Fisicamente

di Roberto Renzetti

Il dominio della paura

Il Terrore iniziò presto, con Gregorio IX, che divenne papa nel 1227. Conte di Segni e membro della famiglia di Innocenzo III, egli aveva più di 80 anni e durò altri quattordici.

Al Concilio di Tolosa, in Linguadoca, un paio di anni dopo, Gregorio decretò che gli eretici dovessero essere consegnati al braccio secolare ai fini dell’esecuzione della pena. “E’ dovere di ogni cattolico – disse – perseguitare gli eretici.”

Persino l’imperatore Federico, non credente e non osservante, divenne un feroce avvocato dell’ortodossia al solo fine di evitare preoccupanti rotture di scatole.

Nell’anno 1232 Gregorio pubblicò la Bolla che formalizzava l’Inquisizione. Il normale clero era troppo tollerante ed inetto. Occorreva una struttura che prendesse in mano la situazione con decisione. Gli eretici dovevano essere bruciati e, se si pentivano, dovevano essere imprigionati a vita.

Nell’aprile del 1233 Gregorio limitò gli inquisitori agli ordini mendicanti, ma presto l’onore andò ai Domenicani (mi risulta comunque che ci furono anche inquisitori francescani (?)). Il 27 luglio 1233 nominò i primi due inquisitori a tempo pieno – Pietro Seila e Guglielmo Arnald. Furono i primi di una lunga sequenza di persecutori della razza umana.

Nel 1239, due anni prima della morte di Gregorio, il Domenicano Robert le Bougre investigò nello Champagne sul vescovo Moranis, finendo per mandare 180 persone, vescovo compreso, sul rogo.

Non si può nemmeno parlare di ritorno della barbarie ,perché nel 384 un Sinodo in Roma aveva condannato con decisione l’uso della tortura e Gregorio Magno, nel sesto secolo, aveva ordinato ai giudici di ignorare qualsiasi testimonianza prestata sotto “pressioni” o torture.

La cosa era però iniziata con Gregorio VII e la sua infallibilità. I papi che seguirono legiferarono in maniera da colpire e punire ogni possibile distorsione nella fede e nella disciplina ed ogni differenza interpretativa.

Innocenzo IV contribuì con la sua Bolla “Ad extirpanda”, che legalizzava l’uso indiscriminato della tortura. Da quel momento ogni disobbedienza , anche nel pensiero, diventava punibile.

La favola che oggi ci viene raccontata di una Chiesa che difende i diritti dell’uomo viene smentita in maniera assoluta dalla storia. Nei documenti sta scritto: Gli eretici non hanno diritti, possono essere torturati senza scrupoli o limiti. Essi devono essere messi a morte.

E per tre secoli non un solo papa si oppose a questo insegnamento/ordine impartito e valevole dovunque si trovassero cristiani.

All’inquisizione medioevale ogni cosa era permessa. Gli inquisitori domenicani erano soggetti solo al papa, non sottostavano nè ai vescovi, nè alla legge civile e, negli stati pontifici, erano accusatori, torturatori, polizia e giudici. Il loro principio guida era: meglio che muoiano un centinaio di innocenti piuttosto che sfugga un solo eretico.

Per espresso ordine dei papi era loro proibito avere “pietà”. Erano stati avvisati che qualsiasi errore avessero commesso la responsabilità sarebbe stata del pontefice. Quindi operavano con animo sereno e senza preoccupazione alcuna. Solo un secolo addietro è stato possibile visionare il libro guida “ufficiale” degli Inquisitori, il “LIBRO NERO”, volgarmente detto “IL LIBRO DEI MORTI”.

Esso recita così:”Se una persona confessa essa è colpevole per la sua confessione, se non confessa sarà egualmente colpevole sulla base di testimonianze. Se uno confessa tutto ciò di cui è accusato, è senza dubbio colpevole di tutto, ma se confessa solo una parte, dovrà comunque essere colpevole di tutto, dato che, comunque, con la sua confessione, ha dimostrato di essere colpevole anche del resto delle accuse…La tortura fisica si è dimostrata il mezzo più efficiente e salutare per condurre al pentimento spirituale. La scelta del metodo di tortura viene lasciata al Giudice Inquisitore, che la stabilirà sulla base dell’età, del sesso, e della costituzione della parte. Se, nonostante tutti i mezzi impiegati, lo sfortunato accusato continua a negare la sua colpa, egli deve essere considerato vittima del diavolo, e, quindi, non merita compassione dai servi di Dio, né pietà o indulgenza dalla Santa Madre Chiesa; egli è un figlio della perdizione. Lasciamolo morire tra i dannati.”

Secondo il “Libro Nero” un figlio deve tradire i genitori, una madre deve tradire i figli. Non adeguarsi a ciò costituisce un “peccato” contro il Sant’Uffizio e merita la scomunica e l’inferno.

E’ curioso il fatto che , nel corso delle torture, fosse formalmente vietato uccidere o mutilare gli imputati (naturalmente gli incidenti capitano).

Un aspetto rimarcabile di quest’orrore è che anche i testimoni potevano tranquillamente essere torturati, qualunque fosse la loro età.

Nel sesto Concilio Generale si era deciso che la chiesa poteva “anatemizzare” vivi e morti. Così gli inquisitori non si limitavano ad imputati vivi, ma istruivano processi e condanne anche per imputati morti (qualcuno da addirittura settant’anni), che venivano regolarmente condannati e bruciati.

Stimolo non indifferente a queste procedure era il fatto che i beni degli accusati venivano acquisiti e requisiti dagli inquisitori. Anche gli eredi perdevano tutto. Tutto quanto veniva sequestrato veniva diviso, pagate le spese agli scrivani ed ai boia, tra tesoro papale ed inquisitori stessi (metà e metà).

Qualche papa, come Nicola III (1277-80), ammassò una fortuna.

Gli inquisitori non persero un solo caso. Quando non si riusciva a provare la “colpa” non si dichiarava comunque “innocente” l’imputato. In ogni caso era e doveva essere colpevole.

Voglio tralasciare le procedure utilizzate per prelevare le povere vittime e la descrizione delle pratiche processuali.
Ricordo solo ancora quanto segue:
-Pasquale II (1073-85), citando una falsa lettera di Sant’Ambrogio, decise:”chiunque non sia d’accordo con il papato è senza dubbio un eretico.
-Lucio III (1181-5) stabilì che ogni differenza tra i cattolici era peccato mortale, minando l’autorità della Chiesa.
-Innocenzo III stabilì che chiunque prende alla lettera la parola di Gesù e limita le sue risposte a Si o No è un eretico e merita la morte.
-Innocenzo IV, autodefinendosi “praesentia corporalis Christi”, stabilì che chiunque mancasse di rispetto a Lui o ai suoi decreti era, per forza di cose, un eretico.
-Bonifacio VIII stabilì che “ogni essere umano deve fare quello che gli dice il papa”.
Ricordo ancora che morirono in migliaia, cristiani ed ebrei, che costituivano una ancor più facile preda, vittime senza problemi, poveri e ricchi, in tutta Europa e, come tutti sanno, non solo in Europa. Insieme all’accusa di eresia venivano portate accuse di sacrilegio, blasfemia, stregoneria, sodomia, mancato pagamento delle tasse al papa ed al clero (naturalmente non si trattava di usura in questo caso). L’ultima ingiustizia era costituita dall’accusa di “pensare” in maniera eretica. Per l’Inquisizione anche il dubbio o la tentazione interiore meritavano la morte.

Quasi come separate inquisizioni vanno considerate quella Spagnola, che fece molte migliaia di vittime innocenti, tra eretici, strghe ed ebrei, e quella Romana, a cui dedicherò il mio prossimo “commento”.

La Romana Inquisizione

Prima di accennare all’inquisizione romana, ricordo ancora che quando Napoleone invase la Spagna, nel 1808, un suo ufficiale polacco, il colonnello Lemanouski, lasciò una relazione nella quale si dice che i Domenicani , a Madrid, si asserragliarono nel loro monastero. Attaccato e preso il monastero, i frati negarono l’esistenza di camere di tortura, ma i soldati francesi le ritrovarono invece nei sotterranei. Le camere erano piene di prigionieri, completamente nudi ed in parte impazziti per le indicibili sofferenze patite. Persino le truppe di Napoleone, abituate alla crudeltà ed al sangue, non poterono tollerarne la vista. Svuotate le stanze, minarono l’intero monastero e lo fecero saltare in aria.

Racconto questo perché non si dimentichi che non è da molto che la Chiesa ha ripiegato su atteggiamenti meno crudeli e cruenti, anche se altrettanto illogici.


L’Inquisizione Romana venne istituita da Paolo III (Alessandro Farnese) il 21 luglio 1542. Fu la prima delle Sacre Congregazioni e composta da cardinali, uno dei quali Gian Pietro Carafa, futuro Paolo IV, nella sua qualità di “inquisitore generale”, ebbe la malsana idea di equipaggiare ,a sue spese, un’apposito edificio con tutti gli strumenti di tortura che all’epoca costituivano il massimo dell’evoluzione nel settore. “Nessun uomo” egli disse “può permettersi di tollerare gli eretici.”.

Eletto papa nel 1555, il Carafa potè dare libero sfogo al suo personale fanatismo: odiava gli ebrei e li rinchiuse nei ghetti; odiava i sodomiti e li bruciò, odiava le donne e proibì loro di varcare le soglie del Vaticano. Ranke dice di lui:”Occupò la sua vita nell’inquisizione, in “autos-da-fé”, in scomuniche, imprigionamenti, etc.”

Già da cardinale aveva bruciato tutti i libri che non gli andavano e da papa istituì l’Indice dei libri proibiti. Sulla lista finirono opere di Erasmo, Rabelais, Boccaccio, persino Enrico VIII, i cui “Sette sacramenti” erano piaciuti moltissimo a Leone X, che in pieno Concistoro aveva sostenuto fossero un dono caduto dal Cielo.

L’ordine di Paolo III “i colpevoli ed i sospetti (di reati contro l’ortodossia e la morale) devono essere imprigionati e giudicati fino alla sentenza finale (morte)”, passò a Carafa senza problema alcuno. Il papa (Paolo III) era tranquillissimo, sebbene, con le sue diverse partners (non sapevo che parola usare, visto che una l’aveva sposata prima di accedere agli ordini), i suoi figli legittimi ed illegittimi ed i regali di cariche cardinalizie ai suoi nipoti e nipotini, forse avrebbe dovuto essere uno degli oggetti dell’indagine.

I protestanti lessero con divertimento il “Consilium” finale di papa Paolo III°, che praticava materialmente proprio quanto proibiva ai fedeli.

La cosa incredibile è che Carafa, Paolo IV, si trovò nella situazione di dover mettere all'”Indice” proprio il “Consilium” del suo predecessore (che materialmente aveva compilato lui stesso). Da non dimenticare anche il fatto che al medesimo Paolo IV (quando era ancora cardinale) viene attribuita la frase “populus vult décipi, et decipiatur!”, cioé “il popolo vuole essere ingannato, ed allora inganniamolo!”, la qual cosa, detta da un futuro pontefice, sembra emblematica di una dose notevole di spregevole disprezzo (anche se per alcuni rappresenta un arguta valutazione pratica).

Un altro particolare umoristico riguarda il Decamerone di Giovanni Boccaccio, messo all’indice “fino a che non fosse stato ripulito”.

Cosimo de’Medici, ritenendo che si trattasse di una delle più belle opere in prosa italiana, domandò al pontefice se non si potesse fare qualcosa per permetterne la diffusione e la lettura. E l’impossibile avvenne. Nel 1573 una versione censurata venne posta in commercio. Questa versione può ben essere considerata come uno dei più straordinari e raccomandabili libri “sporchi” della storia. Il censore, Vincenzo Borghini, ebbe un idea geniale: invece di tagliare qua e là, usò il semplice trucco di sostituire ogni prete o vescovo o frate che appariva nel Decamerone, con un laico. Il semplice trucco funzionò a meraviglia, ma, naturalmente, tolse poco o nulla dell’erotismo del libro.

Per il Concilio di Trento (1564, ne parlerò in seguito per altre ragioni) venne preparato un nuovo Indice e così si andò avanti per un bel pezzo.

Gli effetti della Congregazione dell’Indice, istituita nel 1571, furono devastanti per la cultura cattolica. Autori ed editori temevano per la propria vita ed il loro apporto alla scienza ed alla conoscenza non è certo stato quello che poteva essere. Persino nel campo della teologia e della ricerca religiosa, dove i censori imperversarono sulla produzione e sui documenti dei teologi che li avevano preceduti.

