Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

Acquista cose nella tua gioventù, che ristori il danno della tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento.

Leonardo

(Ho già trattato aspetti diversi di questo argomento in due articoli, uno relativo a La scienza nel Rinascimento e l’altro a Religione, magia e scienza nel Rinascimento italiano e ad essi rimando. Dopo aver riassunto in breve quanto già scritto, tratto qui alcuni ulteriori elementi integrativi c di approfondimento che ritengo utili al fine della comprensione dell’ambiente culturale in cui si formò e visse Leonardo).

        Il Rinascimento è un periodo non ben definito che autori diversi situano in epoche differenti. Non credo si facciano particolari violenze alla storia se per tale periodo si intende, in accordo con Kristeller, quello che va dal XIII al XVI secolo. Di questo periodo Leonardo copre la seconda metà del Quattrocento ed il primo quarto del Cinquecento. Voler indagare questo periodo è estremamente complicato per l’intersezione di molteplici elementi. Come anticipato, tento di riassumere cogliendo gli aspetti salienti che provengono dall’ambiente religioso, dalle credenze, dall’economia, dalla tecnica, dalle conoscenze e dal pensiero.

        Verso la fine del Medioevo la borghesia delle città aveva acquistato una potenza considerevole. Essa aveva sviluppato una notevole quantità di attività nell’ambito dei commerci, dell’artigianato e della finanza. Aveva messo in piedi una fittissima rete di attività commerciali e, soprattutto, aveva preso coscienza di sé. La lungimiranza di alcuni di questi artigiani permise il passaggio da un modo di produzione meramente empirico ad un modo più perfezionato in cui i processi di misura e di ripetitività di un dato oggetto fossero via via più raffinati. Nasceva inoltre, nel mondo artigiano, l’esigenza di sperimentare processi produttivi, di sporcarsi le mani con prodotti sempre più raffinati che avevano dentro una quota parte sempre maggiore di scienza applicata ma ancora non formalizzata. Non è inutile sottolineare che l’aumento della produzione agricola ed artigianale permise il raggiungimento di un relativo stato di benessere materiale sufficiente almeno a permettere ad un certo numero di persone di vivere mediante il proprio lavoro intellettuale. Iniziava cosi, in Italia, un embrione di coscienza scientifica che nulla aveva a che vedere con la tradizione classica. E lo spirito scientifico, in un processo molto lungo, via via diventava consapevole di sé e si emancipava dalla mera applicazione tecnica. E’ ancora la borghesia nascente che aiutò questi processi. Era il mondo ecclesiastico e religioso che rappresentava un impedimento al pieno realizzarsi delle aspirazioni borghesi. Per questo agli ideali di nobiltà e clero ed ai loro pensatori si iniziò e contrapporre intanto uno spirito laico e quindi altri pensatori. Quali ? Ma quelli che hanno rappresentato il massimo dello splendore del passato nel massimo dello splendore delle città ellenistiche, con la stella di Alessandria. L’abito scientifico sorgeva nel Comune italiano come era sorto nella città greca, dalla contemplazione della natura, concepita come una grande opera d’arte. E questo è il motivo per cui è inscindibile il momento della crescita della scienza da quello della produzione artistica nell’Italia del Rinascimento e Barocco. La natura con numeri, proporzioni e armonie. E’ ciò che ritroviamo in tutti i grandi artisti dell’epoca che, insieme, furono matematici e scienziati. Quindi progresso tecnico, nascita della borghesia, disponibilità economiche, riconquista della natura e studio di essa, da tutto ciò anche la città riceveva grossi impulsi e cresceva non solo in bellezza ma anche come motore di progresso.    

        Il forte impulso che ebbe la tecnica, il passaggio da produzioni con fortissimi connotati empirici alla voglia, da più parti avvertita, di tecniche e macchine sempre più affidabili e quindi alla richiesta di progettazioni più accurate, poneva la pressante richiesta di una scienza che si affermasse come supporto culturale alla produzione. La richiesta investiva anche ambiti culturali diversi. La vecchia cultura scolastica risultava chiusa ed opprimente per un ceto che aveva bisogno di espandersi. Le Università, nate per far esplodere il meglio delle conoscenze e finite sotto gli insegnamenti di ordini religiosi dediti ad inconcludenti infinite disquisizioni, non rispondevano più, non si mostravano al passo con quanto nasceva e veniva proposto dal mondo civile, non rispondevano più, non si mostravano al passo con quanto nasceva e veniva proposto dal mondo civile. Gli insegnamenti dei docenti aristotelici erano fatti con un linguaggio metafisico che usava termini come sostanza ed accidentemateria e formaessenza ed esistenza  e vi erano manuali appositi che ponevano i problemi rimandando, per le soluzioni, alle opere di Aristotele indicandone la precisa referenza in cui cercare. La fisica era studiata per disputatio che prevedevano, ad esempio, interminabili sessioni per stabilire se il cioccolato era un liquido o un solido o cosa sarebbe cambiato nell’uomo se invece di avere cinque dita ne avesse avute sei. Uno studente che si iscriveva, qualunque fosse l’indirizzo di studi, doveva invariabilmente cominciare con logica, fisica e metafisica aristoteliche; proseguiva poi con la Meteorologia, con la Generatio et Corruptio e la Historia Animalium sempre di Aristotele; solo a questo punto, se aveva scelto medicina, poteva iniziare con Galeno ed Ippocrate. La borghesia, in questa sua inesorabile crescita, fu portatrice del bisogno di rompere con i vincoli statici del vecchio potere feudale, dell’intreccio di potere tra nobiltà e clero; essa pretendeva spazi autonomi di espansione, spazi che riguardavano anche la richiesta e la ricerca di più ampie visioni culturali. Fu questa borghesia che si mostrò più interessata alla riscoperta dei classici, al qualcosa di nuovo di cui si sentiva fortemente il bisogno. Mentre, per parte loro, alcuni dotti metteranno a sempre più serrata critica le conoscenze tradizionali che dominavano ovunque. Il passo che si attendeva era quello del coniugare una matematica dotta con i processi sperimentali artigiani, un qualcosa completamente al di fuori della tradizione tomistica. Il forte impulso che ebbe la tecnica, il passaggio da produzioni con fortissimi connotati empirici alla voglia, da più parti avvertita, di tecniche e macchine sempre più affidabili e quindi alla richiesta di progettazioni più accurate, poneva la pressante richiesta di una scienza che si affermasse come supporto culturale alla produzione. La richiesta investiva anche ambiti culturali diversi. La vecchia cultura scolastica risultava chiusa ed opprimente per un ceto che aveva bisogno di espandersi.

        A partire dalla metà del Quattrocento alle Università si affiancò la formazione che veniva data proprio dalle botteghe artigiane. È l’epoca degli ingegneri, degli architetti, degli idraulici, dei maestri d’opera la cui preparazione nasceva dalla soluzione di problemi pratici molto distanti dai sillogismi e, comunque, da ogni preparazione di tipo universitario. Questi “artisti”, per la prima volta accompagnarono la realizzazione delle loro opere con scritti, con elaborazioni teoriche che sarebbero diventate la base su cui altri avrebbero continuato, iniziando quel processo virtuoso di trasmissione di conoscenze che andava perfezionandosi. Ed è utile notare che questa esplosione di produzione, questa richiesta di nuovi saperi sempre più ancorati alla pratica, nasceva dalla crescente disponibilità di denaro.

        La Chiesa, autorità padronale incontrastata e riconosciuta dalle più diverse teste coronate in gran parte dell’Europa, riferimento culturale indiscusso in quasi tutti i campi del sapere, dopo aver sterminato i grandi movimenti eretici europei ed essersi cimentata in gloriose crociate, lavorava ormai, prima della Riforma, nel solo tentativo di sradicare le streghe e le superstizioni. Queste operazioni servivano per sostituire alla cultura popolare, alla religione popolare, quella ufficiale propria. Non a caso alla lotta contro le pretese streghe si accompagnava la venerazione di reliquie,che le crociate avevano fatto affluire in enorme quantità, i pellegrinaggi, i santi, le credenze taumaturgiche, gli esorcismi, le proibizioni di certi giorni, le tradizioni pagane trasformate in rituali liturgici, … Ed anche se mai ufficialmente ammesse, erano ampiamente tollerate le pratiche degli amuleti, degli oroscopi, delle premonizioni che sarebbero state dietro ad alcuni fatti naturali straordinari come eclissi, comete, cavallette, bruchi, nascite deformi. Si dava ampio credito a fasi lunari legate a mestruazioni (fatto microscopico) ed a maree (fatto macroscopico), con l’assimilare la Terra ad una grande madre e con tutto un mondo di similitudini tra la vita di una donna e quella di un terreno coltivato.

        A lato di questo quadro di credenze, che riguardava la quasi totalità delle popolazioni povere ed incolte, vi erano quelle più propriamente magiche che comprendevano un ambito vastissimo coltivato da ceti più colti. Il Quattrocento è l’epoca in cui ha luogo l’intersezione tra tutta la tradizione magica, astrologica, alchimistica povera (le pozioni), che aveva vivacchiato di nascosto per centinaia d’anni,  con la magia degli ambienti colti, con l’ermetismo, con l’alchimia (Hermes Trismegisto), con le immagini miracolose ed i talismani. Era venuto il momento di riprendere la tradizione povera e di darle la dignità che nasceva dall’accettazione delle medesime pratiche da parte dei potenti.

        Dentro questo quadro generale si inseriscono episodi importanti e significativi di un epoca che cambia. Significativo è l’episodio del coltissimo umanista Lorenzo Valla (1407 – 1457) che, con una approfondita e metodica ricerca storica dimostrò che vari documenti della Chiesa erano dei falsi costruiti dalla Chiesa stessa, come una lettera attribuita a Gesù e il documento della Donazione di Costantino(1). Nel 1447, Papa Niccolò V elevò il Valla a rango di suo segretario: la Chiesa si sentiva talmente intoccabile da divenire addirittura tollerante. In fondo le dispute del Valla o di altri umanisti come Marsilio Ficino (1433-1499) non avrebbero in alcun modo impedito l’accumulo di ricchezze, territori e potere. Ed i papi, come Alessandro VI, potranno addirittura giocare con al magia mostrandosene particolarmente interessati tanto da scrivere per Pico della Mirandola(2) (1463 – 1494) bolle che la blandivano.

        Nello stesso lasso di tempo, intorno alla metà del Quattrocento, una questione di tipo tecnico fu scatenante di ricadute impensabili. Nel 1447 fu inventata la stampa a caratteri mobili  che fu decisiva al diffondersi di conoscenze ed anche alla messa in discussione di esse: caso clamoroso fu proprio quello della Bibbia che, in barba alle proibizioni precedenti, fu letta direttamente dai cristiani ed in tempi brevi portò alla Riforma. Fino ad allora un qualunque lavoro di ricerca o compilazione diventava un manoscritto. L’autore dell’opera poteva, con somma fatica, farne una copia per donarla ad un amico o poteva pagare un copista che lavorasse per lui. Chi riceveva l’opera e la riteneva d’interesse poteva egli stesso fare analoga operazione di moltiplicazione. Di modo che la crescita del numero delle copie era spesso affidata a una sorta di casualità. La stampa con caratteri mobili permetteva di disporre di molte più copie di uno stesso esemplare manoscritto con il non piccolo vantaggio di avere copie identiche, senza più il rischio di propagazione di errori e/o interpretazioni. 

        Altro evento notevolissimo del finire del Quattrocento (1453) è la caduta di Costantinopoli con due conseguenze: il riversarsi in Occidente di molti manoscritti lì conservati(3) (quelli che non erano andati distrutti) ed anche di vari studiosi in cerca di scampoche trovarono subito occupazione nelle Università di Firenze, Ferrara e Milano, diffondendo la conoscenza del greco e della filosofia. Sempre la stampa permise, dopo la riscoperta, la successiva traduzione delle opere dei massimi pensatori greci. Questi libri andavano a sommarsi a tutti quelli provenienti dalla Spagna araba, sia come produzione diretta che come traduzione di classici greci, sia dalle traduzioni realizzate nel Sud d’Italia.

         La prima opera stampata di argomento matematico fu l’Aritmetica di Treviso, scritta in dialetto veneziano da autore ignoto,  nel 1478.  L’opera mostra quali erano i livelli ordinari di conoscenza alla fine del Quattrocento: mentre non si parla di addizione e sottrazione, si dedica ampio spazio a moltiplicazione e divisione che, a quanto pare ed in modo che noi non siamo in grado di cogliere appieno, risultavano molto complesse. Viene trattata la moltiplicazione in colonna (per colonna), quella a croce (per croxetto), quella con la scacchiera (per scachiero) che si suddivide in cinque modi diversi, uno dei quali è quello da noi utilizzato. Vi sono poi due modi per fare divisioni, a seconda del numero delle cifre del divisore, quello in colonna e quello in battello (per batello). Vi sono poi trattate: la prova del 9, la regola del 3, il calcolo delle mescolanze per determinare la quantità di metalli preziosi nelle leghe. Seguono vari e diversi problemi, in gran parte di uso pratico.

        Tutti gli autori concordano nel ritenere che tra il Quattrocento ed il Cinquecento i portati della tecnica nei campi della meccanica e dell’architettura civile e militare fecero riconoscere nella  matematica uno strumento indispensabile. Particolarmente in Italia, dove meccanica, architettura ed arte in genere avevano uno sviluppo clamoroso, si ponevano problemi di misurazioni sempre più accurate di lunghezze, angoli, aree. Occorreva calcolare i volumi, fare degli studi prospettici, di simmetrie. Si passò così dalle cose realizzate per mera intuizione alle cose progettate razionalmente con l’uso di proporzioni, simmetrie ed armonie. Fu nel Quattrocento, in Italia, che si iniziò la pubblicazione di svariate opere che facevano largo uso della matematica: opere di Brunelleschi, di Leon Battista Alberti, di Piero della Francesca (che ci fornì la ‘divina proporzione‘, la sezione aurea), di Giorgio Martini, di Luca Pacioli. Come si vede si tratta (a parte Pacioli) di architetti ed artisti di varia natura che per la prima volta ci offrono opere che nascono ampiamente studiate e progettate con l’ausilio della matematica. E’ chiaro che la ricerca era delle migliori proporzioni, dell’armonia; è quindi evidente che sullo sfondo campeggia l’immaginerei Platonismo, sia nella sua veste pitagorica che in quella eudossiana. Elemento di grande importanza è che svariati autori iniziarono a pubblicare trattati di matematica scritti in modo divulgativo, molto chiaro, accessibile a molti.

Luca Pacioli in un ritratto di Jacopo de’ Barbari (circa 1445 – circa 1516)

        Ciò accadeva in un momento in cui insigni educatori come Erasmo (1466 – 1536) e J. L. Vives (1492 – 1540) ritenevano non utile la matematica per la formazione delle persone poiché tendeva a distrarle dai fini pratici della vita. Gli stessi umanisti, che pure iniziarono a soffermarsi con interesse a guardare il mondo naturale circostante, si preoccuparono soprattutto della formazione morale dell’uomo aborrendo le dispute logiche che avevano luogo nelle prime università insieme agli insegnamenti della Scolastica. La sua riscoperta ebbe un duplice effetto spesso contraddittorio. Da una parte si intuirono le enormi possibilità ad essa collegate per lo studio della natura ma dall’altra si individuò la via più facile della numerologia e della mistica dei numeri.

        E nel frattempo venivano pubblicate, in traduzione latina, opere di classici greci fino ad allora sconosciute. La prima edizione latina a stampa degli Elementi di Euclide vide la luce a Venezia nel 1482.

        Il processo qui descritto non deve essere visto come una marcia naturale verso il progresso. Tutto nasceva e si sviluppava con grande fatica e moltissime contraddizioni. La scena era in gran parte occupata da argomenti che sembrerebbero oggi essere marginali, da magia, alchimia ed astrologia. La scienza che noi oggi vogliamo vedere laica e scevra da inquinamenti irrazionali nasceva immersa in questa cultura (quanto si ritiene oggi scientifico nasceva mescolato al mistico addirittura nello stesso autore) e se da una parte si può dire con l’aiuto dell’opera dei classici greci, dall’altro è necessario affermare che anche nonostante essi (per la loro visione statica ed in qualche modo già chiusa e determinata del mondo circostante). L’intersezione di tutte le discipline che noi oggi studiamo separatamente, costituisce il bagaglio che un uomo di cultura aveva e che noi, ad esempio, con un uso differente della medesima parola (che ha cambiato il suo significato originale nel corso dei secoli), interpretiamo in modo che potrebbe essere errato. Il richiamo è alla rilettura storico-critica dei documenti originali con un bagaglio di conoscenze e competenze che non può essere solo disciplinare.

        Con Leonardo siamo nella fase di transizione dal periodo vagamente definito come Umanesimo al Rinascimento. Ma Leonardo è anche personaggio non facilmente inseribile in una storia della scienza. Le sue cose le conosciamo a posteriori. Egli fu un genio universale in tutto (meno che in matematica e nella comunicazione scritta) ma operò come un artigiano geloso della sua produzione che deve restare segreta ed in tal modo non creando alcuna scuola non formando allievi e continuatori, anche perché dall’invenzione geniale non nascono scuole che abbisognano di elaborazioni teoriche che non si hanno in Leonardo e che egli non poteva avere immerso come era in un mondo ancora fortissimamente legato alle povere conoscenze del passato e sollecitato solo da qualche opera di ArchimedeErone, Vitruvio, Filone e da alcuni prodotti della tecnica più avanzata. Altro è e deve essere lo spirito dello scienziato come si andrà affermando proprio nel Rinascimento. E Leonardo prefigura quella corrente di pensiero non riconducibile al platonismo ed all’aristotelismo dominanti ma influenzata da istanze meccaniciste derivanti dai lavori dei suddetti classici ellenistici. In questa epoca, oltre ad aprirsi alla comunicazione ed allo scambio di informazioni, si tratterà di riprendere le fila di molti discorsi iniziati, tentati, mai fatti. Di mettere insieme le conoscenze matematiche con le pratiche artigianali, con lo sviluppo delle macchine, con le sfide architettoniche. Si tratterà di sottoporre a trattamento teorico i dati dell’esperienza. Dopo il piccolo Rinascimento del VI secolo quello che si annunciava era un altro Rinascimento.

LA CULTURA DI LEONARDO

         Abbiamo visto che Leonardo passò lunghi periodi della sua vita prima a Firenze poi a Milano, gli unici luoghi dove restò un tempo sufficiente per assorbire conoscenze ed il clima culturale. Fu certamente Firenze il luogo dove artisti di ogni tipo si formavano, si frequentavano e da lì migravano in giro per l’Italia e l’Europa. All’epoca di Leonardo, la corte di Lorenzo il Magnifico era frequentata da un elenco impressionante di umanisti del livello di Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Angelo Poliziano e Luigi Pulci. Lo stesso Magnifico era un letterato di rilievo e fece ogni sforzo per avere alla sua corte il meglio della cultura dell’epoca. Oltre ai citati umanisti frequentarono la corte del Magnifico i massimi artisti dell’epoca. Oltre allo scultore Andrea del Verrocchio, che aveva una bottega che formò un’altra generazione di eccellenti artisti tra cui lo stesso Leonardo, ed all’architetto Giuliano da Sangallo, presso la corte circolavano Antonio Pollaiolo, Filippino Lippi e Sandro Botticelli, oltre al giovane Michelangelo. Con tutti questi personaggi, in un modo o nell’altro, ebbe a che fare Leonardo.

        Nelle sue peregrinazioni conobbe poi altri personaggi oggi famosi. A Milano, oltre ad artisti già conosciuti a Firenze, ebbe a che fare con Baldassar Castiglione, Bramante, Francesco di Giorgio Martini, il conterraneo Luigi Pulci e, soprattutto, conobbe (1496) e frequentò assiduamente il matematico Luca Pacioli. Nel periodo che passò con Cesare Borgia conobbe il fiorentino Niccolò Machiavelli mentre a Roma frequentò Pietro Bembo, Raffaello e ritrovò Giuliano da Sangallo, Bramante e Michelangelo. E’ interessante sottolineare una considerazione che fa Gille a proposito della conoscenza tra Leonardo e Pacioli. Dice il nostro:

Nel 1496, dopo un lungo soggiorno ad Urbino, arriva a Milano il frate Luca Pacioli. Leonardo strinse subito legami di amicizia con quest’uomo: per lui preparò le tavole incise del De divina proportione. Pacioli aveva studiato Archimede, e conosceva bene anche Euc1ide.
Si verifica allora un fatto singolare: invece di praticare su grande scala una parte qualsiasi dell’arte dell’ingegnere, Leonardo si sforza di completare le conoscenze teoriche che egli ritiene necessarie per raggiungere una sorta di perfezione. Di queste conoscenze egli conserva, per lo meno all’inizio, soltanto quegli elementi che appaiono direttamente e praticamente utilizzabili. Ma, in mancanza di una solida base culturale, le sue conoscenze non si ordinano in un sistema coerente. Di qui derivano quelle incertezze, quelle variazioni nelle soluzioni, e anche quelle confusioni di linguaggio, che si riscontrano quasi in ogni foglio dei suoi quaderni.

        Stupisce lo stupore di Gille, nel suo libro superficiale e poco informato, per il fatto che Leonardo sospenda la sua attività per studiare. E’ quello che ogni persona veramente interessata alla conoscenza e cosciente dei propri limiti fa. Sono invece interessanti e condivisibili le considerazioni che seguono. Non si può non concordare con Campana quando dice che “il vizio di fondo di questi storici della scienza (Duhem, Koyré, Dijksterhuis, Gille, …) è di procedere nelle loro ricerche in maniera settoriale e formalistica, di badare ai risultati e non alla loro genesi, di vedere la scienza staccata non solo dallo sviluppo economico-sociale, ma anche da tutto il resto della cultura. Nella scienza, come osservava De Ruggiero, conta più l’impostazione del problema che la sua soluzione; che è poi la novità effettiva di Leonardo.

        Leonardo, che frequentò tra i 10 ed i 14 anni una scuola d’abbaco (una sorta di scuola media) e poi fece della bottega di Verrocchio la sua scuola di artista-meccanico, amava definirsi homo sanza littere (e non certo perché non avesse un’educazione umanistica, in quanto risulta essere stato molto raffinato negli usi linguistici e nella chiarezza espositiva. La sua versatilità letteraria e pignoleria linguistica è dimostrata dalla sua continua ricerca del vocabolo più adatto, che lo portava a redigere interminabili elenchi di termini linguistici, che poi sottoponeva ad una minuziosa analisi).

Lista interminabile di vocaboli che Leonardo riportava traendoli da differenti vocabolari per prendere confidenza con tutti i vocaboli che dal latino venivano adattati alla lingua volgare (vi sono 54 pagine così nel Codice Trivulziano). Scrive Marinoni: “capì la sua lingua nativa, il dialetto fiorentino, ed il linguaggio tecnico delle botteghe artigiane gli offrivano una terminologia capace di nominare gli oggetti del mondo visibile e tangibile, ma erano piuttosto scarsi di nomi astratti, aggettivi, avverbi e verbi che solo i letterati conoscevano o fabbricavano ricalcandoli sui corrispondenti della lingua latina, derivandoli da essa.”

        L’espressione homo sanza littere, ma che rivendica il maggior valore della sperienza che d’altrui parola, riguarda probabilmente la sua non adesione alle filosofie con le quali si incrociava nei dibattiti conviviali. Non si riconosceva nel platonismo ma neppure nell’aristotelismo. Egli era persona interessata alle cose del suo tempo e trovava molto maggior diletto a sporcarsi le mani, a produrre oggetti e cose, a lavorare empiricamente sulle cose tentando di ricavarne informazioni per manipolazioni successive. Guardava i dibattiti colti con la distanza datagli dal provenire dalla bottega, dai saperi materiali ed empirici. Ma qui già siamo a questioni colte da dibattiti avanzati. Il fatto è che egli sfuggiva anche alla metafisica, alla religione ed a quel fondo melmoso in cui tutti erano più o meno invischiati, la magia che Leonardo conosceva se non altro perché a Milano fu amico del suo conterraneo Tommaso Masini da Peretola(4), detto Zoroastro, mago e meccanico di corte, e perché era stato a contatto a Firenze con Pico della Mirandola ed altri estimatori di Ficino. Più in generale si può dire che uno degli aspetti rilevanti del rapporto di Leonardo con il suo tempo è quello della distanza che sembra separarlo proprio dai moltissimi eventi storico politici di cui fu indirettamente partecipe. Non abbiamo ritratti degli innumerevoli politici che frequentò; stette al servizio di chi lo faceva lavorare secondo i suoi interessi senza occuparsi della politica a volte addirittura contrapposta a quella del suo datore di lavoro precedente; non prestò attenzione a repubbliche, signorie, ducati, sovrani legittimi, stranieri od usurpatori. Nei libri che sappiamo essere stati nella sua biblioteca vi erano opere che erano nella cultura del tempo. Alcune opere erano sulle virtù curative delle erbe e degli animali (come si ritiene anche oggi) e sulle virtù delle pietre (probabilmente per capire cosa ci fosse dietro gli amuleti di Ficino). Qualche testo era di astrologia, all’epoca strettamente connessa con l’astronomia anche per quella storia degli angeli che trasmettevano poteri dal Cielo alla Terra (occorreva conoscere le posizioni degli astri per sapere se gli angeli avrebbero avuto un cammino facile o meno). Vi era un trattato di mnemotecnica che era una tecnica, introdotta nel XIII secolo dal mallorchino Raimondo Lullo e sviluppata in seguito da Giordano Bruno, per ritenere a memoria il maggior numero di cose, fatto estremamente comprensibile in epoca in cui le fonti non erano sempre tutte disponibili. Altro libro notevole in biblioteca era il De alchimia di Hermes Trismegisto nella traduzione latina che aveva fatta Ficino per Cosimo I de’ Medici. Vi erano infine due libri di chiromanzia ed uno sulla fisiognomica(5). Al di là di ciò che sappiamo esservi in biblioteca è interessante osservare che la posizione di Leonardo in proposito era molto chiara. Egli condannò con durezza le varie pratiche magiche, inveendo contro i truffatori che si fecero botega con incanti e miracoli finti, ingannando le stolte moltitudini (Codice F, f.5 v), contro i negromanti, i quali affermavano che l’incanti e spiriti adoperino e sanza lingua parlino … e portino gravissimi pesi, facino tempestare e piovere, che li omini si convertino in bestie, benché in bestia entran prima quelli che tal cosa affermano (Codice Windsor, 19048 v), contro l’astrologia giudicale, perdonemi chi per mezzo degli sciocchi ne vive (Codice Urbinate, f.13 v), contro la fisiognomica, la chiromanzia, l’alchimia. Insomma Leonardo era implacabile contro ogni arte magica che era associata sempre a dei truffatori e balordi che  si arricchivano sulle spalle di poveri ignoranti e creduloni. La magia secondo il nostro deve essere solo degli artisti che, mediante colori e prospettiva, sono in grado di richiamare alla mente dell’osservatore sensazioni piacevoli e differenti.

