Fisicamente

di Roberto Renzetti

LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

——

 

VOLUME XVIII

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

  1. BARBÈRA EDITORE

 

1966

LE OPERE

 

DI

 

GALILEO GALILEI

 

NUOVA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

 

SOTTO L’ALTO PATRONATO

 

DEL

 

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

 

GIUSEPPE SARAGAT

 

 

——

 

 

VOLUME XVIII

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

  1. BARBÈRA – EDITORE

 

1966

 

PROMOTORE DELLA EDIZIONE NAZIONALE

IL R. MINISTERO DELLA ISTRUZIONE PUBBLICA

 

DIRETTORE: ANTONIO FAVARO

COADIUTORE LETTERARIO: ISIDORO DEL LUNGO

CONSULTORI: V. CERRUTI – G. GOVI – G. V. SCHIAPARELLI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: UMBERTO MARCHESINI

1890 – 1909

 

 

LA RISTAMPA DELLA EDIZIONE NAZIONALE

FU PUBBLICATA SOTTO GLI AUSPICII

DEL R. MINISTERO DELLA EDUCAZIONE NAZIONALE

DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI

E DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

 

 

DIRETTORE: GIORGIO ABETTI

COADIUTORE LETTERARIO: GUIDO MAZZONI

CONSULTORI: ANGELO BRUSCHI – ENRICO FERMI

ASSISTENTE PER LA CURA DEL TESTO: PIETRO PAGNINI

1929 – 1939

 

——-

 

Questa Nuova Ristampa della Edizione Nazionale

è promossa

dal Comitato Nazionale per le Manifestazioni Celebrative

del IV centenario della Nascita di Galileo Galilei

1964

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CARTEGGIO.

 

——

 

1639-1642.

 

3829*.

 

GALILEO a [GIO. BATTISTA BALIANI in Genova].

Firenze, 7 gennaio 1639.

 

Bibl. Braidense in Milano. Cassetta AF, XIII, 13, 1. – Originale, d’altra mano.

 

Ill.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

La gratissima lettera di V. S. Ill.ma([1]) mi fu resa hieri, insieme col suo libro Del moto([2]), dal molto Rev. P. D. Clemente di S. Carlo delle Scole Pie([3]), compagno del Rev. P. Francesco di S. Giuseppe([4]): e perchè il mio infortunio di esser cieco del tutto da circa due anni in qua non mi permette il poter vedere nè anche il sole, non che oggetti tanto minori e privi di luce quali sono le scritture e le figure geometriche, ho ottenuto questo giorno che il sopradetto P. D. Clemente sia venuto a trattenersi da me per molte hore, nel qual tempo haviamo di compagnia scorso il detto suo libro, veramente con mio gusto particolare, ancorchè io non habbia potuto intendere distintamente le dimostrationi, non potendo incontrarle con le figure; ma per la pratica che ho della materia, e per sentire buona parte delle sue propositioni incontrarsi con le mie già scritte, ho penetrato i suoi sensi e concetti.

Io ho trattato la medesima materia, ma alquanto più diffusamente e con aggressione diversa; imperochè io non suppongo cosa nessuna se non la diffinitione del moto, del quale io voglio trattare e dimostrarne gl’accidenti, imitando in questo Archimede nelle Linee Spirali, dove egli, essendosi dichiarato di quello che egli intenda per moto fatto nella spirale, che è composto di due equabili, uno retto e l’altro circolare, passa immediatamente a dimostrare le sue passioni. Io mi dichiaro di volere esaminare quali siano i sintomi che accaggiono nel moto di un mobile il quale, partendosi dallo stato di quiete, vada movendosi con velocità crescente sempre nel medesimo modo, cioè che gl’acquisti di essa velocità vadano crescendo non a salti, ma equabilmente secondo il crescimento del tempo; sichè il grado di velocità acquistato, per esempio, in due minuti di tempo sia doppio dell’acquistato in un minuto, e l’acquistato in tre minuti, e poi in quattro, triplo, e poi quadruplo, del medesimo che fu acquistato nel primo minuto([5]); e non premettendo altra cosa nessuna([6]), vengo alla prima dimostratione, nella quale provo, gli spatii passati da cotal mobile essere in dupplicata proportione di quella de’ tempi, e séguito poi a dimostrare buon numero di altri accidenti. De’ quali ella ne tocca alcuni, ma io molti più ve ne aggiungo, e per avventura più pellegrini, come V. S. Ill.ma potrà vedere nel mio Dialogo di tal materia, già due anni fa stampato in Amsterdam([7]): del quale non me ne è venuto, salvo che di foglio in foglio mandato di là per le correttioni e per fabbricarne una tavola delle cose più notabili; di poi non me ne è pervenuto pur uno, e tuttavia so che ne sono stati sparsi per tutte le provincie settentrionali, e, quello che è più, intendo che in Roma ve ne sono capitati e che vi si vendono tre scudi l’uno; e questi per avventura possono essere quegli che, essendo pervenuti in Praga, furono immediatamente raccolti tutti da’ PP. Gesuiti, sicchè nè l’Imperatore istesso potette ottenerne una copia, havendo mandato il S.r Francesco Piccolomini, suo cameriere, per haverle, come l’istesso S.r Piccolomini, tornato qua circa due mesi sono, a bocca mi replicò. Se mai me ne perverranno, non mancherò di inviarne uno a V. S. Ill.ma; intanto starò aspettando con desiderio di sentire i suoi pensieri intorno alli liquidi, materia alla mia mente molto oscura e piena di difficultà.

Ma tornando al mio trattato del moto, argomento ex suppositione sopra il moto, in quella maniera diffinito; sichè quando bene le conseguenze non rispondessero alli accidenti del moto naturale de’ gravi descendenti, poco a me importerebbe([8]), sicome nulla deroga alle dimostratione di Archimede il non trovarsi in natura alcun mobile che si muova per linee spirali([9]). Ma in questo sono io stato, dirò così, avventurato, poichè il moto dei gravi et i suoi accidenti rispondono puntualmente alli accidenti dimostrati da me del moto da me definito. Tratto anco del moto de’ proietti, dimostrandone diverse passioni: tra le quali è quasi che principale il dimostrare come il proietto cacciato dal proiciente, qual sarebbe la palla cacciata dal fuoco per l’artiglieria([10]), fa la sua massima volata, cadendo cioè nella massima lontananza, mentre il pezzo sia elevato a mezo angolo retto, cioè a gradi 45; e più, che gli altri tiri, fatti da maggiore o minore elevatione, riescono fra di loro eguali, quando il pezzo per eguali gradi([11]) si eleva hora sopra et hor sotto li detti gradi 45.

Vedrà anche V. S. Ill.ma nel medesimo mio Dialogo un trattato della resistenza de’ corpi solidi all’essere spezzati, materia molto utile nell’arte mecanica. Io havrei nella fantasia buon numero([12]) di problemi e questioni spezzate, parte del tutto nuove e parte diverse o contrarie dalle communemente ricevute([13]), e se ne potria fare un libro più curioso degli altri da me scritti; ma il mio stato, pieno, oltre alla cecità, di molte altre gravissime indispositioni, aggiunte alla età decrepita di 75 anni, non mi permettono di potere occuparmi in veruno studio. Tacerò dunque, e sotto silentio passerò quel che mi resta di questa mia vita travagliosa, appagandomi del gusto che sentirò dai trovati di altri ingegni pellegrini, et in particolare da quello di V. S. Ill.ma; alla quale intanto mi confermo suo devotissimo servitore, e con reverente affetto gli bacio le mani e li prego intera felicità.

 

Di Firenze, il 7 di Gennaio 1639.

Di V. S. Ill.ma

 

Devotiss.mo et Obbligatiss.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3830**.

 

PIER BATTISTA BORGHI a GALILEO in Firenze.

Roma, 8 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 105. – Autografa.

 

Molt’Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ne Colend.mo

 

Ringrazio V. S. molt’Ill.re della graziosa risposta che si è compiacciuta dar alla mia lettera di buone Feste([14]); nè occorreva che si pigliasse incommodo, essendo che era più che bastante che avesse gradito il dovuto ossequio di un suo obbligato servitore. Vedo con mio indicibile cordoglio la continuazion della sua indisposizione, e ne sarò col Sig.r Trullio([15]), se bene non me ne meraviglio troppo in risguardo della stagione; e mi giova sperare che nel raddolcir de’ tempi si mitigherà il male, e priego S. D. M. facci che ciò segua.

Il Padre Abbate D. Benedetto è arrivato, per Dio grazia, a salvamento, ed averà complito con V. S. molto Ill.re; alla quale per fine, facendo umile riverenza, prego da N. S. ogni vero bene.

 

Roma, li 8 Gen.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Galilei. Firenze.

 

Devot.mo et Obbligat.mo Serv.re

Pier Batta Borghi.

 

 

 

3831*

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 8 gennaio 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori, Autografi, B.a LXX, n.° 36. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Doverei scrivere in longo a V. S. molto Ill.e ed Ecc.ma, ma non è possibile, essendo stato necessitato a andare ogni giorno a Palazzo, dove sono stato visto da questi Padroni assai benignamente. L’Em.mo Sig.r Card.l Barberino([16]) mi dimandò con affetto di V. S., ed hebbe gusto intendendo che se la passava assai meglio di sanità di quello che si era inteso, e la compatisce della perdita della vista.

Qua in Roma sono comparse diverse copie del Dialogo de motu, e sono stati licenziati, in modo che ne haverò uno, havendo di già dato ordine che si leghi; ed il simile ha fatto il Sig.r Cardinale.

Io poi sto bene, Dio grazia, ed ho hauto felicissimo viaggio. In Siena ogni sera, avanti il Ser.mo Princ. Leopoldo([17]), si facevano honoratissime ricordanze del gran merito di V. S. e da Mons.r Ill.mo Arcivescovo([18]) e dal Sig. Soldani([19]) e dal P. Francesco([20]) buono, e veramente buono, quale studia con ardore e stupore il suo libro. Qua da tutti sento celebrare tanto altamente la virtù di V. S., che hormai l’invidia non ci può arrivare e resta totalmente vinta.

Il Sig.r Magiotti, il Sig.r Borghi([21]), la riveriscono; ed io l’abbraccio strettamente, e non l’abbandono mai al Santissimo Altare, pregandogli ogni grande e vera consolazione, e spero nella infinita misericordia di Dio, facendoli riverenza.

 

Di Roma, l’8 di Gen.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

Sig.r Gal.o

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.e e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori, d’altra mano: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ne Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.mo Filosofo del Ser.mo Gran Duca di Toscana.

Firenze.

 

 

 

3832*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO [in Firenze].

Venezia, 8 gennaio 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori, Autografi, B.a LXXX, n.° 144. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Le lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma mi sogliono essere di somma consolatione, ma quella di 23 del passato mi ha grandemente afflitto et fatto internamente dolere, intendendo distintamente le sue gravi indispositioni. Mi trovo in letto con un dolore nella parte sinistra, particolarmente nella gamba, senza tumore o inditio alcuno di male; e pure mi ha cagionata febre per alcuni giorni, et ne sto tuttavia senza poter uscir di camara o fare foncione alcuna. Me la vado passando con la pacienza, sapendo questi esser frutti delli anni. Bisogna che noi andiamo consolandosi con la cognitione delle cose humane, et io la prendo come una ammonitione ad cogitandum de sepulcro. Deploro bene nelle indispositioni di V. S. il danno commune de’ virtuosi, quale conoscono o devono conoscere presente nel vedere che, in occasione di tanti scoprimenti nuovi, nissuno sa osservar([22]) cos’alcuna, nè farvi sopra un minimo discorso.

È giunto qui nel porto di Malamocco un vasello, che porta una casetta di libri per V. S.: stimo siano li nuovi Dialoghi. Ho fatto pregare il Sig.r Giusti([23]), a cui è inviata, che accelleri la estrattione: credo lo farà, et sarebbe fatto a quest’hora se io non fossi inchiodato tra la camera et il letto. Lo sollecitarò.

Ho veduto il R.do Don Vicenzo Ranieri con gran gusto: in fatti basta il dire che sia discepolo di V. S. per farlo conoscere colmo di bontà, di soavità di costumi, et d’ingegno non ordinario. Prego il Signor Iddio che conceda a V. S. alleviamento dei suoi mali et il dono della toleranza, come dalle sue eccellente virtù son sicuro lo posseda, et le baccio con ogni affetto le mani.

 

Di Venetia, il dì 8 Genaro 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo.

Devotiss.o Ser.

F. Fulg.o

 

 

 

3833*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GIANNANTONIO ROCCA [in Reggio].

Bologna, 8 gennaio 1639.

 

Dalla pag. 120 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 3053.

 

…. quanto al Sig. Galileo, credo che ora possi andare in Fiorenza; ma è male conditionato quanto alla sanità, e massime trovandosi cieco.

Di quell’occhiale([24]) ch’ella mi accenna ho sentito dire gran cose anch’io, ma non ne so niente di certo.

Il P. D. Benedetto Castelli è bene stato a Fiorenza, ed ora ritornato a Roma; ma per qual effetto, non l’ho potuto sapere: nè credo sia stato per rivedere le cose del Galileo, com’ella dice d’aver inteso, ma forse per altro….

 

 

 

3834**.

 

IACOPO SOLDANI a [LEOPOLDO DE’ MEDICI in Pisa].

Siena, 12 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 89. – Autografa.

 

Ser.mo Sig.r Principe,

 

In un medesimo tempo ho ricevuto una lettera del Padre D. Benedetto Castelli, con la quale mi dà nuova del suo salvo arrivo in Roma, et un rinvolto di fogli indiritto a V. A.za, che credo sieno gli ultimi Dialoghi del Sig.r Galileo, che presuppongo che venghino dal medesimo Padre, già che mi dice esserne arrivati in Roma molte copie, che si vendono senza difficultà e si leggono con somma lode dell’autore. Lo invio a V. A., e con tale occasione rappresentole([25]) la mia umilissima osservanza, dandole conto che sto in decretis di partir lunedì per Firenze con la mia famiglia, dove aspetto l’onore de’ suoi comandamenti. E con la stessa umiltà m’inchino a V. A., alla quale prego da Dio il colmo d’ogni felicità.

 

Di Siena, 12 Genn.o 1638([26]).

Di V. A. Ser.ma

Dev.mo Umiliss.o et Obblig.mo S.re

Iacopo Soldani.

 

 

 

3835*.

 

GALILEO ad [ELIA DIODATI in Parigi].

Parigi, 16 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. V, T. VI, car. 87t. – Copia di mano di VINCENZIO VIVIANI, che premette quest’indicazione: «G. G. 15 Gen.o 1638 ab Inc.ne».

 

Mandai al Sig. Elsevirio la traduzione latina del resto dell’opere mie, sentendo che aveva pensiero di ristamparle tutte in un volume. Non ho poi avviso nè della ricevuta nè d’altro.

 

 

 

3836.

 

GALILEO a ……….

Arcetri, 15 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 97b.-97d. – Copia di mano del sec. XVII. in capo alla quale si legge il seguente titolo: «Lettera overo Discorso del Sig.r Gallilei sopra l’occhiale di Napoli oltra nominato». La copia ribocca di errori grafici e di forme scorrette (come, per esempio, nelle prime linee, grattissimastattoaffligeme domandaessere statto osservatediversselongostatto paghatalongezzafamilliaricierca al ingrandire, ecc.), che abbiamo corretto senza tenerne nota a piè di pagina.

 

Alla gratissima di V. S. molto Ill.re delli 18 Xbre, comparsami tre giorni sono, rispondendo, dico lo stato mio essere infelice et andare di giorno in giorno peggiorando in tutte le mie indispositione, che sono molte, et sopra tutte la total cecità mi affligge perpetuamente, privandomi del poter operare nessuna cosa.

A quello poi che ella mi domanda circa i telescopii del Fontana di Napoli([27]) e delle novità che viene a V. S. molto Ill.re scritto essere state osservate, le dico che il Gran Duca mio Signore ne ha ricevuti tre o quattro di diverse grandezze, l’ultimo de’ quali grandissimo è lungo dieci braccia, e mi pare intendere che la sola lente sia stata pagata 300 scudi. Il medesimo Gran Duca ne ha molti altri, lavorati qua, ma non di tanta lunghezza, nè di tanta perfetione. Io, come impotente, sono rimasto privo del potere sensatamente osservare niuna cosa; ma l’istesso Gran Duca, insieme con alcuni gentilhuomini miei familiari, e molto essercitati nelle osservationi, non referiscono tutto quello di che ella ha havuto per altra via informatione, cioè dal molto Rev.do Padre Santini([28]), mio antico et carissimo amico e padrone, et egli senza alcun dubio è stato iperbolicamente informato da Napoli.

Quanto all’ingrandire gli oggetti più de gli altri telescopii nostrali e più corti, è verissimo: e circa all’ingrandire la luna e mostrarla maggiore del mercato di Napoli, questo è un parlare del volgo, argomento della poca intelligenza del Napolitano artefice, che ne ha dato relazione a esso Padre. Del vedervisi infinite differenze è vero, ma sono le medesime che si veggono co i telescopii nostri, ma alquanto più conspicue mercè dell’ingrandimento; ma non è già che vi si scorgano cose nuove e differenti dalle prime scoperte da me e poi riconosciute da molti altri.

Quanto al pianeta di Marte, si è osservato che essendo al quadrato col sole, ei non si vede perfettamente rotondo, ma alquanto sguanciato, simile alla luna quando ha 12 o 13 giorni, che dalla parte opposta a quella che è tocca da i raggi solari resta non illuminata, e per conseguenza non veduta: cosa che io già dicevo dover apparire quando Marte fusse poco superiore al sole; ma i nostri telescopii, come quelli che non ingrandiscono tanto, non ci mostravano al senso la rotondità non perfetta di esso Marte. Qui credo che habbia origine il dire che in esso si scorga come una gran montagna; cosa che qua non si è osservata, nè forse è osservabile.

Che Giove parimente si mostri grande come Marte, et amendue come la luna, questo è verissimo: e potrannosi anco ingrandire sì che mostrino maggiore.

Quanto a Saturno et alla figura che V. S. molto Ill.re mi manda, non potendo io vedere nè la figura nè riosservare Saturno, da quello che mi vien referto da gli amici miei qui, non si scorge novità alcuna oltre a quelle che scopersi io già e scrissi nelle mie Lettere delle macchie solari et altrove; cioè che il corpo di Saturno si vede in alcuni tempi con due minori corpicelli, ancor essi rotondi, uno a levante e l’altro a ponente, in altri tempi si vede solitario([29]) cioè un solo globo luminoso, in altri tempi i due globetti sopradetti ritornano, ma trasformati come in due mitre o orecchioni, che rendono tutto il composto di figura ovale, simile a una oliva: si distingue però tra le due mitre il globo di mezzo perfettamente rotondo, e non di figura ovata, e nel mezzo delle attaccature delle mitre al globo di mezzo si veggono due macchie oscure assai([30]). Tutto questo è stato osservato, nè di novo ci si vede altro che un maggiore ingrandimento, mercè di questi novi telescopii più lunghi.

Quanto alle stelle fisse, che non mostrino di ricevere ingrandimento alcuno dal telescopio, già ne ho io scritto et è stampato molti anni sono, dichiarando a lungo che il telescopio ingrandisce i pianeti e le stelle fisse, tutti secondo la medesima proporzione, e dichiaro molto apertamente onde apparisca che le stelle fisse non ricevano ingrandimento, anzi talvolta più tosto diminuzione. Favoriscami di rivedere il mio Saggiatore, che troverà questa materia assai diffusamente trattata([31]). Della immensa lontananza delle stelle fisse ne cavo argomento non dal poco ricrescere, ma dalla estrema loro piccolezza, la quale io nel predetto luogo mostro essere centinaia e migliaia di volte minore di quello che gli astronomi sin qui le havevano giudicate. Ma io, di più, non molto avanti la perdita del lume, trovai un modo esattissimo per misurare il loro diametro([32]), il quale lo dà ancora molto e molto minore di quello che io medesimo haveva prima detto; onde l’argomento preso contro all’orbe magno rimane ancora più e più snervato. Questo è quanto mi occorre in risposta della gratissima sua.

 

D’Arcetri, li 15 Gennaio 1639.

 

 

 

3837.

 

PIER BATTISTA BORGHI a GALILEO in Firenze.

Roma, 15 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 107. – Autografa.

 

Molt’Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ne Colend.o

 

Il Sig.r Trullio([33]) non stima espediente l’irritar con medicamenti la materia che concorre a V. S. molto Ill.re ne’ reni, mentre non le genera altri incommodi che gli scritti, dubitando, in risguardo della stagione, che non si facci peggio. Dice essere catarro che la natura evacua per quella parte, e che, durando questa evacuazione, V. S. molto Ill.re sentirà alleggerirsi le incommodità del capo. Si ricorda servitore a V. S. molto Ill.re, sì come faccio io per fine di tutto cuore, pregandole dal Cielo ogni vera felicità.

 

Roma, li 15 Gen.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Galilei. Firenze

 

Devot.mo et Obbligat.mo Serv.re

Pier Batta Borghi.

 

 

 

3838**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 21 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 202. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Mando un moggio di bracie, che costa lire sei e mezo, con staia due di panico, a ventidue crazie lo staio. Non mando capretto, perchè oggi da S. Casciano non è passato cosa buona, e gli vendevono carissimi. E perchè scrivo con qualche dificultà mediante certo catarro, finisco facendo a V. S. debita reverenza e pregandoli dal Cielo intera prosperità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 21 Genn.o 1638 ab Inc.ne

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3839.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 25 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 122. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevei la lettera di V. S. Ecc.ma tanto più grata quanto più longa, havendola subito fatta vedere all’Ecc.mo Sig.r Liceti, il quale n’hebbe molto gusto, e massime sentendo che hormai siano stampate le sue specolationi del moto, opera tanto desiderata dalli studiosi delle buone lettere. Io veramente mi sento molto inclinato a tali materie, perchè parmi che quelle possino arrechare gran gusto ad ogni sorte d’ingegni et insieme manifestare la grande utilità o per meglio dire necessità che habbiamo delle mathematiche discipline per intendere le cose naturali, cosa non troppo creduta([34]) dalli filosofi peripatetici in particolare. Quanto al libro Del moto dei gravi descendenti del Sig.r Baliani([35]), io non l’ho ancora visto, nè meno il Sig.r Liceti; procureremo però di vederlo quanto prima, come anco la prego a favorirmi di avviso quando sapi che comparino copie della sua ultima opera stampata in queste parti, perchè sono molti qua che la desiderano.

Sta hora il Sig.r Liceti scrivendo sopra quella pietra che si trova qua su ‘l Bolognese([36]), e che s’imbeve, o pare che s’imbeva, del lume del sole, della quale ella ne ha già un pezzo fa essatta cognitione; e di poi replicarà contro il Chiaramonte.

Io poi posso fare puoco, quasi sempre afflitto dalla gotta. Vado però stampando quel puoco che resta de’ problemi della mia Centuria([37]). Sono hora intorno al problema di misurare la capacità o il vano delle volte fatte in croce sopra le portioni di cerchio o di elissi, purchè la lunghezza sia eguale alla larghezza, cioè purchè le quattro portioni de’ cerchi che terminano la volta siano simili et eguali; poichè quando quelle non sono eguali, ma la volta è una croce più lunga che larga, non la so ritrovare, et è problema, credo, assai difficile. Sapi adunque, che intesa una volta sopra 4 colonne, fatta sopra 4 mezzicerchi eguali, et inteso un quadrato che posi con gli angoli sopra le istesse collonne, e sopra detto quadrato concepito un parallelepippedo di altezza eguale alla volta, trovo che il detto parallelepippedo, al vano compreso tra il detto quadrato e la superficie della detta volta in croce, è come il quadrato circonscritto al cerchio, all’istesso cerchio con l’eccesso dell’istesso cerchio sopra 2/3 dell’istesso quadrato; trovo poi, questa proportione essere prossimamente come 21 a 2. Ma quando le portioni son minori di mezzocerchio, varian le proportioni secondo che variano le portioni di cerchio. Mi è anco venuto trovato, che essendo un parallelogrammo circonscritto ad una parabola, e rivolgendosi quella intorno alla base, il cilindro generato dal parallelogrammo circonscritto al corpo parabolico fatto dall’istessa parabola, è come 15 a 8, benchè un Padre Gesuita Fiamengo([38]) mi scrivesse di havere ritrovato essere tra quelli proportione doppia. L’uno e l’altro poi di questi problemi è da me dimostrato per i principii della mia Geometria([39]). Havrei da dirli altre cose, ma le riserbo ad un’altra volta per non attediarla. Con che finisco, facendole riverenza, ricordandosele meco insieme servitore l’Ecc.mo sudetto Sig.r Liceti.

 

Di Bologna, alli 25 Gen.ro 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Tengo la vita del Copernico in un libro dove stanno descritte altre vite di varii virtuosi Polachi([40]). S’havesse gusto vederla, gliela mandarei, nella quale sentirebbe come nè anch’egli andò essente da travagli, e nel fine della sua vita perse la memoria e l’ingegno; con altre cose degne da sapersi.

 

 

Dev.mo et Ob.o Ser.re e Dis.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Firenze.

Arcetri.

 

 

 

3840*.

 

MATTIA BERNEGGER ad ELIA DIODATI in Parigi.

[Strasburgo], 26 gennaio 1639.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 285t. –Minuta autografa.

 

Aelio Diodato,

Lutetiam.

 

Ut insigniter abutar humanitate tua, illa ipsa profecto facit insignis tua humanitas, quae in me (nescio an ullo meo merito) tam prona semper et effusa, ut non fiduciam animo sed quandam audaciam iniecerit, cum impudentia coniunctam. Debui sane, si quid honestum sit potius quam quid expediat spectare voluissem, egregium operis Galilaici, tanto autore dignissimi, munus tuum([41]) alio munere redhostire; et erant in promptu quae remitterem, haud ingrata forte futura. Sed cum adiunctum hisce librum ad Epstenium recte curari mea plurimum interesset, nec maiori tamen sarcina cognatus tuus…. onerandus esse videretur, eam solam ipsi commisi ferendam….

 

16 Ian.([42]) 1639.

 

 

 

3841.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 29 gennaio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 124. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Io veramente pensava di potere incontrare più presto occasione di servire V. S. molto Ill.re; ma sin hora non ho fatto altro se non che con l’Em.mo Sig.r Card.l Barberino([43]) ho fatta una passata, ed ho conosciuto che S. Em.za ha gradito e fatto conto della azzione honorata di V. S. Ecc.ma, ma non ho hauto tempo di fare il fatto mio, come io disegno di fare e spero di poter fare; e non occorre che ella mi solleciti, perchè non ho cosa nessuna che mi prema più di questa.

Il suo libro è stato venduto qua in Roma tanto presto, che molti che lo desideravano non l’hanno potuto havere. È opinione che il libraro ci habbia fatto sopra un grosso guadagno. La verità è che tutte le copie sono state vendute due scudi l’una, ed erano sopra 50, per quanto mi vien detto.

Il Sig.r Borghi sta bene e attende a’ suoi studii, ma non gli ho potuta ancora consegnare la lettera di V. S. Ecc.ma

Qua si trova un giovane studioso di musica, quale desidera sopra modo sapere come sia fatto l’instrumento novo trovato dal Sig.r Vincenzo, figliuolo di V. S. Ecc.ma([44]) Io gli ho detto (come è la verità) che non lo so, e poi, che essendo l’invenzione nuova, forsi il Sig.r Vincenzo non la vorrà publicare così presto, potendola perfezzionare e accrescere con il tempo: con tutto ciò se si può sapere qualche cosa per dare qualche sodisfazione a chi me ne ricerca, mi sarà caro. E non occorrendomi altro, fo fine, abbracciandola caramente e assicurandola che non l’abbandono mai nel Santissimo Sagrificio; e bacio le mani al Sig.r Vincenzo e al Padre Clemente([45]).

 

Roma, il 29 di Gen.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Galileo.

 

Devotis.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei, p.]o Filosofo del Ser.mo Gr. Duca di Tosc.na

Firenze.

 

 

 

3842.

 

FAMIANO MICHELINI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 8 febbraio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 126. – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molto Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron in Christo Col.mo

 

Mi è venuto di Siena il libro del S.r Baliani([46]), ma non mi basta l’animo di vederlo, sì per le molte supposizioni e termini che egli mette innanzi, che per me sarebbe difficile il ritenerli a memoria per la debbolezza della mia testa, sì anche per non vedervi quella semplicità e purità di procedere come nelle cose di V. S. molto Ill. et Ecc.ma, le quali mi hanno apportato meraviglia e gusto indicibile, come ancora al Ser.mo Principe Leopoldo mio Signore, che ha di già finita di vedere la terza Giornata, che tratta del moto accelerato; e sebene le caccie hanno qualche poco impedito il vedere un’altra opera sua, non però ha tralasciato la lezzione ordinaria delle dimostrazioni del moto, se non in casi di grandissima stanchezza, che sono stati rarissimi.

Ho sentito con gusto che le calzette gli sieno riuscite a proposito([47]), e se in altro vaglio per lei mi comandi, che chi mi ha dato quelle mi puol dare altre cose, e per lei massime me le dà più che volentieri.

Quanto alla dimostrazione, non dirò altro se non che io ringrazio V. S. molto Ill. et Ecc.ma delli honori che mi fa di stimare per mio quello che io riconosco tutto da lei, anzi che è tutto suo; e le dico con ogni sincerità che mi son vergognato assai di mandarle quel poco che le ha detto il P. Clemente([48]) a bocca, ma per obbedirla, doppo tante instanze, mi volsi mortificare.

Il Ser.mo Principe riceve con gusto i suoi inchini, et ammira le sue virtù e le predica. L’Ill.mo Senator Soldani([49]) credo sia in Firenze([50]), perchè qua non è ancor capitato. Si dice che domani si vadia a Livorno, dove starò attendendo i sua comandi. L’altra sera hebbi lunghissimo discorso col Ser.mo G. D. delle cose di V. S. molto Ill. et Ecc.ma, presente il Ser.mo Principe Leopoldo, il quale mi aiutava ad esaltare il suo valore, et S. A. S. gustava in estremo di sentirci. Il discorso mi riserbo a raccontarlene a Firenze.

Di Livorno spero darle nuova d’una cosa, che, se mi riesce, ne harà gusto senz’altro. Con che facendole humilissima riverenza, le prego da Dio ogni vero bene. Deo gratias.

 

Pisa, 8 Feb.o 1639.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

 

Se rispondo tardi alle sue lettere, ne incolpi la mia natural freddezza in tutte le cose, che in tante occupazioni non sa trovar tempo di cominciare a scrivere; onde tutti i miei superiori della Religione si lamentano che non scrivo loro.

 

 

Indeg.mo et Aff.mo Servo e Discep.lo in Christo

Fran.co di S. Giuseppe.

     

 

 

 

3843*.

 

RENATO DESCARTES a MARINO MERSENNE [in Parigi].

[Egmond de Binnen], 9 febbraio 1639.

 

Dal Tomo II, pag. 495-496, dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 2898.

 

…. I’accorde ce que dit Galilée, que l’eau n’a nulle resistance a estre divisee, cela s’entend au dedans de son cors, par un mouvement qui luy soit proportionné; et c’est ce que ie pense vous avoir escrit en quelqu’une de mes precedentes, a sçavoir qu’il n’y a point de liqueur qui ne puisse servir de medium aussy libre que le vuide, au regard des cors qui ne s’y meuvent que de certaine vitesse. Mais la superficie de l’eau ne laisse pas d’avoir de la resistance, ainsy que i’ai prouvé dans le Discours du sel([51]); et c’est pour cela que les aiguilles d’acier, les lames d’ivoyre etc., flotent dessus….

 

 

 

3844.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 12 febbraio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 128. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

L’interesse di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma è tutto mio proprio, ma bisogna che io mi serva del beneficio del tempo per non guastare il negozio; spero però in Dio benedetto che si farà qualche cosa di buono, e non manco di raccomandare a S. D. Maestà ogni nostro desiderio.

Le copie del Dialogo ultimo venute in Roma sono state vendute tutte, e se ce ne fossero tre tanti, pure si venderebbero, a due scudi l’una; e se il libraro ne volesse maggiore prezzo, credo che lo trovarebbe: ogn’uno ne dice bene, e se ne parla honoratissimamente da tutti. Io ho occasione di leggerlo in conversazione di Mons.r Cesarino([52]) e Cittadino([53]), i quali Signori, ancorchè non siino capaci delle dimostrazioni geometriche, nondimeno restano maravigliati delli altri discorsi, e con infinito lor gusto godono quel che possono intendere. D’una cosa sola non resto io capace: come V. S. non mantenga il costume (per altro osservato esquisitamente da’ suoi interlocutori) nel Sig.r Simplicio; già che mi pare che con la lunga prattica de’ suoi colleghi si sia assai domato, e non corra così precipitosamente nè ostinatamente, come a buon Peripatetico converrebbe, a pronunziare e mantenere spropositi.

Quattro giorni sono fui a fare riverenza alla regina della gentilezza, io dico all’Ecc.ma Sig.ra Ambasciatrice di Toscana, quale al lungo parlò di V. S. con tanto affetto che più non si può dire, e mi comandò che li baciassi le mani in nome suo, come fo facendoli riverenza.

 

Di Roma, il 12 di Feb.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

 

 

3845**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 14 febbraio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 203. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Ancora non mi sono abboccato con Macinaio, perchè egli sta poco a casa, ma procurerò di vederlo quanto prima.

Mando uno staio di marroni, che costano quattordici crazie, e un mazo di tordi, che costano tredici. Chi mi promesse in vendita le mele appiole, me n’ha donate un corbellino, onde ne fo parte a V. S., e ne conservo per lei altre e tante, che invierò, per la prima occasione, con le pere bronche del mio nesto che già gl’ho dedicate. Se V. S. volessi più appiole, mi avisi speditamente; perchè harò occasione di poterla servire: ma costeranno al meno un testone la bigoncia. Gli mando ancora due ricotte, se bene saranno più proporzionate a’ suoi denti che al suo stomaco; mentre co ‘l fine, pregando a V. S. dal Cielo cumulata prosperità, con sincero affetto la reverisco.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 14 Febraio 1638 ab Inc.ne

Di V.S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3846.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 15 febbraio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 129. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma la Vita del Copernico([54]), acciò veda il corso di sì grand’huomo, perturbato non dimeno da varie molestie e traversie, e si consoli perciò anch’essa ne’ suoi travagli. Ho salutato a nome suo l’Ecc.mo Sig.r Liceti, che la risaluta caramente, il quale dice, se bene si è messo a scrivere di quella luminosa e famosa pietra([55]) per dirne il suo parere, non dimeno che non si presume di poterle dare in questo, nè meno in materia del lume e della luce in genere, quella sodisfattione ch’ella desidera, e perciò ne la pregarà a scusarlo, intendendo solo di dirvi intorno qualche suo pensiero o dubitatione.

Io poi la ringratio del buon concetto che ha di me, ch’io sia atto a continuare la sua maravigliosa dottrina del moto; ma se mi fosse lecito, direi che in questo s’ingannasse assai, conoscendo ben in me un intenso desiderio di applicarmivi, ma non quell’ingegno che vi si richiederebbe. Anzi stimo che come non si trovò alcuno che si conoscesse atto a finire l’opera di quel famoso pittore Apollo da esso incominciata, così forsi non vi sarà chi si conosca degno di dare quel compimento a così alta dottrina che vi potesse mancare, quando in alcun modo, il che non credo, ella si ritrovasse imperfetta, et io molto meno di tanti altri nobilissimi ingegni che hoggidì fioriscono. Io mi ritrovo vecchio in età virile, e quasi impotente a fare cosa di momento nelli studii, sentendo troppo pregiudicio alla sanità, e perciò so quel ch’io dico della mia molta debolezza. Conceda Iddio adunque lunga vita a V. S. Ecc.ma, che può essere di tanto profitto con così nuove e così rare dottrine a tutto il mondo, come io Lo pregarò sempre; alla quale baciando le mani faccio insieme riverenza, a nome ancora del’Ecc.mo Sig.r Liceti.

 

Di Bologna, alli 15 Feb.ro 1639.

Di V. S. Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Fiorenza.

Ad Arcetri.

 

 

 

3847.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 19 febbraio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 111. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

 

Il Sig.r Giusti([56]) libraro mi mandò dire che era gionto un invoglio di libri da indrizzare a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, et sopra quel riporto io le scrissi([57]); ma poi, abboccatomi con il medesimo, trovai che il suo garzone havea mal inteso et havea posto per presente quello che il patrone li havea detto di futuro: ma perchè mi soggionse, et mi mostrò la lettera, che il fagotto dei libri è sopra il vasselo S. Giacomo, il quale mi diceva s’aspetta di momento in momento, io ancora ho sopraseduto se per ventura capitasse. Questa è la cagione della tardanza del mio scrivere, ma non è gionto ancora quel legno nel nostro porto, come li viaggi di mare sono incertissimi; subito che sia gionto, havrò cura di ricuperarlo et consegnarlo all’Ill.mo Sig.r Residente Rinuccini.

Io son stato dall’ingresso di quest’anno sino al presente con qualche indispositione maggiore del solito: ipsa senectus morbus est. Io desidero et prego instantemente il Signore di poter haver da V. S. nuova di qualche suo miglioramento, poi che piace a S. D. M. avisarci del nostro disloggio con il deterioramento del tugurio.

Delle cose del cielo e sue novità, osservate con questo nuovo tanto eccellente occhiale([58]), non si parla più, come non ci fosse che dire. In fatti l’osservatione di queste maraviglie et l’ingegno per esplicarle et comunicarle è un dono riservato al Sig.r Galileo, i cui soli occhi sono stati alti per vederle et la mente per capirle; et non sono io solo che faccia questo giudicio, ma con quanti parlo, della professione, dicono il medesimo. Et con tal fine a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma prego miglioramento nella sanità, tranquillità([59]) nella mente, et le bacio le mani.

 

Ven.a, li 19 Feb.o 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o Ser.

F. Fulg.o

 

 

 

3848*.

 

RENATO DESCARTES a FLORIMONDO DE BEAUNE [in Blois].

[Egmond de Binnen, 20 febbraio 1639].

 

Dal Tomo II, pag. 518, dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 2898.

 

…. Les petites remarques que i’ay faites sur le livre de Galilée, ne valent pas la peine que vous les voyez; mais, puis qu’il vous plaist, ie ne laisseray pas de prier le Reverend Pere Mersenne de vous les envoyer. I’ay bien pris garde que Galilée ne distingue pas les diverses dimensions du mouvement; mais cela luy est commun avec tous les autres, dont i’ay veu quelques écrits de mechanique….

 

 

 

3849*.

 

RENATO DESCARTES a MARINO MERSENNE in Parigi.

[Egmond de Binnen, 20 febbraio 1639].

 

Dal Tomo II, pag. 526, dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 2898.

 

…. Monsieur de Beaune([60]) me mande qu’il desire voir ces petites observations sur le livre de Galilée, que ie vous ay envoyées([61])….

 

 

 

3850**.

 

LODOVICO ELZEVIER a GALILEO in Arcetri.

Amsterdam, 7 marzo 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 131. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re et Pad.ne mio Colendiss.mo

 

Per le lettere del’Ill.mo Signore Elia Diodati ho inteso con grandissimo disgusto che V. S. Ill.ma non ha anchora ricevuto le copie della scrittura a Madama Ser.ma, mandate adì 15 di Marzo con altri libri al S.r Giusto Wyffeldig, libraro in Venetia; di che resto molto maravigliato, m’havendo il nominato Signor dato aviso della ricevuta.

In quanto le copie delli Dialoghi, le ho mandato con altri libri nel mese d’Agosto a Venetia (et al’hora non era altro vassello per Genoa nè Livorno), ma per vento contrario et altre incommodità non è partito il vassello che su ‘l fine d’Octobre. Mentre ha comminciato a cargare un altro vassello per Livorno, et havendo un libraro di Roma domandato alcuni libri con ordine d’indirizzarli a Livorno, v’ho giunto poche copie delli Dialoghi, et questi sono prima arrivati a Roma che gli altri a Venetia. La causa forse sarà ch’alle volte li vasselli destinati per Venetia scargano prima alcune mercantie a Genoa, Livorno, o Napoli; tuttavia non ne ho ricevuto nova alcuna. S’havessi saputo ch’un vassello fosse per partire per Livorno, non l’haverei cargato nel’altro: ma quel ch’io ho fatto è stato di buona intentione, e però prego V. S. Ill.ma de volermi scusare. Domani per l’ordinario scriverò al S.r Giusto in Venetia, per ricordarli che V. S. non ha anchora ricevuto le copie della scrittura a Madama Ser.ma, della cui ricevuta m’ha dato aviso.

Habiamo ricevuto per il secretario dell’Ambasciatore di Venetia([62]), senza lettera di V. S., questi trattati; et havendo fin hora aspettato da lei alcuna nova, habiamo differto la risposta:

  1. Symbellator, in quo aequa atque([63])etc.: finisce per la lettera O.
  2. Historia et demonstrationes de maculis solis:finisce per lettera G.
  3. De his quae circumnatant aquasetc.: finisce lettera F.([64])

Quando piacerà a V. S. Ill.ma mandare il restante, ne comminciaremo la stampa, et non mancharemo di dargli ogni sodisfattione. Et facendo fine, le bacio li mani.

 

Di V. S. Ill.ma

L’Humill.mo Servitore

Ludovico Elzevirio.

D’Amsterdam, adì 7 di Marzo 1639.

 

Fuori: Al’Ill.mo Sig.re e Padr.e mio Colend.mo

Il Sig.re Galileo Galilei, Mathematico del Ser.mo Grand Duca di Toscana, in

Arcetri.

 

 

 

3851*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 18 marzo 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 112. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Non si meravigli V. S. Ecc.ma se mi sono lasciato prevenire da lei nel darle parte del mio salvo arrivo a Genova, perchè quella sola consolazione che havevo in questo mondo, della compagnia di mia madre, è piacciuto a Dio levarmela in tre giorni di febre, in età fresca di cinquant’un anno; che m’ha lasciato in modo stordito, che non ho potuto complire conforme al mio debito.

Al Sig.r Daniele Spinola farò parte della sua; e se m’aboccherò col Sig.r Baliano, li dirò bellamente il senso di V. S. Ecc.ma Ho intermesso le osservationi di Giove, perchè m’è stato bisogno attender ad altro; ma le andrò ripigliando, e spero che al mio ritorno saremo a buon porto.

Mi conservi suo, e si riccordi che ha pochi servitori che come me desiderino servirla; mentre per fine le bacio affettuosamente le mani, come la prego a far in mio nome al molto R. P. Clemente([65]), con raccommandarli che voglia sollecitar lo stampatore([66]), il qual mi par che se la pigli assai commoda.

 

Di Genova, adì 18 di Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3852.

 

MATTIA BERNEGGER a GASPARE HOFMANN in Altorf.

Strasburgo, 20 marzo 1639.

 

Bibl. Civica di Amburgo. Codice citato nella informazione premessa al n.° 2613, car. 288r. – Minuta autografa.

 

…. Epistolae Galilaei non deposui memoriam, et pridem haberes apographum, si ea in promptu mihi esset: abscondita latet in indigesto illo cumulo litterarum, qui in hoc biennali morbo, ut omnia alia mea, redditus multo confusior. Nunc constitui disponere et in tomos distributas concinnare; nec immemor ero, ut par est, officii promissique.

Si mortuus est, ut scribis, Galilaeus, nuper admodum id factum oportuit. Nam proximo mercatu nostro, id est sub exordium huius anni, per Deodatum, Parisiensem advocatum, et salutem mihi nunciavit, et librum suum, Leydae ab Elzeviriis excusum, dono misit, quem aliis suis operibus omnibus anteponit. Eius libri praecipua capita, si cognoscere placet, ista sunt:

1) Scientia nuova prima, intorno alla resistenza de i corpi solidi all’essere spezzati.

2) Qual potesse esser la causa di tal coerenza.

3) Scientia nuova altra, de i movimenti locali: cioè, dell’equabile; del naturalmente accelerato;

4) Del violento, overo de i proietti.

5) Appendice di alcune proposizioni e dimostrazioni attenenti al centro di gravità de i solidi([67]).

Sane credo imposuisse tibi, quisquis est ille, qui de morte atque etiam de carcere retulit. Numquam audivi de carcere, stricto illo quidem. Nam desmon istam fulak¯n, qua praedioli cuiusdam sui finibus Cardinalium Collegii mandato circumscriptus est, proprie carcerem non dixeris. Id autem est Arcetri, prope Florentiam, quo loco praefationem sane quam elegantem in librum quem dixi, uno abhinc anno, confecit. A quo tempore cum oculorum defluxionibus laborare coepisset, eas purgando depulsuri medici virum penitus excaecarunt, ut idem Deodatus, ipsi familiarissimus, ad me scripsit….

 

Ser. Argentorati, 10 Martii([68]) 1639.

 

 

 

3853**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 22 marzo 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 132. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Desideroso d’intendere dell’essere di V. S. Ecc.ma, quale prego il Signor sia tranquillo e conforme al suo desiderio, vengo hora a riverirla per parte anco dell’Ecc.mo Sig.r Liceti. Sto aspettando con desiderio di vedere l’opera sua del moto, sì come ho scritto per haverla, poichè spero di spegnere nell’inesausto fonte della sua rara e profonda dottrina quella sete che ne ho sempre havuto. Sono in controversia, apunto in materia del moto, con un Auditore qua del Palazzo([69]); il quale con spirito straordinario, non ostante le sue molte occupationi, ha inventato e fatto fare una machina per condurre pesi: per intelligenza della quale s’imagini V. S. una bote che vadia ruzzolando per terra, havendo dentro il peso e talmente stivata che non vi rimanghi spatio vuoto; et essa machina ne ha duo di queste, che vanno ruzzolando per terra, tirate dal centro, dove i poleghi si rivolgono dentro ai lati di un telaro etc. Hora, stima esso di fare grande acquisto nella facilità di movere il peso, poichè quello non aggrava su i poleghi delle ruote, come nelle carette, carri e carrozze, ma posa in terra. Questa machina ci ha dato occasione di discorrere, e massime intorno alla resistenza che può fare lo stropicciamento; e perchè tra le cose che questo Signore crede una è, che mosso un peso in un piano orizontale, vi voglia la metà della forza che vi vuole ad alzarlo perpendicolarmente all’orizonte, io ho detto che sospetto assai della verità di questo, parendomi che non vi voglia alcuna forza per tirarlo orizontalmente, mentre il piano è veramente piano, poichè il grave non si alza, al che repugnaria la gravità, nè ha alcuno impedimento esterno, poichè vi è solo un semplice contatto, sì che non urta in cosa che impedisca il moto. Hora esso mi concede questo della sfera o cerchio, mosso per volutatione; ma di un corpo come un dado, che striscia o tocca in parte della sua superficie, dice volervi la metà della forza che lo tirarebbe su a perpendicolo. Così nel tirare a basso, per essempio, un travertino da un piano acclive, dice in una tale inclinatione volervi tanta e tanta forza, e che non ogni minima sia per moverlo, come inchinarei a credere in quel piano che è veramente piano, poichè in quelli che abusiamo per piani, ma per la loro ruvidezza non sono piani, l’esperienza ci mostra che il contatto e stropicciamento apporta impedimento. V. S. Ecc.ma, che havrà specolato sopra questo negotio assai, saprà come la cosa passi; e mi saria grato sentire il parer suo, quando si compiacesse favorirmene, massime s’ella stima che al tirare un peso, come un dado, orizontalmente sopra un piano vi voglia forza notabile, overo se ogni minima lo possi muovere per attrattione o strascicandolo, sì che il contatto, sopra il quale aggrava il peso, apporti o no impedimento al moto.

La supplico a perdonarmi dell’incommodo, et a tenere memoria della mia divotissima osservanza che le professo: con che di tutto cuore la riverisco.

 

Di Bologna, alli 22 Marzo 1639.

Di V. S. Ecc.ma

Dev.mo et Ob.o Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Fiorenza.

Ad Arcetri.

 

 

 

3854**.

 

ANTONIO SANTINI a [GALILEO in Arcetri].

Milano, 23 marzo 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 134-135. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r mio Col.mo

 

Mi sono astenuto da molto tempo in qua molestare V. S. con mie lettere, sapendo quanto resti aggravata delle sue indispositioni, e particolarmente della vista. N. S.re ha voluto forse in questo notarla singolarmente, perchè già tanti anni s’affaticò di fissare il sguardo ne’ campi del cielo tra quelle occhiute zolle et scoprire a’ posteri di quei secreti di natura non più saputi. Or su, le infirmità sono frutti del tempo e pena al constituto de’ nostri corpi; e V. S., come piena di alto sapere, se ne conformerà a questo con ottima resignassione.

Mi pervenne un’operetta di V. S., con la versione latina fatta da amico e signor mio in Parigi([70]), qual so essere caro a V. S. Mi querelai soavemente perchè prima non me ne havesse fatto copia, col passar lettere noi assai frequente, con questa occasione che si aspettava, o già era arrivato, in Roma l’altro libro suo de’ Discorsi mathematici sopra le due nuove scienze, de’ quali con gran pena, per esser absente, ne ottenni uno, e vado con mio singolar gusto vedendo. Ne aspetto da Parigi altre copie per sodisfare ad amici, ancora che qua si attenda poco a certa sottigliezza. Et in Venetia ancora hanno tardato assai o tardano a capitarne. Nel mentre fu stampato in Genova dal S.r Giob.a Baliani un trattatello([71]), che quasi va in parte dimostrando qualche simil propositione. Ne inviai un essemplare, col mezzo del S.r Ambasciatore di Genova([72]), all’amico nostro commune di Parigi, quale con lettere molto fresche mi dice haverne dato parte a V. S. come se non le fosse pervenuto a notitia; et ancora che ella non possa più curar certe cose, tuttavolta, se non l’havesse ricevuto, ne le farei pervenire copia. V. S. mi dica sinceramente (essendo stato quell’authore di sua cognissione) se può esser stato prima penetrato dell’opere di V. S. o da lei comunicata; e poi che non può ella scrivere, faccilo essequire da alcuno di quei Signori che saranno appresso di lei: e mi conservi nel grado della mia devota et antica servitù, desiderosissimo di ogni sua maggior gloria, come veramente acquistatasi nel tumulto di varie agitassioni. E qui le prego dal Cielo ogni più vero bene e li bacio le mani.

 

Milano, 23 Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo Ser.

D. Antonio Santini.

 

 

 

3855*.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 25 marzo 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 75. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

La cortesia che V. S. nella sua lettera dimostra verso di me è tale, che io mi trovo da lei sommamente confuso ed obbligato. Vengo per ciò a ringraziarla tanto del desiderio c’ha di favorirmi del suo libro, quanto io mi sento mortificato dal non potere al presente godere della sua lezione. Il P. D. Vincenzo Renieri alla sua venuta mi disse pure che costà non ne erano pervenute copie, ond’io il feci commettere in Amsterdam assai subito; per ciò starò attendendo che mi giunga, affine di ammirare in esso la sovrumana dottrina di chi l’ha composto.

Ho da pregiarmi poi grandemente che qualche pensiero venutomi circa il libro del S.r Baliani([73]) sia stato da V. S. autenticato nella lettera scritta ultimamente al detto P. D. Vincenzo. Imperocchè (tacendo del rimanente) quelle sue supposizioni mi son sempre parse alquanto difficili da concedere. Ma non ho io talento da ragionare di cose sì fatte, e non debbo trattener lungamente V. S. con mie parole. Si compiaccia, la supplico, di conservarmi per suo servitore di singolare osservanza, e si degni d’esercitar la mia servitù con alcun suo comandamento, da me bramato come favore speziale del Cielo, mentre io a V. S. bacio riverentemente le mani.

 

Genova, 25 Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o S.re

Daniele Spinola.

 

 

 

3856**.

 

FAMIANO MICHELINI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 26 marzo 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 114. – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molto Ill. et Ecc.mo Sig.re e P.ron in Christo Col.mo

 

Hor hora son tornato di Livorno, dove hieri parlai al Ser.mo G. D. del vino per V. S. molto Ill. et Ecc.ma, e mi disse che l’harebbe mandato quanto prima.

La sera poi ricordai al Ser.mo Principe Leopoldo che effettuasse il vanto o la promessa di far mandare detto vino, e mi disse che l’harebbe fatto.

Io ho grandissimo desiderio di rivederla, et a questo effetto ho quasi deliberato di tornare a Siena per Firenze, se mi sarà dato licenza. Ho detto quasi, perchè non vorrei che la passione mi facesse mormorare di qualcheduno che forsi ha poco timor di Dio, nel’occasione di discorrer seco, se bene ho fermo proponimento di tacere quello che si deve tacere.

Mercoledì i Ser.mi G. Duca e Principi se ne tornano a Firenze, et il Ser.mo Leopoldo a Siena perfino a S. Giovanni. Caso che io non la venissi a vedere hora a Firenze, sappia d’havere a Siena un servitore affezionatissimo et obbligatissimo, dove la prego ad inviare i sua comandi, che saranno da me ricevuti come le cose più care di questo mondo. Lasciavo di dire che il G. D. si è preso gran gusto de’ sua scherzi circa il vino. Con che facendole humilissima riverenza, le prego vera felicità. Deo gratias.

 

Pisa, 26 Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

Ind.mo et Obbligatiss.o Scolare e Servo in Christo

Fran.co di S. Giuseppe.

 

 

 

3857**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 26 marzo 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 205. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Poichè mi bisogna patire il desiderio di godere la presenza di V. S. anchora una settimana, in tanto con la presente lettera rendo quelle grazie che io posso del pisciancio e dell’eccellentissimo moscatello, e co ‘l fiascho e fiaschetto voti rimando le scorze dell’arancie. Avendo qui un mio amico imberciadore, che di questi tempi compartisce ad altri tutta la sua preda, ho riceuto questa sera un paio di starne e quattro tordi soli, perchè hanno abbandonato il paese: gli mando a V. S. che gli goda per mio amore, suplicandola a gradire il mio affetto, mentre co ‘l fine gli faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 26 Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3858.

 

GALILEO a [VINCENZO RENIERI in Genova].

[Arcetri], 28 marzo 1639.

 

Dalla car. 3at. del volume intitolato: Di GIO. BATTISTA BALIANO Opere diverse. In Genova, per Pietro Giovanni Calenzani, in Piazza Nuova, M.DC.LXVI. In questa stampa, che è l’unica fonte a noi nota della presente, si legge sul margine l’indicazione: «Dal Sig. Galileo Galilei, de’ 28 Marzo 1639, al P. Francesco delle Scuole Pie»; ma tutto il contesto induce a credere che la lettera sia indirizzata non al P. FAMIANO MICHELINI, ch’era allora in Pisa (cfr. n.° 3856), ma al P. VINCENZO RENIERI.

 

Resto tuttavia privo di qualche esemplare del mio ultimo Dialogo, già molti mesi finito di stampare, e pervenutone a Roma moltissime copie, et a me nè pure una sola: accidente che mi rappresenterà meno offitioso a lei stessa et a gli Illustriss. Signori Spinola e Baliani. Del quale mi ho fatto leggere il suo Trattato([74]) più volte, ma, per non potere veder le figure nè riscontrarle con la dichiaratione e dimostratione, mi lascia in qualche scrupolo in un luogo o due; credo, per non haver potuto arrivare con la immaginativa sin dove il senso della vista vi si ricerca di necessità. Quando dal mio perpetuo infortunio mi sia conceduto, pregherò Sua Sig. Illust, a rimuovermi quel poco di ombra che mi offusca, perchè non vorrei rimaner privo di una chiara intelligenza di cose che io stimo essere acutissime e bellissime. In tanto, all’occasione, facciami gratia di ricordarmi a Sua Sig. Illust. servitore devotissimo, come anco all’Illust. Sig. Spinola. E qui la riverisco e con sincero affetto l. b. l. m.

 

 

 

3859*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 29 marzo 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 134. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.r P. Oss.mo

 

Dovendo esser in Firenze uno de’ nostri Padri, che si parte di Genova, ho risoluto di mandar a V. S. una scatola delle nostre paste di cotogno, delle quali ella mi ragionò mentre ero in Firenze. Gradisca V. S. nella piciolezza del dono il mio affetto, e mentre sono lontano mi conservi nella sua buona gratia.

Fatto Pasqua, spero di rivederla, e tra tanto non intermetto le osservazioni delle Medicee. E pregandola a far un baciamano in mio nome al P. Clemente([75]), a V. S. auguro dal Cielo ogni vera felicità.

 

Di Genova, adì 29 di Marzo 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3860**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 9 aprile 1639.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa la firma.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re, Sig.r Col.mo

 

Mi era intrata in capo un’ostinazione di non scrivere più a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma poi tanto che le potesse dar certezza dell’arrivo et ricapito della casseta dei libri, et anco rimetterli la penzioncella della rata di Marzo passato; ma la lettera delli 27 di Marzo del molto R. Padre Clemente di S. Carlo delle Scole Pie mi fa mutare pensiero. Le dico adunque che li libri([76]) non furono posti sopra il vasselo S. Giacomo([77]), che è gionto qui in porto, ma sopra il S. Marco, che si aspetta d’hora in hora; ma ogni aspettatione ha il suo disgusto, come in questa io l’ho grandissimo, ma conviene haver patienza. Anco il R.do Arisio([78]) mi va lento et con scuse: io però non cessarò di premere, benchè so che V. S. ha poco pensiero di queste bagatelle.

Sono stati qui ad honorarmi di visita due gentil’huomini virtuosissimi, grand’amici di V. Sig.ria, ma, in consequenza inffalibile, affettionati al Sig.r Galileo quanto virtuosi et fuori dell’ordinario intelligenti. Questi mi dissero che godeva la compagnia di V. S. il sudetto Padre: adonque esso ancora è ingegno confacevole con il Sig.r Galileo, per il qual rispetto io vorrei esser buono a prestarli qualche ossequio.

Qui non si parla più nè di scuoprimenti nè di occhiali nè di cosa alcuna, cosa invero strana et come li Gesuiti in cose tanto nuove habbino persa la favella. Perchè non corrispondono gl’occhi del corpo a quelli della mente di V. S., che a quest’hora havressimo infallibilmente discorsi che ci farebbono conoscere che li caratteri di questo libro dell’universo agl’altri sono zifre non intelligibili, ma a V. S. più che intelligibili? Io prego il Signore continuamente che le doni o meglioramento o patienza, come dalla sua gran virtù et dall’eccellente cognitione delle cose humane et divine da lei si può promettere chi la conosce. Io vivo con lei con la memoria continua et col desiderio che mi reputi, come veramente le sono, cordialissimo servitore; et con tal fine le bacio le mani.

 

Venetia, li 9 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o S.or

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3861.

 

FAMIANO MICHELINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 10 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 116. – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molto Ill. et Ecc.mo S.r e P.ron in Christo Col.mo

 

Il partirmi da V. S. molto Ill. et Ecc.ma insalutato hospite, come si suol dire, molte ne sono state le cagioni. Prima, il non voler io abusare la sua troppa gentilezza, che non harebbe comportato il lasciarmi partire per molto tempo, mentre il Ser.mo Principe Leopoldo mio Signore mi haveva mandato da lei per alcuni giorni; 2a, il non essermi parso ben fatto il valermi con troppa larghezza delle grazie fattemi dal Ser.mo Padrone, sapendo io massime l’eccessivo desiderio che S. A. ha di studiar sempre più e più; 3a, il considerare che la mia rozza conversazione non poteva se non cagionarle tedio e impedimenti alle sue contemplazioni e indisposizioni: oltre che l’esser restati d’accordo d’aspettare il P. Clemente([79]) sino al principio del giorno mi parve sufficiente licenza, benchè stiracchiata, massime havendo io aspettato fino a due hore di sole, non essendomi parso buona creanza nè carità destarla, se non per altro almanco per esser ella andata la sera a letto con gravissimi dolori di corpo. Queste et altre simili sarebbero le mie scuse appresso le persone non conosciute, ma appresso di lei, che mi ama oltre al merito d’assai e che sa benissimo che così dovevo fare, le stimo superflue; però passerò a cose più allegre.

Arrivai a Siena mercoledì mattina a 16 hore, con la solita infreddatura più tosto rincappellata, che punto digerita, per il vento e altri disagi del mio capriccioso viaggiare. Nel medesimo tempo feci riverenza al Ser.mo Padrone, il quale mi dimandò subito di V. S. molto Ill. et Ecc.ma con queste formate parole: Che è del nostro buon vecchio? E mi disse altre cose di tanta tenerezza verso della persona sua, che io, esaminando la mia coscienzia, ardirei ben di dire di amarla più d’ogni altro suo devoto servitore, ma non già più del Ser.mo Padrone, al quale dispiacque alquanto la mia partita senza essermi da lei licenziato; che però mi ha imposto più volte ch’io faccia mie scuse con lei, onde la prego a scrivermi in maniera ch’ella mostri restare sodisfatta.

Le do nuova come il Ser.mo Padrone ha fatto già il disegno per far fare l’istrumento da far occhiali lunghi, conforme alla istruzione che ne diede V. S. molto Ill. et Ecc.ma Harei alcuni altri particolari da scrivere, ma per esser l’hora tarda, e dovendo questa mia esser portata dall’Ill.mo Panciatici([80]), mio singolar Padrone, che se ne viene in costà domattina a buon’hora, mi riserbo il resto di scriverlo al P. Clemente, che poi gliene riferisca. Fra tanto veda se posso servirla in cos’alcuna qua, che mi troverà prontissimo ad ogni minimo cenno: con che facendole humilissima riverenza, le prego da Dio pienezza di grazie celesti in questi santi giorni di Passione. Deo Gratias.

 

Siena, 10 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

Indeg.mo et Obbligatiss.o Servo e Discep.o in Christo

Fran.co di S. Giuseppe.

 

 

 

3862.

 

FRANCESCO NICCOLINI ad ANDREA CIOLI [in Firenze].

Roma, 13 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 219. – Autografa la sottoscrizione.

 

Ill.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Con un corriero di Napoli, che passa a Milano, posso accusare a V. S. Ill.ma la ricevuta delle sue lettere de gl’8, 9 et 11, comparse qui hiersera con un altro straordinario di Monaco per Napoli. In risposta delle quali posso dirle per hora, che io sarò col P. Generale delle Scuole Pie([81]) per procurare al S.r Galileo Galilei la dovuta satisfatione, perchè possa valersi dell’aiuto del P. Clemente; ma il pernottare fuori del convento non si suole in questi tempi concedere a nessuno, e Dio voglia che anco il P. Generale lo possa fare senza la Congregatione. Non dico però niente di certo per hora, ma me n’informerò meglio, e mi v’impiegherò con tutti li spiriti per la giustizia della domanda….

 

 

 

3863.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 15 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 118. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho sentito gusto che le paste([82]) siano giunte ben conditionate, e spero fra pochi giorni d’esser anch’io a riverirla di presenza. Stimo che hormai poco mi manchi per haver in tutto emendato i moti delle Medicee, e crederò di portarne l’efemeridi de’ sei mesi futuri, che Giove si lascierà vedere. Mi conservi ella in tanto la sua buona gratia, e di cuore le bacio le mani, come fa il Sig.r Daniele([83]).

 

Di Genova, adì 15 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3864*.

 

[ANDREA CIOLI] a FRANCESCO NICCOLINI [in Roma].

Firenze, 15 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 221. – Minuta, non autografa.

 

All’Amb.r Niccolini.

15 Ap.le 1639.

 

Con l’ordinario per Francia et con uno estraordinario per Milano, comparsi insieme questa mattina, ho ricevuto lettere di V. E. degli 11, 12 et 13([84]), alle quali io anticipo di risponder sabito, per haver pronto quanto m’occorra per la prima occasione..

Attenderemo quel che sarà riuscito a V. E. a favore del S.r Galileo, et se costì voglino permettere che egli si possa valere dell’aiuto del P. Clemente delle Scuole Pie….

 

 

 

3865.

 

GIUSEPPE CALASANZIO a GIO. DOMENICO ROMANI in Firenze.

Roma, 16 aprile 1639.

 

Casa del noviziato delle Scuole Pie, detta del Pellegrino, presso Firenze. Lettere di S. Giuseppe Calasanzio. – Autografa.

 

…. E se per caso il Sig. Galileo dimandasse che qualche notte restasse là il P. Clemente([85]), V. R. glielo permetta; e Dio voglia che ne sappia cavare il profitto che doveria. Prego il Signore ci benedica tutti.

 

Di Roma, li 16 Aprile 1639.

 

P. Ministro. Firenze.

S.re nel Sig.re

Gioseppe della Madre di Dio.

 

 

 

3866.

 

FRANCESCO NICCOLINI ad [ANDREA CIOLI in Firenze].

Roma, 16 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 223. – Autografa la sottoscrizione.

 

Ill.mo Sig.re mio Oss.mo

 

Ho rappresentato al P. Generale delle Scuole Pie il desiderio del S.r Galileo Galilei circa al valersi del P. Clemente di S. Carlo, col farlo anche pernottare nella sua villa. Ma il P. Generale, doppo havermi rimostrato che il medesimo Padre ha pernottato più volte fuori di convento a instanza del medesimo S.r Galileo, ha procurato di rendermi capace che la licenza in scritto di poterlo fare di continuo non è concedibile, non tanto perchè è Padre giovine, come perchè questa introduttione è di cattivo esempio nella sua Religione, che professa osservanza grande delle sue constitutioni, e che i Padri più vecchi che sono costà se ne potrebbono lamentare; soggiugnendomi che hora vengono le giornate lunghe, e che quando non basti al S.r Galileo che il sudetto Padre si trasferisca alla sua villa una volta la settimana, può farlo chiamare o ordinarle che vi vada più spesso. Dice bene che se qualche volta bisognerà che vi pernotti, potrà farlo, come è seguito sin qui, ma che la continuatione di star fuori di convento a dormire non se li può permettere; et in questa conformità ne scrive questa medesima sera al suo Superiore di Firenze([86]), supplicando reverentemente S. A. a perdonarli se non l’obbidisce come si conosce tenuto, con speranza che l’A. S. dovrà compatirlo e concorrere più presto col suo sentimento, mentre repugna d’indurre un cattivo esempio nella sua Religione. Et le bacio le mani.

 

Roma, 16 Ap.le 1639.

Di V. S. Ill.ma

Obl.mo Ser.re

Franc.o Niccolini.

 

 

 

3867*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 17 aprile 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta. Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 145. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Con questo benedetto tramesso o casseta che s’aspetta, il Sig.r Giusti([87]) libraro mi pare quell’Hercole negl’arrazzi, che sempre sta in ferir colla clava et mai fa colpo: ogni giorno mi dà speranza che dimani giongerà il S. Marco in porto, et mai ci arriva; et me ne struggo, perchè conosco la ragione, il desiderio et il giusto lamento di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma in questa aspettatione. Ma io non posso far altro.

Il prete Arrisio questa volta ha mantenuto la parola, et mi ha mandata la rata di Marzo passato; sì che mi trovo nelle mani, di ragione di V. S., piastre o scudi d’argento 15 et soldi dieci, che fanno li scudi 20 di lire 140, et oltre di ciò altri scudi 10 che già mi restorno, che V. S. non ne ha disposto: per il che commandi quello che se ne debba fare. Così vorrei poterla servire in cosa che fosse di suo gusto, et non in queste minuccie, che so che ella, intenta a cose maggiori, poco le cura.

Io sono stato dieci giorni a prender aria in villa, et me ne ritorno alla città senza curiosità delle cose del mondo. Una sola mi sarebbe di grandissimo sollevo, l’intendere qualche miglioramento di V. S. Ecc.ma, e particolarmente nel corpo: che quanto all’animo so che ha quella sanità et virtù maggiore che possi provenire da perfetta cognitione delle cose humane; ma so però certo che ogn’huomo è huomo, et constando di corpo et d’anima, li beni et mali di una parte si comunicano all’altra. Dio Nostro Signore la consoli, come instantemente Lo prego: et a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma bacio le mani, come anco a quel degno Padre delle Scole Pie([88]), delle cui singolari qualità il godere la compagnia di V. S. mi è più che mille testes.

 

Ven.a, li 17 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Galileo Galileo.

Firenze.

 

 

 

3868*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GIANNANTONIO ROCCA [in Reggio].

Bologna, 18 aprile 1639.

 

Dalle pag. 128-129 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 3053.

 

…. Quanto al libro o Dialoghi del moto del Sig. Galileo, non l’ho ancora visto: dicono che se ne vendino in Roma, ed alcuni amici miei in Milano l’hanno fatto venire da Parigi.

Ho ricevuto poco fa un’operetta di un Sig. Gio. Battista Baliani Genovese, intitolata De motu naturali, gravium solidorum([89]), dove vi sono molte cose, credo io, inventate dal Sig. Galileo e che si vedranno in qnest’ultimo Dialogo. Io non l’ho ancora visto con diligenza, ma nelle supposizioni che fa pare che vi sia in una parte qualche difficoltà a concederle. Lui le suppone provate da Simone Stevinio([90]) e dal Sig. Galileo. V. S. ne procuri uno da Milano, dove ve ne sono; lo vegga, e mi favorisca poi di scrivermene il suo parere….

 

 

 

3869*.

 

ANDREA CIOLI a FRANCESCO NICCOLINI [in Roma].

[Firenze], 19 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. II, car. 225 – Minuta, non autografa.

 

…. Mi servirò bene di questa occasione per accusare a V. E. le sue de’ 16([91]), state sentite da S. A. questa sera con tutto quello che vi era dentro….

Quel che ha risposto il Padre Generale delle Squole Pie([92]) in proposito del Padre Clemente di S. Carlo, potrà bastare per quel che si desiderava….

 

 

 

3870**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 22 aprile 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 206. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Rendo a V. S. quelle maggiori grazie che io posso dell’ulive e de’ vini esquisitissimi, che m’hanno aiutato la digestione de’ cibi quadragesimali di tal maniera, che io non ho sentito alcuna molestia, come ordinariamente soglio innanzi che io mi conduca a Pasqua; onde sono tanto maggiormente obligato a V. S. Non rimando i fiaschi e la bombola, perchè manderò ogni cosa insieme, quando averò voto l’alberello.

M’è pervenuto un capretto, che mi pare assai grasso e tenero; e stimandolo proporzionato a’ denti e a lo stomaco di V. S. glie ne mando, che lo goda per mio amore, con l’ultime reliquie d’alcune poche frutte che io volevo conservare. Al principio di Maggio comincerò a mandare le legne, e prima se mi accennerà di averne bisogno; mentre, restando sempre con maggior desiderio di potermi impiegare in servizio di V. S., gli prego dal Cielo nelle prossime Feste, e in molte apresso, continuata felicità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 22 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo o Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3871*.

 

GIO. GIACOMO BOUCHARD a VINCENZO CAPPONI [in Firenze].

Roma, 23 aprile 1639.

 

Collezione Galileiana nella Torre del Gallo presso Firenze. – Autografa.

 

…. si degni, in quanto potrà, procurarmela, sì come anco le memorie intorno la persona e fatti del S.r Galileo; le cui ultime opere de motu etc. vengono qui ammirate, per non dire adorate, e mi hanno tanto maggiormente accesa la voglia di servirlo in quello che io già le scrissi([93])….

 

 

 

3872*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 30 aprile 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 146. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

 

Quando è piacciuto a Dio, è pur arrivata questa benedetta nave S. Marco, nella quale sono li Dialoghi novamente stanpati di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma; ma per ancora non essendo estratti dalla dogana, non li ho potuti havere. Subito che li recuperi, farò consegnar il tramesso in casa dell’Ecc.mo Sig.r Residente([94]), il quale però è partito questa mattina per Fiorenza, et V. S. le potrà dir una parola, se bene credo haverà lasciato ordine al suo secretario.

Il Signor Pietro Linder, un Alemano affettionatissimo di V. S. e che ha gran gusto delle cose sue, mi ha detto di havere un discorso di V. S. sopra il meglioramento fatto in Napoli del suo canochiale e sopra le nove osservationi fatte delle cose celesti([95]). Mi ha anco promesso farmelo vedere. Apena li credo che così sia, perchè mi pare impossibile che V. S., che sa che io adoro, per così dire, le cose sue come l’auttore, non me n’havesse fatto dar nelle lettere un moto. Ma se me lo lasciarà vedere, son sicuro che dai primi versi conoscerò se è opera di V. S. o d’altri. Et qui, pregandoli dal Signore Dio, con tutta l’instanza e desiderio, meglioramento et pacienza, le bacio le mani.

 

Ven.a, li 30 Aprile 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Devot.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Galileo Galileo.

Firenze.

 

 

 

3873**.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 4 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 120-121. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

De’ quindici giorni che dura la fiera, i primi otto sono frustratorii, perchè non ci capita nulla affatto; e perchè lo stendardo si messe domenica passata, per tutta questa settimana non si è visto nè si vedrà nulla. Domenica prossima si comincierà a negoziare. Voglio inferire che per istasera non posso mandare a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma saggio di materia alcuna di questo anno, cioè della presente fiera. Ma posso in ogni modo generalmente avvisare, prima, per quel che appartiene a’ servitori, come delle perpetuane ce ne dovranno venire di tutti i colori, alcune di larghezza d’un braccio scarso, tenute in prezzo di un testone il braccio, alcune altre di larghezza di un braccio e mezo, in prezzo di 26 crazie il braccio. Ma io ci soglio veder comparire certa roba che chiamano calis di Lione, largo manco un dito di un braccio, che la rivendon poi a minuto questi fondachi circa 22 soldi; ma a torne una pezza intera da i mercanti franzesi, mi riuscì l’anno passato l’haverla per cinque pezze, e tirò cir[ca] 29 braccia, come sogliono tutte l’altre. Di questa materia ne mando a V. S. un saggio di color turchino, ma ci sarà poi di qualsivoglia colore.

Per la fanciulletta, ci sarebbe certa materia a opere, di lana et accia, di diverso fiorame; è vistosa, ma forse sarà troppo grave. La larghezza è duo terzi di braccio, il prezzo è duo giuli. Ne mando tre mostre, ma ce ne saranno di molte altre sorte.

Ci vengono certe saie imperiali di tutti i colori; son larghe braccia 1½, e in prezzo di tre lire il braccio; ma non ho potuto haverne il saggio. Insomma mercoledì prossimo V. S. sarà avvisata puntualmente, se già ella non mi mandassi sabato qualche risoluzione; che se io dovrò aspettare alla risoluzione di sabato a otto, non potrò leggerla se non la domenica sera del dì 15, che è l’ultimo giorno della fiera. Ben è vero, che havendo V. S. bisogno di poche braccia, e in conseguenza di comprare a minuto, tanto la potrò servire quattro o sei dì doppo la fiera, che tutti questi fondachi saranno riforniti; e in tanto V. S. harà commodo di far vedere alla fanciulla più saggi e significarmi il suo gusto. Questo è quanto per hora posso dirle.

Il mio ritorno, tanto da lei desiderato è da me parimente desideratissimo, perchè desideratissima è da me la presenza di V. S., sì come sempre scolpita la porto nel cuore con infinita devozione. Il mio partire sarà da me affrettato, cioè non prolungato, ma non anticipato, perchè il zelo del Sig.r Auditore([96]) non lo comporta. Resto in tanto con risalutar V. S. Ecc.ma duplicatamente in nome di Monsig.r Saracini([97]) e del Sig.r Dottor Marsilii([98]); et io reverentemente le bacio le mani e con tutto l’animo le prego da Dio felicità.

 

Pisa, 4 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.re

Dino Peri.

 

 

 

3874**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 5 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 207. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Credo sia stata condotta una catasta di legne, che costa lire trentuna e mezo; e per il portatore della presente lettera mando staia sei di farina, che con poliza e vettura costa lire ventiuna. Ho mandato anche il panicho; ma non credo già che ancora sia stato portato, se bene credo che non sia per indugiare. Tra pochi giorni, quando sarà tempo più opportuno, manderò i marzolini; e poi che per tutta la prossima settimana mi bisogna patire il desiderio di venire in persona a reverire V. S., la suplico in tanto a onorarmi con i suoi comandi, se mi conosce atto a poterla servire in cosa alcuna, mentre co ‘l fine, pregandoli dal Cielo intera prosperità, gli faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 5 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3875**.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 11 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 122-123. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Mi riuscirà questo anno ancora l’havere una di quelle pezze di calis di Lione, come l’anno passato, per il prezzo di cinque pezze, e mi conterrò ne’ colori significatimi da V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, col trascerre ancora delle migliori. Non ho hauto tempo a sufficienza di fare tale scelta a mio modo, ma si assicuri che sarà servita e bene.

Calzette di Francia vengono di stame, ma delle piccole non ne ho ancor trovate. Vedrò le botteghe tutte affatto, per fare il possibile. Di filaticcio non ne ho ancor trovate, nè grande nè piccole, in questi mercanti forestieri. Di quelle di Pisa non ne tratto, per essere care e cattive.

Quanto alle perpetuane di larghezza d’un braccio e mezo, sono questo anno tenute per l’ultimo prezzo in crazie 26 il braccio, sendocene più carestia dell’anno passato, che si hebbero a tre giuli. Ce ne sono delle mistie, e ce ne sono di tutti i colori, sì che mi par superfluo il mandare i saggi, perchè basta che chi si ha da contentare dica Voglio il tal colore, e io la provvederò, e scerrò delle migliori. Con tutto ciò volevo mandare i saggi ancora di dimolte, ma perchè questi fondachi sono ancora in fiera, dove pretendono o sperano di vender tuttavia a pezze intere, non le vogliono scucire per tagliarne saggio; e un pochino, che ciondola rasente un marchio di piombo, e di colore imbrattato, dico malamente il vero. Gne ne mando non di meno quattro saggi, staccati donde meglio si è potuto con gran diligenza.

Quanto alla nipotina, la roba fiorita ch’io le mandai, non mi parve e non mi pare veramente a proposito, per esser roba grossa troppo, ancorchè vistosa; e della più fine, di tal materia, non ne è comparsa; anzi che quella che ci si vede, che è tutta grossa, è dell’anno passato. La mostra che mi ha mandato V. S. è durante, ma del più fine e bello ch’io habbia visto a’ miei dì. Ce ne è venuto a Pisa, ma poco; ma non ci ho visto ancor colori che mi dieno tanta sodisfazione a un pezzo, e, quel che più importa, sono più grossi. Ne volevo mandar qualche saggio a V. S., ma son pezze intere cucite, che non le vogliono toccare di niente, e non ne ciondola marchio nè racimolo alcuno, sì che sin finita la fiera non posso ottenerne alcuna mostra. Avviso bene a V. S. che questi duranti, sì come certi mucaiardi stampati, vengono di Fiandra, e che tal volta in Firenze si hanno a miglior mercato che qua. Il prezzo di questi colorati a opere, l’ultimo sarà qua 26 crazie. Intenderà se le mette conto etc., e se può haverne del fine, conforme a quello di che ella mi ha mandato la mostra e che io qua sono fuor di speranza di trovarne questo anno. E tutto quello che poi V. S. mi comanderà esequirò con ogni diligenza e con ogni affetto; ch’io sarò sempre tutto in tutte le cose, e minime e grandi, dove io habbia a servire il mio riveritissimo et adoratissimo Sig.r Galileo, al quale per fine bacio devotamente le mani.

 

Pisa, 11 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.e

Dino Peri.

 

 

 

3876*.

 

GIO. MICHELE PIERUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 13 maggio 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 51. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Le resto con molto obligo per l’honore che ricevo dalla sua gentilissima, e della solita benevolenza che per sua benignità mi conserva. Subito ricevuta la sua lettera, andai dallo speziale dell’Angiolo, quale subito che sentì parlar di lei, mostrò un’allegrezza e contento inesplicabile, con segni di grand’affetto, ramentandosi d’ogni cosa che gli seguì con lei quand’ella era qua, fino di quando mangiavano le fragole insieme, mettendo ella le fragole e lui il zucchero, essendo le fragole in quel tempo delizia preziosa e rara. Mi dice che ha sempre continuato e continua a preparar l’aloè col sugo di rose, con la medesima et anco più esatta diligenza, ma che adesso non n’ha se non del vecchio, cioè preparato dell’anno passato, e che hora appunto comincierà a prepararne di nuovo nella raccolta delle nuove rose. Ho voluto non di meno mandarle un poco di questo che egli si ritrova di presente, ridotto in pillole piccole conforme al solito, del quale egli non mi ha voluto dar più d’un’oncia, dicendomi che questo per adesso le servirà, e che poi, subito che haverà preparato il nuovo, me ne darà quant’ella ne vorrà, e che per amor suo vuol usare nella presente nuova preparazione la maggior diligenza che v’habbi mai usata. M’ha imposto a più riprese ch’io la riverisca con tutto l’affetto (sì come fo) in suo nome, ringraziandola che ella tenga memoria di lui.

La presente lettera et alligata scatoletta con le dette pillole d’aloè gliene mando per via de’ giovani di casa dell’Ill.mo Sig.r Residente Rinuccini, quale adesso si ritrova costà in Firenze.

Domani qua sarà l’ultima lezzione di quest’anno, per quanto si dice da questi Sig.ri dottori e scolari, sì che, per grazia di Dio, haverò finito il mio noviziato in questo Studio, con molta mia sodisfazione e contento, e potrò adesso studiare a mio modo e con intera libertà.

La memoria di V. S. Ecc.ma in queste parti è freschissima appresso tutti, et il suo nome e la sua fama è stimata e riverita in sommo grado; et io ricevo per tutti i versi congratulazioni d’haver havuto fortuna d’esser tra’ suoi servitori e d’esser fatto partecipe della sua benevolenza et anco, in qualche parte, della sua dottrina e de’ suoi documenti: così havessi io potuto non attender ad altro, e lasciar la legge da banda, come volentieri l’haverei fatto! Ma Dio ha voluto così, e, come dice il Sig.r Scioppio([99]), la legge mi dà la pagnotta, e per questa via della lettura non mi impedisce il poter ancor attendere ad altri studi più nobili, e particolarmente nella via e dottrina di V. S. Ecc.ma, sì come procuro di fare, benchè con passo di testuggine e molte volte interrotto.

Il Sig.r Scioppio la riverisce con sviscerato affetto e l’ama cordialissimamente, acclamandola lo splendore del nostro secolo. Io poi le vivo devotissimo, affezzionatissimo et obligatissimo quanto mai si puol essere, e come tale le fo umile reverenza e le prego da Dio ogni bene.

 

Padova, li 13 Maggio 1639.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo et Obl.mo Vero Ser.re

Gio. Michele Pierucci.

 

 

 

3877**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 24 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 136. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevo favore singolare dalla gratissima sua, mentre prima mi dà nuova del suo vivere men noioso dell’ordinario, et insieme mi dà occasione d’impiegarmi ne’ suoi commandi. Io procurarò a tutto mio potere ch’ella resti servita delle 12 mortadelle per Mons.r Ill.mo di Siena, meglio che non fu l’altra volta, perchè mi servirò d’altri, che ne havranno più prattica: perciò scriva pure a chi le ho da consignare, che subito lo farò. Quanto poi al mio venire costà, Iddio lo sa se io ci verrei più volentieri che in alcun altro luogo del mondo, ma il mio male non me lo permette, oltre a molte altre occupationi. Li mandarò poi anco insieme una copia della mia operetta([100]), quale potrà far vedere al Sig.r Dino, al quale pure glie ne farò parte, quando ne habbi gusto: ma ella è robba tutta calculatoria, e credo che V. S. Ecc.ma ne restarà più tosto scandalizata che altro. Ma la conditione del luogo e del tempo mi ha necessitato a fare di questa robba.

Farò le sue raccomandationi all’Ecc.mo Sig.r Liceti, e li ricordarò del libro delle pietre lucifere([101]).

Non ho anco havuto gratia di poter vedere il suo libro del moto. Ho ben visto quello del Sig.r Balliani([102]), il quale cita pure la Mechanica di V. S. Ecc.ma e fabrica sopra li suoi fondamenti, nè mi pare ch’egli proceda male; tuttavia l’ho letto così in fretta: lo leggerò più attentamente, e poi gliene dirò più distintamente ciò che me ne pare. Intanto la riverisco con tutt’il cuore, e li prego quella consolatione e felicità d’animo ch’io desidero per me e che sola è atta a prolungarci la vita; e li bacio affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 24 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.o Ser.e e Dis.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

Ad Arcetri.

 

 

 

3878**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 24 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 208. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Credo che sieno state condotte costì sino adesso n.° 190 fascine, e questa mattina ne mando altre 90, che in tutto saranno n.° 280. Mando anche n.° dieci caci, che a cinque crazie la libra costano lire undici.

Intesi dal P. Clemente, con molto mio disgusto, come V. S. era travagliata crudelmente da’ soliti dolori: piaccia a Dio che io senta adesso qualche nuova della sua intera salute, mentre co ‘l fine affettuosamente la reverisco.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 24 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3879**.

 

VINCENZO RENIERI a CLEMENTE SETTIMI [in Firenze].

Genova, 27 maggio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIV, car. 72. – Autografa.

 

Molto Ill.re e molto R. P. in Christo Oss.mo

 

Non ha occasione alcuna la P. V. molto R. d’accusar mancamento alcuno per non haver potuto attendere alla correzione del mio libro([103]), non havendo ella in ciò altr’obbligo che quello che le ne poteva far credere la sua cortesia; perciò sono superflue meco le scuse.

Io pensava d’esser, subito fatto Pasqua, in Fiorenza: ma mentre era apunto per partire, mi sopravenne la febre, che con alcuni termini di terzana non ha mancato di farmi dubitare; e benchè, per gratia di Dio, sia libero afatto, per ogni modo non sono in istato di poter fidarmi di viaggiare prima de’ freschi. Tanto la suplico di far intendere al Sig.r Galileo: al quale potrà sogiungere che dalle osservazioni fatte, e che da pochi giorni in qua ho di nuovo incominciate, spero d’haver agiustato assai bene il moto delle Medicee; ma che ogni volta più mi confermo che questo moto del primo mobile che è stimato tanto uniforme, habbia qualche alteratione, non essendo possibile che nel moto de’ Pianeti Medicei siano le variationi che talhora vi scorgo di due o tre gradi, massime in questo tempo che la prostapheresi dell’orbe è pochissima. Et al’uno e l’altro, perchè la testa non mi regge molto, bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, adì 27 di Maggio 1639.

Di V. P. molto Ill.re e molto R.

P. Clemente.

Aff.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3880*.

 

FERDINANDO BARDI a [GALILEO in Arcetri].

Parigi, 28 maggio 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXIV, n.° 121. – Autografe la data e la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r, mio Sig.r Oss.mo

 

Stimerò sempre a mia gran fortuna quando V. S. si compiacerà di comandarmi; e perchè l’occasioni non si presentano, e la mia poca abilità non mi permette di poterla servire in cose maggiori, godo almeno d’essere impiegato da lei nelle piccole, servendomi questo, se non per altro, per esser conservato nella sua memoria. Non mancai di dar subito recapito alla lettera per il Sig.r Deodati, quale dovrà per altra strada havergli fatto risposta.

Spesso facciamo commemorazione di V. S. il Sig.r Grozio, Imbasciatore di Svezia, et io; e veramente questo virtuosissimo personaggio stima quanto conviene la sua persona e valore. Morì il povero Padre Campanella, che ancora egli era suo gran parziale, come son generalmente tutti quelli che son disappassionati e intendenti. Piaccia a Dio di conservarcela ancor lungo tempo per ornamento della nostra patria, mentre io le bacio con tutto l’affetto le mani.

 

Parigi, 28 Maggio 1639.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo Ser.re

Ferdinando Bardi.

 

 

 

3881**.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 1° giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 124. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

Ricevo la cortesissima lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma de’ 27 di Maggio. A i ringraziamenti di che ella mi honora rendo io grazie infinite, e le resto maggiormente obligato, se maggiore può esser l’obligo ch’io professo al favorirmi ella de’ suoi comandamenti.

Mi dispiace in estremo la pertinacia delle sue doglie, e vorrei in qualche maniera potere sollevar V. S. da esse e da qualunque altro travaglio.

Il mio ritomo costà sarà subito ch’io possa esser licenziato, e si spera questo anno che la libertà sarà data a’ 9 o a’ 10 del presente, sì che io, se questo sortisce, farò a Firenze la Pasqua della Pentecoste. In tanto ringrazio V. S. del felice viaggio che ella mi desidera, e sto ancor io numerando i giorni e le hore del mio ritorno, per consolarmi con la sua presenza e fruttuosissima conversazione.

Il Sig.r Marsilii mi par d’intendere che sia fuor di Pisa, non so se a Livorno; ma V. S. si tenga risalutato con affettuosi saluti e duplicati. Il Signor Iddio la conservi e le conceda prosperità.

 

Pisa, p.o Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.e

Dino Peri.

 

 

 

3882.

 

GIO. MICHELE PIERUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 3 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 128-129. – Autografa.

 

Molt’Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Ho fatto le sue raccomandazioni allo spezial dell’Angelo([104]), al quale son state carissime, et egli la riverisce con tutto l’affetto; e tra tanto tira innanzi con somma diligenza la preparazione dell’aloè, la quale però sarà un poco lunga, cioè ancora per due mesi, havendo bisogno di tutti i soli dell’estate per purgare e lavar bene l’aloè col sugo di rose. Subito finita la detta preparazione, sarà mia cura mandarne le due oncie a V. S. molt’Ill. et Ecc.ma, sicome di sodisfar lo speziale, come ho fatto dell’oncia mandata, la quale per questo tempo della nuova preparazione credo che le basterà; e caso non bastasse, non ci va altro che darmene un cenno, che subito da me sarà servita di quanto occorrerà.

Veramente provo ancor io che ancora qua le fragole son squisite, e mi preparo a godere ancora le zatte, tanto lodate da V. S. Ecc.ma, il cui purgatissimo gusto so che è superiore a quel d’ogn’altro; però a quello in tutto e per tutto mi deferisco, e n’aspetto con ghiotto desiderio il tempo opportuno.

È parimente verissimo che qua i frutti di Bacco e di Pallade non arrivano di gran lunga a cotesti di Toscana, perchè qua Bacco ama troppo le Naiadi, e Pallade diffonde troppa sapienza. Io però mi son provvisto in maniera, che non m’accorgo d’essermi partito di Toscana, havendomi fatto condurre il vino di Vicenza, quale m’è riuscito molto saporito e spiritoso, e l’olio l’ho provvisto a Venezia da un mercante che v’è di Pisa, amico mio, quale me n’ha dato una quantità per tutto l’anno, tanto dolce e delicato che ‘l butirro ne perde; sì che per hora le cose non mi vanno male, e spero meglio per l’avvenire, perchè sempre anderò pigliando maggior pratica del paese.

Il Sig.r Scioppio continuamente scrive, et ha già finito più d’ottanta opere da dar fuori, et hora n’ha una alle mani di gran considerazione, che è l’interpretazione di tutta la Sacra Scrittura, quale assicuro V. S. Ecc.ma che sarà un’opera tremenda; et io ho questa fortuna, che di giorno in giorno che la va facendo, me la legge o dà a legger tutta. Non ha però stipendio alcuno da’ Veneziani, perchè egli non ne vuol da nessuno, ma vive del suo e d’alcune pensioni che ha, e sta molto commodamente. Ha eletto questo paese, perchè dice trovarvi la miglior aria per la sua complessione che egli habbia mai provato in luogo del mondo, et anco per la libertà e quiete che vi si gode, insieme con la comodità delle corrispondenze da tutte le parti d’Europa. Egli con tutto l’affetto riverisce V. S. Ecc.ma, e la ringrazia ch’ella conservi memoria di lui.

Havemmo le vacanze al tempo che le scrissi, et hora posso dir con verità e per prova che qua i lettori nella lor professione son padroni, et a Pisa son schiavi. Mi duole di non haver compagno di queste felicità ancora l’Ecc.mo Sig.r D.r Peri, sì come ci vorrei poter haver tutti gli amici; ma spero in Dio che haverò una volta ancor questa fortuna: e veramente qua ci sarebbe bisogno d’un par suo, perchè la matematica è per terra, e l’Ecc.mo Sig.r Argoli non attende ad altro che a far delle natività, e di matematica non c’è pur uno scolare. Crederò che a quest’hora il Sig.r Peri sarà in Firenze, che però supplico V. S. Ecc.ma a riverirlo caramente in mio nome.

L’Ill.mo Sig.r Rinuccini, Residente qua per il nostro Ser.mo Gran Duca, è signore di tanta gentilezza e cortesia, che dispensa i suoi favori e le sue grazie anco con chi non ha merito alcuno, sì come ha fatto meco in molta copia nel tempo che son stato a Venezia in casa sua, dove io ho contratto tanti oblighi e tanta servitù con questo Signore, che gli sarò perpetuamente schiavo et amerò sempre svisceratamente il suo nobile ingegno e le sue rare virtù.

Ho inteso che a Venezia sono arrivate d’Olanda l’opere di V. S. Ecc.ma, che però ho dato ordine ad alcuni miei scolari, che vi sono andati, che me le portino, e l’aspetto domani o l’altro; e ringrazio Dio che pur una volta potrò pascermi pienamente l’animo di vivande tanto nobili e singolari e tanto da me desiderate, con pregar sempre S. D. M. che ci conservi lungamente l’autore: mentre con tal desiderio le rassegno la mia devotissima et obligata servitù e le fo affettuosissima reverenza.

 

Di Padova, li 3 di Giugno 1639.

Di V. S. molt’Ill. et Ecc.ma

Devot.mo et Obl.mo Vero Ser.re

Gio. Michele Pierucci.

 

L’Ill.mo et Ecc.mo Sig.r Cav.r Aloisio Valaresso, uno de i Riformatori di questo Studio, questa sera m’ha imposto che da sua parte baci affettuosamente le mani a V. S. Ecc.ma, sì come fo, attestandole che questo Signore l’ama cordialissimamente e la stima, come veramente è, per la fenice del nostro secolo.

 

 

 

3883*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 4 giugno 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 147. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mi do a credere che a quest’hora haverà V. S. molto Ill.re et Ecc.ma ricevuto il pachetto con li suoi Dialoghi, venuti dall’Elziviro. Io non ho voluto che sia mosso, se bene quel stampatore, contro ogni debito almeno di civiltà, non me ne ha mandato pur uno; ma havendone mandato un simile invoglio al Sig.r Giusti([105]), me ne sono provisto di due, uno per l’Ill.mo Sig.r Comissario Antonino([106]), l’altro per me. Mi duole non ne potere regalar di uno il P. Cavaglieri suo, lettore in Bologna; ma tengo per fermo che V. S. ne lo favorirà.

Ho consegnato con questa lettera all’agente qui per l’Ecc.mo Sig.r Residente Rinutini([107]) piastre vintidue et tre quarti, residuo delle sue pensioncelle, da quali mi è convenuto detrare scudi tre, che il Giusti dice haver spesi nel porto del sudetto invoglio per la parte di V. S. Quanto alli pieghi mandati da Leidem, non si è speso cosa alcuna, perchè io li feci capitare col mezzo del nostro Sig.r Ambasciatore([108]).

Ho veduta copia di una lettera, pare scritta da V. S., circa il canochiale Napolitano et li nuovi scoprimenti([109]); et creddo così sia, perchè non fa altro discorso se non che quell’occhiale aggrandisce, ma però per quello non si è osservata cosa di nuovo. E veramente è così, e pare che fosse riservato lo scoprire le novità a V. S.; onde è deplorabile da tutti li virtuosi la sua infirmità, et io gli confesso che uno de’ maggiori dispiaceri che io senta è questo, che nasce principalmente dall’amore che le porto singolare, di poi anco dall’interesse, che non spero di potere più nella mia vita ricevere il gusto che incomparabile ricevevo dalle sue speculationi et osservationi. Prego con tutto il cuore Dio che la consoli o col dono della sanità o della pacienza, et gli bacio con tutto l’affetto le mani.

 

Di Venetia, il dì 4 Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

 

Con scudi d’argento vintidoi et tre quarti.

