecc.ma doppo che dal Sig.r Mario Guidi (che sia in Cielo) ricevei il favore([603]) che ella mi mandò, dal quale ho cavato gusti tanto esquisiti, che maggiori non pare che da cose humane si possino havere. M’è incresciuto insino al cuore d’haver inteso che doppo ne siano seguiti travagli a V. S. Non son ben informato de gli eventi, ma questo posso dirli, che tutti quelli che sono capaci, o per meglio dire abili, di trar gusto da cose rare, e non dalle vulgari insipide, per quanti io conosco, hanno compatito a V. S., se li sono affettionati come a soggetto meritevole di eterna fama, e qualch’uno di qualità e d’ingegno non ordinario mi ha detto: Scrivi al Sig.r Galileo, che si assicuri che ha degl’amici più che non crede, e che gli sono affettionati ancor che mai non l’habbiano veduto. Tutti questi, ma io poi straordinariamente desidero, che il libro di V. S. del moto sia hor mai palesato al mondo, perchè se ne vede dalli spiragli, che insino ad hora ella ne ha aperti, uno splendore da illuminare tutti gl’intelletti, e tutta la verità di esso moto far manifesta, et a lei ha da illustrare maggiormente ancora la fama e ‘l nome. E perchè m’è venuto pensiero che V. S. in publicarlo possa forse havere qualche difficultà o rispetto, ho risoluto di significarli che se li paressi bene et a proposito che si stampassi qua in qualche città, potrebbe questo venirli fatto molto facilmente, se ella volessi fidarsi a mandarlo a me: perchè senza alcuna briga nè spesa di V. S. io mi prenderei volentieri l’assunto di ciò, e lo farei stampare di buon carattere, con le figure e forma che ella m’imponessi puntualmente. Però se il concetto è a proposito, V. S. lo giudichi e risolvasi, che harà presto comodità di poterlo mandar sicuro per mezo del Sig.r Ambasciatore([604]) che ha da venir qua; et al rimandarne costà gl’esemplari si troverebbe mezo, e tutto in quel modo che fusse di suo gusto, per il quale io principalmente mi muovo a scriverglielo.

Mi è stato fatto vedere un libro moderno, scritto contro al libro di V. S. da un tal peripatetico Rocco([605]), per sua ventura tanto disgratiato e stroppiato di dottrina, che m’è convenuto leggerlo per riferirne a chi, stomacato dalle prime carte, non ha possuto tollerar più oltre tanta nausea, e però come curioso ha volsuto sentirne più oltre, ma senza tanto fastidio.

Si trova in queste parti il P. Sciainer con la sua Rosa([606]), la quale sta per marcirsi, perchè, havendo condotto qua molti esemplari di quel suo libraccio sì grande, non trova esito di essi, e se ne crucia([607]). Io lo veddi, imprestatomi da una persona([608]) la quale conosce et ama V. S. e l’ha praticata in Roma, la quale mi ha detto più volte che si ricorda, quanto mai per humana certezza può uno dire di ricordarsi, che fu esso il primo che avvisò a detto P. Sciainer che nel sole si vedevano macchie, scoperte da V. S. il primo; sì che io ho un testimonio vivo e vero che il primo libro di quel volume è falso.

Sto perplesso, non intendendo come possa osservarsi l’altezza meridiana della Lira a piedi d’un monte, venendoci quella quasi per zenit; e poi, osservandosi v. g. d’un tempo nella meza notte, verrà sei mesi doppo ad esservi nel mezo giorno, quando io non so che la si possa vedere. Se l’osservatione si facessi nella parte sotto al polo, mi pare che non mancherebbero oppositioni di refrattioni. Se piacesse a V. S. di cavarmi di questa ignoranza, mi farebbe un gratissimo favore, e molto maggiore ancora se ella mi avvisassi se in quella o in altra stella habbia fatta osservatione alcuna, e che cosa habbia trovato. Io son dietro a farne certe altre, che a suo tempo gli comunicherò; ma mi sarebbe di grandissimo avantaggio in esse, sapere da V. S. quanto vadia lungo un pendulo per misurare uno o alquanti secondi di tempo, e se la lunghezza si prenda insino a tutto il corpo grave pendente o insino al centro di esso. Però se piacesse a V. S. darmene notitia, non potrei dirli quanto grato favore mi sarebbe: e potrebbe dirmelo alla misura del braccio di costì, perchè io la ritengo meco esatta.

Non mi posso contenere che io non li dica che li duoi concetti del periodo menstruo e dell’annuo del flusso e reflusso mi sono tanto vivamente piaciuti, che più non credo che potesse essere; e quello dell’annuo mi ha fatto avvertire che forse si potrebbe venire in cognittione di qualche verità del male della podagra, poi che circa i tempi di quello sono tormentati quelli che la portano in sè, de’ quali qua son molti e pochissimi non ne sentino all’hora. Ma il Rocco, per vedersi inabile a capirla, s’è contentato d’urtare ‘n un orbe magno, del quale urto non penso che saprà guarir mai. Pure ha fatto bene a trascriver tante cose e così belle del libro di V. S. et a lasciare intatte quelle gioie che per la molta nobiltà loro non meritano d’esser legate in così vil materia.

Se il trattato di quel Signore([609]) della variatione della meridiana sia publicato, mi sarebbe gran favore il saperlo, per poter far diligenza d’haverne qualche esemplare.

Se io potrò havere un esemplare d’un libretto che m’è stato fatto vedere, procurerò di farlo havere a V. S., et è Inventio quadraturae circuli di Cristiano Severino Longomontano, stampato in Hafnia l’anno 1634([610]). Si fonda sopra il persuadersi di dimostrare che l’angolo della contingenza sia nullo, ma quello del semicircolo sia retto.

Ma io, trasportato dal gusto di ragionare con V. S., non mi accorgendo, divenivo indiscreto. Mi perdoni dunque V. S., e si assicuri che sì come è vero che ha moltissimi amatori suoi e del suo merito, così è verissimo che io sono fra quelli uno partialissimo e desideroso d’incontrare ogn’occasione per farlo conoscere. Intanto augurando felicissimo a V. S. questo nuovo anno e molti a venire, per fine con ogni affetto gli bacio le mani.

 

Di Naïstat presso a Vienna, li 4 di Gennaio 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Devotiss.o et Aff.mo Ser.re

Giovanni Pieroni.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.rone Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

 

 

 

3053*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GIANNANTONIO ROCCA [in Reggio].

Bologna, 4 gennaio 1635.

 

Dalle pag. 20-21 delle Lettere d’uomini illustri del secolo XVII a Giannantonio Rocca, filosofo e matematico Reggiano, con alcune del ROCCA a’ medesimi. In Modena, MDCCLXXXV, presso la Società tipografica.

 

…. Io non conosco veramente quel P. Gesuita ch’ella mi nomina([611]); nondimeno l’attenzione di V. S. fa che io lo stimi di quel valore ch’ella me lo descrive, e ch’io l’ami di cordiale affetto, mentre egli professa de’ nostri studii ed è così affezionato al Sig. Gallileo, ch’è pure assai. Perciò, scrivendo V. S. al detto Padre, mi farà, salutandolo a nome mio, grazia particolare, facendoli testimonianza di questa mia buona volontà verso di lui.

Scrissi già al Sig. Gallileo, e li mandai una copia della dimostrazione intorno alla def. 5 del quinto d’Euclide da V. S. promossa([612]), per intenderne il parer suo, ed aspettone risposta: havendo cosa nuova, gliene darò avviso….

 

 

 

3054**.

 

GIO. BATTISTA GONDI a PERSIO FALCONCINI in Firenze.

Parigi, 5 gennaio 1635.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 4645 car. 464. – Autografa la sottoscrizione.

 

…. Nella cassettina della tela sudetta ho preso sicurtà di mettere un pacchetto per il Sig.r Galileo Galilei, nel quale è un libro di mathematiche d’un professore di questa città([613]), che vorrebbe sentire il parere d’esso S.r Galileo circa certe nuove opinioni del medesimo professore intorno alle longitudini, e m’ha però molto pregato di procurarli la risposta; onde io ricorro alla molta cortesia di V. S., pregandola a restar servita e di far havere il libro e di chieder detta risposta fino al conseguirla, sicura che in un medesimo tempo favorirà due, e me particolarmente che ne le resterò molto tenuto….

 

 

 

3055*.

 

PIER BATTISTA BORGHI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 6 gennaio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 103-104. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r e P.rone Colend.mo

 

Non scrissi il passato a V. S. molto Ill.re sinceramente lo stato del P. Abbate D. Benedetto, per non darle il veleno d’una nuova di cattivo accidente senza assicurarla prima con l’antidoto della felice riuscita. È libero il P. Abbate dal pericolo di morte, che le apportò una retenzion d’urina sopravenutale con una febbre maligna il dì di Natale. Deve la quasi ricoverata sanità a Dio prima, e poi al medico([614]) del Sig.r Ambasciator di Francia([615]), che per ordine di S. Eccellenza le è sempre stato assistente. Non confida il P. Abbate di poter questo ordinario scriverle la sua convalescenza; per ciò hier mattina, che fui da lui a S. Calisto e le vidi cacciar sangue, m’impose dovessi con V. S. molto Ill.re far sue scuse e pregarla si ricordi nelle sue orazioni di lui, come io con ogni ossequio ne la priego. Invero tra’ gran flagelli che io potessi haver dalla man di Dio saria il perdere un tal padrone, e tra le grazie immense che dalla Sua clemenzia ricevo annovero l’havermelo lasciato in vita.

Questo travaglio ha causato che non prima di mercordì sera potei consignare al Sig.r Ambasciatore di Toscana i libretti che il passato([616]) le scrissi. M’ha S. Eccellenza promesso ricapitar il fagottino (sigillato col mio sigillo, col soprascritto a V. S. molto Ill.re) in che sono, costà in segretaria di S. A. ad un cognato di V. S. molto Ill.re([617]), da cui potrà ricoverarli. Vorrei che da questi piccioli libretti argomentasse la divozione di chi con essi le doneria sè medesimo, se non fosse schiavo del Sig.r Galileo da che col suo glorioso nome udì publicarsi le sue virtù. Farò star sull’avviso in Parigi et Anversa per haver quello che uscirà di nuovo in questa materia, e subito le farò arrivar in mano a V. S. molto Ill.re, che non poco mi consola (poichè non può impiegarsi in gran cose) il vedere che la mia servitù non resta del tutto oziosa. Non mi privi V. S. molto Ill.re del tittolo di suo servitore e m’onori co’ suoi commandi, mentre per fine le faccio riverenzia e le priego da N. S. il compimento della vera felicità.

 

Roma, li 6 Gen.o 1635.

Di V. S. molto Ill.re Divotiss.o et Obligat.mo Serv.re

Pietro Batta Borghi.

 

 

 

3056.

 

RAFFAELLO MAGIOTTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 6 gennaio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 105. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Mi pare di vedere nel tavolino di V. S. Ecc.ma un gran fascio di lettere, e tutte di buone feste; e dubitando che questa ancora fusse per entrar nell’istesso numero, pur indugiavo a scrivere, e massime perchè quanto più io di continuo le prego da Dio prosperità, tanto più son lontano da queste affettationi et apparenze cortigianesche; ma vengo affrettato dal P. Abbate Castelli, quale, per un accidente di dolori di fianco e renella con febbre, non può (sicome desidera) passar da sè medesimo questo uffizio. L’indispositione gli sopraggiunse il giorno di S. Giovanni, et io, che fui a fargli reverenza il dì delli Innocenti, restai abbattuto da tal novità. Pur io l’ho trovato molto composto, quieto et ubbidientissimo a tutto quello che ordinano i medici e cerusichi del Sig.r Ambasciatore di Francia([618]), quale usa una diligenza estrema per la sanità del nostro P. Abbate. Già dua volte gl’hanno tratto sangue per la vena, e la seconda, seben non l’ha del tutto liberato, pur l’ha messo in sicuro; et in breve spero sia per rihaversi.

Per altro già hebbi risposta dalli miei fratelli, e V. S. si può prometter da loro ogni cosa possibile a pro e gusto del Sig.r Vincenzio suo figliuolo([619]); anzi credo fin adesso si sieno trovati più volte insieme.

Della resistenza dei solidi e del moto non parlo; dirò solo, s’io fussi stato sicuro che ella havessi qualche copista, gl’haverei dimandato per mancia di questo Natale le sue demostrationi, da me desideratissime, intorno al centro della gravità, o vero (se gli fusse parsa cosa troppo lunga) in quello scambio alcuna delle postille già inviate a quel gran Peripatetico([620]) etc. Ma perchè io dubito che questo gli sia per esser di qualche incommodo, però starò tollerando questa mia sete, con una ferma speranza di goderle a mio talento quando le tornerà a proposito di farmene degno. Resta ch’a nome del P. D. Benedetto e mio io saluti caramente V. S. Ecc.ma, sì come fo per mille e mille volte, desiderandole sempre da Dio ogni bene.

 

Roma, il dì 6 Gennaio 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Aff.mo et Oblig.mo Se.re

Raffaello Magiotti.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3057*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 6 gennaio 1635.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 116. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mi capita la gratissima di V. S. E.ma di 30. Il libro mi venirà il dispaccio prossimo: li giazzi hanno ritenuto il corso.

La brama di vedere li suoi Dialoghi mi fa furioso, non che impaciente. Non credo che qui haveremo alcuna difficoltà nella stampa; e sebene vi è un lepre per Inquisitore([621]), che trema di tutto, non ardirà credo contradirci.

Nelle opere del Rocco ho perso qualche puoco di tempo, senza incontrar mai in cosa di gusto. Sono le questioni de’ nostri magistrandi o magistri nostrandi: Utrum logica sit scientia; an de rebus naturalibus sit scientia; an difinitio motus, naturae, vacui, sit recte assignata([622]). Lo mandarò, ma vorrei pure senza spesa. In somma, scripta metuentia sgombros.

L’Ecc.mo Sagredo([623]) è a Padova Podestà: col Sig. Venier([624]) farò l’ufficio. Habbiamo havuto freddi horribili, et adesso pioggie e nebbie.

Se bene ho compresa la risposta di V. S. al mio quesito, le lenti per abbruciare si formano come anco queste de’ canochiali per vedere. Se non è così, mi favorisca dirmi il modo di farne fare delle migliori per l’effetto sudetto di abbrugiare. Con quanto broglio ho, non ho mai potuto havere vetro di specchio grande vecchio. Il male è ne’ miei occhi, e non nel vetro donatomi: li consumo in processi, scritture e diavoli; non si può far altro. Prego a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma felicità, e bacio le mani.

 

Ven., 6 Gen.o 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Cordial.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

3058.

 

[ELIA DIODATI] a MATTIA BERNEGGER [in Strasburgo].

Danzica, 6 gennaio 1635.

 

Dalle pag. la-5a (non numerate) in principio della Nov-antiqua Sanctissimorum Patrum et probatorum theologorum doctrina de Sacrae Scripturae testimoniis, in conclusionibus mere naturalibus, quae sensata experientia et necessariis demonstrationibus evinci possunt, temere non usurpandis: in gratiam Serenissimae Christinae Lotharingae, Magnae-Ducis Hetruriae, privatim ante complures annos, italico idiomate conscripta a GALILAEO GALILAEO, Nobili Florentino, Primario Serenitatis Eius Philosopho et Mathematico; nunc vero iuris publici facta, cum latina versione italico textui simul adiuncta. Augustae Treboc., impensis Elzeviriorum, typis Davidis Hautti M.DC.XXXVI (cfr. Vol. V, pag. 274-275 [Edizione Nazionale]). – Nella Biblioteca Nazionale di Firenze, Appendice ai Mss. Gal., Filza segnata sul dorso «9. Galileo. Lavori per servire alla vita di Galileo, raccolti dal Viviani e dal Nelli», car. 296-297, si ha di questa lettera un autografo, a tergo del quale si legge, di mano di GALILEO: Pref.ne e che, per le varietà di lezione che presenta, si deve giudicare una stesura anteriore alla stampa. Stimiamo superfluo registrare tali varianti.

 

Robertus Robertinus Borussus([625]) Matthiae Berneggero,

amico singulari, salutem.

 

Ut primum, Vir Clarissime, Galilei Dialogorum De systemate mundi latinam ex italica lingua conversionem a te susceptam audivi, protinus elegantissimum, eruditissimum et piissimum ab eodem autore in hanc rem, ante 18 ante 20 annos, in gratiam Sereniss. Christinae Lotharingae, Magnae-Ducis Hetruriae, conscriptum Discursum, nondum hactenus, quod sciam, editum, a multis tamen curiose quaesitum, visum, exceptum, a me autem annis abhinc quindecim inter pretiosas italici mei itineris merces diligenter asservatum, tuae Dialogorum conversioni annectendum, ad te mittere constitui. Duplex huius propositi ratio mihi stetit. Nam et publicum bonum erat in oculis, cuius multum interesse duxi ut sapientissima monita eximiaque doctrina scripti illius patefiat omnibus; et vero honestas ipsa ad pium hoc officium, magni videlicet illius viri, novi astronomiae parentis, a rabido calumniantium latratu morsuque vindicationem, editione libelli, suscipiendam, inflammabat: cuius immensa in rem astronomicam beneficia adeo omnem viventium gratiam omnesque illi pro tantis meritis debitos honores sunt supergressa, ut sola eorum aeternum duratura memoria et perennitate compensanda nobis supersint. Is enim hollandico telescopio ad perfectiorem amussim redacto, velut alter Prometheus, bacillo hoc optico caelorum abditos recessus lustrans, caelestes ignes, nova inquam sydera veteribus astronomis non visa et incognita, Galaxiae expeditam rationem, antiquis philosophis et astronomis dubiam et perplexam, solaris corporis nubeculas, lunaria scabritiem et dispersas opacitates, Saturnum tricorporeum, Venerem falcatam, ceterorumque planetarum proprios affectus, eorumque omnium simul a sole mendicata lumina (ex quibus ineffabilis astronomicae scientiae lux effulsit), primus nobis detexit.

Hunc tamen tantum virum nec innocentia vitae, nec beneficiorum promerita gratia (quam communem cum optimis quibusque fortunam habet), ab invidia malignantium est tutata. Tristes namque maleficaeque naturae, quas sydere suo Saturnus afflavit, de incognitis sibi scientiis decernendi ius arroganter usurpantes, ideoque omnibus eruditione supra communem conspicuis invidentes, sibique ipsis diffidentes (aeterno, felicis si bona sua nosset, sed ingrati, huius nostri seculi, probro), insolenter adversus eum insurgunt, et pro debita gratia contumeliam (rem vel ipsa morte graviorem) illi concitant: cuius odii causa sola est, quod celebritatem quam sibi ex singularibus dogmatis, peripateticae et vulgariter in scholis receptae philosophiae contrariis, adeptus est, ferre non possunt; licet ea omnia necessariis semper rationibus fulta probataque et experimentis confirmata ubique tradat. Utque tutius fallant et ad suas partes incautos pelliciant, ac in eum, quem impetunt, venenata maledicentiae spicula altius figant, ficto et ementito pietatis et religionis zelo amicti, voce et scriptis, privatim et publice, edicunt, Galilaeum Romae apud Sanctum Officium delatum, citatum eoque loci carceratum, iudicatum, et ad doctrinae a se de mundi systemate traditae abdicationem condemnatum, poenitentiisque solennibus addictum, rursusque carceri, perpetuum (ut aiunt) duraturo, mancipatum; his dicteriis illum, ut nocentissimum et atrocissimis haeresibus impietatibusque contra Catholicam Ecclesiam ac Fidem inquinatum, aeterna infamia obruere satagentes, non alio verisimiliter animo, nisi ut (si res illis ex voto succedat) sibi velut autoribus in posterum illius inventa tribuant et arrogent. Has autem calumnias licet insignis huius viri antehac edita opera (in quibus nihil quicquam Catholicae fidei et debitae erga Ecclesiam obaervantiae adversum reperire est) eiusque innoxii mores et spectata virtus satis superque retundant, prae caeteris tamen hoc ipsius opusculum ad id videtur esse quam maxime appositum; quod eo nomine (pro meo erga ipsum cultu, iniquae eius sortis ad extremum misertus) in hunc finem ad te mitto, ut invicto hoc intimi eius affectus testimonio, opera tua typis divulgato, sincera viri pietas et candor omnibus bonis innotescat. Cum enim huius unius tantum insimulari possit, quod circa mundi systema sententiae Copernicanae olim assensum praebuerit (si tamen culpandus dici mereatur is qui, in propositione mere naturali, opinioni nondum damnatae subscripserit); et iam de hoc argumento, multis annis antequam de eo deliberatum esset, Discursus hic ab ipso sit conscriptus, in quo, simul cum doctrina et lincea, qua semper in omnibus quae tractat pollere cernitur, perspicacitate, submissa etiam eius erga Ecclesiam reverentia et summa in religionem ac fidem pietas adeo se produnt, ut a nullo, etiam eorum qui sanctimoniae celebritate claruerunt, quicquam religiosius in hoc argumento dici potuerit; si propter sententiam adversus eam doctrinam nuper Romae latam aliquatenus argui possit, quod in ea discernenda satis oculatus non fuerit, nequaquam tamen pravi ullius in hac re consilii culpari poterit: quin imo potius pietatis nomine, ab ipso luculenter in hoc scripto professae et patefactae, multum laudis et gratiae apud omnes bonos et sinceros promeriturus est; sicque calumniis invidorum disiectis et eversis, illorum iniuria apud probatos homines (ex quibus paucorum insignium severum et grave testimonium inepti vulgi fabulis semper anteponendum) non tam de fama viri detraxisse, quam ad nominis eius gloriam multum addidisse, comperietur, venerandi praesertim senis moderatione et constantia proterviam illorum infamante. Vale.

 

Scrib. Dantisci, die 6 Ianuarii ineuntis anni 1635, quem tibi tuisque felicem precor.

 

 

 

3059**.

 

MATTIA BERNEGGER a GIO. MICHELE LINGELSHEIM in Heidelberg.

Strasburgo, 12 gennaio 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 134r. – Minuta autografa.

 

…. Galilaica (quorum adhuc quarta pars excudenda restat) valde me distinent, ut vix huic epistolae scribendae suffecerim.

 

Argent., 2 Ian.([626]) anno 1635.

 

 

 

3060*.

 

MARINO MERSENNE a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC [in Aix].

[Parigi], 15 gennaio 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9543, car. 14. – Autografa.

 

…. je veux vous tesmoigner par la presente le soin que j’ay de vous faire passer le temps en des considerations, qui ne seront pas, à mon avis, indignes de vostre esprit et que vous pourrez communiquer à M. Galilée, si vous le jugez à propos, affin qu’il n’ayt pas la peine de faire le calcul de ses experiences, lequel je vous envoye tres fidelle et tres exact <>. Or il suppose([627]) que le boulet tombe cent brasses dans 5″, d’où il s’ensuit que le boulet ne tombera que 4 brasses dans un seconde, quoyque je sois asseuré qu’il tombe de plus haut; mais le respect que je porte à ce grand homme m’a fait determiner en vostre faveur de supputer tous les plus grands intervalles du monde, suivant son experience, affin que je recompense en quelque façon la peine que vous avez pris de m’envoyer la grandeur de la brasse de Florence, que j’avois tousjours supposée moindre d’un pouce et demi, suivant la relation de nos marchands et du nepveu ou cousin([628]) du S.r Galilée, qui demeure à Lion….

 

 

 

3061*.

 

MATTIA BERNEGGER a CRISTOFORO FORSTNER in Montbéliard.

[Strasburgo], 17 gennaio 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 135r. – Minuta autografa.

 

…. Habeo domi meae typographiam, sub cuius praelo Galilaei Systema Copernicanum, ex italica lingua a me conversum, nunc gemit. Elzevirii dant impensas….

 

7 Ian.([629]) 1635.

 

 

 

3062*.

 

MATTIA BERNEGGER a GIACOMO GOTTFRIED in Ginevra.

[Strasburgo], 19 gennaio 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 135r. – Minuta autografa.

 

…. Totus iam occupor in vertendo Galilaei Systemate Copernicano, nec absum ab umbilico longius. Vel ideo festinabo, quo, defunctus illo difficili labore, citius ad koinvfel° tua legenda me accingam….

 

9 Ian.([630]) 1635.

 

3063**.

 

PIER BATTISTA BORGHI a [GALILEO in Firenze].

Roma, 20 gennaio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 107. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r e P.rone Colend.mo

 

Se spera V. S. molto Ill.re coll’accrescere il numero delle grazie fattemi aumentar l’osservanza con la quale la riverisco o far maggiore il desio che ho di servirle, spera cosa impossibile, poichè quella e questo sono ascesi ad un grado che, rispetto alla mia debolezza, non può ricever aumento: e questo dico perchè nella sua del 6 corrente m’onora sì oltre i miei meriti, che non posso ascriver i favori che in essa ricevo, ad altro che alla sua grazia.

Credo haverà ricevuto il fagottino de’ libri inviatole già più giorni sono, come le scrissi([631]); e quel mio libretto che favorisce mostrar di gradire, V. S. molto Ill.re l’haverà dal P. D. Onorato Falconcini, a cui scriverò ne dia a V. S. molto Ill.re quanti gliene piacerà di alcuni pochi che gliene inviai, e stimerò a gran favore che se ne vaglia di tutti.

Del Rev.mo Padre Abbate Castelli scrissi a V. S. molto Ill.re quello occorreva([632]), sebene spero che esso medesimo haverà oramai reso conto di sè, essendo presso che risanato, per grazia di Dio; che si è servito del mezzo del Sig.r medico del Sig.r Ambasciator di Francia([633]). E se V. S. molto Ill.re m’invidia la cara conversazione del P. Abbate, noi con estremo dolore toleriamo il non poter godere de’ suoi colloquii, che dolcemente rapiscono alla vera sapienza, e si nutriamo solo con la speranza di dover ancor una volta in terra haver la commodità di pascersene per qualche giorni: et in mentre io per parte mia la scongiuro arricchirmi de’ suoi commandamenti, e con divoto affetto la riverisco e le bacio le mani.

 

Roma, li 20 Gen.o 1635.

Di V. S. molto Ill.re Divotiss.o et Obligat.mo Serv.re

Pietro Batta Borghi.

 

 

 

3064.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 20 gennaio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 51. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r, Sig.r Col.mo

 

Non scrissi lo dispacio passato, aspettando il libro del suo scolaro([634]), che poi ho ricevuto questa settimana, e ne ho passato qualche foglio col solito gusto e profitto nelle specolationi di V. S., che non può far di non pascere sempre lo spirito di cose pellegrine, non toccate da altri. Io sto in dubbio se l’oppugnatore del Discorso di V. S. era un filosofo o qualche mulatiere; certo è mirabilmente indiscreto e fuori di modo ottuso, nè mai, nelle cose lette, veggo che dica cosa che vaglia. Ha questo di buono, in che dobbiamo esserli obligati, ch’ha data occasione alle specolationi della Risposta. È cosa singolare e mirabile l’osservare come a V. S. ogni cosa naturale sia piena de caratteri ove essa legge, osserva et insegna dottrine vere, reali, non vedute da altri; il che è il suo proprio, et ove è unica et incomparabile. Sono arrivato leggendo al luoco ove tratta della continuità dell’acqua: oh che osservationi degne!

Ho necessità d’importunarla circa questo dono del libro, di che le rendo affettuosissime gratie, a farmelo compito, se si può. Alla lettera C, che è a carte 33, le due seguenti, che doveriano essere 34, 35, non sono stampate, ma bianche, che viene ad essere il C2; e l’istesso è nel C vacui il 4°, cioè la carta inanti il D, che è a c. 49, sì che la 46 e 47 non sono([635]) stampata. Se il libraro havesse ne’ squarzi da rifarmi, la prego farmene gratia, massime del 2°, ove si tratta di cosa rilevante, e l’ultima riga è: dilatatione della figura induce tardità di moto, e volendo poi([636]), e di qui si passa a due facie non stampate e si arriva a tà, o dentro([637]).

Il Sig.r Rocco non ha parlato più, ch’io sappia, dell’infinito, e credo non sia pane per li suoi denti. Io non l’ho veduto, ma alcuno de’ suoi scolari me n’haverebbe, come l’altre volte, detto qualche cosa. Se lo vedrò, lo stucicarò, perchè mi pare cosa di gusto il vedere con questi saltarini che un zani gl’imiti col dar del culo in terra. Il filosofare ordinario de’ nostri stimati non è sopra le cose, come V. S., ma sopra le parole. Il P. Veglia, autore di quelle Vestigationes peripateticae([638]), erudito al possibile et stimato, come veramente è, un grandissimo ingegno et universale, si perde però in questo vanissimo filosofare, e n’haveremo un grosso volume, che non tratta assolutamente altro se non quae fuerit opinio Aristotelis in quella quistione. Bon Dio mio, che fatica vana di un huomo d’ingegno! un volume per trovar testi che poi non m’insegnino nulla! Ne’ theologi vi è la sua scusa, ma nelli naturali nissuna.

Non scordi le postille, nè ch’ io aspetto le cose sue con estrema avidità, e dico per imparare, non per curiosità. E prego Dio che la conservi in lunga felicità, e li bacio di cuore le mani.

 

Ven.a, 20 Gen.o 1634([639]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

3065**.

 

FRANCESCO DI NOAILLES a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 21 gennaio 1635.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.re

 

Rendo infinite gratie a V. S. della continuata affettione che mi porta e del’amorevole officio che si è compiaciuta passar meco in desiderarmi felici le Sante Feste, le quali gli l’ho ripregate a lei dal Signor Iddio colme d’ogni bene.

Ho veduto una lettera da V. S. scritta de’ suoi interessi al Padre D. Benedetto, ove fa qualche dubbio et ne sta in timore, nè vorrebbe alterare la voluntà de’ Padroni; sopra di che posso dirle che, affettionandola io di vivo core, harò sempre la mira alla sua utilità e satisfattione, e per questo sempre traterò li suoi negocii con sicurezza: e però levasi di travaglio, et si riposa nelle opere delli amici suoi([640]). E per fine le prego dal Signore Iddio ogni consolatione.

 

Di Roma, li 21 di Genaro 1635.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo.

Affe.mo Servitore

Noailles.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re

Il S.r Galileo Galilei.

 

 

 

3066.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 27 gennaio 1636.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 111. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

 

Siamo in una recidiva di fiero freddo, che ricerca brevità nel scrivere.

Il giaccio ritarda li corrieri: ho ricevuto questa settimana solamente li tre primi fogli del Dialogo([641]), e scorsi con soprema avidità e gusto. È cosa inesplicabile, come da cose triviali, quotidiane e sotto gl’occhi di tutti, V. S. Ecc.ma osservi gl’effetti di natura, e si alzi a speculationi profundissime, iniscogitabili e didotte da principii veri, reali, che pagano la mente e pascono soavissimamente. La continuità ne’ corpi naturali mi è andata affatto in fumo e non la trovo più, et adesso mi maraviglio di me medesimo di essere stato tanto tempo a vederla; e nella fusione de’ metalli havevo un certo che in ombra, e non ardivo esplicarmi: hora V. S. m’ ha fatto saltar fuori senza alcun intoppo. Leggerò quello di che ella mi fa degno, colla gratitudine debita a sì gran benefattore.

Il Discorso contro quello delle Colombe([642]) mi è riuscito gratissimo. In fatti V. S. non può parlar senza insegnar cose peregrine e nove.

Ho un pezzo di calamità di circa onze 10: disarmato, levava non più di onze 6: un fransese me l’armò di due come chiodi adherenti a’ poli che finiscono in un dente, che sporge fuori quanto questo segno, e leva onze 40. Nelli suoi Dialoghi ho imparato che la forza nasce dal moltipllcar i contatti; e l’Ill.mo Antonini([643]) mi scrive, V. S. havere un suo modo di armare, che moltiplica a meraviglia: con comodo me n’instruisca. Il pezzo della calamità è quasi quadro.

De’ specchi ustorii ne ho uno d’aciaro assai buono, concavo, ma io vorrei farne fare uno che operi per refrattione, senza foglia; e parmi ch’il P. Paolo, bo. mem., dicesse che deve essere una lente, e n’haveva una perfettissima. Non so come possa ordinarlo e con che forma. Al maestro riferisco le mie fantasie, e di cuore le bacio le mani.

 

Ven.a, 27 Gen.o 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo et Oblig.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

3067*.

 

PIETRO DE CARCAVY a GALILEO in Firenze.

Lione, 28 gennaio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 109. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio e Pad.n Colendiss.o

 

Partendo di Fiorenza senza potere goder el favore che S. Sig.a mi volse offerire, preghai el servitor del Sig.r Bonguiglielmi([644]) che pigliasse la pena di scusarmi appresso di lei, aspettando una commodità nella quale io stesso potessi sodisfare al mio debito. Vorriò che quella commodità fusse più presto capitata nelle mie mani, e che le fatighe d’i viaggi m’havessero dato licenza de potere scrivere a V. S.a, e con la certezza d’i miei servici assicurarvi che quello che vi ho detto in Fiorenza è poco al respetto de quello ch’io vorriò fare per su servicio.

El Sig.r Galilei([645]) de questa città m’ha promesso di favorirmi d’alcune raccommandationi appresso de V. S., acciochè, con el mezzo d’una persona ch’è tanto amica e conoscente d’i vostri meriti, li piacce commandarmi con la medesima libertà che farebbe a luy, tanto per cagione de la stampa d’i vostri libri([646]), per la quale farò la spesa con ogni diligenza, come per altro che si voglia servicio. Questo aspettando de V. S. cortessissima, e ringratiandola di nuovo del suo libro, el quale haverò sempre carissimo, pregho el Cielo conservivi in sanità.

 

Di Lione, el 28 Genaro 1635.

Molto Ill.e Sig.r mio e Pad.n Colendiss.o

  Humiliss.o e Obligatiss.o Servitore

Pietro de Carcavy.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio e Pad.n Colend.o

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

 

 

 

3068.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a FRANCESCO BARBERINI in Roma.

Aix, 31 gennaio 1635.

 

Bibl. Vaticana. Cod. Barb. lat. 6503 (già LXXIV, 49), car. 114-115. – Autografa.

 

…. Del resto poi non le saprei rendere le dovute grazie di quelle curiosissime relationi che V. Em.za s’è degnata farmi partecipare delle cose di Terra Santa et di Aethiopia,…. non potendole dissimulare che non riceverò a minor favore della sua immenza bontà la consolatione che V. Em.za si degnarà procurare appresso la S. di N. S. al venerando vecchio il S.r Galilei, che se fosse per il mio padre proprio, che sia in gloria; inchinandomele con quelle maggiori summissioni che mi siano possibili per porgerlene l’humilissime suppliche, geloso dell’honore et della riputatione di cotesto Ponteficato et della prudentissima direttione et administratione di V. Em.za, molto più che della conservatione della mia vita, et sicuro che sì come l’indulgenza ch’ella farà concedere al suo peccato di fragilità humana sarà conforme alli voti delli più nobili ingegni del secolo, che compatiscono tanto alla severità et prolungatione del suo castigo, così un evento contrario correbbe gran rischio d’essere interpretato e forzi comparato un giorno alla persecutione della persona et sapienza di Socrate nella sua patria, tanto biasimata dall’altre nazioni et dalli posteri istessi di que’ che gli diedero tanti travagli. Schusi di grazia l’Em.za Vostra questo mio ardire, et m’imponga silentio assolutamente se le fosse discaro, ch’io sono apparecchiato d’obbedire in ogni modo a me possibile; ma spero più tosto l’ottata concessione della grazia dalla pietà e potentissima intercessione di S. Em.za….

 

 

 

3069.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 3 febbraio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 113. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Ho ricevuti altri tre fogli del Dialogo([647]), in tutto 6; li ho anco letti con l’avidità che non posso esplicare: ho necessità di meditarli a verso per verso. La novità delle cose, le ragioni e demostrationi di problemi non più sentiti, mi mettono in un nuovo mondo. L’intento mio mi portava tutto al punto della rarefattione e condensatione, ma m’accorgo che non ci si può ben arrivare che per li passi precedenti: e perchè nella geomitria ho fatto puochissimo progresso, havendomi rubbato que’ studii gl’altri de’ quali un galant’huomo mi fece la difinitione de’ professori così: Sine ratione loquentes, incontro delle difficoltà; ma convien faticarsi: pretium est operae. Il moto dell’essagono e del circolo maggior e minore concentrici([648]) mi par delle più belle cose che possano cadere sotto specolatione. Vediamo ogni dì il corso delle ruote, e non so che mai sia stata osservata la maraviglia, che fa tanto viaggio, o prossimamente, una periferia minima che una imensa; e se tutto il mondo fosse un corpo continuo di diamante, e si girasse sopra un piano, tanto viaggio a proportione farebbe la periferia contigua all’asse come l’ottava sfera: et V. S. sola specola il modo e gl’accidenti. Quel terzo tra ‘l finito e l’infinito è pur reale e non più veduto. Quello de’ numeri, e numeri quadrati e cubi, è osservatione che si vede. Ma che? tutto oro fino, senza feccia. Io non posso satiare d’ammirare come alla mente di V. S. sia così aperto questo libro della natura, che in ogni cosa trova profondissime e non più osservate meraviglie. Prego Dio di tutto cuore che la conservi, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 3 Feb.o 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. Fulg.o

 

 

 

3070*.

 

MATTIA BERNEGGER a GIO. MICHELE LINGELSHEIM [in Heidelberg].

[Strasburgo], 5 febbraio 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 135t. – Minuta autografa.

 

…. Discessus inopinatus Camerarii([649]) poenitudinem iniicit mihi, quod praesentis alloquio et suavitate non sim usus crebrius. Quanquam non negligentia commissum hoc est, sed quod succisivas horas omnes Galilaeo tribuere sum coactus, in quem plus laboris, quam initio credideram, impendendum fuit…. Is persuasit ut Galilaica, quae hactenus excusa sunt, auderem tibi mittere, quod diceret, te, hoc misero patriae statu, e lectione talium, quorum tu praecipue iudex es idoneus, aliquid levamenti capturum. Ad umbilicum festinant operae. Venit in mentem, versionem autori ipsi inscribere, qui nuper amantissime ad me scripsit. Rogo, ut et de hoc proposito, et quicquid praeterea in rem facere videatur, iudicium mihi tuum aperias….

 

26 Ian.([650]) 1635.

 

 

 

3071*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 6 febbraio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 115-116. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho cercato con diligenza d’intender se alcuno sapesse della nuova stampa de’ suoi Dialogi in lingua latina, et ho inteso che, se bene qua non ne sono capitati, nondimeno vi è chi l’ha saputa: se altro intenderò, l’aviserò. Io poi, già un pezo fa, mandai 2 copie del mio Specchio Ustorio([651]), non mi ricordo se al Landini([652]) overo al Padre Lutio, acciochè una ne fosse data a lei, e questo perchè ella mi scrisse che quella prima copia che li mandai li fu portata via da un gentilhuomo: non so poi se mai la ricevesse.

Quanto all’appendice intorno alla def. 5 del quinto([653]), conforme che mi pare che inclini il suo parere, la lascierò stare, non havendo veramente alcuna connessione con l’opera, e differirò a più opportuna occasione il publicarla. Bene havevo gusto inserirla nella Geometria come cosa geometrica, e maggiormente che non so se più stampare di simil materie, che da molti sono aborrite, da pochi viste e da pochissimi apprezzate, e tanto più che mi pare, se bene ho fatto poco, d’haver fatto assai, riguardando alla debolezza dell’ingegno mio; per la quale so sicuro che li riesce oscura la mia Geometria, e non perchè per la vecchiaia ella sia impotente ad intendere le cose difficili, quando siano trattate con quei termini che si deve. Ma la gran congruenza trovata nelle conclusioni dedotte da quel principio, mi ha dato animo di metterlo, e maggiormente mentre soggiungo nel libro 7 novi principii per dimostrare tutto quello che dal detto principio per via dell’indivisibili ho già dedotto nelli antecedenti libri.

Io scrissi già in una mia a V. S. Ecc.ma un quesito mecanico, ma perchè non me ne dice cosa alcuna temo che la lettera non si sia smarrita. Il quesito era questo: Data una rota volubile intorno al suo asse, trovar modo di moverla con un’altra rota, pur volubile intorno al proprio asse, in tal maniera che perseverando la medesima velocità della rota movente, la rota mossa vadia sempre crescendo di velocità. Io pensai che ciò non potesse farsi con le rote solite dentate nè con le funi avvoltele intorno, caminando ambedue con pari velocità, et anco con pari circolationi quando sono di diametro eguali overo con pari velocità e con dispari circolationi, cioè conforme alla reciproca proportione de’ diametri, quando questi sono diseguali; e perciò venni in questo parere, che bisognasse fare una cosa tale quale fanno qua a Bologna in particolare questi che traffilano l’argento falso, che havendo due rote intorno alle quali si avvolge il filo di argento, le vanno movendo, percotendo continuamente con la mano quella sopra la quale lo vogliono avvolgere: imperochè, conservandosi per qualche tempo la velocità conferita nella prima percossa, e massime se il moto fosse orizontale, sopraggiungendosene della nuova nella seconda percossa, e poi nella terza, pare che si verrebbe ad havere nel moto circolare in tal maniera una cosa simile a quella che si ha nel moto rotto de’ gravi al centro della terra, cioè che si farebbe quello che si dimanda nel quesito. Hora la difficoltà sta in trovare il modo di far dare questa percossa dalla circunferenza di una rota movente nella circunferenza di una mossa. Io feci fare un dente solo ad una rota picola, et un’altra rota dentata, acciò li denti di questa, urtando quando l’uno quando l’altro in quel solo, movessero nel preteso modo la detta rota; e per schivare l’incontro che può accadere fra i denti di questa rota movente, e quel solo della mossa, quando s’abbatti l’accozzamento nella cima di questo e di uno di quei denti, feci che in tal caso con una mola o susta il dente cedesse, per poter seguitare la circolatione, e la susta lo ritornasse nel suo sito: ma non ne vidi esperienza buona, perchè nel primo accozzamento si ruppe la susta, e non ne feci poi altro. Temo che tale accozzamento rintuzzi assai la conferita velocità, e perciò poco aquisto si possi fare, massime quando la rota si havesse a movere con resistenza, come se fosse una macina con sotto il grano. Pure forsi vi è il modo di superare queste difficoltà, ma io non ci ho poi più pensato. Perciò a lei ne scrivo, che so che non posso al mondo pari a lei trovare, che penetri questi misteri del moto, così in ogni cosa maraviglioso, come quella che ne ha trovato dottrina intiera e nuova, e forsi havrà anco fatto riflessione a questa cosa, che non mi pare triviale nè da disprezzare. La prego a favorirmi di farci qualche poco di consideratione et di dirmene il suo parere. Fra tanto sa quanto io la stimi, l’ami et osservi, come richiedono li molti oblighi che li tengo. Prego il Signor mi dia tanta gratia ch’io possi mostrarli quella gratitudine che nell’animo conservarò sempre alli molti beneffittii ch’ella mi ha fatto. Finisco per tanto desiderandoli dal N. S. ogni vero contento e baciandoli le mani.

 

Di Bologna, alli 6 Feb.ro 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

 

 

3072**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 7 febbraio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 117. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r e P.ne mio Oss.mo

 

Dua giorni che io li hebbi scritto, mi capitò il piegho che il S.r Diodati mi accennava con quella che li mandai. Haverei possuto metterlo in qualque balla per scanzare il porto; ma il disiderio([654]) che io tengho di servirla e che lo riceva prontamente, l’ò consegniate a questo presente corriere, acciò che lo recapiti a S. S.a in propia mano: et essendo esso corriere mio conpare e amico particolare, li ho bene volsuto dare questa brigha, e lui volentieri l’à accettata, per havere l’honore di fare reverentia([655]) a S. S.a E in caso che lui medesimo non havessi tempo di dargliene in propria mano, ne scrivo e lo raccomando in tal caso a Giorolamo mio fratello, che suplisca lui; sì che nel’una o altra maniera mi presupongo che li debba essere recapitato. E in caso che il latore lui medesimo lo recapiti, la supprico di farli carezze, non solo per la buona voluntà che lui è portato per S. S.a, come quando haverà occasione di mandare qua pieghi e scritture di consequentia, si potrà assicuralo di lui d’ogni buono servitio e di fideltà, che non è poco in questa stagione.

A questi giorni ho havuto una visita del S.r Consiglier Carcavi([656]) nella Corte di Parlamento di Toloza, il quale personalmente ha visitato V. S. costì. Non si poteva satiare in lodare le virtù e li buoni trattamenti di S. S.a, e ne habbiamo havuto qualque discorso insieme. Li scrive una lettera([657]), quale la mando nel piegho consegnato al S.r Marco Mancini, presente corriere, che la la potrà ricevere insieme con questa, quale è il latore sudetto del piegho del S.r Diodati; e la conparsa mi sarà gratissima.

Se S.S.a vorrà qua fare stampare sua opere, c’è questo Iacopo Prost che mi ha promesso farlo servito con pontualità; e io, come già li ho dichiarato, reputerò sempre a gratia particolare ogni suo comando.

M’è capitato fortuitamente nelle mani la copia di una lettera che l’Ill.mo S.r di Perez scriveva, o per meglio dire ha scritto, al’Emin.mo S.r Card.e Barberino([658]) a suo favore, con un verso di risposta([659]) havutone. Mi è parso farne fare copia, quale qui alligata gli ne mando. Da essa potrà conoscere come sudetto Signore è portato per S. S.a e buona voluntà; e veramente fa grande stato della sua persona, e in ogni occasione lo serveria con il proprio sangue, e di questo ne sono sicuro. E facendoli con questo reverentia, li pregho da N. S. ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 7 di Feb.o 1635.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Ser.re Aff.mo e Par.te Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

 

 

3073*.

 

MATTIA BERNEGGER a NICCOLÒ RITTERSHAUS in Altorf.

[Strasburgo], 8 febbraio 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 136t. – Minuta autografa.

 

…. Observantissime saluto Cl. Virdungum([660]) ut et D. Hofmannum([661]), quibus et una tibi per occasionem mittam Galilaei Systema Copernicanum, ex Italico a me latine conversum, labore molestissimo, quo paucos intra dies defungar….

 

29 Ian.([662]) 1635.

 

 

 

3074.

 

PIER BATTISTA BORGHI a GALILEO in Firenze.

Roma, 9 febbraio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 111. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r e P.rone Colend.mo

 

Quelli che nello stile attico si diffondono, haveriano molto a caro, cred’io, di sparmiare il tempo e le parole, se col laconico sapessero sì bene isprimere i loro pensieri come fa V. S. molto Ill.re La ringrazio del favore che mi fa col gradire il mio desio di servirle (che sin ora non posso chiamarlo servitù, essendo infruttuoso), e godo e mi glorio di esser fatto degno di dimostrazioni di padronanza.

