Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

Uno dei massimi pensatori della fine del Cinquecento, per moltissimi versi filosofo della natura ma ispirato anche dai filosofi libertini(12) e con aperture del tutto nuove e rivoluzionarie, fu Giordano Bruno sul quale mi soffermerò diffusamente. Prima di Giordano Bruno l’Inquisizione aveva lavorato senza sosta colpendo ogni tentativo di pensiero diverso dall’ortodossia cattolica. E non è che qui si parli di eresie come ai tempi d’oro in cui i massacri dei cristiani contro i cristiani erano quotidiani, ma si continua ancora con la persecuzione di cristiani, di credenti in ottima fede che tentano semplicemente di discutere il fardello ottuso e violento del tomismo. In realtà il problema risiede proprio qui. Il tomismo, l’Aristotele che faceva a meno di Dio nel suo mondo meccanicistico e basta, modificato e corretto da Tommaso, quell’Aristotele diventato l’ambiente culturale in cui la Chiesa finalmente poteva sguazzare, quel pensatore greco che con le bestialità aggiunte dal prete domenicano di Aquino era diventato indigeribile e chiuso, immodificabile ma l’unico riferimento di una Chiesa che era culturalmente povera (ed è perché lì è restata), che si arrabattava con poveri teologi che, come dice la parola stessa, discutono del nulla e che doveva mantenere il suo potere attraverso la sua intransigenza che dire talebana è un  dolce e tragico eufemismo, ebbene quel tomismo non doveva essere toccato pena la decadenza dell’intero edificio truffaldino della Chiesa. Pochi furono coloro che si cimentarono nell’impresa perché tutti erano a conoscenza di come sapeva picchiare duro l’Inquisizione, fino ai roghi che accendeva con passione in tutta Italia ed in tutti i Paesi in cui aveva influenza (fermo restando che la gara era aperta al chi bruciava di più tra papi, luteri e calvini). Ma quei pochi meritano oggi ogni nostro riconoscimento che deve passare attraverso la riproposizione limpida e priva di piaggerie del loro pensiero che ha aperto ad un mondo fino a qualche decennio prima del tutto insperato. Uno di questi pensatori, inserito tra i naturalisti ma con vedute molto più vaste e coinvolgenti, fu appunto Giordano Bruno (studiato magistralmente da Michele Ciliberto dal quale ho attinto la traccia della sua vita).

            Filippo Bruno, diventato Giordano Bruno al momento del suo noviziato, nacque a Nola (probabilmente figlio unico) nel 1548 da Giovanni, un soldato dell’esercito del re di Spagna dei cui domini Nola faceva parte, e da Fraulissa Savolino, appartenente ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Non è ozioso ricordare che un anno prima della sua nascita vi fu una violenta rivolta nel napoletano di nobiltà e popolo contro il tentativo di introdurre nel Regno di Napoli il Tribunale Romano del Santo Uffizio, l’Inquisizione Romana (Papa Paolo III, 1542), da affiancare all’Inquisizione vescovile, giudicata inefficiente (l’operazione, con la conseguente criminale intensificazione della caccia all’eresia, dei roghi e delle confische, riuscirà nel 1551 con la Chiesa di Papa Giulio III che diventerà filo-spagnola e con nuovi violenti tumulti a Napoli nel 1564 contro i crudeli inquisitori). Come nell’uso e potendo permetterselo, Filippo Bruno iniziò studi privati a Nola con il sacerdote Gian Domenico de Jannello (o don Altobello Caracciolo) per poi passare alla scuola pubblica di Bartolo Aloia delle Castelle dove con fatica e sofferenza apprese grammatica latina e qualche testo classico. Nel 1562, anno in cui venne nominato Sommo Inquisitore di Napoli Giulio Antonio Santori (o Santorio), che diventerà dal 1566 Arcivescovo di Santa Severina (dal 1570 Cardinale) e che sarà colui che otterrà l’estradizione di Bruno da Venezia, continuò a studiare umanità, logica e dialettica a Napoli nello Studio pubblico del professore di logica Giovan Vincenzo Colle da Sarno, detto il Sarnese, integrando la sua preparazione con lezioni private proprio di logica (insoddisfatto dal Sarnese) dal padre Teofilo da Vairano, dell’ordine agostiniano (che viveva un qualche imbarazzo con annesso sospetto di eresia perché la sua dottrina della grazia poteva essere confusa con quella di Lutero). Sotto l’influsso del Sarnese, studiò la dialettica di Aristotele ed è molto probabile che abbia affrontato anche lo studio dell’aristotelismo eterodosso napoletano, averroista ed alessandrista (detto cosi dal nome del commentatore aristotelico Alessandro di Afrodisia), attraverso l’opera di Simone Porzio. Sembra sia stato proprio il Sarnese ad indirizzare Bruno verso il suo iniziale e particolare aristotelismo (dal quale si liberò subito) e ancora il Sarnese influenzò il suo spirito antiumanistico ed antifilologico che peserà molto nelle sue opere. Furono poi gli scritti di Pietro Ravennate a farlo entrare in contatto con una delle tematiche più importanti di tutta la sua ricerca filosofica, l’arte della memoria. Sarà infine padre Teofilo ad influenzarlo profondamente, avviandolo allo studio di Platone, dei neoplatonici, di Agostino, dello Pseudo-Dionigi, …, tanto che il nome del conversatore di rilievo nella Cena delle ceneri sarà proprio Teofilo (fu questo agostiniano che lo mise in contatto con ambienti e linee culturali alternative a quelle dello Studio pubblico e domenicano). E di padre Teofilo, a Parigi, tesserà le lodi nel 1585, contrapponendolo ai disprezzati filosofi scolastici, parlando con Guillaume Cotìn, bibliotecario di Saint-Victor. Si può supporre che fu Teofilo ad indirizzarlo verso la filosofia come attività distinta dalla teologia che, inoltre, sarà letta con le lenti della filosofia. E sembra sia entrato, a 17 anni, come novizio nel convento napoletano di San Domenico Maggiore il 15 giugno 1565 proprio per consiglio di Teofilo. Fu allora, appunto, che mutò il nome da Filippo in Giordano (in onore dell’autorevole professore di teologia dello Studio domenicano, Giordano Crispo). Scrive Forti:

Filippo fu allora mutato in Giordano, ma in realtà nulla cambiò nel suo temperamento irrequieto, battagliero, certamente troppo schietto nell’espressione dei propri giudizi, fondamentalmente alieno da ogni compromesso, ardente nella ricerca del vero.

Vi è dell’enfasi napoletana nel suo accenno alla propria natura tanto ardente che le stesse nevi del Caucaso non avrebbero potuto spegnerla. Ma come i prepotenti «affetti animali» dell’autore del Candelaio e di ardite rime amorose abbiano ricevuto la propria sublimazione negli «heroici furori» del dotto, del filosofo e del moralista, sarà sempre un tema interessante per gli appassionati di ricerche psicologiche. Certamente il suo nome non si incontra nelle cronache del suo convento, grondanti scelleratezze e delitti.

La semplice realtà è, come abbiamo detto, che Giordano rimase Filippo quando divenne uno scrittore formidabile, modernissimo ancora ai giorni nostri, la cui sintassi incandescente e tumultuosa appare densa di brio, di sottintesi diretti, di espressioni ardite e taglienti. E tale rimase ancora quando il suo pensiero lo condusse fino a nuove rivelazioni morali e filosofiche, a vedute scientifiche più chiare, originali, e profonde di quanto non lo fossero quelle degli altri grandi filosofi della natura.

            L’ingresso di Bruno nella vita monastica avvenne in un insospettabile ambiente domenicano corrotto, sregolato, scandaloso e criminale in cui dominavano peculati, furti, ribellioni alla regola, fughe dal convento, frequentazioni di prostitute e di suore accondiscendenti, relazioni con prole, sodomia, violenza, armi, liti, violenze ed omicidi, … (vedi Ricci, vol I, pagg. 64-65). E quando nel 1594 Clemente VIII vorrà mettere fine a questi scandali scoppierà una violenta rivolta armata appoggiata dal popolo. Ai suoi 17 anni Bruno si trovò dentro questo orrendo quadro di costumi. Negli anni successivi questa scelta di noviziato sarà da Bruno commentata nel modo seguente: quando il primo bottone dell’abito è allacciato alla rovescia, nessun altro può essere abbottonato nel suo verso giusto. Nell’anno di noviziato, come lo stesso Bruno raccontò nel 1592 agli inquisitori veneti, vi fu un solo incidente: tolse dalla sua cella le immagini di Santa Caterina da Siena e di Sant’Antonio mantenendo solo il crocifisso ed esosrtò un confratello a non leggere  un libercolo di devozione mariana ma di concentrarsi sulle Vite dei Santi Padri del domenicano Domenico Cavalca. A seguito di ciò viene prima inoltrata poi ritirata una denuncia contro di lui dal suo maestro, frate Eugenio Gagliardo.

            Gli anni della formazione di Bruno erano di vigilanza e dura repressione da parte della Chiesa cattolica e dell’autorità spagnola (nel 1504 il Napoletano era passato dalla Francia alla Spagna). In questo clima Bruno fa l’anno di noviziato studiando retorica classica, attraverso Aristotele, Cicerone e Quintiliano, che gli servirà per l’ammissione agli studi di logica e metafisica (qui studierà le Summulae di Pietro Ispano oltre a tutti i commentari tomisti alle opere di Aristotele). Finalmente, attraverso tali studi, ai quali aggiunge la mnemotecnica (arte della memoria) appresa dai lavori di Pietro Ravennate (come accennato) e del mallorquino Raymond Llull (1233 – 1316, da poco riscoperto), nel 1566 diventa professo. In quest’epoca affiorano in lui i primi dubbi su alcuni dogmi della Chiesa, tra cui l’Incarnazione e la Trinità e tali dubbi che si radicheranno sempre più discendono dalla sua concezione superiore di divinità: Iddio per essenzia, presenzia e potenzia è in tutto e sopra tutto, concezione che assegna tre attributi ad un Dio che non può essere diluito in tre persone (per Bruno, parlando filosoficamente, il Figlio non è altro che l’Intelletto del Padre mentre lo Spirito Santo è l’Amore del Padre. L’ Incarnazione sarebbe una specie di assistenza all’umanità). Come osserva Ciliberto, il termine persona inoltre pone infiniti problemi in teologia ma Bruno lo assume ancora in chiave filosofica da Erasmo da Rotterdam, gli scritti del quale, insieme a quelli del grande umanista Lorenzo Valla, faranno da guida, sia per loro accettazione sia per contrastarli, all’intera produzione bruniana. In particolare Valla, colui che aveva scoperto che la Donazione di Costantino alla Chiesa era un falso, dal quale attinse anche Erasmo che pubblicò sue opere, lo colpì per le sue critiche all’ascetismo cristiano medievale ed alla possibilità, con un ritorno alle sue origini, di conciliarlo con l’edonismo di Epicuro e Lucrezio, per aver discusso dell’inutilità ed ipocrisia della vita monastica, per il disprezzo mostrato verso il dogmatismo di Aristotele, la sua povera logica e la barbarie del linguaggio dei suoi seguaci scolastici. Vale la pena soffermarsi un istante su uno dei molti contrasti di Bruno con Erasmo. Per quest’ultimo vi sarebbe stata rigenerazione solo tornando al mondo del Cristianesimo primitivo; per Bruno il marcio del Cristianesimo si è originato proprio lì ed occorre ricominciare da capo sbarazzandosi della religione asinina di Paolo e di Cristo. Sul  piano della difesa dottrinale del suo antitrinitarismo Bruno chiama a testimone Sant’Agostino (che dichiarava essere il nome di persona del Figliuolo e del Spirito Santo nome di persona non antico ma novo e de suo tempo) ed il fatto che nel Testamento vecchio e novo non si fa cenno di tale Trinità (su tale argomento vi è una esauriente trattazione in Ulliana [1]). Tra il 1566 ed il 1567 inizia ad essere sospettato di opinioni eretiche che egli accompagna ad uno spirito di indipendenza che non è tollerabile in un chierico. Due anni dopo ottiene un lasciapassare per recarsi a Roma da Papa Pio V al quale recita, a memoria  ed in ebraico, un suo scritto ora disperso, l’Arca di Noè, cioè la Chiesa(forse un insieme di allegorie scritte in modo satirico). Nel 1572 è ammesso agli studi quadriennali superiori di teologia dello Studio napoletano come studente formale, studi che, in quell’epoca, si concentravano sulla Summa Theologiae di San Tommaso, sulla Bibbia, sui Padri della Chiesa, sulle storie sacre e sul lavoro fondamentale di Pier Lombardo, Liber quatuor sententiarum. Nel 1573, a 25 anni, viene ordinato sacerdote e dice messa nel convento di San Bartolomeo a Campagna vicino Salerno. Intanto paga per ottenere una cella dove studiare. Allo scadere del quadriennio, nel 1575, ottiene la licenza in Teologia discutendo due tesi, una sulla Summa contra Gentiles di San Tommaso e l’altra sul citato testo di Pier Lombardo. In questa epoca Bruno studiava (di nascosto, di notte) una notevole quantità di autori non compresi nel corso di studi tra cui filosofi, letterati e scienziati. Grande influenza su di lui ebbero Lucrezio e gli atomisti, e soprattutto Erasmo ed Ario (scriverà, come già detto: il mondo può rinnovarsi e ringiovanire solo se dissolve le tenebre della religione asinina di Paolo e di Cristo). Riuscì a comprendere la differenza esistente tra un teologo ed un filosofo. La sua cultura fu definita prodigiosa.

La discussione di queste letture con altri studenti, in massima parte fondamentalisti e bigotti, lo resero di nuovo sospetto di eresia tanto che fu avviato un processo contro di lui (il processo fu avviato sul finire del 1575 dal padre Domenico Vita della Provincia Regni – un insieme di conventi domenicani meridionali). E sembra che l’origine di tale processo, mai arrivato a sentenza ed i cui incartamenti sono dispersi, fosse una discussione di Bruno del 1572 proprio con i confratelli. Egli aveva sostenuto (così raccontò nel primo processo che ebbe a Venezia), scontrandosi duramente con il professore di filosofia lombardo fra Agostino da Montalcino, che gli eretici non sono ignoranti, perché hanno le idee chiare che espongono altrettanto chiaramente, ma lo possono sembrare perché non usano il linguaggio dei filosofi scolastici. E qui Bruno fece l’esempio di Ario e del suo modo di concepire il procedere del Figlio rispetto al Padre. (Egli riteneva che se si fossero eliminate tutte queste questioni teologiche il Cristianesimo si sarebbe semplificato al punto che sarebbe potuta diventare una religione universale). Il solo udire il nome di Ario da parte del padre provinciale fece partire contro Bruno l’accusa di eresia. Temendo di essere imprigionato, da Napoli, fuggì a Roma dove chiese ed ottenne ospitalità presso i domenicani di Santa Maria sopra Minerva con la speranza di vivere tranquillo senza che nessuno venisse a sapere dei sospetti che si addensavano su di lui. A Roma ricevette lettere da Napoli in cui i confratelli gli dicevano che la sua posizione era aggravata da alcuni libri che erano stati trovati nella sua cella (Erasmo e commenti di Erasmo a san Girolamo e San Giovanni Crisostomo). Qualche tempo dopo un suo confratello napoletano lo raggiunse a Roma, ed era proprio quello che Bruno sospettava averlo denunciato a Napoli. Il confratello, in una Roma in cui gli assassinii erano all’ordine del giorno anche per utilissimi motivi, finì annegato nel Tevere e Bruno, nonostante lo negasse con energia (e sembra con grande ragione poiché confidò ciò al suo amico Cotin nel 1585, in epoca in cui era lontanissimo dall’Inquisizione), venne accusato del fatto. Fu costretto di nuovo a fuggire, prima da Roma e poi dallo Stato della Chiesa ed infine dall’Italia, indossando abiti civili.

Si diresse a Genova ed a Noli si fermò per quattro mesi sostenendosi dando lezioni di grammatica, fisica ed astronomia. Passò poi a Savona, quindi a Torino e successivamente, navigando sul Po, a Venezia (1577) dove si trattenne per oltre un mese riuscendo a pubblicare un suo opuscolo, De’ segni dei tempi (anch’esso, come il precedente e molti altri in seguito, andato perduto), che o era un trattatello di meteorologia o un qualche commento alla nova comparsa nella costellazione di Cassiopea nel 1572 che metteva in discussione l’incorruttibilità aristotelica dei cieli con una qualche primitiva forma di messa in discussione del sistema geocentrico (l’accettazione del copernicanesimo si farà manifesta nel 1582) . Da Venezia si spostò ancora in Italia peregrinando per circa un anno: a Padova (dove sperava di poter insegnare e dove alcuni domenicani lo spinsero a riprendere l’abito talare), a Bergamo (dove rivestì l’abito talare), a Brescia, a Milano, (forse) a Torino. Da qui passò in Francia diretto a Lione ma, per oscure circostanze, si fermò nel convento domenicano di Chambery (Savoia), dove restò per l’inverno del 1578-1579. Questo suo errare doveva essere molto duro per Bruno che aveva addosso il peso dell’apostasia (abbandono del convento e dell’abito, sottrazione al controllo dell’autorità religiosa domenicana). Nella primavera, dopo aver rinunciato di entrare in una Francia del Sud in preda all’anarchia, in mano agli eretici e fuori del controllo del Re, passò in Svizzera, a Ginevra, dove per interessamento del suo conterraneo calvinista Gian Galeazzzo Caracciolo ottenne un posto da correttore di bozze. Sono questi gli anni in cui Bruno conosce la filosofia di Ficino criticandola ma dal punto di vista aristotelico, rifiutando ogni rapporto di tali filosofie con il Cristianesimo. L’atomismo resta il filo conduttore del suo pensiero che intersecherà in modo decisivo con il copernicanesimo.  In questa città,  dove si trattenne due mesi (da fine maggio a luglio 1579), non si sa bene se scelse o fu obbligato ad aderire al Calvinismo con la rinuncia definitiva all’abito talare. Seecondo quanto Bruno dichiarò agli inquisitori veneti, se ne andò da Ginevra proprio perché non volle aderire al Calvinismo come insistentemente gli veniva richiesto. Ma le cose stanno diversamente perché Bruno era stato ammesso all’Accademia di Ginevra come professore di teologia sacra e nella veste di studente straniero che deve seguire le lezioni dei docenti locali tra cui un tal Antoine de la Faye, professore di filosofia. Nell’Accademia deve osservare rigidamente l’aristotelismo ed il calvinismo (tra l’altro il regolamento obbligava i frequentatori di professare la Riforma). In agosto non sa trattenersi dall’attaccare a mezzo stampa il presuntuoso, assenteista ed arrivista De la Faye (in una lezione di quest’ultimo individua – a seconda delle fonti – dai 20 ai 100 errori). Scrisse queste cose in un opuscolo e fu arrestato il 6 agosto insieme al tipografo (a Ginevra un personaggio pubblico non poteva in alcun modo essere criticato), processato, costretto a ritrattare, a riconoscersi colpevole, a chiedere scusa al De la Faye, a distruggere con propria mano il suo scritto ed a sottomettersi alla pena. Il Tribunale che lo processò lo rilasciò raccomandando all’Accademia di espellerlo. Poiché aveva anche attaccato alcuni ministri di Calvino (non avevano capito nulla dell’insegnamento di Cristo), appena può fugge (da questo momento affermerà più volte che è meglio la Chiesa di Roma che le varie “sétte” riformate come la calvinista che aveva già bruciato con passione molti pensatori, tra cui Michele Serveto nel 1553 colpevole, tra l’altro, di aver smontato, attraverso la Bibbia stessa, il dogma della Trinità. E non perse occasione di attaccare i calvinisti definendoli dei pedagoghi ebraici, come quelli che san Paolo aveva sconfessato).

Prima si reca a Lione (un mese) poi a Tolosa dove conseguirà un dottorato (Magister artium) e vincerà il concorso a lettore di filosofia. Insegnò pubblicamente il De Anima di Aristotele ed altri testi di fisica e matematica (compresa l’astronomia tolemaica del Sacrobosco); privatamente impartì lezioni sulla sfera e di filosofia. Le sue lezioni pubbliche risultarono provocatorie ed ebbero vivaci reazioni che lo compromisero. Nel frattempo tentò un riavvicinamento alla Chiesa attraverso un gesuita (forse sperando che il privilegio di quell’ordine, assoluzione di eretici e scomunicati al di fuori delle procedure inquisitoriali, potesse essere applicato a lui stesso). Bruno raccontò agli inquisitori veneti che, a seguito di guerre civili (è l’epoca della violenta lotta tra cattolici e calvinisti ugonotti), nel 1581 lasciò la comoda posizione di Tolosa per riparare a Parigi. Non è difficile credere invece che Bruno anche qui si fosse messo contro varie autorità accademiche e colleghi (tra cui il medico e filosofo portoghese Francisco Sanchez) tanto da non sentirsi più gradito. A Parigi cercò i favori del Re che era molto interessato all’arte della memoria della quale Bruno era ormai un maestro riconosciuto(13). Gli venne offerto di diventare ordinario ma rifiutò perché ciò, diversamente che a Tolosa, avrebbe comportato l’assoggettarsi a pratiche religiose. Accettò invece un semplice incarico straordinario remunerato. Impartì una serie di lezioni sui 30 attributi divini (con argomentazioni tratte da San Tommaso) cercando di conquistarsi le simpatie del Re. Le argomentazioni furono così brillanti, lo sfoggio dell’arte mnemonica così convincente che la sua fama giunse fino a corte.  Finalmente il Re Enrico III di Valois lo convocò a corte. Quel controverso Enrico III, che riscuoteva simpatie da differenti ambienti, soprattutto da intellettuali ed artisti italiani o di cultura italiana, ma che era anche molto discusso, principalmente dai protestanti ugonotti ma anche da ambienti cattolici, ed accusato di pratiche magiche e di libertinaggio anche sessuale e con bambini, accompagnato da bigottismo papista. Il Re si rese conto che l’arte della memoria in Bruno non era frutto di arte magica ma di vera e propria scienza. In tal modo Bruno era riuscito a far diventare suo estimatore il Re Enrico III ma anche ad affascinare molti studiosi colti interessati alle questioni dell’arte combinatoria di matrice lulliana-mnemotecnica. E’ possibile che Bruno fosse ammesso all’Accademia palatina dei dotti che Enrico III aveva creato a corte nel 1576 ed alla quale erano ammesse le migliori menti ed i nobili più in vista del regno (tra cui il duca di Guisa). E questo si desume dal fatto che il segretario Jacques Regnault del fratello del Re, Francesco Ercole di Valois, duca d’Alençon (dal 1572 pretendente alla mano di Elisabetta I, erede al trono di Francia che morirà a giugno del 1584 lasciando una feroce lotta per il diritto di successione),  curò la stampa di un’opera scritta da Bruno a Parigi, il Cantus Circaeus. Tra il 1581 ed il 1583 Bruno pubblicò a Parigi varie opere che trattavano proprio di tecnica mnemonica e tra queste emerge particolarmente De umbris idearum (dedicata ad Enrico III), la prima opera a stampa di Bruno realizzata da uno dei più prestigiosi tipografi parigini. L’opera che ebbe una vastissima diffusione nell’Europa intera (ed anche nei conventi) gli permetterà di fare carriera diventando lettore reale dotato di pensione regia. Come afferma Ciliberto, è un archetipo della filosofia bruniana. […] L’uomo non può conoscere direttamente la verità, non può guardare in faccia Dio. Le nostre idee sono ombre dell’eterna idea. E possono essere pensate e ricordate, solo a patto di essere rivestite di forme “sensibili” adeguate alle nostre possibilità conoscitive. Le altre opere che videro la luce in questo periodo sono:la citata Cantus Circaeus, De Compendiosa Architectura et complemento artis Lulli, Candelaio (in cui, con Ciliberto, si afferma che non c’è alcun rapporto tra virtù e denaro, fra avere e meritare. Al fondo, il mondo della commedia è segnato da una scissione fondamentale tra esere ed apparire, tra possesso e virtù, fra azione e giudizio), Recens et completa   ars reminiscendi,  Explicatio triginta sigillorum (quest’ultima sarà pubblicata nel 1583, quando Bruno era già in Inghilterra). Sempre a Parigi, dove finalmente i suoi lavori ebbero riconoscimenti ufficiali, Bruno conobbe a fondo l’opera di Copernico e ne rimase profondamente colpito (si ha costanza di ciò nel De umbris idearum quando Bruno cita Hermes Trismegisto che paragona la sua arte della memoria al Sole e ciò in corrispondenza ad analoga citazione di Hermes fatta da Copernico nel De revolutionibus. Più in dettaglio scrive Bruno: L’intelletto che non erra insegna che il sole permane immobile, il senso fallace persuade invece che si muove). Altro elemento che contribuì alla sua maturazione fu la ripulsa francese del protestantesimo anche senza aderire alla Controriforma. Alla corte di Enrico III si era cattolici senza essere fondamentalisti, si rifiutavano cioè i fanatismi, i genocidi spagnoli nelle Americhe, le conversioni forzate degli indios, così come l’obbedienza indiscussa alle direttive papali. Contrari a questa politica erano i Duchi di Guisa (all’epoca, prima Enrico I dal 1563 al 1588, quindi Carlo I dal 1588 al 1640), cattolici fondamentalisti legati alla corona di Spagna. 

Nell’aprile 1583, come accennato, Bruno lasciò Parigi, al seguito dell’ambasciatore francese Michel de Castelnau de la Mauvissière, per Oxford, Inghilterra, dove arrivò il 7 aprile. Sembra che il suo viaggio avesse il fine di tentare una pacificazione tra Enrico III ed Elisabetta I convincendo quest’ultima dell’assenza di mire espansionistiche della Francia. Anche se non è da escludere un qualche incarico politico-culturale da assolvere in Inghilterra dato da Enrico III a Bruno, questo eventuale proposito di pacificazione avanzato dalla Yates ma non sostenuto da alcuna prova, sarebbe stato comunque destinato all’insuccesso, visto che Bruno fu annunciato al plenipotenziario della sicurezza e dello spionaggio inglese, sir Francis Walsingham, dall’ambasciatore inglese a Parigi, Henry Cobham, con queste parole: Intende venire in Inghilterra il dottor Giordano Bruno, Nolano, professore di filosofia, la cui religione io non posso approvare (citato da Ciliberto). Inoltre, qualcuno della corte inglese mise in relazione il suo viaggio con un qualche complotto in cui Bruno avrebbe avuto il ruolo di sostegno alla cattolica Maria Stuart ed ai papisti, ma queste sembrano davvero illazioni di pochissimo conto comunque riprese in epoca recente senza alcun sostegno documentale (come vedremo). E Bruno giunse a Londra, con le sue posizioni sulla religione, proprio quando vi era un durissimo scontro dentro la Chiesa d’Inghilterra, tra anglicani e puritani (i più estremisti tra i protestanti). Inoltre in quegli anni, oltre alla minaccia dell’invasione spagnola (l’Invencible Armada miserabilmente affondata nella Manica), vi erano violenti dissidi politici che videro Walsingham sventare (novembre 1583) un complotto che mirava ad assassinare la regina Elisabetta I (e davvero l’ambiente di corte inglese, con Maria Stuart ancora in galera e rea di ogni misfatto contro Elisabetta, era un vero luogo di complotti e congiure alle quali i francesi, ma anche gli spagnoli ed il Papa, contribuivano con profonda dedizione. E Castelnau, il protettore francese di Bruno, non era estraneo a qualche complotto della fazione stuartiana). Di questo vero o presunto complotto l’ambasciata francese fu considerata uno dei centri promotori.

             Ad Oxford, in un ambiente culturale dominato dall’aristotelismo, Bruno tenne conferenze pubbliche presso l’Università dove trattò dell’immortalità dell’anima ma abbandonando San Tommaso ed introducendo proprie idee, che successivamente riporterà nelle sue opere metafisiche, e dove parlò delle diverse dottrine astronomiche, sostenendo l’esistenza di infiniti mondi e la negazione che qualcuno fosse un centro privilegiato dell’Universo. Ebbe un primo scontro con uno dei massimi teologi puritani (che di lì a poco, nel 1584, diverrà una della massime cariche dell’Univerità), John Underhill, che nella Cena delle ceneri sarà così descritto: costellazione di pedantesca ostinatissima ignoranza e presunzione mista con una rustica inciviltà (citato da Ciliberto). Una sua richiesta del 1583 alle autorità accademiche di Oxford gli permise di tenere delle lezioni, come accennato, sull’immortalità dell’anima e sulla quintuplice sfera (questioni astronomiche). Particolarmente efficaci furono le lezioni che tenne tra il 10 ed il 13 giugno 1583 nella Chiesa della Vergine che non degenerarono in violenze fisiche solo per la energica moderazione del principe polacco Alasco (amico di Bruno) e l’estrema pazienza dello stesso Bruno che confutava punto per punto ogni argomentazione avanzata dai pretesi dottori di Oxford. Le sue lezioni astronomiche erano centrate sul copernicanesimo e fecero imbestialire i presenti ed in particolare il futuro (1611) arcivescovo di Canterbury, George Abbot, che qualche anno dopo (1604), con Bruno già arrostito, ebbe a dire: «quell’omiciattolo italiano […] intraprese il tentativo, tra moltissime altre cose, di far stare in piedi l’opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in realtà era la sua testa che girava e il suo cervello che non stava fermo». Lo stesso Abbot racconta in modo distorto, con facile scherno, di Bruno che aveva lasciato tracce da cancellare dall’Inghilterra e della vicenda che ne vide la cacciata da Oxford. L’accusa più becera che gli venne mossa per espellerlo dalle lezioni era di plagio di un’opera di Marsilio Ficino del 1489, De vita coelitus comparando, un commento alle Enneadi di Plotino che avrebbe ripreso Hermes Trismegisto, in cui è esposta sia la sua “magia” della fabbricazione degli dèi attraverso i talismani  (quest’opera procurò a Ficino l’accusa di magia che riuscì a scampare per le sue amicizie altolocate) che la difesa della liceità di una scienza che coniuga macrocosmo e microcosmo nella ricerca di un’armonia sia dei corpi che delle anime. L’accusa riguardava in particolare l’affermazione che la vita dell’uomo è regolata dalle influenze astrali da alcuna delle quali occorre difendersi con opportuni talismani ed una particolare musica. Inutile dire che in questo lavoro di Ficino non era contenuta alcuna anticipazione della teoria copernicana che sarà del 1543, teoria che era stata uno degli argomenti principali delle dispute di Bruno. Dall’opera di Ficino il Nolano trasse, piuttosto, le argomentazioni per l’altro capitolo principale delle sue lezioni, quello sull’immortalità dell’anima. Occorre comunque dire che era costume di Bruno, che conosceva bene Ficino, citare “a memoria” passi dei suoi autori preferiti modificandoli ed organizzadoli a seconda delle sue esigenze di pensiero ed a volte rovesciandone in modo programmatico le posizioni fino a proiettarle in ambiti e sbocchi del tutto differenti (si veda la parte finale di nota 8).  Era quindi facile per gli ottusi professori di Oxford affermare il plagio di Ficino perché Bruno ne citava passi, molto più complesso e fuori dalla loro portata era il comprendere il superamento di quei passi attraverso la nuova filosofia che veniva proposta. Ma l’avversione a Bruno discendeva dal complesso delle sue argomentazioni che erano di natura religiosa, scientifica ed anche politica. Si sceglieva però di attaccarlo su qualcosa di degradante perché entrare in argomento sarebbe stato estremamente complicato per, ripeto, degli ottusi aristotelici. Riguardo alla teoria di Copernico, ai cieli fermi e alla Terra in moto intorno al Sole, Abbot ebbe solo a scrivere, quanto già riportato, che in verità era piuttosto la sua testa che girava, ed il suo cervello che non stava fermo e questo mostra che, proprio come il preteso plagio (che Abbot, nel medesimo modo infame, tipico di un prete, usò ancora successivamente nel 1604 contro un altro avversario politico, il benedettino Thomas Hill tra l’altro indicandogli il Bruno arso vivo come esempio di ciò che accade a chi plagia), il tentativo di Abbot era di denigrare e schernire, non certo quello di fare un serio discorso di contestazione. Bruno rispose subito agli attacchi che ricevette sia ne la Cena delle Ceneri, sia nell’opera che in qualche modo fa da ponte tra quest’ultima ed il De Umbris idearum, il Sigillus sigillorum (su questo si veda Ciliberto, pagg. 34-49). In particolare quel sostenere gli infiniti mondi si scontrava con i dogmi della Chiesa e la cosa fu ben riassunta dalle ire del teologo protestante Filippo Melanchthon il quale, come racconta Forti, affermò che non vi è nulla di più empio e blasfemo che il sostenere una dottrina cosmologica in base alla quale dovrebbe anche ritenersi che i sublimi eventi della incarnazione, della morte e della resurrezione del Cristo debbano prodursi per un numero di volte forse infinito, per quanti sono i pianeti abitati da esseri simili a noi. Non credo sia stato estraneo al giudizio liquidatorio della Chiesa il fatto che nella Cena Bruno attaccava con estrema durezza le vicende che accompagnarono la scoperta delle Americhe, che risultava una novità di gran lunga inferiore alla scoperta di Copernico, che non ha portato altro che lutti, conquiste, brutalità, distruzioni, rapine, stragi, mancanza di rispetto per civiltà differenti (in questo schierandosi con le denunce del domenicano Bartolomé de Las Casas). Bruno, che aveva maturato uno dei pilastri del suo pensiero, la separazione della teologia dalla scienza, decise allora di lasciare Oxford in modo sdegnato e di tornare a Londra a fare da segretario  all’ambasciatore di Francia de la Mauvissière (al quale resterà sempre legato da stima ed amicizia). Ebbe rapporti con Elisabetta I che da una parte apprezzava e dall’altra temeva la sua modernità. Per parte sua sembra che Bruno avesse coscienza del suo importante duplice ruolo: quello di propagandatore del copernicanesimo e quello di portatore di un nuovo messaggio religioso (questo del nuovo ordine morale e religioso, una religione universale, era anche nel programma di Patrizi e Campanella). Tra Oxford e Londra conobbe Gilbert (che citò varie volte Bruno ed alcune sue teorie astronomiche giovanili precopernicane nella sua opera postuma De Mundo nostro Sublunari Philosophia nova del 1631 e si rifece quasi alla lettera a Bruno in quei passi che, nella Cena delle Ceneri, trattavano di relatività di leggerezza e pesantezza), T. Digges, F. Bacon, Shakespeare (che a lui si ispirò per l’ Amleto e che in Pene d’amor perdute, lo ritrasse nel personaggio di Berowne). Furono gli anni più prolifici e felici di Bruno. Nel 1583 pubblicò, oltre al citato Explicatio triginta sigillorum, il Sigillus sigillorum. Nel 1584 videro invece la luce i suoi importantissimi Dialoghi italiani: il citato La cena delle Ceneri (un duro attacco ai dotti di Oxford e la convinta adesione al copernicanesimo), De la causa principio et uno (un aggiustamento di tiro, meno polemico, rispetto alla Cena in cui Bruno espone la sua concezione generale dell’essere che sostiene la cosmologia illustrata nella Cena), De l’infinito universo et mondi (il seguito del discorso iniziato nel De la causa in cui, tra l’altro, si fa una serrata critica al modo di utilizzare i sensi che non ci possono dare di più di ciò che ci danno se non utilizziamo la ragione per interpretare i dati da essi forniti), Spaccio de la bestia trionfante (allegoria politico morale, riferita alle guere di religione in Inghilterra tra anglicani e puritani e tra protestanti e cattolici, con al centro la bestia dell’Apocalisse (una distruttiva critica contro i protestanti, una esaltazione di Enrico III equiparato ad un Ercole che distrugge i mostri tra cui gli ugonotti e l’auspicio di un nuovo Ercole); mentre nel 1585 pubblicò: Cabala del cavallo Pegaseo con l’aggiunta dell’asino cillenico (radicalizza i temi dello Spaccio con nuove polemiche contro i protestanti, con l’insofferenza per i dogmi della Chiesa e con un lamento per le deplorevoli conseguenze del trionfo delle religioni giudaico cristiane su quelle civili e naturali dell’antichità: un vero trionfo dell’asinità(13 bis)), Gli eroici furori (che videro la luce quando già Bruno aveva lasciato Londra e nei quali si seguono i temi sviluppati nello Spaccio e nella Cabala con un maggiore interesse per l’esame degli affetti umani).

Ad ottobre 1585 Bruno accompagnò in Francia, dove era stato richiamato, l’ambasciatore de la Mauvissière. Durante il tragitto la nave fu assalita dai pirati che derubarono i passeggeri d’ogni avere e Bruno perse vari manoscritti. Giunsero a Parigi quando, a seguito di forti pressioni della Lega cattolica, Enrico III era stato costretto (1585) a revocare un precedente editto di tolleranza con i protestanti e ad ordinare la cacciata degli eretici, quindi dei protestanti, dalla Francia e ad assumere un atteggiamento intollerante. Questo cambiamento di linea politica fece cadere in disgrazia l’ambasciatore che, per quanto fosse cattolico, si era schierato contro la Lega Cattolica, ultra reazionaria con alla testa Enrico I di Guisa, che aveva il fine di sradicare il protestantesimo dalla Francia. La Lega era sostenuta da Papa Sisto V (che si scagliò contro Enrico di Navarra scomunicandolo addirittura con la bolla Ab immensa del 5 settembre 1585), da Felipe II di Spagna, ed altri campioni fondamentalisti. Nell’ottobre 1585 Enrico III dichiarò guerra alla Lega iniziando l’ottava ed ultima guerra di religione in Francia che durerà fino al 1598. E la Lega tentò di provocare un’insurrezione contro Re Enrico III il quale reagì facendo assassinare Enrico I di Guisa nel 1588. Appena un anno dopo, nel 1589, un frate domenicano esponente della Lega, Jacques Clément, assassinò lo stesso Re Enrico III al quale successe suo cugino Enrico IV di Navarra che dopo alterne vicende (che videro ancora Sisto V contrario alle sue aperture) promosse la libertà di religione in Francia con l’Editto di Nantes del 1598. Come accennato, per la sua posizione contraria alla Lega, l’ambasciatore de la Mauvissière fu perseguitato, vide molti dei suoi beni distrutti e sequestrati, e infine fu anche privato dal governo di Saint Dizier, che da tempo gli era stato assegnato come sua proprietà.

E Bruno rimise piede a Parigi proprio nel 1585, quando erano roventi le polemiche suscitate dalla bolla papale e quando la Lega aveva praticamente in mano l’intera città.  In questa  situazione, molto difficile da capire ed in continuo cambiamento, Bruno, senza l’importante sostegno dell’ambasciatore de la Mauvissière, si trovò in difficoltà. In questo frangente, di grave preoccupazione per uno come lui in un Paese che abbracciava il fondamentalismo cattolico,  sembra abbia avvicinato il gesuita Girolamo Ragazzoni, vescovo di Bergamo, nunzio a Parigi ed in rotta con la Santa Sede, e don Bernardin de Mendoza (ambasciatore di Felipe II a Parigi ed ex ambasciatore in Inghilterra espulso da Elisabetta ma amico di Castelnau e quindi di Bruno) per tentare una riconciliazione con la Chiesa cattolica (un analogo tentativo, al quale ho accennato, vi fu a Tolosa). A questo proposito Ricci spiega che in verità proprio Sisto V, con data del 2 gennaio 1586, aveva disposto, in considerazione delle tragiche condizioni delle coscienze cristiane in Francia, che i prelati del regno potessero assolvere gli eretici “relassi”, altrimenti destinati al rogo. Il caso di Bruno era, però, insieme, meno e più grave, e comunque diverso: nessun tribunale lo aveva dichiarato eretico e non c’era alcuna causa in corso contro di lui; non era un suddito di Francia o del re di Navarra, sebbene di Spagna; era un ex-domenicano, che aveva lasciato il convento, e non voleva tornarvi: la sua apostasia (e la scomunica automatica che essa comportava) costituiva una questione disciplinare, piuttosto che dottrinale o “politica”.

Ma Bruno era ormai completamente indifferente a qualunque chiesa e anche se auspicava perdoni non vi credeva più di tanto. In questo periodo iniziò a frequentare la biblioteca dell’abbazia di Saint Victor dove fece amicizia con il bibliotecario, il citato Guillaume Cotin scomparso appena un anno dopo. A lui Bruno confiderà ogni sua avventura e malefatta mentre Cotin annoterà tutto nel suo diario fornendoci alcune notizie inedite sul Nolano (la sua accusa di omicidio non risponde al vero, parla della sua abilità mnemotecnica e dell’affetto che ha avuto per Teofilo da Vairano, della sua tesi di laurea, della sua ammirazione per Tommaso e del suo disprezzo per gli scolastici, critica i dogmi della Chiesa impensabili per Gesù, disprezza gli eretici di Francia ed Inghilterra, auspica la fine delle guerre di religione, critica Papa Sisto V, racconta dei suoi progetti per libri futuri, tra cui un’opera che non c’è mai pervenuta, Arbor philosophorum, di lavorare su una sorta di sunto dell’opera di Aristotele, mai pervenuto, e di spiegare in modo esaustivo l’opera di Llull…).

Nel 1586, ancora a Parigi, si interessò di una scoperta di Fabrizio Mordente, il compasso differenziale (detto di riduzione), che permetteva tra l’altro di misurare la proporzione esistente tra due linee disuguali e di suddividere un cerchio in gradi, descritto nel suo libello Il compasso … con altri istromenti matematici, scoperta che Bruno utilizzò a sostegno delle sue tesi sul limite fisico della divisibilità. Invitato dallo stesso autore scrisse una prefazione in latino al suo lavoro nella quale quel compasso emergeva soprattutto per le sue applicazioni meccaniche e l’autore ne riceveva una sottintesa critica poiché non era stato in grado di cogliere il valore filosofico del suo compasso: Figuratio Aristotelici physici auditus, Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani prope divina adinventione … . Mordente intese che Bruno volesse attribuirsi i meriti di quella invenzione, comprò tutte le copie del suo opuscolo e le distrusse. Ciò fece indignare Bruno che scrisse subito l’Idiota triumphans e il De somnii interpretazione operette nelle quali il Mordente fu trattato sprezzantemente con la rivendicazione, questa volta sì, della propria superiorità non solo filosofica ma anche geometrica. Ciò iniziò a renderlo inviso al potere in quanto il Mordente apparteneva al partito dei Guisa, avverso ad Enrico III. A questo episodio se ne aggiunse un altro. Alla fine di maggio ebbe una disputa al Collège de Cambray con la presenza dei lettori reali a seguito di un suo libro, recentemente pubblicato e dedicato ad Enrico III, Centum et viginti articuli de Mundo et Natura adversus Peripateticos, in cui si attaccavano puntigliosamente Aristotele con la sua cosmologia e gli aristotelici. La polemica che Bruno cercò crebbe ed egli, sentendosi in pericolo (soprattutto perché trovò schierati da parte opposta suoi presunti alleati politici), decise di andarsene dirigendosi verso la Germania (estate 1586). Si fermò per breve tempo a Magonza (12 giorni) poi passò ancora per breve tempo a Wiesbaden quindi a Marburgo (1587) dove gli negarono la possibilità di insegnare filosofia poiché era dottore in teologia romana (uno strano titolo non bene accetto in una città protestante). Sentendosi non libero, in agosto 1586 passò a Wittenberg dove ottenne l’immatricolazione all’Università come Doctor Italus. Era libero e questo periodo risultò il migliore della sua vita. Ottenne una privata docenza che si affiancava all’Università per interessamento di un suo amico di Oxford, il professor di diritto Alberico Gentili e per due anni insegnò l’Organon (l’insieme delle opere di logica) di Aristotele.

            Tra il 1587 ed il 1588, a Wittenberg, dove erano prevalenti i luterani moderati (ed insofferenti verso il fondamentalismo calvinista), scrisse: De lampade combinatoria lulliana, De progressu et lampada venatoria logicorum, Lampas triginta statuarum, Animadversiones circa Lampadem lullianam (queste ultime due solo manoscritte), Camoracensis Acrotismus, Libri Physicorum Aristotelis explanati, Artificium perorandi (pubblicato postumo nel 1612 a nome Alstedt), Oratio valedictoria (congedo dai colleghi ed alunni di Wittenberg pronunciato davanti al Senato Accademico l’8 marzo 1588 con parole di elogio e di ringraziamento per l’accoglienza ricevuta e per aver permesso la libertà filosofica e di pensiero). E, poiché i calvinisti nel 1588 erano riusciti ad assumere il controllo degli affari religiosi prevalendo sui luterani, Bruno se ne andò a Praga (dove restò 6 mesi) città nella quale, in quello stesso 1588, pubblicò: De specierum scrutinio et lampade combinatoria Raymondi Lulli (con dedica all’ambasciatore di Spagna), Articuli centum et sexaginta adversus huius temporis mathematicos atque philosophos dedicato al cattolico Rodolfo II (colui che nel 1599 accoglierà alla sua corte l’astronomo danese Tycho Brahe con il suo assistente Johannes Kepler) che lo remunerò con 300 talleri. Da sottolineare che in questa dedica Bruno afferma che la tolleranza è l’unica via per guarire i mali del mondo e ciò sia in campo religioso  («È questa la religione che io osservo, sia per una convinzione intima sia per la consuetudine vigente nella mia patria e tra la mia gente: una religione che esclude ogni disputa e non fomenta alcuna controversia») che in campo filosofico, che deve rimanere libero da autorità precostituite e da tradizioni elevate a prescrizioni normative. Parlando poi di sé ci offre questo suggestivo ritratto «alle libere are della filosofia cercai riparo dai flutti fortunosi, desiderando la sola compagnia di coloro che comandano non di chiudere gli occhi, ma di aprirli. A me non piace dissimulare la verità che vedo, né ho timore di professarla apertamente».  In questo anno si mostrò indignato per la introduzione che A. Osiander aveva fatto all’opera di Copernico (già nella Cena de le Ceneri Bruno aveva usato termini durissimi contro Osiander: asino ignorante e presuntuoso).

In autunno lasciò Praga e, dopo una breve sosta (novembre 1588)  a Tubinga (gli fu permesso di immatricolarsi ma non di dare lezioni pubbliche. Gli aggiunsero che se andava via sarebbe stato meglio ed avrebbe avuto 4 fiorini a titolo di soccorso umanitario) si recò presso l’Accademia di Helmstädt (Granducato di Brunswick) dove nel gennaio 1589 fu iscritto all’Accademia Julia. In questo periodo si dedicò a perfezionare  alcuni suoi manoscritti studiando sistematicamente le varie tradizioni magiche ed esoteriche. Il 3 maggio 1589 morì il duca Giulio di di Brunswick e l’Accademia Julia da lui fondata gli tributò un omaggio. Bruno, insieme ad altri oratori, senza esserne chiamato ma per lo spirito di tolleranza che si respirava declamò un’orazione funebre in onore del Granduca, nemico del fondamentalismo calvinista e ritenuto eretico: Oratio consolatoria (nell’opera vi è un duro attacco al clero cattolico). Per questa orazione il figlio del Granduca lo remunerò con 80 scudi.

Restò circa un anno e mezzo ad Helmstädt godendo del favore del duca Enrico Giulio che lo finanziò durante la sua permanenza ad  Helmstädt (qui, nel 1589, venne a sapere che Enrico III di Francia era stato assassinato) dove scrisse: De magia et theses de Magia, De magia mathematica, De principis rerum, elementis et causis, Medicina lulliana (alcune di queste opere rimaste manoscritte, altre pubblicate postume nel 1891). L’autorità luterana dello Stato, nella persona del pastore Gilbert Voët, che pure in precedenza lo aveva sostenuto, scomunicò Bruno ritenuto di tendenze calviniste (un vero mostro d’ingegno che improvvisamente si trovò scomunicato da tutte le chiese) che, ancora una volta, dovette andarsene questa volta alla città della fiera libraria, Francoforte (luglio 1590), per stampare i poemi latini con l’editore Wechel. Nell’inverno si recò a Zurigo dove scrisse Summa terminorum metaphysicorum (pubblicata con il nome di un suo allievo, Raffaele Egli, nel 1595). Nel 1591 pubblicò a Francoforte (dove fu ospitato dai Carmelitani) altri lavori in cui i suoi interessi tornano ad essere riproposti, come la geometria, la matematica, la fisica, l’etica e la metafisica, strettamente connesse tra loro: De monade numero et figura, De innumerabilibus, immenso et in figurabili (ormai padrone del sistema copernicano, Bruno tenta qui quasi un superamento di esso facendo intendere che quella offerta da Copernico non era necessariamente la descrizione definitiva del moto dei pianeti perché ancora ridondante di enti fittizi come epicicli, deferenti, eccentrici, … tutto al fine di mantenere quel preconcetto di circolarità delle orbite e di orbi celesti. Occorrerà attendere le orbite ellittiche), De imaginum, signorum ed idearum compositione, De vinculis in genere, De triplici minimo et mensura dedicato al duca Enrico Giulio (qui Bruno sviluppa la sua visione geometrica e la struttura atomica delle sostanze che egli riprende da Lucrezio. Tutti i corpi naturali sono in continuo movimento rinnovamento e cambiamento – Eraclito –  pur essendo costituiti da atomi sempre uguali a se stessi e separati da una sorta di etere. E’ un ritorno ciclico – Pitagora –. Si può quindi intendere che la morte è solo un qualcosa di apparente perché gli atomi che formano il nostro corpo continueranno ad esistere). Probabilmente si cominciò a convincere di tornare in Italia dopo la morte dell’intransigente Sisto V (1590), mentre in Francia Enrico di Navarra sembrava aver definitivamente sconfitto la Lega ed i suoi alleati spagnoli. Dopo Sisto V vi furono inutili papi di transizione (Urbano VII, Gregorio XIV, Innocenzo IX) e quindi Clemente VIII eletto nel 1592, quando Bruno era già in Italia. Quest’ultimo Papa aveva aperto una qualche speranza per aver dato una cattedra alla Sapienza al filosofo della natura Francesco Patrizi (e Bruno, come iniziò a sostenere Giovanni Gentile, aspirava alla cattedra di matematica presso l’Università di Padova, allora vacante). Intanto, nel 1591, Bruno passò 5 mesi a Zurigo invitato da due gentiluomini svizzeri, Hans Heinrich Hainzel von Degernstein E Raphael Egly, per tenere un corso di filosofia. In quella città ebbe buona accoglienza e trovò degli amici. Tornato a Francoforte (dove era restato per circa 6 mesi) nell’agosto 1591, fu espulso dal Senato.

 Nell’ottobre, a motivo della sua espulsione ed anche per la sollecitazione di un suo vecchio amico e collaboratore di Wittemberg, Hieronymus Besler (divenuto rappresentante degli studenti tedeschi presso lo Studio di Padova), che gli aveva comunicato l’esistenza di una cattedra vacante di matematica presso quella università, Bruno accettò l’invito del ricco mercante veneziano Giovanni Mocenigo a recarsi a Venezia per essere suo maestro nell’arte della memoria e della geometria, ma in realtà interessato ad una malintesa magia (l’invito a Bruno da parte di Mocenigo avvenne attraverso il libraio Ciotti che, tornato da Francoforte a Venezia, dove insieme all’altro libraio Brittano lo avevano conosciuto, scriveva a Bruno per chiedergli di aderire alla richiesta del suo cliente Mocenigo che era restato profondamente colpito dalla lettura del De minimo). Da notare che i due librai saranno testimoni al processo contro Bruno e che, mentre Bellarmino infieriva contro Bruno, usava un teste d’accusa come Ciotti per pubblicare la sua Opera Omnia in 7 volumi (1599). Bruno si fece convincere dal fatto che la terra dove avrebbe dimorato era la Repubblica di Venezia, naturale rifugio di ogni perseguitato, famosa per la sua tolleranza ed apertura culturale e religiosa. Inizialmente, per circa tre mesi, prese residenza a Padova (autunno) dove scrisse Praelectiones geometricae e Ars reformationum  e impartì lezioni a dei tedeschi che in cambio lo aiutarono nelle trascrizioni. Nel frattempo sperava di poter ottenere quella cattedra di matematica che però la Repubblica di Venezia tardava ad assegnare (nel settembre 1592 quella cattedra sarà assegnata a Galileo che si trasferiva da Pisa). All’inizio dell’inverno si installò a Casa Mocenigo, il palazzo di San Samuele, dove diede qualche lezione a Mocenigo ed elaborò gli ultimi scritti che non vedranno mai la luce. Conosciuto meglio il Mocenigo, un personaggio mediocre sia umanamente che culturalmente, Bruno ben presto (maggio 1592) annusò il pericolo ed espresse il desiderio di tornare a Francoforte (aveva in mente di chiedere perdono al Papa per potersi trasferire a Roma dove chiedere di insegnare alla Sapienza a fianco di Francesco Patrizi che come lui è filosofo e quindi non credente) per rivedere alcune sue opere (dirà agli inquisitori veneti che ormai aveva spiegato a Mocenigo tutto ciò che gli era stato richiesto e quindi gli sembrava inutile restare ancora nella sua dimora). Mocenigo si sentì defraudato (il caprone arricchito, bigotto, incapace di pensare, non ha appreso nulla, in particolare non ha appreso l’arte della magia, e naturalmente incolpa di ciò Bruno), lo sequestrò in casa e lo denunciò tre volte al Tribunale veneziano dell’Inquisizione (23, 25 e 29 maggio) per aver sostenuto varie eresie tra cui le sciocchezze di Trinità ed Incarnazione (si osservi che qui finisce la vita pubblica di Bruno durata solo poco più di 10 anni). In questo anno anche Galileo è a Padova ma non si sa se vi sia mai stato un incontro tra i due.

Bruno fu arrestato da alcuni energumeni al servizio dell’Inquisitore fra Giovanni Gabriele da Saluzzo la notte del 22 maggio 1592 e portato nel solaio della casa dove Mocenigo pretese di voler essere istruito; se ciò fosse accaduto sarebbe stato liberato. Poiché Bruno si negò a ciò, Mocenigo partì con le sue denunce via via arricchite da fatti nuovi dei quali Mocenigo veniva informato da suoi interessati conoscenti.

Bruno iniziò ad essere interrogato dagli inquisitori il 26 maggio in quello che è noto come il processo veneziano e sembrò volesse chiedere perdono al Tribunale veneziano in cambio dell’immunità che lo stesso Tribunale sembrava disposta a dare. Come ricorda Ricci, colpisce il fatto che Mocenigo, in una città che parteggiava, come lo stesso Mocenigo, per i Navarra, Bruno fosse accusato, tra l’altro, di filo navarrismo. In ogni caso Bruno iniziò ad essere interrogato il 26 maggio e rispose a tutte le domande con fare abbastanza sottomesso. Spiegò come erano nate le accuse del denunciante; affermò di essere un monaco che aveva lasciato la toga a seguito di false accuse che nel 1576 gli vennero mosse. Il 29 maggio arrivava la terza denuncia di Mocenigo con ulteriori accuse. Il 30 maggio nuovo interrogatorio per Bruno. Egli raccontò le sue peregrinazioni a cominciare dal suo soggiorno in Liguria. Il Tribunale gli chiese se confermava la sua richiesta di perdono al Papa e se aveva da correggere alcuni suoi scritti. Su quest’ultima vicenda Bruno confessò di essere stato troppo accesso filosoficamente e quindi non buon cristiano, di avere dato magggiore importanza alla ragione che non alla fede. E’ quanto era scritto nella Cena che resterà la sua linea di difesa fino alla fine. Il 2 giugno nuovo interrogatorio, questa volta sulla sua filosofia e quindi sui suoi scritti. Egli parla qui delle sue visioni cosmologiche e aggiunge considerazioni sui dogmi della fede per i quali è già stato processato a Napoli. Aggiunge considerazioni sulla Trinità e sull’Incarnazione e quindi rimettendo in ballo le tesi di Ario. Ma egli, afferma Bruno, è sempre rimasto un buon cristiano che ha sempre partecipato alle funzioni liturgiche ed ha più volte tentato di chiedre il perdono per ritornare nella Chiesa di Roma. Quando gli chiedono dei suoi rapporti con i protestanti, Bruno ha buon gioco nel mostrare tutto il suo disprezzo che traspare dai suoi libri. Ad altre imputazioni si dice estraneo (aver difeso la fornicazione è stato per puro divertimento; non ha mai detto che i miracoli di Gesù sono opere di magia; …). Preso atto di tutte le confessioni di Bruno, il Tribunale lo invita a riconoscere tutti i suoi errori abiurando e chiedendo misericordia. Bruno protesta la sua innocenza, chiede perdono a Dio e promette di raccontare in futuro al Tribunale qualunque sua mancanza che ora non ricordi e che ancora non ha confessato. La domanda più insidiosa è quella relativa ad Enrico di Navarra: Bruno ha detto in particolare che sperava gran cosa da lui ? Il Nolano parla da navigato politico affermando che non ha nessun particolare interesse personale ad esaltare il Navarra. Lo ha ritenuto eretico perché i suoi sudditi sono eretici ma lo ha lodato perché era diventato il Re di Francia. La risposta soddisfece tutti, sia coloro che parteggiavano per Navarra sia i suoi nemici. Il 4 giugno Bruno confermò le sue deposizioni ed il 23 e 24 giugno si discussero altre questioni marginali (Andrea Morosini e lo stesso Ciotti testimoniarono a favore di Bruno, quest’ultimo affermando che Bruno voleva dedicare un’opera al Papa). A questo punto si aspettava la sentenza che, dato lo svolgimento del processo, non poteva che essere lieve. Ma sorse qualche dubbio: magari Mocenigo si era pure inventato storie a suo uso ma restava il fatto che da più parti si udiva il nome di Bruno legato a vicende complesse. Questo processo poteva rientrare nella casistica che il Santo Uffizio aveva stilato qualche anno prima, il 18 settembre 1581: i processi dubbi dovevano essere rimessi a Roma con tutti i documenti del caso allegati. E poiché a luglio il Tribunale dell’Inquisizione di Roma aveva chiesto l’estradizione di Bruno le due eventualità si saldavano di modo che le carte furono spedite e i primi giorni di agosto furono a disposizione dell’Inquisitore Santori, ormai Cardinale di Santa Severina (o Sanseverina), che abbiamo già incontrato quando Bruno era ancora a Napoli. Senza indugi Santori chiese a Venezia che il processo fosse trasferito a Roma. Venezia sembrò voler resistere  ma  poi cedette a seguito di  sottili ricatti e in cambio di benefici concessi (come il chiudere un occhio sui libri stampati a Venezia, una grande fonte di introiti, rispetto all’Indice dei Libri Proibiti) da Papa Clemente VIII(14) ed il 17 febbraio 1592 il Santo Uffizio di Venezia deliberò di trasferire il detenuto Giordano Bruno a Roma, via mare fino ad Ancona (dopo alterne vicende procedurali l’estradizione di Bruno passò al Senato di Venezia che con 142 voti favorevoli e 30 contrari la concesse infangando con macchia ancora oggi evidente l’antica fama di tolleranza della città). Il 19 febbraio 1593 Bruno si imbarcò ed il 27 febbraio entrò nel carcere dell’Inquisizione romana, presso il Tribunale del Sant’Uffizio. L’estradizione era stata brutalmente chiesta da quel crudele criminale del Cardinale di Santa Severina (che curò anche i processi a Tommaso Campanella e ad Enrico IV di Francia), quel buon uomo che, saputo della strage degli Ugonotti nella notte di San Bartolomeo (tra il 23 ed il 24 agosto del 1572), brindò affermando che era un giorno lietissimo ai cristiani.

Fin qui le notizie non sono certo complete ma nell’insieme soddisfacenti. I problemi iniziano da questo momento. Infatti fino al 1592 (processo di Venezia) si ha la documentazione pressocché integrale di tutti gli atti, conservata presso l’Archivio dei Frari. Con l’estradizione a Roma si perde ogni documento certo e completo.

          I primi documenti vennero alla luce nel breve periodo della Repubblica Romana (1849) quando il bibliofilo Giacomo Manzoni, entrato con un commando negli Archivi Segreti vaticani, riuscì a prendere nota di alcuni atti ivi conservati. Queste note passarono a Domenico Berti che risultò il primo biografo moderno di Bruno (1868 – 1889). Altri documenti furono resi noti da Spampanato nel 1924.

          Finalmente nel 1942 la Curia di Roma fece uscire un Sommario del processo di Giordano Bruno a cura del Cardinale Mercati che, nella Prefazione, mise insieme un rosario di bestialità che furono così commentate da Benedetto Croce:

«Il rimorso e la paura da cui nei secoli la Chiesa romana è presa al ricordo della sua vittima, è confermato dal rinnovato getto delle contumelie contenute nell’introduzione del sommario testé edito, e assai peggio in un articolo dell’Osservatore Romano … Non è il caso di ribattere e confutare: troppo facile sarebbe dimostrare la rozzezza dei sentimenti che in quelle scritture si esprimono, e la inintelligenza, o la voluta inintelligenza dei giudizi, e tropppo ingenuo il proposito di indurre a vergognarsi chi di proposito indurisce il volto, perché davanti allo spettaacolo del carnefice, o – che è lo stesso – dei rappreesentanti e degli epigoni del carnefice che insulta colui che ha messo a morte, il ribrezzo prevale».

            Un ormai intovabile articolo di Anonimo, I pensieri roventi di trecentosettanta anni fa, pubblicato sul numero 10 di Carte Segrete del 1969, racconta alcune vicende legate alla scoperta del Sommario:

Il manoscritto con il Sommario del Processo a Giordano Bruno fu scoperto il 15 novembre 1940 nell’ Archivio personale di Pio IX da Angelo Mercati. E’ pochissimo conosciuto e dovrebbe esserlo molto, invece … Sono 59 fogli sulle «eresie, errori e, vicende» della vita di Giordano Bruno che un ignoto, compilò sulle lettere del denunziante Giovanni Mocenigo, sulle deposizioni dei librai Ciotti e Brittano, e sui sette Costituti del Bruno stesso a Venezia del 1592, materiale a tutti noto, ma soprattutto sugli ignoti interrogatori del Mocenigo e su quelli di cinque compagni di Giordano nelle carceri del Santo Offizio in Venezia e sugli altri dieci costituti del Bruno dinanzi al S. Offizio di Roma e su scritti dal medesimo presentati a questo a propria giustificazione.

Il compilatore sintetizza (e i numeri che stanno al margine danno prova di ciò) dall’esemplare del processo nelle mani del S. Offizio.

Il Sommario è indirizzato «Al Sig.r Marcello Filonardi Assessore del Santo Offizio».

Il Processo romano del Bruno protrattosi per sette anni fino alla condanna pronunciata 1’8 febbraio 1600 deve considerarsi irrimediabilmente perduto. […]

Fortunatamente è stato rinvenuto una specie di sommario di tutto il processo compilato non prima dell’estate del 1597, quattro anni e mezzo almeno dopo l’ingresso di Giordano nelle carceri dell’Inquisizione di Roma, ad uso di uno dei più alti ufficiali del Tribunale, l’assessore, e formato sugli atti del processo tenuto a Venezia su deposizioni di cinque compagni di Giordano.

           In questo Sommario, la cui descrizione riprendo da Firpo, i “verbali” sono numerati. Esso inizia con i costituti 9 – 11 che sono le 3 lettere di denuncia di Mocenigo (2 facciate l’una). Non sappiamo cosa vi fosse nelle prime 16 facciate. Prosegue con le “carte” dalla 34 alla 57. Non sappiamo nulla delle 44 facciate mancanti. Inoltre la carta 55 ha solo il titolo: Lista librorum Fratris Iordani e manca l’elenco dei libri e dei manoscritti che gli furono sequestrati a Venezia, le opere della maturità. Si passa quindi alla carta 83. Non sappiamo nulla delle 52 facciate mancanti.

           A questo punto del Processo, contro Bruno vi era il solo teste Mocenigo (e le sue, di Bruno, opere). Il 20 giugno 1599 arrivò all’Inquisitore veneto una lettera anonima che si scoprì essere di un ex compagno di cella di Bruno (dal settembre 1592 per circa un anno), il cappuccino Celestino da Verona, in cui si aggiungevano ai 29 capi di imputazione denunciati da Mocenigo altri 13 (alcuni avanzano il sospetto che già nel 1593 Celestino abbia denunciato Bruno, perché sospettava senza alcuna ragione che Bruno nei suoi interrogatori lo avesse in qualche modo coinvolto in fatti illeciti, ottenendo in cambio la liberazione). Si tratta delle carte 84 – 85r che nel Processo occuparono le carte 85v – 86v. Mancano la 87r, la 87v, la 88r. E da questo punto fino alla carta 295 è uno stillicidio di documenti mancanti. Risultano solo i documenti di testimonianze contro, di violazioni di censure riscontrate sui libri di Bruno, di atti formali (convocazione di Bruno, ritorno in prigione, …) e qualche difesa sui punti più deboli delle accuse che gli venivano mosse.

         È interessante vedere cosa dice il Cardinale Mercati sulle vicende dei documenti processuali riguardanti Bruno:

– già nel 1849 [anno della stupenda Repubblica Romana con il Papa Porco – Pio IX – costretto a scappare da Roma], secondo il Cardinale, non vi erano negli Archivi Segreti altri documenti sul processo altrimenti “gli astiosissimi ed ignoranti anticlericali li avrebbero trovati“;

– i documenti si persero tra il 1815 ed il 1817 quando da Parigi, dove li aveva trasferiti Napoleone nel 1810, si stavano riportando a Roma;

– Marino Marini, all’epoca prefetto degli Archivi, ritenne inutili tutti i documenti dei processi del Santo Uffizio e ne autorizzò la distruzione, previa autorizzazione del Cardinale Consalvi che, in quel momento, era “distratto“. I resti di quella carta furono venduti a Parigi ad una fabbrica di cartoni per 4300 franchi;

– “fortunatamente è stato testè (1940) rinvenuto una specie di sommario di tutto il processo“;

– Marini ebbe a dire, quando si concluse la Repubblica Romana, “gli Archivi conservano attualmente il loro stato d’integrità che vantavano prima di queste luttuose vicende“. È interessante notare che nessun cenno fa il Marini ai traslochi napoleonici.

           A tutt’oggi, anno 2014, i documenti di questo e di altri processi dell’Inquisizione, insieme al cumulo di materiale manoscritto sequestrato, giace in quegli Archivi Segreti senza alcuna possibilità per gli storici di poterli consultare.

            Ho già detto che fino al 1593 vi era la sola denuncia di Mocenigo all’Inquisizione di Venezia. Mocenigo voleva essere edotto sulle arti magiche e più volte Bruno gli aveva detto che lui si occupava di “magie lecite” (quella divina, quella naturale e quella matematica) e non di “magie illecite” (quella nera). Miracolosamente si aggiunsero le testimonianze di vari eretici (definiti dalla stessa Inquisizione scomunicati ed infami, criminosi ed eretici) ex compagni di cella di Bruno nella prigione di San Domenico di Castello a Venezia. A questi testi era stata promessa, poi non mantenuta, la salvezza dal rogo o dal carcere a vita. Li ricordo:

– il citato Fra Celestino da Verona che aggiunse 13 capi d’imputazione (dei quali solo 10 risultarono originali) e fu bruciato a Campo de Fiori il 16 settembre 1599, cinque mesi prima di Bruno, con l’obbligo del segreto per gli inquisitori su quanto Celestino aveva raccontato e con una urgente procedura del tutto fuori dell’ordinario voluta dallo stesso Clemente VIII (non fu letta pubblicamente la sentenza, non fu fatto  transitare attraverso il carcere civile di Tor di Nona ma fu portato al rogo, insolitamente notturno e senza alcuna pubblicità, direttamente dalle celle del Sant’Uffizio).

– il carmelitano Fra Giulio da Salò (coinvolto da Celestino) confermò alcune delle cose che gli erano proposte e su altre disse di non ricordare. Disse anche di aver udito Bruno dire, tra l’altro, che san Geronimo era ignorante.

– il falegname napoletano Francesco Vaia (coinvolto da Celestino) confermò alcune delle cose che gli erano proposte e su altre disse di non ricordare. Nella sua deposizione coinvolse quello che sarà un altro testimone, Francesco Graziano.

– un tal Matteo de Silvestris di Orio (coinvolto da Celestino) che aggiunse un capo d’imputazione: di tenere in dispregio le sante reliquie.

– un tal Francesco Graziano di Udine che aggiunse due capi d’imputazione: la riprovazione del culto delle immagini e la negazione dell’adorazione dei Magi.

           Dal Sommario mancano le pagine delle eventuali testimonianze degli altri compagni di cella: Fra Silvio da Chioggia, Fra Serafino d’ Acquasparta, Francesco Ieronimioni.

           Secondo Firpo lo stesso Sommario rappresenta una fase arretrata del processo. Sono le censure che nascono dalla lettura delle sue opere quelle che debbono aver avuto più grande importanza nella sua condanna, ed esse occupavano i fogli dal 248 al (probabilmente) 256 (questo risulta da un importante documento del 9/9/1599). Questo aspetto non viene discusso nel Sommario e fu proprio su queste censure che Bruno si mostrò inflessibile contrariamente a quanto aveva mostrato riguardo alle questioni di fede. Egli rispose con fermezza, rivendicando quanto aveva sostenuto, ad ognuna delle domande e richieste di abiura. Alcune delle censure, quelle che conosciamo e riprese da Firpo, furono le seguenti:

  1. Circa rerum generationem, il fatto cioè che Bruno concepiva  due reali principi eterni dell’esistenza, da cui tutte le cose derivano, cioè l’anima del mondo e la materia prima, spirito e materia. Tali principi erano ritenuti da Bruno eterni e da tale eternità derivava l’eternità del mondo.
  2. La possibilità di esistenza di un infinito universo con infiniti mondi contenenti cose simili in genere e specie a quelle che vediamo nel nostro.
  3. Il credere nella metempsicosi legata ad alcune affermazioni di Bruno in cui sembrava che ogni individualità umana appariva mero fenomeno passeggero, impercettibile quasi nell’eterno infinito. Si trattava poi di capire come conciliare la parte materiale umana costituita da atomi insensibili con quella spirituale che è estranea a tale interpretazione.
  4. Cosa vuol dire ciò che sostiene Bruno e cioè che nel mondo nulla si genera e si corrompe rispetto alla sostanza ? Bruno, sempre in relazione all’eternità del mondo, riteneva che fossero incorruttibili le specie prime delle cose, spirito e luce, acqua e terra, eguali sempre a se stesse, immuni da mutazione sustanziale, mentre soggetti a corruzione sono soltanto gli enti composti.
  5. Il moto della Terra e l’immobilità del firmamento che Bruno riteneva di aver dimostrato (La cena delle ceneri) sostenendo che in alcun modo questa tesi era in contrasto con le Scritture. All’inquisitore che gli leggeva i versetti della Bibbia che sostenevano il contrario (il Sole che doveva fermarsi secondo Giosuè) egli rispondeva con l’Ecclesiaste [1, 4] in cui si afferma Terra autem in aeternum stat e ciò ha un significato temporale e non spaziale nel senso che l’accento va posto sull’eternità e non sull’immobilità. Riguardo al moto del Sole rispose che occorre accordare il linguaggio comune con i moti apparenti (ciò che del resto facciamo oggi).
  6. Bruno chiamato a spiegare il suo sostenere ne La cena delle ceneri che li astri ancora sono angeli, corpi animati rationali, rispose che si trattava di uno svolazzo dell’immaginoso linguaggio e non certo di una tesi.
  7. Analogamente gli fu chiesta ragione del suo sostenere ne La cena delle ceneri  l’attribuzione alla Terra di un’anima non solo sensitiva, ma anco intellettiva […] come la nostra.
  8. Gli fu chiesto di spiegare la tesi sostenuta nel De causa secondo cui l’anima è nel corpo come nocchiero della nave.

Fin qui le censure note con qualche risposta. Altre due censure le conosciamo da una lettera che quel lestofante di Schopp (o Scioppio), un eretico per gran parte della sua vita, di famiglia luterana, un fanatico del tempo convertito al cattolicesimo nel 1597 e pluridecorato da Clemente VIII, spedì da Roma ad un suo antico maestro, il luterano Rittershausen (vale la pena ricordare che in questa lettera lo Schopp canagliescamente commentava l’esecuzione di Bruno: Questo è il modo con il quale si vuole procedere da noi contro uomini, anzi mostri siffatti. Vorrei sapere se tu approvi questo modo, o se pensi invece che ad ognuno è lecito credere e professare qualunque opinione).

  • L’identità che Bruno vedeva tra anima mundi e Spirito Santo.

    10) La  tesi  secondo  cui  erano  gli  ebrei  a  discendere  da Adamo ed Eva mentre altri uomini

discendevano da due progenitori creati da Dio prima di Adamo ed Eva, Ennoc e Leviathan.

Queste sono le censure che conosciamo con alcune risposte di Bruno (altre perché complesse le ho tralasciate). Commenta opportunamente Firpo:

In questi dieci paragrafi si assomma il poco che sappiamo delle censure, sufficiente tuttavia a mostrare la scarsa diligenza impiegata  nella ricerca dei libri, con risultati tanto meschini da non giustificare in modo alcuno l’estrema lentezza delle revisione.

Quando Cyranò de Bergerac veniva insultato sull’enormità del suo naso,  rispondeva dicendo: Tutto qui ? Se ne potevan dire. Ed egli medesimo si insulta ironicamente per alcune pagine. Anche per fare gli inquisitori ci vuole fantasia, abilità e cultura. Ma queste cose non sono di preti.

           Da quanto letto, comunque, si capisce che la questione copernicana doveva essere questione di rilievo mentre nel Sommario non vi è traccia di essa. Una maliziosa interpretazione potrebbe essere quella che il Cardinale Mercati abbia voluto sbarazzarsi nel 1941 di una imbarazzante continuità tra Copernico, Bruno e Galileo.

Bruno, isolato in carcere e sottoposto a continue torture, il 20 dicembre 1594 presenta un memoriale a propria discolpa. Nel 1596 vengono proibite tutte le sue opere. Nel gennaio 1599 il processo fu preso in mano dal Cardinale Bellarmino. Il 12 gennaio questi propose al Tribunale di individuare 8 proposizioni certamente eretiche di Bruno, sulle quali chiedere l’abiura (abiura che già Bruno aveva dato a Venezia). Bellarmino sperava di chiudere in tal modo il processo  facendo intendere che non vi sarebbe stata pena di morte. Il 14 gennaio, presente il Papa, furono individuate le 8 proposizioni sulle quali Bruno avrebbe dovuto abiurare entro 6 giorni (si faccia attenzione: non sappiamo ancora quali proposizioni venivano imputate a Bruno). Il 18 gennaio Bruno ebbe in mano il documento sul quale si chiedeva la sua abiura. Il 25 gennaio il Nolano fu di nuovo portato davanti al Tribunale dove con un documento scritto affermò che avrebbe abiurato se il Papa avesse dichiarato che quelle 8 proposizioni erano eretiche, come dice Ricci, ex nunc: vale a dire che gl isi riconoscesse lo status non di eretico pentito, bensì di “opinnte in materia non definita” fino a quel momento dalla Chiesa. Naturalmente una richiesta del genere era destinata a morire prima di nascere ma fece riunire di nuovo il Tribunale con la presenza del Papa i primi di febbraio. Venne deliberato, come era naturale, che quelle proposizioni erano eretiche da sempre per la Chiesa che comunque gli dava altri 40 giorni per abiurare (come si usava per gli impenitenti). Il 15 febbraio ed in incontri successivi con gli inquisitori Bruno stette sul punto di cedere ai suoi aguzzini. Il 10 settembre si disse pronto ad abiurare ed il 16 settembre il Tribunale lesse un suo scritto in proposito. Da notare che la notte del 16 fu messo al rogo quel farabutto di Celestino da Verona, uno dei testi chiave veniva ammazzato quando ancora non si era concluso il processo a Bruno. Bruno però, oltre allo scritto presentato al Tribunale, scrisse anche una lettera al Papa ed i due documenti erano contraddittori per cui il Tribunale capì che Bruno non aveva intenzione di abiurare. Comunque gli furono concessi altri 40 giorni ed il 17 novembre si decise di andare a sentenza dando però ancora del tempo. Finalmente il 21 dicembre il Tribunale prese atto che Bruno non avrebbe abiurato (anche se continuarono vari tentativi per convincerlo). Dalla cella Bruno mostrò profondo disprezzo per i suoi giudici dichiarando di non avere di che pentirsi e sfidando ad una discussione qualsiasi filosofo scolastico. La sentenza fu letta dallo stesso Papa Clemente VIII che volle platealmente assumere su di sé il crimine: Il nostro santissimo Signor Nostro signore Clemente VIII ha ordinato e decretato che si proceda nella causa ai passi ulteriori, servatis servandis, e che si pronunci sentenza, e il detto frate Giordano sia consegnato alla corte secolare. Con la continua ed oscena ipocrisia della consegna al braccio secolare (il civile) la Chiesa decideva di mandare a morte una delle più lucide menti del nostro Rinascimento e questa vergogna non cesserà di lordare ogni preteso buon sentimento di coloro che continuano a vestirsi da agnelli.

Ciò che  veniva chiesto a Bruno era l’abiura di quelle proposizioni che erano la base stessa del suo pensiero. Egli si muoveva, ormai da molti anni, non più come teologo ma come filosofo ed una tale abiura avrebbe significato rinunciare alla libertà del filosofo, alla libertà del pensiero. E ciò era ritenuto da Bruno un passo che mai si sarebbe dovuto fare pena l’abbrutimento di tutto il genere umano. Ricorda Forti che in questi momenti aleggiavano le parole che Bruno aveva scritto a Praga qualche anno prima:

Alle libere are della filosofia io cercai riparo dai frtunosi flutti, desideroso della sola compagnia di quelli i quali comandano non già di chiudere, ma di aprire gli occhi. A me non piace dissimulare la verità che veggo, né ho timore di professarla apertamente; e siccome dappertutto e continuamente partecipai alla guerra tra le tenebre e la luce, tra la scienza e l’ignoranza, così dappertutto fui segno agli odi ed ai clamori ed agli insulti, ed esperimentai tanto le ire della bruta e stupida moltitudine, quanto quella dei professori ufficiali, padri dell’ignoranza.

Nessuno avrebbe potuto accettare una disputa con un tale sapiente e nessuno lo fece.

E’ utile ora riportare l’elenco dei capi di imputazione noti che pesarono sulla persona di Bruno.

1 – nega la transustanziazione del pane in Carne ed il valore della Messa.

2 – nega la Trinità aderendo al subordinazionismo di Ario.

3 – nega la verginità di Maria.

4 – nega la divinità di Cristo.

5 – nega il culto dei santi.

6 – afferma che Cristo peccò quando, pregando nell’orto, rifiutava la volontà del Padre.

7 – afferma che Cristo non fu crocifisso ma impiccato.

8 – nega l’inferno e le pene eterne poiché tutti si salveranno.

9 – afferma che Caino fece bene ad uccidere Abele in quanto carnefice di animali.

10 – nega i profeti che sono solo degli astuti profittatori.

11 – afferma che Mosè era un mago più bravo di quelli del faraone e che finse il Sinai e che le tavole della legge le costruì lui.

12 – nega i dogmi della Chiesa.

13 – afferma di essere un bestemmiatore blasfemo.

14 – afferma che se sarà costretto a tornare frate manderà all’aria il monastero.

15 – afferma di avere opinioni avverse alla Santa Fede ed ai suoi ministri.

16 – afferma di credere nella trasmigrazione delle anime.

17 – afferma di occuparsi di arte divinatoria e magica.

18 – afferma di indulgere al peccato della carne.

19 – ha soggiornato in Paesi eretici vivendo alla loro guisa.

20 – ha parlato con spregio del Breviario.

21 – afferma disprezzo per le reliquie.

22 – afferma la stupidità del culto delle immagini.

23 – nega l’adorazione dei Magi.

24 – ha irriso il Papa.

25 – afferma l’esistenza di più mondi e la loro eternità ed è un convinto copernicano.

26 – nega l’incarnazione.

27 – afferma che l’uomo si genera dalla decomposizione organica.

28 – nega l’utilità della penitenza.

29 – afferma che Dio ha tanto bisogno del mondo quanto il mondo di Dio.

A questi capi di imputazione occorre aggiungere svariate censure a brani tratti dalle sue opere.

          Il 20 gennaio 1600 (anno di Giubileo eccezionale), come detto, il Papa Clemente VIII decise di consegnare Bruno al braccio secolare. L’8 febbraio, nel palazzo del Cardinale Madruzzi, gli si comunicò la sentenza di condanna nella quale, per somma ironia, veniva degradato da sacerdote (!). Bruno la ascoltò inginocchiato davanti ai suoi giudici.

«Noi Lodovico Vescovo Sabinese Madruzzo, Giulio Antonio Santori Vescovo di Palestrina detto di Santa Severina, ecc. ecc … chiamati per la misericordia di Dio della Santa Romana Chiesa Preti Cardinali, in tutta la Repubblica cristiana contra l’eretica pravità generali Inquisitori della Santa Sede Apostolica specialmente deputati.

» Essendo tu fra Giordano, figliolo del q.(uondam) Giovanni Bruno da Nola nel regno di Napoli, sacerdote proofesso dell’ordine di San Domenico, dell’età tua di anni cinquantadoi in circa, stato denunziato nel S.Offizio di Venezia già otto anni sono:

» Che tu avevi detto ch’era biastemia grande il dire che il pane sì transustanzìi in carne etc. et infra. De le quali proposìzioni ti fu alli diece del mese di Settembre MDXCIX prefisso il termine di XL giorni a pentirti, doppo il quale si saria proceduto contro di te, come ordinano e comandano lì sacri Canoni; e tuttavia restando tu ostinato ed impenitente in detti tuoi errori ed eresie, ti furono mandati il M.(olto) R.(everendo) P.(adre) frate Ippolito Maria Beccaria Generale ed il P.(adre) fra Paolo Isaresio della Mirandola, Procuratore dell’ordine di detta tua religione, acciò ti ammonissero e persuadessero a ricoonoscere questi tuoi gravissimi errori ed eresie; nondimeno hai sempre perseverato pertinacemente ed ostinatamente in dette tue opinioni erronee ed eretiche.

» Per il che essendo stato visto e considerato il processo contra te formato, e le confessioni delli tuoi errori ed eresie con pertinacia ed ostinazione, benché tu neghi essere tali, e tutte le altre cose da vedersi e considerarsi.

» Proposta prima la tua causa nella Congregazione nostra generale fatta avanti la santità di Nostro Signore sotto il dì XX di Gennaro prossimo passato; e quella notata e risoluta, siamo venuti all’infrascritta sentenzia.

» Invocato dunque il nome di Nostro Signor Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria, nella causa e cause predette al presente vertenti in questo Santo Offizio tra il R.(everen)do Giulio Monterensii, dottore di legge, procuratore fiscale di detto S.Offizio, da una parte, e te fra’ Giordano Bruno predetto, reo inquisito, processato, colpevole, impenitente ostinato e pertinace ritrovato, dall’altra parte.

» Per questa nostra diffinitiva sentenzia, quale di consiglio e parere de’ Revv. Padri Maestri di sacra Teologia e dottori dell’una e l’altra legge, nostri consultori, proferiamo in questi scritti.

» Dicemo, pronunziamo, sentenziamo e dichiaramo te fra’ Giordano Bruno pred.(ett)o  essere eretico impenitente, pertinace ed ostinato, e perciò essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche e pene dalli sacri Canoni, leggi e costituzioni, così generali come particolari a tali eretici confessi, impenitenti, pertinaci ed ostinati imposte; e come tale te degradiamo verbalmente e dechiariamo dover essere degradato, sì come ordiniamo e comandiamo che sii attualmente degradato da tutti gli ordini ecclesiastici maggiori e minori nelli quali sei costituto, secondo l’ordine de’ sacri Canoni; e dover essere scacciato, sì come ti scacciamo dal foro nostro ecclesiastico e dalla nostra santa ed immaculata Chiesa, della cui misericordia ti sei reso indegno; e dover essere rilasciato alla Corte secolare, sì come ti rilasciamo alla Corte di Voi mons. Governatore di Roma qui presente per punirti delle debite pene, pregandolo però efficacemente che voglia mitigare il rigore delle leggi circa la pena della tua persona che sia senza pericolo di morte o mutilazione di membro.

» Di più condanniamo, riprobamo e proibemo tutti gli sopradetti ed altri tuoi libri e scritti, come eretici ed erronei e continenti molte eresie ed errori, ordinando che tutti quelli che sinora si son avuti, e per l’avenire veranno in mano del S.Offizio, siano publiicamente guasti ed abbruciati nella piazza di S.Pietro avanti le scale; e come tali siano posti nell’ Indice de libri proibiti, sì come ordiniamo che si facci.

» E cosi dicemo, pronunziamo, sentenziamo, dechiariamo, degradiamo, comandiamo ed ordiniamo, scaccciamo e rilasciamo e preghiamo in questo ed in ogni altro miglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo». [Da Guzzo, pagg. 305-308]

Seguivano le firme di Madruzzo, Santori, Deza, Pinelli, Bernerio, Sasso, Borghese, Arrigoni, Bellarmino.

Un testimone oculare della seduta, il convertito Schopp, riferisce che a questo punto Bruno, alzatosi, per tutta risposta guardò minacciosamente i suoi giudici e pronunziò le seguenti parole : «Voi fate contro di me questa sentenza forse con maggior timore di quanto ne provi io a riceverla»(14 bis). Nello stesso giorno, come la sentenza ordinava, venne degradato, scomunicato e poi rinchiuso nel carcere di Tor di Nona, in attesa dell’esecuzione. Egli era passato così nelle mani della giustizia secolare, sotto la diretta custodia del· Governatore di Roma.

E negli Avvisi di Roma, foglio ed almanacco degli eventi cittadini, quattro giorni dopo, risultava l’impazienza popolare e nobiliare di assistere a quel rogo annunciato ma ancora pendente

 DI ROMA, LI 12 FEBBRAIO 1600 SABBATO

Avviso di Roma

    Hoggi credevamo vedere una solennissima giustitia, et non si sa perché si sia restata, et era di un domenichino di Nola, heretico ostinatissimo, che mercoledì, in casa del cardinale Madrucci sententiarono come auttor di diverse enormi opinioni, nelle quali restò ostinatissimo, et ci sta tuttora, non ostante che ogni giorno vadano teologhi da lui. Questi frati dicono sia stato due anni in Genevra; poi passò a legere nello Studio di Tolosa, et poi in Lione, et di là in Inghilterra, dove dicono non piacessono punto le sue opinioni; et però se ne passò in Norimbergh, et di là venendosene in Italia, fu acchiappato; et dicono in Germania habbia più volte disputato col cardinal Belarmino. Et in somma il meschio, s’iddio non l’aiuta, vuol morir ostinato et essere abbruggiato vivo.

            Ma Bruno, in questi giorni stava pagando il peggior supplizio, il via vai di teologi, preti, vescovi, cardinali, nobili, laici, persuasori, tutti ansiosi di redimere il sommo eretico impenitente, tutti speranzosi del suo pentimento. E Bruno non conosceva il giorno del suo supplizio ed ogni notte sperava che fosse il giorno dopo. Non sappiamo quali fossero le lusinghe e le argomentazioni dei carnefici ma possiamo immaginare la lotta interiore che agitava Bruno: da una parte il naturalissimo desiderio di sopravvivere e dall’altra la volontà ferma di non rinunciare alle proprie idee. Avrà spiegato ai crudeli visitatori chi sarebbe dovuto essere Dio ? Certamente sarà stato lui a parlare contro acculturati ed inutili ripetitori di bestialità. E resisteva, è stato capace di resistere per questo tempo infinito come i suoi mondi.

            L’11 febbraio iniziarono i lavori per il rogo in Campo de’ fiori. La speranza di vedere il rogo sembrò esaudita … ma niente, e gli Avvisi di cui sopra mostravano la delusione. E Bruno ne guadagnava in prestigio mentre la Chiesa cadeva sempre più in basso (anche se sono secoli che raschia il fondo). Poi, finalmente, …

Il giovedì 17 febbraio  nel Carcere di Tor di Nona gli venne conficcato un uncino nella lingua collegato ad una struttura di ferro stretta dietro la nuca, una specie di morso per cavalli con l’uncino, (“la mordacchia“) perché non potesse più parlare ed ingurgitasse il sangue che sgorgava dalla lingua durante i vari trasferimenti; poi fu condotto in Campo de’ Fiori e quivi, dopo essere stato spogliato e legato,  fu bruciato vivo. Il fanatico Schopp racconta: “condotto al rogo, quando gli fu mostrata l’immagine del crocifisso, torvamente la respinse“.  

            Dal Giornale dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato in Roma (Roma 16-17 febbraio 1600) leggiamo queste esaltanti parole:

 Giovedi a dì 16 detto. A hore 2 di notte fu intimato alla Compagnia che la mattina si dove far giustizia di un impenitente; et però alle 6 hore di notte radunati i confortatori e capellano in Sant’Orsola, et andati alla carcere di Torre di Nona, entrati nella nostra cappella e fatte le solite orazioni, ci fu consegnato l’infrascritto a morte condennato, cioè: Giordano del quodam Giovanni Bruni frate apostata da Nola di Regno, eretico impenitente. Il quale esortato da’ nostri fratelli con ogni carità, e fatti chiamare due Padri di San Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova e uno di San Girolamo, i quali con molto affetto et con molta dottrina mostrandoli l’error suo, finalmente stette sempre nella sua maladetta ostinatione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità. E tanto perseverò nella sua ostinatione, che da’ ministri di giustitia fu condotto in Campo di Fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo, acompagniato sempre dalla nostrra Compagnia cantando le letanie, e li confortatori sino a l’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita.

           Tutte le sue opere edite, manoscritte e sequestrate furono distrutte e bruciate in un gran falò in piazza San Pietro e, naturalmente, tutte messe all’Indice (da qui iniziò una gran notorietà per Bruno che prima era letto solo da studiosi specialisti). A parte una ristampa dei Poemi latini (1614), le sue opere iniziarono ad essere ristampate e tradotte a partire dalla fine del ‘700. In Italia alla fine del 1800 le latine ed agli inizi del 1900 le italiane (a cura di Giovanni Gentile).

ALCUNI ASPETTI DEL PENSIERO DI GIORDANO BRUNO 

            Le nostre idee sono ombre della eterna idea. Possono essere pensate e ricordate solo se sono rivestite di forme “sensibili” adeguate alle nostre possibilità conoscitive. Non c’è aspetto della realtà che non abbia valore e dignità dal punto di vista delle idee. Ma, a differenza di quanto sostiene Platone, esse connettono nell’ordine universale tutta la realtà, dai massimi, ai minimi, agli accidenti. In questo modo Bruno scardina la scala gerarchica tipica della vecchia struttura metafisica.

              Vi sono dei messaggeri (i “Mercuri”) inviati dagli dèi per spiegare e dar forma alle idee (egli stesso si identifica con un Mercurio). E non è peregrino notare, a questo punto, che qualcosa di analogo fa Galileo nel suo Sidereus Nuncius.

              L’arte della memoria è imperniata sull’idea secondo cui nell’universo è presente ed operante una trama fondamentale della quale vanno individuati gli elementi principali e le possibili combinazioni al fine di acquisire un sapere operativo che ci permetta di conoscere e “trasformare” la realtà.

              Bruno è cosciente della profonda crisi che travaglia il mondo: luce e tenebre, sapienza ed ignoranza, essere ed apparire, vita e morte. Viene qui fuori la “felicità” del sapiente che, oltre la superficie della cose che scorrono continuamente, sa guardare alla sostanza che è una, immutabile, eterna.

              È Circe che può risolvere la crisi: trasformando gli uomini in porci toglie loro lingua e mani, gli strumenti con cui essi offendono l’universo.

              Nel Candelaio agli uomini vengono restituite mani e lingua ed il quadro diventa drammatico tra offendersi ed offendersi per la sopravvivenza: la vita rompe i confini e spezza le gerarchie tradizionali: Non vi è alcun rapporto tra virtù e denaro, fra avere e meritare, tra essere ed apparire, tra possesso e virtù, fra azione e giudizio. Sono i caratteri della crisi del secolo (di tutti i secoli) che si aggrava con l’apparire delle sétte riformate (luterani e calvinisti) che si vanno ad aggiungere all’ oscenità della Chiesa di Roma.

              Bruno rifiuta le concezioni aristotelica e platonica del doppio livello dell’immaginazione: quella dell’uomo, dotata di ragione, e quella degli animali, governata dall’istinto. In tutte le cose è vivo ed operante l’intelletto (connesso con la forma) come principio unitario.

              È necessario lottare contro i pedanti, gli acritici ed ignoranti espositori della filosofia volgare e sensibile (aristotelismo e geocentrismo) che è sostegno di una falsa religione e di un falso sistema del mondo. È necessaria una riforma unitaria nei due ambiti. Già Pomponazzi in un’opera (De incantationibus) del 1520, pubblicata a Basilea nel 1567, aveva scritto che, in accordo con l’aristotelismo, la religione (tutte le religioni) era un organismo sublunare soggetto a generazione e corruzione e quindi avente un ciclo di necessità-auge-morte. Mentre Machiavelli (1513) aveva sostenuto che la religione non era altro che “instrumentum regni” e cioè una “utile menzogna“.

              La storia umana è pensata da Bruno in termini ciclici e l’uomo è un soggetto naturale, immerso nel cosmo, buono e divino. La ciclicità della storia e dell’uomo non è diversa da quella dei pianeti nel sistema solare. Ciò vuol dire che Bruno è coscientemente anticristiano, egli infatti è contrario a pensare la terra come qualcosa di inferiore al cielo ed è contrario all’idea dell’uomo lontano da Dio a causa del peccato originale. Tutto ciò lo porta alle logiche conseguenze di non necessità di: Incarnazione e Redenzione, della grazia concessa a degli uomini passivi, del peccato, del Giudizio Universale, del Paradiso, ….

              La storia non è una mera successione ciclica di varie religioni in consonanza con i cicli celesti. Al contrario è una continua alternanza di luce e tenebre (le tenebre annunciate da Cristo, falso profeta, contro la luce dell’antico sapere  di Hermes Trismegisto, Pitagora, Platone, …). Essendo il cristianesimo una derivazione mosaica ecco che egli oltre ad essere anticristiano è anche molto critico verso gli ebrei: rifiuta la Scrittura e la cronologia biblica, la discendenza da Adamo (basandosi sulle scoperte da poco realizzate del Nuovo Continente).

              Niente muore ed ogni uomo si salva perché l’individuo é apparenza effimera di una unica sostanza universale. Per muovere tutte le cose non occorre un principio eterno ma la presenza di un’anima interna (animismo).

              Nell’alternanza di luce e tenebre, il momento della luce è quello del copernicanesimo (“esploso”), di una corretta interpretazione del divino, di una corretta delimitazione tra attività intellettuale (filosofia) e religione politica. In questa limitazione di ambiti è garantita per il filosofo la libertà di ricerca e di pensiero. Il momento delle tenebre è quello del sistema aristotelico-tolemaico, una falsa nozione del divino e della sua relazione con il Cosmo (l’errore cristiano di ricondurre Dio all’Eucarestia!) con la conseguente corruzione morale e politica (nel XVI secolo, le intolleranze di Riforma e Controriforma, le guerre di religione, la colonizzazione spagnola delle Americhe). Perché la riforma unitaria nei due ambiti (falsa religione e falso sistema del mondo) di cui parla Bruno si realizzi, occorre espellere dal mondo la “bestia trionfante” e la sua “santa asinità”, rispettivamente Chiesa e Papa.

LA COSMOLOGIA DI BRUNO

              Secondo Bruno, Copernico ha avuto il merito di aver posto il problema del moto della Terra ma non è riuscito a liberarsi di Aristotele (“Comun et volgare filosofia”). Copernico è rimasto astronomo, matematico, non è diventato filosofo poiché in un universo aristotelico ha solo cambiato le posizioni di Terra e Sole. Non è stato inoltre capace di costruire una nuova filosofia universale ed il rinnovamento di quest’ultima è imprescindibile (la cosa sarà impostata ed abbondantemente portata avanti da Galileo). Da una parte Copernico viene esaltato perché:

[…] ripigliando quelli abietti e rugginosi fragmenti c’ha possuto aver per le mani da la antiquità, le ha ripoliti, accozzati e risaldati in tanto, con quel suo più matematico che natural discorso, c’ha reso la causa [dell’eliocentrismo] […] più verisimile che la contraria [da la Cena delle ceneri, Londra 1584, dialogo primo].

Dall’altra si può intravedere già nella citazione ora fatta che vi è una critica a Copernico per aver trattato l’eliocentrismo solo come fatto meramente matematico e Bruno affermava ciò pur essendo convinto che quella premessa anonima al De revolutionibus non fosse stata di Copernico (per Bruno, ad esempio, Copernico non aveva tratto tute le conseguenze dalle premesse, come il non aver considerato infinita la sfera delle stelle fisse e come l’aver continuato a considerare tutti i movimenti dei corpi celesti come perfettamente e geometricamente regolari riconducendo la natura a cause matematiche). Per Bruno l’eliocentrismo è invece una vera e differente concezione del mondo, rispetto a quella aristotelica. In contrasto con Aristotele sostiene che anche là dove non ci sono stelle vi sarà uno spazio vuoto che non è il vuoto immaginario dei pensatori medioevali ma una entità fisica omogenea (in esso non esiste l’alto ed il basso), geometrica tridimensionale. Lo spazio uniforme sostituisce il luogo e con ciò viene meno la teoria aristotelica degli elementi. Lo spazio può diventare infinito, sparisce la gerarchia tra i corpi celesti, ve ne sono solo di due tipi: quelli caldi come il Sole e le stelle e quelli freddi come la Terra ed i pianeti. In particolare, per Bruno, non esistono contrapposizioni di sorta tra cielo e terra (anche la materia come lo spazio è omogenea):

A questo modo noi sappiamo che, se noi fussimo ne la luna o in altre stelle, non sarreimo in loco molto dissimile a questo, e forse in peggiore [altro che cielo etereo ! ndr]; come possono esser altri corpi cossì buoni, ed anco megliori per se stessi, e per la maggior felicità de’ propri animali [ibidem].

Qui c’è da fare una osservazione: il cosmo medioevale con il lavoro di Copernico è distrutto e con esso va in pezzi la fisica di Aristotele. Ora lo “spazio” è libero per una nuova scienza ed un motivo di debolezza di Bruno è che ad una fisica, quella di Aristotele, non si può contrapporre una metafisica, quella di Bruno, ma solo un’altra fisica, quella, appunto, di Galileo. Anche se Bruno prova a costruire qualcosa ma con ragionamenti filosofici e non con il metodo introdotto da Galileo.       Egli prende le mosse da una critica serrata al concetto aristotelico di luogo ed al vecchio problema dell’ottava sfera (tale sfera era considerata da Aristotele in moto pur occupando sempre lo stesso luogo). Come abbiamo visto, luogo è per Aristotele il limite adiacente al corpo contenente. Bruno osserva subito che mettendo insieme i due concetti che vogliono la finitezza del mondo insieme al fatto che al di là dell’ottava sfera non c’è nulla, si deve ricavare che il mondo è contenuto dal nulla. Dice Bruno (La cena delle ceneri):

Se tu dici che non v’è nulla, il cielo, il mondo, certo, non sarà in parte di alcuna

ed aggiunge invece che:

Se il luogo non è la superficie ma un certo spazio, nessun corpo né alcuna parte del corpo, sia che il medesimo sia grandissimo o minimo, finito o infinito, sarà senza luogo.

Qual è allora il luogo-spazio per Bruno?

Uno è il loco generale, uno il spacio immenso che chiamar possiamo liberamente vacuo; in cui sono innumerabili ed infiniti globi, come vi è questo in cui vivemo e vegetamo noi. Cotal spacio lo diciamo infinito, perché non è raggione, convenienza, possibilità, senso o natura che debba finirlo… si diffonde per tutto, penetra il tutto ed è continente, contiguo e continuo al tutto, e che non lascia vacuo alcuno; eccetto se quello medesimo, come in sito e luogo in cui tutto si muove, e spacio in cui tutto discorre, ti piacesse chiamar vacuo, come molti chiamorno.

Ed ancora:

Uno dunque è il cielo, il spacio immenso, il seno, il continente universale, l’eterea regione per la quale il tutto discorre e si muove. Ivi innumerevoli stelle, astri, globi, soli e terre sensibilmente si veggono, ed infiniti raggionevolmente si argumentano. L’universo – immenso ed inifinito è il composto infinito che resulta di tal spacio e di tanti compresi corpi.

Conseguenza immediata di tale concezione di spazio è da una parte il rifiuto della sfera delle stelle fisse:

Non son più né altramente fisse le altre stelle al cielo, che questa stella, che è la terra, è fissa nel medesimo firmamento, che è l’aria

Come possiamo continuare a credere che le stelle sono incorporate in una cupola,  come  se  fossero attaccate a questa  tribuna  e  superficie  celeste  con qualche buona colla o inchiodate da solidi chiodi?

e dall’altra il rifiuto di ogni luogo privilegiato:

dimando se questo spacio che contiene il mondo, ha maggiore aptitudine di contenere un mondo, che altro spacio sia oltre,

cosicché l’universo copernicano solo per caso è qui e non altrove e quindi non c’è alcun motivo di considerarlo centro così come nessun altro sole va considerato come centro dell’universo. Si ha quindi a che fare con un universo infinito e popolato di infiniti mondi e soli(15). In questo universo nessun luogo ha un privilegio particolare rispetto ad un altro. Vi sono infiniti soli ma vi sono anche infiniti pianeti e tra questi ve ne sono molti popolati.

         Certamente questo universo, che parte da Copernico, avanza di molto lo spunto da cui era nato. In esso non c’è più quasi niente della vecchia tradizione aristotelica, neanche le sfere cristalline su cui erano incastonati i corpi celesti, poiché Bruno, dapprima con considerazioni diverse e poi da alcune scoperte di comete di Tycho Brahe (che vedremo subito dopo), argomentò l’impossibilità, appunto, della loro esistenza [la cometa che, dal di fuori del sistema solare, entra in esso passando intorno al sole ed andandosene di nuovo verso lo spazio, rappresenta, un corpo materiale che deve attraversare, appunto, le varie sfere cristalline. Facendo ciò queste ultime devono andare in frantumi]. Non c’è nulla da dire, le cose sostenute da Bruno hanno un notevole fascino ed una suggestione che si farà sentire molto, soprattutto dopo le scoperte galileiane col telescopio.

     Tra le altre molteplici cose, Bruno mette anche in discussione il fatto che le stelle siano «fisse». Egli dice:

Quindi accade quello errore, come a noi, che dal centro de l’orizonte, voltando gli occhi da ogni parte, possiamo giudicar la maggior e minor distanza da, tra, ed in quelle cose, che son più vicine, ma da un certo termine in oltre tutte ne parranno equalmente lontane; cossi, alle stelle del firmamento guardando, apprendiamo la differenza de’ moti e distanze d’alcuni astri più vicini, ma gli più lontani e lontanissimi ne appaiono immobili, ed equalmente distanti e lontani, quanto alla longitudine … Dunque che noi non veggiamo mollti moti in quelle stelle, e non si mostrino allontanarsi ed accostarsi l’une da l’altre, e l’une all’altre, non è perché non facciano cossi quelle come queste gli lor giri; atteso che non è raggione alcuna, per la quale in quelle non siano gli medesimi accidenti che in queste, per i quali medesimamente un corpo, per prendere virtù da l’altro, debba muoversi circa l’altro. E però non denno esser chiamate fisse perché veramente serbino la medesima equidistanza da noi e tra loro; ma perché il lor moto non è sensibile a noi. Questo si può vedere in esempio d’una nave molto lontana, la quale, se farà un giro di trenta o di quaranta passi, non meno parrà che la stii ferma, che se non si muove;se punto. Cossi, proporzionalmente, è da considerare in distanze maggiori, in corpi grandissimi e luminosissimi, de’ quali è possibile che molti altri ed innumerabili sino cossi grandi e cossi lucenti come il sole e di vantaggio. I circoli e moti di quali molto più grandi non si veggono; onde se in alcuni astri di quelli accade varietà d’approssimanza, non si può conoscere, se non per lunghissime osservazioni; le quali non son state cominciate, né perseguite, perché tal moto nessuno l’ha creduto, né cercato, né presupposto; e sappiamo che il principio de l’inquisizione è il sapere e conoscere, che la cosa sii, o sii possibile, e conveniente”, e da quello si cave profitto.

        Si osservino le ultime cose che Bruno dice. Sono significative perché descrivono bene il «metodo» di Bruno: egli fa un’ipotesi ed attende poi verifiche sperimentali (le osservazioni); inoltre le osservazioni discendono da preesistenti giudizi e concezioni. Oltre a ciò Bruno ha modo di negare l’esistenza di ogni sorta di sfera cristallina:

Questi corpi mondani si muovono nell’eterea regione non affissi o inchiodati in corpo alcuno più che questa terra, che è un di quelli, è affissa.

       Infine elimina l’aristotelico «motore immobile» affermando che: «il primo principio non è quello che muove; ma, quieto ed immobile, dà il poter muoversi».

        Bruno era certamente influenzato dalle opere dei grandi dell’antichità classica che proprio in quegli anni venivano ritrovate in biblioteche in cui erano rimaste sepolte per secoli. Di questi filosofi egli più volte si trova a tessere le lodi, sostenendo:

Sono amputate radici che germogliano, sono cose antique che rinvengono, sono veritadi occulte che si scuoprono: è un nuovo lume che, dopo lunga notte, spunta all’orizzonte ed emisfero de la nostra cognizione, e a poco a poco s’avvicina al meridiano de la nostra intelligenza

e certamente il riconoscimento di Bruno servì, come sostiene Kuhn, a scoprire e a spiegare l’affinità esistente tra la filosofia antica e quella moderna tra l’altro perché “il vuoto infinito degli atomisti forniva una dimora naturale al sistema solare copernicano o piuttosto a molti sistemi solari” (Kuhn).

          Il riconoscimento dell’affinità propagandata da Bruno servì alla trasformazione del cosmo copernicano finito in un universo infinito e multipopolato. In questo nuovo universo si sentiva il bisogno di una nuova fisica e Bruno, come accennato, avvertì ciò cominciando ad argomentare soprattutto riguardo a problemi cinematici e dinamici a sostegno della Terra in moto intorno al Sole. Per ciò che ci interessa più direttamente, egli svolse una grossa mole di lavoro, soprattutto per chiarire e risolvere alcuni problemi che più gli stavano a cuore: quelli che riguardavano la relatività della posizione, del moto e perfino del tempo e delle lunghezze. D’altra parte queste convinzioni relativistiche sono alla base anche della sua concezione dell’universo.

        Per Bruno l’affermare l’inesistenza di un centro per l’universo equivale a dire che non c’è nessun punto in cui si possa dare una descrizione particolare dell’universo stesso. A soccorrerlo su questa strada erano osservazioni naturali che si potevano effettuare sulla Terra. Queste osservazioni erano per lo più tratte dalla vita marinara, così come lo saranno per molti contemporanei, in particolare per Galileo, perché la navigazione aveva avuto enormi sviluppi in quell’epoca di grandi viaggi. 

              Per Bruno, come detto, occorre quindi iniziare con il chiedersi se è necessario continuare a mantenere il mondo prigioniero dentro la sfera delle stelle fisse. Inoltre queste stelle le percepiamo fisse perché sono ad enormi distanze. Come le cose che vediamo all’orizzonte ci paiono essere tutte alla medesima distanza, allo stesso modo le stelle ci appaiono ugualmente distanti anche se sono a distanze diverse. È solo certo che le stelle sono più distanti dei pianeti. Postulare una sfera di stelle fisse è porre un limite arbitrario all’universo.

              L’universo è quindi infinito in senso moderno. E Bruno ha il merito di togliere all’infinito la connotazione negativa degli antichi e della Chiesa che ammettevano una identità tra infinito e non terminato. L’infinità non è solo di spazio, ma anche di materia. Esistono infiniti astri distribuiti in uno spazio infinito. Tra le stelle vi è spazio reale e tridimensionale: lo spazio è per la prima volta completamente geometrizzato. Ciò implica inesistenza di luoghi o direzioni privilegiate, fatto che a sua volta implica l’indifferenza dello spazio rispetto al moto ed alla quiete (sono le premesse alla definizione di spazio che darà Newton)  che vuol anche dire che nessun punto può essere considerato come centro o come riferimento privilegiato. Niente può essere ordinato con un qualche criterio (su e giù) come il Cielo e la Terra. Questa distinzione è assurda.

              Il movimento è un cambio di relazione dell’oggetto che si muove rispetto all’oggetto considerato come riferimento: il moto è puramente relativo. Un plurimo moto simultaneo può essere percepito come quiete: tutto ciò che  sta sulla Terra si muove con essa  e quindi noi sembriamo essere in quiete.

              Se da dentro il sistema Terra si lancia una pietra, essa cadrà lungo la perpendicolare. Se la stessa pietra viene lanciata da fuori del sistema, allora si avrà una deviazione dalla verticale (vedi oltre).

           Altre questioni di filosofia naturale, sollevate da Bruno le riporto per punti:

– Se il moto e la velocità sono relativi, tale deve essere anche il tempo che si desume dal movimento (una cosa analoga era stata sostenuta da Lucrezio che è uno degli ispiratori di Bruno).

– I moti celesti apparirebbero diversi se osservati dall’una o dall’altra stella ed anche le stelle  sono in moto: esse non sono fisse ma in quiete reciproca.

– Se quindi i moti celesti appaiono diversi se visti da stelle diverse, e se il tempo si desume dal movimento, il tempo stesso è relativo: ogni stella ha il suo proprio ed un criterio assoluto per la sua misura è illusorio.

– Anche la gravità e la leggerezza sono relative: un pezzo di ferro non cade se attratto da un magnete.

– Non solo le stelle ma anche i pianeti sono infiniti (svariati pianeti esterni al sistema solare sono stati scoperti in questi ultimi anni) e sono, in qualche modo, come degli animali (l’ipotesi di Gaia, Terra come un gigantesco animale, è stata avanzata da alcuni biologi/ecologi tra cui J. Lovelock, in questi ultimi anni).

– Non è vero che il fuoco sale sempre: basta pensare ad un forno.

– Gli oggetti sono costituiti da atomi in continuo movimento; non è quindi possibile ammettere la precisione di una misura dato che tanto l’oggetto da misurare che lo strumento di misura variano ad ogni istante.

–  Per Bruno anche il Sole è dotato di un moto attorno al proprio asse e questa cosa è affermata per la prima volta in assoluto nella storia del pensiero.

–  Sostiene il primato della “magia naturale” (è il saggio che diventa mago, come il medico che sa curarti) sulla matematica e fu portato a ciò dal fatto che la maggior parte degli astronomi professionisti giudicava la teoria copernicana solo attraverso le esigenze del calcolo.

 – Parla dell’impossibilità di dare misure precise (se gli oggetti sono composti di atomi in continuo movimento, gli estremi dell’oggetto da misurare e dello strumento di misura non sono ben definiti);

– Afferma la completa geometrizzazione dello spazio fisico: lo spazio (infinito) è indifferente al movimento (nessun luogo è privilegiato); lo spazio vuoto è riempito dalle cose, esso è la condizione del movimento.

              Ma al di là di tutte queste intuizioni ed affermazioni, che daranno una base di pensiero ai futuri filosofi naturali, uno dei più grandi meriti di Bruno fu l’essere il massimo diffusore attraverso tutta Europa della cosmologia copernicana.   

IL CONTRIBUTO DI GIORDANO BRUNO ALLA NASCITA DELLA “NUOVA FISICA”: I PRINCIPI D’INERZIA E DI RELATIVITÀ NELLA SUA OPERA

           Proprio nel tentare di contrastare le obiezioni contro il moto della Terra, nascono i principali contributi di Bruno che naturalmente vanno nel senso dell’affermazione della relatività cinematica e dinamica e del principio d’inerzia (serviva a mostrare che la sensazione di immobilità che la Terra ci offre è la stessa di quella che proveremmo da qualunque altro punto d’osservazione, in particolare dal Sole). A soccorrerlo su questa strada erano osservazioni naturali che si potevano effettuare sulla Terra, osservazioni per lo più tratte dalla vita marinara.

            Secondo Bruno ci possiamo rendere conto di cosa significa il descrivere in modo diverso, a seconda di dove osserviamo, un avvenimento se solo pensiamo che da una barca che corre lungo un fiume, sono le rive del fiume che sembrano marciare in verso opposto. Inoltre, quando di notte due navi, con mare perfettamente calmo, cambiano la reciproca posizione, ci è impossibile capire quale delle due si stia movendo. Ciò è maggiormente vero se è impossibile vedere la costa ed inoltre, per la verità, non siamo neanche in grado di dire se tutte e due si stanno movendo. Volendo poi riguardare le cose più in dettaglio, se ambedue le navi, mantenendo fissa la loro posizione reciproca, si spostano, noi non siamo in grado di percepire questo movimento. Il moto può dunque essere percepito come quiete.

            E fin qui le argomentazioni di Bruno su questioni di relatività del moto sono abbastanza in linea con altri filosofi naturali dell’epoca. Per quanto riguarda cioè il principio cinematico di relatività, non vi sono problemi che alcuno possa porre. Ma Bruno fa un grande passo avanti, tutto suo, estendendo il principio di relatività alla dinamica. Questa cosa non era certamente facile perché per la sua soluzione doveva in qualche modo essere dato il principio d’inerzia che Bruno intuì a partire da considerazioni connesse alla Teoria dell’impetus per cui “la pietra porta con sé la virtù del motore”.

           Abbiamo già detto che tutte le esperienze dinamiche che si potevano realizzare sulla Terra portavano all’erronea conclusione che essa era immobile nello spazio: se noi facessimo un salto a piedi giunti dovremmo ricadere più ad occidente perché, mentre siamo in aria, la Terra ci sfuggirebbe sotto molto velocemente; allo stesso modo, se lanciassimo un sasso da una torre questo non dovrebbe cadere lungo la verticale ma spostato verso occidente; da ultimo, quando spariamo con un cannone, lo stesso tiro dovrebbe avere una gittata molto maggiore verso occidente che verso oriente. È evidentemente la mancanza del principio di inerzia generalizzato che fa sostenere tutte queste cose: occorreva riconoscere che tutto ciò che si trova su un oggetto in moto (l’aria sulla Terra), è dotato della stessa velocità dell’oggetto.

            Varie sono le esperienze (mentali, come molte di quelle pensate da Galileo) che Bruno porta a sostegno della sua tesi. Su di una nave che marcia a gran velocità, se un marinaio getta un grave dall’alto dell’albero maestro, questo grave cadrà perpendicolarmente al suolo e, mantenendosi parallelo all’albero durante la caduta, arriverà ai piedi di esso. E le cose andranno allo stesso modo di quando la nave è ferma. Lo stesso fenomeno si ripeterà poi anche quando si spicca un salto su una nave ferma o in corsa. In definitiva Bruno può concludere che (La cena delle ceneri):

le cose che hanno fissioni o simili appartenenze alla nave, si muovono con quella e se così non fosse, come abbiamo detto: quando la nave corre per il mare, giammai alcuno potrebbe trarre per diritto qualche cosa da un canto di quella all’altro, e non sarebbe possibile che uno potesse fare un salto, o ritornare co’ piè, onde li tolse.

ed anche che 

con la terra si muovono tutte le cose che si trovano in terra.

          E vi sono altre esperienze che Bruno suggerisce ed in una di esse egli riesce, in modo eccellente, a ribaltare il problema: cambiando punto d’osservazione, è sulla Terra che si hanno deviazioni dalla caduta verticale;  su una nave, invece, anche se essa è in moto, le  cose  vanno  come  se  fosse  ferma.

         Riferendoci alla figura 1, supponiamo che una barca, trasportata dalla corrente di un canale, marci velocemente vicinissima alla sponda. Sulla barca c’è un osservatore O e sulla riva un osservatore O’. Ambedue gli osservatori tengono le braccia tese: O verso la riva ed O’ verso la barca. Ciascun osservatore tiene in una mano una palla di ferro (figura 1A). Appena la barca porta O ed O’ a sfiorarsi le mani (figura 1B), i due osservatori lasciano cadere la palla di ferro che hanno in mano, in modo che ambedue le palle cadano sulla coperta della barca. Cosa osserva O dalla barca? La palla che egli ha lasciato è caduta perpendicolarmente sulla coperta della barca, mentre la palla lasciata da O’ ha seguito, per O, una traiettoria obliqua (figure 1C e 1D), tant’è vero che è caduta più indietro rispetto a quella lasciata da O (la palla lasciata da O era dotata della velocità orizzontale della barca, mentre la palla lasciata da O’ cadeva con velocità iniziale nulla e la barca gli sfuggiva sotto). Le figure 2 e 3 riportano, rispettivamente, le traiettorie delle palle osservate da O e da O’.

Fig. 2

Fig. 3

               Con questa esperienza Bruno riesce, in modo eccellente, a ribaltare il problema: cambiando punto d’osservazione, è sulla Terra che si hanno deviazioni dalla caduta verticale;  su una nave, invece, anche se essa è in moto, le  cose  vanno  come  se  fosse  ferma. È importante osservare che moto della Terra, composizione dei movimenti, principio d’inerzia e relatività del moto si affermano come un’unica problematica.

        Certamente Bruno non possedeva i concetti di moto rettilineo uniforme, di accelerazione od altro di simile, ma certamente nelle cose ora viste c’è un abbozzo del principio dinamico di relatività che verrà poi formulato con maggiore precisione da Galileo. Egli comunque insiste ancora sul concetto che tutti gli oggetti hanno la velocità del corpo che li trasporta portando un’altra esperienza ideale a sostegno della sua tesi e sviluppando, quindi, con maggiore precisione i problemi connessi con i moti relativi. Dice Bruno:

Posto alcuno sopra l’arbore di una nave, che corra quanto si voglia veloce, non fallirà punto il suo tratto di sorte che per dritto dal punto E, che è nella cima dell’arbore, al punto D, che è nella radice dell’arbore, o altra parte  del ventre e corpo di detta nave, la pietra o altra cosa grave gittata non venga. Così se dal punto D al punto E alcuno che è dentro la nave, gitta per dritto una pietra, quella per la medesima linea ritornerà a basso, muovasi quantosivoglia la nave, pur che non faccia degl’inchini». (La cena delle ceneri)

Illustrazione da La cena delle ceneri

            Si confronti questo brano con quello famoso e stupendo di Galileo in cui si enuncia il  principio  di  relatività  nel  Dialogo sui Massimi SistemiRiserratevi con qualche amico nella maggiore stanza…») e si scoprirà che ambedue dicono le stesse cose.

               In definitiva Bruno fu il più grande propagandatore di Copernico per tutta Europa e fu anche colui che mise in profondo allarme la Chiesa sul potenziale distruttivo per il tomismo del copernicanesimo. La  messa in discussione di un punto di quel sistema avrebbe fatto crollare tutta la base filosofica colta che sorreggeva la Chiesa medesima e che, in modo assolutamente incomprensibile, continua ancora a sostenere.

NOTE

(12) Si tratta di un movimento culturale che esprime in qualche modo le idee e le aspirazioni del mondo rinascimentale. Anche i rappresentanti di tale movimento (Michel de Montaigne, Jean Bodin, Giulio Cesare Vanini arso sul rogo a Tolosa nel 1619, …) sostengono che è la natura al centro degli interessi dell’uomo e che la natura va indagata a fondo con lo strumento della ragione che è l’unico in grado di portare a delle verità. Si differenziano dai naturalisti in senso stretto perché estendono i loro interessi alle varie credenze religiose che sono intese come espressioni differenti di un’unica religiosità che costituisce l’animo dell’uomo: la religione naturale che dovrebbe accomunare e non dividere gli uomini. Vi sono dei legami con gli epicurei ed i seguaci di Averroè (l’Aristotele eterodosso) ed alcuni di tali pensatori propugnano addirittura l’ateismo, la critica all’etica cristiana e l’irrisione dei dogmi.

(13) Su quest’arte della memoria occorre dire almeno due parole. Siamo in un’epoca in cui le più svariate opere vedono la luce e la gran parte di esse non sono nella possibilità di essere comprate da una persona colta che voglia utilizzarle per commentarle e/o citarle. Era una virtù notevole quella di saper ritenere a memoria molti passi di tali opere e, per farlo, occorrevano tecniche speciali dette di mnemotecnica.

(13 bis) La storia dell’asino discusso a così alto livello, non deve trarre in inganno. Il termine asino non aveva fino ai tempi di Gesù il significato dispregiativo che ha ora. L’asinello nella grotta in cui sarebbe nato Gesù non è il dolce animale che tutti conosciamo ma un mito secolare di molte religioni precristiane (dagli assiri ai babilonesi, dagli egiziani agli orientali, dal Vecchio al Nuovo Testamento). Si tratta di un animale che lavora per l’uomo legato all’humus (terra) e perciò humilis (con ogni altro aggettivo si voglia aggiungere, compresi quelli che portano all’ancestrale fertilità). Sulla storia dell’asino nelle religioni e nelle allegorie vi sono infiniti documenti e racconti che tralascio.  Ricordo che un particolare valore ebbe l’asino per gli egizi, valore che dagli egizi fu trasmesso agli ebrei. L’asino, per alcune tradizioni ebraiche, rappresenta Saturno, il secondo sole che è la terra d’Israele. E Saturno si identificherebbe talvolta con Jahvè. Di qui, probabilmente, la nomea degli Ebrei nel mondo antico (anche in modo denigratorio) di adoratori di un asino, fama che, per la confusione esistente tra ebraismo e cristianesimo primitivo, si estenderà a questi ultimi. Inoltre, e questo è il fatto importante, nell’Antico Testamento i Profeti ed il Messia cavalcano asini. Il grammatico Apione, vissuto tra la fine del I sec a. C. e il I sec, nella sua Storia d’Egitto, nota soltanto attraverso la confutazione che ne fece Giuseppe Flavio, sostiene che il re Antioco Epifane, conquistata nel II sec. a.C. Gerusalemme ed entrato nel Tempio, vi avrebbe trovato nel Sancta Sanctorum una testa d’asino aurea, oggetto d’adorazione (si veda webografia). Ebbene Bruno ricostruisce qui, nel Primo Dialogo, l’origine del culto dell’asino presso gli ebrei. Si discetta sul fatto se asinità sia legata ad ignoranza o sapienza. Vengono richimate le gerarchie angeliche ed il fatto che secondo il Talmud l’asino sarebbe simbolo di sapienza nei divini Sephiroth. Tutto ciò viene legato, in un complesso ragionamento, alla Cabala. In definitiva Bruno sostiene che gli ebrei hanno derivato il culto dell’asino dagli egiziani, quando con gli asini condividevano lo stesso lavoro, e lo hanno svilito, anche se aver recepito l’asino nei loro culti è coerente con il carattere saturnino, solitario, incomunicabile, inconversabile bestiale, vile e mercenario di questo popolo. Da questa asinità deriva direttamente l’asinità cristiana in cui la bestia prevale sulla ragione, l’ignoranza sulla conoscenza. In questa sequenza emerge con chiarezza il rifiuto di quanto i dotti ebrei sostenevano nel Rinascimento italiano: “la rivelazione fatta da Dio in ebraico agli ebrei sarebbe stata all’origine di tutto il sapere umano, per cui per quanto i greci potessero essere stati periti nelle arti e nelle scienze, le loro conoscenze non potevano che essere derivate dagli ebrei” [citato da Ricci che richiama A. M. Lesley – La cultura ebraica fra Quattro e Cinquecento, in R. Bonfil – Gli ebrei in Italia (Storia d’Italia, Einaudi 1996)]. 

(14) Abbiamo già incontrato questo Papa, che pure aveva acceso speranze in Bruno, in relazione alla condanna a Francesco Patrizi. Qui importa sottolineare che la condanna di Patrizi matura in uno scenario romano estremamente complesso e attraversato da forti tensioni – per quanto riguarda sia gli equilibri interni della curia e i rapporti, talora conflittuali, fra i suoi diversi organismi; sia gli indirizzi di politica internazionale; sia, infine, il rapporto tra Inquisizione e produzione filosofica, in anni segnati dalla riorganizzazione della censura ecclesiastica e dal tormentato lavoro di revisione dell’Indice dei libri proibiti. Cerchiamo di metterne rapidamente a fuoco alcuni tratti essenziali. A cominciare dallo sfondo: la stagione di forti speranze suscitata dall’ascesa al soglio pontificio di Clemente VIII – un papa «galanth’uomo», secondo la definizione di Bruno, anch’egli sedotto dalla prospettiva di fortune romane e pronto a inserirsi nel gioco pericoloso aperto dalla pubblicazione della Nova philosophia.

«Quando il Patritio andò a Roma – leggiamo negli atti del suo processo – disse che sperava che il papa lo ricevesse in sua gratia», perché «questo Papa […] favorisce i filosofi e posso ancora io sperare d’essere favorito, e so che il Patritio è filosofo e che non crede niente» (L. Firpo, Il processo di Giordano Bruno, a cura di D. Quaglioni, 1993, p. 248). Come scrive Scapparrone, Bruno interpretava la chiamata alla Sapienza del ‘miscredente’ Patrizi come la scelta coraggiosa di un papa in grado – per liberalità e autorevolezza – di proteggere i filosofi in quanto «virtuosi» o messaggeri di riforme epocali, indipendentemente dalla loro qualifica di ‘buoni cristiani’. Non era così, naturalmente. Negli anni del papato di Clemente VIII si assiste infatti a un severo intento di normalizzazione e, sull’onda di rigidissime chiusure filoaristoteliche e filotomiste, che non mancheranno di riflettersi anche nella fisionomia del nuovo  Indice, si apre una fase di minuziosa verifica dell’ortodossia di filosofi, naturalisti e scienziati, con una concentrazione inedita di controlli e processi. Dalle questioni meramente religiose e dogmatiche il campo di indagine si estende ora alla dimensione culturale, per cercare di attenuare, ‘ripulire’ o ridurre a formulazioni consone alla norma teologica, da un lato, il pensiero dei novatores  e le formulazioni della nuova fisica.

            Alla morte di Patrizi, Roberto Bellarmino, a quella data consultore del Sant’Uffizio, discorrendo con il pontefice circa i futuri assetti della cattedra di filosofia platonica in Sapienza, disse:

alla qual lezione, se bene vidde il Papa molto inclinato, non lasciò egli […] di dirgli liberamente il suo pensiero, […] che assai più pericoloso era su le scuole Platone di quello che fosse Aristotele, per essere quello più vicino a’ nostri dogmi, in quella guisa che tutto dì s’esperimenta maggior danno dalla lezione de’ libri eretici che di quelli de’ Gentili (I. Fuligatti, Vita del cardinale Roberto Bellarmino della Compagnia di Gesù, 1624, pp. 116-17).

            Insomma Clemente VIII fu un Papa tremendo per gli innovatori del pensiero, indipendentemente se questo pensiero riguardasse o meno fatti di fede. Si mostrava aperto per far esprimere liberamente e per poi colpire con durezza e senza scrupoli verso alcuno.

(14 bis) La frase citata di quel bandito di Schopp è all’interno di una lunga lettera che costui inviò al suo amico luterano Ritterhausen proprio lo stesso giorno del rogo di Giordano Bruno. La lettera, in latino, è pubblicata integralmente da Firpo (pagg. 348-355). Ricci ne ha tradotto ampi brani che ha pubblicato nel suo libro, intercalandoli con suoi riassunti, e che riporto:

Con gran sollecitudine, Kaspar Schopp, collaboratore del cardinal Madruzzo, volle subito rassicurare – con una lettera il cui significato acquista nuova luce in rapporto alle manovre condotte in quegli anni dalla Santa Sede per riavvicinare a sé, se non per riconvertire, ragguardevoli esponenti luterani – il suo vecchio amico e maestro riformato Rittershausen. Quel rogo sembrava contraddire una linea di ammorbidimento nelle relazioni tra Roma e alcuni Stati luterani, che la Santa Sede cercava di tener fuori da una possibile alleanza con gli Stati calvinisti. Di questa politica Schopp era uno dei principali e più convinti fautori. Nella sua lettera a Rittershausen dichiarava che la Chiesa non aveva colpito, in Bruno, un luterano, bensì un eretico d’altro e peggior genere, un nemico del cristianesimo nel suo complesso, un orribile individuo pernicioso a qualunque popolo e fede: «Se tu fossi ora a Roma, sentiresti dire da molti italiani che è stato bruciato un luterano, e così non senza ragione avvertiresti confermata la tua opinione della nostra crudeltà. Ma devi sapere, mio caro Rittershausen, che questi nostri italiani non sanno tracciare una linea bianca e distinguere eretico da eretico, e che ritengono luterano qualunque eretico [ … ]. Affinché tu apprenda da me la verità dei fatti, ti dico, e di ciò sono testimone credibile, che . nessun luterano o calvinista, a meno che non sia relasso o dia pubblico scandalo, viene messo a repentaglio a Roma in alcun modo, né punito con la morte». Il papa, e i cardinali, trattano con la massima «benevolenza e umanità» gli eretici di passaggio per Roma, e «un mese fa», «un nobiluomo sassone» fu ricevuto da molte personalità della curia, e dallo stesso «confessore del papa cardinal Baronio, che lo trattò assai cordialmente, e non discorse mai di religione con lui, limitandosi ad esortarlo a cercar meglio la verità». Quel gentiluomo fu lasciato tranquillo, poté circolare liberamente per la città, «e fu terrorizzato solo dalla notizia che alcuni inglesi erano stati tradotti nel palazzo dell’Inquisizione». «Ma quelli non erano inglesi, che tali volgarmente in Italia sono detti i luterani, bensì dei puritani sospetti di aver compiuto quella sacrilega batti tura del santo sacramento che è in uso in Inghilterra».

«Analoghe dicerie», aggiungeva Schopp, «avrebbero potuto indurre anche me a credere che questo Bruno sia stato bruciato per luteranesimo, se non fossi stato presente, nella sede della Santa Inquisizione, alla lettura della sentenza erogata contro di lui, e non avessi così saputo che tipo di eresia egli abbia professato». […]

II Santo Uffizio – nelle cui mani è caduto a Venezia – è stato con lui molto paziente e caritatevole: «esaminato dall’Inquisizione e provato colpevole da sommi teologi, prima ottenne quaranta giorni entro i quali decidersi, e promise di ritrattare, poi ha di nuovo difeso le sue assurdità, e ha chiesto ancora altri quaranta giorni; ma non riusciva a nulla, se non a deludere il pontefice e l’Inquisizione». Schopp racconta della lettura della sentenza, e del modo «fraterno» con cui il tribunale ha «ammonito» il reo, e con quale «pertinacia d’empietà» questi ricambiasse la comprensione dei giudici. Ha insultato il tribunale, dicendo di aver meno paura lui ad esser giudicato, che quello a giudicarlo, e finanche sul rogo ha dato prova di orribile ostinazione, avendo «respinto con volto truce, distogliendone lo sguardo, l’immagine del Salvatore crocifisso che gli veniva mostrata mentre era sul punto di morire»: «e così se ne morì tra le fiamme, miseramente, e credo che avrà rinunciato a quegli infiniti mondi che la sua fantasia aveva costruito». Contro simili «mostri», «blasfemi ed empi», «si suole in questo modo procedere presso di noi», dichiara Schopp, e a un Rittershausen non più atterrito che indignato rincara la dose, affermando che se è vero che i luterani non sostengono le dottrine spaventose professate da Bruno – che spacciano insieme Mosè, Aristotele, Cristo, le Scritture, e tutto quanto luterani e cattolici hanno in comune -, e sono dunque altrimenti trattati da Roma, è pur vero che «Lutero, benché non abbia insegnato le stesse dottrine di Bruno, ne ha dispensate di ancor più assurde e orrende», sì che avrebbe meritato anch’egli di finire i suoi giorni «bruciando su legni fatali». Ma la Chiesa è saggia e temperante, e verso i luterani non usa «quella severità che le è rimproverata, e che deve comunque adoperare contro quelli che in piena coscienza e volontà preferiscono», come il Nolano, «rovinare se stessi».

La lettera è datata l7 febbraio 1600, e forgia l’immagine di Bruno come «nemico d’ogni religione», ben più che eretico della sola Chiesa cattolica, mentre le sue ceneri sono appena disperse nel vento di Roma. Ambienti curiali, cui Schopp dà voce, non desiderano che il rogo, in pieno giubileo, con la città rigurgitante di osservatori stranieri e sotto gli occhi dell’ambasciatore francese, sia di pregiudizio alla linea cauta adottata dalla Santa Sede con alcuni principati luterani; vogliono piuttosto dare prova ed esibizione della massima moderazione e giustizia del Santo Uffizio, avendo questo deciso di condannare il Nolano solo dopo averlo scrupolosamente e paternamente esaminato, e punitolo come meritava per la sua impenitenza, nelle forme debite, senza crudeltà, e lasciandogli più d’una occasione di salvarsi. Nel contempo, che la sua fine sia di monito per chi può averla a monito.

(15) Come racconta Firpo, Bruno, negli interrogatori cui fu sottoposto a Roma, precisò il suo pensiero in proposito. Egli, per necessaria analogia, ammise in ciascuno di questi mondi la presenza degli elementi fisici che costituiscono il nostro, e la loro organizzazione in esseri vegetali ed animali. L’idea secondo cui in questi mondi vi fossero degli esseri razionali la riteneva opinabile, ad arbitrio di chi vuole, ma tuttavia credibile e probabile. Quando gli fu chiesto dell’immortalità di questi eventuali esseri razionali, Bruno rispose in modo confuso perché cercò giustificazioni in versetti della Bibbia (Salmi) ed in un passo mal citato di San Tommaso.

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