Fisicamente

di Roberto Renzetti

di Ignacio Ramonet

(Da il manifesto)

Disumana. La nuova guerra che i generali russi stanno conducendo dal settembre 1999 in Cecenia è in effetti particolarmente disumana. Oltre due terzi della popolazione locale circa 200.000 persone sono stati costretti a fuggire dagli scontri per cercare un precario rifugio in Inguscezia. E secondo alcune organizzazioni umanitarie internazionali (che le autorità tengono a distanza dal fronte) migliaia di civili sarebbero stati uccisi dai bombardamenti indiscriminati dell’esercito federale. Un esercito che in alcuni villaggi si sarebbe anche abbandonato a saccheggi, stupri e crimini di guerra.
Largamente rovinata dal precedente conflitto del 1994-96, costato più di 80.000 morti, la Cecenia assiste nuovamente con orrore alla distruzione sistematica delle sue principali infrastrutture. Questa piccola repubblica del Caucaso rischia così di ricadere al livello di sviluppo di un secolo fa. Come è potuto avvenire un così spaventoso disastro umano, economico, ecologico? Perché la comunità internazionale, già così pronta, neppure un anno fa, a mobilitarsi in nome del diritto di ingerenza in favore del Kosovo, assiste oggi impassibile a questa tragedia?
La principale responsabilità ricade certamente su Mosca, che al momento dello smantellamento dell’Unione sovietica (1991-92) fu incapace di proporre alle entità rimaste in seno alla Federazione Russa uno statuto di autonomia fondato su criteri autenticamente democratici. Con la complicità dell’Occidente, che spingeva il governo russo ad adottare al più presto un modello di economia liberista, il Cremlino improvvisò un federalismo à la carte, lasciando che in ogni regione si instaurasse, in cambio del sostegno politico, “una sorta di subappalto generalizzato (1)” dei settori più redditizi (petrolio, valuta, alcol, tabacco, caviale, droga, armi ecc.) a vantaggio delle varie mafie e clan locali. L’insieme di queste pratiche ha esacerbato le tensioni sociali, soprattutto in Cecenia. Questo paese, che fino al 1940 forniva il 45% del petrolio dell’Unione sovietica, vede dilagare sempre più la miseria e va incontro a un irresistibile declino, dato che i suoi idrocarburi rappresentano ormai appena l’1% della produzione russa.
All’avanzata delle mafie si accompagna una ripresa del sentimento nazionalista e un risorgere dell’islam sunnita, tuttora vivaci in un paese che per più d’un secolo aveva resistito all’espansionismo coloniale moscovita, ed era stato l’ultimo bastione del Caucaso ad arrendersi ai russi nel 1859.
I diseredati si sono mostrati particolarmente sensibili al discorso dei missionari wahabiti, venuti dall’Arabia saudita forniti tra l’altro di considerevoli mezzi finanziari per predicare un islam integralista, che aveva già sedotto una parte dei resistenti afgani vittoriosi contro i sovietici negli anni 80. A questa corrente islamista appartenevano i principali combattenti indipendentisti dei primi anni 90, e in particolare il celebre Shamil Basaiev.
Dopo la vittoria militare su Mosca, nel 1996, la sacra unione dei ceceni si è disgregata. Il governo di Aslan Maskhadov, sottoposto dalle forze russe a un blocco territoriale, si è ritrovato senza mezzi per ricostruire il paese. Dal canto loro, i wahabiti hanno costituito feudi islamisti, nei quali hanno imposto la legge coranica (sharia) contro la volontà di numerose famiglie. Approfittando di questi disordini, le mafie e il banditismo hanno proliferato, e si è sviluppata una vera e propria economia di rapina e di brigantaggio: saccheggi di fattorie isolate, contrabbando di ogni genere, e soprattutto rapimenti a scopo di estorsione di centinaia di persone, tra cui numerosi stranieri. La Cecenia è diventata così a poco a poco, in parte suo malgrado, un’entità caotica e ingovernabile, temuta dai suoi vicini, dalla quale gli stessi abitanti incominciavano a fuggire. In questo contesto imputridito si sono verificati tre eventi che hanno portato all’attuale conflitto. Nel maggio 1999 la Russia si è sentita emarginata quando, con la benedizione occidentale, è stato ufficialmente riaperto l’oleodotto che collegava Baku (Azerbaigian) a Soupsa (Georgia), sulle rive del Mar Nero. Ancora più grave, nel novembre 1999, l’accordo firmato dalla Turchia, dall’Azerbaigian e dalla Georgia per la costruzione di un altro oleodotto che collegherà Baku al porto turco di Ceyhan, sul Mediterraneo, evitando così definitivamente il territorio russo. Per Mosca si è trattato di un affronto geopolitico, foriero di una grave perdita di influenza nel Caucaso tanto più che questi nuovi oleodotti si collocano automaticamente sotto la protezione del sistema di sicurezza della Nato Nell’agosto del 1999, il raid sul Daghestan, condotto dal capo ceceno islamista Basaiev, ha confermato agli occhi dei russi i rischi di contagio che l’esempio di un’eventuale indipendenza della Cecenia avrebbe comportato per l’insieme del Caucaso.
Sebbene rapidamente circoscritto e neutralizzato, questo raid ha indiscutibilmente fatto paura a Mosca, che vede con preoccupazione il moltiplicarsi delle minacce contro il suo controllo su una regione strategica come il Caucaso del Nord.
Infine, all’inizio dell’autunno 1999, le bombe che hanno distrutto vari edifici civili e ucciso circa 300 persone in varie città della Russia. La colpa di questi attentati è stata immediatamente attribuita ai “banditi ceceni” (senza prove decisive), surriscaldando un’opinione pubblica da oltre dieci anni inabissata in una catastrofe sociale.
Evidentemente, Vladimir Putin ha sfruttato questa situazione per porsi come l’uomo forte atteso dai russi. Ma questa dimensione attinente agli equilibri politici interni è inseparabile dai giochi strategici della guerra. Per Mosca, si tratta intanto di riconquistare la Cecenia, e più in generale di restituire alla Russia il ruolo di potenza dominante in tutto il Caucaso. A costo, se necessario, di trucidare fino all’ultimo ceceno.

Note:

(1) Leggere Jean Radvanyi, “Sale guerreen Tchétchénie, in L’Atlas 2000 des conflits, Manière de voir, n° 49, gennaio 2000.”


L’enigma Putin

CECENIA, L’INVENZIONE DI UNA GUERRA
Giulietto Chiesa  
Da la Rivista de il manifesto                numero  6  maggio 2000

È istruttivo rileggere oggi le pagine del Principe dedicate a “Quelli che per scelleratezze sono pervenuti al principato”. I consigli del segretario fiorentino, in Russia, vanno presi alla lettera, anche se con 500 anni di ritardo. Perché la Russia è l’unico paese dove si applicano ancora le leggi della giungla, nella loro forma più primitiva e selvaggia. Nella sostanza, s’intende, perché in quanto a forma tutte le raffinatezze della manipolazione moderna sono già state sperimentate con successo. Tutte le tecnologie democratiche sono state applicate dopo avere tolto loro l”anima’, il contenuto della democrazia.
Non che da noi, nell”Impero del Bene’, non si faccia uso della forza, dell’inganno, della manipolazione. Ma una differenza c’è, ed è grande: deriva dalla storia delle nostre società; dall’esistenza, in esse, con diverse gradazioni, di quella che siamo ormai abituati a chiamare società civile, cioè dell’altra faccia dello stato di diritto. Ciò fa sì, da un lato, che il cittadino sia ancora tutelato da una rete di protezione assai complessa, fatta di istituzioni, magistratura, polizia, partiti, organizzazioni politiche, sindacali, corporative. Ciascuna di esse rappresenta, in condizioni di normale funzionamento, una barriera difensiva contro gli abusi del potere e degli apparati burocratici.
Dall’altro lato è la stessa società civile che costringe il potere a rispettare determinate regole. Per cui anche l’esercizio della forza – elemento essenziale e ineliminabile in qualunque rapporto tra interessi diversi – deve comunque avvenire nell’ambito di regole comunemente accettate. Perfino la manipolazione delle coscienze attraverso i media, variante moderna dell’uso della forza e dell’inganno, è soggetta a forme di controllo – più o meno efficaci – che provengono sia dalla società civile sia dai poteri dello stato.
Intendo dire che da noi, in Italia e in Europa, è difficile al giorno d’oggi immaginare qualcosa di simile ai metodi che cinque secoli fa Oliverotto Eufredducci utilizzò per diventare principe di Fermo, ammazzando in un giorno solo tutti i notabili della città dopo averli invitati con l’inganno a un banchetto. Machiavelli adduceva questo come esempio, per lui ‘moderno’, di come si può “per scelleratezza pervenire al principato”. E su questa base ammaestrava, e metteva in guardia, con assoluto realismo, il suo Principe. “Non si può ancora chiamare virtù ammazzare li sua cittadini, tradire gli amici, essere sanza fede, sanza pietà, sanza religione; li quali modi possono fare acquistare imperio, ma non gloria”, scriveva.
L’ultimo anno dell’era Eltsin può essere ben letto in questo modo. In pochi mesi, tra l’8 agosto e il 31 dicembre, tra lo sconfinamento di Shamil Bassaev in Daghestan e le dimissioni ‘volontarie’ di Boris Eltsin, un uomo senza passato e senza meriti (e demeriti) è stato tratto dall’oscurità ed elevato alla guida del paese. In modo, per giunta, così irresistibile da rendere semplicemente ridicolo ogni tentativo di resistenza. In mezzo, tra quelle due date, c’è stata soltanto la guerra, e il terrore contro la popolazione civile russa.
Le stesse elezioni del 19 dicembre, per il rinnovo della Duma, hanno costituito una stupefacente, fantastica serie di sorprese. Un partito inesistente fino a settembre, Edinstvo, ha conquistato, senza alcun programma e senza alcun leader, quasi un quarto dei voti. Un altro partito come l’Unione delle forze di destra – che fino alla vigilia tutti ritenevano non in grado di superare il quorum – è stato premiato da un risultato che lo ha collocato al quarto posto nella Duma. Vladimir Zhirinovskij è riuscito a passare, sebbene nessuno fosse disposto a giocare un kopeco su di lui. E i due partiti di opposizione: Otecestvo-Vsia Rossija e Jabloko sono finiti molto al di sotto tanto delle aspettative quanto dei sondaggi di opinione, sebbene questi ultimi fossero, a loro volta, pesantemente manipolati. Solo i comunisti, finiti in testa come tutti si attendevano, sebbene senza avere fatto un solo spot televisivo, hanno preso più o meno i loro voti. Ma anche questo risultato costituisce una vittoria per il Cremlino.


Il tutto mentre era noto che il rating di Boris Eltsin, della sua ‘Famiglia’, e del Cremlino, era alla fine della primavera vicinissimo allo zero. Adesso sappiamo che i miracoli sono possibili, perché tutto ciò è avvenuto contro ogni logica, contro tutti i dati della realtà. Naturalmente si può credere nei miracoli, ma di regola gli analisti cercano spiegazioni più realistiche.
Una di queste potrebbe essere, semplicemente, che i russi hanno deciso, improvvisamente, in massa, di desiderare la mano forte, l’ordine, contro l’anarchia, la corruzione, la democrazia. Non si può escludere una spiegazione di questo tipo. Ma, come abbiamo visto, è impossibile collocare tra gli eventi naturali una così improvvisa, così rapida svolta. Certo, una vera e propria ondata di sentimenti antioccidentali si era fatta strada tra ampi settori d’opinione pubblica russa. La guerra di Jugoslavia rappresentò un tornante effettivamente importante, per far precipitare una reazione di risentimento diretta al tempo stesso contro l’Occidente ingannatore, contro i democratici che fecero da cavalli di Troia per reclamizzarlo in Russia, e naturalmente contro il Cremlino e Eltsin in persona, esposto più di tutti negli abbracci con l”amico’ Bill. Dunque, anche sotto questo profilo, appare tutt’altro che ovvia la conclusione che i russi si siano convinti della necessità di un dittatore. Tanto meno che quel dittatore fosse necessariamente l’uomo – colmo di improntitudine – proposto come suo erede da Eltsin, cioè dal responsabile (da tutti riconosciuto, come provava la totale disistima di cui era circondato) di tutte le loro sventure e delusioni. Bisogna davvero avere un’opinione molto sprezzante dei russi per ritenerli in massa così sciocchi.
Eppure, per poter spiegare una tale svolta nel pubblico sentire come ‘spontanea’, occorreva proprio far passare – e in anticipo – l’idea che i russi questo volevano. I commentatori un tempo democratici si affannavano a spiegare che si era di fronte a un dato, sgradevole quanto si vuole, ma un dato reale, contro il quale nulla si poteva fare. La legge della democrazia, scrivevano gli apologeti del Cremlino, impone di tenere conto della volontà del popolo, anche quando essa non piace. Ed ecco moltiplicarsi i sondaggi d’opinione che, settimana dopo settimana, vedevano salire i rating del “premier della guerra”, Vladimir Putin. Ed ecco moltiplicarsi le analisi degli stessi commentatori del Cremlino che spiegavano la logica inesorabile della svolta. Putin rappresenta la rivincita della Russia, scrivevano coloro che avevano inneggiato negli anni precedenti alla svendita della Russia. Tutti i democratici, con qualche sfumatura di differenza tra loro, divennero propagandisti della guerra.
Gli ideatori della manipolazione hanno potuto giovarsi della complicità attiva, consapevole e semi-consapevole, di una parte cospicua delle élites criminali, ‘compradore’ e opportuniste costruite dal regime eltsiniano. Piccole numericamente, ma potentissime: per le proprietà e il denaro di cui dispongono, e per i gangli del potere statale che occupano. Il risultato è che uno sconosciuto, una “scatola nera” come qualcuno l’ha chiamato, guiderà la Russia nei prossimi anni, abbastanza a lungo data la sua giovane età. Difficile dire come guiderà la Russia e dove la porterà, appunto perché non sappiamo nulla di lui. E quello che sappiamo delle tappe precedenti della sua carriera conferma semplicemente che Vladimir Putin è un signor Nessuno, che non si è mai distinto in nulla, né in un senso né nell’altro. È un dato importante, che spiega perché proprio lui è stato ‘scelto’.
Allo stato degli atti si può dire che il regime eltsiniano è riuscito a garantirsi una continuità senza traumi. Il presidente Eltsin è stato ‘convinto’ a dimettersi in anticipo solo quando la ‘Famiglia’ si è sentita sufficientemente sicura di avere in tasca il risultato. La ‘vittoria’ elettorale del 19 dicembre, ottenuta in violazione di tutte le norme della decenza democratica, è comunque servita a legittimare questa svolta. Essa non sarebbe stata nemmeno lontanamente pensabile senza la seconda guerra di Cecenia e senza i sanguinosi attentati terroristici che, su quella base, furono scatenati non si sa da chi contro le città russe.
Dunque la guerra, con il condimento sanguinoso del terrorismo contro gli inermi, è stata indispensabile alla ‘vittoria’. Forse si è trattato di una coincidenza. Ma se è stato così, si deve dire che è stata una coincidenza davvero fantastica. Forse non è stata una coincidenza, e allora bisogna tenersi forte, perché gente che si spinge fino a questi lidi è capace di compiere ogni crimine, perfino quelli che l’uomo comune non è in grado nemmeno di immaginare. Io non pretendo di dimostrare che il potere del Cremlino è direttamente responsabile del terrorismo che ha insanguinato le città russe nel settembre 1999. In realtà è impresa impossibile, o molto improbabile, poiché elemento classico delle ‘strategie della tensione’ è l’altissimo grado di inquinamento delle tracce. Se poi accade che qualcuno si avvicini alla verità, è sempre possibile impaurire l’incauto fino a farlo desistere, o eliminarlo fisicamente, ove si riveli troppo testardo.