Mi rincresce che non fossero ancora arrivati quei libretti([663]), che però lo doveranno essere a quest’ora; e sono stato più volte a casa del Sig.r Ambasciatore per veder il suo segretario e saper da lui se gli ha inviati. Non l’ho mai trovato, ma ci tornerò tante volte che lo vedrò.

Il Rev.mo P. Abbate([664]) si diporta assai meglio, ma vien tenuto basso dall’orridezza della stagione. Non credo che scriverà a V. S. molto Ill.re, per rispetto che non ha anche ferma la mano: mi ha perciò commandato che saluti V. S. molto Ill.re per parte sua con quelle dimostrazioni di affetto e divozione che non so nè dire nè scrivere; solo dirò che egli dice, esser sempre quel medesimo D. Benedetto suo, e che tale viverà e morrà.

È avidisimamente da tutti aspettata quell’opera che mi dice star copiando, per accopiarla al suo nome che già sta in seno all’immortalità; et io sono di quelli che con maggior avidità l’aspettano, poi che non cedo a chi si sia nell’ammirar l’eccellenza di V. S. molto Ill.re, e mi dolgo dell’asprezza del tempo, che col darle molestia ci farà forse penar più qualche giorni, attendendo il parto d’un ingegno che non ha mai partorito che meraviglie a’ dotti e confusioni agli ignoranti. Poso la penna, inetta a scriver di V. S. molto Ill.re, e mi ritiro ad ammirare e contemplar tra me stesso le sue virtù, ma non senza prima riverirla con tutto il cuore e baciarle con l’ossequio che devo le mani.

 

Roma, li 9 Febbraio 1635.

Di V. S. molto Ill.re

[S.r] Galilei. Firenze.

Divotiss.o et Obligat.mo Serv.re

Pier Batta Borghi.

 

 

 

3075.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 10 febbraio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 119. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Ricevo la gratissima lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma di 3, con li due fogli che mi mancano nella Risposta al Colombo([665]).

Lo dispazzo passato([666]) le diedi aviso della ricevuta delli altri 3 fogli del primo Dialogo, che sono in tutto 6. È qui il Sig.r Argoli([667]), Mathematico di Padova: mi ho presa licenza di farglili vedere, perchè è un galant’huomo e da bene, e che più volte m’ha parlato di V. S. come deve fare un huomo da bene, e honora la virtù e detesta la malignità. L’aspetto domatina per discorrere seco di quest’opera, certo degna di ammiratione e d’altra ricompensa che questo secolo non porta; ma l’huomo virtuoso opera per la virtù, e si contenta giovare senza premio. V. S. però haverà certissimo quello della gloria. Nella figura del moto delli due poligoni essagoni([668]) mi pare errata una lettera: se sarà così, ne mandarò a V. S. copia per correggerla. Nell’ultimo foglio non ho trovato errore che d’una clausoletta replicata e mancamento di un non.

Uno di questi giorni venni a proposito col P. Inquisitore([669]) di ristampare il Discorso delle cose che galleggiano. Mi disse havere espressa comissione da Roma in contrario. Le replicai, potere ciò essere dell’opera circa il sistema Copernicano. No, mi replicò, è divieto generale de editis omnibus et edendis. Le dissi: Ma se vorrà stampar il Credo o Pater noster? Restassimo che mi darà copia della comissione, aciò possa ancor io adoperarmi, perchè ho assai rissolutione contra la tirrania, ma col riguardo di non far danno allo stampatore; ma più penso a V. S. Di due cose conviene essere rissoluti: che cose di tanto prezzo non periscano, ma giovino alla posterità; e sono tali che, teste Deo et conscientia, le credo il maggior progresso nel filosofare che sia stato fatto da m/2 anni in qua, e che ‘l defraudarne il mondo sia una malignità contra l’humanità; l’altra, che la publicatione non possi nuocere al benefattore. In questo mi passa per mente, che si possi valere di quel mezo di Viena([670]), ma in modo cauto; nel che pensiamo se possi servire che io, favorito di questo tesoro, per mia curiosità ne habbia fatta copia e voluto cercare e procurata la stampa, chè non mi curo che gridi chi vuole. V. S. E.ma discorre singolarmente, che non conviene ricevere negativa; nè io ancora la voglio qui a modo veruno: ma se vedrò l’ordine quale di sopra et de edendis, o superare la difficoltà, o trovare modo fuori. Stampati li voglio certo, se V. S. mi continua il favore che li vegga, come instantissimamente la supplico.

Del Sig.r Rocco l’amico suo([671]) ha fatto il retto giudicio. Circa le appostille del quale non intendo stimolare V. S., se non in quanto dalle tre che tengo veggo che cavano dalla sua richissima minera oro purissimo di specolationi non più sentite. E quello che nella terza solo accenna, lo veggo in questi fogli insegnato della compositione del quanto ex indivisibilibus, in che sono sempre; e come ciascuno, per debole d’ingegno, fa le sue reflessioni, e forsi altro non è il filosofare, mi pare vedere il tutto diversissimo da quello mi era: il continuo mi è altra cosa; ogni composto, altra cosa; materia, forma, a Dio.

Stavo scrivendo qui, e mi manda dir il S.r Argoli havere letti li fogli con gusto estremo, ch’il Sig.r Cav.r Tansini([672]), ingegnere della Ser. Republica, l’ha letti hieri sera sino alle 11 della notte, che li ammira come cose divine e che al tutto vuole venir a ragionarne meco: sichè V. S. mi fa stimar da’ grandi per solo sapere che mi honora della vista delle sue gioie. E le bacio di cuor le mani.

 

Ven.a, 10 Febraro 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

3076*.

 

MARCANTONIO PIERALLI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 10 febbraio 1635.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 45. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Col.mo

 

La mia lunga infermità e la solita cortesia di V. S. Ecc.ma mi hanno fatto differire il pagamento della pensione([673]). Il Sig.r Niccolò([674]), al quale ho consegnato il decorso semestre del Natale, cioè scudi diciannove e un grosso, farà le scuse per me, e ringratierà ancora V. S. Ecc.ma de i tartufi che mi presentò per parte sua([675]). Io le resto con obbligo infinito dell’affetto che mi conserva, e delle dimostrationi che me ne dà co’ suoi favori; e baciandole con ogni reverenza la mano, le prego da Dio per publico beneficio lunghissima vita.

 

Pisa, 10 Febb.o 1634([676]).

Di V. S. Ecc.ma Devot.mo e Obbl.mo Ser.re

M. Ant.o Pieralli.

 

 

 

3077.

 

BENEDETTO CASTELLI a FAMIANO MICHELINI in Firenze.

Roma, 10 febbraio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 85. – Autografa la firma. Fuori, accanto all’indirizzo, si legge di mano di GALILEO: D. Ben.to

 

Molto Rev. Padre mio Col.mo

 

Godo sopramodo che V. R. habbia la consolatione della soave, gioconda e sapientissima conversatione del nostro Sig.r Gallilei, e in vano desidero di ritrovarmici in terzo: duplicatamente godo che il Sig.r Gallileo habbia la consolatione della sua santa conversatione. Di me non li posso scriver altro (e scrivo come a tutti dua) se non: Eccequem amatis infirmatur. La febre ostinatamente m’ha travagliato da Natale in qua, senza tener ordine negl’assalti, e hieri in particolare dalle 19 hore e mezzo mi tormentò aspramente, con un orribil freddo che terminò in vomiti, e col principio del caldo, il quale poi m’ha afflitto tutta notte. Hoggi però, lodato Dio, son stato assai bene, e spero di liberarmi presto, massime se questi tempi fastidiosissimi, humidi, ventosi e piovosi, muteranno stile. E prego V. B. havermi per raccomandato nelle sue sante orationi. Fo riverenza con tutto il cuore al S.r Gallileo et a V. P.

 

Di Roma, li 10 Febr.o 1635.

Di V. P. molto Rev.

P. Fran.co

Aff.mo Ser.re di cuore

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Rev. Padre mio in Christo Oss.mo

Il [Padre Fran.]co di S. Gioseppe delle Scole Pie.

Alle Scole Pie. Fiorenza.

 

 

 

3078.

 

MATTIA BERNEGGER ad ELIA DIODATI in Parigi.

Strasburgo, 12 febbraio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 58. – Autografa. Le parole, che stampiamo in corsivo sono sottolineate nell’autografo. Di fuori, accanto all’indirizzo, si legge, di mano di ELIA DIODATI: «1635. M.r Bernegger, du 2/12 Febr. Resp. le 8e Mars par l’adresse d’Eppestein; et le 15e Mars par la susdite adresse; et le 22e du dit par la dite adresse». A car. 136t. del codice della Bibl. Civica di Amburgo citato nell’informazione premessa al n.° 2613, si ha di questa lettera la minuta autografa, la quale presenta soltanto poche differenze formali dal testo che qui pubblichiamo.

 

  1. P. D.

 

Virorum eximie,

 

Gravem caussam haberes trascendi silentio meo, nisi ego multo graviorem haberem querendi de rhedarii cuiusdam nostri promissis mendacibus, qui, cum certam spem faceret de suo ad vos abitu sub finem brumalis nostri mercatus, nescio quas frivolas morae caussas praetendens hucusque mansit, et in caussa fuit ut occasionem impressa transmittendi per Metenses neglexerim. Ita cogor eundem expectare, qui, nisi denuo fallit, intra paucos dies abibit et Galilaica secum feret, de quibus quatuor adhuc quaterniones excudendi restant. Interim praenuncias has litteras differre longius non potui, quibus (quod pridem a me fieri oportebat) obnixe rogo, primo quovis tempore consilii tui copiam mihi facias cum de libri titulo tum etiam de praefationis argumento. Nam quicquid tibi videbitur hic agendum, sine ulla exceptione praestabo.

Memini, pridem te monuisse dissimulandam autoris de hac editione conscientiam. Sed qua occasione me impulsum scribam, ut hunc laborem susciperem? Permittis ne mihi ut te suasorem extitisse profitear, qui omnium elegantiarum scientiarumque ut peritissimus ita fautor et patronus es praecipuus? Praeterea, cum autori responsum adhuc debeam ad humanissimam et mihi pretiosissimam epistolam, quod propter concatenatos labores et molestias hucusque distuli, quid si Eum publice appellarem Eique suum ipsius opus dedicarem? Facerem hoc, ex alto dissimulata notitia illa quae tuo beneficio cum Eo mihi intercedit, reverenter orando ne nobis exteris divinum hunc ingenii sui partum invideat, nec aegre ferat interpretationem meam: digrederer deinde in laudes Viri, ad quas quicquid pertinere videbitur ad me proxime perscribas oro. Si tamen hoc certis de caussis dissuadebis, nemini alii quam tibi librum dedicare animus est.

Dubito item, an nomen meum exprimere debeam, et an non id autori sit invidiosum futurum, propterea quod ante plures annos a Magistratu meo([677]) persuaderi mihi passus sum ut aliquid in Iesuitas vicinos nostros scriberem([678]). Eo propendeo, ut aut penitus id omittam, aut ascititium usurpem. Expecto avide consilium tuum, avidissime vero promissam Galilaei appendicem([679]), loco Foscarini([680]) (quem a Galilaeo separari constitui, nihil obstante continuatione numerorum) adnectendam, quae si intra 2 vel 3 septimanas adhuc allata fuerit, curabo excudatur ante exordium Francofurtani mercatus, quem progressurum spes est, cum praefectus Udenhemii castri infeliciter amissi securum transitum promittere dicatur. Egi quoque cum typographo de eruditissimo Campanellae scripto([681]), itemque de Nuncio Sydereo, coniungendis cum opere nostro: sed ille hac non improbabili caussa dissuasit, cum prostent apud bibliopolas Francofurtanos, quos [non] esse repetita editione([682]) offendendos. Nihilominus de utroque libro emendo, tanquam necessariis appendicibus, lectorem vel in titulo libri vel in praefatione admonebo.

Ad capita binarum literarum tuarum, quas in hac festinatione relegere non vacavit, post paucos dies, volente Deo, respondebo, et una mittam quae requiris. Scribam quoque tum amplissimo Dn. Hotomanno([683]), quem interea observantissime saluto. V.

 

Scr. Argentor., 2/12 Febr. 1635.

T. A. omni obsequio et cultu

Matthias Berneggerus.

 

Fuori: A Monsieur

Monsieur Diodati.

à Paris,

en la rue et à l’enseigne de Trois Mores,

pres de la rue Troussevache.

R. a la courtoisie de Monsieur St. Aubin à Metz, par amy.

 

 

 

3079*.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

[Parigi], 13 febbraio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 81r. – Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, alla quale sono premesse queste parole, della stessa mano: «Alla lettera de’ 21 X.bre 1634([684]) così risponde ne’ 13 Febb. 1635 ab Inc.». Quest’ultima indicazione ab Inc. è evidentemente un lapsus calami.

 

Circa la stampa delle sue opere V. S. ha fatta buonissima elezione di mandarle per ciò a Venezia, dove non debbe mancare di protettori potenti. So che il Sig.r Domenico Molino si reputerebbe a gran sorte e felicità di spiegar l’autorità sua (la quale è grandissima in quello Stato) in tale occasione, e non dubito che V. S. non ricorra a lui, essendo l’asilo d’ogni virtù et in particolare de’ letterati.

 

 

 

3080*.

 

MATTIA BERNEGGER ad ELIA DIODATI [in Parigi].

[Strasburgo], 15 febbraio 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 137t. – Minuta autografa.

 

Aelio Diodato.

 

Scripsi paucis ante diebus([685]) ad te de Galilaico nostro opere; sed quia non ab re metuo ne litterae illae tardius reddantur, oblata ex insperato hac occasione, paucis argumentum earum repetere placuit.

Oravi summopere, et nunc repeto preces, ne differas ad me mittere Galilaei tractatum italicum-latinum([686]), quem si intra tres adhuc aut summum 4 septimanas accepero, curabo excudatur adhuc ante nundinarum Francofurtanarum exordium, et loco Foscarini (quem separare consultius est) cum Systemate iungatur, in quo adhuc 3 quaterniones excudendi restant. Nunc indicem conficio, quem tamen non committam typographo priusquam responderis. Imago autoris et frontispicium libri in aes inciditur. Explicavi praeterea propositum meum de versione mea autori ipsi dedicanda sic, ut animadverti non possit ipsum fuisse conscium. Prima lineamenta illius epistolae iam duxi. Propter otii summam penuriam metuo ut perpolire possim. Oro perscribas, quicquid ad viri laudes et ad argumentum illius praefationis pertinere videbitur. Si damnas hoc meum institutum et autori putaveris invidiosum futurum, patieris saltem ut te publice alloquar. Certe nemini dicabo unde aliquid lucelli sperare videri queam, quae sordes a me longissime absunt. Legatus Regis, Dn. ab Insula([687]), hanc epistolam cum Galilaicis pagellis curabit, et me festinare iussit: haec caussa brevitatis. Ignosce, et vale, vir magne.

 

5 Febr.([688]) 1635.

 

 

 

3081**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 17 febbraio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 121. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

La perversità de’ tempi ha cagionato che dal Natale in qua mai habbiamo le lettere se non col trasporto d’una settimana più tardi; e di qui è che V. S. molto Ill.re et Ecc.ma non hebbe a’ suoi tempi l’aviso della ricevuta de’ fogli, c’haverà di puoi havuta. Quella di V. S. di 27 passato mi capitò solamente marte passato, 13 di questo.

Fui col Sig.r Argoli([689]), ma non col S.r Cav.r Ville([690]) ingegnero (questo è un Franzese qui stipendiato, che si dice esser gran matematico e valer nelle mecaniche([691])), con cui sarò, passati questi bagordi. La sostanza del discorso del Sig.r Argoli fu, doppo le lodi delle inventioni e novità, che vede pensieri sotilissimi con paradossi. Ciascuno aprende secondo il suo cervello. L’impedimento della materia eterna, che V. S. considera nel principio, a me pare cosa tanto certa, con tutte le considerationi che l’accompagnano, che mi pare vederla con gl’occhi. Il S.r Argoli non stima potersene havere scienza, perchè versa ne’ particolari. Dubbita anco nel moto dei poligoni con tanti vacui; ma non havemo havuto tempo che mi ressolvesse la demostratione. A me pare tanto viva la demostratione trasportata dai poligoni alli circoli, che sto fermo nel detto del S.r Sagredo([692]); che per la rarefattione e condensatione, so certo non essere stata detta sin hora cosa che vaglia al pari di queste. Mi sono maravigliato che ‘l S.r Argoli non habbi fatto molta riflessione sopra la proposta, che due superficie uguali vadano diminuendosi sempre ugualmente, et una termini in linea, l’altra in punto, sì che il punto sia uguale alla linea; il che mi ha stordito, e non essendo bene capace della demostratione, so che V. S. non lo direbbe se non fosse dimostrato e senza paralogismi. Di questo principalmente voglio tenere proposito col S.r Cav.r Ville, perchè, stabilito questo, non so quall’altra cosa possi far maravigliare.

Passati questi bagordi, sarò coll’Inquisitore([693]), perchè voglio vedere quello si possi fare. Tratanto prego V. S. E. riamarmi, e le bacio di cuore le mani.

 

Ven.a, 17 Feb.o 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

 

 

3082.

 

GALILEO a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

Arcetri, 21 febbraio 1635.

 

Dalle pag. 311-313 del Journal des Savants, année 1843, Paris, Imprimerie Royale, MDCCCXLIII, dove fu per la prima volta pubblicata da GUGLIELMO LIBRI. Non è indicata la fonte dalla quale fu tratta.

 

Ill.mo Sig.re e Pad.n mio Col.mo

 

Io non potrei già mai con la penna esprimere a V. S. Ill.ma il contento che mi ha arrecato la lettura dell’offiziosissima e prudentissima lettera da lei scritta in mia raccomandazione([694]), della quale il Sig.re Ruberto, mio parente e padrone, me n’ha mandato copia([695]), che pur ieri mi fu resa. Il piacere mio è stato ed è infinito; e non perchè io speri sollevamento alcuno, ma per scorgere in un mio Sig.re e pad.ne di sì eccellenti qualità con quanto tenero affetto compatisce lo stato mio, e con quali ardenti spiriti si muove a tentare, con generoso e insieme moderato ardire, un’impresa che ha resi muti tanti altri, bene affetti verso la mia innocenza. E se i miei infortunii m’hanno a fruttare di queste dolcezze, trovino pure nuove machine i miei nimici, che io sempre gliene renderò grazie.

Ho detto, Ill.mo mio Sig.re, che non spero sollevamento alcuno, e questo perchè non ho commesso delitto nissuno. Potrei sperare e ottener grazia e perdono s’io havessi errato, che i falli son la materia sopra la quale può il Principe esercitar le grazie e gl’indulti, dove che sopra uno innocentemente condennato convien, per coperta d’haver iuridicamente operato, mantenere il rigore; il quale (credami pure V. S. Ill.ma, anco per sua consolazione) m’affligge meno di quel che altri può credere, perchè due conforti m’assistono perpetuamente: l’uno è([696]) che nella lettura di tutte l’opere mie non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di S.ta Chiesa; l’altro è la propria coscienza, da me solo pienamente conosciuta in terra, e in Cielo([697]) da Dio, che ben comprende che nella causa per la quale io patisco, molti ben più dottamente, ma niuno, anco dei Santi Padri, più piamente nè con maggior zelo verso S.ta Chiesa, nè in somma con più santa intenzione di me, havrebbe potuto procedere e parlare: la qual mia religiosissima e santissima mente, quanto più limpida apparirebbe quando fussero esposte in palese le calunnie, le fraudi, gli strattagemmi e gl’inganni, che 18 anni fa furono usati in Roma per abbarbagliar la vista ai superiori! Ma non ci è al presente bisogno appresso di lei altre maggiori giustificazioni della mia sincerità, che per sua grazia ha letti i miei scritti, e può in essi ben haver compreso qual sia stato il vero e real motor primo, che sotto simulata maschera di religione mi ha mosso guerra e che continuamente mi va assediando e trincerando in maniera tutti i passi, che nè di fuora mi possano venir soccorsi, nè io posso più sortire a mie difese; essendo espresso ordine a tutti gl’Inquisitori di non permettere che si ristampi nissuna delle opere mie, già molti anni sono stampate, nè che si licenzi nissuna ch’io volessi di nuovo stampare: tal che a me conviene non solamente succumbere e tacere alle opposizioni in sì gran numero fattemi, in materie pure naturali, per supprimer la dottrina e propalar la mia ignoranza, ma conviene inghiottire gli scherni, le mordacità e l’ingiurie, da genti più di me ignoranti temerariamente usatimi. Ma voglio por fine alle querele, benchè appena ne abbia prodotto il principio, nè voglio più occupar V. S. Ill.ma o perturbarla in cose di poco gusto: anzi devo pregarla a scusarmi se, tratto da quel naturale sollevamento che gl’afflitti hanno nel discredersi talora con i suoi più confidenti, son trascorso con troppa libertà a infastidirla. Restami a rendergli con l’affetto del quore quelle grazie, che con parole non potrei mai rendergli, dell’humano e pietoso uffizio da lei intrapreso a mio benefizio, il quale ella ha così efficacemente saputo porgere, che se a me non harà profittato, ben possiamo esser sicuri che non senza qualche puntura e rimorso havrà tocco le menti, che, sendo di huomini, non possono esser prive d’humanità. Io me gli confermo obblig.mo e dev.mo ser.re. Il Sig.re Dio ricompensi il merito dell’opera caritatevole da lei usata, e con rev.te affetto me gl’inchino.

 

D’Arcetri, li 21([698]) di Feb.o 1635.

Di V. S. Ill.ma Devot.mo e Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3083**.

 

PIER BATTISTA BORGHI a GALILEO in Firenze.

Roma, 23 febbraio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 32. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r e P.rone Colend.mo

 

Fui più giorni sono dal Sig.r Segretario dell’Ambasciator di Toscana, per intender da esso se haveva inviato a V. S. molto Ill.re quel fagottino di libri([699]) che a tale effetto le consignai; e dissemi che non l’haveva per anche inviato, rispetto che, essendo cotesta Corte a Pisa, havea pensato che non fosse per haver troppo sicuro ricapito, mentre soggiornava in quella città, e che haveva pensiero d’inviarlo con occasione che era per partir in breve a cotesta volta un Cavagliere, fratello della Sig.a Ambasciatrice([700]), che l’haverebbe a V. S. molto Ill.re consignato in man propria. Ne diedi parte al Rev.mo P. Abbate([701]), ricercandolo se fosse meglio ripigliarlo e mandarlo per il procaccio; me lo sconsigliò, rispetto alle difficoltà che s’haveriano costì in dogana, e mi assicurò che il sudetto Sig.r Segretario non saria per mancare della dovuta diligenza per servire a V. S. molto Ill.re; e così risolsi lasciarlo nel medesimo ricapito di prima, e V. S. molto Ill.re doverà, spero, scusar questa tardanza, poichè per mia colpa non segue.

Il Rev.mo P. Abbate oramai è del tutto risanato e comincia a lasciarsi qualche poco vedere fuor di casa. Piaccia a Dio conservarmelo sano, e di concedere a V. S. molto Ill.re il compimento della vera felicità, mentre io per fine la riverisco e me le inchino.

 

Roma, li 23 Febbraio 1635.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galilei. Firenze.

Serv.r Devotiss.o et Obligat.mo

Pier Batta Borghi.

 

 

 

3084**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 24 febbraio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 123. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Ho le lettere di V. S. di 16.

Non ho potuto trovarmi col’Inquisitore([702]) per chiarirmi; ma tengo sicuro che vi sia quel più di male che si possa imaginare, perchè conosco benissimo l’humore: ma che possa essere impedito il dissegno loro, non ho dubio.

Il Cav.r de Villes([703]) è stato meco due volte: ha riveduti li 6 fogli. Questo è un gentill’huomo Francese, ingegnero qui, e, per quello posso conoscere, molto intelligente non solo nelle mecaniche, ma in tutte le scienze mathematiche et prattico ne’ buoni authori, ma, come quelli che sanno, ingenuo. Non si satia di comendare le sottigliezze delle specolationi di V. S.; le inalza quanto può, ma con libertà dice anco le difficoltà che le incontrano; et havendone promosse molte alli discorsi nuovi di V. S., nè potendole io ben capire, meno tenerle a memoria, l’ho pregato di ponerle in scritto, e m’ha promesso di farlo: se me le manda a tempo, venerano con questa, se non un’altra volta. L’ho assicurato che V. S. lo riceverà gratamente, et egli lo farà come fanno li virtuosi e che sanno ciò che meriti il trovare cose nuove.

Non so se V. S. habbi in memoria il Sig.r D. Paolo Aproino, Canonico di Treviso, già suo scolare in Padova, e vero scolare, perchè serva l’honore e l’amore verso il Maestro; ingegno grande, dabene, libero. Si trova hora qui e spesso si vediamo, e sempre li ragionamenti sono di V. S. Questa matina gli ho dati a vedere li fogli del Dialogo, e puoi li darò quelli delle Postille; perchè con il Sig.r Rocco non la vuole intendere a modo alcuno, e lo chiama sempre “l’homazzo”. Mi comette il far a V. S. mille saluti: ne diciamo de belle. Dio la conservi e le bacio le mani.

 

Ven.a, 24 Feb.o 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

Nel serrar la lettera mi arriva il piego delli 8, con li 3 fogli: l’ho dal dispensatore.

 

 

 

3085.

 

PAOLO APROINO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 3 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 129. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re, mio Sig.re Col.mo

 

Li travagli di V. S. Ecc.ma mi sono sempre penetrati su ‘l vivo. Non si può far altro; il tropo splendore, come ferisce in ochio tenebricoso, lo cecutisce: questo è effetto di natura; et V. S. è bene il maestro che discuopre gl’intimi secreti di lei, ma evacuarne gli effetti, dubito che non si possi.

Io medesmamente sono stato stretto da accidenti del mondo, di vivere quasi due decine di anni in turbulentie di litigii, si può dir da inimico, con due vescovi Giustiniani([704]), per interessi così miei come dela chiesa e dela città di Treviso; e seben non son restato soccombente se non nel dispendio, ho però perso la vigoria dela buona salute et il tempo che io haveva genio di applicare ad altro. Patientia! Hora, dopo che il Giustiniano([705]) è passato, senza morire, a miglior vita, cioè al vescovato di Brescia, io son pure alquanto ritirato dai negocii; et godendo per il più la quiete di villa, ho dato di mano a rinovare i vechi studii. Et al presente mi è venuto fatto, con gran ventura, che il P. M. Fulgentio mi communichi li fogli del Dialogo che V. S. Ecc.ma gli ha ultimamente mandato, li quali seben contengono cose che in parte io ho imbevuto già tanto tempo dala sua bocca, tuttavia ne son rimaso soprafatto in modo, che non posso finire di starne in estrema admiratione; admiratione che non torbida nè confonde, ma distingue e mette in chiaro, mercè dela facilità et nettezza con la quale ella rappresenta e dilucida quello che è tanto oscuro e così remoto dal senso.

Veramente, come ella insegna, l’indivisibile non si apprende dal nostro concetto, nè l’infinito, nè l’immenso, seben con questi due termini mi par che vogliamo significare più tosto l’infinibile e l’immensurabile. Quel terminari termino alieno de l’humido, o, per dir bene, del fluido, proviene da l’essere per sè stesso infinito, ma finibile. Anche il radio dela luce per sè stesso è infinito. Il numero non può essere infinito, che non sarebe numero; ma la progression de’ numeri è ben ella infinita di sua natura, et finibile solamente per concetto nostro. Anche la rettitudine (non dico il retto) si apprende per infinita, ma finibile, et la circonferentia all’incontro si apprende per finita, ma infinibile; et così la magnitudine continua di sua natura è indivisa, infinita et immensa, ma quanto più grande si apprende, tanto è più divisibile, finibile et mensurabile. Ma il punto, sì come è indiviso et indivisibile, così è infinito et infinibile, immenso et immensurabile.

Et però dubito che non si adatti a bastanza il transito di comparatione che si fa dal poligono di moltissimi lati al circolo, imaginandolo di infiniti; perchè se ben in quantità si va prossimando alla misura, nela specie però dela figura si va sempre più allontanando, chè il poligono di mille lati mi pare più differente dal circolo che non è il triangolo, tanto quanto mille è più differente da l’uno che non è tre.

Questa medesima consideratione m’induce qualche scrupolo sopra le demostrationi introdutte, che la circonferentia maggiore sii eguale alla circonferentia minore et anche al centro, perchè io admetto bene questo assumto che magnitudines in spacio stantes eodem seu aequali sint aequales, ma mi pare che magnitudines in idem spacium coeuntes etiam eodem tempore possint esse non aequales, nempe si coeant celeritate inaequali, come nel caso de la demostratione. Et per evidentia di quel che dico, nel quadrato abcd, col suo diametro ac, si mova il lato ab, sì che a vadi in et b vadi in c; è cosa certa che il lato ab andarà segando il diametro ac, che la settione sarà in un ponto, che questo punto scorrerà et segharà tutti i punti de la ab et tutti i punti de la ac, passando sempre da uno all’altro, et che tutta la ab commensurarà tutta la ac senza eccesso o difetto, poi che il punto dela settione mai non si separa nè dala ab ne da la ac, nè può esser minore in ab che in ac; et però il lato ab sarà eguale al diametro ac: che è paralogismo, col quale si potrebe similmente demostrare, ogni linea essere eguale ad ogni altra anche irregulare, maggiore o minore che sii di lei; la cui forza consiste forse in questo, che per demostrar il punto indivisibile nel continuo de la linea, assumemo il momento instantaneo ne la duratione successiva del tempo, che non è altro che un petere principium.

Io mi vedo rozo d’ingegno e molto più di parole, et so bene che non so esprimermi in modo che possi essere inteso da altrui; ma da lei io ho questa speranza di dover essere inteso, non solo in quello che io voglio dire, ma anche in quello che mi sta adombrato ne la mente, che ella con la perspicacità penetrarà, e dilucidarà con la facilità sua incomparabile. Et accettarà questo motivo, che, con occasione di rassignarmele devotissimo servitore, facio secondo la mia vechia libertà da discepolo, con la amorevolezza sua antica di Maestro; che per tale la riverisco et la ho riverita sempre, postponendole ogni altro del mondo. Et le bacio per mille volte le mani.

 

Venetia, 3 Marzo 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma  
 

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re, mio Sig.re Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3086**.

 

ANTONIO DE VILLE a [GALILEO in Arcetri].

Venezia, 3 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 125-127. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.re P.no mio Col.mo

 

Scrisse già fa un pezo([706]) a V. S. molto Ill.re senza risposta. Temeva essere importuno si de novo scriveva: ma questi giorni passati il S.r Patre Fulgentio havendo dato a vedere al S.r Argoli([707]) alcuni suoi scritti, se scusò sopra il suo poco otio et altre importanti occupationi; me le diede a vedere, lasciandole nelle mie mani un giorno solo; discorse con lui delli miei dubbii; me pregò con istanza grande, le scrivesse a V. S. Per compiacerli, la tediarò questa seconda volta con le mie lettere, nelle quali vederà come sempre riverisco la sua persona et ammiro le sue rare virtù: e benchè scriva qualche cosa contra li suoi sensi, non è maraviglia, poichè li suoi concetti sono novi, sottili et sopra l’opinione di tutti, donde nascono li dubbii e l’oppositioni; et anche qualche volta si propone e proba quello che si sa non essere tale, come Zenone l’argomento contra il moto, per mostrare l’eccellenza del suo ingegno sopra quelli che non lo sanno sciogliere.

Nel principio del suo discorso([708]) mi pare voglia affermare che le machine che riescono in picolo, riussiranno in grande, pur che si osservi nella multiplicatione la proportione che si deve, nel’istromento e nelle sue parti, e che l’affezione che si trova sempre nella materia non è argomento buono per probare il contrario, essendochè essa affezione è eterna et sempre l’istessa, della quale si può dare regola certa quanto si dà delle figure astratte. L’isperienza mi pare contraria nelle machine che fanno o sostentano forza: come, per essempio, si farà un ponte semovente, per passar un fosso longo un piede, con legni grossi un centesimo di piede; ma per passar un fosso di cento piedi non potrà farse, etiamsi li legni sono grossi un piede, dico li lati del legno, che cossì sarà dieci mille volte più grosso che quello che ha un centesimo di piede il lato. Chi volesse farlo longo ducento piedi, non troverà nissuna materia che porti il peso. Se dirà: perchè da sè stessa una trave se rompe per il suo peso, donche la materia se destrugge sè stessa e la machina per la sua gravità, la quale non serve niente alla forza. Si risponderà: di questo sarà regola. Ma quale, e in qual proportione, et in qual materia? perchè ogniuna è differente: il ferro sostiene grandissimi pesi appesi, il legno diritto le porta. Poi quale dimostratione arriverà a mostrare tutte le imperfettioni che si ritrovano nelle materie, poi che non si dà scienza delli singolari? Queste sono tutte differenti; e di quelle diversità o affezioni, si non le vogliono chiamare imperfettioni, non si può dare nissuna regola che convenga, non dico a tutte, ma ni anche a quelle d’un’istessa specie. Il legno d’albedo farà un effetto differente dal rovere, questo dal busso; e del busso istesso quello dalla radice sarà diverso dal fusto, il fusto dalli rami, per la differenza della rarità o densità; poi l’istesso tagliato per un verso non fa l’effetto che fa per un altro, tagliato d’autunno diverso dalla primavera; in tempo humido si fermerà più che in tempo asciuto; poi le groppi, le vene, secondo che s’incontrano, l’esser vecchio o novo, il polimento, la limatura, la giusteza nel’essere fabricate, e mille accidenti che s’incontrano continuamente. Chi n’ha dato mai, ni può darne, regola certa? E si queste cose non si vogliono chiamare diffetti della materia, almanco fanno diffettosa l’arte, la quale non potendo riconossere questi accidenti nelle picole machine, sono evidenti nelle grandi, essendo acresciute per la forza del peso. Oltra che le forze della materia non crescono come le quantità, e molte machine, le quali hanno la potenza grandissima, la quale si mostrerà in picolo, perchè si ritrova materia proportionata a tal forza, non si potranno fare in grando([709]) per mancamento della materia. Lei istessa ha osservato che una tromba di attrattione non puol attrar più di 18 piedi di alteza([710]), qual grossa e grande esser si voglia; donche quella machina riesse in picolo fin a una certa grandezza, più grande non fa effetto. Se dirà: questo non è il diffetto della machina, ma del’aqua. Che importa donde che venga esso diffetto? basta che veddiamo che per il mancamento di qualche cosa la machina grande non riesse come la picola, benchè proportionata del resto in tutte le sue parti. Se dirà, che quando si volesse dare regola delle materie, non s’intenderebbe di queste imperfette, ni anche delli mancamenti del’artista. Questa volrà dire una materia perfetta, non soggetta a nissuno di quelli accidenti; et sarà una materia imaginata e astratta, et alhora sarà un discorso differente dal primo, perchè s’intenderanno figure astratte, come nelle dimostrationi li cubi, li cilindri etc. Ma dove si trova tale materia? li metalli istessi, in una istessa specie, sono differenti fra loro, benchè non habbino ni vene ni groppi ni radici ni rami, non patiscono ni humido ni asciuto. E queste diversità rendono imperfetta l’arte. E per queste ragioni si dice che una sphaera di rame non toca il piano in un punto, perchè si è rame è tutto poroso, come altrove ha probato; donche non tocherà in un punto. Si il piano è sotto, il peso imprime; si s’accosta, si dà botta: e poi, dove si trovano quelli ferri, torni e tornitori, che tornino la sphera e spianino il piano con quella essatessa? Et questi accidenti et imperfettioni sono inseparabili dal’arte et da artista e dalla materia, talmente che quando se dice una cosa materiale e artificiale, s’intende non havere quella perfetta forma imaginata: e quello che si dice della sphera s’intende d’ogni figura o corpo, regolare o irregolare, del quale la forma si dà determinata e non fatta a caso; et mai l’arte arriverà a formare essattamente quello che lo spirito s’imagina: e non so si la causa per la quale la natura non fa mai due cose simili([711]), sia per la maraviglia o per la difficoltà. E non vale dire: Donche quello non sarà sphera; perchè quando si dice sphera aenea o materiale, s’intende una sphera di quella materia, la quale s’accosti il più che è possibile alla sphera ideale o perfetta; overo sarebbe bisogno rifformare il modo di parlare, o non dir mai sphera di vetro, cilindro di legno, ni nissuna figura, mentre si aggiunga […] et arte. In questo discorso, nella cosa siamo conformi, nel modo di parlare differenti: perchè lei non vuole che si dica quello che s’è usato dire fin adesso da tutti; come un circolo d’inchiostro si sap bene che non è circolo perfetto, ma per tutto ciò non s’è lasciato mai di chiamarlo circolo; e cossì delle altre, benchè essendo materiali mai siano perfette.

Nella sua isperienza del rompimento del legno o del filo di ottone([712]), vederà che l’istessa longheza del’istesso filo, passato per un’istessa filiera, non si romperà sempre; come si vede nelli arpicordi, l’istessa corda in un’istessa estenzione tiene, in un’altra si rompe: anzi dirò che l’istessa estenzione tegnirà in un tempo un peso, il quale non tegnirà in un altro. Come sarà donche possibile dare regola di tali diversità?

L’artifitio di calarse giuso d’una corda senza offenderse le mani([713]), l’ho visto et havuto fa già incirca quindeci anni; il quale lo teneva come triviale.

Nel’istromento a misurar la forza del vacuo, si deve avertire di levare la forza che è bisognio per il tocamento del maschio contra il cilindro vacuo. Poi sopra questo istromento dirò, che mai si potrà giongere cossì giustamente che non intri l’aria, che apertamente si vederà; et di più, che l’aria o aqua si rarefarà, et quando non potrà più rarefarse ni intrare l’aria, il secchio essendo più pieno che non puol portar la forza del’istromento, andarà tutto in pezi avanti che caschi il secchio: et questa isperienza non probarà ni negherà il vacuo([714]). Sopra questo proposito dirò, che come non s’è mai probato esser impossibile il vacuo, cossì non è stato mostrato essere nella natura; et quella dimostratione che porta Aristotele nel quarto della Physica per probare essere impossibile il vacuo, non conclude niente, mentre si dirà che la duratione del moto proviene non solamente della resistenza del corpo per il quale si fa il moto, ma ancora della natura delli corpi, li quali non puono moverse che con qualche tempo, benchè non si sia nissuna resistenza.

Che nel numero infinito([715]) (si se può dire numero infinito, perchè pare una contradittione, essendochè ogni numero è finito) sianno tanti numeri quadrati come sono tutti li numeri, questo non si può affermare cossì; ma bene si può dire che tanto sono infiniti li quadrati, come li numeri. Questa questione è simile a quella: Si fossero infiniti huomini, si sarebbero più capelli che huomini. Direi, saranno tutti duoi infiniti; ma, quanto a me, si se propone qualche comparatione tra li infiniti, estimo che si debba dire, essere più capelli. Se dirà: Donche li huomini saranno finiti. Negarò la consequenza, perchè l’infinito è quello del quale, pigliando sempre, resta sempre a pigliare; pigliando sempre huomini, sempre ne resta, e mai si finirà. L’istesso di capelli; ma pigliando quanti si voglia huomini, sempre si piglierà più capelli: talmente che sempre la nostra imaginazione e ratione intenderà essere più capelli che huomini, benchè tutti duoi infiniti, perchè la natura del’infinito non si conosse da noi che con la sola negatione di esser finito o di non havere fine, talmente che, pur che si conservi quel’attributo di non havere fine, sarà infinito. Ma dicendo che, essendo infiniti huomini e infiniti capelli, saranno più capelli che huomini, non si dice fine del’uno ni del’altro, ni essere più infinito l’uno dal’altro. Più, nel finito, denota excesso dal magiore al minore; ma nel’infinito non essendo ni magiore ni minore, più non denoterà eccesso, ma simplicemente nel nostro modo di parlare, il quale affermando non può dire altro che finito. S’intenderà che la nostra connizione, la quale è finita, s’imagina che in qualunque quantità assonta finita saranno più capelli che huomini, ogni affermatione impportando fine di quantità, essendo l’affermatione contraria alla negatione; ma la negatione è la connitione che habbiamo dal’infinito, e quando diciamo essere tanti capelli come huomini è affermare egualità e connizione([716]) della convenienza delle quantità; et questa denota fine. Se dirà, che dicendo esser più capelli che huomini, si afferma diseguaglianza, donche fine. È vero; ma si concediamo che ogni affermatione che si fa è del finito, è più conveniente alla ragione, quando si ha d’affermare, dire che sono più capelli che huomini, perchè tale è la connizione nostra.

Che l’unità sia l’infinito([717]), non mi pare vero, perchè l’unità, in tanto che divisibile, vuol dire una cosa divisibile, ma non infinita; e questa è divisibile non in parti infinite eguali a una terza o fra di loro, ma in parti divisibili proportionalmente in infinito, come in tre i tersi e questi in altri, cossì in quarti e questi in altri etc., in infinito, ma non si dividerà in infinite aliquote: et questo è essere un continuo, ma non un infinito, perchè uno si può dividere in duoi mesi, et essendo pigliato un meso duoi volte, è pigliato il tutto; cossì di tersi e di qual si voglia altra parte; et queste divisioni sono possibili: donche non è infinito, perchè l’infinito non è divisibile in nissune parti aliquote. Dipoi, nel’infinito, qual si voglia quantità finita che si pigli quante volte si voglia, non si piglia mai il tutto, anzi resta sempre infinito: tutto questo è contrario al’unità.

Benchè si dica che l’infinito è magiore che il finito, s’intende senza nissuna proportione; et ancorchè il finito cresca, non per tutto ciò s’accosta dal’infinito, il accostarse et alontanarse havendo relatione alli termini; ma l’infinito non ha nissuno termine. Et per dire, l’infinito esser più grande infinitamente che il finito, non importa nissuna proportione o somiglianza: sempre potiamo dire uno più grande dal’altro, mentre il più grande contiene il minore et ancora qualche cosa di più; talmente che di una infinita linea potendosene cavare eguale non una sola ma infinite a qual esser si voglia linea finita data, si potrà donche dire la linea infinita magiore della finita, ma senza proportione nissuna. Che d’una infinita si possa cavare qual si voglia finita, questo non è stato non solamente mai negato da nissuno, ma è stato assunto in molte dimostrationi geometriche.

Mi pare assai incredibile che Archimede con li spechi([718]) brussasse le navi inimiche molti miglia lontane, essendo che il rincontro delli raggi della parabole non si estende più lontano che il quarto del suo lato retto.

Non è possibile che essendo duoi circoli concentrici, delli quali il magiore si mova sopra un plano, faciendo una linea eguale alla sua circonferenza, et nel’istesso tempo il minore sopra un altro plano, il moto del minore si facia come nelli polygonii concentrici, cioè per salti et intervalli([719]); e sarebbe cosa difficile a capire, si l’equinoziale del primo mobile si movesse sopra un piano, come si troverebbono quelli intervalli o vacui in un picolo circolo concentrico, che facino una linea eguale alla circonferenza del’altro. Quanto a me, estimo che il moto del minore circolo si fa cossì: quando qualche parte del circolo magiore si move sopra il piano, si move anche parte proportionale del minore, perchè di tutti li punti assignabili del magiore si può tirare semidiametri al centro, le quali levaranno portioni proportionali delli circoli concentrici, et come sono li circoli cossì le portioni; mentre che qualche parte del circolo magiore si muove sopra il piano, tale parte si muove del minore; ma di più il minore continuamente con inversa proportione è portato avanti, talmente che il toccamento che fa sopra il suo piano e la latione adequano la portione del magiore. Come, per essempio, sia il circolo magiore decuplo del minore: mentre si move la sesta parte del magiore, si move anche la sesta parte del minore, la quale non sarà che la sessagesima parte del magiore; ma mentre si muove o si rotola questa sesta parte del minore, si fa la latione di questa parte come il circolo magiore è al minore, cioè portarà dieci volte tanto come ella rotola o si move: talmente che la latione et il rotolamento adequano il rotolamento del magiore, il quale è simplice senza latione. Et questo non importa nissuna contradictione, che un corpo rotolando o girandose sia anche portato avanti, come nelli epycicli et altri moti si concede. Dipoi, nel’istessa dimostratione delli polygonii li salti che mette sono lationi, le quali sono interrotte, come il continuo è interrotto per li lati, et non si fa applicatione o tatto si no tanto come è la circonferenza del polygonio. Del resto è portato più o meno, secondo che s’accosta del centro; e quello che se dice strasico è latione, la quale con il tatto della circonferenza, tutte due insieme sono eguali alla circonferenza magiore. Donde se ne segue([720]) che il continuo è composto di parti divisibili, in infinito proportionatmente, di modo che le parti proportionali del minore sianno minori che le parti proportionali del magiore; et cossì le parti del minore circolo che caminano col tatto, benchè sianno divisibili in infinito, saranno tutte alle parti del magiore in quella proportione che è il circolo minore al magiore: ma le parti della latione saranno magiori nel minore circolo che nelli altri magiori, come il magiore circolo è al minore: di modo che le lationi sono li supplimenti delli tatti, come si vedde chiaro nel’essempio di polygonii et nel centro, il quale è simplicimente lato come il maggiore e simplicimente mosso. Per confermare questa latione, quel’essempio dove fa muovere il polygonio minore sopra il piano, faciendo la linea eguale alla sua circonferenza, alhora si sminuisse il tatto del magiore polygonio, di modo che li tatti siano eguali del’uno et del’altro; il resto è latione retrocedendo, et è impossibile che il tatto del’uno sia magiore del tatto del’altro; donche il resto è latione, la quale è interrotta et per salti nelli polygonii, per la interruttione delli lati, ma nel circolo continua, esso essendo continuo; et quelli salti sono impossibili nel circolo, perchè se ne seguirebbe che sarebbe circolo et non circolo, perchè alcune parti sarebbono più vicine al centro, cioè quelle che non tocherebbono, et le altre più lontane, come nelli polygonii. De dire che li lati del polygonio minore nel primo essempio stanno fermi tanto tempo quanta parte è il lato del polygonio di tutta la circonferenza, questo non si può dire, perchè, benchè non tocchi il piano, nientedimeno è portato; et in questo differiscono li polygonii dalli circoli, perchè le lationi si fanno separatamente dalli tatti, perchè li lati sono distinti et non sono egualmente distanti dal centro in tutte le sue parti, ma nel circolo non c’è nissuna parte che non sia egualmente distante dal centro, et nissuna è interrotta; donche continuamente toccano il piano, et continuamente sono portate inanzi et in dietro, secondo che si muove il magiore o il minore, ma con la proportione che hanno li circoli, il minore al magiore nel tatto, o il magiore al minore nella latione, come già s’è detto.

