Fisicamente

di Roberto Renzetti

FORZA ITALIA

http://www.ideazione.com/Interazione/26_2000_12-09_18-09_2000/paglia.htm

di Margherita Paglia

Se in Europa Silvio Berlusconi s’è accreditato come esponente di spicco dello schieramento moderato sotto il vessillo del Ppe, oltre Atlantico comincia a piacere anche alle Fondazioni che gravitano nella galassia repubblicana. Checché se ne pensi, c’è gente assai informata sulla politica italiana, nelle grandi think-tank americane. Lì c’è chi guarda all’Italia con grande interesse, vuoi per amici entrati in politica vuoi per il fascino del Belpaese, e potrebbe avere idee, modelli, riflessioni utili da proporre. L’ultima notizia arriva dal Ludwig von Mises Institute (www.mises.org). Il presidente, Lew Rockwell (www.lewrockwell.com), ha recentemente aperto le news quotidiane più volte con titoli come “Go, Silvio, go”, elogiando le proposte di legge presentate dal Polo prima dell’estate. Il Mises è la più libertaria fra le istituzioni d’Oltreoceano, e tende a parteggiare per la casa delle Libertà.

Ma la simpatia per il mondo politico-culturale del centro-destra italiano non si ferma al von Mises. Non è un mistero, per esempio, che l’Atlas Economic Research Foundation (www.atlas-fdn.org) osservi con grande attenzione i fermenti libertarieggianti della cultura italiana. Alejandro Chafuen, che ne è il direttore ed è un quarto italiano per parte di madre, al tema ha dedicato un fascicolo della serie di bollettini della sua Fondazione, ed è in costante contatto con i guru del liberalismo italofono. Vecchia gloria del lobbying americano, è l’American Enterprise Institute (www.aei.org), dove oggi siedono ai piani alti Jeane Kirkpatrick, Newt Gingrich e Michael Novak. L’Aei ha avuto, negli anni scorsi, persino uno scholar italiano, Flavio Felice, allievo di Rocco Buttiglione. E, come istituzione principe della galassia conservatrice, avrebbe tutte le carte in regola per stabilire un certo feeling con le forze politiche italiane. Che mostrano interesse, ma fanno poco: ospiti dello Aei, negli anni, sono stati personaggi come Gianni Alemanno e Gustavo Selva, quest’ultimo lo scorso agosto, sempre a parlottare con Michael Ledeen, che di italiano ne mastica di suo. Niente, però, è andato al di là di pranzi in compagnia e belle dichiarazioni d’intenti.

L’Heritage Foundation (www.heritage.org) nacque, negli anni Settanta, proprio perché l’Aei sembrava essersi “rammollito”, e fare una politica corporativa a uso e consumo del big business. Se l’istituto di Michael Novak è poi tornato sui propri passi, la Heritage resta il think tank conservatore più aggressivo. E più influente: basti pensare che quando Bill Clinton sconfisse George Bush lo fece (anche) citando a suo vantaggio studi della Fondazione riguardo il rapporto fra tassazione e prosperità economica. Per sua natura, la Heritage guarda più alla politica americana che alla scena europea, però il suo Presidente, Ed Feulner, guarda con interesse all’azione politica di alcuni amici italiani, come Antonio Martino.

Il cattolicissimo “Acton Institute” (www.acton.org) ha buoni contatti non solo con il Vaticano ma anche con i cattolici e i liberali italiani, tant’è che una raccolta di scritti del suo presidente, Robert Sirico, verrà presto data alle stampe dalla Rubbettino di Soveria Mannelli (auspice Dario Antiseri). Un caso? Neanche per sogno. Sirico, che parla correntemente italiano, cerca un appiglio dalle nostre parti per sfondare in Piazza San Pietro. Simile il discorso per il Cato Institute (www.cato.org), senz’altro il più radicale fra gli istituti di ricerca che si occupano di public-policy. Il Cato, fondato da Murray Rothbard e diretto “da sempre” da Ed Crane, s’occupa sostanzialmente di politica interna, con qualche sguardo alle spese militari (“da tagliare, sempre”), ma si va ampliando in altre direzioni. Quella privilegiata guarda all’America Latina ed alla Spagna. Ma Jose Pinera, mago cileno delle pensioni e responsabile di queste nuove iniziative, non nasconde un vivo interesse per il Belpaese. Sperando di fare presto di meglio e di più.


 Siria

Yahoo! Notizie

Venerdì 4 Aprile 2003, 8:57

http://it.news.yahoo.com/030404/201/28itt.html

Di (Rre-Pag/Gs/Adnkronos)

DONNELLY, C’E’ SOSPETTO CHE NASCONDA ARMI PROIBITE DI SADDAM New York, 4 apr. (Adnkronos) – L’amministrazione Bush ”tiene gli occhi bene aperti sulla Siria di Assad. Sin da prima del conflitto in Iraq” e, se alla fine della guerra, ”non si trovassero gli arsenali batteriologici e chimici, gli Stati Uniti chiederebbero l’invio di ispettori internazionali a Damasco per controlli”. ”Se Assad, o qualche generale siriano, ha nascosto armi di distruzione di massa irachene, direi proprio che rischiano di essere i prossimi”. Lo afferma in un’intervista a ‘La Stampa’, l’analista Thomas Donnelly, dell’American Enterprise Institute di Washington, uno dei pensatoi neoconservatori, si legge sul quotidiano, che contribuiscono a indicare il percorso dell’amministrazione Bush.


La soluzione finale

http://www.granbaol.org/archives/00000392.htm

  Richard N. Perle, presidente della influentissima Commissione per la politica della difesa, si è dimesso esattamente una settimana fa per una vicenda di conflitto d’interessi. Perle, le cui note posizioni ultramilitariste gli sono valse il nomigliolo (?!) di “principe delle tenebre“, è animatore dell’American Enterprise Institute, il centro studi (o think tank, «serbatoio di pensiero», come si dice negli Usa) ispiratore di tutta la strategia neo-conservatrice e può essere considerato l’ideologo geopolitico dell’amministrazione Bush. Una figura chiave dunque. Per questo, anche se risalente al luglio 2002, pubblichiamo la traduzione di una intervista rilasciata da Perle alla Pbs che getta uno sguardo retrospettivo interessantissimo sulle strategie pianificate allora, le differenze con oggi, e cosa si prevede per il futuro dell’Iraq.

La soluzione finale del problema Saddam.

James P. Rubin:

Ci sono principalmente due punti di vista. Uno sembra essere un modello simile a quello che abbiamo usato in Afghanistan, dove abbiamo alleati sul posto, l’aviazione americana che li aiuta, e come conseguenza la destabilizzazione di un regime terribile, i Talebani in Afghanistan, e speriamo Saddam Hussein in Iraq.
Un altro punto di vista è che l’opposizione sul posto sia piuttosto debole se comparata all’Alleanza del Nord, e gli Stati Uniti devono essere preparati dall’inizio a mettere in campo una grande, massiccia operazione di terra. Qual è la sua posizione in questo dibattito?

Richard Perle:

Normalmente non rimango neutrale in un dibattito come questo. Ma in questo caso penso che lo farò. Penso che l’opposizione abbia un potenziale molto superiore rispetto a quello che siamo soliti pensare. L’Alleanza del Nord sembrava molto debole il giorno in cui il primo Americano arrivò ad esaminare le loro capacità dopo l’ 11 settembre.

Questa opposizione (irachena) include i Curdi nel nord, che hanno avuto molta esperienza di combattimento…
Essi hanno una forte motivazione, e lo abbiamo visto nel filmato. Ci sono gli Sciiti nel sud, che sono stati vittime di Saddam in molti modi per un lungo periodo. Credo vi sia un grosso potenziale laggiù.

Secondariamente, Saddam è molto più debole di quanto noi pensiamo. E’ debole militarmente. Sappiamo che ha circa un terzo di quello che aveva nel 1991. Ma è un castello di carte. Egli governa con la paura perché sa che non c’è un supporto di base. Il sostegno a Saddam, inclusa la sua organizzazione militare, collasserà al primo soffio di polvere da sparo. Ora, (la guerra) non finirà in 24 ore, ma non durerà neanche mesi. E dovessi decidere, sceglierei una strategia che combina l’effettiva collaborazione con l’opposizione e la prontezza a mandare Americani sul posto, se necessario. Penso ci muoveremo così.

C’è un ultimo punto. L’evoluzione della potenza aerea americana dalla scorsa guerra contro Saddam Hussein è stata fenomenale. Adesso possiamo vedere cosa succede a terra, e da una distanza sicura. E quello che possiamo vedere lo possiamo distruggere con gran precisione. Saddam non ha idea di cosa sta per succedere. Ma quello che sta per accadere è la nostra facoltà di puntare con precisione tutto ciò che fa parte del suo apparato militare.

James P. Rubin:
…e’ d’accordo con me sul fatto che dobbiamo anche essere pronti allo scenario peggiore, nel caso Saddam non collassasse in pochi giorni?

Richard Perle:

Si, certo, dobbiamo prepararci allo scenario peggiore. Ma una buona integrazione fra l’opposizione in Iraq ed il potere aereo americano, sostenuta da forze speciali americane, e per ultimo un grande dispiegamento di forze, se necessario, dovrebbe essere sufficiente. Per non rischiare di subire una sconfitta, dobbiamo avere un approccio integrato.

James P. Rubin:

E per quanto riguarda le forze di terra?

Richard Perle:

Bèh, avremo bisogno di truppe Americane.

James P. Rubin:

Qual è la sua stima dello sforzo che sarebbe necessario?

Richard Perle:

Bene, sarei sorpreso se necessitassimo di qualcosa come i 200.000 soldati che a volte indica la stampa. Una forza molto più ridotta, principalmente forze per operazioni speciali, ma supportata da alcune unità regolari, dovrebbe essere sufficiente. Dei 400.000 soldati dell’esercito di Saddam, sarei sorpreso se il dieci % gli fossero fedeli. E l’altro 90 % non sarà completamente passivo. Molti di loro si schiereranno con l’opposizione.

E non ci può essere garanzia che egli non usi le sue armi chimiche e batteriologiche. Dobbiamo far capire chiaramente alle persone che potrebbero eseguire questi ordini che essi saranno ritenuti singolarmente imputabili di crimini di guerra.
E la cosa straordinaria sui vari Saddam che ci sono al mondo è che quando si vede chiaramente che sono vulnerabili, quando è chiaro che sono destinati a divenire un mucchio di cenere, essi non hanno più amici. Così penso ci sia una ragionevole possibilità che questi ordini non vengano eseguiti. E c’è anche una ragionevole possibilità che saremo in grado di prevenire la movimentazione di queste armi ed il loro effettivo utilizzo.

C’è una opposizione interna a Saddam Hussein. I Curdi a nord, ed abbiamo visto le loro motivazioni per una sua deposizione, gli Sciiti al sud, che si erano sollevati senza sostegno in passato, assieme alla potenza dell’aviazione americana, alle forze speciali e potenzialmente forze di terra a seguire le forze speciali…ecco tutti insieme siamo in grado di rimuovere Saddam Hussein ed il suo regime. E sarà più facile e veloce di quanto molti pensano. Egli è molto più debole di quanto si pensi.

James P. Rubin:

…e qual è la sua risposta all’ipotesi dei militari dell’impiego di forze di 200.000 o più uomini?

Richard Perle:

200.000 mi sembra un gran numero. Ma se stiamo sbagliano meglio farlo per eccesso che per difetto…
…penso che nel 1991 scoprimmo che non avevamo veramente bisogno della quantità di forze che mandammo laggiù. Finì tutto abbastanza velocemente con poca resistenza. Dopo tutto c’erano persone che si arrendevano ai giornalisti.

James P. Rubin:

Lo scenario del dopo Saddam?

Richard Perle:

Questa è una domanda molto importante e quello che dobbiamo fare è lavorare insieme con un governo ragionevole per la successione. Questo significa collaborazione politica adesso con l’opposizione irachena. Significa associarci a quegli iracheni che sono disponibili al pluralismo, alle istituzioni democratiche e alla rinuncia alle armi di distruzione di massa.
Il Congresso Nazionale Iracheno, che è un’insieme di organizzazioni che si oppongono a Saddam, ha adottato un programma di questo tipo. E penso che dovremmo lavorare fianco a fianco con loro e con altri di cui ci possiamo fidare.

James P. Rubin:

Ma per assicurarci che questo gruppo sia quello che assumerà il potere ci sarà bisogno di una presenza americana sul posto. E’ d’accordo col fatto che sarà necessario essere preparati per una presenza americana a lungo termine sul suolo iracheno, forse un decennio o comunque diversi anni?

Richard Perle:

Sì, penso che dobbiamo prepararci per assicurarci che quello che emergerà dopo Saddam Hussein è un tipo di governo che governerà gli iracheni decentemente e sarà amico ed alleato degli Stati Uniti…
…Verremo supportati da molti alleati quando finirà (la guerra), quando sarà chiaro il risultato che avevamo previsto.

James P. Rubin:
Approvazione, sì, ma il denaro per la ricostruzione?

Richard Perle:

Beh, prima di tutto, l’Iraq è una nazione con buone risorse. Enormi riserve di petrolio. Possono finanziare largamente la ricostruzione del proprio paese. E non ho dubbio che lo faranno. Gli Iracheni sono dotati di enorme talento. Hanno sofferto tanto sotto Saddam Hussein

James P. Rubin:

Ma contribuiranno (gli Europei) finanziariamente? O questo a lei non interessa molto?

Richard Perle:

Non sono particolarmente interessato a questo. Gli Europei faranno quello che rientra nei loro interessi. Voglio dire, ora stanno intasando gli alberghi di Baghdad per firmare contratti che avranno effetto quando verranno tolte le sanzioni. Saranno negli stessi hotel a stipulare gli stessi contratti col prossimo regime.

James P. Rubin:

Focalizziamo ora l’attenzione su una delle preoccupazioni dei critici circa un attacco Americano all’Iraq. E cioè che il mondo arabo esploderà rabbiosamente contro gli Stati Uniti, e che destabilizzando uno dei loro leader genereremo centinaia di milioni di arabi arrabbiati alienandoci anche l’amicizia di quei governi di cui abbiamo bisogno.

Richard Perle:

Sarebbe una vera tragedia se gli arabi sentissero che non hanno altra scelta che sostenere un tiranno assassino come Saddam Hussein. Penso che gli Arabi, come il resto di noi, giudichino i propri leader e che non tengano Saddam Hussein in particolare riguardo. Fa una grande differenza il fatto di essere visti come invasori che servono solo i propri interessi o come quelli che stanno lavorando con l’opposizione per liberare l’Iraq dal flagello che rappresenta Saddam Hussein.

E non ho dubbio che quando sarà finita gli Iracheni considereranno che sono stati liberati da un regime da incubo che ha praticato la repressione assassina più brutale. Così non appena sarà finita ci potrà essere un breve periodo in cui le persone sono confuse, ma poi la guerra sarà vista come un atto di liberazione. E gli stessi Iracheni daranno il benvenuto al cambiamento.

Questa traduzione è solo una sintesi dell’intervista a Richard Perle. Per leggerla tutto in inglese : Saddam’s Ultimate Solution. Traduzione di Paciugo.


3 aprile 2003http://rainet.tiscali.it/esteri/article/20030404/49387.html

RaiNet   News

ESTERIL’ala dura del Pentagono ha disegnato la strategia ‘Homeland defense’


Usa, ecco chi guida il ‘Bush pensiero’
la seconda fase della guerra in Iraq, quella che ha cambiato il volto del conflitto, guidata dai vertici militari che fanno capo ai falchi Wolfowitz e Perle i ‘re’ dell'”Armageddon Network”, il volto duro della Casa Bianca

William Galston, docente all’Università del Maryland, strettissimo collaboratore del presidente Clinton dal 1993 al 1995,strenuo sostenitore della guerra del Golfo, ha sempre visto, per sua esplicita ammissione, nella proiezione mondiale del potere americano una “forza benefica”, scrisse un preoccupato commento sul “Washington Post” ancor prima che la nuova strategia di sicurezza venisse resa pubblica, in occasione di un discorso di Bush che già enunciava il concetto di “guerra preventiva”.

Egli sosteneva che “la nuova dottrina Bush significa la fine del sistema di istituzioni, leggi e norme internazionali che gli Stati Uniti si sono impegnati a costruire per più di mezzo secolo.

Ciò che è in gioco è nulla di meno che un fondamentale mutamento della collocazione dell’America nel mondo”. Gli Stati Uniti, rilevava Galston, vogliono divenire essi stessi fonte di diritto e creare nuove regole internazionali, prescindendo da ogni accordo con altre nazioni.

Il concetto di “guerra preventiva” e la progettata invasione dell’Iraq, affermava ancora, non rientrano sicuramente nel diritto di autodifesa (e violano quindi la Carta dell’Onu), né nell’autodifesa “anticipatrice” di una minaccia chiara e imminente – prevista dal diritto internazionale – né infine nella categoria – per quanto discutibile – della “guerra giusta”.

Cosa è cambiato nello spirito americano? L’elemento più evidente, quello che appare agli occhi dell’opinione pubblica, è la massiccia e invadente presenza del pensiero bellico-militare nella politica del congresso statunitense.

Uno spirito che impregna tutti gli atti politici, una fuga in avanti, anzi un’improvvisa accelerazione verso un assetto mondiale che poggerà su nuove prassi e norme.

Fred Iklè esperto militare dell’autorevolissimo Csis (Center for Strategic and International Studies)parlò di “una Pearl Harbor terroristica” per convincere gli americani ad accettare la “Homeland Defense”.

Gli esponenti della destra ultraconservatrice, i cosiddetti “falchi”, temevano di perdere influenza e potere sulla presidenza Bush. La tragedia che ha investito l’America invece potrebbe rimettere in gioco la strategia di questo gruppo di pressione, relativamente piccolo numericamente, ma assai quotato a Washington.

Secondo Maxim Ghilan, noto giornalista israeliano pacifista, la nuova guerra al terrorismo potrebbe assicurare a questi ambienti un ampio potere decisionale. Capofila di questi “strateghi politici”, che contrastano duramente gli sforzi diplomatici del segretario di Stato Colin Powell è Paul Wolfowitz, viceministro della Difesa, trent’anni di esperienza fra il Pentagono e vari centri-studi neoconservatori.

L’ideologo invece è Richard Perle: assistente alla Difesa nel governo Reagan, oggi all’American Enterprise Institute (un centro-studi ultraconservatore), vicino alle posizioni più estreme della destra israeliana, Perle presiede il Defense Policy Board: un organo semi-privato le cui “consulenze” sono però richieste dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld, e in cui siedono Kissinger, l’ex capo della Cia Woolsey, l’ex speaker della Camera, l’ultraconservatore, Newt Gingrich e il già citato Fred Ikle.

Il primo “consiglio” di Perle dopo l’attacco terroristico a New York è stato: bombardare l’Iraq. Il 20 settembre Perle ha insistito con una lettera “a titolo privato” al presidente Bush (la sua firma seguiva quella di altre 40 personalità) in cui consigliava: rappresaglie contro Iraq e Hezbollah, misure contro Siria e Iran, sostegno incondizionato a Israele, un sostanziale aumento delle spese militari americane.

A chiederlo è anche Dov Zakheim, “controller” del Pentagono, che paragona la guerra al terrorismo all’invasione comunista della Corea del 1950, quando si produsse il più grande aumento della spesa militare americana.

Sulla stessa linea è Dough Feith, una carriera al Pentagono all’ombra di Richard Perle, oggi sottosegretario alle questioni politiche della Difesa, incarico che negli anni ’90 fu coperto da Paul Wolfowitz.

Nel ’96 Perle e Feith stilarono un documento per Benjamin Netanyahu, appena eletto premier in Israele, consigliandogli “una netta rottura del processo di pace”. Questo gruppo compose l’anno scorso una Commissione Nazionale contro il Terrorismo, che stilò un rapporto allarmistico molto criticato. “L’ennesimo prodotto della lobby israeliana a Washington”, lo giudicò Vanessa Hughessen, una politologa del Mit (Massachusetts Institute of Technology).

Vincent Cannistraro, vicedirettore dell’antiterrorismo alla Cia, ne criticò la proposta di usare, contro il terrorismo, “le pratiche spacca-ossa e concentrazionarie adottate dal Mossad”: allusione ai legami con gli oltranzisti in Israele, fautori di una guerra totale anti-islamica.

Ora questo gruppo, noto anche come “Armageddon Network”, cerca di aumentare la sua influenza sulla Casa Bianca.



(Pubblicato il 04 Aprile 2003 13:25 )
(Aggiornato il 04 Aprile 2003 13:34 )

I piani di Washington

http://www.rainews24.rai.it/ran24/magazine/internazionale/numero_107/testata_5/test1_sx.htm

Green left weekly
Australia, 12 febbraio 2003, settimanale

John Pilger spiega cos’è il Progetto per un nuovo secolo americano (Pnac), creato negli anni novanta dall’American Enterprise Institute, dallo Hudson Institute e da altri enti “che hanno fuso le ambizioni dell’amministrazione Reagan con quelle di Bush. ‘Il rapporto Pnac del 2000 raccomanda un aumento delle spese militari di 48 miliardi di dollari per permettere a Washington di combattere e vincere simultaneamente su più fronti’. Inoltre gli Usa devono sviluppare armi nucleari ‘perforanti’ e avere come priorità nazionale le ‘guerre stellari’. Rispetto all’Iraq il rapporto continua dicendo che ‘anche se l’irrisolto conflitto iracheno fornisce una giustificazione di intervento immediato, la necessità di una presenza americana nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam”. L’11 settembre, continua Pilger, è stato un’opportunità per prendere tempo e andare avanti con il piano del secolo. “Da allora c’è stata la guerra in Afghanistan; le aree ricche di combustibile, soprattutto in Asia centrale, sono state circondate da basi militari Usa; il protocollo di Kyoto e il trattato antimissile sono stati abbandonati dagli Usa, che hanno sviluppato nuove armi di distruzione di massa. Ora sono pronti per Baghdad”.

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