Fisicamente

di Roberto Renzetti

PARTE SECONDA 

DIALOGO QUARTO

Nel quale si continua ad esporre il sistema di ottica del Neutono.

La seguente giornata trovavasi ancora lontano dal meriggio il sole, quando si levò la Marchesa: e senza darsi gran pensiero di quello che la mattina suol essere lo studio delle donne, mi mandò dicendo come era del piacer suo che, il più presto che per me si potesse, io mi rendessi nelle sue stanze. Io mi vi rendei senza indugio; ed ella, tosto che mi vide, si fece a dire così: – Vedete bel frutto che io colgo di cotesta vostra filosofia. Buona parte della notte ella mi ha tenuta desta, facendomi or l’una sponda cercare del letto ed or l’altra; e quando finalmente vinta dal sonno mi addormentai, immagini colorate, prismi e lenti, null’altro che quelle sperienze, che mi avete descritte ieri, andavami per la fantasia. – Madama, – io risposi – guardate il bell’onore voi mi fareste, se venissero a risapere che io non vi fo sognar d’altro che di prismi e di lenti. – Non dubitate – ripigliò ella subito – io pur aveva il pensiero a voi; io mi studiava d’imitarvi; e andava meco medesima fantasticando di recare anch’io alcuna novella prova nel sistema neutoniano. – E non era egli più naturale – io risposi – avere il pensiero al filosofo, e prescindere dalla filosofia? – Per la parte mia, – riprese a dir la Marchesa – era più naturale, il confesso, pensare a tutt’altro, che fatto non ho. Troppo male a proposito ho voluto inframettermi a cercare di quello che il trovarlo non era cosa da me. Una Bradamante o una Marfisa poteano sì bene entrare in lizza, e giostrare co’ paladini; ma una Fiordiligi dovea esser contenta a starsi sul suo ronzino, e lasciargli fare. Immaginate da questo, quale esser dovesse l’agitazione della mia mente, che si lasciò trasportare, io non so come, a così arditi ed elevati pensieri. – Alle grandi passioni, – io risposi – che più scaldano gli animi e gli mettono in azione, noi siamo debitori, anche nelle lettere, delle cose più belle: e ne’ tempi appunto che più bollivano le passioni nel mondo, nacquero la Iliade, l’Eneide, i poemi di Dante e del Miltono. Non so che di maggiore è forse nato la scorsa notte.

– Or vedete sconciatura – ella riprese. – Un raggio di sole, io diceva meco medesima, non è egli un fascetto, una moltitudine, una matassa di fili di diverso colore? E dallo essere i vari fili intrigati e mescolati insieme, non ne viene egli che bianca ne apparisca tutta la matassa? Ora chi potesse rimescolare, intrigare di bel nuovo insieme quei fili, dopo che d’insieme sono stati scompagnati, ne dovrebbe di bel nuovo risultare il bianco. Ma, per quanto io abbia pensato e ripensato al modo da tenersi per venire di ciò in chiaro, al come fare una tal prova, non mi è stato possibile di venirne a capo. – Per vostra gloria, – io ripresi – vi dee pur bastare, Madama, che potrete dire di aver pensato nello stesso modo appunto che pensò un Neutono: e ben poi si conveniva ch’egli vi liberasse dalla briga di mettere in esecuzione il pensiero. – E come ha egli fatto? – riprese a dir prestamente la Marchesa. – Più esperienze – io risposi – egli immaginò a tal fine; ed eccovene una. La immagine del sole dipinta dal prisma nella stanza buia, egli la faceva cadere sopra una lente convessa, affinché i raggi di diverso calore separati dal prisma fossero dalla lente raccolti nel foco, e quivi rimescolati insieme. – Verissimo: – disse prontamente la Marchesa – ecco, la lente intriga di nuovo ciò che avea strigato il prisma. Ma, ohimè! come a me non è bastato l’animo di farlol Tutte le cose, che bisognavano, io le avea innanzi; restavami solo a congegnarle insieme, e non ho saputo. – Ricordatevi, Madama, – io risposi – di quel facile, che è tanto difficile, ed è sempre ultima cosa che si trova. Gli antichi usavano improntar nomi e cifere con forme rilevate e gittate di metallo. Perché non fare di ciascuna lettera dello abbiccì parecchi simili impronti, accozzargli insieme, stampare? E forse non vi vollero tre secoli e più, dopo la invenzione degli occhiali, a fare il cannocchiale; cioè a congegnare a proporzionata distanza delle lenti, che tutto il mondo avea tra mano? e questo istesso, più che degli uomini, si può dire opera del caso. A uno indotto artefice di occhiali in Olanda venne un tratto veduta una così fatta combinazione di lenti, per cui gli oggetti per esse traguardati ingrandivano di molto, e ne venivano come trasportati più da vicino. Sparsosi di ciò confusamente il romore per tutta Europa, e pervenuto al Galilei, egli vi almanaccò sopra; trovò quale esser dovesse quella tal combinazione di lenti; e fabbricò il suo cannocchiale, con cui si mise tosto a ricercare il cielo, e vi scoprì quelle tante novità e maraviglie, da esso lui annunziate dipoi agli uomini sotto il nome di Messaggero celeste. Ma tali maraviglie ne sarebbono forse ancora nascoste, se all’occhialaio di Ollanda stato non fosse così benigno il caso.

– Veggo bene – disse la Marchesa – che voi mi volete consolata a ogni patto. Ma non è egli vero che quel luogo, dove concorrono i raggi colorati, è perfettamente bianco? – Così è – io risposi. – Bianco veramente si trova essere il bandolo della matassa, dove fan capo tutt’i fili. Non così tosto i raggi sono passati al di là della lente, che l’uno si accosta all’altro, incominciano a confondersi tra loro, sino a tanto, che incorporati tutti insieme, ne risulta una immaginetta tonda e bianca, o più presto tirante al doré, come era appunto la luce, innanzi che si scontrasse nel prisma. Tutto ciò si vede ponendo un cartoncino dopo la lente, e quindi via via rimovendonelo, e fermandolo finalmente nel luogo dove concorrono insieme e s’incrocicchiano i raggi. Che se viene ritirato più là, tornano a poco a poco a svilupparsi e a comparire di bel nuovo i vari colori della immagine. E ciò ben mostra che nel foco della lente nulla perduto aveano delle naturali loro qualità: ed è forza dire la ragion del candore, che quivi si osserva, non esser altro che l’aggregato di tutti i colori.

– Un tal fatto – entrò qui la Marchesa – dovevate naturalmente avere in vista, quando ieri mi diceste che la immutabilità del colore si mantiene anche allora che raggi di differenti specie si taglino tra loro. Se così non fosse, non si vedrebbono di bel nuovo comparire i colori del prisma di là del luogo ove si uniscono. – Su questa esperienza appunto, – io risposi – benché a ciò giustamente non intesa, era fondata la mia asserzione; poiché in virtù del legame quasi geometrico che hanno tra loro le proprietà della luce, una sperienza del Neutono non si ristringe già essa d’ordinario a provare una cosa sola. – La filosofia del Neutono – disse la Marchesa  si direbbe che rassomigli alle guerre degli antichi, dove una sola giornata ch’e’ vincessero, eran soliti conquistare più di una provincia. – Quello che voi dite – io replicai – tanto più è giusto, Madama, quanto che pare che la filosofia degli altri rassomigli giustamente alle guerre de’ moderni; dove il frutto della più compita vittoria suol consistere in prendere una fortezza, che mediante un trattato si ha da restituire pochi mesi appresso.

– Ma tornando – disse la Marchesa – alla nostra sperienza, e chi chiudesse la via a un colore, sicché non passasse oltre per la lente? – Anche in questo, – io risposi – Madama, il Neutono ha prevenuto i vostri desideri. Egli tagliò il passo vicino alla lente ora ad un raggio e ora ad un altro; e il colore del bianco cerchietto trasmutavasi in quello che dovea riuscire dalla mescolanza dei raggi che scorrevano oltre. Quando, per esempio, restavano esclusi i raggi rossi, il candore traeva all’azzurro; ed al rosso, quando restavano esclusi i violati e gli azzurri; perché allora predominava nella mistura l’azzurro, ovveramente il rosso. Che se, tolto via ogni impedimento, i raggi tornavano tutti quanti al cartoncino rintruppati insieme, il bianco tosto vi riappariva.

– Oh! qui – disse la Marchesa – vorrei vedere l’oppositore del Neutono, e sentire dalla di lui propria bocca che sorta di obbiezioni egli potesse fare contro a così chiare prove e così evidenti.

– Nè queste – io continuai – sono le sole che si abbiano a mostrare che dalla mescolanza di tutti i colori ne risulta il bianco. La immagine colorata che da un raggio di sole disviluppa il prisma, guardatela per modo, ponendo un altro prisma dinanzi all’occhio, che e’ ne ravviluppi insieme i colori, e trasformata la vedrete in un cerchio tutto bianco. Ciò si fa in tal maniera. Voi già sapete, Madama, che il rosso della immagine, che è dipinta sul muro della stanza buia, è nella parte più bassa; sieguono dipoi il doré, il giallo, il verde, l’azzurro, e l’indaco, e finalmente il violato, che è di tutti i colori il più alto. Ora immaginatevi che altri postosi dirimpetto di essa immagine, e guardandola col prisma all’occhio, debba vederla per la refrazione più giù che non è in fatti: e immaginerete anche agevolmente come il prisma portando più in giù il violato e l’azzurro, che il giallo e il rosso, cioè portando più in giù colori più refrangibili, che i meno, quelli vengono ad accavallarsi sopra questi, e tutti si confondono insieme nell’occhio. Confusi insieme mostrano il bianco. Guardata per simil modo mostrasi pur bianca l’iride, o arco baleno che dir la vogliamo; e dispariscono i bei colori, de’ quali ella dipinge e rallegra il cielo. Essa non è altro che l’effetto della separazione che si fa de’ raggi del sole nell’acquosità delle nuvole, che gli sono in faccia: e l’occhio nostro, che posto è di mezzo tra il sole ed esse nuvole, vede i colori, che si separano da’ raggi solari, disposti in altrettante fasce intorno intorno da lui. Ora tutto l’arco dell’iride bianco apparisce, e assai più ristretto di prima, come io ho più di una volta osservato, chi la guardi col prisma rivolto in modo da fare accavallare le une sopra le altre le fasce colorate, nelle quali esso arco è variato e diviso.

– Egli è proprio un danno – disse la Marchesa – che questa così bella esperienza non si possa prenderla sempre che un vuole; e che la pioggia convenga per ciò aspettare ed il mal tempo. Non così avverrebbe chi abitasse presso la cascata di un qualche fiume. Non è egli vero che ivi godono ogni giorno, che è sereno il cielo, della vista dell’arco baleno? –  verissimo: – io risposi – se hanno le orecchie del continuo intronate dal romore, che mena l’acqua grandissimo, hanno anche il piacere di veder l’iride nello spruzzo che si rialza dalla medesima acqua, la qual rompe ne’ soggetti sassi, e si sparge tutto intorno in sottilissima nebbia. Un così bel fenomeno si osserva tutto giorno alla cascata di Terni, a quella di Tivoli tanto da’ pittori studiata, e a quella tanto strepitosa dì Niagara; ed ivi non è guari veduto che dagli occhi poco eruditi degli Americani. Ma ben saprete, Madama, che l’arte è giunta a contraffare facilmente un così bello effetto: e oggimai più non abbiamo da portare invidia a coloro che ne sono favoriti dalla natura. I fontanieri sanno rompere così fattamente uno spillo d’acqua, facendolo schizzare a traverso di minutissimi trafori, ch’e’ si viene a dispergere per aria in una infinità di minutissime goccioline. E sol che uno si ponga tra l’acqua ed il sole, può avere a talento suo la dilettosa vista dell’iride. Un così bel giochetto mi sovviene di averlo veduto in non so qual villa di Roma. – State pur sicuro: – disse la Marchesa – un simile gioco d’acqua non passerà l’estate, che in questo giardino l’avremo anche noi. Potremo quivi a nostra posta veder l’iride ed osservarla col prisma all’occhio: e tal fontana la chiameremo la fontana dell’ottica. – Perché non farle onore – io soggiunsi – di un bel nome greco, e chiamarla Leucocrene? che significa fontana del bianco, come Ippocrene, fontana di quel cavallo che d’Elicona fece scaturir quelle acque delle quali tanti hanno sete, e a pochissimi è dato di berne. – Così la chiameremo: – disse la Marchesa – ed io avrò nel giardino le prove del sistema del Neutono; come nella galleria ho le obbiezioni contro al sistema del Cartesio.

– Intanto – io seguitai a dire – rientrar potremo, se vi piace, nella stanza buia; che vi vo’ far vedere una assai vaga cosa, che mi era fuggita di mente. Tornate col pensiero, Madama, a quella esperienza, in cui dopo il prisma è collocata una lente, ed essa raccoglie i raggi colorati in un bianco cerchietto. Già a voi non è fuggito di mente che, qualora l’uno o l’altro de’ raggi veniva alla lente intercetto, il cerchietto non appariva più bianco. Ma se altri tirava in su e in giù vicino alla lente un ordigno fatto a guisa di pettine, e forte spesseggiava, sicché i raggi colorati per via de’ denti a quello alternatamente ne venissero intercetti e trasmessi, sapete voi che avveniva? Il cerchietto non mutava punto colore, e rimaneasi bianco del tutto. Le impressioni che i differenti colori fanno nell’occhio di chi guarda, durano, ciascuna in particolare, per alcuno spazietto di tempo; ma succedendosi l’una dopo l’altra con somma prestezza nello stesso luogo della retina, esse vengono per conseguente a scontrarsi tutte in un sito nel medesimo tempo, onde viene a generarsi in altrui il sentimento del bianco. E ciò stato confermato ancora con una palla dipinta a spicchi de’ vari colori del prisma, che apparisce pur bianca, girata ch’ella sia rapidamente intorno a sé – Ecco – disse la Marchesa – delle novelle prove, e più ancora che non bisogna, a mostrare che la bianchezza è la confusione o l’aggregato di tutti i colori. – E volete voi, Madama, – lo soggiunsi – che questo ver più vi s’imbianchi, come dice il poeta? Tenete, come ha fatto il Neutono, dirimpetto all’immagine dipinta dal prisma un foglio di carta, così che i colori vengano tutti a illuminarlo ugualmente. Egli resta bianco come se fosse tenuto all’aria, ma se si muove più qua che là, si tinge subito di quel colore, che gli sarà più vicino.

– Certamente – disse la Marchesa – la mal consigliata fui io, pensando a cosa, a che ci avea pensato tanto un sì grand’uomo:

Commetti al savio e lascia fare a lui.

Come avrei io potuto mai trovarne una sola di queste esperienze, per semplici e facili che paiano? – Voi trovate ben facilmente – io risposi – quello che darebbe di che pensare a’ filosofi. A voi si convien più di sapere in qual dose sieno da temperare insieme le cortesie e le ripulse, la speranza e il timore, per tener viva una passione, che in qual dose sieno da mescolare insieme materie polverizzate di più colori per formare il bianco. Anche questo fu provato dal Neutono. E in fatti di tale mescolanza il bianco, siccome era suo avviso, ne risultò; ma era smorto, fosco, e come nuvoloso, in comparazione di quel bianco che danno i colori del prisma. E non maraviglia, da che si vede assai chiaramente

che quel vantaggio sia tra loro appunto,

ch’è tra il panno scarlatto, e i panni bui.

Se non che, mettendo al sole quella composizione di varie polveri, con che altro non facevasi che accrescere in lei la forza del lume, quel bianco, di smaccato ed ottuso, diveniva più spiritoso e più vivo. Sì bene: un bianco bellissimo, che è il risultato di tutti i colori, ce lo mostra la schiuma, che si leva dall’acqua agitata con sapone. Chi la osserva da vicino, vede le gallozzole o bollicelle di essa quasi formicolate di vari colori; ma, se egli si fa alquanto dalla lunge, que’ vari colori vengono a confondersi insieme, e bianca apparisce in ogni sua parte quella moltitudine di gallozzole.

– Da quale picciola cosa – disse la Marchesa – non si ricava un testimonio e una riprova per una bella e importante verità. Parmi che nella scienza delle cose naturali il più leggieri fenomeno, una fanciullaggine, un niente sia di una così grande importanza, per gli occhi di un bravo osservatore, che nel gioco degli scacchi è tra le mani di un valente giocatore una pedina. Quella sperienza della schiuma era pur bella e fatta: fu pur in ogni tempo dinanzi agli occhi di tutti; e niun altro seppe farla giocare, fuorché il Neutono. – Madama, – io risposi – voi sapete, che in ogni cosa tutti vedono, e i pochi osservano: e della scienza dell’osservare poco o niun conto ne facevano i filosofi ne’ tempi addietro, quando acremente sostenevano il colore esser l’atto del pellucido, inquanto egli è pellucido; che erano dati solamente a studiare Aristotele, ad interpretare, a stiracchiare e distorcere i testi di lui, che chiamavano il maestro di color che sanno. Facendosi ancora più addietro, già non pare che nell’arte sperimentale si lambiccassero gran fatto il cervello coloro che ragionarono sopra le cose naturali. Seneca ne dà contezza di una verga di cristallo che gli occorse di esaminare; di una certa specie di prisma che, ricevendo da un lato il lume del sole rendeva i colori dell’iride; ed entrato a ragionare della causa a tal effetto, crede aver dato nel segno, paragonando quel suo prisma al collo di una colomba, in cui non è altro, siccome egli dice, che un’apparenza di colori falsi ed incerti. Ma, per poco che esaminato avesse quel suo prisma, e fattovi su una qualche osservazione, avria conosciuto agevolmente da quanti piedi zoppicasse quel suo paragone. – Egli riesce assai strano a pensare – disse la Marchesa – come gli antichi filosofi, per dilucidare i loro dubbi, per decider le liti, che insorger potevano nella scienza naturale, non ne appellassero alla esperienza; tanto più che nella medicina non si può già mettere in dubbio che delle osservazioni non facessero gran capitale; quando sia vero, come si dice, che i loro prognostici si verificano anche oggigiorno, e le loro prescrizioni sono a nostri dottori la più fidata scorta ch’egli abbiano. Ma il cuore umano che in quelle loro poesie sapeano volgere a lor talento, non aveano certamente appreso a così ben conoscerlo, se non profondamente osservandolo. – Che volete – io risposi – che io vi dica, Madama? Non è questo il solo esempio, che delle contraddizioni c’instruisca dello spirito umano. Non avete voi tante e tante volte veduto la medesima nazione, il medesimo uomo prudentissimo, ragionevolissimo in una cosa, imprudente e irragionevole in un’altra; benché in amendue gli dovessero pur esser di regola le stesse massime, gli stessi principi? Nella medicina si trovarono, non è dubbio, tra gli antichi, e in ogni maniera d’arti ancora, degli osservatori finissimi, dei Neutoni. Non così nella filosofia; dove, per la maggior parte dati tutti allo speculativo, stimavano forse che l’arte sperimentale sentisse troppo del meccanico. In troppo picciol conto la tenevano; né si sarebbero avvisati giammai ch’essa sola potesse arrivare a conoscere l’arte finissima, il magistero di natura; ch’ella dovesse un giorno pesar la fiamma da essi creduta assolutamente leggieri; pesar le esalazioni sottilissime del mare, la traspirazione insensibile dell’uomo; collocare i corpi in un mondo differentissimo dal nostro, come è uno spazio voto d’aria; imitare per via di certe misture i Vesuvi e i Mongibelli, e contraffare il tuono e il fulmine assai meglio che il loro Salmoneo. Chi poi avesse loro detto che, mercé di quell’arte, le composizioni, le mescolanze che ha fatto Iddio, l’uomo potrà separarle e discioglierle, avrebbono fatto le risa grasse, e contrapposto l’autorità del divino Platone, al quale piacque di asserire solennemente che un tal uomo né mai ci fu nè in tutta la lunghezza de’ secoli stato ci sarebbe giammai. E il Neutono seppe non solo disciogliere ne’ loro principi e scomporre i raggi della luce, ma seppe ancora ricomporgli di bel nuovo, rimpastargli a suo piacimento, e tali tornargli quali sono da prima, quand’escono vergini dal seno del sole e dalle mani, quasi direi, del Creatore. Pare forse a voi, Madama, che io dica di troppo? State ad udire. Entro alla stanza buia egli collocò due prismi, e una lente tra mezzo in tali distanze che i raggi del sole, i quali erano refratti e sciolti dal primo prisma, e poi riuniti nel foco della lente, fossero dal secondo prisma refratti un’altra volta per modo che ne uscissero perfettamente paralleli tra loro. Con si fatto artifizio, dopo aver separato i colori della luce, di nuovo gli rimescolò non già unendogli in un punto, ma per tutta la lunghezza di un raggio. Esso era non tanto nella bianchezza, ma in tutte le altre sue proprietà somigliantissimo a un raggio diretto del sole; tanto che rifatte con esso tutte le sperienze che fatte avea nel diretto, tornavano tutte a capello. Bello era vedere, se alla lente s’intercettava un colore, il verde, il rosso od altro qualunque, come quello mancava dipoi in tutte le sperienze che si prendevano; né refrazione o riflessione o altra cosa che fosse avea potere di riprodurlo. Ancora posti differenti corpi di vario colore in quel raggio artifiziale, mostravano tutti il proprio colore, come se tenuti fossero all’aria od al sole. Ma se vi mancava, per esempio, il rosso, il cinabro perdeva tutta la sua rossezza; e le viole il loro pavonazzo, se vi erano meno i raggi azzurri e i violati. Così il Neutono venne ad emular la natura, l’arte cioè d’Iddio nella materia (come la diffinisce quello istesso filosofo, che non credeva si potesse giugnere a tanto): venne a confermare più che mai le verità dianzi scoperte, e a dare alla bella opera sua l’ultima mano.

– Oh! questo – disse la Marchesa – è stato il bel colpo di maestro; e se un tempo si favoleggiò di Prometeo ch’egli rubò il fuoco agli dei, si può dire presentemente che il Neutono rubò loro il secreto della composizione della luce, e ne fe’ parte agli uomini. Già non crederei che recar si potesse a maggior sottigliezza l’arte dello sperimentare. – Ma perché vediate ancora meglio – io risposi – quanto egli si fosse in quest’arte eccellentissimo, e il torto che aveano gli antichi a non coltivarla, sappiate, Madama, che quella medesima schiuma, di cui parlammo poc’anzi, così poco filosofica dinanzi agli occhi dei più, fu per esso il principal motivo onde scoprire il perché altre cose appaiono di questo colore, e altre di quello. – E non avea egli trovato – disse qui la Marchesa – che viene dal riflettere che fanno raggi di diverso colore le une in maggior copia delle altre, questo taffettà i gialli, l’erba i verdi, il cielo gli azzurri? – Sì, certamente: – io risposi – e ben egli erasi assicurato che tutti i fenomeni de’ colori, onde sono dipinte le cose, non risultano da altro che da separazioni o misture di raggi difformi; e che se i raggi della luce fossero di un color solo, di un color solo medesimamente sarebbe tutto il mondo. In tale certezza sarebbesi forse acquetato qualunque più sottil filosofo; ma egli si accese più che mai nella voglia di sapere più là. Per che ragione cotesto vostro taffettà ama egli, piuttosto che tutti altri raggi, di riflettere i gialli, l’erba i verdi? Simili domande egli ardiva fare alla natura; e vedete industria ch’egli usò, per ottenerne risposta. Egli si pensò di soffiare con un cannellino in quella schiuma, perché in mole alquanto considerabile ricrescesse una di quelle gallozzole, che levava qua e là. Quindi posata leggermente la gallozzola, fattasi mai più panciuta che non era prima, sopra di un tavolino, la ricoperse con un vetro a difenderla da quel po’ d’ondeggiamento che è sempre nell’aria, e che poteva turbar la sperienza. Ciò fatto egli osservava che in breve spazio di tempo la si andava spargendo di vari colori, i quali si stendevano l’uno dentro dell’altro intorno alla sommità di quella, a guisa di altrettanti anelli. Ma secondo che il velo d’acqua ond’era formata si faceva di mano in mano più sottile in cima, e più grosso all’in giù, discendendo l’acqua del continuo. si vedevano quegli anelli slargarsi a poco a poco, e venire ordinatamente essi ancora all’in giù, sino a tanto che si dileguavano dalla vista uno dopo l’altro, e il velo della bolla si scioglieva nell’aere in un minutissimo spruzzo. Ora da questa esperienza ben traluce, come attribuir si doveva alla varia grossezza del velo d’acqua, e non ad altro, la varietà de’ colori che vi si scorgevano per entro. Ma per averne più precisa contezza, avrebbe bisognato fermar l’acqua, che il proprio suo peso portava sempre all’in giù, o poter maneggiare a suo piacimento particelle di differenti materie, e particelle oltre ogni credere sottilissime e di varie grossezze; e su quelle fondare dipoi sue considerazioni e suoi computi. A ogni cosa si aperse il Neutono la via, reso dalle difficoltà medesime più animoso e sagace. A tal fine pigliò due lastre di vetro, l’una piana da amendue i lati, l’altra piana da un lato, e dall’altro rilevata alquanto o convessa. Il convesso dell’una pose sopra uno de’ piani dell’altra, soavemente comprimendole insieme; e in tal positura le fermò. Ora quelle lastre congegnate a quel modo postele in faccia al sole, osservava, nel punto del loro combagiamento o contatto, trovarsi una picciola macchia nera; e questa esser cinta da alcuni anelli diversi di colore, quale violato, qual rosso, qual giallo o doré; i quali formati venivano dal lume, che rifletteva tutto intorno la falda o laminetta d’aria, che tra quelle due lastre era come contenuta e compresa. Altri simili anelli di vario colore apparivano traguardando a traverso le lastre; e questi erano formati dal lume ch’essa laminetta trasmetteva. La varietà del colore procedeva qui ancora dalla varia grossezza della laminetta d’aria: picciolissima verso il contatto delle lastre, e gradatamente maggiore verso le estremità delle medesime, tanto che a ciascuno di quegli anelli, così dal lume trasmesso, come dal riflesso formati rispondeva nella laminetta d’aria una certa grossezza maggiore o minore, secondo che più o meno largo era l’anello. Per meglio poi determinare quali grossezze a ciascun colore rispondessero, si pensò il Neutono di porre quelle lastre ora in uno ed ora in un altro de’ lumi primitivi od omogenei della immagine solare, dove gli anelli tutti erano di un color solo, di quel medesimo cioè che sulle lastre batteva: rossi, se quello era rosso; azzurri, se azzurro, e così degli altri. Fattele però illuminare da ciascuna specie di raggi, l’una appresso dell’altra, misurò separatamente in ciascuna la larghezza dell’anello, ch’era più vicino al contatto, o alla macchia nera; e trovò che più ristretto di tutti era l’anello nel color violato, un po’ più larghetto era nell’indaco, più ancora nell’azzurro, e così successivamente sino al rosso; nel qual colore l’anello avanzava tutti gli altri in larghezza. Né diversamente accadeva, se in luogo dell’aria era tra quelle lastre intrusa dell’acqua, salvo che i colori erano men vivi; e il primo anello in ogni mano di colori era più ristretto che nell’aria, e più vicino alla macchia nera. Ora ecco che i raggi più refrangibili sono ancora i più riflessibili. Ciò viene a dire che in una data materia di minori grossezze è mestieri a riflettere il violato e l’indaco; e di maggiori a riflettere il rosso e il doré. Che se la densità in una materia sarà maggiore che in un’altra, sarà bisogno di minor grossezza nelle particelle della più densa che della meno, perché ne sia riflessa la medesima specie di raggi. E così i corpi sono come altrettanti tessuti, le cui fila, in virtù di certa densità o grossezza, ne riflettono all’occhio questa sorta di raggi meglio che quella; gli altri raggi che vi dan su, vengono a spegnergli nelle cieche vie, che sono tra filo e filo; e tutto il tessuto ne apparisce di quel tal colore che le fila riflettono. – Io per me già non dubito – ripigliò la Marchesa – che la cosa non sia così per appunto, come voi dite. Ma per essere di ciò più chiarita, mi farebbe mestieri comprendere qual relazione ci abbia tra l’aria o l’acqua, e l’erba, e il taffettà. Altrimenti come potrei io mai credere che quello che in uno anello o in una laminetta d’aria cagiona un certo colore, quello medesimo lo cagioni eziandio in un filo di erba o nella mia andrienne? – Oh, qui, Madama, – io risposi – gioca il gran principio dell’analogia, che è quasi la pietra angolare degli edifizi, che va innalzando qua e là la scienza della fisica, o per meglio dire la ragion dell’uomo. Se due o più cose noi le conosciamo esser simili in molte e molte loro proprietà, sicché ne sembrino come della stessa famiglia, noi dovremo inferirne, e non a torto, che simili sieno ancora in ciò che sappiamo appartenere all’una, e non è così manifesto appartenere anche all’altra. Con tale principio si governa, quasi che in ogni cosa, la umana prudenza; e arrivano per tal via i filosofi a conoscere la natura di quelle cose che da noi maneggiare, a dir così, non si possono, o per la immensa loro distanza o per la incredibile loro picciolezza. E dove con la scorta di esso non conduce egli la sua Marchesa il grazioso Fontenelle? Mostrandole, che la luna è illuminata dal sole, che ha il giorno e la notte, che ha delle valli e delle montagne, e tali altre cose, nè più nè meno, come la nostra terra; giugne a persuaderle ch’ella pure come la nostra terra ha i suoi abitanti con le cittadi, e co’ castelli suoi.