Quando dice([721]) che d’una linea retta formarà un polygonio di 100, 1000 lati, piegandola in un polygonio d’infiniti lati, che sarà il circolo, questo non si puole, perchè la linea si può bene flettere in un polygonio di quanti si volrà lati finiti, ma non giamai infiniti; et dire di flettere la linea retta in un circolo non è altro che fare una circonferenza d’un circolo eguale a una retta, la qual cosa fin adesso non è stata dimostrata. Et quando fosse ridotta la linea retta in un circolo, non saranno nissuni lati et non si dimostrerà nissuna divisione et distintione delle parti, perchè è certo che nissuno polygonio inscritto nel circolo di quanti esser si voglia lati sarà eguale a esso circolo; donche per l’inflessione non si farà nissuna divisione ni apertamente ni confusemente, et per continuar la moltiplicatione delli lati non s’arriverà mai al’infinito, il circolo essendo una continuata flessa, nella quale non è nissuna distintione delle parti o lati, e la condizione che si trova nelli polygonii, delli lati distinti, manca nel circolo.

Quando se dice che il globo tocherà il piano in un punto, è vero; ma quel punto è impossiblle assegnare, et solamente con la mente si concepisse dove è il tatto: et questo non si può intendere o assegnare separabile o indivisibile si no in tanto che è negazione di ulteriore estenzione, come li estremi d’una linea non si dicono punti si no in tanto che oltra quelli estremi non è niente della linea, ma pigliando dove esser si voglia verso la linea, pigliaremo parti infinitamente divisibili: cossì il tatto del globo è l’estremo di tutte le linee che s’incontrano in esso, ma non è assegnabile et non importa nissuna divisione o distintione. De dire: Si facia muovere il globo, succederà qualche altro punto; questo non è vero, perchè succederanno infinite parti divisibili, come anche saranno nel sottoposto piano: et in questo è la differenza, che la divisione si fa per parti assegnate l’una doppo l’altra, come nel’essempio di poligonii; ma in quel moto non si assegnano nissune parti distinte, perchè sempre se ne pigliano divisibili in infinito tanto nel piano come nel circolo. De dire che il moto si facia per punti, prima sopra uno, dipoi sopra un altro, et cossì successivamente fin al fine della linea; sarà contra la suppositione, perchè sarà divisa in parti finite, proponendo dividerla in infinite. Tutta la consideratione consiste in questo: che il globo con parti infinitamente divisibili percorre parti del piano similmente infinitamente divisibili. L’istesso farà ogni piano sopra un piano, o un lato di qual si voglia figura, et anche ogni corpo, movendose sopra un piano.

Dove vuole mostrare che si può fare un circolo infinito([722]), si proba bene che si può fare un circolo magiore et magiore che qual si voglia dato, ma non mai infinito; come l’angolo si fa magiore et magiore, ma quando è fatto linea retta, non è più angolo. Quando si taglia la linea nel meso, tutte le altre saranno eguali, poichè debbono essere nel’istessa proportione; donde se ne segue che la linea passando per l’incontro di esse, sarà retta, perchè tutte sono perpendicolari et cascano sopra un istesso punto: donche sono una linea retta, et non un circolo.

Finirò, per non essere più importuno, supplicando V. S. me scusi del tedio che io li do con questo discorso mal contesto. È licito di dubitare di tutto per informarsene meglio, et l’oppositioni confermano et rendono più chiara la verità; et questo è il mio fine, non di contrariare, ma di renderme più capace delle sue propositioni, le quali, essendo alte et difficili et tanto sottilmente probate, non puonno essere capite che con difficoltà, almeno dal mio spirito debole et distratto per li continui affari publici, per li quali quasi continuamente o sono in viaggio o destinato per fare viaggio, et leggo li libri come li cani bevvono l’aqua del Nilo, talmente che sempre mi resta inestinta la sete del sapere, come il desiderio di potere servire V. S. molto Ill.re, alla quale con estraordinario affetto bacio le mani.

 

Di Venetia, a dì 3 Marzo 1635.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

 

 
Non intendo la forza ni la deduttione della dimostratione che un circolo divenghi eguale a un punto([723]).  
  Devotissimo S.re

Antonio Deville Cav.re

 

 

 

3087.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 3 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 131. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Questa settimana non ho lettere di V. S.

Il Sig.r Cav.r da Villes mi promise scrivere le difficoltà che le par incontrare nelli fogli veduti del Dialogo([724]), ma non l’ho puoi veduto. Tutti danno in quelli vacui et indivisibili et infiniti. Io resto con questo fermo concetto, che di certo non è stata ancora detta cosa che tanto apaghi la mente; e così si dice pure qualche cosa. Il Sig.r Canonico Paolo Aproino, devotissimo di V. S., ha veduti li fogli et anco le postille. Egli ne scrive a V. S.([725]), e se me la manda a tempo, qui sarà inchiusa la sua lettera.

Il Sig.r Marc’Antonio Celesti, quello che l’anno passato stampò le Tavole Astronomiche([726]), ha inteso ch’io ho questi fogli e me ne fa le mille croci: credo lasciarlili vedere, se V. S. non mi ordina in contrario, perchè è huomo di garbo, et è peccato che sia astretto alle contemplationi de pane lucrando.

Vi sono puochi che si delettino di queste scienze, ma quelli tutti parlano di V. S. come d’un nume. Delle tradottioni delle sue opere in altre lingue, metta pure il suo cuore in pace, che nè lei nè tutta la potenza italiana lo può più vietare. Il P. Paolo scrisse l’Historia del Concilio Tridentino: le fu copiata sotto spetie di leggerla; io l’ho veduta italiana, latina, francese, inglese: vegga V. S. se le proibitioni vagliono. Se non fosse il non crear a V. S. disturbi, che non conviene, di già so quello haverei fatto: ma lasciar perir cose tali, non lo farà tutto l’inferno, se vi si mettesse. Dio la conservi, e le bacio con ogni affetto le mani.

 

Ven.a, 3 Marzo 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

3088.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 10 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 133. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Non ho queste due settimane lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma: niente importa, purchè stia bene, come di tutto cuore le bramo.

Non ho anco veduto lo scritto promessomi dal S.r Cav.r Villes([727]). Habbiamo discorso sopra le nuove speculationi et ammirande delli fogli del Dialogo di V. S. il Sig.r Aproino et io: s’accordiamo nell’ammiratione delle inventioni e nel confessarle incomparabili; ma perchè habbiamo da lei imparata la libertà del giudicio, discordiamo amorosamente nell’opinioni. Egli non può assentire all’infinito et indivisibile, io vi sono fisso: egli nel numero non admette l’infinito, io li dico che non trovo che più ci sia il ternario o ‘l quaternario di quello ci sia l’infinito. Nelle figure poligone egli dice, che quanto più si scostiamo dal triangolo, tanto meno s’accostiamo alla similitudine del circolo: io non capisco come il circolo non corrisponda ad un poligono d’infiniti lati, se ci fosse. Egli ne scriverà a V. S.([728]) Ma io me ne sto col gusto, perchè nelle mathematiche sono col solo desiderio, sendo hormai 40 anni c’ho perduto tempo in studii di parole senza imparar mai cose.

Ho trattato coll’Inquisitore([729]): m’ha mostrato l’ordine rigorosissimo di stampati, da stamparsi, in scritto, et che no? A me non dà fastidio; ma non si deve creare a V. S. persecutioni. Ho pensato, se ella lo consenta, far fare una bella copia di tutto, e collocarla nella publica libraria di S. Marco col nome. È cibo di tanto preggio, che cento copie che ne vengano fatte servono al gusto di quei puochi c’hanno denti e stomaco a proposito. Ma ho ben puoi il modo di far il mio dissegno, di che un’altra volta più distintamente. Tra tanto le bacio le mani e prego tranquillità.

 

Ven.a, 10 Marzo 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. F.

 

Post.a In questo punto ho le due insieme di 24 passato e 3 corrente, e la lettera del Villes a V. S.([730])

 

 

 

3089*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 12 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal. P. VI T. XII car. 135. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Non si maravigli V. S. Ecc.ma s’io così ho tardato in scriverle, massime circa il quesito che li mandai nella passata mia, poichè fui, subito ricevuta la sua, assalito così crudelmente dalla podagra, che mi ha tenuto impedito dal poter fare cosa alcuna per insino adesso, non essendone ancora ben liberato. Hora per tanto la ringratio della sua risposta al quesito([731]), il quale veramente non era da farli, poichè pare chiarissimo che una limitata forza non possa far crescer la velocità in un mobile indefinitamente. Ma io m’ingannavo in questo: poichè, per essempio, nelle ruote de’ tiralori, se bene la velocità conferita alla ruota nella prima percossa va continuamente languendo e finalmente si perde, tuttavia perdendosi quella in un dato tempo, come in un’avemaria, credevo che sopraggiungendo novo grado di velocità con la seconda percossa, data inanzi che svanisse la velocità conferita nella prima, e così seguitando di fare, si potesse aumentare la velocità in infinito. Ma considero che se la mano vol dare maggior velocità alla detta ruota, bisogna prima che essa l’habbi, cioè che ella prima si vada accellerando in infinito, e non che stia costante in un dato grado di velocità; e perciò il mio pensiero di fare nel moto delle ruote quello che si fa nel moto de’ gravi all’in giù, conosco haver debole fondamento, come appunto la sua risposta benissimo dimostra: perciò mi scuserà della mia inavvertenza.

Spero di finir la stampa della mia Geometria([732]) fra 2 over 3 settimane; quando sia compita, farò poi che l’habbi tutta, et haverò pronta l’occasione, poichè faciamo il Capitolo generale a Ferrara, per il quale non mancherano occasioni di farcela havere. Fra tanto la prego a continuarmi la sua buona gratia, vivendole io partialissimo amico e servitore: e li baccio le mani.

 

Di Bologna, alli 12 Marzo 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalie[ri].

 

 

 

3090*.

 

ELIA DIODATI a [GALILEO in Arcetri].

Parigi, 12 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 79r. – Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, che premette queste indicazioni: «E. D. 12 Marzo 1635, di Parigi. Risposta alla de’ 9 Febb.o».

 

L’opera franzese sciolta([733]) si è come dismessa, e riusciva poco bene.

 

 

 

3091.

 

PAOLO APROINO a [GALILEO in Arcetri].

Venezia, 13 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 200. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, mio Sig.r Col.mo

 

Ho veduto heri mattina, che ho visitato M.o Fulgentio, nela lettera di V. S. Ecc.ma con quanta dolcezza ella tiene fresca la memoria di me e di quel beato tempo di Padova. Io ringratio Dio ogni dì, oltre di havermi fatto huomo, specialmente di due cose: una, che di fortune e conditioni meno che mediocri mi habia tirato in grado stimato tra i migliori dela mia patria; l’altra, che mi habia dato per maestro un huomo il più grande che sii mai stato al mondo. Hora pensi mo V. S. Ecc.ma con quanto giubilo ho ricevuto al presente il riscontro del suo amore; al quale solo, et non ad altro, ho da ricorrere per iscusare tanta distrattione di sì longo tempo, provenuta veramente da angustie et necessità di negocii asprissimi.

Le settimane passate, quando esso M.o Fulgentio mi mostrò de i suoi fogli, vedendomi così sviscerato di lei, mi communicò insieme la intentione delo stamparli. Sopra del qual particulare io stetti in suspeso, e gli dissi che mi pareva cosa da pensarvi; et il dì dietro andai a posta a dirgli che, per circonspettione di qualche stravaganza che potesse avvenire, io stimava meglio che ne fussero messe tre o 4 copie in librarie publiche et libere, come sarebe una qui, una in Francia, in Germania, o in Fiandra, con qualche letera annessa che testificasse del tempo, e poi si lasciasse tuorne copia da chi ne volesse: perchè in ogni modo le persone che attendono a questi studii sono pochi di numero, et in qualità che non hanno da far conto sopra un poco di fatica o di spesa maggiore che va nei manuscritti; e con questa scarsezza, che è solo di apparenza, la dottrina si venirebe a ricevere con maggior avidità et reputatione; che quanto a certa sorte d’huomini che entrano a empire il numero del’universale, credo che sii da desiderare più tosto, per tutti li rispetti, che sì fatte cose non arrivino nele lor mani. Hora, perchè esso M.o Fulgentio, seben mi ha detto di haverle scritto sopra di ciò, mi ha tuttavia incaricato di scrivergliene ancor io, gliene ho aggiunto queste due parole, a fine che V. S. Ecc.ma, che sa il vivere del mondo, vi facia il riflesso che pare alla sua prudentia. Quanto a me, io haveva di già cominciato, et ne haveva copiato una faciata; ma havendomi detto M.o Fulgentio che non era bene copiare senza il consenso di V. S. Ecc.ma, me ne son ritenuto. Et hora la prego (anzi con ogni instantia efficacemente la supplico) di farmi gratia di un tanto tesoro, e scrivere in ciò una parola a detto Padre.

Dimattina parto per villa, cioè per Casale qui su ‘l Sile, dove sto ritirato frequentemente, con disegno di passar poi l’altra settimana a Treviso, per servire, come debo, alla chiesa in questi dì di devotione et essere di buon essempio a gli altri Canonici. Ma dovunque sarò, mandarò messo a posta a pigliare et restituire i fogli, con la cautela che si deve a preciose gioie.

Il Sig.r Cavallier de Villes([734]) mi ha letto l’altr’hieri la lettera ch’egli ha scritto a V. S. Ecc.ma([735]) Non so se ella il conosca: ha in stampa un libro in Francese di fortificationi([736]), et è assai versato nele matematiche. Ma questi Signori, che l’hanno condutto per ingegnero, lo tengono sì fattamente in essercitio, che poco può applicarsi alla indagatione dele cose intime di natura; et senza osservationi molto bene aggiustate, male si può trattar con lei, che è il padre degli esperimenti e di ogni loro essattezza. Egli si allestiva per andare in Francia, ma il Sig.r Gioanni Quirini, Savio di Terraferma, nepote del già Sig.r Antonio (che era Reformatore di Studio a’ nostri tempi), poco fa desinando meco mi ha detto che questa mattina in Collegio, havendo egli dimandato licentia per tre mesi, gli è stata con buone parole negata. Sì che si fermarà.

Scrivo questa avanti di partire, e la lascio a M.o Fulgentio da esserle inviata per sabbato; al quale anco lascio ordine, se mi vengono lettere di V. S. Ecc.ma, che le mandi qui a S. Polo su ‘l Canal Grande a casa degl’Ill.mi Quirini, dove vicino io medesmamente tengo casa, ricapitate particularmente alla persona del’Ill.mo Sig.r Francesco, al quale lascio questo ordine. Il che avviso a V. S. Ecc.ma a fine che, occorrendole di scrivermi, possi farlo anco senza impacio di detto Padre, che tropo si trova in mille datari intralciato et occupato. E con ciò le bacio riverente le mani.

 

Venetia, 13 Marzo 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Devot.mo et Oblig.mo Se.re

Paulo Aproino.

 

 

 

3092*.

 

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 14 marzo 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 137t. – Minuta autografa.

 

Mitto ecce quae reliqua sunt in opere nostro Galilaico, nisi quod praefatio mea adhuc deest, quam vix scribam nisi prius accepero responsum tuum ad postremas meas([737]), in quibus oravi consuleres an et qua ratione autori suum ipsius opus dicare debeam.

Utrumque, et latinum et italicum, exemplum Apologiae Galilaei([738]) accepi, sed serius quam optaveram; itaque Foscarinus([739]), ut vides, annexus iam est Systemati. In praefatiuncula huius appendicis sub Davide Lotaeo nomen tuum occultatur. In dedicatione quoque tale quid fingam, et ex praecepto tuo recte curabo ne autori tantum meritum, erroris palmarii generi humano ostensi, fraudi sit. Apologia nihilominus excudetur separatim, et iam ad Elzevirios ea de re scripsi. Prodibit autumnalibus nundinis….

 

4 Martii([740]) 1635.

 

 

 

3093.

 

GALILEO a ELIA DIODATI in Parigi.

Arcetri, 16 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 68r.– Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, che premette (a car. 67t.) queste parole: «Il Galileo all’amico di Parigi, rispondendo d’Arcetri ad una sua lunga lettera ne’ 15 Marzo 1635 al Romano, soggiugne quanto appresso». Nel medesimo manoscritto a car. 27t., 75t., 84r., 145t., si hanno altre copie di questo capitolo, di mano dello stesso VIVIANI o di un suo amanuense.

 

Aggiugnesi ch’io vorrei pur vedere al mondo, avanti ch’io me ne parta, il resto delle mie fatiche, le quali vo riducendo al netto e trascrivendo; ma perchè, nel rileggerle, sempre mi cascano in mente nuove materie, e la maniera dello scrivere in dialogo mi porge assai conveniente attacco per inserirvele, l’opera mi va crescendo per le mani, e il tempo diminuendosi.

 

 

 

3094**.

 

GALILEO a [NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix].

Arcetri, 16 marzo 1635.

 

Autografoteca Meinert in Dessau. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re e Pad.n mio Col.mo

 

Veddi la prima scritta da V. S. Ill.ma all’Em.mo S. Car. Barberino([741]) e la risposta di Sua Em.za([742]), sì come per altra mia gliene diedi conto, rendendole quelle grazie che potevo maggiori per sì rilevato favore. Ho di poi veduta la seconda replica([743]), pur piena del medesimo affetto e maggiore ancora, poi che persiste pure col medesimo ardore in battere gagliardamente una rocca non dirò inespugnabile, ma che non si vede dar segno alcuno di ceder alle percosse, ancor che V. S. Ill.ma vadia ritrovando efficacissimi luoghi([744]), atti a muover la pietà e mitigar l’ira. D’un luogo solo dubito (e sia detto con sua pace) che ella non habbia fatto perfetta elezzione, e che nella causa mia non possa haver forza di persuadere, ma più presto sia accomodato a far contrario effetto: e questo è l’esaltarmi sopra molt’altri del nostro secolo per le molte mie nuove invenzioni di grandissime conseguenze, per le quali ella stima che il mio nome possa esser di lunga durata nelle memorie de i posteri. Hor tenga pur per fermo V. S. Ill.ma che questa, dirò, in certo modo da lei stimata singolarità è stata e tuttavia è la principale, anzi la unica e sola, cagione del mio precipizio. L’haver scoperte molte fallacie nelle dottrine già per molti secoli frequentate nelle scuole, e parte di esse comunicate e parte anco da pubblicarsi, ha suscitato negl’animi di quelli che soli vogliono essere stimati sapienti tale sdegno, che, sendo sagacissimi e potenti, hanno saputo e potuto trovar modo di supprimere il trovato e pubblicato e impedir quello che mi restava da mandare alla luce; havendo trovato modo di cavar dal Tribunale Supremo ordine rigorosissimo ai Padri Inquisitori di non licenziare nissuna dell’opere mie: ordine, dico, generalissimo, che comprende omnia edita et edenda. Di questo vengo accertato da Venezia da un amico mio([745]), che era andato per la licenza all’Inquisitore di ristampare un mio trattatello che mandai fuori 20 anni fa intorno alle cose che galleggiano nell’acqua, il che gli fu negato, e mostrato ‘l detto ordine([746]); ordine che per ancora a me non è pervenuto, e però è bene che io non mostri saperlo per non mi progiudicare anche fuor d’Italia. A me convien dunque, Ill.mo Sig.re, non solo tacere alle opposizioni in materia di scienze, ma, quello che più mi grava, succumbere agli scherni, alle mordacità et all’ingiurie de’ miei oppositori, che pur non sono in piccol numero. Ma siano quanti si voglino i miei infortunii, non saranno mai tanti nè tali che mi possino arrecar tanta afflizzione, che molto maggiore non sia il contento che ho provato nel potermi, lor mercè, assicurare del singolare affetto da V. S. Ill.ma con indubitabil dimostraz[..] manifestatomi. Io resto confuso per non saper trovar parole per render grazie proporzionate al desiderio et all’obbligo che gli tengo; e solo in questo mi consolo, che sapendo V. S. Ill.ma impiegar grandissimi benefizii in chi non ha appresso di lei merito alcuno, saprà ancora appagarsi di quei ringraziamenti che da roza et inesperta penna non possono uscir se non mal puliti et inornati: ma così languidi e freddi, sia certa che vengon da un cuore sincero et ardente di desiderio di potergli con qualche segno mostrare quanto io gradisco i suoi favori e quanto riconosco gl’obblighi miei infiniti. E con reverentissimo affetto gli bacio le mani e gli prego da Dio il colmo di felicità.

 

Dalla villa d’Arcetri, li 16 di Marzo 1634 ab Inc.ne

Di V. S. Ill.ma Devot.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3095.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 17 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 136. – Autografe le lin. 33-40 [Edizione Nazionale].

 

Molto Ill.tre et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mando un poco di semenze di zatte bianche havute da Padoa, ove pare siano le migliori.

Non potei vedere quello che scriveva a V. S. molto Ill.tre et Eccell.ma il Sig.r Cavallier Villes([747]). Ritrovatomi con lui, mi pare che nel suo discorso toccasse più tosto modi di parlare differenti dalle speculationi di V. S. che differenze di cose. Lo ricercai intorno al problema da lei dimostrato, che due magnitudini uguali, scemando sempre ugualmente, una va a terminare in punto e l’altra in linea, onde s’inferrisce il punto e la linea tra di loro uguali, che, a mio parere, è una delle più maravigliose cose che possa cader sotto le speculationi; e perchè egli mi disse, esser de tutto impossibile, le replicai che V. S. haveva fatta la demostratione: al che egli disse ingenuamente, non l’havere punto intesa. Nel moto delli due essagoni, che quando l’inferiore è il movente, i lati dell’esteriore si trasportano indietro tanto che s’uguaglino a quelli del minore, col quale problema V. S. passa poi all’applicatione di quello che avvenga nel moto di due circoli concentrici e del centro loro sopra i suoi piani, mi disse una distintione di moto e di latione, e che questa è la causa che sempre che si move una rota, intendendone dentro quella concentriche un’infinità de minori, come sono, nondimeno con egual numero di revolutioni tanto viaggio fa la più picciola quanto la più grande. Io non ho potuto mai capire la sua differenza tra moto e latione. Mons.r Apruino ha havuto anch’esso ragionamenti col sudetto S.re Cavallier: forsi ne scrive nella collegata([748]). Nel resto questo è un spirito molto gentile, e delle speculationi di V. S. parla non solo con lode, ma hiperbole, e confessa ingenuamente che se bene egli non crede che tutto sia come V. S. dice, nondimeno sono pensieri singolarissimi, i più belli che habbi mai veduto, e mi usò la frase: Questo è oro collato di 24 caratti. Il che mi disse anco il Sig.r Apruino colle stesse parole.

Scrissi a V. S. nella passata l’ordine barbaro che è qui, et ho saputo essere anco in tutti gl’altri luochi, nullo excepto([749]). Questo però non mi darebbe fastidio, se non vedessi che sopra tutte le cose non conviene crear a V. S. travagli, essendo ove si trova; che se fosse qui con noi, potrebbe sbatter chi volesse. È cosa da pensarci, e poi rissolvere.

Ho fatto scrivere d’aliena mano per dolore di stomaco. Ho le sue di 10. Quanto a chi fa del bravo contro di V. S. perchè non le può respondere, mi creda certo che sono parti che nel nascere morono; ma le sue creature, a dispetto del tempo e della tirania, sarano imortali. Viva lieta, mi mandi il ressiduo, e poi rissolveremo. E le bacio le mani.

 

Ven.a, 17 Marzo 1635.

Di V. S. Ecc.ma

S.re Galileo.

Ser.re Dev.mo

F. F.

 

 

 

3096*.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 19 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 83. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio Oss.mo

 

La gita passata non feci risposta alla gratissima di V. S. de’ 9 spirato, con la quale mi raccomandava un’altra per il S. Elia Diodati, la quale subito mandai al suo destinato viaggio. E li dico senza altra adulatione che io ero fuora di me quando seppi che il Sig.r Marco Mancini mio conpare haveva smarrito quelle scritture che li havevo consegnato per renderle a S. S.a in propia mano([750]), e ne restai con la maggiore mortificatione che mai habbia havuto; e subito ne diedi conto al S.r Elia Diodati, dal quale ne aspetto risposta d’ogni hora. Ma, Dio lodato, ho inteso che detto Mancini l’à ritrovato a Roma e mandato a Girolamo mio fratello, il quale mi ha detto di ricevuta e di haverlo consegniato a S. S.a; e mi pare che questa nuova mi habbia dato propio la vita, e venendomi questo certificato da S. S.a, maggiormente lo farà, non havendo altra mira che di poterla servire di quore e con affetto.

Quando si risolverà a stanpare le sua opere, e che la voglia farlo in queste parte, l’assicuro che si farà, a dispetto al’invidia e alla rabbia de’ sua invidiosissimi inimici; e puole essere certa che io terrò a mia gloria di poterla servire in questo come in qual si voglia altra cosa con il propio sangue. E facendoli con questo reverentia, li pregherò da N. S. il colmo d’ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 19 di Marzo 1635.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Ser. Dev.mo e Par.te Aff.mo

Rub.to Galilei.

V.S. volti([751]).

 

In questo punto vengho di ricevere lettere del S. Diodati, il quale era in grandissima preplesità di quelle scritture, ma li ho dato adviso come si erano, gratia a Dio, ritrovate; e non accaderà mutare nomi ni alle soprascritte ni nelle lettere, già che le lettere che se li mandano non vengano a S. S.a adirittura che passando fra le mia mane e di Girolamo mio fratello. Non ci sarà da temere altro, e questo è stata pura disgratia, d’havere messo quel piegho inadvertentemente nel sacchetto di Roma, che per quello dipendeva da Marco Mancini corriero, mio conpare, fidato fino al’anima, e di lui non credevo alcuna furberia. Il tutto serva a S. S.a d’aviso.

La lettera che mi ha mandato per M.r di Peresce([752]), domani la manderò, a Dio piacendo, a fido recapito, e quel buon Signore li porta grandissimo affetto. Quella che il S. Diodati m’ha raccomandata viene qui alligata nel medesimo modo me l’à mandata, senza altra soprascritta e con il nome finto. E di nuovo li bacio le mani, facendoli con affetto e di cuore reverentia e li pregho da N. S. ogni bene.

 

Di Lione, li 19 di Marzo 1635.

Di V. S. molto (sic) Il di là detto Ser. e P.te Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

 

 

3097*.

 

MATTIA BERNEGGER a GIOVANNI FREINSHEIM in Nancy.

[Strasburgo], 19 marzo 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 138t. – Minuta autografa.

 

…. Galilaei iam absoluti exemplum proxime accipies….

 

9 Martii([753]) 1635.

 

 

 

3098.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 24 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 138. – Autografe le lin. 21-29 [Edizione Nazionale] a partire dalle parole chè se V. S.

 

Molto Ill.tre et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Non voglio tralasciare di far scrivere questi due versi a V. S. molto Ill.tre et Eccell.ma, acciò sia certa della continuatione del mio amore et osservanza verso di lei. Ho ritrovato un maestro che potrà ben servire in armarmi la calamita([754]), ma non so bene informarlo io di quello che faccia bisogno, perchè, havendogli letto quello che V. S. me ne scrive, et in particolare che quanto più li poli sono vicini l’uno all’altro, tanto maggiore è la virtù, egli conclude che essendo la calamita un pezzo longo quant’è tutta la palma della mano, et havendo li poli a i capi della longhezza, adonque converrebbe scurtarla e dividerla segandola, perchè così li poli si trasportariano vicini l’uno all’altro. Di questo non voglio far cosa alcuna se prima non ho il parere di V. S., la quale prego di novo favorirmi di tutte le instruttioni che stima necessarie.

Veggo prepararsi qualche remedio, acciò l’Inquisitore qui, contra le leggi e contra gl’ordini, non disturbi le stampe, per l’interresse della mercantia, perchè in vero se ne prende troppo, et arbitrariamente nega la stampa ad opere che in conto alcuno non concernono religione. Io sto in gran perplessità, se venendo questo negotio sul taoliere, debba farci entrare il libro delle cose che gallegiano sopra aqua et il Dialogo novo. Haverei pensiero di superare la difficoltà, ma temo che V. S. innocentissima, come anco in tutte le altre cose sue, ne potesse costì ricever qualche disgratia, e perciò la prego dirmene il suo senso: che se V. S. incorresse in qualonque minima tribulatione per il mio ardore di vedere che il mondo goda le sue gioie (che tali sono le sue speculationi, non trovate, nè forsi trovabili, da altri), non viverei mai senza ramarico.

Non ho sue lettere questo spazzo: prego il Signor che non venghi da indispositione([755]), e le bacio le mani.

 

Ven.a, 24 Marzo 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 
Post.a Ho la lettera di 17.

 

Ecc.mo Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

3099*.

 

MATTIA BERNEGGER a GUGLIELMO SCHICKHARDT in Tubinga.

[Strasburgo], 25 marzo 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 139t. – Minuta autografa.

 

  1. Schickardo,

Tubingam.

 

Galilaica cetera hic habes, nisi quod praefatiuncula mea adhuc deest, quam conficere insuper habui, tum quia Francofurtanus mercatus hoc vere nullus habitum iri dicitur, tum praecipue quia valde desidero iudicium tuum de hoc scripto ante cognoscere. Davides ille Lotaeus, cuius in praefatiuncula appendicum extat mentio, noster Diodatus est([756]).

 

15 Martii([757]) 1635.

 

 

 

3100**.

 

FRANCESCO PARROT a PIETRO GASSENDI in Digne.

Aix, 26 marzo 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 12772, Lettres de Peiresc a Gassendi, car. 142. – Autografa.

 

Monsieur,

 

Ce billet ne sera que pour accompagner la coppie de lettre de M.r Galilei([758]), que Monsieur([759]) m’a commandé de faire s’en allant au Palais….

 

 

 

3101**.

 

GIROLAMO BARDI a GALILEO [in Arcetri].

Pisa, 30 marzo 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 113. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Non ho voluto lasciar passare l’occasione, che da una minima baga[ttel]la mi vien concessa, di ricordarmi a V. S. desioso de’ suoi comandamenti e di esser nel numero de’ suoi più devoti servitori annoverato. La composition[e] confesso che non è degna di comparire a V. S.; ma mi fa ardito d’appresentargliela il riconoscere in V. S. un innato fonte di cortesia, con la quale le cose picole col suo magnanimo cuore per grandi riconosce. Aggradisca donque l’affetto, bramoso che mi dii occasione di poter in effetto a tant’amorevolezza corrispondere. E qui facendole humil riverenza, di cuore me le dedico.

 

Pisa, li 30 di Marzo 1635.

Di V. S. molto Ill.re

 

 
Se potessi essere per mezzo suo di uno pezzo di calamita favorito, mi sarebbe gratia singolarissima.  
 

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.e

Girol.o Bardi.

 

 

 

3102*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 31 marzo 1635.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 117. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Non ho lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma questo spazzo: non resto però di baciarle le mani e pregarle felicissime le prossime solennità.

Non ho scritto a Brescia per l’essattione della rata della pensione([760]) per non parer troppo subitoso, ma non induggiarò molto a farlo. Aspetto il supplemento del Dialogo, e mi vo persuadendo che le lettere del S.r Aproino([761]) e de Villes([762]) le farano uscir dal suo tesoro qualche cosa di pretioso, ben che da ragionamenti con questo mi parve contener più tosto forme di dire che cose. È però ingenuo, e non si satia di commendare l’autore delle specolationi singularissime, ancorchè non vi assenta in tutte. Le bacio con ogni affetto le mani.

 

Ven.a, 31 Marzo 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

3103.

 

GALILEO [ad ANTONIO DE VILLE in Venezia].

[Arcetri, marzo 1635].

 

Dal Tomo II, pag. 714-716, dell’edizione citata nell’informazione premessa al n.° 1201.

 

Molt’Ill. Sig. e Pad. Colend.

 

In risposta delle obbiezioni di V. S.([763]) dirò brevemente quello che mi occorre.

E quanto alla prima, ella dice parergli che nel principio del mio discorso io voglio affermare che le macchine che riescono in piccolo, riusciranno anche in grande, purchè si osservi nelle moltiplicazioni la proporzione che si dee, nello strumento e nelle sue parti, e che l’affezione che si trova sempre nella materia non è argomento buono per provare il contrario, essendo che essa affezione è eterna e sempre l’istessa, della quale si può dar regola quanto si dà delle figure astratte. Sin qui son parole di V. S.: in risposta delle quali conviene che io confessi di non aver saputo spiegare il mio concetto con quella evidenza che è necessaria per ben dichiararsi, e massime quando si arrecano proposizioni remote dalle opinioni comuni. Dico per tanto che l’intenzion mia fu molto diversa, anzi del tutto contraria dal senso che V. S. ne ha cavato; avvengachè è falso che io abbia stimato che le macchine che riescano in piccolo debbano ancora riuscire in grande, tuttavolta che si osserverà le medesime proporzioni ec., anzi ho voluto dire che non possono in verun conto riuscire. Soggiugne V. S. appresso, che io ho detto che l’imperfezione della materia non è argomento buono per provare il contrario, cioè per provare che in grande non possano riuscire quelle macchine che riescono in piccolo. Anzi per l’opposito affermo che di questo non poter riuscire la cagione risiede nella materia, soggetta a mille imperfezioni, alterazioni, mutazioni e tutti quelli altri accidenti che V. S. va con esquisita particolarità connumerando, de’ quali io non ho mai preteso, nè, credo, dato segno di pretendere, che se ne possa dare scienza; ma la cagione che io referisco e ripongo nella materia, è diversissima da tutte queste, e non è soggetta a variazione alcuna, ma è eterna, immutabile, e però atta ad essere sotto necessarie dimostrazioni compresa, ma, per quanto io credo, non avvertita da altri. E per meglio dichiararmi seco, piglio il suo medesimo esempio di un ponte per passare un fosso, largo, v. gr., venti piedi, il quale si trovi esser riuscito potente a sostenere e dare il transito a peso di mille libbre, e non più: cercasi ora se per passare un fosso largo quattro volte tanto, un altro ponte, contesto del medesimo legname, ma in tutti i suoi membri accresciuto in quadrupla proporzione, tanto in lunghezza quanto in larghezza ed altezza, sarà potente a reggere il peso di 4000 libbre. Dove io dico di no; e talmente dico di no, che potrebbe anco accadere che e’ non potesse regger sè stesso, ma che il peso proprio lo fiaccasse: avendo io con necessaria dimostrazione meccanica provato, esser impossibile che due figure solide fatte dell’istessa materia, e che tra di loro sieno simili e diseguali, sieno simili nella robustezza, ma che sempre a proporzione saranno le maggiori più deboli; di modo che, se averemo, v. gr., un’asta di legno di tal grossezza e lunghezza, che fitta in un muro, parallela all’orizonte, resti senza fiaccarsi dal proprio peso, ma che una grossezza di capello che fusse più lunga si rompesse, dico tale asta, tra le infinite che si possono fare simili a lei del medesimo legno, esser unica che resti sul confine tra il sostenersi e il rompersi; sicchè nessuna delle maggiori di lei potranno reggersi, ma necessariamente si fiaccheranno; ma le minori reggeranno sè stesse, e qualche altro peso di più: talchè se vorremo pigliare un’asta, più lunga della detta e che sia potente a reggere sè stessa, bisogna alterare la proporzione, e farla più grossa di quel che ricercherebbe la similitudine delle figure. Ora, della cagione per la quale la resistenza al rompersi ne’ solidi simili non cresca secondo le grandezze loro, io lo provo con necessaria dimostrazione; dimostro ancora, qual proporzione è quella che la robustezza osserva nell’accrescimento delle figure; e finalmente dimostro, nell’allungare la figura, quanto si debba alterare ed accrescere più la grossezza che la lunghezza, acciò la robustezza si augumenti ancora nelle figure maggiori a proporzione delle minori. Ma che io ricorra mai a dire che queste varietà dependano dalle diversità di materie, non solo differenti di specie, come legno, ferro, marmo, ma anco della medesima specie, essendo tante diversità di saldezza tra una sorta di legno ed un’altra, ed anco nell’istesso legno, secondo che è tagliato dal tronco o dal ramo, di una stagione o di un’altra, vicino alla radice o alla vetta; sarei veramente troppo debole a volere arrecar queste notissime contingenze per ragione di effetti necessari e forse fin ora non perfettamente penetrati dalli artisti scientifici. Di queste resistenze de’ corpi solidi all’essere spezzati parlo io nel secondo Dialogo, dimostrando molte conclusioni utili e dirò anco necessarie da esser sapute dal meccanico teorico, delle quali sono per additarne alcuna: qual proporzione abbiano tra di loro le resistenze di due prismi o cilindri solidi, egualmente lunghi, all’essere spezzati; e finalmente qual sia quella de’ diseguali in lunghezza e grossezza: sicchè conosciuta la resistenza di un picciol chiodo, o di una piccola caviglia di legno o di qualsivoglia altra materia, io potrò dimostrativamente sapere le resistenze di tutti i chiodi, di tutti i pali, di tutte le catene di ferro, di tutte le travi, travicelli, antenne, alberi, ed in somma di tutti i solidi di qualsivoglia materia, rimossi però gl’impedimenti accidentari, di nodo, tarli, ec. In oltre, essendo noto per l’esperienza che la medesima trave o catena di ferro è meno atta a reggere un peso che gli sia attaccato nel mezzo che verso l’estremità, si cerca qual sia la proporzione che abbiano fra loro le resistenze di tutti i punti, più o meno lontani dal mezzo; e trovata qual sia tal proporzione, passo a dimostrare quanto si potrebbero andare assottigliando detti travamenti o catene, acciò fussero in tutte le loro parti egualmente resistenti, e dimostro qual figura doverebbero avere con alleggierimento notabile del lor proprio peso. Osservo appresso e dimostro, come, e per qual ragione e con che proporzione, canne, lance ed altri strumenti simili, essendo voti dentro, sono più gagliardi che altri della medesima materia, lunghezza e peso, che fussero massicci e sodi. Altre notizie arreco, che servono a gustare delle maraviglie delle fabbriche artifiziali e più di quelle della natura, la quale, intendendole tutte, tanto mirabilmente se ne serve nelle sue strutture, facendo, per esempio, l’ossa delli uccelli vote assai dentro, acciò sieno leggiere ed insieme gagliardissime, quali non sarebbero se, ritenendo il medesimo peso, fussero massicce, perchè sarebbero sottili e grandemente più deboli.

 

 

 

3104.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a GALILEO [in Arcetri].

Aix, 1° aprile 1635.

 

Bibl. d’Inguimbert in Carpentras. Collection Peiresc, Addit., T. IV, 3, car. 449. – Minuta autografa.

 

Molto Ill.re et Excellent.mo Sig.re mio et P.ron Col.mo

 

Io non ho potuto fare in servicio di V. S. Ill.re alcun officio che meriti una minima particella della gratitudine ch’ella ne mostra nella sua cortesissima lettera delli 22 Febraio([764]); et quando ne potrei far al centuplo, sì come professo desiderarlo ardentissimamente, non potrei sodisfare al debito mio et obligatione che tengo alla somma virtù et amorevolezza di V. S. Ill.re; dispiacendomi di non saperlene esprimere condegnamente li sentimenti interni, per la poca prattica di cotesta lengua volgare e per la debolezza dell’ingegno. Ma poi che veggo ch’ella s’appagga del cuore, m’assicuro ch’ella rimanerà sempre sodisfatta della mia fedele corrispondenza et del mio devoto ossequio, et ch’ella non sarà per rivocar in dubbio ch’io non mi muova a far sempre ogni tentativo a me possibile per finir l’impresa, la qual, se Domendidio ci degna aiutare, doverebbe riuscire un giorno conforme a i voti et all’oppinione ch’io n’haveva presa quando viddi la risposta dell’Em.mo S.r Card.e Padrone in una lettera scritta tutta di suo pugno, et non di mano o del concetto d’un secretario, havendo provato più volte che quando S. Em.za non gustava qualche proposta si è sempre contenuta nel silentio, senz’alcune schuse nè altri complimenti; di maniera che quando viddi la sua risposta, se ben in poche parolle([765]), presi grand’animo et ardire di raddopiar l’officio nelli termini che V. S. Ill.re haverà poi veduti([766]), alli quali veramente S. Em.za non m’ha replicato, se ben m’ha fatto risposta, di suo pugno ancora, sotto elli 2 Marzo, a diversi articoli della medesima mia lettera dov’era inserito il secondo officio per V. S. Ill.re: ma poi che son certo che n’haveva fatto lettura per responder a gli articoli d’ella, mi giova credere ciò ch’ella m’accenna, che non sarà stato senza qualche puntura et rimorzo d’humanità, et che il tempo et la patienza potranno far maggior operatione ch’ella non si persuade, massime concorrendovi gli officii potentissimi dell’Excellen.mo S.r Conte di Noailles; et secondo la riuscita dell’ambasciata dell’Em.mo S.r Card.le di Lione([767]) forzi che vi si potrà un giorno far intervenire qualche suo officio ancora, sapendo ch’en quella Corte, quando una grazia è risoluta privatamente, hanno a caro che ne sia fatto istanza da diverse persone, alle quali insieme se ne faccia la concessione publica: il che aspettando, non ho voluto per hora replicar altro in proposito della persona e negotio di V. S. Ill.re l’altr’hieri, che passò qui l’ordinario d’Avignone per Roma, poi che S. Em.za non me ne faceva più altra mentione. Ma per mantenere il negotio vivo, havendomi S. Em.za scritto che il P. Sylvestro di Pietra S.ta gli haveva presentato un suo libro De symbolis heroicis([768]), che S. P. m’haveva fatto veder qui, passandovi questo Natale con Mg.r Caraffa([769]), Nuntio di Colonia, presi occasion di ricordare a S. Em.za, che se la pressa dell’altre maggiori et più degne occupationi non gli haveva permesso di leggere o scorrere detto libro, si degnasse vedere nel libro IV, al cap.lo V, ciò che dice l’authore d’un horologio hydraulico dell’inventione del P. Lino([770]), del quale vederà qui V. S. Ill.re il dissegno et la descrittione, che è cosa mirabile, se pur l’effetto può riuscire([771]); et perciò che l’authore del libro non dice haver veduto la machina istessa nè nomina alcuni che l’habbiano veduta, ho preggato S. Em.za di far chiamare detto P.re Sylvestro, et interrogarlo sopra la real verità di questa machina et d’intenderne ancora il parere di detto Mg.r Caraffa, che ne doveva esser consapevole non solamente per haverne veduto qualche cosa, ma forzi anco per haverne penetrato il secreto. Anzi scrissi io ancora, sotto coperta di S. Em.za non solo al detto P.re Sylvestro, che sta hora in Roma nel Collegio Romano, ma al detto Mg.r Nuncio (il quale, passando qui incognito, volle venire a trattenersi due hore nel mio studiolo col detto P.re Sylvestro), per testificare all’uno et all’altro il dispiacere che mi rimase, doppo la lor partenza, d’essermi scordato di parlargli di quella machina del P. Lino per intenderne da loro medesimi ciò che se ne poteva credere, acciò di porgli in obligo non solamente di renderne conto a S. Em.za, ma darmene qualche participatione et intervento in ciò che n’haveranno da trattare con S. Em.za Da onde io spero di prendere a suo tempo occasione di riparlare del negocio di V. S. Ill.re con maggior vehemenza et forzi efficacia di prima, già che se la riuscita di questa machina è vera (sì come mi scrive il S.r Pietro Paulo Rubenio([772]) d’Anverza con una sua lettera deli 16 Marzo, che ricevei hier sera, essergli stata testificata dal detto P.re Sylvestro et da altri, che affermano esser tale come si rappresenta, havendogli aggionto detto P.re Sylvestro che l’havea veduta a bell’aggio, et che Mg.r Caraffa la fece portare a casa sua per essaminarla con commodità, et ch’havendola osservata qualche giorno la trovò essattissima), par che sia una pruova et testificatione caduta dal Cielo in mano d’un Padre Giesuita, più tosto che d’un’altra professione, per non lasciar alcun luogo di suspicione contra il testimonio di quel Padre inventore et di quell’altro che l’ha publicata, per convincere il torto di quelli trovavano tanta repugnanza nella dottrina Copernicana et in ciò che V. S. n’haveva proposto per scherzo problematico. Anzi mi promette detto S.r Rubenio, grand’ammiratore del genio di V. S. Ill.re, di far un viaggio a posta in Liege per andare a visitar il P.re Lino et la sua machina, il che non sarà senza darmene relatione; et io ce lo spingerò quanto più mi sarà possibile: et cercarò qualche prattica et corrispondenza con detto P.re Lino per mezzo delli detti Sig.ri Caraffa et P.re Sylvestro o altri, poi che l’hanno conosciuto: più tosto procurrerò di farlo chiamare in Roma et trattar che prendi la sua strada per questi paesi, per goderlo al suo passaggio et cavarne quel maggior costrutto che si potrà darne vivae vocis oraculo, s’egli non porta seco l’horologio hydraulico, in maniera che possiamo haver la vista qui nelle sue mani: il tutto per haver sempre nuovi argomenti di rammemorare V. S. Ill.re a que’ che la possono aiuttare meglio di me. Nè tacerò mai che non mi sia imposto silencio, non pretendendo interessi alcuni in Roma nè altrove, per essere io pienamente contento della mia sorte, et per non considerare que’ che sonno sopra di me che per haver compassione dell’amaritudini che patiscono, maggiori di me al centuplo, nè quelli che sonno sotto di me che per rendere grazie alla Di.na M. dello stato dove mi ritruovo, che tanti altri più degni di me stimarebbono un paradiso terrestre, il qual mi par dover godere pacificamente, senza uscirne per andar cercar la malhora nelli maggior impieghi: et questo mi dà la libertà di parlare, dove gli altri restano muti, comme ella dice, senza timore di perdere la fortuna et l’accesso di quelli alli quali io son pronto a continuare la servitù lecita, mentre non l’haveranno discara, et non più; havendo imparato questa buona prattica dalla b. m. del S.r Gio. Vincenzo Pinello, già 35 anni sonno, mentre V. S. Ill.re stava ella ancora nello Studio di Padoa. Di maniera che non mi è parso stranno ciò che mi scrive V. S. Ill.re, ch’ella s’afflige meno delli suoi disaggii di quel ch’altri può credere, poi che gli rimangono tanti conforti et tante degne occasioni di essercitare la vera philosophia, la quale è troppo facile et troppo indegna di grande raccommandazione mentre si sta in prosperità, et al contrario si rende più splendida et rilucente al centuplo nell’adversità che gli porgi la fragilità humana; sì come li più generosi del mondo passarebbono una vita ignava et indegna di memoria, se gli mancassero nemici et occasioni de guerra e di vittoria da essercitar il lor valore, la sola adversità prencipalmente havendo fatto celeberrimo il buon Giobbo et tanti S.ti Padri et philosophi delli maggiori dell’antiquità, la cui constanza et magnanimità gli ha fatti degni d’ammiratione alli posteri, come sarà anche V. S. Ill.re, nonostante qual si voglia morzura dell’invidia. Et quel voto solo che con tanta gentilezza et gravissima prudenza V. S. Ill.re si degna fare, che truovino pur nuove machine li suoi nemici, ch’ella gliene renderà grazie se le hanno da fruttare le dolcezze ch’ella sente negli officii de compassione ch’ella riceve da gli amici et servitori, non merita meno appresso la posterità, a mio giudicio ben che debole, che gli apothegmi più celebri di tutti gli savii della Grecia antiqua. Et la confidenza con la quale ella degna discredersi meco, mi rapisce il cuore del tutto: di che rendendole quelle maggior grazie che posso, le fo humilissima riverenza, et preggo dal Signore la continuata felicità interna et l’acquisto dell’esterna, quando piacerà alla D. Ma.