Inoltre le ‘strategie della tensione’, tutte volte a terrorizzare l”uomo della strada’, hanno in comune un dato: il ‘colpevole’ è sempre confezionato in anticipo, già pronto per essere additato alla pubblica esecrazione. Infatti, a queste strategie non è sufficiente provocare un’indignazione e una paura diffusa tra la gente comune. Occorre subito un ‘colpevole’, la cui scoperta e indicazione induca a convogliare nei suoi confronti l’odio popolare.
Nel caso specifico il ‘colpevole’ fu subito immediatamente indicato: i terroristi ceceni. Con sorprendente rapidità. Anche perché tutto era stato preparato con largo anticipo. Si può dimostrare? Allo stato degli atti a una certa dimostrazione non si può ancora giungere. Ma basta la semplice cronologia degli eventi, integrata dalle testimonianze inequivocabili e dai silenzi molto eloquenti, per giungere sulla soglia d’inquietanti conclusioni istruttorie. Conclusioni che un qualunque organismo inquirente di un qualunque paese democratico considererebbe sufficienti per l’apertura di un procedimento penale contro i sospetti responsabili. In Russia non avverrà, naturalmente.
Certo è che le coincidenze si moltiplicano. Per esempio la storia del viaggio sulla Costa Azzurra di Aleksandr Voloscin, capo dell’amministrazione presidenziale. Le prime indiscrezioni in merito emersero sul settimanale Versija, poi su Novaja Gazeta, poi ancora sul londinese The Independent e sul settimanale russo Profil. Illazioni gravi, poiché vi si diceva che Voloshin si era recato laggiù niente meno che per incontrare, in regime di eccezionale segretezza, il terrorista ceceno Shamil Bassaev. Eppure ne seguirono solo rapide e neghittose smentite. Ma la gravità delle accuse era tale che chiunque fosse interessato al proprio buon nome avrebbe sentito il bisogno di vedere puniti dal giudice gli autori di tanta e sanguinosa calunnia. Invece silenzio di tomba.
Dove sarebbe avvenuto l’incontro? Nella ricostruzione, piuttosto accurata, fattane da Boris Kagarlitskij su Novaja Gazeta (n.3, 24-30 gennaio 2000), alla quale fece seguito un identico, totale silenzio del Cremlino, si dice che esso avvenne nella villa del miliardario arabo Adnan Kashogghi.
Ma di quali giorni si tratta? Si sa soltanto – e questi dati Boris Kagarlitskij li ha avuti, con ogni evidenza, da una gola profonda di uno dei servizi segreti russi – che Voloscin atterrò nell’aeroporto di Nizza, con regolare passaporto diplomatico, indicando il suo vero nome. E ripartì tre giorni dopo verso Mosca, con lo stesso aereo privato che lo aveva atteso in quell’aeroporto. Per quanto concerne le date, si può dire con certezza che esse si collocano poco dopo il 23 giugno 1999, o all’inizio di luglio. Perché uno degli organizzatori dello storico incontro, il signor Anton Surikov, risulta essere atterrato a Parigi appunto il 23 giugno, e risulta essere ripartito alla volta di Mosca, da Nizza, il 21 luglio.
Chi sia Surikov al momento attuale, fino a che rimarrà in vita, è questione complessa. Che sia stato un agente del Gru (Glavnoe Rasvedivatelnoe Upravlenie, il servizio segreto militare) risulta da tempo. Fu lui a organizzare il trasferimento di Shamil Bassaev e di suo fratello Shirvani in Abkhazia, nel 1992, quando l’Abkhazia comincia la sua guerra d’indipendenza contro la Georgia. Il percorso fu descritto minuziosamente su Versija (1-7 febbraio 2000, articolo di Piotr Prianishnikov): Surikov, ufficiale del Gru, sotto falso nome, organizza l’arrivo di Shamil e Shirvani a Mineralnye Vody, con un gruppo d’armati. Qui ci sono due elicotteri pronti per essere ‘catturati’. Shamil diventerà addirittura vice-ministro della difesa di Abkhazia, mentre Surikov sarà consigliere del ministro della difesa per operazioni di intelligence e di diversione. La collaborazione tra Surikov e Bassaev risale almeno a quella data.
Ecco dunque spiegato cosa c’entra Surikov in questa storia. E, nello stesso tempo, ecco la dimostrazione, incontrovertibile, che Shamil Bassaev ha collaborato con i servizi segreti militari russi. E, se lo ha fatto nel 1992-1993, non si può affatto escludere che lo abbia fatto nel 1994, nel 1996 e nel 1999. Come Shamil Bassaev sia arrivato nei pressi di Nizza, fino alla villa di Kashogghi, non è stato ancora rivelato. Bassaev sarebbe arrivato in Costa Azzurra a bordo di uno yacht, in compagnia di due persone. Tutti e tre dotati di passaporto turco. Ma non c’è registrazione, in Francia, del loro arrivo.
Non si dimentichi il contesto politico in cui tutto ciò avviene: in Occidente cominciano a scoppiare, uno dietro l’altro, scandali che concernono la ‘Famiglia’ Eltsin. Il discredito del vertice russo è divenuto totale, all’interno e all’estero. Adesso noi sappiamo – perché lo ha rivelato l’allora ministro dell’interno (poi divenuto premier) Serghej Stepascin – che un’invasione russa della Cecenia era stata progettata fin da marzo. Io stesso ebbi informazioni circa la preparazione di un’ondata terroristica in Russia che avrebbe avuto l’obiettivo di far saltare le elezioni. E ne scrissi, con qualche prudenza, un commento di messa in guardia che apparve sulla “Literaturnaja Gazeta” alla metà di giugno del 1999, sotto il titolo, Terroristy tozhe raznye (Anche i terroristi sono diversi tra loro). Scrivevo dunque, sulla Literaturnaja Gazeta: “Sarà utile non dimenticare tutto ciò in un momento in cui la strategia del terrore si manifesta con sempre maggiore frequenza in Russia e nei paesi dell’ex Urss. Si può dire, con alto livello di probabilità, che esplosioni di bombe che uccidono persone innocenti sono sempre pianificate da intelletti politici. Costoro non sono fanatici. Sono assassini che perseguono obiettivi politici. Occorre dare un’occhiata all’intorno e cercare di capire chi è interessato alla destabilizzazione della situazione politica del paese. Possono essere forze straniere (magari dai paesi del ‘vicino estero’, per esempio del Caucaso), ma possono anche essere i ‘nostri’, che cercano di impaurire il paese, prima che qualcuno arrivi a chiedere conto a loro di ciò che hanno fatto in precedenza”. Ma non fu l’unico articolo che scrissi su quel tema.
Sul numero di luglio del mensile italiano 30 giorni (direttore Giulio Andreotti), descrivendo dettagliatamente gli scenari potenziali, scrissi che “un terzo modo [per liquidare Luzhkov] potrà essere l’avvio di una strategia della tensione, che crei una situazione di grave instabilità dell’ordine pubblico nella capitale. Disordine, paura, difficoltà economiche, sono tutti ingredienti a doppio taglio per il Cremlino, ma utili comunque a tenere aperti altri scenari, niente affatto costituzionali, che potrebbero rivelarsi necessari, in caso non funzionassero quelli ‘costituzionali'”.
Tornai ancora sull’argomento qualche giorno dopo in un’intervista al giornale Russkij Ekspress. L’intervista fu pubblicata solo a metà dicembre, ma conservo il testo che il giornalista Stanislav Jushkin mi mandò via fax il 21 luglio. Alla domanda “Potranno cambiare la situazione del paese le future elezioni parlamentari e presidenziali?”, rispondevo testualmente: “In primo luogo penso che le elezioni potrebbero semplicemente non esserci. E, in secondo luogo, che l’entourage di Eltsin, la ”Famiglia”, farà tutto ciò che è nelle sue possibilità per non perdere il potere. Già ora sono stati messi in opera alcuni scenari, sia per evitare le elezioni, sia per concluderle con un esito vittorioso. Un altro modo: la Cecenia. È sufficiente accendere il televisore. È già in funzione una strategia della tensione. In Italia noi queste cose le conosciamo bene. A ottobre-novembre saranno sufficienti una o due esplosioni nel metro…”.
Analoghe indiscrezioni furono raccolte da Jan Blomgren, corrispondente moscovita di Svenska Dagbladet, che riferì sul suo giornale – il 6 giugno 1999 – come in ambienti vicini al Cremlino si stesse esaminando l’eventualità di “esplosioni terroristiche a Mosca, la cui responsabilità potesse essere scaricata sui ceceni”. Ciò avveniva quattro mesi prima della prima bomba a Mosca. Successivamente Blomgren raccontò al collega dell’Independent che le sue fonti “erano a conoscenza di discussioni al livello dell’élite politica” russa. Chi scrive queste righe ottenne analoghe indiscrezioni da persone che erano presenti e ascoltarono di persona la formulazione di alcune di queste ipotesi. In una cena, collocata nella dacia di un alto oligarca, alla presenza di un pubblico molto ristretto, attorno all’inizio di marzo del 1999, il padrone di casa avrebbe pronunciato un brindisi di questo genere: “Fino a qualche tempo fa pensavo che, se le cose si fossero messe male per noi in Russia, avrei potuto prendere il mio aereo e andare in qualche paese amico a godermi in pace il resto della mia vita, con la mia famiglia, i miei figli, i miei amici. Adesso comincio a pensare che non sarà così facile. C’è gente, in Occidente, che lavora con Skuratov [l’ex Procuratore Generale di Russia] e con Jurij Mikhailovic [Luzhkov, sindaco di Mosca] per chiuderci ogni via d’uscita. Ma se è così, cari amici, non abbiamo che una scelta da compiere: prendiamoci la Russia. Tutta e a lungo. Sarà la Russia la nostra isola di salvezza”.
Il lettore, certamente e con ragione stupito, potrebbe ritenere improbabile tanta brutale franchezza. Eppure essa ha costituito la norma nel regime eltsiniano e, a ben vedere, essa è leggibile in trasparenza nell’assoluta brutalità degli atti del potere del Cremlino. Il ricordo di Niccolò Machiavelli non è affatto casuale. Quella sera, o in altre sere analoghe, magari senza brindisi, qualcuno di coloro che avevano tutto da perdere è sicuramente giunto alla stessa folgorante conclusione del segretario fiorentino: “La natura de’ popoli è varia; et è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione. E però conviene essere ordinato in modo, che quando non credono più, si possa fare loro credere per forza” (Il Principe, Cap.VI: De’ principati nuovi che s’acquistano con l’arme proprie e virtuosamente).
Che cosa si dissero Voloshin e Bassaev? Sappiamo solo che la ricostruzione di Kagarlitskij combacia perfettamente sia con gli eventi che si snodarono successivamente, sia con le registrazioni dei colloqui telefonici tra Berezovskij e alcuni dei capi ceceni. Voloshin e Bassaev avrebbero concordato dunque l’attacco contro il Daghestan. Al Cremlino ciò sarebbe servito per avviare una guerra limitata e vittoriosa, che si sarebbe fermata sulla riva nord del fiume Terek. Che avrebbe escluso bombardamenti pesanti, ritorsioni di vasta portata, l’assalto a Groznij. A Bassaev, le cui fortune in Cecenia erano declinanti, avrebbe permesso di destituire Maskhadov, accusato di debolezza verso i russi.
Gli sviluppi sono noti: l’8 agosto Bassaev sconfina in Daghestan per una provocazione troppo evidente per essere credibile. Tutti gli osservatori capiscono che l’obiettivo non può essere quello di conquistare il Daghestan: non esistono le condizioni minime per un tal esito. Dunque lo scopo è un altro. Comincia l’avanzata russa. A Bassaev viene dato modo di sganciarsi senza perdite. Praticamente per tre mesi l’esercito guerrigliero del collaboratore del Gru, che ad agosto era apparso tanto tracotante da debordare fuori dei confini ceceni, si ritira in buon ordine praticamente senza combattere.
Ma intanto a Mosca succede tutto ciò che doveva succedere. Stepascin, primo ministro troppo tiepido, è sostituito fulmineamente da Vladimir Putin. Kagarlitskij descrive la lotta di corridoio che si sarebbe svolta tra due gruppi della ‘Famiglia’. Il primo, facente capo a Berezovskij, con Voloscin, la figlia di Eltsin Tatjana, Shamil Bassaev. Il secondo, facente capo a Anatolij Ciubais, con il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Kvashnin e l’astro nascente Roman Abramovic. Entrambi i gruppi erano stati alleati nel disegno di vincere a tutti i costi, cioè di “impadronirsi della Russia”, come si era espresso l’oligarca nel brindisi citato. Entrambi avevano preparato gli scenari occorrenti per sbarrare il passo a Evghenij Primakov e a Jurij Luzhkov. Ma avevano idee molto diverse su chi elevare al soglio imperiale dopo avere messo da parte Boris Eltsin, ormai inservibile anche per l’Occidente.
Berezovskij aveva un candidato: Aleksandr Lebed. Tutta Mosca ne era a conoscenza, anche perché Boris Abramovic lo aveva detto a destra e a manca. Tolto di mezzo il tenero Stepascin, era Lebed a dover diventare il generale vincitore della guerra. Gioco d’azzardo, s’intende, perché nessuno di loro era in grado di giurare sulla futura lealtà di Aleksandr Lebed. Ma Berezovskij e Voloscin erano convinti di poterlo tenere al guinzaglio. Del resto chi altri? Nessuno di questi signori, di entrambe le fazioni, potrebbe presentarsi di fronte agli elettori russi. Il loro discredito era ed è talmente grande da escludere ogni ipotesi di questo tipo. Berezovskij riteneva che sarebbe stato loro necessario dotarsi di un presidente con carisma popolare. L’ex segretario del Consiglio di sicurezza era l’uomo adatto. Con Lebed sarebbe bastata una guerra breve e vittoriosa, seguita da un’intesa politica, da firmare nella primavera del 2000. Il carisma avrebbe fatto il resto.
Ma Anatolij Ciubais la pensava diversamente. In primo luogo riteneva che Lebed non costituisse alcuna garanzia per gli oligarchi e per la ‘Famiglia’. In secondo luogo Lebed era troppo vicino a Berezovskij. In caso di repulisti moralizzatore il primo a essere colpito avrebbe potuto essere proprio Ciubais. Ma chi contrapporre a Lebed come possibile premier e poi facente funzione di presidente? Ciubais scelse Putin. Sconosciuto, senza carisma. Ma, appunto per questo, molto meglio maneggiabile in futuro. Per vincere le elezioni di dicembre e poi quelle presidenziali si sarebbe dovuto creargli dal nulla, cucirgli addosso, un carisma. Ma per fare questo sarebbe stata necessaria non una piccola guerra di Cecenia, bensì una grande, definitiva vittoria; una sanguinosa riconquista della Cecenia. In tal modo guadagnando anche il plauso dei vertici militari e aprendo la strada per un elevamento di Kvashnin al posto di ministro della difesa. Per fare questo sarebbe stato necessario anche, forse, terrorizzare i russi, portarli all’odio, far loro perdere la ragione e l’accortezza.
Si sarebbe visto, in corso d’opera, se tutto funzionava a dovere. Se i russi cascavano nella trappola loro preparata, le elezioni sarebbero state vinte. Se invece i rating di Putin non fossero saliti a sufficienza, allora la guerra, il terrorismo incombente, avrebbero permesso l’altra variante: il rinvio delle elezioni. Ovvero altre soluzioni che erano tutte, contemporaneamente, in via di realizzazione. Per esempio l’accelerazione dell’unione tra Russia e Bielorussia, che avrebbe consentito di dare veste giuridica decente a un rinvio delle elezioni in Russia.
Per quanto concerne la paternità delle bombe terroristiche, s’è già detto che le stranezze sono tante ma che tutto potrebbe, semplicemente essere frutto di coincidenze. Nella ricostruzione di Kagarlitskij si afferma che l’esecutore sarebbe stato un gruppo guidato dal fratello di Shamil, Shirvanì Bassaev, ovviamente manipolato e aiutato da spezzoni di qualche servizio segreto, probabilmente il Gru. Ma non c’è prova di ciò. Eppure, come scriveva sul Washington Times (29 ottobre 1999) David Satter, senior fellow dello Hudson Institute e visiting scholar della Scuola di studi internazionali avanzati (Sais) della Johns Hopkins University: “via via che l’investigazione procede, la possibilità che le esplosioni siano state pianificate da elementi della leadership russa diventa più plausibile, non solo perché esse sono state così politicamente vantaggiose, ma anche perché la versione ufficiale – che esse siano state esclusivamente opera dei terroristi ceceni – perde di ogni senso giorno dopo giorno”.
Il professore americano è solo uno delle decine di osservatori che hanno preso in esame le versioni e informazioni disponibili, giungendo alle stesse conclusioni. Gli argomenti che fanno come minimo sospettare una pianificazione politica sono numerosi. Tutte le esplosioni hanno la stessa firma tecnica e la stessa fattura. In tutti i casi, di Mosca, di Buinaksk e di Volgodonsk, l’esplosivo fu exogene, usato dai russi nelle nuove generazioni di proiettili d’artiglieria. Tutte le esplosioni avvengono di notte per uccidere quante più persone è possibile.
La dinamica degli eventi dice che i terroristi dovrebbero avere organizzato non quattro ma nove esplosioni (infatti, le autorità russe dichiararono di averne scongiurato altre cinque), in città diverse e lontane, nello spazio di due settimane. Tutto ciò è impossibile senza la partecipazione di tecnici d’altissima qualificazione. Non è opera di fanatici improvvisati. Questi esperti non sono molti. Al contrario sono molto pochi e sono tutti conosciuti.
Inoltre gli investigatori hanno detto che ogni bomba conteneva da 200 a 300 chili di exogene. Si deve supporre che i terroristi sono riusciti a trafugare almeno 2250 chili di esplosivo da una delle fabbriche russe più sorvegliate. Infatti l’exogene si produce in Russia soltanto nella fabbrica di Perm, negli Urali. Dunque saremmo di fronte a una situazione in cui tonnellate e tonnellate di esplosivo spariscono da una fabbrica top secret e girano per tutta la Russia senza che nessuno se n’accorga, mentre la guerra è in corso.
Infine (ma l’elenco delle contestazioni potrebbe essere molto più lungo) l’esplosivo risulta essere stato piazzato in modo altamente professionale, sulle strutture portanti degli edifici, in modo da farli crollare come castelli di carta. A parte la competenza tecnica, che di nuovo emerge in primo piano, non è possibile non concludere che un lavoro del genere richiede tempo. Impossibile minare un edificio, in quel modo, in poche ore. Occorrono giorni e giorni, occorrono sistemi di vigilanza molto accurati per evitare di essere notati. E così via.


E tutto ciò sempre non tenendo conto che qualche rivelazione è già uscita. A gennaio del 2000, durante l’offensiva contro Groznij, di nuovo il giornale britannico The Independent pubblicò la confessione di un ufficiale del Gru, Aleksej Galtin, secondo la quale il servizio segreto militare russo sarebbe stato implicato nelle esplosioni terroristiche. Galtin fece queste rivelazioni dopo essere stato ‘catturato’ dai ceceni. E subito il portavoce del Gru, a Mosca, replicò che si trattava di “falsità e sciocchezze”. Tanto più ‘evidenti’ se si teneva conto che l’ufficiale era in condizioni di prigionia, forse di tortura, certo sotto minaccia. Ma il Gru non smentì che Galtin fosse un proprio ufficiale. E non spiegò come mai fosse capitato nelle mani dei ceceni. Boris Kagarlitskij rileva, molto appropriatamente, che non è cosa di tutti i giorni che un ufficiale, per giunta non certo di secondaria importanza, si trovasse così vicino alla zona operativa. Tanto vicino da essere identificato come depositario di informazioni, e catturato. E se s’immaginasse che Galtin sia diventato merce utile ai fratelli Bassaev nel momento in cui essi capirono di essere stati giocati dal Cremlino? O, meglio, dalla frazione del Cremlino che prese il comando delle operazioni?
Adesso, mentre scrivo queste righe conclusive, a mesi di distanza da quelle esplosioni, non si sa più nulla dell’investigazione. Dopo i primi arresti di ceceni trovati nelle strade di Mosca nulla è più trapelato. Non si sa nemmeno se la magistratura di Perm ha aperto un’inchiesta nei confronti delle autorità della fabbrica di exogene. Tutto tace. Eppure sono morte quasi trecento persone, donne, bambini. Sbalorditivo.
Così lo scenario previsto nella villa della Costa Azzurra – spiega Boris Kagarlitskij – prese un altro corso. E, a giudicare dai rating di Vladimir Putin, si rivelò vincente. Poi vennero le dimissioni anticipate di Boris Eltsin, il 31 dicembre 1999. Mossa abile come le precedenti, il cui scopo era di incamerare il più presto possibile il bottino, cioè la Russia intera, prima che qualche sgradevole sorpresa potesse sopraggiungere a guastare la festa.
In tutta quest’operazione Vladimir Putin è stato più oggetto che soggetto, anche se s’è visto che egli non arretra di fronte a nulla. Ha condiviso tutte le mosse dei suoi mentori, le ha assecondate, vi ha apposto la sua firma. Ma non è stato lui a scegliersi, è stato ‘scelto’.
Nominato zar, eletto prima ancora che le elezioni si svolgano, acquisisce automaticamente la possibilità di diventare un giocatore autonomo. Forse non subito, forse questa possibilità gli sarà tolta, con le armi del ricatto, di materiali compromettenti che lo riguardano. Ma essa esiste e non si può escludere che Vladimir Putin possa a un certo punto decidere di non avere più bisogno di mentori e suggeritori. Essi dovranno ricordare un altro dei consigli di Machiavelli che, nell’ansia di conservare il potere, hanno certamente dimenticato. Quella “regola generale, la quale mai o raro falla: che chi è cagione che uno diventi potente, ruina; perché quella potenzia è causata da colui o con industria o con forza, e l’una e l’altra di queste due è sospetta a chi è divenuto potente” (Il Principe, Cap.II: De’ principati misti).


Sarà lui a indossare quell’armatura possente che Boris Eltsin si fece cucire addosso dai ‘democratici’ che scrissero la Costituzione. Colpirlo, una volta che l’abbia indossata, sarà molto difficile e pericoloso.
Nei primi gesti e dichiarazioni ‘programmatiche’ che egli ha pronunciato, e che non odorano di demagogia e propaganda, s’intravede l’intenzione di fermare lo sfacelo della Russia. Per capire dove vuole andare e dove può andare la prima cosa sarà esaminare la sua politica verso le ‘autonomie’. Se proseguirà la linea di Eltsin e della ‘Famiglia’ egli sarà semplicemente il notaio della fine della Russia. Se, al contrario, vorrà invertire la deriva – di cui i suoi mentori sono stati artefici – dovrà scontrarsi con loro. E dovrà aprire una fase di forte tensione tra centro, da una parte, e repubbliche e regioni dall’altra. Passo estremamente difficile, perché Putin, per giungere dov’è, ha dovuto mettersi d’accordo con le spinte centrifughe, cioè imboccare la stessa strada che fu di Eltsin. Il partito Edinstvo (Unità), che lo ha accompagnato al soglio reale, è la summa dei signori feudali. Non cedergli significherà usare la mano forte nei loro confronti.
La seconda cartina di tornasole sarà data dalla sua politica verso l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare. Si può già prevedere – i segnali sono molti – che l’Occidente gli concederà credito e denaro. Al tempo stesso premerà su di lui da molte direzioni e in molti sensi. Ad esempio allargherà la Nato verso est. Ad esempio porterà avanti il progetto dello scudo stellare versione Clinton. E si deve aggiungere che la globalizzazione americana, con la sua forza fagocitatrice, assedierà una Russia sempre più debole, sempre più recalcitrante e incline a chiudersi in se stessa. Putin non potrà dimenticare che egli è salito al trono sull’onda di un risentimento popolare anti-occidentale. Esso è stato manipolato con astuzia, dirottato e nuovamente disinnescato. Ma esiste e non sarà facile tenere in piedi l’inganno.
Dunque il nuovo zar-presidente, con o senza la ‘Famiglia’, si troverà a dover scegliere tra una serie sgradevole di ritirate tattiche e la tentazione (o la necessità) di scavare qualche trincea e, da quella, escogitare qualche ringhiosa controffensiva. Oggi è impossibile prevedere quali saranno le varianti. Anche perché, con ogni probabilità, egli stesso non sa quali e come gli si presenteranno dinnanzi. Ma fin d’ora si può dire che il voto di dicembre, per quello che vale (e abbiamo visto che vale meno di quanto ci abbiano fatto credere), dice che gli elettori hanno scelto un leader che cancelli le umiliazioni (o quelle che sono state vissute come tali) subite negli anni eltsiniani. Se i russi scopriranno di averne acquisito uno che ne accumula altre, e altre ancora, sarà necessario stringere il cappio attorno al loro collo. Putin sarà costretto a usare la mano forte contro i russi per venire a patti con l’Occidente. E la disgregazione della Russia continuerà a procedere.
La terza cartina di tornasole sarà quella della politica ‘istituzionale’. Vorrà, Vladimir Putin, conservare così com’è l’attuale Costituzione? Regnare come uno zar giovane, continuare a calpestare le norme elementari dello stato di diritto, impedire la creazione di un sistema realmente pluralistico, con un’effettiva divisione di poteri autonomi e controbilanciantisi? Certo è che la tentazione, o la necessità (vedi anche le altre due cartine di tornasole), lo spingeranno a usare di tutti i poteri di cui dispone. Anche nell’ipotesi che egli nasconda in sé l’idea di indossare i panni del riformatore illuminato e del modernizzatore in senso occidentale della società russa.
Insomma l’esito più probabile è quello autoritario in tutti e tre i casi. D’altro canto, se Putin vorrà assumere la veste del difensore degl’interessi nazionali russi, dovrà comunque prendere le distanze dal regime da cui è nato. Tutto ciò è nell’ordine delle cose che si possono prevedere ragionevolmente. Molte altre possono accadere, che divergano da queste anche radicalmente. Ma è difficile prevedere varianti più gradevoli, ottimistiche, tali da suscitare speranze. La Russia resterà gravida di altre crisi e tragedie.
Ho scritto nel mio capitolo conclusivo di Roulette Russa come la seconda guerra di Cecenia è nata, e perché. Che la guerra non finirà con una vittoria russa, io sono certo. L’ho visto in Cecenia, a Groznij rasa al suolo e nei villaggi che ancora sono rimasti intatti. Nella più semplice delle ipotesi ci sarà una tregua, in cui la guerriglia si riorganizzerà. Ma solo per riprendere i combattimenti in forma partigiana. I russi metteranno sul terreno da 30 a 50.000 uomini per presidiare la Cecenia ‘conquistata’; costruiranno caserme e casematte; instaureranno amministrazioni fasulle per gestire il territorio. Ma in tal modo non faranno che moltiplicare gli obiettivi su cui i ceceni spareranno.
Lo stillicidio dei morti sarà continuo. Nel Caucaso – dice un antico proverbio – il sangue scorre rapidamente, ma non si asciuga mai. Quello che i russi hanno fatto nelle due guerre cecene, con Eltsin al potere, non sarà mai più dimenticato. Sperare in una pacificazione che significhi un ritorno puro e semplice della Cecenia in seno alla Repubblica Russa è pura illusione.
Lo è anche sotto il profilo delle considerazioni economiche e geopolitiche. Anche se i russi riuscissero a sterminare fisicamente tutti i capi della guerriglia, si deve tenere presente che la Cecenia è centro focale di colossali interessi geopolitici esterni alla Russia, sui quali il Cremlino poco o nulla potrà fare. Turchia, Arabia Saudita, Afghanistan, Azerbagian, Georgia, ciascuno per conto proprio, forti e deboli, hanno interesse a indebolire la Russia nella regione. Gli Stati Uniti hanno già dimostrato che perseguono lo stesso obiettivo e che intendono estromettere la Russia dal grande giro del petrolio del Caspio.
Dunque è evidente che grandi denari e mezzi verranno indirizzati ad alimentare la guerra, in Cecenia e nel Caucaso del Nord. Quindi sperare nella fine delle ostilità è in ogni caso vano. Centinaia di migliaia di giovani musulmani del Caucaso non hanno di che lavorare e vivere. Uno stipendio di guerra, per fare la guerra, è una soluzione immediata e facile, purché ci sia chi paga. L’odio antirusso è il combustibile più diffuso in tutta l’area. Mosca non è in grado di offrire nulla in cambio, né pace, né benessere. Dunque è facile tirare le conclusioni.
Occorrerebbe a Mosca un gruppo dirigente di adeguata larghezza di vedute, per cambiare il corso delle cose e avviare un processo di pace. Non è necessario riconoscere la perdita della Cecenia, per sempre. Ma è indispensabile riconoscere che per ora la Cecenia è perduta e avviare un processo in senso inverso, che richiederà comunque decenni e una preliminare dichiarazione di pentimento da parte del potere statale russo.
Invece accade il contrario. A Mosca prevale l’idea della riconquista a ogni costo. Terribilmente grave e pericolosa, non solo perché si tratta di un obiettivo impossibile da perseguire. Il fatto è che chi siederà al Cremlino dovrà dimostrare che, al contrario, l’obiettivo è perseguibile ed è anzi stato già raggiunto. Lo dimostrano le continue dichiarazioni che la guerra è finita, che i ribelli sono stati annientati ecc., quando è evidente a tutti che la guerra continua e che, anzi, le perdite russe diventano sempre più gravi. Il che significa una progressiva utilizzazione della guerra a fini interni, una ri-militarizzazione della società russa, una riduzione delle libertà democratiche, il ripristino di un sistema di pubbliche menzogne come alimento costante della politica. La quale a sua volta diventerà – sta già diventando mentre scrivo queste righe – demagogia sistematica.
Resta da dire solo che l’Occidente sta mostrando ancora una volta il peggio di sé. Si susseguono le visite a Mosca dei leader occidentali: dal segretario della Nato a Mr. Blair, a Strobe Talbott. Tutti a dire, come ha già fatto Bill Clinton, che Putin è uno con cui si può discutere. Nessuno di loro è in grado di tenere fede ai principi che furono proclamati al tempo della guerra jugoslava. La vicinanza temporale rende talmente stridente questo comportamento da screditare totalmente le leadership occidentali agli occhi della residua parte di opinione pubblica democratica che ancora resiste in Russia all’ondata demagogica e patriottica.
Si crea una situazione assolutamente paradossale: l’Occidente, con il suo atteggiamento, incoraggia le peggiori pulsioni della Russia (quelle di cui ha paura) e demolisce la residue speranze democratiche (sulle quali potrebbe fondare un migliore rapporto con la Russia). Operazione comunque in perdita, perché quei settori popolari, oggi apparentemente maggioritari, che appoggiano il Cremlino, sono comunque anti-occidentali e non diventeranno amici dell’Occidente, a meno che quest’ultimo assicuri loro benessere e pace. Il che, con questa linea, è impossibile.
Il Cremlino, nella sua probabile fisionomia post-elezioni, sarà effettivamente disposto a venire a patti, essendo niente più e niente meno che la prosecuzione del regime eltsiniano. Ma come risultato finale l’Occidente si troverà ad avere stabilito un contratto di collaborazione con una microscopica testa di corrotti e demagoghi che, in ogni caso, non hanno alcun reale consenso nel corpo del paese, che non sia quello basato su un feroce odio contro l’Occidente.
Alleati di questo tipo sono sempre, inesorabilmente, compromettenti e deboli. Questa non è una politica realistica: è un’inutile rinuncia a tutti i principi democratici, a una vera difesa dei diritti umani, senza alcun reale chiarimento della situazione nel medio e lungo periodo.
L’effetto prevedibile è un ulteriore indebolimento della Russia in quanto stato unitario. Le tendenze centrifughe si accentueranno. L’Occidente sta dunque preparando la strada a uno sfacelo di proporzioni bicontinentali. I cui effetti sono destinati a ricadere in primo luogo sull’Europa. E a modificare l’intero equilibrio eurasiatico. Stiamo insomma contribuendo, per miopia e cinismo, a preparare un colossale disastro per il XXI secolo.

