Fisicamente

di Roberto Renzetti

(Tratto da Greenpeace)

https://forum.termometropolitico.com/253903-decennio-sporchi-trucchi.html

Un decennio di SPORCHI TRUCCHI

Introduzione
La decisione del Presidente Bush di ritirare gli USA dal Protocollo di Kyoto nel marzo 2001, è il risultato delle pressioni politiche esercitate dalle potenti lobby industriali. Tra queste, una si è contraddistinta per lo sforzo profuso nel sostenere i passi indietro fatti da Bush sulla politica energetica: da oltre un decennio, la ExxonMobil (Esso in Europa) ha lavorato costantemente e sistematicamente per far naufragare qualsiasi tentativo di azione internazionale finalizzata ad affrontare il problema del riscaldamento del pianeta. Nonostante l’avversità della ExxonMobil a questo tema non sia un segreto, il nostro rapporto mostra come questa compagnia più di altre abbia lavorato affinché i propri interessi si traducessero nell’attuale politica statunitense, allontanando gli USA dagli accordi internazionali. Per raggiungere lo scopo non si è limitata ad esercitare una lobby pressante sui politici ma ha anche stanziato fondi a sostegno delle organizzazioni industriali e parte del mondo scientifico.
Frank Sprow, vice presidente della ExxonMobil, ha ammesso che le compagnie che producono ed usano combustibili fossili come petrolio, carbone e gas hanno un diretto interesse nel risultato del dibattito sui cambiamenti climatici. Gli interessi della ExxonMobil ammontano a circa 8 miliardi di dollari l’anno, che la compagnia spende in operazioni estrattive per la produzione di gas, mentre non ha ancora investito un dollaro nel settore delle energie rinnovabili. Gli studi prodotti dalle agenzie internazionali, come il comitato scientifico dell’ONU sui cambiamenti climatici (IPCC), confermano che l’applicazione di misure internazionali per ridurre le emissioni di gas serra potrebbero portare a benefici economici complessivi3 ,ma l’adozione di tale strategia avrebbe un significativo impatto negativo sul valore della ExxonMobil che basa i suoi affari sulla produzione di combustibili fossili. Per contrastare questo pericolo, la compagnia statunitense sembra essere disposta a tutto.Nel luglio del 2001, i suoi sforzi si sono concretizzati nel fallimento dei negoziati di Bonn sull’adozione del Protocollo di Kyoto, con il rifiuto statunitense di applicarne i principi.

All’attacco della Scienza
“La Exxon fornisce supporto a organizzazioni selezionate che verificano le strategie alternative sugli argomenti che interessano direttamente le operazioni economiche e gli interessi della compagnia
Dal sito web della ExxonMobil

La campagna di disinformazione scientifica sui cambiamenti climatici e l’effetto serra organizzata dalla Exxon risale al Maggio del 1990 con il tentativo di indebolire il testo del primo rapporto sullo stato del clima prodotto dall’IPCC. Questo comitato è composto dai 2500 scienziati più autorevoli al mondo su questi temi ed è stato voluto dalle Nazioni Unite nel 1988 per raccogliere le informazioni sui cambiamenti
climatici, i probabili impatti e le possibili risposte politiche. Sin dal primo rapporto, la Exxon Mobil ha perseguito la strategia di contrapporre dati parziali e sorpassati per mettere in discussione l’esistenza del fenomeno del riscaldamento globale ed il suo legame con l’uso dei combustibili fossili nell’intento di contrastare il lavoro dell’IPCC. La Exxon ha anche finanziato alcuni dei più noti ricercatori che sostengono l’inesistenza di questi fenomeni per utilizzarne le conclusioni nella campagna contro il Protocollo di Kyoto e per creare contradditori in modo da confondere l’opinione pubblica. Non è detto che i soldi delle industrie petrolifere abbiano influenzato le dichiarazioni di alcuni scienziati, certo è che le loro opinioni hanno trovato un’ampia eco sui mezzi di informazione. Molto spesso la loro fama ed influenza è stata usata in maniera impropria, sia per ciò che riguarda il contributo al dibattito scientifico internazionale sia in termini di rappresentatività del pensiero dell’intera comunità scientifica. Scienziati con competenze in campi completamente estranei a quelli che studiano cause e fenomeni dei cambiamenti climatici, sono stati ingaggiati da agenzie di pubbliche relazioni per impegnarsi nella campagna contro Kyoto, in maniera da confondere strumentalmente le opinioni personali con le tesi scientifiche.
http://www.exxonmobil.com/contributi…blic_info.html – tutte le somme dei finanziamenti riportate in questo testo sono state estratte da questo documento ExxonMobil – finanziamenti agli scettici Uno dei più eminenti scettici a proposito dei cambiamenti climatici, S. Fred Singer, ha recentemente negato di aver ricevuto soldi dall’industria dei combustibili fossili, pur nessendo stato, negli ultimi 20 anni, consulente dell’industria petrolifera. Eppure, da documenti della Exxon6 emerge che nel 1998 la compagnia ha attribuito un finanziamento di circa 10.000 dollari allo Science and Environmental Policy Project (SEPP), di cui Singer è il presidente fondatore, ed altri 65.000 dollari alla Atlas Economic Research Foundation, che promuove e sostiene il lavoro di Singer7. Lo stesso anno la Exxon ha dato 135.000 dollari alla Hoover Institution dopo che la sua rivista scientifica, la Hoover Digest, aveva ospitato un articolo di Singer, ai tempi ricercatore della fondazione. Michael J. Boskin, membro del comitato direttivo della ExxonMobil e ricercatore anziano della Hoover Institution, ha da sempre messo in discussione l’esistenza dell’effetto serra nelle sue pubblicazioni. Secondo il Wall Street Journal,8 la ExxonMobil ha anche finanziato il gruppo ultraconservatore ed anti-ambientalista Frontiers of Freedom Institute, di cui Singer è membro attivo.Singer ha da tempo avviato una campagna contro la credibilità dell’IPCC9, arrivando perfino a mistificare dichiarazioni attribuite all’allora presidente del comitato, Bert Bolin, in merito alle sue convinzioni sui cambiamenti climatici10. Singer è stato anche la mente della presenza di 50 studenti repubblicani, allevati alla scuola dello scetticismo, al negoziato sul clima tenutosi a Bonn nel 2001, per sostenerel’abbandono da parte di Bush del protocollo di Kyoto.11Altri eminenti scienziati finanziati dalla Exxon, come Patrick Michaels, Robert Balling e Sherwood Idso, sono veterani della campagna avviata nel 1991 dall’industria del carbone attraverso la creazione dell’ Information Council on the Environment (ICE). Secondo i rapporti strategici prodotti per la campagna, lo scopo era quello di riposizionare il concetto di riscaldamento globale rendendolo ipotetico e non concreto, utilizzando come vettori di questo messaggio soprattutto la fascia maschile che generalmente non verifica le informazioni e le donne più giovani e delle fasce più disagiate.12 Nel 1998 la Exxon ha finanziato con 15.000 dollari il Cato Institute’s Environment and Natural Resources Programme, di cui Patrick Michaels è un ricercatore di ruolo. Ha inoltre destinato 15.000 dollari al Pacific Research Institute for Public Policy, che ha pubblicato il libro sui cambiamenti climatici di Robert Balling, The Heated Debate. Sherwood Idso è il consulente scientifico del Center for the Study of Carbon Dioxide and Global Change in Arizona, che ha ricevuto circa 10.000 dollari dalla Exxon nel 1998. Il contributo di Idso al dibattito sul clima è un video finanziato dall’industria del carbone nel 1991, The Greening of Planet Earth, in cui si afferma che il riscaldamento globale è un bene per l’umanità tanto da essere stato oggetto di un’udienza del Congresso degli USA 13.

I costi dell’azione contro i cambiamenti climatici: l’abuso dell’economia
Man mano che diventava sempre più difficile convincere il pubblico che il cambiamento climatico non fosse un problema, le aziende petrolifere, e la ExxonMobil in particolare, hanno spostato la propaganda informativa sui presunti costi dell’azione di contenimento delle emissioni. Argomento ripreso anche in Italia dal Kyoto Club riunito a Roma lo scorso aprile. Tra gli argomenti maggiormente utilizzati come spauracchio figurano il rischio di una terribile recessione economica, la massiccia disoccupazione e la perdita di competitività. Nonostante i Paesi in via di sviluppo contribuiscano in minima parte alle emissioni globali di gas serra, mentre gli USA da soli sono responsabili di un quarto del totale, la ExxonMobil, ed il Presidente Bush, continuano a sostenere che questi Paesi debbano sottostare agli stessi accordi vincolanti stabiliti per i paesi industrializzati. Al contempo, la Exxon cerca di convincere gli stessi Paesi a rigettare misure di tutela ambientale sostenendo che potrebbero strangolarne la crescita produttiva14 per gli elevati costi che dovrebbero affrontare applicando politiche di riduzione della CO2.

Gruppi prima linea
La maggior parte del lavoro svolto dalla Exxon per far fallire i negoziati sul clima è stato portato avanti con la copertura di organizzazioni lobbistiche dell’industria del settore energetico. Dal 1990, questa rete di organizzazioni ha fatto di tutto per screditare le evidenze scientifiche e le previsioni economiche portando i negoziati governativi ad un punto di stallo. Oltre a condurre una propria campagna sul clima partecipando a dibattiti pubblici e rilasciando informazioni alla stampa, la ExxonMobil è stata ed è tuttora parte di molte organizzazioni che ha contribuito a finanziare affinché potessero portare avanti campagne di disinformazione e propaganda industriale . Questi gruppi hanno lavorato duramente per screditare le evidenze scientifiche e per strumentalizzare gli aspetti economici negativi legati alla tutela del clima.

GCC – Global Climate Coalition
Nato nel 1989, il GCC è il gruppo più agguerrito nel combattere gli impegni per la riduzione dei gas serra. Ha attaccato frontalmente gli accordi internazionali sul clima con una campagna di disinformazione multimilionaria. Sia la Exxon che la Mobil erano membri del direttivo del GCC. Tra il 1999 ed il 2000, seguendo l’esempio della BP che aveva lasciato la coalizione nel 1997 sostenendo che i cambiamenti climatici richiedevamo un’azione urgente, la Ford, la Texaco la General Motors e molte altre compagnie hanno ritirato la loro adesione. La Exxon è stata l’ultima a lasciare la coalizione e solo dopo che la GCC aveva decretato l’ineleggibilità di rappresentanti dell’industria. Nel gennaio del 2002, il GCC ha annunciato lo scioglimento per aver esaurito la propria missione.

API – American Petroleum Institute
La ExxonMobil sostiene economicamente l’ API e suoi rappresentanti siedono nel consiglio direttivo. Lee Raymond, amministratore delegato della ExxonMobil, è anche presidente del consiglio direttivo dell’ API e dell’Executive and Policy Committee, incarico già ricoperto tra il 1995 e il 199717. Il vice presidente USA Dick Cheney è stato membro del comitato direttivo fino a poco tempo fa.

ICC – International Chamber of Commerce
Si tratta di un gruppo lobbistico che è stato particolarmente attivo nel corso della riunione delle parti contraenti di Kyoto tenutasi a La Hague nel novembre 2000. Brian Flannery, consulente scientifico della ExxonMobil è uno dei principali portavoce del gruppo.

IPIECA – International Petroleum Industry Environmental Conservation Association
Exxon e Mobil erano membri dell’ IPIECA nel 1996 quando cercarono di influenzare gli incontri sul clima paventando il disastro economico. La ExxonMobil è ancora membro dell’associazione.

BRT – US Business Round Table
Il BRT è costituito da oltre 200 amministratori delegati di altrettante grandi aziende, inclusa la ExxonMobil. L’agenda che propone per affrontare i cambiamenti climatici include l’impegno dei PVS, accordi volontari per l’industria, politiche flessibili e permessi di emissione commercializzabili tra paesi, mentre tassazione e misure di abbattimento delle emissioni sono fortemente osteggiate. La posizione assunta sin dal 1997 recita “ci si deve opporre ad una politica sui cambiamenti climatici che non coinvolga tutti i paesi.

GCIP – Global Climate Information Project
Con l’avvicinarsi dell’incontro di Kyoto del 1997, la coalizione industriale ha condotto una campagna pubblicitaria del valore di 13 milioni di dollari sui giornali e le radio nazionali e locali. I finanziamenti sono stati garantiti dall’ API quando Lee Raymond era presidente del GCC.

USCIB – US Council on International Business
La ExxonMobil è membro di questo gruppo lobbistico che ha attivamente sostenuto il rifiuto del Protocollo di Kyoto da parte di Bush.

Un decennio di sporchi trucchi
1990
Nel corso della stesura del primo rapporto dell’IPCC, Brian Flannery, capo dei consulenti scientifici della Exxon e navigato lobbista, criticò la raccomandazione di tagliare il 60%-80% delle emissioni di CO2 sostenendo l’inesistenza di certezze sul comportamento del carbonio nel sistema climatico. Pur se le sue osservazioni non raccolsero consensi, insistette affinché il sommario del rapporto contenesse una dichiarazione circa l’incertezza scientifica del fenomeno, vista l’ampia gamma di risultati dei modelli. Il suo sforzo fu vano dal momento che il sommario riportò che le emissioni di gas serra agli attuali ritmi incrementeranno con certezza il riscaldamento globale.
1992
La Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change – UNFCCC) è stata adottata a Rio de Janeiro nel 1992 da 154 paesi , inclusi gli USA, che si impegnarono a tenere conto dei cambiamenti climatici nelle loro politiche e di rendere pubbliche le misure prese in tal senso. L’accordo riconosce ai PVS un diritto temporaneo all’aumento delle emissioni e impegna i paesi responsabili per l’80% delle emissioni di gas serra, quelli industrializzati, a ridurre le emissioni per primi. Questa è la ragione per cui ai PVS non sono state ancora assegnate quote di riduzione nell’ambito del Protocollo di Kyoto. Da quest’anno, il GCC è ricorso a scienziati scettici sui cambiamenti climatici come Patrick Michaels, Robert Balling e Fred Singer (tutti parzialmente finanziati dalla Exxon)chiamati come “esperti” nel corso di conferenze stampa convocate per minare la credibilità scientifica delle conclusioni dell’ IPCC.
1994
Il GCC ha ingaggiato un’agenzia di pubbliche relazioni per organizzare un tour mediatico di una delle voci più rappresentative contro i cambiamenti climatici, Sallie Baliunas. Con il George C Marshall Institute, Baliunas ha pubblicato diversi rapporti che cercano di provare che le attività umane, come l’utilizzo di combustibili fossili, non hanno alcuna influenza sui cambiamenti climatici e che le evidenze scientifiche non presuppongono pericolose influenze sul climai21 e non giustificano pertanto alcuna misura restrittiva sulle emissioni di gas serra. Baliunas è però un’astrofisica, non una climatologa ed inoltre i suoi rapporti non sono stati sottoposti ad alcuna verifica da parte di altri ricercatori prima della loro pubblicazione.
1995
Il GCC ha sponsorizzato e distribuito un rapporto di un’agenzia privata di previsioni meteorologiche, la Accu-Weather, per confutare le conclusioni di uno studio fondamentale del National Climatic Data Center statunitense che ha documentato il legame tra gli eventi atmosferici estremi e i cambiamenti climatici negli USA nel corso dell’ultimo ventennio. Lo studio della Accu-Weather metteva in discussione il numero degli eventi estremi presi in considerazione e limitava la propria valutazione ai dati di tre sole città degli USA. Nonostante lo studio fosse scientificamente insostenibile, ha ottenuto una considerevole attenzione da parte dei mass- media al momento della sua divulgazione da parte del GCC. Il secondo rapporto dell’IPCC fu rilasciato nel dicembre del 1995 e concludeva che le attuali conoscenze indicano l’esistenza dell’influenza umana sul clima globale e che riduzioni significative nelle emissioni nette di gas serra sono tecnicamente ed economicamente possibili. Il GCC ha anche cercato d’infamare uno scienziato dell’IPCC, il dottor Benjamin Santer, accusato di aver alterato, segretamente e in modo sostanziale, il rapporto del 1995. I suoi colleghi si schierarono subito in difesa di Santer e confermarono
l’infondatezza di simili insinuazioni.
1996
L’API ha commissionato e pagato la realizzazione di un modello economico per stimare i costi della riduzione delle emissioni di gas serra. Il modello, sviluppato da un’ azienda consulente, la Charles River Associates, ha previsto che qualsiasi forma di impegno vincolante nel settore delle emissioni entro il prossimo decennio avrebbe provocato cospicui costi. Questo modello non ha ovviamente incluso i costi economici dell’inerzia, per non parlare di quelli umani ed ambientali, o dell’ulteriore rinvio di azioni sulla protezione del clima ed ha ignorato il fatto che la promozione delle energie rinnovabili porterebbe alla creazione di un nuovo mercato e alla creazione di nuovi posti di lavoro. L’autore del modello, David Montgomery, ha parlato ad una riunione organizzata dal Council for International Business degli USA e presieduta dal presidente della International Chamber of Commerce (entrambe istituzioni tra cui membri figura anche la ExxonMobil) e alla riunione sui negoziati sul clima di Ginevra nel dicembre del 1996. Le sue dichiarazioni sono state riprese più volte nel corso dell’anno ogni qualvolta si parlasse di cambiamenti climatici. All’incontro sui colloqui sul clima del dicembre del ’96, l’IPIECA ha fatto circolare un documento che concludeva: ‘le proposte correnti per un’immediata riduzione delle emissioni (10-20 anni) nei paesi industrializzati, che prevedono tagli all’uso dei combustibili fossili per la produzione energetica, porterebbero un consistente aumento dei costi che inibirebbero lo sviluppo economico ed avrebbero un impatto negativo sul commercio, gli investimenti, la competitività, l’occupazione e gli stili di vita.. La Exxon e la Mobil erano entrambi membri dell’associazione a quel tempo.
Entro la fine del 1996, la posizione dell’amministrazione Clinton sui cambiamenti climatici ha cominciato ad assumere i connotati di un’ eco delle posizioni di Montgomery e delle lobby industriali: ‘Ribadiamo che obiettivi a breve termine (prima del 2010) sono irrealizzabili e noi non possiamo accettarli. Obiettivi a così breve scadenza costituirebbero un onere non necessario per la crescita economica e lo sviluppo dell’intero paese.

1996 – l’inizio della speciale relazione tra la Exxon e il Presidente Bush
La relazione tra George W Bush e la Exxon è cominciata quando il presidente era Governatore del Texas e la Exxon era in prima linea per contrastare la legislazione ambientale sulle emissioni in atmosfera. A quei tempi Bush subiva le forti pressioni delle associazioni ambientaliste che chiedevano la rimozione della clausola contenuta nel testo della legislazione dello stato dal 1971, che escludeva dai controlli ambientali
gli impianti più vecchi, responsabili del 30% delle emissioni atmosferiche industriali. Vedendo l’opportunità di rifarsi un’immagine in occasione delle imminenti elezioni presidenziali ma senza disturbare gli interessi dei suoi vecchi colleghi dell’industria petrolifera, Bush chiese a due manager, V.G. Baghini della Marathon Oil Company e Ansel Condray della Exxon USA, di redigere un programma cucito sugli interessi delle industrie coinvolte. Baghini, Condray e il responsabile per i temi ambientali di Bush si riunirono in segreto nei primi 6 mesi del 1997 per mettere a punto una proposta legislativa che non li danneggiasse. Il prodotto finale fu uno schema totalmente volontario che è diventato legge nel 1999, dopo una rapida consultazione pubblica.
L’antagonista di Bush alle elezioni da governatore del 1998, Garry Mauro, commentò: “Bush ha aperto una falla legislativa tanto larga che questi inquinatori possono passarci attraverso in Cadillac. Bush invece dichiarò diaver raggiunto un ottimo risultato ambientale senza la necessità di imporre leggi restrittive. Esattamente la stessa politica che proporrà qualche anno dopo per depotenziare il Protocollo di Kyoto che prevede obiettivi di riduzione vincolanti
Nel gennaio del 1998, nel corso di una conferenza stampa congiunta con Ansel Condray, Bush dichiarò che già 26 aziende avevano volontariamente aderito al suo Clean Air Programme.32 Alla fine dell’anno, però, solo tre compagnie avevano ridotto le loro emissioni, circa un sesto di quanto promesso.
Ansel Condray è oggi a capo della Esso UK.
1997
Nel febbraio, 2000 economisti di fama, fra cui 6 premi Nobel firmarono un documento in cui si affermava che molte delle potenziali politiche di protezione del clima avrebbero potuto rallentare i cambiamenti in atto senza alterare il modello di vita statunitense e che le stesse misure avrebbero portato, nel lungo periodo, ad un miglioramento della produttività. Per questi motivi chiesero al Governo USA di svolgere un ruolo trainante nei negoziati di Kyoto.

Il voto del senato
L’argomento che la ExxonMobil utilizza continuamente per provare che le sue affermazioni sono legittime dal punto di vista economico e che rispecchiano quelle del governo statunitense, è la Risoluzione 98, presentata dai senatori Hagel e Byrd, e passata al Senato nel 1997 con 95 voti a favore e 0 contrari in cui si raccomanda agli USA di non firmare accordi internazionali in assenza di specifici impegni vincolanti
per i PVS. Ma uno sguardo più attento del contesto politico al momento della votazione rivela una larga azione di pressione esercitata dai gruppi lobbisti con a capo la Mobil e la Exxon in favore della risoluzione ed un forte legame tra il Presidente delle Relazioni Estere del senato, Chuck Hagel, e l’industria petrolifera. Nel giugno del 1997 la Mobil comprò intere pagine su diversi giornali statunitensi subito prima della discussione della risoluzione al Senato sostenendo che ‘Al posto di obbiettivi rigidi e scadenze temporali, i governi dovrebbero considerare alternative …incoraggiare le iniziative volontarie.’ Si enfatizzava inoltre, l’imminenza del voto al Senato concludendo: ‘Entro l’inizio del prossimo secolo i PVS saranno i maggiori responsabili delle emissioni. E’ per questo che è importante che tutti partecipino a risolvere il problema nel breve periodo. Dopo il voto, altre pagine pubblicitarie furono pubblicate a sostegno dell’iniziativa del Senato enfatizzando, ancora una volta ‘seri rischi per l’economia degli USA’ e che ‘quando il Congresso si esprime con tanta forza, la pubblica opinione americana ed il Governo non possono ignorarlo’.
La Mobil diede a Chuck Hagel circa 5.000 dollari per la campagna elettorale del 1997-1998, la donazione più consistente assegnata dall’azienda ad un singolo candidato. Nello stesso periodo, , William O’Keefe, Presidente del GCC, diede ad Hagel 2000 dollari, la cifra massima consentita per le donazioni a favore di singoli. L’API firmò un annuncio pubblicitario sui quotidiani americani il 23 giugno del 1997, nei giorni precedenti il voto al senato, indirizzato al Presidente Clinton ribadendo il proprio sostegno alla risoluzione anti-Kyoto proposta da Byrd e Hagel.38 Hagel aveva legami stretti con l’API a quel tempo e parlò alla conferenza dell’Istituto nel novembre di quell’anno, subito prima di Lee Raymond, il quale sostenne la proposta di Hagel nel suo discorso ai convenuti.
Il BRT ha condotto una campagna pubblicitaria del valore di 1 milione di dollari sui cambiamenti climatici nel giugno del 1997, in cui si chiedeva agli amministratori USA di non impegnarsi in accordi internazionali senza prima averne compreso fino in fondo le possibili conseguenze.Tra gli annunci anche due intere pagine sul Wall Street Journal ed il Washington Post firmate da Exxon e Mobil.40 Il BRT inviò anche una lettera a Chuck Hagel l’8 luglio del 1997, a sostegno dell’imminente risoluzione del senato sostenendo che “le prove scientifiche dei cambiamenti climatici sono tutt’altro che sufficienti.
Dopo il voto del Senato, il GCIP avviò una campagna pubblicitaria del valore di 13 milioni di dollari sulla stampa nazionale e radio e tv locali, sponsorizzata dall’API, ai tempi in cui il suo presidente era Lee Raymond, e dal GCC. In vista dell’incontro di Kyoto, gli annunci pubblicitari sostenevano che ‘Il trattato dell’ONU sui cambiamenti climatici non è globale e non funzionerà’ e che ‘gli americani pagheranno circa 50 centesimi di dollaro in più ogni 2 litri di carburante’. Nell’ottobre del 1997, Lee Raymond, amministratore delegato della Exxon, chiese ai rappresentanti dei governi asiatici presenti al congresso mondiale sul petrolio che si teneva nel Beijing, di continuare l’opposizione a qualsiasi forma di regolazione delle emissioni almeno per i prossimi vent’anni. Pur avendo in precedenza sostenuto che la mancanza di partecipazione al programma internazionale dei PVS era sleale nei confronti degli USA. Raymond minacciò che un eventuale sostegno delle misure vincolanti sulle emissioni da parte dei PVS, avrebbe pregiudicato gli investimenti statunitensi in quei paesi: ‘Sarebbe infatti tragico se la gente di questa regione fosse privata dell’opportunità di svilupparsi nella prosperità per l’applicazione di errate restrizioni e regolamenti.’
Sostenendo che ‘il caso del riscaldamento globale è ancora ben lontano dall’essere chiuso,’ Raymond si curò anche di diffondere l’agghiacciante previsione per cui la riduzione delle emissioni avrebbe comportato ‘il razionamento dell’energia, amministrata da una vasta burocrazia internazionale di cui nessuno è responsabile.’ Suggerendo contemporaneamente che gli USA non avrebbero dovuto prendere
impegni per la riduzione delle emissioni in assenza dell’adesione dei PVS e che questi non avrebbero dovuto prendere eguali impegni per evitare di perdere i finanziamenti esteri, l’unica via d’uscita rimasta era quindi quella di non agire. A novembre, Raymond suggeriva: ‘Mentre la petrofobia sembra ovviamente
irrazionale a tutti noi, non possiamo dare per scontato che scompaia senza un nostro diligente sforzo per cancellarla.’
Nel corso dei negoziati di Kyoto nel dicembre 1997 il GCC produsse un documento per la stampa in cui si sosteneva che: ‘I danni economici (di Kyoto) potrebbero svuotare le tasche degli americani, portare alla perdita di milioni di posti lavoro, aumentare i costi di carburanti, alimenti e riscaldamento’. Il GCC affermò che la sovranità stessa degli USA sarebbe stata a rischio e che ‘I negoziati conferiscono ad un organismo dell’ONU, dominato dai PVS, una licenza permanente sul controllo della crescita economica statunitense, senza che sia richiesta la ratifica del Senato e in assenza di una legiferazione nazionale. Alla conclusione della terza riunione delle parti contraenti del Protocollo di Kyoto (COP3) nel 1997 fu stabilito che i paesi industrializzati avrebbero operato un taglio delle emissioni di gas serra pari al 5% rispetto a quelle del 1990 entro il periodo 2008-2012.
1998
Il GCIP comperò un’intera pagina del Washington Post nel Marzo del 1998, subito dopo l’apertura della riunione del protocollo di Kyoto per la ratifica da parte delle parti contraenti. Il testo del messaggio pubblicitario faceva ancora una volta riferimento al voto del Senato dichiarando: ‘Ora che 95 Senatori hanno alzato la loro mano, il Presidente alzi la sua’. Sotto il testo capeggiava la foto di un pollice verso. Nell’aprile del 1998 la Exxon partecipò alla pianificazione di un’offensiva basata su una campagna di comunicazione del valore di 7 milioni di dollari e affidata all’API che lanciò il Global Climate Science Communications Action Plan. Lo scopo del programma era quello di fornire alla pubblica opinione una percezione di incertezza sulle conclusioni relative ai cambiamenti climatici poco prima dell’apertura del negoziato di Buenos Aires che si sarebbe tenuto nel mese di novembre. Il piano si prefiggeva tre obbiettivi principali:


§ Spiegare e convincere i cittadini delle classi medie dell’ incertezza dei
cambiamenti climatici, facendone ambasciatori più influenti di chi proponeva le
leggi sulle emissioni di gas serra

§ Far capire e allineare la classe dirigente industriale sulle incertezze della scienza
dei cambiamenti climatici, facend ancheo di essi ambasciatori più influenti di chi
proponeva le leggi sulle emissioni di gas serra

§ Far sì che chi promuove il protocollo di Kyoto sulla base di conclusioni
scientifiche opinabili, venga percepito come irrealistico.’


Parte della strategia fu di coordinare ‘un’approfondita critica scientifica delle ricerche prese in esame dall’IPCC e delle conclusioni tratte’ consegnando ai politici lo strumento per sollevare ‘tali seri dubbi sulle basi scientifiche del Trattato che i politici statunitensi rifiuteranno di accettarlo sia prevenendo progressi nel dibattito a Buenos Aires sia attraverso altri strumenti’. Questo programma si sarebbe avvalso di 5 esperti “indipendenti”, “nuove facce senza una lunga storia di visibilità nel dibattito dei cambiamenti climatici” che avrebbero partecipato ai dibattiti attraverso i mezzi mediatici. L’API voleva ‘massimizzare il
riscontro delle teorie scientifiche più coincidenti con le nostre, sul Congresso, i mezzi d’informazione ed i soggetti che rappresentano una platea influente ’ e senza vergogna ha ammesso che si sarebbe rivolta innanzi tutto ad insegnanti e studenti al fine di ‘iniziare ad erigere barriere contro ulteriori sforzi futuri di imporre misure restrittive come quelle di Kyoto.’ Nel giugno del 1998, ai lavori preparatori della COP di Bonn, il GCC distribuì degli opuscoli ai diplomatici intitolati Climate change: the case against scientific certainty (Cambiamenti climatici: uno studio contro le certezze scientifiche). Al suo interno si leggeva: ‘Mentre è certo che il Protocollo imporrà enormi oneri all’economia americana, non ci sono certezze scientifiche che le attività umane influenzino i cambiamenti climatici’
2000
Una pagina pubblicitaria della ExxonMobil comparsa nel marzo 2000 sul New York Times diffondeva errate interpretazioni di un rapporto pubblicato dal National Research Council statunitense, lasciando intendere che riconoscesse l’incertezza scientifica dei cambiamenti climatici. Le dichiarazioni della Exxon sono state interamente screditate dai documenti dell’ IPCC. Uno degli studi a cui si fa riferimento nella pubblicità della ExxonMobil, e usato da Lee Raymond nel maggio del 2000 nel suo intervento indirizzato agli azionisti della compagnia, era costituito da dati sulla temperatura del Mar dei Sargassi, usati per dimostrare che il riscaldamento globale non era un fenomeno diffuso ovunque. Successivamente, l’autore dello studio in questione dichiarò: ‘Io credo che la ExxonMobil abbia mal interpretato i dati forniti e penso che la cosa triste sia che una compagnia con le risorse della ExxonMobil manipoli i dati per interessi politici’. Nello stesso incontro, Raymond mise in dubbio il consenso scientifico citando una petizione firmata da ’17.000 scienziati’ che non ritenevano reale il fenomeno del riscaldamento globale. La stessa petizione è stata screditata due anni dopo sui massmedia americani quando fu scoperto che non era stata affatto organizzata dagli scienziati del settore né che proveniva, come si lasciava intendere, dalla prestigiosa National Academy of Sciences, tanto che alcuni degli “scienziati” esistevano come esistono i personaggi delle fiction televisive. L’abitudine ad usare tali dubbie fonti scientifiche ha portato la Exxon a scrivere, in un rapporto sui cambiamenti climatici che: ‘non abbiamo sufficienti dati per fare previsioni realistiche sui cambiamenti climatici o che giustifichino azioni drastiche. Alcuni rapporti pubblicati sui mass- media legano gli eventi meteo climatici estremi al fenomeno, ma gli esperti non riconoscono questo legame.’ Inoltre, la Exxon rifiuta di riconoscere le responsabilità dell’industria dei combustibili fossili ed i cambiamenti climatici sostenendo che: ‘la scienza non può al momento confermare l’ipotesi che i combustibili fossili hanno portato ad un significativo riscaldamento globale.’ Alla COP 6 de La Hague nel Novembre del 2000 si sarebbe dovuto discutere di quali meccanismi d’azione si dovevano prevedere per raggiungere il taglio delle emissioni, come deciso già due anni prima nel corso dei negoziati di Buenos Aires. Uno dei gruppi di pressione politica più visibili fu l’ ICC, che comprendeva oltre 100 lobbisti . Oltre a promuovere sé stessa come ambientalmente responsabile, ha lavorato alacremente per prevenire qualsiasi decisione che fosse vincolante per le aziende promuovendo al contempo solo gli accordi volontari e l’uso illimitato degli strumenti di mercato contenuti nel Protocollo. Richard McCormick, Vice Presidente dell’ICC mise in guardia durante il negoziato contro la possibilità che si arrivasse a prendere “decisioni affrettate che possono sembrare buone a prima vista e che potrebbero causare un drammatico e costoso cambiamento nel modo in cui i paesi industrializzati usano l’energia’. Uno dei portavoce più attivi dell’ICC nel corso della COP 6 fu Brian Flannery, capo dei consulenti scientifici di ExxonMobil. Vestendo due cappelli diversi, Flannery da una parte propagandava i vantaggi ambientali delle scelte di mercato a nome dell’ICC e dall’altra difendeva gli interessi industriali quando parlava come lobbista della ExxonMobil. In una intervista all’ Earth Times dichiarò: ‘La ExxonMobil è fermamente contraria al Protocollo di Kyoto …. si ottiene poco e costa troppo’ e che la riduzione delle emissioni è inapplicabile: ‘In futuro ci sarà sempre più bisogno di aumentare le forniture elettriche per far fronte alla crescente domanda, per esempio per Internet e l’ ‘e’ economy.’
L’incontro de La Hague fallì con il rifiuto della delegazione statunitense di trovare un compromesso in merito alla propria richiesta di usare i serbatoi di carbonio (carbon sinks) per raggiungere la quota di riduzione delle emissioni assegnata agli USA. La campagna elettorale di Bush per le elezioni presidenziali che si svolsero nel novembre successivo fu sostenuta massicciamente dalla lobby dell’industria estrattiva
del paese. La Exxon stanziò più di ogni altra azienda petrolifera concedendo oltre 1 milione di dollari ai Repubblicani, che, ai quali fu destinato l’89% del totale dei fondi elettorali elargiti dalla compagnia.
2001
Tra il gennaio ed il febbraio del 2001 l’ IPCC ha preparato la bozza del suo terzo rapporto, in cui è ribadita l’esistenza di ‘ nuove e più forti evidenze che la maggior parte dei fenomeni di riscaldamento globale osservati negli ultimi 50 anni sia attribuibile alle attività umane’.56 La stima del livello di crescita della temperatura attesa per il prossimo secolo è il doppio delle prime previsioni dell’IPCC del 1995.
L’ IPCC ha anche confermato che ‘usando le tecnologie già disponibili, tra il 2010 ed il 2020 le emissioni globali di gas serra potrebbero essere ridotte al di sotto dei livelli del 2000. Il 50% di questo obiettivo può essere raggiunto portando a vantaggi economici e per la restante parte senza costi aggiuntivi’

