Fisicamente

di Roberto Renzetti

Il commento di Gino Strada (Emergency)

Il secolo passato ha visto numerose catastrofi umanitarie. Io speravo, fino a qualche tempo fa, di non vederne più. Sono state firmate ogni tipo di carte dei diritti, una montagna di carte: per l’uomo, per la donna, per il bambino, per il vecchio, per la mezza età. Nonostante questo, ciò che sta accadendo in questo momento storico si può definire come una caduta libera verso la barbarie. Vorrei raccontare cosa sta accadendo in due delle sette corsie dell’ospedale di Emergency a Kabul.

Una è la corsia pediatrica. Ogni giorno arriva qui un bambino mutilato, ferito, tagliato in due pezzi dall’esplosione di una «cluster bomb» (1) americana. Gli americani si sono rifiutati di indicare agli sminatori i luoghi bombardati con quegli ordigni. Quando le cluster bombs non esplodono nell’impatto con il suolo, la loro dispersione le trasforma in mine sparse sul territorio per un ampio raggio. È stata fatta una grande propaganda sul lancio degli aiuti, i famosi sacchetti gialli, che anch’io ho visto. Ora quei pacchi lanciati dal cielo hanno lo stesso colore delle… cluster bombs americane. Sono lì, sparse dentro e fuori ai villaggi, pronte per essere raccolte dai bambini, bramosi di trovare i famosi aiuti. Bene, io chiamo questo terrorismo!

Queste lanciate dal cielo sono mine antiuomo, mine contro la giustizia, la pace, la libertà, la verità! Io non ci sto. Non ci sto. Credo che Emergency faccia bene a denunciare questo gioco al massacro.

 All’interno del nostro ospedale di Kabul, c’è poi un’altra corsia: quella destinata ad ospitare i pazienti che hanno preso parte alle ostilità.

Ci sono combattenti talebani non afghani, pakistani, uomini di Al Qaeda. Con i talebani hanno combattuto uomini di 22 diverse nazionalità.

Questi pazienti non sono stati portati feriti in ospedale. Siamo andati a prenderli nelle carceri di massima sicurezza, dove erano abbandonati a morire. Siamo andati perché, altrimenti, sarebbero stati brutalmente uccisi. E con loro sarebbero stati uccisi i più basilari diritti umani. Diritti che valgono anche per i combattenti talebani. D’altronde, questa è la politica degli Usa: non fare prigionieri. Una politica che pratica e genera terrore. Per questo dobbiamo muoverci prima che sia troppo tardi, prima che le retroazioni simmetriche giungano anche in Europa. Noi viviamo in un’Europa meno sicura, perché gli Usa hanno deliberatamente scelto di occupare tutti i luoghi sacri del Medio Oriente. Questa politica estera americana è da fermare. È un dovere morale per tutti!

Alcuni sostengono che quella statunitense sia «la verità della civiltà». In realtà, si tratta solo dell’attuazione di una politica imperialista volta a combattere i disastri di una recessione economica interna al paese.

Naturalmente, l’Italia si è schierata in prima linea.  Abbiamo un parlamento che per il 95% ha votato a favore dell’ingresso in guerra contro l’Afghanistan. Oppure è la guerra contro Osama bin-Laden, che forse in questo momento si sta nascondendo in uno dei rifugi fatti costruire dalla CIA vent’anni fa.

Purtroppo, in questo contesto storico io sono molto meravigliato della mancanza di un serio movimento per la pace. Noi proponiamo il dialogo come alternativa alla guerra. Dobbiamo fare cultura per opporci a questa catastrofe. Un esempio concreto in questa direzione è proprio Emergency.

Io dico questo e poco importa se dal parlamento italiano arrivano insulti personali gratuiti (2). L’unica forma di resistenza in questo momento è parlare di fratellanza per evitare che si cada in una spirale di disperazione per tutti. Spero che questo non accada mai. Dipenderà tutto da noi. Ma dobbiamo muoverci! (3)

 (1)   Termine per indicare le «bombe a grappolo», tipo di ordigno che, all’impatto con il suolo, libera circa 50 bombe di dimensioni ridotte che si sparpagliano sul terreno circostante.

(2)  Il dottor Strada si riferisce a Silvio Berlusconi, che lo ha definito «un uomo confuso».

(3)  Questo intervento è stato fatto lo scorso 15 dicembre 2001 presso la Camera del lavoro di Milano in occasione della presentazione del libro «Afghanistan anno zero». È opportuno ricordare che questo lavoro di Giulietto Chiesa e Vauro è stato scritto PRIMA dell’11 settembre.

A Kabul, con i nuovi padroni e i problemi di sempre

 «Non vogliamo solo speranze»

Musica, televisione, cinema, aquiloni. Tutto sembra tornare, a Kabul. Ma sono questi i veri problemi? Forse è meglio concentrarsi sui diritti e sulla rappresentanza all’interno dei nuovi organismi statali, dicono le donne afghane. Con o senza burqa.