        Sull’influenza che i testi dell’antichità classica ebbero su Leonardo è utile leggere quanto scrive Lucio Russo:

Il più famoso tra gli intellettuali attratti da tutte queste “novità” è Leonardo da Vinci, che non solo si interessò a tutti gli argomenti prima elencati, ma ne fu anche indotto a tentare (senza successo, per la verità) lo studio delle opere di Archimede. Risultati molto migliori egli li ebbe mettendo in pratica alcune delle idee contenute nelle antiche opere, soprattutto quando poteva usare le sue straordinarie doti di osservatore e pittore: ad esempio tentando di recuperare l’anatomia con la dissezione di cadaveri e compiendo osservazioni nel campo dell’idraulica.
Da tempo Leonardo non ci appare più isolato, ma si è riusciti a inquadrarlo come il più rilevante esponente di un ambiente in cui da tempo si condividevano gli stessi interessi, si guardavano gli stessi libri e si realizzavano disegni analoghi. Molti degli interessi tecnologici di Leonardo erano stati condivisi, nella prima metà del secolo XV, da Mariano Taccola, molto interessato, in particolare, alle opere di pneumatica e tecnologia militare di Filone di Bisanzio. Alla stessa epoca risale quella che probabilmente è la prima traduzione di un’opera scientifica in una lingua europea moderna: la traduzione italiana della Pneumatica di Filone di Bisanzio contenuta nella prima parte del manoscritto anonimo Macchine idrauliche, di guerra, etc. Alla seconda metà del secolo risale il Trattato di architettura, ingegneria e arte militare di Francesco di Giorgio Martini, nel quale si possono vedere disegni di ruote idrauliche alimentate da condotte forzate, pompe aspiranti e prementi, viti senza fine, meccanismi a cremagliera, molti altri elementi della tecnologia ellenistica e anche un carro dotato di sterzo.
Mentre Taccola e Francesco di Giorgio si erano concentrati soprattutto su Filone di Bisanzio e Vitruvio, Leonardo, come altri ingegneri del tempo, ebbe anche molto interesse per Erone. Spesso nel passato le stesse persone che snobbavano i congegni di Erone, considerandoli inutili giocattoli, si entusiasmavano ai disegni tecnici “avveniristici” di Leonardo, che, quando non ne erano copie, ne erano spesso fortemente ispirati, come nel caso di torchi, demoltipliche, macchine per filettare viti, magli automatici, “ruote a vento”, sifoni, “fontane di Erone”, apparecchi mossi dall’aria calda ascendente, livelle ad acqua … In altri casi, come in quelli delle catene di trasmissione a maglie piane e della balestra automatica, la fonte di Leonardo è Filone di Bisanzio. L’antichità della fonte di ispirazione di molti altri appunti leonardeschi è chiara: ricordiamo ad esempio le osservazioni di ottica, quelle sull’origine di fossili marini trovati lontano dal mare e i disegni di battelli a ruota, specchi ustori, balestre, seghe idrauliche o cuscinetti a sfera.
L’impressione, spesso ripetuta, che Leonardo riuscisse con il suo genio a trascendere la cultura del suo tempo è ben giustificata. Non si trattava però di un fantascientifico viaggio nel futuro, ma del tentativo di immergersi in un lontano passato. Nei manoscritti di Leonardo sono raffigurati in genere oggetti irrealizzabili ai suoi tempi, giacché mancava la tecnologia corrispondente. Questa circostanza non dipendeva però da una eccezionale capacità del genio di Leonardo di “divinare” il futuro, ma, più semplicemente, dal fatto che all’origine di quei disegni, come di quelli di Francesco di Giorgio, vi erano altri disegni, risalenti a un’epoca in cui la tecnologia era stata ben più sviluppata.
Spesso le spiegazioni scritte da Leonardo non sono adeguate ai suoi disegni. Nel Codice Leicester è disegnata una macchina basata in qualche modo sulla forza del vapore. Bertrand Gille a questo proposito scrive:

Il disegno è assolutamente sorprendente. Si potrebbe giurare, se non vi fossero sulla stessa pagina le spiegazioni, che si tratti effettivamente di una macchina a vapore primitiva. Ma non è nulla di tutto ciò […]. Esistono parecchie figure di questo apparato, curioso soprattutto per la sua rassomiglianza con apparecchiature che verranno elaborate molto tempo più tardi.

Il lungo tempo occorso per elaborare !’interpretazione corretta di disegni che già Leonardo sapeva eseguire non sembra faccia sorgere alcun sospetto in Gille.
La conoscenza di molti elementi della tecnologia ellenistica penetrò in Europa, soprattutto attraverso le opere di Filone e di Erone. Mentre però alcune conoscenze tecnologiche, quali la forma dei vari tipi di ingranaggi, erano facilmente ricostruibili dalle illustrazioni contenute nei manoscritti, in altri casi le cose non erano altrettanto semplici. Nel caso delle pompe disegnate da Francesco di Giorrgio, Gille scrive:

I disegni che Francesco ci presenta di pompe aspiranti e prementi e di una sega idraulica mostrano in ogni caso che egli si imbatté nelle stesse difficoltà incontrate dai suoi predecessori, vale a dire l’impossibilità di una realizzazione corretta. Soltanto lo sviluppo della metallurgia, della tornitura dei metalli, dell’uso di lubrificanti adeguati poteva permettere […].

L’importanza della lubrificazione per le pompe era stata sottolineata anche da Vitruvio, che però era stato sfortunatamente avaro di particolari al riguardo. Ben più grave della mancanza di lubrificanti adeguati era il basso livello della metallurgia: molti dei disegni ellenistici (e delle loro riproduzioni rinascimentali) riguardavano infatti macchine di metallo, ma per la loro realizzazione mancava una conoscenza adeguata delle tecniche di fusione, tornitura e molatura. Ludovico Sforza chiamò a Milano Leonardo con !’incarico di fondere una grande statua in bronzo, ma la realizzazione del “colosso” rimase un sogno inutilmente inseguito per molti anni. L’interesse degli Sforza per lo sviluppo delle tecniche di fusione non era solo estetico: molti progressi, in particolare nel campo dell’artiglieria, erano infatti bloccati dall’incapacità di riprodurre l’antica tecnologia che aveva permesso un tempo di realizzare “colossi” con colate di metallo fuso.
 

LEONARDO TRA EMPIRISMO, SPERIMENTALISMO E SCIENZA


        L’idea che la natura si possa matematizzare emerge per la prima volta con chiarezza in Leonardo, verso la fine del Quattrocento, dopo aver scoperto, con Luca Pacioli, la matematica. Egli letteralmente sostenne che occorreva servirsi dell’esperienza nella meccanica e che la meccanica è il paradiso delle scienze matematiche perché è proprio con la meccanica che si arriva al nocciolo della matematica.

A sentire gli aristotelici, dicono quella cognizione esser meccanica, la quale è partorita dall’esperienza e quella esser scientifica, che nasce e finisce nella mente […]. Ma a me pare che quelle scienze sieno vane e piene d’errori, le quali non sono nate dall’esperienza, madre di ogni certezza, e che non terminano in nota esperienza […]. La scienza strumentale over machinale è nobilissima e sopra tutte l’altre utilissima […]. La meccanica è il paradiso delle scienze matematiche, perché con quella si viene al frutto matematico.

        Esperienza sempre rivendicata ma con attenzione particolare, come egli stesso raccomanda: le sperienze ingannano chi non conosce loro natura, perché quelle che spesse volte paiono una medesima, spesse volte sono di gran varietà. Quindi non è l’esperienza che eventualmente sbaglia ma i giudizi che vengono sovrapposti ad essa. Con questa fondamentale avvertenza si può chiosare con Paolo Rossi che scriveva: il generico empirismo si fa qui sperimentalismo, la esperienza dà luogo alla ricerca attiva e operativa […] l’invenzione di quel metodo di rigorosa descrizione della realtà, che è opera dei grandi artisti del secolo XV, ha per le scienze descrittive […] la stessa importanza dell’invenzione del telescopio o del microscopio nel secolo XVII.

        Con Leonardo compariva quindi una prima affermazione puntuale sulla necessità di usare la matematica per conoscere la natura. Per quanto se ne sa egli però non conosceva la matematica e pertanto non potrà fare il passo che pure ambiva fare e che gli era quotidianamente suggerito dalle macchine che progettava, dalla tecnica del mondo che lo circondava, dall’esperienza non ingenua che egli continuamente reclamava: l’esperienza delle cose è un fatto ben diverso da ciò che noi pensiamo debba essere.

       Leonardo è uno dei primi studiosi rinascimentali che ricercò e lesse avidamente i classici insieme a ciò che capiva di matematica. Le sue conoscenze matematiche erano dovute a Luca Pacioli, conosciuto nel 1496, che gli regalò una sua opera, la Summa. Può sembrare strano ma il nostro non prestò mai attenzione all’algebra: forse la trovava troppo difficile o troppo astratta. Egli studiò e si servì molto di Plinio così come riprese quasi interamente le teorie geometriche esposte nel Timeo di Platone. Ma Leonardo si occupò anche di geologia, dei movimenti della crosta terrestre riprendendo e ripresentando all’attenzione dei suoi contemporanei alcune vedute di Aristotele, Lucrezio, Ovidio, Senofane di Colofone, Eraclito, Eratostene, Strabone. Da molti appunti risulta poi che Leonardo era alla ricerca di un codice contenente qualche opera di Archimede (come risulta dal Manoscritto L dell’Institut de Francedice ad un suo messo Borges ti farà avere Archimede dal vescovo di Padova e Vitellozzo quello da il Borgo San Sepolcro ed ancora, nel Codice Atlantico, Archimede è intero appresso il fratel di Monsignor di S. Giusta in Roma) ed è probabile che abbia trovato ciò che cercava e l’abbia letto(6). Quest’ultimo giocò un ruolo di estrema importanza nel Rinascimento perché portava in sé un modo di affrontare i problemi che non era immediatamente riconducibile né ad Aristotele né a Platone. Archimede era il portatore di una tradizione che non è esoterica, non ha riferimenti con magie o cose occulte, non cercava armonie matematiche né significati religiosi all’interno della matematica. Archimede era il matematico dell’antichità che era riuscito meglio a coniugare lavori teorici con ricerca sperimentale. E per questo diventò l’ideale del Cinquecento. Egli sceglieva problemi ben determinati e delimitati; quindi li manipolava matematicamente (non misurava direttamente, almeno così sembra); formulava poi delle ipotesi che diventavano (Euclide) degli assiomi e verificava per mezzo di semplici esperimenti. Da ciò deduceva qualche conseguenza che di nuovo andava a verificare sperimentalmente.

        Come si vede Archimede aveva in sé tutta la potenzialità dell’essere riconosciuto maestro del Rinascimento. Eppure Leonardo se lo ha conosciuto non lo conobbe nella sua completezza perché mancavano ancora traduzioni del corpo principale della sua opera.

        Leonardo mostrava di possedere un vero culto per la matematica e più volte ne fece le lodi con parole simili a quelle già riportate

Occorre servirsi dell’esperienza nella meccanica e che la meccanica è il paradiso delle scienze matematiche perché è proprio con la meccanica che si arriva al nocciolo della matematica. […] Chi biasima la somma certezza delle matematiche si pasce di confusione, e mai porrà silenzio alle contraddizioni delle sofistiche scienze, colle quali s’impara uno eterno gridore. […] Nessuna umana investigazione si può dimandare vera scienza, s’essa non passa per le matematiche dimostrazioni. […] Nessuna certezza è dove non si può applicare una delle scienze matematiche, over che non sono unite con esse matematiche […] Non mi legga chi non è matematico, nelli mia principi.

         Nel Trattato di pittura del 1492, precedente alla conoscenza di Pacioli, scrisse:

nessuna certezza è dove non si può applicare una delle scienze matematiche over che sono unite con esse matematiche […] quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano.

        Con Leonardo compariva quindi una prima affermazione puntuale sulla necessità di usare la matematica per conoscere la natura ma egli, fino a tarda età, non fu in grado di usarla perché, come accennato, non la conosceva, come non conosceva il latino, un vero grave limite che Leonardo riconobbe, criticando chi disquisiva e basta e rivendicando però la migliore scuola della sperienzia:

Sebbene, come loro, non sapessi allegare gli autori, molto più degnia cosa a leggere allegando la sperienzia, maestra ai loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati non delle loro, ma delle altrui fatiche; e le mia a me medesimo non conciedono; e se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro, non inventori ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno essere biasimati [da Il Codice Atlantico, f. 117, r.b.].

        E sull’esperienza, coniugata con l’uso della matematica, insisteva in modo ancor più esteso:

La scienza strumentale, over machinale, è nobilissima, e sopra tutte l’altre utilissima. […] E se tu dirai che le scienze, che principiano e finiscono nella mente abbiano verità, questo non si concede, ma si niega, per molte ragioni, e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienzia, senza la quale nulla dà di sé certezza. […] A me pare che quelle scienze sieno vane e piene di errori, le quali non sono nate dall’esperienzia, madre di ogni certezza, o che non terminano in nota esperienzia cioè che la loro origine o mezzo o fine non passa per nessuno dei cinque sensi. E se noi dubitiamo della certezza di ciascuna cosa che passa per li sensi, quanto maggiormente dobbiamo dubitare delle cose ribelli a essi sensi, come dell’essenzia di Dio e dell’anima e simili, per le quali sempre si discute e contende, e veramente accade che sempre, dove manca la ragione, supplisse le grida, la qual cosa non accade nelle cose certe. […] Ma prima farò alcuna esperienza, avanti che io più oltre proceda, perché mia intenzione è allegare prima l’esperienza, e poi colla ragione dimostrare perché tale esperienzia è costretta in tal modo ad operare. E questa è la vera regola come li speculatori delli effetti naturali hanno a procedere, e ancora che la natura comincia dalla ragione e termini nella sperienzia, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè cominciando, come di sopra dissi, dalla sperienzia, e con quella investigare la ragione.

        Mentre le prime esaltazioni della matematica potrebbero far pensare ad una qualche adesione di Leonardo al platonismo, le ultime citazioni riguardanti lo sporcarsi le mani e il grande ruolo che l’esperienza riveste per lui, mostrano che il platonismo è negato dall’affermazione di un metodo sperimentale che Leonardo cerca di costruire. Si stava piano piano iniziando a sentire la necessità di utilizzare la matematica nella spiegazione del mondo e ad intersecarsi le due tradizioni, quella platonica e quella aristotelica. Ma dietro i lavori di Leonardo si sentiva anche la forte esigenza di liberare il mondo naturale dalla teologia e dalle spiegazioni metafisiche.

        E come esempio dell’esperienza delle cose come un fatto ben diverso da ciò che noi pensiamo debba essere, egli affermava: noi pretendiamo che il Sole giri intorno alla Terra ed invece è immobile ed anche: nel tuo discorso hai a concludere la terra essere una stella quasi simile alla luna, e così proverai la mobilità del nostro mondo. Questo scriveva Leonardo prima che Copernico scrivesse una qualche cosa sull’argomento. E’ di interesse tutto ciò, a lato della poliedrica figura di Leonardo, per capire che i tempi stavano rapidamente maturando ed il raccolto già si cominciava ad intravedere.

          Leonardo proseguì anche gli studi di Giordano Nemorario sulle componenti delle forze, approfondendo il concetto della componente di un peso nel senso della traiettoria considerando anche la componente normale alla traiettoria stessa. Si deve a lui la decomposizione, nel piano inclinato, del peso secondo le sue componenti (parallela al piano e perpendicolare ad esso) e la scoperta del teorema, importante per la risoluzione numerica della composizione o scomposizione delle forze, che oggi possiamo enunciare così: il momento della risultante di due forze concorrenti rispetto ad un punto preso su una delle componenti, è uguale al momento dell’altra componente rispetto allo stesso punto. Questa scoperta è evidentemente legata proprio ai suoi lavori su macchine poiché, risulta evidente, che una tale proprietà non è empiricamente osservabile. Ed il momento fu oggetto di grande studio da parte del nostro applicando tale concetto in modo corretto e completo allo studio di corpi pesanti in rotazione intorno ad assi orizzontali. Egli lavorò anche sui centri di gravità degli oggetti, con le carrucole, con le resistenze di travi e colonne, sia per trazione che per torsione che per appoggio. Fu il primo a studiare meticolosamente con differenti esperienze sia l’attrito radente che quello volvente, occupandosi del problema per aver ben compreso la necessità della lubrificazione degli ingranaggi. Tutto ciò, va detto chiaramente, con un disordine eccezionale nei suoi scritti che, nelle intenzioni, dovevano servire da appunti per qualche pubblicazione e solo in tal senso vanno presi. Sono scritti non per un lettore ma come promemoria personali che, a volte, solo lui era in grado di capire. Spesso ai suoi appunti sono alternati brani copiati da qualche autore che magari avrebbe voluto in seguito citare o avrebbe voluto ampliare. A questo disordine contribuì certamente la dispersione delle migliaia di pagine dei suoi scritti, riordinati a piacimento di chi li ebbe in mano (vedi in proposito quanto detto alla fine della Parte I). Questa oscurità, che discende dalla difficoltà di lettura dei suoi scritti (che molti non hanno fatto, servendosi al più di antologie, me compreso), è alla base della fama di genio che accompagna Leonardo. Come sempre accade questa fama è tra persone non avvezze a studiare ed a capire, affascinate dai misteri, dalla metafisica e dall’ignoto, strada attraverso cui nascono tante leggende sulle quali è possibile manipolare coscienze e mediante le quali scrittori da poco si arricchiscono.

        Si può senza dubbio dire che Leonardo non lasciò più ai frati, padri de’ popoli, li quali ispirazione san tutti li segreti la risoluzione dei problemi dell’uomo, ma da uomo rinascimentale indicò nel rapporto diretto con la natura, presupposto da cui nasce la scienza, la via per affrontarli e risolverli.  Con lui iniziò il definitivo tramonto della totalità teologica del pensiero medioevale.

ALCUNE QUESTIONI IN DETTAGLIO 

LEONARDO MATEMATICO 

         Ho più volte detto che Leonardo non conosceva la matematica. Egli conosceva i rudimenti di aritmetica e geometria che aveva avuto da ragazzo nella scuola d’abbaco. Aveva poi avuto da Luca Pacioli vari insegnamenti ed un suo libro la Summa de arithmetica, geometria, proportione et proportionalità cui seguì l’altro al quale Leonardo, come già detto nella Parte I, collaborò con i disegni prospettici di diversi tipi di solidi, la De divina proportione. Ciò che posso ora dire è che certamente Leonardo aveva maggiore simpatia per la geometria che per l’aritmetica mentre non conosceva l’algebra(7). L’aritmetica, nelle scuole d’abbaco, consisteva nell’apprendere le quattro operazioni e qualche radice quadrata. Vi erano poi nozioni di matematica  commerciale perché queste scuole erano state costruite proprio per aspiranti tecnici che si dovevano dedicare ad attività commerciali, mercantili ed artistiche. Erano una sorta di avviamento professionale dell’epoca (per giovani dai 10-11 ai 16-17 anni), non rispondevano a programmi precisi, spesso non avevano un qualche scritto come testo. Infine, contrariamente alle scuole di grammatica dove le lezioni erano tenute in latino, in queste scuole l’insegnamento era in volgare e questo è il motivo per cui Leonardo non conosceva il latino.

        La predilezione per la geometria, al di là della noia di quella aritmetica, proveniva a Leonardo dalla sua passione per il disegno. La geometria delle proporzioni la ritrovava negli studi di anatomia, di ottica, di meccanica, di idraulica, di pittura. Vi era inoltre l’uso delle proporzioni in corrispondenze cielo-Terra in uso nella simbologia platonico-teologica di ispirazione ficiniana che Leonardo doveva aver assorbito alla corte dei Medici. Il nostro si impegnò molto stimolato di Pacioli, soprattutto dopo essere tornato a Firenze, entrando nella geometria come espressione grafica. Proprio a Firenze collaborerà con Pacioli ad una nuova edizione degli Elementi di Euclide che lo stesso Pacioli pubblicherà a Venezia nel 1509 con un ampio riconoscimento a Leonardo per i suoi contributi. Anche se a Leonardo sorgevano dei problemi con Euclide, quando si entrava nelle questioni degli infinitesimi ed infiniti. Scriverà che il punto è nulla e sopra il nulla non si può costruire alcuna scientia aggiungendo che non si compone corpo di cose incorporee. Non poteva aderire all’astrazione matematica perché punti e linee erano quegli oggetti che usava per disegnare ed i disegni sono materiali. Il punto era per lui il termine di una linea, la linea era il termine di una superficie e la superficie era il termine di un volume. Il punto matematico resta certamente, anche se è complicata astrazione poiché dal punto naturale al punto matematico è infinita proportione. Leonardo rifletteva ed addirittura si tormentava su questi concetti ma non aveva altri sbocchi che il testo su cui leggere che doveva accettare o rifiutare. L’infinito era altro problema sul quale egli si interrogava: qual è quella cosa che non si dà e s’ella si desse non sarebbe ? La risposta era anche qui drammatica perché solo chi si è arrovellato molto con tali questioni decide di scriverne e dietro semplici parole vi sono stati i tormenti di cui dicevo: egli è l’infinito. Con altre considerazioni intorno ancora sul nulla e l’infinito: il punto non ha parte e si contiene nella quantità continua che è costituita da infiniti punti. Considerazioni che lo portavano a riflettere sul tempo: con una similitudine d’interesse: lo istante non ha tempo … e risiede nel tempo. Con altri pensieri sul tempo che lo portarono a dire cose simili a quelle di Agostino: Solo il presente esiste nel tempo, perché il passato è nella memoria ed il futuro nell’immaginazione.

        Occorre iniziare a dire che Leonardo, prima della conoscenza di Pacioli litigava anche con l’aritmetica elementare. E’ d’interesse riportare alcuni esempi, come fatto da Bagni e D’Amore dell’Università di Bologna:

        Anche se, pur dopo aver conosciuto Pacioli, continuò con qualche errore, egli mostrò di aver affinato molto le sue abilità mostrando che più conosceva la matematica più si appassionava ad essa (come accade ancora oggi). L’uso che egli ne faceva era comunque rapportabile a questioni rappresentabili geometricamente con riga e compasso anche se, oggi sappiamo, che non tutti i problemi si possono risolvere così. Ma in epoca in cui la massima conoscenza della matematica era molto carente, è impossibile imputare a Leonardo l’uso pratico che egli faceva di questa disciplina. Un esempio, ancora da Bagni e D’Amore, è quello del problema di Delo (o della duplicazione del cubo)(8) che Leonardo tratta nel Codice Atlantico. “Si considerano un cubo di lato 4 (dunque di volume 64) ed un altro di lato 5 (dunque di volume 125) affermando che il secondo è il doppio del primo. Ora, effettivamente, poiché la radice di 128 (doppio di 64) è approssimativamente 5,039, la differenza tra questo lato (voluto) e quello proposto 5, è davvero minima; dal punto di vista matematico, la proposta di soluzione di Leonardo è inaccettabile, mentre, dal punto di vista empirico, effettivamente la proposta è ragionevole“. Mi pare che, a tutti gli effetti, Leonardo, con i poveri strumenti che aveva, abbia duplicato il cubo.

Ricerca di Leonardo sulla duplicazione del cubo

Leonardo studia geometria. E’ molto importante notare che Leonardo affronta tali studi tra il 1496 ed il 1504 quando era un cinquantenne, con tutte le difficoltà di chi ha questa età per apprendere lingue e matematica.

Leonardo studia geometria  (Manoscritto M, Institut de France, Parigi)

Leonardo studia geometria (Manoscritto M, Institut de France, Parigi)

Leonardo studia i due teoremi di Euclide ed il teorema di Pitagora (Manoscritto K, Institut de France, Parigi)

        Vi è poi un’altra sua ricerca geometrica, alla quale ho accennato nella Parte I, che vale la pena di discutere, quella sulla quadratura delle lunule d’Ippocrate di Chio(8). Leonardo aveva certamente letto, oltre al De re aedificatoria (1485) ed ai Ludi mathematici (1448), il De lunularum quadratura(9) dell’architetto, matematico ed umanista Leon Battista Alberti (1404-1472) che aveva lavorato a Firenze intorno alla metà del Quattrocento (Palazzo Rucellai e Santa Maria Novella). Ma per entrare in tale argomento attese di saperne di più. Lo stimolo venne a Leonardo dalla pubblicazione a Firenze nel 1501 di un’opera di Giorgio Valla (che aveva conosciuto alla corte di Ludovico il Moro), De expetendis et fugiendis rebus(10), una specie di raccolta di conoscenze greco-ellenistiche in campo scientifico, ricavate da antichi ed originali manoscritti tra cui uno con opere di Archimede e di Erone, nella quale vi era una trattazione dei lavori noti di Ippocrate di Chio e del problema delle medie proporzionali. Solo due anni dopo, sempre a Firenze, veniva pubblicato un breve ma fondamentale lavoro di Archimede sulla quadratura del cerchio. E, nonostante alcuni studiosi mettano in dubbio la lettura di Archimede da parte di Leonardo, era lo stesso Leonardo che, nel Codice Atlantico, citava Archimede proprio sulla quadratura del cerchio, con queste parole: «La quadratura del cerchio di Archimede è ben detta e male data. E ben detta è dove lui disse il cerchio esser uguale a uno ortogonio fatto della linea circonferenziale e del semi diametro d’un cerchio dato: ed è mal data dove lui quadra una figura laterata di 96 lati; alla quale viene a mancare 96 porzioni spiccate d’essi 96 lati». Leonardo aveva capito che la definizione teorica di quadratura data da Archimede era corretta ma non concordava con il calcolo fatto. Anche qui, come vedremo tra poco, egli nel metodo di esaustione, di approssimazioni successive, vedeva un togliere le parti che mancavano per arrivare alla circonferenza circoscritta ma non sapeva vedere che i lati poi aumentano ed aumentano fino al limite … Archimede aveva bene in mente questi concetti infinitesimali ma non potevano essere di Leonardo che ancora non aveva nulla cui appendersi per sostenere tali ragionamenti. Il calcolo fatto da Archimede su un poligono inscritto di 96 lati era la migliore approssimazione che riuscisse a dare per calcolare π in una situazione che richiederebbe si disponesse del calcolo differenziale. E come conseguenza di questa incomprensione egli tenterà nel 1504 una sua quadratura del cerchio che, alla fine, risulterà solo detta e non data. La riporto nelle parole di Marinoni: “[Egli pensò] di confrontare due cerchi le cui superfici stanno fra loro nel rapporto 1 : 1 000 000. Il cerchio più piccolo è perciò equivalente a un settore del cerchio maggiore pari a un milionesimo dello stesso. Tale settore equivarrebbe praticamente a un triangolo, giacché l’arco che lo chiude, essendo brevissimo, sarebbe – dice Leonardo – «quasi piano». In altre parole, mentre Archimede divideva la circonferenza in 96 parti, Leonardo la divide in un milione di parti, come se costruisse un poligono di un milione di lati. Tuttavia mentre Archimede estrae dalla sua dimostrazione il rapporto 22 : 7, utilissimo nella effettiva misurazione del cerchio, Leonardo si limita ad affermare l’equivalenza di un cerchio con un settore di un altro cerchio, senza effettuare alcuna misura”.

        Oltre a questo esercizio, Leonardo farà anche la quadratura di un ottante di superficie sferica con un metodo che sarà successivamente sviluppato da Cavalieri e Galileo, quello della suddivisione in strisce sottili così scritta nel Codice Atlantico: Questa tal prova resta persuasiva imaginando esser diviso il circolo in strettissimi paralleli, a modo di sottilissimi capelli in continuo contatto fra loro … .

        E’ in questo periodo che Leonardo  lesse le opere matematiche, ottiche (anche di ottica euclidea) del polacco del XIII secolo Erazmus Ciolek Witelo(noto come Vitellione) e dell’arabo del X secolo Alhazen (Ibn al-Haytham), anche nelle traduzioni dello stesso Witelo (De Aspectibus), trovate nelle biblioteche fiorentine. Troviamo tracce dei suoi studi tra il 1503 ed il 1506 a Milano, mentre era occupato con l’affresco della Battaglia di Anghiari, in disegni che sono esercitazioni sui teoremi di Euclide. Tutto questo lo rese preparato ad affrontare problemi stereometrici e di trasformazioni di superfici e quindi affrontare la quadratura delle lunule nel suo modo particolare. Nessuno deve però pensare ad un qualche lavoro teorico che in Leonardo, soprattutto in matematica, non esiste. Deve invece riferirsi a disegni che sarebbero dovuti diventare motivi architettonici e/o decorativi mediante la ricerca delle migliori proporzioni possibili da ottenere con figure geometriche. In uno studio di Marcolongo, citato da Mieli, si esemplifica quanto dico con varie figure, rifacimenti da quelle che Leonardo ha fatto:

Una pagina di Leonardo con un’infinità di disegni con lunule (Codice Atlantico). Il procedimento di Leonardo è quello di considerare un quadrato inscritto in un cerchio e di riunire, due a due, congiungendone i lati diritti, i segmenti circolari o porzioni che restano fuori del quadrato. In tal modo si ottengono due figure simili a delle foglie che egli chiama bisangoli. Avendo a disposizione dei bisangoli, si possono sistemare dentro un cerchio in modo da dividerne la superficie in una parte, compresa tra la circonferenza ed il contorno dei bisangoli, che non è più un quadrato ma sempre equivalente ad esso e dall’altra parte le due foglie che sono equivalenti alle quattro porzioni. Se invece del quadrato abbiamo un esagono da inscrivere in un cerchio, allora risulteranno tre bisangoli. Con un gioco di questo tipo Leonardo trovò fino a 580 sottomultipli aventi la medesima forma che giocando con l’iscrizione in circonferenze dei sottomultipli con la medesima forma origina un traforato di pieni e vuoti dove il pieno equivale sempre alle sei porzioni ed il vuoto all’intero esagono inscritto. E’ d’interesse la conclusione che Leonardo ricava: questa infinita varietà di forme di una superficie quantitativamente immutabile ripete ciò che fa la Natura quando, con una limitata e immutabile quantità di materia, variando proporzioni e proporzionalità, ottiene la grande varietà di ciò che ci offre  (Marinoni). Un esempio del modo di operare di Leonardo è nella figura seguente.

Altra pagina di Leonardo con lunule per lo studio di un edificio a pianta centrale

        La quadratura sulla quale si impegna Leonardo non è quella che tradizionalmente si usa in matematica ma una trasformazione di una superficie in un’altra (scienza de equiparanza) che presto diventerà quella di un solido in un altro sanza diminuzione o accrescimento di materia (oggi diremmo solidi equivalenti). Il passaggio gli fu suggerito da un teorema in proposito trovato nel libro di Alhazen di 5 secoli prima. Da qualche pagina dei due Manoscritti di Madrid (scoperti solo nel 1966) e dal Codice Forster si può vedere che Leonardo faceva costruzioni di una figura geometrica curvilinea in modo che avesse la stessa area di una figura rettilinea data o viceversa e passava poi alla trasformazione di un solido in un altro con uguale volume. Si trattava della scienza de equiparantia la prima e delle trasformazioni la seconda. Come ben osserva Laurenza e come già ho accennato parlando del commento di Leonardo alla quadratura del cerchio di Archimede, Leonardo “toglie ad un triangolo retto una sua parte e forma una lunula; quindi la aggiunge al lato opposto: in tal modo semplicemente spostando – non togliendo – una parte del primo triangolo a lati retti ne ottiene uno con due lati curvi e di area equivalente. Ciò che lo affascina è la possibilità di ricombinare le parti (lunula e parte rimanente del triangolo) del primo insieme (triangolo rettilineo), per ottenere un nuovo insieme (triangolo curvilineo). Gioco di analisi (divisione in parti) e sintesi (ricucitura nell’insieme), lo stesso che, negli anni milanesi, lo aveva impegnato nell’Uomo vitruviano, nei progetti di edifici a pianta centrale, nello studio delle piramidi visive, e che, un po’ pèiù tardi, troverà la sua espressione artistica nel cartone di Londra [Santa Anna, ndr]”.

Studi sulle lunule (Codice Atlantico)

Equiparantia tra un triangolo rettilineo ed uno curvilineo. (Madrid II)

Equiparantia tra esagono, cerchio e quadrato (Madrid II)

Trasformazione di un solido in uno con il medesimo volume (nella figura si trasforma un cubo in un parallelepipedo che in pratica era un tavola di legno). (Forster I, scritto a partire dal 1505)

Trasformazione di un solido in uno con il medesimo volume (nella figura si trasforma una piramide in cubo o viceversa) (Forster I, scritto a partire dal 1505).

Santa Anna (National Gallery, Londra). Si noti il gioco leonardesco: la gamba sinistra della Madonna (figura a sinistra) potrebbe anche essere la destra della Santa Anna e viceversa.

        Si può in definitiva dire, con Dijksterhuis, che l’entusiasmo di Leonardo per la matematica esprime più che altro l’aspirazione de “l’ingegnere che mira all’applicabilità pratica della conoscenza piuttosto che il teorico che aspira a darle un fondamento razionale”. Come abbiamo visto infatti da tutti i suoi scritti “non si ricava l’impressione che la sua abilità sotto questo aspetto fosse molto grande”.  E Leonardo lo sapeva avendo piena coscienza di muoversi in un pantano che non controlla: Videndo io non potere pigliare materia di grande utilità o diletto … farò come colui che per povertà giunge ultimo alla fiera e … piglia tutte le cose già da altri viste e non accettate.

LEONARDO E LA PITTURA

        Ciò che ho detto su Leonardo potrebbe indurre a frettolosi giudizi che non devono appartenere ad uno storico. Le cose stanno come stanno e non sono né belle né brutte in sé ma solo per  ciò che uno vuole leggervi dentro. Leonardo era uomo del suo tempo e chi pretende che fosse un genio che tutto anticipò e tutto fece sbaglia allo stesso modo di chi riduce i suoi contributi a nulla. Vorrei che si riflettesse sul fatto già anticipato nel primo paragrafo di questo scritto. Il Rinascimento vide una enorme rivoluzione tecnica in cui architetti ed artisti fecero una rivoluzione nel pensiero oltreché nelle realizzazioni pratiche. Ciò che non ho detto esplicitamente è che vi era il mondo delle vecchie e sempiterne arti classiche della letteratura e del pensiero di derivazione platonica. Vi era collaborazione tra questi due mondi ma con una netta divisione di ruoli, antesignana delle due culture. Nel nostro caso vi fu grande collaborazione tra Leonardo e Luca Pacioli ma il matematico, per quanto di serie inferiore rispetto al letterato, era di serie superiore rispetto al meccanico Leonardo, che anche come pittore era nel rango dei meccanici. Il conflitto era sociale e gerarchico perché le arti meccaniche non facevano parte della scienza cioè della filosofia naturale. Leonardo con il suo disegno descriveva la natura per rappresentare la quale si serviva della geometria, delle proporzioni che a loro volta gli servivano per fare l’architetto e per progettare macchine. Dov’era la differenza con il poeta ? Semmai, e Leonardo lo dice chiaramente, un dipinto descrive il mondo meglio di qualunque poesia: come è più difficile a ‘ntendere l’opere di natura che un libro d’un poeta. La poesia supera invece la pittura nel rappresentare i discorsi umani. E’ la riproposizione della differenza tra la realtà e l’astrazione incontrata con Euclide (il punto vero o quello matematico ?): la poesia descrive meglio sentimenti astratti, la pittura la realtà che ci circonda, quella tangibile. E non a caso la pittura è, per il meccanico Leonardo della bottega artigiana del Verrocchio, vera scienza che ha medesima dignità della poesia perché più vicina alla Natura, dignità conquistata da quanto fu inventata la prospettiva con la geometria che richiede. Quanto qui detto è meglio esposto dal medesimo Leonardo in apertura del suo Trattato della pittura (Codice Vaticano Urbinate):

1. Se la pittura è scienza o no.

Scienza è detto quel discorso mentale il quale ha origine da’ suoi ultimi principî, de’ quali in natura null’altra cosa si può trovare che sia parte di essa scienza, come nella quantità continua, cioè la scienza di geometria, la quale, cominciando dalla superficie de’ corpi, si trova avere origine nella linea, termine di essa superficie; ed in questo non restiamo satisfatti, perché noi conosciamo la linea aver termine nel punto, ed il punto esser quello del quale null’altra cosa può esser minore. Adunque il punto è il primo principio della geometria; e niuna altra cosa può essere né in natura, né in mente umana, che possa dare principio al punto. Perché se tu dirai nel contatto fatto sopra una superficie da un’ultima acuità della punta dello stile, quello essere creazione del punto, questo non è vero; ma diremo questo tale contatto essere una superficie che circonda il suo mezzo, ed in esso mezzo è la residenza del punto, e tal punto non è della materia di essa superficie, né lui, né tutti i punti dell’universo sono in potenza ancorché sieno uniti, né, dato che si potessero unire, comporrebbero parte alcuna d’una superficie. E dato che tu t’immaginassi un tutto essere composto da mille punti, qui dividendo alcuna parte da essa quantità di mille, si può dire molto bene che tal parte sia eguale al suo tutto. E questo si prova con lo zero ovver nulla, cioè la decima figura dell’aritmetica, per la quale si figura un O per esso nullo; il quale, posto dopo la unità, le farà dire dieci, e se ne porrai due dopo tale unità, dirà cento, e cosí infinitamente crescerà sempre dieci volte il numero dov’esso si aggiunge; e lui in sé non vale altro che nulla, e tutti i nulli dell’universo sono eguali ad un sol nulla in quanto alla loro sostanza e valore. Nessuna umana investigazione si può dimandare vera scienza, se essa non passa per le matematiche dimostrazioni; e se tu dirai che le scienze, che principiano e finiscono nella mente, abbiano verità, questo non si concede, ma si nega per molte ragioni; e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, senza la quale nulla dà di sé certezza.


2. Esempio e differenza tra pittura e poesia.

Tal proporzione è dalla immaginazione all’effetto, qual è dall’ombra al corpo ombroso, e la medesima proporzione è dalla poesia alla pittura, perché la poesia pone le sue cose nella immaginazione di lettere, e la pittura le dà realmente fuori dell’occhio, dal quale occhio riceve le similitudini, non altrimenti che s’elle fossero naturali, e la poesia le dà senza essa similitudine, e non passano all’impressiva per la via della virtù visiva come la pittura.


3. Quale scienza è più utile, ed in che consiste la sua utilità.

Quella scienza è più utile della quale il frutto è più comunicabile, e così per contrario è meno utile quella ch’è meno comunicabile. La pittura ha il suo fine comunicabile a tutte le generazioni dell’universo, perché il suo fine è subietto della virtù visiva, e non passa per l’orecchio al senso comune col medesimo modo che vi passa per il vedere. Adunque questa non ha bisogno d’interpreti di diverse lingue, come hanno le lettere, e subito ha satisfatto all’umana specie, non altrimenti che si facciano le cose prodotte dalla natura. E non che alla specie umana, ma agli altri animali, come si è manifestato in una pittura imitata da un padre di famiglia, alla quale facean carezze i piccioli figliuoli, che ancora erano nelle fasce, e similmente il cane e la gatta della medesima casa, ch’era cosa maravigliosa a considerare tale spettacolo.
La pittura rappresenta al senso con più verità e certezza le opere di natura, che non fanno le parole o le lettere, ma le lettere rappresentano con più verità le parole al senso, che non fa la pittura. Ma dicemmo essere più mirabile quella scienza che rappresenta le opere di natura, che quella che rappresenta le opere dell’operatore, cioè le opere degli uomini, che sono le parole, com’è la poesia, e simili, che passano per la umana lingua.

[…]

10. Del poeta e del pittore.

La pittura serve a più degno senso che la poesia, e fa con più verità le figure delle opere di natura che il poeta, e sono molto più degne le opere di natura che le parole, che sono opere dell’uomo; perché tal proporzione è dalle opere degli uomini a quelle della natura, qual è quella ch’è dall’uomo a Dio. Adunque è più degna cosa l’imitar le cose di natura, che sono le vere similitudini in fatto, che con parole imitare i fatti e le parole degli uomini. E se tu, poeta, vuoi descrivere le opere di natura colla tua semplice professione, fingendo siti diversi e forme di varie cose, tu sei superato dal pittore con infinita proporzione di potenza; ma se vuoi vestirti delle altrui scienze separate da essa poesia, elle non sono tue, come astrologia, rettorica, teologia, filosofia, geometria, aritmetica e simili; tu non sei allora poeta, tu ti trasmuti, e non sei più quello di che qui si parla. Or non vedi tu, che se tu vuoi andare alla natura, tu vi vai con mezzi di scienze fatte d’altrui sopra gli effetti di natura, ed il pittore per sé senza aiuto di scienza o d’altri mezzi va immediate alla imitazione di esse opere di natura.[…]

        E’ una forte rivendicazione di pari dignità quella di Leonardo ed è la prima volta che viene avanzata. Egli non era in grado di essere uomo di lettere. Non poteva far citazioni, non poteva declamare, non era erudito ma faceva vedere i suoi disegni, i suoi dipinti che, almeno, parlavano allo stesso modo su due registri differenti. Più oltre, nello stesso Trattato, Leonardo ripeteva lo stesso discorso rivolgendolo alla musica che era tra le arti mentali non meccaniche. Ed anche qui rivendicava il primato della pittura.

12. Qual è di maggior danno alla specie umana, o perder l’occhio o l’orecchio.

Maggior danno ricevono gli animali per la perdita del vedere che dell’udire, per più cagioni; e prima, che mediante il vedere il cibo è ritrovato, donde si deve nutrire, il quale è necessario a tutti gli animali. Il secondo, che per il vedere si comprende il bello delle cose create, massime delle cose che inducono all’amore, nel quale il cieco nato non può pigliare per l’udito, perché mai non ebbe notizia che cosa fosse bellezza di alcuna cosa. […]

E, finalmente, la rivendicazione esplicita:

[…] Voi avete messa la pittura fra le arti meccaniche. Certo, se i pittori fossero atti a laudare con lo scrivere le opere loro come voi, credo non giacerebbe in così vile cognome. Se voi la chiamate meccanica perché è prima manuale, ché le mani figurano quello che trovano nella fantasia, voi scrittori disegnate con la penna manualmente quello che nell’ingegno vostro si trova. E se voi diceste essere meccanica perché si fa a prezzo, chi cade in questo errore, se errore può chiamarsi, più di voi? Se voi leggete per gli studi, non andate da chi più vi premia? Fate voi alcuna opera senza qualche premio? Benché questo non dico per biasimare simili opinioni, perché ogni fatica aspetta premio, e potrà dire un poeta: io farò una finzione, che significherà cose grandi; questo medesimo farà il pittore, come fece Apelle la Calunnia.

Dopo queste chiare parole Leonardo passava a dire quali sono a suo giudizio le scienze meccaniche:

29. Quale scienza è meccanica, e quale non è meccanica.

Dicono quella cognizione esser meccanica la quale è partorita dall’esperienza, e quella esser scientifica che nasce e finisce nella mente, e quella essere semimeccanica che nasce dalla scienza e finisce nella operazione manuale. Ma a me pare che quelle scienze sieno vane e piene di errori le quali non sono nate dall’esperienza, madre di ogni certezza, e che non terminano in nota esperienza, cioè che la loro origine, o mezzo, o fine, non passa per nessuno de’ cinque sensi. E se noi dubitiamo della certezza di ciascuna cosa che passa per i sensi, quanto maggiormente dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli ad essi sensi, come dell’assenza di Dio e dell’anima e simili, per le quali sempre si disputa e contende. E veramente accade che sempre dove manca la ragione suppliscono le grida, la qual cosa non accade nelle cose certe. Per questo diremo che dove si grida non è vera scienza, perché la verità ha un sol termine, il quale essendo pubblicato, il litigio resta in eterno distrutto, e s’esso litigio resurge, ella è bugiarda e confusa scienza, e non certezza rinata. […]

        Ecco allora la catena logica in Leonardo. La pittura è un’arte con la stessa dignità della poesia e della musica. La pittura è un sostegno fondamentale alla scienza meccanica che discende dall’esperienza. Ogni altra questione che porti ad alzare la voce per avere ragione non è scienza ma vaniloquio perché nella scienza l’esperienza è arbitra di ogni diatriba. Ed in questo vi era un’affermazione fondamentale per l’epoca, una presa di posizione forte perché da lì a poco metterà in discussione l’autorità fino allora indiscussa della Chiesa: il rifiuto del principio di autorità. Il rifiuto di una qualche verità intesa come tale solo perché qualcuno suppostamente di prestigio lo ha sostenuto. Leonardo rifiutava anche qualunque principio metafisico per lui s’avanzava una nuova scienza, almeno invocata anche se tutta da costruire, quella basata sull’esperienza e sulla matematica che solo le disprezzate arti meccaniche avrebbero potuto originare. Insomma si sente ancora la forte presenza del platonismo che relega in seconda fila l’attività manuale ed in mezzo ad esso, con molta fatica, cercano di farsi strada coloro che si sporcano le mani. In accordo con Marinoni si può dire che Leonardo è, tra gli uomini e scienziati del suo tempo, “colui che ha capito il carattere rivoluzionario del contributo recato dagli scolari delle botteghe artigiane al progresso della scienza”. E, prosegue Marinoni:

se il Ghiberti aveva scritto i suoi modesti Commentari, se Francesco di Giorgio Martini, Piero della Francesca e soprattutto l’Alberti avevano composto diversi trattati particolari sulla prospettiva, la pittura, l’architettura e altro, Leonardo, pur avendo una preparazione letteraria e scientifica inferiore a quello di Piero e di Leon Battista, immaginò una trattazione molto più vasta che, oltre alla pittura, comprendeva la meccanica, l’ingegneria, l’anatomia, l’idraulica e toccava problemi di geologia, cosmologia, astronomia (la grandezza del sole e la distanza delle stelle), la botanica eccetera. Non importa se i mezzi per risolvere questi problemi non erano sempre adeguati e i risultati non sempre felici; importa invece che egli abbia voluto creare una teoria razionale per tutte le attività pratiche degli ingegneri, e che abbia proposto con tanta sicurezza una nuova visione del progresso scientifico, svincolato dall’autorità del passato, che ricercasse solo nella propria coerenza logica e nelle prove sperimentali il criterio della verità e della certezza.

        A ciò va aggiunta una ulteriore rivendicazione di Leonardo, quella che vorrebbe gli artisti dei praticoni. Non era più così da tempo nelle botteghe artigiane dove sempre più occorreva elaborazione teorica per realizzare qualunque cosa. In quest’epoca è ancora piuttosto effimero voler distinguere tra scienza e tecnica, tra scienza e pratica, e Leonardo lo fa in modo chiaro quando dice che le due funzionano come un esercito in cui la scientia è il capitano e la pratica sono i soldati. Ma Leonardo sente il bisogno di spiegarlo quando qualcuno confonde la sua come attività pratica e basta. Quando la Fabbrica del Duomo di Milano lo incarica di un certo lavoro nel 1487 egli deve essersi sentito offeso da una qualche espressione che avevano utilizzato riguardo alla sua opera e rispose con una lettera nella quale egli iniziava a parlare della professione del medico il quale per sanare il corpo umano deve intendere … che cosa è omo, che cosa è vita, che cosa è complessione e così sanità …. Allo stesso modo, affermava, è necessario che il medico architetto … intenda bene che cosa è edifizio, e da che regole il retto edificare deriva, e donde dette regole sono tratte, e ‘n quante parte sieno divise, e quale sieno le cagione che tengano lo edifizio insieme e che lo fanno premanente, e che natura sia quella del peso,  e quale sia il disiderio di forza. Insomma non si tratta di mettere insieme due pietre per avere un edificio, non siamo più all’epoca delle costruzioni di malta e pietra ad un piano che il costruttore-architetto si realizzava da sé. Ora servono i soldati. serve affrontare il problema teoricamente prima di operare e la teoria non la si inventa ma è in parte già elaborata su fonti scritte e la sola tecnica costruttiva deve completarsi con studi non immediatamente riportabili ad essa ma a regole più generali quali la dinamica e la statica. La dottrina, insiste Leonardo, deve precedere la pratica ed i principi generali quelli particolari. La polemica leonardesca non doveva però finire qui se qualche tempo dopo (circa 1490) scriverà: So bene che per non essere io litterato, che alcuno presuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi biasimare coll’allegare io essere omo sanza lettere. Gente stolta ! … Or non sanno questi che le mie cose son più da esser tratte dalla sperienzia che d’altrui parola ... La polemica arriva a far dire a Leonardo che i litterati sono solo dei chiacchieroni che dicono cose affidandosi ad una qualche autorità del passato mentre ciò che lui fa nasce dall’esperienza e quindi ha un riscontro possibile.

      Con questa premessa può comprendersi meglio il Leonardo scienziato, fisico o, meglio, filosofo ed amante della Natura.

LEONARDO MECCANICO

        Come ho detto la meccanica è la scienza prediletta da Leonardo perché paradiso delle scienze matematiche. Cercherò ora di mostrare i suoi studi e gli eventuali contributi alla parte più teorica della meccanica, quella che chiameremmo oggi statica, cinematica e dinamica o forse, come propone Severi, meccanica razionale. Della parte pratica, costruttiva, parlerò più oltre limitandola molto per la complessità e vastità dell’argomento. Gli argomenti di cui  Leonardo si occupò sono i seguenti:

– teoria della leva retta e angolare
– concetto di momento di una forza
– composizione di forze concorrenti
– equilibrio sul piano inclinato
– stabilità della bilancia,
– poligono di sostentazione
– centri di gravità
– carrucole
– problema delle reazioni vincolari
– resistenza dei materiali
– teoria dell’arco e l’attrito
– concetti di forza, percussione, impeto, peso,
– leggi del moto
– moto naturale dei gravi liberi o su un piano inclinato
– moto violento dei proiettili.

Molti dei concetti affrontati erano ovviamente già noti, ma Leonardo li ha studiati e sviluppati e reinterpretati spesso in modo originale con la rinuncia a quel principio di autorità di cui ho detto. Ora mi occuperò solo di alcune delle elaborazioni di Leonardo perché il trattarle tutte richiederebbe veramente troppo tempo.

        Ho già detto che molte delle cose che Leonardo fece in questo ambito di studi derivano da quanto elaborato da Giordano Nemorario(11) che si ritrova anche in un testo che Leonardo deve aver conosciuto, quello di un anonimo del Trecento, Liber Jordani de ratione ponderis. Certamente vi furono altri autori ai quali Leonardo attinse, come quelli che sappiamo essere stati presenti nella sua biblioteca (vedi nota 5). Altro autore che molto probabilmente era stato conosciuto da Leonardo deve essere stato il senese Mariano di Jacopo detto Taccola (1352 – circa 1453) che nei suoi De ingeneis e De machinis aveva descritto e disegnato moltissime macchine rifacendosi anche ai classici Filone ed Erone (le sue opere della metà del Quattrocento non circolarono però se non in alcuni manoscritti). Altri autori ancora furono quelli delle scuole di Parigi come Buridano ed Oresme e quelli della scuola di Oxford come Thomas Bradwardine, Richard Swineshead (del quale Leonardo possedeva la sua opera De motibus naturalibus), William Heytesbury, John Dumbleton ma non tutti direttamente. Lo fece attraverso ciò che lui leggeva dai libri di cui disponeva e che avevano ripreso da questi autori.  Dietro ciò che scriveva si possono intravedere sullo sfondo la Fisica di Aristotele(12) e la teoria dell’impetus ma con una trattazione diversa perché immediatamente preoccupata della sperientia su fenomeni reali da indagare piuttosto che di disquisizioni dotte.

Anche Taccola si era dedicato a misurare le dimensioni dell’uomo. La sua interpretazione dell’Uomo vitruviano.

Una delle innumerevoli macchine di Taccola.  

        Il mondo fisico è per Leonardo un qualcosa di dinamico e meccanico (anche animali ed uomo sono considerati e studiati allo stesso modo). Tutto è regolato da quattro potenze che originano i movimenti ed i cambiamenti che osserviamo: la gravità o il peso (statica), la forza, il moto accidentale e la percossa (meccanica), la quale ultima è ritenuta quella che prevale sulle altre: eccede con grande eccesso ciascuna delle altre. Il primo studio di affrontare è quello della statica che ha a che fare con la teoria aristotelica dei luoghi naturali: i corpi pesanti, ad esempio, se non incontrano ostacoli cadono verso il basso perché tentano di riunirsi al loro elemento naturale, la terra. In teoria le cose stanno così ma questa spiegazione non poteva soddisfare Leonardo che voleva vedere il tutto in modo più quantitativo come trattato ad esempio da Archimede ed Euclide quando scrivevano di peso, con argomenti ripresi dalla scienza medioevale chiamata de ponderibus. I piani inclinati, le leve e le bilance studiate da Nemorario (che Leonardo cita frequentemente) sono di aiuto ai primi studi di Leonardo che, dopo aver studiato queste macchine quando funzionano idealmente, tende ad occuparsi di esse nel loro funzionamento reale considerando, ad esempio in una bilancia, due bracci non perfettamente uguali, un  piatto non perfettamente parallelo al suolo, … I contributi originali di Leonardo, rispetto a tutto quanto era già stato elaborato a partire dagli autori ellenisti e romani, si riducono a poca cosa. Egli sviluppò alcune questioni, a volte con errori, passando a importanti applicazioni pratiche, mediante l’uso di sperimentazioni che contribuirono non poco a minare alla base le teorie aristoteliche, soprattutto alcune elaborazioni scolastiche, fondate solo su ragionamenti. I primi accenni alla statica in Leonardo li troviamo in suoi brevi appunti teorici, ai quali si accompagnavano disegni di apparecchi semplicissimi, che mostrano che egli tentava di verificare se quella teoria era funzionante e che stava quindi tentando di capire. Nelle figure seguenti vi sono delle esemplificazioni di quanto sto dicendo. Nella prima figura Leonardo studiava la leva, nella seconda lo faceva attraverso delle bilance graduate (vi sono anche delle figure di travi sospesi su sostegni di forma differente), nelle successive studiava la resistenza a pesi sospesi diversi di travi di lunghezze differenti.

Studio della leva (Manoscritto E, Institut de France, Parigi)

Studio di bilance graduate (Manoscritto Madrid I)

Studio della resistenza alla sospensione di travi differenti (Codice Atlantico). La seconda figura, rifatta oggi, rende più comprensibile la prima. A proposito di questa figura appuntava Leonardo: “Se AB si piega di 8 1 di sua lunghezza per peso di 8, CD, se sarà, come credo,di duplicata fortezza a AB, e non piegherà 1 di sua lunghezza per manco peso che 16, perché è la metà della lunghezza di AB; e similmente EF, per essere la metà de la lunghezza di CD, fia il doppio più forte e calerà 1 di sua lunghezza per 32 pesi“. La pratica di costruttore indusse Leonardo a studiare sistematicamente la resistenza elastica delle travi, delle colonne, dei materiali in genere (per torsione, trazione, appoggio, ecc.). Per ciò che riguarda il problema della resistenza degli archi e delle volte, Leonardo andò oltre lo stesso Galileo.

Studio della resistenza alla sospensione di travi differenti (Codice Atlantico). La seconda figura, rifatta oggi, rende più comprensibile la prima. A proposito di questa figura appuntava Leonardo: “Tu troverai tal forza e resistentia nella collegatione di 9 travi di pari qualità quanto nella nona parte d’una di quelle; AB sostiene 27 e son 9 travi, adunque CD, ch’è la nona parte d’essi, sostiene 3; essendo così, EF che è la nona parte della lunghezza di CD, sosterrà 27 perché è 9 volte più corto di lui”. E ciò vuol dire che la resistenza delle travi è direttamente proporzionale alla loro sezione ed inversamente alla loro lunghezza. Come scrivono Monti ed Alessandri: “La relazione corretta fra la freccia f, il peso Q e le dimensioni della trave appoggiata di lunghezza l e di sezione quadrata con lato a, è

dove K è un coefficiente di proporzionalità, dipendente dal materiale. Si riconosce pertanto che almeno in parte le proprietà implicite nella suddetta formula sono qualitativamente presenti nei testi sopra citati”. 

Altri studi sull’elasticità delle travi (Codice Forster II). Scrivono Monti ed Alessandri: Particolare interesse suscitano le ricerche ed esperienze sulla resistenza dei materiali, sulla teoria dell’arco e sull’attrito, che permettono di considerare Leonardo come il fondatore della scienza delle costruzioni. Il metodo seguito è quello del confronto tra le resistenze offerte da travi di medesimo materiale e con diverse dimensioni, al fine di stabilire una proporzionalità diretta o inversa tra la capacità portante e l’altezza, lo spessore, la lunghezza.
Per la colonna o il sostegno di sezione quadrata o circolare caricata uniformemente di pesi sulla base superiore è stabilita la tesi che la
 resistenza a compressione è proporzionale alla superficie caricata e inversamente proporzionale al rapporto tra la lunghezza L e il lato a della base quadrata o il raggio del cilindro.
E’ una proposizione solo parzialmente corretta: infatti se P è il peso complessivo agente sulla colonna, la sollecitazione cui è soggetto il materiale è ben rappresentata dal rapporto P/A, dove A è l’area della sezione trasversale; indicando con σ tale rapporto, cioè:
σ = P/A
si ottiene infatti una misura di intensità dell’azione esercitata su ogni elemento della superficie; σ prende oggi il nome di tensione e denota la forza agente sull’unità di superficie della generica sezione trasversale.
Oggi sappiamo che per ogni materiale esistono valori limite di σ in corrispondenza dei quali si verificano fenomeni di snervamento o di rottura.
Se dunque scriviamo al
 limite la formula precedente
lim = σ lim . A
si riconosce che la tesi di Leonardo è corretta per la prima parte: il carico massimo sopportabile dalla colonna è direttamente proporzionale all’area della sezione.
La seconda parte della tesi è invece erronea. Eppure in essa è implicita una notevole intuizione: che cioè la snellezza del pilastro abbia influenza sulla forza di compressione massima che può essere sostenuta. Ma il fenomeno che interviene quando il pilastro è sufficientemente esile non riguarda propriamente la resistenza del materiale, ma la possibile insorgenza di una instabilità, per la quale la struttura, pur soggetta a un carico assiale, può inflettersi. […]

Oltre alla trave carica assialmente, Leonardo considera anche il tema della trave inflessa, sia nella schema strutturale della mensola soggetta a un peso sull’estremità (il cosiddetto problema di Galileo) sia nello schema della trave appoggiata. Per la mensola Leonardo scrive: “Se una aste che sporti fori d’uno muro 100 grossezze regie 10 libre, che regierà 100 simile aste di simile sporto insieme collegate e unite? Dico che se le ciento grossezze regano 10 libre, che le 5 grossezze regieranno 10 tanti che le 100 e se AB è 5 grossezze son 100 aste che regie 20 mila”.
In altri termini, la resistenza sarebbe proporzionale all’area della sezione e inversamente proporzionale alla lunghezza. La tesi è errata nella prima parte, poiché sappiamo che la resistenza è proporzionale allo spessore e al quadrato dell’altezza, per una trave di sezione rettangolare.

Per la trave inflessa appoggiata agli estremi e caricata di un peso Q nella mezzeria, Leonardo giunge vicino alla soluzione veritiera, studiando, sempre col metodo del confronto, la freccia, ossia lo spostamento trasversale massimo della linea d’asse, a seguito della deformazione.

I principi della scienza de ponderibus impostati sulle leggi che regolano il moto e l’equilibri di una bilancia (Codice Atlantico) 

Ancora delle bilance equilibrate con dei pesi (Manoscritto E, Institut de France, Parigi).  

I principi della scienza de ponderibus impostati sulle leggi che regolano il moto. Qui vi è un riferimento diretto all’anonimo del Trecento autore di un libro relativo a de ponderibus; nell’angolo superiore destro, infatti, vi è un sunto delle prime sette proposizioni del Liber Iordani de ratione ponderis. A queste definizioni relative all’equilibrio della bilancia, Leonardo aggiunge sue considerazioni sull’attrito della bilancia (Codice Atlantico)

        Gli studi di Leonardo sono all’inizio sulla bilancia che è un oggetto reale che via via diventa sempre più ideale con bracci di lunghezze diverse. In proposito scrive Laurenza:

Le più antiche tracce di statica in Leonardo sono brevi proposizioni di carattere teorico, fugacemente carpite alla cultura alta, affiancate da dispositivi un po’ rudi ed empirici realizzati per verificarle (ad esempio una trave appesa a un sostegno, …). Sempre più numerosi nel corso degli anni novanta, compaiono invece disegni non di bilance reali ma «ideali»: aste graduate nell’ambito di esperimenti teorici secondo le linee della scienza de ponderibus. Tra i più tipici sono gli studi che tentano di verificare il comportamento di bilance di bracci uguali o diseguali. Aste di bilance sono divise in segmenti uguali, il cui centro di sospensione o fulcro viene spostato rendendo i due bracci di diversa lunghezza; quindi Leonardo cerca di verificare le leggi proporzionali che regolano il rapporto tra lunghezze dei bracci e pesi sospesi. Ad esempio una bilancia con braccia diseguali si manterrà nel sito dell’equalità, cioè in orizzontale, se il peso sospeso al braccio più corto (controleva) sarà maggiore dell’altro appeso al braccio lungo (leva) secondo una proporzione pari a quella tra le differenti lunghezze dei due bracci. Dati questi rapporti proporzionali era possibile ricavare il rapporto tra due pesi in base a quello tra i due bracci, o viceversa; «se tu hai notizia delli spazi de’ pesi [ovvero della lunghezza dei bracci della bilancia] e non de’ pesi, tieni questo modo», segue una dimostrazione con disegno.
Sebbene anche la scienza de ponderibus si occupi anche di moto e velocità, è la meccanica la scienza che studia in modo più specifico il movimento. Essa ha due branche principali: la «cinematica», che considera il movimento in sé, nei suoi aspetti spaziotemporali, la «dinamica», che lo analizza in rapporto alla sua causa, data dalla «forza». Anche in questo caso si parte da Aristotele e dalla sua fisica. Al di sopra del mondo terrestre, oltre la Luna, sta, nella visione aristotelica, il mondo celeste, caratterizzato da un perenne e perfetto moto circolare. Questo moto «perfetto» viene trasmesso al mondo sottostante degli elementi naturali (fuoco, aria, terra, acqua) dove determina moti «imperfetti», spostamenti e combinazioni tra gli elementi, sempre instabili. Il movimento è dunque insito nel mondo naturale e consiste non solo in spostamento da un luogo all’altro ma anche in trasformazioni di stato, di forma; anche la generazione, la corruzione sono, nella concezione aristotelica, forme di movimento. Questa visione, che in via intuitiva era emersa in molti aspetti dell’opera giovanile di Leonardo, è ora da lui studiata nei risvolti meccanici, in parte già formulati dallo stesso Aristotele, in parte ampiamente rinnovati dagli studiosi medievali, come Nicola d’Oresme.

        Leonardo, interessato a problemi di equilibrio, considerando come forze componenti le tensioni di due corde, e come equilibrante il peso sostenuto dalle corde stesse, scoprì il teorema che in linguaggio moderno si enuncia affermando che il momento della risultante di due forze concorrenti rispetto ad un punto preso su una delle componenti, è eguale al momento dell’altra componente rispetto allo stesso punto. Teorema che implica tutte le regole di composizione delle forze concorrenti (parallelogramma delle forze), e che Leonardo usa appunto nella risoluzione di vari problemi particolari. D’altro canto Leonardo corresse il pensiero di Giordano Nemorario, affermando che il giogo di una bilancia sospeso per il suo centro di gravità è in equilibrio indifferente, non stabile; e sviluppò quel pensiero considerando sistematicamente gli spostamenti di gravi che si controbilanciano, non più isolatamente, ma come moti simultanei compatibili con i legami dell’apparecchio: nel che è appunto il suo contributo al principio dei lavori virtuali. Lo studio dei corpi in equilibrio in posizione obliqua lo portò poi ad enunciare il ben noto teorema del poligono di sostentazione, mentre a lui si devono per primo, dopo Archimede, considerazioni originali sui centri di gravità come vedremo più oltre. E l’equilibrio deve prevedere anche la sua rottura ed anche su questo, più precisamente sulla resistenza dei materiali, egli dedicò degli studi. Descrisse in proposito un’esperienza per determinare la resistenza di un filo alla trazione, con l’appendere ad esso un recipiente gradualmente riempito di sabbia fino alla rottura del filo. Il sistema aveva un dispositivo che arrestava l’afflusso di sabbia nel momento in cui il filo si rompeva. In tal modo determinava con una certa precisione il peso critico.

La macchina per misurare la resistenza di una corda alla trazione. A sinistra il recipiente pieno di sabbia versata da un beccuccio al quale è applicata una cordicella che stringe il beccuccio ed impedisce l’ulteriore fuoriuscita di sabbia al momento in cui il recipiente che si trova più in basso rompe la corda. (Codice Atlantico)

        Ma era la leva in tutte le sue versioni uno dei principali argomenti dei suoi studi ed applicazioni e nelle sue elaborazioni egli si avvicinò molto alla definizione di momento come prodotto di un peso per una distanza. Anche il piano inclinato occupò molte sue attenzioni con studi che ricordano molto quanto sarà poi fatto da Galileo e Stevin, anticipando tra l’altro l’uso del piano inclinato come rallentatore di caduta dei corpi ed il riconoscimento che le leggi di caduta dei gravi sono ugualmente verificate su tali piani. Abbiamo così un disegno in cui su due piani differentemente inclinati e concorrenti nel loro bordo superiore, si trovano due pesi uniti mediante una corda. Qui Leonardo si rifà a concetti sviluppati nel libro di un anonimo del Trecento, Liber Jordani de ratione ponderis, libro che, secondo Duhem, avrebbe precorso i lavori di Leonardo. L’Anonimo aveva infatti trovato la parte essenziale delle basi della statica. Aveva cioè stabilito che, sistemando due pesi vincolati tra di loro tramite una corda ed una puleggia (in modo che allo scendere di uno corrisponda il salire dell’altro), su piani inclinati di uguale altezza ma di diversa lunghezza, tali pesi all’equilibrio sono direttamente proporzionali agli spostamenti verticali, cioè direttamente proporzionali alle lunghezze dei piani inclinati. Leonardo, per parte sua, conosceva in linea generale il principio dei lavori virtuali (che poi vuol dire avere intuito il concetto di lavoro) relativo alla leva, sapeva cioè che pesi in equilibrio sono inversamente proporzionali ai bracci della leva, inversamente proporzionali cioè agli archi descritti dagli estremi dei bracci nel loro movimento. Egli scriveva una frase come la seguente (Manoscritto F, Institut de France, Parigi): Se una potentia move [il movere è quei inteso nel senso di sollevare, ndr] un corpo per alquanto spatio in alquanto tempo, la medesima potentia moverà la metà di quel corpo, nel medesimo tempo, due volte nello spazio. A questa scoperta di Leonardo, che perfeziona in modo decisivo i contributi precedenti, Mach dà molta enfasi affermando:

Questo teorema è applicabile a macchine, leve, pulegge ecc.; in questo modo risulta meglio determinato il significato delle parole qui sopra riportate, di per sé alquanto dubbio. Se una data massa di acqua si porta a un certo livello più basso, si può con essa, secondo Leonardo, mettere in moto una o due macine uguali, ma nel secondo caso il lavoro compiuto sarà uguale a quello del primo. La geniale intuizione della “leva potenziale” pone Leonardo nella condizione di pervenire a tutte quelle conoscenze che in seguito furono fondate sul concetto di momento. I suoi disegni fanno supporre che lo studio della puleggia e del verricello gli abbiano aperto la strada al concetto di leva potenziale. Le costruzioni di Leonardo relative agli spostamenti sotto l’azione combinata di più corde di trazione si fondano altrettanto chiaramente su tale concetto. Leonardo fu meno felice nella trattazione del problema del piano inclinato. Accanto a disegni in cui egli espresse un punto di vista corretto, vi sono parecchie costruzioni errate. Dobbiamo considerare gli scritti di Leonardo come pagine di un diario, che raccoglie i più diversi pensieri, idee, inizi di ricerche, ma in cui non appare alcuno sforzo di portare a compimento tali ricerche secondo un principio unitario. Per spiegare come mai egli non fosse padrone di tutti i problemi già risolti nel tredicesimo secolo, occorre riconoscere con Duhem che, quando una teoria è stata formulata, sono necessari anni e talvolta secoli perché essa sia conosciuta e capita da tutti. 

Come differenti piani inclinati equilibrino pesi differenti (Manoscritto M, Institut de France, Parigi)

        Ma come per la leva che diventa strumento da scasso per molte macchine, anche il piano inclinato funziona allo stesso modo, pur con le limitazioni e gli errori denunciati da Mach. Era comunque tipico di Leonardo affrontare una questione e lasciarla poi non completata nelle risposte che uno si aspetterebbe. Proprio sul piano inclinato vi è un suo contributo del tutto nuovo che avrebbe neritato ulteriore approfondimento che non vi fu. Quando abbiamo un corpo su un piano inclinato, oggi, consideriamo l’azione che si esercita sul corpo decomposta secondo la parallela alla superficie del piano inclinato e perpendicolare alla medesima. Ebbene questa decomposizione la troviamo per la prima volta in Leonardo … ma senza che si riesca a cogliere di più (Manoscritto G, Institut de France, Parigi), senza cioè arrivare a stabilire il rapporto esatto fra le componenti stesse in relazione all’inclinazione del piano. Nella figura che segue, comunque, possiamo vedere come il piano inclinato è strumento per comprendere ed azionare viti ed argani, nella successiva come delle travi inclinate sorreggano pesi differenti.

Codice di Madrid I

Codice Forster III

Studio del piano inclinato (Codice Atlantico)

        Il piano inclinato servì anche oltre il suo uso ordinario perché lo portò ad osservare qualcosa che lo circondava relativo alla stabilità degli edifici, in particolare delle torri pendenti che in Italia abbondano. Studiando le condizioni di equilibrio di un corpo su un piano inclinato scoprì quel fenomeno che oggi conosciamo come poligono di sostentazione e cioè il fatto che un corpo appoggiato su un piano orizzontale è in equilibrio se il piede della verticale condotta per il suo baricentro è interno alla base d’appoggio.

Poligono di sostentazione. In a la perpendicolare passante per il centro di gravità della torre cade sulla base della medesima. La torre si sosterrà in equilibrio. In b la situazione con la verticale che cade fuori della base: la torre che cadrà.

        Leonardo diventava addirittura ossessivo con la gran quantità di disegni su questi problemi che ci mostra. Sembra di vederlo con dei fogli di carta mentre seguiva un qualche lavoro. Metteva giù idee, con disegni, ed a fianco annotava l’idea. Poi ricercava chi aveva già scritto della cosa e scriveva a fianco le cose dette da altri che gli sembravano degne di nota. Poi, magari molto tempo dopo, tornava su una medesima questione la cui soluzione non lo aveva soddisfatto. Il ritorno su una questione avveniva dopo aver fatto altre esperienze magari del tutto diverse che però gli avevano chiarito degli aspetti utili per comprendere meglio ciò che aveva lasciato in sospeso. Un brogliaccio i suoi appunti. Magari con la volontà di trascrivere le cose notevoli un certo giorno … che poi non vi fu perché la sua attenzione si ravvivava solo su situazioni nuove, su provocazioni, stimoli all’intelligenza. Leonardo non era fatto per mettersi a tavolino e trascrivere cose fatte nell’arco di una vita. Non sembra davvero che fosse un personaggio di tal fatta.

        Così, di riflessione in riflessione, senza che ci sia dato di capire il tragitto teorico, se mai vi fu, Leonardo ci parla del moto perpetuo. Ed in un’epoca in cui molti (e sempre di più in seguito) speravano di imbrogliare la natura, Leonardo che la conosceva bene sapeva quanto ciò non fosse possibile scrivendo le cose seguenti:

Nessuna cosa sanza vita può spignere o tirare, che non accompagni la cosa sospinta; e essi spingitori non possono essere altro che forza o peso; e se lo peso spinge o tira, fa sol questo moto ne la cosa, perché desidera fermezza; e quando nessuna cosa mossa dal suo cadente movimento sarà soffiziente mai a ritornarlo ne la prima altezza, adunque è cessato il moto (Manoscritto F, Institut de France, Parigi)

alle quali aggiungeva dell’altro, un’idea di forza che proveniva dalla concezione neoplatonica e metafisica del Cardinale Nicola Cusano (1401-1464):

Forza dico essere una virtù spirituale, una potenzia invisibile, la quale per accidentale esterna violenza è causata dal moto [è la nostra forza viva, ndr] e collocata e infusa nei corpi, i quali sono dal loro naturale uso retratti e piegati, dando a quelli vita attiva di maravigliosa potenzia; costrigne tutte le cose create a mutazione di forma e di sito; corre con furia alla sua desiderata morte e vassi diversificando mediante le cagioni (Manoscritto A, Institut de France, Parigi).

        E’ utile sottolineare che, anche qui, non vi erano posizioni preconcette di Leonardo ma continue prove su una macchina che aveva progettato Taccola e che egli aveva ridisegnato più volte

La ruota a pesi di Taccola (Codice Forster II) come prova dell’esistenza del moto perpetuo. Noto ma parte che questo disegno per lo studio del perpetuum mobile era molto utilizzato a partire da Wilars nel 1245.

La ruota di Taccola ripresa da Leonardo (Codice Atlantico)

arrivando poi a pensare, descrivere e realizzare una esperienza per verificare la possibilità del moto perpetuo. Egli disponeva di un recipiente carico di 1000 libbre d’acqua, che si scaricano su una ruota idraulica munita di venti secchi, ognuno dei quali riceve due libbre d’acqua e la relativa spinta, che trasmette il moto ad altre due ruote dentate. Ad ogni cento giri della prima corrisponde un giro della terza. Questa muove una catena di secchi che scendono in un recipiente, ne pescano acqua e la riportano nel bottino superiore in una quantità che è solo un quarto di quella che cadendo ha prodotto il moto di tutto il sistema di ruote e di secchi. Era così provata l’impossibilità del moto perpetuo. Anche calcolando, invece delle due quantità d’acqua, la forza d’urto da essa esercitata, si giunge alla stessa conclusione. Alla fine dell’esperienza Leonardo capiva perfettamente che, detto in linguaggio moderno, all’energia che metteva in moto la ruota idraulica doveva essere sottratta l’energia del colpo che l’acqua deve dare sulla pala per mettere in rotazione la ruota. E ciò mostrava l’impossibilità del moto perpetuo. Concludeva Leonardo con queste parole:

Io concludo che tanto quanto l’acqua monterà più alta che la percussione dell’acqua che la leva, tanto genererà più sottile condotto al continuo versare. E se non volesse che l’acqua che move la rota empiessi cassette, come le molina francese, ella sare’ tanto più tarda, che in quanto al resultante condotto tornerebbe quel medesimo di sopra. Ora si de’ considerare la potenzia del colpo, il quale è congiunto all’acqua che move e none al continuo condotto che ne resulta. Adunque e’ fia tanto più sottile lo condotto dell’acqua che resulta, che quella che move, quanto ella è privata di colpo. E se pure tu adatterai che l’acqua che move, rimanga appiccata alla parte della rota che declina, io dubito se n’è vantaggio, perché l’acqua che cade sopra l’acqua ch’è ferma nelle cassette, non fa quella botta ch’ ella farebbe a cadere su cosa dura; e perché l’acqua dà loco a colpo, il colpo è vano; e se tu acquisti peso, e’ manca il colpo; adunque fa tanto il peso quanto il colpo.
Questo moto non po seguitare, perché l’acqua del bottino che dà il primo moto, bisogna che sempre pesi più che quella attinta che in lui si versa.
Quel principio della lieva che farà più via contro alla sua contra lieva, quella sarà più forte. 
(Codice Atlantico).

        E Leonardo aggiungeva anche scherno per coloro che insistevano con la ricerca del moto perpetuo: O speculatori dello continuo moto, quanti vani disegni in simili cierca avete creati ! accompagnatevi colli cercato dell’oro.

        Queste considerazioni nascevano in un’epoca in cui le macchine si avviavano a diventare molto importanti perché, come diceva Mach, iniziavano ad avere un valore immediatamente legato alla produzione in una situazione in cui si cominciava a comprendere la necessità di avere fonti di energia sempre maggiori. Leonardo intuiva queste problematiche e dietro le sue ricerche, capita l’impossibilità del moto perpetuo, c’era la ricerca del maggior effetto possibile da raggiungere con quanto si disponeva, un primo abbozzo del concetto di rendimento di una macchina. Sullo sfondo vi è, mi permetto una esagerazione per far capire di cosa si parla, una conservazione dell’energia da raggiungere rendendo minime le perdite originate dalle resistenze passive tra cui i citati attriti(13). Scriveva Leonardo: la gravità, la forza, insieme con la percussione son genitrici del moto, perché esso senza queste creature non si pò. Ma ciascuna delle dette potenzie non pò in pari moto generare potenzia simile a sé. Ecco allora che Leonardo si metteva a studiare con grande impegno le cause che ostacolano il moto. Molte pagine e molti disegni li dedicò a questo impegno. Lo studio iniziava con le varie complicazioni alla base dell’attrito (la confregazione). Intanto con la divisione tra radente e volvente e poi, nell’ambito del volvente, cercando di capire come ridurlo al fine di ridurre lo sfregamento degli assi orizzontali in moto rotatorio.

Varie situazioni sperimentali nello studio di Leonardo sull’attrito (Codice Atlantico)

Varie situazioni sperimentali nello studio di Leonardo sull’attrito (Codice Atlantico)

Studio dell’attrito volvente in una situazione in cui l’oggetto che ruota è assimilato ad un perno che ruota nella sua guida. Leonardo ricava che l’attrito di un tale perno è inversamente proporzionale al suo diametro ed è pari ad un quarto del peso che grava sul suo supporto (Codice Atlantico)

Misure statiche di attrito radente e volvente (Codice Arundel)

        La cosa arriverà nella progettazione che Leonardo fece di una sorta di cuscinetti a sfere di vari tipi, oltre alla ricerca di ogni possibile lubrificazione. Leonardo in questo affanno di ricerca riuscì, prima dei lavori dell’Ottocento del famoso Coulomb, servendosi di banchi di ricerca, a stabilire le leggi dell’attrito, stabilendo:

        A ciò occorre aggiungere quanto scrisse nel Codice Forster II e che mostra la scoperta di Leonardo della forza d’attrito al momento del primo distacco: la confregazione di un peso al principio del suo moto. Da ultimo vi è la sua valutazione del coefficiente d’attrito che egli, pensando a superfici levigate a contatto stabilisce ad 1/4 del peso di un oggetto. Nel Codice Atlantico scriveva

Ogni corpo resiste nella sua confregazione con potenzia equale al quarto della sua gravezza, essendo il moto piano e le superfizie dense e pulite.
Sia divisa la gravità del corpo stracinato in quattro parte equali, e il simile si facci alle braccia della sua bilancia, e la calculazione delle potenzie de’ motori e delle confregazioni de’ corpi mossi saran di più facile investicazione […]

Dà la sperienza che la cosa pulita, stracinata per pulito piano, resiste nel moto al suo motore con potenzia equale alla quarta parte della sua gravezza.

Sistemi per far ruotare con minimo attrito un asse verticale (Codice Madrid I)

Cuscinetto a sfere per far ruotare con minimo attrito un asse verticale. I due disegni a sinistra mostrano il sistema in sezione mentre quella a destra lo mostra osservato dall’alto (Codice Madrid I)

Sistema per lubrificare il punto d’appoggio di un asse verticale: il lubrificante si immette nei due fori laterali (Codice Madrid I)

Un vero e proprio cuscinetto a sfere progettato da Leonardo per far muovere con minimo attrito un asse orizzontale (Codice di Madrid I).

        Le considerazioni di Leonardo sulla cinematica e dinamica, più avanzate di quelle sulla statica, rappresentano una qualche novità che si basa sui presupposti detti. Sullo sfondo vi è l’impetus di Buridano appreso da Alberto di Sassonia, ma un impetus leonardesco, che si confronta con l’esperienza. Leonardo iniziò con il definire il suo impetus in modo del tutto simile a quello di Buridano: l’impetus è una virtù che viene creata con il movimento e trasmessa dal motore al corpo in moto, che continua ad essere in moto finché l’impetus non si estingue (Manoscritto E, Institut de France). Iniziò quindi a studiare il moto di un proiettile rifacendosi ad Alberto di Sassonia. Tale moto, come fatto dal suo predecessore, veniva scomposto da Leonardo in tre fasi. Nella prima fase il moto è puramente violento ed è come se il proiettile non avesse massa e fosse soggetto solo all’impetus iniziale. Nella terza fase si è completamente consumato l’impetus ed il corpo in movimento ha un moto puramente naturale essendo soggetto alla sola gravità. Tra queste due fasi ve ne è una intermedia in cui il moto è misto di una parte violenta e di una parte naturale. Questa è la fase dell’impetus composto. Con queste concezioni si mise a studiare in pratica le traiettorie dei proiettili lanciati da una balestra mostrando nei disegni un fatto nuovo, che la traiettoria dei proiettili è una curva continua e non, come si credeva, composta da due segmenti (prima ed ultima fase) uniti da un arco di cerchio (fase intermedia).

Manoscritto I, Institut de France, Parigi

e successivamente quelle dei proiettili lanciati da bombarde mettendo in relazione la quota raggiunta dal proiettile e la distanza a cui arriva con l’inclinazione della bombarda:

Manoscritto I, Institut de France, Parigi

Manoscritto M, Institut de France, Parigi

         Data la definizione di impeto che abbiamo visto ora e ripetuta nel Codice Atlantico, impeto è una potenza del motore applicata nel suo mobile il quale è causa di muovere il mobile poi ch’egli è separato dal suo motore, Leonardo si avventurava sulla strada dell’inerzia anche se in forma embrionale perché è vincolato appunto all’impeto di cui prima inteso come una quantità di moto. Scriveva Leonardo prima nel Codice Arundel: Nessuna cosa insensibile si moverà da sé, quindi nel Codice Atlantico: Ogni moto seguirà tanto la via del suo corso per linea retta, quanto durerà in esso la natura della violenza fatta dal suo motore ed infine nel Codice del volo degli uccelli: Ogni moto attende al suo mantenimento, ovvero ogni corpo mosso sempre si move in mentre che la potenzia del suo motore in lui si riserva. Se con impeto si intende, come vari studiosi sostengono, quantità di moto siamo di fronte ad un’inerzia molto più vicina alle nostre concezioni. E ciò che determina il movimento è quella forza già definita, Forza dico essere una virtù spirituale, una potenzia invisibile. E’ però ora di aggiungere un qualche commento sul concetto di forza in Leonardo e lo faccio con le parole di Koyré:

Sembra che con i suoi dubbi, contraddizioni ed incoerenze, i testi di Leonardo rivelino un persistente sforzo di riformare la fisica rendendola insieme dinamica e matematica. Il carattere dialettico della sua concezione di forza potrebbe spiegarsi come un tentativo di trasformare la stessa idea di causa fisica, fondendo quelle di causa efficiente e causa finale nel concetto di potenza o forza che tende a sparire nell’effetto che produce e nel quale si realizza. E’ anche possibile che le sue variazioni nella concezione della gravità – fonte ed effetto del moto – non possano essere comprese altrimenti che come un susseguirsi di sforzi per “dinamizzare” questo concetto e per fondere la statica e la dinamica, collegando mutuamente l’energia potenziale di un corpo pesante e quella che acquista nel suo e per il suo movimento di caduta.

        In Leonardo troviamo anche riferimenti a quello che oggi conosciamo come principio di azione e reazione. Ne scrisse quando si occupava del volo degli uccelli in riferimento al colpo d’ala sull’aria(14) e sull’effetto dell’aria in risposta (il colpo comprime l’aria in tal modo che la risposta è il sostegno dell’uccello nell’aria medesima):

Tanta forza si fa con la cosa in contra all’aria, quanto l’aria contro alla cosa. Vedi l’alie percosse contro all’aria far sostenere la pesante aquila nella suprema sottile aria vicina all’elemento fuoco. Ancora vedi la mossa aria sopra’l mare, ripercossa nelle gonfiate vele, far correre la carica e pesante nave; sicchè per queste dimostrative e assegnate ragioni potrai conoscere l’omo con le sue congegnate e grandi alie, facendo forza contro alla resistente aria e, vincendo, poterla soggiogare e levarsi sopra di lei (Codice Atlantico).

E ne scrisse, nel medesimo Codice, anche quando si occupava del remo che fa leva sull’acqua per far camminare una barca:

In quanto al moto dell’acqua, tanto fia a movere il remo contro all’acqua immobile, quanto a movere l’acqua contro il remo immobile (Codice Atlantico).

Infine ne scriveva spesso quando trattava del rinculo delle bombarde.

        Questo considerare l’aria come elemento che esercita una risposta, in grado di esercitare una forza, non è lasciato come fatto episodico in Leonardo. All’epoca, ed ancora per altri 150 anni, era comunemente accettato quanto sostenuto da Simplicio a proposito dell’aria come un elemento privo di peso. Ebbene Leonardo capisce che l’esercizio di una forza non può provenire da un qualcosa di immateriale e fa il grande passo del buttar via la tradizione nel considerare l’aria dotata di peso, diverso per aria secca (priva di umidità) o umida (con acqua in sospensione). Per accertarsene usò lo strumento con il quale aveva grande pratica, la bilancia. Con essa scoprì un barometro o igrometro a bilancia per cognoscer la qualità e grossezza dell’aria, e quando à a piovere. Vi è ancora dell’altro in questo materializzare l’aria, un qualcosa che è in nuce una critica anche dura all’impetus. In questa teoria è l’aria che sostiene il moto di un oggetto, ad esempio scagliato, chiudendosi dietro di esso ed aiutandolo a mantenerlo. In Leonardo l’aria inizi ad essere un impedimento al moto, una resistenza che, come vedremo più oltre, è tra quelle che impedisce il mantenimento del moto rettilineo ed uniforme (inerzia).

       Tra i moti studiati da Leonardo ampio spazio hanno i corpi in caduta. Qui vi è una divaricazione con le concezioni di Alberto di Sassonia (e le scuole tardo medioevali) che era in pratica arrivato a sostenere che la velocità acquisita da un corpo che cade è proporzionale allo spazio percorso (come diremmo oggi v = a.s e non come sappiamo oggi v = g.t). Leonardo oscilla, a volte confondendo la proporzionalità con il tempo e la proporzionalità con lo spazio) come nel Manoscritto M dell’ Institut de France: La gravità che disciende in ogni grado di tempo acquista un grado di moto più che’l grado del tempo passato e similmente un grado di velocità più che’l moto passato. Onde in ogni raddoppiata quantità di tempo, esso raddoppia la lunghezza del discienso e la velocità del moto. Ma qualche pagina dopo è molto più chiaro ed è categorico nell’affermare cose corrette: La gravità che libera disciende, in ogni grado di tempo acquista un grado di moto e in ogni grado di moto acquista un grado di velocità. Diciamo che nel primo grado di tempo esso acquisti un grado di moto e un grado di velocità; nel secondo grado di tempo esso acquisterà 2 gradi di moto e 2 gradi di velocità, e così come sopra è detto seguita successivamente. Ancora più interessante nello stesso Manoscritto è una specie di rappresentazione grafica piramidale fatta da Leonardo del modo in caduta, rappresentazione che per la prima volta è applicata a corpi in caduta e quindi a moti uniformemente accelerati (ricordo che per moti uniformi la prima rappresentazione grafica fu di Oresme). Scriveva Leonardo accompagnandosi con il disegno (la seconda figura mostrata lo rende più comprensibile):

Prova della proportione del tempo e del moto insieme colla velocità fatta nel discendere de’ corpi gravi colla figura piramidale, perché le predette potentie son tutte piramidali, perché cominciano niente e vanno crescendo a gradi di proportione aritmetrica.

Se tu tagli la piramide in qualunche grado della sua altezza con linia equidistante alla sua basa tu troverai che quella proportione che ha lo spatio che è da tale taglio insino alla basa con tutta l’altezza di tale piramide, tale proportione arà la largeza di tal taglio colla largeza di tutta la basa. Vedi ab essere 1/4 di ae, così fb taglio è 1/4 di ne basa (Manoscritto M, Institut de France).

        Sia il peso che il movimento sono regolati da leggi proporzionali. La proporzionalità, come mostrato, è spiegata mediante la piramide che rappresenta appunto la proporzionalità tra moto dell’oggetto in caduta, sua velocità e tempo impiegato. La piramide, come vedremo è uno strumento di grande valenza epistemologica per Leonardo che usa in ogni fenomeno in cui vi sia da dover considerare proporzionalità. La piramide luminosa, quella che più interessa a Leonardo, gli suggeriva anche delle analogie. In quest’ultimo caso risulta evidente che la luce, trasmessa a piramide da una sorgente, subisce l’interferenza di nuvole, di aria non tersa e limpida. E’ probabilmente da qui che Leonardo, nell’estendere la piramide al moto di caduta, abbia inteso che l’aria è impedimento al moto.

        C’è ora da capire se, per Leonardo, tutti i corpi cadano o meno con la medesima velocità. Una volta, nel 1492, egli si propose di fare sperienza di dua mobili di dupla gravità l’uno e l’altro e vedrai se ‘l descenso della più lieve resterà a mezzo il viaggio, quando la più grave tocca terra. Ma tale esperienza non fece il nostro … e pensare che è facilissima ed evidentissima.  Leggendo i suoi più diversi scritti si trova quindi che egli seguiva la teoria aristotelica che affermava che i corpi cadono con velocità diverse a seconda del loro peso con una sola differenza, quella della traiettoria che seguono cadendo sulla quale vi è un notevole scostamento rispetto ad Aristotele. Leonardo intuì gli effetti della rotazione terrestre ed affermava che la traiettoria che deve seguire un corpo in caduta non è esattamente la verticale ma la traiettoria curva risultante dai due moti:

Del grave discendente infra l’aria essendo li elementi del moto circonvolubile con intera l’evoluzione in 24 ore. E tal moto in se curvo con tutte le parti della linia, per conseguenza è al fine curvo con tutta la linia; e di qui nascie che il sasso gittato dalla torre non percote nel lato d’essa torre prima che in terra (Manoscritto G, Institut de France).

Leonardo parlava qui di un’esperienza dalla torre, quella che farà discutere su Galileo dei perdigiorno che non hanno altro da obiettare che non leggende metropolitane di persone incolte.

        Parlando di gravità, occorre dire che Leonardo, sulla strada aperta da molti studiosi del passato tra cui Archimede, si occupò dei centri di gravità dei corpi solidi (già ho accennato alla cosa quando ho parlato del poligono di sostentamento per l’equilibrio di un solido poggiato su di un piano). Come Archimede aveva trovato il centro di gravità di un triangolo, Leonardo trovò quello di un tetraedro e quindi di una qualunque piramide (ed anche, in modo approssimato, quello di un settore circolare). A questo risultato che può sembrare solo pratico, aggiunse considerazioni teoriche importanti perché stabilì che le congiungenti i vertici di un tetraedro con i centri di gravità delle facce opposte passano per uno stesso punto che è il centro di gravità del tetraedro. Tale punto divide ogni congiungente in due parti di cui quella verso il vertice è tripla dell’altra.

Studi per trovare il centro di gravità della piramide (Codice Atlantico)

        Abbiamo fino ad ora discusso di forza e di sua assenza. Strettamente legata alla forza è la percossa che in Leonardo ha un significato più ampio di ciò che potrebbe apparire. In genere con percossa si intende il colpo di un corpo pesante in moto contro un altro corpo. Per Leonardo è percossa anche quella dei raggi visivi sull’occhio convogliandovi le immagini trasportate; ed anche quella del suono che colpisce l’orecchio; in definitiva ogni stimolo che colpisce i nostri sensi sono percosse. Percossa è naturalmente anche quella con cui molto spesso si ha che fare nei fenomeni idraulici quando l’acqua percuote l’altra acqua. E percossa è quella, cui accennavo poco fa, di un’ala sull’aria come quella di una pinna nell’acqua: scrivi del notare sotto l’acqua, e arai il volare dell’uccello per l’aria. La prima cosa che viene in mente nel discutere di una percossa è lo studio dei fenomeni d’urto (che poi porteranno alla quantità di moto ed alla sua conservazione). E’ tutto un dire che anche Koyré sia d’accordo nell’ammettere che Leonardo fu il primo, ed anche l’unico in un intervallo di tempo di almeno 150 anni, a stabilire non solo la legge generale della uguale velocità dopo l’urto di due mobili uguali, ma anche quella degli angoli di incidenza e riflessione (si noti che anche qui vi è una azione e reazione). Egli, dopo aver distinto l’urto tra corpi elastici ed anelastici, per i primi dimostrò che se due corpi uguali si muovono l’uno verso l’altro a velocità differenti, dopo l’urto modificheranno le loro velocità.

Nel Manoscritto A dell’Institut de France vi è un foglio che  descrive tutti i possibili urti, cioè percosse, studiati con indicazione delle traiettorie di rimbalzo, sia tra corpi sferici, sia tra corpi sferici e diversi tipi di oggetti. E’ un primo studio su quella che sarà più oltre la conservazione della quantità di moto.

Applicazione della percossa in una macchina ideata da Leonardo per il conio delle monete nella zecca del Papa (Manoscritto G dell’Institut de France).

La percossa che l’acqua di un fiume esercita sulle rive  (Manoscritto C dell’Institut de France).

        Cerco ora di recuperare il filo del discorso riportando quanto Leonardo sosteneva sul metodo, su come occorre operare. Lo faccio con le parole di Bulferetti:

Da un punto di vista ideale riteneva che la dottrina dovesse precedere la pratica, la teoresi l’utile, i principi generali quelli più particolari, e così scriveva: «el libro dell’ìmpeto va inanti a questo [sulle percussioni]; e innanti all’impeto va il moto», «il libro della scienza delle macchine va innanti al libro dei giovamenti», ma riteneva che il «giovamento» fosse da collocare accanto agli enunciati teoretici: «quando tu metti insieme la scienza de’ moti dell’acqua, ricordati di mettere di sotto a ciascuna proposizione li sua giovamenti, acciò che tale scienza non sia inutile».

        Leonardo nel dire queste cose apparentemente semplici, stava fissando un ordine nel modo di procedere ed in tale ordine era prevista una teoria che costruisse scienza che generasse tecnica. Nel fare questo otteneva uno dei suoi più grandi risultati in senso epistemologico: trasformava la tecnica in tecnologia. Ma quanto più su riportato mi serviva anche per dire che la percussione per Leonardo seguiva l’impeto e ciò vuol dire che egli la riteneva, anche se parzialmente, una cosa differente dall’impeto. La percossa, al di là di quanto dicevo sulla sua estensione ai più vari aspetti, anche acustici (l’eco) e visivi, era strettamente connessa al colpo violento in un dato istante, quello che oggi chiameremmo impulso, quello che a volte determina la fine di un movimento. Non doveva essere estranea alla mente di Leonardo mentre si occupava di ciò, la sua esperienza con le prime bombarde di Ludovico il Moro. Questi strumenti gli risultavano interdisciplinari perché gli ponevano problemi di cinematica, dinamica, di metallurgia, di acustica, … ai livelli più elevati che all’epoca si potessero avere. Tra l’altro le bombarde posero a Leonardo anche problemi morali legati alle armi ed alla bestialissima pazzia della guerra(15).  

        Tornando a forze, colpi, pesi e percussioni, scriveva Leonardo:

La gravità, la forza, insieme co’ la percussione non solamente da essere dette madre e figliole le une dell’altra, ma ‘nsieme sorelle, perché dal moto sieno generate, ma ancora genitrici del moto, perché esso sanza queste creare non si po’. Ma ciascuna delle dette potenzie non po’ in pari moto generare potenzia simile a sé (Codice Arundel).

        Ed entrava in discussioni ed esperimenti descritti con particolari ed utilizzanti la bilancia per cogliere le differenze tra queste grandezze.

Vari esperimenti per misurare gli effetti del peso, del colpo e della forza (Codice Atlantico)

Vari tipi di percosse (Codice Atlantico)

Vari tipi di percosse (Codice Atlantico)

Le ultime due figure sono collegate. La prima presenta un peso che trascina in basso un anello infilato sopra due corde che reggono un parallelepipedo; nell’ altra il peso è già disceso e il parallelepipedo si è alzato. Leonardo scriveva alcune cose per illustrare i differenti disegni. Riporto di seguito senza specificare a quale disegno si riferiva alcune didascalie che Leonardo poneva:

Bisogna alla percussione considerare quattro cose, cioè la potenzia che move il percussore, la natura d’esso percussore, e la natura della cosa percossa e della cosa che sostiene esso corpo battuto.

Perché il martello rompe la pietra stante nella mano e ‘l falcino taglia i ramicoli de’ rami che si tengano in mano? Questo è segno che ‘l colpo sol più offende in quella parte del corpo percosso, la quale è più vicina alloco della percussione.

Quella proporzione che ha ab con cd, tale ha la potenzia della percussione più di sopra che di sotto.
Quella percussione fia più potente, la quale sarà di più veloce moto.
El corso del moto dirivativo sarà tanto più veloce, quanto e’ fia più vicino alla sua causa. L’atto della percussione è fatto in tempo indivisibile, perché fatto in superfizie del corpo percosso, e perché fatto in termine della linia del suo moto.
Quel corpo sarà di più veloce corso che da più veloce motore sarà sospinto. E l’aria si farà più densa che da corpo di più veloce moto sarà percossa.

Dimando: il peso n quanto discenderà e quanto alzerà f ?

Quella parte del corpo percosso sarà più offesa dal corpo che la percote, la qual fia più propinca alloco della percussione.

Se la ancudine fìa più larga che ‘l martello, il ferro battuto si leverà co’ sua stremi in alto; e se ‘l martello fìa più largo che la ancudine, la cosa battuta si volterà co’ sua stremi in giù.

Qui la penna del martello è lunga quanto si sia la larghezza della cosa battuta. Ma se la cosa battuta fìa più larga, farà altro effetto.

Il centro del moto fatto dal motore debbe essere <‘n> medesima linia col centro della lunghezza della cosa mossa.

Quando un ferro è battuto da un lato, esso cresce da tale lato e si torce co’ sua terrmini per la linia donde il colpo discende. E questo usano i maestri per di rizzare i lor ferri che non si possano piegare per durezza di tempera.

[…]

In altra pagina dello stesso Codice Atlantico, pagina con disegni poco significativi, Leonardo scrive alcune cose d’interesse:

* La percussione ha la sua maggiore potenzia quando il mobile si separa dal motore; ed è tanto più potente di quanto il motore li dà più virtù. La qual virtù in tal separazione nasce dal moto, il qual moto è tanto più potente, quanto ell’è generato in minore tempo ‘n un medesimo spazio.

* Se una potenzia move un corpo alquanto spazio in alquanto tempo, duplicata potenzia … 

* Se un corpo si move ‘n un tempo uno spazio, doppia potenzia arà quel corpo che ne la metà di tal tempo si mosse il medesimo spazio.

* Se un corpo acquista una potenzia per il moto fatto in alquanto spazio ‘n un certo tempo, quel medesimo corpo raddoppierà la sua potenzia nel moto del medesimo spazio nella metà del primo tempo.

* Se un corpo acquista una potenzia ‘n un certo tempo per i’ moto fatto in alquanto spazio … 

* Se un corpo acquista una potenzia per il moto da lui fatto ‘n certo tempo in alquanto spazio, quel medesimo corpo raddoppierà la sua potenzia nella metà di quel tempo nel moto di tutto quello spazio.
Se la percussione acquista una potenza per il moto del percussore fatto ‘n un tempo in alquanto spazio, la medesima percussione raddoppierà la sua potenzia, se il percussore fa tutto il primo moto nella metà del primo tempo.

* Essendo la percussione figliola del moto e del peso, quella fia più potente che sarà creata da più lungo moto e maggior peso, sendo il peso congiunto alla causa del suo moto.

* Delle cause della percussione. La percussione …

* Se una potenzia move un corpo ‘n un tanto tempo un tanto spazio, la medesima potenzia moverà tutto quel corpo nella metà di quel tempo la metà di quello spazio, o in due tanti tempo due volte quello spazio, o nella metà del tempo la metà dello spazio, o in due tanti tempo due volte quello spazio
Tal proporzione arà il moto, quale ha il tempo, e tale proporzione ha il moto colla potenzia, quale ha la potenzia collo spazio, e tale proporzione ha il tempo col moto, quale ha il moto co …

Leonardo prosegue con una lunga lista di argomenti riguardanti la percussione che sembra un indice di un suo futuro lavoro.

Della percussione di mobile unito.

Della percussione di mobile disunito: d’equali pesi il disunito al percussore.

Della percussione di mobile disunito del quale ha più peso il disunito che ‘l percussore.

Della percussione disunita della quale ha più peso il percussore che il disunito.

Del percussore disunito di più disunizioni.

Del percussore di varie materie.

Del percussore disunito di varie grossezze.

Disegno di due martelli con chiodo unito e disunito:

Del percussore sopra la cosa ch’ è in moto medesimo del percussore per la medesima linia. Del percussore che corre dirieto al mobile percosso per obliqua linia.

Del percussore al qual viene incontro il percosso per linia obliqua.

Se ‘l colpo penetra immediate la cosa percossa.

Se ‘l colpo dato sopra l’ obbietto noce al sostentaculo dell’ obbietto.

Disegno di martello che percuote oggetti sovrapposti:

Se ‘l terzo o quarto o quinto obbietto in contatto sente l’ultimo come il primo. Percussione di teneri, come piombo o ferro infocato o terra da boccali o simili. De percussione di liquidi, come aria, foco e acqua e polvere e rena e simili.

De percussione con vari lunghi della lunghezza d’un bastone.

De percussione di dua lunghi in mezzo o terzo o quarto de la loro lunghezza.

De percussione di lunghi d’inequal grossezza in diversi lochi della lor lunghezza.

De percussione di mazzi di vinchi, cioè di cose disunite in grossezza.

Percussione di cose disunite per tutti li versi, come sacco di rena o d’acqua e simili.

Che differenza è da movere il percosso al percussore, da movere esso percussore al perrcosso.

Della percussione delle cose resistente al colpo.

Della percussione delle cose che acconsentano al colpo.

Della percussione fatta in diversi angoli nell’ obbietto percosso.

Della percussione del raro nel raro.

Della percussione del raro nel denso.

Della percussione del denso nel raro.

Della percussione del denso nel denso.

Della percussione di due densi che con equali moti corran l’un contro all’altro.

Della percussione di densi che corran l’un contro all’altro con varie distanzie di corsi e moti equali in velocità.

Della percossione de’ mobili che corren l’un contro all’altro con moti equali in lunghezza e vari in velocità. De’ percussori che non si percotano in linia centrale del moto. Delli percussori di vari pesi e moti.

De’ percussori di varie figure.

        Insomma, mi pare molto chiaro che Leonardo assegnava alla percossa un ruolo preminente e il suo impegno a studiarla sarebbe servito a chiarire via via più cose e, si può sospettare che, piano piano, si sarebbero attenuate fino a sparire le differenze tra forze, percussioni, colpi, pesi, … Non vado oltre perché l’argomento è oltre che intrigante anche lunghissimo da dover essere trattato. Meriterebbe forse uno studio particolare dedicato solo ad esso. Non posso impegnarmi su tal cosa perché, oltre al Codice Atlantico ed ai Notebook di Richter non ho altri testi originali ed è molto complicato e costoso procurarseli o visionarli.

ALTRE QUESTIONI DI FISICA



        Leonardo si è occupato praticamente di tutto. Il difficile spesso è tirare fuori dei discorsi compiuti dalla gran mole dei suoi lavori che furono prima dispersi e poi riaccorpati in modi discutibili(16). Comunque, certamente, tra gli argomenti che egli trattò ebbero un peso rilevante l’idrostatica, l’idrodinamica e l’ottica. Mi occuperò, più in breve di quanto fatto fino ad ora, di questi argomenti (con un cenno alle questioni astronomiche), per chiudere questo lavoro.

L’IDROSTATICA E L’IDRODINAMICA DI LEONARDO
 

        Certamente cospicua fu l’attività di Leonardo nella risoluzione di problemi idraulici, tanto in Francia quanto in Italia; i suoi studi sull’argomento furono in gran parte raccolti nel Seicento da Luigi Arconati, figlio del conte Galeazzo(16). Francesco trasse dagli scritti di Leonardo, che egli stesso aveva donato alla Biblioteca Ambrosiana, un trattato che intitolò Del moto e misura dell’acqua, pubblicato a Bologna solo nel 1826, a spese di Francesco Cardinali, Anche se altri appunti in proposito sono rintracciabili in altri manoscritti di Leonardo, particolarmente in quello di Madrid I.

        Le ricerche di Leonardo di idraulica risalgono all’inizio dei suoi studi e proseguono per tutto l’arco della sua vita. Iniziò studiando la possibile deviazione del corso dell’Arno, quindi si occupò di gran parte del bacino del Po, dell’Adda, dell’Isonzo per allagare le zone intorno a Venezia, della sistemazione delle acque in Romagna, della Loira, dello Cher, del porto di Civitavecchia, … Ebbe anche incarichi diversi da Ludovico il Moro come quello di realizzare un misuratore dell’acqua per il suo pagamento a chi coltivava i campi e doveva irrigarli. Egli elaborò soluzioni tecniche riguardanti scavi, dighe, canali, moli di attracco, chiuse, … dietro le quali vi era il suo studio teorico dei problemi che lo portò al primo studio sistematico di questa branca della fisica. La civiltà greca aveva fatto poco in campo idraulico. Nel periodo ellenista, il momento più fulgido dell’antichità, vi furono i lavori di Erone e di Archimede, ma solo quest’ultimo aveva ricavato alcune leggi teoriche sulla capacità di galleggiamento e sui vasi comunicanti, mentre il primo costruì spettacolari congegni funzionanti ad acqua che destarono meraviglia ma non andarono più in là in ambito di proposta scientifica. Il periodo di Roma dette un grande contributo in questo campo, soprattutto con la costruzione di giganteschi acquedotti che funzionavano però solo a gravità(17). Lo studio dell’idraulica, quello teorico che si fa scienza, partì proprio da Leonardo. Arrivato a Milano Leonardo si trovò con un grande patrimonio empirico di realizzazioni di canali e chiuse oltre ad una grande conoscenza sperimentale dei flussi d’acqua. La novità di Leonardo riguardò inizialmente a chiedersi il perché di determinate scelte realizzative tentando di riportarle alle loro basi meccaniche. E, nel portare avanti le sue indagini, Leonardo riuscì a scoprire alcuni principî fondamentali dell’idrostatica come quello che con qualche aggiustamento diventerà il Principio di Pascal (in assenza di forze di volume la pressione all’interno di un fluido privo di peso è la stessa in tutti i punti) e quello che, anche qui con aggiustamenti e specificazioni, diventerà la legge di Stevin (in un fluido pesante la differenza di pressione tra due punti del fluido è direttamente proporzionale al dislivello tra i due punti). Egli stabilì inoltre che per il moto delle acque correnti vale il principio della portata costante, secondo il quale in un corso d’acqua uniforme a sezione variabile la velocità della corrente varia in ragione inversa della sezione (così scriveva nel Manoscritto A dell’Institut de France: ogni movimento d’acqua d’equale larghezza e superficie correrà tanto più forte ‘n uno loco che nell’altro, quanto sia meno profondo nell’uno loco che nell’altro). Il principio sarà ripreso da Benedetto Castelli nel 1625. Altro contributo originale fu quello di aver spiegato con chiarezza il paradosso idrostatico che oggi è una delle conseguenze della legge di Stevin (in un liquido contenuto in un recipiente la pressione dipende solo dalla profondità alla quale essa viene misurata e non dalla forma del recipiente che contiene il fluido).

Studi di Leonardo per la sistemazione del Naviglio (Codice Atlantico)

        L’acqua è un fluido che va adattandosi con continuità al contorno che trova e, quando si muove, lo fa sempre con continuità sia nel suo moto complessivo che con il moto al suo interno. Scrive in proposito Zammattio:

 È questo un esempio caratteristico di ciò che si chiama oggi “meccanica dei sistemi continui”. Nel loro comportamento, quello che specialmente colpisce l’osservatore è lo stabilirsi di particolari condizioni per le quali il moto appare stazionario; cioè: in un qualsiasi determinato punto dello spazio lungo il percorso, mentre la massa fluisce tutte le particelle individualmente invisibili che vi giungono si comportano tutte nello stesso identico modo. Così le superfici di separazione che delimitano la vena fluente (fra fluido e solido che lo circonda, fra liquido e i gas o vapori che lo sovrastano) presentano alterazioni stabili, permanenti nel tempo, specialmente lungo i margini quali le sponde di un fiume o di un canale: ivi appaiono distorsioni e deviazioni dalla linea di regolare deflusso, con moti accelerati locali, con impatti, con depressioni di livello, che provocano abrasioni e demolizioni del materiale costituente le sponde.
Però, pur vincolate, le particelle invisibili si comportano liberamente, sicché ciascuna, oltre ai propri impulsi. risente anche le spinte delle contigue.

        La prima questione teorica che si pose a Leonardo, quella che è la base di partenza dell’idrostatica, riguardava il peso dell’acqua su se stessa. Nel Manoscritto di Madrid I troviamo un’affermazione che risolve il problema: se si immerge in acqua una baga [sacco di pelle, ndr] ogni parte della baga equalmente sente  del peso che la prieme. Inoltre nel  Del moto e misura dell’acqua (Libro I, cap. XXXV), vi è un discorso analogo che introduce il problema del peso dell’aria a confronto con quello dell’acqua:

Io ti voglio mostrare in che modo l’acqua possa essere sostenuta dall’aria, essendo da quella divisa e separata. Certo se tu hai in te ragione, io vedo che tu non mi negherai, che essendo una baga nel

fondo dell’acqua di un pozzo, la qual baga tocchi tutti i lati del pozzo in modo, che acqua non possi passar sotto lei; questa baga essendo piena d’aria, non farà rainor forza di andare alla superficie dell’acqua, e ritrovare l’altr’aria, che si facci l’acqua a voler toccare il fondo del pozzo, e se questa baga vuole andare in alto ella spingerà in alto l’acqua a lei soprapposta, e levando ess’ acqua in alto ella scarica il fondo del pozzo, onde quasi esso pozzo a questa ragione potrebbe stare senza fondo ec.

Nel capitolo successivo si parla ampiamente e specificamente del peso dell’aria:

Io ho l’aria che pesa due, l’acqua quattro, e la terra otto. Or io voglio che l’aria e la terra rimangano a livello dell’acqua; e ciò non si può se tal misto non si fa eguale al peso dell’acqua. Adunque pesando l’aria due meno dell’acqua, e la terra quattro più che 1’acqua, io raddoppierò la quantità nell’aria, ed avrò quattro di levità più che l’acqua, e la terra avrà quattro di gravità più che l’acqua. Diremo adunque l’aria essere in questo caso tanto più lieve dell’acqua, quanto la terra è più grave, e per questo io farò un misto eguale al peso dell’acqua, perché io leverò la levità dell’aria, ed il peso della terra, cioè gli eccessi, che essi hanno in levità e gravità con l’acqua; e per questo levamento di eccessi resta un mezzo eguale al peso dell’ acqua; adunqne la superficie dell’ aria, e dell’ acqua fia a livello ec.

        I ragionamenti avanzano stringenti e sempre più l’acqua perde la sua caratteristica specifica per diventare fluido, per essere trattata allo stesso modo dell’aria. Ed il comportamento dei due fluidi differisce solo per il peso, per il resto è trattabile allo stesso modo (vi è solo la differenza che l’acqua non è condensabile come l’aria)(18). Si può cioè avere la medesima trattazione  ad esempio per il loro moto e la variazione della loro velocità con la sezione a parità di portata. I problemi che si ponevano li racconta bene Zammattio:

A questo punto cominciano però le difficoltà per Leonardo: egli infatti non avverte che la pressione all’interno di ogni recipiente è data non solo dal peso che preme dall’esterno deformando l’involucro, ma anche dall’ampiezza della superficie d’involucro su cui il peso stesso agisce, sicché è questa pressione “specifica” quella che si manifesta su ogni eguale area interna a contatto con il fluido premuto. Quando Leonardo vergava i disegni del Madrid I, doveva ritenere che questa pressione nascente sotto il peso si “diluisse”, se così si può dire, su tutto il suo «vacuo», cioè su tutta la rimanente superficie del recipiente. […]. Probabilmente a Leonardo sembrava assurdo che la somma delle pressioni trasmesse dal fluido verso l’infuori potesse essere molto maggiore di quella proveniente dalla spinta del peso verso l’indentro, quasi che si generasse «potenzia» dal nulla. Egli non poteva basarsi su considerazioni di equilibrio relativo a un elemento di fluido a contatto con la parete sottoposta al peso premente – elemento di fluido che deve essere egualmente premuto anche da tutte le altre parti onde restare immobile quando non vi è moto nella massa fluida -, giacché considerazioni di tal genere vennero sviluppate solo circa 300 anni più tardi. È dunque comprensibile il suo errore, che sembra aver preso consistenza in due fasi successive. Infatti, precedentemente, nella «definizione» sotto l’intestazione «Natura d’acqua», la pressione che si produce in un recipiente (barilotto) avente il mantello deformabile a soffietto, pieno d’acqua e aggravato da un peso, è valutata dall’altezza alla quale può giungere il getto uscente da un bocchello collegato con il suddetto recipiente: quest’altezza è fatta dipendere inversamente dal rapporto fra la «grossezza» del bocchello medesimo (canna) e quella del barilotto, perciò non è riferita a tutta la superficie interna di quest’ultimo, né alla quota parte sua su cui insiste il peso gravante.
Ciononostante Leonardo poté giungere a risultati qualitativamente giusti, tant’è vero che nel caso di tali barilotti cilindrici di vario diametro, caricati sulla base superiore da un peso eguale per tutti (1000 libbre) egli notò che il getto dell’acqua uscente dal barilotto stretto, m, sale più alto che quello largo, n. Noi diciamo: ciò avviene perché la superficie della base superiore di m, dove poggia il carico di 1000 libbre, è 1/10 di quella corrispondente di n, e dunque la pressione, azione del peso per ogni unità di superficie, vi è 10 volte maggiore. Leonardo invece ragionava così: a parità di orifizio del bocchello, poiché nel caso m questo è solo 1/1000, nel caso n all’incontro 1/100 del diametro del corrispondente barilotto; cioè 10 volte di meno. In questo caso particolare i due ragionamenti si equivalgono: infatti il getto del bocchello sale nel secondo caso a un decimo dell’altezza del primo. Naturalmente Leonardo non teneva conto dell’intervento del coefficiente d’efflusso, sebbene si accorgesse che lo zampillo non raggiungeva mai il livello del serbatoio da cui era spillato; lo si vede in uno degli schemi del Madrid I. Egualmente giuste furono le esperienze condotte con barilotti a pareti deformabili, sempre dello stesso tipo, per la determinazione di pesi specifici di solidi con vari liquidi a confronto nel barilotto di misura. In questa situazione, per spiegare il gioco delle pressioni Leonardo immagina il cilindro del peso diviso in tanti cilindri elementari, sotto ognuno dei quali viene a trovarsi un cilindro liquido di eguale diametro. Mentre per tutti gli altri cilindri la reazione del fondo si contrappone alla pressione esercitata dal peso, quel cilindro che corrisponde alla cannula che si apre sul fondo e si volge in alto ad U non trova contrasto nel fondo e pertanto vede innalzarsi, nel ramo esterno al barilotto, il liquido di tanto al di sopra del livello nel barilotto quanto è il rapporto dei pesi specifici fra quello del peso che grava sul barilotto e quello del liquido nel suo interno e che gli fa equilibrio.

Studi di Leonardo sui liquidi. I recipienti disegnati ricordano per foggia quelli di Erone (Codice Atlantico)

Studi di Leonardo sui liquidi (Codice Atlantico) 

        Il tentativo di Leonardo, il primo ripeto, era quello di organizzare la teoria dell’acqua immobile per poi passare, come fece, all’acqua in movimento. Il problema era evidente per Leonardo che doveva studiare proprio l’acqua fluente, i colpi che essa dava alle rive, le percosse a pale o ad eventuali sbarramenti, le sue variazioni di pressione che se da un lato possono creare danni enormi, dall’altro, possono fornire potenzia. Nel Manoscritto di Madrid I vengono posti, ancora per una comprensione teorica, alcuni quesiti accompagnati da un disegno che descrive molto bene la situazione (disegno ripetuto poi in altri Codici).

Qui si dimanda quale di queste quattro cadute d’acqua è di maggiore percussione e potenzia per voltare una rota: o la caduta a o b, c o d. E’ pare a me, che ancora non l’ho sperimentate, eh ‘elle debbono essere d’equale potenzia, imperò che io considero che se la caduta a discende di grande altezza, ella non ha dirieto a sé chi la cacci, come ha d, il quale ha sopra di sé tutta l’altezza dell’acqua che la sospigne. Ora se la caduta d è di gran percussione, ella non ha il peso che ha la caduta a. E così si seguita in b c, in modo che dove manca la forza della percussione, quivi sopperisce il peso della caduta dell’acqua (Codice Madrid I).

Scrive Zammattio:

Anche se i getti fuoriescono dal contenitore sottoposti a condizioni diverse, con velocità d’uscita iniziali che aumentano man mano che si abbassa il livello d’efflusso, Leonardo conclude che la «potenzia» resta eguale per tutti gli zampilli, benché i singoli getti comincino la propria caduta in condizioni differenti, con moti iniziali progressivamente crescenti verso il basso, perché: «dove manca la forza della percussione quivi sopperisce il peso» e cioè: ogni particella d’acqua, mentre cade liberamente, obbedisce soltanto al proprio peso e non risente altra azione se non quella che proviene da quest’ultimo, la cui spinta determina unicamente i suoi spostamenti. Ciò facendo, essa acquista un “impeto”, che si esplica nella «percussione» trovando un ostacolo; finché essa era nel recipiente invece essa risentiva, oltre che il proprio peso, anche il peso di tutte le altre particelle che le stavano sopra. Rovesciando questo modo di vedere, cioè prendendo in considerazione strati sempre più bassi, fino al fondo, si riconosce che questo peso è tutto quello che può determinare la «potenzia» della particella che sta per sfuggire dal foro aperto in parete. Quando però la particella giunge cadendo al medesimo livello di questo fondo partendo da altezze superiori, la «potenzia» sua deve constare: a) del peso della colonna d’acqua che gravava su di lei in partenza e b) della percussione derivante dalla velocità acquistata nella caduta. La prima parte (a) si manifesta in una spinta alla particella nell’atto di uscire dalla parete: così quanto aumenta la parte spettante all’una, tanto diminuisce la parte spettante all’altra. Al pelo libero superiore la parte peso si annulla e la «percussione» deriva tutta dalla caduta libera; il contrario avviene al fondo. Di conseguenza la «potenzia» per tutti i casi resta eguale.
Leonardo non ha, né poteva avere, la nostra precisione nella terminologia e nella definizione dei concetti. In particolare la nozione di “energia” doveva attendere oltre tre secoli e mezzo per essere definita con tanta chiarezza da diventare un concetto fondamentale nella moderna comprensione della struttura del mondo fisico: ma la conclusione cui Leonardo giunse è della massima importanza, perché essa costituisce il teorema fondamentale dell’idrodinamica. Si tratta dei primi due termini che costituiscono la parte essenziale della legge enunciata da Daniel Bernouilli nel 1738: basta sostituire alle parole «potenzia» ciò che noi oggi chiamiamo “energia”, a «peso» la sua parte potenziale ed a «percussione» la sua parte cinetica, quella che Leibnitz chiamò impropriamente «forza viva».
La grande importanza della conclusione cui in tal modo Leonardo pervenne si evidenzia maggiormente se pensiamo che il riconoscere «dove manca la forza della percussione, quivi sopperisce il peso», non è cosa che sia evidente di per sé. Affinché essa sia vera, occorre presupporre che, all’atto dell’inizio della caduta libera, la velocità iniziale di ognuno dei getti sia pari a quella raggiunta allo stesso livello dagli altri getti spillati più in alto, sicché tutti procedano in parità di condizioni. Ma questo implica che sia valida la legge delle velocità di caduta, legge dedotta dalle esperienze di Galilei ed enunciata discorsivamente da Torricelli nel 1642. Naturalmente tutto quanto detto sin qui è legittimo solo e fintanto che le portate degli spillamenti siano eguali fra di loro. Leonardo non lo dichiara espressamente, ma nel fondo del suo pensiero questa premessa deve esserci stata perché è ovvio che si possono fare confronti solo fra quantità d’acqua che fluiscono eguali nel tempo; non si può mettere a confronto in termini di equivalenza la «potenzia» di un filo d’acqua con un fiume. Poiché gli orifizi appaiono sul disegno tutti di eguale altezza, bisogna che la loro larghezza vari i inversamente rispetto alle radici quadrate delle distanze verticali dal pelo libero superiore, in relazione con la suaccennata legge di Torricelli. Ma allora non si conosceva ancora la legge di caduta dei gravi, di cui la torricel1iana è una conseguenza. Che però Leonardo, per provare quanto aveva intuito, avesse necessità di precisare in quale modo definire le portate, e che questo pensiero, proprio in riferimento al caso di cui parliamo, egli lo rimuginasse dentro, sembrerebbe provato dal fatto che più tardi, quando si propose di enunciare un metodo per misurare le «once d’acqua» di irrigazione, durante il suo secondo soggiorno lombardo, forse per incarico del governatore francese, sì da risolvere una buona volta il problema delle misure delle quantità d’acqua erogate dalle bocche d’efflusso, egli ritornò, nei manoscritti F e I, mentalmente, al medesimo schema, disegnandolo anche all’istessa maniera, annotandovi a fianco «quantità della vera oncia d’acqua». Leonardo non poteva pensare a una legge che dipendesse da una radice quadrata qual è appunto la legge di Torricelli, né v’era alcunché nel bagaglio delle sue conoscenze che potesse indurlo a immaginare una cosa di tal genere: perciò egli ammise una legge di semplice proporzionalità fra velocità di efflusso e battente idraulico premente sul foro d’uscita.

        Un’analoga figura a quella ora vista, la troviamo nel Codice Atlantico ma qui le didascalie spiegano che il fine è il calcolo delle once d’acqua che vengono distribuite e si devono pagare.


        Leonardo fa differenti considerazioni studiando il crescere della pressione dell’acqua col crescere della sua altezza nel recipiente e il relativo aumento della portata di efflusso da una bocca a battente. Il moto delle particelle dell’acqua nel vaso è evidenziato dalla presenza di semi. Le seguenti tre frasi sono le didascalie alle tre precedenti figure:

Delli spiraculi [fori, ndr] d’equal figura e di larghezza varia e di centri d’equal bassezza, que’ gitterà più distante le sue acque, che sarà di maggiore figura. Ma la distanzia de’ centri della lor percussione fia in tutte d’equal remozione dal suo spiraculo.

Lo spiraculo nm ha il suo centro a tanto distante dalla superficie dell’ acqua b, quanto lo spiraculo op; ma li termini inferiori dell’uno e dell’altro sono vari, imperò che ‘l termine di sotto del maggiore spiraculo è più distante dalla superfizie che quel dello spiraculo maggiore, e però è più aggravato dall’acqua che lo prieme che none il minore spiraculo; e per questo è più potente e per conseguenza spigne più lontano la parte inferiore della sua acqua che quella ch’è spinta dallo spiraculo minore.

Sempre de l’acqua che del suo bottino versa infra l’aria, la sua parte superiore obbedisce alla parte inferiore. E questo accade per la passata [precedente dimostrazione, ndr] che mostra come la parte superiore è vinta o transportata dalla inferiore, – che per essere premuta dalla superiore, si fa più potente che essa superiore, la quale non ha chi la prema.

In riferimento alla prima delle seguenti figure che nel Codice seguono immediatamente le precedenti

scriverà come didascalia:

Se doppia altezza data sopra al sostegno dell’ acqua dà doppia acqua o più o meno. – Dà più. E provasi pel carico che l’acqua di sotto riceve da quella ch’essa cresce di sopra, perché la prima data grossezza era una oncia premuta dal peso d’un’altra oncia e, aggiunto di sopra un’altra oncia, la prima predetta oncia di sotto ha raddoppiato il peso che prima la premea, e per conseguenza ha raddoppiato il moto in velocità e in quantità di spazio e in abbondanzia d’acqua.

Le successive figure richiedono un minimo di spiegazione. L’intenzione era di confrontare la quantità d’acqua che fuoriesce da un foro in orizzontale, come fin’ora visto, con quella che viene fuori da un foro sul fondo di un recipiente. Leonardo si era costruito un apparecchio per poter osservare il moto dell’acqua per gravità attraverso una fenditura. Era fatto in modo semplice da due lastre di vetro piatte avvicinate. Per vedere i dettagli egli utilizzava e consigliava a chi volesse ripetere l’esperienza di utilizzare dei piccoli semi messi in acqua. Da questa esperienza scoprì che i semi non cadevano lungo un cammino parallelo all’asse del foro di uscita ma si muovevano anche lateralmente originando un flusso uscente che si divarica rispetto al diametro del foro. Le didascalie di Leonardo erano le seguenti:

Per vedere quale acqua del vaso è quella che si muove all’uscita del fondo d’esso vaso, piglierai due piastre di vetro quadre d’un quarto di braccio, e falle vicine l’una all’ altra 2 coste di coltello con uniforme spazio, e salda li stremi da 3 lati colla cera. Poi pel quarto lato l’empi d’acqua chiara nella quale sia sparso piccole semenze le quali sien notanti per tutta l’altezza di tale acqua. Di poi farai un piccolo buso nel fondo e dà l’uscita a tale acqua e tieni l’occhio fermo nella faccia del vase e ‘l moto delle dette simenze ti darà notizia quale è quell’acqua che con più velocità corre all’uscita e di qual sito si move.

Il risultato che trae dal confronto è chiaro:

Se sarà dato sopra li 3 gradi uno altro grado d’acqua, il grado inferiore acquista potenzia sexquialtera [nel rapporto 3:2, ndr], perché prima era premuto da 2 gradi di peso e poi è premuto da 3, ch’è cresciuto uno sopra 2. – Adunque è necessario crescere li bocchelli per fronte e non per altezza o profondità.

Segue allora una domanda:

Dimandasi d’una data quantità d’acqua con data figura, quanta è quella che s’appoggia nella pariete e quanto è quella che fa forza sul fondo.

Sul retro di questa pagina, nel Codice Atlantico, vi sono altre considerazioni di carattere generale dove affiora un atteggiamento polemico verso le autorità che concedono l’erogazione dell’ acqua a favore di persone non nominate ma a danno «del terzo»   Leonardo si rivolgeva direttamente alle autorità milanesi che colle loro errate disposizioni avevano danneggiato gli utenti dell’ acqua del Naviglio e probabilmente lo stesso Leonardo che dal re di Francia aveva avuto in dono l’uso di dodici once d’acqua. Tale donazione doveva avere effetto solo dopo che le suddette autorità avessero stabilito la «moderazione» dei bocchelli, che da questa pagina risulta ormai avvenuta.

Quesito. Domandasi se 1’acqua che esce del bottino infra l’aria, si tira dirieto tanto più acqua d’esso bottino quanto essa caduta è di maggiore lunghezza.
E se tale acqua che esce del bottino, è più potente a cadere per una canna che s’ella liberamente cadessi infra l’aria.
Dirà l’avversario: una data quantità di grossezza d’acqua sarà più veloce, quanto essa ha minore contatto co’ labri della bocca donde essa si versa.

Se un sostegno dà sopra di sé il transito a una data quantità d’acqua di 2 once di grossezza, e vi si aggiunga una terza oncia, allora l’oncia di sotto raddoppia la potenzia, la velocità e la quantità della prima sua acqua. Provasi per la passata, che mostra come dell’acque correnti sopra de’ fondi de’ fiumi d’uniforme obbliquità tale essere le proporzioni de la velocità del moto qual è quella delle loro altezze. Adunque se la prima oncia detta di sopra fia premuta da un’ altra oncia e poi da 2 oncie, sanza dubbio la potenzia che prieme è duplicata e per conseguenza, com’è detto, la velocità e la quantità è raddoppiata.
Se sarà diminuito la metà del battente sopra le bocche dell’ acqua, allora l’abbondanzia di tale bocca diminuisce in tal proporzione, qual è la proporzione del peso di sopra diminuito. Verbigrazia, se la bocca era un’ oncia e ‘l battente 2 e io alzo tal bocca in modo che ‘l battente resti una oncia, sanza dubbio il peso che premeva la detta oncia sopra la sua bocca è diminuito la metà, e per questo seguita tale oncia diiminuire la metà della sua acqua; onde quell’ acqua che prima si versava in una ora, essa si versa in 2.
E se tale bocca fussi 2 once e ‘l battente 2 e tu alzassi la bocca un’ oncia, allora tu diminuisci la metà della potentia a esso battente; onde non è diminuito la metà dell’abbondanzia a esso bocchello, ma il quarto. E questo accade perché alla penultima è detto diminuire la metà del battente, ch’ era duplo all’oncia da esso premuta, onde restò il battente equale all’oncia, e in questa seconda il battente resta la metà dell’acqua premuta.

In definitiva risulta evidente la valutazione errata del consumo d’acqua che viene fatta da coloro che sono addetti alla vendita di essa:

Qui non s’ha a disputare s’ell’è danno della Carnera [erario, ndr], perché chi dona fa il dono così condizionato, ma s’ha a dimostrare come e’ sia danno del terzo, il quale, se danno è, voi l’avete fatto, voi colle vostre moderazioni, facendosi prima restituire l’acqua che loro toglievano, la quale in ogni 12 once porta 3 once solamente nello alzare, e tanto più quanto è la moderazione.
Le bocche si dovean cominciare a moderar di sopra inver l’avvenimento del Navilio e non di sotto, perché l’acqua che abbondava di sotto [a monte e non a valle, ndr], ch’era recuperata tutta, si riducea di sotto [il sotto e sopra è qui riferito ai bordi d’uscita delle bocche, ndr] e s’alzava molto più sopra esse bocche di sotto.

        Leonardo trovò la soluzione a queste ingiustizie distributive, anche se non sappiamo che uso ne sia stato fatto, se mai se ne fece. Le figure seguenti tratte dal Codice Arundel mostrano le soluzioni che offrì Leonardo:


Si trattava di un misuratore costituito da una ruota a palette che aveva un contrappeso avvolto al suo asse. Lo strumento era in grado di misurare la portata di acqua attraverso le sezioni di efflusso e le velocità di transito. I flussi di fluido erano accelerati attraverso bocche coniche. E’ il primo strumento oggettivo mai costruito.

        Altri studi fece Leonardo che videro anche l’applicazione della vite di Archimede o coclea. I problemi da risolvere erano sempre i soliti e relativi al sollevamento dell’acqua a quote sempre maggiori. Riporto di seguito due figure in proposito tratte dal Codice Atlantico:

Macchine per sollevare acqua. Da notare l’uso della coclea.

        Molti altri furono gli studi di Leonardo di idrodinamica. Egli studiò a fondo il modo ondoso, le erosioni dei colpi che l’acqua dei fiumi dà sulle rive, le piene che inondano, … Tra l’altro, anche qui, gli nasceva perché la sua casa nella vigna che gli aveva donato Ludovico il Moro era proprio sul greto del fiume ed aveva un qualche timore di perderla. Sulle onde, sul loro formarsi, sui vortici che si creano in acque apparentemente calme, sul trasporto di detriti, sul rimescolamento delle acque, su tutto questo dedicò molte pagine e molti studi.

Studi sulle onde (Manoscritto A, Institut de France)

Studi sulle onde (Manoscritto C, Institut de France)

        Sul finire del 1504, durante un suo soggiorno a Piombino per studiare fortificazioni, si soffermò ad osservare il mare scrivendo:

L’onda del mare non leva nulla dalli sua liti. Tutte le cose che infra mare son lasciate libere, il mare le gitta alli sua liti. La supefizie dell’acqua riserva alquanto l’impression delle sue onde.

E prosegue con la descrizione di onde che, arrivate sulla spiaggia, tornano indietro sotto forma di altre onde illustrando ciò con un disegno che anticipa in parte il Principio di Huygens (ogni punto colpito da un’onda origina una nuova onda e l’inviluppo di esse forma un’onda unica):

Codice di Madrid II

        Abbiamo poi un brano che esprime questi concetti legati a quelli di interferenza tra onde in modo chiaro:

se getterai in un medesimo tempo due piccole pietre alquanto distanti l’una dall’altra sopra un pelago d’acqua senza moto, tu vedrai causare intorno alle dette due pietre due sparate quantità di circoli, le quali quantità accrescendo, vengono a scontrasi insieme;(…) E la ragione è, che (…) l’acqua non si parte dal suo sito; perché l’aperture fatte dalle pietre subito si richiusero, e quel moto fatto dal subito aprire e serrare dell’acqua fa in lei certo riscotimento, che si può più tosto dimandare tremore che movimento. E che quello che io dico ti si facci più manifesto, poni mente a quelle festuche, che per loro leggierezza stanno sopra l’acqua, e vederai, che per l’onda  fatta sotto loro per l’accrescimento dei circoli, non si partono però dal loro sito. Essendo adunque questo tale risentimento d’acqua piuttosto tremore che movimento, non si possono, per incontrarsi, rompere l’un l’altro, perché, avendo l’acqua tutte le sue parti d’una medesima qualità, è necessario che le parti attacchino esso tremore l’un l’altra, senza mutarsi dal loro luogo, perché, stando l’acqua nel suo sito, facilmente può pigliare esso tremore dalle parti vicine, e porgerle all’altre vicine, sempre diminuendo sua potenza insino alla fine (Manoscritto A, Institut de France)

        Non vi è il linguaggio appropriato e non vi poteva essere ma leggendo con attenzione si scopre che Leonardo parlava di onde trasversali. Il concetto è ribadito nel Codice Atlantico dove si dice:

L’onda fuggi e il loco della sua creazione e l’acqua non si move di sito, a similitudine dell’onde fatte di maggio nelle biade dal corso de’ venti, che si vede correre l’onde per la campagna e le biade che non si mutano di loro sito.

L’onda mai è sola, ma è mista di tant’altre onde quante son le inegualità che ha l’obbietto, dove tal onda si genera.

        Ho già detto che Leonardo vedeva grandi analogie tra comportamento dell’acqua e dell’aria e ne vedrà altre quando si occupò dei fenomeni luminosi.

CENNI DI PROSPETTIVA, LUCE E VISIONE

        Evidentemente Leonardo, che poneva la pittura come la prima delle arti, doveva avere enormi interessi nello studio della luce e dei colori. La prospettiva, la luce, le ombre, i colori, la visione … erano argomenti principe che Leonardo trattò da scienziato fino ad arrivare a problemi anatomici e fisiologici, come la trattazione della struttura dell’occhio.

Subito che l’aria fia illuminata s’empierà d’infinite spezie, le quali son causate da vari corpi e colori, che in fra essa sono collocati, delle quali spezie l’occhio si fa berzaglio e calamita (Manoscritto A dell’Institut de France)

La luce è comprensiva di ogni sensazione, addirittura oltre a quella del calore anche quella dell’odore, come scriveva Leonardo nel medesimo Manoscritto A:

Si trova nel sole, il quale manda fori di sé di 2 ragioni spezie: la prima luminosa, l’altra del calore. (…) Che l’aria si attragga a sé come calamita tutte le similitudine delle cose che la circundano, né che le forme de’ corpi ma ancora le nature, chiaramente si vede nel sole, il quale è corpo caldo e luminoso. Tutta l’aria che li è per obietto, tutta per tutto s’incorpora di lume e di calore e tutta riceve in sé la forma della cagione del calore e splendore e in ogni minima parte fa il simile. La tramontana dimostra per la calamita fare questo medesimo e luna e altri pianeti senza diminuzione da sé fa il simile. Infra le cose terrestre è fatto il simile dal moscato e altri odori.  

Scrive in proposito Laurenza:

L’irruzione della luce nell’oscurità innesca un’esplosione: da ogni oggetto parte una specie visiva che si propaga nell’aria e colpisce l’occhio, Nell’ottica medievale la specie o similitudine di un oggetto è l’immagine di questo, concepita come una sua emanazione, simile a un’onda di calore che emessa da un fuoco raggiunge il nostro corpo attraversando l’aria, È una realtà sensibile priva di materia, un’entità semispirituale, impalpabile ma con una sua realtà fisica, perché capace di agire sull’occhio.
Il tragitto percorso dalla specie per passare dall’oggetto all’occhio non avviene in modo casuale, ma secondo una progressione regolare, A mano a mano che la specie visiva dell’oggetto si avvicina all’occhio la sua dimensione diminuisce, fino a diventare un punto nel momento in cui raggiunge la pupilla Questa diminuzione progressiva e terminante in un punto (la pupilla) corrisponde in termini geometrici a una piramide, con la base nell’oggetto e l’apice nell’occhio dell’osservatore. Gli autori medievali che si erano occupati di ottica avevano dato grande rilievo al fatto che, una volta giunta nell’occhio questa piramide va incontro a fenomeni di inversione ottica o rifrazione; sicché essa non ha nell’occhio un vero punto-vertice. Al contrario sono gli artisti, ad esempio l’Alberti, che accentuano la regolarità matematica a scapito della realtà ottico-anatomica e ipotizzano che il percorso decrescente dell’immagine finisca in un punto, la pupilla oculare, vertice della piramide visiva.
Leonardo in questo primo approccio al problema accoglie la piramide visiva albertiana e la verifica utilizzando, tra l’altro, un piano d vetro che la intercetti perpendicolarmente. Su di esso è possibile segnare, in tutti i punti successivi tra oggetto e occhio, la dimensione che l’immagine dell’oggetto (specie) assume nei confronti dell’occhio.

Manoscritto A dell’Institut de France

Prospettiva non è altro che vedere uno sito dirieto a uno vetro piano e ben trasparente, su fa superfizie del quale sia segnato tutte le cose che sono da esso vetro in dirieto, le quali si possano condurre per piramidi al punto dell’occhio, e esse piramide si tagliano su detto vetro.

Più il piano trasparente viene avvicinato all’occhio più l’immagine dell’oggetto diminuisce.
La specie è una realtà fisica. Il modo piramidale della sua propagazione è invece suscettibile di analisi matematica. È proprio a questo punto che entrano in gioco leggi geometriche e proporzionali. La piramide ha per lati dei triangoli, che Alberti definisce «triangoli visivi». La diminuzione dell’immagine con il diminuire della distanza tra immagine e occhio può essere espressa attraverso la già nota legge euclidea di proporzionalità tra i lati di triangoli simili. Tagliando i lati di un primo triangolo parallelamente alla base si ottengono triangoli più piccoli ma simili, cioè con i lati proporzionali. Questo è proprio ciò che fa la l’immagine lungo la piramide visiva: una serie di tagli o intersezioni parallele all’oggetto. Il loro rapporto dimensionale rispetto all’oggetto sarà dunque esattamente definibile in modo proporzionale.

Schema illustrante l’applicazione di leggi proporzionali alla piramide visiva. Il triangolo visivo ABC è uno dei quattro lati della piramide visiva (C: occhio; AB: oggetto). DE rappresenta l’immagine- similitudine dell’oggetto AB in quel punto. DE, tagliando il triangolo ABC parallelamente alla base di quest’ultimo, forma un triangolo DEC simile o proporzionale al primo. Lo stesso vale per altre intersezioni, che daranno sempre origine a triangoli proporzionali. Ne consegue che la visione segue leggi proporzionali. 

Sono questi, attraverso gli appunti presi da Leonardo, alcuni degli argomenti studiati dai sectantes philosophos, gli scrittori medievali di ottica con le importanti modifiche aggiunte dall’ Alberti. Oltre che modificare queste teorie ottiche, gli artisti del Quattrocento le hanno anche applicate alla rappresentazione prospettica dello spazio. Come Leonardo mostra in un disegno del Manoscritto A,

è come se la piramide visiva descritta fin’ora si duplicasse in una seconda piramide avente la base coincidente con la prima; questa base altro non è se non il piano del dipinto. La seconda piramide ha il suo vertice in un punto («punto di fuga» o «della diminuzione» come lo chiama Leonardo), situato nel dipinto allo stesso livello dell’occhio. La proiezione sul dipinto di questa piramide impone allo spazio rappresentato quelle stesse leggi proporzionali di diminuzione delle immagini valide nella piramide della visione oculare. Ogni oggetto rappresentato avrà una dimensione esattamente derivante dalla sua distanza dall’occhio dello spettatore. Le modalità di costruzione di un simile spazio prospettico, illustrate da Leonardo in un altro studio del Manoscritto A,

sono quelle stabilite dall’ Alberti nel De pictura. Come si vede una parte della superficie dipinta è occupata da una griglia, una sorta di illusionistico pavimento a scacchiera visto di scorcio. Essa serve a stabilire con esattezza, come in una specie di sistema di assi cartesiani, la posizione (distanza dall’occhio) e la relativa dimensione di un oggetto rappresentato.
Essendo Leonardo ostinatamente deciso a studiare e rappresentare il reale secondo la «somma certezza» delle scienze matematiche, le leggi proporzionali della visione oculare e la loro applicazione alla prospettiva pittorica non potevano non affascinarlo. Ma la visione non è fatta solo di rapporti quantitativi. Accanto a forma e dimensione degli oggetti, esistono altri più duttili elementi, assai meno «misurabili»: colore, ombra, luminosità. […]

Dopo aver preso in considerazione come la «qualità dell’aria», cioè la sua maggiore o minore umidità per specie, influenza la propagazione delle specie o immagini degli oggetti, passa a un altro tipo di alterazione «fisica», quella dovuta alla struttura anatomica dell’occhio. Sviluppando premesse contenute negli autori medievali di ottica, che in un primo momento aveva sottovalutato, Leonardo osserva una serie di discrepanze tra il meccanismo della visione ipotizzato dalla prospettiva lineare e centrale degli artisti, e la visione reale degli oggetti. I raggi visivi che recano le similitudini o immagini degli oggetti quando entrano nell’occhio vanno incontro a variazione del loro angolo di incidenza e a una duplice rifrazione. Ne consegue che la visione «piramidale» ipotizzata dagli artisti non corrisponde alla realtà. La «piramide visiva» implicava infatti che tutti i raggi visivi confluissero in un  punto unico e centrale dell’occhio. Ma la situazione era ben diversa. L’immagine di un oggetto non confluisce in un sol punto ma su di una superficie: «la virtù visiva è sparsa per tutta la popilla dell’occhio» (Manoscritto F dell’Institut de France). Qundi la «piramide prospettica» (base nella cornice del quadro, vertice nel punto di fuga verso il quale convergono le linee della rappresentazione pittorica) era stata costruita dagli artisti in base a una «piramide visiva» (base nell’oggetto visto, vertice nell’occhio) che, di fatto, non esiste. Anche la prospettiva perde il suo «centro visivo: «La virtù visiva non è in un punto come vogliono e perspectivi pittori» (Manoscritto D dell’Institut de France).

        E per la parte fisica dei problemi posti dalla luce, quali sono i contributi di Leonardo ? La luce, fornitaci da quell’astro meraviglioso che è il Sole, è il contrario dell’oscurità, come già accennato, mentre l’ombra è la situazione intermedia (la lauda al sole si ripete spesso in Leonardo: il moto delli elementi nasce dal Sole; il lume e il caldo dell’universo è generato dal Sole; […] i pianeti pure hanno lume dal Sole). Il suo studio della luce partì da problemi di prospettiva che più si legavano con quella parte di matematica che più gradiva, la geometria. Strettamente connesso a questo vi era il problema della visione dipendente dall’organo fisiologicamente preposto, l’occhio (l’occhio, che si dice finestra dell’anima, è la principale via donde il comune senso può più copiosamente e magnificamente considerare le infinite opere della natura). Leonardo intravide la funzione della lente del cristallino con osservazioni della pupilla, del suo restringersi e dilatarsi al variare dell’intensità luminosa. Scriveva Leonardo: Io truovo per isperienzia che il nero o quasi nero, colore crespo ovver rasposo, che apparisce intorno alla pupilla, non servire a altro ofizio che accrescere o descrecere la grandezza de essa pupilla; crescere, quando l’occhio guarda in loco scuro, discrescere, a guardare il lume o cosa luminosa. E la sperienzia farai a tenere un lume apresso a un occhio e farlo quando guardare nelle tenebre, e quando volgere la luce [la pupilla, ndr] a esso lume e sarai sodisfatto da essa sperienzia (Codice Atlantico).

Studi sulla pupilla  (Manoscritto D dell’Institut de France)

Egli spiegò poi, per primo, il fenomeno della visione stereoscopica e della cosa, 300 anni dopo gliene darà atto Wheatstone, noto come inventore della stereoscopia.

La visione stereoscopica (Manoscritto D dell’Institut de France)

Studiò la visione binoculare, la permanenza delle immagini sopra la retina (studiata da Alhazen) e le illusioni ottiche (ad esempio quelle che accompagnano la visione di corpi luminosi su di un fondo nero o quella di corpi neri su fondo illuminato, studiate da Euclide). Scoprì il principio fondamentale della fotometria. Si entusiasmò di fronte alla camera oscura (già nota fin dal secolo IX agli arabi) scrivendo: O magica visione quale ingegno potrà penetrare tale natura? Qual lingua fia quella che, displicare possa tal meraviglia? Questo drizza l’umano discorso alla contemplazione divina. E subito immaginò che l’occhio fosse come una camera oscura.

Come Leonardo disegna un occhio. Il cristallino è immaginato come una grande sfera situata nel centro dell’occhio (Codice Atlantico). Leonardo aveva fatto un’esperienza con una sfera di vetro riempita d’acqua ed in proposito raccontava: se torrai una mezza palla di vetro e metteravvi dentro il volto e stopperella bene alla congiunzione del viso e empierella di sottile acqua, vederai tutte le cose che son vedute dalla superficie d’essa palla, in modo quasi ti vederai dirieto alle spalli. Leonardo assegnava erroneamente al cristallino la funzione di capovolgere le specie: La spera vitrea [cioè il cristallino] è messa nel mezzo dell’occhio per dirizare le spezie che si intersecano dentro allo spiracolo della papilla, acciò la destra ritorni destra e la sinistra ritorni sinistra, nella intersecazione seconda che si fa nel centro d’essa spera vitrea (Manoscritto D dell’Institut de France).

Il meccanismo della visione per Leonardo (Manoscritto D dell’Institut de France)

Studi per un modello di occhio (Manoscritto D dell’Institut de France)

        Con continuità rispetto agli arabi (ad esempio Al-Kindi nel De aspectibus) ed ai filosofi del Medioevo (come ad esempio Ruggero Bacone e Witelo), Leonardo immaginava che la sorgente luminosa emettesse delle specie le quali sono attratte dagli occhi allo stesso modo che una calamita attrae pezzi di ferro: Subito che l’aria fia alluminata s’empierà d’infinite spetie le quali son causate da vari corpi e colori che infra essa sono collocati, delle quali spetie l’occhio si fa bersaglio e calamita (dai corpi luminosi  doveva partire un non meglio definito lumen, capace di illuminare i corpi e a farne emettere delle spetie impalpabili (le specie) dotate della forma e dei colori dei corpi illuminati). La sperienza, che mostra li obbietti mandino le loro spezie ovver similitudini intersegate dentro all’ochio nello omore albugino, si dimostra quando per alcuno picolo spiraculo rotondo penetreranno le spezie delli obbietti alluminati in abitazione forte oscura. Allora tu riceverai tale spezie in una carta bianca posta dentro a tale abitazione alquanto vicina a esso spiraculo. E vedrai tutti li predetti obbietti in essa carta colle lor proprie figure e colori; ma saran minori e fieno sottosopra, per causa della detta intersegazione (Manoscritto D dell’Institut de France)

Osservò riflessioni su superfici piane e concave e rifrazioni attraverso mezzi differenti. Studio le lenti e l’arcobaleno. Indicò delle norme per correggere la miopia e la presbiopia con gli occhiali ordinari (già in uso fin dalla fine del XIII secolo).

        Vi è poco da dire ancora perché i contributi di Leonardo all’ottica furono molto pochi e vi fu poca originalità su questioni che erano sfuggenti come la luce in un’epoca in cui un groviglio di teorie complicatissime da districarsi dominavano. Vediamo invece alcuni suoi disegni sulle questioni in oggetto tratti dal Codice Atlantico (salvo indicazione contraria).

Comportamento di raggi luminosi che attraversano corpi trasparenti. Nelle figure sono rappresentate: le immagini [i simulacri e/o le spetie] che un oggetto invia all’occhio attraverso l’aria e l’acqua. Raggi luminosi che attraversano un mezzo trasparente.

Corpo luminoso che invia luce su un corpo opaco visto attraverso una camera oscura. Leonardo qui vuole dire che mentre l’ombra semplice non riesce a penetrare nel foro della camera oscura, ci riesce la sua immagine.

Viene illustrata la riflessione dei raggi luminosi su specchi concavi.. Viene trattata la differenza tra la propagazione dei raggi nell’aria  e quella degli stessi costretti ad attraversare un forellino. Sembra si avverta il fenomeno della diffrazione. Il cerchio rappresenta sempre la sorgente luminosa.

Raggi incidenti e riflessi da uno specchio concavo

Comportamento dei raggi del Sole che penetrano in una casa attraverso una stretta apertura. Sciveva Leonardo: Il razzo solare che penetra dentro alli spiraculi delle case, in ogni grado della sua lunghezza muta qualità e quantità.

Visione binoculare attraverso una stretta apertura al di là della quale ogni occhio vede una parte dell’oggetto invisibile dall’altro,, di modo che, per quella parte, la parete è insieme aperta e chiusa.

Dopo una definizione di punto come entità indivisibile attraverso la quale passano e si concentrano simultaneamente infiniti raggi luminosi, Leonardo studia la piramide primitiva e derivativa formate dagli stessi raggi passanti per il foro (spiraculo) o per lo specchio concavo. Scriveva Leonardo: Punto per sé è parte indivisibile, essendo seperato e simile a tutti e capace di tutti, e tutti l’indivisibili simili all’uno e atti a capere tutti in quello. Come per isperienza appare ne’ punti delli angoli delli spiraculi, ne’ quali – i razzi solari passati per quegli – essi angoli si fanno termine e punta de la primitiva e dirivativa piramide. La qual dirivativa, benché sia di minore efficacia, niente di meno essa è atta a lungo andare a ampliarsi e dilatarsi col concorso de’ sua razzi, molto più che la primitiva. E questa medesima sperienzia vederai negli specchi cavi, i quali presi i razzi solari secondo sua capacità, e quali piramidalmente si conducano alla indivisibil parte del punto, il quale, benché sia minima parte del sole ovvero salar razzi che alluminano e scaldan tutta la superfìzial parte dello specchio, non di meno in esso punto si conduce tutta la somma e potenzia sÌ di calore come di splendore, del quale tutta la superfìzial parte dello specchio si fa capace!). La piramide dirivativa in nella parità della quantità è simile in tutte sue potenzie alla primitiva, e, passato essa parità, si fa tanto più debole, quanto per grandezza supera la quantità della primitiva.

Altri studi di riflessione su superfici piane o concave.

Altri studi sulla camera oscura.

Analogie tra il comportamento dei raggi luminosi, l’eco, la propagazione degli odori, l’attrazione di una calamita e la ripercussione del colpo.

Studi dei bordi delle ombre (Manoscritto C, Institut de France)

Studi di riflessione della luce (Manoscritto C, Institut de France)

Studi di ombre (Manoscritto C, Institut de France)

L’ASTRONOMIA DI LEONARDO

        Le incursioni di Leonardo in astronomia furono poche ed influenzate dai lavori di Nicola di Cusa. Leonardo ebbe intuizioni molto importanti e sempre con il rifiuto di una qualunque autorità: se i suoi occhi, la sua esperienza gli consigliavano una strada da percorrere egli lo faceva senza limitazioni.

        La sua laude al sole faceva da sottofondo ad ogni sua elaborazione sul cielo e gli astri. Ed a quanti si ostinavano ad affermare che il Sole per il suo colore non di fuoco non era caldo egli rispondeva contrapponendo l’esperienza di chi è stato in laboratori dove si facevano le fusioni del bronzo: Dicano che ‘l sole non è caldo, perché non è di colore di foco, ma è molto più bianco e più chiaro. E a questi si po’ rispondere che quando il bronzo è liquefatto è più caldo, esso è più simile al color del sole e quand’è men caldo, ha più color del foco.  Ma c’è dell’altro:

Che ‘l sole sia in sé caldo per natura e non per virtù si dimostra manifestamente per lo sprendore del corpo solare, nel qual non si po’ fermare l’occhio umano; e oltre a di questo manifestissimamente lo dimostrano la sua razzi refressi dalli specchi concavi, li quali, quando la loro percussione sarà di tanto splendore che l’occhio nol possa sopportare, allora essa percussione arà splendore simile al sole nel suo propio sito. E che sie vero, prova che se tale specchio ha la sua concavità tal qual si richiede alla generazione di tale razzo, allora nessuna cosa creata reggerà alla caldezza di tale percussione di razzo, refresso d’alcuno specchio; e se tu dirai che lo specchio ancora lui è freddo e gitta i razzi caldi, io ti rispondo che ‘l razzo vien dal sole ed arà, passando per lo specchio, a assomigliarsi alla sua causa, e passi per che mezzo passar si voglia. Il razzo dello specchio concavo, passato attraverso delle finestre delle fornace dove san fonduti i… [? ] non ha gran caldezza né ancora bianchezza (Manoscritto G dell’Institut de France).

I raggi  (razzi) provenienti dal Sole poi hanno alcune proprietà:

Passano li razzi solari per la fredda regione dell’aria e non mutan natura; passan per vetri pieni d’acqua fredda e non mancano di lor natura; e per qualunche loco transparente essi passino, elli è come s’elli penetrassina altrettanta aria (Manoscritto F dell’Institut de France).

Ed è la possente luce del Sole che ci impedisce di vedere le stelle di giorno; inoltre l’ombra che la Terra proietta nel cielo di notte non raggiunge le stelle:

Veggansi le stelle di notte e non di dì per esser noi sotto la grossezza dell’aria, la quale è piena d’infinite particule d’umidità, le quali, ciascuna per sé, quando è percossa dalli razzi del sole, rende splendore; e casi l’innumerevoli splendori occupano esse stelle; e se tale aria non fussi, il celo sempre ci mosterebbe le stelle nelle sua tenebre. […]

Dicano le stelle nella notte parere lucidissime, quanto più ci son superiore; e che s’elle non avessin lume da sé, che l’ombra che fa la terra, che s’interpone infra loro e ‘l sole, le verrebbe a scurare, non vedendo esse né essendo vedute dal corpo solare.
Ma questi non han considerato che l’ombra piramidale della terra non aggiugne infra troppe stelle; e quelle ch’ell’aggiugne, la piramide è tanto diminuita, che poco occupa del corpo delle stella, e ‘l rimanente è alluminato dal sole 
(Manoscritto F dell’Institut de France).

Insomma il Sole è l’anima del mondo, il suo vero motore che dà vita ad ogni essere, tanto da essere più importante degli dei dell’antichità. Quella che segue è la laude che Leonardo gli dedica:

Se guarderai le stelle sanza razzi (come si fa a vederle per un piccolo foro fatto colla stema punta de la sottile acucchia, e quel posto quasi a toccare l’occhio), tu vedrai esse stelle essere tanto minime, che nulla cosa pare essere minore. E veramente la lunga distanzia dà loro ragionevole diminuizione, ancora che molte vi sono, che son moltissime volte maggiore che la stella ch’è la terra coll’acqua.
Ora pensa quel’ che parrebbe essa nostra stella in tanta distanzia, e considera poi quante stelle si metterebbe’ e per longitudine e latitudine infra esse stelle, le quali sono seminate per esso spazio tenebroso. Ma i’ non posso fare ch’io non biasimi molti di quelli antichi, li quali dissono che ‘l sole non avea altra grandezza che quella che mostra: fra’ quali fu Epicuro. E credo che cavassi tale ragione da un lume posto in questa nostra aria, equidistante al centro: chi lo vede, nol vede mai diminuito di grandezza e virtù le riservo nel quarto libro; ma ben mi maraviglio che Socrate biasimassi questo tal corpo e che dicessi quello essere a similitudine di pietra infocata; e certo chi lo poni di tal errore, poco peccò. Ma io vorrei avere vocaboli che mi servissino a biasimare quelli che vòllon laudare più lo adorare li omini che tal sole, non vedendo nell’universo corpo di maggiore magnitudine e virtù di quello. El suo lume allumina tutti li corpi celesti che per l’universo si compartano; tutte l’anime discendan da lui, perché il caldo ch’è inelli animali vien dall’anima, e nessun altro caldo né lume è nell’universo, come mostrerò nel quarto libro; e certo costoro che han voluto adorare omini per iddei, come Giove, Saturno, Marte e simili, han fatto grandissimo errore, vedendo che ancora che l’orno fussi grande quanto il nostro mondo, che parrebbe simile a una minima stella, la qual pare un punto nell’universo; e ancora vedendo essi omini mortali e putridi’ e corruttibili nelle lor sepolture 
(Manoscritto F dell’Institut de France).

L’altro corpo celeste che osserviamo, il più vicino e grande alla Terra è la Luna. Ma di tale astro si può parlare solo avendo spiegato alcuni concetti di ottica perché la Luna è quella che vediamo di notte solo perché riflette i raggi del Sole:

Volendo io trattare della essenzia della luna, è necessario in prima descrivere la prespettiva delli specchi piani, concavi e convessi; e prima che cosa è razzo luminoso e come si piega per varie nature di mezzi; di poi il razzo refresso è più potente, o nell’esser lato dell’incidenza acuta, retta o ottusa, o nelle convessità o piani o concavità, o da corpo denso o trasparente; oltre a di questo, come li razzi solari che percotano l’onde marine si dimostrano all’occhio, in tanta larghezza nell’angol dell’occhio, quanto nell’ultima somma dell’onde all’orizzonte; e per questo non manca che tale splendore solare, refresso’ dall’onde marittime, non sia di figura piramidale, e per conseguenza in ogni grado di distanzia non acquisti gradi di larghezza, ancora che in quanto al nostro vedere si dimostri parallela.
La luna non ha lume da sé
(19), se non quanto ne vede il sole, tanto l’allumina; della qual luminosità, tanto ne vediamo quanto è quella che vede noi.
E la sua notte riceve tanto di splendore, quanto è quello che li prestano le nostre acque nel refretterli il simulacro del sole, che in tutte quelle che vedano il sole e luna si specchia. […]
La luna è corpo opaco e solido; e se per lo avversario e’ fussi trasparente, e’ non riceverebbe il lume del sole
 (Codice Arundel).

        Nel discutere della Luna, Leonardo (nel Codice Leicester) forniva una spiegazione della luce cinerea (una debole luce di color cenere chiara che rischiara la parte della Luna non illuminata direttamente dal Sole) che essa ha. Come spiegherà compiutamente Galileo nel Sidereus Nuncius del 1610, il fenomeno si fonda su una doppia riflessione della luce che la Terra manda sulla Luna dopo averla ricevuta dal Sole.

        Come la Luna anche gli altri pianeti non hanno luce propria e riflettono quella inviata dal Sole. 

        Fin qui nessuna particolare novità rispetto alle concezioni che all’epoca si facevano strada tra le persone più evolute. Ma vi sono altre affermazioni di Leonardo che invece escono completamente fuori da questi seppur evoluti livelli di conoscenza. Nel Manoscritto F dell’Institut de France, Leonardo scriveva:

Come la terra non è nel mezzo del cerchio del sole né nel mezzo del mondo, ma è ben nel mezzo de’ sua elementi, compagni e uniti con lei; e chi stessi nella luna quant’ella insieme col sole è sotto a noi, questa nostra terra coll’elemento dell’acqua parebbe e farebbe offizio tal qual fa la luna a noi […]

Tutto tuo discorso a concludere la terra essere una stella quasi simile alla luna; e così proverai la nobiltà del nostro mondo; e cosi farai un discorso delle grandezze di molte stelle secondo li altari.

        Leonardo faceva un’affermazione importante alla quale non occorre dare troppo peso: la Terra non sta al centro di nulla ed è fatta come la Luna ed è un pianeta come gli altri. E’ il Sole che sta fermo. E’ insieme l’enunciazione  dell’eliocentrismo e la negazione della separazione tra i due mondi che voleva Aristotele. L’importanza risiede solo e soprattutto nel fatto che si iniziavano ad aprire delle brecce nella cultura ufficiale che però marciava su altri binari, quelli delle Università e delle persone con littere.

        Fin qui la parte teorica, discorsiva e descrittiva. Ma Leonardo fece anche delle misure, sia sulla grandezza della Terra (sistema analogo a quello di Eratostene), sia sulla distanza delle stelle. Per Leonardo il diametro della Terra è di 7000 miglia: “considerando la grossezza di 7000 miglia che à essa terra…” (Codice Leicester) e questo valore, a seconda di quale miglio si consideri, quello milanese o quello fiorentino, oscilla intorno ai 12 mila chilometri che è circa il valore da noi oggi accettato (12 750  km all’equatore). Inoltre, per Leonardo, la Terra non è ferma ma effettua una rotazione su se stessa in 24 ore come si può dedurre da un suo passo:

li giorni non cominciano in un medesimo tempo in tutto l’universo, conciò sia che quando nel nostro emisperio è mezzogiorno, nell’opposito emisperio è mezzanotte (Codice Leicester).

Studio della dimensione della Terra e della Luna in rapporto al Sole (Codice Hammer).

Metodo per misurare la distanza degli astri (Manoscritto A, Institut de France)

Dimensioni apparenti del Sole all’alba ed al tramonto (Manoscritto C, Institut de France).

Disegni della Luna (Codice Hammer)

Illuminazione della Luna da parte del Sole(Manoscritto F, Institut de France).

PER NON CONCLUDERE


 

        Ho cercato di tracciare un quadro il più esauriente possibile delle molteplici attività di Leonardo da Vinci, di questo grande uomo figura emblematica del Rinascimento che si apre verso il Seicento. Ho guardato soprattutto la parte di Leonardo uomo di scienza trascurando tutta l’altra parte, quella per cui va famoso, il suo essere artista (nel senso che noi diamo oggi la parola), architetto, urbanista, tecnico e costruttore di macchine sia belliche che civili, zoologo, anatomista, fisiologo, geologo, … . Le notizie su tutte queste ultime cose sono più facili da reperire e possono, almeno per ora essere lasciate da parte, anche perché non avrei la competenza di farne una trattazione storico-critica.

        Leonardo fu uomo del suo tempo. Persona estremamente curiosa e rigorosa, affrontò con serietà ogni problema si ponesse o gli venisse posto. Aveva studiato tutto ciò che aveva potuto reperire ed aveva avuto la possibilità di comunicare oralmente con persone di formazione molto elevata in tutte le corti in cui si era mosso.

        Direi che, nonostante il clamore sulla sua persona, sulle sciocchezze relative al genio universale, Leonardo non sia stato ancora studiato a fondo. Vi sono stati eccellenti storici che hanno indagato a fondo la sua opera e qui sono stati citati. Vi sono anche stati denigratori a priori come storici francesi e britannici. Anche io non sono stato tenero con Leonardo ma est modus in rebus. Non si può, ad esempio, entusiasmarsi per le scuole degli ordini mendicanti di Oxford e Parigi del XIII secolo, scuole che pure meritano ogni rispetto, cercando di inserirle in contesti storici e sociali, traendo ogni minimo loro contributo ed esaltandolo. Dico che tutto ciò è giusto. Quando si arriva a Leonardo la lettura non è più rispetto al passato, a ciò che c’era nel suo tempo, ma rispetto al futuro: Leonardo non è poerò arrivato a dire, a fare, Galileo lo ha fatto meglio, certamente Newton, per non dire di Huygens. Si tratta di tifosi sciovinisti che tifano per la loro squadra denigrando quella di altri Paesi. D’altra parte questo metodo non riguarda solo Leonardo ma sarà utilizzato particolarmente contro Galileo. Anzi, mentre con Leonardo vi è la benevolenza del francese e cattolico Duhem, perché Leonardo non ha avuto problemi con la Chiesa. Lo stesso Duhem quando arriva a Galileo è davvero scatenato. Non riconosce nulla allo scienziato pisano, hanno fatto tutto i frati francesi di Parigi, cadendo però come uno sciocco di fronte al fatto che almeno il riconoscimento lo avesse dato a quelli di Oxford che, mi spiace per lui, arrivarono prima.

        Non si tratta di qualcosa che non deve trovar posto in un articolo che dovrebbe essere di storia. E’ proprio quando uno arriva alla fine di un lavoro estremamente faticoso che prevede il consultare centinaia (sic!) di testi e si è incontrato (meglio: scontrato) con gli sciovinisti, ecco allora viene il momento di sbottare: sono insopportabili. E questa volta ero contento di avere un libro come quello di Gille (Leonardo e gli ingegneri del Rinascimento) che avrei preso come guida. Mi avrebbe risparmiato molte ricerche. Niente da fare. Quel testo è INUTILE ed estremamente superficiale. Qui c’è anche da dire qualcosa sui nostri editori. Sono degli sciocchi esterofili sempre e comunque. Vi sono certamente autori stranieri eccellenti che meritano il massimo rispetto. Ma vi sono anche degli autori italiani, molto bravi che lavorano con grande lena e con riconoscimenti vicini allo zero. Gentili signori, cercate di capire che non è facendo finta di non essere provinciali che lo si è davvero. Prima di spiccare il volo verso degni lidi, guardatevi un poco anche intorno.

Roberto Renzetti

NOTE

(1)  La donazione di Costantino sarebbe avvenuta il 30 marzo 315, vera vergogna che da sola basterebbe a gettare nella spazzatura i pretesi continuatori del messaggio di Cristo. Il falso documento raccontava la storia commovente di come Costantino contraesse la lebbra e, mentre i preti pagani gli avevano suggerito di riempire una fontana appositamente costruita con il sangue di infanti, al fine di immergersi e guarire, cosa rifiutata dall’imperatore commosso dalle lacrime delle madri, gli fosse capitato di sognare Pietro e Paolo che gli imponevano di consultare papa Silvestro, allora rifugiato sul monte Soratte.
La tecnica criminale di agire sul letto di morte era già allora pratica dei cristiani e si
inventarono un atto ufficiale in cui Costantino dava in eredità l’Impero di Roma alla Chiesa.
La Chiesa cioè buttava a mare la parte spirituale per la quale sembrava essere nata e puntava diritta al potere materiale, addirittura all’intero impero. Non a caso le gerarchie della Chiesa assunsero (e continuano) i nomi propri delle autorità imperiali, a partire da Pontefice. E non paghi dell’iconografia imperiale romana si rivolsero a quella dei faraoni egiziani con quel copricapo che ancora oggi ammiriamo e che solo al Museo del Cairo ritroviamo.
Il falso documento (riportato per intero qui) diceva tra l’altro le cose seguenti:

“In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare ed onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo….
Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le provincie, palazzi e distretti della città di Roma e dell’Italia e delle regioni occidentali.”

Costantino diede anche una spiegazione, fino ad allora assolutamente inedita, del perché avesse tenuto per se l’Oriente. Lui desiderava che Roma, dove la religione cristiana era stata fondata dall’Imperatore del Cielo (Cristo), non avesse rivale alcuno sulla terra. La Roma pagana abdicava a favore della Roma cristiana. La falsa donazione fu introdotta, nel XII secolo, nel Decretum Gratiani e in altre raccolte di Decretali dalle mani di interpolatori. Nel 1440, sotto Papa Eugenio IV,  uno studioso umanista di grande levatura, Lorenzo Valla, scoprì che si trattava di un falso dimostrandolo prima al pontefice e poi … e il poi venne solo nel 1517 con la pubblicazione del libro De falso credita et ementita Costantini donatione che ne parlava anche se la Chiesa continuò a negare fino al XIX secolo. Due prove evidenti del falso come dimostrato da Valla sono: all’epoca della pretesa donazione il Vescovo di Roma (il termine Papa venne molto dopo) non era Silvestro ma Milziade. La città di Costantinopoli non esisteva perché si chiamava Bisanzio ed al massimo Nuova Roma. Lo scritto era in un latino volgare e non il classico in uso nella corte imperiale di Bisanzio.

Dapprima, sotto Eugenio IV, Valla si fece molti nemici. Fu convocato dall’Inquisizione e si salvò fuggendo in Spagna. Poi, alla morte del Papa, con l’elezione nel 1447 di Niccolò V, venne elevato al rango di segretario dello stesso Papa. In tale posizione studiò i padri della Chiesa mostrando che le traduzioni dei loro lavori erano sbagliate e che i testi originali di Agostino erano eretici.

(2) Pico della Mirandola, di 30 anni più giovane di Ficino, fu fortemente influenzato da questi ed elaborò in modo ancora più esasperato la visione magica del mondo. Fu la sua enorme e proverbiale cultura, a cui occorre aggiungere la conoscenza di varie lingue, tra cui l’ebraico, che gli permise di mescolare alla magia spirituale di Ficino la magia cabalistica di origine ebraica (la parola cabala significa letteralmente “tradizione”). Ai temi già introdotti da Ficino, Pico aggiunge una sorta di corrispondenza tra le lettere ed i numeri dell’alfabeto ebraico ed alcune proprietà magiche. L’idea da cui parte è che Dio ha dettato la Bibbia in ebraico (Dio parlò ed in quelle parole si nasconde la Verità e la Sapienza) e questo deve avere un qualche profondo significato che deve essere cercato ed utilizzato al fine di scoprire segreti magici nascosti nel testo letterale della Bibbia stessa, tali da permettere all’uomo, all’iniziato, la possibilità di intervenire presso il mondo con operazioni di tipo magico.

(3) Una delle opere riscoperte che ebbe maggiori influssi durante il Rinascimento fu certamente il Corpus Hermeticum di Hermes Trismegisto che Cosimo I dei Medici fece tradurre da Marsilio Ficino intorno al 1460. L’opera era stata portata in Italia dalla Macedonia dal frate Leonardo da Pistoia che la affidò a Poliziano. E’ interessante osservare che Cosimo disponeva di due opere da tradurre, questa ed una di Platone. La priorità di Cosimo fu data all’opera di Hermes e solo questo dovrebbe essere un indice dei livelli di priorità che si avevano in pieno Rinascimento all’interno di una delle corti più evolute culturalmente.

Marsilio Ficino, uno dei massimi pensatori dell’Umanesimo, in ambiti magici non è stato solo traduttore di Hermes Trismegisto. Egli elaborò anche proprie pratiche magiche (neoplatonismo cristiano). D’accordo con Hermes egli metteva l’uomo al centro fisico del mondo, inteso come una unità e totalità.

(4) Zoroastro è personaggio molto poco noto. Si sa che era originario di Peretola, quindi fiorentino, che visse, come Leonardo, a cavallo tra XV e XVI secolo, che era vegetariano e che fu colui che sperimentò la macchina per il volo di Leonardo. Questa esperienza, per ciò che se ne sa, finì male con una rovinosa caduta dalla quale Zoroastro uscì con solo una gamba rotta.

(5) Nel Codice Atlantico e nel Codice di Madrid, risulta che la biblioteca di Leonardo fosse composta da 55 libri di argomento letterario e di 50 libri di contenuto vagamente scientifico. Riporto alcuni titoli di questi ultimi: Alberto Magno, Commentum in libros phisicorumMineralium libri V; Alberto di Sassonia, De proportione velocitatum in motibus; Aristotele, De phisica, De metheoris; Euclide, De ponderibus, De levi et ponderoso fragmentum, De prospectiva; Marsilio Ficino, Theologia platonica; Francesco di Giorgio Martini, Trattato di architettura militare e civile;;Luca Pacioli, De divina proportione; Luca Pacioli, Summa de arithmetica, geometria, proportione et proportionalità; Piero della Francesca, De prospectiva pingendi; Plinio il Vecchio, Naturalis historia (nella versione volgarizzata da Cristoforo Landino); Witelo, Perspectivorum libri (dove venivano trattati diffrazione ed altri fenomeni luminosi); Riccardo di Swineshead, De motibus naturalibus; Guglielmo di Heytesbury, De velocitatis augmentatione; Alkindi, Libellus sex quantitatum; Biagio Pelacani, Quaestiones de coelo et mundo, De ponderibus; Angelo Fosinfronte, De motu locali; Cleomede, De mundo; Diogene Laerzio, Vite dei filosofi. Il famosissimo Uomo Vitruviano mostra la sua conoscenza del De Architectura di Vitruvio del I secolo a.C. Altro libro che deve aver influito molto (lo si capisce da molte citazioni, sottolineature, note a margine) fu il De re militari di Roberto Valturio (1405-1475), tradotto in volgare da Ramusio nel 1483. In alcuni appunti dello stesso Leonardo vi è l’elenco di nomi di autori che egli conosceva: Giovanni Argiropulo, dottore bizantino docente di fisica aristotelica a Firenze nello Studio, Benedetto dell’abbaco, matematico, Paolo dal Pozzo Toscanelli e Carlo Marmocchi, geografi ed astronomi; Girolamo e Pier Andrea di Giovanni Marliani, medici e matematici; Fazio Cardano (gli ultimi tre dello Studio di Pavia).

Uomo vitruviano

E’ comunque certo che Leonardo lesse altri libri oltre quelli che possedeva ed in particolare siamo al corrente del suo rincorrere libri di Archimede.

Riporto di seguito la denominazione dei vari codici e manoscritti di Leonardo:

Codice Arundel (Londra, British Library)
Codice Atlantico (Milano, Bibl. Ambrosiana)
Codice Leicester (ex Codice Hammer; Seattle, Coll. Bill Gates)
Codice Trivulziano (Milano, Bibl. Trivulziana)
Codice sul volo degli uccelli (Torino, Bibl. Reole)
Codice Forster I, II, III (Victoria e Albert Museum, Londra)
Libro di pittura (Roma, Bibl. Vaticana)
Manoscritto A, B, C, D, … M (Parigi, Institut de France):
Manoscritto Ashburnam I (Parigi, Institut de France)
Manoscritto Ashburnam Il (Parigi, Institut de France)
Manoscritto Madrid I (Madrid, Biblioteca Nacional)
Manoscritto Madrid II (Madrid, Biblioteca Nacional)
Windsor Castle, Royal Library.

Ancora di seguito il probabile anno di composizione:

Codice A                               1492
Codice B                               1489
Codice C                               1490
Codice D                               1508
Codice E                         1513 – 1514
Codice F                         1508 – 1509
Codice G                         1510 – 1516
Codice H                         1493 – 1494
Codice I                          1497 – 1499
Codice K                         1504 – 1512
Codice L                          1497 – 1503
Codice M                         1498 – 1500
Codice Ashburnham I              1492
Codice Ashburnham II       1484 – 1486
Codice Atlantico                1483 – 1518
Codice Trivulziano             1484 – 1486
Codice del volo degli uccelli      1505
Codice Forster I                 1484 – 1505
Codice Forster II                1495 – 1497
Codice Forster III               1490 – 1493
Codice Arundel                  1504 – 1516
Codice Windsor – fogli diversi
Codice Windsor – Anatomia A   1510
Codice Windsor – Anatomia B   1489
Codice Windsor – Quaderni di anatomia diversi
Codice Leicester                  1504 – 1506
Codice Madrid I                   1490 – 1499
Codice Madrid II                  1503 – 1505

(6) Notizie sulle opere di Archimede in Italia provengono da un Corso di storia della matematica riportato in un sito INFN. Quelli che seguono sono i dati ma noi non sappiamo cosa Leonardo abbia letto.

Sappiamo che nel mondo bizantino erano note solamente le tre opere più semplici di Archimede, ossia Sulla sfera e sul cilindroSulla misurazione del cerchio e Sull’equilibrio dei piani.
L’autore arabo Banu Musa ritrova alcuni dei risultati riguardanti sfera e cilindro precedentemente esposti da Archimede; la sua opera sarà tradotta dall’arabo da Gerardo da Cremona (1147 – 1187) insieme alla versione araba di Sulla misura del cerchio.
Nel frattempo, in Italia prima e in Europa poi, intorno al XIII secolo si diffondono le scuole d’abaco, ossia scuole frequentate da coloro che hanno bisogno di basi matematiche per il proprio lavoro (commercianti, artisti, …). In queste scuole vengono trasmesse, tra l’altro, anche conoscenze elementari provenienti dalle opere archimedee.
Altro dato che sappiamo è che un fulcro di ricerca intorno al 1200 è la corte di Clemente IV a Viterbo. Il cappellano fiammingo Guglielmo di Mörbeke traduce parte delle opere di Archimede dal greco al latino usando come fonte due codici, detti codice A e codice B. Il codice A risaliva al IX – X secolo, proveniva da Costantinopoli e se ne sono perse le tracce nel XVI secolo. Il codice B, a quanto si sa, è l’unico gianti, ma anche di questo se ne persero le tracce a partire dal 1311. La traduzione di Mörbeke prende il nome di codice O ed è ancora esistente e custodita nella Biblioteca Vaticana.
Abbiamo così la situazione delle opere di Archimede intorno al XIII secolo: quasi tutte le sue opere sono disponibili in latino (manca ovviamente Il metodo).
Fino al XV secolo non si hanno poi più notizie di trasmissioni delle opere di Archimede.
Con il XV secolo però ha inizio il cosiddetto umanesimo: gli umanisti sono interessatissimi ai testi antichi e sviluppano importanti collezioni di codici.
Nel 1423 Rinuccio di Castiglione viene in possesso di un codice di Archimede (si pensa fosse il codice A) che nel 1460 il papa Nicola V fa tradurre da Jacopo Cremonensis: si hanno così ora due traduzioni latine, quella di Guglielmo di Mörbeke (più aderente al testo e letterale) e quella di Jacopo Cremonensis (parziale in quanto manca la parte Sui corpi galleggianti, ma in un latino migliore). I primi ad avvicinarsi all’opera di Archimede sono l’artista matematico Piero della Francesca (autore di un trattato d’abaco) e Luca Pacioli: entrambi ci fanno capire che all’epoca erano noti i risultati di Archimede, ma non i metodi utilizzati per raggiungerli.
Nella seconda metà del ‘400 avviene una svolta importante che innesca una reazione a catena.
Il protagonista principale è Johannes Müller di Königsberg un matematico astronomo tedesco nato nel 1436. Egli viene in Italia e conosce il cardinale Bessarione che è un noto umanista e collezionista di codici antichi. Bessarione conserva a Venezia tutta la sua biblioteca tra cui anche una copia del codice A (copia denominata codice E) e una traduzione del Cremonensis. Nel 1471 Königsberg torna in Germania con l’intenzione di stampare l’intera opera di Archimede in latino basandosi sulla traduzione di Cremonensis avuta da Bessarione, ma muore e così si interrompe questa vicenda.
Nel frattempo il codice O (la traduzione di Mörbeke) a fine ‘400 si trova nella biblioteca di Pietro Barozzi, vescovo di Padova; nel 1503 è acquistata da Andreas Coner, prete tedesco che ne crea una copia parziale (copia detta codice M).

(7) Il nome algebra era di origine araba. In Italia, a partire dal Libro delle ragioni di Paolo Gherardi del 1328, quella disciplina si chiamava arte della cosa e la scuola degli algebristi era chiamata scuola dei cossisti. Queste denominazioni discendevano dal fatto che l’incognita in una espressione era chiamata cosa.

(8) Ippocrate di Chio (470 a.C. – 410 a.C.), da non confondersi con il medico Ippocrate di Cos, fu il fondatore della scuola geometrica ateniese ed è considerato il primo grande geometra greco. Due furono i problemi ai quali dedicò i suoi studi: la quadratura del cerchio con particolare attenzione alla quadratura delle lunule e la duplicazione del cubo. Scrisse un libro, gli Elementi, che doveva essere una prima raccolta sistematica di tutte le conoscenze geometriche ed in tale libro sembra dimostrasse i teoremi per assurdo e mediante la riduzione a teorema più semplice. Un teorema che gli è attribuito è quello secondo cui le aree di due cerchi stanno tra loro come i quadrati costruiti sui loro diametri.
Le lunule sono superfici, come quella colorata in figura, comprese tra due archi di circonferenza.


Con riferimento alla figura seguente,

Ippocrate dimostrò che la lunula limitata dall’arco di un quadrante AFC e dalla semicirconferenza AEC, con diametro la corda AC del quadrante, è quadrabile ed equivalente al triangolo rettangolo ADC formato dalla corda e dai raggi corrispondenti ai suoi estremi AD e DC. Questa dimostrazione fece nascere grandi speranze in relazione alla quadratura del cerchio. Si pensava che, essendo riusciti a quadrare una figura limitata da archi di cerchio, ripetendo un certo numero di volte tale operazione sarebbe stato possibile quadrare il cerchio. Ma le cose non stanno così. Ippocrate quadrò altri due tipi di lunule e non riuscì ad andare oltre. Recentemente si è dimostrato che solo 5 tipi di lunule sono quadrabili.

Per parte sua Alhazen dimostrò il teorema seguente: Riferendoci alla figura seguente, se sui due cateti di un triangolo rettangolo si costruiscono due semicirconferenze, la somma delle lunule comprese fra queste e la semicirconferenza costruita sull’ipotenusa nel semipiano del triangolo, è equivalente al triangolo rettangolo stesso.

La duplicazione del cubo è altro problema geometrico ed è anch’esso un problema complesso con un’origine mitologica. In una tragedia di Euripide, si racconta che Minosse aveva fatto costruire una tomba cubica per il figlio Glauco. A lavori ultimati egli chiese di che dimensioni avevano realizzato il sarcofago cubico. La risposta non soddisfece Minosse che ritenne troppo piccolo quel volume per una tomba regale. Chiese allora che il sarcofago fosse duplicato mantenendo la forma di cubo. Ma la cosa fu molto più complessa del previsto ed in definitiva non fu realizzata, infatti i vari tentativi portavano il volume ad 8 volte quello iniziale (la soluzione si ebbe 200 anni dopo). Altra leggenda è analoga ma riferita all’Oracolo di Delo che per porre fine ad un’epidemia chiese alle popolazioni di raddoppiare l’altare di Delo mantenendo la sua forma cubica (questa vicenda è raccontata in una lettera di Eratostene a Tolomeo).

(9) Il De lunularum quadratura, sulla “quadratura delle lunule”, fu per molto tempo considerato di Anonimo. Il lavoro è stato attribuito, con molte cautele, all’Alberti da Girolamo Mancini, un secolo fa,  ma vi sono vari argomenti che sostengono la tesi che non sia un’opera dell’Alberti.. L’intestazione dell’opera riporta:

Ex codice Florentino bibliothecæ Magliabechianæ 243, classis VI, f.° 77, qui ALBERTI libellum Ludi matematici inscriptum complectitur. – Hujus problematis solutio desideratur in codicibus Florentinis bibliothecæ Riccardianæ n.° 2110 et n° 2942, nec non in n.° 3 bibliothecæ Morenianæ et in editionibus opuscoli Ludi matematici a BARTOLO et BONUCCIO curatis. – Franciscus SIACCI perillustris mathematicus problema revisit et figuræ formam, quæ in codice deerat addere voluit. Problema solutum a Baptista ALBERTO conjicio, sed certissima notitia deest.

Sembrerebbe quindi che la quadratura delle lunule sia stato un capitolo aggiunto ai citati (nel testo) Ludi matematici.

(10) “Valla, come riassume Roberta Tucci, si dedicò non solo alla raccolta ma anche allo studio delle opere di capitale importanza della scienza antica, alcune delle quali le possedette in codici manoscritti antichissimi, come il celebre e oggi perduto Codice A di Archimede. Le sue conoscenze delle arti matematiche confluiscono in un tentativo di elaborare una nuova enciclopedia del sapere di impianto umanistico – come è particolarmente evidente nel De expetendis et fugiendis rebus – ma al contempo ricca anche di aspetti della scienza medievale. Un’enciclopedia creata con l’evidente proposito di ricostruire un quadro universale del sapere così come fece il Poliziano nel suo Panepistemon. E come il Poliziano usò, nel tardo Quattrocento, i metodi critici della filologia nello studio dei testi antichi, anche Valla mise lo stesso impegno nello studio e nell’edizione dei testi scientifici e filosofici. Il De expetendis et fugiendis rebus è una vasta enciclopedia che tratta questioni di aritmetica, geometria, meccanica, musica, astrologia, medicina, filosofia naturale, economia, grammatica, dialettica, retorica, poetica e filosofia morale, ma con una struttura che richiama gli studia humanitatis il che la rende differente dalle enciclopedie medievali. L’enciclopedismo di Valla è di tipo essenzialmente umanistico, sia per la materia, sia per le fonti usate sia per il metodo usato che è di carattere prevalentemente filologico. Nel De expetendis et fugiendis rebus Valla traduce e parafrasa autori classici escludendo sistematicamente testi medievali di autori latini o arabi […]”.

(11) Giordano Nemorario ( ? – 1237) pone alla base della statica alcuni principi che sono: omnis ponderosi motum ad medium (centro terrestre) esse; Quanto gravius tanto velocius descendereTertia, gravius esse in descendendo, quanto eiusdem motus ad medium est rectiorQuarta, secundum situm gravius esse, quanto in eodem situ minus obliquus est descensus; Quinta, obliquiorem autem descensum minus capere de directo in eadem quantitate. Le ultime due proposizioni sono importantissime, poiché in esse è introdotto e determinato il concetto della gravitas secundum situm; cioè, come oggi si direbbe, della componente del peso nella direzione della traiettoria descritta dal mobile. Naturalmente tanto più la posizione del corpo si avvicina alla verticale (tanto minore è l’obliquità, come dice Giordano) tanto maggiore è la gravitas secundum situm, la detta componente del peso (utilizzando la trigonometria ed indicando: con F la forza, P il peso ed α l’angolo di inclinazione, la relazione si scriverebbe: F = P.senα). Così se si considera una sfera posta una volta su di un piano inclinato più prossimo alla verticale, ed un’altra su uno di assai minore inclinazione, si trova che la gravitas secundurn situm è maggiore sul primo.

Egli stabilisce poi una importante proposizione relativa al piano inclinato, proposizione che con linguaggio moderno recita: la forza capace di elevare un peso p ad un’altezza h può elevare n.p ad un’altezza h/n (tale principio, il germe di quello dei lavori virtuali, verrà sviluppato da Leonardo, Galileo, Descartes, … fino a Lagrange).

(12) Naturalmente mi devo ancora imbattere con lo sciovinista francese (di adozione, in realtà russo) Alexander Koyré che, nella Storia generale delle scienze diretta da René Taton, deve introdurre il dubbio utilizzando anche il falso. Egli, a proposito di Leonardo da Vinci dice (Vol. II, pag. 77): la meccanica di Leonardo è fiondata sui principi aristotelici – ovvero quelli delle Questioni meccaniche – con alcune correzioni o aggiunte … Quanto dice il nostro denigratore di tutto ciò che non è francese è falso e spiego il perché. Le Quaestiones mechanicae dello pseudo Aristotele (stupisce che Koyré non sapesse che l’opera non era di Aristotele ma solo attribuita a lui) erano scritte in greco e lo furono fino al 1517 quando videro la prima traduzione in latino. Più in dettaglio  si può dire che le Quaestiones mechanicae pressoché sconosciute durante il Medioevo, vennero “riscoperte” nel Cinquecento, diventando in breve tempo il riferimento obbligato per ogni discussione di meccanica. Generalmente attribuite ad Aristotele durante i secoli XVI e XVII (fu il Cardinale Bessarione, proprietario del manoscbr attribuirne la paternità ad Aristotele), conobbero l’editio princeps greca da parte di Aldo Manuzio a Venezia nel 1497  (in questa edizione, le Quaestiones, prive di figure, erano state incluse nel corpus aristotelico. I manoscritti anteriori, tuttavia, attribuivano l’opera ad altri autori o non l’attribuivano affatto) e quella latina a Parigi nel 1517 (Vittore Fausto Aristotelis Mechanica Victoris Fausti industria in pristinum habitum restituta ac latinitate donata, in aedibus Iodoci Badii, Parisiis 1517), ma furono soprattutto oggetto di diverse edizioni commentate e parafrasi, fra cui ricordiamo quelle di Niccolò Leonico Tomeo (Conversio Mechanicarum Questionum Aristotelis cum Figuris et Annotationibus quibusdam, in Nicolai Leonici Thomaei Opuscula nuper in lucem edita, Venezia 1525) e di Alessandro Piccolomini (In Mechanicas Quaestiones Aristotelis paraphrasis paulo quidem plenior, apud Antonium Bladum, Romae 1547). Noto a margine che per maggiore brutta figura di Koyré, l’edizione del 1517, due anni prima della morte di Leonardo quando sappiamo dalla Parte I che era in tutt’altre faccende occupato, fu fatta a Parigi.

Per le informazioni sulle edizioni delle Quaestiones vedi Clagett e Problemata mechanica.

(13) Le fonti di energia che Leonardo utilizza o pensa di utilizzare in suoi diversi scritti sono: quella animale, quella muscolare umana, quella dell’acqua, quella potenziale di pesi opportunamente disposti, qualche volta quella del vento, quella immagazzinata da molle, quella dell’aria calda (nel suo studio di un girarrosto automatico è l’aria calda che viene prodotta dal fuoco e che sale lungo il camino a fare ruotare la ventola che è qui disposta; a sua volta la ventola ruotando trasmette il moto al girarrosto che si trova sul fuoco).

Il girarrosto ad aria calda (Codice Atlantico)

(14) Il primo che parlò dell’aria come sostegno agli uccelli fu il maestro di Dante, Brunetto Latini (circa 1220-1295).

(15) Relativamente a suoi studi sulla possibilità di avere uomini che lavorassero sott’acqua con una specie di tuta da palombari, Leonardo scrisse:

Come e perché io non scrivo il mio modo di stare sotto l’acqua quanto io posso star senza mangiare; e questo non pubblico o divulgo, per le male nature delli omini, li quali userebbero li assassinamenti ne’ fondi de’ mari col rompere i navili in fondo e sommergerli insieme colli omini che vi son dentro. E benché io insegni delli altri [mezzi di stare sott’ acqua], quelli non son di pericolo perché di sopra all’acqua apparisce la bocca della canna onde àlitano, sopra otri e sughero.

Strumento per respirare sott’acqua. Da notare che il tubo presenta segni trasversali che indicano anelli metallici posti per impedire la torsione e lo schiacciamento del tubo stesso  (Codice Atlantico)

Attrezzature da palombaro (Codice Atlantico)

Altro sistema per respirare sott’acqua. Il recipiente in alto è la riserva d’aria. (Codice Arundel)

Leonardo intuì subito il pericolo dell’impiego militare dei suoi progetti e delle sue realizzazioni e, per quanto era nelle sue possibilità le evitò. Preferiva occuparsi di difese, di meccanica civile al fine di  risparmiare la fatica dell’uomo e di renderlo capace di produrre meglio con minore spesa e questa era cosa molto ben accetta dai ceti mercantili.

(16) Alla morte di Leonardo tutti i suoi libri, appunti, strumenti, disegni e quadri andarono a Francesco Melzi, suo discepolo e fedele amico, con il desiderio di ricompensarlo per le fatiche affrontate nel prendersi cura di lui. Tutti i beni materiali di Leonardo furono riportati da Francesco Melzi a Villa Melzi l’anno successivo dove resteranno custoditi fino al 1570, anno della sua morte. Seguo ora quanto scritto da Giuseppe Pardieri in Un numerino svela i segreti di Leonardo, (Scienza & Vita XI, n° 1 pp. 19-21):

A questo punto tutto quel prezioso materiale viene relegato nella soffitta della villa, tra l’indifferenza più totale degli eredi, il figlio Orazio in testa. E’ un frequentatore della famiglia, don Lelio Gavardi, che riscopre questi tesori riposti in vecchie casse. Preleva tredici manoscritti, che vorrebbero vendere al Granduca di Firenze, ma poi colto da scrupoli, consegna il maltolto al milanese Ambrogio Mazzenta, con la preghiera di restituirlo ad Orazio Melzi, il quale «si meravigliò ch’io avessi preso questo fastidio» scrive il Mazzenta, «e mi fece dono de… libri, dicendomi d’haver molt’altri disegni del medesimo Autore, già molt’anni nelle casse di Villa sotto de tetti negletti. Restorno perciò detti libri nelle mie mani». Quando, nel 1590, Ambrogio entra nell’Ordine dei Barnabiti, fa dono dei manoscritti ai fratelli: sette ad Alessandro e sei a Guido, i quali, è sempre il Mazzenta che parla, Facendone troppo pomposa mostra e ridicendo a chi li vedevano il modo e la facilità dell’acquisto, molti andarono dal medesimo Dottor Melzi, e ne buscarono disegni, modelli, plastiche, anatomie, con altre preziose reliquie dello studio di Leonardo. La voce di questa specie di saccheggio autorizzato giunge anche alle orecchie di colui che diventerà un personaggio chiave nella vicenda dei documenti vinciani: «Pompeo Arettino figlio del cavalier Leone, già scuolar del Buonaroti». Pompeo Leoni (1533-1608) fiuta un buon affare. Corre dal Melzi e gli promette allettanti prospettive di carriera civile e politica, se recupererà i tredici libri, per farne dono al Re Filippo di Spagna, sotto il cui dominio era anche il Ducato di Milano. Il Melzi rientra in possesso di sette dei tredici manoscritti. Sei tuttavia rimangono in casa Mazzenta, di cui uno è dato al Cardinale Federico Borromeo, un altro al pittore Ambrogio Figini e un terzo al Duca Carlo Emanuele di Savoia. «Il restante» scrive ancora Ambrogio, «morendo mio fratello fuori di Milano, pervenne non so come nelle mani del sopranominato Pompeo Arettino». Il Leoni, oltre ai dieci volumi dei Mazzenta, ne rintraccia altri dispersi da Orazio Melzi e forse anche una parte di quelli ceduti dal Leonardo stesso. Tutto il materiale viene nuovamente catalogato con lettere alfabetiche e con una numerazione da 1 a 46 all’inizio e alla fine di ogni libro. Viene indicato anche di quante pagine è composto ogni volume. Il Leoni ritrova disegni su pagine sciolte di vario formato e di vario argomento, molti dei quali classificati con un numero progressivo al centro del foglio. Divide quelli di pittura dagli altri di meccanica, che incolla su due grossi album. Uno è noto oggi come la “collezione di Windsor” ed è composto da 600 disegni in gran parte dedicati all’anatomia e alla pittura; l’altro è il famoso Codice Atlantico, così detto per il formato dei fogli di cm 65 x 44, uguale a quelli usati all’epoca per gli atlanti e le carte geografiche. A quest’ultimo, conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, fu dato il titolo di Disegni di macchine et delle arti segrete, e altre cose di Leonardo da Vinci raccolti da Pompeo Leoni nel decennio 1580-90. Alla morte del Leoni, i manoscritti (dopo una breve trasmigrazione in Spagna tornavano a Milano nel 1604) passano in eredità (1610) al genero Polidoro Calchi (marito di Vittoria figlia di Pompeo Leoni), che li vende poi nell’agosto del 1622 al conte Galeazzo Arconati per 300 scudi, una cifra allora ragguardevole. In quell’epoca il cardinale Federico Borromeo crea l’Accademia delle Belle Arti, la Pinacoteca e la Biblioteca Ambrosiana: ed è all’Ambrosiana appunto che il conte Arconati offre undici manoscritti (1637). Nel complicato labirinto dei vari passaggi di proprietà delle carte vinciane, bisogna tenere presente anche il nome di un collezionista famoso, quello di lord Arundel, un nobile inglese che attorno alla metà del Seicento si stabilisce a Padova e che in Italia riesce ad acquistare vari disegni di Leonardo e il codice che oggi porta il suo nome. Arundel si reca anche in Spagna con l’intento di recuperare parte dei disegni e dei manoscritti venduti all’asta dopo la morte del Leoni avvenuta a Madrid nel 1608, tra cui anche il Codice Windsor. Alla morte del nobile inglese la collezione viene ereditata dalla vedova in Olanda e qui venduta. Il Codice Arundel è lasciato a Henry Howard, che lo vende nel 1666 alla Royal Society. Ora è al British Museum di Londra.

         I manoscritti donati alla Biblioteca Ambrosiana di Milano furono trasferiti nel 1796 a Parigi, da dove tornò a Milano, dopo la caduta di Napoleone, il solo Codice Atlantico, mentre gli altri, per un errore dell’incaricato austriaco, rimasero all’Institut de France.

(17) Un acquedotto, in genere, trasporta l’acqua da un luogo ad una data quota ad uno ad una quota più in basso. Se esso viene realizzato percorrendo la via più breve vi è quasi sempre il rischio che vi sia una impetuosa caduta di acqua tale da dare colpi violenti all’arrivo e tali da distruggere l’intera opera. E’ questo il motivo per cui a Roma si costruivano acquedotti che facevano giri apparentemente incomprensibili prima di arrivare a destinazione. Occorreva rallentare l’acqua, abbassare cioè la pressione. Passi in avanti definitivi in tal senso saranno fatti solo a partire da Giovan Battista Baliani nel Seicento fino alla scoperta del vuoto da parte di Torricelli.

(18) Su questo scriveva Leonardo nel Del moto e misura dell’acqua (Libro I, cap. XXVI: Ma ancorché l’acqua non sia in se condensabile, ella ha natura di acquistar gravità e levità. Gravità acquista nella distruzione dell’impeto che la leva nell’aria nella creazione dell’onda, e levità nella creazione dell’ impeto, che, levifica 1′ acqua, e la move contro al naturale corso delle cose gravi. Ma l’aria si condensa da se medesima, come è detto, e si dimostra nelle larghezze de’ raggi solari, che se vento move li loro atomi per diversi raggiramenti, vedi tali atomi comporsi a onde marciate ad uso di tubi o ciambellotto ec.

(19) La polemica è con alcuni seguaci del filosofo greco Posidonio che riteneva che la Luna avesse luce propria. 


BIBLIOGRAFIA

(1) Lucio Russo – La rivoluzione dimenticata – Feltrinelli 2001

(2) Leonardo da Vinci – Il codice atlantico in 20 volumi (a cura di Augusto Marinoni) – Giunti 2006

(3) Eugenio Garin – Scienza e vita civile nel Rinascimento italiano – Laterza 1965

(4) Luigi Bulferetti – Leonardo, l’uomo e lo scienziato – ERI 1966

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(14) Charles Gibbs-Smith – Le invenzioni di Leonardo da Vinci – Mazzotta 1979

(15) Aldo Mieli – Leonardo da Vinci sabio – Espasa-Calpe, Madrid 1968

(16) Aldo Mieli – La eclosión del Renacimiento – Espasa-Calpe, Madrid 1967

(17) Eugenio Garin – La cultura filosofica del Rinascimento italiano – Sansoni 1992

(18) Paolo Rossi – La nascita della scienza moderna in Europa – Laterza 2000

(19) Domenico Laurenza – Leonardo – Le Scienze giugno 1999

(20) E.J. Dijksterhuis – Il meccanicismo e l’immagine del mondo – Feltrinelli  1971. Testo citato per completezza. E’ talmente pieno di ogni pregiudizio con gli autori italiani (Leonardo e Galileo) che questo libro andrebbe gettato nel cestino.

(21) – U. Forti – Storia della scienza – Dall’Oglio 1968

(22) – René Taton (diretta da) – Storia generale delle scienze –  Casini 1964

(23) – Nicola Abbagnano (a cura di) – Storia delle scienze – UTET 1965

(14) – G. de Ruggìero – Rinascimento Riforma e Controriforma – Laterza 1977

(15) – M. Boas – Il Rinascimento scientifico 1450-1630 – Feltrinelli 1973

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(17) – Paul Oskar Krysteller – Renaissance Thougtht and his Sources – Columbia University Press 1979

(18) – Paul Oskar Krysteller – Eight Philosophers of the Italian Renaissance – Stanford University Press 1964

(19) B. Vickers (Ed.) – Occult and Scientific Mentalities in the Renaissance – Cambridge University Press, 1984

(20) Robert Lenoble – Le origini del pensiero scientifico moderno – Laterza 1976

(21) Giovanni Canestrini – Leonardo da Vinci. Vol. II, Le macchine di Leonardo – Istituto Geografico De Agostini 1939

(22) Giovanni Canestrini – Leonardo costruttore di macchine e di veicoli – Tumminelli 1939

(23) Giovanni Canestrini – Leonardo da Vinci e l’evoluzione dell’automobile – Reale Automobile Club d’Italia 1938

(24) Carlo Pedretti – Leonardo architetto – Electa 1975

(25) Mark Elling Rosheim – L’automa programmabile di Leonardo – Giunti 200

(26) Pierre Duhem – Les origines de la statique  – Hermann, Paris 1905-1906

(27) René Taton (diretta da) – Storia generale delle scienze – Casini 1965

(28) Marshall Clagett – La scienza della meccanica nel Medioevo – Feltrinelli 1972

(29) Ernst Mach – La meccanica nel suo sviluppo storico-critico – Boringhieri 1968

(30) Alexander Koyré – Études d’histoire de la pensée scientifique – Gallimard 1973

(31) Istituto e Museo di Storia della Scienza – Manoscritti di Leonardo

(32) Rodolfo Calanca – L’astronomia e l’ottica di Leonardo da Vinci – Coelum


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