Questo scritto di Giulietto Chiesa è stato presentato, in versione più ampia, come relazione al seminario “La guerra un anno dopo” tenuto a Roma lo scorso 19 marzo dall’Associazione per il rinnovamento della sinistra; e sarà integralmente pubblicato sul prossimo numero di Critica marxista, con gli atti del seminario. La relazione consisteva, a sua volta, nella versione italiana dell’ultimo capitolo del libro Roulette Russa, che sarà pubblicato soltanto in Russia.


CECENIA

Missione di Pace 18 maggio – 3 giugno 2000

DOSSIER DI CARLO GUBITOSA   (BOZZA PROVVISORIA) – ASSOCIAZIONE PEACELINK

c.gubitosa@peacelink.ithttp://www.peacelink.it/cecenia

INDICE

PREMESSA

CRONOLOGIA DELLE DUE GUERRE IN CECENIA – 1989/2000

PARTE I – I PERCHE’ DELLA GUERRA

L’EREDITA’ DI ELTSIN

DOPO LA PRIMA GUERRA

LA GUERRIGLIA E LE BANDE ARMATE

LA “GUERRA SANTA” DELL’ISLAM IN CECENIA LA LOTTA PER L’UNITA’ DELLA

RUSSIA

QUANTO SANGUE COSTA UN LITRO DI BENZINA ?

UNA GUERRA SU MISURA

PARTE II – VIAGGIO IN CECENIA

ARRIVO IN RUSSIA

DA MOSCA AL CAUCASO

LE CONDIZIONI DEI PROFUGHI

I RACCONTI DEI PROFUGHI

GROZNY

LA SITUAZIONE ATTUALE

    Le Nazioni Unite

    Gli osservatori internazionali.

    I mezzi di informazione

    Crimini di guerra

LE PROSPETTIVE

PARTE III – UNO SGUARDO ALL’ITALIA – CONSIDERAZIONI PERSONALI

APPENDICE: FONTI, DOCUMENTI E ARTICOLI UTILIZZATI PER QUESTO DOSSIER

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PREMESSA

Quando  ho  iniziato  la  realizzazione  di  questo  dossier,  la  mia

intenzione era  semplicemente quella di denunciare  la violenza subita

dalla  popolazione civile della  Cecenia e  la nostra  indifferenza di

fronte  a questa  violenza,  ma  andando piu’  a  fondo nei  complessi

meccanismi  della guerra  in Cecenia  mi sono  reso conto  che  la mia

denuncia,  per   risultare  credibile,  avrebbe   dovuto  prendere  in

considerazione anche i “perche'” e  non solo i “come” della guerra. La

realta’  in cui mi  ero immerso  era molto  piu’ complicata  di quanto

credessi, e per fare ordine  in questa complessita’ si e’ fatto strada

in me  il bisogno  di un’analisi di  tipo storico e  politico. Parlare

solo dei  profughi, senza interrogarmi  sulla storia del loro  esodo e

sulle scelte politiche che hanno trascinato migliaia di persone in una

guerra  che non  hanno  voluto, mi  e’  sembrato uno  sterile atto  di

pietismo che  non consente  una vera rimozione  delle cause  di questo

conflitto che ancora oggi continua a mietere vittime.

Purtoppo   credo  che   ogni  analisi   storica  e   politica  risenta

inevitabilmente della percezione della  storia e della politica di chi

la scrive, e il mio timore  e’ stato quello di realizzare un documento

che  potessere essere  giudicato come  un documento  “di parte”  e non

sufficientemente obiettivo. Consapevole  di questo rischio, ho cercato

di realizzare il dossier sulla Cecenia cercando di dividere nettamente

la mia analisi politica dalla  mia esperienza concreta, le cose che ho

visto e  sentito dall’interpretazione che  ne ho dato a  posteriori, i

fatti oggettivi  dalle opinioni personali.  Nell’era dell’informazione

globale  di  fronte  ad  ogni   guerra  c’e’  bisogno  anche  di  buon

giornalismo,  di  qualcuno che  si  chieda  perche’  la guerra  accade

anziche’ descrivere semplicemente la cronaca di guerra presentando una

serie di fatti slegati tra loro. E’ per questo che non sono riuscito a

raccontare semplicemente come stanno i  profughi o cosa fanno i russi,

ma ho sentito  l’esigenza di capire perche’ i  profughi stanno cosi’ e

perche’ i russi hanno scatenato questa guerra.

Quello  che state per  leggere e’  il frutto  delle mie  notti insonni

passate a  scartabellare appunti durante il mio  soggiorno in Caucaso,

mentre  cercavo  di  esorcizzare  l’ angoscia  e  l’impotenza  davanti

all’insensatezza  della guerra  cercando di  capire,  facendo domande,

incrociando le  informazioni di articoli e  comunicati, rileggendo gli

appunti presi durante  il giorno nei campi profughi  e nel corso degli

incontri  con  gli operatori  umanitari.  Con  quello  che ho  scritto

tuttavia non pretendo assolutamente  ne’ di aver fatto necessariamente

del   buon   giornalismo,   ne’   di  dare   risposte   definitive   o

interpretazioni  universali.  Entrando  nel  cuore di  una  guerra  ho

imparato a diffidare di chi pretende di spiegarti un conflitto con una

cartina,  un  righello,  una  mappa geopolitica  e  qualche  brillante

considerazione. La  prima cosa da capire  di una guerra e’  che non si

riuscira’ mai a capirla fino  in fondo. Cio’ nonostante, spero che con

tutti  i  limiti congeniti  alla  nascita  di  questo dossier  la  mia

esperienza e  le mie riflessioni  possano essere utili a  tutti coloro

che vorranno avvicinarsi  ai problemi della Cecenia e  del Caucaso, se

non altro  per iniziare  a maturare dei  dubbi, delle domande  e delle

curiosita’,   ingredienti  indispensabili   per   comprendere  davvero

qualsiasi vicenda umana.

Carlo Gubitosa

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CRONOLOGIA DELLE DUE GUERRE IN CECENIA – 1989/2000

A  cura  di  Carlo  Gubitosa.  Per  le  fonti  utilizzate  si  rimanda

all’appendice.

1989-1991 Con  la caduta  del muro di  Berlino, inizia un  processo di

disgregazione  dell’Unione  Sovietica.  Diversi territori  dell’Unione

proclamano la loro indipendenza  e l’autonomia dal governo centrale di

Mosca.

Il 23  novembre 1990  iniziano in Cecenia  i lavori di  una conferenza

nazionale. La conferenza si svolge nella capitale cecena, Grozny, dove

si riunisce un gruppo di  delegati in rappresentanza di tutti i gruppi

etnici  della Cecenia. Al  termine dell’incontro,  il 25  novembre del

’90,  i  delegati della  conferenza  proclamano  la separazione  della

Cecenia dall’Unione Sovietica,  con una “dichiarazione di indipendenza

e   sovranita’”  ratificata   all’unanimita’   dal  parlamento   della

Repubblica Cecena il 27 novembre dello stesso anno.

Nell’agosto del  1991, Dzokar  Dudayev, un ex  generale dell’aviazione

sovietica,  sale  al comando  della  Cecenia  grazie  ad un  colpo  di

stato. Il 27 ottobre la conquista del potere da parte di Dudayev viene

ufficializzata da  un referendum con  cui il popolo ceceno  approva la

dichiarazione di indipendenza del novembre  ’90 e assegna a Dudayev la

presidenza della Repubblica Indipendente Cecena con l’84% dei voti. Il

2  novembre il  parlamento sovietico  dichiara illegale  l’elezione di

Dudayev.

Alla mezzanotte  del 31 dicembre  1992 l’Unione Sovietica  si scioglie

ufficialmente.  Il  13  marzo   ’93  viene  firmato  il  trattato  che

stabilisce  la nascita  della  Repubblica Federale  Russa. La  Cecenia

rifiuta l’appartenenza alla Federazione  Russa e decide di non firmare

il trattato.

Il  2  aprile  ’93  il  presidente  Dudayev  scioglie  il  parlamento,

accentrando tutto il potere nelle  sue mani. Si cerca di promuovere un

referendum  per  dare ai  ceceni  la  possibilita’  di esprimersi  sul

“potere  unico” del  presidente,  ma Dudayev  stronca  sul nascere  il

tentativo del  referendum con l’intervento dei carri  armati. Nei mesi

seguenti la tensione in Cecenia cresce notevolmente, con un’escalation

di  violenza  tra le  forze  fedeli  al  presidente Dudayev  e  quelle

contrarie al suo  potere. Da Mosca iniziano ad  arrivare i primi segni

di insofferenza.

Il 9 dicembre  ’94 il presidente Boris Eltsin  autorizza un intervento

armato  contro  la Cecenia,  e  l’11  dicembre  i carri  armati  della

Federazione  Russa iniziano  la  loro avanzata  verso Grozny.  Vengono

impiegati  40.000 soldati, appoggiati  da aerei  ed elicotteri.  Il 19

gennaio ’95  l’esercito russo entra  a Grozny conquistando  il palazzo

presidenziale. La citta’ viene  brutalmente devastata, con migliaia di

vittime tra la  popolazione civile. A maggio i  vertici militari russi

dichiarano  di  aver  conquistato  le  citta’  principali  e  2/3  del

territorio  ceceno. Cio’  nonostante, nei  mesi successivi  inizia una

delle piu’ grandi sconfitte nella storia militare della Russia.

Gli  attacchi  dei  ceceni  costringono  al  ritiro  le  truppe  della

federazione, che  cercano un accordo  con i guerriglieri.  Il generale

russo  Aleksandr Lebed  si incontra  a Khasavjurt,  in  Daghestan, con

Aslan Maskhadov, portavoce della repubblica Cecena, per la firma di un

accordo  di pace. Maskhadov,  ex capo  di stato  maggiore del’esercito

ceceno, verra’ eletto presidente il 27 gennaio ’97, prendendo il posto

di Dudayev, ucciso  il 21 aprile ’96 nel corso di  un attacco aereo, e

sostituito da Zelimkhan Iandarbev fino all’elezione di Maskhadov.

Il 27  agosto 1996 la  firma dell’accordo di  pace pone fine  al primo

sanguinoso conflitto tra la Cecenia e la Federazione Russa, una guerra

durata 21 mesi e pagata con  la vita di piu’ del 10% della popolazione

cecena e di circa 70 mila soldati russi.

L’accordo  di pace  dell’agosto ’96  non e’  tuttavia  sufficiente per

risolvere  definitivamente la  questione  cecena. il  testo firmato  a

Khasavjurt da Lebed e Maskhadov  prevede semplicemente un periodo di 5

anni per definire  lo statuto della Cecenia, e  le posizioni delle due

parti  in conflitto  rimangono  inconciliabili: Mosca  continua a  non

riconoscere  la sovranita’  della  Cecenia e  gli indipendentisti,  in

virtu’  del loro  parziale successo  militare contro  le  truppe della

Federazione  Russa, sono  sempre  piu’ decisi  nei  loro propositi  di

distacco dalla federazione.

Nei mesi  successivi all’accordo  di pace la  violenza in  Cecenia non

accenna  a diminuire,  a  causa della  crescente  attivita’ di  alcune

fazioni estremiste dell’esercito. Nell’estate del 1998 queste tensioni

esplodono in una  vera e propria battaglia tra le  truppe regolari e i

gruppi armati legati  al fondamentalismo islamico. L’esercito regolare

riesce ad avere la meglio, e il presidente Maskhadov annuncia di voler

imporre forti restrizioni sulle attivita’ delle milizie estremiste, ma

pochi giorni dopo viene ferito in un attentato dove perdono la vita le

sue guardie del corpo.

L’8 agosto ’99 le milizie di Shamil Bassaev invadono la repubblica del

Daghestan, cercando  di instaurare uno “stato  islamico” attraverso un

raid militare. Costretti  in un primo momento a  ritirarsi, gli uomini

di    Bassaev   compiono   un    altro   fallimentare    tentativo   a

settembre.  Nell’autunno  del  ’99  le citta’  di  Mosca,  Volgodonsk,

Buinaksk  e  Vladikavkaz sono  sconvolte  da  una  serie di  attentati

dinamitardi nel corso dei quali  perdono la vita circa 300 persone. Le

esplosioni vengono immediatamente attribuite a “terroristi ceceni”.

Il  23 settembre  ’99  la Russia  da’  il via  ad  una nuova  campagna

militare contro la Cecenia, con  una serie di attacchi aerei. Il primo

ottobre le truppe  russe entrano nel territorio ceceno,  e il 16 dello

stesso mese  inizia l’avanzata verso  Grozny. Il 23 ottobre  le truppe

russe chiudono la frontiera tra  la Cecenia e l’Inguscezia, negando ai

profughi l’unica via d’uscita.

A  novembre gli  Stati Uniti  accusano la  Russia di  violazione delle

convenzioni  di  Ginevra, e  in  autunno  anche Amnesty  International

pubblica un rapporto  sulla situazione in Cecenia, in  cui si richiede

“che il governo russo rispetti il diritto internazionale umanitario in

materia di protezione di civili durante conflitti armati”.

Il 6  dicembre ’99 Boris Eltsin  lancia un ultimatum  agli abitanti di

Grozny: hanno  a disposizione cinque  giorni di tempo per  evacuare la

citta’. Il 18  dicembre le truppe russe entrano a  Grozny, e la citta’

si trasforma in un enorme campo  di battaglia. Una lunga serie di raid

aerei riduce la citta’ a un cumulo di macerie. Durante i bombardamenti

su  Grozny, mentre migliaia  di vittime  civili vengono  colpite senza

pieta’, l’Italia ratifica, con le leggi 398 e 397 del ’99, due accordi

firmati nel 1996 in merito alla cooperazione militare con la Russia.

Dal 31  marzo al 4 aprile  2000 Mary Robinson,  Alto Commissario delle

Nazioni Unite per i Diritti Umani, visita l’Inguscezia, il Daghestan e

la Cecenia,  e il 5  aprile, al termine  della sua visita  presenta un

rapporto  dettagliato  alla  commissione  delle Nazioni  Unite  per  i

Diritti  Umani,  in cui  vengono  descritte  testimonianze oculari  di

omicidi di massa, bombardamenti di  colonne di profughi e altre palesi

violazioni dei diritti umani  compiute dalle milizie della Federazione

Russa. Nel rapporto vengono  segnalate anche le violazioni dei diritti

umani compiute dalle milizie  cecene ai danni della popolazione civile

durante l’invasione del Daghestan.

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PARTE I – I PERCHE’ DELLA GUERRA

L’EREDITA’ DI ELTSIN

Per comprendere  pienamente il contesto  sociale e politico che  fa da

sfondo  alla  seconda guerra  in  Cecenia  e’ necessario  innanzitutto

allargare  l’orizzonte a  tutta  la Federazione  Russa e  all’eredita’

politica lasciata al paese da Boris Eltsin e dal suo clan.

La  costituzione adottata  dalla Federazione  Russa nel  1993,  con un

referendum definito truccato da molti osservatori, ha fatto da cornice

legale ad un potere  autoritario e centralistico, concentrando tutti i

poteri  nelle  mani del  presidente.  In  base  a questa  costituzione

l’attivita’ del  Parlamento e’ fortemente  condizionata dalla minaccia

permanente di un possibile scioglimento  da parte del presidente, e la

stabilita’   del   governo,   anch’esso  nominato   direttamente   dal

presidente, e’ direttamente proporzionale alla sua docilita’.

Il   forte  accentramento   dei  poteri   nelle   mani  dell’entourage

presidenziale e’ stato  il terreno fertile in cui  si e’ sviluppata la

corruzione e  il malgoverno  di questa “democrazia  di carta”,  dove i

diritti  dei cittadini  sono  perfettamente tutelati  sulle carte  dei

documenti ufficiali,  ma allo stesso  tempo questi diritti  faticano a

trovare  una  realizzazione pratica  da  parte  delle istituzioni.  Ai

diritti  di carta  non corrispondono  dei diritti  concreti, applicati

nella vita quotidiana delle persone a tutela dei cittadini.

Un’altra   delle  conseguenze   di  questa   politica   centralista  e

accentratrice e’ stata la “privatizzazione” dell’economia, intesa come

gestione  privata  e  personalistica  da parte  del  presidente  delle

attivita’  economiche  del  Paese,  una gestione  spesso  mirata  alla

conquista  di  benefici   personali  o  all’accrescimento  del  potere

politico.

Interi settori  dell’economia e del  commercio interno ed  estero sono

stati  concessi  a  gruppi   locali  di  potere  distribuiti  su  base

territoriale, in cambio del  loro appoggio politico. Nella regione del

Caucaso questo sistema di gestione delle attivita’ economiche ha fatto

si’ che i vertici del Cremlino, in cambio del sostegno al loro potere,

chiudessero un occhio sulle attivita’ illecite dei clan locali, che in

virtu’ del  loro appoggio  politico potevano liberamente  spartirsi le

attivita’ economiche  piu’ redditizie (banche,  petrolio, armi, droga,

caviale,  alcol, tabacco). Questo  “patto dannato”  tra i  notabili di

Mosca e i gruppi di potere locali ha provocato una progressiva perdita

di  potere  e  autorita’  delle  istituzioni federali  e  locali,  che

diventavano  sempre piu’ incapaci  di imporre  l’efettiva applicazione

delle leggi.