 

Di Aix, alli 1° Aprile 1635.

Di V. S. molto Ill.re Devotiss.o et Oblig.mo Ser.re

Di Peiresc.

 

 

 

3105**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 2 aprile 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 140. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio e P.ne Oss.mo

 

Ancora che già la gita passata([773]) sapevo la ricuperatione di quel piegho mandatoli per Marco Mancini, non di meno, essendomi certificato da V. S., veramente mi ha dato la vita, chè ne ero in grandissimo travaglio.

Adesso per questo corriere Francesco Tulini mando altro piegho, statomi caldamente raccomandato dal S.r Diodati; e, conforme suo ordine, l’ò aperto e cavatone una letterina, che viene qui alligata, rifatto il piegho et adirittolo con semplice coperta al S.r Ridolfo Miniati, il quale ha ordine, o lui o mio fratello, di rendegline nel’istessa maniera. Questo ho fatto per maggiore sicurezza; e ben che si venissi a perdere, V. S. non ci sarà ni visto ni nominato: il che però non credo, andando con le lettere di S. A. S. e con ogni sicurezza; ma l’ò fatto per ogni cautela.

Il corriere al suo ritorno di Roma li verrà a baciare le mane, e per il porto resta satisfatto: e fu suo errore haverlo messo nel piegho di Roma.

Il S.r Carcavi([774]) è fuora della città, e deve ritornare hoggi o domani; e li darò la lettera scrittoli, in propria mano. Quella del S.r Diodati l’ò letta attentivamente, e ancora fattone estarre copia, quale voglio mandare al S.r de Peresce con quella che S. S.a li scrive, che seguirà, a Dio piacendo, domani; et esso buon Signore la riverisce e honora cordialmente. L’Emint. Sig.r nostro Cardinale Archiviscovo([775]), nel suo passare, loggiò in casa questo Signore: così a Bugiansì in una sua villa v’è stato 5 o 6 giorni, fino a tanto le galere fussino pronte. Tengho per sicuro che lui li haverà trattato e pregatelo che a Roma vadia procurando la sua liberatione([776]), e sono sicuro che non lascerà alcuno mezzo quando conoscerà di poterla servire, sapendo quello mi ha detto a me di S. S.a e della stima che fa della sua persona.

  1. S. non si deve mettere in alcuno pensiero del’ordini che hanno dato che le sua opere non si stanpino, ni vecchie ni nuove, per Italia. Qua, a mio giuditio, mi pare che le stampe sieno alquanto migliore, così a Parigi e altrove; sì che a tutti noi ci dà il quore di farne stampare tanta quantità che ne vadia fino nelli antipodi: et saranno sempre le attestatione che occorrano; e se li sua nemici non hanno altra inventione che questa, potranno andare crepando di rabbia ogni volta che li piacerà; che tutti di qua saremo prontissimi a servirlo, e M.rde Peresce harà poco più di potere che li sua nemici in questo e altro. Con questo la pregho conservarmi in gratia sua: et ecco quanto mi accade in risposta della sua de’ 15 et 17 passato, doppo haverli dato le Santissime Feste di Pasqua con gioia e contento con un millione appresso.

 

Di Lione, questo dì 2 d’Ap.le 1635.

Di V. S. molto Ill.e

 

 
Il S.r de Peresze scrive al S.r de Rossi([777]), come deve fare al S. Diodati, che sarà bene a ritardare a dare fuora quel suo Dialogo messo in latino([778]), stante che lui è grandemente alle strette per farlo liberare, e crede le deva riuscire, e teme che questo non li possa nuocere. Ha ricevuto la sua prima lettera([779]); se ne loda fino al cielo, e li doverà, per quanto scrive, farli con prima risposta.  
 

S.r Galileo Galilei.

Dev.mo e Aff.mo Ser.re e Par.te

Rub.to Galilei.

 

Il S.r Carcavi è andato a Toloza, e li faccio mandare la lettera in esso luogo.

 

 

 

3106.

 

PIETRO DE CARCAVY a GALILEO in Firenze.

Tolosa, 3 aprile 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 142. – Autografa. In calce alla lettera si legge questa annotazione, di mano di GALILEO: «la risposta si mandi al S. Salustio Buonguglielmi, alla Piazza de’ Peruzzi».

 

Molto Ill.e Sig.r mio, Pad. mio Colend.o Oss.o

 

Inanzi la mia partita di Lione, sono molti giorni ch’io pigliai l’ardire di scrivere a V. S.([780]) per ringratiarla di nuovo de i favori ch’ho ricevuto de su cortesia; ma non so si la mia sventura sarà stata tanto grande che lei si sia scordata del suo humillimo servitore, il quale si non può essere in alcuna consideratione per ragione di pochi sui meriti, però non debbe essere sprezzato, si almanco V. S. ha rispetto a l’affetto ch’ho di servirla, el quale mi rincresce assay non poter testificare altrimente a V. S. che per una voce ch’è troppo debole per dichiararlo; ma spero che lei farà nascere qualche occasione, nella quale potrò assicurarla di quel che dico.

Intanto avederò V. S. ch’è capitato nelle mie mani un libro del Vieta, stampato solamente doppo tre anni, intitolato Ad logisticem speciosam notae priores([781]), el quale mandarò a V. S. subito che da lei mi sarà commandato; pregandola che mi faci quel favore di mandarmi a la prima commodità una delle sue opere (non so si sia toscana overo latina) intitolata De insidentibus humido([782]), la quale el Sig.r Buonguilielmi mi mandarà in Francia; come ancora supplico V. S. quanto più vivamente so et posso d’impiegarmi per la stampa d’i sui altri libri, ch’è una scongiuratione da sforzare ogni spirito nobile e cortese, massimamente quello di V. S., ch’è nel maggior grado di queste virtù. Ma perchè non intendo occuparla con parole di ceremonia dove convengono effetti di servitù, pongo fine, pregandole quegli honori e quella felicità che, come dovute al valor di lei, a lei propria convengono.

 

Tolosa, 3 Aprile 1635.

Molto Ill.re Sig.r mio, Pad.n mio Oservand.o  
  Humillimo e Fideliss.o Servitore

P. De Carcavy.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio Pad.n mio Oserv.o

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

 

 

 

3107**.

 

GIO. BATTISTA MORIN a GALILEO in Firenze.

Parigi, 4 aprile 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. IV, T. V, car. 32. – Autografa.

 

Iampridem binas ad Tuam Excell. transmisi litteras (Clarissime ac Celeberrime D. Galilaee) cum libro Scientiae longitudinum([783]) a me in lucem nuper edito, circa quem Tuae Excell. iudicium supplex efflagitabam, illudque avide adhuc expecto. Sed interim venit in hanc civitatem vir egregius, tibique amicissimus, D. Deodatus, qui me tuo nomine salutavit, atque interrogavit circa Astrologiam Gallicam [a] me promissam([784]), petiitque ut, si fieri posset, ego saltem summatim de illo suscepto Tuam Excell. informarem. Perplacuit autem ex parte tanti viri salutatio atque petitio, quibus eum erga me candorem atque ingenuitatem animi testatus es, ut me Tibi in perpetuum obstrinxeris et addictissimum effeceris; mihique non modice gratularer, si pro eximia doctrina ex Tuis libris a me hausta conceptum aliquem edere possem, qui Tuo arrideret ingenio subtilissimo ac perspicacissimo. Caeterum qualis futura sit Astrologia Gallica, coniicere poteris ex eius idaea, a me nuper typis commissa animi tantum gratia et inter paucissimos amicorum meorum dispersa, quam ad Tuam Excell. mitto in meae erga Te observantiae perpetuae signum. Liber erit maior Commentario Cardani in Quatripartitum Ptolemaei([785]), in quo rerum coelestium physica nobilissima, hactenus ignota, tum genuina astrologiae principia, indeque ipsa scientia, physico-mathematice demonstrata, continebuntur. Huius operis spatio 20 annorum collegi materiam universam, et inveni quae invenienda erant; sola superest forma introducenda, cui rei me hoc anno accingam, nisi aliunde impedimentum acciderit. Non est tamen labor unius anni, sed, ni fallor, requirit adhuc quietum ac pacificum triennium, ut opus prodeat suis numeris absolutum. Mitto etiam Tuae Excell. meam Responsionem ad Apologiam Iacobi Lansbergii([786]), adversum me editam, pro telluris motu; in qua responsione multae etiam dantur rationes astrologicae mihi peculiares.

Quod vero spectat ad ipsum telluris motum, valde dolui de his quae Tuae Excell. acciderunt; atque utinam vidisses Solutionem meam([787]) ante Dialogorum tuorum editionem, quos cum per solum biduum videre licuisset dum scriberem in Iacobum Lansbergium, tandem paucis ab hinc diebus nobilis quidam meus amicus diutius mihi praebuit invisendos. In hoc tuo libro multa sane doctissima et subtilissima continentur, philosophica et mathematica, vidique in fine libri 3 illas selectas rationes tuas pro telluris motu, nimirum petitas a fluxu et refluxu oceani, a directione, statione et regressu planetarum, nec non a motu macularum solis. Prima autem ratio evertitur in mea Solutione: ex secunda vero et tertia non video magis probari terrae motum quam eius quietem, cum terra quiescente eadem queant phaenomena demonstrari, etsi non eodem forsan compendio. Tu ea prudentia animique sagacitate vales, ut nullius consilio hac in re indigeas. Attamen Tuam non latet Excell., D. Augustini ingenuitatem atque generositatem maxime commendari ex eius Retractationum libro, quo a nemine alio vinci, sed se ipsum vincere, voluit, ne de se ipso alius triumphum ageret, sicque ingeniorum saluti et suae famae integritati sagacissime consuluit.

Circa meum de longitudinum scientia negotium, sciet Tua Excell. nullam adhuc mihi factam fuisse remunerationem, sed viros doctissimos et Tibi amicos DD. Gauterium([788]), Priorem Valetae, et Gassendum([789]), Theologum Diniensem, Provinciales, tum D. Valesium([790]) Scotum, sed in Delphinatu Regis Thesaurarium generalem, ac tandem D. Severinum Longomontanum, ad me humanissime scripsisse, eosque omnes meam longitudinum scientiam approbasse, e contra vero ultimam meorum iudicum sententiam condemnasse: ex quibus litteris cum ultimae illius sententiae pateat iniquitas, iam mea remunerationis spes renovatur. Scripseram etiam ad DD. Schickardum([791]) et Hortensium([792]), sed eorum responsiones nondum([793]) accepi; sique aliqua mihi fiat remuneratio, brevi in lucem edam sequentia a me quoque inventa:

  1. Paralaxium doctrinam completam accuratissimam, et praxi accommodatissimam, qua ipsius lunae tabula paralaxium exactissima construetur;
  2. Peculiarem modum inveniendae paralaxeos solis, simulque verae obliquitatis eclipticae, per solam visi solis observationem: quo sane artificio tutius sine eclipsibus quam cum eclipsibus extruentur tabulae motuum solis et lunae;
  3. Verissimam methodum aequandi temporis, a Tychone, Longomontano et Kepplero tantopere quaesitam, nulli autem ante me cognitam;
  4. Genuinam et accuratam rationem inveniendi vera loca fixarum, citra probrosum illum in natura circulum, quo ipsa fixarum loca per lunam aut alios planetas, moxque eorumdem planetarum loca per easdem fixas, corriguntur; quod certe arcanum est totius astronomiae maximum.

In quibus 4 inventis et longitudinum scientia, a me tradita, universae astronomiae absolutissima consistit([794]) perfectio: ego enim praeter haec nihil amplius video necessarium ad ipsius astronomiae perfectionem, sique Tibi quid aliud necessarium videatur, pergratum mihi feceris si de eo me monueris, ut eius incumbam inventioni. Brevi autem in lucem editurus sum appendicem ad librum scientiae longitudinum, in qua, reipublicae astronomicae exhilarandi gratia, continebuntur quartum ex supra positis inventis, cum nova et facile methodo inveniendi lineam meridianam accuratissimam, a multis desideratam, quae ipsis etiam motuum tabulis restituendis tutissime deserviat: est enim linea meridiana primum astronomiae fundamentum. Interim vero Deum optimum maximum deprecor ut Tuae Excell. sanitatem mentis et corporis in longos annos conservet, Te vero ut me Tua digneris benevolentia atque responsione circa doctrinam longitudinum. Et ego perpetuo futurus sum

 

Parisiis, die 4 Aprilis 1635.

Tuae Excell.

 

Fuori: Ad Clarissimum et Celeberrimum Dominimum

  1. Galilaeum Galilaei, Magni Hetruriae Duci Philosophum atque Mathematicum primarium.

Florentiam.

 

 

 

3108*.

 

GIO. MICHELE LINGELSHEIM a MATTIA BERNEGGER in Strasburgo.

Frankenthal, 4 aprile 1635.

 

Dalla pag. 91 dell’opera citata nell’informazione premessa al n° 2646.

 

…. Quas ad me dediati 26 Ian. per insignem virum Camerarium([795]), eas Wormatiae dedit mihi mittendas, quum dubitaret quando huc venturus esset; sed antequam mihi redderentur tuae, ipse me convenit, et gratissimo nuntio tuae prosperitatis et in me affectus beavit. Paulo post redditae sunt mihi tuae, sed in fasce de Galilaeanis nil inerat quam ultima pars operis cum Epistola Foscarini([796]) et operis indice, una cum frontispicio et imagine autoris. Quid de reliquo factum sit, non possum coniectura assequi, nisi forte famulus Camerarii non integrum fascem mihi deferendum tradidit, neque fascis obsignatus erat.

Maxima cum voluptate legi Foscarini Epistolam, magno iudicio scriptam. Vincet veritas.

De dedicatione operis sequere tuum consilium: ego quid suadeam non habeo, ignarus an terre possit publicum affatum qui revocare et condemnare coactus fuit opus immortalitate dignissimum. Tu certe optime mereris de literis, qui tot labores exantlaris, non sine invidia hostium veritatis.

 

Francothal., 25 Mart.([797]) 1635.

 

 

 

3109*.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 7 aprile 1635.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 118. –Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Non voglio lasciare le lettere d’i 30 passato di V. S. molto Ill.re et Eccell.ma senza due versi in risposta, benchè questo giorno sia pieno d’occupatione.

Intendo con gusto particolarissimo quanto mi accenna, che presto haveremo i suoi Discorsi a stampa: congetturo che quelli che gli hanno veduti non possino tolerare che gl’huomini da bene restino privi di cosa cotanto rara et eccellente. La prego instantemente, già che del primo Dialogo manca così poco, farmi degno del compimento; et al ritorno di Mons.r Apruino, che sarà presto, le farò, per gratia di V. S., il dono della copia([798]).

Quello che le ho scritto del S.r Cavallier Villes non è cerimonia, perchè egli è persona virtuosa et ingenua: ma non è egli solo che parlino di V. S. col meritato honore e con la detestatione di chi si persuade poter tener incatenata la lingua degl’huomini che conoscono la loro malignità.

Mandai li giorni passati la mia calamita all’Ill.mo Sig. Alfonso Antonino, che è uno dei più affettionati Cavaglieri alla virtù e persona di V. S. che viva, havendomela ricercata per certi suoi studii: la rihaverò presto, e rissolvo mandarla sotto la disciplina di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Alla quale prego felicità, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 7 Aprile 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Eccell.ma Devotiss.o Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

3110*.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

[Parigi], 10 aprile 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 81r. – Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, che premette queste parole: «In una lettera de’ 10 Ap.le 1635 dice al G. il D.». Di mano dello stesso VIVIANI questo capitolo è copiato anche a car. 79r. del medesimo codice.

 

Questo medesimo P. Mersennio ha tradotto d’Italiano in Francese un trattato delle Meccaniche([799]), che fu portato qua d’Italia, scritto a mano, 16 o 18 anni fa come opera di V. S., e fattolo stampare con delle illustrazioni fatteci sopra, il quale mando a V. S. etc.

 

 

 

3111*.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 14 aprile 1635.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 119. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Non ho ancora ricapitata la lettera al S.r Cav.r Villes([800]), per essere fuori.

Si trattarà certo qualche cosa della licenza che si prende l’Inquisitore sopra le stampe, in opere che hanno tanto che fare colla religione come io nel dominio del Perù: ma siamo lunghi. Quanto a V. S. Ecc.ma, si assicuri pure che la vogliono muta, senza difesa; ma si hi tacuerint, lapides clamabunt.

Il Sig. Celesti([801]), che è degl’affetionatissimi di V. S., mi dice havere un grosso volumazo del Scheiner Giesuita contro V. S.; ma che si rissolve in due capi: in ingiurie, et in dire che le cose sue siano inventioni d’altri. Oh questo mi può comandare! devono essere le sue prove simili all’inventione aristotelica del canochiale nel pozzo([802]).

Quel mio amico di Arsenale([803]), c’ha fatta la sfera Copernicana, che adora V. S., mi disse hieri, havere in testa di aggiongervi che col moto della terra 30 volte, che è l’annuo, Saturno si movarà una: e sì come nella fabricata rapresenta tutte le cose esplicate da V. S. del Copernico, per le relationi tra il sole, terra e luna solamente, ma isquisitamente, con quelli accidenti che ella tratta delle machie, così crede potere esprimere il resto de’ moti degl’altri globi; ma per non far la machina troppo grande, vuole prendere li soli estremi, Saturno e Venere, e farli fare li moti precisamente come V. S. insegna: e fra l’altre cose, dice che farà vedere li fenomeni de’ pianeti, retrogradationi etc. L’ho animato ad operare.

Il Sig.r Argoli([804]) è stato ricercato da Roma a scrivere contro V. S.: ha data una risposta degna di un virtuoso, d’un servitore di questo Principe et della stima che si deve far di V. S. Mi si è anco aperto molto ingenuamente. Mi dice per cosa indubitata che in tutte le minere la generatione de’ metalli si fa con spire, o vogliamo dire inclinationi, da ponente in oriente; e perchè le dissi parermi far per il moto della terra, mi replicò: E che se ne può dubbitare? et aggionse havere più di 20 altre osservationi, et che ne vuole scrivere. Hor pensi V. S. se la tiranide dominarà mai gl’ingegni. Folle speranza!

Dio la conservi, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 14 Aprile 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo Ser.

F. F.

 

 

 

3112*.

 

TOMMASO CAMPANELLA a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

Parigi, 15 aprile 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9540, Correspondance de Peiresc, Divers, T. VI, car. 238. – Autografa.

 

…. V. Sig. Ill.ma ha fatto da quel che è col Gal. Gal.; et io scrissi al Novaglia([805]), mio Signore, et a qualche altro, che secondino le filosofiche ragioni([806]) di V. S. Ill.ma È finita la stampa della traduttione de’ Dialoghi([807]), e verranno altri libri….

 

 

 

3113**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 16 aprile 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 144. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio Oss.mo

 

Con questo ordinario non ho lettere di V. S., che sarà la causa di maggiore brevità.

La gita passata li mandai quelle scritture ricevute di Parigi dal S.r Diodati sotto coperta del S.r Ridolfo Miniati: aspetterò con desiderio di sentire che li sieno capitate salve, come credo. Qui annesso viene un pieghetto del’Ill.mo e Ecc.mo S.r Consiglier di Peresce, che deve essere la risposta([808]) della sua prima lettera([809]) scrittoli, che l’haverò caro li pervengha: e questo buono Signore è sempre appresso d’andare procurando la sua liberatione, e lui l’honora e riverisce più che persona del mondo. Ho ricevuto ancora altre lettere e scritture dal S.r Diodati([810]), quale tutte vengano qui annesse; e li piacerà con suo comodo dirmene un poco di ricevuta.

Il sudetto S.r Diodati mi accenna mandare certe altre scritture, credo il resto de’ sua Dialoghi messi in latino, quali non mi sono ancora pervenuti, mandandomeli per amico che viene a sue giornate; e subito che pervenghino in me, gli ne manderò: spero che, a Dio piacendo, seguirà il prossimo ordinario; e mi conterrò nella maniera già fatta, per obviare a ogni sinistro riscontro che potessi succedere.

Il S.r Diodati desidera grandemente servirli in tutto come faccio io; perciò, havendo da stampare sua opere, le mandi qua, e non se ne dia alcuno pensiero, e si prosuponga che resterà servita con pontualità, a dispetto di quanti nemici la puole havere. E facendoli con ogni dovuto affetto reverentia, li pregherò da N. S. il colmo d’ogni vero bene.

 

Di Lione, dì 16 di Ap.16 1635.

Di V. S. molto Ill.e Ser.re e Par.te Aff.mo e Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.e mio Sig.re e P.ne Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze,

in Arcietri.

 

 

 

3114*.

 

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 16 aprile 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 142r. – Minuta autografa.

 

Nobilissimo et Amplissimo virorum

Dn. Aelio Deodato, I. C.to, fautori meo singulari,

Lutetiam,

  1. P.

 

Vir amplissime,

 

Recte mihi redditum est quicquid hactenus litterarum ad me dedisti; quarum novissimas, 6 Aprilis scriptas, nudiustertius a Metensi tabellario accepi, et opportune sub id ipsum tempus hae Schiccardicae sunt allatae, quas eidem ferendas committerem, apertas ut vides. Nimirum huc rediit infelicissima miserrimaque nostra patria, ut ne quidem amicorum colloquia libera sint amplius, verum suspicacissimi victores omnia sibi patere velint. Bona tamen fortuna quapiam ita factum est, ut et mihi legere liceret epistolam illam: in cuius extrema parte quae de telescopio scribuntur, mihi quoque (nec enim dissimulo) salivam moverunt. Pridem est, cum ego quoque nobilissimum hoc instrumentum habere discupio; nec id parare omisissem, nisi magnitudo impensae, quam verebar, et egestatis meae conscientia, me absterruissent. Si tamen 16 aut summum 20 coronatorum pretium non excederet, ingenti profecto me beneficio profiterer affectum, si pro me quoque tale procurares.

Pudet me, quod in hunc usque diem magno illo Galilaeo nondum responderim. Non autem negligentia haec, sed reverentia, potius est; quia tantum virum ¡k toè paraxr°ma appellare non sustineo; diligentius autem aliquid scribere, labores scholastici, quibus penitus immersus sum, haud sinunt. Quae eadem causa est, quod praefationem Systematis Copernicani non eo quo parabam spiritu pertexere potui. Iusserunt Elzevirii ut, quandoquidem Francofurti mercatus hoc vere nullus ageretur, exemplaria libri 300 Lutetiam mitterem ad Wilhelmum Pele, marchant libraire en la rue St. Jaques; idque cum facere parassem, et rhedario, qui nuper in Oxenstirni Cancellarii Suecici comitatu Lutetiam ivit, vas transmisissem, illeque promisisset se recte curaturum, in ipso sui discessus articulo renunciavit, nescio quo caussatus, magno cum dolore meo: metus enim est ut, increscentibus denuo latrociniis, non ita facile occasionem aliam transmittendi nanciscamur. Inquiram tamen accuratissime.

In Apologetico([811]) correxi de quibus monuisti. Confido iam reddita amplissimo Hotomanno([812]) patrono meo quae proxime misi. Eum verbis meis, quando commodum erit, officiose, quaeso, saluta, et mihi favere perge. V.

 

6/16 April. 1635.

 

 

 

3115.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a GALILEO [in Arcetri].

Aix, 17 aprile 1635.

 

Bibl. d’Inguimbert in Carpantras. Collection Peiresc, Addit., T. IV, 3, car. 450. – Minuta autografa.

 

Molt’Ill.re et Exc.mo Sign.r mio et P.rone Col.mo

 

Dalla seconda lettera([813]) di V. S. Ill.re delli 16 Marzo, et da quelle che mi scrivono congiontamente gl’Ill.ri SS.ri Diodati et Rossi, veggo con quanta gratitudine ella s’è degnata ricognoscere quei debolissimi effetti della mia servitù ch’io haveva essercitata a mio modo, cioè con quella semplicità et sincerità che ho professata sempre, et con quanta modestia ella vorrebbe scaricarsi d’ogni pretesto d’invidia et di gelosia che si potesse fondare sopra la stima del suo valore et particolarmente delle nuove inventioni di cui la posterità le ha da essere debitrice, le quali non si potranno mai dissimulare, qualunque artificio che vi possono adoperare suoi nemici; sendo impossibile del tutto di mentovare, per essempio, le corni di Venere, li satelliti di Giove, l’appendici di Saturno e cose simili senza fare honnorata commemoratione della somma virtù et venturosa sagacità di V. S. Ill.re in un sì bel trovato, sì come per quelle montuosità et valli, anzi mari, della luna, alla cui contemplatione ella ha spento il mondo et sollevatelo in certo modo sino al cielo, se più non gli piace che si siano rapite dal cielo coteste nobilissime noticie. Nè credo che con tutti quegli ordini del Supremo Tribunale si possa impedire la subsistenza delle sue opere, così delle publicate come delle publicande; per le quali, poi che così occorre adesso, la supplico di provedere a buon’hora che non rimanghino costì tutte a discretione de’ suoi emuli, et di risolversi a mandarne qualche copia di qua da’ monti in man d’amici che le possino conservare et publicare a suo tempo. Ben vorrei ch’ella si contentasse di non premere alcuna edition nova mentre si sta in qualche speranza ch’ella possa ottenere qualche solevatione delle sue gravezze, per ogni buon rispetto, non potendo io per ancora perdere tal speranza, nonostanti le raggioni di stato delli suoi nemici o zelanti, mentre starò aspettando la riuscita dell’ultima proposta fatta all’Em.mo C. Padrone([814]) di quella machina del P. Lino([815]). Alla quale, se non giovasse sola, son per aggiongere certe mie esperienze et osservationi non communi, in materia della formatione delle pietre et d’un certo moto naturale ch’hanno nell’instante della formation loro, non della sola gravità et caduta d’alto a basso o, come si suol dire, al centro, ma d’una certa vegetatione, che gli dà la figura differente secondo la diversità delle lor specie, come nelli frutti et fiori, et d’una certa virtù di tendere al più vicino corpo solido et d’attaccarvisi fortissimamente, non solamente quando gli si truova sottoposto, ma quando ancora gli sta sopra o da i lati; et quando la lontananza del solido è tale che sia essausta quella virtù vegetante della pietra prima che possa arrivare sino al solido o che dal solido sia attratta sino alla sua superficie, ogni minima porcione di seme petrifico forma un solido intiero separatamente, che ritiene certe figure perfette più o meno, molto mirabili; et poi dalla propria gravità (come se fosse morta la sua vegetatione o vita vegetante) si lascia cadere al fondo. Hor, sì come ogni minima goccia d’acqua è cappace di rappresentar la rotundità della figura del globo generale dell’aqua del mare, non so se le forme et figure di quelle petruccie, utrimque turbinate o mucronate, come dice Plinio delli diamanti et cristalli, non potrebbeno haver qualche relatione o rappresentatione della figura del globo terrestre, et qualche dispositione a lasciarsi muovere o rotare nell’aqua mobile, come sogliono far gli calcoli nei fiumi correnti et come vogliono che facia quel globo del centro della machina hydraulica del P. Lino; poi che un globo solido di qual si voglia materia, sospeso in aqua dove sia liquefatto qual si voglia sale o pietra commune, ha certa virtù attrattiva, alla quale concorrono et s’attaccano li grani di sale o di pietra nell’instante della lor congelatione, pur che non siano troppo distanti et che non siano finiti di congelare prima che poter arrivarci, sì come corrono et s’attaccano alla circonferenza del vaso gli altri grani di sale che gli stanno più vicini: il che si vede ogni dì nelli vasi dove si mette a candire il zuccaro candito et dove si r’affinano gli alumi et altri sali, et se ne veggono di simili in materia di crystalli, amethysti, smeraldi et altre gemme; delle quali tutte, o della maggior parte, ho raccolto pezzi curiosissimi con le lor proprie figure et pulliture naturali, maravigliosi non meno che sonno quelli grani di neve stellati et fogliati; non sendo difficile a render raggione della pulittura di dette gemme et sali, poi che risponde alla pulitura dell’acqua, dentro la quale si formano in figure poliaedriche o di certo numero di facciatte piane, che toccano consequentemente una superficie piana dell’acqua, la quale non può essere se non lucidissima. Nè puol essere tanto difficile di trovar similmente un giorno qualche raggione della lor figura et qualche effetto di moto o rotatione apparente, comme quello di tal machina, poi che già vi si vede il moto dell’attrattione del solido per certo spatio di tempo, et che communemente si vede poi un moto di gravità cadente al centro in certo altro tempo et congiontura. Nè sarebbe forzi del tutto fuor di proposito di mettervi in consideratione un moto di rotatione delle pietre che si formano nella vessica umana. Un gentilhuomo mio parente, Consigliere del Re in questo nostro Parlamento, havendo mille volte giurato che sentiva rivolgersi dentro la vessica una pietra assai grossa ogni mese nell’interlunio, quando morì gli si trovò dentro una pietra di forma quasi d’una castagna, cioè tonda ma compressa, in maniera che per rivolgersi bisognava che fosse più sensibile il moto o conversion menstrua che d’una pietra di globo et rotondità più perfetta. V. S. Ill.re haverà forzi veduto a quest’hora un compitissimo gentilhuomo, di profession medica, nominato La Ferriere([816]), che m’ha detto haver visto nelle radici de’ Pyrenei certi pozzi d’aqua salata, esposti all’inundationi delli torrenti vicini, donde non si poteva cavar l’aqua dolce inundata se non con secchii; ma vi si gettavano ova, ch’andavano al fondo dell’acqua dolce, et rimanevano nella superficie della salza; in maniera che quando s’era essausta l’aqua sino a tal segno che l’ova stassero nella superficie, era ben salza tutta l’acqua restante, da poterne cavare il sale ordinario; et così quando era inondata l’acqua dolce, poteva stare un ovo fra due acque di constitutioni differenti. Vi si ha ad aggiongere ancora un certo moto naturale che vogliono alcuni poter essere nell’aque r’inchiuse in cerchii di vetro rotondi dell’inventione del Drebellio([817]) di Hollanda, quali si muovono due volte nello spaccio di 24 hore, quasi comme il flusso et reflusso del mare, havendone io fatto veder uno, che faceva assai bel effetto, all’Em.mo S.r Card.e Padrone quando passò qui Legato; ma non vi trovai relatione ben regolata, nè proportionata al flusso et reflusso maritimo. Et si ben vi può contribuir non poco la qualità dell’aria vicino, forzi che non meno potrebbe cooperare l’aria vicino al moto interno della machina del P. Lino; sì come non sarrebbe inconveniente che concorressero diversi motivi alla regolarità di quel moto del globo per qualche movimento dell’acqua che lo circonda, et per l’alteratione ancora della qualità dell’aria ambiente attorno la machina quando non vi fosse moto regolato. Et quanto al flusso et reflusso del mare, ho raccolto molte osservationi rarissime, et specialmente di ciò che se ne vede nel Mare Mediterraneo, et cappaci di farvi fondare raggioni che forzi non le spiacerebbono, aspettandone ancora certe altre ch’io ho commesse a persone curiose in diversi luoghi del mondo, che meriteranno forzi un giorno d’essere vedute.

Ma per valersi d’ogni occasione di giovare a V. S. Ill.re, in caso ch’ella trovasse a proposito di dare li suoi sentimenti della machina del P. Lino, li quali potrebbono esser ben visti in questa congiontura et non esser inutili alla sua solevatione, mi son arrischiato di soggerirle questi miei debolissimi concetti et congieturre, ben che indigeste et indegne di comparire avanti un par suo, stimando che saria bene che s’essaminassero queste sperienze dall’acutissimo ingegno di V. S. Ill.re per cavarne qualche pruova che potesse convincere il moto del sistema Copernicano, sì come credo essere non solo possiblle, ma forzi più facile che non si crede. Et mi risolverò di darne qualche ragguaglio all’Em.mo Card.e Padrone per servicio principalmente di V. S. Ill.re, giovandomi credere che sia per far cedere un tantino quella rocca inespugnabile alle percosse, et ch’ella non haverà discaro ch’io le habbia spieggato questi miei pensieri, ben che rozzi et inordinati; pregandola di schusare l’ardire et la confidenza, et di commandarmi senza cerimonie. Con che, per finir, le preggo dal Signore ogni contento pieno.

 

Di Aix, alli XVII Aprile 1635.

In fretta, di V. S. molto Ill.re Ser.re Obligatiss.mo et Devotiss.o

Di Peiresc.

 

 

 

3116*.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO GASSENDI [in Digne].

Aix, 19 aprile 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 12772, Lettres de Peiresc à Gassendi, car. 137.–Autografa.

 

…. Ie luy([818]) baillay aussy par mesme moyen([819]) une seconde lettre du S.r Galilée a moy([820]), dont j’ay envoyé l’original au S.r Deodati, et la copie que M.r de Rossi([821]) m’a envoyé d’une autre du mesme Galilée au dit S.r Deodati en mesme temps; ensemble la copie de la replique par moy faicte au dit S.r Galilée([822]), afin que vous y voyiez mes badineries et des resveries qui me sont venues en l’esprit en lui escrivant à bastons rompus, et que je me suis dispencé de lui communiquer pour l’engager à en donner son advis et voir s’il y aurait moyen de l’employer à sa faveur et à sa descharge et soulagement des rigueurs qu’il souffre: bien marry que le tout soit si mal digeré et si mal rangé; mais ce n’est que pour luy servir d’aiguillon à faire mieux….

 

 

 

3117*.

 

TOMMASO CAMPANELLA a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

Parigi, 3 maggio 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9540, Correspondance de Peiresc, Divers, T. VI, car. 240. – Autografa.

 

…. Ho visto quel che V. S. filosoficamente scrive al venerando Galileo nostro: degno scritto di chi et a chi lo manda. Non ho cessato io di far quel che devo per l’amico; e scriverei anche a N. S., a cui sempre scrivo e da cui qui ricevo e favori e danari (ciò si taccia), ma sarò ripreso da S. B. di molto imprudente, come mi suol fare….

 

 

 

3118*.

 

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 4 maggio 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 143r.–Minuta autografa.

 

Aelio Diodato,

Lutetiam.

 

Heri tuae mihi sunt redditae: sero quidem, nam 2/12 Aprilis eas scripseras, sed satis adhuc opportune. Cum enim intra paucos dies exemplaria 300, iussu Elzeviriorum, Parisios missurus essem, animus erat e reliquis aliqua per nostrates bibliopolas Elzeviriorum nomine divendere, nonnulla etiam amicis donare; quorum neutrum hactenus factum, nec deinceps fiet, usque dum iudicaveris nihil exinde periculi metuendum autori, cuius saluti consulere, posthabitis omnibus, iustissimum est. Cum autem illa trecenta, quae dixi, ad vos venerint (quod brevi futurum confido), facile a Wilhelmo Pele, bibliopola in vico S. Iacobi, qui Elzeviriorum isthic negotia gerit, obtinebis ne prius ea distrahat quam tibi commodum videbitur. In praefatione, cuius exempla duo hic habes, ita fabulam adornavi, ut prope credam, libri publicationem autori nihil obfuturam, etsi vel iam nunc fieret. Non tamen omnia isthic fabulosa. Verum enim est, Engelke([823]) Dantiscanum et in Italia et mihi convictorem fuisse, Leydam inde vidisse; Leydensem illum Boxhornium([824]) suo et Hortensii([825]) nomine ad versionem Systematis me adhortatum fuisse; nec minus, illum Robertinum([826]), a quo Apologeticum([827]) allatum fingo, ante plures annos cum in Italia tum in meo convictu egisse. Debebam in ampliores autoris excellentissimi laudes excurrere; sed neque chartae modus, ut vides, hoc permittebat, nec sane, ut fatear ingenue, lubebat in his publicis iuxta privatisque calamitatibus, quae omnem spiritus alacritatem, si non extinguunt, certe minuunt.

 

24 April.([828]) 1635.

 

 

 

3119*.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 5 maggio 1635.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 121. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mi capita la gratissima lettera di V. S. molto Ill.re et Eccell.ma di 29 passato, e mi sono supremamente rallegrato delle consolationi che ella riceve dai Ser.mi suoi Patroni: e veramente ella merita quel refrigerio spesse volte in ricompensa e sollievo delle persecutioni che indignissimamente vengono contro di lei continuate, effetto della sola invidia della sua gloria, la quale però è posta in grado che non solo non può estinguersi, ma crescerà sempre maggiore. Godo del partito preso, et io lo reputo molto sicuro; e a dirle il mio senso, mi pare interresse tanto grande che non periscano sudori così pretiosi, che anco con qualche risico si può tolerar che il mondo ne goda. Ma tengo per fermo e veggo impegnarsi in modo nella sua protettione chi potrà sollevarlo, che non mi so immaginar pericolo, con tutto che conosca l’iniquità e la perfidia di chi l’ha travagliata.

Lessi la risposta al Cavallier de Villes([829]), et vidi quello che è, cioè che portarebbe la spesa che cadauno facesse delle oppositioni alle sue divine speculationi, perchè è sempre con qualche grande profitto di chi legge le risposte. Ancora non ho veduto nè so dove sia il detto Cavalliere, per recapitarli la lettera. Ma quanto le scrissi è verissimo, che egli è persona molto ingenua, e parla di lei come del Dio delle scienze matthematiche; et al modo del parlare degl’altri ben m’accorgo che non finge, perchè le sue frasi sono che quanto vien dalla pena di V. S. tutto è oro finissimo([830]).

Quella sua poca pensione([831]), cioè la rata d’i 20 scudi maturata al Marzo passato, è riscossa; ma l’alzamento delle monete qui la riduce a niente, perchè 20 scudi si pagano con 14 di quelli che al suo tempo erano sette lire l’uno. V. S. può disponerne a suo piacere.

Ella ha qui più amici cordiali e sinceri, che l’amano tenerissimamente, che non crede, e che parlano delle sue persecutioni assai liberamente; e spesso io vengo ricercato se ancora quei traditori et assassini travaglino il S.r Galileo e si credono di opprimer la verità. Si consoli, e mi riami, sicome io amo lei cordialissimamente e vorrei haver la felicità di servirla in qualche conto. E con tal fine le bacio le mani.

 

Ven.a, 5 Maggio 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Eccell.ma Devotiss.o Ser.r

F. Fulgentio.

 

 

 

3120*.

 

MATTIA BERNEGGER a GIOVANNI FREINSHEIM in Nancy.

[Strasburgo], 5 maggio 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 143t. – Minuta autografa.

 

…. Vide primum Galilaei quaternionem. Opus ipsum nobilissimo Dn. Marescoto patri([832]) mittam per occasionem, quem audio a talibus non alienum. Commercia undique interclusa librum distrahere non sinunt; et alias quoque Deodatus nuper monuit, exemplaria adhuc aliquandiu premenda, ne autoris, qui adhuc in vinculis est, liberatio, magnis a principibus tentata, impediatur….

 

25 April.([833]) 1635.

 

 

 

3121*.

 

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 12 maggio 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 144r. – Minuta autografa.

 

Aelio Diodato,

Lutetiam,

 

  1. P. D.

 

Vir nobilissime et amplissime,

 

Quod diu votis ardentibus expetii, tandem venit in illud non urbis vestrae sed orbis theatrum Systema nostrum Galilaicum, quod quomodo et quo tempore distrahendum sit ab eo qui isthic Elzeviriorum negotia curat, arbitrio tuo prudentiaeque committo. Nam accepi proximas tuas, quibus ostendisti premendum aliquandiu librum, ne consiliis et conatibus eorum, qui de illius magni viri salute et liberatione procuranda solliciti sunt, quoque modo possit officere. Nescio an tibi probaverim commentum praefationis meae. Si tamen fabulam illam([834]), seu semifabulam potius (nam pleraque sunt vera), non omnino damnas, fortasse censebis, publicationem nullo modo damnosam autori aut fraudi futuram. Saltem in Angliam aliquot exempla sine noxa autoris mittentur. Qua in re uteris, etsi nullus moneam, consilio Campanellae, viri summi et incomparabilis, qui genios procerum Italiae unus omnium optime cognitos habet. Eidem ut meae summae in ipsum observantiae sis interpres, imo sponsor, obnixe rogo; quam observantiam fortassis ipsemet audebo, cum per otium licebit, epistolio aliquo ipsi testatam reddere. Gratulor ipsi felicitatem hanc egregiam, quod ea loca tandem effugerit in quibus ademptum per inquisitiones loquendi audiendique commercium, et in illud aureae libertatis asylum pervenerit, ubi quod reliquum est aetatis in sinu complexuque maximorum virorum, sibi suaviter et publico bono utiliter, exigere possit. Deus ipsi vel de meis annis annos augeat. V.

 

Scr. 2 Maii([835]) 1635.

 

Cupio de redditis litteris et libris quamprimum certior fieri, itemque doceri, num consultum sit ut Venetias exemplaria quaedam, Elzeviriorum nomine, hinc mittantur: nam occasionem nostrates mercatores satis expeditam suppeditare possunt.

 

 

 

3122**.

 

ELIA DIODATI a GUGLIELMO SCHICKHARDT in Tubinga.

Parigi, 17 maggio 1635.

 

Kgl. Landesbibliothek in Stuttgart. Cod. hist. fol.° n.° 563, Lettere di E. Diodati, car. 18.–Autografa.

 

…. Utinam desiderio tuo satisfacere in me esset! protinus telescopii Galileani compos fieres. Quod nescio an ab autore, qui solus id parat, nunc curis et aerumnis oppresso, sperare liceat: tentabo tamen et omnem lapidem movebo, etiam oblato, ut praescribis, praetio, innominato eo in cuius gratiam petam; et eius quod ad petitionem responderit, te certiorem faciam. Vale.

 

Parisiis, 17 Maii 1635.

 

 

 

3123*.

 

UGO GROZIO a GHERARDO GIOVANNI VOSSIO [in Amsterdam].

Parigi, 17 maggio 1635.

 

Dalla pag. 148 dell’edizione citata nell’informazione del n.° 2977.

 

…. Sunt et quae studia in commune nobis amata tangunt, de quibus agere tecum debeam. Vir in omni mathematum parte summus, in philosophia caetera non infimus, Galilaeus Galilaei, Iesuitarum in ipsum odio, ac Principis Thusci, sub quo vixit, socordi metu, coactus Romani ire, ideo quod terram movisset, non vetante vestro Hortensio, dure habitus, ne (sic) maius vitaret malum, quasi ab Ecclesia edoctus, sua scita rescidit; neque eo vitavit infortunium, sed in Etruriam remissus est, ea lege ut et ibi esset in custodia, quanquam liberiore et quam evadere ei non esset difficile si receptum alibi videret. Sunt heic amici eius, qui cogitationem de Amstelodamo subiecerunt, sperantes ibi posse eum et tuto vivere et reperire quantum necesse est ad senectutis et studiorum solatia([836]). Praeclara enim opera parata habet de his quae in aqua supernatant, aliaque ad varias sapientiae partes pertinentia. Rogo explores quid vestris proceribus super hac re futurum sit sententiae. Dialogum Galilaei, anno 1632 Florentiae editum, an videris nescio. Est scriptus italico sermone, ea rerum reconditarum peritia, ut nullum nostri saeculi opus ei comparare audeam, antiquorum multis praeferam….

 

 

 

3124*.

 

MARINO MERSENNE a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

[Parigi], 26 maggio 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9543, car. 16. – Autografa.

 

…. Le R. P. Campanella me vint hyer voir, et ce mesme jour Cramoisy([837]) m’a envoyé sa Medecine([838]), imprimée a Lion, que je vais vistement parcourir. Il est hors de doute que cet excellent homme a un grand entendement et une heureuse imagination; et si nous avions encore le S.r Galilée, j’aurois perdu l’envie d’aller en Italie, dont nous aurions les deux plus grands hommes, à mon advis. J’ay esté soigneux de faire venir d’Italie tous ceux qui ont escrit contre luy, affin de le deffendre ez choses qu’il a bien avancées; mais j’ay trouvé qu’ilz ne sont quasi pas dignes qu’on les nomme à l’égard de ce grand homme, et ne me croyant pas moy mesme, je les ay fait lire à mes amis, qui ont trouvé la mesme chose: de sorte que je me contente d’agir noblement avec luy, en parlant de ses experiences et des miennes, comme vous verrez, Dieu aydant….

 

 

 

3125*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 26 maggio 1635.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 123. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Sono stato, nel fine della settimana passata, ad accompagnare il nostro Padre Generale a Treviso, per il che non scrissi a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Con il Sig.r Aproino habbiamo fatta la commemoratione di V. S., colla memoria delle cose passate: credo che gli haverà scritto.

Ho cinque doppie, di ragione di V. S., ratta di Marzo del suo debitore di Brescia([839]), che per essersi riscossa inanzi che le monete si bassassero, correvano lire 28 l’una. So che V. S. non pensa a queste puerilità: disponga quello devo fare.

Mai ho potuto sapere ove sia il Cav.r Villes, e congetturo sia passato in Francia. La risposta fattale da V. S.([840]) è prova di ingenuità, ma non senza instruttione.

Ho dato raguaglio al Sig.r Alfonso Antonini delli due Dialoghi, che se n’è sopra modo rallegrato, e più della buona salute di V. S. e della sua franchezza d’animo, che argomenta dalla sublimità delle sue speculationi.

La Rosa Ursina([841]) è qui su le librarie. Mi dicono che non se ne vende nissuno; e veramente un volumazzo sì fatto spaventa, spetialmente me occupatissimo e che non so d’havere incontrato ancora in volumi grandi ove tra gran paglia habbi trovato se non pochissimo grano. Dio conservi V. S., e le bacio le mani.