 

 

 

3884.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 7 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 130-131. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Essendo stato fuori di Roma un mese al nostro capitolo generale, ritornato con buona salute, ho ritrovate due lettere di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, le quali mi sono state carissime, come ella si può imaginare. È vero che e, prima del mio partire di Roma, dal Sig.r Benedetto Landucci e dal Sig.r Piovano Scalandroni([110]) ho intese nuove di lei, e tali che mi hanno consolato tutto: ho lacrimato di tenerezza, perchè i sodetti Signori mi hanno scritte le puntuali parole da V. S. pronunziate, le quali non possono venire se non da altissima banda. Sia benedetto sempre il nostro Salvatore Giesù Christo, il quale ci chiama in diverse hore del giorno, e per Sua infinita misericordia ci dà la mercede di tutta la giornata, ancorchè il lavoriero nostro sia stato solamente nell’ultima hora. Sopra il tutto mi piace che V. S. prenda il buono essempio, e veramente maraviglioso, della nostra cara e veneranda Madre Suor Elisabetta, la quale non ha altro gusto che imitare continovamente il suo amato sposo Giesù Christo, e trionfa gloriosamente con le croci dei travaglii, meritando ricevere grazie da Dio segnalatissime. Ella se ne sta come oro finissimo nella fornace; e se bene le cose sue vanno segretissime, con tutto ciò il splendore delle sue virtù è tale, che continovamente si sentono cose di infinita maraviglia. Una sola voglio che mi basti mettere in carta, la quale dà che dire a tutta Roma; prego però V. S. riceverla con ogni circonspezzione, senza dar loco alle nostre passioni, ma lodi Dio nelle Sue grandezze, e Lo preghi instantemente con ogni carità che habbia misericordia dei peccatori, e di me in particolare, miserabile sopra tutti.

Deve V. S. havere inteso che è morto di goccia il Rev.mo Padre Maestro di Sacro Palazzo([111]): hora sappia che tre anni sono questo Padre apparve in sogno a Suor Elisabetta, attraversato alla bocca di una sepoltura in atto di cascarci dentro, ed essa Suor Elisabetta porgendogli la mano l’aiutò da quel pericolo; e dopo raccontando il sogno al Rev.mo Padre Marino, Segretario della Congregazione dell’Indice e suo Padre spirituale, li disse che un’altra volta non sarebbe riuscita la cosa nel medesimo modo. Di lì a pochi giorni il sodetto Padre Mostro incorse in una gravissima infermità con pericolo della vita, ed essendosi raccomandato alle orazioni di Suor Elisabetta, fu in pochi giorni ridotto in buona salute; e Suor Elisabetta disse prima che il Padre Mostro non sarebbe morto, ma che sarebbe stato averso e contrario alle cose di Suor Elisabetta, e che poi si dovesse guardare alla seconda volta, che non l’haverebbe campata. Simili parole la medesima Suor Elisabetta ha replicate più volte con diverse occasioni, a segno tale che io ancora tenevo per sicurissimo che in breve il sodetto Padre sarebbe morto; e più volte ne ho ragionato con amici e con alcuni Signori e Padroni, ed in particolare più e più volte con Mons.re Cesarini([112]), al quale pochi giorni avanti la mia partenza di Roma, incontrando noi il Padre Mostro e contrapassatolo, dissi a Monsignore: Io non vorrei essere nel stato del Padre Mostro. Hora è seguito che il giorno 31 di Maggio prossimo passato, la mattina intorno alle X hore e mezza, il medesimo Padre Mostro ha resa l’anima al suo Creatore; nel qual giorno per a punto tre anni avanti il sodetto Padre haveva fatta una gagliarda ed aspra riprensione a Suor Elisabetta nella chiesa della Minerva, trattandola da indemonia[ta] etc. In questo caso sono seguiti diversi particolari, che io non voglio stendere in carta, ma sono di gran considerazione. Ho però inteso che ha fatta una morte honoratissima e da buon religioso, in modo che si può sperare che Dio habbia hauto misericordia di quell’anima; la qual cosa piamente viene creduta tanto più da quelli che hanno intrinseca cognizione di Suor Elisabetta, quanto che questa buona serva di Dio, nel tempo che il Padre Mostro è stato infermo, essa ancora è stata travagliatissima, e tengono che habbia patito, conforme al suo solito, per impetrare la sollevazione e la salute dell’anima del Padre, effetto della sua ardentissima carità.

Per tanto replico che godo grandemente che V. S. stia rimessa nella santa volontà di Dio e sopporti con pacienza i suoi travaglii, e li ricordo che chi non ha croci non è christiano. È ben vero che due furono le croci laterali a quella del nostro Salvatore Giesù Christo; in tutte dua furono crocefissi due ladri; ma uno bestemmiò, e l’altro confessò generosamente Nos quidem digna patimur, e meritò la gloria del Paradiso, e l’altro restò dannato. Io haverei molte cose da dire, ma so che ho da fare col più nobile intelletto che si trovi, e che intende molto meglio di me il buono ed il bello; però non andarò più avanti in questo particolare, riserbandomi, se piacerà a Dio, dire molte cose a bocca, come spero: e questa mattina l’Em.mo Sig.r Card.l Padrone mi ha dato buona intenzione di impetrarmi licenza che io possa venire a Firenze; e all’hora spenderemo molto tempo in questi discorsi, i quali soli sono necessarii alla nostra salute: e in tanto non manco, nè mancarò ogni giorno, ed in particolare nella Santa Messa, pregare Dio che ci conceda la Sua santa grazia.

Quanto a’ suoi interessi particolari, li dico che non ho cosa che mi prema più, e non sono fuori di speranza in Dio di operare qualche cosa di buono; ma ci bisogna grande cautela nel negoziare, essendo il negozio pieno di traversie. Quando vedrà il Sig.r Landucci, me li ricordi servitore. Da Perugia mandai per il Rev.mo Padre Abate di Badia a V. S. alcune devozioni per lei e per tutta casa sua, e per Pierino in particolare: credo le haverà a quest’hora riceute, che siino in salute dell’anime di tutti, acciò tutti uniti in carità possiamo godere la felicità etema. Bacio caramente le mani al Padre Clemente, ed a V. S. fo profonda riverenza, abbracciandola caramente. Mons.r Cesarini li bacia le mani.

 

Roma, il 7° di Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

 

Vado distendendo certa specolazioncella che ho fatta in Perugia intorno alle cose del lago Trasimeno; quando l’haverò finita, gli ne mandarò la copia. Hora ho riceuta l’ultima di V. S.; e quanto alle medaglie mandate, sappia che hanno la benedizione straordinaria, che è la maggiore che conceda Nostro Signore.

 

 

S.r Gal.o

Devotiss.o Ser.re e Discepolo Oblig.mo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Fil.o del Ser.mo Gr. D. di Toscana.

Firenze.

 

 

 

3885**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 7 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 138. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma per la condotta([113]) delli Mag.ci Pier Maria e Cesare Landi una cassetta di 14 mortadelle, con uno delli miei libri ultimamente stampati([114]), quale prego a voler mostrare al Sig.r Peri ancora, e se li piacerà liene mandarò poi uno a lui ancora. Ho cercato con diligenza che resti servita, essendosi prese esse mortadelle dal primo che ne facci professione qua in Bologna, e da persona molto intendente: resta che v’habbi o facci haver cura che non stiano in luogo nè troppo humido nè troppo asciuto, perchè così usano qua. Del resto, quanto al pagamento io ero risoluto ch’ella non ne sentisse incommodo alcuno, ma le ricevesse senza spesa; ma poichè mi ricordo ch’ella, trattando meco di simili servigii, disse che restava più tosto disgustata, quando ella richiedeva cos’alcuna e l’amico lo voleva essentare dal pagamento, parendo che ciò fosse un levarle l’animo di comandarle altre volte, perciò io, che desidero tante volte servirla quante si degnarà commandarmi, ho condesceso all’accettare il denaro in sodisfatione della dozina di mortadelle che mi dimanda, e gliene ho aggiunte due, che sono le più grosse, quali goderà per amor mio, desiderando che gli rieschino buone come ella le vorrebbe, e non essendo tali, accettarà però la mia buona voluntà di servirla. Ho dunque ricevuto da questi SS.ri Landi £ 28.13.10 di moneta di Bologna per sodisfattione della spesa fatta. Ella però mi ha colto in un tempo ch’io mi ritrovo mezo fallito, per havere fatto una fabrica che mi costa circa 3000 lire di questa moneta, e questo per mia commodità e per resistere più agevolmente ai rigori inevitabili della podagra: se ciò non fosse stato, havria con tale occasione riconosciuto maggiormente la prontezza e l’affetto dell’animo mio verso di lei in qualche cosa degna di lei. Ma a maggior commodo ne riservo l’emenda.

Circa il Balliani, non ho tempo di dire molte cose ch’havrei a di[r]e; me le riservo per un’altra volta, et in tanto la riverisco insieme con l’Ecc.mo Sig.r Liceti, che sta intorno a staffilare il Chiaramonte([115]), nè si scorderà dell’opera delle pietre lucifere. E li bacio affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 7 Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.[lo]

F. Bon.ra Cav.ri

 

 

 

3886.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 7 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 48. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r Col.mo

 

Io vado ogni giorno più ripigliando le forze, ma la debolezza del capo, che per ogni poca fatica mi s’infiamma, per ancora non mi vuol abbandonare; che è quanto posso dirli della mia salute.

Vedo l’avvertimento ch’ella mi dà circa il crescer la prostapheresi dell’orbe più sensibilmente ne’ tempi che Giove si trova opposto al sole, di quello che faccia ne’ punti delle massime digressioni del’epiciclo; e bench’io conosca ch’io non havea fatto sovra di ciò la debita consideratione, per ogni modo non mi par dalle osservationi passate poter in tutto levarmi qualche scrupolo di questa anomalia del moto del primo mobile: e pur vado dubitando che in questi tempi, ne’ quali la terra è più discosta dal sole, il moto diurno venga ad esser più tardi che non è ne’ tempi del perigeo solare, e che oltre la solita equatione de’ giorni naturali, ve ne sia bisogno d’un’altra, cagionata dal mancar la velocità del moto diurno nello allontanarsi la terra dal sole apogeo, in cui risieda la virtù motrice. Facciami gratia di pensarci un poco V. S. e dirmene il suo parere.

Lasciai al Ser.mo G. Duca in Pisa l’efemeridi delle Stelle Medicee per tutto Febraro e Marzo, e di quelle havrà S. A. Ser.ma con esso lei ragionato. Come prima mi sarà concesso di poter affaticar la testa, vedrò di mandarle per un anno a venire, e forsi mi risolverò di farle stampare per poterne mandar attorno più copie. I loro mezzi moti li tengo per agiustati, come anco le massime digressioni, nè altro mi resta che queste benedette prostapheresi del’orbe di Giove, che nè alla Copernica nè alla Tyconica quadrano in tutto, se pure non v’è qualche irregolarità nel tempo. Egli è ben vero che chi considererà la difficoltà del’impresa non dovrà meravigliarsi se così subito non risponderà a capello ogni cosa.

Del suo libro ne diedi comissione in Amsterdam, e l’altr’hieri apunto hebbi risposta che mi inviavano due essemplari, con una nave che di giorno in giorno sto attendendo, e che era divisa l’opra in tre tomi, dal che stimo che vi siano tutte le fatiche di V. S.: e mi costano queste due copie fino colà scudi dieci di nostra moneta.

Questo è quanto m’occorre con le presenti; e sperando che passino presto questi giorni di caldo, attendo la stagion più mite per esser a riverirla, e le bacio affettuosamente le mani, come faccio al P. Clemente di S. Carlo.

 

Genova, adì 7 di Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3887**.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Arcetri.

Venezia, 11 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 126. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.te S.r

 

Se ne viene per ordine publico, cusì ricercato da quell’Altezza, per fabricar certo ponte sopra l’Arno il S.r Bernardino Contino, ingegnero et pretto dell’officio nostro delle aque. Le ho comesso venga a farle riverenza a mio nome. L’ho accompagnato con due mie righe: piacerà a lei riceverlo et aggradire l’officio del suo ossequio; che pregandola comandarmi, a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma baccio le mani.

 

Di Venetia, li 11 Zugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.to Ser.

Franc.o Duodo.

 

Fuori: […. Ill.]re mio S.r

L’Ecc.mo Sig.r Galileo Galilei, Dot.r Mat.co

R.ta al S.r Mastro delle Poste di Fiorenza.

Arcetri.

 

 

 

3888.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 18 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 140-142. – Autografa. La presente lettera si legge altresì a pag. 47-56 dell’opera: Della misura dell’acque correnti di Don BENEDETTO CASTELLI, Monaco Cassinense, In Roma, per Francesco Cavalli, 1639. Questa stampa presenta molte differenze formali e qualche manifesto errore, a confronto della lezione dell’autografo inviato a GALILEO e da noi riprodotto, e dopo le parole «con le scarse misure nostre» omette le lin. 162-167 [Edizione Nazionale] e, invece, soggiunge un brano, che noi pubblichiamo appiè di pagina.

 

Molto Ill.re Sig.r e P.ron Col.mo

 

Por sodisfare a quanto promisi a V. S. molto Ill.re con le passate mie([116]), di rappresentargli certa mia considerazione fatta sopra il lago Trasimeno, li dico che a’ giorni passati ritrovandomi in Perugia, dove si celebrava il nostro Capitolo generale, havendo inteso che il lago Trasimeno, per la gran siccità di molti mesi era abbassato assai, mi venne curiosità di andare a riconoscere oculatamente questa novità, e per mia particolare sodisfazione ed anco per potere riferire, venendo l’occasione, a’ Padroni il tutto con la certezza della visione del loco. E così gionto alla bocca dell’emissario del lago, ritrovai che il livello della superficie del lago era abbassato cinque palmi romani in circa dalla solita sua altezza, in modo che restava più basso della solia dell’imboccatura dell’emissario quanto è lunga la seguente linea ; e però non usciva dal lago punto d’acqua, con grandissimo incommodo di tutti i paesi e castelli circonvicini, per rispetto che l’acqua solita di uscire dal lago fa macinare 22 mole di molini, le quali non macinando necessitavano tutti gli habitatori di quei contorni a caminare lontano una giornata e più per macinare al Tevere. Ritornato che fui in Perugia, seguì una pioggia non molto grossa, ma continovata assai ed uniforme, quale durò per ispazio di otto hore in circa; e mi venne in pensiero di volere essaminare, stando in Perugia, quanto con quella pioggia poteva essere cresciuto il lago e rialzato, supponendo (come haveva assai del probabile) che la pioggia fosse universale sopra tutto il lago, ed uniforme a quella che cadeva in Perugia: e così preso un vaso di vetro, di forma cilindrica, alto un palmo in circa e largo mezzo palmo, ed havendogli infusa un poco d’acqua, tanta che coprisse il fondo del vaso, notai diligentemente il segno dell’altezza dell’acqua del vaso, e poi l’esposi all’aria aperta a ricevere l’acqua della pioggia, che ci cascava dentro, e lo lasciai stare per ispazio d’un’hora; ed havendo osservato che nel detto tempo l’acqua si era alzata nel vaso quanto la seguente linea , considerai che se io havessi esposti alla medesima pioggia altri simili ed eguali vasi, in ciascheduno di essi si sarebbe rialzata l’acqua secondo la medesima misura: e per tanto conclusi, che ancora in tutta l’ampiezza del lago era necessario che l’acqua si fosse rialzata nello spazio d’un’hora la medesima misura. Qui però mi sovvennero due difficoltà, che potevano intorbidare ed alterare un tale effetto, o almeno renderlo inosservabile, le quali poi, considerate bene e risolute, come dirò più abasso, mi lasciorono nella conclusione ferma che il lago doveva essere cresciuto nello spazio di otto hore, che era durata la pioggia, otto volte tanto. E mentre io, di nuovo esponendo il vaso, stava replicando l’operazione, mi sopravenne un ingegnero per trattare meco di certo interesse del nostro monasterio di Perugia; e ragionando con esso, li mostrai il vaso dalla finestra della mia camera, esposto in un cortile, e li communicai la mia fantasia, narrandogli tutto quello che io haveva fatto. All’hora m’avviddi che questo galant’huomo formò concetto di me che io fossi di assai debole cervello, imperocchè sogghignando disse: Padre mio, v’ingannate; io tengo che il lago per questa pioggia non sarà cresciuto nè meno quanto è grosso un giulio. Sentendolo io pronunziare questa sua sentenza con gran franchezza e resoluzione, li feci instanza che mi assegnasse qualche ragione del suo detto, assicurandolo che io haverei mutato parere alla forza delle sue ragioni; ed egli mi rispose, che haveva grandissima prattica del lago, e che ogni giorno ci si trovava sopra, e che era molto bene sicuro che non era cresciuto niente. E facendoli io pure instanza che mi significasse qualche ragione del suo detto, mi mise in considerazione la gran siccità passata, e che quella pioggia era stata come un niente per la grande arsura: alla qual cosa io risposi: «Signore, io pensavo che la superficie del lago, sopra della quale era cascata la pioggia, fosse bagnata»; e che però non vedevo come la siccità sua, che era nulla, potesse havere sorbito, per così dire, parte nessuna della pioggia. In ogni modo, persistendo egli nella sua opinione senza punto piegarsi per il mio discorso, mi concesse alla fine (credd’io per farmi favore) che la mia ragione era bella e buona, ma che in prattica non poteva riuscire. All’hora, per chiarire il tutto, io feci chiamare uno, e di lungo lo mandai alla bocca dell’emissario del lago, con ordine che mi portasse precisamente raguaglio come stava l’acqua del lago in rispetto alla solia dell’imboccatura. Hora qui, Sig.r Galileo, non vorrei che V. Sig.ria pensasse che io mi havessi accommodata la cosa fra le mani per stare su l’honor mio: ma mi creda (e ci sono testimonii viventi), che ritornato in Perugia la sera il mio mandato, portò relazione che l’acqua del lago cominciava a scorrere per la cava, e che si trovava alta sopra la solia quasi un dito in grossezza; in modo che congionta questa misura con quella che misurava prima la bassezza della superficie del lago sotto la solia avanti la pioggia, si vedeva che l’alzamento del lago cagionato dalla pioggia era stato a capello quelle quattro dita che io havevo giudicato. Due giorni dopo, abbattutomi di nuovo con l’ingegnero, li raccontai tutto il fatto, e non seppe che replicarmi.

Le due difficoltà poi, che mi erano sovvenute, potenti a conturbarmi la mia conclusione o almeno la osservazione, erano le seguenti. Prima, considerai che poteva essere che spirando il vento dalla parte dell’emissario verso le riviere opposte del lago, haverebbe caricata la mole e la massa dell’acqua del lago verso le riviere contraposte, sopra delle quali alzandosi l’acqua, si sarebbe sbassata all’imboccatura dell’emissario, e così sarebbe oscurata assai l’osservazione. Ma questa difficoltà restò totalmente sopita dalla grande tranquillità dell’aria, che si conservò in quel tempo, perchè non spirava vento da parte nessuna, nè mentre pioveva, nè meno dopo la pioggia.

La seconda difficoltà, che mi metteva in dubbio l’alzamento, era che havendo io osservato costì in Firenze ed altrove quei pozzi che chiamano smaltitoi, nei quali concorrendo le acque piovane de’ cortili e case non li possono mai riempire, ma si smaltisse tutta quella copia d’acqua, che sopraviene, per le medesime vene che somministrano l’acqua al pozzo, in modo che quelle vene, che in tempo asciutto mantengono il pozzo, sopravenendo altra copia d’acqua nel pozzo, la ribevono e l’ingoiano; così ancora un simile effetto poteva seguire nel lago, nel quale ritrovandosi (come ha del verisimile) diverse vene che mantengono il lago, queste stesse vene haverebbero potuto ribevere la sopravenente copia d’acqua per la pioggia, e in cotal guisa annichilare l’alzamento, overo scemarlo in modo che si rendesse inosservabile. Ma simile difficoltà risolsi facilissimamente con le considerazioni del mio trattato Della misura dell’acque correnti([117]). Imperocchè, havendo io dimostrato che l’abbassamento del lago alla velocità del suo emissario ha reciprocamente la proporzione che ha la misura della sezzione dell’emissario del lago alla misura della superficie del lago, facendo il conto e calcolo ancora alla grossa, con supporre che le vene sue fossero assai ampie e che la velocità dell’acqua per esse fosse notabile nell’ingiottire l’acqua del lago, in ogni modo ritrovai che, per ingoiare la sopravenuta copia d’acqua per la pioggia, si sarebbero consumate molte settimane e molti mesi: di modo che restai sicuro che sarebbe seguito l’alzamento, come in effetto è seguito.

E perchè diversi di purgato giudicio mi hanno di più posto in dubbio questo alzamento, mettendo in considerazione che essendo per la gran siccità, che haveva regnato, disseccato il terreno, poteva essere che quella striscia di terra che circondava gli orli del lago, ritrovandosi secca, assorbendo gran copia d’acqua del crescente lago, non lo lasciasse crescere in altezza; dico per tanto, che se noi consideraremo bene questo dubbio che viene proposto, nella medesima considerazione lo ritrovaremo risoluto. Imperochè, concedasi che quella striscia di spiaggia di terreno che verrà occupata dalla crescenza del lago, sia un braccio di larghezza intorno intorno al lago, e che, per essere secca, s’inzuppi d’acqua, e però questa porzione di acqua non cooperi all’altezza del lago; conviene ancora in ogni modo che noi consideriamo, che essendo il circuito dell’acqua del lago 30 millia, come si tiene comunemente, cioè m/90 braccia fiorentine di circuito, e per tanto ammettendo che ciaschedun braccio di questa striscia beva due boccali d’acqua, e che di più per l’allagamento suo ne ricerchi tre altri boccali, haveremo che tutta la copia di questa porzione di acqua, che non viene impiegata nell’alzamento del lago, sarà m/450 boccali di acqua; e ponendo che il lago sia 60 millia riquadrate, di 3000 braccia longhe, trovaremo che per dispensare l’acqua occupata dalla striscia intorno al lago sopra la superficie totale del lago, doverà essere distesa tanto sottile, che un boccale solo d’acqua venga sparso sopra m/10 braccia riquadrate di superficie: sottigliezza tale che bisognarà che sia molto minore di una sottilissima foglia d’oro battuto, ed anco minore di quel velo d’acqua che circonda le bollicine della stessa acqua; e tanto sarebbe quello che si dovesse detrarre dall’alzamento del lago. Ma aggiongasi di più, che nello spazio di un quarto d’hora del principio della pioggia, tutta quella striscia si viene ad inzuppare dalla stessa pioggia, in modo che non habbiamo bisogno, per bagnarla, di impiegarci punto di quell’acqua che casca nel lago. Oltre che noi non habbiamo posto in conto quella copia d’acqua che scorre, in tempo di pioggie, nel lago dalle pendenze dei poggi e monti che lo circondano, la quale sarà sofficientissima per supplire a tutto il nostro bisogno: di modo che nè meno per questo si doverà mettere in dubbio il nostro preteso alzamento. E questo è quanto mi è occorso intorno alla considerazione del lago Trasimeno.

Dopo la quale, forsi con qualche temerità inoltrandomi troppo, trapassai ad un’altra contemplazione, la quale voglio rappresentare a V. S., sicuro che ella la riceverà, come fatta da me, con quelle cautele che sono necessarie in simili materie, nelle quali non dobbiamo assicurarci di affermare mai cosa nessuna di nostro capo per certa, ma tutto dobbiamo rimettere alle sane e sicure deliberazioni della S.a Madre Chiesa; come io rimetto questa mia e tutte le altre, prontissimo a mutarmi di sentenza e conformarmi sempre con le determinazioni dei Superiori. Continovando dunque il mio di sopra spiegato pensiero intorno all’alzamento dell’acqua nel vaso di sopra adoperato, mi venne in mente, che essendo stata la sopranominata pioggia assai debole, poteva molto bene intravenire che cadesse una pioggia cinquanta e cento e mille volte maggiore di questa, e molto maggiore ancora (il che sarebbe seguito ogni volta che quelle gocciole cadenti fossero state quattro o cinque o dieci volte più grosse di quelle della sopramentovata pioggia, mantenendo il medesimo numero); ed in tal caso è manifesto che nello spazio di un’hora si alzarebbe l’acqua nel nostro vaso due o tre braccia e forsi più: e conseguentemente, quando seguisse una pioggia simile sopra un lago, ancora quel tal lago si alzarebbe secondo l’istessa misura; e parimente, quando la pioggia simile fosse universale intorno intorno a tutto il globo terrestre, necessariamente farebbe intorno intorno al detto globo, nello spazio di un’hora, un alzamento di due e di tre braccia. E perchè habbiamo dalle Sacre Memorie che al tempo del Diluvio piobbe quaranta giorni e quaranta notti, cioè per ispazio di 960 hore, è chiaro che quando detta pioggia fosse stata grossa dieci volte più della nostra di Perugia, l’alzamento dell’acque sopra il globo terrestre sarebbe arrivato e passato un millio di perpendicolo; oltre che le prominenze dei poggi e monti concorrerebbero ancora essi a fare crescere l’alzamento. E per tanto conclusi che l’alzamento dell’acque del Diluvio tiene ragionevole convenienza con i discorsi naturali: delli quali so benissimo che le verità eterne delle Divine Carte non hanno bisogno; ma in ogni modo mi pare degno di considerazione così chiaro riscontro, che ci dà occasione di adorare ed ammirare le grandezze di Dio nelle grandi opere Sue, potendole ancora noi tal volta in qualche modo misurare con le scarse misure nostre.([118]) E li bacio le mani, pregandogli dal Cielo le vere consolazioni.

 

Di Roma, il 18 di Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o Gal.i

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3889.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 28 giugno 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 144. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Nè più nobile nè più gradito dono potevo io ricevere dalla cortesia di V. S. Ecc.ma dell’opera mandatami, cotanto da me desiderata e che contiene in sè tante meraviglie. Io non havendo patienza che si legasse, gli ho dato una scorsa così sciolta; et in somma sono restato soprafatto dallo stupore, vedendo con qual nuova e singolare maniera ella si interni ne’ più profundi secreti della natura, e con quanta facilità ella spieghi cose difficilissime. Ferreum robur et aes illi triplez circa pectus, fu detto di chi prima ardì solcare l’immensità del mare et ingolfarsi nell’oceano; ma credo che ciò più ragionevolmente si possi dire di V. S. Ecc.ma, che con la scorta della buona geometria e con la tramontana del suo altissimo ingegno ha potuto felicemente navigare l’immenso oceano de gl’indivisibili, de’ vacui, de gl’infiniti, della luce e di mill’altre cose ardue e peregrine, ciascuna delle quali è bastante a fare naufragare qual si voglia per grande ingegno che sia. Oh quanto li sarà tenuto il mondo, che gli havrà ispianato la strada a cose così nuove e così delicate! quanto i filosofi, che impararanno quale è la vera via del filosofare! Et io insieme gli dovrò tenere non puoco obligo, mentre gli indivisibili della mia Geometria([119]) verranno dalla nobiltà e chiarezza de’ suoi indivisibili indivisibilmente illustrati. Io non ardii di dire che il continuo fosse composto di quelli, ma mostrai bene che fra continui non vi era altra proportione che della congerie de gl’indivisibili (presi però equidistanti, se parliamo delle linee rette e delle superficie piane, particolari indivisibili da me considerati); il che mi metteva veramente in sospetto, che quello che ha finalmente pronuntiato, potesse esser vero. S’io havessi havuto tanto ardire, l’havrei pregata a non tralasciarne questa confermatione, se non per la verità di essa conclusione, almeno acciò altri più attentamente havessero fatto riflessione a questa mia nuova maniera di misurare i continui.

Io veramente non havrei preteso tanto, conoscendo il mio puoco merito; ma lei con straordinario affetto ha voluto sollevarlo, con farmi così segnalato favore di honorare il mio Specchio([120]) et il mio nome con l’honorata mentione che si è compiacciuta di fare: del che professo che gli ne restarò eternamente obligato, accertando[si] che se l’affettuosa mia servitù et amore che le ho sempre professato potesse ricevere più accrescimento, elli hora saria arrivato al colmo. La ringratio dunque di un tanto favore di vero cuore, e dove mi si po[r]gerà occasione di contracambiarlo, farò ch’ella non habbi da desiderare[…]me la dovuta gratitudine.

Io li ho datto una semplice scorsa, lascia[ndo] intatte le dimostrationi, perch’era slegato. Mi riservo doppo che sia legato a vederlo con accuratezza, e gli verrò poi dando raguaglio del gusto che ne anderò ricevendo; ne farò anco parte all’Ecc.mo Sig.r Liceti, al quale non l’ho anco potuto far vedere: tuttavia, per ordine havuto da lui un pezzo fa, la saluto caramente.

Quanto al mio libro([121]), s’ella ne volesse per qualche amico, mi avisi, che ne la servirò subito. Godo che le mortadelle li siano giunte ben conditionate: così li rieschino di quella bontà ch’ella desidera, sì come desidero che me ne avisi. Per tanto veda se in altro la posso servire, che per fine la riverisco con ogni affetto, salutando insieme il Sig.r Peri, che hormai sarà tornato, quale havrò gusto veda il mio libro, e se gustarà al suo palato ne li provederò poi d’uno. Saluto anco il P. Francesco e P. Clemente, e li prego dal Signor ogni vero contento.

 

Di Bol.a, alli 28 Giugno 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cav.ri

 

 

 

3890.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 1° luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 145-146. – Autografe le lin. 91-92 [Edizione Nazionale].

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.or mio Oss.mo

 

Ricevei l’ordinario passato la cortesissima lettera di V. S. de’ 20 di Giugno, insieme col libro de’ Movimenti locali, essendomi stata l’una cosa e l’altra oltre modo cara, tanto più che per quanto io habbia dato ordine in più luoghi per haver il libro, e in Roma e in Fiandra et a Pariggi, non mi è riuscito poterlo havere: per tanto ne resto io tanto più obligato a V. S. Non fecci subito risposta perciò che mi pareva raggionevole dirle insieme di haverlo letto, o per dir meglio trascorso, che a leggierlo e digerirlo bene vi vuole e più tempo e più otio. L’ho trascorso, dico, con grand’avidità e grandissimo mio gusto, e riconosciuto in lui l’autore, ancorchè non vi si fusse scritto il nome. Io, come in tutte le altre opere di V. S., ho ammirato la dottrina, la novità e la chiarezza, stimando oltre modo non solo le cose principali, cioè principalmente intese, ma le accessorie, cioè a dire le digressioni dotissime e curiosissime. Piaccia al Signore lasciarci V. S. longamente, e con salute tale che possa participare il mondo non solo delle cose che promette, ma di quelle che la finezza del suo ingiegno è atta a produr di nuovo.

Ringratio V. S. parimente della pacienza havuta in legger le mie cose e delle considerationi che vi fa. Io in vero ho giudicato che l’esperienze si debbano por per principii delle scienze, quando son sicure, e che dalle cose note per lo senso sia parte della scienza condurci in cognitione delle igniote. Non ricuso però in questo ciò che V. S. mi promette di questo particolare trattarmene un’altra volta, come anche io penso di raggionarne compitamente in un trattatello che col tempo penso di publicare in materia di loica, e mostrare come la scienza non opera altro in noi, e che il cercar le cause spetta ad un altro habito, detto sapienza, come ho accennato nella prefattione del libro de’ Moti, e sì come i principii delle scienze sogliono essere deffinitioni, assiomi e petitioni, che queste nelle cose naturali siano per lo più esperienze, e sopra tali son fondate l’astronomia, la musica, la meccanica, la prospetiva e tutte le altre.

Rispetto alla propositione che io cittai nel suo trattato di Meccanica, di cui V. S. non ha memoria, la priego ramemorarsi che altre volte, non so in qual occasione, io le dissi che non ero sodisfatto di ciò che scrive il Guido Baldo della vite([122]), fondato su l’ottava dell’ottavo di Papo, se ben mi raccordo, e che di questa materia ne scriveva bene il Vieta in un manuscritto di meccanica, che per tale mi haveva mandato da Napoli il S.r Gio. Batta Aijrolo; e perchè V. S. mi scrisse che io le mandassi tal propositione, come feci, V. S. replicò che tal propositione et opera era sua, e perciò l’ho sempre tenuta e tengo per sua, tanto più che così mi pare e dal suo stile e dalla sua solita sottilità e chiarezza: nel fine del qual trattato vi è un discorso molto bello della forza della percossa([123]), che credo sia quello di cui fa mentione e in questi suoi Dialoghi e nella lettera che mi scrive.

Rispetto a quel che dice di haver scritto delle vibrationi del pendolo fatte nell’istesso tempo, e dell’osservatione de’ gravi che con pari velocità discendono, io non ho veduto altro, solo quel che scrive ne i Dialoghi del Sistema. Anzi che in quelli V. S. dice qualche cosa, di che io sperava che ne dovesse dar più distinto conto in questi, cioè di haver osservato che il grave discende di moto naturale per cento braccia in cinque minuti secondi d’hora; sperava, dico, che dovesse dir con che ragione si è assicurata che sian cinque secondi, e massime dove, a fogli 175([124]), V. S. dà conto distinto di altre esperienze fatte in simil materia.

E finalmente, perchè V. S. mi scrive che io le dica liberamente il mio senso, io le dico sicuramente che tutto ciò che ho detto di sopra non stimo che vi sia ponto di adulatione, perchè V. S. insegna al mondo molte cose nuove e bellissime, mostrando in che consiste che le machine picole non riescono in grande, e lo prova benissimo particolarmente all’ottava propositione del secondo Dialogo([125]), alla quale io arrivai con grandissimo gusto. Mi par benissimo provato ove consista non solo la resistenza al rompersi delle corde, legno, pietre e mettalli, ma anche dell’acqua, se ben di questa già V. S. me ne fece parte altre volte con sua lettera([126]), in occasione che io le domandai aiuto in un siffone alto circa 40 braccia, che non riuscì([127]): e tutti i discorsi in tal materia, che V. S. fa delle particelle di vacuo, ancorchè io non ne sia totalmente sodisfatto, ad ogni modo le conosco per cose sotilissime e verissime, servendosi di propositioni di mattematica molto sottili e molto a proposito, che pur tale è quella che è a fogli 28([128]). Tali anche harei stimato ove ritrova la proportione fra l’acqua e l’aria, se non fosse che non mi è comparsa per nuova, perciò che V. S. con sua lettera altre volte me ne fece parte([129]). Tutto il discorso del secondo Dialogo è parimente molto dotto, nè io vi ho difficultà di consideratione: solo desiderei che V. S. havesse un tantino più dichiarato alla propositione prima([130]), che il momento della forza in C al momento della resistenza è come CD alla metà di DA; come anche quel che dice a fogli 119, alla quinta linea([131]), che i filamenti sparsi per tutte le superficie dei cerchi è come se tutti si reducessero ne i centri. Da ciò che discorre a fol. 94([132]) et a fol. 161([133]) par che, sparandosi in alto un’archibugiata, dovrebbe la palla far l’istessa passata, in distanza, verbi gr., di 10 palmi dall’archibuggio, tanto nello scendere quanto nel salire; il che nè credo che riuscirebbe in fatto, nè pare che si possa sciorer per lo condensamento dell’aria, perciò che non è questa, per mio aviso, tale altezza che nello scendere il grave non osservasse la regola della duplicata proportione in tempi uguali. In quanto a i principii posti a fol. 166([134]), io gli ho per verissimi, ma dubito se vi sia tanta evidenza quanta par che sia necessaria ne’ principii; che nel resto poi vedo che V. S. ha saputo cacciarne molte conchiusioni, che non ho ritrovato io: come anche mi par molto bello e sottile il quarto Dialogo de i proieti, con quella aggionta nel fine, ove a fol. 286([135]) ritrova la ragione della fune tesa, che non si può ridure a total dirittura. Ciò poi che dice nell’Appendice([136]) fa conoscere che se Luca Valerio tardava molto a compor la sua opera([137]), V. S. li levava la fatica.

Io vedo che l’harò attediata, ma più mi converebbe attediarla se io volessi lodar, cosa per cosa, tutto ciò che per mio parere è degno di tal lode; perciò farò fine, con bacciar a V. S. le mani e con restar desideroso di ricever suoi commandamenti, e pregarle dal Signore vista, salute et ogni maggior prosperità.

 

Di Gen.a, al pr.° Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.r Obbl.mo

Gio. B.a Baliano.

 

 

 

3891.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 1° luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 147. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.r e P.ron Col.mo

 

Invio a V. S. Ecc.ma l’inclusa lettera per il P. Maestro Fulgentio Servita, nella quale il prego a far ufficio per ottener per me un pulpito per la futura quaresima. So quanto V. S. Ecc.ma possa con esso lui, e perciò la prego ad accompagnar questa mia con due righe, che le ne terrò obligo particolare.

Séguito l’osservazioni delle Medicee, le quali ne’ congressi con Giove non mancano di darmi da fare; e pur la mia vista è acuta a segno, che li vedo il più delle volte anco quando toccano il limbo di Giove. Non dispero però dell’impresa, e mi risolvo di portar a Settembre l’effemeridi di tutto l’anno a venire; le quali, se V. S. Ecc.ma si compiacerà, metterò in stampa, con attestar le osservationi da lei communicatemi nel riordinar i moti loro.

Sto attendendo risposta ad un’altra mia lettera, e prego il molto R. P. Clemente a voler tal volta dar una vista alla stampa, per veder come camina([138]). Che è quanto in fretta m’occorre; et a V. S. Ecc.ma bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, adì p.o di Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Cordial.mo et Oblig.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3892**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 8 luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 209. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Non c’è alcuno atto di virtù che io eserciti con maggior mio gusto, che mantenere la parola quando ho promesso di venire da V. S., dove starei volentierissimo, impiegato in qualsivoglia basso servizio, non che onorato sempre con multiplicati favori, e, quello che io stimo sopra ogn’altra cosa, trattato da lei come amico e accarezato con vive demostrazioni di sincero affetto. Però può credere che non senza mortificazione abbi lasciato trascorrere il termine che avevo prescritto al mio desiderio, mercè d’una flussione di testa e infiammazione d’ochi, che per molti giorni m’ha tenuto in timore tale, che mi sono astenuto anche dal bere. Ma adesso che per grazia di Dio comincio a star bene, verrò ben presto a mantenere la promessa e farne un’altra, per aver sempre occasione di esercitarmi in questa virtù.

Mando altre 40 fascine e un paio di pollastre, che costano una lira e quindici soldi; mentre co ‘l fine, baciando affettuosamente le mani al P. Clemente, a V. S. faccio debita reverenza.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 8 Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3893*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 15 luglio 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 131.–Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re P.ron Col.mo

 

È stato qui da me il Sig. Giovanni Bangio di Amsterdam, il quale se ne viene per far riverenza a V. S. Ecc.ma; ond’io, che non devo tralasciar occasione alcuna di salutarla, l’ho voluto accompagnar con queste quattro righe.

Sto attendendo risposta di due mie lettere([139]), e resto sommamente meravigliato che ella non iscriva, nè sto senza grande ansietà della sua salute.

Questo è quanto per hora m’occorre; et a V. S. Ecc.ma bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, adì 15 di Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Il Sig.r Daniele([140]) le bacia caramente le mani.

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

     

 

 

 

3894**.

 

ALESSANDRO MARSILI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 16 luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 132. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Eccl.mo Sig.r et P.ron mio Coll.mo

 

Che V. S. Eccl.ma accusi sè di lentezza in honorarmi de’ suoi favori, mi fa riconoscere le mie mancanze in riverirla men spesso con mie lettere; ma come quello è effetto della di lei suprabbondante cortesia, così il secondo viene fatto da me per non infastidirla, procurando che il Sig.r Peri, con quella gentilezza con la quale mi portava le raccomandationi di V. S. Eccl.ma, anco rassegnasse a lei la mia devota servitù, il che spero che habbia fatto.

Il dono col quale mi honora del suo non men dotto che curioso libro, altrettanto mi è stato caro, quanto son sempre bramoso di imparare, e riconosco non potere ciò meglio fare che col’opere e maravigliosi parti del subblime ingegno di V. S. Eccl.ma; del quale come sono ammiratore, così desidero havere capacità di intendere le sue profonde speculationi, e non dubbitarne e revocarle in dubbio, come lei, con la sua somma modestia non scompagnata da tutte le altre sue admirabili virtù, pare che richieda dalla mia tenuità. Vorrei che V. S. Eccl.ma vedesse il mio quore, che lo riconoscerebbe non meno pieno d’affetto che colmo di veneratione verso i suoi gran meriti, e mi scorgerebbe altrettanto ambitioso di servirla di quello che mi trovo infinitamente obbligato alle sue gratie. E con tal fine, rassegnandomeli devotissimo, li prego dal’Altissimo l’alleggerimento d’ogni travaglio con un agumento di molti anni e di tutte le felicità.

 

Siena, il 16 Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Eccl.ma

Devot.mo et Obbl.mo Se.re

Alessandro Marsili.

 

 

 

3895**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 19 luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 134. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Al S.r Dottor Marsilii feci subito con la lettera consegnar il libro di V. S.([141]), ed alla risposta di lui mi rimetto del quanto egli se ne sia stimato favorito.

Mi dispiace infin all’anima che la sua poca salute non le lascia godere il saggio del mio vino; ma se almeno le gustasse, prenderei animo di serbargnene qualche poco per quando ella si fusse rihavuta. Ricordole ch’il merito di lei e la grazia con che ella mi tiene per suo vero servitore, mi tengono desiderosissimo de’ suoi comandamenti, e però dove me ne manchi il favore, supplirò con pregarle da Dio benedetto quella salute e prosperità che se le deve per gloria dell’Italia: ed affettuosamente le bacio le mani.

 

Siena, li 19 di Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gall.

Devot.o Ser.

A. A. di Siena.

 

 

 

3896.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 23 luglio 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. IV, T. V, car. 28. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

 

Vengo di villa, ove mi son trattenuto dieci giorni, ma per fermarmi poche hore et ritornare per quattro soli giorni: sarò poi a Venetia fermo per un pezzo. Trovo qui la sua lettera di 7, alla quale risponderò un’altra volta più sedatamente: per hora si contenti che le dica, che quanto al negotio io farò tutto quello che mi ordinarà, et qui a Venetia et per mezo del Sig.r Amb.r Veneto all’Haia([142]), se ella così vorrà; ma resto bene con maraviglia et del timore et della rissolutione di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma dell’inventione per ritrovare in ogni tempo la longitudine. Ho memoria che due volte venero soggetti di gran stima a trattare col P. Maestro Paolo di gloriosa memoria, che intorno a tal soggetto sempre andava meditando: uno di questi era un Scozzese, che havea in sè stesso la persuasione certa di esservi arrivato, l’altro un Tedescho, c’havea pure la medesima fantasia; et furono ambidue disinganati dal sudetto Padre Maestro, che non haveano colpito, ma erano lontani quanto ogn’altro ingegno che vi si sia intorno travagliato. Forsi che questo gran secreto era risservato al Sig.r Gallileo, inventore et dimostratore di tante meraviglie. So bene che una tal inventione non si rimunerarebbe col dono di un regno; et perciò un picciolo regalo ricusato per non havere potuto compir l’opera mi parerebbe un affronto notabile a quel Principe che l’ha fatto, et a modo nessuno consigliarei il rimandarlo. Ma che si tratta forsi di religione o di fede? et forsi è il comercio humano dalla tiranide inaudita ridotto a tale, che un ingegno divino et adorabile non può essere riconosciuto da un Prencipe di un segno di honore et stima?

Al mio ritorno le scriverò più in lungo; frattanto ha il mio parere: et facendo riverenza al Sig.r Ecc.mo Geri([143]) et al R.mo Padre Rinieri, a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma prego sollievo maggiore o patienza, et li baccio le mani.

 

Ven.a, li 23 Luglio 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r, Sig.r Col.o

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Fiorenza.

 

 

 

3897*.

 

GALILEO a [GIO. BATTISTA BALIANI in Genova].

Arcetri, 1° agosto 1639.

 

Bibl. Braidense in Milano. Cassetta AF, XIII, 13, 1. – Originale, d’altra mano.

 

Ill.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Altra prosperità di corpo et altra tranquillità di mente, che quella che a me vien conceduta, mi bisognarebbe per condegnamente rispondere alla lettera di V. S. Ill.ma([144]), piena di cortesi affetti e di non meritate lodi. Differirò per tanto in altro tempo a satisfare a quella parte che è piena di benignità, e solo per hora dirò, et anco con brevità, alcuna cosa intorno alli particolari scientifici che ella mi tocca.

  1. S. Ill.mami dice che volentieri harebbe sentito l’artificio col quale io mi sia potuto assicurare che il grave descendente a perpendicolo, partitosi dalla quiete, passi cento braccia di altezza in cinque minuti secondi. Qui due cose si cercano: la prima è il tempo della scesa per le cento braccia, la seconda è il trovare qual parte sia questo tempo delle 24 hore del primo mobile. Quanto alla prima operatione, la scesa di quella palla che io fo scendere per quel canale ad arbitrio nostro inclinato, ci darà tutti i tempi non solo delle cento braccia, ma di qualsivoglia altra quantità di caduta perpendicolare, atteso che, come ella medesima sa e dimostra, la lunghezza del detto canale, o vogliamo dire piano inclinato, è media proporzionale tra la perpendicolare elevatione di detto piano e la lunghezza di tutto lo spazio perpendicolare che nel medesimo tempo si passerebbe dal mobile cadente: come, per essempio, posto che il detto canale sia lungo 12 braccia, e la sua perpendicolare elevazione sia mezo braccio, un braccio o due, lo spazio passato nella perpendicolare sarà braccia 288, 144 o 72, come è manifesto. Resta hora che troviamo la quantità del tempo delle scese per il canale. Ciò otterremo dalla ammirabile proprietà del pendolo, che è di fare tutte le sue vibrationi, grandi o piccole, sotto tempi eguali. Si ricerca,pro una vice tantum, che dua, tre o quattro amici curiosi e pazienti, havendo appostata una stella fissa che risponda contro a qualche segno stabile, preso un pendolo di qualsivoglia lunghezza, si vadano numerando le sue vibrationi per tutto il tempo del ritorno della medesima fissa al primo luogo; e questo sarà il numero delle vibrationi di 24 hore. Dal numero di queste potremo ritrovare il numero delle vibrationi di qualsivoglino altri pendoli minori e minori a nostro piacimento; si che se, vgr., le numerate da noi nelle 24 hore fossero state, vgr., 234 567, pigliando un altro pendolo più breve, col quale uno numeri, per esempio, 800 vibrationi mentre che l’altro numerasse 150 delle maggiori, già havremo per la regola aurea il numero delle vibrationi di tutto il tempo delle 24 hore: e se con queste vibrationi vorremo sapere il tempo della scesa per il canale, potremo con la medesima agevolezza ritrovare non solo i minuti primi, secondi e terzi, ma quarti e quinti, e quanto più ci piacerà. Vero è che noi potremo passare a più esatte misure con havere veduto et osservato qual sia il flusso dell’acqua per un sottile cannello, perchè raccogliendola, et havendo pesata quanta ne passa, vgr., in un minuto, potremo poi, col pesare la passata nel tempo della scesa per il canale, trovare l’esattissima misura e quantità di esso tempo, servendoci massime di una bilancia così esatta che tira ad un sessantesimo di grano. Questo è quanto all’artificio; il quale penso che ella stimerà esquisitissimo, ancorchè poi volendo sperimentare se quello che io scrissi delle 100 braccia in cinque secondi sia vero, lo trovasse falso, perchè per manifestare la estrema gofferia di quello che scriveva et assegnava il tempo della caduta della palla d’artiglieria dall’orbe lunare, poco importa che i cinque minuti delle 100 braccia siano o non siano giusti.

Che V. S. Illustrissima, benchè approvi quelle sottigliezze che io arreco, in proposito di quei vacui disseminati, per la esplicatione della condensatione e rarefatione senza la necessità di introdurre la penetratione dei corpi o gli spatii quanti vacui, soggiunga poi di non restare intieramente appagato, io non me ne maraviglio, dovendo noi con l’intelletto fare una mescolanza di infiniti e di indivisibili, quelli per la troppa grandezza, e questi per la piccolezza, soverchiamente sproportionati all’intelletto nostro, terminato e finito: e bene a me sarebbe carissimo il sentire qualche sua contemplatione in proposito di questi due effetti, che sono sicuro che sentirei concetti molto più rationabili di quelli che sono stati sin qui arrecati da gl’altri filosofi.

 
   

Quanto al desiderare che ella fa di essere assicurata che nella mia propositione prima del secondo Dialogo la forza della resistenza habbia la medesima proportione che CB alla metà di BA, mi pareva che fusse assai chiaro, mentre che si parla di prismi o di cilindri, intorno al centro de’ quali siano circunfuse resistenze di eguali momenti: nella quale operatione casca il medesimo accidente che interviene nel vette AB, il cui sostegno sia in C, dove posti nella minore distanza CB quantisivogliano pesi eguali, pendenti da distanze eguali, faranno la medesima resistenza alla forza posta in A, che se tutti i detti pesi, ridotti in un solo, pendessero dal mezo di BC. E quando sopra di ciò gli restasse pure qualche dubbio (il che non credo), tenterò con più distinta dimostratione di rimoverlo.

Che poi l’impeto della palla descendente dalla altezza dove dalla forza del fuoco fu cacciata, non racquisti, tornando indietro, giunta le dieci braccia vicina all’archibugio, che ella ebbe quando da principio fu scaricata, da me è tenuto per effetto verissimo([145]); ma questo non altera punto la mia propositione, nella quale io dico che il grave descendente da alto racquista, nei medesimi luoghi della scesa, della forza che era bastante a rispingerlo in su, quando ne’ medesimi luoghi si ritrovò salendo. Ma questo effetto niente deroga dalla mia prima opinione e proposta, e forse da quello che già si legge nei luoghi da lei citati raccor si potrebbe; ma è vero che, senza aggiungere io alcune nuove osservationi, forse non potrebbe agevolmente esser compreso. Ma il produrle ricerca un poco più di ozio e di quiete di mente di quella che di presente io posseggo: lo farò altra volta, quando ella pure me lo richiegga.

Che poi il principio che io suppongo, come V. S. nota, a faccie 166, non gli paia di quella evidenza che si ricercherebbe ne’ principii da supporsi come noti, gli lo voglio concedere per hora, ancorchè ella medesima faccia l’istessa suppositione, cioè che i gradi di velocità acquistati sopra l’orizonte da’ mobili descendenti per diversi piani dalla medesima altezza siano eguali. Hor sappia V. S. Ill.ma, che doppo haver perso la vista, e per conseguenza la facoltà di potere andare internando in più profonde propositioni e dimostrationi che non sono le ultime da me trovate e scritte, mi sono andato nelle tenebre notturne occupando intorno alle prime e più semplici propositioni, riordinandole e disponendole in miglior forma et evidenza; tra le quali mi è occorso di dimostrare il sopradetto principio nel modo che a suo tempo ella vedrà, se mi succederà di havere tanto di forze che io possa migliorare et ampliare lo scritto e publicato da me sin qui intorno al moto, con aggiungervi altre speculationcelle et in particolare quella attenente alla forza della percossa, nell’investigatione della quale ho consumate molte centinaia e migliaia di hore, e finalmente ridottala ad assai facile esplicatione, sichè altri in manco di mez’hora di tempo potrà restarne capace. E qui voglio tornare a dirgli che non ho memoria alcuna di quelle scritture che ella dice essergli state mandate già come pensieri del Viette, da me affermatogli essere miei; e però desiderarei di rinfrescarne, col suo favore, la memoria, et in particolare dello scritto intorno alla percossa, il quale non può essere se non imperfetto, essendochè quello nel quale io mi quieto non è stato da me ritrovato salvo che da pochi anni in qua, nè io so d’haverne dato fuora intiera notitia. E qui con reverente affetto gli bacio le mani.

 

Di Arcetri, il primo d’Agosto 1639.

Di V. S. Ill.ma

Devotiss. et Obblig.mo Serv.re

Gal.o Galilei.

 

 

 

3898*.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 3 agosto 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 76. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Non so s’io dalla soverchia cortesia di V. S. mi senta più obbligato o confuso, tanto più che l’obbligo è fatto maggiore dal vedermi privo di ogni merito, e la confusione è accresciuta dal conoscermi innetto a poterla servire in una minima parte di quel che debbo; e l’uno e l’altra mi rendono inabile a ringraziarla del segnalato favore fattomi nell’inviarmi il suo libro, e dell’eccessiva sua gentilezza nel chiamar debito questo ch’è stato un puro effetto della infinita umanità sua. Ma già che io non vaglio a renderle le grazie dovute, accetti V. S. quelle che io le rendo, che son le maggiori ch’io posso. Ho però da dolermi che, per favorir me, V. S. habbia privato il suo amico di cosa tanto pregiata; poichè questo mi fa conoscere di non esser da lei trattato del pari co’ suoi servidori più intrinsechi, come io desidero se ben no ‘l merito, de’ quali so non esser alcuno che mi superi nella brama del servirla. Ma non posso negar dall’altra parte che il dono non mi sia stato carissimo oltre ogni credere, e per esser opera di V. S., e per venire dalle sue mani.

Ho cominciato a leggerlo; nel che fare, lo stupore in me supera quello che io aspettava, per immaginarlomi uguale alle altre opere sue. Taccio quel ch’io ne sento, perchè, avvegna che io non habbia talento da capir tutte le maraviglie che ci sono, veggio che parlando con lei non mi conviene dir altro.

Per lo resto, io stimo affatto privo d’intelletto chi sente minor gusto nel leggere il libro di V. S. per la lezione di quello del S.r Gio. Battista Baliani. Non dovrei dirlo, perchè troppo è manifesto; ma già che V. S. s’è compiacciuta di accennarmene alcuna cosa, dico che veramente i supposti del S.r Gio. Battista, appresso di ognuno, han mestieri di gagliarda dimostrazione (come scrissi pure a V. S. nella risposta alla cortesissima sua de’ 12 di Marzo, che dubito ora, con mio disgusto, che non le sia pervenuta); or considerisi qual piacere si può cavare dalle proposizioni fondate sopra di essi, le quali molti stimano che non sian del tutto sue, perchè si vede di dove ponno esser tolte. Ma nel libro di V. S. son congiunte la chiarezza, la facilità, la novità, il diletto, il profitto e la maraviglia in ogni cosa, di modo che non discernendosi qual vi habbia più parte, si conosce camminar tutte all’eccesso con passi eguali.

Non debbo però entrar di nuovo a parlare di quello che non so nè posso farlo come dovrei. Pertanto finisco raccordando a V. S. che a lei, che m’ha legato con tanti obblighi, tocca di darmi comodità di sciogliermene in alcuna parte col servirla, se tanto vaglio; e mentre io aspetto suoi comandamenti, le bacio con riverente affetto le mani e le auguro felicità.

 

Di Genova, 3 di Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o ed Obblig.mo S.re

Daniele Spinola.

 

 

 

3899**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 5 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 149. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Questa è la quarta lettera([146]) che invio a V. S. senza haver havuto risposta sino ad hora di nessuna delle altre scritte, il che mi cagiona estrema meraviglia, tanto più che il Sig.r Daniele ha ricevuto da V. S. il libro et avviso del suo stato([147]). Starò pertanto attendendo con ansietà risposta di questa mia, che le dovrà esser presentata dal P. D. Vittorio della Rena.

Mandai con l’ordinario passato l’effemeridi de’ due mesi avvenire ne’ pianeti di Giove a S. A. Ser.ma, e credo che havranno poco bisogno di correzzione, havendo io conosciuto donde nasceva la varietà nelle osservationi, che era derrivata dal contatto de’ pianeti nel limbo di Giove, che prima che veramente lo toccassero era da me creduto succedere, stante il perderli di vista. Tirerò inanzi le osservationi di questi due mesi che si potrà veder Giove, per poter poi l’anno avvenire publicare l’effemeride, se così ella si compiacerà.

Hoggi ho havuto di Amsterdan tre copie del suo Dialogo nuovo, una delle quali ho data al Sig.r Daniele e l’altra promessa ad un altro amico. Che è quanto per hora m’occorre darli di nuovo, mentre, sperandola di rivedere a’ primi freschi, le bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, adì 5 di Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3900.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 8 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 98. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla quale si legge, della stessa mano: «Copia dell’originale, fatto scrivere dal Sig.r G. G.».

 

Rev.mo P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Mentre stavo aspettando lettere della P. V. Rev.ma mi è pervenuto il trattato delle acque correnti, da lei ristampate([148]) con l’aggiunta della sua curiosissima e ingegnosa lettera da lei a me scritta in proposito del lago Trasimeno e del diluvio universale registrato nelle Sacre Carte([149]): per lo che la ringrazio della memoria che tiene di me, e del procurare che il mio nome non si estingua, ma si vadia continuando nelle memorie delle future genti.

Il libro mi fu mandato dal Ser.mo Gran Duca([150]) subito che l’hebbe ricevuto, et io immediatamente me lo feci leggere, et in particolare in quella parte che non era nella prima stampa. Il lettore fu il molto R. P. Clemente di S. Carlo delle Scole Pie, scrittore anche de’ presenti versi; per meno tedio del quale sarò breve colla presente, e tanto più quanto per distendermi a più miei particolari non potrei arreccargli altro che suoi disturbi e condoglienze: tale è il mio compassionevole stato. Lo compatisca, e nelle sue orazioni mi vadia implorando quell’aiuto che solo sperar si può per me dalla Divina mano.

A i soliti amici cari Nardi, Magiotti e Borghi mi ricordi affettuoso servitore al solito, e non manchi talvolta di reficiarmi con quattro righe di sua mano, la quale io con reverente affetto le bacio([151]).

 

D’Arcetri, li 8 Agosto 1639.

Della P. V. Rev.ma

Dev.mo et Obbligatis.mo Ser.re

Gal.o Gal.i

 

La pioggia delle gocciole cadenti in un lago mi ha dato occasione, specolando([152]) nelle tenebre, di ritrovare il numero di esse gocciole in ogni data ampiezza di superficie con una regola stravagantissima e, per mio credere, remota assai da ogni immaginazione([153]); ma non ho nè tempo nè mente di poterne al presente trattare, però mi riserbo([154]) ad altra meno importuna occasione.

 

 

 

3901.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 13 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 151. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Io non frequento molto il scrivere a V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma per diversi rispetti, il primo de’ quali è che ella non può leggere le mie lettere per sè stessa; ma tenga per sicuro che la porto sempre scolpita nel cuore, e con quella venerazione che devo ne parlo o ne scrivo ad altri.

Ho fatta ristampare quella mia operetta([155]), e nella aggionta([156]) ho inserta la lettera dell’orinale, misura del lago Trasimeno([157]), per honor mio e non per eternare il gran nome di V. S., scolpito con caratteri eterni nel cielo, in terra e in mare. Ho ben caro che ella si sia compiacciuta di quel pensiero, e starò con avidità attendendo quel modo, che mi accenna, di numerare le gocciole cadenti; ed io in ricompensa, per l’ordinario che viene, li mandarò un certo consulto che ho fatto per potere continovare a macinare in tempi asciutti sopra il fosso dell’emissario del lago Trasimeno([158]), nel quale ho hauto occasione di promuovere il medesimo orinale ad altre specolazioni importantissime, dalle quali ancora vedo aperta una strada a gran cognizioni, ed utili e curiose, nelle quali, piacendo a Dio, penso di trattenermi quel tempo che mi avvanza alle più necessarie occupazioni. Tutto sia a gloria di Dio e per essercitare il dono dell’intelletto ancora nella contemplazione delle maravigliose opere Sue, ut per visibilia, quae facta sunt, invisibilia percipiantur. E li fo humile riverenza.

 

Di Roma, il 13 d’Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

S.r Gal.o

Devotiss.o e Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei, p.]o Filosofo del Ser.mo Gr. D. di Tosc.a

Firenze.

 

 

 

3902**.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 13 agosto 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 5. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.e S.r mio Oss.mo et Ecc.mo

 

  1. S. è sempre meco con la virtù e col merito, et io son sempre con lei nel desiderare tutto quel che possa esser di suo servitio; però la lontananza non ci priva di altro conforto, che di quello che mi toccheria nel godere della sua presenzial conversazione, et a lei nel sentirsi vivamente riverire con la voce.

Io ho ricapitata la lettera da V. S. inviatami; e desideroso di aumentar la mia obbligazione verso di lei col ricever spesse occasioni di servirla, le bacio [intanto] affettuosamente le mani.

 

Di Venetia, 13 Ag.o 1639.

Di V. S. molto Ill.

Sig.r Galileo Galilei.

Aff.mo et Obb.o Ser.e

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3903.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 16 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 153. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

La lettera di V. S. Ecc.ma mi ha sommamente consolato, intendendo ch’ella pure si conservi almeno con quella puoca sanità che l’età li permette. Prego Iddio che li dia tranquillità nell’animo, poichè non può haverla compitamente nel corpo.

Io li mandai quella mia operetta([159]), non perchè ella si applicasse per intenderla, sapendo ciò essere molto malagevole allo stato suo, ma solamente per dargli quel contrasegno di osservanza e servitù ch’io li professo e professarò sempre. È robba più proportionata a questi benedetti calcolatori che al suo purgatissimo intelletto, avezzo ad altissime specolationi. E veramente ella ne ha dato tal saggio in tutte le sue opere, e massime in questa ultima, che spalancando le porte alla maraviglia di tutto il mondo, ha posto quei confini all’immenso oceano delle scienze naturali, oltre ai quali non sarà lecito senz’altro, per grande ingegno che sia, a trapassare. Poichè chi potrà mai con più sodezza discorrere del vacuo, dell’infinito, del continuo, della rarefattione e condensatione, della gravità, del moto, e di cento altre mille cose belle che sono nel suo libro, più di lei? Io li diedi una scorsa superficiale, poi mi sono riapplicato per vederlo tutto con attentione, e fra l’altre cose il pensiero della rarefattione e condensatione mi è parso bellissimo; come anco ho havuto estremo gusto nel sentire così chiaramente spiegata la ragione della consonanza e dissonanza nella musica, non havendo per anco potuto passare la prima Giornata; poichè mi nasce nuova occasione di disturbi dalla Religione, o, per dire meglio, da quel Padre Teatino([160]) ch’ella sa, il quale, se bene assentato dal nostro convento di Roma, opera pure che la nostra Religione sia riformata([161]) conforme alla sua educatione. E però l’Em.mo Sig.r Card.le Bichi([162]) Senese, nostro nuovo protettore, ci ha intimato una riforma, che([163]) …………………….

……. Io mi trovo in stato di continua infirmità, privo dell’uso de’ piedi, e però molto differente dalli altri frati. Iddio mi ha dato il modo di sussidiare al mio bisogno mediante la lettura; ma questa riforma leva il denaro a tutti e fa che si metta al commune, dovendosi rimettere alla discretione de’ Priori, fra’ quali s’io darò in un indiscreto, come per il più accade, pensi che refrigerio havrò alle mie necessità. Li scrivo questo, perchè se Mons.r Ill.mo di Siena([164]) fosse amico di detto Sig.r Card.le Bichi, vorrei pregarla poi a favorirmi, ma a suo tempo, acciò egli intercedesse per me, che volesse havere riguardo alla conditione del mio stato, non mi privando di quello che tant’altre Religioni lasciano godere, benchè rigide et austere, a’ suoi lettori publici: altrimenti, s’io ho da finire di perdere la sanità affaticando a pro d’altri, meglio sarà ch’io rinuntii la lettura, e vada a casa mia a godere questo puoco di resto di vita, come a Dio piacerà. Questi travagli, oltre al mio solito male, mi distolgono dalli studii, e massime della sua rara dottrina, tanto da me desiderata; e però non si maravigli s’io non li do conto([165]) d’altre belle cose, delle quali conosco essere piena l’opera, ma ciò rimetto all’animo mio più tranquillo.

Celebrano li Padri Olivetani un tal suo Padre Renereo([166]), che si professa discepolo di V. S. Ecc.ma e stampa tavole de’ moti celesti([167]); mi saria caro da lei un puoco d’informatione, perchè pure da altri son richiesto circa il detto Padre.

L’Ecc.mo Sig.r Liceti et io conserviamo sempre viva, la di lei memoria ne’ nostri discorsi, e se li ricorda sempre affettuosissimo servitore. L’opera delle pietre lucifere([168]) credo sia da lui composta, ma non anco stampata. Ha ben finito di stampare un’opera di varii quesiti fattili([169]), ne’ quali mostra la sua varia dottrina e molta eruditione. Quando quella sia stampata non mancarò d’avisarla; e fra tanto la riverisco con ogni affetto di cuore, e li prego da N. S. felicità compita.

 

Di Bologna, alli 16 Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

 

 

3904*.

 

ORAZIO SERAFINI a GIANNANTONIO ROCCA [in Reggio].

Modena, 17 agosto 1639.

 

Dalle pag. 133-134 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 3053.

 

…. Con l’occasione che il Sig. Principe Leopoldo, fratello del Gran Duca, è stato a Modena, quando venne a levare la Sig. Duchessa di Parma sua sorella([170]), volse il medemo Sig. Principe venire nelli miei camerini, che S. A. mi ha dato in Castello, per vedere alcune mie cosette fatte in quelli per un poco di passatempo: e con tale occasione venni a discorso delli cannocchiali del Fontana napolitano, del quale non mi disse miracoli; e stabilì il medesimo Signor Principe che l’iride, che V. S. mi significò, fosse difetto delli vetri, e non d’altro. Mi soggiunse il Sig. Principe che il Galilei fa lavorare una macchina per il Gran Duca da lavorar cannocchiali, e si crede che dovrà essere cosa singolare….

 

 

 

3905.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 19 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 99. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla quale si legge, della stessa mano: «Copia dell’originale».

 

Rev.mo P.re e mio Sig.re Col.mo

 

Sento([171]) con diletto l’applicazione che la P. V. R.ma fa con l’intelletto a nuove speculazioni, dependenti da questo suo ultimo trovato, e ne starò con desiderio aspettando di parteciparne, conforme a che ella me ne dà speranza. Quanto alla moltitudine delle gocciole cadenti sopra una superficie data et il modo del trovarla, gli dirò solo la conclusione et operazione, lasciandone la dimostrazione al discorso di lei.

Dico per tanto, che dato l’intervallo tra gocciola e gocciola, e l’ampiezza della superficie dove dette gocciole devono cadere, l’operazione procede nel seguente modo. Perchè tal superficie deve esser nota, intendasi quella esser circulare; se l’intervallo tra gocciola e gocciola, che pure deve esser noto,([172]) e posto che gl’intervalli siano eguali, posta la caduta di una gocciola come nel centro del dato cerchio, veggasi([173]) quanti di tali intervalli si contenghino nel semidiametro del dato cerchio: e preso il cubo di tal numero d’intervalli, e poi il cubo del numero uno manco del detto, cavisi questo minor cubo dell’altro maggiore, e quello che resta sarà la moltitudine delle gocciole cadenti che nel dato cerchio saranno contenute. Come, per essempio, sia l’intervallo([174]) tra gocciola e gocciola un soldo, cioè la vigesima parte d’un braccio, et il semidiametro del cerchio sia, v. g., mille soldi: fatto il cubo di mille, e da esso trattone il cubo di 999, quello che resta sarà la moltitudine delle gocciole da riceversi nel dato cerchio([175]). La proposizione, come vede, ha assai dello stravagante: essa che può, mercè della vista, descrivere linee e far computi aritmetici, troverà il resto.

Mi raccomando alle sue orazioni, mi conservi la sua grazia e quella de’ Sig.ri Magiotti, Borghi e Nardi, et il Signore la prosperi.

 

D’Arcetri, li 19 Agosto 1639.

Della P. V. Rev.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

G. G.

 

 

 

3906.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 19 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 155-156. – Autografe le lin. 64-65 [Edizione Nazionale].

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

 

 

Io resto con grandissimo obligo a V. S., che mentre che ha così poca salute, e tanta occasione di impiegar bene il tempo in nuove speculationi, lo consumi in darmi così longa e compita sodisfattione a’ miei dubii, come ha fatto con la gentilissima sua del primo([176]), ricevuta, non so per colpa di cui, non prima di hoggi.

Vedo ciò che mi dice del modo di assicurarsi che il grave discenda per cento braccia in cinque secondi, il che tutto camina benissimo. Io hebbi tal pensiero per altra strada, e stimai che a questo dovesse giovare il ritrovar un pendolo di tal longhezza che facesse le vibrationi precisamente in un minuto secondo; e perchè è cosa che richiede diligenza e patienza, pregai il Padre Nicolò Cabeo, che mi pareva atto a ciò et a molto maggior cosa, che volesse cercarlo, et esso mi scrisse da Ferrara di haverlo fatto, e me ne mandò la misura, che è come questa che è qui in margine([177]): ove dice che il filo ha da esser longo quanto ED, e nel D sia il centro della palla grave da applicarvisi, dicendo che in un secondo ritorna la palla nel luogo di dove partì. Questo, come V. S. vede, serve per un horrologgio da misurar molte cose che richiedono tempo breve, e particolarmente servirebbe a questi (sic) di misurar la scesa del grave, ove fosse una torre altissima.

Per quello che spetta alla condensatione, intorno alla quale V. S. dice cose belissime e sottilissime, io così alla grossa mi andava fra me immaginando che la materia sia atta a condensarsi, e che rispetto a lei non sia absurda la penetratione([178]), già che pare assai chiaro che debba esser più materia in un cubo di piombo che di pietra, e che per la istessa raggione ne possa esser più in un cubo di aria densa che rara, e che l’impedimento al penetrarsi sia solo fra le cose di sostanza diversa, nelle altre no; che anche il vetro vedo che si piega, onde la superficie interna si fa minore, nè io so salvarlo senza la penetratione. Et in somma la materia è cosa sicura che ha quella natura che è piacciuto a Dio di darle quando la creò, nè vedo esperienze che mi assicurino che la creasse impenetrabile.

Ciò che dice nella propositione prima del secondo Dialogo([179]), mi parve verissimo, e tanto più mi si conferma con ciò che V. S. dice nella lettera: il poco scropolo che mi resta è solo se, per quanto sia vero, si dovessi domandarlo in una petitione.

In quanto all’impeto della palla descendente dall’altezza ove fu cacciata dal’archibuggio, non solo son sodisfatto di ciò che dice nella lettera, ma anche di quel che dice nel Dialogo, che ho letto di nuovo. Crederei però che chi havesse commodità di torre di grand’altezza, potrobbono farsi delle esperienze a questo proposito, e non solo vedere se la palla dell’archibuggio, il quale a questo effetto doverebbe esser molto curto, tirata perpendicolarmente all’in giù, andasse perdendo vigore, ma se spinta da stromento di forza minore, come da una balestra, perdesse di velocità; parendomi, ma non so per che raggione, che possa essere che la perda, e poi caminando avanti, possa esser che la riacquisti, se ben, come ho detto, par che la raggione voglia il contrario.

In quanto al principio a fol. 166([180]), è vero che anche io me ne sono servito, et è la mia settima petitione, però con qualche dubio non della verità ma dell’evidenza, e con aggiongerli che i mobili gionti in un ponto da piani variamente inclinati, se poi habbiano pari inclinatione, sono egualmente veloci: che è, per mio aviso, quell’istesso che, senza haverlo posto per principio, V. S. suppone alla decima propositione del 3° Dialogo([181]); cioè che il grave vada con l’istessa velocità per la BD, se nel ponto B sia venuto per l’ FB come per l’AB, onde non venga ad importare che si sia fatto l’angolo ABE. Credo però che queste cose non debban dar noia ad alcuno, mentre che son vere, come anche io le ho stimate e stimo verissime, e che il mondo debba più tosto amirarle che riprenderle.

Con quest’occasione dirò anche che forse si poteva metter per principio quel che si dice a fogli 207, alla linea 20([182]), che quicunque gradus velocitatis sit in mobili, sua natura indelebiliter impressus etc., da cui però ne procedono tante belle consequenze, particolarmente nel moto de i proietti.

Rispetto alla forza della percossa, se harò tempo, ne farò ricopiare il discorso che è registrato nel suo trattato delle Mechaniche([183]), e lo manderò a V. S.; alla quale baccio per fine affettuosissimamente le mani e priego dal Signore salute et ogni vero compito bene.

 

Di Gen.a, a 19 Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Vero et Obbl.mo Ser.re

Gio. B.a Baliano.

 

 

 

3907.

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO [in Arcetri].

Genova, 19 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P VI, T. XIII, car. 157. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col. mo

 

Ricevo finalmente hoggi una sua doppo molto aspettare, per la quale vedo che delle mie non ha ricevuta altra che quella che conteneva una inclusa al R.mo P. Fulgentio; e certo resto molto di ciò meravigliato.

Mandai l’effemeridi di due mesi al Seren.mo G. Duca, cioè Agosto e Settembre, et ho caro che elle siano capitate in mano di V. S. Io fino a qui, per quello che le ho riscontrate, vedo che caminano assai bene, e non v’è bisogno d’altra emendatione che di sminuire un poco l’orbe del quarto e del primo; del che m’andrò di giorno in giorno assicurando, prima che alterar la quantità che da lei viene assignata nelle sue osservationi. Potrà avvertire chi le riscontrerà, che quando s’acostano al disco di Giove, in particolare il primo ed il quarto come più piccoli delli altri due, si perdono di vista prima che veramente siano giunti al contatto, il che non suol accadere così nel terzo, come maggior degli altri, e poco nel secondo: come anco se nel dissegno per disgratia fusse accaduto che in cambio di porne qualche d’uno a levante che andasse verso ponente, si puol emendare col numero delle sessagene posteli di sopra; benchè io stimi che non sia occorso errore, e solo lo scrivo perchè quando mandai l’effemeridi, per la fretta del corriero non hebbi tempo di riscontrarle col’originale.

Sto legendo il suo libro, che pure finalmente mi gionse d’Amsterdam, con un gusto straordinario; e se non che le dimostrationi di quando in quando mi trattengono, l’havrei già scorso tutto: ma la dimora è poi ricompensata da altretanto piacere doppo che si sono viste le dimostrationi. Ai dieci del mese avvenire spero di inviarmi alla volta di Firenze; tratanto mi conservi la sua gratia, e le bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, li 19 di Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Oblig.mo e Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3908**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 20 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 159. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Mando a V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma l’inclusa scrittura([184]) fatta da me in proposito della difficoltà che intravviene di macinare nei molini che sono sopra il fosso dell’emissario del lago di Perugia; nella quale scrittura ho ancora promosso l’orinale a contemplare l’abbassamento del lago, cagionato dalla sublimazione che fa il calore del sole, massime in tempi estivi, intorno al quale particolare mi si è scoperto un largo campo di filosofare, e vado distendendo qualche cosetta, per quanto comporta la mia debolezza. Se mi succederà di fare cosa che mi para degna d’essere vista, ne darò prima parte a V. S. Ecc.ma In tanto, forsi per l’ordinario che viene, li mandarò la copia di una lettera([185]), nella quale dichiaro un particolare, anzi il punto principale, del mio trattato Della misura dell’acque correnti, e credo che ella haverà gusto; non perchè habbia bisogno appresso di lei di dichiararmi meglio, ma perchè sentirà un modo assai stravagante che ho ritrovato per rappresentare a qualsivoglia cervello il mio pensiero. In tanto li fo riverenza, assicurandola che li sono quel servitore di sempre.

 

Roma, il 20 d’Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o Galilei.

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3909*.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 23 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 39. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or P.ron Col.mo

 

Invio a V. S. un esemplare del mio libro De quaesitis etc.([186]), in testimonio della mia continuata osservanza; mi honorerà di farsene leggere qualche parte, con iscusare li difetti che vi troverà, anzi avisarmene, acciò in altro tempo io possa schifargli. Fra tre settimane spero che sarà finito di stampare il mio volumetto De lapide Bononiensi lucifero([187]), del quale sino a quest’hora sono tirati 28 fogli: subito che sarà compito, le ne manderò parimente un esemplare. Fra tanto mi conservi nella sua gratia, ch’io le vivo servidor di cuore.

Col P. Cavalieri ho spesso ragionamento di lei, et da S. P. ricevo nuove dell’esser suo, che desidero conforme al suo desiderio. Et pregandole dal Cielo contentezza, le bacio le mani con tutto l’animo.

 

Bol.a, 23 Agosto 1639.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Se.re

Fortunio Liceti.

 

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.or mio P.ron Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei.

Con un involto seg.to

 

Fiorenza.

 

 

 

3910**.

 

GIROLAMO BARDI a GALILEO in Firenze.

Genova, 24 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 161. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Col.mo

 

Con mio grandissimo gusto e consolatione ho intesa la nuova di sua buona salute sì dal P. D. Vincenzo Rainieri come anco dal S.r Gio. Batta Baliano, che mi dice essersi con la sua operetta([188]) in maggior parte incontrato con la mente sua, registrata nelli suoi 4 Dialoghi; li quali ho sensibile mortificatione di non poter havere, ma li commetterò però subito: ma mi dice l’istesso S.r Baliano, che sarà difficilissimo haverli; onde, sì per la curiosità, sì anco per la veneratione che lei sa ch’io tengo e stima che faccio delle sue super sydera elata opera, ne starò con grandissimo desiderio. Fra tanto veda se in cosa alcuna vaglio e posso, e mi commandi.

Vien proposto dal S.r Gassendo un problema, che l’ombra da un corpo opaco resta maggiore dal sole a orizontale che dal medesimo verticale([189]). Vorrei che V. S. me ne desse la ragione, perchè la lontananza del semidiametro dovrà di ragione fare insensibile mutatione; ed egli asserisce, essere grandissima. E per fine di tutto cuore prontissimo me le offero, dedico o raccomando.

 

Gen.a, li 24 Ag.o 1639.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.e

Girol.o Bardi.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Mat.o Ecc.mo del Ser.mo di Toscana.

Firenze.

 

 

 

3911.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 27 agosto 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 163. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Veramente mii è riuscita la specolazione di V. S. Ecc.ma stravagantissima nel ritrovamento del numero delle gocciole cadenti in una data superficie, dato l’intervallo tra gocciola e gocciola([190]); e confesso la mia debolezza, che alla prima lettera di V. S. non intesi bene la proposizione, ed anco in questa seconda ho stentato assai in intenderla, non discernendo se il numero delli intervalli; come chiama lei, sia veramente delli intervalli tra gocciola e gocciola, overo delle stesse gocciole prese nel diametro del cerchio, cominciando da quella che si considera nel centro inclusive sino a quella presa nell’estremo del diametro, pure inclusive, già che il numero delle gocciole supera di una unità il numero delli intervalli. Ma finalmente, caminando io in questo principio per via d’esperienza, ho conosciuto che si deve prendere il numero delle gocciole e non delli intervalli, per radice dei cubi, e ne ho fatti di molti rincontri con la numerazione attuale e poi con l’operazione di V. S. Ecc.ma, e tutte mi sono riuscite puntualissimamente. È vero che mi pare che sempre la sezzione di tutto il fastello delle gocciole cadenti nel cerchio debba riuscire un essagono equilatero ed equiangolo inscritto nel cerchio dato; altrimente il mio conto non torna con quello di V. S. Ecc.ma, quale pure deve essere verissimo, come dependente dalla dimostrazione, alla quale non sono per ancora arrivato e forsi la mia debolezza non arrivarà mai. Per tanto mi resta scropolo nel mio modo di numerare, e vado dubitando che non torni se non quando la saetta dell’arco di 60 gradi non è maggiore di uno delli intervalli tra gocciola e gocciola. So che ho scritto questi versi confusamente, però la prego a scusarmi; se mi succederà trovare cosa più netta e chiara, mi portarò meglio un’altra volta.

In tanto mando a V. S. Ecc.ma una copia di una lettera([191]) che scrivo a Mons.r Cesarini([192]), per dare sodisfazione a molti che non intendono il principale fondamento del mio trattato Della misura dell’acque correnti, dove cerco di esplicarmi di più di quello che ho fatto nel trattato stesso. Mi pare però di essermi in questa lettera vantaggiato qualche cosa per ridurre alla prattica il mio modo di partire le acque delle fontane, parendomi di haverlo spiegato assai facilmente; dove V. S. Ecc.ma vedrà che non adopro il pendulo per misurare l’hora di pranso overo di andare a letto etc. In oltre ho registrati alcuni disordini che seguono nel commune modo di misurare le acque correnti, e mi pare (se non sono di me stesso adulatore) di haverli fatti spiccare assai bene. V. S. se la farà leggere una volta, quando sarà meno impiegata nelle sue più alte specolationi; e poi mi farebbe favore farla capitare in mano del Ser.mo Padrone Gr. Duca o del Ser.mo Sig.r Principe Leopoldo, perchè forsi non sarà cosa inutile nel dispensare l’acqua della fontana condotta con magnificenza veramente regia da S. A. Ser.ma in Firenze e per commodo e per vaghezza della città. E non occorrendomi altro, li fo humile riverenza.

 

Di Roma, il 27 d’Agosto 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

S.r Gal.o Gal.i

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3912.

 

GALILEO a [GIO. BATTISTA BALIANI in Genova].

Arcetri, 1° settembre 1639.

 

Bibl. Braidense in Milano. Cassetta AF, XIII, 13, 1. – Originale, di mano di VINCENZIO GALILEI.

 

Ill.mo Sig.re e P.ron Colend.mo

 

In risposta alla gratissima sua delli 19 del passato([193]), dico che quanto al misurare il tempo con un pendulo aggiustato a fare le sue vibrationi in un minuto secondo, si avanza la fatica del fare il calculo con la semplice operatione della regola aurea, havendo una volta tanto tenuto conto del numero delle vibrationi di qualsivoglia pendolo fatte in 24 ore: la quale osservatione è necessario che il Padre Cabeo habbia fatta con un pendulo di qualsisia lunghezza, e da esso cavatane, con l’inventione delle medie, la lunghezza del pendolo di un minuto secondo; la quale inventione è sottoposta a qualche errore, il quale, benchè piccolo, multiplicato secondo il numero delle molte vibrationi, può partorire notabile errore, il che non accade nelle vibrationi non obbligate alla lunghezza del filo che, molte centinaia di volte replicate, ci deve dare la misura del tempo, sichè ogni piccolo errore preso nella lunghezza del pendulo va molte centinaia di volte multiplicato: mentre nell’altra mia operazione l’errore non può nascere, salvo che nel numerare le vibrazioni, delle quali una sola parte di una sola vibratione può esser presa più o meno del giusto. Dove accade (per dichiararmi con un esempio) il medesimo che avverrebbe a quello che volesse assegnare la lunghezza dell’anno da due ingressi del sole nell’equinoziale, presi con l’intervallo di un solo anno tra ingresso et ingresso; dove l’errore di un quarto o di una mez’ora casca tutto sopra la determinazione della quantità dell’anno, la qual quantità ritenuta come giusta con tale errore, volendo assegnare la quantità del tempo di cento, 200 e più anni, partorisce errore di 100 o 200 volte maggiore di quello che cadde nella determinazione di un solo anno: ma se si piglierà l’ingresso del sole nell’equinoziale accaduto et osservato 1000 o 1500 anni fa, e si prenderà simile ingresso al presente, posto che da gli antichi si fusse errato di una meza ora, e che non meno anco da noi si incorresse in simile errore, questo, compartito nelle quantità dei 1000 o 1500 anni, al più che mi possa ingannare nell’assegnare la quantità del tempo di un anno, non può partorirmi maggior errore di quello che importi la millesima parte o 1500ma di tutto l’errore intrapreso.

Che l’uso del pendolo per misuratore del tempo sia cosa esquisitissima, ho io detto molte volte; anzi ho raccolte insieme diverse operazioni astronomiche([194]), nelle quali col benefizio di tal misuratore trovo io precisioni infinitamente più esatte che quelle che si traggono da qualisivogliono strumenti astronomici, quando anco i quadranti e sestanti, armille o altri tali, havessero i lati o i diametri lunghi non solo le dua o tre braccia di quelli di Ticone, ma nè 20, 30 o 50, divisi anco non solo in gradi e minuti, ma in parti di minuti ancora. E l’haver trovato modo di misurare esattamente il diametro di una stella, oltrechè per sè stessa è operazione bellissima, tanto è più da stimarsi, quanto io trovo, gli astronomi che tali grandezze hanno voluto determinare si sono ingannati non dirò di 20 o 30, ma di venti o trenta mila, per cento.

Quanto a quello che ella mi dice della opinione sua circa alla condensazione e rarefazione, cioè che ammette la penetrazione dei corpi l’uno con l’altro, già ho io scritto (come ella può vedere) che chiunque tale operazione volesse ammettere, io gli concedo quanto li piace, non havendo io hauto intenzione di scrivere quanto in tal proposito ho scritto se non in grazia di quelli che negano la penetrazione e gli spazii vacui potersi dare in natura.

Quello che ella dice intorno alla proposizione prima del mio secondo Dialogo([195]), se si dovea apprendere per principio o pure dimostrarlo, io l’ho passato come cosa per sè stessa assai chiara: perchè, che nel vette la forza alla resistenza risponda reciprocamente alle distanze dal punto del sostegno, sicome è stato dimostrato da altri nelle Mecaniche, dependentemente da quello che dimostra Archimede negli Equeponderanti, può prendersi come di già conclusione nota; e che poi, piegata ad angoli retti la minor distanza sopra la maggiore, trovi la forza il medesimo contrasto dalla resistenza, non mi pare che deva esser messo in dubbio, e tanto più che, se bene ho in memoria, credo che il Sig.r Guidobaldo([196]) nelle sue Mecaniche ponga questa medesima conclusione e che la dichiari assai a bastanza.

Che una palla cacciata da grandissima altezza dall’archibuso o dall’arco all’ingiù possa perdere del primo impeto conferitogli, credo che l’esperienza lo mostrerebbe senz’altro, e V. S. lo concede; ma soggiugne poi, poter essere che quello che ella ha perso da principio per l’impedimento del mezo, lo possa poi per sè stessa andar raccquistando nel medesimo mezo. Questo veramente a me sarebbe duro a concedere, quando io non havessi esperienza o dimostrazione in contrario.

Due altri particolari che ella tocca nella sua lettera, non ho potuto riscontrarli in quello che scrivo, intervenendovi figure lineari e rincontri di caratteri, impossibili essere da me fatti, come per mia infelicità resto privo di poter mai più intendere le mie medesime dimostrazioni, dove intervengono figure e calculi; ma perchè ella medesima me le ammette, io volentieri le trapasso. Solo gli dico che quello che posi per principio, cioè che i gradi di velocità accquistati da i cadenti sopra qualsivoglino piani, dei quali la elevazione sia la medesima, giunti che siano all’orizonte siano pari, lo ho poi dimostrato apertissimamente; e quando li piaccia, glie ne manderò la dimostrazione.

La scrittura intorno alla percossa è assolutamente mia, fatta già più di 40 anni sono; ma poi l’ho ampliata assai assai, e esplicata molto più diffusamente. E tanto basti haverla tediata per ora: gli bacio con reverente affetto le mani e li prego da Dio felicità.

 

D’Arcetri, il dì p.o di 7bre 1639.

Di V. S. Ill.ma

Devo.mo e Obblig.mo Serv.

Galileo Galilei.

 

 

 

3913.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 1° settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 100. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla quale si legge, della stessa mano: «Copia dell’originale, fatto scrivere dal Sig.r G. G.»

 

Rev.mo P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Con la gratissima sua ho ricevuto la scrittura in proposito del rimediare all’incomodo che tal hora([197]) si patisce nel macinare per mancamento d’acqua del lago Trasimeno([198]); e credami la P. V. Rev.ma che ne ho ricevuto grandissimo gusto, vedendo con quanta agevolezza e chiarezza ella espone un sì rilevato beneficio, che sarà, per mio credere, impossibile che non sia ricevuto e messo in opera da i Patroni: e come accade nei trovati bellissimi e utilissimi, che il più delle volte sono facilissimi e brevi, così questo si riduce all’avvertire quel semplice canovaio([199]), che quando la cannella([200]) di mezzo della botte non getta più, egli ne metta([201]) un’altra più abasso, atteso che la botte non è secca, ma vi resta ancora del vino da trarsi, quando vi sia l’esito. Resto con desiderio di sentire gli altri suoi trovati, che in conseguenza di questi primi pensieri ne vengono.

Fra pochi giorni sarà costà il P. Clemente di S. Carlo delle Scole Pie, il quale, perchè frequentemente è da me, potrà dargli nuove dello stato mio, onde io per hora non gli dirò altro. Saluti in mio nome i soliti amici nostri comuni, e si ricordi di me nelle sue orazioni; e con reverente affetto gli bacio le mani.

 

Di Arcetri, il dì p.o di Settembre 1639.

Della P. V. Rev.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

Galileo Galilei([202]).

 

 

 

3914.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 3 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 101. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla qualo si legge, della stessa mano; «Copia dell’originale».

 

Rev.mo P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Ricevo la gratissima sua, insieme con la copia dell’altra che scrive a Mons.r Cesarini([203]). Le ho sentite amendue con gusto estremo, e questa, che mi manda, procurerò([204]) che venga in mano del Ser.mo Principe([205]) Leopoldo e presso del Ser.mo G. Duca, sicuro che siano per far gran reflessione([206]) e capitale degl’avvertimenti che in essa si contengono e degli altri che restano e che la P. V. Rev.ma promette([207]).

Quanto a quello ch’ella tocca nella sua in proposito delle gocciole cadenti, che si devino prendere non gli intervalli tra goccia e goccia, ma i numeri di esse goccie, è verissimo; nè io potevo venire in cognizione di quanto scrissi se non servendomi del numero delle gocciole, ponendo il primo come centro et altri sei([208]) come gli angoli dell’exagono inscritto nel primo cerchio, e così i contenuti sono sette. Presi poi due punti e fattone il cubo, che è otto, et trattone([209]) il primo cubo, che è uno, restano pure sette. Aggiunto([210]) il secondo cerchio, doppio in circonferenza del primo, e per ciò contenente dodici([211]) gocce nella circonferenza, e fatto il cubo di tre punti, cioè 27, e trattone il cubo di dua, che è 8, restano dicianove, ch’è la([212]) somma stessa delli 12, delli 6 e dell’l del centro. E seguitando con quest’ordine, aggiungendo il terzo cerchio, e li 18 punti contenuti nella sua circonferenza sommandogli con gli antedetti dodici e gli altri 6 precedenti e quello del centro, si fanno 37 gocce; e tale è il numero che resta cavando il cubo di 3 del cubo di 4, cioè 27 di 64. E così continuando, veddi la continuazione della regola; ma poco potetti([213]) andare inanzi, vietandomelo la privazione della vista e del potere adoperare la penna: infelicità che mi accade anco nel poter discorrere sopra lineamenti che passino oltre a un triangolo, sì che nè pure posso intendere una delle mie medesime proposizioni e dimostrazioni, ma tutte mi giungono([214]) come ignote et inintelligibili. Lascerò dunque la cura a S. P.à di allargarsi in questa contemplazione, e di ritrovare se ci è cosa che meriti che ne sia tenuto conto.

Sono in continui stridori per una orribile doglia in una mano, di quelle mie antiche; non posso esser più seco. Credo che([215]) riceverà questa insieme con un’altra mia, scritta tre giorni sono. La riverisco con ogni affetto e mi raccomando alle sue orazioni.

 

D’Arcetri, li 3 di Settembre 1639.

Della P.à V. Rev.ma

Dev.mo e Ob.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3915.

 

GALILEO ad ODOARDO FARNESE [in Parma].

Arcetri, 3 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. V, car. 39. – Copia di mano di VINCENZIO GALILEI, che annota: «del G. al S.mo di Parma. 1639».

 

Ser.mo Sig.re e P.ron mio Colend.mo

 

Il segno che l’A. V. S. mi dà di conservare ancora nella sua memoria quella mia humilissima e devotissima servitù della quale già molti anni sono li feci offerta e libero dono, per sè stesso mi è stato di singolare allegrezza, ma raddoppiata poi per il mezo del quale l’A. V. S. si è compiaciuta di servirsi; dico dell’essermi stata rappresentata per via della Ser.ma Duchessa sua consorte([216]), la quale si è compiaciuta mandarmi a visitare e salutare in nome dell’A. V. da due principalissimi suoi servitori: da i quali ella potrà intendere lo stato mio compassionevole nel quale mi ritrovo, poichè per le molte mie indisposizione, et in particolare per la totale cecità, son reso inabile a più impiegarmi in alcuno degli studii che per li tempi passati sono stati cibo del mio debole intelletto. E non potendo avanzarmi più oltre, invio all’A. V. un esemplare delle mie ultime specolazioni intorno ad alcune proposizioni filosofiche e matematiche, ultimamente stampato in Asterdam. Io non supplicherò l’A. V. che desista da i suoi gravissimi negozii per occuparsi nella lettura di alcune di queste mie cose di poco momento; ma assai mi parrà di esser onorato e favorito se ella li darà luogo tra i suoi libri, servendosene per rinovare talvolta nell’animo suo la mia devotissima et umilissima servitù, la quale con questa gli confermo in perpetuo, mentre humilissimamente li bacio la veste e li prego da Dio il colmo di felicità.

 

Dalla villa di Arcetri, li 3 di Settembre 1639.

Di V. A. S.

Humiliss.o e Devo.mo Se.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3916.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 9 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 165. – Autografe le lin. 51-52 [Edizione Nazionale].

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Ancorchè la lettera di V. S. del primo([217]), ricevuta hoggi, non mi oblighi a risposta, tuttavia è tanto il gusto che io sento di trattar seco in questo modo, già che non posso farlo di presenza, che per non privarmene voglio scriverle queste poche righe.

Il calcolo del Padre Cabeo credo che sia fatto al modo di V. S., che così gli suggieri’ quando esso era qui; non però tanto essattamente di numerar le vibrationi fatte in 24 hore, ma credo in una o due hore solamente in qualonque longhezza di pendolo, con farvi poi il conto per la regula aurea, come V. S. dice.

Che l’uso del pendolo possa servire a’ calcoli celesti, è cosa chiara; et io ho per fantasia di valermene un dì, se haverò otio, come anche di altri stromenti fatti senza artificio e che operino giusto, intendendo io in tal caso di valermi poco di uno sestante, che ho assai bello, di 5 piedi in circa di semediametro, fatto in Bologna di ordine del Ticcone, di cui esso fa mentione nelle sue lettere, che restò appresso al Magino, da cui io lo hebbi poi: se ben so che V. S. in questo e ogn’altra cosa harà inventioni più sottili e più belle delle mie.

Resto sodisfatto a pieno di ciò che dice della acceleratione del moto; però par dura cosa a credere che non solo il moto della palla di artellaria sia più veloce al principio di quel che possa essere, passato qualonque distanza di moto naturale, ma che anche qual si sia proietto, spinto o da braccio o da altro stromento, vada sempre crescendo di impeto ogni volta che si allontana dal proiciente, per quanto vada di moto violento e per quanto poco declini verso il centro; onde si verificherebbe il detto che il moto si va sempre celerando, non solo del moto naturale, ma del violento ancora, come V. S. prova benissimo alla 4a propositione del 4° Dialogo([218]): il che prima io stimavo falso, e par ad un certo modo contra il senso, parendo verisimile che una ferita non solo fatta da una balestra o arco, ma da un sasso tirato dal braccio, sia maggiore quanto è più vicina a quel che la tira; onde quello che V. S. dice, che il crescimento della velocità non ha luogo ove si tratta de i proietti fatti dal’impeto di fuoco, si verrebbe anche a verificare in quelli che son fatti da altri moventi di minor attività.

Ho piacere che V. S. habbia riconosciuto per suo il Discorso della percossa, che così anche sempre parve a me e per la novità e sottigliezza della materia o per lo stile.

Sento dir gran cose di ciò che si ritrova in cielo con l’aiuto di telescopii longhissimi a Napoli, e che Marte sia cornicolare, e che sian molte cose nuove nella luna, e altro; che se son vere, V. S. ne harà havuto raguaglio, e mi duole che non possa osservarle.

Per impir il foglio, voglio darle notitia di una inventione che tre anni sono addatai ad una delle nostre galere, con che riesce alla chiurma vogare con molta maggior facilità, e far molto meno fatica: e questo solo con porre un legno sotto il banco, ove il vogattore posi il piede in vece di posarlo sul banco. Questo è stato poi appreso non solo dalla più parte delle nostre galere, ma da altre ancora; se ben contiene poca sottigliezza, nè da stimarsi per altro che per esser di tanto serviggio e per non essersene avveduto alcuno di tanti belli ingiegni che prima di hora han navigato sopra gallere. E per più non tediarla finisco con bacciar a V. S. di cuore le mani e pregarle dal Cielo ogni felicità.

 

Di Gen.a, a’ 9 7bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Vero et Obbl.mo Ser.re

Gio. B.a Baliano.

 

 

 

3917.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 10 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 167. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ho sentito con grandissimo gusto l’applauso che V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma fa a quelle mie scritturette, nelle quali se ci è cosa nessuna di buono lo devo riconoscere dalla Divina mano prima, e poi dalli documenti riceuti da V. S. Ecc.ma Quello di che io ho qualche compiacimento nel consulto dei molini di Perugia, è che mi pare di cavarlo dalla natura stessa del lago, considerato nel suo essere naturale, cioè che sia una gran conserva d’acqua, ma male custodita e governata, in modo che in alcuni tempi scarica più acqua del bisogno e poi li viene a mancare; ma io propongo il modo di conservarla e andarla dispensando, sì che serva tutto l’anno continovatamente. Sono però fuori di speranza affatto che si habbia da mettere in prattica mai, ancorchè l’utile sia così manifesto; e mi vado confirmando poichè si è dato orecchio a un tale, quale ha proposto di cavare l’acqua dal lago con ingegni e machine maravigliose, ed ha promesso di cavare tanta acqua che farà macinare continovatamente una macina, che verranno ad essere undeci molini. È stato qui in Roma, ha negoziato, ed ottenuto patenti e brevi di fare l’impresa. Non ha però avvertito di farci mettere clausule tali, che avvalorassero le sue invenzioni; e però, ritornato a Perugia, dopo havere fatta una buona spesa, tutto gli è riuscito vano, e solo ci ha guadagnata una gagliarda febbre con petecchie, e non so hora come la passi.

