Fisicamente

di Roberto Renzetti

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Provochi le dimissioni del governo nel bel mezzo di una pandemia. Ma la prima cosa che fai è volare in Arabia Saudita perché il principe ereditario, l’uomo forte di un regime liberticida, ti paga per parlare con te. Ma non ti basta: durante il colloquio, per meritarti il lauto compenso, ti esibisci in affermazioni incredibili sul costo del lavoro, e per il solo fatto di essere stato sindaco di Firenze ti senti autorizzato a decantare l’Arabia Saudita quale luogo di un «nuovo rinascimento». Poi torni in Italia, e scopri che la maggioranza di governo pende comunque dalle tue labbra (e dai tuoi seggi) e che i giornali più venduti ti trattano comunque con rispetto. Cosicché, in un’intervista inginocchiata del Corriere della Sera, puoi persino permetterti di sostenere che l’Arabia sia un «baluardo contro l’estremismo islamico», senza essere minimamente contraddetto.

In un altro paese civile saresti già stato costretto a dare le dimissioni

Puoi essere ampiamente soddisfatto della tua vita, Matteo: sei lo specchio perfetto di un paese alla deriva. Perché in un altro paese civile saresti già stato costretto a dare le dimissioni, mentre da noi sembra proprio che importi soltanto a pochi che tu – evidenze alla mano – abbia detto e fatto una montagna di castronerie.

L’Arabia Saudita nacque come piccolo emirato nella seconda metà del settecento, e precede quindi di poco la Rivoluzione francese – che in qualche modo ne rappresenta dunque la nemesi. Nacque sulla stretta alleanza tra due consuoceri, Muhammad ibn Sa’ud, fondatore della dinastia saudita, e Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhab, fondatore della scuola islamica che da lui prende il nome di wahhabita. Wahhab aveva una visione della fede così estremista che definì eretiche tutte le altre correnti musulmane, pur molto più antiche della sua.

La storiella sarebbe rimasta sepolta nella sabbia del deserto, se in quel deserto non fosse stato scoperto il petrolio. Così tanto petrolio da far diventare la dinastia saudita una potenza internazionale e far esportare il wahhabismo in gran parte del mondo. Senza però che, a parte qualche operazione di facciata, vi sia stato alcun aggiornamento né dal punto di vista politico, né di quello religioso. Una costituzione non c’è: basta e avanza il Corano – nell’interpretazione wahhabita. Non c’è un parlamento e non esistono partititi politici. Le attitudini belliche non sono per nulla diminuite: il regno è alla guida della coalizione militare che combatte una guerra latente nello Yemen. Gli sciiti sono discriminati, i non musulmani non possono avere la cittadinanza, gli atei sono considerati terroristi, gli stranieri sono alla mercè dell’umore del loro patron e le donne sono legalmente cittadine di serie B, soggette a vigilanza maschile. A far rispettare l’ordine ci pensa una polizia religiosa alle dipendenze del Ministero per la propagazione delle virtù e la prevenzione del vizio (sic).

Il paese è uno dei leader mondiali nel numero di condanne a morte

Il paese è uno dei leader mondiali nel numero di condanne a morte, anche se i suoi competitor hanno molti più abitanti. Della sorte di Ahmad Al Shamri, condannato alla pena capitale per apostasia e blasfemia nel 2015, non si sa letteralmente più nulla da allora. Del giornalista Jamal Khashoggi sappiamo invece tutti che è stato ucciso all’interno dell’ambasciata saudita di Istanbul. Il più famoso prigioniero politico del paese, Raif Badawi, è in prigione dal 2012 per aver «insultato l’islam». La più nota attivista per i diritti delle donne, Loujain Al-Hathloul, è a sua volta in carcere dal 2018 per aver guidato un’autovettura. Come ha giustamente commentato Kamel Daoud, «l’Arabia Saudita è un Isis che ce l’ha fatta».

A ben vedere il paese somiglia veramente alla Firenze di cinque secoli fa: ma a quella teocratica che, tra il 1494 e il 1498, fu guidata dal frate domenicano Girolamo Savonarola, che voleva trasformare la città nella «nuova Gerusalemme» e che in effetti può costituire un perfetto esempio di «antica Riad». In fondo, Renzi ha ordinato alle sue due ministre di dimettersi: una di esse, l’ex dirigente scout Elena Bonetti, aveva anche chiamato una suora (consigliere di stato del Vaticano) al ministero delle pari opportunità (sic) per far parte della sua task force “donne per un nuovo rinascimento”. Tutto si tiene e tutto torna, con Italia Viva, anche se così facendo l’Italia resterà viva per molto poco – come del resto la task force appena citata, che non ha realizzato letteralmente nulla.

Il grado di civiltà di un paese si misura anche da come si rapporta con i paesi platealmente incivili. Il Belgio, per esempio, ha parecchi problemi con l’islam. Ciò non toglie che, tre anni fa, abbia tolto all’Arabia Saudita il controllo della grande moschea di Bruxelles, denunciando le sue ingerenze nelle modalità (integraliste) con cui veniva insegnato l’islam. E nei giorni scorsi la città di Bruxelles ha “adottato” Loujain al-Hathloul e Raif Badawi. Si dovrebbe ovviamente fare molto di più, ma quantomeno vengono inviati segnali che vanno nella direzione di un mondo più umano. Un politico seriamente impegnato per “un nuovo rinascimento” dovrebbe fare proposte simili. Ma Matteo Renzi, uno che si fa retribuire da un despota per tessergli le lodi, non è lo è e non lo sarà mai.

Raffaele Carcano

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