Fisicamente

di Roberto Renzetti

Indice


La borghesia statunitense dichiara guerra al proprio ed altrui proletariato. Una direttiva ai padroni di tutto il mondo e un invito alla classe operaia internazionale perchè si attrezzi alla sfida.

Il “sorprendente” ritorno in campo dei repubblicani. Questa la “novità” che ha segnato negli ultimi mesi la scena politica degli Stati Uniti. Essa è rimbalzata di qua dell’Atlantico a seguito dei risultati elettorali dello scorso novembre, quando la destra repubblicana ha, in un sol botto, conquistato la maggioranza nei due rami del Congresso e vinto il referendum contro gli immigrati che aveva promosso in California(1). Queste vittorie elettorali però sono solo la punta “visibile” di un movimento profondo che scuote le viscere della società statunitense e che vede in primo piano la mobilitazione antiproletaria delle classi medie opportunamente sostenuta a suon di miliardi dalla “high class“.

Così negli Stati Uniti del “contratto sociale” e del welfare clintoniano, la borghesia riscopre la necessità di rilanciare la guerra di classe contro la propria classe operaia e le sterminate masse di lavoratori latino americani. Essa manda a dire a tutto il mondo che in casa sua non è più tempo per “governi di tregua”. E quando accade e dove accade tutto questo? Nell’anno clou della ripresa economica (2) e nel cuore del capitalismo internazionale, laddove la borghesia può vantare i massimi e più perfezionati strumenti finanziari, militari e politici per scaricare la crisi sui concorrenti e sui paesi del terzo mondo. E se non è più tempo per “governi di tregua” negli Stati Uniti del nuovo “miracolo economico”, figuriamoci altrove…

Il rapido declino del clintonismo

Quando Clinton salì sul palcoscenico politico mondiale, i suoi epigoni alla Veltroni ne preannunciarono la lunga e duratura vita e lo indicarono come modello per il futuro “democratico” di tutta la terra. Si disse che il mix di statalismo e mercato, la razionale gestione del debito pubblico improntata ad un rigore non eccessivamente punitivo verso lo stato sociale, la larghezza di vedute in politica estera avrebbero sancito la definitiva sepoltura degli aspetti aggressivi e “totalizzanti” dell’appena trascorso mandato reganiano.

Si passava, insomma, dal liberismo sfrontato alla “razionale gestione del mercato”. Caduti i “muri” e la “guerra fredda”, che senso avrebbe avuto la brutale arroganza reganiana? La “intelligente” classe media statunitense, il “centro” sociale e politico cercato in Italia tra le macerie della “prima repubblica” e la cravatta di Buttiglione, emergevano trionfanti al suono interclassista e polirazziale del sax di Bill. Un motivo in più per gettare al rogo le “retrive” bandiere ideali comuniste e assumere ad esempio il toccante miracolo del dollaro democratico che riuniva nella stessa piazza, homeless, neri, chicanos di Los Angeles ed operai licenziati della General Motors, a cantare “We shall overcome” (3) con i finanzieri di Wall Street.

Dopo non molti mesi quegli stessi finanzieri e gran parte delle suddetta classe media si ritrovano nei circoli repubblicani e delle organizzazioni fondamentaliste cristiane, dove migliaia di attivisti innalzano la bandiera (e non solo quella) dell’abolizione totale dello “stato sociale”, organizzano cacce al negro ed al chicano, promuovono e vincono referendum per l’abolizione di ogni diritto per gli immigrati illegali e progettano di estendere il favore a quelli “legali”, sostengono crociate armate contro le “abortiste”, dichiarano guerra ad ogni proposta di innalzamento dei minimi salariali, disseppelliscono tutto l’armamentario nazional-sciovinista a stelle e strisce, fanno della “teoria del complotto” contro gli Usa il cardine della politica estera con tanto di riscoperta dell’orso sovietico da domare etc.etc. Dopo la batosta elettorale di novembre lo stesso Bill Clinton si è affrettato a dichiarare nel tradizionale “discorso alla nazione” che è ormai arrivata l’ora di fare “un passo avanti verso gli interessi della classe media” e di far si che “gli sforzi prima dedicati alla protezione dei ceti deboli siano concentrati nel taglio delle tasse” a favore delle classi medie. E tanto pentimento democratico segue ben poche e larvatissime concessioni ad un incremento reale dell’assistenza. Come mai un così rapido tramonto del clintonismo?

Dietro il suono ammaliante del sax, cosa?

E’ utile fare un passo indietro e tornare alle radici vere e ai veri obiettivi della politica clintoniana. Mettendo a frutto i risultati ottenuti dal reaganismo sia sul fronte interno che su quello esterno, essa si era prefissa lo scopo di consolidare la ritrovata egemonia statunitense nel mondo e, su questa via, di arginare l’insorgenza sociale che la rivolta di Los Angeles aveva annunciato e di compattare “consensualmente” larghe fette della classe operaia statunitense, come base per una maggiore forza sul piano internazionale, contro i concorrenti e gli sfruttati degli altri paesi.

La riduzione del deficit statale statunitense, il rilancio della competitività delle merci nazionali, il completamento dell’annessione finanziaria dell’America Latina, gli interventi “umanitari” in alcune “zone calde” del mondo (dalla Somalia ad Haiti passando per la Bosnia), la ventilata riforma sanitaria di “Hillary”(4): ecco alcuni tasselli del progetto che ha portato Clinton alla Casa Bianca.

La sua politica ha formalmente conseguito gli obiettivi economici che si era riproposta: nell’ultimo anno il PIL è cresciuto del 5%; l’industria statunitense ha riconquistato consistenti fette del mercato interno; il Messico è stato completamente annesso, mentre l’intera America Latina è tornata ad essere un immenso “cortile di casa”.

Ma questi risultati segnano forse l’innesco di un nuovo ciclo di sviluppo, simile a quello che il capitalismo mondiale conobbe nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale? Permettono forse il ritorno a quell’età dell’abbondanza nella quale la crescita economica permetteva a tutte le classi sociali di accedere a livelli sempre più alti di benessere? Ancora: si traducono in un impulso per stabilire relazioni via via più armoniche e pacifiche tra gli Stati Uniti e gli altri paesi? Uno sguardo ad alcuni aspetti della situazione sociale statunitense e a taluni avvenimenti degli ultimi mesi in campo internazionale è più che sufficiente, a meno di non avere gli occhi foderati con prosciutto veltroniano, per rispondere no, no e ancora no alle tre domande.

I “benefici” della ripresa per il proletariato Usa

La ripresa clintoniana sta innanzitutto producendo un’ulteriore polarizzazione sociale sul piano interno. All’aumento del 5% del PIL ha corrisposto un calo, per il 4° anno consecutivo, del reddito delle famiglie, risultato inferiore del 7% a quello del 1989 (dati 1993). L’aumento dell’occupazione non solo è minore di quella registrata nelle precedenti riprese, ma i nuovi posti di lavoro sono quasi sempre a termine o a tempo parziale e quasi sempre nei settori a più bassa remunerazione, quelli nei quali le paghe sono inchiodate al minimo di 4,25 dollari l’ora (il che vuol dire che un operaio con una famiglia di 4 persone percepisce un reddito complessivo inferiore a quei 14.763 dollari annui che costituiscono il limite dell’indice ufficiale di povertà). La rimessa in moto della macchina produttiva è, inoltre, accompagnata da una diminuzione dei salari.

Il tasso ufficiale di povertà tocca il 15% della popolazione: vivono ormai sotto la soglia della povertà 39.300.000 americani, dei quali 6 milioni (oltre il 25%) sono bambini. Il 20% dei ricchi americani accaparra il 48,2% del reddito nazionale, mentre al quinto più povero non resta più del 3,6%. Non a caso un responsabile padronale poteva dichiarare, alla vigilia delle elezioni, che dal Congresso uscente… “Non abbiamo ottenuto tutto quello che desideravamo, ma i sindacati in compenso non hanno ottenuto nulla” (5).