 

Ven.a, 26 Maggio 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

3126*.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO GASSENDI in Digne.

Aix, 26 maggio 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 12772, Lettres de Peiresc à Gassendi, car. 143. – Autografa.

 

…. J’ay receu, par ce dernier ordinaire d’hier et par celuy de Rome et par le precedant de Paris, des lettres à vous communiquer, tant de Galilée que autres, ou vous prendrez bien du plaisir….

 

 

 

3127*.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO GASSENDI in Parigi.

Aix, 26 maggio 1635

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 12772, Lettres de Peiresc à Gassendi, car. 139. – Autografa.

 

…. Au reste j’ay receu par l’ordinaire une lettre du bon homme Galilee([842]), qui a prins en fort bonne part les petits offices que je luy ay rendus auprez de l’Em.me C. Barberin, bien qu’il n’en attende pas grand effect. Si mon homme([843]) eust transcript sa lettre, comme je le luy avoys ordonné, vous en auriez maintenant la coppie, car j’ay envie d’envoyer l’original ouvert a M.r de Rossi([844]) et a M. Deodati demain, Dieu aydant….

 

 

 

3128**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 28 maggio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 146. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r e P.ne Col.mo

 

Giornalmente V. S. molto Ill.e mi va caricando di una infinità di oblighi per l’affetto, e confidensia che dimostra verso un suo servitore, dal quale al meno, non possendosene scaricare con li fatti, seguirà con la voluntà, aspettando di potergline dimostrare con vivi effetti.

Ho letto e riletto più volte la lettera che S. S.a scrive al’Ill.mo S.r Consigliere di Peresce. Veramente è lettera dorata, non solo per la pulitezza dello stile, che per havere S. S.a toccato con mano la statagemme del P. Lino([845]), che non credo che ci sia altro se non quello che per essa lettera la descrive. Mandai subito la lettera a sudetto Signore, e io per me spero che S. S.a ne haverà la risposta; e per essa vedremo quel tanto ne scriverà, e tengho ne haverà havuto consolatione.

Al S.r Diodati ancora ho mandato la sua lettera. Tratterò seco in fare restanpare le sua opere. Tengho haveriano spaccio, massime sendo tradotte in lingua fransese. Ne ho io alcune, ma mi manca quello delle macchie nel sole, che giudico il principale, e possendolo ricuperare mi saria gratissimo.

Ho havuto carissimo havessi ricevuto quelle scritture. Poche hore doppo della scrittura della sua de’ 12 stante haverà ricevuto le restante, poi che del medesimo giorno tengho lettere di Girolamo mio fratello, che erano già in potere suo, pronto a mandarle; e adesso con questo presente corriere mando, sotto coperta di sudetto mio fratello, un libretto([846]) stato stampato qui, che toccha in certi punti li amici di S. S.a Tengho li doverà gustare: al meno ne accetti il buono animo.

Con mia particolare satisfasione ho visto come il Ser.mo P. Mattias([847]) portava una copia delle sua opere in Alemagnia, con pensiero di farle là mettere in luce([848]), che questa è buonissima occasione; e per quanto veggio e considero esse sua opere([849]), non potevano manchare d’essere messe alla luce, già che da ogni banda erano desiderate. Solo goderò di vederne una copia, sendo seguito che sua arrabiati nemici non hanno altra premura che d’estinquere la memoria di V. S. Hanno tolto osso duro a rodere, e, ben che cani, tengho habbino a crepare con questa voglia; e le diligentie che fanno, serviranno a loro confusione e a sua maggiore gloria. Con questo io reverentemente li faccio reverentia, pregandoli dal Cielo il colmo d’ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 28 di Maggio 1635.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Obig.mo e Dev.mo Par.te e Ser.re

Rub.to Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r e P.ne Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Mattem.co primario di S. A. S.

In Arcetri, in Firenze.

 

 

 

3129*.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO DUPUY in Parigi.

Aix, 29 maggio 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Collection Dupuy, vol. 718, car. 157 – Autografa.

 

…. I’ay eu responce du Sieur Galilée et du P. Silvestre Pietra Sancta, concernant la machine du P. Linus([850]), et attends icy en bref le Sieur Dormalius([851]), liegeoys, qui l’a veüe et examinée curieusement pour l’amour de moi et m’en promet une relation de vive voix bien exacte….

 

 

 

3130.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 2 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 148. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ho riceuta la lettera di V. S. molto Ill.re: in risposta non posso dirli altro se non che questa quaresima passata fui a’ piedi di Nostro Signore, dal quale fui trattato con la solita benignità antica e fui trattenuto quasi un’hora, essendo per prima stato tre anni con ogni riverenza ritirato. Io spero che haverò occasione in breve di servire S. S.; e di tutto questo diedi conto a V. S., e mi dispiace che la lettera sia andata male.

Il Sig.r Ambasciatore di Francia([852]) mi continova la sua grazia, e ieri li feci in nome di V. S. riverenza, leggendoli la lettera, e mi disse che voleva scrivergli. Si mostra tanto sviscerato che non si può dire più, e mi riesce un compitissimo Signore. Io non manco servirlo, ancorchè le sue gravi occupazioni non mi concedino molto commodo di farlo.

Non so se il nostro Padre Francesco([853]) haverà fatto vedere a V. S. una mia lezzione intorno a certi quesiti numerali([854]): haverei caro che ci facesse qualche reflessione e mi dicesse il suo senso. Qua da diversi professori viene stimato pensiero novo, sì come ancora nova la maniera di investigarlo: con tutto ciò non m’assicuro di niente senza il parere di V. S. e del Padre Francesco buono.

Un Sig.re medico Francese mi diede l’incluso polizino di difficoltà fatta in Francia da non so chi contro l’opinione di V. S., come vedrà([855]); e havendomi ricercato di parere, non sono voluto entrare in altro che in promovergli un dubbio contro, come V. S. vedrà pure dall’incluso foglio. E non occorrendomi altro, li fo humile riverenza.

 

Roma, il 2 di Giugno 1635.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gal.o

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori, d’altra mano: Al molto Ill.re Sig.r P.ron Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei, p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Fiorenza.

 

 

 

3131*.

 

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 2 giugno 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 147t. – Minuta autografa

 

Aelio Diodato,

Lutetiam,

 

  1. P. D.

 

Amplissime nobilissimeque Domine,

 

Qui tradit hanc epistolam, Wolfgangus Leonhardus Welserus Augustanus, iam ante 13 annos, studiorum occasione, mihi familiariter innotuit…. Oro igitur etiam atque etiam, ut, qui bonorum omnium ingeniorum patronus audis, huic quoque optimo viro, vel in mei gratiam, vel etiam in honorem illius quondam illustris viri Marci Welseri quem hic gentilem habet, quemque Galilaeus noster maximi semper fecit, benigne tacere digneris….

Ceterum ad nobilissimas tuas propediem respondebo, curabo quoque ut Galilaici operis exempla, mundiori charta excusa, ad te perferantur. Ibunt una litterae ad nostrum Galilaeum. Nam convictor quidam meus Lutetiam abiturit; quo aequiori animo fero, me nunc a prolixiori scriptione per temporis angustiam excludi. V.

 

23 Maii([856]) 1635.

 

 

 

3132*.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO GASSENDI in Digne.

Aix, 2 giugno 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 12772. Lettres de Peiresc à Gassendi, car. 144. – Autografa.

 

…. Je n’ay poinct encore faict responce au S.r Galilée ni au P. Sylvestre([857]), et me suis resolu d’attendre l’ordinaire de Rome, qui pourra venir dans 15ne, pour voir ce que nous en pourrons apprendre de plus. Cependant le bon M.r Dormalius([858]) pourroit arriver, car M.r du Puy([859]) me mande qu’il estoit a Paris et luy avoit demandé une lettre pour moy: il nous parlera de visu de la machine du P. Linus et nous le pourrons enquerir de beaucoup de choses; et si vous ne pouvez donner jusques icy pour en prendre vostre part, comme je tascheray de l’arrester quelques jours, mandez nous sur quoy vous vouldriez que je le fisse parler pour ce regard ou aultre. Je ne suis en peine que des bruicts de cez navires de guerre d’Espagne, qui sont en notre coste, et crains que cela ne luy fasse prendre aultre route, ce qui me seroit d’une bien grande mortification, à present que je m’y suis attendu. Je vous envoye donques tout ce que m’en ont escript le S.r Deodati, sur la relation du S.r Gallei([860]), liegeoys, le S.r Rubens([861]), le P. Silvestre et le S.r Galilée….

 

 

 

3133.

 

GALILEO a ELIA DIODATI in Parigi.

Arcetri, 9 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 73r. – Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, che vi premette quanto appresso: «Il Galileo all’amico di Parigi chiude una sua lunga lettera responsiva, scritta d’Arcetri, de’ 9 Giugno 1635, con le seguenti parole:». A car. 28r., 75t., 84t., 88r., 146r. del medesimo codice si hanno altre copie di questo stesso frammento, di mano del VIVIANI o di un suo amanuense.

 

Parte oggi il Ser.mo Principe Mattia per Alemagna, e porta seco una copia de i due primi Dialogi de i quattro che mi restano da stampare; et ha S. A. risoluto di voler egli stesso prendersi questa cura e dedicargli a chi più gli piacerà. Questi contengono i frutti più stimati da me di tutti i miei studi, dove con l’occasion di scrivere in dialogo ho avuta comodità d’inserirvi buon numero di contemplazioni tutte nuove e per lo più remote dall’opinioni comuni, come, piacendo a Dio, tra non molto tempo V. S. vedrà. Alla quale in tanto con vero affetto bacio le mani, come anco alli SS.ri Gassendo e Campanella.

 

 

 

3134*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 9 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 115. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r P.ron Col.mo

 

Oltre li quattro quesiti rissoluti da me nella lettione che io mandai al nostro caro Padre Francesco([862]), mi trovo haverne rissoluti 25 altri: e perchè ho mostrata questa fatica a diversi miei amici intelligenti, e mi ricercano che io la dia alle stampe, prego V. S. molto Ill.re a prendersi un poco di briga di vederla, insieme con il P. Francesco, Sig.r Mario Guiducci, Sig.r Andrea Arrighetti, S.r Tomaso Rinuccini et altri di cotesti sinceri et elevati ingegni, e dirmi liberamente il loro parere, senza del quale io non penso di fare cosa nessuna.

Il Sig.r Frescobaldi è stato a ritrovarmi questa mattina, et habbiamo speso una buona mezz’hora in ragionar caramente di V. S., e m’ha imposto che gli baci le mani a nome suo. Il S.r Ambasciatore di Francia continova ad amarla, et ha anco un desiderio ardentissimo di servirla. Non vado mai da S. E., che non si faccia honoratissima rimembranza del suo gran merito e valore. Il Sig.r Nardi([863]) non si trova in Roma, ma credo che sia in Arezzo. Non ho ancora potuto vedere il Sig.r Magiotti: quando lo vedrò, gli farò l’ambasciata da parte di V. S., alla quale fo riverenza.

 

Di Roma, li 9 Giug.o 1635.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gallileo.

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei], p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Fiorenza.

 

 

 

3135*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 9 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 33. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

 

Tengo la gratissima di V. S.a molto Ill.re et Ecc.ma di 2. Non intendo che mai lo scrivermi le sia di scomodo, e vorrei assolutamente disobligarla, se non fosse il sommo gusto che ricevo nell’intendere che si trovi in prospera salute.

Le cere e zucheri sono in prezzo eccessivo di soldi 48 la libra, ove al più solevano essere 32.

Il Sig.r Aproino fu qua inanti la Pentecoste: non può far che non si lasci vedere. Il Sig.r Alfonso Antonino mi fa grandissima instanza di avisarlo ove capitarano li Dialoghi, per dar ordine che subito le sieno mandati.

Io riverisco il P. Mattias([864]) singolarmente anco per questo titolo, che il suo giudicio li fa conoscere il grave danno de’ virtuosi, se specolationi tali restassero senza la proprietà del buono, ch’è di comunicarsi. Io non ho havuto mai dubbio che la persecutione non sia contra la persona. Ben è vero che la dottrina serve di stimolo in quei sogetti, che vorriano estinta ogni eruditione per far credere a’ suoi partiali di soli dominar nelle scienze.

Dio la conservi, come instantemente Lo prego, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 9 Giugno 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ecc.mo S.r Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. Fulgentio.

 

 

 

3136**.

 

GIULIO NINCI a GALILEO in Arcetri.

San Casciano, 12 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 84. – Autografa.

 

Al molto Ilustre Sig.re Galileo Galile.

 

Gli mando staia sei di farina per Lorenzo Vani, e tre mine di panicho. Il vettrale non à pottuto portane dua staia, come n’ebi avso dell Ganozo. E se gli ocore niete altro a V. S., la mi avisi perchè ò grande desiderio di servila. Chi Dio vi conceda la sanità.

 

Il dì 12 di Giugno 1635, in Sancascano.

  Vo.ro Aff.o

Giulio Ninci.

 

Fuori: Al molto Ilu.re Sig.re Galileo Galilei.

Invila sua a

Samateo in Naceti.

 

 

 

3137.

 

PIER BATTISTA BORGHI a GALILEO in Firenze.

Roma, 16 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 150-151. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r e P.rone Colend.mo

 

Non ha voluto la disgrazia mia che prima di questa settimana mi sia pervenuta alle mani la cortesissima sua del 14 Aprile; la quale nè anche averei avuta, se il P. Abbate D. Benedetto non mi dava nuova l’altr’ieri che V. S. avea ricevuti que’ libricciuoli, che più mesi sono lasciai all’Ambasciator di Toscana([865]), e non mi diceva che V. S. m’avea scritto e che dovea la lettera esser alla posta. Io non soglio ricever lettere per la posta di Firenze, e per tanto là se ne dormiva la lettera di V. S. con mio gran pregiudizio, che mi trovavo privo di un favore così segnalato. Il perchè se V. S. m’avea querelato di poca creanza per non risponderle, sentendo ora una scusabile ignoranza del fatto, la supplico ad ammettermi alle diffese per esser assoluto da sì fatta imputazione. Se i libri son venuti tardi, se non sono stati al proposito, questa sì è colpa mia, che co’ miei peccati mi tiro adosso l’ira di Dio, che non mi lascia poter servire come vorrei a chi devo. La cortesia e benignità di V. S. gradisca almeno il debole affetto di un suo divotissimo servitore.

Sento al vivo la solitudine continua di V. S., a cui l’età passata così ben spesa dovea haver compra a danari contanti una quietissima e felicissima vecchiaia. Noi vediamo il mondo pien di falliti; et è oramai cosa ordinaria, che quando qualche poveraccio s’ha raccolti quattro baiocchi con la sua industria, sperando poi riposarsi, fallisce un mercante e resta colui in bianco. Si suda a studiare, a trovare cose giovevoli al genere umano, e trovate si communicano, sperando ritrarne quiete et onore, et in iscambio se n’ha persecuzioni e travagli.

Ma saria pur pazzo chi avesse per fine de’ suoi studii e fatiche non la sodisfazione di sè medesimo, ma quella di altrui o la speranza di doverne essere ben voluto. Il mondo è pieno di Narcisi, che, amatori di sè medesimi, sprezzano et odiano altrui, e perciò cercano estinguere il lume delle virtù che in altri risplende, acciò da esso non siano scoperti i loro vizii. La solitudine di.V. S., che pare le pesi, sarà gloriosa a V. S. et utile a’ posteri, malgrado di chi per invidia l’ha procurata; e volesse Dio che io potessi servirle in essa, perchè più avventurato mi terrei di gran lunga se vivendo solitario potessi fuggir la noia che mi danno l’avarizia, l’infingardaggine, il lusso, l’infedeltà, il caos de’ vizi, che alloggia tra le genti di corte, i quali, quando non mi dessero altro fastidio, mi fanno morir di voglia di satirizare. Abbi pazienza, Sig.r Galilei, e mi lasci dire quel che sento. Io stimo che V. S. non potesse esser meglio premiato delle sue fatiche, che tanto ànno giovato et eternamente gioveranno a li huomini, che con l’esser sottratto dalla prattica della corte, cioè da un inferno, et esser stato chiamato ad un paradiso di una non oziosa solitudine.

Vedo che meschia alle volte tra le dolcezze de’ suoi studii l’amaro della noiosa lettura del mio libretto([866]), a fine che più dolci le paiano quelli rispetto la rozzezza di questo. Loda V. S. per sua grazia il mio talento, ma credo che più l’arebbe lodato se m’avessi tacciuto. E perchè m’impone le scriva in che m’impiego, dirolle che sto perdendo il tempo ad empirmi la testa di paragrafi per doventare un poco dotto dottore contra mia voglia, che a simili studii (comunque me n’abbia sempre avuta poca ad ogni altro) mai ho avuta inclinazione. Grida il padre che io mi marcisco nell’ozio, e che non son huomo nella terza enneade degli anni da guadagnarmi un baiocco. Povero vecchio, che a così vil fine ha diretta la sua fatica di generarmi! Lo scuso però, perchè casca nell’error commune, che avvilisce l’imagine di Dio alla sordida accumulazione di denari. Se però avessi o virtù o fortuna per sottraermi da questo giogo, sa Dio quanto volentieri il farei, e quanto mi saria cara ogni occasione che mi si rappresentasse. Ho alcune bagatelle de’ miei più giovenili studii, che sto ripolendo, et a suo tempo pregherò V. S. farmici la sua correzione. Trattanto la supplico non mi privar della sua grazia, che stimo più che la vita, et onorarmi de’ suoi commandi, col consolarmi alle volte con due sue righe, mentre umilmente la riverisco e prego N. S. le conceda il compimento de’ suoi giusti desii.

 

Roma, li 16 Giugno 1635.

Di V. S. molto Ill.re

 

 
Del P. Abbate Castelli deve V. S. averne nuove fresche, avendomi esso detto che le ha scritta la sua nuova soluzione di alcuni problemi algebratici per numeri privativi, [stima]ta impossibile per dianzi([867]).  
 

Sig.r Galilei. Firenze.

Serv.r Divot.mo et Obbligat.mo

Pier Batta Borghi.

 

 

 

3138.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 16 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 119. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r P.ron Col.mo

 

Io non scrivo a V. S. molto Ill.re cosa di nuovo nel suo negotio, perchè si cerca di pigliare il tempo e l’occasione oportuna per radolcire e non esacerbare gl’animi. In tanto viva sicura che l’Ecc.mo Sig.r Ambasciatore di Francia la stima e ama di cuore, et io non mi curo di havere consolatione nessuna in questo mondo se prima non vedo consolata V. S.

Quanto poi alla mia lettione([868]), aspetterò il suo senso, e la prego a dirmelo liberamente. Quello che mi somministra l’affetione naturale alle proprie cose, è che mi pare in questa mia fatica ci sia qualche novità nella materia e novità nel modo di maneggiarla, e che però possa comparire, massime che ho acresciuta la lettione di alcuni altri pensieri et in oltre fattali un’aggionta di 26 altri quesiti, un più bello dell’altro. Non di meno non voglio esser tanto appassionato di quell’amore, che infine ha del bestiale, che io habbia da fare cosa nessuna senza il suo consiglio.

Mecenate([869]) è tutto di V. S., e gli darò la nuova che quel tesoro sia messo in sicuro([870]), che so l’haverà carissimo. E non occorendomi altro, gli fo riverenza.

 

Di Roma, li 16 Giug.o 1635.

Di V. S. molto Ill.re

Sig.r Galileo.

Devotis. e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei], p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Fiorenza.

 

 

 

3139**.

 

LORENZO CECCARELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 16 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 117-118. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio P.ron Col.mo

 

Se bene li continui affari dell’essercitio mio di rado o non mai mi lasciano respirare et applicare la fantasia in quegli oggetti che più fissamente mi stanno nella memoria impressi, tutta via alle volte, facendo violenza all’impossibile, mi volgo per dolce diporto a considerare quelle cose che più m’appagano, tra le quali il principato tiene il mio charo Sig.r Galileo con gli amati suoi SS.ri figlioli. Per lo che, parendomi dura cosa lo star lungo tempo digiuno di loro nove, e massime quando da me non resta, come ho fatto altre doi volte, di provocare alla penna, della quale hoggi mai me ne posso far mastro, come dall’occlusa operetta V. S. vederà, che li mando come coccola di quel lauro ch’un tempo godè la felice uggia di lei.

La mia causa dell’heredità che V. S. sa([871]), non l’ho fatta ancora disputare, ma habbiamo risoluto differirla sino alle Rote nuove di 9bre prossimo, havendoci io speso sin hora molto tempo, fatiche e denari; ma maggior è stata l’industria et accortezza d’un soggetto molto singolare e consumato in questa Corte, come quello che sa trattare in eccellenza qualunque materia sì civile come criminale, ecclesiastica, mista etc. Questi si chiama ii S.r Tommaso Ribera, di natione spagnola, quale, doppo haver compito li suoi studii nell’Università di Salamanca, si trasferì a questa Corte, dove si è trattenuto lo spatio di tre lustri, attendendo all’avocatia per tutti li tribunali di essa, con applauso et ammiratione universale; al quale io mi trovo obligato in guisa tale, che prima crederei poter agevolmente sciorre il nodo Gordiano che quello onde mi trovo avvinto a questo gentilhuomo, poichè in tutti li miei bisogni et occorrenze non ho mai trovato altri che lui, sempre mai più pronto a favorirmi che io a chiedergli favori e gratie: di modo tale, che li molti benefitii mi sono più tosto stimolo di confusione che vincolo d’obligatione, quale non spero già mai in mia vita poter compensare in minima parte, se da V. S. non mi si porge l’aiuto di cui vengo a supplicarla.

Detto gentilhuomo più volte si è meco dichiarato d’aspirare ad un carico di Consigliere o altro simile nella città di Napoli (quali carichi sono chiamati dalli Spagnoli Piazze perpetue); et sapendo egli quanto la mia persona sia grata a V. S., e quanto in superlativo grado quella di V. S. grata et d’autorità appresso l’Altezza Ser.ma di Toscana, et che però il ricercare a V. S. quella gratia che le dimando sia più tosto confidenza nella sua gentilezza che presuntione d’alcun merito mio, mi ha pregato a supplicarla, come fo di tutto cuore, per una lettera di S. Alt.a a suo favore al Vice Re di Napoli per uno di detti carichi; essendo io securissimo che mentre questo soggetto ascenda a tal grado, non solo potrò dire d’haver corrisposto alla gratitudine che sì giustificatamente le devo, ma mi reputarò anco fortunatissimo, poi che mi sarà ansa d’arrivare a qualche felice stato, mentre lui haverà così largo campo di giovarmi, sì come ha fatto di continuo da otto anni in qua, che sono più le cause che mi dà lui solo, che tutti gli altri insieme. E V. S., facendo questo, farà in un istesso tempo doi atti: uno di giustitia verso questo tanto meritevole soggetto, e l’altro di gratia verso di me, non del tutto indegno di qualche favore, quando non per altro, almeno per la gran fede che sempremai ho havuto nella persona di V. S. Con che vengo a supplicarla di cosa assai fattibile nelle correnti congiunture che ella sa, non solo perchè vi sono molti simili carichi destinati a Spagnoli, de’ quali questo è il più meritevole che si possa proporre, ma ancora per la gran corrispondenza che di presente passa tra S. Alt.a e quel Vice Re; sapendo io certissimo che mentre V. S., non meno di cotesti Prencipi, con la sua autorità, ch’è di tutta la terra([872]), con la sua scienza singolare, irreparabile motore, mi voglia favorire in questa occasione, sarà di tanta efficacia la lettera di S. Alt.a, che forse in risposta se ne vedrà l’effetto et il compimento de’ nostri desiderii, perchè mediante V. S. verrei ad ottenere la maggior pretensione che mai habbia havuto nè sia per havere a i giorni miei. Et il mio Sig.r Galileo sarà da questo suo Lauro sin all’ultimo spirito decantato in versi heroici con sincera e grata harmonia su la lira d’Apollo, dovunque il vento di fortuna mi dibatti. Starò dunque aspettando da V. S. benigna risposta della sua volontà; della quale sommamente, confido, e ne la supplico di bel nuovo; mentre io con mia consorte e cognate le facciamo devotissima riverenza, come anco al mio S.r Vincenzo e sua Sig.ra consorte et alle sue dilette SS.re Maria Celeste et Archangela Galilei, pregandoli dal Cielo ogni più vera prosperità e salute.

 

Di Roma, li 16 Giugno 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 
Per vita del S.r Galileo, mi favorisca di benigna risposta, diretta: Al Palazzo nuovo de’ SS.ri Borghesi.  
  Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

Lorenzo Ceccarelli.

 

 

 

3140*.

 

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 18 giugno 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 148r. – Minuta autografa.

 

…. Convictores habeo Misnicum nobilem ab Einsiedel einaque praefectum Neudorffium, qui, conducta iam rheda, brevi Lutetiam, et inde in Angliam, ibunt. Hos mihi longe charissimos hospites iam nunc in antecessum tibi commendo, commendaturus pluribus verbis cum discesserint, iisdemque commissurus quos tibi reddant libros, scilicet et Systematis exemplaria chartae mundioris et Thurneysseri([873]) opus, quod novissime petiisti….

 

8 Iun.([874]) 1635.

 

 

 

3141*.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a PIETRO GASSENDI in Digne.

Aix, 18 giugno 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 1272, Lettres de Peiresc a Gassendi, car. 148. – Autografa.

 

Monsieur,

 

Nons avons icy M.r Dormalius([875]), compagnon d’estude de M.r Holstenius, chanoine de Liege, qui s’en va a Rome pour ayder, avec ledict Sieur Holstenius, à l’impression des libvres grecs, que l’on y veult faire reflorir. Il m’a rendu une lettre de M.r Vendelin, adressée à vous, Monsieur, où vous verrez la bonne esperance qu’il a conceüe de pouvoir regler des choses bien dignes de l’estre, et l’ardante passion qu’il auroit de pouvoir faire observer la haulteur du pole ou du soleil à Marseille à ce solstice prochain. Si vous en pouviez faire la courvée, vous l’obligeriez merveilleusement, et consequamment touts ses amys et tout le païs, qui a interest à cez beaux csclaircissementz. Vous verriez par mesme moyen les experiances de la pierre flottante, que le bon P. Mercene([876]) m’a envoyée, et ouyïriez de la bouche du S.r D’Ormalius la description de la machine du P. Liny, et que depuis s’estre servy de cire pour son globe interieur, il en avoit faict d’aultres matieres et finalement de cuyvre vuide, a quoy il s’est enfin arresté. Mais ce mouvement orizontal me faict grand ombrage, et croy que ce pourroit bien estre quelque artifice, à peu prez comme ce qu’en dict le S.r Galilée….

 

 

 

3142*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 19 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 152-153. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.o

 

Non ho maggior gusto di quello che ricevo dalle lettere di V. S. Ecc.ma, tanto da me amata e stimata e per li oblighi che le tengo e per l’infinito suo valore. Così potessi io trovare un simil balsamo per conservarli la vita, quale ella ha ritrovato per eternarsi la fama. Non ci è pericolo che quella svanischi, qualunque industria vi opponghino i suoi emuli, havendola ella alimentata con il sugo sustantioso della sua finissima dottrina. Io mi conosco essere un’umbra rispetto a lei, che però vado seguitando almeno con il desiderio il movimento del lume vivissimo che in lei risplende e che la generò.

Non so se ella intenda quello che dice, de’ suoi Dialogi già stampati o di quelli che era per continuare a stampare, che mi saria via più caro, havendo io un grandissimo desiderio di quella dottrina del moto.

Io scrissi già al P. Lutio, che se a lei fosse occorso di voler servire qualche amico della mia Geometria([877]) io liene havrei mandato, poichè per non aggravar tanto il portatore non li potei dare se non il compimento di quello che teneva. Mi disse lei che un tal Signore suo amico la volea vedere. Havrei havuto gusto sentire almeno il parere di alcun di cotesti Signori che havesse flemma di vederla, poichè mi stimo che essa non vorrà affaticar la mente in questa età, che mi saria stato però di molto gusto, o almeno se havesse potuto vedere la prima propositione del 7° libro, e dirmene il suo parere. Ma non intendo di aggravarla oltre al dovere.

Quanto alla qualità de’ studii a’ quali sia hora per applicarmi, s’io riguardo al mio gusto mi saria piacciuto applicarmi io ancora alla dottrina del moto, parendomi cosa di gran momento et il compendio della vera filosofia: ma s’io voglio badare alla sodisfattione di questo luogo, che già dal Magini fu tanto honorato con la compositione delle Tavole([878]), bisognaria che caminassi ancor io per simile strada; e se io facessi l’effemeridi per li anni prossimi futuri, questi Signori intenderebbono il frutto delle mie fatiche, che per altra via poco li riesce noto, per non esservi ch’intenda poco più oltre che all’adoperare dette effemeridi. Mi ci applicarei veramente; ma intendo che l’Argoli, lettore a Padova, le habbi già fatte per sino al 1660([879]), secondo le ipotesi di Ticone, sopra le quali farle anch’io sarebbe frustatorio. Similmente non mancano in Germania compositori d’effemeridi e sopra le Rodulfine([880]) e secondo Tichone; sì che par che mi resti poco campo di far in questo genere cosa nuova, onde sto perplesso, e perciò la prego anco in questo dirmi il suo parere. Prego il Signore che li dia sanità e longa vita, et a me occasione di servirla in qualche cosa di suo gusto. Alla quale per fine bacciando le mani, mi ricordo devotissimo servitore.

 

Di Bologna, alli 19 Giugno 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Firenze.

 

 

 

3143*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 23 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 121. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.rone Col.mo

 

Ho riceuta la lettera di V. S. molto Ill.re, e mi contento che si dolga di me nelle mie lettere, confidandomi che non si possa dolere delle mie operazioni, sincerissime e ardentissime nel suo servizio. Nella passata mia([881]) però gli ho scritto qualche cosa di quello che si pensa di fare dal Sig.r Ambasciatore di Francia, il quale ci sta benissimo disposto e li bacia le mani caramente.

Non ho hauto lettere dal P. Francesco buono([882]), ma mi è stata cara l’approvazione che V. S. mi scrive che è stata fatta da cotesti Signori([883]); e sappia pure che qua tutti sono dello stesso parere, e però credo che la cosa sarà grata. Ne ho dato parte al Sig.r Principe Prefetto([884]), che ha gradita assai la mia fatica. Mecenate([885]) la loda, e mi scrive che sta facendo i conti col meno di niente, come fo ancor io e V. S. e come hanno fatto tutti i galanthuomini. E con questo li fo humile riverenza.

 

Di Roma, il 23 di Giugno 1635.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gal.o

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori, d’altra mano: Al molto Ill.re Sig.r P.ron Col.o

Il Sig.r Galileo [Galilei], p.o Filos.o di S. A. Seren.ma

Fiorenza.

 

 

 

3144*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 24 giugno 1635.

 

Bib. Naz. Fir. Mss. Gal.,P. VI, T. XII, car. 160. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho sentito straordinario gusto che ella habbi pur dato compimento alle sue gloriose fatiche et a quella dottrina che è tanto dalle persone studiose stata desiderata, per la quale, come per l’altre già uscite in luce, al dispetto di ogni industria che vi opponghino i malevoli in supprimerle, ella gloriosamente viverà in eterno. Mi dispiace non ne potere assaggiare, poichè è cibo da me sopramodo desiderato. Non creda però, sapendo io il suo pensiero, che mi riducessi a fare questo errore di entrare adesso in simil materie([886]), che sono da lei inventate con tanti sudori, portando alcun pregiuditio alle sue rare inventioni, quando bene havessi talento di farlo (del che però non ha da dubitare, attesa la debolezza mia, che sono un niente rispetto a lei). Mi spiace del disgusto che io, posso dire, ignorantemente li diedi con l’occasione dello Specchio Ustorio([887]), nel quale venendomi così bene a taglio la linea descritta dal proietto per le settioni coniche, pensando che ella non ne facesse conto più che tanto, mi presi licenza di inserirla in quel libro, credendo che le proteste mie fatte in quello, che era cosa imparata da lei, dovessero più tosto cagionarli piacere che dispiacere, sì come poi conobbi con mia molta sinderesi. S’assicuri che non farei più tale errore, tanto più manifestandomi ella il suo pensiero.

Quanto alla mia Geometria([888]), haverei gusto sentire il pensiero di cotesti Signori. Temo che non si stanchino nel primo o secondo libro, nel quale vi sono le cose più leggieri e, rispetto alle altre, poco considerabili, dalle quali faranno, senza vedere il resto, più tosto cattivo che buono giuditio delli altri libri; tuttavia spero che la loro infaticabile voluntà, a giuditio massime del Sig.r Andrea Arrighetti, farà che non pronuntiino sentenza alcuna contro di me, prima che vista tutta la causa. Mi dispiace della sua età grave et impotente al più affaticare, se bene chi ha fatto tanto può a ragione godersi una tranquilla e gloriosa quiete. Prego Iddio li dii lunga vita corporale, sì come ella si è eternata quanto alla fama; et alla sua da me bramata affettione raccommandandomi, li baccio affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 24 Giugno 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Firenze,

ad Arcetri.

 

 

 

3145**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 25 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 123. – Autografa.

 

Molto Ill.e mio S.e e P.ne Col.mo

 

M’è stato di contento di sentire per la gratissima di V. S. molto Ill.e de’ 9 stante la ricevuta del piegho mandateli; e poco doppo doverà essere seguito di quel libretto d’Arcana etc.([889]), e gusterò di sentire li sia capitato a salvamento e che li habbia gustato.

Il S.r Elia Diodati, mio Signore e Padrone e suo affectionatissimo, m’à comandato di rinfrescarli la memoria della promessa che S. S.a li fece anni sono, cioè di mandarli il suo ritratto. Ho bene preso questo absunto molto volentieri, e più agiungho le mia deboli preghiere alle sua, con pensiero di haverne ancora io una copia e di goderla, se non la persona, come si desidereria, almeno l’effigie; però V. S. ce ne faccia questa gratia, così al S.r de Peresce, il quale più che l’huomo del mondo affectiona: e quando S. S.a sarà di questa resolutione, ho dato ordine a mio fratello([890]) di trovarne pictore, caso non ne habbia, e di farne la spesa; e spero che la sua bontà ce ne farà questa gratia.

Il S.r Marco Mancini, mio conpare, che fu quello che inadvertentemente trapassò quel suo primo libro a Roma, se ne viene al presente costì, e ha volsuto in ogni maniera essere latore di questa per havere l’honore di baciarli le mani. In ogni modo però gli ne raccomando di tutto quore; e lui li darà diverse novità di queste bande e delle dua grand[…..] che l’armata di S. M.à ha dato alli Spagnuoli in Fiandra, cioè a quella del Principe Tommaso e a quella del S.r Card. Infante, e da lui saprà il tutto sopra questo particolare.

Il pieghetto che per il S.r Diodati mi ha raccomandato, l’ò mandato a suo destinato viaggio subito che fu in mia mani; e il sudetto Signore mi manda e raccomanda l’alligato, che mi sarà di sommo contento sapere che l’habbia ricevuto, raccomandandolo assai.

Il S. de Rossi([891]) mio cugino li bacia humilmente le mani, e li dà adviso come ha ricevuto quel pieghetto o libro([892]) che li ha raccomandato per il S. Carcavi, Consigliere al Parlamento di Tolosa, e sicuramente lo recapiterà; e non li scrive per meno sua brigha, nondimeno li servirà questo adviso. E facendoli con questo reverentia, li pregherò da N. S. il colmo d’ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 25 di Giugnio 1635.

Di V. S. molto Ill.e

 

 
È passato di qui il S.r Elzeviro di Leidem, stampatore raccomantato dal S.r Diodati, e doverà fare motto a S. S.a costì.  
 

S.r Galileo Galilei.

Ser.re Aff.mo e Parente Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio e P.ne Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matt.o primario di S. A. S.

Arcretri.

 

 

 

3146**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 28 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 125. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Io non diedi risposta a V. S. col ritorno di Geppo, perchè egli fu più sollecito a partirsi che io a levarmi; e che perciò supplissi il mio segretario, è più tosto effetto di quella commodità che bisogna ch’io mi pigli in una lunga purga che sabato m’ha a condurre a’ Bagni di San Casciano, che mancanza di quel sviscerato riconoscimento de’ suoi favori, co’ quali ella mi va continuamente obligando.

A tutti questi Signori ho participato i suoi cordialissimi saluti, e li ritornano centuplicati; ma il nostro S.r Dottor Marsili([893]) non li rende con quell’allegria, che vorrebbe, ritrovandosi afflitto da un po’ di terzana, che lo tiene assai spaventato, benchè il medico l’assicuri che non sarà altro.

Sento con particolare ambitione il progresso di quelle fatiche che hebbero principio in questa carcere; e nella compassione della sua rustical solitudine non vedo ch’ella si possa consolar meglio che col suo proprio ingegno, com’ella fa. Sopratutto la si mantenga sano ed in quella tranquillità d’animo che è sua propia, poichè del resto ogni cosa si supera. Qua lli rassegno per sempre il più vero servitore ch’ella habbia e il più interessato a ogni sua felicità e contentezza, e con fine le bacio le mani.

 

Di Siena, li 28 Giugno 1635.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo.

Devot. Ser.

A. Arc.vo di Siena.

 

 

 

3147**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 29 giugno 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 127. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Hebbi la sua gratissima di 18 col supplemento del primo Dialogo, pieno delle solite osservationi, e specolationi.

Non ho potuto essere col S.r Monteverdi, quale sono sicuro è per ricevere gusto grande, perchè nelle sue singolarissime compositioni sempre camina su li fondamenti naturali, con bellissime ragioni di quanto opera.

Il Sig. Filippo Manuzzi è mio particolar patrone. È un sviato, sempre su le galantarie, nelle musiche di certe dame di honore e stima, cantatrici incantatrici. Non lo veggo alle piazze; senza dubbio sarà in villa, ove lo trovarò questa sera, chè siamo vicini; le mostrarò la lettera, e sono certo goderà di far il servitio, perchè è galanthuomo a tutta botta, sebene ha tanta paura delle corna del diavolo, che sempre è armato di coronazze grosse, piene di medaglie, che rassembra uno de questi nostri deformati.

  1. S. creda alla mia esperienza: non scriva di suo pugno, e provarà medicina sicura. Dio la conservi, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 29 Giugno 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. F.

 

 

 

3148*.

 

MATTIA BERNEGGER ad ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 29 giugno 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione, premessa al n.° 2613, car. 149t. – Minuta autografa.

 

…. Mitto praeterea, per eorundem([894]) aurigam, cum Thurneisserum([895]) quem requiris, tum etiam exemplaria tria Systematis Galilaici mundiori charta; quorum unum tamen velim nobilissimo viro Dn. Marescoto seniori([896]) transmittas, eundemque reverentissime verbis meis salutes. Optime de me meritus est virorum eximius, unde referendae qualitercunque gratiae occasionem quamcunque capto. Nisi forte putaveris, ipsum ab hoc genere studiorum alieniorem: tum enim arbitratu tuo de libro disponere liceto. Quid si mitteres eum ad nostrum magnum illum Galilaeum? nam pagellae istae, separatim antea subinde missae, sine dubio vitium in itinere ceperunt. Colligo dubiorum et errorum meorum in versione occurentium indicem, quem si adhuc ante discessum eorum quos tibi commendo([897]) licuerit absolvere, secum ferent cum litteris ad Galilaeum, abs te, ita rogo, curandis; sin antevertunt, illae proxime sequentur. Pro Thurneissero ceterisque nihil posco pretii, nisi quod ingens pretium hoc existimabo, si telescopium mihi procurabis, aere meo comparandum. Viginti coronatos obtulisse memini([898]); sed nunc, re melius expensa, ne triginta quidem numerare detrectabo: adeoque re quasi certa mercatorem quendam Venetum, domo Augustanum, nomine Reymundum Schorer, per filium convictorem meum oravi, ut, si forsan instrumentum illud ei reddatur, id exsoluto pretio ad me mittere velit; et faciet, uti confido. Tu quid hic spei sit, quaeso primo quovis tempore significes….

Opto cognoscere, num trecenta Systematis exemplaria Lutetiam pervenerint, et an opus isthic vendibile sit; num item in Angliam aliqua, quod mihi sane consultum videtur, transmissa fuerint. Scripsi ad Dominos Elzevirios de autoris Apologetico ipsorum sumptibus excudendo([899]) deque aliis, sed nihildum responsi accepi….

 

19 Iun.([900]) 1635.

 

 

 

3149*.

 

MARINO MERSENNE a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC [in Aix].

Parigi, 1° luglio 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9543, car. 20. – Autografa.

 

…. J’ai un Galilée latin De motu terrae, imprimé a Strasbourg. Il en est venu 350 à Paris, et ainsi il sera commun par tout le monde. On m’a asseuré que le S.r Galilée fait imprimer son livre des mouvemens et des mécaniques: vous m’en pourrez apprendre des nonvelles plus particulières. Je voudrois qu’il fust aussi bien en France que le Père Campanella….

 

 

 

3150*.

 

GIOVANNI GHERARDO VOSSIO ad UGO GROZIO in Parigi.

Amsterdam, 1° luglio 1635.

 

Dalla pag. 296 dell’opera citata nella informazione premessa al n.° 2947.

 

…. Realio([901]), quem his diebus adfuisse dixi, valde commendavi negotium Galilaei de Galilaeis([902]); nec facile dixerim, quantopere optet ut non alibi pedem figat. Aiebat, se manibus pedibusque operam daturum, et idem ut agerem volebat. Tamen de successu nihil audebat spondere. Hortensius mire exoptat hoc ipsum, atque una senior Blauwius([903]), ut alios taceam. Facilius esset negotium, nisi tam multi ex iis, qui clavum tenent, pecunias maioris facerent quam doctrinam et urbis gloriam….

 

 

 

3151*.

 

TOMMASO CAMPANELLA a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

Parigi, 2 luglio 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9540, Correspondance de Peiresc, Divers, T. VI, car. 245. – Autografa.

 

…. Credo che il Sig.r Deodato haverà scritto a V. S. Ill.ma le correttioni et avvisi che fa il Sig.r Morini([904]) al Sig.r Galilei, cohortandolo che si converta alla verità mediante le ragioni del suo libro, qual V. S. haverà visto. Non dico più….

 

 

 

3152.

 

PIETRO DE CARCAVY a GALILEO in Firenze.

Tolosa, 6 luglio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 154. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio, Pad. mio Osservandiss.o

 

Ho doppio debito con V. S., anzi triplicato, anzi infinito: e della sua gratissima lettera del 26 Maggio passato, e della cortese diligenza da lei usata in mandarmi el suo trattato De le cose che stanno su l’acqua, e d’haverne scommodato un suo amico. Quando potrò mai rendere a su’ cortesia quelle grazie che io dovrei d’i tanti favori? meritrebonno veramente ringratiamenti di fogli interi; ma voglio più tosto complir co’ fatti che con parole, in tutto quello che le piacerà sempre di commandarmi. E perchè V. S. non vuol far questo, anzi caricarmi siempre di nuovi favori, li chiederò licenza di far stampare tutte le sue opere già stampate: non ch’io pensi che la sua memoria possa esser abolita o vero che l’invidia trionfi della sua riputatione, perchè quella è troppo vivamente sculpita n’i animi di tutti i virtuosi, e questa di maniera divolgata fra le persone da bene et honorate, che non deve temer di questa canaglia che crede con quatro letteruccie stitiche saper ogni cosa, imbratamestieri che rapezzano scartabegli, animaletti studiantuzzi che scacazzano con duoi pigrammi uno straciafoglio e credono esser tenuti i savi della villa; non perciò, dico, ma perchè ho grandissimo desio di testificare a V. S. la mia servitù: di maniera ch’io non aspettarò altro che quello che me sarà commandato da lei, e che capitino nelle miei mani tutti i detti trattati già stampati, poi che lei ha dato ordine per gli altri non stampati.

Questo è quanto per hora mi occorre scrivere a V. S., avisandola havergli mandato uno mio parere sopra alcuna cosa d’i sui Dialoghi([905]). Non so si lei havrà ricevuta quella lettera: la pregho darmene nova, e siempre favorirmi della sua amicitia. Assicurandola del reverente mio affetto, baciole le mani.

 

Di Tolosa, li 6 di Luglio 1635.

Di V. S.a molto Ill.e Devotiss.o et Obligatiss.o Ser.re

P. De Carcavy.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio Pad.n mio Osservandiss.o

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

 

 

 

3153*.

 

UGO GROZIO a GIOVANNI GHERARDO VOSSIO in Amsterdam.

Parigi, 6 luglio 1635.

 

Dalla pag. 159 dell’opera citata nella informazione premessa al n.° 2977

 

…. De Galilaeo hoc addam, pro certo eum affirmare repertum sibi id quod in Hollandia tamdiu quaeritur, signa certa inveniendae longitudinis sive positus loci cuiusque ad partes aequatoris. Eius inventi, si res sic se habet, publicari gloriam velim patriae meae deberi….

 

 

 

3154.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 7 luglio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 156-157. – Autografe le lin. 58-70 [Edizione Nazionale].

 

Molto Ill.re Sig.r P.ron Col.mo

 

Mi dispiace sin all’anima che V. S. molto Ill.re non possa applicar il pensiero a questa mia fatica([906]), per poterne havere il suo purgatissimo giuditio. Il nostro Padre Francesco buono([907]) mi scrive una breve letterina, scusandosi di non potere scrivere il senso di cotesti Signori miei padroni([908]); mi dà però speranza di farlo per il primo ordinario; solo mi muove una difficultà principale, la quale è che cotesti Signori non vorebbero che io mandassi fuori questa sola cosella, ma che io aggrandischi l’opera di altre simili questioni. Hora sappia V. S. che oltre alli quattro quesiti rissoluti nella Lettione, io ho rissoluti trenta altri enigmi, uno più bello dell’altro, pure riputati impossibili di solutione, li quali perchè mi sono usciti dalla penna in lingua latina, voglio anco che entrino in luce nella medesima: li ho intitolati Appendix ad superiora. Oltre di questo io considero che ciascuno di questi quesiti può essere proposto in quattro maniere, e in quattro maniere rissoluto. Prima può essere proposto nelli numeri sopra il niente, e questo in due modi: uno con la determinatione ordinaria con la quale vien proposto dalli autori, l’altro senza cotale determinatione. Parimente il medesimo quesito può essere proposto e rissoluto nelli numeri sotto il niente, e questo pure in due modi, cioè il primo con una determinatione che corrisponde a quella che si fa communemente dalli scrittori nelli numeri sopra il niente, e l’altro senza cotale determinatione: di modo che posso con verità pretendere che questa mia fantasia abbracci molto più di quello che è stato considerato sin qui dalli altri, non essendo stata considerata se non la quarta parte, e quella che facilmente casca in mente d’ogn’uno. E per dichiarar meglio il tutto, propongo l’essemplo d’un quesito maneggiato in tutti quattro i modi, ed ho fatta l’elettione di un quesito facilissimo: Numerum invenire, qui additus ad duos numeros datos, faciat duos numeros in quacunque proportione data, quae sit minor proportione datorum numerorum: e questo quesito è proposto con la limitatione, come si usa comunemente da tutti. Si può ancora, conforme alla mia dottrina, proporre contro alla limitatione, e si rissolve benissimo, ed il quesito è tale: Numerum invenire, qui additus ad duos numeros datos, faciat duos numeros in quacunque proportione data, quae sit maior proportione data: e questi sono i due modi di proporre il quesito nelli numeri sopra il niente. Così ancora possiamo proporre il medesimo quesito in due altri modi nelli numeri privativi e che sono sotto il niente, e prima con dire: Numerum privativum invenire, qui additus ad duos numeros datos privativos, faciat duos numeros in quacunque proportione data, quae sit minor (e nel secondo modo, quae sit maiorproportione datorum numerorum.