A fare le  spese di questa illegalita’ diffusa  sono stati soprattutto

gli strati  piu’ deboli della popolazione, esclusi  dal colossale giro

di  affari  che   legava  il  mondo  politico  ai   gruppi  di  potere

locali. L’assenza di ordine e di controllo, la mancanza di legalita’ e

il  banditismo diffuso hanno  portato nel  breve periodo  dei benefici

economici per una parte ristretta della popolazione legata ai traffici

dei clan locali,  ma nel lungo periodo questa “assenza  di stato” e di

giustizia ha  inasprito le tensioni economiche e  sociali, esponendo i

giovani alle tentazioni del nazionalismo o dell’integralismo islamico,

che per  molte persone rappresentano tuttora una  delle poche risposte

concrete al crescente disagio sociale e al bisogno di stabilita’.

Va  sottolineato che  il fenomeno  del banditismo,  l’affermarsi della

legge del piu’ forte al di sopra delle leggi federali, l’aumento della

delinquenza e  dei traffici illeciti non sono  fenomeni ristretti alla

sola Cecenia o  al Caucaso, ma sono ormai un male  diffuso in tutto il

territorio della Federazione,  un male che in Caucaso  e in Cecenia si

e’ purtroppo espresso  in forma cronica. La seconda  guerra in Cecenia

affonda profondamente  le sue radici in questo  sistema e nell’assenza

di uno stato  di diritto e di una legalita’  che siano all’altezza dei

principi democratici  stabiliti sulla carta. Da parte  loro, i governi

occidentali   hanno   rifiutato   sistematicamente  di   prendere   in

considerazione  qualsiasi  informazione sul  livello  di corruzione  e

illegalita’  della societa’  russa. Il  caso piu’  eclatante  e’ forse

quello  di  un  rapporto   della  Central  Intelligence  Agency  (CIA)

rispedito bruscamente al mittente dal vicepresidente degli Stati Uniti

Al Gore.

DOPO LA PRIMA GUERRA

Dopo  aver analizzato  il contesto  politico, legale  e  sociale della

Federazione  Russa, alla  luce delle  strategie adottate  dal  clan di

Boris  Eltsin, e’ necessario  capire quali  sono state  le particolari

condizioni che in Cecenia hanno aggiunto al disagio e all’illegalita’,

presenti anche  negli altri territori  della federazione, l’esplosione

di un violento conflitto armato.  Le origini della colossale ondata di

violenza  che  ha devastato  la  Cecenia  sono  molteplici, e  sarebbe

semplicistico  ridurre  un problema  cosi’  complesso  ad una  “guerra

partigiana” per  la rivendicazione dell’indipendenza  e dell’autonomia

di un territorio.  Gli interessi legati a questa  guerra hanno davvero

ben poco a che vedere con la lotta per la liberta’.

La  II guerra  in  Cecenia  e’ un  intreccio  complesso di  molteplici

tensioni che  attraversano tutto  il Caucaso, e  che in  Cecenia hanno

trovato un punto di convergenza e di coagulazione, esplodendo in forma

violenta.  In  base  ai   documenti  che  ho  esaminato,  ai  colloqui

effettuati con gli operatori umanitari coinvolti nell’emergenza cecena

e in base  alle esperienze personali vissute a Mosca,  in Cecenia e in

Inguscezia, ho  individuato cinque fattori  che, a mio  giudizio, sono

stati  gli “ingredienti”  esplosivi  che miscelandosi  tra loro  hanno

provocato  in  Cecenia l’esplosione  di  questo  conflitto tremendo  e

sanguinoso. Queste  componenti del conflitto  possono essere descritte

brevemente  come l’affermarsi  in territorio  ceceno del  potere delle

bande  armate,  la crescente  influenza  del fondamentalismo  islamico

nella regione,  l’importanza strategica del  Caucaso per la  Russia, i

forti  interessi  economici  legati  al transito  del  petrolio  negli

oleodotti, la  necessita’ di creare un “nemico  esterno” per affermare

con  il pugno  di ferro  l’autorita’ del  potere centrale  di  Mosca e

dell'”uomo forte” chiamato alla guida del paese.

LA GUERRIGLIA E LE BANDE ARMATE

Per capire  l’effettiva natura  dei gruppi armati  della Cecenia  e il

loro ruolo nell’esplosione della guerra bisogna fare un passo indietro

fino al termine  della I guerra in Cecenia, il 27  agosto del 1996. In

questa data il generale russo Aleksandr Lebed incontra Aslan Maskhadov

per  la  firma  dell’accordo  di   pace  che  pone  fine  alla  guerra

1994/96. Maskhadov incontra Lebed  in qualita’ di rappresentante della

Cecenia  su mandato di  Zelimkhan Iandarbev,  che aveva  sostituito il

presidente Djokhar  Dudaev ucciso il  21/4/96 nel corso di  un attacco

aereo.

Nei mesi  che vanno dalla  firma dell’accordo di pace  all’elezione di

Maskhadov come presidente della  Cecenia l’assetto politico e militare

del paese si delinea chiaramente. Ogni fazione dell’esercito sfrutta a

proprio beneficio l’assenza di una  autorita’ in grado di mantenere il

controllo della  situazione, e in attesa  delle elezioni presidenziali

ognuno prende per se’ tutto il potere che riesce a conquistare.

L’esercito si spacca  in una moltitudine di piccole  bande armate, che

rappresentano  gli  interessi del  proprio  capobanda anziche’  quelli

della popolazione. In questa  galassia di fazioni militari, nate dalla

frammentazione dell’esercito,  si possono distinguere  tre componenti:

gruppi  moderati sinceramente indipendentisti,  legati alla  figura di

Maskhadov,   bande  armate   che  nascondono   dietro  la   lotta  per

l’indipendenza  i loro traffici  criminali e  mafiosi (i  cui proventi

finiscono in  gran parte a  Mosca), milizie legate  al fondamentalismo

islamico e guidate da Shamil Bassaev, Amir Khattab e altri leader.

Saranno proprio  le componenti islamica e  banditesca dell’esercito ad

impedire la stabilizzazione della Cecenia, e a preparare il terreno di

illegalita’ e  violenza che Mosca ha  “seminato” in seguito  a suon di

bombe.  Il 27/1/97,  quando  Maskhadov viene  eletto presidente  della

Cecenia,  ormai  i giochi  sono  fatti:  le  bande armate  hanno  gia’

affermato il loro potere su tutto il territorio ceceno, e stabilito le

loro rispettive zone di influenza.

Anche dopo la sua elezione Maskhadov puo’ fare ben poco per modificare

questi equilibri di forze, stretto tra le aspre critiche dei moderati,

che gli rimproverano la sua  mancanza di intransigenza contro le forze

estremiste dell’esercito, e l’impraticabilita’ di uno scontro frontale

contro queste forze.

Nell’estate del 1998  queste tensioni esplodono in una  vera e propria

battaglia. L’esercito  ufficiale ceceno riesce ad avere  la meglio sui

gruppi armati  islamici, e il  presidente Maskhadov annuncia  di voler

imporre forti  restrizioni sulle attivita’ di questi  gruppi, ma pochi

giorni dopo viene  ferito in un attentato dove perdono  la vita le sue

guardie del corpo,  ed e’ costretto a ridimensionare  i suoi propositi

di opposizione contro le fazioni estremiste dell’esercito.

A  partire dalla  firma dell’accordo  di pace  del 1996  gli interessi

delle  bande armate  cecene  si  scontrano con  quelli  di Mosca,  che

vorrebbe affidare  il controllo delle  attivita’ in Cecenia  ai propri

uomini di  fiducia. Man  mano che i  gruppi militari  ceceni diventano

sempre  piu’  potenti,  questo   conflitto  di  interessi  continua  a

inasprirsi.

Uno dei  fattori che ha  contribuito all’esplosione della  violenza in

Cecenia e’ proprio questa macroscopica “guerra tra gang” dove la posta

in  gioco nello  scontro tra  bande  e’ il  controllo delle  attivita’

economiche  e  commerciali  di   una  intera  regione  geografica.  La

popolazione civile  e’ stata solo  una pedina sacrificabile  di questo

scontro, schiacciata  in mezzo a  sporchi giochi di potere.  In questa

chiave  di  lettura  i  traffici  illeciti  delle  fazioni  estremiste

dell’esercito ceceno hanno rappresentato  un vero e proprio tradimento

di  quello  spirito  indipendentista  che  ha  animato  molti  giovani

guerriglieri  nella guerra 1994/96,  uno spirito  strumentalizzato dai

capibanda dei  gruppi armati per  raggiungere obiettivi che  non hanno

niente a che vedere con  la liberta’, l’indipendenza e la tutela della

popolazione cecena.  Questi assassini travestiti da  partigiani non si

sono fermati nemmeno davanti alla prospettiva di un nuovo e sanguinoso

conflitto pur di salvaguardare a  tutti i costi i propri interessi. Il

protrarsi di  una situazione  di conflitto armato  in Cecenia  torna a

tutto  vantaggio di  questi  “signori della  guerra”,  che riescono  a

gestire con  piu’ facilita’ i  loro traffici, disponendo di  un potere

vessatorio che utilizzano a danno delle popolazioni inermi.

LA “GUERRA SANTA” DELL’ISLAM IN CECENIA

Oltre  alla violenza  delle bande  armate e  delle  fazioni estremiste

dell’esercito,   un’altra   causa    della   guerra   e’   legata   al

fondamentalismo islamico, una potente  benzina che in Cecenia alimenta

costantemente  il  fuoco  della  violenza.  In Cecenia  e  nel  vicino

Daghestan sono molte le organizzazioni politiche e i gruppi armati che

fanno  riferimento  all’Islam;  il  gruppo fondamentalista  che  negli

ultimi anni ha  acquisito la piu’ grande potenza  economica e militare

nella zona del Caucaso e’ quello degli “wahhabiti”, che devono il loro

nome alla  setta islamica puritana della penisola  arabica fondata nel

XVIII secolo dal predicatore  Mohamad Ibn Abdelwahhab. I wahhabiti del

2000 sono dei gruppi armati che hanno tra i loro leader Shamil Bassaev

e Amir Khattab,  due capi militari che dietro  il loro fondamentalismo

religioso  nascondono  interessi  inconfessabili legati  ad  attivita’

illecite. Khattab,  dopo un periodo trascorso  in Afghanistan, approda

in Cecenia negli ultimi mesi  della prima guerra, e inizia a reclutare

il suo esercito  personale di milizie islamiche, che  al termine della

guerra diventera’ una delle fazioni piu’ potenti delle forze armate.

Bassaev inizia  la sua carriera  militare nel 1992,  quando l’Abkhazia

da’ il  via ad una guerra  di indipendenza contro la  Georgia. Dopo la

guerra  diventa addirittura  vice-ministro della  difesa  di Abkhazia,

presumibilmente  grazie  ad una  collaborazione  con  il GRU  (Glavnoe

Rasvedivatelnoe  Upravlenie), il  servizio segreto  militare  russo. I

rapporti tra Bassaev e il  Gru sono stati ampiamente documentati nella

ricostruzione  della guerra  in Abkhazia  fatta nel  febbraio  2000 da

Piotr Prianishinikov, sul settimanale “Versija”.

Le  “relazioni pericolose”  di  Bassaev includono  anche esponenti  di

spicco del  mondo dell’alta  finanza di Mosca,  come ad  esempio Boris

Berezovski,   finanziere   vicino  alla   famiglia   Eltsin,  che   ha

pubblicamente ammesso di aver elargito dei finanziamenti a Bassaev per

le  sue  attivita’.  Bassaev,  Khattab  e le  loro  milizie  islamiche

ricevono  fondi  dall’Afghanistan, dal  Pakistan  e da  organizzazioni

clandestine del medio oriente, ma altri finanziamenti ai gruppi armati

wahhabiti arrivano anche da Mosca.

Bassaev ha piu’  volte invocato la “jihad”, la  guerra santa islamica,

come soluzione definitiva  ai problemi della Cecenia e  del Caucaso in

generale,    facendo   leva   sugli    strati   piu’    deboli   della

popolazione. Molti giovani ceceni  sono stati attratti dalle seduzioni

del fondamentalismo islamico e hanno cercato nell’Islam, oltre al loro

stipendio  di  soldati,   quell’ordine,  quella  stabilita’  e  quella

sicurezza che  non riuscivano  a trovare altrove,  senza sapere  che i

loro  stessi comandanti  avrebbero contribuito  all’esplosione  di una

nuova  guerra,  strumentalizzando   la  loro  aspirazione  a  migliori

condizioni di vita  e distruggendo il loro sogno  di una societa’ piu’

giusta e pacifica retta dalla “sharia”, la legge islamica.

Nell’estate del  1999 Bassaev e Khattab  danno il via  ad una campagna

militare  in  grande  stile,   un  raid  sul  Daghestan  fallimentare,

insensato e  provocatorio, compiuto  all’insaputa e senza  il consenso

del Presidente  Maskhadov. Per incoscienza  o per calcolo,  le milizie

islamiche regalano  a Vladimir Putin un ottimo  pretesto per stringere

ancora una  volta il  pugno di ferro  della Federazione  Russa attorno

alla Cecenia.

E’ importante  chiarire che le  truppe islamiche di Bassaev  e Khattab

non sono affatto dei gruppi  di partigiani che lottano per la liberta’

e  l’indipendenza  dei  ceceni.  Si  tratta invece  di  una  ristretta

minoranza all’interno del paese, una minoranza purtroppo molto potente

e  ben armata, che  non rappresenta  assolutamente ne’  la popolazione

della  Cecenia ne’  l’esercito regolare,  che  si e’  trovato a  dover

combattere suo malgrado una guerra provocata da altri.

L’8  agosto 1999  Bassaev e  Khattab,  alla testa  del loro  esercito,

invadono  la  repubblica del  Daghestan,  cercando  di instaurare  uno

“stato islamico”  nei territori di frontiera tra  Cecenia e Daghestan,

un  obiettivo che  non  ha nulla  a  che vedere  con  la tutela  della

popolazione cecena o con l’affermazione della sua indipendenza, ma che

riguarda unicamente le  mire espansionistiche e la sete  di potere dei

fondamentalisti islamici.

Dopo un  primo tentativo, fallito per  l’opposizione della popolazione

locale all’invasione islamica, la  “guerra santa” riparte a settembre,

e anche il secondo tentativo fallisce miseramente.

Il primo ottobre  le truppe russe entrano in Cecenia  per dare il via,

con il pretesto  della “lotta al terrorismo”, ad  un folle massacro di

civili inermi.

LA LOTTA PER L’UNITA’ DELLA RUSSIA

Un’altra  delle  partite attualmente  in  gioco  sulla scacchiera  del

Caucaso e’  quella per la  repressione delle velleita’  separatiste in

Cecenia  e  in  altre  regioni  della Russia.  Dopo  la  disgregazione

dell’Unione  Sovietica,  anche  nella  Federazione  Russa  iniziano  a

manifestarsi i sintomi di  una possibile frammentazione, che i vertici

del  Cremlino stanno cercando  di impedire  con tutti  i mezzi  a loro

disposizione, in nome dell’unita’ della “Grande Russia”.

Per la  Russia perdere il controllo sulla  Cecenia non significherebbe

solamente  rinunciare  ad  un  territorio  di  grandissima  importanza

strategica,  ma sarebbe  anche un  pericoloso precedente,  un “cattivo

esempio” per altre regioni che  potrebbero decidere di seguire le orme

della  Cecenia  avviandosi  verso  il separatismo,  l’autonomia  e  il

distacco dalla Federazione.

Un taglio netto del cordone ombelicale che lega la Cecenia alla Russia

potrebbe  scatenare una  reazione a  catena, alimentando  le velleita’

separatiste di territori islamici  come il Tatarstan, il Bashkortostan

e il Daghestan, o di zone buddiste come la Kalmukkia e la Burjatia.

La  guerra  in  Cecenia  e’  stata  anche  questo:  uno  straordinario

“collante” che ha scongiurato, o piu’ probabilmente solo rimandato, il

pericolo della disgregazione di una federazione corrosa al suo interno

dal malgoverno, dalla corruzione e dalla criminalita’.

QUANTO SANGUE COSTA UN LITRO DI BENZINA ?

La guerra in Cecenia e’ stata  anche una guerra per il controllo delle

“vie del petrolio” nel Caucaso, una guerra con cui la Russia ha voluto

rispondere  all'”affronto  geopolitico”  rappresentato  dalla  recente

costruzione  di  nuovi  oleodotti  che consentirebbero  dei  “percorsi

alternativi”  per   il  trasporto  del  greggio  dal   mar  Caspio  al

Mediterraneo.

Il transito del  petrolio e del gas naturale  che viaggiano dal Caspio

per  raggiungere l’Europa  e’  stato  da sempre  in  mano alle  grandi

compagnie petrolifere della Russia, grazie al controllo dell’oleodotto

che collega Baku, citta’ situata in Azerbaigian sulle rive del Caspio,

a Novorossijsk, che si affaccia sul mar Nero.

Fino  a pochi  mesi  fa  questa “pipeline”,  rimessa  in funzione  nel

novembre 1997 dopo un compromesso con le autorita’ cecene, era l’unica

via di  transito per il petrolio  e il gas naturale,  e garantiva alla

Russia un  monopolio di fatto nel settore  energetico, che costituisce

il 23%  delle esportazioni e il  12% del prodotto  interno lordo della

federazione.

Il  17 aprile  1999 l’apertura  di  un nuovo  oleodotto ha  modificato

radicalmente  l’equilibrio geopolitico della  zona, creando  una nuova

via di transito per le risorse energetiche, un percorso che attraversa

territori autonomi al di fuori della Federazione, su cui la Russia non

ha un  controllo diretto. Questa  nuova “pipeline”, che parte  da Baku

per raggiungere Supsa, porto della Georgia sulle rive del mar Nero, ha

di fatto aperto una prima  breccia nel monopolio russo. Oltre ad avere

una valenza  economica e geopolitica, questa nuova  “via del petrolio”

ha anche  una forte  valenza militare, poiche’  l’oleodotto Baku-Supsa

rientra di fatto nel sistema di sicurezza Nato, grazie ad una alleanza

militare  regionale tra  Georgia, Ucraina,  Azerbaigian e  Moldavia, i

cosiddetti “stati del GUAM”, dal nome delle iniziali dei paesi. Questi

stati hanno  richiesto una  stretta cooperazione con  la Nato,  che ha

accolto  favorevolmente la proposta  di un  intervento nella  zona per

difendere il  nuovo oleodotto, dal  momento che i  paesi dell’alleanza

atlantica avrebbero  tutto l’interesse ad  estromettere la Federazione

Russa dal  giro di affari  legato al transito  del petrolio e  del gas

naturale.

L’oleodotto Baku-Supsa  non e’  l’unica minaccia agli  interessi della

Russia nel settore energetico.  Nel novembre 1999 Turchia, Azerbaigian

e Georgia hanno  annunciato la firma di un  accordo per la costruzione

di una “via turca” del petrolio, che in futuro dovrebbe collegare Baku

al   porto   turco   di   Ceyhan,  che   affaccia   direttamente   sul

mediterraneo. Anche questo oleodotto sarebbe automaticamente collocato

nel sistema di sicurezza della  Nato, e i consorzi che presiedono alla

sua  realizzazione  hanno  previsto  investimenti per  7  miliardi  di

dollari.

L’elenco dei principali finanziatori  del progetto comprende, oltre ai

governi della Turchia e  dell’Azerbaigian, anche Eni, Chevron, Shell e

Unocal. Tra  le cause del secondo  conflitto in Cecenia  c’e’ anche lo

scontro  tra  gli  interessi  della  Russia  e  quelli  delle  potenze

occidentali che si sono unite agli stati del GUAM per il controllo del

transito del petrolio.  In questo scontro la Cecenia  e’ un territorio

di  fondamentale importanza  strategica,  situato su  uno degli  snodi

chiave  della linea Baku-Novorossijsk,  un punto  di passaggio  che la

Russia non puo’ permettersi  assolutamente di perdere se vuole restare

in gara per la supremazia nel settore energetico.

La prima risposta  della Russia all’affronto geopolitico rappresentato

dai  nuovi  oleodotti  e’   stata  questa  campagna  militare  che  ha

sottomesso  con la  forza un  “pezzo di  oleodotto” che  minacciava di

andarsene per  conto proprio. Un’altra  risposta alle nuove  rotte del

petrolio  che  aggirano  la   Russia  a  sud  sara’  probabilmente  il

completamento  di un  nuovo  oleodotto russo,  la  cui costruzione  e’

iniziata  nel maggio  1999, che  trasportera’ fino  a  Novorossijsk il

petrolio estratto in Kazakistan sul lago Tenghiz.

UNA GUERRA SU MISURA

L’aspetto  piu’ inquietante di  questa guerra  e’ la  possibilita’ che

l’offensiva scatenata  contro la Cecenia sia stata  una forma perversa

di  “campagna   elettorale”,  progettata  freddamente   a  tavolino  e

costruita  sulla pelle  di migliaia  di civili,  per creare  attorno a

Vladimir Putin,  uomo di fiducia di  Eltsin, il consenso  di cui aveva

bisogno per conquistare la presidenza della Federazione.

Oltre  allo sconfinamento  in  Daghestan delle  milizie islamiche,  un

altro pretesto con cui si  e’ cercato di legittimare la seconda guerra

in Cecenia e’  stata la “lotta al terrorismo”  intrapresa dalla Russia

nell’autunno ’99,  in seguito alla serie di  attentati dinamitardi che

ha  causato  circa 300  vittime  nelle  citta’  di Mosca,  Volgodonsk,

Vladikavkaz e Buinasks.

