Fisicamente

di Roberto Renzetti

Pubblichiamo un articolo uscito sul “Il Manifesto” di Enzo Modugno. Antico e Saggio “maestro” di Sbancor, con lui prese tre 30 e lode all’Università di Roma, Nodugno espone magistralmente la tesi del keynesismo militare.

Non solo per il petrolio o per prevenire il terrorismo. La guerra serve a rilanciare l’industria degli
armamenti e attenuare così gli effetti della recessione economica. Un percorso di lettura sulle cause vere o presunte della volontà angloamericana di attaccare l’Iraq
ENZO MODUGNO
ISocial Forum sono stati anche, a guardar bene, dei congressi internazionali di
polemologia, una disciplina che studia le cause delle guerre. Da Firenze a Porto Alegre
in centinaia di dibattiti sono state valutate le dichiarazioni ufficiali del governo Usa e le
principali cause della guerra avanzate finora, cioè il keynesismo militare, il terrorismo,
il petrolio. Partiamo dalla prima spiegazione, il keynesismo militare. «Con Reagan –
ha scritto Samir Amin – il keynesismo sociale è stato ripudiato, ma a favore di un
keynesismo militare – immutato dal 1945 e mantenuto anche dopo la dissoluzione del
presunto nemico sovietico – per il quale la scelta egemonica di Washington ha trovato
nuove legittimazioni». Secondo questa versione, la crisi economica, la più grave dopo
il `29, è oggi il pericolo reale e inconfessabile per la «sicurezza nazionale» Usa, non il
terrorismo e il petrolio delle versioni ufficiali. Quindi la spesa pubblica militare – il
keynesismo infinito – serve in realtà a combattere la crisi perché ha il duplice effetto:
1) di attutire la recessione – come sostegno alla domanda che diventa decisivo
quando la riduzione della pressione fiscale e i tagli del costo del denaro non danno
risultati – e 2) di rafforzare l’egemonia militare – che permette di controllare mercati e
campi d’investimento e di rassicurare i capitali esteri che affluiscono a finanziare il
deficit statunitense.

Una sinergia micidiale. La spesa pubblica militare è così diventata la formula della
sopravvivenza per il capitalismo statunitense afflitto da depressione cronica, ed è
ormai una necessità permanente, strutturale, inconfessabile che ha dunque bisogno di
apparire necessaria in altro modo, giustificata cioè da una continua, ossessiva,
apocalittica minaccia, che se c’è va enfatizzata e se non c’è va costruita.

Torniamo un po’ dietro nella storia, agli anni Trenta, quando gli Usa stavano
attraversando il decennio di depressione più disastroso della loro storia, curato invano
con la spesa pubblica civile. Ma quando «il dottor New Deal – disse l’allora presidente
Roosevelt – lasciò il posto al dottor vinciamo la guerra», e nel 1941, già nei primi mesi
di conflitto con la forte ripresa della produzione, gli Usa verificarono l’efficacia
economica della spesa pubblica militare, la adottarono stabilmente e da allora non
l’hanno più abbandonata. Quindi non ci troviamo all’inizio della «guerra infinita» ma
ad un’alternanza di guerre calde e fredde che dura da 61 anni: oggi infatti, con la
capacità produttiva inutilizzata al 25%, come nella grande depressione, l’unica
domanda che continua a crescere è quella per gli armamenti.

Il military keynesianism, di cui hanno scritto Paul Sweezy e Paul Baran, Harry Magdoff,
Samir Amin, che hanno interpretato in questo modo le guerre Usa per più di mezzo
secolo, è stato ripreso nei Social Forum ma oggi è quasi ignorato a sinistra. Ne ha
parlato Alex Zanotelli e ne hanno variamente trattato Massimo Pivetti su «Giano»,
Giacchè, Burgio e Catone su «L’Ernesto», Nella Ginatempo su «Pace e guerra» e
Sbancor su Indymedia, Luciano Vasapollo e Giorgio Gattei in La belle epoque è finita,
quaderno di «Contropiano». Ma non ve n’è traccia nel pur dotto volume Per una pace
infinita di Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni, secondo i quali la guerra viene fatta per
rimuovere le interruzioni alla circolazione delle comunicazioni e dei flussi del petrolio e
del denaro.

Secondo la spiegazione «keynesiano-militare» delle minacce di guerra, il terrorismo e
il petrolio svolgerebbero il ruolo ufficiale di «minaccia».