Io ho risoluto di attendere da qui avanti al vino e lasciar l’acqua: dico di attenderci in prattica; ma in speculativa([219]), da diversi accidenti che si sono osservati nella corrente siccità e da alcune osservazioni mie particolari, congiongendo tutto con le conseguenze dependenti da quel poco che io ho scoperto nel mio trattato Della misura dell’acque, inclino assai ad affermare che l’origine de’ fiumi e di fontane dependa tutto da queste conserve d’acqua, delle quali parte si scoprono manifeste, come sono i gran laghi, e parte sono riposte nelle segretissime viscere della natura. La materia è bella, assai vasta e sin hora ci trovo di gran riscontri. Non so come mi riuscirà spiegarla: andarò faticando e farò quello che potrò, e di tutto darò parte a V. S. Ecc.ma, alla quale fo riverenza.

Quanto al numero delle gocciole cadenti, la ringrazio di quanto ella mi scrive; chè veramente mi pare maravigliosa l’invenzione e fuori d’ogni humana fantasia, nè dubito punto che, ruminato bene il problema, non habbia da servire a maggiori scoprimenti.

 

Roma, il 10 di 7bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o Gal.i

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il S.r Gali[leo Galilei,] p.o Filosofo del Ser.mo Gr. D.

Firenze.

 

 

 

3918**.

 

GIO. GIACOMO BOUCHARD a VINCENZO CAPPONI [in Firenze].

Roma, 10 settembre 1639.

 

Collezione Galileiana nella Torre del Gallo presso Firenze. – Autografa.

 

…. Rendo grazie a V. S. Ill.ma… per la diligenza ch’ella si è degnata fare intorno ai particolari della vita del Sig. Galileo Galilei([220]), della quale non fu mai intenzione mia di pubblicare niente vivente lui, nè manco stando le cose come si ritrovano oggidì. Però se questi Signori suoi amici volessero favorire di mandarmi tuttavia quelle cose più notabili che sanno di quel buon vecchio, lo potria fare sicuramente: il che mi serviria a cominciare l’opera, la quale poi non lascerei vedere se non in tempo e loco oportuno; ed in quello credo essere degno di fede, mentre, faciendo altrimente, pregiudicarei più a me stesso ch’a altri….

 

 

 

3919.

 

GIO. BATTISTA BALIANI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 16 settembre 1639,

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 170. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Scrissi a V. S. l’ordinario passato([221]); però non risposi ad un particulare della sua lettera, ove scrive d’haver dimostrato, che ove sia pari elevatione, i gradi di velocità de’ cadenti gionti all’orizonte siano pari, e che è pronta a favorirmi di mandarmene la dimostratione. Io, che sono inclinatissimo a specular intorno alla verità delle cose, ancorchè poco mi riesca farlo bene, amai meglio tentar la mia fortuna con tentar di dimostrarlo anche io, e credo che mi sia riuscito; e con occasione che mi è convenuto ristampar un foglio della mia operetta, per un errore trascorsovi per colpa parte del riccoppiatore o dello stampatore o parte mia, nella correttione degl’errori di stampa vi ho succintamente inestato la detta dimostratione.

Ho havuto per bene di darne parte a V. S. e mandarle una copia di detta mia operetta così racconcia, pregandola che la faccia degna di star in un canto della sua libraria, con stracciar l’altra che le mandai prima, che non vorrei che vi stesse in alcun modo. Io credo che sia buona dimostratione, supposto per principio che la proportione degli spatii si compone della proportione dei tempi e delle velocità; e ne ho fatto una gionta alla dichiaratione del settimo postulato, facendola nascere dalla propositione decima quinta. Ho voluto mandargliele tale quale è, se ben con poca speranza che senza veder le figure possa dirmene intieramente il suo senso. Con questa occasione spero anche nel fin dell’opera haver dimostrato, che ove il cadente gionge e si muove sopra il piano orizontale, fa, in tempo uguale, moto per ispatio doppio a quel che fece cadendo tanto perpendicolarmente quanto sopra piano comonque sia inclinato.

So che V. S. sarà contenta di vedere che io, ancorchè pigmeo nelle lettere, aspiri ad emular con i giganti, e che ella mi habbia data occasione di far qualche belle speculationi, se pur son tali, e che se pur mi ha fatto beneficio, l’habbia fatto a persona che gliene tien animo grato, e lo dimostra, se non con altro, con essere partialissimo delle sue cose; e se bene quelle non han bisogno di maggior pruova, pare tuttavia una certa sodisfattione il vedere che le stesse conchiusioni si pruovino con principii tanto diversi.

Nel resto voglio farle parte d’un’esperienza che mi riuscì fare dominica passata, andando a spazzo sopra una galea: ove feci salir un marinaio al calcese in cima dell’albero, e di indi lasciar cadere più volte una palla di moschetto, in tempo che la galea andava velocemente; e perchè la ciurma faceva nel vogare la maggior forza che ella potesse, e perchè il vento moderato nel trinchetto ci dava non poco aiuto, e ogni volta la palla cadeva al piè dell’albero, senza restar ponto a dietro, con non poca meraviglia di tutti coloro che vi erano presenti; e pure essendo l’albero alto più di 40 braccia, massime che la galea è grossa, cioè la nostra capitana, per ragione la palla dovea star per aria più di tre minuti secondi, nel qual tempo la galea caminava sicuramente almeno sedici braccia. E per non darle maggior noia finisco con baciar a V. S. affettuosamente le mani e pregarle ogni vero e compito bene.

 

Di Gen.a, a’ 16 di Sett.e 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Vero et Obbl.mo Ser.re

Gio. B.a Baliano.

 

 

 

3920.

 

ISMAELE BOULLIAU a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 16 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 169. – Autografa.

 

Illustrissimo et Excellentissimo Viro

Domino Galileo Galilei, Nobili Florentino,

astronomorum nostrae aetatis facile principi,

  1. P.

 

Tandem, Vir Illustrissime, prodiit Philolaus([222]), postquam per triennium et trimestre inter Batavos, diuturnae morae veluti compedibus constrictus, latuit. Ingratae morae molestiam, typorum nitor ac schematum sculptura subtilis admodum levarunt, et quicquid bilis in typographum efferbuerat sedarunt. Unum exemplar Illustriss.ae Dominationi tuae mitto, illudque honoris et cultus erga se testimonium serena fronte accipiat rogo, eodemque animo atque ipsi offero. Utinam Deus, qui alligat contritiones suorum, restituat oculorum lumen tibi ademptum, nobisque tale damnum resarciat, ut ipse legas libellum, et rationum seriem sine alienorum oculorum opera dispicias. Sed si voto damnari non datur, unum interim, si per valetudinem Dominationis tuae licet, rogo, ut recitari tibi ex illo aliquot paginas cures, et quid sentias cum libertate et ingenuitate mathematica mihi significes.

Librum ad te mittendum commendavi nobilissimo atque generosissimo viro Domino Comiti de Bardis([223]), apud Regem Christianissimum Serenissimi Magni Hetruriae Ducis oratori, in quo pergrata humanitas, virtus eximia, erga liberales disciplinas amor, in rebusque multis perspicacitas, supra vulgarem modum relucent. Dominationi tuae omnia foelicia precor; ipsa me amet, qui illi sum

 

Parisiis, E. A. D. XVI Kal. VIIIbris MDCXXXIX.

 

 

 

 

 

3921.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 17 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 138. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Io sono così sviato, che non sto nella città se non quanto mi ci tiene la necessità o mi vi chiama l’obedienza. Venutovi, una delle maggiori obligationi è scrivere e salutare V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, quale ho continuamente nel cuore: e non mi viene mai sue lettere, che sì come mi sono soavissime([224]) per venire da lei, così non mi dia un tremore di leggervi qualche gravamento delle sue indispositioni; e quando vi leggo che almeno non siano più gravate, ne resto tutto consolato; ma se vi trovassi miglioramento, l’allegrezza saria inesplicabile.

Al punto di quel regalo risposi già([225]); replico hora assolutamente che non sento che per modo alcuno lo ricusi, nè so imaginare causa alcuna che lo possi muovere a ciò fare. Si tratta con Principe, e Principe grande e potente, al quale saria sicuro affronto; poichè non potria imaginarsi esser altro che un rinfaciarli la religione, la quale vorrei che il più scrupoloso del mondo mi sapesse dire ciò c’ha da fare qui dentro. Il suo Principe, il Ser.mo G. Duca, che Dio colmi di felicità, come incessantemente Lo prego, tiene comercio, riceve ne’ suoi porti; la Ser.ma Republica, il Re Christianissimo, tutti li Principi, ci hanno ambasciatori, eccetto quelli che seco hanno guerra; non vi è nominatamente impedimento: perchè vuole V. S. temere? Ma leva ogni dubbio che è una republica, che non può essere sogetta alla nominatione censurata, perchè ciò si addatta alle sole persone particolari. Non vi è dunque rispetto di religione. In termini civili, che cosa la può muovere? Il non havere perfettionata l’opera, per le sue indispositioni? questo meno, perchè il segno ove è arrivata V. S. sino adesso, non si può riconoscere da quella Republica nè anco col dono d’una città: nè deve V. S. dubbitare che gl’ingegni di quella natione non siano per ritrovare machine per goder il frutto d’un’inventione nella quale hanno sudato li([226]) più grandi intelletti indarno et lasciata l’impresa come disperata od impossibile, perchè era riservata al divino Galileo, come tant’altre maraviglie, che al dispetto dell’invidia, malignità, se fosse più potente che tutto l’inferno, lo rende e renderà adorabile a tutta la posterità, c’haverà gusto di scienze sode e peregrine. Mi perdoni V. S. ch’io desidero il Galileo nel Galileo, il quale tanto sa della natura e dell’humanità. Franchi una volta l’animo, e s’assicuri essere arrivato al punto che li rispetti timidi non fanno più per essa, e tutto quello li occorresse prenderà le qualità sue d’essere glorioso, a creppacuore del diavolo e de’ suoi maladetti satelliti.

Ritornando al proposito, sento che non solo ritenga quel puoco di recognitione, ma che espressamente ne facia mentione, sì che passi alla sua posterità per testimonio d’honore. Ma quando trovi necessità di far altrimente, che non vorrei nè credo, io la servirò in tutto quello mi accennarà.

È qui il Sig.r Dino, se non erro il nome([227]), ma in casa dell’Ill.mo Ressidente, il che m’impedisse visitarlo. È conosciuto da’ virtuosi per scolaro del S.r Galileo; basta così, perchè questo solo è più di quello si potesse dire in mille encomii. L’ho riverito così alla sfugita per strada.

Se mi può V. S. favorire di qualche cosa intorno alla sua, la chiamarò magnum opus della longitudine, mi sarà un thesoro, ma senza suo scomodo. Le prego di tutto cuore augmento di sanità o di pacienza, e li fo humilissima reverenza.

 

Ven.a, 17 Settembre 1639.

Di V. S. molto Ill.re e R.ma (sic)

Dev.mo Ser.

F. F.

 

Fuori, d’altra mano: Al molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Fiorenza.

 

 

 

3922*.

 

GALILEO a FORTUNIO LICETI in Bologna.

Arcetri, 24 settembre 1639.

 

Dalle pag. 137-138 dell’opera: De terra unico centro motus singularum caeli particularum disputationes FORTUNII LICETI ecc. Utini, ex typographia Nicolai Schiratti, MDCXL.

 

Molto Ill. etc.

 

Non si maraviglierà V. S. molto Ill. et Eccellentiss., se tardi riceve risposta da me alla gratissima sua, quale ricevei già un mese fa insieme col suo libro delle Lettere responsive([228]); anzi mi scuserà, perchè ho voluto sentirne almeno parte, nè potendo ciò ottenere salvo che per la lettura di amici, la conversatione de’ quali gli ardori de’ giorni passati mi hanno impedita, mi è convenuto interrottamente ricevere la grazia di sentirne qualcuna, ma non senza estremo gusto et amirazione della facondia e somma erudizione che in esse lettere si contiene. Io non posso finire di maravigliarmi come in uno intelletto umano si ritrovi una conserva di tutte le dottrine sparse in mille libri da mille altri ingegni peregrini. Ho sentito in particolare nominarmi da lei con laude in quella ove diffusamente disputa della grandezza dell’universo, se si deva credere finito o infinito. Molto argute sono le ragioni che si apportano per l’una e per l’altra parte, ma nel mio cervello nè quelle nè queste concludono necessariamente, sì che resto sempre ambiguo quale delle due asserzioni sia vera; tuttavia un solo mio particolare discorso m’inclina più all’infinito che al terminato, essendo che non me lo so nè posso imaginare nè terminato nè interminato e infinito; et perchè l’infinito ratione sui non può essere compreso dal nostro intelletto terminato, il che non accade del finito e da termine circonscritto, debbo riferire la mia incomprensibilità alla infinità incomprensibile che alla finità, nella quale non richiede ragione di essere incomprensibile.([229]) Ma questa, come V. S. Eccell. liberamente afferma, è una di quelle questioni per avventura inesplicabili da i discorsi umani, simile forse alla predestinazione, al libero arbitrio, et ad altre, nelle quali le Sacre Pagine e le divine asserzioni sole piamente ci possono quietare.

Io le rendo grazie infinite dell’onore e del favore fattomi, e con grande ansietà sto aspettando il trattato delle pietre lucifere([230]), il quale mi rimprovera la sterilità e mendicità del mio ingegno, mentre sento che l’ubertà e ricchezza del suo ha di già empiuto molti fogli di discorsi sopra una materia nella quale io non crederei di potere diffondermi nè anche in pochissimi versi. Taccino pure tutti gli altri ingegni che pretendono di poter gareggiare con quello del Sig. Liceti, mio Signore: al quale con riverente affetto baciando le mani, prego da Dio lunga vita e prospera sanità a benefizio della republica litteraria.

 

Di Arcetri, 24 Settembre 1639.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.

Devotiss. ed Oblig. Serv.

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill. et Ecc. Sig. mio Padron Colendiss.

Il Sig. Fortunio Liceti, Filosofo eminente nello Studio di

Bologna.

 

 

 

3923**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 24 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 140. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Quanto più hanno havuto la stagione contraria, tanto più riconosco l’amorevolezza di V. S. nel regalo delle zatte, ch’appunto saranno godute nell’occasione d’una buona foresteria che aspetto in casa. Gnene rendo perciò devotissime grazie, sentendo estrema consolazione che ella tra i suoi travagli si vadia mantenendo con la solita franchezza, e che sì favorita mantenghi la memoria della mia servitù.

Il tempo ci ha dato un po’ d’acqua, sì che ripigliamo speranza di ricorre un po’ di vino; e se ella m’accennasse quale i suoi medici giudicano megliore per la sua salute, non mancherò di provedernela: e tratanto si metterà da parte il solito degli altri anni.

Pregola con ogni affetto di qualche suo comandamento; e Dio nostro Signore le conceda ogni più desiderabile contentezza.

 

Di Siena, li 24 di Sett.re 1639.

Di V. S. molto Ill.re

Devot.o Ser.

A. Arc.vo di Siena.

 

 

 

3924*.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 25 settembre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 77. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Le grazie c’ho da V. S. ricevute, mi accuserebbero di troppa ingratitudine, s’io non le testificassi l’obbligo, che verso di lei ne conservo, ogni volta ch’io posso conoscer di farlo senz’apportarle disturbo; e fra le altre quella singolare d’inviarmi il suo libro maraviglioso ricerca ch’io me le ricordi servitore il più devoto ed obbligato ch’ella habbia. Dubito nondimeno che V. S. (per cattivo ricapito havuto dalle mie lettere) mi tenga debitor anche e di risposta alla sua de’ 12 di Marzo e di avviso della ricevuta grazia del libro sudetto. Ma io, dopo d’haverle scritto e ringraziatola amendue le volte([231]), non replicai più lettere per non cagionarle soverchia noia; che se io havessi sperato così di ottenere alcuna comodità di servirla, come dubitava di tediarla, haverei con piacere eccessivo continuato a riverirla assai spesso.

Il P. D. Vincenzo([232]) potrà esser a V. S. buon testimonio della particolar mia osservanza verso di lei, e dello stupore cagionato in me dalla lettura del sudetto libro, di cui la ringrazio di nuovo infinitamente; e la prego, se me ne stima degno, ad onorarmi de’ suoi comandamenti, i quali bramo quanto debbo, avvegna che io non mi conosca atto ad eseguirgli come sono obbligato. Et a V. S. bacio riverentemente le mani, e le auguro compita felicità.

 

Genova, 25 di Sett.e 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o ed Obblig.mo S.re

Daniele Spinola.

 

 

 

3925.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 27 settembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 142. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevo grandissimo gusto dalla sua lettera ultimamente scrittami, mentre intendo ch’ella si va pure conservando in qualche grado di sanità e tiene pur memoria di un suo cordialissimo servitore. Mi dispiace che il Sig.r Dini([233]) stia così travagliato d’infirmità, poichè un ingegno tale dovria non essere impedito, per la molta utilità che da quello ne possono sperare gli studiosi.

La mia Centuria([234]) si prattica tutta con i logaritmi, e per ciò chi non ha l’agio, gusto o patienza, di imparare la prattica di calcolare con quelli, non ne può intendere niente; però non mi maraviglio che il Sig.r Dino, stante la sua infirmità, non vi habbi anco fatto studio. Ma quell’infortunio che travaglia il Sig.r Dino, cioè l’infirmità del corpo, non mi lascia nè anco me applicare a speculationi, poichè è un mese ch’io sto travagliato dalla gotta in tutto il corpo; onde non si maravigli se io non li rendo quel conto del suo libro maraviglioso ch’io vorrei, poichè in tal tempo mi conviene sbandire ogni speculatione.

Quanto poi al cognato([235]) dell’Em.mo Bichi([236]) et a Mons.r Ill.mo di Siena([237]), già intesi per l’altra sua quanto per mezo loro potevo sperare dal detto Em.mo; et io tengo molto cara tale congiuntura di amicitia, e la supplicarei del loro favore quando venisse l’occorrenza, ma per hora non n’ho occasione. Già sono andati li nostri Padri principali della Religione, cioè li Padri deffinitori, co ‘l Generale a Roma per fare questa benedetta riforma([238]); tuttavia pare che il detto Em.mo Bichi riesca gentilissimo, nè sia per fare gran novità. Basta: se quelle arrivaranno a darmi molestia, la pregarò poi, come dico, de’ detti favori. E con questo faccio fine, pregandole dal Signore lunga vita e tranquillità d’animo et il compimento de’ suoi desiderii: alla quale facendo riverenza, bacio affettuosamente le mani, salutando il Sig.r Dini et anco caramente il Padre Clemente([239]).

 

Di Bologna, alli 27 Settembre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

3926**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 1° ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 144. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Dal Padre Clemente al longo sono stato informato dello stato di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, e gli ho fatte replicare le medesime cose più volte per mia consolazione. Quello che mi è piacciuto assai è l’intendere la composizione dell’animo suo, mentre ella di buon cuore si quieta nella volontà di Dio, unica strada di vivere contenti. Mi è ancora piacciuto assai intendendo che le forze vitali sono in buon stato, e che il lume dell’intelletto si conserva in modo che non lascia di filosofare. Sia ringraziata sempre la misericordia altissima di Dio.

Quanto al nostro intrepido Mecenate([240]), sta bene di sanità di corpo e contentissimo dell’animo. Ne tengo lettere assai frequenti, dalle quali intendo che mi continova la sua buona grazia, e mi dà qualche speranza di lasciarsi rivedere a Roma; la qual cosa se riesce, cantarò il Nunc dimittis.

Il Sig.r Magiotti, S.r Nardi e S.r Borghi stanno bene e sentono allegrezza che V. S. si mantenga; li fanno riverenza di tutto cuore, come fo ancor io; e li prego dal Cielo ogni vero bene, facendoli riverenza.

 

Roma, il p.o d’8bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

Mons.r Cesarini([241]) li fa un caro baciamani.

 

 

S.r Gal.o Gal.i

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei], p.o Filosofo del Ser.mo Gr. Duca.

Firenze.

 

 

 

3927*.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 1° ottobre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIV, n.° 66. – Autografa.

 

Molto Ill.re Ecc.mo S.r

 

Il retrovarsi nel letto il S.r Andrea mio fratello con non poca gota, et li Consigli nostri, che in questi mesi, come a lei è noto, si sogliono fare, ha causato che non habbi a questa hora adempito il mio desiderio di reverirla: tuttavia spero di farlo in breve spazo avanti l’invernata.

Rendole grazie del catalogo che si è compiaciuta inviarmi delle sue opere, nè sparmierò a fatica certo per haver sì il proibito come li altri; che perciò la prego coadiuvar questo mio desiderio con indrizzarmi ove al sicuro possi far capo a un de loro, che è uno de’ maggior favori che possi ricevere, assicurandola che non guardarò a spesa per porle insieme, stimandole io una gioia. Mi retrovo havere l’Uso del suo Compasso, con la Difesa di lei a Baldassar Capra, il Dialogo delli due sistemi, et quell’ultimo che lei si è compiaciuta inviarme. Mi escusi, la supplico, di tanta noia, e mi condoni; che con ogni affetto pregandola favorirmi de’ suoi comandi in alcuna cosa, a V. S. Ecc.ma baccio le mani.

 

Di Venetia, li p.o Ottobre 1639.

Di V. S. molto Ill.re Ecc.ma

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo Ser.r

Francesco Duodo.

 

Fuori: [….] S.r

L’Ecc.mo Sig.r Galileo [Galilei], Dot.r Mat.co

Fiorenza,

Raccomandata al S.r M.ro delle Poste.

per Arcetri.

 

 

 

3928.

 

ODOARDO FARNESE a GALILEO in Arcetri.

Caprarola, 2 ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIV, car. 219. – Autografa la firma.

 

Ill.re Sig.re

 

Ho sempre fatta stima particolare del merito di V. S., e la visita che le ha fatta fare per mia parte la Sig.ra Duchessa mia([242]), è un argomento infallibile di questa verità. Compatisco alla sua cecità corporale, la quale però non le toglie il lume dell’animo. Goderò il libro delle sue specolazioni filosofiche et matematiche; et ringraziandola del dono, parto del suo felicissimo ingegno, qui m’offero a V. S. et le auguro prosperità.

 

Da Caprarola, li 2 di Ott.re 1639.

Di V. S.

 

 

 

S.r Galileo Galilei. Villa d’Arcetri.

 

 

Fuori: All’Ill.re Sig.re

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

3929.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 8 ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 172. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Veramente le cose et le sventure avvenute a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma sono di quelle che non si possono capire, et a me, per modo di dire, restano ancora inintelligibili. Non ho mai letto, nè anco nei più rigorosi trattati de’ casi di conscienza, che fosse obligato alcuno a spesar una famiglia([243]) in altro caso che havendogli ucciso ingiustamente il padre; ma il spesarla doppo che non è, mi pare l’enigma di Giob: Habitent in tabernaculo eius socii illius qui non est. L’eminenza della virtù di V. S. et l’incomparabile suo sapere ha cagionato che li fulmini della malignità, ingiustitia et invidia habbino havuta sempre la mira a ferirla; ma può ben assicurarsi che ogni tentativo riesce vano et gli arrecha splendore e gloria, nè le può far altro male che moverli l’indignatione che accada a lei quello che mai s’udì in altro. L’incomparabile cognitione che ha delle cose humane li deve servire di scudo a tutti li colpi.

Il partito preso circa quel regalo non mi dispiace([244]), perchè mi assicuro che l’evento non sarà altro che una risposta quale si deve aspettare da Principe grande, cioè che non dona per ritorre, et che quello è un minimo segno di gratitudine rispetto alla grandezza dell’inventione et dell’utile che da quella può prevenire. Io sto con tanto desiderio d’intendere sul particolare qualche cosa di questa grande impresa, che non vedo l’hora di ricevere sopra ciò il suo discorso. Il Sig.r Pieruzzi([245]) mi disse, che altro non mancava a perfettionar l’opera se non trovar una machina che tenghi ferma la vista del canochiale ad un punto del cielo, non ostante il moto della nave. Se questo è, io ho per fatto dal canto di V. S. quanto fa bisogno; perchè quanto a quella machina non dubito che non siano per ritrovarla quegl’ingegni ollandesi, che in materia di machine vagliono sopra ogn’altra natione, esclusa l’italiana mentre vive il Gallileo. Prego il Sig.r Iddio che le conceda quiete et tranquillità di animo.

Haverà V. S. relatione da quelli che qui sono stati col Ser.mo Leopoldo, della sfera del nostro Alberghetti([246]), che ha messo sotto gl’occhi quello che nei suoi Dialoghi ha imparato, di modo che si vede in fatto dall’arte quello che V. S. ha portato come possibile dalla natura et dall’Auttore di essa. Dal quale instantemente desidero a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma ogni bene, et le baccio le mani.

 

Ven.a, li 8 8bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

Il Sig.r Gallileo Gallileii.

Fiorenza.

 

 

 

3930*.

 

GIO. MICHELE PIERUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 14 ottobre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXV, n.° 52. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma le due oncie d’aloè, preparato, accomodato e rinvolto dallo speziale in cartapecora grossa, acciò venga meglio custodito. E con quest’occasione le rassegno la mia obligata servitù; e con riverirla con tutto l’animo, le prego da Dio ogni prosperità, pregandola di più a scusarmi se son così breve, perchè questa sera non ho tempo di scriver più a lungo.

 

Di Padova, li 14 d’Ottobre 1639.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Gio. Michele Pierucci.

 

 

 

3931**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 18 ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 210. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Le demostrazioni di benevolenza che V. S. ha fatte verso di me sono tali e tante, che io da padre amorevolissimo non averei potuto desiderarle nè più affettuose nè più frequenti; ma questa ultima, nella quale V. S. manda, a posta, e si priva del suo proprio servizio, per prevenire non solo i miei bisogni ma anche i miei desiderii, fa che la sua cortesia più presto si possa dire infinita che grande: e io, che mi trovo astretto con tanti legami indissolubili d’obligazioni, non posso anche a me stesso in altro sodisfare, che considerando gl’eccessi della sua amorevoleza, e appagandomi nella mia coscienza con una inclinazione e pronteza singulare a far conoscere a V. S. che io conosco questi estraordinarii effetti d’umanità, se bene non so anche trovare parole per renderne le debite grazie.

Mando aclusa la cedola delli trentacinque scudi, che ho riceuto per mano di Pierino, il quale andò al mercato, ma in vano, perchè, stante la fiera, non v’era gente, non che roba. Manderò io de’ pollastri quanto prima, mentre co ‘l fine, facendoli debita reverenza, gli prego dal Cielo cumulata prosperità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 18 Ottobre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3932**

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 18 ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 146. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re mio Sig.re Oss.mo

 

La lettera di V. S. per Mons.r Saracini([247]) ha havuto subito e fedel ricapito; e partendo egli domani per cotesta volta, forse più da vicino farà a V. S. significare e la ricevuta e la risposta.

Allestisca pure V. S. la solita botticella, perchè a suo tempo mi conserverò il contento di servirla del mio vino; e credo che haverebbe a essere un po’ megliore dell’anno passato.

Saluto V. S. per parte di questo Ser.mo Principe([248]), che mi dice che ha havuto disgusto di non haverla potuto godere un poco, prima del suo ritorno. Ella adunque vede l’obligo in che è di conservarsi, a consolazione e de’ Padroni e de’ suoi servitori; e però pregando Dio per ogni sua più desiderabile felicità, devotissimamente le bacio le mani.

 

Di Siena, li 18 d’Ottob. 1639.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Galileo.

Devot. Ser.

A. A. di Siena.

 

 

 

3933**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 22 ottobre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 148. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

E pure si travaglia ancora V. S. molto Ill.re et Ecc.ma sopra quel piciolo regalo([249]), che in rispetto dell’inventione e di chi gli lo fece è un puro nulla. Ponga, la prego, il suo cuore in pace, e se deve pensare, pensi all’opera, e lasci alla posterità quei lumi che dagli occhi dell’intelletto, sempre lincei e perspicacissimi, si attendono.

Il caso di quell’assassino è tanto simile a quello già occorso nella persona di quel già tanto amiratore delle virtù di V. S., dico il P. Maestro Paolo, che mi fa sovvenire il detto che redeunt eadem infinities. La fama, che l’haveva portato qui assai alterato, l’ha però vestito della medesima circonstanza quanto alli mandanti, che nel nostro fu il Cardinale nipote, non senza scienza del zio. Non ho creduto al riporto, che per essere levato l’assassino di chiesa, il Noncio fosse passato a censure, perchè le leggi stesse ecclesiastiche eccettuano il caso; e sebene per una bolla di Gregorio 14 ci vuole licenza, quella però non è ricevuta, dicono questi casisti, se non in puochi luochi. Qui si fece resistenza, si prohibì la publicatione, si pretese la nullità, e doppo negotio di 4 mesi si finì che il Papa stesso assentì che non si osservasse; e così si prattica.

L’Arisi si scusa che non si cava un soldo dalle entrade, e dice il vero: lo sollicito però al suo debito.

Le raccordo la mia avidità di vedere il discorso della longitudine. Prego Dio che le dia tranquillità, e le bacio le mani.

 

Ven.a, 22 Ottobre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. Fulg.o

 

Fuori, d’altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Fiorenza.

 

 

 

3934*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 22 ottobre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 6. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Oss.mo

 

Io non vorrei che V. S. Ecc.ma decimasse il sommo gusto, che provo in servirla, con le soverchie cirimonie, le quali offendono in un istesso tempo e la mia infinita osservanza e la piena autorità che tiene di comandarmi. Supplicola per tanto a tralasciarle, et in luogo di quelle soggiungere qualche suo comandamento.

La lettera per il Padre Maestro Fulgentio è stata presentata in propria mano; e se egli mi invierà la risposta, V. S. Ecc.ma la vedrà aggiunta con questa. Io poi, giachè lei conserva tanta prontezza di favorirmi, torno a supplicarla di quello che già un tempo la pregai([250]); cioè, se alle volte gli venisse fatto il ricordarsi di quei passi ne’ quali l’Ariosto è stato tanto superiore al Tasso, haverei per somma gratia che me ne favorisse. Credo che il Padre delle Scuole Pie([251]) mi farebbe il favore di notarli: ma tutto intendo di ricevere dalla sua cortesia, quando non li possa essere d’incomodo e travaglio. E qui a V. S. Ecc.ma bacio con sommo affetto le mani.

 

Venetia, 22 Ott.re 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Aff.mo et Obb.mo Se.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3935.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 28 ottobre 1639.

 

Dal Tomo III, pag. 185-186, dell’edizione citata nell’informazione premessa al n.° 1201.

 

Di Parigi, 28 Ottobre 1639.

 

Sebbene da molto tempo in qua mi ritrovo privo delle lettere di V. S. molt’Ill., nondimeno, non scemandosi però il devotissimo mio affetto a riverirla e servirla, mi sento in obbligo di significarle l’ansietà mia di sapere dello stato suo presente, rinnovandole la memoria della mia servitù. L’ultima avuta da lei fu de’ 24 Aprile, alla quale feci risposta agli 21 Giugno([252]), e dipoi le ho scritto due volte, dandole avviso e condolendomi con lei della morte inopinata e precipitosa (in capo a otto o dieci giorni da che s’ammalò) del Sig. Martino Ortensio, solo superstite de’ quattro Commissari che dagl’Illustriss. Signori Stati erano stati deputati per l’esamine della proposizione di V. S. molt’Ill. circa la longitudine, gli altri tre, cioè gli SS. Realio, Blavio e Golio, essendo morti molto prima; e dicendole che non per questo credeva che il suo negozio restasse spento con i detti SS., se V. S. molt’Ill. vorrà che se ne risvegli la pratica, non mancando in quelle parti peritissimi astronomi per supplire in luogo de’ defunti.

L’aggiunto piego è d’una composizione del Sig. Bulialdo (autore dell’operetta De natura lucis, vista da lei ed approvata con molto elogio([253]) sopra il soggetto de’ Dialoghi di V. S. molt’Ill., con nuove ragioni mattematiche([254]); della qual opera, come tributario di V. S. molt’Ill., le ne fa presente, e mi ha pregato a mandarlene: sicchè, per mio discarico dell’officio che ha desiderato da me, la prego che con quattro righe di risposta le piaccia avvisargliene la ricevuta e che a suo agio se lo farà leggere e glie ne scriverà il suo parere, se però, pigliandone il saggio con farsene leggere alcuna parte, non volesse dargliene qualche approvazione nella prima risposta alla sua lettera, colmandolo in questo modo d’inaspettato favore. Con ciò umilmente le bacio le mani.

 

 

 

3936*.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 29 ottobre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Canpori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 67. – Autografa.

 

Molto Ill.re Ecc.mo S.r

 

Resto con obligo infinito a V. S. molto Ill.re Ecc.ma dell’honore che si è degnata farmi con inviarmi la sua Difesa contro il Capra, la quale anco haveo appresso di me, come con mie passate([255]) le accennai. Scrivo perciò in Germania per veder haver quelle mi mancano, et anco in Olanda. Quelle che mi mancano sono queste, cioè Nuncio Sidereo, la Risposta alli scritti di Benedetto Castelli([256]), De le cose che notano sopra l’acqua, il Saggiatore, le Lettere solari. Il restante mi ritrovo haver tutto.

Uscito che sii di certa carica che mi tiene occupato, che sarà fra pochi giorni, al sicuro verrò a reverirla; che se bene la staggione fosse freda, poco mi curo. Nel resto pregola con ogni affetto impiegarmi in alcun suo serviggio, che lo riceverò a favor singularissimo; et di cuore offerendomi a V. S. molto Ill.re Ecc.ma baccio le mani.

 

Di Venezia, li 29 Ottobre 1639.

Di V. S. molto Illustre

S.r Galileo Galilei.

Aff.o Ser.

Francesco Duodo.

 

Fuori:[…. Sig.r]

L’Ecc.mo Sig.r Galileo [Gali]lei, Dot.r Mat.co

Fiorenza.

Rac.ta al S.r Mastro delle Poste.

 

 

 

3937*.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 29 ottobre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a XC, n.° 78.  Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

  1. S. si compiace tanto di favorirmi, che non solo vuol rispondere con pontualità troppo grande alle mie lettere, ma mi fa anco grazia di palesarmi il suo senso intorno al libro del Sig.rGio. Battista Baliani; il che mi è caro sopra ogni credere, se ben non vorrei che, per iscrivermi, a lei cagionasse disconcio, essendomi io per ciò trattenuto dal rispondere subito alla sua cortesissima de’ 25 di Settembre, a cui, sì come all’altra de’ 17 del corrente, servirà questo foglio di risposta, pregandola a non imputarmi a mancamento l’haver tralasciato o ritardato di occuparla con mie parole.

Quello che V. S. mi dice del libro sudetto, è appunto quello che in leggendolo mi diede fastidio. Pensai che nascesse dal mio non intenderlo: e veramente questa è la cagione perchè io non l’ho più veduto; imperocchè, oltre a quegli assunti cotanto oscuri e da non conceder alla prima, parmi che nel progresso del libro l’autore si lasci intendere assai difficilmente. So che mi fa parer questo la mia ignoranza e l’esser avvezzo alla lettura delle maravigliose opere di V. S.; ma nè il mio ingegno nè le mie occupazioni mi lasciano applicar grandemente a libri sì fatti.

Io poi senza rossore non posso legger quello che V. S., certo troppo cortesemente (per non dir falsamente) informata, mi scrive, e dubito non il Padre D. Vincenzo([257]), per favorirmi, habbia detto delle bugie; ond’io non so se sia maggior mia fortuna o sua ch’io sia lontano, perchè s’io fossi costà, discapiteremmo all’ingrosso amendue nell’oppinione di V. S., a cui parrebb’egli poco veritiere nelle parole, et io molto ottuso nell’ingegno. E se alcuna cosa di buono in me si ritrova, non è sicuramente altro che la venerazione grandissima in che io tengo gli huomini scienziati e grandi, et una inclinazione particolare alle matematiche, alle quali mi sarei volentieri applicato (stimando che la volontà haverebbe supplito in parte al mancamento d’ingegno), se mi fosse stato permesso dalle domestiche faccende, a cui m’è convenuto attendere pur assai per tempo a cagione della troppo immatura morte del Sig.r mio padre, che ne’ miei dieceotto anni se n’andò al Cielo. Vivo però con desiderio straordinario d’impararne alcun poco; ed ogni volta ch’io posso, nel loro studio impiego il mio ozio. Ma troppo son io trascorso in queste ciancie: V. S. mi conservi per suo servitore de’ più obbligati, e mi comandi per darmi segno di riconoscermi per tale, che io in tanto le bacio reverentemente le mani.

 

Genova, 29 di Ottobre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o ed Obblig.mo S.re

Daniele Spinola.

 

 

 

3938*.

 

ALBERTO CESARE GALILEI a GALILEO in Firenze.

Monaco, 2 novembre 1639.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVI, n.° 6. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r Zio Oss.mo

 

Conforme al debito mio et al desiderio ch’io havevo di saper nova di V. S., ho scritto molte volte, ma non ho mai potuto ricever la gratia pur di due righe di risposta; mi convien però haver patienza. Hora, con occasione del presente Sig.r Segretario del Sig.r Marescial di Corte di S. A. Ser.ma, che se ne viene costì, faccio con questa riverenza a V. S., e gli do parte com’io son per concluder di pigliar moglie. Resta solo che io desidero([258]) haverne il suo consenso, essendo questo sogetto persona ben nota e di buoni costumi e conforme alla mia voluntà; tanto più che io mi trovo quasi necessitato a far tal risolutione, essendo in tutto privo di governo, come V. S. sa. Degnisi dunque V. S. farmi gratia di due righe in risposta di questa mia, che mi saranno di grandissima consolatione, non havendo io in questo mondo altro refugio che V. S.: a la quale, insieme con il Sig. cugino([259]), faccio di novo humillissima riverenza.

 

Monacho, li 2 9mbre 1639.

Di V. S. molt’Ill.re

 

Mi raccomando a tutti di casa.

 

 

Humill.mo Ser.re e Nipote

Alberto Galilei.

 

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Filosofo, Matematico del Ser.mo Gran Duca di Toscana.

Fiorenza.

 

 

 

3939.

 

GALILEO a [FRANCESCO RINUCCINI in Venezia].

Arcetri, 5 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 105 bis. – Originale, di mano di VINCENZIO GALILEI.

 

Ill.mo Sig.re [e] P.ron mio Colend.mo

 

Haverei potuto dodici o quindici anni fa dare a V. S. Ill.ma assai maggior sodisfazzione di quella che potrò in questi giorni futuri, atteso che in quei tempi havevo il poema del Tasso legato con l’interposizione di carta in carta di fogli bianchi, dove havevo non solamente registrati i riscontri de i luoghi di concetti simili in quello dell’Ariosto, ma ancora aggiuntovi discorsi, secondo che mi parevano questi o quelli dovere essere anteposti([260]). Tal libro mi andò male, nè so in qual modo: ora non mi parrà grave, per dare quello che più potrò di satisfazzione a V. S. Ill.ma, ripigliare detti poemi e fare una nota de i riscontri delle materie e concetti simili nell’uno e nell’altro; ma perchè mi è necessario servirmi degli occhi di altri, e la lontananza dalla città mi rende più raro il commerzio degli amici, mi sarà forza andare più lentamente di quello che vorrei.

I Padri delle Squole([261]) Pie nominatimi da lei si trovano lontani di qui, cioè l’uno a Siena e l’altro a Napoli: questo di Napoli([262]) s’aspetta in breve; l’altro([263]), che séguita il Sere.mo Principe Leopoldo, non sarà in Firenze insino a S. Giovanni. Intanto sendo venuto da me il molto Rev.do Padre D. Vincenzio Renieri, monaco Olivetano, mi ha fatto grazia di aiutarmi a notare alcuni de i sopradetti riscontri, e sono questi che li mando qua di sotto. Secondo le oportunità che mi si presenteranno, anderò facendo qualche cosa e participandonela, e per la prima occasione soggiugnerò qualcuno de i motivi che mi fanno anteporre nella maggior parte de i paralleli([264]) l’Ariosto al Tasso; [se] bene per meglio definire tali controversie ci vorrebbono disc[orsi] in voce e repliche di molte ore, che per metterli in [car]ta sarebb[ono] di molte settimane: opera che a me non sarebbe grave, se per me solo io potessi effettuarla; ma anderò facendo di passo in p[asso] q[uello] che più si potrà. Per ora gradisca la prontezza dell’animo, e scusi la debolezza delle forze.

Raccomando alla diligenzia di V. S. Ill.ma la qui alligata, mentre con reverente affetto li bacio le mani e li prego intera felicità.

 

D’Arcetri, li 5 di Novembre 1639.

Di V. S. Ill.ma

Devo.mo et Oblig.mo Se.re

Galileo Galilei.

 

 
   

 

Tasso.

 

Ariosto.

 

Fuga d’Erminia, canto 7°, p.a stanza.

 

Fuga d’Angelica, c. p.°, st. 33.

 

Duello d’Argante e Tancredi, c. 6, st. 20.

Rinaldo e Sacripante, c. 2°, st. 4.

Ruggiero e Mandricardo, c. 30, st. 31.

Ruggiero e Rodomonte, c. 46, st. 103.

 

Rinaldo da Armida, c. 17, st. p.a

Ruggiero da Alcina, c. 6, st. 16 e per un pezzo appresso.

 

Discordia del campo di Gofredo, c. 8, st. 56.

Discordia del campo d’Agramante, c.ti 24, 25, 26, 27.

 

Rinaldo in Gerusalemme, c. 19, st. 30.

Rodomonte in Parigi, c. 16, st. 16; c. 17, st. 8; c. 18, st. 8.

 

 

 

3940**.

 

ALESSANDRO MARSILI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa 9 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 150. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Eccl.mo Sig.r et P.ron Oss.mo

 

Che lei honori commandarmi, a me è somma gratia; che da me si procuri con ogni caldezza che V. S. Eccl.ma resti servita, le si deve dalle mie molte obbligationi: però, ricevuta il sette del presente la sua cortesissima, non mancai subbito essere da Monsig.re Ill.mo Proveditore([265]), quale mi rispose che V. S. Eccl.ma era di già stata servita e che due giorni avanti l’haveva inviato il decreto([266]). Onde io, trovatomi chiuso (se ben con mio gusto, già che lei haveva havuto il suo intento) il campo di servirla in questa bagattella, vengo a supplicarla a volere aprirmelo con comettermi altra cosa di maggior rilievo, non havendo cosa più a quore che mostrarmeli devotissimo servitore. E con tal fine, di tutto quore inchinandola, le prego il colmo di quanto desidera.

Monsig.re mi soggiunse che sarebbe stato bene che V. S. Eccl.ma levasse tutta la somma ad un tratto, perchè ciò fa poi longezza al rolo.

 

Pisa, il 9 Novembre 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Eccl.ma

Aff.mo ed Obbl.mo Se.re

Alessandro Marsili.

 

 

 

3941**.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 12 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 40. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.e et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

 

Come già significai con l’altra mia a V. S. Ecc.ma, io non ho mai preteso il favore circa i pararelli fra il Tasso e l’Ariosto, che con ogni sua minore incomodità; perciò quando gli venga fatto per sollevarsi dalle sue gravi speculationi, e che si trovi appresso persona a ciò atta, il favorirmi di qualche d’uno di quegli che gli venga in mente, me ne chiamerò favoritissimo. In tanto gli rendo pienissime gratie de’ riscontri che mi invia([267]); e pregandola a baciare in mio nome le mani al Padre Don Vincentio([268]), con tutto l’animo la riverisco.

 

Venetia, 12 Nov.re 1639.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Aff.mo et Obb.o Se.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

3942**.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 15 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 152. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Il latore o, per dire meglio, latori della presente sono il Sig.r Niccolò della Fiora ed il Sig.r Carlo Mollino, pittori eccellenti, quali se ne vengono a Firenze principalmente desiderosi di vedere e conoscere V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, e particolarmente desiderano fare il ritratto suo. M’hanno pregato che io li raccommandi; per tanto la prego che si compiaccia fargli ogni grazia: e l’assicuro che sono huomini di buonissimo gusto e che meritano d’essere serviti; e tutti quei favori che ella si compiacerà fargli saranno bene impiegati, ed io gli ne restarò con particolare obligazione.

Mi vado trattenendo in alcune speculazioni, le quali ho quasi abbozzate; e spero in breve dargli quella ultima mano che può dare la mia debolezza, e poi gli ne mandarò la copia. Io desiderai a’ giorni passati di havere il segreto di fare i sfiatatori ai condotti delle fontane sotto terra, ma non fu possibile ottenere l’invenzione; e però, dopo haverci fatta qualche reflessione, ho incontrato un modo il quale, se non m’inganno, è molto meglio di quello che è stato ritrovato costì. Ne ho fatta la prova, e riesce molto bene, ed è cosa veramente degna di sapersi. Quando V. S. l’intenderà, credo ne haverà gusto; in tanto li fo humile riverenza.

 

Di Roma, il 15 di 9bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Devotis. Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3943**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 16 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 154. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

La nostra scarsa ricolta di vini non gli fa essere quest’anno megliori, poi che, se bene l’uve parevano di fuora incotte, al pestare poi non sono riuscite a bastanza mature. Servo in ogni modo V. S. del men cattivo che habbino fatto i miei luoghi, e posdoman mattina compariranno costà i vetturali; onde si compiaccia di dar ordine che il solito vaso sia preparato.

Passai l’officio che V. S. m’ordinò con la sua del 27 con questo Ser.mo Principe([269]), che, gradendolo estremamente, mi confermò il sentimento che havea havuto di non haverla potuto vedere prima del suo ritorno in qua: e per dare a V. S. un sincero contrasegno del favoritissimo affetto dell’A. S., basterà dirle che continuamente studia le sue opere. E senza più a lei confermo la mia divotissima osservanza.

 

Di Siena, li 16 di Nov. 1639.

Di V. S. molto Ill.re

Devot. Ser.

A. A. di Siena.

 

 

 

3944.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 26 novembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 174. – Originale, non autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

 

Senectus ipsa morbus est. Sono in letto già più d’una settimana, parte per febre, parte per dolori di gambe et altri mali, che non so esplicare se non per frutti dell’età et della stagione.

Monsig.r Arisio mi usa una cortesia di questo genere: ha mandato a Venetia il danaro della pensioncella, ma con conditione che non mi sia dato se non mostro una fede che V. S. molto Ill.re et Ecc.ma sia viva. Ho fatto quel rissentimento di parole che si dovea contro questo sciagurato, che, immemore delle maniere cortesi con che si tratta con lui, essendo un furbo, mi giudica et misura colla sua propria misura. Non si può far altro: sia contenta mandarmela, non perchè meriti la spesa, ma per non lasciar che questo furbazzo habbi il suo intento.

Il metafisico Francescano([270]) di Padova, per quello che intendo, scrive qualche cosa del cielo. Mi ha fatto tanto aggravare, che son stato necessitato prestarli per 4 giorni li Dialoghi di V. S. del Sistema: passa un mese et non me lo restituisce; sto aspettando che me lo truffi, perchè di qua è impossibile haverne. Non andarà la sua compositione alla stampa che mi passarà per mano, et sto con desiderio ad aspettar quello che vorrà dire. Se uscirà dei termini della modestia, non lo stamparà certo.

Sopra la lettura et consideratione della proposta da V. S. già fatta, et di cui mi ha fatto il favore di farmi parte, intorno alla longitudine, mi pare potere arrivare sino a questo punto, che consista in stelle che faccino ecclisse tra loro, che poi sarebbono le Medicee, poichè altre non ne ha ritrovate V. S., che vuol dire che nessuno ne ritrovarà se non quelle. Ma l’havervi fatte le osservationi et tavole esquisite è una cosa divina, et che il lasciarla morire è un grandissimo peccato; et il solo haver ciò accenato merita li regali non di una collana, ma d’un stato intiero. Prego Dio che le conceda forza di poter fare quest’altro miracoloso frutto per gl’ingegni capaci della verità et che non si appagano di parole senza succo o senso. Si conservi, et le prego con ogni affetto tranquillità di animo nella tolleranza dei mali; et le baccio le mani.

 

Ven.a, li 26 9bre 1639.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Fra Fulg.o de’ Ser.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

nel spetiale([271]).

Fiorenza.

 

 

 

3945.

 

GALILEO a BENEDETTO CASTELLI [in Roma].

Arcetri, 3 dicembre 1639.

 

Dal Tomo II, pag. 105, delle Opere di GALILEO GALILEI ecc. In Bologna, per gli HH. del Dozza, MDCLV, dove porta il titolo: «Lettera del Sig. Galileo Galilei al Padre Abbate D. Benedetto Castelli, contenente una dimostratione d’un principio già supposto dall’autore nel suo trattato del moto accelerato ne’ Dialoghi de’ movimenti locali»([272]).

 

Molt’Illustre e Rever. Sig. e Patron Colendiss.

 

È manifesto pur troppo, Sig. mio Reverendiss., che il dubitare in filosofia è padre dell’inventione, facendo strada allo scoprimento del vero. L’oppositioni fattemi, son già molti mesi, da questo giovane([273]), al presente mio ospite et discepolo, contro a quel principio da me supposto nel mio trattato del moto accelerato, ch’egli con molta applicatione andava allora studiando, mi necessitarono in tal maniera a pensarvi sopra, a fine di persuadergli tal principio per concedibile e vero, che mi sortì finalmente, con suo e mio gran diletto, d’incontrarne, s’io non erro, la dimostratione concludente, che da me fin ora è stata qui conferita a più d’uno. Di questa egli ne ha fatto adesso un disteso per me, che, trovandomi affatto privo degli occhi, mi sarei forse confuso nelle figure e caratteri che vi bisognano. È scritta in dialogo, come sovvenuta al Salviati, acciò si possa, quando mai si stampassero di nuovo i miei Discorsi e Dimostrationi, inserirla immediatamente doppo lo scolio della seconda propositione del suddetto trattato, a faccie 177 di questa impressione([274]), come teorema essentialissimo allo stabilimento delle scienze del moto da me promosse. Questo lo comunico a V. S. per lettera, prima che ad alcun altro, con attenderne principalmente il parer suo, e dopo quello de’ nostri amici di costì, con pensiero d’inviarne poi altre copie ad altri amici d’Italia e di Francia, quando io ne venga da lei consigliato. E qui, pregandola a farci parte d’alcuna delle sue peregrine speculationi, con sincerissimo affetto la reverisco, e gli ricordo il continuare l’orationi appresso Dio di misericordia e di amore per l’estirpatione di quelli odii intestini de’ miei maligni infelici persecutori.

 

D’Arcetri, li 3 Decembre 1639.

Di V. S. molt’Illust. e Rever.

 

Affetionatiss. Serv. Obbligatiss.

Galileo Galilei Linceo cieco.

 

 

 

3946.

 

GALILEO a [FERDINANDO II DE’ MEDICI, Granduca di Toscana, in Firenze].

Arcetri, 4 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. V, car. 40. – Originale, di mano di VINCENZIO GALILEI.

 

Ser.mo Sig.r e P.ron mio Colend.mo

 

  1. A. S. sentirà dalla viva voce del Sig.rGeri Bocchineri, presentatore di questa, la causa per la quale io mi([275])son mosso a supplicarla a farmi grazia che io possa mettere sul Monte di Pietà scudi settecento; la qual causa, per non tediar V. A. con soverchia lunghezza, non mi è parso di mettere in carta. Per alcuni miei particolari et urgenti bisogni mi sarà di sommo favore il ricevere da V. A. la domandata grazia, ancorchè l’animo mio non sia di prevalermene conforme alla mia domanda, come di tutto harà contezza dal sudetto. Spero che sì come V. A. S. in tante altre occasioni si è degnata favorirmi, così in questa con la solita sua benignità mi habbia a concedere quanto desidero. E con tal fine, pregandole da Dio intera felicità, umilmente le bacio la veste.

 

D’Arcetri, li 4 di Xbre 1639.

Di V. A. S.

Umilissimo e Devo.mo Se.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3947*.

 

PETRONILLA BARTOLINI a [GALILEO in Arcetri].

Firenze, 4 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 283. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re

 

Quando seppi iermattina che V. S. ci aveva favorita con la sua presenza di venire a parlare a le sua nipote([276]), mi rallegrai assai, e venivo a fare l’obligho mio di salutarla; ma perchè la mia mala fortuna mi volse mortificare, quando arrivai, appunto si era partita, e ne rimasi mal contenta. Ma poi che non potetti in persona ricever questo favore, li scrivo questi quattro versi salutandola, con dirli che sono entrata nel’ofizio di ministra hora è poco, e desidero servirla in quello che mi conosce buona; e a le sue nipote porto affetto particulare, e non mancherò far fare orazione per lei a le mie monache. Li mando un erbolato in piccol segnio di amorevoleza; mi scusi se è poca cosa, mentre per fine la reverischo. N. Signore li assista con la Sua grazia.

 

Di San Giorgio([277]), il dì 4 di Xbre 1639.

Di V. S. Ill.ma

Aff.ma nel Sig.re

S.r Petronilla Bartolini,

Ministra al presente.

 

 

 

3948.

 

FAMIANO MICHELINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 7 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 156. – Autografa.

 

Pax Christi.

 

Molto Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron in Christo Col.mo

 

Invio a V. S. molto Ill. et Ecc.ma il più antico e caro amico che io habbia nella nostra Religione, che si chiama il Padre Ambrosio della Concezione([278]), persona di ottimi costumi e raro ingegno, studioso e desideroso di servirla, in ogni occorrenza; e gli effetti mostreranno più di quel che io dico a V. S. molto Ill. et Ecc.ma Egli supplirà alle mie negligenze e mancamenti, et ella potrà far conto d’havere un altro Francesco di S. Giuseppe appresso di sè, quanto alla devozione et osservanza verso delle cose sue; ma quanto alla diligenza et altre qualità etc. haverà uno che mi avanza d’infinito intervallo. Però lo raccomando alla sua protezzione et alla sua solita gentilezza nell’ammetterlo nel numero de’ suoi discepoli, e tanto più quanto è amicissimo del R.mo Padre Abbate Castelli, primo discepolo di V. S. molto Ill. et Ecc.ma Con che humilmente inchinandomele, la prego ad honorarmi de’ sua comandamenti, e le annunzio pienezza di grazie celesti in queste Santissime Feste di Natale. Deo gratias.

 

Siena, 7 Dicembre 1639.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

 

Il Ser.mo Principe Leopoldo la saluta, e le raccomanda il medesimo Padre.

 

 

S.r Gal.o

Indeg.mo et Obbligatiss.o Discep.o e Servo in Christo

Fran.co di S. Giuseppe.

     

 

 

 

3949.

 

GALILEO ad ELIA DIODATI [in Parigi].

Arcetri, 11 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 114t. – Copia di mano della seconda metà del sec. XVII, in capo alla quale si legge, dello stesso carattere: «Lettera D.ni Galilei ad D.num Diodatum, vel ex es pars excerpta».

 

Molto Illustre Signore e Padron mio Colendissimo,

 

La gratissima di V. S. molto Illustre delli 28 Ottobre([279]) non mi è pervenuta se non quattro giorni sono, insieme col libro del S.re Ismaele Bullialdo([280]), il quale diedi subito a far legare, ed hoggi solamente me ne ho fatto leggere correntemente in diversi luoghi; e bench’io non possa per la cecità rimanere capace delle dimostrazioni, tuttavia dalla maniera di trattare materia sì profonda comprendo, il suo autore essere persona intelligentissima et elevata assai sopra gli astronomi e filosofi communi dell’età nostra. Tornerò a farmi leggere partitamente il tutto, e non mancherò di quello che resterò capace di darne conto all’autore, con significarli ingenuamente il mio senso e concetto, il quale son sicuro che sarà come di opera eccellentissima e dottissima; e tra tanto, sin che io possa direttamente scrivere all’autore, mi farà favore V. S. molto Illustre di rendergli grazie dell’honore fattomi in mandarmi l’opera.

 

Di Arcetri, li 11 Decembre 1639.

 

 

 

3950.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 18 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 103. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla quale si legge, dello stesso carattere: «Copia dell’originale».

 

Rev.mo P.re e mio P.ron Col.mo

 

Questa mattina mi è stata resa la gratissima della P. V. Rev.ma([281]) da’ pittori da lei inviatimi e commendatimi. Gli ho ricevuti con quel maggior affetto che dalla miseria dello stato mio mi è concesso; gli ho fatto offerta della casa e di tutto quello in che io potessi compiacergli: et a lei devo render grazie del mettermi([282]), appresso huomini virtuosi, in concetto molto maggiore di quel ch’io merito.

Sono stato molte settimane con ansietà aspettando sue lettere e sue scritture intorno a varie speculazioni già da lei accennatemi, alle quali sento che ne aggiungerà([283]) altre bellissime([284]), cioè della calamita([285]), del terremoto, con quella dell’origine de’ fiumi, e più l’ultima che mi accenna([286]) delli sfiatatori per l’acque correnti in canali sotterranei. Tutte sto avidamente attendendo, essendo sicuro che sentirò speculazioni ingegnose e, quel ch’io stimo assai, nuove, e non raccolte da varie chimere d’altri.

Della sua prospera sanità ne ho havuto avvisi dal P. Clemente, dal Sig.r Tomaso Rinuccini, et ultimamente da’ sopradetti pittori([287]). Fu anche circa tre settimane fa a visitarmi il P. Ambrogio delle Scole([288]) Pie([289]), il quale mi riuscì un soggetto molto laudabile e col quale tenni lungo ragionamento([290]) di lei, sentendo da tutti parlarne come merita, cioè come di huomo adornato di ogni scienza e colmo di virtù, religione e santità. Io mi pregio([291]) d’esser conosciuto per suo strettissimo amico, e mi consolo nelle mie afflizioni del sollevamento([292]) che so certo che mi arrecano le sue orazioni, le quali la supplico a continuarmi; e mentre gli auguro felici le SS. Feste prossime, con reverente affetto le bacio le mani.

 

Di Arcetri, li 18 di Xbre 1639.

Di V. P. Rev.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

G. G.

 

 

 

3951*.

 

VIRGINIA LANDUCCI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 21 dicembre 1639.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 284. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re

 

L’infiniti benefizi che ricevo da V. S. e le virtiù che imparo per suo amore, son causa che possa con queste due righe salutarla e darli le buone Feste in questo Santo Natale. Mi scusi se non è così bene scritto, ma l’assicuro che è fatto con tutto l’affetto possibile, che così può tenere per certe, non avendo altro bene che lei in questo mondo. La zia([293]) la saluta, e li preghiamo dal Signore Dio il colmo di ogni felicità.

 

Di San Giorgio([294]), il dì 21 di Xbre 1639.

Di V. S. Ill.ma

Aff.ma Nipote

Verginia Landucci.

 

Fuori, d’altra mano: Al’Ill.mo Sig.r mio Oss.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

In villa.

 

 

 

3952*.

 

GALILEO a FORTUNIO LICETI in Bologna.

Arcetri, 24 dicembre 1639.

 

Dalle pag. 139-140 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 3922.

 

Molto Ill. ed Ecc. mio Sig. Padron Colendiss.

 

La cortesissima lettera di V. S. molto Ill. et Eccellentiss. delli 6 stante non mi è stata resa se non questo giorno, et assai tardi, sì che non ho havuto tempo di poter mandare a riscuotere il libro ch’ella dice d’inviarmi. Farò usare ogni possibil diligenza domani, per haverlo e poter godere della sua lettura in questi Santi giorni del Natale, giudicando di non poter impiegar meglio l’avanzo del tempo che mi resta doppo le orazioni e meditazioni divine.

Io resto confuso e con rossore del non poter corrispondere a gli obblighi de’ quali la sua cortesia mi va giornalmente caricando, poichè non posso almeno con i fogli, benchè sterili e privi di concetti degni de’ suoi orecchii, compensare i libri suoi, pieni d’esquisitissima dottrina, de’ quali ella mi tiene continuamente honorato.

Mi sono fatto di quando in quando leggere le Lettere responsive([295]) di V. S. Eccellentiss., sì che ne ho sentito la maggior parte; ma tutte, e più d’una volta, l’haverei lette per me stesso, se il mio infortunio non me l’havesse vietato. Ci trovo dentro sottilissime contemplazioni, et oltre a ciò sento le occasioni che la va interponendovi di honorare più volte il mio nome; di che le resto particolarmente obbligato. E perchè io antepongo([296]) il giudizio suo a quello di ogn’altro, la voglio pregare a farmi grazia di significarmi le cause per le quali ella dice di non applaudere all’opinion mia di quella seconda illuminazion della luna, la quale io attribuisco al reflesso de’ raggi solari nel globo terrestre, intorno a cui ella assai largamente discorre nella lettera che scrive in proposito della conclusione del Sig. Pietro Gassendo delle ombre meridiane e vespertine diseguali([297]); perchè, potendo accadere che le opere mie si ristampassero, cercherei di emendare questo errore, sì come se ne vedranno emendati alcuni altri.

Instano le Santissime Feste del Natale, le quali io devo augurare, sì come fo, a V. S. Ecc. felici, et altretanto il principio e tutto il corso dell’anno seguente, insieme con molti altri, acciò la republica litteraria vada sempre godendo dell’augumento che il suo acutissimo e fecondissimo ingegno arreca a tutte le scienze. E qui con riverente affetto le bacio le mani.

 

D’Arcetri, li 24 di Decembre 1639.

Di V. S. molto Ill. et Eccell.

 

Devotiss. et Obligatiss. Servit.

Galileo Galilei.

 

Fuori: Al molto Ill. et Ecc. mio Sig. e Padron Colendiss.

Il Sig. Fortunio Liceti, Filosofo eminente nello Studio di

Bologna.

 

3953.

 

GALILEO ad ELIA DIODATI [in Parigi].

Firenze, 30 dicembre 1639.

 

Dal Tomo III, pag. 186-187, dell’edizione citata nell’informazione premessa al n.° 1201.

 

Firenze, 30 Dicembre 1639.

 

Dalla gratissima lettera di V. S. molt’Ill. degli 28 d’Ottobre([298]), pervenutami non prima di tre settimane fa, comprendo non le essere stata renduta una mia, tra le altre, nella quale le discorreva intorno alla restituzione del negozio con gl’Illustriss. e Potentiss. Signori Stati. Scrissi anco ultimamente([299]) della ricevuta del libro del Signor Bulialdo; ma il vedere quanto facilmente si smarriscano le mie lettere, fa che io torno a replicarle sopra i medesimi particolari.

E quanto al primo negozio, mi dispiace assai la morte del Sig. Ortensio e degli altri tre Commissari, accidenti che, aggiunti al mio infortunio, par che vadano intraversando e disturbando il progresso, nel quale però, per quanto per me si potrà, non resterà impedita se non la più presta esecuzione: attesochè, come nell’altra (che pur voglio credere che le possa essere pervenuta) le scrissi, ed ora le replico, l’opera che restava a farsi da me è trapassata in mano d’amico mio intelligentissimo([300]) e che di tutto cuore l’abbraccia; ed essendosi impadronito della parte principale, cioè delle osservazioni, tavole e calcoli di quei movimenti celesti sopra i quali s’appoggia il negozio, in breve potrà dar segno d’essersi impadronito del tutto, con mandar costà l’effemeridi di sei o più mesi, nelle quali si vedranno gli aspetti futuri di notte in notte, e, confrontandogli colle sensate apparenze, potranno gl’intelligenti di quelle bande assicurare quei Signori della verità di questa parte. Questo medesimo mio amico è di fresca età, di buona complessione, d’acutissima vista, e d’animo pronto a trasferirsi in coteste bande, quando così giudicassero espediente quegli Illustriss. Signori. Io le diceva nell’altra mia che mi pareva che fusse bene, per mezzo dell’Illustriss. Sig. Grozio, far pervenire all’orecchio loro lo stato presente di questa materia, perchè, ritraendosi che volessero deputare altri Commissari e riassumere l’impresa, io poi con altre mie lettere averei fatto intendere il tutto. Ora, perchè per la lontananza grande le lettere facilmente si smarriscano, se così piacesse a’ detti Illustriss. e Potentiss. Signori, parrebbe a me che si potesse deputare fra gli altri l’Illustriss. Imbasciatore che tengono in Venezia([301]), perchè, e per la vicinanza e per la comodità di potergli anco favellar a bocca l’amico mio, si faciliterebbe molto più presto questo trattato. Starò dunque sopra questo attendendo la risposta da V. S. moll’Ill.

Scrivo la qui alligata([302]) al Signor Ismaele Bulialdo in ringraziamento del libro mandatomi, del quale a me è stato conceduto poterne comprendere pochi particolari, essendo esplicato il tutto con figure lineari e dimostrazioni geometriche, delle quali è impossibile senza la vista restarne capace. Ho compreso in generale il suo metodo: l’opera mi pare ingegnosa e molto degna di lode; e V. S. nel recapitargli la qui alligata potrà soggiungerli, oltre a quello che gli scrivo io, una libera offerta della mia servitù e prontezza in servirlo, per quanto dalla mia debolezza mi fusse conceduto. Qui, essendo tempo d’augurare a V. S. molt’Ill. felice il prossimo Capo d’anno con molti altri appresso, con reverente affetto le bacio le mani.

 

 

 

3954.

 

GALILEO a ISMAELE BOULLIAU [in Parigi].

Firenze, 30 dicembre 1639.

 

Bibl. Nazionale in Parigi. Fonds français, n.° 13037, car. 101. – Originale, non autografa. Nella Bibl. Nazionale di Firenze, Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 114r., se ne ha una copia di mano della seconda metà del sec. XVII.

 

Clarissimo Viro Domino Ismaeli Bullialdo S. P.

 

Pervenit huc e Gallia, Vir clarissime, Philolaus tuus([303]) ad me directus([304]); sed tenebrarum inclementia, quarum perpetua caligine offundor, accedentem ea qua optabam fronte non permisit amplecti. Nitorem illius et gratiam meorum infelicitas oculorum potius suspirare sinit quam cernere; tentavi tamen si luminis inopiam auditus pensare potuisset, alienique obtutus auxilio loquentem avidis auribus hausi. Placuit summopere methodus, qua in propriae utitur confirmatione sententiae, aliarum scilicet cum coelestibus apparentiis repugnantia; sed, ut dixeram, non est quod de illo fari possim, qui conspicere non valeo. Unum quod mihi datur, infinitas Dominationi tuae gratias ago et honoris in me collati et gratissimi sui amoris doni, quod mihi obtulit; ob quae vicissim promptissimam rependo ad eius imperia voluntatem et felicissimam precor valetudinem, quam ipse in tenebris positus anxie suspiro.

 

Florentiae, penultima Decembris anni 1639.

 

Addictissimus Servus

Galileus Galileus.

 

 

 

3955.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 3 gennaio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 176. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Una mia lunga infirmità, non solo di podagra, ma di dolori di corpo che mi hanno afflitto lungamente, mi ha ancora impedito dal poterli dare le buone Feste et il buon Capo d’anno, com’era mio desiderio. Hora vengo a riverirla con questa et a supplire al mancamento, bramando molto di intendere dell’esser suo. Io non posso darli troppo buona nuova di me, trovandomi in uno stato di continua infirmità, per il che non posso applicarmi alli studii come vorrei.

Mons.r Ill.mo di Siena([305]) mi ha raccomandato un gentil’huomo senese, che è venuto allo Studio qua a Bologna: ho pensiero di leggerle fra l’altre cose la dottrina di V. S. Ecc.ma ultimamente publicata, perchè mi servirà a impossessarmene meglio, non havendo potuto sin hora vederla se non così alla sfugita.

Havrà a quest’hora forsi ricevuto dall’Ecc.mo Sig.r Liceti l’opera delle pietre lucifere([306]), già da lui publicata, il quale caramente la saluta.

Finisco di scrivere, desideroso di havere qualche nuova di lei; e fra tanto, desiderandoli tranquillità di vita e felicità nel presente anno nuovo con molti altri appresso, li bacio affettuosamente le mani, facendole riverenza.

 

Di Bologna, questo dì 3 Genaro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

 

 

3956*.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 3 gennaio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 177. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or, S.or P.ron Col.mo

 

Io ne’ libri di V. S. ammiro la somma perspicacia d’ingegno, che con indicibile solertia ritrova dogmi non volgari, et con isquisita sottigliezza conferma sentenze pellegrine; ma nella sua lettera de’ 24 del passato([307]) particolarmente riverisco un’incomparabile modestia et ingenuità, che la trasporta ad eccesso di lode degli scritti altrui, benchè non conformi alla sua opinione. Questi è frutto di sincerità singolare d’huomo d’alto sapere([308]) e di candidissimi costumi, se bene li encomii che mi dà V. S. provengono in gran parte dall’amor che mi porta: del quale si assicuri di essere da me veracemente contracambiata cum foenore magnae venerationis, ancorchè l’intelletto mio non arrivi sempre all’altezza delle sue contemplationi; d’onde procede che ne’ miei scritti la riverisco spesse volte sì, ma talhora non apprendo le sue opinioni, et in particolare quella del riflesso del lume solare dal globo terrestre nel corpo della luna, per le cagioni che facilmente V. S. haverà potuto vedere nel cinquantesimo capo del mio Litheosphoro ultimamente mandatole, le quali io le notifico per ubidire a’ suoi comandi, non già a quel fine che la sua rara cortesia mi propone nella stessa lettera, posciachè io non mi arrogo tanto, cedendole in ogni cosa, ma principalmente nelle mathematiche, delle quali io la riconosco veramente principe e padre nell’età nostra. Attendi a conservar sè nella sanità che può maggiore, et me nella sua buona gratia; che io per fin di questa le bacio affettuosissimamente le mani.

 

Bologna, 3 Gen.o 1640.

Di V. S. molt’ (sic) et Ecc.ma

[S.]r Galileo Galilei. Fior.a per Arcetri.

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

3957*.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 4 gennaio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXIV, n.° 176. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

Io arrivai qua giovedì passato, col mio poco felice stato di sanità. Non ho già aggiunto nuova perdita da poi ch’io ci sono, ma mi trattengo, e più tosto ho acquistato un tantino, perch’io dormo qualche cosa più. E pure sono stato in non poche fatiche in questi trambusti di case; ne’ quali anche ho fatta la mia funzione del leggere, sì come io spero di havere a poter seguitare, se bene il parlar forte, et anco mediocremente, mi affanna assai assai per il catarro che mi aggrava il petto.

Di nuovo ci è che la Corte arrivò qua hiersera a 24 hore. Posso dire poi che il Sig.r Dottor Stecchini([309]) è parzialissimo ammiratore de’ meriti di V. S. Ecc.ma; et esso e il Sig. Dottore Marsilii([310]) la risalutano ferventemente e con ogni devozione.

Finisco, perchè la mia testa è debole, e perch’io non ho altre nuove. Mi ricordo a V. S. servitore di infiniti oblighi e d’infinito affetto. Sto desiderando in estremo qualche suo comandamento, e intanto le prego dal Signore Iddio ogni consolazione.

 

Di Pisa, 4 Genn. 1639([311]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.

Dino Peri.

 

 

 

3958*.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 10 gennaio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 139. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r, S.r P.ron Col.mo

 

Mi dispiace in estremo, che dove io desideravo che lei fusse de’ primi a vedere il mio libro De lapide bononiensi([312]) (che perciò le mandai senza principio et dedicatoria), colpa del procaccio, sarà delli ultimi; poichè li altri, a’ quali lo mandai molti giorni dopo compito, l’hanno ricevuto. Ma perchè non ne resti più senza, vedendo il gran desiderio che tiene di haverlo, gli ne mando un altro esemplare compito col presente ordinario, et con suo commodo potrà vedere di ricuperar l’altro, con farne poi dono a qualche amico suo. Nel cinquantesimo capitolo V. S. vedrà quelle ragioni che mi ritraggono dalla sua opinione della causa di quella luce che si scorge nel disco lunare nelle eclissi e nelle quadrature vicine alla congiuntione. Può essere ch’io m’inganni nel preferirle alle sue; sarà sua parte di levarmi di errore, che io le ne terrò particolare obligatione. Con qual fine le prego da N. S. contentezza, e le bacio riverentemente le mani.

 

Bol.a, 10 Gen.o 1640

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

3959.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 14 gennaio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 179. – Originale, non autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

 

Consegnai alcuni giorni sono quei pochi di soldetti della pensione di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma al Sig.r secretario dell’Ill.mo Ressidente Renuccini: mi do a credere che sarano stati transmessi a V. S.

Qui viene ogni giorno dimandato l’opera del Sig.r Gallileo de motu terrae: io credo che sia un equivoco, et vogliono dire li Dialoghi ultimamente stampati in Ollanda, che è bene una gran cosa che non ne vengano di qua mandati. È così impressa nell’animo degl’intendenti la dottrina dei primi Dialoghi di V. S., che tutto quello ch’ella scrive vorrebbono li virtuosi che fosse nel medesimo soggetto: e pure in quello ella è stata puro dilucidatore, che in quest’altri è inventore di cosa non più capitata nella mente degl’huomini. Io, a dirle il vero, sono qualche volta in colera con V. S., et sempre che lei mi biasma e vitupera quei suoi primi Dialoghi mi fa alterare; perchè io dico a tutti, et è vero, che più tosto mi lasciarei torre tutti li libri che restar senza quel solo del Sistema. In nome di Dio, V. S. lasci latrar contro di quello coloro che hanno per impresa destrugger ogni verità et ogni parto d’ingegno non ordinario, et lasci quell’opera incomparabile sotto la persecutione, ma non così bella prole mal voluta dal suo genitore; lasci che quel figlio corra la fortuna del padre, il quale dalla persecutione riceve tant’alta gloria, quanta dall’incomparabile sublimità del suo ingegno. V. S. si consoli, come fanno tutti li huomini non ordinarii, chè la persecutione consacra le sue fatiche all’immortalità. Et con ogni affetto le bacio le mani et prego tranquillità.

 

Ven.a, li 14 Gen.o 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Div.o Se.r

Fra Fulg.o

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

3960**.

 

GIOVANNI PIERONI a [FRANCESCO RINUCCINI in Venezia].

Vienna, 14 gennaio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Filza Rinucciniana S. F. 2, inserto segnato «Dodici lettere di Giovanni Pieroni ecc.», lett. n.° 1. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re P.rone Col.mo

 

Mando qui incluso a V. S. Ill.ma la tavoletta de gl’aspetti delle fisse([313]), dove segono l’eclittica, ciò è delle stelle di prima grandezza, e di seconda le principali, quali ho calculate per l’anno 1600 finito: et acciò si possino adattare a gl’anni passati o avenire, ho aggiunto a principio la tavola del moto delle fisse, secondo la quale camminano precisamente ancora gl’aspetti in conseguenza de’ segni; sì che tutti detti aspetti al fine di questo anno 1640 saranno 34 minuti più avanti, e così all’opposito per gl’anni passati.

So che V. S. Ill.ma si piglierà briga di mettere per ordine tutti questi aspetti secondo l’ordine de’ segni e de’ gradi loro, e vedrà cose degne di essere osservate.

Mi rendo certo che i gradi lucidi, tenebrosi, fumosi, puteali, azimene, fortunati e vacui, non sono stati altro che questi aspetti delle fisse, secondo che segavono l’eclittica; e da gl’effetti che vedevono, cavarono quegl’antichi il nome a’ gradi, e di più ancora conobbero la natura delle fisse, ciò è di ciascuna, come io ho osservato di alcune, che mi risponde a capello a la natura assegnatali da essi, come riferisce Tolomeo: che però ho notato in margine la detta natura come Tolomeo la scrive, acciò V. S. Ill.ma ancora la possa osservare. Il modo di farlo è di osservare la mutattione dell’aria quel giorno nel quale qualche pianeta, e particolarmente , traversa l’eclittica, perchè fa effetto forte assai e della natura di quella stella che sega con aspetto quel grado, se da altro pianeta non è con troppa forza impedito; e molte belle cose ci sono da osservare: una ne dirò notabile. Le fisse che non arrivano all’eclittica co ‘l: e, ma solo co’l , fanno effetti gagliardissimi in quelli gradi del loro , e specialmente le più lontane operano più efficacemente; e però la polare fa effetti insino al portento. Ma, di gratia, supplico V. S. Ill.ma non palesi queste cose insino che io ne farò dono, come ho promesso, al Ser.mo nostro S.r Card.le Padrone([314]), il che non posso fare ancora, perchè ho trovato che la virtù di questi aspetti non è solo dove segano l’eclittica, ma per tutto ancora dove gira quel razzo; per il che mi son messo a calculare detti razzi insino alla latitudine che possono toccarli i pianeti, e ne ho già calculati molti, e séguito, perchè si scoprono altre maraviglie, a mio parere bellissime. La mia  è in gr. 7.21′ , che cade al 1600 in 7.33′, dove non è nella eclittica aspetto preciso; ma perchè la  ha latitudine  di 3 gradi e mezo, tocca quivi precisamente il  del piede del Centauro e fa, a mio credere, gran buono effetto, più che se l’havesse altr’e tanta latitudine settentrionale, dove sarebbe tocca dal  del caput Iunonii, stella infausta. Tal calculo dunque è necessario, ma è alquanto laborioso, perchè s’ha da solvere un triangolo di tre lati noti e cercar un angolo, e ciò per ogni grado, sì che per ogni stella se n’ha da solvere 36 tali; ma io l’ho facilitato assai, e ne ho già calculate molte, e ne mando a V. S. Ill.ma l’esempio d’una, ciò è della maggiore, dico del Cane Sirio. Quanto prima gli manderò un’altra cosa in questo proposito; hora, escluso dal tempo, non posso più soggiungerli che di riverirla con tutto il cuore et aspettare qualche suo avviso per dirigermi a meglio speculare. E resto baciandoli le mani.

 

Di Vienna, li 14 Genn.o 1640.

Di V. S. Ill.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Giovanni Pieroni.

 

 

 

3961*.

 

GALILEO a [UGO GROZIO (?) in Parigi].

Arcetri, 15 gennaio 1640.

 

Dalle pag. 59-60 del Liber secundus de conspiciliis ecc., citato nell’informazione premessa al n.° 3521. È questa l’unica fonte conosciuta della presente lettera; e quanto alla lezione, dobbiamo ripetere ciò che abbiamo avvertito nella citata informazione a proposito del n.° 3521, e perciò annotiamo anche qui appiè di pagina gli errori manifesti della stampa Olandese.

 

Molto Ill.re mio Sig.re et Padron Colend.mo

 

Mi è dispiaciuta sin all’anima la morte improvisa del S.or Martino Ortensio, successa doppo quella de gli altri tre Commissarii; accidenti che, aggiunti al mio infortunio, pare che vadino intraversando([315]) et disturbando la continuatione et il progresso del negozio già da me intrapreso con gli Ill.mi et Potent.mi SS.ri Stati: il quale nondimeno, per quanto per me si potrà, non resterà impedito nè ritardato, havendo io incontrato persona([316]) intelligentissima di queste scienzie astronomiche et attissima non solo a supplire al difetto causato a me dalla cecità, ma a tirarlo avanti con maggiore accuratezza, essendo, oltre alla perfetta intelligenza, huomo d’ingegno destro et perspicace, di complessione et freschezza d’età atta ad ogni fatica, di vista acutissima, di voglia ardente a prosequire avanti, abbracciando l’impresa con gran fervore, et (quello che sommamente mi ha piaciuto) disposto anco a trasferirsi in Olanda, quando così giudicassero expediente quelli Ill.mi et Pot.mi SS.ri, et anco di mandare costà([317]) le ephemeridi de’ satelliti di Giove per sei o otto mesi futuri, anticipatamente da lui calcolate et dissegnate([318]), nelle quali si vedrebbe esattamente gli aspetti futuri delle dette stelle di notte in notte, et confrontandogli con le sensate apparenze potranno gli intelligenti di quelle bande assicurare quelli Ill.mi SS.ri dell’haver noi consequito il vero calcolo de’ movimenti delle Stelle Medicee, sopra i quali s’appoggia([319]) il fondamento di questo negozio. Ho reputato([320]) a gran ventura questo incontro per potere assicurare quelli Ill.mi([321]) et Potent.mi SS.ri, et tutti li intelligenti di astronomia, che la mia proposta era et è benissimo fondata; onde io desidero che, per quei mezzi che V. S. molto Ill.re troverà a proposito, questo mio pensiero venghi alla notitia di quelli Ill.mi et Potent.mi SS.ri, acciò che, riassumendo l’impresa, piaccia loro deputare altri Commissarii, et io poi, havendone avviso V. S. con altre mie lettere([322]), prosequirei quello che resta. Et veramente non vi è cagione nessuna d’intermettere impresa di tanto…, poi che([323]) la utilità che si cerca è tanto grande, et che non può in veruna altra([324]) maniera nè con altra invenzione ottenersi giamai([325]), et che senza spesa di momento si può tirare avanti, solo col dispendio di tempo; il quale ancora potrà essere grandemente abbreviato, mentre che quello che si tratta adesso in gran lontananza per reciproche lettere, con molto risico di essere smarrite, si potrebbe in voce et presentialmente trattare dal medesimo mio consorte, il quale non ricuserebbe, per impresa così rilevata, trasferirsi anco in quelle parti; o vero che piacesse a quelli Ill.mi([326]) et Potent.mi SS.ri deputare fra gli altri l’Ill.mo Ambasciatore che tengono in Venetia([327]), perchè, et per la vicinanza([328]) et per la commodità di poterli anco favellare a bocca dall’amico mio, si faciliterebbe molto più presto l’ultimazione perfetta dell’impresa. Starò dunque sopra ciò attendendo la risposta che V. S. molto Ill.re ne haverà havuta da quelle parti.

Io scrissi già molti mesi sono a quelli Ill.mi e Potent.mi SS.ri, che con le debite grazie et con riverenza accettavo([329]) et aggradivo il regalo della collana, del quale si erano compiaciuti honorarmi, ma che non l’haverei ritenuto([330]) nè adornatomene sin che il negozio non restasse terminato; sì che, per non offendere la magnanimità di quei SS.ri, il detto regalo resta ancor qui([331]), in mano del mercante che me lo portò et al quale io lo lasciai in consegna.

Ho voluto che V. S. molto Ill.re resti informata di quanto passa, acciò che possa sincerare me et lei; me, di non haver proposto cosa vana; et sè, di non si essere ingerita in leggierezza etc.

 

Dalla villa d’Arcetri, alli 15 Gennaio 1640.

 

 

 

3962*.

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO [in Arcetri].

Genova, 20 gennaio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 119. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Giunsi domenica passata a Genova, doppo haver corsa una burasca di mare che mi condusse fino in bocca alla morte; lodato Iddio che l’ho potuta contare, chè certo non credea di uscirne vivo. Do per tanto avviso a V. S. Ecc.ma del mio arrivo, acciochè ella sappia dove inviarmi i suoi commandamenti e le risposte che hormai dovranno venir da Parigi([332]).

Ho havuto risposta dal Ser.mo Sig.r Cardinale([333]) che ha ricevuto il libro([334]), e rendo gratie a V. S. Ecc.ma che l’habbia fatto presentare.

La coronazione del Doge si trasporta sino a Pasqua, sì che io potevo star anco qualche giorno in Firenze. Orsù, patienza; con miglior commodità la rivedrò, mentre per fine le bacio caramente le mani.

 

Di Genova, li 20 di Genaro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.rGalileo.

Dev.mo e Cordialiss.o Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3963*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 3 febbraio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 120. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Per non esser ancor giunto l’ordinario di Fiorenza quando l’altro vuol partire, non ho voluto aspettar a salutarla doppo lette le lettere, ma riverirla a tempo.

Dello stato mio potrei dire di passarla assai bene, se una flussione di catarro, che mi tormenta, non mi travagliasse. Spero però di liberarmene in breve.

Ho veduto il Sig.r Daniele Spinola, che affettuosissimamente le bacia le mani, ma per ancora non ho incontrato il Sig.r Baliani.

Lunedì ricominciai le osservazioni delle stelle Medicee, per la prima volta che Giove si lasciò vedere, le quali corrisposero ad unguem col calcolo, doppo quattro mesi trascorsi da l’ultima osservazzione; sì che hormai non mi resta dubio di non esser ben in possesso de’ loro periodi e distanze dal centro di Giove. Starò per tanto attendendo avviso se il Sig.r Elia([335]) ha dato risposta.

Di nuovo habbiamo la morte del Sig. Principe Doria([336]), vicerè di Sardegna, e la ricuperazione fatta da’ Spagnuoli del forte luogo di Salsas, loro già tolto da’ Francesi. Con che per fine affettuosissimamente l’abbraccio e bacio le mani.

 

Di Genova, il 3 di Febraro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3964**.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 8 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 109. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Io servirò sempre V. S. molto Ill.re et Ecc.ma in qualunque maniera ella vorrà comandarmi; però s’io ho errato circa quel greco e cantucci, la prego a scusarmi, e correggerò adesso l’errore con l’obbedirla puntualmente.

Vendon dunque qua il greco 32 soldi il fiasco di questa misura; e cinque soldi l’uno vendono i fiaschi. I quattro di V. S. sono alla giusta misura di qua. Tra porto e gabella ha 10 soldi per fiasco di spesa, che cinque di gabella e cinque di porto, prezzo fatto e trito. I cantucci fini vagliono una crazia l’uno, ma i soprafini vaglion tre crazie la coppia. Dicono di farne solamente per il Palazzo, o pure a posta per qualch’uno amico etc. Son maggiori, con più zucchero e più odore, dicono. A me veramente non mi ci par miglioranza che importi il prezzo: con tutto ciò mandai a V. S. i 40 de’ soprafini, com’ella chiese. Di gabella pagano dieci crazie il cento: quattro crazie dunque importa la gabella, 4 il cestino e 4 il porto.

Dell’autore([337]) che mi scrive V. S., io sono scandalizatissimo, stomacatissimo, come di persona ignorantissima, furba e maligna. Io l’havevo in concetto neutrale, non havendo mai letto nulla di suo; ma da poi che ho visto quel capitolo([338]), corra pure il grido a voglia sua, sia pur predicato dall’universale per un oracolo, che a me pare risolutamente che si sia fatto con quelle poche carte un marchio indelebile di grandissimo asinaccio, ma insieme insieme, a parlar libero, di furbo. Il medesimo concetto s’è guadagnato appresso il Sig.r Dottor Marsilii([339]) e Sig.r Dottor Stecchini([340]); non che alcun di noi si muova all’oppinion dell’altro, ma ciascuno motu proprio, in una semplice corrente lettura, ha conosciuto e inteso subito le scimunite debolezze di colui, che non merita titolo d’huomo, perchè del raziocinare non ne sa straccio. La furberia l’ho scoperta io, che conoscevo citate e stampate al contrario le asserzioni di V. S., et ho riscontrato i luoghi, e mostratigli a questi due Sig.ri Dottori con lor sommo stupore di tanta sfacciataggine. Si sono però maravigliati assai che V. S. Ecc.ma me ne parli nella sua lettera tanto honoratamente e con tanto riservo. Io ne ho accusato la benignità incomparabile di V. S., che sempre esercita termini gentilissimi, soavissimi e magnanimi, e che verso colui, oltre a questa innata cortesia, havesse accresciuto l’honorevolezza nello scrivermene a quella foggia il dubitar forse ella che potessi haver amicizia o protezione di alcuno di lor due, e che per lor rispetto, già che ella per mille cause gli ama e stima tanto etc., havesse V. S. volsuto parlare per ogni caso da non disgustargli.

Risposta, dichiamo tutti d’accordo che non la merita, cioè non merita da lei tanto honore. Poi, sarebbe un grattare il corpo a una storta cicalaccia, che se non si è vergognato a scriver quel ch’egli ha scritto, cioè tanta feccia e con furberia, la prima volta, in tempo che non è irritato e che fa l’amico, pensate se si vergognerà a sporcar dieci volte più fogli, quando si vedessi risposto.

Sig.r Galileo, la testa non mi regge più. Finisco con reverirla devotissimamente e in nome ancora de’ SS. Marsilii e Stecchini.

 

Pisa, 8 Febb.o 1639([341]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.re

Dino Peri.

 

 

 

3965**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 10 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 182. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Mi è a punto giunta la carissima sua, quando ch’io stava con somma ansietà d’haver nuova di lei, essendo tanto tempo ch’io non ne haveva avviso: e mi creda V. S. Ecc.ma che al martello ch’io sento nella lontananza da lei, mi pare di poter dir col Bernia, che

 

E’ non è donna, e me ne innamorai.

 

Le invidio in tanto la lettura del Sig. Liceti, del quale in questa parte non ho per ancor veduta l’opra, ma quanto prima m’informerò dal di lui fratello per veder se ve ne son giunte copie. Nel sentir che in questo suo trattato egli impugna la opinione del reflesso della luce dalla terra nel’orbe lunare, m’è venuto in pensiero ch’egli habbia forsi creduto che la luna fusse della materia di quella pietra che imbeve il lume, o vero non dissimile; il che se fosse, come pur alcuni han fantasticato, sarebbe veramente una linda galanteria. Io, in quanto a me, credo che le ragioni che egli o altri sono per arrecar in questo proposito contro l’opinione di V. S. Ecc.ma, faranno apunto in me quella forza che farebbero quelle di chi volesse persuadermi che il lume ch’io vedo in terra nel reflesso della quintadecima non mi venisse dalla luna. Quel dire che tal lume si vede nel crepuscolo, e non nella quadratura, quando che, se non venisse dalla terra, più dovrebbe vedersi, l’ho per un argumento che dureranno fatica a scioglierlo. E ciò sia detto pro interim, fino a tanto ch’io veda più commodamente questa nuova dottrina.

Vidi il Sig.r Baliani, il quale subito mi chiese nuove di V. S. Ecc.ma, e mi disse meravigliarsi che ella non rispondesse alle sue due; ma io non le sogiunsi altro, perchè egli era in compagnia d’altri amici e non volsi dirli in presenza loro la cagione. Hora, che V. S. Ecc.ma mi commanda ch’io li dica che ella sta pensando a risponderli, non mancherò di farlo con bella maniera. Farò anco le sue raccommandationi al Sig.r Spinola; e tra tanto la suplico, quando non sia con suo scommodo, a darmi nuova di sè più spesso che si possa, perchè due sole righe scritte da Pierino([342]) mi saranno abastanza. E quivi caramente le bacio le mani.

 

Di Genova, li 10 Febraro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo e Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3966**.

 

GIOVANNI PIERONI a [FRANCESCO RINUCCINI in Venezia]

Vienna, 11 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Filza Rinucciniana 8. F. 2, inserto segnato: «Dodici lettere di Giovanni Pieroni ecc.» lett. n.° 2. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re P.rone Col.mo

 

Vorrei sentire che V. S. Ill.ma fusse guarita della sua gamba, e poi desidero di adempire il suo desiderio di essere a servirla, massime che qua comincia a increscermi per la privattione della gentilissima conversattione de’ SS.ri Capponi, partiti hieri con l’Ecc.mo Sig.r Ambasciatore([343]), e così resto solo quasi a fatto; e poi il pensare s’io potessi godere quella di V. S. Ill.ma mi fa impattiente e risoluto che, se io trovassi per me uguali condittioni, vorrei al certo ridurmi alla desiata quiete della patria.

Ho contento molto che gl’aspetti delle fisse([344]) gli siano pervenuti e gli piaccino. Ho scritto nell’incluso foglio([345]) quello che mi pare intendere dalla sua che ella volesse dichiararseli; ma ho dovuto scrivere in una stanza piena di remore, che fa ch’io non so se mi sarò saputo esplicare e far intendere; però mi esibisco a supplire, occorrendo. Non occorre che V. S. Ill.ma prenda la briga di calculare detti aspetti con latitudine, perchè io ne ho già calculati molti; anzi ho fatto una tavola, e fo l’altra, che mi danno subito gl’archi cercati; però, finita questa seconda, in brevi giorni potranno esser calculate cento o dugento stelle principali, e più molte ancora volendosi: et io non mancherò di sollecitare, per quanto harò tempo; e V. S. Ill.ma, di gratia, noti ogni dì la qualità del tempo, che poi havrà notabil gusto a ritrovarne le cause. E resto facendoli humilissima riverenza.

 

Di Vienna, li 11 Febb.o 1640.

Di V. S. Ill.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Giovanni Pieroni.

 

 

 

3967.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 14 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 181. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Io mi ritrovo ancora nel letto co ‘l mio solito male, che mi ha particolarmente afflitto i genocchi e le mani, che m’impedisce assai dallo scrivere. Non ho mancato di mandar dall’Ecc.mo Sig.r Liceti a fare quella scusa che lei desidera, quale non intende incommodarla, ma si rimette ad ogni sua commodità. Mi è dispiacciuto il suo fare, parendomi che ad un amico come lei non havesse da far questo, massime movendosi a contradirle per ragioni così leggieri. Io non ho saputo prima questo, ch’havrei procurato di ritirarlo da questo fatto; ma poichè egli ha portato a lei puoco rispetto, parmi ch’ella proceda con lui con troppa modestia, mentre dice di stare perplesso in risponderli etc., se bene in questo li verrà a fare troppo honore. Stia però sicuro che le sue cose hanno pochissimo applauso, nè ne vien fatto qua molto conto.

Mi sono stati mandati di Parigi due quesiti da quei matematici, circa de’ quali temo di farmi puoco honore, perchè mi parono cure disperate. L’uno è la misura della superficie del cono scaleno; l’altro, la misura di quella linea curva simile alla curvatura di un ponte, descritta dalla revolutione di un cerchio sino che scorra con tutta la sua circonferenza una linea retta etc., e dello spatio piano compreso da quella e del corpo generato per la revolutione intorno all’asse et alla base; il che mi ricordo che una volta mi dimandò lei, ma che infruttuosamente mi vi affaticai. Di gratia, mi dica se sa che queste dua cose siano state dimostrate da niuno, perchè, per quello ch’io vedo, mi parono difficilissimi. L’occasione è nata, che passando un Padre di S. Francesco di Paula([346]) qua da Bologna, che è di Parigi et molto intendente delle matematiche, nel discorrere seco di diverse cose, li venni a dire ch’havevo trovato la misura del corpo parabolico nato dalla revolutione della parabola intorno alla base, e che havevo trovato che il cilindro generato dal parallelogrammo circonscritto alla parabola, al detto corpo era come 15 a 8([347]), se bene uno de’principali Gesuiti matematici mi havea già un pezzo fa scritto ch’era doppio. Hora il detto Padre disse: Lasci, di grazia, ch’io lo voglio scrivere a quei matematici di Parigi, per vedere se rincontrano questa verità; e così l’hanno, dice, trovata come 15 a 8. E questa è stata la occasione di propormi questi altri problemi, da me riputati di difficilissima solutione, per quel puoco ch’io vedo.

Io non posso più scrivere; però mi dia licenza di finire, et occorrendoli servirsi di me non mi sparagni: con che li bacio affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 14 Feb.ro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

[…. ]r Gal.eo Galilei.

Fiorenza.

Ad Arcetri.

 

 

 

3968.

 

GALILEO a [BENEDETTO GUERRINI in Pisa].

Arcetri, 16 febbraio 1640.

 

Bibl. Comunale in Bassano. Raccolta Gamba. – Originale, di mano di VINCENZIO VIVIANI.

 

Molto Ill.re Sig.r et P.ron mio Osser.mo

 

Se ne viene a Pisa il latore della presente([348]) per fare gl’ultimi giorni del carnovale con il Sig.r Alamanno Viviani, suo fratello e scolare costì in Sapienza. Ma non è questa la causa principale; ma bene potentisssima e principalissima è il rappresentarsi al Ser.mo Gr. D. nostro Signor, per continuare di renderli grazie del’aiuto che Sua A. S. gli porge nel poter continuare i suoi studii, nel modo che egli fa, con la frequente conversazione di me e del’uso di casa mia, con mio particular gusto e con reciproco aiuto tra di noi delli studii miei e de’ suoi: onde pregho V. S. molto Ill.re ad introdurlo con opportuna occasione al cospetto di Sua A. S.

