Fisicamente

di Roberto Renzetti

Michel Collon

LA MENZOGNA MEDIATICA DEI CAMPI DI STERMINIO

Fotografia di un manifesto di medecins du monde

testo

Un campo di prigionieri dove si purificano le etnie, non vi ricorda nulla?

Purificazione etnica vuol dire: campi, violenze sessuali, assassinii, esecuzioni e deportazioni di massa di popolazioni non serbe della Bosnia Erzegovina e di Sarjevo. I Nazionalisti serbi andranno fino al fondo della loro ideologia omicida. Medecins du monde ha deciso di proseguire le sue missioni mediche e il suo aiuto d’urgenza, ma non ha scelto di tacere, Tacere vuol dire accettare …

BASTA COI CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ’ DEI NAZIONALISTI SERBI

commento con frecce dal manifesto

TRUCCO GROSSOLANO

Simon Wiesenthal, storico dell’olocausto, ha messo in guardia contro la banalizzazione del termine “campi di concentramento”: Ha ricordato che i primi profughi furono i 40.000 Serbi che fuggivano dalla Croazia dopo che un emendamento della costituzione ne aveva fatto dei sotto-cittadini.

Classico delle campagne di demonizzazione l’accomunamento con i nazisti e un grossolano trucco propagandistico. Era già servita per giustificare l’aggressione colonialista franco-inglese contro l’Egitto (1956) e la guerra contro l’Irak.

FALSO

Penny Marshall, autore del reportage dell’ITN: “Io penso che tecnicamente erano dei campi di concentramento – un luogo in cui viene riunito un gran numero di persone – come opposizione al concetto di campi di sterminio”.

Alan Little (BBC Radio): “Mia preoccupazione era che i campi non venissero descritti come campi di concentramento. Le persone non vi erano detenute per tempi indefiniti, e non vi erano detenuti per venir sterminati in massa. Non era in nulla simile ai campi di concentramento nazisti” (nota) 1

Il New York Times scrisse: “I servizi di informazione US hanno raddoppiato gli sforzi ma non hanno trovato alcuna prova di sistematici massacri dei prigionieri Croati o Mussulmani nei campi serbi”

TRUCCO

Il giornalista tedesco Thomas Deichmann è andato a svolgere un’inchiesta sul posto. Ha constatato che questo campo non è mai stato circondato da filo spinato. Infatti questo è stato messo solo attorno al luogo in cui si trovavano i giornalisti internazionali venuti a filmare. Allo scopo di proteggere il loro materiale dai furti! (nota) 1

Deichmann ha controllato l’insieme delle cassette girate da ITN, Le immagini confermano indiscutibilmente che le persone non erano rinchiuse. Ha anche interrogato parecchi testimoni secondo i quali, in quel campo, le persone erano venute a rifugiarsi per cercare protezione contro le aggressioni delle milizie locali.

COLLERA SELETTIVA

In quell’epoca l’ONU aveva individuato nove campi di prigionia in Bosnia: sei croati, due serbi ed uno mussulmano. La Croce Rossa indica che “tutte le parti hanno organizzato dei campi d’internamento in condizioni deplorevoli. Croati e Mussulmani devono essere ugualmente rimproverati  per gli abusi contro i prigionieri” (nota) 1.

Allora perché medecins du monde e Koukner tacciono sui campi croati e mussulmani? (nota) 4

NOTE

1) De Groene Amsterdamer, 22 gennaio 1997

2) Guardian, Gran Bretagna, 9 agosto 1992

3) Idem

4) Joan Philips, Livin Marxism, Gran Bretagna, marzo 1993

5) New York Times, 23 agosto 1992

UN PREMIO PULITZER VINTO FACILMENTE

            “I Serbi organizzano in Bosnia dei campi di sterminio” (“death camps”). Lanciata nel luglio 1992, questo scoop valse al giornalista americano Roy Gutman (New York Newsday) il famoso premio Pulitzer del giornalismo. Immediatamente questi reportages vengono ripresi da una trasmissione choc della TV britannica ITN, e ripresa da tutti i media americani ed europei. Enorme campagna. In Francia Kouchner e Médecins du Monde stampano un manifesto in cui si assimilano i campi serbi a quelli nazisti.

            Si troverà qui in fondo quello che diceva Gutman … E quello che non diceva. Infatti il giornalista britannico Joan Philip lo ha intervistato, è andato sui luoghi, ha interrogato le fonti del suo collega. La verifica volge al disastro … (nota) Questa campagna pone due domande:

1. C’erano i “massacri sistematici” nei campi serbi? “I servizi informativi US hanno raddoppiato gli sforzi -segnale il 23 agosto il New York Times- ma non hanno trovato alcuna prova di massacri sistematici di prigionieri croati e mussulmani nei campi serbi”.

2. Perché si sono passati sotto silenzio i campi costituiti dai nazionalisti croati e mussulmani? Il comandante belga Jan Segers ha diretto un servizio informativo dell’ONU: “Ho visto dei campi di prigionia nella regione di Sarajevo, sotto controllo serbo e mussulmano; Ne ho visto anche a Bihac, tenuti da Abdic )ribelli mussulmani) e tenuti da Dudakovic (esercito di Izetbegovic)” (nota) 2.

1) Rivista Living Marxism, Gran Bretagna, marzo 1993

2) Télémoustique, Belgio, 20 novembre 1995

________________________

affianco

fotografia

L’immagine centra l’attenzione su questo personaggio scheletrico (sottinteso: a causa del cattivo trattamento). Ma può essere effetto di una malattia. Perché i suoi vicini sembrano ben nutriti.

Perché questi uomini “sterminati” sono liberi di parlare ai giornalisti stranieri? I loro “assassini” sono stupidi fino a questo punto?

QUELLO CHE VI È STATO DETTO

New York Newsday  19 luglio, 2 agosto 1992

“Il campo di Manjaca fa parte di una serie di nuovi luoghi di detenzione. Un responsabile dell’ambasciata americana a Belgrado fa continuamente riferimento a dei “campi di concentramento”. … È un altro esempio di violazione dei diritti dell’uomo che esplodono oggi ad un livello senza precedenti dall’epoca del III Reich nazista.”

“C’è un numero crescente di indizi che Omarska contenga un campo di sterminio dove le autorità serbe, con l’appoggio dell’esercito, hanno rinchiuso migliaia di mussulmani”.

“Hujca”: “I Serbi del campo procedevano ad un massacro su vasta scala. Uccidevano i prigionieri croati e mussulmani sparando loro attraverso la bocca. Una volta ho visto otto cadaveri coperti da lenzuola.”

“Meho”: “Le guardie serbe uccidevano regolarmente i prigionieri a gruppi di dieci o quindici. Li portavano al lago vicino, si sentivano raffiche di mitra. Non tornavano più. Penso che mi hanno lasciato partire per via della mia avanzata età (63 anni)”

QUELLO CHE NON VI VIENE DETTO …

L’opinione di un diplomatico US, dalla sua camera d’albergo a Belgrado, è forse una prova scientifica?

Curioso: sono gli stessi responsabili serbi di Banja Luka che suggerirono a Gutman di visitare questo campo di prigionieri di guerra con una delegazione della Croce Rossa Internazionale.

Quanto al campo di Omarska e Trnopolje, Gutman non li ha visitati che nel settembre del 1992, dopo aver scritto i suoi reportages. E non ha altro che due “testimoni” sotto pseudonimo.

Hujca riconosce di “non aver assistito di persona alle uccisioni”

Sarebbe assurdo rilasciare un “testimone” così pericoloso.

AGENZIE IN BUGIE MEDIATICHE

            Nel 1991 le bugie mediatiche sulle incubatrici di Kuwait City, con la sua serie di testimonianze prefabbricate, aveva sottolineato il ruolo della Hill e Knowlton, ditta US di “pubbliche relazioni” specializzata nella creazione di positive immagini di marca per le dittature di tutto il mondo.

            Caso isolato? No, i loro colleghi di Ruder Finn hanno rappresentato i governi di Zagabria e di Sarajevo fino a metà 1993. Poi si sono concentrati sullo sforzo di creare un’immagine di democratici e di vittime al regime di Izetbegovic. L’enorme impatto dei pretesi “campi serbi di purificazione” è loro opera …

            In un documento creato per sedurre altre dittature, clienti potenziali, Ruder Finn vanta la propria efficacia: “Diffusa in agosto la storia dei campi di concentramento galvanizzò l’opinione pubblica americana. Un sondaggio di Newsweek registrò un forte cambiamento: da 35 % di sostegno ai bombardamenti aerei prima al 53 % dopo la storia. Il 1° marzo 1993 un sondaggio Gallup mostrò che due terzi del popolo americano sostenevano l’impegno US in Bosnia” (nota 1).

RUDER FINN GRIDA VITTORIA, MA NON PRETENDE DI DIRE LA VERITÀ’

            Ma come ha fatto Ruder Finn a manipolare l’opinione pubblica su questi campi? Il suo direttore, James Harff, lo spiega al giornalista francese Merlino: “Abbiamo convinto tre grandi organizzazioni ebraiche: B’nai Brith Anti-Difamation League, American Jewish Committee e American Jewish Congress. Abbiamo suggerito loro di pubblicare un trafiletto nel New York Times e di organizzare una manifestazione di protesta davanti alla Nazioni Unite. La cosa è andata in maniera formidabile: l’ingresso in gioco delle organizzazioni ebraiche a fianco dei Bosniaci fu uno straordinario colpo a poker. Automaticamente abbiamo potuto far coincidere, nell’opinione pubblica, Serbi e nazisti. Il dossier era complesso, nessuno capiva cosa succedeva in Jugoslavia, ma in un colpo solo potevamo presentare una situazione semplice, con buoni e cattivi.