Kabul. Nella capitale afghana è tornata la musica; qua e là spuntano antenne paraboliche; si vedono di nuovo i libri e i bambini possono giocare con gli aquiloni senza rischiare una severa punizione. Tutto cambia, ma le donne restano invisibili. Le strade sono affollate di uomini, mentre le afghane continuano a camminare rasentando  i muri, nascoste sotto i loro burqa, nonostante la vittoria dell’Alleanza del nord.

In un negozio di televisioni, aperto a tempo di record, incontriamo Soraja: sta scegliendo un videoregistratore. E il televisore? «L’abbiamo tenuto nascosto durante tutti questi anni, ma adesso possiamo utilizzarlo senza paura». E come mai un videoregistratore? «Un passatempo per noi donne, che dobbiamo restare in casa».

SHAMSIA E RAHIMA, DONNE E MEDICI

Negli anni dei talebani (1996-2001) le donne hanno potuto lavorare solo in casi eccezionali e solo a contatto con altre donne. Se le possibilità di lavoro erano così strettamente limitate, il problema dell’educazione e della formazione delle bambine era risolto con il divieto alle ragazze di studiare. La sanità poi era un vero dramma. All’inizio tutti gli ospedali furono interdetti alle donne, poi furono ricavati degli spazi a loro dedicati.

Un’amica giornalista italiana, che per girare inosservata (per quanto sia possibile a degli occidentali), ha scelto di muoversi sempre con un velo sulla testa, ci racconta: «Tre anni fa avevo trovato a Kabul una situazione disastrosa: nel reparto di ginecologia di un ospedale le donne venivano dimesse circa un’ora dopo il parto (quasi certamente si trattava di situazioni complicate, altrimenti non avrebbero fatto ricorso alla clinica, ndr), per lasciare il posto ad altre donne in attesa (a volte già con le doglie) sulle panche di legno nel cortile dell’ospedale».

La strada che porta all’ospedale Rabia Balki è affollatissima, frotte di donne, con il burqa alzato sulla fronte, si accalcano contro il portone di ferro che separa la strada dal cortile dell’unico ospedale per donne di Kabul. In realtà ce n’è un altro, ma solo per problemi ginecologici. Questo, invece, tratta tutte le patologie e c’è anche un reparto chirurgico. È un grande edificio (un po’ fatiscente, ma abbastanza pulito), suddiviso in stanze con 6/8 letti ciascuna, sala operatoria, ambulatori, 65 medici (tra cui 5 maschi) per un totale di 250 degenti.

Shamsia, camice rigorosamente bianco e velo trasparente viola, è una delle chirurghe. È arrivata all’ospedale due anni fa, appena finiti gli studi. Ha frequentato, all’università di Kabul, l’unica facoltà rimasta aperta alle donne: quella di medicina, indispensabile visto che le pazienti possono essere visitate solo ed esclusivamente da altre donne. Anche se adesso in questo ospedale si fa un’eccezione per i 5 medici maschi.

Rahima è invece la direttrice sanitaria e medico internista. Shamsia e Rahima dicono di non aver mai avuto particolari problemi per il loro lavoro in ospedale. I problemi con i talebani erano quelli di tutte  le donne afghane. E ora? Per loro non è cambiato nulla con l’arrivo a Kabul degli uomini dell’Alleanza del nord, ma sperano in un cambiamento. E sono in spasmodica attesa dei risultati della conferenza di Bonn (conclusasi con un accordo lo scorso 5 dicembre, ndr), anche se l’Onu ha già fallito molte volte nel tentativo di trovare una soluzione per l’Afghanistan.

Che cosa si aspettano? «Un governo rappresentativo di tutti, che possa portare la pace» dice Rahima, mentre Shamsia concorda. Con la partecipazione dei talebani?  «Devono partecipare tutti, tranne i gruppi armati che hanno combattuto per 23 anni (sia talebani che  mujaheddin) distruggendo il paese. Sono loro i responsabili di questa catastrofe, quindi devono restare fuori dal governo».

Un’utopia, anche se, contrariamente ad altre donne, come quelle di Rawa («Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan») che contestano tutti i fondamentalismi, Shamsia e Rahima non pensano ad un governo laico, ma islamico: «Siamo un paese musulmano e l’oppressione della donna non dipende certo dal corano. Diversamente da quanto credete voi occidentali, il corano non impone l’adozione del velo, ma si limita a raccomandare che il corpo della donna non sia oltremodo scoperto. Soltanto in un versetto si parla di velo come elemento di abbigliamento. Altrove il  libro fa riferimento al velo in quanto indumento indossato per tutelare il pudore femminile».

Sperano invece che torni il re deposto ed in esilio a Roma, Zahir Shah. Ma non è troppo anziano? «Non importa l’età, contano  l’esperienza e le capacità intellettuali». E le donne? «Le donne sono oltre il 50 per cento della popolazione e devono avere una partecipazione almeno al 25 per cento nei luoghi di decisione». E Rahima, come molte altre afghane, contesta la rappresentatività delle donne che partecipano alla conferenza di Bonn: «Non sono presenti donne che hanno vissuto in Afghanistan in questi anni. Quelle andate a Bonn hanno vissuto fuori dal paese».