Oltre a questo, per mio particolare interesse avviso V. S. molto I., come alcuni giorni fa il molto R. Padre Francesco delle Scuole Pie([349]) mi dette avviso qualmente il Ser.mo G. Duca, dopo haver inteso ch’io havevo finito di levare dalla cantina li 120 fiaschi che già più di 20 mesi sono Sua A. S. mi donò, haveva per altretanta somma dato ordine che nel’avvenire mi fosse a mia richiesta consegnata; tuttavia non sento che tale commissione sia stata per ancora fatta qua a i cantinieri: però, per mia onorevolezza e per l’esecuzione della volontà del S.mo Padrone, pregho V. S. ad interporci il suo favorevole ricordo, acciò la grazia sia eseguita. Et a questa opera di favore potrà aggiungerne un’altra di carità, che è quella (che pur passa per le mani di V. S.) del sussidio che porge l’Altezza S. allo inserbo di quella mia nepotina([350]) nelle monache di S. Giorgio in su la Costa, dove essendo più giorni fa spirato l’aiuto di un trimestre([351]) e cominciato l’altro, potrà, quando così le piaccia, consegnare l’intero semestre al presente latore, e massime dovendo V. S. con la Corte stare ancora per molto tempo assente di qua.

Io non stimo di soverchiamente gravare V. S., mentre li mostro la gran confidenza che io ho nel suo favore, perchè conosco che, in effetto, più lodevole prerogativa non può alcuno ricevere in sè stesso, che l’essere stimato abile a beneficare gli altri. E con questa confidenza mi volgo a V. S.([352]), con pregarla a rappresentare a i piedi del Ser.mo nostro Signor la mia umilissima e devotissima servitù; et a lei stessa, con affettuosamente reverirla, bacio le mani e pregho da Dio intera felicità.

 

D’Arcetri, li 16 di F.o 1639 ab Inc.

Di V. S. molto Ill.re

Devotiss.mo et Obbl.mo S.re

G. G.

 

 

 

3969.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 17 febbraio 1640.

 

Dal Tomo III, pag. 190-191, dell’edizione citata nell’informazione premessa al n.° 1201.

 

Di Parigi, gli 17 Febbraio 1640.

 

L’essermi fermato di volere aspettare la risposta d’Olanda sopra quello V. S. molto Illustre mi scrisse, della sua intenzione nel proseguire sin alla perfezione la sua proposizione circa il negozio della longitudine, per poterlene poi dare ragguaglio, è stato causa della mia troppa tardanza in fare risposta alle gratissime sue; di che la supplico umilmente ad avermi per iscusato. Sebbene sin qui detta risposta non mi è ancora pervenuta, nondimeno spero non doverà mancare a venire, avendone scritto di nuovo e dato commissione ad un amico di sollecitare; però non faccio dubbio che non sia per venirmi in breve, e spero che sarà di soddisfazione, non potendo verisimilmente esser altra, avendogli riferito tutto il particolare di quanto V. S. molto Illustre me ne ha scritto, cioè della persona nella quale ha trasferito l’intera notizia e la dichiarazione di questo negozio, la sua perizia e perspicacità in queste scienze e la sua disposizione in voler fare il viaggio in Olanda per darne tutte le chiarezze, se sarà giudicato necessario, e di mandare una effemeride delle Stelle Medicee, calcolata colle predizioni degli aspetti loro per molti mesi futuri, per darne a conoscere la certezza. Sicchè tengo per cosa sicura che dovranno avere abbracciata con applauso simile offerta; nè mi sgomenta la lunghezza nel rispondere, potendo essere stata causata da diversi impedimenti. E subito che mi capiti, le ne darò parte.

Il Sig. Bulialdo ha ricevuto per segno di gran favore la lettera che V. S. molt’Ill. gli ha scritta([353]) e l’onorato giudicio che si è compiaciuta fare del suo libro, avendogli letto, come V. S. mi ha ordinato, quello me ne ha scritto, in particolare come, essendo esplicato in dimostrazioni e figure lineari, delle quali senza la vista è impossibile restarne capace, V. S. molt’Ill. non glie ne ha potuto scrivere se non in generale circa il concetto dell’opera ed il modo di trattare, molto approvato da lei. Con ciò reverentemento le bacio le mani, pregandolo dal Cielo ogni desiata felicità.

 

 

 

3970.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 17 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 180. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Mi è pervenuto alle mani il libro del Sig.r Liceti, ed ho letto il cap. 50, conforme V. S. Ecc.ma mi scriveva ch’io facessi. Se debbo dirle liberamente il mio senso e con quella confidenza che passa tra noi, a me pare che questo Signore non solo non intenda bene l’opinione di V. S. Ecc.ma, ma ne anco la propria: quella di V. S. Ecc.ma([354]), perchè, pretendendo che la luna nella quadratura e nel novilunio, per esser egualmente distante dalla terra, egualmente anco dovesse esser da quella illuminata, mostra di non capir bene che nella quadratura la sola metà del’emisferio terrestre ribatte la luce del sole, là dove vicino al novilunio tutto l’emisferio lo riflette; la propria non mi par che capisca, perchè volendola appoggiare al lume crepuscolino dell’aria ambiente la luna nella parte aversa a i corni illuminati, da V. S. Ecc.ma introdotto, non so poi vedere come vogli addattar questa luce a tutto il resto del disco lunare, se forsi e’ non credesse che in terra, quando a noi comincia l’aurora, cominciasse anco nel Perù e nella Spagna, il che sarebbe poi error più massiccio. Giudico dunque bene che V. S. Ecc.ma, mentre non venghino in campo argomenti più saldi, possa lasciar la briga di rispondere: che se pur la non vuole lasciar così trascorrer tal opra senza replica, m’offerisco di farlo io a capo per capo col’ordinario seguente, e mandarne a V. S. Ecc.ma la lettera, acciochè, se giudicherà, ch’io habbia interamente sodisfatto a questo Signore, gli mandi la mia risposta.

Resto poi attonito della lunga dimora delle risposte di Parigi([355]), e non so imaginarmi come sia possibile che quattro lettere da noi scritte siano andate a male. Ma non occorre altro: alle grandi imprese sempre s’attraversa la fortuna. I moti sono agiustatissimi, ed io in breve havrò al’ordine l’efemeridi per tutto l’anno seguente.

Questo è quanto m’occorre significarle per hora; e stando con desiderio di sentir nuove di lei, le bacio affettuosissimamente la mano.

 

Di Genova, li 17 di Febraro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Se V. S. Ecc.ma mi avviserà di qualche bel problema intorno a’ lumi diretti e reflessi, eclissi lunari e solari, come mi scrive haver avvertito, mi farà sommo favore.

 

 

Cordialiss.o e Vero Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3971*.

 

ELIA DIODATI a COSTANTINO HUYGENS [all’Aja].

Parigi, 18 (o 28?) febbraio 1640.

 

Dalle pag. 57-58 del Liber secundus de conspiciliis ecc., citato nell’informazione premessa al n.°3521. Nel Tomo III, pag. 454-455, dell’edizione citata nell’informazione premessa al n.° 1201 si ha una traduzione italiana, alquanto libera e compendiata, di una parte di questa lettera, traduzione che verisimilmente fu inviata dallo stesso DIODATI a GALILEO; in capo ad essa si legge: «Lettera d’Elia Deodati a Costantino Ugenio, primo Segretario di Stato del Principe d’Oranges».

 

Monsieur,

 

L’accomplissement de la proposition de Monsieur Galilaei pour l’invention de la longitude, faicte à Messeigneurs les Estats Generaux, ayant receu diverses interruptions, premierement par l’entiere privation de la veue qui luy est survenue depuis deux ans, apres avoir peu auparavant perdu un oeil, et en second lieu, tout nouvellement, par le deceds de M.r Hortensius, qui seul survivoit des quattre Commissaires qui par Mes Seigneurs les Estats avoyent esté deputez pour cette affaire, il pourroit sembler, qu’estant combattue par tant de mauvaises rencontres, elle deubst succomber et demeurer abandonnée; n’estoit que l’auteur, personnage (par l’adveu de touts) sans pareil en sa profession, asseuré de la verité de sa proposition, persiste avec une constance invincible à la vouloir poursuivre de tout son pouvoir jusques au dernier bout, ayant (comme vous verrez, Monsienr, par la copie cy joincte de la lettre([356]) qu’il m’a escripte) henreusement….([357]) instruict pour suppléer pleinement à tout ce à quoy, en l’estat ou il est reduit, il n’eust peu satisfaire: ne restant aprés cela si non que de la part de Messeig.rs les Estats Generaux estant correspondu a cette bonne intention, pour la suite et pour la perfection d’une si grande oeuvre (y estant fort bien acheminée par l’aide d’un si digne personnage) il plaise a Leurs Ex.ces deputer d’autres Commissaires, au lieu de Mess.rs Real, Hortensius, Beckmannus et Blaeu qui sont defuncts, anxquels touts les papiers de cette affaire, consignés à feu Monsieur Hortensius, seront delivrés; pour cet effect ne pouvant (pour satisfaire à la priere du S.r Galilei) m’adresser à autre qu’à vous, Monsieur, non seulement pour estre l’asyle et le refuge en ces pays là de touts les hommes vertueux, mais principalement pour les grands merites([358]) que par le passé vous vous estes desia acquis en cette affaire, tout l’heureux acheminement d’icelle estant deub à la protection qu’il vous en a pleu prendre, qui me faict esperer que vous ne la voudrez point abandonner([359]) à present en sa nouvelle ressource, ains la remettrez en vigueur pour triompher de son establissement, et que portant vous accepterez favorablement la treshumble supplication que je vous en fay, soubz protestation de vous en avoir les mesmes obligations que l’auteur, auquel je donneray advis des faveurs que vous luy departirez en cette occurrence et de tout le succes de ce qu’il attend et desire, suivant ce qu’il vous plaira prendre la peine de m’en escrire (ce que j’attendray avec devotion), vous en suppliant treshumblement, et de m’honorer de vos commendements, afin de vous pouvoir tesmoigner par les effects que je suis veritablement etc.,

Monsieur, sachant combien vous estes amateur de toutes belles et curieuses recerches, je vous envoye le titre d’un livre de l’aymant, qui s’imprime à Rome et doibt estre achevé d’imprimer dans 2 ou 3 mois, d’ou il m’a esté envoyé par un de mes amis pour le communiquer et convier ceux qui ont speculé sur cette matiere d’y contribuer, l’auteur promettant de professer et recognoistre avec eloge en son livre et d’y nommer ceux qui luy auront envoyé leurs observations. Mais pour mon regard, je vous l’envoye pour en user comme il vous plaira, esperant (quand autre chose ne seroit) qu’il vous sera agreable pour la nouveauté et pour les curieuses recerches. Restera à voir si l’oeuvre respondra à l’attente.

 

 

Monsieur,

De Paris, le 28 de Febrarier([360]) 1640.

 

 

Vostre treshumble Serviteur

Diodati.

 

 

 

3972.

 

GALILEO a BONAVENTURA CAVALIERI [in Bologna].

Arcetri, 24 febbraio 1640.

 

Dalle pag. 3-4 dell’opuscolo intitolato: Lettera a’ filateti di TIMAURO ANTIATE della vera storia della cicloide e della famosissima esperienza dell’argento vivo; In Firenze, all’insegna della Stella, 1663. CARLO DATI, che si nasconde sotto lo pseudonimo di TIMAURO ANTIATE, C’informa, nelle notizie premesse alla lettera, che questa era scritta per mano del P. CLEMENTE SETTIMI.

 

Rispondendo alla gratissima della P. V. molto R.([361]) con quella confidenza che tra amici veri si conviene e che veggo ch’ella usa meco, gli dico che non posso a bastanza maravigliarmi della maniera del discorrere e filosofare del Sig. Liceti: la qual maniera mi pare che in languidezza ecceda quella di qualsivoglia meno anco che mediocremente uso a discorrere e sillogizare; e mi dispiace che questo concetto si sia risvegliato tra’ letterati di Pisa([362]) e di Genova([363]). Poichè mi trovo in necessità di purgarmi da’ mancamenti impostimi, non so se io saprò trovar maniera tanto placida, modesta e civile, che io non mi conciti almeno in parte la indignazione di questo filosofo. Io, benchè averei larghissimo campo di notare moltissime leggerezze nella gran moltitudine de’ suoi scritti, lascerò scorrere tutto il resto, e solo mi fermerò sopra le impugnazioni che egli fa contro di me; e per ora anderò esaminando le leggerezze ch’egli adduce in riprovare la mia oppinione del tenue candore della luna, del quale deferisco la causa nel lume ripercosso dalla terra illustrata dal sole. Vedrà a suo tempo quello che io produrrò, benchè per conoscere la nullità de’ discorsi di questo filosofo ella non habbia bisogno d’altro che d’una semplicissima e momentanea scorsa sopra quello ch’egli scrive.

De’ quesiti mandatigli di Francia non so che ne sia stato dimostrato alcuno. Gli ho con lei per difficili molto a essere sciolti. Quella linea arcuata sono più di cinquant’anni che mi venne in mente il descriverla, e l’ammirai per una curvità graziosissima per adattarla agli archi d’un ponte. Feci sopra di essa, e sopra lo spazio da lei e dalla([364]) sua corda compreso, diversi tentativi per dimostrarne qualche passione, e parvemi da principio che tale spazio potesse esser triplo del cerchio che lo descrive; ma non fu così, benchè la differenza non sia molta. Tocca all’ingegno del P. Cavalieri, e non ad altro, il ritrovarne il tutto, o mettere tutti li specolativi in disperazione di poter venire a capo di questa contemplazione.

Ebbi circa un anno fa una scrittura di un P. Mersenno de’ Minimi di S. Francesco di Paola, mandatami da Parigi, ma scrittami in caratteri tali, che tutta l’accademia di Firenze non ne potette intender tanto che se ne potesse trar costrutto alcuno. Vedevasi che conteneva alcuni dubbi sopra alcune mie proposizioni, e pareva che ne domandasse la soluzione. Io risposi all’amico che me la mandò, che facesse intendere al detto Padre che mi scrivesse in carattere più intelligibile, perchè qua non aviamo nè la sfinge nè altri interpreti di misteri reconditi([365]); ma non ho poi inteso altro.

Sento grande afflizione de’ suoi travagli, i quali accrescono i miei, che sono tali che posso con verità dire di ritrovarmi in uno inferno terrestre superficiale, poichè non mi avanza momento di tempo che io possa passare senza lamentare. Piace al Signor Iddio così, e in ciò doviamo quietarci. Mi continui il suo amore, mentre con ogni affetto la riverisco.

 

D’Arcetri, li 24 Febbraio 1639([366]).

 

 

 

3973.

 

GALILEO a BENEDETTO GUERRINI [in Pisa].

Arcetri, 24 febbraio 1640.

 

Dalle Memorie e Lettere inedite finora o disperse di GALILEO GALILEI, ordinate ed illustrate con annotazioni dal cav. GIAMBATISTA VENTURI ecc., Parte seconda, Modena, per G. Vincenzi e Comp., M.DCCC.XXI, pag. 221. Il VENTURI trasse la presente dall’originale, sottoscritto, com’egli afferma, colle iniziali del nome e cognome «formate del carattere consueto del Galileo» (pag. 219). La lettera era stata edita già da GIAMBATISTA TONDINI nel Tomo II, pag. 28-29, dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 3478, ma con qualche grave scorrezione: il TONDINI però pubblica anche le ultime parole: «E qui…. 1639», che il VENTURI trascura.

 

Avendo per la gratissima di V. S. molto Illustre inteso gli ordini dati dal Serenissimo Gran Duca nostro Signore in materia del vino([367]), del quale l’A. S. mi favorisce et onora, mandai alla cantina per averne due fiaschi; ma dissero i cantinieri, non aver ricevuta commessione alcuna, onde ne restai senza: e mentre ch’ella mi accenna, la volontà di S. A. essere stata di propria bocca significata all’Illustrissimo Signor Marchese Colloredo, ho giudicato essere mio obbligo necessario dare un motto a S. S. Illustrissima d’avere io (ma non prima che adesso) inteso di tal commissione, e perciò supplicarla a porla in esecuzione, con assicurarla che glie ne terrò perpetuo obbligo e che, dopo la persona del Serenissimo Gran Duca, riconoscerò la grazia et il regalo dalla cortese mano di S. S. Illustrissima. Prego dunque V. S. molto Illustre a recapitar la qui allegata.

Ho sentito piacere che il Serenissimo Gran Duca abbia esaminato il giovanetto Viviani e mostratogli d’aver caro che frequenti la visita di casa mia, con prevalersi di quell’aiuto ne’ suoi studi che dal debile stato mio gli potrà essere somministrato; e la speranza che ho del progresso che sia per fare negli studi, sì per l’attitudine dell’ingegno come per l’assiduità colla quale si applica e per il gusto che prende della qualità degli studi, mi fa intraprendere quest’opera senza sentirvi aggravio o stanchezza. Egli non è ancora ritornato, ma da casa sua intendo che tornerà domani; ed intanto rendo grazie a V. S. del trimestre consegnatogli([368]). E qui con riverente affetto le bacio le mani e prego da Dio felicità.

 

D’Arcetri, 24 Febbraio 1639([369]).

 

 

 

3974.

 

DINO PERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 29 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 112. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Sono stato molti giorni assai peggio del solito, e non sono ancora ritornato in quel posto mio ordinario, che, ancorchè cattivo, pure era migliore del presente. Perdonimi però di grazia V. S. molto Ill.re et Ecc.ma s’io ho differito lo scrivere, e s’io scrivo adesso brevemente.

Hebbi per mano del Sig.r Viviani lire trentasei e soldi tredici.

Presi 9 braccia e 1/2 di quell’accordellato, e lo pagai manco per essere uno scampolo appunto etc. Costò tre pezze, cioè £ 17.5; e il conto del sarto è importato £ 4, che fanno £ 21. 5.

Non ho ancor potuto havere il libro del Liceti e legger quel capitolo 49([370]). L’ho avvisato a’ SS.ri Marsilii e Stecchini, che hanno moltiplicato le risa. Il sentir poi noi che il risponderli V. S. Ecc.ma potrebbe esser causa di conferire ella al mondo qualche novità di garbo, ci ha fatto variar parere e desiderare ch’ella risponda pure, perchè i frutti, e massime le novellizie di V. S. Ecc.ma, son cosa troppo ghiotta, troppo singolare, troppo divina. Resto con reverirla devotamente insieme co’ SS. Marsilii e Stecchini.

 

Pisa, 29 Febb. 1639([371]).

Di V. S. molto Ill.re

Oblig.mo e Devotiss.o Ser.e

Dino Peri.

 

 

 

3975**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 29 febbraio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 178-179. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

M’è finalmente pervenuto alle mani il libro De lapide Bononiensi([372]), publicato dal’Ecc.mo Sig.r Liceti, ed ho con molta curiosità letto il cap. L, nel quale detto Signore argomenta contro l’opinione di V. S. Ecc.ma, che stima quella luce secondaria del disco lunare intorno a’ novilunii esser un riflesso de’ raggi solari, colà dal globo della terra ribattuti; e perchè la mi commanda ch’io debba in ciò esporre il mio senso, benchè l’affetto della patria commune con quel Signore, e molto più l’eminenza del sogetto, possa farmi andar ritenuto nel contradirli, tutta via, e per la libertà del mio genio e per ubbidir a’ cenni di V. S. Ecc.ma([373]), dirò speditamente quel che ne sento, stimando che quando pure e’ pervenga all’orecchie di lui, se havrò havuto fortuna di propor cose vere non dovrà riputarsene offeso, o pure sia per levarmi d’errore quando ch’io mi trovi ingannato.

E primieramente, confesso l’ignoranza mia di non intender bene la di lui conclusione, mentre che chiama quella secondaria luce del disco lunare coniunctum quid ex imbecilla lunae luce nativa et lumine solis in ipsam repercusso reflexoque ab aetheris alti partibus, lunare corpus ambientibus([374]): non intendo, dico, il modo col quale sia possibile che percotendo il raggio solare nel’aria ambiente la luna, venga poi ad esser ripercosso in tutto il resto del disco e verso le parti del mezzo; perchè parmi che quando ciò esser potesse, lo stesso effetto dovrebbe anco nella terra succedere, e n’avverrebbe che riflettendosi lo stesso raggio solare nel’aria che la circonda, leverebbe in tutto dal mondo l’oscurità della notte. Ma io veggio, se non m’inganno, l’intoppo che à qui fatto inciampar quel Signore. Afferma V. S. Ecc.ma([375]) che quella secondaria luce della luna che alquanto più viva si vede nello estremo della circonferenza opposta alle corna illuminate, puol esser una tal aurora lunare, cagionata colà dal reflesso di que’ raggi solari che, dall’aria ambiente la luna ribattuti, in essa si vedono: il che è, per mio creder, verissimo; ma non è già vero per questo che tal riflesso possa diffondersi poi per lo restante del disco, accadendo colà per apunto tutto ciò che qui in terra succede, cioè che mentre il raggio del sole ripercosso dall’aria che ne circonda cagiona la luce crepuscolina della sera o del mattino, non la diffonde per questo per lo restante della terra, ma mentre, per essempio, la nostra Italia rischiara, lascia hor il Gange hor l’America del tutto in braccio alla notte. In proposito di che voglio adesso agiunger anch’io un mio pensiero, per cui stimo poter arrecarsi un’altra ragione di questa maggior luce del limbo che non è nel mezzo alla luna; et è quella stessa per cui V. S. Ecc.ma([376]) ne insegnò che nella luna piena vediamo le parti della circonferenza risplender con luce più viva che non fan le più prossime al centro, cioè a dire il riflettersi de’ raggi solari all’occhio nostro molto più vivamente dalle lucidissime punte de’ monti lunari, moltiplicate alla nostra vista molto più verso la circonferenza che verso del mezzo, ove son sparse a mescolate con altre parti meno atte a ripercuoter i raggi: e tanto più in questo pensiero mi confermo, quanto che pur vicino alla quadratura, quando il crepuscolo lunare a noi invisibil si trova, per ogni modo par che si scorga in quella debolissima luce questa istessa differenza di lume.

Ma vediamo hormai le ragioni per le quali si muove l’Ecc.mo Sig.r Liceti a creder che questa secondaria luce della luna non possa derivare dal riflesso della terra. La prima delle quali è, che essendo la luna così distante da tal riflesso circa il novilunio come dopo la prima quadratura, dovrebbe per conseguenza nell’una e nel’altra occasione vedersi egualmente illustrata; il che però non succede, essendo molto maggiore questa secondaria luce presso il novilunio di quello che sia dopo il quarto: che se, per lo contrario, diremo venirli la luce dal riflesso del’aria vicina, essendo la luna, con detta aria ambiente, più lontana al sole nel quarto che nel novilunio, ne verrà conseguentemente che più nel novilunio che nella quadratura apparir dovrà lucida e chiara, come per apunto succede. Hor vagliami il vero, Sig.r Galileo: qui sento nascermi scrupulo cho cotesto Signore non habbia forsi fatto quell’intero concetto della positione di V. S. Ecc.ma che parmi saria neccessario; poichè se havesse fatto riflessione che nel tempo che la luna è al quarto non vede altro che un quarto della terra illuminato dal sole, e da quel solo riceve il riflesso de’ raggi, là dove ne’ confini del novilunio vede tutto l’emisfero illustrato e da tutto si ribatte la luce, havrebbe chiaramente veduta la soluzione del dubio, essendo che, sì come nel quarto la luna minor luce ne presta di quello che nel plenilunio ci faccia, così con iscambievol vicenda la terra nel novilunio alla stessa maggior quantità di raggi riflette di quello che nella quadra ministri. Oltre che non ben veggo come gli si possa concedere, che essendo la luna più lontana dal sole nella quadratura che non è circa la congiuntione, debba per ciò seguirne che quando i raggi si riflettessero dal’aria ambiente nel disco lunare, potesse questa diversità di lontananze cagionar differenza sensibile nell’illuminatione di quello; poi che non la cagionando ne’ raggi diretti, che mostrano le corna lucide splender nello stesso modo che fa successivamente fin al plenilunio tutto il restante del disco, non so veder come poi la debbano cagionare in quelli che da essi si riflettono.

Ma passiamo avvanti. Sogiunge questo Signore, che essendo che in plenilunio terra perfunditur a luna fulgidissimis radiis, quibus plenilunii noctes illustrissimae fiunt, ne dovrebbe e converso seguire che in coniunctione lunare corpus deberet esse, atque a nobis aspici, splendidius quam terrae facies in plenilunii nocte([377]). Al che rispondo che egli ha molto ben ragione, e che così per apunto succede; ma sì come noi vediamo l’illuminatione fatta dalla terra nel disco lunare stando lontani da quello, così quando vogliamo compararla con la luce che la luna ripercuote in terra, non bisogna mettersi in minor lontananza di quello che sia dalla luna a noi, che così caminerà bene il paragone. E so ben io che qua giù basso la notte del plenilunio ci sembra più chiara del disco della luna sparso di quella secondaria luce; ma da questo altro non si cava, se non che chi è più vicino al lume, meglio lo vede. Confesso bene di non intendere che cosa habbiano da far le cavità della luna co’ spechii concavi, e credo che quando la luna fusse come uno spechio concavo, ci darebbe poca materia da filosofare, perchè non si potendo da noi, che siamo lontani dal punto ov’ella unirebbe i raggi reflessi, vederne altro che una piciolissima parte illuminata, quella dal’altro canto fora così lontana, che ne sarebbe al tutto invisibile.

Seguiamo adunque la terza instanza. Insuper, dice egli, si terra solare lumen in luna repercuteret, ac magis vividum, ut aiunt, quam illud quod a luna reflectitur in terram, luna solem nobis eclipsare non posset, sed, verius, in eclipsi solari dies non obscuraretur; e ne rende la ragione, perchè minus lucidum magis lucido copulatum illius illuminationem non impedit([378]). La quale, se pur è vera, non so io vedere per qual cagione non militi contro lo stesso Sig.r Liceti; poichè essendo nel tempo del’eclisse illuminata l’aria ambiente la luna nello stesso modo che è circa il plenilunio, et havendo anco in quel tempo quel poco di luce nativa che egli le attribuisce, se vero è che minus lucidum magis lucido etc.; bisognerà neccessariamente concludere che neanco in sentenza di detto Signore sia per succeder eclisse. Ma io dubito che vi sia differenza tra il minus lucidum copulatum et interpositum, e non voglio già credere che il Sig.r Fortunio sia per negarmi che se interpongo fra il mio occhio e ‘l disco del sole un tizzone acceso, questo non sia per nascondermelo, benchè infinitamente men lucido di quello. Oltre che il cono dell’ombra lunare, che alhora rende oscura buona parte della terra, non è così tenue come forse egli stima, essendo più d’un terzo del disco di essa. E poi, chi mi assecura che quando nel’eclisse solare si è fatta notte sì profonda che si son viste le stelle, chi m’assecura, dico, che non si sia veduta anco la luna sparsa di tal luce reflessa? Stimeremo noi forse che dal’haver scritto gli istorici che le stelle in tal punto aparivano, si cavi che il disco lunare non habbia havuta questa secondaria illuminatione, come che ella fosse atta a rischiarar le tenebre ed involarci le stelle? Certo no, anzi se debbo dir un tal mio pensiero, mentre mi ricordo che alcuni hanno stimata la luna corpo diaffano perchè nella solar eclisse notarono il disco di essa sparso di qualche luce, vo dubitando che tal luce fusse per apunto quella che dalle parti della terra non eclissate colà venia ripercossa.

Che poi, se la terra riflettesse i raggi solari nella luna, dovessero questi così scaldar l’aria nostra, che non potessero nascervi nuvole, pioggie o tempeste, io in quanto a me non so vederne la cagione; et il dirmi che se la luna nel plenilunio scalda la terra, in conseguenza dovrà il raggio del sole reflesso insieme col diretto molto più scaldarla, appresso di me non amette difficoltà, perchè così per apunto succede, et io sento molto più caldo quando di giorno mi trovo percosso da’ raggi del sole diretti e reflessi, che non fo la notte al lume della luna piena. Ma che poi il caldo che sento sia tale che possa impedir le pioggie, le nevi e le brine, non mi sembra del tutto ben certo, e credo che così il caldo del giorno come il freddo della notte sia neccessario per produrle.

Non è dunque la luce secondaria del disco lunare, altro che il reflesso de’ raggi del sole, colà dalla terra ripercossi; nè perchè nel’eclisse della luna ella resti sparsa di qualche luce, può paragonarsi con la pietra di Bologna, perchè tal lume, come ben avverte il Keplero, vien cagionato da’ raggi del sole che, battendo nell’aria contermina alla terra, si ripiegano e reflettono verso la luna e di tal luce la spargano, come nella seguente figura può vedersi;

 

 

 

Con che per fine a V. S. Ecc.ma bacio affettuosamente la mano, e prego a continuarmi il favore de’ suoi commandamenti.

 

Di Genova, li 29 di Febraro 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo e Cordialiss.o Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3976.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 3 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 183. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Non ho più scritto a V. S. Ecc.ma doppo la ricevuta della gratissima sua per non attediarla, non mi occorrendo cosa necessaria; e benchè hora non habbi pure cosa che importi da dirle, non voglio però tralasciare di riverirla in questo tempo solenne e di augurarle felice Pasqua, com’io faccio, desideroso d’intendere di lei buone nuove.

Non so s’io li habbi scritto che ho inteso essere uscito di nuovo un libro dall’Ollanda intitolato: Philolaus, De vero mundi systemate([379]), che tiene l’opinione del moto terrestre, et è l’autore franzese, se ho inteso bene; però io non l’ho visto.

Circa il Sig.r Liceti, è un pezzo ch’io non l’ho visto: mi dimandò però l’ultima volta s’io havevo niente di nuovo da lei; al quale, dissi di no, et egli mi accennò con tale occasione che s’era finito di stampare un altro libro De lumine([380]) et un altro De centro et circumferentia([381]): sì che veda con quanta facilità egli stampa libri, che non credo si potriano quasi leggere così facilmente com’egli li stampa. Aspettarò di vedere la risposta al suo cap. 50 delle pietre lucifere, acciò egli riconosca il suo duplicato errore. Per tanto, non occorrendomi altro per hora, finisco con baciarli affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 3 Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Gal.eo Galilei.

Firenze.

Ad Arcetri.

 

 

 

3977*.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 4 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 204. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

In esecuzione della cortesissima lettera di V. S., se conoscerò di poter fermare la speranza, che mi pare di aver concepita, del’emenda di Pierino, lo ricondurrò costì, senza lasciarmi però intendere da lui di avere appicho di poterlo rimettere, nè anche della sopraabondante amorevoleza che V. S. ha intenzione di usarli ancora che egli non si raffermi, acciò che egli abbi maggior occasione di conoscere il suo errore; e credo senza altro che le male creanze usate da lui sin ora, dopo molto disgusto sieno per causare in me questo buono effetto, di farmi rivedere e godere almeno per un giorno la desideratissima presenza di V. S., prima che io non credevo, e così anche il Sig.r Viviani([382]), al quale non posso far di meno di non portare affetto, sì per i suoi meriti, sì ancora perchè reverisce V. S. Alla quale invio un panierino di uva e quattro tordi, che gli goda per mio amore, mentre co ‘l fine gli prego dal Cielo cumulata prosperità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 4 Marzo 1639([383]).

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

3978**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 9 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 185. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho gusto ch’ella habbia havuta nuova di Parigi che il Sig.r Diodati habbia ricevuta la sua; e venendo la risposta, potrà darmene avviso, con agiunger alla soprascritta S. Stefano, perchè così ho le lettere più sicure.

Le mandai colle passate una mia in risposta([384]) alle obiezioni del Sig.r Liceti, non perchè io stimassi ch’elleno n’havessero di bisogno, ma per mostrar a V. S. Ecc.ma il mio senso. M’è poi occorso di riveder il suo Nunzio Sydereo, e veggo che dove ella tratta del’aurora lunare, non ne parla conforme io dalle parole del Liceti m’era creduto. Desidero però che V. S. Ecc.ma m’avvisi, s’ella stima che il vedersi la parte o circonferenza del disco lunare opposta alle corna illuminate più lucida del resto potesse derivare, ne’ giorni più vicini alla congiunzione, da questa aurora, che in tal tempo da noi si potesse vedere, sì come io m’era imaginato.

In quanto alle effemeridi delle Stelle Medicee, le andrò di mano in mano calcolando; e già la settimana passata mandai al Ser.mo G. Duca et al Sig.r Principe Leopoldo il dissegno delle constituzioni future in questo mese. E mentre sto con sommo desiderio attendendo che V. S. Ecc.ma mi mandi le sue considerazioni sopra gli argomenti del Liceti, affettuosamente le bacio le mani.

 

Di Genova, li 9 di Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3979*.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Arcetri.

Venezia, 10 marzo 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori, Autografi, B.a LXXIV, n.° 68. – Autografa.

 

Molto Ill.re Ecc.mo S.r

 

Vivendo ansioso di intender spesso del suo stato, essendo molto tempo che non mi capitano lettere di V. S. Ecc.ma, vengo con queste poche righe a ricordarmele, et insieme pregarla volermene far dar parte, che lo riceverò a favore singularissimo. Et a V. S. molto Ill.re Ecc.ma offerendomi, baccio le mani.

 

Di Venetia, li 10 Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo Ser.

Francesco Duodo.

 

Fuori: [….] mio

L’Ecc.mo S.r Galileo Galilei, D.r Mat.co

R.to al S.r Mastro delle Poste di Fiorenza.

Arcetri.

 

 

 

3980**.

 

GIOVANNI PIERONI a [FRANCESCO RINUCCINI in Venezia].

Vienna, 10 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Filza Rinucciniana 8. F. 2, inserto segnato «Dodici lettere di Giovanni Pieroni ecc.», lett. n.° 3. – Autografa.

 

Ill.mo Sig.re P.rone Col.mo

 

E che spirito viene a V. S. Ill.ma di dire che io potrei un tratto ripatriare? e che titillarmi al cuore è quello di dirmi, forse prima ch’io non credo? Oh volesse Iddio che qualche cosa fusse! Confesso a V. S. Ill.ma, che da poi ch’io fui costà, mi s’è tanto impresso il desiderio di tornarvi, che penso del continovo come potrebb’essere; ma ci veggo difficultati quasi insuperabili. Per qua io son reso quasi necessario, per l’informattione che ho di tutti i paesi; ci son solo, in credito, ben volsutto, benissimo trattato; sarei ingratissimo a tentare io. Quanto a me, ho beni (hora recuperati dalle mani del nemico) per 60ma fiorini: a tenerli e star lontano, frutterebbero niente; a venderli, forse non arriverei a 40, e di contanti pronti a pena 10 o 15, e gl’altri chi sa quando. Ho tre figliuole grande da accomodare: lasciarle qua accomodate, mi dorrebbe grandemente; menarle non accomodate, sarebbero mercantia forse discreditata (benchè sarebbe a torto, perchè in casa mia si vive all’italiana con ogni rigore); e se pure, bisognerebbe gran spesa di dote più che qua. Io, povero, in capo a 18 o più anni, tornare a dover servire per necessità, in vece di riposo della vecchiezza, mi sarebbe di gran mortificatione, che pur qua, ancorch’io fusse senza servitio, ho da vivere da signore con i beni; e qui godo una casa fabbricata da S. M. per mia abitatione, tanto a mio modo e bella e gustosa quanto ho saputo disponerla et ordinarla a mio modo. Con tutto ciò volesse Idio che qualche cosa fusse: fuss’egli Suo volere ch’io dovessi tornare a così cara patria, a godere di servire quel Padrone che Idio mi ha dato naturale, a goder di servire li miei padroni come V. S. Ill.ma, che fra tutti mi sarebbe singolarissimo sempre, tanto mi hanno innamorato le gentilissime sue maniere. Ma la corda che ella ha toccato ha risuonato a bastanza, se non troppo: scusi ella la delicatezza della materia.

Ho contento che V. S. Ill.ma resti capace a suo gusto di quelli aspetti([385]): io vo calculando tutta via i medesimi con le latitudini, ma mi riesce adagio, perchè ho molto da disegnare per S. M.; pure ci ho stimolo. E perchè lei mi tocca dello stampargli, bisogna ch’io gli dica che ho un concetto e qualche principio di voler fare un libro De stellis fixis, nel quale io harei da ponere questi sopradetti aspetti e molte altre cose, alcune dimostrativamente, alcune per altra via probabili; perchè io vorrei dire del numero, del luogo, della grandezza, della luce, della sostanza, del moto, della natura e delli effetti loro, in ciascuno de’ quali harei qualche cosa, credo, di singolare. Per esempio, del numero, io ho nelle Pleiadi stelle 52, e con gl’occhi se ne veggono 6 sole; e di tutte ho la loro longitudine e latitudine e grandezza, che arrivano ad essere insino di 12 grandezze. Del luogo, intendo di poter dimostrare una distanza loro di centinara di volte più della creduta; dal che deriva, la grandezza loro esser molta, ma forse non maggiore di quella del sole. Al che succede che la luce loro sia propria come la del sole, e però che esse et il sole siano tutte d’una sostanza, la quale, detto a V. S. Ill.ma in somma confidenza, non è altro che lapis candente; e dedurrò qualche bizzarra e forse bella speculattione per prova. Ma che dirà poi ella, se io gli dirò che mostrerò il moto loro essere inuguale ne’ momenti del tempo, sì che le vanno a salti o, per meglio dire, a scosse o trepidando? Mi manca ancora di far le osservattioni come in diverse hore si muovano di differente velocità, il che è l’ultimo mio e principale scopo. In un’altra parte poi bisognerebbe parlare della natura et effetti loro, ponendo gl’aspetti detti e le osservattioni di loro, con rinvergare la dottrina antica di quei gradi lucidi etc.; e poi ci vorrebbono i calculi loro a tutti i poli, del quale ho fatto principio per a due secoli, ciò è al 1600 et al 1700, acciò sia commodo per cento anni avanti e doppo, ciò è dal 1500 al 1800 al meno, secondo la correttione loro fatta da Ticone. Questo pensiero mi tiene che io non vorrei hora stampare quella bagattella sola degl’aspetti, ma far tutto insieme, ancorchè in questo ci ho anche difficultà, perchè mi par vergogna stampar io, capitano, trattati di stelle, che dovrei o tacere o scriver di guerra o di fortificatione, che professo; ma a queste non facilmente mi ridurrò, parendomi troppo aliene cose dalla speculattione matematica, se non certe cose geometriche nuove che ho per la fortificatione. Però sente V. S. Ill.ma che cosa mi ritiene hora; ma quand’io fusse in ordine per stampar tutto, non potrei haver gratia nè favor maggiore del suo a farlo far costì, perchè sarebbe sotto la sua protettione meglio eseguito, in meglior carta, e la spesa non mi sarebbe tanta come qua: però un poco di tempo che io habbia, ho gran volontà di metterlo insieme, se V. S. Ill.ma non lo reputa, come forse è, una sciocchezza, che mi sarà a suo tempo gran gratia che ella mi favorisca del suo giuditio.

Il globo che V. S. Ill.ma pensa di fare, starà molto bene, ancorchè, per dover esser grande, sarà alquanto scomodo. Io ho fatto un zodiaco di carta grossa, lungo braccia 3 1/4, ciò è la carta, e larga tanto che vi ho segnato due quadri lunghi, larghi ciascuno circa 1/4 di braccio e lontani uno dall’altro due dita, ciò è quanto importano tre gradi; così ho diviso ciascuno in 6 parte o segni, e poi ne’ suoi 30 gradi, segnati come in foglietto gli includo([386]): et in questo ho segnate le stelle e gl’orizonti e gl’aspetti; e così segnandovi ogn’anno gentilmente di lapis la via de’ pianeti, veggo ‘n un subito quanto desidero. E per hora desidero che ella mi faccia honore de’ suoi comandi e della sua gratia, come ne la supplico con instanza; e li fo umilissima riverenza.

 

Di Vienna, li 10 Marzo 1640.

Di V. S. Ill.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Giovanni Pieroni.

 

 

 

3981.

 

LEOPOLDO DE’ MEDICI a GALILEO [in Arcetri].

Pisa, 11 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII. 1, car. 101. – Autografa la firma.

 

Sig.r Galileo,

 

Mi disse a questi giorni il Dottor Marsili che il Liceti havea stampato in un libro De lapide Bononiensi([387]) una sua opinione intorno al secondario lume della luna, diversa da quella di V. S., alla quale egli con diversi argumenti contrariava. Io per mio spasso volsi vedere, alla presenza del Marsili e del P. Francesco([388]) e P. Ambrogio([389]), quello che questo huomo opponeva all’ingegnoso suo pensiero e da me tenuto per vero; e benchè gli argumenti del contradittore non habbino bisogno di risposta, per essere tanto frioli, ad ogni modo perchè questo puol esser causa al suo ingegno d’insegnarci qualche novità o vero di chiarire maggiormente alcuna delle cose dette da lei in questo proposito, desidero, poichè io non posso discorrer seco di presenza, che ella si contenti di participarmi in scritto il suo pensiero intorno a queste nuove opposizioni. E mentre le ricordo il mio affetto con pronto desiderio nelle sue occorrenze, le desidero ogni contento.

 

Pisa, 11 Marzo 1639([390]).

 

 

 

 

3982.

 

GALILEO a [LEOPOLDO DE’ MEDICI in Pisa].

Arcetri, 13 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 97. – Autografa la firma; il resto è di mano di VINCENZIO VIVIANI. A car. 96 dello stesso codice si ha, pur di mano del VIVIANI, una copia della lettera, la quale presenta poche e insignificanti differenze formali.

 

Serenissimo Principe e mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Le contradizioni poste dal Sig.r filosofo Liceti nel suo libro De lapide Bononiensi, nuovamente pubblicate, al cap. L([391]), contro alla mia oppinione intorno al tenue lume secondario che si scorge([392]) tal volta nel disco lunare, e che io lo stimo effetto del reflesso de i raggi solari nella terrestre superficie; tali, dico, contradizioni et opposizioni non pure mi si rappresentano scusabili e da esser lasciate sotto silenzio, ma plausibili e degne di esser da me sommamente gradite e tenute in pregio, poichè mi hanno fruttato acquisto e guadagno così onorato et illustre, quale mi è stato la comparsa della umanissima et cortesissima lettera dalla A. V. S. mandatami, nella quale ella mi comanda che io liberamente gli deva aprire e communicare il mio senso circa le dette opposizioni. Io lo farò solo per obbedire al suo cenno, ma non perchè io pensi di esser per produrre cosa alcuna, in mantenimento della mia oppinione et in diminuzione delle opposizioni fattemi, la quale nella prima e semplice lettura non sia caduta in pensiero dell’A. V. S., usa a penetrare con l’acutezza del suo ingegno i più reconditi secreti di natura. Resti tra tanto l’Altezza V. S. servita di condonare al mio compassionevole stato la dilazione di qualche giorno nel porre ad effetto il suo comandamento, il quale, quando della mano e della vista già mia potessi servirmi, forse in una sola tirata di penna haverei esequito. E qui humilmente inchinandomi le bacio la veste, e le prego da Dio il colmo di felicità.

 

D’Arcetri, li 13 di Marzo 1639([393]).

Dell’Altezza V. Ser.ma

 

 

 

 

 

 

3983**.

 

[DANIELE SPINOLA a GALILEO in Arcetri].

[Genova, marzo 1640].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 170-171. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

S’io sapessi tanto ringraziar V. S. quanto ella mi favorisce, e s’io fossi tanto atto a dirle il parer mio intorno a quello che scrive il Sig.r Fortunio Liceti al cap. 50 del suo Liteosforo([394]) quanto V. S. mi onora col richiederlomi per mezzo del P. D. Vincenzo Renieri, io soddisfarei in qualche picciola parte colle parole a quel tanto di che io me le conservo debitore. Ma già che non posso giunger di molto a renderle le grazie dovute, m’ingegnerò almeno di dirle quella oppinion mia ch’ella mostra di voler sentire, avvegna che io m’assicuri di non esser in ciò punto dissimile da quel cieco che volesse disputar de’ colori; e, se non ad altro, servirà, spero, questa in parte a farmi sapere (non accertando io il punto, come dubito, mercè del mio poco intendimento) in che maniera debbo rispondere a chi vuol sostenere l’oppinione del Sig.r Liceti: il quale, a dir ciò ch’io ne sento, ho paura che non habbia fatto quel concetto che fo io della dottrina di V. S. intorno al lume riflesso dalla terra alla luna; et a parlar fuor de’ denti, o egli non l’ha intesa, o io non intendo lui.

Parmi che egli capisca che quel lume secondario della luna, se le vien dalla terra, debba venir accresciuto e sminuito dalla minore e maggior lontananza che tiene da essa. Et a me par d’intendere che lo riceva dal vedere or più ed or meno l’emisfero della terra illuminato dal sole, secondo che essa luna più vicina o lontana dalla congiunzione si trova.

Ha oppinione che cotal lume sia mandato alla luna dall’etere, che la circonda, illustrato dal sole, onde sia simile a i nostri crepuscoli; il che in parte ho per vero, parlandosi di quel chiarore che è nel lembo del disco lunare, essendo questo pensiero anche di V. S. Ma se di qui venisse, com’egli tiene, tutta la secondaria luce di quel globo, noi qua in terra, per la sua ragione, non doveremmo havere nessuna notte oscura, ma tutte sarebbon illuminate da continuo crepuscolo.

Ma che, posto che fosse vero ciò ch’egli dice, dovesse quel lume scemare nell’allontanarsi la luna dalla congiunzione, io non l’intendo. Perchè, se la vicinanza della luna al sole intende che sia vicinanza nel zodiaco, non capisco come i raggi del sole siano ricevuti men vivi dall’etere ambiente la luna in quadrato o in trino di quel luminare (dirò così), che in sestile o congiunta, parendomi che sempre vi percuotano vivi ad un modo (so che per rispetto di tal lontananza noi veramente non possiamo vedere quel crepusculo lunare, il quale, nel crescer la luna, fugge nella parte di lei superiore; ma questo non importa al proposito di lui): ma se vuol che la detta vicinanza o lontananza sia reale, di quella che misuriamo in semidiametri della terra, et è di parere che questa faccia rifletter lo splendor del sole a quel modo intorno alla congiunzione, e poi nel quadrato o nel trino la lontananza di più la duodecima parte in circa pensa che levi tutta la riflessione, se egli, dico, ciò crede, buon pro gli faccia.

Afferma, che se la terra riflettesse il lume del sole, dovrebbe farlo maggiormente della luna, il che non si vede seguire, essendo che la sperienza mostra esser assai più chiaro in terra nelle notti della quintadecima, che nella luna al tempo della congiunzione. S’egli è stato colassù in tal tempo, onde habbia di ciò potuto far paragone, mi rimetto; ma se non v’è stato, dubito ch’egli dica delle baie e che contraddica a sè stesso, il quale poco anzi vuol che derivi l’esser o non esser quel secondario lume nella luna dall’esser ella più o meno vicina al sole, et ora vuol che tanto chiara vediamo quella luce ch’è lontana dal cielo in terra, quanto quella c’habbiamo quaggiù negli occhi. Certo se la luce si riflette men gagliardamente da luogo più lontano, men viva si vedrà parimente in distanza grandissima di quello che si vegga presente.

Dice, che se la terra mandasse quel lume, ei si vedrebbe più vivo nel centro che nella circonferenza del disco lunare, per ragione di quelle concavità ch’egli vuol trasformare in specchi: come se, essendovi specchi, noi fossimo nel luogo dove mandassero la riflessione, e come se la luce non dovesse mostrarcisi maggiore di dove ci si manda dalle spesse cime de’ monti lunari, che di onde si ribatte da varie cavità e lagune dello stesso corpo. E poi, S.r Fortunio, faccendo tutto camminare a vostro modo, non dovrà seguir lo stesso del lume che riceve dal sole? Se dite di no, bisogna ridere; se dite di sì, guardate la luna, che sempre, e più quando è piena, vi dà cento mentite, mostrandosi più risplendente nell’estremità che nel mezzo.

A quel che dice, che se la terra mandasse maggior lume alla luna di quello che da lei riceve, nell’eclisse solare non si oscurerebbe il giorno (come fa spesse volte), perchè un corpo manco lucido posto dinanzi ad uno più luminoso non gli leva il lume, io risponderei che questa sua proposizione è falsa, se il corpo men lucido non è trasparente; ma la luna è opaca; adunque etc. E di molte altre cose che se gli potrebbon dir contra, io aggiungerò solo, che allora quella secondaria luce nella luna, per sua confessione, pur vi è; ma, S.r Liceti, perchè debbe la luna manco impedir la luce del sole, venendole questo lume dalla terra che d’altrove? E se quel lume le viene dall’etere che la circonda et in parte è suo proprio (come voi affermate), e, secondo la vostra dottrina, allora è nel colmo, essendo la luna vicinissima al sole, non dovrà lasciar libera la faccia di quello più che venendole dalla terra, pure in parte oscurata? che vanità son le le vostre? et a che proposito le dite?

Io non intendo poi la necessità che pone, di veder tutta la luna, le notti vicine alla congiunzione, almeno sì viva come Venere di giorno, perchè Venere è illuminata dal sole di lume primario, e la luna dalla terra di secondario. Con tutto ciò, dico che la luna si vede sempre benissimo da chi vi bada, e Venere di giorno si vede molto di raro; onde la luna col mostrarsi sempre, ancorchè manco lucida, dovrebbe compensar lo splendor di Venere, che si lascia discerner sì poche volte. Ma questo sia detto di vantaggio (come anche quello di sopra intorno all’eclissi), perchè non si ha bisogno di difender che quel lume faccia più di quel che si vede che fa, ma si afferma, tale qual è, esser mandato dalla terra.

Toccante a quella dubbia luce ch’egli vuol metter a campo, che si scorge nella luna eclissata, un bell’umore gli dirà che la consideri bene, e poi consideri anche quella del globo della luna scema, e vedrà che, come dice Burchiello,

 

Da le buffole a l’oche è gran divario.

 

Non parlerò mica io di ciò ch’ei dice, che data la posizione di V. S., i raggi del sole ribattuti dalla terra nella mezzana regione dell’aria ne leverebbero la freddezza, assegno che più non vi si genererebbono acque, nevi e grandini; perchè non havendo mai veduto come questa roba si lavori, mi rimetterò facilmente a coloro a’ quali il MAESTRO l’ha detto, e che sanno che nella mezzana regione vi è sempre quel freddo intenso. Ma intenderei ben volentieri ciò che rispondesse il Kepplero o il Mestlino, citato da lui alla facciata 14 del libretto intitolato Dissertatio cum Nuncio Sidereo, il quale scrive d’haver un giorno veduto nuvole e pioggia nella luna([395]), che pure, al detto del S.r Liceti, riflette efficacemente il lume del sole.

E perchè ciò che dice nel fine non mi par dissomigliante da quello c’habbiam già essaminato, non m’estenderò più in lungo. Ma non posso tacere che mi par vana la risposta data a quel falso quesito, onde avvenga che l’ombra del mezzodì sia minore che quella della mattina: parmi vana, dico, la risposta, perchè io non so discerner nell’aria del mezzodì vivezza di lume che faccia cotal effetto; e falso il quesito, perchè l’ombra mandata dal medesimo corpo nella medesima lontananza etc. io stimo che sia la stessa ad ogn’ora, così dettandomi la ragione.

Questo è quanto io, senza diffondermi come bisognerebbe, saprei rispondere al Sig.r Liceti in quel capitolo nel quale io credeva di trovar qualche dimostrazione che([396]). . . .

 

 

 

3984.

 

GALILEO a DANIELE SPINOLA [in Genova].

Arcetri, 19 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P, VI, T. VI, car. 105. – Copia di mano di VINCENZIO GALILEI. Sul di fuori si legge, della mano giovanile di VINCENZIO VIVIANI: «Mia al Sig.r Daniele Spinola, in proposito del Sig.r Liceti».

 

Ill.mo Sig.re e P.ron mio Colend.mo

 

Io non negherò a V. S. Ill.ma che quanto ella mi scrive nella cortesissima sua lettera([397]) mi sia stato di contento grande, per vedere la sua affettuosa inclinazione verso le cose mie, mentre che ella si riduce a sostenere l’opinion mia contro alle obiezzioni fattemi da persona anco della sua patria; ma più ancora mi sarebbe stato grato che tale occasione non se gli fosse presentata: e questo dico per l’amicizia di molti anni passata tra l’Ecc.mo Sig.r Fortunio Liceti e me, per la quale haverei stimato che egli non si fusse, senza niente participarmi del suo pensiero, indotto a darmene i primi motti con le stampe, offizio che forse non meno haveva riguardo alla sua che alla mia reputazione. E credami V. S. Ill.ma che il maggior disgusto che io sento in questa azzione, procede dalla siccità e debolezza delle sue opposizioni; che se in esse fusse pur qualche spirito e vivezza d’ingegno, con maggior leggiadria sarebbe comparso in campo, et a me haverebbe porta occasione di mostrare qualche poco di maestria nello schermo. Io stavo fra le due, di rispondere qualche cosetta o del tutto tacere; ma tale irresoluzione mi fu levata da un comandamento del Ser.mo P. Leopoldo, il quale, dopo haver sentiti i pareri di alcuni litterati dello Studio di Pisa et il giudizio che essi facevano sopra le obiezzioni fattemi dal Sig.r Liceti, mi scrisse et ordinò che io dovessi aprirli il mio senso circa tali obiezzioni et anco conferirli quello che io havessi saputo e potuto dirli in mia difesa: nè potendo io mancare di ubidire al cenno di S. A. S., messi, con l’aiuto degli occhi e della mano di un mio caro amico, in carta quello che potrà V. S. Ill.ma ancora vedere fra pochi giorni, cioè quando io ne habbia potuto far trascrivere copia; che essendo la scrittura assai lunghetta, et io necessitato a ricorrere all’aiuto di altri, son costretto a interporre qualche più di tempo che non vorrei. Nelle mie risposte ci saranno quelle che sono sovvenute a V. S. Ill.ma et alcune altre di più, secondo che la mia perpetua vigilia mi ha dato tempo di poter andar vagando con la mente; e forse ci troverà qualche mio pensieruccio nuovo, et uno in particolare che è circa del rendere la cagione onde avvenga che in alcune eclissi totali della luna, talvolta, benchè immersa nelle parti di mezo del cono dell’ombra, ella si lascia pur scorgere alquanto, et altre volte talmente si perde di vista che è vano l’andarla con l’occhio ricercando, restando ella del tutto invisibile, et anco per assai lungo tempo. Circa cotale accidente, da me benissimo osservato, ho io filosofando in molti anni consumate molte e molte ore senza incontrar cosa che mi quieti; ora finalmente dovrò riconoscere questo guadagno dalle opposizioni del Sig.r Liceti, posto però che la mia mira sia andata dirittamente a terminare nello scopo.

L’occasione di sentire queste opposizioni hanno mosso un gentil’huomo amico mio a farmi avvertito come sono parecchi anni che il medesimo Sig.r Liceti scrisse e publicò un suo libro assai grosso sopra le comete e stelle nuove([398]), nel quale egli quasi in tutta l’opera mi è addosso con impugnazioni e contradizzioni a qualunque mio pensiero che dalle vulgate opinioni e dottrine punto punto si scosta. Io, fattomene leggere sparsamente in qua e in là molti stracci, sono veramente restato stordito nel sentirmi smaccare tutti quei frutterelli che io mi credeva haver raccolti dalla cultura di quel mio poderetto che io stimava non essere del tutto un campo di infeconda arena; ma è ben vero che, per quello che io comprendo, i frutti non sono stati svelti dalle radici, sì che non potessero ravvivarsi e germogliare ancora: ma la brevità del tempo, la mancanza delle forze, e qualche altra mia più grata occupazzioncella, mi faranno forse più fruttuosamente impiegare la fatica. Intanto, per non occupare più lungamente V. S. Ill.ma, gli rendo grazie del benigno offizio da lei usato in mio sollevamento, mentre con singulare affetto la reverisco e li prego dal Cielo intera felicità.

 

D’Arcetri, li 19 Marzo 1640.

Di V. S. Ill.ma

 

 

Oltre a gli errori in filosofia naturale, al mio parere scusabili, vegga V. S. Ill.ma un peccato in filosofia morale, molto più grave et inescusabile, mentre, il mio oppositore, per migliorare la causa sua, mi fa dire il contrario di quello che ho scritto; et egli medesimo inavertentemente si accusa e condanna. Legga alla faccia 245, versi 13([399]), dove egli registra mezo un mio periodo, che contiene una proposizione la quale io confuto nel resto del periodo, il quale ella potrà leggere nel cap. precedente, alla faccia 237, versi 32([400]).

 

 

Devo.mo e Oblig.mo Se.re

Galileo Galilei.

     

 

 

 

3985**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 24 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 189. – Autografi l’indirizzo interno e la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Le mie occupationi, et, a confessar la verità, un poco di negligenza, m’ha fatto ritardar tanto a scrivere a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Vi ha havuto parte anco il desiderio di vedere prima ciò c’ha potuto scrivere contro di lei il Sig.r Licetti in questo suo libro([401]), il quale è stato ricevuto con tanto grido, che, stampato in Udene, non ve n’è nessuno che habbi potuto trovare in Venetia. Ho fatto scrivere a Udene per haverlo, et non l’ho ancora. Quel Signore era solito mandar alle stampe ogni mese un volume, di modo che havendo voluto stampar l’indice di tante sue opere, è riuscito per un volume. Lo leggerò quando mi capiti, et ne dirò a V. S. il mio parere; ma io non so già far concetto, che cosa filosoficamente habbi potuto dire. So bene di certo che molti li quali si prendono assonto di scrivere contra le divine sue specolationi, confidati nell’indispositioni sue che non li possa fare la debita ammonitione, altro però non conseguiscon se non quello ch’è in proverbio, che per acquistarsi loda bisogna diventar temerario et torla con li grandi. In verità che mi paiono cose tanto ridicole, che non lo saprei esprimere. Ma quanto a V. S., mi creda certo che li fanno un grandissimo honore appresso tutti quelli che hanno ingegno. Se ella fa scrivere qualche cosa, la prego, per la riverenza che le porto e per la stima che faccio soprema di ogni cosa sua, farmene parte. Quelle poche appostille che fece al filosofo Sig.r Rocco([402]), dimostrano che opera sarebbe stata se V. S. non fosse stata impedita dal compirle sopra tutto il suo volume. Se il Sig.r Licetti ha trattato con lei con più modestia del Rocco, questo ha un termine che comprende tutte le modestie, perchè confessa ingenuamente che di quello che ha scritto, fuori che quanto n’ha saputo imparar d’Aristotile, non ne intende nulla nè anco per imaginatione, che certo è un modo di scrivere contro un’opera peripatetico.

Prego il Signor Iddio che conceda a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma sollievo dalle sue indispositioni o patienza di tollerarle, et prego lei conservarmi il suo amore, che stimo un tesoro; et le bacio le mani.

 

Ven.a, li 24 Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Galileo Gal.

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

3986.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 24 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 187. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Già con un’altra, mia, scritale 15 giorni sono([403]), havrà veduto V. S. Ecc.ma ch’io m’era accorto del giuoco del Sig.r Liceti, che, tirando le parole a suo proposito, va buttando la polvere negli occhi a chi non sta ben attento. Ho poi fatto diligenza per havere il trattato dello stesso intorno alle nuove stelle([404]), ed hieri apunto mi capitò nelle mani; ne ho letto così qualche poco, e, per quel che vedo, e’ va con una furia di vir optimus, sublimis, eximius etc. coprendo una mano d’improperii e villanie. Lo leggerò con più attenzione e più tempo, e poi starò attendendo ch’ella m’avvisi il suo senso.

Lessi la lettera del Sig.r Residente Bardi([405]), et aspetterò a suo tempo la replica del Sig.r Elia, che hormai non dovrebbe molto tardare. Mi meraviglio bene che il mio libro([406]) non sia colà giunto, perchè fu consignato al corriere con una doppia di porto; ma forse il galanthuomo havrà preso i danari e lasciato il libro all’hosteria.

La terza festa di Pasqua si farà la coronazione di questo Serenissimo, ed io manderò a V. S. Ecc.ma una copia dell’orazione([407]) che farò in questa cerimonia.

Séguito le osservazioni delle Medicee, se non quanto i cattivi tempi me l’impediscono, e posso credere che l’emendazione da me fatta sopra l’epoche e mezzi moti siano per risponder agiustatamente per un pezzo a venire. In tanto m’è sovenuto, che se quelle due striscie che si vedono nel corpo di Giove sono punto inclinate al piano dell’eclittica, il moto annuo ed il proprio del pianeta devono far di belle varietà, che sarebbero degne d’osservazione; ma io non ho occhiale che serva. V. S. Ecc.ma, che è costì vicino a’ Ser.mi Principi, potrebbe loro por in cuore il farle osservare.

Le bacio per fine affettuosamente la mano e le prego dal Cielo salute.

 

Di Gen.a, li 24 di Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3987.

 

GALILEO a LEOPOLDO DE’ MEDICI in Pisa.

Arcetri, 31 marzo 1640.

 

Cfr. Vol. VIII, pag. 489-542 [Edizione Nazionale].

La lettera é riportata nel file lettere_stralcio.doc (nota del Curatore)

 

 

 

 

3988.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 31 marzo 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 191. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Io stimo che chi non procura di mantenere e difendere l’oppinioni di V. S. sia tanto privo d’intendimento, quanto chi le oppugna si dimostra mancante di senno; e mi spiace che il S.r Liceti, il quale ha voce di sì gran filosofo, s’habbia lasciato bendar gli occhi dell’inteletto dal desiderio d’esser tenuto d’ingegno acutissimo col contraddir a V. S., assegno di stampare tante vanità (parlo schietto) et apportar allo sproposito le parole di lei, che son contrarie alla sua intenzione. Nel che tutto (tralasciando che per l’amicizia che passava fra loro, com’ella accenna([408]), era suo debito di proceder in molto differente maniera) mi ha scandalizzato assai il vedere che un filosofo, qual egli è comunemente tenuto, apporti i testi tanto sconciamente, che veduti al loro fonte suonino spesse fiate il contrario di quello c’ha di bisogno; onde non è maraviglia che io, camminando alla buona, habbia inciampato in non so che, stimando che in un luogo del Nunzio Astronomico V. S. habbia voluto dir quello che non intende di dire.

La risoluzione che V. S. ha fatto di rispondergli, pare a me che sia ottima, non per le persone che capiscono quello che ella ha scritto, ma perchè egli e molti altri simili a lui in dottrina non si credano di haverla vinta; poi che mi pare che ponghino la vittoria nel dir francamente delle ciancie e nell’allegar molti testi, bene o male che il facciano, più che nel discorrer con ragioni sode e conchiuder con matematiche dimostrazioni, com’ella fa in tutte le opere sue. Ma non s’incomodi già V. S. di mandarmi copia di detta risposta, perchè potrò soddisfare alla brama c’ho di vederla col farlami mostrare da chi l’havrà in Genova, dove sicuramente pervenirà; e non vuole il dovere che io, il quale non ho servito giammai V. S. in cos’alcuna, comporti che ella tante brighe si prenda, e ne dia a’ suoi amici, per cagion mia: e la ringrazio infinitamente del desiderio che ha di favorirmene, il quale vorrei che ella cangiasse in alcun suo comandamento, affinchè non paresse che io del tutto le fossi inutile servitore.

Ma per tornare al Liceti, ho cercato la sua opera delle nuove stelle e comete([409]), e fattala havere al P. D. Vincenzo, a cui circa il giudicio di essa in tutto mi rimetto, perchè ne siamo totalmente conformi; e parmi che con suo onore poteva l’autore tenerlasi, e non far pubblica una gioia sì preziosa, che così credo ch’egli la stimi. È vero però che alle cose scritte da V. S. in quella materia io son d’oppinione che ognuno conosca che fan tanto pregiudicio quelle fanfaluche, quanto fa noia alla luna l’abbaiar de’ cagnacci.

Iddio conceda a V. S. quella felicità che io lo desidero, mentre le bacio riverentemente le mani.

 

Genova, l’ultimo di Marzo 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

Devotiss.o ed Obblig.mo Ser.re

Daniele Spinola.

 

 

 

3989*.

 

COSTANTINO HUYGENS ad ELIA DIODATI [in Parigi].

[L’Aja], 1° aprile 1640.

 

Bibl. dell’Accademia delle Scienze in Amsterdam. Ms. XLIX, Lettres françoises de Constantin Huygens, T. I, pag. 973. – Copia di mano sincrona. A pag. 189-190 del Tomo III dell’edizione citata nell’informazione premessa al n.° 1201 è la traduzione italiana di questa lettera, inviata dal DIODATI a GALILEO: cfr. n.° 4021.

 

Au S.r Diodati. 1 d’Apvril 1640.

 

Monsieur,

 

J’ay veu revivre avecq beaucoup de contentement l’illustre dessein que vous avez faict escloire autrefois pour le bien de cest Estat, qui, à mon advis, ne vous est pas redevable de peu du soin que vous continuez de prendre à nous faire tirer les avantages possibles du peu de jours qui reste au Sieur Galilei. Peut-estre soupçonnez vous de la negligence en moy, et vous semble que je soye lent a vous y seconder; mais je puis et doibs vous asseurer en bonne foy, que, depuis celle qu’il vous a pleu m’escrire sur ce subject([410]), je n’ay cessé de m’employer avecq vigueur à tout ce qui m’a semblé capable d’avancer l’affaire. Tout revient là cependant, que feu le S.r Hortensius estant venu à mourir, saisy des deniers qu’on luy avoit faict fournir pour le voyage d’Italie, sans que jamais il se soit mis en posture ni debvoir de s’y acheminer; ceste frasque (ainsi l’a-t-on voulu baptiser) a faict refroidir beaucoup de courages, qu’on avoit eu de la peine à rechauffer. Et de faict, tous les quatre personnages deputez à ceste affaire estants venuz à deceder, nous en voyci comme à recommencer, et force nous est de represcher les paradoxes de cest evangile tout de nouveau. C’est, Monsieur, où j’advoüe d’en estre encor pour le present, n’ayant autre assistance que celle de Mons.r Boreel([411]), Conseiller et Pensionaire d’Amsterdam, personnage lettré, amateur de bonnes choses et particulierement de celle-cy pour l’interest de la Compagnie des Indes Orientales, de laquelle il est et faict un membre fort considerable; a quoy s’adjoustant qu’il assiste de par sa ville aux assemblées de Hollande, vous pouvez juger le moyen qu’il a de nous servir avecq efficace. Et là dessus, Monsieur, je vous donne a penser s’il ne seroit à propos que luy donnassiez un coup d’esperon, par un mot d’honneste lettre que je luy puisse faire tenir. Quoy qu’il en soit, deux chevaulx tireront mieulx le carrosse qu’un seul; et, si vous aggreez mon ouverture, je vous responds que, pour ma part, vous ne trouverez point de faulte d’assiduité a faire reuissir une conception que je me represente si utile et d’un succès si indubitable, pourveu qu’on s’y applique comme il appartient. Je vous prie d’en asseurer Monsieur Galilei, et du ressentiment que j’ay de ce qu’il m’est né de l’occasion a luy faire sçavoir que je suis au monde avant qu’il en sorte. Après tout, Monsieur, continuez moy l’honneur de vostre amitié, que je mettray peine à meriter par mes services; donnez m’en souvent matiere, s’il vous plaist, et m’employez sans reserve….

 

 

 

3990*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 6 aprile 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 121. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevo la scrittura([412]), da V. S. Ecc.ma inviatami, nello stesso tempo che il corriere sta di partenza, onde nè anco ho havuto tempo di darle una scorsa. Servirà questa adunque per accusarne la ricevuta, riserbandomi a scriver più a lungo con le seguenti. Ed a V. S. Ecc.ma bacio di tutto cuore le mani.

 

Genova, li 6 di Aprile 1640.

Di V. S. Ecc.ma

Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3991**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 13 aprile 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 184. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho letto con mio sommo gusto la scrittura inviatami da V. S. Ecc.ma([413]) e l’ho communicata al Sig.r Baliani, che, sì come faccio anch’io, infinitamente la ringrazia: non l’ha per ancora veduta il Sig.r Daniele([414]), che sta in procinto di far viaggio fino in Sicilia per interessi di casa sua; ma prima che parta, farò che la veda. Ho notato il suo pensiero circa di quel rossore che ha la luna nelli eclissi, e sommamente mi piace, perchè in vero, se Venere a noi communica tal volta tanta luce che è atta a cagionar l’ombra, perchè non lo dovrà far nello stesso modo nella luna? Una sola cosa mi dà un poco di fastidio, che è la variatione di colori stravagantissimi che io ho osservato nell’eclisse del’anno 1635, a’ 27 d’Agosto, dove appariva la luna tinta di macchie pallide, pavonazze e rosse, in modo che mi faceva sovenire ciò che scrive Cornelio Gemma, Cosmocritices, lib. 2: «Anno 1569, Martii die 3a, mane hora 3a, Phoeben vidi eclipsim horrendam passam, diris coloribus insignitam. Primo enim fuscus, inde sanguineus fulsit, mox puniceus et virens et lividus, ac tandem incredibili varietate difformis»: cosa degna in vero d’ammirazione e che io difficilmente havrei creduta, se non l’ha vessi apuntino veduta con quest’occhii in tempo che l’eclisse fu centrale. Facciasi per grazia V. S. Ecc.ma leggere ciò che in questo proposito scrive il Keplero, a carte 271, cap. 7, num. 3°, della sua Astronomia Optica([415]), dove tratta de rubore lunae defficientis e dove arreca la cagione perchè non crede in tutto a Tycone, che fu di questo stesso pensiero, che Venere communicasse il lume alla luna, benchè non nel tempo degli eclissi, ma circa i plenilunii; e mi faccia gratia dirmene il suo parere.

In quanto al Liceti, vado legendo tal volta i suoi capricci intorno alle obiezioni che fa a V. S. Ecc.ma nel libro delle comete([416]); ed in vero ch’io resto confuso della confidenza che questo galanthuomo si piglia nel voler vender il bianco per il nero a chi non sta sul’avviso. Ma tal sia di lui.

Mi meraviglio che tanto tardi a risponder il Sig.r Elia([417]), che pur doveva almeno acusar la ricevuta, ed in sei mesi, che sono trascorsi dalla prima lettera([418]), non habbia dato cenno veruno; se pure le lettere non vanno a male, il che non vorrei. Mi conservi intanto in grazia sua, e con le seguenti manderò l’orazione([419]); mentre per fine le bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, li 13 di Aprile 1640.

Di V. S. Ecc.ma

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

3992.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 16 aprile 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. VI, car. 107. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla quale si legge, della stessa mano: «Copia dell’originale, scritto di commissione del Sig.r G. G.».

 

Rev.mo P.re e mio Sig.r Col.mo

 

Sono trascorsi molti ordinarii senza che io senta nuova della sua P. Rev.ma, e finalmente otto giorni fa passò di qui D. Tomaso, monaco dei loro in Napoli e lettore in S. Severino, il quale mi referisce([420]) haver cercato di veder lei in Roma, ma non gli esser succeduto, onde egli stimava, o che ella si trattenesse([421]) in qualche luogo fuora di Roma, o vero che già si fosse inviata a Parma al Capitolo che quivi doveva celebrarsi. Io in re dubia ho preso ressoluzione d’inviarle queste poche righe, con pregarla che voglia darmi qualche avviso di sè medesima, dalla quale sono stato tutto questo tempo ansioso d’intendere dello stato suo e de’ suoi studii, li quali non voglio però credere ch’ella del tutto habbi abbandonato, ancorchè occupata in molte più alte contemplazioni.

Io stava aspettando d’intendere le nove sue speculazioni intorno a diverse sue nuove meditazioni, conforme a che ella medesima me ne havea dato speranza, et in particolare della origine dei fonti e dei fiumi, come che in luoghi più eminenti si conservino come lagune atte a scaricare profluvii di acque non meno che nei laghi più bassi per le derivazioni di altri più minori fiumicelli. Quomodocumque hoc sit, per quel poco che mi avanza([422]) ancora di facultà speculativa, io continuo di affermare di non ricevere gusto maggiore di quello che prendo dalle meditazioni della P. V. Rev.ma, come quelle che producendo frutti del suo ingegno, e non foglie indifferentemente raccolte da questa e da quella pianta sterile e non fruttifera, arreccano cibi molto grati. Se ella non si è del tutto distolta dalle nostre antiche contemplazioni, la prego farmi partecipe de’ suoi filosofici pensieri. Io, fatto impotente per la grave età, e più dall’infortunio della mia cecità e del mancamento della memoria e delli altri sensi, vo trapassando([423]) i miei sterili giorni, lunghissimi per il continuo ozio, e brevissimi per la relazione([424]) ai mesi e agli anni decorsi; nè altro mi resta di consolazione che la memoria delle dolcezze delle amicizie passate, delle quali poche me ne restano, ancorchè una sopra tutte le altre gratissima mi rimanghi, quella della corrispondenza in amore della P. V. Rev.ma Alla quale con reverente affetto bacio([425]) le mani, come anche ai soliti gratissimi miei Padroni, Sig.ri Magiotti e Nardi.

Se costì vi è pervenuto un libro ultimamente stampato dal filosofo Liceti De lapide Bononiensi([426]), mi faranno grazia di vedere quello che egli contro a me scrive al cap.o Lo, in([427]) risposta al quale gli manderò certa scrittura fatta da me a richiesta del Ser.mo Principe([428]) Leopoldo, se gli piacerà di vederla.

 

D’Arcetri, li 16 di Aprile 1640.

Della P. V. Rev.ma

Dev.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

3993*.

 

PIER FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 16 aprile 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 41. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r mio P.ron Oss.mo

 

De’ cedrati e sparagi si manda poco, perchè non bastano, e del vino perchè V. S. non disordini: supplirà S. A. col mandargliene più spesso, et io, esercitandomi in servirla, raccorrò dal numero delle volte consolazione maggiore, parendomi così d’haver fatto qualcosa per lei; et in questa maniera ingannerò la mia inabilità.

  1. S. m’accresce il rammarico, rimproverandomi il mancamento della parola datale di venir a goder un poco la campagnia. Dio sa con qual regretto io resto privo di questo gusto; la speranza che gli impedimenti abbiano a svanire, solamente mi consola: e perchè io credo che non habbia ad ire in lungo, mi riserbo a dirle a bocca la necessità che m’ha trattenuto di venir a goder la conversazione di V. S., che farebbe delitioso ogni più orrido paese, non pur codesto, bello di sue prerogative. E qui, pregandola de’ suoi comandamenti, le fo riverenza.

 

Firenze, 16 Aprile 1640.

Di V. S. molto Ill.re

Devotiss.o Ser.r Vero

Pier Fran.co Rinuccini.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r mio P.n Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Arcetri.

 

 

 

3994*.

 

ALBERTO CESARE GALILEI a GALILEO in Firenze.

Monaco, 19 aprile 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVI, n.° 7. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r Zio,

 

Già cinque mesi ricevei una dal suo Sig.r figliolo, scritta per parte di V. S. molto Ill.re, dalla quale sentii grandissimo contento, intendendo il buon stato di V. S. molto Ill.re e del ricuperamento di un poco di vista, che prego Dio sentir nuova della ricuperatione di tutta.

Gli rendo humilissime et infinite grazie della memoria che conserva di me, suo riverente nipote, non havendo io altro desiderio che solo di esserli apresso, per poterli mostrar con atual servitù il mio divoto affetto verso la sua persona. Mi sono maritato, e, laudato Iddio, ho trovato compagnia secondo il mio desiderio ed una giovane conforme al mio bisogno, che prego Dio succeda sino al fine sì come è il principio. Altro non desidero appresso questo mio contento, che solo potessi saper nova all meno una volta al mese del stato di V. S. molto Ill.re, non havendo altro padre nè altra madre al mondo che lei; che per tanto non mancho nè mancherò mai di pregar il Signore Dio per la conservatione di V. S. molto Ill.re, alla quale gli bacio humilmente la mano, riverendo il suo Sig.r figliolo e tutta la casa sua, sì come fa la mia moglie Massimiliana, e si raccomanda a V. S. molto Ill.re infinitamente alla bona gratia di V. S. molto Ill.re

 

Monacho, li 19 di Aprile 1640.

Di V. S. molto Ill.re

Humiliss.mo Nipote e Ser.re

Alberto Cesar Galilei.

 

Fuori: All molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Filosofo e Matematico del Ser.mo Gran Duca di Toscana.

Fiorenza.

 

 

 

3995.

 

ELIA DIODATI a COSTANTINO HUYGENS [all’Aja].

Parigi, 21 aprile 1640.

 

Dal Tomo III, pag. 455-456, dell’edizione citata nell’informazione premessa al n.° 1201

 

Parigi, 21 Aprile 1640.

 

Una lettera del primo di questo mese([429]) mi è una perfettissima prova della sua generosa magnanimità, e dell’onore d’una benevolenza dalla quale sentendomi obbligatissimo, e volendo seguitare l’apertura che prudentissimamente ha voluto farmi, io scrivo una mia al Signor Borel([430]) sopra questo suggetto, come mi avvisa, inviandola a V. S. Illustrissima aperta a sigillo volante (che le piacerà sigillare prima di dargliela), senza darli altra informazione dell’affare se non in termini generali, avendolo giudicato superfluo, poichè di viva voce egli l’intenderà molto meglio da lei. Io aspetterò dunque sotto gli auspici de’ suoi favori il rinascimento di questo degno affare, e darò frattanto avviso al Sig. Galilei come ella gli fa l’onore di prendersi la cura della proposizione da lui fatta, di che egli ed io le ne averemo un’eterna obbligazione. Io sono ec.

 

 

 

3996*.

 

ELIA DIODATI a [GUGLIELMO BOREEL in Amsterdam].

Parigi, 21 aprile 1640.

 

Dalle pag. 60-61 del Liber secundus de conspiciliis ecc. citato nell’informazione premessa al n.° 3521. A pag. 456 del Tomo III dell’edizione citata nell’informazione premessa al n.° 1201 è la traduzione italiana di questa lettera, inviata dal DIODATI stesso a GALILEO; e alla traduzione è premessa quest’indicazione: «Lettera d’Elia Deodati a Pietro Borel, Consiglier di Stato e Pensionario della città d’Amsterdam», dove è fatto equivoco tra PIETRO BOREL e GUGLIELMO BOREEL, a cui la lettera è veramente indirizzata.

 

Monsieur,

 

Vos singulieres vertus et vos merites vous ayants, outre le rang que vous donne la dignité de vos charges, acquis une tres grande creance és conseils et deliberations publiques, j’estimeroy m’oublier grandement, si au renouvellement de l’affaire cy devant proposée par Monsieur Galilei, le phenix des astronomes de ce temps, d’un moyen asseuré et infaillible par luy trouvé pour l’invention de la longitude, dont, par mon entremise, il a faict present à Messeigneurs les Estats Generaux, laquelle par divers accidents et rencontres a esté retardée, comme vous entendrés particulierement de Monsieur le Chevalier de Zuylichem([431]), je n’implorois votre assistance pour un principal appuy de l’avancement d’une si haute et utile affaire, qui asseurera la navigation et rectifiera les tables geographiques, ne restant plus que ce seul point pour reduire l’une et l’autre a leur perfection. C’est pourquoy la cognoissant proportionée à vostre genereuse vertu, qui ne s’applique qu’aux choses grandes et memorables, j’espere, Monsieur, que vous agréerés et favoriserés volontiers la treshumble supplication que je vous fay, de l’embrasser avec zele et affection, vous ioignant pour cet effect à mon dict Sieur le Chevalier, qui vous en dira toute la suite et a quoy elle est à present reduitte, dont, pour ne vous point ennuyer inutilement, je ne vous feray point d’autre recit. Ains, apres vous avoir tres humblement baisé les mains, je vous supplieray m’honorer de vostre bienveuillance et vous asseurer qu’en reverant vos vertus je suis,

 

Monsieur,

De Paris, le 21 d’Avril 1640.

 

Votre treshumble Serviteur

Diodati.

 

 

 

3997**.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 28 aprile 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 193. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Mi ritrovo a Macarese, loco del Sig.r marchese Mattei, vicino alla marina di Porto, dove ricevo la lettera di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, occupato in una impresa di essiccare una vasta campagna soprafatta dall’acque, e sin hora il negozio mi riesce felicissimamente e con sodisfazione e maraviglia di questo Signore. Ma il compimento del mio gusto è in vedere quanto puntualmente si può pratticare la dottrina della misura dell’acque correnti; e veramente conosco che Dio benedetto mi aiuta, e di già il negozio è ridotto in sicuro, e le acque sono scolate in gran parte, e tuttavia vanno scolando, in modo che fra pochi giorni sarà tutto ridotto in perfezzione. Dimani, che sarà domenica, sarò di ritorno a Roma, e per l’ordinario che viene li scriverò più a longo, rispondendo ai particolari della lettera di V. S.: per hora la supplico a perdonarmi se sono breve, perchè non ho tempo; solo l’assicuro, che sicome ho conosciuto sempre che ella mi ama cordialissimamente, così reciprocamente io l’honoro, riverisco e stimo, se non quanto ella merita, almeno al pari d’ogn’altro, e mi crepa il cuore di non havere forze per poterla servire. Prego Dio nei miei Sagrifici che supplisca per me, e la consoli nei suoi travaglii, dandogli la Sua santa benedizione: e li fo humile riverenza.

 

Di Roma, il 28 d’Aprile 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

3998**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 28 aprile 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 195. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Sabato passato nell’istesso tempo mi capitò la gratissima lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma colla scrittura et il libro del S. Licetis De lapide Bononiensi, credo per buona fortuna, aciò nel medesimo tempo il dolcissimo nettare della sua risposta mitigasse l’amaro della proposta, et non havessi a lambicarmi il cervello per intendere ciò che l’oppositore vuol dire; perchè attribuendo il candore lunare all’etere ambiente, haverei affaticato a pensar come a quel filosofo, ch’ogni mese partorisce un libro, fosse potuto intrare in capo simile chimera. Ma V. S. ha levato ogni difficoltà, ma al solito con maravigliose osservationi et avertenze di effetti naturali. Era meco un gentill’huomo francese di gran portata, e leggemo insieme, o divorrassimo, la scrittura, e volle portarla seco, nè anco l’ha ritornata: è però sicura, credo ne prendi copia. Se questi virtuosi me la lasciarano fermar in mano, sarà il mio gusto nel rilegerla più volte, come fo di tutte le sue opere; ma del libro del Liceti mi è impossibile la pacienza di legerne un capitolo intiero, fuori che quel 50([432]). V. S. non può scrivere così breve, che non vi sia qualche gentilissima speculatione di cose naturali, non più osservate da nissuno: egli non può scriver così lungo, che vi si trovi altro che ramassamenti di detti rancidi che infastidiscono.

Non ho potuto trovar il Giusti([433]), ma, o col suo mezo o del Sig.r Ambasciator Veneto([434]), procurarò coll’Elzivir qualche rissolutione. Già mi disse il Giusti che ‘l Sig.r Lodovico era andato in Germania. Veramente manca al suo debito; ma fa gran fraude a’ virtuosi.

Io sto assai bene in quest’età, e le giuro non havere cosa più molesta che il sapere che V. S. non sta con quella sanità ch’io di tutto cuore le desidero. E con tal fine le bacio con ogni affetto le mani.

 

Ven.a, 28 Aprile 1640.

Di V. S. molto Ill.re

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori, d’altra mano: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.re Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

3999*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 28 aprile 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 122. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma una copia dell’orazione([435]) da me recitata domenica passata nella chiesa de’ PP. Gesuiti per la coronazione del nostro Sereniss.o Principe, che si fece in quella chiesa. Parve ch’ella fusse assai gradita: ne starò attendendo il suo parere.

Vedo quanto scrive il Sig.r Elia([436]), et ho gusto che le nostre lettere non siano ite a male. Rimando pertanto la lettera di quel Signore, e metterò all’ordine l’effemeridi de’ mesi Luglio, Agosto e Settembre a venire, acciochè, se colà le ricchiedessero, si possino inviare; e starò attendendo ciò che risponderanno.

Per saper qualche nuova del libro che si mandava a Parigi([437]), stimo che si possa far motto al giovine della posta, Sig. Simone Torrigiani, il quale hebbe la doppia e ‘l libro, che facilmente si ricorderà del corriero a cui lo diede.

Il Sig.r Daniele([438]) sta di partenza per Sicilia, e con molto suo gusto ha lette le risposte fatte al Sig.r Liceti, sì come anco il Sig.r Baliani, che mi disse di volerne scrivere a V. S. Ecc.ma; e tutti due baciano le mani di V. S. Ecc.ma sì come fo io di tutto cuore.

 

Genova, li 28 di Aprile 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4000*.

 

BENEDETTO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 1° maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 160. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.rn Col.mo

 

Mi sono incontrato con moltissimi ingegni ammiratori della virtù e merito di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma, e nostri italiani e forestieri, ma tra tutti non ho trovato mai nessuno che con maggiore affetto e sincerità habbia celebrata la dottrina e l’alto sapere di V. S. che il lator della presente, signore Pollacco, Preposito di S. Nicolò: il suo nome è Stanislao Pudlovvschi. Da questo ella può argomentare che il suo sapere è più che ordinario. Ho trattato con esso più volte, e più volte m’ha detto vivamente che tutto quello che ha inteso di buono lo riconosce dall’haver viste le opere di V. S. molto Ill.re, dalle quali ha cavati frutti saporitissimi di filosofia profondissima. Hora, nel ritorno alla patria, passa per Firenze a posta per conoscerla di presenza, ed io l’ho voluto accompagnare con questa mia, sicuro ch’ella haverà gusto particolare di sentirlo. È venuto a Roma per visitare limina Apostolorum in nome del Vescovo di Cracovia. Però la supplico a riceverlo come uno dei più devoti ingegni della sua dottrina che io habbia mai conosciuti. E non occorrendomi altro, li do nuova che mi ritrovo in Roma, sano e consolatissimo del mio stato, assai quieto nella volontà di Dio, come desidero di V. S. molto Ill.re, alla quale fo riverenza.

 

Di Roma, il p.o di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Discepolo

Don Bened.o Castelli.

 

 

 

4001.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 1° maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 197. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevo grandissima consolatione dalla gratissima sua, sì per intendere come ella va passando con qualche alleviamento la sua deplorabile cecità, mentre ha in sua compagnia giovane così studioso com’ella mi significa([439]), sì anco per vedere con quanto affetto ella mi continua il suo amore, invitandomi con tanta cortesia a rigodere la sua dolcissima conversatione, del che la ringratio quanto so e posso. Io però sono in stato così cattivo, che non ardisco dire di sì di venirla a vedere; ma non lo nego nè anche assolutamente, se potrò ottenere qualche tregua da’ miei continui dolori. Questi mi distolgono affatto da tutte le specolationi di qualche sottigliezza, conoscendo la notabile offesa ch’io ne ricevo; e però non si maravigli se non li ho scritto cosa alcuna in materia de’ problemi([440]) mandatimi da Parigi dal Sig.r Giovanni de Beuugrand, poichè, conoscendoli alla prima per molto difficili, non ardii d’internarmici maggiormente, massime essendo stato quasi sempre con qualche dolore, et anco occupato nella publica lettura.

Starò con desiderio aspettando le risposte al Liceto([441]), del quale ho visto il libro De novis astris et cometis([442]) poco fa, dove, conforme ch’ella dice, si contrapone ad ogni detto del S.r Guiducci, et anco a molte cose delle sue Macchie Solari; ma credo resterà mortificato dalle sue risposte. L’altro giorno mi dimandò s’havevo di lei niente di nuovo: le risposi, non havere inteso cosa alcuna. Deve stare con ansietà aspettando sua risposta; però sarà bene darli quella sodisfattione che merita.

Non mi posso estendere per hora più in longo per frezza; però faccio fine con riverirla di tutto cuore, pregandole dal Signore sanità e lunga vita, salutando insieme il suo cancelliero.

 

Di Bol.a, il p.o Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Gal.ei

Fiorenza.

Ad Arcetri.

 

 

 

4002**.

 

MARINO MERSENNE a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 1° maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 199. – Autografa.

 

Ad Clarissimum Virum D. Galilaeum.

 

Saepe numero miratus sum, Vir Clarissime, neminem apud vos meos apices legere potuisse, cum nullus sit in tota Gallia, Anglia et Germania, quaqua patent, qui non eos optime legat; et forsan hac vice, paulo foelicior futurus, perlegar et responsum feram, idque circa materiam de qua Vestra Excellentia multoties cogitavit. Imprimis, quaenam sit vis et immediata causa ob quam arcus intenti redeunt: quemadmodum enim a vi cogente arcuantur atque curvantur, etiam vi certa reduci et ad lineam rectam adduci debent. Deinde, cum aër rarefactionem patitur, si modo semper continuus perstet et nulla sint in eo spatiola vacua, qua ratione potest explicari rarefactio. Denique, cum plumbeum globulum, qualis est pila mosqueti, unico ictu mallei ferrei, in incudem impacti, reducamus ad formam unius denarii aut aurei nummi, quaero quanti ponderis debeat esse malleus alter, ut, simpliciter superpositus absque motu et ictu, eundem globum plumbeum in eandem aurei formam reducat. Quae hactenus, donec aureum illum tractatum in lucem emiseris de vi percussionis, quem a te tandiu expectamus. Quod si hac vice contigerit, uti spero, meos characteres legi posse ab amicis tuis, plura postmodum satis iucunda et curiosa, praesertim circa magnetem, Tuae Excellentiae scripturus sum, quae vestris academicis non sint ingrata futura. Vale interim, Vir ad verae philosophiae perfectionem nate, meque tui credas

 

Parisiis, Calendis Maii anni 1640.

 

 

 

 

Gallus Le Maire([443]) asseverat, se praeclaro instrumento scientiam longitudinum invenisse, quas sit brevi daturus, ut et Mediterraneum mare iuncturus Oceano prope Tholosam, et alphabetum daturus quo, absque ullo internuncio vel pacto, cum Sinensibus et reliquis totius orbis nationibus et incolis libere colloqui possimus.

 

 

 

4003**.

 

DANIELE SPINOLA a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 2 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 162. – Autografa.

 

Molt’Ill.re ed Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Non posso dir a V. S. il gusto che ho sentito in legger la risposta sua alle opposizioni del S.r Liceti([444]), perchè non ho tempo da estendermi in scrivere, chè mi conviene partirmi ora per Palermo per occasione improvisa et importante. Riverisco però V. S. con tutta l’anima, assicurandola che mi spiace infinitamente d’andar sì lontano prima d’haver potuto servirla in alcuna cosa, come ho sempre havuto estremo desiderio; e se mia fortuna vuole che io di colà possa in qualche modo soddisfare a questa mia brama, potrà V. S. conoscere che non merito d’esser annoverato per l’ultimo de’ suoi servitori più divoti. Non dico di più, perchè il tempo mi manca; per ciò riverentemente le bacio le mani, e le auguro ogni meritata felicità.

 

Genova, 2 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o ed Obblig.mo Ser.re

Daniele Spinola.

 

 

 

4004.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 5 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 164. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Haverà a quest’hora V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma riceute due altre mie, una per l’ordinario e l’altra per mano di un signore Pollacco([445]), col quale ho trattato diverse volte qui in Roma, e mi è riuscito un huomo di garbo e sopra tutto inamoratissimo del merito e valore di V. S.; e mi creda che quanto ho scritto di lui è verissimo: so che haverà riceuto e dato gusto a V. S.

Quanto poi al particolare del stato del Sig.r Peri, mi dispiace assai; ed in occorrenza di quella vacanza, non li posso dire altro intorno a quel sogetto del quale li parlai, se non che hora si trova lettore delle matematiche nello Studio di Messina, havendo ottenuta quella catedra a concorrenza di soggetti principali Giesuiti. Io credo però che lasciarà quella lezzione per quella di Pisa; e se V. S. comanda che io li scriva per sentire il suo senso, lo farò. Si chiama Giovanni Alfonso Borelli, di grandissimo ingegno, studiosissimo e tutto tutto nostri ordinis; e son sicuro che si farebbe honore. Starò attendendo il suo comandamento.

Io poi sto ingolfato nell’acque sino alla gola, ed ho condotta a fine una bonificazione di gran considerazione del Sig.r Marchese Mattei([446]), con mio infinito gusto e sodisfazione del detto Signore. Hora sto per intraprendere un’altra impresa simile; e con queste occasioni osservo diversi ed importantissimi particolari, i quali concordano in prattica mirabilmente a quanto ho scritto in teorica. Nel resto sto bene di sanità, ma occupatissimo, tanto che a fatica ritrovo il tempo di sodisfare alli oblighi miei principali dell’officio e della messa, nella quale sempre memoriam tui facio apud Altissimum. Con che li fo riverenza.

 

Roma, il 5 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o Gal.i

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, p.o Filosofo del Ser.mo Gr. D. di Tos.na

Firenze.

 

 

 

4005**.

 

CLEMENTE SETTIMI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 13 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 166. – Autografa.

 

Molto Ill. S.re e P.ron Ecc.mo

 

La resolutione che feci di venirmene a Siena fu sì subitanea, che mi proibì di far la seconda riverenza a V. S. Ecc.ma; ma ho ben tenuto a memoria il suo desiderio significatomi nella prima licenza che gli domandai, cioè che gli desse qualche raguaglio della sua ultima postilla. Ho trovato che il Sereniss.mo Principe([447]) medesimo ne ha scritto a V. S. Ecc.ma, e credo l’haverà per questo medesimo ordinario; et il medesimo seguirà del P. Francesco([448]), al quale ho fatto le sue gratissime raccommandationi, e gli renderà dupplicate riverenze.

Domattina andarò a far riverenza al Ser.mo Principe, e da sua parte gli farò devotissimo inchino. Non mi occorre altro, se non pregare S. D. M. che gli conceda qualche sorte di prosperità nella vita presente; et io con il solito affetto gli bacio le mani.

 

Siena, li 13 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

 

Mi perdoni se io non scrivo più a lungo, perchè non ho tempo; havendo trovato un corriero di([449]) partenza per costà, subito che sono arrivato.

 

 

Indegno Ser.re

Clem.te di S. Carlo.

 

 

 

4006.

 

LEOPOLDO DE’ MEDICI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 14 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 103 – Autografa la firma,

 

Sig.r Galileo,

 

Feci vedere, come V. S. desiderava, ad alcuni dottori dello Studio di Pisa quella scrittura che ella mi inviò, quale rispondeva a quello che il Dottor Liceti diceva contro all’opinione sua intorno al secondario lume della luna([450]). Tra gli altri che io chiamai vi fu il Marsili([451]), come lei desiderava, et egli e gli altri concorsero, benchè Peripatetici, in quanto da V. S. vien detto nella sua sì ingegnosa e dotta scrittura, quale fu lodata in estremo; et io tra l’altre cose che in essa sono, ho ammirato quella di dimostrarci, benchè tanto lontani dalla luna, che il lume in essa reflesso dalla terra sia maggiore del nostro lume crepusculino et, in conseguenza, di quello che la luna sopra di noi reflette. E poichè io non posso godere e cavar quel frutto che desidererei dalla conversazione sua, cerco di trattenermi e di ammaestrarmi in qualche parte nel leggere le sue opere; e però havendo finito di scorrere l’undecimo e duodecimo di Euclide, sto vedendo adesso il suo libretto delle Galleggianti, parto non meno de gli altri degno del suo intelletto; soggiungendole che farò ancora un poco di sessione con Monsig.re Arcivescovo Piccolomini, tanto affezionato a V. S. et alle cose sue, dove si leggerà la scrittura sopra il lume secondario della luna. Spero io di esser poi da lei in questa state, dove discorrerò seco di alcune cose che mi sono sovvenute in diverse materie, non lo potendo fare tanto bene con la penna quanto con la voce. Et in tanto, mentre le confermo il mio vivo affetto, desidero che il Signore con sanità la conservi quanto desidero.

 

Siena, 14 Maggio 1640.

 

Al piacere di V. S.

Il Principe Leopoldo.

 

 

 

4007*

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO [in Arcetri].

Genova, 18 maggio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 123. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Dall’inclusa lettera del Sig.r Marchese Gonzaga([452]) vedrà V. S. Ecc.ma a che termine sia il mio negoziato; e se ho da dir il vero, stimo ch’egli habbia applicato l’animo a quel’amico delle cene spirituali: tutta via staremo a vedere. Non manchi V. S. Ecc.ma di tenere ricordato qualche volta il mio interesse: che è quanto m’occorre, lasciando del resto la cura a chi tocca.

  1. S. Ecc.mapoi non mi dice cosa alcuna della mia orazione([453]), nè se l’habbia ricevuta o intesa: ne desidero il suo parere.

Io pensava di venir a cotesta volta, ma la rabbia de’ libecchii e mozzigiorni, che sino ad hoggi sono durati, m’hanno tratenuto tanto, che per hora non penso di mettermi in viaggio, per non venir costì e trovar le cose fatte ed haver a tornarmene con le pive nel sacco. Havrei da dirle assai in questo proposito, ma non è ben fidar ogni cosa alla carta. Mi conservi suo al solito, che è quanto per hora mi resta da desiderare; ed affettuosissimamente le bacio le mani.