In somma le fa vedere con questa analogia alla mano popolato tutto l’universo quanto egli è. – Fate ora voi vedere a me – disse la Marchesa – la somiglianza, che è tra i colori dell’aria e i colori delle cose, che abbiamo per le mani; e non andiamo con questa analogia più là che il nostro picciolo mondo. – Molte sono le similitudini – io ripigliai – trovate dal Neutono tra le laminette d’aria o d’acqua, che tra quelle sue lastre erano comprese, e le particelle della materia, onde composti sono i corpi; e ben pare che le une e le altre si abbiano a tenere come di una stessa famiglia. Tra le quali similitudini principalissima è quella, che così quelle laminette, come le parti minutissime di qualsivoglia corpo, sono diafane; che già non è cosa così opaca, che ridotta in sottilissime schegge non dia il passo alla luce; e le pietre più dure, e gli stessi metalli ridotti in foglie d’impenetrabili ch’erano ai lucidi dardi del giorno, come chiamò quel poeta i raggi del sole, divengono ad essi permeabili e trasparenti. E però siccome dalla varia densità o grossezza di quelle laminette dipendeva la qualità del loro colore, dalla stessa cagione pur dee procedere la varietà del colore dei corpi medesimi. Generalmente parlando converrà dire le particelle dei drappi azzurri essere meno dense o più sottili che quelle non sono dei drappi che ne mostrano il color rosso; in quella guisa che cotesta bella tinta di zaffiro, che veste ora il cielo, ed è così dolce agli occhi nostri, ne è riflessa da’ più tenui vapori, che di terra si alzano in aria; come da’ più grossi vapori ne è riflesso quel rossigno, di cui all’orizzonte si tinge il cielo al cader del giorno. – E quei bianchi nuvoli – soggiunse la Marchesa – che si veggon laggiù, converrà dire essere uno ammassamento di vapori di varie grossezze, ciascuna delle quali riflette un particolar suo colore; e bianco di qua ne apparisce il totale di essi, come appunto quella gallozzola formicolata di vari colori, vista dalla lungi bianca del tutto appariva. – In fatti – io risposi – i corpi bianchi altro non sono che tessuti di varie e differenti fila; di fila eterogenee, diciam così, le quali riflettono e ributtano da sé ogni qualità, ogni generazione di raggi. Segno è di questo, oltre alle altre prove che se ne ha, che posti al sole penano moltissimo a riscaldarsi; dove gli altri corpi, che riflettono una sola specie di raggi, gli altri li ricevono dentro a sé e ve gli spengono, si riscaldano assai più presto dei bianchi. E più di tutti sono presti a concepire il calore i corpi neri, i quali ammorzano ed inghiottiscono quasi tutti  i raggi che vi dan su. E vi so dire, Madama, cha un cappellino nero, come usano portarlo le belle inglesi nel Parco di Londra, non sarebbe il vostro caso, passeggiando all’occhio di questo nostro sole d’Italia.

– Considerando – ripigliò qui la Marchesa – cotesti vari tessuti dei corpi, mi sovviene ora di cosa che ho già udito dire più volte, ma a prestarvi fede non mi potei indurre giammai: voglio dire che vi sieno dei ciechi, che al tatto sappian distinguere l’un colore dall’altro. Ma adesso parmi veder chiaro che ciò sia un effetto e insiem una prova del sistema neutoniano. E in verità, perché non potremmo noi co’ polpastrelli delle dita sentire i vari colori, se meglio ponessimo mente al sentimento del tatto, come sono necessitati di fare i ciechi? Distingueremmo allora dalla grossezza delle fila, delle quali è tessuto un corpo, qual sia la tinta che ne dovesse mostrare. Non è egli così? – A non volere, Madama, – io risposi – dissimulare la verità, la faccenda di quei ciechi, posto che vera, potrebbe ancora quadrare alle immaginazioni del Cartesio, non che ai trovati del Neutono. Che certo tra le particelle dei corpi della differenza ci ha da essere, e non picciola; perché questo modifichi la luce di un modo e quello di un altro. Ben vi ha tal fenomeno, sopra cui il sistema cartesiano non può aver presa di sorte alcuna; anzi ad ogni altro sistema, dal neutoniano in fuori, è impossibile a renderne la vera ragione. Due liquori, per esempio un rosso, l’altro azzurro, amendue diafani, tanto che traguardando così per questo come per quello si vede il chiaror delle cose, cessano di esserlo, se si pongano l’uno accanto dell’altro, e si traguardi per amendue. Come è mai, che da due corpi in sé trasparenti ne risulta un terzo opaco, che non lascia passar lume di sorte alcuna; da due simili un contrario? – Ben comprendo – disse la Marchesa – quanto sarebbe riuscito malagevole, anzi impossibile a’ Cartesio lo spiegare una tale maraviglia: ch’ei non sapeva come i raggi rossi, a cui danno la via le particelle di un liquore, vengono ad essere intercetti e spenti dalle particelle dell’altro, che non dà la via che a’ raggi azzurri. Così quello disfa l’effetto di questo, o questo di quello: e, in sostanza, niun raggio può arrivare all’occhio di chi traguarda per amendue. – Ed ecco nodi dell’ottica – io ripigliai  che voi e il Neutono sciogliete, Madama, senza eludere gli oracoli della natura. Ogni prova che non ha forza di dimostrazione non può stare in ischiera con le prove neutoniane: né ci starebbe né anche una per altro bellissima conformità o analogia, la quale si trova tra la produzione de’ colori e quella delle altre cose naturali; che pur sarebbe il fondamento o il perno di un altro sistema. Egli è oramai fuori di quistione che le piante, gl’insetti ed i viventi tutti non sono mica formati di nuovo, ogni volta che veggono in prima la luce; ma, secondo che vi concorrono le cause esterne, vannosi spiegando da’ propri embrioni, che dal bel principio delle cose furono creati di già. Una ghianda per esempio contiene dentro a sé, quasi in miniatura, una picciolina quercia; la quale ombrerà la terra, darà di nuove ghiande anch’essa, e queste un foltissimo querceto dipoi, soltanto che trovisi un terreno che le riceva con certi sughi e con certi gradi di calore, con quello che a tali sviluppamenti è necessario. Simile avviene degli animali, di qualunque specie e’ sieno, che o nell’ovaio o altrove sono anch’essi prima del nascere in moltitudini infinite contenuti; simile dell’uomo, che quantunque degli animali il re, non ha in ciò sopra di essi privilegio alcuno. In conclusione non sono formate le cose di mano in mano che appariscono nel mondo, come è credenza comune; ma dalla natura fu veramente fatto ogni cosa tutto a un tratto, e una volta per sempre. Il medesimo è de’ colori, che non si generano mica di nuovo ad ogni instante, come altre volte credeasi; ma a rendergli manifesti, altro non bisogna che questo o quel modo, onde si sviluppano dal seno della luce, che tutti in sé gli contiene. – Per quanta ricchezza mostri la natura, – disse la Marchesa – per quanta magnificenza dispieghi nei tanti e tanto vari suoi effetti, egli sembra nondimeno che nelle sue operazioni ella abbia avuto in mira un certo risparmio, e una certa bella economia. Dal bel principio ella ha formato con que’ suoi embrioni come altrettanti conservatoi delle cose, che hanno dipoi in sì gran copia a provvedere e fornire il mondo, e della luce ella ne ha fatto il tesoro, la miniera, l’embrione, diciam così, de’ colori, che ha prodotti una volta per sempre belli e immutabili e atti solamente a separarsi d’insieme, e a mostrarsi quando bisogna ai di fuori. Mirabile veramente si manifesta in ogni suo effetto, in ogni sua operazione la natura, quando n’è dato di conoscerla. Laddove, secondo il Cartesio, conviene che ad ogni instante ella imprima nuovi moti di rotazione a que’ suoi globetti, che a ogni refrazione, a ogni riflessione, a ogni minimo che, ella si dia il pensiero e la briga di andargli variando: talché ha sempre mille faccende in sulle braccia e si direbbe che per lei non è mai domenica né festa.

Qui non potei fare a meno di non sorridere così un poco, indi ripresi a dire: – Lodato sia Iddio, Madama, che pur nel sistema del Neutono ci trovate quella semplicità, che tanto vi va a genio. Ma questa così fatta attitudine che hanno i raggi a separarsi d’insieme, per quanto sia mirabile e torni anche comoda alla natura, pur talvolta riesce incomoda per noi. – Come incomoda? – rispose la Marchesa. – Troppo mancherebbe agli oggetti della lor bellezza, se ciò non fosse. Vorreste voi vedere il medesimo colore ripetuto in ogni cosa, vorreste vedere il mondo come un chiaroscuro? – Un grandissimo inconveniente – io risposi – sarebbe senza dubbio per le dame, se elle non dovessero vestirsi che di un solo colore, e se con la varietà de’ colori venissero a perdere un così ampio soggetto di belle quistioni, di consulte, di discorsi. Ma in contraccambio verrebbono gli astronomi a guadagnarci non poco. E qual cosa non darebbe un astronomo, per potersi assicurare del tempo preciso che la luna occulta una stella, o del punto che fa un eclissi? Sono costoro una certa generazion d’uomini che se ne sta quasi sempre su per le torri, cogli occhi rivolti e puntati al cielo; e di questa nostra terra non curano, se non quanto è un pianeta, che fa suo viaggio intorno al sole, ed entra essa pure nel sistema celeste. – Ma che hanno mai tanto che fare – disse la Marchesa – i colori vari della luce colle osservazioni di cotesta strana generazion d’uomini? – Basta dire – io risposi – ch’e’ fanno non picciolo impedimento alla perfezione degli occhi loro, o sia de’ cannocchiali. Io vi dissi già, Madama, come i raggi paralleli, o che derivano da un punto, dando sopra una lente, sono da essa uniti in un punto; ma a parlar giustamente, non è un punto, dove i raggi concorrono passata la lente, ma un picciolo cerchio. Talché a ogni punto di un oggetto corrisponde nella immagine di esso, che ne forma la lente uno spazietto; e tali spazietti contigui tra loro, venendo ad entrare alquanto l’uno nell’altro, e ad intaccarsi insieme, non può a meno che tutta la immagine non riesca alquanto confusa: come farebbe una miniatura che non fosse abbastanza fina e granita a dovere.

– Tanto che – disse la Marchesa – voi mi avete rappresentato coteste lenti, come i poeti ne rappresentano gli uomini; non quali sono, ma quali si vorrebbe che fossero. – Appunto: – io risposi  e quello spazietto o cerchio, che si chiama aberrazione del lume, procede, come ben potete vedere, Madama, da quell’attitudine che hanno i raggi, allorché refrangono, a separarsi d’insieme. Vero è che una qualche colpa vi ha anche la figura che si suol dare d’ordinario alle lenti; ma troppo è picciola cosa al paragone. E difatti, qualunque figura diasi alla lente, il foco de’ raggi azzurri o dei verdi sarà sempremai diverso da quello dei rossi o doré, in virtù della varia refrangibilità, che non si scompagna mai da essi raggi; e però la immagine degli oggetti, che si fa dalle lenti del cannocchiale, è ben lontana da quella nettezza che sarebbe necessaria a quell’ultima precisione che vorrebbon gli astronomi. Tanto più ch’essi vagheggiano il sole, le stelle, i pianeti: oggetti che mandano in egual dose al cannocchiale ogni sorta di raggi. – Che farci? – disse qui la Marchesa. – Se la immagine degli oggetti non è nel cannocchiale così distinta, colpa la separazione dei colori; l’aspetto però del mondo, in virtù di essa, è tanto più bello. In ogni cosa ci sono dei compensi; e la condizione delle umane faccende porta che non ce ne sia niuna senza difetto. Sicché pare che anche gli astronomi, se pur vogliono essere discrete persone, dovessero finalmente prender partito di ciò che è impossibile a ottenersi. – Le loro domande però  io risposi – parvero così giuste, e i loro bisogni si trovano talmente uniti con quelli degli altri uomini, che si pensò in ogni tempo a provvedervi. Avanti che si scoprissero le vere proprietà del lume, cercarono i più sottili ingegni, e tra questi fu anche il Cartesio, a perfezionare i cannocchiali, immaginando di dare nuove figure a’ vetri, perché veramente raccogliessero i raggi in un punto e formassero le pitture degli oggetti distintissime; ma perdettero l’opera e lo studio. Il Neutono, lasciati da banda simili pensieri, de’ quali avea mostrato la vanità, avvisò di fare un cannocchiale d’invenzione del tutto nuova, e che soddisfar dovesse pienamente a’ più ricercati bisogni dell’astronomia. Come la pensò, così appunto riuscì la cosa: ed io vidi in Inghilterra il primo ordigno, che fatto fosse di questa specie, lavorato dalle stesse sue mani; il quale conservavasi dagli eredi di quel grand’uomo insieme con quei prismi, co’ quali egli notomizzò da prima la luce, e vi seppe veder dentro quelle maraviglie che rendono ancora, se è possibile, la stessa luce più bella. La invenzione consiste in questo: che l’ufizio che ne’ cannocchiali ordinari fa la lente principalissima, e la più colpevole nella aberrazione del lume, lo fa nel suo uno specchio concavo di metallo; e si opera qui per riflessione quello che là operavasi per refrazione. Raccoglie anche lo specchio per la concavità sua i raggi, come fa la lente; ma nella riflessione i raggi si rialzano tutti dallo specchio con la obbliquità medesima con cui sopra vi cadono; e non succede veruna separazione di colori, che intorbidi la immagine, come nella refrazion della lente; onde col nuovo cannocchiale si veggono gli oggetti di gran lunga più distinti, che non si fa cogli antichi. Senza che, un cannocchiale neutoniano di poche once equivale ad un ordinario di altrettanti palmi, contenendo sotto mole minore maggior valore, non altrimenti che le monete d’oro verso quelle d’argento.

– Ben seppe il Neutono – disse la Marchesa – trovare rimedio al male, di cui avea scoperto la origine. Ma non ci volea niente meno ad acchetar cotesti astronomi, che pare sieno una gente di non così facile contentatura. – Certamente – io risposi  avrebbono il torto, se non fossero contenti del Neutono. Oltre all’avergli armati di un occhio tanto più fino, egli difese, non ha gran tempo, e in certa maniera salvò in faccia al mondo l’astronomia. Voi sapete, Madama, come l’onore di questa scienza dipende principalmente dal predire gli ecclissi, che sono avvenimenti palesi alle viste del volgo, non meno che a quelle de’ filosofi. Talete milesio fu considerato in Grecia come un dio, per aver predetto così in digrosso che in certo tempo dovea fare un eclissi del sole; cioè che la luna frapponendosi tra esso e noi, dovea scurarlo. Perfezionatasi di mano in mano l’astronomia, quello per cui già sarebbesi a un Talete innalzata un’ara, quasi che al dì d’oggi facesse disonore a un Hallejo o a un Manfredi. Si esige ora dalla specula il minuto preciso, non che il giorno e l’ora, in cui farà l’eclissi, e la quantità sua per appunto; vale a dire se la luna scurerà tutto il sole o parte, e quanta precisamente sarà la parte scurata. Ora non sono ancora molti anni passati, che tutti i computi de’ più famosi astronomi aveano predetto a certo tempo un eclissi totale del sole. Scuratasi interamente la lucerna del mondo, dovea nel mezzo del giorno farsi notte, e coprirsi ogni cosa di cupe tenebre; la quale scurità, benché predetta e aspettata, pur nondimeno è cagione, quando avviene, di non picciolo smarrimento all’uomo, animale di una specie assai strana, che in una vita brevissima nutre in cuore di così lunghe speranze; che nella sua mente dà ricetto al vero, egualmente che al falso; che può ardire al di là delle sue forze, e suol temere in onta della sua ragione. Ognuno ebbe dunque quel giorno gli occhi rivolti al cielo, e si aspettava che nel pieno dell’eclissi dovesse mancare interamente e spegnersi il sole. Ma non andò così; ché rimase tutto intorno dagli orli della luna, che lo copriva, uno anello luminoso; e piuttosto che temere, ebbero quel tratto di che maravigliarsi. E lo stesso avvenne in un altro simile eclissi non molto tempo dipoi. Molti furono i ragionamenti che si tennero dalle persone intorno a così strana novità, la quale se da principio fu cagione di maraviglia, lo fu poscia di romori e di scandalo. Vi studiarono sopra, vi si lambiccarono il cervello gli astronomi punti nel vivo. Chi mise in campo una cosa, chi un’altra, come cagione di quell’effetto, o piuttosto disordine; ma tutto indarno. E ben potete comprendere, Madama, che l’astronomia fu allora per rimetterci moltissimo del suo, come quella che non potea assegnare ragione alcuna di quegli anelli, ch’erano appariti al dispetto de’ suoi computi. – Il popolo – disse la Marchesa – perdona facilmente all’astrologo di essere tutto dì ingannato da un’arte, la quale asseconda e adula le sue passioni; ma egli è naturale che, per ogni picciolo sbaglio che paia prendere un astronomo, si faccia beffe della scienza, quasi volendosi vendicare della propria ignoranza. Io però non potrei non prendere qualche parte nel dolore, che dovettero gli astronomi in tale disavventura sentir grandissimo. Egli è pur vero che umana cosa è aver compassione degli afflitti. – Buon per noi, – io ripresi a dire – se tanto realmente vi toccassero i mali altrui. Ma datevi pace, Madama; ecco il Neutono che ha sciolto lo enimma, e in aiuto se ne viene degli afflitti. I raggi della luce nel passar ch’e’ fanno rasente l’estremità di un corpo, si piegano verso il corpo medesimo, sino ad entrare anche un poco nella sua ombra. Prova è di questo, che se un coltello bene affilato si presenti per taglio a una sottil striscia di luce nella stanza buia, si vede i raggi, che passano a una picciola distanza dal taglio, buttarsi verso la costa di esso coltello. I più vicini si piegano assai; non tanto quelli che passano un po’ più lontanetti; e così di mano in mano, sino a tanto che a una certa distanza dal taglio vanno oltre diritti, seguitando il filo della striscia. Del qual effetto, chiamato diffrazione, o sia infiessione della luce, il Grimaldi fu veramente il primo ad accorgersene; e il Neutono l’ha dipoi autenticato con nuove sperienze. Que’ raggi adunque del sole, che passano presso agli orli della luna, dovranno piegarsi verso della medesima, ed entrare anche nell’ombra ch’ella getta sopra la terra. E però noi, che durante gli eclissi ci troviamo immersi in quest’ombra, vediamo intorno intorno da essa luna un anello luminoso. E per averne dipoi una maggior riprova, si posero in faccia al sole dei globi in tali distanze che doveano ricoprirlo del tutto ed eclissarlo a chi dietro guardava; e ciò non ostante, il medesimo luminoso anello ne li cingeva, che visto intorno alla luna fu per iscreditare in questo basso mondo la scienza dei cieli.

– La ragione – disse allora la Marchesa – assegnata dal Neutono di quegli anelli, mi par ben chiara e palpabile. Ma ditemi: il maggior male a cui vanno soggetti anche i filosofi non è egli la curiosità? – Mai sì: – io risposi – e sull’aver essi corta vista e molta curiosità è appunto fondata, come altri disse, tutta la loro scienza, qual ch’ella sia. – Or non ci fu egli alcun filosofo – replicò la Marchesa – il quale domandasse al Neutono la ragione perché i raggi, che non sono tocchi da un corpo, abbiano da piegarsi verso di quello nel passargli d’allato? – Oh voi, Madama, – io risposi – siete di assai più difficile contentatura che tutti gli altri; che vorreste sapere sino alla causa della diffrazione. Troppo la gran cosa è quella che domandate, e s’io la dicessi, ci saria forse pericolo di disfarmi con mezzo mondo. – A parlar meco, – ripigliò subito la Marchesa – voi pure il sapete, non correte nessun pericolo. – Tutto bene, Madama, – io seguitai – ma temo non la troppo strana cosa vi debba parere ad udirla. Ora ecco: la ragione perché i raggi si piegano verso i corpi nel passar loro dappresso è l’attrazione ch’essi corpi esercitano sopra la luce. – L’attrazione -, ripigliò tosto la Marchesa – che i corpi esercitano sopra la luce! Voi vi prendete gioco di me, o forse punir mi vorreste della soverchia mia curiosità. – Ed io allora: – Non vel diss’io, Madama, che la troppo strana cosa vi sarebbe paruta cotesta? Voi avete fermo nell’animo che nella universalità delle cose quella forza ci sia solamente, e non altra, onde i corpi, urtandosi tra di loro, si pongono vicendevolmente in moto, e le loro particelle si vanno in quello o in quell’altro modo disponendo; e con ciò credete che operi la natura qualunque effetto, che da noi si osserva, qualunque cosa si sia. Né altrimenti pare, che dobbiate pur credere – massimamente dopo quanto udiste l’altro dì della dottrina del Cartesio. Ma ora svelarvi conviene i più riposti arcani della filosofia. Convien dirvi che, oltre a quella forza, un’altra ancora ce ne è sparsa per tutto l’universo, onde i corpi hanno come sentore gli uni degli altri: benché lontani, tra loro vicendevolmente si attraggono e, rimosso che fosse ogni impedimento, correrebbono tutti ad unirsi insieme. E cotesta universale attrazione della materia, di cui è un ramo l’attrazione particolare tra i corpi e la luce, fu subodorata quasi che in ogni tempo da coloro che considerarono più addentro il sistema del mondo; ma fu discoperta veramente, posta in chiaro e ridotta a computo dal Neutono; e oramai si può riguardare come la chiave della fisica. – La Marchesa recatasi in sé, e ponendomi ben mente nel viso: – Adunque, – ripigliò – voi dite seriamente che tutti i corpi si attraggono? Ecco un mondo novello per me, dove io mi trovo tutta smarrita. – Madama, – io soggiunsi – egli accade a voi quel medesimo, che già accadde a molti filosofi di professione. Ma perché essi sdegnarono di reputarsi nuovi, come fate voi, in questa filosofia, adombratisi al solo none di attrazione, si levaron tosto ad impugnarla. Dissero che quest’attrazione è tutt’uno con quelle qualità occulte, di cui gli aristotelici informavano i corpi, e colle quali credevano render ragione degli effetti naturali; che con questa attrazione si veniva a rimettere in seggio quel filosofare enimmatico e inintelligibile, a mostrare la cui vanità convenne che tanto oprassero col senno e con la mano i più sani ingegni della passata età; e vanno formando addosso al Neutono un gravissimo processo. – E quali ne furono le difese? – disse la Marchesa. – Ben lontano – io ripigliai – che l’attrazione sia una qualità occulta, ella è una qualità manifestissima della materia, da cui dipende la spiegazione d’innumerabili effetti naturali. Né questa a niun patto vuol esser confusa con que’ nomi voti di senso, trovati ora l’uno ed or l’altro dalla volgare schiera de’ filosofi, a rendere un tal qual conto di questo fenomeno o di quello; quando realmente ella è un principio universale, a cui ubbidisce ogni cosa dal più minuto granello di sabbia sino a’ corpi vastissimi de’ pianeti, di cui si assegnano le leggi e si determina ogni suo effetto sino alle ultime differenze. Gli aristotelici facevano come i sacerdoti del gentilesimo, che secondo i bisogni vi creavano a lor talento di novelle deità, e ne avean pieno ogni cosa; dove il Neutono la fa da filosofo, e riconosce soltanto quei principi, che realmente esistono insieme col mondo. Guidato dalle più sottili osservazioni e dalle considerazioni più profonde, è forzato a riconoscer nella materia, come qualità primordiale, la virtù attrattiva. E quando egli afferma che la luce radente l’estremità de’ corpi è tirata da quelli, non intende già di darci l’intero intorno alla causa della diffrazione; ma d’indicar solamente quella proprietà generale della materia, che è pure fare un gran passo in filosofia, da cui procede la ragione immediata di tal fenomeno. Lo investigare poi la essenza di questa attrazione, e come i corpi posti in distanza operino l’uno sopra l’altro, e quasi per naturale instinto amino di farsi tra loro vicini, egli lo lascia alla penetrazione di que’ filosofi che, navigando per lo gran mar dell’essere, vorrebbono sorgere alle cagioni prime delle cose, e arrivare colà dove molto si mira, e poco si discerne.