E’ opinione  diffusa che questa  serie di attentati, e  il conseguente

bombardamento della Cecenia, possano far parte di una “strategia della

tensione” russa  con la  quale il  clan di Boris  Eltsin ha  cercato a

tutti i costi di conservare il potere. La guerra in Cecenia nata dalla

lotta  al terrorismo  potrebbe essere  un conflitto  contro  un nemico

esterno  creato ad arte  per distogliere  l’attenzione da  altri gravi

problemi  che  affliggono  la  federazione: instabilita’,  assenza  di

ordine, corruzione.

L’improvvisa  ascesa  della popolarita’  di  Putin,  che  si e’  posto

davanti  agli  elettori come  l'”uomo  forte”  in  grado di  mantenere

l’unita’  della federazione  e  di reprimere  il terrorismo,  potrebbe

essere proprio  la diretta conseguenza della  creazione artificiosa di

questo  “nemico  esterno”  che  ha risvegliato  nella  popolazione  il

desiderio  di  un leader  forte  in grado  di  imporre  l’ordine e  la

giustizia con il pugno di ferro.

In questo processo  anche i mezzi di informazione  russi hanno giocato

un ruolo fondamentale. La campagna militare contro la Cecenia e’ stata

accompagnata da una  campagna di disinformazione altrettanto massiccia

e  sistematica,  che ha  portato  alle  stelle  il consenso  verso  le

“maniere forti” di  Putin alimentando l’odio e la  paura dei russi nei

confronti dei ceceni, dipinti come una popolazione composta unicamente

da criminali  e terroristi spietati.  In un rapporto  dell’autunno ’99

Amnesty  International ha  espresso la  sua preoccupazione  perche’ la

risposta del  governo russo agli attentati  dinamitardi “sembra essere

una campagna per punire un intero gruppo etnico”

“Dite  all’Italia  che  non  siamo  dei terroristi”.  Parlando  con  i

profughi ceceni ammassati nei  campi dell’Inguscezia ho sentito questa

frase  molte  volte,  e  ogni  volta ho  ripetuto  che  fortunatamente

l’equazione  “ceceno  uguale   terrorista”  non  era  ancora  radicata

nell’opinione pubblica italiana.

Purtroppo in Russia questa  campagna di criminalizzazione mediatica ha

avuto  un pieno  successo. La  protesta  contro la  seconda guerra  in

Cecenia  e’ stata  molto piu’  debole della  protesta contro  il primo

intervento  armato,  in  occasione  del quale  una  larghissima  fetta

dell’opinione pubblica aveva  manifestato la sua disapprovazione verso

la guerra. Questo effetto e’ dovuto anche e soprattutto all’azione dei

mezzi di informazione, a cui e’  mancata la capacita’ o la volonta’ di

distinguere  tra  la popolazione  cecena  nella  sua  interezza e  una

minoranza di gruppi armati e terroristici

Per quanto riguarda l’ondata di attentati terroristici che ha fatto da

preludio alla guerra, allo stato  attuale delle cose non ci sono prove

che  questi attentati siano  stati organizzati  ad arte  per favoorire

l’ascesa di un potere autoritario.  E’ un dato di fatto, tuttavia, che

Vladimir Putin  ha indubbiamente saputo sfruttare  a proprio vantaggio

lo  stato  d’animo  creato  nell’opinione  pubblica  dalle  esplosioni

terroristiche,   indipendentemente  da   chi  abbia   commissionato  e

progettato queste esplosioni.

Anche se  non si dispone  ancora di prove  incontrovertibili, esistono

tuttavia alcuni  elementi degni di essere presi  in considerazione per

capire meglio  il collegamento tra gli  atti terroristici dell’autunno

’99 e la guerra in Cecenia.

Il 29 ottobre ’99 David  Satter, membro dello Hudson Institute e della

Scuola di studi internazionali avanzati della John Hopkins University,

in un articolo  apparso sul “Washington Times” affermava  che “via via

che l’investigazione procede, la  possibilita’ che le esplosioni siano

state  pianificate da  elementi  della leadership  russa diventa  piu’

plausibile”. A gennaio del  2000 il giornale inglese “The Independent”

ha pubblicato  inoltre la confessione di Aleksei  Galtin, un ufficiale

del Gru  secondo il quale  il servizio segreto militare  russo sarebbe

coinvolto negli attentati terroristici dell’autunno ’99.

Un altro indizio inquietante e’  contenuto in un articolo di Giulietto

Chiesa pubblicato su  “la rivista del manifesto” nel  numero di maggio

2000. Secondo  la ricostruzione  fatta da  Chiesa tutti  gli attentati

dinamitardi  sarebbero   stati  effettuati  utilizzando   exogene,  un

esplosivo impiegato dalle forze  armate russe per la nuova generazione

di proiettili d’artiglieria.

Gli  investigatori  hanno  affermato  che  per ogni  bomba  era  stata

utilizzata  una quantita’  di  exogene variabile  tra  i 200  e i  300

chili.  Oltre  alle  quattro  esplosioni effettivamente  avvenute,  le

autorita’ russe  hanno dichiarato di aver  scongiurato l’esplosione di

altre  cinque  bombe. Risulta  quindi  che  gli attentatori  avrebbero

utilizzato almeno 1800 chili di exogene, un esplosivo che in Russia si

produce unicamente nella fabbrica di Perm, situata negli Urali.

Come  abbia  fatto un  gruppo  di  terroristi  ceceni a  trafugare  18

quintali  di  esplosivo  da  una  fabbrica  top  secret  e  a  portare

tranquillamente  in giro per  varie citta’  della Russia  tutto questo

esplosivo, rimane tuttora un mistero.

Molti esponenti di ONG e  organizzazioni umanitarie con cui ho parlato

durante il mio soggiorno in Russia e in Cecenia mi hanno confermato la

possibilita’ che la serie di  attentati dell’autunno ’99 sia stata una

provocazione realizzata da persone estranee alla guerriglia cecena.

Ho avuto inoltre  la possibilita’ di esaminare un  rapporto interno di

una organizzazione non governativa,  che evito di nominare per ragioni

di sicurezza e di tutela delle fonti, un rapporto nel quale e’ scritto

testualmente   che   “ci   sono   alcune  prove   circostanziali   del

coinvolgimento  dei servizi  segreti  russi nell’organizzazione  degli

attentati terroristici che hanno ucciso piu’ di 300 persone”.

Questi  sospetti,   condivisi  da  numerosi   giornalisti  e  analisti

politici, sono  diffusi anche tra la gente  comune. Commentando questo

insieme di  indizi che collegano gli attentati  dinamitardi ai servizi

segreti russi, Giulietto Chiesa ha  rilevato che “forse si e’ trattato

di una  coincidenza. Ma se e’ stato  cosi’, si deve dire  che e’ stata

una   coincidenza  davvero   fantastica.  Forse   non  e’   stata  una

coincidenza,  e allora  bisogna tenersi  forte, perche’  gente  che si

spinge fino a questi lidi  e’ capace di compiere ogni crimine, perfino

quelli che l’uomo comune non e’ in grado nemmeno di immaginare”.

Nel  frattempo  le  indagini  per  individuare  i  responsabili  degli

attentati sono a un punto  morto. A mesi di distanza dalle esplosioni,

non si  sa neppure  se le autorita’  di Perm hanno  ritenuto opportuno

aprire un’inchiesta  nei confronti dei responsabili  della fabbrica di

exogene. La  Russia, intanto, sembra avviata ad  un ingresso trionfale

nell’Unione  Europea. Mentre  scrivo  queste righe  Vladimir Putin  e’

stato ricevuto con  tutti gli onori dal Vaticano e  al Quirinale, e la

cooperazione economica e militare tra l’Italia e la Russia va a gonfie

vele. In occasione della visita  di Putin in Italia, Don Renato Sacco,

consigliere nazionale di “Pax Christi”  e parroco di tre paesini della

provincia  di  Verbania,  ha  indirizzato  una  lettera  alle  massime

autorita’  dello  stato denunciando  “chi  ha  fatto  della guerra  in

Cecenia   il   suo   trampolino   di  lancio   politico,   interno   e

internazionale,   e  ora  viene   ricevuto  a   Roma  con   tutti  gli

onori”. Nella sua  lettera Don Renato ha proposto  inoltre che fossimo

invitati anche  noi all’incontro con Putin, in  quanto “unica presenza

italiana” in Cecenia.

In effetti,  un incontro diretto con  Putin e Ciampi  forse sarebbe un

onore troppo grosso per me, e confesso che avrei un certa perplessita’

a   partecipare  a   questo  incontro,   soprattutto   se  l’etichetta

diplomatica mi  imponesse di stringere delle mani  sporcate col sangue

di  migliaia di  vittime civili.  Per il  momento, come  ricompensa da

parte dello stato  per la mia presenza in  Cecenia mi accontento delle

seimila lire al  giorno che mi spettano come  paga in quanto obiettore

di coscienza.

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PARTE II: VIAGGIO IN CECENIA

Il 18  maggio 2000 ho iniziato il  mio viaggio in Russia  e in Cecenia

assieme  ad altri  tre volontari  dell'”Operazione Colomba”,  il corpo

civile  di Pace  nonviolento  nato all’interno  della Comunita’  “Papa

Giovanni XXIII” di Rimini.

ARRIVO IN RUSSIA

In un precedente viaggio esplorativo i ragazzi dell’Operazione Colomba

avevano gia’ preso contatto con  Antonio, un ex prete operaio milanese

che da  piu’ di 20 anni  lavora per la  Caritas russa, e che  anche in

questo  secondo viaggio di  Pace e’  la nostra  “base di  appoggio” in

Russia.

Antonio e’ ormai specializzato in quello che lui definisce l'”import –

export” di  stranieri, un  modo colorito per  descrivere il  lavoro di

supporto logistico  con cui favorisce  i movimenti di  molti operatori

umanitari, che grazie  a lui riescono a raggiungere  ogni angolo della

Russia in cui ci sia bisogno di aiuto.

La prima  cosa di  cui ci parla  e’ la qualita’  dell’informazione sul

Caucaso fatta  dai mass media italiani,  un’informazione che definisce

“tendenziosa  e non  verosimile”  in quanto  distorta dagli  interessi

economici e geopolitici delle grandi potenze del mondo, che in Caucaso

stanno  giocando  una  partita  importantissima  dal  punto  di  vista

strategico, economico e militare.

Nei giorni precedenti  alla nostra partenza per il  Caucaso Antonio ci

aiuta ad organizzare una serie  di incontri a Mosca con alcune persone

che si stanno  occupando della questione cecena. Il  primo incontro e’

con Eduardo, corrispondente da  Mosca di un quotidiano portoghese, che

ci parla della situazione attuale della Cecenia.

Il giorno  successivo incontriamo Rendt, il  coordinatore dei progetti

di  assistenza  medica  che  la sezione  olandese  dell’organizzazione

“Medici Senza  Frontiere” sta realizzando  in Cecenia. Rendt  ci parla

dei grossi problemi legati  alla sicurezza degli operatori umanitari e

del personale della sua organizzazione, problemi che si presentano non

solo in Cecenia, ma anche nella vicina Inguscezia, territori dove fino

allo scoppio della seconda guerra il rapimento degli stranieri a scopo

di estorsione era allo stesso  tempo lo “sport nazionale” piu’ diffuso

e l’attivita’  economica piu’ redditizia.  Quello dei rapimenti  e’ un

problema  molto  serio,  tenuto   in  grande  considerazione  da  ogni

organizzazione umanitaria che opera  in Inguscezia o in Cecenia. Anche

se la guerra in corso ha temporaneamente rallentato i sequestri, tutti

si aspettano una nuova ondata  di rapimenti da un momento all’altro, e

durante il  nostro soggiorno in  Inguscezia avremo modo  di verificare

direttamente  questo  stato di  allerta,  osservando  il numero  delle

guardie armate che circondano gli operatori umanitari stranieri.

“The most dangerous place in  the world for foreigners”, il posto piu’

pericoloso del mondo  per gli stranieri. E’ questa  la definizione del

Caucaso  secondo   Rendt,  che  ci   mette  in  guardia   anche  dalla

possibilita’  di  abusi  da  parte  delle  autorita’  militari  e  dal

banditismo.

I problemi  burocratici rappresentano  un altro notevole  ostacolo per

chi opera in  Cecenia e in Inguscezia. E’ piu’  o meno facile ottenere

dei  documenti per  essere autorizzati  a  entrare in  Cecenia, ma  e’

impossibile avere la certezza che  questi documenti ti coprano in ogni

situazione.  Qualche giorno  piu’ tardi  sperimenteremo di  persona il

valore aleatorio dei “pezzi di  carta”, quando, dopo essere entrati in

Cecenia gia’ tre volte, al quarto tentativo gli stessi permessi che ci

hanno  consentito  di raggiungere  Grozny  e  Urus-Martan non  saranno

sufficienti  nemmeno  per  superare  il  primo posto  di  blocco  alla

frontiera con l’Inguscezia.

Oltre a non consentirci l’ingresso  in Cecenia, in quella occasione le

autorita’  locali hanno anche  voluto che  ci identificassimo,  e dopo

aver  fatto una fotocopia  dei nostri  documenti uno  di noi  e’ stato

anche  interrogato da  un  funzionario dell’FSB,  il servizio  segreto

federale che ha preso il posto del KGB.

Rendt ci illustra anche il  meccanismo di funzionamento del sistema di

sicurezza  adottato da “Medici  Senza Frontiere”  a garanzia  dei suoi

operatori, una  complessa sequenza  di procedure per  fronteggiare con

risposte  immediate qualsiasi  tipo di  emergenza e  per  garantire un

contatto  continuo del  personale che  opera sul  posto  con l’ufficio

centrale di Mosca.

Tornando  a  casa,  dentro  di  me  si fa  strada  una  sensazione  di

piccolezza  rispetto  alla  grande  dimensione  dei  problemi  e  alla

complessita’  delle situazioni.  Aver  toccato con  mano la  grandezza

della colossale macchina  logistica delle organizzazioni umanitarie mi

da’  l’impressione che  la costruzione  della  Pace sia  una cosa  per

“addetti ai lavori”, una attivita’ riservata a pochi professionisti.

La  mia presenza in  Cecenia e’  stata anche  una lotta  contro questa

impressione, un modo per  affermare concretamente che anche le singole

persone,  senza  grandi  strutture  e con  poche  risorse  economiche,

possono  dare voce alle  vittime delle  guerre e  far fare  un piccolo

passo  indietro  alla  violenza,  prendendo  a  cuore  una  situazione

anziche’ girare la testa dall’altra parte. La storia non si costruisce

nei palazzi, ma per strada assieme alla gente.

DA MOSCA AL CAUCASO

Dopo la prima  serie di incontri a Mosca, un aereo  ci porta a Nazran,

la capitale dell’Inguscezia, che  sara’ la nostra “base operativa” per

tutti i giorni successivi. A partire da Nazran ci recheremo piu’ volte

in Cecenia,  accompagnati da alcuni  operatori umanitari che  fanno la

spola tra  l’Inguscezia e la  Cecenia per trasportare  aiuti destinati

alla popolazione civile.

Il  nostro  “partner  locale”  a  Nazran  e’  l’associazione  Memorial

(www.memo.ru), fondata a Mosca  dal dissidente russo Andrei Sacharov e

da  Sergei Kovaliev,  un  altro dissidente  del  regime sovietico  che

attualmente  e’ deputato  del  parlamento russo,  dopo aver  trascorso

diversi anni nei campi di concentramento all’epoca di Breznev.

Ad  accoglierci e’  Elisa,  una psicologa  che  trascorre meta’  della

settimana nei  campi profughi  dell’Inguscezia assieme ai  bambini per

curare i traumi  provocati dalla guerra, e dedica  l’altra meta’ della

settimana al lavoro principale di Memorial, l’ascolto dei profughi che

affidano all’associazione le loro testimonianze sui massacri di civili

compiuti  durante  la  guerra,  documentando  spesso  queste  violenze

brutali con foto  e filmati. Memorial ha aiutato  anche Mary Robinson,

commissario  delle Nazioni Unite  per i  diritti umani,  a raccogliere

documenti  e testimonianze  dirette  che sono  state utilizzate  dalla

Robinson nel suo rapporto  sulla situazione in Cecenia presentato alle

Nazioni Unite.

I membri di  Memorial aiutano anche i profughi  a presentare presso la

Corte europea di  Strasburgo le denunce in merito  alle violazioni dei

diritti umani subite nel corso della guerra.

LE CONDIZIONI DEI PROFUGHI

Secondo le  stime del ministero  russo per le situazioni  di emergenza

(Emercom)  il  numero  dei  profughi attualmente  ospitati  nei  campi

dell’Inguscezia  si  aggira   intorno  alle  180mila  unita’.  Qualche

migliaio di  profughi ha trovato  rifugio anche negli  altri territori

che  confinano  con la  Cecenia,  come  l’Ossezia  o il  Daghestan,  e

parecchie decine di migliaia di  persone si trovano nei campi profughi

della Cecenia.

I  campi in Cecenia  sono quelli  dove il  cibo, i  vestiti e  le cure

mediche arrivano piu’ difficilmente, poiche’ per problemi di sicurezza

e per  ostacoli burocratici gli operatori  umanitari hanno grossissime

difficolta’ a muoversi all’interno dei confini ceceni.

La scarsa  liberta’ di movimento  riduce la frequenza con  cui possono

essere trasportati gli aiuti e rende molto faticoso raggiungere alcuni

villaggi, soprattutto  quelli che si  trovano nelle zone che  non sono

ancora completamente  sotto il controllo delle forze  armate russe, ad

esempio i villaggi ai piedi  della zona montagnosa situata nella parte

sud  della Cecenia.  Proprio  in quelle  montagne, infatti,  avrebbero

trovato  rifugio  i  guerriglieri  ceceni,  e il  trasporto  di  aiuti

umanitari  alle  popolazioni civili  dei  villaggi  che circondano  le

montagne e’ attualmente una impresa quasi impossibile.

Le  organizzazioni   internazionali  presenti  sul   territorio  hanno

pochissimo  personale  estero  e  utilizzano molto  personale  locale,

proprio perche’ gli stranieri sono  molto piu’ visibili ed e’ per loro

maggiore il rischio di  attentati e rapimenti. Persino l’UNHCR, l’alto

commissariato  delle Nazioni Unite  per i  rifugiati, sta  cercando di

affrontare  l’emergenza  cecena  evitando  una  presenza  diretta  sul

territorio  del   personale  internazionale  e   affidando  gli  aiuti

umanitari a referenti locali distribuiti sul territorio.

Accanto  ai campi  “ufficiali”, esistono  anche  numerosi insediamenti

spontanei di  profughi, che  vivono in fabbriche  abbandonate, stalle,

capannoni o tendopoli che sorgono su territori messi a disposizione da

benefattori.

Uno degli insediamenti spontanei in  cui ci siamo recati, forse quello

in condizioni peggiori tra  quelli che abbiamo visitato, e’ costituito

da un gruppo di 2000 persone,  che a circa trenta chilometri da Nazran

ha occupato un terreno agricolo con una stalla e un capannone. Sia nel

capannone che  nella stalla sono state costruite  delle baracche fatte

di pezzi  di legno,  compensato e alcuni  mattoni tenuti  insieme alla

bell’e meglio con un po’  di cemento. Adulti e anziani hanno insistito

perche’ entrassimo  nelle baracche per  osservarle dall’interno. Nella

stalla il pavimento  delle baracche e’ rimasto lo  stesso impasto nero

di terra, fango e sporcizia  che prima dell’arrivo dei profughi veniva

calpestato dagli animali. In  questa fangopoli senz’acqua e senza luce

i  bambini giocano assieme  alle mucche  e ai  vitelli che  i profughi

hanno portato  con se’ durante  la loro fuga. Gli  operatori umanitari

fanno quello che possono, ma  purtroppo il loro lavoro e’ reso davvero

difficile dal grande numero dei rifugiati.

Oltre  alla solidarieta’  delle organizzazioni  umanitarie  i profughi

hanno potuto  contare anche sulla solidarieta’ spontanea  di una parte

della popolazione dell’Inguscezia. In diversi casi i rifugiati in fuga

dalla  Cecenia sono  stati ospitati  nelle case  di alcune  famiglie o

hanno trovato  delle persone  che hanno messo  a loro  disposizione un

capannone  o un fabbricato  dove gli  stessi profughi  hanno costruito

degli alloggi con materiale di fortuna.

Nonostante  queste forme  di  solidarieta’ spontanea  e nonostante  la

grande mole  di lavoro delle  organizzazioni umanitarie, si  fa ancora

fatica a soddisfare tutte le esigenze nate dall’emergenza della guerra

e dall’esodo  forzato di decine  di migliaia di persone.  A differenza

del Kossovo,  la Cecenia  non ha una  sua “missione Arcobaleno”,  e le

risorse a  disposizione per gli aiuti umanitari  destinati ai profughi

sono ancora scarse e non  sufficienti a coprire completamente tutte le

necessita’. I profughi  che vivono in Cecenia, a  differenza di quelli

dell’Inguscezia, oltre a subire  la conseguenza di questa scarsita’ di

risorse   sono  ulteriormente   penalizzati  a   causa   della  grande

difficolta’ a muoversi in territorio ceceno.

Dopo  un inverno  passato in  condizioni precarie,  i  profughi stanno

iniziando lentamente  a porsi il  problema del ritorno a  casa. Alcuni

sono riusciti  a fare avanti  e indietro dall’Inguscezia  alla Cecenia

per controllare di persona le condizioni del proprio villaggio o della

propria  casa, e  per il  momento sono  ancora pochi  quelli  che sono

riusciti a  rientrare. Alcuni profughi  non hanno nulla a  cui tornare

perche’  molti piccoli villaggi,  sospettati di  essere dei  luoghi di

rifugio per i  guerriglieri, sono stati interamente rasi  al suolo dai

bombardamenti. Anche molti abitanti di  Grozny non hanno piu’ una casa

a  cui fare  ritorno, a  causa dell’altissimo  livello  di distruzione

della citta’, che dopo due guerre e’ ormai quasi completamente ridotta

in polvere.