 

Di Genova, li 18 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4008.

 

GALILEO a [FRANCESCO RINUCCINI in Venezia].

Arcetri, 19 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Banco rari. Armadio 9, Cartella 5. 33. – Originale, di mano di MARCO AMBROGETTI.

 

Ill.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

Vo continuamente meco medesimo meditando, quale sia in me maggior mancamento, o il contenermi in silenzio continuo con V. S. Ill.ma, o lo scriverli senza esequire il desiderio che ella già mi accennò, di mandarli quei motivi che mi fanno anteporre l’uno all’altro de i due poeti eroici. Vorrei ubbidirla e servirla; e talvolta mi riuscirebbe impresa fattibile, se non mi fusse, non so come, uscito di mano un libro del Tasso, nel quale avendo fatto di carta in carta delle stampate interporre una bianca([454]), avevo nel corso di molti mesi, e direi anco di qualche anno, notati tutti i riscontri de i concetti comunemente da gl’autori trattati, soggiungendo i motivi i quali mi facevono anteporre l’uno all’altro, i quali per la parte dell’Ariosto erono molti più in numero et assai più gagliardi. Parendomi, per esempio, che la fuga di Angelica fusse più vaga e più riccamente dipinta che quella di Erminia; che Rodomonte in Parigi senza misura avanzasse Rinaldo in Ierusalem; che tra la discordia nata nel campo di Agramante e l’altra nel campo di Goffredo ci sia quella proporzione che è tra l’immenso e ‘l minimo; che l’amore di Tancredi verso Clorinda, o ver tra esso et Erminia, sia sterilissima cosuccia in proporzione all’amore di Ruggiero e Bradamante, adornato di tutti i grandi avenimenti che tra due nobili amanti accader sogliono, cioè d’imprese eroiche e grandi, scambievolmente tra loro trapassate. Quivi si veghono le gravi passioni di gelosia, i lamenti, la saldeza della fede datasi e confermata più volte con alte promesse, gli sdegni concepiti e poi placati da una semplice condoglienza, in una sola parola proferita, etc. Quale aridissima sterilità è quella di Armida, potentissima magha, per trattenersi apresso l’amato Rinaldo! E quale all’incontro è la copia di tutti gli allettamenti, di tutti gli spassi, di tutte le delizie, con le quali Alcina trattiene Ruggiero! Lascio stare che dalle discordie e da i sollevamenti nati per frivolissime e più che puerili cagioni nel campo de’ Cristiani nissuna diminuzione di fortuna, che punto rilevi, ne nasce; dove che nella discordia tra i Saracini parte Rodomonte sdegnato, muore Mandricardo, resta ferito a morte Ruggiero, partesi Sacripante, allontanasi Marfisa, sì che finalmente sopragiugnendo Rinaldo dà una grandissima rotta ad Agramante, restato privo de’ suoi più famosi eroi, onde poi finalmente ne segue la sua ultima rovina. La osservazione poi del costume è veramente maravigliosa nell’Ariosto. Quali e quante e quanto differenti sono le bizarrie che dipingono Marfisa temeraria e nulla curante di qual altra persona esser si voglia! quanto è ben rappresentata l’audacia e la generosità di Mandricardo! quante sono le prove del valore, della cortesia e della grandeza di animo di Ruggiero! Che diremo della fede, della costanza e della castità d’Isabella, d’Olimpia, di Drusilla, et all’incontro della perfidia et infedeltà d’Origille, di Gabrina, e della instabilità di Doralice!

Io, Ill.mo Signore, quanto più dicessi, più mi soverrebbono cose da dire; ma l’abbozarle solamente, senza venire a gl’esami particulari di passo in passo, nè potrebbe dare sodisfazione a me medesimo e molto meno a V. S. Ill.ma; oltre che già vede ella che in questo poco che ho detto, niente ci è che non sia notissimo a chiunque pure una volta abbia letto tali autori. Per venire a capo di una simile impresa, bisognerebbe sentire i contradittori in voce, o se pure in scrittura, proporre a lungo da una parte e leggere le risposte dell’altra, e di nuovo replicare, et andarsene, per modo di dire, in infinito; impresa per me, cioè per lo stato mio, impossibile. La prego ad accettare non dirò questo poco che scrivo, che so bene che non è di prezo alcuno; ma quello che io desidero da V. S. Ill.ma è che ella mi perdoni e scusi il mio lungo silenzio, sì che non mi progiudichi punto nella sua buona grazia, nella quale con caldo affetto mi raccomando, mentre reverente gli bacio le mani e gli prego da Dio intera felicità, e gli raccomando l’alligata per il buon ricapito.

 

Di Arcetri, li 19 Maggio 1640.

Di V. S. Ill.ma

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

Galileo Galilei.

 

 

 

4009**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 22 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 200. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

Diedi subito ricapito alla di V. S. per il P. Francesco([455]); e, coll’occasione delle buone nuove della salute di lei, entrato in discorso con S. A.([456]) e della scrittura fatta e di quel più che V. S. andava distendendo, scorsi che S. A. non giudicava il Liceti per suggetto meritevole da divertire l’ingegno di V. S. da i parti incominciati di più gloriosa sostanza. E veramente, a quel che si vede, le opposizioni non son tali che habbino ad haver l’honore della confutazione di lei. M’è parso d’accennargliene, acciò conosca quanto S. A. pregi le sue fatiche; e vedoli così continuamente tra mano tutte le opere sue, che m’assicuro che ella habbia a riconoscernelo impossessato al pari di qualunque altro ingegno.

L’honore poi che V. S. fa alla mia servitù, allora sarà da me pienamente gradito, quando m’apporti più spesso la consolazione de’ suoi comandamenti. E da Dio pregandole salute e piena contentezza, affettuosamente le bacio le mani.

 

Di Siena, li 22 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Gal. Gal.

Devot.mo Ser.

A. Arc.vo di Siena.

 

 

 

4010.

 

GALILEO ad [ALESSANDRA BOCCHINERI BUONAMICI in Prato].

Arcetri, 24 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 105. – Originale, di mano di VINCENZIO VIVIANI.

 

Molto Ill.re Sig.ra mia Col.ma

 

Questa mattina è arrivata quassù da me, insieme con suo marito, la balia che fu di Carlino mio nipote, la quale andava dispensando e vendendo in questi contorni alcune telerie; et essendo occorso, nel ragionare con lei, che ella mi dicesse di havere un taglio di tela da camicie di 50 braccia in circa, e che era di V. S. molto Ill.re, io, per esser cosa sua, l’ho volsuta ritenere appresso di me, con dare alla donna, a ragione di 2 giuli il braccio, giuli 98 e 1/2, che tanto è l’ammontare di braccia 49 et un quarto. L’ho presa per esser cosa di V. S., non perchè io habbia bisogno per tener memoria di lei di altro che de’ discorsi e ragionamenti che, già tanti anni sono, hebbi con lei nel suo ritorno di Germania([457]); li quali furono di tanto mio gusto, che poi ho hauto sempre desiderio, ma invano, di abboccarmi con lei, poichè sì rare si trovano donne che tanto sensatamente discorrino come ella fa.

Ho preso resoluzione di inviarli queste 4 righe, su la speranza di haverne altr’e tante di sua mano in risposta di questa mia: la qual per altro non è che per ricordarli un intenso desiderio che sempre ho havuto, e che in me si va continuando, di servir lei et il molto Ill.re Sig.r Cavaliere suo consorte([458]). E con reverentemente baciar le mani ad amendue, le prego intera felicità.

 

Dalla villa d’Arcetri, dove continuamente mi trattengo lontano dalla mia casa di Firenze, li 24 Mag.o 1640.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo S.re

Galileo Galilei.

 

 

 

4011.

 

GALILEO a [LEOPOLDO DE’ MEDICI in Siena].

Arcetri, 25 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 99 – Originale, di mano di VINCENZIO VIVIANI.

 

Ser.mo Principe, Sig.r et P.ron mio Col.mo

 

Atteso che dopo l’havere io inviata all’Altezza Vostra Ser.ma la mia scrittura, distesa in forma di lettera([459]), nella quale rispondevo([460]) al filosofo Liceti, mio oppositore, fossero passati oltre a quindici giorni senza che io sentissi tali mie risposte essere all’orecchie dell’A. V. pervenute, cascai in timore che o la troppa lunghezza o la frivolezza de i miei concetti gli potessero essere state più di tedio che di gusto. Ma quando poi, fuori della mia aspettazione, mi sopraggiunse la humanissima e benignissima lettera([461]), nella quale l’A. V. Ser.ma mi dava conto di haver sentita e con diletto gradita tal mia risposta, restai io in maniera soprapreso da una insperata allegrezza, che restando per non breve tempo come fuori di me stesso, non hebbi talento di dettar parole degne e proporzionate al renderle le dovute grazie a tanto favore; ma voltandomi al molto R.do Padre Francesco([462]), gli scrissi e col maggior fervore che potetti lo pregai che, humiliandomi al cospetto dell’A. Sua, li porgesse in nome mio un poco di caparra del debito nel quale conoscevo di trovarmi, e che sarei stato per pagarle interamente se mai havesse havuto forze bastanti a poter ciò fare. Ma vana, Ser.mo Principe, mi è riuscita anco questa seconda speranza; anzi sentendomi tutta via indebolir le forze e gettandomi al miserabile, ricorro all’inesausto tesoro della sua clemenza, supplicandola che voglia appagarsi di quello che non potendo con l’effetto renderle, resti servita di ricevere dall’affetto mio purissimo e devotissimo. E poichè ella si appaga di discorsi e di parole, starò attendendo la sua venuta a Firenze, e di lì le sue domande del mio sentimento sopra le proposizioni che accenna di riservarmi; e tra tanto nutrendo di speranza il mio desiderio di servirla et obedirla, starò pensando se qualche cosa potesse di nuovo cadermi nella fantasia, che fosse degna delle orecchie([463]) dell’A. V. Ser.ma Alla quale humilmente inchinandomi, bacio la veste e prego da Dio il colmo di felicità.

 

D’Arcetri, li 25 Maggio 1640.

Dell’Altezza Vostra Ser.ma

 

Humilissi.mo et Devoti.mo Servo

Galileo Galilei.

 

 

 

4012*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 25 maggio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 124. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

S’io sapessi così indovinarmi il bene, come il male lo preveggo cento miglia da lungi, buon per me. Dissi già a V. S. Ecc.ma che io dubitava che i libri andassero in mano dell’amico delle cene spirituali([464]); e tanto a punto è succeduto, perchè a lui ne hanno fatto offerta, ed egli li ha acettati: nè in ciò sento io altro disgusto, se non ch’io credeva bene, per la mia debolezza, d’esser in poco credito appresso il padrone di que’ libri, ma non già in così vile, che s’havesse da offrir ad altri, che non chiedeva, quello ch’io faceva instanza d’ottenere. Orsù, poco importa, ed io sono addottrinato prima d’hora al ceffo della fortuna poco prospera. Mi conservi V. S. Ecc.ma la sua buona grazia, ch’io andrò tirando inanti la incomminciata fatica, e se non per servire a chi mostra poco di gradirla, almeno perchè un’opera così nobile, da lei cominciata, non vada a traverso, per la poca cura del mondo che non prezza ciò che non conosce. Et affettuosamente le bacio le mani.

 

Di Genova, li 25 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo e Cordialiss.o Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4013.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 26 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P I, T. XII, car. 168. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Io non intendo nel principio della lettera di V. S. molto Ill.re quello che ella mi scrive d’havere inteso sotto gergo, che l’amico haverebbe condesceso alla carica honorata, poichè io non so d’havergli scritto altro se non che in Messina si trovava lettore delle matematiche un tale Sig.r Gio. Alfonso Borelli, huomo di grandissimo ingegno e sapere, versatissimo nelle dottrine di V. S. molto Ill.re e tutto tutto nostri ordinis; e proposi a V. S. questo sogetto per lettore di Pisa, e scrissi puramente e schiettamente. Hora vado pensando che ella habbia stimato che io habbia voluto intendere del nostro caro S.r Magiotto; ma sappia che egli non partirebbe da Roma nè per questa nè per altra occasione.

Quanto al mio particolare, è verissimo che il Ser.mo Gran Duca, facendo troppa stima del mio poco merito, m’ha fatto intendere dal Sig.r Benedetto Guerrini che la catedra di Pisa sta per me; ed io per la parte mia ho accettata la grazia, supplicando S. A. che mi conceda tempo che io possa sbrigarmi con buona grazia di questi Padroni, poichè non posso far niente senza questo etc.: ed hora tengo lettere dal S.r Benedetto, che S. A. mi honora di darmi tempo; ed io attenderò a sbrigarmi per venire a finire i miei giorni, horamai gionti ad intaccare il 62 anno di mia età, in Firenze.

Quanto a quella essiccazione([465]), è riuscita, per grazia di Dio, tanto felicemente e con pochissima spesa, che è cosa di stupore, havendo superato ogni imaginazione altrui; e di più, col medesimo aiuto di Dio, ho fatto un altro beneficio al Sig.r Duca Cesarini, con notabile utile e con pochissima spesa intorno a un molino nel quale, con spesa di 28 giuli soli, ho ridotta la mola, che hora si affitta quaranta rubbia di grano più di quello si faceva: ed è cosa in fatto.

Servirò V. S. della pelle da colletto, ma desidero sapere se la vole delle grandi overo ordinarie: e quanto alla concia, sappia che si spenderà quel tanto che vorremo noi; poi che con la concia ordinaria di Roma, non passarà 15 giuli; ma se ci vorremo la concia d’ambra, si spenderà quel più. Però mi avisi, che subito la servirò, e si dichiari se la vole delle sottili overo di caprone. E li bacio le mani.

 

Roma, li 26 di Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re

S.r G. G.

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei,] p.o Filosofo del Ser.mo G. D. di Tos.na

Firenze.

 

 

 

4014*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 26 maggio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 21. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

 

Al P. M. Fulgentio feci subito presentare la lettera inclusa nella gentilissima e cortesissima sua([466]), la quale con le belle animadversioni e sensate considerationi sopra tanti luoghi del Furioso ha talmente appagato il mio gusto, che non mi resta altro da desiderare dalla sua gentilezza, se non di poter godere della sua dolcissima conversatione per potere con alcune contraditioni, che per hora non ho tempo di soggerire, pienamente levare ogni ombra di difficultà che mi potesse offuscare la mente. Per hora le rendo pienissime gratie di tanto favore; e supplicandola a non lasciare otiosa la mia servitù, con tutta l’efficacia del mio spirito la riverisco.

 

Venetia, 26 Maggio 1640.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Obb.mo e Vero Ser.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4015*.

 

CESARE MONTI a GALILEO [in Arcetri].

Livorno, 30 maggio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 170. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r et P.rn Oss.mo

 

L’infinita sua gentileza, qual sempre ha partorito copiosissimi frutti di dovutoli honori per il supremo dono concessoli dalla natura, conponendo in lei una perfettissima archa di scientie, come da me per fama certissima si crede; l’istessa non derrogando al suo principio e mezo, ma seguendo il cammino verso il fine, non mancha in quello di siggillare il colmo delle gratie e favori: poi che molto ben conoscho quanto ciò sia il vero, intendendo dal Sig.r Ipolito Francini, mio cogniato, un tanto honore che dal Cielo mi vien concesso per mezo della sua gentileza, con la resolutione che ha fatta di ricevere il mio pargoletto figliuolo([467]) senza oblighi nè dovutali servitù; siggillo veramente di perfettissima qualità, per il che non posso nè so come rendergliene il guidardone; ma, confidato nel Motore di essa, non mancherò, per quanto potranno le mia forze, di preghare il Fattore di quella, che, conservando lunghamente in lei l’individuo, separandolo poi lo restituischa nel suo primo ente. E facendoli humilissima reverentia, la suplicho mi voglia honorare di conumerarmi nel numero de’ suoi humilissimi servi; e baciandoli le mani, salutandola, mi li racomando di tutto cuore.

 

Livorno, 30 Maggio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galilei.

Servitor Hum.mo

Cesare Monti.

 

 

 

4016*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 1° giugno 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 125. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Dalla mia, che le scrissi con l’ordinario passato([468]), havrà inteso V. S. l’esito del mio negozio, del quale di già havevo dato cenno al Ser.mo Principe Leopoldo([469]), che scrisse a mio favore subito, ma non so come sia andato: so bene che il Sig.r Marchese Gonzaga([470]) mi risponde che l’amico([471]) ha accetato, quantunque scriva non poter partirsi così subito, perchè la vorrebbe fare con gusto de’ suoi Padroni. Et de his actenus. S’ella presentisse però che egli non potesse venire, mi farebbe somma grazia a darmene avviso, benchè anche per via di Roma io habbia tentato di saperlo.

Sono alcuni giorni che la mia distillazione di catarro ha cominciato a tormentarmi, e mi insegna ch’io attenda a dormir la notte: e pur non posso far di non levarmi tal volta a far l’amor con le stelle, che corrispondono assai bene; e spero che hormai havrò poco da faticar per esser al tutto in possesso de’ moti loro.

Mi conservi in sua buona grazia, e m’avvisi che speranza ci è del negozio del Sig.r Elia([472]): con che affettuosamente le bacio le mani.

 

Genova, il primo di Giugno 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4017.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 5 giugno 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 202. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron Col.mo

 

Ho ricevuto puoco fa la sua gratissima con l’inclusa al S.r Liceti, quale subito invio a Padova, conforme al suo ordine. Letto ch’io hebbi il discorso di V. S. Ecc.ma([473]), capitò da me un nipote dell’Em.mo S.r Card.le Sachetti([474]), suo partialissimo, che è il Sig.r Giulio….([475]) da Urbino; onde bisognò, intendendo di detto discorso, ch’io gliene facessi parte, e per anco non mi sono abboccato seco. Hebbi gusto singolare del detto discorso, vedendo con quanto bella maniera ella riveda i conti a questo filosofo. Io mi ricordo che anch’io gli opposi che il lume secondario della luna era maggiore del terrestre nel plenilunio, et altre cose, nelle quali mi sono incontrato con le risposte di V. S. Ecc.ma, benchè non le havessi così bene digerite. Mi è ben giunta nuova la ragione del vedersi ne’ totali ecclissi lunari essa luna talvolta, e talvolta no; poichè io credevo prima, che sempre si vedesse, come più volte ho esperimentato, e che quel tenue lume fosse cagionato dai raggi del sole refratti nell’atmosfera terrestre. Ma essendo vero che talvolta resti invisibile la luna, conosco che di tale effetto non può essere cagione tale refrattione, che sempre è, o almeno tale lume deve restare insensibile; e perciò resta che siano veramente cagioni di tal lume Venere, Giove et il Cane principalmente, trovandosi dalla banda del sole: e se bene, considerato il lume che viene a noi in terra da questi tre corpi luminosi, egli pare molto tenue, nondimeno comprendo che nel campo oscuro del cielo deve fare qualche comparsa e distinguerci, se bene oscuramente, il disco lunare.

Ho letto la lettera diretta al Liceti, nella quale ella lo tocca come si merita; nondimeno credo che non restarà per questo di risponderle, poichè esso fa un libro in una settimana, e sin hora, per quanto mi disse, ne deve havere stampati da 37. Egli è ben vero che non hanno li suoi libri molto spaccio o credito appresso gl’intendenti; anzi le sue compositioni, come mi disse un valente Padre, lettore publico di metafisica in Padova, ivi sono chiamate barzellette.

La nuova che mi dà del R.mo Padre Abbate D. Benedetto Castelli, che sia per venire a leggere a Pisa, mi è sopramodo cara; e s’egli venisse questa estate, mi spingeria forsi a risolvermi di venire al dispetto del mio male, mentre potrei incontrare così fortunato albergo appresso di lei. Non ho ancor visto il Padre metafisico([476]); spero vederlo presto, e con mio gusto di intendere qualche buona nuova dell’essere suo. E con questo faccio fine, con baciarle affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 5 Giugno 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Dis.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

 

 

4018*

 

ANTONIO SANTINI a GIANNANTONIO ROCCA [in Reggio].

Milano, 6 giugno 1640.

 

Dalla pag. 169 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 3053.

 

…. La controversia che passa tra il Sig. Liceti e il Sig. Galileo è stampata dal Liceti nel libretto ch’esso intitola De lapide Bononiensi, al capo 50. Io desidero veder detto libro. Galileo le risponde in penna, non so che sia ancora stampato, e in forma di lettera diretta all’A. Sereniss. di Firenze. Sin qui posso dir a V. S.: e crederò poter aver copie di questa scrittura con la spesa del copista….

 

 

 

4019.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Padova, 8 giugno 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 204. – Autografa.

 

Molt’Ill.e et Ecc.mo S.or

 

Mi spiace che al mio libro De luminis natura et efficientia([477]) sia incontrato l’istesso disastro che al Liteosforo, altre volte mandatoli; ma se farà usare diligenza col corrispondente del S.or Lando, condottier di Bologna, o nella dogana di Fiorenza, facilmente lo ritroverà. Che le mie oppositioni le siano parse di facile risolutione, non è meraviglia, stante la sua molta acutezza d’ingegno et peritia nelle cose matematiche et il costume de’ gran litterati di non cedere così facilmente a’ suoi contradittori. Se mi favorirà di farmi vedere quanto ne ha scritto al Ser.mo P. Leopoldo, le ne terrò particolare obligatione, perchè se le sue difese mi parranno vere, goderò di uscir d’errore; se altrimente, o le significherò il mio senso con quella libertà che lei fa, o vero, non bisognando ciò fare per non perder il tempo, lasserò che il mondo giudichi della nostra controversia, vedute le ragioni di ambidue.

Quanto alle altre nostre differenze litterarie, registrate nel mio libro De novis astris et cometis([478]) tanti anni sono, sì come io non ho mai stimati frivoli i detti suoi nè quelli del S.or Mario([479]) (che altrimenti non li haverei giudicati degni di mia consideratione), così mi pare che il giuditio che in quel tempo V. S. fece delle mie ragioni poste in dett’opera, palesatemi in una lettera scritta di suo pugno([480]), sia molto differente da quello che hora in suo nome mi scrive il suo amanuense, il quale dice essere di facilissima solutione, e non doversi da lei spendere tempo in altro che in considerationi più ingegnose et apportatrici di qualche utile alle persone intelligenti. Ma perchè si compiace di tralasciar quella disputa, me ne rimetto anch’io al giuditio degl’intendenti, anzi a quello di V. S. dichiaratomi in una sua pochi mesi sono([481]), che diversissimamente sente di tutte le opere mie et della dottrina in esse sparsa.

Mi è sommamente cara la libertà filosofica di che si serve meco, la quale anch’io mi sono ingegnato di sempre abbracciare. Se poi nelle mie opere io faccio pala dell’autorità di infiniti scrittori per confermare le mie opinioni, o pure di fondamenti dedotti dalla natura delle cose et dalla autorità di un solo, Aristotele, et talhora di Platone, me ne rimetto a chi con occhi proprii le vede et con propria mano scrive li suoi sentimenti.

Starò attendendo le sue risposte per profittarmene; ma non vorrei che li suoi buoni termini, sino a qui meco usati dalla sua modestia et cortesia, fussero, colpa d’altri di cui è necessitata di servirsi, alterati punto. Con qual fine la riverisco di tutto cuore al solito, et le prego quanto desidera.

 

Pad.a, 8 Giugno 1640.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Se.re

Fortunio Liceti.

 

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.or P.ron Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei.

F.ca per Ven.a

Fiorenza.

 

 

 

4020*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 8 giugno 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 126. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r P.ron Col.mo

 

Quest’ordinario non ho havute lettere di V. S. Ecc.ma; scrivo per ogni modo per darle nuova della mia salute, con essermi liberato dalla distillazione del cattarro che mi tormentava.

Desidero che ella m’avvisi se il P. D. Benedetto crede di poter venire([482]), perchè, dovendo egli aspettarne il placet da’ Barberini, non so se glie lo vorranno concedere. Ed a V. S. Ecc.ma bacio affettuosamente le mani.

 

Di Genova, li 8 di Giugno 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4021.

 

ELIA DIODATI a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 15 giugno 1640.

 

Dalla pag. 188 del Tomo III dell’edizione citata nell’informazione premessa al n.° 1201. Alla lettera facciamo seguire un’«Aggiunta del Diodati», che questi soggiungeva alla traduzione, inviata a GALILEO con la presente, della lettera a lui di COSTANTINO HUYGENS in data 1° aprile 1640. Tale aggiunta si legge a pag. 189-190 del citato Tomo III, in calce a detta traduzione.

 

Di Parigi, gli 15 Giugno 1640.

 

Mi è rincresciuto infinitamente, come dall’Illustriss. Sig. Conte Bardi([483]) potrà esser testificato a V. S. molt’Ill., d’essere, per l’aspettazione delle lettere d’Olanda, stato tanto tempo senza scriverle, e di non aver dopo l’ultima mia, scrittale a 17 Febbraio([484]), ricevuto di detto luogo risposta alcuna di soddisfazione circa il suo negozio, sebbene me ne fu data speranza dal Sig. Hugenio([485]), al quale ne aveva scritto in termini urgentissimi come ad una persona principale dello Stato, essendo primo Consigliere e Segretario del Principe d’Oranges, e di grande autorità appresso di lui e de’ Signori Stati Generali, e di più letterato e magnanimo, come V. S. molt’Ill. ne averà qualche indizio dalla traduzione che le mando della lettera che mi ha scritta([486]). Ma questa speranza essendo sin qui riuscita vana, sebbene, conforme al suo parere, ne ho scritto ancora al Sig. Borrel d’Amsterdam sono più di tre mesi([487]), non avendo dipoi avuto da loro alcuna risposta, non mi è parso di dovere più differire a darne conto a V. S. molt’Ill. per scolparmi appresso di lei, dopo averci usata ogni diligenza a me possibile; compatendo fin all’animo al disgusto che so le recherà questa nuova freddezza.

Gli Elzeviri mi scrivono che differiscono per qualche tempo di stampare la traduzione latina dell’opere di V. S. molt’Ill., finchè abbiano venduto maggior numero delle già stampate da loro, restandogliene più di 500 esemplari di ciascuna. Sicchè conviene pazientare.

Il libro delle tavole astronomiche Medicee([488]), consegnatemi da parte di V. S. molt’Ill. dall’Ill. Sig. Conte Bardi, è stato veduto ed esaminato da questi mattematici, i quali tutti approvano e lodano molto l’opera. Ma quello ne è stato mandato, è doppiamente imperfetto, mancandoci il fine, e nel mezzo mancandoci dalla facciata 12 fino a 25 le tavole del moto del sole; onde dicono di non poterne fare fondato giudicio.

Averà qui alligata una seconda lettera([489]) del R. P. Mersenno, per supplimento alla precedente che non si era potuta leggere per la stravaganza del carattere, il quale si è sforzato di formare alquanto meglio in questa.

Aspetto con sommo desiderio nuove del prospero stato suo presente, come passi la vita e che mi favorisca di continuarmi l’onore della sua grazia; nella quale con reverente affetto mi raccomando, augurandola felice.

 

 

Facendogli risposta a’ 21 Aprile([490]), e conformandomi([491]) al suo parere, ho scritto nell’istesso tempo al Sig. Borrel([492]) e mandatagli la lettera, animandolo per essa ad abbracciare il negozio con tutte le più efficaci ragioni accomodate a un tal suggetto e che mi è parso dover muovere una persona emula di gloria e d’onore, quale presumo che esso, per le sue virtù e pel suo grado, debba essere. Ma sin qui non ho avuto risposta alcuna nè dall’uno nè dall’altro.

 

 

 

4022**.

 

GIUSEPPE COSTANZI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 19 giugno 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 206. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.re e P.ron mio Col.mo

 

Quell’istesso affetto di riverenza e di straordinaria stima ch’io faccio del merito di V. S. Ecc.ma, il quale mi stimolò a venir costà di persona ad esibirmele per servitore, hora tanto più efficacemente mi muove a reiterar con questa i medesimi uffitii e a confermarle la mia perpetua divotione, quanto ch’egli da doppio capo ha ricevuto notabile accrescimento: l’uno è l’obligo singolare ch’io contrassi fin dall’hora con la sua benignità, per non haver ella ricusata la mia servitù, ancorchè humilissima, nè sdegnato di admettere la mia ignoranza a i suoi sapientissimi colloquii, di che nuovamente le rendo infinite gratie; l’altro è la sodisfattione incredibile che ho ricevuta in leggere e rileggere più volte le sue sapientissime risposte al S.r Liceti, le quali mi sono state participate dal dottissimo e di lei partialissimo Padre Bonaventura Cavallieri. O quante volte ho detto tra me stesso e conferito con amici, che molto meglio haverebbe fatto questo Sig.r Dottore a procurar d’intender prima la dottrina di V. S. Ecc.ma, e poi emularla! anzi maggior gloria haveria conseguito a professarsene seguace, che a volern’essere oppugnatore. Io per me questo glorioso tittolo amichevolmente invidio al Sig.r Alessandro Marsilii, il cui perspicacissimo ingegno e prudentissimo giuditio conobbi fin da’ primi anni della nostra giovinezza, che passai con la sua nobilissima conversatione in Siena. E sicome penso di sodisfare alla giustitia et alla semplice verità, mentre a tutte le occasioni predico V. S. Ecc.ma per il maggior filosofo che doppo tanti secoli habbia prodotto l’Europa e che si ritrovi a i nostri giorni al mondo, così riputerei mia singolar fortuna se io meritassi già mai d’essere annoverato tra’ minimi suoi discepoli, ed incontrassi occasione di palesar l’animo mio ossequioso all’incomparablle suo merito con poterla servire. Ma perchè l’uno depende in gran parte da me medesimo, io cercarò d’affaticarmi in studiar le sue opre; l’altro perchè non posso sperare che dal favore de’ suoi commandamenti, di questi supplico la sua benignità ad essermi liberale dispensatrice, mentre l’esibisco ogni mio potere, e con tutto l’animo in fine di questa la riverisco, com’anche fa l’istesso P. Bonaventura.

 

Di Bolog.a, 19 Giugno 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Devot.mo Ser.re

D. Gioseppe Costanzi, Abb.e e Met.co P.o

 

 

 

4023.

 

GALILEO a BENEDETTO GUERRINI [in Firenze].

Arcetri, 22 giugno 1640.

 

Pinacoteca Borromeo in Milano. Cartella n. 9, Letturino n. 3, sotto il n. 15. – Di mano di Vincenzio Viviani

 

Molto Ill.re Sig.re et P.ron mio Osserv.mo

 

L’ultima lettera del Reverend.mo P. Ab. Castelli mi è stata di gran consolazione, sentendo io che il suo ritorno qua non è disperato, come io veramente temevo; e tanto maggiore sarà il mio contento, se mi sortirà di potere ancora godere qualche tempo della sua onorata e gratissima conversazione.

Ho sentita la sua scrittura in proposito del potersi conservare il grano per lungo tempo([493]), la quale, come tutte le altre che ho già veduto e sentite, mi è parsa derivare da un discorso molto aggiustato e ragionevole; e sommamente mi piace quel volersi rimettere alla esperienza, per tor via le imputazioni che per avventura potesse alcuno dare ai suoi puri discorsi. L’esperienza è assai facile a potersi fare; e quanto al pensiero, a me pare che sia assai probabile e degno di lode.

Rimando a V. S. molto I. la scrittura e le lettere, et insieme una umilissima riverenza al Ser.mo G. D. Nostro Signore; et a lei confermo la mia devota ed obbligata servitù, e da Dio le prego intera felicità.

 

D’Arcetri, li 22 di Giugnio 1640.

 

Di V. S. molto Ill.re

Devotiss.mo et Oblig.mo S.re

G. G.

 

 

 

4024.

 

FERDINANDO BARDI a GALILEO [in Arcetri].

Parigi, 22 giugno 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 208. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

La settimana passata mandai a V. S. un piego del Sig.re Elia Deodati, quale facilmente gli capiterà insieme con questa, havendo cominciato gli ordinarii di Lione a non partire se non di quindici in quindici giorni. Dal sudetto Sig.r Deodati V. S. intenderà pienamente la stima grande che questi letterati fanno delle Tavole Medicee, pubblicate dal Padre Don Vincenzio Rinieri([494]), essendo state riconosciute universalmente per esattissime. Si aspetta però con curiosità di vedere il resto del libro, quando sarà finito di stampare, perchè fino ora non ne sono comparsi se non da due terzi o poco più.

Il medesimo Sig.r Deodati mi ha comunicato con passione straordinaria tutte le diligenze fatte da lui per servir V. S. in Olanda, e come quando si sperava la conclusione di un negozio tanto importante, si sono incontrate mille difficultà non previste. Io son certo che a V. S. è molto ben noto il suo affetto, e quanto egli stimi il merito e la persona di V. S.([495]), e per conseguenza so ch’ella non potrà dubitare che dalla sua parte non si sia adempito a tutti gli obblighi di un vero amico. Nondimeno mi è parso dover rendere questa testimonianza alla verità, che io ho visti in questo gentilhuomo sensi non immaginabili per le traverse che contro ogni ragione si oppongono a un sì bel pensiero, conservando nel resto una risoluzione immutabile di non l’abbandonar fino all’ultimo, e di non trascurare nessuna occasione che si presenterà di rattaccarlo, come ci sono molte apparenze che deva seguire, e particolarmente se le gran burrasche di guerra, che turbano la Cristianità, pigliassino un poco di calma. Io vorrei essere atto a cooperare a ogni cosa di suo servizio, professandomi obbligatissimo a farlo per mille rispetti. Mi onori dunque della sua grazia e mi comandi, che intanto le bacio con tutto l’animo le mani.

 

Parigi, 22 Giugno 1640.

Di V. S. molto Ill.re

Sig.r Galileo.

Obb.mo Ser.re

Ferdinando Bardi.

 

 

 

4025.

 

GALILEO a FORTUNIO LICETI in Padova.

Arcetri, 23 giugno 1640.

 

Dalle pag. 64-65 del libro intitolato: De secundo-quaesitis per epistolas a claris viris, ardua, varia, pulchra et nobilia quaeque potentibus in medicina, philosophia, theologia, mathesi et alio quovis eruditionum genere, responsa FORTUNII LICETI, ecc., Utini, ex typographia Nicolai Schiratti, MDCXLVI. Il brano però da «non pervenne» a «assai facili etc.» non è riprodotto nel De secundo-quaesitis, perchè non attinente all’argomento di cui ivi tratta il LICETI, il quale perciò alle parole «Il libro suo De cometis et novis astris» soggiunge: «etc.: et post multa, propositum aliud attingentis, denique subdit», e continua con le parole «Quanto al mio pensiero». Abbiamo riportato questo brano dalla lettera del LICETI stesso del 6 luglio 1640, che ve lo inserisce: cfr. n.° 4029.

 

Al molto Ill. et Eccell. Sig. mio Oss.

Il Sig. Fortunio Liceti.

Padova.

 

Si è finalmente ritrovato, appresso il rispondente del Landi, condottiere di Bologna, il libro([496]) del quale V. S. molto Ill. et Eccell. mi onora col mandarmelo. Mandai subito a farlo legare, ma per ancora non l’ho rihavuto. Me lo farò leggere, con speranza di esser in breve ora per intender quello in che pensando molte e molte centinaie d’ore non mi è succeduto di poter restar capace; parlo della essenza della luce, di che sono stato sempre in tenebre; e reputerò a mia somma ventura quando, sendo fatto capace che cosa sia il fuoco et il lume, potrò intender in qual modo in un pugnello di polvere d’artiglieria([497]), fredda e nera, si contenghino rinchiuse venti botti di fuoco e molti millioni di lume; oltre all’essere in quei minuti grani rinchiusi e ritenuti fermi una, per così dire, grandissima quantità di piccolissimi archetti, li quali, scoccando poi, portino una mirabile forza e velocità. Qui non vorrei che mi fusse detto che io non mi quietassi su la verità del fatto, poichè così mi mostra succedere la esperienza; la quale potrei dire che in tutti gli effetti di natura, a me ammirandi, mi assicura dello an sit([498]), ma guadagno nissuno mi arreca del quomodo.

Voglio che V. S. Eccellentiss. sappia che io havevo veduto altre sue opere, et in particolare le controversie col N.([499]), et in tutte havevo ammirato la somma sua erudizione e la felicità di memoria nel ritenere e prontamente servirsi di quanto si trovasse scritto da tutti li antichi scrittori e moderni; e perciò, nel ringratiarla dei favori fattimi in mandarmi tali opere, aggiunsi quelle lodi che mi pareva e tuttavia mi pare convenirsegli.

Il libro suo([500]De cometis et novis astris([501]) non pervenne in mano a me, ma del S.or Mario Guiducci, il quale non so per qual cagione se lo habbia ritenuto senza conferirmelo, sino a che mi è pervenuto il libro De lapide Bononiensi; nel quale incontrando il capitolo Lo, dove ella impugna la mia oppinione della luce secondaria della luna, e ragionando di ciò col detto Signore, mi disse havere ella scritto in contradizione a moltissime altre mie oppinioni, come nel libro De cometis havrei potuto sentire; per ciò fattomelo dare, ho veramente sentito quanto ella ampiamente impugna ogni mio detto. Esaminando poi la forza delle sue instanze, ho finalmente veduto come elle non concludono con tanta forza contro a niuna delle mie posizioni, che le risposte e soluzioni non siano assai facili etc.

Quanto al mio pensiero e proponimento di trattar sempre con lei con ogni dovuto rispetto e civiltà, non ne metta dubbio, imperochè questo sarebbe un contravenire a quello che io internamente ho fermato concetto della sua gran dottrina e somma erudizione: la quale mi fa estremamente meravigliare come, vedendo ella minutamente i pensieri scritti da mille autori, li sia avanzato tempo di poter con tanto grande attenzione speculare sopra le sue proprie invenzioni, le quali mi pare che abbraccino tutte le scibili e disputabili questioni.

Non senza invidia sento il suo ritorno a Padova, dove consumai li diciotto anni migliori di tutta la mia età. Goda di([502]) cotesta libertà e delle tante amicizie che ha contratte costì e nell’alma città di Venezia. Mi commandi in quello che mi conosce atto a servirla; e con vero affetto li bacio le mani.

 

D’Arcetri, li 23 Giugno 1640.

Di V. S. molto Ill. et Eccell.

Affett. Serv.

Galileo Galilei.

 

 

 

4026.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 29 giugno 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 172. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho sentito con giubilo la speranza che tiene del nostro Padre D. Benedetto, la quale senz’altro, doppo l’interesse di goderla lei, sarà bastante a farmi concludere il venire, al dispetto di qualsivoglia gotta che mi voglia impedire.

Ho mandato subito la lettera al Sig.r Liceti, della cui dimora in Padova oltre le vacanze non ho sentito cosa alcuna: procurarò di saperlo per servire al suo desiderio. Li posso ben dire che non è visto qua troppo voluntieri dalla maggior parte di questi Ill.mi Senatori, che perciò alla sua ricondotta vi fu che fare; ma la dependenza che ha da’ Patroni fu potente a fare concludere a suo pro il negotio, senza però altro augmento: nel quale tempo credo ch’io avisassi V. S. Ecc.ma, che incominciando la mia terza condotta di sette anni, che fu il Novembre passato, della quale mi favorirno tre anni sono quando fui chiamato per leggere a Pisa, mi haveano insieme honorato di 100 scudi di augmento, che sono 80 piastre fiorentine, sì che ne vengo ad havere 360; quali veramente possono in parte ristorarmi dalla mia continua afflittione per la mia incurabile infirmità, ma non già a bastanza: tuttavia ricevo voluntieri il tutto da Iddio, cho conosce meglio di me il mio bisogno.

Quanto al libro del Longomontano([503]) e del Bulialdo([504]), io non l’ho visto: mi saria bene carissimo vederli; tuttavia perchè non si prenda questo incomodo, quando ella sappi di sicuro che il P. D. Benedetto sia per venire costì in queste vacanze, potrà differire sino alla mia venuta ancora il farmeli vedere. E con questo finisco di scriverle, ma non di amarla e riverirla con tutto l’affetto, como faccio con ricordarmele cordialissimo servitore.

 

Di Bologna, alli 29 Giugno 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Gal.ei

Firenze.

Ad Arcetri.

 

 

 

4027.

 

GALILEO a FERDINANDO II DE’ MEDICI, Granduca di Toscana, [in Firenze].

[Arcetri, luglio 1640].

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. I, car. 202. – Originale.

 

Ser.mo Gran Duca,

 

Galileo del q. Vincenzio Galilei, umilissimo servo e suddito di V. A. S., reverentemente la supplica a concedergli grazia che gli sia pagato anticipatamente un semestre della sua provvisione, che matura a Ottobre prossimo, offerendosi dar mallevadore per la sopravvivenza; e di tal grazia sarà perpetuamente tenuto alla somma benignità di V. A. S. Quam Deus etc.

 

Di mano di FERDINANDO II:

Fer.

 

E di mano di PERSIO FALCONCINI:

Concedesi.

 

Persio Falconcini.

XI Luglio 1640.

 

 

 

4028**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 3 luglio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 174. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ricevo hora una lettera dal S.r Vincenzo Viviani, mio antichissimo amico e patrone, con insieme gusto indicibile della risoluta venuta a leggere a Pisa del P. D. Benedetto, la quale sarà potente a far risolvere me ancora alla venuta, benchè differirò sino ch’io sappi ch’egli sia giunto a Firenze, sì come la pregarò all’hora ad avisarmi. Ho sentito parimente gusto del detto Sig.r Vincenzo fatto suo ospite, persona veramente meritevole d’ogni bene, appresso il quale la prego fare mia scusa, se vi è, ch’io non rispondo alla sua, non sapendo se sia più costì, e se vi è, pregandola voglia ricevere questa in risposta, con ricordarmeli io cordialissimo servitore. Non mi estendo per fretta più in lungo, ma la riverisco con baciarli affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 3 Luglio 1640.

Di V. S. molto Ill.ree et Ecc.ma

 

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Gal.eo Gal.ei

Firenze.

Ad Arcetri.

 

 

 

4029.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 6 luglio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1. car. 162-163. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or mio Oss.mo

 

Io sento molto gusto che V. S. molto Ill.re et Ecc.ma habbia ricuperato da cotesto condottiere il mio libro De natura et efficientia luminis([505]), che le ho mandato in tributo della mia osservanza, et riceverò a mia buona sorte che facendosene leggere qualche parte corregga le sue imperfettioni, con farmene avisato; gustando di pari l’essere rimesso nella buona strada, quand’io traviassi dalla verità, et haver l’honore che le cose mie fussero approvate dal suo giuditio, del quale io fo grandissima stima. Della grandissima quantità di fuoco, in cui si converte poca polvere d’artiglieria, et della velocità e forza mirabile di quelli archetti metaforici che V. S. dice, non ho havuto occasione di trattare in quell’opera, sendo questi puramente effetti del calore, et non del lume, del quale precisamente ho intrapreso quivi a ragionare. Se V. S. comanderà che di tali effetti le dichi li miei sentimenti, ad ogni suo cenno m’ingegnerò di ubidirla, per ritrarne il suo miglior parere.

Le lodi che in molte sue lettere, da me conservate, ho ricevuto dalla sua cortesia, con occasione di haverle inviato qualche mio componimento, sono da lei state date con abondanza, non solo alle controversie col Portoghese([506]), ma a tutti li volumi de’ quali le ho mandato li esemplari, et in particolare all’opera De cometis etc.([507]), che subito stampata inviai a V. S., che mi honorò di scrivermene in queste formali parole([508]):

 

Molt’Ill.e etc.

 

Ieri l’altro mi fu reso il libro De cometis etc., inviatomi da V. S. Ecc.ma; e ben che lo stato mio di sanità non mi permetta di poter leggere allungo nè affaticare la vista e la mente, tuttavia, tratto dalla curiosità, gli ho dato in questi 2 giorni una superficiale et interrotta scorsa, e veduto come ella veramente ha condotta a fine una fatica atlantica. Mi duole di non l’havere havuto prima per poter far menzione di lei et honorarla, conforme al debito, in una risposta che fo alla Libra Astronomica e Filosofica di Lottario Sarsi Sigenzano, la quale 6 giorni fa inviai a Roma, dove forse sarà stampata, nella quale saranno per avventura molte delle cose nelle quali V. S. mi è contrario, o, per dir meglio, al S.or Mario Guiducci, autor primario di quel trattato, che dal Sarsi e da V. S. viene attribuito a me. Mando in questo punto il libro di V. S. al S.or Guiducci, per mettermi in necessità di non haver gravemente a disordinare con mio notabil danno, poichè la lunghezza de i giorni, la solitudine della villa, e più il gusto che prendo della lettura, non mi lasciano temperatamente occuparmi. Io rendo a V. S. Ecc.ma grazie infinite dell’honore e favore fattomi, et insieme mi rallegro seco della sua promozione, la quale già havevo intesa. La prego a salutare in mio nome il molto R. S. Lorenzo Pignoria, e ricordargli che in gratia voglia favorire il S. Pichena in quel suo desiderio, chè amendue gliene resteremo obbligati. Et riserbandomi a scrivergli più a lungo con miglior commodità, per hora gli bacio le mani e me gli ricordo vero et affettionatissimo servitore.

 

Di Firenze, li 30 di Luglio 1622.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Galileo Galilei.

 

A tergo: Al molto Ill. et Ecc.mo S.ore e Pad.ne Oss.mo

Il S.or Fortunio Liceti.

Venezia per Padova.

 

Dalla qual lettera, scrittami di suo pugno, chiaramente comprendo che l’ultima de’ 23 Giugno 1640([509]), dopo 18 anni, nella quale leggo registrate queste formali parole:

 

Il libro([510]De cometis et novis astris non pervenne in mano a me, ma del S.or Mario Guiducci, il quale non so per qual cagione se lo habbia ritenuto senza conferirmelo, sino a che mi è pervenuto il libro De lapide Bononiensi; nel quale incontrando il capitolo L°, dove ella impugna la mia oppinione della luce secondaria della luna, e ragionando di ciò col detto Signore, mi disse havere ella scritto in contradizione a moltissime altre mie oppinioni, come nel libro De cometis havrei potuto sentire; per ciò fattomelo dare, ho veramente sentito quanto ella ampiamente impugna ogni mio detto. Esaminando poi la forza delle sue instanze, ho finalmente veduto come elle non concludono con tanta forza contro a niuna delle mie posizioni, che le risposte e soluzioni non siano assai facili etc.,

 

comprendo, dico, chiaramente che quest’ultima lettera, scrittami in suo nome, non sia veramente stata da lei dettata, o sia stato il suo dettame stravolto da suo scrittore, che, poco a noi amorevole, procuri di sciorre l’antica nostra amicitia, ma indarno dal canto mio. Se però, non ostante le cose tra di noi passate, si è compiacciuta di farmi così scrivere, le dirò breve et amichevolmente con libertà quanto mi occorre per risposta all’ultima sua.

Che V. S. habbia assai facili le risposte e le solutioni alle mie oppositioni, voglio crederlo, sapendo quanta sia la sua peritia et acutezza d’ingegno. L’essere poi al presente stato suo impossibile di condurre a fine lungo volume, che ci vorrebbe a satisfare a tutte, che sono molte in numero, ciò grandemente mi pesa per lei e per me, che resto privo di poter essere illuminato dove a lei pare che io non iscorga il vero; resterò per tanto pago del suo volere, con aspettare le risposte, circa il controverso lume secondario della luna.

Che lei non habbia pensiero di publicare le dette sue risposte, starà sempre in suo arbitrio di farne il suo talento: ben mi grava che le mie dispute contro le sue oppinioni, ingenuamente fatte et sempre con lode del suo nome, le quali nella sopra registrata sua lettera da lei sono chiamate suoi honori et favori et delle quali mi rese infinite gratie di suo pugno, come anche si degna di fare in altre sue de’ 7 Gennaio 1639([511]), de’ 24 7mbre 1639([512]) et de’ 24 Xmbre 1639([513]), siino in quest’ultima de’ 23 Giugno 1640 da lei chiamate publiche accuse, poichè veramente non per accusarla in publico, ma per indagar la verità e per acquistar honore di disputar publicamente seco, ho stampato le nostre controversie. Si potrà ridurre a memoria che lei ancora nelle opere sue stampate ha disputato con altri, e talhora senza intentione o fine di accusar alcuno, ma di rintracciare la verità, la quale non di rado scintilla dalle contradittioni de’ filosofanti.

Che V. S. non faccia stima dell’applauso popolare in quelle arti e scienze che per la loro difficoltà sono da pochi ben comprese e capite, mi riesce un detto degno dell’altezza della sua mente, che sdegna il volgo et apprezza solamente il giuditio de’ pochi più saggi; quali chi siano, lasserò giudicare a gl’intendenti.

Il proponimento che fa di trattar meco con civiltà è degno della sua nascita, dottrina et antica nostra amicitia; la quale non deve essere violata, se bene toto coelo dissentiamo nelle positioni filosofiche. Attendiamo pure ad investigar l’occulta verità, disputando nobilmente con libertà filosofica, proponendo le nostre ragioni schiette, semplici et nude, con lasciare il giuditio ad altri disinteressati se siano vere o false, sode o fievoli, gravi o leggiere, non essendo giusto nè dicevole il lodare le cose proprie et biasimare con parole di sprezzo quelle dell’antagonista; et isfuggiamo d’imitar coloro che terminano le loro dispute in sozze contese, cotanto biasimati da Platone nel Gorgia, a che non si deve pervenir mai, se non tirati pe’ capegli, come dir si suole, per detto dello stesso.

Nel resto mi trattenirò questi pochi mesi della state la maggior parte in Padova et qualche poco in Venetia, dove mi sarà gratia che mi porga occasione di porterla servire, il che farò con ogni affetto. Spero d’inviarle in breve il mio volume De centro et circumferentia([514]), che sta sul fine della stampa; sopra il quale fondamento sono cominciate a stamparsi altre due opere, di cui le manderò a suo tempo li esemplari. Mi scusi delle cassature, che non ho tempo di copiar la lettera. Con qual fine le bacio le mani di tutto cuore.

 

Di Padova, li 6 Luglio 1640.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Ser.re Aff.mo

Fortunio Liceti.

 

 

 

4030*.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 7 luglio 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXX, n.° 37. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Del mio particolare restarà V. S. molto Ill.e ed Ecc.ma informata dalla lettera che scrivo al Sig.r Benedetto Guerrini([515]): però non dirò altro, solo che fo ogni possibile per ottenere il mio intento.

Quanto poi a quelle pelli e guanti, li replico sinceramente, che quando habbino da servire per V. S., overo che ella gli voglia donare ad altri, mi basta che siano stati di sodisfazione; ma se li fossero stati commessi, in tal caso potrà fare pagare il dinaro al Padre Don Basilio di Firenze, Cellerario di Badia: e di grazia, non faccia altrimente, perchè lo riceverei per affronto. E non occorrendomi altro, li bacio caramente le mani, come fanno li Sig.ri Borghi, Magiotti e Nardi.

 

Roma, il 7 di Luglio 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

S.r Galileo.

Devotiss.mo Ser.re e Disc.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il S.r Galileo [….] del Ser.mo Gr. Du. di Tos.na

Firenze.

 

 

 

4031**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 10 luglio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 176. – Autografa.

 

Molto Ill.re et E.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Mi dispiace che il negotio del P. D. Benedetto resti dubbioso, poichè l’incontro di godere ambidue insieme poteva senz’altro farmi molto maggiormente risolvermi al venire, benchè lei sola sia potente a farmi pur fare tale risolutione. Anderò dunque anch’io portando inanzi, sino che si veda l’esito del negotio.

Quanto alla scrittura contro il S.r Liceti, s’ella vuole manderò la mia, prendendone prima copia; e perciò mi potria mandare una lettera, con la quale accompagnarei detta scrittura, acciò ella non habbi briga di farne fare altra copia.

Al S.r Vincenzo Viviani, se costì si ritrova, mi farà favore ricordarmi cordialissimo servitore; et io fra tanto starò aspettando la detta risolutione. E non occorrendomi altro per hora, finisco con baciarli affettuosamente le mani, facendole riverenza.

 

Di Bologna, alli 10 Luglio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Gal.eo Galilei.

Fiorenza.

Ad Arcetri.

 

 

 

4032.

 

GALILEO a FORTUNIO LICETI in Padova.

Arcetri, 14 luglio 1640.

 

Dalla pag. 65 del libro citato nell’informazione premessa, al n.° 4025.

 

Del racchiudersi in piccolo spazio di negra polvere una mole grande di fuoco et una immensa di lume, ho io sempre diffidato di poter capire per la debolezza del mio ingegno; e quanto alla espansione quasi che infinita del lume, giudicai la sua considerazione non esser aliena dal trattato della luce, etc. Ma sia come si voglia, io stimerò a gran ventura l’intendere come l’una e l’altra di queste due operazioni […]; dico([516]) del racchiudersi in breve spazio grandissima mole di fuoco, e quasi che infinita di lume possa esser in così angusto spazio racchiusa e senza veruno serrame incarcerata. Se mai mi succedesse di tale effetto intendere la ragione, l’harei per grandissimo guadagno; purchè il rimuovermi da cotal dubbio non supponesse in me una certezza di altri naturali effetti non meno di questi a me incogniti.

Riceverà con la presente la copia della mia al Sereniss. Principe Leopoldo; leggala in gratia, e sinceramente me ne additi il suo senso, mentre starò con avidità aspettando il suo libro De centro et circumferentia([517]) e gli altri che mi accenna. E continuando di riverirla e di ammirare il suo gran sapere, li ratifico e confermo la mia prontissima servitù, e da Dio li prego intera felicità.

 

D’Arcetri, li 14 Luglio 1640.

Di V. S. molto Ill. et Eccell.

Serv. Affett.

Galileo Galilei.

 

 

 

4033.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 17 luglio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 210 – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ricevo in questo punto la lettera([518]) con il Discorso indirizzato al Sig.Liceti, il quale penso mandare per uno che è per partirsi dimani o l’altro di qua per Padova, sì che resterà compitamente servita. Ho però letta la lettera allegata, che mi è piacciuta molto, sbrigandosi ella con molto giudizio e modestia dalle innumerabili oppositioni che li converrebbe fare al libro De novis astris et cometis con puoco o nullo suo guadagno. Non mancherò però prima di incontrare e correggere con questa la mia, dove ella mi accenna.

Mi spiace dell’impedimento del P. D. Benedetto([519]), che apunto impedisce quei gusti che nel desiderato da noi triumvirato speravamo; e, quel che è peggio, mi si è aggiunto impedimento per la parte mia ancora, di insolita gotta, cioè nel collo e nella testa, con dolori di fianco per l’orina, sì che vego che si sta sempre per peggiorare. Voglia Iddio che questo sia per nostro meglio e per farci con tanto maggior diletto gustare quei beni che dalla Sua immensa liberalità vengono preparati a chi Lo adora con tutto il cuore, come vorrei sempre con l’opere poter fare. E fra tanto non si scordi di me V. S. Ecc.ma, che in altretanto miserabile stato li faccio compagnia con la vita, sì come la riverisco con l’affetto. Con che, salutando il nostro carissimo Sig.r Viviani, le desidero dal Signore patienza e lunga vita.

 

Di Bologna, alli 17 Luglio 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Dev.mo et Ob.o Ser.re e Disc.lo

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Galileo Gal.ei

Firenze.

Ad Arcetri.

 

 

 

4034**.

 

GIROLAMO BARDI a GALILEO in Firenze.

Genova, 24 luglio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 212. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho inteso dal Sig.r Gio. Batta Baliano che il P. D. Vincenzo([520]), che intendo ritrovarsi costì amalato, gli mostrò una lettera di V. S. in risposta di alcune propositioni inserte dal S.r Liceti nelle sue lettere De quaesitis etc.([521]); e perchè io sono partiale di V. S. e di lui ancora, come che stimo che siino incitamenti a’ meglio iscoprire le cose, la natura delle quali si ricerca, mi saria gratia particolare l’esserne partecipe: che perciò ne la priego quanto so e posso.

Vedrà quanto prima il Sig.r Chiaramonti fatto nuvoloso con due dialoghi De centri et circumferentiae essentia et passionibus([522]): in tanto goda del puro titolo, per vederne poi con suo gusto il senso, agiustato con ragioni efficaci e concetti di sali et argutie rispersi. Viva felice, e mi conservi tutto suo, come di cuore me le dedico; et humilmente la riverisco.

 

Gen.a, li 24 Lug.o 1640.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.e

Girolamo Bardi.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.e e P.ron Col.mo

Il Sig.e Dottore Galileo Galilei, Mat.co del Ser.mo di Toscana.

Firenze.

 

 

 

4035.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 28 luglio 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 178. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ho riceuta la cara lettera di V. S. molto Ill.re, con il paterno e savio consiglio che mi dà intorno al licenziarmi di qua e venire a servire il Ser.mo Gran Duca; ma le cose non sono in quel termine che ella pensa che si trovino, e se bene in voce non ho potuto per il passato cavare nè la licenza nè l’esclusione, in ogni modo chi ha trattato per me è di senso che io non debba nè possa fare resoluzione, che pur troppo volentieri haverei fatto. Ci s’aggionge che sino lunedì prossimo passato mi venne a trovare un pallafreniero di Mons.r Cenci([523]), Rettore dello Studio il presente anno, e mi diede la nota di nove lettori, di 36 che siamo, i quali nove hanno hauto augmento: il primo solo ha hauto trenta scudi di augmento; delli altri otto chi ha hauto 20, chi 15 e chi 10, ed io sono nel numero di quelli che ne hanno hauto 20; la qual cosa è una dimostrazione speciosa che questi Padroni non vogliono che io parta. Ma quello che più m’inchioda è che questa mattina sono stato a Palazzo per trattare col Sig.r Conte di Castel Villano([524]), il quale ha negoziato per me e più volte ha parlato con Nostro Signore e con l’Em.mo Padrone([525]), e m’ha detto che assolutamente io non pensi di partire; sì che V. S. vede in che angustia mi trovo. Li metto in considerazione che sono religioso, e di una religione protetta dall’Em.mo Barberino, il quale mi può rovinare affatto e prohibirmi non solo il leggere, ma ancora il venire mai in Firenze. Però ho risoluto aspettare quietamente il giudicio di Dio e rimettermi totalmente nella Sua santa volontà: che è quanto posso dire in risposta alla sua amorosa.

Il Sig.r Magiotti e Borghi li fanno riverenza, come fo ancor io.

 

Roma, il 28 di Luglio 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

[S.]r Gal.o

Devotiss.o Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il S.r Galileo [Galilei, p.o F]ilosofo del Ser.mo G. D. di Tosc.a

Firenze.

 

 

 

4036**.

 

GALILEO a FERDINANDO II, Granduca di Toscana, [in Firenze].

[Firenze, agosto 1640.]

 

Arch. di Stato in Firenze. Monte di Pietà, Filza 1091 (d’antica numerazione 126), n.° interno 42.– Originale, non autografa.

 

Ser.mo Gran Duca,

 

Galileo di Vincenzio Galilei, umilissimo e divotissimo servidore e suddito di V. A. S., reverentemente supplica V. A. S. a concedergli grazia di mettere in sul Monte di Pietà quattrocento ducati da servire per il vestimento e monacazione della Verginia di Vincenzio Landucci([526]), nipote del supplicante. Che di tal grazia rimarrà perpetuamente tenuto a V. A. S. Quam Deus etc.

 

D’altra mano:

  1. f.

 

Di mano di FERDINANDO

Fer.

 

E di mano di ANDREA CIOLI:

Concedesi; e il Proveditore del Monte di Pietà li faccia rispondere de’ frutti.

 

 

And.a Cioli.

XX Ag. 1640.

 

Fuori, d’altra mano: S.re Camarlingo riceva li d. 400 contenuti in questo memoriale.

 

 

 

4037.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 3 agosto 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 214-215. – Autografa.

 

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or e P.ron mio Oss.mo

 

Io ricevei non prima di sabbato prossimo passato la gentilissima sua de’ 14 Luglio([527]), insieme con la copia della ingegnosissima scritta al Ser. Principe Leopoldo([528]) in difesa di sua opinione et impugnatione della mia circa la luce secondaria della luna, da V. S. inviatale sino al fine di Marzo; e però non ho potuto accusarne la ricevuta prima di hoggi, partendosi di qua le lettere per Fiorenza il venerdì. Ma tutto ciò è stato bene, perchè ho havuto tempo in questi cinque giorni di leggere e considerare le sue ragioni e dirlene brevemente il mio senso in universale; che volendo ciò fare partitamente, mi bisognerà comporre una scrittura assai più lunga della sua, stante le molte e belle considerationi che lei mette in campo.

Io le rendo primieramente molte gratie che non habbia col silentio sprezzate le mie ragioni, come meritamente ha fatto di alcune altre oppositioni fattegli, et in oltre che tanta stima mostri di fare delle cose mie, mentre per isciogliere ragioni contenute in poco più di mezo foglio di carta habbia vergato quindici mezi fogli, con carattere molto minuto; di più, che civilmente habbia disputato meco, se bene con qualche risentimento e puntura: poi, che mi habbia fatto gratia d’inviarmi questa sua nobilissima disputa, e principalmente che mi habbia honorato di porre inanti agli occhi del Ser.mo Principe Leopoldo con le sue considerationi anche li miei sensi. Nel resto io tolero con animo quieto tutti li aculei sparsi per la sua scrittura e specialmente le accuse della da lei creduta imputatione; della quale a suo tempo spero di sincerarla et assai bene giustificarmi presso V. S., facendole constare che se in me può essere stata falta d’intelligenza delle sue positioni (di che lascierò il giuditio agl’intendenti disinteressati), non vi è però mai stato mancamento di buon costume nell’imputarle quello che io realmente giudicassi, lei non haver detto et approvato. Nè mi fa punto partire dalla sincera e cordiale amicitia, che sempre professerò di tener seco, quell’ultima puntura, nella quale dice, le sue giustificationi procedere contro a chi ha sinistramente adoperata la peripatetica filosofia, che non voglio per quatro parole pungenti si spenga il tesoro di un’antica amicitia, fondata sopra la base della virtù. E già che la mia mente forse, a guisa di nottola, non iscorge quei chiari lumi di evidente necessità nelle conseguenze delle sue ragioni che vi scorge l’aquilino e linceo intelletto suo; sì come io mi sento molto obligato a ringratiarla delli molti e grandi motivi che mi porge di conservarmi più fissamente nella mia opinione, così nel significarle a suo luogo con qualche diligenza tali motivi, io discorrerò seco ingenuamente, con la libertà tra di noi concertata, ma nuda, non armata di aculei nè tinta d’ombra di puntura alcuna, e se pure vestita, sarà di habito di veneratione del mio antagonista; che, sendo forse vinto da gran campione, ciò non mi sarà imputato a dishonore; anzi, approfittandomi della più vera e più soda dottrina, riceverò a gratia e beneficio singolare ogni sua amorevole correttione et insegnamento. E perchè della proposta materia V. S. nel suo Nuntio Sidereo trattò latinamente, et io nell’istesso idioma scrissi nel mio Liteosforo, se bene si è compiacciuta in questa lettera discorrere in favella fiorentina, non mi partirò io dal primo linguaggio, sendo a me più facile per esplicare li miei concetti di cose scientifiche.

Mi duole che V. S. vieti lo stamparsi questo così vago et ingegnoso suo componimento, quasi che invideat litterariae reipublicae questo bene; se bene mi consola che l’essere stato già publicato per tutta l’Italia, et anche inviato, sì come intendo da molti, oltra i monti, questo suo componimento si deve tenere come divvolgato con le stampe. Ma non posso non dolermi che, dopo al Ser.mo Principe Leopoldo, V. S. o qualche amico suo l’habbia communicato a tanti letterati prima che a me, a cui principalmente apparteneva, massime che io la ho sempre fatta de’ primi a chi le mie compositioni inviassi; poi che sendomi stato da più d’uno, che hanno veduto il suo manuscritto, ricercato il mio pensiero e parere, mi è convenuto risponder loro di non haver veduta la sua lettera, e con molto mio rossore cavarne replica di non faclle credenza e rimprovero di mia dissimulatione per impotenza che in me sia di proseguire più oltre la disputa. Nondimeno credendo che V. S. con giusta ragione habbia tanto tardi, dopo tanti altri, fattomi degno di questo favore, se bene la cagione mi è nascosta, mi consolo con riguardare alla verità del detto, che tarde non furono mai le gratie fatteci da huomini segnalati, che più degli altri partecipano del divino.

Del valore del S.or Mario([529]) feci sempre grandissima stima, e lo giudicai atto a comporre qualsivoglia più dotto volume; nè mi cadde in pensiero già mai di negare che S. S. fusse stato l’autor primario di quell’opera, mentre, disputando sopra quei dogmi che egli stesso in quel medesimo libro confessa essere positioni di V. S., io indirizzai il mio discorso a lei: nè in ciò fu mio pensiero d’imitare il Sarsi, poi che non venne a mia notitia quella sua Libra se non dopo stampato il mio componimento De cometis([530]) etc., sì che non soggiaccio ad alcuna colpa per la quale il S.or Guiducci debba contro di me tenere l’animo alterato di alcuna maniera.

Circa l’altro problema della polvere poca e nera, che rinchiude in sè, per credere di V. S., mole grande di fuoco et una immensità di luce, m’ingegnerò di mandarle il mio sentimento, per ubidirla e con tal esca cavar dal suo soprafino giuditio più grande e più salda dottrina, quando haverò posto in carta li miei pensieri circa il controverso lume secondario della luna. Non le prometto già di poter ciò fare se non dopo il mio ritorno in Bologna, dove starò con l’animo quieto, il quale, per queste poche settimane ch’io devo dimorare in Padova, tengo involto in continui conti e litigii per occasione delle mie rendite, lassate per tre anni intieri a varii coloni et amministratori, che me ne rendono ragione; laonde mi trovo alieno dalle molte e sottili contemplationi nelle quali mi metterà la sua lettera e la sua dimanda.

Il mio libro De centro et circumferentia([531]) è di già finito, ma dallo stampatore non ne ho per ancora ricevuto altro che uno esemplare compito, per fare le correttioni. N’aspetto in breve una cassa: subito che l’haverò, dopo di haverne mandato li esemplari a cui l’ho dedicato, V. S. sarà de’ primi a chi sarà inviato; e così farò delli altri. Fra tanto mi conservi la sua gratia, che io la riverisco di tutto cuore e le prego da Dio Benedetto ogni vero bene.

 

Di Pad.a, 3 di Agosto 1640.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

 

 

 

 

 

 

4038.

 

FERDINANDO CESARINI a BENEDETTO CASTELLI in Roma.

[Roma, 3 agosto 1640].

 

Cfr. n.° 4039, lin. 21-28 [Edizione Nazionale].

 

 

 

4039.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 4 agosto 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 2, car. 58. – Autografa

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Non posso al vivo esprimere tutto quello che è passato intorno al mio negozio della licenza procurata per venire a Firenze([532]), ma spero ancora che un giorno V. S. molto Ill.re restarà maravigliata; basta, non si poteva fare più di quello che si è fatto, mi conviene abbassare la testa ed havere pacienza: piace così a Dio, deve piacere ancora a me.

Sappia poi V. S. che da alcuni anni in qua mi è scemato assai quel diletto grande che havevo nelle osservazioni delle gran novità scoperte nel cielo da V. S., in modo che nè meno tenevo armato il mio cannocchiale, che è assai buono; ma pochi giorni sono mi posi di nuovo ad osservare la luna e le stelle e Giove, e di già ho ridotte le Stelle Medicee che le distinguo fra di loro, e ne ho trovate radici assai giuste, tanto che predico avanti come devono stare di sera in sera, con gusto e maraviglia ancora di quelli che si compiacciono di vederle. Con questa occasione l’altra sera rivoltai l’occhiale per vedere Saturno, e con mio gran stupore l’osservai, che era una stella distinta, rotonda, con due altre stelle rotonde dalle parti, distese da levante a ponente, e non più con quei due ciuffetti attaccati al corpo principale di Saturno, conforme alle prime osservazioni di V. S. La mattina seguente scrissi una poliza a Mons.r Cesarini([533]), dandoli nuova di quello che io havevo veduto, e subito Monsignore mi rispose. Li mando qui a basso le parole stesse di Monsignore per consolazione sua:

 

«Non posso esprimere con parole la maraviglia et il gusto grande che m’ha arreccato l’osservazione che V. P. mi manda della mutazione di Saturno. Mi sono subito raccordato delle miracolose parole del divino Galileo, che fra non molto tempo si sarebbe veduta mutazione in Saturno([534]); cosa che ha più del divino che dell’astronomico, per non essersi mai nè dall’antichità nè a’ tempi nostri fatte simili osservazioni nella detta stella, dalle quali si possa regolare questa. Però io resto non maravigliato, ma stupido, e curiosissimo di vederla, come sono obligatissimo a V. P. d’havermela participata con la figura etc.».

 

Sin qui Mons.r Cesarino, il quale hora si trova travagliato dalla risipila nella gamba, e quando sarà libero, come spero in breve, verrà a vedere la metamorfosi. E non occorrendomi altro, li fo riverenza.

 

Di Roma, il 4 d’Ag.o 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o Galilei.

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo del Ser.mo Gr. Duca di Tosc.na

Firenze.

 

 

 

4040.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 4 agosto 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss, Gal., P. I, T. XII, car. 180. – Autografi l’indirizzo interno e la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.o

 

Non ho scritto il passato mese posso dir pur una lettera, perchè sono stato sviato et in villa tutto il tempo c’ho potuto, et non veduta la città se non per mera neccessità de’ negotii: resto per ciò debitore di risposta a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma almeno di due lettere; ma se havessero contenuto o qualche comando o bisogno di servirla in alcuna cosa, haverei tralasciato ogni affare per servirla.

Trattenirò la sua poca pensione sin tanto che riscuotarò la rata di Settembre, e poi farò quel tanto che mi ordinarà, o nel spenderla, e se dovrò mandarla, procurarò di farlo per qualche mezo che non ne riceva alcun discapito.

Io vo pure lambicandomi il cervello, non potendo capire donde nasca a V. S. Ecc.ma questo nuovo e strano accidente, che anco la speculatione la travagli tanto et gli levi il sonno e la quiete; e non saprei dir altro se non che possa essere una così gran fissatione, che si tiri dietro quell’effetto. Le sue opere mostrano veramente che il suo ingegno è stato et è talmente passibile dalle cose naturali et da questo libro della natura, che da ogni minima sua parte, che ad ogn’altro è invisibile et inosservabile, ella cava considerationi le più belle e le più notabili che si possano sentire. A me avviene tutto il contrario: in questa età di 70 anni, o sia perchè sono continuamente occupato in verbosità, processi, cause, pretensioni, e cose simili, o per altra causa, non ho gusto maggiore et mi riesce come una culla per saporosamente adormentarmi l’entrar in qualche speculatione naturale, la quale, cominciata, mi porta nel sonno, che ancora godo non felice come in gioventù, ma molto comportabile. E fra l’altre cose m’arrecha sommo gusto l’entrar nelle pazze opinioni di chi ha filosofato nel proposito dei corpi e moti celesti: ben m’accorgo della mia imperfettione, che non son atto ad inventare, et un sol poco a far giudicio delle speculationi altrui.

Non ho veduto il Sig.r Liceti, e qui non si sa di queste sue nuove compositioni cosa alcuna; e pure ho ricercato se vi è questo suo libro De lumine([535]), perchè ancora di questa materia non ho letta cosa che mi dia una minima sodisfattione. Quel gran filosofo scrive tanto, che pare impossibile che possi far altro che prender dal giornale e metter in libro maestro.

Un nostro frate, che è a Monaco e serve nella mussica il Ser.mo di Baviera, mi scrive ultimamente che fa camerata col Sig.r Alberto Gallilei, nepote di V. S., et che, per haverli scritto diverse lettere senza haverne risposta, sta con gran gelosia della sua vita. Io gli risponderò questa settimana. Prego il Signor Iddio che dia a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma quiete e consolatione; e le giuro che dei suoi patimenti ho così gran passione come se fossero miei proprii, et non ricevo altra consolatione se non che so quanto ella sappia delle cose humane. Et di tutto cuore le bacio le mani.

 

Ven.a, li 4 Ag.o 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S. Galileo.

Dev.mo Ser.e

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

4041.

 

GIO. MICHELE PIERUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 4 agosto 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 216. – Autografa.

 

Molt’Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Son stato da un mese e mezzo in Venezia, dove con mio eccessivo dolore ho inteso la gran perdita che habbiamo fatto dell’Ecc.mo Sig.r D.r Peri, che sia in Cielo; e considerando il dolor grande, e la giusta cagione di esso, che n’haverà havuto V. S. Ecc.ma, non ho ardito per ancora scriverle in questo proposito: nel quale però spero che la sua solita somma prudenza le sarà stata e sarà una efficacissima consolatrice, sapendo ella molto bene che questo è un debito di natura, che si paga ad arbitrio d’un creditore, che insieme è giudice et esecutore inappellabile.

Ritornato in Padova, ho trovato che il Frambotto ha preso a ristampare l’Operazioni del Compasso Geometrico e Militare di V. S. Ecc.ma([536]), conforme alla licenza ch’ella ne dette già con una sua amorevolissima lettera; e fin hora n’ha stampato sei fogli, quali ho giudicato bene subito mandarle, sì come farò ancora del rimanente, insieme con quegli esemplari intieri ch’ella habbia gusto d’havere e per sè e per amici suoi.

Tra tanto vengo a pregarla, che s’ella havesse gusto d’aggiunger qualche cosa, o nella lettera a i lettori o in altra parte dell’opera, mi voglia far favore di darmene avviso avanti che si finisca di stampare, perchè tratterrò la stampa quanto farà di bisogno, finch’ella mandi quelle aggiunte che più vi desideri. Anzi havendo io letto nel fine del detto suo libro la speranza ch’ella ne dà di risolversi in altra occasione a publicar, insieme con la fabrica dello strumento, una più ampia descrizzione de’ suoi usi([537]), prendo ardire di metterle in considerazione, che se questa le paresse l’occasione di farlo, io insieme con tanti altri, che ciò desiderano, lo riceveremmo per favor singolarissimo e le ne resteremmo con obligo perpetuo.

In occasione che è qua l’Ecc.mo Sig.r Liceti, mi son ritrovato alcune volte a discorrer seco delle sue nuove opere, delle quali egli m’ha favorito, e particolarmente in quella parte dove in materia del secondario lume del disco lunare egli discorda dall’opinione di V. S. Ecc.ma, cioè dalla verità, e n’habbiamo havuto insieme qualche poco di disputa, ma però con scambievole amorevolezza e, come si dice, con le buone, sì come egli dice e professa di far sempre non solo principalmente con V. S. Ecc.ma, ma ancora con tutti i seguaci della sua dottrina. Mi disse a questi giorni che aspettava da lei la copia d’una sua lettera scritta al Ser.mo Principe Leopoldo in questa materia, e che, come le venga, me la mostrerà; di che sentirò sommo contento, perchè son certo che da quella sì io imparerò cose di buono, sicome mi succede sempre da tutte le cose di V. S. Ecc.ma Alla quale con tutto l’animo prego da Dio perfetta sanità e lunga vita, et insieme col Sig.r Scioppio([538]) devotamente la riverisco.

 

Di Padova, li 4 d’Agosto 1640.

Di V. S. molt’Ill. et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.r Vero

Gio. Michele Pierucci.

 

 

 

4042*.

 

PIETRO GASSENDI a FORTUNIO LICETI [in Bologna]

Aix, 13 agosto 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 168-169. – Copia di mano sincrona, inviata dal LICETI a GALILEO con lettera del 6 novembre 1640: cfr. n.° 4078. Questo capitolo della lettera del GASSENDI fu pubblicato, con altre parti della lettera stessa, dal LICETI, De lunae subobscura luce prope coniunctiones et in eclipsibus observata ecc., Utini, M.DC.XLII, typis Nicolai Schiratti (vedi a pag. 400-463); e la lettera intera si legge in PETRI GASSENDI ecc. Opera omnia ecc., Tomus tertius, Lugduni, sumptibus Laurentii Anisson et Ioannis Baptistae Devenet, M.DC.LVIII, pag. 422-448 (vedi a pag. 445-447). Conforme alla stampa del 1658 correggiamo alcuni errori di penna (e li notiamo appiè di pagina con la lettera L), trascorsi nella copia spedita a GALILEO (ma non però, nei più dei casi, nell’edizione procurata dal LICETI stesso); e del resto esempliamo quella copia, sebbene anche in qualche altra particolarità, specialmente grafica, si discosti dalla stampa del 1658.

 

Exemplum capitis epistolae a Petro Gassendo ad Licetum nuperrime scriptum (sic).

 

Pergis deinde, opinionem, quod lux illa debilior ex repercussione a terra oriatur, non probari tibi ob plures rationes, quas alias proposueris. Ipse vero, qui facile Maestlino primum, Kepleroque et Galileo postea, id opinantibus, adsensi, exoptaram summopere eam partem videre tuorum operum, in qua eae rationes propositae forent. Commodum vero, me haec scribente et prius quam Brinoniam, unde (intermissa scriptione) cum vero bono eruditoque Principe ac Pro-rege nostro sum iam reversus, discederem, rediit ad nos ex Italia clarus rara eruditione bonarumque rerum studio iuvenis Ludovicus Decormius Belrecuellius([539]), non ita pridem generalis causarumque regiarum patronus in summam Provinciae curiam cooptatus, qui ad me abs Naudeo([540]) nostro detulit tuum Litheosphorum seu De lapide Bononiensi librum; commodum, inquam, quippe in eo te exequutum rem comperi digressione illa physico-mathematica, quam ubi pellegi, agnovi non posse tuam caussam elegantius, subtilius, pleniusque defendi. Et exoptassem quidem accipere simul desideratum De natura et efficientia luminis opus([541]); sed interim tamen percepi ex isto, tuam de natura luminis sententiam non esse alienam ab ea quam auguratus fueram. Intempestivum, immo etiam importunum, penitus foret quidquam propterea retexere: quare, ne amplius digrediar, ad digressionem tuam accedo, in qua lucem illam subobscuram lunae ita explicas, ut reflexae ex aethere etiam aliquam nativam adiungas. Non haereo vero ut expendam quid de nativa sentiendum sit, cum et tu ipse illam ad calcem indubitatam non habeas, et videatur luna non magis quam terra suapte natura esse lucida, quippe ex coetu planetarum. Id nimirum esse videtur inter sydera inerrantia errantiaque discriminis, ut, cum illa de suo luceant et sint instar solis totidem perennes exundantesque splendoris fontes, unde et similem solari scintillationem obtinent, ista ex opposito non nisi mutuatitiam et quasi precariam lucem nanciscantur (nempe quantum sol proximus veluti effundit, et ipsa inerrantia, propter immensam distantiam exilissima visa, veluti instillant), ex quo obtusa immotaque et non fulguritantia sunt. Ergo, ut de luce lunae secundaria iuxta antedicta pergam dicere, patiere lubens, eximie vir, ut, quia scrupulus quispiam haesit et rationes tuas percurrentem nescio quid remoratum est, ideo adtingam breviter quid ad rationes singulas visum mihi fuerit posse responderi.

Praemittam solum, luculam illam quae in deficiente luna observatur, non esse reflexam a terra, instar illius videlicet quae in eadem conspicitur dum ante et post coniunctionem non longe a sole spectatur. Nam cum hinc inde a sole est, facile radios excipit qui ex terra in solem directe, et in circumpositam([542]) regionem oblique, toto circiter hemisphaerio, repercutiuntur. Ex quo fit, ut versante luna intra id hemisphaerium, seu intra quadraturam utramque, lucula in illa recepta adpareat, ac tanto quidem debilior, quanto a sole receditur magis, propter obliquiores et pauciores radios; donec ultra quadraturas([543]) tandem elanguescat et inconspicua prorsus evadat, ob radios obliquissimos et vel perpaucos vel etiam nullos. Quod cum ita sit, qui poterit fieri ut luna soli opposita, et in alterius hemisphaerii meditullio constituta (videlicet cum deficit), lucem vel radios excipiat ex aversa terrae parte repercussos? Censendum ergo potius est, praeter radios in terrae globum impactos et ex eo reflexos, ceteros, qui incidunt circumquaque in aërem terrae circumfusum, refringi, et ob aëris convexitatem retro coïre; adeo ut conum umbrae terrenae, futurum alias tota sua capacitate aeque obscurum, illustrem faciant([544]), et maxime ad eius partes circum extremas. Hinc scilicet esse videtur, quamobrem luna, in umbrae conum tota demersa, eam partem semper clariorem servet, quae circumferentiae umbrae est propinquior, eam obscuriorem quae remotior: quippe pauciores radii refracti versus centrum umbrae perveniunt, plures versus eius extrema. Neque mirum est, si pro variis lucis et obscuritatis gradibus luna tam varie colores mutet, ut in ruborem denique tetrum ac pene inconspicuum vertatur. Vidimus certe aliquando([545]) centrale prope deliquium, in quo parum aberat quin luna, seu locus quem tenebat, requireretur, adeo maligna ac pene nulla, qua discerneretur, supererat lux; unde et subiit cogitare, tametsi nulli radii refracti ad lunam usque pertingerent, tantillam tamen luculam esse quae a stellis oppositis illustrantibusque posset derivari. Sed ad rationes.

Dicis, primo, lunam tam ante quam post quadraturas aequa distantia a terra abesse, non vero a sole; quamobrem a sole, non a terra, peti lucis illius discrimina, atque adeo ipsammet lucem. Sed patet ex dictis, discriminis caussam esse non([546]) maiorem minoremve distantiam ab alterutro, verum maiorem minoremve reflexionis obliquitatem et participationem radiorum, cum nihil aliunde dicendum sit de accessu et recessu lunae respectu terrae in excentrico, ex quo est diametri illius non aequa semper adparentia.

Dicis, secundo, perexiguam esse eam lucem respectu illius qua luna plena terram illustrat, et fore tamen ut esset maior si terra quasi plena lunam illustraret, cum sit mole maior et soli quam luna in plenilunio propinquior. Sed cur non potius existimemus, eiusmodi lucem esse maiorem ea qua terra per plenilunium illustratur, cum haec procul spectantibus sic hebes evadat, ut nihil sit verisimilius quam ipsam detectum aegerrime iri ex luna, si quispiam illinc spectaverit?

Dicis, tertio, lucem illam esse vividiorem ad limbum quam in media facie, cum, seu luna concavitatem seu politam convexitatem circa medium habeat, possit inde magis reflectere lucem quam e superficie marginea, e qua radii praeterfluunt in aetherem. Verum lux illa hebetior circa mediam regionem est ob maculas illas praegrandes, quae, quasi lacunae seu maria, maiorem lucis partem quasi combibunt([547]), transmittuntque in fundum; cum ad limbum non ita grandes lacunae sese offerant, sed solidiores partes, quae lucem potentius reflectant. Non quod lacunae quoque grandes versus superficiem margineam non sint; sed quod, nostro obtutui non perinde obversae, non perinde respectu nostri explicentur, ob seriem quorumdam quasi montium seu continentium insularumque, sua devexitate illas occultantium. Non, item, quod radii multi versus aërem non praeterfluant, sed quod plurimi adhuc reflectantur, tamquam existente ea devexitate scabra, non polita, et positarum ex ordine solidarum partium superficieculas([548]) plurimas ad nos obvertente.

Dicis, quarto, Galileum opinione illa sua de creatione aurorae ex circumfuso aëre comprobare tuam de refusione lucis ex circumvicino aethere sententiam. Sed dictum iam est, quam brevis reflexio ex eo aëre, quam insensibilis aut nulla sperari ex aethere possit.

Dicis, quinto, fore ut per totalem solis eclipsim eae tenebrae non crearentur, per quas possent stellae etiam in meridie conspici, tamquam luna semper illustrata, nisi a toto terrae disco, saltem ab ea parte quam umbrae lunaris conus non occupat. Verum, si lux primaria et argentea lunae non obstat quin, latente sub terra sole, stellae a nobis conspiciantur, ecquid mirum si, occupato a luna sole, ea secundaria et debilis lux stellarum conspectum nobis non eripiat, ac tanto minus quanto, ex concessis, non est a toto terrae disco, ipsa lunae opacitate partem illius occultante? Certe et nihil minus est mirum si, debilissima cum sit, vix aut nullo modo discernatur per eclipsim, quae vix unquam est aut perseverat quicquam totalis, oculis aliunde a luce solari praesente recenteve non parum adfectis. Quod addis vero, lunam soli copulatam nullas tenebras effusuram, si fuerit ipsa lucida, non potest sane congruere nisi luna admissa fuerit tam lucida quam est sol ipse, aut saltem ita diaphana ut radiorum solarium traiectioni obstare nihil possit. Neutrum porro admittitur; et vix locum habere potest quod quasi effatum assumis, minus lucidum maiori lucido copulatum illius illuminationem non impedire: quippe quantum lucidum minus corpulentum est, tantum avertit radiorum lucidi maioris; unde et fax et rogus ardens, quae exempla tua sunt, speciem umbrae creant ad partes soli oppositas; quod de vitro quoque est superius dictum.

Dicis, sexto, Venerem etiam in meridie plerumque videri, quare et lunam per eam lucem visibilem fore, si tantopere a terra illustraretur. Sed lux, qua Venus conspicitur, primaria est immediateque a sole hausta, qualis est et illa argentea qua luna quoque interdiu apparet. Non videtur autem potuisse argumentum inde deduci ad lucem secundariam, quae in Venere etiam nulla observatur, non modo interdiu, sed in vespertinis etiam matutinisque tenebris, et ne per telescopium quidem, adeo ut inter illius cornua nihil a caelo reliquo diversum possit observari.

Dicis, septimo, lunam, dum eclipsim patitur, nihil lucis accipere, neque a terra, tanquam obscuram sui partem ipsi obvertente, neque a sole, tamquam ipsa terrae opacitate intercepto; quare et fulgorem in ea depraehensum, esse partim ab aethere repercussum, partim nativum. Verum, ut is fulgor sit ex radiis solis in aëre terrae refractis, iuvantibus etiam non nihil stellarum igniculis, iam ante declaratum est.

Dicis, denique, si radii solis adeo vividi repercuterentur ex terra ut in lunam pertingerent, eos, cum directis coëuntes, regionem mediam aëris ita excalefacturos, ut non possent in ea nix, grando, aliaque metheora progigni. Verum, cum illa aëris regio suis ex caussis frigida sit, alia profecto indiget, ut possit incalescere, quam opposita radiorum simplicium dupliciumve coalitione. Nam si pone vitrum convexum aut in aprico calescit aër, ibi ea radiorum est multiplicatio, quae in aëre medio non occurrit. Quod putas autem, solis radios ad lunam usque non reflecti, cogita, quaeso, si sub meridiem adtollereris sensim a terra, ita ut illam respectares ex milliari centesimo, millesimo, decies et centies ac tandem ducenties millesimo, seu ex orbe lunae, an non illam semper decrescentem quidem magnitudine, sed illustratam tamen a sole, videres? Non esset profecto locus in quo evanesceret, tanta praesertim opacitate comparatione aetheris, tanta mole respectu lunae. Si ita vero futurum esset, quid dubitemus, solis radios ad lunam usque repercuti, et lucem ibi esse ex terra, ubi terra sit futura illustris?

Gratias postremo debeo, quod sub digressionis et capitis finem meministi rursus et mei et propositi in epistola ad Naudeum problematis, ut cuius solutio abs te tradita conferre quicpiam visa sit explicandae causae([549]) litheosphori, seu Bononiensis lapidis lucem externam concipientis conservantisque aliquantisper. Quo loco non est cur excurram, ut meum symbolum conferam, et maxime quidem cum ipse tam accurato opere anteverteris omnem diligentiam, etc.

 

 

 

4043*.

 

VINCENZO RENIERI a VINCENZIO VIVIANI in Arcetri.

Firenze, 23 agosto 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 92. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

La prego a farmi grazia di dar al portator di questa que’ libretti che posi da parte per legare così sciolti, che li anderò legando; come anco a darli l’orologio e l’effemeridi, ritenendo appresso di sè quelle di Giove per poter questi pochi giorni osservarle, come la prego a fare in particolare posdimani a sera in quella orientale più vicina a Giove, che è la quarta e dovrà uscir dal’ombra, credo, circa le tre hore. Saluti il Sig.r Galileo, e li dica che vo racquistando allegramente la sanità, e che hoggi si dovea far la lista de’ dottori. Che è quanto m’occorre.

 

Di Firenze, li 23 di Agosto 1640.

Di V. S. molto Ill.re

Aff.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r e P.ron Oss.mo

Il Sig.r Vincenzo Viviani.

In casa del Sig.r Galileo Galilei.

Arcetri.

 

 

 

4044.

 

GALILEO a FORTUNIO LICETI in Padova.

Arcetri, 25 agosto 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 147, 148a, 148b, 148c. – Della mano giovanile di VINCENZIO VIVIANI. Della stessa mano si legge, sul margine della car. 147r.: «Copia di una scritta al Liceti in proposito della luna»; ma le cassature, e le rimesse che sono scritte su di un fogliettino incollato (car. 148b, 148c), più ancora che la mancanza della data e della sottoscrizione, mostrano che il manoscritto non è tanto una copia, quanto piuttosto una minuta; qualora non voglia dirsi che, incominciato come copia d’una prima stesura, o forse anche come originale da spedirsi, diventasse poi, per correzioni sopraggiunte, la minuta d’una stesura successiva. Il principio della lettera, da «Ho sentita» ad «artifizio», si legge altresì a pag. 167 del De lunae subobscura luce prope coniunctiones et in eclipsibus observata ecc. Auctor FORTUNIUS LICETUS ecc., Utini, M.DC.XLII, typis Nicolai Schiratti; e l’ultima parte, da «Io non ho havuto pensiero» a «felicità», è pubblicata, omesse poche parole, a pag. 343-344 della stessa opera. La stampa procurata dal LICETI presenta, a confronto della minuta manoscritta, alcune varianti che abbiamo creduto opportuno segnare (tralasciando quelli puramente grafiche) appiè di pagina; dove abbiamo notato altresì i brani che nel manoscritto si leggono sotto le cassature, o qualche grana sfuggita per lapsus calami al giovine VIVIANI, che nel testo abbiamo corretta. Con l’aiuto della stampa LICETI abbiamo pure integrato la minuta, aggiungendo la data, la sottoscrizione (che si leggono a pag. 344) e l’indirizzo (che è a pag. 167).

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r et P.ron mio Osser.mo

 

Ho sentita la lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma([550]) in risposta alla mia con la quale li mandai copia([551]) della lettera scritta in mia difesa dalle obiezioni fattemi da lei etc. Veramente è ammirabile la modestia e delicatezza con la quale ella va vestendo i suoi concetti; li quali, benchè in sè stessi contenessero internamente qualche poco di amarezza, tutta via, conditi con tanta soavità, vengono con diletto e gusto dolcemente ricevuti. Io per me stimo che, in materia di scientifiche dispute, forse le censure che si fanno sopra le proposizioni e le oppinioni della parte, procurando di scoprirle false et erronee, non siano delle meno gravi e sensibili: e pure V. S. può essere conscia a sè stessa del non haver portato alcuno de’ miei pensieri, diversi da i comunemente ricevuti nelle peripatetiche scuole, il quale da lei non sia stato reprovato; sì che ha ben sempre con titoli speciosi, per sua gentilezza e cortesia, adornato il mio nome, ma ben poi all’incontro oscurati i miei pensieri([552]). Io, come huomo rozzo e cortigiano poco accorto, quando mi è occorso scrivere o parlare in mia difesa, non ho saputo servirmi di cotale artifizio. Ma voglio ben qui soggiugnere a V. S. (e qua potrei addurli molti testimonii) che, parlando della persona sua, non ho taciuta l’ammirazione che tengo in me e che sempre ho tenuta del sommo suo sapere, il quale mi pare che basti a superare le dottrine e cognizioni di dieci altri de i più eruditi huomini del nostro secolo; e se non che ella si è compiacciuta di notare et emendare molte delle mie oppinioni, le quali io tengo per verissime, già mai non mi sarei indotto a parlare de i suoi scritti se non con le debite, cioè con le eccessive, lodi; e sempre terrò l’istesso tenore, ancorchè la mia gravissima età et infelice stato siano per permettermi di parlar poco e forse di scrivere niente.

  1. S. Eccel.masi duole di mie punture, cioè che io habbia([553])in due luoghi di quella mia scrittura troppo liberamente parlato, dicendo che io habbia scritto quello di che veramente ho io scritto il contrario; nè può da lei esser dissimulato questo, poi che ella medesima registra le mie proprie parole nel capitolo precedente al L°, nel quale ella scrive il contrario. Io, Eccel.mo Signore, haverei delli altri luoghi da mostrarli come ella registra per mie oppinioni tali, che mai da me non sono state scritte nè tenute; e pure, per non partirmi di quello che haviamo per le mani, mi sono maravigliato che ella per cosa accennata dal filosofo Lagalla mi attribuisca che io habbia tenuto il lume essere cosa materiale e corporea, mentre che ella medesima legge nell’istesso autore([554]) che io mi era sempre tenuto tanto inhabile a poter penetrare che cosa sia il lume, che mi sarei esibito a star in carcere in pane e acqua tutta la mia vita, purchè io fussi stato assicurato di conseguire una da me tanto disperata cognizione. Altre simili imputazioni mi vengono imposte da lei nel libro De cometis([555]), delle quali([556]) io ne sono innocentissimo.

Quanto all’altra([557]), che ella chiama puntura, d’havere io scritto di rispondere a chi sinistramente habbia usato la peripatetica dottrina, ciò mi venne detto perchè, contro a tutte le ragioni del mondo, vengo io imputato di impugnatore della peripatetica dottrina, mentre io professo e son sicuro di osservare più religiosamente i peripatetici, o per meglio dire aristotelici, insegnamenti, che molti altri li quali indegnamente mi spacciano per avverso([558]) alla buona peripatetica filosofia; e perchè quello del ben discorrere, argumentare, e dalle premesse dedurre la necessaria conclusione, è uno delli insegnamenti mirabilmente datici([559]) da Aristotile nella sua Dialettica, mentre io vegga da premesse dedur conclusioni che con esse non hanno connessione, e perciò deviano dalla dottrina Aristotelica, se io le emenderò e le ridrizzerò, penso di potere meritamente stimarmi miglior Peripatetico, e che più destramente io adopri quella dottrina della quale altri sinistramente si sia servito. Mi era parso che in certo silogismo, posto da V. S. Eccel.ma nel suo primo argomento, havesse introdotto un quarto termine, non toccato nelle premesse; et in un altro luogo in quello argomento, dove ella introduce Venere vista di giorno etc., mi era parso che, oltre al quarto, ella introducesse anco il termine quinto, e che per ciò ella havesse piegato a sinistra nella strada del Peripato. Haverò caro di essere disingannato, e che col ritorcere ella sopra di me la mia ignoranza si mantenga nella sua integerrima reputazione, la quale per tanti e tanti altri suoi mirabili discorsi si è appresso il mondo tutto guadagnata, mantenendola anco illesa et intatta da queste due minuzie.

Che poi io sia stato troppo prolisso nel rispondere alle opposizioni fattemi con succinta ma ben concludentissima scrittura, sinceramente lo confesso a V. S. Ecc.ma: e dico che per mantenere verissima la mia oppinione dell’essere la tenue luce secondaria della luna effetto de i raggi solari reflessi nella terra, bastava solo mettere in considerazione, che se le ragioni portate in contrario erano concludenti, le medesime con la medesima necessità havrebbero provato che quel lume notturno che illumina la terra, e che comunemente si chiama lume di luna, non derivasse altrimente da’ raggi solari, ripercossi nel lunar disco; e perchè questo in verun modo può negarsi, così resta in tutto e per tutto necessario che i raggi solari reflessi dalla terra verso la luna la illustrino in quella parte che ella resta oscura et intatta da i raggi del sole. Ma perchè V. S. tace la maniera con la quale la medesima terra, nell’istesso modo illuminata e posta sempre nella medesima lontananza dalla luna, possa or più vivamente et hor meno illustrarla, mi fu forza qui diffondermi alquanto, per ben dichiarar questo punto e mostrar come alternatamente ciò vien fatto dalla terra nella luna e dalla luna nella terra([560]). Per altre simili necessità mi fu forza distendermi nel manifestare quei particolari che mi pareva che potessero desiderarsi nel fare le ragioni di V. S. necessariamente concludenti. Ma non le doverà parer nuovo che in dichiarazione di un senso contenuto in pochissimi versi talhora se ne scrivano venti volte tanti, e talhora ancora molti più in confutarli([561]). E qui voglio che V. S. Eccel.ma sappia che io, per non tanto soverchiamente estendermi in una lettera, tralasciai alcune altre considerazioni, osservazioni et esperienze, per le quali più ampiamente potevo mostrare([562]), la saldezza della mia oppinione non essere stata debilitata dalle impugnazioni di V. S.