Ma ecco che horhora, mentre scrivo questa a V. S., mi trovo soprafatto dal stupore, vedendomi aperta una abondantissima vena del medesimo tesoro, poi che mi pare che oltre alli nominati modi di maneggiare il sodetto quesito, che mi ci rappresentano altri due di pari belezza, facendomi instanza di non esser lasciati più nelle profondissime tenebre dell’ignoranza; e nascono in un certo modo dalla compositione de i precedenti. E stando nel medesimo essempio, si può proporre nelli infrascritti modi: Numerum privativum invenire, qui additus ad duos numeros positivos etc.; Numerum positivum invenire, qui additus ad duos numeros privativos etc. Posso dunque accrescere l’opera della medesima materia, e curiosissima, nella quale maneggerò quattro quesiti soli, ma in tutti i modi possibili, e così darò gusto a quelli ancora che desiderano che io faccia il volume grande; la qual cosa, se ben mi parve impossibile sul principio, in ogni modo hora mi pare tanto facile, che non ci ho altra difficultà che il scrivere, e scrivere corretto: e così io ritrovo che in questa materia ci sono i sette ottavi ancora sepolti.

Hora passiamo ad altro. Il nostro Sig.r Raffaelle Magiotti, più nostro che mai, è stato chiamato da Nostro Signore alla conversatione famigliare il dopo pranzo e dopo cena per trattenimento di cose di lettere, e dà sodisfattione maravigliosa. Ne do parte a V. S., perchè so che l’ama ed è benissimo ricambiata. E li bacio le mani.

 

Di Roma, li 7 Luglio 1635.

Di V. S. molto Ill.re

 

 
Faccia V. S. intendere a cotesti Signori miei padroni, che con ogni libertà vadino censurando questo mio pensiero, perchè quando sarà in termine che piaccia a loro, poco stimarò che dispiaccia ad altri; ma quando loro non restassero sodisfatti, non mi curarei dell’applauso di tutto il mondo insieme. E li faccia riverenza a tutti a tutti in nome mio; e abbraccio caramente il nostro Padre Francesco buono, al quale scriverò quando haverò riceuta la lettera che mi promette  
  Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r P.ron mio Col.mo

[…. Gali]leo Galilei, p.o Fil.o di S. A. Ser.ma

Fiorenza.

 

 

 

3155*.

 

MATTIA BERNEGGER a GIOVANNI FREINSHEIM in Nancy.

[Strasburgo], 8 luglio 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 153t. – Minuta autografa.

 

…. Galilaici Systematis exemplar, amplissimo Marescoto patri reddendum, Diodato nuper misi Lutetiam([909])….

 

Scr. 29 Iun.([910]) 1635.

 

 

 

3156*.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 10 luglio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 85. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio Oss.mo

 

Havendo l’Ill.mo Sig.r Luigi Hensellin, Consigliere e Maestro di Casa e della Camera a’ denari di S. M. C.ma hauudito parlare delle sua virtù, ha desiderato di volerla personalmente conoscere: per questo fatto mi ha volsuto honorare di ricevere questa mia a lei adiritta. Non mi estenderò sopra li meriti di questo personaggio, quali sono grandissimi tanto in nobiltà, virtù e ricchezze. Lui è amato e acarezato grandemente da S. M. e dal Ser.mo Card.e Duca([911]). Tengho terrà a grata questa conocentia, che andando lui a Roma, doverà trattare con Sua Santità e altri SS.i Cardinali: son sicuro che, possendoli giovare, lo farà con ogni affetto, e al’occasione potrà dare grande colpo. Conduce seco persona di merito e di grande virtù, che vorrà con S. S.a conferire più cose di filosofia, e so che ne riceverà gusto. Sapendo che simil persone da S. S.a sono molto gradite, non mi starò a estendere davantaggio; e facendoli con questo reverentia, li pregherò da N. S. il colmo d’ogni vero bene.

 

Di Lione, alli 10 di Lug.o 1635.

Di V. S. molto Ill.e

 

 
La persona che conduce seco è uno nominato M.r Maucort, doctore di Cerbona e grandissimo filosofo.  
  Ser.e e Par.te Aff.mo e Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei, Filos.o e Matt.co primario di S. A. S.

Per Sig. e P.ne, che N. S. conducha. In Firenze, in Arcretri.

 

 

 

3157*.

 

MATTIA BERNEGGER a NICCOLÒ RITTERSHAUS in Altorff.

[Strasburgo], 16 luglio 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 155r. – Minuta autografa.

 

…. Eximios viros D. Hofmanum([912]) et D. Virdungum([913]) reverenter et officiose saluto. E mercatu Francofurtano proximo, si quis erit, habebunt a me Systerna Copernicanum Galilaei, ex italico latine conversum, cum litteris meis, ne, cessante tamdiu litterarum officio, favore ipsorum ac benevolentia penitus excidam.

 

6 Iulii([914]) 1635.

 

 

 

3158*.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

[Parigi], 17 luglio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 79r. – Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, in capo alla quale il VIVIANI annota: «E. D. 17 Luglio 1635. Risposta alla de’ 9 Giugno del Galileo».

 

…. L’aver V. S. il Ser.mo Principe Mattia([915]) per promotore della stampa delle sue ultime e più preziose opere, e che da S. A. ne sia stato preso l’assunto per procurarla nel suo viaggio di Germania, me ne rallegro seco e con il pubblico; purchè questa buona volontà non sia interturbata da mille incontri dell’afflitto stato presente di quelle parti, nè dall’altre principali occupazioni di S. A.: chè se così fosse, V. S. potrebbe procurare che le fusse rimandato, e, come prima le scrissi, senza differentia nessuna si farebbe quanto prima stampare in Olanda dal Sig. Elsivirio, il quale per questo effetto (partendo per Italia alle sue incette) ho indirizzato a V. S.([916])….

 

 

 

3159**.

 

LORENZO CECCARELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 21 luglio 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 129. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Col.mo et Amatiss.o

 

La perdita da V. S. fatta in terra della sua dolcissima figliuola Suor Maria Celeste, vera idea di saviezza, di prudenza e di bontà, maggiormente m’ha trafitto l’animo, quanto so per esperienza che cosa sia perder figliuole balbettanti, non che ratiocinanti accorte e saggie come quella veramente celeste creatura, che, per quel breve tempo che la conobbi, posso dire

 

Che ben diede di sè non bassi esempi,

 

come dice quel sonetto del Petrarcha ch’ella mi fece apprendere quando mi condusse a Firenze: dove se mai fui desideroso far ritorno, hora l’ambirei in sommo per venire a servirla et aiutarla a spassare l’acerbo cordoglio, se non me lo vietasse quella scusa evangelica Uxorem duxi. Et se bene il corso di 12 mesi pare che possa haverle in parte alleviato il duolo, con tutto ciò si rende a me presentaneo, come penso a lei sia presentissimo et materia di vivere afflittissima: che però vengo a passar questo piccol officio di condoglienza seco, benchè per altro non la tediarei per hora con questa. Sig.r Galileo mio caro, che si vuol fare? V. S. sa la legge di natura, che nascimur omnes morituri, e

 

Come nulla qua giù diletta e dura:

 

però compensarà saviamente la perdita momentanea fatta qua giù, con l’acquisto perenne che n’ha fatto nel Cielo, dove per salire non ha havuto bisogno d’altra scala che della sua gentilitia e delle proprie virtù, giungendo a quell’ultima meta di noi miseri viventi, là dove piaccia al Signore di condurci e farci rivedere e goder tutti insieme per tutti i secoli.

Quanto poi al favore con S. Alt.a([917]), prego V. S., nel ritorno a Firenze, farne qualche tentativo, e trovandovi qualche difficoltà, farmi gratia di scrivere una lettera di destrezza, con negativa honestata, acciò possa almeno far restar appagato l’amico della buona volontà sua e mia. Del che la supplico a non mi mancare.

Qui noi tutti stiamo bene, et il pupo che nacque essendo lei qua, chiamato Antonino, ha scampato l’influsso de’ morviglioni, che ne muoiono infiniti, essendo lui rimasto senza segni, et una bellissima creatura, con una lingua poi che vince l’età. Io qui, scrivendo, sto con gran pena d’un horrendo cicolino su la spalla destra, che mi tien sequestrato in casa, senza potermi metter giubbone nè uscire, et in particolare dimani, che si fa la solenne processione del Carmine in Trastevere, dove sarei andato facilmente a desinare dal P. D. Benedetto Castelli a S. Calisto, qual è gran tempo non ho veduto e mi mandò pur hieri ad invitare; che però perderò gran consolatione, ma non eguale a quella che sento in questo punto che scrivo a V. S., quale mi pare propriamente di sentire e vedere. Ma perchè sempre la prolissità fu odiosa, mi conterrò supplicandola a perdonarmi s’incorro seco in questi errori, come l’altra volta, poichè l’interesse proprio mi fa trascorrere.

Li miei tutti salutano cordialmente V. S., et io le bacio di vivo affetto le mani, come anco fo al S.r Vincenzo e S.r Archangiola e sua Madre Maestra.

 

Di Roma, li 21 Luglio 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

Lorenzo Ceccarelli.

 

 

 

3160*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 22 luglio 1635.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 102. – Autografa.

 

Molt’ Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Trovai pure finalmente il Sig.r Filippo Manuzzi, col quale hebbi longhissimo ragionamento di V. S. con rammemorar le cose passate. Sentì piacere grande che V. S. habbi memoria di lui; le feci vedere il desiderio suo di quelle robbe, e li lasciai il capitolo della lettera per informatione. Mi promise di servirla, nè vi è altra difficoltà che trovar modo per il recapito senza cadere nell’Arpie.

È passato per di qua l’Ill.mo Sig.r Alfonso Antonino, e nell’hore che le sopravanzarono da’ negotii, le spese nel leggere il Dialogo, con il gusto che non si può esprimere; e mi lasciò ordine di far a V. S. li suoi cordialissimi baciamani.

Il Sig.r Argoli è dietro al suo sistema con un moto solo della terra, ma teme d’incontrar mala ventura, perchè havendoli questi Dei terreni fisso il chiodo, se si vuole muovere un tantino, mettono mano a’ fulmini.

  1. S. deve essere in qualche singolare specolatione, come è suo costume. Desidero che sia con sua buona salute, e gli la prego dal Signor Dio: e le bacio le mani.

 

Ven.a, 22 Luglio 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. F.

 

 

 

3161**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 23 luglio 1635.

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 158. – Autografa.

 

Molto Ill.e mio Sig.r e P.ne Col.mo

 

  1. S. sempre di più in più mi va obligando con li continui favori. Ho ricevuto il pieghetto mandatomi con la gratissima sua de’ 2 stante per il S. Diodati, quale mandai subito a suo destinato viaggio, doppo haverne fatto lettura con mio gusto singulare; e sono per esso restato gravido di quella invensione di trovare le longitudine in ogni luogo, come se si andasse facendo ogni notte eclipse lunare. Bene di questo altre volte mi fu insegniata una certa invensione, di una bussola messa sopra un piedistallo in perpendiculare, divisa in 300: ci era certa invensione di trovare le longitudine, con certe operasione di triancoli sferichi, il che di bene non mi ricordo; ma per la discrisione della sua stimo molto più facile, e ne sono innamorato. Però la suplico in qualità di suo servitore che ne sia partecipe.

La ringratio del libro mandatomi delle macchie solari, quale è un grandissimo pezzo che io havevo desiderato. Mio fratello([918]) l’à messo in una balla, e doverà capitare presto, come a suo tempo ne darò conto a S. S.a

Con altre mia l’ò pregata di volerci favorire, cioè il S.r de Perese, il S.r Diodati et io, del suo ritratto; e mio fratello ha la cura di trovare il pittore e satisfare ad ogni spesa([919]).

Questi giorni passatti li scrissi([920]) in raccomandatione e per mano del’Ill.mo Sig.r Luigi Hensellin, Maestro di Casa e della Camera a’ denari di S. M. C.ma; et è personaggio di qualità, tanto in nobiltà, ricchezze e virtù: ha desiderato farli reverentia, e tengho che la sua amicitia non li potrà che giovare, essendo conosciuto da S. S., e con esso haverà da negotiare. Mena seco uno nominato M.r Maucort, che è dottore di Cerbona, e stimato uno de’ grandissimi filosofi di Francia: desidererà conferire con S. S.a di qualcosa; lo potrà fare liberamente, sendo persone da riceverne ogni satisfatione: e doverà essere costì 12 giorni doppo o incirca al’havuta di questa. E io li farò reverentia, pregandoli da N. S. il colmo d’ogni suo contento.

 

Di Lione, questo dì 23 di Lug.o 1635.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo e Dev.mo Ser.re e Par.te

Rub.to Galilei.

 

 

 

3162*.

 

UGO GROZIO a GIOVANNI GHERARDO VOSSIO [in Amsterdam].

Parigi, 2 agosto 1635.

 

Dalla pag. 167 dell’opera citata nella informazione premessa al n.° 2977

 

Vir Praestantissime,

 

Galilaeus Galilaei, de quo scripseram aliquoties([921]), fessus senio constituit manere in quibus est locis, et potius quae ibi sunt incommoda perpeti, quam malae aetati migrandi onus et novas parandi amicitias imponere. Interim in literis ad amicos perstat asseverare repertam sibi rationem certam designandi situm quem locus quisque habet ad segmenta aequatoris, quod longitudinem vocant. Id cum norit ab omnibus quidem, maxime vero a Batavis, navigatu caeteras gentes superantibus, pridem optari, quin et honores propositos indicaturo, consilium cepit, ipsis hoc repertum suum aperiendi, quod eum per amicos facturum brevi credo….

 

 

 

3163*.

 

ELIA DIODATI a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

Parigi, 3 agosto 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonda français, n.° 9544, Correspondance de Peiresc, Divers, T. 10, car. 228. – Autografa.

 

…. Mons.r Bernegger, ou pour mieux dire l’imprimeur, a envoyé ici quelques centaines des Dialogues de M.r Galilei de la traduction latine, dont i’en ay donné un exemplaire à Mons.r de S.t Sauveur([922]) pour vous l’envoyer de ma part, vous suppliant l’agréer, Le Discours de M.r Galilei, qui y doibt estre ioinct([923]) et duquel ie vous ay cy devant escript, reste encor’ à imprimer, qui, comme ie croy, est maintenant soubz la presse….

 

 

 

3164*.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 6 agosto 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 86. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r e P.ne Col.mo

 

Ho ricevuto 2 gentilissime lettere di V. S. in un medesimo tempo, una delli 9 passato e altra de’ 20, che questa ultima m’è stata resa da Marco Mancini mio conpare, quale straordinariamente si loda delle cortesie e favori ricevuti da S. S.a Mi ha dato nuova del quadro, quale lo trova in tutta perfectione([924]); e noi con devosione lo stiamo aspettando. Quanto a esserne lui il portatore, lo languiremmo, chè avanti che vadia e che lui ritorni passeranno da 5 in 6 mesi: però sarà bene che lo consegni a Girolamo mio fratello, che lo metterà in qualque cassa drappi, diligentemente accomodato. Bene pregherò V. S. di non mandarlo che dopo Settembre in circa, che a questi eccessivi caldi potria patire, e ancora di non farli dare la vernice, già che quella si attaccha alli fogli, che li porta danno; e questo dico per haverlo esperimentato: e quando sarà nelle mia mane, ne farò fare una copia per me, altra per M.r de Perescz, quale la agradirà grandemente, assicurandola che lui l’honora e riverisce più che huomo del mondo; non ardisce scriverli fino a tanto non li sia riuscito qualcosa di buono per la sua liberasione, battendone ordinariamente il ferro in Roma.

Il piego per il S.r Elia Diodati, ricevuto con sudetta sua, mandai subito a suo destinato viaggio: e dovendo capitare il corriere di Parigi d’ogni hora, sarà facil cosa che ne riceva uno per S. S.a; il che seguendo, sarà qui anesso.

Sudetto S.r Diodati mi ha mandato una scatola con 2 libri della sua traduzione, quale è assai grevetta, e il mandarla per il corriere sempre haveria costato da £ 6. Mi sono pensato mandarla per via di Marsilia a Livorno, e ne farò l’indirizzo al’Ill.mo e Clar.mo S.r Balì Ciolli etc., come robe aspettante a S. A. S. per obviare ad ogni cattivo riscontro, e a S. S.a ne darò adviso, acciò che prontamente lo faccia tenere a V. S., massime che il S.r Elia accenna esservene uno per S. A. S. nostro padrone; e a Livorno sarà adiritto al S.r Raffaello Ruccellari. Che a V. S. servirà d’aviso.

Il libro delle macchie solari è giunto, ma non l’ò possuto havere, essendo richiuso in una balla; ma la farò aprire quando potrò.

Doverà havere fatto motto a S. S.a Ill.mo S.r Luigi Hensellin([925]), che è persona principalissima, e non so se haverà havuto seco M. de Maucort, quale è grandissimo filosofo; e tengho che al’havuta di questa sarà stato costì, caso non l’habbia mandato a Venetia, come presento. E con questo li faccio reverenzia, pregandoli da N. S. ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 6 d’Agosto 1635.

Di V. S. molto Ill.e

 

 
È capitato di poi il pieghetto del S.r Elia Diodati, quale viene qui annesso.  
 

S.r Galileo Galilei.

Hum.mo Ser.e e Parente Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

In questo punto vengho di ricevere altro pieghetto del S.r Diodati, quale viene qui alligato.

 

 

 

3165*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 9 agosto 1635.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 103. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, S.r Col.mo

 

Trovai pure il Sig.r Filippo Manuzzi una di queste matine, avanzato la sera dall’essere stato a far certa solenne serenata con una cantatrice a certe dame cortesi. Doppo il riso et il dirli di scriverlo a V. S. Ecc.ma, mi disse che stava in prattica per servirla di grograno. Hoggi m’ha mandato dire che crede sabbato, che sarà posdomani, far il servitio; et io scrivo hoggi, perchè vado fuori per tre giorni.

Hoggi solamente ricevo quella di V. S. di 28 passato, ove dicendomi non so che di aloe, ho ricercato il mastro delle poste: e senta V. S. il bel successo. Mi dice, presente il Sig.r Galileo([926]), havermi mandata per suo mezo una lettera di V. S. Il Sig.r Galileo l’ha data ad un suo tedesco, che doveva portarmela e puoi andar in Istria per suoi negotii; egli ha rotto l’ordine, s’ha portata in Istria la lettera, di modo che non intendo niente di aloe, e tocca a V. S. replicarmi, che subito servirò.

Ho veduto il Chiaramonte, con il strapazzo che fa di V. S. È stampato in Firenze([927]). Non credo che V. S. lo lasciarà senza la correttione che merita la sua prosontione. Dio la conservi, e con ogni affetto le bacio le mani.

 

Ven.a, 9 Agosto 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.re

F. F.

 

 

 

3166*.

 

UGO GROZIO a GIOVANNI GHERARDO VOSSIO [in Amsterdam].

Parigi, 9 agosto 1635.

 

Dalla pag. 170 dell’opera citata nella informazione premessa al n.° 2977.

 

…. Quod maximi philosophi Galilaei negotium([928]) tibi cordi esse pateris, facis rem dignam tua bonitate et in honestas artes constanti studio. De migratione incipit ultro cogitationem exuere, ut postremis scripsi literis([929]); sed sperat se ornaturum Bataviam reperto tam diu quaesito de locorum, ut loquuntur, longitudine, cuius certam a se rationem inventata constanter in literis suis affirmat homo non vanus. Ego ut nostratibus honorem habeat quem proposuit habere annitar, adiuvante Elia Diodati, amicissimo ipsius et talium quoque erudito….

 

 

 

3167.

 

GIOVANNI PIERONI a [GALILEO in Arcetri].

Vienna, 11 agosto 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 131-132. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.rone Col.mo

 

Il giorno passato, che fu di S. Lorenzo, ricevei la lettera di V. S. Ecc.ma, insieme con la parte del suo libro annessavi, per mano del Sig.r Gio. b.a Minetti, che l’ha havuta dal Sig.r March.e Guicciardini([930]), perchè tardi esso è venuto qua rispetto al viaggio del Ser.mo Principe Mattias([931]), et io alla sua venuta non ero qua, perchè solo giovedì tornai di Ungheria, dove sono stato quasi un mese per ordine e servitio di S. M. Hora dunque ho in mano a salvamento questa parte dell’opera di V. S., e mi son indicibilmente rallegrato che ella si sia risoluta di valersi del poco che io posso in servirla, e sommamente più per esser ciò di consenso e volontà del Ser.mo G. Duca nostro Signore: però son per fare il possibile per servirla con ogni diligenza et a suo gusto. E fra tanto è necessario che io dica a V. S. alcune mie considerationi circa questo negotio.

Prima, io stimo che l’opera non si deva stampar qui in Vienna, ma in Praga o altrove, perchè qui le cose vanno un poco più osservate e ordinate, e potrebbe forse esserci necessaria qualche licenza, che là o non occorrerà o io l’havrò a mio arbitrio; sì che non la cimenterò qui, per non havere un’esclusiva, se per sorte l’ordine che ella mi avvisa([932]) fusse penetrato insin qua. Un’altra cagione mi muove, et è perchè qui è quel P. suo avversario, del quale mi fece mentione nell’altra sua([933]); e come sono curiosi, potrebbe penetrare tal fatto, e cercar di impedir l’impressione, o scrivendo a Roma o altrimenti, perchè mi vien detto che non resta di haver alienatione d’animo da lei, e che però ha scritto et ottenuto facilità da’ superiori suoi di Roma di stampare qualche sua opera([934]), nella quale inserisce l’istoria del Dialogo di V. S. e l’abiuratione fatta da lei, con la sentenza seguitane: pure non so se è vero sicuramente, perchè lo so solamente da un amico che dice haver di ciò penetrato qualche cosa. Per questa cagione adunque stimo meglio che l’impressione non si faccia qui. Io son per andare in Boemia presto, e trattenermivi forse tutto l’anno presente e più, nel qual tempo spero di poterla servire bene, perchè ivi sono stampe forse megliori che qui, e nella città di Praga in particolare, e se mi succederà un pensiero, ne troverò delle megliori ancora; et in qual si voglia luogo e modo procurerò che sia, per il possibile, bella e corretta. Parrebbemi da farla in foglio, perchè ha più del nobile; ne attenderò non di meno l’ordine suo. Le figure le farò hora intagliar qui da un mio conoscente che fa assai bene in acqua forte, e ne manderò la mostra a V. S. per rifarle se non gli piaceranno; e lodo, perchè uso io ancora e torna comodissimo, il farle in carte da appiccarsi al fine del libro alle estremità delle carte, perchè voltandosi le carte mentre si legge, quelle restono sempre presenti. Manca una figura che habbia n.° 11; non so se sia mancamento, o che pure basterà ritirare li seguenti numeri. Circa la dedicatione, sarà tempo da considerare mentre si stamperà il restante.

Io ci ho una consideratione, che qua li PP. sono onnipotenti appresso quello([935]) a chi pensa lei dedicarlo; e chi sa che sapendo essi l’ordine di Roma che ella mi avvisa, ne prendessero materia di suggerir scrupoli a quella delicatissima conscienza, e derivarne o proibitione o al meno non gradimento. Chiara cosa è che son potenti; et uno è contrarissimo a V. S., che aborrirà in estremo forse la lode che ella ne merita. Il Re di Pollonia è di ottimo gusto, massime di simili cose, e non è soverchiamente nè scrupoloso nè a quelli affetto, et in riguardo suo solo non sarebbe (credo certo) aborrito a Roma nè havuto a male cosa posta sotto la sua protezione. Il nome di V. S. (che gli è di già in molta stima) la fa così abile ad esser gradito da esso incognito di persona, come da quelli dove ha tanta e così antica conoscenza e servitù. Ma sia ciò detto per una semplice mia consideratione: V. S. saprà ottimamente risolversi.

Se le opere di V. S. fussero state tradotte in latino, sarebbero per tutta Europa numerosissime, perchè io ne ho veduta gran parte e trovato per tutto ella esser notissima con ammirabile stima; ma pochi ho trovato che habbino le sue opere, perchè non intendono italiano, et avendone da me e da altri notitia si consumano di desiderio di poterle havere et intenderle, e dicono: perchè non scrive latino? Se i Dialoghi erono latini, io penso che sarebbero già stati ristampati in Francia, Fiandra e Germania, in più luoghi, perchè i curiosi son molti, molti.

Non risposi alla cortesissima lettera di V. S., che mi scrisse informandomi delle sue persecutioni, perchè mi mosse tanta compassione e passione, che pensai di tentar modo di liberamela: ma ho dubitato che avvisandola prima, fusse in progiuditio alla sua discolpa; poi, meglio discorrendo, ho conosciuto doverla prima avvisare, et aspettare il suo volere. Spero di poter haver ogni favore per lei dal Re di Pollonia; dicami V. S. se lo vuole, e come e dove, che lo tenterò, e lo spero di particolar affetto e forza per ottenerli liberatione et altro che ella desideri. Intanto si assicuri che io conserverò il suo libro come una gioia, e glielo farò stampare, e tutto con ordine sempre e saputa del Ser.mo Mattias. E per fine a V. S. con ogni affetto bacio le mani e gli desidero ogni felicità.

 

Di Vienna, li 11 di Agosto 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Giovanni Pieroni.

 

 

 

3168**.

 

NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC a ELIA DIODATI in Parigi.

Aix, 13 agosto 1635.

 

Bibl. d’Inguimbert in Carpentras. Collection Peiresc, Addit., T. IV, 3, car. 157t. – Minuta autografa.

 

…. J’ay pareillement receu la traduction latine des Dialogues de Galilée par la voye de la poste; dont je vous remercie trez humblement, et de l’esperance que vous nous donnez d’un aultre Discours qui y doibt estre joint ensuitte, lequel nous attendrons en bonne devotion([936])….

 

 

 

3169**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 18 agosto 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 138. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

 

Quanto siano grandi le obligazioni mie e la mia devota servitù con l’Ecc.mo Sig.r Ambasciator di Francia([937]), V. S. molto Ill.re lo sa benissimo senza che io lo scriva; e però non si meraviglierà se io, mosso da buon zelo che la verità sia conosciuta, in servizio di S. Ecc.za li mando l’incluso racconto([938]) di un caso seguito i giorni passati qui in Roma, il quale viene da alcuni troppo appassionati narrato molto diversamente da quello che è stato in verità: e glie lo mando acciò V. S. mi faccia grazia, con la sua prudenza e destrezza, raccontarlo oportunamente a cotesti Signori suoi cari. Son sicuro che ella saprà pigliare le occasioni buone, e operarà in modo che la riputazione di questo a noi tanto caro Padrone non sia indebitamente lacerata da chi havesse mala volontà. La prego a pensare che questa cosa mi preme straordinariamente, e che però mi sarà singolarissimo favore il ricevere da V. S. questa grazia. Con che li fo riverenza.

 

Di Roma, il 18 d’Ag.o 1635.

Di V. S. molto Ill.re

 

 
Il Sig.r Ambasciatore ha riceuta una lettera di V. S., che gli è stata carissima; e m’ha detto che li baci le mani, in nome suo, e che se non risponde quest’ordinario, risponderà l’altro. Di grazia, mi risponda a questa mia in modo che la risposta possa essere gradita etc. So che m’intende, e torno a dire che mi preme assai assai.  
 

S.r Gal.o

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3170.

 

GIOVANNI PIERONI a [GALILEO in Arcetri].

Vienna, 18 agosto 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 162. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re P.rone Col.mo

 

Avvisai a V. S. Ecc.ma la settimana passata([939]), ciò è subito ch’io fui tornato di Ungheria, la ricevuta della sua gratissima lettera insieme con la parte del libro mandatomi, capitato così tardi per la tarda venuta del Ser.mo Principe; e li dissi, et hora li confermo, la mia prontezza in servirla a farlo stampare: e tanto quanto potrò prima, è più bene. Per il qual fine già mi sono informato che qui non sia cosa da farne capitale, per esser stampe molto cattive, et io le voglio buonissime; però penso a i mezi, e già gli incammino, acciò possa in oltre esservi la mia assistenza, la quale è necessaria perchè qua lo scritto non sarebbe facilmente inteso, e perchè vi sono alcuni erroruzzi, che già ho notati, et per haverlo interamente a mio gusto, bene e corretto da me solo. Per le figure, ho un amico che intaglia ragionevolmente in acqua forte, che procurerò che quanto prima me ne faccia mostra, la quale V. S. vedrà. Della stampa ancora presto li darò avviso di quello che io pensi di poter fare.

In questa settimana ho, non dirò letto, ma trascorso voracissimamente tutto quello che mi ha mandato, con tanto suprabondante gusto che la millesima parte non ne saprei esplicare. La materia è tanto bella quanto nuovissima, e tanto mirabile quanto certissima; e perchè fa veder vero il creduto falso et e contra, sarà abbracciata e stimata da i sinceri e veri intelligenti, e supererà in breve tempo l’invidia di i lividi e malevoli ignoranti. Per la gran contrarietà e persecutione che V. S. patisce, li pongo solo in consideratione se il ritenere li medesimi nomi degl’interlocutori che nell’altro Dialogo, possa causar nuova persecutione e motivo di dannazione di questo ancora, se bene contiene ogn’altra cosa che dannabile. Le digressioni della prima giornata rapiscono gl’animi, e ‘l mio indicibilmente. A quella ultima della ragione e dimostratione dell’armonia manca la figura, la quale mi pare deva esser così([940]):

La prego ad avvisarmene, e sapere che io non ho provato maggior gusto in quante armonie ho mai sentito, di quanto ho ricevuto in intender questa, anzi non vi conosco proportione da paragonar tali gusti. E questo mi fa tuttavia più desiderare che il libro fusse ancora latino, perchè così per i più sarà una gioia ascosa; ma potrà venir fatto forse con il tempo. Intanto io resto desideroso di ogni suo bene e felicità, e con ogni affetto la reverisco e gli bacio le mani.

 

Di Vienna, li 18 di Agosto 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Devotiss.o et Oblig.mo Ser.re

Giovanni Pieroni.

 

 

 

3171**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 23 agosto 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P.VI, T. XII, car. 164. – Autografe le lin. 21-31 [Edizione Nazionale] a partire dalle parole Vi è mentione.

 

Molto Ill.re et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mando l’aloe, ma 4 onze sole, e son stato per mandarne una solamente, e poi mandarne di fresco in fresco a’ suoi tempi, perchè nella sua massa si conserva mirabilmente, che separato si dissecca e perde in gran parte la sua virtù. È ben del migliore e del più diligentemente preparato che si faccia. Io ancora l’uso l’inverno spessissime volte la sera, ma pigliandone tanto poco che per dosa non è più di cinque o sette granelli mezani tra il grano del miglio e del sorgo, e ne ricevo molto maggior beneficio che quando ne prendo in quantità maggiore. L’adoperi; e quando sarà appresso il fine, me n’avisi per potergliene trasmettere del fresco.

Doppo che il S.r Manucci([941]) mi disse che sperava il sabbato seguente mandare quelle robbe, non l’ho più veduto; ma egli si dà bel tempo da dovero.

La poscritta di V. S. mi mette un pulcie nell’orecchio, perchè, il particolare di quella vita([942]) mi darebbe estremo fastidio: imperochè non è altro che un abozzo imperfettissimo, venuto fuori dalla pena per la pura e semplice verità, senza nessuna arte nè cautela. Un signore, sulla sua fede, doppo havermi trovato che scrivevo, mi richiese di veder quel scartafaccio, e lo tenne così poche hore che mi par impossibile pure far l’idea. Vi è dentro un discorseto, fattomi poner per forza da un pazzo, che non vorrei che si vedesse per tutte le cose del mondo, perchè quella sola arguirebbe me pazzo, e non chi me la fecce ponere. Il mio dissegno anco fu di riffare e compire la cosa, ma che non dovesse essere se non posthuma. Vi è mentione di V. S., ma non colla pienezza che ho in dissegno. Dio voglia che non mi sia stata fatta la burla.

Si deve stampare qui un Discorso, nel quale si dice che un Claudio Moncones da Lione ha trovata l’inventione di far montar l’acqua più alto della sua origine. Un Francese qui m’offerisse di mostrarmi un suo instromento, col quale getta l’acqua alto e lontano vinti passi in quantità grossissima, per gl’incendii. Gl’ingegni s’assotigliano.

Dio conservi V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 23 Agosto 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Gal.

Dev.mo Ser.r

F. F.

 

 

 

3172**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 25 agosto 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 135. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Il favore delle zatte, semiane e cocomeri, fattomi da V. S., m’è gionto in tempo che maggiormente accresce le mie obligationi, servendo con questi frutti il S.r Marchese Raggi, che è qui da me di ritorno da’ Bagni di San Casciano. Il tutto è riuscito a perfettione; ma non sarà a perfettione il rendimento di gratie ch’io gliene faccio se non di volontà, non potendo servirla con qualche starnotto come vorrei, mediante i caldi che non lassano trovarli. Riserbo a farlo a suo tempo, mentre per hora, con nuovo rendimento di gratie delle sue partialissime demostrationi, le bacio affettuosamente le mani; soggiongendole che stasera anderà a Murlo la lettera pel Vannuccini([943]), che hora è pievano di quel luogo: però in quello gl’occorra di queste bande, aspetto i suoi comandi a dirittura a me, che come suo partiale servitore non cedo a nissuno nella volontà dell’esequirli. E qui di nuovo le bacio le mani.

 

Siena, li 25 Agosto 1635.

Di V. S. molto Ill.re Devot. Ser.

A. Arc.vo di Siena.

 

 

 

3173*.

 

MATTIA BERNEGGER a ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 31 agosto 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 162r. – Minuta autografa.

 

Aelio Diodato,

Lutetiam,

 

  1. P. D.

 

Amplissime Domine,

 

Iam pridem ab Elzeviriis contendi, permitterent Apologeticum([944]) Galilaei suis impensis excudi. Sero responderunt, rem illam in meliora tempora et ad repetitam Systematis editionem se reiecturos. Cum autem e proximis tuis animadverterem, librum tibi non minus ac mihi cordi esse, induxi in animum, etsi re familiari, ut in his temporibus, admodum accisa, tamen vel de meo sumptus typographo suppeditare. Et habes hic exempla duo primi quaternionis. Mittam propediem ceteros, et una respondebo copiosius non ad tuas modo, verum etiam ad iisdem inclusas….

In Apologetici praefatione, quae demum, absolutis ceteris, excudetur, autoris laudes, pluribus quam in Systemate feci, exsequar; et percupio eas in summam contractas ex te cognoscere, non quod mihi sint ignotae, sed quia notiores tibi.

Vale, nobilissime Domine, et festinatae brevitati veniam da.

 

21 Aug.([945]) 1635

 

In praefatione tuum vel nolentis nomen exprimere animus est, eamque dirigere (nisi aliud suades) ad autorem ipsum, sic tamen ut ex alto dissimulem quae oportet.

 

 

 

3174*.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 3 settembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A., car. 87. – Autografa.

 

Molto Ill.e mio S.r Oss.mo

 

Questi quatro versi serviranno solo per acconpagnare l’alligato pieghetto del S.r Diodati, quale caldamente mi raccomanda; e havendo havuto occasione di mandare alcuni grossi pieghi al’Ill.mo S.r Balì Ciolli, li ho raccomandato ancora questo suo, acciò gli ne faccia tenere, o che lo consegni a Girolamo mio fratello, che gli ne farà havere.

Aspetto che S. S.a habbia ricevuto quelli 2 libri([946]) che li ho mandato per via di Livorno sotto coperta del sudetto S.r Ciolli, chè la conparsa in V. S. mi sarà gratissima.

Il suo ritratto([947]) si aspetta con ansietà: il S.r Diodati me lo raccomanda, come faccio io di tutto quore; e mio fratello Girolamo tiene ordine come lo deve mandare e rimborsarli ogni spesa.

A quest’hora V. S. doverà havere visto l’Ill.mo S.r Luigi Hensellin([948]), quale gli ne raccomando di tutto quore, come persona principalissima in questo regnio e de grande merito; e volentieri saprò quello sarà seguito.

Si aspetta ancora dal suo favore quella inventione della longitudine, per havergliene perpetuo grado. E con questo li faccio reverentia, pregandoli da N. S. ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 3 di Sett.e 1635.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Ser.e e Par.te Dev.mo e Aff.mo

Rub.to Galilei.

 

 

 

3175*.

 

GIO. MARTINO RAUSCHER a MATTIA BERNEGGER in Strasburgo.

Tubinga, 4 settembre 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2712, car. 105t. – Poscritta autografa ad una lettera dal 25 agosto (di stile giuliano) 1635.

 

Sed ubi sunt Galilaei istae lucubrationes([949])? An nos exsortes simus Berneggeriani laboris improbi?

 

 

 

3176**.

 

GIULIO NINCI a GALILEO in Arcetri.

San Casciano, 13 settembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 88. – Autografa.

 

Molto Ilu.re Sig.re Galileo Galilei,

 

Gli mando staia sei di farina per l’aportatore di questa, che sarà Francesco Marchi. Non ò potuto madagline prima per il manchamento della aqua: in però V. S. mi scusi. E se V. S. mi pote fare piacere di farmi avere una licezia di amazare dua porci, V. S. mi fare servizio grande. E se gli ocore niete alto, V. S. mi avisi, per ò grande deciderio di servila. Dio vi guardi.

 

Il dì 13 di Settebre 1635, in Sancascano.

 

E la rigazio delle zate.

  V.ro° Aff.°

Giulio Ninci.

 

Fuori: Al molto Ilu.re Sig.re Galileo Galilei.

In vila sua, a Samateo in Aceti.

 

 

 

3177*.

 

MATTIA BERNEGGER a GIO. MARTINO RAUSCHER in Tubinga.

[Strasburgo], 13 settembre 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car 162t. – Minuta autografa.

 

…. Galilaici Systematis esempla 20 pro me excudi curavi, quae iam pridem inter amicos distribui, te praeterito, non quin esses amicorum eximius, sed quod talibus te non magnopere capi crederem([950]). Igitur ut inexpectato desiderio tuo satisfaciam, a typographo, qui omnia exemplaria nomine Elzeviriorum servat, unum, quod ecce mitto, redemi talero imperiali: tanti enim vendi praeceperunt Elzevirii. Hanc pecuniam de ea, quam pro numis emblematicis debebo, detrahi patere, nec id sordibus aut avaritiae tribue: ea fortunarum mearum tenuitas est, ut praeter animum liberale nihil praestare queam….

 

3 Sept.([951]) 1635.

 

 

 

3178**.

 

FILIPPO MANNUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Venezia, 15 settembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 137. – Autografa la firma.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r Comp.e e P.ron Oss.mo

 

Sarà resa questa a V. S. Ecc.ma dal mio servitore Francesco Ciolli, che le farà affettuosissima reverenza per mia parte et insieme li darà due pezze, una di grograno cannellato et una di erbaggio verde, ordinatemi dal Padre Rev.mo Maestro Fulgentio([952]). Harò caro, sieno secondo il suo volere.

L’alleggrezza ch’io hebbi quando intesi del suo bene stare, fu grandissima, perchè la stimavo a Siena con qualche travaglio. Vedo che ella scrive con una mano saldissima da giovane, che m’ho stupito: il Signor sempre la prosperi; a me interviene il contrario, che, tremandomi la mano, non posso più scrivere; pensi poi V. S. Ecc.ma s’io posso esser un Marte appresso Venere; e le pratiche sono di virtù, et in suoni e canti, nè altro si pretende et avanza che schivare la mestitia del cuore; et il Padre ha buon tempo: il Signor glie ne conservi et accresca.

Mi farà gratia darmi nuove de’ suoi SS.ri nipoti, che li veddi già piccoletti, e quanti sono, così maschi come femine, perchè porto particolar affetto a tutti, discendendo da progenie di tanta virtù, miei Signori e Padroni; e mi farà favore di dedicarmi per lor padre in amore e servitore devotissimo, acciò habbino in memoria il mio nome. Lei si conservi sana et allegra, nè affatichi più tanto l’intelletto nelle speculationi, perchè stimo che per l’età possi stancarsi. Sa l’amor che sempre li ho portato; vagliasi in occasione, per favorirmi, di me, che le vivo devotissimo sempre, baciandole con ogni più vivo affetto le mani.

 

Di Ven.a, li 15 Sett.bre 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma  

Dev.mo et Obl.mo Comp.e e Ser.re

Filippo Mannucci.

 

 

 

3179**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 15 settembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XI, car. 184-185. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Ho consegnato il danaro al Sig.r Filippo Manuzzi per comprar le robbe da inviare a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, havendomi assicurato d’havere persona espressa c’hoggi parte, e servirà conforme al desiderio.

Di quell’alzamento dell’acqua non so altro che quanto le scrissi([953]): che qui si stampa un discorso del B. P. Secondo Lancelloti Perugino, delle novità ritrovate da’ moderni ingegni([954]), ove più volte fa honorevole mentione di V. S., per il che ho voluto subito licentiar la stampa. In quello dice, essersi ritrovato in Lione di far salire l’acqua sopra la sua origine. Potrebbe V. S., che tiene amici in quella città, ricercarne informatione.

E se le viene fatta, la prego di sovenirsi che in quel mio abozzo([955]) fui astretto far mentione di questi nostri due amici heroi, che a forza hanno fatto schicherar tanta carta; e non vorrei che si vedesse in scrittura seria una bestialità.

Dell’instromento per gettar l’acqua, ho letto al mio amico([956]) quello V. S. me ne scrive, e dice non essere cosa simile; e voleva vedere l’instromento, ma ha presa dilatione, dicendo che l’ha in pezzi per ridurlo a due soli canoni, di tre, per più facilità. Questo è huomo sodo e da bene. Lo vedrò: m’ha fatto vedere un suo dissegno per l’artigliaria, che ove fa colpo, per essempio, di una palla d’una libra che haverà due diametro, lo vuole multiplicare sino a 60, e che facia l’istesso colpo, ma non tanto lontano; ma per una galera, cortina, et anco in battaglia di campagna, facia una spazzatura di 60 volte più delli tiri ordinarii. Ho veduto il dissegno et modo, non però la prova, quale mi assicura havere fatta, et io lo credo. Sa potersi di me fidare nel comunicarmi ogni cosa. Sono che lo presenti a qualche principe, e lo dissegna a Francia.

In due giorni di villa ho letto il Landspergio([957]): mi pare un galanthuomo: nomina V. S. con buon termine. La somma è un abbreviato di quanto ha V. S. ne’ Dialoghi in prova del sistema Copernicano e rissolutione delle ragioni contrarie: io non vi trovo una minima cosa di più, se non quello dice con libertà, tale sistema non essere contra la Divina Scrittura. E se fosse provato quello che dice havere dimostrato nella sua Uranometria([958]), della velocità dell’ottava sfera, veramente non credo si trovasse cervello sì pazzo al mondo, che non havesse per impossibilissimo quel moto. Ma non so come possi acertar il moto determinato chi prima non ha la lontananza delle fisse: e questo come lo sa?

Il Sig.r Argoli ha scritto un Discorso per il sistema che la terra nel centro si mova in 24 in sè stessa. Ma non ci è altro imaginabilmente che le ragioni del Landspergio e di V. S., colle solutioni abbreviate; ma come si salvino poi li fenomeni, credo lo reservi ad altra volta, perchè non ne dice parola.

Haverò tediato V. S. con cianciume; me lo perdoni, e le bacio con ogni affetto le mani.

 

Ven.a, 15 7mbre 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. F.

 

Coll’occasione di raccordar all’Ill.mo Baitello l’essattione della rata matura([959]), m’ha ricercato come potrebbe havere uno de’ compassi di V. S. Gli ho risposto non ne havere ritrovato per me in Venetia, come è vero, ma che pregherei V. S. metterci su la strada di haverne.

 

 

 

3180**.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 17 settembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 166. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r e P.ne Col.mo

 

Tengho che, poco doppo la scrittami sotto dì primo stante, V. S. doverà havere visto Ill.mo S.r Luigi Hensellin([960]), e trovatolo persona assai conpita in virtù e nobiltà; e non doverà uscire di cotesta nostra patria senza farli reverentia.

Ill.mo S.r di Perezese resta molto mortificato di non potere venire a fine de’ sua disegni per servitio di V. S., e continua sempre di battere il ferro, e vorria darli l’anuntio di qualque buona nuova; e lo posso assicurare del suo continuo affetto, e lo farò sicuro della gelosia che la tiene e della sua mente.

Quanto alle longitudine, non c’è fretta alcuna, e ogni suo comodo sarà più grato che qual si voglia altra cosa; solo dicevo che quando S. S.a le manderà per suo gusto in Olanda, in passando haverei desiderato di vederle per potere extrarre copia di qualcosa, che non intendo che per me se ne pigli alcuna brigha ni fastidio, chè pur troppo li sono a caricho.

Il ritratto veramente da tutti è aspettato con ansietà; e passandomi per le mane ne piglierò, con sua buona licentia, copia, e una per Ill.mo S.r de Perescz, che la desidera: e mio fratello Girolamo ha ordine di ritirarlo e mandarlo quanto prima bene accomodato, e suplire alla spesa e a quanto accade([961]).

Al S.r Piero Carcavi farò tenere la mandatomi, come farò il libro quando mi capiterà: e mio fratello Girolamo mi scrive haverlo messo in una cassa drappi, quale doverà essere qui fra 15 giorni incirca; e io subito gli ne farò tenere senza fallo.

Al S.r Diodati ho fatto tenere la sua; e aspettandosene ogni ora quelle di Parigi, se ce ne sarà per S. S.a, verranno qui annesse. E pigli S. S.a ogni buona occasione di comandarmi, chè lo reputerò a gratia particolare, e facendoli con questo reverentia e pregandoli da N. S. ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 17 di Sett.e 1635.

 

Il S.r Diodati mi ha mando 2 pieghi per V. S., un grossetto e uno più piccolo, quali li mando con questo presente corriere Bart.o Roberti, franchi di porto; e da mio fratello Girolamo li saranno mandati.

Il suo pacchetto di libri della sua traduzione, tengho sieno tutta via a Marsilia([962]), falta de passaggi; però S. S.a non se ne dia alcuno pensiero, e quando piacerà a Dio, capiteranno. E di quore li bacio le mani.

 

Di V. S. molto Ill.e

Al S.r Galileo Galilei.

Dev.mo e Aff.mo Ser.e e Parente

Rub.to Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio Oss.mo

Il […] Galileo Galilei, Matt.co primario di S. A. S.

franca. Arcretri.

 

 

 

3181**.

 

BENEDETTO SCALANDRONI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Piero in Sillano, 17 settembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 139. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e Pad.ne mio,

 

Per un mio lavoratore mando a V. S. dua some di carboni, de’ quali da un mio fratello di suo ordine mi fu commesso, e penso saranno a suo gusto; et volendone più, fra pochi giorni resterà servita. E quanto al peso, V. S. gli potrà far pesare, acciò habbia il suo conto; il prezo poi, in Fiorenza gli vendo £ dua e soldi 8 il cento, ma lei non gnene farò più di £ dua, sicome altre volte gli ha pagati. E potendola servire in altro, V. S. comandi, chè mi troverrà prontissimo; e con tal fine gli fo reverenza, e Dio la feliciti.

 

Di S. Piero in Sillano, il dì 17 di 7bre 1635.

Di V. S. molto Ill.re Aff.mo Servi.e

P. Bened.tto Scalandroni.

 

 

 

3182*.

 

MARINO MERSENNE a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

[Parigi], 17 settembre 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9543, car. 29. – Autografa.

 

Monsieur,

 

Encore que je vous aye desja escrit deux ou trois fois sans que je sçache si vous avez receu mes lettres et papiers, j’ay neantmoins creu que vostre dernière desiroit une response fort viste, affin que vous ayez le contentement de voir l’honneur ou la modestie avec laquelle je me suis comporté avec Galileo. Tout le livre est encore en vostre disposition et privati iuris, d’autant que personne ne l’a veu; de sorte que si vous y trouvez quelque chose à redire ou de trop rude, je suis prest de l’oster entièrement. Sçachez pourtant que vous n’y trouverez pas un seul mot qui ne soyt vray, en ce qui concerne mes experiences, par lesquelles vous verrez que j’ay confirmé celles du grand Galilée toutes et quantes fois que j’ay peu; mais lorsque j’y ay cru trouver du manque, vous ne pourrez, je croy, ny luy mesme, trouver mauvais que j’en aye averti. Quoy qu’il en soit, le tout est en vostre disposition. Vous verrez la grande peine du calcul fort exact et plusieurs choses dont j’attendray vostre avis, avant que de le publier….

Or je vous envoye encore deux livres, l’un des sons et l’autre des mouvemens, dans lequel vous trouverez tout l’examen que j’ay fait des Dialogues du S.r Galilée([963]), lorsqu’il a esté question de confronter mes experiences avec les siennes. Du moins suis-je assuré que les miennes ont esté repetées plus de 30 fois, et quelques-unes plus de cent fois, devant de bons esprits, qui tous ont conclu comme moy, sans en excepter aucun….

 

 

 

3183*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 18 settembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 168. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

È un pezzo che non ho sentito nuove di V. S. Ecc.ma, e perciò vengo con questa mia a salutarla per intendere del suo ben essere qualche cosa. Io me la passo assai bene di sanità, per l’Iddio gratia. Alli giorni passati l’Em.mo Capponi([964]) mi volse vedere, e fui a farli riverenza, stando a discorrere con esso più di tre hore, et per il più della persona sua e de’ suoi bellissimi Dialoghi. Il desiderio suo poi di vedermi disse che era nato dall’havere sentito a lodare da V. S. il mio libro dello Speccnio Ustorio([965]), intorno al quale pure alquanto ancora si ragionò. Ma ella è troppo prodiga nelle mie lodi, onde, scorgendosi l’opere mie molto a quelle inferiori, ad essa ne toccherà poi giustamente la difesa. La ringratio però dell’honore che mi fa sopra ogni mio merito.

Ho fatto un poco di festa sin hora doppo la stampa della mia Geometria([966]) (quale non so se alcuno di cotesti Signori habbi havuto flemma di vederla tutta, come mi saria grato d’intendere); essendomi però stati proposti li seguenti due problemi, che mi parono belli, se bene da me sciolti sin hora solo per luogo solido, ho però voluto mandarceli, per mostrarli che non mi sono nè anco del tutto lasciato irrugginire, e per dirli qualche cosa di nuovo.

Il primo dunque è questo.([967]) Data la ad, segata comunque in b, segarla come in c, sì che il rettangolo acb al to cd habbi la data proportione come di ab a bf. Per far questo, descrivasi la semiiperbola be, di cui sia ab lato transverso et fb lato retto, intorno all’asse bd; poi dal punto d tirisi la de ad angolo semiretto sopra da, che incontri l’iperbola in e, e da e caschi ec perpendicolare sopra ad; è dunque manifesto che il rettangolo acb al to ca, cioè al to cd, è come ab a bf.

Il secondo è questo. Data la ad, segata comunque in bc, tagliarla come in e, sì che il rettangolo aeb al rettangolo dec habbi la data proportione come di p ad o. Per far questo, sia come p ad o così mb a cd, et essendo fatto ab lato transverso, e preso per lato retto qualsivoglia, come bn, si descriva la semiiperbola bfg intorno all’asse bc; fatto poi come ab a bn così mb a bu, essendo bu lato retto e cd transverso, si descriva intorno pure all’asse cb la semiiperbola cfh, che seghi la bg in f, e da f cada la fe perpendicolare sopra md: dico che il rettangolo aeb al rettangolo dec è come p ad o. Imperochè il rettangolo aeb al to ef è come ab a bn, overo mb a bu, et il to ef al rettangolo dec è come bu a cd; adunque, per la ugual proportione, il rettangolo aeb al rettangolo dec è come mb a cd, cioè come p ad o; il che etc.

Quello che me li propose dicemi havere la solutione del primo per luogo piano; ma io non ci ho poi fatta più riflessione: dice però essere difficilissima. Ho però risoluto anch’io questo secondo per luogo piano, quando la proportione data è di ugualità; ma non starò a dirne altro per non attediarla. Finisco baciandoli affettuosamente le mani e ricordandomeli cordialissimo servitore.

 

Di Bologna, alli 18 Settembre 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

 

 

3184*.

 

GALILEO a [ELIA DIODATI in Parigi].

[Arcetri], 22 settembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 84t. – Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, in capo alla quale si legge, pur di mano del VIVIANI: «G. G. 22 7bre 1635»

 

Io ho due miei libri, fatti latini da un amico mio, e gli averei consegnati al medesimo; e sono i libri, le tre Lettere delle macchie solari e il Trattato delle cose che stanno sopra l’acqua. Il ritratto([968]) è fatto più giorni sono, similissimo, da mano eccellente([969]) etc.

 

 

 

3185*.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 25 settembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 68r. – Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, che premette queste parole: «L’amico di Parigi con lettera de’ 25 7bre 1635, in risposta ad una del Galileo del 27 Agosto, che manca tra quelle pervenute di Parigi a S. A. Rev.ma([970]), tra altre cose scrive:». A car.28r., 79r., 146r., dello stesso codice si hanno altre copie di questo stesso capitolo, di mano pur del VIVIANI o di un suo amanuense.

 

Il pensiero del Sig.r di Carcavilla([971]) di Tolosa, di metter in stampa in un sol volume tutte l’opere di V. S., è ben inteso per perpetuarle, non conservandosi così bene separate, et in particolare in libri piccoli.

 

 

 

3186**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO in Arcetri.

Siena, 2 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 141. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Ancorchè il favore delle zatte, persiche, semiane e lazzeruole, che V. S. m’ha fatto, mi trovasse in visita, io lo godo hora nel ritorno con sommo gusto, sendo le zatte perfettissime. Però, benchè il mio segretario glie ne rendesse vive gratie, non me ne sodisfacendo interamente, ne la ringratio ancor io con tutto l’affetto possibile.

Quest’anno, che la vendemmia promette i vini un poco abboccati, voglio servirla del botticino delle tre some di bianco: però faccialo V. S. porre in ordine, e mi dia avviso quando doverò mandarglielo.

Sento dal S.r Can.co Cini([972]) le commemorationi favorite che V. S. si compiace fare di me, che certo sempre più m’obliga al suo merito. E qui, senza più, resto pregandole da Dio ogni vera prosperità, e li bacio con tutto l’animo le mani.

 

Di Siena, li 2 Ott.re 1635.

Di V. S. molto Ill.re

Sig.r Galileo Galilei. Arceti.

<…>

A. Ar. di Siena.

 

 

 

3187**.

 

BENEDETTO SCALANDRONI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Piero in Sillano, 6 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 89. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re et Pad.ne mio Cold.mo

 

Molti giorni sono ricevetti una di V. S. molto Ill.re, per la quale intesi come il carbone mandatoli fu riceuto dalla sua serva, sebene senza pesare, il che non importa, poichè lo feci pesare quando si insaccò; e gliene detti debito, e quando sarò in commodo, li manderò il restante di quello domanda, sì per costì come ancora per in Firenze: e del prezzo non ci sarà dificultà alcuna, sicome non ce n’è state per il passato. Di più sento come V. S. desidererebbe gli provvedessi sei barili di vino buono, quale bastassi a’ caldi: che del trovarlo non credo haverò dificultà, per il prezzo che correrà nel paese; ma dubito bene del comodo delle bestie, perchè quassù n’è scarsità assai: però se costì se ne trovassi, credo sarebbe bene il pigliarle; caso che no, farò diligenza trovarle quassù, quantunque senza suo nuovo ordine non farò niente.

Prego ancora V. S. molto Ill.re a volermi scusare di tanta mia negligenza usata nel rispondere alla sua gratissima, quale ricevetti in Firenze da mia fratelli; ma per molti bisogni che havevo di andare in Valdarno per parlare a Msig.re Vescovo di Fiesole, dove stetti dodici giorni, me lo scordai: contuttociò spero che resterà appagata del buono animo; e conoscendomi abile in poterla servire in cosa alcuna, mi comandi liberamente, che mi troverrà prontissimo in servirla, e mentre comanderà lo riconoscerò per favore singulare, quantunque senza alcuno mio([973]) merito. E con reverente affetto li bacio le mani, pregandoli dal Cielo ogni colmo di felicità.

 

Di S. Piero in Sillano, li 6 8bre 1635.

Di V. S. molto Ill.re Ser.re Aff.mo

P. Bened.tto Scaland.ni

 

 

 

3188**.

 

PIETRO LA SENA a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 8 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 143. – Autografa. Di fuori (car. 144t.) si legge, di mano di GALILEO: del S. Pietro Sena. A queste 2([974]) si deve rispondere al ritorno del S. Birè di Bologna.

 

Molto Ill.e Sig.r mio P.ron Oss.mo

 

Il Sig.r Gio. Camillo Gloriosi m’ha da Napoli fatto capitar in poter mio alcuni essemplari della Seconda Deca Matematica, novellamente da lui data fuori alle stampe([975]), et insieme scritto se io havesse modo far pervenir nelle mani di V. S. molto Ill.e una copia d’essi; il che fu da me negato, non potendo preveder l’opportunità c’hora mi rappresentono i SS.ri Gio. Battista Altini e Giovan Birè, dottissimi e curiosissimi gentilhuomini Francesi et amicissimi del Gloriosi, i quali vengono a riverirla, come anch’io vorrei fare, di presenza. Ho lor pregato a presentar a V. S. molto Ill.e detto libro; e participando questo ragguaglio al S.r Gloriosi, aspetterò la lettera con la quale, approvando questo mio fatto, significherà a V. S. molto Il.e la partialità del suo affetto verso lei, di cui, per l’amicitia ch’è tra noi, le sono veridico testimonio. E per fine le bacio riverentemente le mani.

 

Roma, li 8 di 8bre 1635.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Ser.r Devot.mo

Pietro La Sena.

 

 

 

3189**.

 

ARTEMISIA GENTILESCHI a [GALILEO in Arcetri].

Napoli, 9 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 269-270. – Autografa.

 

Molt’Ill.re S.r mio et P.ron Oss.mo

 

So che V. S. dirà che se mai mi si fusse presentata occasione di valermi del favor suo, mai haverei pensato di scrivergli; et in vero, stanti le obligationi infinite che gli tengo, ne potrebbe fare infallibile argumento, non sapendo quanto spesso habbia proccurato saper di lei, nè da alcuno ne ho potuto saper nuova certa. Ma hora che so ritrovarsi costà in buonissima dispositione, Dio gratia, senza far capitale d’altro mezzo, a lei voglio ricorrere, dalla quale posso assicurarmi d’ogni favorevole assistenza, tralasciando di far capitale d’ogn’altro Signore; e tanto più lo faccio volentieri, quanto che mi si rappresenta un’altra occasione simile a quella di quel quadro di quella Giudith([976]) ch’io diedi al Ser.mo Gran Duca Cosimo gloriosa memoria, del quale se n’era persa la memoria, se non era ravvivata dalla protettione di V. S., in virtù della quale n’ottenni buonissima ricompensa. Che però la supplico faccia il medesimo hora, già che vedo non parlarsi più di dui quadri grandi ch’ho mandato ultimamente a S. A. S. per via d’un mio fratello, quali non so se habbino gradito: solo so, per terza persona, haverli il Gran Duca ricevuti, et non altro; che ciò mi rende non poca mortificatione, vistomi honorata da tutti li re et potentati dell’Europa alli quali ho mandato l’opere mie, non solo di regali grandissimi, ma etiandio di lettere favoritissime, che tengo appresso di me; et ultimamente il S.r Duca di Ghisa([977]) in ricompensa d’un quadro mio, che gli presentò l’istesso mio fratello, gli diede per me 200 piastre, le quali non ho havute per essersi incamminato in altra parte; et da S. A. S., mio prencipe naturale, non ho ricevuto gratia nessuna: assicurando V. S. che più haverei stimato un minimo delli suoi favori, che quanti ne ho havuti dal Re di Francia, il Re di Spagna, dal Re d’Inghilterra et da tutti li altri prencipi dell’Europa, stante il desiderio che ho di servirlo et di rimpatriarmi, et a consideratione della servitù ch’ho fatta al Ser.mo suo Padre tant’anni.

Già si sa quale sia la generosità di S. A. S., alla quale fanno ricorso tutti li virtuosi; che perciò non è maraviglia s’io, messami nel numero di quelli, habbia fatto resolutione dedicarli alcun parto delle mie fatiche: anzi a me più che ad ogn’altro si conveniva pagarli questo debito, et per raggione di vassallaggio, et per raggione di servitù; ond’io non posso credere, non haver sodisfatto a S. A., mentre che ho sodisfatto all’obligatione mia; che perciò desidero da V. S. saperne il vero, col’accennarmi ogni particolare del Prencipe in questo affare, che ciò mi servirà di refriggerio al dispiacer che sento, che questa mia tanto devota dimostratione sia passata sotto un sì profondo silentio: che di ciò me ne farà gratia tanto grande, ch’io la stimerò sopr’ogn’altra ch’habbia ricevuto dalla persona di V. S., alla quale bacio mille volte le mani et gli vivo quell’obligata servitrice di sempre. Et qui li faccio profonda riverenza.

 

Di Napoli, il dì 9 8bre 1635.

Di V. S. molt’Ill.re Ser.ce Obligatis.ma

Artimitia Gentileschi.

 

Se V. S. si compiacerà rispondermi, resterà servita scrivermi sotto la cuperta del S.r Francesco Maria Maringhi.

 

 

 

3190**.

 

GIO. GIACOMO BOUCHARD a GALILEO in Firenze.

Roma, 10 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 145. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.re P.rone mio Oss.mo

 

Il desiderio grande ch’io tengo di conservare la servitù già presa con V. S. non patisce che lasci passare alcuna occasione ch’io mi habbia di rinnovarla, e massimente questa del S.r Birè([978]), il quale, essendo gentilhuomo molto curioso et intelligente delle scientie mathematiche, nel venire costì non ha voluto mancare di riverirla e pratticare qualche poco di conoscenza con essa lei; del che io da me stesso mi sono proferto ad essere il mezzano, essendo sicuro che V. S. non potrà fare di manco di aggradirlo. Potrà ella con questo Signore conferire a la libera, e per mezo di lui farci qua consapevoli dell’esser suo, intorno al quale si parla molto diversamente: alcuni però mi hanno detto per cosa certa che le sue cose vanno meglio assai, e ch’ella sia in procinto di fare stampare le sue bellissime compositioni intorno al moto; che s’ella si compiace di darcene qualche poco di ragguaglio, nel ritorno che in breve detto S.r Birè è per fare in questa città, sia sicura ch’io l’havrò a singolar favore. In tanto le bascio affettuosamente le mani, in augurandole tutto quello che alle sue eminenti. virtù viene dovuto.

 

Roma, a dì X Octobre 1635.

Di V. S. molt’Ill.re Aff.mo Servitore

Gio. Giacomo Boccardi.

 

Fuori: Al molt’Ill.re Sig.re mio P.rone Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Matemat.co primario di Sua Altezza, in

Firenze.

 

 

 

3191**.

 

GIULIO NINCI a GALILEO in Arcetri.

San Casciano, 10 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 90. – Autografa.

 

Al molto Ilu.re Signor Galileo Galilei.

 

Gli comico a mandar le legni grose per Domenicho di Giovani Fornai. Non ò potuto comicare a mandagli prima; in però V. S. mi scusi: ora verà di segito. E se gli ocore nula alto, V. S. mi avisi, perchè ò grade dedi di servla. Di vi gadi e vi conceda la sanità.

 

Il dì 10 di Ottobre 1635, in Sancascano.

  Vo.ro Aff.o

Giulio Ninci.

 

Fuori: All molto Ilu.re Signre Galileo Galilei.

In vila, a Sa Matteo in Aceti.

 

 

 

3192*.

 

MARINO MERSENNE a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

Parigi, 12 ottobre 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9543, car. 30. – Autografa.

 

…. J’attends aussi votre jugement de mon livre du mouvemeut, que vous avez maintenant receu([979]). Je suis certain que les calculs seront approuvés mesme du S.r Galilée, si jamais il les void; et si vous apercevez aucune chose qui vous deplaise, vostre volonté sera suivie en cela comme en autres choses….

 

 

 

3193*.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO [in Arcetri].

Lione, 15 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 100. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r e P.ne Col.mo

 

Nel frontespitio della gentilissima sua de’ 22 passato mi accenna havermi scritto a di longho pochi giorni avanti, quale per mia disgratia non mi è capitata; e ne scrivo a mio fratello, se per fortuna se la fussino scordata o mandata per altra strada. Intanto a S. S.a serva questo adviso.

M’è stato grato la ricevuta del pacchetto dal S.r Ciolli, dal quale di poi doverà havere ricevuto la cassetta de’ libri([980]). Il ritardo deve essere proceduto dal’armata navale che è in mare, che inpedisce la libertà de’ passaggi fra Marsilia e Livorno; ma a quest’hora doverà essere capitato, come doverà essere seguito di un certo grosso piegho che li mandai già un mese fa, d’ordine del S.r Diodati di Parigi, sotto coperta del S.r Ridolfo Miniati, che mi gusterà saperlo per mia quiete.

Sudetto S.r Miniati mi scrive che haveria mandato il suo ritratto([981]) nella prima cassa drappi che dovevano spedire poco doppo, e con quella occasione haveriano messo quel libro Saggiatore, che subito lo manderò al S.r Carcavi a Toloza, acciò se ne possa servire per fare ristanpare le sua opere in un solo volume([982]): e del ritratto, doppo haverne fatto fare una copia, lo manderò al S.r Diodati, come la mi comanda; e io li resto con obligho particolare del’amorevolezza.

Tengho lettere del’Ill.mo S.r Hensellin([983]), quale mi scrive con la sua de’ 30 passato haverli parlato e conferito con S. S.a molto Ill.e con sua particolare satisfatione e gusto; e fa stato nella prossima state di rivederla per pigliare qualque lectione da S. S.a, che essendo persona di spirito haverà della facilità e del’honore di godere questo personaggio di grandissima qualità e li sarà buono amico.

Il S.r Diodati m’à inviato l’allegato pieghetto per S. S.a, quale con questa viene annesso; la conparsa mi sarà gratissima. E facendoli reverentia, li pregherò da N. S. il colmo d’ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 15 8bre 1635.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Ser.e Aff.mo e Par.te Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

 

 

3194**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO in Arcetri.

Murlo, 16 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 147. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Ancora qua ogn’uno concorre che sia meglio mandare a V. S. il vino bianco alla seconda muta, che sarà tra quindici giorni, che in altro tempo: però V. S. tenga lesto la botte, chè all’hora ne sarà servita. Se poi riuscirà com’io vorrei, incontrerrà interamente il bisogno e il gusto di V. S., che è quello che ho procurato.

Mi trovo in Vescovado([984]) a godere la boschettatura, che passa assai bene; però da questa solitudine mi dispenserà V. S. dalle nuove, sendone stata questa settimana assai scarsa. E qui prego a V. S. da Dio ogni prosperità, e le bacio le mani.

 

Di Murlo, li 16 Ott.re 1635.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo Galilei. Arceti.

Divot. Ser.

A. Arc. di Siena.

 

 

 

3195.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 17 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 149. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

 

Se ne ritorna con longa giravolta il nostro Padre Francesco buono([985]), col quale mi sono consolato più volte della sua conversazione, ragionando spesso di V. S. molto Ill.re: e veramente lo ritrovo tanto inamorato e conoscitore del gran merito di V. S., che non si può desiderare più; e vive ardente di avviare, per beneficio della sua Religione, questi studii alla buona maniera, e credo che li riuscirà felicissimo il successo, massime perchè non si cura di moltitudine, ma fa stima de’ buoni ingegni.

Habbiamo poi discorso assai intorno a quella mia operetta algebratica([986]), e glie n’ho data la copia finita più di tutte. Ho inteso da lui che il Sig.r Mario([987]) principalmente, come quello che mi ama soverchio, vorrebbe vedere opera dalla mia mano di maggiore pregio, e non stima questa degna delle stampe. Mi rimetto assolutamente in quello che terminaranno dopo il ritorno del Padre Francesco, il quale (e non posso credere che m’inganni) mostra stimare la novità della materia, come fanno ancora qui tutti questi professori, e li piace assai la facilità del mio modo di lavorare. Tuttavia spesso vado replicando il detto di quel grand’huomo: Neque ita mihi mea placent, ut non perpendam quid alii iudicaturi sint, e massime cotesti Signori miei padroni, che so che mi amano e intendono, a’ quali in tutto e per tutto mi rimetto, con l’assistenza di V. S. molto Ill.re

Del nostro Sig.r Ambasciatore ho detto al Padre Francesco quanto passa, e mi rimetto a quanto lui li dirà a bocca. Il Ser.mo Sig.r Card.l di Savoia([988]) ha fatti honori straordinariissimi al nostro Mons.r Ciampoli, e mi viene scritto dalla S.a Casa che pareva che S. A. non tenesse conto di nessuno altro. Qua si spera che li sarà mutato il governo in meglio dalla benignità di questi Padroni. Nel resto io sto bene di sanità, e tutto tutto suo sempre sempre; e li fo riverenza.

 

Di Roma, il 17 d’8bre 1635.

Di V. S. molto Ill.re

 

 
Si è fatta un poco di distribuzione di provisioni dello Studio, e a me è toccata una ventina di scudi di augumento; e sono in maneggio di ottenere una pensioncella, di quelle che non si riscuotono mai.  
 

S.r Gal.o

Devotis.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

 

 

3196*.

 

RAFFAELLO MAGIOTTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 18 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 151. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio S.

 

L’arrivo, il riposo, et il ritorno del P. Francesco([989]) non m’hanno data altra occasione che di scriver queste quattro righe. Il conferire, l’imparar da lui, che ha conversato tanto tempo con V. S. E., non è stato possibile. Egli s’è ritirato a Monte Cavallo nel proprio noviziato, et io, che ho molti intrighi, non ho potuto mai vederlo. L’uscir in sua compagnia fuora di Roma, come verso Frascati, non era molto sicuro per me, non essendo in questi paesi per quattro mesi continui piovuto. Pur io accuso più tosto me di poca diligenza nell’affrontar l’occasioni, che lui di poca cortesia nel conferire. Confesso bene invidiargli fuor di modo la commodità ch’egli ha havuto et haverà di conversar et imparar sempre da V. E.; non ch’io desideri privarlo, ma d’esser a parte ancor io, di sì dolce e sì util conversatione. Pur mentre questo non m’è concesso, potess’io almeno veder una volta quelle opere ch’io tanto desidero e che lui ha potuto goder a suo talento. Non intendo però d’infastidirla, ma solo di ripercuotergli la memoria.

Quanto alle mie grandezze([990]), quali durorno dua giorni soli, ne trattai a pieno con il P. Francesco, e lui potrà renderne minuto conto. Non dirò che mi rincresca d’haver persa qualche commodità di giovare agl’amici, per non fare (come si dice) una cortigianeria; ma più tosto dirò, esser stato bene ch’io habbia persa l’occasione di diventar cortigiano. Ne ringrazio pertanto Iddio, e Lo prego caldamente a dar ogni prosperità a V. S. E.ma, dalla quale vorrei esser riconosciuto per vero suo servitore.

 

Roma, alli 18 8bre 1635.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma Aff.mo et Oblig.mo Ser.re

Raffaello Magiotti.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3197.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 20 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 169. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.tre et Eccell.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Ricevo la sua gratissima d’i 13. Io son stato alcuni giorni in villa, e doppo ritornato ho ritrovato tanti intrichi, che m’hanno occupato totalmente.

Mando il Capitolo della sua lettera al P. Prior di Broscia per vedere quello che si può fare intorno al negotio dell’incudine([991]), e mi rincresce in estremo la mala riuscita; come anco delle robbe mandate per il Sig.r Manutio([992]), intendo che quel strambone del suo servitore ha fatto il peggio che poteva, et apunto quello che si voleva fuggire.

Do conto all’Ill.mo Baitello di quanto V. S. mi scrive intorno al compasso([993]) e del suo desiderio di farli questo honore. A Padoa non ho scritto, perchè dissegno andarvi io stesso all’aprir delle lettioni prossime. Mi par bene un gran deffetto che non ci sia discorso di V. S. sopra l’uso del compasso, perchè tengo per certo che sia di molto maggior uso di quello che mostrarà a prima vista; et io, che assolutamente ne voglio uno, senza il suo indrizzo a che me ne valerò?

Le mando la demostratione([994]) mandatami dal Sig.r Argoli contra il Copernico, che V. S. vederà di sua propria mano. Ho però memoria che V. S. l’ha tocca nel suo libro e rissoluta, ma non la posso vedere, perchè la bestialità della prohibitione ce li fa rubar di mano agl’amici. Nel Discorso del S.r Argoli, per il moto della terra non vi è cosa alcuna immaginabile non tocca da V. S., eccetto questo, che nelle montagne e nelle minere de’ sassi et altre si vede una dirrettione di tutte, quasi che siano incrostationi l’una sopra l’altra, rivolte tutte da ponente in levante; e l’afferma specialmente essere costì nelle Alpi. Se così fosse, sarebbe cosa molto notabile. Ho memoria che il Cabeo De magnete([995]) disse una simil cosa, ma che la dirrettione era da austro in settentrione. V. S. me ne dirà qualche cosa: consulendus semper Magister. E pregandola a riamarmi, le baccio con ogni affetto le mani.

 

Ven.a, 20 Ottobre 1635.

Di V. S. molto Ill.tre et Eccell.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.e

F. Fulgentio.

 

 

 

3198*.

 

PIETRO GASSENDI a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC in Aix.

Digne, 20 ottobre 1635.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9536, car. 239. – Autografa.

 

…. Je n’ay point manqué de cercher la lettre de M.r Galilei, touchant l’invention du Père Linus([996]); mais asseurement elle n’est point demeurée icy, et je la vous ay sans doute renvoyée avec un grand fagot d’autres. Je seroy bien regretteux qu’elle fust perdue, parce que je n’ay point aussi retenu de memoire de l’invention du mesme Galilei, approchante, à mon advis, de celle de l’autre. Mais il se pourra faire que vous la rencontriez quelque jour, quand vous y penserez le moins …

 

 

 

3199.

 

PIETRO DE CARCAVY a GALILEO in Firenze.

Tolosa, 21 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 173-174. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio Pad.n Colendiss.o

 

Sono alcuni giorni che m’è stata resa la cortesissima lettera di V. S. del 20 d’Agosto, a la quale non ho prima fatto riposta per cagione d’una febre assai pertinace, la quale mi toglieva ogni libertà di scriverli. Ringracio a Dio che ne l’istesso tempo si sia degnato favorirmi di due così grande gratie, l’una della sanità e l’altra de la lettera di V. S. In essa lei m’avertisce che m’invia per mano del Sig.r Ruberto([997]) il Saggiatore, il quale aspetto con gli altri che mi sono promessi dal detto Sig.r Ruberto per la stampa di tutte le sue opere, non solamente in sostentamento della sua memoria e riputatione contra i sui invidi avversarii, ma ancora per una mia particulare sodisfatione, desiderando in ogni modo assicurare V. S. de la mia osservanza verso di lei. Subito ch’el detto Saggiatore e gli altri mi saranno inviati, farò incaminare la detta stampa; e li piaccerà mandarmi in qual maniera habbia più gusto che sianno stampate le dette sue opere, o in foglio, overo in 4°, e si sarà bisogna aspettare una particulare dedicatione de tutto el libro (aggiungnendo ancora ciascheduna a’ sui trattati), overo un aviso a i lettori nel quale sia dichiarata la ragione da questa secunda stampa. El libraro m’ha detto d’avertire V. S. che sarebbe nesessario aggiungere a la detta stampa un trattato (qual si voglia) non più stampato, non per considera[tione] del guadagno (el quale per sicuro sarebbe più grande, principalmente in questo regno, ove sono molti amatori de la novità), ma perchè el privileggio non si concede per i libri già stampati, ma per quelli che si stampano di nuovo; di maniera che concedendosi el detto privilegio per rispecto del nuovo trattato, servirebbe per tutta l’opera: e senza quello el libraro sarebbe in periglio d’haver altri competitori, e non potrebbe ricuperare la spesa. El libraro dice in oltra, che l’ignoranza de la lingua italiana in queste contrade desiderarebbe ch’el detto trattato fusse latino; ma di tutto ciò V. S. ne disporrà al suo piaccere: e como che sia, farò stampare le dette opere con grandissimo gusto, e già s’incomminciano a intagliare le figure sparse ne i sui Dialoghi, sopra i quali ho notato alcune cose et mandato il mio parere a V. S.([998]); ma non so si in ciò ha voluto compiacere a la mia debolezza, non avizandomi, overo che lei non habbia ricevuto la mia lettera. La pregho mandarmene la sua openione, perchè mi sarà sempre gratissimo d’imparare di maestro tanto meritevole. Qui pongo fine, la fretta del corriero non mi dando licenza di trattenermi con V. S. tanto tempo ch’io havessi desiderato, e questo mi servirà di scusa per gli errori commessi nella favella; ma restarò sodisfatto d’essa, pur che poscia esprimere i più cari concetti del mio core, el quale assicura V. S. ch’è per sempre aquistato a i sui meriti. Baccio le mani con ogni affetto e riverenzza.

 

Di Tolosa, li 21 Octobre 1635.

Di V. S. molto Ill.e  
 

 

Fuori: Al molto Ill.e Sig.r mio, Pad.n mio Osser.o,

Il Sig.r Galileo Galiley, in

Fiorenza.

 

 

 

3200.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 23 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 171. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ella mi dice nella passata ultima sua lettera sotto il 13 Ottobre di havermi scritto un’altra lettera, con accennarmi in quella di haver visto li miei due problemi risoluti per luogo solido([999]), ma io non l’ho ricevuta. Havrei ben gusto di vedere quel libro del Padre Failla([1000]), ma io non vorrei incommodarla.

Mi dispiace che la Geometria([1001]) mia riesca così difficile e laboriosa come dice: sarà colpa mia, che malamente mi sarò saputo esplicare, ma ad ogni modo la materia per sè stessa è anco molto difficile; non mi maraviglio perciò che il Sig.r Andrea Arrighetti, che mi dice V. S. che l’ha vista tutta, non me ne scriva niente, poi che non vi harà trovato cosa degna di consideratione. Mi dovrà però, credo, compatire V. S., che non havendo qua con chi conferire di simili materie, è cagione che mi sia tal hora parso facile quello che la conferenza mi harebbe fatto conoscer per difficile.

Questa mattina ho discorso per spatio di un’hora e meza con un gentilhuomo Francese, che mi pare molto intelligente delle matematiche e mi sembra un altro Vieta, quale mi ha detto di voler venire a visitare V. S.: con la quale occasione ho voluto darli la presente, perchè sappi le conditioni sue. Questo è il Sig.re Giovanni de Beaugrand, Consigliero e Secretario del Re di Francia, del quale spero havrà grandissimo gusto, e per quel poco che ho potuto comprendere, troverà altri che F. Bonaventura suo servitore. Havrò gusto sentire qual rincontro havrà havuto il mio presagio: e con tal fine alla buona gratia sua mi raccomando, compatendo infinitamente le sue afflittioni, e li baccio le mani.

 

Di Bologna, alli 23 Ottobre 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

 

 

3201**.

 

GIROLAMO BARDI a GALILEO in Firenze.

Genova, 26 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 153. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Col.mo

 

Stimerà forsi V. S. che col longo tacere mi sii caduta la memoria di un molto Padrone, al quale mi ritrovo per tanti capi più che debitore: non per certo, se considererà che ciò è seguito per non incommodarla; ma mi è parso il dovere di riverirla con questa mia, confermandole l’affetto col quale vivo desioso de’ suoi commandamenti.

Sono sforzato a trattenermi quest’anno per negotii urgenti di mia casa; e perchè mi trovo in Pisa offeso, ne son ricorso al S.r Auditore, il quale essendo rimas[to], per mia mala disgratia, amalato, ch’havevo buona speranza, per non offendere S. D. M. non so quello seguire. La priego, se ha occorrenza di esser in Firenze, o con lettere al S.r Conte([1002]) e S.r Baly([1003]), caldamente raccomandarmi.

Mi vengono instantemente richiesti tutti li libri di V. S., quali non è possibile in questi paesi ritrovare e massime il Dialogo, essendo lei solo conosciuta per fama e per notitia da altri; e se me li potesse far havere, mi saria carissimo, ch’in Pisa il S.r Guast.a([1004]) li riceverà e sborserà il prezzo: in tanto se in cosa alcuna atto mi conosce, di me si vaglia.

 

Gen.a, li 26 8bre 1635.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.a Dev.mo Ser.e

Girol.o Bard[i].

 

Mi avisi se è per stampare altro, che, se mal non mi ricordo, in Siena haveva non so che alle mani([1005]).

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r D.re Galileo Galilei, Mat.co di S. A. S.

Firenze.

 

 

 

3202*.

 

ROBERTO GALILEI a GALILEO in Arcetri.

Lione, 29 ottobre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 98. – Autografa.

 

Molto Ill.e mio Sig.r e P.ne Col.mo

 

Veramente, a non mentire, io resto con qualque mortificasione in vedere che S. S.a sempre continua meco un truppa di conpimenti, che procedano del’eccessa sua gentilezza. A me, suo obligato, non convengano, che reputerò sempre a favore il servirli con il propio sangue.

Ho bene caro l’havessi ricevuto tutti li libri e scritture mandateli, massime quelli dua libri mandati per via di Marsilia, che ne stavo in qualque pensiero a causa del’armata navale([1006]). La mandatomi ho inviata al S.r Diodati, et spero avanti la partenza di questo riceverne delle sua.

Il ritratto di S. S.a e quel libro del Saggiatore non era ancora partito di Firenze; ma mi veniva accennato che dovessi seguire poco doppo in una cassa drappi, che adesso doverà essere a camino.

Ho havuto gusto che lei havessi conferito con Ill.mo S.r Luigi Hesselin([1007]) e con il S.r Dottore Maucort; e il primo è persona di qualità, e sono sicuro che in ogni occasione lo servirà di quore e con affetto. E mi ha scritto havere havuto particolare gusto della sua conversatione, e presto spera di rivederlo nella prossima state; e lo troverà persona conpita.

Avanti che mandare la lettera del S.r Diodati, li detti una lettura: e la ringratio di tutto quore della participasione che la mi vole fare delle longitudine, quale mi saranno di grandissima consolatione; e doverà dare il modo della fabrica di quelli horologi, quando li manderà altrove.

Posso assicurare V. S. e senza adulasione alcuna, che il S.r De Peresce l’honora et rispetta sopra qualsivoglia huomo del mondo, e sempre va procurando qualcosa per la sua sollevatione, per poterli, in scrivendo, darli qualque buona nuova: e già è chiaro e manifesto a tutti il torto che ingiustamente li viene fatto; ma le sua virtù e sua scientia ne sono sole la causa, invidiate dalla ignorantia e dalla rabbia. E io con questo li faccio con ogni dovuto affetto reverentia, pregandoli da N. S. ogni vero bene.

 

Di Lione, questo dì 29 di 8bre 1635.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei.

Ser.re Obig.mo e Par.te Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill.e mio S.r e P.ne Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, Matt.co primario di S. A. S.

In Firenze, in Arcetri.

 

 

 

3203.

 

GALILEO a GIO. CAMILLO GLORIOSI [in Napoli].

Arcetri, 30 ottobre 1635.

 

Dalle pag. 146-151 della IOANNIS CAMILLI GLORIOSI Exercitationum Mathematicarum decas tertia. In qua continentur varia et theoremata et problemata, tum ei ad solvendum proposito, tum ab eo inter legendum animadversa. Neapoli, ex typographia Secundini Roncalioli, MDCXXXIX.

 

La seconda deca delle Esercitationi Matematiche di V. S. molto I.([1008]) mi fu resa 4 giorni fa; alla quale ho dato una vista, per questa prima, correntemente, con pensiero di riveder più posatamente, non dirò il tutto, ma quella parte che dalla mia già per la grave età consumata memoria mi sarà conceduto, la quale è ridotta così al poco, che mi abbandona nel voler rivedere molte delle dimostrationi già tempo fa ritrovate da me medesimo.

Mi sarebbe stato grato che V. S. havesse veduto il mio Dialogo avanti la sua prohibizione, e particolarmente in quella parte dove vo esaminando l’artifizio del C. Chiaramonti([1009]) nel riprovare gli astronomi che posero le nuove stelle superiori a i pianeti, dove, concorrendo con V. S., mostro l’inefficacia delle sue ragioni([1010]). In tanto, per segno d’haver pur capito qualche cosa delle sottilissime specolazioni di V. S., voglio conferirgli certo mio discorso che gran tempo fa mi passò per fantasia, per provare che l’angolo del contatto sia detto così equivocamente, e che in somma non sia veramente angolo, convenendo in questo col Vieta([1011]), le cui ragioni V. S. molto acutamente par che vadia redarguendo; sì che se mi mostrerà la fallacia della mia che mi par poco meno che concludente dimostrazione, bisognerà ch’io sia con lei.

Stando dunque su la ricevuta definizione, che angolo sia l’inclinazione di due linee che si toccano in un punto e non son poste tra di loro per diritto, figuriamoci un poligono rettilineo et equilatero, inscritto nel cerchio: è manifesto, le inclinazioni o direzzioni de i suoi lati esser tante quanti([1012]) gli stessi lati, se saranno di numero dispari, o vero quanto la metà, se il numero sarà pari (havendo gli opposti la medesima direzzione). Hora, se intenderemo a qual si sia linea retta segnata esser applicato un lato del detto poligono, questo con quella non formerà angolo, caminando amendue per la medesima direzzione; ma ben lo formerà il lato seguente, come quello che sopra la segnata retta si eleva et, inclinandosegli sopra, la tocca. E perchè il cerchio si concepisce([1013]) esser un poligono di lati infiniti, è necessario che nel suo perimetro siano tutte le direzzioni, cioè infinite; e però vi è quella di qualsivoglia linea retta segnata, la quale non può intendersi esser altra che quella del lato (de gli infiniti che ne ha il cerchio) che ad essa sia applicato: adunque quello del cerchio che alla linea retta si applica non forma angolo con lei; e tale è il punto del contatto. Qui poi non si può dire che se bene([1014]) il punto che tocca non contiene angolo con la tangente, tutta via pur lo contenga il punto contiguo conseguente, sì come nel poligono non il lato che si applica alla retta proposta, ma il lato seguente, è quello che l’angolo forma e costituisce; non si può, dico, dir questo, perchè il punto che succede a quel del contatto non tocca la retta, la quale da un sol punto del cerchio, e non da più, vien toccata. Ma nella definizione dell’angolo si ricerca, oltre all’inclinazione, il toccamento ancora; adunque il chiamato angolo del contatto è con errore detto così, nè è veramente angolo, nè ha grandezza alcuna.

Sovvienimi anco, oltre a molti altri, haver fatto un discorso in cotal forma. Se, stando ferma la DE, intenderemo la segante AB girarsi sopra ‘l punto del segamento C, sì che dallo stato AB trapassi in GF, facendo l’angolo FCE superiore alla CE, dove prima conteneva([1015]) l’inferiore ECB, è manifesto, l’angolo BCE andarsi per tal conversione inacutendo e ristringendo in modo, che finalmente la sua quantità si annichili e del tutto svanisca; il che accaderà quando essa retta AB si congiungerà con la DE. Hora, applicando l’istesso discorso all’arco ACB, segato dalla retta GF nel punto C, costituendo gli angoli misti ACG, FCB, se intenderemo essa retta GF girarsi sopra ‘l punto C, inacutendo i detti angoli e finalmente trapassando nello stato di OCN, sì che l’angolo inferiore ACG si faccia superiore, come ACO, ciò non comprendo io che possa accadere senza l’annichilazione di essi angoli; la quale annichilazione non può essere se non quando essa retta convertibile non segasse più la curva ACB, il che avviene quando essa si unisce con la tangente DE. Nell’arco dunque e nella tangente non sono angoli, ma la annichilazione de gli angoli.

Il discorso anco che vien fatto per confermar che l’angolo della contingenza non solamente sia quanto, ma talmente quanto che sia divisibile in infinito, mentre si descrivono cerchii maggiori che passino per il medesimo toccamento, è, s’io non m’inganno, manchevole: imperò che non l’angolo, il quale dico non haver quantità, ma ben lo spazio tra la circonferenza del minor cerchio e la retta tangente vien diviso e suddiviso dalle maggiori e maggiori circonferenze; il che assai chiaramente mi par che si possa mostrare con l’esempio de i molti poligoni rettilinei, simili e diseguali, nella seguente maniera.

Siano nella retta MB, perpendicolare alla AE, i centri([1016]) M, N di due cerchii diseguali, toccanti la AE nel([1017]) punto B; et intendasi nel minore inscritto un poligono equilatero, del quale siano lati le rette BI, IO, OS; e prolungata la BI, termini nella circonferenza del cerchio maggiore nel punto C: è manifesto, la linea BC esser un lato del poligono similmente inscritto nel cerchio maggiore, nel quale le due CD, DF siano lati conseguenti. Qui si vede che ‘l perimetro FDCB divide([1018]) bene lo spazio([1019]) intercetto tra ‘l perimetro del poligono SOIB e la retta BE, ma non però vien diviso l’angolo IBE, essendo il lato IB parte del lato BC et esso angolo CBE commune, anzi lo stesso della EB e de i due lati de i poligoni BI, BC. E discorrendo nell’istesso modo di tutti gli altri poligoni tra loro simili, di qualunque numero di lati e quanto si voglia differenti in grandezza, l’angolo IBE sarà sempre comune, nè già mai segato; ma ben s’andrà sempre facendo più acuto, multiplicandosi i lati del poligono. Vero è che l’angolo IBE sarebbe esso ancora diviso dal lato d’un poligono maggiore, tuttavolta che fosse di più lati et in conseguenza dissimile. Di qui mi par che si possa ritrarre, ch’essendo i cerchii tutti, poligoni simili di lati infiniti, applicandogli alla retta AE nel comune toccamento B, venga ben lo spazio tra la tangente e l’arco BIOS diviso dall’arco FDCB, ma non già l’angolo B, essendo comune d’amendue i poligoni: e l’essere i cerchii tutti, poligoni di lati infiniti toglie il potersi dire, il cerchio maggiore esser poligono di più lati che il minore e perciò atto a dividergli il suo angolo, perchè sì come non si può intendere, poligono alcuno potersi inscrivere in un cerchio, benchè immenso, di lati innumerabili, che uno di altretanti (e però simile) non si possa inscrivere in qualsivoglia altro, ben che picciolissimo, così non si può dire che l’angolo del contatto non sia uno e comune ad amendue i cerchii: e se tale angolo non è divisibile, non è quanto; e se non è quanto, non è vero angolo, ma equivocamente così detto.

Considerisi appresso, che sì come multiplicandosi più e sempre più il numero de i lati del poligono, l’angolo IBE sempre si fa più acuto, par che per necessaria conseguenza ne segua che dove i lati siano infiniti, tal angolo sia infinitamente acuto, cioè non quanto e non angolo.

Nel considerar poi le conclusioni che V. S. arreca alle ragioni del Vieta([1020]), mi par ch’ella talvolta prenda per noto quello ch’è in quistione: e dico mi pare, perchè tengo per fermo d’ingannarmi, ma per me stesso non so disingannarmi; però liberamente ricorro a lei. La controversia è, che quello asserisce il diverticolo del cerchio dalla retta tangente non esser angolo nè haver quantità; e V. S. vuol sostenere, esser angolo et haver quantità. Il Vieta([1021]) produce sue ragioni, ed ella le risolve; ma nel risolver la prima, alla facciata 117 verso ‘l fine, mette per assurdo che l’angolo DAF sia eguale al DAB, sì che come parte sia eguale al tutto, che è grave assurdo. Ma l’avversario nega ch’il diverticolo FAB sia nè angolo nè quanto, et in conseguenza che non essendo parte del semiretto DAB, non gli scema nulla della sua quantità. Il medesimo appunto risponderà a quello ch’è scritto alla facciata 119, cioè che gli angoli DAB, DAF sono eguali; e parimente, stando pur saldo che i diverticoli non sian quanti, concederà esser differenza tra l’angolo lunare e ‘l compreso da due cave circonferenze, ma non per differenza di quantità, ma sì bene per configurazione, essendo questo formato da due cave circonferenze, e quello da una concava et una convessa.

