Fisicamente

di Roberto Renzetti

di  Eros Barone

Il populismo, per quanto appaia oggi  politicamente rampante, è in realtà segnato da un congenito difetto epistemico, quello derivante dalla contrapposizione tra generale e particolare, che, se può spiegare la sua momentanea incidenza di massa nella fase attuale caratterizzata dal disorientamento politico-culturale e dall’assenza di visioni complessive della società e della storia dotate di forza mobilitante, ne determina in modo altrettanto necessario quello che è il suo limite intrinseco e insuperabile. Quest’ultimo emerge non appena si considera il rapporto  inversamente proporzionale che intercorre, nel concetto logico di ‘popolo’, tra l’estensione di tale concetto, che designa la ‘totalità’ degli oggetti che si riferiscono ad esso, e l’intensione, che designa soltanto ‘uno o più’ oggetti che rientrano nella classe logica in parola. Così, in base al primo significato abbiamo il popolo come ‘demos’, mentre in base al secondo abbia-mo il popolo come ‘ethnos’. È evidente allora che il ‘demos’, in quanto ha un signifi-cato estensivo, è anche inclusivo: ciò implica che una popolazione che ha un’identità comune in forza di un territorio comune, di una storia comune e di una lingua d’uso comune, nonché di istituzioni e di diritti comuni, ‘include’ anche l”ethnos’, ossia un popolo che ha caratteri più specifici, quali la razza, la religione e particolari diritti. Al contrario, il popolo in quanto ‘ethnos’ esclude costitutivamente da sé coloro (altri po-poli) che non hanno tali caratteri,ossia non appartengono a quella razza, a quella reli-gione ecc. ecc. Di conseguenza, chi vuole comunità aperte opterà per il popolo come ‘demos’, mentre chi le teme sceglierà il popolo come ‘ethnos’.
   Dal punto di vista economico, sociale e culturale dovrebbe essere tuttavia evidente (non solo la superiorità etica ma anche) la maggiore utilità politica, rispetto a quella ‘etnica’, della prospettiva ‘democratica’, che è in grado di produrre, soprattutto per la convivenza civile e per le generazioni future, risultati a lungo termine di gran lunga più vantaggiosi. È sufficiente chiedersi: utilità per chi e per quanti? In tal modo risul-ta palese come un certo concetto di popolo risulti utile a tutti e perché un altro concet-to di popolo, quello ‘etnico’, venga adoperato per legittimare (non i diritti di tutti ma) i privilegi particolari di gruppi ristretti. Sempre a questo proposito, vi è poi da fare un’altra considerazione, e cioè che, da quando il genere umano esiste ed opera, la sto-ria ha dimostrato che la strada maestra dell’incivilimento passa attraverso le mesco-lanze e il meticciato, non attraverso i recinti e i ghetti, che è quanto dire attraverso l’universalizzazione dei diritti, contrapposta alla  istituzione dei privilegi per questa o quella razza, per questa o quella regione, per questa o quella classe. Asserire che le diversità biologiche tra le razze e le stirpi producono diversità morali e culturali e che l’ordinamento politico-giuridico deve conformarsi ad esse è quindi un modo per ‘na-turalizzare’ ed eternizzare le disuguaglianze politico-sociali esistenti.
   Un’altra antinomia che affligge le concezioni populistiche è quella che si esprime nel falso al dualismo tra lingua nazionale e dialetti locali. Il fatto che si pretenda di privilegiare la conoscenza dei dialetti rispetto a quella della lingua nazionale non è soltanto frutto di ignoranza storico-culturale e analfabetismo glottologico, ma è an-che, se non soprattutto, un’operazione ideologica con la quale si punta a riproporre, utilizzando il dialetto come veicolo, l’ideologia dei localismi, della tradizione più stantìa e dell’idiotismo di marca medievale. La natura ideologica culturalmente re-gressiva e schiettamente reazionaria di questa operazione si manifesta nella moda dei cartelli stradali e toponomastici in dialetto locale: una proliferazione in cui l’ideologia localistico-vernacolare celebra, per dirla con Hegel, il carnevale della ‘cattiva infini-tà’, poiché non vi è luogo, per quanto sperduto, che non possa far valere una sua spe-cificità dialettale o idiomatica. Da questa antinomia grottesca aveva messo in guardia, già cent’anni orsono, Karl Kautsky, teorico marxista del periodo della Seconda Inter-nazionale, allorché aveva osservato che «una valle montana stretta e isolata, lontana dalle strade di grande traffico e che produce quanto basta per gli abitanti, può svilup-pare una lingua particolare e mantenerla per secoli; gli abitanti della regione di un grande fiume, che serve loro come strada commerciale, facilmente finiranno invece per formare una più estesa comunità linguistica». Muovendo da questa premessa Kautsky giungeva alla necessaria conclusione per cui, quando la comunità nazionale si unifica attraverso una comune lingua scritta usata e compresa dalle varie comunità locali, allora gli idiomi della valle e del bacino fluviale, le «lingue parlate dai singoli popoli nell’àmbito di questa nuova comunità nazionale regrediscono a semplici dia-letti».
   Questi due tipi di antinomie spiegano dunque il momentaneo successo delle conce-zioni populistiche, ma fissano anche i confini entro cui tale successo è destinato, per ‘la contradizion che no’l consente’, a introflettersi, a rifluire e ad esaurirsi.
 

Reazionari

 I reazionari hanno questo di buono: che non procurano mai soprassalti di sorpresa. Prendiamo, per esempio, il Guardasigilli Alfano: si capisce, solo a guardarlo, che questo mondo non gli va bene; ma questo mondo, che non va bene si può dire a nes-suno, è diversamente colpevole: per ciò che vi succede in basso e per ciò che vi suc-cede in alto. Il Guardasigilli, però, pare colpito solo da quanto succede in basso. In al-to, il mondo in cui vive, tutto sommato, lo lascerebbe com’è. Infatti, stando alle loro dichiarazioni, il ministro di Grazia e Giustizia, così come il suo collega degli Affari Interni, sembrerebbero soprattutto colpiti dai delitti consumati contro la proprietà, dai furti, insomma, che i poveri compiono ai danni dei ricchi, ma non da quelli che i ric-chi perpetrano nei confronti dei poveri.
   I furti sono sempre crimini, non c’è dubbio, ma si direbbe che per i due sullodati ministri a rubare, quando ruba, sia solamente la povera gente: in particolare, il mini-stro degli Interni nota  giubilante che i furti nel 2008 sono diminuiti dell’8,1%, ma, caro lettore, tu credi che tra questi reati egli o qualsiasi altro suo collega al governo annoveri il trasferimento di capitali all’estero (ogni accenno alla contestata eredità di Agnelli e alle migliaia di altri ‘patriottici’ imboscatori di capitali è puramente casua-le), una evasione fiscale (e qui sono centinaia di migliaia, forse alcuni milioni coloro che non vogliono affliggere il fisco con lunghi e penosi accertamenti), un profitto il-lecito, una speculazione in Borsa, un’alterazione del bilancio? Dio guardi. Questi non sono furti, si chiamano ‘pro-prie-tà’, e la Giustizia ha il dovere di difenderli.
   Non mancano, peraltro, nelle discorse di questi campioni del Buon Governo, mo-menti di commozione: è quando essi lamentano le deleterie conseguenze dell’indulto o di altri provvedimenti di clemenza previsti dalla legge e concessi dai giudici. Si av-verte sempre, sotto il fremito delle loro parole sdegnate, la visione di un mondo idea-le (divenuto finalmente reale, anche per merito loro, in questa torrida estate), compo-sto di galere stipate e arricchito, in un prossimo futuro, da altre galere, da offrire co-me nuovi pascoli al profitto dei privati. Chi c’è, deve restarci. Fuori gli onesti sicuri, dentro tutti gli incerti, compresi, grazie all’ultima legge sulla sicurezza, gli immigrati clandestini.
   Così, per questi Soloni che hanno interiorizzato il modello americano della caccia a Dillinger, la società non si migliora, come sarebbe giusto, dai suoi vertici (cui va semmai garantita, come è avvenuto con le leggi ‘ad personam’, l’impunibilità), ma si monda con le galere piene e i ‘brutti ceffi’ (preventivamente identificati dalle ronde fra gli individui con tratti semitici o zingareschi) tutti incarcerati. E stiano stretti e ammanettati: i soli ai quali occorrono le mani libere sono, come tutti sanno, soltanto i banchieri.
   Infine, come non ricordare l’energico ministro Zaia, che, indotti non solo da un in-sano gusto dell’umorismo (egli potrebbe infatti esprimersi ufficialmente in dialetto trevigiano), ma anche animati dall’intento di elevare il livello non eccelso della poli-tica condotta dal governo Berlusconi-Bossi in questo campo, auspichiamo che ben presto vada a sostituire l’accidioso Bondi?  Sarebbe, questa, una svolta importante negli annali della politica italiana, poiché una volta tanto si assegnerebbe un ministe-ro culturale a un vero uomo di cultura, qual è l’on. Zaia. Nella sua sterminata erudi-zione, della quale ha fornito ai suoi elettori padani una prova mirabile in occasione della recente polemica con quel critico saccente dal nome palindromico (Asor Rosa), egli ha sentito più volte, da giovane, parlare della “Divina Commedia”. Più tardi, nel consiglio dei ministri ha sentito nominare, a proposito dei finanziamenti agli enti cul-turali, la Dante Alighieri, e, a forza di sentir dire la Dante Alighieri oggi e la Dante Alighieri domani, ha finito, mèmore del ‘celodurismo’ sbandierato dal suo leader, col sospettare in cuor suo che il sommo poeta fosse un tipo di dubbia virilità.

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