E, come sapete, Madama, l’intendimento suo è solamente di assicurarsi delle proprietà generali della materia, delle leggi con cui la natura governa l’universalità delle cose; siccome avete sinora veduto nella storia, che con la scorta di lui siamo andati tessendo della luce. – Intendimento ben giusto; – disse la Marchesa – ma questa diffrazione, e l’attrazione che ne è la causa, è un così fatto avvenimento storico che, a saper che ne è, converrebbe entrare nel gabinetto. Quanto è facile a capire che i raggi per esempio della luce sieno ripercossi da una superficie, contro a cui vengano a battere, altrettanto è difficile a capire come i corpi spirino non so qual loro propria virtù, per cui possano torcere i raggi della luce, che passano a qualche distanza da essi e sopra i quali non han presa. – Che ciò sembrar debba – io risposi – alquanto duro da comprendere, non potrei già io negarlo, Madama: e così pure avvisò lo stesso Neutono. Benché fosse stretto da’ più forti argomenti a credere che i corpi scambievolmente si attraggono senza intervento di materia veruna, che l’uno verso l’altro gli spinga, ciò non ostante uscì in alcun luogo a dire che l’attrazione era forse effetto della impulsione, dell’urto, come che fosse, di una materia oltre ogni credere finissima, di un vapor tenuissimo, che diffuso trovasi per avventura in tutte le parti dell’universo: segno ch’egli volle entrare, come si suoi dire, ne’ piedi altrui; e credette non dovere prender di punta la comune opinione. Per far la via alla verità, gli convenne servirsi di un qualche artifizio; adoperare come quegli scrittori, i quali nella storia vanno inserendo qua e là un qualche episodio favoloso, onde sia letta dai più, e per gradire all’universale le danno aria di romanzo. – E la Marchesa: – Non sarebbe egli questo piuttosto un artifizio vostro per piccarmi d’onore, o per farmi credere che io meglio non intendo come il moto sia ne’ corpi che come vi sia l’attrazione? – Gli uomini – io risposi – veggono i corpi muoversi tuttodì; ma di rado gli veggono attraersi; e però dell’attrazione fanno le maraviglie, e non del moto. Ma i filosofi sanno ben essi maravigliarsi delle cose, quantunque le abbiano del continuo dinanzi agli occhi. Perché noi potessimo chiaramente intendere come un corpo, scontrandosi, per via d’esempio, in un altro, debba comunicargli parte del proprio suo moto, dovremmo anche intendere come ciò sia uno effetto della natura, della essenza del corpo medesimo; talmente che così egli sia necessitato di fare, e non altrimenti. Ma qual cosa sappiamo noi mai della essenza de’ corpi? nulla, se pure il vero si vuol da noi confeessare. A noi è dato soltanto di potere francamente asserire che i corpi sono cose estese e impenetrabili. E perché? perché veggiamo la estensione e la impenetrabilità trovarsi in tutti corpi, e trovarsi sempre di uno stesso modo; laddove non è il medesimo delle altre loro qualità. Ora chi ne potrebbe mai assicurare col ragionamento che una cosa impenetrabile ed estesa, scontrandosi in un’altra impenetrabile parimenti ed estesa, debba comunicarle parte del suo moto, e non piuttosto perdere essa tutto il moto che avea, e ridursi alla quiete? Né l’una cosa né l’altra ripugna alla estensione e alla impenetrabilità, che è quanto si conosce per noi della natura dei corpi; e però così l’una come l’altra potrebbe egualmente avvenire. La osservazione soltanto e la esperienza ne ha fatti chiari di ciò che veramente avviene; né mai cogli occhi della mente l’avremmo conosciuto, se veduto non l’avessimo cogli occhi della fronte. In qual modo e per qual cagione il moto che è in un corpo trapassi in un altro, già per noi non si sa; mistero egualmente impenetrabile che il muover della mano o del piede alla volontà della nostr’anima. In una parola i filosofi sono egualmente all’oscuro del come operino i corpi l’uno sopra l’altro, quando sono contigui tra loro, che quando sono tra loro lontani; ma non sono già all’oscuro che, ancorché in distanza l’uno dall’altro, vicendevolmente si attraggano. Cotesta attrazione, uno de’ principali ingegni, una delle più gagliarde molle della natura, è abbastanza provata da moltissime sperienze fatte ne’ corpi che ne stanno d’attorno; ma si palesa singolarmente ne’ fenomeni celesti, che l’hanno narrata al Neutono, ed egli alle genti.

– Veramente, – disse la Marchesa – la non più udita novità della cosa non abbisogna di una testimonianza meno autorevole. – Ma non intendo già – ripigliai io – che voi stiate, Madama, a detto d’altrui. Domani, poiché oggi il tempo è breve, e vostra voglia è lunga, cercherò di mostrarvi quanto sia ben fondata l’attrazione. Solo m’ incresce che io non potrò esporvi cotesta dottrina con tutto il corredo delle dimostrazioni e de’ computi che la fiancheggiano e la rendono vittoriosa delle menti. – Pazienza; – disse la Marchesa – se io non la potrò vedere in tutto quel lustro, in cui la vedrebbe un matematico, io farò come que’ dilettanti di pittura, i quali, non potendo avere il quadro di uno eccellente maestro, sono contenti ad averne la stampa; e son sicura, che voi la renderete, quanto è possibile, vicina al dipinto.

DIALOGO QUINTO

Esposizione del principio universale dell’attrazione, applicazione di questo principio all’ottica, e conclusione.

Furono interrotti il di appresso i nostri ragionamenti da una gentil compagnia di dame e di cavalieri, che vennero a visitar la Marchesa. Si misero in campo, in luogo di sistemi filosofici, le novelle che forniva la città, i casi delle gentili persone, e le mode che erano frescamente giunte di Parigi. Dove mostrò la Marchesa la perizia sua nel prognosticare dagl’indizi i più leggieri ciò ch’ era per avvenire nel regno più mutabile ed incerto di tutti; e mostrò che al bisogno sapea profondamente parlare di nastri e di cuffie; e da tale gentilezza di maniere era accompagnato ogni suo detto, che le veniva quasi perdonato il suo spirito, anche dalle persone del medesimo suo sesso. Così da noi fu lietamente trapassata buona parte di quel giorno; e verso la sera invitandoci un soave venticello, che rinfrescava l’aria, entrammo tutti in un’adorna barchetta, la quale col favore dei remi raggiunse ben presto alcuni navili di pescatori, che lontano da riva tese aveano lor reti, e poste insidie alle dilicate trote e ai carpioni del lago. Erano da noi con diletto grandissimo corse quelle chiare e limpid’acque, che bagnano costiere piantate di bei pergolati di aranci, e per lo fremito delle onde gareggiano talvolta col mare. Ritornati la sera assai tardi a casa al suono di corni da caccia, e al lume della luna, sotto a cui tremolar pareano le acque del lago, a giocar ci ponemmo; e quindi a una linda ed elegante tavola; né mancarono di bei motti e racconti, che condissero la cena.

Il dopo pranzo del seguente giorno prese commiato la compagnia; e mostrandosi la Marchesa più volonterosa che mai di ripigliare il nostro ragionamento sopra l’attrazione, postici a sedere nella galleria, io mi feci a dire in tal modo: – Un effetto, che è continuamente negli occhi di tutti, e di cui occultissima è la causa, è che i corpi, quando da niuna cosa sono impediti, vanno in basso, e gravi perciò si chiamano. Della gravità fu il primo il Galilei a dimostrare le proprietà e le leggi nei movimenti dei corpi, che sono appresso alla terra; tanto di quelli che cadono abbandonati a se medesimi, che di quelli che corrono giù alla china, o che vibrano appesi d’in alto, e pendoli in aria. E per tali vie principalmente egli entrò nel campo della vera filosofia, dove da tutti è riconosciuto qual primo duce e maestro. Il Neutono scopri dipoi come tutti i corpi, anche i più lontani dalla terra, sono dotati di gravità gli uni verso degli altri; trovò di tale gravità universale le leggi primitive; giunse a vederne sino alla causa; e si levò a così alto volo, quasi direi, per uno abbattimento. Raccontano che un giorno che tutto solo era a diporto in un giardino, fosse in particolar modo colpito la mente al vedere d’un albero cadere un pomo. Onde concentratosi in una sua meditazione, prendesse a ragionare in tal guisa seco medesimo. – I diporti del Neutono – si fece qui a dir la Marchesa – erano, a quel che io veggo, come i giochi d’Achille. E ora sì che mi sarà mestieri studiare il passo più che mai, a potergli tener dietro in quel suo giardino. – Ed io continuai: – Tutti i corpi, diceva egli, che sono intorno alla terra, pesano verso la terra medesima. Di assolutamente leggieri, conforme altre volte credevasi, non ce n’è. Che se alcuni mostrano di andare all’in su, non avvien loro altrimenti che al sughero, che per esser meno pesante dell’acqua, da essa è levato in collo e forzato di starsene a galla. La causa della gravità non dee cercarsi, come immaginò il Cartesio, nel giro di un vortice che circondi la terra, nella impulsione del fluido sottilissimo, ond’esso è composto, il quale facendo ogni sforzo di slargarsi e occupare le parti più lontane dalla terra e più alte, cacci in basso i corpi che nuotano per entro ad esso. La gravità in tal caso dovrebbe operare all’agguaglio delle superficie, che i corpi presentano a cotesto fluido; e non all’agguaglio della materia, che internamente contengono. Non vi par egli, Madama, che la cosa sia così? – Pare veramente – diss’ella – che quanto saranno in maggior numero le parti esposte al di fuori, dove potrà operare cotesto fluido, tanto maggiore dovrà essere l’operazion sua. – E la quotidiana esperienza – io seguitai – pur ne mostra il contrario. Una foglia d’oro, per quantunque assottigliata e distesa ella sia, non è così grave certamente quanto è un granello di piombo: anzi in paragone di esso si può chiamare leggiera: segno manifesto che il più o meno di superficie non fa nulla per accrescere o diminuire la pesantezza de’ corpi; e però convien dire che la gravità penetri la sostanza, e operi sopra ciascheduna particella della materia. La causa adunque della gravità non è una forza che operi estrinsecamente; ma una forza che ricerca internamente i corpi e muove dalla terra, la quale gli chiama e gli alletta tutti al suo centro. Una tal forza giugne assai alto e, senza punto scemare, nelle regioni dell’aria. Ché non potria ella giugnere più alto ancora, e stendersi sino alle trenta, sessanta, novanta mila leghe? che tale è la distanza della luna. E se arriva fin là su, non sarà ella la causa che ritiene la luna nell’orbe suo, e fa sì che ella giri intorno alla terra? Che ben sapete, Madama, come ogni corpo che muove di moto circolare vorrebbe, non meno che fa il sasso nella frombola, allontanarsi dal centro intorno a cui gira, e scappar via; e se pur gira, è in virtù di una forza che il frena e il tiene ad esso centro quasi obbligato ed unito.

Fermo il Neutono in questo pensiero – io continuai dopo un po’ di pausa – prese in sua scorta la geometria; e trovò che se un corpo, il quale sia in moto, è tirato verso un centro, percorrerà intorno ad esso aie proporzionali a’ tempi. – Ben io – disse la Marchesa – avea incominciato a seguire il Neutono; ma s’egli s’imbosca con cotesta sua geometria, io lo perdo tosto di vista. – Non dubitate, – io risposi – Madama, che faremo in qualche modo di seguirlo anche là dove più si vorrebbe nascondere. Figuratevi un corpo che gira intorno ad un altro, che del suo moto si può dire il centro; e figuratevi ch’e’ giri non già per un cerchio perfettamente tondo, ma che abbia un po’ del bislungo, di maniera che esso centro non sia giusto nel mezzo del cerchio, ma si rimanga un poco da un lato. Segniamo ora con la fantasia un punto del cerchio, dove in questo instante si trovi il corpo che gira. Da quel punto figuratevi tirato un filo o sia una linea al centro: similmente tal punto dove sarà, per esempio, due ore appresso, tiratene un’altra. Quello spazio triangolare, che resta compreso tra le due linee che si stendono dal corpo che gira sino al centro, e la porzione di cerchio da lui corsa nelle due ore, chiamasi aia. E queste tali aie, che, girandosi il corpo, sono formate in tempi uguali, sono uguali tra loro. Con che voi chiaramente vedete, Madama, ch’esso ora va più veloce, e ora meno; e in tempi eguali non avrà già corso due porzioni di cerchio eguali, ma due porzioni di cerchio tali che le aie formate nel modo che abbiam detto verranno ad uguagliarsi tra loro. E se un tempo sarà la metà, il terzo, il doppio di un altro tempo, anche le aie formate in quei tempi saranno la metà, il terzo, il doppio; che tanto è a dire, le aie sono proporzionali ai tempi. E il Neutono ancora trovò, che se all’incontro un corpo percorre intorno a un centro aie proporzionali ai tempi, egli sarà tirato verso quel centro. – E la luna, – disse la Marchesa – girandosi intorno alla terra, percorre mo’ ella coteste vostre aie proporzionali ai tempi? – Questo è ciò – io risposi – ch’ella fa per appunto. E vi dirò ancora più, che la terra e tutti gli altri pianeti fanno anch’essi il medesimo intorno al sole. – Adunque – riprese subito la Marchesa – hanno anch’essi una gravità verso il sole, o. come voi dite, sono tirati dal sole. – Ed ecco, Madama, – io risposi – che avete compreso da voi medesima cotesta attrazione neutoniana, che da prima pur vi riusciva così nuova cosa, e pareva non vi andasse gran fatto a verso. Vedete la luna gravitar verso la terra per la ragione medesima che fanno i corpi che ne sono dattorno; non in virtù di un fluido, che ve la spinga, ma in virtù d’una forza, che muove dalla terra ed a sé la chiama. E come mai la luna nelle regioni del cielo potrebb’ella essere attorniata da un fluido? Troppo la grande resistenza proverebbe nel procedere innanzi per l’orbe suo; verrebbe il suo moto a rallentarsi in poco d’ora e ad estinguersi: né altrimenti saria de’ pianeti, se girassero intorno al sole per uno spazio pieno di materia. – E non potrebbe – disse la Marchesa – cotesta celeste materia essere cotanto pura, cotante fina e sottile, che poco o niuno impedimento facesse al moto della luna? E s’ella fosse per assai più volte, che noi immaginar non potremmo, più sottile dell’aria? – Fate pure, – io ripresi – Madama, ch’ella sia così sottile, così fina e così eterea, come è la materia del Cartesio. E già vedrete che s’ella riempie di se medesima ogni spazio, è tutt’uno che s’ella fosse una massa tutta solida e massiccia. La resistenza che provano i corpi nel muovere per entro a un fluido, tanto è maggiore quanto maggiore è il numero delle particelle del fluido, che, per procedere innanzi, hanno da muovere di luogo; dovendo pur essi altrettanto perdere di moto quanto ne danno. Or che sarebbe, se la luna movesse per mezzo a una materia, che ogni spazio riempiesse del cielo? Dovrebbe ad ogni instante smuover di luogo, per farsi la via, una infinità di particelle, che glie la contrastano; troverebbe nel cammino tale impedimento, che, cessato in brevissimo spazio di tempo il proprio suo moto, e stimolandola del continuo la forza della gravità, verrebbe a piombar sulla terra; e lo stesso fariano i pianeti verso il sole, talché sino dal bel principio delle cose sarebbe venuto finimondo. Ma non dubitate, Madama; ne libera da ogni timore il sapere che la luna e i pianeti muovono per entro alle vaste solitudini del voto, dove nulla impedisce, nulla rallenta il loro movimento. Spinti dal Creatore in linea diritta, per essa avrebbono continuato mai sempre a muovere innanzi; quando per cammino sentito non avessero l’attrazione del vastissimo corpo del sole, che quasi in soglio siede immobile colà in mezzo dello spazio. Gli fa questa declinare dal retto loro sentiero,  e per una linea curva gli fa rivolgere intorno al sole. La più grande orbita di tutte, che ha non vi saprei ben dire quanti milioni di milioni di miglia di circuito, viene in trent’anni descritta, come già sapete, da Saturno; ed essa comprende quelle degli altri pianeti: Giove, Marte, la Terra, Venere e Mercurio, i quali penetrati tutti dalla virtù magnetica del sole danzano in vari giri intorno da lui, come nel suo Paradiso cantò il Miltono, quasi profetizzando agli uomini i misteri dell’attrazione. Da essa sono altresì governate le comete, le quali, benché vadano quale per un verso e quale per l’altro, benché girino intorno al sole per orbite assai più bislunghe che non fanno i pianeti, ubbidiscono però puntualmente alle medesime leggi; e quanto già furono al Cartesio ribelli, altrettanto sono docili al Neutono. Per l’attrazione similmente i pianeti secondari girano intorno a’ loro primari; la luna cioè intorno alla terra, intorno a Giove le sue quattro lune, e intorno a Saturno quelle altre sue, che son cinque. In somma il gran fenomeno del giro de’ pianeti, per cui i filosofi fabbricato aveano degli epicicli, dei vortici, ed anche creato delle intelligenze onde reggergli e governargli, si riduce al moto di un sassolino, che uno scagli con mano. Dopo aver esso da noi ricevuto la pinta, muoverebbe, quanto è a sé, per linea diritta, se la forza della terra, che lo trae del continuo in basso, nol deviasse per una curva. E già se noi da un luogo altissimo gittando un sasso, gli potessimo dare tal forza che, deviando per la curva, non si scontrasse nella terra, e l’aria non gli resistesse, verremmo a fare un’altra luna: voglio dire ch’e’ girerebbe intorno intorno alla terra, come fa appunto la luna. – Ben pare – disse la Marchesa – che la natura opera molto col poco. Una medesima forza, una medesima cagione produce effetti, che pur paiono e parvero anche a’ filosofi quanto tra lor differenti! Già non si può mettere in dubbio che l’attrazione non governi i moti di Saturno, e non faccia qui da noi cadere un pomo. Maravigliosa cosa è a vedere come un motivo, per così dire, semplicissimo continua sempre lo stesso, e domina in tutto il gran concerto del mondo.

– Ora, – continuai io – siccome la legge delle aie proporzionali ai tempi, a cui nel descriver la sua orbita ciascun pianeta ubbidisce, fu cagione, che il Neutono scoprisse la forza attrattiva nel sole, così un’altra legge, per cui i pianeti spendono più tempo in compiere le loro orbite, secondo che sono più lontani dal sole, e ciò con certa proporzione tra le distanze e i tempi, fu cagione ch’egli scoprisse che la forza attrattiva va scemando con certa misura, via via ch’ella si allontana dal sole. E la misura è questa: ch’ella scema non di quanto cresce la distanza dal sole, ma il quadrato del numero esprimente la distanza di esso sole; il che si chiama la ragione inversa dei quadrati delle distanze. – Ohimè! – disse la Marchesa – che noi torniamo ad entrare nel bosco. – Per intendere una tal cifera di geometria, – io seguitai – basta sapere che il quadrato di un numero è il medesimo numero moltiplicato in se stesso: come per esempio il quattro è il quadrato del due, perché due via due dà quattro; il nove è il quadrato del tre, per la medesima ragione che tre via tre dà nove; e così discorrendo. Nota adunque la distanza in che si trova la terra dal sole, e insieme nota la distanza in che si trova Giove, che l’una è cinque volte maggiore dell’altra, voi potrete sapere di quanto la forza attrattiva del sole alla distanza di Giove è indebolita, rispetto alla forza di esso sole alla distanza della terra. – State ad udire, – disse la Marchesa – se io so raccapezzarlo. Voi mi dite adunque che la forza attrattiva è minor di tanto di quanto è maggiore il quadrato della distanza. Il quadrato di uno, che voi fate esser la distanza della terra dal sole, è uno. – E alla distanza uno, – ripigliai io – uno parimenti è la forza. – Il quadrato del cinque – soggiuns’ella subito – è venticinque: e però la forza attrattiva del sole in Giove è venticinque volte minore che nella terra. – Forse, – diss’io – Madama, non sapete, che adesso voi avete sciolto un problema; e potete dire, come quell’antico geometra, ho trovato, ho trovato. Anzi ne avete sciolti tre dei problemi: vedete senso che si asconde sotto il velame delle vostre parole. Con la stessa legge per appunto che scema l’attrazione, scema e il calore e la luce. – La luce adunque, – disse la Marchesa – e il calor del sole sono anch’essi venticinque volte minori in Giove che qui in terra? – Né più né manco: – io risposi – a segno che noi trasportati in Giove interizziremmo del freddo pel solleone di quel pianeta; e gli abitanti di Giove trafelerebbono del caldo nel cuore del nostro inverno, e trovandosi qui tra noi offesi dalla luce del sole, non potrebbono vivere che in compagnia della nostra più leggiadra gente, che fa di notte giorno. – Vedete – disse la Marchesa – quante cose belle io ho trovate a un tratto, senza pur saperlo! – Non avviene così di rado – io risposi – che nella buona filosofia quello solamente si trovi e non più, che uno di cercar si propone. La verità è più feconda che altri non crede. Ma perché abbiate ancora maggior certezza del modo con che diminuisce a varie distanze il vigor della luce, e meglio veggiate come avete colto nel segno, ne potremmo prendere questa sera, se vi sarà a grado, una esperienza non meno decisiva che facile a farsi. In una stanza non vi ha da essere altro lume, salvo che una sola candela accesa: ed uno si pone tanto lontano da essa, che a mala pena possa rilevare i caratteri di una lettera; se già una non fosse di quelle lettere che si leggono a qualsivoglia lume. Indi, se egli si porrà a doppia distanza, vedrete che a poter rilevare i caratteri, come avea fatto innanzi, non basta raddoppiare il lume coll’accendere nel medesimo sito una simile candela, ma converrà quadruplicarlo; che è appunto il quadrato della distanza due. Che se ad ottenere il medesimo effetto convien rinforzare il lume proporzionatamente al quadrato della distanza, di altrettanto convien dire che l’istesso lume, allontanandosi dal principio suo, perda della sua virtù. – Io mi penso – soggiunse qui la Marchesa – che questa regola de’ quadrati si estenda anche a cose ben lontane dalla filosofia. Il quadrato dell’otto non è egli il sessantaquattro? – Appunto – io risposi. – Pensate ora voi, – ella soggiunse tosto – di quanto nello spazio di otto giorni dopo una partenza debba perder di virtù il dolce lume, il dolce fuoco, di che in presenza si mostrano tanto accesi gli amanti. – Guardate poi, – diss’io – Madama di non esser causa, che si guasti la generalità della vostra regola voi.

– Ma seriamente parlando, – diss’ella – la forza attrattiva del sole va calando, secondo che crescono i quadrati delle distanze. E lo stesso sarà senza dubbio della forza attrattiva della terra. – Che la cosa – io risposi – sia così in Saturno e in Giove, lo veggono manifestamente i matematici mercé di quelle lune o satelliti che vi girano intorno. Poiché quella medesima proporzione tra le distanze e i tempi delle loro rivoluzioni, che osservano i pianeti che vanno intorno al sole, la osservano ancora i satelliti, che vanno intorno a un pianeta. Dal che se ne ricava che la forza attrattiva di Saturno e di Giove cala nella proporzione medesima che quella del sole. Ma per tal via non è già possibile verificarlo nella terra; non avendo ella un’altra o più lune, onde comparare i tempi delle loro rivoluzioni con le loro distanze da essa terra. – Se non fosse – disse la Marchesa – che per quanto ho raccolto da voi, i Neutoniani fanno tanto il poco caso delle probabilità, parmi che non sarebbe da mettere in dubbio che la cosa proceda allo stesso modo anche nella terra. Ma così stretto è l’instituto della loro filosofia, che anche le probabilità le meglio fondate non occorre metterle in campo. – Certo è – io risposi – che non si sarebbono mai dati pace, se un’altra via trovata non avessero da giugnere alla dimostrazione: e ciò fu comparando il moto de’ gravi cadenti qui presso alla terra col moto della luna. Se fosse possibil mai, ch’ella venisse a cadere sopra la terra, sono assicurati, e sapete, ch’e’ non si assicurano per così poco, che la forza che di là su la tirerebbe in basso sarebbe tremila e secento volte minore della forza che tira in basso i nostri gravi quaggiù. La luna è lungi dal centro della terra sessanta mezzi diametri della medesima terra, o sia sessanta di quelle misure, delle quali i corpi ne sono lungi una sola; e il quadrato di sessanta è tremila e secento, né più né meno.

– Molto bravamente – disse la Marchesa – sono arrivati i neutoniani alla dimostrazione: ed egli mi pare proprio un danno che non sia possibile che la luna venga a cadere sopra la terra. Potrebbono dare in tal modo quasi l’ultima mano a’ loro computi, a vedergli confermati più che mai. E che bella occasione non sarebbe anche cotesta per gli altri filosofi? potrebbono poggiare a lor diletto per quei monti e scendere per quei valloni, che vi veggono per entro col cannocchiale: e a moltissimi poi sarebbe dato di riavere, senza fare il viaggio di Astolfo, l’ampolla del loro senno che perdettero qui in terra in tante vane speculazioni. – Quella – io ripresi a dire – che vi sarebbe in tal fatto di più curioso si è che la terra non si starebbe mica ad aspettar la luna a piè fermo; ché, movendo anch’essa, le si farebbe incontro. – Come incontro? – tosto soggiunse la Marchesa. – È egli forse fermato questo patto tra’ pianeti: che qual di loro venisse a muovere verso dell’altro, l’altro dovesse andargli incontro, quasi per fargli accoglienza? – Al certo, – io risposi – se ci fosse un tal patto, molto bene sarebbe garantito dall’attrazione vicendevole che hanno tra loro. Se in due tavolette di sughero si fanno galleggiar sull’acqua un pezzo di calamita ed uno di ferro, a poca distanza l’uno dall’altro, vedesi non meno correre il ferro verso la calamita, che la calamita verso il ferro: e se si ritiene questo o quella, qual de’ due non ritenuto corre verso l’altro. Ancora l’ambra, che strofinata ha potere di attrarre a sé varie specie di corpi, appesa ad un filo in modo che stia libera in aria, si fa incontro essa medesima a que’ corpi che se le presentano, e gli seconda in tutti i loro movimenti. – La cosa adunque, – disse la Marchesa – riesce a questo: poiché il sole attrae i pianeti, anche i pianeti attraggono il sole: i primari attraggono i secondari, e sono da essi attratti; i secondari si attraggono similmente l’un l’altro. – E finalmente – io soggiunsi – i corpi tutti tirati sono, e tutti tirano, come disse ad altro intendimento il maggior nostro poeta.

– Ma tante e sì diverse attrazioni – ripigliò la Marchesa – non dovrebbono elleno, incrocicchiandosi e quasi combattendo tra loro, causare nella universalità delle cose una qualche confusione? – Sì, – io risposi – se subordinate non fossero alle leggi più severe e più strette, che già non è pericolo sieno per trasgredire giammai. L’attrazione in ciascun pianeta è maggiore o minore secondo che più o meno contiene di materia; e lungi da esso se ne va scemando, secondo che cresce il quadrato della distanza. Muovendosi come fanno, e trovandosi tra loro ora più ed ora meno vicini, va continuamente variando l’effetto dell’attrazione degli uni sopra degli altri. Quindi ne avvengono alcune irregolarità ne’ loro movimenti, o vogliam dire disordini, che già non isfuggirono al Neutono, il quale, armato sempre della più fina geometria, seppe assoggettargli al calcolo e assegnarne sino agli effetti più minimi. Quando i pianeti si trovassero tutti dalla medesima banda, non si crederebbe egli, Madama, che dovessero sconcertare non poco il sistema celeste, operando tutti con l’attrazion loro di compagnia contro al sole? – Sì certo – rispose la Marchesa. – Terribile sarebbe una così fatta congiura, e tale da mettere in gran pensieri la immobile maestà del sole, non forse egli dovesse discendere dal soglio, e dei pianeti non essere più il re. – Così pare veramente; – io soggiunsi – e Dio sa ancora quali altre funeste conseguenze apprendere potesse uno umore tanto o quanto maninconico. Ma considerando che il sole, vastissimo come egli è, contiene in sé più materia che tutti gli altri pianeti presi insieme; e considerando che i pianeti più vicini al sole, che più fortemente operano sopra di lui, sono anche i più piccioli, altri può viver sicuro. Quand’anche le forze di tutti i pianeti unite fossero contro al sole, vano sarebbe ogni loro sforzo. Egli è dimostrato che non lo smuoverebbon dal proprio sito che di un solo al più de’ suoi diametri. Simile al Giove di Omero, che sfida la turba degli altri dei, e se ne sta fermo ed immobile, tenendo in mano l’un capo della catena d’oro, mentre all’altro capo adoperano tutti ogni lor possa, collegati insieme contro di lui. – Bella e grandiosa immagine, – disse la Marchesa – onde da quell’antico poeta fu come adombrata l’armonia e l’ordine, che i più acuti nostri filosofi ravvisano nell’ universo. – La luna – io continuai a dire – è più di ogni altro corpo celeste soggetta nel suo movimento a disordini e a irregolarità; e ciò a cagione principalmente della situazion sua. Oltre all’attrazione della terra sente fortemente quella ancora del sole: e questa quando più gagliarda e quando meno, secondo che, girando intorno alla terra, e trovandosi ora in opposizione ed ora in congiunzione col sole, si trova essere ora più ed ora meno da esso sole lontana. Da tutto ciò ha da nascere che la sua marcia ora si acceleri, ora si ritardi; che la figura e la positura dell’orbe suo vadano cangiando; mille irregolarità in somma, o scambietti nel movimento suo, i quali tribolavano del continuo e facevano dare al nimico i devoti di Urania che non arrivavano a penetrarne il perché. Il Neutono gli ha saputi ridurre sotto regola; ha mostrato come quelle cause che disordinano la luna, quelle medesime altresì dentro a un certo tempo la riordinano; ed egli solo ha il vanto di aver posto a quel licenzioso pianeta la briglia e il freno, come altri disse, de’ computi.

Ben è vero, – io continuai – che novellamente in Francia fu chi pretese di mostrare che la luna ricalcitrava al Neutono pur assai; mentre, stando alle leggi dell’attrazione, ella avrebbe dovuto compiere in diciotto anni certo suo particolare e importantissimo movimento, e in effetto lo compie in nove. – Il sistema dell’attrazione – disse la Marchesa – trovò dunque anch’esso in Francia un altro Mariotto. Se non che, qui non si quistionava del fatto, ma della ragione del fatto medesimo: e la disputa era di un grado assai più alto, e più degna della speculazione e dello ingegno de’ filosofi. – Trattavasi – io risposi – di far nuove leggi a potervi ridur la luna. Il sistema del Neutono non si adattava a tutti i fenomeni: conveniva almeno mettervi mano per racconciarlo; e dal racconciare al rigettare un sistema non ci è un gran tratto, bene il sapete. Tanto più dipoi pareva che fosse da temere per l’attrazione, quanto che entrato era in lizza uno de’ paladini della geometria già partigiano del Neutono, il quale fu allora predicato come un altro Labieno, che per la giustizia della causa vedevasi costretto ad abbandonare le parti di Cesare. – E che fece la Inghilterra? – ripigliò con impazienza la Marchesa. – Non entrò anch’ella tosto in campo? Mise altre volte in chiaro la poca diligenza del Mariotto: avrà ora messo in chiaro la fallacia presa dal matematico. Un qualche suo Astolfo avrà, mi penso, dato di piglio a quella lancia d’oro, che fa uscir di sella quanti ne tocca. – Fosse sicurezza, o altro, – io risposi – ella non prese parte alcuna nella disputa; quasi prevedesse quello che succeder dovea. – Ma certo, – soggiunse la Marchesa – ella non poteva sperar di vincere senza prima combattere; quando il Francese per avventura non avesse abbandonato il campo, e non si fosse dato egli medesimo per vinto. – Così avvenne giustamente, – io risposi. – Rifatti d’indi a qualche tempo suoi computi sottilissimi, intralciatissimi, dove di mille minuzie era da tener conto, si accorse alla fine da qual piede zoppicassero. Trovò che, giusta le leggi dell’attrazione ridotte al più scrupoloso esame dovea la luna compiere quel suo moto nel tempo giustamente che lo compie né più né meno; e rimise solennemente in seggio il Neutono.

– Bel trionfo, – disse la Marchesa – che fu cotesto per il Neutono e per li partigiani suoi, ch’ebbero vittoria senza né meno venire a giornata. – Quale fu maggior trionfo pel Neutono, – io replicai – quanto il turbamento che, secondo che predetto egli avea, si cagionarono vicendevolmente ne’ moti loro Giove e Saturno? Sono questi i più grossi tra’ pianeti: e nello avvicinamento o congiunzion loro, benché vi sieno ancora tra mezzo parecchi milioni di miglia, pur debbono, secondo la ragione della materia che contengono, sensibilmente operare l’uno sopra dell’altro. Venne una tal congiunzione a cadere al principio della presente nostra età. E siccome a tal tempo il sistema neutoniano non faceva che comparire nel mondo, e avea però di molti contrari, ben potete immaginare, Madama, qual fosse l’aspettazione di coloro, a cui preme sovra ogni altra cosa saper fatti tanto da noi lontani, e come si aguzzassero per ogni lato di Europa gli occhi scientifici. Stavano essi tutti rivolti al cielo, per veder pure se avveniva sì o no un tal turbamento, ch’esser dovea il paragone della verità del nuovo sistema e della fede che era da porvi. Certo sì, ch’egli avvenne, Madama. Il turbamento, che cagionò Giove ne’ moti di Saturno, e quello che vicendevolmente Saturno cagionò ne’ moti di Giove, furono talmente notabili che si trovarono forzati a riconoscerli e a confessarli quegli medesimi, che, fatte delle scommesse contro dell’attrazione, avrebbono voluto non vedergli.

– Non a torto certamente, – ripigliò qui la Marchesa – da voi dicevasi l’altro dì che l’attrazione si manifesta singolarmente ne’ fenomeni celesti, che l’hanno narrata al Neutono, ed egli alle genti. In ogni angolo dell’universo ella domina visibilmente; ogni movimento de’ pianeti ne prova ad ogni instante la esistenza, le proprietà ne dichiara e le leggi. Pare veramente che il cielo sia il suo regno: tanto più che qui in terra ella sdegna talvolta a manifestarsi, quando pur pare a me che manifestar si dovesse. Ma che fo io? non già ch’io intenda levar dubbi contro a un Neutono, ch’io voglia, come si dice, apporre al sole. Pur dirò la difficoltà che mi va ora per l’animo, acciocché da voi sgombrata mi venga ogni nebbia d’inganno. Come è mai che un leggier corpicciuolo, una piuma, per esempio, trovandosi vicino a un torrione o altro gran corpaccio, di cui grandissima sia l’attrazione, non la veggiamo andare ad unirsi con quello? – Madama, – io risposi – come è che in un romanzo ogni sentimento cedesse all’amor della patria, in una bella ogni altra passione ceda alla voglia di piacere? Come è che in mezzo al mormorio delle acque del lago, quando è irritato dal vento, da noi non si oda il ronzar di un insetto? – Comprendo – disse la Marchesa – il senso delle vostre figure. L’attrazione della terra è di tutt’altre vittoriosa, e fa di loro quel che fa il dì delle minori stelle.

– Così fa giustamente – io risposi. – Con tale e tanta forza ella invade e penetra la piuma, che non le lascia per niun conto sentire le attrazioni particolari di qualunque altra cosa le sia d’appresso. La virtù attrattiva si agguaglia alla massa o alla materia che i corpi racchiudono in sé, come già sapete. Or qual picciola cosa non è un torrione, rispetto a tutta quanta la gran massa della terra quanta ella è? Fate pur conto che la particolare attrazione, non dirò di un torrione, ma di una montagna, e confini pure col cielo, come di quella sua dice l’Ariosto, riesce affatto insensibile, è un niente.

Ma dove l’attrazione – continuai io a dire – si dispiega singolarmente agli occhi di tutti qui in terra, è nel maraviglioso fenomeno del flusso e riflusso del mare. Fu esso in ogni tempo uno dei grandi obbietti delle speculazioni dei filosofi, sul quale furono dette assai strane cose. Sapete voi, Madama, la ragione che ne danno i Cinesi? Arde, dicon essi, sino dal principio del mondo la più crudel guerra tra due gran popoli in origine fratelli, l’uno abitante delle montagne, l’altro del mare. Non rifinano mai costoro di combattere; le armi son giornaliere; ora è perdente, ed ora diviene signor del campo il popolo che abita lungo il mare: ed ecco il mare che ora monta ed ora dibassa. – In verità, – disse la Marchesa – che se la filosofia de’ Cinesi va tutta di un tal passo, noi saremmo troppo cortesi verso quella nazione, così altamente stimandogli come sento che comunemente si faccia. E non potrebb’egli avvenire che della grande opinione che abbiamo di loro, essi fossero in buona parte debitori a quelle migliaia di miglia, che sono tra il loro paese e l’Europa? come forse gli antichi hanno un qualche obbligo anch’essi a quei tanti secoli, che da noi gli dividono. La lontananza del luogo, dove uno dimori, o la lontananza del tempo in cui visse, non furono mai solite diminuire la fama altrui. – Certo si è, – io risposi – Madama, che il genio de’ Cinesi non è gran fatto filosofico. Quantunque la stampa sia tra loro una invenzione antichissima, e quantunque il governo non sia punto avaro agli uomini che sanno di ricompensa e di premio, non hanno mai le scienze sotto il cielo di Pechino aggiunto al termine della mediocrità: anzi si può dire che vennero loro insegnate da’ nostri Europei, che non erano in esse di gran maestri. I loro studi favoriti sono la lingua, di cui, per essere un mare senza riva, non vengono mai a capo; e le leggende di quanto scrissero in ogni cosa e pensarono i loro maggiori, da’ quali dissentire è delitto: studi atti a formare degli antiquari e de’ parolai, non a destar l’ingegno, o a promovere la ragion dell’uomo. Noi faremo, se così vi piace, Madama, una picciola setta contro ai Cinesi; gli avremo in pregio per le loro porcellane e per i loro ventagli; ma non ne faremo niun conto per i loro sistemi di filosofia. Le ragioni per altro del flusso e riflusso del mare, che diedero alcuni de’ nostri filosofi, non furono più filosofiche di quelle che ne danno i Cinesi: l’assorbire, per esempio, e poi mandar fuori delle bigonce d’acqua senza numero, che fa ogni dì non so qual gorgo dell’oceano, detto il bellico del mare, o la respirazione, che ha di sei in sei ore il gran corpaccio della terra. – Non tutte però le ragioni – disse la Marchesa – de’ nostri filosofi esser dovettero, mi penso, di quel calibro. – Coloro tra noi – io risposi – che meglio osservarono le cose naturali si accorsero che tra le vicende del flusso e riflusso del mare e i moti della luna vi correva una assai stretta corrispondenza ed amistà. Tentarono alcuni di spiegare in che cosa ella consistesse; ma vani furono i loro tentativi. E il metter veramente in chiaro qual sorta di azione possa aver la luna sul mare, come ella ne abbia governo e balìa, era riserbato al Neutono. E certamente attraendo la luna, come pur fa, il nostro globo, di cotesta attrazion sua se ne ha da vedere alcun segno nella parte fluida e cedevole, che in gran parte ricinge tutto intorno esso globo. Le acque marine sottoposte alla luna dovranno pure alcun poco levarsi in alto, ubbidendo all’attrazione di essa; la quale non è mica insensibile, come quella del torrione o della montagna di poco fa. E volete, Madama, vederne uno, assai bello esempio? Voi sapete come l’ambra, bene strofinata che sia, ha potere di attrarre a sé varie specie di corpi. Tra essi è anche l’acqua. Ora se un pezzo di ambra bene strofinata si presenti a qualche distanza sopra una conca piena di acqua, l’acqua si solleva in alto a guisa di monticello o di cupola, quasi facendo ogni suo sforzo di unirsi con l’ambra. – Un più bel modo – disse la Marchesa – non ci potrebbe esser di questo, per rappresentare così a picciolo la luna e i suoi effetti sopra del mare. Egli sembra che voi adoperate come gli architetti, che, a mostrare ciò che ha da riuscire in grande la fabbrica, ne fanno in prima il modello. L’acqua dunque, che trovasi essere sotto il pezzo di ambra, si alza in un colmo; e secondo che il pezzo di ambra si andrà muovendo qua e là vedrassi pur muovere e mutar sito il colmo d’acqua. – Nell’istesso modo per appunto – io seguitai – voi già comprendete, Madama, come, secondo che la luna cammina in cielo, dovrà tenerle dietro quaggiù il colmo d’acqua, ch’ella innalza nel mare sotto di sé. – Io comprendo – disse la Marchesa – che il mare che ricinge tutto intorno la terra, si ammozzicchierà sotto la luna; e piglierà, se non erro, come la forma di un uovo, la cui punta sarà sempre rivolta alla luna medesima. E quest’uovo – io dissi allora – vel figurate voi schiacciato nella parte di sotto? voglio dire nella parte opposta a quella, dove è la luna. – Tale giusto mel figuro – disse la Marchesa. – E naturalmente – io ripresi – per la ragione che la virtù lunare, penetrando addentro e ricercando tutto il globo terrestre, pur dee tirare a sé quelle acque che sono di sotto. – Appunto: – diss’ella – voi avete messo in chiaro quella ragione, la quale io non vedeva se non confusamente. – Ma pigliate guardia, – io ripresi a dire – se considerando meglio quella stessa ragione, le acque di sotto non dovessero ricrescere anch’esse e si avesse a far ivi un altro colmo o rialto nel mare. – Sì; rispos’ella – se ci fosse un’altra luna di sotto, che attraesse per un verso contrario a quella di sopra: e ben veggo che, se noi avessimo tante lune quante ne ha Giove o Saturno, avverrebbono di simili bizzarrie. Ma come mai la medesima luna potrebb’ella operar così contrari effetti, che ella in un luogo avvicinasse le acque a sé e da sé le allontanasse in un altro? – Ma le acque – io ripresi – che sono di sotto, non vengono anch’esse, come quelle di sopra, tirate dalla luna più o meno, secondo che le sono più o meno vicine? – Così è – ella rispose. – E le acque – io ripresi – che sono più sotto di tutte non sono anche le meno vicine alla luna? – Veramente, – disse la Marchesa – io doveva comprendere che sentendo meno delle altre la virtù della luna, debbano anche correre verso di essa con minor forza, e restare più addietro delle altre. – Ed ecco – io ripresi – l’altro colmo che dee farsi nella parte dell’altro emisfero, che è dirittamente opposta a quella a cui la luna soprastà. La mole adunque delle acque marine viene a pigliare una figura ovale e bislunga con due colmi l’uno diametralmente opposto all’altro, che secondano sempre da levante a ponente il moto giornaliero della luna: e in questo appunto, nel trapassare cioè di quei colmi d’uno in altro luogo, consiste il crescere e il calare, il flusso e riflusso del mare. Sulle coste dell’oceano vedesi tutto giorno come il volger del cielo della luna cuopre e discuopre i liti senza posa.

In alcuni luoghi dove sottile è la spiaggia, il mare se ne ritira per lo spazio di più miglia, e vi torna poi sopra con gran furia ad inondargli: talché dentro allo spazio di poche ore potrebbono nel medesimo luogo venire a giornata due eserciti e due armate navali. Il Mediterraneo e l’Adriatico hanno essi ancora il flusso e riflusso, ma più debole; e in queste nostre lagune vedesi la marea ora portar per un verso ed ora per l’altro le gondolette, intanto che il gondoliere canta a un bel raggio di luna la fuga di Erminia o gli amori di Rinaldo. Ma dove le maree fannosi grandissime è nel mare Pacifico e nell’Oceano orientale: e ciò atteso la vastità di quei mari, dove niuna cosa impedisce il libero corso delle acque; e atteso sovra tutto la situazione di essi, che sentono più gagliarda l’attrazione del pianeta che loro dirittamente soprastà. E queste maree molto maggiori anche si fanno, quando il sole si trovi in tal posizione con la luna, ch’egli operi di conserva con essa a far ricrescere e gonfiar l’acque. – Adunque non è vero – disse la Marchesa – che la luna sia sovrana assoluta del mare. Che il sole vuole aver parte anch’egli nel di lei regno. – E dove non ha egli parte – io ripresi. – Egli che, come lo chiamò il poeta, è il ministro maggiore della natura, e, secondo le più esatte osservazioni degli astronomi, è per più di sessanta milioni di volte più grande che non è il pianeta che ne aggiorna le notti e ne costeggia. Sebbene la distanza sua grandissima dalla terra altro veramente non fa se non se invigorire o debilitare la forza della luna; e secondo la situazione, in cui rispetto ad essa si trova, ora ne scema l’effetto contrariandolo ed ora lo accresce col secondarlo. A ciascuno di essi vengono esattamente dal Neutono assegnate le parti sue nella operazione del flusso e riflusso. Vi dice in quali tempi dell’anno e del mese debba essere maggiore o minore, in quali luoghi debba essere più o meno sensibile; e viene da lui felicemente spiegato in ogni sua più minuta particolarità un fenomeno, la cui difficoltà fece dire come uno de’ più celebri antichi filosofi si buttasse in mare vinto dalla disperazione di poterlo capir mai.

– Con la scorta del Neutono – disse la Marchesa – non si corre pericolo, a quel ch’io veggo, di dare in disperazione per cosa niuna. Né vi ha così astruso fenomeno, che non si possa arditamente affrontare. – Quali altre prove, Madama, – io continuai a dire – non potrei io darvi dell’attrazione, le quali si manifestano a color che danno opera alle scienze naturali, alla fisica, alla medicina, alla chimica? Ma basterà per tutte il testimonio di quel filosofo olandese per nome Mussembrochio, tanto riputato a’ dì nostri nell’arte sperimentale, e tanto eccellente, che sovra gli altri come aquila vola.

Egli ebbe solamente a dire che, a farla da uomo libero anche nella filosofia, dovea pur confessare di aver per lunghi anni osservato in ogni maniera di cose movimenti ed effetti tali, che non possono né spiegare né intendere per via della pressione esterna di fluidi sottilissirni; ma che la natura grida ad alta voce essere infusa ne’ corpi una virtù, per cui si attraggono insieme, indipendente dall’urto e dalla impulsione. E oramai mi penso, Madama, che più non farete le maraviglie, se io vi ripeterò come entra ancora nelle cose dell’ottica e ci ha che far l’attrazione. – Veramente, – rispose la Marchesa – che difficoltà potrei io ora avere, a credere che i corpi attraggono la luce, che passa loro dappresso, se ho veduto la luna attraer le acque del mare, e i pianeti attraersi l’un l’altro in quelle loro strabocchevoli e sterminate distanze?

– La refrazione – ripres’io allora a dire – non è ella anch’essa un effetto di cotesta virtù attrattiva, come lo è la diffrazione? E non viene ella dallo essere i mezzi, per li quali passa la luce, dotati di tale virtù più o meno, secondo il più o il meno della loro densità? Sino a tanto che un raggio di luce scorre per il medesimo mezzo, come sarebbe l’aria, per esser tirato da tutte parti con egual forza, non declinerà né da questo lato né da quello; ma procederà oltre seguitando la prima direzion sua. Ma se tra via egli viene a scontrarsi nell’acqua o in altro mezzo dotato di maggior attrazione che non è l’aria, non può fare che, ubbidendo alla maggior forza, non si accosti al perpendicolo nel tuffarsi dentro dell’acqua; e al contrario dovrà succedere, come in fatti succede quando dall’acqua torna ad uscire nell’aria. Sentendo una maggiore attrazione dall’acqua che dall’aria, è di necessità che si franga col discostarsi dal perpendicolo, buttandosi verso la superficie medesima dell’acqua dond’esce. Non sembra a voi, Madama, che dal Neutono si spieghi con felicità grandissima la refrazione, che diede anch’essa a’ filosofi cotanta briga, e fu cagione che quello dicessero che meno si concorda col vero? Ma perché non poss’io mostrarvi, con la geometria alla mano, come dalla medesima attrazione debbano nascere gli accidenti tutti e le particolarità, che accompagnano il refranger della luce d’uno in altro mezzo? E meglio allora conoscereste se abbia veramente il Neutono dato in brocca – Per me, – diss’ella – a cui non è dato di discernere così addentro e di geometrizzare, un bellissimo riscontro mi pare esser vero: che dovendo la virtù attrattiva esser maggiore dove maggiore è la densità del mezzo, ivi ancora si trovi esser maggiore la refrazione. – Nell’aria, – io ripresi a dire – nell’acqua, nel vetro e in più altri corpi così solidi come fluidi, le virtù refrattive si mantengono nella scala delle densità. Ma da una tal regola bisogna eccettuarne quei mezzi, che hanno dell’oleoso e sono di lor natura infiammabili. Quantunque di minor densità, sono però dotati di maggior forza e gagliardia nel refrangere; come hanno sperimentato i fisici coll’olio, più valente a torcere i raggi della luce che non è l’acqua, benché di essa più leggieri. – Ohimè, – ripigliò la Marchesa – io m’era formata in mente il mio ragguaglio delle refrazioni secondo la densità dei mezzi; e con questa eccezione voi venite a turbare il mio concetto; e non poco. Si direbbe veramente che coteste eccezioni non da altro sono buone che da guastare. Dove caschino nel discorso ne sogliono spuntare il frizzante senza mai contentar coloro in grazia de’ quali vengono fatte; e confessate pure che nella filosofia fanno gran torto alla verità, rendendola men generale. – Le eccezioni – io risposi – di questa natura altro non sono, a parlar giustamente, che novelle verità, e provengono dallo scoprimento di più cause, le quali si danno come mano l’una all’altra a produr certi effetti, e vanno di compagnia. Cotesta maggior forza di refrangere, di che, in proporzione della loro densità, sono forniti i mezzi oleosi e infiammabili, nasce dalla relazione, e quasi conformità, ch’essi hanno maggiore degli altri con la luce. La luce opera più efficacemente in quelli coll’agitargli, riscaldargli, e persino coll’accendergli e fargli levare in fiamma; ed eglino all’incontro operano più efficacemente nella luce, divertendola dal suo cammino. Pare assai probabile che in questa faccenda ci abbiano una parte grandissima le parti sulfuree e infiammabili, delle quali sono miniera i corpi tutti, qual più e qual meno. Sapete voi, Madama, che quasi tutti i corpi sono fosfori? voglio dire che, tenuti al sole ed anche al chiarore dell’aria, e poi recati al buio, si veggon quivi luccicare poco o assai: e i diamanti, che tanto prontamente si accendono, e però mostrano di esser pregni di zolfo, hanno di fatto molto maggior lena nel piegar la luce che non comporta la loro densità. – Tutto questo – disse la Marchesa – mi riesce assai nuovo ad udire; e, sopra tutto, che i diamanti tenuti al sole si accendano. Io ho adunque in dito un fosforo, senza saperlo! Mettiamolo al sole, ve ne prego, e faccianne or or la prova. – E così dicendo, si trasse l’anello del dito, e mel diede. – Come è del piacer vostro – io risposi. E fatta bene accecare una stanza vicina alla galleria, dissi alla Marchesa esser mestieri ch’entrasse là dentro, intanto che io teneva il diamante al sole, perché ne’ luoghi scuri, slargandosi a poco a poco la pupilla, gli occhi divengon atti a ricevere una maggior copia di raggi e a sentire dipoi qualunque lume per debole che sia; dove all’incontro ne’ luoghi illuminati la pupilla si ristringe, acciocché dalla soverchia copia di raggi l’occhio non rimanga offeso. Entrò tosto la Marchesa nella stanza ed io dopo di aver tenuto per qualche tempo il diamante al sole che già declinava verso ponente, gliel recai dentro, avvertendola prima, intanto che aprivasi la porta, a dover tener gli occhi ben chiusi; e, non senza gran maraviglia e diletto, ella vide assai vivamente risplendere in quel buio il suo diamante. Rientrati che fummo nella galleria, io ripigliai a dire in tal modo: – Ora voi, Madama, con cotesto vostro anello confermato avete una verità che già discoprì in Bologna una gentil donna. – Forse -diss’ella – la discopritrice ne fu quella filosofessa da voi celebrata in versi. – Nel fu – io risposi – una dama degna di altri versi che de’ miei, e degna di esser conosciuta da voi. Tenera di parto, ella se ne stava in una bella alcova con le cortine del letto ben chiuse, in luogo inaccessibile, come in tal caso è costume, a’ raggi del giorno. Quivi essendo visitata da un dotto medico e gentile per nome Beccari, il domandò un giorno, tosto ch’ e’ si fu posto vicino al letto, che importasse quel lumicino ch’egli avea in mano. Da prima egli non potea comprendere qual cosa potesse dare occasione a una tale domanda; disse che egli non avea altrimenti né lumicino, né altra simile cosa in mano; e forse anche l’assicurò col Petrarca che non era bisogno di lume là dove il viso di madonna luce.

La dama dal canto suo pur assicurandolo che gli vedea luccicare non so che tra le mani, gli aprì la mente, e gli fece nascere un bel dubbio, se per avventura ciò ch’ella prendeva per un lumicino fosse un anello, ch’egli avea quel giorno in dito. Tocco da’ raggi di fuori dovea forse luccicare come un fosforo in quella oscurità, e facilmente lo vedevano gli occhi della dama, i quali avvezzi per uso a quella oscurità medesima, vi poteano discernere che che sia. E un tal dubbio divenne ben tosto per via d’iterate prove una  certezza. Incominciò di quivi il Beccari una lunghissima serie di esperienze, che arricchirono la fisica di quantità di fosfori, mostrando essere chiusa e disseminata ne’ corpi una luce, che soltanto aspetta di essere come accesa da quella di fuori, e risvegliata per risplendere anch’essa. E forse cotesta luce, che più abbonda ne’ mezzi infiammabili, e che hanno più del sulfureo, è la causa della conformità ch’essi hanno maggiore con la luce medesima, e di quella loro più forte azione sopra di lei. Ma dovunque risegga principalmente la virtù del refrangere, quello che parrà incredibile ad ognuno, e che potea mostrare la sola esperienza accompagnata dal più fino ragionamento, si è che il medesimo mezzo, per esempio il vetro, sia dotato di forza attrattiva e di repulsiva. E siccome per l’una refrange i raggi della luce dentro a sé ricevendogli, così gli riflette per l’altra, quasi da sé rigettandogli.

– Che cosa è – disse la Marchesa – cotesta nuova forza, che voi chiamate repulsiva? non mi pare, che ancora ne faceste parola. – Questa forza – io risposi – ci è anch’essa mostrata da quella madre prima di ogni nostro sapere, da quella che fu chiamata fonte a’ rivi di nostr’arti: in una parola dalla esperienza: e non di rado la veggiamo esser compagna dell’attrazione. Due pezzi di calamita, secondo che si presentano l’uno all’altro, ora si attraggono ed ora si repellono. L’ambra, il vetro e più altre cose, bene strofinate che sieno, tirano a sé, e poco stante da sé rigettano de’ leggieri corpicciuoli, come minuzzoli di carta, pagliuzze, fiocchetti di bambagia. Nelle operazioni chimiche si manifesta, al pari dell’attrattiva, la virtù repulsiva: ed essa è pur cagione che le evaporazioni, o gli aliti, i quali da un picciolino corpicciuolo, per via del calore o della fermentazione, vengono alzandosi, piglino nell’aria un così gran luogo come fanno, ch’è proprio una maraviglia a vedere. Da che altro può egli avvenire che le particelle della materia, le quali erano prima contenute dentro a uno spazio ristrettissimo, non trovino poi luogo che basti ad espandersi; se ciò non avviene da una virtù, che in esso loro si dispieghi, di repellersi e di allontanarsi tuttavia le une dalle altre? E non solo qui in terra, ma in cielo ancora gli effetti si manifestano di cotesta virtù repulsiva. Ne sono un chiaro indizio quelle immense code, di che si ornano le comete, dopo aver bevuto dappresso i raggi del sole. Quantunque nelle rivoluzioni loro ubbidiscano, come sapete, alle medesime leggi che i pianeti, pure non si rivolgono per orbite quasi circolari, come fan quelli, ma per ovali sommamente bislunghe; di modo che ora si trovano assai vicine al sole, ed ora da esso per grandissimi spazi lontane. Quando gli sono vicine, il calore, che dentro ricevono oltre misura grande, ne fa alzare una quantità di vapori, che dalla forza repulsiva allontanati gli uni dagli altri tengono in cielo sotto sembianza di coda dei tratti grandissimi; talché essa coda apparisce infinitamente maggiore che non è il corpo stesso della cometa donde svapora. Nel mille secento e ottanta andò una cometa vicinissima al sole, e un grado ne concepì di calore senza comparazione più intenso che quello non è di un ferro arroventato. Buona parte di essa sfumò in vapori, talché la coda, onde si rivestì, pigliava in cielo un tratto di ben ottanta milioni di miglia. Tristi a noi, se nel tornare dal sole tale fosse stato il cammino di quella cometa, da dover costeggiare il nostro globo. Tocco da quell’infocamento, sarebbesi in brev’ora abbrustolato, divampato, arso ogni cosa quaggiù. E se pure una falda soltanto di quella sua coda avesse strisciato sopra la terra, saremmo stati picciol tempo dipoi sommersi in un diluvio d’acque; cotal giunta e quasi piena di vapori avrebbe essa recato nella nostr’aria. Ma io non vi voglio, Madama, mettere di simili paure, contro alle quali, se non altro, ne dee far sicuri la brevità della vita. – Iddio ci guardi – disse la Marchesa – da così fatti vicini, e dagli effetti di quella forza repulsiva, che ne gli rende vieppiù terribili e rovinosi. Ma ora mi ritrovo di bel novo tutta smarrita all’udire che ne’ medesimi corpi vi si accoppino due qualità tra loro tanto contrarie, come è l’attrazione con la repulsione. – Qualità forse necessarie – io risposi – perché tali sieno le cose quali realmente sono. Se dominasse soltanto la forza attrattiva, senza che niun’altra imbrigliata la tenesse, già non pare che tra le parti della materia esser vi potessero dei pori o dei vani; ogni cosa andrebbe ad unirsi insieme; in una picciolissima mole ristringerebbesi l’aria, l’acqua e la terra; quanto costituisce e forma questo nostro globo terraqueo si ridurrebbe in una picciola pallottolina, a quella guisa che ridurrebbesi in una massa il sistema solare, se i pianeti, oltre alla forza che hanno di tendere verso il sole, dotati non fossero di quell’altra ancora di allontanarsi per linea diritta da esso. E dal giusto temperamento di tali contrari, o sia dalla discordante concordia delle cose, ne risulta l’ordine e la forma del mondo. Ma come siasi di così fatta speculazione, a voi sembra, Madama, un grande enimma il dire che l’istesso vetro è dotato di virtù attrattiva e di repulsiva; che un corpo si arroghi in certa maniera privilegio dell’uomo di volere a un tempo e di disvolere. Più forte enimma, mi stimo, vi parrà ancora chi dicesse che quelle due forze, che paiono così contrarie, sono in sostanza una sola e medesima forza, che diversamente si dispiega. – Oh Dio, – disse la Marchesa – questo mi riesce sopra ad ogni altra cosa difficile ad intendere. Se tutt’altri che voi mi avesse detto che la forza attrattiva e la repulsiva è tutt’uno, averei creduto sentire quel medico di Molière, secondo cui arrosto e lesso è la medesima cosa. In fine io altro non arrivo ad intendere, se non che il tirare a sé e il discacciare da sé sono due cose contrarie; e naturalmente venir debbono da cause contrarie. – Ed io ripigliai: – Il rivolger a ogni momento gli occhi verso di una persona non è egli contrario a non ve gli rivolger mai? il parlottare continuo con uno a non gli dire mai un parola? e pure simili contrarietà vengono il più delle volte, ben il sapete, dalla medesima causa, che differentemente si spiega. – Oh, questo – disse la Marchesa – è un altro ordine di cose; e non credo già io che con tali argomenti mi vogliate far neutoniana. – Proviamo, – io risposi – se meglio vi persuaderà il dirvi che la virtù attrattiva e la repulsiva ben mostrano essere di una stessa origine, e quasi sorelle, a parlar così, per le analogie o similitudini che si osservano tra loro. Amendue vanno insieme, e sempre che l’una si dispiega con poca o con molta attività, il somigliante fa l’altra. Sino a tanto che i raggi scorrono pel medesimo mezzo, non succede né refrazione né riflessione, né forza attrattiva si manifesta né repulsiva. Così l’una come l’altra accade nel confine di due mezzi tra loro differenti in densità. Quanto più differiscono i mezzi, la refrazione, come sapete, è maggiore; e lo stesso pur avviene della riflessione. Osservate quanto più viva è la immagine di un oggetto ripercossa da uno specchio di vetro che dallo specchio dell’acqua. I raggi che hanno maggior disposizione ad esser refratti, hannola altresì maggiore ad esser riflessi. A riflettere gli azzurri, che refrangono più facilmente dei rossi, basta nelle particelle della materia una sottigliezza che non è valente a riflettere i medesimi rossi; e i raggi più refrangibili, come ben vi dee ricordare, sono anche più riflessibili. Sono questi, Madama, bastanti argomenti, per farvi anche in questa parte divenir neutoniana? – Molto – riprese a dir la Marchesa – è da ammirare la sottigliezza e, insieme, la precisione di un tal discorso. Pur nondimeno, a parlarvi liberamente, a me sembrava assai più naturale attribuire la causa della riflessione non a quella forza repulsiva che dite ora, ma al dare che fa la luce, secondo che pur diceste, nelle parti solide de’ corpi, donde è rimandata indietro, come una palla che dà in terra. Ciò è pur facile ad intendersi, e naturale ad avvenire. – Ed io ripresi in tal modo: – Madama, io usai allora il linguaggio de’ filosofi volgari per condiscendere al nostro immaginare. Ma sapete voi quale inconveniente dovrebbe nascere, essendo vero ciò che par tanto naturale? E’ non ci sarebbe specchi al mondo, non ci sarebbe cosa che ne potesse presentare la nostra immagine. – Oh questo sì, – disse la Marchesa mezzo sorridendo – che ci tocca nel vivo. – Perché possiate vedervi – io seguitai – dentro allo specchio, conviene che i raggi, come già avete inteso, i quali dal vostro volto vanno a esso specchio, se ne ritornino a voi con la stessa stessissima inclinazione con cui vi andarono, senza che dalla riflessione sieno turbati per niente, o disordinati in qualunque modo si sia. Ora, quando ciò avesse da avvenire in virtù dei raggi riflessi dalle particelle componenti la superficie dello specchio, sarebbe necessario, non è dubbio, che la superficie tutta si fosse perfettamente liscia e pulita; altrimenti, se vi ha delle asprezze, delle ineguaglianze qua e là, che vale a dire se le parti della superficie formano come altrettanti rialti, o piani variamente inclinati, i raggi riflessi non potranno più dirigersi verso il medesimo luogo; ma, seguendo appunto la inclinazione di ciascuno di que’ piccioli piani, verranno sparpagliati da ogni parte, né potran rendere la immagine dell’oggetto che loro si affaccia. – E gli specchi – disse la Marchesa – non sono eglino così puliti, come voi dite che hanno da essere? – No certamente – io risposi – e con effetto se voi guardaste col microscopio le superficie di quelli, le vedreste scabrose ed aspre, non altrimenti che all’occhio nudo è lo specchio delle acque, quando sono increspate dal vento. Considerate ora da per voi, Madama, con qual disordine sarebbe dagli stessi specchi riflesso il lume, quando venisse riflesso dalle particelle della superficie, e non da una forza che muove e risulta dal totale del corpo; e in paragone di questa le piccioline forze di esse particelle, le quali, quanto è in loro, pur vorrebbono gettare i raggi per ogni verso, si rimangono affatto insensibili. – Ma voi – soggiunse la Marchesa – mi fate forse più paura che non merita il pericolo. Coteste scabrosità, benché ingrandite dal microscopio, pur sono in sé picciolissime. E se son tali, come si può egli  venire in chiaro che nelle particelle della luce debbano partorire di così gran disordini? – Le scabrosità degli specchi – io ripigliai – ci si rendono quasi palpabili per mezzo degli microscopi; ma non già le particelle della luce: e da ciò si può arguire la incredibile loro picciolezza, che per quanto vengano ingrandite anch’esse da quegli ordigni, pure isfuggono la nostra vista, e ci rimangono del tutto invisibili. Anzi tanto è lontano, Madama, ch’elle cader ne possano sotto i sensi, che fate pure di provvedervi del più valente microscopio e armatevene l’occhio, e i pori di cotesto vostro diamante, pe’ quali passa la luce in grandissima copia, vi rimarranno anch’essi invisibili. Che più? Le particelle della luce sono verso le scabrosità degli specchi come altrettante pallottole di bigliardo, che dessero contro a cotesti nostri altissimi monti. E buon per noi che sieno più che minutissime. La forza de’ corpi risulta dalla quantità di materia che contengono in sé, o sia dalla massa e dal velocità con cui muovono; talché un granello di piombo può aver forza di fare altrui un mal gioco per la velocità soltanto, che gli dà la polvere d’archibuso da cui è spinto. Ora le particelle della luce sono spinte con tale incredibile velocità, che ‘l  muover suo nessun volar pareggia.

Secondo la bella scoperta di un danese per nome Romero, in un mezzo quarto d’ora, e non più, viene da esse corso lo spazio di quasi cento milioni di miglia nel venire dal sole alla terra. Vedete i più bravi corsieri d’Inghilterra, che in un minuto hanno già fatto un miglio, essere al paragone più tardi che testuggini. Poiché adunque tale e tanta è la loro velocità, convien dire che la massa di ciascuna sia quasi che infinitamente picciola: altrimenti la luce scagliata dal sole menerebbe qui in terra la rovina del cannone, anzi che drizzare e aprire i fioretti nel loro stelo, anzi che sviluppare, come fa, e muovere soavemente ogni cosa.

– Piacemi – disse la Marchesa – non avervi prestato fede così di leggieri. Egli è pure la buona regola in qualunque sia incontro a non si mostrar troppo corrive a credere. Si vengono ad avere in tal modo delle maggiori prove di ciò che è vero, o di ciò che si desidera lo sia. Ed ora molto buon grado debbo sapere a voi, che rispondendo alle tante mie domande, fate che il dubitare non meno mi giovi che il sapere. – Ed io risposi: – Non ad altri che a voi medesima ne dovete aver grado, Madama, che sapete muover que’ dubbi, che conducono alla verità. – La verità è adunque – disse la Marchesa, fatto un po’ di pausa – che la luce è rimandata da’ corpi, non già dopo avere in essi percosso, ma prima ch’ella giunga a toccarne la superficie. Strana cosa ad udire! Non bastava adunque che si mostrasse la vanità di quanto avea detto il Cartesio, che pur pareva tanto naturale, sulla causa del moto dei pianeti, sulla origine della luce e de’ colori, che si dovea anche smentirlo sulla riflessione della luce, che pareva la più natural cosa di tutte. Altro non manca se non dire che siccome la luce, che riflessa è da’ corpi, non urta contro alle parti solide di quelli, così la luce, che dai corpi è trasmessa, non passa altrimenti per i loro pori. – Io già non sono – risposi allora – per negare al Cartesio così risolutamente anche tal cosa; ma dirò bene, che la esperienza dimostra, sapete che bisogna star con lei,

che alla trasparenza non fa nulla la quantità o l’ampiezza de’ pori. Anzi un foglio di carta imbevuto che sia d’acqua, o inzuppato d’olio, si fa tosto diafano e traspare; che vuol dire turate i pori della carta, e al lume aprirete la via. – Da che nasce mai questo? ripigliò ella – che quanto chiara è la prova, altrettanto m’immagino, ne sarà oscura e misteriosa la causa. – Non da altro, – io risposi tosto – che dalla uniformità o similitudine tra la densità della materia nuovamente intrusa ne’ pori della carta e la carta medesima; la quale uniformità non trovavasi, quando i pori della carta erano pieni d’aria. Così dalle particelle dell’olio o dell’acqua trapassano liberamente i raggi in quelle della carta, quasi durassero a andare per lo medesimo mezzo, o trapassassero da vetro a vetro, quando l’uno combacia perfettamente l’altro. Dove al contrario, se il lume nel traversare un corpo trova ad ogni instante per la diversità della materia dove riflettere e dove refrangere, molti raggi tornano indietro, molti altri se ne sperdono, e pochi o niuni ne passan oltre. Né già per altra causa lo sciampagna di trasparente diventa opaco, quando mesciuto d’alto si leva in ischiuma; che tanto è a dire, quando tra le sue particelle ad intruder si viene maggior copia d’aria. – Non picciolo è l’onore – disse qui la Marchesa – che voi fate allo sciampagna, facendolo servir di prova alle più recondite verità della filosofia inglese; esso, che sino ad ora ebbe soltanto virtù di spirare di bei motti e delle canzonette all’allegria de’ Francesi. – Vedete ancora – io soggiunsi – verità, che si contiene entro alla schiuma di quel vino: una prova certissima che lo spazio immenso, per cui muovono i pianeti, è voto di qualunque materia per quantunque rara e porosa finger mai si potesse; un argomento per render più libere e spedite le vie del cielo. La luce, non ostante quella sua incredibile velocità, che non è da noi lo immaginarla, ci mette a venire dalle stelle sino a noi un tempo considerabilissimo; tanto ne sono elleno per uno strabocchevole e quasi che infinito spazio lontane. Ora se la luce, nel venir dalle stelle a noi, scontrasse qua e là in quel lunghissimo suo viaggio delle particelle di materia, che nuotassero in cielo, dovrebbe infiacchirsi, venir meno di mano in mano, come il più numeroso e fiorito esercito, che per li continui disagi del cammino vien meno, e si disfà in una lunghissima marcia. Ma che dico venir meno? egualmente che faccia nel tragittar la schiuma dello sciampagna, dovrebbe sperdersi del tutto, ed ispegnersi a cagione di quelle tante riflessioni e refrazioni senza fine, che avrebbe a patire; ed a noi sarebbe tolta la vista di quelle innumerabili stelle, che col scintillare e col brio della lor luce ne rallegran le notti. – Ed ecco – disse la Marchesa – anche per questa novella prova, sgombrato il cielo di qualunque cosa al libero corso de’ pianeti recar potesse impedimento od ostacolo. In fatti non hanno essi a trovare per via se non l’attrazione che gli governa, e la luce che gl’illumina, gli seconda, gli vivifica: la luce, che al suo apparire mette da per tutto vigoria e letizia, e in sé contiene gli smeraldi, i rubini e i zaffiri, di che la natura colora e arricchisce l’universo.

– A tante, e così nobili scoperte, – io ripresi a dire dopo alcuna pausa – che di tanto hanno avanzato la scienza dell’ottica, il Neutono aggiunse molte curiose quistioni, quasi proponendole all’esame de’ più sottili filosofi: tra le altre, se la differente refrangibilità originata non sia per avventura dalla differente grandezza de’ corpicciuoli, onde composti sono i raggi della luce. Non si direbbe egli che i più piccioli corpicciuoli di tutti debbono esser quelli, che il color violato ne mostrano il meno forte di tutti, e che più degli altri refrangendo, meno anche resiste all’attrazione dei mezzi? Più forti del color violato, ed anche meno refrangibili si trovano essere di mano in mano l’azzurro, il verde e il giallo: e però i loro corpicciuoli saranno più grandicelli di mano in mano; sino a tanto che si arrivi al rosso, il quale essendo il colore di tutti gli altri il più acceso, e insieme il meno refrangibile, dovrà essere ancora di corpicciuoli di tutti gli altri più grandicelli formato. Tali cose egli non ardisce asserire, per verisimili che paiano; e proponendole sotto forma di domanda, egli ne insegna quello che è da pochissimi: a saper dubitare. – Raro veramente – qui entrò a dir la Marchesa – convien confessare che fosse un tal uomo. Non volle attribuire più che non si convenisse a quello che ha soltanto sembianza di vero; non volle punto abusare dell’autorità sua; e quello e non altro affermò, che può far buono con la dimostrazione. Quanto onore non dee egli fare alla specie filosofica! E ben pare la natura il formasse di un altro conio che gli altri uomini. – A segno – io risposi – che un Francese celebre per la sua dottrina era solito domandare a coloro che lo aveano veduto et udito, se era pur vero che avesse anch’egli le mani, e i piedi, una persona, come l’abbiam noi. Quello poi in che sommamente differiva dagli altri uomini era una rara e singolare modestia. Richiesto un tratto per quali vie fosse giunto a discuoprire tante e tanto ammirabili cose, rispose non aver fatto se non quello che fatto avrebbe tutt’altr’uomo datosi a pensare con pazienza. Lontano dal volere imprendere guerre letterarie, cercando insieme con la verità la quiete dell’animo, cosa, diceva egli, veramente sostanziale; i più bei frutti del suo ingegno lasciavagli nell’oscurità, non curando di manifestarsi e di rivelare ciò ch’egli era. L’Hallejo, grande astronomo e amico di lui, viste per ventura quelle maravigliose discoperte, che troppo lungo tempo erano rimase nascoste, lo sforzò a pubblicarle; ed ei si vantava di essere stato l’Ulisse, egli che, tratto quello Achille dall’ombra, lo avea collocato nella luce aperta del sole. Appena si mostrò in pubblico che si levò tra quei pochi, a’ quali era dato d’intenderlo, un grido di applauso, che risuonò di mano in mano tra ogni schiera di gente; e ben presto ebbe del suo nome ripieno il mondo; e il Neutono, quasi suo mal grado, godé vivente, e in grembo della sua patria, di quella gloria di che gli uomini grandi godono solamente appresso le nazioni forestiere mentre vivono, e appresso i loro compatrioti dopo morte. Ma ben era il dovere che in singolar maniera esaltato venisse colui il quale avea recato l’uman genere a quell’ultimo grado di sapere, a cui gli è forse dato di giugnere. Che se noi non ne sappiamo più là, non è colpa del Neutono, ma della picciola portata del nostro ingegno, o piuttosto del poco numero di sensi onde fornito è l’uomo. Sono essi quasi le porte per cui entra nell’anima ogni nostro sapere: e se di alcuno altro senso, oltre a quelli che ne sono caduti in sorte, ne fosse stata cortese la natura, di nuove cognizioni saremmo venuti acquistando senza dubbio, di nuove qualità avremmo scoperte ne’ corpi, le quali un novello lume ci recherebbono nelle oscurità della filosofia. – Sembra però – disse la Marchesa – che sendo noi arrivati a conoscer così addentro nelle più fine tessiture della luce, e ne’ globi lontanissimi dei pianeti, sembra, – dissi – che il raziocinio del Neutono abbia supplito in certa maniera a’ sensi, che mancar potrebbono all’uomo. – Pur chi sa, – io risposi mezzo sorridendo – se in Giove non ci abbia viventi, che, per via di sensi a noi ignoti, veggano distintamente ciò che costituisce la varietà del colore ne’ minimi corpicciuoli che scaturiscono dal sole; e non veggano ancora in qual maniera il loro globo per mezzo all’ampiezza del voto attragga quello di Saturno, e ne turbi il movimento; più perspicaci, e lincei che i nostri filosofi non sono? – Molto felice – disse qui la Marchesa – sarebbe la loro condizione; e un idiota di Giove potrebbe esser collocato alla testa delle più famose università e accademie della terra. Ma forse voi fate come quei viaggiatori, che vanno tanto magnificando le virtù di certi popoli del nuovo mondo, che ce gli farebbono credere più che uomini, e non sono altro in sostanza che selvaggi. – Non per tutto questo, – io risposi – noi avremmo da portare invidia agli abitanti di Giove. Si potria dare che vedessero meglio di noi che cosa sono in se stessi i colori, ma non ne godessero come noi, quando misti gli vediamo su una bella guancia; e se più distintamente di noi conoscono le attrazioni del cielo, forse quelle più dolci della terra non sono da essi così vivamente sentite come da noi. Se si ha a dar fede al piacevole storico di quei mondi, in quel pianeta, dove non sono rattristati da Marte, non han però Venere che gli consoli: e in ogni cosa ci sono dei compensi; e ben noi saremmo i male accorti a volerci sopra i nostri difetti tormentar l’ingegno, e pigliar malinconia. Non ci mancheranno né piaceri, né cognizioni, se dei sensi, che ne sono toccati in sorte, faremo quell’uso che si conviene. E già voi, Madama, ne sapete assai più che, al dire di molti, non è mestieri a una dama; voi che sopra un versetto, sopra una luce settemplice avete pur voluto un comento, che bastar potrebbe a un poema sulla filosofia neutoniana. – Come, – disse mezzo sorridendo la Marchesa – potrei io dunque credere di saperne tanto da esser anch’io del bel numero de’ seguaci del gran Neutono? – E come no? – io risposi. – Voi avete animosamente affrontato le difficoltà di quella filosofia; avete per essa rinunziato a quel sistema, che tanto vi rideva alla fantasia; avete vinto in certo modo la vostra fantasia medesima, che parea ripugnare ad alcune più astruse verità. Debbo io dirvi, Madama, che non siete da meno degli Argonauti, che, lasciato quanto aveano di più caro, si avventurarono per un mare ignoto e a domare impresero tanti mostri, per fare il conquisto del famoso vello d’oro? – Parlando fuor di burla, – soggiunse la Marchesa – io non avrei creduto mai di divenire tanto dotta da dovere istudiarmi a parere ignorante dinanzi alle persone: che pur troppo dagli uomini è alle donne messa in conto di delitto ogni minima ombra di sapere. – E se si avesse un giorno – io ripigliai – da far palese al pubblico cotesto vostro sapere? – Vorreste voi forse – diss’ella – farmi un mal giuoco, rivelando, che io vi abbia richiesto di quello, che meno a donna si conveniva? – Chi sa, – io risposi – Madama, se io non mi proverò anche un giorno a scriver la storia di questa nostra villeggiatura. E sol che mi venisse fatto di ritrarvi al naturale, non mancherebbono, son certo, lettori alla mia storia, né seguaci alla filosofia del Neutono. In ogni modo, Madama, voi sareste la Venere, che presterebbe il cinto a quella austera Minerva; ed ella si mostrerebbe alle genti non meno leggiadra che dotta.

DIALOGO SESTO

Nel quale si confutano alcune nuove ipotesi intorno alla natura de’ colori, e si riconferma il sistema del Neutono.

Non andò molto tempo, da che io feci con la Marchesa di F… quella mia villeggiatura filosofica, che io passai l’Alpi per la seconda volta desideroso di rivedere que’ paesi, dove, per l’ampiezza, ed unità dello stato, fiorisce ogni qualità d’arti, ogni bel costume e viver gentile. Di là presi il cammino a più remoti paesi per vaghezza di veder cose pellegrine, e venni dipoi dove mi fu dato di vedere la più pellegrina cosa di tutte: semplicità di maniere unita a regio stato, instancabilità nell’operare, erudizione nell’ozio, e sul medesimo capo gli allori di Marte e quelli delle Muse. Finalmente tornatomene in Italia, il mio primo pensiero fu riveder la Marchesa. Un giorno adunque, senza farlene altro sentire, andai alla sua villa di Mirabello sulle rive del Benaco; che là, essendo di luglio, seppi ch’ella si trovava; né mi fu di gran dispiacere a non ci trovar compagnia. Molto lietamente ella mi accolse; e vari furono i ragionamenti, co’ quali fu da noi scorsa in picciol tempo quasi tutta Europa. Dalle nuove del mondo, dalle istorielle e dalle mode si venne a ragionar delle venture della filosofia. Ed essendo io entrato a parlare delle riconferme che fannosi tuttodì del sistema che aveva abbracciato la Marchesa: – Per tutto questo – ella prese a dire – non credo già io, che il signor Simplicio vorrà quetarsi. E ben ve ne dovete ricordare del signor Simplicio, che è quel gentiluomo che vedeste qui da me alcuni anni sono, e di poeta è divenuto filosofo. E di tal cambiamento ne foste pur voi la cagione; che dappoiché intese voi ragionar di filosofia, tanto se n’è invaghito, che d’altro quasi mai non parla che di filosofia. – Madama, – io risposi – qual ne sia stata la cagione, o io o altri, mi penso che intrattenendovi egli ora con ragionamenti scientifici, compenserà alle molte seccaggini che egli vi diede già con quelle sue poesie. – Oh s’egli capitasse qua, – disse la Marchesa – come suol fare quasi ogni mattina, e toccasse anche a voi l’udirlo ragionare di osservazioni, di sistemi, di nuove scoperte, ben vedreste il bel compenso ch’è questo.

Non entra meglio a proposito un personaggio in scena, quando più ne ha bisogno il poeta, che, secondo il desiderio della Marchesa, venne appunto a capitare il signor Simplicio; il quale, veduto me in compagnia di lei, rimase alquanto sospeso. Ed ella rivoltasi verso di me: – Eccovi – disse – il signor Simplicio; ma di quanto mutato da quel di pria! che di gran petrarchista è divenuto un valorosissimo antineutoniano. – Indi rivoltasi a lui: – E questi (come va il mondo!) è neutoniano più che mai. – Se così è, – egli rispose – troppo gli sarà incresciuto dì abbandonare il norte; al quale, nascendo, fece di sé grazia il Neutono. – Qual miglior ragione, – io risposi – per amar meglio di trovarmi qui che quella che abbiamo amendue dinanzi agli occhi? senza parlar del piacere che mi aspetto all’udire i nuovi pensamenti, ed anche le scoperte da voi fatte nella filosofia. – A confessare il vero, – egli rispose – di filosofia ho voluto avere alcuna particolar contezza anch’io; che non pare oggimai di poter stare nelle gentili brigate chi è digiuno delle dottrine del Neutono e del Cartesio: del rimanente io non presumo di far nuove scoperte; grazie ch’a pochi il Ciel largo destina.

– Che sono adunque – disse allora la Marchesa – que’ ragionamenti che avete tenuto meco? e mi dicevate di quelle nuove dottrine, che hanno ancora da metter in fondo il sistema neutoniano. – Madama, – egli rispose – quelle cose che vi ho accennate, erano bensì scoperte italiane, ma non già mie. Ma che occorre parlarne? quando le stesse dimostrazioni, se non hanno il pregio di esser forestiere, non sono né meno guardate in viso, dirò così, non vengono punto ascoltate. – Mi giova però credere – soggiuns’io – che voi non pensiate, che io abbia detto in segreto al Neutono: tu sola mi piaci. – Le scoperte ch’io voleva dire, – ripres’egli – ognuno può vederle nel libro delle affezioni del lume, al quale chiunque vorrà giudicar senza passione approprierà i memorabili versi di quel nostro poeta:

Hanno gli altri volumi assai parole:

questo è pien tutto di fatti, e di cose,

che d’altro che di vento empier ci vuole.

E prima di ogni cosa l’autore vi mostra gl’inganni che sono giocati in quelle tanto studiate sperienze, per cui ci vorrebbono far credere che i raggi sono differentemente refrangibili, che i colori sono immutabili e ingeniti alla luce; e procede dipoi a darne il vero sistema dell’ottica. E quivi egli non fonda i suoi ragionamenti sopra vani supposti, ma per via di sperienze facilissime e incontrastabili egli determina puntualmente e descrive in che modo, mischiandosi il lume coll’ombra, ne riescono più maniere di risultati; e secondo che la natura pittrice variamente contempera i velamenti del chiaro e dell’oscuro essa medesima, le cose sortiscono vario colore. – Ben sapete, signor Simplicio, – disse qui la Marchesa – che tal vostra dottrina non mi può riuscir nuova. – No certamente, – diss’io – s’ella pur è una vecchia dottrina, che dalla varia mescolanza della luce e dell’ombra ne nascano i vari colori; e che, con qualche scambietto di parole, è stata nuovamente riprodotta anche in Francia. – Lodato sia Iddio, – disse il signor Simplicio – che sarà ora da sperare che un tal sistema abbia da trovar grazia tra noi dinanzi agli occhi di molti. – Ma finalmente – disse la Marchesa – un sistema di filosofia non è una tabacchiera né una cuffia; e però non è da credere vogliano riceverlo né meno dalle mani de’ Francesi, senza farvi su un poco di esame. Domanderanno, per esempio. quello che mi resta ancora da intendere, perché similmente un pittore con gesso e carbone non possa formare tutti i colori; se vero è che da altro originati non sieno che dal chiaro e dall’oscuro. – Come mai, Madama, – egli soggiunse – potrebbe giunger l’arte dell’uomo all’arte della natura? E l’arte appunto sino ad ora incomprensibile della natura, e da non contraffarsi da noi, viene maravigliosamente svelata nel libro delle affezioni del lume: non già, come io diceva, per via di vani presupposti, ma per via di tali esperienze, che vengono a formare altrettanti canoni, o sia regole infallibili. – Uno de’ canoni – allora io ripresi a dire – di quel libro, non è egli questo? Se un fondo chiaro raggerà per un mezzo scuro, caso che la forza del mezzo sia picciola, nascerà il color giallo; caso che grande, il rosso. – Vedete, signor Simplicio, – disse la Marchesa – che, per l’amor delle cose forestiere, egli non ha rinunziato alle nostre. – E un altro canone, – io soggiunsi – se non m’inganno, è questo: se un fondo scuro raggerà per un mezzo chiaro, caso che la forza del mezzo sia picciola, nascerà il color violato; caso che grande, l’azzurro. – Appunto – disse il signor Simplicio. – Vediamo, – io ripigliai – se potrò ridurmi anche a memoria le sperienze, sulle quali sono fondati cotesti canoni. Si mette un foglio di carta al sole, e, standosi uno nell’ombra, guarda cotesto foglio a traverso una lastra di vetro chiamato girasole, ch’e’ pone dinanzi agli occhi. Se il vetro è sottile, la carta traguardata per esso par gialla, e rossa, s’egli è grosso. La carta bianca illuminata dal sole, è il fondo chiaro; e la lastra del girasole nell’ombra è il mezzo scuro, per cui raggia il fondo chiaro. Se il vetro è sottile, dicesi esser picciola la forza del mezzo, e nasce il color giallo; laddove, se grosso è il vetro, grande è la forza del mezzo, e nasce il color rosso. Non è così signor Simplicio? – Così è – egli rispose. Ed io ripigliai a dire: – Per la prova del secondo canone la carta è nera, e situata nell’ombra; e il girasole, per cui la si guarda, è illuminato dal sole; che tanto è a dire il fondo e scuro e il mezzo chiaro. Se poco ha di grossezza il vetro, e sopra esso dieno soltanto i raggi diretti del sole, nel qual caso picciola dicesi la forza del mezzo, nasce il color violato; ma se maggiore è la grossezza del vetro, e sopra esso dieno i raggi del sole condensati da una lente, e in tal modo si accresca la forza del mezzo, il colore di violato diventa azzurro. – E bene, – disse allora il signor Simplicio – che vi par egli di tali prove? Qui non si fa sforzo niuno per storcere e interpretare a suo favore i sensi della natura:

qui non v’ha luogo ingegno di sofista.

La fisica ha ella dimostrazioni più palpabili, più chiare di queste? A me per altro – disse la Marchesa – saranno sempre inintelligibili, sino a tanto che non mi si dichiari che cosa veramente si vuole intendere, quando dicesi un fondo scuro che raggia per un mezzo chiaro. Per quanto io ci abbia pensato su, non mi è riuscito mai di formarmene un giusto concetto nella mente. – Quale è la cosa – rispose il signor Simplicio – che non rimandi all’occhio nostro dei raggi poco o assai? – Tutte al certo – disse la Marchesa – ne mandano poco o assai; toltone giusto quelle che sono veramente scure. Già altri non vorrebbe per una buia notte avventurarsi a camminare senza lume, o muover passo se d’aver gambe o collo ha qualche spasso.

A me pare tutt’uno il dire i raggi mandati dalla oscurità, che la vista di un cieco, o la disinvoltura di un goffo. – Feci io qui bocca da ridere; e si storse alquanto il signor Simplicio. – Ancora – riprese a dir la Marchesa – è bisogno mi venga dichiarato che specie di vetro è cotesto, che si chiama girasole. Io confesso non averne udito mai più far menzione da altri, che dal signor Simplicio. – Oh voi, Madama, – io ripigliai – volete sapere il segreto del suo autore. Quel vetro, che serviva altre volte a far guastadette, orciuoli e tali altre miscee, andato giù di moda, egli lo introdusse novellamente nell’ottica: ed è fatto con tal arte e mistura, che riflette i raggi azzurri, e trasmette i gialli; e s’egli è alquanto più massiccio, trasmette i rossi. – Ora ecco, – ripigliò prestamente la Marchesa – che, posto un tal vetro nell’ombra, se uno traguarda per esso una carta illuminata dal sole, non vede se non per via de’ raggi mandati dalla carta e trasmessi dal vetro: e apparirà il color giallo o il rosso, conforme un vuole; il giallo, se il vetro è sottile; e il rosso, se massiccio. All’incontro annerata la carta, e collocatala nell’ombra, che è lo stesso che scartarla dal gioco, e il vetro fortemente illuminato posto tra quella e l’occhio, il vetro è solamente veduto per via dei raggi da esso riflessi, e apparirà l’azzurro. – E cotesto azzurro – io soggiunsi – un po’ men chiaro, come essere pur dee, quando il vetro non è nè così grosso, nè così fortemente illuminato, sarà apparito agli occhi dell’autore de’ canoni un violato, che è il colore più vicino all’azzurro, e insieme più languido di quello.

– Non è picciolo, – disse la Marchesa – l’obbligo, che io pur debbo avervi, che in così brevi parole dato mi avete la chiave di un sistema. – Di fatto – io ripigliai – che il produrre tali maraviglie sia virtù tutta propria del girasole si vede a questo, che rifatte le medesime sperienze con vetri o cristalli ordinari, cioè con mezzi puri e innocenti, non nasce alcuna varietà di colori. E però il volere fondar canoni generali o sia regole infallibili sopra esperienze fatte con una viziata, dirò così, qualità di vetro, è lo stesso che se uno avendo 1’itterizia prendesse a sostenere che tutte le cose son gialle. – Par che non sappiate, – rispose il signor Simplicio – o finghiate di non sapere, che oltre al girasole l’autore si servì in quelle esperienze di alcuni liquori, e se ne vide sempre risultare il medesimo. – E che altro – io ripigliai – potea risultarne? mentre quei liquori erano tutti in una sola boccetta, la qual conteneva la infusione di un legno americano, chiamato nefritico, che ha la proprietà anch’essa di apparire azzurra a’ raggi riflessi, e rossa o gialla a’ trasmessi, secondo che più o meno panciuta è la boccetta; ed è una specie, diremo noi, di girasole fluido.

– Gran cosa – egli rispose – che queste così vittoriose obbiezioni non le facesse l’Accademia di Londra, quando uscì il nuovo sistema a combatter l’inglese. E non è già dubbio non abbiano aguzzato, quanto sapeano, l’ingegno per toglier di mezzo e gittare a terra tutto quello che contraddir potesse il loro Neutono. Ben sappiamo della sua riputazione sieno teneri e gelosi. – Che debbo dirvi? – io ripigliai. – Il vostro autore avea fabbricato il suo sistema sulle rovine dell’inglese. Ben vi ricorderete, come egli a guisa di proemio si mette a negare le sperienze del Neutono, che dimostrano le principali sue dottrine, o almeno a cavillarvi sopra. Che fecero in Londra? furono contenti quegli accademici di rifare quelle medesime sperienze, variando soltanto qualche circostanza in alcuna di esse; e ciò per rimuovere ogni qualunque dubbietà, ogni cavillo. Le sperienze riconfermarono le verità già dimostrate, nè si cercò più là. – Veggo – disse la Marchesa – ch’e’ fecero come Ruggiero, quando, in vece di trar fuori la spada, scuopre lo scudo luminoso dinanzi alla turba che gl’impediva la via, e passa oltre. – Crediate, Madama, – egli rispose – che quello scudo non ha virtù di abbagliare la vista di tutti. Molto ancora ci sarebbe da dire – egli soggiunse rivoltosi a me. – Ma a che mettere in campo altre sperienze ed altri canoni? – A che veramente, – io ripigliai tosto – quando sien frecce del medesimo turcasso, quando sien arme della medesima tempera? – Già voi, – egli continuò a dire – troppo avete in ammirazione le cose inglesi;

Salve o beata oltremarina piaggia,

salve terra felice, o dagli dei

amata terra! A te produr fu dato

colui, cui diè di propria man natura

le immutabili leggi, ond’essa l’ampio

regge universo, a lui solo cortese,

ritrosa agli altri,

con quello che séguita. Credete a me, che quando s’è fatta in cuore la sentenza, è superfluo udir le parti. – Oh qui – disse la Marchesa – ha molto ben ragione il signor Simplicio. La verità non ammette parzialità alcuna; è nimica mortale di qualunque prevenzione paresse la meglio fondata. Orsù, signor Simplicio, esponeteci voi medesimo qualche altro canone di quegli che avete in riserva; e vediamo se ci sarà modo di trovarci la spiegazione, sì o no. – Senza stiracchiatura – egli rispose – credo fosse alquanto difficile trovar la spiegazione di quello, per cui si viene a stabilire che raggiando un fondo scuro per un mezzo prima chiaro e poi oscuro, come si abbattono insieme quelle cose, che producono il colore azzurro e il giallo, o il violato e il giallo, apparisce sempre il color verde. Non so come di questa faccenda ne cavassero i piedi i signori neutoniani. – E quali sono le esperienze – ripigliò la Marchesa – sulle quali è fondato questo novello canone? – Una carta nera – egli riprese a dire – è collocata nell’ombra; e tra essa e l’occhio si pongono due pezzetti di girasole a qualche distanza tra loro. Il più vicino alla carta è illuminato dal sole; il più lontano, e dietro al quale è l’occhio del riguardante, è coperto dall’ombra: e il colore che si vede comparire è verde. – Che dite voi – ripigliò la Marchesa rivoltasi a me – di quest’altro canone?

– Dico la prima cosa – io risposi – che scartata anche qui quella carta nera collocata nell’ombra, cioè quel fondo scuro che opera su un mezzo chiaro, il primo vetro illuminato dal sole riflette al secondo raggi azzurri in grandissima copia; ma oltre a questi ne riflette ancora degl’indachi e dei verdi, che sono così gli uni come gli altri, in ordine alla refrangibilità, egualmente vicini agli azzurri. – Ohimè, – interruppe il signor Simplicio – che quel vetro, il quale poco fa rifletteva soltanto i raggi azzurri, al presente ne riflette degli altri ancora, e segnatamente de’ verdi. E non è punto difficile indovinar la ragione perché il fa. – Perché – io risposi – la natura non opera mai per salti, ma gradatamente; perché niun corpo ci è al mondo, che rifletta o trasmetta una sola specie di raggi senza una qualche mistura degli altri; ma i raggi che non sono del suo colore, gli riflette o trasmette più o manco, secondo che sono a quello più o manco vicini nell’ordine della refrangibilità: e ciò lo mostrano all’occhio le cose colorate poste ne’ differenti raggi della immagine solare separata dal prisma. Ora che farà egli, Madama, il secondo pezzetto di girasole posto nell’ombra al ricevere dal primo dei raggi azzurri in grandissima copia, e oltre a questi degli indachi e dei verdi? – I raggi azzurri – ella rispose – gli rifletterà anch’esso come ha fatto l’altro, e similmente gl’indachi; e i verdi parte ne verranno da esso riflessi e parte trasmessi, come quelli che si trovano essere giusto di mezzo tra gli azzurri, che il girasole per la natura della sua composizione riflette, e i gialli che e’ trasmette. E così l’occhio, che traguarda dopo questo secondo vetro, non potrà vedere altro colore che il verde. – Ed io ripresi: – Ella il disse, signor Simplicio; e quando bene a voi desse il cuore di appellare dalla sua autorità, già non potreste opporre alle sue ragioni. Per esse un canone così intralciato, come era questo, col quale pur volevasi da voi toccare il polso a’ neutoniani, diviene una conseguenza pianissima, una riprova del loro sistema; e converrà dire del vostro autore, il più gran rivale che mai sorgesse contro al Neutono, quel che dice Catone nella tragedia inglese: che sino all’istesso Pompeo combatté per Cesare. – Io dirò – egli rispose – co’ nostri italiani, che più tempo bisogna a tanta lite e che, se questo sistema pur patisce una qualche difficoltà, tutti i sistemi, come si suol dire, sono tagliati a una misura: né già il neutoniano non andò esente, e non va dal patirne di molte e di gravi. – Con questo però, – qui entrò a dir la Marchesa – che ne uscì sempre come gli eroi, d’in mezzo alle calunnie. – Madama, – io ripresi a dire – pigliate guardia che di tutte le difficoltà non potrebbe forse così agevolmente uscirne. E che potreste voi rispondere a quello, che toccò già a me di udire dalla bocca di un valente bacelliere oltre monti? Troppo ha del ripugnante, egli asseriva, e però rinunziava al Neutono e a’ suoi inganni, che da sette cose scure, quali sono, diceva egli, i colori del prisma, riuscir ne possa una lucida, quale è il bianco. E forse anche taluno potrebbe mettere in campo, come un nostro italiano sostiene in istampa, che lo ammettere la diversità de’ colori ne’ raggi della luce è lo stesso che del glorioso corpo del sole farne l’Arlecchino dell’universo.

– Il mio pensiero – riprese a dire il signor Simplicio – non andava sicuramente a tali inezie; sì bene a più altre difficoltà mosse, non ha gran tempo, in Francia da un grave filosofo. – Manco male, – io soggiunsi tosto – che voi non intendete dei rancidumi del Mariotto, nè d’altri che già si levarono in Francia contro al Neutono. – Io intendo e parlo del Dufay, – ripigliò egli con impazienza – il quale nell’Accademia di Francia dimostrò novella-mente le molte fallacie di questo Neutono, che con tutto il gran peso della sua autorità non gli venne fatto di darla ad intendere a tutte le accademie del mondo, come a quella sua di Londra. Quivi egli era non meno presidente che tiranno; né gli potea venire in capo così strano concetto, che già non avessero giurato nelle sue parole. – Niente vi ha senza dubbio, – io risposi – che sia di maggior impedimento a’ progressi delle scienze e della ragione, e contro a cui si debba stare più in guardia, quanto l’autorità. Ma ringraziamo Iddio anche per questo di esser nati in Europa. Tra i vantaggi, di ch’ella gode sopra le altre parti del mondo, non è il meno considerabile quello che il contagio della opinione non può così agevolmente appiccarsi da luogo a luogo; che l’autorità o tirannia de’ nomi non vi può avere un così lungo regno, come veggiamo per esempio essere avvenuto nell’Asia, dove gli abiti, i costumi e le opinioni filosofiche sono le istesse oggigiorno che già erano molti e molti secoli addietro. Divisa come è l’Europa da mari, da fiumi e da montagne più che alcuna altra parte del mondo, ella viene eziandio ad essere in vari e distinti governi divisa. E così la emulazione o rivalità che necessariamente nasce tra’ differenti comuni è cagione che sieno rigorosamente esaminate e poste ad angustissimo vaglio tutte le opinioni letterarie, che vi sorgono; che si disperda il falso, e non resti finalmente che il vero. In una parola la piazza filosofica, diremo noi, di Europa fa come le piazze mercantili della Cina, che non ricevono moneta coniata; ma solamente argento, che saggiano e pesano. – Non so poi, – replicò il signor Simplicio – se tutti abbiano sempre la pietra del paragone e il bilancino in tasca, e non vadano assai volte presi alla impronta della moneta. – E non vedete – disse la Marchesa, rivolte a me le parole – che il signor Simplicio vi richiama alle difficoltà mosse contro al Neutono dal Dufay nell’Accademia di Francia; delle quali pare che con coteste vostre riflessioni voi vogliate passarvene? – Di qual peso elle sieno, – io risposi – non sono però tali che vadano al cuore del sistema. – Come non vanno al cuore? – egli rispose – quando il numero de’ colori primari, che secondo il Neutono sono sette, egli lo ristringe ai soli tre, rosso, giallo e azzurro. Dal rosso e dal giallo mescolati insieme nasce il doré; dal giallo e dall’azzurro il verde, come si vede per sensata esperienza; l’indaco e il violato non sono altra cosa che mezze tinte dell’azzurro; e in oltre il bianco, per la cui composizione credeva il Neutono che ci volessero, tutti e sette i suoi colori, il Dufay lo compone co’ soli tre, rosso giallo e azzurro. – A buon conto, – io replicai – vedete che dal Dufay negate non vengono nè la composizione del lume, nè la differente refrangibilità de’ raggi, né la immutabilità de’ colori. Quanto poi al numero de’ colori primari non dovreste ignorare ciò che gli fu risposto. Per qual causa, condensati e riuniti per via di una lente convessa i raggi violati e gl’indachi, non si ha egli il colore azzurro? E sparpagliati per via di una lente concava, che fa un effetto tutto contrario della convessa, e rarefatti i raggi azzurri, non si ha il violato o l’indaco? Se il violato e l’indaco non sono altro che un azzurro men carico e men pieno, non sono altro che mezze tinte, come voi dite, dell’azzurro, per qual causa l’oro posto ne’ raggi verdi della immagine formata dal prisma riceve egli il colore di quelli, e verdeggia? e più tosto non riman giallo, s’egli è vero che in quel lume verde ci abbia una egual dose, o poco minore, di giallo che di azzurro? Parimenti lo scarlatto posto nel doré rimanendosi rosso scoprirebbe que’ raggi rossi, che vi fossero nascosi dentro, e a un tempo istesso l’errore del Neutono. – Che ve ne pare, signor Simplicio? – disse la Marchesa. – Io per me non saprei che apporre alle sue ragioni. – Indi, rivolte a me le parole, così soggiunse: – E chi fu che contro al Dufay prese la lancia a favor del sistema inglese? O non foste voi medesimo anche in Francia, come dianzi in Italia, il campione del Neutono? – Madama, – disse il signor Simplicio – quello che importa è la solidità delle ragioni medesime, non il nome di chi le abbia prodotte. – Il giudizio della loro solidità – io gli risposi – ne sia in voi. Sovvengavi di quella esperienza, in cui posta una lente in mezzo a due prismi nella stanza buia, ov’entra per uno spiraglio il sole, il Neutono ne faceva refrangere i raggi in maniera che uscivano dal secondo prisma paralleli tra loro; e sì egli venne a comporre un raggio da lui detto artifiziale. Refratto cotesto raggio da un terzo prisma, ne ritraeva la immagine colorata simile a quella che per via del primo prisma dal raggio diretto si dispiegava del sole. Sovvengavi ancora che quale de’ colori, e fosse il verde, veniva presso alla lente impedito di passar oltre al secondo prisma, nella seconda immagine dispariva: e dispariva, benché liberamente passassero per la lente l’azzurro e il giallo. Ma se il verde non è altrimenti primitivo, ed è pur composto dalla mescolanza dell’azzurro e del giallo, ond’è che nel raggio artifiziale, pur essendovi in persona l’azzurro e il giallo essi medesimi, non si rifaceva il verde? In quanto a me non so veder maggior contraddizione di questa: che, rimanendo allo stesso modo che prima i componenti, debba svanire il composto. – Ed io – egli rispose – non so vedere maggior assurdo in filosofia, quanto il supporre che la natura faccia in due differenti maniere una cosa medesima. Col giallo e coll’azzurro della immagine solare, mescolati che sieno insieme, non si compone egli veramente il verde? – Mai sì – io risposi. – Che ha dunque bisogno la natura – egli riprese – di fare un verde primitivo, quando con la mescolanza del giallo e dell’azzurro è già bello e fatto cotesto verde? – Dite piuttosto – io risposi –

che è tra le cose di natura strane,

e non so se si sa perch’ella il faccia;

come dice il nostro Berni, che non è già sempre bernesco. – Quello che si sa – disse il signor Simplicio – ed è posto fuori di ogni controversia, è che la natura nelle operazioni sue è semplicissima. E questo fu tenuto, in ogni tempo e in ogni scuola, come uno de’ più fondamentali principi della filosofia: intantoché di più sistemi, che soddisfacciano egualmente a’ fenomeni, quello sarà sempre preferito come il vero che sarà il più semplice. E la ragione è in pronto. Chi dice più semplice, dice anche più bello. Che già non è dubbio non sia più bello lo arrivare a un fine ponendo in opera uno o due soli mezzi, che ponendone in opera tre. – Ecco – io risposi – che voi medesimo ci venite a dire come a poter giudicare rettamente della semplicità, o sia bellezza che è nelle opere della natura, fa di mestieri la prima cosa conoscere i fini che nell’operare sa è proposta essa natura. Ma voi sapete che una tal ricerca è d’altri omeri soma che da’ nostri, e quanto un tal volo sia pieno di pericolo. E lo stesso Cartesio lasciò, come per ricordo a’ suoi, a non si volere inframettere de’ fini della natura; egli per altro, che nelle filosofiche imprese diede loro tanti esempi di un animo così risoluto e franco. Chi potrà mai arrivare a sapere per qual ragione, per qual fine la natura abbia fornito di ale alcuni insetti, e alcuni altri gli abbia forniti di gambe; mentre gli uni non ispiegano mai volo, e gli altri non furono mai visti camminare de’ lor dì, ma vanno da luogo a luogo strascinandosi con la schiena per terra. Avrete forse udito, Madama, come tratta la milza d’in corpo a parecchi cani, non per questo si rimasero di mangiare, di correre, di saltare; faceano ogni cosa come gli altri cani. Qual uso si abbia veramente la milza, non si sa. E mi potreste voi dire, signor Simplicio, a qual uso sieno ne’ medesimi cani appropriate quelle parti, che nelle femmine sono fatte per raccogliere il latte e nutrire i loro picciolini? Se adunque sia da procedere con cautele grandissime e con li calzari, come si suol dire, del piombo, a fondare argomenti e discorsi sopra la semplicità e sopra i fini della natura, vedetel voi. Vero è che il Neutono non si mostrò alcun tratto tanto schivo del ragionare sopra le cause finali; ma è vero altresì ch’egli avea spesso in bocca quel detto: o fisico, guardati dalla metafisica; ben sapendo quanto noi fossimo lontani con la veduta corta di una spanna dal poter vedere le ragioni, perché le cose esser debbano in questo piuttosto che in quell’altro modo. – E già egli nel nostro caso – disse prontamente il signor Simplicio – non vorrà per niente concedere che, quando due cose si trovino in tutto e per tutto esser simili tra loro, se ne debba inferire che simile, anzi la stessa ne sia la natura, essendo pur questo un principio metafisico, di cui converrà aver paura, come della befana i fanciulli. – Assai chiaro si comprende – io risposi – che da voi si crede essere una cosa medesima il verde, che si compone col giallo e coll’azzurro, e il verde della immagine solare, perché somiglianti si mostrano all’occhio. Ma vedete non v’inganni l’apparenza. Ne chiarirà sopra di ciò il fatto medesimo: ed anche noi, come dicono facesse, non ch’altri, lo stesso Aristotele, anteporremo a tutti i discorsi le sensate sperienze.

Perché predichereste un anno in vano,

difenda ogn’uno il suo co’ vetri in mano;

che questo è il brando dell’ottica. Entro ad una stanza buia sopra un picciolo cerchietto di carta fate che sia il verde della immagine solare dipinta dal prisma; e sopra un altro simile cerchietto fate che vi dia l’azzurro, e insieme il giallo. Amendue i cerchietti appariranno verdi; e tra l’uno e l’altro non ci scorgerete la minima differenza. Ma se vi farete a guardarli con un prisma all’occhio, l’uno di essi lo vedrete, quale vi apparisce guardato ad occhio nudo, verde tuttavia quale era prima, inalterabile, immutabile; e l’altro lo vedrete trasmutarsi, e risolversi in due cerchietti l’uno giallo e l’altro azzurro. E simile prova potete fare col doré, che simile ne vedrete l’effetto. – Prova – disse la Marchesa – che è un vero fendente di Durlindana, e taglia netto la quistione, sicché non può rimanere attacco o dubbietà alcuna che il verde della immagine solare non sia colore primitivo e semplice. In fatti troppo avrebbe dello strano, che primitivo non fosse quel colore, che domina nel mondo. Di verde sono rivestiti gli alberi e le piante; di verde sono coperte le campagne e la terra. Perché voler degradare un così bel colore, che si direbbe il colore favorito della natura; di cui ella, per dipinger le sue opere, e per renderle alla vista più piacevoli, si è servita più che d’ogni altro? – E che è il simbolo, si potrebbe anche dire, – io soggiunsi – di una cosa tanto primitiva nell’uomo, com’è quella, che mai non lo abbandona, che è la prima a nascere nel cuor suo, e l’ultima a morire; che tien vivi i nostri desideri, e colla vista lontana di un bene immaginario ne fa scordare mali reali e presenti. Ma buon per noi, Madama, che abbiamo dalla nostra delle sperienze incontrastabili. E un tal modo di ragionare potremo tenerlo in riserva per combattere non il Dufay, ma quell’altro francese che gli contese la gloria della scoperta, che tre soli sieno i colori primitivi, e non più. Asserisce gravemente costui avere il Neutono preso nell’ottica di molti granchi, per essere stato totalmente all’oscuro di quel gran principio che la natura, negli effetti molteplice, è unitaria, e assai sovente trinitaria nelle cause. – Che nuovo linguaggio è mai cotesto? – disse la Marchesa. – Il linguaggio d’un uomo, – io risposi – che sta ora facendo in Parigi la più nuova cosa del mondo. Questa si è un gravicembalo oculare, dove al muover de’ tasti compariranno vari pezzetti di nastri di diverso colore, che saranno tra loro in quella armonia, che ne’ gravicembali ordinari sono i suoni medesimi. Godranno gli occhi su tale strumento delle ariette del Pergolesi e di Rameau; e mercé di esso si potrà anche aver tessuto e copiato in una stoffa un qualche passaggio di Caffariello. Ma torniamo al Dufay; che non vorrei, Madama, avesse da richiamarmici un’altra volta il signor Simplicio. E quanto alla composizione del bianco, il Neutono chiaramente ha mostrato co’ prismi e colle lenti alla mano che, ad avere un bianco affatto simile a quello di un raggio solare, è di necessità riunire insieme tutti i colori componenti esso raggio, dopo che sono stati separati dal prisma. – Di fatto, – prese a dire la Marchesa – se ben mi ricordo quel che già mi diceste, tagliato l’uno o l’altro raggio della immagine, sicché non arrivi alla lente, e sia anche il verde, il bianco subito muta colore. – E il signor Simplicio:

O Donna intendi l’altra parte,

che ‘l vero onde si parte

quest’Inglese, dirà senza difetto.

Il Dufay pur ci assicura essergli riuscito con tre soli colori, rosso giallo ed azzurro, di comporre un bianco. – E chi ci assicura – io risposi – che quel suo bianco fosse il bianco, o sia l’aurino della luce, e non piuttosto un giallo sbiadito? Vi dirò bene che il Dufay confessò esser necessario che quel suo bianco di tre soli colori composto, perché si potesse dire un vero bianco, rendesse tutti e sette i colori della immagine solare; e promise solennemente di farne la prova, la quale non è mai comparita. Ma come mai il rosso, il giallo e l’azzurro potevan dare gli altri quattro colori? quando niuno di essi posto al crociuolo, posto al tormento di qualunque prova, non ci dà altro colore che il suo proprio. E queste tali cose pur le sapeva il Dufay. Ma quello che all’intelletto dovette fargli alcun velo, ed essergli anche occasione d’inganno, fu l’aver udito dire che i pittori con tre soli colori vi sanno fare tutti gli altri. E similmente con tre soli rami, l’uno per le tinte rosse, l’altro per le gialle, e il terzo per le azzurre, impressi dipoi sulla medesima carta, il Blon lavorava quelle sue stampe colorate, che gareggiano cogli stessi quadri: una veramente delle belle invenzioni della nostra età; ma, come avviene delle cose migliori, fu moltissimo lodata da chi dovea favorirla, e quasi niente promossa. – E perché adunque i signori neutoniani – entrò qui a dire il signor Simplicio – non vorrebbono eglino avvertire a quelle verità, che mostra l’esperienza giornaliera di coloro, che non hanno la mente preoccupata da niun sistema? Fu già detto, con gran ragione, che le ordinarie nostre manifatture presentano tutto giorno delle maraviglie agli occhi di coloro che sanno vederle. Ma forse isdegnano i neutoniani, essi che sono sempre in cielo, mirar sì basso con la mente altera.

– Eglino avvertono – io risposi – che, siccome a’ pittori conviene per li chiari i più alti servirsi di biacca, in quelle stampe del Le Blon vi si lascia, per li medesimi chiari, scoperto il fondo della carta; segno manifesto che con tre soli colori non si può veramente fare il bianco. Il Neutono, a cui non erano ignote simiglianti cose, tentò di farlo in più modi mesticando insieme polveri di vario colore; e il più passibile, che gli venisse fatto, era composto di orpimento, di porpora, di cenere turchina e verderame. Ma poco o nulla giovano cotali curiosità, come disse egli stesso, ad intendere gli effetti naturali: e voi pur sapete, signor Simplicio, quanto i nostri colori, in comparazione de’ prismatici, sieno impuri e fecciosi. Talché colui il quale, vista per esempio la diversa refrangibilità de’ colori ne’ raggi del sole, volesse darvi la prova con ogni sorta di tinte nostrali, e cavillarci contro, se le sperienze non riuscissero, sarebbe simile al Caco di Virgilio, allora che, per la virtù di Ercole vinto in quella sua caverna dallo splendore del giorno, caccia fuori d’in gola vapori e fumo, per oscurare il giorno medesimo. – Dove vada – disse il signor Simplicio – a percuotere cotesto strale, ognuno può vederlo. I neutoniani vorrebbono a un tratto dar l’esclusiva a tutte quelle sperienze, che potessero fare contra di loro. Ottimo provvedimento è pigliar da largo le difese, e accattar similitudini e prove anche dalle favole, per vie maggiormente confermare e ribadire la verità. – Prendete guardia – io risposi – che io ho detto di ogni sorte di tinte nostrali, come han voluto fare taluni per mettere a cimento la diversa refrangibilità. E perché in certi casi la non si manifestò, presero a negarla. Che direste voi a uno, il quale negasse che l’urto fa uscire i corpi di luogo, perché da un fanciullo non può essere smosso un pietrone? A questi tali non è da far risposta. Per altro la diversa refrangibilità si manifesta e si comprova anche ne’ colori nostrali, chi li prende più vivi e più netti che un può, come se ne ha esperienza certissima. E chi dipinge a spicchi una palla di bei colori, imitando quelli del prisma, e la giri rapidamente intorno, ella apparisce tutta bianca: salvoché, per pochezza di lume, quel bianco è languido ed ottuso, rispetto a quello che si genera rimescolando insieme i colori del sole separati dal prisma. E se la cenere turchina e la polvere del giallolino si meschino bene insieme, se ne fa una polvere in apparenza verde che guardata con un buon microscopio apparisce come un granito di punti gialli ed azzurri; dove la polvere della terra verde guardata col medesimo microscopio apparirà verde, tal quale si è: come avviene guardando col prisma i due cerchietti verdi, l’uno semplice e l’altro composto, di cui parlammo poc’anzi. – Parmi – disse qui la Marchesa – vedere il cuore al signor Simplicio. – E non siete voi fatta – ripigliò egli subito – per vederlo negli occhi di tutti? – Dall’una parte, – continuò ella a dire rivoltasi a me – si sente mosso dalle vostre ragioni; ma dall’altra, come mai vincere quella opinione che l’ha già vinto? – A dire come la sento, – replicò egli – le semplici parole in simili quistioni me non toccano gran cosa. Né io mi affaticherò a trovar risposte a sperienze, che prima di tutto si vogliono vedere co’ propri occhi; che non so quanto dritto vegga chi vede cogli occhi altrui. – Troppo gran dura legge – ripigliò la Marchesa – voi imponete alle persone: che non debba niuno quetarsi in ciò che fu fatto e rifatto, veduto e riveduto, non già da un uomo solo, ma da molti e molti. Non sarebbe allora lecito ragionare di ottica, se non dentro alle stanze buie co’ vetri alla mano: e là ancora si potrebbe insistere che quanto si vede è un inganno de’ vetri; che sarebbe la via più spedita a liberarsi d’ogni difficoltà. Ma certi filosofi – ella seguitò a dire rivolte a me le parole – non sono eglino simili a quegli uomini di ventura, che altro non vorrebbono negli stati che confusione, onde avere la lor volta, e almeno per qualche tempo farvi un personaggio anch’essi? – Madama, – io risposi – così credo anch’io. Sebbene farebbe torto al vero chi mettesse in questo numero il Dufay. Anzi io sono d’avviso, se così breve termine non avessero avuto i suoi giorni, che, riconosciuto l’error suo, volto si sarebbe a corredare, se è possibile, l’ottica neutoniana di nuove sperienze, come avea fatto dianzi le scoperte inglesi sopra l’elettricità: e noi gli avremmo avuto grand’obbligo; da che egli è pur vero che coloro ne procurano in certo modo di novelle cognizioni, i quali ci somministrano nuovi argomenti per confermarci nelle antiche.

– Se veramente – disse il signor Simplicio – dovesse vedersi questa conversione del Dufay, non so; so bene che nell’Accademia di Francia ci sono stati e ci sono tuttavia di molti increduli del Neutono. – Poiché sento – io risposi – poter tanto nella vostra mente l’autorità di quell’Accademia, dove tuttavia non manca de’ vecchi zelanti delle dottrine cartesiane, mi penso che i principi del vostro filosofare saranno i vortici, la materia sottile. – Ed egli mi tagliò la parola dicendo: – Ancoraché io tenga per fermo che molto debba al Cartesio la filosofia, non per questo ogni sua opinione la credo una verità. E quando io dovessi seguitare in ogni cosa un qualche filosofo, sarebbe il nostro Galilei primo maestro, come debbono tutti convenire di color che sanno. – E verisimilmente dopo lui – qui entrò la Marchesa – l’autore del novello sistema d’ottica. – Basta, – rispose il signor Simplicio – ch’egli abbia saputo apportare un qualche lume nella filosofia; benché né di lui né d’altri oramai è bisogno. Chi non sa che la natura era involta in profonde tenebre; venne il Neutono, e fu luce ogni cosa? – Ma come è mai,  ripigliai io – che voi vi siate dichiarato antineutoniano, e non anche antigalileano? Se persona nel suo filosofare non si dipartì punto dalle vie del Galilei, il Neutono è desso: purché voi non gli apponiate di averselo lasciato di gran spazio indietro, e di aver toccate le più forti cime del sapere. – La verità è, – diss’egli – che in Francia degli oppositori del Galilei non se ne trova alcuno; ma ben moltissimi, come io vi diceva, e voi dovete pur sapere, se ne trovano del Neutono. – Al quale io risposi: – Le ultime novelle che per me posso darvi della Francia, sono che quanti con la geometria o co’ prismi alla mano aveano attaccato il Neutono han dovuto cantar la palinodia. Se non che non saranno mai per mancare di coloro che vanno tuttavia ripetendo le medesime obbiezioni, ille quali fu già fatto diffinitiva risposta; e tutto che atterrati dalla forza del vero, non si vogliono mai dare per vinti. In fine dopo molta guerra è rimasto padrone del campo il Neutono; e la moda si già dichiarata in Francia a favore della filosofia inglese. Le sperienze dell’ottica neutoniana si fanno giornalmente in Parigi; e le donne gentili vanno a vedere dal Nollet refrangere diversamente i raggi, come vanno alla Zaira del Voltaire. – E questo istesso Voltaire – disse la Marchesa – non ha egli, per amore del Neutono, cambiata per un tempo la lira col compasso? – Sì certo; – io risposi – e quegli che poteva essere il Lucrezio di questa filosofia amò meglio di esserne il Gassendo. – Vorreste voi adunque – entrò qui a dire il signor Simplicio – ch’ egli ci avesse cantato e messo in rima la proporzione diretta delle masse, la reciproca dei quadrati delle distanze, con altre simili gentilezze? – Chi meglio di voi – io risposi – potrebbe giudicare dei soggetti convenienti alla poesia? Fate pur ragione che ho avuto il torto io. La ultima precisione e la fantasia sono in fatti quelle due gran nemiche da non si potere aggiungere insieme. E sembra così poco suscettibile di locuzione poetica una proposizione di geometria, che sarebbe di mossa pittoresca l’attitudine di un equilibrista. Ma quanti altri non si possono contare, oltre il Voltaire, che con illustrazioni e con chiose entrarono in lizza per il Neutono? De’ quali è capo il Maupertuis, che primo piantò il neutonismo nell’Accademia di Francia, non ostante tutte le opposizioni ch’egli ebbe a combattere ed a vincere. Che già a niun partito non vi avrebbono voluto tal pianta esotica, quasi prevedessero l’aduggiamento, che ne doveano patire le loro piante natie. E tra i frutti che, trapiantata nel terreno di Francia, ella portò, furono di molto belle speculazioni che fece il medesimo Maupertuis sopra alcuni particolari effetti dell’attrazione. – Ora so ben io, – disse qui il signor Simplicio – che noi entriamo nel più cupo pelago della filosofia. – Come sarebbe – continuai io a dire – l’origine dei satelliti, che fanno corona ad alcuni pianeti, e il modo con che si venne a formare quel maraviglioso anello onde è ricinto Saturno. I satelliti erano ab antico altrettante comete, le quali ne’ lunghissimi loro corsi passarono troppo vicine di alcun pianeta, entrarono nella sfera della sua attrazione, furono distolte dal loro cammino; e così di corpi primari, che giravano intorno al sole, divennero secondari, che girano intorno e ubbidiscono a un pianeta. Tali mutazioni di stato, così fatte catastrofe debbono singolarmente essere cagionate da quei pianeti, che sono i più grossi degli altri e i più lontani dal sole. E ben, Madama, ne vedete il perché. Dove è più di grossezza, ivi ancora è più di attrazione; ed essendo in una gran distanza dal sole rallentato di assai il moto delle comete, che presso al sole è velocissimo, vengono esse a sentire per più lungo tempo l’attrazione del pianeta che costeggiano. In effetto vedete come alla nostra terra, né molto grossa né molto dal sole lontana, non è sortito di far conquisto che di una sola cometa. Al contrario Giove tanto più grosso, e più dal sole lontano di noi, ne ha conquistato quattro; e cinque ne sono state rapite da Saturno, grosso anch’egli la parte sua, e più lontano di tutti dal sole. – Cotesto Saturno – disse la Marchesa – è un mal passo per le comete; e dovrà essere per esso loro ciò che per li nostri navigatori era altre volte quel grandissimo Capo, tanto difficile da superare che gli diedero il nome, secondo che ho udito a dire, di Tormentoso. – E oltre all’aversi rapito – io soggiunsi – quelle cinque comete, venne anche fatto a cotesto Saturno di spogliarne un’altra di una bellissima coda, di che, tornando dal sole, erasi arricchita; che ben vi è noto, Madama, come vicino al sole le comete s’infuocano, e quasi altrettanti vesuvi mandan fuori que’ torrenti di vapori e di fumo, che corrono in cielo tanti milioni di miglia. Avvenne adunque che la coda di una cometa costeggiò Saturno, intantoché la testa o il nocciolo di essa faceva assai dalla lungi suo cammino. E però la coda soltanto venne a restar presa nella sfera dell’attrazione di quel pianeta. E secondo le leggi della medesima attrazione, combinate col moto che avea la coda, mostra il Maupertuis come ella dovette cinger Saturno, condensarsi, stiacciarsi, prendere la forma di quel maraviglioso anello che gli sta sospeso d’intorno.

– Quale è mai la sorta di personaggio, – disse qui il signor Simplicio – che a coteste loro comete non facciano fare i neutoniani? Ecco che in Francia le trasformano in altrettante lune, e le loro code in anelli, per rendere più allegre le notti de’ pianeti; mentre in Inghilterra fanno loro negli stessi pianeti commettere incendi, diluvi, ogni maniera di tristizia, e sì danno a loro abitanti il mal giorno. Si vuol egli riparare alle perdite che il sole, mandando fuori da sé tanta luce, fa di continuo? Vi troveranno così su due piedi un bel paio di comete, che egli a un bisogno una mattina o l’altra si tranghiottirà. E se temono per avventura non qualche pianeta, per li troppi vapori che ne esalino, venga a patire il secco, vi spediscono detto fatto una cometa, che vi pioverà su della rugiada. L’albero del coco, donde si cava di che far tante e tanto varie cose, da coprir casamenti, da tessere stoie, da filare, da mangiare e da bere, non può essere di tanto pregio agl’Indiani, di quanto a’ neutoniani esser debbono le comete. Comoda veramente e benigna filosofia, che, predicando agli altri il più stretto rigorismo in materia di ragionare, lascia che i suoi seguaci si abbandonino al più scorretto libertinaggio. – Signor Simplicio, – disse qui la Marchesa – vedete non si risenta un po’ troppo de tempo antico cotesta vostra austerità. Perché non vorreste voi concedere anche a’ neutoniani una qualche ora, dirò così, di ricreazione? – Tanto più – io soggiunsi – che in que’ sfoghi della mente non depongono in tutto la gravità geometrica, né possono recare scandalo a coloro che conoscono il sistema del mondo. Le comete, benché regolatissime ne’ loro moti, e soggette alle medesime leggi di attrazione che i pianeti, movendosi però per ogni verso e per ogni piano in ovali lunghissime, ed ora trovandosi vicinissime al sole ed ora in una distanza da esso sterminatissima, ber paiono fatte apposta per cagionare le più strane vicende, ed anche le più opposte tra loro: incendi o diluvi ne’ pianeti a cui passassero dappresso, cangiamenti di situazione nelle orbite loro o ne’ poli onde poi venissero a variare maggiormente le stagioni di quelli oppure vi facesse una primavera eterna. Potrebbono ancora le comete esser distolte dal loro cammino e rapite da’ pianeti, a cui passano d’appresso, se sono piccioline; ovvero condur via seco esse tal pianeta, se avviene che sieno più grosse e le più possenti.- Perché no? – disse la Marchesa. – Largo campo di filosofare danno veramente agl’ingegni speculativi coteste comete, largheggiando come fanno, ne’ loro movimenti. Peccato solamente che per la tanta varietà appunto de’ loro moti la mente si viene a perdere in certo che d’indeterminato e di vago. Né si sa precisamente quello se ne abbia a temere o a sperare. – Noi siamo ancora ben lontani – io risposi – dal sapere ogni particolarità di quella strana generazione di corpi celesti; e pare che abbia ardito di troppo chi ha voluto predire il ritorno di alcuno di essi. – Come? – entrò qui a dire il signor Simplicio in atto di maraviglia – non è dunque arcisicuro il ritorno di quella cometa, che tra pochi anni apparir deve in cielo a far fede alla terra della verità delle dottrine inglesi? La si dava pure, non è gran tempo, per certissima una tal nuova. Ma ora che i signori neutoniani sentono stringere il tempo, che ismentire potrebbe i loro prognostici, pigliano il tratto innanzi e gli tacciano di troppo arditi. – Qual torto – io risposi – venisse a ricevere il sistema neutoniano se la cometa non tornasse così per appunto, io non saprei dirlo. Dinanzi agli occhi di chi dritto estima, lieve sarebbe certamente, e da non ne fare niun caso; sarebbe come dire un punto di perfezione di meno. Ma se la cometa tornasse mai al tempo prognosticato, confessate pure, signor Simplicio, che si mostrerebbe ad evidenza come a’ neutoniani è dato quello che troppo è al di sopra della condizion dell’uomo: il potere indovinare. Cotal ritorno sarebbe forse la più bella giornata, e la più gloriosa di quante mai ne avesser vinte. – In tal caso, – replicò egli sorridendo – io vi prometto che dietro al carro trionfale pur mi vedrete del gran Neutono. – Piacesse a Dio, – io risposi – che un uomo tale qual sete voi fosse ancora de’ nostri; lasciate che io vi dica, come già disse un Persiano, se non erro, a un Greco di gran valore. – E lasciate – soggiunse la Marchesa – che io mi rallegri d’avanzo del nuovo conquisto che è per fare la Inghilterra. – Del rimanente, Madama, – io continuai a dire – poco in là risale la vera storia delle comete, perché vi si possano fondar su delle giuste predizioni. Non sono ancora cencinquanta anni passati che il Keplero, astronomo per altro chiarissimo, sosteneva ch’elle erano le balene e i mostri dell’etere, e per via di una facoltà animale venivano a generarsi, diceva egli, dalla feccia di quello. Quegli stessi, che stando alla sentenza di qualche antica scuola le credevan corpi durevoli, e non altrimenti passeggieri o meteore, l’ordine del tutto ignoravano de’ loro movimenti; e avvisavano che fossero in molto maggior numero che in fatti non sono; siccome all’opera una cinquantina di comparse ch’escono, entrano, e ritornano in scena, i fanciulli le prendono per uno esercito. Ticone fu il primo alla fine del Cinquecento ad osservarle con esattezza, a mostrare che si doveano veramente riporre tra i corpi celesti, a tenerne un registro fedele; e solamente dal Neutono in qua si sanno le leggi alle quali ubbidiscono anch’esse. Ma atteso la lunghezza delle loro orbite, alcune delle quali superano di gran lunga l’età dell’uomo, non se ne troveranno i periodi né il numero, se non coll’andar de’ secoli; e le Marchese che verranno di qui a due mila anni potran forse sapere più precisamente di voi, Madama, quello che si avrà da temere o da sperare di ciascuna di esse. A ogni modo noi avrem fatto non picciolo guadagno assicurandoci che non sono poi sempre di tristo augurio; e se possono inondarci d’acque, o mandarci in vampa, ne possono anche arricchire di qualche novella luna, e forse anche di un bell’anello. – Certamente, – ripigliò la Marchesa – si vuole saper grado al Maupertuis di una novella speranza, di che ci è stato cortese. La nostra vita è più nell’avvenire che nel presente, e si pasce più d’immaginazioni che di realità; e colui, che senza punto offendere la ragione ne sa mettere più in gioco la fantasia, convien dire che non poco abbia meritato degli uomini.

– Quello – io continuai – onde il Maupertuis meritò assai più, ed ha fatto più che mai sonare il suo nome, è la conferma che ne diede col fatto della dimostrazione che avea data il Neutono della figura della terra. – Non so – disse il signor Simplicio – che dimostrazioni sien queste, che han mosso tante liti. – Sopra le quali per altro, – io risposi – fu già data sentenza. – Della figura della terra, – disse qui la Marchesa – mi ricordo già essersi tenuti vari ragionamenti; che è ben naturale che ognuno ami di sapere come è fatto il luogo ch’egli abita. Ed ora, poiché il discorso è caduto su questo, sono entrata in curiosità di sapere in fatti che ne sia; né dovrà increscere al signor Simplicio di sentir fedelmente rapportate le particolarità di questo affare. – Come è del piacer vostro, – io allora dissi – Madama. Ma sapete voi che questo non è affare da sbrigarsene così presto; e converrà incominciare alquanto da largo le parole? – Tanto meglio – ella rispose. Ond’io dopo un poco di pausa ripresi a dire in tal modo: – Fra i matematici, che ad oggetto di perfezionare l’astronomia furono dalla munificenza di Luigi XIV mandati in varie parti della terra, toccò al Richerio andare alla Caienna, che è un’isola francese nell’America situata quasi sotto l’equinoziale, o vogliam dire la linea. Appena giunto si mise a far sue osservazioni. Né molto andò che si fu accorto che ritardava considerabilmente il suo oriuolo a seconda di cui avea regolato il pendolo in Parigi, e che avria pur dovuto, come faceva in Parigi, andar benissimo anche alla Caienna. Provata e riprovata la cosa, e lo stesso mantenutosi sempre l’effetto, si diede a cercarne la ragione. Si credette da principio averne colpa il calore, assai più grande alla Caienna che non è in Francia. Tutti i corpi, anche i più densi, crescono alquanto di mole, riscaldati che sieno. E però il metallo, di che è fatto il pendolo, venendosi ad allungare un tal poco sotto la linea, dovea far tardare l’oriuolo; mentre ognuno pur sa che a maggior lunghezza del pendolo corrisponde nelle sue vibrazioni lentezza maggiore. Si esaminò la faccenda con tutta la immaginabile sottigliezza, e si trovò che troppo era picciola cosa l’allungamento del pendolo cagionato dal calore, perché ad esso attribuir si dovesse quel considerabile ritardamento, che pur si osservava nell’oriuolo. Talché finalmente fu forza conchiudere la gravità sotto la linea esser minore che qui da noi. E la ragione è questa. Non per altra causa vibrando il pendolo dell’oriuolo, e scendendo a batter le seconde che per virtù della gravità stessa, la gravità dovrà ivi appunto esser minore, dove nella medesima lunghezza di pendolo più tarde si troveranno essere le vibrazioni di quello. – Una libbra adunque d’oro – disse la Marchesa – dovrà nel regno di Ghinea non solo valere, ma anche pesar meno che qui da noi! – Non ha dubbio; – io risposi – ma ben vedete, Madama, che l’assicurarsene con la bilancia è impossibile, da che tutti gli altri pesi calano in proporzione. Accorgersene al senso è altresì impossibile: i nostri sensi non sono fedeli, non sono sempre nel medesimo uomo della medesima attività: nè da noi si può paragonare una sensazione presente con una sensazione ricevuta alcun tempo addietro. Bensì la gravità essere in fatti minore sotto la linea che nelle nostre regioni, ce lo mostra indubitatamente la esperienza del pendolo: e che così esser debba, lo dimostra il moto che la terra ha intorno a se medesima. Nè già crederei che sopra il moto della terra si potesse oggimai aver da niuno la minima ombra di difficoltà. – La Marchesa ponendo mente in viso al signor Simplicio; – Già vedete – disse – che a cotesto moto egli non ha che apporre. Quanto a me, non mi cadranno mai di mente le ragioni, ch’ebbe quel Prussiano, di far man bassa sopra il sistema degli antichi, quando spirato da un nobile estro astronomico, diè di piglio alla terra, cacciolla lungi dal centro del mondo, dove s’era intrusa, e a punirla dell’ozio, in cui da tanto tempo avea quivi marcito, le addossò quasi tutti quei movimenti che venivano da noi attribuiti a’ corpi celesti che ne sono d’attorno. E molte volte mi sono figurata anch’io di trovarmi sospesa in aria e immobile, in compagnia della Marchesa del Fontenelle, intantoché mi si rivolgea sotto a’ piedi la terra. Pareami vedere prima di ogni altra cosa le sabbie ardenti dell’Affrica, coperte d’un formicaio di gente, che paragonano la carnagione delle lor belle all’ebano, come da noi si paragona quella delle nostre all’avorio. Poco appresso veniva quel mare sparso qua e là di navi, che da ogni parte della terra recano superfluità in Europa tanto necessarie alla vita. E quindi mi passavano in mostra que’ fiumi del nuovo mondo, che menano diamanti, con quelle montagne che sono come gli scrigni delle nostre ricchezze. E dopo passato quell’altro vastissimo mare, in cui sono cosa ignota le tempeste, io vedeva le isole felici di oriente; e m’era avviso sentir l’alito di noce moscata e di garofani, di che impregnano l’aria dintorno. E finalmente io vedeva le coste di quel paese, dove per cosa del mondo non si torcerebbe un capello a una farfalla, e hannosi per niente le vite degli uomini; e dove la usanza vuole che le mogli abbiano da morire insieme con un marito, che, naturalmente parlando, non amarono gran fatto in vita. Ma, ohimè, ora mi accorgo della leggenda che narrata vi ho, e dello avere troppo lungamente sospeso il ragionamento vostro e il piacer mio. – Né da voi, Madama, – io ripresi a dire – veder poteasi il giro della terra in miglior compagnia, nè a noi poteasene udire un ragguaglio migliore. Ma perché meglio possiamo conoscere ciò che girando ha da succedere alla terra, fermatela per un poco. E già vedete che per la vicendevole attrazione della materia, ond’è composta, si conformerà nella figura di una palla, dove le parti della superficie avranno tutte un peso eguale verso il centro. Ma non sarà già così se ella si rivolge, come pur fa, intorno a’ suoi poli nello spazio di ventiquattro ore. Le parti di essa, a guisa di altrettanti sassolini girati nella frombola, acquistano in tal caso una forza detta centrifuga, e fanno sforzo di scappar per linea diritta e allontanarsi dal centro: lo che pur farebbono, se la gravità comune, o l’attrazione insieme unite non le ritenesse. E questa forza centrifuga tanto è maggiore e tanto più toglie alla gravità, quanto maggiori sono i cerchi, che in ventiquattro ore vengono corsi dalle varie parti della terra. E perché fra tali cerchi il maggiore di tutti è l’equinoziale o la linea, la forza centrifuga è quivi nel suo colmo, ed è niente ne’ poli, che sono immobili. Con che, avendo quivi le parti della terra un minor peso che altrove, verranno come a rigonfiare levandosi un poco in alto; un po’ meno il faranno di qua e di là della linea; meno ancora secondo che più se ne dilungano; e niente sotto a’ poli, dove il loro peso non è diminuito per niente: e così la terra di perfettamente rotonda ch’era da prima, viene ad acquistar la forma, diciam così, di una melarancia colma sotto la linea e sotto a’ poli stiacciata. Ora avendo il Neutono, mercé della sua geometria, combinate le leggi dell’attrazione con la quantità della forza centrifuga ricavata dalle sperienze dei pendoli, determinò di quanto per appunto la terra è stiacciata, cioè di quanto i poli sono più vicini al centro che i punti del cerchio equinoziale o della linea. E la verificazione del suo calcolo in misure itinerarie dipendeva dalla diseguaglianza dei gradi della stessa terra. – Oh qui – interruppe il signor Simplicio – s’incomincia a intorbidar la cosa. – Dichiaratemi – ripigliò la Marchesa – come cammini la faccenda di cotesti gradi, che io ho creduto sempre fossero perfettamente eguali. – Nella supposizione – io risposi – che la terra abbia perfettamente la forma di una palla non è dubbio alcuno che il sono; ma se la terra è quale la fa il Neutono, non è possibile che il sieno; e dovranno con certa proporzione trovarsi alquanto più lunghi nelle parti polari che nelle meridionali. La terra essendo ivi stiacciata, che è lo stesso che dire più piana, avverrà, che uno, camminando da tramontana a mezzodì, debba fare un più lungo tratto di via, perché una stella, per esempio la polare, lasciandosela sempre più alle spalle, siasi abbassata di una certa determinata misura, come sarebbe di un grado. E il contrario avverrà nelle parti meridionali, dove la terra è più tonda; come avviene a uno che cammina lungo una costa di monte. Sino a tanto che la costa è diritta, egli non perde di vista gli oggetti del piano, che gli sono da lato; ma secondo ch’ella volta, se gli lascia alle spalle. Ora avendo il Picardo astronomo francese misurato per via di punti di stelle un grado da Parigi verso tramontana, e avendo dipoi il Cassini misurato i gradi della Francia da Parigi verso mezzodì, confrontati gli uni cogli altri, i gradi meridionali furono ritrovati alquanto più lunghi de’ settentrionali. – E qui la Marchesa mostrando di forte maravigliarsi: – Non dubitate, Madama, – disse il signor Simplicio – che ben sapranno trovarci la via di assestare ogni cosa a’ loro computi e alle loro teorie. – In niente – io risposi – non daranno la tortura ai computi; come non negheranno in niente i fatti, bene avverati che sieno. Ma ben saprebbono mostrarvi, se bisognasse, che non è da rigettare un ben fondato sistema, perché alcuni effetti non rispondessero in tutto alle teorie, ovvero paressero contraddirle. Non è egli tenuto communemente per vero la causa del calore che feconda e avviva la terra essere il sole? E con ragione, son sicuro, direte voi; mentre una tal teoria è fondata su quelle sperienze immutabili e perpetue, che fannosi non dagli uomini, ma nel gran laboratorio della natura. Ciò posto, quei paesi che sono sulla terra situati in modo che ricevano egualmente i raggi del sole, pur dovrebbono sentire un egual grado di calore; e quelli… – Stiamo a vedere – qui m’interruppe il signor Simplicio – che si è novellamente discoperto come sotto il polo ci si muore di caldo, e sotto la linea di freddo:

cose sovra natura altere e nuove.

– Egli è da gran tempo – io risposi – che a tutti è noto che al Perù il caldo è senza comparazione più rimesso che non è al Brasile, con tutto che sotto la medesima parte della zona torrida sieno posti amendue que’ paesi, e il sole gli vegga egualmente a diritto e in maestà: il che nasce da altre cause particolari, dalle quali modificata viene e alterata l’operazione della causa prima. L’effetto del sole al Perù è bilanciato dalle nevi di quella immensa catena di montagne, che soprastanno a quel paese di verso oriente e tengono perpetuamente rinfrescata tutta intorno l’atmosfera. E i caldissimi venti orientali che regnano nel Brasile, e corrono il continente dell’America, sono altresì da quelle istesse montagne tenuti in collo e impediti di giugnere sino al Perù. Ecco, signor Simplicio, come si va differentemente modificando la natura, senza mai contrariare a se medesima; ed ecco come alla causa prima della rotazione della terra e dell’attrazione delle sue parti si potrebbono aggiugnere tali altre cose, che la impedissero di stiacciarsi sotto i poli. E se voi domandaste quali cause potessero esser queste, non vi par forse che a ciò bastassero la non intera e perfetta cedevolezza delle parti della terra e la costruzione interna della terra medesima? Sicché, quand’anche ella non fosse stiacciata sotto i poli, non per questo a rigettare si avrebbe il sistema neutoniano. – Non vel diss’io, Madama, – egli rispose – che co’ più bei ragionamenti del mondo vi farebbon vedere il nero per bianco, vi scambieranno ogni cosa in mano? E che non si ha egli da aspettare da cotesti filosofi, che a un bisogno vi mettono in campo la interna costruzione, la più secreta notomia della terra; che simili a Teseo e ad Enea possono penetrare sino a’ regni di sotto, sino al centro del mondo, e minutamente osservarvi quello che al restante de’ mortali è negato di vedere? – Fatto è, – io ripigliai a dire, calmato che si fu un poco il signor Simplicio – che in onta de’ computi le osservazioni facevano la terra stiacciata sotto la linea e non sotto i poli: della figura di un limone, come dicevano, e non di una melarancia. E tanto più ciò si ebbe per fermo, quanto che, ripetute più volte in Francia le osservazioni, riconfermarono sempre l’istesso. Non ostante tutto questo, ad alcuni sembrava strano di dover abbandonare la sentenza di un filosofo fondata finalmente sopra indubitate esperienze, sopra gli stessi effetti di natura ridotti ad esame geometrico; la quale era avvalorata dal vedere che notabilmente stiacciato sotto i poli è anche il pianeta di Giove, che pur rivolgesi sopra se stesso, come fa la terra: e così tenevano sospeso il loro giudizio. – Anzi sapevano – disse il signor Simplicio – per quello che aveano osservato viaggiando per le interne bolge della terra, che nella terra doveva appunto succedere il contrario che in Giove. – Ultimamente – io continuai a dire – la Francia sotto un altro Luigi, che gloriosamente cammina dietro alle tracce del bisavolo suo, vedendo quanto importa ne’ viaggi di mare conoscer la vera figura della terra, della cosa cioè sopra cui si naviga, risolse di mandare due compagnie di matematici espertissimi, l’una al Perù sotto la linea, l’altra in Laponia al cerchio polare, acciocché, per la grandissima distanza de’ luoghi, la differenza tra grado e grado avesse da apparir più sensibile che non avea potuto apparire ne’ gradi della Francia misurati dal Picardo e dal Cassini. La compagnia adunque mandata in Laponia, di cui fu capo il Maupertuis, dopo le più accurate osservazioni fatte con istrumenti esquisitissimi, trovò che il grado al cerchio polare veniva ad essere sopra mille e cinquecento piedi più lungo di un grado mezzano di Francia; né più né meno, quanto da simili operazioni meccaniche si può aspettare che lo richiedessero i calcoli deI Neutono. Tornato il Maupertuis a Parigi col mondo stiacciato in mano, trovò effettivamente parecchi in quella Accademia, che non sapevano acquetarsi alla decision sua: e grandi vi furono i romori, come ha detto il signor Simplicio. Ma in ultimo, dopo i più scrupolosi esami, ed anche rifatte di nuovo in Francia le osservazioni, apertissima si mostrò la verità; ed ebbero a ritrattarsi questi stessi, da’ quali era stato più acremente sostenuto il contrario. Che se pure qualche ombra di dubbio poteva in alcuni esser rimasa, venne a disgombrarla la compagnia del Perù, che ritornò alcuni anni appresso. Di modo che si sta ora correggendo le carte da navigare, rettificandole alla norma della vera figura della terra. E il Neutono e il Maupertuis saranno da qui innanzi i due astri gemelli, che camperanno la vita a molti e molti naviganti.

– I Francesi in ultimo, – disse la Marchesa – con le loro osservazioni, e con i loro viaggi hanno trovato quello che il Neutono avea già veduto senza metter piede fuori di stanza. – Non resta però – io risposi – che molto obbligo non debba avere il Neutono a’ Francesi, che, lasciato il bel Parigi, si avventurarono per paesi inospiti, affine di testimoniare della verità; e insieme co’ gigli d’oro portarono il suo nome così da lungi. – A somiglianti conti, – soggiunse la Marchesa – egli ha anche loro l’obbligo che il suo nome sia salito tant’alto tra’ suoi compatrioti medesimi. Per me crederei che nella sua patria lo mettano in cielo principalmente per questo, ch’egli fu il distruttore della filosofia di quella nazione, contro alla quale, se non combattono sempre coll’armi, disputano sempre dell’ingegno. – Senza dubbio, – io risposi – Madama, il Neutono tiene a Londra nel mondo filosofico lo stesso grado, che tiene nel politico quel Malborougho, che fe’ sentire all’opposto continente il nerbo inglese, che non pose mai assedio a piazza che non la espugnasse, non fece mai giornata che non la vincesse. Del rimanente ben si può dire che senza i Francesi non avrebbe mai costrutto il Neutono il bello suo edifizio dell’attrazione. Quando egli prese a confrontare il moto della luna col moto de’ gravi cadenti qui presso alla superficie della terra, per chiarirsi se anche nell’attrazion della terra si verificasse la legge della proporzione inversa dei quadrati delle distanze, gli sarebbe stato necessario conoscere la precisa distanza della luna dalla terra: né ciò si poteva senza avere il preciso del diametro della terra, che è il passetto degli astronomi, col quale misurano le distanze celesti. Non aveasi a quel tempo il diametro della terra, che per coniettura, fondata sulle stime dei piloti, che lo facevano più picciolo che non è. E con esso, poiché altrimenti non poteasi, fatte sue prove, non trovò il Neutono che la sua teoria tornasse così bene con le osservazioni, come sarebbe stato necessario per metterla in seggio col vero: ed egli immantinente la rigettò, o almeno lasciolla dormire. – Credete voi, signor Simplicio, – disse qui la Marchesa – che un altro filosofo in simil caso avesse tanto patito gli scrupoli e non avesse piuttosto cercato un qualche mezzo termine, un qualche aggiustamento col cielo? – Non molto tempo dipoi, – io ripigliai a dire – fu intrapresa, e bravamente eseguita d’ordine di Luigi XIV la misura della terra: e il Neutono, fornito allora del vero diametro che gli bisognava, poté rifar sue prove; e sotto alla legge inversa dei quadrati delle distanze si ridusse puntualmente anche l’attrazione della terra. Così, mercé i Francesi, il Neutono prese con franchezza il lancio a quegli ammirabili voli, che fecero dire al Pope che gli angioli, vista tanta scienza in forma umana, lo guardano del medesimo occhio che noi guardiamo quello animale tanto simile a noi.

Ma che mi scordava io di dirvi, Madama, – io ripresi di li a poco – che nel viaggio novellamente intrapreso da’ Francesi alla linea hanno pur essi trovata e mostrata al mondo l’attrazione, dirò così, in persona? – Che è quel che io odo? – disse la Marchesa. – E in qual miniera del nuovo mondo, – soggiunse subito il signor Simplicio – fu mai, che trovassero cosa che vale veramente un Perù? – Se anche qui – ripigliò la Marchesa – voi non ci recate delle osservazioni in bei contanti, mi penso che non sarà per darvene credito il signor Simplicio. – Ed io: – Il Neutono dimostrò che l’attrazione delle più alte montagne, delle Alpi, de’ Pirenei, del Pico di Tenariffa, posto ch’elle fossero tutte massiccie, che non è credibile il sieno, non deve esser sentita da’ corpi circonvicini, per la tanto e tanto maggiore, onde sono attratti dal gran corpaccio della terra. Le montagne sono come altrettanti granelli di sabbia sparsi qua e là sulla superficie di un gran pallone: e noi le reputiamo grandi, perché picciolini siam noi. Con tutto ciò due de’ matematici francesi che andarono al Perù non poterono non esser smossi alla vista delle montagne della Cordeliera, e singolarmente del Chimborazo, che, non ostante i caldi della zona umida, è in gran parte coperto di neve perpetua, e in comparazione alle stesse nostre Alpi e de’ Pirenei si direbbe un gigante; tanto co’ gioghi e colle spalle si spigne verso il cielo. Essendo adunque quella montagna di così eccessiva e disonesta grandezza, avvisarono di calcolare quanta esser dovesse l’attrazion sua verso un corpicciuolo che le fosse d’appresso. Il calcolo mostrò loro che dovea essere pur tanta da rendersi sensibile. E in fatti lo fu. Sentilla il piombino de’ loro strumenti, il quale in ogni altro luogo tenendo esattamente il perpendicolo, trovossi averne deviato presso alla montagna, inclinando ad essa per il valore di sette in otto minuti secondi. – E tal deviazione – entrò qui subito il signor Simplicio – batteva talmente, già ne son sicuro, co’ calcoli neutoniani, che non ci era pure il minimo divario di un capello. – Nel vero, – io risposi – quella deviazione si trovò minore che non avrebbe dovuto essere. Ma se qui io vi dicessi, col vostro Petrarca, per lo migliore al desir tuo contese?

Cotesto stesso divario mostra in sostanza la verità de’ computi. – Ed egli rispose: – Odi nuova forma di sillogizzare, che si mette ora in campo. Gli effetti smentiscono i calcoli; e si ha da credere che i calcoli tornino a maraviglia cogli effetti e col vero. Io per me, sia detto con pace de’ neutoniani, ho preso di volermi attenere alla loica che s’insegna di qua de’ monti. – Pur non vi gravi, signor Simplicio, – io ripigliai – stare ad udire questo sillogizzare de’ neutoniani. Pare a voi che sia da prestar fede a’ matematici, quando dimostrano che l’acqua portata da’ condotti risale alla medesima altezza da cui scende? – E chi ne dubita? – egli rispose. Ed io: – Ma effettivamente, se ben guardate, non troverete già che la loro teoria si verifichi a puntino. Né altrimenti può essere, perché tra le altre ella considera tali risalimenti, come se dovessero farsi non nell’aria, che pur loro resiste e contrasta, ma nel voto. E però l’acqua nel risalire non arriva mai a toccare il segno a che la fanno arrivare i computi. Nei computi, che si fanno dell’attrazione delle montagne, non potendo noi conoscere quali e quante sieno le interne loro cavità, benché si sappia che pur ce ne hanno da essere, conviene pigliarle come se fossero massicce: a quel modo che nei conteggi, quando non si possono sapere i rotti, si mette un numero tondo in vantaggio di chi ha da avere. E così fu fatto dal Chimborazo, quantunque per le pietre calcinate che vi si trovano alle falde senza parlar della tradizione che corre nel paese, si vede manifestamente essere già stata un’ardente fornace simile al nostro Vesuvio, e però avere dentro di sé di cavità grandissime. – Assai chiaro comprendo – riprese la Marchesa non lasciandomi dir più avanti – che, siccome il risalimento dell’acqua scema di tanto, quanto vi toglie la resistenza dell’aria, così minore sarà l’effetto dell’attrazione del Chimborazo di quanto sarebbe da togliere al massiccio di quella montagna, chi la interna sua struttura ne potesse appieno conoscere: onde l’errore di difetto che si trovò in pratica mostra in effetto la verità, come voi dite, della teorica.

– Chi desse fede – disse il signor Simplicio – alle tante maraviglie che ne raccontano i neutoniani, converrebbe dir con loro che

   …se il vero è vero,

a veder tanto non surse il secondo;

che il problema proposto da Dio agli uomini nella formazione dell’universo, il Neutono lo ha sciolto. Tuttavia sia a me lecito il credere che con tutta quanta la sua matematica

egli avverrà del sistema del Neutono quello che è avvenuto di tanti altri ne’ tempi addietro; e quello che pur veduto abbiamo, si può dire a’ dì nostri, dei sistemi del Gassendo e del Cartesio. S’essi avessero lunga vita, bene il sapete; non ostante i tanti applausi ch’ebbero da principio nelle scuole, non ostante che si predicasse, come si fa ora, aver essi finalmente levato il velo, con che a’ guardi de’ mortali si asconde la natura. Le opinioni filosofiche si succedono nel corso del tempo l’una all’altra, come fa onda a onda nell’ampiezza del mare. Appena una ne è insorta ed è fatta un monte, che si spiana ben presto per far luogo ad un’altra, che presto si spianerà anch’essa, non lasciando di sé altro vestigio che un po’ di schiuma nell’acqua. Così sempre, con buona vostra licenza, io credei, credo, e creder credo il vero.

Ed io ripresi: – Signor Simplicio, credereste voi ancora che l’aria pesi? – Se io il credo? – egli rispose. – Intorno a cose tali io non ho credenza, ma scienza. Del resto non vedo dove vogliate riuscire con tale vostra domanda; se già non intendeste cavare dal peso dell’aria una novella pruova della vostra attrazione. – E cotesta scienza – io soggiunsi – sarà fondata, son certo, sopra di ben salde ragioni. – E chi non sa – egli rispose – la tanto famosa sperienza del nostro Torricelli? L’argento vivo resta sospeso nel barometro a ventisette once d’altezza per la gravità dell’aria, che gli contrasta discender più basso. Recato il barometro in cima di una montagna, si vede alquanto discendere esso argento vivo, perché minore è ivi l’altezza della sovrapposta atmosfera. Ma a che tutto questo proemio? – Per dire – io risposi – che quantunque si convincano di false le ipotesi del Cartesio, del Gassendo, e quante altre immaginate ne furono ad ispiegare la gravità, resterà sempre vero che l’aria pesa; e voi non rimarrete dal creder l’effetto, e di cavarne di molte utilità, comunque si fantastichi sulla causa. E perché? perché la sperienza del Torricelli, con quante altre vanno insieme, mostreranno sempre il medesimo a qualunque tempo, in qualunque clima, in qualunque region della terra. E perché adunque non vorreste voi credere a quanto vi dice il Neutono? perché vorreste voi essergli avaro di fede? quando le sperienze intorno alla immutabilità de’ colori, intorno alla diversa refrangibilità de’ raggi della luce mostrano sempre il medesimo; quando i pianeti percorrono sempre intorno al sole aie proporzionali ai tempi; quando in somma invariabili sono le leggi della natura, delle quali il neutonianismo altro non è, a propriamente parlare, che il codice matematico. Né già voi, signor Simplicio, vorrete confondere i sistemi antitetici, come il cartesiano e suoi compagni, che accomodano, secondo il detto del Galilei, l’architettura alla fabbrica, col sistema del Neutono, il quale ha costrutto la fabbrica conforme ai precetti dell’architettura. Che sarebbe tutt’uno col mettere in un fascio la poesia del Seicento con la greca, i secreti degli empirici cogli aforismi d’Ippocrate. E dove la filosofia fantastica, erronea nelle sue conclusioni, come ne’ suoi supposti, è totalmente disutile nelle operazioni della pratica, la filosofia sensata e matematica, a cui per la certezza de’ suoi principi è dato d’indovinare, si trova esser mirabilmente feconda per gli usi della vita. Da tutta la scuola dell’ardito Cartesio che altro è mai uscito, se non che dicerie e strepito di vane parole? Quale utilità, qual comodo è derivato mai alla civile società dal giro de’ vortici, dal premere della materia globulosa o della sottile? Laddove il modesto Neutono, mercé le nuove proprietà da lui viste nella luce, ha con un nuovo cannocchiale perfezionato i nostri sensi; mercé l’attrazione da lui discoperta nella materia, ha veramente assoggettato a’ nostri computi i pianeti e le comete; ne ha fatti in certa maniera cittadini del cielo; ed ha reso agli uomini più sicure e più facili le vie per uno elemento, da cui pareva gli avesse esclusi la natura, e per cui i suoi compatrioti distendono il traffico, le armi e l’imperio in ogni lato del mondo.

Non aveva io ancora posto fine alle mie parole che il signor Simplicio, sotto colore di non so che faccenda domestica che gli era venuta in mente pur allora, prese commiato dalla Marchesa. Ed ella, come è del suo costume, gli diceva, ed anche nel pregava a volere almeno rimanere a pranzo con noi; ma non ci fu via di ritenerlo. E così dopo che noi fummo rimasi soli, la Marchesa riprese a dire: – Da voi io pur debbo riconoscere d’essere stata due volte liberata dal signor Simplicio, prima in qualità di poeta, e poi di filosofo: e l’obbligo che vi ho al presente è tanto maggiore dell’altro, quanto i falsi ragionamenti riescono più incomodi che i cattivi sonetti. – Madama, – io risposi – perché voler riconoscere da altri quanto avete principalmente operato voi medesima. Voi foste già la Venere, che prestò il cinto alla Minerva neutoniana per renderla dinanzi agli uomini graziosa: ed ora da Minerva stessa preso avete l’armi per difendere anche contro a’ filosofi la verità. E ben pare che le belle donne esser sanno tutto quello che lor piace di essere.

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NOTE:

1 The last, and greatest art, the art to blot”. Pope, dans son imitation de la I Ep. du Liv. II d’Horace.

2 Trust not yourself, but your defects to know / make use of ev’ry friend, and ev’ry foe”. Pope, Essay on Crìticism.

3 Mr. de Maupertuis dans le Discours prononcé à l’Académie l’année 1747, le jour de la naissance du Roi.

4 “Cuius tamen rei maior nostra, quam reliquorum, est admiratio. Ceteri enim quam bene atque emendate, nos etiam quam facile atque celeriter eos (Commentarios) confecerit, scimus”. A. Hirtius Pansa, dans la préface au livre VIII de la Guerre des Gaules

5 Res gerere, et captos ostendere civibus hostes, / attingit solium Iovis, et coelestia tentat. / Principibus placuisse viris non ultima laus est”. Lib. I, Ep. XVII.

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