L’arte di disseminare mine nel terreno su cui ci si muove

Ma non accade solo che i benefici della ripresa sono sempre più appannaggio di una ristretta cerchia di capitalisti e a scapito di una crescente massa di proletari. La crescita degli indicatori economici non è nemmeno legata ad una crescita economica via via più stabile, verso l’interno e verso l’esterno. Basti pensare alla preoccupazione con cui i finanzieri di Wall Street hanno seguito la crisi messicana: al di là delle frasi di propaganda, gli stessi analisti borghesi sono ben lontani dal considerarla un raffreddore della “giovane” e “ardimentosa” economia del paese centramericano. Essa è invece il sintomo di una malattia senile che infetta l’arto messicano in quanto ha ormai conquistato l’intero corpo del sistema capitalistico mondiale, a partire dal suo cuore, cioè i centri finanziari di New York, di Tokio, di Francoforte, di Londra, ecc.

Non bastasse tutto questo, il capitalismo statunitense si ritrova ad agire in un’arena mondiale che ha visto tornare in campo, da protagonisti, attori che sembravano scomparsi, come ad esempio quello russo, e che vede profilarsi l’ombra imponente (e qualcosina in più che l’ombra) del colosso cinese: la fortunata situazione dei primi anni novanta è solo un piacevole (e amaro) ricordo…

Quanto raggiunto dagli Stati Uniti sotto la direzione di Clinton non è, quindi, la premessa di una crescita progressiva, ma un punto limite da cui si può in ogni momento arretrare e che, per il suo semplice mantenimento, richiede oggi la sostituzione della “delicata” ricetta clintoniana con un’altra ben più piccante. Come procedere sennò, senza lasciarci le penne, su un terreno (sociale, finanziario e internazionale) sempre più minato? Con Clinton non tramonta un modo di gestire il capitale contrapposto al reganismo, una strategia dirigista e neo roosveltiana, ma le speranze borghesi di uscire dall’impasse della crisi nella maniera più indolore possibile. Tramonta la possibilità del capitale Usa di sfruttare il suo primato economico per ridurre alla ragione i concorrenti senza innalzare il livello dello scontro interimperialista, trionfando di nuovo sulle macerie e la disgregazione degli avversari e del proletariato internazionale.

Cosa significa la rivincita liberista negli Usa e nel mondo: in campo economico e…

Clinton è succeduto al “decennio reganiano” che (alla faccia del liberismo) ha utilizzato massicciamente l’intervento ed il sostegno statale nell’economia per fronteggiare la crisi economica; egli stesso, presunto promotore del welfare, ha nei fatti adottato ricette “liberiste”, tentando di sgravare il peso del debito pubblico in favore della ripresa del mercato delle merci Usa. Questo scambio dei ruoli non deriva dallo scambio dei testi di base su cui i due si sono formati, ma dalla semplice verità capitalistica per la quale a stabilire in che modo orientare le “ricette economiche” non è la decisione a tavolino di pianificatori o liberalizzatori dell’economia, ma le richieste del mercato stesso. Da tempo è tramontata anche nei libri di testo dei padroni Usa la falsità, denunciata da Marx, di un potere autoregolatore del mercato capitalistico. Ed in pari tempo è emerso con chiarezza come gli strumenti del capitalismo maturo, tra cui l’intervento statale e la trasmissione al livello finanziario della concorrenza del mercato delle merci, non fanno altro che riproprorre ad un livello più alto la concorrenza e le contraddizioni dell’accumulazione capitalistica.

La rivincita del liberismo a scala mondiale non è che la sanzione di questa verità; laddove la “riscoperta del meccanismi autonomi” e senza costrizioni statali dell’economia è l’ammissione, mascherata dietro l’apologia delle virtù taumaturgiche del mercato, del fallimento degli strumenti più sofisticati, quali l’intervento statale, per alimentarlo e regolarlo. Questo ritorno o richiesta liberista in realtà non conduce ad un ipotetico ritorno all’epoca, mai esistita, del “libero mercato”, ma ad indirizzare tutte le risorse capitalistiche in funzione della massima ed illiberale concentrazione dei capitali. Per liberismo infatti il capitale intende la necessità di riappropriarsi “liberamente” di quella parte del valore prodotto che in qualche modo il proletariato riesce ancora a tenere per sé attraverso il salario diretto e la spesa sociale dello stato, nonchè la necessità di far confluire verso le sue concentrazioni finanziarie quell’altra parte di capitale che le sue sezioni minori gestiscono ancora in proprio. Non a caso gli ultra liberisti alla Gingrich sono anche ultra protezionisti.

Altro che libero mercato! La maggiore libertà richiesta dai repubblicani statunitensi e da tutti i “liberisti” (compresi Berlusconi&C.) è semplicemente quella di arraffare a piene mani tutto quello che ancora si può spremere dal proletariato mondiale. Essi si guardano bene dal rinunciare all’attivo intervento statale nell’economia ed anzi richiedono un incremento della spesa statale per sostenere le spese militari, per favorire le esportazioni, per impulsare gli investimenti Usa oltremare, per ammodernare l’apparato della ricerca scientifica, etc.

… in campo politico

Ma l’offensiva mondiale del liberismo ha un altro e più importante significato: quello di compattare le schiere dell’intera classe borghese sugli obiettivi di un’offensiva a tutto campo contro il proletariato e le sue “libertà”. Dietro questa bandiera esse dichiarano guerra alle classi sfruttate e spingono i propri stati, le proprie istituzioni ad attrezzarsi ad un epoca di acuto scontro sociale ed interimperialistico, liberandosi di tutti quegli intralci e quegli istituti di mediazione sociale che le rendono inadatte all’inasprimento dell’attacco. Clinton si appresta a percorrere il viale del tramonto non già perchè abbia utilizzato delle ricette economiche inadeguate, o perchè sia stato uno smodato elargitore del capitale in favore della spesa sociale, ma perchè la sua idea di riunificare e compattare il “fronte interno statunitense” per via “consensuale” non è percorribile e deve lasciar il posto ad una maggiore aggressività del capitalismo nord americano verso l’interno e l’esterno.

Non a caso il leader repubblicano Gingrich dichiara di essere egli stesso il vero ed unico rappresentante del rooseveltismo. Egli coglie di quel movimento, non già l’aspetto “secondario” del sostegno statale alla domanda interna, che consentì non la soluzione della crisi ma un compattamento sciovinistico nazionale sfociato nella guerra, bensì proprio il patriottismo, l’”idealismo”, la spinta a mobilitare il “popolo” in favore della “salvezza nazionale”, l’attivismo contro il “burocratismo” mollaccione dei politici. Non è dunque paradossale affermare che gli ultra liberisti di oggi siano l’altra faccia della medaglia dei rooseveltiani di allora.

I nuovi personaggi della “rivincita” repubblicana, infatti, non si limitano a richiedere un attacco deliberato allo stato sociale ed un ultraliberismo economico (niente tasse per i ricchi), ma si dipingono come i riformatori dell’intero sistema politico americano. Analogamente ai “costruttori della seconda repubblica nostrani” (tutto il mondo capitalistico è, ormai, paese) denunciano il “marcio” dei politici, la corruzione ed il “consociativismo” del sistema, e si richiamano agli ideali di frontiera dell’America puritana. In politica estera denunciano l’antipatriottismo delle direzioni del paese ed apostrofano come “concessioni al nemico” perfino gli accordi Gatt ed il Nafta. Condiscono la “teoria del complotto” contro gli Usa con richiami populistici che invitano “gli americani” alla tutela dei propri interessi contro “chi ci ruba i posti di lavoro” (immigrati, messicani e “potenze straniere”).

“Nuovi” modi di far politica

Ma quello che distingue maggiormente le “nuove crociate” dal reganismo è la tendenza a veicolare la “rinascita degli ideali americani” con un movimento di attivisti, che travalicando i limiti del puro movimento d’opinione, tende ad organizzare il “malessere” ed i “timori” della media e piccola borghesia sul campo, nelle piazze, con periodiche campagne di mobilitazione sempre meno pacifiche.

Molti dei neo-deputati del “polo” repubblicano sono attivisti e leader delle organizzazioni fondamentaliste cristiane che promuovono iniziative di base e non disdegnano di fare l’apologia (e non solo quella) del “legittimo uso della violenza” per tutelare il “diritto alla vita” o gli altri valori della fede. Nel “contratto con l’America”, il manifesto elettorale dei repubblicani, oltre alla riproposizione delle rivendicazioni economiche “ultra liberiste”, si celebrano veri e propri obiettivi ideali e “valori cristiani” come quello di reintrodurre l’insegnamento religioso obbligatorio nelle scuole. Le proposizioni e perfino la terminologia dei leader repubblicani in politica estera riecheggiano le dichiarazioni di guerra contro il nemico esterno delle bande paramilitari che si organizzano con sempre maggiore frequenza e consistenza in alcune parti degli Stati Uniti. Lo stesso partito repubblicano sta nei fatti cambiando i connotati formali ed organizzativi del passato.

Questa determinata attivizzazione della base sta prendendo il posto o perlomeno integrando i tradizionali canali attraverso cui la borghesia raccoglieva il consenso tra i suoi vari settori e li trasmetteva al centro delle istituzioni mediante la sintesi dei loro diversificati interessi. Le campagne periodiche, le “crociate” contro gli immigrati, l’aborto etc. stanno sostituendo le tradizionali convention puramente elettorali e la rete delle corporazioni di categoria, delle lobbies professionali e di settore si dimostrano molto più sensibili a far convergere i propri sforzi verso queste forme di pressione nei confronti delle istituzioni, piuttosto che limitarsi alla fiducia nei consolidati meccanismi di delega.

Come negli altri paesi imperialisti, anche negli Stati Uniti l’ingresso in una fase più tormentata della crisi capitalistica mette in crisi i tradizionali meccanismi istituzionali con cui i vari pezzi della classe borghese riuscivano a ricomporre in unità i loro singoli interessi e a governare il conflitto di classe. I compassati commentatori politici americani sono semplicemente sorpresi dalla violenza con cui vengono vituperate le stesse istituzioni americane, compresa la figura del Presidente degli Stati Uniti (e anche questo dovrebbe ricordarci qualcosa), lanciando democratici allarmi sul rischio che l’agguerrito movimento repubblicano possa disgregare anziché rafforzare la stabilità del “sistema americano”, sul rischio che la tradizionale divisione orizzontale (tra popolo democratico e popolo conservatore) si tramuti in una suddivisione tra “alto e basso”, e cioè in dichiarato conflitto di classe. Inutile dire che questi allarmi lasciano il tempo che trovano poiché le spinte a disgregare le componenti borghesi e a riunificarle ad un livello più alto di adesione all’interesse complessivo del capitale sono l’unica risposta che l’istinto di conservazione del sistema capitalistico può trovare per difendere il proprio organismo dalla malattia che lo corrode.

Ma se la mobilitazione e le caratteristiche del movimento repubblicano tracciano le direttive su cui la borghesia cerca di ricomporre le sue forze, esse evocano in egual modo la necessità del proletariato nord-americano e di tutta la contigua ed “integrata” area latino-americana di procedere in analogo e contrapposto percorso.

Il movimento proletario statunitense: dalla resistenza in campo sindacale…

Gli anni dell’offensiva reganiana e della recessione hanno messo a dura prova il movimento sindacale statunitense. Questo periodo ha visto più volte la classe operaia scendere in campo sia contro i licenziamenti che contro gli aumenti dei ritmi. Nella più classica tradizione del padronato statunitense la borghesia ha adottato tutti i mezzi per sconfiggere queste mobilitazioni, utilizzando largamente la pratica della sostituzione dei lavoratori in sciopero con manodopera disoccupata, contando sul pieno appoggio del governo e sul ricatto della recessione. Gli effetti di questo violento attacco sulla tenuta organizzativa e sindacale sono riassunti dal dato che rileva la perdita del 45% degli aderenti da parte del sindacato siderurgico negli anni tra il 1981 ed il 1991.

Queste esperienze hanno spinto perfino l’ultra moderato sindacato AFL-CIO a prendere in considerazione l’idea di un maggiore coordinamento delle mobilitazioni in atto in quegli anni -salvo boicottare quelle iniziative che promuovevano il collegamento dal basso delle esperienze di lotta-, a prendere atto della rottura voluta del padronato della tradizionale pratica di concertazione economica, su cui il sindacato aveva edificato il suo gigantesco apparato.

A sottolineare quest’ultima esigenza è intervenuta la rapida espansione dell’industria statunitense verso il Messico. La possibilità delle imprese statunitensi di spostare una parte consistente della produzione in territorio messicano, il conseguente utilizzo di manodopera sottopagata, richiedevano una risposta immediata pena il rischio concreto di un ulteriore ridimensionamento della capacità di contrattazione sindacale. Naturalmente l’impulso dato dalle organizzazioni sindacali ufficiali alla spinta dal basso per uniformare i contratti e le paghe dei lavoratori messicani delle imprese statunitensi emigrate in Messico, si è vestita degli abiti nazionalistici della difesa dei posti di lavoro americani.

Ma, nonostante questa ipoteca sciovinista, anche il solo porsi il problema della riunificazione materiale della classe operaia messicana con quella statunitense costituisce un oggettivo ed importantissimo salto di qualità del movimento sindacale nord-americano e un viatico decisivo verso la rottura degli steccati che storicamente l’imperialismo statunitense ha posto alla riunificazione del proletariato in tutta l’area.

La ripresa della battaglia sindacale e, con essa, i primi incerti passi per tentare di coordinare le organizzazioni e le lotte per la parificazione dei salari e dei ritmi nei due paesi fanno parte delle “conseguenze” dell’espansione commerciale e finanziaria degli Stati Uniti in Messico che preoccupano e danno le ali al fronte neo conservatore. Ma ciò che la rinnovata spinta tradeunionista ha messo sul tappeto travalica gli stessi limiti della politica di difesa sindacale.

…alla ricerca di un nuovo protagonismo politico

Già nel corso delle centinaia di durissime lotte locali degli anni bui del reganismo alcuni settori della classe operaia statunitense sono stati costretti ad uscire dalla consolidata illusione di poter sposare integralmente la causa del proprio capitale. Era ovvio che questo risveglio rivendicativo dovesse scontare la impreparazione degli operai statunitensi ad uno scontro che prendeva i connotati di una offensiva generalizzata della borghesia. Veniva violentemente disattesa la tranquilla e pacifica riproposizione dei termini generali del “contratto sociale”, mentre la organizzazione su base locale e di corporazione della difesa sindacale scontava i suoi limiti di fronte alla capacità padronale di usufruire del sostegno del governo e dello stato alla propria offensiva. In quegli anni per la prima volta sia la questione dei salari che delle condizioni di lavoro usciva dai canali della libera contrattazione di fabbrica o di settore ed i singoli padroni ricevevano dallo stato, in maniera diretta e manifesta, l’impulso a stabilire “nuove relazioni sindacali” (direttiva messa in moto dal clamoroso licenziamento degli 11 mila controllori di volo in sciopero da parte di Reagan nel 1981).

La sconfitta delle lotte parziali, anche molto dure, ha riproposto all’interno della classe operaia la necessità di riacquistare quel collegamento attivo tra lavoratori che risultava vitalmente necessario di fronte alla capacità padronale di ostacolare le singole lotte mediante il sistematico utilizzo dei propri strumenti generali di classe. Quelle esperienze non potevano che risultare preziose nella fase successiva. Non solo gli attivisti sindacali ed i protagonisti delle lotte parziali dovevano sempre di più richiedere alle proprie centrali sindacali l’impegno a farsi carico di rivendicazioni generali unitarie, ma andava facendosi strada nelle esperienze di lotta ed organizzazione più determinate l’idea che a tale offensiva generale di difesa del profitto andava contrapposta una pari strategia sindacale che fosse in grado di sostituire il rapporto di piena integrazione con le istituzioni statali (ormai in evidente crisi) con una “politica generale più vicina al punto di vista operaio ed ai suoi interessi autonomi”. La rottura dei precedenti equilibri “consociativi” costringeva, insomma, il movimento sindacale statunitense a cercare un nuovo canale per tornare a “contare” sulla scena politica.

primi passi

In una prima fase questa esigenza si è manifestata con la ripresa di aspettative verso la candidatura di Clinton e con una maggiore pressione sui candidati democratici locali perchè rappresentassero le esigenze operaie. Successivamente la profonda delusione di queste aspettative ha indotto la parte più attiva del movimento sindacale a fornirsi di strumenti più adeguati: da qui è partita la proposta di un Partito del Lavoro (L.P.) che, sulla base di una propria autonoma piattaforma sindacal-politica, si facesse carico della rappresentanza politica operaia senza delegarla all’apparato del Partito Democratico. La formalizzazione di questa proposta nell’anno in corso ha ricevuto una sostanziale spinta proprio dall’inasprimento dello scontro che l’offensiva repubblicana preannuncia. Essa è stata partorita anni addietro direttamente dall’interno delle Unions sindacali, in particolare da quella dei chimici, e presenta evidentissimi limiti politici sia nella incapacità di sottoporre a critica complessiva il sistema capitalistico sia nel presentare l’ibrido unionista come strumento per rispondere alla latente richiesta di un partito di classe. Ma pur delineandosi come uno “strumento di pressione” legato al Partito Democratico, questa proposta, che conta un numero rilevante di aderenti, rappresenta un sintomo significativo del percorso che il movimento operaio statunitense sarà sempre più spinto a percorrere per rispondere ai colpi dell’offensiva capitalistica: superamento della sua frammentazione e riacquisizione di tutti gli strumenti di classe dello scontro, programma politico autonomo e partito compresi.

Nonostante la componente maggioritaria del L.P. sia restia ad allargare la partecipazione all’organizzazione al di fuori dei membri iscritti alle Unions sindacali, la sua stessa formazione indica una necessità contraria a quella del puro unionismo sindacale. E ciò è un’ulteriore riprova del fatto, valido non solo per gli Stati Uniti ma per tutti i paesi nella fase imperialista, che l’attivizzazione sindacale nei periodi di crisi assume potenzialmente quei connotati di rottura con il sistema esattamente opposti alla integrazione dei periodi di pacifico sviluppo del capitale.

Certo l’esperienza del L.P. non può essere contrabbandata come una rinascita del sindacalismo rivoluzionario delle IWW (6), ma se il grado di “rottura” nella lotta contro il capitale è molto più basso di quello sancito da quelle organizzazioni, alcune delle condizioni oggettive dello scontro attuale pongono premesse più avanzate per superare il limite di fondo dell’esperienza del sindacalismo rivoluzionario americano: la mancanza di un partito centralizzato e di una strategia che mirasse alla presa del potere politico statale. Quello che interessa rilevare in queste esperienze è che il proletariato nord-americano viene spinto alla centralizzazione delle sue forze, e nel contempo a ritessere la trama della propria riorganizzazione in sempre più netta separazione ed opposizione al capitale, unitamente ad altre sezioni del proletariato internazionale, in primo luogo a quello messicano.

I fatti che si svolgono in nord America devono essere d’insegnamento a tutto il proletariato mondiale. Sulle stesse direttrici del capitale USA, con forme e difficoltà diverse, si muove la borghesia in tutti i paesi imperialistici…a noi il compito di riconoscerlo e di attrezzarci alla bisogna.


Note

1) E’ la famosa “proposition 187”, legge di iniziativa popolare dei repubblicani californiani che ha sancito l’esclusione degli immigrati “illegali” (buona parte dei lavoratori di quello Stato) da ogni beneficio assistenziale.

2) I dati parlano del 5% di aumento del PIL e di + 3.500.000 occupati.

3) Inno dei movimenti democratici del ’68 statunitense, riproposto tra le canzoni di celebrazione durante lo sfarzoso insediamento di Clinton alla Casa Bianca.

4) Negli Usa non esiste assicurazione medica obbligatoria e attualmente si calcola che più di 30 milioni di americani non sono coperti da alcuna protezione sanitaria

5) Dati e notizie riportati da Le monde diplomatique, edizione a cura de Il Manifesto, 18.12.94..

6) Le organizzazioni sindacali rivoluzionarie che guidarono il proletariato statunitense in una acceso scontro di classe. Esse travalicavano i limiti della pura protesta sindacale, organizzandosi come strumenti di lotta e “contropotere proletario”, senza limitare la propria azione al puro ambito fabbrichista


AFGHANISTAN: Dopo la guerra e le bombe, verrà il tempo della pace?

A KABUL NON BASTANO
GLI AQUILONI

di Davide Casali
  (con commento di Gino Strada)

http://www.missionariconsolata.it/mc/Articoli/2002/febbraio/dossier.htm 

«Il risultato è che i sovietici se ne sono andati, mentre  i vincitori – i mujaheddin –   la guerra non l’hanno ancora smessa, 12 anni dopo la ritirata sovietica. Anzi, molti di loro  l’hanno anche importata,   al loro rientro, nei Paesi d’origine. (…) E quel tale Osama,   prima in buoni rapporti con la CIA, ha finito col dichiarare  apertamente guerra…  agli Stati Uniti! E l’Afghanistan,    in tutto questo? 1.500.000 morti, 1.000.000 di mutilati, 4.000.000  di profughi».

(Gino Strada, medico e fondatore  di «Emergency»)

Dal Pakistan all’Afghanistan

Kabul è caduta !

L’attesa in una Peshawar invasa dai profughi e poi l’arrivo dell’agognata notizia: i talebani hanno lasciato Kabul. Siamo entrati in un paese devastato da trent’anni di guerre. A Kabul abbiamo trovato miseria, macerie e confusione, ma anche degli italiani che da anni si fanno onore. Come Alberto Cairo, che riassume così la situazione: anche dopo le bombe e la caduta dei talebani, per gli afghani la parola chiave è sempre e soltanto una, «sopravvivenza».

 Peshawar. Nei campi profughi della città pakistana la gente continua ad arrivare e le condizioni di vita si fanno sempre più precarie per mancanza di cibo e per l’imminente arrivo del freddo. «Anche se non sarà come l’inverno afghano, sarà sempre dura, ma almeno qui abbiamo più possibilità di sopravvivere» ci dice Nassim. Lui è fortunato. È riuscito ad aggirare il blocco della frontiera da parte dei soldati pakistani. Arrivato da pochi giorni, sembra ancora un po’ sperso, anche se continua a sorridere.

Appena rientrati nella «guest house» che ci ospita, dalla televisione via cavo arriva la notizia: Kabul è caduta!

Il giorno seguente ci rechiamo in vari uffici governativi, dove tentiamo (invano) di ottenere il permesso per transitare nelle «aree tribali». Ovvero in quelle zone del Pakistan, che da Peshawar arrivano sino alla frontiera con l’Afghanistan, in mano a tribù locali. Potremmo quasi definirle zone franche, perché qui il governo pakistano non ha alcuna autorità. Si limita solamente al controllo della strada che, attraverso il Kyber Pass, porta sino alla città di confine di Thorkam.

Il giorno precedente un convoglio di giornalisti, con l’appoggio di un capo tribù,  ha «forzato»  il posto di blocco della polizia pakistana, che oggi quindi non sembra disposta ad accontentare fotografi, giornalisti e cameramen occidentali che premono per entrare in Afghanistan.

Per fortuna, arriva una telefonata di un amico del Gr Rai, il quale ci informa che i pakistani  hanno finalmente deciso di accordare il permesso di transito attraverso le zone tribali.

Il 17 novembre finalmente riusciamo a partire, con un centinaio di altri rappresentanti dei media  di tutto il mondo. Arriviamo a Thorkam, dove le operazioni di controllo dei passaporti  sono estenuanti, un po’ per il numero di persone da controllare, un po’ per l’estrema meticolosità dei pakistani.

Alle 19.00 riusciamo ad entrare in Afghanistan.

SULLA STRADA PER KABUL

«Welcome to Afghanistan» sorride il mujaheddin, appoggiato al pick-up che ci sbarra la strada. Alcuni come lui formeranno la nostra scorta sino a Jalalabad.

Al mattino presto ci sveglia la guida, informandoci che il giorno precedente molte macchine di giornalisti  avevano percorso la dissestata via del contrabbando che porta a Kabul e che, anche in quel momento, molti si stavano mettendo in viaggio.

Lungo la strada attraversiamo zone desertiche e oasi coltivate (prevalentemente a cavolfiori), che costeggiano il fiume Kabul. Dopo circa tre ore, nonostante il ramadan, la nostra guida si ferma per offrirci un tè nel piccolo ospedale gestito da afghani con fondi di una Ong francese. «Qui i talebani praticamente non si sono mai visti. Solo qualche ferito in scontri nelle vicinanze» ci dice un infermiere.

La strada è ormai una pista. Di tanto in tanto, si incontra qualche nomade con le sue greggi o bambini, che cercano di racimolare qualcosa tappando le buche lungo il percorso e chiedendo qualche spicciolo alle vetture che transitano.

A ricordarci di essere in un paese in guerra da ormai trent’anni, ci sono carcasse di carri armati sovietici, arrugginite dal tempo e depredate di tutto ciò che poteva essere utile.

Eccoci a Sourubi. Ci sono una grande diga e la centrale elettrica che fornisce la corrente a Kabul. Qui incontriamo il primo posto di blocco dell’Alleanza del nord. I militari non fanno alcun tipo di problema, sorridono e parlottano con l’autista.

Arriviamo a Kabul, dopo aver tirato un sospiro di sollievo, per aver superato senza problemi il canyon che ci separava dalla capitale.

È evidente la presenza dei mujaheddin, soprattutto nelle zone strategiche della città. Ci stupisce  il fatto che in soli 2 giorni l’Alleanza del nord abbia già occupato tutti i posti di controllo e stia organizzando l’amministrazione, mentre al nord del paese la guerra prosegue. Gli americani continuano a bombardare perché i talebani dicono di non volersi arrendere se non a una forza dell’Onu.

Kabul, comunque, sembra sicura. I mujaheddin ci rassicurano e ci dicono che problemi potrebbero esserci solo con alcuni gruppi di arabi e pakistani che si sono rifugiati sulle montagne. «Di tanto in tanto ne viene catturato qualcuno, oppure scende dalle montagne per la fame», ci dice Abdullah, venticinquenne comandante di un piccolo gruppo di uomini che arriva dal Panshir.

Ci raccontano che nei giorni precedenti ci sarebbero stati diversi linciaggi, ma che ora si sono spostati soprattutto fuori città. La gente sembra cordiale e tutto sommato felice di aver recuperato un po’ delle libertà perse nel 1994. Molti ragazzi che parlano un po’ di inglese si offrono come guide ai giornalisti. Per loro significa guadagnare in pochi giorni quello che di solito racimolano in un anno o più.

LO STADIO DEGLI IMPICCATI

Le macchine dei mujaheddin sono tappezzate di manifesti del comandante Massud, «il leone del Panshir», ucciso il 9 settembre. In soli 3/4 giorni sono spuntati, qua e là, negozi di radio e televisioni, libri e musicassette. In un piccolo supermercato troviamo persino alcuni prodotti italiani (Barilla, Nutella), corn-flakes, tonno, olio d’oliva, sigarette americane. «Arriva quasi tutto da Dubai (Emirati Arabi)» ci spiega il proprietario. 

Andiamo allo stadio. All’ingresso incontriamo il custode.  Abdarsak  ha 48 anni e lavora qui da parecchio tempo. Ricorda che, in 5 anni di regime, su quel campo sono state impiccate non meno di 50 persone e almeno altre 500 hanno subìto il taglio di una mano. «Nell’intervallo allo stadio di Kabul c’era quasi sempre qualche “fuori programma”».  Racconta di quel sabato 11 agosto 2001: «Sono le due di pomeriggio. I tagiki del Pamir, in maglia rossa e pantaloni lunghi, e gli azarà di Maivan, in completo verde e pantaloni lunghi, stanno per affrontarsi. Non è una partita ufficiale eppure lo stadio è gremito, ci saranno 30 mila persone. Sono così rare le occasione per divertirsi che una qualsiasi partita di calcio diventa un evento. L’arbitro dà il fischio di inizio. Si gioca. Mancano 10 minuti alla fine del primo tempo, quando dall’altoparlante si chiede di fare silenzio e di sospendere la partita. Eccolo il “fuori programma”!

La voce dura di Abdrakam Arrà, il temuto capo della polizia religiosa talebana, annuncia che da lì a pochi minuti verranno puniti, in nome di Allah, 4 uomini macchiatisi di crimini gravissimi. Calciatori, arbitro e guardalinee hanno già raggiunto le linee laterali per non perdersi lo spettacolo. L’altoparlante torna a dire qualcosa e i colpevoli, due ladri e altrettanti assassini,  vengono spinti, ammanettati, a centro campo, dove sono attesi da una dozzina di boia incappucciati».

Prosegue Abdarsak: «Il rituale era sempre lo stesso: gli assassini venivano impiccati alle traverse e poi finiti a fucilate; i ladri subivano il taglio di una mano».  Le esecuzioni non avvenivano solo allo stadio, ma anche in una piazza, alla periferia residenziale di Kabul, chiamata Charai Aiana, ma tristemente nota con il soprannome di piazza della morte. Al centro di quello slargo a luglio hanno penzolato, da una gru, quattro uomini accusati di aver minato l’Hotel Kabul,  quartier generale dei talebani; ma era solo un pretesto per liberarsi di quattro scomodi oppositori. 

IL DOTTOR CAIRO, L’«ANGELO ITALIANO»

Kabul di notte è una città fantasma. Non vige un vero e proprio coprifuoco, ma di fatto è come se ci fosse. Solo alcuni giornalisti si muovono (ma rapidamente) da un albergo all’altro. Mentre mangiamo un piatto di riso con pollo, un ragazzo ci raccomanda di ricordare che le croci bianche sulle case segnalano che sono state sminate, mentre quelle con la croce rossa non lo sono. Ci ricorda anche che nel paese rimangono circa 11 milioni di mine.

Poiché le stime parlano di circa 8/9 milioni di abitanti, questo significa più di una mina per afghano! Ecco perché, per strada, è normale vedere persone con una sola gamba.

Incontriamo il dottor Alberto Cairo (laureato in legge, ma convertitosi alla fisioterapia) nel suo centro ortopedico, ospitato presso l’ospedale Wasir Abkhar Khan.

«Sono appena rientrato dopo 57 giorni, non ce la facevo più a stare lontano da qui. Non sapevo cosa avrei trovato, ma vedo ottimismo e fiducia. Molti sperano in qualcosa di nuovo e di buono, specie adesso che tutto il mondo guarda all’Afghanistan. Tutti sono contenti della fine dei bombardamenti, ma tutti sono preoccupati per il futuro: la fine degli attacchi e il cambio di regime non significano, automaticamente, pane, case, caldo, sicurezza o un governo stabile». Il dottor Cairo vive a Kabul da 12 anni, il suo centro ortopedico sforna protesi a getto continuo, avvalendosi a volte di materiali di recupero, come ad esempio copertoni.

Nel centro ci sono una sala ed un percorso all’aperto per la riabilitazione. Il personale dell’ospedale è tutto afghano, formatosi nel medesimo centro, e la maggior parte di esso è composto di ex pazienti. Continua il dottor Cairo: «La parola chiave in Afghanistan è sopravvivenza. Gli abitanti hanno dei meccanismi che io non riesco a comprendere: in qualche modo ce la fanno sempre, ma pur sempre sopravvivenza è. So che gli afghani hanno grandi capacità lavorative, ma non mi aspettavo che potessero portare avanti da soli tutte le nostre attività, pur avendo così tanta pressione sulle spalle. I laboratori ortopedici hanno fabbricato gambe, braccia, stampelle; le distribuzioni di cibo sono andate avanti. Il centro è in perfetto ordine. Ci sono persino i fiori. Temevo che i colleghi afghani mi avessero mentito, per farmi stare tranquillo. Invece no, è tutto a posto».

Salutiamo il dottor Cairo e continuiamo i nostri giri per Kabul.

A SPASSO TRA LE MACERIE DELLA CAPITALE

Alcune zone della città sono completamente distrutte. Ci sono milioni di fori di proiettile, come se un pazzo fosse entrato, casa per casa, sparando centinaia di colpi in ogni stanza.

Il museo è devastato; l’università, per il momento, resta chiusa.  L’ex palazzo reale, alla periferia di Kabul, è uno scheletro di travi e calcinacci. Peccato, doveva  essere bello. La Tomba del Padre (un anonimo mausoleo) è stata bombardata. Lo zoo, nonostante tutto, resiste ed ospita un orso spelacchiato, qualche scimmia ed un leone entrato nella leggenda, perché è sopravvissuto allo scoppio di una granata lanciatagli da un mujaheddin per vendicare la morte del fratello, sbranato  dall’animale. Quella che era l’ambasciata russa è ormai occupata da circa 20 mila profughi.

Incontriamo due donne, rigorosamente con il burqa, che pare abbiano voglia di chiacchierare. Anche loro sono sfollate e si sono rifugiate qui per sfuggire ai combattimenti che per anni hanno bersagliato le zone a nord della capitale. Si ritengono fortunate, perché anche con i talebani hanno potuto continuare a lavorare.

Da due anni lavorano come assistenti sanitarie ed educatrici presso il campo profughi. Si tratta di un progetto organizzato da «Save the children». Pur sembrando molto giovani, sono entrambe sposate. Una di loro però non pare soddisfatta, ed il fatto che ne parli con due stranieri è sorprendente. Si è sposata da 7 mesi e, dopo appena uno, il marito è partito per l’Iran in cerca di lavoro. E oggi lei è costretta a vivere con la famiglia di lui. Gli uomini di casa si affacciano alla finestra, un po’ curiosi e un po’ minacciosi; ma lei non pare scossa e continua a camminare disinvolta fra la polvere con le sue scarpe bianche, unica parte visibile sotto il  burqa.

LE BOMBE «INTELLIGENTI»

I soldati dell’Alleanza del nord cominciano a farsi più rigidi con i giornalisti occidentali. Ci negano il permesso di fotografare alcuni carri armati talebani bombardati dagli americani, ci impediscono di vedere alcuni prigionieri arabi e pakistani, rinchiusi in un container, nel mezzo di una delle basi.

Dietro la vittoria dell’Alleanza ci sono i bombardamenti anglo-americani, che hanno lasciato il segno, e non solo sulle basi militari. Nei paraggi di questi obiettivi molte case civili sono state distrutte. Errori? C’è chi li ammette e chi no.

 «Non posso giustificare un errore che ha ucciso tutta la famiglia di mio fratello» ci dice Abdul. «La casa è stata colpita durante i primi bombardamenti – spiegano alcuni vicini -. Erano da poco passate le otto quando, all’improvviso, l’esplosione: 9 morti e 12 feriti». «Mio fratello non ha mai avuto nulla a che fare con i talebani era un semplice maestro» racconta Abdul. Ma le bombe, si sa, non guardano in faccia nessuno.

Molte sono le zone di Kabul colpite dai bombardamenti. Vicino all’Hotel Continental, dove alloggiano la maggior parte dei giornalisti, nella zona di Karte Parvan, si trova una villa che era stata donata dal re ad uno dei suoi consiglieri più fidati. Negli ultimi anni la villa era diventata la base di alcuni arabi e per questo sarebbe stata bombardata. Sotto il buco nel tetto ci sono ancora i resti del missile «intelligente» lanciato dagli americani.

Alcuni mujaheddin stanno ripulendo lo stabile. Ci dicono che intendono farvi una guest house per il ministero della Difesa. Ma il fatto di essere tornati grazie alle bombe americane non vi reca qualche imbarazzo? Ci risponde Quasim, ventiduenne capo militare dell’Amirat del Panshir, evidentemente soddisfatto di essere tornato a Kabul: «Certo, le bombe americane ci hanno aiutato. Hanno colpito i terroristi, nemici dei musulmani, del nostro paese nonché dell’umanità intera». Invece sulla sorte di possibili prigionieri preferisce lasciare la risposta ai suoi superiori.

Da ieri mattina è cominciato l’attacco a un migliaio fra talebani e arabi che si sono raggruppati a Maidan Shar, una quarantina di chilometri a sud-est di Kabul. Un punto strategico per entrambi i contendenti, poiché qui passa la strada che porta ad Herat e Kandahar. Il comandante Haji Shirihalam, in un improvvisato incontro con i giornalisti, dichiara: «Abbiamo negoziato per 10 giorni. Alla fine, lunedì scorso, i talebani sono venuti a dirci che si sarebbero arresi e che avrebbero consegnato le armi. Ma così non è stato e noi questa mattina abbiamo attaccato».

Il problema è che qui, come in altri posti del paese, i talebani sarebbero anche disposti ad arrendersi, ma gli arabi e i pakistani che sono con loro si oppongono, ben sapendo che a loro spetta la sorte peggiore. Fra i talebani afghani è quasi subentrato un sentimento nazionalista, essendo consapevoli del fatto che per loro le pene saranno miti, sempre che siano puniti.

Guljan, trentaduenne studente di teologia, come ama definirsi, ci dice: «Per il mio paese io voglio solo la pace». Discute tranquillamente con alcuni soldati dell’Alleanza, tra sorrisi ed abbracci da vecchi amici ritrovati. «Era nostra intenzione arrenderci, ma gli stranieri ce l’hanno impedito». Sanno di non avere via di scampo, che non possono certo tornare a casa. I combattenti stranieri sono stati i primi ad essere passati per le armi dai mujaheddin, quando sono stati intercettati, mentre sembra che in alcuni casi, come a Kunduz, siano stati gli stessi stranieri ad uccidere i talebani che volevano arrendersi.

Torniamo verso Kabul, lungo la strada che è un continuo sali e scendi. Ai lati viene continuamente segnalata la presenza di mine. Appostati nei luoghi strategici, i mujaheddin scrutano l’orizzonte o formano i posti di blocco, che qui sono più numerosi che altrove.

 L’impatto con l’entrata sud della capitale è assolutamente impressionante: una città completamente devastata,  macerie su macerie. Superata la parte distrutta durante i 20 anni di guerra civile, l’altra, quella sopravvissuta, sta chiudendo i battenti.

In tempo di ramadan, al calar della sera comincia la corsa verso casa per l’agognato pasto dopo il lungo digiuno. Cosa troveranno sulla tavola i milioni di afghani che vivono solo degli aiuti umanitari? Intanto, al mercato di Kabul, i prezzi dei beni alimentari sono in costante aumento. Succede sempre durante il mese di ramadan, ma oggi, in più, ci sono la guerra e gli stranieri.


Afghanistan una storia tormentata

Dal XIII al XVI secolo

L’Afghanistan è governato prima da Gengis Khan, poi da Tamerlano e dai suoi discendenti.

 1839-1919: le guerre con gli inglesi

Persa la prima guerra anglo-afghana (1839-1842), gli inglesi si rifanno nella seconda (1878-1880) e stabiliscono sull’Afghanistan un protettorato. Nella terza ed ultima guerra (1919), gli afghani si liberano degli inglesi. 

 Dal 1933 al 1963

L’Afghanistan è governato dal re Zahir Shah. Durante la seconda guerra mondiale, il paese riesce a mantenere l’integrità nazionale e una difficile neutralità. A partire dagli anni Cinquanta diventa un protettorato di fatto dell’Unione Sovietica.

 1964: riforme democratiche

Zahir Shah approva una nuova costituzione trasformando il regno in una democrazia con libere elezioni e diritti civili.

 1973: il re viene detronizzato

Luglio – Il re Zahir Shah viene detronizzato da un colpo di stato organizzato dal principe Mohammed Daud. L’Afghanistan viene proclamato repubblica e Daud ne diventa il presidente.

 1978: nascono i «mujaheddin»

Aprile – Daud viene ucciso. Il Partito democratico del popolo afghano (PDPA), filo-sovietico, dà il via alla «Rivoluzione d’aprile», che porta alla nascita della Repubblica democratica dell’Afghanistan. Al potere sale Mohammed Taraki, con Babrak Karmal primo vice premier.

Agosto/dicembre – Le riforme del nuovo regime, volte alla sovietizzazione e alla laicizzazione del paese, alimentano il malcontento di larghi strati della popolazione. Comincia a organizzarsi la resistenza islamica armata (mujaheddin) con l’appoggio degli USA.

 1979: l’invasione sovietica

16 settembre – Il presidente della repubblica Taraki viene ucciso e il potere passa nelle mani di Afizullah Amin. Il PDPA si spacca. L’URSS, che non gradisce l’ascesa di Amin e teme un’estensione della ribellione islamica alle vicine repubbliche di Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, decide di invadere l’Afghanistan.

27/28 dicembre – Truppe dell’Armata Rossa entrano nel paese. Amin viene assassinato dai servizi segreti di Mosca e i sovietici installano al potere Babrak Karmal.

 1980: interessi vitali

In occasione del tradizionale discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente USA Jimmy Carter dichiara che «il tentativo da parte di una potenza straniera di conquistare il controllo della regione del Golfo Persico sarà considerato come un assalto agli interessi vitali degli Stati Uniti e sarà respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza militare». Gli USA offrono al Pakistan un piano di aiuti economici e militari (missili Sidewinder e Stinger) per arrestare l’avanzata dell’URSS in Afghanistan.

1983: profughi

Il numero dei profughi afghani raggiunge livelli altissimi: circa 3 milioni e mezzo di persone sono rifugiate in Pakistan, 2 milioni in Iran e diverse migliaia in India, in Europa e negli Stati Uniti.

Le truppe sovietiche in Afghanistan ammontano ormai a più di 100 mila unità.

 1986: arriva Najibullah

Maggio – Babrak Karmal perde l’appoggio dell’URSS e viene costretto a dimettersi. Lo rimpiazza il medico, ex capo della polizia segreta e segretario del PDPA, Mohammed Najibullah.

 1988: accordi di Ginevra

Aprile – Dopo anni di incontri tra il governo afghano, i gruppi ribelli e i rappresentanti di USA e URSS, sotto l’egida dell’O.N.U., a Ginevra si firmano gli accordi per il definitivo ritiro sovietico.

Maggio – L’URSS rivela che 13.310 soldati sovietici sono morti e 35.478 sono rimasti feriti nel corso degli 8 anni di guerra in Afghanistan. Il 25 maggio inizia ufficialmente il ritiro dell’Armata Rossa. Ad agosto il contingente sovietico nel paese è già dimezzato.

Luglio – A Kabul Najibullah forma un governo di coalizione, nella sostanza filosovietico, nonostante la presenza di alcuni ministri non comunisti.

 1989: i sovietici si ritirano

15 febbraio – Ritiro definitivo delle truppe sovietiche.

Aprile – I guerriglieri musulmani mujaheddin, si trasformano progressivamente in un esercito regolare, organizzato e ben equipaggiato, con il sostegno della C.l.A. e del Pakistan. Continuano a combattere contro il governo moderato di Najibullah, ma per il momento controllano solo alcune aree rurali.

 1991: crolla l’Unione Sovietica

Novembre – Burhanuddin Rabbani guida una delegazione mujaheddin a Mosca per discutere di un possibile cessate il fuoco. Le parti si accordano per il trasferimento del potere a un governo islamico ad interim e per lo svolgimento di libere elezioni entro 2 anni.

8 dicembre – L’URSS cessa di esistere. Al suo posto nasce la Comunità di Stati Indipendenti (CIS).

 1992: l’ora di Rabbani e Massud

Aprile/giugno – Kabul è presa dai mujaheddin. Dopo giorni confusi e sanguinosi scontri intestini tra le forze ribelli, si costituisce un governo di coalizione sotto la guida di Burhanuddin Rabbani.

Vi entrano rappresentanti dei 7 partiti della guerriglia. Il comandante Ahmad Shah Massud viene nominato ministro della difesa.

 1994: arrivano i talebani

Novembre – I componenti della fazione più fondamentalista, quella degli studenti sunniti di teologia coranica, i talebani, compaiono per la prima volta sulla scena come gruppo armato. Da questo momento i combattimenti subiscono un’escalation.

Novembre – Kandahar viene presa dai talebani, che assumono anche il controllo di due province del sud, Lashkargarh e Helmand.

1995: i talebani avanzano ovunque

5 settembre – Dopo mesi di combattimenti Herat cade nelle mani dei talebani. ll leader sciita Ismail Khan, luogotenente di Rabbani nella città, fugge in Iran. All’O.N.U. il ministero degli esteri di Rabbani accusa il governo pakistano di «aggressione diretta» per il sostegno fornito ai talebani nella presa di Herat.

Novembre – Le milizie talebane attaccano Kabul. Le truppe governative riescono tuttavia a respingere l’offensiva.

 1996: la caduta di Kabul

20 marzo – La shura dei talebani invita il popolo afghano alla jihad (guerra santa) contro il presidente Rabbani. Il maulvi Mohammed Omar è proclamato condottiero dei talebani.

26 settembre – I talebani muovono verso Kabul e la conquistano nella notte. ll presidente Rabbani e il primo ministro Hekmatjar fuggono. L’ex presidente Najibullah viene impiccato a un lampione. Mohammed Omar è nominato capo di un consiglio provvisorio formato da 6 membri. ll Pakistan invia una delegazione a Kabul.

28 settembre – L’amministrazione americana esprime «rammarico» per l’esecuzione di Najibullah, ma si dichiara disposta a stabilire relazioni con il nuovo regime. I talebani intanto avanzano verso il nord del paese.

2 novembre – L’Organizzazione della conferenza islamica decide di lasciare vacante il seggio dell’Afghanistan.

 1997: il Pakistan riconosce il governo talebano

La resistenza moderata antitalebana si concentra nella parte nord del paese, dove varie fazioni danno vita all’«Alleanza del Nord», appoggiata dalla Russia che non vuole perdere totalmente il controllo della regione. ll generale tagiko Massud guida l’Alleanza. La guerra prosegue durissima e a fasi alterne nelle province settentrionali.

24 maggio – I talebani entrano a Mazar-i-Sharif, impongono la sharia (la legge islamica) e chiudono le scuole femminili.

26 maggio – Il Pakistan riconosce il governo dei talebani.

4 settembre – Uno dei massimi dirigenti talebani si reca in Arabia Saudita, dove a Jeddah riceve promesse di aiuti da re Fahd. Accusa inoltre Iran, Russia e Francia di aiutare Massud.

17 dicembre – Il Consiglio di sicurezza dell’O.N.U. condanna i rifornimenti di armi da parte di eserciti stranieri alle fazioni afghane e invita le parti al cessate il fuoco.

 1998: Omar e Osama

9 luglio – Un aereo dell’O.N.U. viene colpito da un razzo a Kabul. Il maulvi Omar mette al bando la televisione e annuncia la deportazione dei cristiani e punizioni per i comunisti.

18 luglio – L’Unione europea sospende tutti gli aiuti umanitari a Kabul per le inaccettabili restrizioni cui è sottoposto il suo personale.

7 agosto – Le ambasciate USA in Kenya e Tanzania saltano in aria: i morti sono centinaia. Gli americani ritengono che il responsabile degli attentati sia Osama bin-Laden, un miliardario saudita che sostiene anche finanziariamente i talebani.

8 agosto – I talebani riconquistano Mazar-i-Sharif uccidendo 11 diplomatici iraniani e un giornalista. Massacro di migliaia di hazara.

18 agosto – L’ayatollah Ali Khamenei accusa Stati Uniti e Pakistan di usare i talebani come strumento antiiraniano. Il leader talebano Omar dichiara che il suo governo darà asilo a Osama bin-Laden.

20 agosto – Gli Stati Uniti lanciano 75 missili Cruise sui campi di Jalalabad e di Khost, che sarebbero al comando di Osama bin-Laden: 21 morti e 30 feriti.

29 dicembre – L’UNICEF denuncia il totale collasso del sistema educativo afghano.

 1999: gasdotti, sanzioni O.N.U. e oppio

9 febbraio – Il governo di Kabul respinge una lettera formale degli Stati Uniti in cui si richiede di consegnare Osama bin-Laden.

29 aprile – Talebani, Turkmenistan e Pakistan firmano un nuovo accordo per la costruzione di un gasdotto attraverso l’Afghanistan.

14 maggio – Gli Stati Uniti diffidano ufficialmente il Pakistan dal dare aiuto ai talebani. Washington dichiara nuovamente il suo favore per un ritorno a Kabul del re Zahir Shah, che si trova in esilio a Roma.

22 maggio – I talebani individuano una potenziale rivolta a Herat. Otto congiurati vengono giustiziati in pubblico. Un altro centinaio di nemici sono uccisi.

26 giugno – Zahir Shah convoca a Roma 70 delegati afghani per organizzare una Conferenza degli Anziani (la «Loya Jirga», tradizionale strumento istituzionale per risolvere i conflitti interni), ma i talebani rifiutano la sua mediazione.

6 luglio – Gli USA impongono sanzioni economiche e commerciali al governo dei talebani e congelano i loro patrimoni finanziari. I talebani si preparano intanto a un’offensiva estiva contro le truppe di Massud. Migliaia di giovani arabi e pakistani si uniscono a loro.

10 settembre – Le Nazioni Unite calcolano che la produzione di oppio in territorio afghano sia raddoppiata, raggiungendo le 4.600 tonnellate. Il 97% delle coltivazioni è sotto controllo talebano.

12 ottobre – In Pakistan, un colpo di stato militare rovescia il governo di Nawaz Sharif. Sale al potere il generale Musharraf.

15 ottobre – Il Consiglio di sicurezza dell’O.N.U. vota a favore dell’imposizione di sanzioni contro il regime di Kabul se, entro 30 giorni, i talebani non consegneranno Osama bin-Laden agli Stati Uniti.

11 novembre – Centinaia di persone scendono in piazza nelle maggiori città afghane per protestare contro le sanzioni dell’O.N.U. e chiedere il sostegno dei paesi islamici. Contemporaneamente esplode in Pakistan la protesta anti-occidentale degli integralisti islamici, che sfocia in una serie di gravi attentati.

14 novembre – Le sanzioni delI’O.N.U. diventano operative.

2000: tentativi di colloquio

Maggio – Secondo i dati O.N.U. la produzione di oppio in Afghanistan ha raggiunto cifre record, superiori alle 4.800 tonnellate. La superficie coltivata è cresciuta del 23%.

13 luglio – Il generale Massud lancia una controffensiva militare, ma la reazione dei talebani si dimostra più efficace del previsto. L’ex presidente Rabbani lamenta lo scarso sostegno all’Alleanza antitalebani da parte della comunità internazionale.

Ottobre – Una delegazione dei talebani è ricevuta a Washington al Dipartimento di Stato.

Novembre – Dopo una lunga opera di mediazione compiuta dall’inviato speciale dell’O.N.U. in Afghanistan Francisc Vendrell, i talebani e l’opposizione dell’Alleanza del Nord firmano un impegno a partecipare entro dicembre a una serie di colloqui di pace indiretti. Il 21 novembre, tuttavia, Stati Uniti e Russia chiedono l’inasprimento delle sanzioni contro i talebani.

Le organizzazioni umanitarie mettono in guardia le Nazioni Unite dai rischi dell’imposizione di ulteriori sanzioni, che causerebbero soltanto maggiori sofferenze alla popolazione civile già duramente provata.

10 dicembre – I talebani minacciano di boicottare i previsti colloqui di pace.

19 dicembre – Il Consiglio di sicurezza dell’O.N.U. adotta una risoluzione (sostenuta principalmente da Stati Uniti, Russia e India), per l’inasprimento delle sanzioni contro l’Afghanistan, se i talebani non consegneranno entro 30 giorni Osama bin-Laden, non smobiliteranno i campi di addestramento per i terroristi islamici e non cesseranno ogni commercio illegale di sostanze stupefacenti.

 2001: la situazione precipita

19 gennaio – Entrano in vigore le nuove sanzioni dell’O.N.U. contro il regime dei talebani.

28 febbraio – L’ambasciatore di Kabul in Pakistan, Abdul Salam Zaeef, conferma che il suo governo ha deciso la distruzione dei Buddha di Bamiyan, capolavori dell’arte ellenistico-orientale fiorita nel paese prima dell’islamismo.

27 marzo – Un gruppo di giornalisti occidentali è ammesso nella valle di Bamiyan per certificare l’avvenuta demolizione delle statue.

5 aprile – Massud viene ricevuto a Strasburgo.

19 maggio – La polizia religiosa chiude a Kabul le panetterie del PAM (Programma alimentare mondiale) dove lavorano donne. La polizia religiosa irrompe nell’ospedale di Emergency a Kabul.

23 maggio – Diventa legge l’ordinanza che impone agli indù di portare sugli abiti un segno distintivo.

9 settembre – Il generale Massud viene ucciso.

11 settembre – Attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono.

 DOPO L’11 SETTEMBRE 2001

 7 ottobre – L’aviazione anglo-statunitense colpisce Kabul e Kandahar.

26 ottobre – Bush firma la legge antiterrorismo denominata «Usa Patriot Act» (legge del patriottismo americano). Il provvedimento rafforza enormemente i poteri della polizia e dell’Fbi.

7 novembre – Il Parlamento italiano approva l’intervento militare italiano accanto agli USA. «Il nostro Parlamento ha scritto ieri una pagina onorevole della sua storia» (Piero Ostellino, sul «Corriere della Sera» dell’8 novembre).

13 novembre – Le truppe dei mujaheddin entrano a Kabul.

27 novembre – Scoppia un rivolta nel carcere-fortezza di Qala-e-Jhangi, a 10 chilometri da Mazar-e-Sharif, dove sono detenuti circa 600 talebani, in gran parte pakistani. Oltre 450 rivoltosi vengono uccisi. Amnesty International chiede l’apertura di un’indagine. Tra i talebani feriti c’è anche un cittadino statunitense di 20 anni, John Walker.

5 dicembre – I rappresentanti dei quattro maggiori gruppi etnici e politici afghani riuniti a Petersberg, vicino a Bonn, sotto l’egida delle Nazioni Unite, raggiungono un accordo sul futuro dell’Afghanistan.

22 dicembre – Si installa il governo provvisorio di Hamid Karzai, leader pashtun di 44 anni. La nuova amministrazione è composta da 29 ministri, tra cui 2 donne (Sima Samar vicepremier e Suhaila Seddiqi ministro della sanità), che rappresentano tutte le etnie. Vi sono 11 pashtun, 8 tagiki, 5 hazara, 3 uzbeki e altri esponenti di etnie minori.

31 dicembre – Un bombardamento statunitense provoca più di 100 vittime tra i civili. È il terzo «effetto collaterale» in 10 giorni. Il governo di Karzai chiede la sospensione dei raids aerei.

12 gennaio 2002 – Bendati e

legati arrivano nella base

statunitense di Guantanamo (Cuba) i primi prigionieri talebani.

(a cura di Paolo Moiola)

 Segue il commento di Gino Strada

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: