Fisicamente

di Roberto Renzetti

SPECIALE – NOVAK:

http://www.forza-italia.it/accessibile/notizie/00_3991.htm

Di Michael Novak, direttore del Centro Studi Sociali dell’American Enterprise Institute di Washington – Tratto dal Corriere della Sera dell’ 11/2/2003

test1_sx.htmhttp://www.rainews24.rai.it/ran24/magazine/internazionale/numero_107

/testata_5/test1_sx.htmI  

motivi per cui gli Stati Uniti faranno la guerra a Saddam Hussein, se egli non adempierà ai solenni impegni presi di rispettare l’ordine internazionale, o non lascerà il potere, non hanno nulla a che vedere con la nuova teoria della «guerra preventiva». Al contrario, tale guerra rientra nell’ambito della dottrina tradizionale della guerra giusta, in quanto questa guerra è una conclusione legittima della guerra combattuta e vinta in breve tempo nel gennaio 1991.
All’epoca, la guerra era stata interrotta anzitempo per negoziare le condizioni di resa con l’ingiusto aggressore Saddam Hussein. Al tavolo delle trattative di pace, le Nazione Unite avevano insistito che, come condizione indispensabile per rimanere alla presidenza dell’Iraq, Saddam Hussein doveva (a) disarmare e (b) fornire all’Onu le prove dell’avvenuto disarmo, rendendo conto in maniera trasparente di tutti gli arsenali e sistemi d’arma in suo possesso. In particolare, era stato ordinato a Saddam Hussein di distruggere le sue scorte di iprite, sarin, botulina, antrace e altri agenti chimici e batteriologici. Doveva anche dimostrare di aver distrutto tutto il lavoro precedentemente compiuto per mettere a punto armi nucleari.

Nei dodici anni successivi, nonostante ripetuti avvertimenti, Saddam Hussein ha avuto la sfrontatezza di farsi beffe di tali impegni. Alla fine del 2002, il Consiglio di Sicurezza ha di nuovo intimato solennemente a Saddam Hussein di dimostrare di aver rispettato tali impegni, ai quali era legato il suo diritto di rimanere al potere, in base al diritto internazionale. Ancora una volta, egli non ha fornito tali prove: anzi, il suo comportamento è stato un’offesa continua per il Consiglio di Sicurezza.Nel frattempo, l’11 settembre 2001, in maniera improvvisa e violenta una nuova guerra è stata lanciata contro gli Stati Uniti – e contro tutto l’ordine civile internazionale. È stata una guerra repentina e immotivata, legata a un nuovo concetto strategico, quello della «guerra asimmetrica», che ha prospettato in una luce del tutto nuova il comportamento di Saddam Hussein e ha centuplicato il pericolo che il Rais rappresenta per il mondo civile.

Prima di approfondire questo aspetto, vorrei ricordare che la autentica dottrina cattolica sulla guerra giusta, così come è stata formulata da Sant’Agostino e da San Tommaso, indicava con chiarezza il percorso logico che dovevano seguire le autorità di governo che agivano nella loro veste ufficiale, quando dovevano decidere se andare o non andare in guerra. Inoltre, nel valutare tali eventualità, il nuovo catechismo cattolico attribuisce la responsabilità primaria non a lontani commentatori, bensì alle suddette autorità di governo.

Tale attribuzione di responsabilità nasce da un duplice motivo. In primo luogo, alle autorità di governo compete il dovere d’ufficio e l’obbligo istituzionale primario di proteggere la vita e i diritti del loro popolo. In secondo luogo, in base al principio di sussidiarietà, sono le autorità più vicine ai fatti in questione, e – data la natura attuale della guerra a opera di reti terroristiche clandestine – hanno accesso a informazioni estremamente riservate. Ad altri compete il diritto e il dovere di esprimere il giudizio della propria coscienza. Il giudizio definitivo spetta comunque alle autorità di governo. «La valutazione di tali condizioni di legittimità morale appartiene al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune». (Catechismo n° 2309).

Ricapitolando, la novità nella teoria della guerra giusta nel ventesimo secolo è il concetto della «guerra asimmetrica». Tale concetto è stato elaborato da organizzazioni terroristiche internazionali che, per quanto dipendano dall’assistenza clandestina degli Stati disposti ad aiutarli in segreto, non sono responsabili nei confronti di alcuna autorità di governo. Per dimostrare l’incapacità dei governi democratici di difendere la vita dei loro popoli, queste cellule terroristiche compiono attacchi sensazionali contro civili innocenti. Verosimilmente, quanto più drammatici e sanguinosi saranno gli attacchi, tanto maggiore sarà la loro efficacia.

Questo nuovo concetto strategico, e le mutate condizioni tecnologiche, culturali e logistiche che lo rendono attuabile, hanno provocato da più parti la condanna morale di tali gruppi del terrorismo internazionale come nemici del mondo civile. Il Vaticano stesso ha pronunziato tale condanna dopo la strage dell’11 settembre 2001. Allorché divenne chiaro che il centro di comando e il campo di addestramento principale degli autori della strage dell’11 settembre si trovavano sotto la protezione del governo taleban in Afghanistan, le autorità morali hanno riconosciuto altresì che una guerra limitata e condotta con grande attenzione per provocare un cambiamento di regime in Afghanistan rappresentava un obbligo morale. Nei mesi successivi, i servizi segreti hanno accertato che i terroristi progettavano altri attacchi contro monumenti famosi nelle capitali europee, fra cui Parigi, Londra e la Città del Vaticano. Mesi dopo, gli attacchi contro il Teatro dell’Opera a Mosca, alcune chiese cristiane in Pakistan e una affollata discoteca in Indonesia hanno confermato la dimensione planetaria di tale minaccia.

Tuttavia, nel caso dell’Iraq, Civiltà Cattolica ha sostenuto di recente che la guerra sarebbe ingiusta, proponendo la teoria che le motivazioni americane fossero legate al petrolio iracheno: «Il motivo fondamentale sembra essere la posizione geopolitica detenuta dall’Iraq in Medio Oriente, in quanto uno dei tre principali produttori di petrolio e di gas naturale (Iraq, Iran e Arabia Saudita)». (La rivista non dice nulla di simile riguardo alle motivazioni di Francia, Russia, Cina o altri paesi). Ma l’America ha motivi seri per fare la guerra, ben più importanti del petrolio iracheno. La considerazione fondamentale nel difendere l’interesse nazionale è che, in un momento che non abbiamo scelto noi e con modalità che non volevamo, l’11 settembre 2001 è stata dichiarata contro di noi una guerra vera e propria, nelle parole e nei fatti. L’aggressore non aveva un esercito permanente i cui movimenti avrebbero potuto far intuire l’imminenza di un attacco. Al contrario, l’attacco è giunto assolutamente imprevisto, colpendo vittime innocenti in una calda e luminosa giornata di settembre. Le armi utilizzate non erano armamenti militari convenzionali, bensì aerei civili americani carichi di combustibile per il lungo viaggio fino alla California. I bersagli stabiliti – due grattacieli a Manhattan – non hanno lasciato alle ignare vittime alcuna possibilità di scampo.

I criteri normali accettati dai teorici della guerra giusta non erano specificamente presenti: non c’erano stati né movimenti di corpi militari convenzionali, né segni visibili di un attacco imminente, né la voce ufficiale di uno Stato-nazione ostile. L’orrore della catastrofe è stato comunque immenso.

Con ogni evidenza, era stata lanciata una guerra internazionale. I suoi autori la definivano una jihad internazionale, scatenata non soltanto contro gli Usa, ma contro tutto l’Occidente, anzi, contro tutto il mondo non islamico. (Il mondo aveva già pianto per la distruzione degli antichi monumenti buddisti in Afghanistan, una perdita incommensurabile). Nessuna importante autorità morale ha incontrato difficoltà a riconoscere che una guerra per prevenire questo terrorismo di nuovo genere non soltanto è giusta, ma è un dovere morale.