Ho voluto conferir con V. S. queste coselle di poca profondità, sendo per la grave età inabile a più alte contemplazioni. Gradisca la confidenza che tengo nella sua cortesia, e, se non gli sarà grave, favoriscami di risposta e di qualche suo comandamento. E con reverente affetto gli bacio le mani, e gli prego intiera felicità.

 

Dalla villa d’Arcetri, li 30 di Ottobre 1635.

 

 

 

3204**.

 

ANTONIO NARDI a [GALILEO in Arcetri].

Arezzo, 2 novembre 1635.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, S.r mio Col.mo

 

Mi pare ogn’ora mille anni di riveder V. S. Ecc.ma almeno per poche ore; e così mi son risoluto, dovendo tornare a Roma, di far la strada per cotesta volta, acciò possi e godere della sua presenza e dar nuova di lei al P. Abbate Castelli e al P. Magiotti, a’ quali promessi voler in tutti li modi, avanti il mio ritorno a Roma, riverirla di presenza.

Il S.r Cap. Girollimo Gualtieri ricapiterà a V. S. queste due righe, accompagnate da alcuni caci de’ nostri paesi, quali, se ben pochi, si goderà per memoria mia; e intanto si prepararà a comandarci qualche cosa per Roma.

Un Padre delle Scuole Pie([1022]), alcuni mesi sono, passando di quassù, mi diede buone nuove della sua salute, del che ne godei e ne ho goduto sempre, giovandomi sperar lo stesso di presente che per il passato era; mi dispiacque solo che quel buon Padre non volesse far capitale di quel poco di casa che ho in Arezzo, dicendomi haver fretta di partire: e fra breve lo ritroverò in Roma.

Non tediarò più V. S. E.ma, e ricordandomi servitor al suo grandissimo merito, finirò.

 

Di Arezzo, 2 di 9mbre 1635.

Di V. S. Ecc.ma S.re Oblig.mo et ver. Aff.ato

Antonio Nardi.

 

 

 

3205.

 

GIOVANNI DI BEAUGRAND a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 3 novembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 177-178. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Signore mio Osservandissimo,

 

Havendo conosciuto per lo honore della conversatione di V. S. molto Ill.re, che non è senza ragione ch’il suo merito et la sua dottrina gli ha acquistata la stima universale di tutto ‘l mondo, poi che l’un et l’altro è a un punto al quale non si può aggiugnere nulla, non mi sono miravigliato s’ella non s’è lasciata vincere alle importunità del S. Morino, il quale bramava di lei l’approbatione del suo libro di longitudini([1023]), che non poteva dare senza contradire al giuditio che ne habbiamo resi, et al quale m’ha detto che havessi sottoscritto se lei fosse stata de’ suoi giudici. Però, per non fermarvi sopra un sogetto nel quale V. S. possede di grandissimi lumi, la sa benissimo che i più pratici astronomi, muniti d’esquisitissimi instrumenti, possono ingannarsi di sei minuti di grado nella osservatione del luogo delle stelle fisse, come pare evidentemente nel principio del libro de’ cometi del Tycho Brahe([1024]), dove confessa liberamente che, qualche diligenza che lui havesse usata a ricercare il luogo di certe stelle fisse, nondimeno si era ingannato in molte di sei minutti. Hora non è nissuno di quelli che hanno una legiera conoscenza dell’astronomia, che non sappia che le parallassi, che la vicinità della terra da alla luna, non renda il suo luogo molto più difficile da osservare che quello delle stelle fisse; et, per consequenza, quelli che osservano il meglio, vi potranno mancare al manco di sei minuti: tuttavia, per conoscere le longitudini per il luogo della luna, bisogna esserne assigurato fin a duo minuti, per non mancare di sessanta miglia: dove si può facilmente giudicare che la detta methodo del Morino, di trovare le longitudini per il mezo della luna, che i antichi hanno disprezzata per le difficoltà che l’accompagnano, non può servire sopra la terra et ancora manco sopra il mare, dove non si può così puntalmente osservare, per il moto del vascello, come sopra la terra, come sanno i pilotti pratici. Tralascio il mancamento delle tavole della luna, la variatione de’ parallassi segondo la diversità de’ climati, di che non habbiamo ancora una perfetta scienza, et la multiplicità delle supputationi de’ triangoli spherici, che bisogna risolvere, le quali sono sempre cagioni di qualche errore: tralascio, dico, tutte queste cose, perchè s’io volessi fermarmi davantagio a particolarizarle a V. S. per facilitargli la conoscenza de’ errori che sono nel detto libro del Merino, sembrarebbe ch’io volessi dare un torcio al sole per condursi nelle tenebre. Ho più a caro, poi che s’è data la fatica di legerlo, riceverne di lei il suo giuditio, ch’io gli domando per risposta a questa, acciochè quelli che ne havranno la communicatione conoschino che la verità et la giustitia hanno assentito in quello che ne habbiamo resi.

Mentre gli mando il compendio([1025]) della demonstratione, ch’i’ ò fatta([1026]) qualche tempo fa, della proportione delle varie gravità d’un corpo grave, secondo i suoi varii intervalli al centro della terra([1027]), di che parlassimo insieme nella mia ultima visita et che mi monstrò aggradire di vederla, sarò contentissimo che passi per il suo esame, al quale la sottometto, et che mi faccia questo favore di credere che non è nissuno che più di me l’honori et la stimi, nè chi con maggiore passione desideri le occasioni di servirla, pregandoli da Nostro Signore ogni felicità.

 

Fiorenza, li 3 di Novembre 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Affettionatissimo Servitore

De Beaugrand.

 

 

 

3206.

 

FRANCESCO STELLUTI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 3 novembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 175-176. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron mio Oss.mo

 

L’haver io havuto spesso nuova di V. S. dal Padre Abbate Castelli, son perciò restato di scriverle; onde non attribuisca questo mancamento mio a difetto di poca divotione et affetto, perchè l’ho continuamente alla memoria, per la grande stima che fo di lei; e Dio sa quanto mi son doluto e doglio de’ suoi travagli. Ho poi sentito con gusto particolare che V. S. diede compimento al suo trattato de’ proietti, come ho inteso dal sopradetto Padre, e che sia per istamparsi; che per esser materie nuove e curiose, doveranno comunemente piacere.

Devo hora conferire un negotio con V. S., per compimento del quale l’aiuto suo saria di molta conseguenza, mentre, non potendo presentialmente trattarlo, potesse con lettere raccomandarlo. Deve sapere, che mentre fu qui in Roma ultimamente il Sig.r Balì Cioli, venne a visitare la nostra Sig.ra Duchessa([1028]) più volte, e nella sua partenza le fece istanza di alcuni pezzi di quel legno fossile che nasce appresso ad Acquasparta([1029]), e ciò a nome di quelle Altezze Ser.me per una croce che fu donata al Sig.r Principe D. Carlo([1030]); e parimente desiderava sapere dove si trovava e come si generava, havendo veduto nel cemento del mio Persio([1031]) che il Sig.r Principe Cesi, b. m., ne stava scrivendo. La Sig.ra Duchessa mi ordinò che ne facessi un poco di scrittura, come feci, e fu mandata a’ detti Ser.mi, insieme con una cassetta di diversi pezzi di detto legno impetriti e cominciati ad impetrirsi, et anche due tavoloni grandi e grossi, che furono mandati per mare([1032]), nè sono arrivati in Fiorenza per la poc’acqua dell’Arno, ma credo siano a Livorno overo a Pisa.

Con questa occasione feci raccomandare dalla Sig.ra Duchessa al Sig.r Balì Cioli Gio. Battista mio fratello, quello che fece lo Scandaglio della Libra Astronomica([1033]), acciò che lo proponesse al Ser.mo Gran Duca per uno degli Auditori di Rota della città di Fiorenza, havendo inteso che si dovevano rinovare questo mese di Novembre. Il Sig.r Cioli promise di aiutare il negotio, e fece ancora a me molte offerte; e mi scrisse dalli Bagni di S. Casciano, dove all’hora si tratteneva S. A., che subito giunto in Fiorenza haverebbe trattato questo negotio. Ma dopo non havendone havuto altra nuova, non posso sapere che di ciò sia seguito, e perciò ho pensato di scriverne a V. S., con pregarla a voler ricordare e parimente raccomandare questo negotio al sudetto Sig.r Balì Cioli o a chi ella stimerà meglio; che mentre mio fratello habbia questa gratia, la riconoscerà da V. S., et haverà in Fiorenza un servitore et uno ch’è grandissimo suo partiale, per la tanta stima che fa di V. S. Il detto mio fratello ha per più di vent’anni esercitato la professione legale nella patria, et è stato molte volte Avvocato della nostra Comunità, et anco eletto dalla medesima Avvocato de’ Poveri, onde non è nuovo in questa professione; e non haverà altra mira che farsi honore, e di ben servire e diligentemente S. A. Ser.ma Però mentre V. S. possa in ciò aiutarlo, le ne resteremo l’uno e l’altro obbligatissimi. E per non più tediarla, finisco con baciarle le mani, aspettando sentir buone nuove della sua salute.

 

Di Roma, li 3 di Novembre 1635.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Ser.re Aff.mo et Obblig.mo

Franc.o Stelluti L.o

 

 

 

3207**.

 

BENEDETTO SCALANDRONI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 7 novembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 99. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re mio,

 

Sento come V. S. ha riceuto i barili sei di vino, compro per lei, quale credo gli darà satisfazione, mentre lo berà nella sua stagione. Mando Giovanni mio servidore, acciò V. S. gli dia la valsuta di detto vino, che sono £ sessanta nove, che così mi vien detto che l’habbino fatto in quel paese; et quanto alle vetture delle bestie, ne terrò conto io, per essere le mia, e le pagherà con l’altre cose: e a questo solo mi muove di mandare così presto per la detta moneta, stante che il padrone del detto vino ha mandato un suo parente per detti danari. Però V. S. mi scuserà; et occorrendoli altro, comandi liberamente, che sarò io prontissimo in servirlo. E le bacio le mani.

 

Di Fiorenza, il dì 7 9bre 1635.

Di V. S. molto Ill.re Pront.mo Servid.e

P. Bened.tto Scaland.ni

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e Pad.ne mio Col.mo

Il Sig.re Galileo Galilei.

In villa. Acetri.

 

 

 

3208*.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 10 novembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 179. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.o

 

Con l’occasione che il mio servitore viene accompagnando un nostro Padre, vengo ancor io a fare riverentia a V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, e darli nova della mia buona salute del corpo, e che quanto all’animo spero di ricevere ancora qualche consolazione, poichè il Sig.r Ambasciatore di Francia m’ha promesso di volersi valere dell’Em.mo Sig.r Card.l Antonio([1034]) per servire V. S., e non passaranno otto o dieci giorni che si farà il tentativo; e di quanto seguirà gli ne darò parte. Quanto alli studii miei, sono intorno alle fantasie meravigliose del P. Bonaventura, le quali vado domesticando con replicati assalti, e io spero intenderle, ma mi riescono difficilissime.

Ho scritta un’altra mia a V. S. per il nostro Padre Francesco buono([1035]), rimettendomi in lei e nel sodetto Padre quanto a quella mia specolazione algebratica([1036]). Hora li devo dire di più, che ho scoperto un altro segreto più meraviglioso, il quale è che non solo i numeri niente e meno di niente servono a ritrovare le verità, ma ancora si danno linee e superficie e solidi meno di niente, li quali meravigliosissimamente lavorano, come potrà vedere dall’incluso problema([1037]), propostomi dal Padre Francesco e risoluto da me. E non occorrendomi altro, li fo riverenza.

 

Di Roma, il 10 di 9bre 1635.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma .
  Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli

 

 

 

3209.

 

GALILEO a GIOVANNI DI BEAUGRAND [in Firenze].

Arcetri, 11 novembre 16S5.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. IV, T. V, car. 7-9. – Copia di mano del secolo XVII, in capo alla quale si legge: «Copia dell’originale».

 

Ill.mo Sig.re P.rone Col.mo

 

L’assoluta autorità che V. S. Ill.ma ha guadagnata sopra la mia volontà nelle tre visite che con mio grandissimo honore si è degnata farmi in questa mia carcere, mi forza a non gli poter negare la risposta alla domanda([1038]) che ella mi fa sopra materia([1039]) della quale havevo meco medesimo fatto proposito di non voler trattar([1040]), dico dell’arrecar mio giudizio intorno alla dottrina del ritrovar la longitudine, trattata dal Morino come nuova, sua, sicura, e pratticabile in terra e in mare senza molta difficoltà. Io dall’istesso Morino ero stato ricercato dell’istesso giudizio, ma accompagnato([1041]) della approbazione, e per tal fine mi mandò il trattato suo([1042]); al quale havendo data una vista correntemente, con pensiero di rileggerlo([1043]) più accuratamente, restai in modo disgustato, per non dire stomacato, dal termine tanto incivile col quale egli ingiuriosamente straparla dei cinque Signori giudici deputati([1044]), che presi per il miglior consiglio di tacer del tutto, restando con grandissima ammirazione che quest’huomo mi havesse in concetto di così mal creato o scempio, ch’io coll’approvare la sua invenzione venissi d’accordo seco a confermare le audaci et ignominiose([1045]) accuse che egli va spargendo sopra la reputazione di Signori gentiluomini, dei quali, come eletti a tal giudizio, io non potevo formarmi concetto d’altro che di prudenti, intelligenti et integerrimi([1046]). Restai per tanto stupido, nè vedevo modo di scusare nè alleggerire la mala creanza di questo huomo, se non che m’accorsi poi in certa altra occasione che il diffetto suo non derivava più dalla collera o prava volontà, che da certa naturale ignoranza; e l’occasione fu questa. Egli medesimo mi mandò la sua risposta all’Apologia([1047]) del Lansbergio De motu terrae([1048]); nel fine della quale risposta, fuor d’ogni proposito, (et egli stesso il confessa) aggiugne un capitolo([1049]), dicendo che in esso obiter agitur de libro Galilei edito pro telluris motus fucata defensione([1050]), deque S. Sedis Apostolicae sententia in ipsum librum et Galileum lata, nec non eiusdem Galilei publica abiuratione([1051]) doctrinae illius erroneae. Hor puossi([1052]) vedere impertinenza maggiore, e luogo topico più ingegnoso di questo ad meam captandam benevolentiam? Ma egli accresce ancora la sua imprudenza (per non gli dar altro titolo), mentre che soggiugne che havrebbe aggiunta la sentenza e abiurazione fatta in Roma, ma ha stimato meglio il tacerla per sostentar la mia fama; et è in tanto così privo di giudizio, che il tacerla non solo non sostiene il mio honore, ma grandemente l’aggrava, mentre da questo suo tacere il lettore sicuramente farà coniettura([1053]) il mio delitto essere stato gravissimo, dove che non è stato altro che l’haver avuto i superiori sospetto ch’io inclinassi all’opinione del moto dannato. Assai dunque meno mi havrebbe offeso il Morino publicando che tacendo mie sentenze e abiurazioni. Nè anco è temerità leggera l’asserire, ch’ei fa, d’havere io pagliatamente e con fuco et simulazione voluto diffendere il moto della terra, mentre io non parlo mai ressolutamente di nulla, ma ben sempre mi rimetto([1054]) alla determinazione de’ superiori.

E poi ch’in questo suo medesimo capitolo mi dà assai pronta occasione di mostrar quanto ei sia pronto ad attribuirsi le invenzioni d’altri, metto([1055]) in considerazione a V. S. Ill.ma la soluzione di certo accidente, dagli antichi tutti filosofi e astronomi portato per argomento validissimo per la stabilità della terra, osservato nei gravi cadenti a perpendicolo, il quale accidente stimarono non potere accadere quando il moto diurno fosse della terra; in confermazione di che adducevano l’essempio della nave, nella quale, mentre è ferma, il cadente dalla sommità dell’albero credettero([1056]) che cadesse al piè di detto albero, ma non già quando la nave caminasse([1057]). Io, contro a questo, dico la caduta terminare nel medesimo luogo appunto([1058]), muovasi la nave o stia ferma, e di ciò ne rendo la ragione([1059]), mostrando l’errore degl’antichi; e concludo, tale esperienza essere del tutto vana, nè potersi raccor nulla nè per la parte affirmativa nè per la parte negativa del moto del quale si parla. Il Morino, non havendo inteso niente di quel che io scrivo, prima dice che io porto tale argomento per prova del moto della terra, che è falsissimo; secondariamente si fa inventore d’haver trovata la ragione([1060]) dell’error degli antichi, la quale ragione([1061]) è nel medesimo luogo da me scritta de verbo ad verbum([1062]).

Ma vengo alla domanda di V. S. Ill.ma, la quale è di quanta stima io faccia del libro del Morino intorno alla longitudine da trovarsi per via del moto della luna; e liberamente dico, ch’io stimo altretanto vera cotal invenzione in astratto, quanto fallace([1063]) et impratticabile in concreto et in atto prattico. E so certo che nè V. S. nè alcuno degl’altri quattro Signori metterà([1064]) dubio sopra il potersi assegnare puntualissimamente la differenza di longitudine tra duoi meridiani col mezzo del moto lunare, tutta volta che si habbiano sicure e certe l’infrascritte cose: prima, un’efemeride del moto lunare esquisitissimamente calcolata al meridiano che vogliono che sia il primo termine, al quale vogliono referir la longitudine di tutti gl’altri; secondariamente, strumenti esattissimi([1065]), e comodi da maneggiarsi, per prendere le distanze tra la  e qualche stelle fisse; terzo, grande e sicura prattica di chi ha da maneggiare; quarto, non minor esattezza([1066]) nel calcolare scientifico nei computi astronomici; quinto, giustissimi horologi per numerar le hore, o altri mezzi per haverle esatte([1067]): sì che finalmente con tutti gli apparati necessarii si possa venire in una esquisitissima cognizione della distanza della  da qualsivoglia altro meridiano. Supposti, dico, tutti questi ingredienti esenti da gli errori, la longitudine si havrà puntualissima: ma io poi stimo molto più agevole e pronto l’errare in tutti questi requisiti, che ‘l pratticarne un solo senza errore, la quale cosa stimerò([1068]) che habbia rimossi dall’impresa quelli ch’avanti([1069]) al Morino havevano fatto assegnamento sopra la : che quanto alla loro invenzione ideale non ci è dubbio che poteva essere perfettissima([1070]) e sicura quanto quella del Morino, e forse anco l’istessa e solo alterata in qualche cosa non essenziale, come sarebbono agevolezze e brevità di computi, esattezze([1071]) maggiori in divider gl’archi de gli strumenti in minuzie maggiori; che è cosa che non rissulta in nulla, perchè io dividerò un grado non più largo dell’ugna del minor dito in mille parti egualissime, con l’avvolgergli a torno una corda da cetara sottile([1072]) come un capello (operazione brevissima e giustissima), ma quid inde? l’error mio sarà nell’aggiustar l’alidada([1073]) alla stella, e non nel numerare i minuti([1074]) tagliati dalla linea fiduciae. Hora se il Morino è per sè stesso sicuro d’haver in pronto i moti de’ pianeti([1075]), i luoghi delle fisse, gl’istrumenti necessari, et in somma tutta la suppellettile puntualmente apparecchiata([1076]) et istrutta per le operazioni attenenti all’invenzione della longitudine, come è credibile che di tutto sia ben provisto e corredato, poi che domanda il premio dell’opera([1077]), io mi son forte meravigliato ch’ei sia andato smembrando([1078]) il suo artificio, e che per via di discorsi habbia voluto a parte a parte andare persuadendo a i Signori comissari la verità de’ suoi trovati, mentre che poteva render capaci non solo i dotti, ma il popolo tutto, con una sola esperienza intelligibile da tutti et atta a quietare l’istesso Em.mo Sig.r Cardinale([1079]). Doveva dunque domandare che gli fossero da’ Signori giudici assegnati ad arbitrio loro otto o dieci punti di tempo in diverse notti di quattro o sei mesi futuri, con obligo di predire e per via di suoi calcoli assegnar le distanze che in quelli notati e prefiniti punti fusse per haver la  da alcuna delle stelle fisse, in quel tempo sua circonvicina([1080]); chè quando si trovasse che le da lui antenotate distanze si accordassero con quelle che il quadrante o sestante in prattica ne mostrasse, si potrebbe esser sicuri della riuscita, o per dir meglio della verità del fatto, e non resterebbe([1081]) altro da farsi se non far costare che le operazioni fatte da sè siano tali che possano esser fattibili ancora da huomini di mediocre ingegno, aggiungendo però che l’operazione fatta da sè in terra sia fattibile in mare ancora. Io inclino molto a credere che tale esperienza scemerebbe([1082]) assai l’opinione e la confidanza che ha il Morino di sè medesimo([1083]), la quale mi sembra essere in grado così sublime, che io mi riputerei per l’ottavo sapiente quando io sapessi la metà di quello che il Morino si presume di sapere: della quale sua ardita pretensione sicuro argomento ne porge a me il dir egli, nissun([1084]) altro mezzo potersi ritrovar mai fuor che questo per via della ; a me, dico, il quale pretendo d’haverne uno tanto facile e sicuro, che senza bisogno nè di strumenti nè di calcoli astronomici, con la sola vista e con un giusto orologio (la fabrica del quale ho io facile e semplice, e così giusta che non ammetterà([1085]) errore d’un solo minuto, non solamente in un’hora, ma nè in un giorno nè in un mese), ci darà sopra tutta la terra e il mare la longitudine più esatta([1086]) che se ogni notte havessimo in qualsivoglia orizonte una ecclisse lunare. Non esalti dunque tanto il Morino, quanto ei fa([1087]), il suo ingegno sopra tutti gl’ingegni de’ mortali.

Ho scritto questo per([1088]) sodisfare a V. S. Ill.ma, e non per detrarre([1089]) alla fama del Morino, la quale esso havrà larghissimo([1090]) campo di mantenersi appresso tutto ‘l mondo, qualunque volta e’ mostri, non con le sole disputazioni verbali, ma con l’esperienze simili alle accennate da me di sopra, la riuscita della sua pretesa invenzione. E qui con riverente affetto bacio([1091]) le mani a V. S. Ill.ma

 

Dalla villa d’Arcetri, li 11 di 9bre 1635.([1092])

Di V. S. Ill.ma Part.mo e Dev.mo Ser.re

Galileo Galilei.([1093])

 

All’Ill.mo Sig.re e P.rone Col.mo

Il Sig.r De Beaugrand.

In sua mano.

 

 

 

3210*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GIANNANTONIO ROCCA [in Reggio].

Bologna, 11 novembre 1635.

 

Dalle pag. 46-47 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 3053.

 

…. l’altro giorno passò con l’Imbasciatore straordinario di Francia un gentiluomo Franzese([1094]), intelligentissimo delle matematiche, col quale discorsi circa un’ora e mezza; e se ne portò i miei libri, e mi disse di farmi conoscere quei matematici della Francia, che sono in qualche numero rispetto agl’Italiani: laonde ne spero una comunicazione molto virtuosa. Mi disse che da un tal Senatore di Tolosa([1095]) gli era stato proposto questo problema, cioè: Descrivere una parabola che passi per quattro dati punti (vogliono però esser talmente posti, che se ne possi formare un quadrilatero, due de’ lati del quale almeno non sieno paralleli) e che l’aveva sciolto, siccome poi feci ancor io dopo che fu partito, avendoli inviata la soluzione([1096]) a Roma. Li diedi una lettera al Sig. Galileo, desiderando esso di visitarlo, ed un’altra per il P. D. Benedetto Castelli a Roma, e sin ora intendo dal detto Sig. Galileo che ne ha ricevuta molta soddisfazione; qual mi dice anche d’aver visto un libro d’un tal P. Failla([1097]) Gesuita, uscito, credo, di nuovo, che tratta de centro gravitatis partium circuli et elipsis, e mi ha promesso di mandarmelo; quale se ne sta ancora ne’ termini passati. Mi dice anco ch’è uscita la 2. Decade del Glorioso([1098])….

 

 

 

3211*.

 

ROBERTO GALILEI a [GALILEO in Arcetri].

Lione, 12 novembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 101. – Autografa.

 

Molto Ill.e Sig.r mio Oss.mo

 

Sempre con mia particolare consolatione ricevo le di V. S., come è seguito adesso quella de’ 27 passato; e come haverà visto per altre mia([1099]), ricevetti la lettera del S.r Diodati, nella quale andava trattando delle longitudine; la quale, doppo letta, mandai a suo destinato viaggio, come da S. S.a li doverà essere scritto.

Il Saggiatore, che devo mandare al S.r Carcavi, non è ancora arrivato; e per quanto tengho adviso da Firenze, li SS.ri Galilei non lo spedirno che alli 27, insieme con il suo retratto([1100]), sì che non puole essere qui di una 20na di giorni: e subito sarà in mano mia, gli ne farò havere. S. S.a li scrive qui l’alligata([1101]), e tengho che lo preghi se potessi havere qualque sua opera nuova per giungere alle altre: tengho che li faria singolare gratia, e, oltra che daria maggiore spaccio alli libri, amando qua le novità, il libraro procureria il privilegio che solo potesi stanpare esso libro, il che non si dà per ristanpare cose vecchie; e lui gli ne deve scrivere, a che me ne rimetto.

C’è qui un certo P. Iesuisto, nominato P. du Lieu([1102]), che, per quanto intendo, è appresso a conporre un libro delle longitudine. Vedrò se potrò saperne qual cosa per o/2 d’amico mio, che per me non tratto con loro, e quello saprò gli ne refferirò.

La lettera mandata per il S.r Diodati è andata a suo destinato viaggio, e avanti la partenza di questo corriere spero riceverne da S. S. E bacio le mani, pregandoli da N. S. ogni bene.

 

Di Lione, questo dì 12 di 9bre 1635.

Di V. S. molto Ill.e

S.r G. G.

Ser.re Aff.mo e Dev.mo

Rub.to Galilei.

 

Il S.r Diodati mi raccomanda l’alligata sua lettera, che grato mi sarà saperne la ricevuta.

 

 

 

3212*.

 

MARINO MERSENNE a NICCOLÒ FABRI DI PEIRESC [in Aix].

[Parigi], 17 novembre [1635].

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 9543, car. 31. – Autografa.

 

…. je m’estonne que, vous ayant envoyé les 2 livree du son et des mouvements([1103]), où j’examine si particulièrement et si peniblement les observations du S.r Gallilée, vous ne m’en escriviez pas un seul mot, puisque je m’estois souzmis à y changer ce que vous jugeriez à propos. Je suis certain qu’il n’y est nullement offensé, et que, voyant ma diligence aux observations, il la louëra, si procède candidement. Vous demandez l’autre livre, a sçavoir le 3e des mouvements([1104]): il n’y a plus rien touchant Galilée….

Avant que d’achever la presente, il faut que je vous confesse que je ne puis m’imaginer que vous ne soyez mary de ce que j’ay dit contre les positions du S.r Galilée. Mais considerez que nous sommes hommes comme luy, et que, parlant aprez luy du mesme sujet qu’il a entamé et que nous avons peut estre mieux speculé, que ce nous seroit quelque deshonneur d’avoir celé ce qui ne respond pas à la vérité, puisque nous faisons profession de sapper l’erreur où nous la trouvons, sans prejudice d’aucun. Il n’a point d’autre but que de la chercher, comme je croy, et de l’embrasser en la trouvant. Neantmoins dechargez hardiment vostre coeur et commandez tout ce que vous voudrez, mais aprez avoir leu ce dont il est question; car je voy bien par vos lettres que vous n’avez pas leu mon livre des mouvemens, autrement vous ne chercheriez pas mes conceptions ailleurs, puisqu’il y en a d’assez particulières, et neantmoins qui sont approuvées de bous esprits de pardeça, et qui, sans faire tort a Galilée, ne luy en cèdent rien. Ce qui soit dit sans prejudicier à l’obeissance de vos commandemens futurs, touchant la suppression, amendement ou changement de ce livre et que quelqu’autre que ce soit….

 

 

 

3213**.

 

BERNARDO CONTI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 20 novembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XI, car. 155. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo S.r e P.ron mio Oss.mo

 

Ecco a V. S. Ecc.ma la mostra del panno che io ho trovato, che per bontà è per darli gusto, mentre il colore li piaccia; e il prezzo sarà £ 11 il braccio. Starò attendendo hora quanto lei si compiacerà di comandarli, perchè dovendo andare con Mons.e Ill.mo, mio Signore([1105]), a Roma verso il principio di Decembre, lasserò al S.r Maestro di Casa([1106]) che lo mandi a V. S. Ecc.ma con il vino. Intanto m’honori di qualche suo comandamento per Roma, chè io ne la supplico, mentre rassegnandomele in gratia, le bacio affettuosissimamente le mani.

 

Siena, li 20 Nov.re 1635.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma Devot.mo Ser.r Vero

Bernardo Conti.

 

 

 

3214*.

 

MATTIA BERNEGGER a GIO. MARTINO RAUSCHER in Tubinga.

[Strasburgo], 21 novembre 1635.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 167t. – Minuta autografa.

 

…. Memini misisse quoque Galilaei Systema Copernicanum([1107]), quod an acceperis, scire cupio. Misi id hoc minori pudore, quod in libro illo paradoxo, praeter versionem, nihil meum sit….

 

11 Nov.([1108]) 1635.

 

 

 

3215**.

 

GIO. CAMILLO GLORIOSI a [GALILEO in Arcetri].

Napoli, 27 novembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss Gal., P. VI, T. III, car. 8-9. – Autografa.

 

Molto Ill.re S.r mio Oss.mo

 

Poi che piace a V. S. intendere il parer mio a quel suo discorso dell’angolo della contingenza([1109]), lo farò volentieri, rimettendomi però al suo più sano giudizio. La ragione che mi muove che l’angolo della contingenza sia veramente angolo, è perchè vedo che la recevuta definitione se li conviene, cioè che l’angolo sia l’inclinazione di due linee che si toccano in un punto e non son poste tra di loro per diritto.

Alla prima ragione di V. S., dove dice che ‘l cerchio si concepisce un poligono de lati infiniti, e che perciò è necessario nel suo perimetro ritrovarsi tutte le direttioni, cioè infinite, e per conseguenza vi è quella di qualsivoglia linea retta signata, la quale non può intendersi altra che quella del lato (de gl’infiniti che n’ha il cerchio) che ad essa sia applicato; adunque quello del cerchio ch’alla linea retta si applica non forma angolo con lei, e tale è il punto del contatto; l’istesso, par che accenni il Vieta: Circulus enim censetur figura plana infinitorum laterum et angulorum: linea autem recta rectam contingens, quantulaecumque sit longitudinis, coincidit in eandem lineam rectam, nec angulum facit. Dico ingenuamente che non capisco bene la forza di questa ragione: si la tangente talmente vien applicata a qualche lato, de gl’infiniti che n’ha il cerchio, che di due linee si ne facci una, è manifesto che non si forma nessun angolo, perchè non ci è l’inclinazione; ma come possiamo dir questo, se ‘l lato è dentro del cerchio e la tangente è di fuori? o forse vogliamo dire che si annichili la curvatura della circonferenza? Se così è, non ha più luogo la quistione.

Alla seconda ragione di V. S., dove dice che, stando ferma la DE, si noi consideremo la segante AB girarsi sopra ‘l punto del segamento C, gli angoli vengono sempre ad inacutirsi, che finalmente la lor quantità si annichili e del tutto svanisca, il che accaderà quando essa retta AB si congiungerà con la DE; hora, applicando l’istesso discorso all’arco ACB, segato dalla retta convertibile GF nel punto C, si viene ad annichilar l’angolo quando la linea GF non sega più la curva ACB, il che avviene quando ella si unisce con la tangente DE; questo pensiero fu anco del Peletario([1110]). Dico che ‘l caso è diverso: atteso, quando la AB si unisce con la DE, svanisce l’angolo perchè di due linee si ne fa una e cessa l’inclinazione; ma quando la GF si unisce con la tangente DE, si annichilano gli angoli del segamento che fa la GF con la curva ACB, ma non si annichilano quelli del toccamento, che di nuovo si formano dopo ch’essa GF è convertita nella tangente DE.

Rifiuta poi V. S. quel discorso che vien fatto per confermar che l’angolo della contingenza non solamente sia quanto, ma talmente quanto che sia divisibile in infinito, mentre si descrivono cerchii maggiori e maggiori che passino per il medesimo toccamento; dicendo, non l’angolo, il quale non ha quantità, ma ben lo spazio tra la circonferenza del minor cerchio e la retta tangente vien diviso e suddiviso dalle maggiori e maggiori circonferenze. Dico che, si ben è vero che lo spazio tra ‘l cerchio minore e la tangente venghi diviso e suddiviso dalle maggiori e maggiori circonferenze, stimo che dette circonferenze, mentre passano per il punto del toccamento, dividano anco e suddividano l’angolo della contingenza. L’istesso si potria dire dell’angolo rettilineo, che non lui, ma lo spazio tra le linee inclinate, è quello che si divide.

Quanto poi all’obiezzioni ch’ella fa alle mie soluzioni, ch’io talvolta prendo per noto quello ch’è in quistione, a me non pare così; pure può essere ch’io me inganni: di grazia, consideriamola insieme.

Alla facciata 117 io voglio provare che l’angolo del semicerchio IAF sia differente dall’angolo retto rettilineo IAB. In questa prova io non mi servo dell’angolo della contingenza, nè mai lo nomino, si non, dopo fatta la prova, soggiungo, come fusse un corollario, ch’essendo differente l’angolo del semicerchio IAF dall’angolo retto rettilineo IAB, questa differenza non può esser altra che l’angolo della contingenza, e che perciò esso angolo della contingenza esser veramente angolo e non imaginario. Dice V. S. che ‘l mio argomento non va bene, quando metto per assurdo che l’angolo DAF sia eguale al DAB, sì che come parte sia eguale al tutto; atteso l’avversario nega che ‘l diverticolo FAB sia nè angolo nè quanto, et in conseguenza, non essendo parte del semiretto DAF, non gli scema nulla della sua quantità; adunque, si la cosa passa così, non ci sarà differenza tra ‘l semiretto DAB e l’angolo della sezzione DAF. Il Cardano ha dimostrato il contrario, prop. 159 de proportionibus, da me anco citato alla facciata 119; e prima di lui lo disse Proclo, alla 23 del primo, cioè che nessun angolo rettilineo può esser eguale ad un angolo misto compreso da una linea retta e da una porzione di cerchio, com’è nel caso nostro: sì che mi pare che ‘l mio argomento resti valido, e così pure valido quello alla facciata 119 e 121.

Per concludere questa mia risposta, le ritorno a dire quel c’ho detto nel principio, ch’io mi rimetto al suo più sano giudizio. Mi sono ingegnato di rispondere alle ragioni del Vieta, in favore di coloro che tengono l’angolo della contingenza esser veramente angolo: questa quistione è ambigua e disputabile; potranno quei che sono di parer contrario rispondere alle mie solutioni, ch’io per me li lascio libero il campo.

Per mia sodisfazzione ho rifatto il foglio T et il mezzo foglio V; li mando a V. S.: mi farà piacere accomodare il mio libretto, con rimetterci questi e levar via quei primi, quali potrà stracciare acciò non paiano più.

Del resto V. S. si lamenta dell’età grave e della memoria: sappia ch’io sono nell’istesso passo; sono, dico, di 64 anni. Almeno V. S. sta nella sua villa, con ogni contento; ma io meno qui una vita infelicissima: sono in lite con mio nepote, et il tempo ch’io vorrei stare in quiete, lo consumo ne’ tribunali. Pure, così vecchio et infelice che sono, sto sempre paratissimo a servirla, quando V. S. si degnarà commandarmi; alla quale con ogni affetto faccio riverenza.

 

Di Nap.li, 27 9bre 1635.

Di V. S. molto Ill.re Aff.mo Ser.re

Gio. Camillo Gloriosi.

 

 

 

3216.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 30 novembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 181. – Autografa. Alla lettera facciamo seguire le dne proposizioni, che il CASTELLI mandava allegate (lin. 17-19[Edizione Nazionale]), e che sono, pure autografe, a car. 182 dello stosso codice.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ho riceuta la lettera di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma dal Sig.r di Beugrand, quale fu a trovarmi domenica mattina, e stetti con lui due hore buone, che mi parvero un momento. Mi è parso un compito Signore, e mi ha fatto ricordare le grazie del Sig.r Filippo Salviati. Mostrò di sapere assaissimo, e restai gustatissimo in ogni cosa; ma sopra tutto m’innamorai di lui, se bene non è donna, perchè lo conobbi inamoratissimo di V. S. e conoscitore del suo gran merito. Non l’ho poi più visto sino ieri, perchè è stato occupatissimo in vedere le cose di Roma e di Frascati curiose. Ieri, come dico, l’andai a visitare, e aspettai che havesse pransato, e stetti con S. Sig.ria sino a sera senza mangiare, e ci sarei stato ancora tutta notte, tanto mi piacque il suo trattare. Hoggi ho finito di fare copiare la scrittura di Madama Ser.ma([1111]), e gliela darò.

Tra le cose belle che mi disse nel primo congresso, una fu quella di pesi eguali, posti in diverse lontananze dal centro della terra, con affermare che mutavano gravità, scemandola, nello avvicinarsi al centro, con la proporzione delle lontananze dal centro; e mi disse che ne haveva la dimostrazione, e che l’haveva data a V. S.([1112]) Mi piacque tanto la proposizione, che non ho potuto far di meno di non pensarci, e ne ho fatta la qui allegata dimostrazione, con aggionta di un’altra proposizione pure nella stessa materia e dependente dalla prima. Mi faccia favore di vederla, e poi aspettarò che mi dica se ha sodisfazione. Voglio credere che haverà ancora vista l’altra mia([1113]), simile al cavallo del Bronzino([1114]).

Hieri poi il congresso secondo fu longhissimo, e havessimo longhissimi ragionamenti di diverse materie, ma spesso delle cose di V. S., e sempre mostrò d’essere affezzionatissimo. Mi raccontò ancora diversi titoli di trattati che lui ha fra le mani, e in particolare mi disse che trattava delle mecaniche e de’ centri di gravità etc., e che dove da’ passati scrittori erano considerati i pesi come descendenti paralelli, che lui li maneggiava come concorrenti nel centro della terra, come realmente sono. Mi parve sottilissima la specolazione, e però questa notte passata facendoci sopra riflessione, mi è caduto in mente di dare a questo Signore un osso da rodere non men sottile di questo, il quale è tale: che io non so più dove sia il centro di gravità di una sfera; poichè, intesa segata la sfera in due parti equali da un piano orizontale, essendo la parte che è verso il centro più vicina al centro della terra che non è l’altro emisferio, sarà ancora men grave; e dovendo il centro di gravità del composto di tutti dua gli emisferii essere nella linea che congionge i loro centri di gravità, e in quel punto di essa che la divide in modo che la parte che tocca al minor peso alla parte che tocca al maggior peso habbia la proporzione reciproca che ha il maggior peso al minore, è manifesto che il centro della gravità di tutta la sfera non può più essere nel centro di magnitudine, come si pensa che sia. Ma quello che accresce in me la meraviglia, è che portando la medesima sfera più verso il centro della terra, si va continovamente mutando le proporzioni delle distanze dei due emisferii; e così il centro della gravità del composto dei due emisferii si andarà sempre mutando, nè mai si potrà determinare il centro di gravità di una sfera senza la relatione della lontananza dei centri di gravità dei due emisferii dal centro della terra; e, quel che è peggio, per le medesime ragioni non so come determinare i centri delli stessi emisferii: e in somma mi pare che il nodo sia molto intricato, nè so come si possa sviluppare se non da ingegni grandi come è quello di V. S. Mi favorisca, se il dubbio li pare degno, promoverlo a cotesti Signori e al P. Francesco buono, a’ quali tutti, come anco a V. S., bacio riverente le mani.

 

Di Roma, il 30 di 9bre 1635.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

 
Il Sig.r Nardi è gionto in Roma, ma non l’ho visto([1115]). Il Sig.r Magiotti li fa riverenza: l’ho introdotto al Sig.r di Beugrand, con sodisfazione grande d’ambe le parti. Le difficoltà mi vanno crescendo per il capo: hora mi soviene, che sospeso il grave nel centro di gravità comune, non può fermarsi in ogni sito; e il medesimo accidente seguirà quando fosse sospeso per il centro di gravità, se si trovarà mai, etc.  
 

S.r Gal.o

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. Ser.ma

Firenze.

——–

 

Proposizione del Sig.r di Beugrand.

 

Se saranno due gravi di mole eguali e della medesima gravità in specie, posti in distanze diseguali dal centro della terra, haveranno le loro gravità assolute la medesima proporzione che hanno le loro distanze dal centro della terra, corrispondentemente prese.

Siano due gravi A e B di mole eguali, della medesima gravità in specie, posti in distanze diseguali dal centro della terra C: dico che la gravità assoluta di B in B alla gravità assoluta di A in A haverà la medesima proporzione che ha la distanza di B dal centro della terra C alla distanza di A dal medesimo centro C, cioè haveranno la proporzione che ha la linea([1116]) BC alla linea AC. Intendinsi i medesimi gravi disposti in una linea retta che passi per il centro della terra C e termini nelli centri di gravità A e B; e di più, facciasi come la linea BC alla linea AC, così tutta la mole AD alla mole A, la quale mole AD sia della stessa gravità in specie con la mole A e posta nella medesima distanza dal centro C, come è ancora la mole A. È manifesto che il composto di tutti questi gravi AD e B ha il suo centro di gravità nel punto C; e però questo centro di gravità starà congionto con il centro della terra, e così i gravi si conservaranno nel loro sito senza allontanarsi overo avvicinarsi al centro della terra, e però il peso assoluto di B in B sarà eguale al peso assoluto di AD in A: ma il peso assoluto di AD al peso assoluto([1117]) A (essendo ambidua nella medesima distanza dal centro della terra) è come la mole AD alla mole A, cioè come la linea BC alla linea AC: adunque ancora il peso assoluto di B in B al peso assoluto di A in A haverà la proporzione che ha la linea BC alla linea AC; che era quello che si doveva dimostrare.

 

 

Proposizione 2.a

 

Se saranno due gravi della medesima gravità in specie, posti in distanze diseguali dal centro della terra, il peso assoluto del primo al peso assoluto del secondo haverà la proporzione composta delle proporzioni della distanza del primo dal centro della terra alla distanza del secondo dal medesimo centro e della mole del primo alla mole del secondo.

Siano due gravi, il primo A, il secondo B, posti in distanze disegnali dal centro della terra C, della medesima gravità in specie: dico che il peso assoluto di A in A al peso assoluto di B in B haverà la proporzione composta della distanza AC alla distanza BC e della mole A alla mole B. Facciasi come la distanza AC alla distanza BC così la linea D alla linea E, e come la mole A alla mole B così sia la linea E alla linea F; dopoi intendasi una mole G eguale alla mole A ed ancora della stessa gravità in specie, ma posta nella distanza dal centro C eguale alla distanza BC. Adunque il peso assoluto di A in A al peso assoluto di G in G haverà (per l’antecedente) la proporzione che ha la distanza AC alla distanza BC, cioè che ha la linea D alla linea E; ma il peso assoluto G in G al peso assoluto B in B (per essere ambidue nella medesima distanza dal centro della terra C) haverà la proporzione della mole G alla mole B, cioè della mole A alla mole B, cioè della linea E alla linea F; adunque, ex aequali, il peso assoluto A in A al peso assoluto B in B sarà come la linea D alla linea F. Ma la linea D alla linea F ha la proporzione composta della proporzione della distanza AC alla distanza BC e della proporzione della mole A alla mole B; adunque il peso assoluto A in A al peso assoluto B in B haverà la proporzione composta delle proporzioni delle distanze AC, BC e delle moli A e B; che era quello che si doveva dimostrare.

 

 

 

3217.

 

GALILEO a [FULGENZIO MICANZIO in Venezia].

Arcetri, 1° dicembre 1635.

 

Bibl. Marciana in Venezia. Cod. XLVII della Cl. X It., n.° 3. – Autografa.

 

Rev.mo P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Sono passati 3 ordinarii senza comparsa di lettere della P. V. R.ma Desideravo d’intender da lei se maestro Marcantonio Mazzoleni viveva ancora in Padova, et in conseguenza se da lui poteva restar servito l’Ill.mo S. Baitello del compasso che desidera([1118]), acciò, non potendo riceverlo di costà, io potessi in qualche maniera procurar la sua sodisfazione di qua. Desideravo appresso d’intender quel che risponde quello di Brescia che dette l’incudine, perchè gli eredi del fabbro, per chi si fece venire, si sentono aggravati per i notabili difetti che in essa si veggono, i quali la rendono inutile, et essendo genti incapaci di ragione, si tengono ingannati da me, che ci ho messo 21 scudi del mio, e non voglion credere che io cerchi di costà che sia rifatto il danno. Però la prego a procurar ch’io possa mostrare a costoro ch’io non mi ho buttato il servizio dietro alle spalle; e, di grazia, mi scusi delle brighe che contro a mia voglia gli do. Ho hauto li giorni passati molte visite di oltramontani, tra’ quali un Signor principale Inglese,([1119]) il quale mi dice, il mio sfortunato Dialogo essere stato trasportato in quella lingua([1120]); cosa che non può se non progiudicarmi. D’Alemagna non sento nulla: credo che queste turbolenze faccian pensare ad altro che a stampar libri. Questo è quanto per ora mi occorre: e con reverente affetto gli bacio le mani.

 

D’Arcetri, il p.° di Xmbre 1635.

Della P. V. R.ma Dev.mo et Obblig.mo Ser.re

G. G.

 

 

 

3218.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 1° dicembre 1635.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XII, car. 185. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Io havevo ressoluto non rispondere alle lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma se non riscossa la sua pensione, maturata il Settembre passato. Mi è convenuto scrivere, rescrivere e bravare: finalmente mi scrivono che è in mano dell’Ill.mo Baitello, di modo che V. S. ne può disponere a suo piacere, con il ressiduo dell’altra rata, che è £ 52, e questa 140.

Quel maestro Marc’Antonio Mazzoleni([1121]) morì di peste; non vi è chi più sappia far li compassi: cosa strana che, sendo di così importanti usi, si lasci perir l’inventione, e che non si trovi nè anco il discorso dell’uso([1122]), quale cerco con smania.

Io non intendo punto quello V. S. scrive ne’ suoi Dialoghi a c. 241([1123]), che non repugna il potersi con la circonferenza d’un cerchio piccolo, e poche volte rivoltato, misurare e descrivere una linea maggiore di qualsivoglia grandissimo cerchio etc.; e n&