Che poi di tal mia lettera ne sia andato copia in mano di alcuno prima che pervenirne in mano di lei, non comprendo come ciò debba essermi ascritto a mancamento, sì che anco in una scrittura privata, fatta a richiesta di un padrone o amico che ricerchi il mio parere sopra alcune obiezioni fattemi da un altro, io debba esser tenuto a darne conto a quell’altro([563]): nè scorgo come militi l’esempio suo nell’haver([564]) mandato a me prima che ad altri il suo libro, dove le impugnazioni sono scritte; imperò che il libro suo è prima stato stampato che da me veduto, nè l’havermi ella fatto grazia di mandarmelo mi fa anteriore a verun altro de gli huomini([565]) del mondo, nè mi dà tempo o campo di potermi alleggierire da le opposizioni.

Io non ho havuto pensiero di publicare con le stampe questa mia scrittura; e quando sia pensiero suo di volerla far publica insieme con le sue risposte, non lo recuso: ma solo vi aggiungo che haverei caro che tal mia scrittura andassi sotto altra forma che di una lettera scritta a richiesta di un Signor grandissimo([566]); ma quando ella si risolva a far publiche le mie risposte, io, senza punto alterare niuna delle cose([567]) da me scritte, la distenderò in altra forma, inviando i miei discorsi, se([568]) così le piacerà, a lei medesima, aggiugnendovi anco qualche altra mia considerazione sopra le sue impugnazioni, per ampliarli il campo a tanto più particolarmente risolvere quello che potesse esserli da me o da altri in contrario opposto([569]). E bene è conveniente che ad uno che habbia scritto una semplice lettera, senza verun pensiero di farla publica, sia conceduto il rivederla e, bisognando, ripulirla, e non metterla sotto l’arbitrio di alcuno che a voglia sua ponga([570]) sotto milioni di occhi quello che dal suo autore fu palesato solo a quattro o sei. Tale è il mio senso, sopra di che aspetterò([571]) il suo parere.

Quanto all’astenersi dalli aculei, sì come spero che per([572]) sua cortesia e generosità sia per farlo, così la assicuro che se mi occorrerà replicare cosa alcuna, se bene vinto da lei di dottrina([573]), non lascerò passarmi innanzi nella reverenza che devo a’ suoi gran meriti. Con che, pregandola a conservarmi illesa la da me sommamente stimata propensione di buono affetto, quale in me sempre si conserverà, la reverisco di core, e li prego da Dio felicità.

 

D’Arcetri, li 25 Agosto 1640.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.

Affett. e Devot. Serv.

Galileo Galilei.

 

Al molto Ill. et Eccell. Sig. Padron Osservandiss.

Il Sig. Fortunio Liceti etc.

Padova.

 

 

 

4045**.

 

GIO. MICHELE PIERUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Venezia, 25 agosto 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 218. – Autografa.

 

Molt’Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Più giorni sono([574]) mandai di Padova a V. S. Ecc.ma sei fogli dell’Operazioni del suo Compasso, e poco doppo me ne ritornai a Venezia, dove adesso il Frambotto me ne manda altri quattro fogli, che sono il compimento di tutta l’opera, con dirmi che sta attendendo la sua buona licenza o di publicarla così o pur d’aggiungervi prima qualche cosa, conforme che più sia di gusto di V. S. Ecc.ma Le mando tra tanto questi 4 fogli; et insieme le do avviso come con mio eccessivo e sommo piacere ho letto qui la sua lettera scritta da lei al Ser.mo Principe Leopoldo in risposta alle opposizioni fattele dal Sig.r Liceti, essendomi essa lettera stata prestata dal Sig.r Pietro Linder, che mi dice esserne stato favorito dal R.mo Padre Maestro Fulgenzio. L’Ill.mo Sig.r Residente([575]) ancora, in casa del quale io sono, ne ha havuto grandissimo gusto; et insieme habbiamo goduto et imparato sì belle cose, che in essa lettera sono con tanta sodezza e chiarezza di discorso e di vera dottrina.

Penso domani o l’altro ritornarmene a Padova, dove riceverò per sommo favore l’esser qualche volta honorato de’ suoi comandamenti, da me sempre desideratissimi; mentre con ogni devoto affetto le fo reverenza e le prego da Dio ogni felicità.

 

Venezia, li 25 d’Agosto 1640.

Di V. S. molt’Ill. et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Gio. Michele Pierucci.

 

 

 

4046.

 

GALILEO a [BENEDETTO CASTELLI in Roma].

Arcetri, 28 agosto 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III T. VII, 2, car 60-61. – Copia di mano del sec. XVII, in capo alla quale si legge, della stessa mano: «Copia d’originale scritto di comissione del Sig.r G. G. manu aliena».

 

Rev.mo Padre e mio Sig.r Col.mo

 

La prima vista che hebbi di Saturno fu di tre stelle rotonde, disposte in linea retta da ponente a levante, quella di mezzo maggiore assai delle due laterali: tale continuai a vederlo per alcuni mesi, et havendo poi intermessa la sua osservazione per alcuni altri mesi, tornai a riguardarlo, e lo trovai solitario, cioè la stella grande sola di mezzo. Meravigliato di ciò, andai meco medesimo pensando come potesse star tal mutazione; e immaginandomi un certo mio modo particolare, presi ardire di dire che di lì a 5 o 6 mesi, che veniva il tempo del solstizio estivo, sarebbero ritornate le due picciole([576]) stelle laterali: e così seguì, e si videro poi per lungo([577]) tempo. Doppo, havendo di nuovo intermesso la osservazione mentre stette sotto i raggi del sole, tornai di nuovo a riguardarlo, e lo vidi con due mitre in luogo delle stelle rotonde, le quali lo riducevano in figura di oliva. Vedevasi però la palla di mezzo assai comodamente distinta, e massime da due macchie([578]) oscurissime, poste nel mezzo delle attaccature([579]) delle mitre o vogliamo dire orecchi([580]). Tale si è osservato per molti anni: et hora, come Sua P. Rev.ma scrive, si veggono le mitre trasformate in globetti([581]) rotondi, che così ancora mi riferiscono([582]) amici miei; e potrebbe essere che da tre anni in qua, che io non l’ho potuto vedere, sia un’altra volta rimasto solitario, e che poi sia tornato al primo stato, nel quale da principio io lo osservai. Toccherà per l’avvenire ad altri il fare le osservazioni, registrando il tempo delle mutazioni; che sicuramente si troveranno([583]) i loro periodi, quando ci siano persone che habbiano curiosità di fare quello ch’io, per non saper far di meglio, ho fatto per tanto tempo.

Io mi reputo più di quello che sin qui ho fatto, mercè dell’essere([584]) venuto in qualche concetto all’Ill.mo Monsig.r Cesarini([585]); se però la infinita ammirazione che prendeva dall’Ill.mo Sig.r D. Virginio e da tutta([586]) la sua Casa, colma di tutte le virtù, non mi ha guadagnato tanto nella grazia del presente Monsignor Ill.mo, che lo faccia trascendere di grandissimo spazio il mio tenuissimo merito. Vorrei([587]) rendere le debite grazie a S. S. Ill.ma del benigno affetto verso di me, ma non saprei trovar parole condegne ad un tanto ufficio: supplisca ella per me con la viva voce, offerendoli tutto quello che sta nelle mie debolissime forze, il che veramente è poco più che niente.

La P. V. R.ma ha mantenuto qua i padroni, gli amici, i servitori, in una continua fluttuazione([588]) di speranze e di timore, e pure ancora ne va mantenendo, se non del venire per fermarcisi, almeno per lasciarsi godere per alcuni pochi giorni; e sarebbe bene che quell’ultimo([589]) attacco il quale ella dà nell’ultima lettera scritta al Sig.r Guerrini([590]), non andasse in fumo come l’altro ch’ella pure da principio dette, che in tutte le maniere ella voleva adempire il desiderio di qua e di sè stessa. Di grazia, non dia occasione di esser tassata per incostante e che poco leghino([591]) le sue parole.

In difetto([592]) di lei è stato condotto alla lettura della mathematica in Pisa il molto R. P. D. Vincenzo Renieri, genovese([593]), molto mio amico, il quale, come ella ancora fa, continuando le osservazioni di Giove, et havendogli io comunicato numero grandissimo di osservazioni fatte da me per molti anni passati, ha conseguito il calculo assai comodamente aggiustato per le costituzioni future di sera in sera. [Pia]cemi sommamente che quello, che non posso prosegui[re]([594]) e continuare io, sia fatto da’ miei cari amici. E qui r[i]verentemente gli bacio le mani e gli prego felicità.

 

D’Arcetri, li 28 Agosto 1640.

Della P. V. Rev.ma

Dev.mo et Obblig.mo Ser.re

Galileo Galilei.

 

 

 

4047**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 28 agosto 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 220. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Quando ella non vede mie lettere, s’assicuri pure che per ordinario mi trovo oppresso et impedito dalla mia solita indispositione. Così m’è occorso da circa un mese e più in qua, e nè anco ne sono libero, che scrivo nel letto con la mano molto debole.

Manderò la lettera al Sig.r Liceti, il quale in somma, cercando di acquistarsi gloria con pigliar la pugna con i primi letterati de’ nostri secoli, V. S., che si può chiamar tra essi la fenice, troppo gran copia gliene ha somministrato con mostrare di fare tanto capitale delle sue istanze. Io son con lei nell’opinione di quel lume secondario della luna, anzi, subito ch’io l’intesi, mi parve haver tanto del naturale, che non potesse stare in altro modo. Così credo che gli huomini amatori del vero adheriranno a questa e non ad altra opinione, come fundata sopra saldissime ragioni e sensatissime esperienze.

Non voglio poi restar di dirle, con occasione di questa benedetta luna, ch’io resto pure sommamente ammirato quando rimiro la di lei faccia tutta sparsa di cerchi, o per dir meglio di argini circolari, quali grandi, quali piccioli, quali distanti, quali vicini e che si tochano, e che generalmente nel mezo di ciascun argine vi è un monte, il che mi dimostra la proiettione dell’ombra, sì come anco che il detto circolo sia come un argine, parendomi così alla grossa che il diametro di alcun argine sia di 60 miglia, più o meno etc. Et a che fine, Dio buono, questi recinti, con questi monti in mezo? per non dire delle lunghe tratte de’ monti, massime circa le macchie antiche, prive poi, se non m’inganno, di detti argini circolari. Gran prurito in somma sente l’intelletto in vedere simili cose, non potendo passar più oltre. E con tale occasione li dico di più, che mi saria caro sapere se li paresse sofficientemente riprovato che la materia delle macchie antiche della luna non possi esser acqua o in somma corpo fluido, con dire che se fosse tale, per virtù del sole se ne sollevarebbono vapori, si formarebbono nuvole e pioggie sopra l’istessa luna, il che poi pare che non si osservi che si facci in essa luna.

Mi scordavo dirli che ho letto la lettera diretta al S.r Liceti con molto mio gusto, perchè in essa lo tratta come apunto si merita. Mi spiace della disperata venuta del R.mo P. D. Benedetto([595]): tuttavia ci consoleremo che ha havuto un contracambio di aumento molto considerabile, o, per dir meglio, ci consoleremo di haver a fare il triumvirato forsi a qualche non sperata occasione. Con questo finisco, ricordandomele cordialissimo et affetionatissimo servitore, come anco al S.r Viviani, et ad ambidue bacio le mani.

 

Di Bologna, alli 28 Agosto 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Di gratia, mi dica se ha fallato nella lettera a dire 20 scudi([596]), volendo forsi dire 120 o 220 etc.

 

 

Dev.mo et Ob.mo Ser.re e D.lo

F. Bon.ra Cav.ri

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Gal.eo Galilei.

Firenze.

Ad Arcetri.

 

 

 

4048.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Padova, 31 agosto 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 222. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.or, mio S.or e P.ron Col.mo

 

Il diletto che ho tratto et il frutto insieme dalla lettura di tante e tanto belle e dotte specolationi, che con così grande chiarezza et eloquenza V. S. ha spiegate nella sua bellissima lettera del candor della luna, è stato così grande, che mi ha sforzato a rubbare qualche tempo alle mie non piccole occupationi domestiche ed impiegarlo nell’attentamente considerare li suoi ingegnosi pensieri; e come che io ingenuamente confessi di haver quindi molte cose imparato, così mi è stato forza di metter in carta certi miei motivi che mi conservano la opinione di prima e pare che possino sodisfare in qualche parte alle difficoltà da lei proposte contro le mie ragioni. E perchè la sua lettera ms., già divolgata per tutta l’Italia, suscita giornalmente il desiderio degl’intendenti a sapere quello che io ne giudichi, mi viene continuamente da molti con premura richiesto il mio parere; sì che, non potendo più a tanti e così grandi impulsi star saldo, mi sarà forza di far loro vedere li miei sensi in questa nostra controversia. Ma perchè non sarei bene inteso se non accompagnassi li miei detti con le sue positioni, e perchè vorrei schifar l’incontro che mi potesse di nuovo esser opposto che io imponessi a V. S. cosa da lei non detta, per ciò mi sarebbe sommo favore che, stampando io questi miei pensieri, si compiacesse vi fussero partitamente e fedelmente registrate le parole della sua lettera, senza alterarle io in conto alcuno; non havendo io altro scopo in questa disputa, che rintracciare la verità nascosta in tanto oscura luce della luna tenebrosa, e col suo aiuto sottilizare in maniera questa materia così difficile, che gli studiosi cavino qualche frutto dalle nostre contradittioni: le quali dal canto mio saranno sempre accompagnate da termini di somma veneratione, lontani da ogni benchè minimo neo di puntura, se bene trattate con la libertà filosofica tra di noi concertata. Starò dunque aspettando questa gratia, della quale io gli terrò particolare obligatione; havendo per meglio il così fare, che di referire come da me le sue positioni, o citarle con additare le prime parole delle sue sentenze, comprendendo l’altre sotto un etc., sì come V. S. ha potuto fare le mie per essere queste stampate, poi che le non istampate soggiacciono a mille variationi et equivocationi.

Nel resto, io sto per ancora attendendo quella benedetta cassa de’ miei libri De centro et circumferentia([597]), per mandarlene un esemplare; ma questi stampatori non la finiscono mai di rasciugare, metter insieme, registrare et inviare li libri a cui devono: le basti che sarà de’ primi ad haverne. Con qual fine la riverisco di tutto cuore e le bacio le mani.

 

Pad.a, 31 Agosto 1640.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Al S.or Galilei. Fiorenza.

Devot.mo et Oblig.mo Se.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

4049*.

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 1° settembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 127. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P. Col.mo

 

È giunto qui da Perugia un gentilhuomo mio paesano, che se ne passa a Genova e m’offerisce un luogo in lettica fino a Lerici e di lì l’imbarco, onde mi son risoluto di acettar l’offerta: e perchè egli non è risoluto di partir dimani o posdimani, s’egli si fermerà, cercherò di trasferirmi a visitar V. S. Ecc.ma; quanto che non, mi bisognerà usar questa mala creanza di partir senza vederla; ma ad ogni modo, nel mio ritorno a Pisa, quest’inverno sarò a farlo da lei. Mi è più che necessario l’esser a casa, per dispor i miei libri e gli arnesi che bisogneranno per mio uso mentre starò fuori del monasterio da per me; che se questo non fosse, poco pensiero mi pigliarei di tornare a Genova prima di cominciar la lettura.

La prego a farmi grazia di dir al Sig.r Vincenzo([598]) che mi mandi l’effemeridi et osservazioni delle Medicee lasciateli, e quella scatola delle pilole papaline, alle quali V. S. Ecc.ma([599]) è in obbligo di agiugnerne una ventina delle sue d’aloe; come anco che mi mandi e’ vetri del’occhiale mio e due fazoletti che lasciai, rendendo questo, che mando, alla Piera: di più, nella Diffesa contra il Capra([600]), che egli mi inviò, ci manca dal foglio 32 sino al 37, onde lo prego a mandarlo.

Fui dal Ser.mo G. Duca a renderli grazie della lettura, il quale mi disse ch’io stessi allegramente, perchè non havrebbe mancato di darmi aumento. Che è quanto m’occorre in questo proposito, mentre per fine affettuosamente le bacio le mani.

 

Di Firenze, il primo di Settembre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Arcetri.

 

 

 

4050*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 1° settembre 1640

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 22. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.rone mio Oss.mo

 

Al Sig.r Dottor Pierucci([601]), che già si era partito per Padova, inviai subito la lettera di V. S. Ecc.ma; e l’altra similmente feci recapitare al Padre Maestro Fulgentio, che si ritrovava in villa.

Resto con particolare obbligatione alla sua gentilezza della viva memoria che conserva della mia servitù, restando con qualche mortificatione di non potere altrimenti che con parole rappresentargli la grandezza delle mie obbligationi; e tanto più, quanto che io conosco di essergli sempre apportatore di nuovi incomodi, come particolarmente segue con la presente. Sento che V. S. Ecc.ma habbia scritto una lettera al Ser.mo Sig.r Principe Leopoldo, in risposta di certe sciocche obbietioni fatte dal Liceti contro al lume secondario della luna, proveniente dal reflesso della terra inluminata: se con il mezzo di qualcheduno di cotesti Padri delle Scuole Pie io potessi haverne una copia, mi saria a sommo favore. Supplico ancora la sua gentilezza a volermi far gratia di avvisarmi come si possa ridurre in atto l’esperienza delle pietre di Bologna che conservano la luce, poichè quelle delle quali V. S. Ecc.ma mi favorì non fanno tale effetto, nè a me nè al Sig.r Dottor Pierucci è riuscito, con il calcinarne una, ridurla in grado da potersene servire. Mi condoni con la solita sua cortesia tanti incomodi e mi continui l’honore della sua gratia, mentre io senza più gli bacio reverentemente le mani.

 

Venezia, primo 7mbre 1640.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Dev.mo et Obb.mo Se.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4051.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 7 settembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 224. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or e mio P.ron Oss.mo

 

Dalla gentilissima sua de’ 25 passato([602]) ricevo la gratia di poter honorare il mio componimento del candor da lei chiamato della luna con le sue bellissime considerationi, che promette d’inviarmi ripulite, sotto altra forma e con aggiunta di nuove sperienze; di che me le professo grandemente obligato, ricevendo tutto ciò a sommo favore, e con estremo desiderio sto aspettando di godere delle specolationi sue ingegnosissime, dalle quali vivo sicuro di dovere imparar molto. Il mio fine altro non è che di sottilizar seco questa materia bellissima, da altri fino a qui non tocca se non da noi, eccitando la solertia del suo sublime ingegno con le mie contradittioni a partorire concetti degni del suo gran sapere, reputando a mia gloria e somma ventura l’essere da lei addottrinato in questa così oscura luce della luna. E sì come nelle sue oppositioni io non voglio riconoscere sorte alcuna di amarezza, ma quella dolcezza di dottrina che nelle contradittioni di Socrate provar solevano i suoi discepoli, così vorrei che V. S. nelle mie non ponesse coll’imaginatione sua punto di amaro, non havendovi posto io altro che il dolce di un puro desio di scoprire la verità, per mantenimento della quale m’insegnò Aristotele doversi contradire non solo a gli amici, ma rifiutare anche le proprie opinioni, per l’adietro abbracciate et haute in pregio.

Nell’adoprar seco sempre termini di veneratione, dovuti non meno all’antica nostra amicitia che alla sua chiarissima fama di uno de’ maggiori matematici del nostro secolo, procurerò di non lasciarmi vincere: nella dottrina poi, altretanto mi sarà caro di essere da lei rimesso nella destra via del vero, quanto mi potesse piacere di non haver mai deviato alla sinistra; di che lascerò il giuditio all’ingenuità degli intendenti.

Che V. S. professi di non contradire alla dottrina Aristotelica, mi è molto caro, sì come (per dirglielo liberamente) mi è molto nuovo, parendomi da gli scritti suoi raccorre il contrario; ma può essere che in questo particolare io m’inganni, con molt’altri che sono dell’istesso parere.

Mi duole che V. S. formi concetto ch’io più d’una volta le habbia attribuite positioni non sue, non essendo mai stato mio pensiero di ciò fare, come altre volte le ho scritto e come spero di sincerarla a suo tempo. La lunghezza poi da V. S. tenuta nel rispondere alle mie brevi ragioni, l’ho ricevuta io a mio grande honore e ne le ho reso gratie, sì come fo di bel nuovo, e mi pesa che ciò da lei sia stato preso in diverso sentimento dal mio. Io prendo però in grado tutto quello che si è compiacciuta di scrivermi; ma la supplico bene a credere che la mia lettera sia stata scritta con semplice purità d’animo, lontano da ogni artifitio cortigiano.

Questa sua mi fu resa sabato, dopo che il giorno precedente le havevo inviata un’altra mia([603]), nella quale io la pregavo di questa gratia, che hora benignamente mi concede. E per fine le prego da Dio benedetto prosperità, con baciargli la mani di tutto cuore.

Starò in Padova tutto Settembre; partirò per Bologna nel principio d’Ottobre: che le servi per sapere dove inviarmi l’honore de’ suoi comandi.

 

Pad.a, 7 7bre 1640.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Aff.mo e Devot.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

4052.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 8 settembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 226. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ieri sera lessi in carrozza la lettera([604]) di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma all’Ill.mo Mons.r Cesarini([605]), che restò stupefatto delle mutazioni di Saturno, e molto più di quanto ella con le sue fatiche e con l’ingegno ci ha scoperto, e mostrata la strada a’ posteri di penetrare più oltre: e quando io lessi quella parte della lettera nella quale mi commanda che passi con S. Sig.ria Ill.ma quell’offizio, mostrò di stimare l’honore, che V. S. li faceva, sopra modo, e mi comandò precisamente che gli ne rendessi affettuosissime grazie, e soggionse che faceva più stima di questo che di qualsivoglia favore che gli fosse stato fatto da un grandissimo monarca; e m’ha detto di volere la copia della lettera e che ne vole tenere eterna memoria, e la ringrazia ancora dell’honore che ella fa a tutta la sua Casa ed in particolare alla memoria veramente Ill.ma di Mons.r Don Verginio.

Quanto al mio negozio, sono molto ben sicuro in conscienza che non è mancato da me, perchè ho fatto tutto il possibile per ricevere il favore che mi faceva il Ser.mo Gran Duca, ma non si è potuto più. Per l’avvenire moverò ogni pietra; e in tanto sappia che per ancora non sono comparso avanti all’Em.mo Barberino([606]), nè mi dà il cuore di comparirci: e quando potrò, farò conoscere a tutti che io non sono inconstante. Ho poi sentito con gusto che la catedra delle matematiche di Pisa sia stata provista di un soggetto tanto honorato come è il Padre Rinieri, nel quale si andarà continovando di coltivare i fecondissimi semi della dottrina di V. S. Ecc.ma La prego a fargli riverenza in mio nome e dedicarmegli servo: con che li fo riverenza.

 

Di Roma, l’8° di 7bre 1640.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o

 

Devotis.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo [Galilei, p.]o Filos.o del Ser.mo Gr. Du. di Tosc.a

Firenze.

 

 

 

4053*.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 13 settembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 142. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron Col.mo

 

Con altra mia([607]) le resi gratie e me le professai obligatissimo per l’honore che mi fa nel darmi l’assenso di publicare le sue nobili considerationi con li miei sensi circa il candore della luna: lo fo di bel nuovo; et con grandissimo desiderio di haverle in quella forma che più le piacerà, le sto attendendo, sicuro di dover molto profittarmi delle aggiunte che vi farà. Fra tanto mi conservi nella sua gratia, scusando la mia brevità, che a pena mi permette l’angustia del tempo di soggiugnerle che io sono stimolatissimo da persone, che tengono sopra di me supremo grado di autorità, di publicare queste mie specolationi, sichè non posso far di meno di ubidirli.

  1. S. la prosperi, che per fin di questa le faccio molta riverenza.

 

Pad.a, 13 7mbre 1640.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Se.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

4054.

 

GALILEO a FORTUNIO LICETI [in Padova].

Arcetri, 15 settembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 145-146. – Copia della mano giovanile di VINCENZIO VIVIANI, di pugno del quale si legge, sul margine superiore del primo foglio, a sinistra: «Copia», e in calce del secondo foglio: «Copia di una mia, in risposta a una del Liceti delli 7 di 7bre 1[640]». Nell’opera del LICETI, De lunae subobscura luce ecc. (citata nell’informazione del n.° 4044) si leggono, a pag. 164, le lin. 57-70, da Non repugna a altri, e a pag. 339 le lin. 82-87, da Quanto a luce. Appiè di pagina abbiamo notato, con la lettera L, le varianti che in questi brani presenta la stampa LICETI, mentre abbiamo distinto con la lettera V le grafie e gli errori che nella copia manoscritta sono da considerare con tutta verisimiglianza come lapsus calami del giovinetto VIVIANI (cfr. la citata informazione del n.° 4044).

 

Molto Ill.re et Eccl.mo Sig.r et P.ron Osse.mo

 

La gratissima di V. S. molto Ill.re et Eccel.ma delli 7 stante([608]), piena di termini cortesi et affettuosissimi, mi è stata resa questo giorno; e non havendo io altro tempo di risponderli fuorchè poche ore che restano sino a notte, per non differire la risposta una settimana più in là, cerco di satisfare a questo obligo benchè succintamente, ma però con pure e semplici parole.

A quello che V. S. Eccell.ma insieme meco grandemente desidera, cioè che in dispute di scienze si osservino quei più cortesi e modesti termini che in materia sì veneranda, quale è la sacra filosofia, si convengono, li do parola di non mi separare pure un dito dal suo ingenuo et onorato stile: per il che fare userò li stessi titoli, attributi et encomii di onorevolezza verso la persona sua, che ella verso di me ha humanamente adoperati, benchè molto più a lei che a me, e molto più eccellenti, si converrebbero; ma la sua singolar cortesia non me ne ha lasciati di potere usarne maggiori.

Mi giunge grato il sentire che V. S. Eccel.ma, insieme con molti altri, sì come ella dice, mi tenga per avverso([609]) alla peripatetica filosofia, perchè questo mi dà occasione di liberarmi da cotal nota (che tale la stimo io) e di mostrare quale io internamente sono ammiratore di un tanto huomo quale è Aristotile. Mi contenterò bene in questa strettezza di tempo accennare con brevità quello che penso, con più tempo, di poter più diffusamente e manifestamente dichiarare e confermare.

Io stimo (e credo che essa ancora stimi) che l’esser veramente Peripatetico, cioè filosofo Aristotelico, consista principalissimamente nel filosofare conforme alli Aristotelici insegnamenti, procedendo con quei metodi e con quelle vere supposizioni e principii sopra i quali si fonda lo scientifico discorso, supponendo quelle generali notizie il deviar dalle quali sarebbe grandissimo difetto. Tra queste supposizioni è tutto quello che Aristotele ci insegna nella sua Dialettica, attenente al farci cauti nello sfuggire le fallacie del discorso, indirizzandolo et addestrandolo a bene silogizzare e dedurre dalle premesse concessioni la necessaria conclusione; e tal dottrina riguarda alla forma del dirittamente argumentare. In quanto a questa parte, credo di havere appreso dalli innumerabili progressi matematici puri, non mai fallaci, [tal] sicurezza nel dimostrare, che, se non mai, almeno rarissime volte io sia([610]) nel mio argumenta[re] cascato in equivoci. Sin qui dunque io sono Peripatetico.

Tra le sicure maniere per conseguire la verità è l’anteporre l’esperienze a qualsivoglia discorso, essendo noi sicuri che in esso, almanco copertamente, sarà contenuta la fallacia, non sendo possibile che una sensata esperienza sia contraria al vero: e questo è pure precetto stimatissimo da Aristotile e di gran lunga anteposto al valore et alla forza dell’autorità di tutti gli huomini del mondo, la quale V. S. medesima ammette che non pure non doviamo cedere alle autorità([611]) di altri, ma doviamo negarla a noi medesimi, qualunque volta incontriamo il senso mostrarci il contrario. Or qui, Eccel.mo Sig.r, sia detto con buona pace di V. S., mi par d’esser giudicato per contrario al filosofar peripatetico da quelli che sinistramente si servono del sopradetto precetto, purissimo e sicurissimo, cioè che vogliono che il ben filosofare sia il ricevere e sostenere qual si voglia detto e proposizione scritta da Aristotele, alla cui assoluta autorità si sottopongono, e per mantenimento della([612]) quale si inducono a negare esperienze sensate o a dare strane interpetrazioni a’ testi di Aristotele, per dichiarazione e limitazione de i quali bene spesso farebbero dire al medesimo filosofo altre cose non meno stravaganti e sicuramente lontane dalla sua imaginazione. Non ripugna che un grande artefice habbia sicurissimi e perfettissimi precetti nell’arte([613]) sua, e che talvolta nell’operare([614]) erri in qualche particolare; come, per esempio, che un musico o un pittore, possedendo i veri precetti dell’arte, faccia nella pratica qualche dissonanza, o inavvertentemente alcuno errore in prospettiva([615]). Io dunque, perchè so che tali artefici non pure possedevano i veri precetti, ma essi medesimi ne erano stati li inventori, vedendo qualche mancamento in alcuna delle loro opere, devo riceverlo per ben fatto e degno di esser sostenuto et imitato, in virtù dell’autorità([616]) di quelli? Qui([617]) certo non presterò io il mio assenso. Voglio aggiugnere per ora questo solo: che io mi rendo sicuro che se Aristotele tornasse al mondo, egli riceverebbe me tra i suoi seguaci, in virtù delle mie poche contradizioni, ma ben concludenti, molto più che moltissimi altri([618]) che, per sostenere ogni suo detto per vero, vanno espiscando da i suoi testi concetti che mai non li sariano caduti in mente. E quando Aristotele vedesse le novità scoperte novamente in cielo, dove egli affermò quello essere inalterabile et immutabile, perchè niuna alterazione vi si era sino allora veduta, indubitatamente egli, mutando oppinione, direbbe ora il contrario; chè ben si raccoglie, che mentre ei dice il cielo esser inalterabile, perchè non vi si era veduta alterazione, direbbe ora essere alterabile, perchè alterazioni vi si scorgono. Si fa l’o[ra] tarda, et io entrerei in un pelago larghissimo se io volessi([619]) produr tutto quello che in tale occasione mi è passato più volte per la mente; però mi riserverò ad altra occasione.

Quanto all’havermi([620]) V. S. Eccel.ma attribuito oppinioni non mie, ciò [può] essere accaduto che ella ne habbia prese alcune attribuitemi da altri, ma non già scritte da me: come, per esempio, che, per detto del filosofo Lagalla, io tenga la luce esser corporea, mentre che nel medesimo autore e nel medesimo luogo si scrive([621]), haver io sempre ingenuamente confessato di non saper che cosa sia la luce; e così il pren[der] come risolutamente primarii miei pensieri alcuni portati dal Sig.r Mario Guiducci, potrebbe esser che io non ci havessi([622]) havuto parte, benchè io mi reputi([623]) a onore che si creda tali concetti esser mia, stimandoli io veri e nobili.

Circa l’e[sser] per avventura parso prolisso nel rispondere alle sue obiezioni, non lo ascrivo io a minimo neo, nè pur ombra di indignazione in V. S. Eccel.ma, sì come nè anco in me mancamen[to], se non in quanto con minor tedio del lettore haverei potuto esprimere i miei sensi; ma la mia natural durezza nel dichiararmi mi fa tal volta traboccare dove io non vorrei: oltrechè, sia per la nostra concertata filosofica et amichevole libertà lecito di piacevolmente dire, quando ella paragonassi la multiplicità e lunghezza delle opposizioni che ella fa alla unica mia proposizione del candore lunare, distesa in pochissimi versi, paragonasse, dico, con la lunghezza delle mie risposte, forse ella non troverebbe la proporzione de i suoi detti a’ miei minore della proporzione de i versi della mia lettera a i versi che le sue instanze contengono. Ma queste son coserelle da non prenderle altro che per ischerzo.

Piacemi grandemente che ella applauda al mio pensiero di ridur in altra testura le mie risposte, inviandole a lei medesima; dove haverò campo di non mi lasciar vincere in usar termini di reverenza al suo nome, benchè io sia certo di dover esser di lunga mano superato in dottrina dal suo elevato ingegno. Potrebbe bene accadere che il mio infortunio di havere a servirmi delli occhi e della penna di altri, con troppo tedio dello scrittore, prolungasse qualche giorno di più quello che in altri tempi per me stesso haverei spedito in pochi giorni, et ella, per la prontezza e vivacità del suo ingegno, in poche ore.

Viva felice e mi continui la sua buona grazia, da me per favorevole fortuna stimata e pregiata; et il Signor la prosperi.

 

D’Arcetri, li 15 di 7bre 1640.

 

 

 

4055*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 15 settembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 128. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.r e P.ron Col.mo

 

Mi è stato necessario il tratenermi a Pisa, perchè per il viaggio patii di modo che non hebbi animo di passar più avvanti; nè di qui penso partire prima che giunga a Livorno la galera padrona di S.to Stefano, quale deve passar a Genova e d’hora in hora s’aspetta.

Della salute sto mediocremente, e stento a ritornar su la gagliardia di prima; tuttavia spero a’ freschi di ritornarci. Che è quanto m’occorre dirli dello stato mio; e pregandola a conservarmi nella sua buona grazia, a lei et al S.r Viviani bacio caramente le mani.

 

Di Pisa, li 15 7mbre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4056*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 15 settembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 8. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.rone mio Oss.mo

 

Già che V. S. Ecc.ma resta occupata in ampliare la lettera per mandare al Sig.r Liceti, con aggiungervi nuove considerationi per dar campo a questo gran filosofo di mostrare il suo incomprensibile valore, io indugierò a ricevere i suoi favori in tal tempo; e se la pazzientia mi riuscirà un po’ bene, vedrò di ricevere il favore o dal Padre Maestro Fulgentio o dal Sig. Pietro Linder, come V. S. Ecc.ma mi accenna.

Quanto alle pietre lucide, il Sig. Pierucci, quale fu qui, volse calcinarle a suo modo; ma io ho sicura speranza, quando quest’altro mese si rimetta il foco a queste fornaci e che io sia sbrigato da un altro negozietto che mi tiene occupato, poterle ridurre in quella perfetione che si ricerca, senza havere ad aspettare d’impararne la calcinatione da questo gran filosofo, con il quale io penserei un pezzo a barattarmi.

Accuso a V. S. Ecc.ma il recapito delle sue per il P. M. Fulgentio e per il Sig.r Liceti, e gli bacio con pienissimo affetto le mani.

 

Ven.a, 15 Sett.re 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Aff.mo et Obl.mo Se.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4057**.

 

IACOPO SOLDANI a [LEOPOLDO DE’ MEDICI in Siena].

Firenze, 15 settembre 1640.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 5550, lettera n.° 271. – Autografa.

 

…. La scrittura del S.r Galileo è in mano del S.r Francesco Nerli, il quale ha ordine da lui di notare tutte le mordacità, essendo risoluto, conforme al consiglio di V. A., di levarle tutte….

 

 

 

4058**.

 

MARIO GUIDUCCI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 17 settembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 176. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron mio Oss.mo

 

Io dissi alcuni giorni sono al S.r Iacopo Soldani il pensiero di V. S. circa allo scrivere a dirittura al S.r Liceti quanto ella aveva scritto al Ser.mo S.r Principe Leopoldo; di che avendone esso dato conto a S. A., ha avuto risposta che le piace il pensiero, ma che avrebbe desiderato che V. S. avesse levato del discorso alcune parole che apparivano pungenti e piccanti, per non irritare un huomo tanto maledico come in altre occasioni si è scorto il Liceti. Risposi che V. S. si sarebbe attenuto al pensiero di S. A., quando le fosse stato mostrato le punture, le quali non aveva avuto intenzione di mettervi come tali. E perchè esso S.r Iacopo si esibì di notarle insieme col S.r Francesco Nerli([624]), non ho ancora riavuto la scrittura nè il libro: proccurerò bene di riaverlo quanto prima, e verremo il Sr Iacopo et io a riportarglieli, avendo esso S.r Iacopo ordine di visitar V. S. a nome di S. A., avanti si parta per Siena. E le fo riverenza.

 

Di Firenze, 17 di Sett.re 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Obb.mo Ser.re

Mario Guiducci.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, in

Arcetri.

 

 

 

4059*.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 21 settembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 144. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron Oss.mo

 

Finalmente ho ricevuto alcuni esemplari De centro et circumferentia([625]): ne invio uno a V. S., insieme con altra operetta finita di stampare pur hora in Padova, in segno della mia riverente osservanza. Si compiacerà di farsi leggere qualche parte del primo, con honorarmi di avisarmi de’ miglioramenti che stimerà doversegli fare, che le ne resterò con perpetua obligatione.

Sto aspettando con grandissimo desiderio la sua compositione del candore, accommodata a modo suo, per gustare delle aggiunte che mi scrisse volergli fare. Fra quindici giorni penso di essere in Bologna, dove starò attendendo li suoi favori. Fra tanto mi conservi nella sua gratia, che io resto pregandole dal Cielo prosperità.

 

Pad.a, 21 7mbre 1640.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

 

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

All’opera De centro mandatami manca mezo foglietto di certi versi, che le manderò poi; se bene non sono necessarii alla materia, ma si sono posti per compiacere li amici.

 

 

 

 

4060*.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 21 settembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 143. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r, S.r P.ron Col.mo

 

Havevo di già inviato un mio esemplare dell’opera De centro et circumferentia all’Ill.mo S.r Residente([626]) per V. S.([627]), quando dal S.r Pierucci mi è stata mandata una sua([628]), nella quale molto ingegnosamente difende il suo Peripateticismo, non così facilmente credutole da tutti. L’ho letta con molto gusto; e spero con altretanto di leggere la sua lettera de candore, accommodata a modo suo, che sto con sommo desiderio aspettando. E non havendo tempo di essere più lungo, le bacio le mani di vivo cuore e le prego dal Cielo ogni prosperità.

 

Pad.a, 21 7mbre 1640.

Di V. S. molt’Ill.ree et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

4061**.

 

GIO. MICHELE PIERUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 21 settembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 174-176. – Autografa.

 

Molt’Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

L’humanissima sua del primo del presente fu da me comunicata al Sig.r Scioppio et al sottilissimo Sig.r Filosofo([629]), acciò vedessero in quanta stima e grazia sono appresso V. S. Ecc.ma

Il Sig.r Scioppio con altrettanto affetto riverisce lei, e la conserva nella maggior stima e venerazione nella quale si possa mai tenere qualsivoglia suggetto insigne, dicendo sempre (e con somma ragione) ch’ella è l’ornamento e splendore del nostro secolo. Mostra ben passione che l’altro si presum[a] tanto, che pensi di poter impugnare le sue dottissime e saldissime opinioni, e cerchi acquistarsi fama col contradire a lei et insieme all’istessa verità di natura. Tutta volta ancor egli meco confessa che questo a noi altri sia di benefizio, perchè dà occasione a V. S. Ecc.ma d’aprire i tesori del suo divinissimo ingegno et arricchire il mondo di tante belle speculazioni e di tanti nuovi ritrovamenti et arcani reconditi della natura, da lei sì chiaramente e con sì nobile eloquenza spiegati.

Il Sig.r Filosofo ancora con segni di molto ossequio la riverisce, e mi dice ch’egli non per altro ha intrapreso e continua con lei questa disputa, che per sottilizzare e chiarificare questa così oscura luce della luna, e per insegnare agli altri come si disputi tra i filosofi e letterati. Nel qual particolare, se potessi parlar in voce con V. S. Ecc.ma, le direi di belle cose di quel che segue e si dice in queste parti, ma non ardisco metterle in carta; seben nel fine dell’ultima mia lettera mi ricordo che me ne scappò una, che veramente vorrei haverla ritenuta; e però supplico adesso quell’amorevole affetto, ch’ella per sua grazia mi compartisce, a farla stracciare et abbruciare per ogni buon rispetto. Le dirò bene, come havendomi egli stesso favorito della lettera di V. S. Ecc.ma, io subito la copiai, e con nuovo sommo piacere rilessi, riconsiderai e riammirai.

Nel parlar poi una volta con S. Sig.ria Ecc.ma di quel lume che vicino alla congiunzione si vede maggiore nel dintorno del disco lunare, io gli dissi che a me pareva ch’egli non fusse parte di quello del qual si disputa, ma che fusse una parte dello splender primario de’ raggi solari, o pure uno sbattimento di quegli nel corpo stesso della luna, essendo quello un lume di color pieno e quasi aureo, non argenteo e tenue come è il reflesso dalla terra; tanto più che io pensavo che, per essere il corpo luminoso del sole tanto maggiore di quel della luna illuminato, venisse però ad illuminarne più della metà di quella, onde non sia maraviglia se da noi([630]) si vegga quel sottilissimo cerchio di lume primario ancora dall’altra banda opposta alla falce luminosa, e così d’ogn’intorno; dove si vede tal lume tutto d’una medesima sorte e qualità di luce e di colore, e molto diverso da quel candore che in tutto ‘l resto del disco interiore ugualmente si scorge. Non so già s’io dicessi bene o male; è ben vero che S. Sig.ria Ecc.ma s’acquietò, nè trovò da dirmi altro in contrario. Hoggi m’ha presentato il nuovo suo libro De centro et circumferentia([631]), e così uno per V. S. Ecc.ma et un altro per l’Ill.mo Sig.r Residente, a’ quali in questo punto gl’invio: et a V. S. Ecc.ma con devotissimo affetto fo reverenza, e le prego da Dio ogni bramato bene.

 

Di Padova, li 21 di Sett.re 1640.

Di V. S. molt’Ill. et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.r Vero

Gio. Michele Pierucci.

 

 

 

4062.

 

PIETRO GASSENDI a GIROLAMO BARDI [in Genova].

Antibes, 21 settembre 1640.

 

Dalle pag. 99-100 dell’edizione citata nell’informazione premessa al n.° 1729.

 

…. Quod rogas, ecquid de libello([632]) abs te transmisso sentiam, scito me illum suspicere propter demonstrandi methodum specialem. Quippe eximius Galileus, qui eadem proposuit et plura deduxit, alia ratione progressus est; egregius autem vir Balianus propriam aperuit semitam, ac perspicuum fecit posse multis viis ad veritatem perveniri. Et postulat quidem concedi nonnulla, quae quispiam forte abnueret: quod naturae subtilitas hebetudinem sensus non sequatur; quod coactus retinaculo motus non videatur ullo momento coaequari liberrimo; quod perpendiculorum parallelismus in similitudinem assumptus non eximat difficultatem, cum velut ex eius suppositione circa haec nostratia intervallula error tanto proditur magis quanto heinc magis receditur, ita ex postulatorum concessione tanto possit maior detegi fallacia quanto motus prolixior (videlicet ex caelo usque, aut ad centrum usque) usurpabitur. Enimvero et cohaerentia experimentorum illis fidem facit, et consequutio proportionis qua gravia decidentia velocitatis acquirunt gradus. Mirabile certe videatur, si Balianus solo ratiocinio eam proportionem invexerit, quam primus, quod sciam, Galileus est experiundo assequutus; et par est tamen ita censere, cum ille adeo inclytus vir experimenti nec proprii nec Galileani meminerit….

 

 

 

4063*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 5 ottobre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 129. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.r e P.ron Col.mo

 

La cortesissima sua m’ha trovato in Genova, dove son giunto un poco tardi per essermi tratenuto alcuni giorni a Porto Venere a goder di quell’aria e ricuperar la sanità, quale, se non fusse un poco di debolezza rimastami tal volta nelle gambe, potrei dire di aver del tutto ricuperata. V. S. Ecc.ma poi fa tante scuse con esso meco di non havermi trattato conforme io merito mentre sono stato da lei, che mi fa dubitare che e’ non voglia entrar meco in cerimonie e trattarmi da non domestico; che però non le replicherò altro circa questo, solo ch’io vivo obligatissimo alle sue cortesie, e che spero questo carnovale d’esser a riceverne dell’altre. Mi conservi la sua buona grazia; e mentre bacio le mani al Sig.r Vincenzo([633]), a lei prego perfetta sanità.

 

Di Genova, li 5 di Ottobre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4064**.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 6 ottobre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 184. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Io non mi conosco così bene in gambe, che mi possa assicurare di non havere a esser di quelli a’ quali non habbia a toccare a sospirare, poichè la mia ignoranza mi può ridurre in questo termine; che seguirebbe quando io non intendessi le propositioni di V. S. Ecc.ma contro al filosofo Liceti, perchè del non capir le sua poco m’importa, essendo piene di falsità e forse nè anco intese da lui, dove le sua mi son parse e vere e chiare: sì che, non intendendo il vero, haverei qualche cagione, et anco non piccola, di sospirare. Pure fin hora io sono stato forse il primo a ridere; e perchè il simile possa fare ancor lei, gli racconterò quanto mi è succeduto.

Andai domenica mattina a Padova, dove mi trattenni il lunedì fino a 17 hore. La prima occasione che ne hebbi fu l’incontrarmi nel Filosofo, perchè, non l’havendo mai più visto, all’habitudine del corpo e fisonomia mi parve giusto un cantambanco, ma di minor reputatione assai di Rosaccio; e per tale al certo l’haverei tenuto, se il Sig.r Pierucci, che era con me, non mi havesse assicurato essere il Sig.r Liceti. La seconda fu in una bottega di un libraro, mio amico, dove, essendo entrato ad aspettare il padrone per parlargli, trovai che insino i fattorini si ridevano di questo filosofo e della pazzia che haveva fatto in volere scrivere anco contro a V. S. Ecc.ma; ma quello che mi hebbe quasi a fare smascellar delle risa fu il padrone della bottega, quale mi disse come il Fllosofo andava continuamente attorno all’Argolo([634]) per informarsi di quello haveva scritto Ticone et il Cheplero, per metterlo in questa sua lettera: sì che, come si ha da vestirsi con le penne del compagno e pigliare molte volte un cieco per guida, bisogna o rimaner ignudo o cascare ne’precipitii; oltre che sento dire che un tal Scipione Gramonte([635]) gli habbia detto a posta alcune cose a rovescio, tanto si è reso questo gran Peripatetico ridicolo in quella città. Mi par mill’anni di veder queste sue cose su la simbella di V. S. Ecc.ma: alla quale bacio per fine con sincerissimo affetto le mani.

 

Venetia, 6 8bre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

 

S.r Galileo Galilei.

 

 

 

 

4065**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 9 ottobre 1640

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 228. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho fatto vedere se vi era il S.r Liceti, ma non s’è visto ancora, e s’aspetta di giorno in giorno: subito giunto, farò quanto ella mi ordina. Scusi il mio silentio, cagionato per il più dalla mia solita infirmità, poichè ben mi conosco obligato a ringratiarla del discorso fatto sopra le cose lunari, nel quale io mi aquieto, non potendo passare più oltre. Io poi, che molte volte ho biasimato il fare del Sig.re Liceti, conosco che devo sommamente lodarlo, poichè, se bene a torto impugna le sue ragioni, cagiona però un grandissimo benefittio a’ letterati, mentre fa ch’ella partorisca nuove specolationi al mondo, che forsi Dio sa se non resterebbono sempre sepolte; et io sono a parte con lui di questo guadagno, se bene non mi tocha punto della gloria ch’egli s’acquista da così glorioso avversario. Starò dunque anch’io aspettando di vederle; e fra tanto la riverisco, baciandole affettuosamente le mani e risalutando il nostro caro S.r Viviani.

 

Di Bologna, alli 9 Ottobre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

Ad Arcetri.

 

 

 

4066*.

 

LUCA HOLSTE a [CARLO STROZZI in Firenze].

Roma, 13 ottobre 1640.

 

Arch. di Stato in Firenze. Carte Strozzi-Uguccioni, Filza 161, car. 235. – Autografa.

 

…. Supplico V. S., se li vene occasione di vedere quel divino vecchio il Sig.r G. Galilei, di salutarlo con ogni sviscerato affetto per parte mia, e farli credere che anch’io sono tra quelli che ammirano la sua profondissima scienza; e si a V. S. si porgesse l’occasione del discorso, harei caro di sapere che giudicio egli fa del librettino di Proclo Platonico De motu, stampato in Parigi dal Cuneate([636]), et in Ferrara([637]) da Francisco Patricio([638])….

 

 

 

4067**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 14 ottobre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 218. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio P.ron Col.mo

 

Sono stato con speranza di giorno in giorno di poter venire; ma poi che non m’è riuscito, nè anche mi può riuscire per quindici giorni, mi son risoluto a scriverle che di questa settimana manderò le sorbe e quanto prima la brace, poi che mentre si trova da portare vino, i vetturali non vogliono attendere ad altro.

Mando a V. S. quelle poche mele cotogne e otto tordi, che gli goda per mio amore, mentre co ‘l fine, salutando caramente il Sig.r Viviani, pregho dal Cielo cumulata prosperità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 14 Ottobre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

4068**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 20 ottobre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 230. – Autografi il poscritto e la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Questo freddo sprovistamente capitato mi ha cacciato di villa, ove son stato tutto il tempo che ho potuto et che mi è stato permesso, non ne perdendo un’hora nè anco per scrivere alli patroni et amici. Ripigliarò hora il solito costume, et particolarmente con V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma, che posso asseverantemente dire essermi sempre in cuore: et il freddo medesimo e la stagione mi raccorda il mio debito circa li dossi et cullatoni. La relatione de’ quali è, che delli dossi ne sono di tre sorti, che qui chiamano sottofini, fini, soprafini: di una fodra dei primi dimandano ducati vinti; dei secondi, ducati vintiotto; dei terzi, ducati trentaotto. L’istessa distintione fanno dei cullatoni: dei sottofini, ducati deciotto; dei fini, vintiquattro; dei soprafini, trentaquattro. Comandi V. S. quello che desidera, che qui, benchè la servirei senza di questo, haverà credito sufficiente già delli vinti scudi, e solecito l’Arisi per la ratta passata; ma questo niente importa, che subito sarà servita, ancorchè il sudetto andasse per viole, come fanno adesso tutti che pagano pensioni, scusandosi che le rendite nulla vagliano.

L’Ecc.mo Licetti mi regalò della sua opera De lumine([639]), et De centro([640]). Il primo, l’ho letto con grandissima avidità, ma non ho imparato da huomo così grande cos’alcuna, massime nel ponto ove l’aspettavo, se il lume sia corpo; et li argomenti contro quella positione mi paiono assai deboli, eccetto a chi crede che quanto dice Aristotile sia irrefragabile verità. Quello De centro, io non l’ho letto ancora: un prete galant’huomo, che l’ha letto, mi dice che posso far di meno di leggerlo con fine d’impararvi, et mi ha datta la similitudine d’un pittore che sopra la sua tavoletta havesse amassati molti colori et poi li caciasse l’un sopra l’altro sopra la tela et si credesse d’haver fatto una bella figura. Ma io, che ho alto concetto dell’erruditione dell’Ecc.mo Licetti, son sicuro che lo leggerò con gusto et v’impararò di belle cose. Ma aspetto bene altre dilicatezze da quello che passarà tra V. S. Ecc.ma et il Sig.r Licetti, se di nuovo meterà il deto nella luna, perchè la contentione di duoi sì grand’huomini non può capitare se non a speculationi degne del loro sapere. Prego il Signore che dia a V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma sanità et tranquillità di animo, sì che possa con gusto giovare ancora et dilettare li desiderosi di sapere; et le baccio con ogni affetto le mani.

 

Di Venetia, li 20 8bre 1640.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

 

 

Pos.a Mi capita la sua gratissima di 13, che mi dà occasione di novo di abbraciarla con tutto l’affetto del cuore. Della pensioncella, vedrò trovar modo che non si perda se non quello portano le monete, che crescono tanto che presto si pagarà con niente.

 

 

Dev.mo Ser.

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

4069*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a [GALILEO in Arcetri].

Venezia, 20 ottobre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 23. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

 

Manco male che non ci mancherà questo carnovale occasione di stare allegramente, già che il Filosofo([641]) vuol far il zani. Mi creda V. S. Ecc.ma che mi par mill’anni di vedere alle stampe questi suoi spropositi, poichè m’imagino che non devono nè possono esser le cose, che è per dar fuora, differenti da quelle che si sono viste fin hora.

Il Padre Maestro Fulgentio, al quale io feci hier mattina presentare in propria mano la lettera di V. S. Ecc.ma, gode, la Dio mercè, ottima salute, et a un mio giovane disse ch’haverebbe inviata a casa la risposta; però, se verrà, sarà con questa aggiunta. Et in restando con tutta l’osservanza([642]) che le porto, la riverisco.

 

Venetia, 20 Ottobre 1640.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Obb.mo et Aff.mo Se.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4070.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 23 ottobre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss Gal., P. VI, T. XIII, car. 232. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Feci con il Sig.r Liceti, già ritornato qua, come credo da lui havrà inteso, l’officio impostomi; e perchè so che esso era per scriverli, non starò a dirle altro in questo particolare.

Quanto al P. D. Vincenzo Renerei, successore del Sig.r Peri nella lettura di matematica in Pisa, sento gusto particolare della persona sua, mentre è di gusto a V. S. Ecc.ma, poichè non può se non essere degno di tal luogo, mentre dal suo esquisito giudizio sia stato autenticato per buono; e se oltre di questo io non havessi anco il rincontro del suo libro([643]), degno di essere da’ studiosi dell’astronomia annoverato tra quelli di maggiore utilità, basteria a farmelo stimare per tale l’havere ella singolarmente a lui conferite (come ella mi scrisse già in una sua lettera) le osservationi da lei fatte intorno ai Pianeti Gioviali, quali, vedendosi quanta pratica habbi fatto il Padre ne’ calcoli de’ pianeti, non potevano veramente a migliore depositario consignarsi nè a miglior penna fidarsi, acciò possino volare per il mondo de’ letterati, con quello di più che dalla sottigliezza et accuratezza di detto Padre si può aspettare.

Scrissi l’altro giorno in Francia a M.ù de Beuugrand([644]), e li mandai un problema, secondo me assai difficile, ad istanza di un Padre franzese([645]), che volse in somma che lo mandassi; il quale ha molti capi, e parte è da me stato risoluto e parte no, quale non spiego hora perchè è assai lunga l’esplicatione, e mi basta dirli che vi è dentro che proportione habbi la parabola alla linea retta da lei sottesa, da me però non ritrovato, con altre cose, parte a me note e parte no. Li darò poi ragualio di quello ch’egli mi risponderà. Per tanto, non mi occorrendo altro per hora, finisco con pregarla a volermi mandare de’ suoi melarancini piccoli, con riverenza, per il cauterio, de’ quali mi favorì già quando ero da lei; e li faccio riverenza.

 

Di Bologna, alli 23 8bre 1640.

 

Saluto caramente il Sig.r Viviani.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

 

 

4071.

 

GALILEO a FORTUNIO LICETI in Bologna.

Arcetri, 27 ottobre 1640.

 

Dalle pag. 165-166 dell’opera De lunae subobscura luce ecc., citata nell’informazione premessa al n.° 4044.

 

Al molto Ill. et Eccellentiss. Sig. e Patr. Osservandiss.

Il Sig. Fortunio Liceti, lettor primario di filosofia, in

Bologna.

 

Molto Ill. et Ecc. Sig. e Patr. Oss.

 

Per lettere del molto Rev. P. Bonaventura([646]) vengo avvisato del ritorno di V. S. Eccellentiss. in Bologna; per lo che, sapendo dove inviare le mie per lei, vengo con questa a dargli conto della ricevuta delli due libri ultimamente da lei mandatimi, de i quali le rendo le debite grazie. Mi son fatto leggere amendue, li quali sono pieni della sua, in ogni genere, singolar dottrina; et in particolare le tante varie definizioni che ella apporta del centro e della circonferenza, mi hanno fatto meco medesimo dolermi della sterilità del mio ingegno, che giamai, oltre a quelle pure notizie che ne apportano i semplici geometri e mecanici, non harei saputo introdur niuna minima nuova cognizione: e se, come i sopradetti matematici dalle definizioni deducono poi un numero grandissimo di teoremi e problemi con loro sottilissime dimostrazioni, sarà che V. S. Eccellentiss. o altri deduchino simili nuove conseguenze, ne nascerà una nuova et ammirabile scienza; et a lei, come primo e principale introduttore, converrà con qualche esempio aprire la porta alla strada lunghissima che resta.

L’altro dell’Ala di Simmia Rodio([647]) mi si rende maraviglioso più per le interpretazioni che vengono dalli autori, e sopra li altri da V. S. Eccellentiss., date all’enigma, che non è l’enigma istesso. Ma veramente il trovare modo di addattare sensi e fisici e metafisici e teologici sopra parole che potrebbero essere state una semplice fantasia, per non dir chimera, del suo prolatore raddoppia in me la maraviglia delli ingegni tanto acuti e speculativi.

Pensavo a questa ora di poter inviarle le mie risposte sopra il candore della luna, distese in forma di lettera a lei medesima; e già le havevo quasi che ridotte al netto, quando mi è venuto aviso([648]) che il Sereniss. P. Leopoldo, alla cui Altezza havevo in prima scritto, si maravigliava che io havessi mutato concetto, solo per dubbio che, dovendo tali mie risposte esser publicate con le stampe, vi fusse inserto il nome glorioso di Sua Altezza, cosa aliena dal suo pensiero, anzi facendomi intendere di esser per gradire che il nome suo faccia manifesto della sua compiacenza di esser frapposto tra me et uno de i più famosi litterati del nostro secolo. Onde io, reputando a mia somma gloria che il mondo senta una testimonianza dell’esser io in buon grado di grazia di un tanto Principe, e stimando che il medesimo possa accadere a V. S. Eccellentiss., ho risoluto di ritornare in su la prima maniera di scrivere all’A. S., ma con tessitura alquanto più ampia per la interposizione di varie mie considerazioncelle, le quali daranno anco a lei più largo campo di arrecare altre sottili speculazioni, temperando io appresso ogni minima ombra di amarezza, spargendovi sempre parole di dolcezza e soavità. Compiacciasi in tanto di condonare questa mia proroga, che pur sarà breve, alla miseria mia, che mi necessita valermi delli occhi e della penna di amico: e confermandogli il mio reverente affetto, gli bacio le mani e li prego felicità.

 

Di Arcetri, li 27 Ottobre 1640.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.

Affett. et Oblig. Serv.

Galileo Galilei.

 

 

 

4072*.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 30 ottobre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 135. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r Oss.mo

 

Io sento molto gusto che V. S. Ecc.ma habbia ricevuto li due miei libretti ultimamente mandatigli([649]), e che, fattisegli leggere, non siano dal suo finissimo giuditio stimati inutili e sprezzabili: le rendo molte gratie dell’honore che mi fa nel darmene così buona testimonianza.

Sto con desiderio grandissimo attendendo la sua nuova lettera riformata del candor della luna; e sento gran contento che ‘l Ser.mo Leopoldo si degni di honorare col suo nome glorioso questa nostra disputa di materia così nobile et altretanto difficile quanto sublime. Sia sicura V. S. ch’io m’ingegnerò di confondere quelli che con acerbo et indiscreto costume hanno disputato meco, nel corrispondere alla modestia di V. S. con pari e, se mai potrò, con maggior grado di veneratione. Fra tanto mi conservi la sua gratia, che resto pregandole da N. S. il colmo della vera felicità.

 

Bologna, 30 8bre 1640.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Aff.mo et Oblig.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

4073.

 

ALBERTO CESARE GALILEI a GALILEO in Firenze.

Monaco, 1° novembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 186. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig. Zio Col.mo

 

Dio sa la consolatione che mi ha apportato la lettera di V. S. molto Ill.re, la qual leggendola quasi mi sono scatorite le lacrime dagl’occhi per tenerezza. Hora intendo il suo stato, il quale se non è conforme che V. S. molto Ill.re desidera et io bramo, causa ne sono gli anni et i patimenti de’ studii: ringratio([650]) però il Cielo che sia viva e con speranza ancor, con l’aiuto di Dio, di assai più vivere.

Dalla sua vedo il desiderio che ha di saper il mio stato. Io mi ritrovo in sanità tale, che Dio volesse che quello di V. S. molto Ill.re fossi cossì. La mia moglie si ritrova gravida, e questo Natale sarà in capo dell parto, che prego Dio riesca in bene, che mi dispiacerebbe([651]) perderla, essendo compagnia di mia sodisfatione e gusto e buona per mia casa; che se non è di tutte quelle qualità che si ritrovava haver la mia madre, al meno di poco vi sarà, spero, dispartita. Vi è solo una cosa che ne tiene mortificatti assai, che è il poco stipendio che ho da questo Ser.mo mio Patrone, perchè non posso vivere con quel decoro che è([652]) sempre stata la mia casa, ma bisogna vivere poveramente. V. S. molto Ill.re puol considerare: ducento e vinti fiorini è il mio salario, e bisognia che faccia le spese presto presto a cinque boce (sic). Ma il tutto rimetto nelle mani della Divina Previdenza.

Del mio fratello Vicenzo sono doi anni che non ne ho havuto nuova alcuna. Di Cosimo, è stato da me già quatro mesi, il qual è stato in Francia, in Fiandra e per tutta la Germania, et se n’è ritornato a Ratisbona con il suo patrone, qual è un gentilomo principalissimo, quale lo ama come se fosse suo figliolo istesso, essendosi avanzato però in virtù: lui sona di liuto, di spinetta e di chitara, parla prima todescho, francese, italiano e latino, che di tutte queste sue qualità io ne ho havuto grandissima consolatione; et è più grande di me. Lui non si ritrova haver altro desiderio che di veder una volta V. S. molto Ill.re, e con prima bona occasione lui si vuol trasferir sin a Fiorenza.

Questo è quanto gli posso dar di novo di mia casa e fratelli: là dove, per non atediarla più, farò fine, pregandola a non si scordar di me, povero suo nipote e riverente servo, con darmi almeno una volta ogni doi mesi del stato([653]) di V. S. molto Ill.re, che mi sarà di consolatione particolare, non havendo al mondo altro rifugio che V. S. molto Ill.re; alla quale inchinandomi io et la mia moglie, le bacciamo riverentemente la mano e li prego del Signore Dio longa vita e sanità, pregandola salutar il Sig.r suo figliolo et tutti di casa.

 

Monaco, il primo di Novvembre([654]) 1640.

Di V. S. molto Ill.re

 

 

 

 

Fuori: All molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Filosofo e Matematico del Ser.mo Gran Duca di Toscana.

Fiorenza.

 

 

 

4074*.

 

GALILEO a [CESARE MONTI in Livorno].

Arcetri, 2 novembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 49. – Originale, di mano di VINCENZIO VIVIANI.

 

Molto Ill.re et molto Eccel.te Sig.r mio Osser.mo

 

Coll’occasione del ringraziarla del regalo de i pistacchi, che 4 giorni fa mi furono mandati([655]) dal Sig.r Ipolito([656]) suo cognato, vengo a dargli avviso di Luchino suo figliuolo([657]), il quale con mio gusto si va continuamente trattenendo appresso di me e con (?) [… ] guadagno di buon procedere, mediante le conversazioni che frequentemente mi vede havere in casa: oltre al quale acquisto ci è quello dell’imparare per ora a leggiere, nel quale esercizio io volentieri mi ci vo occupando con una dirò quasi inesplicabile pazienza, ma però senza disgusto, sapendo che non si può combattere e ottener vittoria sopra la natura; ma finalmente, sia quanto si voglia la sua durezza, si vien pure, col continuo distillarvi sopra, a mollirsi in qualche parte; nè si deve stimare [po]co quel guadagno, benchè tenue, quando di maggiore non se ne possa ottenere. Stia dunque V. S. coll’animo quieto, per quanto appartiene al benefizio di suo figliuolo; e se in altro posso gratificarla e servirla, liberamente mi comandi. E li bacio le mani.

 

D’Arcetri, li 2 di 9bre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et molto Eccl.te

Prontiss.mo S.re

Galileo Galilei.

 

 

 

4075**.

 

GIO. MARCO MARCI a GALILEO in Firenze.

Praga, 3 novembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 234. – Autografa la firma.

 

Perillustris et Excellentissime D.ne, D.ne Galilee, D.ne Observandissime,

 

Licet magno tui desiderio tenerer, hanc tamen felicitatem fortuna invidit, quae me, tibi adeo vicinum, prohibuit a tuo desiderato conspectu, dum socii itineris, nescio quo rumore de sinistro belli eventu permoti, Italiam praecipites relinquunt; quos et ego sequi coactus, magno dolore afficiebar, non potuisse illum honorem tibi deferre, quem omnes literati deferunt, et praesentem venerari quem tota Germania suspicit cum animi grati significatione, ex cuius divinis scriptis me quoque profecisse gaudeo. Quod si tua scripta de motu videre contigisset, priusquam in eo argumento me exercere cepissem, abstinuissem sane a labore supervacaneo. Verum librum tuum de motu Graecii primum aspexi, dum Italiam inde peterem, a Patre Gulden([658]) mathematico illius legendi spatio duntaxat unius diei mihi copia facta. Systema quoque mundi nimis sero accepi, a D.no Pironi([659]), communi amico, de eo monitus, qui, cum scripta mea vidisset, miratus fuit me in plerisque tecum convenire. Illum ergo libellum De proportione motus([660]) Tuae Claritati misi, non quod existimarem aliquid eruditionis tibi accessurum, sed ut ostenderem me iisdem studiis teneri, ut hac ratione illa similitudo te alliceret ad mutuum amorem. Siquid vero in eo libello a me peccatum fuit, a te corrigi pro magno aestimabo. Alteram partem de proportione motus figurarum rectilinearum, ex qua circuli quadraturam elicere tentavi, sicut et alium librum de motu et huius efficientibus causis, gravitate levitate et impulsu, iam absolutos, ubi lucem aspexerint, Tuae Claritati censendos submittam.

Doleo autem vehementer de tua calamitate, et, cum mentis oculis praecellas, visum corporeum tibi defecisse, magno rei literariae dispendio, quo et plura scripta a te exspectare, et nostra vicissim a te legi et corrigi, liceret: difficile enim geometricas demonstrationes, figuris alligatas, solo auditu percipere. Sed videtur anima a sensibus externis se intro retraxisse, quo vis ingenii collecta maius quid moliatur: nam et quosdam philosophos, quo magis sapientiae vacarent, sibi oculos eruisse proditum ab historicis: quanquam, o Galilee, ea iam praestitisti, ut mensuram ingenii humani excessisse videaris. Itaque summis votis exopto hoc tibi in aetate senili solatium, ut illum solem rursum aspicere valeas, quem tu nobis primus ostendisti, qualis nimirum in se est qualisque videri caelicolis solet.

Vale felicissime([661]), Vir Clarissime, meque inter eos numerari patere, qui te amant coluntque.

 

Pragae, 3 Novemb. a. 1640.

Tuae Claritatis

Servus Promptissimus

Ioannes Marcus Marci

m. p.

 

Fuori: Perillustri et Excellentis.mo D.no, D.no Galileo Galileo,

Patricio Florentino, philosofo eximio et mathematicorum coryphaeo etc.,

D.no Observandiss.mo, in

Florentia.

 

 

 

4076*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 3 novembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 24. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Oss.mo

 

La tardanza che farà a comparire la sua lettera sarà con molta usura di chi la sta con tanta ansietà attendendo, per i belli e veri insegnamenti che ne potrà apprendere; nè io mi maraviglio ch’il Ser.mo Sig.r Principe Leopoldo goda tanto ch’esca in publico, sapendo qual sia il gusto di S. Alt.a in giovare altrui. Però io starò attendendo a suo tempo i suoi favori.

Al Padre Maestro Fulgentio feci presentare hier mattina la lettera di V. S. Ecc.ma; e se egli mi manderà la fodra per la zimarra che lei m’accenna, gliela farò pervenire quanto prima e con minore spesa che sia possibile. In tanto le rattiffico la mia vera osservanza, e gli bacio riverentemente le mani.

 

Venetia, 3 Novembre 1640.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Aff.o et Obb.mo Se.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4077**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO in Firenze.

Siena, 5 novembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss, Gal., P. I, T. XII, car. 188. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.e Sig.r mio Oss.mo

 

L’haver sopraseduto in mandarle ‘l vino è stato per non haver i saggi corrisposto al mio gusto; onde sarà minore il mancamento della dilatione, mentre mi porterà ‘l commodo di servir V. S. del panno che mi comanda. Farò havere quel riguardo al colore ed alla spesa che m’accenna, e premerò che tutto sia costà verso la fine di questa settimana.

Veramente la prontezza del S.r Liceti alletta la curiosità di veder le sue risposte; e questo Ser.mo Principe imparticolare confessa che bisogna che([662]) sieno sopra l’immaginazione di qualunque ingegno, mentr’al discorso di lei par di rimanere interamente appagato.

Mi rallegro poi infinitamente che le sue indispositioni ammettino ‘l sollievo delle solite speculationi; e confermandomele quel solito e devotissimo servitore, da Dio benedetto le prego ogni bene.

 

Siena, 5 9bre 1640.

Di V. S. molto Ill.e

S.r Galileo Galilei. Fiorenza.

Devot. Ser.

A. A. di Siena.

 

 

 

4078.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 6 novembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 166. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or, S.or P.ron Oss.mo

 

Ricevei, quattro giorni sono, dal S.or Gassendi una lunghissima lettera di sedici fogli interi([663]), scritta con molto minuto carattere, replica alla mia risposta di quel suo quesito della varietà dell’ombre, piena di molte bellissime curiosità et ornata non meno di pretiosa dottrina che di singolare modestia e civiltà. E perchè con essa ricevei anche copia d’un’altra, ad altri([664]) scritta pure dall’istesso S.or Gassendi, nella quale sono alcune cose spettanti a V. S., mi è parso di inviargline descritto il capitolo. Dic’egli dunque:

 

«An ausim etiam rogare te, ut cum viro illo nostri aevi celeberrimo Galileo argumentum communices? Nempe cum eximius noster Belrecuellius([665]) Florentia iter faceret, significavit maximus vir se pellubenter, si quid haberem quod illustrando problemati faceret, esse cogniturum. Cum forem etiam nuper Brinoniae, sollecitavit me non parum Bellonius nostras, Florentiam brevi ad Ducem Guisium([666]) discessurus, ut, conscripta epistola, exemplum sibi concrederem, quod ad Galileum deferret. Ego vero, nescius an Licetus fuerit aequi bonique consulturus si, te excepto, quispiam alius viderit prior epistolam, non audeo morem gerere, nec viri tanti tamque mei amantis desiderio facere satis. Heinc est ergo cur te iam rogem ut, si tibi liceat per Liceti genium, aut ex litteris illis meis argumentum ducas quod idoneum sit, aut exscribi mandes capita praecipua, quae ad Galileum meo nomine mittas

 

Se V. S. desidera di haver copia di questa lettera, me ne avisi, chè procurerò (con qualche commodità di tempo, attesa la sua gran lunghezza) di trascriverla e mandargnene: ma non vorrei già che questa cosa mi prolungasse il tempo di havere a godere i frutti della sua lettera, accresciuta et accommodata secondo il suo gusto, intorno al nostro discorso del candor della luna, che sto tuttavia non meno desiderando che aspettando. Però, se potesse lei aspettare senza noia, crederei di mandargli la detta lettera del S.or Gassendi, stampata([667]) con la mia risposta: e mi giova di credere che ciò a lei poco importi; certo molto meno che a me di haver la sua, per le continue instanze che mi vengono fatte della risposta. Ma potrebb’essere che a V. S. fusse caro di vedere particolarmente quel capo della lettera nel quale il S.or Gassendi, conformandosi coll’opinione di V. S. circa il candor della luna, partitamente con brevità risponde a tutte le mie ragioni, da lei molto più diffusamente esaminate: ho fatto per ciò da mio nipote trascrivere ad verbum ciò che detto valenthuomo mi scrive in questo proposito (al quale spero di poter dare a suo tempo convenevole risposta), e ne mando acclusa la minuta a V. S.([668]) Alla quale pregando da Dio felicità, bacio le mani di tutto cuore.

 

Bol.a, 6 9bre 1640.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Devot.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

4079*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 6 novembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 130. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.r e P. Col.mo

 

Servirà questa per dar avviso a V. S. Ecc.ma come il primo del corrente giunsi con perfetta salute a Pisa per incominciar le mie fatiche, doppo haver, al solito, per mare corsa una fierissima tempesta, di modo ch’io spero d’haver a campar un gran pezzo, stante che, havendomi la morte assalito tante volte e per tante strade, dovrebbe hormai contentarsi. Giovedì a otto farò il mio ingresso; ne manderò a V. S. Ecc.ma la copia. Che è quanto per hora m’occorre dirle, mentre con ogni affetto a lei ed al Sig. Vincenzo([669]) bacio la mano.

 

Di Pisa, li 6 di 9bre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo e Cord.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4080*.

 

FORTUNIO LICETI a PIETRO GASSENDI [in Aix].

Bologna, 8 novembre 1640.

 

Dalla pag. 385 dell’opera De lunae subobscura luce ecc., citata nell’informazione premessa al n.° 4044. E la lettera è altresì a pag. 438 dell’edizione citata nell’informazione del n.° 1729.

 

…. Quia vero mihi necessitas ingruit in praesentia respondendi Cl. Galileo de candore lunae, cogitavi simul in ea disputatione perpendere quae tu, illi consentiens, contra meas rationes affers ad calcem epistolae, quorum exemplar ipse transmisi nuper ad inclytum Virum([670]), quod ex tuis ad optimum Naudaeum([671]) datis agnoverim te percupere, cogitationes istas tuas earum cupidissimo viro communes fieri….

 

 

 

4081*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 9 novembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 148. – Originale, d’altra mano.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mi capitò la gratissima lettera di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma di 7 del passato in tempo solamente che mi trovavo nel maggior travaglio di una terzana, che mi ha trattenuto 15 giorni in letto, e così violente che dovea aspettarsi più tosto in un giovane disordinato che in un vecchio settuagenario come sono io. Comincio, coll’aiuto di Dio, levarmi di letto, benchè con poche forze, onde in questa proroga havrò occasione di servire V. S.: dalla quale aspettarò, non dico con ansietà, ma con impatienza, quello che scriverà per questa contentione col Sig.r Liceti, le cui opere De lumine([672]), De centro et circumferentia([673]), in fatti sono tanto sublimi, che, con tutta la patienza di legerle, io non posso capirne cosa minima che non sapessi inanti. In questa sua numerosità de’ centri io ho per constante che nè lei nè altri vogliano cavar nè problemi nè theoremi; et mell’assicura il non esser stato fatto in due mille anni, che quelle stesse deffinitioni caminano intorno.

Mando la fodra dei cullatoni, nei quali V. S. sarà servita nel più perfetto modo che porti quest’anno, nel quale sono così cari e poco buoni che venivo consigliato a diferir ad un altr’anno; ma la nostra età non ci consente il diferir a dimani quello che ci può giovar hoggi. Li ho raccomandati alla benignità dell’Ecc.mo Sig.r Ressidente Renocini, il quale con suprema cortesia, sua propria dote, si è offerto di farli capitare senza disturbi et sicuri a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Alla quale per fine bacio le mani, et con ogni affetto di cuore l’abbraccio.

 

Ven.a, li 9 Novembre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Divotiss.o Ser.re

Fra Fulg.o de’ Servi.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallileio.

Con un fagotello.

Fiorenza.

 

 

 

4082.

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 14 novembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 190. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Servirà questa a V. S. E.ma per darle avviso della ricevuta della sua, et insieme per raguagliarla come hieri feci il mio ingresso ed hoggi ho dato principio alle lezzioni. Se non m’adulano gli amici, non è stato ingrato; et non ne mando hora copia a V. S. Ecc.ma per non haver tempo di poterlo fare, ma spero farlo senz’altro con le seguenti.

Della sanità è vero ch’io sto molto meglio, ma non sono per ancora nello stato di prima; ed il mio male è tutto nel ventricolo, che se mangio un poco più dell’ordinario, subito mi dà alterazione: tutta via spero con la regola del vivere di liberarmi affatto.

Ho fatti i suoi baciamani alli Sig.ri Stecchini e Marsilii([674]), che li rendono duplicati, sì come anco al fratello([675]) del Sig.r Viviani, a cui bacio caramente le mani; e prego per fine a V. S. Ecc.ma un poco del sonno d’un mio servitore, che dorme la sua parte e quella di V. S. Ecc.ma

 

Di Pisa, li 14 di 9mbre 1640.

Di V. S. Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Mathem.co e Filosofo prim.o del S. G. D.

Firenze.

 

 

 

4083*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 17 novembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 25. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.rone mio Oss.mo

 

Il poco avvedimento del procaccio il quale partì la passata settimana, che, per essere poco pratico di queste parti, tralasciò di fare la bulletta, fu cagione che io non mandai a V. S. Ecc.ma il fagottino de’ culattoni, consegniatomi dal Padre M. Fulgentio. Supplisco però questo giorno, inviandoglielo per Giovanni Baldini, al quale V. S. Ecc.ma non doverà pagare altro che mezza pezza da otto fra il porto et altre spese che ci potessero essere di gabelle a Bologna et a Ferrara, chè così sono io con esso rimasto d’accordo. Gli confermo la mia affettuosissima osservanza, et insieme con il Sig.r Dottor Pierucci, qui presente, gli bacio reverentemente le mani.

 

Venezia, 17 Nov.re 1640.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Aff.mo et Obb.mo Ser.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4084**.

 

IACOPO SOLDANI a GALILEO [in Arcetri.]

Siena, 21 novembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 192. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Questa Ser.ma A.za([676]) ha ricevuta quella parte d’Archimede che V. S. Ecc.ma le ha mandata, che è stata opportuna, havendo in essa studiato([677]) quelle proposizioni che appartengono alla materia delle galleggianti, che ultimamente haveva alle mani nel suo trattato; e quando il S.r Viviani harà finito di studiare il restante, V. S. Ecc.ma lo potrà inviare all’A.za S.: la quale aspetta con desiderio la sua risposta al S.r Liceto, et ha ammirato la di lui intrepidità, che non si sbigottisca dalla multiplicità de gli avversarii, e la saluta caramente. Et io rappresentando([678]) a V. S. Ecc.ma la mia osservanza, le fo affettuosissima reverenza.

 

Di Siena, 21 9bre 1640.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

 

 

 

 

S.r Galileo Galilei.

 

 

 

 

 

4085**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 26 novembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 197. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re Sig.r mio Oss.mo

 

I tempi che corrono scuseranno appresso di V. S. la tarda comparsa di Santi, che viene con il solito saggio di vino, ma non so se della riuscita de gl’altr’anni, essendo convenuto mutar luogo, poichè la vigna solita, per esser stata battuta dalla grandine, non ha dato cosa da potersi mandare. Per sapere se questo vino regge o non regge nel mandarlo, mi farà V. S. grazia di darmi un po’ di cenno a suo tempo della prova che faccia, perch’io habbia la consolazione di servirla o di questo o di quell’altro per molt’anni appresso.

Il mio maestro di casa([679]) la serve in quest’occasione del panno che ha domandato; e supplicandola a favorire co’ suoi comandi il vivo desiderio c’ho et haverò sempre di servirla, senza più le bacio devotissimamente le mani.

 

Siena, 26 9bre 1640.

Di V. S. molto Ill.

Devot. Ser.

A. Arc.vo di Siena.

 

 

 

4086**.

 

CRISTOFANO PIOCHI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 26 novembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 195. – Autografa.

 

Molt’Ill.re Sig.r e P.ron mio Osser.

 

Si manda a V. S. molt’Ill.re tre some di vino bianco, del meglio che si sia potuto trovare: e con questa occasione Monsig.r Ill.mo Padrone([680]) m’ha commesso che li provedessi sei braccia di panno di questo dell’arte, come ho fatto; e credo che sarà di sua satisfattione per la qualità e pel colore, che m’è parso siamo stati benissimo serviti. Il prezzo non è più di dieci lire il braccio; tanto l’ho pagato ad un bottegaio mio amico, e di più n’ho staccata la tela per involtarlo. Se sarà stata ben servita, sarà mia fortuna, chè tale la reputo, e desidero occasione che m’impieghi in altre cose di suo gusto, come la prego; mentre con quest’occasione me le dedico servitore di desiderio infinito di servire al suo merito, e per fine, facendole reverenza, resto pregandole dal Signore ogni bene.

 

Siena, 26 9bre 1640.

Di V. S. molt’Ill.re

 

 

Dando il denaro al vetturale del vino, sarà ben dato, che sono lire sessanta.

 

 

Oblig. et Aff. Ser.

Cristofano Piochi.

 

 

 

4087.

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO [in Arcetri].

Pisa, 26 novembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 194. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Tardi mando a V. S. Ecc.ma la copia del mio ingresso([681]), perchè son tanto pigro nel copiare che non prima d’hieri finii di riscriverlo. Vedrà in esso fatta mentione di V. S. Ecc.ma, e mi compatirà se non l’ho celebrata con quelli elogii che si dovrebbono, accettando il buon animo,

 

Chè quanto posso dar, tutto vi dono.

 

Del resto, me la vado passando assai bene, e sperando pure d’haver anco in breve a ritrovarmi in quella prosperità di forze che ero una volta.

Feci le sue raccommandazioni alli Sig.ri Stecchini e Marsilii, che le rendono duplicati i bacciamani e vivono devotissimi alla persona sua.

Con un poco di ozio anderò mettendo all’ordine l’effemeridi delle Medicee per l’anno avvenire, acciochè, se fussero ricercate di colà([682]), potessi inviarle. Con che, pregando a V. S. Ecc.ma lunga e prospera sanità, le bacio affettuosamente la mano.

 

Di Pisa, li 26 di Novembre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Al Sig.r Viviani mille raccommandazioni, pregandolo a favorirmi di dire al Sig.r Braccio Mannetti se mai hebbe fortuna di trovarmi l’Apollonio Pergaeo che li richiesi, con un baciamano affettuosissimo in mio nome.

 

 

S.r G. G.

Dev.mo et Obb.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4088**.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 1° dicembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 182. – Autografa.

 

Molt’Ill. Sig. mio Oss.mo

 

Ricevo il regalo di V. S., che tanto più godibile si rende, quanto che veramente qua a simili dilizie stiamo scarsissimi e, come V. S. dice, è vantaggio che la stagione non faccia desiderar i frutti quanto gl’altr’anni. Gliene rendo le dovute grazie, e sopratutto mi rallegro che ella si vadi mantenendo con salute tra i suoi travagli: e con questo Ser. Principe([683]) non occorre mendicar l’occasioni di far memoria di V. S., perchè con la solita stima del suo merito spesso se ne tiene discorso.

Passerò con il S.r Dottor Marsilii([684]) gl’uffizii di cortesia da V. S. incaricatimi: nè altro mi riman che desiderare, se non che le sue continue grazie mi venissero alle volte accompagnate da qualche comandamento, de’ quali mentre la supplico, devotamente le bacio le mani.

 

Di Siena, il p.o di Xbre 1640.

Di V. S. molto Ill.

Devot. Ser.

A. A. di Siena.

 

 

 

4089**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 5 dicembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 199. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Non poco dovrò stimar per l’avvenire quella mia composizione che le inviai([685]), mentre sento esserle stata così gradita, se però l’affetto non l’ha fatta errare nel giudizio. Non penso di stamparla per hora, ma la riserbo a dar fuora con alcun’altre orazioni, fatte in diverse occorrenze, le quali spero di metter insieme quest’inverno; tratanto, acciochè V. S. Ecc.ma possa mandarla a Venezia, dove pur havrei caro di farla vedere, cercherò di farne io un’altra copia e manderolla più presto ch’io possa: ed anco andrò mettendo all’ordine l’effemeridi delle Medicee per l’anno futuro.

Di sanità, per grazia di Dio, sto assai bene: mi travaglia però anco un poco la vigilia della notte, segno che questi benedetti ippocondrii non sono ancor quietati. Ho preso casa, e condotto con esso meco mio fratello Gio. Battista, che bacia humilissimamente le mani a V. S. Ecc.ma; e sin hora, per accommodarmi e nel viaggio, ho speso 180 scudi: pensi V. S. Ecc.ma s’io posso vivere col salario destinatomi. La scuola poi camina assai bene, particolarmente in Sapienza, dove sino ad hora continua l’auditorio; in casa poi, al ponte del’asino ne ho smarrito qualcheduno; spero bene d’haver più concorrenza al principio dell’anno, nell’incominciar a legger la Sfera, essendone da molti richiesto. De’ sogetti che ascoltino ve n’è qualch’uno che farebbe passata, ma la poca voglia di studiare non li lascierà sollevarsi; ed alcuni che vorrebono e fanno ogni sforzo, hanno il capo che li pesa. Puol esser che mio fratello riesca, che ci ha genio e cervello accommodato; ma li bisogna principalmente attendere ad imbrogliar il cervello agli altri con la legge.

Questo è quanto m’occorre, ed affettuosissimamente le bacio le mani.

 

Di Pisa, li 5 di Xmbre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo e Cordialiss.o Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4090*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri]

Venezia, 8 dicembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 26. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Oss.mo

 

Sento con sommo gusto l’arrivo ben conditionato della pelliccia: e di estremo contento mi sarà il poter vedere il grosso volume del Filosofo([686]), che V. S. Ecc.ma mi dice dovere in breve uscir fuora; ma, se l’ho a dir come la sento, pagherei volentieri uno che leggesse per me tutte le sue filastrocche, per non haver a perdere il tempo in cosa senza gusto, perchè, come si sarà riso di una cosa, m’immagino tutte l’altre doveranno essere dell’istesso tenore. Pure sarà non poco l’acquisto che ne farà l’universale, per le cose che verranno in luce di V. S. Ecc.ma Alla quale ricordando la mia vera osservanza, bacio con sincerissimo affetto le mani.

 

Venezia, 8 Xmbre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo et Obb.mo Ser.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4091*.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 11 dicembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 138. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron Oss.mo

 

Non occorreva che V. S. Ecc.ma mi mandasse la lettera dell’Ill.mo S.r Senator Soldani([687]), per assicurarmi che la tardanza di mandarmi la sua lettera riformata non venisse dalla sua negligenza, massime, come mi dice, che ha in essa poche cose, e di poco momento, alterate dalle poste nella sua prima, mesi fa inviatami, poichè la sua peritia sopraordinaria nelle cose matematiche tiene bisogno di poco tempo nello sciogliere difficoltà grandissime, non che queste mie poche ragioni che altre volte mi scrisse essere di facilissima solutione, per ciò che anco alla semplice sua attestatione io do amplissima et indubitata fede: con tutto che altri potesse dubitare, non essere stato necessario il([688]) mandare tutta la lettera a considerare a quell’A. S., ma solamente il proemio, posciachè anco l’Ill.mo S.r Soldani scrive che ‘l S.mo Principe non era per censurarla, ma per rigustarla et ammirarla iteratamente e ricevere nuovo piacere di quello vi ha aggiunto, et questo si poteva fare nel leggerla stampata. Io però voglio in tutto sodisfare al gusto di V. S.

Quanto al rispondere a quella parte della lettera del S.r Gassendo che tratta della stessa materia([689]), di già l’ho fatto; nè mi manca altro che di fare la risposta a quelle cose che V. S. haverà alterate et aggiunte, per dar compimento a questa mia fattura: nella quale, se bene io sarò l’addottrinato da due sì grand’huomini, non mi mancherà l’honore d’esser entrato in arringo con essoloro.

Col seguente ordinario spero di mandarle gli esemplari di due o tre mie operette, nuovamente publicate: fra tanto mi conservi la sua grazia. Il P. Cavalieri la riverisce, e meco molto si rallegra di haver buone novelle di lei; et amendue le preghiamo dal Cielo felicità.

 

Bologna, 11 Xmbre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

4092*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 15 dicembre 1640.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 149. – Originale, d’altra mano.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Godo che la fodra mandata sia riuscita di sua sodisfattione: certo, per l’anno che corre et per quello che si può havere, non si è mancato di far il possibile acciò restasse servita. La spesa è anco di conto.

La ratta della pensione che havevo nelle mani, io ho anco quella di 7mbre passato, della quale V. S. molto Ill.re et Ecc.ma disponga a suo piacere, e comandi ciò che si debba fare.

Mi condoglio di questa nuova sua acrimonia negl’occhi; ma questi tempi portano incomodi alla vechiezza. Io ancora posso dire di tendere al letto già due mesi d’infirmità, perchè da quattro giorni soli in qua comincio levarmi qualche hora.

Il Sig.r Liceti mi ha mandato tre altre sue compositioni, una delle quali è che la terra sia centro dell’universo([690]). Convien che questo grand’huomo habbi ritrovata qualche ragione o esperienza che la convinca, cosa che, a dir il vero, sin d’ora non è stata fatta di alcuno. Mi dà anco conto della lettera del Sig.r Gassendo([691]) et di quella che le manda V. S., amplificata circa il candor della luna, ma insieme mi dice che il risponderli sarà l’opera della seguente està; et io ho una impatienza insopportabile d’aspettare di veder all’hora l’aggionte che V. S. ha fatte et il contenuto della lettera sudetta. Se me ne potesse favorire col farmi tenere la sostanza et il ristretto, ne riceverei singolarissimo favore, ma senza molto suo scomodo.

Il che è quanto mi occorre di particolare; e col pregarli tranquillità di animo, con tutto l’affetto le bacio le mani.

 

Ven.a, li 15 Xmbre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o Ser.re

Fra Fulg.o de’ Servi.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Fiorenza.

 

 

 

4093.

 

FULGENZIO MICANZIO a FORTUNIO LICETI [in Bologna].

Venezia, 15 dicembre 1640.

 

Cfr. n.° 4100.

 

 

 

4094*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 18 dicembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 172. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Le molte mie occupationi, così nelle lettioni publiche come private, mi hanno reso alquanto negligente nello scrivere a V. S. Ecc.ma, onde la prego a scusarmene, stante anche la mia continua indispositione.

Ricevei le salutationi fattemi per il Sig.r Liceti con molto gusto, tanto più che havevo con mio grandissimo ramarico sentito un’amara nuova di lei, che ci havesse con la presente vita abbandonati, onde pensi quant’io mi rallegrai. Questo, secondo il detto commune, suole allongare la vita; perciò io hora, per il contrario, mi rallegrarò che li avranno allongato essa vita: e credo che l’equivoco nascesse forsi per la morte di qualche altro di casa Galilei. Questo poi, che me lo riferì, fu il P. Fidati([692]), puoco fa Giesuita, che è stato in quella religione da 21 anno et era Ministro del Collegio Romano, et è uscito con alcuni altri nuovamente da quella religione; il quale disse di harverlo sentito dire in Ancona da un Fiorentino, acciò ella sappi il tutto.

Il Sig.r Liceti et io habbiamo più volte ragionato insieme di lei e discorso intorno alla questione, conoscendo egli veramente per efficacissime le ragioni addottele in contrario da V. S. Ecc.ma, replicatele in parte da un tale Gassendi([693]), credo Provenzale, che concorre nel parere pure di lei; ma si trova imbarcato, bisogna che navighi, se però havrà biscotto a bastanza. Dico bene che questa controversia gli arrecha maggiore honore che qualsivoglia altra ch’egli habbi havuto, onde egli dovria molto ringratiarla, poichè, dove le sue opere sono viste da pochi e non molto stimate, questa sarà e vista da assai persone e stimata molto. Starò però anch’io attendendo di vedere l’aggiunte fatte([694]) alle prime risposte, quali mi stimo saranno degne di lei e non dissimili in eccellenza e rarità alle altre sue peregrine specolationi; e fra tanto non resterò di pregarle dal Signore lunga e felice vita, dandoli le buone feste, et insieme anco al S.r Viviani, se più gode di cotesto fortunato albergo. Con che di tutto cuore la riverisco.

 

Di Bologna, alli 18 Decembre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Gal.eo

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.o

Il Sig.r Gal.eo Galilei.

Fiorenza.

Ad Arcetri.

 

 

 

4095**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 20 dicembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P VI, T. XIII, car. 236. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Mando l’inclusa copia dell’ingresso([695]); e l’ho fatta copiare da uno scolare, che havendomela portata hora al tardi, non ho havuto tempo di rileggerla, che però sarà neccessario ch’ella se la faccia rileggere prima di mandarla.

Io me la passo al solito; e vado mettendo all’ordine l’effemeridi per l’anno avvenire, le quali vorrei, quando ella si compiacesse, far istampare per mandar attorno a qualche amico, havendo ultimamente, dalle passate osservazioni, ridotte le tavole de’ moti di quelle, che rispondono essatissimamente.

Questo è quanto m’occorre, mentre a lei ed al Sig.r Viviani prego felicissime queste S. Feste, e le bacio caramente le mani.

 

Di Pisa, li 20 di Xmbre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Obb.mo e Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4096.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 26 dicembre 1640.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 238. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Inviai a V. S. Ecc.ma per il libraro detto Nofri, che sta vicino alla Piazza del Gran Duca, una copia del mio ingresso([696]), che le havevo promessa; havrò dunque caro d’intendere se l’habbia ricevuta: ed in tanto le prego felicissime le SS.te Feste, con un nuovo anno prospero, accompagnato da una moltitudine d’infiniti altri appresso, sì come faccio anco al Sig.r Viviani.

Vengo richiesto dal’Ill.mo Sig.r Girolamo Spinola, governatore della Specie, principal gentilhuomo della nostra città, d’un occhiale che non eccedesse l’inclusa misura; e perchè premo sommamente di servire a un cavalliero di gentilissime condizioni, supplico V. S. Ecc.ma a favorirmi di incommodar qualche suo amico, che usi diligenza di trovarlo ed inviarmelo con la nota della spesa, che le ne resterò perpetuamente obbligato.

In tanto vado mettendo all’ordine un mio capriccio sopra li specchii d’Archimede, sovvenutomi ultimamente nel legger alcuni versi grechi di Zetze([697]), antico poeta, che descrive l’incendio delle navi di Siracusa; il quale manderò a V. S. Ecc.ma, acciochè mi faccia grazia d’essaminarlo e, prima ch’io con altri lo conferisca, dirmene il suo parere: stante che dalle parole di questo scrittore parmi poter concludere che quanti fin hora ci hanno fantasticato attorno, benchè habbiano trovate sottilissime invenzioni e speculazioni acutissime, non habbiano per ogni modo toccato il segno, per essersi figurati nell’animo che Archimede, nell’accender il fuoco in un destinato luogo d’una nave, v’adoprasse un solo specchio; il che io credo falso, e stimo che più d’uno, variamente situato, ve ne mettesse in opra, come più a lungo con un poco di tempo mi lascerò intendere. Le bacio per fine affettuosissimamente le mani; e prego dal Cielo continuata prosperità.

 

Di Pisa, li 26 di Xmbre 1640.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obb.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4097.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 1° gennaio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 239. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or P.ron Col.mo

 

Servirà questa per riverire V. S., con augurargli il buon principio d’anno, et inviargli l’esemplare della mia operetta De natura et arte([698]), che si degnerà di ricevere come nuovo segno della mia osservanza, honorandomi di farsela leggere. Spero di mandarle presto le risposte da me fatte all’Apologetico del S.or Chiaramonti, non volendo con tanti volumi insieme fastidirla. Nel resto io sto impatiente hormai di vedere la sua lettera riformata et ampliata; e tardando tanto V. S. a farmene parte, vado dubitando che lei voglia ch’io rispondi alla prima, massime havendomi essa nella ultima sua scritto che vi ha alterato et aggiunto pochissime cose e di poco momento: sì che, credendo che questo sia il suo pensiero, da qui avanti farò le mie considerationi intorno alla prima già mandatami; e se mentre queste si stamperanno V. S. mi honorerà di mandarmi le sue additioni e riforme, non mancherò di farle mettere a i luoghi suoi, o, non potendo più farlo, le porrò in una mantissa o vero appendice alla fine dell’opera, che sarà di non pochi fogli. Con qual fine le prego da N. S. ogni contento.

 

Bol.a, il p.o Gen.o 1641.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Se.re

Fortunio Liceti.

 

  1. S. si contenti di voltar carta([699]).

Ero per suggellare et inviare alla posta questa mia, quando mi è giunta l’ultima sua delli….([700]) passato, nella quale mi avisa, che sendo ritornato da Siena il Ser.mo Prencipe Leopoldo, gli voleva in breve consignare la sua lettera, la quale essa poi mi haverebbe di subito mandata, e che il P. M. Fra Fulgentio da Venetia gli haveva scritto del mio libro De terra, unico centro motus singularum coeli particularum([701]), che V. S. desidera di vedere. Quanto al primo, starò con desiderio attendendo la lettera, prima di trascrivere le mie considerationi, già fatte sopra la prima, per metterle sotto ‘l torchio. Quanto al secondo, non ho manda[to] a V. S. quelli miei volumetti prima, non havendola voluto distrahere dal mandarmi la lettera con la lettura di essi; lo farò la settimana ventura, et insieme con essi metterò anco l’operetta De natura et arte, che, per esser piccola, potrà farsi leggere prima delle altre. Con qual fine di nuovo gli bacio le mani.

