Fisicamente

di Roberto Renzetti

Le posizioni di Gregorio e degli altri

Gregorio il Grande, che regnò dal 590 al 604 d.C. , fu una delle meraviglie della sua epoca. Solo Leone I (440-61) poteva rivaleggiare con lui come teologo e vescovo pastorale.

Gregorio era di media altezza con un’enorme testa calva (teschio che molte città – Costanza, Praga, Lisbona, Sens – dichiararono di possedere come reliquia) . Aveva la fronte alta e piccoli occhietti giallo/marroni. Naso aquilino con grandi narici e labbra larghe e carnose. Di nobile famiglia senatoriale aveva deciso fin da piccolo di fare il monaco. Era di cattiva salute ed aveva peggiorato ulteriormente la sua qualità di vita mangiando male e bevendo peggio (importava direttamente da Alessandria il “cognidium”, vino insaporito con resine), beccandosi la gotta (dolorosissima) e una digestione disastrosa.

Egli fu uno dei primi pontefici ad approvare ufficialmente l’opera di Agostino, condannando i rapporti sessuali non solo durante la gravidanza ma anche nel periodo dell’allattamento.

Secondo Gregorio, dopo che un uomo ha dormito con sua moglie, non può nemmeno entrare in una chiesa prima di essersi lavato e di aver fatto debita penitenza, poiché la sua volontà rimane contaminata. Il Matrimonio non è di per se peccaminoso, ma il sesso tra i coniugi lo è sempre . In accordo con Agostino, Gregorio collegò strettamente sesso e peccato originale.

Il peccato originale è la corruzione innata dell’anima ed assume la forma del desiderio o della concupiscenza, la ribellione della carne contro lo spirito. A causa del peccato di Adamo tutta l’umanità è sporca e dannata ed è come se Adamo, il primo uomo, avesse contratto una malattia ereditaria che porta irrevocabilmente alla morte. Della colpa di Adamo tutta l’umanità è responsabile ed in Adamo tutti noi abbiamo peccato.

Questo significa che noi nasciamo nel peccato e dal peccato le nostre anime sono inquinate sino dalla nascita.

Il problema che tale colpa viene lavata via dal battesimo (e quindi non dovrebbe essere trasmessa ai figli da due genitori “purificati” dal sacramento) viene risolto da Gregorio rilevando che la procreazione avviene per il tramite di un atto “sessuale”, prodotto della lussuria, e quindi “in se” peccaminoso. Se i bambini muoiono non battezzati essi sono condannati ad un eterno tormento , colpevoli solo di essere nati.

E ricordiamo che i pagani (tutti ed indiscriminatamente) se ne vanno tranquillamente all’Inferno senza scampo alcuno (a queste condizioni li seguo anch’io volentieri. Forse Memnoch aveva qualche ragione a ribellarsi).

L’ottica di Gregorio non è poi tanto lontana o dimenticata nel tempo. Se si riesamina il canone 747 del Codice ecclesiastico del 1917 (non riportato nel codice revisionato del 1983, ma che tuttavia ancora determina i comportamenti pratici dei moralisti) si legge che se esiste pericolo di morte del bambino nel grembo della madre, esso deve essere battezzato prima della nascita (magari frugando nell’utero con una siringa piena d’acqua santa [metodo consigliato]). Sembra un’idea tristemente satirica nata dalla fertile fantasia di Swift. Nella visione di Gregorio solo Gesù nasce incorrotto, in quanto “non frutto” di una congiunzione carnale. Naturalmente , au contraire, la povera Madonna non è , per Gregorio, ne immacolata, ne pura (tanto per contraddire i suoi successori).

In considerazione dell’infallibilità papale viene da chiedersi perchè mai Paolo VI, scrivendo Humanae Vitae, non si sia appoggiato anche alle terrificanti tesi di Gregorio, oltre che a quelle di Pio XI e PioXII. Perchè questi ultimi si ed il Grande Gregorio, sicuramente uno dei cinque o sei papi più importanti nella storia della Chiesa, no?

La verità è che l’nsegnamento religioso degli ultimi papi contraddice in più punti la dottrina precedentemente seguita, producendo dal punto di vista logico una serie di prescrizioni prive di coerenza interna (che invece era perseguita dagli antichi teologi).

Le tesi di Gregorio governano tutto il medioevo e , nel Malleus Maleficarum, Sprenger e Kramer palesano una salda credenza che il sesso sia la porta d’ingresso di Satana nel mondo materiale. Le idiote opinioni di Capello, Genicot ed altri in ordine alla differente qualità di peccaminosità inerente agli atti sessuali non portati a compimento rappresentano solo l’incapacità da parte di ciechi dalla nascita di pontificare sul colore dei quadri.

Nel 1930 la Casti Connubii di Pio XI contraddice tutto quanto precedentemente sostenuto da tutti i papi che lo hanno preceduto, attribuendo al matrimonio “fini secondari” (aiuto reciproco, amore reciproco, lenire la cincupiscenza) e dimeticando che tutto quanto non sia diretto alla procreazione ed ogni altro fine aggiunto alla medesima procrazione , secondo la costante tradizione cristiana, costituisce peccato mortale. Questa è stata la costante ininterrotta tradizione cristiana. Persino Innocenzo XI (1676-89) decretò solennemente che fare sesso solo per il piacere (lenire la concupiscenza, amore reciproco) è peccato.

Secondo questa dottrina fare l’amore con la propria moglie incinta o sterile o in menopausa costituisce un peccato mortale senza possibilità di scampo.

Pio XI modifica strutturalmente la faccenda, affermando nella sostanza che posto che vi sia penetrazione ed inseminazione, diventa irrilevante lo stato del coniuge. Non importa cioè la condizione sostanziale dei soggetti in discorso (se siano sterili, in menopausa, in andropausa, incinti, etc.etc.). L’importante è che non adottino pratiche contraccettive e che l’atto sessuale si definisca in una penetrazione con inseminazione. L’atto, in questi termini e per Pio, appare quasi virtuoso.

Naturalmente quando Vaticano II rifiutò di usare la distinzione tra fini primari e secondari del matrimonio fece una cosa saggia, perché il tentativo di Pio di sostituire una regola morale con una partica descrizione dell’atto lecito rendeva assolutamente impossibile uscire dal dilemma costituito dalla contraccezione.

La nuova moralità imposta dalla Casti Connubii e dalla HUmanae Vitae (da ultimo anche dalla pressochè ridicola Evangelium Vitae) appare priva di coerenza logica e morale , rimanendo inaccettabile come e quanto l’insegnamento tradizionale ma senza averne l’ideale giustificazione. Il tentativo, pur lodevole, di permettere (Pio XII, 1940) agli sposi la sperimentazione del piacere e della felicità nel corpo e nell’anima (senza però comprendere come l’atto sessuale sia un atto d’amore, anzi, l’Atto dell’amore reciproco) rende impossibile produrre un ragionamento logico che permetta di prevedere in astratto quali siano o debbano essere i comportamenti leciti e quelli proibiti. Le varie concessioni (vedasi quella del 1951, Pio XII, relativa alla assoluta liceità del metodo Ogino-Knaus) non hanno fatto che rendere più complesse (e più meccaniche, se pensiamo ai termometri, alle misurazioni, etc.etc) le problematiche dei fedeli legate al sesso.

D’altra parte l’orrore di un Dio che condanna incolpevoli bambini ed ignari adulti ad un Inferno mostruoso solo perché non battezzati non può essere eguagliato da alcuna azione umana, per quanto terrficante. Sarei propenso a valutare Hitler ed Attila come dei patetici dilettanti di fronte alle crudeltà attribuite dai nostri gentili teologi al Dio padre di nostro Signore Gesù Cristo.

Di fatto nemmeno il Demonio appare così crudele.

Peccato originale e controllo delle nascite

Il vero mistero di tutta questa storia è costituito dal perché i cristiani abbiano conservato queste credenze così a lungo e senza proteste. Sembra esservi una sola risposta: l’Autorità. L’autorità della bibbia, in prima battuta, ma di una bibbia interpretata dai maestri della Chiesa (il Magisterium). Le mistiche parole di San Paolo “in Adamo tutti abbiamo peccato” sono state condotte stupidamente (o per qualche altra ragione non confessabile) a significare che persino i nascituri siano responsabili del peccato originale e debbano essere condannati ai tormenti dell’Inferno se muoiono non battezzati.

Cristiani che non si sarebbero mai perdonati se avessero fatto involontariamente del male ad un fanciullo, lo condannano ad indicibili tormenti (eterni) per qualcosa che non solo è inevitabile ma non è nemmeno stata commessa da lui e della quale non ha alcuna “coscienza”. Ed anche se probabilmente i genitori cristiani non hanno mai creduto che ciò fosse vero, d’altra parte a questa dottrina sono stati acquiescenti ed obbedienti, condannando così i propri figli.

Non esiste miglior esempio, nella storia dell’Autorità cattolica, di questo nel quale Essa, senza logica ragione, senza coerenza interna e senza umanità alcuna, domanda obbedienza ad una dottrina moralmente assurda.

Ed a nulla serve la giustificazione che si tratta di materia di “mistero” e/o di “fede”. Né mistero né fede sono ciechi di per se, e quando lo sono non ci appartengono personalmente. Si tratta della fede o del mistero di qualcun altro, al quale noi obbediamo per paura, per convenienza, per ignavia o per ignoranza.

Non c’è in questo insegnamento mistero o fede. Solo squallida paura celibataria. Esso sembra fare il paio con l’insegnamento papale sul controllo delle nascite. Come papa Gregorio condanna milioni di bambini innocenti all’eterno fuoco dell’Inferno, così papa Giovanni Paolo condanna milioni di aduti, atrettanto innocenti, all’inferno in terra. La differenza è che oggi il popolo cattolico dichiara di ritenere/credere che Papa Paolo si sbagliasse.

Non ci sono argomenti validi a sostegno delle teorie di Giovanni Paolo e non si capisce con quale criterio egli abbia sostenuto Pio XI e Pio XII invece di appoggiarsi a Gregorio ed ai suoi successori. Quale che sia stata la ragione certo è che l’insegnamento di Paolo ha creato più problemi di quanti ce ne fossero prima, impedendo anche la possibilità di più facili soluzioni.

Un etica celibataria ha messo definitivamente alla gogna i credenti laici. Una coppia che vive in una baraccopoli con una dozzina di figli o usa il metodo Ogino-Knaus o dorme schiena contro schiena. La masturbazione è sempre peccato mortale , persino quando è motivata da controlli di fertilità. Nello stesso modo la masturbazione è peccato assai più grave dell’adulterio, in quanto più innaturale e non diretta alla procreazione. Un violentatore che indossa un preservativo nello stuprare la sua vittima è più colpevole di uno che non lo usa (si pensi all’aids ed alle donne bosniache). La fecondazione in vitro è sempre condannata, anche quando sia diretta a risolvere il problema delle coppie senza figli. In tutte le fasi di questa idiota condanna la morale cattolica tradisce le sue origini pretesche. E non si tratta di antipatia od odio dei celibi verso gli sposati, con la relativa invidia per le donne che essi possono amare. Il Clero semplicemente non capisce.

Un’ultima cosa: Pio XII ammise brontolando che “nihil obstat” all’uso del “periodo sicuro”, che è quindi diventato il metodo ufficiale standard dei cattolici per evitare il concepimento. Secondo questa “ufficiale” dottrina della Chiesa è quindi lecito e giusto moralmente copulare (in questo periodo di infertilità) anche quando si intende non procreare, al fine principale di soddisfare le proprie “brame” sessuali senza le seccature dei figli.

La follia di questo ragionamento emerge quando si ritorna ad esaminare la dottrina base del Cattolicesimo in questo settore: IL SESSO E’ SOLO PER LA PROCREAZIONE. Questa è la grande, anzi l’unica “coerente”tradizione cattolica.

Messe così le cose la Chiesa avrebbe dovuto essere felice della scoperta del periodo fertile, ma per la ragione opposta: per obbligare le coppie a copulare soltanto in quel periodo (fecondo), nel quale c’è la quasi certezza di restare incinte. Ed in questo modo non sarebbe andato sprecato tutto quel prezioso seme maschile, la cui vana dispersione è stata (questa volta sempre e da tutti i Padri della Chiesa) condannata severamente ed in ogni circostanza (v. Onanismo, masturbazione, etc.etc.).

Il fatto che Pio XII ed i suoi successori non abbiano adottato questa terrificante linea di condotta va sicuramente a loro credito. Anche se il merito deve essere ascritto più alla loro bontà d’animo che alla coerenza logica.

La stessa irrazionale illogicità i recenti pontefici hanno saputo evidenziarla anche in ordine ad altri pressanti problemi che attanagliano la comunità religiosa e laica di estrazione cattolica.

I pionieri del divorzio

Che la Chiesa cattolica sia contraria al divorzio è un fatto unanimamente riconosciuto. Il Vaticano generalmente non concede accrediti ad ambasciatori o diplomatici se essi sono divorziati o sposati con persone divorziate (il bando non è però assoluto). Possono tranquillamente essere protestanti, atei, persino agnostici (e questo è veramente strano: che per la Chiesa siano preferibili gli atei (i senza dio) agli agnostici (quelli in sospensione di giudizio)) ma è necessario ed opportuno che matrimonialmente parlando siano al di sopra di ogni sospetto.

L’opinione che la Chiesa non permetta mai il divorzio è condivisa da quasi tutti, cattolici compresi, sebbene molti sussurrino dietro alle spalle che la chiesa lo conceda sotto differenti apparenze. Persino i cattolici divorziati esternano questa opinione di assoluta illiceità del divorzio.

Essi evidenziano come elemento d’orgoglio il rifiuto di Papa Clemente VII ad Enrico VIII, quando decise di abbandonare Caterina d’Aragona per l’attraente Anna Bolena (poi allegramente decapitata). Per essere precisi Enrico aveva domandato l’annullamento del suo matrimonio, un favore che Alessandro VI aveva garantito senza indugio alcuno alla figlia Lucrezia dopo tre anni di matrimonio abbondantemente consumato.