Che ruolo ha l’Iraq in questo quadro? Dal punto di vista delle autorità di governo che devono calcolare i rischi di un intervento – o di un non intervento – nei confronti del regime di Saddam Hussein, i punti salienti sono due. Saddam Hussein dispone dei mezzi per portare la devastazione e la morte a Parigi, Londra o Chicago, o qualsiasi altra città, a suo piacimento, gli basta trovare alcuni «fantaccini» clandestini non identificabili per far arrivare su bersagli prestabiliti piccole quantità di sarin, botulina, antrace e altre sostanze letali. In secondo luogo, cellule terroristiche indipendenti sono già state addestrate proprio per queste missioni, e hanno sbandierato ai quattro venti la loro intenzione di provocare tale distruzione, volentieri e con gioia. L’unica cosa che manca ancora, fra questi due elementi incendiari, è una scintilla che stabilisca il contatto.

Con i ben noti precedenti di Saddam, e il disprezzo che ha ripetutamente dimostrato per il diritto internazionale, soltanto uno statista imprudente, se non addirittura temerario, potrebbe aspettarsi fiducioso che queste due forze rimarranno separate per sempre. In realtà, potrebbero incontrarsi in qualsiasi momento, in segreto, per uccidere decine di migliaia di persone innocenti. \[…\]. In altre parole, esiste già una probabilità fra 0 e 10 che le armi micidiali di Saddam cadano nelle mani di al Qaeda. (Esistono anche altre ramificazioni della rete del terrore internazionale).

Ragionevoli osservatori possono discettare se il rischio attuale sia 2, 4, o 8. Ma una cosa è indiscutibile: coloro che giudicano che il rischio è basso, e di conseguenza permettono che Saddam rimanga al potere, avranno una spaventosa responsabilità, se commettono un errore di valutazione, e se in futuro si verificheranno attentati.


L’ipocrisia della frettahttp://www.sottovoce.it/iraq/iraq31.htm il manifesto – 2 aprile

      Rossana Rossanda
 
L’ennesima giornata di stragi, ma la sinistra moderata è nervosa perché l’aggressione all’Iraq non si è conclusa in 72 ore con fiori e festeggiamenti delle popolazioni. Siamo al tredicesimo giorno: né Baghdad né Bassora né Nassiriya sono state prese dagli angloamericani e una guerriglia insidia le loro truppe che le circondano dal sud e dal centro. Non c’è previsione di Washington che si sia realizzata, notizia da Londra che regga 24 ore: Bush dice «siamo nei tempi» ma per il generale Franks si potrebbe andare all’estate, Blair ha annunciato una rivolta a Bassora che non c’è stata,
 una bomba chimica è vissuta il tempo di un tg, le armi di sterminio non si sono viste, per Myers occorrono 100 mila soldati in più, Rumsfeld nega, Wallace parla di una tregua fino al 10 aprile Franks lo smentisce, i militari litigano pare con la difesa e questa con Colin Powell. Noi non sappiamo molto dell’Iraq, ma certo più di Donald Rumsfeld e Condoleeza Rice e dei loro servizi di intelligence, convinti che le truppe americane sarebbero state benvenute per gli sciiti al sud, per i kurdi al nord, e per chiunque non fosse la guardia nazionale al centro. Si sbagliavano, perché se è certo che Saddam Hussein ha represso crudelmente gli sciiti e kurdi, è anche certo che queste popolazioni odiano gli americani più che non odino lui. Qualcosa li unisce, e non è la religione, è l’identità araba umiliata, l’essere una nazione secolarmente oggetto dei disegni altrui, essere stati dall’Occidente usati, armati e traditi, da dieci anni privati di cibo e medicinali, con la più alta mortalità infantile nel Continente, e infine ora aggrediti. Preferiscono battersi che essere liberati dal generale Franks, diventando un protettorato americano. Che cosa si aspetta per capire che l’operazione, oltre che illegale, è stato un colossale errore e chiedere che l’Onu gli metta subito un alt?

Invece il nostro governo e parte dell’opposizione vorrebbero che Bush facesse più in fretta, magari sganciando più bombe invece che affrontare la guerriglia per le strade in città, e si pensi al dopo, come rimodellare l’Iraq e dividersi gli appalti della ricostruzione. Poche volte c’è stato un tale sbandieramento di ipocrisia, accompagnato dalla campagna contro i pacifisti: allora volete una guerra più lunga, più sangue più macerie? Siete amici di Saddam Hussein e nemici dell’America e della libertà.

Sarebbe da ridere se non fossimo in una tragedia. Questa guerra non ci doveva essere, non ha uno straccio di legittimità politica né morale. Si poteva fermare. E’ bastato che Francia Cina e Russia, ma anche Germania, dicessero di no perché Colin Powell non riuscisse a comprare i paesi minori del Consiglio di sicurezza, pur tutti in difficoltà e ricattati dal fondo monetario. E non per amore per l’Iraq, ma perché la new strategy americana si è data il diritto di far guerra preventiva dovunque veda lesi gli interessi degli States mandando a spasso Onu e diritto internazionale. Bush ha già indicato i prossimi obiettivi: Siria, Iran, forse Corea del nord.

Quella che doveva essere una operazione di polizia contro al Qaeda, è diventata licenza di aggressione a un pacchetto di stati. Prodi, che ha detto parole giuste sul modo di trattare i popoli, si duole che l’Europa non abbia avuto una voce sola. Appunto, che dirà l’Europa, se «liquidato l’Iraq» Bush e Blair procederanno contro l’asse del male? Assisterà per dovere transatlantico e poi distribuirà ai sopravvissuti scatole di latte e biscotti?

Bush e il suo staff dell’American Enterprise Institute sono il pericolo maggiore per il mondo. E a nostra vergogna oggi soltanto i corpi degli irakeni, dei quali vediamo alcune costernanti immagini, lo tengono in scacco. Non riusciranno a metterlo in fuga come dal Vietnam, l’Iraq non ha alle spalle la Cina e l’Unione sovietica, Saddam non è Ho-Chi-Min, e gli Usa non hanno ancora sganciato tutto il loro potenziale di bombe.

Politicamente Bush ha già perduto, ma ancora detiene la più possente macchina militare e finanziaria del pianeta. Deve essere isolato da ogni democrazia che si rispetti prima che lo caccino i tre quarti degli americani che non lo hanno votato. Egli sta all’America come Berlusconi sta all’Italia, frutto della nostra parte peggiore. Noi siamo con l’altra America e questa è con noi.