E il burqa? Per Shamsia e Rahima  non è la priorità, come lo sono invece l’educazione e il lavoro. Rispondono con una certa insofferenza, stanche che molti occidentali vedano nel burqa il simbolo dell’oppressione. Naturalmente non lo portavano prima dell’avvento dei talebani, ma ora è diventato un modo per garantirsi la sicurezza. E c’è da giurare che non saranno di certo i mujaheddin dell’Alleanza a garantire alle donne la libertà di decidere se portarlo o no.

DOPO IL BURQA, I DIRITTI

Molte donne afghane non vogliono più attendere. Cinque anni di burqa sono troppi e la fuga dei talebani può segnare l’inizio del riscatto. Non è semplice nel momento in cui le paure e le incertezze sono tutt’altro che fugate, ma non c’è tempo da perdere.

Mentre le strade del bazar di Kabul sono invase dalle paraboliche televisive (che dovranno però aspettare per essere messe in funzione, visto che Kabul è  da un paio di giorni senza elettricità) e si fa la coda per il biglietto di fronte al primo cinema che riapre i battenti (trasmetterà un film indiano), l’unione delle donne afghane ha deciso di uscire dalla clandestinità. Ieri ha indetto una manifestazione senza burqa davanti alla sede delle Nazioni Unite, per rivendicare i diritti delle donne al lavoro, all’istruzione, alla partecipazione alla vita politica, transizione compresa. Ma, all’ultimo momento, non meglio precisate «autorità» hanno consigliato all’organizzazione di rinviare la manifestazione davanti alla sede Onu.

Forse si terrà la settimana prossima. Ma i mezzi di comunicazione in Afghanistan non funzionano e il tam tam era già in moto. Quindi molte donne hanno mantenuto l’appuntamento, impazienti di avere il pretesto per uscire senza quella copertura, che per anni le ha costrette a vedere, non viste, un mondo a quadrettini. Le abbiamo incontrate lungo la strada che porta al quartiere di Kuna Makroriana, in piccoli gruppi, con e senza burqa. Donne giovani e meno giovani, che hanno vissuto lavorando sino a cinque anni fa.

«Per tornare a casa lo rimettiamo. Non ci fidiamo a girare da sole senza burqa» confida un gruppetto. Lungo il tragitto al corteo si uniscono anche uomini, con la barba finalmente rasata, alcuni perché condividono la scelta di queste donne, altri per semplice curiosità.

Amira ha 70 anni. Ha vissuto tutte le guerre del suo paese, perdendo nei vari conflitti quasi tutta la sua famiglia, ma non si arrende. Vuole il riconoscimento dei diritti delle donne e per questo chiede la formazione di un governo rappresentativo di tutte le forze del paese. «Che cosa manca a questo governo?» la rimbrotta uno dei poliziotti, che ha redarguito ripetutamente le donne a non parlare in quel modo del burqa e delle tradizioni perché va contro le tradizioni del paese. «È contro i diritti delle donne» è la pronta replica. E se tornasse il re? «Sarei felice» risponde Amira.

«Voglio un governo rappresentativo, senza le interferenze del Pakistan» aggiunge Zeineb, insegnante quarantenne (finché non sono arrivati i talebani).

SORAJA, UNA DONNA DECISA

Le donne senza burqa aumentano man mano che ci avviciniamo a Kuna Makroriana, un quartiere costruito dai sovietici e ora completamente degradato. Era sulla linea del fronte durante gli scontri fra il generale Dostum e il comandante Massud, asserragliati in edifici a poca distanza; e, anche dopo che «il leone del Panshir» si era trasferito al di là del fiume, le case di  Kuna Makroriana avevano continuato a essere sotto tiro.

Ci infiliamo in una stradina di uno dei blocchi formati da palazzoni fatiscenti. In uno di questi vive Soraja Parlika, già dirigente del «Partito democratico del popolo dell’Afghanistan» (comunista) ai tempi di Najibullah, quando era anche presidente della «mezza luna rossa», finché non sono arrivati i mujaheddin. Nel suo curriculum vi è anche un anno e mezzo di carcere. Oggi Soraja è leader dell’«Unione delle donne afghane», un’organizzazione nata 10 anni fa, che si dichiara indipendente da tutte le ideologie e che comprende donne di tutte le etnie. A malapena riusciamo a salire le scale, presidiate da schiere di donne fino al terzo piano, dove si trova il modesto appartamento di Soraja.

Se si voleva attirare l’attenzione dei media con una manifestazione davanti alla sede delle Nazioni Unite, il fatto di non averla potuta fare ha destato senza dubbio un’attenzione ancora maggiore. Soraja, incredula e sorridente, avvolta in un velo bianco appena appoggiato sui capelli, è sopraffatta da telecamere e flash, mentre viene subissata di domande. La circondano altre ragazze dell’organizzazione, di tutte le età e di tutti i ceti sociali, mentre nei corridoi scorrazzano ragazzine euforiche per la presenza insperata di tanti stranieri.

Che cosa chiede l’Organizzazione delle donne afghane alle Nazioni Unite? «Innanzitutto il riconoscimento del diritto all’istruzione, al lavoro e ad altri diritti sociali. E poi la partecipazione delle donne alle scelte politiche del paese perché senza la nostra presenza nessuno rappresenterà le donne» risponde. Soraja domanda anche una partecipazione alle trattative per la formazione di un futuro governo dell’Afghanistan, anche se Francisc Vendrell, l’inviato delle Nazioni Unite (a Kabul per consultazioni), non l’ha chiamata. E per questo la donna domanda alla stampa internazionale di farsi interprete e portavoce di tale richiesta. Avanzata per altro anche da altre organizzazioni di donne, che operano soprattutto fra i profughi, ma con le quali Soraja dice di non avere sfortunatamente alcun contatto.

 Non c’è dubbio che in Afghanistan i profughi e le organizzazioni di donne siano espressione di una società vitale, in grado di giocare un ruolo fondamentale e insostituibile nel futuro del paese. Ma, ancora una volta, suscitano la reazione stizzita dei nuovi vincitori che pure, al loro arrivo a Kabul, hanno fatto promesse anche alle donne. «Noi non vogliamo solo speranze, combatteremo per i nostri diritti. Per 10 anni abbiamo lottato contro i talebani, abbiamo rischiato la vita per insegnare alle bambine a leggere e scrivere, in precarie scuole clandestine alla periferia di Kabul. Non molleremo certo ora!».


CONFLITTO… D’INTERESSI

di Fulvio Scaglione (*)

Dell’energia di oggi, il petrolio, e di quella di domani, il gas, l’Asia centrale è ricchissima. Tanto che i suoi «possedimenti» sono difficili persino da valutare. (…) Bastano comunque a capire perché, dal punto di vista economico (e di un’economia che è sempre più il proseguimento della guerra con altri mezzi), le steppe dell’Asia centrale siano oggi il centro del mondo. E perché, tanto per cambiare, i primi ad attivarsi nell’area siano stati gli americani (…).

Il tutto in ossequio a quel Rapporto Wolfowitz che il sottosegretario alla Difesa americano (Paul Dundes Wolfowitz, appunto) preparò per il presidente George Bush all’indomani della caduta del Muro di Berlino e che conteneva una sola, chiarissima indicazione strategica: impedire la rinascita di una qualunque potenza economica (Giappone e Unione europea, ad esempio) o militare che potesse contrastare gli interessi fondamentali americani. (…)

Che gli obiettivi economico-politici globali degli Usa non cambino dalle amministrazioni repubblicane a quelle democratiche lo dimostra anche il fatto che molti stretti collaboratori degli uni e degli altri presidenti lavorano oggi per le compagnie petrolifere lanciatesi sull’Asia centrale. (…)

Il progetto più folle, quello in cui tutto il coraggio e il cinismo della nostra epoca e l’assoluta confusione di guerra e pace che la distingue si rivelano appieno: la compagnia americana Unocol ha costruito (con i sauditi della Delta Oil, i pakistani del Crescent Group, i coreani della Hiunday e i giapponesi della Itochu, più i russi di Gazprom e il governo turkmeno) un consorzio chiamato Central Asia Gas Pipeline per costruire un gasdotto lungo 1.460 chilometri che porti il gas dei giacimenti del Turkmenistan (i più ricchi del mondo dopo quelli della Russia) attraverso l’Afghanistan fino al Pakistan, al porto di Karachi. Il consorzio, pronto ad investire 2 miliardi di dollari, è ben composto: ci sono i russi per calmare gli afghani che tengono il Nord, i sauditi, gli americani e i pakistani per tenere buoni i talebani, i grandi gruppi asiatici per assicurare uno sbocco alle esportazioni. Progetto che magari non sarà realizzato ma che, per il solo fatto di essere stato tracciato, rivela quali sono, almeno in queste parti del mondo, le guerre che davvero contano.  

 (*)  Fulvio Scaglione è vicedirettore del settimanale «Famiglia Cristiana». Questo passo è tratto dal libro «No Global. Gli inganni della globalizzazione sulla povertà, sull’ambiente e sul debito» (Zelig, Milano 2001).


Chi non firma il trattato contro le mine?

LO SCANDALO CONTINUA

di Alberto Chiara (*)

L’Afghanistan è sì un paese affamato, assetato, povero; è sì uno stato imbavagliato per colpa della crudele ottusità dei talebani; è sì rifugio di Osama bin-Laden e di tanti altri terroristi, ma è anche e soprattutto una nazione quotidianamente dilaniata dalle mine antiuomo e anticarro, posate in 21 anni di guerra ininterrotta. (…)

Già le mine. Non distinguono un soldato da una donna: colpiscono alla cieca chiunque le calpesti. Non rispettano tregue o trattati di pace: esplodono anche 30/40 anni dopo essere state sotterrate. Sono armi vigliacche, di cui il mondo fatica a sbarazzarsi una volta per sempre.

Le mine antiuomo hanno costi di produzione relativamente bassi, ma costi sociali altissimi. «Il prezzo di un singolo ordigno varia da 3 a 30 dollari», osservava anni or sono il Comitato internazionale della Croce rossa (la cifra non è variata di molto). «Per togliere una mina occorrono diverse centinaia di dollari, mentre il costo di un arto artificiale, per chi rimane mutilato, è di 125 dollari». Un bambino cui bisogna amputare la gamba dilaniata dallo scoppio di un ordigno, deve cambiare 15 protesi nel corso della vita.

Nel dicembre 1997 il mondo sembrò mettere fine a un colpevole disinteresse. Ad Ottawa, in Canada, fu messo a punto un Trattato internazionale che metteva al bando queste armi vigliacche vietando l’uso, la produzione, l’immagazzinamento e il commercio di tutte le mine antiuomo. (…)

Al 10 ottobre 2001, il Trattato di Ottawa risultava firmato da 142 paesi e ratificato (ovvero recepito nelle rispettive legislazioni nazionali) da 122 stati. Tra chi non ha firmato figurano purtroppo grandi potenze (Stati Uniti, Russia, Cina), nonché potenze regionali di rilievo, come India e Pakistan; Siria, Libano, Egitto e Israele; Iran e Iraq. Le mine, intanto, continuano a esplodere.

 (*) Alberto Chiara è inviato del settimanale «Famiglia Cristiana». Questo passo è tratto da «Italia Caritas» (novembre, 2001), il mensile della Caritas italiana.


sfogliando s’impara … i media tra guerra e pace

a cura di Paolo Moiola

«DALLA GUERRA NON NASCE GIUSTIZIA»

«Ogni vittima è una parte di noi che muore. (…) La metà dei soldi usati per questo primo mese di guerra sull’Afghanistan avrebbero consentito a 20 milioni di esseri umani di quel paese di vivere in prosperità e ricchezza per tutto il resto della loro vita. Con il 3 per cento dei fondi destinati alla militarizzazione dei soli e delle stelle, il cosiddetto scudo spaziale, potremmo dare acqua potabile a chi oggi vede preclusa questa vitale possibilità. La guerra non è solo ciò che distrugge o uccide con le armi: è tanta intelligenza, tanta cultura scientifica, tante risorse finanziarie bruciate per la morte anziché per la vita. Il terrorismo è nostro nemico. Solo la pace può sconfiggerlo.

Il terrorismo è nostro nemico. Esso si annida e si nutre nelle tante aree di sofferenza prodotte da un sistema ingiusto. Esso è protetto nei paradisi fiscali, nel riciclaggio di denaro sporco, dai trafficanti di armi, dai rialzi e dai crolli delle borse».

Appello pubblicato dal settimanale «Carta» del 6 dicembre 2001, firmato tra gli altri da: mons. Luigi Bettazzi, don Luigi Ciotti, don Tonio dell’Olio (Pax Christi), padre Alex Zanotelli

 SIAMO TUTTI AMERICANI?

«Era dal 10 giugno 1940 che un governo non convocava una grande manifestazione di piazza, nella quale poter dire con orgoglio “L’Italia è in guerra”. Infatti l’Alleato, esaminata la pratica, ci ha concesso di schierare anche le nostre navi e i nostri aerei. (…) Ma cosa vuol dire “siamo tutti americani”? (…) Significa che anche noi ci sentiamo colpiti dall’attacco al pentagono e alle due Torri e che anche noi siamo responsabili della risposta che gli si dà; e infatti entriamo nella stessa guerra. Ciò però ci legittima a parlare come se fossimo americani. La prima cosa che pertanto possiamo dire è che siamo pessimamente governati. (…)

Elevare al rango di nemico il terrorismo significa creare un nemico universale, onnipresente (…). Universale il nemico, universale la guerra, universale la militarizzazione, universale il passaggio dai codici di pace ai codici di guerra. E così, col terrore, in nome del terrore e contro il terrore si governa, e si trasforma la vita quotidiana in un inferno (…).

Di questo ci potremmo lamentare, come americani. E anche di aver esibito questa immagine di un’America puritana, farisea, che si ritiene la migliore e più giusta, benefica per l’intera umanità, stupita di non essere amata».

Raniero La Valle, su «Rocca», quindicinale edito da Pro Civitate Christiana (Assisi), 15 novembre 2001

 «O CON NOI O CONTRO DI NOI»

«Non contano i pensieri e le opinioni: durante la guerra non è lecito avere dubbi, porsi delle domande, esercitare il proprio spirito critico; ogni forma di opposizione diventa un tradimento.

Lo slogan “o con noi o contro di noi” è un esempio di questa deriva verso l’intolleranza».

Gruppo Pace Valsusa, su «Dialogo in Valle», periodico cattolico di Condove (Torino), novembre 2001

 CENSURA E OMOLOGAZIONE

«Disarmante è, poi, la rinuncia a capire e a spiegare cosa c’è dietro a quello che è successo e sta succedendo, cosa ha fatto nascere un odio così feroce e devastante, come è possibile contrastarlo senza per questo far uso di missili e bombe. Chi cerca di farlo di volta in volta viene demonizzato, deriso, minacciato e da qualcuno anche considerato alla stregua dei terroristi che si sono abbattuti su New York. (…)

Se non resistiamo oggi alla “tentazione” del silenzio, della censura e dell’omologazione, domani sarà troppo tardi. Dopo l’informazione toccherà ad altre libertà e ad altri diritti civili. Nel nome della lotta al terrorismo e all’integralismo tutto sarà possibile e – quel che è peggio – tollerato. Siamo disposti ad accettarlo? Spero proprio di no».

Beppe Muraro sul mensile «Azione nonviolenta», novembre 2001

 COS’È IL TERRORISMO?

«Due crimini mostruosi hanno segnato l’inizio del nuovo millennio: gli attentati dell’11 settembre e la risposta a questi attacchi, che certamente ha fatto molte più vittime innocenti. Le atrocità dell’11 settembre sono considerate ovunque un evento storico, e questo è assolutamente vero. Ma bisogna anche capire perché. Questi crimini hanno causato la morte simultanea del più alto numero di persone nella storia, fatta eccezione per il tempo di guerra.

La parola “simultanea” non dev’essere trascurata: purtroppo i crimini sono tutt’altro che rari negli annali della violenza che non dipende dalla guerra. (…) Soltanto negli anni di Reagan, gli stati terroristici finanziati dagli Stati Uniti nell’America centrale hanno ucciso, torturato e mutilato centinaia di migliaia di persone, hanno provocato milioni di storpi e di orfani, e hanno mandato in rovina quattro paesi. (…) Dire che il terrorismo è “un’arma dei poveri” significa commettere un grave errore di analisi. In realtà il terrorismo è la violenza contro gli Stati Uniti. Chiunque ne sia l’autore».

Noam Chomsky, articolo ripreso dal settimanale «Internazionale» del 30 novembre 2001;

l’autore insegna al «Massachusetts Institute of Technology» (M.I.T.) di Boston

 STATI UNITI DI POLIZIA

«Vivo a pochi isolati di distanza dal World Trade Center. A New York siamo ancora in lutto dopo l’11 settembre. Vogliamo arrestare e punire i colpevoli, smantellare la rete dei terroristi e impedire nuovi attentati. Ma le misure adottate dal governo per combattere il terrorismo limitano in modo allarmante la libertà e i diritti civili. (…) Diritti che credevamo sanciti dalla Costituzione e tutelati dal diritto internazionale sono in grave pericolo o sono già stati cancellati.

Non è esagerato affermare che stiamo andando verso uno Stato di polizia. (…) Ma neanche uno Stato di polizia potrebbe fermare i terroristi. L’illusione della Fortezza americana ci impedisce di analizzare le cause di fondo del terrorismo e le conseguenze di decenni di politica estera statunitense in Medio Oriente, in Afghanistan e in altri paesi. Se le accuse mosse agli Stati Uniti non verranno studiate e affrontate, il terrorismo continuerà».

Michael Ratner, articolo ripreso dal settimanale «Internazionale» del 30 novembre 2001;

l’autore, avvocato esperto in diritti umani, insegna alla «Columbia Law School» di New York

 «LE MARCE COSIDDETTE DELLA PACE»

«Gli orfani di Stalin si sono aggregati al carro del terrorismo musulmano, sperando che dalle piaghe e dalle pieghe della storia esca un po’ di pus per nutrirli nuovamente. (…)

Il clima persecutorio verso le forze di polizia cominciato a Genova, la connivenza tra terrorismo islamico e le stesse frange che andarono in soccorso delle Br, le marce cosiddette della pace ma, nei fatti, a favore della guerra altrui, sono segnali da non sottovalutare».

Piero Laporta, sul quotidiano «Libero» del 25 novembre 2001

 «IL CHIODO FISSO DELL’AMERIKA»

«Trent’anni fa, vent’anni fa, i democratici e i pacifisti avevano un chiodo fisso: il Cile di Pinochet. (…) E adesso? Trent’anni dopo, vent’anni dopo, i nuovi cortei hanno ancora il chiodo fisso dell’Amerika e dell’imperialismo malvagio (…). Ma stranamente sono evasivi ed evanescenti sui Pinochet dei tempi d’oggi: loro, i talebani. Si respira nelle piazze una strana aria: se non di giustificazione, quanto meno di superficialità. Eppure, siamo di fronte a un regime decisamente più crudele e disumano del pur crudele regime di Pinochet. Niente, è secondario: il problema è l’interventismo amerikano».

Cristiano Gatti, sul quotidiano «il Giornale» dell’11 ottobre 2001

«QUESTA GUERRA GIUSTISSIMA»

«La gente si è abituata e la tragedia dell’11 settembre sembra ormai passata. Ci vorrebbe forse un missile talebano sul Vaticano per far ricordare alla gente che il mondo giusto sta cercando di mandare all’inferno per sempre la nuova minaccia musulmana? (…)

Non è una critica a Voi, che oggi dedicate 4 pagine a questa guerra giustissima, bensì ai nuovi giovanissimi presuntuosi che si fanno abbindolare dai teorici della pace sempre e per forza».

Lettera firmata pubblicata dal quotidiano «Libero» del 25 novembre 2001

CATTOLICI, MARXISTI E BUONI SENTIMENTI

«Le culture ideologiche, di fronte alla guerra contro il terrorismo, si sono preoccupate più di mobilitare la piazza su temi generici come la pace e le ingiustizie nel mondo che di suggerire cosa fare in concreto, subito, qui, ora. (…)

In tutta la sua storia, il pacifismo non è riuscito a evitare una sola guerra e i buoni sentimenti non hanno mai risolto i problemi del mondo. (…)

Da Gesù Cristo, attraverso quel buon sentimento che è la fede, a Karl Marx, attraverso quelle buone intenzioni che è la socializzazione dei mezzi di produzione, c’è chi ha auspicato un cambiamento della natura umana. Gesù Cristo è finito sulla croce, Marx in soffitta. E l’uomo è rimasto quello di sempre: lupo dell’uomo. (…)

Ho l’impressione che le culture ideologiche, cattolica e marxista e collaterali, abbiano prodotto danni irreparabili alla nostra cultura politica nazionale».

Piero Ostellino, sul quotidiano «Corriere della Sera» del 24 novembre 2001

 «NOI SIAMO IL BENE»

«Visto che sono un leale cittadino americano, non dovrei dirvi perché è accaduto tutto ciò: del resto non è nostra abitudine indagare sul perché qualcosa – qualsiasi cosa – accada. Preferiamo accusare gli altri di malvagità immotivata. “Noi siamo il bene”, ha dichiarato un profondo pensatore alla Tv americana, “loro sono il male”: e il pacchetto è pronto. A metterci, per così dire, il fiocco è stato poi Bush in persona con il suo discorso davanti alle Camere riunite, occasione in cui il presidente ha elargito ai parlamentari – e in qualche modo a tutti noi della cerchia – la sua profonda conoscenza delle astuzie e delle usanze dell’islam: “Odiano ciò che vedono in quest’aula”».

Gore Vidal, sul quotidiano «la Repubblica» del 16 novembre 2001

 «NON IN NOSTRO NOME»

«Gli italiani che combatteranno in Afghanistan non lo faranno in nostro nome. Noi non siamo in guerra. (…) È facile parlare di necessità della guerra in un’aula di Parlamento o in una piazza tra lo sventolio delle bandiere. Un po’ meno se la si vede da vicino, se gli “effetti collaterali” hanno un nome, un’identità, un lavoro, degli affetti.

Se le macerie che vediamo sono quelle di una casa o di un ospedale, se il bambino mutilato ha un volto. Se, dietro i discorsi retorici, scorgiamo i listini di borsa in cui le azioni delle fabbriche delle armi aumentano di valore, o seguiamo le vie del petrolio. Se scopriamo che i buoni di oggi erano i cattivi di ieri, e viceversa, e che le donne, con o senza burqa, continuano ad essere usate, magari per la propaganda».

Redazionale di «Dialogo in Valle», periodico cattolico di Condove (Torino), dicembre 2001

Bibliografia essenziale

–  Chalmers Johnson, «Gli ultimi giorni dell’impero americano. I contraccolpi della politica estera ed economica dell’ultima grande potenza», Garzanti, Milano 2001 (l’autore è un professore statunitense)

–  Franco Fornari, «Psicoanalisi e cultura della pace», Edizioni Cultura della pace, Fiesole (l’autore è uno psicanalista italiano, scomparso qualche anno fa)

–  Samuel P. Huntington, «Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale», Garzanti, Milano 2001 (il libro sostiene la diversità tra la cultura occidentale e quella islamica, nonché l’inevitabilità dello scontro)

–  Noam Chomsky, «Egemonia americana e “stati fuorilegge”», Edizioni Dedalo 2001 (l’autore è un professore statunitense del M.I.T. di Boston)

–  Noam Chomsky, «11 settembre. Le ragioni di chi?», Marco Tropea Editore 2001

–  Gore Vidal, «La fine della libertà», Fazzi Editore 2001 (l’autore è uno scrittore statunitense)

–  Ahmed Rashid, «Talebani», Feltrinelli, Milano  2001

–  Giulietto Chiesa/Vauro, «Afghanistan anno zero», Guerini e Associati, Milano 2001

–  Ana Tortajada, «Il grido invisibile. La vita negata delle donne afghane», Sperling & Kupfer, Milano 2001

–  AA.VV., «No Global. Gli inganni della globalizzazione sulla povertà, sull’ambiente e sul debito»,  Zelig Editore, Milano 2001

–  Gino Strada, «Pappagalli verdi», Feltrinelli, Milano 1999

(un medico davanti ai disastri della guerra).

Cliccando su … siti internazionali:

–  http://www.rawa.org

è il sito dell’«Associazione rivoluzionaria delle donne afghane», nata a Kabul nel 1977

–  http://www.9-11peace.org

è un sito pacifista statunitense; 9-11 stanno ad indicare la data dell’11 settembre 2001

http://www.thenation.com

sito dell’omonima rivista, per trovare un’informazione statunitense meno schierata con il potere

–  http://www.amnesty.org

il sito di Amnesty international

–  http://www.landmineaction.org 

il sito delle organizzazioni che si battono contro la produzione delle mine antiuomo

–  http://www.un.org 

il sito delle Nazioni Unite.

Siti italiani:

–  http://www.emergency.it

il sito dell’organizzazione umanitaria italiana fondata nel 1994 dal chirurgo Gino Strada

–  http://www.unimondo.org

sito di Trento, con moltissime informazioni sulle principali tematiche mondiali, dal debito alla globalizzazione

–  http://www.warnews.it 

sito che informa sui conflitti nei vari paesi del mondo, molto facile da utilizzare

–  http://www.peacelink.it 

storico sito italiano sulle tematiche della pace

–  http://www.nonluoghi.it

sito per un giornalismo critico, tra fatti, idee e utopia

–  http://www.lunaria.org

sito su volontariato internazionale, immigrazione, razzismo.


MAI PIU’  TORNERÒ SUI MIEI PASSI

poesia di Meena (*)

 Sono una donna che si è destata.

Mi sono alzata e sono diventata una tempesta,

che soffia sulle ceneri

dei miei bambini bruciati.

Dai flutti di sangue del mio fratello morto sono nata.

L’ira della mia nazione me ne ha dato la forza.

I miei villaggi distrutti e bruciati mi riempiono

di odio contro il nemico.

Sono una donna che si è destata,

la mia via ho trovato e più non tornerò indietro.

Le porte chiuse dell’ignoranza ho aperto.

Addio ho detto a tutti i bracciali d’oro.

Oh compatriota, io non sono ciò che ero.

Sono una donna che si è destata,

la mia via ho trovato e più non tornerò indietro.

Ho visto bambini a piedi nudi, smarriti e senza casa,

ho visto spose con mani dipinte di henna

indossare abiti di lutto,

ho visto gli enormi muri delle prigioni inghiottire

la libertà nel loro insaziabile stomaco.

Sono rinata tra storie di resistenza, di coraggio.

La canzone della libertà ho imparato negli ultimi respiri,

nei flutti di sangue e nella vittoria.

Oh compatriota, oh fratello, non considerarmi

più debole e incapace.

Sono con te con tutta la mia forza sulla via

di liberazione della mia terra.

La mia voce si è mischiata alla voce di migliaia

di donne rinate, i miei pugni si sono chiusi insieme

ai pugni di migliaia di compatrioti.

Insieme a voi ho camminato sulla strada della mia nazione,

per rompere tutte queste sofferenze,

tutte queste catene di schiavitù.

Oh compatriota, oh fratello, non sono ciò che ero.

Sono una donna che si è destata,

la mia via ho trovato e più non tornerò indietro.

Sono la donna che si è svegliata.

Mi sono alzata e sono diventata tempesta

fra le ceneri dei miei figli bruciati.

I miei villaggi in rovina e in cenere mi riempiono

di rabbia contro il nemico.

Oh compatriota, non mi guardare più debole e incapace.

La mia voce si mescola con migliaia di donne in piedi,

per rompere tutte insieme tutte queste sofferenze e queste catene.

Sono la donna che si è svegliata,

ho trovato la mia strada e non tornerò mai indietro.

 (*)  Meena, nata a Kabul nel 1957, fondatrice dell’«Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan» (RAWA), fu assassinata da agenti segreti russi e afghani a Quetta, in Pakistan, il 4 febbraio 1987.

 (*) Davide Casali è nato a Torino nel 1974. Fotografo freelance, ha fatto reportages su Sudan, Kenya, Kosovo, Perù, Colombia, Messico, Pakistan, Afghanistan, pubblicati da varie testate (la Repubblica, L’Unità, il Manifesto, Liberazione, La Stampa, Nigrizia, Missione Oggi, Missioni Consolata ecc.). Ogni tanto, come dimostra questo dossier, si cimenta anche con la scrittura, ma alla penna e ai tasti del computer dice di preferire la macchina fotografica.

© Missioni Consolata 2002

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