            Immediatamente ci fu un cambiamento molto netto nel linguaggio della stampa con l’uso di termini ad alto impatto emotivo, come pulizia etnica, campi di concentramento, ecc … il tutto evocante la Germania nazista, le camere a gas di Auschwitz. La carica emotiva era così forte che nessuno poteva più andarvi contro, a rischio di venir accusato di revisionismo.

– Ma tra il 2 ed il 5 agosto voi non avevate nessuna prova che quello che dicevate era vero.

– Il nostro lavoro non è verificare l’informazione. Noi non abbiamo affermato che esistevano dei campi della morte in Bosnia, noi abbiamo fatto sapere che lo affermava Newsday.

– Vi rendete conto della vostra enorme responsabilità?

– Noi siamo professionisti. Avevamo un lavoro da compiere e l’abbiamo fatto. Noi non siamo pagati per fare la morale”. (nota) 2.

            È quanto diceva già un predecessore di Ruder Finn: Ivy Lee fu il pioniere delle agenzie americane di pubbliche relazioni. Nel 1933 i nazisti fecero ricorso a lui. Il Trust I.G. Farben lo invitò a visitare la Germania e ad incontrare Hitler. Suo figlio si recò a Berlino e lavorò un anno per la I.G. Farben. Max Ilgner, il responsabile di questa ditta che aveva invitato Lee, era membro del “Circolo degli esperti del ministero della propaganda” nazista. Venne considerato come criminale di guerra dal tribunale di Norimberga, che giudicò che “gli agenti stranieri di Farben costituivano il nucleo delle macchinazioni naziste nel mondo” (nota) 3

1) The media happened to be there, op. cit. p. 16

2) Merlino, op. cit. p. 128-9

3) Molly Ivins, Toxic Sludge is good for you, Monroe (US), 1995, p. 149

  ____________________________________-

affianco

FINO DOVE SI SPINGE L’AZIONE DI RUDER FINN?

            Il lavoro della ditta Ruder Finn si limita a “valorizzare” le bugie mediatiche che esistono? Noi riteniamo che certe aziende di “pubbliche relazioni” vanno più lontano …

Il giornalista US Peter Brock rileva un contrasto di interessante nelle attitudini delle diverse autorità bosniache di fronte ai reporters: “I rapporti della stampa indicano che i Serbo-bosniaci erano estremamente cooperativi quando si trattava di autorizzare l’ispezione dei loro campi da parte di autorità internazionali, mentre i Mussulmani ed i Croati di Bosnia rifiutavano o facevano opposizione” (nota) 1. Noi siamo convinti che Ruder Finn abbia anche consigliato questi regimi per quanto riguarda l’immagine che dovevano fornire di se stessi. Il primo consiglio era evidentemente di nascondere i propri crimini.

Ma Ruder Finn è andata ancora più lontano? Descrivendo i tre massacri della panetteria e del mercato di Markale a Sarajevo abbiamo rilevato i presupposti di una macchinazione orchestrata dai servizi segreti. La CIA è stata particolarmente attiva in Bosnia, come attestato da numerose fonti occidentali. Nel nostro libro “Atention, medias!” abbiamo segnalato le strettissime connessioni tra la CIA e le ditte di “pubbliche relazioni: “gli uffici d’oltremare di Hille Knowlton costituiscono una copertura ideale per la CIA, che non smette di estendersi. A differenza di altri mestieri di copertura, essere uno specialista di pubbliche relazioni non richiede una formazione tecnica per gli ufficiali della CIA”, indica un agente di quest’ultima (nota) 2

            Noi siamo convinti che esiste una strettissima collaborazione tra certi “giornalisti”, le ditte di pubbliche relazioni ed i servizi segreti. Bisogna ricordarsi che su ventimila agenti ufficialmente impiegati dalla CIA, un terzo si dedica all’ “informazione”.

NOTE

 1) Peter Brock, op. cit.

2) Michel Collon, Attention, medias! Solo nella terza edizione), EPO, Bruxelles, 1994, p. 289

________________________________

ESISTONO VITTIME BUONE ED ALTRE CATTIVE?

            Secondo quella criterio un massacro commesso su questo pianeta viene decretato “genocidio” in alcuni casi ed in altri non viene definito proprio, una vera non informazione?

            Per esempio, quando si scopre nel luglio 1999 centinaia di scheletri umani in una discarica vicina ad un campo di concentramento in cui migliaia di prigionieri civili e militari erano stati torturati nel 1993 e 1994, perché il fatto non passa neppure come notizia “breve” in Occidente? Per il fatto che la discarica è situata a  Soyo, nel nord dell’Angola, ed il campo di tortura era organizzato dall’Unita e questa organizzazione fascista di guerriglia era sostenuta del regime razzista del Sud Africa e dagli Stati Uniti per destabilizzare il governo di sinistra dell’Angola. (nota) 1.

            Altro esempio. Quando vengono massacrati centinaia di migliaia di abitanti della Papuasia occidentale, occupata dall’Indonesia, perché il fatto non scatena nessuna campagna informativa e delle sanzioni? Perché questa regione ricchissima di minerali e stata concessa all’impresa Freeport McMoran, che questa ha finanziato il colpo di stato di Suharto nel 1965 e il regime di Suharto è pesantemente protetto da Washington (nota) 2.

            In Jugoslavia è stata caratterizzata da una scelta indecente. Da una parte le vittime buone, quelle di cui si parla e si riparla, quando serve anche inventandole. Dall’altra parte le vittime che crepano nel silenzio dei media. Perché, per fare un esempio, quando le autorità della città di Bosanski Brod invitano la stampa occidentale a visitare il luogo di un massacro, nessun giornalista si presenta? Perché le vittime sono serbe.

            Perché si scrivono migliaia di storie su una metà dei rifugiati cacciati dai loro focolari nella Bosnia e nulla sull’altra metà? Perché la prima metà è croata o mussulmana, ed è stata cacciata dai nazionalisti serbi, mentre la seconda metà non ha la carta d’identità giusta. Ma non andate a dire ai media che sono razzisti!

            Quando il settimanale bosniaco Dani scrive: “Quando i Serbi hanno tolto l’assedio a Gorazde, il 27 agosto 1994, parecchie centinaia di abitanti serbi della città sono partiti in autobus, in camion e in macchina, verso il nord, in direzione di Rogatica, una città rimasta sotto controllo serbo. Presso il villaggio di Kukavica trecento di queste persone sarebbero state uccise dai colpi di mitragliatrici mussulmane” (nota) 3, nessun giornale occidentale ne parla. Sempre la carta d’identità sbagliata.

            Per lungo tempo i giornali occidentali hanno semplicemente passato sotto silenzio i crimini dei nazionalisti croati e mussulmani. Col tempo non è più atato possibile. A quel punto la scusa diviene: “Ma i Serbi hanno fatto peggio!”.

            È senza dubbio vero in cifre assolute (e altrettanto senza dubbio falso in cifre relative). All’inizio il rapporto delle forze militari era a vantaggio delle forze serbe. Ma questo non giustifica minimamente questa censura unilaterale. Sui crimini nazionalisti non si deve far questioni di percentali, ma di natura. Demonizzando i soli Serbi, non mostrando che in tutti i tre campi delle borghesie e delle milizie di profittatori si costruivano un potere grazie alla guerra, i media dominanti hanno manipolato l’opinione pubblica. Hanno aiutato i governi occidentali a realizzare le loro strategie segrete.

NOTE

1) Comunicato stampa dell’ambasciata d’Angola a Bruxelles, 26 luglio 1996

2) Solidaire, Belgio, 11 dicembre 1996

3) Balkans Infos, Francia, n. 10

  _________________________________

affianco

A PROPOSITO DELLA PAROLA “GENOCIDIO” …

Le Soir   26 luglio 1996

“Alcuni corpi nudi, i polsi legati, riesumati a decine. Le macabre prove del genocidio escono dalla terra attorno a Srebrenica.

Gli inviati del tribunale penale internazionale hanno meticolosamente scavato quindici metri quadri di terra. Dodici corpi, forse di più, sono stati gettati in questo luogo.

Si stima che le fosse comuni disperse in questi campi potrebbero nascondere tra mille e 2.700 salme. La loro esistenza è stata rivelata al tribunale internazionale dell’Aja dalle foto prese dai satelliti spia americani. A Cerska, gli inquirenti hanno già riesumato 154 cadaveri”

COMMENTO

Come si può parlare di “prove del genocidio” sulla base di dodici corpi e di “Si stima”! Chi non ricorda precedenti stime menzognere che provenivano dagli Stati Uniti: Vietnam, Kuwait, Timisoara ecc.! Lo stesso valga per le loro “foto-satellitari”.

Alla fine dell’anno 1997 i famosi “terreni scavati” di Srebrenica non sono ancora stati scavati. La cava in cui dovevano trovarsi dieci mila cadaveri è sempre inesplorata.