Enrico poteva anche accampare discrete ragioni, sicuramente migliori di quelle usate da sua sorella Margherita, regina di Scozia, per fare annullare il proprio matrimonio. Mi sembra inutile elencare le molteplici ragioni che possono giustificare la cessazione della vita matrimoniale. Si può passare da quelle sentimentali (cessazione o insussistenza dell’amore, dell’affetto o della tolleranza reciproca) a quelle penali (violenze e prevaricazioni, percosse, violenze e sevizie dei figli, comportamenti delinquenziali, etc.etc.) per finire a quelle sanitarie (malattie veneree, aids, pazzia, sclerosi, arteriosclerosi, manie e/o fissazioni religiose). La follia di un precetto che dispone “Ciò che Dio ha unito, nessuno uomo divida”, sembra saltare agli occhi per le inique conseguenze che può comportare.

Appare evidente che il Clero (celibe) non riesce a comprendere l’impossibilità materiale di riconciliare condizioni di vita divenute assolutamente intollerabili. Alcune situazioni coniugali non sono più “vita” in senso stretto. Rappresentano fattispecie di “non vita”, dalle quali è assente anche quel minimo rispetto di se stessi e degli altri che ci permette di considerarci esseri umani etici. Un’altra eterna prigione, costellata di sevizie e di torture che potrebbero farci impazzire.

La realtà è che la Chiesa, ufficialmente, non ammette il divorzio (o meglio : la dissoluzione del vincolo) in una sola specifica fattispecie: un matrimonio consumato tra due cristiani. Inoltre il papa è assai distante dall’essere assolutamente contrario al divorzio in ogni forma e circostanza, visto che ritiene di essere l’unica persona che può garantirlo.

Lo strano è che il divorzio, così come la tortura, venne reintrodotto in Europa proprio dal Papato, nel sedicesimo secolo, dopo che era stato considerato fuori legge per diversi secoli nei quali le norme religiose avevano avuto il sopravvento su quelle civili.

Bonifacio VIII° (1294-1303) asserì che tutte le creature sono soggette al romano pontefice e che il suo papale potere si estende su TUTTI i matrimoni, anche a quelli tra infedeli, giudei, musulmani o non credenti. Tutti loro sono soggetti al pontefice, che può sciogliere i loro vincoli matrimoniali per la salvezza delle loro anime. Parrebbe che un vecchio celibe, che vive nel palazzo del Vaticano, sia l’unica persona autorizzata da Dio a sciogliere i matrimoni, cosa che non fa in tutti i casi, ma soltanto quando ci sia uno specifico interesse della comunità cattolica. Una bella incongruenza!

Negli anni 1940, ’50, Pio XII estese il suo potere di sciogliere i matrimoni ad un grado impensabile per i cattolici di solo una generazione prima. Tutti i precedenti Concilii della Chiesa lo avrebbero deposto e condannato per eresia. Dato per scontato che il papa può sciogliere tutti i matrimoni, tranne quell’unico “consumato e tra due cristiani”, è nel suo potere sciogliere anche questo? Molti papi in passato l’hanno fatto e senza provocare particolari sconquassi.

Peraltro è così fasullo l’insegnamento che la Chiesa non cambia mai che un cristiano del terzo secolo sarebbe rimasto stupefatto dalle dottrine medioevali in merito, ed un clerico del medioevo dagli odierni insegnamenti.

L’insegnamento di Gesù nel vangelo di Matteo (bibbia ebraica) sembra chiaro:”E’ stato detto: chiunque divorzi da sua moglie gli sia permesso scrivere il certificato di divorzio. Ma io Vi dico che chiunque divorzi da sua moglie, eccetto che nel caso di “non castità” (grec. “porneia”=fornicazione, prostituzione, lussuria. In specifico contesto anche apostasia) , la rende un’adultera; e chiunque sposa una divorziata commette adulterio.”

La frase in rosso è omessa negli odierni vangeli cattolici, mentre la si ritrova costantemente in tutte le altre edizioni della bibbia ed in quelle cristiane più antiche .

In precedenza Egli aveva anche detto, rispondendo ai farisei:”Mosè Vi diede questo precetto (quello di divorziare) per la durezza del Vostro cuore, ma all’inizio non era così. Ed io vi dico: chiunque divorzi da sua moglie, eccetto che nel caso di “non castità” (porneia) , commette adulterio.”

Di nuovo la frase in rosso appare omessa in tutti i nuovi (si fa per dire, perché siamo nel dodicesimo secolo) vangeli cattolici, mentre la si ritrova in tutte le altre edizioni.

Lo strano è che i teologi cattolici non discutono sul testo reso pubblico ed ufficiale, ma sul significato profondo della frase omessa, come se sapessero o dessero per scontato che quello è il testo corretto.

Certo è che la Chiesa orientale garantisce tuttora il divorzio in caso di infedeltà coniugale e si tratta di una tradizione confermata in tutti i sinodi unitari sino al 1054, anno dello scisma (rottura formale con Roma). Dall’epoca della Riforma (sedicesimo secolo) solo la Chiesa Cattolica ha conservato la proibizione assoluta del divorzio, persino nel caso di abbandono assoluto del coniuge mentre le altre confessioni cristiane lo permettono.

Contrariamente a quanto si crede la Chiesa Cattolica non ha mai stabilito ufficialmente (per via conciliare) che un matrimonio cristiano “consumato” non possa essere sciolto. L’ambigua e contorta asserzione fatta nel Concilio di Trento (1563) “se alcuno dice che la (cattolica) Chiesa erra quando insegna…che il vincolo del matrimonio non può essere sciolto, sia egli colpito da anatema” evidenzia il problema di mettersi in aperto contrasto con la Chiesa Orientale e con tutto quanto stabilito dai precedenti Concilii ecumenici unitari (il rilievo fu sollevato dall’ambasciatore della Republica Veneziana ed i vescovi ne tennero ben conto).

Recentemente molti studiosi hanno suggerito che entrambe le confessioni religiose siano in errore nell’interpretare gli insegnamenti di Gesù in chiave “normativa”. Gesù viene considerato quasi come Mosè: un legislatore, un emanatore di norme divine. E questa è la ragione per cui le quattro cose che ha detto vengono intese come principi sostanziali dell’ordinamento canonico (in alcune occasioni, mentre in altre appaiono, a piacere dell’interprete, come fonti di “indirizzo”).

Nel Sermone della Montagna, proprio prima di parlare di matrimonio, Gesù dice: “se la tua mano destra commette peccato tagliala e gettala; è meglio perdere un arto che mandare tutto il tuo corpo all’inferno”. Il povero Origene (uno dei grandi Padri greci della Chiesa) obbedì alla lettera (evirandosi, tagliandosi il pene). La Chiesa disapprovò il suo comportamento per paura che desse il via ad una nuova moda, ma Cristo di certo non desiderava che i suoi seguaci si tagliassero via a pezzi. Diversa è la questione quando papi, teologi e Padri definirono come “luogo reale” un fuoco infernale che non cessa mai. Questo era un errore ben più grave e ricco di conseguenze drammatiche dello sbaglio di Origene. A parte i problemi fisici legati ad un fuoco che brucia eternamente, a corpi che bruciano senza interruzione e senza consumarsi ed a qualcuno che prova pene corporali eterne prima che il suo corpo risorga nel Giorno del Giudizio, immensi sono i problemi etici.

Come può qualcuno essere punito eternamente per un atto compiuto nel tempo? La giustificazione che Dio è eterno e perciò un offesa contro di Lui è altrettanto infinita sembra inadeguata, visto lo spread tra condannante e condannati. Certo se io fossi eterno, immortale ed infinito come Dio, la punizione sarebbe forse più adeguata, ma dubito che in quel caso Dio sarebbe in grado di punirmi. E poi come possono i genitori riunirsi allegramente in Paradiso, sapendo che i propri figli e figlie arrostiscono all’inferno? Questo fatto non riduce la loro gioia mentre si godono la vista di Dio? l’ingiustizia di un bambino morto prematuro spedito a soffrire pene eterne mi renderebbe impossibile sopportare la vista di Colui che a tanto lo ha condannato.

Per gli studiosi sopra citati la soluzione è semplice: Gesù non va preso alla lettera in relazione alle fiamme eterne. Si riferiva probabilmente al terreno cimiteriale del Gehenna, all’esterno di Gerusalemme, che fumava e bruciava ininterrottamente alimentato dai rifiuti della città e dai corpi dei criminali crocifissi (Sitz im lieben). E in relazione al matrimonio Egli parlava profeticamente , suggerendo un’interpretazione ideale di un rapporto materiale, ma senza pretendere che le sue parole fossero intere “alla lettera”.

Lo strano è che la Chiesa trae dal Sermone della Montagna regole universali che non ammettono eccezioni, ma tali regole in effetti non ci sono.

Il sermone, infatti, era indirizzato da Gesù, un ebreo, ai suoi compatrioti ebrei (nessuno dei quali era battezzato e nessuno probabilmente si sarebbe mai fatto battezzare spontaneamente), che potevano tranquillamente divorziare secondo quanto prescritto dalla loro legge ebraica e dai dieci (si fa per dire) comandamenti impartiti da Dio attraverso Mosé (dalle cui norme di comportamento Gesù mai si discostò). In sostanza Gesù proibiva (o criticava intrinsecamente) il divorzio a persone alle quali la Chiesa ed i Papi hanno regolarmente permesso di divorziare: gli ebrei.

Secondo quanto prescritto dal nostro canone religioso gli ebrei potevano e possono tranquillamente divorziare, sia per la loro legge, sia perché è espressamente a loro permesso con l’approvazione papale. Se si convertono poi non esistono problemi di nessun genere: il divorzio è sempre accordato.

Sembra un po’ come cambiare le regole del gioco a seconda delle circostanze.

I recenti insegnamenti della Chiesa

La Chiesa nacque all’epoca dell’Impero romano ed i romani avevano nei confronti del divorzio un approccio molto più liberale del nostro. Cicerone divorziò da sua moglie soltanto perché aveva bisogno di un’altra “dote”. Augusto costrinse il marito di Livia a divorziare, mentre lei era gravida, solo per poterla sposare lui. Le mogli, secondo quanto dice uno scrittore romano, erano come scarpe: le tieni in posti dove la gente non le veda e , se ti fanno male o si sciupano, ne prendi un altro paio. San Gerolamo (347-420) racconta di una donna che si stava sposando per la ventitreesima volta ed era la ventunesima moglie del suo nuovo marito. Evidentemente il matrimonio costituiva un legame abbastanza casuale che potevi sciogliere quasi a piacimento.

Al contrario la Chiesa insisteva sul fatto che gli atti sessuali fossero proibiti fuori del contesto di una relazione permanente e , quando la cristianità ebbe basi stabili, i matrimoni vennero consacrati con una cerimonia speciale. Fino al decimo secolo però non era necessario o obbligatorio alcun intervento da parte della Chiesa. Dal decimo secolo fino al Concilio di Trento (1563) il contratto matromoniale cade sotto il controllo del Clero e dopo il Concilio dei Trento viene anche formalizzato il relativo “sacramento” e la forma cerimoniale del matrimonio. Da quell’epoca il matrimonio era valido solo se contratto mediante lo scambio del consenso di fronte al parroco (o un suo delegato) ed a due testimoni. Però solo nel 1908, con l’enciclica NE TEMERE, questa regola divenne universalmente diffusa nelle confessioni cattoliche.

L’Impero malgrado alcuni tentativi di limitare la pratica del divorzio, attuati sia da Costantino sia da altri , lasciò sostanzialmente inalterata la normativa relativa fino al dodicesimo secolo, conservando il divorzio nelle proprie norme civili ed anche chi cercò di porre dei paletti (come per esempio Carlomagno, divorziato però egli medesimo) non ne fece conseguire alcuna penalità per i divorziati (insomma era un reato senza pena).

Soltanto dopo il dodicesimo secolo , quando l’Europa divenne completamente cristiana, la Chiesa e lo Stato riuscirono ad accordarsi per proibire il divorzio. La Chiesa aveva avuto finalmente partita vinta, ma la cosa più strana è che poi non fu lo Stato ma la Chiesa a cominciare a rendere instabile la finalmente raggiunta istituzione del matrimonio.

I matrimoni misti (tra cristiani e pagani) sono un area nella quale si sono verificati, in questi ultimi duemila anni, strardinari mutamenti. Sin dall’inizio la Chiesa li proibì come contrari al vangelo. Come poteva un cristiano unirsi a qualcuno che, egli pensava, era destinato dalla sua assenza di fede all’inferno eterno? Come poteva un cristiano accettare che i suoi figli crescessero sotto l’influenza pagana, magari pagani essi stessi e destinati al fuoco incessante? Prima del cristianesimo le differenze religiose erano considerate con grande leggerezza. Soltanto il cristianesimo è così fiscale da considerare gli “infedeli” solo come materiale combustibile e, incidentalmente, portare all’umanità una paura della morte assolutamente sconosciuta prima della sua “divina” dottrina.

I padri della Chiesa definirono il matrimonio tra un cristiano ed un pagano in modi variabili da “adulterio” a “fornicazione”. Appena diventato religione principale il cristianesimo ridusse il matrimonio tra un ebreo ed un cristiano a peccato capitale (meritevole di morte) ed i matrimoni tra cristiani ed “altri” come “crimini” . Graziano (XXI secolo) sostenne che i matrimoni misti erano contrari alle prescrizioni divine e se un cristiano entrava in un legame simile doveva separarsi immediatamente. Pietro Lombardo , teologo, affermò che i matrimoni misti erano nulli ed inesistenti. Dal Concilio di Trento sino al 1900 fu l’Inquisizione a provvedere affinché nessun cattolico sposasse liberamente una protestante.

In alcune nazioni, come Inghilterra e Germania, tali unioni erano però inevitabili, costituendo i cattolici una minoranza e fruivano quindi di una tacita accettazione. Clemente VIII, nel 1604, permise ad un principe cattolico di sposare una principessa protestante “per il bene comune” (strana contraddizione quella tra “bene comune” ed “evento intrinsecamente peccaminoso”). Ma, per minimizzare i pericolosi effetti di tali sposalizi i cattolici avevano specifiche obbligazioni da rispettare: cercare di convertire il partner, allevare i figli come cattolici e confermare il tutto per iscritto.

Nel diciannovesimo secolo occorreva un permesso della Chiesa per sposare un protestante sia in Germania sia in Inghilterra (permesso che veniva però facilmente concesso). Ciò che la Chiesa aveva condannato “in toto” ora diventava un fatto relativamente comune e quello che era stato proibito in quanto intrinsecamente diabolico e contro la legge divina , ora veniva scritto nella legge canonica.

Quando nel 1858 Pio IX° disse che la Santa Sede permetteva queste “detestabili e pericolose” nozze solo per gravi motivi, risultò poi dalle motivazioni elencate da Propaganda Fide che esse avevano veramente carattere di ridicola rilevanza. Per esempio la dispensa era concessa automaticamente quando la donna aveva più di 24 anni (superadulta).

La Chiesa sembra volerci insegnare questa strana lezione: quando la Chiesa cattolica cambia radicalmente, dice che immutabili principi vengono applicati benignamente a mutate circostanze; quando essa rifiuta di cambiare – come nel caso attuale della contraccezione e del divorzio per i cattolici – essa sostiene che i suoi immutabili principi (quelli di cui sopra) non permettono cambiamenti in nessuna circostanza.

Ma la Chiesa attraversa ed ha attraversato nel corso del tempo serie interminabili di incongrue ed inspiegabili contraddizioni persino nelle procedure di scioglimento dei vincoli matrimoniali , sia consumati sia non consumati.

Divorzi papali:nozze consumate e nozze non consumate

Più o meno a metà del dodicesimo secolo a papa Alessandro III venne presentato, dal vescovo inglese di Exeter, un indovinello. Un nobile della sua diocesi aveva in passato fatto una promessa ufficiale di matrimonio. Poco prima delle nozze però egli sentì la vocazione religiosa. C’era quindi un conflitto tra la sua promessa di matrimonio e la vocazione a servire Dio come monaco. Alessandro, che era il giurista di maggior prestigio del suo tempo, diede alla questione una soluzione senza precedenti e senza alcuna logica, dando il via ad una follia canonica che dura fino ad oggi. Secondo il papa il nobile era obbligato a mantenere la sua promessa di nozze. Subito dopo le nozze però e senza aver avuto alcun congiungimento carnale, doveva abbandonare la moglie ed entrare in monastero. Soltanto un celibe maniaco, cresciuto in una tradizione antitetica al matrimonio, poteva elaborare un così meschino scherzo. Alessandro sostenne che il matrimonio, in accordo a quanto sostenuto da Graziano, sarebbe stato valido in quanto non è la consumazione che rende valido il sacramento. Anzi si trattava del matrimonio “ideale” in quanto assolutamente virginale. Era poi diritto del nobiluomo seguire la sua vocazione religiosa abbandonando la moglie, come già fatto da santi eremiti e monaci.

Per Alessandro, insomma, necessità, bisogni, onore della sposa e della sua famiglia non contavano assolutamente nulla.

Alla questione posta dagli studiosi su come fosse possibile rompere unilateralmente il matrimonio, Alessandro rispose che si trattava di differenza di valore tra due “beni” ed il bene religioso (la vocazione) era maggiore dell’inferiore bene costituito dal matrimonio.

Con questo sistema Alessandro sembra configurare la possibilità che il matrimonio, per esempio, tra Maria e Giuseppe (genitori di Gesù), definito virginale, fosse uno dei matrimoni “scioglibili”. E d’altra parte sottintende che affinché il matrimonio sia indissolubile occorrono 1) volontà di sposarsi (consenso) e 2) fare sesso (consumazione). E la cosa crea ulteriori problemi perché viene da chiedersi come possa un elemento da sempre definito come “peccaminoso”, e cioé il sesso, rendere il matrimonio talmente santo da diventare indissolubile. Forse invece di dire “Ciò che Dio ha unito l’uomo non divida” sarebbe stato meglio dire “Ciò che la lussuria ha unito l’uomo non divida.”

A causa di questo scherzetto di Alessandro entrò nel Canone Religioso (Concilio di Trento, 1563) una nuova categoria di matrimoni “solubili”, nei quali la vocazione religiosa scioglieva il vincolo coniugale.

Da quell’epoca qualche studioso fanatico cominciò ad ipotizzare che se un semplice uomo, con una professione di fede, poteva sciogliere il proprio matrimonio, figurarsi cosa poteva fare un papa i cui poteri erano pressoché divini.

Cosa che regolarmente successe. I due casi in questione sono citati da Antonino, arcivescovo di Firenze, e le due bolle che sciolsero le nozze vennero emesse da Martino V (1417-31). I casi sembrano ai nostri occhi moderni (perché all’epoca, sebbene non creduti veri dai contemporanei, furono come un pugno in faccia) anche abbastanza giustificati. Nel primo un uomo si accorge, subito dopo le nozze e senza averle consumate, che sua moglie è incinta di un altro uomo. Lui domanda lo scioglimento per potersi risposare con una vergine. Nel secondo un uomo si era sposato per procura. Nel viaggio per raggiungerlo la moglie viene catturata dai pirati. Il marito non la incontrò mai e probabilmente non l’avrebbe più rivista. Ad entrambi fu concesso lo scioglimento.

E’ bene evidenziare che Antonino era contemporaneo di Martino V e che citò i due casi senza documentazione ma non venne creduto da nessuno. Le due bolle papali, che dimostravano la verità della sua citazione, rimasero segrete per 5 secoli venendo alla luce solo ai primi del novecento.

L’mpossibile giustificazione teologica fornita ad un atto di scioglimento che nel Sermone della Montagna (che, come interpretato dai cattolici, sostiene che nessun uomo può sciogliere quello che Dio ha Unito) va, come al solito a parare in quel “Tu sei Pietro….”. Il papa è il vicario di Cristo (prima era il vicario di Pietro, ma poi….) e quindi già nel discorso della Montagna Gesù aveva inteso conferire questo potere di scioglimento ad un tizio che per cinque secoli si sarebbe dichiarato vescovo di Roma, poi vescovo principale della Cristianità, poi Papa, poi papa infallibile, etc.etc.. in una follia narcisistica di superpoteri.

Resta l’incongruenza di un “contratto” o “legame” che viene definito ufficialmente dalla Legge e dalla Dottrina cattolica come suggellato dalla LEGGE DIVINA (tale per cui nemmeno Dio lo vuole spezzare o può fare eccezioni) mentre il Papa dichiara invece di avere il potere di annullarlo. Sembrerebbe che il Papa sia addirittura più potente di Dio.

Naturalmente nel XVII secolo questa pratica di sciogliere i matrimoni non consumati era diventata quasi normale (nel senso che si verificava con certa frequenza), ma cosa dire allora dei matrimoni regolarmente consumati?

Non sto qui a romperVi le scatole sul passaggio della lettera di San Paolo che viene utilizzata come base dello scioglimento di matrimoni consumati. Mi limiterò a dirvi che, rigettando le tesi di Sant’Agostino, Gregorio il Grande sostenne che nel caso di matrimoni tra cristiani ed infedeli la cosa era possibile (la teoria era di un giurista romano, ex ebreo convertito, di nome Isacco). Naturalmente questa tesi creava molti problemi e questioni ed offriva il destro ad un mucchio di scioglimenti ottenuti artatamente. La norma entrò subito nei “Decreta” di Graziano e, nel 1142, divento parte del diritto canonico. Anche Innocenzo III la confermò nel suo decreto “Quanto te” del 1199.

Sembra che il punto cruciale fosse che tale tipo di matrimonio non veniva annullato da Chiesa o Papa , ma dal fedele medesimo (che si separava dal coniuge “non cristiano”, in quanto abbandonato da questi), anche se sia Urbano III sia Celestino III (fatto assai poco conosciuto) sostennero invece che anche i matrimoni consumati “tra cristiani” potevano essere sciolti.

L’atteggiamento dei pontefici, da Paolo III a Gregorio XIII, fu di poco dissimile nei territori delle missioni, dove il potere di sciogliere vincoli matrimoniali venne usato a piacere e con le giustificazioni più eterogenee.

Tanto libero divenne il comportamento (segreto fino al 1900) dei papi in questo settore da provocare anche qualche crisi interna (la pubblica sconfessione dell’opinione di F.P.Kenrick, arcivescovo di Baltimora, convinto della possibilità di scioglimento, negata invece pubblicamente dal Vaticano).

Naturalmente quando i “decreta” di Paolo III, Pio V, Gregorio XIII, vennero alla luce ci si accorse che Kenrick aveva ragione e qualcuno si chiese dove potesse finire l’assoluto potere dei pontefici di fare quello che volevano, quando volevano.

Alcuni moderni divorzi papali

Leone XIII aveva spessissimo denunciato il divorzio. “E’ il frutto” egli diceva, “della pervertita morale dei popoli e conduceva…a viziose abitudini pubbliche e private….Una volta che il divorzio fosse stato permesso non sarebbe più stato possibile porgli un argine”. Questo rende perciò molto difficile comprendere la sua decisione nel seguente caso (1894 – mai pubblicato negli Acta ufficiali della Santa Sede): si trattava di due ebrei, Isacco e Rebecca, sposati e divorziati. Rebecca diventò cattolica, mentre Isacco sposò una cattolica di nome Antonia con una cerimonia civile. Isacco chiese di diventare cattolico al solo fine di regolarizzare la sua unione con Antonia agli occhi della chiesa. Il 23 marzo 1894 Leone XIII, strenuo oppositore del divorzio, divorziò Isacco da Rebecca, così, su due piedi (il caso venne tenuto nascosto per quarant’anni. Uscì alla luce negli anni ’30).

Nel 1917 i tre documenti relativi alle missioni di Paolo III, Pio V e Gregorio XIII, furono stampati in appendice al nuovo codice di diritto canonico, rendendo quanto una volta era considerato permesso solo nell’ambito delle attività missionarie legge generale della Chiesa. Questo aprì nuove possibilità “ufficiali” al potere del pontefice di sciogliere matrimoni. Perchè per esempio non sciogliere anche quello tra due “non cattolici”. La cosa si verificò diverse volte in verità (Pio XI, 1924) ed uno dei casi, quello che provocò più agitazione, è il seguente:

“Nel 1922 Gerard G.Marsh, non battezzato, presentò la seguente richiesta al vescovo di Helena , Montana, John P.Carro. Tre anni prima egli si era sposato con un anglicana. Il loro matrimonio era finito con un divorzio e la sua ex moglie si era risposata. Marsh si era allora innamorato di una cattolica, dal nome hollywoodiano di Lulu La Hood, ed espresse il desiderio di convertirsi. Il vescovo non ritenendosi abbastanza aggiornato sul diritto canonico più recente , domandò a Roma se il matrimonio non potesse essere annullato a causa della “differenza di culto”. Pur stabilendo il nuovo codice del 1917 che tale casistica non poteva essere utilizzata nella fattispecie particolare, il Sant’Ufficio modificò la domanda di Marsh in una preghiera indirizzata al Santo Padre di sciogliere il matrimonio, cosa che Pio XI fece il 6 novembre 1924, senza menzionare l’intenzione di Marsh di diventare cattolico. Il papa non offriva spiegazioni o giustificazioni ; semplicemente scioglieva il matrimonio. Un valido, indissolubile vincolo matrimoniale era stato tagliato definitivamente dal papa senza un batter di ciglia.

Lo stesso papa che, quattro anni dopo all’epoca dei Patti Lateranensi, costrinse Mussolini a promettere che in Italia non ci sarebbe mai stato il divorzio civile. Da un tizio che operava nei business dei divorzi e delle separazioni c’era da aspettarsi maggiore coerenza. Ma forse non gli piacevano i concorrenti.

Pio XI , unendo al “privilegio Paolino” un ipotetico “privilegio Pietrino”, aveva realizzato la quadratura del cerchio, sciogliendo ed annullando matrimoni che lui medesimo aveva dichiarato indissolubili.

Quattro anni dopo la “Casti connubii” Pio XI approvò le “Norme per lo Scioglimento del Matrimonio in favore della Fede e per la suprema Autorità del Sommo Pontefice”. Le norme non vennero mai rese ufficialmente pubbliche. Occorreva conoscere qualcuno o essere “introdotti” per poterne fruire. Peraltro si trattava di scioglimenti di “favore”, a completa discrezione del pontefice. Insomma il massimo dell’ingiustizia perché mille “favori” non sostituiscono una legge giusta.

E così, mentre in tutta Europa e nel Mondo i governi emanavano esplicite leggi che regolamentavano in tutti i suoi aspetti il divorzio (rendendolo rispettabile e sollevando la chiesa dal lavoro sporco che le sarebbe moralmente spettato), il Papa li accusava apertamente di essere gli strumenti del demonio ed i fomentatori dell’iniquità. Lo stesso papa che poi tranquillamente, in Vaticano, li garantiva e li concedeva a suo piacimento.

Pio XII confermò nel 1941 le tesi del suo predecessore, arrogandosi anch’egli , unico tra tutti gli esseri umani, il potere (concessogli sicuramente da Dio) di dissolvere vincoli divinamente e naturalmente indissolubili.

Lo ridisse nella sua enciclica del 1942 “Mistici Corporis” , citando anche Unam Sanctam (di quel mostro assassino di Bonifacio VIII) e sostenendo che, anche se non aveva due spade come Bonifacio, egli regnava sull’intero mondo (almeno per quanto riguardava i matrimoni).

Naturalmente anche lui sciolse i suoi bravi matrimoni, ed a suo piacimento (1947, su richiesta del vescovo Willinger, Monterey, 1950, sempre richiesta Willinger, e 1955 , idem). Nel 1957 Pio XII sciolse addirittura il matrimonio tra due completi infedeli (due maomettani). 

Non dimentichiamo che gran parte delle iniquità verificatesi nel corso della guerra del Vietnam ebbero il sostegno della lobby cattolica americana ed l’appoggio ardente del cardinal Spellmann (a favore del fanatico Ngo Dinh Diem, presidente del Vietnam del Sud) e si verificarono sotto il pontificato di Pio, che non poteva certo ignorare le migliaia di cadaveri buddisti o protestanti.

 Giovanni XXIII seguì l’andazzo e così fece Paolo VI, riuscendo addiritttura a sciogliere il matrimonio tra due giudei (7 febbraio 1964) con la sola motivazione di “rasserenare l’animo” della nuova moglie, cattolica, di uno dei due (l’uomo evidentemente, che aveva esplicitamente dichiarato di non volersi convertire). E’ bene ricordare che i processi davanti alla Sacra Rota sono quanto di più inutile ed intellettualmente abietto si possa immaginare. Centrati su ridicoli orpelli procedurali, su norme inesistenti o confuse, con esperti legali costretti ad invocare insulsi cavilli, non hanno condotto, per quanto se ne sa, ad una riconciliazione che sia una. Gli interrogatori della Corte Curiale si estendono nel passato fin dove possibile, richiamando volontà e pensieri espressi quarant’anni prima. Diversi casi sono stati in discussione per più di trent’anni (e noi ci lamentiamo, a ragione, della nostra giustizia civile). Uno degli accorgimenti invocati è quello dell’irregolarità del battesino di uno dei due divorziandi: Se uno dei due non è stato correttamente battezzato, non è cattolico e quindi gli è più facile ottenere la dispensa papale. Roba da mentecatti!

Lo stesso discorso vale per la “consumazione” del matrimonio, che richiede “penetratio” ed “inseminatio”. Se la coppia ha sempre usato il preservativo esiste la possibilità di annullare il matrimonio? E la volontà di non avere figli? Se uno dei coniugi ha espreso pubblicamente la sua intenzione di non avere figli il suo matrimonio è nullo. Lo è anche se lo ha detto privatamente? Un caso che fece scalpore fu l’annullamento concesso da Pio XI nel 1916 a Consuela Vanderbilt , sposata con Charles Spencer, duca di Marlborough. In quest’occasione Pio XI concesse l’annullamento di un matrimonio tra due protestanti e celebrato davanti ad un vescovo protestante.

E’ noto in certi ambienti che spesso i coniugi più esperti scrivevano apposite lettere (attestanti vizi della volontà o pressioni esterne), depositate poi presso un legale di fiducia, al fine di poterle utilizzare in caso il matrimonio andasse male (attualmente queste pratiche sono irrisorie. Grazie a Dio anche noi abbiamo il divorzio).

E’ probabile e sperabile che il futuro ci riservi delle sorprese positive, anche se i mutamenti nell’ottica ecclesiastica sono sempre estremamente ambigui ed ufficialmente non confessati.

Per esempio papa Giovanni Paolo II dice spesso cose che i suoi predecessori avrebbero condannato come eretiche. Nel 1979 e nel 1980 si riferì a Dio, citando la genesi, una volta con J, Yahweh, e l’altra E, Elohim , plurale di esseri divini. Il Sant’Ufficio avrebbe condannato lui e Mosè per eresia. In un’altra occasione ha parlato di “estasi sessuale” del matrimonio, cosa condannata da un papa dietro l’altro per cinquecento anni.

Insomma chi vivrà, vedrà.

L’aborto e la contraccezione

La maledetta questione dell’aborto.

Si direbbe che due immagini congelino due posizioni estreme: la prima è quella di un medico cattolico che esibisce un feto completamente formato in un’ampolla ed il feto ha sembianze innegabilmente umane. “Questo”, dice il medico “è un aborto. L’assassinio di un essere umano.” La seconda è quella di una donna che mostra un lungo oggetto di metallo a forma di cucchiaio dicendo “questo è l’oggetto che ha ucciso milioni di donne quando l’aborto era vietato dalla legge, E solo per impedire alla donna di decidere quando restare incinta.”

La vera stranezza è che, in via assolutamente astratta, una volta tanto l’idea sottesa dalla dottrina non può essere scartata come retriva o obsoleta. A parte la maggiore gravità che comporta l’aborto per un cattolico, conseguente al problema del peccato originale ed alla condanna eterna all’inferno del feto, la soluzione comportata da un intervento in genere traumatico non è mai facile per alcuno.

E questo, anche tenendo conto dei i sistemi che eliminano l’embrione chimicamente, con sistemi non traumatici, con pastiglie o supposte che lo provocano, pone molti problemi di carattere generale e speciale che devono, in una società civile, essere risolti con i mezzi disponibili e con la politica del male minore.

Ricordando che la questione della morte di figli o feti è stata evidenziata dalle dottrine cristiane, mentre nelle civiltà precedenti era in genere normale sia l’aborto sia l’eliminazione della progenie più debole e/o inadatta (così era per greci, romani, egiziani, ittiti, celti e goti), è bene fare presente che negli ultimi cento anni si è verificato nella società moderna un radicale cambio di attitudine verso l’aborto. Solo nel 1939 erano pochissime le nazioni nelle quali , solo in pochi casi ben specificati, era possibile porre in essere un’interruzione di gravidanza. Ora la maggior parte delle nazioni cosiddette “civili” lo contempla e lo regola nella propria legislazione.

Pur non essendo eticamente favorevole alle procedure abortive, soprattutto tenendo conto delle innumerevoli interruzioni di gravidanza che si verificano annualmente nel mondo (stimate in 60 milioni) e dell’idiozia dell’intervento “in se”, non posso che contemplarlo come possibile in un contesto sociale nel quale le varie confessioni religiose pongono così drastici paletti alla contraccezione ed all’insegnamento sessuale.

Magari un po’ meno conversioni e catechismo ed un po’ più di educazione sessuale renderebbe meno pressanti alcuni problemi per la nostra gente.

Ma non esprimo giudizi, che sarebbero menosi e complessi, mi limito a dire che Giovanni Paolo II ha condannato l’aborto fissando quattro punti essenziali, riconosciuti da sempre come certi per il cristianesimo, e cioé: 1) il concepito è un essere umano; 2)è un essere umano dal momento del concepimento; 3)ha quindi gli stessi diritti di ogni altro essere umano (gli stessi della madre o dei fratelli, per esempio); 4) uccidere “direttamente” il concepito è “sempre” un omicidio.

Anche se egli avesse ragione su ogni punto, quanto di queste affermazioni è “costante insegnamento cattolico”? La risposta è proprio NIENTE.

Molti cattolici ritengono che l’anima sia infusa al momento del concepimento. Lo credono un articolo di fede, mentre in realtà non lo è. Vaticano II° lasciò la questione in sospeso per l’ottima ragione che dal quattrocento in poi tutti i cattolici, papi compresi, davano per scontato che l’anima non fosse infusa nel corpo al momento del concepimento. E se la chiesa si opponeva all’aborto anche allora non era sulla base della teoria che il feto fosse un essere umano.

Vi rammento che queste non sono questioni di lana caprina. Gli aspetti ideologici della questione sottendono una complessa serie di conseguenze che, in una confessione religiosa (salvo che non sia “aperta”), conducono a condanne eterne e definitive (naturalmente non tutti dispongono di un papa onnipotente che decide al posto di Dio).

Dal quinto secolo in poi la chiesa accettava senza discussioni la primitiva embriologia di Aristotele, nella quale l’embrione partiva come essere “non umano” che progressivamente si animava, evolvendo da essere vegetativo, attraverso una fase animale, sino ad essere umano (solo negli ultimi momenti della sua vita fetale era “umano”). Graziano perciò poteva dire: “Non è un assassino colui che produce l’aborto prima che l’anima sia nel corpo.”

Le caratteristiche del feto venivano attribuite solo al padre. La cosa (ed era corretto chiamarlo “la cosa”) diventava “umano” a quaranta giorni se maschio e ad ottanta giorni se femmina. Le femmine erano causate da un difetto nel seme o dal clima al momento del concepimento (così sostiene Tommaso d’Aquino). Un aborto all’inizio della gravidanza quindi non era un omicidio, anche se doveva considerarsi come sbagliato perchè nel feto c’era il “potenziale” per diventare un essere umano.

Nel quindicesimo secolo cominciarono a domandarsi se non fosse possibile liberarsi senza colpe del feto in certe particolari circostanze. Per esempio quando fossero frutto di violenza, incesto o anche adulterio, oppure nel caso la salute della madre fosse a rischio. Le discussioni andarono avanti altalenando tra le varie soluzioni. I papi fecero lo stesso. Gregorio XIII (1572-85) sostenne che non era affatto omicidio abortire nei quaranta giorni dal concepimento ed anche dopo era si un omicidio, ma non un omicidio serio, in quanto non causato da odio o vendetta. Sisto V (Bolla Effrenatum , 1588) stabilì che l’aborto era sempre omicidio e poteva anche essere punito con l’eventuale scomunica dalla Santa Sede (a piacere). Il suo successore, Gregorio XIV affermò che le censure di Sisto V dovevano essere considerate inesistenti e mai emesse.

Nel 1621 un medico romano, Paolo Zacchia, suggerì che l’ottica di Aristotele non fosse proprio corretta ed in conseguenza il Vaticano permise il battesimo dei feti di meno di quaranta giorni (ma senza renderlo obbligatorio).

Solo dopo il 1750 la Chiesa assunse posizioni più rigide sulla questione, sino ad arrivare alle obbligazioni poste in essere da Pio IX nel 1869 (per le quali ogni aborto meritava la scomunica). Ma questi (Pio) era ben lungi dal rinforzare una tradizione esistente, anzi se ne staccava completamente, adottando la posizione di un unico papa prima di lui, Sisto V, quasi quattrocento anni addietro.

Le sue giustificazioni furono che l’anima veniva infusa al momento del concepimento e che embrione e madre avevano gli stessi diritti.

Di lì a poco veniva sancita la sua infallibilità e la dottrina della Chiesa diventava ferrea. Il Sant’Ufficio chiuse la porta ad ogni possibilità.

Persino in casi pratici (Leone XIII, 1985) la decisione obbligatoria era di lasciar morire madre e feto piuttosto di effettuare un aborto. Nel 1917 le punizioni religiose per l’aborto vennero estese anche alla madre (pur se impotente o incosciente). Per un certo periodo furono anche condannati gli aborti cosiddetti “indiretti” e cioè quando si interveniva a rimuovere un tumore o un escrescenza provocando involontariamente l’aborto. Solo nel 1951 Pio XII permise l’aborto “indiretto” in certi particolari casi.

Le problematiche diventano complesse quando si va sul pratico. Per esempio se un medico rimuove un embrione pericoloso da una tuba di Fallopio “senza rimuovere anche il pezzo di tuba” commette un aborto. Se rimuove anche il brandello di tuba che lo conteneva si tratta invece di un aborto “indiretto” e quindi permesso (nel primo caso è un omicidio diretto , nel secondo un omicidio incidentale).

Naturalmente l’approccio all’aborto è una diretta conseguenza “pratica” della dottrina sulla contraccezione. Se tutto lo sforzo posto dalla Chiesa sull’evitare le pratiche contraccettive fossero state rivolte solo alle pratiche abortive, considerando accettabile la contraccezione, è probabile che questa piaga dolorosa (soprattutto per le giovani madri) avrebbe una differente diffusione.

Preciso ancora che non ho pregiudizi in merito. Personalmente ed astrattamente ritengo l’aborto una pratica retriva ma sostengo e sosterrò sempre il diritto delle madri di decidere se portare avanti la gravidanza o meno. Sono loro che ne portano il peso, pagandone l’altissimo prezzo, e meritano tutto l’appoggio e l’aiuto possibile.

Il problema etico connesso con l’anima del feto non è di facile soluzione, soprattutto quando si pensa che due terzi degli ovuli fecondati vengono naturalmente abortiti senza che la madre nemmeno se ne accorga.

In astratto sarebbe come dire che un buon terzo degli esseri umani esistenti in un certo momento finisce nella coppa del cesso (oddio!.. prima o poi ci finisce lo stesso anche il resto).

Il diritto alla vita è sicuramente un diritto fondamentale, come sostiene l’attuale pontefice, ma non è sicuramente un valore che superi sempre e comunque gli altri valori. Se così fosse la guerra dovrebbe essere considerata fuori legge e così gli sport a rischio di vita , anche ipotetica, e le pratiche scientifiche, come spedire razzi nello spazio, che possono causare perdita della vita.

La posizione del papa è scorretta anche perché diversa è la potenzialità vitale dell’embrione e dell’essere che lo contiene. Senza la madre l’embrione non esiste, non ha possibilità alcuna di sopravvivenza (la crescita in vitro è ancora una possibilità e non una realtà scientifica), mentre la madre sopravvive tranquillamente (anche se generalmente non benissimo e di certo non è contenta della faccenda). Questo implica che anche i diritti dell’embrione debbano essere considerati potenziali (come la sua vita) e siano quindi diritti “qualificati” ma non assoluti.

Le mostruose posizioni assunte dai difensori della posizione papale sembrano a volte uscite dalla mente di un sadico.

David Granfield scrive “due morti naturali sono un male minore di un singolo omicidio”.Un prete cattolico ha detto:”è meglio che muoiano madre e bambino piuttosto che un dottore pratichi un aborto”.Orientierung (rivista tedesca dei gesuiti) ha precisato che bisogna elogiare l’eroismo, il coraggio ed il sacrificio delle donne che preferiscono morire piuttosto di tradire la propria coscienza (abortendo in pericolo di vita per se e per il feto), sostenendo in pratica che in tali casi le uniche madri buone sono quelle morte.

Quella testa di cazzo di Bernhard Häring (teologo moralista cattolico) parla del grave danno psicologico e del rapporto “disturbato” con Dio che l’aborto provoca nelle povere madri, senza pensare al suo disgraziato rapporto con una vita di tutti i giorni durissima.

La Chiesa tedesca non prende nemmeno in considerazione le madri, trattando dell’aborto “terapeutico”. La decisione “morale” che considera è solo quella del medico, rispettandone la decisione “di coscienza”, cosicchè le madri passano dalla decisione di un estraneo a quella di un altro estraneo. Häring sostiene nel suo libro “La legge di cristo”(1967) che la medicina venne salutarmente stimolata dalla proibizione papale (che condannava l’aborto anche in grave pericolo di vita di “entrambi”, madre e feto). Come dire che le migliaia di disgraziate che ci hanno lasciato la pelle hanno fornito ottimo materiale di sperimentazione alla moderna medicina. Ora “grazie ai papi” i medici non hanno quasi più bisogno di madri morte come stimolo a sviluppare la loro prassi (Ute Ranke-Heineman).

Ricordando Sant’Alfonso De’Liguori che sostenne nel 1700 la quasi assoluta necessità dell’intervento (allora decisamente omicida) cesareo sulla madre al solo fine di battezzare il feto (l’importante è salvare l’anima al feto, la madre magari è già stata battezzata), mi viene lievemente da vomitare (magari sono anche le terapie neoplasiche).

I diritti delle persone non possono essere sempre considerati assoluti. Essi sono soggetti alle circostanze e, tristemente, il feto non è in grado di esercitare i propri diritti. La protezione che gli deve essere attribuita dovrebbe essere in primis costituita dalla prevenzione, perché, come scrive giustamente Callaghan nel suo libro “Abortion:Law,Choise and Morality”, IL BENE CHE SI VUOLE OTTENERE VIENE REALIZZATO A SPESE DI ALTRI BENI; IL PREZZO PAGATO PER LA PROTEZIONE DELLA VITA FETALE E’ TROPPO ALTO. UN’INTERPRETAZIONE DELLA “SANTITA’ DELLA VITA” CHE STABILISCA FISSE REGOLE MORALI, RIGIDE GERARCHIE DI VALORI E DI DIRITTI ED UNA FERREA ESCLUSIONE DELL’ESPERIENZA E DELLE RISULTANZE SOCIALI RAPPRESENTA UNA POSIZIONE ASSOLUTAMENTE INSOSTENIBILE.

La criminosità dell’aborto

Persino coloro che simpatizzano con la posizione papale e ritengono che la società stia scivolando in un pericoloso permissivismo non pensano necessariamente che tutti gli aborti costituiscano un “crimine”.

E’ persino possibile interpretare la moderna normativa sull’aborto in chiave di legge eccezionale, che permette alle donne di prendere una decisione che, in senso stretto, concerne primariamente loro stesse.

Negli U.S.A. il rettore del Boston Law College , il gesuita Robert Drinan, da sempre totalmente contrario all’aborto, di fronte alla prospettiva di una revisione della legge, nel 1967, dopo lunga meditazione assunse, au contraire, una posizione favorevole alla revisione della norma.

Spiegò il suo cambiamento sostenendo che la normativa revisionata non avrebbe dovuto fare differenza tra embrioni che avevano diritto di nascere ed embrioni che non avevano tale diritto, perché tale sarebbe stata una pericolosa discriminazione. Nella Conferenza sull’aborto, tenutasi a Washington nel settembre 1967, egli disse che era preferibile che venisse completamente eliminata ogni forma di protezione del feto durante le prime ventisei settimane di esistenza. Almeno i feti sarebbero stati tutti uguali. All’espressa richiesta di Roma affinché Drinan facesse un passo indietro e si defilasse, egli si rifiutò, dimostrando poi nei fatti che la sua posizione era condivisa anche da molti antiabortisti e corrispose effettivamente ad un pratico e documentato miglioramento della legge.

La posizione liberale nei confronti dell’aborto corrisponde all’atteggiamento della società evoluta verso i diritti civili. Permettere l’aborto non equivale ad approvarlo o a sostenere che sia sempre moralmente giusto, ma soltanto a ricordare che è più prudente per la società permetterlo piuttosto che proibirlo. Il divieto non è mai riuscito ad eradicare l’aborto, ma soltanto a renderlo clandestino. Renderebbe mortali e pericolosissime migliaia di pratiche abortive, come avveniva prima della legge attualmente vigente in Italia.

Il proibizionismo fu una normativa dannosa per l’alcool e nel settore dell’aborto sarebbe, ora, catastrofico. Le sanguinose e squallide pratiche clandestine tornerebbero a produrre migliaia di vittime, cosa che sicuramente neanche il pontefice desidera, anche se sembra disposto a correre il rischio. Ma farebbe parte di una netta minoranza.

Giovanni Paolo II è cresciuto culturalmente in un regime totalitario, in un epoca nella quale la parola del papa era legge e regna in un regime che solo per lui non è democratico. La situazione è radicalmente cambiata ed ogni magniloquente imposizione da parte del pontefice sarebbe addirittura controproducente per fedeli che non si fanno impressionare più di tanto.

Molti degli attuali insegnamenti catechistici sembrano irreali, fuori tempo e spesso privi di ogni minima parvenza di “umanità”, e, malgrado l’assoluta innaturalità delle “leggi naturali” così spesso ed a sproposito citate dal papa, la Chiesa continua a trattare ogni persona impersonalmente e senza tenere conto delle differenze tra soggetti, sessi, culture ed ambiente.

Lo stesso trattamento subiscono quello che usano contraccetivi, che divorziano, che abortiscono per ragioni mediche e gli omosessuali, che, evidentemente, non si adeguano ai costumi sessuali “biologicamente” compatibili con la morale romana. Peraltro gli omosesuali non costituiscono un gruppo omogeneo. Ne esistono di molti tipi: bisessuali, omosessuali in senso stretto, geneticamente o socialmente condizionati, transessuali, etc.,etc. Mi risulta che Gesù mostrò una spiccata simpatia per i fuoricasta. Cenava e si accompagnava abitualmente con prostitute, pubblicani, lebbrosi, storpi e criminali (socialmente) diversi. Era il Salvatore e con il suo tocco leniva le loro sofferenze, quasi senza mai evidenziare la loro presunta “colpa”.

La Chiesa sembra avere un atteggiamento del tutto opposto: invece di avvicinare i reietti e i diversi essa li allontana, asserragliandosi in un borghese perbenismo e privilegiando la rispettabilità al Vangelo di Gesù.

Tristemente il Cattolicesimo romano si è trasformato (in breve tempo a giudicare da quanto raccontato nelle pagine precedenti) nella più punitiva religione mai conosciuta dagli uomini. Quelli che violano le regole, diciamo la “legge di natura”, sono etichettati come peccatori, “mortali peccatori”, destinati irrevocabilmente (se non si pentono) alle fiamme eterne ed all’esclusione dal cielo.

Questo orribile destino tocca a coloro che usano contraccettivi, che si risposano, che hanno aborti (anche se dolorosamente vissuti), che si masturbano, che sono omosessuali o compiono atti sessuali definiti “contro natura”. Tutti costoro sono banditi dai sacramenti religiosi (solo la confessione con pentimento e rinuncia è a loro concessa). Nel nome di Cristo a loro è vietato accedere a Cristo.

La medesima idiota posizione la Chiesa l’assume anche nei confronti della fecondazione in vitro, della fecondazione artificiale (anche se qui comincia a fare dei distinguo), della maternità surrogata (a volte straordinario atto d’amore) e, mentre la regina Elisabetta decora ed onora Edwards e Steptoe (i pionieri della tecnica della fecondazione in vitro) il Vaticano condanna la loro tecnica come peccato mortale.

Il dubbio che il papa sia o non sia cattolico è sempre stato presente nella mia mente, ma, attualmente, quello che per me era un dubbio sta diventando una vera e propria certezza: il papa non è cattolico.

E non lo sono stati la maggior parte dei papi, come abbiamo ben visto. Molti erano eretici dichiarati e riconosciuti come tali dalla Chiesa medesima.

Essere cattolici ed insegnare in modo cattolico deve riflettere e nascere dal “sensus fidelium”. La comunità dei fedeli è in maggioranza in disaccordo con le tesi e le restrizioni papali. Ed un buon numero di coloro che si dichiarano d’accordo peccano scientemente di mendacio (per le ragioni più diverse, a volta assai mondane), ignorando le indicazioni della loro morale interiore.

Le prescrizioni imposte dal papato e dal Vaticano alla comunità dei fedeli come “assolute risposte” alle necessità della comunità cristiana si sono troppo spesso dimostrate non solo fallaci ma anche orrende per la nostra sensibilità umana.

Streghe ed eretici sono stati bruciati sul rogo su ordine del Vaticano.

Gli ebrei sono stati barbaramente e crudelmente trattati su ordine del Vaticano.

I diritti umani sono stati calpestati , con la reintroduzione della tortura, su esplicito ordine del papato.

I diritti civili sono stati negati per secoli ad esseri umani come noi negli Stati Pontifici su prescrizione papale.

La libertà di religione continua ad essere sostanzialmente negata, anche oggi, dalla Chiesa.

La vera domanda da porsi è : La Chiesa ed il Papato hanno ben compreso il senso della predicazione di Gesu? hanno capito il Discorso della Montagna?

Sembrerebbe proprio di no.

L’amore non pone condizioni o regolamenti, che esattamente ciò che fa ed ha fatto il papato, in genere per propri personali interessi politici, basandosi su incolte e lacunose interpretazioni di poche parole indirizzate ad un popolo che condivide con noi essenzialmente solo la fede in un unico Dio (che noi abbiamo già abilmente triplicato o, se consideriamo la Madonna, San Gennaro, San Cristoforo, etc.etc. , moltiplicato a dismisura. Il nostro Pantheon ha poco da invidiare a quello Greco e si avvicina molto, numericamente, a quello Indù).

ll papato, considerandosi il referente morale del mondo e l’istantaneo legislatore di ogni aspetto della vita e della sessualità ha combinato un bel casino. Gran parte dei “decreta” vaticani sono rabbinici nel senso peggiore del termine, negativi e punitivi e la soluzione non sembra poter essere la “castità” o il “celibato” (proprio della classe che fornisce le regole), anzi proprio questo, il celibato, potrebbe sostanzialmente essere il problema o la causa di gran parte dei problemi.

Qualche cosa sul celibato

La recente posizione della Chiesa sulla concessione al clero di ritornare allo stato laicale è abbastanza variegata, andando da un papa che, come Paolo VI, prendeva saggiamente atto della situazione e cercava di porvi rimedio limitando il danno (Sacerdotalis Caelibatus , 20 giugno 1967) a pontefici come Giovanni Paolo II, che hanno rinnovato le severe restrizioni precedenti, ritenendo , erroneamente, che limitare queste “licenze” avrebbe positivamente influenzato i fedeli e fermato il calo delle vocazioni (cosa che non è assolutamente successa).

Considerando che le ordinazioni ecclesiastiche normalmente vengono assegnate a soggetti che non hanno alcuna esperienza di vita sociale, sembra ragionevole ritenere che il contatto continuo con il “gregge” possa offrire al giovane pastore o alle pastorelle squarci di orizzonte prima impediti dalle mura dei conventi e dei seminari.

Che il celibato si richiami ad epoche apostoliche sembra affermazione ridicola, soprattutto tenendo conto di quanto raccontatoVi in precedenza su papi e clero, sulle loro famiglie e sulle loro discendenze (ricordiamo che il celibato è stato istituito “ufficialmente” dal Concilio di Trento del 1545 ed incluso formalmente nel Diritto Canonico solo nel 1917), e considerando che Pietro era sposato così come lo era probabilmente anche Paolo.

Personalmente ritengo che anche Gesù fosse maritato, ed anche felicemente, il che spiegherebbe discorso della montagna e la sua posizione sul matrimonio. Renderebbe assolutamente appropriata la posizione ambigua della “Maddalena” (spesso identificata con Maria di Betania e con la sorella di Lazaro [la cui resurrezione , così contro natura, avrebbe un senso se egli fosse stato cognato di Gesù]) e giustificherebbe la sua posizione “ufficiale” di rebbi (che dovevano essere sposati, secondo le tradizioni) ed anche alcuni altri interventi altrimenti inspiegabili (vedi l’episodio delle nozze di Canaan, nel quale non si capisce con quale criterio i servi si rivolgano a Maria prima ed a Gesù poi per risolvere il problema della mancanza di vino, salvo che non trattasse della madre dello sposo e dello sposo medesimo, deputati tradizionalmente a “pagare” il rinfresco).

Peraltro è bene ricordare che Paolo non fece mai alcun collegamento tra ministero e celibato, anzi affermò esplicitamente che “un vescovo deve avere una sola moglie”, volendo significare che colui che seguiva la tradizione patriarcale ebraica di avere diverse mogli, non avrebbe potuto diventare vescovo. Paolo fu molto chiaro sulla questione e questa è la ragione per la quale in quelle epoche un gran numero di uomini sposati divenne prete.

Le più antiche Costituzioni Apostoliche (terzo/quarto secolo) impongono addirittura la regola per la quale gli uomini maritati, invece di liberarsi della moglie al momento della loro ordinazione, hanno l’obbligo di tenerla (Canones Apostolorum, Can.6 “Episcopus aut presbyter uxorem suam non abjiciat”- Episcopus aut presbyter uxorem propriam nequaquam sub obtentu religionis abjiciat. Si vero rejecerit, excommunicetur; sed si perseveraverit, dejiciatur.-) D’altra parte se venivi ordinato celibe, tale dovevi restare.

Dei due più grandi canonisti medievali, Graziano dice, nel 1150, che la Chiesa Greca ha “conservato le tradizioni più antiche”(ricordiamo che l’atteggiamento della Chiesa Orientale è ancora quello sopra citato, i preti possono essere sposati), mentre l’Aquinate sostiene che Gesù non separò Pietro da sua moglie perchè non desiderava sciogliere un vincolo sacro agli occhi di Dio (cosa che, come abbiamo già visto, i papi si sono arrogati sovente il diritto di fare).

Il pesante influsso gnostico (decisamente sessuofobico) e le interferenze di una cultura semibarbarica nella quale la donna valeva meno di zero, condussero presto ad un ottica nella quale la castità rimpiazzò la carità come principale virtù evangelica. La religione diventò sempre più ascetica, casta, dolorosa e priva di gioia. La correlazione posta in essere tra peccato originale e sesso (il piacere sessuale venne identificato, da quella insulsa banda di dementi inibiti e masochisti, come il primo e più amaro frutto del peccato originale) accentuò la visione sordida del sesso e , per simpatia, anche del rapporto coniugale.

Anche la visione della verginità appare ai nostri occhi pesantemente pervertita dall’incapacità di osservare la situazione con onestà intellettuale.

Essa costituiva uno stato che si era liberi di scegliere o di lasciare, ma non era una condizione meritevole di onore. Nella tradizione biblica una vergine non era una ragazza pura, ma una ragazza “non maritata”, qualcuno talmente povero ed impotente da non essere richiesto in moglie da alcuno. Tale era anche l’ottica dei primi cristiani nei confronti di Maria, che, nel Magnificat, prega Dio di porre la sua mano pietosa non sulla sua purezza, ma sulla sua solitudine e sulla sua “nullità”. Egli colma la sua fame e la sua povertà. Le nascite dalle “vergini” esprimono solo la capacità di Dio di porre rimedio alla sterilità, creando la vità in un grembo morto e questo spiega anche la molteplicità degli interventi divini, che ritroviamo nella bibbia, posti in essere in casi di donne anziane e non più fertili.

Questo basilare errore interpretativo su Maria contribuì ulteriormente a dequalificare il sesso ed il coniugio, conducendo alla insulsa affermazione che Maria era benedetta perchè aveva rinunciato al sesso.

Nel sinodo di Elvira (locale, spagnolo) si cercò di costringere alla castità, senza riuscirci, tutti i ministri del culto, collegando anche la balorda ideà (assolutamente pagana e ritualmente pre-cristiana) che il contatto con la donna comportasse una “impurità” che non permetteva di toccare poi l’ostia.

La regola di proibire ai preti di sposarsi dopo l’ordinazione sacerdotale divenne presto generale. Assunse forma ufficiale con il Concilio di Nicea del 325, ma mentre il vescovo di Roma (futuro papa) voleva che venissero condannati a lasciare la moglie anche i preti già regolarmente sposati il Concilio decise in maniera del tutto contraria, stabilendo anzi che i preti già sposati avevano l’obbligo di tenere con se la moglie.

Con il consolidarsi della Cristianità persino la verginità assunse a titolo di merito e celibi e vergini ebbero anche occasione di trarre forti vantaggi economici dalla loro condizione (celibi e vergini venivano incentivati con agevolazioni fiscali e privilegi legali).

Nel quarto secolo una Chiesa riccamente dotata di patrimonio terreno vide il possibile rischio comportato da soggetti che si dovevano preoccupare anche del futuro benessere terreno dei propri figli e, privilegiando ulteriormente i celibi, rese tale qualità quasi indispensabile.

Damaso, papa nel 366, inventò un’altro genere di abuso, rinunciando alla moglie ed ai figli e così fece Adriano II nell’867, lasciando la moglie Stefania ed i figli quando salì sul seggio papale. Siricio , vescovo di Roma nel 385, sostenne per primo la necessità per il clero di dormire in letti separati, dolendosi per la scarsa sensibilità dimostrata verso il suo messaggio dalla Chiesa Spagnola e da quella Africana. Innocenzo I rinforzò i concetti di Siricio (che, tra l’altro, non era riuscito a trovare uno straccio di documento che giustificasse la sua tesi). Il non sanzionare la violazione del dettato papale (al solo fine di non portare a conoscenza dei fedeli l’esistenza del problema) condusse però nei secoli successivi ad un progressivo imbarbarimento della vita del clero. La maggior parte si proclamava celibe, mentre viveva in maniera spensieratamente libertina. Leone I, affermò che i vescovi ed i preti sposati dovevano trattare le moglie come “sorelle”, mentre in Italia abati e preti gestivano famiglie degne di patriarchi giudei. Le cariche ecclesiastiche divennero quasi ereditarie, tanto che un gran numero di papi e vescovi erano essi medesimi figli di preti (Bonifacio I, Gelasio, Agapito, Silverio [figlio addirittura di un altro papa, Sant’Ormisda], Teodoro). La situazione era tale che il celibato trionfava a spese della castità e, dato che la carriera ecclesiastica era condizionata dal celibato, la scelta più vantaggiosa era sempre il concubinaggio.

La cosa curiosa è che tutti i matrimoni dei preti erano comunque considerati validi, perchè, trattandosi di un diritto naturale, nemmeno la Chiesa è autorizzata a proibire il matrimonio. L’attuale disciplina Romana di invalidare i tentativi di sposarsi dei preti (rinunciando all’ordinazione) è assolutamente immorale e non conforme al costante insegnamento cristiano.

In questo periodo la mancanza di rispetto per la donna raggiunse culmini ineguagliabili. Le loro esigenze non importavano ed i loro diritti non esistevano. Quando un papa, come Sisto III, veniva processato per aver sedotto una suora, si difendeva dicendo “lasciate che chi è senza peccato tiri la prima pietra” e se la passava tranquillamente liscia. Nessuno era senza peccato.

Sia Pelagio II° (che era addirittura contento quando i suoi preti non passavano i beni della Chiesa alle famiglie), sia Gregorio il Grande non ottennero risultati nel cercare di frenare la promisquità del clero, tanto che San Bonifacio descrive la situazione in Germania drammaticamente: tutti i preti erano promisqui, passavano le notti a letto con 4/5 donne, alzandosi al mattino solo per celebrare la messa. I vescovi erano adulteri e fornicatori incalliti. Nel nono secolo molti conventi erano rifugio di omosessuali o bordelli nei quali l’infanticidio era la norma (le donne venivano fatte abortire o veniva ucciso il bambino dopo la nascita per ragioni di carriera). Visto che veniva più facilmente perdonato il concubinaggio del matrimonio , molti preti rinunciavano tranquillamente al matrimonio. Le accuse d’incesto erano frequentissime, tanto da costringere a proibire al clero di tenere in casa sorelle, figlie o madri.

Molti vescovi preferivano consentire ai propri preti di sposarsi al fine di limitare gli spaventosi eccessi portati dal celibato. Il vescovo Segenfredo di Le Mans era tranquillamente sposato con Hildeberga, che veniva ddirittura chiamata “vescovessa”. Alla sua morte il figlio Alberico ereditò senza problemi la sua diocesi. Il numero dei vescovi che estesero il loro potere attraverso matrimonio e figli è enorme (Rainbaldo, vescovo di Fiesole, Raturio, Alberico, Segenfredo, etc.).

Se si pensa che papa Alessandro II, nel 1064, prosciolse da ogni accusa un prete che era stato sorpreso in flagrante adulterio con la seconda moglie di suo padre “perché non aveva commesso il peccato di matrimonio”, e perdonò , affidandolo solo alle cure del suo vescovo, ad un altro prete che aveva commesso incesto con la propria madre, ci si rende conto di come per il papato persino l’incesto fosse preferibile al matrimonio.

Lo strano è che persino uomini come Pietro Damiano, inviato a imporre il celibato al clero milanese e piemontese (1050 ca.), dovettero riconoscere che i preti piemontesi, tutti regolarmente sposati, erano “un coro di angeli”, pastori perfetti del loro gregge, colpevoli solo di essere sposati.

Le cose andarono in modi diversi a seconda delle varie località ma, ufficialmente, a Piacenza nel 1095 Urbano II condannò i matrimoni dei preti una volta per tutte (matrimoni che continuarono come prima in un mucchio di paesi). Al concilio parteciparono anche 500 religiosi, che, per dimostrare il loro impulso evangelico vendettero le loro mogli come schiave (congratulazioni!).

Dal 1050 in poi si susseguono Concili ed Encicliche che cercano disperatamente, è il caso di dire, di imporre il celibato con tutti i mezzi ma senza mai riuscirci pienamente. Le cose andarono avanti più o meno così, nella corruzione più totale e nella promisquità più curiosa, fino al Concilio di Trento, che ci mise un pò ma limitò le conseguenza pubbliche del celibato del clero. Fu anche necessario imporre la separazione tra confessore e confessandi (per mezzo di paratie, grate, etc.) perché la confessione era sempre una fonte di tentazioni e di occasioni per il parroco e per le fedeli (a volte il parroco si rifiutava di assolvere la confessanda se essa non gli si concedeva sessualmente.

In un equilibrato ed interessante volume di recentissima edizione (Preti sposati nel Medioevo – F.Quaranta – 2000 CLAUDIANA) l’autore presenta cinque testi, redatti dall’XI sec. al XIII, che testimoniano la sofferenza e la resistenza opposta dai clerici ad una modifica, violentemente ed ingiustamente imposta, ad una tradizione seguita e rispettata con notevole costanza. Nei testi in esame le argomentazioni addotte per difendere e giustificare il matrimonio dei preti (in senso lato) appaiono valide e ragionevoli ancora oggi, frutto di buon senso, fede ed umanità che rimasero schiacciate tra le esigenze di potere (materiale e spirituale) e di ricchezza che diventarono dominanti nel periodo in discorso.

Ora mi scuso con Voi ma ne ho le scatole piene e non me la sento più di continuare.

So di non essere stato equilibrato nel raccontarVi le cose, ma la disparità delle fonti me lo permetteva. So anche di non aver seguito un corretto ordine cronologico nell’esposizione. Ma documenti e fatti restano lì lo stesso, anche se la loro interpretazione può variare.

Ci sarebbero ancora moltissime cose tristi, orribili, buffe e curiose da raccontare, perché la storia della Chiesa è ricca di personaggi e di inspiegabili incongruenze.

Sicuramente bisognerebbe parlare della donna nel mondo clericale, dell’onanismo, approfondire il discorso sull’omosessualità e magari, perché no, cercare di spiegare le ragioni (veramente misteriose!) della Mariologia.

L’incesto e le sue variazioni

Per quel che attiene all’incesto La Chiesa ha assunto nel corso del tempo strane posizioni.
Premesso che per Tommaso d’Aquino esso costituisce peccato assai meno grave, per esempio, della masturbazione,dell’omosessualità, dei rapporti anali ed orali e del coitus interruptus (Summa Theologiae II-II q. 54 a. 11) e che tale indirizzo è condiviso da Ivo di Chartres (morto 1116, seguace di Agostino), che considera il rapporto con la propria madre come “naturale” in quanto aperto alla procreazione, e da molti altri come Graziano o Pietro Lombardo, sembrerebbe, dalle opere di B.Häring, che persino oggi la Chiesa condivida tale tesi.
Malgrado tutto questo l’incesto (non necessariamente inteso in senso stretto) costituì per lunghissimo tempo uno dei più validi sistemi per riuscire ad ottenere validi annullamenti di matrimoni assolutamente regolari.

Vediamo un pò come successe: nell’antico testamento (Levitico e Deuteronomio) il matrimonio tra parenti ed affini viene proibito in un relativamente ridotto numero di casi.
Un uomo non può sposare: madre, sorella, nipote, zia, matrigna, suocera, nuora, figliastra,figlia e nipote della matrigna, figlia della matrigna nata da un marito precedente, moglie del fratello del padre, moglie del fratello (vivente).
Nel caso invece la vedova del fratello non avesse avuto figli, diventava addirittura un obbligo lo sposarla, collaborando a fornire una discendenza (legge del levirato).
Giovanni il Battista fu , è vero, decapitato perché aveva rimproverato Erode Antipa per aver sposato Erodiade, moglie dell'”Erode senza terra”, ma soltanto perché il fratello di Erode, precedente marito di Erodiade, era ancora vivo , non certo in quanto egli (Giovanni) fosse a favore dell’indissolubilità del matrimonio, sviluppatasi solo con il cristianesimo.
Molti papi, come Gregorio Magno, si richiamarono a torto al Battista, confondendo ridicolmente fischi con fiaschi.
I Cristiani, con la loro buffa avversione al sesso ed al piacere (unica plausibile spiegazione), riuscirono quindi a sviluppare una quantità enorme di strane limitazioni al matrimonio che nessun’altra religione è mai stata in grado di immaginare, nemmeno sotto il profilo teorico.

Il concilio di Neocesarea (314) stabilì che se una donna sposa successivamente due fratelli deve essere scomunicata per cinque anni.
Il Sinodo di Elvira (inizi IV sec.) prescrive:”se un uomo sposa la sorella della sua defunta moglie, costei (non lui, si badi bene, ma la sorella della morta) deve essere scomunicata per cinque anni”.
Persino Sant’Ambrogio fece casino quando nel 397 proibì ad un uomo il matrimonio con sua nipote, facendo riferimento alle prescrizioni del Levitico e citandole a sproposito.
Nel VI° secolo la proibizione del matrimonio a motivo d’incesto raggiunge i cugini di terzo grado (eviterei di approfondire le divergenze tra computo romanico e germanico) e Gregorio Magno, proibendo il matrimonio tra figli di fratelli, trova giustificazione nell’affermazione:” L’esperienza ci ha insegnato che tali matrimoni sono sterili”.
Tuttavia proibire l’incesto sulla base di possibili tare ereditarie della prole è cosa relativamente recente (lo fanno Tillmann e Häring senza capire un tubo di genetica).
Nell’VIII e nel IX secolo si pretese addirittura che i coniugi che si erano sposati fino al “sesto” grado di parentela, si separassero e si risposassero con terzi (alla faccia dell’indissolubilità del matrimonio).
Così per i sinodi di Verberie (756) e Compiègne (757).
Nell’800 Leone III ordinò di non consentire alcun matrimonio sino al settimo grado “poiché il Signore si riposò nel settimo giorno” (!?).
Una situazione che in molte località rendeva letteralmente impossibili i coniugii.
L’intera faccenda si ricollega in qualche modo anche ai rapporti “contro natura” (quindi anche quelli in cui si usano contraccettivi), che, pur pesantemente condannati dalla Chiesa, offrirono qualche vantaggio nella complessa materia matrimoniale.
La decisione di Urbano II, per la quale , diventava lecito sposare una donna che avesse precedentemente avuto un rapporto contro natura con il proprio fratello (l’eiaculazione fuori sede non costituisce impedimento), mise in serio pericolo tutte le possibilità di annullamento, basate sull’impedimento di “cognazione”, che veniva utilizzate sino ad allora.
Infatti già nel 757 veniva stabilito che se una donna sposa il fratello di un uomo con il quale ha avuto in precedenza un rapporto immorale (che significa:anale, orale, in posizione inversa, con contraccettivi, etc.) tale matrimonio non è valido (vedi il ridicolo parere di Icmaro di Reims). Il ragionamento (?!) alla base di questa tesi è confuso e complicato dal fatto che la Chiesa aveva sino ad allora sostenuto che l’unico rapporto che rende valido ed indissolubile il matrimonio è quello teso alla procreazione (completo, con emissione seminale in vagina, uomo sopra/donna sotto).
Gregorio VII (XI sec.) riuscì infine nell’annullamento dei matrimoni incestuosi (regolamentandolo) insieme all’eliminazione del matrimonio dei preti.

In seguito alla quantità enorme di problemi, anche legali e successorii) che la cosa provocava Alessandro III (morto 1181) dichiarò che se un matrimonio nel quarto grado era durato più di diciott’anni non poteva più essere impugnato e papa Lucio III (morto 1185) concesse, in un caso specifico, di lasciare in vita anche un matrimonio nel quinto grado.

Nel 1215 Innocenzo III ridusse la proibizione al quarto grado, riuscendo però, nel caso dei neobattezzati lettoni (per i quali era abitudine e costume sposare la vedova del fratello), a creare un casino indicibile stabilendo:” se la vedova aveva figli di primo letto il matrimonio doveva essere annullato se lei o il marito volevano essere battezzati.
Se la donna non aveva figli di primo letto il matrimonio poteva continuare in via eccezionale. Ma nessun uomo, dopo il battesimo, poteva sposare la propria cognata”. In sostanza la vedova con figli (piccoli o grandi che fossero) perdeva, insieme al marito/cognato, l’unico suo mezzo di sussistenza.
Capitò anche che qualche lettone, dopo una lite coniugale, decidesse di farsi battezzare.
Ci furono dispense (Alessandro VI a Manuele del Portogallo [1500], a Caterina d’Aragona [1503 – originò la separazione della chiesa Anglicana]) e proibizioni (nel 1468 al Delfino, futuro Luigi XI e ad Enrico VIII. d’Inghilterra).
Il concilio di Trento (1545-63) confermò il limite del quarto grado e soltanto nel 1917 ci fu una riduzione al terzo (riportando la situazione a come era nel V° secolo, cioé millecinquecento anni prima).
Nel 1983 cadde anche la proibizione relativa alla cugina/o del padre, che diventava sposabile.

In tale anno (1983) cessò anche l’impedimento relativo alla parentela “spirituale”, quella che impediva il matrimonio tra battezzando e padrino, tra padrino e genitori del battezzando (con sanzioni pesanti che arrivavano alla penitenza ecclesiatica a vita), allargata poi anche al cresimando ed al consorte del padrino.
Una roba assolutamente ridicola e senza costrutto spirituale alcuno (frutto della stessa logica pervertita ed idiota che spedisce alle fiamme eterne i bambini non battezzati), peraltro già mandata in malora con ragionevoli giustificazioni anche da Lutero nel 1520 (La cattività babilonese della Chiesa).

Curiose le giustificazioni dell’aumento delle proibizioni dell’incesto (rispetto alle regole veterotestamentarie) portate da San Tommaso :”poiché per natura l’essere umano ama i suoi consanguinei; se vi si aggiungesse anche l’amore derivante da un legame sessuale, la passione sarebbe eccessiva e ci sarebbe il massimo grado della libidine, e ciò si oppone alla castità”(Summa Theologiae II-II q. 154 a. 9) – e “l’aumento dell’amicizia” viene moltiplicato dal fatto che il matrimonio è circoscritto a persone non imparentate – e “la nuova legge dello spirito e dell’amore” (rispetto alla legge mosaica) rende necessario che “gli esseri umani si tenessero ancor più lontani dalle realtà carnali e si dedicassero alle realtà spirituali”.
Con questa sequenza di frescacce il buon Tommaso riesce a giustificare tutto ed il contrario di tutto: indissolubilità del matrimonio, dissolubilità dello stesso, sette gradi, quattro gradi, castità, fecondità, amicizia senza passione, con più passione ma non troppa, monacizzazione dei laici e necessità di fare figli.

Un bel personaggio, capace sempre di fornire pareri a cottimo ed a seconda del committente o dell’aria che tirava.

A soli fini di chiarimento vorrei precisarVi che (secondo quanto si è appreso dalla genetica) “in natura” non esistono limitazioni generalizzate all’incesto (e l’uso del termine incesto per gli affini è assolutamente improprio).
La cosa viene normalmente evitata dai mammiferi e da molti animali superiori, limitatamente ai rapporti genitori/figli, solo quando esistono ragionevoli (si fa per dire) alternative e cioè sono presenti altri maschi e/o femmine della specie disponibili ed in ottima salute.
Se i partners in giro non sono “buoni” qualitativamente, si preferisce sempre il rapporto parentale con il maschio o la femmina dominante.

La riuscita (genetica) della prole non dipende quindi dalla relazione parentale o meno dei genitori, ma dal loro corredo genetico.
Se non esistono difetti rilevanti la cosa è “geneticamente” accettabile (pur con tutte le ragionevoli considerazioni in ordine al “rilassamento della selezione” [Bodmer/Cavalli-Sforza – Genetica Evoluzione Uomo]).

Nel lungo periodo la faccenda può infatti presentare problemi ed evidenziare danni “nascosti” del corredo genetico, ma la cosa non può essere generalizzata ed in alcune regioni/circostanze presenta addirittura qualche (raro a dire il vero) vantaggio selettivo.

Resta naturalmente l’assoluta improprietà di un rapporto che, “eticamente”, non può essere considerato a priori come corretto proprio in conseguenza della disparità di posizioni tra gli ipotetici coniugi: i figli subiscono un pesante “imprinting” che ne condiziona la capacità di giudizio e l’affettività, rendendo loro difficile effettuare scelte e valutazioni obiettive, i genitori, per ragioni opposte, cadono nella medesima problematica abusando delle propria posizione dominante e perdendo il necessario realismo (vorrei evitare di impelagarmi in valutazioni morali/religiose/culturali).

Se a tutto ciò si aggiunge l’assenza dell’indispensabile e necessario distacco educativo e del disinteresse personale (difficile da conservare in un rapporto di “passione”) questo genere di rapporti, cosiddetti “incestuosi”, sembrano comunque rappresentare una relazione da evitare in via generale.

Qualcosa sulla donna

Anche a cercare di essere onesti riesce difficile non vedere la pesante misoginia della Chiesa ed i suoi tremendi riflessi nella nostra vita.
Ancora oggi capita di ascoltare dei cazzoni in tonaca che pontificano sulla castità prematrimoniale, sulla necessità di fare figli “benedetti dal Signore” (che non avranno nulla da mangiare), sull’orrendo peccato della contraccezione e sull’omicida abominio dell’aborto.
La cosa strana è che, almeno per quanto riguarda la donna, le cose non erano poi così male nel I secolo. In seguito, malgrado in origine le donne abbiano partecipato attivamente alla diffusione della chiesa
Paolo riferisce (1 Cor. 11,5) che le donne predicavano come gli uomini. Feba (Rom, 16,1 segg.) era diaconessa, come Paolo. Prisca era “collaboratrice in Cristo”. Giunia (che poi subì una manipolazione transessuale, diventando Giunio) viene da Paolo definita “insigne tra gli apostoli”(Rom. 16,7) e la Bibbia stessa, letta correttamente, mostri per la donna maggiore considerazione del cristianesimo

, è certo che la nostra religione ha attuato un progressivo soffocamento ed una progressiva interdizione delle donne, in un processo arrestatosi soltanto oggi, in occidente, e non grazie, ma malgrado la Chiesa.

Si potrebbe sostenere che alla base di quest’opera di diffamazione stia essenzialmente la loro (delle donne) contrapposizione al sacro come soggetti impuri.
Clemente Alessandrino, stabilendo persino come le donne devono vestirsi e comportarsi, definisce la donna come oggetto di vergogna. Le impone il velo fuori dalla casa.
Le Costituzioni apostoliche (380) prescrivono che possa comunicarsi solo con il velo.
Papa Nicola I ordina che esse possano comunicarsi solo velate e nel VI° secolo si richiederà che anche le loro mani siano coperte. Crisostomo impone che essa sia sempre velata e “nascosta con ogni cura”.
Le parole di Paolo, relative all’acconciatura patriarcale ebrea (capelli raccolti in trecce poi coperte da un fouland di lana), viene stravolta dai suoi interpreti successivi.

Anche per Ambrogio le donne devono velarsi “in modo che venga assicurato il suo pudore e la sua onestà”.
Nel sinodo di Elvira (IV secolo) si prescrive che le donne non possano né scrivere né ricevere lettere a proprio nome. Nel sinodo di Gangra (IV sec.) si vieta loro il taglio dei capelli. Clemente Alessandrino sostiene che , per quel che riguarda l’attività sportiva, le donne devono solo esercitarsi a filare ed a tessere, eventualmente aiutando a cuocere il pane ed andando a prendre in dispensa ciò che serve all’uomo (Paedagogus III, 50, 1).
Crisostono le definisce ancora :”il sesso femminile è debole e leggero”, e vede la loro salvezza solo nei figli, al contrario di Ambrogio che ne raccomanda la verginità.

Nelle Costituzioni apostoliche (già citate, raccolta del IV sec. inserita nel Decreto di Graziano del 1140) si dice:” noi non concediamo che le donne esercitino in chiesa il ministero dell’insegnamento; esse devono solo pregare ed ascoltare i maestri. Poiché il nostro maestro e signore Gesù Cristo ha inviato soltanto noi dodici per ammaestrare il popolo ed i pagani e mai invece ha inviato donne, quantunque non ne mancassero. C’erano infatti con noi la madre del signore e sua sorella e anche Maria Maddalena, e Maria di Giacomo e Marta e Maria, le sorelle di Lazzaro, Salomé ed alcune altre. Se pertanto fosse stata cosa conveniente, egli stesso le avrebbe chiamate. Ma se l’uomo è il capo della donna, non è opportuno che il resto del corpo domini il capo” curioso è il fatto che in molti vangeli gnostici ed apocrifi la situazione sia quasi rovesciata. In Tommaso, per esempio, le donne appaiono quali discepole predilette e così in altri. La Chiesa prima distrusse ed emarginò tutti gli scritti paleocristiani, nei quali la donna riceveva connotazioni paritarie (o addirittura superiori) agli uomini, poi la ridusse ad un cencio senza alcun valore, anzi, ad una fonte di vergogna, miseria e peccato.
Le donne dovevano sempre restare silenziose. Pregare anche in silenzio poiché “non concedo alla donna di parlare in chiesa”.
Le donne non possono battezzare o esercitare altri ministeri sacerdotale perché “la madre di Gesù non ha battezzato il proprio figlio”.
Tertulliano dispone che le donne non insegnino e non battezzino (+ 220).
Laodicea (sinodo IV sec.) dichiara che “le donne non possono avvicinarsi all’altare”. Il sinodo di Nimes proibisce il ministero sacerdotale delle donne, come pure papa Gelasio (lettera del 494) ed i sinodi di Nantes (658), Nibisi (orientale 485), Aquisgrana (798).
Esse (le donne) non possono cantare in chiesa (San Bonifacio + 754). Parigi (829) le cazzuola ulteriormente deplorandone il comportamento.
La seconda pseudoisidoriana (lettera falsa scritta nell’850 ca.) attribuita a papa Sotero (168-177), che ordina che alle donne sia impedito di toccare vasi e lini santi, venne ripresa da Graziano nel 1140 ed è rimasta fino ad oggi tra i documenti di maggior importanza per combattere la “pestilenza” costituita dalle monache e dalle donne in generale.

Persino nell’ipotesi degli eventi più tragici e riferiti esplicitamente alle mogli del clero sposato (F.Quaranta “Preti sposati nel medioevo”) l’ottica con la quale la donna viene considerata manifesta connotazioni tragiche. Il patriarca Fozio (IX sec.), trattando diffusamente il caso delle mogli dei chierici rapite dai Saraceni, ridotte schiave e forzate a subire le voglie dei loro padroni, descrive il comportamento da tenere una volta che le stesse siano state riscattate e riconsegnate ai coniugi, limitando la loro accettazione soltanto al caso nel quale le donne abbiano”sempre” opposto piena e totale “resistenza”, ed anche in quel caso raccomanda loro di chiudersi in convento per non dare adito a malignità. Insomma mazziate e cornute. Interessante anche (ibidem) la testimonianza di Giovanni Mosco (VII sec.) che raccontando di alcuni cristiani palestinesi a cui erano stati rapiti mogli e figli, afferma che quando i briganti rilasciarono i loro familiari, si ripresero soltanto i figli, rimandando indietro le mogli violentate ed ormai “corrotte”.

Ricordiamo che ancora nel 1917 il Codex Iuris Canonici (CIC) stabilisce che mai il ministrante alla messa sia una donna e “sotto pena di peccato mortale è proibito che la donna che ministra (nel caso ci sia una giusta causa) si avvicini all’altare”.
E Giovanni Paolo II, nel 1980, scrive nel suo Il dono inestimabile :”non sono permesse alle donne le funzioni dell’accolito (ministrante)”.
Persino per Pio X, ribadendo la proibizione per le donne, i canti in chiesa dovevano al massimo utilizzare dei castrati (ai quali comunque, come agli uomini sterili, era proibito il matrimonio sin dal 1587 ad opera di quel mostro di Sisto V° [disposizione revocata solo nel 1977]).
Come dice la Ranke-Heinemann : “questa chiesa virile è degenerata in un cristianesimo avvizzito” e “la fede cristiana si è fossilizzata nel credo del celibato”.

Vale la pena di ricordare le drammatiche ed amarissime parole di Ernst Bloch nel 1936: ” le donne non possono entrare in chiesa con le braccia nude, tuttavia ebrei nudi possono scavare la propria fossa “. Ricordiamo ancora che quando i sacramenti si cristallizzarono nel numero di sette (XII sec.), il matrimonio venne considerato a parte, in quanto utile solo come rimedio contro il peccato e privo della capacità di trasmetter grazia alcuna.

Nel Malleus Maleficarum le donne (assai più dedite alla stregoneria, in quanto assai più deboli) sono le “avversarie dell’amicizia”, “una punizione inevitabile”, “un pericolo familiare”, “un difetto della natura”.
Il loro maggior contenuto d’acqua (Aristotele, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino) le rende “incostanti e malfide”.
La loro inferiorità è indicata anche dal nome (femina):”il termine femina , infatti, deriva da fe minus. Fe= fides, fede; minus=meno; perciò femina=colei che ha meno fede”.
Gli inquisitori arrivano ad affermare che quasi tutti i regni della terra sono caduti a causa delle donne (citando Troia), che esse sono per natura bugiarde, adescatrici ed assassine e che “la loro gola, cioé il loro parlare, è più viscido dell’olio, ma poi è più amaro dell’assenzio”.

I due imbecilli (Institor e Sprenger) concludono che “tutto accade per cuncupiscenza, che presso di essa (la donna) è insaziabile” è ” tre cose sono insaziabili e la quarta, che non parla mai…, cioé l’apertura dell’utero” (spero mi perdonerete un commento volgaruccio, da giovanotto affamato degli anni ’50/’60, :fosse vero!).

Alberto Magno (maestro e guida di Tommaso d’Aquino) parla della donna con un astio ed un disprezzo che raramente verrano raggiunti dai successivi teologi. Nelle sue “Quaestiones super de animalibus”, teorizza addirittura che la ritrosia ed i rifiuti della donna agli inviti ed alle oscene proposte dei maschi costituiscano un’accorta manipolazione, messa in atto al fine di sembrare caste, mentre in realtà la loro bestiale concupiscenza le porta a desiderare l’atto che sembrano rifiutare. Il vecchio demente merita di sicuro il titolo di “patrono ufficiale dei violentatori”, oltre a quello di principe degli antisemiti (che gli deriva dalla distruzione impietosa del patrimoni dottrinale ebraico ,da lui decisa e sottoscritta nel 1242, con il rogo di Parigi) vennero bruciati duecentoquaranta carri di libri talmudici, provocando altri roghi consimili in tutto il mondo cattolico ed il tramonto dello studio ebraico sul Talmud

Trascuro di parlare della castrazione civile e normativa che tutto questo ha comportato: impossibilità di possedere alcunchè (sottoposte a tutela perenne), problemi successori ed ereditari, obbligo di obbedienza, privazione dei figli , percosse, una vita da bestie. Il tutto condito squallidamente dalle ingenue ed innocenti dichiarazioni effettuate ogni volta che la Chiesa decide di decidere diversamente:”La Sacra Congregazione della Fede ha sempre sostenuto l’opinione…”, “La Santa Madre Chiesa ha sempre avuto a cuore…”,”Il Santo Padre, seguendo la continua tradizione dei suoi santi predecessori , ha deciso…”, “Il Sant’Uffizio ha stabilito anche in questo caso, come sempre fatto in precedenza ,…”,”La Santa Inquisizione ha bruciato, come sempre ,…”
La spaventosa ingerenza del cristianesimo nella vita laicale ha provocato sofferenze della gente minuta, e particolarmente delle donne e dei bambini, che non hanno nulla da invidiare agli orrori descritti nei capitoli precedenti.

Osservazioni varie

Spero quanto prima di poter rivedere questo sito, approfondendo argomenti e, spesso, correggendo i miei errori. Nel contempo mi permetto di evidenziare alcune curiose incongruenze di una religione, la cattolica, davvero molto strana.
Nati e cresciuti in Italia, noi di educazione cattolica sembriamo aver perso di vista quanto di incongruo e morboso ci sia nella ritualità che la Chiesa ha imposto ai suoi adepti. E dico adepti, perché di certo non esistono procedure, nelle altre religioni, così marcatamente strampalate.

Anche sorvolando sui diversi sacramenti, comunque abbastanza strambi, resta il fatto che il cattolicesimo sembra essere l’unica religione (viva) che impone di divorare cannibalescamente il corpo ed il sangue del proprio dio/fondatore (comunione). Essa impone ai suoi seguaci la rivelazione dei propri “peccati” (confessione) a singoli individui (preti) , che dovrebbero costituire il tramite tra l’umano peccatore ed il suo dio (che il peccatore si è mangiato prima e dopo), superando di gran lunga la pubblica autodafé richiesta dal marxismo-leninismo ai “compagni” che sbagliano. Quest’ultima infatti ha carattere pubblico e concerne comportamenti pubblici, mentre la confessione abbraccia sia il pubblico sia il privato del peccatore.

Tutti i rituali vengono amministrati da un tizio vestito come Goldrake (con paramenti costosissimi), circondato da altri tizi (chierichetti) anche loro malamente travestiti, in luoghi che, quanto a lusso e spreco di risorse, hanno poco da invidiare al sultano del Brunei. In una confessione religiosa ufficialmente destinata agli umili ed ai poveri lo sfarzo, il lusso e lo spreco del clero e dei rituali, ad osservatori non partecipi, appaiono drammaticamente vacui. Persino messali e libri di preghiera hanno prezzi editorialmente fuori mercato, per non parlare di ostie etc.. I fedeli sottostanno a comportamenti che in condizioni mentali “normali” non sarebbero disposti a subire, spesso nemmeno a costo della vita (anche se, dopo aver mangiato un dio, credo tutto quanto diventi lecito ed ammissibile). Ricordo ancora che, malgrado le forti ammissioni ed i grandi passi avanti fatti in questi ultimi anni, a tutt’oggi tutti coloro che si trovano “fuori” dalla nostra setta (perché settario è il cattolicesimo), vengono spediti allegramente all’Inferno (neonati, bambini, ragazze, vecchi, etc.etc. per un quantitativo totale di esseri “umani” assolutamente incalcolabile). Ricordo altresì che baciarsi (fuori del coniugio) e masturbarsi (anche dentro il coniugio), insieme a divorzio, controllo dlle nascite ed omosessualità, costituiscono (ancora adesso) peccato mortale e possono condannarci alle fiamme eterne.

Tanto per citare Luigi Lombardi Vallauri, ricordo anche che la divina famigliola del nostro buon Gesù risulta, secondo la catechesi, notevolmente stramba. Il padre (Giuseppe) è vergine e sembrano esserlo anche madre e figlio. Tutti vergini a vita e senza aver mai ceduto ad improvvise pulsioni sessuali. Per Lombardi Vallauri, con un Dio biblico che condanna omosessuali ed adultere alla lapidazione ed una famiglia fondativa di vergini, non ci si poteva aspettare una chiesa diversa. Detto questo, ricordiamo che, sempre nella precitata famigliola, con l’intervento quale donatore esterno dello Spirito Santo, si verifica la prima fecondazione eterologa della storia occidentale, mentre nell’ambito ristretto della Trinità appare una primordiale forma di clonazione, con il Padre che clona se stesso nel Figlio. A questo proposito è bene tenere a mente che lo scisma del V secolo, oltre che dalla dottrina monofisita, fu causato proprio dalla natura attribuita allo Spirito Santo. che nella religione ortodossa era “qui ex Patre procedit” ( si tratta quindi di un secondo clone del Padre), mentre nella cattolica è “qui ex Patre Filioque procedit” (si tratterebbe quindi di una doppia clonazione partenogenetica cui partecipano due donatori). La confusione diventa generale quando si pensa che lo Spirito Santo, che nella nostra religione è comunque un clone del Padre e del Figlio, diventa anche il padre del Figlio nel momento in cui fertilizza la Madonna.
All’anima dei misteri!

E, sempre limitando l’osservazione all’immagine divina, pur con i nostri umani sensi, qualunque deficiente venga obbligato a leggere vecchio e nuovo testamento rileva l’incongruenza tra due divinità quasi opposte ed inconciliabili. Marcione (140 d.C.) non fu il primo ne l’unico a riconoscere la radicale opposizione tra l’irato dio creatore dell’antico testamento ed il dio amoroso e padre di Gesù Cristo.

Tanto per rompere ancora un po’ le scatole (e perché me lo sto rileggendo) Vi faccio l’esempio dei sinodi di Sirmio (357 e 359) che approvarono nuove formule di fede ed il credo anomeo. Nel breve, relativamente, periodo di mezzo secolo viene condannato Ario (Nicea 325), richiamato nel 328 da Costantino che mette al bando Atanasio (fautore della presunta ortodossia), condannato dal Sinodo di Tiro (335). Nel 353 (sinodo di Arles) Atanasio viene nuovamente condannato da tutti i vescovi (meno Paolino di treviri che viene esiliato). Nel 355 (sinodo di Milano) Atanasio viene nuovamente condannato (tranne Lucifero di Cagliari, Eusebio di Vercelli e Dionigi di Milano, che vengono esiliati). Sempre nel 355 papa Liberio viene esiliato in Tracia e sostituito da Felice. Nel Sinodo Di Bèziers (356) Ilario di Poitiers(anche lui presunto ortodosso) non viene nemmeno ascoltato e, persistendo nel lottare contro l’arianesimo, viene esiliato in Frigia. Nel Sinodo di Sirmio (357) è approvata una nuova formula di fede. Nel 358 (sinodo di Ancira) viene condannata la formula di Sirmio. Nel 359 (secondo sinodo di Sirmio) viene approvato il credo anomeo. Nel sinodo di Seleucia (359) prevalgono i filoariani. Sempre nel 359 (sinodo di Rimini) prevalgono gli anomei. Insomma alla fin fine potevamo essere tutti ariani o pseudo ariani. Tanto per chiarire un pelo: i niceni affermavano la generazione eterna del verbo, gli a riani condannavano il consustanziale e gli omeusiani dicevano che il figlio era in tutto simile al padre. Vi faccio seguire alcune delle proposizioni del Sinodo di Sirmio (di tutti e due):


” Si quis patrem et filium duos deos dicit, anathema sit.
Et si quis Deum Christum ante saecula filium Dei ministrantem pati ad creationem universorum, non confitetur, anathema sit.
Si quis ingenitum, aut partum ejus ex Maria natum dicere praesumit, anathema sit.
Si quis secundum praesentiam ante Mariam dixerint filium esse, et non ante saecula ex parte natum apud Deum esse, et per ipsum omnia facta, anathema sit.
Si quis substantiam Dei dilatari aut contrahi dixerint, anathema sit.
Si quis dilatatam substantiam Dei filium dixerit facere, aut dilatationem ejus substantiae filium nominaverit, anathema sit.
Si quis affectivum, aut prolativum verbum dixerit Dei filium, anathema sit.
Si quis hominem solum dixerit filium, qui ex Maria est, anathema sit.
Si quis Deum et hominem ex Maria dicens, Deum ingenitum eundem intelligit, anathema sit.
Si quis illud quod scriptum est, Ego Deus primus et ego postea:praeter me non est Deus, cum ad destructionem idolorum et deorum non existentium dictum sit, ad destructionem magis unigeniti ante saecula Dei judaice percipit, anathema sit.
Si quis audiens, Verbum caro factum est, verbun in carnem mutatum putaverit, aut conversione facta suscepisse carnem, anathema sit.
Si quis unigenitum filium Dei crucifixum audiens, corruptionem, aut passionem aut conversionem, aut initiationem, aut peremptionem substituisse dicit, anathema sit.
Si quis, quod scriptum est. Faciamus hominem, non patrem a filium dicere, sed ipsum ad semetipsum ferit dixisse Deum, anathema sit.
Si quis contra Jacob non filium tamquam hominem luctatum esse, sed ingenitum Deum aut patrem ejus dixerit, anathema sit.
Si quis audiens Dominum patrem, aut filium Dominum, et Dominum patrem et filium, et Dominus a Domino, dicens, duos asseruit Deos, anathema sit. Non enim coaptamus filium patri, sed subditum novimus. Neque enim descendit in corpus sine voluntate patris, neque pluit a semetipso, sed a Dominus, authoritatem videlicer praebente patre. Neque sedit a dextris a semetipso, sed audit dicentem patrem, sede a dextris meis.
Si quis patrem et filium et Spiritum sanctum unam personam dicit, anathema sit.
Si quis spiritum paracletum, dicens, ingenitum afferit Deum, anathema sit.
Si quis sicuti docuit nos, non alium dicit paracletum praeter filium, ait enim, et alium paracletum mittet vobis paterque rogabo ego, anathema sit.
Si quis spiritum dicit patrem patris, aut filii, anathema sit
Si quis concilio Dei tamquam unam creaturam factum asserit filium Dei, anathema sit.
Si quis Patrem et Filium, et Spiritum sanctum tres dicit Deos, anathema sit.
Si quis nolente patre filium dixerit, anathema sit. Non enim invitas et vim pssus pater necessitate generali, quasi nolens , genuit filium, sed illud ut voluit; etiam sine tempore, et sine semelipso genuit cum.
Si quis ingenitum et sine principio dicit filium, tamquam duos sine principio, et duo ingentia dicens, et duos faciens deos, anathema sit. Caput enim est et principium omnium filius, Caput autem Christi, Deus. Si enim ad unum omnium principium quod est sine principio, per filium pie omnia referentur.
Rursus autem subtiliter inspicientes Christianum sensum dicimus.
Si quis Christum Deum, filium Dei ante saecula, ministrantem patri ad omnem creationem non dixerit, sed ex quo ex Maria natus est, ex eo dicit filium, et Christum esse vocatum, et initium accepisse ut Deus esset, anathema sit, sicut Samosatenus.”

Tanto per capire la complessità delle interpretazioni e la ferocia (anathema sit) delle sanzioni.

Nessun’altra religione ha prodotto un così gran numero di eretici ed eresie. Risulta quasi impossibile contarli ed identificarli tutti, il che non depone certo a favore di una significativa coerenza interna.

BIBLIOGRAFIA
(non esaustiva, mi scuso con chi non ho ricordato)

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VECCHIO E NUOVO TESTAMENTO IN EDIZIONI DIVERSE (cattoliche, ortodosse e protestanti)

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HERMANN RAUSCHNING – Hitler mi ha detto – 1945 RIZZOLI

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JOHANNES LEHMANN – I crociati – 1983 GARZANTI

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FRANCESCO QUARANTA – Preti sposati nel medioevo – 2000 CLAUDIANA

PAOLO VI – Humanae vitae – 1968

GIOVANNI PAOLO II – Evangelium vitae – 1995

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