Fisicamente

di Roberto Renzetti

MASSA E PESO: il paziente e l’agente

Roberto Renzetti

        E’ un poco di tempo che tento di capire alcuni concetti fondamentali, posti alla base della fisica. Dico capire perché l’uso è diverso dalla comprensione. Se si riflette appena un poco ci si rende conto che più il concetto è elementare più è complesso. Così che spesso ci si nasconde dietro una data definizione, il più delle volte poco riflettuta e compresa, che descrive superficialmente con cosa abbiamo a che fare. Io non riuscirò certamente a risolvere un qualche problema ma voglio tentare un viaggio intorno alla comprensione del concetto di massa con inevitabile appendice su quello di peso (e con altri concetti che via via si intersecheranno).

ECHI ANTICHI

        In qualunque lingua si parlasse, il concetto primitivo con cui ci si doveva esprimere era corposostanza.  E corpo, come cosa, è già un nome che ha una valenza epistemologica di enorme importanza. Infatti con corpo si indica una classe di oggetti e la parola rappresenta una efficace sintesi di ogni oggetto senza soffermarsi su nessuno in particolare. Ma il corpo, pur essendo estremamente utile, è qualcosa di vago che racchiude in sé molte caratteristiche che occorrerà indagare separatamente.

        Presso gli antichi, ad esempio, il peso era considerato come una proprietà dei singoli corpi, cioè come una qualità, come il colore o l’odore. Esso, nel pensiero antico non poteva venire considerato come una misura della quantità di materia, universalmente applicabile a ogni tipo di materiale.
        Il peso, inoltre, non avrebbe potuto svolgere la funzione di quantitas materiae, poiché mancava la correlazione o proporzionalità tra peso e quantità. Tale correlazione era tuttavia assolutamente impossibile, poiché vi erano elementi, come il fuoco, o l’aria, che possedevano un’intrinseca leggerezza. Anche il volume, o spazio occupato, aveva gli stessi problemi per essere usato nella misura della quantitas materiae. I cambiamenti di volume, infatti, non toccavano l’identità della materia: il volume, quindi, come il peso, non poteva servire da misura della “quantità di materia”. Inoltre, nella materia organica vi era generazione e corruzione, aumento e diminuzione della sostanza: né si riconoscevano alcuna permanenza o invarianza quantitativa.

        Le cose, anticamente, non si ponevano allo stesso modo in cui si pongono oggi. Il concetto primitivo che i filosofi avevano tentato di definire era quello di sostanza. Per i presocratici la sostanza è costituita da materia. Per Platone la sostanza era la forma che un oggetto ha (per approfondire leggi qui). Nella Fisica Aristotele mostra che tutti gli enti, in particolare quelli naturali, hanno una sostanza costituita di materia (ciò che fa si che una cosa sia) e forma (ciò che fa si che una cosa sia ciò che è): quest’ultima è la loro struttura, il modo in cui è ordinata la materia (questo dualismo sarà tanto caro a San Tommaso ed al Cristianesimo).

…la fisica è una scienza che si occupa di un certo genere dell’essere (essa ha infatti per suo oggetto quel genere di sostanza che ha in se stessa il principio del movimento e della quiete …). La fisica non potrà essere se non attività contemplativa di quel genere di essere che ha la possibilità di muoversi, e di una sostanza che ha per lo più una sua forma, ma che, soltanto, non è separabile dalla materia.
[ Metafisica; E, 1]

        Tutti gli enti materiali sono soggetti a mutamento, il quale è possibile perché una stessa materia può assumere forme diverse (non vi sono differenze qualitative ma solo quantitative – la maggiore complessità – tra enti organici ed inorganici). La materia è detta anche “potenza”, perché può assumere forme diverse, mentre la forma è detta anche “atto”, perché realizza pienamente le possibilità della materia. E, in definitiva, per quel che interessa ora, materia è il materiale con cui è costituita una data cosa.

        L’indagine su questa strada sarebbe di certo interessante ma non ci porta dove desideriamo. L’indagine della materia nei classici va infatti a tentare di capirne e discuterne la composizione, continua o discreta che essa fosse immaginata, senza indagare altre eventuali proprietà (ad esempio, i rapporti di una materia con un’altra materia o le proprietà di differenti quantità di materia, medesima o di differente natura o, ancora, i rapporti della materia con la pesantezza).

        Il dibattito, in mancanza di utilizzazioni pratiche dei concetti in discussione e di una neppur pensata verifica sperimentale, si avvitava su se stesso ed acquistava valenza soprattutto per la definizione di determinati credi o fedi.

        E’ utile a questo punto dare uno sguardo alla fisica di Aristotele anche per comprendere meglio ciò che abbiamo detto: tutti gli enti hanno una sostanza costituita inseparabilmente di materia e forma quest’ultima è la loro struttura, il modo in cui è ordinata la materia.

LA FISICA DI ARISTOTELE

        Perché introdurre la fisica di Aristotele e non estrapolare una sua definizione di un qualcosa che si avvicini a massa ? Perché la struttura del pensiero era radicalmente differente e non sarebbe possibile comprendere una definizione separata dal contesto, anche nell’ipotesi che tale definizione esistesse. La cosa più interessante da notare è che il complesso del pensiero aristotelico si presenta in modo unitario, risultando impossibile modificarne una parte senza danneggiare completamente l’intero edificio. Vediamone gli aspetti salienti.

– Il mondo è organizzato secondo due idee principali:

· la teoria dei quattro elementi,

· la teoria dei luoghi naturali.

– I quattro elementi sono organizzati secondo i gradi di una intrinseca nobiltà: la terra, la più vile, sta più in basso; su di essa vi è l’acqua, quindi l’aria e, da ultimo, il fuoco, l’elemento più nobile. A questi elementi occorre aggiungerne un altro che è perfetto, eterno ed incorruttibile, la quintessenza, l’etere che si trova al di sopra di tutti gli altri.

– L’universo è organizzato in tante sfere concentriche che si succedono secondo i vari gradi di nobiltà che sono propri dei quattro elementi e dell’etere: la Terra (sulla quale vi è l’acqua) sta immobile al centro; sopra la terra vi è aria e quindi il fuoco. Sono semplici osservazioni naturali che portano a questa fisica: un pugno di terra affonda nell’acqua, delle bolle d’aria salgono da sotto l’acqua, il fuoco acceso nell’aria sale attraverso quest’ultima. Tutto ciò è chiuso dentro una prima sfera di cristallo, la sfera della Luna. Gli serviva una sfera materiale ad Aristotele per sostenere i ‘pianeti’ che risultavano incastonati in essa e la sfera doveva essere cristallina poiché dalla Terra non la vediamo. Dalla prima sfera in poi i pianeti, le sfere che li sostengono, gli astri e l’intero spazio fino all’ottava sfera (quella delle stelle fisse), sono costituiti di etere. Sotto il cielo della Luna le cose nascono e muoiono. Sopra questo cielo tutto è perfetto, eterno, immutabile ed incorruttibile.

– Il moto è trasmesso dall’ultima sfera a quelle più interne. Quando si arriva alla sfera eterea che contiene incastonata la Luna, il suo moto trascina per attrito l’aria ed il fuoco sottostanti, ciò provoca il turbinio ed il rimescolamento dei quattro elementi fenomeno che è alla base del cambiamento e quindi della generazione e corruzione del mondo ‘terreno’ o sublunare. Si noti che senza quell’attrito i quattro elementi sarebbero separati: al centro vi sarebbe una sfera di terra, circondata prima da una buccia d’acqua, quindi da una buccia d’aria ed infine da una buccia di fuoco. In particolari condizioni, il fuoco che sale si concentra in un dato luogo e da quel medesimo attrito viene messo in rapida rotazione, originando il fenomeno delle comete. Queste ultime infatti non possono essere ammesse come corpi provenienti da uno spazio esterno che semplicemente non esiste. Inoltre corpi in moto “trasversale” nello spazio, sfonderebbero quelle sfere cristalline (come fece osservare S. Tommaso che, proprio per questo motivo, mise in discussione l’ascesa del corpo di Gesù al Cielo, cielo che comunque non esisteva in Aristotele).

        Ed ora vediamo come è inteso il movimento:

– Un oggetto è in moto se occupa successivamente luoghi diversi.

– Il moto può essere:

· sostanziale (di generazione e corruzione);

· qualitativo (modificazione delle qualità);

· quantitativo (accrescimento e diminuzione);

· moto locale che, a sua volta, si suddivide in:

· moto violento;

· moto naturale che, a sua volta, si suddivide in:

· verso l’alto e verso il basso;

· circolare.

– I corpi che si muovono dall’alto in basso o viceversa sono dotati di peso o leggerezza, proprietà che non spettano ai corpi che si muovono di moto circolare .

– I gravi cadono a diverse velocità a seconda della loro “massa” e a seconda della densità del mezzo in cui cadono (velocità di caduta proporzionale al peso).

– Ogni corpo tende ad andare al suo luogo naturale ed i moti che realizzano questo sono moti naturali (con la teoria dei luoghi naturali viene spiegata anche la morte dei viventi): così la terra si muoverà per andare a ricongiungersi con la terra, l’acqua scorrerà per andare verso l’acqua, l’aria salirà in bollicine dall’acqua, …

– Sono moti violenti quelli provocati artificialmente.

– Perché un moto sia possibile è necessario che qualcosa, un motore, lo sostenga: un sasso è mantenuto in moto dall’aria che, chiudendosi dietro di esso, lo sospinge. Il moto è uniforme se su di esso il motore agisce in modo costante (il moto è uniforme se su di esso agisce una “forza” costante).

– Non può esistere alcun vuoto perché non esisterebbe alcun moto. Inoltre, in caso di esistenza di vuoto, perché un corpo dovrebbe fermarsi qui piuttosto che lì? I corpi o resterebbero in quiete o si muoverebbero all’infinito (questa è l’enunciazione in negativo del principio d’inerzia che sarà di Galileo).

– L’infinito non può muoversi e poiché la sfera delle stelle è in moto, si deve concludere che il mondo è finito.

– Il limite del mondo è la superficie interna della sfera delle stelle: l’ultima sfera è in moto anche se occupa sempre lo stesso luogo.

– Conseguenza della teoria dei luoghi naturali è l’unicità del mondo (tutta la terra con la terra, tutta l’acqua con l’acqua, …).

– La Terra è immobile poiché un corpo scagliato in alto ricade perpendicolarmente nello stesso punto da cui è stato lanciato.

– La sfericità della Terra viene dedotta dalle ombre circolari disegnate sulla Luna durante le eclissi.

– Il mondo è perfetto perché ha “tre” dimensioni (3 è il numero pitagorico perfetto) e, poiché è perfetto è anche finito, infatti non gli manca nulla.

        I quattro elementi (provenienti dalle concezioni di Empedocle) ai quali ho accennato devono essere dotati di quelle che Aristotele chiama qualità primarie. Devono essere:

– sensibili al tatto;

– essere suscettibili di causare cambiamenti qualitativi;

– devono formare coppie di opposti:

        caldo-freddo;

        secco-umido;

        pesante-leggero;

        denso-raro;

        ruvido-liscio;

        duro-soffice;

        resistente-fragile.

            Gli elementi non sono immutabili. Ciascuno di essi può essere trasformato in un qualsiasi altro attraverso il mutamento di una qualità fondamentale (o ambedue) nel suo opposto. La TERRA è freddo-secco; il FUOCO è caldo-secco; l’ARIA è umido-caldo; l’ACQUA è freddo-umido. Le trasformazioni più facili sono tra elementi che hanno una qualità in comune e, viste le qualità di ciascun elemento, la trasformazione di acqua in aria (o viceversa) è altrettanto facile che quella da aria a fuoco (eccetera). Risulta difficile la trasformazione da aria in terra (o viceversa). Oltre alle trasformazioni dette si possono avere anche unioni tra elementi che si scambiano le loro qualità in modo da produrne altri due. Ad esempio: acqua (freddo – umido) + fuoco (caldo – secco) può originare terra (freddo – secco) + aria (caldo – umido) e per capire a cosa si riferisce Aristotele, basta pensare ad un fuoco che si spegne con dell’acqua.

            I quattro elementi non esistono mai allo stato puro:

– la terra domina negli oggetti pesanti;

– l’aria domina negli oggetti leggeri;

– i metalli devono essere composti anche da acqua per poter spiegare la fusione;

– il fumo è costituito da fuoco e da terra;

– gli oggetti che galleggiano hanno una percentuale d’aria maggiore di quella di terra.

        Nell’ambito di questa struttura complessiva, raccontata in modo estremamente succinto, è possibile andare a rintracciare qualche concetto che ci dia l’idea del come sono pensati quei corpi ai quali mi riferivo in apertura. Abbiamo già accennato al fatto che la sostanza dei corpi è un binomio indissolubile di materia e forma ma ciò non è sufficiente per avere un quadro complessivo della concezione aristotelica. Il concetto di materia, per rapportarci (molto impropriamente, per la verità) con il linguaggio odierno, deve essere intersecato con quello di pesantezza e leggerezza.

        Aristotele, nel suo De Coelo afferma:

Più un corpo è grande, più rapidamente esso compie il moto che gli è peculiare.
[De Coelo, 290a]

        Conseguenza di ciò è che la velocità dei corpi in moto naturale è direttamente proporzionale alla “grandezza” del corpo che ne determina la pesantezza o leggerezza. Invece la velocità dei corpi in moto violento, moto che è originato da un motore, è inversamente proporzionale alla “grandezza” del corpo.

Sia A il motore, B il mosso, C la lunghezza percorsa, D il tempo in cui si attua il movimento. In un tempo uguale la forza uguale A muoverà la metà di B per il doppio di C, e muoverà C nella metà di D: tale, infatti sarà la proporzione. E, inoltre, se la stessa forza muoverà lo stesso oggetto in questo tempo qui secondo tanta lunghezza, e lo muoverà secondo la metà della lunghezza nella metà del tempo, anche la metà della forza muoverà parimenti la metà dell’oggetto in uguale tempo secondo una lunghezza uguale.
[Fisica, 249b]

        Quindi le caratteristiche del moto discendono dalla pesantezza e leggerezza della materia che lo compone con l’intervento anche del mezzo che il corpo attraversa nel suo moto

… invero, noi vediamo che lo stesso peso e lo stesso corpo si muovono più rapidamente per due cause: o perché è differente ciò attraverso cui l’oggetto passa (ad esempio, se passa attraverso l’acqua o la terra, ovvero attraverso l’acqua o l’aria), oppure perché l’oggetto spostato, qualora gli altri fattori siano gli stessi, differisce per l’eccesso del peso o della leggerezza.
Ne è causa il mezzo attraverso cui l’oggetto passa, in quanto che esso fa da attrito; e ciò si verifica specialmente se il mezzo è spostato in senso contrario, ma poi anche se sta fermo. E l’attrito è maggiore quando il mezzo è meno divisibile, ossia quando esso ha una densità maggiore.
[Fisica, 215a]

… gli oggetti che sono lanciati si muovono sebbene ciò che ha impresso loro impulso non sia in contatto con essi, vuoi per il reciproco sostituirsi, come sostengono alcuni, vuoi perché l’aria che è stata spinta imprime loro un moto più veloce del moto naturale col quale il proiettile si muove verso il suo luogo naturale.
[Fisica, 215a]

E sempre il movimento sarà tanto più veloce quanto il mezzo sarà più incorporeo, meno resistente e più facilmente divisibile.
[Fisica, 215b]

        E’ utile aver fatto riferimento a queste cose per quanto seguirà. Osservo ora che Aristotele parla di massa senza soffermarsi su di essa con l’assegnarle particolari proprietà. Discutendo del fatto che due corpi non possono occupare simultaneamente lo stesso luogo, egli dice:

… è chiaro che… [un dato oggetto], anche cambiando di posto, con­serverà la stessa massa, come tutti gli altri corpi conservano la loro. Sicché, se esso non differisce affatto dal luogo, perché mai si deve assegnare ai corpi un luogo oltre la massa di ciascun corpo, prescindendo, comunque, dalle affezioni che questa massa possa avere ? Non si approda a nulla, se nella massa stessa si porrà un altro uguale intervallo di tal genere.
[Fisica, 216b]

        E più oltre le cose vanno un poco avanti:

Così anche del corpo, grande o piccolo che esso sia, la materia è la stessa. Ed è ovvio: quando infatti dall’acqua si genera l’aria, è sempre la medesima materia che subisce la generazione, senza l’aggiunta di nulla di estraneo, ma soltanto col passaggio di una medesima cosa dalla po­tenza all’atto; e in senso contrario, anche l’acqua si genera dall’aria allo stesso modo, giacché si effettua il cangiamento ora da piccolezza verso grandezza ora da grandezza verso piccolezza.
[Fisica, 217a]

Sicché, anche la grandezza e la piccolezza di una massa sensibile si estendono non perché la materia subisca un’aggiunta, ma per il fatto che la materia è potenzialmente disposta all’una e all’altra cosa; e, in conclusione, il medesimo oggetto è denso e raro, ed unica è la materia di queste due cose, quantunque il denso sia pesante, mentre il raro è leggero.
[Fisica, 217a]

        Da queste parole si ricava che quantomeno non viene confusa la massa con il volume e che è presente il concetto di densità. Non è poco ma non ha connessione con il moto al quale fa riferimento la materia che non sembra collegata a queste ultime considerazioni. Più in particolare, sembra si possa dire che la pesantezza (o leggerezza) ed il volume non abbiano nulla a che fare con la quantità di materia, concetto che sembra del tutto estraneo a quello che noi abbiamo.  E ciò è comprensibile se solo ci rifacciamo a quella fisica appena accennata. I corpi tendono ai loro luoghi naturali. Un sasso tende ad andare verso il centro dell’universo che coincide con il centro della Terra perché quello è il suo luogo naturale. Non si richiedono altre caratteristiche al sasso che quelle di essere terra. Non ci serve sapere nulla di ciò che oggi chiamiamo costituzione del corpo, massa, peso, volume, densità, … . Occorrerà scardinare questa teoria perché possano nascere domande relative al perché i corpi cadono lì e non altrove e come ciò avvenga. E, in connessione con quella fisica che annunciavo essere un tutt’uno con la cosmologia, occorrerà che la Terra venga tolta dal centro per essere messa in circolo, come un oggetto qualunque, intorno al Sole.

        In definitiva la materia  di Aristotele è ben altra cosa dal nostro odierno intendimento. Egli ha una visione del mondo legata al suo divenire, al crescere, alla generazione ed alla corruzione con una sorta di continuità tra ciò che è organico e ciò che è inorganico. Si può comunque intravedere negli aumenti e diminuzioni, nel crescere o corrompersi un qualcosa che si conserva, il substrato materiale comune. E la cosa è chiaramente detta nel penultimo brano citato.

        Scartato il concetto di quantità di materia ci si può chiedere se Aristotele possedesse l’altro concetto, quello di materia inerte che resiste al moto. Da vari studi sembrerebbe di no come si ricava dalla sua concezione del moto che è indipendente dall’oggetto che si muove per far riferimento solo a cause esterne ed impedimenti esterni all’oggetto in moto. La materia è una sorta di entità metafisica, per Aristotele, entità che può solo essere oggetto di azioni e mai soggetto

È infatti proprio della materia sia il subire, sia l’essere mossa, ma il muovere e l’agire appartengono a potenze [nel significato di forze, ndr] distinte
[Generazione e Corruzione, II, 335b, 30]

La materia in quanto materia è passiva
[Generazione e Corruzione, I, 324b, 18]

e questi concetti sono enunciati anche nella Metafisica (1, 1046a, 9-29; VI, 1048a, 25, b 9).
        Resta scoperta la relazione che esiste (o esisterebbe) tra materia e grandezza in senso spaziale (estensione).
        Nella Fisica (III, 5, 204b, 6) egli definisce esplicitamente corpo un qualcosa di limitato da una superficie e quindi parla di corpo assegnandogli un volume. Ciò è d’interesse perché sarà costume degli aristotelici assegnare ai corpi una estensione spaziale che diventa così una caratteristica della materia. In questo senso si estendeva alla fisica quanto Euclide aveva definito per la geometria:

E’ solido tutto ciò che ha lunghezza, larghezza ed altezza.

        In qualche modo si ritorna qui a Platone che riconosceva solo nel volume un invariante della materia:

Se alcuno plasmando in oro figure d’ogni specie, non ristesse mai di trasformare ciascuna di esse in tutte le figure, e un altro, mostrando una di quelle, domandasse che cos’è, sarebbe molto più sicuro, rispetto alla verità, rispondere che è oro : quanto al triangolo e alle altre figure, che ivi si formarono, non converrebbe mai nominarle come esistenti, perché mutano mentre si pongono, ma contentarsi, se volessero accettare sicuramente anche il tale. Ora lo stesso ragionamento vale per quella natura che riceve tutti i corpi: si deve dire che è sempre la stessa, perché non perde affatto la sua potenza, ma riceve sempre tutte le cose, e in nessun modo prende mai una forma simile ad alcuna di quelle cose che entrano in essa: perché essa di sua natura è la materia formativa di tutto, che è mossa e figurata dalle cose che vi entrano, e appare, per causa di esse, ora in una forma e ora in un’altra: e le cose ch’entrano ed escono son sempre immagini di quelle che esistono sempre, improntate da esse in modo ineffabile e meraviglioso, che dopo indagheremo.
[Timeo 50a]

        In definitiva per Platone, come per gli aristotelici, sembra che il volume sia una quantità in grado di fornire una determinazione quantitativa della materia.

AVANTI CON FATICA

        Contro questa visione si schierarono gli stoici sostenendo con forza che spazio e corpo sono due entità che devono restare distinte. Il corpo infatti non si può banalmente sovrapporre ad una estensione matematica risultando qualcosa di più, allo stesso modo che la fisica non è mera geometria. Qualcuno (Sesto Empirico) avanzò l’ipotesi di corpo fisico come un qualcosa che possiede grandezza, figura, resistenza e peso. Mentre la materia in se stessa non si può descrivere in termini quantitativi ma solo qualitativi e, se si riflette un poco, siamo in una situazione diametralmente opposta a quella che si affermerà a partire da Galileo: è solo la riduzione a quantità che permette la misura e quindi la conoscenza della natura. E, per poter procedere alla quantificazione della materia, sarebbe stato necessario sbarazzarla di quella passività che le era stata assegnata.

        Un altro filone di pensiero, quello di Democrito e quindi di Lucrezio, qualcosa in tal senso aveva fatto. La materia era pensata come una entità che permane in quanto, sostenevano, nulla proviene dal nulla e nulla ritorna nel nulla e quindi la materia risulta indistruttibile. Inoltre il peso della materia non risultava più essere un accidente aristotelico ma una proprietà universale in quanto proprietà di ciascuno dei componenti di essa, l’atomo.

        Si potrebbe anche aggiungere che con la famosa spinta di Archimede si fosse chiarito il concetto di peso specifico (Archimede lo cita ma non lo definisce mai) e di densità e quindi si fosse vicini a quello di massa; ma le cose non stanno così. Come spiega Max Jammer l’equivoco relativo ad un Archimede che avrebbe chiarito tali concetti discende da un passo non ben tradotto di Vitruvio in cui si dice che Archimede abbia preso due masse (duas massasdello stesso peso della corona … ebbene, nel contesto, il ‘due masse‘ sta per ‘due pezzi‘, ‘due blocchi‘. L’equivoco è poi tramandato da allegri divulgatori di scienze.

        In definitiva l’antichità classica non ha né il concetto di quantità di materia né quello di massa inerte, anche se una qualche eco si ritrova ne la Meccanica di Erone, del I sec. d.C., (nota solo nella traduzione araba) che riecheggia i Problemi di meccanica (Problemata mechanica), un opuscolo attribuito ad Aristotele (che se non è di Aristotele è certamente della sua scuola) e riscoperto solo nel Cinquecento. In quest’ultimo Aristotele, discutendo dell’equilibrio di una bilancia, aveva sostenuto, con evidente separazione tra l’aurea filosofia ed i miseri problemi pratici:

Perché si riesce a muovere con minore sforzo, da una posizione di equilibrio, una bilancia scarica che una carica ? e perché, allo stesso modo, una ruota che gira intorno ad un asse esige tanto maggiore sforzo  per essere messa in moto quanto più pesa ?

        Ed a tale domanda Aristotele o chi per lui si risponde che la cosa avviene perché ogni corpo pesante offre resistenza, non solo ad essere sollevato, ma anche ad essere mosso in qualunque direzione, anche inclinata rispetto alla verticale.         Erone sembra aver letto questo brano quando dice:

Perché lo stesso peso, sistemato sopra uno dei due piatti di una bilancia in equilibrio, fa assumere a questa un movimento differente a seconda che essa sia più o meno carica ? … Perché se, ad esempio, se in ciascuno dei due piatti si avevano già tre mine [antica moneta greca, ndr] e si pone sopra uno di essi una mezza mina in più, la bilancia si inclina con una certa velocità, mentre se nei due piatti si avevano già dieci mine ciascxuno, l’aggiunta della mezza mina fa inclinare la bilancia con velocità minore ?

        La risposta di Erone è che

Nel primo caso, l’insieme dei pesi è mosso con una forza più grande, essendo le tre mine mosse da una forza uguale alla sesta parte di esse, mentre nel secondo caso le dieci mine sono mosse da una forza uguale alla ventesima parte di esse.

e questa risposta ci fa almeno vagamente pensare alla macchina di Atwood (fine Settecento) ideata proprio per studiare il moto di un grave in caduta  lungo la verticale. Ma il materiale per poter avanzare in questo studio è scarso e le cose dette sono solo delle illazioni.

        Con i neoplatonici, che fusero il loro pensiero con quello giudaico-cristiano, assistiamo ad un cambiamento d’interesse.

        Abbiamo visto che eredità di Platone era la geometrizzazione della fisica e quindi l’individuazione della materia mediante il suo volume. Questa eventualità apriva alla possibilità di determinazioni quantitative. Come osserva Jammer (Storia del concetto di massa, Feltrinelli 1974),

nell’intento di dimostrare che la forza e la vita hanno origine nell’intelletto e in Dio, il neoplatonismo e la filosofia ebraico-cristiana degradarono la materia fino all’impotenza e la concepirono “inerte,” cioè assolutamente priva di attività spontanea o “forma.” L’idea di privazione, che in Aristotele era ancora neutra e indifferenziata, divenne distintiva di depravazione e di degradazione. Ma proprio questo concetto di inerzia, gradatamente liberato dalle sue connotazioni spregiative e psicologiche, divenne nel Seicento, con la nascita della meccanica classica, il carattere distintivo del comportamento dinamico della materia e quindi il fondamento del concetto di massa inerziale.
 

       Plotino, da una parte mantiene la caratteristica di materia come matrice di tutte le forme, dall’altra dota questa matrice di estensione mediante l’intervento della forma sostanziale. E Proclo si muove sulla stessa strada articolando di più il discorso fino ad arrivare a dotare la materia di passività o inerzia come conseguenza della sua divisibilità. Sulla materia, poiché dotata di estensione, si può agire all’infinito dividendola. Ciò mostra la sua natura passiva e quindi la sua inerzia.

        Le elaborazioni neoplatoniche furono lette dai musulmani che le fecero proprie allo stesso modo che gli ebrei (siamo già al secolo X) con elaborazioni originali. I ragionamenti erano di questo tipo (con chiari richiami aristotelici): lo stato di quiete è più consono all’idea di materia perché essa ha tre dimensioni e, poiché nessuna dimensione è preferenziale, non saprebbe quale direzione scegliere per muoversi. L’estensione quindi comporta che la materia deve essere immobile e quindi inerte (principio di ragion sufficiente).

        Contributi ulteriori vennero dall’ebreo spagnolo Avencebrol che considerò la materia, già acquisita come inerte, come elemento base di tutti gli esseri, ad eccezione di Dio. La relazione, poi, tra estensione ed inerzia si ricava facilmente dall’esperienza quotidiana: tanto più grande è l’estensione spaziale, tanto più è pesante un oggetto, quanto più è inerte. E questa inerzia discende dall’infimo grado che la materia occupa nell’universo: poiché ogni attività prevede che esista un qualcosa di sottostante su cui agire, la materia non ha nulla di sottostante e quindi non può agire.

        Naturalmente sulla strada della materia disprezzabile si cimentarono un poco tutti i mistici, a partire da Plotino, che contribuirono anche a fornire substrati concettuali alle tre religioni monoteiste già e ancora in piena attività. Si possono solo ricordare Filone d’Alessandria, Calcidio, Anselmo d’Aosta, Pietro Abelardo e svariatissimi altri, fino ai mistici del Rinascimento ed oltre come, ad esempio, Kepler.

IL MEDIOEVO

        La visione aristotelica restò come fondo culturale per moltissimi anni. In Aristotele, come accennato, la teoria dei 4 elementi è alla base dell’intera fisica. Per spiegare allora una cosa semplice come l’evaporazione (la transizione da acqua ad aria) o come la condensazione (la transizione da aria ad acqua) si parla di scambio tra gli elementi e cioè tra opposti. Cosa accade nello scambio ? Sparisce o si distrugge un elemento e ne nasce un altro ? Questa visione è estranea alla fisica di Aristotele. La cosa risulta spiegata dalla teoria della permanenza della sostanza: vi deve essere un substrato comune a tutti gli elementi, ai corpi, che si mantiene negli scambi. In questo substrato di materia elementare doveva anche esservi un embrione di forma. Naturalmente sorgono qui molte complicazioni che non ci aiutano molto. Basti dire che quella materia prima teorizzata da Aristotele, quella priva di forma, ne acquista quando, da prima, diventa elementare (ciò che costituisce il substrato degli elementi). Ma se un qualcosa ha forma deve avere estensione. Che dire in proposito ? Naturalmente vi furono vari secoli in cui, in mancanza di un criterio di falsificazione (che inizierà ad esservi con Galileo), si esercitarono varie opinioni. Non intendo entrare nei dettagli ma solo accennare ad alcune teorie che furono avanzate.

        Averroè (XI secolo) sostenne che la forma corporea è la tridimensionalità indeterminata (forma) che egli distingue da quella determinata (accidente). Insomma il cavallo in quanto specie ha una tridimensionalità indeterminata che diventa determinata quando, tra tutti i cavalli, ne consideriamo uno specifico. Averroè spinge oltre la sua concezione. In accordo con Aristotele, afferma che le differenze individuali discendono dalla forma nella materia. Ma l’avere oggetti differenti con la medesima forma, implica che la materia prima con cui sono costituiti è divisibile. E la divisibilità implica la presenza di quantità. 

        Questa posizione sembrerebbe abbastanza marginale ma, per moltissimi anni, esercitò una certa influenza. In un’epoca in cui la teologia era onnipresente (ed onnipotente) il successo o meno di una teoria era la sua adattabilità ai vari postulati della fede. E gli argomenti che la teologia offriva all’interpretazione erano quelli di creazione, morte e transustanziazione. Su questi argomenti sembra proprio che la materia e la massa giochino un ruolo primario. In filosofia gli argomenti suddetti corrispondevano alla generazione, alla corruzione ed alla trasformazione della materia. A questo si deve aggiungere che, in modo ancora del tutto metafisico, la materia si conservava.

        E’ d’interesse accennare ad alcuni passi della letteratura sacra in cui si adombra il problema della conservazione e trasformazione della materia. Nella Genesi (2:21, 22) si dice:

Allora il signore Dio mandò  ad Adamo un profondo sonno, e mentre Adamo era addormentato gli tolse una costola che sostituì con la carne. E con la costola che aveva tolta all’uomo il Signore formò la donna e la condusse all’uomo.

e queste cose, risolvibili facilmente in termini di fede, diventano complicatissime (in realtà impossibili) da giustificare con la filosofia della natura (scienza). Eppure il dibattito si avvitava sul problema se Eva poteva essere formata da una sola costola senza aggiunta di altra materia. Non ci si stupisca di questa riduzione al particolare senza accenni al generale. Semmai il problema era relativo ad una creazione senza materia! Ma è inutile tentare la ricerca di conseguenzialità e razionalità in discorsi pseudoscientifici e teologici. Naturalmente tutta la letteratura cristiano-decadente elucubrò soluzioni sulle quali non vale assolutamente la pena entrare se non per rendersi conto dei livelli del dibattito (e per cogliere l’immenso salto in avanti che si fece con Galileo). A proposito, ad esempio, di transustanziazione (il pane ed il vino che, nella messa, diventano rispettivamente corpo e sangue di Cristo) occorreva accordare il fenomeno con la teoria della sostanza e degli accidenti di Aristotele. A proposito di ciò interviene Tommaso d’Aquino (XII secolo) che riprende quanto aveva sostenuto Averroè a proposito di tridimensionalità determinata ed indeterminata. Egli spiega con tale apparato la morte e la resurrezione, passando nella Summa Theologica a spiegare la transustanziazione nel modo seguente. Dopo aver dimostrato che nel sacramento dell’Eucarestia gli accidenti rimangono senza soggetto, si chiede se in questo sacramento la quantità dimensionale del pane e del vino sia il soggetto degli altri accidenti. A ciò si risponde che tutti gli accidenti che rimangono nel sacramento, ad eccezione della quantità dimensionale, pur non essendo in alcuna sostanza, sono tuttavia nella quantità dimensionale del pane e del vino, come in un soggetto.

        Ho citato questo passo perché un allievo di Tommaso, Egidio Romano, partì da qui per giungere alla formazione del concetto di quantità di materia come concetto vicino alla massa ed indipendente da peso e volume.

        Tra gli accidenti della materia vi è una sciocchezza, il fatto cioè che la condensazione e la rarefazione sono in tale categoria. Ci si domanda: ma questi accidenti sono o no dentro l’ostia ? Egidio si mostra insoddisfatto della soluzione del maestro (la quantità nel senso di dimensione come soggetto degli accidenti). Nella condensazione, infatti, si assiste ad un aumento di densità della materia e un aumento di densità non può essere altro che un aumento di materia. In somma sintesi la quantità che cambia non può essere un accidente ma proprio una quantità. Quantomeno, secondo Egidio, serve introdurre due quantità, l’una che è soggetto e l’altra (l’accidente) oggetto. Insomma due quantità che riproducono le dimensioni determinate ed indeterminate di Averroè. Tra queste, la prima è il volume e la seconda è, appunto, la quantità di materia. E ciò inizia a porre il problema della coesistenza delle proprietà: una quantità deve presupporre un volume ed in definitiva la massa (quantità di materia) deve avere o può aprire alla sua estensione nello spazio.

        E’ straordinario osservare, con Jammer, che vi è un’inversione rispetto alla fisica di Newton: in quest’ultimo la massa è nel punto materiale che non ha volume e non certamente un piccolissimo volume privo di massa. Eppure, per arrivare lì, occorre passare per queste inversioni.

        Non si sa bene per quale motivo ma questo apparente passo in avanti nella definizione di massa viene ritrattato prestissimo dallo stesso Egidio Romano.

LA TEORIA DELL’IMPETUS

        Cento anni dopo queste disquisizioni, riprendendo alcune idee di Filopono (VI secolo), viene elaborata la teoria dell’impetus a partire dalle critiche rivolte alla teoria del moto di Aristotele, fatte da Buridano (XIV secolo). Secondo Filopono, se si lancia un proiettile è necessario che una certa potenza motrice incorporea sia ceduta al proiettile dallo strumento che lo lancia … Questa semplice frase fa intendere che il movimento non è più giustificato dal mezzo attraverso cui avviene ma spiegato attraverso una sorta di potenza motrice che si trasferisce da ciò che provoca il moto al proiettile che lo subisce. Il cambiamento è radicale ed inizia a mettere al centro dell’attenzione l’oggetto più che il contorno. E la fine del moto avviene per una sorta di consumazione progressiva di questa potenza motrice a causa del fatto che l’aria oppone resistenza allo stesso movimento (mi sto riferendo ai moti violenti).

        Questa idea, non so se conosciuta o meno, venne ripresa da Buridano 800 anni dopo. Occorre però sgomberare il campo dal dubbio che qui vi sia un qualche superamento dell’aristotelismo. Il tutto è interno ad esso e discusso con la logica che è di Aristotele, al fine di aggiornare l’aristotelismo per renderlo più adatto a nuove confutazioni.

        Se si accetta la teoria dell’impetus occorre fare i conti con la quantità di materia.. Se si fornisce la stessa spinta ad un proiettile, questi raggiunge una maggiore distanza se, a parità di sostanza, il volume che consideriamo è minore. La cosa si osserva empiricamente: se si prendono in considerazione due sassi e si lanciano con medesimo impetus. Sarà il sasso di volume più piccolo ad andare più lontano. In esso l’impetus si esaurisce più tardi. Buridano, in proposito, dice:

   La causa di ciò risiede nel fatto che la ricezione di tutte le forme e disposizioni naturali si fa nella materia e in ragione della materia; perciò quanto più un corpo contiene di materia (quanto plus de materia), tanto più, e più intensamente [intensius], può ricevere di quell’impeto. Ora, in un [corpo] denso e grave, a parità di tutto il resto, c’è più di materia prima che in uno raro e leggero. 

        L’idea che emerge  è che si inizi a considerare una sorta di proporzionalità tra impetus e quantità di materia. Ma ciò inizia ad erodere il dualismo forma-materia. Inoltre è chiaro che Buridano intende per quantità di materia una sorta di opposizione al moto: maggiore è la quantità di materia, più difficile è muovere un oggetto. Come osserva Jammer, siamo ancora lontani dal trovare corrispondenze tra impetus e quantità di moto e tra resistenza al moto ed inerzia (anche se la strada imboccata andava nella giusta direzione).

LA TRANSIZIONE ALLA MODERNITA’

        Abbiamo descritto per sommi capi alcune linee di pensiero che portarono alla moderna affermazione di massa. Non vorrei però che si capisse quanto non è mai stato. E’ una sorta di semplicità espositiva che fa riportare le cose come in un racconto lineare. Non c’è crescita di conoscenza per accumulo di concetti. Non c’è alcuna linearità nel progresso. Le cose sono sempre molto più complesse di come sono raccontate. In particolare vorrei sottolineare che quanto elaborato da scuole importanti di pensiero tardo medioevali non fu mai conosciuto da coloro che costruirono le fondamenta della fisica moderna, E’ stato il paziente e faticoso lavoro degli storici a scoprire e riconoscere alcuni importanti progressi ma mai si sono tentate discendenze da questo a quello. Sono solo dei superficiali, interessati a cause non propriamente scientifiche (esempio clamoroso è quello del cattolico Duhem) che tentano di ritrovare in certi padri, magari correligionari e/o compaesani, l’origine di alcune speculazioni. La cosa è anche tipica di un insopportabile sciovinismo ai cui vertici vi sono i francesi, seguiti a ruota dagli inglesi. I due Paesi or ora citati hanno meriti scientifici immensi e, davvero, non si vede il perché debbano invadere il campo di altri Paesi che, con somma fatica, anche perché contro la ferrea opposizione della Chiesa, hanno sviluppato autonome linee di pensiero con contributi fondamentali. Ho detto tutto qui perché nel seguito dovrò fare i conti con quanto qui anticipo. Tenterò allora di dire il meno possibile riferendomi a quanto ho detto qui. Proprio tra qualche pagina dovrò richiamare quel grandissimo studioso che è Jammer, che è andato a ricercare i più reconditi ed ignoti contributi ad ogni concetto nel corso dei secoli, e che ha invece trascurato contributi di enorme portata costruiti da scienziati (è ora il caso di dirlo) italiani.

        Quanto ho fin qui riportato mostra come, ad un dato momento dello sviluppo del pensiero, si sia sentita la necessità di introdurre il concetto di quantità di materia. Siamo già al XVII secolo, a quando le cose cambieranno radicalmente. Ma qui devo avvertire che cambiamenti di tal genere non avvengono mai in un solo campo del sapere. Essi sono sempre un portato innanzitutto sociale (cambiamenti della struttura sociale con l’emergere di nuove esigenze; cambiamenti della struttura produttiva, con l’emergere di nuovi concetti funzionali a quanto si fa; cambiamenti della visione culturale complessiva; l’emergere di nuovi ceti sociali con l’obsolescenza di altri) e quindi di un evolvere simultaneo di tutti i campi della conoscenza.

        Per quel che riguarda ciò di cui mi occupo, anche la rivoluzione copernicana dette un contributo enorme all’affermazione del concetto di quantità di materia come provo brevemente a dire. Nella cosmologia aristotelica, tutt’uno con la sua fisica, i corpi celesti erano eterei (di una sostanza sottile ed immateriale) ed erano sostenuti nel cielo proprio per questa caratteristica. Non avevano le orbite alle quali oggi ci riferiamo ma erano sostenuti da sfere di cristallo. Queste ultime ruotavano trascinandosi nel moto i pianeti eterei in loro incastonati. Le cose volgari della generazione e corruzione, i moti violenti, le cadute, le tempeste, le comete, tutto ciò che muta avveniva sotto il cielo cristallino della Luna. Gli oggetti cadevano verso il centro della Terra, centro dell’Universo perché quello era il loro luogo naturale, eccetera.

        Quando si scambiano i ruoli di Terra e Sole, sistemando la prima a pianeta qualunque ed il secondo a centro dell’Universo, i problemi che si creano sono infiniti. L’intera fisica aristotelica va a quel paese. Non regge più nulla, che si mantiene invece solo perché l’ottusa Chiesa non può rinunciare al pensatore che le ha fornito dignità culturale, non può rinunciare a quel Tommaso d’Aquino che le ha reso accettabile l’ateo e meccanicista Aristotele. Si deve difendere a tutti i costi, pena il crollare di tutti i castelli costruiti su Tommaso e mai sostituiti (ancora oggi i Papi, tanto teologi quanto ignoranti di scienza, quando si riferiscono alla vera filosofia, parlano di Tommaso).

        Vediamo alcuni scampoli di quanto ho anticipato.

        Se viene meno la teoria dei luoghi naturali, perché un sasso dovrebbe cadere qui e non lì. Perché sulla Terra e non sulla Luna ?

        Se viene meno il fatto che i cieli ed i pianeti sono eterei, perché il tutto, reso volgare, non cade verso il basso ?

        Se vengono meno le sfere cristalline, chi sostiene i pianeti nel cielo ?

        ……………

        Se si riflette bene si vede che il cambiamento di riferimento pone problemi drammatici, tutti scoperti e da indagare. In pochi anni si perde ogni tranquillità e certezza e ci si trova sbattuti come oggetti qualunque in mezzo ad un universo non più ordinato e gerarchico ma reso umano in quanto tutto da indagare.

        La più grande conquista di questi anni, in cui giganteggia Galileo, è l’affermazione pratica della laicità, del tentare spiegazioni non ingenue a prescindere da cause metafisiche. Merito soprattutto di Galileo è proprio quello di sospendere il giudizio ogni volta che si trova di fronte ad un fatto non spiegato o rispetto al quale non ha strumenti di indagine. Più volte, a chi lo sollecitava, Galileo risponde che non è ancora il tempo di azzardare risposte e che quelle che gli vengono suggerite sono solo nomi che non spiegano un bel nulla.

      Mi sono soffermato su questo aspetto solo per sottolineare, anche qui, la superficialità di Jammer (non solo, per la verità, ma accompagnato da una schiera importante di storici, come mostro qui) quando afferma:

Questi esempi dimostrano che già prima della nascita della meccanica classica nei secoli XVI e XVII si era avvertito il bisogno del concetto di quantità di materia per la formulazione di leggi fisiche. Sebbene questa necessità fosse profondamente sentita, il concetto era rimasto a uno stadio alquanto incerto e indefinito. Sorprende che perfino la filosofia naturale italiana del Rinasci­mento, nonostante il suo ragguardevole contributo alla formazione dei concetti della scienza moderna, abbia dato un così esiguo apporto per chiarire questo stato di cose. Galileo, per esempio, nel Saggiatore, dove espone la sua filosofia della scienza, osserva:


“Io dico che ben sento tirarmi dalla necessità, subito che concepisco una materia o sostanza corporea, a concepire insieme ch’ella è terminata e figurata di questa o di quella figura, ch’ella in relazione ad altre è grande o piccola, ch’ella è in questo o quel luogo, in questo o quel tempo, ch’ella si muove o sta ferma, ch’ella tocca o non tocca un altro corpo, ch’ella è una, poche o molte, né per veruna imaginazione posso separarla da queste condizioni”.
 

In questo passo Galileo enumera le qualità primarie della materia: forma, dimensione, posizione, contiguità, numero, moto, qualità che sono tutte di carattere o geometrico (forma, dimen­sione, posizione, contiguità) o aritmetico (numero), o cinematico (moto). In questo elenco non compare alcun aspetto della materia che non sia geometrico-temporale.

        Davvero deprimente questo passo perché trascura ogni altro momento correlato, il fatto, ad esempio, che Galileo era in corrispondenza stretta con G. B. Baliani che invece aveva elaborato il moderno concetto di massa, distinguendolo da quello di peso. Sulla cosa dirò di più fra un poco, ora mi preme dire che, anche sulla massa, Galileo non dice pubblicamente più di ciò che è in grado di sperimentare e, come vedremo, non è poco se distingue già la massa inerziale da quella gravitazionale. Non credo che Jammer abbia distorto i fatti ma, se è così, non resta che pensare che Jammer non abbia letto l’intera opera di Galileo. Eppure, qualche riga oltre, egli ci presenta un giudizio di Giorgio de Santillana che contrasta con quanto abbiamo ora letto. Le due cose contrastano tra loro e quanto dice de Santillana concorda con quanto affermo io. Questa cosa non sembra averla colta Jammer. Dice de Santillana:

Esistono dunque proprietà matematiche inerenti alla materia, ma la
massa, benché esprimibile in termini matematici, non è tra quelle, essendo essa un altro nome della materia, nome che la contraddistingue dalla materia astratta, cioè dalla geometria. Realtà fisica e massa sono due nomi per una stessa cosa dotata di movimento, mentre le forme geometriche ne sono prive.
Ne consegue che la massa non può essere definita in termini di nessun’altra cosa: infatti essa è un primum.

        Ciò sembra poco a Jammer. Galileo è citato solo per sottrazione. Egli non ha fatto … ed in questo caso non elaborò una chiara formulazione della massa. Si fermò alla cinematica, quasi che questa non fosse indispensabile per quella.

        Ma torniamo alla ricostruzione della genesi dei concetti dei quali mi occupo, ripartendo ancora da Jammer che individua in Kepler colui che costruì la base al dispiegarsi della fisica di Newton. Seguirò ora questa linea di pensiero, integrandola alla fine con quanto Jammer omette.

        Kepler deve rendere conto delle forze che in qualche modo mantengono in cielo i pianeti privati delle sfere cristalline di sostegno. Il mistico Kepler, come si omette sempre, ha della forza l’idea di intelligenze motrici, di anime pure, non dissimile dai motori aristotelici. Il concetto di massa di Kepler discende da quello di materia. Dice Jammer:

L’antitesi metafisica tradizionale tra “forma” e “materia” costituisce la base comune ai due concetti. Come scoprì Keplero, un fattore che agisce in opposizione alle forze motrici deve necessariamente appartenere al regno della materia, poiché la natura stessa della materia, secondo la tradizione neoplatonica, consiste nella sua resistenza alla realizzazione della forma.

        Verrebbe da dire un caspita! e non tanto per quello che Kepler fa ma per quello che, discutendo di fisica, crede di vedere Jammer. In ogni caso Kepler aggiusterà successivamente le sue concezioni fino ad arrivare ad affermare la natura corporea e quindi materiale dei pianeti. E questo è un fatto importantissimo anche perché ad esso è associata la considerazione che è proprio della materia resistere al moto per restare al proprio luogo. Ma vi è in Kepler il passaggio dalla metafisica alla fisica, soprattutto se si fa un’opera di pulizia di tutte le scorie antiche che si porta dietro. Ad esempio nel seguente brano:

Se nella materia dì un globo celeste non ci fosse alcuna inerzia, che fosse per esso qualcosa di paragonabile al peso, non sarebbe necessaria alcuna forza per muoverlo; e, data una pur minima forza motrice, non vi sarebbe allora alcuna ragione per cui il globo non dovesse mettersi in movimento. Poiché tuttavia le rivoluzioni dei globi avvengono in un periodo determinato, che in un pianeta è più lungo e in un altro più breve, è chiaro che l’inerzia della materia non sta alla virtù motrice come il nulla a qualche cosa.
 

        E poco oltre, Kepler descrive il processo del movimento come prodotto da due opposti fattori. Nel moto planetario, egli afferma, la “capacità di trasporto (potenzia vectorìa) del Sole e l’impotenza del pianeta (impotentia planetae) ovvero la sua inerzia materiale, lottano l’una contro l’altra“. Sembra di capire che inerzia per Kepler è sia incapacità (aspetto passivo) della materia a muoversi che resistenza (aspetto attivo) a moti provocati dall’esterno. E ciò è detto in modo più chiaro in questa frase:

L’inerzia che si oppone al moto, è una caratteristica della materia, ed è tanto più forte quanto maggiore è la quantità di materia in un certo volume

nella quale sembra di intendere una proporzionalità tra inerzia e densità come corroborato da un altro passo:

I corpi planetari … non debbono essere considerati punti matematici ma ovviamente corpi fisici dotati di qualcosa di simile al peso …, ossia di una intrinseca facoltà di resistenza al moto determinata dalla mole del corpo e dalla densità della materia.

In definitiva si può sostenere che Kepler dette un importante contributo alla concettualizzazione del concetto di massa, senza maggiore trascendenza. Tale concetto aveva però bisogno di molti altri contributi, che si susseguirono con crescente rapidità negli anni immediatamente successivi, dovendo ancora combattere contro la metafisica presente dovunque, ad iniziare da Descartes che, con Jammer, addirittura rallentò la definizione completa del concetto di massa.

DESCARTES E LEIBNIZ

        Con il progressivo smantellamento dell’aristotelismo, soprattutto a seguito delle importanti scoperte nel campo dell’astronomia, della matematica, dell’anatomia e della meccanica, si sentiva l’esigenza di ricostruire un substrato concettuale, di riferimento, a tutto quanto di nuovo si veniva affermando. Il programma cartesiano per molti versi cercò di rispondere a questa esigenza.

        La concezione cartesiana del mondo cerca di dare una ragione più compiuta al sistema copernicano per inserirlo in una visione più generale di cui esso stesso risultasse conseguenza. Egli cominciò con il considerare un solo corpuscolo infinitesimo nel vuoto e quindi come il moto di questo primitivo corpuscolo fosse modificato da un secondo corpuscolo. In modo induttivo Descartes aggiunse via via altri corpuscoli che si urtavano indefinitamente tra loro. Egli riteneva che le variazioni sensibili del nostro universo fossero originate proprio da questi urti innumerevoli; sono proprio gli scambi di quantità di moto (che Dio mantiene sempre uguali) che rendono conto delle diverse azioni meccaniche tra i corpi. Conseguenza di ciò è 1’impossibilità di azione a distanza: ogni azione di un corpo su di un altro avviene per contatto. Nel nostro universo è quindi impossibile l’esistenza di vuoto. Nell’universo cartesiano c’è il tutto pieno eternamente in moto: un primo corpuscolo ne spinge un secondo che, a sua volta, ne spinge un terzo e cosi via finché l’ultimo corpuscolo spinto va a spingere il primo che avevamo preso in considerazione. Ne consegue una struttura a vortici (una gigantesca montatura di maionese) che è alla base dell’intero universo. Ed anche laddove non vi è materia sensibile vi è 1’etere, elemento sottile che riempie di sé tutto lo spazio risultando intimamente mescolato con tutte le sostanze. È proprio un gigantesco vortice di etere quello che pone in circolazione i pianeti intorno al Sole.

        I motivi che portarono Descartes a teorizzare un tutto pieno erano molteplici, di natura filosofica e tali da coinvolgere la sua concezione di materia e spazio. Il vuoto è inammissibile principalmente perché sarebbe una contraddizione completa, un nulla esistente. Lo spazio per conseguenza non può essere un’entità distinta dalla materia che lo riempie. Spazio e materia non sono altro che la medesima cosa.

        Su Descartes le cose da dire sarebbero molte ma, per l’economia del lavoro, mi attengo a poche considerazioni.

            Il filosofo francese enuncia tre regole relative alle leggi naturali di questo nuovo mondo, delle quali la prima è:

“… se una parte della materia avrà cominciato a muoversi, continuerà sempre con ugual forza, finché le altre non la faranno fermare o rallentare … [e questo movimento non potrà che essere rettilineo perché] il movimento rettilineo è il solo che sia perfettamente semplice” .
[Descartes – Il mondo. L’uomo]

            Dopo aver enunciato la seconda regola (conservazione della quantità di moto) così dice Descartes:

“… ora le due regole derivano evidentemente solo da questo: che Dio è immutabile e che, con l’agire sempre alla stessa maniera, produce sempre lo stesso effetto. Infatti, supponendo che nell’atto stesso di crearla, Dio abbia posto in tutta la materia in generale una certa quantità di movimenti, a meno di negare che egli agisca sempre allo stesso modo, bisogna ammettere che ne conservi sempre la stessa quantità “.
[Descartes – Il mondo. L’uomo]

        Questa prosa basta per convincere chiunque del fatto che Descartes è persona in gran parte estranea alla scienza sperimentale così come si era venuta definendo con Galileo. Si potranno sfogliare le migliaia di pagine scritte da Galileo e mai si troverà un riferimento a Dio per la spiegazione di fatti naturali. Eppure con gli sciovinisti francesi c’è poco da obiettare ed in proposito basti leggere, ad esempio, Duhem e Koyrè che assegnano a Descartes un ruolo fondamentale negli sviluppi della fisica.

        Riguardo a ciò che discutiamo, è impossibile non riferirlo alla concezione del moto di Descartes ora enunciata. E’ in una lettera a Marsenne del 1638 che egli afferma di non conoscere alcuna inerzia o tardività naturale nei corpi. La cosa viene precisata in seguito ne I principi della filosofia del 1644 in cui si sostiene semplicemente che l’essenza della materia è il suo occupare spazio, la sua estensione, il suo volume (il peso e la gravità risultano dei meri accidenti); con ciò cancellando, come anticipato, ogni progresso e mostrando il completo disinteresse per l’esperienza che pure si faceva strada in Italia e che lo stesso Marsenne, che faceva da spola tra Italia e Francia, raccomandava vivamente ai suoi protetti.

        Il fatto sorprendente, sul quale si trascura indagare, è che questa teoria della materia era addirittura in contrasto con la teologia del tempo. Era su questo infatti che si appuntarono gli strali della Chiesa e non sul preteso razionalismo cartesiano. Infatti, se la materia è solo estensione, le teorizzazioni di Tommaso saltano tutte e con esse la faticosa spiegazione della transustanziazione, nientemeno che del sacramento dell’Eucarestia. La cosa la possiamo leggere in una lettera che tal Thibaut indirizza a Marsenne:

posto che la quantità non differisce dalla sostanza corporea, poiché dopo la trasformazione del pane e del vino viene percepita la quantità, ci si domanda in che cosa consista dunque questa sostanza

        E così, il 20 settembre 1663, la Congregazione dell’Indice condannò in blocco l’opera di Descartes (pure lui, il pio e timido Descartes che si rifiuta di pubblicare perché, dopo la condanna di Galileo, ha paura delle conseguenze!).

        Riguardo alla gravità, la concezione di Descartes prevedeva che ogni corpo si trovasse in un vortice, circondato da altri vortici che premono tutti verso il centro ed è proprio questa spinta verso il centro che costituisce il peso del corpo o gravità. La cosa lo convince tanto che dirà a Marsenne che se Galileo avesse conosciuto la sua teoria non avrebbe perso tempo ad indagare la caduta di corpi nel vuoto. Il peso (ed ogni forza) è per il francese una proprietà del movimento della materia sottile eterea nei vortici, è una proprietà dello spazio e non della materia che non è altro che estensione.

        Le elaborazioni di Descartes furono duramente criticate da Leibniz che, nel 1686, pubblicò un lavoro che fece molto discutere, Brevis demonstratio erroris memorabilis Cartesii. In esso Leibniz argomentò contro il meccanicismo cartesiano soprattutto perché riduceva proprio la materia ad estensione, la rendeva divisibile in atomi indivisibili, la rendeva passiva, la separava dal mondo del pensiero. L’estensione che ha tante proprietà (omogeneità, geometria, uniformità) non è in grado di spiegare il movimento e particolarmente la resistenza dei corpi ad esso. Con queste premesse il bersaglio di Leibniz è la pretesa conservazione della quantità di moto che, nelle ipotesi di Descartes, sarebbe il prodotto di una estensione per una velocità scalare (non vettoriale). Leibniz afferma che la conservazione non riguarda tale grandezza ma la forza viva (vis viva) che corrisponde a quella che noi chiamiamo energia cinetica (prodotto di massa per quadrato della velocità). Il problema che Leibniz pone è una conservazione dinamica (la sua) rispetto ad una statica (quella di Descartes). Se poi si va ad indagare in cosa consista tale forza viva si scopre che si tratterebbe di una entità metafisica in contrasto con il meccanicismo cartesiano. Quindi materia (entità passiva, o inerzia o impenetrabilità o resistenza agli urti) e moto (che si esprimono insieme in natura come vis viva) sono fenomeni che rappresentano realtà metafisiche. In tale visione i corpi fisici sono l’insieme di punti metafisici o centri di forze creati da Dio e dette monadi (il differenziale in matematica come si intuisce in altre elaborazioni di Leibniz) nelle quali si ricostituisce l’unità tra fisico e metafisico, tra materia e spirito.  Ho riportato queste idee di Leibniz, non tanto perché attinenti a quanto studiamo (anche se fanno capire che qui non è il caso di andare a ricercare le quantità di materia o i pesi), quanto per il fatto che alcuni scienziati, in seguito, si rifaranno a lui (Faraday, ad esempio).

GALILEO, GIOVANNI BATTISTA BALIANI, EVANGELISTA TORRICELLI

        Ed è ora di riportare qui i contributi, del tutto trascurati da Jammer, di Galileo,di G. B. Baliani e di Torricelli, tra l’altro gli unici del tempo, immuni da spiegazioni metafisiche per questioni fisiche.

       Inizio con una questione di metodo alla quale ho già accennato.

       Nel Dialogo sui massimi sistemi (1632), quando salta fuori il problema della natura della gravità, possiamo leggere quanto segue:

Salviati — … dico che quello che fa muovere la Terra è una cosa simile a quella per la quale si muove Marte, Giove, e che è credo che si muova anche la sfera stellata; e se egli mi assicurerà chi sia il movente di uno di questi mobili, io mi obbligo a saper dire chi fa muovere la Terra. Ma più, io voglio far l’istesso s’ei mi sa insegnare chi muova le parti della Terra in giù.

Simplicio — La causa di quest’effetto è notissima, e ciaschedun sa che è la gravità.

Salviati — Voi errate, signor Simplicio ; voi dovevi dire che ciaschedun sa che ella si chiama gravità. Ma io non vi domando del nome, ma dell’essenza della cosa… “.

       Questo è il corretto atteggiamento di Galileo: per sapere cos’è una cosa non basta darle un nome e Galileo non ha elementi per entrare a discutere di gravità. Invece di addentrarsi in disquisizioni che, in mancanza di elementi concreti, non potrebbero che perpetuare il metodo della scolastica, egli sospende il giudizio.

        Per ciò che riguarda la massa le cose procedono allo stesso modo. Galileo non si addentra in ciò che non comprende bene: ha già un’enormità di problemi da dover risolvere … Ma dove ha elementi sperimentabili dice cose di estremo interesse che sopravanzano qualunque altro contemporaneo.

        Nei Discorsi intorno a due nuove scienze (1638) Salviati sta discutendo con Simplicio della caduta dei gravi; il problema è se due gravi di massa (come diremmo oggi) diversa cadano con uguali o diversi gradi di velocità.

            Supponiamo sia vero quanto afferma Aristotele: due gravi di diversa massa cadono con gradi di velocità diversi.

            Consideriamo due pietre: una grande che cada con 8 gradi di velocità ed una piccola che cada con 4 gradi di velocità. Se leghiamo la pietra grande con la piccola, la grande sarà ritardata dalla più piccola mentre la più piccola sarà accelerata dalla più grande, di modo che i gradi di velocità del sistema dovrebbero essere non superiori ad 8.

            Simplicio è d’accordo con questa argomentazione di Salviati il quale, però, continua osservando che i due gravi legati costituiscono un grave più grande del grande, allora esso dovrebbe discendere con più di 8 gradi di velocità.

            Ammettendo Aristotele, si arriva dunque all’assurdo di ammettere che oggetti più gravi cadono più lentamente di oggetti meno gravi.

            Simplicio si sente frastornato da questo ragionamento e osserva che gli pare che il grave più piccolo aggiunto al più grande gli aggiunga peso ma non capisce come non possa aggiungergli velocità.

        Galileo aggiunge subito dopo, per bocca di Salviati, in risposta a Simplicio delle considerazioni di estremo interesse:

Salviati — Qui commettete un altro errore, Sig, Simplicio, perché non è vero che quella minor pietra accresca peso alla maggiore.

Simplicio — Oh, questo passa bene ogni mio concetto.

Salviati — … avvertite che bisogna distinguere i gravi posti in moto da i medesimi costituiti in quiete. Una gran pietra messa nella bilancia non solamente acquista peso maggiore col sovrapporgli un’altra pietra, ma anco la giunta di un pennecchio di stoppa lo farà pesar più quelle sei o dieci once che peserà la stoppa; ma se voi lascerete cader da un’altezza la pietra legata con la stoppa credete voi che nel moto la stoppa graviti sopra la pietra, onde gli debba accelerar i1 suo moto … ? Sentiamo gravitarci sulle spalle mentre vogliamo opporci al moto che farebbe quel peso che ci sta addosso; ma se noi scendessimo con quella velocità che quel tal grave naturalmente scenderebbe, in che modo volete che ci prema e graviti sopra? Non vedete che questo sarebbe un voler ferir con la lancia colui che vi corre innanzi con tanta velocità, con quanta o con maggiore di quella con la quale voi lo seguite? Concludete pertanto che nella libera e naturale caduta la minor pietra non gravita sopra la maggiore, ed in conseguenza non le accresce peso, come fa nella quiete”.

        Galileo non possiede il concetto di massa (per lui è un qualcosa di primitivo) e conseguentemente non ha il concetto di forza come causa di accelerazione ma sa cogliere con chiarezza uno degli aspetti delle differenti proprietà inerziali e gravitazionali dei corpi e, in qualche modo, una delle differenze tra quelle che oggi chiameremmo masse inerziali e gravitazionali, fatto che permette di vedere sotto una nuova luce il suo contributo al principio d’inerzia (coscienza delle azioni che originano variazioni di velocità) e, perché no ?, alla dinamica. Eppure, nonostante questa coscienza avanzata dei fenomeni coinvolti nella gravità, Galileo non entra in disquisizioni sulla sua natura. E anche questa è una indicazione di metodo che qualcuno, sovrapponendo conoscenze di oggi ad una distesa indagine storica, non riesce a vedere.

        Ma Galileo dal 1613 intratteneva anche una feconda corrispondenza con il genovese Baliani  tramite una presentazione del Salviati, il quale definiva Baliani “uno che si ride di Aristotile e di tutti i peripatetici” e che “a molte cose mi ha date le istesse ragioni che ho intese da lei”. Il carteggio durò fino alla morte dello scienziato pisano, e fino al 1638 rimane l’unico documento dell’operosità scientifica del genovese. Nel 1638 infatti Baliani pubblicò una sua importante opera sul moto, De motu naturali gravium solidorum, rivista ed ampliata nel 1646. E’ interessante leggere almeno parte dell’introduzione di tale lavoro per capire gli enormi passi in avanti fatti in pochi anni nella comprensione del concetto di massa (quantità di materia) e del come il concetto si andava distinguendo da peso, volume e densità.

Nel 1611 … nei pochi mesi in cui, in osservanza alle leggi della mia città, ricoprivo l’incarico di prefetto della fortezza di Savona, assistendo alle esercitazioni militari compresi che le munizioni di ferro e di pietra usate nelle macchine belliche, e dunque anche tutti i corpi gravi, di specie uguale o diversa, e notevolmente diseguali in mole e gravità, percorrevano nella caduta naturale il medesimo spazio con tempo e moto uguali; ciò avveniva con straordinaria uniformità perché, ripetendo l’esperimento, constatai che due siffatti globi, entrambi di ferro, oppure l’uno di pietra e l’altro di piombo, lasciati andare nel medesimo istante da un’altezza di cinquanta piedi, giungevano al suolo in un indivisibile istante di tempo, sì che i due colpi si percepivano come uno solo, nonostante l’uno pesasse una libbra e l’altro cinquanta.
Mi ripetevo che, secondo la sentenza comunemente accolta, i gravi si muovono di moto naturale seguendo il rapporto delle loro gravità. Così decisi di mettere ulteriormente alla prova quell’enunciato, nel senso che, forse, esso descriveva correttamente la caduta di corpi aventi pressappoco la medesima mole ma peso sensibilmente diverso, ad esempio uno di piombo e l’altro di cera: sperimentai un tempo di caduta appena maggiore nel corpo di cera, ma tuttavia decisamente inferiore al rapporto delle gravità, dal momento che in una caduta di cinquanta piedi il globo di cera si trovava a distare circa un piede dal suolo nell’istante in cui quello di piombo lo colpiva, per via dell’aria interposta, ritengo, che ne ritardava il movimento ostacolandolo sensibilmente.
Decisi di approfondire l’indagine, e sospesi a cordicelle uguali sfere di materiali e gravità differenti; compresi che esse, una volta poste in movimento, si muovevano in tempi uguali, e che mantenevano tale uguaglianza tanto fedelmente che una sfera di piombo di due once, un’altra di due libbre, una di ferro di trentaquattro libbre e una di pietra di quaranta libbre, nonché un sasso informe, le cui corde di sospensione, sommate al raggio di ciascuno, fossero tra loro uguali, si muovevano in un medesimo intervallo temporale e compivano il medesimo numero di vibrazioni, indipendentemente dal maggiore o minore spazio percorso, poiché il pendolo spinto con maggior impeto percorreva sì uno spazio maggiore, ma con altrettanto maggiore velocità.
Nel corso di tali esperienze osservai con sorpresa che globi sospesi a cordicelle diseguali si muovevano di moto diseguale, e in modo tale che le lunghezze stavano tra loro come i quadrati della durata dei movimenti. Inoltre, poiché le suddette osservazioni dimostravano a sufficienza che nel moto naturale dei gravi non si conserva la proporzione – generalmente fin qui accettata – delle gravità, mi risolsi ad attribuire alla gravità il ruolo dell’agente, e alla materia o, se si preferisce, al corpo materiale, quello del paziente, e a stimare perciò che i gravi si muovano secondo la proporzione tra gravità e materia; di conseguenza, fintanto che si muovono naturalmente lungo la perpendicolare senza impedimento di sorta, si muovono ugualmente, dato che a maggior gravità corrisponde parimenti maggior materia, ovvero quantità materiale; quando invece sopravviene qualche resistenza, allora il moto è regolato dall’eccesso della virtù attiva rispetto alla resistenza passiva, ovvero agli impedimenti del moto. …

        La citazione è lunga ma era necessaria per come chiaramente vengono messi in gioco tutti i termini del problema del quale mi occupo. E Baliani ricava questo a partire da dati empirici che poi divengono esperienze con tutte le elaborazioni teoriche, che vengono diffusamente illustrate nelle pagine che seguono. E’ uno degli esempi più significativi della scienza galileiana che si fa strada e che fornisce agli studiosi che seguiranno oltre alle elaborazioni un metodo di lavoro estremamente potente ed efficace. In particolare, il fatto che il peso (gravità) si comporta come agente e la materia come paziente, sarà letteralmente ripreso da Newton allo stesso modo di virtù attiva e resistenza passiva, come vedremo (ma Newton e quasi tutti gli altri scienziati dell’epoca, tradiranno lo spirito galileiano rimettendo in ballo qua e là la metafisica. Solo Huygens, che fonda una meccanica esterna a quella newtoniana, può essere definito uno scienziato galileiano).

        Dal brano riportato si vede chiaramente che Baliani non si ferma alla distinzione tra massa (quantità di materia) e peso, ma riesce a scorgere il profondo significato del fatto che i gravi cadenti hanno tutti la stessa accelerazione: pur riferendosi solo al peso e alla massa vede già il fatto fondamentale che noi oggi esprimiamo dicendo che «la massa inerte [proprietà per cui la materia reagisce alle azioni modificatrici del suo stato di quiete o di moto uniforme e rettilineo] è proporzionale alla massa gravitazionale [proprietà per cui la materia è attratta, e attrae, altra materia]». Ma l’indagine prosegue e Baliani si chiede perché due palline uguali A e B di cui una pesa il triplo dell’altra (mettiamo A di platino, B di ferro), cadono con identica accelerazione? La risposta è semplice: per il fatto che se A è spinta con forza tripla di B, essa ha, però, anche massa tripla: è tripla la potenza di azione, ma è tripla anche la resistenza: i due fatti si compensano perfettamente. E da ciò egli ricava che:

I gravi si muovono secondo la proporzione dei loro pesi alla loro materia, onde se cadono senza impedimento, verticalmente, si devono muovere tutti con la stessa velocità, poiché quelli che hanno più peso hanno anche più materia o quantità di materia.

        E ciò vuol dire è proprio della natura dei gravi, che il loro peso è connesso alla quantità di materia, e sempre la segue, a questa condizione: tanto è il peso, cioè la sua potenza di azione, altrettanta è la materia, cioè la resistenza. E da ciò seguono effetti uguali (cioè uguali accelerazioni). Se dovessimo oggi scrivere in formula quanto Baliani sostiene dovremmo scrivere che l’accelerazione a di un grave in caduta è il rapporto tra il suo peso p e la sua massa m:
 

a = p/m      =>     p = ma
 

(e ciò vuol dire che di tanto cresce il peso, di tanto cresce la massa con la conseguenza che l’accelerazione, rapporto tra le prime due grandezze, si mantiene costante). E se si fa attenzione la relazione scritta non è che un caso particolare della seconda legge di Newton F = ma (che è qui solo riferito ad una particolare forza, il peso p). Nel Libro IV, infine, vi è un ribadire di nuovo il concetto precedente:

la natura dei gravi è tale che il loro peso sia connesso alla materia e sempre la segua a tale condizione: che quanto è il peso, ossia la sua potenza d’azione, altrettanta sia la materia e perciò la resistenza; dal che infine seguono effetti uguali.

        E poiché Baliani è poco conosciuto, non è male aggiungere qualcosa anche se apparentemente distante da quanto discuto. In tutto il Libro I del De motu vengono trattate tutte le possibile cadute di gravi mediante pendoli, piani inclinati e libere e non si fa mai riferimento alle diverse masse parlando genericamente solo di gravi, con ciò mostrando di aver compreso, con Galileo e come diremmo oggi, l’indipendenza della caduta di un grave dalla sua massa. Nell’introduzione al Libro III (aggiunto nel 1646) si enuncia con chiarezza il principio d’inerzia con le parole che seguono:

Poiché dunque, come si è appena detto, il mobile che è stato messo in movimento si muove in seguito uniformemente senza bisogno di alcun motore, sembra legittimo inferire che il moto produce il moto, o meglio il perseverare del moto e, per così dire, la sua stessa estensione e prolungamento, in quanto ogni volta che il mobile è stato messo in movimento diventa adatto e virtualmente capace di muoversi immediatamente nello stesso modo. Queste considerazioni mi suggerirono l’idea che l’essenza dei mobili consistesse nel comportamento indifferente nei confronti tanto della quiete quanto di qualsiasi moto, cosicché, ogni qual volta si sia dato un movimento, e da qualunque causa provenga, naturale o violenta, ad esso succeda un movimento simile, ovvero il medesimo movimento di prima perseveri con la stessa velocità che aveva assunto in un istante qualunque, fino a che non venga ostacolato. Tali riflessioni mi indussero inoltre a credere che questa prosecuzione del movimento, che scaturisce in modo così immediato dalla natura del mobile, fosse probabilmente l’unica e semplice causa dalla quale derivano tutti quegli effetti e proprietà che noi percepiamo nei fenomeni di movimento sia naturale che violento.

        Alla fine di questo paragrafo debbo accennare al fatto che un altro allievo di Galileo, Evangelista Torricelli, riuscì a discutere di meccanica completamente al di fuori di ogni metafisica e quindi di cause occulte. Fu Torricelli il primo che si pose il problema dinamico dell’indagine delle cause del moto, del capire la natura di quella che oggi chiamiamo forza (legata come sappiamo oggi al concetto di massa che stiamo studiando). Torricelli  restava insoddisfatto della posizione di Galileo sulla caduta dei gravi e quindi sul problema della gravitas degli oggetti. Galileo, che aveva dovuto districarsi tra migliaia di concetti confusi, che aveva dovuto sistematizzare quanto noto, era restìo a mettere in ballo nomi che spiegassero qualcosa. Il nome non spiega nulla ed egli, in mancanza di spiegazioni, si rifiutava perfino di chiamare le cose in un certo modo come abbiamo visto un poco più su. Ma fatta proprio da Galileo la prima chiarezza, essendosi sfoltite e chiarite le difficoltà di base, da quel punto era più semplice individuare i singoli problemi e tentare di risolverli. Il problema della gravitas fu posto da Torricelli nel modo seguente (in Della forza della percossa, una parte delle sue Lezioni accademiche, che videro la luce postume nel 1715). Se per spezzare una lastra di marmo occorrono 1000 libbre sistemate su di essa, come mai è possibile spezzarla anche facendo cadere su di essa solo 100 libbre da una data altezza ? La risposta che si diede era che la gravitas è una proprietà interna al corpo che fornisce ogni istante un impulso pari al peso del corpo. Poggiare le 100 libbre su una lastra comporta disporre di una sola parte della proprietà della gravitas, quella statica che viene annullata dalla resistenza della lastra. Quando un oggetto è in caduta dispone anche degli impulsi della gravitas: ad ogni istante (unità elementare di tempo, indivisibile ed infinitamente piccola; ndr) si genera un impulso che si somma al precedente in modo che dopo la caduta da una certa altezza si è accumulato tanto impulso in grado di rompere la lastra. Ed in definitiva, la gravitas di cento libre sommata all’impulso accumulato nella caduta, se arriva alle mille libbre, è in grado di rompere la lastra. Ma leggiamo questo argomento direttamente dalla parole di Torricelli:

Sottopongasi alla nostra contemplazione una tavola di marmo, la quale, per essere spezzata senza forza di percossa alcuna, ricerca di avere sopra di sé un grave quiescente che pesi non meno di mille libre. Se un altro grave, che pesi solamente libre cento, sarà posto quiescente sopra la medesima tavola, non averà per certo forza tale che sia bastante per romperla; poiché a questo effetto vi vogliono non cento, ma mille libre di peso, come supponemmo. È dunque manifesto che il momento, o vogliam dire attività di cotal grave, per rompere il piano sottoposto, per sé solo sarebbe come nulla. Non si niega che il momento di tal grave non sia cento libre come realmente egli è et che, multiplicato, non possa rompere la tavola; … Ora, senza multiplicare la materia, io credo che, moltiplicandosi il tempo produttore dei momenti, et insieme trovando qualche modo di conservare i momenti prodotti dal tempo, noi averessimo l’istesso ef­fetto et l’istesso accrescimento di forza. … La gravita nei corpi naturali è una fontana, dalla quale continuamente scaturiscono momenti. Il nostro grave produce in ogni istante di tempo una forza di cento libre; adunque in dieci istanti o, per dir meglio, in dieci tempi brevissimi, produrrà dieci di quelle forze di cento libre l’una, se però si potessero conservare. Ma sin tanto che egli poserà sopra un corpo che lo sostenga, non sarà mai possibile di aver l’aggregato delle forze, che desideriamo, tutte insieme; poiché subito, quando la seconda forza o momento nasce, la precedente è già svanita o, per così dire, è stata estinta dalla contrarietà repugnante del piano sottoposto, il quale, nel medesimo tempo in che nascono detti momenti, gli uccide tutti sucessivamente un dopo l’altro. …  Io dico che detti momenti si conserveranno e si aggregheranno insieme. Ciò è manifesto per l’esperienza continua dei gravi cadenti e del moto accelerato, vedendosi che i gravi, dopo le cadute, hanno maggior forza che non avevano quiescenti. Ma anco la ragione lo persuade; poiché se quell’ostacolo sottoposto, colla continua repugnanza del suo odioso toccamento, estingueva tutti i predetti momenti, ora che è levato l’ostacolo, dovrà, colla remozione della causa, esser rimosso anco l’effetto. Quando poi il grave, dopo la caduta, arriverà alla percossa, non applicherà più, come faceva prima, la semplice forza di cento libre, figlia di uno istante solo, ma le forze moltiplicate, fìglie di dieci istanti, che saranno equivalenti a libre mille: tante, per appunto, quante ne voleva il marmo unite et insieme applicate per restar rotto e superato.

        Il linguaggio è difficile perché difficile è riconoscere i concetti e le espressioni che usiamo oggi. Ma in questo modo si usciva dal pantano che si aveva, pantano, come accennato di confusione e di bisogno di sistematizzazione dei concetti, non solo verbalmente, ma anche e soprattutto sperimentalmente.E, se si fa caso, origine ulteriore di difficoltà è la mancanza di formalizzazione.La tanto vituperata matematica da qualche lettore, dovrebbe riacquistare credito dal confronto di quanto semplifica rispetto a quanto leggiamo qui. Ed in proposito è utile leggere oltre questo brano di Torricelli perché si scopreche dietro le sue parole si nasconde la definizione moderna di impulso che è in realtà il concetto primitivo di forza che ciascuno di noi ha (la forza della definizione newtoniana è un qualcosa con cui raramente si ha a che fare, contrariamente all’impulso, cioè ad una forza applicata per un tempo breve: un calcio, uno schiaffo, una spinta, …). Dice Torricelli:

se la forza delle percossa fusse infinita, doverebbe ogni percossa, benché piccola, fare effetto infinito; ma noi vediamo che qualunque percossa, benché grande, fa effetto terminato, et anco spesse volte insensibile; come chi battesse sopra l’incudine col martello, che fa egli più di quello che farebbe se ve lo tenesse fermo?
A questo si risponde così: allora seguirebbe l’effetto infinito ad ogni benché piccola percossa, quando la percossa fusse momentanea, cioè quando il percoziente applicasse tutto quel cumulo di momenti che egli ha dentro di sé aggregati insieme, che sono veramente infiniti, e gli conferisse tutti al suo resistente in un solo istante di tempo. Ma se, nell’applicargli, gli applica con qualche spazio di tempo, non è più necessario che l’effetto segua infinito, anzi può esser minimo, però nullo mai.

ed a causa dell’elasticità dei corpi, come mostrato da Galileo, gli urti si estendono nel tempo, e quanto più questo è lungo tanto minore sarà la forza esercitata. Così, la creazione di momento è identica alla sua distruzione che, detto in formule vuol dire che:

F.Δt =  Δ mv

e cioè che il prodotto di una forza costante per tutto il tempo in cui agisce, è uguale al cambiamento del momento o quantità di movimento.

        Le cose di Torricelli non furono conosciute con l’ampiezza che meritavano nel suo tempo e, con Westfall, non credo che avrebbero avuto il successo che meritavano. Huygens fu uno dei pochi che le conobbe, particolarmente la proposizione di Torricelli che affermava:

Due gravi congiunti non possono mettersi in movimento a meno che il loro comune centro di gravità non discenda

che vuol dire che una bilancia è in equilibrio se il moto delle sue braccia non abbassa il centro di gravità comune, oppure che se due corpi vengono collegati mediante una fune sopra una puleggia, uno cade spingendo l’altro verso l’alto solo se il centro comune di gravità si abbassa scendendo. Era la chiave del passaggio ai sistemi a molti corpi. E questa (ricerca del centro di gravità), come vedremo, sarà una delle basi di partenza per lo sviluppo della meccanica di Huygens.

        Torricelli morì prematuramente, in tempo per salvarsi dalle persecuzioni della Chiesa che mal vedeva il suo rifiuto dell’horror vacui di aristotelica memoria. Infatti, già qualche anno prima della sua scomparsa, così gli scriveva il suo corrispondente Ricci (18 giugno 1644)

Stimo che sarà pur troppo nauseato dalla temeraria opinione de’ suddetti Teologi, e dal costume suo costante di meschiar subito le cose di Dio ne’ ragionamenti naturali, dove che quelle dovrebbono con maggior rispetto, e riverenza esser trattate.

        Il vuoto scoperto da Torricelli comportava la discontinuità della materia e con esso la possibilità di esistenza di atomi; e l’atomismo era combattuto dalla Chiesa, oltre che per il richiamo a filosofi atei e materialisti come Democrito, a causa delle difficoltà che, secondo alcuni teologi, da esso sarebbero potute scaturire ancora per una fedele interpretazione del dogma della transustanziazione.

CHRISTIAAN HUYGENS

        Dopo aver discusso, nel De motu corporum ex percussione (1668), e spiegato gli errori cartesiani alla conservazione della quantità di moto, fornendone una moderna formulazione, gli studi di Huygens si appuntarono sui moti circolari di corpi rigidi e sull’insorgere delle forze centrifughe. Nel suo De vi centrifuga (pubblicato postumo nel 1703) studiò l’intensità della forza centrifuga (ed il termine fu coniato da Huygens stesso) di un corpo in rotazione o in rivoluzione. L’interesse per questo problema gli nasceva dallo studio degli orologi a pendolo e dalle oscillazioni ad arco di cerchio delle masse rigide pendolari, problemi che aveva affrontato ampiamente nel suo Horologium oscillatorium del 1673. Egli osservò che un corpo rigido che si muove di moto circolare uniforme ha la tendenza (il conatus) a spostarsi verso la periferia e, tale tendenza, è del tutto simile a quella di un corpo in caduta, e quindi dei corpi pesanti sospesi ad un filo. Per Huygens forza centrifuga e peso, erano più che fenomeni simili; essi dovevano anche essere complementari. L’influenza della sua formazione cartesiana (teoria dei vortici) gli faceva considerare il peso come una mancanza di forza centrifuga: la caduta di una pietra avviene in corrispondenza ad una piccola quantità di materia che si allontana dalla Terra. Nelle sue elaborazioni trovò che:

le forze centrifughe dei corpi mobili ineguali, ma mossi secondo circonferenze eguali e con eguali velocità stanno tra loro come la gravità o quantità solide dei corpi

e che la forza centrifuga aumenta in proporzione con il peso (o materia solida) del corpo. Da qui, con elaborazioni geometriche accuratissime, trovò la relazione che ci fornisce la forza centrifuga:

(1)                                              

e nella formula F è la forza centrifuga, è la velocità tangenziale del corpo in rotazione, r è la distanza del corpo in rotazione dal centro della traiettoria circolare ed m è proprio la materia solida del corpo (concetto molto vicino a quello di massa).

NEWTON: LA DEFINIZIONE DI MASSA

        Galileo e la sua scuola avevano iniziato a sistematizzare la gran mole di conoscenze che via via, in lunghi e travagliatissimi anni, dominati dall’oscurantismo della Chiesa, si erano accumulate. Con loro nasceva una scienza nuova, quella del moto, in gran parte solo cinematico. Abbiamo visto che con la percossa si intendeva una sorta di impulso (una forza per un dato tempo) come oggi lo chiameremmo. Quindi nell’aria vi era l’idea di introdurre la causa del moto che non fosse solo la gravità. Con la gravità le cose erano state risolte a buon punto da Baliani e da Torricelli che aveva iniziato a porre chiaramente l’idea di causa del moto in generale. Per altri versi Huygens aveva creato una sorta di parallelismo tra peso e forza centrifuga. Si può dire che le elaborazioni che si andavano accumulando, corroborate da una grande varietà di dati sperimentali e da elaborazioni teoriche che si andavano formalizzando per via ancora del tutto geometrica, erano ormai ad un punto di maturazione nel quale si poteva pensare a dare una organicità all’intera materia. E fu Newton che fece il grande balzo dalla cinematica alla dinamica, dal moto alle sue cause, ricavandone le leggi ed introducendo il concetto di forza. Per far tutto questo, e basta leggere la sua opera principe di meccanica per rendersene conto, gli fu in dispensabile definire, proprio come primissimo concetto in apertura dei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (1687), il concetto di massa.

        L’opera, che assiomatizza tutto ciò che si conosceva di meccanica con sostanziali contributi dello stesso Newton, si apre con una parte di grande importanza, le Definizioni e gli Assiomi, che definiscono appunto i concetti base della meccanica.

        Le Definizioni si aprono così:

 DEFINIZIONE I

        La quantità di materia è la misura della medesima ricavata dal prodotto della sua densità per il volume.   

e, più oltre, Newton dice:

In seguito indicherò questa quantità indifferentemente con i nomi di corpo o massa. Tale quantità diviene nota attraverso il peso di ciascun corpo. Per mezzo di esperimenti molto accurati sui pendoli, trovai che è proporzionale al peso …

        Questa definizione, probabilmente scritta in ogni testo elementare di fisica ed apparentemente innocua, ha messo in moto una quantità incredibile di obiezioni che ancora non si sono definitivamente placate. Con ogni cautela, per quanto dirò più oltre, la questione si pone in questi termini. Per definire una qualunque cosa, oggetto, concetto, è indispensabile farlo con cose, oggetti e concetti noti. Se ciò non è ci rincorriamo in un circolo vizioso di definizione attraverso cose non definite (supponiamo di definire ‘caverna’ come ‘grotta’, se uno poi chiede cos’è una grotta non possiamo dire che la grotta è una caverna). La quantità di materia, che da ora chiamerò massa, è definita mediante il volume e la densità. Per il volume non vi sono problemi ma per la densità ve ne sono perché questa quantità è definita come il quoziente della massa di una sostanza ed il suo volume. Si capisce immediatamente che resta da definire o la massa o la densità. Sarà Mach nel 1883 (duecento anni dopo) a porre con forza tale problema e ad introdurre la definizione di massa come rapporto tra forza ed accelerazione (ma su questo tornerò più oltre). Pala, che ha curato la traduzione commentata italiana dei Principia, ricorda che E. A.Burtt (The Metaphysical Foundations of Modern Science, 1924) aveva osservato che dopo tutto Newton poteva valersi solo di parametri che allora erano familiari e questa cosa rappresentava già un grande progresso; come alternativa aveva il presentare la massa come concetto primitivo. Ma, a ben vedere, Newton non entrò nel circolo vizioso poiché, quando nel seguito parla di densità lo fa senza definire questa grandezza ma dandola come primitiva. Anche così però si resta insoddisfatti tanto che uno dei curatori di una delle edizioni dell’opera di Newton, H. Pemberton, quando scrisse un lavoro divulgativo (A view of sir Isaac Newton’s philosophy, 1728), definì la quantità di materia come  la misura dell’inerzia dei corpi (vis inertiae).

        Questa prima definizione permette a Newton di dare le successive nelle quali tale concetto di massa è ampiamente utilizzato. E si coglie immediatamente il fatto che la definizione di massa permette da subito l’avvio della dinamica. In particolare, dopo la definizione della quantità di moto, di inerzia della massa (forza insita), di forza impressa (quella capace di mutare lo stato di quiete o di moto di una data massa), … vengono gli Assiomi e, dopo la Legge I (principio d’inerzia)

Ciascun corpo persevera nel proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, eccetto che sia costretto a mutare quello stato da forze impresse.

 e prima della Legge III (principio di azione  e reazione)

Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: ossia, le azioni di due corpi sono sempre uguali fra loro e dirette verso parti opposte,

viene la

LEGGE II 

        Il cambiamento di moto è proporzionale alla forza motrice impressa, ed avviene lungo la linea retta secondo la quale la forza è stata impressa

        Si tratta della seconda legge della dinamica, quella riassunta comunemente dalla formula

(2)                                           F = m.a

(per essere precisi si dovrebbe dire F = k . m.adove il coefficiente di proporzionalitàk viene posto uguale ad 1, dopo opportuna scelta delle unità di misura della forza). Anche qui sono sorti dei problemi, questa volta non dovuti a Newton. Infatti tale legge era formulata in latino da Newton nel modo seguente:

Variationem motus proportionalem esse vi motrici impressae et fieri secundum lineam rectam qua vis illa imprimitur

        Il problema lo pose Planck nel 1906 (Das Prinzip der Relativität und die Grundgleichungen der Mechanik), discutendo del recentemente pubblicato articolo di Einstein sulla relatività (Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento, 1905). Planck metteva in discussione l’uso che acriticamente Einstein aveva fatto di quella relazione F = m.a. Tutto discendeva da una traduzione mal fatta di quel termine varitionem motus che doveva essere inteso diversamente e non come avevano per due secoli sempre tradotto svariati storici. Con variazione di moto non si doveva intendere l’accelerazione ma la variazione della quantità di moto. Tale diversa traduzione avrebbe permesso di scrivere:

(3)            Δ(m.v) = F.Δt

[l’impulso F. Δt che riceve un dato corpo è uguale alla variazione di quantità di moto Δ(m.v) di quel corpoche è espressione utilizzabile in relatività, contrariamente alla F = m.a come Planck aveva correttamente osservato. Ma da qui discendono altre conseguenze che discuterò però al momento opportuno. Comunque, sulla difficoltà sollevata da Planck, Gliozzi osserva, con una qualche ragione, che filologicamente, poiché Newton parla esplicitamente di forza impressa e non di impulso, la versione tradizionale sembra la più corretta mentre l’altra, suggerita da Planck, sembra piuttosto discendere dal senno di poi. Ed aggiunge una considerazione condivisibile:

La definizione newtoniana di quantità di materia è certamente difettosa, e tuttavia questa manchevolezza non impedì di essere posta a base del più grande, più organico, più coerente trattato di meccanica che sia stato mai scritto. Sicché non è vero che un ente non definito o malamente definito porti in sé qualcosa d’indeterminato e di vago, che si riverbera sui successivi concetti definiti mediante il primo. Spesso non si riesce a definire un ente, non perché esso sia poco chiaro, ma, al contrario, perché ci è troppo noto, tanto noto che non riusciamo a trovare concetti più semplici dai quali farlo dipendere.
 

        Osservo che se non si ha una chiara definizione di massa, anche il concetto di forza sfugge. La Seconda legge definisce infatti la forza mediante la massa e risiamo quindi in un circolo vizioso. La cosa è tanto discutibile che su questa vicenda si sono innestate moltissime polemiche ancora oggi non placate. Io ci tornerò ma debbo qui dire che vari filosofi della natura considerarono la forza di Newton come un’entità metafisica. La frase in uso è che tutti ne conoscono gli effetti ma le forze nessuno le ha mai viste.

        E vengo a quanto Newton aveva annunciato, il mostrare che la massa, cosa del tutto diversa dal peso, è proporzionale a quest’ultimo. Devo dire che, riguardo alla meccanica e per quanto risulta, questa è l’unica parte in cui Newton sperimentò. Si servì invece delle esperienze e dei risultati di tutti gli altri studiosi di tali problemi. Newton fu invece fecondissimo si esperienze in ottica ma anche in alchimia. Devo anche aggiungere che riportare le dimostrazioni matematiche di Newton è molto complicato perché è difficilissimo per noi seguirne il ragionamento e le dimostrazioni, tutte geometriche (i metodi del calcolo, già sviluppati da Newton, non compaiono nei Principia) e questo perché il linguaggio in cui si capivano i filosofi naturali dell’epoca era solo geometrico. Inoltre Newton era portatore di una gran mole di novità fisiche, complicare il tutto introducendolo anche con il nuovo linguaggio delle flussioni avrebbe fatto correre il rischio di un rifiuto generalizzato. Anche se altrimenti complesse, a noi contemporanei risultano più semplici le dimostrazioni newtoniane che utilizzano il calcolo e, quando si presenterà l’occasione, sarà con questo che tratterò i risultati di Newton.

        Le innumerevoli ed accuratissime esperienze (un insieme di raziocinio matematico-geometrico ed esperienza) di Newton con i pendoli sono descritte nel Libro II dei Principia, dove misura la resistenza dell’aria dal decremento progressivo delle oscillazioni del pendolo (ripete quindi le stesse esperienze in acqua e mercurio). Attraverso tali esperienze, Newton mostra la proporzionalità esistente tra forza e peso. Per arrivare a rendere conto di ciò e per non lasciare a sole enunciazioni questa parte, occorre ricostruire (non storicamente ma logicamente) i vari passi seguiti da Newton, con l’ausilio di Max Born.

PESO, MASSA E PENDOLI

        Se facciamo agire una forza (quella della Seconda Legge di Newton) su dei corpi troviamo che i corpi pesanti presentano una resistenza maggiore di quelli leggeri. Per chiarire, consideriamo due sfere A e B (delle stesse dimensioni), delle quali B sia due volte più pesante di A. Se applichiamo ad A e B, poste su una superficie piana, due spinte (impulsi) uguali, osserviamo che A si muove con velocità doppia di B. Ciò vuol dire che B presenta una resistenza doppia di A alla variazione di velocità. E’ questo fatto, descritto in modo così grossolano, che porta ad affermare che le masse m sono proporzionali ai pesi P. Il rapporto tra massa e peso che è una quantità costante, lo possiamo indicare con g:

(4)                                        

Per vedere ciò in modo meno grossolano (si sono qui trascurate varie cose che non è ora il caso di mettere in gioco) si può ricorrere alla caduta libera o, che è lo stesso, al rotolamento delle sfere A e B su di un piano inclinato (anche il rotolamento prevede comunque l’ammissione di importanti semplificazioni). Lasciate rotolare le sfere, partite allo stesso istante, si osserva che arrivano contemporaneamente in fondo al piano inclinato. (Questo risultato sembrerebbe in contraddizione con quanto visto prima. Si faccia però attenzione, mentre prima davamo una spinta – una forza per un tempo breve – e poi A e B si muovevano inerzialmente, ora su A e B agisce sempre la stessa forza fino all’istante in cui A e B arrivano in fondo al piano inclinato). La forza responsabile del moto è il peso; la massa determina invece la resistenza. Poiché tali grandezze sono fra loro proporzionali, un corpo pesante subirà una sollecitazione più forte di quella che si avrà per un corpo leggero, ma in compenso quest’ultimo offre una minor resistenza alla forza agente; le cose si sistemano in modo che il corpo leggero e quello pesante cadono o rotolano giù con la medesima velocità. Vediamo questo ragionamento con le formule introdotte precedentemente. Se nella (2) sostituiamo la forza F con il peso P (e ciò equivale a dire che il peso è una forza) e teniamo conto della (4), otteniamo subito che:

                                             ma = P = mg

da cui

(6)                                               a  =  g.

e ciò vuol dire che corpi soggetti all’azione della gravità hanno tutti la stessa accelerazione (diretta verso il basso lungo la verticale).

        Torno ora a Newton che sperimentò quanto qui sopra detto, con gli annunciati pendoli. Egli osservò che i periodi d’oscillazione di pendoli di uguale lunghezza sono sempre gli stessi, qualunque sia il materiale che costituisce la sferetta oscillante. Scomponiamo la forza di gravità P che agisce sulla sfera (e responsabile dell’oscillazione) in due componenti: quella del prolungamento del filo che sostiene la sferetta e quella del movimento (la tangente alla traiettoria della sferetta).

Le forze che agiscono sulla sferetta di un pendolo

        In figura è mostrato un pendolo la cui sferetta è stata spostata dalla sua posizione di equilibrio di un tratto x. Dalla similitudine dei due triangoli rettangoli che compaiono, si ricava la proporzione:

(7)                                                 

dove il segno – indica che la forza F è diretta verso la posizione di equilibrio (x = 0).

        Prima di procedere ricordo brevissimamente l’espressione dell’accelerazione in un moto circolare (il pendolo si muove lungo un arco di circonferenza e la forza di figura è una forza centripeta). L’espressione per l’accelerazione centripeta(1) è:

(8)                                                  

Sostituendo tale espressione nella Seconda Legge si trova l’espressione per la forza centripeta::

(9)                                                 

E la che compare in questa relazione è la velocità lungo una circonferenza di raggio R e cioè:

(10)                                            

(dove 2pR è la lunghezza dell’intera circonferenza e T – periodo – è il tempo necessario a percorrerla tutta e ricordando che il periodo T è l’inverso della frequenza n). Sostituiamo questa espressione nella (9) ed otteniamo:

(11)                                              

Non resta ora che mettere x al posto di  e tener conto di quel segno meno che rende conto della forza F che tende a riportare ad x = 0 la sferetta, per avere:

(12)                                               

        Supponiamo ora di avere due pendoli (come quello considerato più su) che abbiano pesi rispettivi P1 e P2. Dalla relazione (12), per i due pesi, si ricava:

(13)                                                

da cui, confrontando le due relazioni (13), si trova:

(14)                                              

Si ricava così un risultato estremamente interessante: per i due pendoli il rapporto tra il peso e la massa (rapporto che nella relazione 4 abbiamo indicato con g) è lo stesso. Si può ripetere l’esperienza con tutti i pesi P diversi che si vuole, si ricaverà sempre che il rapporto tra peso e massa ha lo stesso valore g, e quindi è costante. Per quel che riguarda poi g, si trova facilmente che:

(15)                                               

relazione dalla quale si vede che g può essere determinata sperimentalmente misurando sia la lunghezzache la frequenza del pendolo.

        A questo punto riprendo la relazione numero (4) e la riscrivo così:

(16)                                                         

Osserviamo subito di avere una massa uguagliata ad un peso diviso per una costante g. Visto che il secondo membro della precedente uguaglianza è una massa, per il principio elementare di omogeneità, anche il primo membro dovrà essere una massa. Si ha una uguaglianza tra due masse che vengono, da questo momento, indicate come massa gravitazionale mg (il primo membro) e massa inerziale mi (il secondo membro). Come conclusione delle sue misure Newton dice che la “differenza tra queste masse è minore di un millesimo“. Tali esperimenti furono ripetuti con strumenti molto più raffinati da F. W. Bessel nel 1832 e da Eötvös nel 1890, confermando in pieno le elaborazioni di Newton. E’ oltremodo utile affermare che da quanto sostenuto, in particolare con riferimento alla relazione (16), è lecito utilizzare la bilancia sia per il confronto di pesi che per quello di masse.

        In definitiva vi è una coincidenza tra massa inerziale e massa gravitazionale, come aveva intravisto Galileo, che non si sa bene se come fatto fortuito o implicante argomenti più complessi. Servirà arrivare al 1905 e più oltre, ad Einstein, per iniziare a capirlo. E ciò non accontentandosi del prendere atto di una “coincidenza” ma ponendo tale coincidenza a fondamento di una nuova fisica.

LA GRAVITAZIONE

        Kepler aveva stabilito tre leggi, di grande importanza, relative al moto dei pianeti intorno al Sole. Va detto che Kepler era un mistico insopportabile. E’ impossibile oggi leggere una sua opera tentando di capirvi qualcosa. Era intollerabile anche a degli spiriti semplicemente razionali come Galileo. Tanto è vero che lo scienziato pisano non riusciva a leggere quanto scriveva Kepler per i suoi riferimenti ad armonie, a note musicali, a numerologie, a potenze divine, ad angeli, … a tutto ciò che Galileo tentava di cacciare dall’ambito della filosofia naturale. Ma, dentro l’opera di Kepler, ben nascoste per la verità, insieme ad altre cose di estremo interesse, vi erano le sue famose tre leggi sul moto dei pianeti (alcuni storici, mossi da sciovinismo più che da una disamina oggettiva dei fatti, imputano a Galileo il non conoscere le leggi di Kepler. Se solo si leggono alcune cose dello scienziato prussiano, si capisce bene il perché).

        Newton, che era altro personaggio da Galileo, legato in vari modi alla metafisica, alla magia ed all’alchimia, non provava fastidio a leggere Kepler. Conosceva quindi le sue leggi, anche perché, rispetto a Galileo, erano trascorsi moltissimi anni (78, per la precisione). Le leggi di Kepler giocarono un ruolo importante nel processo che portò Newton a ricavare la legge di gravitazione universale.

        Iniziamo con il ricordare le Leggi di Kepler:

1) i pianeti si muovono intorno al Sole in orbite ellittiche;

2) il raggio vettore che unisce il Sole e ciascun pianeta (o un pianeta ed i suoi satelliti) descrive aree uguali in tempi uguali;

3) i cubi delle distanze dal Sole di due o più pianeti stanno tra loro come i quadrati dei rispettivi periodi di rivoluzione [che si può anche dire: i quadrati dei tempi che i pianeti (o i satelliti) impiegano nella loro orbita variano col cubo delle loro distanze medie dal Sole (o dal rispettivo pianeta)]:

(17)                                   

e poiché l’ultima uguaglianza vale per tutti i pianeti, ciò vuol dire che tra cubi delle distanze e quadrati dei periodi vi è un rapporto costante:

(18)                                     

        Tralascio la Prima legge di Kepler perché Newton partì, per i suoi calcoli, dal supporre le orbite circolari (modificò in seguito tale assunto) e seguo la linea di pensiero di Newton, servendomi del libro di Holton e Brush.

        Intanto, se si ammette la Prima Legge di Newton (che abbiamo visto), occorre ammettere che, in assenza di forze, un corpo seguirebbe indefinitamente muovendosi in linea retta (o restando immobile: qui si aprirebbe un altro vespaio di problemi relativo al sistema di riferimento ma della cosa ho trattato ampiamente altrove). Il fatto che un corpo sia costretto in un’orbita circolare mostra che esso è soggetto ad una forza che chiameremo centrale perché diretta, istante per istante, verso il centro della traiettoria del moto. Questa fu la conclusione a cui arrivò Newton a partire dalla Seconda legge di Kepler (vedi Principia, Libro I, Proposizioni  I e II). Per seguire il suo ragionamento serviamoci della figura seguente:

        Un corpo si muove in linea retta a velocità costante. Ad intervalli uguali di tempo Δt, percorrerà spazi uguali PQ = QR = RS = …. . Rispetto ad un punto fisso O (dovunque sia messo O), la linea che unisce O con il corpo mobile, spazzerà aree uguali in tempi uguali visto che i triangoli PQO, QRO, RSO, … sono tutti uguali per avere uguali basi ed uguali altezze. Supponiamo ora che tale corpo subisca un impulso (per un tempo Δt)  in Q a seguito dell’applicazione di una forza diretta lungo QO. La direzione del moto cambia in una direzione che si ottiene combinando vettorialmente la velocità iniziale che porterebbe l’oggetto in R con quella che, istantaneamente e se agisse da sola, sposterebbe il corpo da Q a Q’ (figura b). In definitiva il mobile va a finire in R’. Ciò che interessa ora è che l’area spazzata nel tempo suddetto Δt, non viene modificata poiché all’area del triangolo QRR’ che viene sottratta a ciò che si sarebbe avuto senza l’impulso, si aggiunge ora l’area del triangolo ORR’ che è uguale a quella sottratta (hanno la stessa base e la stessa altezza, poiché QQ’ risulta parallelo a RR’). Per la proprietà transitiva l’area OQR’ risulta poi uguale a OPQ. La cosa prosegue: l’oggetto in R’ riceve un altro impulso lungo R’O e tutto si ripete con il solo cambiamento dei triangoli. Possiamo allora concludere che forze centrali applicate in intervalli di tempo uguali non modificano le aree spazzate per unità di tempo. Ora non resta che rendere gli intervalli di tempo Δt piccoli a piacere (processo al limite per Δt tendente a zero) per ottenere una forza diretta verso il centro come una forza centripeta continua e per trasformare la linea spezzata in una curva continua.

        Siamo alla conclusione di Newton: dato che i pianeti, in accordo con la Seconda legge di Kepler, spazzano aree uguali in tempi uguali, la forza che agisce su di essi deve essere una forza centrale che agisce con continuità (riferendosi ad una ellisse e non ad una circonferenza in luogo del centro si dovrà considerare uno dei fuochi).

        Fin qui, dalla Seconda Legge di Kepler, Newton ha trovato che i pianeti sono soggetti a forze dirette verso il centro del moto. Vediamo come, a partire dalla Terza legge di Kepler, Newton ricava la nota legge dell’inverso del quadrato che regola tale forza (è una delle possibili ricostruzioni poiché non si conoscono documenti che testimonino cosa in realtà egli abbia fatto).

        Abbiamo visto nella (8) che un oggetto che si muove di moto circolare ha una accelerazione data da:

(8)                                                 

e nella (10) abbiamo visto che:

(10)                                              

Sostituendo la (10) nella (8) otteniamo:

(19)                                                

        Possiamo ora scriverci l’espressione esplicita della forza centripeta che agisce sul pianeta a partire dalla Seconda legge di Newton:

(20)                                             

In questa espressione compare il termine T2 , al posto del quale possiamo porre il suo valore R3/K dato dalla Terza legge di Kepler (18). Otteniamo così:

(21)                                              

ed abbiamo trovato un risultato di grande importanza: la forza che il Sole esercita su ogni pianeta è inversamente proporzionale al quadrato della distanza del pianeta dal Sole.

        A questo punto Newton aveva trovato un risultato che valeva per tutti i pianeti rispetto al Sole ed evidentemente ciò che distingueva una forza da un’altra doveva essere la costante K, la massa m e la distanza R. Egli estese il risultato alla Terra con la Luna, ad ogni pianeta con i suoi satelliti e, cosa di notevole coraggio e spessore a due qualsiasi masse. Dice Newton:

Tutti i corpi dell’Universo si attraggono mutuamente con una forza gravitazionale, come quella esistente tra una pietra che cade e la Terra; di conseguenza, le forze centrali che agiscono sui pianeti non sono altra cosa che un’attrazione gravitazionale da parte del Sole.

        Restava da capire quale proprietà di un data massa determina la sua attrazione gravitazionale da parte di altre masse; quale proprietà della Terra determina il valore di 4p2Kt per la Terra; quale proprietà del Sole determina il valore  4p2Ks per il Sole. E Newton avanza l’idea che il prodotto 4p2K dipenda da qualche proprietà dei corpi e, se l’attrazione gravitazionale è una proprietà comune a tutti i corpi, quel prodotto può dipendere dalla quantità di materia del corpo, cioè dalla sua massa. La cosa più semplice è  partire dalla proporzionalità con la massa, cioè per la Terra dovrà valere (costante di proporzionalità tra 4p2K ed m):

(22)                                          

per il Sole:

(23)                                          

e così via per ogni altro pianeta.

        Da qui si ricava che la forza gravitazionale di attrazione che un corpo di massa m1 esercita su un corpo di massa m2 ad una distanza R è:

(24)                                  

e, per quanto detto, ogni massa attira un’altra massa e quindi si avrà anche una forza di attrazione che la massa m2 eserciterà sulla massa m1, data da:

(25)                                                

e queste due forze sono di verso opposto ma uguali in grandezza. Basta confrontare allora la (24) e la (25) per affermare che le due masse si attraggono con una forza data da:

(26)                                            

e questa è la famosissima legge di attrazione universale. Si tratta solo di determinare G, la costante gravitazionale, e la cosa fu realizzata per la prima volta da Henry Cavendish nel 1797 (cento anni dopo!) con la sua bilancia di torsione (la difficoltà nasceva dal fatto che è estremamente difficile riportare la gravitazione in un laboratorio per effettuare delle misure e Cavendish riuscì in questa impresa).

        Tutto questo a me serviva solo per dire che il peso di una data massa è la forza con cui tale massa è attratta dalla Terra (avrei potuto semplicemente dirlo ma la cosa sarebbe risultata una specie di dogma di provenienza metafisica). Risulta evidente che mentre la massa si conserva, il peso varia da pianeta a pianeta e da luogo in luogo (basta avere a mente le immagini degli astronauti in condizioni di assenza di peso: il peso se ne va e la massa resta!). Cerchiamo di capire brevemente le due cose.

        Dalla (26) si vede che una data massa m1 sarà attratta da un dato pianeta che avrà una sua massa m2 e questo originerà il peso di m1. E’ evidente che, al cambiare pianeta, cambia m2 e quindi cambia la forza di attrazione, cioè il peso.

        Sempre dalla (26) si vede che la forza di attrazione che sente una data massa (il suo peso) dipende molto dalla distanza a cui tale massa si trova rispetto, ad esempio, alla Terra. Spostandoci sulla Terra, questa attrazione (il peso) sarebbe sempre la stessa solo se la distanza di ogni punto della Terra dal suo centro fosse sempre la stessa. Ma la Terra non è una sfera perfetta. Quindi il peso di un dato oggetto risulterà maggiore quanto più vicini ci troviamo al centro della Terra (più R è piccola, di gran lunga più grande è la forza attrattiva e quindi il peso). La cosa era stata empiricamente scoperta da Giovanni Richer nel 1671. Recatosi alla Cayenna per una spedizione scientifica, si accorse che il suo orologio a pendolo ritardava di due minuti e mezzo al giorno rispetto all’ora solare media. Di tale fenomeno, con la legge di gravitazione se ne comprendeva ora il motivo. Dall’esperienza di Richer, Huygens aveva stabilito che la Terra doveva essere schiacciata ai poli e rigonfia all’equatore (la cosa la verificò sperimentalmente mettendo a ruotare velocemente su se stesso un blocco d’argilla molle infilato su un asse rigido. Tale esperienza ebbe una grande influenza nello sviluppo delle teorie cosmologiche di Kant e Laplace). A questo proposito c’è la famosa querelle sull’oro. Se si comprasse l’oro a peso converrebbe comprarlo al Polo Nord e venderlo all’Equatore. Ma nessuno compra o vende l’oro a peso. Si comprano le masse d’oro. Parlo d’oro perché anche piccoli variazioni nel suo peso comporterebbero grandi variazioni di prezzo. Con le patate, per ora, non c’è alcun problema.

          Da questo momento la distinzione tra peso e massa diventa indiscutibile. Essa era tutta all’interno dei Principia ma per evidenziarla come meritava fu necessaria l’opera di Giovanni Bernouilli che nella sua Meditatio de natura centri oscillationis (1714) dice esplicitamente che il peso di un corpo si ottiene moltiplicando la sua massa per l’accelerazione di gravità (la g che abbiamo incontrato nella relazione 15 e che, misurata come lì indicato, vale all’incirca 9,81 m/sec2).

         E’ appena il caso di accennare al fatto che tramite la (26) è possibile calcolarsi la massa dei differenti pianeti, della stessa Terra e del Sole. E’ possibile anche calcolare le masse dei satelliti dei pianeti ma in tal caso i calcoli sono piuttosto complessi (come è complesso il calcolo di pianeti senza satelliti). Tramite la (26), a partire dalla perturbazione di alcune orbite planetarie, si sono potuti scoprire altri pianeti.

        Concludo questo paragrafo osservando che la legge di gravitazione universale è stata provata sperimentalmente da secoli in tutte le possibili situazioni ed ha sempre funzionato perfettamente, una piccola discrepanza fu trovata nel calcolo dell’orbita di Mercurio. Una cosa piccolissima … che Einstein riuscì a capire all’interno della sua relatività generale che parte proprio dal principio di equivalenza tra massa inerziale e massa gravitazionale (sperimentalmente tale equivalenza è accertata entro una precisione di circa una parte su 1010). A questo proposito Jay Orear dice:

Secondo il principio di equivalenza, un laboratorio accelerato è equivalente a un laboratorio fermo sotto l’azione di una forza gravitazionale equivalente. Una conseguenza del principio di equivalenza è che è impossibile dire quale sia la forza gravitazionale risultante agente sul sistema solare. Per quel che ne sappiamo potrebbe esistere una enorme massa a grandissima distanza (così lontana da non poter essere vista) che esercita una attrazione gravitazionale sulla nostra parte di universo. Per il principio di equivalenza, tutti gli oggetti che ci circondano «cadrebbero» in condizione di assenza di peso verso la grande massa lontana con la stessa accelerazione e noi non osserveremmo alcun effetto locale. Non potremmo «sentire» se stiamo o no cadendo e non potremmo osservare alcuna accelerazione relativa agli oggetti vicini; penseremmo che il nostro sistema di riferimento fosse un sistema di riferimento inerziale mentre, dal punto di vista della massa lontana, saremmo sottoposti a una accelerazione. In questo senso la vecchia definizione di peso come la risultante delle forze gravitazionali agenti su un oggetto sarebbe priva di senso. Ciò perché per conoscere effettivamente la risultante delle forze gravitazionali agenti su di un oggetto, dobbiamo prendere in considerazione tutta la materia esistente nell’universo, anche quella non visibile. … Sembra che non si possa pienamente comprendere F=Ma o la gravitazione senza considerare l’influenza della materia distante nell’universo.

        Su questa storia della massa nascosta tornerò, quando parlerò di Hertz. Ma qui ora sarebbe d’interesse approfondire il ruolo delle teorie e la loro validità. Basti dire che la relatività è teoria più perfezionata che spiega più cose. Non è per questo che si deve buttare la teoria di Newton che tutti, quotidianamente e felicemente, utilizziamo.

LE CRITICHE ALL’OPERA DI NEWTON NELLA PRIMA METÀ DEL ‘700

        La 1ª edizione dei Principia di Newton (1687) trovò un ambiente scientifico in gran parte legato alla fisica cartesiana. Mentre alcune università, come ad esempio Cambridge, ignorarono ufficialmente i Principia per circa 30 anni, altre, come ad esempio Edimburgo, utilizzarono quasi subito questo testo per gli insegnamenti di matematica, fisica e geometria. Anche tra gli studiosi, non immediatamente legati al mondo accademico, si ebbero le medesime reazioni contrastanti, ma l’entusiasmo e l’attivismo dei sostenitori di Newton, tra cui spicca Samuel Clarke, riuscirono piano piano ad imporre incondizionatamente la fisica newtoniana in Gran Bretagna. Allo scopo contribuì certamente anche l’autorevole filosofo J. Locke (1532-1704) che nel suo Saggio sull’intelligenza umana (1690) si schiererà subito a sostegno delle teorie di Newton contro la pozione dei cartesiani (laddove, ad esempio, Locke, al contrario di Descartes, ammette lo spazio vuoto e la non identificabilità di esso con la materia). Certamente più difficile fu la penetrazione nel continente dell’opera di Newton. Anche qui era la fisica cartesiana che dominava. Ed in particolare nella Francia, l’accettazione del cartesianesimo da parte dei potenti gesuiti chiudeva al diffondersi di idee nuove: ci sarebbero voluti anni prima che l’opera di Newton potesse (non dico ‘essere accettata’) ma solo essere conosciuta compiutamente. Oltre alle difficoltà che nascevano dalla preesistente accettazione della fisica cartesiana ve ne erano delle altre di natura teologico-metafisica che riguardavano presunte posizioni atee nell’opera di Newton. Queste accuse di ateismo ma anche di ‘materialismo’ erano principalmente mosse da Leibniz e Berkeley. A queste accuse, molto insidiose soprattutto per la futura accettazione dell’opera da parte di un pubblico sempre più vasto, Newton rispose aggiungendo, nella seconda edizione dei Principia (1713), il famoso Scolio generale. In esso ha modo di far conoscere , oltre ai limiti del suo metodo di ricerca (“non invento ipotesi“), le sue concezioni teologiche.  Lo Scolio si apre con un attacco alla teoria cartesiana dei vortici “che è soggetta a molte difficoltà“. Indi, riconosciute certe regolarità nei moti planetari, Newton dice che

tutti questi moti regolari non hanno origine da cause meccaniche …[ma] … non poterono nascere senza il disegno di un ente intelligente e potente … che regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell’universo … Dio è il sommo ente eterno, infinito, assolutamente perfetto … Non è l’eternità o l’infinità, ma è eterno ed infinito; non è la durata e lo spazio, ma dura ed è presente … In esso gli universi sono tenuti e mossi, ma senza nessun mutuo perturbamento. Dio non patisce nulla a causa dei moti dei corpi: questi non trovano alcuna resistenza a causa dell’onnipresenza di Dio

        Egli rigettò l’accusa di meccanicismo imputandola ai cartesiani che abbisognano di Dio solo al momento della creazione. Nel mondo newtoniano, invece, Dio è sempre presente come regolatore continuo dei vari fenomeni naturali (e quest’ultima affermazione valga come rifiuto dell’accusa di ateismo). E’ d’interesse notare come la Chiesa sia cattolica che protestante, campeggiava ancora dietro ogni evento. Ma ancora di più il fatto che Dio viene materialmente infilato nel mondo a sorreggerlo, l’operazione è completamente estranea alla fisica di Galileo.

        Lungi però dal sopire le polemiche, la stesura, dello Scolio ne fece nascere delle altre soprattutto ad opera di Leibniz.

LE CRITICHE DI  HUYGENS E LEIBNIZ

      A proposito di quanto già ho sostenuto, che cioè solo Huygens sarebbe stato uno scienziato che si muoveva sulla linea galileiana, vale la pena ricordare che i meccanicisti non accolsero molto bene la gravitazione universale. Come dice Dijksterhuis:

Dopo quanto si è detto intorno al meccanicismo del Seicento, non stupisce trovare che gli esponenti della vera filosofia meccanicistica consideravano la teoria della gravitazione (per usare le parole di Boyle e di Huygens) una ricaduta nelle concezioni medievali che si ritenevano screditate, e una sorta di tradimento della buona causa della scienza della natura. Dopo una lunga lotta gli scienziati si erano liberati dalla fisica scolastica delle qualità e delle potenze, e da ogni principio esplicativo animistico che operasse con concetti quali la simpatia e l’antipatia; essi avevano imparato a considerare l’azione di ogni forza come l’effetto del moto di particelle materiali, e non riconoscevano alcun altro modo in cui i corpi potessero agire gli uni sugli altri eccetto che per effetto delle forze dell’urto; essi avevano inventato sistemi complicati per spiegare i moti dei pianeti intorno al Sole e quelli dei corpi pesanti sulla Terra per mezzo dei movimenti di corpuscoli. Ora venivano improvvisamente invitati ad abbandonare tutte queste idee e a spiegare ogni cosa per mezzo di una forza misteriosa che due corpi separati da uno spazio vuoto esercitavano l’uno sull’altro, senza alcun intervento di un mezzo intermedio. Non si poteva neppure pretendere che tale spiegazione si risolvesse in un ritorno a concezioni peripatetiche, giacché tutti i filosofi scolastici — con la sola eccezione di Occam, recalcitrante come sempre — avevano respinto l’idea di una actio in distans (azione a distanza). Ma la nuova teoria sembrava altrettanto contraria alla concezione meccanicistica della natura quanto lo sarebbe stata se Newton avesse asserito che il Sole genera nei pianeti una qualità che li fa descrivere ellissi.

        Più in dettaglio, Huygens, addirittura prima che avesse visto i Principia, in una lettera del 1687, scriveva:

Sarò lieto di vedere il libro di Newton. Non ho nulla da ridire a che non sia cartesiano, purché non faccia ipotesi come quella dell’attrazione.

        Ed ancora Huygens, in una lettera a Leibniz del 1690, affermava:

Per quanto riguarda la causa del Riflusso data da Newton, non ne sono affatto soddisfatto, né lo sono di tutte le altre sue teorie che costruisce sul principio di attrazione, che mi sembra assurdo.

        E nel Discours de la cause de la pesanteur (1690) egli dice che l’attrazione reciproca di due particelle di materia è per lui inaccettabile:


giacché credo di vedere chiaramente che la causa di una tale attrazione non è affatto spiegabile con alcun principio della meccanica, né per mezzo delle regole del movimento; come non sono nemmeno persuaso della necessità dell’attrazione reciproca di corpi interi; avendo fatto vedere che, quando anche non esistesse la Terra, i corpi non cesserebbero di tendere verso un centro in virtù di quella che si chiama la loro pesantezza.

        Leibniz è altrettanto duro ed in una lettera ad Huygens del 1693, discutendo di coesione, si dice non d’accordo nell’introdurre una nuova, stranea e misteriosa qualità:

una volta concessa la quale, si passerebbe ben presto ad altre ipotesi simili, come la pesantezza di Aristotele, l’attrazione del Signor Newton, simpatie o antipatie e mille altri attributi simili.

        E questa critica si aggiunge a quella che aveva già espresso ancora ad Huygens nel 1690:

Sembra che secondo lui [la gravità] non sia che una certa virtù incorporea ed inesplicabile, mentre voi la spiegate in maniera molto plausibile con le leggi della meccanica

        Ed all’altra:

È …soprannaturale che i corpi si attirino da lungi, senza alcun mezzo, e che un corpo si muova in circolo, senza deviare per la tangente, qualora niente gli impedisca di deviare così. Infatti, tali effetti non sono spiegabili mediante la natura delle cose.

        Newton, per parte sua, rispondeva così nella Query che aggiunse alla seconda edizione della sua Optiks del 1717:

Per dimostrare che non considero la gravità una proprietà essenziale dei corpi …
Considero questi principi [gravità, fermentazione o azioni chimiche e coesione] non come qualità occulte, che si suppone risultino da forme specifiche di cose, ma come leggi generali della natura, dalle quali le cose stesse sono formate e la cui verità ci appare attraverso i fenomeni, benché le loro cause non siano ancora scoperte. Poiché queste sono qualità manifeste, e soltanto le loro cause sono occulte. E gli aristotelici diedero il nome di qualità occulte non a qualità manifeste bensì solo a qualità che essi supposero fossero celate nei corpi e fossero le cause sconosciute di effetti manifesti: quali sarebbero le cause della gravità e delle attrazioni magnetica ed elettrica e delle fermentazioni, se dovessimo supporre che queste forze o azioni sorgano da qualità a noi sconosciute e non suscettibili di essere scoperte e rese manifeste. Tali qualità occulte costituirono un ostacolo ai progressi della filosofia naturale e perciò sono state recentemente ripudiate. Dire che ogni specie di cose è dotata di una qualità occulta specifica in virtù della quale esse agiscono e producono effetti manifesti equivale a non dire nulla: ma derivare due o tre princìpi generali del moto dai fenomeni e dire poi come le proprietà e azioni di tutte le cose corporee seguano da tali princìpi manifesti sarebbe un grande passo avanti in filosofia, anche se le cause di tali princìpi non fossero ancora scoperte; perciò non ho scrupoli a proporre i princìpi del moto menzionati sopra, i quali hanno una portata molto generale, e lascio ad altri l’incarico di scoprirne le cause.

        La critica di Leibniz è molto più complessa e generale di quanto fin qui riportato. Dopo aver affermato che “nel mondo persiste sempre la stessa, forza e la stessa, energia, che solo passa, di materia in materia, conformemente alle leggi della natura” e che quindi, è illusorio pensare ad un Dio che interviene sempre nell’universo come un orologiaio che continuamente mette a punto il suo orologio, Leibniz passa a rigettare l’idea di uno spazio assoluto indipendente dai corpi in esso contenuti poiché sono proprio questi ultimi ad individuare, con il loro ordine, lo spazio; e quest’ultimo, lungi dall’essere assoluto, è meramente relativo, come il moto; esso non avrebbe ragione di esistere se non vi fossero corpi in un certo ordine [qui si reclama un principio alla base della filosofia di Leibniz, quello di ragion sufficiente secondo il quale “nulla avviene senza ragion sufficiente; cioè, nulla avviene senza che, chi conosce le cose, abbia possibilità di indicare una ragione che basti a determinare perché le cose siano così e non altrimenti “]. Leibniz prosegue affermando l’impossibilità di esistenza del vuoto e quindi di corpuscoli indivisibili (atomi). È ancora il principio di ragion sufficiente che lo porta a questa conclusione, poiché:

Non v’è ragione plausibile che possa limitare la quantità di materia. Perciò tale limitazione non può aver luogo … dunque tutto è pieno. Lo stesso ragionamento prova che non v’è corpuscolo che non possa essere suddiviso.

inoltre Dio può agire solo sulla materia e quindi in nessun modo può ammettersi spazio vuoto.

    E poi, che assurdità lo spazio assoluto indipendente dalla materia ! La sua ammissione comporterebbe l’esistenza di spazio anche quando non vi fosse materia.

Cosi la finzione di un universo materiale finito che va passeggiando tutt’ intero in uno spazio vuoto infinito non può essere ammessa … Infatti, oltre che non v’è spazio reale fuori dell’universo materiale, una tale ragione sarebbe senza scopo; sarebbe un lavorare senza far nulla, agendo nihil agere non si produrrebbe alcun mutamento osservabile da chicchessia. Ed il movimento è indipendente dall’osservazione, ma non è indipendente dalla osservabilità. Non v’è movimento quando non v’è cangiamento osservabile. Anzi, quando non v’è cangiamento osservabile non c’è cangiamento affatto.

      Al di là delle singole argomentazioni, vi è una critica a quella che viene chiamata azione a distanza. Nella legge di gravitazione universale si dice che: due corpi di massa m1 ed m2 si attraggono reciprocamente con una forza F che è proporzionale, secondo una costante G, al prodotto delle masse dei due corpi ed inversamente proporzionale al quadrato della distanza Rche, appunto, separa i due corpi. Fin qui quello che nella formula è scritto. Per cogliere il senso delle critiche di Huygens e Leibniz è interessante andare a vedere cosa non è scritto in questa relazione.. L’azione F si esercita tra m1 ed m2 lungo la congiungente i centri delle due masse; si tratta quindi di un’azione rettilinea. Inoltre essa è istantanea e a distanza nel senso che non si richiede tempo (che appunto nella relazione non compare direttamente) affinché due masse si accorgano l’una dell’altra (si noti che questo tipo di azione tra massa e massa senza alcun intermediario era ostica allo stesso Newton). Per spiegarci meglio, supponiamo che nell’universo vi sia una sola massa m1. Ebbene, se prendiamo in considerazione una seconda massa m2, in questo universo, ambedue le masse cominceranno ad attrarsi reciprocamente all’istante. Questo fatto comporta una conseguenza importantissima: l’esigenza di azioni istantanee implica che ci siano delle entità dotate di una velocità infinita. E tutto questo aprirà a controversie incredibili che convergeranno in importantissimi sviluppi, con la nascita della teoria di campo, con l’affermazione cioè dell’azione a contatto ad opera particolarmente di Faraday, per arrivare ancora ad Einstein.

        Non posso però chiudere il paragrafo senza alcune osservazioni su ciò che c’era prima della gravitazione universale di Newton. Le ipotesi più accreditate erano:

Sono gli angeli a far muovere i pianeti nelle loro orbite intorno al Sole (è quanto Newton dice nel suo Scolio, passando addirittura a gradi superiori degli angeli).

I corpi hanno tendenze naturali interne (inconsce, consapevoli o intelligenti) ad andare l’uno verso l’altro.

I corpi hanno una qualità innata di attrazione. Il mobile che nella precedente ipotesi era attivo, è ora considerato passivo (ed i critici di Newton affibbiavano allo stesso questa posizione di tipo aristotelico).

Dovrebbe esistere un qualche meccanismo corpuscolare che permette l’attrazione. Anche Newton era propenso a questo ed iniziò con speculazioni che implicavano l’etere.

Segue …


NOTE

(1) Calcoliamoci l’espressione dell’accelerazione centripeta in un moto circolare, riferendoci alla figura seguente:

Abbiamo a che fare con un oggetto che si muove uniformemente lungo una traiettoria circolare; la figura (a) mostra due successive posizioni di tale oggetto lungo la sua traiettoria; supponiamo che il tratto Δs tra le due successive posizioni sia percorso nel tempo Δt, tempo nel quale la velocità è passata dal valore v1 al valore v2. Per calcolare l’accelerazione [questo è un moto a velocità costante ma quando si dice questo ci si riferisce alla velocità angolare – l’angolo percorso nell’unità di tempo – vi è invece la velocità periferica che cambia istante per istante – si tratta solo di cambiamenti di direzione e verso ] che sarà diretta verso il centro (accelerazione centripeta)  occorre calcolarsi la variazione della velocità vettoriale Δv, nel tempo Δt, cioè: Δv/Δt. La quantità Δv è data da Δv = v–  v1. Per ricavare questa quantità ci si deve riferire alla figura (b):

 Δv = v+ (- v1) =  v–  v1

Si osservi ora che il triangolo di figura (b) con lati Δv, v1, v2 è simile al triangolo di figura (a) con lati corrispondenti  Ds, R1, R2. I triangoli risultano simili perché sono ambedue isosceli ed hanno i lati v1 e v2, rispettivamente perpendicolari a R1 ed R2; dunque gli angoli q compresi sono uguali. Ricordando che lati corrispondenti di triangoli simili sono tra di loro in proporzione, risulta:

Dividendo ambo i membri per Δt si ottiene:

avendo tenuto conto che Δs/Δt = v. Non resta ora che trarre le conclusioni, osservando che Δv/Δt = a:

che è l’espressione della accelerazione centripeta in un moto circolare. Occorre dire che questa accelerazione è responsabile, istante per istante, di cambiamenti di direzione e verso e non del modulo della velocità.

Una osservazione sulla figura va fatta. Le due posizioni dell’oggetto in rotazione sono prese distanti per rendere la cosa visibile nella figura stessa. Per vedere bene che la direzione dell’accelerazione è verso il centro, sarebbe stato necessario prendere due posizioni vicinissime tra loro. In tal caso si sarebbe visto che tale direzione, coincidente con quella di  Δv di figura (b), si sarebbe sovrapposta a quella del raggio R(si tenga conto che R1 ed R2 sono chiamati così per dar conto delle due posizioni di cui si parla; in realtà è la stessa lunghezza e vale R)

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