 

Bol.a, 1 Gen.o 1641.

 

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.or P.ron Col.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Con un involto seg.to

 

 

Fiorenza.

 

 

 

4098**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 4 gennaio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 158. – Autografi la sottoscrizione ed il poscritto.

 

Molto Ill.re Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Bisogna ch’io non habbia saputo esprimermi intorno al credito di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma Delle due ratte della sua pensioncella passate, una l’ho spesa di punto nella fodra mandata, l’altra l’ho tutta intiera, e V. S. ne può disponere; nè volsi dir altro, se non che le monete erano cresciute a tale essorbitanza che con poche si faceva grossa soma, correndo il cechino lire 16, la doppia 28, et a proportione il rimanente. Deve venire, con occasione di predicare in Treviso, il P. Maestro Pietro Paolo([702]), che sta costì alla SS.ma Nonciata; le faccio scriver hoggi che si compiaccia sborsare a V. S. il valsente di 15 scudi d’argento e soldi dieci di questa nostra moneta, che è una ratta: se lo farà, havrò piacere che non ci entri spesa; se non, V. S. comandarà quello dovrò fare.

Me ne sto in piedi, però confinato nella camera con una difficile convalescenza et arduissima (?) ricuperation di forze. Non ho potuto trattenermi dal legger a poco a poco il trattato dell’Ecc.mo et Em.mo filosofo il Sig.r Liceti, che il centro della tera sia anco centro dell’universo([703]), et con una estrema curiosità di vedere da questo tanto celebre ingegno le ragioni di tal problema; ma, o che io non capisca la sua profondità, o che non vi è nessuna prova imaginabile, fuori che quello che hanno scritto li seguaci d’Aristotele e di Tolomeo e questi auttori; di maniera tale che, sicome amiro la grand’eruditione di quel Signore, così in questo tanto bramato proposito non ho imparato cosa alcuna. Nell’altre due sue opere nove egli confuta sottilissimamente quello che il Sig.r Chiaramonti ha ripreso in lui; del resto non vi veggo se non la sua gran copia, ma non imparo cose nove. Che è quanto di presente m’occorre; et a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma prego ogni felicità, e patienza con tranquillità, e baccio le mani.

 

Ven.a, li 4 Gen.o 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Il S.r Proc.r Sebastiano Venier morì già 4 mesi. Il S.r Zaccaria Sagredo vive in ottimo stato.

 

 

Dev.mo Ser.

F. Fulg.o

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Fiorenza.

 

 

 

4099*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO in Arcetri.

Venezia, 5 gennaio 1641

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 20. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.re mio P.on Oss.mo

 

Le occupationi sopragiuntemi grandissime in questa settimana non mi hanno permesso il potere vedere ancora l’ingresso([704]), che con la sua humanissima ho ricevuto, fatto dal Padre Fra Vincenzio Renieri, nuovo lettore delle Mattematiche nello Studio di Pisa: presuppongo però che sia conforme al suo bello et elevato spirito. In conformità dunque dei suoi comandamenti, lo farò vedere et al Padre Maestro Fulgenzio et al S.r Dottor Pierucci, comunicandogli il desiderio del detto Padre. Intanto rendo a V. S. Ecc.ma pienissime gratie delle tante prosperità che mi va dalla Divina Bontà augurando; e ripregandoli questo nuovo anno, con molti appresso, colmo di veri contenti, le bacio di vivo cuore le mani.

 

Venetia, 5 Gennaro 1640([705]).

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

S.r Gallileo Gallilei. Arcetri.

Aff.mo et Obb.mo Ser.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4100.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze

Bologna, 8 gennaio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 241. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or P.ron Col.mo

 

Mi duole che insieme con la mia lettera V. S. non habbia ricevuto li esemplari delle mie tre ultime opere publicate, e spetialmente quella De Terra, unico centro motus singularum coeli particularum([706]), la quale V. S. desidera. L’ho composta in occasione di rispondere alle obiettioni del S.or Chiaramonti, supposto il sistema Tolemaico e la dottrina peripatetica, nelli quali due fundamenti l’antagonista meco conviene. Poi che nella mansione di essa lettera si accusa l’involto segnato , nel quale ho posto li tre esemplari, se bene dentro la lettera scrissi di doverli inviare a V. S. coll’altro ordinario, ma vedendone la premura che lei me ne faceva, mi risolsi mandargnene coll’ordinario stesso che portò la lettera, sì che credo a quest’hora l’haverà ricevuti.

Ma molto più mi pesa la procrastinatione di mandarmi la sua lettera riformata et ampliata, sì perchè desidero molto vedere le aggiunte fattevi e godere della dottrina aggiunta, come perchè non vorrei perdere il tempo, datomi adesso nelle vacanze, potendolo impiegare nella consideratione delle cose sottili che V. S. mi propone, ma principalmente anco per non perdere di riputatione presso ‘l mondo; poi che presso a chi mi sollecita fuor di modo alla risposta, dicendo io di aspettare la lettera di V. S. ampliata, non ottengo intera fede, poi che mi scrivono che V. S. un pezzo fa ha divolgato di havermi mandato cotal lettera: et in vero il Rev.mo P. Fulgentio, per una sua delli 15 del passato, mi scrive queste formali parole:

 

«Il S.or Galileo, il quale mi favorì della sua scrittura circa il candor della luna, mi scrive di haverla mandata a V. S. Ecc.ma ampliata, e mi dà conto anco della lettera del S.or Gassendo in tale proposito([707]). Io starò con impatienza grandissima attendendo l’opera di V. S., sicuro che come questa contesa è fra i più eminenti intelletti di questa età, così debba con specolationi nuove tenere in ammiratione tutti li curiosi, etc.

 

» Ven.a, li 15 Xbre 1640.

» Di V. S. etc.

» Fra Fulg.tio de’ Servi».

 

Però non si deve maravigliare se di bel nuovo la supplico a troncar tutti gl’indugi e le dilationi, con honorarmi della lettera ampliata. Le lodi sue mi sono care, come provenenti da persona lodatissima, ma più cara mi sarà la dottrina, della quale io possa profittarmi. E sì come io non ho persona alcuna a cui partecipi li miei pensieri, così molto invidio a V. S., che può communicare li suoi a matematici confidenti. Starò per tanto aspettando che V. S. mi favorischi della scrittura, perchè la distanza di poche miglia del P. Matematico([708]) può in poco tempo impedire la transmissione della lettera a V. S., mentre lei gne ne faccia instanza etc. Con qual fine la riverisco di tutto cuore.

 

Bol.a, 8 Gen.o 1641.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Devot.mo e Part.mo Se.re

Fortunio Liceti.

 

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.or P.ron Col.mo

Il S.or Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

4101.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 9 gennaio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 243. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Già quando seppi che il Seren.mo G. Duca veniva a Pisa, feci pensiero di non dar altro incommodo a V. S. Ecc.ma([709]) circa l’occhialetto([710]); che però servirà questa solo per renderle grazie della diligenza che ella mi scrisse d’haver per ciò usata. Mi dispiace ben in estremo d’intender le sue continue molestie della infermità, e vorrei haver parole da consolarla, ma so che mal si può ragionando medicar le passioni del corpo; però basterà a lei esser sicura che sommamente la compatisco.

In quanto poi alli specchii ustorii([711]), io pensava di scriverle distintamente il mio capriccio, ma alcune occupazioni sopragiunte per hora non me ne lasciano commodità. Solo la prego a farmi grazia di pensar un poco, se dove batte, per essempio, il riflesso della luce solare vibrata da uno specchio piano, fosse possibile accendervi il fuoco, facendovi arrivare quello di 300 o 400 o più altri specchii piani, poichè nel veder io come ci riscaldi il riflesso d’un solo, non lo stimo per cosa del tutto impossibile; e se ciò è possibile, credo d’haver intesa l’operazione d’Archimede, da un tal poeta greco recitata.

In tanto se verranno l’opere del Sig.r Liceti, gran fortuna sarà la nostra di poter imparar qualche bella dottrina da quel soggetto eminente, massime se vi sarà quella De centro et circumferentia([712]), che debbe esser ripiena di speculationi recondite.

Ho cominciato a legger in casa la Sfera con un nobilissimo concorso. Che è quanto per hora mi resta da dirli, mentre per fine a lei ed al Sig.r Viviani bacio affettuosissimamente le mani.

 

Di Pisa, li 9 di Genaro 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4102*.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 15 gennaio 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 145. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

 

Servirà questa solo per inviare a V. S. un esemplare di certi Epigrammi([713]), uno de’ quali appartiene a V. S., havendone havuto l’ordine dell’autore di essi([714]), e per avvisarla che quindici giorni([715]) sono le mandai li esemplari delli miei libri De natura et arte([716]), De terra unico centro motus singularum coeli particularum([717]), et De regulari motu minimaque parallaxi cometarum coelestium([718]), in risposta alle oppositioni fattemi dal S.r Chiaramonti nel suo Apologetico, posto in fine del supplemento al suo Antiticone([719]): mi sarà caro di sentire che gli habbia ricevuti e quello che ne sente. Sto tuttavia aspettando la sua lettera riformata et ampliata, per imparare nuove cose. Con qual fine le bacio le mani.

 

Bol.a, 15 Gen.o 1641.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Devot.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

4103.

 

GALILEO a [CASSIANO DAL POZZO in Roma].

Arcetri, 20 gennaio 1641.

 

Arch. Savoia-Aosta in Torino. Carteggio di Cassiano dal Pozzo, Vol. VI. – Originale, d’altra mano.

 

Ill.mo Sig.re, Sig.r P.one mio Col.mo

 

Mi comparsero l’altr’ieri gli Epigrammi([720]), o vogliamo dire gli elogi, che V. S. Ill.ma ha fatti porre nel suo Museo sotto ai ritratti di varie persone litterate de’ nostri tempi; questi mi vengono inviati dal Sig. Filosofo Liceti, e, come esso mi scrive, di ordine di V. S. Ill.ma Nel sentirmegli leggere con curiosità, ho inteso che ella mi onora e favorisce ascrivendomi nel numero de’ suggetti di tanto merito. Non so qual sia maggiore, o il guadagno appresso il mondo della mia reputazione, o lo scapito del purgatissimo giudizio di V. S. Ill.ma mentre che, da soverchio affetto trasportata, mi colloca in quell’altezza di luogo dove per me già mai non sarei salito. Ma considerando la picciolezza, anzi nullità, del mio merito, tanto più si accresce in me la grandezza del obbligo alla cortesia di V. S. Ill.ma, et in conseguenza tanto si fa maggiore il mio debito di rendergli grazie dell’onore che si è piaciuto conferirmi. Glie ne rendo per tanto con quella maggiore efficacia che dalla debbolezza del mio spirito mi viene conceduta, et insieme la supplico a continuare la memoria di me, suo humilissimo e divotissimo servo, mentre con reverente affetto gli bacio le mani e gli prego da Dio il colmo di felicità.

 

Dalla villa d’Arcetri, mio continuato carcere et esilio dalla città, li 20 Genn. 1641.

Di V. S. Ill.ma

Devot.mo et Obbl.mo Ser.re

Galileo Galilei cieco.

 

 

 

4104**.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 22 gennaio 1641.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

 

Coll’istesso procaccio inviai a V. S. il fagottino de i miei libri ultimi([721]) et al P. M. Campani([722]) Domenicano due altri fagotti, li quali mi scrive che gli sono stati consignati prontamente e bene conditionati: voglio però credere che a quest’hora V. S. haverà anco ricevuto il suo.

Quanto alla risposta che V. S. si compiace di fare ad alcuni capitoli della mia ultimamente scrittagli, intorno alle cause che mi muovono a fargli nuove instanze con premura grande acciò resti servita di favorirmi quanto prima di quella sua lettera riformata et ampliata, non mi occorre dir altro, se non che la supplico, per quanto lei può, ad accorciarsi, stante quello che lei ha scritto ad altri d’haverlami mandata. Con qual fine le bacio le mani di tutto cuore.

 

Bologna, 22 Gen.o 1641.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

 

 

Alla quale mi occorre dir che il S.r Naudeo([723]) non resta sodisfatto degli Epigrammi publicati, sendovi trascorso, per inavertenza del copista, qualche errore di sillaba, che poi ha corretto e ristampato, come vedrà; e mi sarà favore che V. S. mi rimandi quel foglio, da inviare all’autore che lo ricchiede.

 

 

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.or, S.or P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

4105.

 

GALILEO a FORTUNIO LICETI [in Bologna].

Arcetri, 1641([724]).

 

Dalle pag. 57-58 dell’opera De lunae subobscura luce ecc., citata nell’informazione premessa al n.° 4044.

 

Molto Illu. et Ecc. Sig. e Padron mio Colendiss.

 

Riceverà V. S. molto Ill. et Ecc. con questa una copia della lettera che più giorni sono, richiesto da chi comandar mi poteva, scrissi in risposta alle obbiezioni scritte e publicate da lei contro all’opinione da me tenuta della causa del candore lunare etc.: della qual lettera pur allhora glie ne mandai copia; ma significandomi ella di voler di nuovo a quanto scrivevo replicarmi, e far la sua replica, insieme con la mia lettera, publica con le stampe, gli soggiunsi che lasciavo in suo arbitrio di fare quanto gli era di piacere, ma che non havendo io scritta quella mia risposta con pensiero che dovesse esser publicata, le richiesi che per alquanto tempo differisse tal publicazione, sin che io([725]) gli mandassi altra copia della medesima mia lettera, alquanto riformata, benchè non alterata in quella parte che alle considerazioni scientifiche apparteneva, sì come V. S. riconoscerà conferendo con quella prima questa che ora gl’invio. Scusi la mia dilazione, la quale serva anco per sua giustificazione appresso gli amici suoi; li quali come ella più volte m’ha fatto intendere che della sua tardanza in replicarmi si maravigliavano et in certo modo dolevano, quasi che impazientemente tolerassero la sua tardanza, mentre che in tante e tante altre esperienze havevano conosciuta la prestezza e fecondità del suo ingegno nello sgravarsi dalle obiezzioni che da qual si sia le venissero fatte sopra la solida sua dottrina, quando V. S. Ecc. si senta ancora pur bisognoso di mostrare a gli amici suoi che la dilazione nel rispondermi è derivata non dalla sua ma dalla mia tardità in non subito effettuare la sua domanda, servasi di questa mia, facendola publica e preponendola alla sua risposta, che io il tutto riceverò a grado. Nè mi occorrendo altro per ora soggiugnerli, con vero affetto le bacio le mani.

 

Di Arcetri, gli 26 Gennaio 1641.

Di V. S. molto Ill. et Eccellentiss.

 

Affettionatiss. Serv.

Galileo Galilei.

 

 

 

4106.

 

GALILEO a FORTUNIO LICETI in Bologna.

[Arcetri, gennaio 1641.]

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 143-144. – Minuta, di mano di VINCENZIO VIVIANI.

 

Molto Ill.re et Eccel.mo Sig.r mio Osser.mo

 

Per diligenza fatta usare, non mi è succeduto di risquotere le 3 opere, da lei inviatemi, prima che tre giorni fa. Ricevutole, mi son fatto leggere assai correntemente et alla spezzata le cose contenute ne i dua trattati, l’uno del centro dell’universo([726]), e l’altro attenente alla controversia tra V. S. Eccel.ma et il Sig.r Chiaramonte([727]), intorno al luogo de i nuovi fenomeni che appariscono nelle parti sublimi del mondo. Il problema o questione del centro dell’universo, e se in esso sia collocata la terra, è delle meno considerabili in astronomia, avvenga che a gli astronomi principali basta il supporre che il globo terrestre sia come di insensibil grandezza in comparazione dell’orbe stellato, e, quanto al sito, che egli sia o nel centro della rivoluzion diurna di tale orbe, o vero da quello remoto per distanza non curabile. Tuttavia non è da affaticarsi in creder di poter dimostrare, nè che le stelle fisse siano collocate in uno spazio circonscritto da una sferica superficie, più che con immense lontananze tra di loro in questo et in quel luogo situate. Parimente il voler assegnar centro a quello spazio che non si sa nè si può sapere quale sia la sua figura, nè pure se egli di qualche figura sia figurato, è impresa, al mio parere, supervacanea e vana; onde il creder che la terra possa esser costituita in un centro, il quale non si sa se sia al mondo, è impresa, come ho detto, frustratoria. Ma se poi noi vogliamo considerare i corpi celesti inferiori, de i quali possiamo asserire i loro movimenti esser circolari, e perciò aver centri delle lor conversioni, il voler por la terra per comun centro di questi, è pensiero non solo vano, ma assolutamente fallace, essendo manifesto che ciascheduno di tali corpi mobili ha suo centro particolare e tra di loro differentissimi, in niuno de’ quali si può costituire la terra; anzi essa terra non pure non è centro di alcuno de i lor circolari movimenti, ma è per grande spazio fuora ancora de i cerchi et orbi loro, come è manifesto in Mercurio e Venere: e de gli altri, essa terra è tanto da i centri loro remota, che, per esempio, Marte camminando intorno nel suo cerchio, alcuna delle sue parti si trova così vicina alla terra e l’opposta così lontana, che questa è otto volte più remota dalla terra che quella. Or vegga V. S. che impresa intraprenderanno quelli che volessero costituirla nel centro di tal circulazioni: e questo che io dico di Marte, accade ancora di Giove e di Saturno, se bene non con tanta differenza. Un luogo che quasi per centro si potesse costituire a tutti i pianeti, trattone la luna, conviene più al sole che ad altri; ma non però che al centro di esso conspirin puntualmente i centri de i detti pianeti, anzi sono eglino hinc inde locati intorno al sole, ma con esorbitanza infinitamente minore di quella che essi hanno in rispetto alla terra. Però quanto a questo capo, Eccel.mo mio Signore, può, per mia oppinione, ritrarsi dal volere, o con testi o con autorità d’Aristotele, cercare di persuadere dottrina troppo manifestamente falsa: e per intendere e farsi possessore della scienza astronomica bisogna studiare altri che Aristotele, dalli scritti del quale non si comprende che egli ne possedesse niente più di quello che ne intenda ogni ben semplice huomo.

Quanto alla controversia col Cavalier Chiaramonti, potrebbe facilmente V. S. restare informata del valore di tutta la sua dottrina, se vedesse quello che in esaminandola ho scritto nel mio Dialogo sfortunato, dove chiaramente gli mostro la sua impresa essere stata vanissima, mentre che ei si persuadeva, contro all’oppinione di molti astronomi moderni, di confermare la oppinione di Aristotele dell’esser le comete sublunari, dimostrandolo in virtù delle medesime osservazioni di tali astronomi, con le quali essi le([728]) provavano esser celesti; dove io in generale dimostro, niente di vero nè di necessario potersi raccorre dalle medesime osservazioni di essi circa il luogo di simili fenomeni: la qual mia conclusione è tanto vera e manifesta, quanto che, non potendo un tal particolar fenomeno esser se non in un sol luogo et in una sola distanza dalla terra, con i calculi fabbricati sopra le dette loro osservazioni si raccoglie, ora il medesimo fenomeno esser distante dua semidiametri terrestri, ora 10, ora 30, ora 600, ora esser nella sfera stellata, e talhora ancora sopra. Or vegga V. S. qual fede si deve prestare sopra alla diligenza di tali astronomiche osservazioni. Ma dell’essersene osservati alcuni di tali fenomeni altissimi e forse tra le stelle fisse, il mantenere essi la medesima vicinanza ad una fissa lor prossima in tutto il lor tempo ce ne rende più che sicuri. Ma di questo non è tempo di discorrerne a lungo al presente; concluderò solamente, che havendo V. S. Eccel.ma per suo scopo il voler mantenere per vero ogni detto di Aristotele, e sostenere che le esperienze non mostrino cosa alcuna che ad Aristotele sia stata incognita, ella fa quello che molti altri Peripatetici insieme forse far non potrebbero; e quando la filosofia fosse quella che ne i libri di Aristotele è contenuta, V. S. per mio parere sarebbe il maggior filosofo del mondo, tanto mi par che ella habbia alle mani et in pronto tutti i luoghi di quello. Ma io veramente stimo, il libro della filosofia esser quello che perpetuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi; ma perchè è scritto in caratteri diversi da quelli del nostro alfabeto, non può esser da tutti letto: e sono i caratteri di tal libro triangoli, quadrati, cerchi, sfere, coni, piramidi et altre figure matematiche, attissime per tal lettura.

Riceverà con questa la mia lettera riformata, se bene, quanto alla dottrina, poco o niente alterata dall’altra([729]) che già le mandai. Di questa ne disponga a suo beneplacito; e risolvendosi a rispondergli e stamparla, sarà necessario che ella faccia aggiugnervi innanzi copia del capitolo L°([730]), del quale io non noto se non le prime parole di ciascuna delle sue obiezioni.

 

 

 

4107*.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 29 gennaio 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 136. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

 

Questa mia servirà solo per accusarle la ricevuta della sua lettera al Ser.mo P. Leopoldo, a suo modo riformata et ampliata, la quale io leggerò con gusto, sperando di cavarne molto diletto e molto frutto.

Godo che habbia ritrovato li essemplari delli miei libri ultimamente inviatigli; e procurerò di mandargli quel foglio che manca all’opera De regulari motu etc.([731]), facendomelo venir da Venetia, poi che delli portati qua non ne ho più foglio.

Non posso esser più lungo, per haver havuto le lettere molto tardi, et il procaccio si vuol partire di presente. Con qual fine per ciò le bacio le mani di tutto cuore.

 

Bol.a, 29 Gen.o 1641.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.

Fortunio Liceti.

 

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

4108.

 

CASSIANO DAL POZZO a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 2 febbraio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 245. – Autografa.

 

Molt’Ill. et Ecc.mo mio S.re Colend.mo

 

Ho sempre professato verso la persona di V. S. osservanza così singolare, tiratovi dal suo gran merito e dal comune consenso nella stima delle virtù che l’adornano, che non havendo per la distanza potutone godere, come harei desiderato, la presenza, nel meglio modo che mi potè riuscire procurai supplire con un ritratto, che nobilita quel poco di libreria che ho, e mi porge frequente occasione di dichiarare a que’ che vi capitano la servitù cordiale che le professo e appagar loro la vista dell’effigie d’un virtuoso eminentissimo quale è il mio Sig.r Gallileo, degno, non che de’ ritratti, delle statue. Uno di quelli che con pieno gusto l’ha ammirato è stato il Sig.r Naudeo([732]), gentiluomo che serve il S.r Card.l di Bagno([733]) nella sua libreria, che, non contento di quello che intrinsecamente ha sentito di piacere, ha volsuto farne anco mostra estrinseca con suoi gentilissimi componimenti; de’ quali godo che per mezo del Sig.r filosofo Liceti ne sia a V. S. stato fatto parte([734]), onde possa venir in cognitione, o per meglio dir conferma, del mio devoto affetto alla <> persona sua, del quale sicurissimo riscontro haverebbe quando si compiacesse honorarmi de’ suoi comandi. De’ quali pregandola, e ringratiandola dell’amorevolissima sua([735]) con che m’ha volsuto favorire, baciandoli di cuore le mani, le auguro per fine di questa ogni più desiderata prosperità.

 

Di Roma, a’ 2 di Feb.ro 1641.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo Ser.re di cuore

Cassiano dal Pozzo.

 

 

 

4109.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Bologna, 5 febbraio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. III, T. VII, 1, car. 164. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or P.ron Col.mo

 

Ho letto con attentione partitamente tutta la sua lettera riformata et ampliata; nella quale di pari ammiro la sua grand’eloquenza, con cui molto artificiosamente si compiace di esaltare le mie mediocrità e di estenuare le sue grandezze, e la sottigliezza di sua dottrina, con cui conferma la sua positione et impugna quella dell’antagonista. La prima veramente devo ascrivere ad eccesso di affetto verso di me e di modestia nelle cose sue: l’harei voluta più parca nelle lodi, acciò non paresse che habbia voluto vestire un huomo ordinario dell’habito di un gigante. Delle sue compositioni mi pare che indarno tenti l’estenuatione, sendo publicamente giudicate grandi, ammirabili et ingegnose. Dalla dottrina confesso di havere appreso molto; ma perchè la mia debolezza non penetra forse fino all’intimo delle sue prove e risposte, mi è occorso di cavare, insieme col frutto, non poche e non piccole difficoltà: le quali anderò spiegando in carta, per doverle a suo tempo communicare a V. S., acciò che co i raggi dell’intelletto suo vivacissimo nelle ben aggiustate risposte dissolva ogni nebbia che m’ingombra la mente circa le sue propositioni; di che le resterò sempre obligatissimo, sì come grandemente obligato me le professo per la rara sua dottrina, communicatami in questa sua lettera reformata et ampliata.

Le mando li Epigrammi del S.r Naudeo, ristamp[ati] coll’aggiunta d’altri nuovi([736]). Mi sarà cara la sua lettera, da prevalermi per iscusa della mia dilatione presso quelli che tante volte mi hanno, dirò con importunità, ricchiesto li miei sensi sopra la sua consideratione delle mie ragioni: ben vorrei che V. S. si astenesse dalle soverchie lodi, che la sua cortesia suol darmi con prodiga mano, ma solamente apportasse quelle cagioni che l’hanno costretta a procrastinar tanto a mandarmi la lettera riformata et ampliata([737]); che di tutto le resterò con obligatione particolare. Con qual fine le bacio le mani di tutto cuore.

 

Bol.a, 5 Feb.o 1641.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Se.re

Fortunio Liceti.

 

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ne Col.mo

Il S.or Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

4110.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 5 febbraio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 247. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

È tanto che non ho fatto riverenza a V. S. Ecc.ma([738]), che fra me stesso me ne vergogno; tutta via dalla sua solita gentilezza spero di doverne esser iscusato, havendomi il più delle volte la conversatione, in questi giorni di carnovale, fatto dimenticar il mio debito. Sarei anco volentieri stato a riverirla di persona in Firenze; ma il lungo trattenersi della Corte, e poi il cattivo tempo sopravenuto, me n’hanno impedito l’effetto.

Circa a gli specchi ustorii([739]) non ho più fatta altra riflessione, perchè appre[sso] di me ancora patisce difficoltà l’incensione causata da specchii piani multiplicati. È ben vero ch’io haveva a ciò pensato, perchè scrive Zetze che li specchii d’Archimede si dilatavano e stringevano come sogliono apprirsi e racchiuder le scorze delle conchiglie, e che erano di molte faccie et anco molti di numero; onde conoscendo io, che formati di figura sferica, mal potevano servire a tal opra, andavo pensando se, essendo di figura piana e fabricati a molte faccie, in modo che, dilatandosi e ristringendosi li angoli de’ piani di tali faccie, hor lontano hor vicino unissero il lume, con moltiplicar anche tali specchii, potesse in un determinato luogo cagionarsene l’incendio. Ma, come dico, sia ciò detto per transennam.

Con i Sig.ri Peripatetici non manco spesso di attacar qualche lite, e particolarmente dove sento tal volta che meno stimano il suo valore quelli che più grassa hanno l’ignoranza; ed ho all’hora d’adesso lavato il capo a qualcheduno.

Dal Ser.mo Padrone sono stato cortesissimamente ricevuto più volte. Che è quanto posso darle di nuovo; e le bacio affettuosissimamente le mani.

 

Di Pisa, li 5 di Febraro 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Obb.mo e Dev.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4111*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 9 febbraio 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 150. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Doveva capitare qui, con occasione di predica, il Padre Maestro Pietro Paolo Ghirardi della Nonciata, al quale havevo fatto dar ordine di sborsare a V. S. molto Ill.re et Eccell.ma quindeci piastre, che sono per la sua pensioncella, della ratta di Settembre passato([740]): mi scrive che per infirmità non può venire, onde aspetterò qualche altra occasione.

Non ho più inteso altro circa la diversa opinione dell’Eccell.mo filosofo Liceti con V. S. in materia del candore della luna, ma può immaginare con che desiderio aspetto di vedere trattata questa contesa tra due sì grand’huomini. Ho scorso le tre sue opere ultimamente publicate, De regulari motu et minima parallaxi cometarum celestium([741]), De natura et arte([742]), et De terra unico centro motus singularum coeli partium([743]), et questa terza con gran speranza di trovare nelle speculationi di così eminente intelletto qualche raggione non osservata in altri; ma infatti non ho capito cos’alcuna, in tutte queste opere, di mia aspettatione, essendo una confutatione, più tosto che altro, delle cose contro quel Signore portate dal Chiaramonte; et non so se portasse la spesa che sì grand’huomo vi perdesse tempo, là dove se havesse per impresa tolto a trattare la matteria, haveressimo da quello cose peregrine.

Io son ancora in camera, quasi sempre senza forze, le quali non acquisto che a grani. Vivo con desiderio d’intendere qualche meglioramento nel stato di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, alla quale con tutto l’affetto bacio le mani.

 

Venetia, il dì 9 Febraro 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. Fulg.o

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

4112**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 12 febbraio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 248. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Mi spiace che la mia lettera delle buone Feste sia andata a male, poichè in essa mi diffondevo in diverse cose che hora non posso spiegare, ritrovandomi afflitto dalla podagra.

Ho havuto nuova da Parigi, da un Padre mio amico che portò là alcuni mesi sono le mie opere, come è piacciuto assai a quei primi matematici di Parigi il modo nuovo della mia Geometria([744]). Sto aspettando di là risposta ad un quesito geometrico mandatoli([745]), della quale ne darò poi raguaglio a V. S. Ecc.ma In tanto mi duole del suo male non meno che del mio, e non so che mi dirci, se non che conviene prendersela in patienza.

Ho fatto dire al S.r Liceti quanto m’impose: vederemo le sue acutissime risposte. Faccio fine, non potendo più scrivere, pregandola a conservarmi nella sua buona gratia e facendole riverenza.

 

Di Bol.a, alli 12 Feb.ro 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cav.ri

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Firenze.

Ad Arcetri.

 

 

 

4113**.

 

OTTAVIANO CASTELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 16 febbraio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 250-251. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re P.ron Oss.mo

 

Pochi giorni avanti carnevale, in un congresso di persone di lettere et avanti ad un Signor grande, fu introdotto discorso intorno alle squame dei pesci, dicendo molti, secondo la dottrina d’Aristotele, che quelle servono loro di moto nell’acqua, come di moto nell’aria l’ali a gli uccelli. E perchè da un partiale di V. S. fu risposto, che tanto è lontano che le squame e la coda al pesce servano di moto, che più tosto servono di quiete, adducendo l’esperienza in testimonio della sua opinione, con asserire d’haver veduto in un gran vaso due pesci della medesima specie, l’uno de’ quali haveva recise le punte delle squame e della coda, e l’altro senz’esser tocco, e che il primo diede in continuo moto e([746]) quasi violento, mentre l’altro con larghi intervalli andava pausando;

Ma perchè fu con grandissimo rigore essaminata la detta esperienza, fra gli altri motivi che s’hebbero in consideratione furono doi o tre che fece questo Signor di qualità:

L’uno, che quando Aristotele afferma esser le squame causa del moto, può intendere del moto regolato, il quale non può accomodarsi al pesce senza squame;

L’altro, che quel moto può stimarsi violento e preter naturam, in modo che, s’alcuno ben osservasse, non potrebbe longo spatio durare il pesce senza qualche riposo; e perchè

Intorno a questa controversia si dessidera intender qualche mutivo da V. S., pieno di quei sali di cui nel presente secolo è unica la miniera; hanno imposto per mia fortuna, a me, che fra gli altri sono suo partialissimo ammiratore e servitore fin dal tempo che fu a Roma l’ultima volta in casa del S.r Imbasciatore([747]), dove fui a servirla e goder de’ suoi discorsi assieme col S.r Alessandro Cherubini, che Dio habbia in gloria;

M’hanno imposto, dico, che, rappresentandoli la controversia, la supplichi, sì come faccio, di qualche mutivo; che, giuntamente con tutti questi, gli ne restarò eternamente obligato: et il dessiderio non ha altro fine che d’oppugnare Aristotele. Mentre per fine, facendole humilissima riverenza, la supplico a condonare alla curiosità il soverchio ardire.

 

Roma, li 16 Febraro 1641.

Di V. S. Ill.ma

 

 

Se per avventura la non si ricordasse di me, il S.r Lodovico Ridolfi o ‘l S.r Marchese Corsi potrà ragguagliarla della riverenza che porto alla sua persona.

 

 

Ill.mo et Devotiss.mo Se.re Vero

Ottaviano Castelli.

 

 

 

4114**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 20 febbraio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 201. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Aspettavo risposta d’una mia lettera scrittale già 15 giorni sono([748]), ma non vedendo altra replica m’è caduto nel’animo che possa esser ita a male. Vengo adunque con questa di nuovo a salutarla e pregarla a darmi nuova dell’esser suo.

Io me la vado passando assai bene, e quantunque tal volta sia turbato dal dolor di stomaco, per ogni modo spero con un poco di purga a questa primavera liberarmene affatto.

Al Sig.re Viviani bacio la mano, e mi rallegro con esso lui che il Sig.r Alamanno suo, questo carnovale, nella comedia di Sapienza ha portato il vanto sopra tutti.

Di nuovo non ho che darli, solo che il Sig.r Auditor Fantoni([749]) ha fatto spolverar le toghe a’ dottori; onde adesso non si vede altro che togati, e sarebbe molto a proposito il Capitolo che fece già V. S. Ecc.ma([750]) A cui per fine bacio affettuosissimamente le mani.

 

Di Pisa, li 20 di Febraro 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obb.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4115.

 

BENEDETTO CASTELLI a GALILEO in Firenze.

Roma, 2 marzo 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 252. – Autografa.

 

Molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Io penso di partire di Roma intorno a’ 20 del corrente, ed andarò diritto alla volta di Pisa, che così tengo ordine da parte del Ser.mo Gran Duca, e di già ho ottenuta licenza da questi Padroni. Farò le Feste di Pasca, piacendo a Dio, in Pisa, e poi verrò a Firenze a riverire V. S. Ecc.ma, e mi trattenerò in Firenze cinque o sei giorni al più, per passare a Venezia al nostro Capitolo generale; e poi andare a Brescia a vedere le ultime miserie di casa mia, e nel ritorno spero fermarmi in Firenze qualche giorno. In tanto servirò V. S. nel particolare delle corde, che mi comanda.

Spero di dargli qualche gusto intorno a quelle poche di fatiche e basse che io ho haute per le mani in questi ultimi mesi, e di più portargli un libro, e forsi ancora il secondo libro, fatto da un mio discepolo([751]), il quale, havendo hauti i primi principii di geometria dieci anni sono dalla mia scola, ha poi fatto tale progresso, che ha dimostrate molte proposizioni di quelle de motu dimostrate già da V. S., ma diversamente, e passato superedificando maravigliosamente intorno alla stessa materia([752]), a segno che ha mossa la maraviglia al Sig.r Raffaello Magiotti nostro ed altri di buon gusto: e se bene il suo ingegno non arrivarà alla sottigliezza di quei sublimi trattati dei centri e circonferenze fisiche, metafisiche, matematiche e teologiche, che ella mi accenna del Liceti, vedrà in ogni modo che la strada che V. S. Ecc.ma ha aperta alli intelletti humani viene battuta da un galantissimo huomo, mostrando quanto sieno fecondi i ricchi semi che ella ha seminati in questa materia del moto; e vedrà quanto honore egli fa alla gran scola di V. S. Ecc.ma

Non sarò più longo per hora, riserbandomi il resto a bocca: e li fo riverenza.

 

Di Roma, il 2 di Marzo 1641.

Di V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma

 

S.r Gal.o

 

Devotiss.o ed Oblig.mo Ser.re e Dis.lo

Don Benedetto Castelli.

 

Fuori: Al molto Ill.re ed Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, p.o Filosofo del Ser.mo G. D.

Firenze.

 

 

 

4116.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 6 marzo 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 254. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Hebbi apunto hieri il libro del Sig.r Nardi([753]), datomi dal Sig.r Dottor Stecchini([754]), ma non ho ancora havuto tempo di poter considerarlo per dirne il mio parere. Lo leggerò, e poi con la solita libertà mia dirò quello che la debolezza del mio ingegno mi soministrerà.

Sono alcuni giorni che s’aspettava la Corte, ma il cielo, le cui cattaratte mi paiono aperte, non fa altro che piovere, sì che non è ancora comparsa.

Al Sereniss.o Gran Duca fu fabricato costì in Firenze un astrolabio da alcuni Todeschi, ma nelle divisioni era errore, e le stelle nella rete erano poste fuor de’ lor luoghi; onde havendomelo mostrato per veder se si poteva emendare, il che era impossibile, m’offersi a Sua Altezza Ser.ma di fabricarne uno di mia mano, che pur qualche poco so lavorar d’intaglio: e questo sarà di che gli ha ragionato il Ser.mo Principe Leopoldo. Son sicuro che, essendo stato da V. S. Ecc.ma, ella m’havrà honorato come sempre suole, e n’havrà ragionato col solito affetto, onde particolarmente ne la ringrazio.

Gli ho per fine da raccontar un bel fatto. Paganino in un suo libro che stampa De Pitagorica animarum transmigratione nominava in certa occasione V. S. Ecc.ma; egli haveva messo clarissimus Galileus, ma il P. Inquisitore non ha volsuto passarli quel clarissimus, e con fatica ha possuto ottenere di porvi notissimus Galileus([755]).

Le facio per fine un affettuosissimo baciamano, in compagnia del Sig.r Viviani, la cui gentilissima conversazione invidio a V. S. Ecc.ma

 

Di Pisa, li 6 di Marzo 1641.

Di V. S. Ecc.ma

Dev.mo et Obb.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4117.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 13 marzo 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mas. Gal., P. VI, T. XIII, car. 256-257. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

  1. S. Ecc.maè in obbligo di confessarsi questa Pasqua del tempo che m’ha fatto perdere in rilegger un’altra volta i cento problemi del Sig.rNardi([756]), ne’ quali per la debolezza del mio ingegno non ho saputo trovare quelle meraviglie ch’ella m’accenna. Puol essere che ciò derrivi dal’havermi io già presupposto che il creder la terra esser piena di fuoco sia un paradosso, e che però non arrivi all’altre belle sotigliezze ne’ problemi rachiuse; ma io sono d’un ingegno così tardo, che stimo non esser differenza tra chi per veder 40 o 50 monti gettar fiamme crede esserne piena tutta la terra, e tra chi per veder fumar cinque o sei camini di Pisa credesse che le case di dentro abbrugiassero tutte.

Habbiamo qui havuto occasione di far un’esperienza di due gravi cadenti da alto, di diversa materia, cioè uno di legno et uno di piombo, ma dell’istessa grandezza; perchè un tal Gesuita([757]) scrive che scendono nello stesso tempo, e con pari velocità arrivano a terra, ed un tal Inglese affermava che il Liceti componeva qui un problema e ne rendeva la ragione. Ma finalmente habbiamo trovato il fatto in contrario, poichè dalla cima del campanile del Duomo tra la palla di piombo e quella di legno vi corrono tre braccia almeno di differenza. Si fecero anche esperienze di due palle di piombo, una della grandezza eguale a un’ordinaria d’artiglieria e l’altra da moschetto, e si vedeva tra la più grossa e la più piccola, dal’altezza dello stesso campanile, esservi un buon palmo di differenza, del quale la più grossa anticipava la più piccola. Quello che in tali esperienze mi venne notato è che m’accorsi che, acelerandosi il moto delle palle di legno fino ad un certo segno, cominciavano poi a non scendere a perpendicolo, ma per traverso, in quella stessa maniera che veggiamo che fanno, le goccie d’acqua che cadono da’ tetti, le quali, giunte vicino a terra, piegano per traverso, e quivi il moto loro cominciava ad esser meno veloce. Ho pensato a questo un poco, e ne dirò a V. S. Ecc.ma il mio parere.

Se un mobile dovrà muoversi per un determinato mezzo, determinata ancora dovrà esser la velocità con cui lo potrà passare, in modo che chi volesse farlo andar più presto, il mezzo li resisterebbe, per non poter egli così presto ceder e dar luogo. Per essempio, io moverò con poca fatica una rosta, se la moverò con poco impeto; ma se la vorrò muover con grandissima forza, sentirò farmi resistenza dall’aria, e tal hora anco potrà impedirmene il moto. Dato questo, quando la palla di legno si parte dall’alto, movendosi con poca velocità e sempre più e più accrescendola, finalmente arriva a tal grado che l’aria potrà farli resistenza, e non potendo il grave più fender il mezzo a perpendicolo, penderà e piegherà da qualche parte, e poi fors’anco, ritornando a scender più velocemente, di nuovo anco tornerà a ritardarsi; in quella maniera che un foglio di carta va per aria hor a destra hor a sinistra piegando, prima che arrivi a scender in terra. Non so hora, se cadendo il piombo da una grandissima altezza, potesse arrivare a tal grado di velocità, che in lui si vedesse la stessa esperienza. Ci potrà un poco pensare V. S. Ecc.ma, e in tanto compatirmi se forsi non mi sarò ben spiegato nella presente, che in fretta m’è convenuto scrivere per esser tornato tardi a casa.

Ho fatto riverenza al Ser.mo Principe Leopoldo questa sera, ed habbiamo fatto commemorazione di V. S. Ecc.ma([758]); la quale per fine prego a conservarmi nella sua grazia e in quella del Sig.r Viviani, mentre ad ambidue bacio caramente la mano.

 

Di Pisa, li 13 di Marzo 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obb.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4118**.

 

RAFFAELLO MAGIOTTI a GALILEO in Firenze.

Roma, 15 marzo 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 258. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sigr. mio S.

 

Fu quasi l’istesso giorno ch’il Sig.r Nardi([759]) et io leggemmo con gran diletto il discorso di V. S. Ecc.ma intorno al chiarore della luna e l’opera superba De centro gravitatis([760]) d’un grand’ingegno dei nostri tempi, anzi sottile et acuto poco meno di quel medesimo punto ch’egli assegna per centro dell’universo. E veramente considerando con quanta facilità e prestezza risolve ogni più difficil quesito et esce d’ogni gran fondo, m’è parso d’assomigliarlo ad una tonda e grossa palla d’artiglieria, qual, venendo obliqua a ferir con grand’impeto l’onde del mare, sbuffa quanto se gli para d’avanti, e non trovando l’istesso impedimento dal fianco di sopra come di sotto, poco s’affonda, presto si riduce al moto orizontale et al salire, sbalzando più e più volte sopra l’acque e vantandosi in un certo modo di leggierezza, seben per ultimo cede all’innata sua gravità e s’annega; dove all’incontro un raggio di luce (non so come) si refrange all’opposito, e sempre più internandosi, rischiara le cieche profondità, dalle quali a fatica risorge con qualche barlume. Ma che sbalzi di pallone? che coturni? dirò meglio, che trampoli, son questi? Dove para sì grande apertura di bocca? A lodare, ad ammirar per gran suonatore colui che si fa lecito trimpellar tutta la notte il culascione, senza lasciar mai riposar nè bestie nè christiani. Giuro per un orechio di questo musico, che altri può ben suonar meglio, ma non più di lui. Può ben altri dilettarsi della buona armonia, ma non già delle crudezze e dissonanze come lui. Può ben il senso comune gridar hoggi che la quarta non è consonanza, ch’egli dimostrerà il contrario con l’autorità delli antichi. E se l’autorità non passa per dimostratione appresso i geometri, passa non di meno appresso i Peripatetici, quali vincono se non altro per il numero. Ma fuor di burla: non si maravigli V. S. Ecc.ma del mio silenzio, perch’io sfuggivo d’incorrer nel vizio ch’io biasimo, e più tosto intendevo con il Sig.r Nardi et altri reverire e celebrare in parte il sommo merito di lei, e contracambiar nei discorsi quotidiani la cara memoria ch’ella tien di noi in tutte le lettere al Padre Rev.mo([761]), seben egli meglio può a bocca farle testimonianza della mia devozione e dell’obligo ch’io le professo. Pur, acciò questa mia non venghi come per a caso, prego V. S. Ecc.ma a dirmi con suo commodo, perchè il raggio (già ch’io la tengo per luce) obliquo nel’acqua si reflette in contrario dei corpi, come la palla d’artiglieria. E le bacio con ogni affetto le mani, pregandole da Dio prosperità.

 

Roma, 15 Marzo 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Aff.mo et Oblig.mo Ser.re

Raffaello Magiotti.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

4119.

 

EVANGELISTA TORRICELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 15 marzo 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 203. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.re P.ron Col.mo

 

All’opere di V. S. Ecc.ma si conviene più tosto l’ammiratione che il commento. Lo stupore è stato in me supremo fin dal primo giorno che fui fatto degno di poter vedere i suoi libbri: parerà nondimeno che quest’ultimo del moto habbia eccitato in me più tosto l’ardire che la maraviglia. Confesso che meriterei questo concetto, quando l’intentione mia fusse mai stata di far comparir queste poche scritture([762]) in Roma o altrove, e principalmente avanti al supremo giuditio di V. S. Ecc.ma Scrissi questi fogli, non per bisogno che io giudicassi haverne le sue dottrine, ma per necessità che havevo io di formar questo memorial d’eruditione alla mia poca intelligenza, e per il desiderio che tenevo di mostrar al mio maestro lontano come anco in assenza havevo propagata con qualche studio mio la sua disciplina. Compiacciasi V. S. Ecc.ma di assolvere la mia ossequiosa reverenza e divotione, se io, per ammaestrar me stesso, trascorsi nel far questa parafrasi alle sue scienze: so che ancor ella haverà fatto l’istesso da fanciullo nelle scuole d’humanità sopra i versi dell’Eneide e l’orationi di M. Tullio. Quanto poi al far vedere ad altri le mie povere debolezze, lascierò che la facondia del P. Abbate([763]) difenda la causa sua per discolpa di sè stesso. Intanto io supplico humilmente V. S. Ecc.ma a voler restar servita di permettere che io mi possa gloriare del titolo di suo servo: la rendo certa che quanto io cedo al Magiotti e Nardi nel merito dell’ingegno, altretanto gl’eccedo nel pregio di reverir con infinita stima il famoso nome del Galileo, nome benemerito dell’universo e consecrato all’eternità.

Stimo imprudenza il consegnar lettera più longa in mano d’uno orator tanto eloquente quanto è il P. Reverendissimo. Egli supplirà nel rappresentare i sensi della mia devotione a V. S. Ecc.ma, e scuserà appresso di lei non solo la povertà delle materie del libretto, ma anco l’oscurità, lo stile e gl’errori innumerabili, che particolarmente saranno nella seconda parte. Questa seconda parte non è copiata, ma scritta per la prima volta con molta fretta così come egli la porta, senza che nè anco sia stata riletta. Et humilmente me le dedico e la reverisco.

 

Di Roma, 15 Marzo 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Hum.mo e Dev.mo Servo

Evangelista Torricelli.

 

 

 

4120*.

 

ANTONIO NARDI a GALILEO [in Arcetri].

Roma, 16 marzo 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta, Campori. Autografi, B.a LXXXII, n.° 7. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron mio Singol.mo

 

Con l’occasione che il P. R.mo Abbate Castelli viene a cotesta volta, non mancherò di riverir V. S. E.ma con le presenti, testimonio della viva memoria da me conservata del merito, e della commemorazione che di continuo faccio con tutti, della persona e delle opere sue, quali sono così stimate e ammirate da quelli che veramente intendono.

Rincrescemi l’infermità degli occhi, che lei patisce, per i suoi e anche per i miei rispetti, poichè la tema d’infastidirla mi ritiene dallo scrivere e dal participargli qualche mio dubbio e pensiero; e pure m’assicuro che quando dal suo giudizio fosse dichiarato o approvato, non temerei di contraddittori. Mi trovo particolarmente haver in ordine, per far vedere alle stampe, alcune ricercate geometriche sopra di Archimede, dove più volte mi occorse far menzione di V. S. E.ma con quello affetto e con quella riverenza che li devo; ma non sono sodisfatto di me medesimo, solamente perchè non ne posso intender il parer suo, mediante le accennate cagioni.

Il S.r Rafaello Magiotti ed io facciamo delle sessioni e dei passeggi molto frequenti, e ci porgono occasione di far nuovi dialoghi i suoi Dialoghi del moto; e per poco che non ho dato al pizzicarolo un grandissimo volume della stessa materia, dal quale confesso non haver imparata cosa alcuna. Con questa occasione desidero intender da V. S. se nei sudetti Dialoghi suoi, ristampati ultimamente a Lione([764]), ci sia alcuna aggiunta, poichè in Roma non sono anche comparsi; e perchè lei promette trattar della forza della percossa, sto con ansietà di sapere se ella havesse arricchito l’opera di tal aggiunta. Con che, non volendola più tediare, finisco, pregandogli cordialmente dall’Altissimo ogni felicità.

 

Roma, 16 di Marzo 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ecc.mo S.r Galileo Galilei.

S.re Obl.mo di vero affetto

Ant.o Nardi.

 

 

 

4121.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 20 marzo 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 260. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Dal Sig.re Alamanno Viviani ho ricevuta la cortesissima sua; e circa il libro De igne subterraneo faremo qui punto([765]).

L’ultimo Dialogo di V. S. Ecc.ma non è stato da me letto se non in qua e in là, perchè l’estate passata, che haverei potuto attendervi con diligenza, ella sa com’io stetti, e di poi non ho havuto tempo di poterlo vedere con quella applicazione che ricercano le dimostrazioni che sono in esso. So che è verissimo che due gravi differenti in specie, benchè eguali di mole, non servano proportione alcuna di gravità nello scendere, anzi che, per essempio, nell’acqua il legno si moverà al contrario del piombo; e però fin da principio mi risi della esperienza del Gesuita([766]), che affermava che il piombo et frustulum panis (per dir com’egli scrive) si moveano con egual velocità al centro: ma che due gravi ineguali di peso, ma della stessa materia, cadendo dall’istessa altezza a perpendicolo, habbiano ad arrivar con diversa velocità et in diverso tempo al centro, mi pareva d’haver da lei udito o letto, che ben non mi ricordo, non poter essere. Leggerò per tanto questi pochi giorni di vacanza l’ultimo suo Dialogo, benchè la total lettura me la riserbi a far questa futura estate con più commodo: in tanto torneremo a far l’esperienza delle palle, e vedere se ci fossimo ingannati la prima volta nella osservatione che quando s’avvicinano a terra pieghino e non vadino a perpendicolo, e ne darò avviso a V. S. E.ma([767])

Hoggi è partita la Corte per Livorno, dove si tratterà queste Feste, le quali a V. S. Ecc.ma([768]) prego felicissime; e le bacio affettuosissimamente le mani, sì come faccio al Sig.r Viviani.

 

Pisa, li 20 di Marzo 1641.

Di V. S. molto([769]) Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obb.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4122.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 23 marzo 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 262. – Autografa.

 

Molt’Ill.e et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Dal Sig.r Cap. Giovanni Pieroni mi fu scritto a’ passati mesi([770]), come haveva chiaramente osservato con l’occhiale il moto nelle stelle fisse di alquanti minuti secondi, ma con tanta sicurezza quanta con l’occhio si saria potuto osservare un grado; che fu da me inteso con sommo gusto, per vedere così concludente argomento per la validità del sistema Copernicano. Ma mi è venuto non poco intorbidato dalla lettura che a questi giorni feci, in bottega di un libraro, casualmente di un libro che sta per uscire in luce, dove lessi che se fusse vero che il sole fusse nel centro e la terra gli girasse intorno per l’orbe magno nello spatio di un anno, seguirebbe che da noi non si vedrebbe mai la notte la metà del cielo, poichè la linea che passa per il centro e per gli orizzonti della terra, toccando la periferia dell’orbe magno, è una corda di un pezzo d’arco del cerchio del cielo stellato, il cui diametro passa per il centro del sole. E perchè io ho sempre creduto che sia vero, non l’havendo visto per esperienza, che quando nasce il primo di Libra tramonti il primo di Ariete, non arrivo con la mia poca intelligenza a trovarne la solutione. Supplico dunque l’immensa sua gentilezza a rimuovere dalla mia mente questa dubitatione, che glie ne resterò con somma obbligatione: e gli bacio reverentemente le mani.

 

Venetia, 23 Marzo 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo Galilei.

Aff.mo et Obb.mo Se.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4123.

 

GALILEO ad [ALESSANDRA BOCCHINERI BUONAMICI in Prato].

Arcetri, 26 marzo 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mas. Gal., P. I, T. IV, car. 106. – Originale, di mano di VINCENZIO VIVIANI.

 

Molto Ill.re Sig.ra et P.rona Osser.ma

 

Alloggia questa notte in casa mia la Lessandra, dalla quale V. S. molto Ill.re riceverà la presente. E perchè mi dice che V. S. s’è maravigliata di non havere hauto risposta da me a una sua scrittami molti mesi sono, gli dico la maraviglia dover cominciare da me, il quale gli scrissi già([771]), e fin ora ne havevo aspettato risposta in vano; e supponendo io che ella per sua cortesia mi rispondesse, sappia tal sua risposta non mi esser pervenuta: per lo che cessi in amendue noi la maraviglia. E restando io sicuro d’haver luogo nella sua grazia, come io assicuro lei della mia devota servitù, quietiamoci della poca fortuna, la quale senza nostra colpa ci rende in apparenza scambievolmente colpevoli di affetto men grato; e serva oltre a ciò la presente per riconfermare nell’animo di V. S. et in quello del molto Ill.re Sig.r suo consorte la prontezza che sempre è stata e sarà in ubbidire a i loro comandamenti: e con reverente affetto ad amendue bacio le mani et prego intera felitità.

 

Dalla villa d’Arcetri, li 26 Marzo 1641.

Di V. S. molto Ill.re

Devotiss.mo et Aff.mo S.re

Galileo Galilei.

 

 

 

4124*.

 

ALESSANDRA BOCCHINERI BUONAMICI a [GALILEO in Arcetri].

Prato, 27 marzo 1641

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XIII, car. 286. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re mio Oss.mo

 

Questa mattina, che siamo a’ 27 di Marzo, giorno del Giovedì Santo, la Sandra rivenditora mi à portato una lettera di V. S. de’ 26 di Marzo, che mi à aportato strasordinario gusto per sentire il bene stare di V. S. e che ella à memoria di chi veramente professa di essere devota alla sua gentileza: ma la mia mala fortuna no m’à mai conceso che io possa una volta stare dua ore nella sua conversazione; cosa che mi à aportato senpre grande amaritudine.

Io risposi subito alla cortese lettera che V. S. più mesi sono mi scrise, e la risposta la detti al prete che insengnia a’ figlioli del Sig.re Piero Bardi; e lui disse volere fare il servizio, chome so sicuro che gli arà fatto; ma la mia lettera l’arà data in casa ho de’ mia fratelli ho in casa della Sestilia([772]): così questa lettera non è conparsa altrimenti in scena, al solito che m’ànno senpre fatto da molti anni in qua. E pure è vero, e non li dico bugie: però, Sig.re Galileo, V. S. no l’abia atribuito a mala creanza, perchè io subito subito risposi a pieno a tutto quello che bisongniava.

Io delle volte tra me medesima vo stipolando in che maniera io potrei fare a trovare la strada innanzi che io morisi a boccharmi cho V. S. e stare un giorno in sua conversazione, senza dare scandolo ho gelosia a quelle persone che ci ànno divertito da questa voluntà. Se io pensassi che V. S. si trovassi cho buona sanità, e che non gli dessi fastidio il viagiare in caroza, io vorrei mandare le mie cavalle e trovare un carozino acciò V. S. mi favorisi di venire a stare dua giorni da noi, adesso che siamo ne’ buoni tenpi. Però la supprico a volermi favorire e darmi risposta, perchè io subito manderò per lei, e potrà venire adagio adagio, e non credo che lei patissi.

Io ebbi ancho mortificazione, quando la parentina([773]) di V. S. venne a Prato, che io non potessi participare in lei parte dell’afetto che io porto a V. S.; perchè io la vedi accidentalmente in S. Domenico, nè mi fu detto nulla che lei fussi parente di V. S., nè meno seppi di lor bocha nè chi le fussi nè quello che lei facesi quagiù; in fine lo seppi dalle monace di S. Cremente, dove la Sestilia aveva tramato di farla monaca, et a un tratto seppi che l’erono partite di Prato e tornate a Fiorenza. Con tutto ciò io la vedi una volta, e mi parse molto bellina e spiritosa.

Io non mi voglio più alongare cho lo scrivere, cho la speranza che io ho che V. S. mi voglia rispondere e scrivere quando io abbia a mandare la caroza: alora direno quello che dice Arno quando e’ torna grosso, che porta giù molta roba.

Il Sig.re Cavalieri mio marito([774]) si trova anco lui indisposto, perchè gli da noi’ la pietra, e di quando in quando n’à una bussata; et ora per la Santisima Nonziata n’à ‘uto una buona stretta.

Del resto farò fine alla lettera, ma non già al desiderio che io ho di servire a V. S. di tutto quore, e dirgli che tra tante tribolazione che io ho patito ci è stata ancho questa della separazione che è stata tra di noi, perchè a pena io la conobi che ne fui privata. Pazienza! Il Signore la feliciti, chome io glielo desidero, mentre io e il Sig.re Cavalieri facciamo reverenzia a V. S.

 

Di Prato, il dì 27 di Marzo 1641.

Di V. S. molto Ill.re

Serva Obbrigatissima

A. B. B.

 

 

 

4125*.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 27 marzo 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 132. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Resto meravigliato ch’ella non habbia havuta una mia, scrittale il mercordì ultimo di carnovale([775]), o che, s’ella l’ha havuta, non mi sia pervenuta la sua risposta; ma dall’altra parte, com’ella apunto dice, non habbiamo insieme negozii che non possano esser veduti da ogn’uno.

Chi ha lodato me della sodisfazione che do nello Studio, lo havrà fatto per dar questo gusto a V. S. Ecc.ma, dalla quale saprà quanto io sia amato; ed io devo restarlene di ciò con obbligo particolare, e per il buon animo che scuopre verso di me, e per il piacere che avrà cagionato in V. S. Ecc.ma

Non ho per ancora havuto fortuna di veder l’ultime opre del Sig.r Liceti, le quali veramente volentieri vedrei; e se averrà ch’egli le invii la risposta alla scrittura di V. S. Ecc.ma, la prego a farmene parte, perchè sto con desiderio di vedere a che termine di spropositi possa giungere un’ostinata ignoranza.

Ho riverito in suo nome li Sig.ri Stecchini e Marsilii, che unitamente le rendono mille grazie; ed io per fine le bacio carissimamente le mani, assicurandola che nella diffesa delle sue opinioni poca paura posso havere dell’altrui ragioni, mentre ho in mia diffesa non il nome del Sig.r Galileo, ma la verità.

 

Di Pisa, li 27 di Marzo 1641.

Di V. S. Ill.ma

Dev.mo e Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4126.

 

GALILEO a FRANCESCO RINUCCINI [in Venezia].

Arcetri, 29 marzo 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Banco Rari, Armadio 9, Cartella 5, 33. – Originale, di mano di VINCENZIO VIVIANI.

 

Ill.mo Sig.r et P.ron mio Col.mo

 

La falsità del sistema Copernicano([776]) non deve essere in conto alcuno messa in dubbio, e massime da noi Cattolici, havendo la inrefragabile autorità delle Scritture Sacre, interpretate da i maestri sommi in teologia, il concorde assenso de’ quali ci rende certi della stabilità della terra, posta nel centro, e della mobilità del sole intorno ad essa. Le congetture poi per le quali il Copernico et altri suoi seguaci hanno profferito il contrario, si levono tutte con quel saldissimo argumento preso dalla onnipotenza di Iddio, la quale potendo fare in diversi, anzi in infiniti, modi quello che([777]) alla nostra oppinione e osservazione par fatto in un tal particolare, non doviamo volere abbreviare la mano di Dio, e tenacemente sostenere quello in che possiamo essere ingannati. E come che io stimi insuffizienti le osservazioni e conietture Copernicane, altr’e tanto reputo più fallaci et erronee quelle di Tolomeo, di Aristotele e de’ loro seguaci, mentre che, senza uscire de’ termini de’ discorsi humani, si può assai chiaramente scoprire la non concludenza di quelle([778]). E poi che V. S. Ill.ma dice restar perplessa e perturbata dall’argumento preso dal vedersi continuamente la metà del cielo sopra l’orizonte, onde si possa con Tolomeo concludere la terra esser nel centro della sfera stellata, e non da esso lontana quanto è il semidiametro dell’orbe magno, risponda all’autore che è vero che non si vede la metà del cielo, e glie lo neghi sin che egli non la rende sicura che si vegga giustamente tal metà; il che non farà egli già mai. Et assolutamente chi ha detto, vedersi la metà del cielo, e però esser la terra collocata nel centro, ha prima nel suo cervello la terra stabilita nel centro, e quindi affermato vedersi la metà del cielo, perchè così doverebbe accadere quando la terra fusse nel centro; sì che non dal vedersi la metà del cielo si è inferito la terra esser nel centro, ma raccolto dalla supposizione che la terra sia nel centro, vedersi la metà del cielo. E sarebbe necessario che Tolommeo e questi altri autori ci insegnassero a conoscer nel cielo i primi punti d’Ariete e di Libra, perchè io quanto a me già mai discerner non gli potrei.

Aggiunghiamo hora che sia vera la osservazione del Sig.r Capitan Pieroni del moto di alcuna fissa, fatto con alcuni minuti secondi: per piccolo che egli sia, inferisce, a gli humani discorsi, mutazione nella terra diversa da ognuna che, ritenendola nel centro, potesse essergli attribuita. E se tal mutazione è, et si osserva esser meno di un minuto primo, chi vorrà assicurarmi se, nascendo il primo punto d’Ariete, tramonti il primo di Libra così puntualmente che non ci sia differenza nè anco di un minuto primo? Sono tali punti invisibili; gli orizonti, non così precisi in terra, nè anco tal volta in mare; strumenti astronomici ordinarii non possono essere così esquisiti che ci assicurino in cotali osservazioni([779]) dall’errore di un minuto; e finalmente, le refrazioni appresso all’orizonte posson fare alterazioni tali, che portino inganno non sol di uno, ma di molti e molti minuti, come questi medesimi osservatori concederanno. Adunque, che vogliamo raccorre in una delicatissima e sottilissima osservazione da esperienze grossolanissime et anco impossibili a farsi? Potrei soggiugner altre cose in questo proposito, ma il già detto nel mio Dialogo sfortunato dice tanto che può bastare.

Il Sig.r Liceti debbe star rispondendo a quella mia lettera, la quale gli darà campo di portare nuovi et acutissimi pensieri; et il medesimo Sig.r Liceti haverà comoda occasione di farsi sentire ancora ad un altro suo antagonista, cioè al nostro qua([780]) Sig.r medico Nardi, il quale ha mandato nuovamente in luce un trattato de’ fuochi sutterranei([781]), al quale egli annette cento problemi naturali con le loro resoluzioni. Vegga V. S. Ill.ma il libro, et in particolare i problemi, che son tutti investigati dal proprio ingegno dell’autore; et in una lettura di poco più di un’ora([782]) vedrà la soluzione di tanti mirabili effetti della natura, che un solo mi ha messo in disperazione di intenderlo con la contemplazione del tempo di tutta mia vita. Nè mi occorrendo altro per ora, finisco con augurargli felice questa Santa Pasqua([783]), con confermarmegli devotissimo servitore.

 

D’Arcetri, li 29 Marzo 1641.

 

Scrivo l’alligata al R.mo P. Fulgenzio, dal quale è un pezzo che non ho nuove, e la raccomando a V. S. per il sicuro ricapito.

 

Di V. S. Ill.ma

L’Ill.mo Sig.r Fr.o Rinuccini.

Devotiss.mo et Obblig.mo S.re

Galileo Galilei([784]).

 

 

 

4127**.

 

CLEMENTE SETTIMI a GALILEO in Firenze.

Roma, 30 marzo 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 205. – Autografa.

 

Molto Ill. et Ecc.mo Sig.re

 

Doppo un penoso viaggio son pur giunto a Roma salvo, con l’aiuto del Signore Iddio; et è appunto il tempo di godere le musiche, tanto più che si è intermesso il negotiare.

Al Sig.r Magiotti presentai i saluti affettionati di V. S. Ecc.ma, e mi replicò che glie li dovessi render centuplicati. Egli sempre studia, sempre ragiona de’ studii e sempre medita studii. La sua piacevole conversatione a me diletta grandemente, se bene la distanza che è tra le nostre abitationi cagiona in qualche parte mortificatione, proibendoci l’assidua conversatione.

Il S.r Nardi([785]) riverisce V. S. Ecc.ma, havendo io prima prevenuto il detto Signore con suoi saluti. Ho poi visto in camera del Sig.r Magiotti un libro contro il Liceti, ma non mi sovviene hora il nome dell’autore; e gli strapazzi che si fanno in detto libro del Liceti credo che equiponderino a quelli che egli fa della filosofia, stratiandola con gl’altrui testi a beneplacito. Non ho tempo di mandarle un elogio che fa l’autore in vituperio del Liceti, ma per quest’altro ordinario procurarò d’haverlo e mandargliene copia; e se altre volte V. S. Ecc.ma l’havrà visto, gli servirà hora per rifrescarsi la memoria. E qui con riverirla le confermo felici le Sante Feste.

 

Roma, li 30 di Marzo 1641.

Di V. S. Ecc.ma

 

 

Fuori: Al molto Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

Il S.r Galileo Galilei, p.o Filosofo di S. A. S.a di

Firenze.

 

 

 

4128**.

 

PAOLO STECCHINI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 30 marzo 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T XII, car. 207. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

Il silentio ch’io uso con V. S. Ecc.ma dovrebbe accusarmi per negligente suo servitore, se la vera mia osservanza verso di lei, et l’ambiccione ch’io publicamente professo d’essere suo discendente, non non me ne scusasse. Son tardo nello scrivere per non essere sollecito a sturbarla: sarà ben pronta sempre la penna et la dovuta mia riverenza in obedirla, quando ella si compiacesse d’onorarmi de’ suoi comandi.

La ringratio senza fine de’ continuati saluti fattemi a suo nome dal nostro Padre Mattematico([786]), la gentilezza et valore del quale ogni giorno più me le rendono tenuto, et spero di vederlo a grandi avanzamenti. Servi questa mia, appresso il ricordarmele vero servitore, per augurarle anco felicissime queste prossime Feste di Resurretione; et la riverisco.

 

Pisa, 30 Marzo 1641.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo S.re

Paolo Stecchini.

 

 

 

4129*.

 

RENATO DESCARTES a MARINO MERSENNE [in Parigi].

[Endegeest], 31 marzo 1641.

 

Dal Tomo III, pag. 349-350, dell’edizione citata nell’informazione premessa al n.° 2898.

 

Mon Reverend Pere,

 

Ie n’ay pas beaucoup de choses a vous mander a ce voyasge, a cause que ie n’ay point receu de vos lettres; mais ie n’ay pas voulu differer pour cela de vous envoyer le reste de ma response aux obiections de M.r Arnaut([787]). Vous verrez que i’y accorde tellement avec ma philosophie ce qui est determiné par les Conciles touchant le S.t Sacrement, que ie pretens qu’il est impossible de le bien expliquer par la philosophie vulgaire, en sorte que ie croy qu’on l’auroit reietée come repugnante a la Foy, si la miene avoit esté connuë la premiere: et ie vous iure serieusement que ie le croy ainsy que ie l’escris. Aussi n’ay’ie pas voulu le taire, affin de batre de leurs armes ceux qui meslent Aristote avec la Bible et veulent abuser de l’authorité de l’Eglise pour exercer leurs passions: i’entends de ceux qui ont fait condamner Galilée, et qui feroient bien condamner aussy mes opinions, s’ils pouvoient, en mesme sorte: mais si cela vient iamais en dispute, ie me fais fort de monstrer qu’il n’y a aucune opinion en leur philosophie, qui s’accorde si bien avec la Foy que les mienes. Au reste, ie croy que si tost que M.r Arnaut aura vû mes responses, il sera tems de presenter le tout a la Sorbone pour en avoir leur sentiment, et de la faire imprimer….

 

 

 

4130.

 

GALILEO ad [ALESSANDRA BOCCHINERI BUONAMICI in Prato].

Arcetri, 6 aprile 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 107. – Originale, di mano di VINCENZIO VIVIANI.

 

Molto Ill.re Sig.re mia Col.ma

 

In questo punto m’è stata resa la gratissima di V. S. molto Ill.re([788]) dal marito della Lessandra rivenditora; e perchè mi fa fretta di volersi partire, gli darò per ora breve risposta, significandoli la ricevuta et il contento inesplicabile che ho preso nel sentirla leggere. Io non ho mai dubitato del benigno affetto di V. S. verso di me, sicuro che ella, in quel poco di tempo che potetti discorrer seco, sicuramente scorse quanta fusse in me l’affezione verso di lei, che fu tale che in sì breve congresso non poteva farsi maggiore; e però quello che V. S. produce per scusa del non mi esser la prima sua risposta pervenuta, è stato sempre creduto da me.

Non potrei a bastanza esprimergli il gusto che hare[i] di potere con ozio non interrotto godere de’ suoi ragionamenti, tanto sollevati da i comuni femminili, anzi tali che poco più significanti et accorti potriano aspettarsi da i più periti huomini e pratichi delle cose del mondo. Duolmi che l’invito che ella mi fa non può da me esser ricevuto, non solo per le molte indisposizioni che mi tengono oppresso in questa mia gravissima età, ma perchè son ritenuto ancora in carcere per quelle cause che benissimo son note al molto Ill.re Sig.r Cavaliere, suo marito e mio Signore. Però, deposta questa speranza, facile e spedita maniera sarebbe che ella col Sig.r suo consorte venisse a star quattro giorni in questa villa d’Arcetri che tengo, e che in bellissimo sito e perfettissima aria è collocata. Io non getterò parole <> per esortare a intraprendere quel piccolo incomodo persona che coraggiosamente e con men sicura compagnia ha scorso le centinaia e centinaia di miglia per paesi inospiti e selvaggi. Questa azzione così grande mi rende certo che ella non fuggirà di esequire questa così piccola; onde la starò attendendo. Nè mi opponga rispetto alcuno o sospetto nè timore che mi possa per ciò sopraggiugnere qualche turbulenza; perchè, in qualunque senso sia da terze persone ricevuto questo incontro e abboccamento, o sia giocondo o sia discaro, poco m’importa, essendo io assuefatto a soffrire e sostenere come leggierissimi pesi cariche molto più gravi.

Il la[tore] m’affretta la partenza; però finisco con pregarla a quanto prima darmi rispos[ta] alla presente, facendo surgere in me la speranza d’ottenere la grazia che instante[mente] domando a V. S. et al Sig.r suo consorte: et ad amendue con reverente affetto bac[io] le mani e prego intera felicità.

 

D’Arcetri, li 6 d’Aprile 1641.

Di V. S. molto Ill.re

Devotiss.mo et Aff.mo S.re

Galileo Gali[lei].

 

 

 

4131.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 6 aprile 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 209. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Mi trattiene molte volte questo non potere scrivere di proprio pugno dal far scrivere anco da terza mano. Non è già che non sia sempre con l’animo congionto con V. S. molto Ill.re et Ecc.ma; et in verità come veggo le sue lettere, mi viene un certo timore che nel contenuto di esse non sia qualche travaglio delle sue indispositioni, come a punto m’è accaduto in questa di 29 del passato, nella quale lego la sua infermità degl’occhi et della vigilia più tosto aumentata che diminuita, e me ne dolo nell’intimo del core: e con tutto ch’io sappia quanto ella sia armata dei precetti della filosofia contro tutti gl’accidenti humani, le confesso però di havere dei suoi tanta passione e compassione([789]), quanto si conviene ad un suo svisceratissimo amico et servitore. Io son ricuperato assai bene, e per l’età d’anni 70 non sento che l’infermità lunga m’habbi lasciata altra cattiva reliquia che un poco di debolezza nelle gambe, e nelle fontioni dell’animo conosco che la memoria non è più nella prontezza che solea essere; e quel tempo che m’avanza dalle occupationi, mi resta ancora il gusto delle chimere, e particolarmente di vagare negl’intermundii. Queste pazziete parerano forsi indicii di spiriti giovanili, o pure di fatti senili più leggeri. Se in alcuna cosa soda prendo diletto, è nel riandare quelle di V. S. Ecc.ma([790]); et a dirli il vero, m’hanno così affetto il gusto, che in altri pochi trovo trattenimento. Passiamo questo ressiduo al meglio che si può, e dove già il corpo faceva l’animo vivace, adesso l’animo renda il corpo patiente.

Aspetto occasione di qualcheduno di questi predicatori per transmetterli la sua pensioncella, et ho scritto all’Arisi che è passato l’altro termine della Madonna di Marzo: non so quello che rissolverà; ma la penuria del danaro in tutte quelle parti è tanto grande, che non si potrebbe esprimere.

Se le aggionte di V. S. al discorso del candore della luna hanno cose nove (ma quando non sono nove le cose che vengono da lei?), la prego con opportunità farmene parte, perchè l’aspettare di vederle nel libro che scriverà l’Ecc.mo Liceti è cosa penosa; e poi non è così facile il leggere una compositione di quel gran filosofo, perchè riempie di tante cose le sue opere, che il lettore intento, come son io, a vedervi quello che fa al caso, facilmente trabocha in impacienza; imperochè son sicuro che dal fecondissimo ingegno di quel grand’huomo, oltre quello che farà al proposito del candore della luna, haverà tanta dottrina omnigenea, che sarà la minor parte quella alla quale io haverò l’appetito.

Dio N. Signore le conceda o la sanità, o forza di tollerar l’infermità; e le bacio le mani.

 

Ven.a, li 6 Ap. 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.([791])

Dev.mo Ser.

F. Fulg.o

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Fiorenza.

 

 

 

4132*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 18 aprile 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 151. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Per il Padre Maestro Antonio Maria([792]) de’ nostri Padri costì della SS.ma Nonciata mando a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma cinque doppie di Spagna e meza piastra, che a £ 27 l’una sono l’ammontare della sua pensioncella([793]), della ratta di Settembre passato. Aspetto anco quella di Marzo, e non manco di sollicitare; ma l’Arisio s’induce a pagare come il serpe all’incanto. Lo scusa l’Ill.mo Sig.r Baitello con dire che per verità in quel paese stanno con gran penuria di denaro.

L’Ill.mo Sig. Commessario Antonini([794]) sempre mi sollecita se vi è cosa alcuna di compositione di V. S.; e quanto alli scritti del Sig.r Liceti, benchè stampati in Udene, non lo posso persuadere a guardarli: dice però che potrebbe essere che legesse quello che scriverà contra le speculationi di V. S. del candor della luna, perchè con quelle vi sarà anco lo scritto da lei. Qui non si stampa altro che sbirraria e romanzi.

Prego a V. S. molto Ill.re ed Ecc.ma con tutto il mio core sollevamento delle sue indispositioni, e le bacio le mani.

 

Ven.a, li 18 Ap. 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. Fulg.o

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

con cinque doppie spagnole

et meza piastra.

 

Firenze.

 

 

 

4133*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 20 aprile 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 152. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Ho scritta un’altra mia([795]), che sarà presentata a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma dal Padre Maestro Antonio Maria da Fiorenza, insieme con il puoco danaro della ratta della sua pensioncella maturata al Settembre.

Senza molte parole, farò per il Padre Castelli tutto quello che da me dipende, et perchè V. S. così comanda, ma anco perchè son sempre stato devotissimo di quel gran sogetto, e basti dire scolaro del Sig.r Galileio. Andarò a visitarlo, havendo estremo desiderio di rivederlo doppo un longo tempo.

Il trattato de’ fuochi sotteranei di quel Signore([796]) non si trova qui: ho ordinato che mi sia da costì portato da un Padre Maestro Lelio di Arezzo, che si deve trovare costì nella Santissima Nonciata con occasione di Capitolo, et poi passare qui da noi Reggente del nostro Studio. Cosa comendata da V. S. non può essere che rara et eccellente, onde ne ho curiosità suprema, tanto più quanto che l’autore è antagonista di sì grand’huomo come è il Sig.r Liceti: il quale se è dietro per rispondere alla lettera di V. S. del candore lunare, creddo possi caminare a bel aggio, perchè ritroverà la strada più difficile che quando nelle sue compositioni ha havuto il comodo di trascrivere mezo Aristotile et altri autori; ma in questo ha da giocar l’ingegno, et se bene tanto vale quel Signore in questa parte, deve però confutar le speculationi di chi, si patisce delli occhi, è tanto([797]) Linceo in quelli della mente, che, a mio giuditio, non ha havuto pari ancora. Et con tal fine a V. S. molto Ill.re con ogni affetto bacio le mani.

 

Venetia, il dì 20 Aprile 1641.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Ser. Dev.mo

F. Fulgentio.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

4134.

 

CLEMENTE SETTIMI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 20 aprile 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 211. – Autografa.

 

Molto Ill. et Ecc.mo Sig.re Col.mo

 

Questa mattina mi sono abboccato con il Sig.r Torricelli, havendolo incontrato casualmente, e gl’ho conferita la lettera di V. S. molto Ill. et Ecc.ma, e glie la lasciai in mano, mostrando segno volerne dar parte al S.r Magiotti, essendo ivi inserto qualche particolare del S.r‘ Liceti et adversario([798]). Doppo questo ragionammo di V. S. molto Ill. et Ecc.ma, e conobbi che il sopranominato Signore ama Sua Sig.ria con affetto molto sviscerato; e credo restasse confirmato molto più per i miei discorsi, da’ quali poteva ancor cavare che io gli ero superiore in amar V. S. Ecc.ma, se bene egli havrà più occasione di convincermi, poichè il suo grande ingegno mostrerà con opere di essere seguace delle sue sublimi virtù e scienze, le quali essendo grate a V. S. Ecc.ma, farà in modo che io resti perditore nel foro esterno, non potendo la mia ignoranza, da me conosciuta, esser capace di corrispondenza d’affetto eguale a quello che mostrerà ad ogn’altro: ma mi consola grandemente che il difetto non procede da me, havendo sempre sommamente desiderato d’esserle grato almeno come non servitore, ma amico; e mi perdoni V. S. Ecc.ma se troppo pretendo.

Io le vivo al solito devotissimo, e desidero i suoi commandi. Il mio ritorno è vero che mi è incerto, ma sarà quanto prima, non potendomi spedire subito per molti accidenti di qualche consideratione, havendo in mano mia diversi negotii importanti per la nostra famiglia di Firenze; e giachè vi ho messo principio, è necessario ancora terminarli per il commune utile.

Il P. Ambrosio([799]) riverisce V. S. Ecc.ma, facendo il medesimo il S.r Magiotti. Io poi la prego a mantenermi quella buona gratia che io conobbi nel principio, mentre con humile affetto la riverisco, e saluto il S.r Vincenzo Viviani.

 

Roma, li 20 di Aprile 1641.

Di V. S. molto Ill. et Ecc.ma

 

 

Mi scusi se la lettera è mal composta, perchè l’ho scritta con grandissima fretta, come dimostra il carattere.

 

 

Humiliss.mo Ser.re et Indegno Scolare

Clem.te di S. Carlo.

 

 

 

4135**.

 

ANTONIO LORII a [VINCENZIO GALILEI in Firenze].

Pisa, 21 aprile 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 96. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Oss.mo

 

Con tutto che dal mese d’Ogosto passato in qua io havessi disapplicato l’animo affatto d’intorno alla fabbricatione del nuovo ponte di Pisa, per il poco gusto ch’io ne ricevei da alcuni di quei Signori di Corte, ricercandomi loro ch’io dovessi scoprire il mio pensieri circa il modo che haverei tenuto nella costruzione di questo edifizio per renderlo eternamente durabile, affine di conferirlo con altri, che poi ne fossero l’esecutori et riceverne il premio de’ meritati honori, come già V. S. ne restò da me a pieno informato inanzi la mia partita di costà; hora alla venuta di Don Benedetto per sua mera cortesia ha persuaso il Ser.mo Padrone a comandarmi ch’io scoprissi questo mio sentimento: e perchè questa è materia che consiste in molti particolari, per lasciarmi bene intendere procurai che S. A. si compiacessi di lassarmi formare modello e scrittura. Mi dimandò il tempo, e mi ordinò ch’io mettessi mano. Hè adesso presso al fine; e sento che tutta via costà sono sul trattamento di risolvere et eleggiere l’esecutore, e che per la conclusione de’ diversi pareri, che sono tra tanti ingegnieri([800]), S. A. S. habbia fatto chiamare il S.r Galireo suo padre per fare elezione de’ migliori. Desidererei grandemente ch’ella procurassi col medesimo Sig.r Galileo che facessi opera con S. A. S. di vedere il mio modello e scrittura inanzi la resoluzione del negozio, perchè m’assicuro di produrre ragio[ni] et esperienze tanto efficaci, di persuadere alla verità qualunque l’intendesse in contrario. Mi farà grazia V. S. favorirmi prontamente, acciò si ricordino d’havermi ordinato queste fatiche, e che non sieno fatte in vano; mentre per fine gli bacio le mani e prego vera prosperità.

 

Pisa, 21 Aprile 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

Mi favorisca di risposta per carrozza con condennare la lettera soldi 6.

 

 

Devotiss.mo et Oblig.mo Ser.

Antonio Lorii.

 

 

 

4136**.

 

PIER FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO in Arcetri.

Firenze, 24 aprile 1641.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r mio Oss.mo

 

A chi maneggia ben le lettere, gli fanno ogni profitto: ecco sparagi, cedrati e vino; e tutto è nulla, non perchè sia poco, come è, ma in paragon dell’affetto col quale S. A. gliene manda. Io supplirò alla brevità della lettera et alla scarsità del regalo con un lunghissimo, per tutti i versi, desiderio di servirla: e per hora, supplicandola de’ suoi comandamenti, le fo riverenza, sperando di venir a scolparmi del resto in persona. Dio le conceda felicità.

 

Firenze, 24 Ap.le 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.mo e Vero Serv.re

Pier Fran.o Rinuccini.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.or mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Arcetri.

 

 

 

4137*.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 27 aprile 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 69. – Autografa.

 

Molto Ill.re Ecc.mo S.r

 

Vivo ansioso d’intender alcuna cosa del stato di V. S. Ecc.ma Vengo perciò a riverirla, pregandola a volermene far dar parte et insieme honorarmi di alcun suo commando, che lo riceverò a favor singularissimo, retrovandomele per tanti capi obligato. Et a V. S. molto Ill.re Ecc.ma di core mi raccomando.

 

Di Venetia, li 27 Aprile 1641.

Di V. S. molto Ill.re Ecc.ma

Aff.mo Ser.

Francesco Duodo.

 

Fuori: [………]

L’Ecc.mo Sig.r Galileo, Mat.co Dot.r

R.ta al S.r Mastro delle Poste per recapito.

Fiorenza.

 

 

 

4138.

 

EVANGELISTA TORRICELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 27 aprile 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 213. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Col.mo

 

Resto egualmente honorato e confuso dalla eccessiva gentilezza di V. S. Ecc.ma, la quale, prima di conoscermi, con tanta prodigalità mi comparte le sue gratie e m’invita alla sua servitù. Io mi conosco et ingenuamente mi confesso inabile a servirla; nondimeno la rendo certa che il desiderio haverebbe superata l’erubescenza et haverei volato per esser subito a reverirla presentialmente; ma credo che ella haverà inteso dal P. Abbate un legame che egli mi lasciò qui nel suo partire, se bene per poco tempo, cioè fino al suo ritorno. Questo è la promessa di servire il figlio del Conte di Castel Villano([801]) con una lettione di geometria e fortificatione; e l’istesso obbligo si è da me ratificato al Conte suo padre in questi ultimi giorni, mentre egli, essendo di partenza per Perugia, dove si è inviato, ha voluto lasciare il figlio qui in Roma quasi a posta per questo effetto. Supplico humilmente V. S. Ecc.ma a volere assolvermi per queste poche settimane, fin che ritorni il P. Abbate, che non tarderà molto, e poi si assicuri cho io conosco benissimo quanto grande interesse e benefitio mio si inserisca in questo trattato di servire attualmente al Galileo. Prego Dio che mi acceleri questa gratia e volino per me questi giorni di tardanza, poi che io non vedo l’hora di essere quanto prima ad arricchir me stesso col raccogliere le minutie di quei tesori che si maneggiano in cotesta casa, dove per la presenza di V. S. Ecc.ma è la regia della Verità e l’erario della Sapienza. Intanto non passa mai giorno senza qualche honorata commemoratione tra il Nardi e ‘l Maggiotti e me del nostro gran Maestro. Condoni al mio affetto la soverchia arroganza, se ancor io indegnamente mi ascrivo il titolo della sua famosa disciplina.

Supplico V. S. Ecc.ma a continuarmi la sua gratia, e con la debita sommissione la prego a studiar più per l’accrescimento della vita che della gloria: questa non può crescer più, ma sì ben quella, e per essa si formano voti cordiali da tutti i suoi servi, ma in particolare da me, suo partialissimo. Reverisco V. S. Ecc.ma con affetto ossequioso e le ratifico il possesso della mia servitù.

 

Di Roma, 27 Aprile 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

 

 
     

 

 

 

4139*.

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 29 aprile 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVI, n.° 133. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

Habbiamo, con uno o due amici, riso un pezzo della Toga, il cui Capitolo([802]) non ho voluto partecipar ad altri per non disgustar l’autore del’habito([803]).

Io non penso di esser a Firenze prima di mezzo Settembre, perchè questa estate son necessitato di tornar a casa per miei interessi; sì che s’ella vorrà commandarmi cosa alcuna, pensi in che la debbo servire.

Séguito le osservazioni delle Medicee, ma un poco più di rado per non far come l’anno passato; e trovo corrispondere agiustatamente.

Non so s’ella habbia mai più havuta risposta da quelle parti([804]). Che è quanto m’occorre dirle con la presente; ed a lei et al Sig.r Viviani bacio affettuosamente la mano.

 

Di Pisa, li 29 d’Aprile 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Mathematico e Filosofo primario del S. S. G. D.

Fiorenza.

 

 

 

4140.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 14 maggio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 266. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Lo stato mio è pur tale quale li ha descritto il P. D. Innocenzo, il quale, se per una parte pare meno infelice del suo, potendo io qualche poco specolare, per l’altra è però molto più infelice di quello, per vedermi anco assai impedito nell’intelletto in quelli anni che a lei hanno potuto, con le sublimi specolationi del suo, partorirli una gloriosa quiete in cotesta sua età senile, sì come non potrò già sperar io di ottenere.

Il R.mo Padre Abbate D. Benedetto passò di qua sicut fulgur, nè lo potei perciò vedere; ma al ritorno spero di rifarmi con lui. Quanto all’invito che mi fa, glie ne rendo gratie singolarissime; ma li confesso che son tanto declinato nella sanità, che non so come ardire a dire ch’io sia per venire a ricevere tal favore. Ma il tempo et il ritorno del P. Abbate mi sarà forsi buon consigliero per tale risolutione.

Due o tre volte ho dimandato al Sig.r Liceti s’ancora havea risposto etc.: mi disse che non potea già farlo così presto, massime dovendo rispondere a duoi([805]), onde non gli ho poi cercato più altro.

Procurerò di vedere il libro del S.r Nardi([806]), quale, come da lei stimato, non può essere se non cosa rara. Godo della nuova conversatione([807]) et trattenimento co ‘l Sig.r Viviani, al quale mi ricordo partialissimo servo, come a lei ancora humilissimo servitore, baciandole affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 14 Maggio 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

 

 

4141**.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 14 maggio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 264. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or Oss.mo

 

Ricevo hoggi le due gentilissime di V. S., alle quali per ciò con una sola risponderò.

Le rendo infinite gratie, prima, dell’honor fattomi di poter honorare il mio trattato con una di esse([808]), poi dell’havermi con ischietezza partecipato il suo senso circa alli miei due libri astronomici, nelli quali disputo col S.or Chiaramonti([809]), e circa l’opusculo De natura et arte([810]), poi che gradisco estremamente la sua sincerità. Il foglio che manca al libro De regulari motu etc.([811]), le manderò fra pochi giorni, con un esemplare del mio libro De lucidis in sublimi([812]), stampato ultimamente, da Padova, dove mi ritirerò a riscuotere le mie entrate et a passare li caldi dell’estate ventura; nel qual tempo attenderò con commodo a trascrivere l’opera De candore lunae([813]), già da me per le occupationi delle publiche lettioni composta interrottamente quest’inverno, circa le considerationi propostemi da V. S. nella sua veramente elegante e dotta lettera, piena di varie e recondite dottrine, non solo di sottile filosofia, ma principalmente di matematica. Ho diviso il mio trattato in tre libri: nel primo ho considerato quanto altri habbia sino a qui scritto del candor della luna, riducendolo a sei opinioni distinte, da me in esso ponderate quanto mi è stato possibile; nel secondo ho fatto diligente consideratione sopra la sua lettera scritta al Ser.mo Prencipe Leopoldo, dividendola in 183 capi, ne i quali tengo qualche difficoltà, che spero da V. S. sarà facilmente sciolta, ed io ne verrò con molto mio frutto addottrinato: nel terzo fo lo stesso col S.or Gassendo, aspettando da quel valenthuomo ricevere parimente nobile ed utile insegnamento. Il volume manuscritto, sino a qui di già terminato, mi è riuscito nella prima abbozzatura di fogli interi cento venti quattro, che sono cinque quinterni di carta ordinaria; ma per le molte aggiunte e transpositioni mi conviene di trascriverlo, il che farò con più commodo a Padova, por quanto mi sarà conceduto dal caldo della stagione e dalle occupationi domestiche. Credo che passerà di stampa li sessanta fogli interi, stante l’accurata consideratione che mi è bisognato di fare intorno alle tante e così sottili difficoltà propostemi da V. S., dal S.or Gassendo e dalla natura del soggetto che si tratta; sì che non credo che così presto si potrà mettere sotto ‘l torchio e publicare: ma subito finito di stampare, ne manderò gli esemplari alli padroni et amici.

Con qual fine a V. S. di tutto cuore bacio le mani, assicurandola che in detto mio componimento mi sono ingegnato di seguire in tutto e per tutto il suo costume, insistendo nelle sue vestigie, con sommo desiderio di superarla nella riverenza, se bene resterò vinto nella dottrina, servendomi però di quella libertà e sincerità filosofica che tra di noi è stata reciprocamente concertata. E con riverente affetto le bacio le mani.

 

Bol.a, 14 Maggio 1641.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Devot.mo Se.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

4142.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 28 maggio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 268. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

 

Siamo hormai alla fine delle lezzioni; che però pensando io di partirmi subito che siano terminate, starò attendendo che ella mi honori di qualche suo commandamento. A Ottobre spero di rivederla; in tanto m’andrò consolando con intender nuove di V. S. Ecc.ma, e saluterò in suo nome il Sig.r Baliani.

Desidero sapere se il Sig.r Liceti fece mai replica alla scrittura che ella gli inviò, perchè stimo che vi siano per esser cose acutissime circa le osservazione delle Stelle Medicee. Questa estate penso di finir la fatica in tutto e per tutto, sì che s’ella havrà per bene che se n’eschino l’effemeridi, nelle quali procurerò di lavar il capo a quel Francese([814]) che si fa autor delle longitudini per tal mezzo, me ne potrà dar un cenno.

Al Sig.r Viviani mille saluti, il quale prego a farmi grazia di dire al Sig.r Braccio Manetti, che quando l’amico suo si compiacesse di lasciarmi l’Apollonio per queste vacanze, mi sarebbe di sommo favore, non havendo io possuto in questi due mesi passati servirmene, e ne attenderò risposta prima di partire. In tanto V. S. Ecc.ma mi conservi nella sua buona grazia e m’ami col solito affetto, che io, affettuosissimamente baciandole la mano, le prego dal Cielo tranquillità e contentezza.

 

Di Pisa, li 28 di Maggio 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obb.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4143*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 1° giugno 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 27 – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Oss.mo

 

Dal Sig.r Liceti, che mi ha favorito d’una copia del suo libretto intitolato De lucidis in sublimi([815]), me ne è stata inviata un’altra simile, con l’aggiunta, per V. S. Ecc.ma, quale è da me stata consegnata al procaccio, che questa sera parte a cotesta volta. Non so se la debolezza del mio intelletto potrà sollevarsi tant’alto a considerare le meraviglie di sì gran filosofo; pure mi andarò cimentando con il cominciare a leggerlo. E sigillando questa con un affettuoso ricordo dell’ambitioso desiderio che porto de’ suoi commandi, gli bacio con tutta la pienezza del mio sincero affetto le mani.

 

Venezia, primo Giugno 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Sig.r Galileo Galilei.

Obb.mo e Vero Ser.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4144.

 

EVANGELISTA TORRICELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 1° giugno 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 270-271. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Già sono molte settimane che il Padre Rev.mo([816]), per quanto intendo, partì da Venetia, per fermarsi qualche tempo in Brescia. Essendo però io stato irresoluto e non sapendo dove scrivergli, invio l’inclusa a V. S. Ecc.ma, supponendo che egli, subito giunto in Firenze, quando che sia, capiterà costì.

Io reverii V. S. Ecc.ma anco con l’occasione del P. Clemente([817]), persona di molto garbo et anco di straordinario sapere. Nella lettera portata da lui narravo certe mie cosette intorno alli solidi della sfera([818]), e la supplicavo a non conferir la lettera con alcuno. Hora, mutato d’opinione, mando l’incluso foglio a V. S. Ecc.ma, acciò lo senta e poi, se così le parerà, lo mandi al P. Clemente et a cotesti geometri, i quali forse m’honoreranno d’inclinar l’altezza de i loro ingegni a veder questa bassezza del mio. Sono sei teoremetti fondamentali, da i quali cavo certe passioni e proportioni di varii solidi, come ne mando una parte in un foglietto separato([819]), conforme mi sono venuti in mente all’improviso. Mi pare d’haver ampliato un tantino la dottrina d’Archimede nel libro De sfera et cilindro. Io poi mostro le mie propositioni, qualunque esse si siano, con dimostrationi dirette e senza l’aiuto de gl’indivisibili, come ho conferito ogni cosa al S.r Magiotti. Questi altri geometri vi specolano da loro, compiacendosi di pigliarvisi gusto.

Io spasmo di desiderio di poter essere a servir V. S. Ecc.ma, la quale reverisco con humilissimo affetto, fin tanto che la fortuna m’apporti quell’hora di prosperità nella quale mi sia concesso di poter essere a reverirla con la persona.

 

Di Roma, il p.o di Giugno 1641.

Di V. S. Ecc.ma

Hum.mo et Obbl.mo S.re

Evang.ta Torricelli.

 

Due nuove famose ci sono: la morte del Card.l Pio([820]), e la stampa, aspettatissima già sono anni, del P. Atanasio Kircher. Questo è il Gesuita matematico di Roma. L’opera stampata è un volume assai grosso sopra la calamita([821]); volume arricchito con una gran supelletile di bei rami. Sentirà astrolabii, horologii, anemoscopii, con una mano poi di vocaboli stravagantissimi. Fra l’altre cose vi sono moltissime carraffe e carraffoni, epigrammi, distici, epitafii, inscrittioni, parte in latino, parte in greco, parte in arabico, parte in hebraico et altre lingue. Fra le cose belle vi è, in partitura, quella musica che dice esser antidoto del veleno della tarantola. Basta: il S.r Nardi e Maggiotti et io habbiamo riso un pezzo.

 

 

 

4145**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 15 giugno 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 215. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.re e P.ron Col.mo

 

Son giunto a Genova con felicissimo viaggio, e con quel poco che ho passato per mare tutto tranquillo, potendo pur una volta vantarmi di non l’haver veduto col viso dell’armi. Attenderò qui ch’ella mi dia nuova di sua salute, o mi consoli, nella dimora di rivederla, con le sue lettere.

Al Sig.r Viviani([822]) non diedi subita risposta, perchè il giorno seguente doppo ricevuta la cortesissima sua mi posi in viaggio. Lo ringrazio adunque del favore, e lo prego a render duplicati i saluti al Sig.r Manetti([823]).

Se vedrò il Sig.r Baliani, li farò sue raccommandazioni; ed in tanto, pregandola a conservarmi vivo nella sua grazia, affettuosissimamente le bacio le mani.

 

Di Genova, li 15 di Giugno 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obb.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4146.

 

GIO. MICHELE PIERUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 28 giugno 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. IV, T. V, car. 26-27. – Autografa.