All’indice sono stati posti tutti i più grandi scienziati e scrittori della nostra epoca e chiunque ponesse in discussione “immutabilità” della Chiesa ed “infallibilità” del pontefice.

Solo nel 1966 Paolo VI ha ufficialmente (ufficiosamente esiste tutt’oggi) “dismesso” l'”Index”.

L’inquisizione romana continuò le sue operazioni senza problemi. Nel 1814 Pio VII° riintrodusse la Sacra Inquisizione per “blasfemia, immoralità, atteggiamento irrispettoso verso la Chiesa, mancata partecipazione alle festività, abbandono della vera fede”. Nel 1829 chiunque, negli Stati Pontifici, detenesse un libro scritto da un eretico doveva essere trattato come tale (imprigionato, privato dei propri beni ed ucciso).

Pio VII ha comunque il merito di aver ufficialmente proibito, nel 1816, l’uso della tortura nei tribunali dell’inquisizione (venne però utilizzata ancora per circa vent’anni) e di aver vietato i roghi.

Tuttavia, ancora nel 1856, Pio IX permetteva e favoriva “scomuniche,confische, bandi, prigione a vita e, nei casi più gravi, condanne a morte inflitte segretamente”. E fino a tutto il 1870 i processi continuarono di fronte alla “Santa Consulta” con le stesse modalità: solo preti tra i giudici, mai confronti con i testimoni ( o controinterrogatori), mai avvocati difensori.

Il record dell’Inquisizione sarebbe imbarazzante per qualsiasi organizzazione, ma per la Chiesa cattolica lo è in maniera drammatica. Oggi, malgrado l’oggettiva posizione di estrema inciviltà e di assoluta intolleranza che fa parte del suo bagaglio, la Chiesa si pubblicizza come difensore della legge “naturale” e dei diritti dell’uomo. In particolare il papato vede se stesso come campione di morale (è di oggi, marzo 2000, la pubblicazione di una bozza di documento nel quale la Chiesa dovrebbe chiedere scusa (solo a Dio e senza assunzioni di altre responsabilità) per gli orrendi crimini commessi (da qualche mela marcia) nei secoli passati. Un documento di straordinaria e vergognosa ambiguità).

Quello che la storia irrefutabilmente dimostra è invece che per più di sei secoli, senza interruzioni, il papato è stato il campione dell’ingiustizia. Di circa ottanta papi, dal 13° secolo in poi, nessuno ha disapprovato impostazione teologica o inquisizione. Al contrario ognuno di loro ha aggiunto alla faccenda personali tocchi di crudeltà.

L’unica giustificazione all'”eresia” (questa sì, veramente eresia) dei papi sembra poter essere soltanto l’aver preferito di contraddire il Vangelo piuttosto che un predecessore “infallibile”.

E la scusa e l’assoluzione dei papi da parte di molti storici cattolici, basata sul fatto che l’eresia costituiva un reato “civile”, non sembra ragionevolmente sostenibile sia per le drastiche modifiche apportate dalla Chiesa alle procedure di giudizio e di condanna “civili” sia perché, negli Stati pontifici, la responsabilità era diretta ed assoluta. L’estensione del concetto di “eresia” a tutte le difformità nella pratica religiosa e civile, la reintroduzione della tortura nelle corti di giustizia sono di completa ed assoluta responsabilità papale ed è molto difficile levarsi questo peso di dosso.

Il cattolico De Maistre ha sostenuto , aggiungendo ipocrisia all’orrore, che la Chiesa “non ha direttamente ucciso nessuno”, in quanto era pratica corrente affidare i condannati al braccio secolare per l’esecuzione. Salta subito agli occhi la vacuità del ragionamento, quando si provi ad applicarlo agli ebrei, che non uccisero alcuno (men che mai Gesù) ma lo affidarono anche loro al braccio secolare (i romani). Per questo fatto, peraltro assolutamente falso i Giudei hanno pagato per secoli un prezzo che pochi altri popoli sono stati in grado sopportare senza scomparire in un genocidio legalizzato.

Altrettanto ridicole sono le giustificazioni e le scuse attinenti al “sitz im leben”, per così dire ambientali e temporali. Persino all’epoca di Diocleziano nessuno veniva torturato ed ucciso “in nome di Gesù crocifisso”.

In alcune località, come l’Inghilterra, l’inquisizione fu notevolmente più blanda, ma solo in funzione della salutare mancanza di rispetto per la Chiesa e per il saldo principio che “una persona è innocente sino a che non sia dichiarata colpevole”. In sette secoli non un solo vescovo o prelato ha alzato la sua voce di protesta contro l’inquisizione. Mi vengono in mente soltanto Stefano Langton, arcivescovo di Canterbury, che si oppose ad Innocenzo III, sostenendo “La legge naturale obbliga principi e vescovi nello stesso modo; non c’è scappatoia da lei. E’ persino fuori del raggio d’azione del Papa”, e qualche eretico come Marsilio da Padova o Lutero o Hubmaier.

Il richiamo (per giustificarsi) agli standard dei tempi, è ancora più stridente oggi, con l’atteggiamento retrivo del Papa verso contraccezione, aborto, matrimonio dei preti, donne preti, etc.. Come ha correttamente detto un mio amico teologo: “Invece di proteggere la vita, la salute e la dignità dell’uomo, proteggiamo il suo santo sperma, che non vada perso”.

Qualche giudizio storico sull’Inquisizione e la questione delle streghe

In generale gli storici non sono stati benevoli verso l’Inquisizione. Lea, un Quacchero che occupò molti anni della vita a studiare l’inquisizione, parla di un “infinita serie di atrocità”. Lord Acton, cattolico, asserisce che l’Inquisizione non è mai stata a corto di “uccisioni religiose….Il principio alla base dell’inquisizione era micidiale”. E, per quanto riguarda i papi, “Essi erano non solo omicidi in grande stile, ma avevano fatto dell’assassinio una base legale della Chiesa Cristiana e una condizione per la “salvezza””.

Persino dopo la Seconda Guerra Mondiale, G.G. Coulton era in grado di dire che l’Inquisizione era responsabile per “le più elaborate, diffuse e continue barbarie legali che si possano ricordare nel corso di tutta la storia civilizzata”. Nulla che gli Imperatori Romani abbiano fatto ai cristiani può essere paragonato per quantità, qualità e durata temporale con la sistematica malvagità dell’Inquisizione.

L’occultista egiziano, Rollo Ahmed, nel suo “The Black Art” (1971) descrive l’Inquisizione come la “più impietosa e feroce istituzione che il mondo abbia mai conosciuto…Le atrocità che l’Inquisizione commise costituiscono la più blasfema ironia nella storia religiosa, disonorando la Chiesa Cattolica con la morte di vittime innocenti che venivano bruciate al fine di eludere la massima “Ecclesia non novit sanguinem” (la Chiesa non sparge sangue).

R.R.Madden fornisce una testimonianza diretta della sua visita ad Avignone nel suo libro “Galileo e l’Inquisizione”, con la orribile descrizione delle camere di tortura, di giudizio, delle celle e della struttura generale delle operazioni. La sua opinione sulla possibilità da parte di un accusato di sopportare la procedura inquisitoria è netta ed assolutamente negativa. La sua descrizione del “forno”, all’interno del quale venivano incatenati ad appositi anelli i condannati al fine di essere “bruciati vivi”, è pianamente drammatica, completa dell’orribile particolare delle camice inzuppate di zolfo che venivano fatte indossare alle vittime affinché bruciassero meglio.

Ai piani superiori (del palazzo dei papi ad Avignone) pontefici come Giovanni XXII, ammassavano una fortuna sfruttando poveri disgraziati, vendendo beni della chiesa, commerciando in indulgenze e dispense papali. Altri papi, come Clemente VI, si stravaccavano nudi, tra lenzuola di lino bordate di ermellino, insieme alle loro molte amanti. Nei piani sottostanti (i fondi) innumerevoli vittime, anch’esse nude, urlavano in agonia mentre venivano torturate e bruciate, qualche volta solo per aver mangiato carne durante la quaresima.

Madden, che era accompagnato nella visita da un amico, un pastore Battista, si sentì chiedere all’uscita:”Bene, Madden, cosa pensi della tua religione, ora?”. Madden dice di averci pensato molto prima di rispondere.” Sono convinto, Wire, che essa deve essere la vera religione, perché se non avesse avuto dentro di se un vitale e divino principio non avrebbe mai potuto sopravvivere ai crimini che sono stati commessi in suo nome”.

Uno storico cattolico disse “sarebbe meglio essere ateo piuttosto che credere al Dio dell’Inquisizione”. Un’altro precisò che lo stesso Gesù avrebbe sofferto e sarebbe stato giustiziato per mano degli inquisitori dei papi. Egli (Gesù) parlava con gli eretici (la donna Samaritana) pranzava con Pubblicani e prostitute, attaccava ministri del tempio, scribi e Farisei, e violò anche il sabato cogliendo e mangiando grano quando era affamato.

Non appare quindi sorprendente che la “Casa sull’Angolo” del papa sia tutt’ora funzionante. Il cardinal Ratzinger, o chi per esso, telefona ad un prete in California, in Canada o in Australia, ordinandogli di eliminare le sue ricerche sull’opinione dei vescovi in relazione al celibato del clero o sulle percentuali di fedeli favorevoli alla contraccezione. Teologi vengono scacciati e licenziati dai loro posti di lavoro, preti vengono sospesi dalla loro attività ecclesiatica, solo per aver manifestato il loro dissenso in relazione ad insegnamenti “non infallibili”.

All’assurdo massacro degli eretici si devono poi aggiungere altre due categorie di soggetti, duramente perseguitate dalla Chiesa: le streghe e gli Ebrei.

Nel caso delle streghe non desidero discettare sulle improbabili accuse, impossibili responsabilità e ridicoli malefici che venivano addebitati agli imputati, mi limiterò a dire che Gregorio IX diede il via ad un inondazione di follia collettiva che sembrò quasi travolgere la realtà oggettiva.

La descrizione delle operazioni messe in atto dal sadico prete Conrad, uno dei capi informatori/inquisitori di papa Gregorio, supera ogni possibile immaginazione.

Centinaia di morti torturati e bruciati testimoniano la pazzia della Chiesa. Morti che a volte, come i Templari, educati al coraggio ed alla fede, non erano tuttavia in grado di resistere alle spaventose sofferenze. (uno di essi disse:”ammetterei con gioia di aver ucciso Dio, se tutto questo mi venisse risparmiato”).

Le confessioni si moltiplicarono e divennero sempre più estrose e complesse (avrei voluto vedere il contrario!). Pur di evitare ulteriori sofferenze gli accusati cercavano di compiacere gli inquisitori con sempre più elaborate fantasie (sesso con il Diavolo, figli con lui, voli notturni, malefici, l’Anticristo sta per giungere, trasformazioni in lupi, civette, gufi, gatti, etc. etc.). E le confessioni diedero la stura a nuove escalations dell’orrore.

La Bolla di Innocenzo VIII del dicembre 1484 “Summis desiderantes affectibus” sembra stimolare ulteriormente questa progressione, con il rendere parte integrante della fede cristiana i blateramenti di vecchie malandate urlati sotto tortura. Essa recita: Uomini e donne allontanandosi dalla fede Cattolica si sono abbandonati ai diavoli, incubi e succubi, e per mezzo di incantesimi, sortilegi, congiure ed altre maledetti peccati, hanno sgozzato infanti ancora nel grembo della madre, vitellini, bestiame, hanno fatto appassire i raccolti, reso uomini impotenti e donne sterili, hanno fatto sì che i mariti non potessero andare con le mogli e le mogli non potessero ricevere i loro mariti” . Dal 1484 chiunque dubitasse o negasse la stregoneria , fosse vescovo o teologo, doveva essere classificato come un eretico e pagare il relativo scotto.

Innocenzo conferì la suprema autorità sulla supervisione di questo massacro ai domenicani Kramer e Sprenger (conosciuti come gli Apostoli del Rosario) , che scrissero congiuntamente il “Malleus Maleficarum” nel 1486. Il libro che, secondo alcuni storici, produsse più morte e miseria di qualsiasi altro.

Il libro è noto e, se non si trattasse di un opera che ha avuto un impatto micidiale, la lettura di alcune sue parti costiturebbe una fonte di sarcasmo per le complicate operazioni che il Diavolo è costretto a compiere per raggiungere i suoi fini.

Questo testo, basilare per gli investigatori, ebbe il suo seguito in molti altri volumi, scritti da molteplici mitomani imbecilli come Boguet (Discorsi sulla stregoneria), ma in nessun caso i cacciatori di streghe sembrano essersi resi conto che erano loro medesimi a creare le streghe.

