Fisicamente

di Roberto Renzetti

L’approssimarsi della tempesta

Nel quindicesimo secolo non una voce si levava in difesa del papato e, con uomini come Francesco della Rovere sul trono, non è difficile immaginare perché.
Francesco divenne Sisto IV nel 1471. Aveva diversi figli, chiamati, secondo il costume dell’epoca, “i nipoti del papa”. Sisto concesse a tre nipoti ed ad altri sei parenti il cappello cardinalizio. Tra i vari beneficiari c’era anche Giuliano della Rovere, futuro Giulio II.

Il favorito di Sisto era Pietro Riario, che lo storico Theodor Griesinger ritiene fosse figlio suo e della sorella. Di sicuro il neo papa dimostrava un’allarmante affetto per il ragazzo. Tanto da nominarlo vescovo di Treviso, cardinale arcivescovo di Siviglia, patriarca di Costantinopoli, arcivescovo di Valencia e, da ultimo, arcivescovo di Firenze (dove risiedevano i suoi mortali nemici: I de Medici)

Fino a quel momento Pietro, che era stato un semplice francescano, ogni anno cuoceva il proprio unico saio per eliminare i parassiti.
Diventato cardinale cambiò radicalmente. Si trasformò in uno spendaccione su larga scala, in un donnaiolo, che manteneva amanti nella ricchezza più sfrenata, tanto da far preoccupare persino i diaristi dell’epoca. Morì giovane completamente scoppiato dai vizi.

Opera di Sisto fu la cappella che porta il suo nome (Cappella Sistina), nella quale attualmente avvengono tutte le elezioni papali. Da ricordare il fatto che la predetta Cappella Sistina ne ha viste di tutti i colori: dai cardinali che bivaccavano, si pestavano e si intrattenevano sino ai cavalli di Napoleone, che la utilizzò come stalla.

Sisto fu anche il primo papa a concedere una licenza “legale” ai bordelli di Roma, che gli portavano trentamila ducati all’anno in imposte, ed a concedere ai preti di tenersi una compagna contro pagamento di un’apposita tassa. Un’altra fonte di guadagno era quella rinveniente dai permessi concessi ai ricchi di consolare certe signore in assenza dei mariti. Ma era nel campo delle indulgenze che Sisto mostrò tutto il suo genio: egli fu infatti il primo che pensò di poterle liberamente applicare ai morti. Questo costituì una illimitata fonte di guadagno alla quale nessuno dei suoi predecessori, neanche i più avidi, aveva mai pensato.
La cosa aveva implicazioni teologiche straordinarie perché il papa, creatura di carne e sangue, affermava di avere potere nella regione della morte. Anime tormentate per il loro peccaminoso comportamento da viventi, potevano ora essere liberate dai tormenti del Purgatorio sulla sola parola del papa, posto che i loro affezionati e religiosi familiari pagassero la giusta mercede. Chi si sarebbe rifiutato di compiere un atto di carità cristiana verso le persone amate? Padri, mariti, amanti, parenti, tutti cercavano di tirare fuori dal purgatorio i loro cari spendendo quanto necessario.

Con la minaccia e la descrizione di luoghi orribili (il purgatorio era rappresentato come luogo di sofferenza) tutti erano indotti a credere che il perdono papale avrebbe condotto i loro cari in paradiso. Il potenziale di corruzione era enorme. In precedenza buona parte del reddito della Curia e del papato proveniva dal commercio di reliquie, che, peraltro, non erano inesauribili anche se facilmente falsificabili. La grandezza di Sisto risiede nel suo essere riuscito a scovare un bene assolutamente illimitato e non consumabile, il cui prezzo poteva essere adattato a tutte le borse e che non costava assolutamente nulla. Ai fedeli non era richiesto pentimento, preghiera o altro, solo il pagamento del controvalore (adattabile alle possibilità di ciascuno).

L’invenzione del Purgatorio, del quale non esiste citazione alcuna nelle scritture sacre, era elemento sostanziale di questo fruttuosissimo commercio papale. La semplice riflessione che se il papa può liberare un anima per denaro, la può ben liberare anche senza denaro, se ne può liberare una , le può anche liberare tutte e , se non lo fa, è un mostro tiranno – come giustamente rilevò Simon Fish (A Supplicacyion for the Beggars- 1529) , pareva non venire eseguita da alcuno.

Tanto per peggiorare le cose,come già detto, nel 1478 Sisto pubblicò anche la Bolla che istituiva l’Inquisizione nella Castiglia. Nel 1482 duemila eretici furono bruciati nella sola Andalusia.

Sisto morì nel 1484 e qualcuno disse, dato il temperamento guerrafondaio dimostrato dal papa, che era stato ucciso dalla pace.

Il suo successore, Innocenzo VIII, provvide ad emettere la Bolla Spagnola contro gli ebrei, che , secondo quanto detto da “Il Dizionario Cattolico” provvide a fornire lavoro all’Inquisizione per secoli. Malgrado le richieste crescenti decise di non fare nulla contro il concubinaggio del clero, tanto che qualcuno, ironizzando, scrisse:”Sua Santità si alza la mattina dal suo letto di puttane per aprire e chiudere i cancelli del Purgatorio e del Paradiso”. In punto di morte sembra abbia fatto sperimentare su di sè (dal suo medico ebreo, che lui credeva avesse magici poteri) la trasfusione del sangue di tre giovani (tutti morti inutilmente, anche se lautamente pagati “da vivi”, perchè appena morti Burchard, suo segretario, si riprese i denari). Ma non eravamo ancora arrivati in fondo all’abisso.

Si ritiene che il catalano Rodrigo Borgia abbia commesso il suo primo omicidio quando aveva dodici anni, uccidendo a pugnalate un coetaneo. Non sembra avesse alcuna riservatezza nemmeno per quanto riguarda le faccende amorose, ma, sfortunatissimo, suo zio era il pontefice Callisto III, che provvide, nel 1456, a nominarlo arcivescovo di Valencia, la più importante diocesi spagnola.
Rodrigo era già famoso per fare sesso indifferentemente con una signora e le sue due bellissime figlie (una delle quali era la sua amata Vanozza Cattanei)

Richiamato a Roma per diventare cardinale, a ventisei anni, e vice cancelliere della Chiesa un anno dopo, non potendo sostenere il dispiacere dalla lontananza dalle sue amanti le sistemò a Venezia.
Alla morte dello zio il nuovo papa, Pio II, gli ruppe un poco le balle ironizzando sul fatto che “gli si addiceva non aver altro in testa che piaceri voluttuosi”, ma , nel complesso, Rodrigo superò il regno di ben quattro papi, riuscendo a farsi eleggere nel 1492 con il nome di Alessandro VI, dimenticandosi tra l’altro che Alessandro V era stato inserito tra gli antipapi e quindi ufficialmente “non esisteva”.

Nella lotta per l’elezione venne spesa una vera fortuna. Sul della Rovere erano stati impegnati 200.000 ducati dalla Francia e 100.000 da Genova, ma il Borgia , pur spendendo fino all’ultimo quattrino riuscì a prevalere.
Si dice che dopo l’elezione, Giovanni de Medici abbia detto al Cardinal Cibo:”Ora siamo nelle grinfie del lupo più selvaggio che il mondo abbia mai visto. O scappiamo o lui, senza dubbio alcuno, ci divorerà.”. Il cardinal della Rovere fuggì immediatamente, per ritornare solo dieci anni dopo, quando il Borgia era già morto.

Del Borgia si sa quasi tutto, delle sue amanti, dei suoi molti figli (quasi tutti regolarmente riconosciuti, bisogna dirlo), della sospettata relazione con sua figlia Lucrezia e del feroce e crudelissimo Cesare, modello del Machiavelli per “il Principe”

Sembra che Alessandro avesse intenzione di condurre Cesare fino al papato, con le varie nomine a vescovo, a cardinale e con le ripetute Bolle emanate al fine di regolarizzarne la posizione pubblica.

Ma Cesare doveva essere troppo anche per il padre, tanto che sembra che anche la morte di Alessandro conseguisse ad un erroneo tentativo di avvelenamento (erroneo perché non diretto al padre) che Cesare sbagliò.

Gli anni del papato del Borgia, a rileggerne la sequenza e gli eventi che si verificarono nel loro corso, hanno un qualcosa di estremo, di “off limits” , del genere di quell’orologio che pubblicizzano in tv. Tutto era portato all’eccesso: gli omicidi, gli avvelenamenti, le orgie, i rapporti incestuosi, la sifilide e le malattie veneree, i mariti ammazzati perché inutili o fastidiosi. Insomma un mondo di viziosi violenti dei quali Rodrigo non era certamente il peggiore.
Le questioni politiche di potere condizionavano poi anche la pubblica verità, come quando per poter far risposare Lucrezia (per ragioni politiche) Alessandro cercò di far annullare il precedente matrimonio con Giovanni Sforza per “matrimonio non consumato per impotenza del marito”. Tutta Roma ne rise per mesi dato che lo Sforza rifiutò di cooperare, affermando la consumazione abbondante, la sua virilità ed offrendo anche pubbliche dimostrazioni, mentre Lucrezia era conosciuta come “la più gran puttana che Roma abbia mai conosciuto”. La morte di Alessandro per avvelenamento fu orrenda ed il cadavere fu descritto dall’ambasciatore Giustiniani, veneziano, “come il più orribile, mostruoso e brutto corpo morto che si sia mai visto, senza ogni forma o apparenza di umanità”. Qualche ora dopo la morte il corpo esplose vapori sulfurei da tutti gli orifizi ed era tanto puzzolente che fu difficile trovare qualcuno che lo mettesse nella bara e lo trasportasse in San Pietro, da dove, peraltro, fu espulso nel 1610 (ora è deposto nella Chiesa Spagnola di Via di Monserrato).

L’inevitabile Riforma

Poco dopo il Borgia (nell’intervallo ci fu Pio III) salì sul trono papale Giulio II, uno degli uomini più rimarcabili della storia. Era un francescano genovese, alto, di bella presenza e sifilitico. Pagò per essere eletto centinaia di migliaia di ducati e, subito dopo, decretò che chiunque corrompesse nel corso di un Conclave doveva essere deposto.
Uomo atletico, egli portava sempre con se un bastone con il quale colpiva chiunque gli rompesse le scatole. La religione per lui non era neanche un hobby e la sua quaresima consisteva in pranzi con trote, lamprede, tonno ed il miglior caviale.
Viene ricordato anche come un patrono delle arti e l’essere riuscito a convincere Michelangelo a produrre le decorazioni della Cappella Sistina va sicuramente a suo merito (Michelangelo rifiutò il primo incarico e, dopo essere fuggito a Firenze, accettò solo nel 1508, due anni dopo e soltanto perché Giulio II lo costrinse).
Probabilmente Michelangelo non amava particolarmente dipingere e , ritenendosi uno scultore, pensava che in un opera del genere non avrebbe potuto esprimersi al meglio. Persino dalle “ricevute” da lui redatte traspare questa sua opinione: “Io, Michelangelo Buonarroti, scultore , ho ricevuto 500 ducati in acconto….per dipingere la volta della Cappella Sistina” In quattro anni l’artista riempì quasi 500 metri quadri di volta con oltre 300 figure.Lo stare sempre disteso gli fece venire il gozzo, gli irrigidì la spina dorsale e la sua barba si fuse con i peli del torace.
La sua opera creò un nuovo Vaticano.

Giulio però amava la guerra ancora più dell’arte e gli piaceva condurla personalmente. Era un ottimo stratega e, malgrado fosse così consumato dalla sifilide da non poter offrire il piede da baciare “quia totus erat ex morbo gallico ulcerosus”, andava a cavallo in armatura guidando il suo esercito una volta tanto non per la famiglia ma per il papato. Sembra fosse sua l’espressione, nel corso dell’assedio di Morandola, allora in mani francesi, “Vediamo chi ha le balle più grosse, se il re di Francia o il papa”. E non si riferiva alle palle di cannone.
Era, peraltro, anche un donnaiolo impenitente (ancora da cardinale aveva già avuto tre figlie)

La sua irritazione per non ricevere il richiesto supporto nelle campagne militari lo condusse a preparare una Bolla contro Luigi XII di Francia, nella quale lo privava del regno sostituendolo con il pio Enrico VIII (allora soprannominato “defensor fidei”, ma cambiò completamente parere quando gli proibirono di divorziare) d’Inghilterra, che fortunatamente la morte gli impedì di pubblicare.
Probabilmente la sua Bolla avrebbe reso protestante anche la Francia, come poi avvenne con l’inghilterra.
Giulio II, alias Giuliano della Rovere, morì nel 1513.

Alla nuova elezione il cardinal Farnese corse fuori dal conclave urlando a squarciagola:”Palle! Palle!”. Era il riferimento ai “palli” dello stemma de’Medici. Sembra che fossero tutti stupefatti, perché era una scelta imprevista.
Giovanni de Medici aveva solo 38 anni ed essere figlio di Lorenzo il magnifico e di una Orsini doveva essere stato un vantaggio non da poco.
A sette anni, epoca della sua prima comunione, venne fatto abate. A otto il Re di Francia lo volle arcivescovo di Aix en Provence; fortunatamente qualcuno controllò e riscontrò che c’era già un arcivescovo ad Aix. Per compensazione il Re lo fece priore di Chartres. A undici diventò abate di Monte Cassino. A tredici anni divenne il più giovane cardinale di ogni epoca, pur non eguagliando il primato di Benedetto IX, che diventò papa ad undici anni.

Persino Innocenzo VIII, che non era di mentalità ristretta, ebbe degli scrupoli a portarlo nel Sacro Collegio prima dei vent’anni e pretese che trascorresse tre anni di prova apprendendo teologia e canone ecclesiastico.

All’epoca della sua elezione Giovanni “faccia di pasta” era grasso, miope con gli occhi a palla e, per ragioni all’inizio non ben chiare, casto. Non aveva ne amanti ne “nipoti” ( o bastardi). La ragione era probabilmente la sua omosessualità. Guicciardini afferma che il papa era eccessivamente dedito ai piaceri della carne, specialmente a quelli che, per decenza, non possono essere menzionati.

Quando il Concilio iniziò Giovanni era malato e dovette esserVi trasportato in barella, cosa che portò alle stelle le sue possibilità di nomina. Gli elettori avevano anche altre ragioni per votarlo: egli soffriva di ulcere croniche sulla schiena ed i frequenti interventi chirurgici (per la loro capacità infettiva) avrebbero dovuto mandarlo all’altro mondo quanto prima. Malgrado tutto ciò, Leone era davvero un carattere brillante e vivace. Le sue prime parole come papa furono dirette a Giulio de Medici, suo cugino illegittimo:”Ora posso veramente divertirmi.”Toltosi il cappello cardinalizio lo passò al cugino con le parole:”Per te, cugino mio” e si mise la tiara papale (Tra l’altro Giulio ne fece buon uso diventando papa con il nome di Clemente VII, uno dei papi più disastrosi).

Invece di dar via tutto per seguire Cristo, Leone prese per se tutto ciò che poteva in nome di Cristo. Giocatore incallito e spendaccione si diceva obbedisse a Gesù in una cosa sola: nel non darsi pensiero del domani. Era l’unico tipo di papa con cui i romani si sentivano a proprio agio. Spendeva tutto con loro, invece di spremerli come limoni per fare stupide guerre, come quel maniaco di Giulio II.

Era un epoca di sfarzo senza paragone. Il Cardinal Cornero dava pranzi di 65 portate , ciascuna delle quali era composta da tre differenti piatti. Durante il Carnevale si trascorrevano giornate intere gozzovigliando, assistendo a spettacoli e facendo balli mascherati.
Leone stipendiava direttamente 683 cortigiani, molti giullari, un orchestra, un teatro permanente (specializzato in Rabelais) e pagava il mantenimento di un gran numero di animali selvaggi, dei quali il suo preferito era un elefante bianco, donatogli da Re Emanuele del Portogallo.
Leone manteneva alla Magliana una residenza di caccia che non aveva nulla da invidiare a Castel Gandolfo e spendeva cifre tali (prendendole spesso in prestito da banchieri ad interessi usurari del 40%) che tutti i bordelli di Roma (c’erano 7.000 prostitute registrate su di una popolazione di 50.000 persone) non riuscivano a rendergli abbastanza da andare in pari. La sifilide , come disse appunto il sifilitico Benvenuto Cellini, “era frequentissima tra i preti”.
Per fare più soldi Leone si inventò nuove cariche da vendere, quadruplicandole rispetto a quelle esistenti con Sisto IV. Era sua consuetudine metterle all’asta per ricavarne di più. Ci furono anche tentativi di assassinio da parte di alcuni cardinali che lo volevano morto (v. Cardinal Petrucci di Siena, attraverso l’opera del medico Battista de Vercelli), andati regolarmente a monte. Nel 1517 arrivò al punto di formalizzare la vendita delle indulgenze, divulgando addirittura un apposito tariffario, la TAXA CAMARAE, che sembrano concedere indulto e perdono per quasi ogni immaginabile crimine.

Nel corso del suo papato, e sempre per ragioni di soldi, scoppiò il “casino tedesco”. La vendita al Principe Alberto di Hohenzollern, già vescovo di Magdeburgo e Halbertstadt, delle diocesi di Mainz e della Primazia Tedesca, contro un fortissimo prestito da parte dei banchieri Fuggers, portò Leone ad elaborare un piano di rientro per il debito contratto da Alberto con lui, mediante un’ulteriore vendita di indulgenze. L’incarico venne materialmente affidato al domenicano Tetzel (che ne traeva il suo personale guadagno) che , venditore abilissimo, riusciva a smerciare indulgenze per tutto (pare che qualcuno abbia venduto anche un’indulgenza così potente da rimettere i peccati persino a chi avesse violentato la Vergine Maria).

L’eccesso vergognoso portò Lutero a reagire inchiodando le sue “Novantacinque Tesi sulle Indulgenze” sulle grandi porte del castello di Alberto a Wittenberg.
Martin Lutero, d’altra parte, non era certo il primo a criticare il papato. A parte tutti gli episodi precedenti è da ricordare il rifiuto inglese di ospitare Innocenzo IV (1243-54, allora in fuga da Federico II), giustificato dagli Inglesi “perché la dolce inghilterra non avrebbe potuto sopportare il tanfo della Corte papale.” e l’icredibile lettera di ringraziamento di Innocenzo (materialmente scritta dal cardinal Hugo) al popolo di Lione (che lo aveva invece ospitato) : Durante il nostro soggiorno nella vostra città, noi (la Curia Romana), siamo stati di caritevole assistenza per voi. Al nostro arrivo c’erano soltanto tre o quattro sorelle dell’amore, mentre alla nostra partenza vi abbiamo lasciato , per così dire, un bordello che si estende da una parte all’altra della città (dalla porta occidentale alla porta orientale).”

Nello stesso secolo (milleduecento) San Bonaventura, cardinale e generale dei francescani, paragonò Roma alla meretrice dell’Apocalisse, anticipando Lutero di trecento anni. Questa Puttana, egli disse, rende i Re e le nazioni ubbriache con la sua puttanaggine. Dichiarò anche di non aver trovato in Roma altro che lussuria e simonia, persino nei gradi più alti della Chiesa. Roma corrompe i prelati, che corrompono i preti, che corrompono il popolo.
Dante spedì all’inferno papa dopo papa e torme di prelati.
Il vescovo Alvaro Pelayo, aiuto papale ad Avignone, suggerì che la Santa Sede avesse infettato con il veleno dell’avarizia l’intera chiesa:”Se il papa si comporta così, dice il popolo, perché noi dobbiamo fare diversamente?”
In un giorno normale Giovanni XXII, capo di Pelayo, scomunicò un patriarca,cinque arcivescovi, trenta vescovi e quarantacinque abati. Il loro crimine era di essere in ritardo sulle tasse da pagare al papa. Il Machiavelli scrisse (più o meno, è una citazione a memoria) :”Gli Italiani hanno un gran debito verso la Chiesa Romana ed il suo Clero. Attraverso il loro esempio, noi abbiamo perso la vera religione e siamo diventati completi atei. Prendetela come una regola, più vicina una nazione è a Roma, meno religione c’è.”
Caterina da Siena disse a Gregorio XI che non aveva bisogno di visitare la Corte papale per sentirne l’odore: “La puzza della Curia, Santità, ha da lungo tempo raggiunto la mia città.”
Una delle probabili ragioni dell’enorme numero di prostitute in Roma era che in nessun altra città c’era un maggior numero di celibi. I conventi erano spesso anche bordelli e le donne portavano con se un coltello, quando andavano a confessarsi, per proteggersi dal confessore. Erasmo (sedicesimo secolo) scrisse una storiella nella quale Giulio II cerca di entrare in paradiso ed incontra San Pietro, che non lo riconosce. Giulio si leva l’elmetto e mostra la tiara, ma San Pietro è sempre più sospettoso. Finalmente Giulio alza le chiavi papali sotto il naso di San Pietro. L’apostolo le esamina e scuote la testa dicendo:”mi spiace , ma qui in paradiso non vanno bene per nessuna porta.”

Nel 1520 Lutero viene scomunicato da papa Leone. Lutero si appella al Concilio Generale che per venticinque critici anni sia il papa sia la Curia si rifiutano di convocare.
Solo nel 1545 Paolo III (soprannominato “il cardinal sottana”), su pressione del Contarini e di altri uomini di fede, convocherà il Concilio di Trento, che pur salvando la Chiesa , facendo emergere individualità di spicco nella fede e trasformandone i criteri etici, concretizzò lo scisma in atto.

Trento confermò l’enorme potere papale, a scapito dell’indipendenza dei vescovi, e divise definitivamente cattolici e protestanti. Una delle conseguenze fu che per trecento anni non si tennero altri Concili.
La cosa curiosa è che Lutero non aveva inizialmente l’intenzione di uscire dalla Chiesa, ma quando un papa cretino come Leone X lo scomunicò anche per aver detto:”bruciare gli eretici è contro la volontà dello Spirito Santo”, non aveva altre alternative ragionevoli, essendo quello che era. Calvino seguì poco dopo, introducendo la riforma in Ginevra nel 1541. Il protestantesimo si difuse a macchia d’olio senza che la Curia Romana si rendesse chiaramente conto delle conseguenze del proprio atteggiamento.

Nel 1555 apparve un nuovo pontefice, in un Cristianesimo che stava virtualmente esplodendo, più cieco e più sordo dei precedenti e con l’idiota convinzione di essere Gregorio VII redivivo.

Era quel cretino di Paolo IV.

Il crepuscolo del potere

Di lui i romani dicevano che se sua madre avesse previsto il suo futuro lo avrebbe strangolato nella culla. L’uomo era Gian Pietro Carafa, la collera di Dio incarnata, che diventò Paolo IV (1555-9). L’ambasciatore fiorentino lo descrisse come un uomo d’acciaio che sprizzava scintille anche dalla dura pietra su cui camminava. L’obbedienza che richiedeva a tutti era assoluta ed immediata e persino gli storici cattolici trovano difficile dire qualcosa di caritatevole su di lui.
Tormentato dai reumatismi, ma elastico nei gesti, Paolo era alto, dalla testa grossa e conica, dall’aspetto selvaggio e con la voce crepitante e catarrosa che induceva rispetto e paura.
Spesso, nella foga che lo invadeva, gli capitava di colpire involontariamente quelli che gli stavano accanto.

Nella sua Bolla “Cum apostolato officio” stabilì inequivocabilmente di essere il “Pontifex Maximus” depositario dell’assoluto potere di deporre qualsiasi monarca, di disporre di ogni nazione e di privare chiunque dei suoi possessi senza processo. Chiunque avesse offerto aiuto a persona da lui “deposta” sarebbe stato scomunicato.
Nel 1559 l’ambasciatore inglese Edward Carne si presentò davanti al papa per informarlo che Elisabetta Tudor, figlia di Enrico VIII (il pio) e di Anna Bolena, aveva seguito Maria sul trono d’Inghilterra.
Paolo odiava per principio tutte le donne, seguendo le orme dell’Aquinate (Tommaso), che riteneva che le donne fossero uomini “abortiti”, ma aveva avuto un debole per Maria, visto come aveva trattato i resti del padre Enrico (li aveva disinterrati e bruciati come eretici), proseguendo quindi con il far bruciare oltre duecento protestanti.

Elisabetta era un affare differente. Il pontefice chiese a Carne se Elisabetta si rendeva conto che l’Inghilterra era una proprietà della Santa Sede fino dall’epoca di Re Giovanni? Sapeva che un illegittima non può ereditare? Non aveva letto la sua ultima Bolla? Capiva che era pura audacia la sua di pretendere di governare l’Inghilterra, che apparteneva di diritto al papa? No, non poteva permetterle di continuare. Forse se la bastarda, l’usurpatrice, l’eretica avesse rinunciato alle sue ridicole pretese e si fosse presentata immediatamente a lui per chiedere perdono…. La logica conseguenza fu che in un paio di mesi Elisabetta ruppe le relazioni diplomatiche con Roma.

Lo sciovinista ed arrogante inquilino del Vaticano non poteva capire con chi stava trattando.
Le esperienze di vita di Elisabetta avevano forgiato uno speciale tipo di donna, per la quale gli aspetti politici e pratici del (suo) potere sull’Inghilterra erano più importanti persino dei fatti personali (o magari era tutto un fatto personale).

Persino la scelta del protestantesimo non era probabilmente rinveniente da una reale convinzione interiore (quando Maria, la sua sorellastra era diventata Regina, Elisabetta aveva fatto subito dire messa, giustificandosi con il dire:”la vita val bene una messa”), ma l’atteggiamento papale suggellò per sempre il destino dell’Inghilterra.
Inoltre Paolo IV era veramente quello che era e, a parte la “questione inglese”, la fissazione dell’Inquisizione e i roghi degli eretici erano l’unica cosa che sembrava veramente stargli a cuore. Persino nei periodi di malattia non rinunciava agli incontri settimanali con gli inquisitori. Un monomaniaco omicida. Quando morì, nel 1559, i romani bruciarono la prigione dell’Inquisizione in Via Ripetta, una folla abbattè la sua statua sul Campidoglio e gli ebrei, che lui perseguitò selvaggiamente, gli misero sul capo un cappello giallo.

Chi lo seguì non sarebbe stato amato di più ed avrebbe peggiorato i suoi errori.

Infatti Paolo IV sapeva quello che faceva quando nominò il domenicano Michele Ghisleri suo Grande Inquisitore e questi, nel 1566, lo sostituì sul trono con il nome di Pio V.
Pio era monastico in tutto, minacciava scomuniche persino per le spezie nel cibo. Si diceva parlasse solo con Dio ed ascoltasse solo Dio. Il suo primo atto come pontefice fu quello di cercare di espellere da Roma tutte le prostitute, decisione a cui la Curia resistette tenacemente con la giustificazione del probabile crollo degli affitti e dell’aumentato rischio per le donne oneste in una città di celibi. Pio allora proibì ai residenti di entrare nelle taverne ed arrivò ad un pelo dal trasformare l’adulterio in un peccato capitale (che non vuol solo dire “un peccato grave” ma anche un peccato che ti fa perdere la testa). Nella sua frenesia di reprimere promulgò anche quella che la Chiesa inglese chiamò “The last Bull” (gioco di parole tra bolla (Bull) e toro(bull)), che proibiva il combattimento dei tori (la corrida) in tutta la Cristianità. La Chiesa spagnola se ne fregò allegramente e non pubblicò mai la bolla papale, con la scusa di voler evitare pericolosi tumulti.

Per quanto riguarda l’Inghilterra, Pio continuò a fomentare ribellioni nei confronti di Elisabetta, promulgando nel 1570 la sua “Regnans in Excelsis”, nella quale stabiliva:”…La stessa donna, acquistato ed usurpato in proprio favore il posto di supremo capo della Chiesa in Inghilterra, deve essere punita…Noi dichiariamo che la predetta Elisabetta è un eretica e produttrice e sostenitrice di eretici…che lei ed i suoi sostenitori sono incorsi nella sentenza di scomunica…la dichiariamo privata di ogni diritto e potere, dignità e privilegio. Dichiariamo tutti i Nobili, soggetti e popolo e tutti gli altri che le obbediscono, sciolti da ogni vincolo di fedeltà ed obbedienza verso di lei….proibiamo a chiunque di obbedirle…e scomunichiamo chiunque farà il contrario.”

Il papa fissato con gli eretici/ebrei morì un paio d’anni dopo, ma gli effetti della sua Bolla no.

Per oltre dodici anni, prima della Regnans in Excelsis , i cattolici inglesi avevano vissuto sotto Elisabetta tollerando solo qualche multa per non partecipare alle cerimonie della chiesa anglicana. Nessuno di loro era stato giustiziato. Gli effetti della Bolla papale furono di trasformare i cattolici inglesi in traditori. Tra il 1577 ed il 1603 furono messi a morte 120 preti e 60 laici. Questi coraggiosi fedeli dovettero attendere 250 anni più di Pio V per essere canonizzati. Cercare di minare il patriottismo inglese fu una azione crudele e pericolosa, che ridusse i cattolici a cittadini di second’ordine. Come scrisse Trevelyan:”Until the Roman Church throughout the world ceased to use the methods of the Inquisition, the Massacre of St. Bartholomew, the deposition and assassination of Princes, the States which she placed under her formidable ban did not dare to grant toleration to her missionaries.”

Nel sedicesimo secolo il protestantesimo era ormai un fatto accertato e consolidato in diverse nazioni e, per riuscire a sopravvivere, Papato e Chiesa cattolica scelsero di diventare settari come sembravano essere luteranesimo e calvinismo (a dire il vero la Contro Riforma cattolica rappresentò un record di estremismo nel settore della limitazione del pensiero che poteva essere difficilmente migliorato da qualcuno).
Lo spirito della rivoluzione francese del 1789 danneggiò ulteriormente la tranquillità della Chiesa, che vide solo l’opera del Diavolo nella distruzione degli anciens régimes e nel nuovo spirito di libertà, reiteratamente condannando l’eguaglianza fra gli uomini, la libertà e la stessa fraternità. Gli Stati Pontifici furono in questo periodo tra i più retrivi d’Europa, non eguagliati nemmeno dalla Russia Zarista.
Napoleone sembrò finire l’opera umiliando in rapida successione due papi, Pio VI (1775-1799) , morto in esilio in Valence (il suo epitaffio sul registro comunale fu:”Nome:cittadino Giovanni Braschi. professione:pontefice”), e Pio VII (1800-1823), costretto da Napoleone anche ad assistere alla sua autoincoronazione (insieme a Giuseppina) in Notre-Dame, prima di annettersi gli Stati Pontifici (poi restituiti al papa dal Congresso di Vienna del 1814-15.

Di Pio IX (1846-1878) e dell’ultimo colpo al potere temporale del papato (veramente esiste ancora adesso uno Stato del Vaticano, anche se non è ben chiaro il come mai) dedicherò tutta la prossima puntata.

Il Papato: la fine o un nuovo inizio

Il piccolo vecchio con i capelli bianchi e la faccia rotonda venne svegliato da un colpo di cannone. Cercò di alzarsi da letto e la porta della sua camera venne aperta. Il cardinal Antonelli, segretario di Stato, si inchinò prima di entrare e rispose alla domanda inespressa del Papa:”E’ cominciato Santità. Kanzler opporrà una certa resistenza, come avete ordinato, ma….”.
Pio non nutriva dubbi, il Signore avrebbe comunque preservato la Città Eterna da quei vandali piemontesi alleati di Satana.
Ordinò subito di predisporre un incontro del corpo diplomatico, che avvenne a metà della mattinata seguente. Era il 1870 e l’evento in discorso era diventato inevitabile, sebbene Pio IX continuasse a credere che il futuro sarebbe stato identico al passato.

Pio IX, Giovanni Mastai Ferretti, era stato un papa che aveva dato molte speranze alla cristianità, ma aveva saputo anche abilmente deluderle.
Aveva iniziato nel 1846, con la reputazione di un liberale. Si diceva che nella sua casa di famiglia persino i gatti fossero nazionalisti (allora , in tempi di ideali di unità d’Italia, la cosa era modernissima). Poco dopo la sua elezione fece passare una legge di amnistia per i prigionieri politici e gli italiani pensarono per qualche tempo che veramente Dio avesse cominciato a prendere a cuore le loro faccende.
Aspre montagne a nord, due vulcani a sud, continui terremoti ed un papa nel bel mezzo della penisola erano state dure prove per tutti. Ma l’illusione che il papa, per non dispiacere ai suoi gatti, si facesse guida dell’unità di una nazione e di un popolo sbandato durò molto poco.

Dopo solo due anni dalla sua nomina una rivolta repubblicana lo costrinse a fuggire a Gaeta, nel Regno di Napoli, e, nei due anni d’esilio, modificò definitivamente le sue simpatie indirizzandole verso una destra estremamente reazionaria.
Il suo unico e principale consigliere, il cardinal Antonelli, figlio di un bandito napoletano, era noto soprattutto per i suoi amorazzi e sembra essere stato il tipo di uomo per cui era più facile uccidere che perdonare.

Malgrado qualche anno dopo gli venisse anche offerto di capitanare una federazione degli stati italiani, cosa che lui rifiutò piattamente, Pio IX° si oppose invece con estrema decisione ad ogni forma di libertà e ad ogni mutamento costituzionale. Tesaurizzò invece disperatamente quegli Stati Vaticani che avevano portato alla Chiesa soltanto corruzione e guerre immotivate.

All’epoca di Pio lo Stato Vaticano era il retrivo baluardo della repressione. Non c’era libertà di pensiero o di espressione. I libri erano sotto censura. Gli ebrei erano chiusi nei ghetti e la giustizia veniva amministrata a piacimento del clero, con spie, inquisitori, polizia segreta ed esecuzioni anche per reati minori. Era governato da una piccola oligarchia ecclesiastica, corrotta e viziosa e sempre in nome di Sua Santità.

Secondo Lord Macaulay, che li (stati pontifici) visitò nel 1838 : “…la corruzione infetta tutti i pubblici uffici…Gli Stati del papa sono, credo, quelli governati peggio in tutto il mondo civilizzato; e l’imbecillità della polizia, la venalità dei pubblici impiegati, la desolazione e l’abbandono della campagna, saltano agli occhi persino dei viaggiatori più distratti.” .
Trent’anni dopo la popolazione era pronta per la rivolta.

Molte volte Pio era stato pregato di salvare l’Italia ed il papato, ma aveva sempre fatto orecchie da mercante, considerando diabolica la civiltà “moderna”. E lui con il Diavolo non voleva avere rapporti.

Persino la petizione di 12.000 preti presentatagli nel 1862, che gli chiedeva di leggere i segni dei tempi, portò solo ad una severa repressione/punizione per ciascuno di loro.
Persino dopo la conquista della città da parte di Cadorna, oltre a rifiutare la richiesta di un incontro fattagli da Vittorio Emanuele la sua unica risposta fu di scomunicarlo, usando ancora una volta quest’arma in maniera indebita ed ingiusta.

Nei suoi otto anni residui di papato continuò persistentemente a dichiararsi “Il Prigioniero del Vaticano” facendo squallidamente circolare santini nei quali appariva in una sudicia cella su di un duro pagliericcio. A parte il fatto che le offerte al pontefice salirono alle stelle (sembrò quasi essere un’astuta operazione di marketing), naturalmente la verità era molto diversa: la sua autoprigione (nessuno lo costringeva a restare all’interno del Vaticano) era lussuosa e ricca di amplissimi e splendidi giardini. Aveva di sicuro più spazio lui da solo che tutti gli ebrei romani messi insieme. Un poeta dell’epoca scrisse prosaicamente:”Il papa è prigioniero di se stesso.”

Le “leggi delle Guarentigie” del 1870, offrirono al papa una ricca e generosa sistemazione, alla quale Pio continuò indefessamente a rispondere con il famoso: NON POSSUMUS (non possiamo), come se fosse stato invitato a mangiare carne il venerdì santo. E, malgrado fosse ormai nota e dichiarata la falsità della documentazione relativa alla donazione di Costantino ed al potere di San Pietro, ad essi continuò a riferirsi senza tregua.

Un paio di mesi prima dell’invasione di Roma Pio aveva presieduto il Concilio Vaticano , senza dare spazio o voce ai pochi dissidenti (quasi tutti i 532 vescovi ed i cardinali vivevano a spese del Vaticano e non disponevano di altre fonti di sostentamento), deliberando, con un colpo che riportò la Chiesa indietro di oltre cinquecento anni, la statuizione dell’infallibilità papale.

Esaminando la storia del papato salta agli occhi che i maggiori danni “reali” alla cristianità nel suo intero non li hanno fatti i papi cattivi, come Benedetto IX o Alessandro VI, ma quelli santi, come Gregorio VII, Pio V e PIO IX.

Il vescovo Strossmayer disse in una delle sessioni conciliari: “Il Concilio manca di verità e di libertà…Un concilio che non si cura dell’antica regola della necessità di una unanimità morale e comincia a decidere su proposizioni di fede in base a criteri di maggioranza, secondo la mia interna convinzione, perde il diritto di limitare la coscienza del mondo cattolico come condizione della vita o della morte eterna.”
La Bolla PASTOR AETERNUS condusse, come logica conseguenza, a scomunicare illustri professori di teologia, uomini come Döllinger di Monaco, solo perchè continuavano a dire quanto era già stato detto nel corso del Concilio, e gli studiosi cattolici che promuovevano la ricerca scientifica, la libertà religiosa o la democrazia dovettero pagare un duro scotto per le loro scelte ideali. Portò a condannare le costituzioni degli stati moderni, l’eguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge, i progressi scientifici, il suffragio universale, il voto delle donne, la libertà di religione, etc.etc.

La crudele decisione conciliare (contraria a tutte quelle precedentemente assunte) che stabilisce che il papa, quando esercita la pienezza del suo ufficio e definisce la dottrina per l’intera Chiesa, è infallibile di per se stesso e non per il consenso della Chiesa, provocò più danni che altro. Sembrava quasi che la fede provenisse dalla fonte inesauribile rappresentata dal papa e non derivasse invece dalla comunità cristiana.
La Curia ne fu deliziata.
I burocrati del Vaticano avevano temuto (evitandone la convocazione) un Concilio per oltre trecento anni ed ora vescovi e cardinali avevano regalato loro, senza battere ciglio, l’intera Chiesa, abdicando contemporaneamente alla propria indipendenza e capacità di giudizio. Ora La Curia non doveva più chiedere permessi a nessuno perchè i “pastori di uomini” (i vescovi) si erano trasformati in “pecore”.
I commenti degli intellettuali e dei politici più saggi furono pesanti ma alcuni evidenziarono il fatto che non si era trattato di una decisione religiosa , ma “politica”.
Il papa aveva affermato il suo dominio “assoluto” in una terra ed in un reame dove nessun monarca terreno poteva esercitare potere: lo spirito.

Il grande scandalo cristiano/scientifico

In seguito al mio stato di normale svampitezza ed alla mia inesistente capacità di programmare ritorno alla pag.19 dove avevo lasciato il discorso in sospeso sul grande Galileo.
Ad oltre settant’anni questo grande della scienza continuava ad essere perseguitato.
Nel suo villaggio continuavano a pagare informatori che dicessero all’Inquisizione tutto ciò che faceva o diceva. Intercettavano la sua posta, scrivevano relazioni su ogni suo visitatore e sicuramente Sua Santità Urbano VIII (1623-1644) non lo avrebbe mai perdonato.

Quando richiese il permesso di tornare a Firenze (da Roma) per ricevere trattamenti medici, l’Inquisizione aveva replicato: Il Santissimo rifiuta di aderire alla richiesta ed ordina che il predetto gentiluomo debba essere avvertito di desistere dall’inviare suppliche o verrà nuovamente rinchiuso nelle galere del Sant’Uffizio” . La cosa aveva ferito particolarmente Galileo perché aveva sempre considerato il papa con amicizia e perché la risposta gli era arrivata lo stesso giorno in cui sua figlia, trentatreenne, moriva di melanconia e dispiacere per la disgraziata sorte del padre.
L’essere di nuovo nella sua casa di campagna “Il Gioiello”, poter vedere (sentire, perché era ormai cieco) Firenze, immaginarla, era comunque una grande gioia che lo spingeva di nuovo a dettare opere di scienza al suo secretario.

Galileo era nato nell’anno in cui Michelangelo moriva, il 1564. Cominciò l’Università come studente di medicina, ma subito fu preso dalla matematica pura ed applicata. Inventò anche uno strumento per trovare il centro di gravità dei corpi.
Nel 1589 divenne professore di matematica a Pisa, dove però continuava a lemntarsi delle condizioni di lavoro e del salario. Si dice ripetesse:”Più inutili erano i professori, più alti erano i loro salari”. Passò a Padova, dove lo pagavano meglio ma fu comunque costretto a dare sempre lezioni private.Intorno al 1610 cominciò la sua fama internazionale, quando inventò, in sostanza , il cannocchiale (ne aveva avuto già notizia in relazione agli occhiali inventati dall’olandese). La pratica applicazione dell’invenzione al settore militare , con la donazione pubblica dello stesso strumento al Doge di Venezia, di fronte al Senato, comportò per Galileo un incarico a vita come professore ed il raddoppio del suo salario.(un fortunato anche se strano premio, visto che non esistevano i brevetti e quindi nel giro di un paio d’anni tutti quanti disponevano dello stesso strumento)

La sua mossa seguente fu di rivolgere il cannocchiale verso il cielo e cambiare la faccia della scienza, scoprendo che gli scienziati erano stati in errore per duemila anni. Malgrado la notevole chiarezza della sua esposizione l’ineluttabilità delle indicazioni strumentali da lui fornite le resistenze degli aristotelici furono sempre cieche e limitate.
Il Nuncius Sidereus, che pubblicò nel 1610 (Galileo aveva già avuto rapporti con Keplero e concordava a grandi linee con le ipotesi Copernicane) fu un grande successo. Gli amici clerici (ne aveva molti , come il matematico Clavio, gli suggerirono di visitare Roma dove incontrò il Cardinal Bellarmino ed il Cardinal Barberini (che poi sarebbe divenuto papa con il nome di Urbano VIII e che parteggiò a suo favore nella disputa che si svolse a Firenze nel 1511, relativa ai galleggianti), che furono entrambi amichevoli verso di lui. Entrambi lo avvisarono di esprimere le sue tesi come “ipotesi”, per evitare rogne con i teologi. Fu persino fatto membro della prestigiosa accademia dei Lincei, che per prima denominò l’invenzione galileiana con il nome di “telescopio”.
Tornò a Firenze convinto di avere amici a Roma e cominciò ad esporsi, sia scrivendo in italiano sia ponendo questioni in ordine all’impossibilità di conciliare scienza e rivelazione, sistema copernicano e bibbia, etc. etc. Il vescovo di Fiesole, scandalizzatissimo, diede subito ordine di imprigionare il monaco Copernico, che, per fortuna, era già morto da una settantina d’anni. Recatosi a Roma per difendere le sue tesi, si rese presto conto che non disponeva di molte difese, contro l’idiozia teologica. Paolo V, allora papa, passò il caso di Galileo alla Congregazione dell’Indice che, nel marzo del 1616, decise respingere come eretiche le tesi copernicane. Galileo fu avvisato da Bellarmino della necessità di abbandonare le sue opinioni fallaci. Non poteva insegnarle, parlarne, discuterne. Galileo sulle prime accettò l’ordine chiedendo però una lettera di Bellarmino, che il cardinale gli scrisse in data 26 maggio 1616. La lettera, così come è descritta, pare gli impedisse soltanto di propagare “come vere” le sue tesi copernicane.
Per inciso Copernico fu messo all’Indice dove rimase fino al 1822.

Per inciso la questione non verteva sulla rotondità o sulla piattezza della Terra, ma sulla centralità o meno e sul moto di quest’ultima, che veniva generalmente considerata il centro dell’universo. Persino i presunti avversari di Colombo (i dotti di Salamanca) sono stati per questo tacciati di idiozia e di miopia mentale, mentre erano certamente migliori astronomi e migliori matematici del buon Cristoforo; le loro obiezioni erano assolutamente ragionevoli ed i loro calcoli assai più precisi di quelli del navigatore, soltanto che nessuno immaginava l’esistenza di un continente americano intermedio (che salvò la vita a Colombo ed ai suoi, destinati altrimenti a morte sicura secondo le giuste previsioni dei dotti di Salamanca). Quello della “terra piatta” è uno strano mito pseudo medievale che risale ad un paio di secoli addietro e che non ha alcuna realtà. La rotondità della Terra era ed è quasi sempre stata cosa ben nota agli studiosi, da Eudosso in poi. I dubbi riguardavano il suo moto e la sua posizione nell’universo. D’altra parte, leggendo i “dieci libri di pensieri diversi” del Tassoni (1627) senza il conforto di Newton, dell’attrito atmosferico e della moderna educazione scolastica, risulta difficile non trovare interessanti e ragionevoli (si fa per dire) le obiezioni di Alessandro (Tassoni) al moto terrestre. Comunque nessuno credeva che la terra fosse piatta (chiesa compresa).

Galileo si mise tranquillo e , nel 1623 lo stesso anno dell’elezione papale di Matteo Barberini con il nome di Urbano VIII, scrisse “Il Saggiatore” che dedicò al pontefice. Recatosi a Roma per omaggiare il papa, Galileo ne trasse solo la convinzione dell’assurdità delle tesi clericali. I commenti papali, ricevuti in persona ed amichevolmente nel corso di colloqui privati, pur con tutto il rispetto, gli sembrarono folli. Urbano VIII, per sua buona sorte, era già preso dai suoi progetti di rinnovamento architettonico che lo portarono a cannibalizzare il Colosseo, la colonnata del Bernini ed il baldacchino sotto il duomo di Michelangelo. I Romani dicevano ferocemente:”quello che i barbari non hanno fatto, lo fece il Barberini”. L’intera operazione di ristrutturazione architettonica lo portò a trascurare temporaneamente Galileo.

Dopo varie altre opere Galileo scrisse “Il Sistema del Mondo” nel 1630, che inviò subito a Roma per ricevere l’Imprimatur papale. Si recò poi anch’esso a Roma , dove il papa lo ricevette con calore, enfatizzando però la necessità di esporre le sue opinioni in maniera ipotetica e proponendogli di intitolare il libro “Dialoghi dei due massimi sistemi”. Il papa gli promise anche di scrivere un prefazio personalmente. I censori . al ricevimento della copia a loro destinata, rimasero disturbati dal contenuto, ma, vista l’approvazione papale, lasciarono perdere la faccenda.

Il libro fu pubblicato in Firenze nel 1632 e creò sensazione. Nel dialogo le tesi aristoteliche erano sostenute dal personaggio di Simplicius, mezzo scemo le cui idee corrispondevano esattamente a quelle del papa. Urbano si incazzò come una bestia ed ordinò a Galileo, allora settantenne e malato, di recarsi a Roma immediatamente, di sua volontà oppure in catene. Ingenuamente Galileo credeva di poter usufruire della difesa costituita dalla lettera ricevuta nel 1616 dal cardinal Bellarmino, cosa che non avvenne. Dopo varie sedute processuali Galileo (trovando anche un accordo in ordine ad alcune accuse) accettò di confessare il suo errore.
Con Copernico all’Indice e Galileo condannato dall’Inquisizione gli astronomi cattolici dovevano ora scegliere se essere buoni cattolici o buoni scienziati.
L’idiota contraddizione tra immobilità della Terra (biblica) e sistema copernicano, il contrasto tra dottrina cattolica e scienza non poteva risolversi, alla lunga, che con il trionfo di quella che normalmente viene definità “verità” o “ipotesi funzionale ad alta probabilità”.
La legge di gravitazione di Newton del 1686 rese impossibile credere che l’enorme Sole girasse intorno alla piccola Terra e le osservazioni di Bradley del 1725 confermarono definitivamente le ipotesi di Copernico (Keplero) e Galileo.

Roma rifiutò di pubblicare i documenti dell’affare Galileo. Una parte di essi sparirono quando gli Archivi Vaticani vennero trasportati a Parigi da Napoleone. All’ipotesi di qualcuno che lo scienziato fosse anche stato torturato, parte delle carte riapparirono immediatamente e furono rese pubbliche, fornendo prova che tortura fisica non vi era sicuramente stata. Galileo morì nel 1642, dopo otto anni di arresti domiciliari,ed il papa, che con lui non aveva ancora finito, impedì anche al Granduca di Firenze di erigere un monumento sulla sua tomba , nella Chiesa di Santa Croce. Urbano VIII, fallace in quasi tutto, ebbe ragione solo nella motivazione che fornì per rifiutare a Galileo esequie decenti: Galileo, con i suoi peccati, aveva dato vita e forma al “più grande scandalo della Cristianità”.

L’errore di Clemente XI

La corte di Clemente era nel suo palazzo di Monte Cavallo, assai più fresco del Vaticano e lontano dai pestilenziali (in senso stretto) vapori romani.

Nel mercoledì santo del 1715 volle recarsi a Roma, dove, nel giorno seguente in San Pietro, venne letta di fronte alla folla la Bolla, “In Coena Domini”, nella quale venivano scomunicati eretici, scismatici, pagani, pirati del Mediterraneo, e tutti coloro che non obbedivano al papa o non gli pagavano le tasse dovute.

Questa Bolla risaliva al 1372. Pio V l’aveva dichiarata legge eterna della Cristianità nel 1568 ed era stata confermata da tutti i papi fino a Clemente XIV° (1769-74), che, senza spiegazione alcuna, l’aveva lasciata cadere.

La Bolla esponeva, oltre alle scomuniche, la principale eresia papale:il Papa ha completo dominio sull’intero mondo Cristiano, secolare e religioso (opinione mai ufficialmente abbandonata dal Vaticano).

Clemente XI era un papa dal carattere inquieto, anche tempestoso ed i suoi infiniti anatemi venivano presi dai suoi contemporanei come un indice di santità e di rigore morale e spirituale.

In verità era un papa insicuro ed instabile. Non sapeva bene cosa fare ne quando farlo. Quasi tutte le sue decisioni più importanti erano frutto di manipolazioni da parte di terzi (cioé la Curia o chi per essa). In apparenza persona modesta , con frugali abitudini di vita, che diceva messa tutti i giorni e giornalmente si confessava (altro segno di insicurezza), Gian Francesco Albani aveva accettato il papato nel novembre del 1700, a cinquantuno anni, soltanto su incitamento di quattro religiosi (cardinali), dei quali, per loro fortuna, non si conosce il nome.

Alcune delle sue infinite condanne sono ragionevoli, la maggior parte sono ridicole ed eretiche:

Sorvolando su “Unigenitus”, la sua costituzione del 1713 nella quale condannava il Giansenismo in Francia, mi permetto di citarne alcune:

-La lettura delle Sacre Scritture è lecita a tutti gli uomini.CONDANNATA
-I cristiani devono santificare il giorno del Signore (domenica e feste comandate) leggendo libri santi, in particolare le Sacre Scritture.CONDANNATA
-Levare il Nuovo testamento dalle mani dei Cristiani e come levare loro la parola di Cristo.CONDANNATA
-proibire ai cristiani di leggere le Sacre Scritture e come proibire l’uso della Luce ai figli della Luce e punirli con una specie di scomunica.CONDANNATA
-La paura di una ingiusta scomunica non deve impedirci di fare il nostro dovere.CONDANNATA
Quest’ultima merita un commento perchè, in accordo con quanto sostenuto da Voltaire, significa che Dio ci ordina di non fare mai il nostro dovere se/quando abbiamo paura di una ingiustizia. E’ sufficiente obbedire al papa e uno va tranquillo qualunque orrenda cosa capiti ai suoi cari , ai suoi vicini o ai suoi simili e qualunque indegnità venga perpetrata sotto i suoi occhi.

Una volta presa la corsa Clemente non lasciò dubbi sulla sua direzione:”Dichiariamo, condanniamo e vietiamo tutte queste proposizioni come false e capziose, offensive per le orecchie pie, scandalose, perniciose, sporche, ingiuriose per la Chiesa e per le sue pratiche, non solo oltraggiose per la Chiesa ma anche per i poteri secolari, sediziose, empie, blasfeme, sospette di eresia e fomentatrici di eresie ed anche incoraggianti eretici ed eresie e persino scismi, erronee, spesso già condannate e, da ultimo, anche eretiche in senso stretto, contenendo varie eresie chiaramente indirizzate all’innovazione”.

Clemente, come molti pontefici, riteneva che meno si discuteva meglio era. Roma aveva parlato, Roma sapeva la verità.

Due anni dopo (1715) fece pubblicare “Ex illa Die”, la Bolla che, unica nel suo genere, probabilmente ci salvò dalla catastrofe della sovrappopolazione.

Nel tremendo conflitto tra gesuiti e domenicani per il controllo della predicazione cinese (nel quale i gesuiti fanno la parte dei buoni, perché ragionevoli, saggi, colti , tolleranti nelle stupidaggini, mentre, come al solito, i domenicani fanno la parte dei retrivi e degli inquisitori) Clemente , segundo le indicazioni dei domenicani vietò ai milioni di cinesi convertiti di praticare i loro riti tradizionali (nemmeno equivalenti, teologicamente, alla nostra festa dei defunti). Malgrado il grande favore precedentemente accordato (il cristianesimo è una religione i cui principi sembrano sempre favorire il potere dominante. Si veda l’immagine del gregge di pecore e del pastore) la risposta finale dell’imperatore cinese a questa decisione presa da un cretino privo di conoscenza del Sitz im lieben, nel 1717, fu di espellere tutti i missionari, distruggere tutte le chiese e costringere tutti i convertiti (milioni) a rinunciare alla loro fede (cattolica). E’ facile immaginare di quanti abitanti potrebbe disporre oggi la Cina se, come l’Irlanda o la Polonia, fosse una nazione prevalentemente cattolica (senza aborto, senza divorzio, senza contraccezione).

Solo nel 1939 Propaganda Fidei rovesciò, come nulla fosse e senza rilievi esplicativi, la decisione di Clemente, il cui errore è di un ordine difficilmente valutabile. Sarebbe un po’ come sostenere che i cristiani sono idolatri perché baciano la mano ai cardinali o al papa (che se la fanno baciare come minus habens, privando di dignità baciati e baciatori) o adorano la croce o le reliquie. Per fortuna, è il caso di dirlo, in Cina ci sono i comunisti altrimenti saremmo già un paio di miliardi in più.

Da tutta questa pappardella e dalle pagine precedentemente esposte mi sembra emerga evidente l’assoluta fallibilità dei papi (sia che parlino ex cathedra, sia no) e l’assoluta impossibilità di stabilire quando ed in quali condizioni il pontefice abbia titoli per vantare una qualche ragionevole capacità di rappresentare il vero.
Sicuramente nessun papa ha potuto parlare ex cathedra prima del 1302 e molti arrivano ad allungare il periodo di “carenza” di infallibilità sino a tutto il 1854, l’anno di Pio IX, il papa infallibile prima di esserlo (Vaticano I).

L’infallibile

L’8 dicembre 1854 Pio IX definì l’immacolata concezione nella sua Bolla “Ineffabilis Deus”:

Dichiariamo, pronunciamo e definiamo che la dottrina che afferma che la santissima Vergine Maria, sin dal primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio garantiti da Dio Onnipotente, in considerazione dei meriti di Gesù Cristo, il Salvatore della razza umana, fu preservat indenne (libera) da tutta la sporcizia (vergogna) del peccato originale, è una dottrina rivelata da Dio e quindi deve essere creduta fermamente e costantemente da tutti i fedeli.

Questo atto di devozione verso la madre di Gesù fu anche una delle decisioni politiche più controverse e combattute dei più recenti pontificati, equiparabile alla deposizione di Gregorio VII o all’umiliazione dell’imperatore a Canossa.

Fino al dodicesimo secolo , infatti, i cristiani davano per scontato che Maria fosse stata concepita nel peccato originale. Papa Gregorio il Grande disse enfaticamente:” Cristo solo fu concepito senza peccato “. Questa solfa venne ripetuta da lui in molteplici occasioni. Il suo ragionamento e quello dei padri della Chiesa non poteva lasciare dubbi: l’atto sessuale implica sempre il peccato, Maria fu concepita normalmente, quindi nel peccato. Gesù fu concepito verginalmente, quindi senza peccato.

Quando Ambrogio e Agostino si adeguarono all’indirizzo teologico che sosteneva che Maria non aveva peccato mai, molti Padri furono in assoluto disaccordo. Tertulliano, Ireneo, Crisostomo, Origene, Basilio, Cirillo ed altri accusarono Maria di molti peccati sulla base dei testi biblici. Lei fu concepita nel peccato, lei peccava e questo è quanto dice il Nuovo Testamento. Così assoluta era questa interpretazione che il problema di uno studioso come Anselmo era di come fosse possibile che il Gesù senza peccato fosse nato da una peccatrice.

La Chiesa Greca e quella Russa Ortodossa continuano a sostenere questa tesi, per la quale derubare Maria del peccato originale è come sminuire la grandezza raggiunta, che è anche quella essere umana come noi.

In Occidente, perdendo di vista l’umanità di Cristo e rendendolo sempre più remoto, si formò la tendenza a ricorrere a colei che lo aveva tenuto in grembo quale intermediaria, ambasciatrice e messaggera per un Dio sempre più distante ed incomprensibile.

A metà del dodicesimo secolo, nel corso delle nuove festività tenutesi in Lione in nome della Vergine, San Bernardo di Chiaravalle si dichiara orrificato dalle tesi ivi esposte, avvertendo che gli argomenti esposti dovrebbero essere applicati anche a tutti gli antenati di Maria, maschi e femmine. Sarebbe occorso postulare tutta un’intera linea di progenitori concepiti “immacolati”, e l’incubo non sarebbe finito lì: per essere concepiti immacolati avrebbero dovuto essere stati concepiti “virginalmente”, perché, come diceva la Patristica, il sesso comporta sempre peccato. “Lo Spirito Santo era complice del peccato di concupiscenza (dei genitori di Maria)? oppure dobbiamo credere che non ci fosse stato desiderio tra loro?” Egli domandava.

Innocenzo III affermò con chiarezza che veniva santificata la “natività” di Maria e non la sua “concezione”, dichiarandosi così in assoluto disaccordo con una improbabile “immacolata concezione”.

Lo stesso venne sostenuto da San Bonaventura, da Tommaso d’Aquino, dal Vescovo Pelagio.

A favore della tesi “immacolata” fu Duns Scoto, il Dottor Sottile, il cui problema era quello di comprendere come Maria potesse far parte di “coloro che erano salvati” se non aveva alcun peccato da cui essere salvata. La soluzione che trovò (sottilmente sarcastica, se si può dire) era che, essendo prevenire meglio che curare, Maria venne “preventivamente”(cioè prima della sua concezione) sollevata del peccato originale “in vista” dei futuri meriti del Cristo. L’idea è “sottile” anche nella sostanza perchè assolutamente inconsistente: come si può immunizzare un bambino prima che esso venga concepito? Prima della concezione egli non esiste e se si da per scontata la sua nascita si cade in un bieco determinismo nel quale il libero arbitrio va a puttane e tutta la sofferenza di un Cristo, che sapendo di essere Dio può farla cessare in ogni momento, non significa più un cazzo se non uno spiacevole caso di masochismo. Ben diverso è soffrire senza conoscere l’epilogo della propria storia se non a grandi linee o soffrire seguendo un copione che porterà comunque alla propria risurrezione, così come diverso è non sapere quando si cesserà di soffrire dal sapere perfettamente e con assoluta certezza l’evoluzione della propria sofferenza (un’altra questione che fa pensare, eh? :un sacrificio che non è altro che una bella recita).

L’assurda idea di Scoto venne ripresa alcuni secoli dopo proprio da Pio IX° per sostenere la propria infallibile definizione dell’immacolata concezione.

La guerra (perché guerra è stata) tra immacolatisti e santisti durò diversi secoli, combattuta da domenicani contro francescani, da imperatori contro re. Gli uni accusavano reciprocamente gli altri di eresia. una cosa ridicola.

In genere i papi preferivano sorvolare sulla questione , anche perché le Scritture sembrano tacere sulla faccenda.

Papa Sisto IV° ordinò la festa della concezione (solo della “concezione”, si badi bene) e quando i francescani gioirono sui loro nemici domenicani Sisto scrisse un’apposita Bolla: la festa era per onorare la “concezione” di Maria e non la sua santificazione ed i Domenicani dovevano accettarla, altrimenti li avrebbe scomunicati. D’altra parte se i Francescani avessero gioito sui loro rivali Sisto avrebbe scomunicato loro. Un gran bel casino!

Alessando VI confermò la Bolla, ma ricorse anche all’esercito per mettere pace tra i due ordini.

L’affare Letser (un domenicano a cui apparve la Madonna , portandogli anche messaggi per il papa) condito con una statua della Madonna che piangeva per i peccati dei Francescani , pregandoli di accettare la sua “maculata” concezione, mise tutti in subbuglio, soprattutto quando Letser , interrogato dall’Inquisizione, confessò che si era trattato di un complotto. Lui e quattro complici domenicani bruciarono sul rogo (l’ordine domenicano li proclamò martiri), ma i domenicani non cessarono di sostenere la loro tesi della “maculata” concezione.

Il Concilio di Trento non potè decidere (per esplicita proibizione di Paolo IV), ma la faccenda prese una piega favorevole all’immacolatezza quando quell’imbecille di Paolo Zacchia, medico romano, sostenne assurda la tesi aristotelica della “progressiva animazione” del feto. L’idiota Zacchia (mi si perdoni l’antistorico insulto, ma quanti danni e quante sofferenze!) sostenne nel 1621 che :”un’anima razionale è infusa nel feto nel preciso momento del concepimento”.

La cosa rendeva più agevole accettare l’applicazione del concetto di immacolata. Se c’era un’anima razionale era più facile prenderne in considerazione la assoluta santità.

Gregorio XVI , nel 1622, proibì ancora l’uso del termina “immacolata” riferito alla concezione di Maria, pur santificandone la festa, mentre Clemente XI dichiarò ufficialmente la “festa dell’immacolata concezione”.

Benedetto XIV (1831-46) dichiarò che la Chiesa inclina verso l’immacolata concezione, ma non ne fa un articolo di fede.

Pio IX si preparò la strada con l’enciclica “Ubi Primum” (1849), dipingendo Maria in maniera fantascientifica, e poi decretandone , da solo e senza il supporto di alcuno, nel 1854 l’assoluta immacolatezza e, nel contempo, asserendo di averla decretata ex cathedra ed infallibilmente.

Il potere assoluto aveva creato la verità assoluta.

Pio fu altresì responsabile del rigetto assoluto della dottrina Darwiniana, perché il trasferimento logico del problema di Maria al peccato originale non permetteva l’adeguamento al concetto di “evoluzione” della specie; così fu responsabile delle gravi controversie in ordine all’aborto, al controllo delle nascite, alla fecondazione artificiale. La sua interpretazione del canone lo condusse a condannare ogni novità, fosse buona o cattiva, con particolare riferimento al concetto di libertà applicata. Lo condusse (insieme alla sua Chiesa) sulla spiacevole strada dell’intolleranza religiosa e dell’assolutismo.

Condannò le prime moderne costituzioni, praticamente scomunicandole. Protestò pesantemente contro di esse anche perché permettevano a protestanti ed ebrei di avere proprie scuole e collegi.

Per cercare di scusare l’assoluta incomprensione dimostrata dal Pontefice verso il mondo che lo circondava, ci fu chi, come il vescovo Dupanloup, così ragionò: “Il Sillabo del papa (di cui ho già parlato nelle prime pagine) si applica ad un mondo perfetto -tesi- non ad un mondo imperfetto-ipotesi”. Un parigino comentò questo involuto ragionamento facendogli il verso:”La tesi è quando la Chiesa condanna i giudei; l’ipotesi è quando il Nunzio papale pranza con il Barone Rothschild”.

La supremazia papale (1° vaticano)

La data scelta per l’apertura del Primo Concilio Vaticano nel 1869 fu l’8 dicembre, l’anniversario della purissima definizione papale dell’immacolata concezione.

In accordo con PASTOR AETERNUS, la decretazione più importante del Concilio fu che il papa non è soltanto un mero supervisore e/o amministratore della Chiesa. Egli possiede “piena e suprema giurisdizione della Chiesa in quelle materie che concernono la disciplina e la direzione della Chiesa sparsa nel mondo”. Il potere del papa è assoluto e si estende dappertutto.

Il Concilio affermò questa cazzata sostenendo di riferirsi a quanto testimoniato da tutte le Sacre Scritture e aderendo a quanto sostenuto sia dai pontefici precedenti sia dai Concili precedenti.

Tristemente il Concilio ha deciso il falso. Non ci sono precedenti che testimonino espressamente in tale senso, anzi, le testimonianze più significative sono decisamente contrarie. IN molteplici occasioni i Concili hanno affermato la propria superiorità rispetto ad un soggetto che non è storicamente nemmeno più qualificato dei vescovi di altre località (ricordiamoci che il papa è solo il vescovo di Roma).

Gli unici otto concili tenuti dalla Chiesa unita non vennero mai convocati dal vescovo di Roma. A Nicea, nel 325, convocato dall’imperatore, al canone 6 si stabilisce che tutte le diocesi mantengano i propri diritti intatti. Nel concilio di Costantinopoli (381) a Roma viene affiancata , come pari grado, Costantinopoli. La cosa si ripete nel 451 (Calcedonia). La cosa vale anche per le scritture, in nessuna di esse si trovano giustificazioni alla idiota decisione, che ha solo carattere di puro esercizio di potere politico.

Discorso simile può tranquillamente essere fatto in relazione alla infallibilità papale, ufficialmente inesistente sino al 1870. Prima di quella data la nozione di qualche cattolico , di trarre la propria fede in Dio, Gesù e la Chiesa dal papa era da considerarsi errata. La Chiesa non ha mai richiesto l’infallibilità papale per la fede cristiana.

Secondo Vaticano I° il papa è infallibile quando parla ex cathedra. Sembrerebbe più corretto dire che il papa è fallibile, salvo quando parla ex cathedra, e non parla quasi mai in tale contesto. Giovanni XXIII disse di non essere assolutamente infallibile e che lo sarebbe stato solo se avesse parlato ex cathedra, cosa che non intendeva assolutamente fare mai.

Questa posizione è ben puntualizzata da un vescovo conciliare che che affermò: dire “il papa è infallibile” è un po’ come dire “il signor X è un ubriacone perché una volta ha bevuto”; o peggio “il signor X è un ubriacone perché il suo bisbisbisnonno una volta aveva bevuto”.

L’infallibilità papale non è stata in grado di illuminare o risolvere alcun problema reale della Chiesa o della fede, tanto è vero che l’infallibilità papale è stata esercitata soltanto su questioni di per se cretine e senza basi documentali (immacolata concezione, assunzione in Cielo di Maria in carne e spirito).

Insomma sono anche un pò vigliaccucci questi pontefici (in generale dico), perché non risolvono (vogliono risolvere) nulla di sostanziale con la loro “presunta” infallibilità. L’infallibilità sembra insomma essere in relazione più stretta con il potere piuttosto che con la verità.

Poco dopo Vaticano I , Civiltà Cattolica riportò un sermone di Pio IX° nel quale si lamentava di numerosi maliziosi errori relativi all’infallibilità. Il più grave era quello che concerneva il diritto del papa di deporre i sovrani e dichiarare i loro sudditi liberi da obbligazioni. Con un discorso circonvoluto e confuso affermò che questo diritto non aveva nulla a che fare con l’infallibilità. Era questione di autorità, quell’autorità che derivava dalla riverenza accordata al papa dalle nazioni cristiane per comune decisione.

Provenendo da Pio , dopo Vaticano I, la cosa è rimarcabile. Quasi ogni papa dopo Gregorio VII° ha sostenuto di avere ricevuto da DIO il potere di deporre i sovrani, che il papa regna anche in terra al posto di Dio, mentre nessu papa ha mai sostenuto di avere ricevuto tale potere dalla comunità delle nazioni cristiane. Uno storico del diciottesimo secolo contò oltre 95 pontefici che affermavano di avere il divino potere di deporre i sovrani. Tutte le loro giustificazioni erano basate, malamente bisogna dire, sulle sacre scritture.

Qualunque altra istituzione , fronteggiando una tale sommatoria di evidenze storiche, direbbe: i nostri predecessori sbagliarono, lessero male i vangeli. I papi erravano quando deponevano imperatori su imperatori. Sfortunatamente l’infallibilità papale tende a relegare la storia in un angolo poco illuminato della grande stanza della teologia.

Un papa paesano (di fatto e di mente)

Erano i primi di agosto 1903 nella Cappella Sistina. All’ombra del Giudizio Universale il voto sembrava andare come previsto quando il cardinal Puszyna, il vescovo polacco di Cracovia (allora parte dellì’impero austro-ungarico), si alzò per rivolgersi ai suoi 61 colleghi del conclave. Aveva da consegnare un messaggio prima della terza votazione per eleggere il successore di Leone XIII. Si trattava di un messaggio di Francesco Giuseppe, che, esercitando il suo antico diritto, esercitava il veto nei confronti del Cardinal Rampolla, ex segretario di stato.

Si trattava di un terribile insulto e di una interferenza assolutamente non accettabile.

Gioacchino Pecci, Leone XIII, era morto il 19 luglio 1903 , dopo aver regnato molto a lungo. Malgrado la sua fama di liberale per aver aperto gli archivi vaticani (dicendo: “La Chiesa non ha paura della storia”), era anch’egli un assolutista. Il suo amicio e biografo Giuliano de Narfon riporta una conversazione tipica del tempo: “Cosa farebbe Lei – viene chiesto ad un cardinale – se il Santo Padre volesse obbligarla ad ammettere che due più due fa sei?” “Lo ammetterei senza indugio” fu la risposta, “e prima di sottoscriverlo gli domanderei : Vuol mica che gli faccia fare sette?”.

Nel 1896 Leone decise che gli ordini anglicani erano invalidi, abolendo tutti i sacramenti di questa confessione religiosa e trasformando (solo nell’ambito del suo campo da gioco, per fortuna) l’arcivescovo di Canterbury in un laico. Ma , malgrado tutto questo, Leone diede il via ad una stagione di realpolitik, insistendo per il riconoscimento della repubblica francese e cessando di invocare il ritorno della monarchia. Forse un po’ d’aria fresca cominciava a circolare.

L’intervento nel corso del conclave , nel quale Rampolla, filo francese, era favorito rispetto al suo avversario, Gotti, filo austriaco, modificò l’evoluzione del voto (malgrado le veementi proteste e le dichiarazioni di indipendenza dei cardinali), conducendo all’elezione di Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia. Pio X° non aveva desiderato l’incarico e lo accettò dopo molte esitazione e dopo lunghi pianti e molti tentativi di convinzione da parte di altri cardinali.

Figlio di un operaio, era nato nel 1834 a Riese ed entrò in seminario giovanissimo. Aveva verso la vita un’attitudine semplice e bonaria. Alcuni eventi sicuramente ne segnarono l’indirizzo politico, come la lunga attesa dell’Exsequator prima di poter prendere possesso della sua diocesi veneziana quando venne nominato patriarca di Venezia, ciò che lo convinse che l’unica soluzione ai problemi della società (secondo lui malata) era il papa e l’obbedienza assoluta al pontefice stesso.

La sua semplicità e la fede estatica, nel loro scontro quotidiano con i fatti sociali e politici, rafforzarono le sue convinzioni di una società malata , apostatica e moralmente depravata. Sicuro dell’esistenza di una congiura diretta contro la chiesa e portata avanti da teologi modernisti, evoluzione sociale, rivendicazioni politiche , la sua pochezza intellettuale lo rese facile alle castronerie, non giustificate dalla sua ipotetica infallibilità. Alcune sue encicliche sembrano frutto della mente di un deficiente, ignorante persino della dottrina che predica.

La cosa spiace perché innegabile è la sua sostanziale bontà d’animo verso le sue smarrite pecorelle.

Le decisioni assunte in ordine alla Commissione Biblica (istituita da Leone XIII per limitare le conservatrici decisioni del Sant’Uffizio) riportarono indietro la libertà di interpretazione dei testi sacri di cent’anni, ripristinando la “realtà storica” dei primi tre capitoli della Genesi (cinquant’anni dopo l”Origine delle Specie” di Darwin), l’assoluta realtà dei quattro evangelisti come autori dei vangeli sinottici ed attribuendo a Paolo tutte le epistole riportate come sue, anche se palesemente frutto dell’opera altrui.

Come giustamente diceva Voltaire solo quando il “mito” è accettato come tale esso acquista la sua intrinseca beltà e significanza.

Per Pio X il Diluvio è un evento reale e completo, la morte e le malattie degli uomini sono originate dal peccato originale e via così.

Persino il riduzionismo interpretativo che permette di vedere gli eventi biblici come accettabili, in quanto limitati nel tempo e nello spazio, rappresentava per Pio un indicibile errore teologico.

Nel suo “Lamentabili” il papa si scatena (si fa per dire) contro il suo mortale nemico, il Modernismo, elencando ( alla maniera del Sillabo degli Errori) una serie di proposizioni meritevoli di condanna che sembrano uscite dalla mente di un demente retrivo. Inaccettabili da un pensiero libero ed indipendente. L’enciclica “Pascendi” sembra un romanzo di spionaggio, rappresentando una società cristiana infiltrata dalla setta dei “Modernisti” che cerca di distruggerla.

Le condanne a grandi teologi cattolici irrogate da questo pontefice, con la sofferenza che inflisse, (v.Tyrrel e Loisy, Lagrange, Duchesne; tutti ne ebbero la vita e la professione rovinata malgrado fossero studiosi ed uomini di grandissima levatura scientifica e morale) rappresenta un grave peso sulla sua serenità spirituale. Il peso che portò l’abate Bremond, quando ammesso all’Academie Française nel 1924, a dire nella sua “orazione d’apertura” :”Io ho vissuto sotto quattro pontefici:Pio IX, Leone XIII, Benedetto XV e Pio XI”, implicando o che per lui Pio X° non era proprio esistito oppure che sotto Pio X non era proprio possibile vivere.

La censura e le persecuzioni colpirono un po’ dappertutto (persino Angelo Roncalli, il futuro straordinario Giovanni XXIII, venne indicato e sospettato come colpevole di “modernismo”).

La lotta del papato contro l’evoluzione continuò anche con i due papi seguenti, anche se con minor convinzione e capacità di repressione, Benedetto XV e Pio XI, che tutto potevano essere tranne che dei giganti intellettuali.

Pio XII, che porta l’orribile peso della sua viltà o della sua personale mostruosa scelta di campo nel corso della seconda guerra mondiale, era comunque un individuo intellettualmente di grandi doti (anche qui è necessario non dimenticare i campi di steminio organizzati in Croazia da Ante Pavelic (1942/1943), ricevuto regolarmente da Pio XII, e la partecipazione alle stragi dei frati francescani (Miroslav Filipovic, “Bruder Tod”, ossia sorella morte). Persino alcuni ufficiali delle SS protestarono direttamente con Hitler per gli orrori serbo-croati, dei quali il papa era purtroppo informato) ed alla sua morte, comunque, anche se non era lecito piangere un sant’uomo non si rese possibile trovare qualcuno alla sua altezza.

In quel duro momento (1958) capitò un miracolo.

Il Pontefice Che Amava Il Mondo

Non parve affatto un miracolo quando , nel 1958, Angelo Roncalli uscì sulla loggia di San Pietro per dare il suo augurio “Urbi et Orbi” alla città ed al mondo. Sembrava di più una benigna nonna italiana che il Sommo Pontefice.

Pio XII aveva abituato i cattolici ad una maestosa Presenza e ad un cervello affilato come un coltello. Roncalli sembrava un papa succedaneo, un vecchio che sarebbe durato qualche anno, finché i cardinali non avessero trovato qualcuno con cui rimpiazzare l’irrimpiazzabile (Pio XII, il papa politico). Poteva probabilmente trattarsi di Montini di Milano, una volta confidente di Pio. Se solo Montini fosse stato cardinale quando cominciò il Concilio avrebbe già potuto diventare papa in quel momento (anche se il Cardinal Siri, di Genova, era un avversario da non sottovalutare. Uno splendido conservatore, che fu capace di accettare in toto Giovanni XXIII ed il suo messaggio, pur non condividendolo affatto).

E poi il nome scelto da questo amabile personaggio? Giovanni XXIII. Non c’era stato un papa Giovanni da 500 anni, anche se era stato uno dei nomi più amati dai papi precedenti. Era il nome del Battista e del discepolo prediletto di Gesù. Inoltre c’era già stato un Giovanni XXIII e, come abbiamo visto, Baldassarre Cossa, il pirata , era stato anche la ragione dello sparire del nome dalle scelte dei nuovi papi. Deposto nel Concilio di Costanza nel 1415 (ve ne parlo a pagg. 21 e 22) era tuttora seppellito nel battistero ottagonale della cattedrale di Firenze (tomba disegnata da Donatello). Roncalli spiegò la scelta con il fatto che, per quanto ne sapeva lui, i “Giovanni” non erano mai durati molto, ed essendo lui parecchio oltre i settant’anni gli era sembrata una scelta appropriata. La situazione era invero assai più strana perché , lasciando da parte il Cossa, Giovanni XVI fu un antipapa, e non esiste un Giovanni XX perchè il papa che avrebbe dovuto chiamarsi così decise invece per Giovanni XXI, credendo che ci fosse stato un papa extra con quel nome nel nono secolo (si trattava della fantastica Papessa Giovanna). Così lo stupore di molti quando Roncalli scelse di chiamarsi Giovanni XXIII invece di Giovanni XXIV° non era giustificato perchè lui sarebbe stato solo il XXI dei papi con quel nome.

Vorrei non starvelo a menare con i tratti salienti della sua vita, ma credo sia inevitabile per comprenderne la personalità.

Nacque il 25 novembre 1881 a Sotto il Monte, vicino a Bergamo. Suo padre, Giovanni Battista, era un povero contadino e Angelo era il terzo di redici figli (il maschio più anziano). Fu battezzato nello stesso giorno della nascita in Santa Maria in Brusico, portatovi di corsa dallo zio Saverio, ma la registrazione comunale precedette il battesimo perché il prete della parrocchia era fuori in visita.

La sua vita familiare (da ragazzo) era vivida, piena di movimento e di fede. Ritornava annualmente in famiglia “per ritemprarsi”, come spesso diceva. Egli stesso racconta:” Non c’era mai pane alla nostra tavola, solo polenta; ne vino, e carne assai di rado. Solo a Natale e a Pasqua potevamo avere un pezzetto di torta fatta in casa…eppure quando un povero si presentava alla porta e tutti noi venti aspettavamo impazienti la minestra in tavola, mia madre trovava sempre posto ed occasione per farlo sedere a mangiare con noi.
Il povero non era uno sconosciuto, naturalmente.
Agli occhi di Marianna Roncalli era lo stesso Gesù.

Con enormi sacrifici la famiglia lo mandò a studare al seminario giovanile di Bergamo e nel 1900 entrò al Collegio Cesarola di Roma. Fu ordinato il 10 agosto 1904 e, ottenuto il dottorato in Teologia, divenne segretario del liberale vescovo di Bergamo, posto che ricoprì per nove anni.
Partecipò come ordinanza medica alla prima guerra mondiale.
Nel 1922 incontrò , per caso, nella Libreria di Milano Monsignor Achille Ratti, direttore della medesima e futuro Pio IX, che lo prese in simpatia.
Tre anni dopo era vescovo ed entrava nel corpo diplomatico.

Per coloro che lo immaginano come un bonario semplicista, ricordo che Giovanni XXIII parlava correntemente Latino, Greco, Francese e Bulgaro. Capiva e si esprimeva in Spagnolo, Turco e Rumeno. Leggeva Inglese, Tedesco e Russo. Ed era uno straordinario diplomatico, che serenamente e con quieta intelligenza insisteva sulla necessità di libertà e sul rispetto dei diritti di ciascuno:”benedetti siano i mansueti perché essi erediteranno la terra, benedetti siano i “pacificatori” perché essi saranno chiamati i bambini di Dio”. Altra sua espressione era “Legum servi sumus, ut liberi esse possumus”(Cicerone). Siamo soggetti alla legge al fine di essere liberi. Nobile espressione di saggezza romana che ben rappresenta la necessità di cercare il cambiamento attraverso la modifica delle regole sociali e nel rispetto della legge.

E’ stato senza dubbio il Papa Giovanni che resterà nella storia. Tutto in lui , tranne l’altezza, era grosso:occhi, orecchie, bocca, naso, collo, cuore. Soprattutto il cuore. La sua faccia era come un puzzle composito, ma il suo cuore era uno dei capolavori del Signore.

Uomo del mondo non perse mai la capacità di essere bambino e di guardare al futuro.
Il suo orientamento verso il futuro e l’assenza totale di paura furono i grandi doni che portò al papato. Nel suo discorso di addio ad Auriol (dopo otto anni di rettorato del Corpo Diplomatico), disse:” Se noi conserviamo una fede ferma, un invincibile ottimismo e cuori sensibili ai sinseri appelli alla fratellanza umana e cristiana, noi tutti abbiamo il diritto di essere senza paura e di credere all’aiuto di Dio”. Amore, amicizia e ottimismo erano virtù che aveva in abbondanza. E come i suoi alleati lo vedevano così, altrettanto facevano i suoi oppositori, che rifiutavano di chiamarlo “nemico”. Lui era al di fuori di queste categorie.

Herriot, leader del Partito Radicale, disse di lui:”se tutti i preti fossero come il Nunzio Roncalli non ci sarebbero più anticlericali”.

Quando divenne Patriarca di Venezia, il Presidente Auriol insistette per consegnargli personalmente il cappello rosso, nel corso di una cerimonia all’Elieseo, e Roncalli disse che a Venezia, nella sua casa, ci sarebbe sempre stata una lampada accesa per i suoi amici.
Il canadese Generale Vanier gli rispose:” Noi siamo tutti Vostri amici e quando verremo a Venezia la prima cosa che guarderemo sarà la lampada accesa nella casa del Patriarca. Sappiamo che avremo solo da bussare e ci sarà aperto.”.

Come Patriarca Roncalli visse diversi anni di pace e di serenità. Il suo ottimismo era contagioso e produceva effetti pacificatori. Sembrava il massimo di una lunga carriera:dieci anni a Sofia (Bulgaria), dieci a Istambul, otto a Parigi, il suo ultimo impegno. Si aspettava probabilmente di finire i suoi giorni a Venezia, come Giuseppe Sarto prima di lui ed anche lui si sbagliava

Ci vollero undici votazioni nell’ottobre del 1958 per eleggerlo papa, ma ci volle molto meno per comprendere che era differente da tutti gli altri papi. Prima di tutto era un essere umano, poi era un umile cristiano e poi, da ultimo, era un cattolico Cattolico (universale). Era il papa del Mondo.
Alcuni dissero addirittura che sembrava addirittura un papa non italiano, per il maggior rilievo concesso alle vicende del Mondo piuttosto che a quelle italiane, come sempre confusamente rissaiole ed inconcludenti.

La Curia si lamentò amaramente per i suoi presunti cedimenti ai comunisti, alle eresie ed ai nemici religiosi di molti secoli e così fecero le destre estreme. Concesse persino un’intervista, in un delicato momento politico, alla Izvestia (principale quotidiano moscovita), diretta allora dal figlio di Khrushiov, provocando la furia belluina dei cardinali e dei prelati più retrivi.

La verità è che non era particolarmente interessato a salvare l’Italia dal comunismo, ma piuttosto a divulgare il Vangelo di Cristo a tutta l’umanità e soprattutto alla Chiesa.

Dove i suoi predessori avevano combattuto il mondo, l’avevano denunciato, avvisato, condannato, Giovanni XXIII l’amava, lo incoraggiava e gli sorrideva come un cherubino.

Giovanni era un grande “artista dello spirito”. Diede una nuova dimensione al cattolicesimo, utilizzando i vecchi mezzi che aveva a disposizione. Molti , soprattutto tra i Cardinali, e uomini astuti come il Cardinal Heenan non furono in grado di coglierne l’originalità e la grandezza e lo criticarono duramente come fosse un “semplice”.
Sicuramente lo era ma era anche una delle menti più acute del suo tempo ed il suo non perdere contatto con il Vangelo gli permetteva di mantenere sempre il rapporto con il mondo intero.

Rappresentò la dimostrazione che si può essere un santo e saper fare il proprio lavoro contemporaneamente.

La verità lo rappresenta meglio di mille leggende. Il Santo Stefano del 1958 si recò a Regina Coeli (la prigione) e disse ai reclusi:”Voi non potete venirmi a trovare e così sono venuto io da Voi.”. Ad un bimbo che gli scriveva di sapersi decidere sul cosa fare da grande, se il papa o il poliziotto, rispose:”Sarebbe più saggio per te studiare da poliziotto. Tutti quanti possono fare il papa, visto che, come puoi vedere, anche io lo sono diventato.” Aveva l’abitudine di girare per i giardini a tutte le ore, così i visitatori della cupola di San Pietro cercavano sempre di guardare se lui stesse passeggiando nei giardini, visibili dalla cupola.”Cosa succede?” domandò Giovanni ad un preoccupato ufficiale della sicurezza. “Vogliono vederVi, Santità.””E perchè no?” chiese Papa Giovanni sinceramente stupito.”Non sto mica facendo niente di sbagliato, credo?”

L’umanità di quest’uomo e la sua capacità di comprensione, tenendo conto del ruolo ricoperto, hanno dello straordinario. Del magico, vorrei dire, senza tema di essere blasfemo.

Sia lui che Pio X erano di origine contadina. Sia lui che Sarto erano santi uomini, senza personali preoccupazioni, senza macchie private. Uomini dedicati e pieni di umiltà personale eppure incredibilmente differenti.
Dove Pio esigeva, per il suo ruolo, assoluta obbedienza e persino sottomissione, sentendosi obbligato ad imporre la sua autorità quale rappresentante di Cristo in terra, Giovanni non esigeva nulla, nulla temendo tranne di agire diversamente da come Gesù avrebbe agito.
Non esisteva in lui contraddizione tra essere papa ed essere buon cristiano. Lui non era null’altro che il “buon pastore”.

Al suo annuncio di aver convocato un Concilio, nel gennaio 1959, i cardinali erano stupefatti che chiedesse loro consiglio. Non ne avevano da dargli. Per troppo tempo erano stati abituati a seguire i comandi dei papi piuttosto che a collaborare. E perché avrebbero dovuto mostrare qualche entusiasmo? L’unico Concilio in quattrocento anni era servito a proclamare l’infallibilità del papa. Perché Giovanni voleva un nuovo Concilio ed a cosa gli sarebbe servito?

Le resistenze furono moltissime, anche all’interno della Curia, ma niente arrestò Giovanni.
Nell’ottobre del ’62 presenziò, con lacrime di gioia agli occhi, alla seduta d’apertura.
Si diceva che se tutti i papi fossero stati come lui, tutti quanti avrebbero fatto la coda per diventare cristiani, ma le cose non furono affatto facili.
La resistenza della vecchia Guardia, con le condanne e gli anatemi, fu grandissima. Ottaviani, Spellman, McIntyre, Godfrey opposero strenue obiezioni allo spirito di comprensione e di libertà che Giovanni andava diffondendo, tanto da indurre, in una particolare occasione, il cardinal Léger ad alzarsi in piedi e rispondere duramente alle reazionarie istruzioni di Ottaviani: “Dovrete fare il lavoro (di contenere lo spirito di novità) da solo. Se la Vostra attitudine è questa, Voi siete l’unico ortodosso qui e tutti noi altri siamo eretici. Arrivederci.” .
La prima sconfitta della Vecchia Guardia fu dovuta al coraggio di due cardinali, Frings di Colonia e Liénart di Lille, che si opposero alla composizione delle Commissioni, con membri tutti nominati dalla Curia.
Giovanni, guardando l’evolversi della situazione sulla televisione in circuito chiuso, deve aver sorriso come Monna Lisa. La Curia, che aveva così a lungo controllato l’indirizzo della politica della Chiesa, non la rappresentava più.
Molti passi avanti vennero posti in essere nel corso del Concilio, anche se nessuna reale modifica strutturale alla catechesi venne materialmente apportata. Le resistenze al nuovo furono troppo forti e l’idea che, al termine del Concilio, la Curia avrebbe comunque ripreso in mano le fila politico/religiose del potere era troppo consolidata perché si potesse realizzare una “Nuova Chiesa”. I colpi inferti alla vecchia struttura furono però tremendi. L’intervento di Massimo IV, Patriarca di Antiochia e della Chiesa Orientale che emerse come figura di rilievo, modificò neanche tanto sottilmente gli atteggiamenti ed i comportamenti di adeguamento al nuovo da assumere di fronte all’evoluzione civile.
Le questioni poste sul tappeto della discussione, aborto, catechismo, irrilevanza delle strette e dure regole di comportamento imposte a fedeli per i quali non avevano ormai alcun senso, e persino l’astrusità di un concetto di paradiso che era poco meglio di un monastero medioevale, vennero messe in discussione.

Quando la prima sessione conciliare terminò, nel dicembre del 1962, nessuno dubitava più che la Chiesa stesse entrando pienamente nel XX secolo.

Nel marzo 1963, tra le furenti critiche della Curia, Giovanni ricevette il Premio Balsan della Pace, con l’appoggio completo dei quattro membri sovietici del comitato di nomina. Fu accusato di essere un cripto-comunista, di avere sminuito il prestigio del papato per aver accettato un premio di terza categoria da nemici della fede.
Nella medesima primavera del ’63 Giovanni pubblicò la sua enciclica “Pacem in Terris”, con la quale dava sostanzialmente il benvenuto al progresso e proclamava il diritto di ogni uomo di “venerare Dio secondo i dettami della propria coscienza e di professare la propria religione sia privatamente sia pubblicamente”.
Egli distrusse definitivamente l’idea che l’errore non ha diritti, come sostenuto per secoli dall’Inquisizione, rimpiazzandola con quella che gli esseri umani hanno ricevuto da Dio diritti che nessuno può togliere loro.

Nella stessa epoca cominciò a mostrare i sintomi della malattia che l’avrebbe ucciso nel giugno del 1963.
Lasciò un vuoto che nessuno è stato in grado di colmare.
Rese attraente la bontà e la santità, rese cattolica la Chiesa, diede al cattolicesimo un nuovo cuore ed un nuovo spirito ed anche se non riuscì a completare il suo gesto d’amore nessuno di noi potrà dimenticarlo.

Il Concilio era ancora in corso perciò quando, il 17 giugno, venne nominato il suo successore, Giovan Battista Montini, che prese il nome di Paolo VI.

L’amletico personaggio

Giovanni Battista Montini era nato il 26 settembre 1897 a Brescia ed era stato educato in famiglia (come Pio XII) prima di essere ordinato sacerdote nel 1920. Due anni dopo venne comandato presso il Segretariato di Stato , dove servì sotto due imperiosi pontefici, Pio XI e Pio XII. Nel 1954 Pio XII lo spedì in esilio, se così si può dire, quale arcivescovo di Milano (si ipotizza per alcune sue simpatie sinistrorse). Certo è che non lo nominò mai cardinale.

Giovanni XXIII lo nominò immediatamente a tale carica e, quando iniziò il Concilio Vaticano II, Montini fu l’unico prelato in trasferta ospitato nel Palazzo Vaticano. Benché Giovanni lo descrivesse come “amletico personaggio”, incapace di prendere decisioni immediate, probabilmente si rendeva conto che sarebbe stato il suo successore.

Una delle sue priorità, dopo la nomina a pontefice, fu quella di allargare la Commissione papale sul controllo delle nascite, aggiungendo abbastanza membri (ultraconservatori) da equiparare il numero dei laici.

Il problema sorse quando i tre principali teologi liberali cominciarono a fare convertiti, convincendo i quattro quinti della commissione che non vi era differenza tra il “periodo di infertilità” (permesso da Pio XII) e l’uso del preservativo (che aveva rappresentato sino ad allora una forma di mutuale e peccaminosa masturbazione). La necessità di apportare dei cambiamenti netti e definitivi, deliberata sostanzialmente dalla Commissione, arrivò al pontefice mediata dall’orrore della vecchia guardia Curiale ed il papa “amleto” riportò indietro il papato di mezzo millennio in un colpo solo.

Egli decise infatti che avrebbe personalmente esaminato il rapporto della Commissione e poi avrebbe deciso per conto suo. Tutto quanto Giovanni aveva prodotto rinnovando il concetto di Collegio Ecclesiale di amore e fratellanza andò a puttane (l’originale concetto di chiesa, clero e fedeli unitariamente coinvolti nei processi decisionali).

Così una volta ancora la Chiesa cattolica adottò l’attitudine de: “Il Papa sa meglio”.

Padre F.X. Murphy, ancor prima della decisione Paolina, scrisse nel 1967/8: “l’insuccesso della Gerarchia nell’intervenire esplicitamente sull’argomento (contraccezione) è soltanto criminale. Lasciare la decisione solo nelle mani del pontefice non sembra, nelle attuali circostanze (Concilio Vaticano II°) ne giusto ne appropriato.”.

I vescovi cedettero ed il loro crollo psicologico e morale può essere accostato con quello verificatosi cento anni prima nel Vaticano I°, quando abbiettamente, subirono la papale “infallibilità” malgrado le giuste proteste delle loro coscienze.

I due giorni più esplosivi del Concilio furono il 29 ed il 30 ottobre 1964, quando i padri discutevano de “la Chiesa nel mondo moderno”. Il cardinal Léger di Montreal suggerì che il matrimonio non dovesse necessariamente fruttificare in unici atti di rapporto ma dovesse essere considerato come “intero”. L’amore , egli insistette, deve essere considerato come un fine “di per se stesso” e non meramente come un mezzo per qualche altro fine, come la fecondità. Si trattava di un’interpretazione normale per qualunque laico ma straordinaria per un prelato.

Il belga Suenens chiese che venisse rivista l’intera dottrina classica della contraccezione, alla luce della scienza moderna, pregando i suoi “fratelli vescovi” di evitare un nuovo “affare Galileo”.

L’intervento del patriarca Maximos IV° Saigh diede voce prestigiosa alle preoccupazioni di tutto il clero liberale esponendo con chiarezza intellettuale le problematiche legate all’interpretazione del matrimonio e del sesso poste in essere da soggetti (il clero) che non erano in grado di afferrare completamente i problemi e spazzando via le distinzioni tra fine primario (procreazione) ed altri fini del rapporto coniugale.

Persino il conservatore cardinal Alfredo Ottaviani manifestò le questioni legate all’assenza di controllo nelle nascite (e di conseguenza alla possibile sovrappopolazione).

La votazione del 30 concluse il dibattito e quella fu l’ultima volta in cui ai vescovi ed ai cardinali fu permesso dibattere liberamente questa essenziale problematica.

Il papa sospese la questione riservandosi di decidere ex cathedra. Alla sua richiesta di riaffermare quanto deciso con la “Casti connubi di Pio XI la Commissione rifiutò recisamente. Ottaviani e Garrone lo avvisarono che stava giocando con il fuoco vietando ai padri di discutere e poi cercando di imporre unilateralmente la propria idea. Si trovò un temporaneo compromesso apportando emendamenti alla relazione della commissione, ma mantenendoli solo verbali.

Naturalmente nulla venne ufficialmente deciso in sede Conciliare e Paolo VI, nelle sue successive uscite pubbliche ed approfittando dell’impossibilità dei vescovi di riunirsi nuovamente, dimostrò ampiamente di non aver capito un cazzo, ripetendo come un pappagallo tesi che non sarebbero andate bene due millenni prima e risultavano adesso ancora più improprie.

Idiozie sulla donna quale “riflesso” della “immacolata” “vergine” “docile” “addolorata” “benedetta” Vergine Maria, personaggio mitico se ce n’è uno, visto che anche queste sue prerogative erano state decise per via conciliare. Altre pesanti idiozie sul controllo delle nascite, sul “periodo sicuro”, per finire con il dismettere le conclusioni della Commissione come “non definitive”, conservando inalterato lo statu quo.

Evito di esporVi le diverse tesi della Commissione (ci furono due differenti relazioni , una moderata ed una estremista), che sostanzialmente portavano a modificare in concreto la posizione della Chiesa sul matrimonio e sul controllo delle nascite, con chiarezza interpretativa così sorprendente da far pensare che si trattasse di problemi profondamente sentiti anche dal clero.

Humanae Vitae fu la risposta, il 25 luglio 1968, a tutte le feconde istanze di rinnovamento portate alla luce da Giovanni XXIII. Frutto di lunga riflessione questa enciclica rappresenta il culmine della repressione etica e della retrività.

Riferendosi al “costante” insegnamento della Chiesa il papa rivieta il “periodo fertile” quando lo si utilizzi per non avere più figli oltre quelli esistenti, rivieta l’aborto e la sterilizzazione, condannando a morte milioni di madri e di figli insieme.

Condannando alla sofferenza ed alla povertà milioni di individui, considerandoli come disgraziati animali che devono seguire pedissequamente le leggi “naturali”.

Lo squallore morale ed etico di questa encliclica, mascherata come saggio ed illuminato insegnamento, non ha pari in nessuna espressione letterario/didattica recente. L’idiozia delle tesi esposte sembra non avere limiti ragionevoli, ne umani ne divini. L’interpretazione dei rapporti umani che traspare dalle parole del papa appare quella di un semideficiente (eppure era un politico di grande qualità) che non si rende conto di come e di dove vivano i suoi disgraziati, questa volta veramente, fedeli.

Slums e favelas, ghetti, periferie sporche e case fatiscenti. Decine di figli senza il cibo con cui nutrirli e le medicine con cui curarli. Donne e uomini che vivono un’esistenza bestiale di fatica, dolore e sofferenza.

Non credo che noi che viviamo nel “primo mondo” (10% scarso della popolazione mondiale) ci rendiamo completamente conto della situazione esistente negli altri “mondi”. Ma il papa, lui si avrebbe dovuto rendersene conto.

The Guardian, The Economist e persino il cattolico The Tablet ironizzarono sulle posizioni papali. The Times dissentì rispettosamente. I giornali italiani, l’Unità compresa, sfiorarono il ridicolo per la pochezza dei loro commenti.

Le resistenze nel mondo cattolicofurono comunque fortissime e condussero, come era prevedibile, alla assoluta pratica irrilevanza delle prescrizioni papali, producendo analogicamente il mancato rispetto di altre ben più nobili e serie disposizioni etico/religiose.

Come gli studi di Padre Andrew Greely (The American Catholic, 1977) dimostrarono ampiamente ed irrefutabilmente, il declino della Chiesa cattolica e delle sue vocazioni deve attribuirsi essenzialmente, non al Concilio Vaticano II° come sostengono alcuni teologi conservatori, ma alla leadership papale nell’area della morale sessuale. La conclusione di Greely è che il Vaticano II° senza l'”Humanae Vitae” avrebbe dato forte spinta alla crescita della Chiesa. “Humanae Vitae”, senza Vaticano II°, sarebbe stata un assoluto disastro. Insieme furono un mezzo disastro.

Non voglio parlarVi delle conseguenze logiche della posizione morale della Chiesa sulla diffusione delle malattie veneree. Magari lo farò in seguito.

Il Superpapa e le questioni pressanti

Parlare di Giovanni Paolo II è cosa affatto facile. L’uomo possiede qualità e caratteristiche assolutamente contrastanti. Che la sua figura giganteggi in quest’ultimo scorcio di secolo è cosa indubbia, ma altrettanto indubbio è che agli straordinari progressi nel campo della pace tra le genti egli non abbia unito una crescita altrettanto rilevante nella comprensione della vita e della morale correnti. 

Credo sia bene, per esempio, non dimenticare che buona parte degli orrori verificatisi nel corso dei conflitti in Ruanda nel 1994 hanno avuto la benedizione o la partecipazione diretta di membri del clero cattolico, e sotto il pontificato di Giovanni Paolo II

Le sue posizioni sull’aborto, sulla contraccezione, sul celibato del clero e sulla posizione della donna nella società e nella famiglia potrebbero essere tratte da un volume di catechesi del 600 senza che dovesse esser loro apportata alcuna variazione.

Un alto prelato vaticano ha detto che Giovanni Paolo rifiuta di giocare la partita sui numeri, ma è proprio sui numeri che la partita si gioca.

L’interessante assunto del Santo Padre “qualcuno provvederà” o “ci penserà la Provvidenza” sembra fare tristemente il paio con l’orribile “Dio riconoscerà i suoi” della strage degli albigesi.

Ci sono voluti 1800 all’umanità per raggiungere il miliardo di individui. Dal 1800 al 1920 si è aggiunto un altro miliardo. Il terzo miliardo è stato raggiunto nel 1958, il quarto nel 1975 ed il quinto nell’estate del 1987. Attualmente (marzo duemila) sfioriamo i sette miliardi di persone.

Non c’è mai stato un così grande numero di esseri umani che vivono in condizioni subumane. Un così spaventoso numero di sofferenti e di poveri. Ed il giochetto mentale di sostenere che il 10% della popolazione mondiale utilizza e sfrutta il 90% delle risorse è ridicolo e scorretto. Quel 10% è rimasto pressoché invariato negli ultimi 200 anni , raggiungendo nei paesi più civili una crescita zero.

I governi democratici sembrano in condizione di controllare meglio i propri tassi di crescita, forse perché meno dipendenti da forme di manipolazione della popolazione o perché la popolazione diventa meno disponibile a farsi manipolare dai governi. Dei circa duecento paesi del mondo solo una trentina sono realmente democratici,esenti da pressioni e colpi di stato. Dove il governo ha carattere tirannico o fortemente religioso, a parte i devastanti pericoli di guerre esterne, la popolazione costituisce il famoso gregge ai cui componenti non sembra restare altro che adempiere al comandamento passatempo “moltiplicatevi” (anche per ragioni di mera sopravvivenza). I propri giovani vengono venduti e/o affittati per limitare i costi o perché ce ne sono in soprannumero (di figli) e perché costituiscono l’unica fonte di “ricchezza”.

Per di più sembra difficile esaminare razionalmente il problema senza cadere in trappole buoniste, ecologiste ed umanitariamente “cattoliche”.

Se qualcuno suggerisce di interrompere o di controllare con fermezza i flussi migratori verso i paesi industrializzati viene immediatamente catalogato come razzista (se gli va bene) , nazista e/o fascista. Anche gli immigrati prima o poi voteranno, il che è un elemento da non trascurare.

Non credo che esistano facili soluzioni ma sicuramente esse devono essere “imposte” sia pure per via mediata e senza prevaricazioni dirette.

Gli ultimi cinquant’anni hanno dimostrato con estrema evidenza che i cosiddetti regimi arrivano sempre al punto di non aver altra scelta politica oltre a quella di ricorrere ad una guerra contro un nemico esterno e tale scelta, attuata, per esempio, contro un paese come il nostro, può essere una scelta dall’effetto devastante e dirompente.

Ma torniamo al papa.

La completa approvazione di Giovanni Paolo alle prescrizioni dell’enciclica sulla pillola , Humanae Vitae, appare situata fuori dal contesto temporale nella quale estrinseca i suoi effetti.

Considerare aborto e preservativo (o contraccezione in genere) quali peccati mortali in tutte le circostanze (la casistica nella quale sono tollerati, quali mali minori è praticamente limitatissima) carica i fedeli di un peso etico e morale assolutamente ingiusto. 

Vedasi le pesanti problematiche e gli orrori etici che questa posizione ha provocato nei recenti conflitti in Croazia, Bosnia etc., con l’impedire l’interruzione di gravidanza alle molte donne (tra le quali anche alcune suore) stuprate e fecondate dagli stessi soggetti che hanno ucciso i loro mariti o i loro figli.

 Peraltro senza che tale comandamento religioso trovi una effettiva corrispondenza nelle Scritture.

Praticamente tutta l’elaborazione teologica a giustificazione della Humanae Vitae è frutto dell’opera di Agostino e di Tommaso e non rappresenta certo, come sostenuto da papa Giovanni Paolo, una “costante tradizione cattolica”.

Già soltanto il fatto che il “periodo sicuro” , condannato come peccato mortale (in quanto metodo contraccettivo) da Agostino sino al 1951, sia poi diventato l’unico metodo approvato dalla Chiesa (forse perché funziona di merda) la dice lunga sulla costanza. Quanto alle virtù coniugali in “De bono coniugali” il medesimo Agostino (sempre tra le scatole) scrive che gli unici meriti (bona) o valori del matrimonio sono :figli, indissolubilita, fedeltà, gli stessi che ritroviamo in “Casti connubi” di Pio XI nel 1930, saltando a pié pari millecinquecento anni di variazioni sul tema e di differenti insegnamenti catechistici sull’argomento. 

Con scarse varianti gli stessi concetti vengono reiterati nella “Humanae vitae” e, più di recente, ancora rinforzati con “Evangelium vitae”, nella quale l’aspetto paradossale delle spiegazioni e delle istruzioni papali risiede proprio nel continuo autocitarsi da parte di Giovanni Paolo a conferma della validità di posizioni religiose/morali del tutto insostenibili dal punto di vista etico. Per questo papa, uomo politico di grandissimo valore e di enorme coraggio, sembra che duemila anni di orrori e sofferenze,senza dubbio addebitabili in parte alla Chiesa, siano trascorsi inutilmente: mascherati da un linguaggio “prudente” ed apparentemente “paterno” si ritrovano il disprezzo per la donna e l’insofferenza verso il diritto dell’uomo a decidere del proprio futuro e, quello che è peggio, del proprio presente. Insomma, se potesse, Giovanni Paolo sarebbe ben contento di avere due spade (e magari di tagliare la gola a quelli che non la pensano come lui).

D’altra parte basta leggere con attenzione la bibbia per rendersi conto che, così come i Patriarchi avevano spesso diverse mogli, l’originaria visione del rapporto matrimoniale aveva connotazioni profondamente differenti da quelle imposte dalla morale cattolica.

In una società fortemente maschilista, nella quale la repressione dell’altro sesso costituiva (costituisce) elemento indispensabile di sopravvivenza, solo presso i cattolici e gli Stoici (con ben altra caratura etica) l’atto d’amore costituito dal rapporto sessuale coniugale diventa “cosa sporca” e peccato di particolare turpitudine.

La sequenza di storie “edificanti” che ritroviamo nella Patristica su mariti che abbandonano mogli e figli (a morire di fame) per intraprendere una vita “casta e meditativa”, sembrano prodotte da una banda di celibi impotenti e/o repressi (senza avercela con gli impotenti, assolutamente incolpevoli di per se), al servizio di un Dio “maschio e sciovinista”.

Se solo si pensa che i Padri spesso giustificano la loro posizione spiegando il dolore del parto con la giusta punizione inflitta da Dio alla donna proprio nel posto e nella parte del suo corpo dove ella ha commesso peccato, si resta spaventati dalla pochezza e dall’inumanità di coloro che hanno guidato la nostra vita religiosa per venti secoli.

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