Il termine genocidio indica lo sterminio di una popolazione. Si applica al nazismo, allo sterminio degli Armeni, dei Tutsi ruandesi. Banalizzare questo termine vuol dire indebolire la condanna dei crimini storici del nazismo

Dei crimini sono stati senza alcun dubbio commessi dai nazionalisti serbi. Di cui più avanti analizziamo la natura di estrema destra. Tuttavia il modo propagandistico e sensazionalistico con cui è stata portata avanti l’inchiesta su Srebrenica non permette oggi di pubblicare cifre serie …

_______________________________________  

I RIFUGIATI DI CUI LE ONG NON SI OCCUPANO.

            Alla fine del 1995 una missione dell’organizzazione belga Medici per il terzo mondo si è recata nella regione di Banja Luka.

            “Banja Luka è la città bosniaca che conta il maggior numero di rifugiati: 80.000 persone. La maggior parte sono fuggite dalla loro regione durante le operazioni di pulizia etnica eseguite dall’esercito croato nel mese di agosto 1995 nella Krajina. Altre hanno abbandonato tutto durante i bombardamenti della Nato su grandi aree della Bosnia. A queste vittime della violenza della Nato i media non accordano praticamente nessuna attenzione. E sono anche privi di aiuti. Secondo la stessa ONU solo tre organizzazioni umanitarie internazionali operano a Banja Luka. Esse sono 35 nella parte mussulmana ed in Croazia se ne contano 120.

            Visitiamo il campo di rifugiati di Rakovacke Bare, Alloggia per il momento 200 adulti e 70 bambini. Sono i rifugiati che nessuno viene ad intervistare e di cui non si diffondono le immagini nel mondo, Alla nostra prima domanda: “Perché siete fuggiti?”, la risposta è violenta: “Per causa vostra, Belgi, per la Nato, la Nato, la Nato …”.

            La maggior parte sono originari di Sanski Most, piccola cittadina a 70 chilometri ad ovest di Banja Luka. Sono stati cacciati dai bombardamenti della Nato nel settembre scorso e dall’offensiva croato-mussulmana che e seguita. Vivono in condizioni terribili. Alcuni dormono in roulottes o nel cassone di un camion, e la temperatura scende a meno 10 gradi. Altri vivono in delle baracche in una totale promiscuità. I bambini sono privati della scuola e di ogni forma di divertimento. Fanno crudelmente difetto vestiti caldi e scarpe. Questa gente ha dovuto fuggire in catastrofica fretta durante l’estate abbandonando tutto, sono giunti con vestiti leggeri”.

            Una nota, è successo che siano state diffuse alcune immagini di rifugiati serbi. Ma mai con lo stesso trattamento mediatico. Si trattava di solito di persone installate in edifici scolastici o palestre. Non erano rappresentativi della situazione, ma così’ non si colpevolizzava troppo: nessuna immagine di disperazione, niente donne piangenti, nessun primo piano di occhi di bambini di cinque anni …  

fotografia

_____________________________________-

affianco

I CAMPI DEI QUALI NON VI HANNO PARLATO …

Il campo di Celebici, già caserma dell’esercito federale trasformata in un centro di detenzione per Serbi. Numerosi testimoni hanno affermato di aver visto a più riprese il presidente Izetbegovic visitare questo campo. Estratti di queste testimonianze …

Testimone 147/96-20, originario dei dintorni di Konjic:

“Pesavo 110 chili quando sono arrivato a Celebici, ne sono uscito con 64. Per illustrare il livello di ristrettezze e di fame, una volta non sono andato di corpo per 54 giorni. Venivo picchiato ogni giorno, anche più volte al giorno, giorno e notte. Ne sono uscito invalido al 70 %, col fegato e la vescica danneggiati al 70 %, nove costole rotte.

So che 18 prigionieri sono stati assassinati nel campo. Ero personalmente presente all’esecuzione di Sima Jovanovic, del villaggio di Ibar, di Cedo Avramovic, da Celebici e di Zijko Kliment, da Konjic. Alla fine di luglio si è sentito del rumore nel cortile. Ho visto tre vetture di lusso ed una jeep. Nella seconda vettura c’era Alja Izetbegovic, circondato dalle sue guardie del corpo.”

Testimone 147/96-3, autista a Celebici:

“Abito vicino agli edifici. Il centro del campo è ad appena 70 metri da casa mia. Il campo era circondato da filo spinato rinforzato. Si vedeva all’interno. Ho visto come i guardiani bastonavano i prigionieri e li obbligavano a bere la propria urina. Sentivo gridare e piangere giorno e notte. C’erano anche delle donne. L’8 ottobre, tre automobili di lusso sono entrate nel campo, ero a 60 metri dal posto in cui si trovava Izetbegovic. Aveva una giacca di cuoio e sulla testa un berretto verde”.

“NEPPURE UN GIORNALISTA È VENUTO A VEDERE QUESTO MASSACRO”

            In febbraio e aprile 1993 la Cimade, organizzazione cristiana francese, ed il consiglio ecumenico delle Chiese inviano una missione d’inchiesta in Bosnia. Estratti del suo rapporto:

“Arriviamo a Bosanski Brod (96.000 abitanti). Come inizio i Croati e di Mussulmani, quando hanno conquistato la città, hanno distrutto tutti gli edifici religiosi ortodossi; quando la città è stata riconquistata dai Serbi essi hanno distrutto tutte le moschee e le chiese cattoliche, con la scusa che nascondevano depositi di munizioni.

            Il capo della polizia civile ci racconta che duecento civili serbi sono stati uccisi, è un massacro … Attraversiamo il cimitero che ospita cattolici, ortodossi, mussulmani, ciascuno in un campo. L’odore della morte è li, spaventoso. Per il momento sono stati trovati trentasette corpi di cui sei di soldati, da 16 a 70/80 anni; ci sono famiglie intere riconosciute dai loro vestiti da notte. Questa fossa comune è aperta da dieci giorni, i Serbi hanno avvisato il mondo intero, non è venuto neppure un giornalista” (nota) 47

            Tutti i belligeranti in Bosnia Erzegovina hanno, in modi diversi, violato i diritti umani o le leggi di guerra. Molte pratiche inumane (pulizia etnica) usate nelle zone sotto dominio serbo vengono usate ugualmente nelle parti della Bosnia Erzegovina controllate dai Mussulmani e dalla “Comunità croata D’Herze-Bosnia Erzegovina”. … Un altro fattore che ha contribuito all’intensità della pulizia etnica nelle zone sotto dominio serbo è il netto squilibrio tra le quantità di armi di cui dispone la popolazione serba e la popolazione mussulmana”.

            I nostri vari interlocutori, nei territori serbi di Bosnia, riconoscono unanimemente che i Serbi in armi hanno commesso un certo numero di furti e di crimini. La cosa dispiace loro e ritengono che si debbano punire gli autori di questi misfatti. Abbiamo potuto verificare la presenza di Serbi incarcerati a Banja Luka per aver commesso di questi delitti.

            Sono del resto stupiti per la demonizzazione di cui sono oggetto nell’opinione pubblica del mondo (violenze carnali come arma di guerra, campi di concentramento, genocidio …). Oggi i rapporti con i giornalisti stranieri sono degradati a tal punto che anche i giornalisti ben intenzionati sono allontanati dalle zone operative”.

________________________________

affianco

I BOMBARDAMENTI CHE NON ESISTONO

Perché ci hanno relazionato solo sui bombardamenti dei nazionalisti serbi su Sarajevo? Perché si sono stati nascosti crimini analoghi quando a commetterli erano l’esercito croato o le truppe di Izetbegovic? Abbiamo personalmente raccolto la testimonianza di un giovane esperantista, Grodimir Kragic, telefonista cieco che vive a Tezlic, una città di 64.000 abitanti in Bosnia …

– La vostra città è stata bombardata dalle forze croate e mussulmane?

– Si, sistematicamente, da luglio 1992 ad ottobre 1995.

– C’erano truppe serbe?

– No, qui non c’era nessun soldato né obbiettivo militare. Si mirava ai civili. Anche la Nato ci ha bombardati nel settembre scorso, distruggendo molte case ed uccidendo parecchie persone anziane.

– Siete certo che volevano prendersela coi civili?

– Erano solo bombardamenti psicologici. A volte sparavano esattamente ogni 45 minuti. Oppure attaccavano alle 6 e 45 del mattino, il momento in cui c’è più gente in strada. Volevano provocare il panico, obbligare la popolazione ad abbandonare la città.

– Tezlic era la sola colpita?

– No, nell’estate del ’93 ci sono stati anche bombardamenti reciproci tra città vicine: Zepce (croata) e Tesah (mussulmana). Ma con noi la cosa è stata costante. Ed altre città serbe, come Doboj hanno sofferto ancora di più.

– Come si vive un fatto simile?

– È spaventoso. All’inizio è successo che ci hanno bombardato per dieci giorni con solo alcuni brevi intervalli. Co, tempo si fa un pò’ l’abitudine, si impara a valutare -in funzione del rumore della granata- se cadrà vicino a voi o più lontano. Nelle scuole i bambini dovevano correre e nascondersi al minimo segnale di bombardamento o di sparo. Ma il peggio è quando venite svegliati. Verso mezzanotte o le due del mattino.

– Avete rischiato di essere vittima?

– Un giorno, con alcuni amici, giocavamo una partita a scacchi nel giardino. La bomba ci è passata sopra, i pezzi sono stati rovesciati. Ma è caduta dietro una grande casa che ci ha protetti. Tre miei cugini hanno avuto meno fortuna, e non ci sono più

VIOLENZE SESSUALI: inchieste di fantasia e testimonianze nascosta.