Alle presunte, ipotetiche, cerimonie stregonesche la Chiesa oppose sue personali forme di magia, quali acqua santa, candele benedette, campane, medaglie, rosari, reliquie, esorcismi e sacramenti, ma nonostante tutte queste armi “divine”, essa sembrava perdere la guerra. Più torturava, bruciava ed uccideva, più c’erano streghe e fattucchiere. In letteratura vengono riportati casi di località nelle quali il numero delle streghe superava del doppio quello delle persone “normali”. Interi paesi vennero spopolati, bruciandone gli abitanti.

Naturalmente la stregoneria c’è sempre stata, anche prima del cristianesimo. A volte identificata con le religioni naturali, a volte con pratiche di erboristeria o sciamaniche. Ma il papato ha contribuito con una serie di Bolle e di encicliche che non trovavano alcuna rispondenza nei dieci secoli precedenti e la giustificazione teologica fornita dagli inquisitori era che la “vecchia” razza di streghe (non pericolosa e quasi innocua) si era estinta ed era stata sostituita da una nuova razza più forte e più potente, la lotta alla quale giustificava procedure che, prima di Innocenzo VIII, sarebbero state considerate contrarie alla natura stessa della Fede.

Papi come Alessandro VI, Leone X, Giulio II, Adriano VI contribuirono con il loro succoso apporto, stabilendo “infallibilmente” l’esistenza delle streghe. Ancora nel 1623 Gregorio XVI decretava che chiunque avesse fatto un patto con il diavolo doveva subire la prigione a vita.

Improvvisamente, nel 1657, senza preavviso o spiegazione, la Romana Inquisizione stabilì che i processi fatti sino ad allora non erano stati gestiti correttamente. Gli inquisitori avevano sbagliato applicando continuamente la tortura e ponendo in essere altre irregolarità. Non ci fu una parola di scusa o una precisazione sul ruolo papale in questa orrenda buffonata. E non una parola di rimorso sulle migliaia che morirono in questo periodo d’incubo ( tanto per citare qualche cifra limitata alla “stregoneria”:1278 vengono impiccati a Londra 267 ebrei accusati di omicidi rituali contro i cattolici;1416, arse 300 donne nel Comasco per ordine dell’Inquisizione; 1485, giustiziate 49 persone a Guadalupe per ordine Inquisizione; 1485, bruciate a Bormio 41 donne per ordine dell’inquisizione; 1505, uccise 14 donne a Cavalese su ordine del vicario del vescovo di Trento; 1507, bruciate 30 persone a Logrono [Spagna] per ordine dell’Inquisizione; 1514, altre 30 donne vengono bruciate a Bormio per ordine dell’Inquisizione; 1518, bruciate 80 donne in Valcamonica per ordine Inquisizione; 1562, bruciate 300 persone a Oppenau [Germania]; 1562, bruciate 63 donne a Wiesemberg [Germania] e 54 persone a Obermachtal [Germania] su ordine Inquisizione; 1680 bruciati 20 ebrei a Madrid su ordine Inquisizione, e sono solo alcuni episodi “sporadici”).

Prima di parlare della persecuzione degli Ebrei, mi permetto ancora di ricordare lo strano e doloroso collegamento tra Sabba delle streghe (che iniziava il venerdì sera) ed il sabato ebreo, collegamento rilevato o operato abilmente dagli inquisitori fin dall’inizio della loro caccia. E questo fa pensare ancora di più.

La “QUESTIONE” giudea

Papa Paolo IV, che odiava visceralmente gli ebrei, aveva lavorato incessantemente per ore, sorbendo il vino scuro e denso come melassa della sua amata Napoli. Presto ebbe terminato la sua opera. Il 17 luglio 1555, appena due mesi dopo la sua elezione, egli pubblicò “CUM NIMIS ABSURDUM” , una bolla che normalmente non appare in alcuna delle antologie dei documenti papali, in quanto marchio cruciale e crudele nella storia dell’antisemitismo.

In ragione di questa Bolla, Paolo riteneva di meritare un abbraccio “accademico” che ricevette dal suo nipote favorito, il Cardinale Carlo Carafa, con il commento:”Il suo braccio era immerso nel sangue fino al gomito”. Non è una cosa sorprendente che durante il suo breve pontificato la popolazione di Roma quasi si riducesse a metà. Gli ebrei, che non avevano dove fuggire, pagarono lo scotto della sua bigotteria.

Ho già raccontato della relativa tolleranza che accompagnò i primi secoli dopo Cristo, anche se uno dei papi più ricchi di gentilezza, Gregorio Magno, inventò la riduzione di un terzo del fitto per cercare di convertirli. “Anche se loro verranno a noi con poca fede, certamente ci sarà maggior fede nei loro figli, che saranno battezzati, così che se non conquisteremo i genitori, avremo almeno i bambini. Peraltro qualsiasi riduzione degli affitti in nome di Cristo non deve essere considerata una perdita”:

CUM NIMIS ABSURDUM stabilisce che gli assassini di Cristo, gli Ebrei, sono schiavi per natura e devono essere trattati come tali. Per la prima volta negli Stati Pontifici gli ebrei vennero confinati in un area particolare, chiamata ghetto, ad imitazione della Fonderia Veneziana. Vennero obbligati a vendere le loro proprietà ai cristiani a prezzi stracciati; nei casi più favorevoli realizzarono il 20% del valore, nei peggiori una casa veniva scambiata per un mulo e un vigneto per un vestito. Venne loro proibita ogni attività commerciale , compreso il commercio del grano, mentre era loro permessa la vendita di cibo e di vestiti di seconda mano.

Era loro permessa una sola sinagoga per città. A Roma ne vennero distrutte sette su otto, in Campagna diciotto su diciannove. I loro libri, compreso il Talmud, erano già stati requisiti e distrutti. In pubblico vennero obbligati ad indossare un cappello giallo. Furono obbligati a parlare solo in Italiano o Latino e ad usare unicamente queste lingue nei documenti scritti. Era loro vietato dare impiego a cristiani, anche solo per accendere il fuoco durante il sabato. Era loro vietato dare o ricevere trattamento medico a e da cristiani e non dovevano MAI essere chiamati con l’appellativo di “signore”.

Pur mostrando una istintiva predilezione a vivere tra loro, l’essere costretti in una zona ristretta come bestiame, il dover rientrare al coprifuoco, il non poter possedere ne terra ne casa, doveva apparire agli Ebrei dell’epoca minacciosamente differente.

Gli ebrei romani vennero costretti in una zona malarica e soggetta ad inondazioni accanto alla riva del Tevere. Rinchiusi in un cerchio di cinquecento metri, vi sopravvivevano in cinquemila. L’impatto della Bolla fu terrificante. Nel giro di poco tempo ci furono ghetti a Venezia, Bologna, Ancona, etc.etc.. Nel 1556, proprio ad Ancona, furono bruciati 26 marranos, ebrei convertiti provenienti dal Portogallo ai quali i precedenti pontefici avevano assicurato libertà di fede.

Paolo morì nel 1559, ma la sua Bolla diede la stura ad un atteggiamento che continuò per secoli. Nel 1566 Pio V° battezzò personalmente due ebrei adulti ed i loro tre figli con cinque cardinali come padrini. Nel 1581 Gregorio XIII raggiunse la sorprendente conclusione che:” la colpa degli ebrei nel rifiutare ed uccidere Cristo aumenta ad ogni generazione, giustificando la loro perpetua schiavitù”.

Tralascio la descrizione dei singoli casi di persecuzione e maltrattamento di cui esiste documentazione, ma ricordo che la superstizione cristiana che “chiunque fosse responsabile del battesimo di un infedele si guadagnerà il Paradiso” produsse rapimenti di bambini e bambine ebrei, che , una volta battezzati, non “potevano” più, per legge, essere riportati nel ghetto e nel loro naturale ambito familiare.

Lo spazio limitato dei ghetti costringeva a sopraelevare le costruzioni, con conseguenti frequenti crolli ed incendi. L’igiene era , obbligatoriamente, scarsissima confermando il mito che la puzza degli ebrei spariva solo con il battesimo.

Nel suo “De Morbis Artificum” (1700), Ramazzini descrive accuratamente i disturbi che affliggevano la popolazione ebrea dei ghetti. Dalla sua opera si trae l’inevitabile conclusione che i papi furono responsabili di generazioni di sofferenze delle quali non si trova traccia nei libri di storia.

La faccenda andò avanti, tra alti e bassi e continue sofferenze, fino alla presa di Roma del 1870 da parte delle truppe italiane. Undici giorni dopo la caduta di Roma, il 2 ottobre 1870, un decreto Reale conferì agli ebrei la completa libertà che era stata loro negata dal Papato per millecinquecento anni.

Con questa azione l’ultimo ghetto ufficiale in Europa era stato smantellato. Gli ebrei devono aver pensato che le loro sofferenze erano al termine, ma come avrebbero potuto immaginare che la loro ora più buia doveva ancora venire?

Il cristianesimo aveva fatto l’opera di preparazione perseguitandoli per la loro religione, il fascismo li avrebbe perseguitati per la loro razza. Malgrado le grandi differenze, le somiglianze tra i decreti di Innocenzo III e Paolo IV da una parte e le Leggi Nuremberg del 1935 dall’altra, sono indiscutibili.

Mentre Pio XI era ben cosciente del fatto che Gesù, Maria e Giuseppe erano ebrei e si oppose al nazismo ed al fascismo, scrivendo anche una forte enciclica, che rimase impubblicata dopo la sua morte, il suo successore era più prudente.

Eugenio Pacelli, Pio XII, esperto di diritto canonico come il padre ed il nonno, era stato nunzio papale a Monaco e poi a Berlino (dove era stato testimone dell’avvento delle camicie brune). Il 2 marzo 1939 fu eletto papa e, quando nel 1941 i tre quarti degli ebrei italiani avevano ormai perso tutti i loro beni, la scena era pronta per la più vergognosa di tutte le encicliche papali: quella che non è mai stata scritta.

Malgrado le persecuzioni e gli assassini di ebrei fossero ormai sistematici non una parola inequivoca di condanna venne mai pronunciata dal Vaticano. Le labbra Romane, usualmente così pronte a condannare ogni minima deviazione dalla fede, ogni errore, magari per quanto attiene al sesso o all’interpretazione dei testi, erano fermamente e permanentemente serrate.

Mi scuso di tralasciare la ricca documentazione che dimostra la perfetta conoscenza da parte del papa di quasi tutti gli episodi meritevoli di condanna, ma sono disponibile a citarli a chi lo desiderasse. Quello che è certo è che il Pontefice si astenne dal qualsiasi intervento persino quando i Nazisti perseguitarono ed indirizzarono ai forni gli ebrei sotto il suo stesso naso.

Nell’ottobre/novembre del 1943 oltre 8.000 ebrei italiani vennero estradati ad Auschwitz, senza commenti ufficiali della Santa Sede (che pure ne nascose alcuni nei giorni successivi). Gli italiani ne nascosero quanti fu possibile (cosa pericolosa , ma facile visto che erano praticamente indistinguibili).

Persino il massacro delle fosse Ardeatine del marzo del 1944, non provocò reazione alcuna da parte del Papa, l’unico che, forse, avrebbe potuto intervenire per salvare i disgraziati ostaggi. Dell’orribile massacro la Radio vaticana non diede notizia.

Non ci sono spiegazioni per tutti i molteplici interventi che il papa avrebbe potuto fare, in modo vario e molteplice, sui cristiani osservanti e sugli stessi fanatici nazisti, al fine di rallentare o ridurre l’olocausto, e che invece non vennero posti in essere. Forse la coscienza di essere una nullità di fronte ad un Pio XI; ma persino un omuncolo , di fronte ad episodi di quella portata, avrebbe dovuto trovare la forza di opporsi.

Giovanni XXIII venne eletto dopo l’imbelle Pio, e, rappresentando la quintessenza di un essere umano, sembrò inondare di luce per tutto il corso del suo pontificato sia la Chiesa sia l’umanità, amata in blocco.

Il documento pacificatore che aveva preparato sugli ebrei (morì prima di farlo pubblicare) venne modificato ed alterato irrimediabilmente dal suo successore, Paolo VI°, che persistette pubblicamente (sermone della domenica di Passione del 1965) nell’accusa di deicidio per il popolo giudeo.

Malgrado i modesti passi operati da Giovanni Paolo II, persino oggi, nel marzo del 2000, nel documento “Memoria e Riconciliazione . La Chiesa e gli errori del passato”, non si trovano tracce di scuse, giustificazioni o riconoscimenti di responsabilità da parte della Chiesa, anzi, apparentemente, l’unico soggetto meritevole di ricevere una domanda di “perdono” risulta essere Dio, mentre per quanto attiene alle “lacerazioni” tra cristiani e le “relazioni tra cristiani ed ebrei” si parla di “relazioni tormentate” , si parla “a giusto titolo” di “solidarietà nel peccato di divisione”e, relativamente agli ebrei, di “bilancio piuttosto negativo”.

Se non ci fosse da nascondersi per la vergogna, verrebbe da ridere!


Sulla questione ebraica è utile riportare alcune pagine della Summa Toletani Concilij IV (681):

Summa Toletani Concilij IV

Di seguito vi sono le foto di  due paginette tratte dalla Summa Toletani Concilij IV (è una Summa del 681 ed i canones non rispettano la numerazione originale del 627/633), relative agli ebrei ed al loro trattamento. Il Concilio IV di Toledo si svolse sotto il papato di Onorio I ed il regno visigoto di Sisenando (vi parteciparono tutti i vescovi spagnoli e franchi o galli). Il libro da cui sono tratte le foto è: Summa Omnium Conciliorum et Pontificum del 1691.

Non ho tradotto il testo perché non ne ho il tempo materiale, ma il senso è comprensibile comunque.


L’eresia papale

“Un gran numero di papi erano (sono) eretici.”
Per un cattolico questa frase avrebbe il sapore di una frase ingiuriosa detta da un Protestante. Un papa eretico sembra una “contraddizione in termini”, come la quadratura del cerchio.

Il Concilio Vaticano I ha affermato che il papa, senza necessità di consenso della Chiesa, è il giudice infallibile dell’ortodossia. Sembra quindi impensabile che un papa come Giovanni Paolo II possa separarsi dalla verità, e quindi dalla Chiesa, agendo in modo “eretico”.
La citazione iniziale non è di un Protestante ma di papa Adriano VI, nel 1523, “Se per Chiesa Romana voi intendete la sua Testa o Pontefice, è fuori di dubbio il fatto che egli possa errare, persino in materia di fede. Egli erra quando insegna l’eresia a proprio giudizio o per decreto. In verità molti pontefici romani erano eretici. L’ultimo di essi fu papa Giovanni XXII° (1316-1334)”.

Il tema delle eresie papali e dei papi scomunicati dalla chiesa è assai frequente in teologia, ma scarsamente conosciuto, almeno dal 1870 in poi.

Persino l’imperioso Innocenzo III ammise: “Anche io posso essere giudicato dalla Chiesa per un peccato riguardante argomenti di fede” . Innocenzo IV, sebbene affermasse che ogni creatura gli era soggetta in quanto Vicario del Creatore, nondimeno concedeva che ogni pronunciamento papale che fosse eretico o tendesse a dividere la chiesa non doveva ricevere obbedienza da parte dei fedeli. “Naturalmente” egli sostenne “un papa può errare in materie di fede. E nessuno deve dire:- io credo in questo perchè il papa ci crede-, ma perché la Chiesa ci crede. Se egli seguirà la Chiesa, non commetterà errore.”

Nessuno sa per quale ragione queste parole, che apparivano nel testo originale di Innocenzo IV°, “COMMENTARIO SUL DECALOGO”, furono soppresse nelle edizioni successive. E’ quasi impossibile conoscerne i motivi, visto che un grandissimo numero di papi ha , più o meno, sostenuto le medesime tesi.

Oggi sembra impossibile discutere sull’infallibilità del pontefice. Così grande è l’aura di questi personaggi che i fedeli , almeno pubblicamente, sembrano essersi bevuti il cervello.

In realtà molti pontefici hanno sbagliato sia in materia di fede, sia privatamente, condizionando il destino dell’intera chiesa. All’origine (e stiamo parlando già del V secolo, perché in precedenza l’uniformità di interpretazione era fuor di logica) la fede era di competenza della Chiesa ed era regolata dai successori degli apostoli, e precisamente dai vescovi. Loro decidevano in materia di fede, soprattutto se riuniti in conclave generale. Un papa che uscisse dalle righe su argomenti di fede, veniva condannato come eretico. San Pietro fece molti errori e così il vescovo di Roma (o papa che dir si voglia). Quando il papa sbagliava la Chiesa aveva tutto il diritto di deporlo. Dopotutto non era mica un oracolo divino.

La preminenza Romana, quando ci fu (e stiamo sempre parlando di V° secolo, e non prima) era di carattere dottrinale (vedi quanto precisato da Ireneo) ed in nessuno caso da collegarsi alla persona del vescovo di Roma/papa. In tutti gli scritti dei Padri greci non esiste una parola relativa alle prorogative del vescovo di Roma e mai nessuno, greco o latino, si sarebbe appellato al vescovo di Roma per ricevere una parola decisiva in una disputa su questioni di fede. Peraltro nessun vescovo di Roma ha mai osato offrire alla Chiesa una parola decisiva in materie teologiche. La frase di Sant’Agostino “Roma locuta est, causa finita est”, continuamente citata dagli apologisti cattolici, è l’unica che si ritrova, in dieci ponderosi “in folio”, che si riferisca alla primazia romana, ed è citata a sproposito in quanto si riferisce ad un periodo di continue e contrastate riunioni conciliari alle quali Agostino, con quella frase, sperava di dare una temporanea tregua. In molteplici altre occasioni invece non obietta affatto al rigetto dell’opinione papale in merito a controversie battesimali da parte della Chiesa Africana. Anzi sostiene che fosse loro diritto agire così. E malgrado le sue ripetute e continue dispute con i “Donatisti”, in nessun caso egli afferma di avere premineza in quanto parte della chiesa romana. Non esisteva un “centro” della Chiesa, in quanto tale.

Nel 434 Vincenzo di Lerins stabilisce i criteri generali della dottrina cattolica, non menzionando MAI il ruolo di Roma o del suo vescovo.

Papa Pelagio (556-60) parla di eretici che si sono separati dalle DIOCESI apostoliche, cioè Roma, gerusalemme, Alessandria e Costantinopoli. Negli scritti dell’epoca non esiste menzione di un ruolo speciale di Roma o del suo vescovo, così come non esiste menzione di un personaggio chiamato “papa” con particolari attribuzioni diverse dagli altri vescovi.

In relazione alle ottanta o novanta eresie verificatesi nei primi sei secoli, nessuno fa mai riferimento all’autorità del vescovo di Roma per dirimere la controversia o decidere sulla questione. Capita che l’episcopato venga attaccato e offeso, ma non l’autorità del vescovo di Roma, “perché NON NE AVEVA.

In occasione di un comportamento eretico da parte del vescovo Bonosius, papa Siricio (384-98) si rifiutò di intervenire sostenendo di non averne il diritto; ed il primo papa che, in qualche modo contorto, sembra per primo appellarsi all’autorità papale è Agato nel 680. E lo fa per una ragione estremamente imbarazzante: il suo predecessore, papa Onorio, era sul punto di essere condannato per eresia dal Concilio Generale (cosa che poi si verificò, come vedremo in seguito).

Papa Liberio (352-66) cercando di risolvere la questione Ariana (Ario riteneva che il Figlio fosse meno importante del Padre) venne spedito in esilio. La condizione per un suo ritorno fu che condannasse pubblicamente Attanasio, campione dell’ortodossia cristiana (che sosteneva che padre e figlio erano sullo stesso piano, come noi oggi), cosa che egli fece immediatamente meritandosi le parole di un grande Padre della Chiesa come Ilario di Poitiers “Anatema su di te, Liberio”.

Gregorio Magno affermò che i bambini non battezzati vanno dritti all’inferno e soffrono per l’eternità. Sia Innocenzo I (401-17) sia Gelasio I (492-6) intervennero per iscritto in due Concili (la loro presenza non era né richiesta né necessaria a quanto pare) sostenendo che i bambini , oltre al battesimo, dovevano ricevere anche la comunione, altrimenti sarebbero andati dritti all’inferno.

Vigilius (537-55) , scelto indebitamente come successore da Bonifacio II° (allora i papi venivano scelti dal popolo di Roma, che si incazzava come una bestia quando qualcuno voleva togliergli delle sue prerogative), venne cacciato via prima di essere eletto. Riuscì successivamente ad ottenene la nomina (nell’intervallo c’erano stati Giovanni II, Sant’Agapito e San Silverio), ma venne costretto a raggiungere Giustiniano a Costantinopoli, dove cercarono di convincerlo dell’autorità del Concilio di Calcedonia e ad accettare le interpretazioni religiose dell’imperatore.

Virgilio cambiò la sua opinione tutte le volte che l’imperatore lo decise. Nel 553 Giustiniano convocò il V Concilio Generale, che si riunì a Santa Sofia di Costantinopoli. Di circa 165 vescovi orientali se ne riunirono solo 25. Vigilio mandò le sue scuse, accusando una malattia, ma la sua assenza non fu considerata in alcun modo. Tra le molte altre cose il Concilio decise che Viglio era un eretico e lo scomunicò. Quando il papa venne a conoscenza della propria scomunica, condannò tutti coloro che avevano preso parte alla decisione. Giustiniano si incazzò a morte e, senza indugi o dubbi, lo proscrisse in esilio a Proconneso, un’insenatura rocciosa del Mar della Marmora (allora doveva sembrare una sorte terribile:lontano dalla civiltà, dalle feste, dai conviti, etc.etc.; adesso ci andremmo tutti in vacanza). Solo e derelitto, Vigilio, quando gli giunse notizia di una prossima possibile elezione di un nuovo papa a Roma, chiese umilmente perdono (con lettera dell’8 dicembre 553, indirizzata al Patriarca di Costantinopoli), dichiarando di essere stato diabolicamente “influenzato” e di accettare quindi tutte le decisioni del V Concilio, con la loro impostazione teologica ed interpretazione della divinità. Ricevuto dall’imperatore il permesso di tornare a casa, soltanto la morte che lo colpì sulla strada del ritorno, a Siracusa il 7 giugno 555, lo salvò (si fa per dire) dal linciaggio che lo aspettava a Roma , da parte dei suoi fedeli elettori furibondi per le sue calate di braghe ed i continui voltafaccia.

I fedeli dello Stivale erano così irritati dalle indecisioni e dalla vigliaccheria di Vigilio in ordine alla questione (cretina) della doppia persona/natura di Cristo, che occorse l’elezione di un nuovo papa ed il lungo lavoro diplomatico di Pelagio I (che si servì anche di operazioni militari per convincere i vescovi) per rappacificare le diverse diocesi italiane.

Tutto questo lungo discorso solo per dimostrare che, nel periodo del Basso/Medio Medioevo, il Concilio era superiore al pontefice in maniera inequivoca. Solo successive falsificazioni ed alterazioni della documentazione disponibile (parte della quale venne distrutta dalla Chiesa) portarono ad una diversa valutazione del valore delle due entità (papa e concilio) in discussione.

Un’altro caso di papa condannato per eresia è quello di Onorio (625-638), che ridicolizzò la teoria delle “due volontà” di Cristo (problema connesso con le “due nature”,teoria stabilita nel corso del Concilio di Calcedonia) ,senza tuttavia avere il tempo necessario per spiegare la ragione del suo dissenso (morì prima) , Circa quarant’anni dopo la morte venne stigmatizzato come Monotelita e condannato per eresia dal VI° Concilio Generale (680-681). Leone II, eletto papa nel 682, confermò la condanna di Onorio dicendo:”Onorio cercò, con profano inganno, di sovvertire la fede immacolata”.

Insomma, non si può proprio dire che i papi avessero le idee chiare.

Altre varie eresie

La più continua e persistente mancanza di ortodossia in Roma si verificava nell’ambito sacramentale. In parte questo può essere spiegato con il collasso verificatosi nell’apprendimento con le invasioni barbare. I Greci, infatti, tendevano a considerare Roma come “piena di zotici”.

Dall’ottavo secolo in poi alcuni papi annullarono le ordinazioni ecclesiastiche e ri-ordinarono i preti. Tutto ebbe inizio con un antipapa, Costantino II, nell’anno 769, ma , come abbiamo già visto anche tutte le ordinazioni di papa Formoso, il cadavere processato quale eretico, vennero dichiarate invalide.

La domanda che sorge spontanea è : esistono validi sacramenti in una nazione nella quale il clero è stato ordinato da un papa eretico? Sia Stefano VII, sia Sergio III, l’amante di Marozia, stabilirono che le ordinazioni di un papa eretico erano “invalide”. La conseguenza , se logicamente seguita, porta a far considerare nulli tutti i sacramenti impartiti da sacerdoti la cui ordinazione era invalida (matrimoni, battesimi, etc.), questione sulla quale però in genere si è sempre glissato.

Alcuni papi stabilirono che quando la simonia entrava in un ordinazione vescovile, la nomina era invalida. Così decise Leone IX (1049-54), che riordinò molti preti. Gregorio VII rinforzò questa convinzione, affermando che quando in una nomina entrava il denaro, la nomina era SEMPRE nulla. Urbano II andò ancora oltre stabilendo che anche se un vescovo non pagava per la sua ordinazione (simonia), se riceveva l’ordinazione (veniva fatto vescovo) da un vescovo che invece aveva pagato, anche la sua ordinazione era nulla. Questa strana, logica, ma eretica interpretazione venne estrinsecata nei decreti di Graziano , non trovando però nessuna rispondenza nella Chiesa d’Oriente, che se ne tenne saggiamente distante.

Nel 1557 Paolo IV , nella sua Bolla Cum ex Apostolatus officio , confermò questa stramba tesi che, se presa sul serio, avrebbe fatto scoppiare la Chiesa ed il suo sistema sacramentale come una bolla di sapone. Per fortuna nessuno pensò seriamente di portare la faccenda alle sue estreme conseguenze.

Decisioni non ortodosse sono quelle assunte da papa Pelagio , che dichiarò che per un valido battesimo è indispensabile l’invocazione della Trinità, (papa Nicola (858-67) per fortuna riaffermò poco dopo che bastava invocare Gesù) , e che la cresima impartita da un semplice sacerdote era nulla (spazzando via d’un colpo tutte le cresime della Chiesa Greca) e mettendo in dubbio anche, a cascata, le comunioni e nomine di preti e vescovi greci.
Stefano II (752) stabilì , contro le tradizioni, che il matrimonio tra un uomo libero ed una schiava, anche se entrambi cristiani, poteva tranquillamente essere sciolto per permettere all’uuomo di risposarsi (una specie di divorzio maschilista ante litteram).
Urbano III dichiarò che un matrimonio tra cristiani, anche se consumato, può essere sciolto. Celestino III (1191-8) , dandoci ancora più dentro, decise che un matrimonio “consumato” e tra cristiani può essere sciolto senza tema se uno dei due coniugi diventa eretico. Questa cazzata venne ripresa anche da Innocenzo III, che a conferma, citò l’assoluta necessità di attenersi al Libro del Deuteronomio alla lettera, dimenticando che il Deuteronomio permette tranquillamente al marito di divorziare.

Anche la comunione ebbe la sua dose di eresie, con papa Nicola II (1059-61) che affermò che nell’eucarestia è “materialmente” possibile toccare con le mani e mordere con i denti il “reale” corpo di Cristo. Quasi come dire che Cristo continuava ad essere torturato dai fedeli anche dopo morto.

Quando Clemente V morì, nel 1314, il conclave ci mise due anni a trovare un successore. Finalmente , disperati, scelsero Giacomo Duèse di Cahors che a Lione, il 7 agosto, divenne pontefice prendendo il nome di Giovanni XXII.

Sembrava la persona più adatta, settantaduenne, piccolo, delicato, di apparenza malaticcia questo figlio di un ciabattino non avrebbe dovuto durare a lungo.
Le cose andarono diversamente.
Giovanni XXII dimostrò di essere duro e resistente, ambizioso, avarissimo, più mondano di un magnaccia e con una risata che scoppiettava con indubitabile malizia. Questo fragile e piccolo mostro avrebbe tenuto duro diciotto tempestosi anni.

Quando assunse la carica il tesoro era completamente vuoto. Clemente V aveva dato via tutto ai suoi parenti. Giovanni rimediò in fretta commerciando in tutto quello che era commerciabile. Vendette tutto ciò che un francese pieno di fantasia può immaginare: il perdono aveva un prezzo qualsiasi fosse stato il crimine. Un tanto per l’assassinio, un tanto per l’incesto o per la sodomia. Peggio i fedeli si comportavano, più ricco diventava il papato. Quando una lista “pirata” dei prezzi venne fatta circolare, si credette che fossero stati i nemici della chiesa a produrla. Era vero, ma i nemici della Chiesa erano il papa e la Curia. Concedevano ai peccatori il diritto di peccare e di evitare le conseguenze dei loro peccati.

La passione del papa per le guerre (italiane) gli faceva spendere grandi somme in armamenti ed eserciti, tanto che un suo contemporaneo disse di lui:” il sangue che il papa ha sparso avrebbe reso rosse anche le acque del Lago di Costanza, e con i corpi di coloro che ha squartato avrebbe potuto costruire un ponte da una sponda all’altra.

Nella sua Bolla Cum inter nonnullos” del 12 novembre 1323, sconfessando quasi tutti i suoi predessori, stabilì che: “sostenere che Cristo e gli Apostoli non avevano proprietà rappresenta una perversione delle Scritture”. La povertà gli stava proprio sulle balle, tanto da convincerlo ad assumere anche procedure punitive verso i francescani per farli dichiarare eretici. Ma quest’ultima operazione diede il destro al’imperatore Luigi (Ludovico il Bavaro) di Bavaria di accusarlo di eresia (Ludovico era già incazzato per le pretese del papa di assumere il potere imperiale nel corso degli “interregni”). Lo chiamò “anticristo”, lo depose e ne nominò un altro. La scelta dell’imperatore cadde su Piero di Corbario, decrepito francescano che assunse il nome di Nicola V.
Sfortunatamente Nicola risultò essere sposato, con figli e nemmeno prete. Ludovico comunque, pagata la moglie del papa affinché non rompesse, lo tenne sul trono papale fino al 1329, quando si stancò e lo affidò alle mani di Giovanni XXII (ritornato papa), purchè promettesse di non trattarlo male. Cosa che , stranamente, nel complesso Giovanni fece, pur tenendolo prigioniero nel palazzo papale di Avignone per tutto il resto della vita.

Alla fin fine Giovanni XXII aveva trionfato: Cristo e gli Apostoli non avevano condotto una vita di povertà, anzi!.

Nel 1331 Giovanni nella chiesa di Notre-Dame des Dome (Avignone) sostenne , dopo aver fatto morire di fame un domenicano che affermava che le anime dei giusti vedono Dio immediatamente, che le anime dei giusti non possono vedere Dio prima della “risurrezione dei corpi” (il giorno del Giudizio Universale).
Sono infatti ancora “sub altare Dei” (sotto l’altare di Dio) e soltanto dopo il Giudizio Universale essi saranno “super” (sopra l’altare di Dio) e potranno vederlo. Nessuno ebbe il coraggio di dirgli che stava commettendo eresia.
Il 5 gennaio 1332 allargò la faccenda all’inferno. Nessuno, egli disse, era ancora all’inferno. Solo alla fine del mondo i dannati sarebbero andati ai loro tormenti.

Per la seconda volta Giovanni venne dichiarato eretico, basandosi sul semplice assunto che se la beata Vergine ed i santi non erano in paradiso a contemplare Dio, come avrebbero potuto intercedere per i viventi. E perché i cristiani avrebbero dovuto pagare il papa per il perdono e le indulgenze quando, alla loro morte, non sarebbero nemmeno andati subito in paradiso?

Giovanni, malgrado tutte le forze in campo contro di lui, continuò a tergiversare fino alla propria morte, il 4 dicembre 1234. Qualche tempo dopo venne pubblicata una Bolla a suo nome, nella quale egli revocava tutte le sue precedenti affermazioni. Nessuno può dire se fosse veramente opera sua, ma quello che è certo è il fatto che il suo successore, Benedetto XII, affermò immediatamente che i santi godono della visione beata subito dopo la morte.

Nel 1572, quando Gregorio XIII divenne papa, il cardinal Montaldo si ritirò a vita privata. Per tutto il periodo successivo fece spargere voci che lo davano in punto di morte. Nelle rare occasioni di riunione con i cardinali egli tossiva continuamente e dava segni di estrema debolezza. Si aggiunse otto anni di età per sembrare più vecchio e decrepito e affettava in pubblico continue dimostrazioni di umile fragilità.

Alla morte di Gregorio, nel 1585, Felice Peretti da Montaldo (il cardinale di cui sopra) si presentò al Conclave, truccato da vecchio, barcollante su un paio di grucce e piegato in due dal peso dell’età. Sembrava un candidato perfetto per il papato ed infatti fu eletto. Dal racconto di Leti, suo biografo, risulta che dopo l’elezione gettò via le grucce e si raddrizzò gridando : “Ora IO sono Cesare”.

Ma ne parleremo nel prossimo paragrafo.

Il papa che riscrisse la Bibbia

Sisto V (Felice Peretti, il cardinal Montaldo) fece in cinque anni un lavoro che ne avrebbe richiesto cinquanta. Costrinse squadre di uomini a lavorare giorno e notte per sistemare la cupola di San Pietro. Fece spostare l’obelisco, palmo a palmo, da centinaia di uomini e muli fino all’attuale posizione nella piazza. Costruì la Libreria Vaticana. Fece erigere un acquedotto che portasse l’acqua fino al centro di Roma. Si meritò ampiamente il soprannome “Il Turbine Consacrato”.

Insieme ad una titanica energia c’era però uno straordinario egotismo.
Egli affermò il suo potere temporale su principi e re. Quando Roberto Bellarmino, uno dei più strenui difensori del papato dall’epoca di Tommaso d’Aquino, suggerì nel suo libro “Controversie” che il papa aveva solo una giurisdizione indiretta sui reggenti del mondo temporale, Sisto lo censurò spietatamente.
Egli, dichiarò, poteva per qualsiasi motivo e comunque gli piacesse nominare o licenziare chiunque, compresi gli imperatori.
Censurò anche il teologo Vittorio per aver osato dire che era giusto disobbedire ad ingiusti ordini di un papa. Lui, Sisto V, mise all’indice entrambi i libri di questi due “rinnegati”.

I cardinali della Congregazione dell’indice erano terrificati dal dover dire a sua Santità che entrambi gli autori citati (Bellarmino e Vittorio) basavano i loro scritti su innumerevoli documenti dottrinali di santi e studiosi cattolici. Il Conte Olivares, ambasciatore spagnolo a Roma, scrisse al re Filippo II° che i cardinali tenevano la bocca chiusa “per paura che Sisto potesse fargli sentire il duro sapore del suo temperamento e, forse, costringerli a mettere all’indice persino i santi stessi”.

Sisto si comportò molto male soprattutto con il gesuita Bellarmino, che aveva cooperato con lui nell’edizione dell’opera completa di Sant’Ambrogio, nel corso della quale il papa aveva ogni volta stravolto il giudizio del suo collaboratore.

Lo stesso atteggiamento il papa lo tenne verso la Bibbia ed i risultati furono drammatici.
La versione latina della Bibbia, la Vulgata, era opera di San Gerolamo nel quarto secolo ed aveva avuto un posto significativo nel corso del Medioevo.
Il Concilio di trento (1546) aveva stabilito che la “Vulgata” era la versione autentica della Bibbia ed essa sola doveva essere usata nei sermoni, discussioni o letture.
Purtroppo il lavoro di riporto dei copisti aveva prodotto molti errori e la stampa moltiplicò il numero degli sbagli. Con la Riforma i Protestanti produssero la loro personale versione della Bibbia e diventava imperativo che anche i cattolici potessero fruire di un testo affidabile della Vulgata in tutte le discussioni.
Dopo tre anni di pontificato, nel 1588, gli venne presentato (a Sisto) il testo finale predisposto dalla commissione di studiosi a cui aveva dato l’incarico. Secondo il pontefice c’era troppo lavoro di ricerca, troppe variabili interpretative. Il papa scacciò il capo della Commissione, il cardinal Carafa, fuori dalla stanza urlando che avrebbe provveduto lui personalmente.
In una Bolla di 300 parole dichiarò che lui, il papa, era l’unico soggetto in grado di produrre una “autentica Bibbia” per la Chiesa.

E lo fece.
Lavorando giorno e notte (soffriva d’insonnia), operando su di un testo popolare e provvedendo ad aggiunte personali dove gli sembrava fosse opportuno, completò l’opera in circa diciotto mesi. Cambiò radicalmente il sistema di riferimenti. Cambiò i capitoli, che erano stati strutturati abilmente da Roberto Stefano nel 1555 ed erano universalmente adottati. Dimenticò addirittura interi versi e cambiò i titoli dei Salmi.

Tutte le vecchie bibbie e tutti i testi scolastici divennero di colpo obsoleti.
Nel 1590 gli furono presentate le prime copie “in folio”. “Splendido” disse il papa, finché non si accorse delle centinaia di errori di stampa. Per non perdere tempo provvide personalmente alla correzione delle bozze (ci mise sei mesi) passandole poi alla stampa, mentre la sua Bolla “Aeternus ille” era già pronta da tempo e recitava autoritativamente: “Nella pienezza del potere Apostolico, Noi dichiariamo e decretiamo che questa edizione….approvata per l’autorità conferitaCi da Dio, deve essere ricevuta e tenuta come vera, legittima, autentica, ed inquestionabile in tutte le discussioni, letture, preghiere e spiegazioni pubbliche e private”. A nessuno era permesso, editore o libraio, di deviare di una virgola da questa finale ed autentica versione della Bibbia latina. Chiunque contravvenisse alla Bolla papale doveva ritenersi automaticamente scomunicato e solo il papa poteva assolverlo. Erano previste anche punizioni materiali e temporali.
Verso la metà di aprile furono distribuite copie a cardinali ed ambasciatori. Quattro mesi dopo il papa era morto.

Il papa successivo morì dopo dodici giorni di pontificato (Urbano VII). Toccò quindi a Gregorio XIV cercare di porre rimedio alla questione della Bibbia. Ma come fare? Una Bibbia era stata imposta al mondo cattolico con l’intero peso del potere papale, ma era piena di errori. Il mondo accademico era in subbuglio ed i Protestanti si divertivano un sacco per l’intera faccenda. Il cardinal Bellarmino , rientrato a Roma dall’estero e personalmente sollevato per la morte di Sisto V, che l’aveva messo all’indice, suggerì a Gregorio XIV, invece di proibire la Bibbia, di farla correggere, ove fosse possibile, cercando di recuperare tutte le copie messe in circolazione e sostenendo che tutti gli errori derivavano “da sbagli degli stampatori e di altre persone (il riferimento a Sisto è inequivocabile). Un’intera truppa di studiosi si sistemò in un’apposito edificio sulle colline Sabine, a 30 km da Roma, e lavorò bestialmente per cercare di identificare e rettificare tutti gli errori commessi da Sisto.

Alla fine del 1592, sotto il papato di Clemente VIII, il “nuovo testo” venne stampato e distribuito immediatamente con una lunga prefazione che spiegava come Sisto, accortosi degli errori, avesse deciso di dare corso ad una nuova riedizione, la quale, in seguito alla sua morte, era stata portata a termine dai suoi successori. Giocando sull’equivoco Bellarmino suggerì anche che la nuova versione (passibile anch’essa di molti errori, che infatti ci sono) non dovesse obbligatoriamente essere l’unica permessa e/o accettata.
I commenti degli studiosi su questa serie di menzogne e falsificazioni miranti a nascondere gli errori e la supponenza del papato, furono e sono pesanti.
Thomas James, studioso e libraio londinese, che potè esaminare e verificare il contenuto di entrambe le versioni, scrisse nel 1611:”Ci troviamo ad avere due papi uno contro l’altro. Sisto contro Clemente , Clemente contro Sisto, litigando, scrivendo e discutendo sulla bibbia di Gerolamo…per quanto concerne i cattolici la Bibbia è come un naso di cera che i papi modellano a seconda di quello che conviene loro…se un papa dicesse che quello che è bianco è nero e quello che è nero bianco nessun cattolico oserebbe contraddirlo.”

L’affare del papa che riscrisse la Bibbia dimostra una volta ancora che la dottrina che il papa non può sbagliare è di per se erronea, conduce a creare proprie personali versioni della Storia e costringe anche uomini moralmente corretti, come Bellarmino, a mentire in favore della Chiesa.
Ma Bellarmino invece di essere ricordato per aver messo in atto una discreta “cover up” a favore di Sisto V, è noto soprattutto per aver distrutto vita e carriera di uno straordinario laico, Galileo.

La Bestia Nera

Mi scuso di essermi perso dietro alla questione delle odierne scuse ecclesiastiche, fino ad arrivare a streghe, eretici e Galileo, di cui però parlerò presto.
Per il momento torno indietro al 1294, anno in cui Benedetto Gaetani venne incoronato papa Bonifacio VIII.
Iacopone da Todi, il poeta che scrisse il famoso “Stabat Mater”, bellissimo inno ecclesiastico, commentò che nessun nome era più inadatto di quello: Benedetto non esibiva affatto una “buona faccia” (Bona Facies/Bonifacio).

Molto alto e duro, egli aveva, a ottant’anni, gli occhi più freddi che si siano mai visti in un uomo. Il cardinal Llanduff disse di lui:”E’ tutto lingua ed occhi, il resto di lui è completamente corrotto”. Rifiutava udienze per personali antipatie e ridicolizzava disgraziati con difetti fisici o intellettuali. Aveva improvvisi attacchi di furore che scaricava su chiunque avesse vicino. F.M.Powicke lo definì così:”Era ammirato da molti, temuto da tutti, amato da nessuno”.

Era calvo, con le orecchie a ventola su di volto incendiato dall’arroganza di colui che sa di non avere eguali. “Il seno del Romano pontefice – egli disse – è la fonte ed lo scrigno di ogni legge. Questa è la ragione per la quale la cieca obbedienza alla sua autorità è essenziale per la salvezza”.

Nel Giubileo del 1300 dicono di averlo sorpreso seduto sul trono di Costantino mentre ripeteva incessantemente:”Io sono il pontefice, io sono l’imperatore.”
I suoi abiti erano i più costosi, ornati di gemme e pellicce. Quando parlava, sputacchiava attraverso il largo spazio interdentario lasciato da due denti mancanti nella mascella superiore. Il suo predecessore, Celestino V aveva detto di lui:” Tu ti sei insinuato sul trono come una volpe, regnerai come un leone e morirai come un cane”.

Pochi papi sono riusciti ad arricchire la propria famiglia come Bonifacio. Un diplomatico Spagnolo affermò:”Questo papa si preoccupa solo di tre cose:una lunga vita, una ricca vita, una ben arricchita famiglia intorno a lui.” Conosciuto come “Magnanimus Peccator” , non perse tempo a nominare cardinali tre suoi nipoti ed a farli ricchissimi con terreni e proprietà. Secondo Dante questa “bestia” mutò la tomba di San Pietro in una fogna.

Un libertino se ce n’è mai stato uno, tenne una volta come amanti, contemporaneamente, una donna sposata e la figlia di questa. Una delle sue battute sembra essere stata:”Fare del sesso è come sfregarsi le mani”. Invecchiando diede sempre più spazio al suo secondo hobby, quello di fare soldi. Il Medico spagnolo che gli salvò la vita divenne il “secondo” uomo più odiato di tutta Roma.

L’unica preoccupazione che lo tormentava era il pensiero che tutti credevano che avesse convinto con l’inganno il suo predecessore a dare le dimissioni. Si tratta di una delle storie più strane e curiose di tutta la storia della Chiesa e cominciò alla morte di Niccolò IV, nel 1292. Nel Conclave tenutosi subito dopo a Perugia gli undici elettori non riuscirono ad accordarsi, divisi tra il Colonna e l’Orsini.
Benedetto Gaetani se ne stette in disparte, senza partecipare alla disputa. Dopo due anni di temporeggiamenti egli dichiarò di aver ricevuto una lettera da un santo eremita , Pietro da Morrone, che abitava in una caverna in Abruzzo. Chiese quindi di offrire finalmente alla Chiesa un papa santo e propose di fare papa Pietro. Una comitiva di cardinali si recò in Abruzzo, guidata da Pietro Colonna, e, tra la puzza di santità del luogo (doveva essere un bel fetore, quello di uno che non si lavava e non si cambiava mai d’abito), conferì il papato al sant’uomo. Pietro di Morrore accettò prendendo il nome di Celestino V. Non volendo risiedere a Roma che giudicava licenziosissima, stabilì la sua Sede Santa a Napoli.

Gaetani, con la scusa di metterlo più a suo agio, gli costruì all’interno del Castello Nuovo una celletta di legno nella quale, come disse un suo contemporaneo, il papa si nascondeva come “un fagiano nel sottobosco”.Non capiva un tubo di politica, non parlava il latino e ,quando doveva spostarsi, o andava a piedi o a dorso di mulo.

I cardinali si resero conto subito del loro errore: Celestino oltretutto donava ai poveri e non aveva nessuna sensibilità verso la simonia. In poco tempo avrebbe mandato la Chiesa in fallimento.
Non sapendo che cosa fare si rivolsero al Cardinal Gaetani che provvide subito a fare un buco nel muro della cella del papa e ad infilarci una sorta di megafono.
Notte dopo notte tormentò il papa:”Celestino…., Celestino…,lascia il tuo incarico….è un peso troppo grande per te”.


Dopo diverse notti di questa sorta di ipnosi subliminale posta in essere, secondo Celestino, dallo Spirito Santo, l’ingenuo monaco decise di abdicare, dopo appena cinque settimane di papato.
(“ab hoc ferunt deceptum Cælestinum voce tamquam cœlitus missa per cannam ad eum factam, ut defereret pontificatum et Bonifacium institueret” da Summa omnium conciliorum et pontificum, 1691, Lugduni)
Naturalmente Gaetani , a questo punto, pretese il papato… e lo ottenne.

Nominato nel dicembre 1294 rinchiuse, per sicurezza e tranquillità personale, Celestino nel Castello di Fumone, dove il vecchio eremita morì pochi mesi dopo.
Purtroppo per Bonifacio la famiglia Colonna venne a sapere come Bonifacio aveva ingannato Celestino e, per tutto il periodo del suo papato, Bonifacio visse nell’incubo che venisse messa in discussione la sua nomina.
Con i cardinali Colonna ci furono anche scontri militari e, ad un certo punto, Bonifacio riuscì anche ad estrometterli dal collegio cardinalizio.
Vinta questa battaglia Bonifacio decise di distruggere anche l’ultimo rifugio dei Colonna, suoi nemici mortali, e fece radere al suolo la bellissima cittadina di Palestrina ed uccidere tutti gli abitanti che non erano riusciti a fuggire (nei rapporti si parla di seimila morti).Venne distrutto tutto. Il palazzo di Giulio Cesare, i mosaici antichi e preziosi, il tempio della Vergine Maria in marmi preziosi. Solo la cattedrale venne risparmiata.
Per quest’atto mostruoso, compiuto nella primavera del 1299, Dante lo seppellì nell’ottavo cerchio dell’inferno.

Circa tre anni dopo, in seguito alla disputa con Filippo di Francia (il Bello) , già colpito da interdetti e anatemi vari (conseguenti alla Bolla “Clericis Laicos”, nella quale si scomunicava qualunque religioso che pagasse alcunché ad un laico, fosse pure re o imperatore), Bonifacio decise di emettere un’altra Bolla, che in seguito molti avrebbero preferito non avesse mai scritto:”Unam Sanctam” che, tra le altre cose, affermava “Esiste soltanto una santa, cattolica e apostolica chiesa, fuori della quale non esiste salvezza o remissione dei peccati…Colui che nega che la spada temporale è nel potere di Pietro interpreta erroneamente le parole del Signore:”rimetti la tua spada nel fodero”.Entrambe le spade, la spirituale e la temporale, sono nella potestà della Chiesa. Quella spirituale è brandita dalla Chiesa, quella temporale per la Chiesa. La prima per mano dei preti; la seconda per mano dei re e dei principi secondo il volere e la tolleranza del prete. Una spada deve sottostare all’altra; la materiale sotto la spirituale, così come l’autorità temporale è in generale sotto quella spirituale…..Il potere spirituale deve decidere sul potere terreno e giudicare se sia buono o meno. Come disse Geremia: Guarda, io ti ho messo sopra tutte le nazioni e i regni.” Come ultima pennellata aggiunse:”Noi dichiariamo, annunciamo e stabiliamo che è senza dubbio necessario per la salvezza di ogni creatura assoggettarsi al Romano Pontefice”.

Uno dei consiglieri del re di Francia commentò:”La spada del papa è fatta di parole, quella del mio padrone è d’acciaio.”
Il re diede incarico a Nogaret di fare tutto il necessario per deporre il papa, cosa che Nogaret fece con abilità ed astuzia. Un anno dopo, riunite le sue forze con quelle di Sciarra Colonna e corrotti alcuni guardiani , conquistava d’un colpo e all’improvviso Anagni, roccaforte del papa, che tutto si aspettava meno questo. Pestato e denudato, mentre ripeteva attendendo la morte da Sciarra “ec le col, ec le cape (ecco il mio collo, ecco la mia testa), fu salvato dall’intervento di Nogaret che aveva incarico di portarlo a Lione.

Dopo alcuni giorni di tormento i cittadini di Anagni si ribellarono, temendo di essere colpiti dall’anatema papale e di poter fare la fine di Palestrina, e cacciarono Sciarra e Nogaret, rilasciando il pontefice dalla sua prigionia. Purtroppo (o meglio, per fortuna!) l’uomo era completamente sconvolto e trascorreva il suo tempo sbattendo la testa contro il muro. Secondo quanto riportato morì poco dopo (trentacinque giorni) asserragliato nella sua stanza nel Laterano e solo come un cane (“morieris ut canis” era stata la profezia di Celestino).

(Dalla profezia derivò la breve frase con cui Bonifacio veniva definito: intravit ut volpes, regnavit ut lupus, mortuus est ut canis, ibid.)

La curiosità finale della storia della “Bestia Nera” di Dante, papa eretico, mondano, assassino, etc, etc., è che quando nel 1605 la sua tomba fu spostata ( per completare la nuova Basilica di San Pietro), il sarcofago si ruppe aprendosi ed il suo corpo apparve, dopo tre secoli, perfettamente intatto.
Solo le labbra ed il naso mostravano segni di danneggiamento.
Se fosse stato ammazzato da Sciarra e Nogaret avrebbe persino rischiato di essere fatto santo.

L’esilio in Babilonia (Avignone) e la discesa del papato all’inferno

I problemi del papato non finirono con Bonifacio VIII. Filippo IV di Francia (il Bello, come già detto, ma non so bene perché), non soddisfatto di vedere il suo mortale nemico andare al Creatore, era determinato a dissacrarne la memoria. Benedetto XI (che succedette a Bonifacio) cercando di rabbonire il re, lo assolse da ogni accusa o colpa per quanto era successo al suo predecessore (le beffa di Anagni). Quando un anno dopo anche Benedetto XI° mori, uno scandaloso intrigo condusse all’elezione di Bertrand de Grot, Arcivescovo di Bordeaux, come Clemente V.

Finalmente Filippo poteva disporre di un papa francese, malleabile alla sua volontà.

Clemente immediatamente annunciò ai suoi attoniti aiutanti che lo avrebbero accompagnato oltre le Alpi. La giustificazione era che di Anagni ne aveva abbastanza e che desiderava “non addolorare il nostro caro figliolo, il Re di Francia”. In Francia si sistemò ad Avignone, sotto l’attento occhio di Filippo. Si trattava di una piccola città provenzale sulla riva orientale del Rodano.
Per evitare che Filippo accusasse (post mortem) Bonifacio di frode e di eresia il papa cedette ad ogni sua volontà. Il Re ricevette lodi per il suo comportamento contro Bonifacio e Celestino V° venne canonizzato come San Pietro da Morrone. Il papato subì da questo esilio un colpo quasi mortale e sul trono pontificale si succedettero una serie di soggetti che, semplicemente, senza essere cattivi o buoni, non erano veri papi. (oddio! se pensiamo a qualche precedente erano ottime persone).

Un esempio classico fu Clemente VI (Pierre Roger de Beaufort, monaco benedettino ed arcivescovo di Rouen), eletto nel 1342. Come i suoi predecessori Giovanni XXII e Benedetto XII, anche lui non aveva mai visto l’Italia, ma , a differenza da Benedetto XII che era un vero rompiballe, Clemente sapeva esattamente come vivere e spendere:”Prima di me – disse – nessuno ha mai saputo fare il papa….Se il Re d’Inghilterra volesse far nominare vescovo il suo culo non dovrebbe far altro che chiederlo.”.
In una occasione un’asino si fece strada in pieno concistoro portando un cartello appeso al collo che diceva:”Per favore fai anche me vescovo”. Il Papa la prese in ridere come fece quando ricevette una lettera, sempre durante un udienza concistoriale, che diceva:”Dal Diavolo a Suo Fratello Clemente”.Lui ed i suoi “diavoletti” (i Cardinali) scoppiarono tutti a ridere. Il suo sistema era di concedere sempre più di quello che gli chiedevano ed il suo unico e principale obiettivo era di far tutti contenti. In Avignone tutti stavano bene:musicisti, orefici, artigiani, banchieri, astrologi, ladruncoli, magnaccia e soprattutto le splendide puttane (ed i bellissimi puttani). Alcuni si lamentavano sostenenendo che in Avignone gli dei più adorati erano Bacco e Venere.

Uno dei pochi critici severi era il Petrarca, avvelenato dal fatto che Benedetto XII a suo tempo aveva voluto sua sorella e se l’era presa corrompendo suo fratello Gerardo. Descrivendo , anonimamente per non essere bruciato, la corte di Avignone come “la vergogna dell’umanità, un covo di vizi, una fogna dove è raccolta tutta la sporcizia del mondo. Lì Dio viene disprezzato, solo il denaro viene adorato e le leggi di Dio vengono calpestate. Tutto quanto in quel luogo respira menzogna: l’aria, la terra. le abitazioni e, soprattutto, i letti. “

Papa Clemente soffriva di una indisposizione, ufficialmente diagnosticata come un disturbo renale, ma che in realtà si era beccato in camera da letto. Non era molto discreto nei suoi amori, ma questo faceva parte del suo atteggiamento verso la vita. Era uno che dava tutto quello che poteva, anche a letto. I suoi incontri privati venivano chiamati “Sessioni di indulgenza plenaria”. Però, va detto a suo merito, legittimò tutti i suoi bambini.

Gran parte del suo palazzo era a disposizione dell’Inquisizione, con larghe prigioni e camere di tortura, nelle quali Clemente scendeva ogni tanto per incoraggiare gli inquisitori. Il palazzo papale viene definito da Froissart, diarista francese, “il palazzo più bello e più solido che ci sia al mondo”. Il Papa amava le cose belle in tutto. Tapezzerie spagnole e fiamminghe, vestiti dorati di Damasco, seta toscana, abiti di lana da Carcassonne, piatti d’oro e d’argento. Sospettava che Petrarca avesse scritto quelle cattiverie sui finimenti d’oro dei suoi cavalli, ma non si arrabbiava più di tanto perché solo i morsi erano d’oro. D’altra parte anche se aveva trasformato la Curia in una sorprendente macchina da soldi, Clemente era sempre a corto di denaro. Comprare l’intera città, nel 1348, gli era costato 80.000 fiorini. Egli aveva ridotto anche l’intervallo dei Giubilei a 50 anni così da poterne usufruire durante il suo papato (Bonifacio VIII ne aveva deciso uno ogni 100 anni), guadagnando cifre enormi sui pellegrini che passavano da Avignone nel loro viaggio a Roma. Sia la regina Brigitta di Svezia sia Caterina da Siena (poi fatte sante) scrissero molte lettera al papa pregandolo di tornare a Roma, ma senza alcuna risposta. Il 3 dicembre 1352 un fulmine colpì la basilica di San Pietro, colpendola e fondendo le campane. Tutti pensarono che il papa fosse morto e cominciarono a festeggiare:”E’ morto, il papa è morto e seppellito all’inferno”. I pietosi dissero: beh! ora è finita. I cinici invece: non ce n’è mai abbastanza.

Ci sono state un mucchio di occasioni in cui cattolici hanno detto: il papato ha raggiunto il suo punto più basso, oltre non può scendere. Dante lo disse di Bonifacio VIII, Petrarca del periodo avignonese. Entrambi sbagliavano.

Le pressioni di Caterina da Siena, pallida ed asciutta suora toscana, su Gregorio XI riuscirono a far breccia costringendolo (insieme alle minacce dei romani di eleggere un nuovo papa) a ritornare a Roma , cosa che fece nel 1377. Dei 278 anni trascorsi dal 1100 solo 82 i papi li avevano trascorsi a Roma. E la città eterna ci mise solo pochi mesi a farlo secco.

Alla morte del papa gli elettori si divisero in due fazioni, francese e italiana. I francesi erano determinati ad eleggere uno di loro e dato che il Laterano era bruciato il conclave si tenne in aprile al Vaticano. Fuori, 30.000 romani urlavano come matti:”romano lo volemo”. E, se non romano, doveva almeno essere italiano. I cardinali presenti, non sapendo bene cosa fare votarono per un outsider, Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari (quindi non u romano), ma , per paura della torma di gente, vestirono l’ottantenne cardinal Teobaldeschi in abito papale e lo esibirono alla folla. Un corriere corse a Pisa per comunicare l’elezione di Teobaldeschi (era cardinale a Pisa), dove festeggiarono con fuochi d’artificio. Solo tre giorni dopo venne comunicato a Prignano che il papa era lui, che si insediò sulla sedia papale con il nome di Urbano VI. Napoletano di basso ceto Urbano veniva ritenuto persona facile da manovrare da parte degli astuti francesi. Ma avevano fatto male i conti. Lievemente alcolizzato e soggetto ad attacchi d’ira, il papa odiava le smancerie e voleva riformare i “drogati”, come li chiamava a tutti i costi. In alcune occasioni cercò materialmente di picchiare i cardinali che lo irritavano, trattenuto da Roberto di Ginevra, mentre sbraitava:”Io faccio tutto, assolutamente tutto quello che mi pare”.
Mentre un manipolo di cardinali cercava di trovare un sistema legale di interdirlo, senza riuscirci, scomunicò Re Carlo di Napoli, un vecchio nemico. Poi , imprigionato da Carlo nella fortezza di Nocera, scomunicò, tutti i giorni quattro volte al giorno, tutto l’esercito di Carlo. Liberato dai Genovesi venne visto ubbriaco a Genova, in un giardino, mentre cinque cardinali ribelli venivano torturati in un stanza vicina.

Un gruppo di cardinali francesi, fuggiti ad Anagni, stabilirono che Urbano “non era il papa” e nominaro pontefice Roberto di Ginevra, cugino del Re di Francia, che si fece chiamare Clemente VII. Urbano contrattaccò nominando 26 nuovi cardinali a lui fedeli. Dato che entrambi i papi erano stati nominati più o meno dallo stesso gruppo di cardinali, la situazione era critica. In Inghilterra Wyclif disse:”ho sempre saputo che il papa aveva i piedi biforcuti (allusione al demonio), ora ha anche la testa biforcuta (due papi).”. La confusione era al massimo ed ognuno prese posizione: l’Inghilterra per Urbano, la Francia per Clemente, mentre la cristianità era nel casino e pensava: se nessuno sa chi sia il vero papa, a che cosa ci serve il papato?

Clemente, ad Avignone, si comportava peggio di un puttaniere, dimostrando di essere un vero papa avignonese, dopo aver già dimostrato le sue capacità di bugiardo da cardinale.

Nel 1389 Urbano, il papa che nessuno voleva, finalmente morì. I quattrodici cardinali rimasti a Roma scelsero come successore Bonifacio IX, un assassino e probabilmente il più grande simoniaco della storia. Era in grado di vendere tutto e vendeva tutto. Si diceva che nessuno era in grado di spremere soldi da una santificazione o una canonizzazione meglio di lui. Non capitò mai che mettesse la firma su di un documento senza farsi pagare lautamente. Forse l’unica cosa che non fece pagare fu la scomunica di Clemente, che Clemente ricambiò immediatamente. La situazione era incasinatissima. Brigitta di Svezia venne canonizzata tre volte per essere assolutamente sicuri di averla fatta santa. La cosa andò avanti fino al 1409 , quando in un Concilio, convocato a Pisa, vennero deposti entrambi, Gregorio XII (succeduto a Innocenzo VII, che era succeduto a Bonifacio) a Roma e Benedetto XIII (succeduto a Clemente), come eretici e scismatici. Venne nominato il cardinal Filargi di Milano, con il nome di Alessandro V°. Naturalmente ne Gregorio ne Benedetto furono d’accordo e così, invece di due papi, adesso ce n’erano tre.

Qualcuno suggerì di dividere la triplice tiara in tre parti, qualcun altro di cambiare il “credo” come segue: “CREDO IN TRE SANTE CHIESE CATTOLICHE” . L’unica certezza che uscì dal Concilio di Pisa era che il papa nominato non era il vero papa. Comunque ora c’erano TRE infallibiki papi, tutti invocanti la suprema autorità sulla Chiesa, tutti scomunicanti solennemente gli altri due e tutti minacciando di convocare un Concilio in tre posti diversi.

A questo punto (1410 ca.) i personaggi del dramma erano:
Angelo Corrario, Gregorio XII, veneziano di circa novant’anni, scelto dai romani perché “troppo vecchio per essere corrotto”: Il papa provvide a smentirli immediatamente impegnando la sua tiara per pagare i debiti di gioco e vendendo tutto quello che poteva. Sia quello che c’era sia quello che non c’era, arrivando a vendere Roma al Re di Napoli.
Pietro di Luna, isterico spagnolo nominato dagli avignonesi. Era quello che contava meno, in quanto abbandonato anche dal Re di Francia. Prestò se ne tornò in Spagna, dove scomunicò tutti, l’intera Chiesa ed i fedeli, sostenendo fino all’ultimo di essere il vero papa.
Baldassarre Cossa, Giovanni XXIII, un soave cardinale che era succeduto ad Alessandro V e rappresentava l’ obbedienza pisana . Si riteneva che non si fosse mai confessato e comunicato, che non credesse nell’immortalità dell’anima e nella risurrezione della carne e qualcuno riteneva che non credesse in Dio. Era conosciuto per essere un ex-pirata, un avvelenatore (il povero Filargi), uccisore di massa, fornicatore assoluto con una predilezione per le suore, adultero su scala fino ad allora sconosciuta, simoniaco per eccellenza, ricattatore, magnaccia e maestro di trucchi sporchi.

All’epoca della sua elezione era un diacono. Venne ordinato prete un giorno e fatto papa il giorno dopo.

Quando fu eletto un altro Giovanni XXIII, nel 1958, molte cattedrali cattoliche dovettero rimuovere il Giovanni XXIII del XV secolo dalle loro liste di papi.

Un concilio, un papa imbarazzante ed il problema del papato

Il vento favorevole della buona sorte di Cossa girò con Sigismondo, l’imperatore di fatto in quel momento (venne nominato solo nel 1433), che lo anticipò convocando un Concilio con il precipuo scopo di ridurre il numero dei papi in circolazione. Il posto era la città fortificata di Costanza, sul lago omonimo, situata in Germania più o meno al confine con la Svizzara e la data era il 1414 (durò fino al 1418). Nel giro di pochi mesi il numero degli abitanti della ridente cittadina salì da seimila a sessantamila e poi a centoventimila.

Quando il clero si riuniva era cosa saggia scegliere un posto vicino all’acqua, fosse fiume, lago o mare, anche al fine di potersi liberare facilmente dei cadaveri. Il Lago di Costanza ne ricevette oltre cinquecento mentre il Concilio era in sessione; anche il Reno conserva molti segreti. Un’altra necessaria caratteristica era che il luogo della riunione fosse ampio abbastanza da sistemare il grande numero di prostitute che scoprivano subito come il clero avesse bisogno dei loro servizi assai più dei militari e pagasse molto meglio. All’epoca del Concilio si calcola che in Costanza ce ne fossero 1200 che lavoravano a tempo pieno.

Il giorno di Tutti i Santi del 1414 Giovanni XXIII, quarantottenne pirata rivestito d’abiti dorati, celebrò messa e pregò aprendo ufficialmente il Concilio. Erano presenti trecento vescovi, circa trecento teologi ed un gran numero di cardinali.

Il rettore dell’università di Praga, Huss, a cui Sigismondo aveva garantito un salvacondotto, venne immediatamente arrestato su ordine di Cossa e regolarmente imprigionato. Era una lezione per tutti, specialmente per Papa Benedetto (soprannominato “benefictus”, ossia falso) e Papa Gregorio (chiamato “errorius”, cioè sbaglio).

Giovanni XXIII aveva preso un rischio nel traversare le Alpi ed entrare nel territorio controllato dall’imperatore, ma aveva in tasca abbastanza voti da sentirsi sicuro. C’erano più vescovi italiani che tutti gli stranieri messi insieme. Quello che lo rovinò fu il fatto che il Concilio decise di votare per nazione invece che per “testa”. La sua maggioranza venne immediatamente spazzata via e Sigismondo, arrivato a Costanza il giorno di Natale, gli ordinò di dare le dimissioni.

Cossa prese visione dell’atto di accusa rivoltogli che conteneva un ricco campionario delle sue “colpe” (dovevano aver raccolto la testimonianza di tutte le Maitresses d’Europa) e, sentite le richieste inglesi di bruciarlo per eresia, decise di mollare, a patto che gli altri due papi facessero lo stesso. Travestito da sposa lasciò Costanza di notte, pensando che senza papa non si potesse tenere il Concilio. Nel gruppetto di cardinali che lo seguirono e raggiunsero nel suo nascondiglio a Schaffausen c’era anche Oddo Colonna, che poi sarebbe diventato papa, a cui fecero subito seguito le guardie imperiali che lo catturarono e ricondussero indietro a far fronte alle accuse.

Il Concilio assunse piena autorità e fece quell’unanime dichiarazione che condizionò la Chiesa sin d’allora:”Il Santo Concilio di Costanza…dichiara, primo, che è riunito nel nome dello Spirito Santo, che costituisce un Concilio Generale rappresentante la Chiesa cattolica e che, di conseguenza, trae la sua autorità direttamente da Cristo; che tutti gli uomini di ogni rango e condizione, compreso il papa stesso, sono tenuti ad obbedirgli in materia di fede, di conclusione di uno scisma e di riforma della chiesa di Dio sia nel suo capo, sia nei suoi membri.”

Enea Silvio Piccolomini , Pio II, scrisse:”Nessuno può in alcun modo dubitare del fatto che un Concilio sia superiore ad un papa”. Perché qualcuno dovrebbe dubitarne? L’insegnamento più antico della Chiesa afferma che un Concilio Generale è supremo in fede e disciplina. Sulla base di questo più di un papa è stato condannato per eresia.

Il Concilio cominciò con il deporre Benedetto, che era già scappato a Peñiscola. Giovanni XXIII fu il prossimo. Egli si rifiutò di cedere, ma i Padri Conciliari, pur ammettendo che lui era il vero papa stabilirono che la chiesa era più importante del papa, e, riducendo le accuse da 54 a cinque, lo condannarono.
Gibbon in The Decline and Fall rileva:”Le accuse più scandalose furono soppresse; il Vicario di Cristo venne accusato solo di PIRATERIA, ASSASSINIO, VIOLENZA CARNALE, SODOMIA ED INCESTO”. Era ben noto che l’unica forma di esercizio fisico che il papa faceva era quella a letto. L’assoluzione dal crimine di eresia deriva probabilmente dal fatto che Cossa non aveva mai mostrato abbastanza interesse per la religione da poter essere classificato come eterodosso.

Il 29 marzo 1415 i sigilli del papa vennero frantumati con un martello ed a lui, in considerazione del rispetto dovuto ad un ex-papa, vennero comminati solo tre anni di prigionia.

Il povero Huss, innocente, serio, casto, incorruttibile venne invece ingiustamente bruciato sul rogo da stupidi domenicani che non avevano nemmeno mai letto le sue opere.

Infine il novantenne Gregorio XII, dopo aver ufficialmente convocato un Concilio che era già riunito da molti mesi, diede le dimissioni.
Ora tutti i tre papi erano stati sistemati per le feste.
Non essendoci accordo tra Sigismondo, che voleva riformare la Chiesa prima di nominare un papa (pensava che nussun papa poteva farlo), Enrico V d’Inghilterra ed il re di Francia, venne nominato papa Oddo Colonna, che assunse il nome di Martino V. Il Colonna , che aveva la carica di diacono, ricevette i voti sacerdotali due giorni dopo essere diventato papa.
Martino, che non aveva nessuna voglia di riformare qualcosa, fece di tutto per andarsene prima possibile da Costanza e tornare a Roma. Di fatto , non appena Cossa venne rilasciato dalla sua confortevole prigione ad Heidelberg e ritornò a Firenze, Martino provvide subito a farlo vescovo di Frascati e ardinale di Tuscolo, riinsediando nel clero questo assassino e violentatore confesso.

Il desiderio di Martino di ritornare a Roma, sciogliendo il Concilio, era anche determinato dal cercare a tutti i costi di evitare che il Concilio assumesse decisioni che in qualche maniera sminuissero la sua autorità.
La questione sarebbe rimasta irrisolta e sospesa, almeno per quanto attiene ai papi, fino al Primo Concilio Vaticano, quattrocentocinquanta anni dopo, che sostenne che credere nella supremazia e nell’infallibilità papali è indispensabile per la salvezza dell’anima.
C’è da chiedersi cosa sarebbe successo se questo dogma dell’infallibilità e della supremazia papale fosse esistito prima del Concilio di Costanza. Probabilmente l’assenza di questo “principio”, attualmente centrale per il cattolicesimo romano, salvò la Chiesa dal papato in quel momento cruciale.

In realtà Costanza non salvò la Chiesa. Si concluse senza una singola seria riforma e nel giro di poche settimane dal ritorno a Roma, Martino aveva già rimesso in moto il normale andazzo curiale.
L’intera cristianità era preoccupata. Nel decimo secolo, malgrado tutti quei papi adolescenti, adulteri, traditori ed assassini, il papato era un fenomeno locale. Il capo di una potente famiglia romana metteva sul trono papale il suo amato figliolo, che durava giorni, mesi o anni, per essere poi eliminato da una famiglia rivale.
Ma dall’undicesimo secolo, con Gregorio VII, il papato aveva imposto il suo marchio sulla cristianità e predisposto un controllo quasi completo sull’intera chiesa. La corruzione raggiunse livelli mai visti. Lo storico T.A.Trollope, nel suo libro “I Conclavi Papali”, afferma: “Poche elezioni papali, se pure ce n’è qualcuna, sono state men che simoniache…L’invenzione del Sacro Collegio è stata, assolutamente, forse la più feconda sorgente di corruzione della Chiesa.” Molti cardinali si recavano ai conclavi in Roma con i loro banchieri e portando i loro oggetti di maggior valore. Se venivano eletti papa la torma romana invariabilmente saccheggiava le loro abitazioni portandosi via tutto.

Rarissimamente erano scelti per le loro opere religiose e, quasi tutti, dovevano l’elezione ad intrighi e scambi di favori. In epoca rinascimentale tutti quanti avevano le loro “compagne” e amanti. Una volta eletti papi cercavano solo di arricchire se stessi e la propria famiglia. Uno di loro, Clemente IV, un vedovo, nel 13° secolo vendette migliaia di italiani del sud a Carlo d’Angiò in cambio di un tributo di 800 oncie d’oro.
La Curia era composta da uomini che avevano pagato per avere il posto e assolutamente dovevano recuperare i loro soldi, cosa che facevano con tutti i mezzi possibili, scomunica compresa. Era la Curia che stabiliva le tariffe della simonia e c’era un prezzo per tutto, parrocchia, abbazia, indulgenza, etc. Nel sedicesimo secolo intere diocesi erano vendute dai vescovi per recuperare soldi e di alcune si conoscono persino gli acquirenti (in genere banchieri, come i Fuggers in Germania). Le dispense papali erano un’altra fonte di denaro: dispense per la quaresima, dispense per sposarsi tra consanguinei,dispense per non andare a messa. Nel periodo rinascimentale il clero era incredibilmente corrotto, ignorante e puttaniere. Sembra che il peggior insulto per un erudito laico fosse di essere chiamato “prete”.

Nel 1432, malgrado gli sforzi disperati della Curia per evitarlo, un Concilio di vescovi si tenne a Basilea che decise quanto segue:
Da ora in avanti tutte le nomine ecclesiastiche devono essere eseguite secondo i canoni della Chiesa; tutte le simonie devono cessare. Da ora in avanti tutti i preti, di qualsiasi rango, devono liberarsi delle loro concubine e chiunque non lo faccia entro due mesi, fosse pure il vescovo di Roma (il papa), verrà privato del suo ufficio….l’amministrazione ecclesiastica dovrà cessare di dipendere dal capriccio palale…gli abusi di bandi e scomuniche da parte dei papi dovranno cessare…la curia romana, e cioè i papi, dovranno cessare di chiedere compensi per gli incarichi religiosi…il papa non dovrà pensare alle ricchezze mondane a solo a quelle del mondo che verrà.
Si trattava di roba forte…troppo forte. Il papa regnante, Eugenio IV, convocò un proprio Concilio a Firenze, che stabilì che :”Basilea era un covo di mendicanti,….apostati, ribelli blasfemi, uomini colpevoli di sacrilegio e che, senza eccezione, meritavano di essere cacciati indietro all’inferno al quale appartenevano.”
Occorre ricordare che questo è anche il secolo di Sisto IV e di Rodrigo Borgia (Alessandro VI).

Segue

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: