Fisicamente

di Roberto Renzetti

A cura dell’ANDU

ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

17 agosto 2008

Riportiamo:

1. un documento di Alessandra Ciattini e Paola Mura, componenti
dell’Esecutivo nazionale dell’ANDU, di commento sul DL e sulle posizioni
assunte dal PD e dalla CRUI;
2. la dichiarazione di voto di Ferdinando di Orio, rettore dell’Universita’
dell’Aquila, contrario alla mozione approvata dalla CRUI il 24 luglio 2008.

=====

1. Documento di Alessandra Ciattini e Paola Mura, dell’Esecutivo nazionale
dell’ANDU:

 I molti documenti usciti sia dagli organi collegiali universitari che
dalle assemblee (locali e nazionali) organizzate in questi giorni mostrano
che le universita’ italiane rigettano il DL 112.

  In particolare, la possibile trasformazione in fondazioni sottrarrebbe
gli atenei alle regole del diritto pubblico, in un paese in cui peraltro
‘privato’ spesso non vuole dire ‘sano’, ma piuttosto Cirio, Parmalat,
immobiliaristi, affaristi collusi, potentati trasversali.
Il cambiamento proposto rientra in un piu’ vasto progetto di disimpegno
dello Stato in tutte le porzioni che ne rappresentano il valore sociale
democratico: sanita’, previdenza, formazione delle future generazioni,
cioe’ scuola e universita’.
Disimpegno finanziario ma soprattutto reindirizzo dei fondi (gia’ ridotti)
verso poche strutture autodefinite ‘di eccellenza’, distruggendo invece
l’universita’ di massa e di qualita’ presente su tutto il territorio
nazionale. Si pensi all’ IIT di Genova, che nonostante i cospicui
finanziamenti ricevuti, non ha avviato nessuna attivita’ di ricerca degna
di questo nome.
 
Ancora peggio, per le stesse ‘giovani generazioni’ la riduzione al 20% del
turn over dei pensionamenti sara’ devastante:  pressoche’ nessuna
possibilita’ di entrare nel lavoro scientifico e didattico e pressoche’
obbligatoria ‘fuga’ all’estero, unica alternativa ad un precariato ancora
piu’ lungo e piu’ intollerabile di quello attuale. Per di piu’, non calando
(speriamo noi) il numero di studenti (visto che in Italia il numero di
laureati e’ estremamente basso rispetto ad Europa/USA/Giappone….) la
didattica dovra’ venire affidata a professori a contratto, togliendo cosi’
ogni ampio respiro sia ad essa sia alla ricerca universitaria.
        Una miriade di atenei in cui ogni docente (e ogni lavoratore
tecnico-amministrativo) potrebbe avere un contratto di lavoro privato e uno
stato giuridico diverso, indebolendo cosi’ (il “sogno di ogni
‘padroncino'”) la possibilita’ di trattativa dei singoli. Ed e’ proprio per
evitare cio’ che alcune categorie (esercito, magistratura, ricerca e
docenza) sono state finora salvaguardate da normative giuridico-salariali,
per garantirne la non ricattabilita’.

Ancora, la riduzione del FFO e’ una chiara contraddizione alle false
promesse della campagna elettorale di aumentare i fondi per lo sviluppo
della ricerca.
        
In questo contesto collochiamo l’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore del 24
luglio scorso (nota 1), in cui Mariapia Garavaglia, “ministro ombra” del
PD, invece di difendere l’universita’ pubblica come un bene primario e
strategico per il paese, ne attacca quelli che sono i punti chiave: una
governance non eterodiretta e lo stato giuridico dei docenti, definito una
vera ” palla al piede per l’universita’ .
Abbiamo spesso scritto nei nostri documenti che i gruppi potenti che
vogliono distruggere l’universita’ pubblica italiana sono trasversali.
Questa ci sembra esserne la prova, se mai ce ne fosse stato bisogno.
Infatti, la Garavaglia mette in evidenza che <<Le universita’ tradizionali,
dalla legge Ruberti in poi, possono ben fare cio’ che ora appare attribuito
alle universita’ fondazioni>>. Questa sua affermazione da’ ragione a quanto
abbiamo da due decenni sostenuto: a partire da Ruberti si e’ innescato un
processo di radicale trasformazione dell’universita’, che aveva ed ha come
obiettivo la privatizzazione degli atenei, nel duplice senso di
utilizzazione da parte dei privati delle strutture della didattica e della
ricerca e di impiego a fini privatistici delle stesse da parte del gruppo
dei ‘grandi’ professori piu’ vincolati con il mondo industriale e
imprenditoriale.
I provvedimenti contenuti nel DL 112 costituiscono solo un tassello di
questo processo, che per la Garavaglia sono addirittura insufficienti, ma
che a nostro parere acuiranno la crisi dell’universita’, la quale non sara’
piu’ nelle condizioni di svolgere il suo ruolo istituzionale di creazione e
trasmissione delle conoscenze sancito dalla Costituzione.

         Anche la CRUI non brilla. Nel suo documento del 24 luglio scorso
sul DL 112 (nota 2), si legge che la proposta di trasformazione in
fondazioni perde “qualsiasi credibilita’” “in un simile contesto”. Perche’,
altrimenti andrebbe bene la fine dell’universita’ statale? La conclusione
del documento poi e’ molto chiara per quello che manca: “La CRUI dichiara
in ogni caso di riservarsi, alla ripresa autunnale, ogni tipo di
iniziativa, se necessario anche di forte impatto, con cui sostenere ragioni
e obiettivi che coincidano con l’interesse profondo del paese a disporre di
un sistema universitario pienamente funzionante, rinnovato, all’altezza
delle esigenze.” Anche un grande supermercato puo’ essere questo.

     L’universita’ e’ e deve restare un bene pubblico, che serve allo
sviluppo del paese e della qualita’ di vita dei suoi cittadini. Certamente
deve funzionare bene (come tutto) e deve essere responsabilita’ primaria
dello Stato che , per primo, deve garantirne il finanziamento, non
scaricandolo sulle tasse degli studenti (come accadra’ con la somma di
questi provvedimenti) come se non fosse un problema suo.

Alessandra Ciattini
Paola Mura
dell’Esecutivo nazionale dell’ANDU

– Nota 1. Per leggere l’articolo di Mariapia Garavaglia “Universita’, il
nodo governance”, sul Sole 24ore del 24.7.08:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/07/24MI14054.PDF
– Nota 2. Per leggere il testo della mozione approva dalla CRUI il 24
luglio 2008:
http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=1539

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2. Dichiarazione di voto contrario del prof. Ferdinando di Orio, rettore
dell’Universita’ dell’Aquila, alla mozione presentata in merito al d.l.
112/2008 nell’Assemblea CRUI del 24 luglio 2008:

“La mozione presentata al termine del dibattito svoltosi nell’Assemblea
CRUI del 24luglio in merito al DL 112/2008 non appare, a mio giudizio,
adeguata alla situazione di estrema gravita’ che si prefigura alla luce dei
provvedimenti riguardanti l’Universita’ presenti nel Decreto Legge.
Nel prendere atto della decisione di non metter ai voti la mia proposta
(allegata alla presente dichiarazione di voto) di dimissioni unitarie da
parte di tutti i rettori delle Universita’ italiane, mi preme tuttavia
sottolineare come un’analoga decisione sia stata assunta in frangenti molto
meno gravi rispetto all’attuale.
A fronte di una situazione di emergenza che riguarda tutto il sistema
universitario nazionale, la mozione sembra ancora muoversi in una
prospettiva di normalita’ istituzionale nei confronti del Governo,
ignorando che tutti i tentativi di dialogo e di confronto richiesti dalle
componenti del mondo accademico, sono stati sinora vani e non sembrano aver
scalfito affatto la volonta’ governativa di perseverare in una strategia
che si configura ormai chiaramente come un’oggettiva penalizzazione del
sistema universitario pubblico ed un attacco “senza ritorno” alla sua
autonomia.
La mozione, peraltro, sottovaluta il grande fermento che sta animando
tutta l’Universita’ italiana e che ha gia’ portato alla mobilitazione
unanime di tutte le componenti del mondo accademico. Questa mobilitazione
si va configurando come una nuova forma di rappresentanza sociale e
politica che sarebbe quantomeno miope ignorare o, addirittura, sminuire,
come e’ stato fatto anche in questa sede, facendo riferimento da un lato a
presunte “derive assemblearistiche” e dall’altro ad “assemblee di Ateneo
andate deserte”.
Non e’ cosi’! Esiste e sta crescendo nelle nostre Universita’ un movimento
che unisce tutti i Sindacati e le Associazioni di categoria, tutte le
componenti del personale docente e tecnico-ammnistrativo, dei Dottorandi e
dei Dottori di Ricerca, dei ricercatori precari, degli studenti, nel
manifestare una decisa contrarieta’ a provvedimenti che uccidono la
speranza di poter costruire davvero un’Universita’migliore.
In particolare, penso ai Dottorandi, ai Dottori di Ricerca, ai ricercatori
precari, che non avranno alcuna possibilita’ di entrare stabilmente con
piena dignita’ e legittimita’ all’interno del sistema universitario.
Penso al personale tecnico-amministrativo precario, cui viene impedita –
in contraddizione con le disposizioni delle due ultime leggi finanziarie –
qualsiasi possibilita’ di stabilizzazione.
Penso agli studenti, che saranno penalizzati dall’inevitabile scadimento
della qualita’ della didattica e della ricerca e vedranno aumentate le
tasse di iscrizione.
E’ dunque in questo contesto di emergenza istituzionale e politica che un
atteggiamento tuttora dialogante e utopisticamente fiducioso nella volonta’
governativa di riaprire il confronto – pena la velatissima minaccia di
“riservarsi, alla ripresa autunnale, ogni tipo di iniziativa, se necessario
anche di forte impatto” – rischia di avere il solo effetto di una
delegittimazione della CRUI nella sua capacita’ di rappresentanza del
sistema universitario, ingenerando un pericoloso meccanismo di non
corrispondenza con gli interessi diffusi del mondo accademico e con le
rappresentanze sindacali, di categoria e studentesche, giustamente
attestate su una linea di forte contrarieta’ alla politica governativa.
Ed e’ in forza di questo vincolo di rappresentanza degli interessi diffusi
di tutte le componenti accademiche, cui mi sento istituzionalmente legato
quale Rettore di un’Universita’ italiana, che dichiaro la mia contrarieta’
alla mozione CRUI sul DL 112/2008.”

 



da Repubblica del 15 settembre 2008:

“Quando la scuola imita le aziende    

Marco Lodoli
  
I grembiulini per tutti alle elementari, il sette in condotta per arginare
i bulli, l´abbandono dei giudizi, spesso prestampati, per tornare alla
sincerita’ del voto: sono scelte che si possono tranquillamente
condividere, che forse avrebbe dovuto fare il governo precedente e chissà
perché non ha fatto. Ma la questione di fondo della scarsa autorevolezza
culturale della scuola temo rimanga irrisolta, e credo anche di sapere
quale sia la sua doppia radice.
Da un lato, come è ormai chiaro a tutti, l´incidenza crescente dei valori
sociali nella scuola: fu una battaglia degli studenti più aperti e
generosi, i quali capirono che non bastavano Carducci e Rosmini per
affrontare le straordinarie contraddizioni del mondo, che bisognava
necessariamente portare nuovi autori e nuovi temi dentro un sapere
accademico e ammuffito. Ma una volta spalancata quella porta, non c´è stata
più la possibilità di frenare gli ospiti: e così oggi la scuola, visto che
il tempo scorre e le cose cambiano, si ritrova a subire e a patire i nuovi
valori – denaro, successo, aggressività, narcisismo – e non sa più in che
modo convincere gli studenti che solo attraverso l’applicazione, il
sacrificio, la concentrazione, la solitudine potranno imparare qualcosa di
utile per loro stessi e per la società. Il mondo peggiore è entrato e la fa
da padrone. Ma su questo già molto è stato scritto ed è un problema ormai
così evidente che quasi non serve ragionarci sopra. E´ lo stato delle cose,
la piaga in cui il dito sta girando da molto e invano. L´altro aspetto che
invece non è stato ancora sufficientemente preso in considerazione è forse
ancora più fondante, o più franante: mi riferisco all´autonomia scolastica,
che ancora passa come una conquista meravigliosa e che invece a mio avviso
ha ridotto le scuole a negozietti con la merce sempre in saldo, con le
svendite costanti e la qualità ridotta al minimo.
Prima tutte le scuole dipendevano allo stesso modo dal ministero, avevano
programmi unificati, facevano scelte coerenti. L´idea di fondo era che i
ragazzi dovevano essere preparati ed educati secondo linee comuni, secondo
i valori basilari della conoscenza e dell´uguaglianza. Da Ragusa al
Brennero si condividevano metodi e aspettative, in un orizzonte democratico
e popolare, magari un po´ noioso ma rassicurante per chi insegnava e per
chi imparava. A un certo punto però si è deciso che ogni preside e ogni
collegio dei docenti potevano gestire come meglio credevano le offerte e i
percorsi formativi. Ogni scuola oggi elabora dunque il suo Pof, cioè il
Piano di Offerta Formativa, e i ragazzi si iscrivono a questo o a
quell´istituto leggendo depliant quanto più possibile accattivanti. Viene
proposto il corso di teatro e quello di ping pong, la settimana corta e la
settimana bianca, il cineforum e la gita fuori porta. La vetrina deve
essere splendida splendente, altrimenti si rischia che i potenziali clienti
non vengano dentro neppure a dare un´occhiata. Chi perde studenti, perde
quattrini: il budget si assottiglia, la scuola arranca e rischia, se
continua l´emorragia, di finire accorpata con qualche altra che invece ha
la fila davanti al portone. Anche per questo, soprattutto per questo, a
fine anno le bocciature sono ridotte al minimo: una scuola che promuove
significa una scuola che va bene, che mantiene i suoi iscritti i quali,
arcicontenti, ne parleranno bene in giro. Insomma, l´autonomia scolastica
ha messo le nostre scuole in competizione tra di loro, esattamente come fa
il libero mercato: ma il risultato non è stato un miglioramento
dell´istruzione, così come la moltiplicazione delle televisioni non ha reso
i programmi migliori e gli italiani più svegli e più colti. I presidi ormai
si sono elevati – o abbassati – al livello di manager, difficilmente
tengono d´occhio l´andamento generale degli studenti, cosa succede in
classe, quali sono i problemi dei professori, tanto sono presi dalla
preoccupazione di far quadrare i conti e non perdere la clientela. E i
clienti, si sa, hanno sempre ragione, quindi è inutile, anzi nocivo,
difendere i professori-commessi dell´emporio, che devono soltanto
soddisfare le aspettative dei giovani seduti al di là del bancone. Pardon,
volevo dire della cattedra. Probabilmente in qualche scuola virtuosa questa
raggiunta autonomia ha prodotto risultati eccezionali, ma direi che
nell´insieme ha soltanto inoculato il virus dell´inadeguatezza nei
professori, ha depotenziato il loro insegnamento, costringendoli a
retrocedere al ruolo di intrattenitori, di venditori di pentole, di
spaventati amiconi dei ragazzi. Non credo si possa tornare indietro, ma
credo che andare avanti in questa direzione significhi soltanto rendere le
nostre scuole simili ad aziendine traballanti, pronte a tutto pur di non
perdere la loro misera quota di mercato.”

 



Si segnalano:

== l’articolo “Professori senza cattedra” sul Sole 24-ore del 22 settembre
2008:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-09/080922/JAT6G.tif

== l'”Elenco della normativa recente in vigore” a cura di Paolo Gianni
(Universita’ di Pisa):
http://cnu.cineca.it/titoli/elenco_leggi_universita_17-09-08.pdf

== la “RACCOLTA DI MOZIONI E DOCUMENTI DI ORGANI DI GOVERNO UNIVERSITARI E
DI ALTRI ORGANI ACCADEMICI SUL DECRETO LEGGE N. 112/2008″ a cura della CRUI
(aggiornata fino al 29 luglio 2008):
http://www.univ.trieste.it/news/files/tremonti_DossierMozioni_DL112_2008.pdf
oppure
http://www.iuav.it/Ateneo1/Governo-e-/elezioni-d/Dossier-mo/Dossier-Mozioni
su-DL112.pdf
 



= Nel sito della CRUI:
Documento approvato all’unanimita’ dall’Assemblea del 25 settembre 2008
“Le Linee di intervento della CRUI alla vigilia del nuovo anno accademico”.
Per leggere il documento:
http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=1605

= Sul documento della CRUI:

“Universita’ il Miur pensa al restyling” di Benedetta Pacelli su ItaliaOggi
del 25.9.08:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-09/080926/JCJEW.tif

“I rettori: concorsi da rivedere” di Alessia Tripodi sul Sole 24-ore del
25.9.08:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-09/080926/JCIUL.tif

 



==== Dai Comunicati di Praga e di Berlino:

– Comunicato di Praga del 2001:
“higher education should be considered a public good and is and will remain
a public responsibility (regulations etc.)”:
http://www.bolognaprocess.it/content/index.php?action=read_cnt&id_cnt=5721

– Comunicato di Berlino 2003:
“i Ministri ribadiscono la loro convinzione che l’Istruzione Superiore sia
un bene pubblico e una responsabilita’ pubblica”:
http://www.bolognaprocess.it/content/index.php?action=read_cnt&id_cnt=5720

==== Si segnala l’intervento di Guido Barbujani “Misure sull’Universita’.
IL PANE PER LA RICERCA”, sul Sole 24-ore del 28 settembre 2008. Per leggere
l’articolo:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-09/080928/JD93F.tif

 



ADI, ADU, ANDU, APU, CISAL Universita’, CNRU,CNU, CISL Universita’,
FLC CGIL, RNRP, SUN, UDU, UIL P.A.-U.R.AFAM

APPELLO

a tutti i Docenti delle Universita’ italiane


Il sistema universitario è oggetto di provvedimenti che rischiano di
cancellare l’Universita’ che abbiamo conosciuto. Il D.L. 112/08 è stato
convertito in legge (n°. 133/08), ed è dunque pienamente operativo,
confermando i contenuti sui quali abbiamo gia’ a luglio espresso un
giudizio durissimo e avviato prime iniziative di informazione e di
contrasto. Ne ricordiamo punti salienti:
– limitazione al 20% del turn-over, per gli anni 2009-2011 e al 50% per
l’anno 2012 del personale docente e tecnico-amministrativo, dopo due anni
di blocco dei concorsi;
– ulteriori drammatici tagli al Fondo di Finanziamento ordinario, che viene
decurtato di circa il 25% in termini reali entro il 2012; (ma per
quest’anno il finanziamento dei PRIN scende da 160 a 98 milioni di euro):
– la possibilita’ di trasformazione degli Atenei in Fondazioni private, con
la privatizzazione dei rapporti di lavoro, il conferimento dei beni
dell’Universita’ al nuovo soggetto privato e l’indeterminatezza degli
organi di gestione degli atenei la cui composizione e funzione non viene
per nulla chiarita.
– il taglio delle retribuzioni del personale
Tali provvedimenti vanno ben oltre la congiuntura e una pura manovra di
risparmio, ma determinano invece uno scenario in cui sparisce l’Universita’
italiana come sistema nazionale tutelato dalla Costituzione, in cui il
ruolo pubblico è elemento decisivo di garanzia per la liberta’ di ricerca e
d’insegnamento e degli interessi generali del Paese.
Saranno in primo luogo gli studenti ad essere danneggiati, perche’ non
sara’ piu’ garantita un’offerta formativa di qualita’ legata
all’inscindibilita’ di didattica e ricerca, perche’ il taglio dei
finanziamenti condurra’ all’aumento senza limiti delle tasse universitarie
e perche’ la possibilita’ di assumere sempre meno docenti condurra’ ad un
ampliamento massiccio dei corsi di laurea a numero chiuso e alla
soppressione di corsi di laurea non gia’ sulla base di un’attenta
valutazione della loro efficacia, bensi’ per via dell’impossibilita’ di
garantire la presenza del personale docente necessario.
Insieme con gli studenti, i primi danneggiati sono i giovani studiosi: il
blocco del turn-over, riducendo drasticamente il numero dei docenti in
ruolo a fronte delle uscite per pensionamento gia’ note, impedira’ il
ricambio generazionale, aggravando il problema gia’ insopportabile del
precariato, e chiudendo le porte dell’Universita’ ad intere generazioni. Ma
è l’intero sistema che si ripiega su se stesso, negando ai docenti le
opportunita’ di ricerca e di didattica di qualita’, appaltando al privato
le scelte fondamentali (un privato che, giova ricordarlo, è tra gli ultimi
al mondo per finanziamento della ricerca). Chi presidiera’ le aree piu’
delicate e meno immediatamente redditizie della ricerca? Si vuole importare
un modello che mutua, dal mondo anglosassone, gli aspetti di disuguaglianza
sociale, di sistema di poche Universita’ di eccellenza, di riduzione di
diritti ed opportunita’, mentre non esistono neppure lontanamente le
condizioni per mutuarne gli aspetti di alta produttivita’ scientifica. E a
fronte di una riduzione del 25% dei finanziamenti, anche le Universita’ che
oggi si autodefiniscono “virtuose” saranno trascinate nel gorgo dello
squilibrio finanziario strutturale, strette nella forbice dei costi
crescenti e della riduzione delle entrate.
Noi crediamo fermamente che occorra mobilitarsi da subito in modo forte e
convinto per chiedere la cancellazione dei provvedimenti ed arrestare una
deriva che si annuncia completa su tutti gli aspetti del funzionamento
dell’Universita’. Non sfugge a nessuno che all’orizzonte si profilano nuovi
interventi tra cui, verosimilmente, la revisione dello stato giuridico e
l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Il nostro giudizio
negativo e’ fortemente ancorato ad elementi di merito.
Conosciamo bene le tante falle e difetti del sistema universitario, e
certo non intendiamo difendere l’esistente; ma è proprio dai difetti che
occorre partire, in modo non ideologico, come abbiamo costantemente fatto:
affrontare i nodi del merito e della valutazione, della qualita’
dell’offerta didattica e di ricerca, del reclutamento dei giovani e della
carriera, e correlatamente del precariato, dei meccanismi di finanziamento,
del diritto allo studio, del dottorato, di un rapporto aperto e trasparente
tra Universita’ e societa’. E discuterne con la comunita’ universitaria:
fino ad oggi le decisioni adottate sono state prese in modo del tutto
unilaterale, al di fuori di qualsiasi confronto.
Noi non intendiamo accettare questo stato di cose: vi chiediamo,
individualmente e collettivamente di mobilitarvi, ed in questo senso vi
proponiamo un percorso che unifichi ed estenda a tutte le componenti
dell’Universita’ le tante iniziative sorte in queste settimane. Nel mese di
ottobre occorre produrre iniziative di informazione e socializzazione in
tutti gli Atenei, in forma di assemblee e momenti di discussione. Ancora
troppi non hanno compreso la portata devastante dei provvedimenti, o
confidano in un “io speriamo che me la cavo”. Non sara’ cosi’: chiunque
operi nell’Universita’ sara’ esposto a cambiamenti radicali delle sue
condizioni di vita, di lavoro e di reddito.
Vi chiediamo di proseguire con la moltiplicazione delle prese di posizione
in tutti gli organi accademici e di farcele pervenire in modo da
pubblicizzarle sui nostri siti e diffonderle ulteriormente.
Vi chiediamo di riprendere la positiva esperienza delle “lezioni in
piazza”: dobbiamo parlare alla cittadinanza, spiegare che questi
provvedimenti non sono un problema dell’Universita’, ma disegnano un
modello che riduce diritti e opportunita’ sociali, facendo del reddito il
solo discrimine tra chi puo’ e chi non puo’; un modello che divide sempre
piu’ il Paese tra poveri e ricchi.
Vi chiediamo di rifiutare ogni prestazione non dovuta e attenersi
strettamente ai compiti istituzionali; di utilizzare parte delle lezioni
per spiegare e condividere le ragioni della nostra opposizione.
Per parte nostra parleremo a tutti gli attori istituzionali interessati,
CRUI e CUN, per sollecitare condivisione e prese di posizione. Studieremo
anche forme di comunicazione che ci portino a contatto del piu’ grande
numero possibile di persone, a partire dalle famiglie degli studenti
universitari e dalle associazioni dei genitori degli studenti medi, i
possibili universitari del futuro, poiche’ ci è chiaro, come gia’ detto,
che queste posizioni abbisognano del piu’ vasto sostegno degli utenti e
dell’opinione pubblica.
Riteniamo necessario che questa fase di mobilitazione sfoci in una
manifestazione nazionale, indicativamente a fine ottobre, nella quale
tirare le fila delle azioni intraprese e accrescere la pressione sul Governo.
Ognuno di noi in questa difficile fase è chiamato ad una responsabilita’
individuale che non puo’ essere ignorata o delegata. Fate circolare questo
messaggio, discutetene con i colleghi che non l’hanno ricevuto,
diffondetelo nelle Facolta’ e nei Dipartimenti. Questa volta ci battiamo
per la sopravvivenza stessa dell’istituzione in cui crediamo.

Roma, 2 ottobre 2008




ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

COME COMBATTERE REALMENTE IL NEPOTISMO

Nell’intervento di Tito Boeri “L’ateneo al voto tra i parenti”, su
Repubblica del 3 ottobre 2008 (per il testo dell’intervento v. nota 1), tra
l’altro, si legge:

“Nepotismo e baronaggio sono sopravvissuti alle mille riforme di carta
condotte in questi anni. Cambiavano tutto per non cambiare nulla. Servivano
solo al ministro di turno, quale che fosse il suo colore politico, per
mettere la propria bandierina senza intaccare il potere delle baronie
universitarie.” “Eppure per cambiare davvero le cose non ci vorrebbe molto,
come spiega Perotti. Basterebbe che i Ministri si limitassero a far
valutare la produzione scientifica delle diverse facolta’ e usassero queste
valutazioni nel distribuire i fondi alle diverse sedi. E´ una questione di
sopravvivenza: se i soldi all´universita’ arrivano solo a condizione di
generare un congruo numero di prodotti di ricerca (brevetti, pubblicazioni
scientifiche, etc.), gli stessi baroni di oggi saranno i primi a
preoccuparsi domani di assumere i ricercatori migliori sulla piazza,
anziche’ cercare di far passare chi ha fatto per anni il loro schiavo
rinunciando a qualsiasi ambizione scientifica.”

La verita’ e’ che le “mille riforme” finora provate hanno riguardato SOLO
ED ESCLUSIVAMENTE i concorsi a ordinario e ad associato, quasi tutti
banditi per fare avanzare nella carriera docenti gia’ in ruolo e non per
reclutare NUOVI docenti.
NESSUNA delle “mille riforme” e “nessun ministro di turno” ha mai
combattuto realmente “nepotismo e baronaggio” attaccandoli alla radice.
Infatti, nessuna riforma ha mai riguardato i concorsi per il RECLUTAMENTO
nel ruolo della docenza, cioe’ i concorsi a ricercatore. Solo il ministro
Mussi ci ha provato, senza riuscirci, con un regolamento pasticciato,
contraddittorio e giuridicamente debole, che comunque avrebbe intaccato
solo parzialmente “nepotismo e baronaggio”. Infatti, il regolamento
ministeriale, per la scelta del vincitore, manteneva un ruolo all’Ateneo,
ovvero, INEVITABILMENTE, a colui che sarebbe riuscito a farsi bandire un
posto per il suo allievo.
Il fatto e’ che non si e’ mai voluto realmente mettere in discussione il
potere di cooptazione PERSONALE, potere che differenzia il reclutamento
italiano da quelli di tutti gli altri Paesi.
In Italia il futuro docente e’ coltivato da un ‘maestro’ fin dalla tesi di
laurea, poi viene ‘sistemato’ in varie situazioni precarie, quindi viene
immesso in ruolo con un concorso rigorosamente locale e totalmente
controllato dal ‘maestro’. Fino a questo punto l’aspirante docente dipende
scientificamente e umanamente dal suo ‘maestro’ ed e’ privato di ogni
autonomia scientifica e didattica. Tale dipendenza continua anche
nell’avanzamento della carriera, perche’ dal ‘maestro’ dipendera’ il bando
e il superamento dei concorsi ad associato e a ordinario.

Tito Boeri da un lato denuncia “nepotismo e baronaggio”, ma dall’altro
lato non si interessa in alcun modo dello strumento principe che produce
tali fenomeni (gli attuali concorsi a ricercatore) e preferisce invece
fantasticare sugli effetti miracolosi che avrebbero le “valutazioni nel
distribuire i fondi alle diverse sedi”. Esse dovrebbero addirittura
riuscire a ottenere che “gli stessi baroni di oggi saranno i primi a
preoccuparsi domani di assumere i ricercatori migliori sulla piazza”.
Quello che invece realmente accadrebbe e’ che i “baroni di oggi”
continuerebbero nel loro nepotismo, preferendo esercitare questo loro
potere, piuttosto che preoccuparsi delle conseguenze negative di una
valutazione delle loro scelte; conseguenze che si avrebbero chissa’ dopo
quanti anni e che comunque avrebbero ricadute ‘solo’ sulla struttura di
appartenenza e non certo direttamente sul ‘colpevole’. Rimane peraltro da
capire chi dovrebbero essere i ‘valutatori’: chi e cosa  garantirebbe che
essi non siano in qualche modo espressi proprio da quel sistema nepotistico
e baronale che dovrebbero contrastare?

Siamo sempre piu’ convinti che per aggredire efficacemente “nepotismo e
baronaggio” sia necessario un intervento A MONTE, cioe’ sulle modalita’
d’ingresso nella docenza di coloro che non sono ancora in ruolo. Tale
ingresso, a differenza di quanto DA SEMPRE avvenuto, dovrebbe verificarsi
attraverso concorsi nazionali, con commissioni composte da soli ordinari
tutti sorteggiati.
E’ pure necessario che la progressione di carriera avvenga attraverso una
valutazione individuale (non una prova comparativa) da parte di commissioni
nazionali composte da soli ordinari tutti sorteggiati. Alla valutazione
positiva per il passaggio nella fascia superiore dovrebbe corrispondere
l’immediato riconoscimento della nuova qualifica, senza l’ulteriore
chiamata da parte della Facolta’ dove il candidato sta gia’ svolgendo la
sua attivita’ di docente. L’incremento della retribuzione dovrebbe essere a
carico di un fondo nazionale appositamente istituito.

Solo con l’introduzione di un vero concorso nazionale per il reclutamento
nella docenza, svincolato dalla volonta’ del ‘maestro’, ma anche dai poteri
dominanti nazionalmente nel settore (per questo i commissari devono essere
tutti sorteggiati), si puo’ tagliare alla radice il male della docenza
italiana (v. in nota 2 alcune specificazioni sul reclutamento).
Insomma, in Italia, solo facendola finita, a tutti i livelli, con il
localismo concorsuale, spacciato per “autonomia responsabile”, si possono
realmente debellare familismo e clientelismo, oggi denunciati nella
‘grande’ stampa per supportare, in realta’, la demolizione in corso
dell’Universita’ statale, di massa e di qualita’. Una demolizione voluta
per consentire ai potenti gruppi accademico-confindustriali di ‘investire’
ancor piu’ le risorse pubbliche a vantaggio dei loro auto-proclamati centri
di eccellenza (v., in particolare, il caso dell’IIT di Genova).

Per completare l’attacco a “nepotismo e baronaggio” e’ necessario che
CONTESTUALMENTE all’intervento sulle modalita’ di ingresso in ruolo si
intervenga sulla formazione pre-ruolo e si elimini definitivamente il
precariato.
Per questo si deve prevedere un periodo pre-ruolo massimo di 3 anni in
un’unica figura definita da una legge che preveda adeguata retribuzione,
diritti (malattia, maternita’/paternita’, ferie, contributi pensionistici)
e liberta’ di ricerca, con un numero di posti rapportato a quello degli
sbocchi nel ruolo della docenza.
  E si deve prevedere il bando nei prossimi anni, su nuovi specifici e
aggiuntivi fondi statali, di almeno 20.000 posti di terza fascia, con
cancellazione dell’attuale giungla di figure precarie.

5 ottobre 2008

– Nota 1. Per leggete l’intervento di Tito Boeri “L’ateneo al voto tra i
parenti”, su Repubblica del 3.10.08:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/10/03SI65016.PDF

– Nota 2. Alcune specificazioni sul reclutamento.
I concorsi per i posti nella fascia iniziale della docenza (oggi il ruolo
dei ricercatori) devono essere espletati a livello nazionale,
‘concentrando’, con cadenza certa, i posti banditi in autonomia dai vari
Atenei su fondi propri e/o ministeriali.
La scelta dei vincitori deve essere fatta da una commissione nazionale
composta solo da ordinari direttamente sorteggiati, tutti appartenenti a
sedi diverse ed escludendo quelli degli Atenei che hanno bandito i posti.
Ai candidati devono essere adeguatamente riconosciuti i periodi di
attivita’ didattica e scientifica svolti a qualsiasi titolo: dottorato,
assegni, borse, incarichi, ecc.
 



Invitiamo a leggere:

= l’articolo di Benedetta Pacelli “Atenei in subbuglio” su ItaliaOggi
dell’8 ottobre 2008:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081008/JH1QN.tif

= l’articolo di Luca Sebastiani “L’esercito dei ‘contrattisti’. Federica e
gli altri, in cattedra per 400 euro l’anno” su l’Unita’ dell’8 ottobre 2008:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081008/JGY6S.tif
Sull’intollerabile fenomeno del precariato l’ANDU da anni propone una
soluzione radicale, completa e definitiva. Invitiamo a leggere, in
particolare, il documento “Il problema: regole, reclutamento, precariato”,
dove si propone una riforma organica per la soluzione del problema. Per
leggere il documento:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article19258.html

 



Segnaliamo:

– l’articolo “Pisa: contro i tagli l’universita’ in piazza” su La Nazione
del 9 ottobre 2008:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081009/JHHK2.tif

= l’articolo “Piazza del precari” sul Tirreno del 9 ottobre 2008:
http://rassegnastampa.crui.it/minirass/esr_p1.asp

= A Piazza dei Cavalieri:
http://it.youtube.com/watch?v=4qiPAmcU2EA

 



Invitiamo a leggere l’intervento di Ferdinando di Orio, rettore
dell’Universita’ dell’Aquila, “La fine dell’Universita’ pubblica”, su Il
Centro del 9 ottobre 2008:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081009/JHFOE.tif

 


Mozione del Consiglio di Facolta’ di Lettere e Filosofia dell’Universita’
di Pisa riunitoso in seduta straordinaria il 9/10

Viste le mozioni e le successive prese di posizione approvate sin
dall’emanazione del Decreto Legge 112 del 18 giugno 2008, convertito il 6
agosto nella Legge 133/2008, dalla CRUI e dal CUN, ovvero, i maggiori
organi di rappresentanza delle Universita’ Italiane, da diverse Conferenze
dei Presidi, dai Senati Accademici e dai Consigli di amministrazione della
maggior parte degli Atenei Italiani;
Vista la posizione espressa dai Senati Accademici delle Universita’
Toscane riunitisi per via straordinaria in seduta congiunta;
Viste le prese di posizione di molti organi collegiali della Facolta’ e
dei Dipartimenti dell’Ateneo pisano e toscani;
Vista la forte denuncia all’opinione pubblica fatta dall’assemblea
generale del personale dei tre Atenei pisani rivolta ad evidenziare il
rischio dello smantellamento dell’Universita’ pubblica;
Vista la rilevante, giustificata protesta studentesca e la profonda
preoccupazione dei giovani laureati e dei giovani docenti che svolgono con
sacrificio e senza la giusta rimunerazione tanta parte delle funzioni
didattiche nel momento attuale;
Vista l’attuale sordita’ da parte del Governo nei confronti dei pareri
negativi delle rappresentanze dei docenti e delle associazioni di dottori
di ricerca, dei dottorandi, contrattisti, precari e studenti, della CRUI e
del CUN, delle Conferenze dei Presidi, dei Senati Accademici e consigli di
amministrazione della maggior parte degli atenei italiani;
Considerato che l’Italia, in buona posizione per produzione scientifica,
e’ gia’ molto lontana dagli obiettivi europei sulla formazione, perche’
molto indietro (malgrado tentativi maldestri di mostrare il contrario) per
spesa annua per studente, ed ultima in Europa per spesa totale destinata
all’Università rispetto alla PIL (0,9 % contro 1,3% della media UE), per la
quota di spesa pubblica per l’università (1,6% contro 2,8% della media UE),
per spesa totale destinata alla ricerca rispetto al PIL (1,09% contro 2,26%
della media UE);
Considerato che, approfittando di attacchi mediatici (spesso diffamatori)
su caratteri pur discutibili della gestione dell’Universita’, viene colpito
il sistema pubblico nel suo insieme penalizzando anche gli atenei con
maggiore tradizione nella ricerca e nell’insegnamento;
Considerato che il sistema universitario e di ricerca italiano esige
un’analisi critica approfondita e un ampio confronto per giungere ad una
vera riforma che, superando operazioni strumentali e di dubbio conio,
pervenga ad una riaffermazione del fine di alta formazione e di cultura
critica, dia maggior rilievo alla ricerca, premi il merito e apra talenti
dei “capaci e meritevoli”;

Rilevato che la legge 1338/2008 (conversione del DL 112/2008) condanna
alla fine il sistema pubblico universitario e di ricerca prevedendo i
seguenti effetti:

o una riduzione annuale fino al 2013 del Fondo di Finanziamento Ordinario
di 467 milioni di euro (taglio del 6%) e un taglio del 46% sulle spese di
funzionamento;
o una riduzione del turn /over al 20% per l’università (su 5 che vanno in
pensione uno solo verrà assunto) nel periodo 2009-2013 (in termini
finanziari-64 milioni di euro nel 2009,-190 milioni di euro nel 2010,- 316
milioni di euro nel 2011, – 417 milioni di euro nel 2012,- 455 milioni di
euro nel 2013);
o un taglio complessivo di quasi 4 miliardi di euro in 5 anni;
o la trasformazione delle Università pubbliche in fondazioni di diritto
privato;

Rilevato che gli effetti combinati dell’art.49 della Legge 133/2008
(divieto di ricorrere al medesimo lavoratore con piu’ tipologie
contrattuali per periodi di servizio superiori al triennio nell’ultimo
quinquennio), e del 37-bis inserito nel ddl 1441 in corso d’approvazione
parlamentare, (cancellazione della procedura delle stabilizzazioni)
produrranno il blocco delle forme contrattuali a tempo determinato in enti
dove la frequenza di concorsi e’ scarsa e il licenziamento in tronco (dopo
tre mesi dall’eventuale entrata in vigore del ddl 1441) di chi aveva già
ricevuto garanzie dallo Stato di un percorso per andare a stabilizzare la
propria attività professionale;
Ritenuto che le misure descritte mettono a rischio il normale esercizio
della didattica e della ricerca nelle universita’ e nei centri di ricerca,
aggravano il problema del numero e della media anagrafica del personale,
tradiscono gli accordi europei e il dettato costituzionale sulla necessità
della natura pubblica dell’istruzione, compresa quella universitaria; difatti:

o i tagli indiscriminati senza accenni a criteri di valutazione, sono
insopportabili per un settore già in grave sofferenza e sottovalutato
rispetto a quanto succede nel mondo;

o vengono chiuse le porte ai giovani talenti, una delle risorse piu’
pregiate del nostro Paese;

o il taglio indiscriminato delle risorse unito alla possibilita’ di
trasformazione in fondazione rischia di modificare il sistema Universitario
nazionale in un sistema di formazione debole e con accessi differenziati in
base al censo (nessun tetto per le tasse universitarie). Inoltre, senza
riferimento alla valutazione si selezioneranno le discipline e le sedi
universitarie non sulla base del loro valore, ma in ragione del contesto
socio economico in cui operano;

o lo Stato non puo’ garantire un percorso di acquisizione di diritti e al
tempo stesso tradire quella garanzia mettendo in gioco la reputazione delle
istituzioni e le basi di solidita’ civile dei cittadini.

Il Consiglio della Facolta’ di Lettere e Filosofia

Facendo propria la mozione dell’assemblea tenutasi in Piazza dei Cavalieri
l’8 ottobre 2008, afferma con forza la propria contrarieta’ ai
provvedimenti adottati dal Governo, evidenziando i gravi rischi legati ad
un indebolimento del ruolo complessivo della produzione e fruizione del
sapere nel nostro paese.

Chiede:

o che il Governo riveda i propri orientamenti;
o che il Parlamento non approvi il ddl n. 1441;
o che, a partire dalla discussione parlamentare della Legge finanziaria, si
riaffermino gli obiettivi europei e siano corrette le norme previste dalla
Legge 133/2008;
o che, dato il carattere strategico delle politiche sulla formazione
universitaria e la ricerca, tale materia non venga trattata con decreti e a
colpi di maggioranza, ma con un serio confronto, con il coinvolgimento
degli esponenti della cultura italiana e di tutti i soggetti interessati.

o Impegna il Preside a farsi interprete in ogni sede delle posizioni
espresse, a prendere contatto tempestivamente con i rappresentanti
istituzionali dell’Universita’ di Pisa e a farsi promotore di iniziative
congiunte con la Provincia e la Regione.

Decide una settimana di sospensione della normale attivita’ didattica con
un impegno dei docenti strutturati e precari, del personale tecnico
amministrativo e degli studenti, a discutere e ad approfondire i problemi
riguardanti la programmazione didattica alla luce della situazione venutasi
a creare nella Facolta’ e nell’Universita’.
 


ANDU -Associazione Nazionale Docenti Universitari

IL NON MINISTRO, GLI “ATTRIBUTI”, I PERICOLI PER IL MOVIMENTO DI PROTESTA,
I NOSTRI SI’

“Nelle universita’ si fanno sentire solo i docenti di sinistra. Sarebbe
ora che anche i moderati, per la miseria, mostrassero gli attributi.” Cosi’
ha affermato Mariastella Gelmini (nota 1), che si atteggia a  ministro
dell’Istruzione e dell’Universita’, ben sapendo (forse) che il vero
ministro e’ Tremonti.

Il ‘maschio’ appello di Gelmini ai docenti “moderati” e’ stato lanciato
sabato 18 ottobre 2008 ad un convegno organizzato da “Magna Carta”,
fondazione presieduta da Gaetano Quagliarello, vice presidente del PDL al
Senato. Al convegno il finto ministro ha ricevuto “applausi dalla sala,
anzi quasi una standing ovation”, come registra l’Avvenire (nota 2).

Il non ministro Gelmini puo’ stare tranquillo: l’attacco mortale
all’Universita’ statale sferrato dalla lobby accademico-confindutriale, che
da decenni opera attraverso il ministero dell’Economia, sara’ sempre piu’
sostenuto non solo da docenti “moderati”, ma anche da “docenti di sinistra”.
Gia’ ai tempi della Legge Moratti, docenti di destra e di sinistra si sono
mobilitati insieme per difendere quella controriforma, utilizzando la
‘grande’ stampa alla quale hanno diritto quasi esclusivo di accesso.
Ci riferiamo, in particolare, all’Appello “Siamo stanchi dei no. Noi
vogliamo cambiare”, sottoscritto nel marzo 2005 da Daniele Bassi, Giancarlo
Cesana, Biagio de Giovanni, Ernesto Galli della Loggia, Claudia Mancina,
Gaetano Quagliariello, Angelo Panebianco, Nicola Rossi, Giorgio Rumi, Gian
Enrico Rusconi, Giovanni Sabatucci e Aldo Schiavone. L’Appello e’ stato
allora sostenuto dal Riformista e da “Magna Carta” (nota 3). Quella
iniziativa e’ stata dettagliatamente esaminata dall’ANDU nel documento
“Appello trasversale e qualunquista” (nota 4).

Il movimento di protesta che oggi si oppone alla demolizione
dell’Universita’ statale dovra’ certamente fare i conti con gli
‘eccellenti’ docenti di destra e di sinistra, che danno e sempre piu’
daranno pubblicamente e attivamente il loro sostegno al progetto
accademico-confindutriale, ma dovra’ fare i conti anche con le
strumentalizzazioni di chi dice di opporsi alle scelte dell’attuale
Governo, mentre in realta’ le critica perche’ esse non sarebbero
sufficientemente devastanti per l’Universita’ statale. Ci riferiamo, in
particolare, alle posizioni espresse nel luglio scorso da Mariapia
Garavaglia, “ministro ombra” del PD, a proposito della possibilita’ data
agli Atenei di trasformarsi in fondazioni (nota 5). Su queste dichiarazioni
riportiamo nella nota 6 il commento di Alessandra Ciattini e Paola Mura
dell’Esecutivo nazionale dell’ANDU.

  Il movimento di protesta deve anche attentamente valutare le iniziative
di chi finora ha ‘soprasseduto’ rispetto alla scelta di concrete e adeguate
iniziative di contrasto all’azione governativa e ora sembra scegliere la
“linea dura”. Ci riferiamo, in particolare, alla dichiarazione di Enrico
Decleva, presidente della CRUI (Conferenza dei Rettori), il quale ha
recentemente affermato che “la rinuncia al mandato sarebbe il segnale piu’
forte che possiamo dare” (nota 7). Il fatto e’ che la CRUI, che NON
rappresenta il Sistema nazionale universitario, ha posizioni ambigue e di
sostanziale difesa dell’esistente. Nella CRUI e’ sempre piu’ forte il ruolo
di quei Rettori che, convinti di essere a capo di Universita’ eccellenti,
pretendono un trattamento ‘speciale’ per i loro Atenei, spingendo nella
direzione del definitivo smantellamento del Sistema nazionale delle
universita’ pubbliche. Uno di questi rettori e’ quello dell’Universita’ di
Padova il quale e’ giunto a dichiarare: “Gli atenei con i conti fuori posto
andrebbero commissariati” (nota 8).

E’ in atto, come sempre in questi casi, un’azione ‘concentrica’ di
discredito nei confronti del grande movimento di protesta contro la
demolizione definitiva dell’Universita’ statale. Una campagna basata sulla
presunta assenza di proposte alternative all’azione governativa. Cioe’ e’
falso, quanto la risibile e  provocatoria affermazione che a manifestare
sarebbero in pochi: “Altro che sommossa, protestano in quattro gatti”, ha
titolato il Giornale del 17 ottobre 2008:

Le proposte alternative all’azione di questo e dei precedenti governi ci
sono e da tempo. In particolare l’ANDU ha da anni elaborato e diffuso una
proposta, organica e dettagliata, che riguarda sia la riforma della
formazione, del reclutamento e della carriera dei docenti, sia la riforma
del governo del Sistema nazionale e dell’organizzazione dei singoli Atenei.
Le posizioni dell’ANDU si possono leggere cliccando:
http://unimoreinform.blogspot.com/2008/05/andu-il-problema-regole-reclutamen
to.html
oppure
http://www.bur.it/sezioni/sez_andu.php 04 giugno 2008

19 ottobre 2008

– Nota 1. V. la fine dell’articolo “L’universita’ rischia la fine di
Alitalia” sul Corriere della Sera del 19.9.08. Per leggere l’articolo
cliccare:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081019/JLAPG.tif
– Nota 2. V. l’articolo “Gelmini: ora le universita’, favorire i giovani
ricercatori” su Avvenire del 19.9.08:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081019/JLACV.tif
– Nota 3. Per il testo dell’Appello “Siamo stanchi dei no. Noi vogliamo
cambiare” su il Riformista del 30.3.05:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2005/03/32585214.pdf
– Nota 4. Per leggere il documento dell’ANDU “Appello trasversale e
qualunquista” del 31.3.05:
http://www.bur.it/sezioni/andu_archivio_2005.php 05 aprile 2005
– Nota 5. Per leggere l’intrevento di Mariapia Garavaglia, “ministro ombra”
del PD, “Universita’, il nodo governance”, sul Sole 24ore del 24.7.08:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/07/24MI14054.PDF
– Nota 6. Il commento di Ciattini e Mura.
“Mariapia Garavaglia, “ministro ombra” del PD, invece di difendere
l’universita’ pubblica come un bene primario e strategico per il paese, ne
attacca quelli che sono i punti chiave: una governance non eterodiretta e
lo stato giuridico dei docenti, definito una vera “palla al piede per
l’universita’” .
Abbiamo spesso scritto nei nostri documenti che i gruppi potenti che
vogliono distruggere l’universita’ pubblica italiana sono trasversali.
Questa ci sembra esserne la prova, se mai ce ne fosse stato bisogno.
Infatti, la Garavaglia mette in evidenza che <<Le universita’ tradizionali,
dalla legge Ruberti in poi, possono ben fare cio’ che ora appare attribuito
alle universita’ fondazioni>>. Questa sua affermazione da’ ragione a quanto
abbiamo da due decenni sostenuto: a partire da Ruberti si e’ innescato un
processo di radicale trasformazione dell’universita’, che aveva ed ha come
obiettivo la privatizzazione degli atenei, nel duplice senso di
utilizzazione da parte dei privati delle strutture della didattica e della
ricerca e di impiego a fini privatistici delle stesse da parte del gruppo
dei ‘grandi’ professori piu’ vincolati con il mondo industriale e
imprenditoriale.”.
Per leggere l’intero documento di Ciattini e Mura:
www.orizzontescuola.it/orizzonte/article-print-19961.html
– Nota 7. V. l’articolo “Riforma, la rivolta dei rettori” su Repubblica di
Milano del 17.10.08:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081017/JKI3A.tif
– Nota 8. V. l’intervista “Il rettore Milanesi attacca: contro l’iniquita’
fiscale federalismo universitario” sul Mattino di Padova del 16,10.08:
http://rassegnastampa.crui.it/minirass/esr_p1.asp?dacbo=si&cbogiorno=16/10/2
008

 



Per difendere e cambiare l’Universita’

PIATTAFORMA PROGRAMMATICA PER L’UNIVERSITA’ ITALIANA

Proposta da

Associazione Docenti Universitari (ADU)
Associazione Dottorandi Italiani (ADI)
Associazione Nazionale Docenti Universitari (ANDU)
Associazione Professionale Universitaria (APU)
CISAL Universita’
CISL Universita’
Comitato Nazionale Universitario (CNU)
Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari (CNRU)
FLC CGIL
Rete Nazionale Ricercatori Precari (RNRP)
Sindacato Universitario Nazionale (SUN)
UIL P.A.-U.R. AFAM
Unione degli Universitari (UDU)

I recenti provvedimenti legislativi e quelli annunciati, se non abrogati e
bloccati, determineranno la definitiva scomparsa dell’Universita”
pubblica, mutandone radicalmente la natura, la missione, le finalita’ e
l’assetto. Un’Universita’ alla quale la nostra Costituzione assicura
autonomia e liberta’ di ricerca e di insegnamento.
Le sottoscritte Organizzazioni ed Associazioni della docenza universitaria,
dei ricercatori precari, dei dottorandi e degli studenti nel respingere
fermamente le scelte di fondo che ispirano tali provvedimenti, intendono
riproporre a tutti gli interlocutori, a cominciare dal Governo, un quadro
di interventi alternativi che affrontino le criticita’ evidenti del
sistema, valorizzino le risorse presenti, sollecitino la crescita della
qualita’ della didattica e della ricerca, e consentano all’Universita’
italiana di svolgere quel ruolo sociale di promozione della cultura e
dell’innovazione di cui il Paese ha enorme bisogno.

I valori fondanti

Noi crediamo che qualsiasi intervento non possa prescindere dal rigoroso
rispetto di alcuni valori fondativi che rappresentano la parte migliore
della storia e dell’esperienza dell’Universita’ italiana, valori che
desideriamo sinteticamente ricordare:
” la natura pubblica del sistema universitario. Il ruolo dello Stato come
erogatore e garante di un sistema di alta formazione e’ indispensabile per
assicurare le condizioni affinche’ l’Universita’ resti, ed anzi divenga
sempre piu’, elemento centrale del sistema di welfare. E’ compito del
sistema pubblico garantire parita’ di condizioni universali nell’accesso
all’Universita’, assicurare la qualita’ dell’offerta didattica, e per
questa via ripristinare una mobilita’ sociale che appare ridotta,
presidiare la ricerca in tutti i campi, anche quelli che, pur dotati di
alto valore culturale e scientifico, non presentano possibilita’ di
valorizzazione economica immediata, garantire la liberta’ didattica e di
ricerca costituzionalmente sancita. Va inoltre assicurato il carattere
unitario del Sistema nazionale universitario, dotato di effettiva
autonomia, all’interno del quale deve essere garantita l’autonomia dei
singoli Atenei.    Il ruolo del privato rappresenta un’utile integrazione,
uno stimolo ed una risorsa, che deve avere tuttavia carattere complementare
al mantenimento di un forte, prevalente sistema pubblico di Atenei. La
stessa idea di autonomia, che e’ autonomia del sistema ed autonomia dei
singoli Atenei, si tiene nella misura in cui il riferimento concettuale e’
ad un sistema nazionale pubblico.
” il ruolo sociale del sistema universitario, ruolo che si estrinseca in un
rapporto trasparente tra la domanda sociale, il concreto funzionamento
degli Atenei e la loro capacita’ di dare risposte sulla base di un
misurabile rapporto costi-benefici, da rendere visibile attraverso una
congrua valutazione del sistema e delle sue singole articolazioni (Atenei,
Facolta’, Dipartimenti, progetti di ricerca, percorsi formativi).
” la natura cooperativa e partecipata del sistema universitario.
L’Universita’ deve rappresentare il modello di una comunita’ di pari,
libera da gerarchie formali e sostanziali, capace di autogovernarsi perche’
fondata su una salda cultura democratica della responsabilita’ individuale
e collettiva. Una comunita’ che si fonda sulla libera circolazione dei
saperi e su una virtuosa competizione di meriti scientifici.

Ogni provvedimento di riforma deve misurarsi con questi valori fondanti e
con la natura laica e razionale dell’Universita’. Siamo perfettamente
consapevoli della distanza che separa oggi l’Universita’ dalla compiuta
realizzazione di un modello ideale: l’Universita’ italiana e’ in condizioni
difficili, in parte prodotte dal contesto politico-istituzionale, in parte
da una distorta applicazione dell’autonomia la cui responsabilita’ e’ da
imputare al ceto accademico. E’ tuttavia nostra convinzione che non vi sia
riforma possibile che non muova dall’affrontare i nodi ed i valori che
dovrebbero sostenerne il modello. Nei provvedimenti di Governo vediamo
invece disegnarsi una prospettiva di liquidazione del ruolo pubblico ed un
sistema universitario sempre piu’ impoverito sul piano finanziario e,
soprattutto, sul piano delle risorse intellettuali ed umane. Un sistema che
nel giro di pochi anni compira’ fino in fondo una parabola discendente che
portera’ ad una condizione di paralisi e di irrilevanza istituzionale.
Per queste ragioni proponiamo un programma che muove da quelli che a noi
appaiono i veri nodi del sistema universitario. Chiediamo al Governo di
fermare gli iter legislativi in corso, di abrogare gli art. 16 e 66 della
L. 133/2008, e di aprire un confronto autentico con tutti i soggetti
coinvolti ed interessati.

1) Il sistema di finanziamento
Il settore della conoscenza deve essere considerato una risorsa strategica
del Paese. I finanziamenti devono essere pertanto adeguati a questo
compito. La valutazione dell’utilizzo di questi finanziamenti deve essere
effettuata a partire dalle ricadute sull’intero sistema Paese.
Utilizzare gli Atenei per fare cassa non e’ l’approccio migliore ad una
discussione seria sulle necessita’ del finanziamento e sulla qualita’ della
spesa.  Occorre partire da un dato incontrovertibile: qualunque indicatore
venga assunto, il sistema italiano e’ largamente sottofinanziato, ed in
queste condizioni ogni ragionamento credibile sulla qualita’ e’ pura
poesia. Se si realizza il taglio ulteriore di un 25% in termini reali nei
prossimi quattro anni, come prevede la L. 133, si entra in una condizione
di bancarotta degli Atenei, anche quelli che oggi si considerano
“virtuosi”. Occorre invece partire da:
a) una previsione pluriennale di crescita del finanziamento che avvicini il
nostro Paese alla media OCSE
b) una rimodulazione delle regole della distribuzione del FFO che valorizzi
indicatori credibili di crescita della qualita’ dei servizi e delle
prestazioni dei singoli Atenei, e su di essi distribuisca le risorse
evitando di incentivare comportamenti perversi (la caccia all’iscritto o le
promozioni facili). Un finanziamento cosi’ rivisto esplicherebbe inoltre la
sua piena funzione se, riconoscendo che le universita’ possono vivere solo
nel binomio inscindibile di attivita’ di didattica e di ricerca, si
osservasse che tali requisiti non vengono attualmente rispettati in tutti
gli Atenei italiani, e si procedesse quindi ad un attento monitoraggio
delle loro caratteristiche in maniera tale da porre rimedio a queste
situazioni.
c) una rigorosa revisione delle regole di finanziamento dei fondi di
progetto, insieme con l’ampliamento degli investimenti a progetto, a
cominciare dai PRIN (che quest’anno calano da 160 a 98 milioni)

2) La docenza universitaria
La necessita’ primaria del sistema e’ costituita dal riavvio di un processo
di immissione di giovani che vada ad equilibrare la “gobba” di uscite per
pensionamento previste nei prossimi anni.  E’ esattamente il contrario di
quanto previsto dalla L.133, che viceversa blocca sostanzialmente il
turn-over. Sempre in virtu’ della centralita’ strategica dell’universita’
l’approccio al turn-over deve essere totalmente ribaltato: a fronte dei
pensionamenti il personale docente e tecnico-amministrativo di ruolo deve
essere aumentato in modo da rispondere in misura adeguata agli standard
europei. E’ necessario programmare un’operazione di reclutamento
straordinario di consistenti dimensioni, su fondi nazionali aggiuntivi, che
consenta di dare una prospettiva alle competenze presenti nell’abnorme area
del precariato; e al tempo stesso programmare la ripresa di un reclutamento
ordinario che eviti l’andamento disomogeneo per classi di eta’, dovuto nel
passato agli “sbottigliamenti” legati ad ondate di immissioni concentrate
nel tempo. L’investimento nel reclutamento di giovani e precari puo’ essere
gestito anche attraverso meccanismi che consentano di utilizzare le risorse
derivanti dai pensionamenti, e/o attraverso forme di anticipo delle
competenze, da restituire man mano che i costi immediati tendano a
riequilibrarsi, prendendo in considerazione preparazione e pregresse
attivita’ di coloro che possono dimostrare interesse e impegno nella
ricerca e nella didattica.
Partendo dalla costatazione che ai fini istituzionali concorrono a pieno
titolo gli attuali professori e ricercatori, occorre una revisione profonda
delle carriere e del sistema di reclutamento, allo scopo di fornire
risposte reali alla crescita scientifica e retributiva dei docenti,
all’ingresso e alle prospettive dei giovani, all’enorme serbatoio di
precariato prodottosi negli ultimi anni.
Va affermata la unitarieta’ della funzione docente; la carriera, che deve
essere unica, puo’ essere articolata in fasce, scandita da verifiche
periodiche che diano luogo alla progressione stipendiale e ai passaggi di
fascia, che devono realizzarsi ad esito di valutazioni della qualita’
scientifica e didattica del singolo docente. Va salvaguardata una quota di
accessi dall’esterno, attraverso un meccanismo concorsuale, a tutte le
fasce, ed abolito lo straordinariato per il passaggio da una fascia
all’altra .
Per quanto attiene al reclutamento iniziale, va introdotta una figura
post-doc (o attivita’ di ricerca assimilabile), con contratto a tempo
determinato triennale e retribuzione assimilata al ricercatore, con
funzioni esclusive di ricerca.
Quest’approccio richiede la definizione di alcune condizioni di contesto:
a) la fissazione di un rapporto esplicito e credibile tra il numero di
coloro che entrano nel percorso triennale e il numero di docenti da reclutare;
b) un’applicazione graduale, che consenta di ridurre il precariato
esistente attraverso un consistente reclutamento straordinario;
c) il divieto per gli Atenei, a regime, di utilizzare strumenti diversi dal
contratto triennale (atipici, co.co.co., ecc,); 
d) la creazione di un meccanismo che faciliti la mobilita’ dei docenti fra
i diversi Atenei, per esempio rendendo impossibile lo svolgimento della
carriera (laurea magistrale (dottorato-postdottorato-docenza) nella stessa
sede e fornendo le risorse necessarie a detta mobilita’;
e) la distinzione tra il budget destinato al reclutamento e quello dedicato
all’avanzamento di carriera.

3) Il governo dei singoli Atenei e del Sistema nazionale
E’ ormai evidente come sia necessario rivisitare l’assetto del governo
degli Atenei, caratterizzato da forti differenze legate ai singoli Statuti,
ma comunque accomunato da alcuni punti critici: il rapporto spesso
clientelare che lega i Rettori al loro elettorato, soprattutto in occasione
del rinnovo del mandato; la sovrapposizione e confusione dei ruoli tra
Senato e Consiglio di Amministrazione; la composizione degli organi di
governo e la loro base elettiva. Noi riteniamo necessario che il mandato
rettorale sia unico, e che comunque il mandato non possa essere prolungato
tramite successive modifiche di statuto . Che gli Statuti regolino in modo
puntuale, sulla base di un quadro normativo nazionale, le competenze degli
organi, distinguendo con nettezza l’indirizzo, dal controllo, dalla
gestione. Che si valorizzi il lavoro di gestione della dirigenza
amministrativa e dei dipendenti tecnico-amministrativi, riconducendo la
docenza alle funzioni sue proprie ed evitando di assegnare ai docenti
improprie funzioni di dirigenza. Che si prevedano forme di partecipazione
effettiva degli studenti alla vita democratica degli Atenei.
E’ indispensabile, infine, prevedere un Organismo di coordinamento
nazionale capace di assicurare l’autonomia del Sistema Universitario ed un
suo sviluppo organico. Un Organismo non corporativo e non disciplinare,
elettivo e rappresentativo della comunita’ accademica nazionale, aperto ai
contributi del mondo del lavoro e delle imprese, in grado di aiutare a
stabilire le priorita’ di sviluppo del Sistema Universitario.

4) Il diritto allo studio
L’Universita’ dovrebbe svolgere un ruolo di promozione della mobilita’
sociale;  questa funzione, oggi piu’ di ieri, e’ un’utopia che rischia di
essere ulteriormente compromessa dalla legge 133.
Per garantire che questo avvenga e’ necessario che il sistema universitario
sia effettivamente accessibile a tutti, indipendentemente dalle condizioni
economiche e dal contesto sociale di origine, rimuovendo le barriere,
formali e sostanziali, che ostacolano l’accesso e la prosecuzione degli studi.
Il sistema del numero chiuso sta progressivamente estendendosi anche
all’accesso alla laurea magistrale, creando un ulteriore sbarramento
intermedio; esso esclude gli studenti sulla base di un meccanismo che ha
poco a che vedere con la valorizzazione dei piu’ meritevoli, e trae spesso
le sue origini dallo scarso investimento economico sulle Universita’, che
le costringe a limitare il numero delle immatricolazioni in assenza di
strutture e di personale docente adeguati. Si deve allora prevedere
l’adozione di piani pluriennali di adeguamento, affiancati da un congruo e
mirato investimento, che porti progressivamente alla rimozione delle
barriere all’accesso. Allo stesso tempo, e’ necessario ragionare su
un’adeguata valorizzazione del merito degli studenti, che devono essere
valutati sulla base dei risultati conseguiti nel corso del loro percorso di
studio.
Il definanziamento del sistema del diritto allo studio e la sua
organizzazione tarata su modelli ormai superati (la legge quadro nazionale
risale al 1999 e l’ultimo DPCM che regola l’erogazione dei benefici del
diritto allo studio al 2001) fanno si’ che molti degli studenti idonei in
base ai previsti parametri di merito e di reddito non possano di fatto
beneficiare dei servizi per il diritto allo studio, e non abbiano la
possibilita’ di scegliere quale sede e quale corso di laurea frequentare.
E’ necessario che gli investimenti statali siano in grado di garantire la
copertura totale delle borse di studio, integrando l’offerta con il
necessario investimento in mense, alloggi, agevolazioni sui trasporti.
Le differenze di condizione economica di origine portano di per se’ a
differenze nell’accessibilita’ all’offerta culturale, anch’essa componente
essenziale della formazione. Perche’ siano garantite pari opportunita’ per
tutti e’ necessario intervenire anche su quest’aspetto con agevolazioni
mirate.

5) L’offerta didattica
Il giudizio sul modello 3+2, a distanza di alcuni anni dall’avvi’o, e’ un
giudizio molto articolato e differenziato tra Atenei e discipline.  I dati
quantitativi sembrano indicare notevoli avanzamenti sul fronte della
percentuale di successo negli studi, nonche’ sui tempi di compimento dei
percorsi di laurea. Tuttavia, vanno segnalati elementi di criticita’ da
affrontare: a) la percentuale elevata di chi prosegue dopo il triennio
indica l’insufficiente consistenza della laurea triennale, sia sul piano
culturale sia su quello della preparazione professionale; b) si rileva in
modo diffuso la percezione di una caduta di qualita’ dei percorsi: va
svolta una riflessione sull’effettivo ruolo dell’Universita’, che sta oggi
progressivamente licealizzandosi e perdendo il ruolo di elaborazione e
formazione culturale; c) non e’ stato colto e valorizzato in modo adeguato
il sistema dei crediti, tant’e’ che ci sono ancora forti difficolta’ nel
loro riconoscimento, nel passaggio tra un Ateneo e l’altro, e perfino
all’interno dello stesso Ateneo.
Tali aspetti vanno a riferirsi, sia all’architettura del modello, sia
all’applicazione che ne e’ stata fatta dagli Atenei. Ne’ hanno giovato i
reiterati interventi legislativi, che hanno parzialmente corretto alcune
criticita’, ma hanno per altro verso generato confusione e difficolta’
applicative.  Noi riteniamo che sia necessario un intervento esteso di
ricognizione, di ascolto e monitoraggio sistematici: una campagna nazionale
di rilevazione, da concludersi con un’iniziativa nazionale che faccia il
punto, indichi i punti di sofferenza, individui percorsi di correzione
condivisi, prima di procedere a qualsiasi ulteriore intervento di
aggiustamento. Non e’ piu’ possibile procedere alla modifica dell’offerta
didattica sulla base di decreti, in cui ogni Ministro dice la sua: va dato
un assetto stabile alle Universita’, inquadrando l’ordinamento all’interno
di una legge ordinaria.

6) La valutazione
Un efficace e credibile sistema di valutazione e’ parte essenziale di un
processo di revisione degli statuti normativi dell’Universita’. Valutazione
della qualita’ del prodotto universitario, del funzionamento di ogni
articolazione del sistema. Senza una valutazione che consenta di misurare
meriti e difetti in modo puntuale, l’Universita’ non sara’ in grado di
ristabilire una bussola condivisa e condivisibile sul proprio operato. Il
precedente Governo aveva costituito l’Agenzia per la valutazione del
sistema universitario e di ricerca (ANVUR), provvedimento a lungo discusso
e sul quale avevamo prodotto numerose critiche, a cominciare dalla sua
effettiva terzieta’ e dalla quantita’ di compiti assegnati, per finire con
una certa farraginosita’ dell’impianto costitutivo. Nonostante i numerosi
punti di dubbio e contrarieta’, l’ANVUR costituiva tuttavia il primo
tentativo sistemico di introdurre una valutazione continua e ricorrente.
L’attuale Governo ne ha congelato la costituzione, e non e’ dato sapere se
intende riaprire il capitolo. Noi riteniamo necessario riprendere in mano
il progetto, verificarne e correggerne i punti di debolezza, e procedere
operativamente alla sua costituzione. Va garantita per l’Agenzia la natura
di soggetto terzo, problema che sussiste anche all’interno dello schema
proposto dal Governo precedente, per evitare strumentalita’ e
autoreferenzialita’ del valutatore. I risultati della valutazione devono
essere correlati con l’erogazione delle risorse da parte dello Stato. Va,
infine, assicurato un effettivo coinvolgimento degli studenti nel
funzionamento, attribuendo un peso reale al giudizio dei discenti e agli
attuali questionari di valutazione.

7) Il dottorato di ricerca
Occorre una riforma del dottorato che riorganizzi i corsi in scuole di
dottorato dotate di un progetto formativo, aperte alla dimensione
internazionale della ricerca e valutate periodicamente. Le scuole
potrebbero cosi’ diventare, nel territorio, agenti di dialogo fra mondo
della ricerca universitaria e privata e motori di innovazione.
L’aumento delle borse di dottorato a 1040 euro rappresenta un importante
passo avanti nella valorizzazione della formazione alla ricerca. Si deve
pero’ superare la figura del dottorando senza borsa, che, oltre a
rappresentare una palese ingiustizia, non vede garantita la qualita’ del
percorso formativo e di ricerca. Occorre pertanto affiancare ai dottorandi
a tempo pieno e destinatari di borse di studio una figura di dottorando
lavoratore, che permetta a persone inserite nel mondo del lavoro di
rafforzare il proprio profilo professionale e le proprie capacita’ di
ricerca.
Il dottorato deve essere poi valorizzato e individuato come strumento
privilegiato di formazione alla ricerca in vista della carriera accademica,
ma anche in relazione al mondo del lavoro, della pubblica amministrazione,
delle professioni.
Deve infine essere approvata, a partire dalla Carta Europea dei
Ricercatori, una carta dei dottorandi, che riconosca loro i diritti legati
al loro doppio status di studenti del terzo ciclo di formazione superiore e
di giovani ricercatori.

Roma, 20 ottobre 2008

(Il documento verra’ presentato a Roma in una conferenza stampa, la data ed
il luogo verranno comunicati appena definiti.)
 



UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DELL’AQUILA

Il Rettore

Comunicato Stampa
22 ottobre 2008

IL RETTORE DELL’ATENEO AQUILANO SULLE PAROLE DI BERLUSCONI 

“LA MOBILITAZIONE DELL’UNIVERSITA’ NON E’ UN PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO!”


“Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio lasciano esterrefatti. Che
non si voglia comprendere il significato di una protesta che interessa
trasversalmente tutte le componenti accademiche, dagli studenti al
personale docente, puo’ rientrare nelle logiche del gioco democratico e
delle opzioni politiche. Ma e’ davvero incomprensibile, e per certi versi
irresponsabile, volere trasformare una civilissima e legittima
mobilitazione di tutta l’Università italiana in un problema di ordine
pubblico”.
Il rettore dell’Università dell’Aquila prof. Ferdinando di Orio interviene
in merito alla dichiarazione del Presidente del Consiglio on. Silvio
Berlusconi, che ha prospettato la possibilita’ di un ricorso alle forze
dell’ordine per impedire l’occupazione di scuole e università.
“Non solo e’ sconcertante – continua il rettore Ferdinando di Orio – ma e’
davvero pericoloso drammatizzare il livello dello scontro che, come tutti
rettori e tutti coloro che hanno a cuore l’Università pubblica ripetono
ormai da anni, vuole sostanzialmente portare al centro dell’attenzione
dell’opinione pubblica la drammatica situazione in cui versa l’Universita’.
Una situazione che i recenti provvedimenti governativi rischiano di
compromettere definitivamente”.
“Cio’ che trovo, inoltre, inaccettabile e’ voler forzatamente accreditare
l’immagine di un’Università spaccata al suo interno, nella quale una
piccola frangia di estremisti impedisce agli “studenti modello” di poter
frequentare le lezioni. Così non e’, perche’ la stragrande maggioranza
degli studenti vuole soltanto una Universita’ migliore e, soprattutto,
vorrebbe essere ascoltata dai suoi naturali interlocutori politici e
governativi”.
“Stia tranquillo il Presidente del Consiglio – conclude il rettore
Ferdinando di Orio – perché i rettori delle Università italiane,
nell’esercizio della loro autonomia istituzionale, sapranno vigilare e non
permetteranno che la legittima protesta determini discriminazioni nei
confronti di alcuno”.
 



FUORI DI TESTA

Segnaliamo l’intervista a Renato Brunetta “Rettori e presidi devono
aiutarci. Il ministro avverte i responsabili di scuole e atenei: ‘Compito
loro chiamare le forze dell’ordine per tutelare chi non manifesta. In
piazza solo bamboccioni”, su Libero del 23 ottobre 2008.

Per leggere l’articolo cliccare:

http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/JMT/JMT99.pdf

 


ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

STAMPA, NEPOTISMO E AUTONOMIA

Riportiamo in calce il testo dell’intervento di Francesco Musacchia,
coordinatote dell’ANDU di Palermo, “La bufala dell’autonomia, riforma
necessaria”, sulla prima pagina di Repubblica di Palermo di oggi, 26
ottobre 2008. Il testo e’ preceduto da alcune altre considerazioni.
Musacchia si riferisce agli articoli comparsi su Repubblica ‘nazionale’ e
‘locale’ riguardanti il nepotismo nell’Universita’ di Palermo.
Ecco gli articoli pubblicati sull’edizione nazionale di Repubblica:
– “Palermo, cento famiglie in cattedra”, su Repubblica del 24.10.08. Per
leggere l’articolo cliccare:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081024/JN8SG.tif
– “Il rettore e lo scandalo parentopoli. ‘All’ateneo serve un codice
etico’”, su Repubblica del 25.10.08:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081025/JNRG5.tif
– “La parentopoli di Palermo”, su Repubblica del 25.10.08:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081025/JNQ6N.tif

Ecco alcune considerazioni che vogliamo aggiungere a quelle contenute
nell’intervento di Francesco Musacchia.
La denuncia mediatica del nepotismo universitario, basata essenzialmente
sui cognomi, rischia sia di prendere clamorose cantonate, sia di sminuire
la portata e la gravita’ di un fenomeno ben piu’ vasto, piu’ complesso e
piu’ dannoso.
Infatti tra i principali problemi della formazione, del reclutamento e
della carriera dei docenti dell’Universita’ italiana vi sono, insieme,
quelli del nepotismo ‘puramente’ accademico, della ‘logica di scambio’ e
del nepotismo parentale. Questi fenomeni sono connessi ad una carettistica
che distingue l’Universita’ italiana dalle altre: il potere di cooptazione
PERSONALE.
Il fenomeno piu’ diffuso e’ quello del nepotismo ‘puramente’ accademico
(non legato alla ‘logica di scambio’ e non parentale): il ‘maestro’ ha
diritto di vita e di morte accademica sul suo allievo. Infatti, il futuro
docente e’ coltivato da un ‘maestro’ fin dalla tesi di laurea, poi viene
‘sistemato’ in varie situazioni precarie, quindi viene immesso in ruolo con
un concorso rigorosamente locale e totalmente controllato dal ‘maestro’.
Fino a questo punto l’aspirante docente dipende scientificamente e
umanamente dal suo ‘maestro’ ed e’ privato di ogni autonomia scientifica e
didattica. Tale dipendenza continua sostanzialmente anche nell’avanzamento
della carriera, perche’ dal ‘maestro’ dipendera’ il bando e il superamento
dei concorsi ad associato e a ordinario.
Altro fenomeno e’ quello legato alla logica di scambio di favori
economico-professionali e a varie forme di ‘appartenenza’.
Infine vi sono i legami parentali, quelli piu’ facili da intercettare e
‘agitare’ da parte di una stampa che, come quella italiana, non e’ molto
abituata a praticare un vero giornalismo investigativo. Con rare eccezioni
come quella dell’articolo di oggi di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
“Universita’, il business dei laureati precoci”, sul Corriere della Sera
(v. nota). Di quest’articolo non condividiamo la richiesta di abolizione
del valore legale dei titoli di studio, che incrementerebbe la gestione
accademico-privatistica degli Atenei, un rimedio peggiore del male.  
La stampa che denuncia la parentopli universitaria e’ quella stessa che a
livello nazionale non ha MAI dato alcuno spazio alle propoposte che, come
quella dell’ANDU, porrebbero realmente fine al nepotismo universitario,
mentre ha SEMPRE concesso amplissimo spazio a quegli opinionisti, quasi
tutti professori universitari, che hanno supportato e supportano tutte le
norme che rafforzano il sistema di potere nepotistico e baronale e, piu’ in
generale, tutte quelle riforme che demoliscono l’Universita’ pubblica, di
massa e di qualita’.

Nota. Per leggere l’articolo di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
“Universita’, il business dei laureati precoci”, sul Corriere della Sera
del 26.10.08:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081026/JNZVP.tif


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L’intervento di Francesco Musacchia “La bufala dell’autonomia, riforma
necessaria”, riportato nella prima pagina di Repubblica di Palermo del 26
ottobre 2008: I

“Voglio intervenire sul tema del nepotismo nell’Universita’ di Palermo
perche’ avverto concreto il pericolo che si stia producendo un clima che
conduca gli incolpevoli a solidarizzare con chi incolpevole non e’. Il
fenomeno del nepotismo esiste e nella versione universitaria e’ ancor piu’
grave. E piu’ grave perche’ questa Istituzione dovrebbe, piu’ di altre,
essere esempio di imparzialita’ e trasparenza per i giovani che la
frequentano e dovrebbe alimentare in essi speranze e non frustrazioni. Ma
questo fenomeno e’ ben piu’ complesso ed invasivo di quanto possa apparire
a chi non conosce bene i meccanismi del reclutamento universitario che,
come spieghero’ alla fine e’ la radice che lo alimenta. Sono ben convinto
che questo uragano produrra’ un forte trauma, ma sono anche convinto che
alla fine l’Universita’ non potrà che trarne un grande beneficio. Gli
estensori dei servizi hanno dimostrato di essere stati bene (anche se in
qualche caso maliziosamente) documentati soprattutto nel riferire quei casi
che incrociavano soggetti non omonimi, ma hanno preso anche abbagli quando,
facendo riferimento alla sola omonimia hanno incluso negli elenchi anche
fratelli gemelli senza ascendenti universitari. Così come e’ poco credibile
che il principe dei nepotisti dell’Universita’ di Palermo possa essere chi
e’ giunto all’apice della carriera soltanto alla  soglia del pensionamento.
Le precisazioni specifiche le potranno fare e certamente le faranno i
diretti interessati. Personalmente non sono assolutamente d’accordo con chi
ritiene che questi servizi di Repubblica, specie in questo momento, siano
un regalo per il Governo che vuole cancellare l’Universita’ Statale.
Il vero problema e’ il reclutamento nei ruoli universitari ed i meccanismi
di progressione nella carriera troppo permeabili a pratiche nepotistiche.
Il dibattito e’ antico, i tentativi di riformarli anche, ma ogni volta che
si e’ tentato di darvi maggiore trasparenza, questi tentativi si sono
sempre arenati.
La soluzione da molti prospettata e’ quella riproposta recentemente dalla
CRUI ed indicata anche dal Rettore dell’Universita’ di Palermo
nell’intervista di ieri su Repubblica nazionale. Sostiene il Rettore
Lagalla che “la soluzione e’ il concorso di idoneita’ nazionale, al termine
del quale gli atenei possono chiamare chi vogliono, assumendosi la piena
responsabilita’ della scelta.”
Il fatto e’ che – da sempre per il reclutamento dei ricercatori e dal 1997
per i concorsi ad associato e a ordinario – gli Atenei “possono chiamare
chi vogliono” e il risultato e’ stato il crescente fenomeno del nepotismo,
del clientelismo e della cooptazione personale, cioé, di fatto, della
‘libera scelta’ da parte del singolo ‘barone’ del suo prescelto per il
quale è riuscito a farsi bandire il posto. La previsione di una sorta di
preselezione nazionale (l’idoneita’) non eliminerebbe affatto il nepotismo,
rimanendo l’ultima parola all’Ateneo, cioe’ a chi ha voluto il bando di un
posto per il suo ‘prescelto’.
Se si volesse cancellare veramente il nepotismo universitario, e non
cambiare per lasciare tutto come ora, ritengo che l’unica soluzione valida
sia quella di una commissione nazionale che decida i vincitori dei posti
banditi dagli Atenei. Una commissione composta da soli professori ordinari,
tutti sorteggiati, della quale non dovrebbero far parte professori degli
Atenei che hanno chiesto il bando.
Insomma se non si pone fine alla bufala dell’autonomia dei singoli Atenei
per difendere assetti di potere personali e di gruppo, nell’Universita’
italiana, non si riuscira’ mai a por fine a comportamenti che danneggiano
la qualita’ della didattica e della ricerca, screditando una Istituzione
centrale per lo sviluppo del nostro Paese.

Francesco Musacchia – responsabile palermitano dell’Associazione Nazionale
Docenti Universitari”
 



Segnaliamo l’intervista del (non)ministro Gelmini “Gelmini: protesta di
pochi. Il mio modello e’ Obama”, sul Corriere della Sera di oggi, 27
ottobre 2008.

Nell’intervista, tra l’altro, si legge:

D. “Molti giovani scendono in piazza, pero’ …

R. «Gli studenti in Italia sono 9 milioni. Coloro che protestano, alcune
migliaia. Le facolta’ occupate sono pochissime. E in molte, gli studenti
ricacciano indietro gli occupanti. Non immagina quanti messaggi ricevo da
studenti stanchi di slogan vecchi e di professori militanti».”

Per leggere l’intera intervista:
http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/JO8/JO83P.pdf

 



Invitiamo a leggere l’intervento di Marina Boscaino “Se cade il valore
legale del titolo di studio” su l’Unita’ del 30 ottobre 2008. Per leggere
l’intervento cliccare:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-10/081030/JPK24.tif

 


ANDU, CISL Universita’, CNU, CNRU, FLC Cgil, SUN, UILPA UR AFAM

Lunedi’ 3 novembre 2008 alle ore 12 a Roma alla Sapienza nell’Aula
Conversi del Dipartimento di Fisica in una Conferenza Stampa sara’
illustrata la “Piattaforma programmatica per l’Universita’ italiana”,
elaborata dalle Organizzazioni e Associazioni della docenza, dei
ricercatori precari, dei dottorandi e degli studenti (il testo della
Piattaforma e’ qui riportato in calce).

Sulle proposte contenute nella Piattaforma, gia’ diffusa nel mondo
universitario, chiediamo un confronto diretto con il Governo, il Parlamento
e i Partiti.

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Per difendere e cambiare l’Universita’

UN PROGRAMMA PER L’UNIVERSITA’

   Proposto da

Associazione Docenti Universitari (ADU)
Associazione Dottorandi Italiani (ADI)
Associazione Nazionale Docenti Universitari (ANDU)
Associazione Professionale Universitaria (APU)
CISAL Universita’
CISL Universita’
Comitato Nazionale Universitario (CNU)
Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari (CNRU)
FLC CGIL
Rete Nazionale Ricercatori Precari (RNRP)
Sindacato Universitario Nazionale (SUN)
UIL P.A.-U.R. AFAM
Unione degli Universitari (UDU)

I recenti provvedimenti legislativi e quelli annunciati, se non abrogati e
bloccati, determineranno la definitiva scomparsa dell’Universita”
pubblica, mutandone radicalmente la natura, la missione, le finalita’ e
l’assetto. Un’Universita’ alla quale la nostra Costituzione assicura
autonomia e liberta’ di ricerca e di insegnamento.
Le sottoscritte Organizzazioni ed Associazioni della docenza
universitaria, dei ricercatori precari, dei dottorandi e degli studenti nel
respingere fermamente le scelte di fondo che ispirano tali provvedimenti,
intendono riproporre a tutti gli interlocutori, a cominciare dal Governo,
un quadro di interventi alternativi che affrontino le criticita’ evidenti
del sistema, valorizzino le risorse presenti, sollecitino la crescita della
qualita’ della didattica e della ricerca, e consentano all’Universita’
italiana di svolgere quel ruolo sociale di promozione della cultura e
dell’innovazione di cui il Paese ha enorme bisogno.

I valori fondanti

Noi crediamo che qualsiasi intervento non possa prescindere dal rigoroso
rispetto di alcuni valori fondativi che rappresentano la parte migliore
della storia e dell’esperienza dell’Universita’ italiana, valori che
desideriamo sinteticamente ricordare:
” la natura pubblica del sistema universitario. Il ruolo dello Stato come
erogatore e garante di un sistema di alta formazione e’ indispensabile per
assicurare le condizioni affinche’ l’Universita’ resti, ed anzi divenga
sempre piu’, elemento centrale del sistema di welfare. E’ compito del
sistema pubblico garantire parita’ di condizioni universali nell’accesso
all’Universita’, assicurare la qualita’ dell’offerta didattica, e per
questa via ripristinare una mobilita’ sociale che appare ridotta,
presidiare la ricerca in tutti i campi, anche quelli che, pur dotati di
alto valore culturale e scientifico, non presentano possibilita’ di
valorizzazione economica immediata, garantire la liberta’ didattica e di
ricerca costituzionalmente sancita. Va inoltre assicurato il carattere
unitario del Sistema nazionale universitario, dotato di effettiva
autonomia, all’interno del quale deve essere garantita l’autonomia dei
singoli Atenei.    Il ruolo del privato rappresenta un’utile integrazione,
uno stimolo ed una risorsa, che deve avere tuttavia carattere complementare
al mantenimento di un forte, prevalente sistema pubblico di Atenei. La
stessa idea di autonomia, che e’ autonomia del sistema ed autonomia dei
singoli Atenei, si tiene nella misura in cui il riferimento concettuale e’
ad un sistema nazionale pubblico.
” il ruolo sociale del sistema universitario, ruolo che si estrinseca in un
rapporto trasparente tra la domanda sociale, il concreto funzionamento
degli Atenei e la loro capacita’ di dare risposte sulla base di un
misurabile rapporto costi-benefici, da rendere visibile attraverso una
congrua valutazione del sistema e delle sue singole articolazioni (Atenei,
Facolta’, Dipartimenti, progetti di ricerca, percorsi formativi).
” la natura cooperativa e partecipata del sistema universitario.
L’Universita’ deve rappresentare il modello di una comunita’ di pari,
libera da gerarchie formali e sostanziali, capace di autogovernarsi perche’
fondata su una salda cultura democratica della responsabilita’ individuale
e collettiva. Una comunita’ che si fonda sulla libera circolazione dei
saperi e su una virtuosa competizione di meriti scientifici.

Ogni provvedimento di riforma deve misurarsi con questi valori fondanti e
con la natura laica e razionale dell’Universita’. Siamo perfettamente
consapevoli della distanza che separa oggi l’Universita’ dalla compiuta
realizzazione di un modello ideale: l’Universita’ italiana e’ in condizioni
difficili, in parte prodotte dal contesto politico-istituzionale, in parte
da una distorta applicazione dell’autonomia la cui responsabilita’ e’ da
imputare al ceto accademico. E’ tuttavia nostra convinzione che non vi sia
riforma possibile che non muova dall’affrontare i nodi ed i valori che
dovrebbero sostenerne il modello. Nei provvedimenti di Governo vediamo
invece disegnarsi una prospettiva di liquidazione del ruolo pubblico ed un
sistema universitario sempre piu’ impoverito sul piano finanziario e,
soprattutto, sul piano delle risorse intellettuali ed umane. Un sistema che
nel giro di pochi anni compira’ fino in fondo una parabola discendente che
portera’ ad una condizione di paralisi e di irrilevanza istituzionale.
Per queste ragioni proponiamo un programma che muove da quelli che a noi
appaiono i veri nodi del sistema universitario. Chiediamo al Governo di
fermare gli iter legislativi in corso, di abrogare gli art. 16 e 66 della
L. 133/2008, e di aprire un confronto autentico con tutti i soggetti
coinvolti ed interessati.

1) Il sistema di finanziamento

Il settore della conoscenza deve essere considerato una risorsa strategica
del Paese. I finanziamenti devono essere pertanto adeguati a questo
compito. La valutazione dell’utilizzo di questi finanziamenti deve essere
effettuata a partire dalle ricadute sull’intero sistema Paese.
Utilizzare gli Atenei per fare cassa non e’ l’approccio migliore ad una
discussione seria sulle necessita’ del finanziamento e sulla qualita’ della
spesa.  Occorre partire da un dato incontrovertibile: qualunque indicatore
venga assunto, il sistema italiano e’ largamente sottofinanziato, ed in
queste condizioni ogni ragionamento credibile sulla qualita’ e’ pura
poesia. Se si realizza il taglio ulteriore di un 25% in termini reali nei
prossimi quattro anni, come prevede la L. 133, si entra in una condizione
di bancarotta degli Atenei, anche quelli che oggi si considerano
“virtuosi”. Occorre invece partire da:
a) una previsione pluriennale di crescita del finanziamento che avvicini il
nostro Paese alla media OCSE;
b) una rimodulazione delle regole della distribuzione del FFO che valorizzi
indicatori credibili di crescita della qualita’ dei servizi e delle
prestazioni dei singoli Atenei, e su di essi distribuisca le risorse
evitando di incentivare comportamenti perversi (la caccia all’iscritto o le
promozioni facili). Un finanziamento cosi’ rivisto esplicherebbe inoltre la
sua piena funzione se, riconoscendo che le universita’ possono vivere solo
nel binomio inscindibile di attivita’ di didattica e di ricerca, si
osservasse che tali requisiti non vengono attualmente rispettati in tutti
gli Atenei italiani, e si procedesse quindi ad un attento monitoraggio
delle loro caratteristiche in maniera tale da porre rimedio a queste
situazioni;
c) una rigorosa revisione delle regole di finanziamento dei fondi di
progetto, insieme con l’ampliamento degli investimenti a progetto, a
cominciare dai PRIN (che quest’anno calano da 160 a 98 milioni).

2) La docenza universitaria

La necessita’ primaria del sistema e’ costituita dal riavvio di un processo
di immissione di giovani che vada ad equilibrare la “gobba” di uscite per
pensionamento previste nei prossimi anni.  E’ esattamente il contrario di
quanto previsto dalla L.133, che viceversa blocca sostanzialmente il
turn-over. Sempre in virtu’ della centralita’ strategica dell’universita’
l’approccio al turn-over deve essere totalmente ribaltato: a fronte dei
pensionamenti il personale docente e tecnico-amministrativo di ruolo deve
essere aumentato in modo da rispondere in misura adeguata agli standard
europei. E’ necessario programmare un’operazione di reclutamento
straordinario di consistenti dimensioni, su fondi nazionali aggiuntivi, che
consenta di dare una prospettiva alle competenze presenti nell’abnorme area
del precariato; e al tempo stesso programmare la ripresa di un reclutamento
ordinario che eviti l’andamento disomogeneo per classi di eta’, dovuto nel
passato agli “sbottigliamenti” legati ad ondate di immissioni concentrate
nel tempo. L’investimento nel reclutamento di giovani e precari puo’
essere gestito anche attraverso meccanismi che consentano di utilizzare le
risorse derivanti dai pensionamenti, e/o attraverso forme di anticipo delle
competenze, da restituire man mano che i costi immediati tendano a
riequilibrarsi, prendendo in considerazione preparazione e pregresse
attivita’ di coloro che possono dimostrare interesse e impegno nella
ricerca e nella didattica.
Partendo dalla constatazione che ai fini istituzionali concorrono a pieno
titolo gli attuali professori e ricercatori, occorre una revisione profonda
delle carriere e del sistema di reclutamento, allo scopo di fornire
risposte reali alla crescita scientifica e retributiva dei docenti,
all’ingresso e alle prospettive dei giovani, all’enorme serbatoio di
precariato prodottosi negli ultimi anni.
Va affermata la unitarieta’ della funzione docente; la carriera, che deve
essere unica, puo’ essere articolata in fasce, scandita da verifiche
periodiche che diano luogo alla progressione stipendiale e ai passaggi di
fascia, che devono realizzarsi ad esito di valutazioni della qualita’
scientifica e didattica del singolo docente. Va salvaguardata una quota di
accessi dall’esterno, attraverso un meccanismo concorsuale, a tutte le
fasce, ed abolito lo straordinariato per il passaggio da una fascia
all’altra .
Per quanto attiene al reclutamento iniziale, va introdotta una figura
post-doc (o attivita’ di ricerca assimilabile), con contratto a tempo
determinato triennale e retribuzione assimilata al ricercatore, con
funzioni esclusive di ricerca.
Quest’approccio richiede la definizione di alcune condizioni di contesto:
a) la fissazione di un rapporto esplicito e credibile tra il numero di
coloro che entrano nel percorso triennale e il numero di docenti da reclutare;
b) un’applicazione graduale, che consenta di ridurre il precariato
esistente attraverso un consistente reclutamento straordinario;
c) il divieto per gli Atenei, a regime, di utilizzare strumenti diversi dal
contratto triennale (atipici, co.co.co., ecc,); 
d) la creazione di un meccanismo che faciliti la mobilita’ dei docenti fra
i diversi Atenei, per esempio rendendo impossibile lo svolgimento della
carriera (laurea magistrale (dottorato-postdottorato-docenza) nella stessa
sede e fornendo le risorse necessarie a detta mobilita’;
e) la distinzione tra il budget destinato al reclutamento e quello dedicato
all’avanzamento di carriera;
f) la rivisitazione, anche rivedendone l’impianto, della remunerazione dei
docenti per renderla piu’ omogenea possibile a quella degli altri. paesi
europei.

3) Il governo dei singoli Atenei e del Sistema nazionale

E’ ormai evidente come sia necessario rivisitare l’assetto del governo
degli Atenei, caratterizzato da forti differenze legate ai singoli Statuti,
ma comunque accomunato da alcuni punti critici: il rapporto spesso
clientelare che lega i Rettori al loro elettorato, soprattutto in occasione
del rinnovo del mandato; la sovrapposizione e confusione dei ruoli tra
Senato e Consiglio di Amministrazione; la composizione degli organi di
governo e la loro base elettiva. Noi riteniamo necessario che il mandato
rettorale sia unico, e che comunque il mandato non possa essere prolungato
tramite successive modifiche di statuto . Che gli Statuti regolino in modo
puntuale, sulla base di un quadro normativo nazionale, le competenze degli
organi, distinguendo con nettezza l’indirizzo, dal controllo, dalla
gestione. Che si valorizzi il lavoro di gestione della dirigenza
amministrativa e dei dipendenti tecnico-amministrativi, riconducendo la
docenza alle funzioni sue proprie ed evitando di assegnare ai docenti
improprie funzioni di dirigenza. Che si prevedano forme di partecipazione
effettiva degli studenti alla vita democratica degli Atenei.
E’ indispensabile, infine, prevedere un Organismo di coordinamento
nazionale capace di assicurare l’autonomia del Sistema Universitario ed un
suo sviluppo organico. Un Organismo non corporativo e non disciplinare,
elettivo e rappresentativo della comunita’ accademica nazionale, aperto ai
contributi del mondo del lavoro e delle imprese, in grado di aiutare a
stabilire le priorita’ di sviluppo del Sistema Universitario.

4) Il diritto allo studio

L’Universita’ dovrebbe svolgere un ruolo di promozione della mobilita’
sociale;  questa funzione, oggi piu’ di ieri, e’ un’utopia che rischia di
essere ulteriormente compromessa dalla legge 133.
Per garantire che questo avvenga e’ necessario che il sistema
universitario sia effettivamente accessibile a tutti, indipendentemente
dalle condizioni economiche e dal contesto sociale di origine, rimuovendo
le barriere, formali e sostanziali, che ostacolano l’accesso e la
prosecuzione degli studi.
Il sistema del numero chiuso sta progressivamente estendendosi anche
all’accesso alla laurea magistrale, creando un ulteriore sbarramento
intermedio; esso esclude gli studenti sulla base di un meccanismo che ha
poco a che vedere con la valorizzazione dei piu’ meritevoli, e trae spesso
le sue origini dallo scarso investimento economico sulle Universita’, che
le costringe a limitare il numero delle immatricolazioni in assenza di
strutture e di personale docente adeguati. Si deve allora prevedere
l’adozione di piani pluriennali di adeguamento, affiancati da un congruo e
mirato investimento, che porti progressivamente alla rimozione delle
barriere all’accesso. Allo stesso tempo, e’ necessario ragionare su
un’adeguata valorizzazione del merito degli studenti, che devono essere
valutati sulla base dei risultati conseguiti nel corso del loro percorso di
studio.
Il definanziamento del sistema del diritto allo studio e la sua
organizzazione tarata su modelli ormai superati (la legge quadro nazionale
risale al 1999 e l’ultimo DPCM che regola l’erogazione dei benefici del
diritto allo studio al 2001) fanno si’ che molti degli studenti idonei in
base ai previsti parametri di merito e di reddito non possano di fatto
beneficiare dei servizi per il diritto allo studio, e non abbiano la
possibilita’ di scegliere quale sede e quale corso di laurea frequentare.
E’ necessario che gli investimenti statali siano in grado di garantire la
copertura totale delle borse di studio, integrando l’offerta con il
necessario investimento in mense, alloggi, agevolazioni sui trasporti.
Le differenze di condizione economica di origine portano di per se’ a
differenze nell’accessibilita’ all’offerta culturale, anch’essa componente
essenziale della formazione. Perche’ siano garantite pari opportunita’ per
tutti e’ necessario intervenire anche su quest’aspetto con agevolazioni
mirate.

5) L’offerta didattica

Il giudizio sul modello 3+2, a distanza di alcuni anni dall’avvi’o, e’ un
giudizio molto articolato e differenziato tra Atenei e discipline.  I dati
quantitativi sembrano indicare notevoli avanzamenti sul fronte della
percentuale di successo negli studi, nonche’ sui tempi di compimento dei
percorsi di laurea. Tuttavia, vanno segnalati elementi di criticita’ da
affrontare: a) la percentuale elevata di chi prosegue dopo il triennio
indica l’insufficiente consistenza della laurea triennale, sia sul piano
culturale sia su quello della preparazione professionale; b) si rileva in
modo diffuso la percezione di una caduta di qualita’ dei percorsi: va
svolta una riflessione sull’effettivo ruolo dell’Universita’, che sta oggi
progressivamente licealizzandosi e perdendo il ruolo di elaborazione e
formazione culturale; c) non e’ stato colto e valorizzato in modo adeguato
il sistema dei crediti, tant’e’ che ci sono ancora forti difficolta’ nel
loro riconoscimento, nel passaggio tra un Ateneo e l’altro, e perfino
all’interno dello stesso Ateneo.
Tali aspetti vanno a riferirsi, sia all’architettura del modello, sia
all’applicazione che ne e’ stata fatta dagli Atenei. Ne’ hanno giovato i
reiterati interventi legislativi, che hanno parzialmente corretto alcune
criticita’, ma hanno per altro verso generato confusione e difficolta’
applicative. Noi riteniamo che sia necessario un intervento esteso di
ricognizione, di ascolto e monitoraggio sistematici: una campagna nazionale
di rilevazione, da concludersi con un’iniziativa nazionale che faccia il
punto, indichi i punti di sofferenza, individui percorsi di correzione
condivisi, prima di procedere a qualsiasi ulteriore intervento di
aggiustamento. Non e’ piu’ possibile procedere alla modifica dell’offerta
didattica sulla base di decreti, in cui ogni Ministro dice la sua: va dato
un assetto stabile alle Universita’, inquadrando l’ordinamento all’interno
di una legge ordinaria.

6) La valutazione

Un efficace e credibile sistema di valutazione e’ parte essenziale di un
processo di revisione degli statuti normativi dell’Universita’. Valutazione
della qualita’ del prodotto universitario, del funzionamento di ogni
articolazione del sistema. Senza una valutazione che consenta di misurare
meriti e difetti in modo puntuale, l’Universita’ non sara’ in grado di
ristabilire una bussola condivisa e condivisibile sul proprio operato. Il
precedente Governo aveva costituito l’Agenzia per la valutazione del
sistema universitario e di ricerca (ANVUR), provvedimento a lungo discusso
e sul quale avevamo prodotto numerose critiche, a cominciare dalla sua
effettiva terzieta’ e dalla quantita’ di compiti assegnati, per finire con
una certa farraginosita’ dell’impianto costitutivo.
Nonostante i numerosi punti di dubbio e contrarieta’, l’ANVUR costituiva
tuttavia il primo tentativo sistemico di introdurre una valutazione
continua e ricorrente. L’attuale Governo ne ha congelato la costituzione, e
non e’ dato sapere se intende riaprire il capitolo. Noi riteniamo
necessario riprendere in mano il progetto, verificarne e correggerne i
punti di debolezza, e procedere operativamente alla sua costituzione. Va
garantita per l’Agenzia la natura di soggetto terzo, problema che sussiste
anche all’interno dello schema proposto dal Governo precedente, per evitare
strumentalita’ e autoreferenzialita’ del valutatore. I risultati della
valutazione devono essere correlati con l’erogazione delle risorse da parte
dello Stato. Va, infine, assicurato un effettivo coinvolgimento degli
studenti nel funzionamento, attribuendo un peso reale al giudizio dei
discenti e agli attuali questionari di valutazione.

7) Il dottorato di ricerca

Occorre una riforma del dottorato che riorganizzi i corsi in scuole di
dottorato dotate di un progetto formativo, aperte alla dimensione
internazionale della ricerca e valutate periodicamente. Le scuole
potrebbero cosi’ diventare, nel territorio, agenti di dialogo fra mondo
della ricerca universitaria e privata e motori di innovazione.
L’aumento delle borse di dottorato a 1040 euro rappresenta un importante
passo avanti nella valorizzazione della formazione alla ricerca. Si deve
pero’ superare la figura del dottorando senza borsa, che, oltre a
rappresentare una palese ingiustizia, non vede garantita la qualita’ del
percorso formativo e di ricerca. Occorre pertanto affiancare ai dottorandi
a tempo pieno e destinatari di borse di studio una figura di dottorando
lavoratore, che permetta a persone inserite nel mondo del lavoro di
rafforzare il proprio profilo professionale e le proprie capacita’ di
ricerca.
Il dottorato deve essere poi valorizzato e individuato come strumento
privilegiato di formazione alla ricerca in vista della carriera accademica,
ma anche in relazione al mondo del lavoro, della pubblica amministrazione,
delle professioni.
Deve infine essere approvata, a partire dalla Carta Europea dei
Ricercatori, una carta dei dottorandi, che riconosca loro i diritti legati
al loro doppio status di studenti del terzo ciclo di formazione superiore e
di giovani ricercatori.

Roma, 20 ottobre 2008
 


ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

Si segnalano tre articoli:

== 1. “Ma il vero nemico e’ il precariato” di Tito Boeri, su Repubblica del
31 ottobre 2008.

Nel suo articolo Tito Boeri, tra l’altro, scrive:

“Per decenni l´universita’ italiana e’ rimasta bloccata da guerre feudali,
da giochi di potere che si ripropongono all´interno degli stessi partiti.
Le politiche dell´universita’ in entrambi gli schieramenti sono dominate
dalle baronie universitarie, di destra e di sinistra. Per questo non si
riesce mai a varare una seria riforma dell´universita’.”

“Per decenni” l’ANDU, praticamente da sola, ha denunciato e documentato
quanto oggi scrive Tito Boeri.
Boeri dimentica pero’ di rilevare che anche tutti i ‘grandi’ quotidiani
“sono dominati dalle baronie universitarie, di destra e di sinistra”. Ed e’
attraverso la ‘grande’ stampa che si sono supportate e imposte – con il
coinvolgimento trasversale dei partiti (compresi quelli oggi al governo) –
tutte le controriforme che stanno distruggendo l’Universita’ statale: la
falsa autonomia finanziaria per ‘gestire’ i continui tagli di fondi, la
falsa autonomia statutaria per non cambiare sostanzialmente nulla, la falsa
autonomia dei finti concorsi per accrescere nepotismo e localismo, la
distruzione dell’autonomia del Sistema nazionale (controriforma del CUN),
la disastrosa autonomia didattica (3 + 2), i blocchi dei concorsi.
E la ‘bufala’ dell’autonomia viene ancora oggi riproposta e rispacciata
come salvifica nella ‘nuova’ proposta di riforma del PD, riciclaggio delle
solite posizioni del gruppo di potere accademico di ‘sinistra’ che ha
governato (anche direttamente) e legiferato per decenni sull’Universita’
italiana. Per leggere le proposte del PD v. nota 1.
Oggi, come ai tempi della legge Moratti, l”opposizione’ tenta di
‘inserirsi’ nel movimento di protesta con le sue proposte ‘alternative’ a
quelle governative, proposte che in realta’ sono in piena continuita’
rispetto alla piu’ che decennale opera di demolizione dell’Universita’
statale.
In particolare, nelle proposte del PD manca quella dell’abrogazione
dell’articolo 17 della Legge 133, che devolve le “ingenti risorse
pubbliche” della “Fondazione IRI” alla “Fondazione Istituto Italiano di
Tecnologia” di Genova, Istituto che l’articolo stesso individua come sede
esclusiva di “Progetti di ricerca di eccellenza”. A presiedere, dal
dicembre 2005, la Fondazione beneficiaria delle “ingenti risorse pubbliche”
e’ la stessa persona che dal maggio 2005 e’ Direttore Generale del Tesoro,
al Ministero dell’Economia e delle Finanze (v. nota 2). Cioe’ quello stesso
Ministero che ‘scrive’ le Finanziarie e che con la Legge 133 ha imposto i
mortali tagli per l’Universita’, mentre ha devoluto un “ingente”
finanziamento all’Istituto di Genova.
 
Per leggere l’articolo di Tito Boeri cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/10/31SIC5001.PDF

== 2. “La riforma Gelmini. Ora concorsi bloccati e ‘pagelle’ agli atenei”
di Alessia Tripodi sul Sole 24-ore del 31 ottobre 2008.

Nell’articolo di Alessia Tripodi, rispetto al ventilato blocco governativo
di tutti i concorsi universitari, riporta la seguente agghiacciante
opinione del Presidente del CUN: “Se l’intervento si limita al blocco delle
comparazioni valutative per i ricercatori – avverte Lenzi – va bene, ma se
dovesse estendersi anche agli associati sarebbe un ulteriore colpo inferto
al rapporto tra universita’ e politica”.

Per leggere l’articolo di Alessia Tripodi cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/10/31MI25041.PDF

== 3. “Tagli fino a 835 milioni nel 2011” di Nicoletta Cottone sul Sole
24-ore del 31 ottobre 2008. Per leggere l’articolo cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/10/31MI25044.PDF



– Nota 1. Per leggere le “Dieci proposte del governo ombra del Partito
Democratico” cliccare:
http://download.repubblica.it/pdf/2008/PD-proposte-universita.pdf
– Nota 2. V. nel sito ufficiale dell’IIT di Genova:
http://www.iit.it/vittorio_grilli_presidente
 



ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

Segnaliamo sul Messaggero di oggi, 2 novembre 2008, un articolo e
un’intervista sulla trasformazione degli Atenei in Fondazioni.

1. L’articolo di Anna Maria Sersale “Atenei-azienda, i rettori in trincea”.
Nell’articolo viene riportato il ‘no’ alle Fondazioni di Associazioni
(ANDU) e Rettori (De Cleva, Finazzi Agro’, Frati, di Orio).
Per leggere l’articolo cliccare:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-11/081102/JQPO1.tif

2. L’intervista a Nicola Rossi, senatore del PD, “Oggi merito e talento
non emergono”:
Nella sua intervista Nicola Rossi, compiaciuto, ricorda che “l’articolo 16
(sulle Fondazioni, ndr) della nuova legge (la 133, ndr) e’ stato ripreso
dal mio ddl, lo ha detto Renato Brunetta in una recente puntata di Porta a
Porta”. Rossi conclude l’intervista affermando che l’art. 16 della Legge
133 “ha un solo (sic!) punto debole, liberalizza ma non prevede la
responsabilita’ degli Atenei”.
Per leggere l’intervista cliccare:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-11/081102/JQPOW.tif

Quella di Nicola Rossi e’ la stessa ‘critica’ all’art. 16 che nel luglio
2008 ha avanzato Mariapia Garavaglia, ministro ombra del PD (nota 1).
Garavaglia ha allora ricordato come “il ministro Ruberti (considerato il
padre della finta autonomia degli Atenei, ndr) non aveva paura di dare
ampia fiducia alle universita’, a differenza di quasi tutti i suoi
successori.”
E la stessa Garavaglia ha aggiunto: “Quale sara’ poi la sorte nelle
universita’ fondazioni dello stato giuridico dei docenti universitari,
altra palla al piede delle universita’ autonome?” 
E piu’ avanti Garavaglia, rammaricata, prosegue: “Basta leggere l’ultimo
comma dell’articolo di legge per rendersi conto che tutte le vecchie norme
sulle universita’ continueranno ad applicarsi alle fondazioni.”
Il fatto e’ che la “palla al piede” dello stato giuridico dei docenti
universitari, normato da leggi nazionali, e’ uno dei pilastri fondamentali
del Sistema nazionale degli Atenei STATALI!
Ed e’ proprio l’abolizione dello stato giuridico nazionale il principale
obiettivo di tutti coloro che da decenni operano per demolire l’Universita’
statale, agitando la ‘bufala’ dell'”autonomia responsabile” degli Atenei
(v. le recenti ‘nuove’ “Dieci proposte del governo ombra del Partito
Democratico”, nota 2).


– Nota 1. Per leggere l’articolo di Mariapia Garavaglia “Universita’, il
nodo governance”, sul Sole 24-ore del 24.7.08, cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/07/24MI14054.PDF

– Nota 2. Per leggere le “Dieci proposte del governo ombra del Partito
Democratico” cliccare:
http://download.repubblica.it/pdf/2008/PD-proposte-universita.pdf

 


Riceviamo e diffondiamo:

“Fermiamo la mano.

Chi lavora da tempo nell’universita’ italiana, specie se ha avuto
esperienze anche in atenei di altri paesi, sa benissimo quali siano le
disfunzioni serie di questo sistema, ma sa anche quali sono i punti di
forza, che ci sono: la sua critica e’ soprattutto orientata a migliorare il
sistema. Ma oggi chi lavora all’universita’ si sente oggetto di un attacco
coordinato, condotto con la tecnica del branco, come fanno i coyotes o i
practors di Jurassic Park o, meno esoticamente, con le tecniche con le
quali il potere mafioso ha trattato sempre i suoi nemici oppure ancora con
le tecniche delle purghe staliniane. Diffamare, isolare, eliminare.

Alla diffamazione si sono dedicati diversi soggetti, con una frenesia
degna di cause più nobili: diffondere falsita’ sull’universita’ italiana,
con cifre fuorvianti snocciolate come un rosario e’ diventata una tecnica
comune a politici e a docenti che hanno dimenticato che, messa al servizio
dell’ideologia, la scienza cessa di essere tale. All’isolamento hanno
contribuito i media, sia gli house organs della Famiglia sia i giornali
cosiddetti “indipendenti”. Ora si passa alle prime fasi della eliminazione.
Aldo Schiavone ha scritto su Repubblica del 30 Ottobre che assisteremo al
funerale dell’Universita’. Non c’e’ funerale senza cadavere e non c’e’
morto ammazzato senza mano assassina. Noi vogliamo impedire il delitto
prima che venga consumato.

Sui concorsi universitari e’ aperta la discussione, molti di noi hanno
fatto anche proposte radicali (ma efficienti) sull’argomento. Oggi pero’
occorre innanzitutto fermare la mano di chi sta proponendo una azione
delinquenziale, prima ancora che irresponsabile e inefficiente. Dopo molti
anni di attesa, sono finalmente in corso qualche migliaio di concorsi per
professori associati; questo non significa nuovi posti e aumento del corpo
docente, ma il giusto riconoscimento del lavoro svolto, a volte per venti
anni e piu’, da migliaia di ricercatori, talvolta invecchiati in quel ruolo
non perché senza merito, ma perché senza posto, con stipendi bassi e
sovente con curricoli didattico scientifici, anche internazionali, di tutto
rispetto. E lo stesso discorso vale a maggior ragione per i posti di
ricercatore cui aspirano migliaia di precari che hanno stipendi minimi e
senza i quali l’universita’ non potrebbe funzionare. 

Oggi una vena di follia si e’ introdotta nel dibattito, si vogliono
bloccare questi concorsi, sull’imbeccata fornita ai politici dal prof.
Giavazzi sul Corriere della sera sulla base di tre affermazioni false
(false anche quando contengono nuclei di verita’, perche’ nella scienza
come nel dibattito pubblico non si può dire nero se e’ appena appena
grigio). Primo che i concorsi siano tutti truccati, quindi e’ inutile
farli, ovviamente la conseguenza sarebbe “in galera tutti i commissari” e,
vien da chiedere: ma il prof. Giavazzi e gli altri eccellenti colleghi che
guidano questa campagna con il piglio di Rummy Rumsfeld, il concorso come
l’hanno vinto? Secondo, che i concorsi siano troppi: falso, non
rappresentano neppure un normale turnover. Giavazzi dice 10% ma falsifica
gravemente perche’ un economista dovrebbe sapere che il turnover non e’ una
misura assoluta, ma si calcola su un periodo dato, di solito annualmente.
Qui il numero di concorsi (regolarmente banditi secondo la legge, sia detto
per inciso) va valutato in base agli anni dall’ultima tornata di concorso,
almeno tre, quindi sarebbe il 3% non il 10.  Terzo, dice infine Giavazzi
per sostenere ideologicamente l’urgenza del provvedimento (“fate in fretta,
fate in fretta”), che se questi concorsi passeranno si blocchera’ tutto il
sistema per anni. Falso: oltre all’esiguita’ dei numeri, nei prossimi anni
si libereranno migliaia di posti di ordinari e associati per
l’invecchiamento del corpo docente. L’universita’ avra’ ancora meno docenti
di quelli, gia’ ora insufficienti, che ha. E poi non dovrebbe sfuggire
all’economista Giavazzi, a proposito di blocchi, che se non vengono
promossi, i ricercatori attuali bloccheranno essi davvero il sistema,
impedendo che si liberino i posti per i piu’ giovani. E in più saranno
cosi’ legittimamente infuriati che, anche se non bruceranno qualcosa, e’
dubbio che riprenderanno a lavorare molto rapidamente. Pero’ la parola,
anche se asinina, passa rapidamente perche’ anche nel mercato delle idee
esiste la legge di Gresham che dice che la moneta cattiva scaccia quella
buona. Per dare una idea delle assurdita’ che la stampa diffonde, leggiamo
il modo in cui anticipa La Stampa (30 Ottobre p. 5) il provvedimento
“Blocco automatico dei concorsi, si rischia di fermare il turn-over
(attenzione, facendoli, non bloccando il turnover in corso, ndr!!) si
tratta di “7 mila posti, di cui 4mila per ordinari e associati e 3 mila in
due tranches  per ricercatori che verrebbero assunti a vita” (capite?? “a
vita”, cioè non precari come ormai devono essere tutti, e come alcuni dei
candidati sono da anni e anni). Ma, ancora: “Se il concorso passasse
verrebbe ingolfato per anni il sistema di reclutamento e i giovani di
talento potrebbero dire addio alle loro aspirazioni” (perche’ quelle
migliaia che adesso da precari sperano di diventare ricercatori le
aspirazioni non le hanno? La logica, la logica!!.ndr). Ma ora viene il
bello! “Tuttavia [sospendere] questo concorso significa inimicarsi tutta la
baronia che aveva gia’ deciso chi e come sistemare. Al provvedimento
dovrebbe seguire poi una nuova normativa sui concorsi”. (Dopo aver violato
la legge vigente se ne fa un’altra. ndr). Capite? Il problema non sono i
poveracci che hanno lavorato per anni e che ora si vedono sottrarre la
possibilita’ di partecipare a concorsi, che non si fanno da quattro anni.
No! Il problema sono i “baroni” frustrati nelle loro trame. Ha ragione
Diamanti (La Repubblica.it 1 Novembre) basta con questa sciocchezza dei
baroni. Quel che vere baronie e governanti stanno tentando di fare e’ solo,
banalmente, mettere da parte qualche risorsa. Per chi? E il rispetto per
chi lavora dove sta in tutto questo mondo, e mezzomondo, di politici e loro
consigliori? Ma quando si fa branco l’ideologia obnubila: “el sueño de la
razon produce monstruos”. E una vera mostruosita’ e’ appunto la proposta di
bloccare i concorsi. Firmate con noi per fermare la mano.

Guido Martinotti
Roberto Moscati
Franco Rositi”

 




ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

La governance
LA CONTRORIFORMA DEL PD
LA PROPOSTA DELL’ANDU

Il PD ha recentemente avanzato “Dieci proposte” per “il futuro
dell’Universita’ italiana (v. nota).
L’ANDU, in diverse ‘puntate’, analizzera’ e valutera’ alcune delle “Dieci
proposte” del PD.  In questo documento, dopo una premessa di carattere
generale, l’ANDU affrontera’ la questione della cosiddetta governance.

Le ‘nuove’ proposte del PD sono sostanzialmente quelle elaborate e
sostenute da anni da un gruppo di accademici che, a partire dal 1990, ha
‘determinato’ l’emanazione delle principali norme che stanno portando allo
smantellamento del Sistema nazionale delle Universita’ statali. Norme
sempre sostenute e imposte in nome della “autonomia responsabile” degli
Atenei, lo stesso ‘principio’ che sta esplicitamente alla base anche delle
“Dieci proposte”.

In nome della “autonomia responsabile” degli Atenei si e’ cominciato con
l’autonomia finanziaria che e’ servita a far gestire la progressiva
riduzione dei fondi, portando gli Atenei verso il collasso.
Si e’ continuato con la finta autonomia statutaria, congegnata per
assicurare la conservazione degli assetti di potere esistenti. E quando
sono state operate scelte in qualche misura realmente innovative (p.e. la
non automatica presenza dei Presidi nel Senato Accademico), ministero e
‘giustizia’ amministrativa hanno ripristinato l’ordine precedente. Questa
pseudo-autonomia statutaria non ha evitato, tra l’altro, quel fenomeno
‘poco elegante’ dei ‘rettori eterni’ che ha interessato troppi Atenei e che
ha ulteriormente evidenziato un sistema di gestione ‘privatistica’ che i
teorici dell”aziendalizzazione’ (sempre in nome “dell’autonomia
responsabile”, naturalmente”!) vorrebbero ancor piu’ rafforzare.
E’ venuta poi l’autonomia concorsuale che, come e’ stato allora
propagandato, avrebbe dovuto sconfiggere le mafie dei concorsi nazionali, e
che si e’ dimostrata invece, come l’ANDU aveva previsto e denunciato, lo
strumento per accrescere il localismo e il nepotismo, con gli ‘annessi’
fenomeni di clientelismo e di arbitrio, che tutti ora riconoscono.
Nel frattempo si e’ imposta la controriforma del CUN, per cancellare
l’idea stessa di un Organo di rappresentanza e coordinamento delle
Universita’. Organo che, per difendere il Sistema nazionale degli Atenei
dai poteri forti accademico-politici, dovrebbe essere composto da
rappresentati di tutte le componenti universitarie (docenti,
tecnico-ammnistrativi, studenti), eletti in maniera diretta, non
corporativa e non frammentata. L’assenza di questo Organo sta privando
l’Universita’ di una valida rappresentanza istituzionale in un momento in
cui e’ in gioco la sopravvivenza stessa dell’Universita’ statale;
rappresentanza che non puo’ essere esercitata e non e’ esercitata ne’ da
questo CUN ne’ dalla CRUI.
L’autonomia didattica ha prodotto quel netto peggioramento della
formazione che e’ sotto gli occhi di tutti, tranne di coloro che quella
‘riforma’ hanno ‘inventato’ e imposto.
Inoltre, in tutti questi anni  si e’ praticata la politica del ‘lasciar
andare’ nei confronti dello sperpero di risorse per inventare nuove sedi
nate per soddisfare limitati interessi accademico-politici
Tutto questo e’ stato ‘condito’ con il progressivo taglio dei fondi e con
ripetuti blocchi dei concorsi.

Ora quella oligarchia che ha elaborato, propagandato e fatto approvare i
suddetti provvedimenti, si propone, ancora una volta, come ‘salvatrice
della patria’, con soluzioni che sono in piena continuita’ con il suo
precedente operato e che porterebbero alla definitiva scomparsa di quel che
resta dell’Universita’ statale, di massa e di qualita’.

= LA GOVERNANCE DEL PD: IL RETTORE SOVRANO ASSOLUTO ELETTIVO

Tutte le proposte del PD sono all’insegna di “piu’ autonomia responsabile”
per i singoli Atenei, ed e’ quindi ‘logico’ che in tutto il documento non
vi sia alcun accenno al Sistema nazionale degli Atenei.
L’ANDU invece, come gia’ detto, ritiene INDISPENSABILE, per la difesa
dell’autonomia del Sistema nazionale delle Universita’ e quindi
dell’autonomia dei singoli Atenei, la costituzione di un Organo democratico
di valida rappresentanza di tutto il mondo universitario.

Nella proposta n. 5 (“Governance universitaria piu’ responsabile, efficace
ed efficiente”) del PD l'”autonomia responsabile” degli Atenei viene
‘tradotta’, nei fatti, nella totale autonomia del Rettore al quale si
attribuiscono ruolo e poteri che ne fanno un sovrano assoluto elettivo.
Infatti il Rettore si sceglie il suo governo (il Consiglio di
Amministrazione), che “delibera TUTTE le scelte gestionali dell’universita’”.
Al Senato Accademico rimane solo il potere di deliberare “lo statuto e
tutti i regolamenti”, mentre l’attuale Consiglio di Amministrazione, oggi
composto dai rappresentanti eletti dalle varie categorie, e’ cancellato.
Questi due Organi collegiali sono sostituiti, di fatto il primo e anche
formalmente il secondo, dal nuovo Organo scelto dal Rettore (il Consiglio
del Principe).
Insomma dall’attuale pur imperfetta democrazia si passerebbe al
rettore-padrone assoluto dell’Ateneo che, tra l’altro, avra’ modo, con i
suoi immensi poteri, di ‘costruirsi’ il suo successore.
Un modello illiberale, l’opposto della partecipazione democratica alla
gestione dell’Ateneo da parte di tutte le sue componenti.
Attraverso questo modello si rafforzerebbe enormemente il potere delle
varie oligarchie degli Atenei, completando quella gestione privatistica
delle risorse pubbliche che e’ la ‘traduzione’ tutta italiana della
privatizzazione dell’Universita’.


== LA PROPOSTA DELL’ANDU

A queste e a similari ipotesi antidemocratiche di organizzazione degli
Atenei, l’ANDU da anni contrappone un modello di organizzazione
democratica, responsabile, efficace ed efficiente, che oggi propone anche
ad un movimento di protesta, il quale certo non si sta mobilitando per
rafforzare quel sistema di poteri che sta portando alla scomparsa
dell’Universita’.

GOVERNO DEL SISTEMA NAZIONALE E ORGANIZZAZIONE DEGLI ATENEI

– Sistema nazionale
Occorre prevedere un unico Organo di autogoverno del Sistema nazionale
delle Universita’ direttamente eletto da tutte le componenti (docenti,
tecnico-amministrativi, studenti) del mondo universitario, con una
rappresentanza non frammentata (5 o 6 aree equivalenti) e non corporativa
(elettorato attivo e passivo comuni) delle tre fasce della docenza.
Alle Conferenze nazionali dei Rettori, dei Presidi e dei Direttori di
Dipartimento dovrebbero essere riconosciuti specifici ruoli.

– Organizzazione degli Atenei
Il Rettore deve essere eletto da tutti i docenti (professori e
ricercatori), con una consistente partecipazione dei tecnico-amministrativi
e degli studenti.
Il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione dovrebbero essere
sostituiti da un “Consiglio di Ateneo” i cui componenti dovrebbero essere
tutti direttamente eletti, con una rappresentanza dei docenti non
frammentata e non corporativa. Il Consiglio di Ateneo dovrebbe eleggere al
suo interno un Presidente.
Negli Atenei dovrebbero essere previsti specifici ruoli per i Collegi dei
Presidi, dei Direttori di Dipartimento e dei Presidenti dei Consigli di
Corso di Studio.
Potrebbe essere previsto un Organo di gestione (un “Esecutivo di Ateneo”),
eletto dal Consiglio di Ateneo, da affiancare al Rettore.
Il Rettore e tutti i componenti del Consiglio di Ateneo devono essere
interni all’Ateneo stesso.
Le strutture portanti dell’Ateneo devono diventare i Consigli di Corso di
Studi per la didattica e i Dipartimenti per la ricerca. Nei Dipartimenti,
rivedendone i criteri di formazione e le dimensioni, si dovrebbero
‘incardinare’ i docenti, togliendo ai Consigli di Facolta’ la ‘gestione’
dei posti e assegnando loro compiti di coordinamento dei Corsi di Studio.
La composizione e i compiti delle strutture degli Atenei devono essere
normati dalla legge.

3 novembre 2008

– Nota. Per leggere le “Dieci proposte del governo ombra del Partito
Democratico” cliccare:
http://download.repubblica.it/pdf/2008/PD-proposte-universita.pdf

 


ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

Si salvi chi puo’!

LA TERZA CRUI

L’ANDU ha sempre sostenuto che la CRUI e’ STRUTTURALMENTE incapace di
rappresentare il Sistema nazionale delle Universita’ italiane.
La CRUI e’ infatti la somma di Rettori eletti per ‘dirigere’ i singoli
Atenei e per difenderne gli specifici interessi. La CRUI ha potuto
‘funzionare’, votando all’unanimita’, solo per chiedere genericamente piu’
fondi e per conservare l’esistente.
E non a caso la lobby trasversale accademico-politica, che opera da anni
per smantellare l’Universita’ statale, di massa e di qualita’, ha sempre
‘puntato’ sulla CRUI e si e’ sempre duramente opposta all’istituzione di un
Organo di autogoverno del Sistema nazionale delle Universita’, direttamente
eletto da tutte le componenti (docenti, tecnico-amministrativi, studenti)
del mondo universitario, con una rappresentanza non frammentata (5 o 6 aree
equivalenti) e non corporativa (elettorato attivo e passivo unico) delle
tre fasce della docenza. Un Organo che rappresenti tutte le Universita’ e
in grado di difenderne l’autonomia dai poteri forti accademico-politici.

= NEL MARZO di quest’anno e’ nata la ‘seconda CRUI’ (l’AQUIS). Infatti sul
Corriere della Sera del 9 marzo 2008 si e’ data notizia di un documento
“inviato a tutti i candidati premier”, firmato da 11 Rettori (Politecnico
delle Marche, Bologna, Calabria, Milano-Bicocca, Politecnico di Milano,
Modena e Reggio Emilia, Padova, Roma Tor Vergata, Politecnico di Torino,
Trento, Verona). Al documento hanno aderito i Rettori di Ferrara e Parma.
“Siamo universita’ di ricerca, controlliamo i costi, guardiamo oltre i
confini nazionali, e siamo pronti a firmare un patto con il futuro governo.
Ma basta finanziamenti a pioggia: i fondi devono essere assegnati in base a
criteri di meritocrazia”.
Insomma, fondi ‘speciali’ per Atenei ‘speciali’.

= ORA si ha notizia che si e’ mossa la ‘terza CRUI’. Infatti sul Corriere
di Livorno di oggi, 4 novembre 2008 (nota), si legge che “la rete delle
Scuole Superiori a Statuto speciale (Scuola Normale e Sant’Anna di Pisa,
Sissa di Trieste, Imt di Lucca, Isufi di Lecce, Scuola Superiore di
Catanaia, Sum di Firenze, Iuss di Pavia”) hanno chiesto al Ministro “un
provvedimento di sistema per assicurare la messa a regime e il
finanziamento delle Scuole Superiori a ordinamento speciale”.
Insomma, fondi ‘speciali’ per Scuole ‘speciali’.

Nota. Per leggere l’articolo “Piu’ soldi alle scuole superiori a
ordinamento speciale”, sul Corriere di Livorno del 4.11.08, cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/11/04SI02182.PDF

 


ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

FONDAZIONI
NO DEL MOVIMENTO
SI’ DI AN E PD

== IL SI’ DI AN ALLE FONDAZIONI

Sul Foglio del 4 novembre 2008 (v. nota 1) si legge che “Giuseppe
Valditara, senatore e responsabile scuola e universita’ di Alleanza
nazionale, professore universitario e incaricato dal ministro Gelmini di
sondare il mondo accademico”, tra l’altro, dichiara: “Voglio poi stanare il
Partito democratico. In campagna elettorale aveva fatto proposte
interessanti sui temi chiave del reclutamento e della governance, NON
DIVERSE da quelle avanzate da noi”. Valditara aggiunge: che da parte del
Governo “ci deve essere la consapevolezza che serve una riforma condivisa
(da chi?, ndr); poi su singoli punti, laddove ci sia ampio consenso (tra
chi?, ndr), ci potra’ anche essere DECRETAZIONE D’URGENZA”.
Alla fine della sua intervista Giuseppe Valditara, riferendosi alla
possibilita’ per gli Atenei di trasformarsi in Fondazioni, “uno dei punti
per cui si protesta di più” (come precisa l’intervistatore), sostiene: “E’
strumentale, tempo fa Ranieri e Treu del Pd invitavano a seguire quel
modello. Il Pd recuperi lo spirito riformista che ne ha caratterizzato la
campagna elettorale”.

== IL SI’ DEL PD ALLE FONDAZIONI

Il senatore di AN puo’ stare tranquillo: lo “spirito riformista”, da lui
apprezzato, il PD non l’ha mai perso.
Infatti, proprio sulle Fondazioni, Mariapia Garavaglia, ministro ombra del
PD, in una parallela intervista su AprileOnLine.Info (v. nota 2), alla
domanda “si vuole procedere alla trasformazione degli atenei in fondazioni
aperte al finanziamento privato. Cosa ne pensa il Pd?”, risponde:
“Il Pd e’ contrario se la trasformazione delle universita’ in fondazioni
diventasse un modo per far si che lo Stato si ritragga dal sostenere il
settore accademico, magari in un momento di difficolta’ economica in cui
procede ad operazioni di taglio. In realta’ si tratta di un argomento non
facile e meritevole di approfondimento. La fondazione in quanto tale puo’
essere neutra come strumento giuridico, bisogna capire bene cosa succede
con essa: come sara’ il finanziamento o il reclutamento. Noi eravamo contro
perche’ nel decreto 112 (ora Legge 133, ndr) all’articolo 16 era detto
semplicemente che i senati accademici possono trasformare gli atenei in
fondazioni di diritto privato, all’interno di un quadro complessivo di
decurtazione dei finanziamenti statali. La politica era quindi quella di
giustificare i tagli dello Stato al settore, affidandosi all’iniziativa
privata. Manca quindi tutta la parte relativa al come realizzare la nascita
delle fondazioni universitarie: reclutamento e governance devono essere
chiarite”.

Insomma Mariapia Garavaglia afferma, anche se in modo un po’ contorto, che
al PD le Fondazioni vanno bene a patto che si diano loro adeguati
finanziamenti statali, che si chiarisca come farle e quale fine faranno lo
stato giuridico dei docenti e la governance.
Queste, sostanzialmente, sono le stesse opinioni espresse ancora piu’
chiaramente nel luglio 2008 dallo stesso Ministro ombra del PD (v. nota 3).
Infatti, Mariapia Garavaglia allora, dispiaciuta che la Legge 133 non
consenta alle Fondazioni di fare quel che vogliono, ha scritto: “Basta
leggere l’ultimo comma dell’articolo di legge per rendersi conto che tutte
le vecchie norme sulle universita’ continueranno ad applicarsi alle
fondazioni.”
Ed inoltre Garavaglia si chiedeva: “Quale sara’ poi la sorte nelle
universita’ fondazioni dello stato giuridico dei docenti universitari,
altra palla al piede delle universita’ autonome?” 
Ma proprio la “palla al piede” dello stato giuridico dei docenti
universitari, normato da leggi nazionali, e’ uno dei pilastri fondamentali
del Sistema nazionale degli Atenei STATALI!
Ed e’ proprio la cancellazione dello stato giuridico nazionale il
principale obiettivo di tutti coloro che da decenni operano per demolire
l’Universita’ statale.

Il Ministro ombra del PD si muove in piena coerenza con quanto previsto
dal programma elettorale del suo Partito (v. nota 4), tanto ‘invocato’ dal
senatore Valditara.
Infatti, al punto 7 del Programma del PD si legge:
“Ciascun ateneo deve essere libero di assumere personale docente italiano e
straniero, di darsi il sistema di governo che ritiene piu’ adeguato, di
stabilire le norme per l’ammissione degli studenti, di fissare liberamente
le rette.”

Il grande movimento di protesta, che chiede l’ABROGAZIONE (non la
sospensione come chiede invece ora il PD) della Legge 133 e con particolare
forza dell’articolo sulle Fondazioni, ha ben chiaro che, trasformandoli in
Fondazioni private, si regalerebbero gli Atenei statali ai gruppi di potere
accademico-politici, ai quali si elargirebbero ulteriori risorse pubbliche.
Su questo punto ha ragione Roberto Perotti quando, a proposito degli
Atenei-Fondazione, scrive: “Succedera’ proprio come per le fondazioni
bancarie, sara’ opportunita’ di clientela per i notabili locali”.

– Nota 1. Per leggere l’intervista a Giuseppe Valditara “Il mediatore tra
governo e prof ci spiega il dialogo che se po’ ffa’”, sul Foglio del
4.11.08, cliccare:
http://rassegnastampa.crui.it/minirass/esr_p1.asp
– Nota 2. Per leggere l’intervista a Mariapia Garavaglia, su
AprileOnLine.Info del 4.11.08, cliccare:
http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=9717
– Nota 3. Per leggere l’intervento di Mariapia Garavaglia “Universita’, il
nodo governance”, sul Sole 24-ore del 24.7.08, cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/07/24MI14054.PDF
– Nota 4. Per leggere il programma elettorale del PD cliccare:
http://www.expobg.it/modules/mylinks/visit.php?cid=1&lid=274

 



ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

SI A UN DECRETO-LEGGE PER ABROGARE LA 133
NON PER BLOCCARE I CONCORSI

La stampa di oggi, 6 novembre 2008, ‘prevede’ che il Consiglio dei
Ministri, che si riunira’ alle 15, vari un decreto-legge con il quale si
bloccherebbero i concorsi universitari.

E’ inaccettabile! I concorsi banditi e finanziati vanno svolti come
previsto per consentire il nuovo reclutamento e gli avanzamenti di
carriera. E’ certo indispensabile e urgente che per i nuovi concorsi si
approvino nuove norme per garantire che non continuino ad essere strumento
di nepotismo.

E’ invece urgente, qui si’. un decreto-legge per accogliere le richieste
del grande movimento di protesta che non vuole la morte dell’Universita’
statale e per questo chiede l’ABROGAZIONE immediata degli articoli della
Legge 133/2008 che prevedono:

– il blocco del turn over
– il taglio dei finanziamenti
– la trasformazione degli Atenei in Fondazioni private
– il trasferimento di “ingenti risorse” pubbliche alla Fondazione IIT di
Genova
 



ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

Concorsi e Docenza
LA CONTRORIFORMA DEL PD
LA PROPOSTA DELL’ANDU

L’ANDU ha gia’ cominciato ad analizzare alcune delle “Dieci proposte” per
“il futuro dell’Universita’ italiana”, recentemente avanzate dal PD. Per
leggere le proposte del PD v.nota 1.
L’ANDU in un precedente documento ha affrontato la questione della
cosiddetta governance e ha esposto alcune considerazioni sul significato
complessivo dell’iniziativa del PD. Per leggere il precedente documento
dell’ANDU v. nota 2.

Nel presente documento l’ANDU affronta le questioni dei concorsi e della
organizzazione della docenza, rinviando alla prossima ‘puntata’ la
importantissima questione del precariato.

= I CONCORSI E LA DOCENZA DEL PD: IL RAFFORZAMENTO DEL POTERE BARONALE

Nella proposta n. 1 (“Concorsi piu’ rapidi, piu’ meritocratici, piu’
internazionali, con meno nepotismi, localismi e lobbismi disciplinari”), si
comincia dicendo che “occorre innanzitutto distinguere tra concorsi per
reclutare e concorsi per promuovere”. E si comincia proprio male, anzi
malissimo!.
Certamente e’ logico prevedere concorsi per fare entrare nel ruolo della
docenza chi non ne fa ancora parte, ma prevedere “concorsi per promuovere”,
significa volere mantenere in tre distinti ruoli la docenza, invece che
prevedere un ruolo unico in tre fasce, con avanzamento da una fascia
all’altra attraverso un giudizio INDIVIDUALE (quindi non un concorso),
superato il quale il docente continua ad occupare il proprio posto con la
nuova qualifica.
Insomma, il PD e’ contrario al ruolo unico della docenza, chiesto da anni
dalle Organizzazioni e dalle Associazioni della docenza.
Le regole per il reclutamento proposte dal PD sembrano ‘orecchiare’ in
peggio il fallito regolamento sui concorsi a ricercatore voluto dal
ministro Mussi e dal suo sottosegretario Modica.
Continuare a sostenere, come fa il PD, che “la scelta e’ fatta da una
commissione nominata dagli organi di governo dell’ateneo” equivale a volere
mantenere quel localismo concorsuale che ha sempre caratterizzato il
concorso di ingresso nella docenza (ruolo dei ricercatori) e, dalla Legge
Berlinguer in poi, anche i concorsi ad associato e a ordinario.
In sostanza si vuole mantenere lo strumento principe della cooptazione
personale (il ‘maestro’ sceglie come vincitore il suo allievo), con gli
annessi fenomeni di clientelismo e nepotismo. E a poco vale spostare dalle
Facolta’ agli “organi di governo dell’ateneo” la nomina della commissione
concorsuale, se non a spostare l’interlocutore del ‘maestro’ che cerca un
posto per farlo occupare dal suo allievo.
Il meccanismo proposto “per promuovere un docente da una fascia a quella
immediatamente successiva” (in realta’ da un ruolo all’altro), da un lato
ripropone in qualche modo la vecchissima “libera docenza” (l'”abilitazione
alla docenza nella fascia superiore”), dall’altro lato, prevedendo che “la
valutazione e’ effettuata dall’università di appartenenza”, mantiene quel
carattere localistico che contraddistingue tutti gli attuali concorsi, con
i fenomeni negativi gia’ richiamati, compresa la ‘sottospecie’ della
parentopoli.
Il mantenimento dei tre ruoli separati della docenza e’ ‘confermato’ da
quanto previsto nella proposta n. 6  (“Valutare periodicamente i risultati
del lavoro ed incentivare i migliori.”), dove si legge:
“In ciascuna universita’ i professori in servizio in una fascia dovrebbero
essere in numero maggiore di quelli in servizio nella fascia immediatamente
superiore.”
Insomma agli attuali tre ruoli distinti si aggiunge l’obbligo di tre
distinti organici!
E per non lasciare alcun dubbio sulla volonta’ di accentuare pesantemente
la gerarchia accademica, con gravi ricadute sulla liberta’ di insegnamento
e di ricerca dei ‘subalterni’, sempre nella proposta n. 6 si legge:
“Il rapporto di lavoro in ciascuna fascia inizierebbe a tempo determinato
e sarebbe trasformato a tempo indeterminato solo a seguito di una
valutazione della qualita’ e quantita’ del lavoro svolto dall’interessato.”
Si introdurrebbe cosi’ “in ciascuna fascia” (cioe’in ciascun ruolo) un
periodo di pre-ruolo “a tempo determinato”, un periodo di ‘precariato’ ben
diverso dall’attuale periodo per la conferma in ruolo.
All’interno di questa struttura iper-gerarchizzata della docenza, rischia
di essere un’arma micidiale messa in mano ai ‘superiori’ la previsione,
sempre nella proposta n. 6, di far dipendere “gli incrementi stipendiali”
dall’esito di una valutazione.
A tutto questo va aggiunta l’aberrazione che deriverebbe dal mantenere la
docenza in tre ruoli distinti e dall’introduzione dell’abilitazione.
Infatti con la non previsione di un passaggio da una fascia all’altra
legato esclusivamente ad un giudizio nazionale sull’attivita’ del singolo
docente, si potrebbero avere tanti casi di “abilitati alla docenza nella
fascia superiore” (per esempio associati abilitati a ordinario) che dopo
l’abilitazione svolgerebbero una attivita’ giudicata ‘da ordinario’ senza
averne alcun riconoscimento. E magari l’ipotetico associato ‘riconosciuto’
ordinario, ma rimasto associato si trova nello stessa stanza di un suo (ex)
collega, anche lui abilitato a ordinario, ma che ha invece avuto la
‘fortuna’ di essere stato effettivamente promosso grazie ad una positiva
valutazione locale (ma su che basi?) della “universita’ di appartenenza” e
grazie anche ad un ‘buco’ nell’organico del ruolo degli ordinari. Pura
‘logica’ accademica!

== LA PROPOSTA DELL’ANDU

A queste e a similari ipotesi di rafforzamento del potere e dell’arbitrio
baronali, l’ANDU da anni contrappone un modello di organizzazione della
docenza e di riforma vera dei concorsi per l’ingresso in ruolo e delle
prove per le promozioni.
Una riforma imperniata su commissioni nazionali che DECIDONO i vincitori
dei concorsi e le idoneita’ alle fasce superiori, togliendo TOTALMENTE il
potere a quella “autonomia responsabile” degli Atenei che in Italia,
COMUNQUE, ha dato e darebbe il potere assoluto di cooptazione al singolo
‘maestro’, che ‘lavora’ per ottenere un concorso per il suo prescelto che
ne sara’ il vincitore.
Per evitare  il prevalere dei gruppi forti nazionali, TUTTI i componenti
delle commissioni nazionali devono essere direttamente sorteggiati e, per
qualificarne al massimo il giudizio, devono farne parte SOLO ordinari,
anche per i concorsi di ingresso dall’esterno nelle fasce dei ricercatori e
degli associati e per le prove di idoneita’ ad associato.
Una riforma quella dell’ANDU che porrebbe fine al nepotismo e a tutti i
suoi ‘annessi’ e finalmente lascerebbe ai docenti di qualsiasi livello la
possibilita’ di svolgere piu’ liberamente, piu’ proficuamente e piu’
serenamente l’attivita’ di ricerca e di insegnamento.
Invitiamo coloro che sono soliti affermare che per i concorsi tutto e’
stato gia’ (inutilmente) provato a riflettere sul fatto che per i concorsi
di ingresso nel ruolo della docenza (dal 1980 quello a  ricercatore) MAI si
sono ‘provati’ i concorsi veramente nazionali e totalmente sganciati dal
‘maestro’ che ha ‘allevato’ il suo allievo e che ritiene di avere il
diritto-dovere di farlo entrare in ruolo e di fargli fare carriera.

DOCENZA UNIVERSITARIA E CONCORSI

Stato giuridico nazionale dei docenti collocati in un ruolo unico,
articolato in tre fasce con uguali mansioni. Ingresso (v. specificazioni
sotto) nel ruolo docente per concorso nazionale (prevalentemente nella
terza fascia) e passaggio di fascia per idoneita’ nazionale individuale (a
numero aperto), con immediato e pieno riconoscimento della nuova qualifica,
senza l’ulteriore chiamata della Facolta’ dove il docente gia’ lavora e
continuera’ a lavorare.
Per il passaggio di fascia e’ indispensabile prevedere uno specifico
budget nazionale per i connessi incrementi stipendiali.
Le commissioni nazionali, per i concorsi e per i passaggi, devono essere
interamente sorteggiate e composte da soli ordinari.
Periodo pre-ruolo massimo di 3 anni in un’unica figura definita da una
legge che preveda adeguata retribuzione, diritti (malattia, maternita’,
ferie, contributi pensionistici) e liberta’ di ricerca, con un numero di
posti rapportato a quello degli sbocchi nel ruolo della docenza.
Bando nei prossimi anni, su nuovi specifici e aggiuntivi fondi statali, di
almeno 20.000 posti di terza fascia, con cancellazione dell’attuale giungla
di figure precarie.
Trasformazione del ruolo dei ricercatori in terza fascia di professore,
prevedendo la partecipazione di tutti ai Consigli di Facolta’ e l’accesso
ai fondi di ricerca anche per i professori di terza fascia non confermati.
Distinzione tra tempo pieno e tempo definito con esclusione per i docenti a
tempo definito dalle cariche accademiche e dalle commissioni concorsuali.

– Specificazioni sul reclutamento.
I concorsi per i posti nella fascia iniziale della docenza (oggi il ruolo
dei ricercatori) devono essere espletati a livello nazionale,
‘concentrando’, con cadenza certa, i posti banditi in autonomia dai vari
Atenei su fondi propri e/o ministeriali.
La scelta dei vincitori deve essere fatta da una commissione nazionale
composta solo da ordinari direttamente sorteggiati, tutti appartenenti a
sedi diverse, escludendo quelli degli Atenei che hanno bandito i posti e
prevedendo non piu’ di un componente appartenente ad una stessa sede.
Ai candidati devono essere adeguatamente riconosciuti i periodi di
attivita’ didattica e scientifica svolti a qualsiasi titolo: dottorato,
assegni, borse, incarichi, ecc.

6 novembre 2008

– Nota 1. Per leggere le “Dieci proposte del governo ombra del Partito
Democratico” cliccare:
http://download.repubblica.it/pdf/2008/PD-proposte-universita.pdf
-Nota 2. Per leggere il documento dell’ANDU “Governance. La controriforma
del PD e la proposta dell’ANDU”, del 4.11.08,  cliccare:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article21114.html
 




Per ascoltare la conferenza stampa del ministro Gelmini sul decreto-legge
oggi approvato dal Consiglio dei Ministri cliccare:
http://www.governo.it/GovernoInforma/Multimedia/dettaglio.asp?d=40918

 


ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari


1. UN DECRETO-LEGGE PER NULLA
2. E SUL RESTO IL PD “ASSOLUTAMENTE CONDIVIDE CON SODDISFAZIONE”
3. LA ‘QUARTA CRUI’


1. UN DECRETO-LEGGE PER NULLA

Il ministro Gelmini ha ieri sostenuto che il ricorso alla decretazione
d’urgenza e’ stato necessario per modificare le procedure dei concorsi
universitari gia’ banditi. Per il testo del decreto-legge e per sentire la
Conferenza stampa del Ministro v. nota 1.

Un intervento su concorsi gia’ banditi, con le domande dei candidati gia’
inviate e alla vigilia del completamento della formazione delle
commissioni, e’ stato quanto mai inopportuno e forse anche illegittimo.
Opportuno, anzi necessario e urgente, sarebbe invece intervenire, con un
disegno di legge, sui meccanismi concorsuali per i posti ancora da bandire.
Su questo tema richiamiamo, ancora una volta, le proposte dell’ANDU (nota 2).

Peraltro la soluzione inventata all’ultimo minuto in Consiglio dei
Ministri, toglie ogni fondamento allo ‘stato di emergenza’ invocato dal
Ministro per giustificare lo strumento del decreto-legge. Infatti quanto
approvato non cambia NULLA rispetto alla sostanza delle norme attuali: fino
ad oggi la commissione veniva composta dal membro interno (colui al quale
era stato ‘assegnato’ il posto per poterlo ‘girare’ al suo allievo) e lo
stesso membro interno invitava quattro colleghi, per i posti a professore,
e due, per i posti a ricercatore, a candidarsi per farsi eleggere nella
commissione. Da domani, ‘invece’, il membro interno chiedera’ a dodici
colleghi, per i posti a professore, e a sei colleghi, per i posti a
ricercatore, di candidarsi per farsi eleggere nella rosa da cui sorteggiare
i quattro (e due) membri della commissione.
Pare che a questo ‘cambiare tutto per non cambiare nulla’ abbia dato il
suo contributo anche il ministro Brunetta (nota 3). Come dire, i baroni per
i baroni.
  E’ giusto il commento di Giuliano Cazzola del Pdl: “Si complicano le
procedure senza mutarne la sostanza”.

Un decreto-legge era ed e’ urgente: quello per accogliere la richiesta del
grande movimento di protesta di ABROGARE gli articoli della Legge 133/2008
che prevedono:
– il blocco del turn over
– il taglio dei finanziamenti
– la trasformazione degli Atenei in Fondazioni private
– il trasferimento di “ingenti risorse” pubbliche alla Fondazione IIT di
Genova


2. E SUL RESTO IL PD “ASSOLUTAMENTE CONDIVIDE CON SODDISFAZIONE”

Si legge sulla Stampa di oggi (nota 3) che il ministro Gelmini “ha
incontrato il ministro ombra Pd dell’istruzione, Mariapia Garavaglia, che
le ha dato l’ok sulle linee guida per il ddl sull’Universita’. L’incontro
e’ avvenuto ieri mattina al ministero di viale Trastevere.” “Queste linee
guida – ha detto la Garavaglia – sono assolutamente condivisibili. Ne
prendo atto con soddisfazione.”


3. LA ‘QUARTA CRUI’

“L’adunata dei rettori del Sud”, cosi’ e’ titolato un articolo su
Repubblica di oggi (nota 4) nel quale si legge che “ieri a Palermo si e’
costituito un vero asse dei rettori delle regioni meridionali”.
Dopo la ‘seconda CRUI’, quella degli Atenei auto-eccellenti (l’AQUIS) e
dopo la ‘terza CRUI’, quella della “la rete delle Scuole Superiori a
Statuto speciale”, sta nascendo la ‘quarta CRUI’, quella degli Atenei
meridionali.
Non sarebbe l’ora che i Rettori facessero ‘semplicemente’ i rettori,
curando l’interesse dei loro Atenei, invece di pretendere di rappresentare
l’Universita’ italiana o pezzi di essa?

7 novembre 2008


= Nota 1.
– Per il testo del Decreto-Legge cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/11/07MI25113.PDF
– Per ascoltare la conferenza stampa del ministro Gelmini sul decreto-legge
oggi approvato dal Consiglio dei Ministri cliccare:
http://www.governo.it/GovernoInforma/Multimedia/dettaglio.asp?d=40918

= Nota 2. V il documento “Concorsi e Docenza. Controriforma PD, proposta
ANDU”:
http://unimoreinform.blogspot.com/2008/11/andu-concorsi-e-docenza-controrifo
rma.html

= Nota 3. V. l’articolo “Retroscena. E Letta stoppa la taglia-baroni”,
sulla Stampa del 7.11.08:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/11/07SIP5037.PDF

= Nota 4. V. l’articolo “L’adunata dei rettori del Sud”, su Repubblica del
7.11.08:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/11/07SI85030.PDF

 




ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari


Segnaliamo tre articoli sul Sole 24-ore di oggi, 8 novembre 2008,
riguardanti governance, Atenei auto-eccellenti, ‘nuovo’ testo del
decreto-legge.

== 1. Intervista al sen. Valditara di AN (nota 1), che a proposito della
governance dichiara:
“Va attribuito piu’ potere agli organi esecutivi, cioe’ rettore e Cda.
Anzi non vedrei male un rettore a capo del Cda. Lasciando al senato
accademico il compito di esprimere un orientamento CULTURALE.”
E’ lo stesso modello antidemocratico del rettore-monarca assoluto voluto
dal PD (v. il documento dell’ANDU “Governance. La controriforma del PD, la
proposta dell’ANDU”, nota 2).

== 2. Intervista al Rettore di Padova (nota 3), “animatore” dei Rettori dei
tredici Atenei (auto)eccellenti (AQUIS) che, riferendosi al decreto-legge,
dichiara: “Finalmente si va nella direzione giusta” e, rispetto allo “stop
al reclutamento nelle universita’ che spendono troppo per il personale”,
afferma: “e’ una misura dolorosa ma inevitabile”. Il decreto-legge in
effetti premia la linea dell’AQUIS.
Il ‘premio’ agli Atenei ‘eccellenti’ e’ da tempo ‘auspicato’ dalla
Confindustra. Infatti gia’ nel marzo 2006, in un articolo del Corriere
della Sera, si leggeva: “Eppure, secondo gli imprenditori, nel nostro Paese
almeno quindici atenei hanno le potenzialita’ per scalare rapidamente le
classifiche. ‘Il Politecnico di Milano – spiega ancora Rocca
(vicepresidente della Confindustria, ndr) – deve essere messo in condizione
di competere con i migliori atenei europei. Non ha molto senso che segua le
stesse regole di un ateneo che non puo’ competere a livello internazionale”
(nota 4).

== 3. Articolo del Sole 24-ore che dà notizia delle modifiche apportate (da
chi?) al decreto-legge DOPO la sua approvazione da parte del Consiglio dei
Ministri (nota 5).
Sul decreto-legge l’ANDU ha gia’ espresso un primo giudizio nel documento
“Un Decreto-Legge per nulla” (nota 6).


Nota 1. Per l’intervista “Si’ alla lista nazionale di candidati” sul Sole
24-ore dell’8.11.08, cliccare:
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rass
egna&currentArticle=JT2K5

Nota 2. Per il documento “Governance. La controriforma del PD, la proposta
dell’ANDU”, cliccare:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article21114.html

Nota 3.Per l’intervista “Un buon inizio ma vigileremo”, sul Sole 24-ore
dell’8.11.08, cliccare:
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rass
egna&currentArticle=JT2JI

Nota 4. Per l’articolo “Concorrenza tra atenei, piu’ soldi ai migliori”,
sul Corriere della Sera del 23.03.06, cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2006/03/23SIE4019.PDF

Nota 5. Per l’articolo “Nelle commissioni entrano gli associati”, sul Sole
24-ore dell’8.11.08, cliccare:
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rass
egna&currentArticle=JT2J4

Nota 6. Per il documento dell’ANDU “Un Decreto-Legge per nulla”, cliccare
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article21170.html

 



= Riportiamo il testo di due comunicati dell’Agenzia Stampa Apcom sul
Decreto-Legge e sull’Assemblea nazionale dell’8 novembre 2008 a Firenze.

= Sul Decreto-Legge si segnala anche un articolo di Alessandro Giuliani
“Universita’, il decreto d’urgenza non placa la protesta”, su Tecnica della
Scuola. Per leggere questo articolo cliccare:
http://www.latecnicadellascuola.it/index.php?id=24345&action=view

1. “Universita’/ Andu: decreto legge mantiene in vita i ‘baroni’
Non cambia nulla con avallo ministro ombra Garavaglia e rettori
Roma, 7 nov. (Apcom) – Secondo l’Andu, l’Associazione nazionale docenti
universitari, il decreto legge approvato ieri dal consiglio dei Ministri
sull’universita’ e’ un esempio di come il governo non segua le richieste
della piazza attuando invece provvedimenti che intendono ‘cambiare tutto
per non cambiare nulla’ avvalendosi dell’appoggio non solo dei ‘baroni’, ma
anche del Pd e dei rettori.
Attraverso una nota l’associazione dei docenti accademici sostiene che solo
“un decreto-legge era ed e’ urgente: quello per accogliere la richiesta del
grande movimento di protesta di abrogare gli articoli della Legge 133 del
2008″. Gli articoli sono quelli contenuti nelle dagli articoli 16 e 66
della legge 133 che “prevedono il blocco del turn over, il taglio dei
finanziamenti, la trasformazione degli atenei in fondazioni private”.
L’Andu e’ convinta anche che dalla manovra finanziaria andava cancellato
“il trasferimento di ‘ingenti risorse’ pubbliche alla fondazione Iit di
Genova”: fondazione il cui presidente e’ dal dicembre 2005 Vittorio Grilli
che dalla stessa data e’ anche direttore generale del Tesoro, al ministero
dell’Economia e della Finanze.
L’associazione giudica poi l’intervento “su concorsi gia’ banditi, con le
domande dei candidati gia’ inviate e alla vigilia del completamento della
formazione delle commissioni, quanto mai inopportuno e forse anche
illegittimo. Opportuno, anzi necessario e urgente, sarebbe invece
intervenire – continua la nota dell’Andu – con un disegno di legge, sui
meccanismi concorsuali per i posti ancora da bandire”.
Secondo l’associazione – che assieme ad altre 12, in rappresentanza di
docenti, ricercatori, dottorandi e studenti, lunedi’ ha presentato un
programma di rilancio alternativo a quello del governo – il sistema dei
concorsi modificato con il decreto del 6 novembre, che prevede il
mantenimento del docente interno, manterra’ le attuali forme di potere
‘baronali’ e il sistema di esami pilotati.
“Fino ad oggi – dice l’Andu – la commissione veniva composta dal membro
interno (colui al quale era stato ‘assegnato’ il posto per poterlo ‘girare’
al suo allievo) e lo stesso membro interno invitava quattro colleghi, per i
posti a professore, e due, per i posti a ricercatore, a candidarsi per
farsi eleggere nella commissione. Da domani, ‘invece’, il membro interno
chiedera’ a dodici colleghi, per i posti a professore, e a sei colleghi,
per i posti a ricercatore, di candidarsi per farsi eleggere nella rosa da
cui sorteggiare i quattro (e due) membri della commissione”.
Per l’associazione che rappresenta i docenti accademici e’ quindi “giusto
il commento di Giuliano Cazzola del Pdl” che oggi ha detto “si complicano
le procedure senza mutarne la sostanza”. Mentre non e’ condivisibile
l’atteggiamento del ministro ombra Pd dell’istruzione, Mariapia Garavaglia,
che incontrando ieri il ministro del Miur, Mariastella Gelmini, “le ha dato
l’ok sulle linee guida per il ddl sull’Universita’”.
L’ultima ‘stoccata’ dell’Andu e’ per i rettori: “ieri a Palermo si e’
costituito un vero asse dei rettori delle regioni meridionali. Dopo la
‘seconda CRUI’, quella degli Atenei auto-eccellenti (l’Aquis) e dopo la
‘terza Crui’, quella della “la rete delle Scuole Superiori a Statuto
speciale”, sta nascendo la ‘quarta Crui’, quella degli atenei meridionali.
Non sarebbe l’ora che i Rettori facessero ‘semplicemente’ i rettori,
curando l’interesse dei loro Atenei, invece di pretendere di rappresentare
l’Universita’ italiana o pezzi di essa?”.”

2. “Universita’/ Assemblea a Firenze, studenti rivendicano autonomia
Si discute di coordinamento protesta e rapporti con la politica
Firenze, 8 nov. (Apcom) – No alle aperture del governo, la protesta
dell'”onda anomala” continua e il movimento rivendica la sua autonomia:
oggi piu’ di 300 studenti provenienti da varie universita’ italiane hanno
fatto il punto della situazione nella prima assemblea nazionale del
movimento studentesco, organizzata a Firenze dagli Atenei toscani in
mobilitazione e indetta alla vigilia della manifestazione del 30 ottobre.
L’iniziativa produrra’ un documento unitario per fissare alcuni punti in
prospettiva delle mobilitazioni della prossima settimana. All’interno del
plesso didattico di viale Morgagni partecipano ai lavori dell’assemblea
ragazzi delle universita’ di Milano, Torino, Napoli, Bari, Bologna,
Palermo, Brescia, Ferrara, Ancona, Padova, Catania, Reggio Calabria,
Chieti, Pavia, Cagliari, Genova e Perugia.
Assenti invece gli Atenei romani in mobilitazione, eccezion fatta per una
delegazione di ragazzi di Roma Tre in veste di “osservatori”: i
rappresentanti di Sapienza e Tor Vergata, oltre che di Roma Tre, accusano
gli organizzatori di non essere stati avvertiti (fra le adesioni della
vigilia, secondo un comunicato di ieri degli organizzatori, c’era pero’
anche La Sapienza), e sospettano che “qualcuno stia pensando – si legge
nell’e-mail con cui e’ stata annunciata la non-partecipazione – di
costruire un’assemblea di una parte del movimento, lontano dallo spirito
unitario che ha generato l’onda anomala”. Il “vero” appuntamento nazionale,
per loro, sara’ l’assemblea del 15 novembre proprio a Roma, alla Sapienza,
a cui peraltro ha aderito da subito anche il movimento di Firenze, primo ad
occupare un edificio universitario lo scorso 6 ottobre.
In ogni caso per Francesco Epifani, degli Studenti di Sinistra fiorentini,
con Roma c’e’ stato “un fraintendimento” e non una rottura, e l’assemblea
di oggi e’ “un momento di incontro e di confronto che il movimento ha
sentito come esigenza”, un’occasione per fare un primo bilancio in vista
dell’assemblea del 15 e dello sciopero generale del 14: quel giorno molti
studenti scenderanno in piazza con i lavoratori, e la maggior parte di loro
chiede che lo facciano “in maniera autonoma, esprimendo la nostra
soggettivita’ – ha detto un ragazzo in assemblea – in una lotta comune,
dialogando coi lavoratori”. La richiesta di un coordinamento, talvolta di
una sorta di calendario nazionale comune, unisce molti atenei: tra le forme
di protesta proposte dagli studenti, appendere lenzuola e striscioni alle
finestre “come con le bandiere della Pace”, e portare una gomma da
cancellare alla manifestazione del 14 novembre con lo slogan “E adesso
cancellateci con queste”.
Piu’ controverso e’ il tema dei rapporti con la politica. Secondo molti
ragazzi del movimento “non esistono piu’ simboli e colori che ci possano
dividere, perche’ siamo tutti sulla stessa barca”, come a ribadire il
carattere trasversale della protesta anti-Gelmini; ma altri giovani dei
collettivi, che guardano piu’ verso le formazioni politiche di sinistra
radicale, sostengono che ormai “il movimento sia tutt’altro che apolitico”,
come si e’ visto a Piazza Navona quando “c’e’ stato chi le ha prese e chi
le ha date”, e che anzi proprio una certa “ambiguita’” politica avrebbe
favorito le infiltrazioni dell’estrema destra. Non piacciono le aperture
del ministro Gelmini, perche’ “il decreto non cambia niente – denuncia un
fiorentino – e la legge 133 rimane”, ma allo stesso modo “non si puo’
lasciare che il Pd si appropri dell’iniziativa – spiega un ragazzo pisano –
con proposte che non vengono dal basso e che non accettano nulla di cio’
che il nostro movimento ha proposto”. L’orizzonte dovrebbe essere quello di
un “manifesto”, per “delineare una soggettivita’ politica autonoma e in
divenire”.”

 




ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

Precariato e Formazione
LA ‘SOLUZIONE’ DEL PD
LA PROPOSTA DELL’ANDU

L’ANDU ha gia’ analizzato alcune delle “Dieci proposte” per “il futuro
dell’Universita’ italiana”, recentemente avanzate dal PD  (nota 1).
L’ANDU, infatti, prima ha affrontato la questione della cosiddetta
governance, esponendo anche alcune considerazioni sul significato
complessivo dell’iniziativa del PD (nota 2), poi ha affrontato le questioni
dei concorsi e della docenza (nota 3).
Nel presente documento l’ANDU affronta le questioni del precariato e della
formazione alla docenza.

= LA FORMAZIONE ALLA DOCENZA DEL PD

E’ necessario premettere che le questioni del precariato e della
formazione alla docenza non possono essere risolte separatamente dal
problema della riforma dei meccanismi di ingresso in ruolo e di promozione.
Infatti il localismo, il clientelismo, il nepotismo e la parentopoli sono
fenomeni che si alimentano sfruttando tutte le ‘occasioni’ offerte
dall’attuale giungla di figure precarie e utilizzando gli attuali finti
concorsi per il reclutamento in ruolo e per le promozioni.
Quanto previsto dal PD sul reclutamento e sulle promozioni dei docenti
universitari consolida, nella sostanza, lo stato attuale (nota 3).

  Per quanto riguarda la fase pre-ruolo, nella proposta n. 7 (“Piu’
giovani professori e meno lunghi precariati”) del PD si legge:
“Occorre modificare la normativa degli assegni di ricerca in modo da
renderli dei veri posti di lavoro a tempo determinato nella ricerca
post-dottorato per un minimo di tre anni e un massimo di sei, costituendolo
nei fatti come il canale di formazione del docente/ricercatore.”
Sei anni sono troppi. Per non ‘riattivare’ il precariato, il periodo
pre-ruolo non deve durare piu’ di tre anni, come richiesto dall’ANDU,
assieme alle altre Associazioni e Organizzazione universitarie, nel
“Programma per l’Universita’” (nota 4).
Nella proposta del PD, soprattutto, mancano due condizioni INDISPENSABILI,
contenute invece nel “Programma per l’Universita’”, per debellare il
fenomeno del precariato:
– “la fissazione di un rapporto esplicito e credibile tra il numero di
coloro che entrano nel percorso triennale e il numero dei docenti da
reclutare”;
– “il divieto per gli Atenei, a regime, di utilizzare strumenti diversi dal
contratto triennale (atipici, co.co.co, ecc.).”

Nella proposta del PD e’ prevista la figura dell”assegnista eccellente’.
Infatti si prevede che:
“Un certo numero di assegni di ricerca, comprensivi del finanziamento per
la ricerca, dovrebbero essere banditi direttamente dal Ministero con
commissioni internazionali, lasciando che siano i vincitori a scegliere
l’universita’ o l’ente pubblico di ricerca dove svolgere il loro progetto
di ricerca sull’esempio degli IDEAS – Starting Grants dell’European
Research Council.”
Insomma si vuole costituire un gruppo di ‘assegnisti aristocratici’ da
distinguere dalla plebe di quelli reclutati localmente.
L’ANDU ritiene che si tratti di un’assurdita’ anche giuridica (due
meccanismi diversi per reclutare una stessa figura lavorativa)
assolutamente inaccettabile.
Certamente esiste e va risolto il problema delle modalita’ di
‘reclutamento’ dell’assegnista, che di fatto ora e’ ‘assunto’ personalmente
dal ‘maestro’. Come esiste per questa figura il problema della
responsabilita’ diretta di finanziamenti per la ricerca. Ed e’ quindi
quanto mai opportuno prevedere meccanismi che eliminino, anche a questo
livello, il fenomeno della cooptazione personale e dei suoi ‘annessi’
(nepotismo, ecc.) e che assicurino la liberta’ di ricerca.
Per questo e’ INDISPENSABILE che ci sia un intervento in questa direzione,
ma che riguardi TUTTI gli assegni, o meglio i nuovi contratti, che devono
diventare l’UNICA figura pre-ruolo.
La scelta della sede da parte dei vincitori prevista dal PD solo per gli
‘assegnisti eccellenti’, potrebbe costituire un elemento utile per una
soluzione valida, ma a condizione che:
– si applichi, lo ripetiamo, a TUTTI gli assegni (che sarebbe meglio
chiamare ‘contratti’);
– che, PRIMA del bando, i posti siano assegnati alle sedi e,
successivamente, i vincitori possano scegliere una delle sedi disponibili,
seguendo l’ordine della graduatoria.
 
 Va infine ribadito che, per eliminare il precariato e ‘anticipare’
l’imminente pensionamento di quasi la meta’ degli attuali docenti di ruolo,
e’ necessario e urgente il bando nei prossimi anni, su nuovi specifici e
aggiuntivi fondi statali, di almeno 20.000 posti di terza fascia (oggi di
ricercatori).

9 novembre 2008

– Nota 1. Per leggere le “Dieci proposte del governo ombra del Partito
Democratico” cliccare:
http://download.repubblica.it/pdf/2008/PD-proposte-universita.pdf
– Nota 2. V. il documento “Governance. La controriforma del PD, la proposta
dell’ANDU”. Cliccare:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article21114.html
– Nota 3. V. il documento “Concorsi e Docenza. La controriforma PD, la
proposta ANDU”. Cliccare:
http://www.bur.it/2008/N_B_080033.php
– Nota 4. Per leggere il “Programma per l’Universita’” cliccare:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article20914.html

 



ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

COME NASCE E COME VA IL “3 + 2”

Il grande movimento di protesta contro la Legge 133 si pone giustamente
anche i problemi  del funzionamento delle Universita’.
Tra questi problemi  non puo’ non esserci quello della didattica e della
sua ultima riforma: il “3 + 2”.
Gli effetti di questa riforma sono sotto gli occhi degli studenti, delle
loro famiglie e dei docenti.

L’ANDU, assieme alle altre Organizzazioni e Associazioni universitarie, da
tanto tempo chiede una ‘rivisitazione’ della riforma, a partire da un
monitoraggio che veda coinvolto tutto il mondo universitario (consigli di
corso di studio, consigli di facolta’, organi di ateneo, docenti e studenti).
Nessun Ministro (Moratti, Mussi, Gelmini) ha voluto accogliere questa
richiesta, dettata dal buon senso e avanzata nell’interesse
dell’Istituzione e dei suoi studenti.

L’ANDU sul “3 + 2” ha raccolto e diffuso in questi anni un ampio dibattito
e nel luglio 2006 ha tenuto un Convegno nazionale. In calce si riporta il
testo dell’intervento introduttivo al Convegno.
Per leggere alcuni degli interventi che hanno preceduto il Convegno e
alcuni degli altri interventi svolti nel Convegno stesso v. nota 1.

E’ anche interessante sapere come e’ nato il “3 + 2” e a tal fine ci pare
molto utile la lettura di un’intervista a Roberto Moscati, sul Manifesto
del 15 marzo 2006 (v. nota 2)
Di questa intervista riportiamo qui alcuni brani particolarmente
‘istruttivi’.
L’intervistatore inizia: “Sull’universita’ esiste una reale anomalia
italiana. Ma non si tratta della sua ‘arretratezza’, come potrebbero
arguire i critici dell’attuale ministra (Moratti, ndr) – salvo poi plaudire
a un probabile venturo morattismo senza Moratti (profetico!, ma era facile,
ndr). Dal punto di vista istituzionale, anzi, la riforma disegnata da
Berlinguer, puntellata da Zecchino e ripresa dal centro-destra e’ una punta
‘avanzata’ (in quanto imposta dall’alto) del ‘Bologna process’, ossia della
costruzione di uno spazio europeo dell’istruzione superiore incardinato sul
cosiddetto ‘3 + 2’ (laurea triennale, e due anni per la specialistica) e
sui crediti formativi.”  .
Moscati, “a suo tempo membro della commissione Martinotti, che elaboro’ le
linee guida della riforma Berlinguer”, ricorda: “La commissione Martinotti
aveva avvertito Berlinguer (ministro di allora, ndr) che non si poteva
realizzare la riforma in qualche mese. La risposta e’ stata: o facciamo
questa riforma subito, o non passera’ mai. Infatti, non e’ stata nemmeno
discussa in parlamento, e’ passata di soppiatto nelle maglie della
finanziaria del ’98, con un lavoro sotterraneo di Guerzoni (sottosegretario
di allora, ndr) con i parlamentari affinche’ accettassero qualcosa che la
maggior parte non aveva nemmeno capito.” .
L’intervistatore: “Va anche detto che gli accordi della Sorbona,
propedeutici alla conferenza di Bologna, sono stati utilizzati da
Berlinguer come legittimazione della sua riforma.”
Moscati: “Secondo me sono stati – nonostante altri errori – una trovata
furbissima. Visto che sono stati firmati da quattro paesi ‘forti’ (Italia,
Francia, Germania e Gran Bretagna), gli altri hanno capito che conveniva
aggregarsi. In Italia sono stati poi usati come giustificazione della
riforma stessa.” .

10 novembre 2008

– Nota 1. Per leggere gli interventi precedenti il Convegno dell’11.7.06
cliccare:
http://www.bur.it/sezioni/andu_special_interventi.php
Per leggere gli interventi al Convegno cliccare:
http://www.bur.it/sezioni/andu_special.php
– Nota 2, Per leggere l’intervista a Roberto Moscati sul Manifesto del
15.3.06 cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2006/03/16SIA4011.PDF

===========

AVVERTENZA  Il seguente intervento e’ stato svolto nel luglio 2006
(duemilasei), non oggi, 10  novembre 2008, come ‘erroneamemte’ si potrebbe
credere.

INTRODUZIONE  al Convegno nazionale ANDU sul “3 + 2”, 11 luglio 2006, Roma
(Attenzione!: 2006 non 2008)

“L’ampia partecipazione di oggi al Convegno conferma l’esistenza della
forte ‘domanda’ di discussione.
Il fatto e’ che la didattica e’ l’attivita’ che piu’ di qualsiasi altra e’
‘sentita’ dai docenti perche’ interessa la formazione dei giovani, con
conseguenze concrete, ‘visibili’, sui diretti interessati, sul loro
avvenire, sulle loro famiglie e, in ultima istanza, sul Paese.
La finalita’ di questo Convegno e’ anche quella di proporre un metodo,
nuovo rispetto a quello finora seguito dalle Istituzioni, per affrontare le
questioni cruciali per l’Universita’. Un metodo che veda coinvolti il piu’
possibile tutti gli interessati.
Noi riteniamo che sul “3 + 2” sia indispensabile e urgente che il Ministero
avvii una verifica basata non solo su indagini statistiche, ma
principalmente sulla partecipazione-testimonianza di tutto il mondo
universitario, compresi gli studenti.
Certamente in questa verifica un Organismo di rappresentanza del Sistema
nazionale delle Universita’ avrebbe potuto avere un ruolo importante. Un
Organismo la cui costituzione e’ sempre stata avversata dalla lobby
accademica trasversale, con le dannose conseguenze che si sono avute
soprattuto nell’elaborazione e nell’applicazione della riforma di cui oggi
discutiamo.
Per la sua importanza ‘primaria’, forse la riforma della didattica avrebbe
dovuto essere fatta per ultima, perche’ potesse risultare utile agli
studenti e al Paese.
1. Occorreva prima – anche per ‘prevenire’un uso subordinato alle ben note
logiche di potere accademico – cambiare l’assetto Organizzativo degli
Atenei a partire dalla costituzione di un Organo che, a differenza degli
attuali Senati Accademici, dominati dalla presenza paralizzante dei
Presidi, esprimesse una politica e una gestione nell’interesse dell’intera
comunita’ universitaria. Occorreva valorizzare i Dipartimenti (in cui
incardinare i docenti), rivedendone le dimensioni e le finalità (anche a
beneficio della didattica). Occorreva inoltre, finalmente!, assegnare ai
Consigli di Corsi di Studio compiti, poteri e strumenti per assicurare in
maniera continua il coordinamento e la verifica delle attività e dei
contenuti degli insegnamenti. Ai Consigli di Facolta’ doveva restare ‘solo’
un ruolo di raccordo, togliendo loro quello oggi quasi esclusivo di
‘produttore’ di posti.
2. Occorreva prima affrontare la questione degli sbocchi professionali e
intervenire, in particolare, sugli Ordini professionali. Un’operazione
preliminare indispensabile, come aveva ampiamente gia’ mostrato
l’esperienza dei diplomi di laurea attivati ‘alla cieca’.
3. Occorreva prevedere che la ‘progettazione’ del primo livello avvenisse
contestualmente al secondo.
4. Occorreva prima realizzare il diritto allo studio: Statuto dei diritti
e dei doveri degli studenti, strutture didattiche, borse di studio,
residenze, ecc.
5. Occorreva prima riformare lo stato giuridico della docenza ed eliminare
il precariato, per creare le condizioni ‘soggettive’ dell’applicabilita’
della riforma didattica.
6. Occorreva prevedere consistenti e specifici finanziamenti: nessuna
riforma puo’ realizzarsi a costo zero.
7. Occorreva che la riforma fosse ‘costruita’ con il coinvolgimento del
mondo universitario, individuando settore per settore i problemi e
ricercando le specifiche soluzioni, senza dare numeri (“3 + 2”) uguali per
tutti (nel 1983-86 il gruppo dei docenti di Ingegneria del CUN aveva
previsto il “4 + 1”). Occorreva far partecipare, spiegare, convincere,
responsabilizzare, sperimentare. Occorreva prevedere la
verifica-coordinamento in itinere della riforma, sia a livello
ministeriale, sia autonomamente (nazionalmente attraverso un Organo di
rappresentanza democratico e localmente con le riformate strutture degli
Atenei).
Oggi comunque vanno registrati disagi e difficolta’ ampiamente diffusi.
E’ interesse del Paese capire al piu’ presto quanto questo ‘malessere’ sia
profondo ed vasto, coglierne la natura e trovare le soluzioni necessarie e
possibili.
Bisogna, in particolare, tenere conto dell’opinione degli studenti e
ricordarsi che tra gli obiettivi che hanno portato in piazza oltre 50.000
di loro contro il DDL Moratti vi era proprio il ‘no’ al “3 + 2”, indicato
come strumento della parcellizzazione del sapere e di una condizione di
studio insostenibile.
A proposito del movimento degli studenti (quello contro la Legge Moratti,
ndr), partecipando a diverse loro assemblee, mi ha colpito il fatto che
quando nelle critiche rivolte alla riforma della didattica questa veniva
chiamata “riforma Berlinguer” (e non “3 + 2 ” o “riforma Zecchino”),
puntualmente c’era qualcuno che diceva “compagni, non facciamoci del
male!”. Il fatto è che bisogna impedire a coloro che che hanno tatto e
stanno facendo del male all’Università statale (che deve essere di massa e
di qualità) di continuare a farlo. Dobbiamo impedirlo a tutti, siano essi
di destra o di sinistra. E’ peraltro singolare che vengano posti questi
problemi ‘politici’ quando sono le stesse oligarchie accademiche ad
esibire, anzi ad ostentare, la loro trasversalità, come nel caso delle
Fondazioni Magna Carta e TreELLEe. In quest’ultima ministri e
sottosegretari (passati e attuali) e segretari di partito di sinistra
‘convivono’ tranquillamente con esponenti politico-accademici e giornalisti
di destra.
D’altronde ancora oggi da sinistra si propongono ‘patti’ e ‘riforme
bipartisan’ per affrontare le questioni universitarie. Questo e’ un
problema, forse – a nostro avviso – e’ il problema: non prendere atto che
da decenni esiste una sinistra che opera e legifera per demolire
l’Universita’ statale: falsa autonomia finanziaria, finta autonomia
statutaria, abolizione di fatto del CUN, finti concorsi locali, imposizione
della riforma didattica, riduzione dei finanziamenti, aumento a dismisura
del precariato, ecc. Questo ‘problema’ ha portato, tra l’altro, una certa
sinistra a criticare, giustamente, le forzature istituzionali e finanziarie
con le quali si e’ premiato il Centro di (auto)eccellenza di Lucca, tacendo
del tutto, invece, su quello perfettamente ‘parallelo’ di Firenze.
Il ministro Mussi, che sbaglia a mettere ‘paletti’ alla verifica della
riforma della didattica, giustamente denuncia le responsabilita’ dei
docenti che hanno portato alla “frammentazione degli insegnamenti e
all’abnorme proliferazione dei corsi”. Critiche che non possono essere
accettate quando a farle sono ex ministri ed ex sottosegretari che erano
perfettamente a conoscenza dei ‘limiti’ dei loro colleghi e che questi
limiti avrebbero dovuto tenere in conto, quando hanno imposto il “3 + 2”.
Questi ‘riformatori’ sono gli stessi che hanno criticato, a posteriori,
l’applicazione della loro riforma dei concorsi, quando era facile prevedere
(e noi l’abbiamo fatto PRIMA dell’approvazione della legge) che i finti
concorsi locali avrebbero accresciuto i fenomeni del clientelismo, del
nepotismo e del localismo.
  “Mai piu’ riforme dall’alto” dice, giustamente, anche il ministro Mussi.
Ma mai piu’ anche il ricatto di chi sostiene che qualsiasi cambiamento
debba essere comunque accettato per affrontare le situazioni critiche
dell’Universita’. Non si possono, infatti, spacciare per riforme quelle
che, come negli ultimi decenni, sono state controriforme.
Insomma, bisogna impedire che ancora una volta riforme letali per
l’Universita’ statale vengano imposte, come si rischia con quella che
vorrebbe introdurre non una giusta valutazione, ma una Agenzia per la
valutazione dotata di “forti poteri”, come quella annunciata dal ministro
Mussi che sembra essere quella prevista dal DDL dei DS.
Una riforma vera e’ ormai indispensabile e urgente: l’eliminazione del
precariato e la riforma del reclutamento. Occorre abolire e vietare TUTTE
le figure attuali che compongono la giungla del precariato (assegni, borse,
contratti, ecc.) e sostituirle con UNA sola figura a contratto, ben
retribuita e con tutti i diritti, che duri al massimo tre anni e con un
numero di posti proporzionato agli sbocchi nella fascia dei ricercatori di
ruolo. E’ indispensabile pero’ che il reclutamento in questa fascia non
avvenga piu’ con le regole dell’attuale non-concorso, che servono alla
cooptazione personale. Occorre invece prevedere concorsi nazionali svolti
da una commissione composta esclusivamente da ordinari tutti sorteggiati.
Con questo nuovo meccanismo, devono essere banditi almeno 20.000 posti di
ricercatore nei prossimi anni, con un finanziamento nazionale specifico e
aggiuntivo.

Nunzio Miraglia – coordinatore nazionale dell’ANDU”




DECRETO-LEGGE 10 novembre 2008, n. 180 
 Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del
merito e la qualita’ del sistema universitario e della ricerca. (GU n. 263
del 10-11-2008)


Art. 1.
Disposizioni  per il reclutamento nelle universita’ e per gli enti di
                               ricerca

  1.  Le  universita’  statali  che,  alla  data  del  31 dicembre di
ciascuno  anno,  hanno  superato  il  limite  di cui all’articolo 51,
comma 4,  della legge 27 dicembre 1997, n. 449, fermo restando quanto
previsto  dall’articolo 12,  comma 1,  del  decreto-legge 21 dicembre
2007,  n. 248, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio
2008,  n.  31,  non  possono  procedere  all’indizione  di  procedure
concorsuali  e  di  valutazione  comparativa,  ne’  all’assunzione di
personale.
  2.   Le   universita’   di  cui  al  comma 1,  sono  escluse  dalla
ripartizione  dei  fondi  relativi  agli  anni  2008  –  2009, di cui
all’articolo 1, comma 650, della legge 27 dicembre 2006, n. 296.
  3.   Il   primo   periodo   del   comma 13,   dell’articolo 66  del
decreto-legge  25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni,
dalla  legge  6 agosto 2008, n. 133, e’ sostituito dai seguenti: «Per
il  triennio  2009-2011,  le  universita’  statali,  fermi restando i
limiti  di  cui  all’articolo 1,  comma 105,  della legge 30 dicembre
2004,  n.  311, possono procedere, per ciascun anno, ad assunzioni di
personale  nel  limite  di un contingente corrispondente ad una spesa
pari  al  cinquanta per cento di quella relativa al personale a tempo
indeterminato   complessivamente   cessato   dal  servizio  nell’anno
precedente. Ciascuna universita’ destina tale somma per una quota non
inferiore  al  60  per  cento  all’assunzione  di ricercatori a tempo
determinato  e  indeterminato e per una quota non superiore al 10 per
cento  all’assunzione  di  professori  ordinari.  Sono fatte salve le
assunzioni  dei  ricercatori  per  i  concorsi di cui all’articolo 1,
comma 648,  della  legge  27 dicembre  2006, n. 296, nei limiti delle
risorse residue previste dal predetto articolo 1, comma 650.».
  Conseguentemente,  l’autorizzazione legislativa di cui all’articolo
5,  comma  1,  lettera  a),  della  legge  24  dicembre 1993, n. 537,
concernente   il   fondo   per   il   finanziamento  ordinario  delle
universita’, e’ integrata di euro 24 milioni per l’anno 2009, di euro
71  milioni  per  l’anno 2010, di euro 118 milioni per l’anno 2011 ed
euro 141 milioni a decorrere dall’anno 2012.
  4.  Per le procedure di valutazione comparativa per il reclutamento
dei  professori  universitari  di  I  e II fascia della prima e della
seconda  sessione  2008, le commissioni giudicatrici sono composte da
un  professore  ordinario nominato dalla facolta’ che ha richiesto il
bando  e  da  quattro professori ordinari sorteggiati in una lista di
commissari  eletti  tra i professori ordinari appartenenti al settore
scientifico-disciplinare oggetto del bando, in numero triplo rispetto
al  numero  dei commissari complessivamente necessari nella sessione.
L’elettorato   attivo   e’   costituito  dai  professori  ordinari  e
straordinari  appartenenti al settore oggetto del bando. Sono esclusi
dal  sorteggio  relativo  a  ciascuna  commissione  i  professori che
appartengono  all’universita’  che  ha  richiesto  il  bando.  Ove il
settore  sia  costituito  da  un numero di professori ordinari pari o
inferiore  al  necessario,  la  lista  e’  costituita  da  tutti  gli
appartenenti  al  settore  ed  e’  eventualmente  integrata  mediante
elezione, fino a concorrenza del numero necessario, da appartenenti a
settori affini. Il sorteggio e’ effettuato in modo da assicurare, ove
possibile,  che almeno due dei commissari sorteggiati appartengano al
settore disciplinare oggetto del bando. Ciascun commissario puo’, ove
possibile,  partecipare,  per  ogni  fascia  e  settore,  ad una sola
commissione per ciascuna sessione.
  5.  In  attesa  del  riordino  delle  procedure di reclutamento dei
ricercatori  universitari  e  comunque  fino  al 31 dicembre 2009, le
commissioni  per  la  valutazione  comparativa  dei  candidati di cui
all’articolo 2  della  legge 3 luglio 1998, n. 210, e all’articolo 1,
comma 14,  della  legge  4 novembre 2005, n. 230, sono composte da un
professore  ordinario  o  da  un  professore associato nominato dalla
facolta’  che  ha  richiesto  il  bando  e da due professori ordinari
sorteggiati  in  una  lista  di  commissari  eletti  tra i professori
ordinari  appartenenti  al settore disciplinare oggetto del bando, in
numero  triplo  rispetto  al  numero  dei commissari complessivamente
necessari  nella  sessione.  L’elettorato  attivo  e’  costituito dai
professori  ordinari  e  straordinari appartenenti al settore oggetto
del bando. Sono esclusi dal sorteggio relativo a ciascuna commissione
i  professori  che  appartengono  all’universita’ che ha richiesto il
bando. Il sorteggio e’ effettuato in modo da assicurare ove possibile
che  almeno  uno  dei  commissari  sorteggiati  appartenga al settore
disciplinare oggetto del bando. Si applicano in quanto compatibili le
disposizioni di cui al comma 4.
  6.  In relazione a quanto disposto dai commi 4 e 5, le modalita’ di
svolgimento   delle   elezioni,   ivi   comprese  ove  necessario  le
suppletive,  e  del sorteggio sono stabilite con apposito decreto del
Ministro  dell’istruzione,  dell’universita’  e  della ricerca avente
natura  non  regolamentare  da adottare entro 30 giorni dalla data di
entrata  in  vigore  del  presente  decreto.  Si  applicano in quanto
compatibili con il presente decreto le disposizioni di cui al decreto
del Presidente della Repubblica 23 marzo 2000, n. 117.
  7.  Nelle  procedure di valutazione comparativa per il reclutamento
dei  ricercatori  bandite  successivamente  alla  data  di entrata in
vigore del presente decreto, la valutazione comparativa e’ effettuata
sulla  base  dei  titoli  e  delle  pubblicazioni  dei candidati, ivi
compresa  la  tesi  di dottorato, utilizzando parametri, riconosciuti
anche  in ambito internazionale, individuati con apposito decreto del
Ministro  dell’istruzione,  dell’universita’  e della ricerca, avente
natura  non  regolamentare, da adottare entro 30 giorni dalla data di
entrata   in  vigore  del  presente  decreto,  sentito  il  Consiglio
universitario nazionale.
  8.  Le disposizioni di cui al comma 5, si applicano, altresi’, alle
procedure  di  valutazione  comparativa  indette  prima della data di
entrata  in  vigore  del  presente  decreto, per le quali non si sono
ancora  svolte,  alla medesima data, le votazioni per la costituzione
delle  commissioni.  Fermo restando quanto disposto al primo periodo,
le  eventuali  disposizioni dei bandi gia’ emanati, incompatibili con
il  presente  decreto, si intendono prive di effetto. Sono, altresi’,
privi  di effetto le procedure gia’ avviate per la costituzione delle
commissioni  di  cui  ai commi 4 e 5 e gli atti adottati non conformi
alle disposizioni del presente decreto.
  9.   All’articolo 74,   comma 1,   lettera c),   del  decreto-legge
25 giugno  2008,  n.  112, convertito, con modificazioni, dalla legge
6 agosto  2008,  n. 133, dopo le parole: «personale non dirigenziale»
sono  inserite  le seguenti: «, ad esclusione di quelle degli enti di
ricerca,».

Art. 2.
          Misure per la qualita’ del sistema universitario

  1.  A  decorrere  dall’anno 2009, al fine di promuovere e sostenere
l’incremento  qualitativo delle attivita’ delle universita’ statali e
di migliorare l’efficacia e l’efficienza nell’utilizzo delle risorse,
una  quota  non  inferiore  al 7 per cento del fondo di finanziamento
ordinario di cui all’articolo 5 della legge 24 dicembre 1993, n. 537,
e   successive  modificazioni,  e  del  fondo  straordinario  di  cui
all’articolo 2,  comma 428, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, con
progressivi  incrementi negli anni successivi, e’ ripartita prendendo
in considerazione:
    a) la  qualita’ dell’offerta formativa e i risultati dei processi
formativi;
    b) la qualita’ della ricerca scientifica;
    c) la qualita’, l’efficacia e l’efficienza delle sedi didattiche.
  2.  Le  modalita’  di  ripartizione delle risorse di cui al comma 1
sono    definite    con   decreto   del   Ministro   dell’istruzione,
dell’universita’ e della ricerca, avente natura non regolamentare, da
adottarsi, in prima attuazione, entro il 31 dicembre 2008, sentiti il
Comitato  di indirizzo per la valutazione della ricerca e il Comitato
nazionale per la valutazione del sistema universitario.

Art. 3.
Disposizioni  per  il  diritto allo studio universitario dei capaci e
                           dei meritevoli

  1.  Al  fine  di  favorire  la  mobilita’ degli studenti garantendo
l’esercizio  del  diritto  allo studio, il fondo per il finanziamento
dei  progetti  volti  alla realizzazione degli alloggi e residenze di
cui  alla  legge 14 novembre 2000, n. 338, e’ integrato di 65 milioni
di euro per l’anno 2009.
  2.  Al  fine  di  garantire  la  concessione agli studenti capaci e
meritevoli  delle borse di studio, il fondo di intervento integrativo
di  cui  all’articolo 16  della  legge  2 dicembre  1991,  n. 390, e’
incrementato per l’anno 2009 di un importo di 135 milioni di euro.
  3.  Agli  interventi  di  cui  ai  commi 1  e 2 si fa fronte con le
risorse  del fondo per le aree sottoutilizzate di cui all’articolo 61
della  legge  27 dicembre  2002, n. 289, relative alla programmazione
per  il  periodo  2007-2013, che, a tale scopo, sono prioritariamente
assegnate  dal  CIPE al Ministero dell’istruzione, dell’universita’ e
della  ricerca  nell’ambito  del programma di competenza dello stesso
Ministero.

Art. 4.
                   Norma di copertura finanziaria

  1. Agli oneri derivanti dall’articolo 1, comma 3, pari a 24 milioni
di  euro  per  l’anno 2009, a 71 milioni di euro per l’anno 2010, e a
141  milioni di euro a decorrere dall’anno 2011, si provvede mediante
corrispondente  riduzione  lineare  delle dotazioni finanziarie delle
missioni  di  spesa  di  ciascun  Ministero  per gli importi indicati
nell’elenco  1 allegato al presente decreto. Dalle predette riduzioni
sono   escluse  le  spese  indicate  nell’articolo 60,  comma 2,  del
decreto-legge  25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni,
dalla   legge   6 agosto   2008,  n.  133,  nonche’  quelle  connesse
all’istruzione ed all’universita’.
 
Art. 5.
                          Entrata in vigore

  1.  Il  presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua
pubblicazione  nella  Gazzetta  Ufficiale della Repubblica italiana e
sara’ presentato alle Camere per la conversione in legge.
  Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara’ inserito
nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica
italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo
osservare.

 



=== Invitiamo a leggere l’intervento di Marco Bascetta “L’ideologia
tardo-liberista della riforma”, sul Manifesto del 14 novembre 2008,
riguardante le attuali ‘riforme’ di Scuola e Universita’, “perfettamente in
linea con le riforme di destra e di sinistra degli ultimi decenni”. Per
leggere l’intervento cliccare:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/08-11/081114/JVDO9.tif

=== Riportiamo il testo di una dichiarazione di Ferdinando di Orio,
rettore dell’Universita’ dell’Aquila, sul recente Decreto-Legge:

“PERCHE’ CONDIVIDO LE RAGIONI DELLO SCIOPERO IN DIFESA DELL’UNIVERSITA’
PUBBLICA

Ferdinando di Orio
Rettore dell’Universita’ degli Studi dell’Aquila

Il Decreto Legge 10 novembre 2008 n. 180, recante “Disposizioni urgenti per
il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualita’ del
sistema universitario e della ricerca”, sembra aver avuto l’effetto di
rompere il fronte sindacale che aveva unitariamente proclamato una giornata
di sciopero di tutto il personale dell’Universita’ italiana per il 14
novembre.
La decisione di alcuni sindacati di revocare la loro adesione a tale
giornata di sciopero non sembra tuttavia giustificata alla luce dei
contenuti del recente decreto governativo, che ha avuto solo l’effetto –
come giustamente e’ stato rappresentato dai mass-media – di “rendere meno
dolorosi i tagli ai finanziamenti” al sistema universitario.
L’impostazione generale dell’azione governativa rimane, infatti, inalterata
nel corrispondere alla sua finalita’ piu’ pericolosa e preoccupante: la
privatizzazione dell’Universita’.
La Legge 133, che prevede infatti la possibilita’ di trasformazione degli
Atenei in fondazioni private, e’ rimasta inalterata, come anche i tagli ai
finanziamenti sono sostanzialmente rimasti invariati.
A cio’ si aggiunga il fatto che il nuovo Decreto Legge prevede una
discriminazione tra Atenei, alcuni dei quali non potranno procedere
all’assunzione di personale e, anche per gli Atenei che potranno farlo,
sono previste pesanti limitazioni nelle possibilita’ di turn-over del
personale.
Il nuovo Decreto Legge introduce peraltro modifiche sostanziali ai concorsi
universitari, senza alcun coinvolgimento del mondo dell’Universita’ su un
tema così delicato, con modalita’ che sembrano avere solo l’effetto di
aumentare ulteriormente il deprecabile fenomeno del precariato.
Anche le “misure per la qualita’ del sistema universitario” non entrano in
realta’ nel merito della questione, ma si limitano a condizionare una quota
di finanziamenti ad una non meglio specificata valutazione di qualità dei
processi formativi.
Infine, il previsto aumento del finanziamento per il diritto allo studio,
non affronta il vero problema della revisione profonda della sua
organizzazione e rischia di non avere alcun effetto sulle concrete
possibilita’ di accedere alla formazione per gli studenti “capaci e
meritevoli”, in presenza di una generalizzata compromissione della
funzionalita’ del sistema universitario pubblico causata dai tagli ai
finanziamenti.
Chiunque abbia a cuore il futuro dell’Universita’ pubblica non puo’ dunque
pensare di barattarlo per una generica disponibilita’ al dialogo dichiarata
dal Governo, che tuttavia non affronta i veri nodi della questione e che
non rimette in discussione la sua azione politica sull’Universita’ e
l’impianto della legge 133.
Pertanto rimangono valide le ragioni dello sciopero, che condivido
pienamente, e bene ha fatto la CGIL a continuare su una linea di ferma
opposizione ad una politica governativa che rischia di compromettere
definitivamente il futuro del Universita’ pubblica.
Il Governo ritiri la legge 133 e apra un confronto vero e costruttivo con
tutto il mondo dell’Universita’ sulla qualita’, l’efficacia e l’efficienza
di tutto il sistema formativo nazionale.”

 



ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

I CONCORSI DEL DL 180 RICHIESTO DA GIAVAZZI

Francesco Giavazzi e’ un professore di economia, insegna alla Bocconi,
‘dispone’ dell’accesso alla prima pagina del Corriere della Sera e quindi
e’ uno degli “opinionisti piu’ autorevoli e interessanti che meritano
attenzione”, come l’hanno definito “Mariapia Garavaglia, Ministro
dell’Universita’ del governo ombra” e “Luciano Modica, responsabile
nazionale Universita’ del Pd” sul Corriere del 5 novembre 2008 (nota 1).
I due esponenti del PD avevano ‘colto’ che a livello governativo si stava
preparando un Decreto-Legge, cosi’ come richiesto dallo stesso Giavazzi
che, sulla prima pagina del Corriere della Sera del 3 novembre 2008 (nota
2), aveva ‘prescritto’ al Governo i “Tre segnali da dare in una settimana”,
dettando i contenuti del Decreto-Legge.
Garavaglia e Modica hanno tentato di far capire a Francesco Giavazzi che
“modificare frettolosamente i bandi di concorso gia’ emanati dai rettori
secondo la legge vigente, e con i termini scaduti, per recepire nuove
regole di formazione delle commissioni farebbe correre il rischio di un
enorme contenzioso difficile da dirimere”.
Ma non c’e’ stato nulla da fare. Giavazzi aveva gia’ deciso che occorreva
comunque “un segnale di discontinuita’ forte”, “ora, non dopo la tornata di
concorsi che stanno per essere espletati. Centinaia di baroni universitari
hanno accuratamente organizzato i voti, hanno usato la perversione delle
doppie idoneita’ (due vincitori per un posto) per costruire solide
maggioranze, insomma hanno truccato i concorsi” (Corriere della Sera del 5
novembre 2008, nota 3).
Insomma, per Giavazzi si trattava di un’emergenza e pertanto occorreva,
immediatamente e ad ogni costo, impedire lo svolgimento dei “concorsi
finti” (cosi’ li ha definiti) gia’ banditi.

Francesco Giavazzi ha pienamente ragione: i concorsi a ordinario, ad
associato e a ricercatore sono finti.
Peccato che Giavazzi se ne sia accorto solo ora, cioe’ DOPO che i finti
concorsi a ricercatore si sono svolti, sempre con le stesse regole, dal
1980 (da quasi trent’anni!) e quelli a ordinario e ad associato dal 1997
(da oltre dieci anni!).
Peccato che Giavazzi non abbia mai potuto leggere sulla prima pagina del
‘suo’ Corriere quanto da SEMPRE denuncia l’ANDU e che solo ora (perche’
solo ora? Che e’ successo di nuovo?) egli scopra, come emergenza su cui
intervenire addirittura con un Decreto-Legge, una realta’ che chiunque,
anche senza l’aiuto dell’ANDU, ha potuto osservare in tanti anni.

In particolare, ci si chiede: come mai il professore Giavazzi, PRIMA
dell’approvazione della legge Berlinguer sui finti concorsi a ordinario e
ad associato, non si sia contrapposto alla ‘propaganda’ a favore di quella
legge condotta da tanti suoi ‘prestigiosi’ colleghi. Perche’ non si e’
unito all’ANDU, che a quella legge allora si e’ opposta da sola?

Puo’ essere utile a Francesco Giavazzi, e comunque al resto del mondo
universitario, leggere qui una sintesi della propaganda di allora (1996) a
sostegno dei concorsi locali, ora universalmente definiti “finti” e
riconosciuti come strumento di localismo, nepotismo, familismo, ecc.
Una propaganda che ora si ripete, con contenuti apparentemente diversi, ma
con lo stesso strumento della ‘guerra mediatica’, ancora una volta per
cambiare tutto per non cambiare nulla o, addirittura, per peggiorare tutto.

SINTESI della propaganda mediatica nel 1996 a favore della Legge Berlinguer
che ha introdotto i “concorsi finti” a ordinario e ad associato:
– Giorgio De Rienzo sul Corriere della Sera del 6.7.96 scriveva che con le
nuove norme della legge Berlinguer “i nuovi concorsi dovrebbero sfuggire
alle vecchie logiche mafiose. Infatti sara’ piu’ difficile per i membri
della commissione stabilire accordi truffaldini, poiche’ si troveranno a
decidere su un solo posto, per un singolo ateneo, e non piu’ posti a
livello nazionale.”
– Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 22.7.96 affermava che solo
“con l’autonomia e la liberta’ di competizione” si puo’ contrastare il
provincialismo”.
– Umberto Eco su Repubblica del 23.7.96 sosteneva che la legge Berlinguer
“cerca di far funzionare l’universita’ come i giornali o un’altra azienda
produttiva. Gli atenei diventano responsabili della scelta del professore
di cui hanno bisogno. Ma allora avverrebbe quel che avviene per i giornali:
alcuni fanno ottime scelte, vendono bene e sono considerati autorevoli,
altri fatti male, e tirano a campare. O chiudono”. Se non passa senza
sostanziali modifiche la legge Berlinguer “addio Europa”, concludeva.
– Aldo Schiavone su Repubblica del 24.7.96 asseriva che e’ “importante non
perdere tempo in discussioni improduttive impancate solo per vanificare
tutto”. Berlinguer, per “vincere una partita difficile”, “la conduca con
freddezza e duttilita’ – come sa del resto fare”. “Vada per la sua strada,
con fermezza e alla luce del sole.”
– Marcello Pera sul Corriere del 25.7.96: “Finalmente abbiamo un bel
ministro di destra – ha esordito il senatore berlusconiano -. Proprio
quello che ci voleva! Se ha bisogno di aiuto, eccomi qua”. “L’essenziale e’
resistere alle pressioni del partito trasversale che si oppone al
rinnovamento. E’ una lobby potentissima: associati, ricercatori, sindacati
dell’universita’” (in realta’, purtroppo, era solo l’ANDU, ndr)
Tra coloro che costituivano (e continuano a costituire) ‘l’opinione
pubblica’ sulle questioni universitarie, solo Nicola Tranfaglia riconobbe
che “il decentramento cosi’ realizzato rischia di accentuare gli aspetti di
clientelismo e di localismo gia’ forti nelle nostre universita’.” (da
Repubblica del 25.7.96).

Naturalmente l”opinione pubblica’ allora vinse – come sempre – e la Legge
Berlinguer fu approvata, nonostante le argomentazioni-previsioni dell’ANDU
dettate da semplice buon senso.
Infatti, il 27 giugno 1998, PRIMA dell’approvazione della legge
Berlinguer, l’ANDU aveva scritto:
“Con questa legge i concorsi locali ad ordinario e ad associato
risulteranno una FINZIONE come da sempre lo sono quelli a ricercatore.
Localismo, nepotismo e clientelismo (insistiamo, parole usate dieci anni
fa!, ndr), gia’ ampiamente esercitati nei concorsi per l’ingresso nella
docenza, saranno praticati anche nell’avanzamento nella carriera, in misura
di gran lunga superiore a quanto sperimentato con gli attuali meccanismi
concorsuali” (“Universita’ Democratica”, n. 162-163, p. 5).
  E nel dicembre 1998 l’ANDU ha aggiunto: “ora anche la carriera deve
essere decisa attraverso una cooptazione personale da parte di quelli che
una volta si chiamavano baroni ed e’ ad essi che bisognera’ affidarsi, con
adeguati comportamenti anche umani, per vincere concorsi che sono
considerati, non a torto, una mera perdita di tempo, un fastidioso ritardo
all’attuazione di una scelta gia’ operata.” (“Universita’ Democratica”, n.
168-169, p. 7).

Pensiamo sia utile analizzare nel merito il punto delle ‘nuove’ modalita’
concorsuali contenuto nel Decreto-Legge.
Ribadito che non si puo’ intervenire con un provvedimento d’urgenza su una
‘urgenza’ vecchia di decenni (e quindi mancano i requisiti d’urgenza
previsti dalla Costituzione), ma scoperta solo ora da Francesco Giavazzi, e
che ancor meno si possono cambiare le regole di concorsi gia’ banditi, con
domande gia’ presentate e con una parte delle commissioni gia’ costituite
(i membri interni), si deve purtroppo constatare che quanto previsto dal
Decreto-Legge 180 e’, ancora una volta, un pasticcio.
L’ANDU da decenni, nell’ambito di una riforma generale dello stato
giuridico dei docenti, chiede che per i concorsi per il reclutamento si
costituisca, per ogni settore, un’unica commissione nazionale, composta da
ordinari tutti direttamente sorteggiati, senza la presenza di professori
delle sedi che hanno bandito i posti e senza la presenza di piu’ di un
professore della stessa sede. Analoga commissione dovrebbe essere prevista
per il passaggio da una fascia all’altra sulla base di giudizi di idoneita’
individuali (senza comparazione). Tali commissioni dovrebbero DECIDERE i
vincitori dei concorsi e le idoneita’.
Questa e’ una proposta ORGANICA che, se approvata, darebbe un durissimo
colpo al localismo degli attuali finti concorsi. Va sottolineato che tali
nuove regole, nel caso dei concorsi a ricercatore, sarebbero introdotte PER
LA PRIMA VOLTA. Ed e’ soprattutto ‘bonificando’ i concorsi a ricercatore
(la fascia di reclutamento in ruolo) che si puo’ veramente impedire la
cooptazione personale al momento dell’ingresso e, poi, nelle successive
promozioni ad associato e a ordinario.
Invece, per intervenire subito e a ogni costo, si sta facendo il solito
pasticcio. Infatti, le norme attualmente contenute nel Decreto-Legge non
eliminano il localismo concorsuale e rendono ‘complesso’ e in alcuni casi
ingestibile il completamento delle commissioni. Il sorteggio previsto,
infatti, riguarda solo una parte delle commissioni, quella attualmente
elettiva, e per giunta esso e’ preceduto da una votazione di una rosa che
in molti casi superera’ il numero dei professori ordinari del settore.
E tutto questo per incidere in maniera molto relativa sull’esito
‘preventivato’ dei concorsi banditi. Infatti rimane nelle commissioni (che
continuano ad essere separate, una per ogni singolo concorso) il membro
locale. Inoltre, e soprattutto, per i concorsi a ordinario e ad associato,
la sede ‘bandente’ rimane assolutamente libera di non assumere NESSUNO dei
due idonei nel caso la maggioranza della commissione dovesse fare lo
‘scherzo’ di non idoneare colui per il quale il posto e’ stato bandito. Si
osservi che, ‘naturalmente’, non viene modificata in alcun modo la
distinzione in tre ruoli separati delle attuali tre fasce e rimane anche la
follia giuridica che fa ripetere per tre volte lo straordinariato a chi
‘attraversa’ le tre fasce della docenza.
Questo pasticcio vuole essere un modello ‘a regime’ e non un intervento
‘transitorio’, come rivela il fatto che esso e’ previsto anche per i posti
a ricercatore ancora non banditi, per i quali si potrebbe piu’
‘liberamente’ decidere di cambiare le regole nella direzione indicata
dall’ANDU, l’unica che puo’ veramente farla finita con il nepotismo e con
tutti i fenomeni ad esso ‘annessi’.

Comunque il provvedimento ‘sollecitato’ da Giavazzi e’ ‘solo’ un
Decreto-Legge che, in quanto tale, puo’ essere modificato dal Parlamento in
sede di conversione in legge.
Ci ‘aspettiamo’ che il Parlamento non ‘ubbidisca’ ai ‘desideri’ di un
professore-opinionista e prenda atto che qualsiasi intervento sulle
modalita’ concorsuali puo’ riguardare solo i concorsi ancora da bandire (e
non quelli in via di espletamento), che deve comunque essere un intervento
complessivo all’interno della riforma dello stato giuridico e che deve
essere fatto attraverso lo strumento del disegno di legge e non con quello
‘autoritario’ del Decreto-Legge, strumento che, assieme alle Finanziarie e
ai voti di fiducia, e’ stato ripetutamente usato da tutti i Governi degli
ultimi decenni, sempre per aggredire l’Universita’ statale.

Ma il Decreto-Legge n. 180, in sede di conversione in legge, una volta
ripulito dalle norme ‘improprie’, potrebbe financo diventare utile
all’Universita’ e al Paese se esso diventasse il ‘contenitore’ di norme
inserite per accogliere le richieste dello straordinario movimento di
protesta che vuole l’abrogazione della Legge 133 (tagli, turn over,
fondazioni, ‘regali’ all’IIT).
Siamo infatti ‘sicuri’ che tutto il Parlamento, maggioranza e opposizioni,
riconoscera’ che di piu’ “meritano attenzione” le non meno “autorevoli e
interessanti” (per usare gli stessi termini che Garavaglia e Modica hanno
usato per Giavazzi) richieste avanzate da centinaia di migliaia di
universitari, piuttosto che quelle di una sola persona, anche se e’
professore di economia alla Bocconi e se puo’ scrivere sulla prima pagina
del Corriere.
Se questo dovesse avvenire, sarebbe la prima volta che in Italia, per le
questioni universitarie, a prevalere sarebbero gli interessi generali
dell’Universita’ e del Paese, piuttosto che quelli della solita lobby
trasversale accademico-confindustriale.

ISTIGAZIONE ALLA PRECARIZZAZIONE. Denunciamo che quanto previsto dal comma
3 dell’art. 1 del Decreto-Legge 180 (“Ciascuna universita’ destina tale
somma per una quota non inferiore al 60% all’assunzione di ricercatori a
tempo DETERMINATO e indeterminato”) equivale ad aumentare a dismisura il
precariato e a ridurre i posti in ruolo. Infatti le baronie avranno
interesse a preferire ai ricercatori in ruolo quelli ‘a scadenza’ perche’
piu’ ‘subalterni’ e meno pagati, la cui spesa peraltro non deve essere
‘contabilizzata’ nel famigerato 90%.

16 novembre 2008

– Nota 1. Per leggere l’intervento di Mariapia Garavaglia e Luciano Modica
“Concorsi, si’ a nuove regole. Bene i segnali del governo”, sul Corriere
della Sera del 5.11.08, cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/11/05SIP3004.PDF
– Nota 2. Per leggere l’intervento di Francesco Giavazzi “Tre segnali da
dare in una settimana”, sul Corriere della sera 3.11.08, cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/11/03SIP1319.PDF
– Nota 3. Per leggere la risposta di Francesco Giavazzi “Ma il Pd ora si
impegni per favorire un rinvio”, sul Corriere della sera del 5.11.08,
cliccare:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2008/11/05SIP3005.PDF
 


ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

= 1. DL 180 AL SENATO
= 2. IL MOVIMENTO SU RICERCA, FORMAZIONE E LAVORO
= 3. Il ‘MINISTRO’ GIAVAZZI ORA VUOLE ABOLIRE I CONCORSI

= 1.  DL 180 AL SENATO

Il 18 novembre 2008 si e’ svolta l’audizione sul Decreto-Legge 180/2008
presso la Commissione Istruzione del Senato.
ADI, ANDU, APU, CISL-Universita’, FLC-Cgil, CNRU e UILPA-UR si sono
presentati insieme all’audizione (v. nota 1) e hanno consegnato il
documento unitario “Un programma per l’Universita’” (nota 2).
E’ stato presentato anche il documento che segue relativo al DL 180.
Alla fine dell’Audizione da parte dei Componenti della Commissione c’e’
stato un solo intervento, quello della senatrice Mariapia Garavaglia,
ministro dell’Universita’ del governo ombra del PD. L’UNICA cosa che la
Senatrice ha detto, dopo le articolate richieste unitarie riguardanti le
sorti dell’Universita’ e i numerosi interventi succedutisi, e’ stata: “Come
mai nessuno ha posto la questione della doppia idoneita’?”. Il Ministro
ombra del PD sembra non condividere la richiesta unitaria di NON operare
alcun intervento sulle regole dei concorsi gia’ banditi, cambiando opinione
rispetto a quanto, assieme a Luciano Modica, responsabile nazionale
Universita’ del PD, aveva scritto al ‘ministro’ Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera del 5 novembre 2008: “modificare frettolosamente i
bandi di concorso gia’ emanati dai rettori secondo la legge vigente, e con
i termini scaduti, per recepire nuove regole di formazione delle
commissioni farebbe correre il rischio di un enorme contenzioso difficile
da dirimere”.
Subito dopo l’audizione, nella Commissione Istruzione e’ iniziata la
discussione sul DL 180. Per il resoconto della seduta cliccare:
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=16&id=320281

= Documento unitario letto e consegnato alla Commissione Istruzione del
Senato:
“Osservazioni sul decreto 180
Non difendiamo lo status quo.
Difendiamo il ruolo dell’Universita’, ruolo di promozione sociale della
cultura e dell’innovazione e ci basiamo su tre valori fondanti:
. la natura pubblica del sistema universitario e, quindi, riteniamo
inaccettabile la trasformazione di queste in fondazioni di diritto privato;
. il ruolo sociale del sistema universitario;
. la natura cooperativa e partecipata del sistema universitario.
Chiediamo che vengano eliminati i tagli ai finanziamenti previsti dalla
133. Il testo del nuovo decreto, così come e’ scritto, rischia addirittura
di aumentare tali tagli perche’ non ci sono i tempi per potere distribuire
il 7% legato alla valutazione.
Ma cio’ che e’ fondamentale e’ aumentare i finanziamenti di quanto e’
necessario per il funzionamento basale dei singoli atenei. Gli sprechi
vanno ridotti,  ma non uccidendo le universita’ e chi ci lavora e ci
studia. A tale finanziamento si deve aggiungere quello dipendente dalla
valutazione.
Chiediamo l’eliminazione del blocco del turnover per tutte le universita’
e  per tutto il personale, compreso quello tecnico e amministrativo.
Con i tagli previsti dalla 133 moltissime universita’ andranno ben presto
oltre il 90% col rischio di non potere svolgere neppure i concorsi per
ricercatori previsti dal reclutamento straordinario e per il quale i fondi
sono gia’ stanziati.
Chiediamo che le risorse derivanti dallo sblocco del turnover siano
utilizzate solo per personale di ruolo.
Chiediamo che non si intervenga sui concorsi gia’ banditi e non si
impedisca il loro svolgimento.
Chiediamo che siano banditi in tempi rapidi concorsi per ricercatori di
ruolo, sia quelli previsti dal reclutamento straordinario, sia un numero
ulteriore consistente per far funzionare la didattica e la ricerca degli
atenei, tenendo conto dell’altissimo numero di personale precario gia’
formato che opera nelle universita’.
Prendiamo atto dell’aumento dei fondi per gli studenti, ma tale aumento
non e’ assolutamente sufficiente sia perche’ non tiene conto dei tagli
operati ai fondi delle regioni, sia perche’ sicuramente per la parte di
alloggi e residenze la somma destinata e’ troppo esigua, sia perche’ si
tratta di un intervento solo per il 2009.”

= 2.  IL MOVIMENTO SU RICERCA, FORMAZIONE E LAVORO

Invitiamo tutti a leggere attentamente le interessanti posizioni e
richieste del movimento universitario, elaborate e approvate nell’Assemblea
nazionale del 15-16 novembre 2008, per quanto riguarda ricerca,
valutazione, precariato, dottorato, reclutamento e docenza. Per leggere il
documento “Ricerca, Formazione e Lavoro” cliccare:
http://ateneinrivolta.org/files/DOCUMENTO_WS_RICERCA.pdf

= 3. Il ‘MINISTRO’ GIAVAZZI ORA VUOLE ABOLIRE I CONCORSI

Francesco Giavazzi, professore di economia alla Bocconi con diritto di
‘accesso’ alla prima pagina del Corriere della Sera, come tutti sanno, ha
‘preteso’ e ottenuto il Decreto-Legge 180 che modifica le regole dei
concorsi gia’ banditi.
Ieri Francesco Giavazzi e’ ritornato sull’argomento nel sito
www.lavoce.info (nota 3). Nel suo nuovo intervento Giavazzi, tra l’altro,
scrive:
“Le modifiche introdotte dal Dl 180 vanno prese per quello che sono: un
tentativo, strettamente una tantum, di sparigliare giochi gia’ fatti prima
ancora che i posti venissero deliberati dalle facolta’ e i candidati
facessero domanda. Certo, sarebbe stato meglio, e anche piu’ equo, riaprire
i bandi, permettere ad altri candidati di partecipare, eliminare
l’ignominia delle doppie idoneita’ (v. l’intervento della senatrice
Garavaglia su riportato, ndr). In un paese in cui l’ultima parola l’hanno i
Tar e’ molto probabile che si sarebbe creato un contenzioso infinito.” E
conclude: “Bene: io penso che con questo Dl abbiamo fatto passi da gigante
verso la FINE DEI CONCORSI (la sottolineatura e’ nel testo, ndr), anche
grazie alla pioggia di critiche che lo ha accompagnato.”

Siamo ancora in attesa di sapere da Giavazzi perche’ SOLO ORA, dopo
trent’anni di concorsi a ricercatore e dopo dieci anni di concorsi a
ordinario e ad associato, vuole ad ogni costo “sparigliare giochi gia’
fatti”. Ritorniamo a chiedergli: cosa e’ (o gli e’) successo ora di nuovo?
Naturalmente ognuno e’ libero di esprimersi, anche ‘a ruota libera’, su
tutto, compresi i concorsi universitari. Quello che non e’ accettabile e’
che le opinioni ‘bizzarre’ di una sola persona, anche se insegna economia
alla Bocconi e puo’ ‘accedere’ alla prima pagina del Corriere, siano
tradotte in Legge, anzi in Decreto-Legge, e probabilmente anche in
modifiche del provvedimento. E tutto questo mentre Governi e Parlamenti non
hanno mai preso in alcuna considerazione le richieste, sensate e utili
all’interesse generale dell’Universita’ e del Paese, avanzate dalle
rappresentanze di tutte le componenti (docenti, precari,
tecno-amministrativi, studenti) e dai movimenti universitari.

19 novembre 2008

– Nota 1. “Al Presidente della Commissione Istruzione del Senato e, p.c.,
agli altri Componenti della Commissione
Egregio Presidente,
premesso che apprezziamo molto la sensibilita’ da Lei mostrata nel
prevedere ‘in tempo reale’ un’audizione presso la Sua Commissione sui
contenuti dell’importante Decreto-Legge n. 180, Le chiediamo che le
sottoscritte Organizzazioni e Associazioni universitarie, convocate per
domani, siano ascoltate insieme, tenendo anche conto che insieme hanno
recentemente elaborato “Un programma per l’Universita’”, che qui sotto
alleghiamo.
Facciamo anche presente che ADI, ADU e APU, che hanno sottoscritto lo
stesso “Programma”, vorrebbero essere ascoltati insieme a noi.
Sicuri della Sua disponibilita’, Le inviamo i piu’ distinti saluti.
ANDU, CISL-Universita’, FLC-Cgil, CNRU, UILPA-UR”

– Nota. 2. Per leggere il “Programma per l’Universita’” cliccare:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article20914.html

– Nota 3. Per leggere l’intervento di Francesco Giavazzi “L’inizio della
fine dei concorsi” su Lavoce.info, cliccare:
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000758.html


Nel riportare il testo dell’intervento di Alberto Burgio “L’universita’
che piace a destra e Pd”, su Aprileonline del 19 novembre 2008, ricordiamo
l’ultimo documento dell’ANDU sulla questione delle Fondazioni:
“Fondazioni. NO del movimento, SI’ di AN e PD” del 5.11.08. Per leggere il
documento cliccare:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article21134.html

Piu’ in generale, sulle posizioni del PD sull’Universita’ invitiamo a
leggere il documento dell’ANDU “Governance. La controriforma del PD e la
proposta dell’ANDU”, del 4.11.08. Cliccare:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article21114.html

====

In Commissione Istruzione del Senato si sta svolgendo la discussione
sul DL 180. I ‘poveri’ Senatori stanno cercando di prendere sul serio un
provvedimento urgente ‘dettato’ dalla ‘misteriosa urgenza’ del prof.
Francesco Giavazzi, un provvedimento improvvisato e pasticciato che invece
andrebbe semplicemente rispedito al mittente.
Per il resoconto della seduta del 18.11.08 cliccare:
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=16&id=3
20281
Per il resoconto della seduta del 19.11.08 cliccare:
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=16&id=3
20952

================

su Aprileonline:

“L’universita’ che piace a destra e Pd
 Alberto Burgio*, 19 novembre 2008

L’intervento  –   La destra propone un piano di ristrutturazione
universitaria che in verita’ trova sostegno anche da parte dei democratici.
E’ dal 2004 che esponenti dei Ds (da Rossi a Toniolo) si dimostrano
interessati al modello americano degli atenei-fondazioni, tanto da aver
depositato anche proposte di legge che vanno in questa direzione della
privatizzazione accademica


Non e’ davvero complicato capire perche’ il ministro Gelmini continui a
rivolgere inviti alla collaborazione all’omologo ministro-ombra del Pd
Maria Pia Garavaglia. Con il passare dei giorni diventa sempre piu’
evidente che una questione centrale nel disegno governativo di distruzione
dell’universita’ pubblica e’ la trasformazione degli atenei statali in
fondazioni private, resa possibile dall’art. 16 delle legge 133.
Il fatto e’ che proprio su questa materia la destra sa bene che la
cosiddetta opposizione (almeno per quanto riguarda il Pd) e’ totalmente
d’accordo con il governo. La collaborazione auspicata dal ministro Gelmini
e’ quindi a costo-zero, anzi servira’ a facilitare e ad accelerare il
disastro.
La cosa era gia’ ben nota a chi si interessa di universita’. E’ almeno dal
2004 che i Ds si agitano per promuovere il modello americano delle
universita’-fondazioni, strumentalizzando la questione del merito: una
questione seria, che andrebbe affrontata garantendo parita’ nelle posizioni
di partenza e obiettivita’ delle valutazioni, e non imboccando scorciatoie
“mercatiste”, basate sulla generalizzazione del modello economico
dell’efficienza. Gianni Toniolo e Nicola Rossi hanno scritto innumerevoli
articoli e animato convegni al riguardo. Rossi e’ autore di una proposta di
legge (depositata nel febbraio 2006) in tutto e per tutto identica a quanto
oggi disposto dal governo. In due parole, l’idea e’ trasformare le
universita’ oggi pubbliche in soggetti di diritto privato (in proprieta’
private), liberandole di tutti i vincoli oggi esistenti.
Le universita’ private debbono potere imporre tasse senza alcun limite
(oggi il gettito proveniente dalle tasse studentesche non puo’ superare il
20% del fondo di finanziamento di ciascuna universita’), gestire in modo
discrezionale i rapporti di lavoro con il personale docente e non-docente
(di fatto precarizzato) e governare didattica e ricerca secondo criteri
aziendali, cioe’ pretendendo che siano redditizie in termini economici.
In cambio (di questo regalo) i privati riceveranno in dote la proprieta’
dei beni immobili gia’ in uso alle universita’ trasformate in fondazioni.
E, per non farsi mancare nulla, incamereranno questo enorme patrimonio
pubblico senza pagare nemmeno un euro di imposte e tasse sul suo
trasferimento.
Qualche giorno fa l’on. Garavaglia ha voluto chiarire che la proposta di
Rossi non e’ un’opinione personale, ma riflette la posizione del Partito
democratico. Ha rilasciato un’intervista ad Aprile online che merita di
essere letta con attenzione. Sostiene in sostanza, il ministro-ombra, che
le fondazioni vanno bene, purche’ lo Stato continui a fornire loro
finanziamenti pubblici (cio’ che peraltro il comma 9 dell’art. 16 gia’ dice
chiaramente). Lamenta che la 133 non e’ abbastanza esplicita sul
reclutamento e la governance delle future fondazioni, ma afferma che non
c’e’ ragione di essere contrari poiche’ “la fondazione in quanto tale puo’
essere neutra come strumento giuridico”.
C’e’ il piccolo particolare che la legge puntualizza che le future
fondazioni “perseguono i propri scopi secondo le modalita’ consentite dalla
loro natura giuridica” (privatistica), “operano nel rispetto dei principi
di economicità della gestione” (servono a fare profitti) e potranno dotarsi
di regolamenti amministrativi “in deroga alle norme dell’ordinamento
contabile dello Stato e degli enti pubblici”. E’ davvero difficile non
capire che il governo ha in mente vere e proprie imprese private, dove
l’immediata redditivita’ economica sara’ l’unico fine gestionale, per il
cui perseguimento non vi saranno limiti giuridici di sorta. Altro che poco
espliciti!
La verita’ e’ che su questo impianto “modernizzatore” destra e Pd sono
pienamente d’accordo. Veltroni finge di chiedere la revoca dei
provvedimenti sull’universita’ contenuti nella 133, ma la sua e’ pura
propaganda. Del resto perche’ mai dovrebbe essere contrario alle fondazioni
proprio lui che continua a considerare gli Stati Uniti, culla delle
universita’ private, il modello sociale al quale ispirarsi?
Ma c’e’ dell’altro. Abbiamo detto privatizzazione. Va a braccetto con
questa linea di tendenza (anzi, ne e’ un corollario) la frammentazione del
sistema universitario. Si avranno universita’ di serie a e di serie b. Non
ci sara’ piu’ l’universita’ italiana, ma tante strutture separate l’una
dall’altra. E difatti l’abolizione del valore legale del titolo (per cui
essersi laureati non sara’ piu’ sufficiente per partecipare a un concorso,
ma occorrera’ avere ottenuto la laurea in determinate sedi universitarie)
e’ uno degli obiettivi dei “riformatori” in entrambi gli schieramenti
politici. Vista cosi’, la distruzione dell’universita’ pubblica si inscrive
in quel piu’ generale processo di frammentazione del Paese che e’ a sua
volta una tragedia a cui stiamo assistendo nell’indifferenza complice o
nella generale incomprensione.
Vanno in questa direzione lo smantellamento del modello contrattuale
incentrato sul contratto collettivo nazionale e, naturalmente, il
federalismo fiscale. E anche in questo caso la destra dilaga dove la
controparte ha aperto la diga: il processo di frammentazione del Paese
prende avvio con la regionalizzazione della sanita’ pubblica, con la
privatizzazione delle pubbliche amministrazioni, con la riforma del Titolo
V della Costituzione, con la riforma presidenzialistica delle Regioni:
tutte “innovazioni” introdotte dai governi di centrosinistra.
Non dovrebbe essere molto difficile capire che un Paese frammentato e’
senza difese, senza anticorpi contro l’iniziativa dei poteri sociali forti.
L’impresa potra’ giocare le aree povere contro le piu’ avanzate per
abbattere ulteriormente salari e tutele. E la spesa pubblica sociale sara’
ulteriormente ridotta e squilibrata ponendo in concorrenza le diverse zone
del Paese.
Questa e’ la vera partita oggi in corso, che dimostra come lo Stato non
sia soltanto il “comitato d’affari della borghesia” ma anche una struttura
di tutela dei diritti e uno strumento di lotta contro la prepotenza dei
privati. Per questo la destra vandalizza la Costituzione e privatizza a
piu’ non posso. Approfittando della complice inerzia di chi avrebbe il
compito di sbarrarle la strada.
*Rifondazione Comunista”


ANDU – Associazione Nazionale Docenti Universitari

FONDAZIONI PRIVATE? NO, DI STATO!

Riportiamo in calce un interessante intervento sulle Fondazioni inviatoci
da Antonio Pasini dell’Universita’ di Siena.
Pasini sostiene che le Fondazioni previste dalla Legge 133 non sarebbero
private ma di di fatto Stato, il quale sarebbe “nella condizione di poter
concedere i suoi favori a seconda delle convenienze dell’entourage di
governo o degli ambienti ad esso piu’ vicini.”.

La ‘previsione’ di Pasini e’ ‘simile’ a quella di Roberto Perotti che, a
proposito degli Atenei-Fondazione, ha scritto: “Succedera’ proprio come per
le fondazioni bancarie, sara’ opportunita’ di clientela per i notabili
locali”.

Sempre sulla questione delle Fondazioni segnaliamo un intervento di
Alberto Burgio “Perche’ le fondazioni sono un dramma per l’istruzione”, su
Liberazione del 21 novembre 2008. Per leggere l’intervento di Burgio cliccare:
http://rassegnastampa.crui.it/minirass/esr_p1.asp e cercare in “venerdi’ 21
novembre 2008″

== Ricordiamo che la campagna politica e mediatica sulle Fondazioni e
sull’uso ‘privatistico’ degli Atenei viene da lontano.

– Nel 2002. E’ interessante rileggere l’intervista a Giuseppe De Rita su
Repubblica del 7 giugno 2002 (nota 1). Nell’intervista, intitolata “Gli
atenei come aziende, il futuro e’ nelle fondazioni”, De Rita, tra l’altro,
sosteneva:
  “Il vero problema si risolvera’, e non oggi, quando le universita’
diventeranno fondazioni.” “I rettori del futuro dovranno diventare come
quelli americani.” “Negli atenei deve entrare la cultura del privato”. “Lo
Stato dovrebbe ancora trasferire gli immobili al patrimonio della singola
universita’, dicendo ‘ora gestite tutto voi’. Sono convinto che il
patrimonio sia la base essenziale dell’autonomia universitaria, con la
partecipazione di Comuni, Province e Regioni.”
E alla domanda “c’e’ il rischio di arrivare a universita’ di serie A e di
serie B?” De Rita rispondeva: “Ogni meccanismo competitivo aumenta le
distanze. Succede anche nel mondo delle imprese e in quello del calcio.
Bisogna accettarlo.”
Certo De Rita, nel lontano 2002, non poteva prevedere le future
‘impresopoli’ e ‘calciopoli’.

– Nel 2005. E’ interessante rileggere la scheda dei DS “Innovazione
nell’universita’ e con l’universita’” del dicembre 2005 (nota 2). I DS
proponevano:
1. di “affievolire il valore legale dei titoli”;
  2. che, “in prospettiva”, per il reclutamento “le regole selettive”
rientrino “nella sfera di autonomia del singolo ateneo”, che stabilira’
anche “le procedure di chiamata (o di non chiamata)”;
3. che, una volta garantito il diritto allo studio, si debba “rimuovere il
vincolo budgetario sull’entita’ complessiva delle tasse e contributi
universitari stabiliti da ciascuna universita’”;
4. di “delegificare completamente la strutturazione interna di
un’universita’”.

– Nel 2008. E’ interessante rileggere il punto 7 del Programma del PD (nota
3) dove e’ scritto:
“Ciascun ateneo deve essere libero di assumere personale docente italiano
e straniero, di darsi il sistema di governo che ritiene piu’ adeguato, di
stabilire le norme per l’ammissione degli studenti, di fissare liberamente
le rette.”

– Nel 2005 la CRUI era ‘fuori dal coro’. Sulle Fondazioni, infatti, la
CRUI, in un suo comunicato stampa del 4 febbraio 2005 dal titolo “Ruolo
docente a pieno titolo per i ricercatori e no al blocco dei concorsi. La
CRUI chiede leggi ordinarie ed un progetto organico per l’Universita’”,
scriveva:
  “In generale i rettori valutano con estrema preoccupazione la tendenza a
riformare l’Universita’ procedendo per frammenti invece di rifarsi ad un
progetto organico. L’Universita’, composta da Atenei statali e non statali,
ha una responsabilita’ pubblica, che comporta problemi non banalizzabili
ne’ risolvibili con iniziative ‘decisioniste’, come ad esempio quella
assolutamente non riproponibile della trasformazione delle Universita’ in
fondazioni.”
Le Fondazioni sono state “riproposte” nel 2008 con la Legge 133, ma la
CRUI non ha invece “riproposto” il netto rifiuto di esse.

21 novembre 2008

– Nota 1. Per leggere l’intera intervista a Giuseppe De Rita “Gli atenei
come aziende, il futuro e’ nelle fondazioni”, su Repubblica del 7.6.08,
cliccare (non si deve spezzare la stringa di caratteri, altrimenti il
collegamento fallisce!):
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2002/06/11822049.pdf

– Nota 2. Per leggere la scheda dei DS su “Innovazione nell’universita’ e
con l’universita’”, 1-3.12.05, cliccare (non si deve spezzare la stringa di
caratteri, altrimenti il collegamento
fallisce!):
http://www.dsonline.it/speciali/amarelitalia/programma/conoscenza/documenti/
dettaglio.asp?id_doc=29721

– Nota 3. Per leggere il programma elettorale del PD cliccare:
http://www.expobg.it/modules/mylinks/visit.php?cid=1&lid=274

===============

L’intervento di Antonio Pasini dell’Universita’ di Siena:

“Un po’ di considerazioni su questa cosa delle fondazioni.
A prenderla cosi’ come appare, la si direbbe uno scherzo, una fandonia,
oppure un’ idiozia. E fa meraviglia che da mesi tutto un paese ne ragioni
come se potesse trattarsi di una cosa seria.
Certamente le fondazioni non potranno essere il primo passo in un processo
di privatizzazione dell’Universita’, semplicemente perche’ nel nostro paese
un processo del genere non potra’ mai nemmeno avviarsi, salvo realizzazioni
marginali, che pero’ gia’ sono in essere, e da molto tempo. Semmai,
potranno costituire un ulteriore passo nella trasformazione di questo paese
in un  postaccio fondato sul potere e il mercimonio (quello politico, che
e’ molto peggio di quello accademico).
Mi spiego meglio. Una fondazione richiede uno o piu’ soggetti che la
supportino finanziariamente. E quali sarebbero questi soggetti, nel nostro
caso?
Soggetti privati? No, non credo proprio che in Italia ci siano soggetti
privati con spalle tanto larghe da caricarsi addosso un’ universita’ anche
medio-piccola.
Il bilancio di una universita’ media, tutto compreso, viaggia su cifre ad
otto zeri (in euro). Non parliamo poi delle grosse universita’. E chi
volete mai che voglia mettere a disposizione somme cosi’ importanti, per di
piu’ senza un ritorno quantificabile con qualche certezza?  Il massimo che
puo’ fare un soggetto privato e’ cofinanziare un corso di laurea o
supportare un master od offrire qualche borsa di studio. Ma questo e’
proprio quello che vari soggetti piu’ o meno privati gia’ fanno, senza
bisogno di fondazioni. La cosa avrebbe potuto forse essere diversa 15 anni
fa, quando avevamo ancora grandi aziende di stato o grandi gruppi
parastatali, sensibili alle ragioni della politica forse di piu’ che a
quelle aziendali o di mercato, e quindi piu’ inclini ad imbarcarsi in
imprese di incerto profitto, purche’ opportunamente caldeggiate. Ma questi
enti non esistono piu’ da almeno dieci anni.
Soggetti pubblici, dunque. E quali? Le regioni? Ma le regioni di grane ne
hanno gia’ abbastanza col sistema sanitario. Poi, la loro principale fonte
di introito e’ l’ IRAP, tassa che molti avrebbero voluto abolire (forse
giustamente), e che forse prima o poi verra’ abolita. Qualche Comune,
allora? Peggio che andar di notte!
Resta dunque solo lo Stato. Avremo dunque fondazioni statali. Piaccia o
no, lo si voglia dire o no, cosi’ dovranno essere. Perche’ e’ l’ unica
possibilita’ praticabile. Apparentemente nulla di strano: lo Stato vi
comparirebbe come principale socio finanziatore, cosi’ come compare in
altri Enti.
Non cambierebbe nulla allora? No cambierebbe moltissimo: lo Stato,
anziche’ prendersi cura del sistema universitario per dovere
costituzionale, ed essere quindi tenuto a rispondere al Paese dei suoi
interventi o non interventi, sarebbe coinvolto in questa o quella
universita’ solo in quanto socio prevalente. Quindi, con nessun obbligo
verso il Paese e nella condizione di poter concedere i suoi favori a
seconda delle convenienze dell’ entourage di governo o degli ambienti ad
esso piu’ vicini. Scusate se vi sembra poco.

Antonio Pasini – Universita’ di Siena”


da Nuova Ferrara dell’11 novembre 2008:

“Lettera aperta al movimento studentesco. Attenti la privatizzazione e’
gia’ iniziata”

di Alessandro Somma(*)

L’onda della protesta studentesca cresce e sembra dare i suoi primi
frutti. Questo almeno indicherebbe la disponibilita’ dell’esecutivo ad
avviare un dialogo sulla riforma dell’universita’. Ma siamo sicuri che non
sia un trucco, magari per rinviare tutto ai prossimi mesi, quando gli esami
e la sospensione dell’attivita’ didattica terranno gli studenti lontani
dagli atenei? Siamo sicuri che non si intenda alimentare un costume
politico tanto caro alla destra: definire prima in modo unilaterale le
compatibilita’ economiche della riforma, peraltro ampiamente delineate nei
provvedimenti contestati dal movimento, e poi catturare consenso attorno ai
pochi spazi di manovra lasciati alla politica? Ma soprattutto: siamo sicuri
che gli interlocutori dell’esecutivo siano davvero in dissenso con
l’esecutivo, e che in particolare lo siano l’opposizione e il mondo
universitario?
Incominciamo da quest’ultimo, indebolito da profonde spaccature interne
alla Conferenza dei rettori (Crui), che dovrebbe rappresentare il sistema
delle universita’ italiane, e che invece e’ sovente la cassa di risonanza
di interessi particolari e non condivisi.
C’e’ infatti una Crui ufficiale, che da tempo assiste inerte alla
privatizzazione del sapere, prima invocando un improbabile dialogo con
l’esecutivo, e poi evitando di assumere una posizione nettamente contraria
alla trasformazione degli atenei in fondazioni.
C’è poi una seconda Crui dei virtuosi (Acquis), composta dai rettori degli
atenei che intendono operare secondo criteri imprenditoriali ed eliminare i
vincoli di legge all’aumento delle tasse universitarie.
Non sono molto diverse le richieste della terza Crui, quella composta dai
rettori delle Scuole superiori, come la Scuola normale di Pisa.
Sono infine ambigue sul tema della privatizzazione del sapere anche le
richieste della quarta Crui, costituita tra i rettori delle universita’ del
sud.
Piu’ evidenti sono le contraddizioni del Piddi’, che al Circo Massimo dice
di condividere le istanze del movimento studentesco, e nelle segrete stanze
flirta invece con la Gelmini, in linea del resto con il suo programma
elettorale: “Ciascun ateneo deve essere libero di di darsi il sistema di
governo che ritiene più adeguato, di stabilire le norme per l’ammissione
degli studenti, di fissare liberamente le rette” (punto 7).
Del resto il ministro ombra dell’universita’ ha affermato che il suo
partito non e’ contrario alla trasformazione degli atenei in fondazioni. La
richiede anzi da tempo, volendola solo affiancare ad una riforma che separi
la didattica e la ricerca, affidate ai docenti, dall’amministrazione
finanziaria, affidata ad un consiglio di amministrazione in cui siedono i
privati.
Il dialogo sulla riforma universitaria non puo’ essere lasciato nelle mani
della Crui e del Piddi’, accomunati solo dall’essere politicamente
delegittimati e culturalmente incapaci di concepire alternative alla
privatizzazione del sapere. Se dialogo ci sara’, dovra’ coinvolgere il
movimento studentesco, che dovra’ tuttavia prepararsi ad un impegno lungo
ed intenso. Occorrera’ infatti attrezzarsi a riconoscere le molte facce
della privatizzazione dell’universita’, ovvero della sottrazione al vaglio
democratico (di docenti, personale amministrativo, ricercatori e studenti)
delle scelte sulla sua vita interna ed esterna (rapporti con societa’
civile, enti territoriali ed operatori economici).
La privatizzazione violenta prima il linguaggio. Trasforma i ricercatori
in capitale umano e i risultati del loro lavoro in prodotti della ricerca,
valutati in funzione del loro contributo alla crescita del pil. Gli
studenti diventano anonimi consumatori di un servizio calibrato sulle
necessita’ del mercato del lavoro. Gli atenei sono tenuti ad essere
competitivi e ad affidare le loro scelte a consigli di amministrazione
composti da stakeholder. La politica universitaria e’ resa un freddo
problema di governance delle performance degli atenei, diretta da patti di
stabilita’ concordati con l’esecutivo (tutte espressioni ricavate da
documenti del Piddi’ e delle varie Crui).
Il linguaggio prelude a trasformazioni ben piu’ incisive, le rende
neutrali, necessarie, inevitabili. Trasformazioni che si sono in parte
realizzate, nel silenzio generalizzato. Da tempo molti atenei si sono
dotati di fondazioni universitarie, che se da un lato lasciano intatta
l’universita’ pubblica, dall’altro rischiano di trasformarla in una bad
company, impoverita e spogliata della ricerca e della didattica qualificata
(secondo il modello Alitalia). Da tempo si tende a valutare la ricerca
secondo criteri che privilegiano il conformismo nelle scienze sociali e
l’immediato ritorno economico nelle cosiddette scienze dure. E da tempo i
servizi agli studenti, la garanzia sostanziale del diritto allo studio,
sono affidati a privati, spesso e volentieri riconducibili agli estremisti
cattolici di Cielle.”

(*) Alessandro Somma e’ professore ordinario di Diritto privato comparato
nell’Universita’ di Ferrara
 

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