            Il giornalista US Peter Brock ha analizzato la copertura mediatica delle “violenze sessuali di massa come arma di guerra” che hanno fatto tanto scalpore … Dopo aver fatto una lista di numerosi casi di violenze contro donne serbe, documentati con precisione, ma ignorati dai mezzi di comunicazione, Brock scrive:

            “Improvvisamente alla fine di novembre, inizio dicembre 1992, il mondo intero subì un diluvio di rapporti sulle violenze contro donne mussulmane. Questi racconti traevano origine dal Ministero dell’informazione di Croazia in Bosnia. Il 4 gennaio Newsweek citava delle informazioni non provate che provenivano dal governo bosniaco e che parlavano di 50.000 mussulmane violentate dai soldati serbi.

            Una delegazione della Comunità Europea, presieduta da Anne Warburton (ex diplomatica britannica) ha proceduto ad una rapida inchiesta. La delegazione ha scritto di aver accuratamente cercato a Zagabria, ma di non aver avuto altro che un accesso minimo alle pretese vittime bosniache o ai centri in cui si supponeva che queste vittime si trovassero. Benché abbia rifiutato di precisare la fonte delle “stime più serie che sono state fornite alla missione”, la commissione ha deciso di ritenere valido e di diffondere un numero di vittime stimato “attorno a 20.000”.

            Tuttavia una inchiesta condotta dalla Commissione delle Nazioni Unite doveva, poco tempo dopo, pur guardandosi dal fornire una stima ufficiale, menzionare un totale di 2.400 vittime. Questa stima era basata su 119 casi documentati. Il rapporto concludeva che delle Mussulmane, delle Croate e delle Serbe erano state violentate, e che le Mussulmane erano il più gran numero.

            Infine il Comitato della Comunità Europea sui diritti della donna ha esaminato le conclusioni della delegazioni Warburton per respingere la stima di 20.000 vittime in ragione della mancanza di prove documentate e di testimonianze. Alla fine di questa audizione Frits Kalshoven, presidente della commissione dell’ONU sui crimini di guerra, ha dichiarato, come testimone, che le “prove” raccolte fino a quel momento non potevano essere seriamente presentate davanti ad un tribunale. Anche i rappresentanti dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati giungevano alla conclusione che non si potevano trovare sufficienti testimonianze indipendenti, mentre Amnesty International e il CICR dichiaravano nella stessa data che tutte le parti si erano lasciate andare ad atrocità e violenze carnali”

Da Foreing Policy (USA) inverno 93-94. Vedi anche una testimonianza approfondita del giornalista Martin Mettmayer su Die Weltwoche, Zurigo, 10 marzo 1994.

________________________

affianco

PIANO SISTEMATICO?

Diana Johnstone, saggista americana, stila il bilancio delle inchieste sulle violenze:

“La commissione incaricata dal consiglio di Sicurezza di svolgere l’inchiesta sui crimini di guerra commessi nell’ex Jugoslavia ha ricevuto rapporti su più di 1.600 casi di violenza, ha intervistato 223 vittime che hanno riportato 4.500 casi. Ma nel concludere i propri lavori, nel maggio 1994, aveva riunito 575 dossier con identificazioni precise. Si può ragionevolmente supporre che i casi siano stati più di quelli su cui esistono i rapporti. Ma in assenza di studi comparativi è impossibile sapere se quello che è stato inusuale nella guerra di Bosnia fosse il numero di violenze o l’attenzione concentrata su questo crimine odioso, generalmente molto diffuso nel caos delle guerre.

            Una componente della commissione, la criminologa olandese Christine Cleiren, ha indicato: <Certe persone si identificano a tal punto con le vittime delle violenze sessuali che forniscono raccolti sentiti come fossero loro esperienze personali. Secondo parecchi indizi la violenza sessuale è stata raccontata dalle parti in conflitto come un elemento della propaganda. Le informazioni dei rapporti erano di seconda o terza mano e la maggior parte erano molto generiche>”.

da The Nation (USA), 22 settembre 1997

LA LIBRE BELGIQUE  titolo del 22 gennaio 1993

“La violenza sulle donne nell’arsenale del terrore serbo”

LE NOUVEL OBSERVATEUR  n. 1471, gennaio 1993

“Nessun dubbio è più permesso sul carattere sistematico di questa pratica, nel quadro del piano di <purificazione etnica>”

LA GAUCHE  10 febbraio 1993

“Sembra (sic) che gli estremisti serbi abbiano utilizzato la violenza carnale come arma di guerra nel quadro della loro politica di epurazione etnica”

COMMENTO

Dalle destra cattolica al La Gauche trozchista, si sostiene un intervento militare della Nato contro i Serbi senza mettere in discussioni le menzogne ufficiali,

_____________________________

QUELLO CHE È STATO NASCOSTO A PROPOSITO DI GORAZDE

            I racconti mediatici sull’assedio di Gorazde hanno influenzato l’opinione pubblica internazionale per farle accettare l’intervento della Nato. Ma cosa è successo veramente? Estratto del rapporto redatto nel maggio 1994 da Y. Bodansky e V. Forrest per lo “House Republican Research Committee” della Camera dei Rappresentanti USA. Certamente questo documento addotta il punto di vista dei nazionalisti serbi ma contiene un insieme di fatti precisi che sono stati sistematicamente nascosti alla gente …

!. Si è descritto l’assedio di Gorazde come uno spietato atto di aggressione contro la popolazione mussulmana della Bosnia. Quello che meno si conosce è il ruolo giocato dal governo di Izetbegovic e dai militari bosniaci nell’incitare al conflitto …

2. Gorazde è una piccola città industriale nella Bosnia orientale. Prima della guerra la sua popolazione era mista: due terzi Mussulmani, un terzo Serbi. La posizione della città sulla Drina ed il fatto che due strade importanti la attraversino le danno una notevole importanza strategica. Ma quello che determina soprattutto l’importanza della città sono due sue officine. La prima, la fabbrica Pobjeda, produce munizioni. L’altra è un’industria chimica. L’enclave di Gorazde era uno dei primi posti in cui i guerriglieri islamisti si erano lanciati contro i cristiani locali per garantirsi una posizione di predominio militare

3. All’inizio del 1993 i Mussulmani iniziarono la ricostruzione di Gorazde per farne un centro militare. Notevoli forze mussulmane vennero inviate a Gorazde in seguito alle pressioni delle Nazioni Unite sui Serbi allo scopo di entrare per scopi umanitari.

4. Nel 1993 i Mussulmani fecero entrare fraudolentemente parecchio materiale militare  a Gorazde, con la copertura dell’ONU: utensileria, pezzi meccanici e personale esperto allo scopo di rimettere in funzione l’industria Pobjeda e l’officina chimica di Gorazde, che doveva essere riciclata come officina d’armamento chimico.

5. Di conseguenza l’alto comando serbo a Pale decise che Gorazde sarebbe stata utilizzata per lanciare della offensive verso est, in direzione della Serbia.

6. Nel marzo 194 i Mussulmani riorganizzarono le loro forze armate in previsione dell’ultima fase della preparazione dell’offensiva della primavera 1994 contro i Serbi, che era la chiave di volta per attirare l’Ovest nella guerra. Oltre alla II brigata mussulmana (duemila uomini) i Mussulmani misero in campo dei commandos di mujahedin, truppe di fanteria del ministero degli interni ed anche dei volontari armati, un totale dai 12 ai 15 mila uomini.

7. È provato che i convogli di aiuti umanitari autorizzati dall’ONU hanno contribuito al trasferimento di materiale e merci verso Gorazde. Il 14 marzo degli incaricati per l’ispezione serbi hanno evidenziato un tentativo fraudolento di introdurre a Gorazde materiale elettronico, valute forti e documenti bosniaci.

8. Il 20 marzo i Mussulmani dalla sacca di Gorazde hanno iniziato un fuoco di artiglieria in direzione delle postazioni serbe tra Foca e Cajnice, violando i precedenti accordi di cessate il fuoco. Questi attacchi si estesero e si trasformarono in grande offensiva  verso il 25. Lo scopo strategico dell’offensiva era quello di attraversare la frontiera serba per coinvolgere la Serbia nella guerra, fornendo la giustificazione per un’azione militare occidentale contro Belgrado. Nel corso della loro offensiva le forze mussulmane occuparono sei villaggi serbi e torturarono e poi uccisero sistematicamente la popolazione civile.

9. Il 28 presagendo l’imminente controffensiva serba i Mussulmani iniziarono una campagna propagandistica centrata sugli attacchi dell’artiglieria dei Serbi di Bosnia contro i civili di Gorazde. Questo tema sarebbe servito come ritornello durante tutto il mese di aprile, ogni volta che le forze mussulmane subivano qualche sconfitta di un certo rilievo.

10. Il 30 l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Madeleine Albright ed il generale Shalikashvili giunsero a Sarajevo per manifestare ai Mussulmani il sostegno americano. Il presidente Izetbegovic si convinse che gli Stati Uniti erano decisi ad assicurare la vittoria mussulmana in questa guerra.

11. Il 31 l’esercito mussulmano cominciò ad utilizzare gli edifici più elevati di Gorazde, specialmente il tetto dell’ospedale, come luoghi di osservazione e centri di comando per dirigere l’artiglieria contro i serbi. Questi tentarono di ridurre al silenzio queste strutture e spararono sull’ospedale con tutte le ricadute di propaganda che si possono immaginare.