 

Molt’Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Si ritrova qui un letterato Olandese, amico del Sig.r Scioppio([824]), e che vien spesso da lui a godere de’ suoi studi e trattare della stampa delle sue opere in quelle parti. Con quest’occasione habbiamo havuto insieme varii discorsi; et havendomi egli scoperto servitore di V. S. Ecc.ma, m’ha ricercato con grand’instanza ch’io voglia pregarla ch’ella si compiacesse che egli potesse trattare con i Sig.ri Olandesi della sua invenzione della longitudine, tanto da loro desiderata e per la quale dice che essi darebbono un grosso premio e ricompensa, tenendo egli per sicuro che presto ridurrebbe il negozio a buona conclusione. Et il suo pensiero sarebbe questo.

Vorrebbe che io prima ottenessi da V. S. Ecc.ma ch’ella si contentasse di servirsi di me, e non d’altri, in questo negozio, e che io poi, come suo servitore e quasi suo delegato o commissario, in nome di lei trattassi seco, e parimente non con altri. Ottenuto questo, vorrebbe accordare con i suoi Signori e stabilire le conventioni della recognizione certa per l’invenzione, delle spese da farsi nell’esperienze e di quanto altro si pretenda da noi, con farne autentico contratto et assegnarne idonea sicurtà in Venezia; e che poi, doppo questo accordato (e non prima), ella ne favorisse di dir pienamente a me tutta l’invenzione e darmi tutte quelle istruzzioni necessarie et opportune per metterla in pratica, e che io in nome di lei la comunicassi loro e mostrassi qui il modo di praticarla: il che riuscito, come si spera, fosse subito consegnato e mandato a V. S. Ecc.ma il convenuto regalo.

Io non ho voluto mancare di scrivergliene, parendomi occasione e cosa da non tralasciarsi (così dice ancora il Sig.r Scioppio), esibendole insieme me et il mio poco talento (se però in questo ella mi giudica atto) e promettendole di servirla con quel sommo amore che porto a lei e a tutte le cose sue. Attenderò per tanto di sentirne il suo gusto, col quale conformerò sempre ancora il mio; mentre insieme col Sig.r Scioppio le fo affettuosissima reverenza e le prego da Dio vita e sanità.

 

Di Padova, li 28 di Giugno 1641.

Di V. S. molt’Ill. et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Gio. Michele Pierucci.

 

 

 

4147.

 

EVANGELISTA TORRICELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 29 giugno 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 272. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.re e P.ron Col.mo

 

Ricevo dalla gentilezza di V. S. Ecc.ma honori troppo eccessivi per mezzo delle sue lettere: confesso che sono veramente sproportionati affatto al mio merito, ma però opportuni molto al mio bisogno. Viviamo in un secolo, il quale in materia di matematiche è cieco affatto; però gran patrocinio e gran privilegio mi pare una testimonianza d’un valore accreditato e di un nome coronato di gloria, come già si stima per tutto il nome immortale di V. S. Ecc.ma

Questi giorni passati, leggendo un manoscritto d’un amico virtuoso, trovai uno sforzo che egli fa per mostrar l’origine della propositione 18 delle Spirali d’Archimede. Mi parve che io ne cavassi poco frutto, onde, ripensandovi dopo, mi venne sospetto che questa dottrina pendesse dalla scienza del moto, et in particolare da una propositione di V. S. Ecc.ma posta nel principio de i Proietti, la quale facilmente le sovverrà nelle sue tenebre luminose per essere un semplicissimo triangolo rettangolo, e tratta di questo: Che se un mobile camminerà di due moti etc., il momento della sua velocità sarà in potenza eguale a quelli due etc.([825]) Il mio discorsetto([826]) (se bene per inavertenza mi ci è scappato il titolo di dimostratione) sarà un poco tedioso, non havendo io voluto far figura, se non in ultimo un triangolo solo con il primo circolo della spirale e quattro semplici lettere; altrimenti con la decima parte di quel proemio haverei detto quello che volevo. So quanto vaglia in V. S. Ecc.a clara dies animi; però procurerò di non aggiungere al tedio della scrittura anco quello della lettera.

Qua si è preinteso che il P. Rev.mo([827]) resti a Venetia per questa state. Io gli ho già scritto che desidero di essere a servire presentialmente V. S. Ecc.ma, e voglio in tutti i modi procurar d’eseguirlo. Et humilissimamente la reverisco.

 

Di Roma, 29 Giugno 1641.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

 

 

Il S.r Nardi e S.r Maggiotti sono due grandi ammiratori del S.r Galileo. Il Nardi poi specialmente lo riverisce. Il S.r Magiotti sta a Frascati già un mese.

 

 

Hum.mo, Dev.mo et Obbl.mo S.re

Evang.ta Torricelli.

 

 

 

4148**.

 

FORTUNIO LICETI a GALILEO in Firenze.

Padova, 5 luglio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 273. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.or e P.ron Oss.mo

 

Godo che V. S. habbia finalmente ricevuto l’esemplare De lucidis in sublimi([828]), col foglio che mancava a quello De regulari motu etc.([829]), e che con suo commodo mi favorirà di farsene leggere qualche parte.

Che io habbia diviso le mie risposte alla sua lettera De candore lunae in 183([830]), non le doverà parere strano, poi che le conclusioni che in essa lei si prende a provare sono due principali: che il candore provenga dal reflesso della terra, e che non nasca dal solo reflesso dell’etere ambiente la luna; e le sue prove sono molte, fondate sopra gran numero di propositioni, le quali mi bisogna partitamente considerare ad una ad una con diligenza, sendo capaci di grandi specolationi, sì come ripiene di molta dottrina e gran sottigliezza: e V. S. sentirà che io non mi dilungo punto dalle cose da lei proposte nella sua non meno lunga che elegante e dotta lettera, ma senza digredire ad altro io starò sempre nel nostro thema. Sento gusto che habbia ricevuto li semi mandati; e perchè poi dalli Padri di S. Giovanni di Verdara ne ho ricevuto degli altri, che mi attestano essere delli più belli che siano in questi paesi, non ho voluto mancare d’inviargline anco di questi un poco. Se ne vorrà più, me ne darà l’ordine, che io di subito esequirò il suo comando, non havendo maggior gusto che nell’impiegarmi in cosa di suo servigio.

Mi spiace della sua cecità e dell’altre sue corporali indispositioni, che dalla gravissima età le sono cagionate; ma poi che a’ nostri giorni non si trova il decotto di Medea, che sarebbe molto meglio impiegato in V. S. che non fu in alcuno di coloro che si fingono coll’uso di quello ringioveniti, doverà consolarsi col sapere di havere speso gli anni suoi così bene, che presso tutto ‘l mondo si è acquistata gloria che non invecchierà mai nella memoria de i posteri, e viverà sempre con titolo di dottissimo huomo e prencipe de i matematici dell’età sua. In quanto a me, procurerò di seguirla da lontano, se non con la qualità de i scritti pellegrini, al meno con la quantità, procacciandomi qualche nome tra i letterati; e qualunque io mi sia per essere presso gli huomini, sarò sempre ammiratore e tromba del suo alto sapere. Con che la riverisco di tutto cuore.

 

Padova, 5 Luglio 1641.

Di V. S. molt’Ill.e et Ecc.ma

Aff.mo et Oblig.mo Se.re

Fortunio Liceti.

 

Fuori: Al molt’Ill.re et Ecc.mo S.or e P.ron Oss.mo

Il S.or Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

4149*.

 

FRANCESCO DUODO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 6 luglio 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXIV, n.° 64. – Autografa

 

Molto Ill.re Ecc.mo S.r

 

Mancarei a me medemo se alcuna volta non me le ricordassi, come faccio con le presenti, pregandola volermi alcuna volta far honore de’ suoi comandi, acciò conosca che lei conserva memoria di me, li quali starò attendendo con desiderio. A V. S. molto Ill.re Ecc.ma baccio le mani.

 

Di Venetia, li 6 Luglio 1641.

Di V. S. molto Ill.re Ecc.ma

Aff.mo Ser.

Francesco Duodo.

 

Fuori: [……………] S.re

L’Ecc.mo Sig.r Galileo Galilei, Dot.r Mat.co

Ra.a per recapito al S.r Mastro delle Poste. Fiorenza.

 

 

 

4150**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 6 luglio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 275. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Tutte le lettere di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma mi sono gratissime, conoscendo in quelle il gran favore della sua continuatione in riamarmi.

Il P. Maestro Lelio d’Arezzo non sarà a Fiorenza se non doppo questo mese. Non s’inganna punto V. S. che vorrei haver occasione di servirla in altro che in cosa così minima come è quella della sua pensioncella; ma lei non me ne comette de’ maggiori, onde convienmi contentare il mio affetto con questa bagatella.

L’Ill.mo Sig.r Ressidente Rinuccini m’ha regalato d’un altro libro del Sig.r Nardi De igne subteraneo([831]), al quale m’imagino che l’Ecc.mo Licetti vorrà con qualche occasione scrivere li suoi altissimi e lunghissimi sensi. La dottrina di questo gentilissimo spirito mi dà sommo gusto per la nova maniera di filosofare: è ben vero che per ancora non mi pare stabilita con tali fondamenti, che non resti molto da pensare al suo auttore.

Il P. Castelli è qui trattenuto, parte per alcune sue pensioni, parte ancora implicato nel negotio dell’atteramento di questa nostra Laguna. Egli ha esplicato il suo sentimento con una scrittura([832]) che fa l’effetto delle potenti medicine, di fare gran comotione d’humori. La sostanza del suo parere è che l’atteramento, tanto accresciuto che resta scoperta tanta terra, specialmente ne’ tempi estivi, col sollevarsi vapori nocivi che possano far dishabitare, nasca non solo dal terreno importato, ma dal scemamento dell’aque per haversi levata dal suo corso la Brenta, e che per ciò col riponervela possa alzarsi in tutta l’estensione della Laguna l’aqua un mezo braccio; da che ne sortirebbono due effetti: l’imo, che restarebbe manco scoperto di terreno; l’altro, che nel reflusso la maggior quantità d’aqua aiutarebbe a portar fuori del lezzo importato dal flusso. Questa sua opinione ha messo gran confusione, e va tuttavia accrescendola, nei cervelli. La contradittione che viene fatta è questa: che dal riporre la Brenta nella Laguna si haverà un danno gravissimo certo, che è il munimento che seco vi porta, et incerto ogni bene, perchè, havendo l’aqua della Laguna il suo essito in mare, camini quanto tarda si vuole, sarà neccessario che si uguagli all’aqua del mare; e però stimano una chimera che possi far alzare l’aqua nella Laguna nè anco la grossezza di un foglio di carta. Questa è la summa del suo parere e de’ suoi contrarii; ma non essendo materia alla quale io habbi pur pensato, lascio che se la dibattino tra loro, e il P. Castelli quel medesimo, cred’io, quanto a sè; ma il stare e servire dove è inpiegato gl’ha fatto prendere la forma del ragionare del paese, che è di havere un senso et un’intelligenza, e parlare diversamente. In fatti è cervello grande, basta dire scolaro del Sig.r Gallileo. Con qual fine pregando a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma tranquillità d’animo, le baccio con tutto l’affetto le mani.

 

Ven.a, li 6 Luglio 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. Fulg.o

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.o Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

4151**.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 6 luglio 1641.

 

Autografoteca Morrison in Londra. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Oss.mo

 

Mi favorì più fa il Sig.r medico Nardi di diverse copie del suo libretto De igne subterraneo([833]), con ordinarmi che le facessi capitare, come feci, a diversi litterati. La curiosità della materia, intorno alla quale io havevo fatte alcune speculationaccie mediante certe esperienze ch’havevo viste e fatte assai curiose, me lo fece subito leggere; e se bene la solita mia ignoranza non mi permesse ch’io potessi intenderne cosa veruna, mi fo a credere che sia bellissimo, vedendo che con una solutione sola scioglie tanti e sì diversi problemi, e che solo con il fuoco sotterraneo fa le nevi, le gragniuole, le tempeste, e mill’altre cose. Con tutto ciò dubito che se il Ser.mo Padrone non havesse altri tesori che questo trovatogli dal Sig.r Nardi, la faremmo molto male noi altri, che riceviamo ogni mese le nostre provisioni. Resto però un pochetto scandalizzato che un huomo come lui, che odia tanto gli autori di nuove e dannate imposture, e che non vuole con temeraria stoltizia far oggetto del suo felicissimo ingegno le cose astronomiche, dia per vera esperienza che quella pinguedine che si trova nella distillatione della terra sia quella che dà il nutrimento ai vegetabili e a gli animali, poichè tanto è vera questa esperienza quanto ch’io voli, essendo tutto l’opposito, perchè se quella gravezza overo oleosità si mette in un vaso dove sia una pianta, la fa seccare prestissimo; e che dia per sua e nuova invenzione il marte fulminante, il processo del quale viene insegnato dall’Armando in un libro stampato circa 30 anni sono. His non obstantibus, gli devo una grande obbligatione per havermi insegnato qual sia la cagione del continuo bollimento di quella caldara di maccharoni che cascano rotoloni giù per quella montagna di formaggio grattato, e de’ fagiani e starne che piovono cotti nel paese di Cuccagna, statami fino ad hora occulta.

Accuso a V. S. Ecc.ma il recapito della lettera per il Padre R.mo Fra Fulgentio, e gli bacio con tutta la pienezza del mio affetto le mani.

 

Venetia, 6 Luglio 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Sr. Galileo.

Obb.mo e vero Ser.re

Fran.co Rinuccini.

 

 

 

4152*.

 

GIROLAMO BARDI a PIETRO GASSENDI [in Parigi].

Genova, 12 luglio 1641.

 

Dalla pag. 439 dell’edizione citata nell’informazione del n.° 1729.

 

…. Insudat Licetus noster in responsione ad epistolam Galilaei, aculeis omnino et salibus sine sale conditis refertam, quae propediem lucem expectat….

 

 

 

4153**.

 

VINCENZO RENIERI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 13 luglio 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 277. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio Sig.r e P.ron Col.mo

 

L’intemperie della stagione che hanno havuta in coteste parte e l’istessa che qui da noi, ha fatto sentire il verno nel mezzo della state. Io sto a vedere se si sono cambiati i tempi, o se habbiamo da far un calendario alla riversa.

Circa le osservazioni, non ho ancora cominciato ad applicarvi l’animo, perchè i tempi cattivi non me ne hanno data commodità; ma già ch’ella mi dice che il Sig.r Viviani si piglia gusto d’affaticarci attorno, vedrò di metter insieme l’effemeridi per qualche giorno avvenire, con notar le congiontioni più principali, acciochè, nello stesso tempo osservando tutti due, ci assicuriamo della diversità delle longitudini fra Genova e Firenze.

È qui in Genova il P. Santini([834]), il quale m’ha imposto ch’io debba riverirla in suo nome, sì come faccio. Starò intanto aspettando che eschi la maravigliosa opera del Sig.r Liceti, perchè veramente credo che sia per levarci dalle tenebre dell’ignoranza, ove io e lei siamo stati fino adesso.

Mi conservi la sua grazia, e se verrà a sorte a riverirla il Sig.r Dottor Soncino, come mi disse voler fare, m’honori di gradirlo, perchè è galanthuomo e merita l’amore di V. S.; a cui, sì come al Sig.r Viviani, affettuosissimamente bacio la mano.

 

Di Genova, li 13 di Luglio 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obb.mo Se.re

D. Vincenzo Renieri.

 

 

 

4154*.

 

FORTUNIO LICETI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 20 luglio 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXVIII, n.° 137. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r e P.ron Oss.mo

 

Dalla compitissima sua delli 13 corrente vedo che teneva pensiero d’inviarmi alcune sue considerationi sopra il mio libro De lucidis in sublimi([835]), e spetialmente attenenti a certi suoi dogmi, nelli quali a lei pare che io non gli sia conforme di opinione. Riceverò sempre a favor particolare ogni sua specolazione, sperando di honorarmene et approfittarmene: fra tanto le rendo gratie del frutto che io son sicuro di cavare dalli suoi insegnamenti, li quali sto attendendo con desiderio. Per fine le bacio le mani di tutto cuore, pregandogli felicità.

 

Pad.a, 20 Luglio 1641.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Ser.re

Fortunio Liceti.

 

 

 

4155**.

 

GHERARDO SARACINI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 27 luglio 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori, Autografi, B.a LXXXVIII, n.° 176. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron mio Oss.mo

 

Mando alligato a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma il suo memoriale inviatomi, et insieme il mandato sottoscritto da me, come ella mi comanda. Con tal occasione le ricordo la mia osservanza e la prego di nuovi commandamenti.

 

Pisa, li 27 Luglio 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Ser.e Oblig.mo

Gherardo Saracini.

 

 

 

4156**. •

 

ANTONIO MARIA BERARDI a [GALILEO in Arcetri].

Firenze, 2 agosto 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 216. – Autografa.

 

Eccell.mo Sig.re mio P.ron Col.mo

 

Dovea fino hieri l’altro venir da V. S. per portarli certi denari a nome del Padre Rev.mo Fulgenzio de’ Servi da Venetia, ma le molte occupationi son cagione che io non possa incontrar quest’occasione di venire a goder della sua virtuosa conversatione. Mando per tanto mio fratello, il quale gli sborserà cento cinquanta giuli e dodici soldi: tanti ho ordine di rimettere a V. S. dal Padre Maestro Lelio d’Arezzo, a cui era stato commesso tale sborso dal sudetto Padre Fulgenzio; ma non potendo venire a Fiorenza, ha delegato questo negozio a me, et io volentieri lo faccio, e ringrazio la mia buona fortuna, che mi porga occasione di continuar la servitù con V. S.

La suplico a conservarmi in sua grazia, e scusarmi se di persona non son venuto a reverirla. Saluto con tutto l’affetto il Sig.r Vincenzo([836]), e vivo desideroso di autenticar la mia devotione con la prontezza di servire a’ suoi cenni. Favorisca di fare un verso di ricevuta, acciò la possa mandare al Padre Lelio prima che s’incammini alla volta di Venetia, che sarà doppo S. Lorenzo. In tanto le bacio le mani, e prego dal Signore sanità.

 

Di Fior.a, 2 Ag.to 1641.

Di V. S. Eccell.ma

 

 

Il Padre Arcangelo Palladini, mio compagno, reverisce V. S. e fa mille saluti al Sig.r Vincenzo.

 

 

Serv.re Humiliss.o

F. Ant.o M.a Berardi della Nonziata.

     

 

Fuori: All’Eccellen.mo Sig.re P.ron mio Colend.mo

Il Sig.re Galileo Galilei.

In villa.

Con cento cinquanta giulii e dodici soldi.

A S. Matteo in Arceti.

 

 

 

4157**.

 

ANTONIO NARDI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 10 agosto 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 279-280. – Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo S.r e P.ron mio Oss.mo

 

Credevami che V. S. Ecc.ma ponesse nella soprascritta: In casa dell’Em.mo S.r Card.l di Bagno([837]), acciò le lettere mi fossino più presto ricapitate; e perchè bene spesso avveniva il contrario, la pregava a tralasciar tal aggiunta: ma dall’ultima sua comprendo che tal aggiunta era posta dai dispensatori delle lettere, che, benissimo conoscendomi e volendo avvanzar qualche cosetta col portarmele a casa, non le davano al mio servitore.

Sono dunque sei anni che mi trovo appresso alla gloriosa memoria del S.r Card.l di Bagno, dal quale quanto fossi amato e stimato, senza alcuno mio merito, lo lascio dire da chi haveva pratica della casa. Invero che non mai mi sarebbi imaginato che mi riuscisse molesto l’haver havuto servitù, anzi domestichezza, con un tanto soggetto, con la cui morte sono sepellite tutte le mie speranze. Io, per metter a parte V. S. Ecc.ma del mio dolore, gli dico che non passava quasi settimana che caramente non mi dimandasse sua Emin.za di V. S. E.ma e non facesse attestazioni e publiche e private del suo valore; in particolare poi voleva da per sè leggere le lettere che V. S. mi scriveva, e ne riceveva contento singolarissimo, come da tutti i familiari di detto S.r Cardinale V. S. potrà sapere, e in particolare dal S.r Conte Fabrizio, suo caro nepote et erede. Non posso mettere in carta tutto quello che vorrei; ma se a Dio benedetto piace che al mio ritorno possi far la strada di Fiorenza, e star due ore con V. S. Ecc.ma, haverò commodità di parlarne: per ora gli dico come il S.r Cardinale ricevette una di V. S. nel principio della infermità, che per trascuraggine dei medici è stata l’ultima sua, e però non si meravigli se non ne ha ricevuto risposta.

Passando a cose meno noiose, il S.r Torricelli mi dice, non haver risposta da V. S. Ecc.ma et ha almeno gusto che lei habbia ricevuto le sue e che si sia degnata rispondere; del resto non mancherà di diligenza per ritrovar la risposta.

Dei libri filosofici che, ad onor della Italia e dei nostri tempi, si vedono uscir alle stampe e con applauso abbracciarsi dalla plebe dei letterati, non occorre dir più, se non che il trascurarsi le scienze gravi dalle persone di maggior autorità degli altri produce simili disordini; e così gli ingegni s’impiegano a studiar grammatiche, poesiucce, romanzi, politicherie, e simili altre baie; e se sopra ‘l volgo di essi ingegni alcuno si inalzi a contemplar il libro della natura (come va contemplato), non ha séguito, ma solo ha séguito colui qui ad publicum palatum scribit. Senza invidia nondimeno, si godino simili scrittori gli applausi momentanei dovuti loro dagli ignoranti: io veramente (sebene non mi sequestro dal numero di costoro) goderò più della dimostrazione di V. S. E.ma intorno al principio posto nei Dialoghi suoi ultimi, che non faranno moltissimi altri dei grossi volumi che si dilettano tener fra le mani o conservar nei loro studii ad pompam. Fratanto, per cambiar il piombo con l’oro, manderò a V. S. la presente dimostrazione, per saggio delle mie geometriche ricercate sopra d’Archimede. Io in quest’opera mi sono ingegnato di brevemente e chiaramente mostrare con la diretta maniera quello che con l’obliqua assai prolissamente e oscuramente talvolta parmi che dimostri Archimede; e per esempio serva la proposta 13, secondo la greca edizione di Basilea([838]), del primo libro De sphaera et cylindro, nella quale egli, con moltissimi versi e con molti supposti nelle antecedenti proposizioni, dimostra che:

D’ogni cilindro retto la superficie (eccettuatane la base) è eguale ad un cerchio, di cui il semidiametro sia medio proporzionale fra l’altezza del cilindro e ‘l diametro della base di esso cilindro.

Io, proponendo lo stesso, con qualche varietà dico così:

 

Di qualsivoglia cilindro retto la metà della curva superficie è eguale ad un cerchio, di cui il semidiametro sia medio proporzionale fra l’altezza del cilindro e ‘l semidiametro della base.

 

 

Sia il cilindro proposto AB, e s’intenda sopra la retta CD, eguale alla periferia della base di esso cilindro, formato il rettangolo CE, la cui altezza CF sia eguale all’altezza del cilindro: è manifesto, per i principii posti, il rettangolo CE esser eguale alla curva superficie di AB. La base poi del cilindro AB s’intenda esser il cerchio G, e al suo semidiametro sia eguale CI, e tirinsi le rette ID, FD: adunque il triangolo CDI sarà eguale al cerchio G, per le cose da noi direttamente, e senza la dottrina di Archimede, mostrate. Prendasi poi CK media proporzionale fra CI, CF, e formisi il cerchio H, di cui il semidiametro sia eguale a CK: sarà dunque H a G come CF a CI, cioè come il triangolo FCD all’altro CDI. Ma G è eguale a CDI; adunque H sarà eguale a FCD, cioè alla metà di FD, overo alla metà della curva superficie di AB: il che bisognava etc.

Corollario. Con lo stesso modo si proverà, che di qualsivoglia prisma retto e regolare mezza la superficie (eccettuatene le basi) è eguale ad un poligono simile alla base del prisma, il cateto del qual poligono sia medio proporzionale fra l’altezza del prisma e fra il cateto della base.

 

Scusi V. S. E.ma la mia temerità, se ardisco con queste bacattelle interromper i suoi gravi studii; almeno gli serviranno per un poco di passatempo e per occasione di ragionar di me e di compatirmi appresso cotesti SS.i virtuosi, fra’ quali ammiro il da lei celebrato merito del S.r Vincenzio Viviani, di cui ambisco la grazia in estremo. V. S. E.ma intanto si conservi a questi caldi e si risparmii, a maggior gloria della nostra Toscana, per la quale fa che ella viva gli anni di Nestore.

 

Roma, 10 di Agosto 1641.

Di V. S. molto Ill.e et E.ma

Ser.re Ob.mo e Sincero

Ant.o Nardi.

 

 

 

4158.

 

EVANGELISTA TORRICELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 17 agosto 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 281. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Portai il giorno di San Pietro una lettera alla posta, con speranza dovesse pervenire in mano di V. S. Ecc.ma Dopo, fino a questo giorno, sono stato travagliatissimo, non vedendone risposta. In ultimo il S.r Nardi mi ha, in cambio di consolarmi, raddoppiato il dolore, mentre mi ha fatto vedere in una di V. S. Ecc.ma come ella si è compiaciuta di rispondermi. Pensavo che si fusse persa la mia, della quale mi curavo poco; ma intendo essersi salvata quella, ma smarrita la risposta di V. S. Ecc.ma, da me stimata come tesoro invidiabile dalla posterità. Qui le lettere di Toscana capitano o alla posta di Firenze o a quella di Genua: in questa sta un tiranno, il quale spesso, per non cercare, nega le lettere, se ben vi sono; in quella sta un professore di memoria, il quale pretende di rispondere subito a chiunque comparisce, se vi siano lettere e quante per apunto e di che loco. Non ho potuto in più volte far tanto che o l’uno o l’altro di questi si sia degnato di pigliar in mano le lettere e guardarvi. In tanto ho ricevuto qualche conforto nel leggere le lettere scritte da lei al S.r Nardi, et insieme con lui starò aspettando la dimostratione da V. S. Ecc.ma promessa circa il principio supposto nell’opera da me tanto ammirata.

Fra i travagli che ho havuto nella perdita di mia madre, seguita pochi giorni sono, nondimeno ho cercato di metter in netto un libro che io chiamo de i Solidi Sferali([839]), e l’ho finito di ricopiare apunto hoggi. Mia disgratia il non esser nato qualche decina d’anni prima: haverei stimato maggior fortuna il poter porgere qualche mia debolezza in mano di V. S. Ecc.ma, che se havessi havuto certezza di poterla consecrare alla eternità.

Reverisco V. S. Ecc.ma con infinito affetto, e con tutto l’ossequio la supplico a voler comandare a qualche suo ministro che mi faccia la gratia che io chiedo al P. Rev.mo([840]), quando egli tardasse a comparire in Firenze, dove spero certo sarà per S. Bartolomeo.

 

Roma, 17 Agosto 1641.

Di V. S. Ecc.ma

Hum.mo et Obbl.mo Servo

Evang.ta Torricelli.

 

 

 

4159.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [GALILEO in Arcetri].

Bologna, 20 agosto 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 283-284. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Benchè il mio silentio sia alle volte lungo, principalmente per la mia solita infirmità, non è però ch’io non l’habbi sempre scolpita nella memoria e ch’io non sia sempre voluntaroso di riverirla et intendere del suo stato, quale mi duole molto che sia accompagnato con tante indispositioni, che mi accrescono le afflittioni dell’animo, nelle quali vivo anch’io continuamente per vedermi, in questa carcere del corpo, posto anco ne’ ceppi e legato così stranamente. Ma lasciamo questa materia malenconica e diciamo qualche cosa di gusto.

Ho finalmente ricevuto una lettera di Francia dal Sig.r Giovanni de Beuugrand, lunga otto fogli, nella quale fa una gloriosa comemoratione di V. S. Ecc.ma e dimostra quanto la stimi esso con tutti quei matematici di Parigi. Mi prega ch’io faci opera con lei ch’ella vogli, per benefittio universale, publicare la sua dottrina per le longitudini (tanto da loro desiderata, non ostante che l’Errigoni([841]) habb[ia] voluto arrogarsi l’inventione) per via de’ Pianeti Gioviali. Ma l’autorità ch’ella tiene appresso tutto il mondo, e l’essere tanto palese questo esser parto della fecondità del suo sublime ingegno, sopprimerà facilmente qualunque altro che pretenda di usurparla; onde la prego anch’io, e per parte loro e per parte mia ancora, a volere hormai publicare al mondo questa pretiosissima gioia, questo nobilissimo artificio, il quale solo può accordare le tante controversie de’ geografi e stabilire i fondamenti dell’astronomia. Il detto Signore poi havendo havuto e visto i miei libri, et in particolare la mia Geometria([842]), s’è compiacciuto di honorarmi con dire che il modo nuovo di quella li sia molto piacciuto, come anco alli altri matematici di Parigi che l’hanno vista, come me ne fa anco fede il P. F. Marino Mersenio, a lei ben noto, in una sua scrittami ultimamente.

Il medesimo Beuugrand havendo ancora scorso la mia Centuria de’ Problemi([843]), e visto nel fine di essi accennato di havere io dimostrato, che tirato il diametro nel parallelogrammo, tutte le linee di esso parallelogrammo sono doppie di tutte le linee di qualunque de’ triangoli separati dal detto diametro (presa per commune regola delle parallele qualunque de’ lati del detto parallelogrammo), tutti i quadrati delle dette linee del parallelogrammo sono tripli di tutti i quadrati di quelle del detto triangolo (che corrisponde alli organetti di Archimede nelle spirali), tutti i cubi sono quadrupli di tutti i cubi, tutti i biquadrati sono quintupli di tutti i biquadrati, oltre i quali non essendo passato, ma dicendo che io stimavo probabilmente che i quadrati cubi fossero sestupli de’ quadrati cubi, e che i cubi cubi fossero septupli de’ cubi cubi etc., e così di man in mano nelle seguenti dignità algebriche secondo la progressione naturale de’ numeri continuati dall’unità; esso Beuugrand ha supplito mirabilmente questo resto, provandolo universalmente esser vero in tutte le dignità algebriche: il che mi ha dato ad intendere, esso dover essere un sottilissimo geometra. Ma, S.r Galileo, dobbiamo grandemente dolersi che la morte l’anno passato, puoco innanzi Natale, ci privò di huomo così raro, ch’era tenuto il primo di tutti quei matematici di Parigi; poichè puoco doppo havere scritto questa lettera, che fu l’ultima sua speculatione, come mi scrivono, egli si morse. Questo era parte del quesito ch’io li mandavo in una lettera ch’io li scrissi([844]), la quale si perse, il quale contineva cento volte, mi stimo, più difficoltà di questo che ha sciolto, e forsi un tale ingegno vi poteva arrivare; ma non hebbi fortuna che li capitasse alle mani. S’io havessi la sudetta lettera scrittami dal Beuugrand, li vorrei mandare le sue parole precise, che occupano una carta intiera, circa la persona di V. S. Ecc.ma; ma lo farò quanto prima mi rivenga da Reggio, dove l’ho mandato al S.r Gio. Antonio Rocca, giovane intendentissimo delle matematiche, e della tacca del Sig.r Torricelli da me benissimo conosciuto e da lei con ragione inalzato alle stelle; poichè essendo fra lui e me passate alcune lettere, ho potuto conoscere quanto egli sia singolare nella geometria, havendo trovate le cose peregrine che lei mi scrive, da lui parimente scrittemi e da me viste con molta maraviglia. Anzi deve sapere, che havendo io trovato modo assai facile di descrivere tutte tre le settioni coniche (cioè nel modo, credo si ricordi, ch’io descrivo la parabola, di fare le altre settioni ancora in similissima maniera), esso pure (come parimente ha fatto il detto S.r Rocca) ne ha apportato la dimostratione, assai differente dalla mia. In somma tra noi passa conferenza tale, quale ambidue potiamo desiderare per goderci di quei gusti che son havuti da pochi.

Spero anco di continuare in Francia con quei matematici l’incominciata rispondenza, poichè il P. Mersennio sudetto me ne dà occasione con propormi un quesito (se bene scritto in modo che difficilmente n’intendo il senso), quale credo sia tale: Dato un ellissi et un punto fuori del piano di esso dove si voglia, dal quale stesa una retta indefinitamente per qualunque punto dell’elissi, e quella rivolta intorno sin che ritorni al primo luogo, si cerca se il solido compreso([845]) dalla superficie dell’ellissi e dalla descritta per la linea che si rivolse sia portione di cono, e però si possi in qualche modo tagliare che ne venghi fatto cerchio, il cui diametro e la positione di esso cerchio si deve render nota. Io non ci ho anco pensato gran fatto, ma per quel puoco ch’io ci ho pensato credo di poter dimostrare, che tagliato questo solido in qualunque modo, ne viene necessariamente dal taglio settione conica (cioè, dato il taglio come richiede ciascuna settione, ne viene essa settione), ma non so ancora se ne venga cerchio.

Quanto al Liceti, non ne tengo nuova, essendo, com’ella sa, assente, nè havendo sue lettere. Ma devo ben rallegrarmi con V. S. Ecc.ma che riceverà da esso tanto honore con un libro così grosso([846]): sproficiatta a chi tocca sta sorte; e veramente havendo essa dato per il più in far libri piccoli, era ben il dovere che venissero ingrossati da chi non conosce la gloria se non nella moltiplicità e grossezza de’ libri. Anch’io mi terrò fortunato, se potrò assaggiare un pezzo di questa gran torta.

Ma troppo l’havrò attediato con questa lunghezza, la quale serva per ricompensa del lungo silentio. La prego dunque a scusarmi et a continuarmi la sua buona gratia, che per fine io la riverisco di tutto cuore, salutando insieme il nostro Sig.r Viviani e baciandole affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, alli 20 Agosto 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

 

 

4160.

 

GIO. MICHELE PIERUCCI a [GALILEO in Arcetri].

Padova, 6 settembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. IV, T. V, car. 24-25. – Autografa.

 

Molt’Ill. et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Questi Signori nostri amici tutti ad una voce dicono che V. S. Ecc.ma usa troppa liberalità con gli stampatori, e tanto veramente pare ancor a me, perchè tutti gli altri che danno a stampar cose di qualche momento, benchè di gran lunga non arrivino alle sue, nè essi siano autori di tanto nome, non dimeno oltre alla gloria ne ricevono ancora la principal parte dell’utile che se ne cava; e questo tanto più concludiamo che doverebbe seguir con V. S. Ecc.ma, la quale hora tanto più ci pare che superi in questo ogni liberalità, quanto di più sentiamo che ella in vece di guadagno ci fa spese, e spese anco molto notabili. Gli altri ancora, com’ella sa, perchè non venga loro usurpato quel che a loro si deve per la stampa delle loro opere, si fanno far privilegi da tutti i principi, il che parimente e con maggior ragione sarebbe fatto a lei; e gli stampatori, oltre a qualche honesto guadagno che se gli conceda, hanno da haver per somma gloria che le loro stamperie venghino honorate e accreditate dall’opere e nome del primo autore del nostro secolo. Ancora nel negozio della longitudine([847]) ci pare che ella sia troppo liberale, e che forse questa tanta liberalità possa scemare in qualche parte il credito all’invenzione; che però vorremmo pregarla ch’ella non havesse per male, se quello che tratta rappresentasse (almeno come da per sè) a quei Signori qual fusse l’obligo loro verso di V. S. Ecc.ma doppo insegnatogli praticar l’invenzione. Io per ancora non ho voluto dir niente a persona alcuna del modo di praticarla, nè de i pensieri e ritrovamenti di V. S. Ecc.ma uditi et intesi da lei più volte in voce, e particolarmente di quel billico con l’acqua da farsi in mezzo della nave, entro al quale deva star l’huomo col telescopio, ch’ella revelò già al Ser.mo Gran Duca e Ser.mo Principe Gio. Carlo, mentre insieme con la buona e sempre sospirabile memoria dell’Ecc.mo Sig.r D.r Peri vi ero presente ancor io; quale adesso havendo fatto da per me alcune di quelle esperienze ch’ella diceva, son certissimo che la cosa infallibilmente riuscirà, et a me dà l’animo di metterla in pratica et insegnarla ancora praticare ad altri con qualche facilità.

In questo punto il Sig.r Scioppio([848]) riceve una lettera del Sig.r Lodovico Elzeviro, nella quale lo prega che gli voglia dar a stampar alcune sue opere, e la data è d’Amsterdam, delli 20 di Luglio; sì che sarà vero quel che dice ella, che sia in Amsterdam, e non in Leida, come diceva questo Sig.r Olandese, o vero (come pensa il Sig.r Scioppio) habbia negozio nell’uno e nell’altro luogo. Se ben questo poco importa, bastando a noi ch’egli, dovunque sia, eseguisca quanto ha promesso e deve a V. S. Ecc.ma: et il Sig.r Scioppio dice, che nel risponder a questa lettera gli vuol scriver ancor di questo particolare con molto senso, acciò non séguiti a far con lei un così gran mancamento; sebene alla ricevuta di questa del Sig.r Scioppio haverà già havuto qualche ordine: e di tutto ne attenderemo gli avvisi.

È vero che mi ritrovo qualche volta con l’Ecc.mo Sig.r Liceti, ma non le ho scritto di S. Sig.ria cosa alcuna, sapendo dal medesimo che passano continue lettere tra lor Sig.rie Ecc.me e ch’ella è benissimo informata del tutto, sì come ancora sento dalla sua amorevolissima. Questo Signore sta qua con ottima salute, e adesso stampa un’opera De pietate Aristotelis erga Deum et homines([849]), che sarà circa 40 fogli, e presto, credo, stamperà ancora la lettera di V. S. Ecc.ma insieme con la sua piena risposta, mostrando egli gran godimento e senso di gloria che tra di loro passi questa disputa con tanta honorevolezza et amorevolezza reciproca.

Ho goduto una settimana, parte qui da me e parte dal Sig.r M.e Obizi([850]) al Cataio, la soavissima conversazione dell’Ill.mo nostro Sig.r Residente([851]), quale tra pochi giorni sarà costì presenzialmente da lei, e le dirà qualcosa in voce in materia della sua indisposizione molto meglio di quel che farei io per lettere, perchè ne sarà da me e dall’amico informato a pieno nel passaggio ch’egli farà di qui per Ferrara: mentre io col solito devoto affetto, in nome ancora del Sig.r Scioppio e de’ miei fratelli, a V. S. Ecc.ma fo reverenza.

 

Pad.a, 6 Sett.re 1641.

Di V. S. molt’Ill. et Ecc.ma

Devot.mo et Oblig.mo Vero Ser.re

Gio. Michele Pierucci.

 

 

 

4161**.

 

ANTONIO NARDI a GALILEO in Firenze.

Roma, 7 settembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 285-286. – Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo S.r e P.ron mio Oss.mo

 

Sempre mi sono grate, e allora gratissime sopra ogni mia facoltà di spiegarle in carta, le lettere di V. S. Ecc.ma, quando mi porgono occasione di ammirar la felicità del suo ingegno, come pur ora mi occorre mediante la dimostrazione mandatami, quale da me è stata più volte letta e considerata, con participarla al S.r Magiotti e a qualch’altro amico, sebene per anche non l’ha veduta il S.r Torricelli, con quale non mi sono potuto incontrare, sebene l’ho cercato, et gli ho inviato le due incluse di V. S. Io per tanto resto con singolar obligo alla gentilezza di V. S., la quale si è degnata d’inviarmi la tanto da me desiderata dimostrazione; e in contracambio non ho che dargli, ma solo, per piccolo segno del mio affetto e desiderio di servirla, gli manderò la dimostrazione della prima proposta de dimentione circuli d’Archimede([852]), conforme che ella mi scrisse. Io tal proposta ho dimostrato in due modi: l’uno è diretto, e questo voleva V. S.; ma sebene la dimostrazione non è lunga, sono però lunghi alquanto gli apparati, e mi tengo a scrupolo di affaticar soverchiamente l’intelletto di V. S., stante (oltre le sue molte occupazioni) la disgrazia della vista. Spero bene fra non molto tempo di fargliene sentir in voce con qualche facilità; e in tanto riceva questa, assai breve e chiara.

 

Lemma Primo.

 

 

 

Sia un triangolo rettangolo ABC, di cui l’angolo retto sia B; prendasi nel lato BC qualsivoglia punto D, e tirisi la retta AD; dico, esser possibile trovar in ABC un altro triangolo simile ad ABC, il quale sia maggiore del triangolo ABD secondo qualsivoglia proporzione dentro alle estreme di ABC, ABD. Prendasi in BC il punto I, sichè BC a BI habbia minor ragione che BI a BD e sia BH terza proporzionale di BC, BI: adunque BH sarà maggiore di BD; e per il punto I tirisi la retta IL parallela ad AC, sichè termini in AB. E perchè il triangolo ABC all’altro ABD è come BC a BD; ma il triangolo ABC al simile LBI è come BC a BH; sarà il triangolo LBI maggiore dell’altro ABD: e così in qualsivoglia data proporzione, come sopra, si potrà fare il triangolo LBI maggiore dell’altro ABD.

Corollario. Di qui raccogliesi, che se il triangolo rettangolo ABD habbia la altezza AB che sia eguale al semidiametro d’un cerchio, ma la base BD minore della periferia del cerchio medesimo, potrà trovarsi un triangolo rettangolo LBI simile ad un altro ABC, il quale habbia l’altezza eguale al semidiametro e la base eguale alla periferia d’un dato cerchio, e tal triangolo LBI potrà esser maggiore dell’altro ABD. A questo triangolo poi LBI sarà, per la prima del 6°, eguale un regolar poligono descritto nel cerchio; imperochè la base sua e l’altezza è minore della periferia e del semidiametro del cerchio.

 

Lemma 2°.

 

Sia la retta BC eguale alla circonferenza d’un cerchio, e alzata in BC la perpendicolare AB, eguale al semidiametro dello stesso, congiunghinsi i punti A, C. Dunque, se si dicesse BC esser eguale anche al perimetro d’un rettilineo circoscritto al cerchio, intendasi trovato fra detto rettilineo e uno iscritto simile un altro, pur simile, rettilineo, eguale al cerchio. Ora il perimetro di tal rettilineo sarà minore di quello del cerchio: adunque, essendo il triangolo ABC eguale ad un rettilineo circoscritto, potrà il triangolo LBI, minore e simile ad ABC, esser al trovato di mezzo eguale, per il passato lemma, e in conseguenza eguale al cerchio; il che non può essere, perchè è eguale ed anche minore di qualche poligono descritto nel cerchio. Resta dunque che male si dicesse, il perimetro del circoscritto esser eguale alla periferia, e molto meno sarà minore.

 

 

Corollario. Di qui vedesi dimostrato quello importante principio preso da Archimede, cioè che il perimetro d’un poligono circoscritto sia maggiore della iscritta periferia di cerchio; qual principio nè per natura sua è noto, nè da altri (per testimonio del Clavio) è stato mai legittimamente mostrato, benchè molti (conoscendone il bisogno) si mettessino all’impresa.

 

Proposizione.

 

Se a un dato cerchio sia eguale un triangolo, di cui l’altezza sia eguale al semidiametro del cerchio, haverà tal triangolo la base eguale alla circonferenza dello stesso cerchio.

Ciò è manifesto: perchè se la base sia minore, saria il triangolo eguale a qualche iscritto poligono, per il primo lemma; e se sia maggiore saria, per il secondo lemma, eguale a qualche circoscritto.

 

Scuserà V. S. Ecc.ma le mie inezzie, quali ardisco inviarle non per occupar lei, ma per dar un poco di trastullo alli SS.i Paolo del Buono e Viviani, a’ quali prego far le mie ricomandazioni. Con che io cordialmente me gli offero obligatissimo servitore.

 

Roma, 7 7bre 1641.

Di V. S. molto Ill.e e Ecc.ma

Ser.re Ob.mo di vero affetto

Antonio Nardi.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.r e P.ron Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

4162*.

 

FRANCESCO RINUCCINI a GALILEO [in Arcetri].

Venezia, 8 settembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 42. – Autografi il poscritto, la sottoscrizione e l’indirizzo interno.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron mio Oss.mo

 

Fu grandissimo in vero il gusto ch’io hebbi in leger la lettera scritta da V. S. Ecc.ma al Ser.mo Sig.r Principe in risposta delle obiettioni fatte dal gran filosofaccio Liceti. Le nuove, belle e vere speculationi delle quali è ripiena, et il non haver potuto ritenere appresso di me quel libro dove era con altre opere di V. S. Ecc.ma mal copiata, hanno causato in me il desiderio di haverne una copia, come la supplicai la passata. Mi [per]doni con la solita sua gentilezza l’ardire, incolpandone sè medesima, che fa cose tanto desiderabili. Et accusandogli l’incaminamento della lettera per il Sig.r Pierucci, gli confermo la mia vera osservanza, e con tutta questa la riverisco.

 

Venetia, 8 7bre 1641.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

 

alla quale soggiungo, come doppo scritto intendo dal Sig.r Pierucci che quell’animalaccio habbia scritto da 70 fogli, o per dir meglio impiastrati, contro la sua lettera; di che io ne sento sommo gusto per l’occasione che darà a V. S. Ecc.ma di insegnarci qualche altra bella cosa. Si ricordi che chi gli vive fra i suoi servitori il primo di devotione, non deve esser l’ultimo ad esserne favorito. E di nuovo me([853]) li ricordo

 

 

S.r Galileo Galilei.

Dev.mo et Aff.mo et Obb.mo Se.re

Fran.co Rinuccini.

     

 

 

 

4163*.

 

GIO. BATTISTA RUSCHI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 11 settembre 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 160. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

 

Trovai alla posta li prosciutti di Casentino, de’ quali V. S. Ecc.ma volse ch’io restasse favorito da lei: gnene rendo gratie infinite, e gli goderò con amici, facendo commemorazione della gentilezza del donatore.

Arrivato in Pisa, trovai un poco d’occupationi per qualche ammalato che corre, ma per il più con buon esito. Trovai ch’il dottore che sta nel giardino e fonderia se n’era partito per la volta di casa con un poco di febre; però non ho potuto procacciargli ancora il medicamento da pigliar per il sonno ed altro, che a V. S. Ecc.ma significai. Aspetto presto che torni, per nuova che ho del suo meglioramento: in tanto a V. S. Ecc.ma mi ricordo servitore devotissimo, e prego N. S. che gli conceda ogni desiderato bene.

 

Pisa, 11 7bre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Oblig.mo Ser.re

Gio. Batta Ruschi.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo S.r P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

4164**.

 

ANTONIO NARDI a GALILEO in Firenze.

Roma, 21 settembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 287. – Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo S.r e P.ron mio Oss.mo

 

Anch’io ho ricevuto un poco tardi la sua gratissima, insieme con l’inclusa al S.r Torricelli, che forse a quest’ora l’haverà ricevuta. Io poi desidero estremamente e godo che V. S. Ecc.ma s’affatichi per ogni maggior perfezzione che dar si possa a i suoi bellissimi Dialoghi del moto, purchè ciò non pregiudichi alla sanità sua. Mi pare ogni ora mille anni di riverirla presenzialmente e godere con agio dei suoi dottissimi discorsi; e ciò succederà facilmente non al mio ritorno alla patria (perchè credo converrammi passar da Perugia), ma con l’occasione che verrò a Fiorenza per altre occupazioni mie, alle quali forse s’accrescerà quella del fare stampar costà le mie ricercate geometriche sopra di Archimede, nè ciò voglio o ardisco fare se prima V. S. Ecc.ma non resti informata almeno in generale del metodo e modo di procedere e dimostrare.

Quanto alla sodisfazzione che desidera il S.r Viviani per il corollario del primo lemma([854]) e del suo didursi dalla prima del sesto, io non ho copiato ad verbum l’opera mia in tal parte, e però nè meno certamente ricordomi della sostanza di esso corollario, ma m’imagino che sia tale.

Havevo così detto nel lemma. Sia un triangolo rettangolo ABC([855]), di cui l’angolo retto B; in esso intendasi un triangolo ABD di egual altezza e di minor base che BC: dico, esser possibile trovar un triangolo LBI simile ad ABC, quale sia eguale o anche maggiore dell’altro ABD. Ciò supposto, se ci figuriamo haver il triangolo ABC il lato AB eguale al semidiametro di un dato cerchio e la base BC eguale alla circonferenza, è manifesto che in esso cerchio si potrà descrivere un poligono regolare, quale, per la prima del sesto (risolvendosi in triangoli di base e di altezza eguali), agguaglierassi ad un triangolo di base eguale a tutte le loro insieme prese e d’altezza pur eguale all’altezza di ciascuno di loro. Ma le basi loro insieme prese sono minori della linea BC (poichè niuno dubitò giamai se la corda sia minore dell’arco a cui sottendesi), e l’altezza di ciascuno di essi triangoli (in cui risolvesi il poligono) è minor di BA; adunque tal poligono potrà esser eguale al triangolo LBI, qual triangolo LBI potrà in infinito farsi sempre maggiore di esso poligono, sino che s’agguagli all’altro triangolo ABC. Che poi tal triangolo LBI sia minore del detto cerchio, non ha difficultà alcuna, mentre si agguagli ad un poligono iscrittoci. E consideri il S.r Viviani che nulla importa l’esser il triangolo LBI simile all’altro ABC, poichè veramente i cateti dei poligoni descritti nel cerchio non serbano le medesime ragioni che i perimetri; ma è ben necessario (e ciò importa al mio intento) che l’altezza di esso triangolo sia sempre minore del semidiametro del cerchio o della linea AB.

Scrivo in fretta e confuso, e forse anche non a proposito, poichè (come dissi nel principio) non so se la difficultà stia qui: in ogni caso potrà avvisarla meglio. Con che affettuosamente desidero felicità a V. S. E.ma e a i suoi virtuosi allievi.

 

Roma, 21 7bre 1641.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Ser.re Ob.mo e Parzialissimo

Antonio Nardi.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.r e P.ron mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

 

 

 

4165**.

 

ANTONIO SANTINI a [GALILEO in Arcetri].

Genova, 21 settembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 289-290. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r mio Col.mo

 

Ben per duplicate lettere di V. S. il P. Renieri, Mathematico di Pisa (quale in queste vacanze se ne gode l’amenità di questa stanza e patria), mi ha intimato il favore da lei fattomi e la memoria qual ritiene della mia affezionata e riverente servitù verso la sua immortale virtù, favore ch’io ho singolarmente gradito, ma insieme ho riconosciuto il mancamento di haver lasciato scorrere molto tempo senza solvere il tributo di qualche mia lettera; ed alla contumacia vedo esser opposto questo duplicato difetto, d’haver mutato domicilio da Milano per Genova senza haverle significato ove mi si devan[o] drizzare i suoi comandi. Io lascio a parte ogni scusa per rimettermi alla benignità della sua grazia, poich’io intendo l’haver creduto di molestarla, mentre ella, occupata in cose più serie et impedita di quell’istrumento che al suo alto specolare gl’è stato fedel prodromo alle sue glorie, mi persuadevo che, per riverenza ritirandomi, s’accettasse per legitima: ora mi essibisco a purgar questo difetto con usar più della penna, pur che me ne dia licenza e favorabile occasione per servirla.

Non è gran tempo ch’io hebbi notitia d’un’operetta postuma, ma al solito ingegnosa, del S.r Keplero, il cui titolo è Somnium astronomicum([856]), nel quale ha voluto mostrare quanto altamente le fossero impressi quei suoi soliti concetti, che ancora dormendo gl’andasse ripassando. Credo alle sue mani sarà molto per avanti pervenuta, ed è libro che senza figure si fa intendere. Bisogna haver patienza, che quando si capacita la ragione, non si regetta.

Non so da che parte mi sia arrivato che V. S. sta ancora scrivendo alcuni suoi (de more) nobili pensieri filosofici. La prego ad ornarne il mondo letterato, quando prima possa.

Un amico grande di V. S. e mio buon corrispondente([857]) mi favorì, alquanti mesi et ancor anni, significarmi, esser in Olanda uscito un libro, il cui titolo va nell’occluso biglietto([858]). Mi significò ancora il nome dell’authore, non havendolo esso posto; ma le lettere, in diverse casse, le tengo in Milano. Hebbi poi l’opera, e vi trovai per la fabrica e figura delli cristalli per il tubo optico considerassioni e dimostrassione et ancora modi di operarli molto desiderati; nella geometria poi, tutta o quasi tutta algebrica (seben è un trattatello), cosa delle più acute che mi sia occorso([859]). Similmente penso che a lei non sarà mancato di pervenire; e quando costì fosse (come saranno molti) alcuno col quale stimasse V. S. si potesse divisare di queste materie, mi saria gratia d’haver lei (con offerirmele) per mediatore, con che nascerebbe sempre nuova materia di lettere, e saria con usura di mio profitto.

Intesi altresì che dall’authore, di Parigi, fu alquanto tempo fa partecipato quel suo Cursus mathematicus([860]) capriccioso nel methodo, che V. S. poi mandò al P. Cavalerio. È poi venuto l’opera compita, e si vede quanto ogni giorno si vadano affinando gl’intendimenti. Questo c’è la miseria, che quando si comincia a comprendere con qualche perfessione, siamo lasciati in isola da questi sensi. Però, essendo commune, doviamo sodisfarci di quella parte quale ci viene concessa; ed è gran felicità di haver l’intelletto più purgato alla cognissione, come lei ha sortito. La grazia è sua, ma il benefizio deve esser di molti con gli suoi parti. Isocrate scrisse il Panathenaico di molto più anni.

  1. S. sappia che tra gli suoi più affezzionati e partiali io non mi sodisfaccio degl’ultimi luoghi. E qui la riverisco, e cordialmente le bacio le mani.

 

Gen.a, 21 Sett.e 1641.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Divotiss.o et Oblig.mo Ser.re

Antonio Santini.

 

 

 

4166*.

 

GIO. BATTISTA RUSCHI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 25 settembre 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 161. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.re P.ron Col.mo

 

Ricevo la sua, gratissima per l’affetto con che viene accompagnata dalla sua gentilezza, ma di non pieno contento per la perseveranza delle indispositioni che m’accenna: piaccia a N. S. rimetterle a quel segno ch’io con lei desidero, e restituirla alla publica utilità et alla gloria del nostro secolo.

Prego V. S. Ecc.ma, quando il P. Francesco([861]) viene a visitarla, a fare, benchè indegna, commemoratione di me; che tale stimerò per il maggior honore ch’io possa ricevere, restandone all’uno et all’altro perpetuamente obligato.

Ho in pronto un poco di sciroppo aureo per mandare a V. S. Ecc.ma, che per mancamento di buona occasione ho ancora appresso di me; et il medicamento per conciliar il sonno, oltre a gl’altri effetti che gli significavo, appropriati per le sue indispositioni, non ho potuto approntarlo, per haver trovato il mio amico della fonderia partitosi ammalato([862]), e non haver io potuto, per infiniti obblighi di cure sopraggiuntemi, haver pur un momento da applicarmi. Aspetto di giorno in giorno l’amico, e mi darò, con l’aiuto di lui, a far qualche cosa. In tanto me gli ricordo servitore obligatissimo, e gli do nuova d’haver cimentati li prosciutti di Casentino, che mi regalò, per esquisiti in grado supremo; che ringratiandonela di nuovo, la reverisco, come fanno li SS.ri Farinola e Stecchini, et al S.r Vincentio Viviani di cuore bacio le mani.

 

Pisa, 25 7bre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

Gio. Batta Ruschi.

 

 

 

4167.

 

[GALILEO a EVANGELISTA TORRICELLI in Roma].

[Arcetri], 27 settembre 1641.

 

Dalle pag. XII-XIII delle Lezioni accademiche d’EVANGELISTA TORRICELLI, ecc. In Firenze, M. DCC. XV, nella stamp. di S. A. R., per Iacopo Guiducci e Santi Franchi.

 

Dispiacemi in estremo la perdita della lettera che mandava a V. S., mentre che, non vedendo ella mia risposta, si sarà formato concetto di me del tutto contrario dal vero, cioè che io meno del giusto avessi stimato per cosa di poco momento quello che io sopra modo ammirai ed ammiro, cioè il maraviglioso concetto a V. S. sovvenuto per dimostrare con tanta facilità e leggiadria quello che Archimede con strade tanto inospite e travagliose investigò nelle sue Spirali; strada la quale a me parve sempre tanto astrusa e recondita, che, dove collo studio per avventura di cento anni non mi sarei disperato del tutto di trovare l’altre conclusioni del medesimo autore, di questa sola non mi sarei promessa l’invenzione in mill’anni, nè in perpetuo. Ora giudichi V. S. quale mi sia riuscito il suo gentilissimo trovato([863]). Gli accennava in detta mia lettera il gaudio che ne sentiva, ma d’attribuirgli le meritate lodi non mi pareva che uno o due fogli ne fosser capaci, però mi riserbava a pagar tale ufizio e debito con V. S. in voce, stando sulle speranze d’aver pure a goderla per qualche giorno avanti che la mia vita, omai vicina al fine, si terminasse. Dello adempirsi tal mio desiderio me ne dette V. S. in una sua amorevolissima non lieve speranza([864]), ma ora non sento nell’ultima sua cenno di confermazione; anzi, per quel che intendo nell’altra sua scritta al Padre Reverendissimo Castelli ed a me mandata aperta([865]), ritraggo pochissimo o niente di vivo rimanere in tal mia speranza. Non voglio nè debbo cercare di ritardare sì buoni incontri ed avvenimenti che meritamente doverebbono costì succedere al valor suo, tanto sopra le comuni scienze elevato; ma bene gli dirò con sincero affetto, che forse anco qua sarebbe riconosciuto il merito del suo ingegno peregrino, ed il mio basso tugurio non gli riuscirebbe per avventura ospizio men comodo di qualcuno de i molto sontuosi, perchè son sicuro che l’affetto dell’ospite non lo ritroverebbe in altro luogo più fervente che nel mio petto; e so bene che alla vera virtù piace questo sopra ogni altro comodo.

Gli scriveva anco la grande stima che faceva e fo degli altri suoi trovati, de’ quali mi mandò le conclusioni; ma di tutto mi riserbava, come ho detto, a trattarne seco a bocca, come anco di conferirli alcune mie reliquie di pensieri mattematici e fisici, per potere col suo aiuto ripulirgli, sicchè meno imbrattati potessero lasciarsi vedere coll’altre mie coserelle. Mando questa sotto una del Sig. Nardi([866]), dal quale ella la riceverà, insieme colla dimostrazione di quello che io supponeva nell’ultimo mio Dialogo come principio conceduto([867]): vedanla insieme e l’emendino, comunicandola anco al terzo mio riverito Padrone, il Sig. Magiotti. Ed a tutto il triunvirato con reverente affetto bacio le mani.

 

 

 

4168.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a [GALILEO in Arcetri].

Siena, 27 settembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 218. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill. Sig.r mio Oss.mo

 

Le zatte, di questi tempi e della sorte di cui V. S. mi regala, è novellizia così delicata, ch’io fo pensiero che ne gusti il Ser.mo S.r Principe([868]) ancora, perchè son già parecchi giorni che qui non se n’è vedute. Le fattezze loro non mostrano d’haver bisogno dell’aiuto de’ salami, ma per l’autorità di Mons.r della Casa goderò questi ancora insieme con esse.

Non vorrei che la stagione, che c’ha guastato i frutti, ci danneggiasse nel vino, che fin hora non ci si fa sperare molto buono; ma per haverlo men cattivo che sia possibile, mi trasferirò fra due o tre giorni in Vescovado([869]) per far soprassedere qualche giorno la vendemmia più di quello che vorriano i contadini. Tra tanto non so se il mio maestro di casa potrà mettere insieme quattro torte e quattro forme del nostro cacio, il quale se bene non comparirà di molto bella forma, quest’anno in ogni modo non riesce di mala pasta.

Mi sforzerò di servirla quest’anno un poco meglio a vino; e con speranza d’esser a baciarle le mani fra non molto tempo, mi rallegro seco delle buone nuove di sua salute, che mi diede il Ser.mo Leopoldo quando fu ultimamente qui. E confermandomele vero e perpetuo servitore, le bacio le mani.

 

Di Siena, 27 Settembre 641.

Di V. S. molto Ill.

Devot.mo Ser.

A. Arc.vo di Siena.

 

 

 

4169.

 

EVANGELISTA TORRICELLI a [GALILEO in Arcetri].

Roma, 28 settembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 220-221. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.mo

 

Per quest’ordinario aspettavo lettere dal P. Abbate da Fiorenza, dove spero sia giunto infallibilmente, ma tutto indarno; anzi havendo io cercato da gl’amici suoi e da i servitori, non è stato possibile che io ne trovi un semplice avviso. Io gli scrivo costà; quando egli ci sia, supplico V. S. Ecc.ma ad impetrarmene due righe di risposta, della quale ho eccessivo desiderio, per non dire necessità. Per mezzo di un tanto intercessore ho havuto risposta dal frate mio zio che sta a Prato Vecchio, della cui vita dubitavo forte, essendo gl’anni che io non havevo potuto farvi penetrar una lettera. Del tutto laudo Dio e ringratio cordialissimamente V. S. Ecc.ma, dalla quale ricevo questa consolatione.

Persisto più che mai nel proposito di voler essere a servirla, ma la supplico, come feci con le passate, a voler condonare questa poca dilatione, che sarà di non molti giorni, all’interesse che io le scrissi in confidenza. Quanto all’altro interesse di costà, io resterò sodisfatto della buona gratia di V. S. Ecc.ma, anco quando manchi ogn’altra speranza. Ma qui in Roma mi trovo d’haver fatto sette mesi non il lettore, ma il vetturino; e se non vado con somma prudenza, overo se non ritorna chi([870]) mi ci ha messo, io dubito d’haver gettato via ogni cosa. Sia ciò detto in confidenza a V. S. Ecc.ma, con la quale spero pure di dover fare le belle essaggerationi e le belle sfogature in voce.

Il S.r Nardi partirà fra pochi giorni; però anderà prima alla patria, e poi, riposato per qualche giorno, sarà in Firenze per starci un mese. Io gli ho detto che se lui si ferma niente a casa, mi trovarà costì. In tanto reverisco con affetto devotissimo et ossequiosissimo V. S. Ecc.ma

 

Roma, 28 7mbre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Hu.mo et Obbl.mo S.re

E. Torricelli.

 

Rendo infinite gratie al S.r Viviani dell’honore che fa al mio nome. Ha voluto obbligarmi prima che conoscermi. In tanto io riconosco che l’eccessiva gentilezza dell’hospite soprabbonda anco ne i suoi cohabitatori.

 

 

 

4170.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GALILEO in Arcetri.

Bologna, 1° ottobre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 222. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron Col.mo

 

Ho ricevuto la gratissima sua sotto li 27 7bre doppo una ben longa scrittami avanti; circa le quali io havrei molto e molto che dire, ma trovandomi assalito dalla podagra, non posso per hora estendermi molto. Solo dirò che non occorreva ch’ella mi ringratiasse di sì puoca cosa rispetto al molto e ch’ella merita et al che son tenuto; onde tocca a me a ringratiarla che le mortadelle li siano riuscite di gusto, e che le habbi anco collocate in parte così insigne et in sogetto così raro come è Mons.r Ill.mo di Siena([871]).

Quanto al Sig.r Torricelli, già li scrissi che mi era ben nota la grandezza del suo ingegno, onde non mi maravigliavo punto ch’havesse trovato le cose che mi accenna, giudicandolo atto a questo et a maggior cosa; onde s’egli viene costà, potrà ben dire di havere seco il fiore de gli ingegni, et il mio puoco potrebbe aggiungerli di più per migliorare la loro conversatione, massime essendo io talmente afflitto del corpo, che l’anima hormai molto puoco può operare. Ha poi costì ancora il R.mo Padre Castelli, il quale nello spatio di 7 overo 8 anni non mi ha voluto comparticipare più che tre hore della sua dolce conversatione, della quale so ch’ella ne goderà di molte e molte hore e forsi giorni, che li saranno di molto sollevamento alla sua infirmità. Pazienza, io me ne starò come a Dio piace sino che la Sua benignità si compiacerà di liberarmi da questa sfortunata vita. Per tanto, non puotendo per hora molto estendermi in lungo, faccio fine con riverirla con tutto l’affetto con il R.mo P. Abbate Castelli, salutando insieme caramente il nostro S.r Viviani.

 

Di Bologna, il p.o 8bre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Ob.mo Ser.re

F. Bon.ra Cavalieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.re e P.ron Col.o

Il Sig.r Galileo Galilei.

Fiorenza.

Ad Arcetri.

 

 

 

4171**.

 

ALESSANDRO NINCI a [GALILEO in Arcetri].

  1. Maria a Campoli, 12 ottobre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Appendice ai Mss. Gal., Filza Favaro A, car. 219. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r e P.ron mio Col.mo

 

Ricevetti aclusa con la gratissima lettera di V. S. quella del Rev.mo P. D. Benedetto, dalla quale intesi l’opera efficace che lei ha fatto a favor mio per mezo di detto Padre, e le ne rendo quelle maggiori grazie che io posso, mentre sto aspettando qualche effetto delle minaccie di questi SS.ri

Spero che il miglioramento del mio fratello questa volta sia stabile, poi che ha passato una settimana intera senza recidive; onde, se egli si manterrà la prossima, verrò in persona dove infinite volte sono arrivato solamente co ‘l pensiero nello spazio già di tre mesi.

Invio a V. S. un poca della mia uva e parechi ulive da indolcire, con sei tordi. Gradirà V. S. il mio affetto, mentre co ‘l fine gli prego da Dio cumulata prosperità.

 

Da S.ta Maria a Campoli, 12 Ottobre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

 

Devotiss.mo e Oblig.mo Se.re

P. Alessandro Ninci.

 

 

 

4172**.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 19 ottobre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 291. – Autografe le lin. 25-26 [Edizione Nazionale].

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

È necessario che V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma di mera liberalità et cortesia mi agiusti le partite del passato in materia di lettere, perchè, conoscendomi nel resto suo gran debitore, in questo non ho conto nè del debito nè del credito: poi che nel mentre che son stato sul viaggio dalla città alla villa et dalla villa alla città, come fugiasco, non ho tenuto conto; hora che la necessità et questo inverno successo all’altro senza intermedio d’età, ne pigliaremo li nostri conti, et ricambiandola con cordialissimo affetto si rivederemo qualche volta con questo comercio delle lettere.

Il Padre R.mo Abbate Castelli partì di qua per Brescia per essigere certa sua pensione. Non so se ancora sia sbrigato, perchè questi beneficiati fanno, come il proverbio, di ponta et di calcagno per non le pagare, con mille scuse di disgratie et di penurie: il nostro Arisi, che s’induce come l’orso al palio, non so se l’esser stato accompagnato con ducali risolute et rigorose, l’haverà cavato di longhezze. Egli è galant’huomo, et basta dire, quanto alla eruditione, che è scolaro del Galileo: nel resto ha presa bene l’aria romanesca, di parlare tutto in spirito; non so se habbia anco la qualità molto ordinaria di operare in carne.

Qui alle librarie si ha l’opera De igne subterraneo([872]), ma non ne vedo fatta quella stima che facciamo, l’Ill.mo Sig.r Comissario Antonini([873]) et io, perchè V. S. sa che modo di filosofare hanno questi nostri grand’ingegni.

Voglio finir qui per questa prima volta, col bacciar a V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma con tutto l’affetto le mani et pregarli felicità.

 

Venetia, il dì 19 8bre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. Fulg.o

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

4173.

 

ASCANIO PICCOLOMINI a GALILEO [in Arcetri].

Siena, 27 ottobre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 224. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill. Sig.r mio Oss.mo

 

Per ritrovarmi a’ miei luoghi di Vescovado([874]), non hebbi fortuna di godere del nostro Padre Abate Castelli nel suo passaggio, che, havendomi lasciato la di V. S. del 20, m’ha almen dato consolazione con essa d’intendere quel buono stato di salute che gli permette la grave età, ed insiememente che non gl’habbia a giunger discaro il mio solito saggio di questi vini. Come che io mi son trovato alla vendemmia, e fattola fare al tempo debito, ho speranza quest’anno d’haver a rimetter le dotte del passato. Allestisca adunque la solita botticella, perchè, di consiglio di quei del paese, son persuaso a mandarglielo a S. Martino; et ancorchè habbia ribollito da cinque giorni nel tino, mi pare in ogni modo che fin hora ritenghi quel dolce e quell’aromatico che V. S. vi desidera. Iddio mi conceda di poternela servire per molti anni; e sempre desiderosissimo de’ suoi comandamenti, le bacio le mani.

 

Di Siena, li 27 Ott.re 1641.

Di V. S. molto Ill.

S.r Galileo Galilei.

Devot.mo Ser.

A. Arc.vo di Siena.

 

 

 

4174**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [EVANGELISTA TORRICELLI in Arcetri].

Bologna, 30 ottobre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Discepoli, Tomo 41, car. 113-115. – Copia di mano del sec. XVIII.

 

Molto Rev.do([875]) Sig.r mio Oss.mo

 

Reputo grandissima la fortuna di V. S. molto Rev.da, poichè al grande ingegno suo accoppia quello del Sig.r Galileo, stimato oggidì con ragione la fenice degl’ingegni. Oh che felice congiunzione, da invidiarsi da qualunque virtuoso! oh che gran conseguenze ne possono seguire, che grand’utilità alle buone lettere, per così maraviglioso innesto! Ma più non dirò per non parere essere a parte di questa invidia, sebbene non la saprei nè anco in tutto negare. Per sodisfar poi al desiderio del Sig.r Anton Nardi, gli dico che la dimostrazione del fuso parabolico venutami dal quondam Sig.r Beuugrand, che Iddio abbia in gloria, procede per via degl’indivisibili, ma è diversa dalla mia et anco da quella del Sig.r Gio. Anton Rocca, gentiluomo Reggiano ed intendentissimo delle mattematiche….

Resta che ella mi onori talvolta de’ suoi comandi, e di conservar fresca la servitù mia nella memoria del nostro Sig.r Galileo, al cui affetto mi trovo obbligatissimo, siccome sono altrettanto ammiratore del suo divino ingegno. E con tal fine le bacio affettuosamente le mani, con riverire insieme il detto Sig.r Galilei ed il Padre Castelli, se pure ancor costì si ritrova.

 

Di Bologna, alli 30 Ottobre 1641.

Di V. S. molto Rev.da

Dev.mo Servit.e

F. Bonaventura Cavalieri.

 

 

 

4175*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a GIANNANTONIO ROCCA [in Reggio].

Bologna, 1° novembre 1641.

 

Dalle pag. 267-268 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 3053.

 

…. Gli do poi nuova, che mi scrive il Torricelli trovarsi di stanza dal Sig. Galileo ed aspettar in Fiorenza il Sig. Antonio Nardi, credo gentil’uomo Aretino, che ha da stampare un libro di geometria([876]), nel quale pretende con modi nuovi di mostrare tutte le cose d’Archimede per via delli indivisibili, quale dice avere fatto una grandissima pratica sopra la mia Geometria([877]). Così detto Torricelli è per stampare due libri de motu([878]), che seguiranno la materia de motu delli secondi Dialogi del Sig. Galileo, opera quale stimo dover riuscire bellissima….

 

 

 

4176.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 2 novembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 293. – Autografe le lin. 30-31 [Edizione Nazionale].

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Non posso tacere un puoco di mia invidia alli colloquii che devono passare nel triumvirato, che stimo più dell’antico romano, di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma, del Padre Castelli, et di quel spirito così elevato([879]) di cui ella mi scrive in modo che mi fa penar nel desiderio di conoscerlo. E dove s’incontrarebbono mai tre personaggi tali? Dio fa gl’huomini, dice il proverbio, et essi si accompagnano. Godano, che è delle felicità maggiori che s’incontrino in questa vita; et mi do ben a credere che il Padre Castelli non stia su le frasi di Corte, ma che dia nel genio suo, cioè nel filosofo et nel galanthuomo.

  1. S. mi fa un scongiuro, il quale necessariamente mi tira in lingua: però dico a lei sola,et in sinum Domini amici,che in verità stimo sopramodo l’ingegno et la desterità di quel’autore([880]) in aplicare le soluttioni secondo li fondamenti posti; ma quanto alla cosa medesima, mi pare una tal chimera, quale nisun poeta ponerebbe in un romanzo. Per Dio, che se il flusso et reflusso del mare ha la causa assignata, è uno dei bei calderoni che si possa appender al fuoco! Et l’haver fondata così gran mole, che è la sostanza di così importante et astrusa filosofia, sopra imitamenti(?) de poeti o finzioni di quelli che hanno voluto far paura ai bambini (et tra i bambini pongo li cervelli suori e vani), mi pare un fondare l’anfiteatro sopra li stecchadenti. Ecco che V. S. ha l’effetto del suo scongiuro; ma in sincerità è cosa singolare l’haver proceduto così bene in consequenza.

Dell’Ecc.mo Licetti non apparisse ancora l’opera aspettata([881]). Mi disse qua uno venuto da Padoa che sopra la contesa con V. S. haveva già in ordine 252 capitoli: non lo credetti; ma se è vero, dobiamo aspettare cose molto raccondite da quel’ingegno tanto ripieno.

Stiamo in un continuo diluvio d’acque: conviene che il fuoco sotteraneo habbi fatte de grand’alteratione. Prego a V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma tranquillità, et le baccio le mani.

 

Venetia, a dì 2 9bre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

S.r Galileo.

Dev.mo Ser.

F. F.

 

Fuori: Al molto Ill.re Sig.r, Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallileii.

Firenze.

 

 

 

4177**.

 

BENEDETTO CASTELLI a EVANGELISTA TORRICELLI [m Firenze].

Roma, 9 novembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Discepoli, Tomo 36, car. 55. – Autografa.

 

Molto Ill.re Sig.re e P.ron Col.mo

 

Ho consegnata la lettera di V. S. molto Ill.re al Sig.r Francesco, e credo che per questo ordinario sodisfarà al desiderio di V. S.

Son restato trafitto dalla nova che V. S. mi dà della indisposizione del nostro Vecchio, se bene poi il giudicio che ne fa l’Ecc.mo Sig.r Magiotti([882]) mi consola, ed a quest’hora penso che le cose siino in sicuro, per quello che comporta la grave età sua e la commune fragilità nostra, dalla quale dobbiamo ogni momento aspettare ogni strano ed inopinato accidente.

Io sto bene, Dio grazia, e poco mi curo di una discesa in una ganassa, che mi tormenta tutti i denti. Nel resto ho cominciate le lezzioni al solito, ma senza allegrezza. Ancora non ho potuto trattare col Sig.r Conte di Castel Villano([883]); non mancarò però a suo luogo e tempo([884]) fare l’obligo mio.

Attenda con ogni puntualità a servire e consolare il buon Vecchio, che ne haverà merito appresso Dio ed appresso gli huomini. Saluti caramente il Sig.r Vincenzo([885]), e mi continovi il suo amore. E li bacio le mani.

 

Roma, il 9 di 9bre 1641.

Di V. S. molto Ill.re

S.r Torricelli.

Devotiss.o Ser.re di cuore

Don Bened.o Castelli.

 

Fuori: [……………..]

Firenze.

In casa del Sig.r Galileo Galilei.

 

 

 

4178*.

 

LODOVICO BAITELLI a [GALILEO in Arcetri].

Brescia, 14 novembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 226. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r P.ron Col.mo

 

Il P. Abbate D. Benedetto Castelli mio Signore m’ha singolarmente favorito nel rapresentare a V. S. molto Ill.re et Ecc.ma il sommo desiderio che tengo d’esserle servitor d’effetti, la somma stima che faccio dell’incomparabile sua virtù, et l’honore che riceverò sempre da’ suoi da me bramatissimi commandi. Così havesse potuto acresser forze alle mie debolezze, come so ch’havrà pienamente adempito il mio ordine!

Rendo a V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma quelle maggiori gratie che mi siano possibili delle benignissime dimostrationi che meco s’è compiacciuta di fare con tanto maggior mio obligo, quanto so di non haverle mai meritate. Non cesserò di corrispondere a tanta cortesia con quelli effetti che possono ussire dal nessun mio potere, et la supplico con tutto lo spirito a non lassiar in perdita occasione in cui possa vedere quanto desideri di servirla. Et le faccio humilissima riverenza, pregandole da N. Signore longa et intiera felicità.

 

Di Bressia, li 14 di Novembre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Devotiss.o et Oblig.mo Ser.re

Lodovico Baitelli.

 

 

 

4179.

 

PIER FRANCESCO RINUCCINI a [LEOPOLDO DE’ MEDICI in Siena].

Firenze, 15 novembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XV, car. 98. – Autografa.

 

…. Iermattina fui a vedere il S.r Galileo, il quale è fermo nel letto da dieci giorni in qua con una febbriciattola lenta lenta, ma però dice egli che l’è continua. Gli dà davvantaggio un gran dolor di rene. Questi mali, alla sua età, mi par che devano far temer della sua vita. Egli con tutto ciò discorre con l’istessa franchezza che facea fuori del letto; e mi disse che aveva grandissima soddisfazione del nuovo mattematico Torricelli, e che aveva ricevuto grandissimo gusto in sentir confrontare alcune nuove dimostrazioni tra lui e ‘l Viviani, del quale mi disse un monte di bene, e m’ordinò ch’io lo scrivessi a V. A…..

 

 

 

4180*.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a MARINO MERSENNE [in Parigi].

Bologna, 23 novembre 1641.

 

Bibl. Naz. in Parigi. Fonds français, Nouvelles Acquisitions, n.° 6204, car. 255. – Autografa.

 

…. Nunc sub praelo est quaedam Galilei responsio Liceto, qui eiusdem sententiam de lumine lunae secundario, a terra reflexo, impugnavit. In lucem quoque exibunt duo libri de motu et proiectis([886]) cuiusdam Evangelistae Torricelli, viri acutissimi, qui nunc apud Galileum moratur, cuius de motu doctrinam se prosequutum esse profitetur, ut nuper ad me scripsit idem Galileus….

 

 

 

4181*.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 23 novembre 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXX, n.° 154. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

Doppo che V. S. molto Ill.re et Ecc.ma mi tirò in lingua intorno al trattato De igne subterraneo([887]), et che io aspettava di haver fatto il medesimo con essa, ella mi serva il silentio, e forsi la cagione è perchè debbe haver opinione del tutto contraria; ma sappia certo che nelle opinioni io son così disposto, che niente niente affatto mi piace più che altri habbi le mie per scioche e vane, che se gl’havessero per fondate e vere. Sempre sono nel medesimo, che l’autore è un ingegno che io ammiro per l’inventione e per il parlar conseguente; ma quanto al ritrovato, mi pare, come dissi già, una gran fabrica su li stechi. Ho voluto io ancora essorcizare l’Ill.mo Sig.r Alfonso Antonini, dal quale ho procura generale di sempre riverir V. S., e son intrato in ambitione, perchè al mio scongiuro ancor esso mi ha risposto di punto quello che io haveo in animo: cioè, che sia l’auttore un bellissimo ingegno, e che con incomparabile felicità habbi saputo esplicar li suoi problemi con tanta apparenza, ma sopra un fondamento senza fondamento. Hora che V. S. ha il senso anco di quel Signore, che l’ha voluto dire a me solo, la prego dirmi ancor essa il suo, ma nel modo medesimo ch’ella ha voluto il mio.

L’Arrisi mi va per le longhe in quella bagatella da niente; pensi quello che farebbe in soma maggiore. Ho però scritto in modo, che credo si ricorderà di far il suo debito. È vero che per tutto vi è gran strettezza nel danaro.

Io me la passo con qualche indispositione di catarro, che si tira dietro, il suo solito, un poco di febre, ma però che non mi impedisce le funtioni ordinarie. Prego il Signore che conservi V. S. molto Ill.re et Ecc.ma in tranquillità di animo et in manco infermità di corpo che si può, e le baccio le mani.

 

Ven.a, li 23 9bre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. F.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Ecc.mo Sig.r Col.mo

Il Sig.r Gallileo Gallilei.

Firenze.

 

 

 

4182*.

 

GUGLIELMO WEILHAMER a GIANNANTONIO ROCCA [in Reggio].

Mantova, 26 novembre 1641.

 

Dalle pag. 272-273 dell’opera citata nell’informazione premessa al n.° 3053.

 

…. Est quidam hic Doctor Paduanus, legista et lector ibidem([888]), propter certa negotia; magnus, ut ipsemet dicit, mathematicus, Galilaei olim discipulus per plures annos. Hic secum habet quaedam instrumenta, et inter alia tubum ab ipso Galilaeo confectum, per quem multis multa ostendit, et mira (mihi certe nihil), eiusque excellentiam iactat mirum in modum; sed unus aut alter iam mihi fassus est, vel se illa non advertere quae ipse conatur alicui persuadere ut videantur, vel alio modo. Neque etiam nova ostendet mihi vel aliis, qui tubis communioribus omnia centies vidimus: ut fissuras illas in medio lunae, fossas profundiores, apices, arbores et viridaria nunquam vidi, neque montes aut valles, nisi per discursum et consequentiam; quae tamen ipse credit se videre cum suis coloribus, si in vitro non sunt, in obiecto certo multo minus. Veretur fortassis ne, si mecum agat, habeam quod opponam. Adire eum mihi non licet, cum in hospitio degat. Ego rem dissimulo.

Ad neapolitanos tubos quod attinet, credo etiam ego plus pretii et famae eos habere quam bonitatis: certe forma ibi perfectior non dabitur quam alibi, cum rotunditas ubique sit eadem, et in tubis longioribus minor, maior in brevioribus. Audio, in materia solum excellentiam illorum constare, hoc est in vitris crystallinis, quae ita norunt temperare et aptare, ut nihil penitus quasi hebetent aut refringant etc…..

 

 

 

4183*.

 

GIO. BATTISTA RUSCHI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 3 dicembre 1641.

 

Bibl. Est. in Modena. Raccolta Campori. Autografi, B.a LXXXVII, n.° 162. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.re P.rone Col.mo

 

Resto, con mio estremo disgusto, avvisato dal P. Rinieri della malattia di V. S. Ecc.ma, della quale però desidererei dal S.r Vincentio (mentre non gli fosse incommodo) un poco di minuto ragguaglio; non ch’io speri di potergli portar giovamento, come desidererei, ma per un poco di maggior mia quiete, accertandola che io ne sto con ansietà tale, che non posso dir maggiore. Desidererei che si pigliasse briga il S.r Vincentio di favorirmi d’un poco di ragguaglio de’ rimedii che si è fatti e che di presente si fa per ordine del medico, e così della institutione della vita, oltre al ragguaglio del male. Perchè detto Padre m’ha detto, fra l’altre cose, d’un grandissimo aborrimento di tutte le bevande, stimando io che non gli permetta il medico il vino, sono andato chimerizzando che cosa harei potuto trovar di stravagante, e che si possa permettere ad un febricitante; et ho procurato un poco di cerbetto, che usano i Turchi, che mescolandone un pochetto con l’acqua e dibattendo, fa bevanda che ad alcuni è grata. Se la fortuna volesse ch’io l’avesse accertata che gli piacesse, all’avviso gne ne manderò più; se in coteste bande l’acquette d’amarasche non fossero più buone e che gli piacessero, avvisi parimente. Vorrei potermi destillare in un nettare, che togliesse a V. S. Ecc.ma questa noia et aborrimento, del quale estremamente la compatisco, sapendo quanto affligge. In questa angustia mia, non so se non pregare N. S. a restituirgli la sanità, e dar a me modo e talento di poterla al meno in qualche minima cosa servire: e baciandogli affettuosamente le mani, saluto il Sig.r Vincenzio e me gli ricordo servitore.

 

Pisa, 3 Xbre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Oblig.mo Ser.re

Gio. Batta Ruschi.

 

Gl’havevo hier di là inviato l’olio di scorze di cedrini, stimando gli bisognasse per la palpitatione che già m’haveva accennata, e forse non disdirà ancor adesso. Però non sia senza il giuditio del S.r medico.

 

 

 

4184**.

 

FULGENZIO MICANZIO a [GALILEO in Firenze].

Venezia, 14 dicembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 295. – Autografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

È longo tempo che io non ricevo la consolatione delle lettere di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma, il che, pur che non avenga([889]) da accresimento delle sue indispositioni, come prego il Signore che non sia, non importa.

È qui l’Ill.mo Sig.r Comissario Antonini([890]), col quale in due congressi li nostri più gustosi raggionamenti sono stati di V. S. et del Sig.r Nardi: et se bene esso ancora è in opinione che l’opera De igne subteraneo([891]) habbia bisogno di gran fondamenti per fabrica tale, habbiamo però insieme ammirato il grand’ingegno dell’autore nel modo nuovo di filosofare dalle cose sensibili, et non da chimeriche, il parlar et discorrere consequentemente l’introduttione di tanto belle osservationi, et l’attitudine et felicità dello spirito in risolvere tanti problemi con modi così facili; et habbiamo per sicuro che l’Ecc.mo Licetti non poteva ritrovar antagonista che lo facesse magiormente sudare, et aspettiamo con gran desiderio che rompa il longo silentio et ne faccia una volta godere delle opere promesse.

Mi viene detto che un Padre Giesuito habbi stampato un grosissimo volume de magnete([892]). Qui non l’ò ancora veduto, ma V. S. deve sapere che cosa sia. Questo dirmi che è un grosissimo volume mi fa ricordare della Rosa Ursina, Ursa Rosina([893]), gran volume che, levata la paglia, il grano tutto tolto di peso da V. S., nulla ci resta; et così sta il Cabeo([894]) col Gilberto([895]). Io ho così puoco tempo che m’avanzi, che mi do alle bissie quando in questi volumi mi ho rubato quell’hora che mi avanza.

L’Arisio mi va longo, con scuse di penurie et d’infirmità. Ma se qui occorre a V. S. fare qualche spesa, comandi, che suplirò io.

La riverisco per nome dell’Ill.mo Sig.r Comissario sudetto; et pregandoli tranquillità et solievo, ambidue con pieno affetto le bacciamo le mani.

 

Venetia, li 14 Xbre 1641.

Di V. S. molt’Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo Ser.

F. F.

 

 

 

4185*.

 

CLEMENTE SETTIMI a FERDINANDO II DE’ MEDICI,

Granduca di Toscana, [in Firenze].

Roma, 14 dicembre 1641.

 

Arch. di Stato in Firenze. Filza Medicea 5561, car. 814. – Autografa.

 

…. Mons.r Assessore([896]) mi fa intendere che io non ho più che fare col Santo Offitio: in fede di che mi darà una patente, dove dirà che non sono stato inquisito, e questo mi giovarà appresso di chi habbia havuto sospetto della persona mia. La maggior accusa che il P. Mario([897]) mi havesse preparata era l’haver havuto io intrinsichezza col Sig.r Galileo; e quando egli domandò a Paolino se io havevo i Dialogi del moto della terra, overo se gl’havevo letti, allhora mi ordiva la tela: e sia sicura V. A. che non ha lasciata indietro diligenza, in modo che il medesimo Monsignore disse, ragionando di me, che ero buon religioso, eccetto però che gli pareva che io stimassi poco il Sant’Offitio. E ringratio S. D. M., che mi ha mantenuto nella Religione fin hora senza richiamo alcuno, e le persecutioni mi hanno in certo modo giovato. Ma, a dire a V. A. S. il mio senzo come a Padrone e vero protettore, io non ne vorrei più, nè posso più vedere la malignità trionfante….

 

 

 

4186**.

 

BONAVENTURA CAVALIERI a [EVANGELISTA TORRICELLI in Arcetri].

Bologna, 17 dicembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Discepoli, Tomo 41, car. 117. – Copia di mano del sec. XVIII.

 

…. In somma io dissi al Rev.mo P.e D. Benedetto, quando passò di qua, che poteva ormai lasciare da banda F. Bonaventura e solo celebrare l’unico valore del Sig.r Torricelli; e ben vado continuamente conoscendo d’aver detto il vero, a tanti contrassegni che ella mi dà del suo valore.

Restò poi amareggiato il gusto delle sue belle specolazioni con la trista nuova dell’infirmità del Sig.r Galileo, tanto più mettendo ella dubbio della vita di sì grand’uomo, che saria veramente una perdita incomparabile alla repubblica de’ letterati. Mi son però alquanto rallegrato quando non ho visto altra sua lettera, avendo supposto che pur viva e si sia riavuto dal male. Io poi mi confesso così vivamente affezionato al gran merito e valore et alla benevolenza mostratami sempre da esso in ogni occasione, che ne porterò eterni caratteri di obbligazione impressi nell’animo, quantunque non possi con effetti mostrarli quella gratitudine che io vorrei. Per tanto, non potendo per ora altro fare, desidero che ella a nome mio gli annunzi sanità e felicità, in particolare in queste SS.ma Feste di Natale, come ancora a lei le desidero piene d’ogni contento; e la pregherò ad onorarmi di qualche avviso dello stato del nostro Sig.r Galileo, al quale faccio riverenza, et a V. S. bacio affettuosamente le mani.

 

Di Bologna, 17 Xbre 1641.

 

Aff.mo et Obb.mo Servit.e

F. Bonaventura Cavalieri.

 

 

 

4187**.

 

ANTONIO NARDI a GALILEO in Firenze.

Arezzo, 19 dicembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. VI, T. XIII, car. 296. – Autografa.

 

Molto Ill.e et Ecc.mo S.r e P.ron mio Col.mo

 

Non potei, come era il mio desiderio, passar da Firenze nel ritornar alla patria per riverir V. S. Ecc.ma e goder un poco della sua dottissima e da me desideratissima conversazione: spero nondimeno fra non molto tempo effettuar tal pensiero, e in questo mezzo desidero d’intender buone nuove di V. S. e della sua camerata virtuosissima. Anche sto con gran curiosità di sentire quello che segua dell’aggiunta disegnata da V. S. per il suo Dialogo, e se presto si sia per veder in luce, come ancora se il S.r Torricelli habbia deliberato di fare stampare l’opera De solidis sphaeralibus e l’altre sue fatiche ingegnosissime([898]), delle quali fui favorito in Roma da quel Signore. Lo stesso promissemi scrivere al P. Cavaglieri per intender se il S.r Beugrand, che haveva dimostrato la proporzione del fuso parabolico e d’un cilindro, havesse ciò fatto coi principii d’Euclide, senza rimescolarvi quelli degli indivisibili.

Di tutte queste cose sto ansioso per riceverne informazione; e la presente servirà ancora per annunziar a V. S. Ecc.ma e a tutti cotesti virtuosi felicissime queste Sante Feste, come io con tutto il cuore le desidero.

 

Arezzo, 19 Dicembre 1641.

Di V. S. molto Ill.e et Ecc.ma

Devotis.mo e Parzialissimo Ser.re

Ant.o Nardi.

 

Fuori: Al molto Ill.e et Ecc.mo S.r e P.ron mio Oss.mo

Il S.r Galileo Galilei.

Firenze.

 

 

 

4188.

 

GALILEO ad [ALESSANDRA BOCCHINERI BUONAMICI in Prato].

Arcetri, 20 dicembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. IV, car. 109. – Originale, di mano di EVANGELISTA TORRICELLI.

 

Molt’Ill.re Sig.ra mia Oss.ma

 

Ho ricevuto la gratissima lettera di V. S. molto Ill.re in tempo che mi è stata di molta consolatione, havendomi trovato in letto gravemente indisposto da molte settimane in qua. Rendo cordialissime gratie a V. S. dell’affetto tanto cortese ch’ella dimostra verso la mia persona, e dell’ufficio di condoglienza col quale ella mi visita nelle mie miserie e disgratie.

Per adesso non mi occorre di prevalermi di tela: resto bene con accresciute obbligationi alla gentilezza di V. S., la quale si compiace d’invigilare a gl’interessi miei.

La prego a condonare questa mia non volontaria brevità alla gravezza del male; e le bacio con affetto cordialissimo le mani, come fo anco al S.r Cav.re suo consorte.

 

D’Arcetri, 20 Xbre 1641.

Di V. S. molto Ill.re

Dev.mo et Aff.mo S.re

Gal.o Gal.i

 

 

 

4189.

 

VINCENZO RENIERI a GALILEO in Firenze.

Pisa, 25 dicembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. I, T. XII, car. 228. – Autografa.

 

Molto Ill.re et Ecc.mo mio S.re e P.ron Col.mo

 

Se col pregar a V. S. Ecc.ma felici queste Sante Feste insieme col buon Capo d’anno potessi sperare d’allegerir in parte i suoi travagli ed infermità, può ben esser sicura V. S. Ecc.ma che venendole pregate da un affettuosissimo desiderio di vederla in ogni prosperità, non le resterebbe altro da desiderare per la sua salute. Ma già che altro non posso, la compatisco almeno, e mi par mill’anni che passino questi pochi giorni che m’avvanzano del leggere, per poter esser a rivederla. In tanto mi conservi ella vivo nella sua memoria, e se in cosa alcuna può qui giovarle([899]) la servitù mia, honori il mio eccessivo affetto de’ suoi commandi. Con che le prego dal Cielo sollievo da’ suoi patimenti e le bacio caramente le mani.

 

Di Pisa, li 25 di Xmbre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Obbl.mo Ser.re

D. Vincenzo Renieri.

 

Fuori: Al molto Ill.re et Eccell.mo mio Sig.re e P.ron Col.mo

Il Sig.r Galileo Galilei, Mathem.co p.rio del S.mo G. D.

Fiorenza.

 

 

 

4190**.

 

GIO. BATTISTA RUSCHI a [GALILEO in Arcetri].

Pisa, 26 dicembre 1641.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., Nuovi Acquisti, n.° 43. – Autografa.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo S.re P.ron Col.mo

 

Mando a V. S. Ecc.ma l’acqua per gl’occhi, che spero sarà perfetta; ma più perfetta sarebbe, s’havesse tanta virtù quant’ho io desiderio di servirla. La compatisco al meno ne i travagli del suo male; et io posso farlo particolarmente, che ho provato che cosa sia l’inappetenza. Vorrei poter indovinare qualche cosa nuova, che gli giugnesse senza nausea, ma resto perplesso. Sa V. S. Ecc.ma appresso a poco che cose si possino trovare qua o a Livorno: faccia un poco di reflessione se gli sovvenisse qualche cosa che paresse d’andare al gusto, e me ne dia cenno, che subito resterà servita, et io riceverò il maggior favore che possa desiderare. Io non son tagliato a luna di cerimonie, e non posso farne: vorrei solo poter far demostratione della mia buona volontà e della cognitione che ho delle mie obligationi. E pregandole da N. S. sanità, con tutto il cuore la reverisco.

 

Pisa, 26 Xbre 1641.

Di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma

Dev.mo et Oblig.mo Se.re

Gio. Batta Ruschi.

 

 

 

4191*.

 

BENEDETTO CASTELLI a BONAVENTURA CAVALIERI in Bologna.

Roma, 1° gennaio 1642.

 

Bibl. Palatina in Parma. Cod. 191 (HH. IX. 60), car. 30r. – Autografa.

 

…. Di Firenze tengo poco buone nuove del nostro venerabile Vecchio; e mi spaventa l’età grave, quando bene l’infermità, che pure è di considerazione, non fosse tanto grande….

 

 

 

4192.

 

FULGENZIO MICANZIO a GALILEO in Firenze.

Venezia, 4 gennaio 1642.

 

Bibl. Naz. Fir. Mss. Gal., P. IV, T. V, car. 22. – Antografa la sottoscrizione.

 

Molt’Ill.re et Ecc.mo Sig.r, Sig.r Col.mo

 

È stato qui a vedermi il gintilissimo e dotissimo Sig.r Pieruzzi([900]), col quale il raggionamento di un’hora intiera è stato di V. S. molto Ill.re et Ecc.ma, per che non potendo esser nè a lui nè a me sogetto di maggior gusto, l’habbiamo voluto sempre continuare. Ho goduto in particolare, perchè mi ha assicurato haver inteso dall’Ill.mo Sig.r Residente Rinuzzini, che V. S. sta con buona salute.

Mi ha conferito il desiderio de alcuni Signori et de’ mercanti Olandesi di vedere perfettionato quell’opera tanto singolare, et che è stata da’ più sublimi ingegni stimata inperscrutabile, della misura della longitudine, et ritrovata dalla fenice dell’ingegni, a quale paiano riservate le meraviglie, che è il Sig.r Galileio. Et veramente stimarei un gravissimo peccato che la posterità restasse defraudata di una inventione, che senza hiperbole posso chiamar divina. Mi ha comunicata la difficoltà che V. S., tale è il suo genio et ingenuità, non vi vuole mercantar sopra, et quelli, essendo e gran Signori et gran mercanti, voriano intendersi del premio. Io do raggione ad ambe le parti: a lei, perchè è cosa inestimabile; a loro, perchè non è giusto il lasciarla senza ricognitione. A questo è rimedio