«Wake Up, Occidente!» «Fuck you, Fallaci!»

http://www.gnueconomy.net/archive/2002_10.html 

Lo scorso martedì, invitata a presentare l’edizione americana de “La Rabbia e l’Orgoglio” dall’American Enterprise Institute di Washington, Oriana Fallaci ha rotto un silenzio che durava da oltre dieci anni. Il Corriere della Sera ha dedicato un’intera pagina (con tanto di foto, titolone e richiamo in prima) alla pubblicazione del discorso integrale letto per l’occasione. Non sono convinto che la notizia meriti il risalto che le è stato concesso. Fosse per me, la condenserei: Oriana Fallaci ha rotto. Punto. Mi sembra abbastanza. «Grazie a tutti di essere venuti» così esordisce la nostrana pasionaria da esportazione, evidentemente e comprensibilmente appagata di essere finalmente riuscita, alla tenera età di 72 anni, a far venire qualcuno. Il resto dell’intervento è intriso di una tale quantità di paranoia da far apparire Fox Mulder come uno con i piedi per terra. Mettetevi comodi perché la lista è lunga: un fondamentalista islamico si inserisce nelle sue telefonate e blatera frasi sconnesse e minacciose in francese; il direttore dell’istituto che l’ha invitata passerà sicuramente dei guai per averla introdotta parlandone bene; sostiene che la propria malattia sia un “Alieno” che la abita; qualcuno vuole spedirla al rogo in quanto eretica, bruciandola «come fecero i nazisti negli anni trenta con le librerie»; gli estremisti e i fanatici che desiderano quanto sopra «sono milioni e milioni»; la Montagna dell’Islam, invece di aspettare Maometto o decidere di andarlo a trovare di persona, è segretamente gelosa di lei, del suo sistema di vita, e attribuisce a lei «la colpa delle proprie povertà materiali e intellettuali»; ha paura di saltare in seguito al lancio di una bomba nucleare; si ritiene, in quanto razzista, ricattata dai non razzisti; il membro di Al Quaeda processato in Virginia in quanto presunto complice dei kamikaze dell’11 settembre parlava francese e quindi, forse, era proprio lui che le telefonava; non conta ormai più le minacce dirette alla sua persona; un poliziotto l’ha seguita anche durante l’intervento all’American Enterprise Instituite nel malaugurato caso fosse presente fra gli astanti un islamico incazzato; si rammarica del fatto che il Foglio, quotidiano di destra, la mandi affanculo; si lamenta perché Liberazione, quotidiano di sinistra, segue l’esempio del Foglio; i mussulmani del MRAP e gli ebrei del LICRA ordiscono oscure trame alle sue spalle e hanno raggiunto un accordo per trascinarla in tribunale; magari quegli stessi ebrei sono parenti dei «banchieri che prestarono soldi a Hitler sperando di salvarsi, e invece sono finiti nei forni crematori», e quindi ben gli sta; la Francia intera la definisce «abbietta, infame, iniqua» e vuole «vederla in carcere»; i giudici francesi (che, in quanto francesi, «hanno inventato la ghigliottina», quindi si fottano) l’hanno resa vittima di un complotto, e lei ha paura di finire «decapitata in Place de la Concorde come Maria Antonietta»; anche il suo avvocato difensore riceve da settimane minacce di morte; forse pure quegli stronzi di svizzeri, belgi e tedeschi le stanno preparando qualche sorpresa legale; il fronte dei “collaborazionisti” tenterà di farla a fette pure negli Stati Uniti; i falsi pacifisti rivoluzionari («gente cui manca solo il randello e la camicia nera», quindi che vadano a fottersi pure loro) li vorranno imitare; buon ultimo viene l’Occidente, colpevole di averla fatta stare sulle balle a tre quarti del globo terracqueo predicando la calma in controtendenza con le tesi de “La Rabbia e l’Orgoglio”. Nella parte rimanente dell’intervento, quella in cui non disserta su ciò che qualcuno le vorrebbe fare o ciò che lei vorrebbe fare a qualcuno, la Fallaci parla di sé, raggiungendo vette di autoreferenzialità che persino uno come Francesco Alberoni ha mai toccato. L’autrice del libro più intriso d’odio dopo il “Mein Kampf” è in realtà un manuale vivente di giornalismo. Qui mi rivolgo agli addetti alla stampa. Ecco, riportato pari pari, un esempio che potrà tornarvi utile se avrete la necessità di inserire in un articolo un paragrafo subliminale che decanti il successo mondiale del vostro ultimo libro: «Da molti anni non mi mostro in pubblico. Molti. Neanche dopo la pubblicazione de “La Rabbia e l’Orgoglio” in Italia, in Francia, in Spagna, in Germania eccetera, ho aperto bocca o mi son fatta vedere in pubblico. Lo stesso accadrà quando il libro uscirà in Olanda, in Ungheria, in Polonia, in Romania, in Scandinavia, in Grecia, in Israele, in Argentina, in Australia, in Corea, in Giappone, in Cina». Sedici paesi citati in dieci righe ed, evidentemente, ancora non basta: «Al terrorismo fisico e intellettuale che seguì l’edizione italiana de “La Rabbia e l’Orgoglio” ho replicato con l’edizione francese. Traducendo il libro in francese ho inserito varie pagine che rincarano la dose, rafforzano la mia tesi. Agli attacchi della stampa francese ho replicato con l’edizione americana. E traducendo il libro per l’America ho inserito altre pagine che rincarano ancor di più la dose. Rafforzano ancor di più la mia tesi. Quelle pagine vanno anche nelle edizioni per la Gran Bretagna, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, l’India. Appena possibile inserirò quelle aggiunte in una nuova versione italiana». Bisogna dedurre che, predisponendo oculatamente i carriarmatini e conquistando Kamchatka, Cita e Jacuzia, abbozzerà di menarla con questa edizione speciale di Risiko dedicata all’editoria. Eppure, per garantirsi la possibilità di pubblicare l’ultimo monumentale rutto di intolleranza della Fallaci, il Corriere della Sera, consumando cellulosa, ha causato l’abbattimento di 15 alberi d’alto fusto, sacrificati alla divulgazione dei latrati di una scrittrice cui la vita non ha concesso, in vecchiaia, la fortuna dell’Alzheimer. Un piccolo parco se n’è andato affinché un’intellettuale avesse la possibilità di esprimere – sulle pagine del primo quotidiano nazionale – concetti che persino il più becero dei tassisti milanesi, in un giorno di pioggia, con la città paralizzata dal traffico e un presepe di bestemmie sulla punta della lingua, avrebbe il pudore di tenere per sé. Cito a caso: «(L’Islam) è la Montagna. Quella Montagna che da millequattrocento anni non si muove, non esce dagli abissi della sua cecità. Non apre le porte alle conquiste della civiltà, non vuol saperne di libertà e giustizia e democrazia e progresso. Quella Montagna che vegeta nell’oscurantismo e nel puritanesimo d’una religione che sa produrre solo religione. Quella Montagna che affoga nell’analfabetismo». Oppure: «Graziaddio non ho mai avuto rapporti sessuali o sentimentali o amichevoli con un uomo arabo». E ancora: «Perbacco: si può fare di tutto, si può dire di tutto, oggigiorno. In Italia una mussulmana può chiedere che il crocifisso sia tolto dalla sala chirurgica nella quale partorisce. Ma guai al cittadino che se ne lamenta o peggio ancora protesta. Guai alla Fallaci che scrive il suo discorso-della-montagna». Io il discorso alla Montagna l’ho letto tutto. E da allora sento l’indescrivibile, straziante mancanza di quei quindici pioppi.di Gianluca Neriinviato da Gianluca Neri07:08


Il Manifesto dei Cristianisti

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Un “Manifesto dei cristianisti” – per la guerra, contro la salvaguardia dell’ambiente, per il capitale senza limiti. E alle spalle, una serie di foundation statunitensi, una sola delle quali ha sborsato finora quasi 150 milioni di dollari per produrre ideologia. Un ringraziamento a Valerio Evangelisti che mi ha segnalato per primo l’esistenza del “Manifesto”.

Miguel Martinez   

1 dicembre 2002   Es tanto, tanta
tumba, tanto martirio, tanto
galope de bestias en las estrellas!
Nada, ni la victoria
borrará el agujero terrible de la sangre:

nada ni el mar, ni el paso
de arena y tiempo, ni el geranio ardendo
sobre la sepultura.

Pablo Neruda, Tierras ofendidas


“Cristianista” è un geniale neologismo, coniato da Lucio Brunelli per indicare chi usa la religione cattolica a fini politici. I “cristianisti” sono una nebulosa di autori, politici, giornalisti, accademici e preti per cui il cristianesimo è innanzitutto una scelta politica militante: contro “l’Oriente” – cioè islam e comunismo; a sostegno della politica economica e militare degli Stati Uniti; per la società imprenditoriale e per un “Occidente” non molto ben definito, ma ottimamente armato e con il diritto di aggredire chiunque, ovunque e in qualunque momento. Abbiamo scelto il termine “nebulosa” perché parliamo di persone diverse, adulti e consenzienti, che – per un insieme di formazione personale e di interesse politico – condividono alcuni punti fondamentali.

I cristianisti hanno spesso problemi con la Chiesa territoriale dei vescovi; essi tendono piuttosto a legarsi ad alcuni potenti movimenti non territoriali, come Alleanza Cattolica, Opus Dei, Comunione e Liberazione e i Legionari di Cristo. Si tratta di gruppi molto diversi, che però negli ultimi anni si sono avvicinati sempre di più tra di loro nel sostenere un’ideologia occidentalista. E a modo suo ecumenica: per un cristianista, è certamente più “fratello” un telepredicatore evangelico americano che un cattolico palestinese di Betlemme. E infatti, come vedremo alla fine di questo articolo, il mondo cristianista interagisce proficuamente con un altro mondo: quello delle potenti foundation statunitensi, una sola delle quali ha finora speso quasi 150 milioni di dollari per vendere al mondo le idee più utili per il trionfo di ciò che qualcuno chiama il turbocapitalismo.

Il vergognoso ruolo reale che i cristianisti giocano, come complici di azioni, disegni e interessi che nulla hanno a che vedere con Cristo, risulterebbe insopportabile anche a loro stessi se non venisse mascherato. Il cristianista può sostenere di non essere una semplice pedina del dominio delle multinazionali: per carità, lui sogna piuttosto a un mondo in cui contadini e cavalieri pregano insieme nelle cattedrali costruite da artigiani dotati di autentica fede. Non bisogna però prenderli alla lettera e cadere nella trappola di accusare i cristianisti di essere “medievali” o di voler ripetere l’impresa di Lepanto: dobbiamo piuttosto cercare di capire l’uso che fanno di questo regno immaginario, la “Cristianità”. Che diventa a sua volta arma di ricatto, almeno verso i cattolici conservatori in buona fede: se tu ti opponi agli interessi concreti dei dominatori, diventi addirittura nemico del Vero, del Bello e del Buono. Se la notte il cristianista sogna la cavalleria di San Bernardo, di giorno però applaude i bombardieri B-52; ed è di questo che nel Giorno del Giudizio, si può sperare, gli verrà chiesto di rendere conto.

Esiste un vero e proprio Manifesto dei Cristianisti. È un testo vecchio di un anno e mezzo, ma sempre attuale: è uscito nel periodo tra gli scontri di Genova e l’11 settembre, per contrastare quei cattolici del Social Forum che sostenevano che vi fosse qualcosa di poco cristiano nella globalizzazione capitalista. Il testo intero del manifesto dei cristianisti si può leggere sul sito della rivista ciellina Tempi. Quello dei cattolici antiglobalisti invece si trova qui.

Le citazioni dal Manifesto dei Cristianisti sono in rosso.

“Noi firmatari di questo manifesto siamo semplici cattolici, non rappresentiamo che noi stessi. Abbiamo deciso di intervenire dopo aver letto con inquietudine il “Manifesto delle associazioni cattoliche ai leaders del G8″, sottoscritto da decine di organizzazioni ecclesiastiche.”

La finzione anticonformista

Il manifesto reca questo titolo:

“Il manifesto dei cattolici
Non conformatevi!
G8 e Anti G8. Da cristiani a cristiani. Contro il “pensiero unico””

Visto che il “Manifesto dei cattolici” risponde al “Manifesto delle associazioni cattoliche”, la confusione è facile, quindi parlerò, rispettivamente, del Manifesto dei cristianisti (MdC) e Manifesto dei cattolici no global.

Già il titolo esprime lo stile degli autori. Nel movimento no-global vi possono essere molti tic, poca analisi e molto protagonismo personale. Ma ci vuole una bella dose di malafede per definire “pensiero unico” o “conformismo” il fatto che alcune persone osino criticare il movimento congiunto di tutti i capitali del pianeta e le azioni di una potenza che ha dichiarato Guerra Duratura al resto del pianeta. Fare “l’anticonformista” globalista è coraggioso quanto fare l’anticonformista pubblicitario, quello che veste Armani perché gli altri non hanno i soldi per farlo…

Certo, il bisogno di presentare se stessi come improbabili “anticonformisti” ha le sue motivazioni. Dell’antico modello cristiano, il cristianista conserva l’idea che tutta la storia sia spiegabile come conflitto tra Dio e il demonio (e lui non ha dubbi di trovarsi sempre dalla parte di Dio). Il punto cruciale sta nel fatto che esiste un solo Dio, ma anche un solo demonio. Per questo le cose che piacciono al cristianista – dalla fede al proprio ruolo sociale – devono costituire necessariamente un unico fronte del bene; mentre le cose che non piacciono, dall’omosessualità all’islam, dalle manifestazioni di piazza dei lavoratori all’ecologia, devono anche esse necessariamente rifarsi a un unico fronte del male. A questo si combina da sempre un atteggiamento che potremmo definire di apocalittica urgenza: in ogni momento, siamo in una situazione tragica, la vera fede sta per perire, occorre reagire, mobilitando le energie dei “pochi ma buoni”. Un ottimo alibi – in primis con se stessi – per far finta di non essere semplicemente tra i “tanti e pessimi” che lavorano per il trionfo del mammonismo culturale, economico e politico.

Il MdC, certamente ispirato in questa parte a qualche seguace di Don Giussani, inizia proclamando che un cattolico si deve occupare di religione e non di politica:

Innanzitutto noi crediamo che il primo e fondamentale contributo che i cristiani portano all’umanità, anche per la promozione sociale e civile dei popoli (come dimostra la storia), sia l’annuncio di Gesù Cristo: Dio fatto uomo per sconfiggere il male e dare all’uomo la redenzione e la vita eterna.

Rileviamo invece che le associazioni cattoliche firmatarie del Manifesto [no global] si dilungano a discettare delle materie più varie (dalle percentuali di pil alla proposta di tassare le transazioni valutarie, dal divieto di monopoli nell’editoria agli organismi geneticamente modificati), ma non ritengono di affermare da nessuna parte che Gesù Cristo è l’unico salvatore dell’uomo e che questo annuncio e il loro fondamentale compito.

Impressionante l’ipocrisia di certa gente: tutto il resto del MdC è dedicato a discettare di politica e di economia, tanto da guadagnarsi – come vedremo – la firma di vari laici, tra cui Tullio Regge. Ma lo sappiamo, far finta di non far politica è un vezzo storico delle destra perbene, dove Il Manifesto è condannato come “giornale politico”, mentre il Resto del Carlino, pubblicazione almeno altrettanto faziosa, no.

Il Manifesto dei cristianisti passa a descrivere la vasta costellazione di movimenti che si oppongono alla globalizzazione:

Non a caso, tale movimento è egemonizzato da gruppi che praticano sistematicamente la violenza contro cose e persone (e anche a questo proposito nel documento delle organizzazioni cattoliche si nota un desolante silenzio).

Innanzitutto c’è una fortissima componente marxista (sia pure un marxismo dilettantesco e superficiale) che si esprime come odio ideologico dell’Occidente capitalistico e del libero mercato, considerati come un imperialismo planetario che complotta ai danni dei poveri (dimenticando peraltro che enormi sacche di fame e sottosviluppo sono state lasciate in eredità dai fallimentari sistemi comunisti).

Un marxismo grossolano che riesce perfino a demonizzare oltre alla proprietà e al mercato anche lo sviluppo, la tecnologia e la scienza.

Cosicché va ad incontrare inconsapevolmente ideologie di estrema destra che gia da decenni demonizzano “l’americanizzazione del mondo”.

Non voglio affatto difendere il movimento no-global; ma dire che il movimento sarebbe egemonizzato dai violenti è obiettivamente falso. Al momento della pubblicazione del MdC, non era ancora avvenuto l’11 settembre, altrimenti avrebbero certamente aggiunto che il movimento no-global era complice, o magari “egemonizzato” dai “terroristi”.

Da qualche anno, va di moda poi tirare in ballo – come astutamente fa il MdC – l’antiglobalismo di “estrema destra.” Che esiste, ma serve ai cristianisti unicamente per fare il dispetto agli antiglobalisti di sinistra di ribaltare su di loro l’accusa di essere “di destra”. Inventando così di sana pianta un presunto “fronte islamo-comunista-nazista” che ha permesso la creazione di alcune notevoli aberrazioni giornalistiche.

Ma torniamo all’ideologia degli estensori del MdC. Chi ha appena sostenuto che i cattolici devono solo affermare che “Gesù Cristo è l’unico salvatore” senza “discettare di materie varie”, ora si lancia nella difesa di qualcosa che sembra entrarci davvero poco con la salvezza dell’anima. Infatti, il MdC è nato come critica a un altro testo, quindi le sue affermazioni appaiono sotto forma negativa; ma basta volgerle al positivo per vedere che – secondo il metro cristianista – il cattolico dovrebbe sostenere “l’Occidente capitalistico e il libero mercato” e “l’americanizzazione del mondo”. E se è solo “odio ideologico” che può portare qualcuno a criticarli, criticare l’esistente diventa un peccato contro Dio stesso.

“Occidente” è certo uno dei termini più fumosi del vocabolario italiano. Intanto, perché la religione cristiana è nata in Oriente: William Dalrymple, nel suo meraviglioso libro Dalla montagna sacra, ci fa riflettere sul fatto che le antiche comunità cristiane della Siria e dintorni hanno molto di più in comune con l’islam e con il giudaismo tradizionali che con certo cristianesimo “occidentale”: la Damasco musulmana è certamente più “cristiana” in questo senso di quanto non lo sia New York, come ben sanno molti cattolici sapienti, in grado di mantenere rapporti attenti e rispettosi con il mondo islamico.

“Occidente” può significare la cristianità medievale; può significare, al contrario, la rivoluzione francese e la laicità; ma i cristianisti probabilmente intendono soprattutto il processo che nasce con la riforma protestante e la rivoluzione industriale in Inghilterra, che poi conquista il mondo attraverso l’imperialismo dell’Ottocento. Un processo impostosi con cataclismi inimmaginabili, che ha prodotto molte cose nuove, ma ha anche minato alla base tutte le culture tradizionali, tra cui quella cattolica. Come nel proverbio, i cristianisti che di professione si lamentano per i buoi fuggiti sono anche i primi a esaltare chi ha buttato giù le porte della stalla. E forse non è un caso che questi nemici della pornografia votino in massa per uno speculatore che si è arricchito mettendo in mostra le tette delle sue “veline”.

Camerata Madre Terra

Un ecologismo da fanatismo religioso

L’ altra componente è un ecologismo radicale che oltre ad essersi dimostrato disastroso e oltre ad alimentare irresponsabilmente fobie collettive, fuori da ogni serio dato scientifico, intende abbattere esplicitamente il fondamento della tradizione giudaico-cristiana, cioè il primato dell’essere umano e la bontà della sua presenza sul pianeta.

Non dovrebbe sfuggire ai cristiani quanto sia pericolosa la concezione pagana e panteista connessa con una simile difesa dell’ambiente. La difesa della “Madre Terra” dall’uomo, ritenuto il cancro del pianeta, e l’adorazione di Gaia sono concezioni che appartengono a un mondo pagano.

Vorremmo ricordare quanto terribile sia stato nel XX secolo il riemergere in ideologie politiche del neopaganesimo ispirato a certe concezioni bio-ecologiche.

Falsare la posizione dell’avversario è da sempre la premessa per demonizzarlo. Infatti, gli ecologisti non parlano affatto della divinità o meno della Madre Terra, ma della pericolosità degli scarichi industriali di alcune grandi imprese. A inquinare non è quell’astrazione che sarebbe “l’uomo”, ma i macchinari delle fabbriche gestite da alcuni appartenenti alla specie umana, come sono altri appartenenti alla stessa specie a subirne le consequenze.

È certo che molte affermazioni degli ecologisti sono semplicemente errate dal punto di vista scientifico. È certo però che ce ne sono altre validissime. Ma qui i cristianisti non rispondono sul piano tecnico. Sostengono che la critica alla pretesa di versare fumi nell’aria senza limiti abbatterebbe “esplicitamente il fondamento della tradizione giudaico-cristiana”.

Ogni fenomeno produce frange pittoresche. Quando, nel mese di novembre del 2002, la magistratura di Cosenza fece arrestare una ventina di “no global”, vi furono diverse manifestazioni; in quella di Roma, in fondo al corteo, si poteva vedere un signore di mezza età che camminava da solo, reggendo acrobaticamente una statuetta di plastica della Madonna, un rosario e vari libri mentre pregava, presumibilmente contro il demonio comunista che conduceva il corteo stesso. Ovviamente non sogneremmo mai di credere che quel signore – nonostante la sua alta visibilità – rappresenti la totalità del cattolicesimo italiano.

Ugualmente, attorno alle problematiche ecologiche si sono anche espressi piccoli gruppi di individui con idee più o meno “pagane” o “panteiste”. Queste persone, a volte rispettabili, a volte folcloristiche, a volte demenziali, comunque sempre prive di qualunque peso concreto, vengono trasformate dagli autori del MdC in un pericolo pari al nazismo.

Diciamo tra parentesi che la tesi secondo cui il nazismo sarebbe in essenza una forma di “neopaganesimo”, anche se appassiona qualche neopagano moderno, ha basi storiche davvero fragili. E se ci vogliamo abbassare anche noi a questo gioco disonesto, possiamo ricordare che il nazismo aveva anche un aspetto tecnocratico non da poco. Ma evidentemente lo scopo dei cristianisti non è di fare storia, ma unicamente di “dare del nazista” al proprio avversario. Il poveretto che obietta al fatto che le industrie statunitensi continuino a scaricare inquinanti senza posa nel suolo del Messico è pure costretto a difendersi dall’accusa di aver messo in piedi quel gioiello di efficienza imprenditoriale che fu Auschwitz.

Il Principe di Questo Mondo e il Dio dei Mercanti

A questo punto, il MdC cambia improvvisamente di tono. Prima, ci si lamentava di come andasse male il mondo, pervaso dal “pensiero unico”. Adesso invece apprendiamo come tutto vada per il meglio: “c’è un progresso innegabile”, affermano gli estensori. È calata la malnutrizione nel mondo, l’età media è salita e così via.

Ora, di chi è il merito? Di quel dio (ci si scusi la minuscola, visto che non siamo affatto sicuri che si tratti della stessa divinità tradizionalmente adorata dai cristiani) che ama e benedice i mercanti e i loro affari:

Di fatto i paesi che sono più aperti al commercio hanno una crescita più rapida di quelli che non lo sono.

Il merito di ogni progresso, apprendiamo, è esclusivamente dell’apertura al mercato globale. L’affermazione è certamente discutibile; ma ciò che è interessante è che questo elogio al miracoloso potere del flusso dei capitali che rende questo il migliore dei mondi possibili compare in un “manifesto dei cattolici”, che si lamenta della mancanza di valori cristiani, e anzi se la prende con il “mondo di oggi”. Con una faccia tosta non da poco, il MdC ruba il suo stesso titolo da San Paolo, o meglio dalla citazione che ne fa un teologo cecoslovacco per criticare i cattolici “progressisti”:

Fratelli, voi avete la presunzione di servire alla costruzione del Regno di Dio, assumendo quanto più possibile dal cosiddetto mondo d’oggi: i suoi modi di vita, il suo linguaggio, i suoi slogans, il suo modo di pensare.

Riflettete, vi prego: che vuol dire simpatizzare con il mondo d’oggi? Significa, forse, che bisogna lentamente vanificarsi in esso? Sembra purtroppo che vi muoviate proprio in questa direzione “Fratelli – ammoniva san Paolo nella lettera ai Romani (12,2) – non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente”.

Ma lo scopo dei cristianisti è chiaro. Non si tratta solo di “conformarsi”; si tratta di esaltare attivamente i “modi di vita” il “linguaggio” e la “mentalità di questo secolo”. Ossia di assumere ancora una volta, rispetto al nuovo Costantino americano, l’antico ruolo di garanti morali del potere.

Eppure il modo in cui oggi si discute di fame, processi economici e difesa dell’ambiente mette sul banco degli imputati i Paesi e gli uomini che hanno favorito lo straordinario progresso di questi decenni. Bastano poche voci confuse, argomentazioni pseudo-scientifiche, e tanta ideologia basata sulla lotta di classe per criminalizzare intere categorie sociali e diffondere pena e panico sul futuro.

Solo “voci confuse” possono diffamare quei “Paesi e uomini” che hanno regalato al mondo il mercato globale.

I parametri culturali entro i quali sono stati collocati i problemi di sottosviluppo e ambientali risentono di una visione del mondo in cui le popolazioni ricche vengono accusate di sfruttare i poveri ed il progresso scientifico e tecnologico viene contrapposto alla conservazione dell’ambiente. Sembra quasi che eliminando le economie sviluppate si vincerà la povertà e che tutto ciò che e umano, scientifico e tecnologico rovini il pianeta. Così, in nome di una presunta difesa dei poveri e dell’ambiente sono state scatenate vere e proprie azioni di guerriglia urbana, uomini sono stati feriti, si sono devastate città.

Il teppismo di pochi deficienti a Genova diventa la “devastazione di città”: giusta la condanna, ma il MdC tace su altre città devastate a Panama, in Iraq, in Somalia, durante la guerra del Kosovo. Non da quattro esaltati che almeno rischiavano in prima persona, ma da professionisti dell’omicidio che rischiano solo la promozione.

Fino a prova contraria è vero che la democrazia politica è compatibile solo con un’economia di mercato. L’unione di capitalismo e democrazia non porterà il Regno dei Cieli sulla Terra; ma, per liberare i poveri dalla miseria e dalla tirannia e per dar spazio alla loro creatività, il capitalismo e la democrazia possono fare molto di più di quanto sia in potere di tutte le altre alternative esistenti.

L’argomentazione c’entra ben poco con il Regno dei Cieli invocati all’inizio del Manifesto. Coincide invece in maniera non casuale con l’immagine che gli Stati Uniti cercano di dare delle loro guerre dopo il Vietnam. Che sono “guerre per diffondere la democrazia” anche quando si tratta di salvare l’emiro del Kuwait, di sostenere i golpisti in Venezuela o in Pakistan, di sfruttare le tribù tagiche contro le tribù pashtun o di preparare il colpo di mano che garantirà alle ditte texane il petrolio della Mesopotamica.

I cristianisti

Vale la pena dare un’occhiata ai nomi di alcuni firmatari del MdC, perché costituiscono una sorta di guida al mondo cristianista, ma anche ai suoi poco noti alleati in altri settori. Quando “annunciare Gesù Cristo” vuol dire esaltare il flusso del capitale, si può diventare sorprendentemente ecumenici.

In base a una limitata ricerca su Internet, affiancheremo una piccola nota ad alcuni nomi. C’è ovviamente tanto da aggiungere, con l’aiuto dei lettori e con il tempo. Non esiste nulla di irrevocabile qui: alcuni riferimenti possono anche essere errati e saremo felici in tal caso di correggerli. Soprattutto, l’inclusione in questa lista non deve essere vista come prova della partecipazione a qualche “complotto”: tra gli stessi firmatari ce ne sono certamente molti che aderiscono solo ad alcuni punti esposti nel MdC. Si tratta comunque di persone che hanno scelto di rendere pubblici i loro nomi e non crediamo quindi di fare loro alcun torto riprendendo questa lista che è già disponibile in rete.

Mentre nel testo originale, i nomi sono in ordine alfabetico, abbiamo pensato invece di metterli in un ordine (ovviamente arbitrario) di importanza, e abbiamo aggiunto ai nomi dei “primi firmatari” anche alcuni nomi dei molti altri firmatari.

I firmatari sembrano appartenere, almeno in parte, ad alcuni blocchi. Un primo gruppo è costituito dagli “americani”: Novak, Sirico, Felice, Pelanda. Un secondo gruppo è costituito dai ciellini: Amiconi, Casadei, Gelain, Socci, Ronza, Casotto, Sancito. Poi troviamo Baget Bozzo; un altro gruppo è costituito dai militanti di Alleanza Cattolica: Cantoni, Formicola, Respinti, Tangheroni, Guerra; un altro gruppo ancora, da alcuni scienziati per nulla cristiani, che però si oppongono all’ecologismo.


  • Michael NovakL’American Enterprise Institute (AEI) è la gigantesca fabbrica che produce ideologia “neoconservative” in tutto il mondo: il petroliere e committente di opere pubbliche/militari Dick Cheney, oltre a essere vicepresidente degli Stati Uniti, è anche il vicepresidente di questa organizzazione. Gli italiani possono essere incuriositi dal fatto che sia stato presso la sua sede che Oriana Fallaci fece la sua unica comparsa in pubblico, nell’ottobre del 2002. Chi segue questo sito si ricorderà di Cheney anche in un altro contesto, come committente di un documento a dir poco preoccupante redatto dal Project for the New American Century.Michael Novak dirige la sezione su “Religione, filosofia e politica pubblica” e il Dipartimento di scienze sociali dell’American Enterprise Institute, un’attività che gli ha fruttato finora donativi per un importo pari a 1,381,887 dollari da parte di varie fondazioni, allo scopo di sviluppare una teologia cattolica del capitalismo e per inquadrare la ribellione allo sfruttamento nel primo dei peccati: “L’invidia non si presenta mai per quello che è; piuttosto, si nasconde dietro nomi come uguaglianza, equità e persino (ahimè) giustizia sociale”.(1)
  • Padre Roberto SiricoPadre Roberto Sirico è il presidente Acton Institute for the study of Religion and Liberty con sede nel Michigan. Questo organismo mette in pratica la teologia costruita da Novak La missione fondamentale dell’Acton Institute è di combattere “il preoccupante pregiudizio del clero contro il ceto imprenditoriale e la libera impresa”, soprattutto organizzando convegni della durata di tre giorni per i seminaristi e gli studenti di teologia per “introdurli alle fondamenta morali ed etiche dell’economia del libero mercato.”Secondo l’indispensabile sito www.mediatransparency.org, tra il 1991 e il 2000, l’Acton Institute ha ricevuto contributi per un ammontare complessivo di $ 2,148,250, dalle grandi fondazioni che finanziano la destra americana.È difficile per noi immaginare la potenza di questi organismi.Una sola di queste foundation, la Olin – creata da un imprenditore nel campo delle armi da fuoco – ha speso finora quasi 150 milioni di dollari – 148.881.261 per la precisione – nella produzione di ideologia: sono esattamente 150 milioni di dollari in più di quello che abbiamo noi per poter ribattere a ciò che vogliono far pensare al mondo.Centocinquanta milioni di dollari per vendere alcuni concetti fondamentali: il dominio globale statunitense; il libero mercato mondiale; la sostituzione dello Stato sociale con lo Stato militare; il capitalismo come valore etico in sé. Sono idee che si riassumono in due slogan, nati da libri che nessuno ha letto ma che tutti conoscono: la fine della storia, che significa che il dominio di questa nuova destra è un destino ineluttabile; e lo scontro delle civiltà che dà il diritto alla nuova destra di sterminare anche fisicamente ogni possibile opposizione. E infatti proprio questi due slogan sono prodotti specifici delle foundation: nel 1988, Allan Bloom, direttore di un centro studi che aveva ricevuto 3,6 milioni di dollari dalla Olinfece tenere una relazione a Francis Fukuyama, sconosciuto funzionario del Dipartimento di Stato, sulla futura vittoria totale dell’Occidente. La relazione fu pubblicata sulla rivista National Interest (che aveva ricevuto un milione di dollari dalla Olin) e commentata da Irving Kristol, il principale coordinatore delle attività politiche di tutte le fondazioni. Kristol fece pubblicare due risposte: una di Bloom e un’altra di Samuel Huntington.(2)Samuel Huntington ha ammassato finora cinque milioni di dollari da varie fondazioni come premio per aver creato la nozione di “scontro di civiltà”. E qualcuno si chiede perché ne abbiamo sentito parlare tutti…
  • Flavio FeliceÈ il responsabile per l’Italia dell’Acton Institute for the study of Religion and Liberty. Allievo di Buttiglione, formatosi presso l’American Enterprise Institute, insegna “Dottrine Economiche: Scienza Economica e Dottrina Sociale della Chiesa” alla Pontificia Università Lateranense. Insieme ad Antonio Gaspari e Gianni Fochi, altri firmatari del Manifesto dei cristianisti, ha anche partecipato come docente in un corso di “Master di Scienze Ambientali”, di impostazione apertamente anti-ecologista, organizzato presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum dei Legionari di Cristo (settembre 2002) (vedi Gaspari).
  • Giovanni PalladinoPresidente del Centro Internazionale don Luigi Sturzo che si “intreccia” – come scrive un simpatizzante – Marco Respinti proprio con le attività dell’Acton Institute e dell’American Enterprise Institute.
  • Carlo PelandaTutti i veri cultori del bizzarro in rete dovrebbero dare un’occhiata al sito di questo notevole narcisista. Economista residente a Verona, Pelanda, non solo ha studiato in America (ha firmato un libro di esaltazione del sistema capitalistico assieme a Edward Luttwak e a Giulio Tremonti), ma è anche una figura tipicamente americana nel contesto italiano, con la maniera peculiare in cui combina interessi privati, accademici e militari: esperto di “studi strategici” e “scenari internazionali”, è “consigliere per gli scenari del ministro della Difesa”, membro del “comitato scientifico di Confindustria”, e ha lavorato per il Centro Militare Studi Strategici di Roma. Presidente di qualcosa che si chiama Associazione Nazionale del Buongoverno, vicino al Polo, da buon tecnocrate, è stato però consulente anche per i governi di centro-sinistra. Scrive per Il Foglio Il Giornale.
  • Luigi AmiconeCome molti degli altri firmatari, è legato a Comunione e Liberazione, il che non è poco: pensiamo che la Compagnia delle Opere, emanazione di questa organizzazione, ha 32 sedi in 17 regioni, con 15 mila piccole e medie aziende associate. (3)E forse non è un caso che un ciellino storico come Rocco Buttiglione si vanti, sulla sua pagina personale, di essere membro dell’American Enterprise Institute. Evidentemente è passato molto tempo da quando le pubblicazioni di Comunione e Liberazione criticavano l'”americanismo” economico, ideologico e teologico…Amicone opera in tutta un’area di destra che non è solo religiosa: è direttore del settimanale Tempi, collaboratore de Il Foglio ed editorialista de il Giornale oltre a essere responsabile della Editoriale Tempi Duri srl. Quanto sia piccolo e stretto il mondo di ciellini, ultaliberisti e berlusconiani si vede da questo significativo brano: “Vittorio Feltri aveva tentato di inserire “Tempi” dentro “il Borghese”. Operazione non riuscita per questioni di denari. Adesso, però l’operazione di inserire “Tempi” – periodico assai vicino all’area di Comunione e Liberazione – nel “Giornale” va in porto. Infatti, il settimanale diretto dal Luigi Amicone e diffuso solo nelle edicole milanesi si trasforma in un newsmagazine del quotidiano di Paolo Berlusconi. “Tempi” che vanta un parco firme assai gradite ai lettori del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro (da Gianni Baget Bozzo a Pietrangelo Buttafuoco, da Aldo Brandirali a Filippo Facci, da Mattia Feltri a Stefano Zurlo) dovrebbe andare in edicola con il quotidiano ogni giovedì. E nella redazione del settimanale, in via Canova, arrivano nuovi redattori per affrontare in forze questa nuova avventura editoriale.”Notiamo per inciso che Amicone conduce anche una sua personale campagna antislamica, con la scusa – immancabile – degli eventi dell’11 settembre. Ha infatti promosso un “Manifesto cattolici contro il terrorismo” assieme ad Antonio Socci e Antonio Gaspari. Nel 2002, Amicone aggredì pesantemente Franco Cardini, reo di avere scritto un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno critico dell’intervento americano contro l’Afghanistan. L’impegno per la pace del noto intellettuale cattolico diventa “livore antioccidentale”, che Amiconi prevedibilmente paragona a quello di presunti terroristi miliardari esuli a Parigi: si tratta sempre del trucco meschino ma funzionale di accusare quelli di sinistra di essere “nazisti”, ma anche quelli di destra – come Cardini – di essere “comunisti”.
  • Rodolfo CasadeiÈ uno dei redattori di Tempi.
  • Claudio GelainCiellino, è membro della Commissione Televisione del Club Santa Chiara, un organismo della Compagnia delle Opere.
  • Antonio SocciCiellino, attualmente dirige il programma televisivo Excalibur.
  • Robi RonzaCiellino, è Presidente del Comitato Scientifico del Club Santa Chiara, un organismo della Compagnia delle Opere.
  • Ubaldo CasottoVicedirettore del Foglio. Ciellino, scrive per Tracce – Litterae Communionis, periodico di CL.
  • Samuele SancitoResponsabile affari generali di Tempi
  • Gianni Baget BozzoBaget Bozzo ha attirato su di sé una fama di macchietta che fa perdere di vista un fatto importante: lui è un autentico satanista, nel senso che ha costruito un sistema teologico coerente per divinizzare il Principe di questo mondo. Ciò che altrove abbiamo chiamato la Teologia del sangue e dei soldi.Nel numero del 10 ottobre del 2002 di Tempi ha scritto un articolo intitolato “Pseudoangeli alla corte di Saddam” che teorizza la necessaria identità tra cristianesimo e azione militare dell’Occidente, contro ciò che lui chiama “i neognostici pacifisti”. Non dubitiamo che qualche giovane cattolico idealista, di quelli che si infiamma al pensiero dei Cristeros o dei “Briganti” del Meridione, possa cascare nella sua retorica della “guerra in difesa della fede”. Ci auguriamo, però, che si renda conto che i guerrieri segnati da Dio, per il prete-satanista, non sono certamente i seguaci di Fra’ Diavolo, ma i petrolieri del Texas a cui non si chiede nemmeno di fingersi cattolici. Si notino l’identificazione tra “l’Occidente” e un dio con evidenti limiti geografici, oltre agli immancabili riferimenti al nazismo che costituiscono – come abbiamo visto – una sorta di marchio di fabbrica della produzione cristianista:
    La guerra in Irak dividerà l’Europa in occidentali ed antioccidentali. Verrà così finalmente allo scoperto il filone neognostico che oggi vive nella Chiesa cattolica e che vede i cristiani come demateriati, pseudoangeli che vivono il bene in una realtà di male, gnostici, appunto. Il male, per i neognostici pacifisti, è la tradizione di duemila anni di Cristianità, che riconosce la legittimità dello Stato perché “porta la spada”, la giusta guerra, la guerra in difesa della fede. Il pacifismo vede un Cristianesimo che rinnega l’ordine naturale e, ad un tempo, la realtà del peccato originale che nella tradizione cattolica fonda appunto la legittimità dell’esercizio della spada.Nella Chiesa cattolica penetra il “buonismo” come una categoria anche teologica. I neognostici debbono, come gli antichi gnostici, negare la validità dell’Antico Testamento che dall’Esodo ai Maccabei, è una storia delle guerre di Israele. Vien qui da notare che la lotta contro l’Antico Testamento è una tesi del nazismo per il Cristo ariano. Il leader del protestantesimo liberale, Von Harnack, aveva già scritto che, dopo la prima guerra mondiale, si poteva abolire l’Antico Testamento.La guerra americana è una guerra legittima come lo fu l’intervento contro il nazismo, sia essa coperta dalla legalità dell’Onu, o solo mediante il riconoscimento del diritto all’autodifesa che è scritta nello statuto dell’Onu. Il neognosticismo diviene filoislamismo. […]. Separare la causa cattolica dalla causa occidentale oggi nuoce più al Cattolicesimo ridotto in frammenti dalla crisi postconciliare che all’Occidente.
  • Giovanni Cantoni“Reggente” di Alleanza Cattolica. Gran parte del nostro sito è dedicato a un’analisi delle attività di questa interessante organizzazione, l’emanazione italiana di “Tradizione, Famiglia e Proprietà”, la confraternita dei latifondisti del caffè brasiliani, condannata nel 1985 dalla conferenza dei vescovi del Brasile.
  • Pietro CantoniFratello di Giovanni e storico sostenitore di Alleanza Cattolica.
  • Giovanni FormicolaMilitante di Alleanza Cattolica
  • Marco RespintiMilitante di Alleanza Cattolica, sostenitore per non dire esaltatore degli Stati Uniti.
  • Marco TangheroniProfessore dell’Universita di Pisa e militante di Alleanza Cattolica
  • Giulio Dante GuerraMilitante di Alleanza Cattolica. Ricercatore delle Ricerche Centro Studi sui Materiali Macromolecolari Polifasici e Biocompatibili del CNR, Pisa.
  • Andrea MorigiMilitante di Alleanza Cattolica. Scrive articoli paventando la minaccia del “terrorismo islamico” su Libero.
  • Paolo De BeiMilitante di Alleanza Cattolica.
  • Alessandra NucciDirettore responsabile di Una voce grida!…”, periodico carismatico vicino ad Alleanza Cattolica e al CESNUR.
  • Tullio ReggeAccanto alla sua firma, compaiono le parole “non sono credente ma concordo con le preoccupazioni esposte nel documento”. Il fisico Tullio Regge non è uno stupido. Già eurodeputato (eletto nelle liste del vecchio Partito Comunista), giustamente si dichiara “non credente”. E giustamente dice di “concordare con le preoccupazioni esposte nel documento”. Evidentemente ha colto che il vero senso del documento non è “annunciare Dio fatto uomo”. Come Battaglia e Spezia – altri due firmatari del MdC – ha voluto firmare questo appello soprattutto in funzione antiecologista.
  • Franco BattagliaDocente all’università Roma Tre e storico antiecologista laico. Collaboratore del Giornale.
  • Ugo SpeziaIngegnere nucleare e antiecologista laico.
  • Cesare CavalleriÈ direttore di Studi cattolici, il mensile dell’Opus Dei, dal 1965. Dallo stesso anno dirige la casa editrice dell’Opus Dei, l’Ares.
  • Giampaolo BarraHa lavorato per tredici anni presso il centro “Aiuto alla Chiesa che Soffre”. Ha collaborato con Studi Cattolici (la rivista dell’Opus Dei) e con Mondo e Missione. Dirige il Centro Cattolico Il Timone e la rivista Il Timone, il principale riferimento intellettuale del mondo cristianista.
  • Antonio GaspariInsieme a Flavio Felice e Gianni Fochi, altri firmatari del MdC, ha partecipato come docente in un corso di “Master di Scienze Ambientali”, con una chiara impostazione ideologica, organizzato presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum dei Legionari di Cristo (settembre 2002). Ecco come Gaspari ha annunciato questo corso: “Anche se i giornali italiani non lo hanno scritto chiaramente a  Johannesburg è caduto il muro di Berlino degli ecologisti catastrofisti.Non solo Bush gli ha tagliato tutti i fondi, ma finalmente invece di parlare di megaprogetti planetari che servivano solo ad “ingrassare” la burocratica lobby ecologista, stavolta sono stati varati progetti concreti.Il problema è ora quello di far emergere un parametro culturale cristiano-ambientalista, alternativo a quello che ha influenzato i mondo negli ultimi trenta anni.Per questo motivo l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum insieme al Ministero dell’Ambiente  ha organizzato un Master in Scienze Ambientali.”A livello puramente aneddotico, riferiamo che Gaspari a quanto pare ritiene che l’elezioni del presidente degli Stati Uniti che ha dichiarato Guerra Duratura contro l’umanità sia stata voluta dalla Madonna. La fonte, per quello che vale, è uno scambio di messaggi sulla mailing list cattolica “difendiamolavita”, dove un intervenuto scrive a proposito di Bush: A volte ho la tentazione di considerare la presidenza Bush come voluta dalla Madonna in persona.Gli risponde Gaspari: Caro David, Lo spero anch’io, e’ un uomo straordinario.
    E’ la stessa cosa che mi ha detto un importante Vescovo, influente alla CEI ed anche in Curia.
    Una bestemmia che farebbe certamente arrossire qualunque oste trevigiano.
  • Gianni FochiInsieme a Flavio Felice e Gianni Fochi, altri firmatari del Manifesto dei cristianisti, questo professore della Scuola Normale Superiore di Pisa ha partecipato come docente in un corso di “Master di Scienze Ambientali”, di impostazione apertamente anti-ecologista, organizzato pressol’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum dei Legionari di Cristo (settembre 2002).
  • Piero Gheddo Autore di libri e in passato direttore di Mondo e Missione, si descrive non solo come “giornalista” ma anche come “missonario PIME”. Cosa che fa sorgere però una piccola curiosità. Da un confronto tra Gheddo e Padre Alex Zanotelli, apprendiamo che:“Quanto a Zanotelli, ribatte, pacato e tagliente, a padre Gheddo: “Mi spiace che questa polemica sia fra due missionari, anche se padre Gheddo non è mai stato in missione. È quarant’anni che scrive libri, ma rimanendosene in Italia”».Aspettiamo conferme: in effetti sul suo curriculum leggiamo solo che ha operato per il Pontificio Istituto Missioni Estere… a Milano. Nulla di male, ovviamente, ma questo fatto potrebbe ridimensionare il suo ruolo di “quello che sa perché c’è stato”. 



    NOTE(1): Michael Novak, cit. in Thomas Rourke, A Conscience as Large as the World: Yves Simon versus the Catholic Neoconservatives, Rowman and Littlefield, 1997, p. 242.(2): Susan George, “Winning the War of Ideas: Lessons from the Gramscian Right” Dissent, estate 1997.(3): Marco Damilano, “Andreotti: il Centro sono io”, L’Espresso, 1.03.01.

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