12. Il primo aprile le forze serbe stavano per sconfiggere nettamente i Mussulmani … Il primo ministro Silajdic cominciò a pretendere insistentemente un intervento occidentale per impedire una “tragedia umana” a Gorazde.

13 Tra il 2 ed il 4 aprile i Serbi aumentarono di forze, benché le Forze Speciali mussulmane avessero attaccato un grande convoglio con un certo successo.

14. Il 6 la doppiezza dei mussulmani divenne chiara. Da una parte, davanti ai media occidentali, davano l’impressione che venisse attaccata una Gorazde quasi senza difesa. Dall’altra parte, per il loro uso interno, i Mussulmani descrivevano una storia di combattimenti eroici e vittoriosi portati avanti dalle truppe mussulmane che difendevano Gorazde. Insistevano sul fatto che i difensori mussulmani stavano infliggendo pesanti perdite ai Serbi.

15. Il 7 le Nazioni Unite piazzarono (otto!) soldati a Gorazde per dare il pretesto legale alle operazioni aeree che prevedevano, visto che non erano autorizzate ad iniziare operazioni militari se non per proteggere il proprio personale. I militari dispiegati appartenevano al SAS (Special Air Service) britannico, reparto specializzato nel preparare e dirigere attacchi aerei.

16. Il 9 le forze serbe raggiungono un pianoro strategico che sovrasta Gorazde. I Serbi non dimostrano alcuna velleità di prendere la città, benché disponessero di un accesso comodo, e la Forpronu concluse che non era intenzione dei Serbi di impadronirsi della città. Nonostante ciò i Mussulmani attaccarono e provocarono delle risposte da parte delle truppe serbe.

17. Il 9 i Serbi accettarono l’iniziativa della Forpronu di iniziare dei negoziati per un cessate il fuoco ai quali i Mussulmani si rifiutarono di partecipare. Il 10 le forze serbe proseguirono la loro lenta avanzata, distruggendo di passaggio alcuni ponti sulla Drina, ed impedendo così ulteriori rifornimenti a Gorazde.

18. Il 10 ed 11 le operazioni di bombardamento della Nato, effettuate da alcuni caccia americani, furono dirette contro i Serbi per fermare la loro avanzata.

19. Le Nazioni Unite erano decise a cercare un cessate il fuoco in modo da fermare la morte di civili all’interno di Gorazde. I Mussulmani erano inflessibili invece nella loro volontà di rovesciare la disfatta militare.

20. I Serbi erano pronti a dichiarare un cessate il fuoco unilaterale. I Mussulmani andavano a provocare i Serbi con degli attacchi ed i Serbi finirono col rispondere. I media occidentali parlarono in seguito dei bombardamenti dei Serbi sulla popolazione civile cosa che fece aumentare le minacce di intervento della Nato.

21. Il 16 uno Sea Harrier della portaerei inglese HMS Ark Royal, accompagnato da parecchi A-10 americani, venne abbattuto mentre tentava di bombardare le posizioni serbe. I Serbi smentirono di aver abbattuto l’aereo, ed imputarono questa azione ai Mussulmani.

22. Nel frattempo gli osservatori dell’ONU furono dispiegati un pò’ ovunque sulle linee avanzate mussulmane, a volte a meno di 500 metri dal fronte.

23 Il 15 dei rapporti sulle atrocità di Gorazde continuarono a giungere, contemporanei alle richieste di aiuto. I Serbi assicurarono più riprese che non era loro intenzione conquistare Gorazde.

24. Il 22 la Nato fa pervenire un ultimatum ai Serbi.

25 La propaganda mussulmana sulle vittime civili si intensifica quando i Serbi si stanno preparando a rispettare l’ultimatum. Il 23 aprile i Mussulmani furono costretti a riconoscere che l’intensità del fuoco serbo era diminuita, benché non fosse cessata completamente.

26. Il 24 le unità della Forpronu cominciano a dispiegarsi lungo la linea di demarcazione e confermano che i Serbi si erano ritirati dietro la linea di 3 chilometri che era stata fissata. Le Nazioni Unite cominciarono a fare le stime dei danni provocati e prepararono l’evacuazione di centinaia di civili feriti. Le truppe mussulmane attaccarono i Serbi appena abbandonarono la città e le forze serbe cominciarono a distruggere i luoghi in cui verificavano esistesse la possibilità di preparare simili imboscate.

27. I Serbi fecero anche saltare in aria dei settori della fabbrica di munizioni come il sistema di pompaggio e di raffreddamento dell’acqua destinato alla catena produttiva degli esplosivi. Per tutto il tempo in cui la fabbrica di munizioni non aveva funzionato, la sacca assediata aveva usato l’acqua di questo sistema per i propri bisogni alimentari e corporali. I media occidentali descrissero l’operazione serba con inesattezza, affermando che la distruzione del sistema di distribuzione idrico di Gorazde era stato intenzionale.

28. Visto il terreno montagnoso ed i continui attacchi mussulmani la ritirata serba veniva effettuata con lentezza e questa lentezza spingeva la Nato a richiedere l’autorizzazione a lanciare attacchi aerei contro i Serbi. Il rappresentante delle Nazioni Unite Akashi si oppose a queste richieste.

29. Presto apparve chiaro che i Mussulmani avevano esagerato sullo stato della città. Le cifre delle perdite si situavano molto al di sotto dei rapporti iniziali. L’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), la più competente tra le fonti d’informazione, disse che c’erano 715 morti e 1.970 feriti, di cui 600 in gravi condizioni. La maggior parte dei morti vennero classificati come civili.

30. L’ispezione che seguì rivelò che i combattimenti avevano fatto 200 vittime e 200 feriti gravemente, il 70 % erano militari mussulmani.

31. Il generale Rose confermò che i danni erano limitati. A Sarajevo un vecchio ufficiale dell’ONU fu più esplicito: “I rapporti da Gorazde furono deliberatamente esagerati per colpevolizzare il mondo ed obbligarlo ad intervenire”, dichiarò al New York Times

32. L’ufficiale delle Nazioni Unite proseguì mettendo in guardia l’opinione pubblica contro il fatto che Gorazde non sarebbe stato l’ultimo caso del genere messo in campo dai Mussulmani

33. Dopo la pubblicazione di queste note l’ambasciatore US alle Nazioni Unite, Albright, consegnò una protesta veemente al segretario generale sull’incapacità degli ufficiali delle Nazioni Unite nei Balcani a mantenere una linea di condotta più aggressiva contro i Serbi.


PICCOLA RASSEGNA STAMPA

Questo primo capitolo si è limitato ad analizzare le principali bugie mediatiche. Ma altri studi, rimasti molto confidenziali, lo confermano: l’insieme della copertura da parte dei mezzi d’informazione sui problemi della ex Jugoslavia è dominato dalla disinformazione. Ecco alcuni esempi …

LUBIANA BOMBARDATA

3 Luglio 1991. Nel corso della breve “guerra” di Slovenia il quotidiano italiano “Corriere della sera” intitola “Lubiana bombardata”. In realtà mai neppure un caccia ha sorvolato la capitale slovena.

CHI MUORE?

L’esercito jugoslavo è stato presentato come l’aggressore della Slovenia. Si è dovuto attendere il 1995 ed il documentario della BBC per apprendere che i  realtà i settanta morti in quel periodo erano giovani soldati dell’esercito jugoslavo che non avevano risposto all’attacco delle milizie slovene.

DOVE ALLOGGIANO I REPORTERS?

Il giornalista americano Peter Brock ha studiato la copertura degli avvenimenti da parte dei media da parte dei mezzi di informazione occidentali nel periodo 1991-92:

            “Lo squilibrio constatato nei reportages è cominciato durante la guerra in Croazia. Nonostante pervenissero regolarmente notizie di atrocità commesse in Croazia da parte di soldati e formazioni paramilitari croate contro Serbi, i servizi inviati all’estero non facevano altro che parlare degli abusi commessi dai Serbi. La maggior parte degli inviasti non parlavano serbo-croato, hanno avuto la tendenza ad affidarsi ai dinamici portavoce dei governi. Il ministero dell’Informazione di Zagabria ha ottenuto rapidamente i servigi di dozzine di pubblicisti di lingua inglese ed il governo bosniaco ha ugualmente affittato i servizi di decine di “manipolatori” per i media occidentali.

            Prima dell’estate del 1991 solo un pugno di corrispondenti locali era alloggiato a Belgrado. La maggior parte di questi, accompagnati dai nuovi reporters giunti alla fine del 1991 e nel 1992, sono partiti per Zagabria o Sarajevo dove erano state concentrate le basi tecniche per le comunicazioni con l’Occidente. Il fatto di stabilire a Zagabria il nucleo centrale delle comunicazioni e delle informazioni era tanto più sorprendente se si guarda alla luce della repressione che la Croazia esercitava sui suoi mezzi di comunicazione nazionali” (nota) 1.

PALLA MAGICA

Estate 1992. TF1 presenta una ragazzina (che parla benissimo francese) “che ha avuto la fortuna di scappare con la sua famiglia ad un fuoco di sbarramento serbo”. Essa porterà d’ora in poi una pallottola attorno al collo “nel caso le capitasse di cadere in mani serbe”.

            Guardando da vicino si vede che si tratta di un proiettile di kalaschinkov. Tra l’altro perforato. Il giornalista che ha prodotto questa stupenda perla ci potrebbe spiegare a cosa servirebbe a questa giovane, in caso di pericolo, una palla di kalaschnikov attorno al collo?

SUL PERICOLO DI INTERVISTARE SERBI …

Luglio 1992. Racconto di Georges Berghenaz, giornalista free lance belga, in servizio in Bosnia: “Ai numerosi controlli mi basta dire <novinar> (giornalista) perché mi si faccia passare con un sorriso. I Croati  vedono volentieri i giornalisti stranieri”:. Ma i rapporti stanno per guastarsi …

            “Il 17 luglio visito il villaggio di Gabela, vicino a Capljina dove le abitazioni dei Serbi (30 % della popolazione) sono state distrutte. Incontro alcuni abitanti sconvolti ed impauriti. All’uscita dal villaggio la polizia croata mi ferma. Vengo portato in caserma. Mi confiscano il passaporto, la carta d’accreditamento stampa ed il materiale fotografico, dicendomi di tornare. Il giorno dopo mi si restituisce il passaporto, le carte di accreditamento e mi ordinano di recarmi al comando centrale dell’HVO con una carta, firmata dal responsabile locale dei servizi segreti croati in cui mi si accusa di spionaggio a vantaggio della Serbia. Mi guardo bene dal mostrare quella carta. Devo fare una croce su tutte le mie pellicole, integre o esposte.

            Il 22, tornato all’Holliday Inn di Sarajevo racconto quanto ho visto e vissuto a parecchi giornalisti presenti. La cosa non sembra toccarli. L’agente della Reuter mi ascolta attentamente, fino a quando si rende conto del fatto che ero stato arrestato dai Croati e che le vittime della pulizia etnica erano Serbe. <Sorry, non possiamo aiutarla!>”

NON TUTTI I NEONATI SONO UGUALI

Inizio del 1993. Milan Martic, presidente della Repubblica della Krajina. “Una bambina mussulmana (la piccola Irma) è stata trasferita da Sarajevo a Londra all’inizio del 1993 per subire un’operazione chirurgica. Il primo ministro John Major ha interrotto le sue vacanze per visitarla in ospedale. Il mondo intero ha visto il fatto in televisione, lo ha sentito alla radio, lo ha letto sulla stampa.

            Alla morte di quattro neonati a Knin, nessuno ha profferito verbo, i nostri bambini sono morti perché l’ospedale era privo di medicine e di semplici disinfettanti. La morte di altri 11 neonati a Banja Luka è stata ancor più drammatica perché il Consiglio di sicurezza non ha autorizzato il volo dell’aereo incaricato di portare le bottiglie di ossigeno che avrebbero potuto salvarli”. (nota) 3.

TRADUZIONE A RTL-TVI

Autunno del 1993. Grande afflusso di profughi, che provengono dalla Bosnia. La rete belgo-lussemburghese RTL-TVI invia Charles Neuforge, con un traduttore ufficiale. Sulla strada percorsa da migliaia di persone l’équipe ne intervista alcune …

– Una vecchia signora dal tono triste: “Abbiamo provato molte difficoltà per trovare nutrimento e l’acqua corrente è stata tagliata. In più, con l’inverno freddissimo, la situazione si stava peggiorando di giorno in giorno

– Il traduttore, con atteggiamento di odio: “I Serbi ci hanno lasciato morire come cani”.

– La vecchia signora, sempre sullo stesso tono: “Non abbiamo potuto fare nulla, non avevamo scelte”

– Traduzione: “I Serbi ci hanno cacciato distruggendo tutto al loro passaggio”.

MEDIA SELETTIVI

Autunno 1993. Intervista. Un Croato confida al bollettino Une Suisse sans armée (Una Svizzera senza esercito): “Dopo la fine del titoismo, nessuno è riuscito ad impedire all’ondata nazionalista di prendere piede, sia essa serba, croata o mussulmana. I loro giornali sostenevano già allora queste tesi. La prosecuzione della guerra non offre uscite. Siamo tutti mescolati, ma se conosciamo bene i crimini di cui siamo vittime spesso ignoriamo le atrocità che le nostre forze miliari commettono, perché la disinformazione è totale”

CATTIVA ERBA?  

Settembre 1994. Lo scrittore tedesco Michael Thumann denuncia “la guerra dei reporter”: “La maggior parte dei filmati e degli articoli presentano la spiacevole situazione secondo uno schema molto semplice: i Serbi assetati di sangue attaccano Mussulmani e Croati indifesi. Con questo semplice messaggio uno dei più complessi conflitti del mondo è ridotto ad un unico punto.

            Si sa, e si è provato, che nel 1991 i Serbi hanno sistematicamente ridotto in cenere la città croata di Vukovar. Si sa meno, ma non è meno provato, che in certi quartieri di Karlovac, vicino a Zagabria, i Croati hanno fatto saltare in aria tutte le case abitate da Serbi.

            Abbiamo letto che nel 1992 e 1993 i Serbi hanno cacciato più di 52.000 Croati e Mussulmani dalla regione di Prijedor. Nel contempo dei 30.000 Serbi che abitavano a Mostar non ne rimangono che 300. Le due cose sono esatte, 510.000 profughi vivono oggi in Croazia, cacciati dai loro focolari, spogliati di tutto, vittime della “pulizia etnica”. Ma anche in Serbia vi sono 405.000 profughi”.

“SANNO QUELLO CHE DESIDERANO SENTIRE”

1995. Intervista al drammaturgo Peter Handke, sloveno d’origine e vivente in Germania: “I giornalisti, li si spedisce in giro in gran fretta; rimangono sul posto due o tre giorni, poi tornano a casa dove passano quattro settimane a vivere la loro vita tedesco occidentale. Poi ripartono per due o tre giorni. Hanno alcuni interpreti, delle guide già designate. Sanno già prima anche cosa domanderanno: sanno esattamente ciò che desiderano sentir dire”.

LE BUONE PULIZIE

Agosto 1995. L’esercito croato invade la Krajina, cacciando più di 150.000 abitanti serbi. Parecchi anziani che non hanno potuto scappare vengono ammazzati. Le abitazioni dei Serbi vengono sistematicamente distrutte. Anche il mediatore europeo Bildt evoca “la più grande catastrofe umanitaria del dopo guerra” e dichiara che Tudjman dovrebbe essere giudicato per crimini di guerra. Il giornalista di un grande quotidiano belga scrive: “L’offensiva militare croata di agosto e le azioni di vendetta e di pulizia etnica che la hanno seguita, sono state eseguite con una meticolosità tipicamente tedesca. Nulla è rimasto intatto. Un simile livello di distruzione gli stessi nazisti lo hanno raramente raggiunto” (nota) 6

            A fronte di questo come titola Libération in prima pagina? “Il ripiegamento della Grande Serbia” (nota) 7. E il Figaro vede la caduta dell’ “ultimo bastione serbo” (sic).

UNA GUERRA PRIMA DELLA GUERRA …

Un analista della società croata sottolinea la responsabilità di tutti gli organi di informazione: “La pulizia etnica che ha corso nella zona jugoslava dopo la disfatta del socialismo è stata ovunque preceduta, seguita e sostenuta da una pulizia ideologica …

            Una guerra era cominciata prima della guerra, da parte dei media, nel linguaggio, ben prima di essere combattuta sul campo. L’omogeneizzazione nazionale era cominciata dalla guerra delle parole, negli anni ’70 …

            I media e gli intellettuali hanno preparato ed invitato alla guerra, in Serbia, in Slovenia, in Croazia e poi ovunque. La logica dicotomia tra nero e bianco, della santificazione (de <nostri>) e della demonizzazione (degli <altri>) funziona, come il nazionalismo che essa crea … È curioso vedere che spesso la stampa straniera ci rimprovera questo modello”.

1) Foreing Policy, USA, inverno 93-94

2) The media happened to be there, Belgrado, p. 59

3) Patrick Besson, Lettre ouverte, Parigi 1995, p. 108

4) Die Zeit, 2 settembre 1994

5) Naša Borba, Belgrado, intervista Dragan Bisenic

6) Het Volk, 7 ottobre 1995

7) Libération, 18 settembre 1995

8) Le Figaro, 2 ottobre 1995

9) Rada Ivekovic, La Croatie depuis l’effondrement de la Yougoslavie, Parigi 1994

DOBBIAMO FARE TABULA RASA DEI MEZZI D’INFORMAZIONE?

“Noi, persone della stampa, con i nostri commenti (sulla Jugoslavia) dobbiamo contribuire a promuovere i valori occidentali” (nota) 1.

Peter Studer, redattore capo della TV Svizzero tedesca.

            Riassumiamo. Ci hanno sistematicamente nascosto dei vari popoli dove fossero insediati e da quanto vi abitassero. Ci sono stati coperti i vasti interessi segreti delle grandi potenze nella regione. Non ci sono state mostrate le forze sociali che, in tutti e tre i campi, profittavano di questa guerra. Peggio: sono stati passati sotto silenzio i crimini dei “nostri amici”, di pericolosi dirigenti nazionalisti presentati come vittime. Ancora una volta si è demonizzato tutto un popolo. Siamo stati resi ciechi da immagini atroci ma manipolate.

            Caso eccezionale? I mezzi di comunicazione di massa sono stati ingannati? Era già stato detto a proposito delle bugie mediatiche di Timisoara e della guerra nel Golfo. Errori di giornalisti troppo sotto pressione o che conoscono male il paese? Ma no! Anche quando la BBC ci mette parecchi mesi per realizzare una serie di accurate trasmissioni non dice una parola sul vero ruolo degli Stati Uniti, della Germania e dei loro servizi segreti (vedi capitolo 2 e seguenti). Velocità e ignoranza sono certo fattori di disinformazione. Ma non spiegano perché gli errori vadano sempre in un solo senso.

            Allora come vederci chiaro? Come individuare le bugie mediatiche per impedire ai guerrafondai di trascinarci in nuove spedizioni?

____________________________

affianco

I “GIORNALISTI” DELLA CIA

Un dispaccio Associated Press del 27 febbraio 1996 indica che alcuni giornalisti lavorano per la CIA. Il fatto non ha aperto alcun dibattito, nessuna inchiesta tra i media. Come se fosse senza importanza.

“La CIA può utilizzare degli agenti camuffati da giornalisti per raccogliere informazioni all’estero, ma solo seguendo delle direttive molto rigide, ha dichiarato venerdì John Deutch, direttore dell’Agenzia.

Deutch non ha voluto dire se questa pratica è attualmente utilizzata. Solamente il direttore ha l’autorità per infrangere la legislazione in vigore dal 1977, che proibiscono che spie vengano mascherate da reporter oppure di assumere dei veri giornalisti per raccogliere informazioni. <Se gli americani potessero leggere i dettagli su queste attività clandestine, ha dichiarato Deutch, direbbero che sono ottime. È il genere di cose che si devono fare per proteggere le vite americane e gli interessi americani>.

La questione della copertura come giornalisti per le spie, prosegue il dispaccio d’agenzia, farà probabilmente parte di un prossimo dibattito sui servizi informativi US nel mondo del dopo guerra fredda. Un nuovo rapporto del Consiglio privato sulle Relazioni straniere raccomanda uno sguardo nuovo quanto ai limiti dell’utilizzazione di coperture non ufficiali per celare e proteggere quelli che sono impegnati in operazioni clandestine”

Tra l’altro il Washington Post ha segnalato, dopo il dibattito di una commissione senatoriale, che la CIA reclutava anche collaboratori in organizzazioni umanitarie.

TRE DOMANDE

1. Chi oserebbe affermare che questi giornalisti CIA si limitino a raccogliere informazioni e non a diffonderne?

2. Chi ha svolto inchieste per sapere in quali mezzi d’informazione lavorano queste spie?

3. Delle bugie mediatiche diffuse in merito alla Jugoslavia (e su altri luoghi) quante provenivano dalla CIA? Come contano i mezzi d’informazione di difendersi davanti a queste pratiche?

___________________________________

L’INFORMAZIONE, È GIÀ’ GUERRA

            In realtà l’informazione è già un campo di battaglia, che fa parte della guerra. Le guerre non cominciano con le bombe, ma con delle bugie. Così nel 1991 uno dei primissimi atti del nuovo governo sloveno fu di creare un “centro per i media”, che si mise a riversare valanghe di disinformazione sui corrispondenti internazionali (nota) 2.

            Il nostro libro Attention, médias! aveva descritto il ruolo delle agenzie US di “pubbliche relazioni” nelle quinte delle grandi messinscena mediatiche. Avevamo esposto i loro legami con la CIA. Ebbene, nella guerra in Jugoslavia la ditta Ruder Finn è stata molto ben pagata per ripulire i nazionalisti croati e mussulmani. E per farli passare come “vittime”.

            Nel 1996 John Deutch, direttore della CIA, ha riconosciuto a denti stretti che utilizzava dei giornalisti come spioni (vedere a fianco). Così esistono degli spioni che ci informano … È sconvolgente che i media non abbiano organizzato nessun dibattito su un argomento così importante!

            Questo tipo di pratiche non è cosa d’oggi, certamente. Nel 1920 Marguerite Harison venne inviata in URSS come reporter per il Baltimore Sun. Nei fatti lavorava come spia per gli uffici di informazione militare del US War Departement. Scoperta a Mosca, venne liberata solo in seguito ad una intensa campagna ufficiale degli USA. Anche negli anni 80 il governo egiziano ha ottenuto la condanna di Nicholas Reynolds, giornalista spia della CIA. Ma per alcuni casi conosciuti, quanti ne restano di ignorati?

            Per i progressisti uni dei primi vaccini  anti-disinformazione dovrebbe consistere nel leggere  uno di quei libri in cui ex agenti della CIA raccontano come ci hanno “informati”. Come hanno costruito di sana pianta l’immagine demonizzata di questo paese o di quel movimento (nota) 3.

            Ma non ci sono solo gli spioni … Nel redigere queste righe ho riguardato la mia documentazione sui mezzi di comunicazione delle ultime settimane .. Poco rassicurante! A Coblenza Michael Born, reporter molto conosciuto, e porto sotto processo. Ha venduto alle maggiori reti tedesche una trentina di servizi. Tutti bidoni. “Degli attori interpretavano, per esempio, dei rifugiati di Bosnia, o richiedenti asilo del Kosovo. Al tribunale il falsario ha spiegato: “Le reti sapevano tutto dei trucchi, ma volevano cose in esclusiva” (nota) 4.

            Contemporaneamente, in un altro processo, il quotidiano Süddeutsche Zeitung accusa un importante  Magazine televisivo tedesco di aver messo in onda un servizio falso su Cuba (nota) 5. Il redattore culturale di questo giornale veniva presentato come un turista del sesso ed una collaboratrice del Festival del Film latino americano come una prostituta. Per infangare un paese socialista ogni mezzo è buono!

            In breve, ci vendono di tutto. Detto questo, generalmente la disinformazione è fatta in modo più sottile. Sulla Jugoslavia, come sulla Guerra del Golfo, è piuttosto un miscuglio: alcune grossolane menzogne abbondantemente diffuse e mai smentite, parecchie mezze verità, alcuni sistematici silenzi. E soprattutto mai parlare del contesto che permetterebbe di comprendere. Mai analizzare le cause profonde.

COLPA DEI GIORNALISTI?

            È colpa dei giornalisti? Non è così semplice. Certamente i mezzi d’informazione giocano un ruolo chiave per far ingoiare all’opinione pubblica le politiche del governo, sia sul piano sociale come sul piano internazionale. Ma non sono la causa del problema. Non fanno altro che raccogliere -volontariamente o involontariamente- le strategia dei governi.

            In Attention, medias! abbiamo studiato i quattro fattori che filtrano l’informazione prima che questa ci giunga. Abbiamo dimostrato che questi quattro filtri contribuiscono tutti a difendere il sistema sociale esistente: 1. La proprietà dei mezzi d’informazione, sempre più concentrata in mano a grandi multinazionali; 2. La pubblicità, con la quale gli enormi stanziamenti economici delle multinazionali esercitano una censura soffocante anche sugli strumenti audiovisivi pubblici; 3. I stretti legami tra, da una parte, i redattori capo ed i giornalisti di grido e, dall’altra, le industrie, i governi, l’amministrazione pubblica, l’esercito, i servizi segreti (vedi affianco); 4. Ultimo di questi filtri, l’ideologia dominante che porta i giornalisti, coscientemente o meno, a difendere i valori stabiliti.

            Tutti questi fattori spiegano perché i media hanno servito da copertura ai governi occidentali. Questi ultimi sono i responsabili fondamentali. Lungi dall’essere stati spinti, come è stato detto, dall’opinione pubblica, essi la hanno manipolata. Lo dimostreremo.

LA CONFESSIONE TARDIVA ED IGNORATA.

            Molto significativo è il testo di Davi Owen che riproduciamo nella pagina seguente e che conferma le nostre tre constatazioni: 1. In più eventi degli abitanti di Sarajevo sono stati massacrati dalle stesse forze di Izetbegovic. Scopo di queste provocazioni: fornire una “giustificazione” all’intervento militare della Nato agli occhi dell’opinione pubblica. 2. Queste provocazioni permettevano, nel contempo, a certe grandi potenze di obbligarne altre (Gran Bretagna, Francia) a seguirle. 3. I principali dirigenti occidentali conoscevano tutti la verità, ma la hanno temuta nascosta. Anche quelli che cercavano di seguire una condotta diversa da quella di Washington e di Bonn hanno taciuto.

            La nostra informazione è veramente “libera” e “pluralista” come si dice? Constatiamo un consenso che colpisce. Tutti i partiti più o meno tradizionali hanno sostenuto l’intervento della Nato, compresi i bombardamenti: l’estrema destra, la destra classica, il partito socialista ed anche gli ecologisti ed i trotzkisti. Nessuno ha messo in discussione le bugie mediatiche ufficiali.

David Owen

“ABBIAMO IMPEDITO CHE L’OPINIONE PUBBLICA SIA AVVISATA”

Nelle sue memorie David Owen, inviato speciale europeo in Bosnia, riconosce -molto dopo la fine della guerra- che i dirigenti occidentali hanno mentito su uno dei più grandi crimini attribuiti alle forze serbe; il massacro di Sarajevo nel febbraio 1994 (vedi pag. …).

            “Ma la attesa delegazione del governo bosniaco non si presentò agli incontri negoziali di quella mattina all’aeroporto di Sarajevo. Si dice che il generale Rose fosse furioso e si fosse recato alla residenza bosniaca per persuadere il presidente Izetbegovic ed il suo comandante militare, il generale Delic, di presentarsi. L’entourage del generale Rose non ne ha mai fatto mistero: in quell’incontro dichiarò al dirigente dei Mussulmani bosniaci di aver appena ricevuto alcune informazioni tecniche che indicavano che il proiettile non proveniva da zone controllate dai Serbi, ma da quelle controllate dai Mussulmani. Se queste informazioni fossero state rese di dominio pubblico la riunione previsto presso la Nato avrebbe avuto un’evoluzione completamente diversa. E se Izetbegovic avesse tentato di bloccare i negoziati per attendere fino alla riunione della Nato lui, Rose, si sarebbe sentito obbligato a diffondere le prime constatazioni degli inquirenti dell’ONU.. Se i negoziatori del gove rno non si fossero presentati all’aeroporto di Sarajevo mercoledì 9 febbraio, allora avrebbe convocato una conferenza stampa.