L’Era Bush
Nel momento in cui Bush presentò il suo Gabinetto, fu chiaro che oltre metà del suo staff, compreso il suo vice Dick Cheney, provenivano da compagnie dell’industria petrolifera. Il sottosegretario per gli Affari Economici e il Dipartimento del Commercio, Kathleen Cooper, è stata capo del dipartimento economico della Exxon. Due giorni prima dell’inaugurazione della Presidenza Bush, la Exxon pubblicò un annuncio pubblicitario sulla stampa americana sottolineando le sue raccomandazioni per ‘una politica energetica per la nuova amministrazione’ tenuto conto che ‘l’irrealistico ed economicamente penalizzante processo avviato a Kyoto deve essere ripensato.’ Un più recente annuncio dichiarava che ‘ adottare il Protocollo di Kyoto sarebbe un serio errore’. Entro pochi giorni dall’insediamento del Presidente Bush alla Casa Bianca, la Exxon inviò un fax che conteneva la lista degli scienziati di cui si richiedeva la rimozione dai negoziati internazionali sul clima. In cima alla lista c’era il dottor Robert Watson, un rispettato climatologo della NASA presidente a titolo gratuito dell’IPCC da oltre 6 anni e portavoce del gruppo di scienziati che ha sostenuto il legame tra l’utilizzo di combustibili fossili ed i cambiamenti climatici. Il, fax inviato da Arthur G. Randol III, consulente ambientale della ExxonMobil, era preceduto da un commento con cui annunciava un’imminente telefonata ‘per discutere della composizione del gruppo di scienziati statunitensi che meglio avrebbero potuto rappresentare gli orientamenti dell’Amministrazione Bush’.Randol continuava chiedendo specificamente: ‘Può Watson essere sostituito su richiesta degli USA?’ Come era facile prevedere, l’amministrazione statunitense non ricandidò Watson il quale è stato definitivamente rimosso dall’ IPCC nell’aprile del 2002.
A seguito del messaggio di Bush del marzo 2001 in cui annunciava l’opposizione formale a Kyoto, l’amministratore delegato dell’ API scrisse una lettera di sostegno e congratulazioni al deputato Joe Burton, presidente del sottocomitato dell’Energy and Air Quality, ringraziandolo per il suo forte impegno affinché si raggiungesse questo obiettivo. Il 26 Marzo l’API era stata interpellata da Barton per ottenerne un’opinione sullo stato dei negoziati internazionali sul clima, appena pochi giorni prima dell’annuncio di Bush. La lettera ripeteva i soliti argomenti di scetticismo per Kyoto (implicazioni economiche, mancanza di partecipazione dei PVS) ed il taglio dell’intervento riprendeva tanto il linguaggio usato da Bush che quello della Exxon. Come la ExxonMobil, anche l’API invoca maggiore ricerca per ridurre ‘le differenze e le incertezze scientifiche che ancora circondano il reale impatto delle attività umane sul clima’.
La ExxonMobil è anche membro del gruppo lobbistico USCIB, che ha ampiamente sostenuto le decisioni di Bush. In una lettera a lui indirizzata l’11 aprile del 2001 si chiede che ‘L’amministrazione statunitense decida al più presto un piano strategico per evitare gli irrealistici obiettivi di Kyoto, le sue scadenze temporali e la mancanza di partecipazione dei PVS’. Nel settembre del 2001, la bozza del rapporto finale dell’ Intergovernmental Panel on Climate Change conteneva la frase:: ‘Il sistema climatico terrestre è cambiato in maniera dimostrabile sia su scala globale che regionale rispetto all’era preindustriale, ed alcuni di questi cambiamenti sono attribuibili all’uomo’. Nonostante le forti pressioni fatte dalla Esso per eliminare quest’ultima parte delle conclusioni, l’IPCC ha addirittura rafforzato il proprio convincimento che i cambiamenti più recenti siano attribuibili principalmente all’utilizzo di combustibili fossili.
L’Istituto petrolifero americano ha svolto un ruolo leader nella stesura del recente piano energetico degli USA all’interno del gruppo di lavoro appositamente creato dal vicepresidente, Dick Cheney. La ExxonMobil ha ammesso, sotto pressione dei media americani, di essere stata coinvolta nella stesura del piano ed è emerso almeno un incontro diretto tra Lee Raymond e l’ufficio del vice presidente. Non sorprende, quindi, che il Piano Energetico, presentato nel maggio 2001, suggerisca di costruire nuove strutture per l’estrazione del petrolio e del gas, consentendo alle compagnie di eseguire prospezioni anche in aree attualmente sotto protezione naturalistica, senza parlare del nuovo impulso dato a carbone e nucleare.
2002
Il 22 gennaio Lee Raymond, è stato ospite del Primo Ministro britannico Tony Blair, con cui ha passato oltre un’ora nella residenza di Downing Street. Un alto funzionario del governo ha successivamente spiegato al quotidiano The Guardian che la visita di Raymond era intesa a persuadere l’Inghilterra a sostenere la politica energetica di Bush come alternativa a Kyoto.
Nell’ottobre 2001, il signor Rene Dahan, Vice Presidente della ExxonMobil, redasse il tanto atteso piano alternativo del governo americano a Kyoto “non sarà sostanzialmente differente da quello che avete finora sentito da noi “. Nel Febbraio 2002 George Bush svelò il suo piano che rispecchiava fedelmente la posizione della Exxon sulla politica dei cambiamenti climatici. L’approccio di Bush è basato interamente su atti volontari che porteranno ad un aumento delle emissioni di gas serra pari a circa il 29% dei livelli del 1990. Dopo il successo ottenuto con il ritiro statunitense dal protocollo di Kyoto, la ExxonMobil sta ora esercitando le sue pressioni sul Canada. Nel marzo del 2002, Bob B. Peterson, presidente ed amministratore dell’ Imperial Oil, sussidiaria della ExxonMobil in Canada, ha dichiarato alla stampa nazionale: “Kyoto è un’entità economica che non ha niente a che vedere con l’ambiente. Ha a che fare con il commercio mondiale e con uno schema di benessere tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo. E tutto è stato confezionato in forma di azioni per l’ambiente, la cosa più sbalorditiva che abbia mai sentito.”

Conclusioni
178 paesi sono d’accordo per decisioni vincolanti in merito al taglio delle emissioni in atmosfera. Se oggi gli USA rifiutano di prendere parte in ogni modo al Protocollo di Kyoto, la responsabilità maggiore è individuabile nell’operato della ExxonMobil su cui grava l’indebolimento dell’unico strumento internazionale che riguarda il riscaldamento globale. Non solo le sue attività quotidiane contribuiscono a peggiorare la situazione, ma la ExxonMobil è stata anche la più attiva ad impedire qualsiasi misura concreta per rallentare il fenomeno dei cambiamenti climatici. Come ha notato il The Economist, la ExxonMobil in qualità di più grande compagnia petrolifera nel mondo ‘è la più potente voce dissenziente sui cambiamenti climatici’. L’influenza che la compagnia ha sul presidente Bush non deve essere sottostimanta. Mentre Bush continua a dichiarare di voler guidare il mondo sui cambiamenti climatici, è chiaro che è lui stesso ad essere guidato dalla ExxonMobil, che ha, in effetti, sia scritto che finanziato il suo programma politico.

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Esso: un decennio di sporchi trucchi

Sempre più prendiamo consapevolezza della responsabilità collegata ad ogni acquisto. Il comperare è la forma di consenso a un prodotto del mercato e l’approvazione e l’incoraggiamento a tutta la filiera di produzione da cui deriva. Ogni acquisto ci fa diventare consenzienti di tutte le vicende che hanno dato origine al prodotto che noi scegliamo
In questo momento, in cui la guerra viene proposta come strumento di sicurezza e ordine nel mondo, chi è convinto che invece essa provochi solo sofferenza e distruzione si interroga su quali imprese economiche siano coinvolte nell’affare guerra. Dire no alla guerra non è sufficiente. E’ il momento di iniziare azioni dirette a incidere sugli equilibri di mercato. L’azione sarà tanto più efficace se sarà collettiva e orientata verso un prodotto strategicamente importante come il petrolio.
Bush ha deciso di attaccare l’Iraq soprattutto per garantirsi il controllo delle più grandi riserve di petrolio al mondo dopo quelle dell’Arabia Saudita. Ebbene, a fornire il carburante all’esercito americano sarà la Exxon, la più grande multinazionale petrolifera del mondo, che in Europa è proprietaria del marchio Esso.

Secondo quanto riportato alla fine di settembre dall’agenzia di stampa Defense Logistic, la Exxon ha vinto l’appalto di 48 milioni di dollari per la fornitura di benzina, gasolio ed oli lubrificanti per l’esercito, la marina, l’aviazione, la Nato e le altre agenzie afferenti al Dipartimento della Difesa. La fornitura comprende anche l’approvvigionamento alle basi italiane continentali (Vicenza, Camp Derby, Napoli ecc) ed insulari (Sicilia, La Maddalena ecc). Questa cifra è un’inezia per una compagnia con introiti di decine di miliardi di dollari annui, ma assume un aspetto interessante se si considera che la Exxon, per la sua posizione di maggiore compagnia petrolifera, per di più statunitense e con un grande “ascendente” su Bush, sarà la compagnia chepiù di altre trarrà profitti dalla conquista dell’Iraq e dei suoi campi di estrazione, il 25% dei quali era già di sua proprietà prima del conflitto del 1991.
La Exxon è già al centro di una campagna di boicottaggio internazionale che coinvolge Gran Bretagna, USA, Francia, Austria, Germania e Australia. Oggi persino la Deutsche Bank giudica a rischio investire nella multinazionale petrolifera.

Nel 2000 la Exxon, in occasione delle elezioni presidenziali statunitensi, ha contribuito alla campagna elettorale del partito repubblicano con oltre un milione di dollari. Sin dal suo insediamento, è apparso chiaro che il nuovo Governo statunitense era guidato da una potente lobby legata all’industria petrolifera. Infatti tra le prime decisioni di Bush, così come esplicitamente richiesto dalla Exxon, ci sono state il rifiuto di ratificare il Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici, l’avvio all’estrazione petrolifera anche in aree protette e la rimozione del presidente dell’IPCC (International Panel on Climate Change) che sin dal 1995 aveva indicato nell’uso di combustibili fossili la principale causa dei cambiamenti climatici.

Per tutti questi motivi proponiamo di togliere il nostro consenso a chi fornisce energia alla guerra: così daremo un segnale del reale potere che è in mano ai consumatori.

FAI UN GESTO CONCRETO CONTRO LA GUERRA
NON FINANZIARE CHI LE DA ENERGIA
DIMINUISCI I TUOI CONSUMI DI CARBURANTE
NON FERMARTI PIU’ ALLE STAZIONI DI SERVIZIO ESSO

PERCHÉ LA EXXONMOBIL È PORTATA IN GIUDIZIO PER IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

da Redazione

http://znetitaly.altervista.org/art/28047?__cf_chl_jschl_tk__=4c3c3a0c4935238c89ac219a0a45ffe6a22dce57-1613057330-0-AV9ulwS4EtK26A11AHlrDBPfKxmsBuk1EYBFJub9QSxDTtVMDucwemAro0GIGurZuN91MDHEJebv8MJRIdL_xuYs-C62Dcsy9Q7WAP_klpZSJ3TElTmHSHEDe7e7euq8BEgYHYh5IUIK_szLlGfExusa7WkjcNwWmY9JOvHPGvglfGA8sYYCBzS-9HjzZkFJvnsrGXO5ar12ATJ8lZyJadI_Gh4mwI2Gn3-o72fr8bNC1p3hpAH5uw-PAM_ZhRlseFexYQMavYrlDouI0YltqFlsEZHHHAY1DMKAI7M4oNf_B5g8RJKB7h-Ue0i5GDaxbw 

ExxonSapeva

di Ryan Devereaux -13 novembre 2019

L’edificio della Corte Suprema dello stato di New York è un colosso dalla facciata di granito con vasti scalini, colonne torreggianti e una rotonda barocca. E’ un luogo in cui sono state combattute battaglie legali cruciali per quasi un secolo. Tuttavia, quando le procedure sono iniziate in una modesta aula del secondo piano in un pomeriggio grigio, irragionevolmente caldo il mese scorso, lo storico edificio è sembrato in qualche modo superato dalla gravità della materia in arrivo.

Due squadre legali sono state stipate fianco a fianco attorno a tavoli di legno. Spettatori e curiosi legali da fuori dello stato hanno riempito i banchi dietro di loro. Giornalisti erano curvi sui loro portatili. Un agente tatuato del tribunale passeggiava alla periferia della sala in cerca di violatori delle regole. Se si fossero strizzati gli occhi avrebbe potuto essere uno qualsiasi dei molti processi di alto profilo che passano per New York City e non – come molti sperano – un test storico su se l’industria responsabile di aver posto l’umanità su un percorso di immolazione possa essere chiamata a rispondere prima che sia troppo tardi.

La causa del Popolo dello Stato di New York contro la Exxon Mobil Corp., avviata la settimana scorsa, fa parte di un’ondata di vertenze dirette contro titani dell’industria dei combustibili fossili che si sta facendo strada in tribunali di tutto il paese. “E’ solo la seconda causa sul cambiamento climatico che mai vada a giudizio negli Stati Uniti”, ha dichiarato a The Intercept Michael Gerrard, un docente della Facoltà di Diritto della Columbia e uno dei maggiori esperti mondiali delle vertenze sulla responsabilità climatica. “Ed è la prima in cui i querelanti sono stati in grado di ottenere trasparenza da una delle società dei combustibili fossili”. Se la procuratrice generale di New York, Letitia Jamese, avrà successo nella causa, la Exxon Mobil potrebbe essere tenuta a risarcire fino a 1,6 miliardi di dollari di danni.

“La mancata lotta forte della comunità internazionale contro il cambiamento climatico e le ritirate sotto l’amministrazione Trump stanno lasciando i promotori di una forte azione climatica alla disperata ricerca di qualsiasi strumento possano usare, con molti che ricorrono ai tribunali”, ha spiegato Gerrard. Il Centro per la Legge sul Cambiamento Climatico, che Gerrard gestisce ed è mirato ad addestrare futuri avvocati alle vertenze sul clima, ha conteggiato l’avvio di 1.000 cause sul cambiamento climatico negli USA, ma la tendenza, ha detto, non è limitata agli USA. “Stiamo assistendo a un boom delle vertenze climatiche”, ha detto Gerrard, “non solo negli Stati Uniti, ma globalmente”.

Sulla carta, la causa della Exxon Mobil a New York non riguardava la crisi climatica, almeno non direttamente. La causa, invece, riguardava comunicazioni della Exxon ai suoi azionisti riguardo ai potenziali costi futuri relativi alla crisi. Tali comunicazioni, ha affermato l’ufficio del procuratore generale, erano false e corrispondevano a un enorme caso di frode borsistica. “Non stiamo dicendo alla Exxon come gestire la sua attività”, ha dichiarato il procuratore Kevin Wallace al giudice Barry Ostrager nella sua dichiarazione di apertura. “Era, ed è, sempre libera di cambiare le sue pratiche aziendali, ma deve essere onesta con gli investitori”. Wallace ha sottolineato che “la società ha mancato di gestire i rischi nel modo promesso. I costi di tale carenza sono sbalorditivi. Gli investitori hanno ora diritto alla verità e al proprio risarcimento”.

Si è trattato dell’attenta inquadratura di un procuratore alla ricerca di vincere una causa, ma chiaramente c’era più di questo nel processo, una più profonda spiegazione della sensazione di elettricità che ha attraversato l’aula di Ostrager. C’è stato un motivo per la lunga fila di persone che cercavano di entrare nell’aula quel pomeriggio, e non si è trattato di un nuovo interesse pubblico di massa a una complessa vertenza su una frode borsistica. Le persone erano attirate perché una società apparentemente intoccabile al vertice dell’industria responsabile dell’emergenza climatica stava rischiando un danno potenzialmente grave in un modo visibile al pubblico. E non era la sola.

Mentre i giornalisti facevano la coda in attesa che cominciassero le tesi di apertura a New York, sono uscite notizie che la Corte Suprema aveva respinto un appello di più di due dozzine di società multinazionali dell’energia, Exxon Mobil compresa, per bloccare una causa a livello statale della città di Baltimora, una di più di una dozzina avviate da amministrazioni statali e locali in tutto il paese. La causa è una di numerose cause di “disturbo della quiete pubblica” con il potenziale di aprire l’industria dei combustibili fossili alla responsabilità per i suoi impatti climatici in singole località e comunità. Il giorno seguente, mentre cominciavano le testimonianze di testimoni a New York , l’ufficio del procuratore generale del Massachusetts ha avviato la propria causa legale contro la Exxon Mobil, una causa ancor più vasta di quella in svolgimento a Manhattan.

C’è una storia interconnessa che percorre le diffuse vertenze. “C’è stata una precedente tornata di queste cause intorno al 2008 e al 2012 e alla fine sono state tutte archiviate”, ha spiegato Gerrard; cause come la American Electric Power Co. contro il Connecticut, la Kivalina contro la ExxonMobil Corp. e la Comer contro la Murphy Oil USA. “Dunque c’è stato uno iato di cinque anni prima che nuove cause iniziassero in base a teorie differenti”. Tali teorie hanno tratto vantaggio dal lavoro pionieristico di giornalisti dell’Inside Climate News, del Los Angeles Times e della Columbia School of Journalism che hanno pubblicato una serie di articoli alla fine del 2015 basati su una quantità di documenti interni della società e su dozzine di interviste che descrivevano come la Exxon “abbia condotto decenni fa ricerche climatiche all’avanguardia e poi, senza rivelare quanto aveva scoperto, abbia operato in prima linea nel negazionismo climatico, fabbricando dubbi riguardo all’unanimità scientifica che i suoi stessi scienziati avevano confermato”.

Un mese dopo la pubblicazione degli articoli l’allora procuratore generale di New York, Erich Schneiderman, ha citato a comparire la Exxon Mobil con “estesi documenti finanziari, e-mail e altri documenti”. Poco dopo, i procuratori generali di Massachusetts e Virgin Islands hanno annunciato che si sarebbero uniti a New York nell’indagare la società. “E’ troppo presto per dire che cosa scopriremo”, ha dichiarato Schneiderman a una conferenza stampa del marzo 2016 riguardo all’indagine, che aveva il sostegno di procuratori generali di tutto il paese. “Intendiamo lavorare il più aggressivamente possibile, ma anche il più prudentemente possibile”.

La reazione della Exxon è stata immediata e intensa. Il gigante del petrolio ha affermato che le inchieste erano “motivate politicamente e basate su notizie screditate di organizzazioni attivistiche”. La società ha compiuto sforzi per bloccare le indagini. E la pressione ha avuto un effetto: tre mesi dopo aver annunciato che il suo ufficio si sarebbe unito a New York e al Massachusetts, il procuratore generale delle Virgin Islands ha ritirato il suo mandato di comparizione con quasi quattro decenni di documenti della Exxon.

Tra le misure assunte dalla Exxon in reazione alle indagini c’è stata l’assunzione di Ted Wells, uno dei più eminenti avvocati della nazione di difesa dei colletti bianchi, i cui clienti sono spaziati da I. Lewis “Scooter” Libby – l’ex consigliere del vicepresidente Dick Cheney – a giganti della finanza quali Citigroup, Bank of America e JP Morgan.

Alto e calvo, con una voce tonante, Wells nella sua dichiarazione di apertura a New York ha attaccato la conferenza stampa di Schneiderman del 2016, descrivendola come l’estensione di un “programma di falsa denigrazione della ExxonMobil”. “Vostro Onore, so che alla fine lei baserà la sua decisione sui quattro angoli della denuncia, ma penso che la domanda nella mente di tutti sia l’elefante nella vetreria: perché farebbero una cosa simile?” ha dichiarato Wells alla corte. “L’hanno fatto perché non si sono mantenuti obiettivi e corretti. Si sono confusi. Eric Schneiderman li ha portati sulla via sbagliata. E spero che alla fine torneranno sulla via giusta”.

Quando è emersa per la prima volta la causa statale, c’è stata un’aspettativa che la causa di New York sarebbe stata la più vasta, ha spiegato Gerrard, con al centro lo schema di falsa rappresentazione al pubblico rivelata grazie al giornalismo d’inchiesta. L’ufficio del procuratore generale ha invece scelto di perseguire un più limitato caso di frode borsistica, con i suoi strumenti legali più forti radicati nella Legge Martin, una legge antifrode che riconosce ai procuratori ampia autorità di indagare società quotate pubblicamente. Descritta da Climate Liability News come “la più rigorosa legge antifrode della nazione”, la Legge Martin non prescrive ai procuratori di stabilire prove di intenzioni fraudolente. La legge è stata la base dell’indagine del procuratore generale di New York agli inizi del primo decennio del 2000 che ha condotto a sanzioni di 1,4 miliardi di dollari imposte ad alcune delle più grandi banche del settore finanziario.

Diversamente da New York, la causa del Massachusetts contro la Exxon Mobil ha sinora offerto l’esempio più prossimo di un vasto attacco alla società dei combustibili fossili che molti attendevano. La denuncia di 211 pagine della procuratrice generale Maura Healey ha accusato la Exxon di “fuorviare sistematicamente e intenzionalmente… gli investitori e i consumatori del Massachusetts riguardo al cambiamento climatico”. Citando il giornalismo del 2015 che ha rivelato “lo schema di raggiro” della Exxon, la denuncia ha proseguito sostenendo che la “gravità delle azioni illegali storiche e che proseguono della ExxonMobil non possono essere sovrastimate; il mondo ha perso quarant’anni cruciali per sviluppare e impiegare nuove tecnologie che consentano una transizione ordinata dai combustibili fossili. Il raggiro della ExxonMobil ha privato investitori e consumatori di fatti centrali così essenziali per i loro investimenti e per le loro scelte di acquisto: la conoscenza che continui investimenti nell’attività dei combustibili fossili della ExxonMobil e la produzione e uso di prodotti dei combustibili fossili della Exxon avrebbe determinato risultati catastrofici per il genere umano, per molte delle specie del pianeta e per l’economia globale”.

Le cause di New York e del Massachusetts sono il volto di alto profili di “un attacco a più punte all’industria dei combustibili fossili”, ha affermato Gerrard. Ha aggiunto, tuttavia, che “è di gran lunga troppo presto per predire come tutto questo si evolverà”. Gerrard ha rifiutato di ipotizzare di quali delle varie cause legali società come la Exxon dovrebbero essere più preoccupate: “Si stanno difendendo molto vigorosamente da tutte”.

Per Bill McKibben, l’autore ambientalista e fondatore di 350.org, il momento attuale pare l’inizio di un nuovo capitolo. “Siamo giusto all’inizio di quella che sarà una lunga resa dei conti ufficiale per uno dei crimini realmente incredibili del nostro tempo”, ha dichiarato McKibben a The Intercept. “I reati alla base sono iniziati moltissimo tempo fa, alla fine degli anni Ottanta e negli anni Novanta, con la decisione di costruire questa architettura di inganni e negazionismo riguardo alla realtà del cambiamento climatico, una questione di cui le compagnie petrolifere conoscevano benissimo la risposta”.

Anche se affidarsi ai tribunali può essere una faccenda difficile per gli attivisti – “perché alla fine sono fuori dal tuo controllo” – McKibben ha evidenziato un caso in particolare come meritevole di “speciale credito” in questo momento di intensificata azione legale: Juliana contro Stati Uniti.

Nota come la causa dei “bambini del clima”, la causa è stata avviata nel 2015 per conto di 21 giovani querelanti. Juliana è diversa da altri grandi cause climatiche in svolgimento a New York, Massachusetts e altrove: mette gli occhi sul governo, sostenendo che attraverso le sue iniziative per permettere, autorizzare e sovvenzionare l’industria dei combustibili fossili – contemporaneamente comprendendo il danno catastrofico che tale industria stava creando – il governo ha violato i diritti costituzionali dei querelanti e non li ha protetti in base alla dottrina nota come fede pubblica.

La logica legale alla base della vertenza è stata sviluppata da Mary Christina Wood, una docente di diritto presso l’Università dell’Oregon, la cui teoria della “Vertenza sulla Fiducia Atmosferica” sostiene che il canone legale della fede pubblica – l’idea che il governo debba proteggere sistemi ambientali cruciali per il bene pubblico – dovrebbe essere applicato anche all’atmosfera. Dunque al governo sarebbe prescritto di perseguire iniziative che proteggano, anziché mettere a rischio, il benessere ambientale delle generazioni future.

Il 10 novembre 2016, due giorni dopo l’elezione di Trump, Ann Aiken, un giudice federale dell’Oregon, ha rigettato una mozione governativa di archiviazione della causa. “Non ho alcun dubbio che il diritto a un sistema climatico in grado di sostenere la vita umana sia fondamentale per una società libera e ordinata”, ha affermato la Aiken. Dall’avvio della causa Juliana, querelanti hanno avvito cause simili in tribunali di tutto il paese. Tre cause a livello statale sono state archiviate, determinando appelli.

Se la causa Juliana avrà successo è incerto. La causa è attualmente bloccata nei tribunali, con il governo che continua a lottare per la sua archiviazione. Attivisti ambientalisti stanno seguendo la vertenza più da vicino di qualsiasi altra nella memoria recente. Se avrà successo, le implicazioni per l’industria del combustibili fossili potrebbe essere storica.

“Ha fatto un lavoro enorme per istruire”, ha detto McKibben. “Ed è arrivata più in là di quanto ritengo molti pensassero quando è iniziata. Un gran merito a loro”.

Dall’inizio le cause climatiche hanno suggerito paragoni con la vertenza con la grande industria del tabacco (Big Tobacco) degli anni Novanta. E’ facile capire perché: entrambe riguardano grandi imprese che sistematicamente hanno mentito al pubblico riguardo al pericolo dei loro prodotti e procuratori generali che hanno agito in reazione. Alla conferenza stampa di Schneiderman del 2016 lo stesso ex vicepresidente Al Gore ha fatto lo stesso paragone, affermando che “l’analogia può reggere piuttosto precisamente”. Le due cause storiche condividono persino un personaggio: Wells, l’avvocato della Exxon, ha difeso la Phillip Morris quando la società è stata accusata di aver condotto la sua campagna pluridecennale di raggiri.

Per quanto siano comprensibili, Gerrard ammonisce che le analogie tra le cause di Big Tobacco e le attuali cause sul clima hanno i loro limiti. “I querelanti nelle cause climatiche le paragonano costantemente alle cause del tabacco e sperano che avranno lo stesso esito”, ha spiegato . “La differenza principale è che la società non ha bisogno del tabacco per funzionare, mentre i combustibili fossili sono una base della civiltà moderna”. Per superare tale fatto e combattere la crisi climatica in modo significativo Gerrard sostiene che la società deve passare a un’economia decarbonizzata, in cui il combustibile fossile non sia più una base della civiltà e farlo richiederà sforzi che vanno oltre i tribunali.

La settimana scorsa lo stato ha concluso la sua presentazione della causa contro la Exxon Mobil a New York. Nel farlo, i procuratori hanno lasciato cadere due delle loro accuse di frode. L’affermazione basata sulla forte Legge Martin non è stata tra esse. Wells, l’avvocato della Exxon, ha descritto la causa “inutile” come una “barzelletta crudele”. Un verdetto è atteso a dicembre.

Il testimone di più elevato profilo chiamato al banco durante la vicenda durata molte settimane è stato l’ex amministratore delegato della Exxon, Rex Tillerson, che ha guidato la società per un decennio prima di imbarcarsi in un periodo da segretario di stato sotto il presidente Donald Trump.

Se Tillerson è stato innervosito dalle domande dell’ufficio del procuratore generale, non lo ha fatto vedere. In un abito blue navy e con una cravatta rossa, l’uomo del petrolio da lungo tempo ha spiegato come la Exxon prenda sul serio il cambiamento climatico e abbia in effetti dedicato anni a indagare il problema. Ha tralasciato le parti riguardo al fatto che la società ha tenuto segreti i suoi risultati cruciali, mentre conduceva una guerra di disinformazione per indebolire la scienza climatica esterna che giungeva alle stesse conclusioni.

In anni recenti, Tillerson ha dichiarato al giudice, la Exxon ha rivendicato la “più vasta e più diversificata base di risorse dell’industria”, con un totale di 92 miliardi di barili di materiali di base sotto il proprio controllo: 25 miliardi di riserve dimostrate, 28 miliardi in fase di progettazione o sviluppo, e 39 miliardi in fase di valutazione. Riguardo alla crisi climatica e a quale impatto avrebbe sulla strategia complessiva della Exxon, sulle sue attività quotidiane e i suoi doveri nei confronti degli azionisti, ha detto Tillerson, “abbiamo cercato di essere responsabili”.

Allo stesso tempo, ha riconosciuto, “siamo in un’attività in esaurimento”.

Che cosa ne sarà di tale attività – sapendo ciò che il pubblica sa del ruolo avuto da essa nel modellare il presente e il futuro – è la domanda sottostante che percorre oggi le vertenze climatiche nei tribunali.

“La crisi climatica è così enorme e il cambiamento così vasto, che abbiamo bisogno di progressi enormi su ogni fronte”, ha detto McKibben. In un articolo recente per il New Yorker, il veterano autore climatico ha sostenuto che la continua attenzione sulla comunità finanziaria che sostiene l’industria dei combustibili fossili – specialmente i settori bancario, delle gestioni patrimoniali e delle assicurazioni – dovrebbe unica su tali fronti. Quelle lotte, ha affermato McKibben, non possono essere sganciate dalle lotte che si svolgono nei tribunali. “E’ chiaro che CITI e Chase e BofA e Well Fargo” – maggiori istituzioni finanziarie – “stanno prestando centinaia di miliardi di dollari a questi tizi, sapendo bene quello che fanno nel mondo. Pare vergognoso”, ha detto. “Abbiamo bisogno di un grande cambiamento politico. Abbiamo bisogno del sistema giudiziario aggressivamente all’opera. Io penso, ferventemente, che abbiamo bisogno di un reale, forte confronto con la comunità finanziaria, ‘confronto’ essendo un’abbreviazione di attacco alla comunità finanziaria che sta foraggiando tutta questa roba”. McKibben ha rapidamente chiarito, con una risata: “Attacco non violento. Ma tuttavia un attacco vivace”.

Un’implicazione largamente taciuta ha attraversato gran parte della testimonianza di Tillerson nell’aula affollata di Ostrager a New York: l’idea che nei decenni a venire ci sarà un ruolo da svolgere per società come la Exxon, un ruolo positivo e non da diretto e attivo contributore alla crisi, come è stata negli ultimi 40 anni. McKibben ha i suoi dubbi. “Non sono per nulla sicuro che saranno mai parte della soluzione, ma se lo saranno, sarà precisamente perché saranno stati martellati tanto duramente quanto sarebbe possibile martellarli”, ha detto. “Il loro potere politico deve essere spezzato prima che esista una qualsiasi possibilità che siano una forza per un bene anche modesto”.

“Spezzare il loro potere politico”, ha detto, “è una condizione sine qua non per il progresso su qualsiasi fronte”.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/why-exxon-mobil-is-being-taken-to-court-over-climate-change/

OriginaleThe Intercept

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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