Un  altro  grande  problema  dei  profughi  riguarda  i  documenti.  I

ragazzini  che sono  scappati  dalla  Cecenia prima  dei  16 anni  non

avevano  ancora i  documenti, e  questo rende  piu’ difficile  il loro

rientro. Anche  una consistente percentuale degli adulti  e’ priva del

passaporto  o di  documenti validi  per il  rientro in  Cecenia. Molti

hanno solo dei pezzi di carta o dei certificati su cui risulta il loro

nome,  e  alcuni  non  hanno  nessun  tipo  di  documento  per  essere

identificati.  Tutti  hanno  perso  a  causa della  guerra  almeno  un

parente, un amico o una persona cara.

I bambini  sono una percentuale altissima della  popolazione dei campi

profughi,  e  sono  quelli  che  hanno  maggiormente  subito  i  danni

psicologici  causati dalla  guerra  e dalla  violenza.  Dopo la  prima

guerra in Cecenia, su una  popolazione di circa un milione di abitanti

c’erano circa 20  mila bambini che avevano perso  a causa della guerra

almeno  uno dei  due  genitori. Questa  cifra  e’ purtroppo  aumentata

notevolmente dopo  il secondo conflitto,  anche se non ci  sono ancora

cifre  ufficiali. Non  si  hanno  dati certi  neppure  sul numero  dei

bambini  resi  invalidi  a  causa  della  guerra.  Molti  psicologi  e

operatori con cui  siamo venuti in contatto nel  nostro viaggio, hanno

riscontrato  lavorando nei campi  profughi assieme  ai bambini  che le

difficolta’ piu’ grandi sono di tipo psicologico, e per chi e’ rimasto

in  Cecenia il  trauma  della  guerra continua  tuttora.  Di notte  e’

difficile  dormire a  causa  del rumore  dei  combattimenti, e  quando

l’artiglieria russa attacca i razzi passano sulla testa degli abitanti

dei  villaggi  ai  piedi  delle montagne,  generando  continui  traumi

psicologici.  Grazie  al  lavoro  di  riabilitazione  degli  operatori

umanitari, alcuni  bambini riescono ad avere un  aiuto qualificato per

guarire dal loro “invecchiamento psichico”, ma ogni volta che si fa un

passo avanti  basta anche  il rumore assordante  di un  elicottero che

vola a bassa quota per ritornare al punto di partenza.

I RACCONTI DEI PROFUGHI

Ad  ogni  nostra  visita  nei  campi profughi  la  gente  si  radunava

immediatamente intorno a  noi per capire chi fossimo,  per parlare con

noi, per farci delle domande e condividere con noi tutta la rabbia, la

sofferenza,  il dolore  e  l’angoscia accumulate  durante lunghi  mesi

segnati dalla guerra e dalle precarie condizioni di vita.

Ho  visto una donna  venirmi incontro  con un  bambino di  pochi anni,

molto timido  e restio  a farsi sollevare  la maglietta.  Sotto quella

maglietta  c’era una  cicatrice molto  larga e  lunga una  trentina di

centimetri, provocata,  stando al racconto della  donna, dalle milizie

russe. Nello  stesso campo  profughi un uomo  mi indica una  donna che

cammina con due stampelle. Mi raccontano che quella donna ha perso una

gamba e il  suo bambino per una bomba caduta vicino  a lei proprio nel

momento  del parto.  Sul  viso del  nostro  accompagnatore ceceno,  un

ragazzo di vent’anni anche lui rifugiato in Inguscezia, si dipinge una

smorfia  di  rabbia.  Piu’  tardi  mi  confida  che  davanti  a  certe

situazioni avrebbe  voglia di andare  a combattere anche lui  contro i

russi.  Mi chiedo  che alternativa  sta offrendo  a questo  ragazzo la

comunita’ internazionale  per soddisfare il suo senso  di giustizia in

un   modo   differente  dall'”occhio   per   occhio”  della   violenza

armata. Siamo anche  noi che mettiamo questi ragazzi  in condizione di

non avere altra alternativa che vincere o morire nella guerriglia.

I  profughi ci  hanno raccontato  anche dei  rastrellamenti effettuati

dall’esercito  russo  nei  loro  villaggi. Secondo  i  racconti  delle

persone  con cui  abbiamo parlato,  basta  un segno  sulla spalla,  un

taglio o un livido, magari  provocati dal lavoro o dal trasporto della

legna, per interpretare quel livido o quella ferita come l’effetto del

rinculo del  fucile o  la conseguenza di  un combattimento,  ed essere

identificato   come   un   guerrigliero.   Anche  un   documento   non

perfettamente  in  regola e’  sufficiente  per  essere segnalati  come

membri delle forze ribelli. E’ in questo modo che tanti ragazzi, anche

molto  giovani,  sono  stati  giustiziati  o  inviati  nei  “campi  di

filtraggio”, campi di concentramento  che finora nessun giornalista e’

riuscito  a vedere,  ne’ tantomeno  il commissario  ONU per  i diritti

umani.  Tutto quello  che si  sa dei  campi di  filtraggio si  deve ai

racconti  dei pochi  prigionieri  fuoriusciti che  sono fuggiti  dalla

Cecenia per  ricevere cure mediche  in Inguscezia, e che  affermano di

aver vissuto in condizioni disumane.

“Perche’ i  paesi pacifici non  ci aiutano? Perche’ nessuno  fa niente

per noi ?” E’ questo quello che ci chiedono queste persone assetate di

speranza. Ci  chiedono se  qualcuno di noi  puo’ portare  all’estero i

suoi bambini per le vacanze, perche’ “non e’ giusto che solo i bambini

di Cernobyl vadano  in Italia”. Molti di loro  sono anche sorpresi per

l’arrivo   di   alcune   persone   dall’Italia,  e   ci   invitano   a

tornare. “Vogliamo  che gli italiani  vengano a Grozny. Era  una bella

citta’, prima che la distruggessero”.

In  un  altro insediamento  di  profughi  ci  raccontano che  i  russi

avrebbero  utilizzato bombe  in  grado di  penetrare  nel terreno  per

parecchi metri, bombe in grado di distruggere le fondamenta delle case

e i locali sotterranei dove le persone credevano di trovare rifugio.

Dopo alcuni giorni in Inguscezia,  due di noi sono riusciti ad entrare

in    Cecenia   per   partecipare    ad   un    incontro   organizzato

dall’amministrazione  federale  russa   per  la  Cecenia,  l’organismo

ufficiale che esercita il  controllo amministrativo sul territorio per

conto delle autorita’ federali. A  questo incontro, che si svolge ogni

settimana  nella   citta’  di  Urus-Martan,  sono   invitati  tutti  i

rappresentanti delle organizzazioni  umanitarie. Dopo il meeting siamo

riusciti ad ottenere dalle autorita’  il “Propusk”, un permesso che in

teoria permetterebbe la  libera circolazione degli operatori umanitari

in Cecenia, in pratica e’ solo  una chance in piu’ di passare un posto

di blocco.

Grazie a questi permessi siamo  riusciti a visitare alcuni campi della

Cecenia, tra cui i campi di Sernovodsk e Assinovskaya. Ad Assinovskaya

i  profughi  ci  hanno  confermato  con  i loro  racconti  e  le  loro

testimonianze un  episodio riportato anche nel  rapporto sulla Cecenia

dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani. Questi profughi, mentre

fuggivano dal  centro del paese,  hanno incontrato un posto  di blocco

oltre  il quale  era impossibile  passare, dal  momento che  la Russia

aveva   temporaneamente  chiuso   la  frontiera   tra  la   Cecenia  e

l’Inguscezia.  La  colonna  di   profughi,  rimasta  bloccata  tra  la

frontiera chiusa e l’epicentro dei combattimenti, e’ stata costretta a

fermarsi  e per  diversi giorni  le persone  hanno vissuto  per strada

dormendo   nelle  macchine   e   negli  autobus   utilizzati  per   la

fuga.  Nonostante  fossero li’  da  diversi  giorni,  e nonostante  le

autorita’ fossero perfettamente al corrente che si trattava unicamente

di civili, l’aviazione,  stando a quanto affermano le  persone con cui

abbiamo parlato, avrebbe bombardato a piu’ riprese l’intera colonna di

profughi.

GROZNY

Lunedi’ 29 maggio  siamo entrati a Grozny assieme  ad alcuni operatori

umanitari   che   sono  in   contatto   con   alcune  famiglie   della

citta’.  Subito dopo  il  primo  posto di  blocco  alla frontiera  con

l’Inguscezia  il paesaggio  cambia bruscamente.  Ai lati  delle strade

iniziano ad apparire  bunker fatti con sacchi di  sabbia, carri armati

seminterrati a  protezione delle barricate,  mezzi cingolati, fortini,

torrette  e ogni  genere di  costruzione  militare. La  strada che  da

Nazran porta a Grozny e’ praticamente  un unico posto di blocco, e non

si  fa  in   tempo  a  passare  i  controlli   di  un  checkpoint  che

all’orizzonte     appare     subito     un’altra     postazione     di

controllo. Guardando  i campi di papaveri schiacciati  dai cingoli dei

carri  armati russi  ho pensato  subito ai  papaveri della  “guerra di

Piero” di Fabrizio de Andre’.

Arrivati a meta’ del percorso i soldati ci fanno segno di fermarci. La

strada e’ bloccata. “They’re  checking people”, stanno controllando le

persone, mi spiega  l’uomo che ci accompagna. Penso  ai racconti fatti

dai  profughi  sui rastrellamenti  e  i  controlli  dei documenti  nei

villaggi della Cecenia, e mi chiedo  che cosa stia accadendo al di la’

di quel blocco stradale che ci impedisce il passaggio. Dopo piu’ di 40

minuti, quando ormai inizio a  pensare che saremmo tornati indietro, i

soldati  ci  fanno segno  che  possiamo  ripartire.  Anche al  ritorno

incontreremo un blocco stradale, che ci costringera’ ad una deviazione

attraverso  il  villaggio   di  Ackhoi-Martan.  Dal  finestrino  della

macchina guardo  le facce dei  soldati. Molti sono appena  dei ragazzi

con    il    giubbotto   mimetico    pieno    di   caricatori    della

mitragliatrice. Ragazzini con gli occhi  freddi e con tanta paura, che

non  dovrebbero avere  in  mano  un fucile,  ci  fanno scendere  dalla

macchina, ci  guardano i documenti,  fanno la faccia cattiva  piu’ per

abitudine che  per convinzione. Guardo  questi ragazzi e mi  sembra di

guardare  l’altra faccia  della  guerra, le  altre  vittime di  questa

violenza  assurda.  Qualche giorno  piu’  tardi,  rientrando a  Mosca,

capiro’ meglio lo  sguardo di quei ragazzi, grazie  ad un incontro con

il comitato delle madri dei soldati russi.

Non solo in  Cecenia, ma in tutti i “punti caldi”  della Russia in cui

sono in corso dei conflitti, ragazzi poco piu’ che adolescenti vengono

mandati  a combattere con  gravissimi danni  psicologici e  fisici. La

maggior parte dei soldati, rientrando  dalle zone di guerra, soffre di

gravi  disturbi mentali e  ha forti  problemi di  disadattamento. Dopo

essere  stati  dipinti  come  eroi  di guerra  dai  giornali  e  dalla

televisione, questi ragazzi faticano moltissimo a trovare qualcuno che

voglia dargli la  possibilita’ di lavorare, dal momento  che in Russia

nessuno prende volentieri ex-soldati alle proprie dipendenze. Lo stato

garantisce una  buona assistenza  medica solo a  chi e’  ancora dentro

l’esercito, e  molti ex-soldati rimasti invalidi  in battaglia vengono

abbandonati a loro stessi senza  nessun tipo di cure, con una pensione

di  invalidita’ equivalente  a poche  decine  di migliaia  di lire  al

mese. Il comitato delle madri dei soldati, in occasione delle feste di

Natale, ha raccolto  le lettere dei soldati impegnati  nella guerra in

Cecenia, e rientrando a Mosca  i volontari del comitato hanno chiamato

le famiglie  dei ragazzi  per leggere le  lettere per  telefono. Molte

madri hanno viaggiato per parecchi chilometri fino a Mosca per entrare

in possesso del pezzo di carta scritto dal figlio.

Prima di leggere  l’assurdita’ della guerra tra le  macerie di Grozny,

la leggo negli occhi di questi  soldati bambini, e mi chiedo quale sia

la forza  maligna che  ha il  potere di trasformare  un ragazzo  in un

criminale di guerra. Penso a tutte le vittime civili della Cecenia, ai

bombardamenti indiscriminati  sui villaggi,  a tutti i  racconti fatti

dai profughi, e guardo le armi,  le pistole, i pugnali, le granate, le

mitragliatrici in mano a soldati molto piu’ giovani di me.

Dopo una  serie infinita di controlli  e posti di  blocco arriviamo in

prossimita’ di  Grozny. Una  lunga colonna di  fumo nero ci  indica il

luogo in  cui sorge la  raffineria, ormai completamente  distrutta. Il

fumo, ci dicono, e’ provocato da petrolio in combustione che fuoriesce

dagli  oleodotti bombardati.  Raggiungiamo  una famiglia  in una  zona

periferica della citta’, una famiglia che ha deciso di non muoversi da

casa sfidando  le bombe  e le razzie.  L’orto piantato in  inverno sta

iniziando a produrre dei frutti, e  a Grozny mangio le cose piu’ buone

di tutta la  mia permanenza in Russia. L’ospitalita’  delle persone e’

eccezionale, e  quel giorno festeggiamo insieme l’arrivo  del gas, che

mancava da prima dell’inverno. Mentre ci raccontano dei bombardamenti,

guardo i muri della loro casa  riparati col fango, e provo allo stesso

tempo  un senso  di ammirazione  e di  vergogna nel  vedere  la grande

dignita’ di  queste persone e nel  sentirmi ingiustamente privilegiato

rispetto  a loro. Alcuni  vicini mi  portano a  visitare le  loro case

danneggiate dalle bombe, e mi  chiedo che senso abbia il bombardamento

di un intero quartiere residenziale privo di qualsiasi installazione o

struttura che potrebbe rivestire un’importanza strategica o militare.

Ci  spostiamo nel centro  della citta’.  I controlli  sono fittissimi,

c’e’ un  posto di blocco praticamente  ad ogni angolo di  strada, e il

livello di  distruzione delle case e  dei palazzi e’  talmente alto da

risultare angosciante e opprimente.  Prendo una nota sul mio taccuino:

“Fino  ad  oggi  non  avevo  ancora  capito fino  in  fondo  il  senso

dell’espressione ‘cumulo  di macerie’. Oggi posso  esprimere lo stesso

concetto con  una sola parola: GROZNY”.  In mezzo a  queste macerie le

poche  migliaia di persone  rimaste in  citta’ hanno  improvvisato una

economia primitiva,  fatta di bancarelle che vendono  pomodori e pesce

secco,  signore che  vendono  i  cipollotti del  loro  orto stesi  sul

marciapiede  sopra un  fazzoletto,  negozietti che  espongono i  pochi

pezzi di carne che riescono ad arrivare in citta’.

I  palazzi   in  condizioni  migliori  sono  quelli   che  sono  stati

semplicemente bombardati senza essere crollati, e la distruzione della

seconda  guerra si  sovrappone a  quella della  prima. Ci  rechiamo in

diversi punti della citta’, e  ci rendiamo subito conto che non esiste

nessuna zona di Grozny che non abbia subito gli effetti disastrosi dei

bombardamenti.  Alcune case non  appaiono distrutte,  ma semplicemente

incendiate e saccheggiate. Ci  raccontano del doppio saccheggio subito

da una signora anziana che ha ricevuto in un primo momento la “visita”

dei  guerriglieri ceceni  e in  seguito ha  dovuto subire  una seconda

razzia da parte dei soldati russi. La gente, schiacciata in mezzo allo

scontro tra  truppe russe e  guerriglieri, e’ semplicemente  stanca di

tutta questa  distruzione assurda. Ci raccontano che  adesso le strade

sono state “ripulite”, ma  che nei giorni immediatamente successivi ai

bombardamenti il transito delle  macchine per strada era impossibile a

causa delle macerie e dei cadaveri che ostruivano il passaggio.

Tornando indietro sulla strada che ci riporta a Nazran, osserviamo una

scritta rossa dipinta dai soldati sul muro di una casa: “Il terrorismo

e’ la  malattia, noi siamo la cura”.  Una “cura” che ha  raso al suolo

una  citta’  di 400  mila  abitanti,  dove  adesso vivono  solo  poche

migliaia di persone.

Dopo una seconda serie di  controlli ai posti di blocco, rientrando in

Inguscezia mi accorgo che vedere una strada libera fino all’orizzonte,

senza sbarramenti, barricate o carri armati e’ una immagine che mi da’

un grande senso di sollievo.

LA SITUAZIONE ATTUALE

All’interno dei  confini della Cecenia  non esiste al  momento nessuna

presenza stabile  di volontari  o di operatori  umanitari, e  tutte le

organizzazioni  che  si  occupano  dell’assistenza  ai  profughi  sono

costrette  a fare  la spola  dall’Inguscezia alla  Cecenia  con viaggi

periodici, che iniziano e terminano nella stessa giornata, per fornire

assistenza medica  e trasportare cibo, medicine e  vestiti. Al momento

nessuna associazione o organizzazione  italiana e’ presente in Cecenia

o in Inguscezia.  Le scarse condizioni di sicurezza,  il protrarsi dei

combattimenti,  l’assenza di  una volonta’  politica per  agevolare il

lavoro degli  operatori umanitari  e gli ostacoli  burocratici rendono

impossibile una presenza  continuativa in Cecenia delle organizzazioni

non governative. Le conseguenze di questa ridotta mobilita’ e liberta’

di azione  ricadono in  primo luogo sui  rifugiati presenti  nei campi

profughi  della  Cecenia,  che  vengono doppiamente  penalizzati,  sia

perche’ ricevono aiuti con meno  frequenza e con piu’ difficolta’, sia

perche’   una  presenza  stabile   di  operatori   internazionali  sul

territorio  ceceno  potrebbe   garantire  ai  profughi  condizioni  di

sicurezza leggermente migliori, con un effetto deterrente che potrebbe

impedire  eventuali “sbavature” nella  condotta dell’esercito  russo e

vessazioni sulla popolazione civile.

Le Nazioni Unite

Il World  Food Program, l’Unicef e l’Alto  commissariato delle Nazioni

Unite per  i rifugiati (UNHCR),  sono le tre organizzazioni  che fanno

capo alle  Nazioni Unite attualmente impegnate  nella realizzazione di

progetti  medici,   alimentari,  sanitari  ed   educativi  rivolti  ai

profughi.   Anche  queste   organizzazioni   stanno  adottando   delle

modalita’operative che  permettono di far arrivare  aiuti umanitari in

Cecenia senza una presenza fissa sul posto, utilizzando organizzazioni

e personale  locale incaricato  della ricezione e  della distribuzione

degli aiuti.

Gli osservatori internazionali.

La  presenza  di osservatori  internazionali  in  Cecenia, piu’  volte

invocata  dai  governi dei  paesi  occidentali,  non  e’ ancora  stata

autorizzata dalle  autorita’ della Federazione  Russa. Questa presenza

potrebbe garantire ai profughi  un notevole beneficio, con il triplice

effetto di  dare maggiore sicurezza  ai civili, ridurre gli  abusi dei

militari  e   fornire  informazioni  dirette  e   non  filtrate  sulla

situazione della  Cecenia, sulle violazioni dei diritti  umani e sulle

condizioni  di vita dei  profughi. Oltre  alla difficolta’  di recarsi

personalmente in Cecenia, gli osservatori internazionali delle agenzie

di monitoraggio  per i diritti umani sono  anche fortemente ostacolati

dalle  autorita’ russe.  Il  30  maggio 2000  un  rapporto di  Amnesty

International  sulla situazione dei  diritti umani  in Cecenia  non ha

potuto  uscire dalla  Russia insieme  alla ricercatrice  che  lo aveva

realizzato,  poiche’ e’  stato sequestrato  all’aeroporto di  Mosca in

quanto ritenuto “propaganda anti-russa”.

I mezzi di informazione

La Cecenia  e’ praticamente off-limits  anche per i giornalisti  e gli

operatori  dei  mass-media.   Per  loro  e’  praticamente  impossibile

lavorare  liberamente  al di  fuori  delle  rare  “visite guidate”  in

Cecenia  organizzate dai militari  russi per  accontentare la  sete di

informazioni   delle  agenzie  internazionali.   A  causa   di  questa

difficolta’ oggettiva incontrata dagli operatori dell’informazione, in

occidente   arrivano   informazioni   scarse  e   distorte,   prodotte

utilizzando fonti polarizzate  che non sono in grado  di garantire una

effettiva obiettivita’  ed equidistanza dalle parti  in conflitto, una

obiettivita’ ed una equidistanza che potrebbero essere garantite dalla

presenza  di giornalisti  indipendenti  in grado  di  muoversi con  un

sufficiente grado di liberta’.

Crimini di guerra

Le gravi violazioni dei diritti umani avvenute nel corso della seconda

guerra in Cecenia  sono state documentate in un  rapporto del 5 aprile

2000 presentato da Mary Robinson, Alto Commissario delle Nazioni Unite

per  i diritti  umani, un  rapporto passato  inosservato sui  mezzi di

informazione  italiani.  In   questo  rapporto,  disponibile  in  rete

all’indirizzo  http://www.reliefweb.int,  sono  documentati  gli abusi  e  le

violenze  compiuti  dall’esercito   federale  russo  e  dalle  milizie

cecene.  Per quanto riguarda  i russi,  nel rapporto  vengono raccolte

testimonianze dettagliate su esecuzioni di massa in cui hanno perso la

vita bambini e anziani, bombardamenti a tappeto su colonne di profughi

in  fuga,  fosse  comuni,  torture.  Il rapporto  evidenzia  anche  le

violazioni dei  diritti umani commesse  a danno della  popolazione del

Daghestan ad  opera delle milizie  cecene durante il  raid dell’agosto

’99.  La Robinson  sottolinea nel  suo rapporto  la necessita’  di una

risposta piu’  consistente da parte delle  autorita’ della Federazione

Russa  per individuare  e  processare i  responsabili  dei crimini  di

guerra, e  auspica una soluzione pacifica del  conflitto attraverso un

negoziato. Un’altro punto chiave di questo documento e’ l’invito fatto

alla Federazione Russa per la creazione di una commissione d’inchiesta

nazionale indipendente che abbia il compito di indagare sui crimini di

guerra commessi  in Cecenia,  e che dovrebbe  collaborare strettamente

con la rispettiva commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani.

LE PROSPETTIVE

La  situazione attuale in  Cecenia non  e’ tale  da far  prevedere una

soluzione a breve  termine del conflitto. Dal punto  di vista militare

si  e’ creato uno  stallo con  l’individuazione di  due nette  zone di

influenza controllate dalle due parti in conflitto. Il nord e la parte

pianeggiante   centrale  della   Cecenia   sono  ormai   completamente

presidiate dalle  forze armate russe, mentre la  zona montagnosa nella

parte   meridonale   viene   descritta   come  la   roccaforte   della

guerriglia. Anche se lo scontro armato non e’ piu’ cosi’ violento come

nei  mesi precedenti,  la  guerra continua  a mietere  quotidianamente

nuove vittime tra  militari e civili. Il problema  dei profughi non e’

certamente di facile soluzione,  anche in considerazione del fatto che

interi  villaggi   sono  stati  completamente  rasi  al   suolo,  e  i

sopravvissuti ai raid aerei compiuti  su quei villaggi ormai non hanno

piu’  una casa dove  ritornare. Anche  per gli  abitanti di  Grozny il

rientro si prospetta difficile e non immediato, dal momento che interi

quartieri  della citta’,  soprattutto  nel centro,  sono diventati  un

ammasso  di  rovine  e  il  grado  di  distruzione  e’  altissimo.  Le

aspirazioni dei  civili e dei  profughi sono ormai  lontanissime dalle

posizioni   dei   guerriglieri.  L’unico   desiderio   e’  quello   di

ripristinare la pace e di vivere in condizioni di sicurezza.

Per  il  raggiungimento di  una  pace  dignitosa  in Cecenia  e’  poco

realistico sperare  che il nostro Paese eserciti  delle forme efficaci

di  pressione sulla  Federazione Russa,  che  vadano al  di la’  delle

semplici dichiarazioni di principio.

I  legami politici,  economici  e militari  che  legano l’Italia  alla

Russia  sono  ormai troppo  saldi  per  essere  spezzati dal  “piccolo

contrattempo” rappresentato dal sangue  di migliaia di vittime civili,

da duecentomila profughi ammassati  in Inguscezia e da altre centinaia

di migliaia di  civili che in Cecenia vivono  nel terrore praticamente

al  limite   della  sopravvivenza.  Le   recenti  visite  diplomatiche

effettuate  da  Vladimir  Putin  e l’ottima  accoglienza  ricevuta  in

Vaticano e al  Quirinale non potranno far altro  che rafforzare questi

legami.

L’Eni,  Ente  Nazionale  Idrocarburi,  e’  attualmente  il  principale

partner industriale e commerciale della Russia, con un flusso annuo di

capitali  pari a  circa 2  miliardi di  dollari. Nel  corso  della sua

visita  a  Roma  Vladimir  Putin ha  piacevolmente  chiacchierato  con

Vittorio   Mincato,  presidente   dell’Eni,  del   futuro   di  questa

collaborazione. Putin,  inoltre, ha appena firmato a  nome del governo

russo un  accordo con  Mediobanca per la  concessione di una  linea di

credito da  1 miliardo e mezzo  di dollari, destinato  a finanziare la

creazione  di societa’ a  capitale misto.  Il 7  giugno 2000  Putin ha

incontrato  a  Roma  anche   Gianni  Agnelli,  Paolo  Fresco  e  Paolo

Cantarella  per  discutere  degli  accordi commerciali  relativi  alla

produzione di  tre modelli Fiat  (Palio, Siena e Palio  Weekend) nelle

fabbriche russe  di Nizhnj Novgorod.  A questo bisogna  aggiungere gli

accordi di  cooperazione militare con la Russia  ratificati a dicembre

del 1999  dalla Camera dei Deputati,  proprio mentre erano  in corso i

bombardamenti con cui la Russia ha devastato Grozny e molte altre zone

della  Cecenia, causando  migliaia di  vittime civili  e  centinaia di

migliaia di profughi.

Quanto vale la  vita dei profughi ceceni di  fronte a queste colossali

manovre ? Una  misura del valore economico della vita  ce l’ha data un

funzionario  delle  Nazioni Unite  che  abbiamo  incontrato al  nostro

rientro a Mosca.  Molto onestamente e senza mezzi  termini ci ha fatto

presente un  altro dei problemi  di sicurezza legati alla  presenza di

volontari  stranieri in  Caucaso: “non  aspettatevi aiuto  dal governo

italiano o  dall’ambasciata. Se vi accade qualcosa  e’ molto probabile

che decidano di sacrificare la vita  di tre o quattro italiani in nome

di un quadro piu’ grande”. Mentre dice queste parole indica la cartina

della  Federazione  Russa,  e  capisco  che  i  rapporti  diplomatici,

economici e politici che legano il  mio Paese ad un governo che ordina

bombardamenti a tappeto  su colonne di profughi in  fuga fanno davvero

parte di  “un quadro piu’ grande”, un  quadro in cui la  mia vita vale

meno di zero. Per la prima volta  dal mio arrivo in Russia la paura si

fa  strada dentro di  me. Fino  ad allora,  soprattutto prima  del mio

ingresso a Grozny, avevo  provato molta ansia, inquietudine e angoscia

di fronte ai rischi che correvo  e alla sofferenza dei profughi, ma la

vera  paura, un  vuoto nero  e orribile  che ti  riempie il  petto, mi

aspettava  in un  tranquillo ufficio  di  Mosca di  una agenzia  delle

Nazioni Unite.  Per la prima volta  da quando sono nato  ho una misura

molto reale e tangibile del valore  della vita umana e della mia vita,

una  piccola  vita che  per  il mio  Paese  vale  meno di  Mediobanca,

dell’Eni e della Fiat.

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PARTE III – UNO SGUARDO ALL’ITALIA – CONSIDERAZIONI PERSONALI

La  guerra  in  Cecenia, con  le  sue  migliaia  di vittime  civili  e

centinaia  di migliaia  di  profughi, e’  tutt’altro  che un  semplice

“problema  interno” della  Federazione  Russa. Gli  effetti di  questa

combinazione  esplosiva di  interessi criminali,  politici, economici,

strategici e  legati al fondamentalismo religioso  possono essere tali

da  compromettere la  stabilita’ di  tutta  la regione  del Caucaso  e

dell’intera Europa Orientale. Anche l’Italia, che ha appena ratificato

nuovi  accordi di  cooperazione militare  con la  Russia, e’  in parte

complice  di questa  situazione:  per miopia  o  per calcolo  potremmo

renderci conto  delle nostre  responsabilita’ solo quando  sara’ ormai

troppo tardi.

Fermandomi a  riflettere sulle cause  sociali e sul  contesto politico

che hanno fatto  da sfondo alla guerra in  Cecenia, sono arrivato alla

conclusione che  il terreno fertile  che ha reso possibile  lo scoppio

della violenza  e’ stato un clima sociale  caratterizzato, tra l’altro

da  questi fattori:  sensazione  di insicurezza  dei cittadini  dovuta

all’illegalita’ diffusa,  perdita di autorevolezza  delle istituzioni,

mancanza  di  partecipazione diretta  alla  vita  politica del  paese,

perdita di fiducia nelle autorita’ dello Stato, assenza o inefficienza

degli  strumenti preposti  alla tutela  dei cittadini,  in  una parola

l’assenza o  la latenza  di quello che  in Italia viene  definito come

“stato di  diritto”. E’ questo il  clima che ha permesso  ad un potere

autoritario  di   insediarsi  stabilmente  alla   guida  della  Russia

trascinando la popolazione in due sanguinose guerre contro la Cecenia,

dove oltre a migliaia di civili  hanno perso la vita anche migliaia di

soldati russi.

In Italia lo stato di diritto  si esprime attraverso una fitta rete di

strutture e organismi  che proteggono e tutelano i  cittadini, come ad

esempio   le  istituzioni,  la   magistratura,  le   associazioni,  le

organizzazioni politiche e sindacali,  le forze dell’ordine, i servizi

di sanita’  pubblica, l’istruzione pubblica, le  strutture religiose e

le varie espressioni della societa’ civile.

Indubbiamente, anche nel nostro Paese  tutti i soggetti dello stato di

diritto non sono  immuni dalla corruzione, dai problemi  dovuti ad una

cattiva gestione o dall’influenza dei grossi gruppi di potere politico

ed  economico. Tuttavia,  in  Russia  e nel  Caucaso  questa “rete  di

protezione” dei cittadini si e’  smagliata molto di piu’ di quanto non

lo sia  in Italia, e ha  lasciato aperti dei buchi  dove hanno trovato

spazio  l’illegalita’, il  malgoverno,  la violenza  privata e  quella

delle istituzioni.

Il sintomo piu’ chiaro di questa  “assenza di stato” e’ la mancanza di

partecipazione  da   parte  dei  cittadini  alla   vita  politica  del

paese. Sentendosi  sempre piu’ delusi e sempre  meno rappresentati dai

loro  leader, gli abitanti  della Federazione  Russa hanno  iniziato a

perdere  le speranze di  cambiamento e  di giustizia  sociale maturate

dopo   il  crollo  del   regime  sovietico.   Gettando  la   spugna  e

rassegnandosi al meno peggio i cittadini della Federazione Russa hanno

delegato ad altri le  questioni di politica interna, ritenendo inutile

una partecipazione attiva alla politica,  dal momento che per molti il

passaggio  dal  regime  alla   democrazia  non  ha  comportato  nessun

cambiamento nel  tenore e nella qualita’ della  vita. Questo abbandono

della politica e  questo disinteresse per la “cosa  pubblica” e’ stata

la condizione fondamentale per un  nuovo rilancio del “pugno di ferro”

e della potenza militare  della Russia. Il giorno stesso dell’elezione

di  Putin  alla  presidenza  della  Federazione, la  marina  russa  ha

effettuato tre test  con missili balistici, di cui  due lanciati da un

sottomarino  nucleare,  per  una  dimostrazione di  forza  plateale  e

gratuita.

Aver toccato  con mano il clima  culturale, sociale e  politico che e’

alla base della  gestione del potere in Russia  mi ha fatto apprezzare

molto piu’ di prima i meccanismi democratici e lo stato di diritto che

fortunatamente  esistono ancora in  Italia, nonostante  gli innegabili

problemi e le eccezioni a  questo stato di diritto rappresentate dalle

condizioni   delle  strutture  carcerarie,   dall’inadeguatezza  delle

pensioni minime  e da  un servizio  sanitario che non  e’ in  grado di

coprire  totalmente  i bisogni  dei  cittadini,  soprattutto dei  meno

abbienti.

Dopo aver  vissuto qualche  settimana a Mosca  e in Caucaso,  oltre ad

apprezzare maggiormente il contesto legale e democratico italiano (pur

con i  suoi mille difetti) ho capito  che la guerra e  la violenza non

sono cose che  ci sono totalmente estranee, che  i semi dell’odio sono

presenti  anche nel nostro  paese. Ho  maturato la  consapevolezza che

negli italiani  non e’ presente nessun “anticorpo”  particolare che li

renda  immuni   dall’  orrore  della  guerra.  Non   siamo  un  popolo

“geneticamente”  pacifico,  ma rispetto  alla  Russia abbiamo  qualche

decennio in piu’ di democrazia alle spalle che ci protegge ancora (per

il  momento)  da derive  autoritarie  o  dalla  sfiducia totale  nelle

istituzioni  da   parte  dei  cittadini,   presupposti  indispensabili

all’esplosione violenta del disagio sociale.

In Italia  l’educazione alla  Pace e’ spesso  stata descritta  come un

educazione  all’internazionalismo, all’amicizia  con altri  popoli, al

rispetto delle  diversita’, alla  risoluzione dei conflitti  a livello

personale.  Sicuramente l’educazione  alla  Pace e’  tutto questo,  ma

tenendo conto  della situazione  particolare del nostro  Paese ritengo

che in Italia anche  l’educazione civica, l’educazione alla legalita’,

l’educazione   al  rispetto   delle  istituzioni,   l’educazione  alla

cittadinanza attiva e alla  partecipazione diretta alla gestione della

cosa   pubblica   siano  tutte   forme   di   educazione  alla   Pace,

indispensabili per prevenire  esplosioni di violenza collettiva simili

a  quelle che  hanno trascinato  la Russia  e la  Cecenia in  un nuovo

inutile massacro. In questo l’Italia ha avuto due grandi maestri: Aldo

Capitini, con i suoi “centri  di orientamento sociale”, dove i bisogni

e  le aspirazioni dei  cittadini trovavano  spazi per  esprimersi, per

progettare nuove  soluzioni e per incontrare le  istituzioni, e Danilo

Dolci,  che con  i suoi  “scioperi  al contrario”  e le  lotte per  la

dignita’  dei lavoratori contro  lo strapotere  della Mafia  ha saputo

risvegliare la coscienza civile di moltissime persone.

L’ambiente favorevole in cui e’  esplosa la guerra in Caucaso era gia’

segnato da molti anni  dalla violenza, dall’affermarsi della legge del

piu’ forte, dal banditismo e dall’attivita’ mafiosa, che hanno trovato

il loro terreno di coltura in uno stato autoritario, privo di garanzie

oggettive per  i cittadini che corrispondano ai  diritti sanciti sulla

carta.  In  questa  chiave  di  lettura, anche  nel  nostro  Paese  il

disinteresse  per la partecipazione  politica, il  calo dell’affluenza

alle  urne, il dilagare  del qualunquismo  che fa  comodo a  chi vuole

mantenere il potere e ha  bisogno del minor numero possibile di “teste

pensanti”, lo svuotamento dei  contenuti della politica e la riduzione

della  dialettica  tra  i  partiti  ad uno  scontro  sterile  di  tipo

calcistico  tra due schieramenti  opposti sempre  meno rappresentativi

del  paese  reale,  contribuiscono  a  creare le  condizioni  per  uno

svuotamento  dello stato  di diritto,  che e’  il primo  passo  per la

creazione di un regno del terrore simile a quello attualmente presente

in Caucaso.

Tutti   i  fenomeni  che   allontanano  la   gente  da   chi  dovrebbe

rappresentarla sono un serio rischio per la sicurezza, la stabilita’ e

la Pace nel nostro Paese.  Una analisi molto approfondita delle guerre

civili  e   dell’importanza  della  partecipazione   politica  per  il

mantenimento  della Pace e’  apparsa sul  numero 2/1999  della Rivista

“Aggiornamenti  Sociali”,  in  cui   si  legge  che  “L’esigenza  piu’

universale e’ quella della  partecipazione politica perche’ proprio il

monopolio del potere (…)  e’ solitamente responsabile di molte altre

disuguaglianze. (…) Poiche’ ogni caso di conflitto che abbiamo preso

in  considerazione  ha  alla   base  una  mancanza  di  partecipazione

politica,  questa puo’  essere  considerata una  norma universale  per

tutte le societa’ a rischio di guerra”.

Il miglior antidoto  contro l’anarchia mafiosa, la guerra  civile e la

violenza  privata e  istituzionale e’  la partecipazione  diretta alla

vita democratica  del paese  attraverso l’esercizio attivo  dei propri

diritti  di cittadino.  I diritti  democratici, i  diritti civili  e i

diritti umani non si stabiliscono una  volta per sempre su un pezzo di

carta, ma vanno affermati, declinati, conquistati e difesi giorno dopo

giorno,  nella vita  quotidiana, sul  posto  di lavoro,  a scuola,  in

ospedale, nelle strutture sanitarie, negli uffici pubblici e in ognuno

dei nostri ambiti di attivita’.

La “prevenzione  democratica” della  violenza e del  conflitto sociale

nel  nostro paese  e’ un  argomento  che non  compare nell’agenda  dei

nostri politici. Alcuni sintomi preoccupanti evidenziano un pericoloso

cammino in  direzione contraria a questa  prevenzione, uno scollamento

irreversibile della popolazione dal mondo sempre piu’ autoreferenziale

della politica di palazzo.

Negli  ultimi anni  la classe  politica italiana  ha sferrato,  sia da

destra che da  sinistra, alcuni duri attacchi allo  stato di diritto e

alla  stabilita’  pacifica dell’Italia,  sia  sul  fronte del  diritto

interno che su quello del diritto internazionale. Mi limito a citare i

due casi che a mio giudizio sono piu’ emblematici.

Dal punto di vista del  diritto interno, i continui attacchi verbali e

mediatici   sferrati  dagli   esponenti  del   polo  ai   danni  della

magistratura  rappresentano a  mio avviso  una  azione pericolosamente

eversiva, appoggiata da una  campagna mediatica (un esempio per tutti:

gli “sgarbi  quotidiani”) che ha gia’ attecchito  profondamente in una

buona  fetta  dell’opinione pubblica.  In  particolare, e’  abbastanza

grave che un candidato alla presidenza del consiglio abbia passato gli

ultimi anni  a screditare continuamente il  lavoro della magistratura,

basando  questi  attacchi  principalmente  su  presunte  “persecuzioni

personali”  e  non  su  problemi  collettivi  come  la  lunghezza  dei

processi, il collasso  del sistema carcerario o le  condizioni di vita

dei detenuti.

Se  il leader  del partito  italiano che  gode del  maggior  numero di

consensi  da  parte degli  elettori  scredita  l’intera categoria  dei

magistrati  e  distrugge la  gia’  scarsa  fiducia  dei cittadini  nei

confronti della  giustizia e  della magistratura, chi  potra’ impedire

che questa sfiducia si estenda  anche alle altre strutture dello stato

e che  la gente cerchi una  soluzione dei propri problemi  al di fuori

delle regole del gioco democratico ?

Se si afferma il principio che le vittime di sentenze ingiuste possono

farsi  giustizia  da sole  a  colpi  di  dichiarazioni televisive,  si

accetta in linea di principio che un cittadino possa cercare giustizia

da se’ al di fuori  delle istituzioni. In questo senso va riconosciuto

al senatore a vita Giulio Andreotti un buon senso di responsabilita’ e

un   buon  rispetto   delle  istituzioni   democratiche.  Riconducendo

all’interno  del  tribunale ogni  valutazione  sulla  sua innocenza  o

colpevolezza, Andreotti  ci ha  risparmiato la sua  “guerra mediatica”

contro i suoi accusatori, evitando di strumentalizzare il credito e lo

spazio di cui  gode presso la stampa e i  media italiani per affermare

la propria  innocenza fuori dal tribunale con  una serie interminabile

di interviste, dichiarazioni, attacchi verbali.

Farsi  giustizia  da se’  utilizzando  il  proprio  potere politico  e

mediatico rappresenta un grave  pericolo per la democrazia, perche’ si

apre la strada ad una  “giustizia extragiudiziaria” simile a quella di

chi si fa giustizia da se’ a colpi di lupara. Se si cerca giustizia al

di  fuori  delle  strutture  e   delle  regole  dello  stato  si  crea

quell’assenza  di  stato  e  quella  mancanza  di  credibilita’  nelle

istituzioni che sono i semi  da cui germoglia l’anarchia, la violenza,

il  banditismo,  la guerra.  Socrate  ha perso  la  vita  in nome  del

rispetto  della  legge.  Magari  non  possiamo  pretendere  la  stessa

coerenza  stoica  anche dai  nostri  politici,  ma perlomeno  possiamo

pretendere  che  i  nostri  governanti  alimentino  la  fiducia  nelle

istituzioni e  migliorino l’efficacia del  loro funzionamento anziche’

distruggere la  credibilita’ di uno dei tre  poteri fondamentali dello

stato.

Il secondo grave attentato  alle istituzioni democratiche e al diritto

internazionale e’  rappresentato a mio avviso dalle  modalita’ e dallo

svolgimento  della recente  guerra  nel corso  della  quale gli  aerei

italiani hanno bombardato la  Repubblica Federale di Jugoslavia. Al di

la’  di  ogni valutazione  sul  valore  etico,  sulla utilita’,  sulla

necessita’ o sulla opportunita’ della  guerra, c’e’ da dire che questa

guerra, giusta  o meno che  fosse, ha costituito una  grave violazione

dell’ordinamento  interno e del  diritto internazionale,  sferrando un

grave colpo  alla credibilita’ e all’autorita’ delle  Nazioni Unite in

materia di ingerenza umanitaria. Si e’ affermato in linea di principio

che una  alleanza di 19  paesi puo’ farsi  giustizia da se’ a  nome di

tutti  i  paesi  del  mondo.   Per  rispettare  le  regole  del  gioco

democratico  e  del  diritto  internazionale,  sarebbero  bastati  tre

semplici  accorgimenti.  Innanzitutto  un  intervento  armato  avrebbe

dovuto  essere  subordinato  ad   una  risoluzione  del  consiglio  di

sicurezza  delle Nazioni  Unite.  Anziche’ affrontare  alla radice  il

problema   della   democratizzazione    delle   Nazioni   Unite,   con

l’eliminazione del diritto  di veto grazie al quale  la Russia avrebbe

potuto bloccare  una risoluzione contro la Jugoslavia  (lo stesso veto

che rispetto  alle violazioni dei  diritti umani consente agli  Usa di

proteggere  la Turchia e  alla Cina  di proteggere  se stessa),  si e’

preferito far  decollare i  bombardieri senza autorizzazione  da parte

dell’ONU, svuotando  il consiglio di  sicurezza della sua  autorita’ e

del suo ruolo di arbitro al di sopra delle parti in merito ai problemi

di sicurezza internazionale legati al rispetto dei diritti umani.

La seconda  cosa da  fare per rientrare  all’interno delle  regole del

diritto sarebbe stata  far deliberare alle camere lo  stato di guerra,

anziche’  arrogare al  governo  l’autorita’ di  deliberare un  attacco

militare  contro uno  stato estero.  In merito  a questa  obiezione le

giustificazioni presentate  sono state  due: quello che  abbiamo fatto

non  e’   una  guerra  e  un  dibattito   parlamentare  successivo  ha

legittimato  l’azione militare.  In  merito alla  prima obiezione,  la

discussione sulla  definizione del nostro  intervento sulla Repubblica

Federale  di Jugoslavia  potrebbe  durare all’infinito.  Personalmente

ritengo  che  se  alcuni  velivoli  italiani  sganciano  ripetutamente

materiale esplosivo ai di fuori  dei confini nazionali, questo tipo di

attivita’  possa  a  pieno  diritto  rientrare  nella  definizione  di

guerra. Riguardo al dibattito parlamentare avvenuto a bombardamenti in

corso, va detto  che l’ordine del giorno di quel  dibattito non era la

deliberazione  dello  stato  di  guerra ma  l’approvazione  di  alcune

mozioni in cui  si facevano varie proposte per  la condotta futura del

governo: sospensione  dei bombardamenti  o “soluzione mista”  fatta di

bombe e diplomazia.  Alla fine ha vinto l’opzione  del “doppio fronte”

militare e diplomatico,  ma cio’ nonostante lo stato  di guerra non e’

mai stato deliberato.

La   terza  violazione  del   diritto  legata   a  questa   guerra  e’

rappresentata   dal  ruolo   offensivo  e   non   difensivo  ricoperto

dall’aviazione italiana, un  ruolo offensivo che contrasta apertamente

con  il  ripudio della  guerra  come  strumento  di risoluzione  delle

controversie  sancito dall’articolo 11  della Costituzione.  Mentre la

guerra  contro la  Repubblica  Federale di  Jugoslavia  era ancora  in

cantiere, in un documento  prodotto dal governo, durante la presidenza

di Romano  Prodi, era stato  chiaramente definito il ruolo  di “difesa

integrata”  assegnato   alle  forze  armate  italiane,   e  i  vincoli

costituzionali  che limitavano  la  possibilita’ di  azione alla  sola

difesa.  Successivamente,  con il  nuovo  governo  guidato da  Massimo

d’Alema,  questo ruolo  e’  stato progressivamente  modificato, e  gli

aerei  italiani hanno  effettuato a  piu’ riprese  incursioni  aeree e

bombardamenti  sul  territorio  della  Jugoslavia, secondo  quanto  ho

potuto  personalmente  appurare da  fonti  dirette  e coinvolte  nelle

azioni militari.

Alla luce di questi due esempi appare chiaro come la destabilizzazione

delle  istituzioni  nazionali   e  internazionali  sia  un  gravissimo

problema per la  nostra sicurezza e per il  nostro futuro. Subordinare

la giustizia nazionale alla sete di giustizia di una singola persona e

subordinare  la giustizia  internazionale alla  forza di  una alleanza

militare sono stati due gravi atti di destabilizzazione che alla lunga

rischiano di corrodere dal basso e dall’alto la rete di protezione dei

cittadini e le strutture di  tutela che oggi fortunatamente riescono a

contenere  il   disagio  sociale  e  i  conflitti   del  nostro  paese

all’interno  delle regole  del gioco  democratico. In  assenza  di una

forte consapevolezza del rischio di “russificazione” del nostro Paese,

nessuno puo’  dire cosa ci riserva  il futuro, e se  l’Italia del 2050

sara’ un paese prospero o  un deserto distrutto dalla violenza. Il mio

viaggio in Cecenia mi ha  fatto intravedere un futuro possibile per il

mio Paese, i miei cari, la mia  gente. Sta a noi fare in modo che quel

futuro non si avveri mai.

Carlo Gubitosa

Rimini/Mosca/Nazran/Grozny/Roma 18 maggio – 13 giugno 2000

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FONTI, DOCUMENTI E ARTICOLI UTILIZZATI PER LA STESURA DI QUESTO

DOSSIER

“Allarme nel Caucaso”. Alexei Malashenko, Le Monde Diplomatique –

ottobre 1999

Dossier Cecenia a cura della Caritas Ambrosiana – Area internazionale,

Novembre 1999. http://www.caritas.it/Ambrosiana/Cecenia/comunica.htm

“Repubblica Cecena, il conflitto risorto”. Comunicato della sezione

italiana di Amnesty International – novembre 1999.

“Disgregazione nel Caucaso e in Asia centrale. Perche’ Mosca rilancia

la guerra in Cecenia”. Jean Radvanyi, Le Monde Diplomatique – novembre

1999.

“Tra guerra in Cecenia e catastrofe sociale. A Mosca, una confusa

lotta di successione”. Boris Rakitski – Denis Paillard, Le Monde

Diplomatique – dicembre 1999.

“Tra guerra in Cecenia e catastrofe sociale. Gli errori dell’occidente

in Russia”. Jacques Sapir, Le Monde Diplomatique – dicembre 1999.

“Cecenia”. Ignacio Ramonet, Le Monde Diplomatique – febbraio 2000.

“Lontana Cecenia”. Annachiara Valle, Rivista del volontariato –

febbraio 2000.

“La Russia devasta la Cecenia e l’Italia le vende le armi. Le denunce

e le risposte”. Agenzia “Adista”, 25/3/2000.

“Vladimir Putin vince ma non convince”. Astrit Dakli, il Manifesto

28/3/2000.

“Un’elezione manipolata”. K.S. Karol, il Manifesto 28/3/2000.

“Guerra, un silenzio di tomba”. Editoriale di don Renato Sacco su

http://www.peacelink.it – marzo 2000.

“Prima la guerra, poi le elezioni”. Jean Radvany, Le Monde

Diplomatique – Marzo 2000.

“Cecenia, cronaca di tre anni caotici”. Isabelle Astigarraga, Le Monde

Diplomatique – marzo 2000.

“La spia che volle farsi Zar”. Luca Leone e Franco Fracassi,

Avvenimenti 2/4/2000.

“Il conflitto tra Mosca e Grozny. Una guerra lunga otto anni”. C.Fab,

Avvenimenti 2/4/2000.

“Ho visto in Cecenia”. Antonio Russo, Avvenimenti 2/4/2000.

“Cecenia ancora sotto i raid russi. Risoluzione Onu condanna Mosca:

violati i diritti umani”. Giovanni Bensi, Avvenire 26/4/2000.

“Putin: mano pesante sulla Cecenia”. Avvenire 28/4/2000

“Le tre facce della guerriglia. Indipendentisti, l’ala integralista e

il banditismo”. Giovanni Bensi, Avvenire 28/4/2000

“A chi interessa continuare la guerra”. Giovanni Bensi, Avvenire

28/4/2000

“Quanto costa un litro di benzina ? Una guerra in Cecenia !”. Achille

Lodovisi, Azione Nonviolenta – aprile 2000.

“Volontari dell’Operazione Colomba in Cecenia”. Daniele Aronne e

Andrea Pagliarani, Sempre (Mensile della Comunita’ Papa Giovanni

XXIII) – aprile 2000.

“Situation of Human Rights in Chechnya in the Russian Federation”.

Rapporto dell’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani

del 5/4/2000.

Cronologia dei conflitti in Cecenia (A cura della Cnn Italia), maggio

2000.

.html

“Cecenia, l’invenzione di una guerra”. Giulietto Chiesa, la Rivista

del Manifesto – maggio 2000.

“Cecenia: rapporto Amnesty sequestrato a aeroporto Mosca”. Agenzia

Ansa, 30 maggio 2000.

“Putin e’ un affare”. Francesco Paterno’, il Manifesto 7/6/2000.


La complicità dei governi occidentali nella guerra in Cecenia


In un articolo scritto prima del massacro di Mosca, Simon Pirani descrive le proteste in Inghilterra contro il coinvolgimento occidentale nella guerra al popolo ceceno sul giornale antifascista russo Tchelovchnost. Aprile 2002.

In Inghilterra una protesta tesa a denunciare la complicità dei governi occidentali nell’aggressione russa verso la Cecenia ha provocato una stizzita risposta del segretario generale della NATO, Lord Robertson.

Durante una visita a Mosca del Novembre del 2001, Robertson ha pubblicamente annunciato la nascita di una nuova alleanza tra l’amministrazione Putin e l’asse USA-Gran Bretagna, inoltre ha affermato che dopo gli attacchi a New York e Washington dell’11 Settembre “è necessario vedere il flagello del terrorismo in Cecenia da una nuova prospettiva” aggiungendo però che l’Occidente è ancora in “disaccordo” con i metodi adottati da Mosca nel conflitto.

Il quotidiano inglese Guardian il giorno dopo ha commentato: “a dispetto delle forti riserve espresse dai vertici delle forze armate russe Putin ha supportato senza riserve la campagna USA (NdT contro il “terrorismo”) e come ricompensa ha incassato il brusco cambiamento di valutazione dei due anni di conflitto in Cecenia. Fino ad ieri Putin era stato puntualmente accusato di sovrintendere alle atrocità commesse dall’esercito russo, ma adesso le cose sono cambiate come risulta evidente dalle parole pronunciate ieri da Lord Robertson”.

La Campaign to Stop the War in Chechnya ed altre organizzazioni britanniche, hanno denunciato che Robertson con queste dichiarazioni ha assicurato un forte sostegno a Putin, nel momento in cui alcuni esponenti dell’amministrazione russa ritengono che sia giunto il momento di avviare un dialogo con Aslan Maskhadov (NdT il presidente democraticamente eletto della Cecenia).

In una lettera al Guardian Sheila Malone (Campaign to stop the war in Chechnya), Bruce Kent (Campaign for nuclear Disarmament, il più grande gruppo pacifista del Regno Unito), Bob Myers (di Wokers Aid for Bosnia) e altri hanno denunciato che:

“l’esercito russo, responsabile di numerose violazioni dei diritti umani in Cecenia, sarà incoraggiato dalle dichiarazioni di Robertson secondo cui ‘è necessario vedere il flagello del terrorismo in Cecenia da una nuova prospettiva’. I leaders militari e i ‘falchi’ dell’amministrazione russa giustificano questi abusi, inclusi i massacri, stupri, torture e punizioni collettive verso i civili (secondo quanto riportato da Human Right Watch e varie ONG russe) con la scusa della ‘guerra al terrorismo’, Robertson li appoggia in maniera evidente nonostante un patetico accenno ad un “disaccordo” con i metodi adottati da Mosca. Il vergognoso discorso di Robertson è musica per le orecchie dei ‘falchi’ russi che alimentano politicamente o economicamente questo conflitto inumano e che sono alla ricerca di un pretesto per proseguire nei loro intenti. E’ un buon momento per coloro che ancora credono che la guerra Anglo statunitense al ‘terrorismo’ sia dettata da imperativi morali, piuttosto che da giochi di potere.”

Robetson successivamente ha scritto al Guardian attaccando i militanti contro la guerra per aver adottato “un alto tono morale” (?!), il segretario generale ha aggiunto che l’accusa mossagli è “basata su di una selettiva ed errata caratterizzazione del discorso che ho tenuto a Mosca” aggiungendo inoltre che “le relazioni con la Russia stanno evolvendo ad un nuovo livello, ma ciò non significa che non ci sono o non ci saranno critiche reciproche”.

Si deve ammettere che il sostegno di Gran Bretagna ed USA alla guerra di Putin, e la connessa ipocrisia circa i diritti umani, è una dura sorpresa. Del resto i governi di USA e Gran Bretagna hanno usato la “guerra al terrorismo” come scusa per calpestare molti principi concernenti i diritti umani, non solo per inviare prigionieri a Guantanamo Bay in un incredibile limbo legalizzato, ma anche per varare leggi di “emergenza” che sospendono varie libertà civili in patria (per esempio il metter mano alla normativa circa l’arresto dei sospetti).


Cecenia

Scheda

a cura di Paolo Bellini

La Cecenia è situata nel cuore della regione del Caucaso; confina a nord con il territorio russo di Stavropol e con il Daghestan (repubblica della Federazione russa), a est ancora con il Daghestan;
a sud con la Georgia (repubblica indipendente, ex repubblica federata dell’URSS), a ovest con l’Inguscezia e l’Ossezia del nord (entrambe repubbliche della Federazione russa).
La superficie è di 15.000 kmq.; la popolazione è di circa 1.200.000 abitanti. Capitale Grozny.
Dal punto di vista economico la Cecenia è importante per i pozzi petroliferi, le raffinerie e soprattutto perché attraversata da est a ovest da una oleodotto che unisce i ricchi campi petroliferi del Caspio al porto russo di Novorossisk sul mar Nero. Recentemente l’importanza dell’oleodotto è diminuita per la costruzione di un by-pass a nord che evita il territorio della repubblica e per l’utilizzo di un secondo oleodotto, a sud della Cecenia, che unisce i pozzi di Baku sul Mar Caspio al porto di Batumi sul Mar Nero, attraversando Azerbaigian e Georgia .

Fino al 1991 la Cecenia era una Repubblica autonoma nell’ambito della Repubblica Federativa Socialista Sovietica Russa, una delle 15 repubbliche federate costituenti l’URSS. Lo status di repubblica autonoma nell’ambito della RFSS russa era più che altro di valore amministrativo e lo si può paragonare a quello di una nostra regione autonoma.
Nel gennaio 1991 da “repubblica autonoma” diventò “repubblica”, cioè assunse uno status al quale corrispondeva un maggior grado di autogoverno (il grado di autonomia reale era contrattato dal governo centrale federale con ogni singola repubblica).

Il 19 agosto 1991 a Mosca ci fu un tentativo di colpo di stato da parte di comunisti conservatori. Il presidente dell’URSS Gorbacëv fu tenuto agli arresti domiciliari in Crimea, ma i golpisti furono sgominati in un paio di giorni. L’artefice principale della sconfitta dei golpisti fu il presidente della Repubblica Federativa Sovietica Russa, Eltsin(1).
In una delle repubbliche della RFSS Russa, la Cecenia-Inguscezia, un ex generale dell’aviazione, già comandante di una base in Estonia, Jokhar Dudaev (2) si oppose al soviet supremo della repubblica che aveva dato l’appoggio ai golpisti. Prese il potere a Grozny al comando di un gruppo di nazionalisti, indisse un referendum popolare per la proclamazione dell’indipendenza e per il conferimento a lui stesso della carica di presidente. Il referendum, che si tenne il 27 ottobre 1991 in condizioni sostanzialmente democratiche, diede l’investitura a Dudaev come presidente, con oltre l’80% dei voti. Egli proclamò l’indipendenza della Cecenia. Mosca considerò ciò un atto illegittimo: venne proclamato lo stato d’emergenza, annullato per altro dal parlamento russo, che invitò il governo a trovare una soluzione politica.
Nel marzo 1992 avvenne una divisione consensuale tra Cecenia ed Inguscezia e, mentre l’Inguscezia aderiva al trattato federativo russo, la Cecenia ribadiva la propria completa indipendenza (3).
Il governo federale russo in risposta effettuò un rigido blocco economico che, in pochi mesi, influì in modo molto negativo sulla produzione industriale ed agricola. Nell’aprile 1993 in Cecenia avvennero duri scontri con l’opposizione interna e Dudaev proclamò il coprifuoco, sciolse il parlamento e nominò un nuovo governo.
Nel settembre dello stesso anno a Mosca ci fu una grave crisi politica ed il parlamento russo presieduto da Khasbulatov (un ceceno che viveva a Mosca, ma non era legato agli indipendentisti ceceni) votò per la destituzione di Eltsin e, contemporaneamente, gruppi di militari assediarono alcuni centri del potere. La risposta di Eltisn fu l’attacco dell’esercito al parlamento, la sua occupazione ed il suo scioglimento. Il 27 dicembre ’93 fu eletto il nuovo parlamento russo ed approvata una nuova costituzione che conferiva al presidente vastissimi poteri.
Nell’ottobre del ’94 in Cecenia, anche a causa del deterioramento del tenore di vita dovuto al blocco economico che continuava, vi fu un tentativo di colpo di stato contro il governo Dudaev, che ebbe anche l’appoggio dell’aviazione russa, ma che fallì.
Dopo questi diversi tentativi russi, non riusciti, volti a far rientrare la secessione cecena, nel dicembre 1994 iniziò la prima guerra cecena con l’invasione della repubblica secessionista da parte dell’esercito federale. La guerra fu violenta, durissima, e colpì pesantemente la popolazione civile. Si parlò di 20.000 morti nei primi tre mesi (non vi sono, ovviamente, cifre ufficiali).
Nel mese di giugno ’95 un centinaio di guerriglieri ceceni, comandati da Šamil Basaev occupò un ospedale a Budënnovsk, cittadina del territorio di Stavropol, prendendo in ostaggio sia il personale medico e paramedico sia i pazienti (oltre mille persone). Chiedevano la fine dei combattimenti in Cecenia, il ritiro dei soldati federali dal paese e l’amnistia per i combattenti ceceni. Dopo un primo assalto delle forze speciali antiguerriglia, conclusosi in modo infelice con la morte di molti ostaggi, la Duma condannò l’assalto all’ospedale e l’allora primo ministro Cernomyrdin decise di iniziare le trattative. Gli ostaggi vennero rilasciati, al commando ceceno venne dato un lasciapassare e in Cecenia si ebbe una sospensione delle operazioni militari e l’inizio di trattative.
Queste si protrassero a lungo con incomprensioni ed inadempienze da entrambe le parti e con un lungo stillicidio di attentati, rappresaglie e scontri più o meno sporadici. In tale periodo, aprile ’96, Dudaev venne ucciso da un missile russo, mentre parlava ad un telefonino satellitare, e sostituito nelle sue funzioni dal comandante in capo delle forze indipendentistiche cecene Aslan Maskhadov.
Grazie al contributo fondamentale del generale Lebed, all’epoca capo del consiglio di sicurezza della Federazione Russa, venne raggiunto un compromesso e il 31 agosto 1996 vennero firmati gli accordi di pace di Khassviurt, firmati dallo stesso Lebed per la Federazione Russa e da Maskhadov per la Repubblica cecena. Gli accordi tuttavia non risolvevano chiaramente il nodo centrale dello stato giuridico della piccola repubblica (4).
Il 27 gennaio 1997 Maskhadov venne eletto presidente della Cecenia e il 12 maggio firmò con Boris Eltsin un accordo che rifiutava “per sempre” il ricorso alla forza per dirimere eventuali controversie tra Cecenia e Federazione Russa.
Tra il ’96 ed il ’99 il paese non fu completamente controllato dal governo locale e clan agivano in modo non conforme alle disposizioni del governo di Grozny. In particolare gruppi armati (sotto il comando di Šamil Basaev) nel corso del 1999 condussero delle azioni di guerriglia ai confini con le repubbliche della Federazione Russa culminate, nell’agosto, con lo sconfinamento in Daghestan. Questa azione, unita a misteriosi attentati che insanguinarono le città russe e subito attribuiti a terroristi ceceni, determinò l’inizio della seconda guerra cecena, tuttora in corso. Una guerra, se possibile ancora più feroce e terribile, una guerra di cui si sa poco, anche perché i giornalisti vengono allontanati o impossibilitati a svolgere la loro professione.

1. Poco dopo, probabilmente anche in relazione a questi avvenimenti, si ebbe la Dichiarazione di indipendenza delle 15 repubbliche federate, a cui per altro non seguì lo scioglimento immediato dell’URSS.
2. La Repubblica federativa socialista sovietica Russa tra le 15 repubbliche federate era la più importatnte dal punto di vista economico, la più grande (75% circa dell’intero territorio dell’URSS) e la più popolosa (circa 60% della popolazione complessiva). Essa era costituita da diversi soggetti con status giuridico diverso: repubbliche autonome, territori, province autonome, oblast, circondari nazionali.
3. Dudaev era nato in Asia centrale in seguito alla deportazione in massa, attuata da Stalin nel febbraio 1944, dei ceceni, degli ingusceti e di altri popoli accusati di collaborazionismo nei confronti dell’armata nazista.
4. Nel frattempo gruppi di Ceceni combatterono in Abcasia, repubblica autonoma della Georgia, a fianco dei secessionisti locali, contro l’esercito georgiano. Alla fine di settembre 1993 l’Abcasia, anche con l’aiuto di truppe russe, attuò la secessione dalla Georgia. Uno dei capi militari ceceni era Šamil Basaev che, per breve tempo, fu anche vice ministro della difesa della repubblica secessionista. Uno dei capi militari russi fu Surikov, agente del GRV (servizio segreto militare russo), consigliere del ministro della difesa dell’Abcasia per operazioni di intelligence e di sicurezza.
5. Negli accordi si prevedeva il ritiro completo delle truppe federali russe, la fine del blocco economico, forme di aiuto per la ricostruzione, e la sovranità della repubblica, senza tuttavia specificare se all’interno in qualche modo della Federazione Russa o completamente al di fuori di essa.
http://www.beati.org/bcpnews/03_gennaio/scheda_cecenia.htm 

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