La guerra al terrorismo è la versione ufficiale fornita dall’amministrazione Usa,
accettata da neoliberisti di destra e di sinistra, e anche da una parte della sinistra che
rifiuta la guerra, ma perché la considera un mezzo inadeguato e controproducente. Si
vedano a questo proposito, le critiche a questa spiegazione date da Andrea Catone
nel numero 5 de «L’Ernesto». Rifiuta questa versione anche Alex Zanotelli: «Non è una
guerra contro il terrorismo. Non so cosa sia successo l’11 settembre, un giorno lo
sapremo, ma il complesso militare-industriale americano ha usato l’11 settembre per
rilanciare l’economia».

Qualche mese fa a Praga, il presidente americano George W. Bush ha dichiarato: «La
guerra fredda è finita ma ora ci sono nuovi nemici. Ci abbiamo messo dieci anni per
capire qual era la nuova minaccia», confessando così la troppo lunga gestazione della
strategia statunitense sulla sicurezza nazionale. Ma può essere detto, con Ramonet,
in altro modo: «l’anticomunismo vi era piaciuto? l’antislamismo vi entusiasmerà».
Tuttavia il terrorismo islamista non è l’Armata rossa e i 10 mila di Al Qaeda non
riescono a giustificare una spesa militare così sproporzionata; anche perché sono stati
allevati, istruiti, armati dagli Usa sin dagli inizi e usati contro l’Urss in Afganistan; una
credibilità vacillante, anche per i dubbi e le inchieste sull’11 settembre.

E’ stato dunque necessario un rilancio ufficiale. Se dopo l’11 settembre erano stati
previsti due anni, adesso il «piano militare strategico per la guerra al terrore» ne
prevede altri trenta, un intero periodo storico, l’equivalente della Guerra fredda, in
realtà la sua continuazione. «E’ la formula magica per far durare all’infinito il periodo
delle vacche grasse: la Guerra fredda è una pompa automatica, si gira un rubinetto e
la gente strepita per nuovi stanziamenti militari, se ne gira un altro e lo strepito
cessa», scriveva 50 anni fa l’ultraconservatore «U.S. News and World Report» (citato da
Paul Sweezy ne Il capitale monopolistico). Nulla di nuovo dunque, nient’altro che la
solita, collaudatissima «formula magica». Costruire o enfatizzare la minaccia per
giustificare l’ingente spesa pubblica militare. Ma alla Casa Bianca ci sono due scuole di
pensiero e la seconda ha un’altra minaccia da affiancare al terrorismo: la mancanza di
petrolio.

La mancanza di petrolio costuisce, secondo alcuni documenti dell’amministrazione
Bush, il vero pericolo, dato che fondano alla «sicurezza nazionale» Usa sul controllo
dei giacimenti. Questa spiegazione è recepita da un’altra parte della sinistra perché
combacia con l’interpretazione «leninista» della guerra imperialistica come guerra di
rapina. Per Valentino Parlato potrebbe essere «una tesi troppo vetero-imperialista» (il
manifesto, 18-9-2002). Si sovrappone o coincide con l’interpretazione della guerra
come imposizione dell’egemonia Usa. La versione petrolio è frequente sui media
europei ma, come ha rilevato Rifkin, non su quelli americani. In effetti le compagnie
americane hanno comprato ancora nel 2001 il 42% del petrolio che l’Iraq è riuscito ad
esportare.

D’altra parte se si trattasse davvero di una guerra per disporre di più petrolio, perché
solo ora e non dieci anni fa durante la guerra del Golfo? Quando invece il petrolio fu
bloccato, prima col dietro-front a pochi chilometri da Bagdad e soprattutto poi con le
sanzioni.

Il giornale della Confindustria si chiede preoccupato – ed è una preoccupazione
«europea» – se anche questa volta «ci sia interesse a tenere quel greggio lontano dal
mercato per molti anni» («Il Sole-24 Ore», 23-12-2002). Non si aspetta oil bonanza
neanche l’«Economist» (25-1-2003) secondo cui il motivo della guerra non è il petrolio
a buon mercato perché gli impianti petroliferi, già in cattive condizioni dopo dieci anni
di abbandono, con la guerra peggioreranno e ci vorranno altri dieci anni per
ripristinarli, specialmente se Saddam Hussein distruggerà i pozzi: per questo si
prevedono prezzi alti, $40 al barile, «almeno per molti anni».

E poi come sarà gestito il petrolio dell’Iraq? «Il petrolio è degli iracheni» ha dichiarato
il segretario di stato Usa Colin Powell (22 gennaio), ma il suo capo tace: glie lo
lasceranno o glie lo prenderanno tutto? E in questo secondo caso quanto potrà costare
tenere a bada 25 milioni di iracheni?

Dunque non è certo la guerra che assicura agli Usa petrolio a basso costo ma al
contrario il controllo del mercato che già detengono da molti anni: infatti i paesi
veramente dipendenti dal petrolio sono i paesi produttori, che non hanno mai il
coltello dalla parte del manico; il mercato del petrolio e dei derivati sul petrolio è
dominato dalla domanda e i prezzi di riferimento (Brent e West Texas) si fanno in
Occidente. Si prospettava anche un accordo tra i paesi importatori che potrebbero
escludere alcuni paesi produttori gettandoli sul lastrico. E la Russia e altri paesi non
Opec, che sono in grado da soli di fornire tutto il petrolio necessario sostituendo il
Medio oriente, stanno ora tentando di convincere gli Usa ad acquistarne quote
maggiori: c’è infatti incertezza sull’incremento della domanda di petrolio, che è del
2,2% secondo il modello di riferimento ma potrebbe essere solo dell’1,1% in seguito
al risparmio energetico in consumi e investimenti. Perfino il Bush del «no» a Kyoto ha
stanziato 1,2 miliardi per il motore all’idrogeno. Pertanto, e per il fatto che i giacimenti
sono più vasti di quanto stimato qualche anno fa, il dominio sul mercato assicura già
agli Usa abbondanza di petrolio e controllo dei prezzi.

Per questo, anche se la crisi economica, secondo la tesi neoclassica, derivasse dal
prezzo del petrolio – e non invece da ragioni endogene, secondo la tesi marxiana –
non avrebbe comunque senso l’occupazione dei giacimenti perché rapinare petrolio
costa molto di più che comprarlo: la guerra all’Iraq potrebbe costare fino a 2000 miliardi
di dollari, come sostiene l’economista William D. Nordhaus docente a Yale (il manifesto
del 14/2/2003), e quindi gli Usa, che spendono 100 miliardi all’anno per importare
petrolio, con 2000 miliardi potrebbero comprarne per vent’anni standosene tranquilli a
casa. Ma sfortunatamente il rapporto costi/benefici è stato calcolato su un altro piano.

D’altra parte il colonialismo è tramontato anche perché, stabilita l’egemonia militare,
era più conveniente controllare i mercati che occupare i territori. Per questo
l’occupazione coloniale dei pozzi – oggi – può diventare un’altra giustificazione per
l’ingente spesa pubblica militare.

Il keynesismo militare dunque è un tragico retaggio delle dittature che con la gestione
neoliberista si è definitivamente affermato come indispensabile alla sopravvivenza del
capitalismo. Un micidiale binomio che va riconosciuto e fermato: il terrorismo e il
petrolio sono solo le giustificazioni di turno, ci saranno ancora minacce ossessive,
apocalittiche, martellanti, e governanti che non oseranno metterle in dubbio.
L’anticomunismo delle blacklist maccartiste e l’antislamismo di oggi seguono lo stesso
copione. Questo capitalismo ha avuto bisogno quest’anno per sopravvivere di 700
miliardi di armamenti mentre ne sarebbero bastati 13 per eliminare la morte per
fame. Un cinismo trasversale che ormai solo un grande movimento può fermare.

Keynesismo in versione liberista

di Enzo Modugno

In assenza di guerre generali, gli Usa fomentano minacce
e attuano interventi regionali
atti a giustificare un budget militare in continuo aumento

Il 1941 è nella storia delle guerre e del rapporto tra Stato e guerra un anno periodizzante. Non solo perché la guerra scoppiata nel 1939 diventa veramente mondiale con l’aggressione all’Unione Sovietica e con Pearl Harbour, ma perché gli Stati Uniti d’America sono stati da allora continuativamente in guerra. La loro “guerra infinita” comincia allora, con un salto qualitativo del rapporto guerra-economia.
La prima guerra mondiale era stata una guerra di rapina: il capitalismo delle due parti belligeranti aveva come fine la distruzione dei capitali della parte nemica per ereditarne i mercati e le colonie. Lo si vide bene a Versailles, quando fu chiaro che la guerra non era stata altro che la continuazione della concorrenza internazionale tra le grandi Potenze. Le crisi capitalistiche nell’800 – sostanzialmente crisi di sovrapproduzione – erano state devastanti, e avevano colpito i capitali indiscriminatamente su scala internazionale. Con il 1914 e con l’esperienza della guerra totale, ci si avvia a chiedersi: perché far distruggere dalla crisi i propri capitali? Andiamo a distruggere i capitali degli altri, in modo da evitare che siano colpiti i nostri. Quella guerra consistette quindi evidentemente in una gestione militare della crisi economica: il ciclo economico diventa un ciclo di guerre mondiali. Lo videro bene coloro – come Lenin e Buckarin, come gli esponenti del nuovo comunismo novecentesco – che parlarono di imperialismo e di una prospettiva di più guerre generali imperialistiche.
La guerra (che per gli americani durò circa un anno e mezzo, tra 1917 e ’18) come gestione della crisi funzionò a meraviglia: il capitalismo tedesco fu colpito gravemente e per il momento azzerato, perdette colonie e mercati, mentre gli Usa si avviarono a diventare la prima Potenza mondiale. Gli anni Venti furono un decennio di grande euforia e di inedito sviluppo economico: il fordismo ne fu la manifestazione più evidente. La produzione raggiunse in America livelli tali, che ne derivò la crisi di sovrapproduzione più devastante del ‘900: quella che scoppiò nel “giovedì nero” dell’ottobre 1929.
Qui si pone un problema decisivo: è possibile una guerra mondiale ogni volta che si ripresenta la crisi economica? Nel 1929 non c’era ancora una guerra mondiale a portata di mano. Ne seguì la più grave e lunga depressione del secolo, che ancora nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, non era stata risolta.
La società americana si era intanto avviata ad una trasformazione economica e sociale radicale, per l’affermarsi del taylorismo-fordismo e dei consumi di massa. Si scoperse che era possibile manipolare i consumi di massa cioè agire sulla domanda, portandola a livello della quantità delle merci prodotte. Keynes poté allora dire che lo Stato avrebbe potuto intervenire per sostenere la domanda, tra l’altro con la spesa pubblica. La spesa pubblica può essere civile o militare; la prima via, quella della spesa pubblica civile, fu tentata dagli Usa con il New Deal, che però non fu sufficiente; la depressione – ripetiamo – non accennò a sparire.
Quale fu dunque l’insegnamento della crisi?
Occorre riflettere in primo luogo, sul fatto che essa avvenne esattamente a metà del periodo “tra le due guerre”, periodo che gli storici oggi concordemente riassorbono nella definizione di una ininterrotta “nuova guerra dei trenta anni”, dal 1914 al 1945. La politica economica statunitense era condizionata dall’isolazionismo, che aumentò gli effetti della depressione. L’inefficacia del New Deal ai fini del rilancio dell’economia e la grande spinta che invece si ebbe già nei primi mesi di guerra dimostrarono che non può sussistere un “keynesismo civile” senza il corrispettivo “keynesismo militare”.
L’insegnamento della crisi fu dunque quello del necessario collegamento tra l’elemento interno e l’elemento esterno, le famose due facce della politica economica e della politica tout court. Ma le soluzioni proposte non furono sufficienti. Scrivono Paul A. Baran e Paul M. Sweezy nel loro saggio degli anni ’60 su Il capitale monopolistico:

“ Considerato come operazione di salvataggio dell’economia degli Stati Uniti nel suo complesso il New Deal fu quindi un palese fallimento. Anche Galbraith, il profeta della prosperità senza commesse belliche ha riconosciuto che nel decennio 1930-40 l’obiettivo non fu neppure sfiorato. Secondo le sue parole, ‘la grande crisi non terminava mai. Essa scomparve soltanto con la grande mobilitazione degli anni ‘40’.
La spesa militare fece ciò che la spesa sociale non era riuscita a compiere. Dal 17,2 per cento della forza-lavoro, la disoccupazione scese a un minimo dell’1,2 per cento nel 1944. L’altra faccia della medaglia fu l’aumento della spesa pubblica, che passò da 17,5 miliardi di dollari nel 1939 a una punta massima di 103,1 miliardi di dollari nel 1944”.

A proposito del ruolo che gli Stati Uniti, con le due guerre mondiali, guadagnarono nel mondo, gli stessi autori scrivono riassuntivamente:

“In realtà, durante tutto il periodo che va dal 1914 al 1945 la potenza relativa degli Stati Uniti crebbe più o meno ininterrottamente a spese di nemici e alleati e alla fine della seconda guerra mondiale vediamo gli Stati Uniti emergere come indiscussa nazione egemone del mondo capitalistico […]”. ( ed. it. Einaudi, 1968, pp. 136-137 e 154)

Il saggio dei due marxisti americani va a mio avviso riproposto ancora oggi alla lettura proprio in momenti, come quello che stiamo vivendo, in cui il neoliberismo, pur rifiutando il keynesismo, ha in effetti assunto – da Reagan in qua – il “keynesimo militare” come pilastro di politica economica.
L’aggressione giapponese a Pearl Harbour fu quindi provvidenziale a tale punto che si è pensato che essa fosse il frutto di provocazioni e addirittura di sottili manovre americane per favorire l’entrata in guerra del gigante americano, una specie di “Torri gemelle” nell’arcipelago delle Hawaii. In pochi mesi di guerra e di spesa pubblica militare – già in aumento a partire dal 1939 con i rifornimenti militari alla Gran Bretagna, ma ancora insufficiente – la disoccupazione praticamente sparì, il lavoro straordinario divenne la regola. Keynes aveva quindi ragione: non la distruzione di capitali altrui, ma la spesa pubblica propria poteva riavviare l’economia. E fu la spesa pubblica militare a dimostrare d’essere la più efficace.
Il 1941 fu dunque un anno periodizzante. La condotta della guerra da parte degli USA tra il 1941 e il 1945 dimostrò alcune importanti conseguenze del principio base:
1 – il grande e subitaneo incremento economico che finisce con il costituire il raggiungimento dello scopo della guerra e in anticipo rispetto al suo esito e
2 – a prescindere anche da esso: non è tanto la distruzione delle nazioni capitalistiche concorrenti sul mercato internazionale a determinare il rilancio dell’economia e la protrazione della vita del capitalismo, quanto la spesa pubblica militare in sé;
3 – da allora un elemento nuovo viene a determinare la grande strategia politica della Superpotenza americana: la guerra diventa per l’establishment statunitense il principale strumento di politica economica;
4 – in questo quadro un’importanza centrale venne ad assumere a partire dal 1942 la produzione della bomba e degli armamenti atomici: intorno a questi ruotavano non soltanto una strategia, ma un’economia e una produzione che appaiono ben presto caratterizzanti le vere fonti della politica USA, ciò quello che Eisenhower definì “complesso militare industriale”
5 – quella che si chiama guerra fredda è il risultato di tutto ciò; non c’è più il classico dopoguerra dei manuali di storia e del cant della cultura capitalistica, con i temuti postumi e i “torbidi sociali” che avevano caratterizzato gli anni dal 1918 al 1921-23. La “guerra fredda” rappresenta la necessità della continuazione di un trend i cui vantaggi sono ormai comprovati e di cui lo sviluppo della tecnologia, in primo luogo militare, è il supporto;-
6 – a questo punto la necessità di una guerra generale guerreggiata lascia il posto ad una continua minaccia della stessa, spinta fino ad una politica di brinkmanship
e a guerre “minori”. Inizia un sorprendente fenomeno di separazione tra spesa pubblica militare e guerra; le guerre saranno locali, e avverranno in una conveniente atmosfera di anticomunismo e di difesa del “mondo libero” e di una “democrazia” sempre più formale.

Un preciso riscontro di tutto ciò lo troviamo in un giudizio del sovietico Georghi Arbatov secondo il quale il quale Gorbaciov ha compiuto l’atto più ostile contro l’Occidente, portando l’Urss verso la dissoluzione e quindi sottraendogli il nemico. Caduta l’Unione Sovietica venne meno una minaccia che era il volano della spesa militare e dell’apparato che concretamente la determinava. Ma questo apparato postula e quindi crea o enfatizza una minaccia permanente e graduabile che legittima un’intera struttura economica e politica. Senza di essa, non vi è né giustificazione esterna né consenso interno.
Sull’ultimo numero 41 “Giano” Luigi Cortesi ha citato e commentato un passo dei primi anni ‘70 del grande storico ed economista Georg Hallgarten, relativo all’uso americano della minaccia sovietica:
“Se questa tremenda potenza sovietica non fosse esistita – scriveva Hallgarten – l’Occidente, per parafrasare il famoso detto di Voltaire, avrebbe dovuto inventarla. In questo periodo, tanto le forze armate statunitensi quanto gli interessi in esse investiti avevano raggiunto proporzioni tali che l’improvvisa scomparsa dell’avversario sarebbe stata equivalente a un disastro sociale” G.H., Storia della corsa agli armamenti, Roma, Editori Riuniti, 1972. p. 289).

Commenta Cortesi:
“Scomparso dunque il nemico, come evitare il disastro della pace? Non è facile rendersi conto che gran parte dei problemi del nostro tempo – in questo passaggio di secolo e di millennio – sono scaturiti dalla risposta che nei primi anni ’90 fu data a quella cruciale domanda” (“Giano”, n. 41, p. 80)
Una nuova minaccia o quanto meno un nuovo incipiente rischio doveva essere costruito: gli anni 90, dalla prima guerra contro l’Iraq di Bush padre alla partecipazione alla guerra contro la Jugoslavia, fino al recente (2002) documento The National Security Strategy di Bush figlio hanno visto esattamente la gestazione e lo svolgimento di questa operazione di costruzione della minaccia. Come ha dichiarato il presidente Usa a Praga, “La guerra fredda è finita; ma ora ci sono nuovi nemici. Ci abbiamo messo dieci anni per capire qual’era il nuovo pericolo”.
Ma con ciò il concetto e la pratica della guerra, mentre vanno incontro a mutamenti radicali, storici, di modalità, assicurano la perpetuazione dei conflitti armati in presenza di armi sempre più letali capaci di distruzione a livello planetario, di cui il capitalismo non fa particolarmente questione. Tuttavia Al Qaeda non è l’Armata Rossa, non ha altrettanta credibilità. La versione ufficiale, che si fonda sulle capacità offensive del terrorismo e sulla necessità di contrastarle, non è sufficiente a reggere l’immensa impalcatura del “complesso militare industriale”. Occorre dare corpo ad una “strategia della tensione” globale e totale.
Questione palestinese e Ceceni, islamismo e “asse del male”, rivolte contro le multinazionali e movimento contro la guerra sono momenti di un puzzle che lo strapotere mediatico e la rozzezza della strategia texana promuovono a fenomeno unico. Gli attentati dell’ 11 settembre gli hanno fornito la miccia più adatta. Non pochi commentatori anche americani, però, avanzano gravi sospetti sul comportamento dei servizi – americani e alleati – in quella occasione (vedi Giulietto Chiesa, La guerra infinita, Milano, Feltrinelli, 2002, spec. Cap. 5), nonché Ahmed Raschid, Guerra alla libertà e R. Goldstein, La guerra va a tutto gas, “il manifesto” 21.12. 2002).
Per dare al tutto una vera affidabilità si drammatizza la carenza di petrolio e si finge la possibilità che il mondo islamico tronchi i relativi rifornimenti. Il petrolio è invece un elemento di costruzione della minaccia, e la sua enfatizzazione è largamente strumentale. Il problema reale ed immediato è costituito invece da una crisi capitalistica che si trascina dai primi mesi del 2001 e che l’economia degli Usa – dopo avere messo in atto tutti i possibili rimedi, dal taglio della imposizione fiscale alla diminuzione dei tassi – non può che affrontare nei termini del massiccio ricorso ad una gestione militare della crisi stessa. La questione del petrolio esiste al di qua e al di là della guerra; essa involge anche problemi di controllo del mercato e controllo delle risorse globali, ma il problema esiste sullo sfondo della visione prioritaria dei livelli economici della crisi in atto e di una definizione dello stato attuale dello sviluppo del capitalismo.

Il certificatore

di Enzo Modugno (*)

 
2 febbraio 1999, primo esame virtuale della storia scolastica italiana al Politecnico di Torino con un esaminatore automatico a Fisica 2. La macchina ha sostituito il professore.
 
Ma non completamente, c’è un residuo umano, il certificatore, che deve riconoscere il candidato, prendergli le impronte digitali, stare attento agli hacker. I resoconti dei giornali lo hanno appena notato, ma sarà una figura centrale nella scuola che verrà, presenza umana ineliminabile accanto agli insegnanti automatici. 
 
Berlinguer ci ha già pensato? A che età si potrà scegliere di fare il certificatore? Basterà un diploma? Gli attuali professori potranno riqualificarsi o vi potranno accedere solo i dipendenti del Ministero degli Interni?
Ai giornali invece non è sfuggita l’importanza della posta in gioco e si sono mossi su due piani. Da un lato l’elogio della macchina, dall’altro l’attacco ai professori: si alzano con la luna storta, litigano con la moglie, hanno manie, tic, nevrosi, fissazioni, preferenze, sono frustrati, imbarazzati, impreparati (La Repubblica, 3 febbraio 1999, pag.19).
 
Questo attacco ai professori va segnalato perché sarà il motivo conduttore dei venditori di insegnanti automatici. (Si vedano gli articoli Scuola, grande affare del XXI sec. e Scuola, produzione di lavoratori mentali: “no admittance except on business”, su Cobas n.1 e n.2).
D’altra parte su questo argomento c’è già tutta una letteratura. Notevole il caso di Isaac Asimov, tra i primi a contrapporre insegnanti automatici a professori. In un suo racconto una bambina del ventiduesimo secolo, che ha a casa un insegnante automatico che l’aspetta lampeggiando sullo schermo, scopre in un vecchio libro, con grande sorpresa, che una volta tutti i ragazzi del vicinato arrivavano ridendo e gridando nel cortile di uno speciale edificio, sedendosi insieme nelle aule, con insegnanti in carne e ossa, imparavano tutti le stesse cose in modo che potevano aiutarsi a vicenda a fare i compiti e parlarne, e ritornavano a casa insieme. Chissà com’era bello, pensa la bambina, Chissà come si divertivano: con questo titolo il racconto, scritto nel 1951, è stato ripubblicato in molte antologie e interpretato come l’espressione dell’orrore dell’autore al pensiero di un’istruzione meccanizzata.
 
Ma trent’anni dopo (Il vagabondo delle scienze, Oscar Mondadori) Asimov ribalta la questione e naturalmente prima di tutto attacca i professori. E’ interessante notare come nei commenti dei giornali all'”esaminatore” torinese riaffiorino proprio gli argomenti usati da Asimov contro gli insegnanti, tra i quali sarebbe molto diffuso pensare “che ci sia qualcosa di disumano nell’istruzione ad opera della macchina”. Forse perché la macchina è fredda e rigida e non può capire le necessità del bambino? Ebbene, scrive Asimov, “se ogni insegnante umano freddo e rigido e incapace di capire le necessità del bambino venisse rimosso dalla sua posizione, ho il sospetto che il nostro sistema scolastico si dissolverebbe”. Chissà come si divertivano, sostiene ora Asimov, doveva essere letto con ironia: infatti come si può pretendere “che i bambini si divertissero con insegnanti inetti che rendevano tediosa qualunque materia, con insegnanti crudeli che affilavano i loro artigli di sarcasmo sulla schiena dei poveri allievi cui non era concesso di rimbeccare, con insegnanti severi che, insoddisfatti delle congenite deficienze della scuola, la rendevano una prigione”. 
 
Ma è sotto tiro la stessa istruzione comunitaria: “l’inesorabile competizione nei voti che insegnava ad ogni bambino che non era nessuno finché non schiacciava il suo compagno nella polvere, i prepotenti, gli studenti troppo lenti e quelli troppo veloci”. “Quale bambino non capirebbe che sarebbe ridicolo, per chi ha il vantaggio di un’istruzione privata orientata sui propri gusti personali, con un apparecchio interessato solo a lui, infinitamente paziente e regolato sul suo proprio ritmo, desiderare la barbarie dei tempi precedenti?”. Fin qui Asimov.
 
Quanto a “barbarie” invece, forse quella vera deve ancora arrivare: i presidi che vanno a scuola dalla Confindustria per diventare manager non promettono nulla di buono. Forse Berlinguer,che in gioventù è stato marxista, ricorda questo passo del Capitale: “Un maestro di scuola diventa lavoratore produttivo se non si limita a lavorare le teste dei bambini, ma se si logora dal lavoro per arricchire l’imprenditore della scuola. Che questi abbia investito il suo denaro in una fabbrica d’istruzione invece che in una fabbrica di salsicce non cambia nulla”.
Dovremo proprio affidare la scuola ai certificatori e ai fabbricanti di salsicce? 
 

(*) Enzo Modugno: Curatore delle riviste “Monthly Review” e “Marxiana”, ha pubblicato numerosi saggi ed ha collaborato con riviste italiane e straniere.
 

Scuola, produzione di lavoratori mentali:

“No admittance except on business”

di Enzo Modugno (*)

 
Forse la scuola cattolica è solo un diversivo. La vera questione, ciò che in realtà determina l’aggressività confindustriale verso la scuola pubblica è ben altro: la possibilità di sostituire l’insegnante con una macchina fa dell’istruzione nei paesi avanzati un terreno di conquista da un milione di miliardi l’anno.
 
Far soldi con computer e software da vendere agli studenti – divenuti “clienti”- e dirottare verso le imprese la spesa pubblica per l’istruzione sono i propositi dichiarati di industriali e tecnocrati. Ha fatto bene questo giornale a ripubblicare sul n.1 l’articolo “Scuola, grande affare del XXI secolo”.Vi si legge per esempio che il progetto inglese TILT intende addestrare gli studenti ad imparare da soli con i software didattici; che l’apprendimento, secondo l’OCSE, non può più basarsi sulla presenza permanente di insegnanti; che l’impresa tedesca Bosch già da tempo usa i computer per la formazione professionale; e così di seguito. Anche da noi l’ex ministro Lombardi, per esempio, già molti anni fa quando era responsabile scuola della Confindustria, sosteneva che gli insegnanti, piuttosto che alla trasmissione del sapere, compito banale, da affidarsi all’informatica, avrebbero dovuto essere adibiti a “personalizzare” questa nuova forma di apprendimento: insomma sorveglianti in queste strane classi col computer in cattedra.
 
D’altra parte, sostituire lavoro umano con macchine è la specialità del modo di produzione capitalistico. C’è di nuovo soltanto che oggi macchine sempre più sofisticate riescono a sostituire lavori che prima solo la mente umana era in grado di fare.
 
Così capita oggi al lavoro intellettuale ciò che capitò due secoli fa agli artigiani quando il telaio meccanico sostituì – e distrusse – i tessitori. L’operaio salariato che ne prese il posto, privo della virtuosità dell’artigiano,subordinato, appendice della macchina, fu però in grado di produrre tessuti migliori a prezzi più bassi.
 
La Confindustria ora può mettere le mani sull’istruzione perchè un lungo processo storico glie ne ha preparato le condizioni. Le macchine informatiche, capaci di memoria e calcolo logico, hanno separato il sapere dalla mente rendendo possibile la produzione, manipolazione e trasmissione del sapere in “strutture non viventi”. Certo, questo è possibile perché il sapere richiesto è mutato, diviene macchinico, ma è proprio questa la caratteristica della produzione oggi: il mezzo di lavoro diventa una macchina informatica che ha bisogno di un nuovo tipo di lavoro, non più il lavoro manuale dell’operaio ma neanche più il vecchio lavoro intellettuale. Non meno di un diploma, non più di una laurea breve.
 
La meccanizzazione dell’intelletto astratto infatti priva il lavoro intellettuale di qualsiasi valore d’uso che non sia la sorveglianza dei processi automatici dell’attività del pensiero; l’unitarietà logica, la completezza del pensiero a cui ancora aspira e che gli si presenta come personale autonomia, ormai gli sfugge senza rimedio.
 
Eppure questo lavoro intellettuale diminuito, subordinato, non autonomo, divenuto appendice di una macchina informatica, opera con un grado di facilità, precisione e rapidità che nessun sapere accumulato avrebbe potuto dare alla mente dello scienziato più abile, moltiplicando la produttività del lavoro come non era mai successo prima. Le tecnologie informatiche dunque realizzano la generalizzazione dell’attività del pensiero perché la emancipano dai limiti organici del cervello umano: esse realizzano il passaggio dall’attività individuale dell’intellettuale ad una attività sociale del pensiero adeguata al capitale.
 
Nuove macchine dunque ma anche nuovi lavoratori. Questo nuovo lavoratore mentale è esso stesso il prodotto più importante del processo di valorizzazione del capitale: e questa speciale produzione non si può più fare “artigianalmente”. Ora si può fare più vantaggiosamente a macchina, perché un lungo processo storico lo ha reso possibile.
 
Se dunque nuove forme di capitale sono ormai in grado di colonizzare questo settore, avremo di fronte non solo e non tanto la scuola cattolica, ma questo immane scatenamento delle forze produttive. Sarà necessario difendersi ed attaccare: difesa di coloro che “per imposizione e con i loro sacrifici” stanno preparando le condizioni materiali di questa trasformazione; attacco sul nuovo terreno di scontro, radicalizzando una critica di massa oggi possibile al tipo di sapere così prodotto e trasmesso; ma soprattutto attacco ad un avversario che si accinge a produrre i nuovi lavoratori mentali subordinati guadagnandoci più volte, producendo nuove merci per il mercato globale e dirottando verso le imprese la spesa pubblica per l’istruzione.
 
Questo nuovo lavoratore mentale infatti, ormai protagonista della produzione, è diventato anche, proprio per questo, protagonista consapevole delle lotte più avanzate.
 
 
(*) Enzo Modugno: nel ‘68 assistente all’Istituto di Filosofia dell’Università di Roma, ha militato nei movimenti degli ultimi trent’anni. Ha curato le riviste “Monthly Review” e “Marxiana”, ha pubblicato saggi ed ha collaborato con riviste italiane e straniere. Due suoi interventi sono apparsi recentemente in due libri sul movimento del ‘77 pubblicati da Castelvecchi e Odradek.
 
 

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