            Nel frattempo a Zagabria un gruppo di esperti balistici aveva studiato una carte delle possibili traiettorie … e tendeva a concludere che il proiettile era stato sparato da una ben individuata posizione dell’esercito bosniaco (mussulmano ndr). Quando questa informazione ultra sensibile giunse all’ufficio dell’ONU a New York, martedì, venne fatto di tutto per restringere il numero di persone che vi avessero accesso per diminuire il rischio di una soffiata alla stampa …

            Quello che erra di importanza vitale è che l’intervento diretto del generale Rose presso il presidente Izetbegovic ha avuto un potente impatto sulla dirigenza mussulmana e questa autorizzò i propri responsabili militari a presentarsi il mercoledì all’aeroporto di Sarajevo”

David Owen, Balkan Odyssey, Londra 1996, p. 279-281

COMMENTI

A torto i media del mondo intero hanno accusato i Serbi di questo massacro perpetrato dalle stesse forze di Izetbegovic.

L’opinione pubblica è stata così condizionata per accettare l’intervento della Nato in questa guerra.

L’ONU, esattamente come Owen, sapeva, e tutti e due hanno nascosto la verità.

Esempio rivelatore. L’inviato speciale dell’Europa sa che gli Stati Uniti mentono. Ma non osa dirlo pubblicamente, limitandosi ad utilizzare questa informazione in un negoziato segreto. Le potenze medie capitolano davanti alla versione mediatica ufficiale di Washington.

DALLA GUERRA DEL GOLFO ALLA JUGOSLAVIA AL CONGO

            Ma, ci verrà detto, il vostro stesso libro rivela che alcuni organi d’informazione occidentali hanno smascherato questa o quella bugia mediatica. Allora? Non c’è forse un miglioramento rispetto alla guerra del Golfo?

            Non proprio. In merito è interessante paragonare tra loro tre avvenimenti importanti di questi ultimi anni: guerra del Golfo (1991), guerra in Jugoslavia (1991-1995) e liberazione del Congo (1997). Durante la guerra del Golfo la versione dei media occidentali era compattamente unica. Si direbbe monopolistica. Per smantellare questo accumulo di bugie mediatiche e redigere il libro Attention, médias! abbiamo dovuto far ricorso ad una lunga ricerca di fonti alternative. Lasciato a se stesso il lettore isolato non aveva alcuna possibilità di raggiungere la verità, anche se fatti elementari.

            Il casi del Congo è molto diverso. Da una parte i media francesi che difendevano con le unghie e coi denti il regime di Mobutu. Accumulando le bugie mediatiche più grossolane contro Kabila ed il movimento di liberazione. Dall’altra parte si poteva provare spesso la confutazione di queste bugie mediatiche leggendo, per esempio, la stampa americana. La ragione? Washington aveva deciso che era ormai impossibile sostenere Mobutu e che era meglio tentare di avvicinarsi a Kabila, continuando a cercar di salvare il vecchio apparato statale. Un confronto sistematico di queste due linee di pubblicazione rivelerebbe in maniera convincente a quale punto esse siano allineate con le strategie dei loro rispettivi governi.

            In Belgio la cosa era a volte ridicola. La maggioranza della stampa fiamminga è vicina al CVP, partito cristiano di destra che ha sostenuto Mobutu fino al suo ultimo minuto. Questa stampa ha diffuso le peggiori enormità sul “genocidio” commesso dalle truppe di Kabila (dopo aver nascosto il genocidio commesso degli alleati ruandesi dei mobutiani). A volte queste bugie mediatiche “fiamminghe” venivano confutate da qualche giornale francofono.

            Dove si situa la Jugoslavia? In qualche luogo tra i due estremi, ma molto più vicino al caso del Golfo. Di tanto in tanto ci sono contraddizioni tra i media occidentali. Ma molto meno spesso di quanto succedeva nella questione congolese. Da dove provengono queste contraddizioni?

            Gli ambienti dirigenti francesi e britannici, o per meglio dire una frazione di questi ambienti, hanno cercato di seguire una propria strategia, opposta a quella di Bonn e di Washington, come vedremo. Le “fughe di notizie” svolgevano quindi un ruolo ben preciso: mettere un cuneo nella versione delle grandi potenze rivali. Ma Parigi e Londra non hanno potuto mantenere questa linea ed hanno dovuto allinearsi. Come conseguenza tutti hanno nascosto la verità al pubblico, come dimostrano le Memorie di David Owen (vedi pagine precedenti).

            Tuttavia queste contraddizioni sono state rese pubbliche in maniera molto timida e tardiva. In questo libro le abbiamo raccolte tutte, ma comunque rimangono ultra-minoritarie. Per stabilire la verità abbiamo dovuto cercare soprattutto altrove. Tuttavia per giudicare se l’informazione è oggettiva rimane un solo criterio: cosa ne ha tratto il pubblico? Domandate a caso attorno a voi: “Chi ha commesso il tal massacro? Cosa sapete di queste immagini?”. Constaterete che ancora una volta la disinformazione è stata massiccia. Le menzogne sono diventate “verità” ufficiale, alcuni criminali sono diventati “vittime”. E soprattutto i sordidi interessi di alcune grandi potenze sono rimasti ben coperti. Ci sono state presentate come le sole a poter portare una soluzione ai problemi della Jugoslavia. Mentre ne erano la causa.

            Cosa dedurre? Che abbiamo una speranza maggiore di poter scoprire le falsificazioni della realtà quando gli interessi delle grandi potenze sono divergenti e le loro strategie di contraddicono. Oppure quando all’interno di uno stesso paese (gli Stati Uniti, per esempio), le varie frazioni della classe dirigente non sono unite sulla tattica da seguire. Ma anche questo non da accesso alle cose più segrete, ben più importanti della comprensione di questa o quella spettacolare bugia mediatica. L’accesso a questi dati è impossibile senza rompere radicalmente con l’ideologia dominante. Ci torneremo sopra alla fine di questa opera.

            Henry Kissinger, che fu uno dei principali responsabili della politica estera degli Stati Uniti, diceva: “Il comportamento degli Stati è determinato dagli interessi e non dal diritto” (nota) 6. Ora in Jugoslavia, come durante la guerra del Golfo, i media dominanti ci hanno parlato continuamente del diritto, ma mai di questi interessi. Nel proseguio del libro seguiremo, per una volta tanto, la raccomandazione di Kissinger. Analizziamo gli interessi in azione in Jugoslavia.

NOTE  

1. Le Matin, Svizzera. 17.1.1993

2. Sylvia Poggioli, Nieman reports, autunno 1993, p. 19

3. In particolare Philip Agee, Journal d’un agent secret. Dix ans dans la CIA, ed. Seuil, Parigi, vedere anche Attention, medias!, p. 177, 183-184

4. Le Soir, 25.9.1996

5. Neues Deutschland, 12.2.1996

6. Noord-Zuid cahier, Belgio, Intervients, marzo 1992, p. 34

_________________________________

affianco

COME DIFENDERSI DI FRONTE ALLE BUGIE MEDIATICHE?

            In questi ultimi anni ci sono stati molti esempi di disinfomazione: Timisoara, Tien An Men (nota) 1, guerra del Golfo, Somalia, Rwanda, Congo e … Jugoslavia. In tutte le mie conferenze sui media invariabilmente mi è stata posta la stessa domanda: “Come difendersi di fronte alla disinformazione? È possibile scoprire la verità?” Io propongo il seguente sistema di difesa …

            Di fronte al sistema dei media dominanti, non potremo mai disporre in maniera molto veloce di un numero sufficiente di fonti di informazione alternative. Bisogna quindi premunirsi di tre reazioni di soccorso:

1. Come prima cosa scetticismo e diffidenza verso ogni informazione che proviene dalle classi dirigenti e dai media da loro controllati o influenzati. Chi ci informa, e con quali scopi?

2. Poi la nostra conoscenza generale dello svolgersi della lotta tra le classi sociali, dei confronti internazionali, la nostra conoscenza delle campagne di menzogna del passato. Quali sono le forze sociali che si scontrano? Quali interessi ci vengono celati?

3. Infine la nostra analisi critica di tutte le informazioni disponibili per trovare le falle, le contraddizioni, le controinformazioni e le briciole di verità che ci permettono di apprendere la realtà.

            A queste condizioni si può evitare di farsi imbrogliare. L’importante è concentrarsi sugli scopi fondamentali di questi conflitti, rimettendo costantemente in causa l’ideolgia dominante. Quali sono gli interessi perseguiti? A partire da questo bisogna organizzarsi collettivamente per un’informazione alternativa. La maggior parte delle notizie contenute in questo libro sono state raccolte in questo modo, grazie anche nel quadro della partecipazione al settimanale Solidaire.

1. A proposito delle bugie mediatiche su Tien An Men leggere: Gérard de Sélys, Mediamensonges, EPO, Bruxelles 1991, p. 87


 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: