Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

[Questo è un primo articolo su Galileo che vuole offrire un quadro generale della sua vita e della sua opera, Seguiranno altri articoli che si occuperanno del suo”metodo di lavoro”, della “gioventù di Galileo”, degli “ultimi anni della sua vita” ed infine una sorta di rassegna della diffamazione di Galileo che ho intitolato “L’incapacità di comprendere la rivoluzione galileiana”]. 

 Su Galileo si sono dette e scritte infinità di cose ma, nonostante ciò, pochi conoscono davvero Galileo e, per rendersene conto, basta chiedere qualcosa su di lui a dei giovani già avanti negli studi. Non sapranno dirvi molto e forse solo qualche banalità (eppur si muove, la caduta di un grave dalla torre di Pisa, la lampada che oscilla nel Duomo di Pisa,..). Il personaggio e la sua vicenda meritano invece ogni attenzione quanto meno per la gratitudine che ogni persona gli deve per l’eredità che ci ha lasciato. Riguardando i miei molti scritti succedutisi negli anni su Galileo e rivedendo molta letteratura in circolazione mi sono accorto che per passare ai fatti rilevanti si trascura spesso la parte di vita di Galileo precedente al Sidereus Nuncius, al libro che annunciò le sue sensazionali scoperte astronomiche. La conversione di Galileo al copernicanesimo non avvenne comunque in quella circostanza ma, per quanto sappiamo, una dozzina di anni prima. E’ quindi utile parlare di Galileo dalla sua nascita (1564) al Sidereus Nuncius (1610) prima di entrare nel vivo del Galileo noto. Visto poi che questo non è un testo diretto a persone che sanno di scienza in senso stretto, citerò solo le opere tecniche di Galileo, descrivendone il contenuto in modo da me ritenuto comprensibile ma senza trattarle come meriterebbero.

LA FAMIGLIA, LA GIOVENTU’

[Molte delle notizie che seguono e che anche oltre riguardano la vita di Galileo sono tratte da Camerota]

         Galileo nobil fiorentino, come dice il Viviani, nacque il 15 febbraio 1564 a Pisa, nel Granducato di Toscana governato dalla famiglia Medici, da Vincenzo Galilei e Giulia Ammannati. La famiglia paterna di Galileo era di antica nobiltà passata da agio e benessere a condizioni molto modeste. Il nome originale di famiglia era Buonaiuti e risale al XIII secolo. Fu cambiato in Galilei agli inizi del XV secolo. In quell’epoca Firenze fu scossa da tumulti e violenze che culminarono nella cessione del potere a Gualtieri VI di Brienne (1304-1356), noto come Duca d’Atene (per un suo tentativo precedente di liberare Atene dal dominio turco), che presto fece fuori la Repubblica instaurando la signoria. Quest’ultimo fu poi cacciato nel luglio del 1343 e dopo tale cacciata il medico Galileo Buonaiuti, figlio di Tommaso, fu uno dei dodici buonuomini chiamati a dare al governo fiorentino un indirizzo democratico, a cui partecipassero i rappresentanti delle arti mediane e minori.  Una lapide sepolcrale sul pavimento di Santa Croce in Firenze, ci informa di tal Galileo (Magister Galileus de Galileis, olim Bonaiutis), medico e docente presso lo Studio Fiorentino (da cui il Magister), nato nel 1370 e morto tra il 1446 ed il 1451, che aveva acquisito meriti presso la Repubblica di Firenze(16).

        Il padre di Galileo, il maestro di musica e valente suonatore di liuto Vincenzo Galilei, era nato nel 1520 a Santa Maria a Monte, vicino Firenze, dove un ramo della ex famiglia benestante si era trasferito acquistando una casa e delle terre dai proventi della vendita di una dimora fiorentina. Considerate le condizioni economiche estremamente modeste dei Galilei, sul finire del decennio 1550, Vincenzo si era trasferito da Firenze a Pisa, la seconda città della Toscana dopo Firenze con circa 10 mila abitanti, per intraprendere probabilmente il commercio di tessuti. Pisa, dopo lunghi periodi travagliati, stava riprendendosi da quando alla guida del Granducato era andato Cosimo I de’ Medici(17) che avviò una profonda ristrutturazione della città, realizzando una rete di canali che bonificarono tutte le pianure vicine, collegando la città a Firenze ed al mare, potenziando il porto e dotandolo di una flotta di galee, fortificando la città, potenziando l’edilizia civile religiosa e l’università (lo Studio Generale aperto nel 1347), attrezzandola per la difesa contro la pirateria turca. Nonostante tutto ciò, Pisa era una città i cui abitanti erano uomini poverissimi, come testimoniava Michel de Montaigne in visita nel 1581, che aggiungeva:

tranne l’Arno e questo suo attraversarla con bellissimo modo, queste chiese, e vestigi antichi, e lavori particolari, Pisa ha poco di nobile, e piacevole. Pare una solitudine.

        In Pisa,  il 5 luglio 1562, Vincenzo si sposò con Giulia Ammannati di famiglia proveniente da Pescia [sembra fosse una donna autoritaria tanto che, come racconta Heilbron, si diceva  che  avesse portato Galileo davanti  al  Sant’Uffizio  (l’Inquisizione)  a  Firenze  per  averla  insultata  –chiamandola puttana,  gabrina  –  e  che  il  cortese  inquisitore  pronunciò un’ammonizione  contro  il  figlio  furibondo … Tra le occasioni piú  impressionanti  in  cui  diede  spettacolo  fu  quando  venne  alle mani  con  la donna  di  Galileo,  pagando  il  suo  servitore  per  spiarlo  e  provando  a  rubare alcune lenti per occhiali che egli teneva nel proprio negozio]. Il matrimonio fu celebrato davanti al notaio Benedetto Bellavita (che prendeva atto dei beni della dote della sposa)[vedi nota 16] anche perché solo nel 1563 il Concilio di Trento riformò il matrimonio con obbligo di celebrazione in chiesa. Vincenzo, all’epoca, si stava facendo conoscere come valente liutaio e cultore della musica tanto da interessare alle sue sorti il nobile fiorentino Giovanni Bardi che lo prese sotto la sua protezione facendogli studiare musica. Vincenzo diventò così un valente compositore che contribuì al rinnovamento musicale che si sviluppava in quel tempo originando la musica barocca e pubblicando, oltre a vari saggi, anche un libro di teoria musicale molto apprezzato, Dialogo della musica antica et della moderna (1581). E’ utile accennare brevemente a questo lavoro perché in esso si possono rintracciare alcuni spunti che saranno poi di Galileo. Leggo da Camerota:

Sulla scorta di un simile apprendistato, Vincenzo compose diversi lavori di estetica musicale e di acustica, segnalandosi come il più lucido teorico del cenacolo patrocinato dal Bardi e noto come Camerata fiorentina o Camerata de’ Bardi

Nel già menzionato Dialogo della musica antica et della moderna, seguendo le opinioni dello studioso romano Girolamo Mei, Vincenzo esaltava la superiorità della musica greca su quella contemporanea, rivendicando il valore espressivo dello stile monodico, di contro alla esasperata elaborazione contrappuntistica della polifonia del suo tempo. Accanto al discorso puramente estetico, l’opera presentava altresì una serie di spunti in cui il musicista toscano faceva emergere la propria risoluta fiducia nella superiorità cognitiva dell’esperienza sensibile: 

desidero che in quelle cose dove arriva il senso – scriveva – si lasci (come dice Aristotele nell’ottavo della Fisica) sempre da parte non solo l’autorità, ma la colorata ragione che ci fusse in contrario con qual si voglia apparenza di verità. Perché mi pare che faccino cosa ridicola (per non dire, insieme col filosofo, da stolti) quelli che, per prova di qual si sia conclusione loro, vogliono che si creda senz’altro alla semplice autorità, senza addurre di esse rationi che valide siano.

Non è difficile scorgere in questo passaggio il medesimo ripudio del principio d’autorità che, diversi decenni dopo, il figlio del musicista Vincenzo, lo scienziato Galileo, utilizzerà come risorsa polemica (resa ancora più efficace dall’elegante incisività di una prosa sapientemente corrosiva) proprio contro i seguaci di Aristotele. Se si considera che la modalità espositiva propria dei capolavori galileiani della maturità – la forma dialogica – fu già adottata da Vincenzo, e che quest’ultimo descrisse nelle sue opere interessanti esperimenti atti a verificare i metodi per produrre le consonanze, le affinità tra le elaborazioni del padre e le procedure euristiche del figlio appaiono di un certo interesse. In effetti, diversi studiosi hanno sottolineato la continuità epistemologica che legherebbe le ricerche di Galileo alle indagini acustiche e di teoria musicale di Vincenzo.  L’accento è caduto, soprattutto, sull’enfasi empirica e sperimentale che pervade i lavori di Vincenzo Galilei, un approccio singolarmente in sintonia con quel ricorso alle “sensate esperienze” tante volte propugnato da Galileo. […] Un esempio delle ricerche intraprese da Vincenzo ci è offerto dal seguente brano del suo Discorso particolare intorno all’unisono

Hoggi vengo appresso, che mettendo nel liuto una corda di minugia et una di acciaio, le quali si tirino dapoi Unisone a modo loro quando per esempio io le tasterò a sette tasti, dico che toccandole di poi a vuoto, o a 12 tasti non sendo parimente unisone, ne seguirà necessariamente ch’elle non fussero unisone neanco quando io le udii à sette tasti.

        Chi ha letto i Discorsi e dimostrazioni intorno a due nuove scienze di Galileo riconoscerà quanto viene lì detto a proposito dell’accordare tra loro due cembali. 

PRIMISSIMI ANNI

        Vincenzo e Giulia ebbero 7 figli che aggravarono di molto l’economia della famiglia, già in gravi difficoltà: Galileo (nato nel 1564), Benedetto ed Anna (che non sappiamo quando siano nati e forse morti giovanissimi), Virginia (1573), Michelangelo (1575), Livia (1578) e (forse) Lena.

        Galileo fu battezzato il 19 febbraio 1564 e trascorse i primi anni della sua vita a Pisa, anche quando Vincenzo si trasferì a Firenze nel 1574, probabilmente per mettere insieme alla sua attività di musicista anche quella mercantile, affidando la famiglia alle cure di suo cognato ed amico, Muzio Tedaldi, che aveva sposato la sorella della moglie e che aveva anche fatto da padrino a Michelangelo, fratello di Galileo (e quindi anche compare di Vincenzo). Abbiamo notizie di Galileo da una corrispondenza tra Muzio, che faceva il doganiere a Pisa, e lo stesso Vincenzo (si conoscono solo le lettere di Muzio a Vincenzo). Da queste lettere sappiamo che Vincenzo doveva spostarsi spesso per il suo lavoro di musicista e che era la famiglia di Muzio ad occuparsi della famiglia di Vincenzo anticipando tutto il denaro che occorreva e che veniva regolarmente, ed in modo estremamente minuzioso, registrato. In tali conti vi è anche la notizia del pagamento di £ 5 al mese ad un maestro privato per l’educazione di Galileo(18) (forse tal Jacopo Borghini da Dicomano che Niccolò Gherardini, biografo di Galileo che raccolse molte confidenze dalla bocca di Galileo medesimo, così qualifica «uomo assai dozzinale che insegnava in una casa di propria abitazione in Via de’ Bardi»). Muzio così scriveva a Vincenzo il 13 gennaio 1574:

Ho ricevuto lo schizatoio et il pallone per Galileo, et i libri per il Corvini, che se li manderanno con la prima comodità; al quale Galileo pagai lire cinque per il mese, che li portò al maestro. Mandai vedendo tardare il lino che aspettamo di Livorno, lib. 100 di altro lino alexandrino, bello e buono, alla vostradonna, la quale se n’è chiamata contenta, acciò che non si stessi; et non gli mancherò di quanto potrò sempre: et se non havessi M.a Lucrezia malata [la madre di Giulia, sposa di Vincenzo, ndr], sarei stato di parere che in questi travagli la se ne fusse stata un mese in casa mia; ma non si ricerca: oltre che, la bambina [Virginia, sorella di Galileo, ndr] è tanto fantastica, che a chi non è uso pare insopportabile. Però gli ho detto che dica se la vuol nulla, chè io non mancherò di far quanto potrò perché, sendo occupato sempre, non posso far di quei servizi che bisognerebbe; ma non mancherò di suplire con la borsa. Ho saputo che havete pagato al Ciacchi lire L, che havete fatto errore, che non bisognava, sapendo massime che vi sono debitore indigrosso: pure io ve n’ho dato credito, al conto a parte. Tenete anco vo conto, chè è bene…

ed il 9 febbraio:

Credo che per questa gita non harete lettere da Galileo, perché vi scrive mercoledì, atteso che  domani è S. Guglielmo, festa della nostra Compagnia: ma vi fo fede che son tutti sani et di buona voglia, et la bambina e tutti, eccetto vostra donna, et tutti molto vi si raccomandano. Galileo ha tramutato la maschera in un paro di pianelle, che così si è contento.

ed il 4 gennaio 1575, quando Galileo ha lasciato la casa dello zio a Pisa e si è ricongiunto a Firenze con la sua famiglia:

Ricevei la vostra con una per il Rettore, la qual detti subito; et mi rallegro del sentire che la comare e voi e ‘l putto stiate tutti bene, insieme con li altri, et harò caro intender che Galileo vadi acquistando nelle virtù et nelle lettere, et che la Verginia vadi cresciendo, perchè tutti li amo come me stesso, sendo voi come un altro me medesimo…. Quanto a M.a Lucrezia, Dio gli perdoni, che è perfida donna; ma purga i suoi difetti con lo star di continuo in travagli e dolori fuori di misura: et io porto questa croce per vedere il fine di questa nostra pratica; chè se mangiai mai pesce con seco, digerisco le lische. Dio vi doni ogni bene.

        Il pagamento di un maestro privato era un qualcosa che si aggiungeva alla scuola pubblica pisana che era di eccellente qualità. Come ricorda  Roberto Vergara Caffarelli:

Si sa che il Comune di Pisa ebbe sempre una particolare attenzione per l’insegnamento, scegliendo maestri abili, quasi sempre provenienti da altre città. Il maestro veniva eletto per tre anni dai Priori, in seduta di consiglio nella sala priorale, con tre scrutini alla presenza delle altre magistrature cittadine e dei dottori. Vi erano tre maestri: il magister grammaticae, il magister scribendi ed il magister abbaci. Dall’ottobre del 1569 all’aprile del 1571 fu maestro a Pisa Antonio Leonardi da Castiglione, poi al suo posto venne Giacomo Marchesi da Piacenza (da maggio 1571 a maggio 1574). Dalle istruzioni date il 18 giugno 1569 al maestro Antonio Leonardi veniamo a sapere come si svolgevano le attività scolastiche:

«Sia obligato fuor de giorni festivi tener li scolari tre hore la mattina et tre hore doppo desinare almeno ed il lunedì , martedì , mercoledì et giovedì legger quattro lectioni per ogni giorno, dua la mattina et dua la sera et il venerdì leggere una lectione et il sabato far leggere una lectione ad uno scolaro con farli argumentare alli altri et insomma fare che ogni sabbato si legga una lectione per uno scolare del primo circolo tanto che tocchi una volta per ciascuno. Medesimamente sia obbligato fare tre circoli di scolari almeno uno di epistolanti, laltro di latinanti per tutte le regole, terzo di principianti cioè delle concordanze et di quelli della prima regola. Et a epistolanti sia obligato i soprascripti giorni quattro dare ogni giorno una epistola, a latinanti dua latini et a principianti attenda il ripetitore tenendoci sopra lochio il maestro advertendo che il venerdì faccia a tutti una examine generale et il sabbato oltre la lectione da leggersi per lo scolare faccia ripetere i versi imparati a mente per lo adreto».

Con l’attività del sabato il giovane, che era costretto ad improvvisarsi maestro, si abituava alla discussione, a contraddire, ad insistere su una opinione diversa, a mettere di fronte al giudizio altrui i propri concetti. Interessante la contemporaneità delle lezioni, che i tre circoli, cioè le tre classi, attendevano nella stessa sala, passando la loro giornata scolastica insieme. Degno di nota il fatto che Antonio Leonardi fu eletto con l’incarico di insegnare anche il greco.

        Apprendiamo poi, ancora da una lettera di Muzio a Vincenzo dell’aprile 1578, che quest’ultimo è amareggiato di non essere riuscito ad iscrivere Galileo presso il Collegio pisano di Sapienza (istituito da Cosimo I il 9 febbraio 1543), una sede dove erano ospitati e spesati 40 scolari toscani meritevoli dello Studio Generale fiorentino (che avrebbero dovuto restituire tutto quanto speso per loro se non si laureavano in un massimo di sei anni). Ciò per ragioni economiche poiché una delle sue nipoti, Bartolomea, ancora non si era maritata per problemi economici legati alla dote da fornirle. Scriveva Muzio a Vincenzo il 29 aprile 1578:

Per la vostra ho inteso quanto havete concluso con il vostro figliuolo; et come, volendo cercar di introdurlo qua in Sapienza, vi ritarda il non esser la Bartolomea maritata, anzi vi guasta ogni buon pensiero; et che desiderate che la si mariti, e quanto prima.

e proseguiva dicendo che presto si risolveranno tutti i problemi:

per il che a quel tempo potrete facilmente mandare il vostro Galileo a studio: et se non harete la Sapienza, harete la casa mia al vostro piacere, senza spesa nessuna, et così vi offero et prometto.

Dopo qualche mese, Muzio scriveva a Vincenzo il 16 luglio 1578 e, dopo aver discusso ancora di Bartolomea che non si riesce a maritare, diceva di essere malandato e vecchio aggiungendo:

dirò solo che mi è grato di saper che haviate rihavuto Galileo, et che siate di animo di mandarlo qua a studio; ma questo anno sarà doloroso fare, mediante che siamo di ricolta et ci vale il grano lire 15 il sacco: pure Dio sa tutto, et a tutto provvede.

Anche Muzio è in difficoltà e la corrispondenza a disposizione termina qui. Cosa accadde poi, lo sappiamo, con qualche dubbio, da altra fonte.

        Per gli ovvi motivi adombrati, Galileo avrebbe proseguito gli studi di retorica, grammatica e logica presso il monastero benedettino di Vallombrosa dove, come lasciò scritto nell’Archivio del monastero di Vallombrosa l’abate del Monastero di Santa Prassede Diego Franchi, Galileo arrivò ad essere novizio [era praticamente obbligato il percorso]. Così scriveva Franchi, nell’illustrare gli uomini illustri passati per Vallombrosa:

«Non si deve tralasciare il celebrato nome di Galileo Galilei matematico insigne. Questi fu novizio Vallombrosano, e fece i suoi primi esercizi dell’ammirabile ingegno nella scuola di Vallombrosa. Il padre di lui, sotto pretesto di condurlo a Firenze per curarlo di una grave oftalmia, con trattenerlo assai, il traviò dalla religione in lontane parti …».

Questo evento si ricava anche dai documenti di una causa civile per una eredità, nella quale Galileo testimoniava a favore del suo amico Giovambattista Ricasoli (che ritroveremo tra poco per aver sottoscritto un documento a favore di Galileo) in cui, le parti avverse, si rivolgevano a Galileo con i seguenti termini(19):

« Galileo … Fu frate monaco di Valombrosa, figliuolo di un maestro di sonare di liuto». 

«Galileo, sfratato, figliuolo d’un maestro di sonare»

 «Sfratato: fu monacho in S.Trinita»

«Galileo Galilei, figliuolo d’un sonatore di liuto, povero et sfratato»

        E’ d’interesse confrontare la conclusione di Franchi quando parla del padre che viene a riprendersi Galileo con l’ultima lettera citata di Muzio in cui si parla del figlio riavuto con evidente riferimento all’aver sottratto il giovane Galileo da una carriera ecclesiastica (il padre di Galileo riprese suo figlio da quel noviziato con la scusa che doveva portarlo a Firenze per farlo curare di una grave malattia degli occhi).

GALILEO ALLA FACOLTA’ DI ARTI DELLO STUDIO DI PISA 

        Galileo sembra avesse mostrato interesse per le matematiche ma suo padre neanche a questo era interessato perché con la matematica non c’era professione che desse il denaro per vivere. Piuttosto Vincenzo aveva pensato per suo figlio ad una carriera di medico come quel loro illustre antenato. Con questo obiettivo richiamò il figlio a Pisa dove, il 5 settembre del 1580, lo immatricolò alla Facoltà di Arti (che comprendeva gli studi di medicina) dello Studio pisano, per farlo diventare medico e nutrire una qualche speranza di risollevare le sorti della famiglia Galilei.

        Sul periodo universitario di Galileo a Pisa, abbiamo quanto vi è negli archivi su chi insegnava e sulle norme statutarie.

Così descrive Camerota:

Nel torno di tempo tra il 1580 e il 1585, periodo durante il quale il giovane Galileo frequentò l’università di Pisa, vi insegnavano la medicina il luganese Andrea Camuzio, il pisano Giuseppe Capannoli, e l’aretino Andrea Cesalpino, mentre le lezioni di anatomia erano impartite dal ligure Antonio Venturini. Nell’ambito delle discipline filosofiche, che costituivano parte essenziale del curriculum studiorum della Facoltà di Arti, Galileo ebbe come professori i fiorentini Francesco Buonamici e Francesco de’ Vieri (detto il Verino secondo) e l’aretino Girolamo Borro. Docente di matematica era invece, in quel tempo, il monaco camaldolese Filippo Fantoni [che, per quanto vedremo tra un poco, doveva essere una vera nullità. Sul Borro si può aggiungere che era un fisico aristotelico mentre sul Verino si può dire che era un platonizzante concordista, uno cioè che faceva riferimento a Platone per la metafisica e ad Aristotele per la fisica. Vi era anche un tal Giulio de’ Libri insegnante di filosofia straordinaria (in gran parte logica) che era un peripatetico ortodosso e che sarà un irriducibile antigalileiano in  seguito. ndr].  Dalla lettura delle norme statutarie possiamo ricostruire quali fossero i contenuti degli insegnamenti impartiti dai vari professori di cui, presumibilmente, Galileo frequentò le lezioni. Gli Statuti specificano, infatti, in modo estremamente accurato quali opere i docenti dovessero commentare. In ambito medico, l’insegnamento si fondava sulla lettura dei testi di Galeno ed Ippocrate, e sul Canone di Avicenna. I logici, invece, erano obbligati a svolgere l’Introduzione alle categorie di Porfirio ed i Secondi analitici aristotelici, mentre l’esposizione degli argomenti più prettamente filosofici era articolata in due cicli triennali paralleli, tenuti rispettivamente dai professori “straordinari” e da quelli “ordinari”. Questi ultimi insegnavano, in successione, al primo anno la Physica, al secondo il De caelo e al terzo il De anima [in accordo con i gradi intrinseci di nobiltà aristotelica, ndr]. Gli “straordinari” avevano invece l’incarico di fare lezione sul De generatione et corruptione, passando quindi nell’anno seguente ai Meteorologica, e concludendo, al terzo anno, con l’illustrazione dei Parva naturalia […].

La trattazione delle tematiche filosofiche e naturalistiche aveva nello studio pisano, una forte coloritura tradizionalista, imperniata su un aristotelismo che – pur marcato da differenti, variegate ibridazioni teoriche – manteneva, negli orientamenti fondamentali, una stretta aderenza ai principi enucleati dal Filosofo. Non è un caso che, per quanto non siano mancati personaggi di un certo spessore (il Cesalpino e, per molti aspetti, anche il Buonamici), diversi tra i professori pisani siano ricordati soprattutto per la loro incrollabile fede peripatetica. Cosi, Michel Montaigne poteva qualificare Girolamo Borro, che aveva incontrato a Pisa nel 1581, come «un uomo dabbene, ma tanto aristotelico che il più universale dei suoi dogmi è questo: che la pietra di paragone e la regola di ogni salda concezione e di ogni verità è la conformità alla dottrina di Aristotele», mentre lo stesso Francesco Buonamici veniva onorato con l’appellativo di «acerrimus Peripateticae doctrinae defensor».

Vincenzo Viviani ci fornisce invece altre informazioni di grande interesse:

Trovandosi dunque il Galileo in età di sedici anni in circa con tali virtuosi ornamenti [sapeva di musica e di letteratura, sapeva disegnare e dipingere, ndr] e con gli studii d’umanità, lingua greca e dialettica, deliberò ‘l padre suo di mandarlo a studio a Pisa, quantunque con incomodo della sua casa, ma con ferma speranza ch’un giorno l’averebbe sollevata con la professione della medicina, alla quale egl’intendeva ch’e’ s’applicasse, come più atta e spedita a potergli somministrar le comodità necessarie; e raccomandatolo ad un parente mercante ch’egli aveva in quella città, quivi inviollo, dove cominciò gli studii di medicina et insieme della vulgata filosofia peripatetiica. […] Continuò di cosi per tre o quattr’anni, ne’ soliti mesi di studio in Pisa, la medicina e filosofia, secondo l’usato stile de’ lettori; ma però in tanto da sé stesso diligentemente vedeva l’opere di Aristotele, di Platone e delli altri filosofi antichi, studiando di ben possedere i lor dogmi et opinioni per esaminarle e satisfare principalmente al proprio intelletto.

        Il racconto prosegue con una importante scoperta di Galileo ed una richiesta fondamentale che egli faceva al padre in quegli anni.

        La scoperta più importante fatta da studente di medicina fu quella dell’isocronismo del pendolo che ha dietro una delle leggende che inseguono scoperte fondamentali. Vediamo la leggenda. Probabilmente nel 1583, ma certamente negli anni dei suoi studi di medicina a Pisa e certamente prima del 1585, Galileo, mentre era nel Duomo di Pisa, osservava una lampada sospesa che oscillava per delle correnti d’aria. Una delle prime cose cha aveva appreso negli studi di medicina era la misura del tempo attraverso i battiti del polso. Si esercitò in tal modo nel misurare i tempi delle oscillazioni della lampada e scoprì che tali oscillazioni erano tutte di uguale durata anche se diminuivano continuamente di ampiezza. Galileo aveva scoperto uno strumento formidabile per la misura del tempo che poi applicherà con grandi risultati alle osservazioni astronomiche. La leggenda è legata al fatto che si individuò in una data lampada di quel Duomo la lampada di Galileo. L’episodio di Galileo si situa intorno al 1583 mentre quella lampada fu sistemata in Duomo, accanto al Pulpito, da Giovanni Pisano nel 1587. A questo punto non è certo un problema di quale fosse la lampada e quindi si può anche tralasciare la leggenda e dire, perché questo è certo, che, avendo visto Galileo un oggetto oscillare ed avendo misurato con i battiti del polso i tempi delle oscillazioni, scoprì l’isocronismo del pendolo. Con ciò mi piacerebbe sparissero le leggende, che nascono solo per venir contraddette dalla storia. Sono stufo di mele che cadono sulla testa di Newton e di Galileo che lascia cadere oggetti dalla torre di Pisa.

        La richiesta al padre di Galileo riguarda il senso della matematica in tutte le cose che lo circondavano. Leggiamo da Viviani, sensibile a queste cose in quanto prevalentemente matematico molto apprezzato e stimato:

Tra tanto [che aveva studiato e fatto, ndr] non aveva mai rivolto l’occhio alle matematiche, come quelle che, per esser quasi affatto smarrite, principalmente in Italia (benché dall’opera e diligenza del Comandino(20), e del Maurolico(21) etc., in gran parte restaurate), per ancora non avendo pigliato vigore, erano più tosto universalmente in disprezzo; e non sapendo comprendere quel che mai in filosofia si potesse dedurre da figure di triangoli e cerchi, si tratteneva senza stimolo d’applicarvisi. Ma il gran talento e diletto insieme ch’egli aveva, come dissi, nella pittura, prospettiva e musica, et il sentire affermare frequentemente dal padre che tali pratiche avevan l’origin loro dalla geometria, gli mossero desiderio di gustarla, e più volte pregò il padre che volesse introdurvelo; ma questi, per non distorlo dal principale studio di medicina, differiva di compiacerlo, dicendogli che quando avesse terminato i suoi studii in Pisa, poteva applicarvisi a suo talento. Non per ciò si quietava il Galileo; ma vivendo allora un tal Mess. Ostilio Ricci di Fermo [un allievo di Tartaglia, ndr], matematico de’ SS. paggi di quell’Altezza di Toscana e dipoi lettore delle matematiche nello Studio di Firenze, il quale, come familiarissimo di suo padre, giornalmente frequentava la sua casa, a questo s’accostò, pregandolo instantemente a dichiarargli qualche proposizione d’Euclide, ma però senza saputa del padre. Parve al Ricci di dover saziar cosi virtuosa brama del giovane, ma volle ben conferirla al Sig. Vincenzio suo padre, esortandolo a permetter che il Galileo ricevesse questa satisfazione. Cedé il padre all’instanze dell’amico, ma ben gli proibì il palesar questo suo assenso al figliuolo, acciò con più timore continuasse lo studio di medicina. Cominciò dunque il Ricci ad introdurre il Galileo (che già aveva compiuti diciannove anni) nelle solite esplicazioni delle definizioni, assiomi e postulati del primo libro delli Elementi; ma questi sentendo preporsi principii tanto chiari et indubitati, e considerando le domande d’Euclide cosi oneste e concedibili, fece immediatamente concetto che se la fabbrica della geometria veniva alzata sopra tali fondamenti, non poteva esser che fortissima e stabilissima. Ma non si tosto gustò la maniera del dimostrare, e vedde aperta l’unica strada di pervenire alla cognizione del vero, che si penti di non essersi molto prima incamminato per quella. Proseguendo ‘l Ricci le sue lezzioni, s’accorse il padre che Galileo trascurava la medicina e che più si affezionava alla geometria; e temendo che egli col tempo non abbandonasse quella, che gli poteva arrecar maggior utile e comodità nell’angustie della sua fortuna, lo riprese più volte (fingendo non saperne la cagione), ma sempre in vano [nella biografia di Gherardini si racconta che Vincenzo si recò a Pisa per rimproverare Galileo, ndr], poiché tanto più quegli s’invaghiva della matematica, e dalla medicina totalmente si distraeva; ond’il padre operò che ‘l Ricci di quando in quando tralasciasse le sue lezzioni, e finalmente ch’allegando scuse d’impedimenti desistesse affatto dall’ opera. Ma accortosi di ciò il Galileo, già che il Ricci non gli aveva per ancora esplicato il primo libro delli Elementi, volle far prova se per se stesso poteva intenderlo sino alla fine, con desiderio di arrivare almeno alla 47, tanto famosa [si tratta del teorema di Pitagora, ndr]; e vedendo che gli sorti d’apprendere il tutto felicemente, fattosi d’animo, si propose di voler scorrer qualch’altro libro: e cosi, ma furtivamente dal padre, andava studiando, con tener gl’Ippocrati e Galeni appresso l’Euclide, per poter con essi prontamente occultarlo quando ‘l padre gli fosse sopraggiunto. Finalmente sentendosi traportar dal diletto et acquisto che parevagli d’aver conseguito in poco tempo da tale studio, nel ben discorrere argumentare e concludere, assai più che dalle logiche e filosofie di tutto il tempo passato, giunto al sesto libro d’Euclide, si risolse di far sentire al padre il profitto che per se stesso aveva fatto nella geometria, pregandolo insieme a non voler deviarlo donde sentivasi traportare dalla propria inclinazione. Udillo ‘l padre, e conoscendo dalla di lui perspicacità nell’intendere e maravigliosa abilità nell’inventare varii problemi ch’egli stesso gli proponeva, che ‘l giovane era nato per le matematiche, si risolse in fine di compiacerlo.

Gli eventi sono ben raccontati da Viviani e credo proprio che non vi siano obiezioni sull’attendibilità del racconto. Galileo sentiva affermare dallo stesso padre che pittura, musica e prospettiva discendevano dalla geometria. Il suo voler risalire alle origini fa chiedere al padre di conoscere la geometria. Il padre non vuole per evitare di distrarlo dalla medicina che, contrariamente alla matematica, gli potrebbe assicurare un futuro agiato. Egli comunque iniziò nel 1583 a studiare matematica. Casualmente ebbe modo di conoscere il matematico, Ostilio Ricci (1540-1610), un bravo didatta nell’Accademia del Disegno (comunque a ben altro livello del camaldolese Filippo Fantoni che insegnava matematica allo Studio) che teneva le sue lezioni in volgare, come in volgare era scritto il testo di Euclide su cui basava i suoi corsi. La traduzione di Euclide al volgare, realizzata proprio da Niccolò Tartaglia (1499-1557) che tradusse anche Archimede, aveva fatto chiarezza su alcune difficoltà d’interpretazione del testo originale in traduzione latina. Vi era infatti una confusione tra alcune conclusioni dell’aritmetica sviluppata nel Medioevo con la teoria delle proporzioni di Eudosso presente in Euclide, che Tartaglia chiarì. Questi, in linea con quanto sviluppato da Archimede e su una strada diversa da quella seguita dai neoplatonici che ricercavano nei numeri l’essenza dei fenomeni naturali, era un sostenitore dell’uso pratico della matematica (in problemi ingegneristici, militari, architettonici, … e nel suo Quesiti et invenzioni diverse del 1546 così si rivolge ai lettori: … nove invenzioni/non tolte da Platon né da Plotino/né da alcun altro Greco over Latino/ma sol da l’Arte, misura e Ragioni). Come accennato, Ricci, che era stato allievo di Tartaglia, nell’estate del 1584 si trovò a frequentare la casa di Galileo e, viste le insistenze di Galileo, il padre acconsentì qualche lezione con Ricci. Galileo apprese dal Ricci, che gli fece dono di un’opera di Archimede nella traduzione di Tartaglia, quell’uso della matematica che possiamo definire ingegneristico. Poiché a seguito dell lezioni l’interesse di Galileo per la matematica cresceva, il padre chiese al Ricci di diradare le visite. E ciò non guarì il male, anzi !, perché Galileo volle capire se da solo sarebbe stato in grado di proseguire. Ci riuscì bene e la cosa lo entusiasmò ancora di più perché intravide nella matematica un potente strumento da applicare alla conoscenza della natura mediante una loro precisa sintesi che fosse poi in grado di essere rigorosamente verificata. Insomma il padre, alla fine, dovette cedere a tanta voglia ed interesse come tra poco vedremo.

        L’atteggiamento di Galileo nei riguardi dei vari insegnamenti ci viene ancora descritto da Viviani:

Ma il Galileo, che dalla natura fu eletto per di svelare al mondo parte di que’ segreti che già per tanti secoli restavano sepolti in una densissima oscurità delle menti umane, fatte schiave del parere e de gl’asserti d’un solo, non poté mai, secondo ‘l consueto degl’altri, darsele in preda cosi alla cieca, come che, essendo egli d’ingegno libero, non gli pareva di dover cosi facilmente assentire a’ soli detti et opinioni delli antichi o moderni scrittori, mentre potevasi col discorso e con sensate esperienze appagar se medesimo. E perciò nelle dispute di conclusioni naturali fu sempre contrario alli più acerrimi difensori d’ogni detto Aristotelico, acquistandosi nome tra quelli di spirito della contradizione, et in premio delle scoperte verità provocandosi l’odio loro; non potendo soffrire che da un giovanetto studente, e che per ancora, secondo un lor detto volgare, non avea fatto il corso delle scienze, quelle dottrine da lor imbevute, si può dir, con il latte gl’avesser ad esser con nuovi modi e con tanta evidenza rigettate e convinte […]

E’ il carattere di Galileo che conosciamo essere della sua età matura. Il riferimento non può essere un libro o una persona con qualunque autorità ma nelle cose naturali contano le sensate esperienze et dimostrazioni. In ogni caso Galileo dovette trarre profitto dalle lezioni, particolarmente di filosofia dello Studio pisano. Scrive in proposito Camerota:

Pur nell’ambito di un vigoroso dissenso, Galileo dovette, nondimeno, trarre un certo profitto dalle lezioni dei professori pisani, che gli fornirono, se non altro, quella sicura ed approfondita conoscenza delle tesi aristoteliche di cui lo scienziato darà prova nelle successive dispute con vari campioni del peripatetismo: «simili cognizioni – rileverà, scrivendo in terza persona, il nostro scienziato nel corso di una aspra polemica con l’aristotelico Lodovico delle Colombe – sono le prime dottrine dell’infanzia della comune filosofia, la quale […] non è tanto profonda che nel corso di tre o quattro anni giovenili non venga da numerosa moltitudine di studenti trapassata; ed il Sig. Galileo non solamente fu tra questi nella sua fanciullezza, ma ha, come potete sapere, auto occasione di vederne ed ascoltarne i pensieri di molte famose persone per lo spazio di molt’anni ». 

A testimoniare il coscienzioso studio galileiano della filosofia aristotelica rimangono due trattati manoscritti, modellati secondo i canoni argomentativi delle quaestiones scolastiche, e relativi ai contenuti del De caelo e del De generatione et corruptione di Aristotele. Anche in questo caso, come già in occasione delle note di logica, non bisogna credere ad una elaborazione originale ed autonoma di Galileo. Alcune caratteristiche materiali e formali delle scritture – ad esempio, la presenza nel testo di omeoteleuti e di altri errori tipici delle trascrizioni, come pure l’occorrere di forme argomentative cattedratiche – convergono nell’attestare che siamo di fronte ad una copia (intervallata da spunti parafrastici) di un lavoro erudito, redatto, presumibilmente, per l’insegnamento universitario. In tal senso, Antonio Favaro, che per primo pubblicò l’opera con il titolo di Juvenilia, ne scorgeva le radici nelle lezioni tenute a Pisa da Francesco Buonamici.

    In definitiva Galileo, con grande dispiacere del padre, lasciò lo Studio pisano, Facoltà di Arti (e quindi studi di medicina), nel 1585 senza laurearsi e fece ritorno a Firenze.

 IL GALILEO ARCHIMEDEO 

        Galileo a 21 anni si ritrovò a Firenze senza professione e quindi senza la possibilità di aiutare economicamente la famiglia. Aveva studiato, sia con impegno personale sia sotto la guida di Ostilio Ricci, la geometria euclidea, le opere di Archimede (almeno alcune) ed anche nozioni di ingegneria. Nell’arco di poco tempo era divenuto un’autorità in questioni di geometria applicata riuscendo anche a dare contributi originali.

        Aveva iniziato tra il 1583 ed il 1586 ad applicare concetti ricavati dall’idrostatica di Archimede per progettare una bilancia da utilizzare per la misura dei pesi specifici delle sostanze, analoga ad uno strumento utilizzato dai mercanti d’oro. Nacque così il suo primo lavoro, la Bilancetta, che non fu pubblicato se non postumo nel 1644. Il lavoro, molto breve, prendeva le mosse da quella storia, raccontata da Vitruvio, di Archimede che fu incaricato dal tiranno di Siracusa, Gerone II, di trovare un qualche sistema per evitare che chi gli fabbricava adorni d’oro, come la corona, non gli rubasse l’oro che egli forniva loro. Fu qui che Archimede introdusse il concetto di peso specifico (materiali differenti di uguale peso occupano volumi differenti) con l’altra leggenda del grande siracusano che, uscito dalla vasca da bagno nudo, corse verso la reggia di Gerone gridando il famoso Eureka, la parola greca che vuol dire ho trovato. L’idea di Archimede nasceva da un’osservazione relativa all’immersione di corpi in acqua (per questo la leggenda lo situa in una vasca da bagno) e dalla quantità d’acqua che viene sollevata da una determinata immersione che è proporzionale al peso specifico della data sostanza (l’argento a parità di peso occupa un volume maggiore di quello dell’oro. Quindi immergendo la corona di Gerone in acqua e successivamente una quantità d’oro dello stesso peso della corona, confrontando la quantità d’acqua spostata si poteva stabilire se la corona era completamente d’oro o fatta di una lega di oro ed argento). Era la scoperta del Principio d’Archimede che recita: Un corpo immerso in acqua riceve una spinta dal basso verso l’alto  pari al peso del liquido spostato. Galileo aveva realizzato un analogo strumento, una bilancia idrostatica, che serviva a determinare i pesi specifici in un nuovo modo esattissimo. E Galileo annunciava subito, in apertura di questa operetta, che le cose che aveva trovato derivavano da Archimede e, successivamente, il suo amico Benedetto Castelli lo lodava perché altri avrebbero pubblicato la cosa senza riferimenti ad alcuno. Leggiamo da La bilancetta:

Sì come è assai noto a chi di leggere gli antichi scrittori cura si prende, avere Archimede trovato il furto dell’orefice nella corona d’oro di Ierone, così parmi esser stato sin ora ignoto il modo che sì grand’uomo usar dovesse in tale ritrovamento […]

E poiché il metodo tramandato da Vitruvio come di Archimede non corrisponde al suo genio, cioè

il credere che procedesse, come da alcuni è scritto, co ‘l mettere tal corona dentro a l’aqqua, avendovi prima posto altrettanto di oro purissimo e di argento separati, e che dalle differenze del far più o meno ricrescere o traboccare l’aqqua venisse in cognizione della mistione dell’oro con l’argento, di che tal corona era composta, par cosa, per così dirla, molto grossa e lontana dall’esquisitezza; e vie più parrà a quelli che le sottilissime invenzioni di sì divino uomo tra le memorie di lui aranno lette ed intese, dalle quali pur troppo chiaramente si comprende, quando tutti gli altri ingegni a quello di Archimede siano inferiori, e quanta poca speranza possa restare a qualsisia di mai poter ritrovare cose a quelle di esso somiglianti

Poiché Archimede certamente aveva operato in modo degno del suo genio, Galileo faceva intendere di aver cercato di capire qual era il vero modo di operare di Archimede e

mi è venuto in mente un modo che esquisitissimamente risolve il nostro quesito: il qual modo crederò io esser l’istesso che usasse Archimede, atteso che, oltre all’esser esattissimo, depende ancora da dimostrazioni ritrovate dal medesimo Archimede.

        L’esordio di Galileo era quindi sui lavori di Archimede che resterà sempre una guida importante per le sue ricerche. Tanto che, negli stessi anni, scrisse degli opuscoli di matematica il cui contenuto aveva ancora Archimede come riferimento. Oltre alle Postille ai libri De Sphaera et Cylindro di Archimedeche sono delle annotazioni autografe di Galileo a margine del libro di Archimede, Galileo elaborò anche i Theoremata circa centrum gravitatis solidorum, scritti in latino tra il 1585 ed il 1586 ma pubblicati solo nel 1638 come Appendice dell’ultima e più importante opera di Galileo, i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze.

        Il problema della ricerca del centro di gravità o baricentro di un solido, era all’epoca molto sentito perché riguardava molte questioni fondamentali di statica connesse all’ingegneria. Inoltre questi lavori elaborati da Galileo, quando ancora studiava medicina ma già pensava alla matematica applicata, gli serviranno come prove della sua avanzata preparazione per accedere a qualche insegnamento. Egli infatti manderà alcuni suoi teoremi alla considerazione di varie personalità riconosciute nel mondo della matematica come eccellenti studiosi al fine di averne un giudizio ma simultaneamente per far conoscere i livelli della sua competenza. Viviani racconta così questa fase della vita di Galileo:

Con questi et altri suoi ingegnosi trovati [La bilancetta, ndr], e con la sua libera maniera di filosofare e discorrere, cominciò ad acquistar fama d’elevatissimo spirito; e conferendo alcune delle sue speculazioni meccaniche e geometriche con il Sig.r Guidubaldo de’ Marchesi dal Monte, gran matematico di quei tempi, che a Pesaro dimorava, acquistò seco per lettere strettissima amicizia, et ad instanza di lui s’applicò alla contemplazione del centro di gravità de’ solidi, per supplire a quel che ne aveva già scritto il Comandino; e ne’ venti uno anni di sua età, con due anni soli di studio di geometria, inventò quello ch’in tal materia si vede scritto nell’Appendice impressa alla fine de’ suoi Dialogi delle due Nuove Scienze della meccanica e del moto locale, con gran satisfazione e maraviglia del medesimo Sig.r Guidubaldo.

        Nella Corrispondenza di Galileo, troviamo un giudizio del 1587 in risposta ad una proposizione che egli aveva elaborato ed inviato  non si sa a chi dell’Università di Bologna. All’apparenza è cortese ma di quella cortesia che liquida in poche parole l’interlocutore. Tornerò tra qualche riga alle corrispondenze avute da Galileo, ma prima devo accennare ad un viaggio che Galileo fece a Roma nel 1587 (dove conobbe il dotto gesuita Clavio). Voleva andare di persona a farsi conoscere per ottenere un qualche posto d’insegnamento di matematica. Egli si manteneva con lezioni private che dava a Firenze ed a Siena ed aspirava ad un posto di lettore di matematica nell’Università di Bologna che, lo ricordo, era all’epoca sotto il dominio della Chiesa. L’istanza a nome di Galileo all’Università di Bologna è la seguente:

ISTANZA A NOME DI GALILEO 
PER LA LETTURA DI MATEMATICA NELLO STUDIO DI BOLOGNA. 

Mathematico Fiorentino raccomandato dal S.r Artani. 

M. Galileo Galilei, nobile Fiorentino, giovane d’anni 26 incirca, è istruttissimo in tutte le scienze matematiche, ed è allievo di M. Ostilio Ricci, huomo segnalatissimo e provvisionato dal Gran Duca Francesco di felice memoria, del qual ci sono anca fedi in commendazione del valor di questo giovane. Fu condotto alla lettura pubblica di Matematica in Siena; s’è esercitato assai privatamente, ed ha letto a molti gentiluomini e in Firenze e in Siena. È di grandissimo giudicio in questo e in molte altre cose nelle quali ha posto studio, come in particolare nell’ Umanità e nella Filosofia e in altre belle qualità. Al presente domanda e desidera la lettura di Matematica in questa città, offerendosi prontamente concorrere nel merito con qual si voglia altro di questa professione, in qualunque modo bisognerà.

Fuori: Per M. Galileo Galilei fiorentino, raccomandato al S.r Gio. dall’Armi.

        Il tentativo non andò a buon fine, nonostante la raccomandazione del cardinale Enrico Caetani che scrisse una lettera, forse su sollecitazione di Clavio, al Senato di Bologna, perché in quel posto gli fu preferito Gian Antonio Magini. A Roma, come accennato, Galileo conobbe Cristoforo Clavio, che insegnava matematica al Collegio Romano e del quale divenne amico e corrispondente. Ed a quest’ultimo, come a Guidobaldo del Monte, che nel 1588 era stato nominato ispettore delle fortificazioni del Granducato di Toscana, egli inviò suoi lavori iniziando una fruttifera corrispondenza che sfociò, particolarmente con Guidobaldo, in amicizia e stima. Una prima lettera di Galileo a Clavio è del gennaio 1588ed in essa Galileo faceva riferimento alla sua visita romana appena avvenuta ed inviava suoi teoremi e chiedeva pareri. Clavio rispondeva subito mostrando interesse per le elaborazioni di Galileo. Dello stesso giorno della lettera di Clavio è quella di Guidobaldo del Monte, ancora a Galileorisposta ad una lettera di Galileo che non abbiamo. In questa lettera risulta che Guidobaldo e Clavio erano in corrispondenza tra loro e si scambiavano giudizi positivi su Galileo. Inoltre vi erano delle parole particolarmente cortesi e di apprezzamento verso Galileo che vale la pena riportare:

GUIDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze. 

Pesaro, 16 gennaio 1588. 

Molto Mag.co S.r mio Hon.do 

Si scusa V. S. nella sua, che troppo liberamente e con troppo ardire viene con la sua lettera, a me certo gratissima, a ritrovarmi, com’ ella sia per fastidirmi; ma non si avvede che con troppo ardire et troppo mi lauda, fuori di ogni mio merito. Ma in questo conosco che ha voluto notificarmi l’animo suo, certamente verso di me troppo cortese; dove io l’ho da ringratiar di due cose: 1’una, dell’ havermi troppo honorato et esaltato; 1’altra, del favore che mi ha fatto a mandarmi il suo teorema, che veramente gliene resto obligatissimo, et a me è piaciuto assai, massime che V. S. ha voluto imitar Archimede nelle due ultime propositioni De aequeponderantibus: il qual libro fra pochi giorni sarà mandato fuori da me comentato. Che se ben il libro d’Archimede non ha troppo bisogno di comento, non ho però potuto mancare di non farlo; e perché sarà fra pochi giorni finito di stampare, io ne mandarò uno a V. S., se però saprò dove ella sia per essere, sì che la prego ad avisarmene. 
E perché nella sua mi dice di haver altre cose sopra i centri della gravezza, a me farà sempre favor grande a farmi partecipe delle sue cose, che, per questo saggio che mi ha mandato, non possono se non essere di esquisita dottrina; dalle quali so che non potrò se non imparar assai, havendo conosciuto in questa una esquisita et profonda scienza, et un modo di trattar molto bello et assai succinto e breve. […]

        Insomma Galileo era riuscito a fare breccia in due matematici particolarmente bravi ed influenti la qual cosa gli servirà molto per ottenere il sospirato posto di lettore presso una università. Questo scambio di lettere, sia con Clavio che con Guidobaldo, andrà avanti a lungo con stima crescente nei riguardi di Galileo che continuava ad inviare suoi teoremi relativi in gran parte al centro di gravità dei solidi. Ma Galileo, in contemporanea, continuava a scrivere cose che costruissero il suo curriculum e a cercare sostegni dovunque ne intravedesse la possibilità, non dimenticando di difendere la sua proprietà intellettuale. Ancora alla fine del 1587, infatti, egli si fece sottoscrivere da alcuni suoi amici nobili fiorentini e dal matematico Giuseppe Moleto, professore all’Università di Padova, un documento in tal senso per un certo teorema da lui elaborato, ancora sul centro di gravità di una figura solida:

«Fassi fede per me Giovanni Bardi de’ Conti di Vernio, come le presenti conclusioni e dimostrationi sono state ritrovate da M. Galileo Galilei; e in fede ò fatto la presente questo dì dodici di Decembre 1587, manu propria. 

«Io Gio. Batta Strozzi affermo il medesimo; e in fede mi sono sottoscritto di mia mano. 

«Io Luigi di Piero Alamanni affermo il medesimo; et in fede ho soscritto di mia propria mano questo dì 12 Decembre 1587. 

«Io Gio. Batta da Ricasoli Baroni confermando il medesimo mi sottoscrivo di man propria il dì 12 detto 1587. 

                          Adì 29 di Decembre del 1587. 

«Io Gioseppe Moleto, Lettor publico delle Mathematiche nello Studio di Padova, dico haver letto i presenti Lemma et Theorema, i quali mi son parsi buoni, e stimo l’ autor d’essi esser buono et esercitato Geometra. 

                         Il medesimo Gioseppe ha scritto di man propria. 

        Nel 1588 Galileo, mentre sperimentava con il padre con corde di varia lunghezza, sezione e tensione, appese al soffitto e sostenute da pesi al fine di studiare le armonie, si cimentò anche in attività letteraria con delle lezioni su Dante tenute presso l’Accademia fiorentina e ciò ancora al fine di farsi conoscere ed avere dei dotti che lo stimassero. Il tema che trattò, Circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno di Dante, gli permise di mostrare tutta la sua conoscenza del mondo di Aristotele ed anche di conoscere i lavori esistenti in proposito tanto da sostenerli contro chi li attaccava. In particolare la critica di Galileo si appuntava contro un commento alla Comedia di Dante (La “Comedia” di Dante Alighieri con la nuova esposizione di Alessandro Vellutello, 1544) dell’umanista di Lucca Alessandro Vellutello (1473- ?) ed in difesa di Antonio Tucci Manetti (1423-1497) e di Cristoforo Landino (1424-1498) che si era schierato con Manetti. Quest’ultimo, che oltre ad essere un umanista era anche un valente matematico, aveva iniziato uno studio approfondito della cosmografia dantesca facendo numerosi calcoli sulle dimensioni fisiche dei Luoghi della Commedia, pubblicati a Firenze nel 1506 dal suo amico e collega Girolamo Benivieni (1453-1542), con il titolo Dialogo di Antonio Manetti circa al sito, forma et misure dello Inferno di Dante Allighieri. Il suo lavoro, durato molti anni, era finalizzato a dare una visione plausibile dell’Inferno di Dante ed i suoi calcoli rendevano conto di tutto ciò sia nella geografia orizzontale che in quella verticale di quel luogo. La trascrizione del lavoro fu fatta dai ricordi di Benivieni, e da alcune carte conservate dal fratello di Manetti. Il libro che ne venne fuori, sotto forma di dialogo tra Benivieni e Manetti, in qualche punto non era chiaro e sembra che su questo l’Accademia chiese a Galileo di dipanare le questioni che si erano poste. Nei fatti le cose non erano così semplici perché, nell’ambito delle due visioni principali che ho citato, vi erano state molte altre interpretazioni della struttura dell’Inferno, disegnate su incarico dal pittore Giovanni Stradano (1523-1605) che lavorava presso la corte dei Medici.

        Tornando a Manetti, i suoi calcoli e la sua visione dell’inferno furono ripresi  da vari altri studiosi, tra cui appunto l’umanista Landino che aveva scritto un Comento sopra la Comedia di Dante Alighieri riprendendo i lavori di Manetti. La trattazione galileiana dell’argomento era strettamente scientifica e basata su considerazioni geometriche che lasciavano da parte ogni valutazione letteraria. Anche qui sullo sfondo vi è la figura di Archimede con l’uso che Galileo fa delle sezioni coniche elaborate dal siracusano (unitamente alla geometria sviluppata da Dürer con i suoi teoremi sulle proporzioni tra cerchi) per determinare la struttura dell’Inferno che è anche arricchita da nozioni di statica architettonica per comprendere come l’Inferno risulti costruito. A proposito di queste lezioni sull’Inferno fatte da Galileo, Reston scrive:

Esordì facendo notare le difficoltà del problema che gli era stato posto, sottolineando come fosse già abbastanza difficile comprendere ciò che si poteva vedere sulla superficie terrestre: inutile dire quanto fosse ancora più arduo rendersi conto di quello che si trovava al di sotto. Proseguì quindi descrivendo l’aspetto dell’Inferno di Dante. Aveva la forma di un cono, diceva, che nell’insieme formava un settore pari a circa un dodicesimo della massa totale della terra. Il suo vertice era la dimora di Lucifero: qui l’angelo caduto si trovava conficcato nel ghiaccio fino a metà del suo petto gigantesco, mentre il suo ombelico costituiva l’effettivo centro della terra. Da Lucifero le linee settoriali si dipartivano fino a raggiungere Gerusalemme e un punto ignoto a est. L’inferno era simile a un anfiteatro ed era diviso in otto livelli. Di questi si soffermava in particolare sul quinto, con la sua maleodorante palude stigia e la dissoluta Città di Dite, dove gli eretici erano puniti direttamente alla presenza di Lucifero. La gran quantità di eretici sembrava la condanna peggiore per i dannati. 
Arrivava poi al punto centrale della questione. «Consideriamo la statura di Lucifero» disse solennemente. «Esiste un rapporto tra la statura di Dante e quella del gigante Nimrod, che si trova in fondo all’Inferno, e infine tra Nimrod e il braccio di Lucifero. Pertanto, se conosciamo la statura di Dante e di Nimrod, possiamo dedurne quella di Lucifero».

Dante era di statura media, più basso di Galileo: a suo parere poteva avere un’altezza di circa «tre braccia». Di Nimrod, Dante aveva scritto: 

La sua faccia mi parea lunga e grossa

Come la pina di San Pietro a Roma.

 Ecco il dato matematico. Galileo pensava di basarsi sui versi di Dante perché gli fornivano un elemento certo da cui far partire i suoi calcoli. La massiccia pigna che si innalza nel cortile della Città del Vaticano, dietro il Belvedere, costituiva un punto di riferimento. «Se il viso del gigante è grande quanto la pigna di San Pietro» diceva trionfante Galileo, «sarà lungo cinque braccia e mezza. Siccome gli uomini solitamente hanno un’altezza pari a otto teste, la statura del gigante sarà otto volte tanto. Pertanto, il gigante sarà alto quarantaquattro braccia».

A questo punto, non restava che ricavare la formula. «L’uomo Dante sta al gigante come tre sta a quarantaquattro. Ma il gigante sta al braccio di Lucifero come l’uomo sta al gigante. La proporzione matematica deve dunque essere questa: tre sta a quarantaquattro come quarantaquattro sta a X. Pertanto il braccio· di Lucifero è 654 metri, e poiché la lunghezza di un braccio è generalmente un terzo dell’intera statura, possiamo dire che la statura di Lucifero è pari a 1.935 braccia». 

Fece una pausa. «Arrotondiamo pure a duemila» aggiunse. «La distanza tra l’ombelico e la metà del petto dovrebbe essere di cinquecento braccia, dal momento che è pari a un quarto dell’intero corpo».

Sullo stesso argomento Festa scrive:

La figura dell’Inferno si presenta come un imbuto, col vertice al centro e la base verso la superficie della Terra. «Immaginiamoci – scrive Galileo – una linea retta che venga dal centro della grandezza della Terra (il quale è ancora centro della gravità dell’universo) sino a Gerusalemme ed un arco che da Gerusalemme si distenda sopra la superficie dell’aggregato dell’acqua e della Terra per la duodecima parte della sua maggior circonferenza: terminerà dunque tal arco con una delle sue estremità in Gerusalemme; dall’ altra fino al centro del mondo sia tirata un’altra linea retta, ed avremo un settore di cerchio» (E.N. IX, pag. 33). Tenendo ferma l’estremità che congiunge il centro con Gerusalemme e facendo girare l’altra fino a raggiungere il punto di partenza, verrà tagliata una parte, simile ad un cono. È chiaro tuttavia che la base del solido generato non è una superficie piana ma sferica, e quindi il solido è un conoide, una figura geometrica alla quale Galileo si era già interessato. È questa, verosimilmente, la ragione che induce i responsabili dell’ Accademia a rivolgersi ad un giovane di 23 anni, che non dispone di nessun titolo accademico, per calcolare le dimensioni di questa figura geometrica molto particolare e la posizione e le dimensioni dei diversi siti. Il risultato doveva essere conforme alla descrizione di Dante. La conoscenza approfondita dei 33 canti dell’Inferno era assolutamente indispensabile. Non ci sembra eccessivo, quindi, il commento (1604) di Filippo Valori, che considerava l’argomento materia che ha dato che fare a’ dotti. Valori fa l’elogio di Galileo che ha salvato il nostro Fiorentino, e cioè il Manetti, contro il lucchese Vellutello (EN, IX.7).

        L’atteggiamento scientifico di Galileo nell’affrontare tematiche letterarie lo si ritrova anche nei suoi ulteriori studi sul Tasso (Considerazioni al Tasso del 1589) e sull’Ariosto (Postille sull’Ariostodel 1592). Si tratta non di opere organiche ma di varie annotazioni sia  a margine delle opere che commentava, sia, per argomentazioni più estese, su fogli inseriti tra le pagine oggetto di commento.  A proposito di tali scritti commentavano Del Lungo e Favaro:

Le Considerazioni al Tasso e le Postille all’Ariosto non hanno né potevano avere, tali quali rimasero, alcun organismo d’arte; è lo schema d’una commedia da farsi […]. Le Considerazioni al Tasso, così inorganiche come le abbiamo, e anche qua e là così sofistiche e talvolta alquanto triviali, sono in troppi più luoghi una bellezza di dicitura, non meno che un esempio singolare di gusto finissimo e diritto criterio, Ma uscite da altra penna, apparirebbero una pagina notevole (e giustamente sono oggi così giudicate) nella storia della critica letteraria, senza che per quelle sole il nome di chi le apponeva sui margini della Gerusalemme potesse registrarsi fra i prosatori del grande secolo decimosesto.

e scrive Reston:

Il grande poema epico del suo tempo, l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, era la sua opera preferita e quando fu nominato professore a Pisa era già in grado di recitarne vasti brani a memoria. 

«Quando entro nell’Orlando Furioso, è come se davanti ai miei occhi si aprisse la stanza del tesoro, una galleria regale adorna di un centinaio di statue classiche scolpite dai maestri più celebri, con innumerevoli affreschi storici – i più belli eseguiti dai pittori di più chiara fama – e con un gran numero di vasi, cristalli, agate e altri gioielli, un salone delle feste colmo di tutto ciò che è raro, prezioso, mirabile e perfetto.»

 La serenità e la gioia di vivere tipiche di Ariosto erano in contrasto con la malinconica poesia del più grande poeta italiano vivente, Torquato Tasso. Il confronto tra i due maestri della poesia italiana del tempo era di moda tra gli uomini di cultura, ma in quel confronto Galileo si inserì con la sua lingua affilata. Se la lettura di Ariosto lo introduceva nel salone delle feste, al contrario quando leggeva Tasso aveva l’impressione di entrare in un luogo completamente diverso, «lo studio di un uomo di poco conto, con un certo gusto per gli oggetti curiosi, che si è compiaciuto nel collezionare gingilli che abbiano in sé qualcosa di strano, sia perché antichi o perché rari, ma che in realtà non sono che paccottiglia: un gambero pietrificato, un camaleonte essiccato, una mosca o un ragno intrappolati in frammento d’ambra, alcune di quelle statuine d’argilla che si dice provengano dalle tombe dell’antico Egitto».

 Leggere Tasso dopo aver letto Ariosto, sottolineava Galileo, era come mangiare un cocomero dopo aver gustato uno squisito melone. 

La conferenza sull’opera di Dante, da lui tenuta presso l’Accademia di Firenze, aveva dimostrato come la scienza potesse far luce su questioni strettamente letterarie, e ora Galileo desiderava capovolgere la situazione: un approccio letterario avrebbe reso più convincente un’argomentazione scientifica e nello stesso tempo gli avrebbe permesso di rivolgersi a un pubblico più vasto.

        Finalmente il 16 luglio del 1588 Galileo scriveva a Guidobaldo del Monte informandolo che nello Studio di Pisa si era liberato un posto per l’insegnamento della matematica e chiedendogli un intervento a suo favore attraverso il fratello di Guidobaldo, il Monsignore (e futuro cardinale) Francesco Maria del Monte:

GALILEO a GUIDOBALDO DEL MONTE [in Pesaro]

Ill.mo mio Sig.re […]

Il negozio che altra volta scrissi a V. S. Ill.ma per conto di Pisa non sortirà, però che intendo che un certo monaco che prima vi leggeva, e l’ intermesse essendo fatto generale della sua religione, rinunzia hora il generalato per tornarvi a leggere, e che digià da S. A. ha riavuta la lettura [Galileo si riferisce qui al fatto che il titolare del lettorato di Matematica nello Studio di Pisa, Filippo Fantoni, aveva lasciato la cattedra vacante per poi riprenderla proprio quando Galileo chiedeva di poterla occupare. La richiesta a Guidobaldo è ora per un lettorato a Firenze]. Ma perché qui in Firenze per i tempi a dietro ci è stata una lezione pubblica di matematica, instituita dal G. Cosimo, essendo hora vacante e, per quanto intendo, molto da’ nobili desiderata, ho supplicato per questa, sperando ottenerla col favore di Monsig.re Ill.mo suo fratello, al quale di questo negozio ho dato 30 il memoriale. E perché sino ad hora non ha veduto tempo opportuno di trattarne con S. A., essendoci stati forestieri, crederò che V. S. Ill.ma potrebbe haver tempo di scriverli un’altra volta in mio favore, del che la supplico per l’osservanza che ho alle molte sue virtù, e per la ferma speranza che ho nella cortesia sua. E qui con ogni reverenza baciandoli le mani, la prego a comandarmi et amarmi. 

Di Firenze, il dì 16 di Luglio 1588. 

Di V. S. Ill. ma 
Umilis.mo Serv.re Galileo Galilei.

Il 22 luglio Galileo otteneva una  risposta che era di sicuro sostegno alla sua richiesta:

GUlDOBALDO DEL MONTE a GALILEO in Firenze. 

Molto Mag.co Sig.r mio, 

Non vorrei che facessi scusa di non fastidirmi per non scrivere, perché le sue lettere le vedo così volontieri quanto altre che mi vengano, conoscendo in esse ogni dì più il suo felice ingegno. […]

Io non ho mancato di scriver a Monsig.r del Monte per la sua lettura di Fiorenza, e se le mie parole haveranno credenza, lei l’ottenerà al sicuro; e mi rincresce ‘che non habbi ottenuta quella di Pisa, come sarebbe stato suo et mio desiderio. La mi comandi pur liberamente, che la servirò sempre con tutt’il core, sicome sono obligato ai meriti suoi. E le bascio le mani

 Di Pesaro, alli 22 di Luglio del 1588.

Di V. S. Ser.re 
Guidobaldo de’ Marchesi del Monte.

Ma il 16 settembre Guidobaldo scriveva di nuovo[E.N. X, pag. 37] dispiacendosi perché non era ancora accaduto nulla:

GUlDOBALDO DEL MONTE Il GALILEO in Firenze. 

Pesaro, 16 settembre 1588.

Molto Mag.co Sig.r mio Hon.do

 Mi dispiace assai che ‘l suo negotio vadi cosi alla lunga, che quando sarà terminato in bene, io ne sentirò contento grandissimo; e se in questo mezzo le parerà che io debba far altro, mi avisi, chè non mancarò di adoperarmi caldamente, per quanto si estenderanno le mie deboli forze. […]

        Leggo ora da Camerota gli avvenimenti di quegli anni in cui Galileo cercava sì un posto di lavoro ma era anche un giovane venticinquenne che amava divertirsi:

Alla fine del 1588, il giovane matematico si trovava, dunque, davanti al fallimento di tutte le proprie aspirazioni ad un incarico accademico. Non era certo una situazione facile da fronteggiare, soprattutto alla luce della precaria condizione economica e delle conseguenti, possiamo presumere, pressanti insistenze di Vincenzo Galilei a che il figlio trovasse finalmente una sistemazione. Galileo era tuttavia animato dallo spensierato ottimismo dei vent’anni e non dovette angustiarsi più che tanto per il provvisorio smacco subito. 
Nella primavera del 1589 lo troviamo impegnato in un frenetico girovagare tra Toscana e Liguria, in allegra compagnia di alcuni amici, rampolli di altolocate famiglie fiorentine. Tra di essi era il giovane Giambattista Ricasoli, in quel periodo vittima di sempre più frequenti crisi di instabilità mentale. Proprio nella villa del Ricasoli, a Torricella in Chianti, Galileo fu protagonista di un episodio che avrebbe potuto costargli assai caro, poiché corse il rischio di essere ucciso per errore da una archibugiata esplosa da un altro ospite della villa, Pier Battista Ricasoli, allarmato dalla falsa notizia, propalata dall’obnubilato Giambattista, della presenza di banditi nei dintorni. Neanche un anno dopo questi avvenimenti, nel febbraio del 1590, Galileo sarà chiamato a testimoniare nel corso di un processo intentato dai parenti di Giambattista Ricasoli (deceduto nel gennaio di quell’anno), che ne avevano impugnato le volontà testamentarie, ritenendole espressione di uno stato di totale infermità di mente [si tratta del processo civile al quale ho già accennato, ndr].

        Finalmente, durante l’estate del 1589, si liberò di nuovo il lettorato di Pisa e Galileo, con le raccomandazioni di Guidobaldo del Monte e di suo fratello ora divenuto Cardinale, riuscì ad accedere all’agognatissimo posto accademico: lettore di matematica presso lo Studio di Pisa. 

GALILEO PROFESSORE DI MATEMATICA A PISA 

          Il primo impiego fu di gran sollievo per Galileo perché, finalmente, poteva dedicarsi liberamente ai suoi studi di matematica. Dal punto di vista economico Galileo si rendeva indipendente non gravando più sul bilancio della famiglia ma l’insegnamento della matematica che si accoppiava con quello dell’astronomia(22) era all’ultimo posto nella considerazione nelle Università e per il suo lavoro Galileo era pagato sessanta fiorini al mese che erano molto pochi e, per capirlo, occorre fare dei rapidi confronti che ci permettono anche di conoscere i colleghi di Galileo presso lo Studio di Pisa. La filosofia era insegnata da quattro docenti: Jacopo Mazzoni, Francesco Buonamici, Francesco de’ Vieri (o Verino) e Giulio de’ Libri. Il loro salario era il seguente: il concordista Jacopo Mazzoni, ordinario di peripatetismo estraordinario di platonismo, era pagato 500 fiorini per l’insegnamento ordinario aumentati di altri 200 per lo straordinario (in genere i docenti di materie filosofiche o mediche o giuridiche guadagnavano sette o otto volte ciò che guadagnava un matematico); il Verino aveva un salario di 450 fiorini; Buonamici di 330; de’ Libri di 160. Gli insegnamenti che doveva impartire Galileo erano: il commento degli Elementi di Euclide, delle Meccaniche di Aristotele, del Tractatus de sphaera (circa 1230)dell’astronomo ed astrologo Giovanni Sacrobosco (o John of Holywood, 1195-1256), il commento ad alcuni passi dell’Almagesto di Tolomeo e da ultimo quello della Theoria Planetarum (verosimilmente quella attribuita al matematico ed astronomo Campano da Novara, 1220-1296) che, come osserva Garin, diventa fondamentale fino a prendere il posto della filosofia (un’operetta che Galileo scrisse nel 1597, Trattato della Sfera o Cosmografia, mostra che il suo insegnamento riguardava l’astronomia tradizionale precopernicana). L’ambiente dei colleghi di Galileo era desolante e Garin ne fornisce una descrizione agghiacciante: il de’ Libri aveva fatto quanto aveva potuto per provare al popolo di non saper nulla; il litigioso Borro brancolava nel buio pesto delle sue lezioni di fisica; il Caposacchi era chiamato, con allusione alle sue visuali, sacco in capo; il Buonamici era noto per le sue battute contro i frati e di avere una casa buonamichea (spesso centro di riunioni conviviali tra amici); il Mazzoni era l’unico che si salvava un poco ed era considerato huomo di grandissima memoria e di maravigliosa ostentatione nel discorrere ma non così fondato in filosofia in particulare, come molti credevano. Il quadro era rafforzato dalle frequenze degli studenti alle lezioni che erano in media 5 o 6. Garin dice: deserti di forza speculativa i più dei professori, deserti di scolari le aule. Ricercare quindi nei colleghi di Galileo una sua ispirazione è del tutto inutile e lo sarà anche per i colleghi di Padova che erano, a parte contatissimi casi, sostanzialmente gli stessi. Le Università erano stanche, moribonde, senza eco e con docenti all’altezza di questa miserevole situazione. Solo l’osservazione al mondo esterno, alla vita civile, all’artigiano, abbandonando i libri … avrebbe permesso di guardare il cielo.

        Scriveva Banfi:

Ora, appunto perché la certezza spirituale che dovrà un giorno sostenere tutta la sua attività e determinare la forma stessa delle sue relazioni sociali è ancora in boccio, la personalità di Galileo non ha negli anni di Pisa, nell’ambiente che lo circonda, il rilievo e il potente dominio che avrà un giorno. Certo la freschezza e la vivacità del suo ingegno non dovette sfuggire ad uomini come Jacopo Mazzoni e Gerolamo Mercuriale [1530-1606, medico, ndr], professori l’uno e l’altro dello Studio, ai quali lo legava affinità di indirizzo intellettuale, mentre la dialettica brillante e travolgente del discorso ebbe modo di farsi valere tra i frequentatori della casa di Camillo Colonna, nei cui giardini lieti d’ombre e di frescura Luca Valerio [1553-1618, matematico, ndr] ascoltò, ammirando, la tumultuosa eloquenza di Galileo. Ma la cerchia delle amicizie intellettuali rimase in Pisa sempre ristretta, giacché la coltura era ivi dominata dall’ambiente tradizionalista e retrivo dell’Università. Del resto i racconti di conflitti o di sfide tra il giovane professore e i suoi colleghi più anziani – come quello del pubblico esperimento della caduta dei gravi dal campanile del duomo – son da relegarsi tra le leggende di cattivo gusto, che tendono a fissare la personalità dei grandi, fuori dell’umana complessità della loro vita, in un rigido atteggiamento retorico.

 È ben vero che, pur rifiutando di dar peso alle narrazioni di aperti contrasti col mondo accademico – che, del resto, Galileo evitò anche a Padova – non si può pensare che la sua condizione fosse in Pisa tra le più felici. Ciò risulta anche dall’amarezza che si cela sotto l’ironia del suo capitolo: Contro il portar la toga, capitolo provocato da un’ordinanza che prescriveva l’uso pubblico e consuetudinario per i lettori dell’abito talare. Esso è in quello stile bernesco, facile di lingua nell’artificiosa e grave struttura metrica della terza rima, che il Galilei amava come quello che solleva a più alto grado di vivacità il motivo comico-satirico del contrasto tra la raffinatezza e il preziosismo artificioso dei valori consuetudinari ormai privi di contenuto e l’umile ma concreta realtà, contrasto che l’ultimo Rinascimento, come ogni età di crisi, doveva potentemente sentire, prima di obliarlo nella fantasia sentimentale dell’idillio e nel morbido sogno del melodramma. Il centro della comicità è qui infatti la crisi della vita accademica, tra la dignità della posizione tradizionale e l’innegabile svalutazione sociale che ha il suo riflesso nella tenuità dello stipendio e nella mal celata umiltà della vita. Tale condizione ha la sua eco dolorosa nell’anima del giovane che non è chiuso nella cerchia d’incanto della vanità accademica, ma, nato da una razza semplice e forte, assetato di vita e di felicità, muove guidato solo dal suo libero ingegno sospinto dai desideri e dalle speranze della giovinezza in cui potrebbe dimenticare la miseria quotidiana, se le pretese dell’austerità professorale non gliela ricordassero ad ogni istante, additandola a tutti. Ché la toga dovrà sventolare sulle vesti mal rattoppate, trascinarsi per le bettole, scantonare nell’oscurità delle vie malfamate, a meno che il giovane professore non voglia sacrificare alla toga la sua vita. Tempo beato quello in cui l’uomo valeva solo per ciò che era e faceva e non per le vesti che portava! Ma il mito dell’età dell’oro con cui si chiude idillicamente il capitolo non è per Galileo sogno poetico, bensì volontà di conquista e di vittoria.

        Alcuni versi di Galileo vanno riportati, quelli in cui dice che è meglio andare nudo piuttosto che con la toga, come s’usava nel tempo antico dove le persone si giudicavano non per i rasi ed i damaschi che indossavano ma per i loro ingegni (e proprio per il rifiuto della toga, prescritta dai regolamenti, fu multato dalle autorità accademiche). Gli uomini sono come i fiaschi delle osterie che erano l’unica consolazione di Galileo: i fiaschi sono tutti uguali e si apprezzano solo quelli che hanno dentro il vino buono, gli altri sono buoni solo per pisciarvi drento (ma poi, come scrive la Sobel, la toga da professore gli precludeva l’ingresso al bordello, negandogli i meschini piaceri offerti dalle prostitute e abbandonandolo al sollazzo altrettanto peccaminoso delle proprie mani).

Volgo poi l’argomento, e ti conchiudo, 
    E ti fo confessare a tuo dispetto, 
    Che ‘l sommo ben sarebbe andare ignudo. 
E perchè vegghi che quel ch’ io ho detto 
    È chiaro e certo e sta com’ io lo dico.
    Al senso e alla ragion te ne rimetto. 
Volgiti a quel felice tempo antico, 
    Privo d’ogni malizia e d’ogni inganno, 
    Ch’ ebbe sì la natura e ‘l cielo amico; 
E troverai che tutto quanto l’anno 
    Andava nud’ ognun, picciol e grande, 
    Come dicon i libri che lo sanno. 
Non ch’ altro, e’ non portavon le mutande,  
    Ma quant’ era in altrui di buono o bello 
    Stava scoperto da tutte le bande. 
[…]

Ch’ importa aver le vesti rotte o intere, 
    Che gli uomini sien Turchi o Bergamaschi, 
    Che se gli dia del Tu o del Messere? 
La non istà ne’ rasi o ne’ dommaschi; 
    Anzi vo’ dir ti una mia fantasia, 
    Che gli uomini son fatti com’ i fiaschi. 
Quando tu vai la state all’ osteria, 
    Alle Bertuccie, al Porco, a Sant’ Andrea, 
    Al Chiassolino o alla Malvagia, 
Guarda que’ fiaschi, innanzi che tu bea 
    Quel che v’ è drento; io dico quel vin rosso, 
    Che fa vergogna al greco e alla verdea: 
Tu gli vedrai che non han tanto in dosso, 
    Che ‘l ferravecchio ne dessi un quattrino; 
    Mostran la carne nuda in sino all’ osso: 
E poi son pien di sì eccellente vino, 
    Che miracol non è se le brigate 
    Gli dan del glorioso e del divino. 
Gli altri, ch’ han quelle veste delicate,
    Se tu gli tasti, o son pieni di vento, 
    O di belletti o d’acque profumate, 
O son fiascacci da pisciarvi drento.

        Ultima nota biografica di questi anni pisani è la morte del padre di Galileo, Vincenzo, avvenuta il 2 luglio 1591. Al di là del profondo dolore che tale perdita rappresentò per Galileo, i problemi economici divennero enormi perché sulle sue spalle ricadde il mantenimento della famiglia (con l’aggravante che una sorella di Galileo, Virginia, si era appena maritata e doveva far fronte alla dote). Galileo era profondamente amareggiato per le continue delusioni che si assommavano ad impegni. Anche Viviani ci descrive questo momento in modo deprimente per Galileo, per altri motivi legati alla totale incomprensione da parte della gran parte dei suoi colleghi ed alle conseguenti continue discussioni:

In questo tempo, parendogli d’apprendere ch’all’investigazione delli effetti naturali necessariamente si richiedesse una vera cognizione della natura del moto, stante quel filosofico e vulgato assioma Ignorato motu ignoratur natura [espressione utilizzata da Aristotele nella Fisica, ndr], tutto si diede alla contemplazione di quello: et allora, con gran sconcerto di tutti i filosofi, furono da esso convinte di falsità, per mezzo d’esperienze e con salde dimostrazioni e discorsi, moltissime conclusioni dell’istesso Aristotele intorno alla materia del moto, sin a quel tempo state tenute per chiarissime et indubitabili; come, tra l’altre, che le velocità de’ mobili dell’istessa materia, disegualmente gravi, movendosi per un istesso mezzo, non conservano altrimenti la proporzione delle gravità loro, assegnatagli da Aristotele, anzi che si muovon tutti con pari velocità, dimostrando ciò con replicate esperienze, fatte dall’altezza del Campanile di Pisa [si tratta molto probabilmente di una leggenda, ndr] con l’intervento delli altri lettori e filosofi e di tutta la scolaresca; e che né meno le velocità di un istesso mobile per diversi mezzi ritengono la proporzion reciproca delle resistenze o densità de’ medesimi mezzi, inferendolo da manifestissimi assurdi ch’in conseguenza ne seguirebbero contro al senso medesimo. Sostenne perciò questa cattedra con tanta fama e reputazione appresso gl’intendenti di mente ben affetta e sincera [riferimento ai soli Mazzoni e Mercuriale, ndr], che molti filosofastri suoi emuli, fomentati da invidia, se gli eccitarono contro; e servendosi di strumento per atterrarlo del giudizio dato da esso sopra una tal macchina, d’invenzione d’un eminente soggetto [Giovanni de’ Medici, ndr], proposta per votar la darsina di Livorno, alla quale il Galileo con fondamenti meccanici e con libertà filosofica aveva fatto pronostico di mal evento (come in effetto segui), seppero con maligne impressioni provocargli l’odio di quel gran personaggio […]

       Queste chiusure esterne dettero a Galileo almeno del tempo per lavorare e dedicarsi ad un suo primo lavoro di fisica, il De motu, cui fa cenno il precedente testo di Viviani. Questo lavoro, in latino, ebbe almeno tre stesure, quella fiorentina, poi quella pisana (ambedue usualmente chiamate De moti antiquiora) ed infine quella definitiva che conosciamo e conserviamoma che non sappiamo datare con certezza anche se sembra ragionevole pensare che il grosso dell’opera fu realizzato negli anni pisani (1590-1592). In particolare mentre Drake sostiene che nel 1591 Galileo aggiunse i moti circolari e sul piano inclinato a quanto già elaborato, Carugo e Crombie ipotizzano invece una stesura molto più tarda, tra il 1597 ed il 1630. 

IL DE MOTU

        Il De motu di Galileo ha un seguito in tempi recenti che va raccontato prima di entrare in dettagli.

        L’argomento della discussione è la frase di un odierno bigotto pretoriano del Santo Uffizio (anche di notevole ignoranza), tal Wallace, un prete che scrive:

        Sul De Motu poggia la sua [di Galileo] fama di “Padre della Scienza moderna”.

        Questa affermazione che chiunque conosca l’ABC di Galileo (ma basterebbe solo l’A) sa essere totalmente falsa, si situa all’interno di una denigrazione sottile, subdola, pretesca, dello scienziato pisano, denigrazione che prende le mosse da uno storico della scienza cattolico e francese di nome Pierre Duhem (1861-1916)(23). Come ho raccontato diffusamente altrove, Duhem iniziò un’opera revisionista della storia per mostrare che le cose fatte da Galileo trovavano tutte la loro origine nei lavori dei frati cattolici, francescani e domenicani, delle Università di Parigi ed Oxford del XIII e XIV secolo. Per la verità l’essere solo cattolico avrebbe fatto dire ciò che io ho detto ma Duhem, poiché oltre che cattolico è anche uno sciovinista francese, non menziona Oxford, anche se in quella Università iniziò la ripresa di quella teoria dell’impetus di Giovanni Filopono (490-570), che solo successivamente passerà a Parigi con i lavori di Buridano ed Oresme. Comunque la violenza di Duhem alla storia, raddrizzata per la prima volta da una storica tedesca, Anneliese Maier (1905-1971)(24), che ha mostrato l’inconsistenza delle tesi di Duhem, è continuata con l’opera di alcuni preti come il citato Wallace e Stanley Jaki ma anche con altri personaggi, apparentemente più laici, come i citati Carugo e Crombie. L’idea di andare a ricercare ogni vago indizio, regolarmente separato dal contesto, per accreditare o screditare, mi troverà sempre in disaccordo. Ed a questo proposito si legga in nota 73 la bella pagina che scrisse Eugenio Garin.

        Tornerò su questo quando se ne presenterà l’occasione, perché adesso è ora di capire come è nato il De motu, almeno nella sua versione pisana. Nel 1590, quando iniziò la redazione dell’opera Galileo era un aristotelico, con qualche insoddisfazione qua e là, ma aristotelico (pur già conoscendo il De Revolutionibus orbium coelestium di Copernico). Ho già detto che tra i suoi insegnamenti vi era il commento ad alcuni passi dell’Almagesto di Tolomeo. Ebbene, Galileo iniziò a scrivere il suo commento a quest’opera da un punto di vista aristotelico mentre stava elaborando il De motu per cui le problematiche si intersecarono naturalmente e necessariamente. Egli pensò quindi di utilizzare il De motu come ulteriore commento da far seguire agli altri suoi all’Almagesto, dopo una revisione di questi ultimi in modo che tutti gli argomenti fossero raccordati. Drake, che ha scritto le cose più complete e d’interesse sulla teoria del moto di Galileo, ci fornisce i dettagli:

Questo nuovo e importante trattato, che Galileo intendeva pubblicare e far seguire il più rapidamente possibile dai suoi commentari all’Almagesto, completamente riveduti, era organizzato in due “libri”, con una dovizia di rimandi incrociati tra i suoi ventitré capitoli. Il primo libro comprendeva dieci capitoli e terminava con Et de hoc satis [E di ciò si è detto abbastanza, ndr]. In esso era esposta la nuova dottrina del movimento – nuova, cioè, per i lettori di Galileo, non per lui, perché aveva avuto inizio con “Problemi di moto” del 1586-87 ed era stata sviluppata fino alla sua forma definitiva negli appunti e in “Ordine naturale e moto locale“. Il secondo libro conteneva dettagliate risposte a obiezioni basate sull’antica e accettata dottrina aristotelica del moto locale, riprendeva problemi sul moto che erano stati elencati ma non trattati nel 1586-87, e aggiungeva nuovi temi non trattati da Aristotele. Era abitudine, quando si presentava una nuova dottrina, rispondere a probabili obiezioni ed estenderla a nuovi campi. Ma il secondo “libro” faceva qualcosa di più; si apriva con l’enunciazione del metodo di Galileo

Methodus quam in hoc tractatu servabimus ea erit, ut semper dicenda ex dicta pendeant, nec unquam (si licebit) declaranda supponam tanquam vera. Quam quidem methodum mathematici mei me docuere.

[Il metodo che seguiremo in questo trattato sarà che sempre ciò che ho da dire dipende da quanto già detto e, se possibile, mai assumerò come vero ciò che richiede una prova. I miei matematici mi insegnarono questo metodo].

 Il primo libro era stato organizzato utilizzando il testo precedente (che poneva l’accento su problemi di carattere filosofico) applicando i precetti logici di Valla. Da quel momento in poi, Galileo seguì invece le due semplici regole sopra enunciate, che egli aveva appreso dalle sue letture di Euclide, Archimede, Tolomeo e Copernico – i suoi “matematici”.  Tre capitoli del secondo “libro” sono di particolare interesse per la successiva fisica di Galileo; li chiamerò II-4, II-6 e II-7. Quest’ultimo, intitolato ” A quo moveantur proiecta ” [Da cosa sono mossi i proiettili], fu probabilmente riveduto e trasferito da ” Ordine naturale e moto locale “, perché era usuale nell’ultima lezione trattare dei moti “violenti”. Inserito alla fine in II-7, terminava con la promessa di Galileo che i suoi commentari all’Almagesto sarebbero stati, con l’aiuto di Dio, pubblicati tra breve. Chiaramente Galileo intendeva pubblicare prima, e molto presto, la ” Nuova dottrina del moto “.

Questa promessa fu scritta nell’ultima parte del 1591.  Il capitolo II-4, che trattava dei movimenti lungo piani inclinati, è il più importante di tutti per la fisica galileiana prepadovana, e nei suoi scritti sul moto non c’è nessuna traccia di una precedente trattazione di questo argomento. A rigore, ciò che Galileo trattava in II-4 non era mai stato esaminato da nessuno, com’egli disse, perché il suo principale interesse era per la  velocità  dei movimenti discendenti lungo piani inclinati. Pappo aveva discusso della  forza  necessaria per far salire un corpo per un piano inclinato (ma erroneamente, osservava Galileo), Giordano Nemorario, nel XIII secolo, aveva formulato la prima enunciazione corretta a noi nota della condizione di  equilibrio  per un peso pendente bilanciato da un peso posato su un piano inclinato. Stevin aveva pubblicato nel 1586 un argomento molto ingegnoso (ed estremamente semplice) che stabiliva la medesima condizione, ma Galileo dapprima la riduceva alla legge della leva e poi passava a esporre la sua opinione (errata) intorno al  movimento  giù per un piano inclinato. 

Il suo errato ragionamento intorno alle velocità sui piani inclinati risaliva alla sua idea di durata solo temporanea dell’accelerazione nella caduta dei gravi, già citata precedentemente. Galileo ammetteva candidamente che la sua regola delle velocità non era suffragata da nessun esperimento, attribuendo l’insuccesso in parte a “impedimenti materiali” del tipo già citato, in parte a un’obiezione teorica. Nessuna di queste cose aveva alcunché a che fare con il difetto fondamentale, che era il fatto che Galileo trascurava l’accelerazione. Dovevano passare dieci anni prima che Galileo arrivasse a riconoscere questo fatto e a procedere verso la sua fisica matematica matura.  Il capitolo II-4 è strettamente collegato, in un modo singolare, con II-6, l’ultimo capitolo completo a essere stato scritto (non molto dopo II-4). Questo capitolo, sulle rotazioni di sfere materiali, era stato anticipato da un passo, in forma dialogica, di “Problemi di moto”, risalente al 1586-87. Esso cambiò il corso principale del pensiero di Galileo nella scienza fisica, riguardando non solo il moto circolare ma anche l’astronomia. Non c’è alcun modo di raccontare questa storia semplicemente, ma una volta che la si sia compresa, numerosi interrogativi comuni intorno alla fisica di Galileo dovrebbero sparire.  Nella filosofia naturale aristotelica, ogni moto era o naturale o violento. I movimenti violenti erano stati di scarso interesse per Aristotele perché per lui la fisica era la scienza della natura e particolarmente dei movimenti naturali. I filosofi naturali medievali elaborarono la teoria dell’impetus per rimediare al disinteresse di Aristotele per il moto violento.  Prima che Galileo esaminasse i movimenti su piani inclinati, nessuno aveva pensato che potesse esistere un moto che non è né naturale né violento. Il moto lungo un piano inclinato è naturale, dato che viene intrapreso spontaneamente appena un corpo viene liberato. Il moto su per un piano inclinato deve quindi essere violento. Quindi su un piano orizzontale, trascurando ogni impedimento naturale, sembrava che non ci fosse nessuna ragione per cui un corpo messo in movimento dovesse cambiare velocità. Per continuare un moto orizzontale, non era richiesta nessuna ulteriore forza, e Galileo fornì la prova matematica che la forza iniziale poteva essere inferiore a qualsiasi forza data. Quindi il moto continuo su un piano orizzontale non sarebbe né naturale né violento. Un piano orizzontale, tuttavia, sarebbe tangente alla Terra soltanto in un punto, e il movimento da quel punto deve portare il corpo più lontano dal centro della Terra, contro il suo moto naturale verso il centro. Galileo concluse che anche in teoria, eliminati tutti gli impedimenti materiali, il movimento non poteva continuare uniformemente e per sempre su un piano orizzontale, ma solo su una superficie concentrica con la Terra. La condizione essenziale è che, se si vuole che la velocità rimanga uniforme, la distanza dal centro della Terra deve rimanere costante. Perché ogni avvicinamento a quel centro deve far aumentare la velocità di un grave, esattamente come ogni allontanamento dal centro deve richiedere una forza e ridurre la velocità acquistata.  È per il concetto di un moto né naturale né violento che II-6, sulle rotazioni di sfere materiali, è strettamente collegato a II-4. Quasi all’inizio di II-6, Galileo definisce i movimenti naturale e violento un po’ diversamente da Aristotele: 

Motus itaque naturalis est dum mobilia, incedendo, ad loca propria accedunt; violentum est dum mobilia, quae moventur, a proprio loco recedunt. 

[Abbiamo infatti moto naturale quando i corpi, muovendosi, vanno verso il loro luogo naturale, e il moto violento quando i corpi, muovendosi, si allontanano dal loro luogo naturale.] 

Ne segue immediatamente che una sfera che ruota intorno al centro dell’universo si muove con un moto che non è né naturale né violento, dato che non si avvicina né si allontana dal suo luogo naturale. Ammesso che il centro di gravità della sfera sia al centro dell’universo, non avrebbe alcuna importanza che la sfera sia omogenea o no. Galileo esamina i vari casi di rotazione con il centro geometrico o il centro di gravità al centro dell’universo, o sostenuto vicino alla superficie di una sfera ivi centrata. Solo una sfera eterogenea ruotante intorno al proprio centro geometrico sostenuto a una certa distanza dal centro dell’universo non si muoverebbe con il nuovo tipo di movimento definito da Galileo. In una nota a margine aggiunta a II-4 egli battezzò moto neutrale il moto né naturale né violento.  Fu mentre scriveva II-6 che Galileo – che supponeva ancora che la Terra fosse al centro dell’universo – prese in considerazione la sua rotazione giornaliera come una possibilità fisica. Sarebbe stato un moto “neutrale”, né naturale né violento, e sembrava che non ci fosse nessuna ragione perché non fosse uniforme e perpetuo. Vide immediatamente che, se l’asse di rotazione era inclinato rispetto all’eclittica, l’astronomia ne sarebbe risultata enormemente semplificata. Non sarebbe stata necessaria né la rivoluzione annuale come supposto da Copernico, né il “terzo moto” per il quale l’asse terrestre rimaneva parallelo a se stesso nel sistema copernicano.  Galileo aveva scoperto un sistema astronomico migliore non solo dell’ibrido geo-eliocentrico che aveva inteso proporre nei suoi commentari all’ Almagesto ma anche dello stesso sistema copernicano. Invece di tre moti della Terra, Galileo doveva presumerne solo uno – e per giunta uno già giustificato dal suo ragionamento fisico sulle rotazioni delle sfere materiali.   Come dato di fatto, ignoto a Galileo, l’astronomia semicopernicana (come venne chiamata) era già stata proposta da Nicolaus Reymarus Bär [matematico tedesco, il cui nome fu latinizzato in Ursus, 1551-1600, ndr] e Tycho lo aveva vigorosamente attaccato per questo. Per ragioni sia scritturali che filosofiche, Tycho non voleva concedere nessun tipo di moto alla Terra centrale. Per quanto riguardava Galileo. in astronomia contava solo la semplicità logica delle ipotesi. e si aspettava la fama dalla presentazione della nuova idea nei suoi commentari all’ Almagesto che quindi cominciò subito a rivedere. Promettendo la loro prossima pubblicazione (alla fine di II-7), mise da parte la sua ” Nuova dottrina del moto ” e la lasciò così come stava verso la metà del 1591 (e rimane tuttora inalterata in manoscritto).

        Nel De motu compaiono per la prima volta argomenti a sostegno della caduta nello stesso tempo di corpi con pesi differenti. Galileo prova ogni combinazione: corpi diversi per peso, peso specifico e densità nello stesso mezzo; stesso corpo in mezzi differenti. Afferma, contro ciò che sosteneva Aristotele, che non esistono corpi leggeri o pesanti poiché queste proprietà sono relative: ad esempio il fuoco sale attraverso l’aria perché è più leggero di essa. Da qui l’episodio contestato di Viviani che invece Galileo sostiene quando nel De motu, più volte, raccontava di esperienze di caduta dei gravi da torri per mostrare che i corpi cadono tutti con la medesima velocità. Ma, se si riflette un poco ci si rende conto che non serviva salire sulla torre di Pisa per far vedere non tanto la correttezza della tesi di Galileo, quanto gli errori in quella di Aristotele. Scriveva il Filosofo nel De Coelo:

Se un dato peso percorre un dato spazio in un dato tempo, un peso uguale al primo più qualcosa lo farà in un tempo minore, e la proporzione che c’è tra i pesi si ripeterà, nel rapporto inverso, per i tempi; ad esempio, se metà del peso si muove in un dato tempo, un peso doppio del primo si muoverà nella metà di quel tempo [Aristotele, Fisica. Del cielo, pagg. 255-256].

E ciò, in breve, vuol dire che un corpo che pesi il doppio di un altro, per Aristotele, dovrebbe arrivare al suolo in metà tempo. Per far vedere che un mattone e due mattoni legati tra loro, se lasciati cadere dalla stessa altezza, arrivano quasi al medesimo tempo al suolo, basta salire su una sedia, o utilizzare un balconcino al primo piano, perché la cosa è evidentissima. E Galileo, nel suo De motu pisano, scriveva di essere insoddisfatto delle affermazioni di Aristotele e, discutendo dell’accelerazione dei corpi in caduta, aggiungeva:

Quando scoprii una spiegazione che (almeno a mio giudizio) era del tutto corretta. dapprima ne fui felice: ma quando la esaminai con più attenzione cominciai a sospettare che presentasse qualche difficoltà. Ma infine eliminata ogni difficoltà con il passare del tempo la pubblicherò nella sua forma esatta e dimostrata [De motu, E.N. I, pag. 316].

Galileo parlava di  forma esatta e dimostrata, e poiché aveva la teoria ma non ne aveva la dimostrazione si fermava. Più oltre forniva quella che riteneva la spiegazione dell’accelerazione nella caduta dei gravi. Più che spiegazione occorrerebbe parlare di causa perché Galileo era un giovane ancora intriso dell’educazione aristotelica che voleva sempre cause che spiegassero fenomeni osservati. La spiegazione dell’impetus risolveva il problema ma Galileo non ne fu persuaso (in accordo con Tartaglia e contrariamente a Benedetti). Egli riteneva di avere trovato la sua spiegazione riferendosi a gravi lanciati verso l’alto. Egli supponeva che quando il grave è lanciato in alto, la causa di tale moto era una virtù impressa che si perdeva sempre più mano a mano che il corpo saliva. Quando il grave era arrivato al punto più elevato della sua traiettoria, tale virtù non era terminata ma risultava insufficiente a far salire ulteriormente il grave. E la caduta all’inizio avviene con velocità minore perché la vera velocità non si raggiunge finché non viene completamente consumata la virtù impressa. A questo punto il grave inizierà a cadere con la velocità che gli compete nell’aria (la qual cosa è ben visibile nella caduta di un oggetto in acqua). In definitiva la spiegazione del moto di caduta risiedeva in quella virtù impressa che andava consumandosi o nella perdita di una forza residua che, quando il moto iniziava, se ne andava verso l’alto[la virtù interviene solo all’inizio di un fenomeno e non si mantiene indefinitamente], argomentando ciò con lo scritto seguente:

E ritengo che questa sia la vera causa dell’accelerazione del moto: e avendovi pensato e, dopo due mesi avendo per caso letto ciò che Alessandro [di Afrodisia, un commentatore del II o III secolo, ndr] dice su questo argomento, appresi da lui che questa era stata anche l’opinione di quell’illustre filosofo Ipparco, lodato dal dottissimo Tolomeo. Ipparco infatti è molto stimato con grandi lodi da Tolomeo in tutto il corso dell’Almagesto. Secondo Alessandro anche Ipparco credeva che questa [forza] fosse la causa dell’accelerazione del moto naturale, ma poiché egli non aggiunse nulla oltre a ciò che ho sopra detto, la sua opinione sembra dunque imperfetta e quindi suscettibile di essere respinta dai filosofi; infatti essa sembra applicarsi solo al caso di moti naturali preceduti da un moto violento e non potrebbe essere applicata a un moto che non segue un moto violento. In effetti i filosofi non si accontentarono di rigettarla come imperfetta ma la considerarono addirittura falsa e neppure vera nel caso in cui il moto era preceduto da uno violento. Ma noi aggiungeremo questioni non spiegate da Ipparco mostrando come valga la stessa causa anche nel caso di un moto non preceduto da un moto violento, e tenteremo di renderla esente da ogni fallacia. Non direi tuttavia che Ipparco non fosse del tutto alieno da critica, perché egli non scoprì una difficoltà di grande importanza [De motu, E.N. I, pagg. 319-320].

        La difficoltà a cui si riferisce Galileo aveva a che fare con la frase di Drake nella citazione precedente: Il moto su per un piano inclinato deve quindi essere violento (ricordo la differenza in Aristotele tra moto naturale e moto violento: il primo è quel moto che riporta gli oggetti al loro luogo naturale, il secondo è quello che li allontana). Ed occorre un minimo di spiegazione. Nelle sue esperienze con i piani inclinati, che Galileo faceva per avere una caduta rallentata e poter misurare i tempi che, in una caduta verticale, risultava impossibile, egli provò a disporre due piani inclinati contrapposti, in modo che una pallina arrivata in fondo ad un piano, quello declive, iniziasse a risalire sull’altro, quello acclive. E’ così che Galileo aveva prodotto il moto su per un piano inclinato. I due moti, in caduta ed in salita, erano per Galileo, gli stessi ma la fisica di Aristotele li metteva in due categorie diverse, quello in caduta come moto naturale e quello in salita come moto violento. E diceva nel De motu che questi due moti non sono in realtà contrari, ma piuttosto un moto composto da uno naturale ed uno violento […] finché la pesantezza intrinseca e la leggerezza dell’altro […] si mischiano al corpo mobile[De motu, E.N. I, pag. 322]. Insomma non è concepibile considerare in modo diverso questi due moti e la cosa la si può capire se solo si pensa che corrisponde al considerare diverso il moto di un piatto della bilancia quando scende verso il basso rispetto a quello che sale verso l’alto.

        Su questi problemi e queste esperienze si confrontava Galileo e chi ancora oggi fa grancassa sull’eventuale non fatta esperienza della torre mostra di non sapere di cosa parla. In realtà non è tanto un’esperienza dalla torre che occorre ma l’idea di farla un’esperienza che vada a mettere in dubbio ciò che dice il Filosofo. Infatti alla negazione di quella esperienza si accomuna sempre l’altra tesi su Galileo, quella che vorrebbe egli non avesse fatto esperienze, con la sua riduzione a ciarlatano. Naturalmente i denigratori sono gli stessi di prima, quelli che continuano a processare Galileo, alla faccia di Giovanni Paolo II (anzi no, perché il Papa Polacco era ben cosciente di non aver riabilitato Galileo lasciandolo in mano all’ignorante pretaglia in tonaca o meno)..

        Ma il De motu è un’opera di gran lunga superiore a tutte quelle che all’epoca o anche prima si erano pubblicate sull’argomento e Galileo aveva bisogno di pubblicare lavori per sostenere la sua situazione economica fattasi molto grave. Eppure, si badi bene, egli non la pubblicò. In definitiva se era un’opera che nasceva come proseguimento dei soli insegnamenti dei gesuiti Galileo avrebbe avuto una pubblicazione senza nulla rischiare. Ma ci doveva essere dell’altro come c’era e Galileo non la pubblicò perché egli stesso era insoddisfatto per la mancanza di esperienze che corroborassero le sue tesi (questo particolare sfugge sempre ai denigratori). E Galileo ci dice qualcosa in proposito nel suo Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solaridel 1613:

la difficoltà della materia e ‘l non avere io potuto far molte osservazioni continuate mi hanno tenuto e tengono ancora sospeso ed irresoluto: ed a me conviene andare tanto più cauto e circospetto, nel pronunziare  novità alcuna, che a molti altri, quanto che le cose osservate di nuovo e lontane da i comuni e popolari pareri, le quali […] sono state tumultuosamente negate ed impugnate, mi mettono in necessità di dovere ascondere e tacere qual si voglia nuovo concetto, sin che io non ne abbia dimostrazione più che certa e palpabile; perché da gl’ inimici delle novità, il numero dei quali è infinito, ogni errore, ancor che veniale, mi sarebbe ascritto a fallo capitalissimo, già che è invalso l’uso che meglio sia errar con l’universale, che esser singolare nel rettamente discorrere. Aggiugnesi che io mi contento più presto di esser l’ultimo a produrre qualche concetto vero, che prevenir gli altri per dover poi disdirmi nelle cose con maggior fretta e con minor considerazione profferite.

        Galileo quindi, ancora nei primissimi mesi del 1592, quando già era scaduto il suo contratto triennale presso lo Studio di Pisa, aveva poca speranza nel suo rinnovo per aver sollevato critiche alla proposta per votar la darsina di Livorno fatta da Giovanni de’ Medici alla quale il Galileo con fondamenti meccanici e con libertà filosofica aveva fatto pronostico di mal evento (come in effetto segui). E quelle critiche gli avevano provocato l’odio di quel gran personaggio. Vi era poi tutto il suo disagio in quell’ambiente chiuso e ristretto in cui l’unica consolazione era l’osteria. Inoltre gli era piovuta addosso la disgrazia della morte del padre con il conseguente dover accollarsi il mantenimento della famiglia.

        Egli sapeva che lo Studio di Padova aveva il posto di lettore di matematica vacante dal 1588 (quello stesso al quale aveva aspirato Giordano Bruno), da quando era scomparso Giuseppe Moletti che la occupava. Vi era il desiderio di andare via da Pisa per accedere in quel luogo notoriamente più aperto e più stimolante. Vi è una lettera di Guidobaldo del Monte a Galileo del 21 febbraio 1592 che ci fa capire cosa aveva in mente Galileo. Galileo aveva scritto più volte a Guidobaldo ma tali lettere non erano state ricevute.

[…] trovo che V.S. mi ha scritto altre volte, et io non le ho havute, come anche non ho havuta quella che V. S. mi dice havermi scritto della morte di suo padre: che in vero quando l’ ho sentito, ne ho preso gran dispiacere, e per amor suo e per amor di V. S.; nè mi pareva tanto vecchio, che non havesse potuto viver ancora molti anni. Io me ne con dolgo con V. S., ma bisogna contentarsi di questi disturbi che dà il mondo.

Mi dispiace ancora di veder che V. S. non sia trattata second’ i meriti suoi, e molto più mi dispiace che ella non habbi buona speranza. Et s’ella vorrà andar a Venetia questa state, io l’invito a passar di qua, che non mancarò dal canto mio di far ogni opera per aiutarla e servirla; chè certo io non la posso veder in questo modo. Le mie forze sono deboli, ma, come saranno, io le spenderò tutte in suo servitio. E le bascio le mani, com’ al S.r Mazzone, se si ritruova in Pisa. Che il Signor la contenti. 

Di Monte Baroccio, alli 21 di Febraro del 1592.

         Galileo si recò a Venezia per tentare di gestire al meglio la sua assunzione a Padova. Si servì dell’aiuto promesso da Guidobaldo, che non era cosa da poco perché questi aveva studiato a Padova ed aveva in tale città molti amici, tra cui l’influente Giovanni Vincenzo Pinelli, che abitava a Padova in una casa del vescovo Leonardo Mocenigo restaurata dal Palladio. Questi era in contatto con il Procuratore Giovanni Michiel, uno dei tre Riformatori dello Studio di Padova, e tanto operò che ottenne il posto per Galileo. Abbiamo una prima comunicazione dell’interessamento di Pinelli in una lettera del 3 settembre del 1592 subito seguita da un’altra del 9 settembre (ambedue indirizzate a Galileo in Venezia). Quella del 9 diceva:

Hebbi l’ultima lettera di V. S., et pensai poter esser hieri col Sig, Procuratore· Michele, che non mi fu lecito, per alcun travaglio di stomaco che mi sopravenne. Sono stato questa mattina, et pertanto mi ha detto, darà alla S. V. li 200 fiorini senz’ altro, et serà costì per domani o l’altro senza fallo; sì che la S. V. ne potrà star sull’ aviso, et subito al suo arrivo andarlo a ritrovar, per l’ingraziarlo del suo buon animo et così far instanza per la spedizione. Non voglio lassar di dire alla S. V. (ma ciò sia detto tra di noi), che forse per alcun di cotesti Signori s’ ha la mira a qualche altro soggetto; et però non sarà se non bene ch’ ella s’ offerisca alla concorrenza di chi cercasse questa lettura, chè in questo modo si chiariranno le partite et la giustizia harà il suo luogo. Ma, di grazia, la S. V. non si lassi intendere di questo mio avertimento.

E’ in pratica la comunicazione ufficiosa dell’assunzione con uno stipendio addirittura pari a tre volte e mezza quello di Pisa. Galileo avrebbe dovuto rivolgersi al Procuratore per ottenere la spedizione del Decreto di nomina. Con l’avvertenza di essere grato con chi l’assumeva perché c’era qualcun altro che voleva il posto. E sappiamo che questo qualcun altro, suo rivale, era Magini, proprio quello che gli aveva soffiato la cattedra di Bologna, che era sostenuto a Padova da un’altro Riformatore, Zaccaria Contarini (personaggio di una famiglia molto influente a Venezia). Galileo riuscì però a farsi amico del figlio, Benedetto, del terzo Riformatore, Alvise Zorzi, di modo che due su tre erano dalla sua parte. E riuscì anche a farsi amico di Giacomo Contarini, figlio di Zaccaria, anche se quest’ultima amicizia non sembra aver avuto effetti su Zaccaria.

        Galileo, ricevuta questa lettera, ne comunicò il contenuto a Giovanni Uguccioni, ambasciatore del Gran Ducato di Toscana presso la Repubblica di Venezia, suo compagno di viaggio nell’agosto 1592 e nella cui casa veneziana era ospite, affinché la comunicasse a Belisario Vinta, suo amico e Segretario del Gran Duca Ferdinando I, anche perché Galileo doveva ottenere il permesso di espatriare. Così scriveva Uguccioni a Vinta:

GIOVANNI UGUCCIONI A BELISARIO VINTA

Padova, 21 settembre 1592.

 Sono in Padova, e sono venutoci con Mess. Galileo Galilei, che legge la Matematica in Pisa; quale quindici giorni fa venne per vedere Venetia, et in tanto hieri in carrozza, in discorrendo meco, mi disse che in Venetia era stato ricerco di leggere in Padova, e che crede che harebbe 200 scudi in circa di salario 1’anno, e che ha risposto che, sendo al servitio del Gran Duca, non può risolvere cosa nessuna, onde io credo che se ne venga a cotesta volta, per trattare di questo negotio con S. A. S.: alla quale non ho voluto scrivere, perchè mi credo che basti haverlo conferito a lei con la presente; che se sarà male scritta, mi scuserà perchè sono all’ hosteria per montare in carrozza per alla volta di Vicenza et essere giovedì in Venetia …

Insomma, la cosa deve essere costruita come se Galileo chiedesse il permesso di andar via da Pisa, addirittura scusandosi. Il cenno a quanto prenderà di stipendio è comunque dissuasorio dell’insistenza del Gran Duca acché Galileo resti (vi era qui l’equivoco dei fiorini trasformati in ugual numero di ducati che sembrava triplicare lo stipendio).

        Il 25 settembre vi è un’altra lettera di Pinelli a Galileo in cui, tra l’altro, risulta che lo stipendio è stato ridotto a 180 fiorini (sempre tre volte ciò che prendeva a Pisa anche se, tenuto conto del cambio, si trattava al massimo di un 50% in più ma con prospettive di aumento in tempi brevi e con ampie prospettive di lezioni private visto il molto maggior numero di studenti a Padova rispetto a Pisa):

Padova, 25 settembre 1592. 

Poiché hieri io aspettai la S. V. indarno, desidero ch’ almeno di lontano ella mi faccia intendere come sia rimasta con questi SS.ri Riformatori in proposito delli 180 [fiorini]; se bene, per quanto mi è occorso di ragionarne con diversi che sono stati a ragionamento co’ sudd. Sig.ri del suo particolare, non ne dovrei dubitare: tuttavia ne desidero due righe dalla S. V., alla quale dissegnava di mandare alcune lettere che le dissi ‘per quelli miei SS.ri et amici, ma, sviato da diverse occasioni, non ho potuto […]

Finalmente, il 26 settembre, giorno del decreto di nomina di Galileo a lettore di matematica presso lo Studio di Padova, Uguccioni da Venezia scriveva direttamente al Gran Duca di Toscana per informarlo:

GIOVANNI UGUCCIONI al GRANDUCA DI TOSCANA

… Sino al principio di questo mese comparse qua il GaIileo, Matematico di Pisa che è stato sempre qui in casa mia per veder la città; e domattina si parte per sendo stato ricerco di legger nello Studio di Padova con 180 ducati 1’anno di salario: onde ha risposto che non vuole fermar niente se prima non ne dà conto a V. S. è suo debito …

Ed ecco di seguito il decreto del 26 settembre che sarà spedito a Galileo solo il 12 dicembre perché, come spiega Benedetto Zorzi a Galileo, si tratta della burocrazia che è lenta:

GALILEO LETTORE NELLO STUDIO DI PADOVA. 

a) NOMINA. 

1) Deliberazione del Senato. Venezia 26 settembre 1592. 

Refformatori. 

S. Alvise Zorzi P.r 

A dì XXVI Settembrio. 

Per morte del Moletti, che leggeva nello Studio nostro di Padoa le Matematiche, che vaca già molto tempo quella lettura, la qual essendo di molta importantia, per servir alle scientie principali, si è convenuto differir di elegger in suo loco, perchè non si ha havuto suggetto corrispondente al bisogno; hora che si ritrova D. Galileo Galilei, che legge in Pisa con sua grandissima laude, et si può dir che sia il principale di questa professione, il qual contenta di venir quanto prima nel predetto Studio nostro a legger detta lettione, è a proposito di condurlo. Però … [manca un seguito nell’originale]

     L’anderà parte che ‘l detto D. Galileo Galilei sia conduto a legger in detto Studio nostro la prima lettione delle Matematiche per anni quattro de fermo, et dui di rispetto siano a beneplacito della S. N., con stipendio di fiorini cento ottanta all’anno.

       A parte tutte le manovre veneziane e padovane, il vero artefice dell’assunzione di Galileo a Padova sembra essere stato Guidobaldo del Monte ed il cardinale suo fratello. Un riscontro di ciò lo si ha in una lettera che ancora Guidobaldo invia a Galileo il 10 gennaio 1593.

desidero ancora, di saper che provision gli danno, perchè io vorrei che ella fusse trattata secondo il desiderio mio et i suoi meriti. Gran contento ho poi preso in veder che habbi dei scolari assai; chè spero che con il suo valor farà di maniera che molti attenderanno a questa scienza, et glie la farà conoscere, perchè ìnvero ella non è conosciuta se non da molti pochi. Io non mancarò, con l’occasioni che mi presentaranno, di scrivere al S.” Gio. Battista dal Monte di quanto mi ricerca. Quanto poi che mi vogli haver obligo del luogho di Padova, io non voglio per niente che me ne habbi obligo, non havendoci io fatto niente; ma il tutto lo dia al suo valore et al suo molto sapere.

E così iniziava questa nuova e feconda fase del ventottenne Galileo in Padova.

UN’INVISIBILE STORIA PARALLELA

         Abbiamo visto che Galileo, nell’agosto del 1592, si recò a Venezia per gestire da vicino la sua nomina a lettore a Padova. E’ suggestivo andare a vedere alcune altre date che si sovrappongono a questo periodo di attività di Galileo. L’estate dell’anno precedente, durante la Fiera del libro di Francoforte, Giordano Bruno era stato avvicinato da due librai veneziani per conto di Mocenigo che voleva Bruno per apprendere l’arte della memoria. Bruno accettò e, dopo un breve passaggio a Venezia nell’agosto del 1591, si recò a Padova da un suo amico di Helmsted, che era stato suo segretario e copista, per tenere alcune lezioni agli studenti tedeschi che frequentavano lo Studio della città e per tentare di ottenere il lettorato di matematica vacante dal 1588 (quello che sarà occupato l’anno successivo da Galileo). Le lezioni erano di argomento matematico e saranno pubblicate solo nel 1964 sotto il titolo di De vinculis,  De sigillis Hermetis et Ptolomaei et aliorum (opera perduta), Praelectiones geometricae e Ars deformationum.

        A novembre Besler (rappresentante degli studenti tedeschi presso lo Studio di Padova che aveva informato Bruno della cattedra vacante), tornò in Germania e Bruno a Venezia dove solo nel marzo del 1592 si recò a casa di Mocenigo. Evidentemente Bruno non gradì quel personaggio ed il 21 maggio gli chiese di poter tornare a Francoforte per curare alcuni suoi interessi. Mocenigo si sentì truffato ed il 23 maggio ldenunciò Bruno al Tribunale veneziano dell’Inquisizione con varie accuse riassumibili in eresia. Ho qui voluto solo ricordare questa parentesi di Bruno tra Venezia e Padova che coincide quasi con gli spostamenti di Galileo. Il fine a me pare evidente: la vicenda di Bruno non doveva essere ignota a nessuno in quell’epoca e tanto meno ai nobili e dotti che frequentava e frequenterà Galileo, tra i quali vi era anche il cardinale Roberto Bellarmino che sarà l’accusatore principale di Bruno dal 1597 al rogo. Eppure, non vi è traccia di Giordano Bruno nelle corrispondenze, nei documenti, in qualcosa che possa far capire almeno il disprezzo che si aveva per lui. Solo silenzio. Le ipotesi sono due. O la paura era grandissima tanto da far sì che nessuno azzardasse fare quel nome, o sono stati fatti sparire tutti i documenti che riguardavano quella vicenda. In definitiva si dovrà tener conto che, dietro a quanto ora racconterò, tornando a Galileo, si ha come telone di fondo questa tragica ed intimidatoria storia. Per completezza devo dire che il libro di James Reston, pieno di invenzioni ad uso romanzo per il grande pubblico statunitense, fa l’ipotesi che l’amico Pinelli di Galileo, avesse conosciuto e fors’anche frequentato non solo Giordano Bruno ma altri due eretici: Tommaso Campanella e Marcantonio de Dominis.

PROFESSORE DI MATEMATICA A PADOVA

          Quindi il 26 settembre del 1592 Galileo fu assunto come lettore di matematica presso lo Studio di Padova, una delle Università più prestigiose d’Europa. Il suo anfitrione era quel Giovanni Vincenzo Pinelli (1535-1601), di origine napoletana, umanista, botanico, bibliofilo e collezionista di strumenti scientifici, che aveva conosciuto tramite Guidobaldo del Monte. Pinelli era un riferimento culturale importante nell’intero Veneto e la casa che abitava a Padova, era un vero e proprio cenacolo per le persone colte non solo italiane ma dell’intera Europa. Tra i frequentatori di  casa Pinelli vi erano: il cardinale Cesare Baronio (1538-1607) noto come storico, al quale, in occasione del primo processo a Galileo, è attribuita la frase La Bibbia ci dice come andare al cielo non come va il cielo; il cardinale gesuita e teologo Roberto Bellarmino (1542-1621), che era stato studente del Collegio Romano, condiscepolo di Cristoforo Clavio ed accusatore di Giordano Bruno [e futuro inquisitore dello stesso Galileo nel processo del 1616]; lo scrittore Torquato Tasso (1544-1595) che Galileo considerava squallido, povero e miserabile; il filosofo e filologo fiammingo Giusto Lipsio (1547-1606); il poeta scozzese Thomas Seghet che era stato allievo di Lipsio a Lovanio; l’umanista e filologo Erycius Puteanus (1574-1646) anch’egli proveniente dall’Università di Lovanio; l’astronomo francese Nicolas-Claude Fabri de Peiresc (1580-1637) personaggio di grandi aperture culturali, scientifiche e politiche; il matematico ed uomo di scienza croato Marino Ghetaldi (1558-1626) che fu anche allievo di Clavio; Mark Welser (1558-1614) politico e banchiere tedesco vicino alle posizioni dei gesuiti e loro banchiere, particolarmente di Clavio, che sarà un personaggio di rilievo nella disputa sulle macchie solari. Ed oltre ai frequentatori, Pinelli aveva molti amici nella Padova colta che fece conoscere a Galileo. Tra di essi: il parroco  ed editore Martino Sandelli (circa 1560 – 1631); il parroco ed appassionato antiquario di cose egizie Lorenzo Pignoria (1571-1631); l’arciprete della cattedrale e vicario della diocesi Paolo Gualdo (1553-1621); il poeta umanista e molto addentro nel mondo delle gerarchie vaticane Antonio Querenghi (1546-1633), la casa del quale, dopo la morte di Pinelli del 1601, divenne il nuovo luogo degli incontri dei dotti amici e conoscenti di Galileo. Oltre a questi influenti e dotti personaggi padovani vi erano quelli veneziani che influirono molto di più su Galileo: il religioso servita, teologo consultore della Serenissima Paolo Sarpi (1552-1623) che, a Venezia, nella casa di Andrea Morosini (1558-1618), conobbe Giordano Bruno, che passò sotto accuse di eresia per essersi opposto alle invadenze vaticane di Paolo V su Venezia, reato per il quale subì un tentativo di omicidio: «circa le 23 ore, ritornando il padre al suo convento di San Marco a Santa Fosca, nel calare la parte del ponte verso le fondamenta, fu assaltato da cinque assassini, parte facendo scorta e parte l’essecuzione, e restò l’innocente padre ferito di tre stilettate, due nel collo et una nella faccia, ch’entrava all’orecchia destra et usciva per apunto a quella vallicella ch’è tra il naso e la destra guancia, non avendo potuto l’assassino cavar fuori lo stillo per aver passato l’osso, il quale restò piantato e molto storto»; l’altro servita, che successe come teologo e canonista della Serenissima dopo la morte di Sarpi,  e suo biografo, Fulgenzio Micanzio (1570 – 1654) che aiutò Galileo nei momenti avversi ed in particolare a far uscire il manoscritto dei Discorsi e dimostrazioni matematiche verso l’Olanda; l’umanista, politico, militare, diplomatico e uno dei Riformatori dello Studio di Padova e Procuratore della basilica di San Marco Sebastiano Venier (1572-1640);  lo studente privato di Galileo, poi appassionato di scienza che praticò Giovan Francesco Sagredo (1571-1620) che sarà legato da profonda amicizia con Galileo che lo farà personaggio centrale del suo Dialogo. Oltre a tutti questi personaggi, Galileo ebbe a che fare con i suoi colleghi d’università, alcuni dei quali vanno ricordati: l’aristotelico averroista Cesare Cremonini (1551-1631) che insegnava filosofia e che, oltre ad essere un leale avversario e intimo amico di Galileo con il quale scambierà favori, sarà uno di quelli che rifiuterà di guardare nel telescopio; il gesuita aristotelico e concordista (conciliare Platone con Aristotele) Francesco Piccolomini (1582-1651) che si dilettava a scrivere con diversi pseudonimi operette platoniche per i suoi studenti progressisti, anch’egli docente di filosofia; il mediocre logico aristotelico e concordista seguace di Piccolomini, Bernardino Petrella. In questo Studio, quindi, il clima era di completa chiusura verso qualunque novità, anche se lo Studio medesimo vantava una sua laicità ed indipendenza dalla Chiesa di Roma. Tanto è vera quest’ultima proposizione che in quella città, contrariamente ad altre in Italia, poterono studiare dei protestanti tedeschi senza alcuna discriminazione. Alcune questioni, in crescendo, erano create dall’invadenza dei gesuiti che avevano fondato un loro Collegio per l’insegnamento secondario fin dal 1542 con docenti di alto livello (anche Maurolico). Per un certo tempo i rappoorti con lo Studio andarono avanti senza problemi ma piano piano i gesuiti estesero i loro insegnamenti a discipline che erano universitarie sottraendo studenti allo Studio, al quale il Senato della Repubblica aveva assicurato il monopolio degli insegnamenti universitari. L’episodio che fece infuriare lo Studio fu la proibizione agli studenti del Collegio di frequentare i loro colleghi dello Studio. I docenti di quest’ultimo si rivolsero al Senato perché risolvesse la questione ed il Senato il 23 dicembre 1591 decretò la proibizione degli insegnamenti universitari ai gesuiti del Collegio.

        A parte quindi l’ambiente universitario, le prospettive di dialogo in Padova e Venezia erano di gran lunga più eccitanti che non a Pisa. Inoltre vi era l’elevata frequenza all’Università di studenti di ogni parte  e questa era una importantissima motivazione per un  giovane docente come Galileo. Sta di fatto che, in una lettera del 1640 al medico e filosofo aristotelico Fortunio Liceti (1577-1657), Galileo dirà che gli anni padovani saranno li diciotto anni migliori di tutta la mia età.

        Dopo la prolusione inaugurale del 7 dicembre alla presenza di un folto pubblico entusiasta, i corsi ordinari di Galileo iniziarono il 13 dicembre del 1592 e gli argomenti in programma, non dissimili da quelli insegnati a Pisa, erano: gli Elementi di Euclide,le Meccaniche di Aristotele, il Tractatus de sphaera  di Giovanni Sacrobosco e, da ultimo, quello della Theoria Planetarum. I corsi di Galileo risultarono molto frequentati e l’amico Guidobaldo che vegliava su Galileo lo venne a sapere ed il 10 gennaio 1593 se ne felicitò con Galileo. Tali corsi comunque non erano diretti a soli aspiranti matematici o fisici ma anche a futuri medici e ciò doveva abbassarne il livello. Se poi si ha la curiosità di sapere perché i futuri medici dovessero apprendere l’astronomia la risposta è strettamente connessa con la necessità che costoro avevano di preparare oroscopi per i loro pazienti.

         Oltre agli studenti dello Studio, Galileo ne curò moltissimi in privato e la pratica era normalissima e diffusissima. Le lezioni private, per pura voglia di apprendere e migliorare la propria formazione, furono dapprima a domicilio dello studente ma, quando Galileo si fu sistemato, divennero presso il suo domicilio nel quale accettava anche dei pensionati, molti dei quali stranieri.

        La sua posizione di tecnico all’Università lo mise in contatto con autorità venete per la risoluzione di vari problemi. Uno di questi gli fu proposto dal Provveditore dell’Arsenale di Venezia, Giacomo Contarini (1536-1596) che gli pose il problema della migliore sistemazione su una galera degli scalmi (dove appoggiano i remi). Se era più conveniente che fossero sul bordo della nave o sporgenti verso l’esterno. Il problema era affrontato nel testo più diffuso all’epoca, le Quaestiones Mechanicae all’epoca attribuite ad Aristotele, nel quale, rispondendo al perché i rematori al centro della nave danno un maggior contributo al suo spostamento, si sosteneva che ciò discendeva dallo scalmo che era il fulcro del sistema. In conseguenza veniva a Galileo la domanda di Contarini. Ad essa Galileo rispondeva in modo articolato in un punto che lo vedeva grande esperto, la leva. La lettera a Contarini è del 22 marzo 1593 ed in essa si diceva:

[…] Quanto al far maggiore o minor forza, nel pingere avanti il vassello, 1’essere il remo posato sul vivo o fuori, non fa differenza, sendo tutte 1’altre circostanze le medesime: et la ragione è, che sendo il remo quasi una leva, tutta volta che la forza, il sostegno et la resistenza la divideranno nella medesima proporzione, opererà col medesimo vigore; et questa è propositione universale et invariabile. Et io non credo che dal far le ale alla galera si cavi altra comodità, che l’ haver piazza più capace per i soldati et per i forzati, i quali forzati non si potrebbono accomodare 4 o 5 per remo, et massime verso la poppa et la prua, se non vi fossero le ale: ma che quando e si potessero accomodare a vogare tanto nell’un modo quanto nell’ altro, il posar lo schermo sul vivo o fuori faccesse differenza alcuna, io non lo credo a patto alcuno, stando però il remo sempre diviso nella medesima proporzione; nè io veggo che la voga si possa impedire o agevolare da altro che dal porre lo schermo più lontano dal girone o più vicino: et quanto più sarà vicino tanto maggior forza si potrà fare: et la ragione è questa, la quale forse non è stata tocca da altri. Il remo non è una semplice leva come le altre, anzi ci è gran differenza in questo: che la leva ordinariamente deve havere mobili la forza et la resistentia, et ìl sostegno fermo; ma nella galera tanto si muove il sostegno, quanto la resistenza et la forza: dal che ne séguita che il medesimo sia sostegno et resistenza, per ciò che in quanto la pala del remo si appunta nell’aqqua, viene l’aqqua ad esser sostegno, et la resistenza lo schermo; ma quanto 1’aqqua vien ancor essa mossa dal remo, in tal caso essa è resistenza, et lo schermo è sostegno. Et perchè quando il sostegno è immobile, tutta la forza si applica a muover la resistenza, se si accomoderà il remo tanto che 1’aqqua venga quasi che immobile, all’ hora la forza si impiegherà quasi tutta a muovere il vassello; et per il contrario, se il remo sarà talmente situato che l’aqqua venga facilmente mossa dalla palmula, all’ hora non si potrà far forza in muovere la barca: et perchè quanto più la parte della lieva verso la forza è lunga, tanto più facilmente si muove la resistenza, quando la parte del girone sarà assai lunga, tanto più facilmente l’aqqua verrà mossa, et per ciò il suo sostegno sarà più debole, et il vassello meno si spingerà; per l’opposito, quando la medesima parte tra lo schermo et la forza sarà più corta, all’ hora l’aqqua più difficilmente potrà dalla palmula esseI’ mossa, et per conseguenza, in quanto la mi serve per sostegno, sarà più salda, et il vassello si potrà con più forza spingere. Però si conclude, che quanto lo schermo è più vicino al girone, tanto più forza si può fare in spingere il vassello, non potendo l’aqqua così facilmente esser mossa con la palmula molto lontana dallo schermo dalla forza vicina. al medesimo schermo; et però in tal caso l’aqqua fa più l’ offizio del sostegno, che della resistenza: et tutto questo è manifestissimo per l’esperienza. Non sendo dunque altra cosa che possa arrecar comodo o incomodo alla voga che l’essere lo schermo più lontano o più vicino alla forza, io non dubito punto che in questo il porre lo schermo sul vivo o fuori non faccia differenza alcuna. […]

          Galileo spiegava in questo modo che non c’entra nulla la posizione dello scalmo, a parte il dar maggiore o minore spazio e far stare più o meno comodi i forzati condannati a remare, il problema principale è a che distanza lo scalmo è posto rispetto alla forza agente ed a quella resistente. Quindi, affinché la leva agisse al meglio era necessario che lo scalmo si trovasse il più vicino possibile alla forza agente (rematore).

        Contarini, con una lunga lettera, si mostrò molto soddisfatto e, vista la competenza di Galileo, gli propose molte osservazioni che erano in realtà nuove domande o richieste di pareri. Ed il tutto dovette avere un seguito come si ricava da alcune lettere di Galileo al suo allievo Giovanni Ciampoli del 1624-1625, in cui si parla di uno scritto di Galileo sul timone che era un remo. Ma gli scritti ed i documenti sono andati perduti.

        Altro consulto che ebbe Galileo è del tutto differente riguardando la ricostruzione di una lampada ad olio della quale si aveva notizia dallo Spiritalium Liber di Erone d’Alessandria, dal 1575 tradotto dal greco al latino da Federico Commandino. La notizia era vaga ed era stato chiesto a Galileo di interpretare il passo. L’11 gennaio del 1594 Galileo rispondeva al comandante della fortezza di Palmanova in Friuli, Alvise Mocenigo, che era interessato a tale lampada per l’illuminazione della fortezza, fornendogli la spiegazione del brano confuso di Erone ed allegando anche un disegno della lampada.

        Come accennato, quindi, in questo periodo Galileo si occupava, perché richiesto, di varie questioni tecniche. Nel 1594 ottenne anche il riconoscimento degli uffici deputati della Repubblica (una sorta di brevetto ventennale) di una sua macchina per sollevare acqua, macchina che sarà successivamente installata nei giardini della famiglia Contarini. Ed una serie di altre  realizzazioni che gli chiedeva il suo amico Sagredo: il 17 gennaio 1602 la richiesta è di «due stromenti da far viti» e di «una macchinetta, con una ruota d’avorio, con la vite perpetua incavata» (E.N. X, pag. 86); l’8 agosto 1602 chiedeva come realizzare l’armatura di calamite «onde haverò bisogno della presenza di V.S. Ecc.ma» (E.N. X, pag. 89); il 28 agosto il discorso va su una specie di trapano che serve per incavare «li denti delle ruote per le viti perpetue» (E.N. X, pag. 90). Vi erano poi le esigenze delle sue lezioni private che in gran parte vertevano su problemi pratici e spesso militari in quanto frequentate da nobili che avrebbero avuto nella carriera militare il loro futuro. Vi sono due trattati di Galileo su tali argomenti, il Trattato di fortificazionee la Breve Istruzione all’architettura militare (non certamente con carattere di originalità). Ambedue sono pervenuti in copia manoscritta non originale di Galileo. Ciò è dovuto al fatto che si trattava di dispense da consegnare ai suoi studenti privati, dispense redatte da un emanuense al servizio di Galileo. Il primo tra i due potrebbe anche essere la trascrizione del contenuto di alcune lezioni che Galileo tenne pubblicamente il suo primo anno di insegnamento allo Studio. Altre richieste degli studenti privati riguardavano le arti meccaniche, anch’esse importanti per la carriera militare ed anche su questo argomento, come vedremo, Galileo scrisse. A tal proposito scriveva il Viviani che Galileo, durante la sua permanenza a Padova:

inventò varie macchine in servizio della medesima Republica, con suo grandissimo onore et utile insieme, come dimostrano gl’amplissimi privilegi ottenuti da quella; et a contemplazione de’ suoi scolari scrisse allora vari trattati, tra’ quali uno di fortifìcazione, secondo l’uso di quei tempi, uno di gnomonica e prospettiva pratica, un compendio di sfera, et un trattato di meccaniche, che va attorno manuscritto, e che poi nel 1634, tradotto in lingua franzese, fu stampato in Parigi dal Padre Marino Mersennio, e ultimamente nel 1649 publicato in Ravenna dal Cav.r Luca Danesi: trovandosi di tutti questi trattati, e di molti altri, più copie sparse per l’Italia, Germania, Francia, Inghilterra et altrove, trasportatevi da’ suoi medesimi discepoli, la maggior parte senza l’inscrizione del suo nome, come fatiche delle quali ei non faceva gran conto, essendo di esse tanto liberale donatore quanto fecondo compositore.

        Ancora in quest’ambito di scritti tecnici va annoverata la sua invenzione, che vedremo più in dettaglio, di uno strumento per calcolare. Ma scrisse anche Diversi modi per misurar con la vista ed inventò strumenti per l’artiglieria basati sulla “squadra” di Tartaglia (1596). Più in generale per tutta la sua vita Galileo prestò attenzione alla tecnica e ciò gli proveniva dalle sue umili origini che lo avevano portato a vagare per le strade delle città in cui aveva vissuto ed osservare l’attività degli artigiani che erano i veri e nuovi motori del cambiamento nella concezione del mondo che si ebbe tra Rinascimento e Barocco. A riprova di ciò, Galileo arrivato a Venezia, rimase molto colpito dall’Arsenale e dalla mole di lavori e macchine (torni, verricelli, piani inclinati, rulli, carrucole, … ) che lì poté osservare e seguire. Questo luogo, come scrisse nei Discorsi, sapeva offrire largo campo di filosofare a gl’intelletti specolativi (E.N. VIII, pag. 49). Non è un caso che nel 1599 egli sentì il bisogno di annettere, vicina alla sua casa di Padova, una officinetta meccanica, curata da un artigiano-meccanico stabilmente al suo servizio, Marcantonio Mazzoleni ( ? – 1632), al fine di realizzare sia gli strumenti per le sue ricerche sia quelli da vendere per arrotondare il sempre magro bilancio famigliare. Il volume VIII dell’Edizione Nazionale della sua opera, a partire da pagina 571, riporta una serie di scritti di Galileo di data incerta tutti chiaramente di carattere tecnico: Intorno agli effetti degl’istrumenti meccanici, A proposito di una macchina per pestare, Di alcuni effetti del contatto e della confricazione, Sopra le scoperte de i dadi, Intorno la cagione del rappresentarsi al sennso fredda o calda la medesima acqua a chi vi entra asciutto o bagnato, cui seguono dodici Problemi e vari frammenti.

        Altri importanti scritti di Galileo di contenuto tecnico di questo periodo sono Le mecaniche e il  Compasso geometrico militare, un apparecchio che permetteva svariatissimi calcoli ed operazioni meccaniche per uso sia civile che militare. Vediamo in breve il contenuto de Le mecaniche

LE MECANICHE

          Tra il 1593 ed il 1594 Galileo scrisse delle dispense di meccanica, Le mecaniche, anch’esse, come accennato, ad uso sia militare che civile per i suoi studenti privati. Tra le successive redazioni l’opera più matura è probabilmente quella redatta tra il 1598 ed il 1602, anni in cui egli trattò le Quaestiones Mechanicae, all’epoca attribuite ad Aristotele (oggi di Pseudo Aristotele), nei suoi corsi presso lo Studio (le questioni pratiche come l’astronomia a fini astrologici e la meccanica venivano scaricate sui matematici perché i filosofi aristotelici non si degnavano di sporcarsi le mani con tali sciocchezze). L’opera manoscritta in più copie circolava come le altre e, come raccontava Viviani, dopo la sua pubblicazione  nel 1634 in traduzione in francese da parte di Padre Marsenne, fu pubblicata solo nel 1649. Nasceva certamente per scrivere qualcosa di diverso dalle Quaestiones Mechanicae con ispirazione ed argomenti archimedei. L’opera tratta quegli argomenti che vanno oggi sotto il nome di macchine semplici e, nella loro trattazione, Galileo estese il principio delle velocità virtuali, già utilizzato da Guidobaldo del Monte nel suo Mechanicorum liber del 1577 (tradotto in volgare nel 1581), allo studio delle leve e delle pulegge, alle indagini sui piani inclinati e su tutte le altre macchine collegate. L’indice dell’opera è il seguente:

  • Delle utilità che si traggono dalla scienza mecanica e dai suoi instrumenti
  • Diffinizioni
  • Alcuni avvertimenti circa le cose dette
  • Della stadera e della leva
  • Dell’asse nella ruota e dell’argano
  • Delle taglie
  • Della vite
  • Della coclea d’Archimede per levar l’acqua
  • Della forza della percossa

Ci si può chiedere qual è la novità dell’approccio galileiano rispetto ai precedenti. Non vi è dubbio che ne Le mecaniche ci troviamo di fronte all’inizio di un’indagine scientifica che si va a sostituire all’osservazione empirica. Il ragionamento sostituisce  le conclusioni intuitive basate sull’osservazione non sottomessa a trattamento teorico. Per fare una sola esemplificazione, mentre nello Pseudo Aristotele leggiamo che un corpo si arresta quando la forza che lo spinge cessa la sua azione, in Galileo troviamo che un corpo libero nello spazio sul quale non agisca alcuna forza continua a muoversi a velocità costante in linea retta. Siamo cioè di fronte al superamento completo del dato empirico con l’introduzione di astrazioni che rendono conto del dato sperimentale in modo più completo e generale.

        L’opera inizia con un concetto tanto famoso quanto fondamentale:

DELLE UTILITÀ CHE SI TRAGGONO DALLA SCIENZA MECANICA E DAI SUOI INSTRUMENTI. 

Degno di grandissima considerazione mi è parso, avanti che discendiamo alla speculazione delli strumenti mecanici, il considerare in universale, e di mettere quasi inanzi agli occhi, quali siano i commodi, che dai medesimi strumenti si ritraggono: e ciò ho giudicato tanto più doversi fare, quanto (se non m’inganno) più ho visto ingannarsi l’ universale dei mecanici, nel volere a molte operazioni, di sua natura impossibili, applicare machine, dalla riuscita delle quali, ed essi sono restati ingannati, ed altri parimente sono rimasti defraudati della speranza, che sopra le promesse di quelli avevano conceputa. Dei quali inganni parmi di avere compreso essere principalmente cagione la credenza, che i detti artefici hanno avuta ed hanno continuamente, di potere con poca forza muovere ed alzare grandissimi pesi, ingannando, in un certo modo, con le loro machine la natura; instinto della quale, anzi fermissima constituzione, è che niuna resistenza possa essere superata da forza, che di quella non sia più potente. La quale credenza quanto sia falsa, spero con le dimostrazioni vere e necessarie, che averemo nel progresso, di fare manifestissimo.

        Ancora oggi occorre avvertire delle persone, anche presumibilmente colte, sul fatto che la natura non si fa ingannare e non regala nulla. Che nessuna macchina è in grado di produrre forze senza alimentarle e naturalmente non può moltiplicare tali forze. La macchina può solo trasformare tali forze e noi dobbiamo sapere che tutto ciò che si guadagna in forza è solo un guadagno apparente perché lo paghiamo in velocità e tempo (con qual proporzione si diminuisce la fatica del movente, se gli accresce all’incontro lunghezza nel viaggio; E.N. II, pag. 176). Una forza cioè non può mai vincere una resistenza superiore; si può invece con l’ausilio di una macchina suddividere una resistenza (come un peso) in parti più piccole ed agire successivamente su ciascuna di esse con una forza più piccola dell’intera resistenza in grado però di vincere quella parte di essa. Ripetendo più volte il processo si riesce a vincere quella grande resistenza che prima non riuscivamo(E.N. II, pag. 156):

Tra tanto, poiché si è accennato, la utilità, che dalle machine si trae, non essere di potere con piccola forza muovere, col mezzo della machina, quei pesi, che senza essa non potriano dalla medesima forza esser mossi, non sarà fuori di proposito dichiarare, quali siano le commodità, che da tale facoltà ci sono apportate: perché, quando niuno utile fusse da sperarne, vana saria ogni fatica che nell’ acquisto suo s’impiegasse. Facendo dunque principio a tale considerazione, prima ci si fanno avanti quattro cose da considerarsi: la prima è il peso da trasferirsi di luogo a luogo; la seconda è la forza o potenza, che deve muoverlo; la terza è la distanza tra l’uno e l’altro termine del moto; quarta è il tempo, nel quale tal mutazione deve esser fatta; il qual tempo torna nell’ istessa cosa con la prestezza e velocità del moto, determinandosi, quel moto essere di un altro più veloce, che in minor tempo passa eguale distanza. Ora, assegnata qual si voglia resistenza determinata, e limitata qualunque forza, e notata qual si voglia distanza, non è dubbio alcuno, che sia per condurre la data forza il dato peso alla determinata distanza; perciò che, quando bene la forza fusse picciolissima, dividendosi il peso in molte particelle, ciascheduna delle quali non resti superiore alla forza, e transferendosene una per volta, arà finalmente condotto tutto il peso allo statuito termine: né però nella fine dell’operazione si potrà con ragione dire, quel gran peso esser stato mosso e traslato da forza minore di sè, ma sì bene da forza la quale più volte averà reiterato quel moto e spazio, che una sol volta sarà stato da tutto il peso misurato. Dal che appare, la velocità della forza essere stata tante volte superiore alla resistenza del peso quante esso peso è superiore alla forza; poichè in quel tempo nel quale la forza movente ha molte volte misurato l’intervallo tra i termini del moto, esso mobile lo viene ad avere passato una sol volta; nè per ciò si deve dire, essersi superata gran resistenza con piccola forza, fuori della constituzione della natura. Allora solamente si patria dire, essersi superato il naturale instituto, quando la minor forza trasferisse la maggiore resistenza con pari velocità di moto, secondo quale essa camina; il che assolutamente affermiamo essere impossibile a farsi con qual si voglia machina, immaginata o che immaginar si possa.

            Galileo sta dicendo che se vi sono 1000 kg da spostare da un luogo ad un altro, nessuno può farlo con la sua forza; ma se portiamo 10 kg per volta, facendo 100 viaggi, riusciamo nell’operazione. Con la nostra forza abbiamo vinto una resistenza più grande ma a spese del maggior tempo impiegato e del maggiore spazio percorso. Naturalmente Galileo ha ben presente che spesso quei 1000 kg non sono ripartibili in pesi più piccoli e dice che questa operazione di riduzione fittizia del dato peso è fatta da opportune macchine. Galileo aggiunge poi il fatto che alcune volte possiamo servirci di forze che ci offre la natura, come l’energia degli animali o la corrente dei fiumi. E’ una importante anticipazione dell’impossibilità del moto perpetuo, di quel tormento che infligeranno per secoli i cercatori dei moti perpetui, altra categoria di alchimisti in cerca della quintessenza. Ciò era sommamente importante in un’epoca in cui pullulavano ciarlatani, imbonitori, imbroglioni, avventurieri, alchimisti, maghi, falsari, profeti, … che vivevano ingannando il prossimo offrendo invenzioni mirabolanti e sostituendosi a bravi artigiani, meccanici ed architetti che realizzavano macchine eccellenti, comode, utili ed anche economicamente vantaggiose, ma senza la pretesa dell’inganno alla natura. Prima di passare oltre, Galileo trovò qualche parola per attaccare i poco intendenti ingegneri mentre si vogliono applicare a imprese impossibili. Il riferimento è a quel Giovanni de’ Medici con le sue sciagurate opere di sistemazione della darsena di Livorno, all’origine tra l’altro della sua necessità di andarsene da Pisa.

        Fin qui siamo alle premesse del lavoro, alle quali seguono subito tre Definizioni che saranno propedeutiche alla seguente elaborazione di Galileo: quella di gravità, quella di momento, quella di centro di gravità (E.N. II, pag. 159-160)

        Quello che in tutte le scienze demostrative è necessario di osservarsi, doviamo noi ancora in questo trattato seguitare: che è di proporre le diffinizioni dei termini proprii di questa facilità, e le prime supposizioni, delle quali, come da fecondissimi semi, pullulano e scaturiscono consequentemente le cause e le vere demonstrazioni delle o proprietà di tutti gl’instrumenti mecanici. I quali servono per lo più intorno ai moti delle cose gravi; però determineremo primamente quello che sia gravità.

Adimandiamo adunque gravità quella propensione di muoversi naturalmente al basso, la quale, nei corpi solidi, si ritrova cagionata dalla maggiore o minore copia di materia, dalla quale vengono costituiti.

Momento è la propensione di andare al basso, cagionata non tanto dalla gravità del mobile, quanto dalla disposizione che abbino tra di loro diversi corpi gravi; mediante il qual momento si vedrà molte volte un corpo men grave contrapesare un altro di maggior gravità: come nella stadera si vede un picciolo contrapeso alzare un altro peso grandissimo, non per eccesso di gravità, ma sì bene per la lontananza dal punto donde viene sostenuta la stadera; la quale, congiunta con la gravità dei minor peso, gli accresce momento ed impeto di andare al basso, col quale può eccedere il momento dell’altro maggior grave. È dunque il momento quell’impeto di andare al basso, composto di gravità, posizione e di altro, dal che possa essere tal propensione cagionata.

Centro della gravità si diffinisce essere in ogni corpo grave quel punto, intorno al quale consistono parti di eguali momenti: sì che. imaginandoci tale grave essere dal detto punto sospeso e sostenuto, le parti destre equilibreranno le sinistre, le anteriori le posteriori, e quelle di sopra quelle di sotto; sì che il detto grave, così sostenuto, non inclinerà da parte alcuna, ma, collocato in qual si voglia sito e disposizione, purché sospeso dal detto centro, rimarràsaldo. E questo è quel punto, il quale anderebbe ad unirsi col centrouniversale delle cose gravi, ciò è con quello della terra, quando inqualche mezzo libero potesse descendervi.

Premesso che per Galileo la gravità non ha il significato di forza che oggi gli diamo ma solo quello di tendenza, la vera novità qui, come tutti gli storici sottolineano, è l’introduzione del concetto di momento legato al concetto di centro di gravità che Galileo aveva acquisito da Federico Commandino che aveva definito il centro di gravità utilizzando il momento nel modo seguente:

Il centro di gravità è quel punto di un solido  attorno al quale sono disposte parti di momento uguale.

Ed il momento in Galileo diventava qualcosa con un significato più grande o, almeno, meglio definito (una definizione più articolata e completa di momento la si troverà nel Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua del 1612; E.N. IV, pag. 68.). Lo diceva egli stesso nella sua esemplificazione: è quella proprietà per cui vedremo molte volte un corpo men grave pesare come uno grave, come accade in una stadera dove un piccolo peso ne equilibra uno grande. Galileo aveva in mente la leva che ruota intorno ad un fulcro e che, intorno a questo fulcro, si ha equilibrio non solo tra pesi uguali ma anche tra pesi diversi a distanze diverse dal fulcro medesimo. E per andare oltre introduceva un’ipotesi che egli poneva come facilmente accettabile: due pesi uguali sospesi in distanze eguali hanno il punto dell’equilibrio nel comune conginungimento di esse uguali distanze che equivale a dire che il centro della gravità di due corpi egualmente gravi è nel mezzo di quella linea retta, la quale li detti due centri congiunge. Dopo queste premesse Galileo riprendeva il concetto di momento per utilizzarlo in un comunissimo e principalissimo principio di buona parte degli strumenti meccanici. Scriveva Galileo che pesi diseguali pendenti da distanze diseguali peseranno egualmente, ogni volta che dette distanze abbino contraria proporzione di quella che hanno i pesi. Come osserva Drake, a noi verrebbe di uguagliare il prodotto di un peso per una distanza con un altro peso per un’altra distanza ma ciò non si usava all’epoca quando funzionavano solo rapporti e proporzioni (e non quantità assolute o algebriche) e ci si guardava dall’operare con grandezze non omogenee. Stabilito il principio, Galileo lo utilizzava in molte esemplificazioni di macchine, a partire da leve e bilance, passando poi all’asse della ruota, all’argano e a varie combinazioni di carrucole, arrivando a stabilire e ad applicare ad ognuna di queste macchine quello che oggi sappiamo essere il principio d’equilibrio di leve e bilance: i momenti di pesi diseguali vengono pareggiati dall’essere sospesi contrariamente in distanze che abbiano la medesima proporzione che vuol dire che esiste equilibrio quando vi è proporzionalità inversa tra il momento della potenza e quello della resistenza. Per ognuna delle macchine elencate Galileo mostrava che la legge cui obbedisce è la medesima, quella enunciata qualche riga più su (se si osserva con attenzione si vede che anche il disegno di tali macchine diventava unificante per Galileo).

        Diamo un’occhiata a qualche considerazione di Galileo. Iniziamo dalla bilancia a bracci disuguali. Egli scriveva (da questo punto fino alla fine delle citazioni relative a Le mecaniche, si veda E.N. II, a partire dalla pag. 163 fino alla pag. 189):

Però che, considerisi la libra AB divisa in parti diseguali nel punto C, ed i pesi, della medesima proporzione che hanno le distanze BC, CA. alternatamente sospesi dalli punti A,B : è già manifesto come l’uno contrapeserà l’altro, e, per consequenza, come, se a uno di essi fusse aggiunto un minimo momento di gravità, si moverebbe al basso inalzando l’altro; sì che, aggiunto insensibile peso al grave B, si moveria la libra, discendendo il punto B verso E, ed ascendendo l’altra estremità A in D.

Bilancia a bracci disuguali

Considerando tali moti si può apprezzare che un ruolo importante lo gioca la velocità:

Ora, considerisi il moto che fa il grave B, discendendo in E, e quello che fa, l’altro A, ascendendo in D; e troveremo senza alcun dubbio, tanto esser maggiore lo spazio BE dello spazio AD, quanto la distanza BC è maggiore della C A; formandosi nel centro C due angoli, DCA ed E GB, eguali per essere alla cima, e, per conseguenza, due circonferenze, BE, AD, simili, e aventi tra di sé F istessa proporzione delli semidiametri B C, C A, dai quali vengono 10 descritte. Viene adunque ad essere la velocità del moto del grave B, discendente, tanto superiore alla velocità dell’altro mobile A, ascendente, quanto la gravita di questo eccede la gravita di quello; né potendo essere alzato il peso A in D, benché lentamente, se l’altro grave B non si muove in E velocemente, non sarà maraviglia, né alieno dalla costituzione naturale, che la velocità del moto del grave B compensi la maggior resistenza del peso A, mentre egli in D pigramente si muove e l’altro in E velocemente descende. E così, ali’ incontro, posto il grave A nel punto D e l’altro nel punto E, non sarà fuor di ragione che quello possa, calando tardamente in A, alzare velocemente l’altro in B, ristorando, con la sua gravita, quello che per la tardità del moto viene a perdere. E da questo discorso possiamo venire in cognizione, come la velocità del moto sia potente ad accrescere momento nel mobile, secondo quella medesima proporzione con la quale essa velocità di moto viene augumentata.

Queste considerazioni si possono estendere, come anticipato, ad ogni macchina. E così Galileo introduceva la stadera:

Stadera

la stadera, stromento usitatissimo, col quale si pesano diverse mercanzie, sostenendole, benché gravissime, col peso d’un picciolo contrapeso, il quale volgarmente adimandano romano, proveremo, in tale operazione nient’altro farsi, che ridurre in atto pratico quel tanto che di sopra abbiamo speculato. Imperò che, se intenderemo la stadera AB, il cui sostegno, altrimenti detto trutina, sia nel punto C, fuori del quale dalla piccola distanza CA penda il grave peso D, e nell’ altra maggiore CB, che ago della stadera si adomanda, discorra inanzi ed indietro il romano E, ancorché di piccol peso in comparazione del grave D, si potrà nulla di meno discostar tanto dalla trutina C, che qual proporzione si trova tra li due, gravi D, E, tale sia tra le distanze FC, CA; ed allora si farà l’equilibrio, trovandosi pesi ineguali alternamente pendenti da distanze ad essi proporzionali.

La stadera è un primo esempio del significato che Galileo dava ai momenti e, vista la sua larga applicazione nella vita quotidiana, non indugiava troppo in spiegazioni che vengono rimandate allo strumento che egli tragttava subito dopo legandolo strettamente al precedente, la leva:

Né questo instrumento [la stadera] è differente da quell’altro, che vette e, volgarmente, lieva si adimanda; col quale sì muovono grandissime pietre ed altri pesi con poca forza. L’applicazione del quale è secondo la figura posta qui appresso: dove la lieva sarà notata per la stanga, di legno o altra salda materia, BCD; il grave peso da alzarsi sia A; ed un fermo appoggio o sostegno, sopra il quale calchi e si muova la lieva, sia notato E.

La leva (vette o lieva)

E sottoponendo al peso A una estremità della lieva, come si vede nel punto B, gravando la forza nell’altra estremità D, potrà, ancorché poca, sollevare il peso A, tutta volta che qual proporzione ha la distanza BC alla distanza CD, tale abbia la forza posta in D alla resistenza che fa il grave A sopra il punto B. Per lo che si fa chiaro, che quanto più il sostegno E si avvicinerà ali’ estremità B, crescendo la proporzione della distanza D C alla distanza GB, tanto si potrà diminuire la forza in D per levare il peso A. 
E qui si deve notare (il che anco a suo luogo si ‘anderà avvertendo intorno a tutti gli altri strumenti mecanici), che la utilità, che si trae da tale strumento, non è quella che i volgari mecanici si persuadono, ciò è che si venga a superare, ed in un certo modo ingannare, la natura, vincendo con piccola forza una resistenza grandissima con l’intervento del vette;

La schematizzazione della leva

perché dimostreremo, che senza l’aiuto della lunghezza della lieva si saria, con la medesima forza, dentro al medesimo tempo, fatto il medesimo effetto. Imperò che, ripigliando la medesima lieva BCD, della quale sia C il sostegno, e la distanza C D pongasi, per essempio, quintupla alla distanza GB, e mossa la lieva I sin che pervenga al sito ICG, quando la forza avrà passato lo spazio DI, il peso sarà stato mosso dal B in G; e perché la distanza DC si è posta esser quintupla dell’ altra C B, è manifesto, dalle cose dimostrate, potere essere il peso, posto in B, cinque volte maggiore della forza movente, posta in D.

Galileo ribatteva sempre sullo stesso concetto e mostrava che ogni macchina funziona sempre non solo confrontando potenze con resistenze ma resistenze con momenti che cambiano a seconda di leve inserite:

Ed insomma il commodo, che si acquista dal benefizio della lunghezza della lieva CD, non è altro che il potere muovere tutto insieme quel corpo grave, il quale dalla medesima forza, dentro al medesimo tempo, con moto eguale, non saria, se non in pezzi, senza il benefizio del vette, potuto condursi.

E sempre sul principio della leva funzionano sia l’asse della ruota che l’argano le quali macchine, nelle parole di Galileo, sono una leva perpetua:

Gli due strumenti, la natura dei quali siamo per dichiarare al presente, dependono immediatamente dalla lieva, anzi non sono altro che un vette perpetuo. Imperò che se intenderemo la lieva BAC sostenuta nel punto A, ed il peso G pendente da punto B, essendo la forza posta in C, è manifesto che, trasferendo la lieva nel sito DAE, il peso G si alzerà secondo la distanza BD, ma non molto più si potria seguitare di elevarlo : sì che volendo pure alzarlo ancora, saria necessario, fermandolo con qualch’ altro sostegno in questo sito, rimettere la lieva nel pristino sito B A C, ed, apprendendo di nuovo il peso, rialzarlo un’ altra volta in simile altezza B D ; ed in questa guisa, reiterando l’istesso molte volte, si verna con moto interrotto a fare l’elevazione del peso ; il che torneria per diversi rispetti non molto commodo.

Asse della ruota

Onde si è sovvenuto a questa difficoltà col trovar modo di unir insieme quasi che infinite lieve, perpetuando l’operazione senza interrompimento veruno: e ciò si è fatto col formare una ruota intorno al centro A, secondo il semidiametro AC, ed un asse intorno al medesimo centro, del quale sia semidiametro la linea B A, e tutto questo di legno forte o di altra materia ferma e salda ; sostenendo poi tutta la machina con un perno piantato nel centro A, che passi dall’una all’altra parte, dove sia da due fermi sostegni ritenuto. E circondata intorno all’asse la corda DBG, da cui penda il peso G, ed applicando un’altra corda intorno alla maggior ruota, alla quale sia appeso l’altro grave I, è manifesto che, avendo la lunghezza C A all’altra AB quella proporzione medesima che il peso G al peso I, potrà esso I sostenere il grave G, e con ogni piccolo momento di più lo moverà. E perché, volgendosi l’asse insieme con la ruota, le corde, che sostengono pesi, si troveranno sempre pendenti e contingenti l’estreme circonferenze di essa ruota ed asse, sì che sempre manterranno un simile sito e disposizione alle distanze BA, A C, si verrà a perpetuare il moto, discendendo il peso I, e costringendo a montare l’altro G.

Per ciò che riguarda l’argano esso si deve servire di una ruota con un dato diametro, quindi di un asse come nella macchina precedente, e di leve che la fanno girare.

Argano

Dallo stromento esplicato non molto è differente, in quanto alla forma, l’altro stromento, il quale adimanderemo argano; anzi non in altro differisce che nel modo dell’ applicarlo, essendo che l’asse nella ruota va mosso e costituito eretto all’orizonte, e l’argano lavora col suo movente paralello al medesimo orizonte. Imperò che, se intenderemo sopra il cerchio DAE essere posto un asse di figura colonnare, volubile intorno al centro B, e circa ad esso avvolta la corda DH, legata al peso da trainarsi, se in detto asse si inserirà la stanga FEBD, e che nella sua estremità F venga applicata la forza di un uomo, o vero di un cavallo, o di altro animale atto nato a tirare, il quale, movendosi in giro, camini sopra la circonferenza del cerchio FGC, si viene ad aver formato e fabricato l’argano.

Qual è l’utilità di tali macchine ? Così ancora una volta rispondeva Galileo:

l’utilità che da queste machine si trae non esser quella che comunemente, ingannandosi, crede il volgo dei mecanici, ciò è che, defraudando la natura, si possa con machine superare la sua resistenza, ancorché grande, con piccola forza; essendo che noi faremo manifesto come la medesima forza posta in F, nel medesimo tempo, facendo il medesimo moto, condurrà il medesimo peso nella medesima distanza senza machina alcuna. Essendo che, posto, per essempio, che la resistenza del grave H sia dieci volte maggiore della forza posta in F, farà di bisogno, per muovere detta resistenza, che la linea FB sia decupla della BD, e, per consequenza, che la circonferenza del cerchio FGC sia altresì decupla alla circonferenza EAD.

A questo punto, per introdurre varie combinazioni di carrucole, Galileo partiva dal prendere in considerazione una leva d’altro tipo, nella quale il fulcro non si trova tra la potenza e la resistenza ma ad una estremità della macchina che ha la resistenza tra potenza e fulcro (uno schiaccianoci):

L’uso della lieva di sopra dichiarato poneva in una delle sue estremità il peso, e nell’altra la forza; ed il sostegno veniva collocato in qualche luogo tra le estremità. Ma possiamo servirci della lieva in un altro modo ancora, ponendo, come si vede nella presente figura, il sostegno nella estremità A, la forza nell’ altra estremità C, ed il peso D pendente da qualche

punto di mezzo, come si vede nel punto B. Nel qual modo è chiara cosa, che se il peso pendesse da un punto egualmente distante dalli due estremi A, C, come dal punto F. la fatica di sostenerlo saria egualmente divisa tra li due punti A, C, sì che la metà del peso saria sentito dalla forza C, sendo l’altra metà sostenuta dal sostegno A; ma se il grave sarà appeso in altro luogo, come dal B, mostreremo la forza in C esser bastante a sostener il peso posto in B, tutta volta che ad esso abbia quella proporzione, che ha la distanza AB alla distanza AG.

Dichiarati questi principi, Galieo passava a discutere le trochlee o taglie, a cominciare dalla semplice carrucola.

E prima intendasi la girella [carrucola] ABC, fatta di metallo o legno duro, volubile intorno al suo assetto, che passi per il suo centro D, ed intorno a questa girella posta la corda EABCF, da un capo della quale penda il peso E, e dall’altro intendasi la forza F: dico, il peso essere sostenuto da forza eguale a sé medesimo, né la girella superiore ABC apportare benefizio alcuno circa il muovere o sostenere il detto peso con la forza posta in F. Imperò che se intenderemo dal centro D, che è in luogo di sostegno, esser tirate due linee sino alla circonferenza della girella ai punti A, C, nei quali le corde pendenti toccano la

Carrucola con cui si eleva il peso con pari forza

circonferenza, averemo una libra di braccia eguali, essendo li semidiametri DA, DC eguali, li quali determinano le distanze delle due suspensioni dal centro e sostegno D; onde è manifesto, il peso pendente da A non poter essere sostenuto da peso minore pendente da C, ma sì bene da eguale, perché tale è la natura dei pesi eguali, pendenti da distanze eguali: ed ancorché nel muoversi a basso la forza F si venga a girare intorno la girella ABC, non però si muta 1′ abitudine e rispetto, che il peso e la forza hanno alle due distanze AD, D C ; anzi la girella circondotta doventa una libra simile alla AG, ma perpetuata.

Le argomentazioni che seguono tendono a spiegare a cosa serve una macchina di questo tipo passando attraverso non solo critica ma scherno ad Aristotele (colui che era creduto l’autore de Le mecaniche):

Dal che possiamo comprendere quanto puerilmente s’ingannasse Aristotile, il quale stimò che, col far maggiore la girella ABC, si potesse con manco fatica levare il peso, considerando come all’accrescimento di tale girella si accresceva la distanza DC; ma non considerò che altrettanto si cresceva l’altra distanza del peso, ciò è l’altro semidiametro DA. Il benefizio, dunque, che da tale stromento si possa trarre, è nullo in quanto alla diminuzione della fatica. E se alcuno dimandasse, onde avvenga che in molte occasioni di levar pesi si serva l’arte di questo mezzo, come, per essempio, si vede nell’attinger l’acqua dei pozzi, si deve rispondere, ciò farsi perché in questa maniera il modo dell’essercitar ed applicar la forza ci torna più commodo; perché, dovendo tirare all’in giù, la propria gravità delle nostre braccia e delli altri membri ci aiuta; dove che bisognandoci tirare all’in su con una semplice corda il medesimo peso, col solo vigore dei membri e dei muscoli, e come si dice, per forza di braccia, oltre al peso esterno doviamo sollevare il peso delle proprie braccia, nel che si ricerca fatica maggiore. Concludasi dunque, questa girella superiore non apportare facilità alcuna alla forza semplicemente considerata, ma solamente al modo di applicarla.

La carrucola era introdotta per far vedere come, cambiando in modo opportuno alcuni parametri, si possano anche qui avere dei vantaggi:

Ma se ci serviremo di una simile machina in altra maniera, come al presente siamo per dichiarare, potremo levare il peso con diminuzione di forza. Imperò che sia la girella BDC volubile intorno al centro E, collocata nella sua cassa o armatura B L C, dalla quale sia sospeso il grave G; e passi intorno alla girella la corda ABDCF, della quale il capo A sia fermato a qualche ritegno stabile, e nell’altro F sia posta la forza, la quale, movendosi verso H, alzerà la machina B L C, e, consequentemente, il peso G: ed in questa operazione, dico la forza in F esser la metà del peso da lei sostenuto. Imperò che, venendo detto peso retto dalle due corde AB, FC, è manifesta cosa, la fatica essere egualmente compartita tra la forza F ed il sostegno A.

             Da questo punto inizia una lunga discussione su ogni possibile combinazioni di carrucole in trochlee che possiamo tralasciare.

 
Carrucola che fa levare il peso con diminuzione di forza
Taglia o trochlea che duplica gli effetti della carrucola precedente

         A continuazione Galileo passava a trattare la vite e la vite di Archimede, la coclea, quella macchina che serve per sollevare acqua. In questa parte dell’opera vi sono aspetti molto interessanti da discutere perché rappresentano novità importanti. Come avevo detto in apertura di questo paragrafo, mentre nello Pseudo Aristotele leggiamo che un corpo si arresta quando la forza che lo spinge cessa la sua azione, in Galileo troviamo che un corpo libero nello spazio sul quale non agisca alcuna forza continua a muoversi a velocità costante in linea retta. Siamo cioè di fronte al superamento completo del dato empirico con l’introduzione di astrazioni che rendono conto del dato sperimentale in modo più completo e generale. Vediamo ciò con maggiori dettagli. Galileo iniziava con il magnificare la vite come lo strumento meccanico inventato dall’uomo che si trova al primo posto per utilità. Esso è in grado di fermare e stringere con forza grandissima occupando pochissimo luogo. Ebbene questo strumento non è altra cosa che un piano inclinato che si dipana non in linea retta ma in una spirale. E’ quindi dalla discussione di piani inclinati che Galileo prendeva le mosse per parlare della vite.

avendo noi una superficie molto ben tersa e polita, quale saria quella di uno specchio, ed una palla perfettamente rotonda e liscia, o di marmo, o di vetro, o di simile materia atta a pulirsi, questa, collocata, sopra la detta superficie, anderà movendosi, purché quella abbia un poco d’inclinazione, ancorché minima, e solamente si fermerà sopra quella superficie, la quale sia esattissimamente livellata, ed equidistante al piano dell’ orizonte ; quale, per essempio, saria la superficie di un lago o stagno agghiacciato, sopra la quale il detto corpo sferico staria fermo, ma con disposizione di essere da ogni picciolissima forza mosso. Perché avendo noi inteso come, se tale piano inclinasse solamente quanto è un capello, la detta palla vi si moverebbe spontaneamente verso la parte declive, e, per l’opposito, averebbe resistenza, né si potria movere senza qualche violenza, verso la parte acclive o ascendente; resta per necessità cosa chiara, che nella superficie esattamente equilibrata detta palla resti come indifferente e dubbia tra il moto e la quiete, sì che ogni minima forza sia bastante a muoverla, siccome, all’incontro, ogni pochissima resistenza, e quale è quella sola dell’ aria che la circonda, potente a tenerla ferma.

Galileo, e siamo nel 1594, stava introducendo il principio d’inerzia, una delle massime scoperte della fisica moderna. Nonostante gli sciovinisti francesi e qualche parvenue che vorrebbe fare lo storico del mondo anglosassone (per non dire dei nostri ripetitori acritici che nulla sanno di fisica, molti dei quali comunque mossi da motivi di fede religiosa o perché tengono famiglia) la formulazione galileiana del principio è completa ed esaustiva:

Dal che possiamo prendere, come per assioma indubitato, questa conclusione: che i corpi gravi, rimossi tutti l’impedimenti esterni ed adventizii, possono esser mossi nel piano dell’orizonte da qualunque minima forza. Ma quando il medesimo grave dovrà essere spinto sopra un piano ascendente, già cominciando egli a contrastare a tale salita (avendo inclinazione al moto contrario), si ricercherà maggiore violenza, e maggiore ancora quanto più il detto piano averà di elevazione.

E’ da notare che queste cose Galileo le aveva già sostenute nel De motu, dove si era soffermato a darne delle esemplificazioni. Qui troviamo il principio d’inerzia dato come un assioma, come del resto facciamo oggi. E per Galileo siamo alla premessa della trattazione dei piani inclinati che poi gli serviranno per spiegare il funzionamento della vite. Egli si riferiva alla figura che segue per far capire quali forze sono in gioco in un piano inclinato:

Come, per essempio, essendo il mobile G costituito sopra la linea AB, paralella all’orizonte, starà, come si è detto, in essa indifferente al moto o alla quiete, sì che da minima forza possa esser mosso: ma se averemo li piani elevati AG, AD, AE, sopra di essi non sarà spinto se non per violenza, la quale maggiore si ricercherà per muoverlo sopra la linea AD che sopra la linea AG, e maggiore ancora sopra la AE che sopra la AD; il che procede per aver lui maggior impeto di andare a basso per la linea EA che per la DA, e per la DA che per la CA.

La forza necessaria a spingere un oggetto verso l’alto (piano acclive) è misurata dall’impeto con cui l’oggetto scende dallo stesso piano, in tal caso declive.

Sì che potremo parimente concludere, i corpi gravi aver maggiore resistenza ad esser mossi sopra piani elevati diversamente, secondo che l’uno sarà più o meno dell’ altro elevato; e, finalmente, grandissima essere la renitenza del medesimo grave all’essere alzato nella perpendicolare AF. Ma quale sia la proporzione che deve avere la forza al peso per tirarlo sopra diversi piani elevati, sarà necessario che si dichiari esattamente, avanti che procediamo più oltre, acciò perfettissimamente possiamo intendere tutto quello che ne resta a dire. Fatte dunque cascare le perpendicolari dalli punti C, D, E sopra la linea orizontale AB, che siano CH, DI, EK, si dimostrerà, il medesimo peso esser sopra il piano elevato AG mosso da minor forza che nella perpendicolare AF (dove viene alzato da forza a sé stesso eguale), secondo la proporzione che la perpendicolare CH è minore della AG; e sopra il piano AD avere la forza al peso l’istessa proporzione, che la linea perpendicolare ID alla DA; e finalmente nel piano A E osservare la forza al peso la proporzione della KE alla E A.

E ciò che Galileo stava dicendo è più o meno quanto oggi conosciamo come il teorema della circuitazione in un campo gravitazionale: il lavoro fatto per andare da un punto A ad un punto B nel campo in oggetto, non dipende dal cammino che si fa per andare da A a B ma solo dalle posizioni di A e B. Quanto aveva qui detto Galileo lo dimostrava impeccabilmente in modo geometrico per arrivare a trarne qualche conclusione, a partire dalla figura seguente:

Sì che, passando a più distinta figura, quale è la presente, il momento di venire al basso che ha il mobile sopra il piano inclinato FH, al suo totale momento, con lo qual gravità nella perpendicolare all’orizonte FK, ha la medesima proporzione che essa linea KF alla FH. E se così è, resta manifesto che, sì come la forza che sostiene il peso nella perpendicolare FK deve essere ad esso eguale, così per sostenerlo nel piano inclinato FH basterà che sia tanto minore, quanto essa perpendicolare FK manca dalla linea FH. E perché, come altre volte s’è avvertito, la forza per muover il peso basta che insensibilmente superi quella che lo sostiene, però concluderemo questa universale proposizione: sopra il piano elevato la forza al peso avere la medesima proporzione, che la perpendicolare dal termine del piano tirata all’orizonte, alla lunghezza d’esso piano.

A questo punto Galileo era pronto a tornare alla spiegazione del funzionamento della vite che è un piano inclinato che avanza infilandosi sotto il grave da sollevare:

Ora finalmente la forma ed essenza primaria della vite non è altro che un simil triangolo ACB, il quale spinto inanzi, sottentra al grave da alzarsi, e se lo leva (come si dice) in capo.

E tale fu la sua prima origine: che considerando, qual si fosse il suo primo inventore, come il triangolo ABC, venendo inanzi, solleva il peso D, si poteva fabricare uno instrumento simile al detto triangolo, di qualche materia ben salda, il quale, spinto inanzi, elevasse il proposto peso: ma considerando poi meglio come una tal machina si poteva ridurre in forma assai più picciola e comoda, preso il medesimo triangolo, lo circondò ed avvolse intorno al cilindro ABCD; in maniera che l’altezza del detto triangolo, cioè, la linea GB, faceva F altezza del cilindro, ed il piano ascendente generava sopra il detto cilindro la linea elica disegnata per la linea AEFGH, che volgarmente addomandiamo il verme della vite: ed in questa varietà si genera l’instrumento da’ Greci detto coclea, e da noi vite, il quale volgendosi a torno viene co’l suo verme subintrando al peso, e con facilità lo solleva.

Ed avendo noi già dimostrato, come, sopra il piano elevato, la forza al peso ha la medesima proporzione, che l’altezza perpendicolare del detto piano alla sua lunghezza, così intenderemo la forza nella vite ABCD multiplicarsi secondo la proporzione che la lunghezza di tutto il verme AEFGH eccede l’altezza CB; dal che venghiamo in cognizione, come formandosi la vite con le sue elici più spesse, riesce tanto più gagliarda, come quella che viene generata da un piano manco elevato, e la cui lunghezza risguarda con maggior proporzione la propria altezza perpendicolare.

Il paragrafo si chiude con un ritorno a quanto Galileo aveva sostenuto in apertura dell’opera. Egli voleva di nuovo mostrare che la natura non può essere ingannata e che se si guadagna in forza si perde in tempo e velocità. Leggiamo:

Finalmente non è da passare sotto silenzio quella considerazione, la quale da principio si disse esser necessaria d’avere in tutti gì’instrumenti mecanici: cioè, che quanto si guadagna di forza per mezo loro, altrettanto si scapita nel tempo e nella velocità. Il che per avventura non potria parere ad alcuno così vero e manifesto nella presente speculazione; anzi pare che qui si multiplichi la forza senza che il motore si muova per più lungo viaggio che il mobile.

Essendo che se intenderemo, nel triangolo ABC la linea AB essere il piano dell’orizonte, AC piano elevato, la cui altezza sia misurata dalla perpendicolare CB, un mobile posto sopra il piano AC, e ad esso legata la corda EDF, e posta in F una forza o un peso, il quale alla gravità del peso E abbia la medesima proporzione che la linea BC alla CA; per quello che s’è dimostrato, il peso F calerà al basso tirando sopra il piano elevato il mobile E, né maggior spazio misurerà detto grave F nel calare al basso, di quello che si misuri il mobile E sopra la linea AC. Ma qui però si deve avvertire che, se bene il mobile E averà passata tutta la linea AC nel tempo medesimo che l’altro grave F si sarà per eguale intervallo abbassato, niente di meno il grave E non si sarà discostato dal centro comune delle cose gravi più di quello che sia la perpendicolare GB; ma però il grave F, discendendo a

perpendicolo, si sarà abbassato per spazio eguale a tutta la linea AC. E perché i corpi gravi non fanno resistenza a i moti transversali, se non in quanto in essi vengono a discostarsi dal centro della terra, però, non s’essendo il mobile E in tutto il moto AC alzato più che sia la linea CB, ma l’altro F abbassato a perpendicolo quanto è tutta la lunghezza AC, però potremo meritamente dire, il viaggio della forza F al viaggio della forza E mantenere quella istessa proporzione, che ha la linea AC alla CB, cioè il peso E al peso F. Molto adunque importa il considerare per quali linee si facciano i moti, e massime ne i gravi inanimati: dei quali i momenti hanno il loro total vigore e la intiera resistenza nella linea perpendicolare all’orizonte; e nell’altre, transversalmente elevate o inchinate, servono solamente quel più o meno vigore, impeto, o resistenza, secondo che più o meno le dette inclinazioni s’avvicinano alla perpendicolar elevazione.

Come aveva iniziato vi è anche qui l’uso del momento come esplicativo di ogni questione relativa alle macchine. Più in generale abbiamo in queste formulazioni, come ho già accennato, un riconoscimento di una sorta di principio di conservazione che Camerota, con ragione, preferisce chiamare di compensazione per evitare equivoci e fraintendimenti. Non vi è dubbio che si tratti di ragionamenti almeno preliminari alla conservazione che, tralasciando le sciocchezze di Duhem (che ad esempio affermava che, tra gli altri, Leonardo avrebbe preceduto Galileo dimenticando che Leonardo non pubblicava e scriveva in sommo segreto di queste cose), possiamo invece ritrovare in uno studioso che era molto legato a Galileo, Guidobaldo del Monte. Qui la conoscenza di Galileo è chiara e non vi è dubbio che molte ispirazioni di Galileo provengano dal Mechanicorum Liber di Guidobaldo, ma occorre dire per completezza che, quanto meno, siamo di fronte a contesti differenti. A proposito scrive Camerota:

bisogna ricordare che Guidobaldo del Monte aveva chiaramente esposto il concetto in alcuni luoghi del suo trattato di meccanica. Cosi, nella traduzione italiana dell’opera, si legge che «è manifesto etiandio che quanto più facimente si move il peso, tanto maggiore essere etiandio il tempo: ma quanto più difficilmente, tanto minore essere: e cosi per lo contrario». Ora, se è assolutamente probabile, considerati gli stretti rapporti tra i due, che Galileo possa essersi ispirato al testo di Guidobaldo, occorre però rilevare che ben diversa è la funzione del principio all’interno dell’opera galileiana rispetto al ruolo limitato e contingente rivestito nel contesto delle speculazioni del nobile marchigiano. Mentre, infatti, nel Mechanicorum liber di Guidobaldo l’assunto appare sempre quale corollario all’esposizione dei singoli strumenti meccanici, ne Le mecaniche Galileo riconosce alla regola “compensativa” una assoluta generalità, facendone il cuore della stessa scienza meccanica e il fondamento della funzionalità di ogni macchina semplice.

        L’opera di Galileo Le mecaniche si conclude con altri due argomenti. Il primo riguarda la vite di Archimede, lo strumento ideato da Archimede per sollevare l’acqua ed una breve discussione sulla forza della percossa seguita da un’Appendice, che riporta il medesimo ultimo argomento trattato da Evangelista Torricelli (1608-1647) nella sua Seconda Lezione Accademica (L’Appendice è stata senza dubbio aggiunta successivamente, dopo che Torricelli si era presentato a Galileo con una lettera del 1632 – E.N.XIV, pag. 387 – nella quale si professava suo allievo e seguace. Sarà proprio Torricelli a spiegare il concetto di pressione che sarebbe stato di grande utilità per comprendere a fondo la percossa).

        La vite di Archimede o coclea veniva così illustrata da Galileo:

Non mi pare che in questo luogo sia da passar con silenzio 1’invenzione di Archimede d’alzar l’acqua con la vite: la quale non solo è maravigliosa, ma è miracolosa; poichè troveremo che l’acqua ascende nella vite discendendo continuatamente. Ma prima che ad altro venghiamo, dichiareremo 1’uso della vite nel far salir 1’acqua.

E considerisi nella seguente figura intorno alla colonna MIKH esser avvolta la linea ILOPQRSH, la quale sia un canale, per lo quale possa scorrer l’acqua: se metteremo 1’estremità I nell’ acqua, facendo stare la vite pendente, come dimostra il disegno, e la volgeremo  in giro intorno alli due perni T, V, l’acqua per lo canale anderà seorrendo, fin che finalmente verserà fuori della bocca H. Ora  dico che 1’acqua nel condursi dal punto I al punto H, è venuta sempre discendendo, ancorchè il punto H sia più alto del punto I.

Riporto di seguito una illustrazione della vite di Archimede non tratta da questo testo di Galileo:

        Diciamo ora qualche parola su Della forza della percossa. Galileo era colpito dal fenomeno che vedeva conficcarsi un qualcosa, chiodo o trave, in un legno o terreno colpendo questi ultimi oggetti in modo opportuno. Aveva anche qui modo di prendersela con Aristotele (al solito era lo Pseudo Aristotele), non a ragione però, perché

ad Aristotile o ad altri che volessero la cagione di questo mirabile effetto ridurre alla lunghezza del manubrio o manico del martello, parmi che, senza altro lungo discorso, si possa scoprire l’infermità delli loro pensieri dall’ effetto di quei stromenti, che, non avendo manico, percotono o col cadere da alto a basso, o coll’ esser spinti con velocità per traverso. Dunque ad altro principio bisogna che ricorriamo, volendo ritrovare la verità di questo fatto. Del quale benchè la cagione sia alquanto di sua natura obstrusa e difficile a esplicazione, tuttavia anderemo tentando, con quella maggior lucidezza che potremo, di render chiara e sensibile; mostrando finalmente, il principio ed origine di questo effetto non derivar da altro fonte, che da quello stesso onde scaturiscono le ragioni d’altri effetti meccanici.

        Quindi, per Galileo, la causa di tal maraviglioso fenomeno deve ricercarsi non nella lunghezza del manico del martello ma in altro. Come spiegava oltre si tratta della distanza da cui parte il colpo e dalla velocità con cui si arriva a colpire.

la forza, la resistenza ed il spazio, per lo quale si fa il moto, si vanno alternamente con tal proporzione seguendo, e con legge tale rispondendo, che resistenza eguale alla forza sarà da essa forza mossa per egual spazio e con egual velocità di quella che essa si muova. Parimente, forza che sia la metà meno di una resistenza potrà muoverla, purchè si muova essa con doppia velocità, o, vogliam dire, per distanza il doppio maggiore di quella. che passerà la resistenza mossa. Ed in somma s’è veduto in tutti gli altri stromenti, potersi muovere qualunque gran resistenza da ogni data picciola forza, purchè lo spazio, per il quale essa forza si muove, abbia quella proporzione medesima allo spazio, per il quale si moverà la resistenza, che tra essa gran resistenza e la picciola forza si ritrova, e ciò esser secondo la necessaria constituzione della natura.

        Anche un concetto apparentemente semplice come quello di pressione, risulta creare grandissimi problemi. Si stava cominciando proprio dalle origini.

        Come accennato segue un brano di un lavoro di Torricelli relativo alla percossa con cui si chiudono Le mecaniche di Galileo.

        Questo lavoro era stato concepito in anni pieni di attività per Galileo ed a questa opera se ne aggiungevano delle altre che, solo per necessità accademiche, egli era inizialmente costretto ad elaborare, come la Cosmografia legata al suo insegnamento di questioni astronomiche che, come ripetuto, serviva ai medici dello Studio per sapere di astrologia. Prima però di passare a capire qual è l’approccio di Galileo all’astronomia e come da lì si passi ad altre considerazioni, debbo andare a discutere di vicende estremamente tristi che riguardavano la vita privata di Galileo, sempre legate alle questioni economiche. Mi soffermo su questo e riporterò varie lettere in proposito perché qualche sciocco prete accusava ed accusa Galileo di essere stato un  presuntuoso a voler pretendere per sé il passaggio da matematico a filosofo, quando da lettore di matematica a Padova passerà al lettorato di filosofia a Firenze (serve dire che quella filosofia è filosofia naturale, cioè fisica ? Evidentemente si).

 NOTE DI VITA FAMILIARE

        Un primo squarcio di vita familiare, non esaltante per quanto si legge esservi dietro, lo troviamo in una lettera che Livia, sorella di Galileo, gli inviava nel 1593. Dopo la morte del padre, due anni prima, tutti i familiari pendevano da Galileo e chiedevano continuamente denaro per ogni necessità si presentasse. Leggiamo la lettera di Livia (nella quale figura un cenno a Lena, cenno dal quale si è pensato che questa Lena sia l’altra sorella di Galileo che viene data come possibile):

Alla molto Magnifico et Ecellentisimo Signiore Dotore Galileo Galilei, frate[llo cha]risimo e onorado, in Padova.

Addì pimo di maggo 1593.

Amantisimo fratello,            

 Venedo chostì la nostra Lena, non mi sarei mai tenuta che io non v’avessi scricto questi quatro verssi, dandovi nuove di me: e se bene la Signoria Vostra non si cura di sapere di me, io mi curo di sapere di voi, che non ò altro bene che Vosignioria; e però la prego a volermi fare gratia di volermi rispondere, acò che io abia questo pocho di chonteto: e se bene Vosignioria scrive a nostra madre, lei non me le porta mai; mi dice bene: El vostro fratello vi si rachomanda: e per lei ò initeso come la Signioria Vostra manda Michelagnolo iniPolonia. Io n’ò auto grandisimo dispiacere; poi mi conforto e dico così: Se fusi lato pericoloso, voi non ve lo manderesti, perchè so che li avete affetione. E più ò inteso come ell vostro ritorno sarà presto, che mi pare mile anni; e di gratia richodatevi di recharmi da fare una vesta, che n’ò bisognio pure asai. E con questo farò fine, restando sempe al comando di Vostra Signioria. Nostra madre e la Verginia vi si racomanda, e’l simile fa S.a Clarice e S.a Contessa; e io senza mai fine mi vi ofero e rachomado. Adio

Vostra chara sorella Livia 
in S.o Guliano.
 [E.N. X, pag. 60].

Scrive Livia ed in poche parole comunica al fratello che le poche notizie che arrivano, giungono tutte alla madre che poi le smista. Veniamo a sapere che il fratello musicista Michelangelo è andato a lavorare in Polonia per interessamento di Galileo e che ha lasciato un vuoto in casa (vuoto subito riempito dal suo ritorno: il giovane non aveva voglia di lavorare ma solo di divertirsi). Infine che Livia ha bisogno urgente di una veste …

        A questa lettera ne segue un’altra, questa volta della madre di Galileo, Giulia Ammannati (E.N. X, pag. 61):

Al molto Mag.co e mio Fideliss.o Signore 
Galileo Galilei, mio sempre Oss.mo, in Padova.

Car.mo figliuolo .s. 

Ho intenso come avete auto male, la qual cosa ne ò auto gran dispiacere; ma dopo, il contento, se ora, per Iddio gratia, state tutti beme: di tanto me ne godo ancor io. Hora non posso mancare di dirvi le cose come le vanno giornalmente: perchè, al quel che io intendo, volete venir qua quest’altro mese, harò caro e mi sarà contento grandissimo; ma venite provisto, perchè, a quel io vedo, Benedetto vole il suo, ciò quel che gli avete promisso, e minaccia fortemente di farvi pigliare subito che arriverete qua. Per quel che io intendo, esendo di patti e così obbligato, debbe potere; però sarà persona per farlo: però vi fo avisato, perchè a me non sarà altro che dispiacere.

Ho auto una lettera da Michelagniolo, cola qual mi pregava che io andassi a trovare il Monsù, e che lo pregassi che gli mandassi parechie sonate; però vi sono ita molte altre volte, e ànno fatto dire di non vi essere. Hora i’ò inteso da Benedetto, che vi è stato più volte, come lui ha detto che voi havete dato certe sonate in costà a non so che signori, i quali ànno mandato qua tutti i principii col chiedergline di altre sorte che quelle havevano, per il che l’à’uto per male. non ne vol più dare a nessuno. In però se vi paressi di scrivere 4 versi al Sig. Cosimo Ridolfi, e vedere se per suo mezzo ne potessi aver qualcuna, sott’ombra di volere inparare lui; se no, aspettar di venir qua voi.

Detti la lettera al Saleolino: ni rispose che vi manderebe quanto li domandi. Sono andata veder la Livia: lei sta bene, vi si raccomanda, et la Verginia ancora, e io il simile; e vi prego, per quanto posso, che di grati a mi avi siate il vostro stare, se sarete guariti, o come starete di mano a mano. Non altro: a voi mi raccomando et Michelagniolo; e alla Lena dite che attenda a ingrassare, ma non faccia crepare il suo banbino. Non altro: a rivederci alla tornata con sanità. 

Da luogo solito, il dì 29 di Maggio 1593. 

Vostra aff.ma madre G.G.

       I problemi crescevano perché qui vi sono minacce gravi a Galileo da parte di Benedetto Landucci, lo sposo della sorella Virginia, che pretendeva il rispetto del contratto, con impegno dello stesso Galileo, che assegnava loro una determinata dote. Vi sono poi altre vicende di Michelangelo che, tra l’altro, aveva firmato il contratto per la dote con Galileo, il tutto per rendere assillante per il ventinovenne Galileo il pensiero della famiglia (Galileo prese un prestito di 200 scudi nell’agosto del 1593 da Jacopo e Bardo Corsi, probabilmente per pagare il debito con Landucci).

        Intanto i redditi di Galileo erano cresciuti. Nel 1599 il suo salario, dai 180 iniziali, era salito a 320 fiorini (nel 1606 divenne di 520 fiorini). Vi erano poi le lezioni private e la vendita di alcuni strumenti di precisione realizzati nell’officina curata da Mazzoleni. Ma le esigenze familiari lo rendevano sempre privo di ogni disponibilità e, ad un certo punto, per far fronte a dei prestiti che non riusciva a saldare, dovette ricorrere agli amici Sagredo e Venier e chiedere ai suoi datori di lavoro, i Riformatori dello Studio di Padova, di anticipargli due anni di salario poi diventati tre. Quando il solito prete parla di avidità di Galileo non si capisce bene se è ignorante o fa l’ignorante (resta comunque prete che si alimenta con i soldi altrui senza colpo ferire).

        Comunque Galileo aveva anche una sua personale vita privata ed aveva intrecciato una relazione con l’orfana veneziana (definita popolana) Marina Gamba con la quale ebbe una figlia, Virginia (che diventerà poi Suor Maria Celeste), il 13 agosto del 1600. Ed a Virginia ne seguirono altre due, Livia (che diventerà poi Suor Arcangela) il 18 agosto 1601 e Vincenzo il 21 agosto 1606. Con la Gamba Galileo non fece regolari nozze e Favaro ipotizza che ciò sia avvenuto proprio per quell’aggettivo popolana che ho usato poc’anzi. Non sembrava conveniente che un professore universitario con frequentazioni nobili ed importanti avesse un rapporto ufficiale con una donna del popolo. Non importa che tutti sapessero l’importante era, come è, che l’ipocrisia trionfasse.

        Per le necessità del suo lavoro Galileo ebbe delle domestiche, un segretario e, dal 1602, un copista per le dispense che egli elaborava, tal Silvestro Pagnoni. Il rapporto con quest’ultimo si chiuse drasticamente nel 1604 quando il personaggio denunciò Galileo al Tribunale dell’Inquisizione (21 aprile 1604) perché, a suo dire, Galileo praticava l’astrologia (non la giudiziaria che era quella che faceva parte dei programmi d’insegnamento, ma la divinatoria che era proibita essendo considerata arte magica) e non andava regolarmente a messa. Una simile denuncia da altra persona era arrivata anche al collega Cremonini perché quest’ultimo, secondo il denunciante, credeva che l’anima morisse con il corpo. Le cose non ebbero seguito ma erano estremamente pericolose a pochi anni dal rogo di Giordano Bruno.

            E’ d’interesse notare che nel 1606 vi fu uno scontro molto duro tra il Papa Paolo V e la Repubblica di Venezia (scomunica del Doge Donà e del Senato con interdetto per la popolazione della città a seguito del rifiuto della Repubblica di consegnare alla Chiesa due frati accusati di alcuni crimini. Sui due frati Venezia rivendicava la propria giurisdizione). Venezia reagì, tra l’altro, con l’espulsione dell’ordine dei gesuiti (quello da cui proveniva il Papa). Ebbene Galileo che vide i gesuiti  espulsi  lasciare Venezia commentò con una lettera al fratello che costoro se ne andavano «con  gran  pianto  e  dolore  di  molte  donne  loro devote» [E.N. X, pagg. 157-158].

CONFESSIONI DI COPERNICANESIMO

         Il filosofo, collega a Pisa ed amico di Galileo, Jacopo Mazzoni, nei primi mesi del 1597 aveva pubblicato a Venezia il suo In universam Platonis et Aristotelis philosophiam praeludia, nel quale si faceva una sorta di comparazione tra Platone ed Aristotele e dove, vi era, ad un certo punto, un argomento contro il sistema del mondo di Copernico. Galileo scrisse in proposito una lunga lettera a Mazzoni. Dopo un’intera pagina di complimenti all’autore del libro in cui si parla delle posizioni di Platone a confronto con quelle di Aristotele, Galileo iniziava a porre il vero problema che sta alla base della lettera::

per dir la verità, quanto nelle altre conclusioni restai baldanzoso, tanto rimasi, nel primo affronto, confuso e timido, vedendo V.S. Eccellentissima tanto resoluta e francamente impugnare la opinione de i Pitagorici e del Copernico circa il moto e sito della terra; la quale sendo da me stata tenuta per assai più probabile dell’ altra di Aristotile e di Tolomeo, mi fece molto aprire 1’orecchie alla ragione di V.S., come quello che circa questo capo, ed altri che da questo dependono, ho qualche umore. Però, credendo per la sua infinita amorevolezza di poterli, senza gravarla, dire quello che per difesa del mio pensiero mi è venuto in mente, lo accennerò a V. S., acciò che, o, conosciuto il mio errore, possa emendarmi e mutar pensiero, o, satisfacendo alla ragion di V.S. Eccellentissima, non resti ancora desolata la opinion di quei grand’ uomini e mia credenza.

Dopo questa premessa assai prudente, Galileo passava ad illustrare cosa aveva capito dell’argomento di Mazzoni contro Copernico:

Parmi dunque che la dimostrazione di V.S. proceda così: che se fusse vero, che il Sole fusse nel centro della sfera stellata, e non la terra, ma da esso lontana quanto è dal Sole, doveremmo nella mezza notte vedere assai meno della metà di detta sfera, sendo segata dal nostro orizonte non per il centro, e, per conseguenza, in parti disegnali, delle quali la minore in quel tempo sarebbe da noi veduta, rimanendo la maggiore, nella quale è il centro, sotto l’ orizonte; ed il contrario avverria nel mezzo giorno: ma sendo la verità, che noi sempre veggiamo la metà di detta sfera, resta cosa impossibile esser la terra così dal centro lontana. Soggiunge poi, non esser di alcuno momento il dire col Copernico in sua difesa, tanta esser la vastità del firmamento, che in sua proporzione l’intervallo tra il Sole e la terra sia incomprensibile, ed insufficiente a cagionare disegualità notabile nella divisione degli emisferii: il che conseguentemente dimostra V. S. Eccellentissima con l’esempio della illuminazione del monte Caucaso; poichè, per quanto ci accerta il testimonio di Aristotile, sendo la sua sommità per grande spazio di tempo prima percossa da i raggi del Sole che la radice, necessario argumento prendiamo, da detta sommità scoprirsi molti gradi oltre all’ orizonte terminatore della metà della sfera; di maniera che, se la sola altezza del monte Caucaso può esser causa che l’ orizonte divida la sfera in parti sensibilissimamente diseguali, molto più lo doveria fare, se per tanto intervallo, quanto è tra la terra ed il Sole, dal centro ci allontanassimo.

E’ evidente che l’argomento di Mazzoni contro Copernico è identico a quello che Galileo aveva utilizzato nella Cosmografia (prime posizioni sostenute per affermare che la Terra fosse al centro dell’universo), che era, come spiegato, un libro di testo in cui non potevano comparire argomenti non sostenuti da qualcosa di molto sostanzioso. Galileo stava per offrire la sua spiegazione del fenomeno che si muoveva invece in ambito copernicano. Lo faceva introducendo di nuovo il tutto con molta accortezza e cortesia:

Questa, se bene l’ho compresa, è la dimostrazione di V. S. Eccellentissima: la quale non negherò che, quando prima fu da me vista, non mi movesse assaissimo, sì per esser sottilissima e bellissima, sì ancora per esser di V.S. E perchè, come di sopra le ho detto, mi toccava (come diciamo) nel vivo, mi voltai a considerarla con grandissima attenzione: e, dopo un lungo discorso, cominciò a venirmi in pensiero, come potesse essere che, non essendo tutta la lontananza dal centro alla superficie della terra (posta l’opinione di Tolomeo) bastante a far che l’ orizonte dividesse la sfera in parti sensibilmente diseguali, potesse poi la sola altezza del monte Caucaso, aggiunta al semidiametro della terra, fare che l’ orizonte la sfera segasse in parti così notabilmente disguali. Il che m’indusse a pensare che, non la lontananza del vertice del monte dal centro della terra, ma più presto l’altezza di detto vertice sopra la superficie della terra, potesse esser della detta disgualità cagione: e questo perchè, quando abbiamo 1’occhio nella superficie della terra, viene l’ orizonte ad esser difinito per quella superficie piana che tocca il globo terrestre nel punto dove è l’occhio; ma se l’occhio sarà dalla superficie della terra elevato, come se sia nella sommità del monte Caucaso, allora 1’orizonte non resta più una superficie piana, ma più tosto una superficie conica, il cui angolo o vertice è nell’ occhio. Come più apertamente si scorge dalla seguente figura, dove per il globo terrestre intendiamo il cerchio AI:

quando l’occhio sarà nel punto A, sarà l’ orizonte piano, secondo la linea BAC; ma quando metteremo l’occhio nel punto D, elevato dalla superficie della terra, sarà determinato 1’orizonte secondo le due linee contingenti DEG, DFH, e sarà la superficie conica. Dalla qual figura possiamo comprender, come 1’altezza del monte AD, per esser elevata sopra la superficie della terra, fa assai maggior diversità circa il dividere il cielo disegualmente, che non fa tutto il semidiametro AM; importando questo l’arco BK, e quella il BG. 
Il che avendo io considerato, cominciai ad avvertire che gran differenza era tra il far discostare l’occhio, posto nella superficie della terra, con tutta la terra, del centro del cielo, e tra il fare alzare l’occhio sopra .la superficie della terra; e che, per conseguenza, forse minor diversità, circa la disegualità delle più volte dette divisioni orizontali, potria cagionare la grandissima lontananza che è tra il Sole e la terra, che la piccola altezza del monte Caucaso. Il che avendo poi più particolarmente ricercato, parmi (s’io non m’inganno) aver dimostrato, che il discostar l’occhio, con tutta la terra, dal centro del mondo, quanto è la distanza tra la terra ed il Sole, non faccia maggior diversità che il costituire l’occhio (lasciando la terra nel centro) sopra un monte alto non più di un miglio ed 1/7.

E qui segue un’altra dimostrazione geometrica che serve a provare quanto Galileo ha or ora detto. Con tale dimostrazione Galileo dà per dimostrato il suo assunto e negato quello di Mazzoni. Concludeva quindi così:

Parmi, dunque, che da questo si concluda, che il porre la terra lontana dal centro del firmamento quanto è la distanza tra essa e il Sole, non possa far maggior differenza, circa il segar l’orizonte la sfera stellata disegualmente, di quello che farebbe l’inalzarsi (costituita la terra nel centro) dalla sua superficie un miglio ed 1/7. E se vorremo vedere quanto faccia scoprir più dell’ emisferio 1’alzarsi dalla superficie della terra miglia 1 e 1/7, troveremo con facile dimostrazione, ciò non passare g[radi] 1.32′ dall’una e dall’altra parte. E questa sarà la diversità, che in questo caso nasceria dal por la terra nel centro del firmamento, o il Sole; che nasceria, dico, quando 1’ampiezza del firmamento fusse quanta si è supposto: ma essendo, come suppone il Copernico, grandemente maggiore, che maraviglia o sarà se il nostro orizonte, tanto lontano dal centro quanto dal Sole, segherà il firmamento in parti eguali al senso? Ed aggiunge si a questo, che la diversità, che si è dimostrata nascere dall’alzarsi dalla superficie della terra miglia 1 e 1/7, e che è eguale a quella che fa il discostare la terra dal centro quanto dal Sole, e che si è dimostrata posto che la terra fusse nel centro, se la terra si metterà nel luogo del Sole, ci verrà data dall’un monte alto solamente un miglio: onde ne seguirà poi, la differenza  de  gli  emisferii  esser  assai minore della già dimostrata di g[radi] 1.32.  

Ma, per non infastidire più lungamente V.S. Eccellentissima, non voglio darli più lunga briga, ma solamente pregarla a o dirmi liberamente, se li pare che in questa maniera si possa salvare il Copernico. Io sono stracco dallo scrivere, e lei dal leggere: però, tagliando tutte le lunghezze di cerimonie, farò fine col baciarli le mani e pregarla ad amarmi, come ha fatto sempre, ed a comandarmi. N. S. gli conceda felicità.

 Di Padova, li 30 maggio 1597. 
Di V. S. M.to Ill.re ed Ecc.ma 
Ser.or obligatiss.o 

GALILEO GALILEI.

E fin qui la lettera a Mazzoni nella quale Galileo va a toccare un punto della trattazione del suo ex collega che rappresentava l’opinione comune a quell’epoca. Sembra un punto marginale ma ho più volte detto che le concezioni aristotelico tolemaiche sono estremamente intrecciate tra loro con la conseguenza che se si crea una breccia da qualche parte il rischio di crollo è molto grande. Vediamo cosa diceva invece Galileo a Kepler introducendo questa lettera con alcune vicende che avevano iniziato a legare i due personaggi.

LA CONVERSIONE DI GALILEO AL COPERNICANESIMO

L’altra notizia che abbiamo della conversione di Galileo al copernicanesimo è in un documento del 1597 (Galileo ha 33 anni e da 5 anni da Pisa si è trasferito a Padova(26)). A maggio, da Padova, scrive la lettera della quale ho ora discusso (che in realtà è una vera pubblicazione che viene fatta circolare a mano) al suo ex collega Jacopo Mazzoni(27) manifestando per la prima volta la sua adesione alle teorie copernicane con una prima elaborazione matematica per contestare delle posizioni anticopernicane. Forte di questa prima uscita e del successo che aveva avuto, ad agosto, da Padova, scrive una lettera a Kepler(28) manifestandogli la sua adesione alle teorie copernicane. Egli dice che già da tempo pensa a tali teorie, di aver già in mano alcuni indizi favorevoli al sistema astronomico di Copernico, nostro comune maestro, come lo chiama Galileo, ma di non avere argomenti per sostenerle (si tenga conto che in quegli anni si era in piena Controriforma: 30 anni prima San Tommaso era stato fatto Dottore della Chiesa; Giordano Bruno da 5 anni era nel carcere dell’Inquisizione; non si respirava aria tranquilla). Galileo viene confortato dalla risposta di Kepler(29) il quale gli comunica che ormai, dalle sue parti, ogni astronomo calcola le effemeridi basandosi sul sistema copernicano. Kepler fa inoltre osservare a Galileo che l’ordinaria accettazione del sistema copernicano da parte degli astronomi fa sì che ormai non restino da convincere che i matematici, i quali – per loro stessa definizione – non concedono postulati senza dimostrazione.

              Galileo sa però che il copernicanesimo è solo una costruzione ipotetica che ha di fronte difficoltà enormi per essere solo preso in considerazione. Per quanto una gran mole di dati provenienti soprattutto dalle osservazione dei naviganti, testimonino la non affidabilità del sistema di Tolomeo, il geocentrismo è molto più affidabile, se non altro perché è a tutti più familiare. Galileo non ha altro, in questo momento, che lo spiraglio della possibilità di confutazione del sistema geocentrico attraverso una dimostrazione geometrica (quella che fa a Mazzoni). E’ molto poco ed egli non azzarda di squalificarsi senza avere argomenti più solidi. E d’altra parte questo non è che l’inizio del suo metodo di ricerca che prevederà sempre un sostegno sperimentale alle elaborazioni teoriche. Quindi Galileo continua ad insegnare il sistema tolemaico ma ricerca in ogni modo un sostegno sperimentale al sistema copernicano. Questo modo di fare è criticato da alcuni personaggi del tutto squalificati come Arthur Koestler, il pettegolo della storia senza alcuna preparazione scientifica, che, bisognoso d’eroi e di banditori del nulla, non ha mai capito nulla del metodo scientifico, delle opportunità e della storicizzazione (si veda in proposito, in chiusura di questo scritto, il capitolo “Popper, Feyerabend ed altri”). Alle sollecitazioni di Thyco del 1600 a scrivere qualcosa sull’argomento neppure risponde (quel sistema astronomico era considerato da Galileo solo un compromesso senza alcun possibile significato fisico). Anche perché il 17 febbraio di quell’anno la Chiesa aveva messo al rogo Giordano Bruno per aver sostenuto, solo in ambito filosofico, il copernicanesimo (inoltre nel 1592 Francesco Patrizi era stato condannato per aver sostenuto l’esistenza di un solo cielo, la rotazione della Terra, la vita e l’intelligenza degli astri, l’esistenza di uno spazio infinito – riempito dal lumen – al di sopra del mondo sublunare; nell’arco di dieci anni, durante il pontificato di Clemente VIII, erano state messe all’indice la Nota philosophia dello stesso Patrizi, il De rerum natura di Telesio, l’opera omnia di Bruno e di Campanella; erano state effettuate le inchieste contro Giambattista della Porta, Nicolò Stigliola e Cesare Cremonini; era stato condannato a morte Francesco Pucci, imprigionato Tommaso Campanella, arso sul rogo, come già detto, Giordano Bruno).

Non risultano altre prese di posizione di Galileo in relazione a Copernico per altri 5 anni (a parte la polemica sulla nova del 1604 della quale discuterò più oltre). Il nostro continuò i suoi insegnamenti di fisica aristotelica su: l’Almagesto di Tolomeo, il De caelo di Aristotele, la Sphaera Mundi di Sacrobosco, il Liber de astronomia di Teone di Smirne. Mantenne pubblicamente  un cauto riserbo sull’interpretazione del fenomeno, facendo addirittura intendere che poteva trattarsi di vapori lontani, illuminati dal Sole, in rapido moto di allontanamento radiale (spiegazioni molto in uso tra i filosofi aristotelici). Occorrerà attendere il 1610 perché le cose cambino. Intanto il suo lavoro continuava con lo studio della meccanica e di alcuni strumenti (si noti che più avanti nel tempo la costruzione di questi strumenti in piccolissime serie e la loro vendita sarà una fionte di reddito per Galileo, sempre bisognoso di denaro).

IL TERMOSCOPIO

        Galileo realizzò molti strumenti di rilevante interesse e tra questi il Termoscopio (si deve notare che sul finire del Cinquecento la pratica della costruzione di strumenti ad uso scientifico andò sempre più diffondendosi anche in relazione all’accresciuto interesse per la realizzazione di macchine che uscissero dall’empirismo e diventassero di precisione proprio attraverso l’uso di adeguata strumentazione). Viviani scriveva che, negli anni di Padova, Galileo:

ritrovò i termometri, cioè quelli strumenti di vetro, con acqua et aria, per distinguer le mutazioni di caldo e freddo e la varietà de’ temperamenti de’ luoghi […]

        Quindi, secondo Viviani, il termoscopio di Galileo (come osservò Favaro, si trattava di termo-baroscopio, un misto di termometro e barometro poiché le letture dipendevano oltre che dalla temperatura anche dalla pressione esterna) fu realizzato tra il 1592 ed il 1597 a Padova. Abbiamo testimonianze epistolari che risalgono a vari anni dopo tale invenzione. L’amico e corrispondente di Galileo, Gio. Francesco Sagredo, gli scriveva il 30 giugno del 1612(E.N. XI, pagg. 349-351) affermando:

Il S.r Mula fu al Santo [alla festa di Sant’Antonio, il 13 giugno], et mi riferì haver veduto uno stromento dal S.r Santorio [Santorre Santorio, un medico istriano chiamato ad insegnare a Padova], col quale se misurava il fredo et il caldo col compasso, et finalmente mi communicò questo essere una gran bozza di vetro con un colo lungo, onde subito me sono dato a fabricarne de molto esquisiti et belli.

        Alle rimostranze di Galileo che rivendicava per sé l’invenzione [anche qui vi erano problemi di plagio],  seguiva un’altra lettera di Sagredo (E.N. XI, pagg. 505-506; 9 maggio 1613):

L’istromento per misurar il caldo, inventato da V. S. Ecc.ma [Galileo], è stato da me ridotto in diverse forme assai commode et esquisite, in tanto che la differenza della temperie di una stanza all’altra si vede fin 100 gradi. Ho con questi speculate diverse cose meravigliose, come, per essempio, che l’inverno sia più freda l’aria, che pochissima acqua sia più freda che molta, et simili sottigliezze, alle quali i nostri Peripatetici non sanno dar nessuna rissolutione […]

        In questa lettera si assegnava l’invenzione del termoscopio a Galileo. Abbiamo infine una lunga testimonianza dell’amico di Galileo, Benedetto Castelli, in una lettera a Fernando Cesarini del 20 settembre 1638(E.N. XVII, pagg. 377-380), nella quale, discutendo del come curare alcune ferite, si diceva:

In questo mi sovvenne un’esperienza fattami vedere già più di trentacinque anni sono dal nostro Sig.r Galileo, la quale fu, che presa una caraffella di vetro di grandezza di un piccol uovo di gallina, col collo lungo due palmi in circa, e sottile quanto un gambo di pianta di grano, e riscaldata bene colle palme delle mani la detta caraffella, e poi rivoltando la bocca di essa in vaso sottoposto, nel quale era un poco di acqua, lasciando libera dal calor delle mani la caraffella, subito l’acqua cominciò a salire nel collo, e sormontò sopra il livello dell’acqua del vaso più d’un palmo; del quale effetto poi il medesimo il livello dell’acqua del vaso più d’un palmo; del quale effetto poi il medesimo Sig.r Galileo si era servito per fabbricare un istrumento da esaminare i gradi del caldo e del freddo. Intorno al quale strumento sarebbe che dire assai; ma per quanto fa al proposito nostro, basta che in sostanza si osserva che l’acqua, quanto più l’aria circonfusa intorno alla caraffella si trova più e più fredda, tanto più alto sale l’acqua sopra il livello della sottoposta, e quanto lo strumento vien portato in aria meno fredda, tanto più l’acqua si va abbassando nel collo della caraffella.

        Castelli parlava quindi di una invenzione di Galileo che dovrebbe risalire ai primissimi anni del Seicento.

        Vi è poi una lettera di Galileo del 1626 nella quale egli accennava ad un suo strumento per misurare variazioni termiche realizzato 20 anni prima(E.N. XIII, pagg. 320). Infine vi è un brano di Galileo di epoca incerta in cui si parla del termoscopio(E.N. VIII, pagg. 634-635):

Appresso le scuole de’ filosofi è approvato per vero principio, che del freddo sia proprietà il ristringere, e del caldo il rarefare. Ora, stante questo, intendasi che l’aria contenuta nello strumento sia della medesima temperie che l’altra aria della stanza dove si pone; e casi, per ritrovarsi questi due corpi egualmente gravi in specie, ne segue che l’uno non scaccia l’altro, come a quello che, per non acquistar niente, è meglio restar quivi. Ma se l’aria circunfusa alla palla si raffredderà, con l’imporvi qualche corpo più freddo, i calidi contenuti nell’aria compresa nella palla, come quelli che per esser in un mezo men leggieri di loro, se ne saliranno in alto, e tal aria diverrà più fredda di prima; e casi, per l’antidetto principio, si ristringerà e terrà men luogo: onde (ne detur vacuum) il vino salirà su ad occupar il luogo lasciato voto dall’aria; e di poi, riscaldata tal aria, rarefacendosi e tenendo maggior luogo, verrà a scacciare e mandar giù il vino, il quale, come grave, volentieri gli cederà quel luogo; onde ne segue che il freddo non sia altro che privazione di caldo. [… ] L’aria freddissima per tramontano è più fredda del diaccio e della neve: in confermazione di che, se si approssimerà allo strumento in tal tempo della neve o del diaccio, il vino calerà notabilmente.

        Secondo altre testimonianze l’invenzione del termoscopio si situerebbe tra il 1603 ed il 1606 ed altri rivendicherebbero la sua invenzione. In ogni caso la questione è simile a quella dell’invenzione del telescopio perché lo strumento in sé ha una valenza mentre l’uso che se ne fa un’altra. E, con Galileo e Torricelli, il termoscopio acquista il ruolo di strumento per indagare la natura al fine di avere elementi ulteriori per falsificare la fisica di Aristotele. Galileo sosterrà infatti, contrariamente alle teorie aristoteliche che prevedevano il caldo ed il freddo come due proprietà distinte ed intrinseche alla materia, che il freddo non sia altro che privazione di caldo e tale fondamentale concetto verrà ripreso nel Saggiatore del 1623 dove Galileo sosterrà che il freddo non è una qualità positiva come nella fisica di Aristotele, ma una privazione di caldo; che esso non è insito nella materia ma risiede nel corpo sensitivo. Siamo anche qui a smontare la fisica aristotelica ma con maggiori difficoltà per una gran quantità di problemi che si accavallano, non ultima la teoria degli ignicoli di Democrito secondo la quale i corpi caldi emetterebbero piccole particelle che andrebbero a scaldare i corpi che le ricevono.

        Ma torniamo al termoscopio di Galileo, riportando una figura che ci fornisce Castelli nella sua lettera a Cesarini del 1638 citata che ci servirà per spiegarne il principio di funzionamento. Il termoscopio è costituito da una sfera A di vetro della grandezza di un uovo contenente aria.

La sfera è direttamente connessa con un lungo tubicino anch’esso di vetro e contenente acqua (lunghezza del tubicino circa 50 cm). La sfera e quindi l’aria che contiene viene rovesciata e messa in contatto, attraverso il tubicino e l’acqua che contiene, con un recipiente sottostante contenente del liquido. Il calore che viene fornito alla sfera si trasferisce, attraverso la dilatazione dell’aria che contiene, nel tubicino contenente acqua. Quest’ultima viene sospinta verso il basso, a quote inferiori quanto maggiore è il calore che passa alla sfera (vale naturalmente il fenomeno inverso: se la sfera superiore perde calore, l’aria condensa e diminuisce di volume con la conseguenza che il liquido nel tubicino sale). Quindi, a differenti gradi di calore, corrispondono differenti altezze in cui troviamo l’acqua nel tubicino. C’è qui da osservare che, anche se disponessimo una scala graduata nel tubicino (che sarà introdotta da Santorre Santorio nel 1612), le misure di temperatura, fatte attraverso misure di variazione di densità dell’aria, che ne deriverebbero sarebbero grossolane e non assolute poiché il livello dell’acqua nel tubicino non dipende solo dalla temperatura (e dal tubicino che deve essere costruito con una sezione costante) ma anche dalla pressione dell’aria (concetto ancora non noto), come bene studierà Torricelli tra il 1643 ed il 1644 (Noi viviamo sommersi nel fondo d’un pelago d’aria elementare, la quale per esperienze indubitate si sa che pesa, e tanto che questa grossissima vicino alla superficie terrena pesa circa la 1/400 parte del peso del- l’acqua).

PENDOLI E PIANI INCLINATI: IL MOTO ACCELERATO 

       Nel maggio del 1600 arrivò a Galileo una lettera da parte di Tycho Brahe(E.N. X, pagg. 79-80), il più grande astronomo del tempo che in Italia era chiamato Ticone. Il famoso astronomo danese chiedeva a Galileo la sua opinione sul sistema astronomico da lui elaborato e gli proponeva una collaborazione. Come con Kepler, con cui vi era stato un solo scambio epistolare, anche qui Galileo non rispose. Probabilmente ancora siamo di fronte a Galileo che è copernicano ma è sempre più imbarazzato perché, in astronomia, non riesce a trovare prove dirimenti da offrire a critici feroci su questo argomento. In ogni caso c’è da sottolineare che se quel grande e noto personaggio scriveva ad un ignoto professore di matematica, una qualche notizia doveva essere giunta su qualche elaborazione di Galileo. Il fatto poi che Galileo uscisse da normali canoni di cortesia (rispondere ad una lettera), ai quali non aveva mai mancato, può solo essere oggetto di speculazioni. Una possibilità risiede nel fatto che Galileo riconosceva la grande superiorità di Tycho come osservatore del cielo ma non quella di teorico. Il suo sistema doveva sembrargli un ibrido indigeribile utile solo per mettere in pace la coscienza, visto che il Sole al centro dell’Universo avrebbe risolto molti più problemi che non correre dietro alla Bibbia. Insomma Galileo era in difficoltà perché privo ancora dell’autorità di obiettare ad uno come Ticone. Passare a lavorare con Tycho in tali condizioni avrebbe significato restare un collaboratore eternamente subalterno ad un personaggio che in complesso non stimava. Né poteva spiegare questo preferendo stare zitto. In questo stesso periodo Galileo iniziava a scrivere il suo De sistemate mundi che terminerà l’anno successivo (1602) quando inizierà, a partire da un trattato di meccanica, ad affrontare con determinazione e per vie differenti il problema del moto accelerato con studi che lo tennero occupato fino al 1609 e che si proponeva di pubblicare non appena li avesse conclusi (in linea di massima nel 1602 cominciò a studiare il pendolo ed il moto sul piano inclinato; nel 1603 scoprì due teoremi relativi al moto sul piano inclinato; e, nello studio del moto, si accorse della continua accelerazione dei moti naturali, del paradosso delle velocità nei moti accelerati. Lavorò per mettere ordine cercando una regola dell’aumento di velocità nei moti naturali. Nel 1604 scoprì la legge del pendolo in base ad accurate misurazioni dei tempi. Da questa passò alla legge della caduta dei gravi implicata dalla legge del pendolo e tentò di ricavare la legge della caduta dei gravi a partire dalla proposizione  che gli spazzii passati dal moto naturale esser in proporzione doppia dei tempi, et per conseguenza gli spazii passati in tempi eguali esser come i numeri impari ab unitate, et le altre cose. Et il principio è questo: che il mobile naturale vadia crescendo di velocità con quella proportione che si discosta dal principio del suo moto, cresca cioè in modo direttamente proporzionale alla distanza dal punto di caduta, come risulta da una lettera a Paolo Sarpi del 16 ottobre 1604, E.N. X, pag. 115). Sappiamo tutto ciò da una lettera del 1610 che lo stesso Galileo scrisse a Belisario Vinta(E.N. X, pagg. 348-353. Questa lettera, come vedremo oltre, è molto importante perché con essa Galileo faceva domanda per il posto di filosofo naturale e matematico presso lo Studio di Firenze con dispensa dall’insegnamento per potersi dedicare completamente alla ricerca), il Segretario del Gran Duca di Toscana che già abbiamo incontrato. Nella lettera Galileo, già famoso per il suo lavoro (del quale parlerò più oltre) Sidereus Nuncius e per la scoperta dei satelliti di Giove chiamati pianeti medicei, scriveva:

Le opere che ho da condurre a fine sono principalmente 2 libri De sistemate seu constitutione universi, concetto immenso et pieno di filoosofia, astronomia et geometria: tre libri De motu locali, scienza interamente nuova, non havendo alcun altro, nè antico nè moderno, scoperto alcuno de i moltissimi sintomi ammirandi che io dimostro essere ne i movimenti naturali et ne i violenti, onde io la posso ragionevolissimamente chiamare scienza nuova et ritrovata da me sin da·i suoi primi principii: tre libri delle mecaniche, due attenenti alle demostrazioni de i principii et fondamenti, et uno de i problemi; et benchè altri habbino scritto questa medesima materia, tutta via quello che ne è stato scritto sin qui, nè in quantità nè in altro è il quarto di quello che ne scrivo io. Ho anco diversi opuscoli di soggetti naaturali, come De sono et voceDe visu et coloribus, De maris estu, De compositione continui, De anirnalium motibus, et altri ancora. Ho anco in pensiero di scrivere alcuni libri attenenti al soldato, formandolo non solamente in idea, ma insegnando con regole molto esquisite tutto quello che si appartiene di sapere et che depende dalle matematiche come la cognizione delle castrametazioni, ordinanze, fortificazioni, espugnazioni, levar piante, misurar con la vista, cognizioni attenenti alle artiglierie, usi di varii strumenti, etc. Mi bisogna di più ristampare l’Uso del mio Compasso Geometrico, dedicato a S. A., non se ne trovando più copie; il quale strumento è stato talmente abbracciato dal mondo, che veramente adesso non si fanno altri strumenti di questo genere, et io so che sin hora ne sono stati fabricati alcune migliaia. Io non dirò a V.S. Ill.ma quale occupazione mi sia per apportare il seguir di osservare et investigare i periodi esquisiti de i quattro nuovi pianeti; materia, quanto più vi penso, tanto più laboriosa, per il non si disseparar mai, se non per brevi intervalli, 1’uno dall’ altro, et per esser loro et di colore et di grandezza molto simili.

        Una parte dolorosa da conoscere riguarda il trattato De sistemate mundi che doveva essere non sotto forma di dialogo ma come un vero e proprio testo copernicano. E’ andato perduto probabilmente distrutto dallo stesso Galileo nel 1632 quando fu convocato dall’Inquisizione romana per evitare di avere e dover rispondere di un testo chiaramente copernicano. Molto è stato ricostruito con un lavoro meritorio da vari storici tra cui Drake che ci informa che l’ultimo capitolo dell’opera in oggetto doveva riguardare la conseguenza del sistema copernicano nella fisica e quindi una Nuova dottrina del moto. E su tale argomento abbiamo vari altri scritti di Galileo che permettono di capire ed anche di avere con ottima approssimazione il contenuto quanto meno di quest’ultimo capitolo che poi finirà, con gli opportuni aggiustamenti, nelle Giornate Terza e Quarta dei Discorsi e Dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze pubblicato nel 1638 in Olanda.

        La prima scoperta importante, della quale Galileo informava con una lettera Guidobaldo del Monte, è del 1602. Lo scienziato aveva scoperto che se si facevano scivolare dei gravi lungo una guida costituita dalla quarta parte di un cerchio (la quarta di cerchio) sistemato perpendicolarmente rispetto al suolo, non importa da quale punto della quarta partissero, sarebbero arrivati tutti  nel punto più basso del cerchio nel medesimo tempo.

Una quadra di cerchio

        Guidobaldo aveva fatto delle prove utilizzando il cerchio di legno che sosteneva un grande contenitore per cereali e le cose non gli tornavano. Scrisse di queste sue insoddisfazioni a Galileo che il 29 novembre del 1602(E.N. X, pagg. 97-100) replicò affermando che probabilmente l’esperienza non era riuscita a seguito dell’attrito su un legno non ben levigato. A questo punto riproponeva la stessa esperienza sbarazzandosi del grande attrito di una guida di legno attraverso l’uso di pendoli che hanno solo la resistenza dell’aria. E questo brano è quello in cui è riportata la scoperta dell’isocronismo del pendolo, anche se non ancora in modo contundente (l’isocronismo, come si dimostrerà con esperienze più sofisticate, riguarda solo piccole ampiezze, al massimo di 10°):

Piglio dunque due fili sottili, lunghi ugualmente due o tre braccia l’uno, e siano AB, EF, e gli appicco a due chiodetti A, E, e nell’ altre estremità B, F lego due palle di piombo uguali (se ben niente importa se fussero disuguali), rimuovendo poi ciascuno de’ detti fili dal suo perpendicolo, ma uno assai, come saria per l’arco CB, e l’altro pochissimo, come saria secondo l’arco IF; gli lascio poi nell’ istesso momento di tempo andar liberamente, e l’uno comincia a descrivere archi grandi, simili al BCD, e l’altro ne descrive de’ piccoli, simili all’ FIG; ma non però consuma più tempo il mobile B a passare tutto l’arco BCD, che si faccia l’altro mobile F a passare l’arco FIG.

In questa stessa lettera e su un argomento simile, Galileo annunciava al suo amico un’altra scoperta di rilievo, questa volta riguardante piani inclinati idealmente inscritti in un cerchio:

Sia del cerchio BDA il diametro BA eretto all’ orizzonte, e dal punto A sino alla circonferenza tirate linee utcumque AF, AE, AD, AC: dimostro, mobili uguali cadere in tempi uguali e per la perpendicolare BA e per piani inclinati secondo le linee CA, DA, EA, FA; sicchè, partendosi nell’ istesso momento dalli punti B, C, D, E, F, arriveranno in uno stesso momento al termine A, e sia la linea FA piccola quant’esser si voglia
E forse anco più inopinabile parerà questo, pur da me dimostrato, che essendo la linea SA non maggiore della corda d’una quarta, e le linee SI, IA utcumque, più presto fa il medesimo mobile il viaggio SIA, partendosi da S, che il viaggio solo IA, partendosi da I.

Galileo diceva di aver dimostrato ciò ma per trovare la dimostrazione occorre andare al Theorema VI dei Discorsi pubblicati nel 1638. Egli aveva trovato che il tempo impiegato da un grave a cadere lungo la verticale e quello per scendere lungo il tragitto inclinato erano gli stessi e la giustificazione la si ritrovava al solito nel rapporto dei momenti con le lunghezze, che è lo stesso. Sembra che Galileo ipotizzi una proporzionalità della velocità degli oggetti in moto con il momento della gravità. Ancora non è chiaro il concetto di accelerazione che avrebbe tolto di mezzo ogni difficoltà. Come osserva Camerota riportando il parere di Enrico Giusti, la comprensione del concetto di accelerazione, che andava maturando negli anni padovani, deve essere nata in Galileo attraverso i pendoli dove è più chiaro il passaggio dalla quiete alla massima velocità e quindi di nuovo alla quiete attraverso un rallentamento.  E Galileo lavorerà su questo problema per molto tempo studiando la caduta dei gravi e tentando di mostrare che questo moto è lo stesso del lancio di un proiettile. E’ in una lettera a Paolo Sarpi del 16 ottobre 1604(E.N. X, pagg.115-116) che Galileo comunicava una sua presunta scoperta della legge di caduta, nello studio dei gravi:

Ripensando circa le cose del moto, nelle quali, per dimostrare li accidenti da me osservati, mi mancava principio totalmente indubitabile da poter porlo per assioma, mi son ridotto ad una proposizione la quale ha molto del naturale et dell’ evidente; et questa supposta, dimostro poi il resto, cioè gli spazzii passati dal moto naturale esser in proporzione doppia dei tempi, et per conseguenza gli spazii passati in tempi eguali esser come i numeri impari ab unitate, et le altre cose. Et il principio è questo: che il mobile naturale vadia crescendo di velocità con quella proportione che si discosta dal principio del suo moto; come, v.g., cadendo il grave dal termine a per la linea abcd, suppongo che il grado di velocità che ha in c al grado di velocità che hebbe in b esser come la distanza ca alla distanza ba, et così conseguentemente in d haver grado di velocità maggiore che in c secondo che la distanza da è maggiore della ca.

A Galileo serve essere certo di quanto ha detto per mostrare che la caduta di un grave ed il lancio di un proiettile sono ambedue moti che ubbidiscono alle stesse leggi:

Haverò caro che V. S. molto R.da lo consideri un poco, et me ne dica il suo parere. Et se accettiamo questo principio, non pur dimostriamo, come ho detto, le altre conclusioni, ma credo che haviamo anco assai in mano per mostrare che il cadente naturale et il proietto violento passino per le medesime proporzioni di velocità.

      Naturalmente siamo ancora ad una conclusione errata, del tipo di quella che egli aveva sviluppato nel De motu perché la velocità non aumenta proporzionalmente allo spazio percorso da quando il mobile era in quiete ma proporzionalmente al tempo trascorso da quel momento. Serviva a Galileo altro lavoro, tentare altre strade con ulteriori errori, enunciati poco chiari e, soprattutto, ricorrere ad esperienze in cui si potessero misurare agilmente, con estrema precisione ed in modo non controverso, le variabili in gioco. Richiamo l’attenzione del lettore sul fatto che, fino a Galileo, nessuno si era mai preso la briga di definire la velocità. Tutti, compresi i medioevali dell’impetus, riposavano nelle definizioni aristoteliche di velocità maggiore e di velocità uguale. Il problema era di grande rilievo se, come nel moto di caduta o accelerato, si doveva considerare una variazione continua di velocità. Archimede aveva discusso la velocità uniforme. Alcuni medioevali avevano parlato di cambiamento uniforme di velocità ma il cambio continuo, matematicamente inteso, nessuno lo aveva affrontato. Tanto più che Galileo si confrontava con un problema non discorsivo ma che doveva rispondere a misure reali. Come avrebbe potuto rispondere a questo quesito chi solo disquisiva con la logica ? Se poi dall’esperienza si passava alla matematica il problema non era per nulla semplice (anzi !) perché la velocità istantanea in matematica è una sorta di rompicapo che, senza le dovute attenzioni, può portare a speculazioni sull’infinito. Galileo ci riuscì anche se dovette pagare il prezzo dello scontro continuo con i suoi contemporanei e ci riuscì utilizzando la teoria delle proporzioni che era stata descritta da Euclide nel Libro V degli Elementi, non ancora conosciuto ancora nell’alto Medioevo.

        Risale al 1604 un sistema ideato da Galileo per misurare le velocità in un moto accelerato di caduta. Si costruì un piano inclinato molto ben levigato e con una minima pendenza (inferiore a due gradi), e fece rotolare su di esso una sfera di bronzo. Le diverse posizioni che occupava la sfera a determinate distanze erano segnalate da un campanello fatto suonare  dalla stessa sfera in discesa. Due successivi scampanellii segnavano il tempo impiegato dalla sfera a percorrere quella distanza. Seguiamo la descrizione del tipo di esperienze di Galileo nelle parole di Drake:

Fu non molto dopo la lettera a Guidobaldo che Galileo si rese conto che, nella caduta dei gravi, l’accelerazione non è temporanea, ma duratura, ragionando in base alle sue osservazioni di lunghi pendoli e all’analogia fra le loro oscillazioni e le discese lungo piani inclinati. Egli annotò la propria perplessità per il fatto che teoremi derivati quando ignorava l’accelerazione risultassero ciononostante confermati da prove sperimentali. Verso la metà del 1603 Galileo fu gravemente ammalato e scrisse poco, ma derivò due proposizioni sul tempo minimo dal suo teorema delle corde e cambiò la parolavelocitas in velocitates nella sua analisi della caduta e della discesa lungo piani inclinati. Verso la fine del 1603 o all’inizio del 1604 si rese conto che, per andare avanti, aveva bisogno di una regola per l’aumento di velocità durante la discesa naturale  partendo  dallo  stato  di quiete. Ciò fu l’origine del foglio 107v.

Quando iniziò il foglio 107v, Galileo ovviamente non aveva modo di misurare brevi intervalli di tempo, né poteva legittimamente misurare la velocità come una specie di “rapporto” fra distanza e tempo. Teoricamente, queste non avevano nessun rapporto, propriamente parlando, perché nella matematica di Euclide il “rapporto” è definito come una relazione tra grandezze omogenee e due distanze, o due tempi, o simili. Per esprimere una relazione fra distanze e tempi era necessario stabilire una proporzionalità, cioè un’identità di rapporti per due distanze e due tempi. Nei moti uniformemente accelerati, esiste una proporzionalità fra le distanze e i quadrati dei tempi, come Galileo avrebbe scoperto in seguito ma non sul foglio 107v […] e soltanto collegando i fenomeni del pendolo con quelli della caduta libera.

 Lo scopo immediato del lavoro dietro il foglio 107v era trovare, se possibile, una regola per i successivi aumenti di velocità durante un moto naturale rettilineo partendo dallo stato di quiete. Per rallentare la discesa, come Galileo dice nel passo autobiografico de Le nuove scienze, egli usò un piano inclinato di molto poco rispetto all’orizzontale (Kant nella Critica della Ragion Pura esalterà queste esperienze come una vera rivoluzione nel pensiero scientifico). La sfera rotolava a 1,7°, aveva un diametro di 20 “punti”, e la scanalatura lungo la quale rotolava era larga circa 9 “punti”, secondo i miei calcoli in base a vari dati registrati da Galileo quando stava usando lo stesso dispositivo in esperimenti che verranno descritti in seguito. Per il lavoro del 1604, a un’inclinazione di circa 1,7°, la sfera impiegava circa 4 secondi a percorrere la lunghezza del piano, che era di 2.100 “punti” (circa 180 cm). Galileo segnò e misurò gli spazi percorsi a partire dallo stato di quiete alla fine di ciascuno di otto intervalli uguali di tempo successivi, tabulando queste misurazioni in “punti” sul foglio 107v.

 Poiché i tempi erano uguali, le distanze tra un segno e quello successivo misuravano la velocità complessiva della sfera da un segno all’altro. La chiamo “velocità complessiva” perché quella che Galileo poteva trovare non era una velocità media del tipo postulato dagli autori medievali sul moto uniformemente accelerato. […]

Ne risultava così che le distanze registrate da Galileo erano automaticamente misure delle velocità complessive durante la discesa lungo il suo piano inclinato. Prese successivamente da segno a segno, esse risultarono formare la successione dei numeri dispari 1,3,5,7 … Poiché stava usando le distanze per misurare le velocità, Galileo non si limitò a considerarle come semplici distanze, ma le sommò, ottenendo la serie dei numeri quadrati e riconoscendo subito la legge dei quadrati dei tempi della discesa naturale rettilinea.

        Queste esperienze furono descritte da Galileo nei Discorsi, con le seguenti parole(E.N. VIII, pagg. 212-213):

In un regolo, o vogliàn dir corrente, di legno, lungo circa 12 braccia, e largo per un verso mezo bracio e per l’altro 3 dita, si era in questa minor larghezza incavato un canaletto, poco più largo d’un dito; tiratolo drittissimo, e, per averlo ben pulito e liscio, incollatovi dentro una carta pecora zannata e lustrata al possibile, si faceva in esso scendere una palla di bronzo durissimo, ben rotondata e pulita; costituito che si era il detto regolo pendente, elevando sopra il piano orizontale una delle sue estremità un braccio o due ad arbitrio, si lasciava (come dico) scendere per il detto canale la palla, notando, nel modo che appresso dirò, il tempo che consumava nello scorrerlo tutto, replicando il medesimo atto molte volte per assicurarsi bene della quantità del tempo, nel quale non si trovava mai differenza né anco della decima parte d’una battuta di polso. Fatta e stabilita precisamente tale operazione, facemmo scender la medesima palla solamente per la quarta parte della lunghezza di esso canale; e misurato il tempo della sua scesa, si trovava sempre puntualissimamente esser la metà dell’altro: e facendo poi l’esperienze di altre parti, esaminando ora il tempo di tutta la lunghezza col tempo della metà, o con quello delli duo terzi o de i 3/4, o in conclusione con qualunque altra divisione, per esperienze ben cento volte replicate sempre s’incontrava, gli spazii passati esser tra di loro come i quadrati e i tempi, e questo in tutte le inclinazioni del piano, cioè del canale nel quale si faceva scender la palla.

C’è solo da aggiungere che Galileo misurava il tempo pesando con una bilancia di grande precisione l’acqua che cadeva da un recipiente con un piccolo foro in un altro posto in basso. Naturalmente tutto ciò (le varie esperienze con i piani inclinati) fu contestato dal francese (di origini russe) Koyré che dà per oro colato ogni sciocchezza metafisica di Descartes ma pone sempre in dubbio le affermazioni di Galileo. Fortuna che lo storico Thomas B. Settle ha ripetuto tali esperienze ricostruendo con somma cura gli strumenti descritti da Galileo, con la strumentazione artigiana di quell’epoca. I risultati coincidono con quelli forniti da Galileo(T.B. Settle, An Experiment in the History of Science, Science, 133, 1961,  pagg. 19-23; T.B. Settle, Galileo’s use of experiment as a tool of investigation, in McMullin 1967, pagg. 315-37).

        Per arrivare comunque alla conclusione dei Discorsi, appena riportata, Galileo ebbe bisogno di altri anni di estenuante lavoro e studio rispetto alla data della lettera a Sarpi. Nel suo De motu locali, opera che Galileo annunciava a Belisario Vinta nel 1610 come da completare e probabilmente redatta tra il 1604 ed il 1609, Galileo forniva una definizione di moto accelerato in cui vi era una chiara dipendenza degli spazi dai tempi. Nel secondo dei tre libri in cui era suddivisa l’opera (De motu accelerato), Galileo scriveva(E.N. II, pag. 266):

Chiamo moto uniformemente o equabilmente accelerato, quel moto i cui momenti o gradi di velocità aumentano, dall’abbandono della quiete, secondo l’incremento del tempo a partire dal primo istante del movimento.

Galileo quindi dovette superare grandi difficoltà per arrivare a questa fondamentale conclusione sull’accelerazione che dipende dai tempi di caduta. Tra queste difficoltà vi era anche la sua posizione che lo vedeva tra coloro che avevano geometrizzato lo spazio, l’oggetto più facilmente geometrizzabile, contrariamente al tempo che certamente sfugge a collocazioni geometriche. Il moto quindi doveva passare nella mente di Galileo da una spazializzazione ad una concettualizzazione (Camerota).

        Non ci si rende ben conto oggi di cosa era accaduto negli anni padovani. Per capire si tenga a mente cosa era in quegli anni la scienza e la ricerca, fatta di disquisizioni, di dispute tra saggi che avevano come riferimento Aristotele, con qualche triangolazione biblica. Ebbene gli anni di Padova furono molto travagliati proprio perché, a lato delle scoperte, Galileo stava facendo la grande rivoluzione dell’introduzione del dato sperimentale accompagnato dalla matematica nella ricerca scientifica. Come faceva a comunicare che quanto affermava era trovato attraverso piani inclinati e pendoli, con elaborazioni matematiche, ai suoi dottissimi peripatetici ? Gradualmente veniva sostituita alla ricerca delle cause quella delle leggi fisiche sempre accompagnate da accuratissime misure. Era proprio un altro mondo che risultava anche così codificato. Non a caso la matematica e l’astronomia erano tecniche non degne di filosofi che invece si occupavano d’altro, proprio di quelle dispute tanto infinite quanto inutili e della cosmologia del De coelo dove, contrariamente all’astronomia degli astronomi veri, non comparivano calcoli. I lavori importanti, perché più noti, della maturità di Galileo hanno per acquisito questo metodo ed il nostro scienziato non comunica sempre i dettagli delle sue scoperte perché avrebbe dovuto raccontare cose squalificanti per quel mondo di dotti. Lo scienziato, e la cosa riguarderà molti scienziati che lavoreranno nel futuro, resta particolarmente colpito e soddisfatto dall’aver conseguito un risultato che rientra negli ambiti della sua ricerca, delle sue ipotesi teoriche. Non si rende spesso conto dell’enorme importanza dei metodi che egli stesso ha utilizzato. Essi emergono in seguito e solo in seguito come importanti ed a volte decisivi. Paradossalmente Galileo, da tecnico quale era considerato, poteva utilizzare la matematica e servirsi di strumenti tecnici riuscendo ad applicare i medesimi metodi sia nel campo della meccanica (non considerata come fisica anch’essa) e del moto, sia in quello dell’astronomia e tutto ciò segnò la differenza rispetto alla tradizione della scolastica. La meccanica in particolare segnò una cesura netta con il passato quando da questioni statiche si passò a questioni dinamiche. Il tecnico, uno come Galileo, che si occupava di meccanica, iniziava ad avere di fronte il moto che non è più un qualcosa che si misura con una bilancia ma molto più complessa perché richiede l’indagine delle cause che non stanno più nei processi di misura. In tal modo, ricercando le cause dei fenomeni per ricavarne attraverso la misura delle leggi fisiche, il tecnico divenne filosofo naturale che gradualmente soppiantò i filosofi aristotelici. E qui viene fuori una profonda differenza tra Galileo e la tradizione con cui si doveva confrontare. Il dato matematico non poteva mai essere rappresentato da una misura che ha la sua precisione legata agli strumenti in uso. In tal modo si capì che lo scienziato deve ricercare un accordo ragionevole con i dati dell’osservazione e della descrizione della natura e non certo fornire verità definitive che devono appunto confrontarsi con ideali inaccessibili all’esperienza (la matematica, l’Iperuranio, la Bibbia, il Filosofo). 

 LA NOVA DEL 1604 

        Il 9 ottobre del 1604 ebbe luogo un fenomeno naturale abbastanza raro, l’apparizione nel cielo, nella costellazione di Ofiuco, di una nuova stella (in realtà si tratta dell’esplosione di una stella, quindi della sua morte), una nova, una supernova come diremmo oggi(il fenomeno fu descritto da Kepler nel suo De stella nova del 1607). Esso fu osservato da molti astronomi perché per quella notte era attesa una congiunzione tra Marte e Giove e tutti erano in attesa di questo fenomeno di grande rilevanza per l’astrologia. E la nuova stella apparve a lato dei due pianeti in congiunzione. Il fenomeno, con tutte le sue variazioni di luminosità, si mantenne nel cielo per 18 mesi e Galileo osservò la nova il 28 di ottobre. Tutti gli studiosi si concentrarono sul fenomeno con varie discussioni, scritti e lettere. Lo stesso Galileo aveva redatto appunti per alcune sue lezioni, aveva chiesto informazioni sulle osservazioni di suoi conoscenti ed amici in altre città ed aveva egli stesso fatto delle osservazioni (riportate come postille dal suo allievo Viviani ad un libretto che l’aristotelico Baldassar Capra aveva scritto sul fenomeno). La comparsa di un astro nel cielo non era in sé prova della teoria copernicana ma certamente era una messa in discussione, se non la distruzione, della teoria cosmologica aristotelica (separazione del mondo in due zone, con quella superiore eterna, immutabile ed incorruttibile rispetto a quella inferiore, sottostante il cielo della Luna, in cui vi era generazione e corruzione, cioè cambiamento) e fisica (teoria dei luoghi naturali) di Aristotele (oltre alla teoria teologica di San Tommaso che nell’antitesi tra cielo e terra vedeva riflettere quella tra Dio ed uomo, fra la caducità della vita terrena e l’eternità del mondo celeste, tra la fragilità della ragione e la solidità della rivelazione). Di fenomeni del genere certamente ve ne furono molti ma a noi risulta registrato quello del 1572 nella costellazione di Cassiopea.                                                                                                                                                                              \   Il fenomeno suscitò grande interesse ed arrivarono in proposito a Galileo molti quesiti dall’Italia e dall’estero, dei quali però non disponiamo delle risposte. Galileo, nel suo opuscolo citato contro il milanese Baldassar Capra per il plagio del suo compasso, aveva modo di dire di aver tenuto tre lezioni sulla stella frequentate da oltre mille uditori (riferendosi al Capra che già in occasione della nova aveva fatto incursioni inopportune, come ora vedremo: E.N. II, pag. 520). Di tali lezioni conserviamo solo alcuni frammenti, subito dopo le quali nell’Edizione Nazionale vi è anche lo scritto del suddetto Capra in proposito, con  note indignate ed irriverenti di Galileo(i frammenti di lezioni e di studi sulla nuova stella dell’ottobre 1604 si trovano in E.N. II, pagg. 277-284. L’opuscolo del Capra, Consideratione astronomica circa la nova e portentosa stella, annotato da Galileo – che arriva a  dare del coglione a Capra – si trova subito dopo, pagg. 287-305). Si può comunque riassumere tutto il dibattito sulla posizione della stella. A questo lavoro di Capra ne seguì un altro, il Discorso intorno alla Nuova Stella dell’altro aristotelico, Antonio Lorenzini da Montepulciano. Tra l’altro, in questo libello troviamo scritto che invocare la parallasse, metodo basato su strumenti sensibili e matematica, sulle questioni riguardanti il cielo delle stelle fisse che è immutabile e di tutt’altra natura rispetto a quello dove si ha generazione e corruzione, è filosoficamente del tutto sbagliato; la parallasse si può solo utilizzare per vicende che avvengono sotto il cielo della Luna. E’ evidente che il tentativo dei filosofi aristotelici era di localizzare la nova sotto il cielo della Luna con origini legate ad esalazioni di fuoco che, partendo dalla terra ed arrivate molto in alto, si congiungevano tra loro originando quel fenomeno molto luminoso. Galileo ed altri sostenevano invece che il fenomeno aveva luogo oltre il cielo della Luna e ciò voleva dire che l’incorruttibile diventava corrotto e la filosofia di Aristotele con la sua cosmologia era da buttar via. A proposito di quest’ultima tesi uscì un opuscolo anonimo che la sosteneva, si tratta del Dialogo de Cecco de’ Ronchitti da Bruzente in perpuosito de la stella nuova (1605). Il libretto era stato pubblicato anonimo  ma si sapeva che ad averlo scritto erano stati due frati benedettini seguaci di Galileo, Girolamo Spinelli e Benedetto Castelli, dietro i quali si vede con chiarezza la mano dello stesso Galileo. Il Dialogo de’ Ronchitti era una risposta al Discorso intorno alla nuova stella (1605) di Antonio Lorenzini che, anche qui, aveva dietro la mano di Cesare Cremonini. I due libretti riportavano le due visioni che ho appena accennato ma con due dettagli d’interesse per il Dialogo de’ Ronchitti, innanzitutto, Galileo sperimentava il dileggio che utilizzerà nel suo Dialogo dei Massimi Sistemi, rendendo un contadino molto più evoluto di Cremonini,  quindi si offriva all’avversario una misura della parallasse della nova che risultava assente, fatto che denotava trovarsi quella stella molto lontana e certamente al di là del cielo della Luna (vi era anche un errore nella trattazione dei due benedettini ma certamente inevitabile: si diceva che la diminuzione di luminosità della stella dipendeva dal suo allontanarsi in linea retta dalla sua posizione iniziale e, come è evidente, le questioni sono tutt’altre). Intervenne qui quello zotico di Capra, non ancora plagiatore di Galileo, che si schierò con Galileo affermando che quella stella doveva essere tra quelle fisse. Ma, affermato questo, passò a dire delle bestialità su Galileo (come un qualunque prete odierno) e cioè che non era stato accurato nelle sue misure della posizione della stella poiché, come per li suoi scritti si vede, non troppo cura le cose matematiche.  Galileo risponderà con tutta la veemenza di cui era capace da buon toscano e per di più pisano proprio nella prima parte della sua Difesa contro il plagio di Capra del compasso.

            Tornando alla nova, come ora detto, la prima questione che si presentava riguardava il seguente quesito: il fenomeno che si vede, dove si genera ? Al di sotto del cielo della Luna, dove sono possibili generazione e corruzione ? O al di sopra di tale cielo ? Se quest’ultima è l’eventualità che ne è delle caratteristiche suddette dei cieli al di sopra di quelli della Luna ? e, come vedremo, una discussione analoga nascerà per le comete. Galileo, al di là delle pagine ufficiali che scrive, si diletta con il citato lavoro (il Dialogo de’ Ronchitti), un poemetto che, si badi bene, è scritto in dialetto padovano molto ma molto stretto (tanto che Antonio Favaro, curatore dell’Edizione Nazionale, ha dovuto tradurlo in volgare). In tale poemetto vi sono delle affermazioni che mettono in dubbio varie concezioni aristoteliche. Si inizia un dialogo in cui l’interlocutore Matteo sostiene la grande lontananza di tale stella. Natale obietta che non è poi tanto lontana se si trova sotto il cielo della Luna. Matteo chiede chi gli ha detto tal cosa e Natale risponde che sono i filosofi. Al che Matteo risponde seccato: “Filosofo, gli è? che ha a che fare la sua filosofia col misurare? Non sai che un ciabattino non può ragionare di fibbie? E’ bisogna credere ai matematici, che sono misuratori dell’aria…”. Per Matteo sono i matematici che debbono misurare e non basta. Vi sono altre cose che quei filosofi non capiscono come, ad esempio, il fatto che le stelle potrebbero essere tante, molte di più di quante se ne vedono … Natale non demorde e dice che per quei filosofi se tale stella fosse in cielo rovinerebbe tutta la filosofia perché nel cielo non si può creare nulla essendo esso fatto di quint’essenza. Matteo si arrabbia e dice che allora dovrebbero portare in giudizio la stella. Quei filosofi dovrebbero convincersi che le cose in cielo vanno come sulla Terra e che quella stella è stata vista nello stesso luogo da spagnoli, tedeschi e napoletani e la cosa mostra che non sembra esservi parallasse. Infine Matteo consiglia a Natale di utilizzare come carta igienica il libro di quei filosofi. Le cose possono essere così riassunte: nell’ipotesi copernicana, se quella nova A si trova sotto il cielo della Luna e la si osserva dalla Terra che si trova in Terra 1, a distanza di 6 mesi la Terra si troverà in posizione diametralmente opposta della sua orbita intorno al Sole, Terra 2, deve essere possibile misurare un grande valore dell’angolo 2p di parallasse;

se la nova si trovava vicino Marte o Giove (dove sembrava essere inizialmente apparsa) e la luce che inviava diminuiva d’intensità (come Galileo aveva osservato) voleva dire che la nova si allontanava in linea retta dalla Terra e, anche in questo caso, si sarebbe dovuto avere un grande valore dell’angolo di parallasse; ma le misure fatte davano un angolo di parallasse nullo; ciò significava o che la Terra non si muove in un’orbita e quindi è impossibile rilevare parallassi o che può ancora funzionare il sistema copernicano ma quella nova si trova ad enorme distanza dalla Terra (questa cosa l’abbiamo giò incontrata quando abbiamo parlato di Tycho. Egli riteneva che l’universo fosse piccolo ed in tal caso l’angolo di parallasse deve essere tanto grande da poter essere misurato. Tycho non riuscì a misurarlo e ne concluse che la Terra è ferma. Il problema stava nella enorme distanza di una stella che rendeva quell’angolo così piccolo da non poter essere apprezzato dagli strumenti di cui Tycho disponeva. Occorreranno altri 300 anni perché una tale parallasse potesse venir misurata); in quest’ultima eventualità occorreva passare ad una qualche dimostrazione che situasse la nova molto al di là del cielo della Luna con la conseguenza di distruggere l’ipotesi della sua immutabilità. Quindi tutto da dimostrare e, data l’impossibilità di una prova astronomica, non restava che dedicarsi a cercare una prova fisica (come ad esempio le ipotizzate maree) tentando di scardinare con una gran mole di esperienze la fisica di Aristotele. Ma, a questo punto, al di là di una convinzione sempre più forte, Galileo non aveva nulla in mano.

            Ma ancora sull’argomento della nova vi fu un ulteriore intervento in un Discorso del 1606, quello di un provocatore filosofo aristotelico che incontreremo di nuovo, Lodovico delle Colombe. Secondo questo personaggio la nova non era altro che una stella molto piccola che non era stata fino ad allora visibile. Lo sarebbe diventata solo se osservata con quelle lenti che usano le persone miopi. Occorreva quindi capire dove fosse nata una tale lente e delle Colombe aveva un’idea precisa in tal senso: si trattava di quel lento movimento della volta celeste che causa la precessione degli equinozi. A causa di esso l’etere si sarebbe ispessito provocando un rigonfiamento tra osservatore e stella, analogo a quelle lenti per miopi, in modo da formare una tale lente che permetteva la visione di quella stella senza con ciò fare violenza né a filosofia, né ad astronomia, né a teologia. Nel giugno dello stesso anno uscì a Firenze un opuscolo che ribatteva punto per punto al Discorso di delle Colombe, Considerazioni d’Alimberto Mauri sopra alcuni luoghi del discorso di Lodovico delle Colombe intorno alla stella apparita nel 1604. Tra le altre cose Mauri osservò a delle Colombe che una tale lente eterea avrebbe permesso di vedere la stella per molti anni enon solo per meno di due. Il delle Colombe stette circa un anno a cercare di capire chi fosse Mauri ma non riuscì ad individuarlo. Forse riuscì a capirlo come sembrerebbe da una sua garbata lettera di scuse a Galileo per aver sospettato di lui (del quale all’epoca delle Colombe era un estimatore) del 24 giugno 1607 [E.N. X, pagg. 176-177], ma non ne siamo certi. Per parte degli storici vi sarebbero vari indizi che portano a Galileo ed in particolare le accurate misure riportate di precessione e di altre grandezze astronomiche oltre alla trattazione rigorosa ed ai riferimenti a Cecco; ma altri indizi ci allontanano da Galileo come la dedica a Luigi Capponi, tesoriere di Papa Paolo V, cosa che sarebbe risultata molto temeraria perché avveniva in una Venezia sotto l’interdetto del medesimo Papa, e come lo stile monotono.

        Nell’estate del 1609 Galileo venne a sapere da Paolo Sarpi a Venezia di uno strumento in uso in Olanda, il cannocchiale. Sarpi lo aveva saputo da un suo ex alunno, Jacques Badovere, che si trovava a Parigi. Tornato a Padova, Galileo apprese che uno straniero era passato per lo Studio con un cannocchiale che sperava di vendere al governo di Venezia. Il nostro scienziato si procurò in tempi brevissimi un tale strumento al quale fece delle modifiche in modo empirico, senza alcuna teoria a priori. Occorre qui ricordare che vi erano stati in precedenza studi sulle lenti ad opera di Giovanni Battista Della Porta (in Magia naturalis del 1589 e in De refractione del 1593) e di Kepler (in Ad Vitellionem paralipomena del 1604) ma non si era realizzata nessuna connessione tra quegli studi ed i primi cannocchiali di Galileo. Anni più tardi, quando già Kepler aveva fornito nella sua Diottrica del 1611 la teoria completa del cannocchiale (da Galileo giudicata molto oscura), nel Saggiatore Galileo stesso raccontava i primi momenti con il cannocchiale(E.N. VI, pagg. 258-259):

… la prima notte dopo il mio ritorno lo ritrovai [il problema], ed il giorno seguente fabbricai lo strumento, e ne diedi conto a Vinezia a i medesimi amici co’ quali il giorno precedente ero stato a ragionamento sopra questa materia […] 
Fu dunque tale il mio discorso “Questo artificio o costa d’un vetro solo, o di più d’uno”. D’un solo non può essere. perché la sua figura o è convessa […] o è concava […] o è compresa tra superficie parallele: ma questa non altera punto gli oggetti visibili col crescergli o diminuirgli; e la convessa gli accresce bene, ma gli mostra assai indistinti ed abbagliati; adunque un vetro solo non basta per produr l’effetto. Passando poi a due, e sapendo che ‘l vetro di superficie parallele non altera niente […] conclusi che 1’effetto non poteva né anca seguir dall’accoppiamento di questo con alcuno degli altri due. Onde mi ristrinsi a volere esperimentare quello che facesse la composizion [ … ] del convesso e del concavo.

Galileo capì anche che quel prezioso strumento doveva essere dotato di un valido sostegno che permettesse di stabilirne la posizione per ogni osservazione. Iniziò così la grande avventura di Galileo del Sidereus Nuncius che lo porterà alla fama mondiale ed all’ottusa e criminale condanna della Chiesa.  

IL “SIDEREUS NUNCIUS

Il 1610 è un anno fondamentale nella vita di Galileo che ha ora 46 anni. Raccoglie in un volume, scritto in latino perché diretto al mondo scientifico, Sidereus Nuncius (‘Il messaggero delle stelle’, nome che in qualche modo richiama il Mercurio di Bruno, l’Hermes della filosofia ermetica), tutte le osservazioni fatte nel cielo con il suo cannocchiale (che egli, per primo, rivolge al cielo con coscienza e con l’intenzione di indagare). Per la prima volta si passa da un sistema copernicano inteso come esercizio intellettuale utile forse per fare dei calcoli ad un qualcosa che mostra o può mostrare la sua realtà fisica. La Terra che prima appariva diversa dai pianeti che si presentavano luminosi come stelle, diventa improvvisamente simile ad essi, un pianeta come gli altri e quindi trattabile allo stesso modo. In particolare scopre:

– che le macchie sulla Luna sono ombre proiettate dai monti (dei quali calcola l’altezza); la superficie del satellite si rivela scabrosa, irregolare, con monti e valli quali osserviamo nel nostro mondo e non certo incorruttibili e perfetti come descritti dalla cosmologia aristotelica(30);

La luna come disegnata da Galileo

– le quattro ‘lune’ di Giove, fatto che mostra che non solo la Terra può essere centro di moti circolari(31); egli ne dà le successive posizioni disegnando Giove con un circoletto e le 4 lune con degli asterischi di diverse grandezze;

Le lune di Giove come si osservano in momenti diversi con un cannocchiale

– che la via lattea è costituita da un’infinità di stelle (la cosa era già stata sostenuta da Democrito) e ne fornisce alcune mappe;

– l’anello di Saturno (data la bassa risoluzione del suo cannocchiale, non vede chiaramente l’anello, ma il pianeta gli appare ‘tricorporeo’);

Saturno, disegnato da Galileo

I vari modi in cui poteva apparire Saturno con un cannocchiale come quello di Galileo (bassa risoluzione). Un corpo centrale con due rigonfiamenti laterali.

Le fasi di Venere come risultano da un’osservazione con il cannocchiale
  • Le fasi di Venere (e di Mercurio) che mostrano che Venere ‘potrebbe’ ruotare intorno al Sole ed inoltre stabilisce che i pianeti sono per loro natura oscuri risultando ricevere luce dal Sole(32).

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            L’insieme di tutte queste clamorose scoperte lo convince finalmente della teoria copernicana ed inizia a pensare di poterla sostenere. Qui si può commentare come segue. La Luna che ruota intorno alla Terra è un sostegno alla Teoria aristotelico-tolemaica (che senso ha pensare al “pianeta Luna” che da solo ruoterebbe intorno al pianeta Terra?). La scoperta dei satelliti di Giove, pur non provando di per sé il sistema copernicano, almeno toglievano alla Luna l’eventuale unicità di “pianeti” che ruotano intorno a pianeti. La prova del sistema copernicano risiedeva nelle fasi di Venere. Infatti nel sistema copernicano Venere, ruotando intorno al Sole, si trova anche dietro il Sole medesimo e può quindi apparire quasi piena, con le sue dimensioni notevolmente variabili (figura A). Invece, nel sistema aristotelico-tolemaico, essendo la Terra al centro dell’universo e Venere situata tra Terra e Sole, quest’ultimo “pianeta” dovrebbe sempre risultare con forma più o meno crescente (mostrare cioè solo le fasi con le falci senza poter masi presentare il disco completamente illuminato) e la sequenza completa delle fasi non sarebbe mai osservabile – come esempio si pensi che Venere è visibile come un disco solo se si trova più lonana dalla Terra di quanto non lo sia il Sole e questa eventualità nel sistema aristotelico-tolemaico non si verifica mai (figura B).

                                                                        (Da Bernard Cohen 1)

Dal punto di vista dell’osservazione, considerato il punto di vista matematico, ha prove che gli sembrano inconfutabili (e che non verranno confutate, anche se molti si rifiuteranno di guardare nel cannocchiale, strumento bugiardo e demoniaco). Dal punto di vista filosofico vi sono vari passi della cosmologia e fisica aristotelica che vengono compromessi definitivamente. Su questo Galileo pensava comunque che se Aristotele avesse potuto vedere ciò che il telescopio mostrava, si sarebbe facilmente convertito osservando il fatto inconfutabile di un cielo non più immutabile ma mutabilissimo. Erano i dogmatici aristotelici che non arretravano, riferendosi all’autorità dei libri (Aristotele, Tommaso, Bibbia), piuttosto che a quella dell’esperienza. Con ciò creandosi un vero rifugio alla loro ignoranza nella quale l’arte della citazione aveva sostituito quella della ricerca. Il problema da discutere sarà sempre quello relativo ai fenomeni osservati: se riguardano l’al di là del cielo della Luna o ciò che sta sotto di esso. In quest’ultimo caso non vi sarebbe stato alcun problema, nel primo invece i problemi sarebbero risultati insuperabili. 

1. Il paesaggio lunare è come il terrestre: vi sono monti, valli e “mari”. La Luna perde le caratteristiche di “pianeta etereo”, assumendo caratteristiche “materiali” precise. Inoltre un pianeta come la Luna, con caratteristiche terrestri, si muove senza essere dotato di un motore. Cade una delle fondamentali obiezioni di Tolomeo al moto della Terra (restano quelle contrarie al moto della Terra su se stessa, e quella di Aristotele sulla deviazione dalla verticale che dovrebbero subire gli oggetti in caduta).

2. La scoperta dei satelliti di Giove crea un enorme disordine nel mondo a sfere cristalline concentriche. Come possono quei satelliti ruotare senza sfondare più volte le sfere cristalline ? Si pensi che San Tommaso avanzava dubbi sul dogma di fede che asserisce la salita al cielo di Gesù con tutto il suo corpo e, proprio per lo stesso motivo, lo sfondamento delle sfere celesti. Inoltre, quei satelliti mostrano che non solo la Terra può essere centro di moti circolari. Altri astri possono candidarsi allo scopo.

3. La comparsa di nuove stelle pone la questione dell’immutabilità dei cielo. Il cielo muta. In esso vi è generazione e corruzione (che Aristotele prevedeva per la sola Terra e fin sotto il cielo della Luna). Più in generale, cade la divisione aristotelica dell’universo in due entità: quella al di sopra del cielo della Luna (perfetta e immutabile) e quella al di sotto di questo cielo, vile e corruttibile.

4. La scoperta della Via Lattea come agglomerato di stelle apre alla pluralità bruniana dei mondi.

5. La scoperta della diversità tra stelle e pianeti crea una ulteriore frattura nei due mondi aristotelici (i pianeti, contrariamente alle stelle, variano il loro diametro apparente).

6. La scoperta che Venere presenta delle fasi come quelle della Luna porta alla conclusione che il centro del moto deve essere il Sole e non la Terra.

7. La scoperta che la Terra riflette luce sulla Luna fa concludere che l’umile Terra fornisce luce al mondo etereo.

8. La scoperta della “incorporeità” e “tricorporeità” di Saturno, di nuovo, rimette in discussione la perfezione del mondo sopralunare ed il fatto della non sfericità di tutti i corpi ivi situati.

9. La scoperta (più tarda) delle macchie sul Sole è la prova più manifesta che non vi è zona perfetta nell’universo: uno degli astri che appartiene a questa zona presenta segni di corruzione, le macchie (vedi oltre).

E’ un vero sconquasso nel sistema del mondo di Aristotele, ogni ordine gerarchico tra gli elementi è sconvolto, è fatta a pezzi la teoria dei luoghi naturali e si tratta di fatti che non necessitano di interpretazioni, essi sono eloquenti di per sé rispetto alla negazione delle ipotesi dominanti. Osservo comunque che distruggere una fisica non porta automaticamente ad un’altra fisica. E Galileo se ne rende perfettamente conto, deve elaborare una fisica che renda plausibile il sistema copernicano.

A lato di queste vicende strettamente connesse ad osservazioni e fatti scientifici, vi furono anche aspetti più mondani. Le lune di Giove da Galileo scoperte furono chiamate dallo stesso Galileo, in onore della famiglia che governava il Granducato di Toscana, pianeti medicei. Come scrive Figuier, un ministro del Re di Francia, Enrico IV, prima di enumerare l’infinità di titoli del Re e di aver ricordato che Sua Maestà aveva sposato una principessa Medici, scrisse a Galileo una lettera in cui chiedeva alcune cose tra cui:

La seconda richiesta, la più importante che posso farvi, è che se scopriste un altro nuovo e bell’astro, aveste la bontà di chiamarlo con il nome di grande astro di Francia e, se lo giudicaste conveniente gli deste il nome di Enrico, con preferenza a quello di Borbone. Avreste così occasione di fare cosa giusta e propria e, al medesimo tempo vi fareste ricco e potente per sempre, sia voi che la vostra famiglia.

            In relazione alla scoperta delle lune di Giove vi è dell’altro da dire. Galileo si accorse che, mediante lo studio successivo della posizione di queste lune, era possibile determinare la longitudine di una data località. Le 4 lune, infatti, potevano fornire una successione continua di eventi, riportati poi su delle tavole, tali da costituire un orologio astronomico. Consultando le tavole ed osservando le posizioni delle lune in quel momento sarebbe stato possibile determinare la longitudine del dato luogo (difficile in mare per i movimenti del cannocchiale ma agevole su terraferma). Il metodo avrebbe avuto usi pratici con importanti ricadute economiche tanto che Galileo, a tal fine, si mise in contatto con la Spagna. I rapporti di Galileo con la Spagna sono d’interesse: se non altro mostrano che Galileo di politica capiva poco. Per ben tre volte (1612; tra il 1616 ed il 1620; tra il 1629 ed il 1630) offrì i propri servigi ai sovrani spagnoli. La prima volta, l’unica perdonabile, per portare una soluzione al problema della determinazione della longitudine bandito da Felipe II in un concorso con premi importantissimi (l598). Galileo aveva il metodo ora detto delle lune di Giove e sarebbe stato contrattato (così sembra) se il Granduca di Toscana non avesse chiesto anche lui un qualcosa in cambio (oltre ad una certa cifra, la possibilità di inviare due navi franche verso le Americhe per ogni anno di permanenza di Galileo in Spagna); quest’ultima condizione non fu accettata (bella questa: Galileo come merce di scambio !). Le trattative che seguirono non andarono mai a buon fine e si protrassero con una sequela di penose scuse da parte dell’Ambasciatore di Toscana in Madrid che riferiva di suoi colloqui con i rappresentanti della Corona: meglio che Galileo, dopo il 1616, se ne restasse lontano dalla Cattolica Spagna. Lo storico Acisclo Fernandez Vallin, entusiasta della scienza spagnola, sosteneva (1893): non c’è da stupirsi se quel grande saggio, luce della sua epoca, quell’insigne Galileo, quando si vide condannato e perseguitato in modo così orrendo, girasse gli occhi verso la Spagna, unica nazione capace di comprenderlo, in cerca di un riposo che la patria gli negava [da: J. Rey Pastor – La ciencia y la técnica en el descubrimiento de América – Espasa-Calpe, Madrid 1942]. Povero Vallin: ingenuo o scemo ?

La convinzione copernicana si rafforzò in Galileo l’anno successivo (1611) quando scoprì le macchie solari, delle quali aveva parlato Virgilio nelle Georgiche. Il fuoco, elemento tra i più nobili, quello che Tommaso mette più vicino a Dio, viene corrotto da macchie e ciò è inammissibile nella fisica aristotelica rimaneggiata da Tommaso. E tali macchie, per colmo di malvagità, ruotavano intorno al Sole o, meglio, il Sole ruotava su se stesso e le macchie restavano immobili (le due alternative erano presenti a Galileo che optò per la seconda; la prima avrebbe previsto una sostanza fluida in moto intorno al Sole ed era una cosa difficile da immaginare e descrivere). Il lavoro sarà pubblicato nel 1613 ed ottenne l’imprimatur solo a condizione che Galileo togliesse una frase in cui si sosteneva che l’incorrutibilità dei cieli era non solamente falsa ma erronea e repugnante alle indubitabili verità delle Sacre Scritture e cancellasse ogni riferimento alle Sacre Scritture (era la seconda volta che la traiettoria di Galileo intersecava gli inquisitori, l’altra si era avuta con la denuncia di Lorini – vedi oltre – ed un’altra ancora si avrà il 12 dicembre 1613 quando nella residenza del Granduca, presente la madre Cristina di Lorena, in una discussione tra l’amico di Galileo, Castelli, ed un professore di Filosofia dello Studio pisano, Cosimo Boscaglia, il primo aveva sostenuto la rotazione dei pianeti medicei intorno a Giove ed il secondo aveva ribattuto che solo il moto della Terra aveva intorno al Sole sarebbe stato incredibile e contrario alle Sacre Scritture). In tale scritto si sostiene che si tratta proprio di macchie sull’astro e non come aveva sostenuto lo Scheiner, gesuita del Collegio Romano, di piccoli pianeti che lo eclissano. Già nel 1612, in una lettera a Cesi (E.N. XI, 344-345), egli sostiene che poi la natura per eseguire tali movimenti habbia bisogno di orbi solidi eccentrici et epicicli, ciò reputo io una semplice imaginatione, anzi una chimera non necessaria. Galileo ormai ha di che provare il sistema copernicano ed inizia a cambiare il contenuto delle sue lezioni.

La pubblicazione del Sidereus Nuncius fece grande scalpore. Gli entusiasmi si mescolarono all’incredulità, all’invidia, allo scetticismo, alla rabbia. Iniziarono le tipiche operazioni dei filosofi peripatetici: è lo strumento che è ingannevole, le cose che si vedono sono prodotte dentro lo strumento, non è uno strumento che può mettere in dubbio la verità del maestro Aristotele (anche padre Clavio del Collegio Romano, poi ricredutosi, sostenne queste amenità). Il non guardare attraverso il cannocchiale divenne una prassi. Lo stesso Cremonini, amico di Galileo, affermava che  “Quel mirare per quegli occhiali m’imbalordisce la testa“. Vi fu anche la più sottile obiezione di ordine filosofico, all’epoca molto diffusa, secondo la quale solo l’osservazione diretta, senza intermediari di sorta, permette la conoscenza della natura. A questa esaltazione dei sensi come unico strumento di conoscenza Galileo rispose con una lettera a Pietro Dini del 21 maggio 1611, in cui rivendicava l’uso degli strumenti come estensori dei nostri sensi, strumenti in grado non già di deformare ma di potenziare: Vorremo ancora far gl’occhi nostri misura dell’espansione di tutti i lumi … ?  Ed è possibile pensare che vi sia cosa alcuna al mondo fuori che quanto è veduto o inteso da noi … ? (E.N. XI, pag. 115).

Naturalmente un grande interesse fu della Chiesa e l’Inquisitore Bellarmino chiese ai gesuiti del Collegio Romano un parere su quanto Galileo aveva scritto di aver trovato. Bellarmino il 19 aprile 1611(33) chiede di sapere: 1) se sono d’accordo ad ammettere che vi siano molte stelle che non si vedono nel cielo ad occhio nudo; 2) se è vero che Saturno non è una stella ma è un  insieme di tre stelle; 3) se Venere abbia le fasi; 4) se la Luna ha una superficie non uniforme; 5) se Giove ha quattro lune.E mentre fa questo e subito dopo aver ricevuto Galileo, il 17 maggio, da buon prete, si reca alla Congregazione del Sant’Uffizio e fa aggiungere al procedimento per ateismo contro Cremonini la seguente nota: “Si veda se nel processo di Cesare Cremonini è  fatto il nome di Galileo“.

Sollecitamente, il 24 aprile, rispondono i padri gesuiti [E.N. XI, pagg. 92-93], tra i più preparati ed aperti in campo scientifico (matematici, come li chiama Bellarmino). Al primo quesito rispondono che in alcune costellazioni è vero che vi sono più stelle di quante se ne vedano ad occhio nudo ma per altre costellazioni la cosa non è così certa. Danno poi risposta affermativa a tutti gli altri quesiti, meno a quello sulla superficie della Luna. Non si sono messi d’accordo e non sono certi. Padre Clavio dice che quelle che sembrano asperità possono essere provocate da una diversa densità che dà quella impressione (34).

La corrispondenza, in quel periodo si fa intensa ed a Galileo arrivano anche dei consigli sul come comportarsi e sul non insistere troppo con le sue scoperte. Un esempio è quello del Cardinale Carlo Conti che, il 7 luglio 1612, avverte Galileo di lasciar perdere Copernico (E.N. XI, pagg. 354-355). Il Cardinale, facendo dell’astronomia teologica o della teologia astronomica, così spiega a Galileo:

Quanto poi al moto della terra et del sole, si trova che de due moti della terra puol essere questione: l’uno de’ quali è retto, et fassi dalla mutatione del centro della gravità; et chi ponesse tal moto, non dirrebbe cosa alcuna contro la Scrittura, perchè questo è moto accidentario alla terra: et così la notò Lorino sopra il primo recto (sic) dell’Ecclesiastico (sic). L’altro moto è circolare, sì che il cielo stii fermo et a noi appare moversi per il moto della terra, come a’ naviganti appare moversi il lido; et questa fu opinione di Pittagorici, seguitata poi dal Copernico), dal Calcagnino et altri, et questa pare meno conforme alla Scrittura: perchè, se bene quei luoghi dove se dice che la terra stii stabile et ferma, si possono intendere della perpetuità della terra, come notò Lorino nel luogo citato, nondimeno dove si dice che il sole giri et i cieli si movono, non puole havere altra interpretatione la Scrittura, se non che parli conforme al comun modo del volgo; il qual modo d’interpretare, senza gran necessità non si deve ammettere. Nondimeno Diego Stunica, sopra il nono capo di Giob, al versetto 6°, dice essere più conforme alla Scrittura moversi la terra, ancor che comunemente la sua interpretatione non sia seguita. Che è quello si è potu[to] trovare fin hora in questo proposito; se bene quando V. S. desideri di havere altra chiarezza d’altri luoghi della Scrittura, me lo avisi, chè gli lo mandarò.

Nel frattempo vi è la scoperta delle macchie solari alla quale ho accennato. Galileo le aveva mostrate a Roma durante il suo viaggio del 1611. Ma per almeno un anno non studiò la cosa finché non vi fu spinto da uno studio del matematico gesuita Scheiner, Tres Epistolae de Maculis Solaribus Scriptae ad Marcum Welserum,  pubblicato in latino nel gennaio 1612 con lo pseudonimo di “Apelles latens post tabulam”  (“Apelle aspetta dietro il dipinto”). Nel suo lavoro Scheiner resta fedele alla filosofia peripatetica e tenta di salvare la perfezione del Sole inventandosi dei pianetini ruotanti intorno ad esso che in alcuni momenti lo eclissano (stessa cosa sostenuta dal Cardinale Conti). Fu lo stesso Welser che inviò a Galileo una copia dell’opera di Scheiner con la richiesta di commentarl ma Galileo fu impegnato fino ad aprile con la pubblicazione dell’altra sua opera, Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua. Da quel momento si dedicò alle macchie solari con nuove osservazioni facilitate dalla scoperta dell’amico Benedetto Castelli che realizzò la proiezione dell’immagine del Sole catturata dal telescopio su una superficie (è il modo di osservare il Sole senza bruciarsi gli occhi). Galileo scrisse allora a Welser affermando che quelle macchie si trovavano sul Sole ma ancora non era in grado di dire se sulla superficie o nella sua atmosfera (“nubi“). Welser fece conoscere la lettera a Scheiner che rispose (ottobre 1612) con l’opera De Maculis Solaribus . . . Accuratior Disquisitio nella quale ribadiva le sue convinzioni. Galileo aveva nel frattempo scritto (agosto 1612) un’altra lettera a Welser ed a questa ne aggiunse una terza nel dicembre, dopo aver letto il secondo lavoro di Scheiner. Quest’ultima è lunga ed articolata ed è un vero trattato moderno di fisica e cosmologia, ormai fuori dalle vuote ed inutili chiacchiere peripatetiche con la ferma critica dell’ammissione a priori della perfezione del Sole che Scheiner faceva (anche se va ricordato che i rapporti fra Scheiner e Galileo furono cordiali e di rispetto reciproco fino ad un malinteso che si originerà 10 anni più tardi. Nel suo  Saggiatore Galileo criticò chi non gli aveva riconosciuto la priorità sulla scoperta delle macchie senza far cenno a Scheiner. Quest’ultimo credette che l’accusa fosse a lui diretta e, da questo momento, gli divenne acerrimo nemico). Alla fine di questa lettera, Galileo riassume le sue scoperte, le mette insieme alle macchie solari  e fa addirittura delle previsioni astronomiche su come si “muoveranno” nel tempo gli oggetti astronomici da lui scoperti per concludere: “… Siami per una volta permesso di usare un poco di temerità … per ora solamente su probabil coniettura sembra che tutto con ammirabil maniera concorre all’accordamento del gran sistema Copernicano, al cui palesamento universale veggonsi propizi venti indirizzarci con tanto lucide scorte, che ormai poco ci resta da temere tenebre o traversie”.

Le tre lettere di Galileo a Welser vennero pubblicate a Roma nell’estate del 1613 in un unico volume con il titolo Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti …. La pubblicazione fu edita dall’Accademia dei Lincei, la prima società scientifica al mondo, fondata dal nobile Federico Cesi nel 1603 ed alla quale Galileo era stato ammesso nel 1611. Intanto, ancora sulla sua opera  Intorno alle cose che stanno in su l’acqua,Galileo ricevette critiche da un opuscolo di un tal Giorgio Coresio (Operetta intorno al galleggiare de’ corpi solidi) che, tra l’altro lo ammonì con queste parole: “Chi non vuole camminare alla cieca, bisogna che si consigli con Aristotele, ottimo interprete della natura“. In quest’epoca mentre si moltiplicavano i critici, tra di essi comparve il citato Lodovico delle Colombe. Cito questo ciarlatano, amato da nostri contemporanei suoi simili, solo perché fu lui che, sul finire del 1611, consigliò all’arcivescovo di Firenze di attaccare Galileo con argomenti religiosi perché l’irriverente metteva in continua discussione le basi stesse del sapere e della natura e cioè Aristotele. E non vi è alcuna verità più vera di quella filosofica contro la quale nulla possono banali osservazioni astronomiche (su questa storia del primato della filosofia ancora oggi insistono i chierici, o i laici devoti comunque in gonnella, affermando nel contempo e farisaicamente la possibile coesistenza tra scienza e fede). Della nascita del complotto contro di lui, guidato dal ciarlatano suddetto, Galileo fu avvertito da un pittore conosciuto a Roma, tal Ludovico Cardi da Cigoli. Da Padova poi gli arrivavano avvertimenti dal suo amico devoto Paolo Gualdo: non ha trovato né filosofo, né astrologo e tantomeno teologo che sia disponibile a sostenere quanto elaborato da Galileo [E.N. XI, pagg. 99-101](35). Ma a lato dei critici e nemici, Galileo poteva contare con estimatori: il vescovo di Kulm Tidemann Giese, l’arcivescovo di Capua cardinale von Schönberg, lo stesso pontefice Clemente VII. Galileo, come accennato, credeva di poter andare avanti con le sue convinzioni perché erano sempre più sostenute dai dati dell’esperienza. Inoltre molti altri scienziati europei si erano mossi sulla stessa strada di Galileo che riceveva da loro incoraggiamenti continui. Si sentiva fuori dall’ammonimento del rogo di Bruno in quanto egli sosteneva il suo credo proprio con esperienze e, nel contempo, con il crollo dell’impianto aristotelico da più parti (la fisica insieme alla cosmologia). Vi era comunque una qualche differenza con gli scritti di altri studiosi sostenitori del copernicanesimo. Questi ultimi scrivevano in latino mentre Galileo, che pure scriveva anche in latino, preferiva l’uso del volgare proprio per far conoscere a più persone il contenuto delle sue supposizioni e scoperte (io l’ho scritta vulgare, perché ho bisogno che ogni persona la possi leggere) ed in questo vi è uno degli elementi del primato di Galileo su Kepler che, contrariamente al secondo, fu tradotto in molte lingue ed ovunque letto con grandissimo interesse. E poi, Galileo si era appena trasferito (fine del 1610) da Padova a Firenze, senza aver tenuto conto degli ammonimenti del suo amico Sagredo: “… la libertà e la monarchia di se stesso dove potrà trovarla come in Venezia ? … V.S. è partita dal luogo dove aveva ogni bene; qui ella aveva il comando sopra quelli che comandano e governano gli altri …“. 

RITORNO A FIRENZE E PRIMI PROBLEMI CON GLI INQUISITORI

            Il Sidereus Nuncius fu pubblicato a Venezia a metà marzo 1610 dedicato a Cosimo II de’ Medici e con la scritta nel frontespizio del libro Medicea Sidera (Astri medicei). Queste dimostrazioni di stima mostrano con chiarezza che Galileo stava pensando di ritornare  nella sua Firenze sotto la protezione della potente famiglia dei Medici. Galileo aveva già da tempo avanzato delle richieste al Granduca in occasione delle lezioni private che gli dava nei suoi frequenti soggiorni fiorentini. A Galileo serviva non solo un posto presso lo Studio fiorentino o pisano ma un posto che fosse ben retribuito (e magari senza obbligo di insegnamento) per i suoi noti problemi economici. Ora il grande successo del  Sidereus Nuncius sembrava rendere possibile il progetto di Galileo. A conti fatti il nuovo stipendio, con l’aggiunta di lezioni private, avrebbe potuto raddoppiare i suoi introiti. Appena un anno prima della pubblicazione del suo lavoro, il 9 febbraio 1609, aveva scritto ad un suo conoscente, tal Vespucci, in cui sosteneva che una Repubblica come quella di Venezia non avrebbe potuto soddisfarlo in una delle sue richieste principali: essere nominato professore con un elevato salario ma senza obbligo di insegnamento per potersi dedicare alla ricerca (Ottenere da una Repubblica, benché splendida e generosa stipendi senza servire al pubblico, non si costuma, perché per cavare utile dal pubblico, bisogna satisfare al pubblico e non ad un solo particolare, E.N., X, pag. 233). Ciò lo avrebbe potuto ottenere solo da un principe assoluto Infatti Galileo si lamentava di essere continuamente interrotto nel suo lavoro di ricerca dalla continua perdita di tempo dovuta alle tante occupazioni cui doveva attendere. Il 7 maggio 1610 Galileo scrisse al Segretario del Granduca un lettera (già citata E.N., X, pagg. 348-353) e, tra le altre cose, avanzò le sue richieste al Granduca. Il 5 giugno Belisario Vinta scrisse a Galileo per dirgli che le sue richieste erano accettate e, subito, il 15 giugno Galileo si dimise dallo Studio di Padova. Il 10 luglio gli arrivò da Firenze l’ufficialità della nomina. Venezia avrebbe potuto trattenerlo visto il contratto a vita firmato da Galileo con lo Studio di Padova ma non lo fece. Non vi furono quindi commenti ufficiali ma solo una lettera dell’amico di Galileo in cui gli si diceva che la libertà che si respirava a Venezia non la avrebbe trovata altrove (E.N., XI, pag. 171).  Ed anni dopo (il 23 giugno 1640 in una lettera a Fortunio Liceti) Galileo confessò con nostalgia che i 18 anni padovani furono i migliori della sua vita.

            Nel settembre 1610 Galileo prese servizio come matematico straordinario a Pisa e  filosofo del serenissimo granduca  con alto stipendio (1000 scudi fiorentini, una quantità enorme, il più elevato appannaggio per un dipendente del Granduca, pari a tre volte quella del più alto dignitario di corte, il Segretario del Granduca Belisario Vinta) e senza obblighi di insegnamento (è quanto di meglio Galileo potesse desiderare: tempo libero e denaro che, nella sua vita, gli mancherà sempre).

            Risolti questi problemi restavano quelli legati al copernicanesimo ed alle sensibilità che urtava con violenza. Galileo, per il suo status a Firenze e soprattutto per quanto guadagnava,  era malvisto da molte persone, soprattutto dai dotti aristotelici. Costoro non perdevano occasione per provocarlo e per tirarlo dentro alle più diverse discussioni su questioni controverse ed ancora non capite. A  tal proposito nel luglio del 1611 Galileo fu invitato nella splendida e salubre villa di campagna (Villa delle Selve) del suo amico Filippo Salviati. Andava volentieri in questo luogo asciutto e rinfrancante per la sua salute che risentiva molto dell’umidità fiorentina (ma il tutto era conseguenza dell’aver abusato dei sistemi naturali di refrigerazione, con correnti d’aria fresca provocate da cadute d’acqua ed immesse nelle stanze sotterranee, in uso nelle ville venete). Lo stato di salute di Galileo, che soffriva di gotta, di coliche renali, insonnia, dolori al petto, ernia, emorragie nasali, disturbi agli occhi, peggiorò negli anni seguenti tanto che anche Tommaso Campanella, conosciuto da Galileo a Padova nel 1592, se ne preoccupò scrivendogli una lettera nel marzo 1614 chiedendogli la data di nascita per poterlo curare con l’astrologia. Naturalmente Galileo rifiutò questo tipo di cure. Ma Campanella non fu il solo a preoccuparsi (Galileo fu sempre freddo con Campanella proprio nello stesso spirito che lo tenne lontano da dispute filosofiche che avrebbero depotenziato il proprio impegno per l’affermazione dell’indagine scientifica, indagine alla quale ingenuamente voleva convertire la Chiesa). A maggio del 1614 Galileo fu preso da una forte febbre che preoccupò tuti i suoi amici e corrispondenti. Si comprende quindi con quale sollievo Galileo accettasse gli inviti alla villa di Salviati dove venivano apparecchiate le controverse discussioni alle quali ho accennato e quanto ebbe asoffrire della morte del suo amico Salviati nel 1604, morte che poneva fine ai suoi soggiorni in quella villa (nel 1617 Galileo prese in affitto una villa sul colle di Bellosguardo al fine di continuare a curarsi con l’aria salubre. Mantenne questa villa fino al 1631 quando, a seguito della peste e delle difficoltà che rendevano difficili i contatti tra Bellosguardo ed Arcetri dove nel convento delle clarisse di San Matteo si trovava la figlia suor Maria Celeste, affittò la villa Il Gioiello proprio ad Arcetri, vicina al convento). Già a Firenze Galileo era stato attaccato dagli aristotelici, guidati da un suo implacabile nemico, quel già citato ciarlatano Lodovico delle Colombe, per le sue idee sul galleggiamento, in particolare per aver sostenuto che il ghiaccio galleggia sull’acqua perché è più leggero. Salviati invitò nella sua villa vari professori dello Studio di Pisa (tra cui Galileo ed il suo amico Benedetto Castelli) e varie personalità di Firenze per discutere delle proprietà del caldo e del freddo (rarefazione e condensazione) che sono, appunto, alla base della formazione del ghiaccio. Galileo si scontrava con illustri professori che sostenevano che il ghiaccio galleggiava grazie alla sua forma e figura larga e piatta, come insegnava Aristotele. Galileo controbatteva che il ghiaccio galleggia qualunque forma abbia ma lor signori affermavano che non è così. affidandosi a prove sperimentali (sic!) che avrebbe portato Lodovico delle Colombe (dei pezzetti di ebano che galleggiavano o affondavano a seconda di come erano tagliati, fenomeno che oggi sappiamo essere effetto della tensione superficiale). Galileo si arrabbiò molto e chiese due incontri pubblici per dibattere la questione. Al primo il delle Colombe non si presentò (vantandosi di aver completamente smontato le tesi di Galileo), il secondo non si ebbe per l’interventto del Granduca che non gradiva che il dibattito diventasse una disputa. Ma il Granduca chiese a Galileo di scrivere tutte le sue argomentazioni a sostegno del galleggiamento per evitare che il suo filosofo e matematico fosse oggetto di critiche. Quindi lo scritto sarebbe stato esaminato dal professore dello Studio pisano, Flaminio Papazzoni, un vecchio e prestigioso aristotelico. Naturalmente Papazzoni si schierò sul galleggiamento dovuto alla figura, mentre Galileo continuava a sostenere il principio di Archimede basato sul concetto di peso specifico (gravità in specie). Galileo avrebbe voluto portare a sostegno della sua tesi matematica e geometria ma Papazzoni non accettò: solo la logica aristotelica sarebbe valsa come concludente. Si trattava della prima battaglia ufficiale che confrontava la nuova con la vecchia filosofia che permise a Galileo di pubblicare nel maggio 1612 il Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua o che in quella si muovono. In quest’opera Galileo doveva, secondo la richiesta del Granduca, illustrare le due teorie del galleggiamento e così Galileo fece ma premettendo il suo rifiuto del principio d’autorità. Quindi passò ad illustrare le due teorie utilizzando per la sua i concetti meccanici di peso specifico, momento, virtù, forza, efficacia. Scrive Galileo: Momento, appresso i meccanici, significa quella virtù, quella forza, quella efficacia, con la quale il motor muove e’l mobile resiste; la qual virtù depende non solo dalla semplice gravità, ma dalla velocità del moto (E.N., IV, pag. 68). Da queste poche parole si possono comprendere tutte le difficoltà che si incontravano nel presentare una nuova fisica: qui, ad esempio, manca ancora un concetto elementare per la fisica, la quantità di moto, che avrebbe reso il discorso molto più semplice per Galileo. E si può anche capire come l’ostilità contro di lui aumentasse perché questo tipo di ragionamenti (ed il richiamo fatto agli atomi di Democrito) non avevano nulla a che fare con le dispute aristoteliche e con quella che gli aristotelici consideravano filosofia naturale. Ed il massimio reato di Galileo era l’aver preteso il titolo di filosofo per di più con quell’incredibile stipendio …. Quindi a questo intruso non bisognava dare tregua. Ed infatti alcuni aristotelici si scagliarono contro Galileo con alcuni scritti. Il primo del luglio 1612 di un Accademico Incognito (in realtà si trattava di Arturo Pannocchieschi dei Conti d’Elci, Provveditore dello Studio di Pisa) era il libello Considerazioni sopra il Discorso del Signor Galileo … fatte a  difesa e dichiarazione di Aristotile. Dopo una moderata difesa del pensiero di Aristotele, l’Accademico Incognito chiedeva alle due parti di accordarsi a mezza via: il galleggiemmento dipendeva in parte dalla figura (Aristotele) ed in  parte dalla leggerezza (Galileo). Naturalmente le elaborazioni matematiche e geometrihe di Galileo non venivano neppure prese in considerazione. Il secondo scritto era del settembre 1612, opera del lettore di greco a Pisa,  Giorgio Coresio, Operetta intorno al galleggiare dei corpi solidi. Questo autore fece imbufalire Galileo perché nel suo argomentare scrisse che sia Aristotele che Archimede sostenevano le stesse cose ed ebbe a sferrare un duro attacco all’atomismo. Ed allora un nuovo libello di Galileo, a firma Benedetto Castelli (come Federico Cesi aveva suggerito a Galileo), fu sul punto di essere pubblicato, Errori dei più manifesti commessi da Messer Giorgio Coresio (la pubblicazione fu sospesa perché Coresio dovette tornare nel suo Paese natale, la Grecia, per grossi  guai che lo inseguivano. Ma i toni erano già saliti di molto se nel libretto si dava a Coresio esplicitamente dell’ignorante che discute di cose che non conosce). Ma gli attacchi non finirono qui e proseguirono con due nuovi libelli contro Galileo: il primo del dicembre 1612, questa volta di Lodovico delle Colombe, Discorso apologetico d’intorno al Discorso di Galileo Galilei; il secondo del giugno 1613, di Vincenzio Di Grazia, Considerazioni sopra ‘l Discorso di Galileo Galilei. Si ripetevano qui tutte le argomentazioni in sostegno di Aristotele con la grave novità introdotta da Di Grazia secondo la quale le dimostrazioni geometriche nei fatti naturali sono del tutto inutili. A questi libelli rispose ancora Castelli-Galileo nella primavera 1615 con l’altro libello Risposta alle opposizioni di L. Delle Colombe e di V. Di Grazia nel quale non vi fu spazio per alcuna gentilezza e concessione ma l’affermazione che se chi scrive dovesse seguire ogni errore di questi signori non finirebbe mai. Da osservare che in questa Risposta vi è ancora una lezione di metodo (parzialmente anticipata nella Istoria e dimostrazione intorno alle macchie solari): Galileo ci tiene a dire che esistono vari tipi di linguaggio e che in quello scientifico occorre essere rigorosi e precisi, mai vaghi; un termine nel linguaggio sceientifico ha un solo significato e si differenzia dai molti significati che può assumere nel linguaggio comune. Questa chiara distinzione tra i due linguaggi può anche far riflettere alla differenza tra il linguaggio usato nella Bibbia e quello scientifico, il primo che parla ad un volgo illetterato, il secondo a persone istruite; con la conseguenza che il secondo linguaggio ha il primato rispetto al primo e che quest’ultimo mai potrà intervenire autorevolmente con suoi sofismi e proposizioni su quanto la scienza ha studiato, realizzato e comunicato con il suo linguaggio.

            Comunque il risultato della Risposta fu una chiamata a raccolta di tutti gli aristotelici almeno d’Italia contro Galileo.

Il problema centrale intorno a cui ruotava la critica al copernicanesimo era, come più volte detto, quel brano della Bibbia: la Sacra Scrittura, che, lo ricordo, è parola dettata direttamente da Dio, dice che Giosuè ordinò al Sole, non alla Terra, di fermarsi(36), vi era inoltre un versetto dei Salmi [104, 1-5] che indicava qualcosa di simile (Signore, mio Dio, quanto sei grande ! … Hai fondato la terra sulle sue basi, mai potrà vacillare). Su questo argomento Benedetto Castelli comunicò a Galileo di aver cercato di spiegare, con una lettera a Madama Cristina di Lorena, madre del Granduca di Toscana (che entrava in questa storia a seguito di quella conversazione alla sua presenza tra Castelli e Cosimo Boscaglia di cui ho detto), come fosse conciliabile il brano della Bibbia in oggetto con l’ipotesi del moto della Terra intorno al Sole. A questa lettera di Castelli Galilei risponde in un modo ben raccontato da Andrea Frova e Mariapiera Marenzana:

Galileo non arriva a dichiarare, come Giordano Bruno, che la Bibbia è un libro di favole, ma osserva che essa, pur di persuadere “de gli articoli concernenti alla salute” dell’anima, ha rinunciato ad educare ed è incorsa, e le parole sono pesanti, non solo in “diverse contradizioni“,ma anche in “gravi eresie e bestemmie“, ché tale, dice Galileo, è l’attribuzione a Dio di condizioni contrarie alla sua essenza: naturalmente se ci si limita al significato letterale delle parole. Ma allora, suggerisce Galileo, dal momento che gli interpreti della Bibbia operano per additare significati nascosti che la riscattino da evidenti contraddizioni e bestemmie circa la rappresentazione di Dio, perché non dovrebbero fare lo stesso per quanto riguarda le poche affermazioni che essa contiene sul moto della Terra e del Sole?.

Queste notizie circolavano ed alcuni teologi iniziarono ad avere in odio questo Galileo che così sfrontatamente propagava ad un pubblico non ristretto le sue idee, per di più non come ipotesi ma come verità dimostrate dall’esperienza. Galileo non pensava di sollevare tanti problemi. Egli era un sincero credente ed in nessun caso pensava di recare offesa al suo credo religioso. Ma un brano della Bibbia che non avesse avuto una lettura conforme ai voleri della gerarchia, in epoca di Controriforma, risultava pericoloso. Si poneva in modo drammatico il conflitto tra l’uomo dotato d’intelligenza di provenienza divina che la utilizza per maggior gloria del Creatore e la fede intesa come ubbidienza a gerarchie corrotte ed ignoranti ormai lontane da qualunque insegnamento di Cristo.  Galileo avvertì ciò in modo molto profondo e dedicò vari anni della sua vita (1611-1615) a spiegare perché la scienza non poteva essere negata dalla fede e perché la fede non doveva essere intesa come legata ad affermazioni che avevano solo una validità temporale. Egli tentò di rassicurare la Chiesa fino al punto di richiederne l’alleanza in quattro lettere (lettere copernicane): una diretta a Benedetto Castelli, divenuto lettore di matematica a Pisa (1613), due al teologo Monsignor Pietro Dini (febbraio – marzo 1615) [E.N. V, pagg. 289-305] e una ponderosissima a Madama Cristina di Lorena, granduchessa di Toscana [E.N. V, pagg. 309-348], molto preoccupata per le accuse di eterodossia rivolte al suo protetto (1615). Nella lettera a Castelli scrisse:

«La natura come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio… è inesorabile e nulla curante che le recondite ragioni e modi di operare siano o non siano esposti alla capacità degli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini di legge imposteli…

…La Scrittura… nelle dispute naturali dovrebbe essere riservata all’ultimo luogo …

 Se per rimuover dal mondo questa opinione e dottrina (quella di Copernico) bastasse il serrar la bocca ad uno solo… questo sarebbe facilissimo a farsi; ma il negozio cammina altrimenti perché, per eseguire una tal determinazione, sarebbe necessario proibir non solo il libro del Copernico… ma bisognerebbe interdire tutta la scienza e l’astronomia intiera… Il proibir tutta la scienza che altro non sarebbe che un reprovar cento luoghi delle Sacre Lettere, i quali ci insegnano come la gloria e grandezza del sommo Iddio mirabilmente si scorge in tutte le sue fatture e divinamente si legge nell’aperto libro del cielo ?» [E.N. V, pagg. 281-288].

Queste parole non facevano proprio al caso di quella Chiesa che era preoccupata per ben altre cose e non poteva lasciarsi disturbare da un Galileo qualunque. Era una questione di potere e la Chiesa la usò come sapeva fare perfettamente (tra l’altro la tesi di Galileo risultava così forte che ancora Pio XII la respingerà a proposito di evoluzione). Paolo Rossi, aderendo alle cose sostenute da E. Cassirer, afferma che quella lettera costituiva il primo manifesto dell’ideale al quale Galilei dedicò la sua vita: alla rivelazione attraverso la parola di Dio subentra quella attraverso l’opera di Dio, la quale può venir interpretata solo dai nuovi metodi oggettivi del sapere scientifico. La consapevole limitazione della scienza sul piano delle cose umane, il riconoscimento di un loro proprio e autonomo significato alle verità della fede non servirono ad impedire che queste affermazioni galileiane apparissero empie, pericolose e sovvertitrici. Le tesi galileiane accentuavano infatti la presenza, nei testi sacri, di una serie di elementi legati alla contingenza e alla relatività storica, tendevano soprattutto a infrangere quella saldatura tra scienza e teologia (la fede non c’entra proprio!) che da secoli aveva garantito alla Chiesa la sua funzione di guida non solo delle coscienze, ma anche della cultura. 

                                                                                                                                                          Quelle lettere in cui si entrava ad interpretare la Bibbia fornivano un ulteriore motivo per attaccare Galileo e questa volta direttamente in tema teologico su un peccato estremamente grave. Le interpretazioni della Scrittura erano state rigorosamente vietate dal Concilio di Trento (Sessione IV, decreto 786, 8 aprile 1546):

Inoltre per tenere a freno gli spiriti presuntuosi, [questo Concilio] decreta che nessuno, fondandosi sul prprio giudizio, in materia di fede e di costumi appartenente all’edificazione della dottrina cristiana, osi interpretare la Sacra Scrittura distorcendola secondo la propria interpretazione, contro quello che ha tenuto e tiene la santa madre Chiesa, a cui spetta giudicare del vero senso e interpretazione delle Sacre Scritture, o anche contro l’unanime consenso dei Padri [citato da Fantoli].

Inutile dire che si ha a che fare con due mondi che non hanno possibilità di comunicare perché per Galileo il moto della Terra esulava proprio da una questione di fede mentre era il contrario per i raffinati teologi.

Intanto, dopo la  pubblicazione del lavoro sulle macchie solari, continuarono le lettere che attaccavano Galileo, ma siamo ormai alla condanna pubblica del copernicanesimo in varie forme da parte dei domenicani ed altri (una certa schiera di malotichi e invidiosi che fanno testa in casa lo Arcivescovo, come scriveva l’amico Cigoli a Galileo). Iniziò il predicatore Nicolò Lorini che il 2 novembre 1612 aveva predicato in Firenze con virulenza contro il copernicanesimo (senza conoscere neppure il corretto nome di Copernico che chiamava Ipernico, tanto che Galileo lo definì goffo dicitore) e Galileo (ma, da buon prete, poiché anch’egli frequentava la corte e dopo le lamentele di molti, scrisse una lettera di scuse a Galileo. Salvo denunciarlo poi all’Inquisizione nel 1615). Proseguì Tommaso Caccini che il 20 dicembre 1614, dal pulpito di Santa Maria Novella in Firenze, si scagliò violentemente contro la matematica (arte diabolica) ed i matematici (eretici da cacciare da ogni Paese cristiano). L’invettiva era diretta contro Galileo, chiamato direttamente in causa: “viri Galilei, quid statis adspicientes in coelum ?“. Vengono in mente alcuni versi giovanili di Galileo: … E se tu vuoi conoscer gli sciaurati/omacci tristi e senza discrezione/basta che tu conosca i preti e’ frati/che sono tutti bontà, divozione. La predica di Caccini era ispirata dal gruppo che faceva capo al solito Lodovico delle Colombe, al pippione (soprannome usato dispregiativamente che indica i piccoli dei piccioni e quindi delle colombe). Alcuni se ne dispiacquero e solidarizzarono con Galileo (Padre Maraffi, Federico Cesi), il vero bersaglio della predica. Ma invitavano lo scienziato a muoversi con cautela perché quella predica era arrivata a Roma e ad essa si stava interessando quel Bellarmino che abbiamo visto aver avuto un importante ruolo nella condanna di Bruno. Già si sussurrava che le cose di quell’Ipernico erano in  odore di eresia e lo stesso Bellarmino sembrava essere deciso a non far sostenere la tesi della verità del sistema copernicano.

Ma ormai le cose erano montate a sufficienza. Il caso era noto e sotto attenzione a Roma. Mancava solo un atto formale che puntualmente arrivò. Il già citato Nicolò Lorini, professore di storia della Chiesa, il 7 febbraio 1615 denunciò Galileo al Tribunale del Sant’Uffizio (Tribunale dell’Inquisizione) in quanto sostenitore di punti di vista contrari sia alle Sacre Scritture sia all’intera fisica di Aristotele nelle travisazioni di San Tommaso, portando come documentazione contro Galileo, non solo l’opera sulle macchie solari ma anche la stessa lettera a Benedetto Castelli sui rapporti tra scienza e fede. La denuncia di Lorini fu inoltrata al cardinale Sfrondati e la lettera in copia di Galileo a Castelli fu vergognosamente manipolata(37). Si stava realizzando il progressivo inserimento di questioni teologiche nella disputa con testimoni ridicoli, lo stesso Caccini, un oscuro Giannozzo Attavanti (che ha sentito dire che Galileo è copernicano) e l’ispano Ferdinando Ximenes dell’ ordine de’ Predicatori domenicani (che il 13 novembre 1615 davanti all’Inquisitore di Firenze, sostenne, da prete: conforme quello ch’ho sentito dire dell’opinione del moto della terra et fermezza del cielo, et anco a quello ch’ ho sentito dire da quelli che conversano seco, dico esser doctrina contraposita ex diamatro alla vera theologia et filosofia. … Ho sentito alcuni suoi scolari, i quali hanno detto che la terra si muove et che il cielo è immobile; hanno soggiunto che Iddio è accidente, et che non datur substantia rerum né quantità continua, ma che ogni cosa è quantità discreta, composta de vacui; che Iddio è sensitivo dealiter, che ride, che piange etiam dealiter: ma non so però se loro parlino de loro opinione, o per opinione del loro maestro Galileo sopradetto).

          Il Caccini, interrogato a seguito della denuncia di Lorini dal Tribunale di Roma (che metteva su ogni prova possibile), fu ancora più duro che in passato con le sue accuse contro Galileo (denunciò, tra l’altro, la sua amicizia con Paolo Sarpi “tanto famoso in Venetia per le sue empietà“; avanzò contro Galileo le stesse accuse che erano state avanzate contro Bruno: che Dio sia accidente; che realmente, rida, pianga; etc; che li miracoli quali essersi fatti da’ Santi, non sono veri miracoli e denunciò anche il fatto che Galileo era in corrispondenza con la Germania volendo insinuare che la corrispondenza fosse con dei luterani). Intanto (4 marzo 1616) l’ambasciatore di Toscana a Roma, Guicciardini, tentava di spiegare al Granduca di Toscana quali erano gli errori tattici di Galileo (“[Galileo] si infuoca nelle sue opinioni ed ha estrema passione dentro e poca fortezza e prudenza a saperla vincere, tal che gli rende molto pericoloso questo cielo di Roma … Questo non è Paese a venire a disputare della luna, né da volere, nel secolo che corre, sostenere, né portarci dottrine nuove …“). In questo fervore di scambi epistolari, di complotti, di indagini in corso, fu Monsignor Pietro Dini che fece conoscere, con una lettera a Galileo, la posizione di Bellarmino sull’opera di Copernico. E fu poi Bellarmino che fece conoscere la sua posizione, in modo più articolato, in una lettera al padre carmelitano di Napoli, Antonio Foscarini, che, in precedenza in un suo saggio ed utilizzando i dati osservativi di Galileo, si era espresso a favore dell’accettabilità del sistema copernicano, avanzando la proposta di leggere in modo diverso quei passi dei Testi Sacri che fossero stati in contrasto con il proposto nuovo sistema astronomico. Bellarmino rispose esponendo le sue note tesi: il matematico può esporre le sue teorie mettendo bene in chiaro che sono ipotesi di fantasia non corrispondenti alla verità; è invece proibito parlare di moti reali, diversi da quelli aristotelici, dei pianeti e del Sole; sostenere ciò è cosa molto pericolosa non solo d’irritare tutti i filosofi e theologi scholastici, ma anco di nuocere alla Santa Fede con rendere false le Scritture Sante; infine che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel 3° cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata e qui Bellarmino anticipa che non si accontenterà di salvare le apparenze perché chiaramente ogni saggio esperimenta che la terra sta ferma e che l’occhio non s’inganna quando giudica che il sole si muove, come anco non s’inganna quando giudica che la luna e le stelle si muovano. E questo basti per hora.  Occorre qui ricordare che la mathematica degli antichi (applicata già nel periodo ellenista in geometria, in ottica, in idrostatica, in astronomia, …) prevedeva una catena di ragionamenti che partivano da determinate premesse, si sviluppavano indefinitamente fino ad arrivare a qualunque conclusione. Quest’ultima era comunque generata da ipotesi esclusivamente teoriche non aventi nulla a che fare con la realtà. La validità di questo metodo era testata sulla sua capacità di salvare i fenomeni spiegandoli, ben sapendo che la spiegazione poteva venire anche da altre catene di ragionamenti. Per gli aristotelici, comunque, il metodo superiore, quello che avrebbe garantito la verità assoluta, era solo quello dei filosofi, attraverso la catena della logica sillogistica, subordinata in ogni caso alla teologia.

Galileo, conosciuta questa lettera, si sentì braccato e scrisse a Dini affermando che gli volevano chiudere la bocca. Tentò di scrivere un’altra lettera a Cristina di Lorena ma la cosa non riuscì. Nell’arco di pochi mesi si arrivò alla conclusione di questo primo attacco a Galileo, con le censure, che vedremo, all’opera di Copernico ed al suo insegnamento.

IL FALSO PRECETTO

Tutte le carte dell’accerchiamento concordato erano ormai pronte. Galileo, resosi conto finalmente che doveva fare qualcosa, aveva scritto una lettera per perorare le sue credenze con nuove prove o ritenute tali (Discorso del flusso e reflusso del mare, 8 gennaio 1616). Egli credeva (già da quando insegnava a Pisa) di aver trovato la prova del sistema copernicano nelle maree, sbagliando in grandissima parte. Ma le sue argomentazioni non erano controbattibili con facilità e la cosa non era andata giù ai suoi accusatori. Galileo ragionava nel modo seguente: se si assume il sistema copernicano, occorre tener conto dei due moti della Terra (quello intorno al proprio asse che avviene in 24 ore e quello intorno al Sole che avviene in un anno). Dividendo il moto della Terra intorno al proprio asse in due momenti di 12 ore si comprende che se nelle prime 12 ore la Terra nella sua rotazione su se stessa si muove concordemente con il suo moto intorno al Sole, nelle seconde 12 ore il moto della Terra intorno all’asse terrestre avrà verso contrario a quello della Terra introno al Sole. Sommando le velocità in un caso e nell’altro si ha una netta variazione di velocità che, secondo Galileo, era responsabile delle maree.

Il disegno rappresenta i due movimenti della Terra intorno al Sole. Il grande arco di circonferenza rappresenta la velocità di un tratto del cammino della Terra intorno al Sole mentre la circonferenza completa indica la velocità della Terra che ruota su se stessa. Consideriamo ora una città sulla Terra che si affacci sul mare, ad esempio Venezia. Quando essa si trova in N (notte) le due velocità suddette si sommano mentre quando si trova in D (giorno) si sottraggono. Ciò vuol dire nei ragionamenti di Galileo che l’acqua resta indietro alla terra ferma di notte ed invece avanza di giorno (il fatto che vi sia un numero differente di maree in un giorno e non una sola viene attribuito da Galileo a cause secondarie).

E Galileo non inventava ma assimilava le maree a quanto aveva visto accadere nei cassoni pieni d’acqua potabile trasportati in barche da Chioggia (Lizzafusina) a Venezia: le variazioni di velocità delle barche provocavano il rialzarsi del livello dell’acqua una volta verso prua ed una volta verso poppa. A questo punto si inserisce il citato racconto che l’ambasciatore Guicciardini fa al Granduca di Toscana. La veemenza di Galileo nel sostenere le sue tesi non lo aiuta. Lo stesso ambasciatore  ci fa conoscere alcuni retroscena che coinvolgono il Papa. Il cardinale Alessandro Orsini, cresciuto alla corte del Granduca Fernando I di Toscana e cauto difensore del copernicanesimo, cercò di raccomandare Galileo al Papa Paolo V ma questi «mozzò il ragionamento, et gli disse che havrebbe rimesso il negozio ai SS.ri Cardinali del S.to Offizio; et partitesi Orsino, fece S. S.tà chiamare a sé Bellarmino, et discorso sopra questo fatto, fermarno che questa opinione del Galileo fusse erronea et heretica: et hier l’altro, sento fecero una congregazione sopra questo fatto per dichiararla tale».

Tale giudizio era perentorio e proveniva dallo stesso Papa. Quindi, da questo momento, tutto ha uno svolgimento predeterminato. Si comincia il 19 febbraio 1616 con la trasmissione, dal Tribunale dell’Inquisizione ai teologi, delle proposizioni da condannare:

Che il sole sii centro del mondo te per conseguenza immobile di moto locale. Che la terra non è centro del mondo né immobile, ma si muove secondo sé tutta, etiam di moto diurno.

Solo 5 giorni dopo si ebbe il giudizio dei teologi (detti Qualificatori) che dichiararono essere la prima proposizione stultam et absurdam et formaliter haereticam, perché era contraria alla Sacra Scrittura sia letteralmente sia nella su interpretazione da parte di tutti i teologi ed i Dottori della Chiesa. Riguardo alla seconda proposizione il giudizio fu più blando. Essa fu ritenuta censurabile in filosofia ed erronea rispetto alla fede. Questo giudizio dei teologi fu portato al Sant’Uffizio e ratificato dal Papa che ordinò a Bellarmino di convocare Galileo e di fargli abbandonare quella eretica teoria. Nel verbale si legge la conclusione del discorso del Papa: “Se dovesse ricusare obbedienza il Padre commissario avanti a notaio e testi gli faccia ‘precetto‘ di astenersi assolutamente dall’insegnare o difendere tale dottrina, o trattare di essa. E se non acconsentisse, sia carcerato“.

La macchina repressiva era stata messa in moto ed il 3 marzo fu emanato il Decreto di interdizione della dottrina copernicana e di messa all’indice e sequestro delle opere di Copernico o copernicane (i cardinali Maffeo Barberini e Caetani resistettero al bigotto Papa e riuscirono a non far dichiarare eretica l’opera di Copernico). Il De Revolutionibus era il primo libro che cadde sotto il decreto fino a che non fosse stato corretto (donec corrigantur), quindi il Commento a Giobbe di Didaco Stunica, la stessa Lettera di Foscarini, e tutte le altre opere che insegnavano il copernicanesimo. Il primo a finire in prigione fu Lazzaro Scorriggio, l’ignaro stampatore napoletano di Foscarini che l’inquisitore Carafa fece sbattere in galera per non aver potuto presentare l’imprimatur. Incredibilmente Galileo si trovò a dover essere ottimista per quel che lo riguardava. Nessuna sua opera era stata nominata, tantomeno quella sulle macchie solari che era chiaramente copernicana. Una cosa era comunque certa: i suoi estimatori del Collegio Romano erano spariti dalla circolazione, anche quelli che egli sapeva essere copernicani, come  de Cuppis e Grienberger.

Nonostante l’ottimismo, la cosa riguardava anche Galileo (anzi, l’intero procedimento nasceva proprio da lui) che fu convocato dal Bellarmino nella sua residenza di Santa Maria in Via e, alla presenza del Commissario generale Segizi (notaio) e di due testimoni, lo ammonì di essere in errore e di abbandonare le sue credenze “indi senz’altro (successive ac incontinenti) il Commissario fece precetto e ingiunzione a detto Galileo ancor presente e costituito, in nome del Papa e di tutta la Congregazione del Sant’Uffizio, di abbandonare detta opinione, né altrimenti, in qualsiasi modo [quovis modo], di tenerla, insegnarla o difenderla, a voce o per iscritto; che altrimenti si procederebbe contro di lui da parte del Sant’Uffizio. Al quale precetto Galileo acconsentì e promise di obbedire“.

E’ a questo punto utile riportare l’analisi della vicenda e del documento fatta dal grande studioso di Galileo, Giorgio de Santillana:

 Il documento lascia subito perplessi per via della contraddizione interna. Le istruzioni nella prima parte dicevano: “Nel caso che rifiuti di obbedire”; ora nulla indica nella seconda che Galileo abbia elevato obbiezioni o fatto opposizione, anzi, è scritto che acquievit. È a questo punto, successive ac incontinenti, che il Commissario generale gli dà lettura dell’ingiunzione formale di abbandonare e di non discutere più in alcun modo l’opinione incriminata. Se si considera poi il fondo della questione, vi è di che stupirsi maggiormente: che la notifica gli fosse fatta dal cardinale in persona, costituiva un segno di considerazione, e non si accordava col seguito poliziesco (mentre si noti che a Foscarini, religioso legato dal voto d’obbedienza, non era stato dato alcun preavviso ufficiale, perché si giudicava che egli avesse parlato a suo rischio e pericolo). La convocazione a palazzo rappresenta una forma corretta e su un piano di dignità formale. Per una ironia della sorte, era questa proprio l’udienza che Galileo aveva tanto atteso. E si noti come si inquadra la cosa: Galileo il 26 febbraio è ammesso in udienza, per vana e formale che sia, solo ed appunto perché è venuto a Roma in veste di chi sollecita chiarimenti e direttive, onde non rischiar di contravvenire alle intenzioni di Santa Chiesa; quindi ancora, essendosi tutto svolto come doveva, sono esentate in seduta del 3 marzo, dalla proibizione amministrativa le sue Lettere Solari, pur copernicanissime, e assai più lette delle disquisizioni di Foscarini e Stunica. Si vuol premiare la sua buona volontà, e si conta che darà opera egli stesso a modificare le tesi. La logica di tutta quanta l’operazione è manifesta.

Ma in questa logica, che si estende fino al marzo, dove troverebbe posto una intimazione sub poenis? Cade fuori di ogni costrutto. Il dispositivo delle istruzioni a Bellarmino era concepito in modo da far fronte ad ogni eventualità, inclusa quella, suggerita da Caccini, che Galileo avesse a smascherarsi come eretico discepolo di Bruno e si dovesse venire all’arresto seduta stante. Ma Galileo, come era ragionevole prevedere, acquievit. E davvero non sarebbe stato quello il momento di discutere. Di fronte a Bellarmino circondato dalla sua corte di “segugi bianchi e neri” del Signore, che lo alloquiva in camera del trono, Galileo non poteva, checché pensasse, se non inchinarsi in silenzio.

Dal punto di vista della forma, il documento riesce altrettanto inspiegabile. Le istruzioni dicevano “avanti a notaio e a testi” ma il notaio non ha firmato, e nessun funzionario dell’Inquisizione è stato menzionato come testimone secondo l’uso. Non bisogna dimenticare che di regola, quando l’Inquisizione notificava una ingiunzione o precetto, l’accusato era richiesto di firmare di sua mano, e la firma doveva essere legalizzata. Qui, invece, anche dalla minuta, si direbbe trattarsi di un semplice verbale di notifica. Non solo il protestante Gebler, ma uno storico cattolico, Reusch, nel 1870 hanno attirato l’attenzione su questo fatto. Altro fatto strano: non solo non è fatta menzione di testimoni ufficiali, ma al loro posto intervennero due familiari della Casa del cardinale, che certo non erano affatto qualificati per prender parte a una procedura dell’Inquisizione.

E poi il documento è al suo posto? Il “dossier” può sembrare incompleto a chi spera di trovarvi una minuta istruttoria. Ma non lo è. Si tratta di un incartamento legale formato dai dati strettamente necessari alla preparazione di una sentenza e in quanto tale, può dirsi completo o quasi. La numerazione delle pagine, iniziata al momento stesso in cui i primi documenti erano introdotti, è ininterrotta. Sappiamo dunque che non vi manca nulla, o piuttosto assai poco; e questo poco manca palesemente: due fogli contigui, appartenenti allo stesso doppio foglio, sono stati accuratamente tagliati, prima della numerazione del fascicolo, ma in modo da lasciare dei margini molto grandi, quasi per ricordarci la loro esistenza. Vengono subito dopo la copia falsificata da Lorini della Lettera a Castelli (foglio 346). Un’altra mezza pagina è tagliata allo stesso modo, in fronte alla pagina 376 che contiene la proposìtio censuranda. Lo stesso è avvenuto per le pagg. 431, 455, 495, e può essersi trattato di pagine bianche. La maniera in cui ciascun quinterno è costituito è chiara e naturale: ogni atto legale, o documento ufficiale, è stato scritto o cominciato sulla prima pagina [recto] d’un nuovo doppio foglio, incorporato di poi e cucito nel fascicolo, in ordine cronologico, cosicché nel contesto restano evidentemente un gran numero di mezzi fogli bianchi. Anche questi sono numerati; alcuni sono stati utilizzati per annotazioni amministrative, copie di ordinanze e istruzioni, tutte nel dovuto ordine. Ma non vi è una sola lettera, un solo rapporto, atto legale o copia conforme che non cominci sulla prima pagina di un nuovo foglio. Con questa sola eccezione : l’ingiunzione di Bellarmino. Questo documento essenziale è annotato su uno spazio che per caso s’è trovato disponibile, fornito dal rovescio dei fogli di due altri documenti. La sua posizione e la forma in cui è stato redatto basterebbero a rivelare che non vuol esser considerato se non come trascrizione. Le cartelle 378 verso e 379 recto, che combaciano, sono rispettivamente il verso della seconda pagina bianca del rapporto dei Qualificatori (pag. 377) ed il recto bianco del secondo mezzo foglio della pagina 357, ove si trova la deposizione di Caccini. Altre simili trascrizioni sono state redatte nello stesso modo (per esempio quelle che si riferiscono agli ordini del papa, 352 verso, e quella che si trova su una pagina non numerata dopo la pagina 354). La procedura seguita è del tutto regolare per la prima parte del testo, le istruzioni della Congregazione a Bellarmino, il 25 febbraio, perché il documento originale ha il suo luogo proprio tra i Decreta e viene riprodotto qui solo per informazione. Ma si passa poi, senza averne l’aria, alla seconda parte, datata 26 febbraio, che è l’ingiunzione vera e propria e che avrebbe dovuto essere conservata in originale.

Il testo che abbiamo non pretende di essere l’originale ma una semplice trascrizione. Ed allora, dov’è l’originale? Dovrebbe trovarsi evidentemente su un foglio separato, al suo posto, come tutti gli altri originali. Ora esso non si trova affatto nel fascicolo, e non vi è stato mai inserito, come risulta dalla numerazione ininterrotta delle pagine. Dunque la prova delle decisioni prese nei riguardi di Galileo è fornita non da un documento legale, autentico o meno, ma da una annotazione. È strano che tanti storici accorti si siano lasciati sfuggire questo particolare. Pensavano forse che il dossier dell’Inquisizione fosse stato trasportato alla residenza di Bellarmino, come un registro, perché vi venisse scritto il protocollo sul retro delle pagine? I dossier non uscivano mai dagli uffici; i verbali, redatti altrove, vi erano inseriti in un secondo tempo.Non c’è dubbio che avremmo dovuto trovarvi un originale – le istruzioni a Bellarmino sono chiare — e che esso avrebbe dovuto essere firmato dal notaio, controfirmato dal cancelliere del Santo Uffizio e, eventualmente, da Galileo medesimo. Ma questo documento, se mai ci fu, deve essere stato soppresso prima di entrare nel dossier. Diciamo “se mai ci fu” perché è verosimile che non sia stato mai redatto nell’originale e che appaia solo sotto l’aspetto di una trascrizione che non pretende di essere altro che una copia. Lo scrivano poteva sempre dichiarare più tardi in confessione o sotto giuramento di non aver mai falsificato un documento, ma di aver solo redatto una minuta, che, dal punto di vista giuridico, era senza valore, perché tutte le firme mancavano. Non vogliamo asserire che tutti i precetti dell’Inquisizione dovessero contenere una dichiarazione di ricevuta; vi sono anzi numerosi esempi del contrario; ma questo poteva avvenire per gli affari correnti, per esempio il comando non discedendi; e anche in questo caso erano controfirmate da funzionari qualificati: quando pronunciava un ordine fuori del suo quartier generale, l’inquisitore era accompagnato dai suoi assistenti che servivano da testimoni. Ma in questo caso, se le istruzioni venute dall’alto sono state seguite, si tratta di un precetto in cui si esige sottomissione formale. Ci attenderemmo quindi di trovare: “Io G. G. ho ricevuto precetto come sopra e prometto di obbedire”. Dire che la dichiarazione di ricezione non fosse necessaria, equivale a dire che l’ingiunzione sia stata formulata senza che Galileo avesse fatto l’obbiezione che avrebbe dovuto motivarla; in tal caso si sarebbe commessa una grave irregolarità e l’ingiunzione sarebbe contestabile solo su questa base. Malgrado tutta la sua prudenza, l’amanuense ha voluto strafare. Per rispettare l’uso ha prima trascritto il testo del decreto pontificale del 25 febbraio; ma se avesse potuto prevedere che l’originale del decreto sarebbe andato perduto — come è avvenuto — avrebbe preferito tagliarsi la mano piuttosto che conservare qui il testo incriminante che oggi fa saltare agli occhi la contraddizione flagrante che esiste tra gli ordini e la loro esecuzione. Dal momento che era esplicitamente ammesso che Galileo non aveva opposto resistenza, non v’era alcuna ragione valida perché il commissario gli facesse personalmente “divieto assoluto di insegnare e di discutere la dottrinaquovis modo” ; perché questo andava oltre i termini del decreto e si applicava soltanto a coloro che erano in istato di “veemente suspicione” (nel qual caso l’acquiescenza diveniva tecnicamente una abiura). Il decreto stesso, nella forma in cui era redatto per tutti i buoni credenti, autorizzava implicitamente la discussione del copernicanesimo come ipotesi matematica; interdiceva soltanto il presentarlo come verità filosofica, compatibile con la teologica. Nessuna menzione di Galileo e delle sue opere: ora, come si può immaginare che, una volta divenuto sospetto, gli sia stato usato nel decreto lo straordinario trattamento di favore che esentava dalla proibizione le sue Lettere Solari? Invece pronta e sicura corse la voce, per opera dei soliti “circoli bene informati” che Galileo era stato tratto a fare ammenda. Scrive Matteo Caccini: ”In questa Congregazione coram summum Pontificem il Sig. Galilei fece l’abiurazione”. Castelli scrive da Pisa: “Qui è stato scritto che V. S. ha abiurato segretamente in mano del’Ill.mo C. Bellarmino” e Sagredo da Venezia : “S’è sparsa voce esser lei trasferita costì a Roma con incommodo, sforzatamente, per mali ufficii di quelli nostri amici confederati con Rocco Berlinzone, i quali hanno fatto passar voce che sia stata ella chiamata all’Inquisizione per render conto se il sole si muove; aggiungendosi che, per schermire, convegna ella far palesemente il collo torto. Credo che questi ladroni facciano ancora altrove il loro potere contro di noi; ma Iddio, sì come spero, dissiperà i suoi mali consegli”.
Per mettere fine a queste voci e salvaguardare il suo onore personale, Galileo domandò a Bellarmino, con una breve e dignitosa lettera che ci è giunta, un certificato, e l’ottenne senza indugio nei seguenti termini:

“Noi Roberto Cardinale Bellarmino, havendo inteso che il Sig.or Galileo Galilei sia calunniato o imputato di havere abiurato in mano nostra, et anco di essere stato per ciò penitenziato di penitentie salutari, et essendo ricercati della verità, diciamo che il suddetto Sig. Galileo non ha abiurato in mano nostra né di altri qua in Roma, né meno in altro luogo che noi sappiamo, alcuna sua opinione o dottrina, né manco ha riceuto penitentie salutari né d’altra sorte, ma solo gl’è stata denuntiata la dichiarazione fatta da N.ro Sig.re et publicata dalla Sacra Congregazione dell’Indice, nella quale si contiene che la dottrina attribuita al Copernico sia contraria alle Sacre Scritture, et però non si possa difendere né tenere. Et in fede di ciò habbìamo scritta et sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo dì 26 di Maggio 1616.”

È certo che qui non è menzionata alcuna ingiunzione; anzi, viene formalmente smentita l’ammenda che avrebbe normalmente dovuto seguire l’ingiunzione. Gli storici ex parte hanno sostenuto trattarsi d’un gesto caritatevole da parte della Chiesa che, per considerazione verso Galileo e verso il granduca, avrebbe consentito a rilasciare un certificato di onorabilità, ma — sapendo di avere a che fare con un uomo pericoloso e ostinato — avrebbe tentato di mantenerlo nel dritto cammino mediante una ingiunzione segreta. Questa spiegazione può apparir valida a prima vista, ma rimane che l’ingiunzione avrebbe dovuto essere fatta e conservata, come tutte le altre, in forma regolare. Almeno negli atti segreti dell’amministrazione dovrebbe trovarsi un qualche riferimento a questo atto. E qui interviene un documento decisivo che fu rintracciato solo nel secolo scorso.
Durante le brevi settimane della Repubblica romana del 1849, dopo la fuga del papa, si trovarono aperti gli archivi, e alle febbrili ricerche di Antonio Gherardi fu dato scoprire taluni Decreta della Congregazione del Sant’Uffizio che si riferiscono alla causa di Galileo. Fra questi vi è il verbale della seduta del 3 marzo, che fa seguito a quello già noto del 25 febbraio:

Il Cardinale Bellarmino riferisce che Galileo Galilei matematico è stato, giusta gli ordini di questa S. Congregazione, ammonito di aver a abbandonare [deserendam, che sostituisce il cancellato disserendam] l’opinione che ha finora sostenuto, essere il Sole, ecc. e che ha acconsentito [acquievit] ; ed essendo stato fermato il decreto della Congregazione dell’Indice, il quale interdice e sospende rispettivamente gli scritti di Nicolo Copernico, Didaco a Stunica e Paolo Foscarini, il Santissimo ha ordinato che tale decreto d’interdizione e sospensione venga pubblicato dal Maestro del Sacro Palazzo.
Ecco un documento redatto per le sole autorità, un rapporto riservato sugli affari in corso. Esso corrisponde esattamente alle istruzioni del 25 febbraio. Tali istruzioni avevano previsto i tre atteggiamenti successivi da adottare nel caso di obbedienza, d’obiezione, o d’ostinazione da parte di Galileo: avvertimento, ingiunzione, arresto (sottolineatura mia, ndr). Ora, il rapporto dice semplicemente che l’avvertimento fu accolto con l’acquiescenza e passa agli altri argomenti: se vi fosse stato precetto, ne sarebbe stata fatta almeno menzione; altrimenti si sarebbe dovuto allegare un rapporto separato del commissario generale, e non ve n’è traccia. In base a questo solo rapporto alle autorità non poteva risultare che si era dovuto venire a precetto formale; per diciassette anni — come vedremo — esse non ne ebbero, a quanto pare, la minima idea. Galileo neppure.

            Fantoli sostiene (a mio giudizio con ragione) che l’idea dell’ammonimento privato a Galileo fosse di Bellarmino che la suggerì al Papa Paolo V. Era un modo per far tacere Galileo senza clamori particolari che, data la fama del personaggio, avrebbero molto nuociuto alla Chiesa. D’altra parte in almeno due punti di un documento interno del Santo Uffizio (citato da Fantoli) si parla di ammonizione e non di precetto. Nel primo punto di una comunicazione ai membri del Santo Uffizio (E.N. XIX, pag. 321), si legge che il Papa ha ordinato all’illustrissimo Signor Cardinale Bellarmino  di chiamare davanti a sé il detto Galileo e di ammonirlo ad abbandonare le dette proposizioni […]. Nel successivo si racconta di Bellarmino che ha eseguito quanto ordinatogli (l’illustrissimo signor cardinale, chiamato il sopradetto Galileo, […] ha ammonito il predetto Galileo sull’errore della suddetta opinione e ad abbandonarla […], E.N. XIX, pagg. 321-322) [a questo proposito debbo solo aggiungere che Fantoli, quando arriva a discutere del processo si dimentica allegramente di questi documenti e trasforma la parola ammonimento in precetto].

Si tenga bene a mente tutto questo perché sarà di estrema importanza quando discuteremo del Processo a Galileo del 1633.

Galileo dunque non era spaventato e la cosa risulta chiaramente dalle sue lettere di questo periodo. Tra l’altro l’ambasciatore Guicciardini, riferisce al Granduca (13 maggio) che Galileo fa una vita di stravizi in Roma e spende e spande a più non posso egli ha un umore fisso di scaponire i frati … e combattere con chi egli non può se non perdere: però un poco prima o poi … sentiranno costà che sarà cascato in qualche stravagante precipizio. Non era spaventato perché non ne aveva motivo! E non si aspettava attacchi tanto meno da quel Papa che, egli non poteva sapere, era stato il suo più duro nemico. Ciò è dimostrato dall’udienza che quello stesso Papa, Paolo V Borghese, gli concesse 5 giorni dopo, trattenendolo per ben tre quarti d’ora rassicurando Galileo che nessuno in Vaticano avrebbe dato orecchio alle calunnie (un vero prete!). Mettendo tutto insieme ne risulta che quel processo verbale del 26 febbraio non avvenne e che mai fu fatto precetto a Galileo di non difendere quovis modo il copernicanesimo. Insisto: è importante ricordare che Galileo venne ammonito dall’insegnare e difendere la teoria copernicana e non gli venne fatto precetto. Ciò è fondamentale dal punto di vista del Diritto Canonico: se gli fosse stato fatto precetto sarebbe stato recidivo e la cosa sarebbe risultata nei suoi precedenti penali; l’ammonizione non prevedeva nessuna delle due cose dette. Nonostante ciò le calunnie contro Galileo continuarono con l’aggiunta, ora, che erano stati presi dei provvedimenti disciplinari contro di lui con la conseguenza di una sua ritrattazione. Lo avvertirono di ciò Castelli  e  Sagredo  che gli  scrissero allarmati;  in  risposta  Galileo  per scongiurare ogni conseguenza di queste dicerie si mosse  con  prudenza:  chiedendo  a  Bellarmino  di certificare  la  sua  rispettabilità. Bellarmino  fornì allora a Galileo un certificato di buona condotta (26 maggio 2016) in cui si diceva che lo stesso Galileo non  aveva  abiurato  né  era  stato  condannato, ma  che  gli  era  stato  detto  che  la teoria  copernicana  è  contraria  alle  Sacre  Scrit[tu]re,  et  però  non  si  possa, et però non si possa difendere né tenere [si rilegga in proposito la fine dello scritto di de Santillana da me ora riportato]. Leggiamo:

Noi, Roberto Cardinale Bellarmino, havendo inteso che il Signor Galileo Galilei sia calunniato o imputato di havere abiurato in mano nostra, et anco di essere stato per ciò penitenziato di penitenzie salutari, et essendo ricercati della verità, diciamo che il suddetto Signor Galileo non ha abiurato in mano nostra né di altri qua in Roma, né meno in altro luogo che noi sappiamo, alcuna sua opinione o dottrina, né manco ha ricevuto penitenzie salutari né d’altra sorte, ma solo gl’è stata denunziata la dichiarazione fatta da Nostro Signore e publicata dalla Sacra Congregazione dell’Indice, nella quale si contiene che la dottrina attribuita al Copernico, che la terra si muova intorno al sole e che il sole stia nel centro del mondo senza muoversi da oriente a occidente, sia contraria alle Sacre Scritture, e però non si possa difendere né tenere. Et in fede di ciò habbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo dì 26 di Maggio 1616.

Sollecitato da più parti dalle autorità fiorentine di non stuzzicare il cane che dorme, Galileo il 30 giugno se ne tornò a Firenze ripromettendosi in una lettera di raccontare a voce le cose incredibili che aveva scoperto a Roma nel campo dell’ignoranza, invidia ed empietà. E così noi siamo privati di queste informazioni.

VERSO IL DIALOGO: IL METODO E LE COMETE

Galileo ha ora il compito più importante dopo i grandi successi scientifici che ha avuto. Dopo aver smontato il sistema aristotelico, occorre costruire tutto quel tessuto che improvvisamente viene a mancare. Ed è proprio qui che Galileo fa le cose che lo faranno passare alla storia dell’umanità. Non è certo il fatto che egli abbia suppostamente dimostrato la validità del sistema copernicano che lo ha reso famoso, ma il fatto che abbia rimpiazzato una fisica ingenua, quella di Aristotele (per di più malamente manipolata da San Tommaso), con una fisica che aveva in sé gli elementi correttivi e che poteva sempre essere falsificata.

Galileo già aveva lavorato in differenti campi della fisica ed in ognuno di essi sempre si era scontrato con le spiegazioni aristoteliche che non erano altro che descrizioni ingenue dei fenomeni naturali che non reggevano all’indagine critica dell’esperienza. Vi erano tante credenze radicate che, quando andava bene, erano basate sul buon senso, quando si aveva a che fare con persone colte avevano a che fare con la fisica di Aristotele, ma quando andava male (ed era nella gran maggioranza dei casi che comprendeva tutte le classi sociali) si scontrava con durezza con un mondo immerso in magia, astrologia, alchimia, numerologia. E la cosa era da molti anni arrivata anche nelle corti papali coinvolgendo gli stessi pontefici. Gli stessi scienziati contemporanei a Galileo non erano immuni da metafisiche varie, come abbiamo visto. L’impresa era quindi veramente titanica, occorreva ripartire da una base dopo averla costruita e occorreva poi che di queste cose ne diventasse partecipe il maggior numero di persone.

           I lavori di maggior rilievo affrontati fino ad allora da Galileo riguardavano, come visto, alcune questioni di cinematica, il moto, l’accelerazione, la caduta dei gravi, l’idrostatica, insieme a questioni di meccanica applicata. Galileo inizia ad inquadrare tutte le cose che ha già studiato in un diverso contesto. Egli è un profondo conoscitore della fisica aristotelica per averla insegnata ai massimi livelli per molto tempo. E, quando ancora non convertito al copernicanesimo, ha scoperto (1583) la legge dell’isocronismo del pendolo; realizzato (1585) la bilancia idrostatica mutuandola da Archimede; ha studiato e pubblicato (1587) dei teoremi sul centro di gravità dei corpi; ha approfondito (1590) varie questioni relative al movimento nel suo De motu; è entrato in applicazioni pratiche (1593) ed in particolare ha studiato la meccanica applicata; ha realizzato (1598) il compasso geometrico-militare (una specie di regolo calcolatore), un altro strumento; ed ha fatto varie altre cose (studi di cosmologia aristotelica, studi anatomici, studi matematici, …). Insomma è una persona colta, curiosa ed estremamente creativa. Non si accontenta mai della prima spiegazione semplice, cerca sempre di capire oltre; è il primo che realizza l’intersezione tra la tradizione platonica e quella aristotelica, l’applicazione della matematica nella descrizione e spiegazione dei fenomeni naturali; la cosa non è semplice e rappresenta il massimo dei processi astrattivi realizzabile. Un fatto naturale, un fenomeno, ci si presenta empiricamente in un qualsivoglia modo. Le variabili che lo riguardano sono una grande quantità. L’idea di formalizzare è complessa perché si tratta di seguire, al massimo, tre variabili (con una mantenuta costante). Ma la natura non offre quasi mai due variabili chiaramente individuabili e non ne mantiene quasi mai una costante. Per realizzare questo occorre osservare un fatto naturale (dato empirico) e riprodurlo in laboratorio in condizioni controllate in modo da poter realizzare quasi il medesimo fenomeno ma tale da poter essere ripetuto più volte al fine di poter seguire quelle variabili che interessano (dato dell’esperienza). In questo modo si stilano cataloghi di esperienze, con misure soggette ad essere sempre più precise dalle quali è possibile ricavare una legge che è una valutazione asintotica dei dati dell’esperienza medesima. Ciò prevede che esperienze successive rientrino nei limiti di validità della legge e, se così non avvenisse, è la legge che viene meno e su di essa sarà necessario lavorare per sistemarla o buttarla via. In somma sintesi questo metodo non fornisce delle verità ma un avvicinamento sempre migliore alla conoscenza della realtà con il metodo stesso che permette il controllo delle cose fatte. E chi parlasse di meccanicismo confonde i meccanismi automatici e metafisici di Aristotele con una conoscenza che si confronta con varie cose: fatti naturali, pregiudizi dello scienziato che indagherà in un modo o in un altro a seconda di quale è la sua formazione e il suo criterio di studio, realizzazione di esperienze, formulazione di leggi e loro controllo in qualunque tempo con nessuna preclusione alla loro refutazione. Di questo si tratta e non di sostituire una metafisica fattasi religione con altra metafisica più gradita. Una conoscenza dinamica che si accorda con il dinamismo e l’imprenditorialità della borghesia emergente in contrasto con il mondo statico ed immutabile di nobiltà e clero. Il lavoro di Galileo, sotto questo aspetto, è oscuro per i non addetti ai lavori, per filosofi, sociologi, teologi. Non sono letteralmente in grado di capire il lavoro di uno scienziato in un laboratorio. Come possono capire il lavoro di mesi dietro ad un piano inclinato di quattro metri di lunghezza, il peregrinare per una moltitudine di botteghe artigiane per trovare la pialla più affilata, il realizzare questo per rallentare il tempo in gioco, al fine di studiare la caduta, per mostrare una deviazione dalla legge aristotelica del moto ? Qui non si tratta di mettersi a tavolino, pensare intensamente e scrivere abbondantemente. No! Qui siamo in altro mondo nel quale non vi è cittadinanza per chi non si faccia umile allievo e pretenda primati di sorta. Ed occorre anche imparare la matematica, prendere confidenza con infinitesimi ed infiniti (l’esperimento coniugato con una descrizione matematica del fenomeno studiato). L’elaborazione della conoscenza della natura parte dalle ipotesi su un fenomeno (la teoria a priori del ricercatore), si sottopongono le teorie alla prova dell’esperienza, si deve misurare e confrontare con uno strumento, si passa alla formalizzazione che fa poi una sua parte per elaborazione successiva. E qui occorre seguire il linguaggio sintetico della matematica, pena la completa non comprensione del tutto. Nel seguire questo metodo, e a questo punto sembra quasi inutile ricordarlo, non vi è alcuna autorità che possa far prevalere un risultato su un altro. E Galileo lo dice esplicitamente nel Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua …:con queste parole: l’essere semplicemente la dottrina d’Archimede discorde da quella d’Aristotile, non dovrebbe muovere alcuno nad averla sospetta, non constando ragion veruna per la quale l’autorità di questo dovrebbe essere anteposta all’autorità di quello. Ma poiché, dove s’hanno i decreti della natura indifferentemente esposti a gli occhi dello intelletto di ciascheduno, l’autorità di questo o di quello perde ogni autorità di persuadere, restando la potestà assoluta alla ragione (citato da Bernard Cohen 2).

E’ utile fare un esempio relativo alla logica che era alla base delle spiegazioni aristoteliche e confrontarlo con la logica radicalmente diversa che Galileo via via impone. Il corretto sillogismo aristotelico relativo alla scoperta delle fasi di Venere, si presenterebbe in questa forma: se il sistema planetario fosse eliocentrico, Venere presenterebbe fasi come la Luna. Il sistema planetario è eliocentrico. Perciò Venere presenta fasi come la Luna. Se però si fa attenzione, ci si rende subito conto che questo sillogismo è solo un buon esercizio mentale che nulla ha a che vedere con il dato sperimentale. Sarebbe stato necessario prima ammettere il sistema copernicano per poi dedurne l’esistenza. Galileo, infatti, costruisce un altro sillogismo, errato rispetto alla logica aristotelica, ma indicativo di un modo nuovo e diverso di ragionare: se il sistema planetario fosse eliocentrico, Venere presenterebbe le fasi come la Luna. Venere presenta le fasi. Perciò il sistema planetario è eliocentrico. Si tratta di un cambiamento radicale, non di errori rispetto alla logica precedente. E questo esempio è fatto solo per mostrare tale cambiamento radicale spesso non considerato dagli illustri filosofi proprio perché non familiarizzati con il passaggio, essenziale, dell’esperienza.

Galileo, quindi, di ritorno da Roma nel 1616, continua il suo lavoro sulla strada della nuova fisica al fine di portare sostegno alla teoria di Copernico con un attacco su più fronti alla cosmologia di Aristotele che si fondava sulla fisica di Aristotele. Egli non è intimorito dall’Inquisizione perché non ha avuto a che fare con questa istituzione della Chiesa. E’ passato indenne con un ammonimento a non andare oltre sul sostegno a Copernico fino a che non sia in grado di dimostrarne la verità assoluta. Naturalmente vi sarebbe qui da discutere cosa è la verità assoluta, il suo carattere metafisico assolutamente non conciliabile con uno studioso della natura ma, per quel che ora serve al nostro discorso, basti dire  che Galileo accetta di buon grado la sfida. Sta praticamente zitto per un poco di tempo fino a che altri fenomeni non verranno a provocarlo ed a stimolarlo sulla strada di spiegazioni che portino acqua al suo mulino. Vi è comunque un certo rancore in lui nei riguardi dei pretesi avanzati gesuiti. Nel momento in cui l’apertura supposta di questi avrebbe potuto aiutare la causa del copernicanesimo, si sono ritirati in silenzio senza intervenire in alcun modo a sostegno di quanto Galileo, da solo, portava avanti. Ed è utile dire questo perché Galileo avrà modo di far valere la sua opinione rispetto a teorie elaborate dal Collegio Romano, proprio nel 1618, quando (è la provocazione della natura alla quale mi riferivo) compariranno in cielo tre comete.

Come già detto, secondo la cosmologia di Aristotele, ogni variabilità, tutto ciò che muta, ogni cosa che inizia e finisce, che si genera e si corrompe, deve aver luogo sotto il primo cielo, quello della Luna. Tutto ciò che è etereo, infinito, immutabile riguarda ciò che è al di sopra del cielo della Luna (Luna compresa). In questo senso le comete ed i fulmini erano classiche cose che dovevano avvenire al di sotto del cielo della Luna. Una delle spiegazioni che venivano date delle comete dai peripatetici era la seguente: il fuoco sale al di sopra dell’aria allo stesso modo del vapore caldo e secco; vapori e fuochi che tendono verso l’alto raggiungono il cielo della Luna (che, ricordiamolo, è una sfera di cristallo) qui per una sorta di attrito con questo cielo in rapida rotazione, vengono messi essi stessi in rotazione e, quando si scaldano al punto giusto, si accendono e bruciano rapidamente, come le meteore, o lentamente, come le comete, quando i venti caldi ravvivano il fuoco.

Galileo fu sollecitato da più parti, dai suoi amici, a dire qualcosa, a intervenire nel dibattito che si era aperto nel mondo degli studiosi. Egli era al momento a letto, sofferente di artrite e non era in grado di fare osservazioni. Ma, di fronte alle tante richieste (anche dall’Arciduca Leopoldo d’Austria), fece un commento ad una conferenza tenuta in Roma da un anonimo (un gesuita del Collegio Romano, padre Grassi), Disputatio astronomica de tribus cometis anni MDCXVIII. L’interpretazione del Grassi coincideva con quanto Thyco aveva dimostrato per la cometa del 1577: quei corpi dovevano essere molto lontani dalla Terra, poiché la misura di parallasse dava esito negativo. Le comete dovevano quindi trovarsi in una zona al di là del cielo della Luna e prima di quello del Sole. Ma qui credo occorra capire. 

Durante la sua permanenza a Roma, Galileo aveva acquistato un estimatore, il giovane e colto prete Giovanni Battista Rinuccini di origini patrizie fiorentine, nipote di un Cardinale e da poco dottore in giurisprudenza in Pisa. Rinuccini scrissea Galileo il 2 marzo 1619 dicendogli che a Roma 

s’aspetta con gran desiderio il discorso che dicono haver ella promesso sopra la cometa; et io lo desidero sopra gl’ altri per mia particolar curiosità, oltre all’ esser parziale di tutte le cose sue.

I Gesuiti n’ hanno publicamente fatto un Problema, che si stampa, e tengono fermamente che sia nel cielo; et alcuni fuora de’ Gesuiti spargono voce che questa cosa butta in terra il sistema del Copernico e che egli non ha il maggior contrario argomento di questo: però s’io dicessi a V. S. che mi par mill’ anni di saper l’opinion sua, credo che me lo perdonerà.

La cosa scosse Galileo che non voleva comunque esporsi personalmente. Fece quindi pubblicare dal suo amico, allievo ed assistente, Mario Guiducci, un libello, il Discorso delle comete (giugno 1619), nel quale le opinioni espresse contro le tesi della Disputatio del Collegio Romano e più generali erano sue. Galileo sapeva che quelle tesi provenivano da padre Grassi da lui conosciuto nel soggiorno romano, uno di quelli che lo aveva sostenuto in occasione della presentazione del Sidereus Nuncius ma che era sparito nell’ultimo soggiorno romano del nostro.Varie cose si possono dire sulla risposta che Galileo dà al libello di Grassi. Intanto che Galileo, come varie volte testimoniò dopo la sua scomparsa di il suo allievo Viviani, non capiva questa cosa come varie altre; quindi che vedere passare una tesi a sostegno del sistema astronomico di Tycho (anche se con diversi imbrogli, come ad esempio il fatto che le comete non ruotavano come quella di Thyco intorno al Sole, ma intorno alla Terra), sostenuta ipocritamente da quella congrega di gesuiti, era una sporca operazione, una sorta di sfregio ed un approfittare del silenzio imposto ai copernicani per far avanzare le verità delle Chiesa che, in questo caso, non erano enunciate come ipotesi matematiche ma affermate come vere per sistemare la questione dei rapporti tra scienza e fede.

Ma vi era un aspetto che credo essere il più importante. Tycho, come ho detto, costruisce il suo sistema dalle osservazioni astronomiche e dal pregiudizio di un mondo piccolo. Il non aver trovato la parallasse stellare lo convinse quindi dell’immobilità della Terra. Le successive osservazioni di Galileo avevano fatto capire, a chi era in grado di farlo, in relazione alla moltitudine di stelle non visibili ad occhio nudo, che il cannocchiale non ingrandiva oggetti molto lontani o meglio, il cannocchiale ingrandisce tanto meno quanto più gli oggetti sono lontani. I gesuiti, poiché avevano osservato le comete ed avevano visto che con il cannocchiale esse risultavano impercettibilmente ingrandite, ne traevano la conclusione che tali comete dovessero trovarsi molto distanti dalla Terra. Tale ragionamento violentava l’esperienza ed il suo cannocchiale. Se il ragionamento fosse stato vero, sarebbe stato possibile, misurando di quanto ingrandisce il cannocchiale, stabilire la distanza degli oggetti e ciò non è. 

Oltre a questo anche un’altra argomentazione veniva portata contro le cose discusse da Grassi ed era relativa alla parallasse. Quest’ultima è un  utilissimo strumento in astronomia ma occorre stare attenti al suo uso corretto. Ad esempio non si può usare con oggetti che si muovono con chi osserva. Se la applicassimo ad esempio ad un arcobaleno, che cambia posizione con chi osserva, non osserveremmo parallasse e dovremmo allora concludere che l’arcobaleno è infinitamente lontano, cosa che non è. Occorre poi essere molto attenti alla natura delle cose. Ad esempio l’alone che osserviamo intorno alla Luna è certamente molto in alto ma non è fisicamente intorno alla Luna, quindi a quale oggetto applichiamo la misura di parallasse ? Allo stesso modo, non ha senso parlare della parallasse delle comete finché non si sa di che materia sono costituite. Questa è quindi una critica di tipo metodologico ma che fa perfettamente al caso visto che si discuteva proprio della natura delle comete. E di errori di questo tipo Grassi ne fece altri, come quello di dare prima per buono il sistema thyconico e poi argomentare sulle comete. L’operazione era profondamente scorretta in un’epoca, anche qui, dove quello era l’argomento principe di discussione. Ma anche se Galileo avesse accettato il sistema thyconico, probabilmente sarebbe risultata più offensiva la critica, come osserva Stillman Drake, che aggiunge: non c’è alcun modo di trattare la pseudoscienza senza alienarsi i suoi sostenitori (figurarsi la metafisica! ndr).

Si trattava quindi di negare ogni validità al discorso di Grassi senza passare attraverso la difesa di Copernico e l’unica strada da percorrere era quella che Galileo percorse: il fenomeno delle comete che non conosciamo potrebbe anche consistere in vapori che s’innalzano dalla Terra e che, arrivati al cielo della Luna, vengono trascinati rapidamente apparendoci come comete. Ma potrebbero anche essere riflessi di luce solare, o altro che non sappiamo (noto qui che Galileo non prese alcuna posizione, smontò solo quella di Grassi; ma Grassi successivamente gli rinfacciò proprio l’aver preso la posizione che era di Aristotele).

Tra le argomentazioni di Galileo-Guiducci vi è il sarcasmo del pisano che emerge un poco dovunque. Si sente la sua indignazione che punta al ridicolo dell’interlocutore. Ad esempio, proprio sulla vicenda dell’ingrandimento operato dal cannocchiale su oggetti lontani, si dice(31):

La fallacia, dunque, depende non dall’immensità della lontananza, ma dallo splender dell’oggetto: anzi lo stesso si vede accadere ne’ nostri lumi terreni, per brevi intervalli remoti; sì che a chi stesse pure ostinato che, per provar l’immensità della lontananza, concludesse l’argomento preso dal poco aggrandimento del telescopio, si potrebbe agevolmente dare ad intendere che una candela accesa e posta in altezza di cento o dugento braccia fosse tra le stelle fisse, poiché pochissimo viene dall’occhiale ingrandita.

Grassi sapeva, come gli altri gesuiti, che il sistema di Thyco, come quello copernicano, prevedeva la demolizione della fisica di Aristotele ma questa cosa erano disposti ad accettarla pur di sbarazzarsi di Copernico in nome di una spiegazione astronomica moderna. L’attacco di Galileo aveva scompaginato il tentativo ipocrita. Ed i gesuiti, da buoni preti, incubarono la vendetta e divennero i principali nemici di Galileo. Iniziarono con un altro libro di Grassi, la Libra Astronomica ac Philosophica, firmato con lo pseudonimo di Lotario Sarsi Sigensano (anagramma di Oratio Grassi Salonesi).

Lo pseudonimo convinse Galileo che quell’opera non fosse stata scritta da Grassi, tanti erano gli errori in essa(38). Ma tutto il Collegio Romano ne andava fiero … e Galileo se ne convinse. Grassi, ne la Libra, iniziò nel modo più sgradevole possibile, ricordando a Galileo che la teoria copernicana era stata condannata. Questo, come osserva per una volta giustamente Shea, è uno degli esempi di come la censura del 1616 inibiva e viziava la discussione scientifica. Il fatto poi che questa censura venga portata come argomentazione per aver ragione la dice lunga sui metodi dei gesuiti (che sarebbero i più aperti nella Chiesa !). Dopo di ciò, Grassi fa delle osservazioni che vorrebbero essere taglienti (ma risultano ridicole) sull’uso della parallasse (prima screditata e poi usata contro gli aristotelici), su alcune cose prima ammesse e poi negate e sulla posizione di Galileo sulle comete (che, come detto, gli era stata affibbiata, nonostante Galileo continuasse dubitativo sulla spiegazione di  un fenomeno che non comprendeva). Il fatto è che Grassi proprio non capiva l’approccio differente ai fatti della natura. Il non decidere vuol solo dire che non si ha una teoria e Grassi, per avere un bersaglio, deve assegnare a Galileo una posizione che non ha.

          Intanto Kepler pubblicava un libro sulle comete, il De cometis (1619). Era un’opera chiaramente copernicana e quindi violava la proibizione della Chiesa. Ma la Chiesa nulla poteva nella terra di Kepler. Iniziavano studi liberi fuori d’Italia e l’Italia iniziava a perdere terreno. Il baricentro della ricerca scientifica si spostava dall’ Italia al centro ed al nord d’Europa. Questo spostamento di baricentro lo si può intendere anche osservando che lo scienziato, all’epoca, era uno studioso complessivo e non lo si poteva appartare da un campo di ricerca così importante senza che l’intero edificio della sua ricerca crollasse interamente. Scrive Gingerich [1]: L’esito dell’«affare Galileo», in cui la Chiesa vinse la battaglia ma perse la guerra, ebbe importanti conseguenze storiche, fra le quali unon spostamento dell’attività scientifica verso nord in paesi protestanti. A [oltre] tre secoli e mezzo di distanza, in un’epoca in cui c’è ancora chi avanza rivendicazioni religiose sulla cosmologia, l’esperienza di Galileo continua ad avere molto da dirci sulla pratrica e sulla filosofia della scienza. Quel che era in gioco allora era non solo la veità della natura, ma anche la natura della verità.


IL SAGGIATORE

La risposta alla Libra è il grande manifesto scientifico di Galileo, Il Saggiatore, nel quale con bilancia esquisita e giusta si ponderano le cose contenute nella Libra Astronomica e Filosofica di Lotario Sarsi Sigensano (in breve Il Saggiatore) dell’ottobre 1623 (la Libra, oltre al segno zodiacale nel quale era comparsa la cometa più grande, è una bilancia ma Il Saggiatore, bilancia esquisita e giusta, è una bilancia di precisione utilizzata dai saggiatori dell’oro: e qui emerge il pisano rispetto al savonese). L’opera, scritta in forma di lettera all’Accademico Linceo Virginio Cesarini, era pronta nel 1621 ma la pubblicazione curata dall’Accademia dei Lincei (che intervenne a stemperarla e renderla meno polemica, anche se restò molto dura) fu ritardata per varie vicende non d’interesse. Sta di fatto che nel frattempo (1621) era morto Bellarmino, era salito al soglio pontificio (estate 1623) il cardinale Maffeo Barberini con il nome di Urbano VIII.  Il cardinale Barberini era stato molto disponibile con Galileo in Roma (oltre ad averlo difeso quando era scoppiata la polemica sul galleggiamento dei corpi in Firenze) fino al punto di dedicargli nel 1620 un componimento poetico, la Adulatio perniciosa, ed i due avevano discusso molto proprio delle questioni che stavano a cuore a Galileo, tra cui naturalmente il sistema copernicano. Insomma Galileo poteva aver la presunzione (e l’illusione) di dirsi amico del Papa. Questo fatto, ahimé!, lo convinse a dedicare Il Saggiatore proprio ad Urbano VIII. A ciò si aggiunga che il censore, Niccolò Riccardi (che incontreremo più oltre), incaricato di visionare il testo prima della pubblicazione, si espresse in suo favore con parole elevatissime di apprezzamento per il lavoro in sé e per il suo autore (il nostro secolo non potrà gloriarsi in futuro unicamente di essere stato l’erede delle fatiche dei filosofi del passato, ma anche di essere lo scopritore di molti segreti della natura che quelli non poterono scoprire, grazie alla solida e sottile ricerca dell’autore). A questa esaltazione si associò anche il tesoriere del Papa, Cesarini (ci armeremo contro gli avversari con lo scudo della verità e con il favore della superiorità).

Il libro, che è un mediocre testo scientifico ma certamente eccellente per la discussione che Galileo fa del suo metodo, per l’acutezza, chiarezza e bellezza del linguaggio e dello stile usato, dovrebbe controbattere punto per punto la Libra di Grassi, e lo fa. Utilizza in modo più esteso, sistematizzandoli, gli argomenti già usati per difendere la non possibilità di decidere sulla natura delle comete e quindi la non possibilità d’uso della parallasse unita alla ignoranza nel ricavare conclusioni da un cattivo uso del cannocchiale (piccolezza degli oggetti lontani). Aggiunge altri argomenti ai molti già usati. Ma Il Saggiatore diventa, per la più parte e come già da me annunciato, uno splendido trattato di metodo scientifico, un testo dove per la prima volta si enuncia con completezza il metodo sperimentale di Galileo, un chiaro ed efficace argomentare di teoria della conoscenza.

Galileo, contrariamente a quanto continuano a scrivere alcuni storici, come lo Shea che lascia interdetto il lettore che ha letto tutta l’opera di Galileo (vedi oltre), non sa cosa sono le comete e non avanza quindi una sua teoria sulle comete, e lo dice così: 

Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità. … 

Racconta poi un aneddoto. Un signore che si dilettava ad allevare uccelli, sentì un dolce suono di notte e andò per prendere quell’uccello. Si accorse però che si trattava di un pastorello che suonava uno zufolo. Andando poi a spasso il giorno seguente sentì un dolce suono che proveniva da un piccolo tugurio. Entrò per vedere se si trattava di un uccello o di uno zufolo … ma si accorse che era una persona che suonava un violino. Entrando poi in chiesa si fermò per guardare dietro la porta chi aveva suonato  e si stupì molto nell’accorgersi che si trattava del cigolar dei cardini. Andando infine nell’osteria ed udendo un suono provenire da un tavolo si volse per vedere chi suonava il violino ma vide uno che fregando il polpastrello d’un dito sopra l’orlo d’un bicchiero, ne cavava soavissimo suono e così via con molte altre esemplificazioni …. per concludere: Io potrei con altri molti essempi spiegar la ricchezza della natura nel produr suoi effetti con maniere inescogitabili da noi, quando il senso e l’esperienza non lo ci mostrasse, la quale anco talvolta non basta a supplire alla nostra incapacità; onde se io non saperò precisamente determinar la maniera della produzzion della cometa, non mi dovrà esser negata la scusa, e tanto più quant’io non mi son mai arrogato di poter ciò fare, conoscendo potere essere ch’ella si faccia in alcun modo lontano da ogni nostra immaginazione; … lo scopo che abbiamo avuto Guiducci ed io è di promuover quelle dubitazioni che ci è paruto che rendano incerte l’opinioni avute sin qui, e di proporre alcuna considerazione di nuovo, acciò sia essaminata e considerato se vi sia cosa che possa in alcun modo arrecar qualche lume ed agevolar la strada al ritrovamento del vero …

           E più oltre, a Grassi che continua ripetendo l’essere le cose vere perché dette da diverse autorità e financo da poeti, egli risponde:

parermi cosa assai nuova che, di quel che sta in fatto, altri voglia anteporre l’attestazioni d’uomini a ciò che ne mostra l’esperienza.

… vi chiarirete quanta sia la forza dell’umane autorità sopra gli effetti della natura, sorda ed inessorabile a i nostri vani desiderii.

         Queste poche righe sono una lezione importante a quanti pensavano che Galileo tentava di soppiantare un’autorità (Aristotele) con un altra autorità (la sua). Non vi sono verità che si cercano ma spiegazioni a posteriori. E’ inutile che noi pensiamo che le cose vanno in un determinato modo se l’esperienza non ce lo conferma. Insomma, e molti nostri contemporanei dovrebbero alfine rendersene conto e non sovrapporre ciò che credono ai dati di fatto, la scienza produce conoscenze provvisorie che via via possono essere smentite da esperienze sempre più sofisticate. E lo scienziato opera in un universo complicatissimo del quale egli è in grado di conoscere poche cose. E’ un processo che si arricchisce continuamente (ma non linearmente) di spiegazioni a fatti diversi; tali spiegazioni producono la conoscenza di nuovi fenomeni che si tenterà di spiegare e così via. Il processo è infinito e l’uomo-Achille non raggiungerà mai l’universo-tartaruga. Chi crede in una scienza portatrice di verità, è semplicemente persona che non sa in cosa consiste la ricerca scientifica.

Il discorso di Galileo si sposta poi sul rapporto dei nostri sensi con la realtà esterna (la cometa che vediamo con il cannocchiale è percepita dal nostro occhio a seguito di interazioni della luce con le lenti. Quando la luce è entrata nell’occhio, l’elaborazione di quell’immagine non è più oggettiva). Quando percepiamo qualcosa con gli strumenti del senso e la descriviamo, tendiamo ad assegnare agli oggetti ed ai fenomeni delle proprietà che esprimiamo con delle parole. Quindi sensi, fenomeni, descrizione di essi sono legati in qualche modo ma non possiamo certo dire che tutto, lungo la sequenza, sia oggettivo. Intanto dipende da come sono fatti i sensi di ciascun osservatore la realtà. E’ possibile che vi sia un dato fenomeno descritto in modo diverso perché percepito in modo diverso. Diventa allora indispensabile un criterio per capire cosa è realtà e cosa nostra percezione di essa (apparenza). Data questa questione fondamentale ne segue subito un’altra: il ragionare, il discutere, il sistemare, l’organizzare, … deve essere sulla realtà e non sull’apparenza. Se ci imbarcassimo in discussioni su ciò che  a noi appare rischiamo di fare errori clamorosi. Quali sono quindi le cose esterne, i fenomeni, e  quali le proprietà che noi gli assegniamo in quanto ci provengono dal senso ? Galileo dice:

Restami ora che, conforme alla promessa fatta di sopra a V. S. Illustrissima, io dica certo mio pensiero intorno alla proposizione “Il moto è causa di calore”, mostrando in qual modo mi par ch’ella possa esser vera. Ma prima mi fa di bisogno fare alcuna considerazione sopra questo che noi chiamiamo caldo, del qual dubito grandemente che in universale ne venga formato concetto assai lontano dal vero, mentre vien creduto essere un vero accidente affezzione e qualità che realmente risegga nella materia dalla quale noi sentiamo riscaldarci. Per tanto io dico che ben sento tirarmi dalla necessità, subito che concepisco una materia o sostanza corporea, a concepire insieme ch’ella è terminata e figurata di questa o di quella figura, ch’ella in relazione ad altre è grande o piccola, ch’ella è in questo o quel luogo, in questo o quel tempo, ch’ella si muove o sta ferma, ch’ella tocca o non tocca un altro corpo, ch’ella è una, poche o molte, né per veruna imaginazione posso separarla da queste condizioni (e queste sono le cose che la scienza deve e può studiare, ndr); ma ch’ella debba essere bianca o rossa, amara o dolce, sonora o muta, di grato o ingrato odore, non sento farmi forza alla mente di doverla apprendere da cotali condizioni necessariamente accompagnata: anzi, se i sensi non ci fussero scorta, forse il discorso o l’immaginazione per se stessa non v’arriverebbe già mai. Per lo che vo io pensando che questi sapori, odori, colori, etc., per la parte del suggetto nel quale ci par che riseggano, non sieno altro che puri nomi, ma tengano solamente lor residenza nel corpo sensitivo, sì che rimosso l’animale, sieno levate ed annichilate tutte queste qualità; tuttavolta però che noi, sì come gli abbiamo imposti nomi particolari e differenti da quelli de gli altri primi e reali accidenti, volessimo credere ch’esse ancora fussero veramente e realmente da quelli diverse.

Si sta discutendo di qualità oggettive e soggettive (quelle che Locke chiamerà “primarie” e “secondarie”) anche qui attaccando la filosofia peripatetica che voleva le ultime insite nei corpi e non assegnate ad esse dai nostri sensi. In particolare Galileo sta spiegando una sua affermazione relativa al calore prodotto dal moto. Egli afferma la sua «inclinazione a credere» che ciò che in noi produce la sensazione di calore «siano una moltitudine di corpicelli minimi in tal e tal modo figurati, mossi con tanta e tanta velocità» e che il loro contatto con il nostro corpo «sentito da noi, sia l’affezione che noi chiamiamo caldo» (è una ripresa dell’atomismo di Democrito, di Epicuro e di Lucrezio, fumo negli occhi per gli aristotelici e bollati come senza Dio dalla Chiesa). Continua Galileo: «inclino assai a credere che il calore sia di questo genere, e che quelle materie che in noi producono e fanno sentire il caldo, le quali noi chiamiamo con nome generale fuoco, siano una moltitudine di corpicelli minimi, in tal e tal modo figurati, mossi con tanta e tanta velocità; li quali, incontrando il nostro corpo, lo penetrino con la lor somma sottilità, e che il lor toccamento, fatto nel lor passaggio nella nostra sostanza e sentito da noi, sia l’affezzione che noi chiamiamo caldo, grato o molesto secondo la moltitudine e velocità minore o maggiore di essi minimi che ci vanno pungendo e penetrando» (si noti che questa, in certo modo è l’enunciazione della teoria cinetica che inizierà a sviluppare Daniel Bernouilli nella sua Hydrodynamica del 1738 ndr). Allo stesso modo del calore, anche il colore, l’odore, il suono, il sapore devono essere qualità indipendenti dal corpo in sé. Si tratta di nomi che non hanno nulla di oggettivo, di misurabile (nel relegare al rango della soggettività le qualità sensibili suddette, Grassi intravide un attacco al dogma dell’Eucarestia poiché – con Paolo Rossi 2000 –  quando le sostanze del pane e del vino vengono transustanziate  nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo sono in esse presenti anche le apparenze esterne: il colore, l’odore, il gusto). E perché Galileo è entrato in tale discussione ? Ancora per controbattere Grassi che lo controbatteva. Grassi, infatti, gli rinfacciava la concezione aristotelica delle comete. In tale concezione, come accennato, il moto sarebbe la causa dell’incendio delle comete e questo è ancora conseguenza della concezione aristotelica che vorrebbe una freccia lanciata, riscaldarsi lungo il cammino. Galileo contesta ciò con numerosi esempi, introduce il suo termoscopio, rovescia le argomentazioni di Grassi sostenendo che una freccia infuocata, se viene lanciata si spegne e quindi si raffredda, … fino ad arrivare a sostenere che il moto è calore ma in una visione radicalmente differente da chi lo vorrebbe far diventare aristotelico. Galileo è nella condizione di un pugile che ha una mano legata dietro la schiena. Egli può attaccare ma senza far ricorso a Copernico. Può solo demolire quella fisica che Grassi continuava a mantenere nel sistema thyconico, e lo fa in modo splendido continuando a colpire Grassi in ogni suo riferirsi ad Aristotele, in ogni sillogismo utilizzato, in ogni argomentazione portata a sostegno delle sue tesi.

Occorre sbarazzarsi del banale empirismo e non accontentarsi più del buon senso ma di ricercare le spiegazioni non ingenue della natura che ci circonda. Il mondo reale è un insieme di dati quantitativi e misurabili, di spazio e di «corpicelli minimi» che si muovono in esso. E’ proprio dello scienziato il distinguere ciò che nel mondo è obiettivo e reale e ciò che è invece soggettivo e relativo alla percezione dei sensi. E qui Galileo sta dicendo che Grassi sbaglia anche dal punto di vista dell’approccio ai fatti naturali (confonde i dati dei sensi con quelli della realtà) e, nel contempo, dice cose molto compromettenti, sta cioè rivendicando il primato della scienza sulla religione nella spiegazione del mondo. Ma il discorso va avanti ed arriva al passo forse più noto de Il Saggiatore. Vediamo come ci si arriva. 

Galileo, come già detto (e qui torniamo alle prime pagine de Il Saggiatore), attaccava Grassi per la sporca operazione del sostegno al sistema thyconico, mediante le comete, al fine di non cambiare nulla di ciò che interessava: Terra immobile al centro dell’Universo e fisica aristotelica per descrivere il tutto. Galileo aggiunge ora la considerazione che chiamar ora in paragon Ticone, Tolomeo e Copernico, i quali non trattaron mai d’ipotesi attenenti a comete, non … ci abbia luogo opportuno. Inoltre è falso che Grassi abbia seguito Ticone, fuor che le dimostrazioni per ritrovare il luogo della cometa, …; anzi nessuna cosa vi è meno, che simile dimostrazione. Tolga Iddio che il P. Grassi avesse in ciò imitato Ticone, né si fusse accorto, quanto nel modo d’investigar la distanza della cometa per l’osservazioni fatte in due luoghi differenti in Terra, si mostri bisognoso della notizia de’ primi elementi delle matematiche.

           E qui Galileo attacca con durezza per la solita questione che anche oggi ci occupa: chi non conosce la matematica la deve finire di dare giudizi su cose che non è in grado di capire (il problema, anche oggi, non riguarda le capcità dell’intelletto e si risolve studiando, non lanciando anatemi). Inoltre quello che dice il Grassi che nel suo lavoro non vi è altro fuor che le dimostrazioni per ritrovare il luogo della cometa, sia detto con sua pace, non è vero; anzi nessuna cosa vi è meno, che simile dimostrazione. Tolga Iddio che il P. Grassi avesse in ciò imitato Ticone, né si fusse accorto, quanto nel modo d’investigar la distanza della cometa per l’osservazioni fatte in due luoghi differenti in Terra, si mostri bisognoso della notizia de’ primi elementi delle matematiche.

            E quindi  fuor del caso s’introducono Tolomeo e Copernico, de’ quali non si trova che scrivessero mai parola attenente a distanze, grandezze, movimenti e teoriche di comete, delle quali sole, e non d’altro, si è trattato, e con altrettanta occasione vi si potevano accoppiare Sofocle, e Bartolo, o Livio. Parmi, oltre a ciò, di scorgere nel Sarsi ferma credenza, che nel filosofare sia necessario appoggiarsi all’opinioni di qualche celebre autore, sì che la mente nostra, quando non si maritasse col discorso d’un altro, ne dovesse in tutto rimanere sterile ed infeconda; e forse stima che la filosofia sia un libro e una fantasia d’un uomo, come l’Iliade e l’Orlando furioso, libri ne’ quali la meno importante cosa è che quello che vi è scritto sia vero. Signor Grassi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. Ma posto pur anco … che l’intelletto nostro debba farsi mancipio dell’intelletto d’un altr’uomo …  e che nelle contemplazioni de’ moti celesti si debba aderire ad alcuno, io non veggo per qual ragione ei s’elegga Ticone, anteponendolo a Tolomeo e a Nicolò Copernico, de’ quali due abbiamo i sistemi del mondo interi e con sommo artificio costrutti e condotti al fine; cosa ch’io non veggo che Ticone abbia fatta … Essendo, dunque, sicuramente falsi li due sistemi, e nullo quello di Ticone, non dovrebbe il Grassi riprendermi se con Seneca desidero la vera costituzion dell’universo

Insomma Grassi imbroglia tirando in ballo Tolomeo e Copernico su un argomento che non hanno toccato, le comete. E ciò al fine di esaltare Thyco, tirato in ballo per dimostrazioni che non ha mai fornito e con il solito metodo di anteporre la supposta autorità di chi avrebbe detto una certa cosa piuttosto che tentare di dimostrarla. Non c’è niente da fare: per capire una cosa scritta con linguaggio matematico, occorre conoscere la matematica. La natura, pur essendo«sorda e inesorabile ai nostri vani desideri», pur producendo i suoi effetti«in maniere inescogitabili da noi», è scritta in linguaggio matematico (su tale fondamentale concetto, Galileo ritornerà in una lettera a Fortunio Liceti del 1641, un anno prima della sua morte) e per capirla occorre conoscere quel carattere. Inoltre, come dice espressamente Galileo, noi abbiamo l’abitudine di “non affermare per certe se non le cose che noi sappiamo indubitatamente, che così c’insegna la nostra filosofia e le nostre matematiche“. Questo è il criterio di verità di Galileo e non quello dell’alzata di mano attraverso quanti hanno sostenuto quell’ipotesi e meglio se sono famosi. Non si fa un solo passo in avanti se si pretende ogni volta di dover dire tutto, di dover esaurire completamente l’oggetto di studio. Ci si deve concentrare su studi che riguardino certi aspetti, certi fenomeni, il pretendere di avere subito la risposta sul funzionamento dell’Universo è sciocca. Quindi occorrono certe sensate esperienze e certe dimostrazioni per avvicinarsi a comprendere davvero il mondo circostante passo a passo. Il resto è metafisica. In definitiva il problema che si pone è questo: il sistema di Copernico non va bene perché lo dice la Chiesa; quello di Tolomeo è sbagliato per varie dimostrazioni che lo riguardano; quello di Thyco ha i gravi difetti che si vanno denunciando … Siamo fermi aspettando cosa fare.

           Su questi aspetti del pensiero di Galileo occorre dire qualcosa di più perché sono alla base di quello che è noto come il metodo sperimentale di Galileo. Iniziamo con il vedere (e vi ritornerò) cosa pensa  Galileo dell’esperimento leggendo da Il Saggiatore:

Tra le sicure maniere per conseguire verità è l’anteporre l’esperienza a qualunque discorso, essendo noi sicuri che in esso almanco copertamente, sarà contenuta la fallacia, non sendo possibile che una sensata esperienza sia contraria al vero.

            Questo breve periodo ci offre la possibilità di capire come l’esperienza sia legata al pregiudizio, alla matematica ed al “discorso” che da essa si può ricavare.

            Non vi è alcun dubbio che il mero empirismo non può che dare risultati nulli. Nessuno scienziato, né di ieri né di oggi, si è mai avvicinato alla sperimentazione senza il “pregiudizio”, senza cioè possedere una teoria a priori. E Galileo è uno scienziato. Perché stupirsi del fatto che egli aveva già una teoria di quello che voleva trovare ? Si rifletta un momento, si faccia entrare un bravo studente del 1° anno di fisica in un laboratorio, ad esempio di basse temperature. Egli ha tutta la strumentazione a sua disposizione, cosa può ricavarne ? Nulla, ve lo assicuro, assolutamente nulla! È lo stesso esperimento che va progettato in funzione della teoria a priori. L’esperienza pregalileiana era altra cosa: la teoria a priori che discendeva da osservazioni offerteci dal mondo naturale, senza riproduzione e ripetizione in laboratorio e, soprattutto, senza quella sensazionale scoperta di Galileo (della quale nessuno parla) della separazione delle variabili. Non è cosa da poco: ciò che ci offre la natura è un misto di vari fenomeni, eventi, moti, .. . Come distinguere, venirne a capo ? Isolando ciò che ci interessa. Tra i tanti parametri suscettibili di variazione, scegliere i “due” che si vogliono studiare; sterilizzando il fenomeno da studiare; semplificando il problema mediante astrazioni; riconducendo il fatto reale ad un fatto teorico. Questo procedimento assume un tal rilievo che lo stesso Newton seguirà pedissequamente la strada tracciata da Galileo: solo con i lavori dei fisici-matematici francesi della seconda metà del ‘700 (Lagrange, D’Alembert, Laplace, . . .) si riuscirà a formalizzare l’astrazione vincolare, d’attrito (Coulomb), ed altro realizzata da Galileo.

            E poi, basta una sola osservazione di laboratorio ? Occorre farne molte, perché una sola può essere proprio quella osservazione che, oggi diremmo, sta nelle code della gaussiana. Come confrontare i risultati delle diverse esperienze ? Non lo si può fare se non si ha una redazione precisa di ognuna; e per far ciò occorre passare dal qualitativo aristotelico al quantitativo. E per far ciò è necessaria la matematica poiché, come dice Galileo l’universo è scritto in lingua matematica.

            Quindi: dopo il fatto naturale osservato empiricamente, occorre prima la chiara coscienza di ciò che si vuole trovare, una teoria a priori che si fondi sulla matematica e che parta dai presupposti più semplici; poi esperienza, ancora con il sostegno della matematica per la redazione dei risultati e per il loro confronto; quindi dallo studio di casi particolari alla formulazione di leggi che abbiano carattere più generale. Nel far questo è di potente ausilio il processo di astrazione che permette da una parte di superare l’empirismo ingenuo e, dall’altra, mediante il processo di separazione delle variabili, di cogliere l’essenza del fenomeno (si trascuri la resistenza dell’aria, si trascurino gli attriti, supponiamo un filo privo di massa, . . . ). Se tutto questo pare poco, lo stesso Galileo afferma la provvisorietà di ogni risultato e propone un modo per controllarlo iteratamente che è stato ripreso da Popper (il criterio di falsificabilità).

Il Papa Urbano VIII fu entusiasta de Il Saggiatore (che si faceva leggere durante i pasti) e ricevette Galileo in Vaticano per ben sei volte in sei settimane, nel 1624. Nell’occasione lo incoraggiò a scrivere ancora confrontando i vari sistemi astronomici, incluso quello copernicano ma con la condizione, per quest’ultimo, che si parlasse solo in ipotesi, come se fosse una elaborazione matematica che, in quanto tale, non aveva nulla a che fare con la verità(39)

Nei giorni romani il nipote del Papa, il cardinale Francesco Barberini (fatto socio onorariuo dell’Accademia dei Lincei), ricevette Galileo mostrandogli stima. Lo scienziato pisano ebbe altri entusiasti riconoscimenti quando consegnò l’ultima sua creazione (1624), il microscopio, al cardinale Zoller perché lo portasse al Duca di Baviera(40). Infine Urbano VIII (che nel 1626 libererà dal carcere Tommaso Campanella) assunse in Vaticano diversi membri dell’Accademia dei Lincei (tra i quali accademici vi era anche Galileo) ed in particolare l’accademico Giovanni Ciampoli, grande amico di Galileo, fu nominato segretario particolare per la corrispondenza del Papa. Sembrava proprio che il clima fosse cambiato e Galileo si sentì incoraggiato ad andare avanti con i suoi lavori. Iniziò così la lavorazione della sua opera principale, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano.

I PRELIMINARI DE “IL DIALOGO

Nell’anno 1624 Galileo fece un’altra operazione, scrisse una lettera di Risposta a Francesco Ingoli, un accanito aristotelico, giurista di Ravenna e segretario della Congregazione di Propaganda Fide, che tempo addietro (1616) aveva sostenuto tesi contro Copernico nel suo opuscolo De situ et quiete Terrae contra Copernici systema disputatio. Il fine non era certo quello di convincere il personaggio ma quello di far conoscere in modo indiretto al Papa i contenuti del libro che si apprestava a scrivere. Galileo rispose a tutte le obiezioni che Ingoli aveva fatto sul moto della Terra ed aggiunse anche che il decreto del 1616 era dettato non da argomenti anticopernicani (molto deboli) ma da questioni teologiche. Anche in questa Risposta Galileo non tralascia le questioni relative al metodo di ricerca che deve patrire da ragionamenti rigorosamente corretti ed arrivare a qualche conclusione attraverso esperienze realmente eseguite. E qui la polemica è dura contro l’abitudine degli aristotelici di appellarsi ad esperienze mai eseguite o osservate (una di queste esperienze mai fatte ma sempre citate è quella della caduta di un sasso dall’alto dell’albero di una nave che gli aristotelici affermavano di aver fatta e di averne osservate le conclusioni). Fu Ciampoli a far leggere al Papa questa Risposta all’Ingoli. E la risposta piacque. Fu così che Galileo si sentì particolarmente motivato e quasi incoraggiato a scrivere il Dialogo(41). In questa risposta Galileo non disse nulla per sostenere il sistema copernicano ma operò con sottigliezza, demolendo ogni argomentazione a favore dell’immobilità della Terra. Solo in qualche punto emergevano le sue posizioni di fondo, come quando diceva se luogo alcuno nel mondo può chiamarsi suo centro, questo è il centro delle celesti conversioni; ed in questo è noto a ciascheduno che intende queste materie ritrovarsi il Sole e non la Terra e quando, in modo più pericoloso e riferendosi al decreto del 1616, diceva: La natura, Signor mio, si burla delle costituzioni e decreti dei principi, degli imperatori e dei monarchi, a richiesta dei quali non muterebbe un iota delle leggi e statuti suoi che è come dire che non ci sono decreti che tengano. 

Come già detto, a parte piccole osservazioni, la Risposta piacque al Papa e sembrò così a Galileo che potesse avviarsi alla redazione del Dialogo che gli richiese intorno ai cinque anni di lavoro, dal 1624 agli inizi del 1630. Vi furono poi tutti i passi da fare per la pubblicazione e solo nel 1631 si avviò il lungo iter previsto.L’autorizzazione spettava al Maestro del Sacro Palazzo a Roma, l’erudito Niccolò Riccardi (detto Padre Mostro per la sua cultura e perché per la sua pinguedine era un poco fisicamente repellente), che a maggio scrisse all’Inquisitore di Firenze dettandogli le regole a cui doveva sottostare il manoscritto per poter essere stampato. Intanto, e questa sembra sia stata una richiesta dello stesso Papa, il titolo e soggetto non si proponga del flusso e reflusso delle maree. La seconda richiedeva che Galileo poteva parlare solo di matematica considerazione della posizione copernicana intorno al moto della Terra senza mai sostenere la verità assoluta di tale moto. A queste condizioni fu concesso l’imprimatur. Galileo si mise all’opera per le correzioni e poi portare tutto personalmente a Roma ed avere l’imprimatur definitivo (osservo che se un’opera nasce con un titolo e lo si deve cambiare alla fine, correggere diventa complicato con il rischio di avere un prodotto non proprio coerente). Un impedimento creò problemi: scoppiò la peste, quella raccontata dal Manzoni. Non ci si poteva muovere liberamente e Galileo restò bloccato a Firenze. Da Roma si ottenne il permesso di far fare la revisione del manoscritto da un consultore dell’Inquisizione, il domenicano Giacinto Stefani. La revisione, molto blanda, fu fatta e, anche se Padre Mostro non si fidava, l’imprimatur definitivo arrivò, il 24 maggio 1631, dall’Inquisitore generale di Firenze, Clemente Egidi, su licenza di Padre Mostro. Solo il Proemio e la Chiusa sarebbero stati concordati tra Galileo e censore. Il libro andò quindi alle stampe e fu pronto il 21 febbraio del 1632(42).

L’ opera è scritta sotto forma di dialogo tra tre personaggi in differenti giornate. Questa idea era già stata utilizzata da Giordano Bruno nella Cena delle Ceneri ed anche la tipologia dei personaggi si somiglia. In Bruno vi sono Smitho (un amico di Bruno, educato alla filosofia aristotelica ma aperto al nuovo), Teofilo (lo stesso Bruno, colui che è portatore del nuovo) e Prudenzio (il pedante sostenitore della tradizione); in Galileo i suddetti ruoli sono rispettivamente di Sagredo, Salviati e Simplicio.

Prima di entrare a raccontare il contenuto del Dialogo, conviene raccontare in breve quali furono le reazioni immediate dell’autorità ecclesiastica e particolarmente del Papa che, appena letta l’opera si infuriò mettendo insieme varie accuse tramite una Commissione di Teologi che sentenziò (agosto 1632):

6. Nel libro poi ci sono da considerare, come per corpo di delitto, le cose seguenti 

1. Aver posto l’imprimatur di Roma senz’ordine, e senza participar la publicazione con chi si dice aver sottoscritto.

2. Aver posto la prefazione [nella quale due concetti vengono detti esplicitamente: che si promulgò a gli anni passati in Roma un salutifero editto, che … imponeva opportuno silenzio all’opinione Pittagorica della mobilità della Terra e che egli espone le teorie copernicane in pura ipotesi matematica, ndr] con carattere distinto, e resala inutile come alienata dal corpo dell’opera, et aver posto la medicina del fine in bocca di un sciocco, et in parte che né anche si trova se non con difficoltà, approvata poi dall’altro interlocutore freddamente, e con accennar solamente e non distinguer il bene che mostra dire di mala voglia [riguardo al Proemio è da osservare che è ora la Chiesa a reclamare una colpa ad una introduzione, ribaltando quanto essa stessa aveva sornionamente accettato con quella di Osiander all’opera di Copernico, ndr].

3. Mancarsi nell’opera molte volte e recedere dall’hipotesi, o asserendo assolutamente la mobilità della terra e stabilità del sole, o qualificando gli argomenti su che la fonda per dimostrativi e necessarii, o trattando la parte negativa per impossibile.

4. Tratta la cosa come non decisa, e come che si aspetti e non si presupponga la definizione.

5. Lo strapazzo de gl’autori contrarii e di chi più si serve Santa Chiesa.

6. Asserirsi e dichiararsi male qualche uguaglianza, nel comprendere le cose geometriche, tra l’intelletto umano e divino.

7. Dar per argomento di verità che passino i tolemaici ai copernicani, e non e contra.

8. Haver mal ridotto l’esistente flusso e reflusso del mare nella stabilità del sole e mobilità della terra, non esistenti. Tutte le quali cose si potrebbono emendare, se si giudicasse esser qualche utilità nel libro, del quale gli si dovesse far questa grazia.

Tutte le quali cose si potrebbono emendare, se si giudicasse esser qualche utilità nel libro, del quale gli si dovesse far questa grazia

9- L’autore hebbe precetto del 1616 dal Sant’ Offizio ut supradictam opinionem, quod sol sii centrum mundi et terra moveatur, omnino relinquat, nec cam de caetero, quovis modo, teneat, doceat aut defendat, verbo aut scrìptis; alias, cantra ipsum procedetur in Sancto Officio. Cui praecepto acquievit et parere prontisti [sottolineatura mia].

In definitiva, si può riassumere il tutto nelle seguenti tre accuse principali:

– non aver dato il copernicanesimo come pura ipotesi matematica, ma averlo sostenuto come verità; 

– l’aver ridicolizzato le posizioni di chi difendeva il sistema tolemaico pur mostrando aperture (lo stesso Papa!) mettendole in bocca a un cretino come Simplicio. E questo soprattutto   nella Chiusa(43) dove si doveva dire che il tutto era ipotetico, che passa inosservata perché messa in bocca a Simplicio e dove viene resa banale la tesi che il Papa aveva sostenuto al proprio Galileo, quella secondo cui Dio, nella sua infinita potenza, era in grado di far sì che i fenomeni osservabili potessero essere provocati in una infinità di maniere diverse tra loro. Con tali premesse, osservare i fenomeni non avrebbe mai potuto portare gli uomini alla verità. Inoltre, la frase di Salviati che segue sa di una grande forzatura: definire “mirabile dottrina” quella di uno che è stato maltrattato per tutta l’opera è posticcio;

– aver usato alcune furbizie tipografiche tra le quali, oltre alla citata, (e la cosa non poteva esserci nei capi d’accusa ufficiali) il fatto che nel frontespizio del Dialogo vi fosse il logo dello stampatore costituito da tre delfini che si rincorrono a cerchio (nella lettera di Padre Mostro all’Inquisitore di Firenze, Clemente Egidi, per bloccare la diffusione del Dialogo, seguiva un poscritto che chiedeva se l’impresa dei tre pesci è dello stampatore o del S.r Galilei).

            Ora il Papa aveva tre nipoti (all’epoca anche i figli dei Papi assumevano il ruolo di nipoti) che amava molto ed ai quali faceva molti favori esercitando un nepotismo sfrenato. Il fatto che qualcuno potesse ironizzare lo fece infuriare (d’altra parte girava già la maldicenza sulle tre api che comparivano nello stemma dei Barberini: prima di diventare api erano stati dei tafani). Discrete indagini a Firenze stabilirono che la cosa era del tutto casuale (in ogni caso Urbano VIII ebbe a dire che il Dialogo era più esecrando e pernicioso alla Santa Chiesa che le scritture di Lutero e Calvino).

C’è da dire che in massima parte fu la peste che vi pose lo zampino ma che vi fu anche negligenza da parte di coloro che dovevano controllare e a Roma e a Firenze (e si trattava di teologi e studiosi che godevano della fiducia del Papa!). La Chiusa sembra non sia stata neppure letta da Padre Mostro ed invece lo doveva fare. La cosa sarebbe stata di facile correzione per Galileo: mettere in bocca quelle poche cose magari a Sagredo avrebbero risolto molto. Il Proemio sarebbe stato facilmente riportabile ad uguale carattere. Credo che a Roma si fosse soprattutto preoccupati per le apparenze che erano quelle dette.

Il fatto che, nel corso delle conversazioni tra i tre personaggi, siano state riportate per bocca di Simplicio le obiezioni che lo stesso Papa aveva fatto a Galileo negli incontri del 1624 mi sembra peregrino. Non era il solo Papa che faceva esattamente le stesse obiezioni. Esse erano comuni a tutti gli aristotelici, compreso il Galileo precopernicano. E quest’ultimo, a me pare, deve essere stato il massimo serbatoio delle obiezioni che Galileo fa fare a Simplicio (per altri versi modellato, nel bene, all’amico Cremonini e, per il resto, a quel cialtrone di Lodovico delle Colombe, della lega del pippione).

Da ultimo è da notare che l’aver scritto il Dialogo in volgare lo rendeva ancora più pericoloso per il molto maggior numero di persone che sarebbe venuto a conoscenza dei suoi contenuti.

Passo ora al contenuto del Dialogo ma non nella sua descrizione puntuale (si dovrebbe scendere in dettagli tecnici complessi che richiederebbero moltissimo spazio). Cercherò solo di riassumere l’enorme mole di novità che esso comportava e di cogliere gli aspetti che ritengo rilevanti.

IL DIALOGO

Ho già detto che l’argomento principe che Galileo voleva trattare era quello delle maree ma, come vedremo, le cose cambieranno a seguito degli interventi di Roma. Esse saranno trattate nella quarta ed ultima giornata di conversazioni tra i tre personaggi ed assumerà un aspetto marginale nell’economia dell’opera(44). Vi sono alcune cose che sono invece centrali, più della cosmologia che non ha qui ampio spazio. 

Galileo sa che il sistema copernicano non si si riesce a mostrare in modo semplice agli osservatori ingenui per il semplice fatto che, osservando dalla Terra, sembra proprio che la Terra sia immobile e che il Sole le giri intorno. E’ la classica cosa contraria al senso comune e, detto di passaggio, la scienza ha sempre fatto passi importanti quando è riuscita a superare l’empirismo ingenuo, il senso comune, per sottoporre i fatti circostanti a trattamento teorico. Far vedere in qualche modo che i ruoli di Sole e Terra sono invertiti è il fine principale di Galileo. A questo se ne associa subito un altro: controbattere tutte le argomentazioni che dicono essere impossibile che la Terra si muova. Di passaggio, e non è una sciocchezza, si tratta di fornire dei contenuti alla spiegazione di tutti quei fenomeni naturali che osserviamo sulla Terra e che con la fisica di Aristotele trovavano una loro logica sistemazione. Ammettere infatti il moto della Terra in un universo aristotelico comportava degli sconquassi enormi. Solo alcuni: la Terra materiale si infila a enorme velocità in un mondo etereo attraverso sfere cristalline che devono andare in frantumi. Quale motore è in grado di muovere la Terra ? e cosa regge sospesa nello spazio Terra ed altro, dal momento che le sfere sono andate in frantumi ? ed un oggetto perché dovrebbe cadere per terra ? quel luogo non è più naturale, non è più il luogo più in basso. Ed una Terra in moto non dovrebbe vedere tutti gli oggetti che si trovano su di essa e non ancorati, andarsene in volo scagliati via nel verso contrario a quello del moto della Terra ? Eccetera, eccetera, eccetera.

L’impresa è ardua e mai nessuno, nella storia dell’umanità a noi nota, ha dovuto affrontare simultaneamente, accordando il tutto, questa mole di problemi per costruire un mondo radicalmente diverso da quello di partenza (Descartes, nonostante Koyré, più oltre si diletterà in questioni metafisiche). E, per di più, con l’handicap di una Chiesa che non gradiva l’operazione e che aveva il potere, se si varcavano certe prescrizioni, di accompagnarti fino al rogo.

La prima questione porta Galileo ad un successo di enorme importanza. Sul cammino aperto in particolare da Giordano Bruno egli stabilisce la relatività del moto rispetto all’osservatore. La questione dell’impossibilità del moto della Terra a seguito di oggetti non ancorati ad essa che sarebbero scagliati nello spazio lo porta a stabilire il principio d’inerzia. Con relatività ed inerzia diventa tutto chiaro. A queste due fondamentali scoperte si deve aggiungere la gran mole di risultati in fisica e particolarmente nel moto (cinematica).

Iniziamo con il capire cosa vuol dire la relatività del moto per la plausibilità del sistema copernicano.

Ho più volte ripetuto che, osservando dalla Terra, è il Sole che ci appare in moto. Come rendere plausibile che sia la Terra in moto intorno al Sole immobile ? Si tratta di far comprendere che il moto è percepito in modo differente a seconda da dove si osservi. Quiete e movimento a velocità costante (moto uniforme) si equivalgono come nostra percezione. Non vi sono esperienze che ci permettano di distinguere un sistema che sia immobile da uno che sia in moto uniforme quando tali esperienze risultino realizzate su tali sistemi. Il fatto è che i risultati di esperienze discendono da una data fisica. Allora si può dire che la fisica all’interno di un sistema in quiete è la stessa di quella all’interno di un sistema in moto uniforme. Gli esempi provengono dalla vita marinara, come i due che seguono, forniti da Bruno: se due navi sono ancorate in mare di notte, se il mare è in completa bonaccia e le lanterne sono accese, all’allontanarsi di una nave dall’altra, non siamo in grado di capire quale delle due sia in moto, se quella dove ci troviamo ad osservare o l’altra. Il moto lo si percepisce solo quando vi sono cambiamenti di direzione o di velocità (quando, come diremmo oggi, sorgono accelerazioni); quando due navi si incrociano navigando parallele in versi opposti, non si sa mai con certezza quale delle due sia in moto. Nel primo degli esempi è stato necessario immaginare una situazione notturna, per evitare di vedere la riva che ci avrebbe permesso di capire di più. Galileo fa un altro esempio di grande bellezza ed efficacia, un vero pezzo di grande letteratura. Per decidere se una nave è o no in moto stando sulla nave e senza potersi riferire a null’altro che alla nave stessa, Galileo immagina di stare in una stiva profonda dalla quale non si vede null’altro che ciò che si trova nella stiva. E lì vi siano uccelli ed insetti che volano, pesci che nuotano in dei barili, acqua che cada da un recipiente in una bocca di altro recipiente posto più in basso, … Ebbene il moto degli uccelli, degli insetti, dei pesci e dell’acqua che cade sarà sempre il medesimo sia che la nave stia ferma o che cammini di moto uniforme (pur che il moto sia uniforme e non fluttuante in qua e in là, voi non riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti, né da alcuno di quelli porrete comprendere se la nave cammina o pure sta ferma). Quando la nave rallenta o accelera o quando cambia direzione vi sono deviazioni anche forti di quanto osservavamo nelle condizioni precedenti(45). Queste cose, in linguaggio moderno si possono enunciare così: i fenomeni meccanici nell’interno d’un sistema avvengono nell’identico modo, sia che il sistema stia fermo, sia che si muova di moto rettilineo uniforme; oppure che i fenomeni meccanici avvengono allo stesso modo in due sistemi animati di moto rettilineo uniforme, uno rispetto all’altro. Analiticamente si passa dalle leggi espresse in un sistema, alle leggi espresse in un altro, applicando delle formule chiamate trasformazioni di Galileo. Il principio di relatività afferma quindi che le leggi della meccanica restano invariate rispetto ad una trasformazione di Galileo.

Prima di proseguire è doveroso tornare un poco indietro, ad alcune elaborazioni di Giordano Bruno. Come detto le esemplificazioni fatte con navi erano comuni in quell’epoca e molti le avevano fatte. La difficoltà che si aveva era quella dell’insorgere, come diremmo oggi, di strane forze nelle variazioni di velocità della nave (accelerazioni positive o negative) e nei cambiamenti di direzione della medesima. Queste forze impedivano di formulare appieno la realizzabilità di esperienze su di una nave immobile o in moto, come equivalente. Fu Bruno, come ho già detto parlando del grande nolano, che per primo disse quelle poche cose che servivano e cioè che per l’equivalenza suddetta, serviva che la nave, come diremmo oggi, si muovesse di moto rettilineo uniforme. Il brano di Bruno al quale mi riferisco e già citato, è nella Cena delle ceneri (1584) e non vi è dubbio che Galileo lo conoscesse. Questo brano, ricordo, si chiude con la frase muovasi quantosivoglia la nave, pur che non faccia degl’inchini». E quel pur che non faccia gl’inchini è la piccola frase che mancava e che Galileo traduce più compiutamente in pur che il moto sia uniforme e non fluttuante in qua e in là.

Quanto stabilito con il principio di relatività ha un’importanza che va anche al di là dello scopo annunciato. Si demolisce un pilastro della fisica aristotelica che stabiliva un legame necessario fra il movimento e l’essenza dei corpi. In quella fisica si avevano dei corpi necessariamente mobili e dei corpi necessariamente  immobili, si poteva anche spiegare perché non tutte le forme del movimento convenissero a tutti i corpi. In Aristotele un corpo si trovava in un dato luogo perché quello era il suo luogo. Ora Galileo stabilisce che quiete e movimento si equivalgono senza peraltro poter decidere a priori quale oggetto si muove e quale no.

           Tornando alla nave, e se ci troviamo sulla coperta quando essa è in moto uniforme, i fenomeni si producono come quando la nave è ferma in porto ? Si, risponde Galileo. E racconta di salti fatti nella direzione del moto o contro di essa che non sono influenzati dal moto medesimo. Parla della caduta di masse dall’alto di un pennone che seguono medesime traiettorie … E risponde alle solite obiezioni (che si hanno anche oggi) di impedimento dell’aria affermando che non ci si deve riferire ad un oggetto cadente che sia materia leggiera, come una penna o un fiocco di lana ma ad una pietra. In tal caso si scopre che la deviazione dovuta all’aria è minima. E ciò, in senso più lato, vuol dire che l’effetto si annullerebbe al crescere della massa della pietra(46)

E qui viene fuori l’altro grande problema che è quello dellinerziaSi tratta di rispondere alle obiezioni sul moto della Terra. Se la Terra ruotasse, ad esempio, su se stessa (e ciò sarebbe necessario nell’ipotesi copernicana) dovremmo assistere, come già detto, a strani fenomeni: di oggetti scagliati dalla superficie terrestre a seguito del suo moto; di nubi muoventesi sempre in verso contrario a quello del moto della Terra; di sassi che lasciati cadere da una torre sperimenterebbero una evidente deviazione dalla verticale; di uccelli che lasciato l’albero per prendere un verme si vedrebbero sparire l’albero in un moto velocissimo; di gittate di cannoni maggiori verso Occidente che verso Oriente. Galileo risponde a tutto ciò affermando che tutte le cose che stanno sulla Terra ed hanno attinenza con la Terra si muovono con essa. Gli esempi, anche qui, sono tratti da fenomeni che si sperimentano su navi e sono proprio quelli ora visti: se dall’alto del pennone di una nave lasciamo cadere un oggetto questo cade ai piedi del pennone (tale esempio era già stato fatto da Bruno); tutta l’aria che sta sulla nave è trasportata da essa come abbiamo visto per la stiva del naviglio ed abbiamo intuito per la coperta di esso. Si potrà notare che relatività ed inerzia si affermano insieme come un tutt’uno indispensabile ed estremamente efficace(47).

Ma qui si discute di un argomento insidioso per Galileo che gli viene proposto da Simplicio proprio per mostrare l’insostenibilità del copernicanesimo. Se la Terra è in moto, lasciando cadere una pietra dall’albero di una nave in moto, deve accadere che, mentre la pietra segue la sua traiettoria per raggiungere la coperta della nave, la nave stessa si è spostata, di modo che tale pietra deve cadere più indietro rispetto al piede dell’albero della nave. Se si riesce a demolire questa argomentazione si è a buon punto nel sostenere la tesi copernicana (tra l’altro è per questo che, in relazione a Galileo, si sente sempre parlare di esperimenti di oggetti in caduta da torri varie). E’ questo un esempio in cui si mostra che a Galileo serve la nuova fisica. L’interpretazione dell’esperienza fatta da un aristotelico dà ragione ad Aristotele. Ma se si afferma che la pietra che viene lasciata cadere è dotata di due movimenti, quello della nave e quello di caduta, allora la cosa si spiega con Copernico. La pietra che si trova sull’albero ha la stessa velocità dell’albero. Quando viene lasciata cadere lo fa mantenendo tale velocità e componendo il moto di caduta con tale velocità cosicché, alla fine, l’esperienza … mostrerà che la pietra casca sempre nel medesimo luogo della nave, stia ella ferma o muovasi con qualsivoglia velocità. Onde, per esser la medesima ragione della Terra che della nave, dal cader la pietra sempre a perpendicolo al pié della torre non si può inferir nulla del moto o della quiete della Terra. E la cosa verrà sostenuta, più oltre, con un’altra semplice ma efficace argomentazione: se si corre con un cavallo avendo una palla in mano, che velocità ha quella palla ? e se la si lascia cadere in terra, resta nel luogo dove ha toccato terra o segue il moto del cavallo ? Naturalmente queste sono domande che prefigurano tutta la relatività classica che Galileo tratterà con maggiori dettagli nella sua ultima opera, i Discorsi. Galileo segue comunque incalzando Simplicio spostando apparentemente il discorso sul moto di una palla immobile o in moto su una superficie che pian piano va inclinandosi. Il problema è in realtà sempre lo stesso, il moto di un grave ed ora si introducono i piani inclinati che saranno studiati più a fondo nei Discorsi. Qual è la velocità della palla ? che accelerazione ha ? che influenza ha la lunghezza del piano inclinato declive ? e quella dell’inclinazione ? e se alla fine del primo piano inclinato ne disponiamo uno con opposta inclinazione (acclive), cosa farà la palla ? salirà ma fin dove ? eccetera … con domande continue a Simplicio che sono in realtà le domande che lo scienziato fa ai fenomeni, domande le cui risposte vengono dall’esperienza e non dall’autorità di qualcuno. Per realizzare tali esperienze in una situazione in cui la misura del tempo era molto precaria e la caduta di un oggetto avviene appunto in tempi brevissimi, Galileo dà mostra di tutto il suo talento “rallentando” il moto di caduta. Come è possibile ciò ? Attraverso l’introduzione di piani (poco) inclinati su cui era realizzata una sottile scanalatura lungo cui si facevano rotolare delle sferette di varie masse. Ad ogni data distanza un campanellino urtato dalla sferetta in caduta dava il tempo. È l’esempio del “metodo” di Galileo: l’esperienza è ideata come appropriata domanda posta al termine di un processo deduttivo, il quale prende le mosse da determinate ipotesi di significato più generale. Ma le domande proseguono e si arriva a quella che porta ad una completa formulazione del principio d’inerzia: e se alla fine del piano declive abbiamo un piano né acclive né declive ed interminato che accade ? Beh, Simplicio è portato a rispondere che il moto in esso sarebbe parimente senza termine. Sempreché, come chiosa Salviati, si rimuovano tutti gli impedimenti accidentarii ed esterni. Ma l’interrogatorio si fa sempre più stringente e Simplicio deve ammettere varie cose: che questo moto non ha cause, che riguarda anche il moto su circonferenze, anche della nave sul mare, anche quella pietra che sta sull’albero della nave. Alla fine Salviati dice: insomma, voi stesso avete ammesso tutte queste cose, ricavatene quindi le conseguenze! Ma Simplicio non le ricava ed anzi fa un’osservazione molto acuta: egli dice che non vede quella velocità orizzontale nella pietra (ed ha ragione). E qui Galileo risponde che occorre rinunciare al buon senso ed ai dati empirici. Il problema non è infatti quello di fare l’esperimento dell’albero della nave che tutti sappiamo come va ma quello di inserire tale esperimento in una classe di esperimenti che non sono in grado di farci capire la condizione di moto o di quiete della Terra. Ma qui vi è un dialogo molto gustoso che mostra l’abilità di Galileo nel portare all’assurdo le argomentazioni del contendente. Si parla del lancio di un sasso. Simplico dice, in pieno accordo con Aristotele, che il sasso può marciare perché c’è l’aria mossa dal braccio che si richiude dietro il sasso stesso e gli fa da motore. Se non ci fosse l’aria il sasso cadrebbe ai piedi del lanciatore. Salviati gli fa una serie di domande che, come nel caso precedente, spiazzano il povero Simplicio: l’aria è un impedimento al moto come abbiamo detto nel caso della pietra sull’albero della nave; maggiore è la massa della pietra e meno si sente quest’impedimento; si sentirebbe molto se avessimo a che fare con una palla di sughero o di bambagia; ritorniamo ora al lancio del sasso sostituendo quest’ultimo con la bambagia, quale dei due oggetti si moverebbe con più velocità e in maggior lontananza ? Simplicio è deciso: ma il sasso, poiché la bambagia mi cadrebbe ai piedi ! E Salviati può ridicolizzare ancora il povero aristotelico: ma se quel che muove il proietto, doppo l’esser lasciato dalla mano, non è altro che l’aria mossa dal braccio, e l’aria mossa più facilmente spigne le materie leggiere che le gravi, come dunque il proietto di bambagia non va più lontano e più veloce di quel di pietra ?  E qui il discorso si sposta ai pendoli e poi alle frecce e poi … Insomma vi è modo di attraversare tutte le concezioni aristoteliche per demolirle via via. In definitiva proprio l’inconciliabilità tra l’ammissione di una Terra ruotante su se stessa (con tutte le conseguenze che comportava) e la meccanica dell’impulso, che Galileo aveva sviluppato nel De motu, convinse il nostro ad abbandonarla per svilupparne una nuova (in cui, tra l’altro, si sgancia il moto dalla natura del corpo che si muove, come nella fisica di Aristotele, per rendere il corpo del tutto indifferente al moto medesimo tanto che, per un corpo, moto uniforme e quiete si equivalgono. E da ciò segue che un corpo può essere soggetto a più moti contemporaneamente che possono essere studiati separatamente come nella composizione dei movimenti).

Ed è ancora il metodo della composizione dei movimenti che viene applicato ai proiettili in moto (la cosa, sarà perfezionata nei Discorsi). Anche qui la discussione porta Galileo a spiegare con la composizione dei movimenti (discussa per proiettili con traiettorie qualunque) la non deviazione della ricaduta di un proiettile sul punto da cui è partito, nel caso di sparo verso l’alto e perpendicolare al suolo. Sagredo commenta che questa ricaduta si ha anche ammettendo la Terra immobile. E questo fa capire che la sola esperienza, molto spesso, non è in grado di dire nulla se non la intersechiamo con la teoria, con la successiva elaborazione teorica, con gli sviluppi matematici. Ma questo principio che si può definire di nullità di ogni esperienza, è applicabile al ragionamento di Galileo, allo stesso modo che a quello di Aristotele. E questo in realtà era il vero fine di Galileo che in più ha da proporre un metodo che rende le esperienze più fidabili perché basate sull’apparato teorico di cui prima e non sull’autorità di testi autorevoli.

Mi sono dilungato un poco su questo per far vedere come, da uno stesso fatto siano possibili conclusioni differenti, a patto di disporre di ipotesi aggiuntive e di una teoria complessiva che comprenda quel fatto. Non sarà sfuggito che queste argomentazioni hanno il senso del rivolgere completamente ogni conoscenza preesistente. Quella cosa che dicevamo a proposito del moto da assegnare a determinati oggetti e non ad altri e quei luoghi privilegiati rispetto ad altri, sembrano ora svanire nel nulla. Si prefigura uno spazio moderno senza luoghi privilegiati e completamente geometrizzato, anche se non nel senso euclideo, con molte rotture rispetto al passato ma con ancora un indulgere a circonferenze e moti circolari dai quali non riesce quasi a staccarsi. Non siamo certo alla metafisica dello spazio assoluto di Newton ma certamente abbiamo liberato lo spazio ed il tempo da ogni costrizione metafisica.

             Nel portare avanti queste argomentazioni principali, Galileo passa attraverso ogni obiezione possibile e nelle successive spiegazioni continua a demolire la fisica di Aristotele introducendo una gran mole di elementi di una nuova fisica. Nel far questo, nel discutere di moto, di velocità, di accelerazioni, di caduta di gravi, di attriti, resistenze dell’aria, … Galileo fornisce varie esemplificazioni del suo metodo. Egli afferma di avere una teoria a priori che gli è nata da osservazioni empiriche  ma che ha ritenuta o meno vera solo dopo averla sottoposta ad esperienza e averla formalizzata. Qui vi è proprio la concezione epistemologica di Galileo, che Popper riprende di sana pianta [l’esperimento è il banco di prova di una teoria e nel Dialogo Galileo ha modo di sottolinearlo con molta chiarezza: “. . . benissimo intendo che una sola esperienza o concludente dimostrazione che si avesse in contrario, basta a battere in terra questi ed altri centomila argomenti probabili”]. A sostegno di una teoria si possono inventare ed eseguire quante esperienze vengono in mente. E spesso le esperienze sono mentali (Io senza esperienza son sicuro che l’effetto seguirà come vi dico, perché così è necessario che segua, lasciando ad altri il compito di verificare visto che il metodo ora esiste e, in questo caso, ribattendo a chi – Simplicio – parlava di aver letto di centinaia di esperienze in proposito che mostravano il contrario) o solo lette da scritti spesso non citabili (di Bruno, ad esempio). Finché le esperienze sono in accordo con la teoria a priori non potremo dire che la teoria è vera ma solo che è sempre più probabile. Basta infatti una sola esperienza che contraddica quanto teorizzato per doverlo scartare completamente. Inoltre è indispensabile passare attraverso la misura che è inseparabile dall’esperienza. E la misura è elemento che va formalizzato. Dalla formalizzazione possono nascere elaborazioni teoriche che ci portano a inventare o scoprire nuove proprietà, non previste da una osservazione solo empirica. Quanto detto si usa riassumere nell’osservazione non ingenua della natura e nella necessità di sottoporre a trattamento teorico i risultati sperimentali.

Ma sulla matematica e sul suo metodo Galileo sa che occorre insistere (come lo so io da moltissimo tempo tanto che mi vado convincendo che io posso pure spiegar loro pur non potendo comprendere per loro). Il fatto è che allora come oggi non è scomparso il vezzo del filosofo che vuole mettere il cappello dovunque, anche sulle sabbie mobili e su terreni minati che non conosce perché non li può conoscere. Non vi sono ragionamenti che si incartino tra loro per spiegarci la natura, i fenomeni. Se non vi è poi un riscontro con quel metodo che garantisce, almeno, che una conoscenza non sia del tutto campata in aria. Oppure si dica quando la filosofia, la sola filosofia, ha interpretato la realtà naturale fornendo spiegazioni, descrizioni, leggi. Al filosofo che arranca posso dare io una indicazione: Schelling … ma poi non aggiungo altro. Ma vediamo come tratta l’argomento Galileo. Si sta discutendo sui moti circolare e rettilineo e Salviati dice che occorre studiare questo moto di una pietra che cade da una torre, occorre capire con che velocità scende, con quale accelerazione. Sagredo dice che tutti sanno che il moto è accelerato. Salviati dice che non basta, che occorre sapere che grado di accelerazione vi è poiché tale problema sin qui non credo che sia stato saputo da filosofo né da matematico alcuno, ancorché da filosofi, ed in particolare Peripatetici, siano stati volumi intieri, e grandissimi, scritti intorno al moto. E qui subentra Simplicio dando il punto di vista della cultura dell’epoca che ancora oggi non è superata: 

Simplicio –  I filosofi si occupano sopra gli universali principalmente ; trovano le definizioni ed i più comuni sintomi, lasciando poi certe sottigliezze e certi tritumi, che son poi più tosto curiosità, a i matematici : ed Aristotile si è contentato di definire eccellentemente che cosa sia il moto in universale, e del locale mostrare i principali attributi, cioè che altro è naturale, altro violento, che altro è semplice, altro è composto, che altro è equabile, altro accelerato ; e dell’ accelerato si è contentato di render la ragione dell’ accelerazione, lasciando poi l’investigazione della proporzione di tale accelerazione e di altri più particolari accidenti al mecanico o ad altro inferiore artista.

Insomma è il filosofo che ha il primato, gli altri non sono altro che impiegatucci che devono svolgere i lavori pesanti e le sottigliezze sono per i matematici. Salviati non risponde e la discussione segue per un poco. Di fronte ad alcune difficoltà che sorgono nel comprendere alcuni ragionamenti, Sagredo chiede spiegazioni ulteriori che solo sono possibili con alcune dimostrazioni matematiche che Salviati fa. Alla fine di esse, Sagredo è molto soddisfatto e dalla suo compiacersi di aver capito segue questa conversazione: 

Sagredo – Veramente il discorso è molto sottile, ma altrettanto concludente; ed è forza confessare che il voler trattar le quistioni naturali senza geometria è un tentar di fare quello che è impossibile ad esser fatto.

Salviati – Ma il Sig. Simplicio non dirà così; se bene io non credo ch’ ei sia di quei Peripatetici che dissuadono i lor discepoli dallo studio delle mattematiche, come quelle che depravano il discorso e lo rendono meno atto alla contemplazione.
Simplicio – Io non farei questo torto a Platone, ma direi bene con Aristotile che ei s’immerse troppo e troppo s’invaghì di quella sua geometria ; perché finalmente queste sottigliezze mattematiche, Sig. Salviati, son vere in astratto, ma applicate alla materia sensibile e fisica non rispondono: perché dimostreranno ben i mattematici con i lor principii, per esempio, che sphaera tangit planum in puncto, proposizione simile alla presente; ma come si viene alla materia, le cose vanno per un altro verso : e così voglio dire di quest’angoli del contatto e di queste proporzioni, che tutte poi vanno a monte quando si viene alle cose materiali e sensibili. […] Io credo che la proposizione de i filosofi vadia intesa in cotesto senso, perché non è dubbio che l’imperfezion dell materia fa che le cose prese in concreto non rispondono alle considerate in astratto.

Ed in questo scambio si precisa la posizione di Simplicio che avevamo precedentemente visto. A Sagredo che sostiene la dimostrazione matematica come strumento di comprensione, Simplicio risponde squalificando il tutto relegandolo tra le cose astratte, tipiche dei matematici mentre i filosofi si occupano di cose concrete. Salviati non risponde ed entra in discussioni geometriche per mettere in crisi, anche qui, Simplicio (se non crede che una sfera ed un piano hanno un solo punto di contatto, crede o no che esista una vera sfera ?). Finalmente Salviati espone la posizione di Galileo sull’avvicinamento alla conoscenza della natura osservando che occorre essere circospetti sulla prima impressione che ci offrono i sensi perché essi ci possono facilmente ingannare. Per ovviare a queste false sensazioni è proprio l’elaborazione teorica (il discorso) insieme alla matematica che ci possono aiutare. Ma la risposta più completa di Galileo era già stata data per bocca di Sagredo alla fine della Giornata prima del Dialogo. Lì, discutendo del confronto tra la superficie della Terra e quella della Luna, si sviluppa il seguente dialogo:

Sagredo – Estrema temerità mi è parsa sempre quella di coloro che voglion far la capacità umana misura ài quanto possa e sappia operar la natura, dove che, all’incontro, e ‘ non è effetto alcuno in natura, per minimo che e ‘ sia, all’intera cognizion del quale possano arrivare i più specotativi ingegni. Questa così vana presunzione d’intendere il tutto non può aver principio da altro che dal non avere inteso mai nulla, perché, quando altri avesse esperimentato una volta sola a intender perfettamente una sola cosa ed avesse gustato veramente come è fatto il sapere, conoscerebbe come dell’infinità dell’altre conclusioni niuna ne intende.

Salviati –  Concludentissimo è il vostro discorso ; in confermazion del quale abbiamo 1′ esperienza di quelli che intendono o hanno inteso qualche cosa, i quali quanto più sono sapienti, tanto più conoscono e liberamente confessano di saper poco ; ed il sapientissimo della Grecia, e per tale sentenziato da gli oracoli, diceva apertamente conoscer di non saper nulla.

[…]

Salviati –  […] convien ricorrere a una distinzione filosofica, dicendo che l’intendere si può pigliare in due modi, cioèintensive o vero extensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili, che sono infiniti, l’intender umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all’ infinità è come un zero ; ma pigliando l’intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, dico che l’intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanto se n’ abbia l’istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l’aritmetica, delle quali l’intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall’ intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore.

Simplicio – Questo mi pare un parlar molto revoluto ed ardito.

Salviati Queste son proposizioni comuni e lontane da ogni ombra di temerità o d’ ardire e che punto non detraggono di maestà alla divina sapienza, sì come niente diminuisce la Sua onnipotenza il dire che Iddio non può fare che il fatto non sia fatto. Ma dubito, Sig. Simplicio, che voi pigliate ombra per esser state ricevute da voi le mie parole con qualche equivocazione. Però, per meglio dichiararmi, dico che quanto alla verità di che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è l’istessa che conosce la sapienza divina. […] Concludo per tanto, 1′ intender nostro, e quanto al modo e quanto alla moltitudine delle cose intese, esser d’infinito intervallo superato dal divino ; ma non però 1′ avvilisco tanto, ch’ io lo reputi assolutamente nullo; anzi, quando io vo considerando quante e quanto maravigliose cose hanno intese investigate ed operate gli uomini, pur troppo chiaramente conosco io ed intendo, esser la mente umana opera iodi Dio, e delle più eccellenti.

Mi sembra molto chiaro anche se questa lode a Dio non è stata capita da chi vede un Dio piccolo, meschino e vendicativo. Galileo parla di una conoscenza complessiva che può essere solo di Dio. La nostra è e non può essere altro che provvisoria. Dio ci ha dotati di intelligenza ed utilizzarla è per maggior gloria di Dio, fermo restando che siamo piccole cose rispetto alle meraviglie del creato. E la natura è osservantissima esecutrice degli ordini di Dio … inesorabile e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi di operare siano o non siano esposti alla capacità degli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli.

Vi è poi il problema della conoscenza in senso lato che nasce proprio dall’interrogare questa natura. Chi meno conosce è il più soddisfatto e colui che più crede di sapere. Solo la conoscenza apre nuovi spazi e fa intendere quanto c’è ancora da conoscere e come sia sempre più difficile se non impossibile conoscere tutto. Insomma non facciamo nulla di male ad indagare ciò che ci circonda ed è addirittura un mortificare Dio, l’impedirlo.

Tornando alla Seconda giornata, nell’argomentare di Galileo viene anche un’altra lezione di metodo. Egli non cede alle facili lusinghe del nominalismo. Egli, richiesto ad esempio sulla gravità, dice che non ritiene sia il tempo di entrare in tali discussioni e che dare il nome al fenomeno non lo spiega. Insomma molte lezioni e soprattutto l’affrancamento della scienza dalla metafisica(48). L’esperimento, in definitiva, è il banco di prova di una teoria e nel  Dialogo Galileo ha modo di sottolinearlo con molta chiarezza:

. . . benissimo intendo che una sola esperienza o concludente dimostrazione che si avesse in contrario, basta a battere in terra questi ed altri centomila argomenti probabili.

E lo stesso Simplicio rafforza questa idea sostenendo che ad destruendum suffit unum. In tutto questo argomentare è delineata la nuova fisica. Ma da questo momento Galileo avrebbe avuto altre questioni da affrontare.

IL PROCESSO

Passa qualche mese ed il primo ottobre 1632(49), tramite l’inquisitore di Firenze, viene imposto a Galileo, che aveva già 69 anni, di presentarsi a Roma entro 30 giorni, davanti al Tribunale del Sant’Uffizio. Vari amici lo sconsigliarono di andare reclamando ragioni di salute e la peste che continuava a mietere vittime. Ma Galileo aveva fiducia, era in buona fede, era ‘amico’ del Papa, aveva buoni argomenti con i quali avrebbe spiegato … Intanto, già da luglio 1632, erano stati sequestrati dovunque i suoi libri. Cosa potevano imputare a Galileo ? Aveva avuto tutti i permessi (ben cinque imprimatur!), aveva ottemperato ad ogni ingiunzione. Ma Urbano VIII, consigliato dai preti gesuiti del Collegio Romano, che finalmente avevano modo di vendicarsi, aveva motivi personali che si mescolavano a quelli di Stato (in una lettera di Magalotti a Guiducci del 7 agosto 1632 – E.N. XIV – , il primo dice al secondo quanto gli aveva detto Padre Mostro: i Gesuiti lo perseguiteranno acerbissimamente). Era sotto attacco perché accusato di non far fronte con la dovuta decisione all’eresia (era stato eletto da cardinali filofrancesi ed appoggiava la Francia e l’impero degli Asburgo contro la Spagna. Ciò provocò l’ira della Spagna che attraverso il Cardinale Gaspare Borgia, ambasciatore di Spagna, gli rivolse le accuse suddette). Cosa comunque poteva minacciare Galileo, se il diritto era dalla sua parte ? Al massimo, seguendo le procedure, avrebbero potuto fargli precetto di non difendere in alcun modo le teorie esposte nel Dialogo. … Ma Galileo conosceva poco le capacità eccelse della Chiesa di falsificare e portare ogni cosa a proprio favore. In ogni caso tentò di tergiversare anche perché le sue condizioni di salute non erano buone. Il primo gennaio l’Inquisitore di Firenze ricevette una lettera durissima ed ultimativa da Roma:

«è stato molto male inteso che Galileo Galilei non habbia prontamente aderito al precetto fattogli di venire a Roma; et non deve egli scusar la sua disobbedienza con la stagione, perché per colpa sua si è ridotto a questi tempi; et fa malissimo a cercar di paliarla fingendosi ammalato… Se non ubbidisce subito si manderà costì un Commissario con medici a pigliarlo, et condurlo alle carceri di questo supremo Tribunale, legato anco con ferri, poiché sin qui si vede che egli ha abusato la benignità di questa Congregazione».

Galileo fu costretto a partire il 20 gennaio e, giunto a Roma nel febbraio del 1633, venne immediatamente messo sotto accusa per il suo essere recidivo nel difendere le teorie copernicane. Questo essere recidivo era relativo al preteso precetto (di cui ho parlato) che gli sarebbe stato fatto da Bellarmino nel 1616. Ma nel 1616 Galileo aveva avuto solo una ammonizione ed in più il certificato di buona condotta dallo stesso Bellarmino.

Gli inquisitori insistono ma Galileo non ricorda alcun precetto. Come se nulla fosse gli inquisitori gli chiedono se ha fatto vedere il precetto a coloro che seguivano le vicende del libro e che dovevano rilasciare le varie autorizzazioni. Galileo chiede allora di vedere il Precetto che, in quanto tale, deve risultare agli atti controfirmato da colui a cui era stato fatto (siamo nell’aprile 1633). Qui fu costruito uno dei falsi più ignobili della Chiesa (tra quelli noti, dico …). Il libro dei Precetti e di ogni atto giudiziario in genere, a seguito della carta che era molto assorbente e quindi faceva trasparire tracce di inchiostro sul retro della pagina medesima, era scritto solo nelle pagine dispari, mentre le pari erano lasciate bianche. Solo il Precetto a Galileo è scritto alla data giusta sulla pagina pari! Ma vi è di più, all’atto del Precetto, l’accusato doveva apporre la sua firma sotto l’atto: la firma di Galileo in questo atto non compare. Tutti gli storici concordano in quanto ho detto: il Tribunale del Sant’Uffizio costruì un falso per poter condannare Galileo nel processo che ora gli faceva. 

Riguardo alle accuse in quanto tali, Galileo tentò delle difese disperate. Dapprima cercò di dire che l’opera era anticopernicana ma quando una commissione di tre studiosi sentenziò che non era così cambiò registro e tentò di dire che aveva fatto errori ed aveva scritto cose che avrebbero potuto trarre in inganno ma che comunque lo aveva fatto in buona fede. Galileo (siamo nel maggio 1633) si disse disposto a modificare le pagine incriminate ed in ogni caso chiese che si tenesse conto della cadente vecchiezza (aveva settant’anni).

In giugno gli inquisitori tornarono all’attacco per estorcere a Galileo una confessione che lo vedesse copernicano convinto. Se non avesse detto la verità (quella che la Chiesa imponeva) si sarebbe passati alla tortura [la sentenza qui sotto riportata è quella che risulta nella trascrizione delle opere di Galileo fatta a Firenze nel 1848. Nella trascrizione fatta dai gesuiti della Civiltà Cattolica, a questo punto, è inserita la frase: fu «fatto sospendere per le braccia»: parendo a noi, che tu non avevi ‘detta sinceramente la verità circa la tua intenzione, giudicammo essere necessario venire contro di te al rigoroso esame. Con rigoroso esame presso la Santa Inquisizione si vuol dire che Galileo fu torturato. Conseguentemente, secondo i gesuiti, a questo punto Galileo fu sospeso ad una fune e ivi lasciato finché non si decise ad abiurare (può anche darsi si voglia dire che questa tortura fosse avvenuta in precedenza ed ora solo si formalizzava quanto accaduto)]. Siamo alla fine, con quel Precetto che vietava di difendere “quovis modo” (in qualunque modo, o a voce o per scritto) la teoria copernicana, un quovis modo che era stato introdotto in quel Precetto truffaldino e che Galileo non aveva mai avuto, il Dialogo è proibito, Galileo nel Palazzo della Minerva, sede del Santo Uffizio, viene condannato (22 giugno 1633) ed è costretto all’abiura (e nessuno potrà o dovrà mai accusarlo per avere accettato un tale atto: questo atto permise a Galileo di pubblicare di nascosto ed all’estero, la parte più importante e più copernicana delle sue opere). È comunque istruttivo leggere la sentenza del Tribunale e l’abiura che Galileo dovette leggere in pubblico.

LA SENTENZA

Noi Gasparo del tit. di S. Croce in Gerusalemme Borgia;

Fra Felice Centino del tit. di S. Anastasia, detto d’Ascoli;

Guido del tit. di S. Maria del Popolo Bentivoglio; 
Fra Desiderio Scaglia del tit. di S. Carlo, detto di Cremona;

Fra Ant.o Barberino, detto di S. Onofrio; 
Laudivio Zacchia del tit. di S. Pietro in Vincoli, detto di S. Sisto; 
Berlingero del tit. di S. Agostino Gesso; 
Fabricio del tit. di S. Lorenzo in Pane e Perna Verospio, chiamati Preti; 
Francesco del tit. di S. Lorenzo in Damaso Barberino; et 
Martio di S.ta Maria Nova Ginetto, Diaconi; 


per la misericordia di Dio, della S.ta Romana Chiesa Cardinali, in tutta la Republica Christiana contro l’heretica pravità Inquisitori generali dalla S. Sede Apostolica specialmente deputati; 


       Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m Vinc.o Galilei, Fiorentino, dell’età tua d’anni 70, fosti denuntiato del 1615 in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch’ il sole sia centro del mondo et imobile, e che la terra si muova anco di moto diurno; ch’ havevi discepoli, a’ quali insegnavi la medesima dottrina; che circa l’ istessa tenevi corrispondenza con alcuni mattematici di Germania; che tu havevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l’ istessa dottrina come vera; che all’obbiettioni che alle volte ti venivano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glosando detta Scrittura conforme al tuo senso; e successivamente fu presentata copia d’una scrittura, sotto forma di lettera, quale si diceva esser stata scritta da te ad un tale già tuo discepolo, et in essa, seguendo la positione del Copernico, si contengono varie propositioni contro il vero senso et auttorità della Sacra Scrittura; 


        Volendo per ciò questo S.cro Tribunale provedere al disordine et al danno che di qui proveniva et andava crescendosi con pregiuditio della S.ta Fede, d’ ordine di N. S.re e degl’ Eminen.mi et Rev.mi SS.ri Card.i di questa Suprema et Universale Inq.ne, furono dalli Qualificatori Teologi qualificate le due propositioni della stabilità del sole et del moto della terra, cioè:


            Che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura; Che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimente proposizione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in Teologia ad minus erronea in Fide. …. Noi diciamo, pronunziamo, sentenziamo e dichiariamo che tu , Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo Santo Officio veementemente sospetto d’eresia cioè d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alla Sacre e divine Scritture, ch’il Sole sia centro della Terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo essere stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contonto sii assoluto, pur che prima, con cuore sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori e eresie, e qualunque altro errore e eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà data….Ed ordiniamo quindi che per publico editto sia proibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei. Ti condanniamo al carcere formale in questo Santo Officio ad arbitrio nostro: e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare, o levar in tutto o parte, le sudette pene e penitenze.

 Et così diciamo, pronuntiamo, sententiamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo et in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo. 

Ita pronun.mus nos Cardinales infrascripti: 

F. Cardinalis de Asculo. 
G. Cardinalis Bentivolus. 
Fr. D. Cardinalis de Cremona. 
Fr. Ant.s Cardinalis S. Honuphrii.

B. Cardinalis Gipsius. 
F. Cardinalis Verospius.

M. Cardinalis Ginettus.

            La cosa che si coglie subito, al di là delle bestialità fondamentaliste sostenute e dei falsi nell’accusa, è che solo 7 dei 10 cardinali inquisitori avevano firmato la sentenza. Mancano le firme di Borgia, Barberini e Zacchia. Ed è inutile speculare se non vi fu accordo tra i duri che vinsero e coloro che volevano una pena più mite o se vi furono mediazioni o se vi furono calcoli politici. Non sappiamo nulla.

L’ABIURA

        Il cerimoniale, comunque, prevedeva che, dopo la lettura della sentenza vi fosse da parte dell’accusato, la lettura dell’abiura già preparata dai solerti inquisitori di Santa Romana Chiesa (l’abiura permetteva l’assoluzione solo dal sospetto di eresia):

 “Io Galileo, figlio di Vincenzo Galileo di Fiorenza, dell’età mia d’anni 70, constituto personalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l’eretica pravità generali Inquisitori ; avendo davanti gl’occhi miei li saerosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di Dio crederò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo, Santo Officio, per aver io, dopo d’essermi stato con precetto dall’istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il Sole sia centro del mondo e che non si muova, e ehe la Terra non sia centto del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in gualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l’istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto che il Sole sia centro del mondo e imobile e che la Terra non sia centro e che si muova; Pertanto, volendo io levar dalla mente delle’ Eminenze Vostre e d’ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia lo denonziarò a questo S. Offizio, o vero all’Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò. Giuro anco e prometto d’adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo Santo Officio Imposte…

In Roma, nel Convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.

Io Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.”

Queste furono le parole che Galileo, si può immaginare con quale animo, lesse davanti al suo tribunale. Alla fine dell’immonda recita si alzò dallo stare in ginocchio e si avvicinò al tavolo del segretario sul quale vi era il documento da firmare:

        Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; et in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiuratione et recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo dì 22 Giugno 1633.


      Io Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.

        Abbiamo un immediato riscontro della condanna nel manifesto di Antonio Badelli, affisso in più punti della città:

Il Galileo fu abiurato mercordì mattina nel Convento della Minerva alla presenza di tutti i Cardinali della Congregazione del Santo Uffizio, e gli abbruciarono in faccia il suo libro, dove tratta del moto della terra [25 giugno 1633].

E lo stesso Badelli scrisse le parole seguenti ad un ignoto destinatario:

…. Il Galileo, oltre l`abiurazione, era stato condennato per molto tempo alle carceri del Sant`Ufficio; ma in grazia del G. Duca gli è stato assignato il palazzo di Sua Altezza, posto alla Trinità de`Monti, in luogo delle carceri medesime…. [2 luglio 1633].

Quando si seppe della condanna di Galileo, due suoi affezionati amici, Niccolò Aggiunti e Geri Bocchineri (che incontreremo più avanti), avevano fatto sparire rapidamente dalla casa di Galileo in Firenze e da quella in Arcetri, tutte gli appunti e gli scritti di Galileo per paura che fossero sequestrati e distrutti e per il timore che avessero potuto compromettere ulteriormente l’amico e maestro.

Galileo era profondamente abbattuto tanto da non pensare più alle sue ricerche ma solo all’assurda sua situazione.

 Durante il Processo di Roma, l’Arcivescovo di Siena, Ascanio Piccolomini, aveva invitato Galileo, a fine processo (che evidentemente immaginava come un fatto solo formale), nella sua residenza senese. Della cosa si ricordò Galileo e, tramite Niccolini e l’intercessione di sua moglie Caterina Riccardi (regina della gentilezza, come la definiva Galileo), fece richiesta di potersi recare a Siena per scontare la sua carcerazione nella dimora arcivescovile. L’istanza era trattata da Niccolini tramite Mons. Bichi che aveva disponibilità di parlare con il Cardinale Barberini e della cosa Niccolini, il 26 giugno, informava Andrea Cioli, Segretario del Granduca Ferdinando II e lo stesso Galileo (il 2 luglio).

S.r Galileo,

V. S. potrà andarsene a Siena nell’Arcivescovado, e quivi aspettar di sentir poi quel che sia mente di S. S.tà quanto alla grazia libera, non essendo parso alla Congregatione né a S. S.tà così presto di liberarla interamente. Ho ottenuto questo contr’a quel che i SS.ri Cardinali havevano risoluto e convenuto, cioè ch’ andando a Siena, si fermasse in un convento, a beneplacito di S. B.e; et ho anche supplicato poi il S.r Card.l Barberino d’ordinare ch’ ella possa andar anche nella Chiesa Cathedrale per udir messe e divini offizi. È necessario adesso che il P. Commissario vada a pigliarne l’ordine per darne le commissioni oportune all’Arcivescovo di Siena, in quella maniera che le sarà ordinato; et io manderò hoggi dal detto Commissario, perchè vada a Palazzo prima che puole. Com’ella sarà stata in Siena qualche settimana, si potrà poi supplicar di potersene andar a Firenze et anche d’esserne interamente liberato; e fra tanto dovranno cessare i sospetti del male di Firenze, dove per hora ella non può in ogni modo transferirsi senza pericolo. Come si sia parlato
con il Commissario, le potrò facilmente dire quando ella possa sperare di partir di qua, afin di dare gl’ ordini oportuni. E li bacio le mani.

Di casa, questo medesimo giorno di sabato.
Di V. S. molto Ill.re
Aff.mo Ser.re
Franc.o Niccolini.

            Per parte sua Galileo aveva fatto supplica personale al Papa Urbano VIII. In realtà il
fine di Galileo era tornare a Firenze ma la peste che affliggeva la città lo convinse solo ad avvicinarsi nell’attesa che quel pericolo si estinguesse. Nella supplica di Galileo, si faceva riferimento al fatto che sua cognata, la moglie di suo fratello Michelangelo, era rimasta vedova nel gennaio del 1631 e tornava a Firenze con i suoi sette figliuoli e non aveva alcun sostegno economico. Il 30 giugno arrivò l’autorizzazione della Sacra Congregazione del Sant’Uffizio. Così, il 6 luglio, Galileo poté lasciare Roma ed il 9 luglio giunse a Siena.

Mentre accadeva questo la solerte Congregazione inviava copia della sentenza e dell’abiura a tutti gli Inquisitori e Nunzi Apostolici delle vari città al fine di far conoscere specialmente ai Professori di Matematica e Filosofia delle varie Università la inflessibile posizione della Chiesa su tali questioni.

        Così a Galileo, dopo due giorni passati nelle Carceri del Sant’Uffizio(50), fu concesso di risiedere fino al sette luglio 1633 a Villa Medici, vicina alla Chiesa di Trinità dei Monti al Pincio, nel Palazzo dell’Ambasciatore del Granduca di Toscana, Francesco Niccolini. Quindi fu trasferito prima a Siena custodito in domicilio coatto dall’amico Arcivescovo Antonio Piccolomini.  Galileo era stato ricevuto amorevolmente da Piccolomini e la sosta in quella casa gli fu estremamente utile. Lo racconta molto bene Geymonat:

I primi dieci mesi, che seguirono alla condanna del giugno 1633, rappresentano uno dei periodi più importanti per lo studio della personalità di Galileo, sempre cosi ricca di umanità e cosi grande pur nelle sue debolezze; periodo in cui lo vediamo compiere tenacissimi sforzi per risollevarsi dall’abiezione in cui era caduto e per riuscire a dare un nuovo senso alla propria vita, e – nel momento stesso in cui sembrava aver superato la prima più difficile tappa di questo cammino – lo vediamo ricadere d’un tratto in uno stato di cupa disperazione perché mortalmente colpito nel più profondo dei suoi affetti: quello per la figlia Virginia [su questo tornerò più oltre, ndr]. 

Già sappiamo che Galileo maturava ormai da un certo tempo il progetto di ritornare alla scienza pura, per obliare in essa l’odioso affronto subito; il fatto straordinario è che gli bastarono poche settimane per ritrovare l’antica serenità e gettarsi al lavoro con rinnovata energia. Chi seppe fornirgli il più valido appoggio in questa fase di rapidissimo ricupero fu proprio l’arcivescovo di Siena, Ascanio Piccolomini, presso cui egli era giunto nella veste di confinato. Legato a Galileo da sincera e profonda amicizia, il Piccolomini intuì che il suo primo dovere era quello di fare in modo che lo scienziato non sentisse il palazzo arcivescovile come una prigione, ma, al contrario, vi trovasse un ambiente capace di ridargli fiducia in se stesso e di stimolarlo alla ricerca scientifica. Organizzò pertanto «continue visite» delle maggiori personalità cittadine, durante le quali gli invitati, sia manifestando a Galileo la loro immutata ammirazione, sia sollevando innanzi a lui, giorno per giorno, interessanti quesiti, riuscirono a fargli direttamente constatare quanto la sua opera fosse ancora utile al progresso della cultura. Cosi lo sconfitto poté, in breve tempo, riprendere le sue forze, e la «prigione» finì col trasformarsi in una vera e propria scuola di liberi dibattiti scientifici.

          E Galileo, nella casa amica, sotto le continue sollecitazioni che aveva, riprese il gusto di fare scienza, di pensare, di argomentare. In poco tempo sempre maggiore era il numero delle persone che ambivano al cenacolo di Piccolomini per ascoltare il grande scienziato e per vedere la Luna con il cannocchiale (Teofilo Gallaccini, lettore di logica e matematica nello Studio Senese, nella sua opera Monade Celeste, o vero Trattato di Cosmografia, oggi conservata manoscritta presso la Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, ricorda sei osservazioni telescopiche della Luna effettuate dalla loggia del palazzo nel mese di agosto del 1633. Come riferisce Gallaccini, i presenti osservarono con Galileo il corpo lunare non haver la superficie eguale, ed uniforme; ma esser simigliante alla Terra). Come ricorda lo stesso Galileo a Elia Diodati in una lettera del 7 marzo 1634, in Siena in casa Monsigg. Arcivescovo […] composi un trattato di argomento nuovo, in materia di meccaniche, pieno di molte specolazioni curiosi et utili. Si tratta dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze,dei quali Discorsi parlerò più oltre. Una delle questioni che saranno poi discusse nei Discorsi, sembra prendesse proprio corpo a Siena. Si tratta del problema, estremamente controverso, dell’esistenza del vuoto che, per sua natura riportava agli atomi ed all’eretico Democrito. Abbiamo la cronaca di un dibattito su tale argomento che Galileo intrattenne con un avversario polemico ed insolente  in casa Piccolomini, cronaca fatta dal medico e filosofo senese Mattia Naldi che scriveva in proposito a Fabio Chigi (futuro Papa Alessandro VII nel 1655) il 21 luglio 1633:

… Haviamo in Siena appresso Monsig.r Arcivescovo il Ga1ileo, che è tornato di Roma per certo suo negotio e si tratterrà qualche giorno. Il Sig.r Francesco Pelagi predicò la Pasqua di Spirito Santo in Duomo, con buon plauso in parte et partibus; e se bene scese presto di pulpito, che non passorno tre prediche, nondimeno restò un poco alto più del solito: particolarmente l’altr’hieri venne a ragionamento con il Galileo, e nel discutere se la tromba d’aqqua havesse l’attione sua per impulsione o per attrattione, messe il Galileo in inconveniente, perché nella sua [di Galileo] opinione di detta tromba si concederebbe il vacuo. Rispose il Galileo che, se non naturale, almeno violento, non haveva diffìcultà di concedere il vacuo; et il Pelagi lo piccò di temerario, in voler conceder cosa negata da tutti, senza addurne ragione. Rispose il Galileo che per allora non gli sovveniva ragion più digesta se non che l’esperienza gli mostrava così, e che incolpava il proprio intelletto che non arrivasse più oltre. Replicò il Pelagi che hora non era di carnevale, che s’havesse a far le maschare, e disse al Galileo che questa sua humiltà era una maschara alla più fina superbia che sia; e ad istanza di molti lassò scandelizzato il Galileo. Hebbe ordine, per quanto ho inteso, di non entrar più in palazzo di Monsignore. Sono molte notti che non dorme, va la notte gridando e improvisando alla pazzesca, e si dubita grandemente che presto non sciolga i bracchi a fatto …

        Naturalmente il prete Chigi informò i superiori ed il 3 ottobre del 1633 fece sapere a Naldi che il Galileo haveva prohibitione della opinione. Altri poi scrissero lettere anonime in cui mostravano scandalo per un vescovo che permetteva lo sconcio di un eretico che poteva ancora operare.

Altro argomento che sappiamo Galileo discusse (settembre 1633) con il suo ex allievo, il giurista Mario Guiducci, è relativo alla fusione (il getto) delle campane. Galileo, che non smetteva di pensare,  aveva avanzato una qualche teoria a Guiducci e le proposizioni di Galileo gli sembravano di tanto difficile immaginabilità. Chiese allora ad un fonditore, Pietro Tacca, che gli spiegò come si fondevano le campane e da dove potevano nascere i loro difetti. Galileo allora preparò un profilo di una campana e Guiducci lo portò a far vedere a Tacca ma questi non seppe dirgli altro che la fusione si faceva così e tutti facevano così. Non abbiamo le lettere di Galileo a Guiducci ma questo argomento sarà affrontato nei Discorsi quando si occuperà di resistenza dei materiali. C’è da osservare che caratteristica di Galileo è sempre stata quella del confronto con i dati che gli provenivano dal mondo artigiano, dal mondo delle tecniche pratiche sviluppate. A tali mondi egli sovrapponeva una interpretazione non ingenua che tentava di sbarazzarsi del senso comune.
        L’elevato tono di queste conversazioni affascinavano un poco tutti e ne abbiamo una riprova nella lettera che il matematico Niccolò Aggiunti, allievo prima di Castelli poi suo, inviò a Galileo il 10 settembre 1633:

Io non potevo ricever da V. S. Ecc,ma maggior honore che esser fatto partecipe dell’ambrosia delli Dei, ché tale a mio giudizio e gusto deve chiamarsi ogni speculazione del suo sovrano ingegno. Quest’ultima sua meditazione mi ha arrecato gusto grandissimo, non solo perchè ho veduto in essa resoluto con tanta facilità et evidenza un quesito così bello e curioso, ma ancora per l’importante considerazione che appresso ella vi fa, deducendone quella mirabil necessità che nella struttura delle fabbriche tanto artificiali quanto naturali si ritrova, di esserci una limitata grandezza oltre la quale l’arte o la natura, tentando di fabbricare, più tosto demolirebbe e distruggerebbe. Questo è ben altro che il maximum quod sia et minimum quod non de’ Peripatetici. V. S. Ecc.ma attenda pure (mentre l’invidia mangia i suoi serpi) a recrear con simili delizie se stessa e gl’ amatori di sì belle novità, e sicuramente confidi che la verità, che lei con tanto studio arricchita et adorna, non permetterà mai che ella sia defraudata del meritato premio di vera lode.

Ed ancora seguirono altre lettere di denuncia contro Galileo e l’Arcivescovo che lo ospitava.

Emin.mi Sig.ri

Il Galileo ha seminato in questa città opinioni poco cattoliche, fumentato da
questo arcivescovo suo hospite, quale ha sugerito a molti che costui sia stato
ingiustamente agravato da cotesta Sacra Congregatione, e che non poteva né
doveva reprobar le opinioni filosofiche, da lui con ragioni invincibili
mattematiche e vere sostenute, e che è il prim’homo del mondo, e viverà
sempre ne’suoi scritti, ancor prohibiti, e che da tutti moderni e migliori vien
sequitato. E perché questi semi da bocca d’un prelato potriano produrre frutti
perniciosi, se ne dà conto etc

Fuori, d’altra mano:
Contra Hev. Archiepiscopum Senarum.
Incerto,
Che M.re Arciv.o di Siena, hospite del Galileo, den.tia
Lectum.

e di mano ancora diversa:
P.o Februarii relatae.

            Intanto proseguiva l’interessamento al definitivo trasferimento in Firenze
dell’Ambasciatore Niccolini presso il Sant’Uffizio e lo stesso Papa. Ad una lettera di Niccolini del (forse) novembre del 1633 viene apposta la concessione richiesta per il 1° dicembre del 1633:

   Beat.mo Padre,

Si supplica V. S.tà a degnarsi di contentarsi che Galileo Galilei possa
tornarsene alla patria, mentre sin hora ha obbedito al precetto di V. S.tà e
della Sacra Congregatione, di starsene in Siena nel modo prescrittoli; e si
riceverà per gratia singolarissima.

Fuori

Alla S.tà di N.ro Sig.re          

Alla Cong.ne del Sant’ Offitio etc.
           per Galileo Galilei.
e d’altra mano:   

p.a xbris 1633.           

A S.mo in Cong.ne S.O.

conceditur habilitatio in eius rure, modo tamen ibi ut in solitudine stet, nec evocet eo aut venientes illuc recipiat ad colloeutiones, et hoc per tempus arrbitrio S.S.

P.a. Decembris 1633 S.s oratorem habilitavit ad eius rurem, ubi vivat in
solitudine, nec eo evocet aut venientes illue reeipiat ad collocutiones, et hoc per tempus arbitrio S. S.

            La  concessione del trasferimento a Firenze fa parte della infida politica curiale. Galileo era a Siena, in un città popolata e culturalmente molto avanzata dove poteva incontrare le massime personalità della politica e della cultura. Le sue idee avevano fertile terreno per continuare a germogliare e moltiplicarsi. Meglio mandarlo in luogo isolato e per farlo cosa c’era di meglio che inviarlo nella sua casa di campagna ad Arcetri ?  E così, superato il pericolo della peste, Galileo si poté trasferire nei primi giorni di dicembre nella sua dimora chiamata  il Gioiello  (che aveva affittato nel settembre del 1631 per 35 scudi l’anno dal  Signor Esaù Martellini) con l’obbligo di stare da solo, di non chiamare né di ricevere alcuno, per tutto il tempo che richiedesse Sua Santità (rimase al Gioiello fino al 1638). In particolare non doveva ricevere visitatori con cui intrattenersi in conversazioni. Solo i famigliari potevano fargli visita, dietro preventiva autorizzazione. La cosa comunque era accettata da Galileo, il ritorno alla sua casa, ai suoi strumenti e, probabilmente, a vari documenti di antichi lavori conservati, ai suoi amici, ad Alessandra Bocchineri (della quale parlerò più oltre). Inoltre  il ritorno ad Arcetri si accompagnava alla felicità di potere rivedere le sue figlie ed in particolare la sua cara Virginia che era molto sofferente in salute. Tra i due vi fu sempre un tenero affetto testimoniato dalla fitta corrispondenza che vi fu, iniziata nel 1623 e terminata nel dicembre del 1633 quando Galileo poté starle vicino di nuovo. Le lettere di Virginia al padre sono molto belle e ci raccontano cose di vita privata molto toccanti. Purtroppo non possediamo le lettere di Galileo a Virginia che furono probabilmente bruciate dalle consorelle perché di un presunto eretico. Le lettere di Virginia aiutarono molto Galileo quando a Roma affrontava il processo ed anche nel periodo senese. Ma il 2 aprile 1634 l’amata Virginia, che ancora non aveva 34 anni, morì lasciando un altro enorme dolore nel cuore del vecchio Galileo (Livia morirà invece nel 1659). Galileo disse qualcosa della sua immensa tristezza in una lettera a Geri Bocchineri del 27 aprile.

Oltre a Virginia, Galileo contava di rivedere un altro suo grande affetto, o meglio è dire amore, Alessandra Bocchineri Buonamici (1600-1649) da lui conosciuta nel 1630 (quando aveva 66 anni e lei 30) e sorella di Geri.  Per raccontare questa storia occorre riprendere il filo del figlio di Galileo. Vincenzo si era ricongiunto con il padre a Firenze e nel 1628 si era laureato in legge presso lo Studio di Pisa, dove il padre lo aveva affidato alle cure del suo amico Benedetto Castelli. Nel 1629 Vincenzo si sposò con Sestilia Bocchineri che era la sorella di Geri Bocchineri (l’amico di Galileo attraverso il quale Vincenzo conobbe Sestilia), segretario privato del Granduca, e di Alessandra Bocchineri, dama di corte di Eleonora Gonzaga, sorella del Granduca. Evidentemente Galileo aveva conosciuto la donna, di agiata famiglia e di buona reputazione, originaria di Prato, in quanto sorella della sposa del figlio e lei, anche se giovane (era nata nel 1600), era già vedova due volte (il primo marito era stato Lorenzo Nati di Bibbiena ed il secondo  Francesco Rasi di Arezzo, colui che l’aveva introdotta alla corte granducale di Mantova). Alessandra era a Mantova quando morì il secondo marito e rimase in quella città al servizio di Eleonora Gonzaga, sorella del Duca. Quando Eleonora sposò l’Imperatore Ferdinando, si portò alla corte di Vienna tutto il suo seguito, tra cui Alessandra. A Vienna Alessandra sposò il diplomatico fiorentino Gianfrancesco Buonamici che seguì nelle sue missioni, tra cui quella a Neuburg. Dopo varie vicende che videro violente liti tra le famiglie Buonamici e Bocchineri, la coppia tornò a Firenze, da strade diverse, al principio dell’estate del 1630 (Alessandra proveniva da Neuburg e Gianfrancesco da Madrid). Alessandra ebbe un viaggio molto travagliato, come scrisse il fratello di lei, Geri, a Galileo  il 18 maggio 1630,  havendo saputo sfuggire  in soli diciotto giorni di viaggio li mali incontri della guerra e della peste, con meraviglia di chiunque l’ha qui saputo. In Toscana Buonamici fu eletto Governatore degli Ospedali di Prato ma le finanze ed il morale della coppia non erano più quelli di una volta. Durante l’estate Galileo ed Alessandra si conobbero tramite Vincenzo che si faceva vanto di far conoscere al padre la bella ed intelligente cognata che a trenta anni aveva già vissuto in varie corti europee suscitando interesse ed ammirazione. Subito dopo fu Alessandra a scrivere per prima a Galileo, evidentemente affascinata dal  grande vecchio .

GALILEO: TRISTEZZA, DOLORE E SOLITUDINE NEL CONTINUATO CARCERE ED ESILIO DALLA CITTA’

.

       La prima lettera di lavoro, riguardante problemi di matematica, è quella che Galileo riceve appena messo piede ad Arcetri. E’ di Bonaventura Cavalieri, spedita da Bologna il 17 dicembre del 1633 (Galileo, nel 1632 si era molto adirato con Cavalieri perché nel suo Specchio ustorio, in cui si occupava di sezioni coniche, aveva utilizzato dei risultati di Galileo senza autorizzazione e senza citarlo. Tutto si chiarì con Cavalieri che riconobbe essere di Galileo quei risultati relativi alla linea parabolica). E’ interessante questa lettera di Cavalieri perché entra in un argomento, già trattato con Galileo e sul quale Galileo l’aveva sollecitato, che sarà di grande e proficuo studio da parte di Cavalieri: gli indivisibili.

So bene io non ho da molto tempo in qua scritto a V. S. Ecc.ma, cioè per il tempo de’ suoi travagli,non è però che io non li habbi sentito con quella passione che si può imaginare; intorno a’ quali non mi diffonderò in consolarla per non offendere la sua molta prudenza et il valore dell’animo, co’ quali so ch’havrà saputo superar detti passati travagli. Desidero bene adesso intendere come se la passa con buona salute, et in somma di udir qualche nuova del suo ben stare.

 Io stampo la mia Geometria, e devo essere alla metà. Mi viene a taglio di inserirvi quella propositione che una volta mi dimandò, cioè data la ac segata comunque in b,

                                  a           b                                                            c               d

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prolungarla come in d, sì che il cubo della ad s’adegui alli cubi acbd: perciò gliene scrivo, perchè s’ella se ne havesse a servire, io la tralascierò; ma desidero me ne avisi presto, poichè son vicino al luogo dove la metterei. Io cercai anco, conversamente, data la ac et ad, di trovare il punto b, si che il cubo di ad si adeguasse alli cubi acbd; ma non è mai stato possibile trovarlo: né mi maraviglio, poiché havrei trovato la duplicatione del cubo, com’ella facilmente comprenderà, se havessi potuto dimostrar questo (la questione era stata affrontata in alcune lettere di Cavalieri a Galileo del 16 febbraio e 18 marzo del 1631 e, soprattutto, del 22 marzo del 1632, ndr). Io mi riserbo ad un’altra volta ad esser più longo, poiché non so se questa li capitarà sicura; e con tal fine gli auguro felicissime Feste e buon Capo’ d’anno.

        Ma Galileo aveva altri gravi problemi, doveva pensare alle condizioni di salute della sua Virginia ed anche alle sue. Iniziò ad avere problemi gravi di vista ed una gamba gli procurava forti dolori. Nel febbraio del 1634, tramite l’amico ambasciatore Niccolini, fece inoltrare agli Inquisitori Cardinali della Congregazione del San’Uffizio la seguente petizione:

Emin.mi et Rmi Sig.ri 

Sta Galileo Galilei nella villa fuor di Fiorenza, conforme alli ordini et comandamenti di cotesta Sacra Congregatione; ma crescendoli l’indispositioni in che si trova, non può senza la continua visita del medico procurarne la liberatione. Per tanto ricorre alla somma pietà dell’EEm.ze VV., supplicandole a degnarsi di concederli il ritorno libero alla casa sua, acciò possa curarsi, et vivere li giorni che gli restano, nell’età che si trova, con quiete fra’ suoi. Che lo riceverà per gratia singolarissima.

a tal proposito occorre ricordare che la cura carceraria senza sconti per Galileo era stata affidata ad una carogna di Cardinale, Francesco Barberini, che doveva vagliare ogni richiesta proveniente da Galileo, richiesta alla quale puntualmente rispondeva negativamente. Francesco che le cronache
ufficiali spacciano come nipote di Maffeo Barberini, il Papa Urbano VIII, in realtà era uno dei tre
figli di tanto Papa.

        Il 23 marzo da Roma arrivò l’ordine all’Inquisitore di Firenze di dire a Galileo che la richiesta era respinta e di finirla con queste petizioni, dovendo essere felice di aver evitato le carceri del Sant’Ufficio:

23 Martii 1634.

 S.mus noluit huiusmodi licentiam concedere, et mandavit Inquisitori Florence scribi, quod significet eidem Galileo ut abstineat ab huiusmodi petitionibus, ne Sacra Congregatio cogatur illum revocare ad carceres huius S. Officii, et certioret.

        L’Inquisitore rispondeva a Roma (1° aprile 1634) di aver fatto presente quanto richiesto a Galileo che non disturberà più:

Ho fatto sapere al S.r Galileo Galilei quanto mi vien commandato da V. S. Emin.ma, e lui si scusa che il tutto faceva per una rottura terribile che patisce: nondimeno la sua villa, nella quale habita, è così vicina alla città, che può facilmente chiamar medici e cerusici et haver medicamenti opportuni, siché credo che non darà più fastidio alla Sac. Congregatione. Che è quanto mi occorre dirle in questo particolare; e per fine le bacio humilissimamente le sacre vesti.

        Questa risposta tolse molte delle speranze che sia Niccolini che Galileo avevano coltivato. Il ritorno alla città di Firenze sarebbe stato l’inizio di un intreccio di vecchi e  nuovi rapporti che la Chiesa si guardò bene da favorire. Galileo e la sua scuola dovevano morire e per farlo occorreva tacitare il vecchio Galileo. Qualche lettera gli diede alcun conforto perché suppliva almeno in parte all’impossibilità di Galileo di rispondere agli attacchi beceri di ignoranti peripatetici al suo Dialogo. Bella e grata a Galileo deve essere stata quella dell’amico del periodo padovano Fulgenzio Micanzio del 14 ottobre 1634. Un peripatetico padovano, tal Antonio Rocco, aveva scritto un libro, Esercitationi filosofiche di d. Antonio Rocco filosofo peripatetico. Le quali versano in considerare le positioni, & obiettioni, che si contengono nel Dialogo del signor Galileo Galilei Linceo contro la dottrina d’Aristotile (Francesco Baba, Venezia 1633), per contestare punto per punto il Dialogo di Galileo. E Fulgenzio Micanzio ne aveva fatta lettura comparata con il Dialogo. A tale proposito scriveva a Galileo il 14 ottobre 1634:

In villa mi portai meco li Dialoghi di V. S. E. et il libro del Rocco; non altri. Li ho letti tutti due con gusto, sendomi questo stato all’ animo quello che a gl’ occhi di riguardanti il zane, che ne’ salti imita il saltarino. Il punto è, che l’opere di V. S. mi acconciano di maniera il gusto, che in materia di speculationi naturali non posso più leggere niente; e mi pare che riessaminando li principii peripatetici, come V. S. ha fatto nella constitutione dell’ universo, tutto mi vada in fumo.

        Insomma Rocco sembra a Micanzio il pagliaccio che imita l’acrobata. E più oltre, il 20 gennaio 1635, ancora riferendosi a Rocco, Micanzio dirà sto in dubbio se l’oppugnatore del discorso di V.S. era un filosofo o qualche mulattiere; certo è mirabilmente indiscreto e fuori di modo ottuso, né mai, nelle cose lette, veggo che dica cosa che vaglia.

        Ma la prigione pesava molto soprattutto per quel divieto di vedere persone, amici, studiosi. Anche il suo vecchio amico, il benedettino Benedetto Castelli, dovette presentare molte istanze per rivedere il maestro. Dopo molte insistenze gli fu concessa qualche visita ma solo alla presenza o dell’Abate del suo convento o di un frate che fosse all’altezza di capire di cosa si parlava. Le lettere che poteva scambiare erano poche per diversi motivi sempre riconducibili alla paura anche di scrivere, di compromettersi o di comprometterlo di nuovo. Furono così inventati vari sotterfugi per violare la sorveglianza stretta, sotterfugi che comunque poterono poco: Galileo restò recluso almeno fino al 1638 senza altra consolazione che quella delle sue corrispondenze con amici vari ma senza che venissero trattati argomenti particolari come quelli che in realtà interessavano a Galileo. Furono studiosi e scienziati stranieri che amplificarono il pensiero di Galileo traducendo in latino o altre lingue e pubblicando all’estero sia Le Meccaniche (in traduzione francese di Marin Marsenne nel 1634) che in Italia circolavano ancora come copie manoscritte, sia il Dialogo sui due massimi sistemi del mondo (in traduzione latina di Mattia Bernegger, pubblicato dagli Elzeviri – Lodewijk Elsevier – di Leida in Olanda nel 1635) che la Lettera a Cristina di Lorena (in traduzione latina di Elia Diodati, pubblicata ancora dagli Elzeviri nel 1636). Galileo fu grato a costoro e, per parte sua, riuscì  a prendere contatto con vari editori per la pubblicazione di un lavoro che gli stava profondamente a cuore. Lo aveva annunciato nell’ultime parole che pronunciava Sagredo in chiusura del Dialogo:

Sagredo – E questa potrà esser l’ultima chiusa de i nostri ragionamenti quatriduani: dopo i quali se piacerà al signor Salviati prendersi qualche intervallo di riposo, conviene che dalla nostra curiosità gli sia conceduto, con condizione però che, quando gli sia meno incomodo, torni a so disfare al desiderio, in particolare mio, circa i problemi lasciati indietro, e da me registrati per proporgli in una o due altre sessioni, conforme al convenuto; e sopra tutto starò con estrema avidità aspettando di sentire gli elementi della nuova scienza del nostro Accademico intorno a i moti locali, naturale e violento. Ed in tanto potremo, secondo il solito, andare a gustare per un’ ora de’ nostri freschi nella gondola che ci aspetta.

        Galileo aveva evidentemente già raccolto molto materiale, altro lo redasse in quegli anni di solitudine, limò, aggiornò ed aggiustò il tutto per preparare la più grande delle sue opere, i Discorsi intorno a due nuove scienze attenenti alla mecanica e i movimenti locali. E questa era la sfida che lo teneva in piedi in tante avversità e che confidò ad Elia Diodati il 15 marzo 1635:

Aggiugnesi ch’ io vorrei pur vedere al mondo, avanti c’h’ io me ne parta, il resto delle mie fatiche, le quali vo riducendo al netto e trascrivendo; ma perchè, nel rileggerle, sempre mi cascano in mente nuove materie, e la maniera dello scrivere in dialogo mi porge assai conveniente attacco per inserirvele, l’opera mi va crescendo per le mani, e il tempo diminuendosi.

        Restava il problema della pubblicazione che passò attraverso vari tentativi, visto che nel 1635 l’Inquisizione gli comunicò il divieto di stampare qualunque sua opera. Galileo nei primi anni di insegnamento in Toscana, di ritorno da Padova, aveva conosciuto uno studente interessato al cielo ed alle stelle, Giovanni Pieroni di San Miniato. Successivamente il Pieroni divenne un valente ingegnere militare che passò al servizio del generale Albrecht of Wallenstein tra Vienna e Praga. Su consiglio dei Medici, Galileo affidò una prima stesura dei Discorsi proprio a Pieroni che nel 1635 viaggiava verso la Germania e la Polonia. Galileo quindi cercò di far pubblicare i Discorsi in Germania (con dedica all’Imperatore) o in Polonia (con dedica al Re). In quel periodo l’editore olandese Luis Elzevir, che già aveva pubblicato importanti lavori di Galileo, si recò ad Arcetri per offrirsi come editore. Il manoscritto lo ebbe ratealmente da Micanzio, sia a Venezia che, tramite un messo, in Olanda (l’opera sarà poi pubblicata nel 1638 con dedica al Conte Françcois di Noailles, Consigliere di Stato ed Ambasciatore di Francia a Roma, che sembra aver avuto in consegna l’intero manoscritto in un incontro miracolosamente concesso a Poggibonsi nell’ottobre 1636). Stillman Drake osserva che alcuni custodi della casa di Galileo, con il passare del tempo, potevano essere diventati estimatori di Galileo e probabilmente avrebbero limitato i loro controlli a seguire alla comunicazione all’Inquisitore di Firenze di chi entrava ed usciva senza essere fiscali. In tali condizioni non sarebbe stato troppo difficile far uscire di tanto in tanto delle pagine manoscritte. A proposito di tale pubblicazione era certo che in Italia vi era divieto di pubblicazione ma delle teorie copernicane non di qualunque cosa di Galileo. La cosa fu prospettata a Galileo ancora da Micanzio che gli propose la possibilità di pubblicazione a Venezia. Il 6 gennaio del 1635 così scriveva a Galileo:

La brama di vedere li suoi Dialoghi mi fa furioso, non che impaciente. Non credo che qui haveremo alcuna difficoltà nella stampa; e sebene vi è un lepre per Inquisitore, che trema di tutto, non ardirà credo contradirci.

        L’argomento di Micanzio era dirimente: se Galileo scrivesse una esegesi del Padre Nostro, nessuno si sognerebbe di vietarne la pubblicazione. Ma era anche dirimente la paura degli editori e, soprattutto, l’ottusità degli inquisitori. Infatti Micanzio aveva parlato della cosa all’Inquisitore di Venezia il quale aveva seccamente detto no a qualunque pubblicazione di Galileo. Così Micanzio scriveva a Galileo il 10 febbraio:

Uno di questi giorni venni a proposito col P. Inquisitore di ristampare il Discorso delle cose che galleggiano. Mi disse havere espressa comissione da Roma in contrario. Le replicai, potere ciò essere dell’opera circa il sistema Copernicano. No, mi replicò, è divieto generale de editis omnibus et edendis. Le dissi: Ma se vorrà stampar il Credo o Pater noster ? Restassimo che mi darà copia della comissione, aciò possa ancor io adoperarmi, perchè ho assai rissolutione contra la tirrania, ma col riguardo di non far danno allo stampatore; ma più penso a V. S. Di due cose conviene essere rissoluti: che cose di tanto prezzo non periscano, ma giovino alla posterità; e sono tali che, teste Deo et conscientia, le credo il maggior progresso nel filosofare che sia stato fatto da m/2 anni in qua, e che ‘l defraudarne il mondo sia una malignità contra l’humanità; l’altra, che la publicatione non possi nuocere al benefattore. In questo mi passa per mente, che si possi valere di quel mezo di Viena, ma in modo cauto; nel che pensiamo se passi servire che io, favorito di questo tesoro, per mia curiosità ne habbia fatta copia e voluto cercare e procurata la stampa, ché non mi curo che gridi chi vuole. V. S. E.mo discorre singolarmente, che non conviene ricevere negativa; né io ancora la voglio qui a modo veruno: ma se vedrò l’ordine quale di sopra et de edendis, o superarò la difficoltà, o troverò modo fuori. Stampati li voglio certo, se V. S. mi continua il favore che li vegga, come instantissimamente la supplico.

        Micanzio era entusiasta del manoscritto che riceveva di due pagine in due pagine e le tentava tutte per farlo pubblicare. Pensò addirittura a Vienna dove vi fu un tentativo stroncato da quel gesuita del Collegio Romano, Christoph Scheiner, con grande influenza in zone di lingua tedesca, con il quale Galileo si era scontrato sulla questione della macchie solari. E non v’è dubbio che l’intero ordine dei gesuiti, con l’intero Collegio Romano, era attivo contro Galileo ed all’origine di ogni suo problema processuale. E lo raccontava Galileo in una lunga lettera all’amico Elia Diodati del 25 giugno 1634, nella quale riassume un poco ciò che ha vissuto nell’ultimo anno:

Da questo e da altri accidenti, che troppo lungo sarebbe a scrivergli, si vede che la rabia de’ miei potentissimi persecutori si va continuamente inasprendo. Li quali finalmente hanno voluto per se stessi manifestarmisi, atteso che, ritrovandosi uno mio amico caro circa due mesi fa in Roma a ragionamento col P. Christoforo Grembergero, Gieesuita, Mathematico di quel Collegio, venuti sopra i fatti miei, disse il Giesuita all’amico queste parole formali: «Se il Galileo si havesse saputo mantenere l’affetto dei Padri di questo Collegio, viverebbe glorioso al mondo e non sarebbe stato nulla delle sue disgrazie, e harehbe potuto scrivere ad arbitrio suo d’ogni materia, dico anco di moti di terra, etc.: sì che V. S. vede che non è questa né quella opinione quello che mi ha fatto e fa la guerra, ma l’essere’ in disgrazia dei Giesuiti. 
Della vigilanza dei miei persecutori ho diversi altri rincontri. Tra i quali uno fu, che una lettera scrittami non so da chi da paesi oltramontani et inviatami a Roma, dove quello che scriveva doveva credere che tuttavia dimorassi, fu intercetta e portata al S.r Card.le Barberino, e, per quanto da Roma mi venne poi scritto, fu mia ventura che non era lettera responsiva ma prima, piena di grandi encomii sopra il mio Dialogo; e fu veduta da più persone, et intendo che ce ne sono copie per Roma, e mi è stato dato intenzione che la potrò vedere.

        Di questa persecuzione dei gesuiti sapeva anche l’amico Fulgenzio Micanzio che diceva a Galileo che dovrebbe onorarsi di essa. Inoltre era ormai opinione comune nel mondo culturale europeo e si sapeva anche che il capo persecutore era proprio Christoph Scheiner. Di ciò scrissero il giurista e filosofo calvinista olandese Hugo Grotius (Ugo Grozio), Descartes, il bibliotecario del Cardinale Richelieu, Gabriel Naudé, il teologo ed astrologo francese, Jacques Gaffarel.

        Galileo fece comunque appena in tempo a scrivere e correggere i Discorsi perché la salute precipitò sul finire del 1637 (questo grave malanno gli imedì di portare a termine alcuni progetti tra cui un lavoro teorico di astronomia, Le operazioni astronomiche, ed uno più pratico che si proponeva di pefrfezionare il suo metodo per misurare le longitudini). Nei primi mesi di quell’anno gli occhi iniziarono a lacrimargli abbondantemente. Successivamente si infiammò l’occhio destro che pian piano smise di funzionare. Lo scriveva il 4 luglio 1637 al suo amico e traduttore Elia Diodati che si trovava a Parigi:

[…] Io poi mi ritrovo da cinque settimane in qua nel letto, prostrato di forze grandissimamente, e questo per più cagioni: prima per una purga fatta, la quale per le molte evacuazioni m’à reso languido; inoltre per l’età di settanta quattro anni, che non lascia luogo a restauri che possano refocillarmi; ed anca per la stagione ardentissima, la quale con insoliti caldi prosterne il vigore dei più robusti giovani. Aggiugnesi (proh dolor !) la perdita totale del mio occhio destro, che è quello che ha fatto le tante e tante, siami lecito dire, gloriose fatiche. Questo ora, Signor mio, è fatto cieco, e l’altro che era ed è imperfetto, resta ancor privo di quel poco di uso che ne trarrei quando io potesse adoprarlo, poiché il profluvio d’una lacrimazione, che di continuo ne piove, mi toglie il poter far niuna, niuna, niuna delle funzioni nelle quali si richieda la vista […]

        E la cosa non fece che peggiorare fino ad arrivare alla totale cecità che comunicava il 2 gennaio 1638 ancora a Elia Diodati:

In risposta all’ ultima gratissima di V. S. molt’Ill.re delli 20 9bre, intorno al primo punto ch’ ella mi domanda, attenente allo stato della mia sanità, le dico che quanto al corpo ero ritornato in assai mediocre costituzione di forze; ma ahimé, Signor mio, il Galileo, vostro caro amico e servitore, è fatto irreparabilmente da un mese in qua del tutto cieco. Or pensi V. S. in quale afflizzione io mi ritrovo, mentre che vo considerando che quel cielo, quel mondo e quello universo che io con mie maravigliose osservazioni e chiare dimostrazioni avevo ampliato per cento e miÌle volte più del comunemente veduto da’ sapienti di tutti i secoli passati, ora per me s’è sì diminuito e ristretto, ch’ e’ non è maggiore di quel che occupa la persona mia. La novità dell’ accidente non mi ha dato ancora tempo d’assuefarmi alla pazzienza ed alla tolleranza dell’ infortunio, alla quale il progresso del tempo pur mi dovrà avvezzare. Questa così strabocchevole trasmutazione ha cagionato nella mia mente una straordinaria metamorfosi di pensieri, concetti ed assegnamenti, sopra di che per ora non posso se non dire, anzi accennar, poco a V. S. molt’ Ill.re, perchè mi trovo troppo distratto di mente anco nel pensare alle nuove amministrazioni circa alle cose familiari: però mi riserberò con animo meno inquieto a risponder più particolarmente alle cose contenute nella sua gratissima lettera […].

        Ed ancora il 25 luglio 1638 all’altro suo amico, Benedetto Castelli al quale aggiunge le altre infermità di cui soffre:

Le novità scrittemi dalla Paternità Vostra Revd.ma mi sarebbero state di gusto grande, quando lo stato mio infelice non mi tenesse oppresso da molte cure moleste. Oltre alla continua lacrimazione et una mordace infiammazione di occhi, ho travagliato per 15 giorni di dolori colici, la cura de i quali mi ha fatto curar meno quella degli occhi et anteporre i medicamenti per quella, benché contrarii al bisogno degli occhi. Tornerò all’astinenza del vino; ma non perciò vengo punto in speranza di non havere a perdere totalmente anco l’altro occhio, cioè il destro, come già molti mesi sono persi il sinistro.

        Galileo era cieco ! (da allora fu il suo giovane discepolo Vincenzo Viviani che aiutò Galileo facendogli da emanuense e mantenendolo attivo su questioni scientifiche proponendogli dubbi e questioni diverse come la dimostrazione più stringente sul fatto che le leggi di caduta dei gravi lungo la verticale sono le stesse di un grave che discende lungo un piano inclinato). Ed era anche molto malandato e sofferente (dolori per tutto il corpo, insonnia, nausea, inappetenza, ernia) oltreché addolorato. D’altra parte il suo glorioso occhio, insieme all’altro, non avevano mai riposato in prolungate osservazioni del cielo che non aveva mai smesso. Nella stessa Arcetri, in quegli anni di prigionia, egli le continuava smettendole solo nel maggio 1636 a causa proprio dell’indebolimento della vista. E queste osservazioni lo avevano portato ad una nuova scoperta, quella della titubazione della Luna (oggi nota come librazione ottica, la lieve oscillazione apparente, sia in latitudine che in longitudine, della Luna attorno al proprio asse, oscillazione che ci permette di osservare una parte della superficie della Luna maggiore della semplice metà che risulta affacciata alla Terra). Spinto da una provocazione del veneziano Alfonso Antonini che, avendo sentito parlare di queste osservazioni di Galileo, si chiedeva come facesse Galileo a rivendicarne la priorità visto che non aveva scritto nulla, Galileo dettò in proposito una lettera (fiducioso che sarebbe stata resa pubblica) per l’amico Fulgenzio Micanzio il 7 novembre 1637:

Rileggendo la lettera della P. V. Rev.ma veggo come ella va stimando che io non cessi del tutto dalle specolazioni; il che è vero, se bene con notabile danno della sanità, poiché, aggiunte queste alle molte altre perturbazioni che mi molestano, mi tolgono il sonno, con accrescimento della notturna malinconia, la quale notabilmente mi nuoce; e quel gusto che si suole haver nel ritrovamento di nuove osservazioni, viene dall’ offesa corporale, se non del tutto tolto via, sicuramente in gran parte stronzato. lo ho scoperta una assai maravigliosa osservazione nella faccia della luna, nella quale, ben che: da infiniti infinite volte sia stata riguardata, non trovo che sia stata osservata mutazione alcuna, ma che sempre l’istessa faccia nell’ istessa veduta a gli occhi nostri si rappresenti; il che trovo io non esser vero, anzi che ella ci va mutando aspetto con tutte tre le possibili variazioni, facendo verso di noi quelle mutazioni che fa uno che esponendo a gli occhi nostri il suo volto in faccia, e come si dice in maestà, lo va mutando in tutte le maniere possibili, cioè volgendolo alquanto ora alla destra et ora alla sinistra, o vero alzandolo et abbassandolo, O finalmente inclinandolo ora verso la destra et ora verso la sinistra spalla. Tutte queste mutazioni si veggono fare nella faccia della luna, e le macchie grandi e antiche, che in quella si scorgono, ci fanno manifesto e sensato questo ch’ io dico. Aggiugnesi di più una seconda maraviglia, et è che queste tre diverse mutazioni hanno tre diversi periodi: imperò che l’una si muta di giorno in giorno, e così viene ad haver il suo periodo diurno; la seconda si va mutando di mese in mese, et ha il suo periodo mestruo; la terza ha il suo periodo annuo, secondo il quale finisce la sua variazione. Or che dirà la P. V. Rev.ma nel confrontare questi tre periodi lunari con li tre periodi diurno, mestruo et annuo de i movimenti del mare, de i quali, per comune consenso di tutti, la luna è arbitra e sopraintendente?

        Su questo fenomeno, in modo meno preciso, Galileo aveva già detto qualcosa nel Dialogo individuando comunque l’aspetto appariscente del fenomeno e cioè che noi veggiamo qualche cosa di più della metà della Luna. E dirà molto di più in una lunghissima lettera, una sorta di piccolo trattato, ad Alfonso Antonini (appassionato di scienza e suo amico da quando fu suo studente a Padova, fondò ad Udine l’Accademia degli Sventati) del 20 febbraio 1638. Ma Galileo tornerà ancora sui fenomeni lunari con un lavoro del 1640 del quale parlerò nella parte seconda di questo articolo.

          Inoltre, sempre in quel periodo aveva ripreso l’osservazione dei satelliti di Giove per quel suo progetto di determinare la longitudine tramite la loro posizione, progetto al quale sembrava interessata l’Olanda con cui era in trattative(a seguito della cecità, Galileo fu costretto ad affidare i suoi scritti al suo vecchio discepolo Padre Vincenzo Reineri che avrebbe dovuto continuare le trattative. Nel 1648, a sei anni dalla morte di Galileo, quando Padre Reineri aveva ultimato la compilazione delle effemeridi dei Pianeti Medicei, anch’egli moriva, e con lui sparivano tutti gli scritti lasciati da Galileo e ciò che aveva aggiunto Reineri). Su questa trattativa vi erano state  prolungate corrispondenze con il citato Ugo Grozio, con il vice Ammiraglio e governatore dei possedimenti olandesi nelle Indie Orientali Laurens Reael (Lorenzo Realio) e con il professore di matematica e nautica all’Università di Amsterdam, Martino Ortensio, uno dei quattro della Commissione di esperti matematici, geografi ed astronomi che dovevano valutare l’utilizzabilità dell’invenzione di Galileo. La Commissione decise infine nel giugno 1638 di inviare in Italia proprio l’Ortensio affinché potesse ricevere da Galileo tutte le istruzioni per poter superare le difficoltà applicative del metodo; ma la cosa fu ancora proibita dall’Inquisizione. Tra l’altro Galileo aveva fatto avere in dono un cannocchiale agli Stati Generali olandesi ed in cambio l’Ortensio avrebbe dovuto portare in dono a Galileo una collana d’oro del valore di 500 fiorini. Fu Diodati ad avvertire Ortensio della proibizione ed Ortensio rinunciò al suo incarico ma chiese ed ottenne dai mercanti tedeschi Ebers di portare comunque la collana a Galileo. Questi rifiutò il dono e l’episodio è raccontato all’amico Diodati nell’agosto del 1638:

Molto Ill.re Sig.re e P.rone mio Col.mo

[…] Sei giorni sono mi fu portata da i Sig.ri mercanti Ebers tedeschi una lettera de gl’Ill.mi e Pot.mi Stati, insieme con una scatola entrovi una collana. I portatori mi trovorono in letto afflittissimo, e, per essere io cieco, apersero e mi lessero la lettera di detti Signori, veramente piena di cortesia. Io la presi, e l’istesso feci della scatola; ma la lettera la ritenni appresso di me, e la scatola, con quello che dentro vi era, riconsegnai in mano de i medesimi Sig.ri mercanti, pregandoli che la tenessero appresso di loro sin tanto che io potessi scrivere in ringraziamento a gl’Ill.mi e Potentissimi Stati et aspettare risposta a quello che io averei scritto, che era di ringraziarli della benigna dimostrazione del buon affetto loro verso di me, ma che la collana non volevo che restasse in mia mano per adesso, e ciò per varii rispetti et in particolare per avere il mio infortunio della perdita della vista e dell’aggravio di gravissima malattia interrotto il negozio che si trattava. La gravezza del male non m’ha permesso per ancora di rispondere a i detti Signori: lo farò, se mi sarà da Dio conceduto tanto di vigore, e ne manderò copia anco a V.S. molto Ill.re ; ma se il peggioramento mio va crescendo, come ha fatto da tre o quattro giorni in qua, dubito che il dettar più lettere sarà giunto al fine.

La lettera de i Sig.ri Stati mi fu mandata dal Sig.re Giovanni Reijusto, parente del già Sig.r Lorenzo Realio, al quale io ho risposto, e doverà fra tanto dar conto in Olanda del succeduto sin qui. […]

Di Firenze, li 17  Ag.to 1638 [ma probabilmente si tratta del 7 agosto,ndr]

Dev.mo et Oblig. mo Serv.re
Galileo Galilei.

e qualche giorno dopo aggiunse, sempre a Diodati, che vana temerità sarebbe il voler contrastare alla necessità del destino.

        Un paio di documenti descrivono la situazione fino al sorprendente finale. Quello che segue è il nuovo Inquisitore Generale di Firenze, Giovanni Muzzarelli da Fanano, che scrive (26 giugno 1638) al Cardinale Francesco Barberini (attraverso il Cardinale Padrone) per informarlo del fatto che si attendeva la venuta di Ortensio presso Galileo:

Eminentissimo e reverendissimo

 Signor Padron colendissimo

 Io sono avvisato che s’aspetta qua in breve di Germania persona di qualità, spedita dalle città franche de’ Paesi Bassi con regali di prezzo a Galileo Galilei; e per qualche diligenza usata in proposito ho scoperto, che havendo questo, molti anni sono, dato intentione di poter fare uno stromento col quale si renda facile la navigatione per la longitudine da ponente a levante, esse hanno risoluto di mandare personaggio a posta per haverne l’intiera notitia, e questo sarà ricevuto et alloggiato dal Gran Duca. Io, nell’angustia di questo tempo, non ho stimato bene di far altro motivo che di far intendere al predetto Galileo di non ammettere, se può, il detto personaggio, o ammettendolo, come posso dubitare, per ordine di questa Altezza, s’astenga in ogni modo dal discorrere di quello che le è stato prohibito. Che è quello che a me è stato ordinato da Vostra Eminenza, alla quale ho stimato mio debito di dar parte di questo, per renderla avvisata di quello che passa e per ricevere qualch’ordine, se si compiacerà di darne in proposito. E le faccio humilissima riverenza. 
Di Vostra Eminenza

 humilissimo et obligatissimo servo

fra Giovanni Fanano, Inquisitore.

d’altra mano: 

Fiorenza. Del Padre Inquisitore. 

[De] 26 di giugno a 10 di luglio 1638. 

Dà conto che si aspetta in breve di Germania personaggio di qualità, con regali di prezzo a Galileo Galilei, per cagione ch’havendo, molti anni sono, data intentione di far un istromento col qual si renda facile la navigatione per la longitudine da ponente a levante, essi hanno risoluto mandare personaggio a posta per haverne intiera notizia; e sarà ricevuto et alloggiato dal Gran Duca. Che l’Inquisitore ha fatto intender al Galileo che non ammetta, se può, detto personaggio; o ammettendolo forzatamente per ordine di Sua Altezza s’astenga in ogni modo di discorrere di quello che gli è stato prohibito. 
 

d’altra mano ancora: 

13 iulii 1638. Eminentissimi Domini mandarunt Inquisitori rescribi, quod si persona Florentiam ventura ex Germania ad alloquendum Galileum sit eretica ve1 de civitate haeretica non permittat accessum ad praedictum Galileum, eidemque Galileo hoc prohibeat; sed quando civitas et persona esset catholica, non impediat negociationem, dummodo non tractent de motu terrae et stabilitate cae1i, iuxta prohibitionem alias factam.

       La scandalosa replica in latino della Congregazione diceva che a Galileo doveva essere proibito l’incontro anche perché la persona da incontrare è eretica e proveniva da un Paese eretico, altra cosa sarebbe stata se la richiesta fosse venuta da persona e Paese cattolico (naturalmente la Chiesa mente in quanto, simultaneamente, l’amico di Galileo, Benedetto Castelli, gestiva una cosa analoga con la Spagna e regolarmente gli era impedito di fare da tramite).

        La questione doveva essere d’interesse per Francesco Barberini perché scrisse una lettera all’Inquisitore di Firenze:

Molto Reverendo Padre,

Se il personaggio destinato a Galileo Galilei, e con regali di prezzo, per ritrarne da lui l’istromento che mostra il modo di navigare per la longitudine del polo, sarà di setta heretica, o mandato da città heretica, questi Eminentissimi miei Signori non hanno per bene che il Galileo possa introdurlo a ragionar seco, et ella gli ne dovrà fare la prohibitione in forma; ma quando e la città e ‘l medesimo personaggio fusse cattolico, non stima la S. Congregazione di dovergli impedire la negotiatione, purchè essi non trattino del moto della terra, conforme agl’ordini già dati. Ma qui difficilmente si crede che l’istrumento sia tale che possa senza difficoltà aperir la strada a sì fatta navigatione, sino a questi tempi incognita, ancor che investigata da ingegni altissimi; e quando forsi egli ne havesse ritrovato il modo, non si crede s’habbia da codest’Altezza permettere ch’egli capiti in mano di gente straniera e si tolga all’Italia la gloria d’haver isperimentata, prima degli altri, sì nobile inventione, assai più utile di quella c’hoggi si costuma per l’altezza del polo, pur anco facilitata, col segreto della calamita, da ingegno italiano. Serva d’avviso a V. R., et il Signore la conservi.

Di Roma, li 19 Luglio 1638.

Come fratello
Il Card. le Barberino.

        E Barberini tornò ancora sulla questione il 30 ottobre, in una lettera a Benedetto Castelli ed il 27 novembre in una lettera all’Inquisitore di Firenze:

Al P. D. Bened.o Castelli. Firenze.

Ho ricevuto in un istesso tempo dua lettere di V. R.za , una de’ 9, l’altra de’ 16 del presente, alle quali brevemente, conforme alla commodità che ho del tempo, replicherò, contentarsi Nostro Signore che ella possa trattare circa i moti de i Pianeti Medicei con le tavole e teoriche loro per stabilire il modo di ritruovar la longitudine, mentre la mente di S. S.tà e della S.ra Congregatione è, che quando si puotesse fermare cosa proficua alla navigatione, questa capiti in mano a principe Cattolico. In ordine a questo adunque tiene la licenza V. R.za, la quale son sicuro che s’asterrà da altri discorsi, e massime da quelli contrarii al senso della S. Congregatione. Non posso esser più lungo; ma approvando quanto ella dice delle gran qualità di cotesti Principi, me le offero e mi ricordo alle sue orationi.

Roma, 30 Ott. re 1638.

Mi ero scordato di communicarle una mia curiosità, et è di quali acque ella sia per dire il suo parere. Attendo da V. R.za la risposta, e le prego l’assistenza di Dio nel Suo santo servitio.

______________________

Molto Rev. Padre,

Si contenta N. S. che D. Benedetto Castelli, Monaco Cassinense, possa trattare frequentemente con Galileo Galilei, e per servitio dell’anima del suddetto Galileo, e per istruirsi de’ periodi de’ Pianeti Medicei, ne’ quali pretende fondarsi l’arte di navigare per la longitudine de’ gradi; ma comanda Sua Beatitudine che, sotto pena di scomunica latae sententiae e da incorrersi senz’altra dichiaratione, la cui assoluttione riserva S. Santità a se medesima, levatone anco la facoltà alla S. Penitentiaria, non ardisca egli di favellare col suddetto Galileo dell’opinione dannata da questa Suprema et Universale Inquisitione intorno al moto della terra. V. R. si contentarà di darli notitia di senso di N. S.. Et Dio la conservi.

Di Roma, li 27 Novembre 1638.

        La volontà della Congregazione e del Cardinale Barberini del 19 luglio venne fatta conoscere a Galileo ed il seguito degli eventi è nel seguente documento, ancora una lettera dell’Inquisitore al Cardinale Francesco Barberini del 25 luglio 1638:

Eminentissimo e reverendissimo

Signor Padron colendissimo  

Il personaggio destinato a Galileo Galilei non è comparso in Fiorenza, né meno, per quello che sono avvisato, è per comparire; non ho però sin hora potuto penetrare se ciò siegua o per impedimento havuto nel viaggio o per altro rispetto: so bene che sono capitati qua, in mano d’alcuni mercatanti tedeschi, i regali con lettere dirette al mede(si)mo Galileo; e persona di rispetto, mia confidente, che ha parlato con quello stesso che ha li regali e le lettere, dice che queste sono sigillate con sigillo di stati olandesi, e che quelli sono in un involto, e si figurano manifatture d’oro e d’argento. Il Galileo ha recusato costantissimamente di ricevere tanto le lettere quanto i regali, o sia per timore ch’egli habbia havuto di non incorrere in qualche pericolo per l’ammonitione che io le feci al primo avviso che s’hebbe di questo personaggio che doveva venire, o perché in effetto egli non ha ridotto, né meno è in termine di poter ridurre, a perfettione il modo di navigare per la longitudine del polo,ritrovandosi egli totalmente cieco e più con la testa nella sepoltura che con l’ingegno ne’ studii matematici, e patendo l’uso dell’istromento, che si figurava, molte difficoltà che si rendono insuperabili: e quando l’havesse havuto in termine, s’è discorso anche qua che quest’Altezza non havria permesso di lasciarlo capitare in mano di stranieri, heretici et inimici di Prencipi uniti con questa Casa. Che è quanto ho stimato mio debito di rappresentare humilissimamente a Vostra Eminenza in risposta d’una lettera di 17 del cadente; e le faccio profondissima riverenza. 


Di Vostra Eminenza 
humilissimo divotissimo et obligatissimo servo

fra Giovanni Fanano, Inquisitore. 

d’altra mano: 


Fiorenza. Del Padre Inquisitore. Di 25 a 29 luglio 1638.

 Che il personaggio destinato a Galileo Galilei non è comparso, né meno, per quanto intende, è per comparire; ma che bene sono capitati in mano d’alcuni tedeschi i regali, insieme con la lettera, sigillata col sigillo de gli stati olandesi, per detto Galilei, il quale ha ricusato di ricever gli uni e l’altra. 

e di mano ancora diversa: 

Relatae et lectae. 

e di mano altra volta diversa:


Die 5 augusti 1638. Sanctissimus iussit eidem Galileo significari hanc actionem fuisse valde gratam huic Sacrae Congregationi.

        Da sottolineare il fatto clamoroso: la Congregazione del Sant’Uffizio era molto grata a Galileo per aver rifiutato il dono. Ed il Cardinale Francesco Barberini lo scrive in modo più chiaro all’Inquisitore il 7 agosto:

Molto Rev. Padre,

Galileo Galilei, con non voler ricevere le lettere e i regali destinatigli dalli Stati d’Olanda, ha dato segno di molta pietà. V. R. gli può accennare che la sua attione è stata sentita volentieri con molta sua lode da questi miei Eminentissimi; e V. R. lo manterrà in fede, acciò non presti orecchie a sifatte esibitioni. Et il Signore la conservi.

Di Roma, li 7 Agosto 1638.

Come fratello
Il Card. le Barberino.

        Ma torniamo agli occhi, all’esserseli rovinati per il troppo prolungato uso in osservazioni notturne con il cannocchiale. Scriveva Galileo delle sue osservazioni, fatte con strumenti sempre più precisi, all’amico Fulgenzio Micanzio il 5 novembre 1637, poco prima di perdere la vista:

[…] E pur ora sono intorno al distendere un catalogo delle più importanti operazioni astronomiche, le quali riduco ad una precisione tanto esquisita, che mercè della qualità de

gli strumenti per le osservazioni della vista, e per quelli con i quali misuro il tempo, conseguisco precisioni sottilissime, quanto alle misure non solamente di gradi e minuti primi, ma di secondi e terzi e quarti ancora; e quanto a i tempi, parimente esattamente si hanno le hore, minuti primi, 2i, 3i e più, se più ne piace: mercè delle quali invenzioni si ottengono nella scienza astronomica quelle certezze che sin ora con i mezzi consueti non si sono conseguite; et a suo tempo la P. V. Rev.ma non sarà la seconda ad haverne parte. 
Le nuove osservazioni fatte da me nella faccia lunare ci porgono indubitabile certezza come la conversione di essa luna, fatta nel suo dragone, ha per centro il centro della terra; sì che se l’occhio del riguardante fusse in tal centro collocato, nessuna di tali mutazioni scorgerebbe, in maniera che la nostra lontananza dal centro della terra e l’obliquità del dragone cagionano tutte le apparenti mutazioni: come con un poco di ozio (del quale al presente son del tutto privo) potrò significarle; ma facilmente con questo poco di cenno ella per sé stessa penetrerà il tutto. Sto con grande avidità aspettando i fogli smarriti, e gli altri che haveranno stampati di poi. Alla cattiva nuova della mia imminente cecità totale voglio pur arrecarle un poco di temperamento al dolore che son sicuro che ella ne sente […]

        In questa medesima lettera Galileo comunica all’amico di trovarsi oppresso dalla malinconia e soprafatto immoderatamente dalla necessità di fare scrivere perpetuamente, non solo in risposte di lettere moltiplici che da diverse bande mi vengono, ma per deporre varii miei pensieri e concetti, parte de’ quali sono antichi ma non spiegati ancora in carte, et altri sono nuovi, che contro a mia voglia mi cascano in mente per tenermi, credo, tuttavia travagliato. Per quanto Galileo dica di sentirsi oppresso dalle molteplici lettere, in realtà esse lo riempivano di orgoglio per la considerazione in cui tutti lo tenevano. Era faticoso, nelle sue condizioni, rispondere a tutti ma questa attività lo distraeva, suo malgrado, dai molti dolori fisici e dell’animo. E questa fitta corrispondenza egli intratteneva, dalla sua condanna, con molti amici, alcuni del passato, altri conquistati o riconquistati dopo di essa e vale la pena accennare ad alcuni di essi. Tra i più assidui  vi è un suo vecchio conoscente degli anni padovani, Niccolò Fabri di Peiresc, conosciuto nella casa di Giovanvincenzo Pinelli, la prima casa in cui abitò Galileo a Padova dal 1592 al 1601, casa dotata di una immensa biblioteca che Galileo sfruttò moltissimo. Fabri, amico del Cardinale Padrone, era di famiglia pisana ma residente in Provenza, dove era Consigliere del Parlamento. Fabri, di sua iniziativa, il 31 gennaio 1635 si prese la briga di intervenire verso il Cardinale Francesco Barberini perché attenuasse la sua persecuzione di Galileo e gli permettesse di dimorare nella sua casa di Firenze perché, affermava Fabri con una insolita durezza, vedeva compromessi l’onore e la reputazione del Pontificato che avrebbe assunto di fronte alla storia le medesime responsabilità di chi condannò Socrate:

[…] Del resto poi non le saprei rendere le dovute grazie di quelle curiosissime relationi che V. Em.za s’è degnata farmi partecipare delle cose di Terra Santa et di Aethiopia, …. non potendole dissimulare che non riceverò a minor favore della sua immenza bontà la consolatione che V. Em.za si degnarà procurare appressso la S.tà di N. S. al venerando vecchio il S.r Galilei, che se fosse per il mio padre proprio, che sia in gloria; inchinandomele con quelle maggiori summissioni che mi siano possibili per porgerlene l’humilissime suppliche, geloso dell’honore et della riputatìone di cotesto Ponteficato et della prudentissima direttione et administratione di V. Em.za molto più che della conservatione della mia vita, et sicuro che sì come l’indulgenza ch’ella farà concedere al suo peccate di fragilità humana sarà conforme alli voti delli più nobili ingegni dél secolo, che compatiscono tanto alla severità et prolungatione del suo castigo, così un evento contrario correbbe gran rischio d’essere interpretato e forzi comparato un giorno alla persecutione della persona et sapienza di Socrate nella sua patria, tanto biasimata dall’altre nazioni et dalli posteri istessi di que’ che gli diedero tanti travagli. Schusi di grazia l’Em.za Voostra questo mio ardire, et m’imponga silentio assolutamente se le fosse discaro, ch’io sono apparecchiato d’obbedire in ogni modo a me possibile; ma spero più tosto l’ottata concessione della grazia dalla pietà e potentissima intercessione di S. Em.za […].

        Un altro corrispondente fu il conte François di Noailles (al quale saranno poi dedicati i Discorsi), suo alunno privato a Padova (nel 1603) per apprendere l’uso del compasso geometrico e militare, che all’epoca (dal 1634 al 1636) era Consigliere di Stato ed Ambasciatore di Francia a Roma. Di Noailles scrisse, oltre che a Galileo per dargli tutti i sentimenti di stima e di affetto (24 ottobre 1634), sia al Papa Urbano VIII che a suo nipote (leggi: figlio), il Cardinale Antonio Barberini, per chiedere condizioni più accettabili per Galileo oltre che di poterlo incontrare. La prima richiesta, concordata con Niccolini non ebbe alcun esito mentre la seconda era legata ad un viaggio che di Noialles doveva fare da Roma in Francia e riguardava il permesso per Galileo di andare ad un incontro con lui a Poggibonsi, lungo il cammino. La richiesta passò al Sant’Uffizio e di Noailles la comunicò a Galileo il 9 ottobre del 1636. L’Ambasciatore di Francia era persona troppo importante per negargli questo favore che fu concesso per il medesimo mese di ottobre. Questa data è di fondamentale importanza perché fu utilizzata da Gaslileo per consegnare una copia manoscritta dei Discorsi al diplomatico, che sarà poi il dedicatario dell’opera.

        Le condizioni di salute disastrate di Galileo delle quali dicevo qualche riga più su, gli avevano fatto presentare (all’inizio del 1638) su consiglio di Castelli e ancora a Francesco Barberini, un’altra istanza che gli permettesse il trasferimento a Firenze, nella casa che aveva comperata per il figliuolo sulla Costa di San Giorgio, vicinissima alle mura della città. Il Cardinale Padrone inviò il nuovo Inquisitore di Firenze, Giovanni Muzzarelli, a visitare Galileo ad Arcetri per accertarsi di persona del suo stato di salute e per fornire il suo parere sul richiesto trasferimento. Muzzarelli eseguì e, il 13 febbraio del 1638, inviò il resoconto della sua ispezione al Cardinale Francesco Barberini con argomenti difficilmente confutabili sullo stato di profonda prostrazione fisica di Galileo:

Per sodisfare più interamente al comandamento della Santità di N. S., sono andato in persona all’improvviso, con un medico forestiero mio confidente, a riconoscere lo stato del Galileo nella sua villa di Arcetri, persuadendomi con questo non tanto di poter referire la qualità delle sue indisposizioni, che di penetrare et osservare gli studi a’ quali è applicato e le conversazioni colle quali si trattiene, per aver luce di quanto se, venendo a Fiorenza, possa con radunanze e discorsi seminare la sua dannata openione del moto della terra. Io l’ ho ritrovato totalmente privo di vista e cieco affatto; e sebbene egli spera di sanarsi, non essendo più di sei mesi che gli caderono le cateratte negli occhi, il medico però, stante l’età sua di 75 anni, ne’ quali entra adesso, ha il male per quasi incurabile: oltre di questo ha una rottura gravissima, doglie continue per la vita, et una vigilia [insonnia, ndr] poi, per quello che egli afferma e che ne rifferiscono li suoi di casa, che di 24 hore non ne dorme mai una intiera; e nel resto è tanto mal ridotto, che ha più forma di cadavero che di persona vivente. La villa è lontana dalla città et in luogo anche scomodo, e perciò non può che di raro, con difficoltà e con molta spesa, havere le comodità del medico. Gli studi suoi sono intermessi per la cecità, sebbene alle volte si fa leggere qualche cosa, e la conversazione sua non è frequentata, perchè, essendo così mal ridotto di salute, non può per ordinario far altro che dolersi del male e discorrere delle sue infermità con chi talvolta va a visitarlo: onde, per questo rispetto ancora, credo che quando la Santità di N. S. usasse della infinita sua pietà verso di lui, che concedendole che stasse in Fiorenza, che non avrebbe occasione di far radunanze; e quando l’avesse, è mortificato in tal guisa, che per assicurarsene credo che potrà bastare una buona ammonizione per tenerlo in freno. Che è quanto posso rappresentare a V. E.

 Fiorenza, li 13 Febbraio 1638.  Ill.mo Sig.r Cardo Francesco Barberino.  Umiliss.mo Devotiss.mo Obbligatiss.mo

Fra Giov. Fanano, Inquisitore.

        Questa relazione poliziesca e poco cristiana (o forse proprio cristiana) al Cardinale lo convinse a concedere il permesso a Galileo di tornare nella sua casa alla Costa San Giorgio di Firenze con un cumulo di limitazioni. Il Cardinale scrisse all’Inquisitore in tal senso:

Molto Rev. Padre, 

La Santità di Nostro Signore, col parere di questi miei Eminentissimi, s’è compiaciuta di permettere a Galileo Galilei, che dalla villa d’Arcetri, ove sta ritenuto, possa farsi trasportare a sua casa in Fiorenza ad effetto di. farsi curare de’ suoi mali. Comanda. però Sua Beatitudine ch’egli non esca per la città, né meno ammetta in sua casa, a pubbliche o segrete conversationi, huomini tali che gli possano dar campo di far discorsi della sua dannata opinione del moto della terra; volendo Sua Santità che particolarmente gli prohibisca sotto gravissime pene l’entrare a ragionare con chi si sia de sì fatta materia: e stia ella nel rimanente avvertita ch’ egli osservi quanto da Sua Beatitudine e da questi Eminentissimi se gl’impose. Et il Signore la conservi.

  Di Roma, li 6 Marzo 1638. 
Di V.R. 
Come fratello 
Il Card.le Barberini.

       Ossequiente l’Inquisitore passò la concessione della clemenza da parte delle beatitudini a Galileo e successivamente informò il Cardinale di aver adempiuto all’incarico:

S.r mio Osso.mo 

La S.tà di N. S. si contenta di permettere a V. S. il transferirsi da cotesta sua villa alla casa che tiene qua in Fiorenza per curarsi delle sue indispositioni. Dovrà però lei, nell’entrare in città, venire o farsi condurre qua a direttura al S. Ufficio per intendere da me quello che d’avvantaggio devo significarle e prescriverle. E con questo le bacio le mani e le prego da Dio ogni felicità.

Fiorenza, li 9 Marzo 1638.

______________________________

Io ho Eminentiss.o e Reverd.mo P.ron Colend.o

 significato a Galileo Galilei la grazia fattale dalla Santità di N. S. e dalla Sacra Congregazione, di potersi far portare dalla villa d’Arcetri a sua casa in Fiorenza per curarsi delle sue indisposizioni, e giontamente l’ho precettato di non uscire per la città, e con pena di carcere formale in vita e di scomunica latae sententiae, riservata a Sua Beatitudine, di non entrare con chi si sia a discorrere della sua dannata openione del moto della terra. Egli si ritrova dall’età di 75 anni, dalla cecità, e da molte altre indisposizioni e sinistri accidenti che lo travagliano, talmente mortificato, che si può facilmente credere, come ha promesso, che non sia per trasgredire il comandamento che se li è fatto. Oltre di questo, la sua casa è in uno de’ più remoti luoghi e lontani dall’abitato che farsi sia in città; e di più ha un figliuolo molto morigerato e dabbene, che li assiste continuamente, e questo è avvisato da me di non ammettere in modo alcuno persone sospette a parlare col padre, e di far sbrigare presto quegli che alle volte lo visiteranno, e son sicuro che invigilerà et eseguirà puntualmente, poiché, come si confessa obbligatissimo a Nostro Signore et a V. E. per la grazia fatta di poter essere in città a curarsi, così teme che ogni minima cosa possa fargliela revocare, compiendo assai all’ interesse suo proprio che il padre si governi e che campi assai, perchè con la morte di esso si perdono mille scudi che le dà l’anno il Granduca. Con tutto ciò invigilerò come devo, affinché sia eseguito quanto viene imposto da Sua Beatitudine e da V. E.: alla quale aggiongo che il medesimo Galileo si raccomanda assai per poter farsi portare nei giorni di festa, per quanto le sarà permesso dalle sue indisposizioni, a sentir messa in una chiesa piccola, lontana da passi dalla sua casa, e m’ha richiesto di supplicarne, come faccio, V. E.. E qui umilissimamente me le inchino e bacio la veste. 
Fiorenza, li 10 Marzo 1638.

        La concessione di poter assistere alla messa nei giorni festivi (in ore proporzionate e con poco apparato e accompagnamento), in una chiesetta a pochi passi da casa, sarà data il 20 marzo. Da notare che il vigilante sarà il figlio di Galileo (che a questo punto si era riavvicinato al padre e lo assistette nelle grandi avversità, con il dubbio seguente, instillatoci da un prete) per l’edificante motivo di non perdere la pensione che il Granduca gli dava finché si trovava a vivere con lui.

In quello stesso 1638, probabilmente a settembre, vi è un episodio del quale non abbiamo documentazione se non indiretta. Sappiamo che oltre al figlio Vincenzo nella casa fiorentina aveva accesso Benedetto Castelli se accompagnato. Non conosciamo invece le circostanze di una visita che avrebbe fatto a Galileo il grande scrittore e poeta inglese John Milton. Fu lo stesso Milton che, nel suo Areopagitica: A speech of Mr John Milton for the liberty of unlicensed printing to the Parliament of England (1644) scrisse le cose seguenti:

Fu li [a Firenze] che io trovai e visitai il famoso Galileo, ormai vecchio, divenuto prigioniero dell’Inquisizione, perché aveva pensato, in astronomia, diversamente da come pensavano i suoi censori francescani e domenicani.

         Ma la massima gioia per Galileo, in quel 1638, fu la notizia che in luglio, in Olanda, si erano stampati i suoi Discorsi (addirittura con dei ridicoli imprimatur: quello del 20 novembre del 1636 di fra Juan Tomás Manca de Prado, professore di filosofia ad Olmütz, e del vescovo Juan Ernesto; quello del 20 aprile del 1637 di León Nylgiesser, rettore dell’Università di Vienna). Un’opera fondamentale che era il degno compimento del Dialogo. Galileo, richiesto di spiegazioni, finse che la pubblicazione fosse un’iniziativa degli editori Elzeviri di Leiden (Olanda) portata avanti a sua insaputa e giuntagli come «inopinata ed inaspettata nuova», avendo lui, «confuso e sbigottito dai mal fortunati successi di altre sue opere», deciso di non pubblicare più nulla. 

            E, prima di andare oltre, voglio rispondere alla domanda: perché i Discorsi sono un lavoro definibile fondamentale ?  Vediamone il contenuto.

I DISCORSI 

        Iniziamo da come Galileo ci presentava l’opera in una lettera del 4 luglio 1637, già citata, al suo amico Elia Diodati:

poiché l’opere che si stampano adesso contengono due intere scienze, tutte novissime e dimostrate da’ loro primi principii et elementi, siché, a guisa degli altri elementi matematici, aprono l’ingressi a campi vastissimi, pieni d’infinite conclusioni ammirande; perloché leggieri stima fo di tutto quello che sin qui ha visto il mondo di mio, in comparazione di questo che resta a vedersi….Quanto all’impresa dell’Ill.mo Sig. Carcavil, V. S. faccia pur istanza che dia mano all’opera, cominciando in tanto dal Nuncio Sidereo, già latino, e dall’Uso del Compasso Geometrico, fatto pur latino già dal Sig. Berneggero, che fra tanto fo tradurre in latino tutto il resto delle mie opere; e quando io vegga un poco di principio, potrò mandar le Lettere solari, già finite di tradurre, e di mano in mano conseguentemente tutte l’altre mie composizioni, sichè non resterà impedimento alcuno all’ottenere il privilegio. E quando V. S. scorga costà irresoluzione o turbamento, me ne dia avviso, perchè credo che dando l’opere tutte latine al Sig. Elseviri, l’abbracceranno, che così me ne dette intenzione in voce il Sig. Lodovico.[…]

Due intere scienze novissime, ambedue in grado di originare sviluppi importantissimi, questo diceva Galileo. Vedremo poi quali sono le due nuove scienze, ora vediamo cosa pensava Galileo del titolo che venne dato all’opera, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica ed ai movimenti locali. Vi sono due lettere, sempre ad Elia Diodati, a tale proposito. La prima del 7 agosto 1638, poco dopo la pubblicazione dell’opera (luglio):

[…] con maraviglia e travaglio son restato della libertà presasi il Sig.re Elzevirio di trasformare l’intitolazione del mio libro, riducendola di nobile, quale ella meritamente deve essere, a volgare troppo, per non dire plebea; et è forza, per mio credere, che qualche mio poco affetto in Amsterdam gl’abbia tenuto mano: e V. S. molto Ill.re, come mio vero e sincero amico e padrone, ben fa a procurare la reintegrazione di essa intitolazione. Della lettera del P. Mersenno è accaduto quello che ella mi accennava, poi che, avendola data in mano d’amici e finalmente di tutta l’accademia, non è stato possibile leggerne tante parole, che almeno in confuso si sia potuto ritrarre senso di tale scrittura: e quelli che non vogliono essere intesi, per loro minor briga possono tacere; e volendo essere intesi, doverebbero fare scrivere in carattere intelligibile. Però io non posso soggiungere nulla, se in altra forma non mi viene scritto; onde la prego a far mia scusa. […]

la seconda del 14 agosto:

[…] Già che non s’è potuto ricorreggere l’intitolazione del mio libro, bisognerà avere pazienza. Ringrazio infinitamente V. S. della presentazione che ne ha fatta a mio nome all’Ill.mo Sig.re Conte di Noailles, dal quale tengo lettere d’avviso di tal presentazione e piene d’infinita cortesia e di certa dimostrazione d’avere S. Sig.ria Ill.ma gradito assai tal opera; del che resto interamente contento e sodisfatto, e molto obligato a V. S. Ben mi danno occasione i SS.ri Elzeviri di maravigliarmi et in certo modo dolermi di loro, poi che infino ad ora in vano ho aspettato qualche quantità d’esemplari della mia scrittura a Madama Ser.ma, da loro più mesi fa stampata, e di questa ultima mia opera ultimamente impressa. E pure, secondo che mi prometteva la sincera realtà di che si vanta l’Olanda et il libero mio procedere verso di loro, doverei a quest’ora avere ricevuta una buona partita d’esemplari dell’una e l’altra opera, o almeno della detta scrittura. Per tanto prego V. S. molto Ill.reche con buona occasione e destramente voglia ricordargli questo che a me pare loro debito, acciò che io possa presentare le dette mie opere a i miei Ser.mi Padroni et a diversi amici, a i quali, come era conveniente, ne ho data ntenzione. […]

Galileo non gradì il titolo dato dagli Elzeviri perché troppo lungo e non in grado di spiegare bene il suo contenuto. Noi non conosciamo il titolo che egli voleva dare e quindi non abbiamo elementi per opinare ma se Galileo diceva queste cose, certamente egli aveva una più chiara valutazione dell’impatto di un titolo piuttosto che un altro. Si lamentava infine del fatto che ancora non gli erano arrivate le copie che aspettava (gli arriveranno nel giugno 1639) e la cosa lo stupiva perché si trattava di olandesi (si crede di cogliere un sottinteso sull’efficienza di quel Paese rispetto al nostro).      

L’opera in termini di organizzazione è analoga al  Dialogo. Vi sono tre persone, gli stessi Sagredo, Salviati e Simplicio, che dialogano su alcuni problemi in quattro giornate. In realtà un vero dialogo vi è solo nelle prime due giornate mentre, nelle ultime due, vi è una sorta di finzione letteraria che vede Salviati leggere un trattato in latino sul moto scritto dal suo amico Accademico (che sarebbe Galileo) e gli altri due interrompere solo di rado. Nella prima edizione, quella del 1638, compariva un’Appendice in latino,  Appendix in qua continentur theoremata eorumque demonstrationes, quae ab eodem Auctore circa centrum gravitatis solidorum olim conscripta fuerunt, nella quale venivano raccolti i lavori giovanili di Galileo. L’opera era comunque in qualche modo incompleta, almeno rispetto alle intenzioni che aveva Galileo. Nei suoi programmi avrebbe dovuto contenere altre due giornate, la quinta e la sesta che probabilmente stava preparando quando la cecità lo fermò. Solo nel 1641 riprese il progetto, quando Torricelli andò a vivere ad Arcetri al suo fianco. A Torricelli Galileo deve aver diffusamente parlato del suo progetto e fu così che Torricelli costruì la  Quinta Giornata  (che nei piani di Galileo sembra dovesse essere la  Sesta) che era costituita dal  Sopra le definizioni delle proporzioni d’Euclide  e questa giornata fu pubblicata per la prima volta nel 1674 da Vincenzo Viviani (solo successivamente fu chiamata  Quinta Giornata). La Sesta Giornata (che, per quanto detto prima, doveva essere la  Quinta) fu ritrovata da Vincenzo Viviani tra gli oggetti vari che erano andati in mezzo all’eredità ricevuta dal figlio di Galileo, Vincenzo. Riguarda  Della forza della percossa  e sarà pubblicata per la prima volta nel 1718 nell’edizione fiorentina dei  Discorsi. Un’ultima osservazione riguarda la Sesta Giornata: in essa sparisce il personaggio Simplicio e compare in suo luogo un nobile di Treviso, il Sig. Paolo Aproino, che era stato un discepolo e grande amico di Galileo nell’epoca padovana (era poi diventato Monsignore con la carica di Vicario Capitolare di Treviso).

Ultima cosa da discutere preliminarmente è la natura delle due nuove scienze, perché sarebbero nuove scienze ?

        La prima delle due è effettivamente una grande novità. Riguarda in senso lato la struttura della materia trattata da un punto di vista matematico e riguarda la teoria della resistenza dei materiali alla rottura, argomenti che mai erano stati trattati precedentemente in modo scientifico. Questa trattazione testimonia quanto ho più volte sostenuto e cioè lo stretto legame che le elaborazioni galileiane avevano con il mondo della tecnica, degli ingegneri, degli architetti che certamente si erano dovuti scontrare praticamente con tali problematiche. Galileo riuscì a fare il passaggio difficilissimo tra dati dell’esperienza empirica a teorie scientifiche generali mostrando l’enorme differenza che esiste tra i due approcci. Partendo dai principi base della leva e dall’ipotesi che nei solidi vi sia una distribuzione ed una coesione uniforme di materia, Galileo elaborò molti teoremi che raccoglievano varie conoscenze precedenti con molte nuove in una organizzazione matematica coerente. In questo contesto fece rientrare un problema fondamentale della fisica, che è spesso trascurato, almeno nelle trattazioni elementari, quello che oggi chiameremmo dei fattori di scala. Si tratta della riduzione a legge generale della scoperta che esiste un limite nelle dimensioni di quanto costruito con medesimi materiali nelle stesse proporzioni (se, ad esempio, a parità di tutte le altre condizioni, occorre una trave di 400 centimetri quadri di sezione per sostenere un peso di 1000 chilogrammi, non esiste la legge secondo cui raddoppiando la sezione si raddoppia il peso che può essere sostenuto).

        La seconda scienza che Galileo trattava era nuova in un significato differente da quanto detto per la prima. Qui la trattazione riguardava i movimenti naturali dei quali da secoli vi erano state trattazioni a vari livelli. Ma in esse non si era mai prestata la dovuta attenzione ad alcune proprietà dei movimenti che invece Galileo studiava per la prima volta. Anche qui si può facilmente esemplificare. Aristotele aveva fatto dell’accoppiata movimento e cambiamento uno dei pilastri della sua fisica ma mai aveva studiato la legge di caduta dei gravi con moto accelerato o la composizione dei movimenti che permetteva, ad esempio, lo studio del moto dei proiettili. Questa era dunque una nuova scienza nel senso di un capitolo nuovo in una scienza molto antica.  Inoltre, in queste poche parole, credo si possa già intendere quanto questa trattazione galileiana del moto negasse alla radice la teoria aristotelica dei moti naturali e violenti perché unificava i due in unici principi. Il movimento trovava una sua trattazione in teoremi apparentemente solo teorici che in realtà erano propedeutici ad una trattazione matematica di problemi fisici di interesse pratico.

            Nei Discorsi, gli argomenti sono trattati in sei giornate così suddivise.

Giornata Prima: materia e moto

Giornata Seconda: resistenza dei materiali

Giornata Terza: il movimento

Giornata Quarta: la composizione dei movimenti

Giornate Quinta e Sesta: della forza della percossa e definizione delle proporzioni di Euclide.

All’interno di tali giornate si affrontano svariatissimi argomenti:

– l’indicazione di un modo di misurare la velocità della luce (fuori dalla portata dell’epoca ma con la fondamentale intuizione di luce con velocità finita e misurabile);

– questioni di acustica;

– moto del pendolo;

– moto dei proiettili;

– moto dei gravi;

– resistenza dei materiali;

– fondamenti e sviluppi della dinamica sulla Terra;

– gravi su piani inclinati;

– questioni matematiche;

– paradossi dell’infinito (una parte è uguale al tutto);

– questioni di ottica;

– questioni di idrostatica;

– questioni di termologia.

          Come si vede i problemi presenti a Galileo abbarcavano argomenti di ogni tipo e questo libro è il fondamento imprescindibile per la nuova fisica che piano piano si affermerà sulle ceneri della scolastica. Ma passiamo ora a raccontare alcuni passi salienti dei Discorsi.

I DISCORSI: GIORNATA PRIMA, MATERIA E MOTO

       E’ Salviati che inizia le discussioni della prima giornata che avvengono, come già detto, in un luogo che Galileo ha frequentato in gioventù e dal quale ha tratto molta ispirazione, l’Arsenale di Venezia. Dopo i brevissimi preliminari, dei quali ho già detto, si entra subito in argomento con una delle questioni che hanno messo in confusione e disperazione Sagredo quando i capimastri dell’Arsenale gli raccontavano quali modifiche occorreva fare per mettere in acqua le grandi imbarcazioni rispetto alle piccole. La rottura di sostegni, armamenti ed altri ripari, delle macchine costruite secondo astratte dimostrazioni geometriche, alcuni tra i più intelligenti la attribuiscono a difetti e/o usura dei materiali utilizzati. Ma le cose non stanno così come spiega Salviati:

[…] astraendo tutte l’imperfezzioni della materia e supponendola perfettissima ed inalterabile e da ogni accidental mutazione esente, con tutto ciò il solo esser materiale fa che la machina maggiore, fabbricata dell’istessa materia e con l’istesse proporzioni che la minore, in tutte l’altre condizioni risponderà con giusta simmetria alla minore, fuor che nella robustezza e resistenza contro alle violente invasioni; ma quanto più sarà grande, tanto a proporzione sarà più debole. […]

[…] se noi ridurremo un’asta di legno a tal lunghezza e grossezza, che fitta, v. g., in un muro ad angoli retti, cioè parallela all’orizonte, sia ridotta all’ultima lunghezza che si possa reggere, sì che, allungata un pelo più, si spezzasse, gravata dal proprio peso, questa sarà unica al mondo; tal che essendo, per esempio, la sua lunghezza centupla della sua grossezza, nissuna altra asta della medesima materia potrà ritrovarsi che, essendo in lunghezza centupla della sua grossezza, sia, come quella, precisamente abile a sostener se medesima, e nulla di più; ma tutte le maggiori si fiaccheranno, e le minori saranno potenti a sostener, oltre al proprio peso, qualch’altro appresso. E questo che io dico dello stato di regger se medesimo, intendasi detto di ogni altra costituzione […]

A questo punto Galileo amplia il discorso agli esseri viventi, agli animali applicando le medesime considerazioni fatte per le macchine. Egli fa osservare a Sagredo che un animale capace di muoversi agevolmente sul terreno non possa accrescere le sue dimensioni e, nel medesimo tempo, mantenere le proporzioni tra le sue parti mantenendo la sua mobilità. Tutti sono in grado di osservare che un cavallo che cade da un paio di metri si rompe tutto, quando da tale altezza un cane non si fa nulla mentre un gatto può cadere anche da cinque o sei metri senza subire conseguenze, e lo stesso vale per un grillo che cada da una torre e di una formica dalla Luna, inoltre

[…] la natura non potrebbe fare un cavallo grande per venti cavalli, né un gigante dieci volte più alto di un uomo, se non o miracolosamente o con l’alterar assai le proporzioni delle membra ed in particolare dell’ossa, ingrossandole molto sopra la simmetria dell’ossa comuni. […]

Tornando alle macchine vi sono delle domande che Sagredo fa a Salviati sul perché nel crescersi la materia, non deva con l’istesso ragguaglio multiplicarsi la resistenza e gagliardia; e tanto più mi confondo, quanto per l’opposito veggo in altri casi crescersi molto più la robustezza e la resistenza al rompersi, che non cresce l’ingrossamento della materia. Risulta qui una qualche incongruenza tra materia e geometria: la geometria infatti descrive come simili la macchina maggiore e la minore, che risultano caratterizzate dalle stesse proporzioni, mentre la materia ci dice che vi sono profonde differenze dal punto di vista della loro robustezza. A questa e ad altre questioni Salviati risponde facendo riferimento ai lavori dell’Accademico (che è lo stesso Galileo, così chiamato in quanto Accademico dei Lincei) in quanto egli, sopra tal materia aveva fatte molte speculazioni, e tutte, conforme al suo solito, geometricamente dimostrate, in modo che, non senza ragione, questa sua potrebbe chiamarsi una nuova scienza.E con tali premesse iniziano le dimostrazioni geometriche di Salviati-Galileo.

Riferendosi alla figura, dice Salviati:

[…] Per più chiara esplicazione di che, segniamo il cilindro o prisma AB di legno o di altra materia solida e coerente, fermato di sopra in A e pendente a piombo, al quale nell’altra estremità B sia attaccato il peso C: è manifesto che, qualunque si sia la tenacità e coerenza tra di loro delle parti di esso solido, pur che non sia infinita, potrà esser superata dalla forza del traente peso C, la cui gravità pongo che possa accrescersi quanto ne piace, e esso solido finalmente si strapperà, a guisa d’una corda. E sì come nella corda noi intendiamo, la sua resistenza derivare dalla moltitudine delle fila della canapa che la compongono, così nel legno si scorgono le sue fibre e filamenti distesi per lungo, che lo rendono grandemente più resistente allo strappamento che non sarebbe qualsivoglia canapo della medesima grossezza: ma nel cilindro di pietra o di metallo la coerenza (che ancora par maggiore) delle sue parti depende da altro glutine che da filamenti o fibre; e pure essi ancora da valido tiramento vengono spezzati.

A questo punto inizia una lunga discussione su cosa determini la resistenza che oppone un corpo solido alla trazione, finché esso non si rompa per strappamento. Vengono sollevate obiezioni dagli interlocutori su come rinforzare il corpo tirato al fine di non farlo rompere procedendo per aggiunte successive di piccole cordicelle successivamente composte in una corda. E ciò permette a Salviati di cambiare le condizioni iniziali con modifiche sperimentali adeguate al problema posto.

Si arriva alla fine ad una questione centrale sollevata da Sagredo, questione che sollecita grandemente la sua curiosità, l’intender qual sia quel glutine che sì tenacemente ritien congiunte le parti de i solidi, che pur finalmente sono dissolubili: cognizione che pur anco è necessaria per intender la coerenza delle parti de gli stessi filamenti, de i quali alcuni de i solidi son composti. Qual è allora il legame che tiene unite le parti di un corpo solido ? Per Salviati vi sono due motivi fondamentali:

l’uno de i quali è quella decantata repugnanza che ha la natura all’ammettere il vacuo; per l’altro bisogna (non bastando questo del vacuo) introdur qualche glutine, visco o colla, che tenacemente colleghi le particole delle quali esso corpo è composto.

Ed ecco che si arriva al tema che interessa Galileo che è argomento molto delicato da discutere perché l’ammissione del vuoto è radicalmente contraria alla fisica di Aristotele e quindi si tratta di demolire un altro caposaldo di quella fisica. Inoltre il vuoto richiama gli atomi e su questa vicenda, nel 1626, vi era stata una denuncia anonima da parte di una persona pia contro il medesimo Galileo al Sant’Uffizio per eresia eucaristica. Ad evitare di richiamarla egli fa sparire dal suo vocabolario i termini che potevano far pensare all’atomismo di Democrito, sul quale si erano scatenati gli assassini contro Giordano Bruno, e parla di generiche particelle indivisibili, infinitesime e senza dimensioni (come un punto matematico insomma). Osservo che in connessione a queste discussioni, e ad altre che Galileo ebbe con il fisico e matematico genovese Giovanni Battista Baliani (1582-1666) mentre costruiva l’acquedotto per Genova e non capiva alcuni fenomeni, andarono maturando le esperienze sul vuoto di Torricelli. Ma c’è di più perché il vuoto è un qualcosa che evoca l’esistenza di atomi, della natura discontinua della materia. Un altro elemento di profondo contrasto con Aristotele che aveva addirittura in odio Democrito(51). E Salviati inizia a parlare di questo vuoto  mostrando con chiare esperienze quale e quanta sia la sua virtù. L’esempio che viene fatto, per mostrare la potenza e l’orrore del vuoto è quello di due piastre lisce e sovrapposte

il vedersi … due piastre di marmo, di metallo o di vetro, esquisitamente spianate pulite e lustre, che, posata l’una su l’altra, senza veruna fatica se gli muove sopra strisciando (sicuro argumento che nissun glutine le congiugne), ma che volendo separarle, mantenendole equidistanti, tal repugnanza si trova, che la superiore solleva e si tira dietro l’altra e perpetuamente la ritiene sollevata, ancorché assai grossa e grave, evidentemente ci mostra l’orrore della natura nel dover ammettere, se ben per breve momento di tempo, lo spazio voto che tra di quelle rimarrebbe avanti che il concorso delle parti dell’aria circostante l’avesse occupato e ripieno.

Sagredo obietta a questa visione di una natura che avrebbe orrore del vuoto perchè, intanto, l’opinion mia è che nissuna cosa sia contro la natura, salvo che l’impossibile, il quale poi non è mai ma poi perché, a suo giudizio, pur per violenza o contro la natura, il vacuo talor si conceda. Sagredo introduce quindi l’idea che un vuoto possa crearsi da qualche parte seppur per breve tempo. Salviati ammette la possibilità del vuoto, anche se non operante, a livello macroscopico ma che la repugnanza al vacuo che è indubitabilmente  quella che non permette, se non con gran violenza, la separazione delle due lastre possa esistere a livello microscopico come collante delle parti minori di esso:

[…] non so vedere come non abbia ad aver luogo ed esser parimente cagione della coerenza delle parti minori e sino delle minime ultime delle medesime materie: ed essendo che d’un effetto una sola è la vera e potissima causa, mentre io non trovo altro glutine, perché non debbo tentar di vedere se questo del vacuo, che si trova, può bastarci ?

Simplicio osserva che vi è grande differenza tra il vuoto che provoca l’effetto delle due lastre con quello minutissimo che dovrebbe esservi tra particelle minute. Salviati può facilmente rispondere che se bene tali vacui sarebber piccolissimi, ed in consequenza ciascheduno facile ad esser superato, tuttavia l’innumerabile moltitudine innumerabilmente … multiplica le resistenze(52). Inoltre veggiamo se in qualche maniera si potesse dimostrare, come in una continua estensione finita non repugni il potersi ritrovar infiniti vacui. E Salviati passa ad una sofisticata dimostrazione di ciò. Egli discute le proprietà della materia riportandole via via a questioni della geometria della costituzione atomica ed inserendo considerazioni sul continuo, sull’infinito, sugli indivisibili. Il portare avanti  queste argomentazioni, con una lunga discussione sugli indivisibili che originano il continuo(53), lo farà arrivare ad un ragionamento come il seguente:

come il poligono rivoltato sopra un piano stampa con i toccamenti conseguenti de’ suoi lati una linea retta eguale al suo perimetro, così il cerchio girato sopra un tal piano descrive con gl’infiniti suoi successivi contatti una linea retta egual alla propria circonferenza. Non so adesso, Sig. Simplicio, se i Signori Peripatetici, a i quali io ammetto, come verissimo concetto, il continuo esser divisibile in sempre divisibili, sì che continuando una tal divisione e suddivisione mai non si perverrebbe alla fine, si contenteranno di concedere a me, niuna delle tali loro divisioni esser l’ultima, come veramente non è, poiché sempre ve ne resta un’altra, ma bene l’ultima ed altissima esser quella che lo risolve in infiniti indivisibili, alla quale concedo che non si perverrebbe mai dividendo successivamente in maggiore e maggior moltitudine di parti; ma servendosi della maniera che propongo io, di distinguere e risolvere tutta la infinità in un tratto solo (artifizio che non mi dovrebbe esser negato), crederei che dovessero quietarsi, ed ammetter questa composizione del continuo di atomi assolutamente indivisibili

e questi atomi risultano tenuti insieme proprio dal vuoto, allo stesso modo in cui il vuoto tiene insieme due lastre piane.

        E’ un capolavoro teorico che riporta l’atomismo alla struttura del continuo matematico, di modo che una sostanza risulta composta da infiniti indivisibili. Ha il difetto però di mescolare indissolubilmente fisica e matematica in modo tale da rendere piuttosto difficile da comprendere il senso di tale concezione della materia (anche il devoto Viviani non ne fu convinto). Comunque, se solo si pensa che Salviati era partito dai fattori di scala ed in poche pagine arriva a queste affermazioni, ci si rende conto quale trattamento teorico dei fatti sperimentali Galileo abbia realizzato.

        E’ d’interesse notare l’agilità con cui Galileo-Salviati si muove spaziando tra fisica e matematica individuando tutta una serie di problemi, attraverso il fatto che, subito dopo quanto qui raccontato, egli passi tranquillamente a discutere del problema della velocità della luce, impostando il problema della sua misura, confrontata con quella del suono(54). La luce era entrata nel discorso in quanto è anch’essa intesa come materiale, anzi è come l’estremo limite in piccolo degli atomi che costituiscono le sostanze, i veri atomi indivisibili. Ma già che se ne stava parlando Galileo spiegava in quale modo fosse possibile misurare la velocità della luce. L’esperimento proposto da Galileo è in somma sintesi il seguente e, come si noterà, è concettualmente identico agli esperimenti che in un lontano futuro si fecero per misurare la velocità della luce. Due persone si dispongono ad una data distanza (due colline contrapposte più o meno alla distanza di un paio di chilometri) l’una di fronte all’altra munite di due lanterne. La prima persona scopre la propria lanterna, la seconda esegue la medesima operazione non appena scorge il segnale proveniente dalla prima. In tal modo la prima persona avrebbe dovuto avere la possibilità di misurare il tempo necessario alla luce per compiere il percorso di andata e ritorno. L’esperimento è semplice ma non poteva che dare risultato nullo, infatti la velocità della luce è veramente troppo grande per essere misurata su tragitti così brevi e, per di più, con il battito del polso come misuratore del tempo. Salviati dice che non ha sperimentato la cosa e spiega il perché: si ha a che fare con qualcosa di estremamente veloce (c’è da notare che questa è una grande acquisizione rispetto al ritenere la velocità della luce infinita). E lo stesso Salviati, dopo questa apparente digressione, si chiede:  Ma in quai pelaghi ci andiamo noi inavvertentemente pian piano ingolfando? tra i vacui, tra gl’infiniti, tra gli indivisibili, tra i movimenti instantanei, per non poter mai, dopo mille discorsi, giugnere a riva? E Sagredo chiosa l’infinito, cercato tra i numeri, par che vadia a terminar nell’unità; da gl’indivisibili nasce il sempre divisibile; il vacuo non par che risegga se non indivisibilmente mescolato tra ‘l pieno: ed in somma in queste cose si muta talmente la natura delle comunemente intese da noi, che sin alla circonferenza d’un cerchio doventa una linea retta infinita; che, s’io ho ben tenuto a memoria, è quella proposizione che voi, Sig. Salviati, dovevi con geometrica dimostrazione far manifesta. Salviati soddisfa questo problema posto da Sagredo al quale seguono altri problemi posti sia da Sagredo che da Simplicio ed altre dimostrazioni geometriche ancora sull’argomento principe di Galileo in questa parte dei Discorsi, gli indivisibili. Il discorso ruota sempre intorno a rette, segmenti, poligoni e cerchi ed al loro essere costituiti da indivisibili. Con una precisa direzione di marcia, quella, già detta, dellacomposizione del continuo di atomi assolutamente indivisibili, che apre il cammino, forse il più facile, per risolvere molti intrigati laberinti, quali sono:

oltre a quello già toccato dalla coerenza delle parti de i solidi, il comprender come stia il negozio della rarefazzione e della condensazione, senza incorrer per causa di quella nell’inconveniente di dovere ammettere spazii vacui, e per questa la penetrazione de i corpi: inconvenienti, che amendue mi pare ch’assai destramente vengano schivati con l’ammetter detta composizione d’indivisibili.

        Per arrivare a dare una spiegazione agli argomenti sollevati da Simplicio, come i fenomeni di rarefazione e condensazione e le ragioni d’Aristotele in confutazion del vacuo insieme alle soluzioni di Salviati, quest’ultimo ha bisogno di tornare a dimostrazioni geometriche. Per spiegare la rarefazione egli si serve della linea descritta dal minor cerchio. maggiore della propria circonferenza, mentre vien mosso alla revoluzione del maggiore, per spiegare invece la condensazione egli mostra come alla conversione fatta dal minor cerchio, il maggiore descriva una linea retta minore della sua circonferenza. Ma per ben comprendere queste cose Salviati esemplifica con teoremi relativi ai poligoni. Sagredo confessa di non aver capito molto:

in vero quel che sin qui ho letto circa la condensazione è per me così denso, e quel della rarefazzione così sottile, che la mia debol vista questo non comprende e quello non penetra.

e Simplicio nulla:

Io son pieno di confusione, e trovo duri intoppi nell’un sentiero e nell’altro, ed in particolare in questo nuovo: perché, secondo questa regola, un’oncia d’oro si potrebbe rarefare e distrarre in una mole maggiore di tutta la Terra, e tutta la Terra condensare e ridurre in minor mole di una noce […] e le considerazioni e dimostrazioni sin qui fatte da voi, come che son cose matematiche, astratte e separate dalla materia sensibile, credo che applicate alle materie fisiche e naturali non camminerebbero secondo coteste regole.

Salviati risponde che non è in grado di far vedere l’invisibile ma che può tentare a far capire proprio attraverso l’oro, rifacendosi, anche qui, ai lavori di abili artigiani. In pratica fa osservare le pratiche di lavorazione dell’oro quando viene battuto che lo rendono così sottile che quasi va vagando per l’aria. Qui Galileo sta utilizzando una esemplificazione che sarà utilizzata in seguito molto di frequente, per dare un’idea dei limiti della divisibilità della materia ci porta ad osservare fino a quali piccoli spessori essa può essere ridotta. Simplicio non vede come possa entrare questa esemplificazione con quel che si discuteva osservando che l’oro di tanto si allunga quanto si assottiglia. Salviati lo rimbecca dicendo che l’accrescimento della superficie è sudduplo [è la radice quadrata, ndr] dell’allungamento. Sagredo e Simplicio ne chiedono dimostrazione e Salviati la fornisce ancora per via geometrica. A questo punto Sagredo osserva:

Gentilissima dimostrazione e molto acuta. Ma dove siamo trascorsi a ingolfarci nella geometria? mentre eramo su ‘l considerare le difficoltà promosse dal Sig. Simplicio, che veramente son di gran considerazione; ed in particolare quella della condensazione mi par durissima.

Salviati tralascia ora le dimostrazioni geometriche e passa a spiegazioni discorsive più convincenti i suoi interlocutori. Tra le varie cose che dice ve ne sono alcune suggestive. Egli dice che noi sentiamo gli odori, ad esempio di un fiore, ma non vediamo gli atomi che sono la fonte di tale odore. Il fiore è un oggetto solido che cade sotto i nostri sensi e l’odore è la sua rarefazione immensa che sappiamo esserci anche se non vediamo pur avendone costanza dall’odore. L’odore non ci permette la sensata osservazione e, quando accade questo, si deve supplir col discorso.

In oltre, noi trattiamo come si possa far la condensazione e rarefazzione de i corpi che si possono rarefare e condensare, specolando in qual maniera ciò possa esser fatto senza l’introduzzion del vacuo e della penetrazione de i corpi […] E io, Sig. Simplicio, in grazia di voi altri, Signori filosofi, mi sono affaticato in specolare come si possa intendere, farsi la condensazione e la rarefazzione senza ammetter la penetrazione de i corpi e l’introduzzione de gli spazii vacui, effetti da voi negati ed aborriti; che quando voi gli voleste concedere, io non vi sarei così duro contradittore. Però, o ammettete questi inconvenienti, o gradite le mie specolazioni, o trovatene di più aggiustate.

Sagredo accetta parte di questo sfogo di Salviati chiedendogli di rispondere ad alcune questioni:

Alla negativa della penetrazione son io del tutto con i filosofi peripatetici. A quella del vacuo vorrei sentir ben ponderare la dimostrazione d’Aristotele, con la quale ei l’impugna, e quello che voi, Sig. Salviati, gli opponete.

Sagredo chiede in definitiva di conoscere perché Aristotele rifiuti il vuoto e con quali argomenti invece Salviati lo ammetta. Ciò dà argomento a Salviati di introdurre la discussione sul moto (ripreso poi in modo più completo nelle giornate seguenti), liberandolo da ogni significato finalistico e metafisico:

Aristotele, per quanto mi sovviene, insurge contro alcuni antichi, i quali introducevano il vacuo come necessario per il moto, dicendo che questo senza quello non si potrebbe fare […] Fa due supposizioni: l’una è di mobili diversi in gravità, mossi nel medesimo mezzo; l’altra è dell’istesso mobile mosso in diversi mezzi. Quanto al primo, suppone che mobili diversi in gravità si muovano nell’istesso mezzo con diseguali velocità, le quali mantengano tra di loro la medesima proporzione che le gravità; sì che, per esempio, un mobile dieci volte più grave di un altro si muova dieci volte più velocemente. Nell’altra posizione piglia che le velocità del medesimo mobile in diversi mezzi ritengano tra di loro la proporzione contraria di quella che hanno le grossezze o densità di essi mezzi; talmente che, posto, v. g., che la crassizie dell’acqua fusse dieci volte maggiore di quella dell’aria, vuole che la velocità nell’aria sia dieci volte più che la velocità nell’acqua.

A Simplicio che dice che Aristotele deve ben averne fatto esperienza, è Sagredo che dice di no perché l’esperienza l’ha fatta lui trovando ben altro:

Ma io, Sig. Simplicio, che n’ho fatto la prova, vi assicuro che una palla d’artiglieria, che pesi cento, dugento e anco più libbre, non anticiperà di un palmo solamente l’arrivo in terra della palla d’un moschetto, che ne pesi una mezza, venendo anco dall’altezza di dugento braccia.

E’ l’inizio della radicale demolizione della fisica di Aristotele. Qui non si tratta di aggiustamenti ma di completi ribaltamenti, anche rispetto alle precedenti posizioni di Galileo nel De motu in cui aveva sostenuto che corpi della medesima sostanza cadono nel vuoto con uguale velocità ma se le materie sono differenti avrebbero manifestato nel vuoto delle differenze di gravità e quindi di velocità. Questa antica posizione viene qui ribaltata perché la caduta nel vuoto di sostanze diverse avviene sempre con la medesima velocità. Ma, a questo punto dei Discorsi, c’è di più perché, discutendo della gravità, Salviati introduce un argomento estremamente importante che quasi mai ho visto citato con l’enfasi che merita.

        Il problema è se due gravi di massa (come diremmo oggi) diversa cadano con uguali o diversi gradi di velocità. Supponiamo sia vero quanto afferma Aristotele: due gravi di diversa massa cadono con gradi di velocità diversi e consideriamo due pietre: una grande che cada con 8 gradi di velocità ed una piccola che cada con 4 gradi di velocità. Se leghiamo la pietra grande con la piccola, la grande sarà ritardata dalla più piccola mentre la più piccola sarà accelerata dalla più grande, di modo che i gradi di velocità del sistema dovrebbero essere non superiori ad 8. Simplicio è d’accordo con questa argomentazione di Salviati il quale, però, continua osservando che i due gravi legati costituiscono un grave più grande del grande, allora esso dovrebbe discendere con più di 8 gradi di velocità. Ammettendo Aristotele, si arriva dunque all’assurdo di ammettere che oggetti più gravi cadono più lentamente di oggetti meno gravi. Simplicio si sente frastornato da questo ragionamento e osserva che gli pare che il grave più piccolo aggiunto al più grande gli aggiunga peso ma non capisce come non possa aggiungergli velocità. Debbo notare che un qualcosa del genere era stato argomentato dall’altro allievo di Tartaglia (l’altro incontrato è Ricci), Giovanni Battista Benedetti (1530-1590), nel suo Diversarum Speculationum Mathematicarum et Physicarum liber  (Torino 1585) che riprendeva un suo lavoro precedente, De resolutione omnium Euclidis problematum aliorumque ad hoc necessario inventorum una tantum moto circuli data apertura (Venezia 1553), anche se solo in linea teorica sganciata da qualunque sperimentazione. Benedetti, in sostanza, aveva scritto che la velocità di caduta di un corpo non può dipendere dal suo peso e ciò perché se lasciamo cadere due corpi uguali essi cadranno alla medesima velocità. Se ora immaginiamo di avere un corpo che pesa il doppio di ciascuno dei precedenti, esso dovrebbe cadere a velocità doppia e ciò è impossibile perché un corpo dovrebbe cadere a velocità doppia della sua metà (si veda anche nota 73). Non ci si deve stupire di ciò perché, nella scienza, quando le circostanze sono mature si ha a che fare con le scoperte simultanee.

       Fin qui vari autori riportano questa brillante confutazione di Galileo di uno dei punti di forza della fisica aristotelica. Ma non vanno oltre a leggere quello che Galileo aggiunge subito dopo, per bocca di Salviati, in risposta a Simplicio:

Salviati — Qui commettete un altro errore, Sig, Simplicio, perché non è vero che quella minor pietra accresca peso alla maggiore.

Simplicio — Oh, questo passa bene ogni mio concetto.

Salviati — […] avvertite che bisogna distinguere i gravi posti in moto da i medesimi costituiti in quiete. Una gran pietra messa nella bilancia non solamente acquista peso maggiore col sovrapporgli un’altra pietra, ma anco la giunta di un pennecchio di stoppa lo farà pesar più quelle sei o dieci once che peserà la stoppa; ma se voi lascerete cader da un’altezza la pietra legata con la stoppa credete voi che nel moto la stoppa graviti sopra la pietra, onde gli debba accelerar i1 suo moto … ? Sentiamo gravitarci sulle spalle mentre vogliamo opporci al moto che farebbe quel peso che ci sta addosso; ma se noi scendessimo con quella velocità che quel tal grave naturalmente scenderebbe, in che modo volete che ci prema e graviti sopra? Non vedete che questo sarebbe un voler ferir con la lancia colui che vi corre innanzi con tanta velocità, con quanta o con maggiore di quella con la quale voi lo seguite? Concludete pertanto che nella libera e naturale caduta la minor pietra non gravita sopra la maggiore, ed in conseguenza non le accresce peso, come fa nella quiete.

        Galileo, come già detto, non possiede il concetto di massa (per lui è un qualcosa di primitivo, che sarà proprio Baliani ad iniziare a capire distinguendo tra massa e peso, paziente ed agente) e conseguentemente non ha il concetto di forza come causa di accelerazione (come vedremo) ma sa cogliere con chiarezza uno degli aspetti delle differenti proprietà inerziali e gravitazionali dei corpi e, in qualche modo, una delle differenze tra quelle che oggi chiameremmo masse inerziali e gravitazionali, fatto che permette di vedere sotto una nuova luce il suo contributo al principio d’inerzia (coscienza delle azioni che originano variazioni di velocità) e, perché no ?, alla dinamica. Eppure, nonostante questa coscienza avanzata dei fenomeni coinvolti nella gravità, Galileo non entra in disquisizioni sulla sua natura. E anche questa è una indicazione di metodo che qualcuno, sovrapponendo conoscenze di oggi ad una distesa indagine storica, non riesce a vedere.

        Ma torniamo ai Discorsi. Siamo al punto in cui Simplicio si è convinto delle straordinarie spiegazioni di Salviati osservando però subito che è rimasta in sospeso l’altra questione, la caduta dei corpi in mezzi di densità differente. Salviati si dilunga in varie esemplificazioni ed arriva ad una conclusione definitiva di grande importanza, quella annunciata che cambia anche la sua antica posizione sostenuta nel De motu:

Noi siamo su ‘l volere investigare quello che accaderebbe a i mobili differentissimi di peso in un mezzo dove la resistenza sua fusse nulla, sì che tutta la differenza di velocità, che tra essi mobili si ritrovasse, referir si dovesse alla sola disuguaglianza di peso; e perché solo uno spazio del tutto voto d’aria e di ogni altro corpo, ancor che tenue e cedente, sarebbe atto a sensatamente mostrarci quello che ricerchiamo, già che manchiamo di cotale spazio, andremo osservando ciò che accaggia ne i mezzi più sottili e meno resistenti, in comparazione di quello che si vede accadere ne gli altri manco sottili e più resistenti: ché se noi troveremo, in fatto, i mobili differenti di gravità meno e meno differir di velocità secondo che in mezzi più e più cedenti si troveranno e che finalmente, ancor che estremamente diseguali di peso, nel mezzo più d’ogni altro tenue, se ben non voto, piccolissima si scorga e quasi inosservabile la diversità della velocità, parmi che ben potremo con molto probabil coniettura credere che nel vacuo sarebbero le velocità loro del tutto eguali.

Chiariti questi preliminari, fondamentali come premessa ad ogni discorso, Salviati torna a discutere del moto vero e proprio, quello per comprendere il quale occorre studiare il tempo e lo spazio. E lo studio deve essere quantitativo, non più eminentemente descrittivo. Occorre inventarsi degli strumenti di misura. Le lunghezze non presentavano alcun problema: dei buoni regoli potevano risolvere ogni questione. Il tempo presentava invece notevoli difficoltà (in assenza di orologi di qualunque tipo, se si escludono le non affidabili clessidre): Galileo-Salviati le risolse utilizzando un fenomeno che egli stesso aveva scoperto in gioventù, l’isocronismo del pendolo. E non solo. Altri strumenti di misura del tempo, che egli utilizza per controllare la correttezza delle prime misure, sono i battiti del polso e una sorta di orologio ad acqua (da un serbatoio l’acqua cade, goccia a goccia, in un recipiente sottostante disposto sul piatto di una bilancia; l’ago della bilancia è l’indice del trascorrere del tempo). Un grande problema era costituito dalla misura di piccoli intervalli di tempo, fatto che si presentava, ad esempio, nello studio degli oggetti in caduta. A questa difficoltà Galileo-Salviati sopperì rallentando la caduta mediante un piano inclinato (figura 2): anziché far cadere un oggetto verticalmente egli usò delle sfere che cadono lungo un piano inclinato (non è banale ricordare che ciò presuppone la conservatività del campo gravitazionale). In queste modo, il medesimo fenomeno di caduta avveniva in un tempo maggiore, tale da poter essere registrato dagli strumenti di misura di Galileo-Salviati. Ma il piano inclinato (come mostrato nella figura 1) gioca in Galileo un ruolo molto più importante: ogni fenomeno viene ricondotto ad esso e, tramite esso, studiato nei suoi dettagli.

            Dice Salviati a proposito delle sue esperienze con il piano inclinato:

per potermi prevaler di moti quanto si possa tardi, ne i quali manco lavora la resistenza del mezzo in alterar l’effetto che depende dalla semplice gravità, sono andato pensando di fare scendere i mobili sopra un piano declive, non molto elevato sopra l’orizontale; ché sopra questo, non meno che nel perpendicolo, potrà scorgersi quello che facciano i gravi differenti di peso; e passando più avanti, ho anco voluto liberarmi da qualche impedimento che potesse nascer dal contatto di essi mobili su ‘l detto piano declive.

            Con tale strumento Salviati sperimenta più volte con due palle, una di piombo ed una di sughero. Poiché poteva sorgere il dubbio che l’attrito creasse qualche disparità nel movimento delle palle di sostanze diverse, Salviati provoca la caduta delle stesse due masse collegate ad una sospensione (in pratica è la caduta di un pendolo, anzi di due pendoli collegati a due sottili spaghetti):

finalmente ho preso due palle, una di piombo ed una di sughero, quella ben più di cento volte più grave di questa, e ciascheduna di loro ho attaccata a due sottili spaghetti eguali, lunghi quattro o cinque braccia, legati ad alto; allontanata poi l’una e l’altra palla dallo stato perpendicolare, gli ho dato l’andare nell’istesso momento, ed esse, scendendo per le circonferenze de’ cerchi descritti da gli spaghi eguali, lor semidiametri, passate oltre al perpendicolo, son poi per le medesime strade ritornate indietro; e reiterando ben cento volte per lor medesime le andate e le tornate, hanno sensatamente mostrato, come la grave va talmente sotto il tempo della leggiera, che né in ben cento vibrazioni, né in mille, anticipa il tempo d’un minimo momento, ma camminano con passo egualissimo.

Fig. 1 L’iter intellettuale di Galileo che parte del moto e torna al sistema copernicano tramite l’uso del piano inclinato che, come si può osservare dal diagramma proposto, ha un uso molto composito.

Fig. 2. Ho più volte detto che Galileo era persona molto attenta ad ogni sviluppo tecnico. Egli frequentava costantemente le botteghe artigiane ed aveva frequenti contatti con i conduttori di tale aziende. La realizzazione dei piani inclinati di Galileo è una impresa di tecnologia molto avanzata per l’epoca, come mostra la foto di una copia del XVIII secolo di tali piani conservata nell’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze. Gli archetti metallici e spostabili a piacere, erano i sostegni per i campanelli che la sfera in discesa faceva suonare.

L’esperienza è stata provata in tutte le possibili variazioni (i pendoli venivano lasciati cadere da altezze via via differenti) ed ha dato sempre risultati in accordo con quanto ipotizzato:

Ciascheduna di tali vibrazioni [oscillazioni, ndr] si fa sotto tempi eguali, tanto quella di novanta gradi, quanto quella di cinquanta, di venti, di dieci e di quattro; sì che, in conseguenza, la velocità del mobile vien sempre languendo, poiché sotto tempi eguali va passando successivamente archi sempre minori e minori.

Ciò che è d’interesse è che queste oscillazioni pendolari sono isocrone e Salviati è riuscito a mettere insieme una caduta di un oggetto mediante un moto pendolare con il tempo misurato dai medesimi pendoli che fanno studiare la caduta. Nel portare avanti queste argomentazioni Salviati enuncia le leggi del pendolo. In definitiva viene mostrato che sostanze diverse, con masse uguali o diverse, in qualunque mezzo, con qualunque densità, cadono sempre in tempi uguali (se cadono, perché, come osserva Salviati in alcune sostanze di data densità non tutto cade, ad esempio il sughero non cade nell’acqua e molte sostanze non cadono nel mercurio). Ed è Sagredo che trae la conclusione:

ammettere come l’interna gravità de i diversi mobili non abbia parte alcuna nel diversificar le velocità loro, sì che tutti, per quanto da quella depende, si moverebber con l’istesse velocitadi,

Tornando alla densità dei mezzi in cui gli oggetti cadono, si conviene che all’aumentare di essa, gli oggetti rallentano la loro caduta, anche se ciò pone ulteriori problemi:

Quel che operi il mezzo nel ritardar più i mobili, secondo che tra di loro sono in spezie men gravi, già si è dichiarato, mostrando ciò accadere dalla suttrazione di peso: ma come il medesimo mezzo possa con sì gran differenza scemar la velocità ne i mobili differenti solo in grandezza, ancor che siano della medesima materia e dell’istessa figura, ricerca per sua dichiarazione discorso più sottile di quello che basta per intender come la figura del mobile più dilatata, o ‘l moto del mezzo che sia fatto contro al mobile, ritarda la velocità di quello.

Ed i problemi sono legati alla forma degli oggetti che cadono, in particolare alla superficie che offrono al mezzo. Oggetti in caduta di ugual peso con differenti superfici, al crescere della superficie, rallentano, seppur di poco, nella caduta:

ammettete, che quando di due mobili eguali, della stessa materia e simili di figura (i quali indubitabilmente si moverebber egualmente veloci), all’uno di loro si diminuisse tanto la gravità quanto la superficie (ritenendo però la similitudine della figura), non perciò si scemerebbe la velocità nel rimpiccolito […]

quando la gravità si diminuisse più che la superficie, nel mobile in tal maniera diminuito si introdurrebbe qualche ritardamento di moto, e maggiore e maggiore quanto a proporzione maggior fusse la diminuzion del peso che la diminuzion della superficie.

La giornata volge al termine e molti quesiti su questi argomenti si potrebbero porre ma ci si accorda a rimandarli al giorno dopo cercando di sfruttare il resto del giorno con cose che richiedono minor tempo. E’ così che Sagredo pone altri quesiti:

Salviati – V.S. dice molto bene: ma le cose tante e tanto varie che si sono esaminate, ci han rubato tanto tempo, che poco ce n’avanzerà per questo giorno da spendere nell’altro nostro principal argomento, che è pieno di dimostrazioni geometriche, da esser con attenzione considerate; onde stimerei che fusse meglio differire il congresso a dimane […]

Sagredo – Io molto bene mi accomodo a questo consiglio, e tanto più volentieri, quanto che, per finire la sessione odierna, arò tempo di sentir la dichiarazione d’alcuni dubbi che mi restavano nella materia che ultimamente trattavamo. De i quali uno è, se si deve stimare che l’impedimento del mezzo possa esser bastante a por termine all’accelerazione a’ corpi di materia gravissima, e grandissimi di mole, e di figura sferica; e dico sferica, per pigliar quella che è contenuta sotto la minima superficie, e però meno soggetta al ritardamento. Un altro sarà circa le vibrazioni de i pendoli, e questo ha più capi: l’uno è, se tutte, e grandi e mediocri e minime, si fanno veramente e precisamente sotto tempi eguali; ed un altro, qual sia la proporzione de i tempi de i mobili appesi a fili diseguali, de i tempi, dico, delle lor vibrazioni.

Salviati prende occasione da quanto gli è proposto per introdurre un ulteriore argomento, l’acustica, attraverso la musica, le consonanze e le dissonanze:

[…] mosso da i quesiti di V. S., penso che potrò dirvi qualche mio pensiero sopra alcuni problemi attenenti alla musica, materia nobilissima, della quale hanno scritto tanti grand’uomini e l’istesso Aristotele, e circa di essa considerar molti problemi curiosi; talché se io ancora da così facili e sensate esperienze trarrò ragioni di accidenti maravigliosi in materia de i suoni, posso sperare che i miei ragionamenti siano per esser graditi da voi.

E Salviati inizia a discutere le vibrazioni sonore, a partire da una discussione approfondita delle oscillazioni dei pendoli che però hanno il difetto che ciaschedun pendolo ha il tempo delle sue vibrazioni talmente limitato e prefisso, che impossibil cosa è il farlo muover sotto altro periodo che l’unico suo naturale. Per questo è molto più utile allo scopo studiare le vibrazioni di corde sonore(55), definendo le grandezze in gioco e da cosa dipendono sperimentalmente. L’altezza del suono è legata alla frequenza e l’altezza di un suono non dipende solo dalla lunghezza di una corda che oscilla ma anche dalla sezione della corda medesima e da quanto è grande il peso che la tende, ricavando alcuni dati quantitativi su come passare ad ottave più alte. E’ Sagredo che fornisce alcune informazioni:

Tre sono le maniere con le quali noi possiamo inacutire il tuono a una corda: l’una è lo scorciarla; l’altra, il tenderla più, o vogliam dir tirarla; il terzo è l’assottigliarla. Ritenendo la medesima tiratezza e grossezza della corda, se vorremo sentir l’ottava, bisogna scorciarla la metà, cioè toccarla tutta, e poi mezza: ma se, ritenendo la medesima lunghezza e grossezza, vorremo farla montare all’ottava col tirarla più, non basta tirarla il doppio più, ma ci bisogna il quadruplo, sì che se prima era tirata dal peso d’una libbra, converrà attaccarvene quattro per inacutirla all’ottava: e finalmente se, stante la medesima lunghezza e tiratezza, vorremo una corda che, per esser più sottile, renda l’ottava, sarà necessario che ritenga solo la quarta parte della grossezza dell’altra più grave. E questo che dico dell’ottava, cioè che la sua forma presa dalla tensione o dalla grossezza della corda è in duplicata proporzione di quella che si ha dalla lunghezza, intendasi di tutti gli altri intervalli musici.

Alle quali Salviati aggiunge:

Ma qui, prima che passare più avanti, voglio avvertirvi, che delle tre maniere d’inacutire il suono, quella che voi referite alla sottigliezza della corda, con più verità deve attribuirsi al peso. Imperò che l’alterazione presa dalla grossezza risponde quando le corde siano della medesima materia: e così una minugia per far l’ottava deve esser più grossa quattro volte dell’altra pur di minugia; ed una d’ottone, più grossa quattro volte d’un’altra d’ottone […]

non è la ragion prossima ed immediata delle forme de gl’intervalli musici la lunghezza delle corde, non la tensione, non la grossezza, ma sì bene la proporzione de i numeri delle vibrazioni e percosse dell’onde dell’aria che vanno a ferire il timpano del nostro orecchio, il quale esso ancora sotto le medesime misure di tempi vien fatto tremare.

Ed ormai la giornata è terminata con l’impegno di vedersi domani alla medesima ora.

I DISCORSI: GIORNATA SECONDA, RESISTENZA DEI MATERIALI 

        Questa seconda giornata, dedicata a problemi di statica, riprende alcune cose discusse nella prima ed in particolare la struttura dei materiali, la loro resistenza alla rottura in diverse condizioni, tutto fatto attraverso una serie di teoremi basati sulla legge della leva, che Salviati riprende da Archimede introducendo sostanziali modifiche ed una gran varietà di applicazioni: Per le future specolazioni, […] non supponendo altro se non che pesi eguali posti in bilancia di braccia eguali facciano l’equilibrio (principio supposto parimente dal medesimo Archimede), io venga poi a dimostrarvi come non solamente altrettanto sia vero che pesi diseguali facciano l’equilibrio in stadera di braccia diseguali secondo la proporzione di essi pesi permutatamente sospesi, ma che l’istessa cosa fa colui che colloca pesi eguali in distanze eguali, che quello che colloca pesi diseguali in distanze che abbiano permutatamente la medesima proporzione che i pesi. Nello sviluppo del discorso, viene messo in evidenza che, per la spiegazione scientifica, la geometria ha una netta superiorità rispetto alla logica sillogistica che resta comunque importante se si esce dai sillogismi e ciò rappresenta ulteriore attacco alla scolastica in quanto si va a colpire il suo strumento principe. Galileo, da questo momento ci presenta un crescendo di dimostrazioni geometriche, mostrando quanto avesse influito su di lui il platonismo (anche se in Galileo la matematica in sé non interessava molto avendo più il carattere di mezzo che non di fine). D’altra parte l’uso della geometria sembrava il più adatto a spiegazioni fsiche perché sostenuto da una gran mole di dimostrazioni. Prova ne è che ancora una quarantina d’anni dopo lo stesso Newton indulgerà a dimostrazioni geometriche nei suoi Principia, pur avendo sviluppato già i primi elementi di calcolo infinitesimale. Certo è che chi conosce l’analisi matematica di Leibniz, deve fare una enorme fatica a seguire dimostrazioni geometriche (con annesse proporzioni) per la spiegazione di fatti fisici.

        E’ Salviati che introduce la conversazione di questa giornata:

[…] ritornando su’l filo incominciato, posta qualunque ella sia la resistenza de i corpi solidi all’essere spezzati per una violenta attrazzione, basta che indubitabilmente ella in loro si trova; la quale, ben che grandissima contro alla forza di chi per diritto gli tira, minore per lo più si osserva nel violentargli per traverso: e così vegghiamo una verga, per esempio, d’acciaio o di vetro reggere per lo lungo il peso di mille libbre, che fitta a squadra in un muro si spezzerà con l’attaccargliene cinquanta solamente: e di questa seconda resistenza deviamo noi parlare, ricercando secondo quali proporzioni ella si ritrovi ne i prismi e cilindri simili o dissimili in figura e grossezza, essendo però dell’istessa materia. Nella quale specolazione io piglio come principio noto quello che nelle mecaniche si dimostra tra le passioni del vette, che noi chiamiamo leva, cioè che nell’uso della leva la forza alla resistenza ha la proporzion contraria di quella che hanno le distanze tra ‘l sostegno e le medesime forza e resistenza.

Il corpo rigido che viene sottoposto a sforzo esterno è ricondotto ad una leva. Si inizia con lo stabilire che due pesi, qualunque si siano, fanno l’equilibrio da distanze permutatamente respondenti alle lor gravità. Ed a ciò si aggiunge una premessa molto pertinente secondo la quale occorre tener conto nell’applicare le leggi della leva che vi è differenza tra quanto è possibile stabilire in astratto con figure immateriali e quanto ciò debba modificarsi operando con la materia e con la gravità. Ciò è facilmente ed utilmente esemplificato subito dopo con riferimento alla figura che segue:

Come, per esempio, se noi intenderemo una leva, qual sarebbe questa BA, la quale, posando su ‘l sostegno E, sia applicata per sollevare il grave sasso D, è manifesto, per il dimostrato principio, che la forza posta nell’estremità B basterà per adequare la resistenza del grave D, se il suo momento al momento di esso D abbia la medesima proporzione che ha la distanza AC alla distanza CB; e questo è vero, non mettendo in considerazione altri momenti che quelli della semplice forza in B e della resistenza in D, quasi che l’istessa leva fusse immateriale e senza gravità: ma se noi metteremo in conto la gravità ancora dello strumento stesso della leva, la quale sarà talor di legno e tal volta anco di ferro, è manifesto che, alla forza in B aggiunto il peso della leva, altererà la proporzione, la quale converrà pronunziare sotto altri termini.

Questa osservazione comporta che, nella trattazione che Salviati farà, distinguerà due approcci: nel caso la trattazione sia solo teorica parlerà di prendere assolutamente, nel caso considererà l’operare sulla materia, mettendo in conto la gravità, parlerà di momento o forza composta. A questo punto segue la discussione della resistenza di vari materiali alla rottura, a cominciare dalla situazione di figura in cui un prisma o cilindro solido, di un materiale qualsiasi, che sospeso per lungo sosterrà gravissimo peso che gli sia attaccato ma in traverso da minor peso assai potrà tal volta essere spezzato, secondo che la sua lunghezza eccederà la sua grossezza.

Il disegno ci porta subito ad una leva dove si individua nel prisma  ABCD la leva, nel punto AB il fulcro, nel peso E la potenza e nel fissaggio del prisma sul muro la resistenza. Questa situazione è la prima a venir presa assolutamente nel modo seguente:

[…] figuriamoci il prisma solido ABCD, fitto in un muro dalla parte AB, e nell’altra estremità s’intenda la forza del peso E (intendendo sempre, il muro esser eretto all’orizonte, ed il prisma o cilindro fitto nel muro ad angoli retti): è manifesto che, dovendosi spezzare, si romperà nel luogo B, dove il taglio del muro serve per sostegno, e la BC per la parte della leva dove si pone la forza; e la grossezza del solido BA è l’altra parte della leva, nella quale è posta la resistenza, che consiste nello staccamento che s’ha da fare della parte del solido BD, che è fuor del muro, da quella che è dentro: e per le cose dichiarate, il momento della forza posta in C al momento della resistenza, che sta nella grossezza del prisma cioè nell’attaccamento della base BA con la sua contigua, ha la medesima proporzione che la lunghezza CB alla metà della BA; e però l’assoluta resistenza all’esser rotto, che è nel prisma BD (la quale assoluta resistenza è quella che si fa col tirarlo per diritto, perché allora tanto è il moto del movente quanto quello del mosso), all’esser rotto con l’aiuto della leva BC, ha la medesima proporzione che la lunghezza BC alla metà di AB nel prisma, che nel cilindro è il semidiametro della sua base. E questa sia la nostra prima proposizione

A questo punto Salviati passa alla forza composta, tenendo conto del peso del prisma ma su questo soprassiedo. Resta in sospeso però una brevissima frase del penultimo brano citato (da minor peso assai potrà tal volta essere spezzato, secondo che la sua lunghezza eccederà la sua grossezza).

Per farla comprendere Salviati mostra un’esemplificazione che rende tutto chiaro ed intuitivo poiché è esperienza comune che la situazione a sinistra, a parità di altre condizioni, permette di sostenere un peso maggiore che la situazione di destra: E ciò permette di concludere che la medesima riga o prisma più largo che grosso resister più all’esser rotto per taglio che per piatto, secondo la proporzione della larghezza alla grossezza.

        Il discorso del prisma o cilindro conficcato nel muro non è però esaurito perché ora si vanno a considerare situazioni in cui sia più lunga la parte che sporge:

e si trova come conclusione che i momenti delle forze de i prismi e cilindri egualmente grossi, ma disegualmente lunghi, esser tra di loro in duplicata proporzione di quella delle lor lunghezze, cioè esser come i quadrati delle lunghezze.

        Si passa poi alla resistenza dei cilindri confrontata con quella dei prismi a parità di lunghezza, a parità di sezione, per diverse sezioni … eccetera. La discussione passa anche alla resistenza delle ossa animali mostrando l’impossibilità di talune operazioni come quella di avere dei giganti

Or vegghino come dalle cose sin qui dimostrate apertamente si raccoglie l’impossibilità del poter non solamente l’arte, ma la natura stessa, crescer le sue macchine a vastità immensa: sì che impossibil sarebbe fabbricar navilii, palazzi o templi vastissimi, li cui remi, antenne, travamenti, catene di ferro, ed in somma le altre lor parti, consistessero; come anco non potrebbe la natura far alberi di smisurata grandezza, poiché i rami loro, gravati dal proprio peso, finalmente si fiaccherebbero; e parimente sarebbe impossibile far strutture di ossa per uomini, cavalli o altri animali, che potessero sussistere e far proporzionatamente gli uffizii loro, mentre tali animali si dovesser agumentare ad altezze immense, se già non si togliesse materia molto più dura e resistente della consueta, o non si deformassero tali ossi, sproporzionatamente ingrossandogli, onde poi la figura ed aspetto dell’animale ne riuscisse mostruosamente grosso: il che forse fu avvertito dal mio accortissimo Poeta, mentre descrivendo un grandissimo gigante disse:


Non si può compatir quanto sia lungo,
Sì smisuratamente è tutto grosso.

E per un breve esempio di questo che dico, disegnai già la figura di un osso allungato solamente tre volte, ed ingrossato con tal proporzione, che potesse nel suo animale grande far l’uffizio proporzionato a quel dell’osso minore nell’animal più piccolo, e le figure son queste:

dove vedete sproporzionata figura che diviene quella dell’osso ingrandito. Dal che è manifesto, che chi volesse mantener in un vastissimo gigante le proporzioni che hanno le membra in un uomo ordinario, bisognerebbe o trovar materia molto più dura e resistente, per formarne l’ossa, o vero ammettere che la robustezza sua fusse a proporzione assai più fiacca che ne gli uomini di statura mediocre; altrimente, crescendogli a smisurata altezza, si vedrebbono dal proprio peso opprimere e cadere. Dove che, all’incontro, si vede, nel diminuire i corpi non si diminuir con la medesima proporzione le forze, anzi ne i minimi crescer la gagliardia con proporzion maggiore: onde io credo che un piccolo cane porterebbe addosso due o tre cani eguali a sé, ma non penso già che un cavallo portasse né anco un solo cavallo, a se stesso eguale.

Dopo questa digressione il discorso torna alla resistenza dei materiali diventando un piccolo trattato propedeutico al corso di scienza delle costruzioni passando attraverso tutte le possibili situazioni, come le seguenti:

        Questa gran mole di dimostrazioni geometriche è evidenzia di per sé quali sono le simpatie di Galileo, come egli intenda il rapporto dell’uomo nella conoscenza della natura. Uscire dalle secche dello sterile aristotelismo con una robusta iniezione di matematica che renda quantitativi e confrontabili i dati osservativi. Ma questo non lo ricaviamo da osservatori esterni perché lo leggiamo dalle proprie parole di Galileo:

Sagredo – Che  diremo, Sig. Simplicio ? non convien egli confessare, la virtù della geometria esser il più potente strumento d’ogni altro per acuir l’ingegno e disporlo al perfettamente discorrere e specolare? e che con gran ragione voleva Platone i suoi scolari prima ben fondati nelle matematiche? Io benissimo avevo compreso la facultà della leva, e come crescendo o sciemando la sua lunghezza, cresceva o calava il momento della forza e della resistenza; con tutto ciò nella determinazione del presente problema m’ingannavo, e non di poco, ma d’infinito.

Simplicio – Veramente comincio a comprendere che la logica, benché strumento prestantissimo per regolare il nostro discorso, non arriva, quanto al destar la mente all’invenzione, all’acutezza della geometria.

Sagredo – A me  pare che la logica insegni a conoscere se i discorsi e le dimostrazioni già fatte e trovate procedano concludentemente; ma che ella insegni a trovare i discorsi e le dimostrazioni concludenti, ciò veramente non credo io. Ma sarà meglio che il Sig. Salviati ci mostri secondo qual proporzione vadian crescendo i momenti delle forze per superar la resistenza del medesimo legno secondo i luoghi diversi della rottura.

A conclusione di questa seconda giornata, comunque molto più breve della prima, Salviati discute geometricamente della resistenza dei solidi vacui:

per ultimo termine de gli odierni ragionamenti, voglio aggiugnere la specolazione delle resistenze de i solidi vacui, de i quali l’arte, e più la natura, si serve in mille operazioni, dove senza crescer peso si cresce grandemente la robustezza, come si vede nell’ossa de gli uccelli ed in moltissime canne, che son leggiere e molto resistenti al piegarsi e rompersi: che se un fil di paglia, che sostien una spiga più grave di tutto ‘l gambo, fusse fatto della medesima quantità di materia, ma fusse massiccio, sarebbe assai meno resistente al piegarsi ed al rompersi. E con tal ragione ha osservato l’arte, e confermato l’esperienza, che un’asta vota o una canna di legno o di metallo è molto più salda che se fusse, d’altrettanto peso e della medesima lunghezza, massiccia, che in consequenza sarebbe più sottile; e però l’arte ha trovato di far vote dentro le lancie, quando si desideri averle gagliarde e leggiere.

E con queste ultime dimostrazioni si chiude la seconda giornata.

I DISCORSI: GIORNATA TERZA, IL MOVIMENTO

          Questa terza giornata non ha più il carattere del dialogo tra interlocutori (che intervengono solo raramente). Probabilmente Galileo non ha avuto il tempo di trasformare questi argomenti in un dialogo e neppure di trasferirli in lingua volgare, visto che il testo è in latino. Qui la trattazione diventa assiomatico-deduttiva, come in un testo di geometria. Nella finzione letteraria viene letto un testo latino (i brani da me riportati sono nella traduzione di A. Carugo e L. Geymonat che si trova nel libro: Galileo Galilei – Opere – UTET, 1974), il De motu locali, e gli interlocutori che avevamo nelle prime due giornate fanno da commentatori di quanto ascoltano. Il libro inizia con alcune definizioni di Moto equabile, cui seguono assiomi e teoremi, quindi di Moto naturalmente accelerato, con teoremi, proposizioni, scolii, corollari e problemi. Il Moto violento, cioè quello dei proiettili, sarà argomento della quarta giornata. Ricordo che di questi moti Galileo aveva già trattato nel suo giovanile De motu (completamente superato da quest’ultima trattazione) e nel Dialogo in relazione a questioni cosmologiche. E si può certamente sostenere che non fu la cosmologia a portare Galileo verso una nuova concezione del movimento ma, al contrario, il rendersi conto della infondatezza della classificazione aristotelica di moto naturale e violento all’interno del moto guidato dai luoghi naturali fu il movente principale che lo portò alla cosmologia copernicana. Tornando ai Discorsi la terza giornata (come la quarta) è caratterizzata da un uso spinto della geometria. Da più parti si osserva che questo uso della matematica, che diventa eccessivo e distoglie l’attenzione in molti rivoli di casi particolari, nasceva dalla volontà di risolvere problemi pratici di ingegneria e tecnica e quindi di costruire un manuale ad uso pratico (questa giornata per un ingegnere idraulico, la precedente per l’ingegnere edile e la seguente per l’ingegnere militare). Vi sono una quantità di teoremi che non è il caso qui riprendere mentre è di grande interesse andare a ricercare alcune conclusioni che rappresentano delle svolte fondamentali nella conoscenza del mondo fisico e certamente in radicale contrasto con la fisica aristotelico-scolastica. Il De motu locali inizia così:       

Diamo avvio a una nuovissima scienza intorno a un soggetto antichissimo. Nulla v’è, forse, in natura, di più antico del moto, e su di esso ci sono non pochi volumi, né di piccola mole, scritti dai filosofi; tuttavia tra le sue proprietà ne trova molte che, pur degne di essere conosciute, non sono mai state finora osservate, nonché dimostrate. Se ne rilevano alcune più immediate, come quella, ad esempio, che il moto naturale dei gravi discendenti accelera continuamente; però, secondo quale proporzione tale accelerazione avvenga, non è stato sin qui mostrato: nessuno, che io sappia, infatti, ha dimostrato che un mobile discendente a partire dalla quiete percorre, in tempi eguali, spazi che ritengono tra di loro la medesima proporzione che hanno i numeri impari successivi ab unitate. È stato osservato che i corpi lanciati, ovverossia i proietti, descrivono una linea curva di un qualche tipo; però, che essa sia una parabola, nessuno l’ha mostrato. Che sia così, lo dimostrerò insieme ad altre non poche cose, né meno degne di essere conosciute, e, ciò che ritengo ancor più importante, si apriranno le porte a una vastissima e importantissima scienza, della quale queste nostre ricerche costituiranno gli elementi; altri ingegni più acuti del mio ne penetreranno poi più ascosi recessi.

Dopo questa introduzione, inizia la discussione del moto equabile moto uniforme sul quale c’è davvero poco da dire.

        La trattazione del moto naturalmente accelerato o moto uniformemente accelerato, presenta delle novità assolute che da una parte ci avviano alla dinamica e dall’altra sono il completo superamento dell’aristotelismo e della scolastica. Prima però di arrivare alle leggi di questo particolare moto, vi è una lezione importantissima che qualifica il metodo di lavoro di Galileo come quello di uno scienziato contemporaneo. Nel cercare la legge di tale moto Galileo ha in mente una norma di comportamento che vale ancora oggi quando si ricercano relazioni tra differenti variabili: il Principio di maggior semplicità che è anche quello a maggiore economia di pensiero (anche Aristotele aveva una sua regola per indagare: La natura non fa nulla invano, nulla di superfluo). Scrive Galileo:

Quando osservo che una pietra, che discende dall’alto a partire dalla quiete, acquista via via nuovi incrementi di velocità, perché non dovrei credere che tali aumenti avvengano secondo la più semplice e più ovvia proporzione ? Ora, se consideriamo attentamente la cosa, non troveremo nessun aumento o incremento più semplice di quello che aumenta sempre nel medesimo modo. [Giornata Terza dei Discorsi, E.N. VIII, pag. 197]

E’ certamente vero (anche se molti filosofi non lo sanno) che l’approccio ad una esperienza è impossibile senza una teoria a priori, senza che uno non abbia in mente cosa dall’esperienza debba risultare. L’idea balzana che uno abbia davanti degli strumenti e, senza idee preconcette si metta a giocare con essi trovando una qualche legge la lasciamo ai seguaci di presunti storici. Ma Galileo non entra in questioni che non domina. Può sbagliare l’interpretazione di vari fenomeni sovrapponendo una qualche teoria debole successivamente falsificata ma non entra in argomenti sui quali non ha nulla da dire o da ipotizzare. Già Galileo aveva offerto un esempio di quanto vado dicendo nel Dialogo, quando nasce la seguente discussione:

Salviati — … dico che quello che fa muovere la Terra è una cosa simile a quella per la quale si muove Marte, Giove, e che è credo che si muova anche la sfera stellata; e se egli mi assicurerà chi sia il movente di uno di questi mobili, io mi obbligo a saper dire chi fa muovere la Terra. Ma più, io voglio far l’istesso s’ei mi sa insegnare chi muova le parti della Terra in giù.

Simplicio — La causa di quest’effetto è notissima, e ciaschedun sa che è la gravità.

Salviati — Voi errate, signor Simplicio ; voi dovevi dire che ciaschedun sa che ella si chiama gravità. Ma io non vi domando del nome, ma dell’essenza della cosa… .

E’ un atteggiamento molto corretto: per sapere cos’è una cosa non basta darle un nome e Galileo non ha elementi per entrare a discutere di gravità. Invece di addentrarsi in disquisizioni che, in mancanza di elementi concreti, non potrebbero che perpetuare il metodo della scolastica, egli sospende il giudizio. Ebbene, qui, nei Discorsi, abbiamo un altro esempio su questo modo di porsi di Galileo rispetto a fenomeni naturali che non conosce e che certamente non si conoscono meglio dando loro un nome:

Sagredo – Da questo discorso mi par che si potrebbe cavare una assai congrua ragione della quistione agitata tra i filosofi, qual sia la causa dell’accelerazione del moto naturale de i gravi […]

Salviati – Non  mi par tempo opportuno d’entrare al presente nell’investigazione della causa dell’accelerazione del moto naturale, intorno alla quale da varii filosofi varie sentenzie sono state prodotte, riducendola alcuni all’avvicinamento al centro, altri al restar successivamente manco parti del mezo da fendersi, altri a certa estrusione del mezo ambiente, il quale, nel ricongiugnersi a tergo del mobile, lo va premendo e continuatamente scacciando; le quali fantasie, con altre appresso, converrebbe andare esaminando e con poco guadagno risolvendo.

Al di là del continuo richiamo al metodo, questo rifiuto di Galileo di introdurre entità nuove, come la forza o qualcosa di consimile, è molto significativo soprattutto in relazione al fatto che nelle sue discussioni di gioventù sulle macchine egli aveva dimostrato di possedere il concetto, quantomeno, di sforzo e di resistenza ad esso (ma su questo tornerò tra un poco). Dopo questa lezione con fondamentale valenza epistemologica, si passa allo studio del moto uniformemente accelerato partendo da una premessa importante. Dice Salviati: e così si costuma e conviene nelle scienze le quali alle conclusioni naturali applicano le dimostrazioni matematiche, come si vede ne i perspettivi, negli astronomi, ne i mecanici, ne i musici ed altri, li quali con sensate esperienze confermano i principii loro, che sono i fondamenti di tutta la seguente struttura […] Circa dunque all’esperienze, non ha tralasciato l’Autor [Galileo, ndr] di farne; e per assicurarsi che l’accelerazione de i gravi naturalmente descendenti segua nella proporzione sopradetta, molte volte mi son ritrovato io a farne la prova nel seguente modo, in sua compagnia. Vengono quindi definite con estrema chiarezza le proprietà del moto in oggetto ed in particolare, con l’uso del piano inclinato, viene ricavata la legge di proporzionalità degli spazi percorsi con il quadrato dei tempi. Il piano inclinato viene descritto con ogni dettaglio e con esso una delle esperienze più note fatte con tale strumento:

In un regolo, o vogliàn dir corrente, di legno, lungo circa 12 braccia, e largo per un verso mezo bracio e per l’altro 3 dita, si era in questa minor larghezza incavato un canaletto, poco più largo d’un dito; tiratolo drittissimo, e, per averlo ben pulito e liscio, incollatovi dentro una carta pecora zannata e lustrata al possibile, si faceva in esso scendere una palla di bronzo durissimo, ben rotondata e pulita; costituito che si era il detto regolo pendente, elevando sopra il piano orizontale una delle sue estremità un braccio o due ad arbitrio, si lasciava (come dico) scendere per il detto canale la palla, notando, nel modo che appresso dirò, il tempo che consumava nello scorrerlo tutto, replicando il medesimo atto molte volte per assicurarsi bene della quantità del tempo, nel quale non si trovava mai differenza né anco della decima parte d’una battuta di polso. Fatta e stabilita precisamente tale operazione, facemmo scender la medesima palla solamente per la quarta parte della lunghezza di esso canale; e misurato il tempo della sua scesa, si trovava sempre puntualissimamente esser la metà dell’altro: e facendo poi l’esperienze di altre parti, esaminando ora il tempo di tutta la lunghezza col tempo della metà, o con quello delli duo terzi o de i 3/4, o in conclusione con qualunque altra divisione, per esperienze ben cento volte replicate sempre s’incontrava, gli spazii passati esser tra di loro come i quadrati e i tempi, e questo in tutte le inclinazioni del piano, cioè del canale nel quale si faceva scender la palla; dove osservammo ancora, i tempi delle scese per diverse inclinazioni mantener esquisitamente tra di loro quella proporzione che più a basso troveremo essergli assegnata e dimostrata dall’Autore. Quanto poi alla misura del tempo, si teneva una gran secchia piena d’acqua, attaccata in alto, la quale per un sottil cannellino, saldatogli nel fondo, versava un sottil filo d’acqua, che s’andava ricevendo con un piccol bicchiero per tutto ‘l tempo che la palla scendeva nel canale e nelle sue parti: le particelle poi dell’acqua, in tal guisa raccolte, s’andavano di volta in volta con esattissima bilancia pesando, dandoci le differenze e proporzioni de i pesi loro le differenze e proporzioni de i tempi; e questo con tal giustezza, che, come ho detto, tali operazioni, molte e molte volte replicate, già mai non differivano d’un notabil momento. [Giornata Terza dei Discorsi, Corollario 1 del Teorema 2 della Proposizione 2, E.N. VIII, pagg. 211-213]

In tal modo, con esperienze come questa, Galileo studiò a fondo le proprietà dell’accelerazione indagando la discesa dei corpi in varie condizioni: masse diverse, inclinazioni, altezze(56) e lunghezze diverse del piano inclinato, … ed arrivando a stabilire che la velocità di discesa è la stessa per medesime altezze, qualunque sia l’inclinazione.

            In relazione a questa esperienza ed alla premessa metodologica da me riportata, vi è l’occasione di definire meglio il metodo di Galileo, quello chiamato sperimentale (ed anche scientifico) ma che abbisogna di una qualche spiegazione. Infatti è certo che Galileo non fu né il primo né l’unico a fare esperimenti ed allora, qual è la novità ? Nell’esperienza suddetta abbiamo modo di capire in gran parte in cosa consiste il metodo di Galileo. La prima operazione da fare è raccogliere sull’argomento in studio tutte le informazioni che si ritengono rilevanti; occorre quindi accumulare un grande numero di osservazioni (quando non ci è possibile costruire esperimenti come nel caso dell’astronomia) o un grande numero di dati da sensate esperienze che devono essere ripetute più volte per accertarsi che un qualche errore (sistematico o casuale infici l’intera sequenza dei ragionamenti). Queste osservazioni o dati devono essere classificati per cercarne una qualche relazione matematica, a partire dalla più semplice (si cercheranno prima andamenti lineari, poi quadratici, …), che ci permetta di avanzare una ipotesi relativa ad una legge di comportamento.

        Tornando ai Discorsi, la scoperta per la quale l’elaborazione di Galileo è famosa riguarda  il principio d’inerzia che Galileo aveva maturato discutendone, come visto, più e più volte (tra l’altro,in una lettera a Galileo del 1° aprile 1607 – E.N. X – , Benedetto Castelli diceva che, secondo lo stesso Galileo, a principiar il moto è ben necessario il movente, ma a continuarlo basta il non haver contrasto). Già nella Giornata Seconda del Dialogo vi era stata la seguente illuminante discussione che nasce quando Salviati propone agli altri due interlocutori di considerare il moto di una palla  pefettissimamente rotonda su un piano esquisitamente pulito.

quando voi aveste una superficie piana, pulitissima come uno specchio e di materia dura come l’acciaio, e che fusse non parallela all’orizonte, ma alquanto inclinata, e che sopra di essa voi poneste una palla perfettamente sferica e di materia grave e durissima, come, verbigrazia, di bronzo, lasciata in sua libertà che credete voi che ella facesse? non credete voi (sí come credo io) che ella stesse ferma?

Se il piano fosse in discesa forse esso originerebbe una accelerazione della palla, ma se fosse in salita originerebbe un rallentamento.

Salviati – […] E quanto durerebbe a muoversi quella palla, e con che velocità? E avvertite che io ho nominata una palla perfettissimamente rotonda ed un piano esquisitamente pulito, per rimuover tutti gli impedimenti esterni ed accidentarii: e cosí voglio che voi astragghiate dall’impedimento dell’aria, mediante la sua resistenza all’essere aperta, e tutti gli altri ostacoli accidentarii, se altri ve ne potessero essere.

Simplicio — […] ella continuerebbe a muoversi in infinito, se tanto durasse la inclinazione del piano, e con movimento accelerato continuamente; ché tale è la natura de i mobili gravi, che vires acquirant eundo: e quanto maggior fusse la declività, maggior sarebbe la velocità.

Salviati – Ma quand’altri volesse che quella palla si movesse all’insú sopra quella medesima superficie, […]  da qualche impeto violentemente impressole […] quale e quanto sarebbe il suo moto?

Simplicio — Il moto andrebbe sempre languendo e ritardandosi, per esser contro a natura, e sarebbe piú lungo o piú breve secondo il maggiore o minore impulso e secondo la maggiore o minore acclività.

Salviati – […] Ora ditemi quel che accaderebbe del medesimo mobile sopra una superficie che non fusse né acclive né declive […] se gli fusse dato impeto verso qualche parte […] ?  

Simplicio — Seguirebbe il muoversi verso quella parte.

Salviati – Ma di che sorte di movimento? di continuamente accelerato, come ne’ piani declivi, o di successivamente ritardato, come negli acclivi?

Simplicio — Io non ci so scorgere causa di accelerazione né di ritardamento, non vi essendo né declività né acclività.

Salviati – Sì. Ma se non vi fusse causa di ritardamento, molto meno vi dovrebbe esser di quiete: quanto dunque vorreste voi che il mobile durasse a muoversi?

Simplicio — Tanto quanto durasse la lunghezza di quella superficie né erta né china.

Salviati – Adunque se tale spazio fusse interminato, il moto in esso sarebbe parimente senza termine, cioè perpetuo?

Simplicio — Parmi di sí, quando il mobile fusse di materia da durare.

Credo che più chiaramente di così non sia possibile fornire il principio d’inerzia. E, per essere più chiari serve rifarsi a quanto scrisse Federico Enriques (citato da Geymonat) secondo il quale non possiamo cercare nelle opere galileiane, una trattazione del principio d’inerzia come legge a sé, avulsa dal discorso generale in cui Galileo inserisce la meccanica; esso vi è difeso e analizzato solo come preludio alle discussioni sul moto relativo. Ebbene, nei Discorsi questo principio è detto in modo ancora più sintetico e chiaro; inoltre nel modo in cui è detto si parla addirittura delle cause del moto:

 È lecito aspettarsi che, qualunque grado di velocità si trovi in un mobile, gli sia per sua natura indelebilmente impresso, purché siano tolte le cause esterne di accelerazione o di ritardamento [sono forze ?, ndr]; il che accade soltanto nel piano orizzontale; infatti nei piani declivi è di già presente una causa di accelerazione, mentre in quelli acclivi [è già presente una causa] di ritardamento: da ciò segue parimenti che il moto sul piano orizzontale è anche eterno; infatti, se è equabile, non scema o diminuisce, né tanto meno cessa.

Ciò che qui manca per avere la dinamica di Newton, al quale vanno certamente infiniti meriti, è solo il nome forza. (che comunque, come già detto, non fu ben definita neppure da Newton). Galileo ha qui stabilito che con l’applicazione di un qualcosa di costante (in seguito chiamata forza) si hanno aumenti o diminuzioni di velocità. E tanto è vera questa affermazione che da questo punto viene elaborata da Galileo la discussione che porta al principio d’inerzia. Su tale principio Galileo si era già cimentato in passato ma lo aveva riferito a moti circolari. Galileo aveva infatti come riferimento il moto degli astri, eterno pur se si svolge su traiettorie circolari. Ciò lo portò in un primo tempo, a una formulazione del principio d’inerzia legato a traiettorie circolari (come dargli torto, se si smette di riferirsi all’astratto spazio euclideo e si comincia a considerare uno spazio fisico?). In ogni caso furono proprio le esperienze con il piano inclinato che portarono Galileo a un’enunciazione chiara, definitiva e moderna del principio d’inerzia. Mentre nel Dialogo, per l’enunciazione del principio, egli fa riferimento ad un piano né acclive né declive in relazione alla gravità – fa riferimento cioè a superfici equipotenziali dal punto di vista gravitazionale e quindi a traiettorie circolari – nei Discorsi il riferimento alla gravità sparisce e Galileo ha modo di affermare ciò che ho appena citato. L’evoluzione di Galileo su tale argomento inizia nella Giornata Seconda del Dialogo dove praticamente si sostiene che se la superficie del nostro globo fosse ben levigata, essa permetterebbe, rimossi tutti gli impedimenti esterni ed accidentarii, un moto inerziale (poiché la superficie della Terra non è né declive né acclive ed è in tutte le sue parti egualmente distante dal centro. Ma questa circonferenza su cui avrebbe dovuto svolgersi il moto inerziale ha una caratteristica che Galileo, questa volta nella quarta giornata dei Discorsi, descrive nel modo seguente:

 … nelle nostre pratiche gli strumenti nostri e le distanze le quali vengono da noi adoperate, son così piccole in comparazione della nostra gran lontananza dal centro del globo terrestre, che ben possiamo prendere un minuto di un grado del cerchio massimo [meno di 2 km, n.d.r.] come se fusse una linea retta, e due perpendicolari che da i suoi estremi pendessero, come se fussero parallele

inoltre, nella giornata terza del Dialogo:

… la circonferenza del cerchio infinito e la linea retta sono la stessa cosa.

E questi discorsi si chiudono nella giornata quarta dei Discorsi con la seguente affermazione che coinvolge, inerzia, forze, esperimento ed astrazione da dati contingenti:

Quel moto anco che nel piano orizzontale, rimossi tutti gli altri ostacoli, devrebbe essere equabile e perpetuo, verrà dall’impedimento dell’aria alterato, e finalmente fermato: e qui ancora tanto più presto quanto il mobile sarà più leggiero. De i quali accidenti di gravità, di velocità, ed anco di figura, come variabili in modo infiniti, non si può dar ferma scienza: e però , per poter scientificamente trattar cotal materia, bisogna astrar da essi, e ritrovate e dimostrate le conclusioni astratte da gl’impedimenti, servircene, nel praticarle con quelle limitazioni che l’esperienza ci verrà insegnando.

A parte la mia digressione sul principio d’inerzia(57), in questa terza giornata di Discorsi si arriva a definire il moto uniformemente accelerato come quello cui è soggetto un corpo che si muova in modo da acquistare, negli stessi intervalli di tempo, medesimi aumenti di velocità. L’accelerazione come modificazione costante della velocità è una scoperta importante di Galileo. Ma anche questa giornata volge al termine e, dopo i complimenti di Sagredo a Salviati per tutte le cose che ha appreso da questa nuova scienza, e dopo che Salviati ha elogiato Euclide, ci si dà appuntamento per il giorno dopo. 

I DISCORSI: GIORNATA QUARTA, LA COMPOSIZIONE DEI MOVIMENTI

        La quarta giornata si apre riprendendo alcune cose già dette sull’inerzia:

Le proprietà che si presentano nel moto equabile, come pure nel moto naturalmente accelerato su piani di qualsiasi inclinazione, le abbiamo considerate sopra. Nella trattazione, che ora comincio, cercherò di presentare, e di stabilire sulla base di salde dimostrazioni, alcuni fenomeni notevoli e degni di essere conosciuti, che sono propri di un mobile, mentre si muove con moto composto di un duplice movimento, cioè di un movimento equabile e di uno naturalmente accelerato: tale appunto sembra essere quello che chiamiamo moto dei proietti; la generazione del quale così stabilisco.

Immagino di avere un mobile lanciato su un piano orizzontale, rimosso ogni impedimento: già sappiamo, per quello che abbiamo detto più diffusamente altrove, che il suo moto si svolgerà equabile e perpetuo sul medesimo piano, qualora questo si estenda all’infinito; se invece intendiamo [questo piano] limitato e posto in alto, il mobile, che immagino dotato di gravità, giunto all’estremo del piano e continuando la sua corsa, aggiungerà al precedente movimento equabile e indelebile quella propensione all’ingiù dovuta alla propria gravità: ne nasce un moto composto di un moto orizzontale equabile e di un moto deorsum naturalmente accelerato, il quale [moto composto] chiamo proiezione.

        Data questa premessa si inizia a discutere il moto dei proiettili(58) che, come detto nella citazione precedente, fornirà l’opportunità di affrontare la composizione dei movimenti, di uno equabile e di uno naturalmente accelerato. La trattazione parte dallo studio di alcune coniche, con riferimento ai lavori di Apollonio poiché era cognizione comune che la traiettoria di un proiettile fosse parabolica. Si tratta ora di provare tale affermazione e cioè che la linea descritta dal mobile grave, che mentre ci descende con moto composto dell’equabile orizontale e del naturale descendente, sia una semiparabola. Questa dimostrazione, che viene subito presentata, è estratta dal testo latino che i tre personaggi stanno leggendo. A questo punto, vista l’indipendenza dei moti orizzontali e verticali che era stata affermata nella premessa citata, astraendo dal peso e dalle resistenze esterne, un corpo lanciato orizzontalmente  dovrebbe continuare il suo moto in linea retta visto che la gravità non può agire sulla velocità di un moto orizzontale. Quindi la distanza percorsa orizzontalmente da questo proietto, qualunque fosse la traiettoria del moto, misurava il tempo trascorso dall’inizio del moto stesso.

Ma su questo corpo in moto agisce la gravità perpendicolarmente alla sua traiettoria orizzontale. Si ha così la sovrapposizione di due moti, uno rettilineo uniforme e l’altro naturalmente accelerato, che descrivono una traiettoria data dalla semiparabola bifh.

Nel diagramma che viene offerto bc, cd, de rappresentano uguali spostamenti in avanti secondo uguali intervalli di tempo, mentre le distanze di caduta ci, df, eh, aumentano in proporzione al quadrato del tempo. In pratica Galileo aveva scomposto il moto in due componenti attraverso un uso intelligentissimo del piano inclinato. Allo scopo si può rivedere il diagramma che ho presentato varie pagine più su in cui la traiettoria parabolica dei proiettili è assimilata a quella che segue una sfera che sia lasciata cadere obliquamente su un particolare piano inclinato. Questo modo di operare non gli fa studiare un nuovo moto, quello parabolico, ma servirsi di due moti già studiati.

       Più oltre Galileo dimostra anche che la gittata maggiore sul piano orizzontale si ha quando l’angolo di elevazione è di 45°:

Sagredo. –  […] Gia sapevo io, per fede prestata alle relazioni di più bombardieri, che di tutti i tiri di volata dell’artiglieria, o del mortaro, il massimo, cioè quello che in maggior lontananza caccia la palla, era il fatto all’elevazione di mezo angolo retto, che essi dicono del sesto punto della squadra; ma l’intender la cagione onde ciò avvenga, supera d’infinito intervallo la semplice notizia auta dalle altrui attestazioni, ed anco da molte replicate esperienze.

Salviati – V. S. molto veridicamente discorre: e la cognizione d’un solo effetto acquistata per le sue causeci apre l’intelletto a ‘ntendere ed assicurarci d’altri effetti senza bisogno di ricorrere alle esperienze, come appunto avviene nel presente caso; dove, guadagnata per il discorso dimostrativo la certezza dell’essere il massimo di tutti i tiri di volata quello dell’elevazione dell’angolo semiretto, ci dimostra l’Autore [del libro in latino che stanno leggendo, ndr] quello che forse per l’esperienza non è stato osservato: e questo è, che de gli altri tiri, quelli sono tra di loro eguali, le elevazioni de i quali superano o mancano per angoli eguali dalla semiretta: sì che le palle tirate dall’orizonte, una secondo l’elevazione di 7 punti e l’altra di 5, andranno a ferir su l’orizonte in lontananze eguali, e così eguali saranno i tiri di 8 e di 4 punti, di 9 e di 3, etc.

        Mi pare sia chiaro che in tutto ciò che abbiamo visto vi è il tentativo di Galileo-Salviati di geometrizzare ogni ente fisico, di idealizzare cioè in senso matematico l’intera materia del movimento. Il problema che aveva Galileo era quello di uscire dalle inutili chiacchiere dei peripatetici e di riportare il tutto ad una descrizione matematica della realtà e questa necessità fa sì che egli vada addirittura oltre quanto sarebbe stato necessario. E’ lo stesso Galileo che ci dice in questa quarta giornata come ha operato in un argomento in cui compaiono troppe variabili di cui non si può dar ferma scienza:

De i quali accidenti di gravità, di velocità, ed anco di figura, come variabili in modi infiniti, non si può dar ferma scienza: e però, per poter scientificamente trattar cotal materia, bisogna astrar da essi, e ritrovate e dimostrate le conclusioni astratte da gl’impedimenti, servircene, nel praticarle, con quelle limitazioni che l’esperienza ci verrà insegnando. E non però piccolo sarà l’utile, perché le materie e lor figure saranno elette le men soggette a gl’impedimenti del mezo, quali sono le gravissime e le rotonde, e gli spazii e le velocità per lo più non saranno sì grandi, che le loro esorbitanze non possano con facil tara esser ridotte a segno; anzi pure ne i proietti praticabili da noi, che siano di materie gravi e di figura rotonda, ed anco di materie men gravi e di figura cilindrica, come frecce, lanciati con frombe o archi, insensibile sarà del tutto lo svario del lor moto dall’esatta figura parabolica.

D’altra parte non occorre stupirsi troppo dell’uso della geometria che Galileo fa. Era stato proprio lui che ne Il Saggiatore aveva scritto qual era una parte del suo programma:

La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.

ed esso doveva completarsi con quanto Galileo, fin dai tempi della sua giovinezza aveva sostenuto: la necessità nell’indagine della natura di una solida parte sperimentale come, appunto, scritto nella  Lettera a Madama Cristina di Lorena del 1615 (e poi ripetuto più e più volte (anche nel Dialogo) quando si dice che le ricerche naturali devono essere fondate prima sopra sensate esperienze ed accuratissime osservazioni.

        La quarta giornata si conclude con un’apertura a giornate seguenti che, come già detto, nella prima stesura dell’opera non c’erano. Ciò mostra la natura aperta dell’opera di Galileo che avrebbe potuto crescere indefinitamente mano a mano che si fossero dovuti discutere nuovi argomenti. E’ Simplicio che chiede di proseguire:

Simplicio —. Io resto satisfatto a pieno: però potrà il Sig. Salviati, conforme alla promessa, esplicarci qual sia l’utilità che da simile catenella si può ritrarre, e, dopo questo, arrecarci quelle specolazioni che dal nostro Accademico sono state fatte intorno alla forza della percossa.

Salviati – Assai per questo giorno ci siamo occupati nelle contemplazioni passate: l’ora, che non poco è tarda, non ci basterebbe a gran segno per disbrigarci dalle nominate materie; però differiremo il congresso ad altro tempo più opportuno.

Sagredo. –  Concorro col parere di V. S., perché da diversi ragionamenti auti con amici intrinseci del nostro Accademico ho ritratto, questa materia della forza della percossa essere oscurissima, né di quella sin ora esserne, da chiunque ne ha trattato, penetrato i suoi ricetti, pieni di tenebre ed alieni in tutto e per tutto dalle prime immaginazioni umane; e tra le conclusioni sentite profferire me ne resta in fantasia una stravagantissima, cioè che la forza della percossa è interminata, per non dir infinita. Aspetteremo dunque la commodità del Sig. Salviati. Ma intanto dicami che materie sono queste, che si veggono scritte dopo il trattato de i proietti.

Salviati – Queste sono alcune proposizioni attenenti al centro di gravità de i solidi, le quali in sua gioventù andò ritrovando il nostro Accademico, parendogli che quello che in tal maniera aveva scritto Federigo Comandino non mancasse di qualche imperfezzione. Credette dunque con queste proposizioni, che qui vedete scritte, poter supplire a quello che si desiderava nel libro del Comandino; ed applicossi a questa contemplazione ad instanza dell’Illustrissimo Sig. Marchese Guid’Ubaldo Dal Monte, grandissimo matematico de’ suoi tempi, come le diverse sue opere publicate ne mostrano, ed a quel Signore ne dette copia, con pensiero di andar seguitando cotal materia anco ne gli altri solidi non tocchi dal Comandino; ma incontratosi, dopo alcun tempo, nel libro del Sig. Luca Valerio, massimo geometra, e veduto come egli risolve tutta questa materia senza niente lasciar in dietro, non seguitò più avanti, ben che le aggressioni sue siano per strade molto diverse da quelle del Sig. Valerio.

Sagredo. –  Sarà bene dunque che in questo tempo che s’intermette tra i nostri passati ed i futuri congressi, V. S. mi lasci nelle mani il libro, che io tra tanto anderò vedendo e studiando le proposizioni conseguentemente scrittevi.

Salviati – Molto volentieri eseguisco la vostra domanda, e spero che V. S. prenderà gusto di tali proposizioni.

 I DISCORSI: GIORNATA QUINTA E SESTA

         All’inizio di quanto sto discutendo, avevo scritto che Torricelli costruì la Quinta Giornata (che nei piani di Galileo sembra dovesse essere la Sesta) che era costituita dal Sopra le definizioni delle proporzioni d’Euclide e questa giornata fu pubblicata per la prima volta nel 1674 da Vincenzo Viviani (e che solo successivamente fu chiamata Quinta Giornata). La Sesta Giornata (che, per quanto detto prima, doveva essere la Quinta) fu ritrovata da Vincenzo Viviani tra gli oggetti vari che erano andati in mezzo all’eredità ricevuta dal figlio di Galileo, Vincenzo Galilei. Riguarda Della forza della percossa e sarà pubblicata per la prima volta nel 1718 nell’edizione fiorentina dei Discorsi.

        Darò ora, molto in breve, un resoconto di tali giornate a cominciare da Della forza della Percossa(59) (giornata sesta), come fa Favaro nell’Edizione Nazionale delle opere di Galileo. Avverto che in questa giornata Simplicio è sostituito da Paolo Aproino, uno studente di Galileo a Padova, originario di Treviso.

        Dell’argomento Galileo si era già occupato in breve trattandolo come ultimo capitolo nel suo Le mechaniche(60), opera padovana del 1599. Ora la trattazione era molto più vasta e matura. Era stata dettata nel 1638 in parte a don Marco Ambrogetti (uno di coloro che, insieme a Benedetto Castelli, padre Bonaventura Cavalieri,  Clemente Settimi, stettero accanto al vecchio Galileo, ormai cieco, per scrivergli gli appunti e rispondere alle lettere), ed in parte era stata scritta dallo stesso Galileo prima della cecità, poiché possediamo qualche pagina autografa del medesimo Galileo. L’argomento ruota intorno a delle esperienze realizzate per misurare la percossa, quella che oggi chiameremmo quantità di moto (o meglio, una sorta di impulso, cioè una forza per un dato tempo). In luogo di massa si parla di peso perché, come già detto, Galileo non aveva il concetto di massa per stabilire il quale occorreranno sia i lavori di Baliani, al quale ho già accennato, che il De vi percussionis di Borelli. Quest’ultimo, studiando il fenomeno, stabilì che la percossa si caratterizza non nel peso ma nella moles corporea che è evidentemente la nostra massa. 

        L’argomento, l’ammirabile problema della percossa,viene introdotto dal nuovo personaggio, Aproino che chiede a Salviati

la maniera del poter trovare e misurare la sua gran forza, ed insieme, se fusse possibile, risolvere ne` suoi principî e nelle sue prime cause l`essenza di cotale effetto, il quale molto diversamente par che proceda, nell`acquisto della sua somma potenza, dal modo nel quale procede la moltiplicazione di forza

e come sia possibile che

la velocità d`un debile movente compensa la gagliardia di un forte resistente che lentamente venga mosso […] poichè si scorge pur anco nella operazione della percossa intervenire il movimento del percuziente, congiunto colla sua velocità, contro al movimento del resistente ed il suo poco o molto dovere essere mosso

Si tratta quindi di:

investigare qual parte abbia nell` effetto ed operazione della percossa, v. g., il peso del martello, e quale la velocità maggiore o minore colla quale vien mosso, cercando, se fusse possibile, di trovare una misura la quale comunemente ci misurasse ed assegnasse
l` una e l`altra energia: e per arrivare a tal cognizione [l’Accademico Galileo] s`immaginò, per quanto a me parve, una ingegnosa esperienza

Ed Aproino descrive questa esperienza consistente in una bilancia con alcuni aggiustamenti:

Accomodò un`asta assai gagliarda, e di lunghezza di circa tre braccia, volubile sopra un perno a guisa dell`ago di una bilancia; sospese poi nell`estremità delle braccia di cotal bilancia due pesi eguali ed assai gravi, uno de` quali era il composto di due vasi di rame, cioè di due secchie, l`una delle quali, appesa all`estremità detta dell`ago, si teneva piena d`acqua, e dalle orecchie di tale secchia pendevano due corde di lunghezza circa due braccia l`una, alle quali era, per gli orecchi, attaccata un`altra simil secchia, ma vota, la quale veniva a piombo a risponder sotto alla prima secchia già detta e piena d`acqua; nell`estremo poi dell`altro braccio della bilancia si faceva pendere un contrappeso di pietra o di qual si fusse altra materia grave, il quale equilibrasse giustamente la gravità di tutto il composto delle due secchie, dell`acqua e delle corde. La secchia superiore era forata nel fondo con foro largo alla grossezza di un uovo o poco meno, e questo tal foro si poteva aprire e serrare. Fu la prima immaginazione e concetto comune di amendue noi, che fermata la bilancia in equilibrio, essendo preparato il tutto nella maniera detta, quando poi si sturasse la secchia superiore e si desse l` andare all`acqua, la quale precipitando andasse a percuotere nella secchia da basso, l`aggiunta di cotal percossa dovesse aggiugnere tal momento in questa parte, che bisogno fusse, per restituire l`equilibrio, aggiugnere nuovo peso alla gravità del contrappeso dell`altro braccio, la quale aggiunta è manifesto che ristorerebbe e adeguerebbe la nuova forza della percossa dell`acqua; sicché potessimo dire, essere il suo momento equivalente al peso delle 10 o 12 libbre che fusse stato di bisogno aggiugnere all`altro contrappeso.

presso l’Università di Pavia si è ricostruita una tale bilancia.

Salviati ritiene una tale invenzione molto arguta ed utile anche se ritiene complicato misurare la quantità d’acqua cadente. Egli preferisce partire dallo studio di quei gran pesi [le berte] che per ficcare grossi pali nel terreno si lasciano cadere da qualche altezza. In questo caso si ha il peso della berta, l’altezza da cui cade la berta e quanto si è conficcato il palo nel terreno. Ora se una berta di 100 libbre, cadendo da quattro braccia, fa sì che il palo si conficchi di 4 dita. Se si vuole ottenere lo stesso effetto con la sola gravità, poggiando un peso sul palo senza moto precedente, le libbre di questo peso, che chiameremo peso morto, dovranno essere 1000. Salviati ha già qualche elemento quantitativo per poter fare la seguente domanda:

domando se noi potremo senza equivocazione o fallacia affermare, la forza ed energia di un peso di 100 libbre, congiunto colla velocità acquistata nel cadere dall`altezza di quattro braccia, essere equivalente al gravitare di un peso morto di mille libbre; sicché la virtù della sola velocità importasse quanto la pressura di libbre novecento di peso morto, chè tante ne rimangono trattene dalle mille le cento della berta?

Ma la domanda di Salviati diventa molto più insidiosa nel passaggio successivo. Egli chiede infatti che se facendo cadere di nuovo la berta sul palo già conficcato questo si conficcasse di altre 2 dita, la stessa cosa accadrebbe tornando a posarci sopra il peso morto ? Ed è Sagredo che deve rispondere di no con facile spiegazione(61) all’Aproino che diceva di si e che, davanti a tale no, si mostra frastornato. Salviati lo rincuora e, nel farlo, dà un’altra grande lezione epistemologica sul modo di fare scienza e di andare sciogliendo i quesiti che sui fatti naturali si vengono via via ponendo:

Non vi sbigottite, Sig. Aproino, perchè vi assicuro che avete avuto molti compagni in rimanere allacciato in nodi per altro di facilissima scioglitura; e non è dubbio che ogni fallacia sarebbe per sua natura d`agevole scoprimento, quando altri ordinatamente l`andasse sviluppando e risolvendo ne` suoi principî, de` quali esser non può che alcun suo contiguo o poco lontano non si scopra apertamente falso. Ed in questa parte, di ridurre con pochissime parole ad assurdi ed inconvenienti palpabili conclusioni false e state sempre credute per vere, ha il nostro Accademico [Galileo] avuto certo particolar genio: ed io ho una raccolta di molte e molte conclusioni naturali, state sempre trapassate per vere, e da esso poi, con brevi e facilissimi discorsi, manifestate false.

Per studiare la natura, non occorre fermarsi alla prima sensazione, alle cose non ragionate, alle conclusioni naturali, al senso comune. Serve invece indagare a fondo  ed ordinatamente ogni affermazione scientifica per accertarsi che qualche piccola cosa non sia sfuggita, occorre in definitiva il trattamento teorico dei dati dell’esperienza. E qui, come già fatto nelle giornate precedenti, Galileo si riferisce al potente strumento della geometria, il più adatto  a sviluppare le conclusioni ed accertarsi che il naturale sia coincidente con il vero. La geometria non è quindi uno strumento d’indagine ma di verifica.

        Altre considerazioni vengono successivamente sviluppate con la posizione di successivi problemi.  Per forza della percossa si deve intendere ciò che viene fornito dallo strumento che percuote o ciò che riceve la resistenza che si oppone alla percossa ? La forza della percossa può essere infinita ? Tale forza è assimilabile a quella che producono altre macchine che con pochissima forza superano resistenze immense ? Si tratta di capire varie cose e Salviati lo farà con lunghe ed argomentate discussioni.

        Restano comunque molti problemi legati soprattutto ai risultati sperimentali che però restarono insoluti in quanto la pubblicazione dei Discorsi non riportava questa parte.. Erano state le difficoltà incontrate da Galileo che avevano ritardato l’invio di questa giornata agli Elzeviri per la pubblicazione. Gli editori alla fine pubblicarono l’opera senza questa parte perché il ritardo era diventato troppo. I risultati sperimentali che egli ricavò dalle esperienze dettero risultati esattamente contrari a quelli previsti e, per capire dove si nascondessero i problemi, Galileo aveva ripetuto varie e molte esperienze senza però riuscire ad arrivare a cogliere l’origine delle difficoltà. Per questo non inviò lo scritto di questa parte anche se riscritto e sistemato appunto intorno al 1638. Non era convinto di ciò che aveva elaborato proprio per la contraddittorietà dei risultati sperimentali e finché fu in vita non furono mai inviate agli Elzeviri.

        Vi sono comunque alcuni passi di questo scritto che sono d’interesse perché riguardano ancora il principio d’inerzia ed alcune esperienze molto originali. Il discorso parte da queste considerazioni che fa Salviati:

Da quanto ho detto mi pare che agevolmente si possa raccorre, quanto malagevolmente si possa determinare sopra la forza della percossa fatta sopra un resistente il quale vadia variando la cedenza, quale è il palo che indeterminatamente va più e più resistendo; laonde stimo che sia necessario l` andar contemplando sopra tale, che, ricevendo le percosse, a quelle sempre colla medesima resistenza si opponga.Ora, per istabilire tal resistente, voglio che ci figuriamo un solido grave, per esempio di mille libbre di peso, il quale posi sopra un piano che lo sostenti; voglio poi che intendiamo una corda a cotal solido legata, la quale cavalchi sopra una carrucola fermata in alto, per buono spazio, sopra detto solido. Qui è manifesto, che aggiugnendo forza traente in giù all` altro capo della corda, nel sollevar quel peso si averà sempre una egualissima resistenza, cioè il contrasto di mille libbre di gravità; e quando da quest` altro capo si sospenda un altro solido egualmente pesante come il primo, verrà da essi fatto l` equilibrio; e stando sollevati, senza che sopra alcuno sottoposto sostegno si appoggino, staranno fermi, nè scenderà questo secondo grave alzando il primo, salvo che quando egli abbia qualche eccesso di gravità.

La sperimentazione suddetta veniva fatta confrontando il moto di una sfera pesante fatta scorrere su un binario semicircolare e fatta oscillare sospesa ad un filo (un pendolo). Si tratta nei due casi di una medesima traiettoria percorsa dal grave solo che nel primo caso si ha maggiore resistenza d’attrito e la sfera ha un movimento di discesa e salita che va scemando molto prima che nel caso pendolare.

Doppio piano inclinato contrapposto (a semicerchio). Il pendolo era fatto oscillare in modo da descrivere la medesima traiettoria di una sfera fatta discendere sul binario semicircolare per confrontare le differenti cadute.

A proposito di una tale esperienza dice Salviati:

Se l` esempio di quello che fa il solido grave appeso al filo, del quale mi sovviene che parlammo ne` discorsi de` giorni passati, quadrasse e si aggiustasse così bene al caso del quale noi di presente trattiamo, come ei si aggiusta alla verità, molto concludente sarebbe il discorso di V. S.; ma non piccola discrepanza trovo io tra queste due operazioni: dico tra quella del solido grave pendente dal filo, che, lasciato da qualche altezza, scendendo per la circonferenza del cerchio, acquista impeto di trasportare sé medesimo ad altrettanta altezza; e l` altra operazione del cadente legato ad un capo della corda per inalzare l` altro a sè eguale in gravità. Imperocchè lo scendente per lo cerchio va acquistando velocità sino al perpendicolo, favorito dalla propria gravità, la quale, trapassato il perpendicolo, lo disaiuta nel dovere ascendere (che è moto contrario alla gravità); sicchè dello impeto acquistato nella scesa naturale non piccola ricompensa è il ricondurlo con moto preternaturale o per altezza. Ma nell` altro caso sopraggiugne il grave cadente al suo eguale, posto in quiete, non solamente colla velocità acquistata, ma colla sua gravità ancora, la quale, mantenendosi, leva per sè sola ogni resistenza di essere alzato all` altro suo compagno; perlochè la velocità acquistata non trova contrasto di un grave che allo andare in su faccia resistenza, talchè, sì comel` impeto conferito all` in giù ad un grave non trova in esso ragione di annichilarsi o ritardarsi, così non si ritrova in quello ascendente, la cui gravità rimane nulla, essendo contrappesata da altrettanta descendente. E qui mi pare che accada per appunto quello che accade ad un mobile grave e perfettamente rotondo, il quale, se si porrà sopra un piano pulitissimo ed alquanto inclinato, da per sè stesso naturalmente vi scenderà, acquistando sempre velocità maggiore; ma se, per l` opposito, dalla parte bassa si vorrà quello cacciarein su, ci bisognerà conferirgli impeto, il quale si anderà sempre diminuendo e finalmente annichilando; ma se il piano non sarà inclinato, ma orizontale, tal solido rotondo, postovi sopra, farà quello che piacerà a noi, cioè, se ve lo metteremo in quiete, in quiete si conserverà, e dandogli impeto verso qualche parte, verso quella si moverà, conservando sempre l` istessa velocità che dalla nostra mano averà ricevuta, non avendo azione nè di accrescerla nè di scemarla, non essendo in tal piano nè declività nè acclività: ed in simile guisa i due pesi eguali, pendenti da` due capi della corda, ponendogliene in bilancio, si quieteranno, e se ad uno si darà impeto all` in giù, quello si andrà conservando equabile sempre.

A questo punto troviamo una nuova formulazione del principio di inerzia, più volte enunciato come già visto, tanto per ribadire la grande importanza che tale principio aveva in ogni argomento trattato da Salviati-Galileo.

E qui mi pare che accada per appunto quello che accade ad un mobile grave e perfettamente rotondo, il quale, se si porrà sopra un piano pulitissimo ed alquanto inclinato, da per se stesso naturalmente vi scenderà, acquistando sempre velocità maggiore; ma se, per l` opposito, dalla parte bassa si vorrà quello cacciare in su, ci bisognerà conferirgli impeto, il quale si anderà sempre diminuendo e finalmente annichilando; ma se il piano non sarà inclinato, ma orizontale, tal solido rotondo, postovi sopra, farà quello che piacerà a noi, cioè, se ve lo metteremo in quiete, in quiete si conserverà, e dandogli impeto verso qualche parte, verso quella si moverà, conservando sempre l` istessa velocità che dalla nostra mano averà ricevuta, non avendo azione né di accrescerla né di scemarla, non essendo in tal piano nè declività nè acclività: ed in simile guisa i due pesi eguali, pendenti da` due capi della corda, ponendogliene in bilancio, si quieteranno, e se ad uno si darà impeto all` in giù, quello si andrà conservando equabile sempre.

Subito dopo leggiamo qualcosa di nuovo e diverso perché si passa dal moto rallentato con traiettoria obliqua che forniva il piano inclinato ad un moto verticale inerziale realizzato con un nuovo apparato da lui realizzato. La descrizione dell’esperienza mostra che Galileo ha usato la sua macchina, una specie di bilancia (che gli interessati possono trovare in un lavoro di Roberto Vergara Caffarelli(62)), molto simile a quella che 150 anni dopo sarà pensata da Atwood:

ed in simile guisa i due pesi eguali, pendenti da` due capi della corda, ponendogliene in bilancio, si quieteranno, e se ad uno si darà impeto all`in giù [per tirare su l’altro peso], quello si andrà conservando equabile sempre. E qui si dee avvertire che tutte queste cose seguirebbero quando si movessero tutti gli esterni ed accidentari impedimenti, dico di asprezza e gravità di corda, di girelle e di stropicciamenti nel volgersi intorno al suo asse, ed altri che ve ne potessero essere.

Per trovare questo risultato Galileo si è basato sostanzialmente su un complesso di esperienze eseguite con la macchina suddetta nella quale due pesi uguali (sarebbe corretto parlare di masse) sono in equilibrio sospesi ad una corda attraverso una carrucola. Quando si fornisce una spinta ad uno dei due pesi (ad esempio verso il basso), l’altro peso si muove simultaneamente (verso l’alto) ed ambedue i pesi lo fanno con moto uniforme. Il moto uniforme, la velocità costante, mostra che siamo in condizioni inerziali con una risultante nulla delle forze agenti sui pesi. A questo punto uno dei due pesi viene poggiato sopra un sostegno mentre l’altro peso prima viene sollevato ad una data altezza e poi lasciato cadere e la caduta avviene come un normale moto accelerato in cui agisce solo la gravità. Questo moto è accelerato finché la corda che lega il peso in caduta non si tende perché sente l’altro peso poggiato sul sostegno. A questo punto il peso precedentemente fermo viene strappato verso l’alto ed inizia per ambedue i pesi un moto uniforme come avevamo visto prima. Ciò che ho ora riassunto è detto da Salviati nel modo seguente:

E qui si dee avvertire che tutte queste cose seguirebbero quando si movessero tutti gli esterni ed accidentari impedimenti, dico di asprezza e gravità di corda, di girelle e di stropicciamenti nel volgersi intorno al suo asse, ed altri che ve ne potessero essere. Ma perchè si è fatta considerazione della velocità, la quale l` uno de` due pesi eguali acquista scendendo da qualche altezza, mentre l` altro posi in quiete, è bene determinare quale e quanta sia per essere la velocità colla quale sieno per muoversi poi amendue, dopo la caduta dell` uno, scendendo questo e salendo quello. Già, per le cose dimostrate, noi sappiamo che quel grave che partendosi dalla quiete liberamente scende, acquista tuttavia maggiore e maggior grado di velocità perpetuamente; sicchè, nel caso nostro, il grado massimo di velocità del grave, mentre liberamente scende, è quel che si trova avere nel punto che egli comincia a sollevare il suo compagno; ed è manifesto che tal grado di velocità non si andrà più augumentando, essendo tolta la cagione dello augumento, che era la gravità propria di esso grave descendente, la quale non opera più, essendo tolta la sua propensione di scendere dalla repugnanza del salire di altrettanto peso del suo compagno. Si conserverà dunque il detto grado massimo di velocità, ed il moto, di accelerato, si convertirà in equabile: quale poi sia per essere la futura velocità, è manifesto dalle cose dimostrate e vedute ne` passati giorni, cioè che la velocità futura sarà tale, che in altrettanto tempo quanto fu quella della scesa, si passerà doppio spazio di quello della caduta.

Si tratta ora di capire, come sollecita Sagredo, come sia possibile accordare ciò con la percossa e se sia possibile darne una misura. Salviati dice che per fare delle misure, per filosofare intorno la forza di un percuziente e la resistenza di quello che la percossa riceve,  occorre avere dei dati confrontabili ed avere un percuziente la cui forza sia sempre l’istessaquale è quella del medesimo grave cadente sempre dalla medesima altezza, e parimente stabilischiamo un ricevitore del colpo, la cui resistenza sia sempre la medesima. E per realizzare l’esperienza occorre procedere come nella precedente ma aggiungendo un peso a quello che prima era poggiato sul sostegno di modo che questo risulti quanto si voglia maggiore.

E per averlo tale, voglio che (stando su l` esempio di sopra, de i due gravi pendenti da` capi dell` istessa corda) che percuziente sia il piccol grave che si lascia cadere, e che l` altro, quanto si voglia maggiore, sia quello nell` alzamento del quale venga esercitato l` impeto del piccolo cadente:

Anche ora la caduta del peso sollevato provoca la tensione della corda e lo strappo del peso poggiato sul sostegno ma ora dopo l’istante in cui la corda si tende, il peso maggiore salirà fino ad una data altezza che dipenderà dalla velocità che era stata raggiunta dal peso in caduta e da quanto peso si aveva poggiato sul sostegno. Si avrà allora, dopo lo strappo, un moto uniformemente ritardato dei due pesi fino a che non si raggiunge una quota massima dopodiché ne inizia uno uniformemente in verso opposto. L’esperienza offre ora la possibilità di diventare quantitativa al fine di calcolare la percossa: occorrerebbe disporre di due misure di velocità, quella che ha il peso in caduta immediatamente prima della strappata e quello che hanno i due pesi subito dopo la strappata. In tal modo si dovranno considerare il peso (massa) e la velocità prima dello strappo (urto) e i pesi (masse) e velocità dopo lo strappo. Si può osservare che siamo vicini alla quantità di moto, all’impulso. Galileo girava intorno a questi concetti ma non riuscì a formalizzarli perché gli strumenti di cui  disponeva non gli permettevano la misura soprattutto della velocità massima prima della strappata. Tentò in vario modo di reintrodurre il piano inclinato ed arrivare alla verticale per approssimazioni successive in modo di partire da una caduta rallentata e passare via via a rallentamenti minori, ma la cosa non gli poteva funzionare e trasse così conclusioni teoriche che non erano corrette. Anche se alcune esperienze che fece sono suggestive e che è utile riportare:

i gravi descendenti da un punto sublime sino a un soggetto piano orizontale, acquistano eguali gradi di velocità, sia la scesa loro fatta

o nella perpendicolare o sopra qualsivogliano piani diversamente inclinati; come, per esempio, essendo AB un piano orizontale, sopra il quale dal punto C caschi la perpendicolare CB, e dal medesimo C altre diversamente inclinate CA, CD, CE, dobbiamo intendere, i gradi di velocità de` cadenti dal punto sublime C per qualsivoglia delle linee che dal punto C vanno a terminare nell` orizontale, essere tutti eguali. Inoltre si dee, nel secondo luogo, supporre, l` impeto acquistato in A dal cadente dal punto C esser tanto, quanto appunto si ricercherebbe per cacciare in alto il medesimo cadente, o altro a lui eguale, sino alla medesima altezza; onde possiamo intendere che tanta forza bisogna per sollevar dall` orizonte sino all` altezza C l`istesso grave, venga egli cacciato da qualsivoglia de` punti A, D, E, B. Riduchiamoci, nel terzo luogo, a memoria, che i tempi delle scese per i notati piani inclinati hanno tra di loro la medesima proporzione che le lunghezze di essi piani; sicchè quando, per esempio, il piano AC fusse lungo il doppio del CE e quadruplo del CB, il tempo della scesa per CA sarebbe doppio del tempo della scesa per CE e quadruplo della caduta per CB. Inoltre ricordiamoci che per far montare, o vogliam dire per strascicare, l` istesso peso sopra i diversi piani inclinati, sempre minor forza basta per muoverlo sopra il più inclinato che sopra il meno, secondo che la lunghezza di questo è minore della lunghezza di quello. Ora, stante questi veri supposti, finghiamoci il piano AC esser, v. g., dieci volte più lungo del perpendicolo CB, e sopra esso AC esser posato un solido S, pesante cento libbre: è manifesto che se a tal solido fusse attaccata una corda, la quale cavalcasse sopra una girella posta più alta del punto C, la qual corda nell` altro suo capo avesse attaccato un peso di 10 libbre, qual sarebbe il peso P, è manifesto che tal peso P, con ogni poco di giunta di forza, scendendo, tirerebbe il grave S sopra il piano AC. E qui si dee notare, che sebbene lo spazio per lo

quale il maggior peso si muove sopra il suo piano soggetto è eguale allo spazio per lo quale si muove il piccolo descendente (onde alcuno potrebbe dubitare sopra la generale verità di tutte le meccaniche proposizioni, cioè che piccola forza non supera e muove gran resistenza se non quando il moto di quella eccede il moto di questa colla proporzione contrariamente rispondente a i pesi loro), nel presente caso la scesa del piccolo peso, che è a perpendicolo, si dee paragonare colla salita a perpendicolo del gran solido S, vedendo quanto egli dalla orizontale perpendicolarmente si solleva, cioè si dee riguardare quanto ei monta nella perpendicolare BC.

            La quinta giornata termina con una proposizione ed alcune affermazioni piuttosto vaghe e comunque non concludenti.

        A questo punto si passa alla successiva breve giornata (14 pagine), la quinta, che tratta delle definizioni delle proporzioni di Euclide. ed ha un carattere esclusivamente matematico che esula da quanto cerco di raccontare.

        E prima di concludere sui Discorsi merita citare quanto scriveva Geymonat riportando i pareri di altri valenti studiosi a commento dell’opera, con giudizi che si estendono anche al Dialogo:

Quanto detto non significa, come insinuano ancor oggi gli avversari di Galileo, che il Dialogo sia privo di valore in stretto senso scientifico. Anche se il Nostro si è preoccupato di scrivere un’opera più di propaganda scientifico-filosofica che non di pura astronomia, anche se non è riuscito a trovare una dimostrazione rigorosamente valida del moto della Terra, egli ha dato tuttavia un enorme contributo alla vittoria dell’ipotesi copernicana. Ha infatti eliminato i più gravi ostacoli che il senso comune opponeva ad essa, ed è riuscito ad eliminarli con un esattissimo ragionamento scientifico in quanto ha saputo dimostrare con perfetto rigore il nesso indissolubile fra l’ipotesi stessa ed i principi della nuova meccanica. La sua lotta contro i pregiudizi del senso comune è stata tanto più difficile, in quanto tali pregiudizi avevano radici molto profonde nell’animo di ogni studioso del Seicento, in quello di Galileo non meno che dei suoi contemporanei; ed è stata una lotta decisiva per la storia della scienza perché essa, ed essa sola, ha aperto la via alle ricerche più specifiche che, dopo Galileo, forniranno la prova definitiva dell’ipotesi copernicana. A conferma di questo giudizio mi piace riferire le parole con cui uno studioso del valore di Federigo Enriques ha risolto – con impareggiabile chiarezza – la questione, tanto discussa, del valore scientifico del Dialogo sopra i massimi sistemi: «Nella lotta che … egli [Galileo] ha intrapreso contro i peripatetici, conviene scorgere non tanto una polemica contro esterni avversari, quanto una battaglia che dovette prima combattersi entro lo spirito stesso del filosofo, contro il paradosso delle idee nuove che venivano ad urtare inveterate abitudini di pensiero. Gli argomenti peripatetici oppongono invero all’ipotesi copernicana le apparenze sensibili, secondo le quali la terra, nella sua corsa, dovrebbe lasciarsi dietro tutti gli oggetti e un grave discendendo … dovrebbe toccare il suolo assai indietro dal piede della verticale. Il sistema copernicano porta con sé l’esigenza di distruggere questi argomenti: da questa esigenza scaturiscono appunto le leggi della dinamica e quel che in esse sembra più remoto dall’esperienza di tutti i giorni: il principio di inerzia e il principio di relatività, che formano insomma una sola scoperta …

 « … Dunque: principii della dinamica e giustificazioni del sistema copernicano si congiungono indissolubilmente nel pensiero di Galileo, e male si avventura la critica a scioglierne il nesso. Tuttavia taluno potrà osservare: non c’è qui una vera dimostrazione dell’ipotesi, bensì la rimozione degli ostacoli che impediscono di accettarla. Ma appunto la difficoltà principale ad accogliere la veduta di Copernico, era proprio nel paradosso delle conseguenze meccaniche che sembravano risultarne … 

«Non vi è mai pel filosofo accertamento assoluto di una teoria scientifica, e neppure un punto preciso in cui essa viene per la prima volta dimostrata nella storia. Ma il valore relativo della dimostrazione si accresce ove questa contenga i motivi di sempre nuove convalide … Galileo ha assolto il compito … del filosofo, che deve superare il senso comune, e portare il problema sopra un terreno, su cui diventa possibile risolverlo». […]

Come osserva molto giustamente Sebastiano Timpanaro, «i Dialoghi delle nuove scienze non sono meno copernicani del Dialogo dei massimi sistemi. I teologi non li condannarono perché non li avevano capiti»….. Se è vero, infatti, che il maggior contributo dato da Galileo alla vittoria del copernicanesimo fu l’eliminazione delle obiezioni di carattere meccanico solitamente addotte contro di esso (caduta verticale dei gravi ecc.), ne segue che la seconda opera – diretta per l’appunto al consolidamento delle leggi meccaniche, applicate nella prima per confutare le obiezioni anzidette non faceva in realtà che portare nuove prove a conferma di tale confutazione. Era cioè un’opera copernicana, in quanto rivolta a perfezionare ed approfondire gli strumenti già usati nel Dialogo sui massimi sistemi a provare la verità del copernicanesimo. […]

Da tutto ciò risulta chiaro che le Nuove scienze sono effettivamente  un’opera copernicana. Non sono più un «manifesto» del copernicanesimo, come i Massimi sistemi, ma un’opera che si svolge per intero nel nuovo indirizzo copernicano della scienza moderna, approfondendone i principi ed ampliandone gli sviluppi.

A mio giudizio e non solo i Discorsi sono la più copernicana delle opere di Galileo [ed essa non fu condannata solo perché i teologi non la capirono, supposto che la sapessero leggere, ndr].

        A Galileo arrivarono, tra i tanti (tra cui Baliani), i complimenti del suo allievo, corrispondente ed amico, Bonaventura Cavalieri, con il quale aveva condiviso studi ed avanzamenti sugli indivisibili che, come visto, nei Discorsi, hanno ampio spazio. Per concludere questo paragrafo riporto parte della lettera che Cavalieri scrisse a Galileo il 28 giugno 1639:

Nè più nobile nè più gradito dono potevo io ricevere dalla cortesia di V. S. Ecc.ma dell’opera mandatami, cotanto da me desiderata e che contiene in sè tante meraviglie. Io non havendo patienza che si legasse, gli ho dato una scorsa così sciolta; et in somma sono restato soprafatto dallo stupore, vedendo con qual nuova e singolare maniera ella si interni ne’ più profundi secreti della natura, e con quanta facilità ella spieghi cose difficilissime. Ferreum robur et aes illi triplez circa pectus [una frase di Orazio per indicare coraggio e determinazione, ndr], fu detto di chi prima ardì solcare l’immensità del mare et ingolfarsi nell’oceano; ma credo che ciò più ragionevolmente si possi dire di V. S. Ecc.ma, che con la scorta della buona geometria e con la tramontana del suo altissimo ingegno ha potuto felicemente navigare l’immenso oceano de gl’indivisibili, de’ vacui, de gl’infiniti, della luce e di mill’altre cose ardue e peregrine, ciascuna delle quali è bastante a fare naufragare qual si voglia per grande ingegno che sia. Oh quanto li sarà tenuto il mondo, che gli havrà ispianato la strada a cose così nuove e così delicate! quanto i filosofi, che impararanno quale è la vera via del filosofare! Et io insieme gli dovrò tenere non puoco obligo, mentre gli indivisibili della mia Geometria verranno dalla nobiltà e chiarezza de’ suoi indivisibili indivisibilmente illustrati. Io non ardii di dire che il continuo fosse composto di quelli, ma mostrai bene che fra continui non vi era altra proportione che della congerie de gl’indivisibili (presi però equidistanti, se parliamo delle linee rette e delle superficie piane, particolari indivisibili da me considerati); il che mi metteva veramente in sospetto, che quello che ha finalmente pronuntiato, potesse esser vero. S’io havessi havuto tanto ardire, l’havrei pregata a non tralasciarne questa confermatione, se non per la verità di essa conclusione, almeno acciò altri più attentamente havessero fatto riflessione a questa mia nuova maniera di misurare i continui.

A questa lettera ne seguì un’altra il 16 agosto quando Cavalieri ebbe letto tutto il lavoro con maggiore attenzione:

Ella [del suo purgatissimo intelletto, avezzo ad altissime specolationi] ha dato tal saggio in tutte le sue opere, e massime in questa ultima, che spalancando le porte alla maraviglia di tutto il mondo, ha posto quei confini all’immenso oceano delle scienze naturali, oltre ai quali non sarà lecito senz’altro, per grande ingegno che sia, a trapassare. Poichè chi potrà mai con più sodezza discorrere del vacuo, dell’infinito, del continuo, della rarefattione e condensatione, della gravità, del moto, e di cento altre mille cose belle che sono nel suo libro, più di lei? Io li diedi una scorsa superficiale, poi mi sono riapplicato per vederlo tutto con attentione, e fra l’altre cose il pensiero della rarefattione e condensatione mi è parso bellissimo; come anco ho havuto estremo gusto nel sentire così chiaramente spiegata la ragione della consonanza e dissonanza nella musica, non havendo per anco potuto passare la prima Giornata …

Torniamo ora a vicende biografiche che in Galileo sono inscindibili dalla sua passione per la ricerca.

O FORTUNIO, …

            Siamo agli inzi del 1639, epoca in cui, non essendo ancora intervenuta la completa cecità, Galileo, osservando la Luna, aveva scoperto il fenomeno astronomico delle librazioni della Luna. E proprio alla Luna sono dedicate le ultime sue ricerche ed elaborazioni. O forse è meglio dire: la difesa delle sue elaborazioni che sulla Luna aveva fatto in epoche precedenti.

            Galileo aveva avuto notizia della pubblicazione di un libro che metteva in discussione alcune sue teorie, discussse ampiamente nel Sidereus Nuncius e nel Dialogo, su un certo chiarore della Luna, quella tenue luminosità (luce cinerea, come iniziò a chiamarla Leonardo da Vinci) che presenta la parte della Luna non illuminata dal Sole quando siamo poco prima o poco dopo il novilunio (è chiamata Luce Cinerea ed è una debole luce di color cenere chiaro che rischiara la parte della Luna non illuminata direttamente dal Sole. Galileo indagò tutte le spiegazioni che fino ad allora erano state fornite e concluse che l’unica ipotesi sostenibile era quella che fosse luce solare riflessa dalla Terra con la conseguenza che la Terra conquistava un suo splendore. Da questa spiegazione del fenomeno, unito alla fasi di Venere, si iniziò a risolvere il dubbio che all’epoca esisteva, se cioè i pianeti splendessero per luce proptria o per luce riflessa. Lo splendore della Terra portava a pensare che essa fosse simile agli altri pianeti che ci appaiono luminosi come stelle anche se non dispongono di luce propria). L’autore del libro era un medico e filosofo peripatetico, Fortunio Liceti (in passato corrispondente di Galileo) che, all’epoca della pubblicazione del libro, Litheosphorus, sive de lapide Bononiensi lucem (1640), insegnava presso lo Studio di Bologna e che, precedentemente, era stato professore a Padova. Al Capitolo L del suo libro, Liceti aveva sostenuto che la teoria avanzata in proposito da Galileo nel Sidereus Nuncius (1610) e nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632), era errata. Fortunio Liceti(63), prese spunto da una certa scoperta che era stata fatta per attaccare Galileo. Si trattava di una pietra che, dopo essere stata calcinata nel carbone, acquistava la proprietà di diventare fosforescente per insolazione (all’epoca si diceva: in grado di assorbire e tramandare la luce), scoperta dal ciabattino ed alchimista Vincenzio Casciarolo nel 1604. Poiché la pietra era stata trovata sul Monte Paderno vicino Bologna, era stata chiamata pietra lucifera di Bologna (si tratta di barite, che, una volta macinata e calcinata, si trasforma in solfuro di bario). Ebbene, Liceti, nel suo libro in cui descriveva la pietra lucifera di Bologna, dedicò le 4 pagine del Capitolo cinquanta a sostenere che quel candore della Luna era dovuto all’illuminazione del Sole dell’ambiente circostante il corpo della Luna. Inoltre, facendo riferimento anche alla luminescenza della Luna quando si era in condizione di eclisse, Liceti sosteneva che la Luna si comportava come quella pietra lucifera, ritenendo la luce solare per poi ridarla successivamente. Nel fare le sue considerazioni, Liceti attaccò Galileo in riferimento a quanto il grande vecchio aveva scritto nel Sidereus Nuncius. Questa vicenda dette origine ad una corrispondenza incrociata tra vari personaggi che sfociò addirittura in un intervento di Leopoldo de’ Medici, figlio del Granduca di Toscana Cosimo II, che prese la penna per scrivere una lettera a Galileo (11 marzo 1640) riguardante il lavoro di Liceti. Galileo in quei primi mesi del 1640 aveva tanti problemi ed era in una situazione d’ansia per il suo voler conciliare la salute in continuo peggioramento e tutte le cose che aveva in sospeso. Non sarebbe stato interessato più di tanto alla questione, anche se in proposito vi erano state fitte corrispondenze con amici di Galileo che si stupivano dell’avventatezza del Liceti arrivando addirittura ad insultarlo, ma poiché il Principe lo richiedeva preparò una risposta in forma di opuscolo. La prima copia manoscritta del suo lavoro, Lettera al Principe Leopoldo di Toscana, fu inviata a Sua Altezza (nei primi giorni di aprile) e, contemporaneamente, ne fece fare copie, sempre manoscritte, da inviare a vari estimatori ai quali teneva o che glielo avevano richiesto. Il Principe scrisse a Galileo il 14 maggio 1640 per ringraziarlo. Fu Liceti che rimase male per non aver avuto copia del lavoro e da qui partì altra corrispondenza. Galileo, da toscanaccio (per di più pisano) par suo, rispose con ironia e sarcasmo dando del maleducato ed impertinente a Liceti per il suo lamentarsi del ritardato invio del suo lavoro. Dopo aver spiegato in modo esauriente gli errori marchiani di Liceti, Galileo, come un precursore di Cyrano, al fin della licenza tocca e senza mezzi termini ed in modo mirabile, dice

Che poi di tal mia lettera ne sia andato copia in mano di alcuno prima che pervenirne in mano di lei, non comprendo come ciò debba essermi ascritto a mancamento, sì che anco in una scrittura privata, fatta a richiesta di un padrone o amico che ricerchi il mio parere sopra alcune obiezioni fattemi da un altro, io debba esser tenuto a darne conto a quell’altro: nè scorgo come militi l’esempio suo nell’haver mandato a me prima che ad altri il suo libro, dove le impugnazioni sono scritte; imperò che il libro suo è prima stato stampato che da me veduto, nè l’havermi ella fatto grazia di mandarmelo mi fa anteriore a verun altro de gli huomini del mondo, nè mi dà tempo o campo di potermi alleggierire da le opposizioni.

Ma, poco prima di concludere la lettera, Galileo non manca di ribadire un concetto che gli sta particolarmente caro e già sostenuto nel Dialogo: Tra le sicure maniere per conseguire la verità è l’anteporre l’esperienza a qualsivoglia discorso, essendo noi sicuri che in esso, almanco copertamente, sarà contenuta la fallacia, non sendo possibile che una sensata esperienza sia contraria al vero: e questo è pure precetto stimatissi,o da Aristotele e di gran lunga anteposto al valore et alla forza dell’autorità di tutti gli huomini del mondo.

            Seguiranno lettere e, dopo una ulteriore sollecitazione di Liceti, Galileo risponderà il 15 settembre 1641. Questa lettera di Galileo è splendida, è un vero manifesto galileiano, sul modo di fare scienza, sul rifiutare ogni autorità, sul come interrogare la natura. Scriveva così la sua lezione Galileo:

Mi giunge grato il sentire che V. S. Eccel.ma, insieme con molti altri, sì come ella dice, mi tenga per avversoalla peripatetica filosofia, perchè questo mi dà occasione di liberarmi da cotal nota (che tale la stimo io) e di mostrare quale io internamente sono ammiratore di un tanto huomo quale è Aristotile. Mi contenterò bene in questa strettezza di tempo accennare con brevità quello che penso, con più tempo, di poter più diffusamente e manifestamente dichiarare e confermare.

Io stimo (e credo che essa ancora stimi) che l’esser veramente Peripatetico, cioè filosofo Aristotelico, consista principalissimamente nel filosofare conforme alli Aristotelici insegnamenti, procedendo con quei metodi e con quelle vere supposizioni e principii sopra i quali si fonda lo scientifico discorso, supponendo quelle generali notizie il deviar dalle quali sarebbe grandissimo difetto. Tra queste supposizioni è tutto quello che Aristotele ci insegna nella sua Dialettica, attenente al farci cauti nello sfuggire le fallacie del discorso, indirizzandolo et addestrandolo a bene silogizzare e dedurre dalle premesse concessioni la necessaria conclusione; e tal dottrina riguarda

alla forma del dirittamente argumentare. In quanto a questa parte, credo di havere appreso dalli innumerabili progressi matematici puri, non mai fallaci, [tal] sicurezza nel dimostrare, che, se non mai, almeno rarissime volte io sia nel mio argumenta[re] cascato in equivoci. Sin qui dunque io sono Peripatetico.

 Tra le sicure maniere per conseguire la verità è l’anteporre l’esperienze a qualsivoglia discorso, essendo noi sicuri che in esso, almanco copertamente, sarà contenuta la fallacia, non sendo possibile che una sensata esperienza sia contraria al vero: e questo è pure precetto stimatissimo da Aristotile e di gran lunga anteposto al valore et alla forza dell’autorità di tutti gli huomini del mondo, la quale V. S. medesima ammette che non pure non doviamo cedere alle autorità di altri, ma doviamo negarla a noi medesimi, qualunque volta incontriamo il senso mostrarci il contrario. Or qui, Eccel.mo Sig.r, sia detto con buona pace di V. S., mi par d’esser giudicato per contrario al filosofar peripatetico da quelli che sinistramente si servono del sopradetto precetto, purissimo e sicurissimo, cioè che vogliono che il ben filosofare sia il ricevere e sostenere qual si voglia detto e proposizione scritta da Aristotele, alla cui assoluta autorità si sottopongono, e per mantenimento della quale si inducono a negare esperienze sensate o a dare strane interpetrazioni a’ testi di Aristotele, per dichiarazione e limitazione de i quali bene spesso farebbero dire al medesimo filosofo altre cose non meno stravaganti e sicuramente lontane dalla sua imaginazione. Non ripugna che un grande artefice habbia sicurissimi e perfettissimi precetti nell’arte sua, e che talvolta nell’operare erri in qualche particolare; come, per esempio, che un musico o un pittore, possedendo i veri precetti dell’arte, faccia nella pratica qualche dissonanza, o inavvertentemente alcuno errore in prospettiva. Io dunque, perchè so che tali artefici non pure possedevano i veri precetti, ma essi medesimi ne erano stati li inventori, vedendo qualche mancamento in alcuna delle loro opere, devo riceverlo per ben fatto e degno di esser sostenuto et imitato, in virtù dell’autorità di quelli? Qui certo non presterò io il mio assenso. Voglio aggiugnere per ora questo solo: che io mi rendo sicuro che se Aristotele tornasse al mondo, egli riceverebbe me tra i suoi seguaci, in virtù delle mie poche contradizioni, ma ben concludenti, molto più che moltissimi altriche, per sostenere ogni suo detto per vero, vanno espiscando da i suoi testi concetti che mai non li sariano caduti in mente. E quando Aristotele vedesse le novità scoperte novamente in cielo, dove egli affermò quello essere inalterabile et immutabile, perchè niuna alterazione vi si era sino allora veduta, indubitatamente egli, mutando oppinione, direbbe ora il contrario; chè ben si raccoglie, che mentre ei dice il cielo esser inalterabile, perchè non vi si era veduta alterazione, direbbe ora essere alterabile, perchè alterazioni vi si scorgono. Si fa l’o[ra] tarda, et io entrerei in un pelago larghissimo se io volessi produr tutto quello che in tale occasione mi è passato più volte per la mente; però mi riserverò ad altra occasione.

Il 26 gennaio 1641 Galileo inviava a Liceti la copia, sistemata per la stampa, della Lettera al Principe Leopoldo di Toscana. Liceti leggerà e scriverà il nuovo suo libro dentro il quale vi è il lavoro, l’ultimo, di Galileo. Il libro di Liceti ha per titolo De Lunae subobscura luce prope coniunctiones et in eclipsibus observata e vedrà la luce ad Udine nel 1642 … quando Galileo era già morto.

GALILEO MUORE

Intanto, mentre erano in corso queste polemiche con Liceti, sappiamo, anche se non vi è documentazione, che Galileo, all’inizio del 1639 inoltrò una nuova istanza al Papa che venne regolarmente rifiutata. Niente da sperare dunque da un potere crudele che si accaniva, per maggior gloria di Gesù, con un vecchio cieco e morente. Con Galileo stava morendo, in quanto sempre più isolata, la cultura scientifica italiana ma il grande vecchio non demordeva e continuava, continuava anche da cieco con il sopravvenuto aiuto di un suo fervente ammiratore, Vincenzo Viviani, che iniziò ad aiutarlo nelle sue ricerche nell’ottobre del 1639 quando ormai si era ritirato definitivamente ad Arcetri. A Viviani, che fu anche biografo di Galileo, si aggiunse come assistente, purtroppo tardi (10 ottobre 1641), Evangelista Torricelli, vivamente consigliato a Galileo proprio da Castelli attraverso la presentazione di una sua opera, il De motu gravium. La cosa risultò talmente gradita a Galileo da far chiedere a Torricelli di restare a vivere nella sua casa. Quest’altro gigante della fisica e della matematica era stato allievo di Castelli alla Sapienza di Roma e si era presentato per lettera a Galileo l’11 settembre del 1632.

        Era vecchio, malandato, privato della libertà ma il vecchio non perdeva il suo spirito toscano. E di sarcasmo ed ironia è condita una risposta ad una lettera del marzo 1641 dell’amico marchese Francesco Rinuccini che gli chiedeva cosa pensasse di alcune obiezioni al sistema copernicano e di quanto aveva avanzato Giovanni Pieroni il quale credeva di aver mostrato la validità del sistema copernicano medesimo attraverso la scoperta del moto proprio delle stelle. Scriveva Rinuccini il 23 marzo:

Dal Sig.r Cap. Giovanni Pieroni mi fu scritto a’ passati mesi, come haveva chiaramente osservato con l’occhiaIe il moto nelle stelle fisse di alquanti minuti secondi, ma con tanta sicurezza quanta con l’occhio si saria potuto osservare un grado; che fu da me inteso con sommo gusto, per vedere così concludente argomento per la validità del sistema Copernicano. Ma mi è venuto non poco intorbidato dalla lettura che a questi giorni feci, in bottega di un libraro, casualmente di un libro che sta per uscire in luce, dove lessi che se fusse vero che il sole fusse nel centro e la terra gli girasse intorno per l’orbe magno nello spatio di un anno, seguirebbe che da noi non si vedrebbe mai la notte la metà del cielo, poiché la linea che passa per il centro e per gli orizzonti della terra, toccando la periferia dell’ orbe magno, è una corda di un pezzo d’arco del cerchio del cielo stellato, il cui diametro passa per il centro del sole. E perché io ho sempre creduto che sia vero, non l’ havendo visto per esperienza, che quando nasce il primo di Libra tramonti il primo di Ariete, non arrivo con la mia poca intelligenza a trovarne la solutione. Supplico dunque l’immensa sua gentilezza a rimuovere dalla. mia mente questa dubitatione, che glie ne resterò con somma obbligatione: e gli bacio reverentemente le mani.

 Venetia, 23 Marzo 1641.

        Facilissimo sarebbe il rispondere per Galileo e toglier di dubbio il Rinuccini ma egli preferiva il sarcasmo, il medesimo che aveva usato contro quello sciocco gesuita di Grassi, tantissimi anni prima nel 1618, che sosteneva essere le comete corpi celestiin netto contrasto con la fisica di Aristotele. Galileo, offeso per come era stata trattato il suo sostegno alla teoria copernicana con l’ammonizione di Bellarmino, sostenne in pieno la teoria aristotelica secondo la quale le comete sono esalazioni provenienti dalla terra che, raggiunto il cielo della Luna, vengono da esso messe in rapida rotazione fino al loro incendiarsi. Ora, a 23 anni di distanza, usa lo stesso metodo rispondendo sostanzialmente, come vedremo, che la falsità del copernicanesimo è evidente  perché qualunque ragione si voglia portare a suo sostegno, nessuna teoria dell’uomo si sarebbe potuta metter contro l’illimitata onnipotenza di Dio, come sostenuto dal cardinale Barberini. Certo, aggiungeva il vecchio saggio, con lo stesso sistema risultava ancora più falsa la teoria aristotelico-tolemaica perché, oltre a valere il medesimo argomento del Cardinale (novello Aristotele) si aggiungeva la maggiore falsità di tali dottrine perché completamente contrarie alla ragione. Più in dettaglio questo scriveva Galileo a Rinuccini il 29 marzo:

La falsità del sistema Copernicano non deve essere in conto alcuno messa in dubbio, e massime da noi Cattolici, havendo la inrefragabile autorità delle Scritture Sacre, interpretate da i maestri sommi in teologia, il concorde assenso de’ quali ci rende certi della stabilità della terra, posta nel centro, e della mobilità del sole intorno ad essa. Le congetture poi per le quali il Copernico et altri suoi seguaci hanno profferito il contrario, si levono tutte con quel saldissimo argumento preso dalla onnipotenza di Iddio, la quale potendo fare in diversi, anzi in infiniti, modi quello che alla nostra oppinione e osservazione par fatto in un tal particolare, non doviamo volere abbreviare la mano di Dio, e tenacemente sostenere quello in che possiamo essere ingannati. E come che io stimi insuffizienti le osservazioni e conietture Copernicane, altr’e tanto reputo più fallaci et erronee quelle di Tolomeo, di Aristotele e de’ loro seguaci, mentre che, senza uscire de’ termini de’ discorsi humani, si può assai chiaramente scoprire la non concludenza di quelle. E poi che V. S. Ill.ma dice restar perplessa e perturbata dall’ argumento preso dal vedersi continuamente la metà del cielo sopra l’orizonte, onde si possa con Tolomeo concludere la terra esser nel centro della sfera stellata, e non da esso lontana quanto è il semidiametro dell’orbe magno, risponda all’autore che è vero che non si vede la metà del cielo, e glie lo neghi sin che egli non la rende sicura che si vegga giustamente tal metà; il che non farà egli già mai. Et assolutamente chi ha detto, vedersi la metà del cielo, e però esser la terra collocata nel centro, ha prima nel suo cervello la terra stabilita nel centro, e quindi affermato vedersi la metà del cielo, perchè così doverebbe accadere quando la terra fusse nel centro; sì che non dal vedersi la metà del cielo si è inferito la terra esser nel centro, ma raccolto dalla supposizione che la terra sia nel centro, vedersi la metà del cielo. E sarebbe necessario che Tolomeo e questi altri autori ci insegnassero a conoscer nel cielo i primi punti d’Ariete e di Libra, perchè io quanto a me già mai discerner non gli potrei. 
Aggiunghiamo hora che sia vera la osservazione del Sig.r Capitan Pieroni del moto di alcuna fissa, fatto con alcuni minuti secondi: per piccolo che egli sia, inferisce, a gli humani discorsi, mutazione nella terra diversa da ognuna che, ritenendola nel centro, potesse essergli attribuita. E se tal mutazione è, et si osserva esser meno di un minuto primo, chi vorrà assicurarmi se, nascendo il primo punto d’Ariete, tramonti il primo di Libra così puntualmente che non ci sia differenza né anco di un minuto primo? Sono tali punti invisibili; gli orizonti, non così precisi in terra, né anco tal volta in mare; strumenti astronomici ordinarii non possono essere così esquisiti che ci assicurino in cotali osservazioni dall’errore di un minuto; e finalmente, le refrazioni appresso all’orizonte posson fare alterazioni tali, che portino inganno non sol di uno, ma di molti e molti minuti, come questi medesimi osservatori concederanno. Adunque, che vogliamo raccorre in una delicatissima e sottilissima osservazione da esperienze grossolanissime et anco impossibili a farsi ? Potrei soggiugner altre cose in questo proposito, ma il già detto nel mio Dialogo sfortunato dice tanto che può bastare […]


D’Arcetri, li 29 Marzo 1641.

        Queste lettere mostrano quanto Galileo volasse ormai alto anche perché proprio in quei momenti egli aveva ricevuto la lettera di risposta dell’amata Alessandra Bocchineri ad una sua precedente. Il 26 marzo Galileo aveva scritto ad Alessandra servendosi per la consegna riservata di una donna di nome Sandra:

Molto Ill.re Sig.ra et P.rona Osser.ma 

Alloggia questa notte in casa mia la Lessandra, dalla quale V. S. molto Ill.re riceverà la presente. E perchè mi dice che V. S. s’è maravigliata di non havere hauto risposta da me a una sua scrittami molti mesi sono, gli dico la maraviglia dover cominciare da me, il quale gli scrissi già, e fin ora ne havevo aspettato risposta in vano [Galileo aveva scritto ad Alessandra il 24 maggio 1640 tentando di riprendere il filo del rapporto comunicandole un certo affare nell’acquisto di tela per camicie e chiedendole una breve risposta che non venne, ndr]; e supponendo io che ella per sua cortesia mi rispondesse, sappia tal sua risposta non mi esser pervenuta: per lo che cessi in amendue noi la maraviglia. E restando io sicuro d’haver luogo nella sua grazia, come io assicuro lei della mia devota servitù, quietiamoci della poca fortuna, la quale senza nostra colpa ci rende in apparenza scambievolmente colpevoli di affetto men grato; e serva oltre a ciò la presente per riconfermare nell’animo di V. S. et in quello del molto Ill.re Sig.r suo consorte la prontezza che sempre è stata e sarà in ubbidire a i loro comandamenti: e con rèverente affetto ad amendue bacio le mani et prego intera felicità. 

Dalla villa d’Arcetri, li 26 Marzo 1641. 

Di V. S. molto Ill.re Devotiss.mo et Aff.mo S.re 

Galileo Galilei. 

Alessandra rispose prontamente il giorno successivo:

Molto Ill.re Sig.re mio Oss.mo 

 Questa mattina, che siamo a’ 27 di Marzo, giorno del Giovedi Santo, la Sandra rivenditora mi à portato una lettera di V.S. de’ 26 di Marzo, che mi à aportato strasordinario gusto per sentire il bene stare di V.S. e che ella à memoria di chi veramente professa di essere devota alla sua gentileza: ma la mia mala fortuna no m’à mai conceso che io possa una volta stare dua ore nella sua conversazione; cosa che mi à aportato senpre grande amaritudine. Io risposi subito alla cortese lettera che V.S. più mesi sono mi scrise, e la risposta la detti al prete che insengnia a’ figlioli del Sig.re Piero Bardi; e lui disse volere fare il servizio, chome so sicura che gli arà fatto; ma la mia lettera l’arà data in casa ho de’ mia fratelli ho in casa della Sestilia: cosi questa lettera non è conparsa altrimenti in scena, al solito che m’ ànno senpre fatto da molti anni in qua. E pure è vero, e non li dico bugie: però, Sig.re Galileo, V. S. no l’abia atribuito a mala creanza, perchè io subito subito risposi a pieno a tutto quello che bisongniava. Io delle volte tra me medesima vo stipolando in che maniera io potrei fare a trovare la strada innanzi che io morisi a boccharmi cho V. S. e stare un giorno in sua conversazione, senza dare scandolo ho gelosia a quelle persone che ci ànno divertito da questa voluntà. Se io pensassi che V. S. si trovassi cho buona sanità, e che non gli dessi fastidio il viagiare in caroza, io vorrei mandare le mie cavalle e trovare un carozino acciò V.S. mi favorisi di venire a stare dua giorni da noi, adesso che siamo ne’ buoni tenpi. Però la supprico a volermi favorire e darmi risposta, perchè io subito manderò per lei, e potrà venire adagio adagio, e non credo che lei patissi. Io ebbi ancho mortificazione, quando la parentina [forse Virginia di Vincenzio Landucci, una pronipote di Galileo, ndr] di V. S. venne a Prato, che io non potessi participare in lei parte dell’afetto che io porto a V. S.; perché io la vedi accidentalmente in S. Domenico, né mi fu detto nulla che lei fussi parente di V. S., nè meno seppi di lor bocha nè chi le fussi nè quello che lei facesi quagiù; in fine lo seppi dalle monace di S. Cremente, dove la Sestilia aveva tramato di farla monaca, et a un tratto seppi che l’erono partite di Prato e tornate a Fiorenza. Con tutto ciò io la vedi una volta, e mi parse molto bellina e spiritosa. Io non mi voglio più alongare cho lo scrivere, cho la speranza che io ho che V. S. mi voglia rispondere e scrivere quando io abbia a mandare la caroza: alora direno quello che dice Arno quando e’ torna grosso, che porta giù molta roba. Il Sig.re Cavalieri [Cavalier Giovanfrancesco Buonamici, ndr] mio marito si trova anco lui indisposto, perchè gli dà noi la pietra, e di quando in quando n’à una bussata; et ora per la Santisima Nonziata n’à ‘uto una buona stretta. 
Del resto farò fine alla lettera, ma non già al desiderio che io ho di servire a V. S. di tutto quore, e dirgli che tra tante tribolazione che io ho patito ci è stata ancho questa della separazione che è stata tra di noi, perchè a pena io la eonobi che ne fui privata. Pazienza! Il Signore la feliciti, chome io glielo desidero, mentre io e il Sig.re Cavalieri facciamo reverenzia a V. S. 

Di Prato, il dì 27 di Marzo 1641.

Il 6 aprile Galileo rispondeva in modo accorato chiedendo ad Alessandra di recarsi lei ad Arcetri:


Molto Ill.re Sig.ra mia Col.ma

 In questo punto m’è stata resa la gratissima di V. S. molto Ill.re dal marito della Lessandra rivenditora; e perchè mi fa fretta di volersi partire, gli darò per ora breve risposta, significandoli la ricevuta et il contento inesplicabile che ho preso nel sentirla leggere. Io non ho mai dubitato del benigno affetto di V. S. verso di me, sicuro che ella, in quel poco di tempo che potetti discorrer seco, sicuramente scorse quanta fusse in me l’affezione verso di lei, che fu tale che in sì breve congresso non poteva farsi maggiore; e però quello che V. S. produce per scusa del non mi esser la prima sua risposta pervenuta, è stato sempre creduto da me.  Non potrei a bastanza esprimergli il gusto che hare[i] di potere con ozio non interrotto godere de’ suoi ragionamenti, tanto sollevati da i comuni femminili, anzi tali che poco più significanti et accorti potriano aspettarsi da i più periti huomini e pratichi delle cose del mondo. Duolmi che l’invito che ella mi fa non può da me esser ricevuto, non solo per le molte indisposizioni che mi tengono oppresso in questa mia gravissima età, ma perchè son ritenuto ancora in carrcere per quelle cause che benissimo son note al molto Ill.re Sig.r Cavaliere, suo marito e mio Signore. Però, deposta questa speranza, facile e spedita maniera sarebbe che ella col Sig.r suo consorte venisse a star quattro giorni in questa villa d’Arcetri che tengo, e che in bellissimo sito e perfettissima aria è collocata. Io non getterò paarole < …. > per esortare a intraprendere quel piccolo incomodo persona che coraggiosamente e con men sicura compagnia ha scorso le centinaia e centinaia di miglia per paesi inospiti e selvaggi. Questa azzione così grande mi rende certo che ella non fuggirà di eseguire questa così, piccola; onde la starò attendendo. Né mi opponga rispetto alcuno o sospetto né timore che mi possa per ciò sopraggiugnere qualche turbulenza; perchè, in qualunque senso sia da terze persone ricevuto questo incontro e abboccamento, o sia giocondo o sia discaro, poco m’importa, essendo io assuefatto a soffrire e sostenere come leggierissimi pesi cariche molto più gravi. 

Il la[tore] m’affretta la partenza; però finisco con pregarla a quanto prima darmi rispos[ta] alla presente, facendo surgere in me la speranza d’ottenere la grazia che instante[mente] domando a V. S. et al Sig.r suo consorte: et ad amendue con reverente affetto bac[io] le mani e prego intera felicità.

 D’Arcetri, li 6 d’Aprile 1641.

Alessandrà risponderà ma non possediamo la sua lettera. La risposta di Galileo è datata 20 dicembre 1641:

Molt’ Ill.re Sig.ra mia Oss.ma 

Ho ricevuto la gratissima lettera di V. S; molto Ill.re in tempo che mi è stata di molta consolatione, havendomi trovato in letto gravemente indisposto da molte settimane in qua. Rendo cordialisssime gratie a V. S. dell’ affetto tanto cortese ch’ella dimostra verso la mia persona, e dell’ ufficio di condoglienza col quale ella mi visita nelle mie miserie e disgratie. Per adesso non mi occorre di prevalermi di tela: resto bene con accresciute obbligationi alla gentilezza di V. S., la quale si compiace d’invigilare a gl’ interessi miei.  La prego a condonare questa mia non volontaria brevità alla gravezza del male; e le bacio con affetto cordialissimo le mani, come fo anco al S.r. Cav.re suo consorte.


D’Arcetri, 20 Xbre 1641.

Fine, non c’è altro. E’ l’ultima lettera di Galileo. Le ultime forze erano state riservate ad Alessandra. Non c’è altro, se non il cuore gonfio di chi legge e scrive per tanto dolore di un uomo che è sul letto di morte. Era stato uno sforzo estremo che aveva permesso a Galileo la dettatura di questa ultima lettera. Già da oltre un mese Francesco Rinuccini così scriveva a Leopoldo de’ Medici (che nel 1657 fondò l’Accademia del Cimento sciolta nel 1667, nell’anno in cui Leopoldo fu eletto Cardinale):

…. Iermattina fui a vedere il S.r Galileo, il quale e fermo nel letto da dieci giorni in qua con una febbriciattola lenta lenta, ma però dice egli che 1’è continua. Gli dà davvantaggio un gran dolor di rene. Questi mali, alla sua età, mi par che devano far temer della sua vita. Egli con tutto ciò discorre con 1’istessa franchezza che facea fuori del letto; e mi disse che aveva grandissima soddisfazione del nuovo mattematico Torricelli, e che aveva ricevuto grandissimo gusto in sentir confrontare alcune nuove dimostrazioni tra lui e ‘l Viviani, del quale mi disse un monte di bene, e m’ordinò ch’ io lo scrivessi a V. A …..

Arrivarono altre lettere da tutti gli amici, conoscenti ed estimatori. Galileo smise di rispondere ed alle 4 di notte dell’8 gennaio 1642 si spegneva. A dicembre dello stesso anno vedeva la luce un piccolo uomo che prometteva bene, Isaac Newton. Felici di questo passaggio di testimone, tristi perché l’Italia spariva tra i Paesi al primo posto nel mondo per la ricerca scientifica. Supremo ed infame merito della Chiesa.

        Riporto alcuni documenti che rendono ben conto della crudeltà e carognesco comportamento di Santa Romana Chiesa. Senza commenti.

        L’ex Nunzio del Papa a Firenze, che si era occupato del sequestro del Dialogo a Firenze ed altrove, Giorgio Bolognetti, scrive al Segretario di Stato della Chiesa, cardinale Francesco Barberini

Di Fiorenzia, da Mons. Nuntio, li 12 Gennaro 1642.

Il Galileo morì giovedì alli 9: il giorno seguente fu il suo cadavero depositato privatamente in Santa Croce. Si dice comunemente che il Gran Dnca voglia fargli un deposito sontuoso, in paragone e dirimpetto a quello di’ Michelangelo Buonarroti, e che sia per dar il pensiero del modello e del tumulo all’Academia della Crusca. Per ogni buon rispetto ho giudicato bene che V. Em.za lo sappia.

Francesco Barberini si affrettò ad istruire l’Inquisitore di Firenze, Giovanni Muzzarelli:

Molto Reverendo Padre, 

Da Monsignor Assessore il stata letta avanti la Santità di N. Signore la lettera di V. Rev. in cui gli dava avviso della morte di Galileo Galilei e accennava ciò che si crede debba farsi et intorno al suo sepolcro et all’essequie; e S. Beatitudine, col parere di questi miei Eminentissimi, ha risoluto che ella, con la sua solita destrezza, procuri di far passare all’orecchie del Gran Duca che non è bene fabricare mausolei al.cadavero di colui che è stato penitentiato nel Tribunale della Santa Inquisitione, et è morto mentre durava la penitenza, perchè si potrebbono scandalizzare i buoni, con pregiuditio della pietà di S. Altezza. Ma quando pure non si potesse distornare cotesto pensiero, dovrà. ella avvertire che nell’epitafio o inscrittione, che si porrà nel sepolcro, non si leggano parole tali, che possano offendere la riputazione di questo Tribunale. La medesima avvertenza dovrà pur ella havere con chi reciterà l’ oratione funerale, procurando di vederla e considerarla ben, prima che si reciti o si stampi. Nel savio avvedimento di V. R. ripone la Sua Santità il rimedio di cotesto affare. Et il Signore la conservi. 


Di Roma, li 25 Gennaio 1642.

Anche l’Ambasciatore Bolognetti ricevette notizie da Francesco Barberini:

vA Mons.r Nuntio a Firenze, li 28 Gennaro 1642.

 
Ha dato cenno la San.tà di N. S. al S.r Amb.r di Firenze [Francesco Niccolini, ndr] di quello s’era presentito, che il Granduca fosse per far 1’epitaffio alla sepoltura del Galileo; il che l’Ambasciatore ha mostrato di non credere e di non haverne rincontro. Pot.rà V. S. farlo sapere a cotesto P. Inquisitore, acciò solamente si vaglia dell’avviso; e non occorrerà che V.S. intraprenda alcuna negotiatione o discorso in questo negotio.

E l’Inquisitore risponde a Francesco Barberini:

Io non tralascierò di far penetrare alle orecchie del Granduca quello che V. E. mi ordina in materia delle esequie che si discorre sieno per farsi alla memoria di Galileo Galilei; e quando per questo verso non si possa conseguire il fine che si desidera, userò nel rimanente 1’altre diligenze che mi vengono prescritte intorno all’ epitaffio et orazione funebre: e crederò d’aver tempo, perchè sinora non si scorge tentativo alcuno d’apparecchio. E qui a V. E. faccio umilissima reverenza e bacio la veste. 


Fiorenza, li 1 Febbraio 1642. 


Umiliss.o, Devotiss.o, Obbligatiss.o Fra Giov. Fanano Inquisitore.

        Intanto, il 10 gennaio, il corpo di Galileo veniva sistemato nel deposito del campanile in Santa Croce dove papi indecenti lo mantennero per 95 anni (vicino alla sua bara, Viviani fece deporre, oltre alla sua, anche quella di suor Maria Celeste). Fu fatto un inventario delle masserizie e degli oggetti che si trovavano in Arcetri dei suoi crediti e debiti che andavano nel testamento per il figlio Vincenzo.

QUALCHE BREVE CONSIDERAZIONE

Per quanto discuterò sugli indegni attacchi, gonfi di una ignoranza che fa paura di un livello paragonabile solo alla malafede, che ancora oggi provengono dalla Chiesa contro Galileo (a tutti i livelli a partire dai Papi fino ad arrivare ai più ossequienti servi docili ma ben foraggiati, ai nuovi peripatetici, agli sciocchi ignorantelli acefali), è utile osservare che la collocazione del fascicolo «Processo a Galileo» negli Archivi del Vaticano è sotto la voce «criminale» (tra le possibili: dottrinale, giurisdizionale, civile ed economica). Ed è anche utile sfatare un comodo mito. Si sostiene che Galileo era sinceramente pentito e che ubbidì di buon grado alla Chiesa essendo un cattolico osservante (sciocchezze di questo tipo le dice anche Zichichi). I fatti mostrano che Galileo aveva ben altre mire al momento della condanna e dell’abiura. Galileo dal domicilio coatto scrisse per la pubblicazione, all’estero purtroppo, i Discorsi che, con la distruzione della fisica di Aristotele, risultava essere, come già detto, la più copernicana tra le sue opere. E questo fatto la dice lunga sul pentimento e sulla vergognosa abiura impostagli.

La Chiesa, per parte sua, mantenne con pervicacia la condanna fino alla fine. Inoltre impiegò circa 200 anni per togliere il divieto alle opere di Galileo e a sostenere ed insegnare le teorie copernicane.

            I risultati scientifici di Galileo mostrano una stretta connessione con le elaborazioni della tecnica artigianale portata a livelli eccelsi dai Leonardo Pisano, da Leon Battista Alberti, dal Brunelleschi, … Per convincersi di questo basta osservare che i Discorsi si aprono proprio con una discussione tra i tre interlocutori in un luogo spesso frequentato da Galileo.  E’ Salviati che inizia le discussioni della prima giornata che avvengono all’Arsenale di Venezia, sede di innumerevoli attività tecniche che Galileo aveva osservato ed attentamente studiato per molti anni. E l’apertura dei Discorsi vuole proprio affermare l’importanza del ruolo che le attività meccaniche svolgono nella comprensione del mondo fisico. E’ un radicale cambiamento rispetto agli approcci medioevali e scolastici che vedevano i dotti elaborare teorie tenendo rigorosamente lontano il mondo del lavoro e delle tecniche, in accordo con la posizione platonica che considerava il lavoro manuale, le cose materiali come un riflesso del lontano ed immutabile mondo delle idee e quindi come qualcosa di secondario. Qui assistiamo al ribaltamento di quella posizione perché si parte dal mondo del lavoro per formare le idee. Naturalmente perché ciò accadesse era necessario che i tecnici che operavano sul campo acquistassero maggior prestigio sociale e culturale tale da essere loro medesimi a farsi portatori della richiesta di elaborazioni teoriche che fossero in grado di risolvere i loro problemi pratici. Ciò accadeva proprio all’interno di officine come l’Arsenale.

            La scienza diventa un prodotto della realtà e non ha più ipoteche metafisiche. Anche qui però sarà duro togliere le incrostazioni metafisiche ai prodotti della ricerca scientifica. Gli stessi Descartes e Newton tradiranno lo spirito di Galileo facendo rientrare nelle spiegazioni naturali la metafisica che Galileo aveva cacciato.

            La conoscenza è fondata sul dubbio. Non c’è ragione di scrutare il firmamento se non c’è ragione di dubitare che il firmamento possa non essere come lo descrive Aristotele. La fede è possibile in quanto sia invece libera dal dubbio: lo è per definizione, anche se, biograficamente o occasionalmente, ogni credente può essere assalito dal dubbio. Il dubbio è la struttura della conoscenza: la fede è la negazione del dubbio. Questo è già vero in San Tommaso e, in un senso generale, rimane vero fino ad oggi, anche se già in San Tommaso, l’intelletto (l’organo del dubbio) continua a «inquisire», a lato della fede.

            Si potrebbe dire che nella filosofia neo-scolastica moderna, questa contiguità di dubbio e fede si è radicalizzata: ha accentuato il suo carattere di pura contiguità. La neo-scolastica ha insistito sul fatto che non esisterebbe un’incompatibilità tra ragione e fede. Ma come ricorda Heidegger nella Introduzione alla Metafisica, la filosofia cristiana (la scienza cristiana) è un «ferro di legno»: come dire una quadratura del circolo. In questo senso: che la filosofia (e quindi la scienza che ne è derivata) è una ricerca radicale, un «interrogare fino in fondo», è quell’interrogare di cui il credente non ha alcun bisogno perché già possiede la risposta alla sua interrogazione. Anche in un eventuale filosofo cristiano, l’interrogazione radicale potrebbe aver luogo soltanto nonostante la fede. Inoltre, proprio per la liberazione della scienza dalla metafisica, i risultati scientifici assumono ora l’aspetto di un qualcosa di provvisorio e non più di verità intoccabili. Infine si inizierà ad intendere la scienza come operazione collettiva e non più individuale.

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NOTE

 (16) Per riferirmi alle Opere di Galileo in Edizione Nazionale userò la sigla E.N. seguita dal numero del volume e dalle pagine. L’albero genealogico di Galileo si trova in E.N., XIX, pag. 15-16. Il contratto di matrimonio tra Vincenzo e Giulia con l’elenco dei beni portati dalla sposa a Vincenzo sono in E.N., XIX, pagg. 17-20. Devo dire per evitare confusioni che il calendario pisano era diverso da altri calendari in uso. Per le date ho dato non quelle pisane ma quelle ordinarie oggi accettate.

(17) Cosimo I de’ Medici detenne il potere dal 1537 al 1564. Alla sua morte il Granducato passò al figlio Francesco I che lo guidò fino al 1587. Alla morte di questi, probabilmente per avvelenamento, il potere passò al fratello Ferdinando I, che rinunciò alla porpora cardinalizia che vestiva per assumere la guida del Granducato, poi la rivestì e fece le due cose insieme, infine, per avere eredi, la lasciò definitivamente. Si sposò nel 1589 con Cristina di Lorena, alla quale sarà indirizzata la famosa lettera di Galileo, e lasciò il potere (alla sua morte nel 1609) al figlio Cosimo II.

(18) L’ultimo allievo di Galileo, come Vincenzo Viviani si definiva per essergli stato accanto dal 1639 al 1642, scrisse una biografia del maestro (non sempre troppo attendibile) sollecitata da Leopoldo de’ Medici e pubblicata nell’aprile del 1654. In tale biografia, che sarà il manifesto dell’Accademia del Cimento che lo stesso Leopoldo fondò a Firenze nel 1657, Viviani raccontava così i primi studi di Galileo:

«passò alcuni anni della sua gioventù nelli studii d’umanità appresso un maestro in Firenze, di vulgar fama, non potendo ‘l padre suo, aggravato da numerosa famiglia e constituito in assai scarsa fortuna, dargli comodità migliori, com’avrebbe voluto, col mantenerlo fuori in qualche collegio, scorgendolo di tale spirito e di tanta accortezza che ne sperava progresso non ordinario in qualunque professione e’ l’avesse indirizzato. Ma il giovane, conoscendo la tenuità del suo stato e volendo pur sollevare, si propose di supplire alla povertà della sua sorte con la propria assiduità negli studi; che perciò datosi alla lettura delli autori latini di prima classe, giunse da per se stesso a quella erudizione nelle lettere umane […] In quel tempo si diede ancora ad apprendere la lingua greca, della quale fece acquisto non mediocre, conservandola e servendosene poi opportunamente nelli studi più gravi» .

(19) La deposizione di Galileo ed il resto del giudizio lo si trova in E.N. XIX, pagg. 44-108.

(20) Federico Commandino (1509-1575) di Urbino fu matematico e traduttore in latino dei classici della matematica ellenistici, tra cui alcune opere di Archimede come il  Trattato dei corpi galleggianti, inserite nel suo  Archimedis Opera nonnulla  del 1558 e il  De iis quae vehuntur in aqua libri duo  (Delle cose che galleggiano sull’acqua) del 1565. Tradusse inoltre opere di Aristarco di Samo (Su le grandezze e le distanze del Sole e della Luna), la Collezione matematica  di Pappo di Alessandria, Euclide, i primi quattro libri delle  Coniche  di Apollonio, alcuni scritti di Tolomeo e di Erone di Alessandria ed altre opere di autori minori. Scrisse poi un  Liber de centro gravitatis solidorum  che, unitamente alle opere di Archimede, Galileo studiò.

(21) Francesco Maurolico (1494-1575) di Messina  fu matematico e scienziato in genere noto per le sue molteplici attività tra cui lo sviluppo del metodo dell’induzione matematica, lo studio di metodi per la misura della Terra, vari studi astronomici e geografici (compresa la fornitura di mappe per la flotta che partecipò alla battaglia di Lepanto).

(22) L’insegnamento dell’astronomia era finalizzato alle determinazioni astrologiche. Chi insegnava matematica era generalmente chiamato o matematico o astronomo o astrologo. E la matematica era insegnata nella Facoltà di Arti al fine soprattutto di fornire ai medici quelle nozioni di astrologia (detta giudiziaria) che li mettessero in grado di trovare quei giorni importanti (critici), dal punto di vista di Galeno, nello svolgersi di una  malattia.

(23) Pierre Duhem, Les origines de la statique (The Origins of the Static)1. Harvard University Press; Études sur Léonard de Vinci, Paris, F. De Nobele, 1906-13. L’università di Stanford, che racconta le imprese di Duhem dedicandogli molto spazio, scrive:

When we see the science of Galileo triumph over the stubborn Peripatetic philosophy of somebody like Cremonini, we believe, since we are ill-informed about the history of human thought, that we are witness to the victory of modern, young science over medieval philosophy, so obstinate in its mechanical repetition. In truth, we are contemplating the well-paved triumph of the science born at Paris during the fourteenth century over the doctrines of Aristotle and Averroes, restored into repute by the Italian Renaissance.

Duhem presented Galilean dynamics as a continuous development out of medieval dynamics. He recovered the late medieval theory of impetus, tracing it from John Philoponus’ criticism of Aristotle to its mature statements in the fourteenth century works of John Buridan and Nicole Oresme: “The role that impetus played in Buridan’s dynamics is exactly the one that Galileo attributed to impeto or momento, Descartes to ‘quantity of motion,’ and Leibniz finally to vis viva. So exact is this correspondence that, in order to exhibit Galileo’s dynamics, Torricelli, in his Lezioni accademiche, often took up Buridan’s reasons and almost his exact words”. Duhem then sketched the extension of impetus theory from terrestrial dynamics to the motions of the heavens and earth:

Nicole Oresme attributed to the earth a natural impetus similar to the one Buridan attributed to the celestial orbs. In order to account for the vertical fall of weights, he allowed that one must compose this impetus by which the mobile rotates around the earth with the impetus engendered by weight. The principle he distinctly formulated was only obscurely indicated by Copernicus and merely repeated by Giordano Bruno. Galileo used geometry to derive the consequences of that principle, but without correcting the incorrect form of the law of inertia implied in it.

Duhem’s conjecture has been revised and expanded upon: The means of transmission has been made clearer because of the labor of A. C. Crombie, Adriano Carugo, and William Wallace.

(24) Anneliese Maier, On the Threshold of Exact Science: Selected Writings of Anneliese Maier on Late Medieval Natural Philosophy, Steven D. Sargent, ed. and trans. (Philadelphia: University of Pennsylvania Press, 1982).

(25) Il  vuoto lasciato in famiglia si riempirà di nuovo quando, nel 1599, Michelangelo, al quale non andava di lavorare apprezzando di più il divertimento e lo spreco, tornerà a casa di nuovo disoccupato ed ancora sulle spalle di Galileo. Viste le difficoltà economiche della famiglia si decise a ritornare in Polonia nel 1601 facendo spendere a Galileo altri 200 scudi per il viaggio. Poco dopo dalla Polonia si trasferì a Vilnius in Lituania. Intanto Galileo, insieme allo stesso Michelangelo, aveva firmato un ulteriore impegno per la dote alla sorella Livia per 1800 ducati da dare a suo marito Taddeo Galletti. Ma fu praticamente Galileo a liquidare l’intera dote perché il fratello non solo non se ne occupò ma inviava a Galileo vari conti da saldare contratti qua e là. Nel 1606 tornò dall’estero in Italia e si stabilì a Padova a casa di Galileo. Nel 1608 ripartì per la Germania dove si sposò e dove fece sapere a Galileo (4 marzo 1608) che non poteva più pensare alla famiglia che da questo momento ricadde tutta su Galileo.

(26) A Padova vi erano due università, quella per studi giuridici e quella per studi “artistici”. Galileo insegnava nella seconda dove frequentavano teologi, filosofi e medici. Gli studenti di Galileo erano in gran parte quelli di medicina che apprendevano un poco di geometria per poi passare all’astronomia che serviva loro per l’astrologia, specializzazione indispensabile per il “decoro” di un medico.

(27) Galileo a Iacopo Mazzoni in Pisa. Padova 30 maggio 1597 (E.N. II – pagg. 195-202). Si tratta della lunga lettera che ho discusso nel testo in cui Galileo confuta con una dimostrazione matematica, alcune considerazioni del suo maestro ed amico Mazzoni.  Secondo quest’ultimo, le ombre delle montagne dimostrerebbero la non plausibilità del sistema copernicano. Galileo dimostra che invece è plausibile se solo si tiene conto che l’universo copernicano è più grande di quello aristotelico.

              Per strano che possa sembrare è la parte relativa al moto ed al galleggiamento, cioè la totale insoddisfazione per la fisica (e non cosmologia) aristotelica, che scuote Galileo. Ancora nel 1590, quando era a Pisa, aveva confutato che i corpi avessero leggerezza in sé. Egli sosteneva che se la sostanza in cui i corpi si muovono è l’acqua invece dell’aria, alcuni di essi, come il legno, che sono considerati “pesanti”, diventano “leggeri” perché il loro moto, anziché verso il basso è verso l’alto. Galileo ne conclude che tutti i corpi sono gravi ed il loro andare verso l’alto o verso il basso dipende solo dalla loro gravità specifica rispetto a quella del mezzo ambiente. E non è vero, aggiungeva Galileo, che un corpo si muove più velocemente quanto meno è denso il mezzo in cui si trova. Se si gonfia una vescica di aria, essa si muove lentamente verso il basso nell’aria e velocemente verso l’alto nell’acqua. Galileo ne deduce una conclusione che sarà fondamentale per il suo allievo Torricelli: l’horror vacui di Aristotele è da rifiutare. Inoltre l’idea stessa del moto violento mantenuto dall’aria che si richiude dietro il corpo scagliato perde completamente significato perché diventerebbe impensabile un corpo in moto nel vuoto (su questo Galileo tornerà nel Dialogo). Ma anche altre furono le questioni che rendevano la fisica di Aristotele insoddisfacente: la caduta dei gravi, ad esempio. Per Galileo era inaccettabile che i corpi cadessero con gradi di velocità maggiori quanto maggiore è la massa di un corpo.

(28) Galileo a Giovanni Kepler in Graz. Padova, 4 agosto 1597 – E.N. X, pagg. 67-68.

“… già da svariati anni mi sono schierato con l’opinione di Copernico e, partendo da tale posizione, ho avuto modo di trovare le cause anche di svariati effetti naturali che sono indubbiamente inesplicabili per mezzo delle ipotesi correnti. Ho scritto molte ragioni e confutazioni di argomenti che tuttavia non ho osato pubblicare fino ad ora, spaventato dalla sorte dello stesso Copernico, nostro maestro, che, sebbene si sia procurato fama immortale presso alcuni, tuttavia presso moltissimi (tanto grande è infatti il numero degli stolti) è divenuto motivo di riso e disapprovazione. Oserei certamente esporre le mie riflessioni davanti a molti come te, se ce ne fossero, ma, non essendovene, soprassiederò ad un impegno di tal genere“.

(29) Giovanni Kepler a Galileo in Padova. Graz, 13 ottobre 1597 – E.N. X, pagg. 69-71.
  

(30) «Da osservazioni più volte ripetute di tali macchie fummo tratti alla convinzione che la superficie della Luna non è levigata, uniforme ed esattamente sferica, come gran numero di filosofi credette di essa e degli altri corpi celesti, ma ineguale, scabra e con molte cavità e sporgenze, non diversamente dalla faccia della Terra, variata da catene di monti e profonde valli».

(31) «Abbiamo dunque un valido ed eccellente argomento per togliere ogni dubbio a coloro che, accettando tranquillamente nel sistema di Copernico la rivoluzione dei pianeti intorno al Sole, sono tanto turbati dal moto della sola Luna intorno alla Terra, mentre entrambi compiono ogni anno la loro rivoluzione attorno al Sole, da ritenere si debba rigettare come impossibile questa struttura dell’universo. Ora, infatti, non abbiamo un solo pianeta che gira intorno a un altro, mentre entrambi percorrono la grande orbita intorno al Sole, ma la sensata esperienza ci mostra quattro stelle erranti attorno a Giove, così come la Luna attorno alla Terra, mentre tutte insieme con Giove, con periodo di dodici anni si volgono in ampia orbita attorno al Sole».

(32) Qui si potrebbe aggiungere una cosa che se fosse stata compresa fino in fondo da Galileo avrebbe creato molti scompigli ed in particolare avrebbe fatto recedere Kepler dal suo sistema astronomico. Come hanno mostrato Kowal e Drake (1980), dallo studio minuzioso dei manoscritti galileiani, Galileo, tra il dicembre 1612 ed il gennaio 1613, scoprì anche il pianeta Nettuno che fu riscoperto da Lalande l’8 maggio 1795 ma che lo scambiò per una stella finché Galle nel 1846, basandosi su calcoli di Leverrier, lo identificò definitivamente. Ricordo che all’epoca ancora non era stato scoperto Plutone. Poiché gli scomparve dalla visione nel raggio d’azione dell’osservazione di Giove e perché probabilmente il pregiudizio di pianeti che terminavano con quelli conosciuti era troppo forte, la cosa finì solo sugli appunti.

            Tanto per capire con cosa si scontrava Galileo, è utile un cenno ai filosofi aristotelici che, come tutte le persone colte dell’epoca, facevano gli astrologi. Essi dicevano per negare l’esistenza dei satelliti di Giove:

Perché mai Dio avrebbe posto nel cielo pianeti tanto piccoli destinati a rimanere superflui ed inefficaci, del tutto inutili all’uomo ed indegni della sua considerazione ?

Il documento originale di Galileo (fine 1612 inizi 1613)  in cui viene localizzata la stella fissa Nettuno vicina a Giove

(33) E.N. XI, pagg. 87-88.

Molto Rev.di Padri,

So che le RR. VV. hanno notitia delle nuove osservationi celesti di un valente mathematico per mezo d’un instrumento chiamato cannone overo ochiale; et ancor io ho visto, per mezo dell’istesso instrumento, alcune cose molto maravigliose intorno alla luna et a Venere. Però desidero mi facciano piacere di dirmi sinceramente il parer loro intorno alle cose sequenti:

Prima, se approvano la moltitudine delle stelle fisse, invisibili con il solo ochio naturale, et in particolare della Via Lattea et delle nebulose, che siano congerie di minutissime stelle;

2°, che Saturno non sia una semplice stella, ma tre stelle congionte insieme;

3°, che la stella di Venere habbia le mutationi di figure, crescendo e scemando come la luna;

4°, che la luna habbia la superficie aspera et ineguale;

5°, che intorno al pianeta di Giove discorrino quattro stelle mobili, et di movimenti fra loro differenti et velocissimi.

Questo desidero sapere, perchè ne sento parlare variamente; et le RR. VV., come essercitate nelle scienze mathematiche, facilmente mi sapranno dire se queste nuove inventioni siano ben fondate, o pure siano apparenti et non vere. Et se gli piace, potranno mettere la risposta in questo istesso foglio.

            I gesuiti erano certamente l’ordine religioso più aperto alla cultura ed i matematici del Collegio Romano avevano un grande prestigio ancora negli anni di Galileo. Erano in grandissima parte degli aristotelici, conservatori in filosofia, aperti solo alle tecniche osservative, agli strumenti, al calcolo senza ulteriori implicazioni. Erano loro che dovevano studiare ogni novità per ricondurla alla più stretta ortodossia per maggior gloria della Chiesa della quale erano fedeli servitori. Dopo la prima condanna di Galileo del 1616 i gesuiti divennero quasi tutti seguaci di Thyco che, con il suo sistema ibrido, metteva d’accordo tutti gli ipocriti. Dopo la pubblicazione del Dialogo divennero i più spietati nemici di Galileo attaccando anche qualche domenicano che aveva dato l’imprimatur.

(34) E’ utile leggere con che tipo di obiezioni si doveva scontrare Galileo. Il duo Aristotele e San Tommaso sembravano insormontabili. Riporto una parte del De phoenomenis in orbe lunae physica disputatio (1612) del filosofo Giulio Cesare Lagalla che Galileo aveva conosciuto all’Accademia dei Lincei l’anno precedente. La caratteristica che abbiamo già incontrato è la completa non considerazione dei dati empirici per far riferimento ai testi della dottrina:

… poiché ci potrebbe essere ancora qualcuno che ritiene che le cose che si vedono sulla Luna siano vere al pari di quelle che accadono sulla terra, e crede che esistano molti globi terrestri simili al nostro … sarà opportuno ponderare anche questa opinione, così che la verità del quesito possa rendersi più facilmente manifesta per induzione, ovvero attraverso l’esame delle singole opinioni alle quali questi fenomeni possono riferirsi …

… risulta conclusivo l’argomento … [di] San Tommaso, ovvero: se i mondi sono molti, allora o presentano la medesima disposizione, o diverse. Nel primo caso, la loro esistenza sarebbe inutile, bastando un solo mondo a contenere la perfezione di tutti gli altri; ma ciò è assurdo, dal momento che Dio e la natura non fanno niente invano. Se invece [i mondi] presentano una disposizione diversa,allora non saranno propriamente mondi, non contenendo ogni perfezione; l’Universo infatti vien detto Mondo proprio per il fatto di contenere ogni perfezione. Ne consegue che i Mondi non sono molti, e che perciò non è lecita l’ipotesi che l’apparenza di siffatti fenomeni coincida con la loro realtà, ne che davvero nella Luna esistano monti o valli o mari, come forse potrebbe pensare qualcuno di mente debole. Se questo fosse vero, infatti, allora sarebbe necessario che la Luna fosse il globo terrestre di un altro Mondo e che lì esistessero altri esseri animati, e altri uomini popolassero l’orbe lunare, così come altri uomini ancora gli altri orbi.

(35) Per ragioni soprattutto d’invidia, legate alla rapida carriera di Galileo ed all’essere tornato a Firenze e Pisa con l’accettazione delle sue richieste economiche, molti furono gli oppositori proprio di Pisa e di Firenze: Giorgio Coresio (professore di greco all’università di Pisa), Vincenzo di Grazia (professore di filosofia), Arturo Pannocchieschi (rettore), Cosimo Boscaglia (professore prima di logica e poi di filosofia e vicino a Ferdinando I e Cosimo II de’ Medici). Il più agitato del gruppo era però un filosofo dilettante di Firenze, il citato Lodovico delle Colombe, che Galilei chiamava Pippione. Tutto il gruppo perciò veniva chiamato da Galileo “la lega del Pippione“. Questi personaggi si incontravano nella casa fiorentina dell’arcivescovo Marsimedici, frequentata anche da due frati domenicani: Nicolò Lorini e Tommaso Caccini. Molte di queste cose erano state riferite a Galileo dal caro amico Lodovico Cardi detto il Cigoli che definiva la congrega come “una certa schiera di malotichi e invidiosi che fanno testa in casa lo Arcivescovo“.

(36) «12 Allora Giosuè parlò al Signore, nel giorno in cui egli diede l’Amorreo in mano dei figli d’Israele, e disse alla loro presenza:

«Sole, fermati sul Gabaon.

E tu, luna, sopra la valle d’Aialon!»

13 E il sole e la luna si fermarono.

Finché il popolo non si fu vendicato dei suoi nemici.

E questo non è forse scritto nel libro dei Giusti? Ed il sole stette dunque fermo nel mezzo del cielo, e non s’affrettò a tramontare per lo spazio d’un giorno.

14 Non vi fu mai né prima né dopo un giorno così lungo. Allora il Signore obbedì alla voce dell’uomo e combatté per Israele.»

[Libro di Giosuè,  X, 12-14]. 

 (37) Questa lettera era il risultato di una decisione collettiva dei domenicani di San Marco. Essa non nominava espressamente Galileo, limitandosi a parlare dei Galileisti. Sembra anche che il vecchio padre Lorini non sapesse esattamente se la Lettera a Benedetto Castelli era di Galileo o di Copernico. Tuttavia la copia che allegò alla sua missiva conteneva due falsificazioni:1) Galileo aveva scritto che certi passi della Bibbia «quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero»; nella copia di Lorini si leggeva che quei passi «sono falsi in senso letterale»; 2) Galileo aveva detto che la scrittura «offusca» talvolta il suo significato; nella copia di Lorini «offusca» diventa «perverte».

In gioventù Galileo, conoscendoli bene, aveva scritto, con infinita ragione:

… E se tu vuoi conoscere gli sciaurati

omacci tristi e senza discrezione

basta che tu conosca i preti e’ frati

che sono tutti bontà divozione.

 (38) Racconta Stillman Drake un gustoso episodio a proposito dello pseudonimo di Grassi. Il nome del Grassi in latino era Horatii Grassi Savonensis, essendo Grassi originario di Savona. Il nome che compariva su la Libra sarebbe dovuto essere l’anagramma del precedente: Lotharii Sarsii Sigensani. Ma l’anagramma è difettoso e gli allievi di Galileo scherzavano dicendo che forse Grassi era in realtà di Salona, città famosa per il suo bestiame (in tal caso l’anagramma sarebbe risultato corretto).

(39) Galileo, in uno degli incontri con il Papa, gli illustrò la sua teoria delle maree come prova del moto della Terra. Il Papa gli rispose più o meno così: nessuna teoria può provare il moto della Terra perché è della onnipotenza di Dio creare gli stessi fenomeni in una molteplicità di modi diversi (la cosa fu raccontata in seguito da un cardinale che aveva assistito ai colloqui).

(40) Zoellern, prima di tornare in Baviera, ebbe un colloquio con il Papa nel quale gli disse di avere attenzione per la proibizione del copernicanesimo in quanto, in Germania, tutti i protestanti erano copernicani. E questo fatto avveniva perché si riconosceva il prestigio di Kepler (invece in Italia …) e nonostante il tuonare violento di Lutero contro Copernico: “La gente ha prestato orecchio ad un astrologo da quattro soldi (il riferimento è a Copernico, ndr) il quale ha cercato di dimostrare che la Terra gira, e non i cieli e il firmamento, il Sole e la Luna (…). Questo insensato intende sconvolgere l’intera scienza astronomica, ma la S. Scrittura ci dice che Giosuè ordinò al Sole, e non alla Terra, di fermarsi” e Calvino (come del resto Melantone – 1549) non è da meno. Ricordo che uno dei cardini della dottrina luterana è la sola scriptura che impone come unica fonte di verità la Bibbia stessa, da non sottoporsi ad alcun genere di rielaborazione interpretativa per quanto autorevole. Riprendere in mano il decreto del 1616 equivaleva a smentire la Bibbia, per aprire così un ennesimo fronte di conflitto con i Luterani e, di conseguenza, perdere ancora dei fedeli.

(41) Questo era il titolo originale. L’altro, più lungo, fu dato nel 1744, quando si ebbe il permesso di ristampare il Dialogo, sequestrato e bruciato dopo il processo. Invece il titolo che originariamente voleva dare Galileo era: Dialogo sul flusso e reflusso del mare. Nel libro infatti si parla poco di astronomia e molto di fisica, il sistema tolemaico non viene neppure descritto ed è da notare che, da subito, Galileo neppure prende in considerazione il sistema thyconico che era tanto caro al Collegio Romano. Ciò rende ragione di una apparente disorganicità del libro stesso che annuncia un qualcosa nel titolo che poi non appare trattata.

(42) A giugno 1632 alcune copie del Dialogo erano a Roma. Padre Scheiner, che aveva appena pubblicato un libro anticopernicano, la Rosa Ursina, vide il Dialogo in una libreria e si indignò anche perché un padre olivetano, Vincenzo Renieri, ne parlò come del più grande libro che fosse mai stato scritto. Così l’episodio è raccontato da Benedetto Castelli a Galileo il 19 giugno 1632:

«II padre Scheiner, ritrovandosi in una libraria dove un tal Padre Olivetano venuto di Siena a’ giorni passati, si ritrovava, e sentendo che il Padre Olivetano dava le meritate lodi a i Dialogi, celebrandoli per il maggior libro che fusse mai uscito in luce, si commosse tutto con mutazione di colore in viso e con un tremore grandissimo nella vita e nelle mani, in modo che il librario, quale mi ha raccontata l’istoria, restò meravigliato; e mi disse di più che il detto Padre Scheiner aveva detto, che avrebbe pagato un di questi libri dieci scudi d’oro per poter rispondere subbito subbito».

(43) E.N. VII, pag. 488-489.

Salviati – … E come a voi [Sagredo] mi ha obbligato la vostra gentilezza, così m’è piaciuta l’ ingenuità del Sig. Simplicio; anzi la sua costanza nel sostener con tanta forza e tanto intrepidamente la dottrina del suo maestro, me gli ha reso affezionatissimo: e come a V. S., Sig. Sagredo, rendo grazie del cortesissimo affetto, così al Sig. Simplicio chieggio perdono se tal volta co ‘l mio troppo ardito e resoluto parlare 1’ ho alterato ; e sia certo che ciò non ho io fatto mosso da sinistro affetto, ma solo per dargli maggior occasione di portar in mezo pensieri alti, onde io potessi rendermi più scienziato.

Simplicio – [E la seguente sarebbe la Chiusa, ndr] Non occorre che voi arrechiate queste scuse, che son superflue, e massime a me, che, sendo consueto a ritrovarmi tra circoli e pubbliche dispute, ho cento volte sentito i disputanti non solamente riscaldarsi e tra di loro alterarsi, ma prorompere ancora in parole ingiuriose, e talora trascorrere assai vicini al venire a i fatti. Quanto poi a i discorsi avuti, ed in particolare in quest’ultimo intorno alla ragione del flusso e reflusso del mare, io veramente non ne resto interamente capace ; ma per quella qual si sia assai tenue idea che me ne son formata, confesso, il vostro pensiero parermi bene più ingegnoso di quanti altri io me n’ abbia sentiti, ma non però lo stimo verace e concludente: anzi, ritenendo sempre avanti a gli occhi della mente una saldissima dottrina, che già da persona dottissima ed eminentissima appresi [chiaro riferimento al Papa, ndr] ed alla quale è forza quietarsi, so che amendue voi, interrogati se Iddio con la Sua infinita potenza e sapienza poteva conferire all’ elemento dell’ acqua il reciproco movimento, che in esso scorgiamo, in altro modo che co ‘1 far muovere il vaso contenente, so, dico, che risponderete, avere egli potuto e saputo ciò fare in molti modi, ed anco dall’ intelletto nostro inescogitabili [riferimento all’argomento che stava molto a cuore al Papa, ndr]. Onde io immediatamente vi concludo, che, stante questo, soverchia arditezza sarebbe se altri volesse limitare e coartare la divina potenza e sapienza ad una sua fantasia particolare.

Salviati – Mirabile e veramente angelica dottrina: alla quale molto concordemente risponde quell’ altra, pur divina, la quale, mentre ci concede il disputare interno alla costituzione del mondo, ci soggiugne (forse acciò che l’esercizio delle menti umane non si tronchi o anneghittisca) che non siamo per ritrovare l’ opera fabbricata dalle Sue mani. Vaglia dunque 1′ esercizio permessoci ed ordinateci da Dio per riconoscere e tanto maggiormente ammirare la grandeza Sua, quanto meno ci troviamo idonei a penetrare i profondi abissi della Sua infinita sapienza.

Sagredo – E questa potrà esser l’ ultima chiusa de i nostri ragionamenti quatriduani : dopo i quali se piacerà al Sig. Salviati prendersi qualche intervallo di riposo, conviene che dalla nostra curiosità gli sia conceduto, con condizione però che, quando gli sia meno incomodo, torni a sodisfare al desiderio, in particolare mio, circa i problemi lasciati indietro, e da me registrati per proporgli in una o due altre sessioni, conforme al convenuto ; e sopra tutto starò con estrema avidità aspettando di sentire gli elementi della nuova scienza del nostro Accademico intorno a i moti locali, naturale e violento. Ed in tanto potremo, secondo il solito, andare a gustare per un’ ora de’ nostri freschi nella gondola che ci aspetta.

(44)  In breve ed una volta per tutte, le maree non mostrano la validità del sistema copernicano con, in particolare, il moto della Terra. Ma la cosa la diciamo tranquillamente oggi mentre allora non si sapeva cosa controbattere alle argomentazioni di Galileo. Ci vorranno infatti circa altri 100 anni per capire la causa delle maree e ciò sarà possibile solo dopo la scoperta della gravitazione universale, quella grande forza che Galileo credeva ci dovesse essere per sollevare tutta quella massa d’acqua. Il ragionamento che Galileo faceva era ricavato da una banale esperienza che ognuno di noi ha certamente fatto. Se un secchio pieno d’acqua è sul pavimento, l’acqua è immobile. Se spostiamo il secchio, l’acqua si alza nel verso del moto prima e quindi inizia ritmicamente ad oscillare. Galileo assimilava la Terra in moto nel cielo con il secchio e l’acqua del mare come l’acqua nel secchio. Inoltre restava una domanda non peregrina, in riferimento alla fisica aristotelica: “Perché in una Terra immobile, con una Luna eterea, devono esservi delle maree?”. In ogni caso riporto quanto, in proposito, afferma Stillman Drake: «La teoria galileiana delle maree è presentata dalla maggior parte degli storici della scienza come una spiegazione monocausale, anche se nel Dialogo (come nel 1595) erano richieste due cause interagenti. I grandi mari sono continuamente disturbati dalla rivoluzione e rotazione della Terra combinate, ma ciò non determina i periodi di reciprocazione, nella teoria di Galileo, che sono invece determinati dalla lunghezza e profondità di ciascun mare. Un mare potrebbe avere un periodo di circa sei ore tra l’alta e la bassa marea, come avviene nel Mediterraneo, ma, secondo Galileo, il periodo sarebbe diverso per un’altra profondità e un’altra lunghezza nella direzione est-ovest. E’ evidente che questa teoria del flusso, molto diversa da quella newtoniana dei rigonfiamenti, non è per questo incompatibile con ogni possibile dinamica. È inadeguata a spiegare tutti i fenomeni osservati delle maree, come del resto lo era la teoria di Newton prima che Laplace la modificasse notevolmente. Ma supponiamo che la forza di gravità agisca soltanto vicino alla superficie della Terra, tenendo al suo posto l’acqua dei mari, e che la Terra sia tenuta in orbita da qualche forza completamente diversa dalla gravitazione. La Terra ruoterebbe giornalmente con i mari che rimangono calmi. Ma se la Terra girasse anche intorno a un centro, come il Sole, l’accelerazione centripeta (ovviamente nel ragionamento di Galileo non c’era l’accelerazione centripeta. Egli riteneva che l’acqua avesse una naturale tendenza verso il basso a causa del suo peso) non sarebbe la stessa in luoghi la cui distanza dal Sole è differente. Tranne che ai poli, la rotazione trascinerebbe ogni singola parte della superficie dei mari attraverso un ciclo di distanze dal centro della Terra. Vicino alle coste ci sarebbero dei flussi e, in linea di principio, l'”effetto Galileo” deve esistere, per quanto debole, in virtù semplicemente del doppio moto circolare della Terra».

(45) E.N. VII, pagg. 212-214. Dialogo, Giornata seconda.

Riserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio, e quivi fate di aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti; siavi anco un gran vaso d’acqua, e dentrovi de’ pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vadia versando dell’acqua in un altro vaso di angusta bocca, che sia posto a basso: e stando ferma la nave, osservate diligentemente come quelli animaletti volanti con pari velocità vanno verso tutte le parti della stanza; i pesci si vedranno andar notando indifferentemente per tutti i versi; le stille cadenti entreranno tutte nel vaso sottoposto; e voi, gettando all’amico alcuna cosa, non più gagliardamente la dovrete gettare verso quella parte che verso questa, quando le lontananze sieno eguali; e saltando voi, come si dice, a piè giunti, eguali spazii passerete verso tutte le parti. Osservate che avrete diligentemente tutte queste cose, benché niun dubbio ci sia che mentre il vassello sta fermo non debbano succeder così; fate muover la nave con quanta si voglia velocità; ché (pur che il moto sia uniforme e non fluttuante in qua e in là) voi non riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti, né da alcuno di quelli potrete comprender se la nave cammina o pure sta ferma: voi saltando passerete nel tavolato i medesimi spazii che prima, né, perché la nave si muova velocissimamente, farete maggior salti verso la poppa che verso la prua benché, nel tempo che voi state in aria, il tavolato sottopostovi scorra verso la parte contraria al vostro salto; e gettando alcuna cosa al compagno, non con più forza bisognerà tirarla, per arrivarlo, se egli sarà verso la prua e voi verso la poppa, che se voi foste situati per l’opposito; le gocciole cadranno come prima nel vaso inferiore, senza caderne per una verso poppa, benché, mentre la gocciola è per aria, la nave scorra molti palmi; i pesci nella lor acqua non con più fatica noteranno verso la precedente che verso la sussequente parte del vaso, ma con pari agevolezza verranno al cibo posto su qualsivoglia luogo dell’orlo del vaso; e finalmente le farfalle e le mosche continueranno i loro voli indifferentemente verso tutte le parti, né mai accaderà che si riduchino verso la parte che riguarda la poppa, quasi che fussero stracche in tener dietro al veloce corso della nave, dalla quale per lungo tempo, trattenendosi per aria, saranno state separate; e se abbruciando alcuna lagrima d’incenso si farà un poco di fumo, vedrassi ascender in alto ed a guisa di nuvoletta trattenervisi, e indifferentemente muoversi non più verso questa che quella parte. E di tutta questa corrispondenza d’effetti ne è cagione l’esser il moto della nave comune a tutte le cose contenute in essa ed all’aria ancora, che perciò dissi io che si stesse sotto coverta; che quando si stesse di sopra e nell’aria aperta e non seguace del corso della nave, differenze più e men notabili si vedrebbero in alcuni degli effetti nominati: e non è dubbio che il fumo resterebbe in dietro, quanto l’aria stessa; le mosche parimente e le farfalle, impedite dall’aria, non potrebber seguire il moto della nave, quando da essa per spazio assai notabile si separassero; ma trattenendovisi vicine, perché la nave stessa, come di fabbrica anfrattuosa, porta seco parte dell’aria sua prossima, senza intoppo o fatica seguirebbon la nave, e per simil cagione veggiamo talvolta, nel correr la posta, le mosche importune e i tafani seguir i cavalli, volandogli ora in questa ed ora in quella parte del corpo; ma nelle gocciole cadenti pochissima sarebbe la differenza, e nei salti e nei proietti gravi, del tutto impercettibile.

(46) La prima esperienza attendibile sulla deviazione dalla verticale di un oggetto in caduta si deve a Guglielmini (Bologna, 1672). La spiegazione del fenomeno si ebbe con Coriolis (1832 e 1835).

(47) Il principio d’inerzia viene formulato nel Dialogo in modo non corretto perché riferito a moti circolari. La cosa sarà perfezionata nei Discorsi (1638). Dice Galileo nella terza giornata:

“È lecito aspettarsi che, qualunque grado di velocità si trovi in un mobile, gli sia per sua natura indelebilmente impresso, purché siano tolte le cause esterne di accelerazione o di ritardamento ; il che accade soltanto nel piano orizzontale ; infatti nei piani declivi è di già presente una causa di accelerazione, mentre in quelli acclivi [è già presente una causa] di ritardamento: da ciò segue parimenti che il moto sul piano orizzontale è anche eterno; infatti, se è equabile, non scema o diminuisce, né tanto meno cessa”.

           Intanto c’è da osservare, in relazione a ciò che abbiamo visto nel testo, quanto sia chiaro il concetto di cause esterne che provocano accelerazioni; manca solo la parola forza, ma Galileo non è un nominalista (lo abbiamo visto parlando di gravità). E poi c’è il principio d’inerzia riferito ad un piano orizzontale. Da dove viene allora il preteso riferimento di Galileo ai moti circolari ? Dalla giornata seconda del Dialogo in cui praticamente si sostiene che se la superficie del nostro globo fosse ben levigata, essa permetterebbe, “rimossi tutti gli impedimenti esterni ed accidentarii”, un moto inerziale (poiché la superficie della Terra non è né declive né acclive ed è “in tutte le sue parti egualmente distante dal centro“).

            Tutto allora può sembrare in ordine con il giudizio che si dà sulla concezione galileiana dell’inerzia. A mio parere, però, non si tiene conto di un fatto importante: la chiara distinzione che in Galileo esiste tra geometria euclidea e geometria dello spazio fisico. Non tenendo conto di questo fatto si assegna a Galileo da una parte l’attributo di platonico, dando per scontata la sua fede nella geometria euclidea (se così fosse occorrerebbe ammettere che quando Galileo parla di moto eterno su di un piano orizzontale parla del piano euclideo), e dall’altra, un suo errore nell’enunciazione del principio d’inerzia, là dove Galileo fa della fisica e non sta più trattando il problema in termini di geometria euclidea ma in termini di geometria dello spazio fisico, dello spazio reale che lo circonda.

            Quanto sto sostenendo lo si può ricavare da questa affermazione, più volte ripetuta da Galileo:

“… nelle nostre pratiche gli strumenti nostri e le distanze le quali vengono da noi adoperate, son così piccole in comparazione della nostra gran lontananza dal centro del globo terrestre, che ben possiamo prendere un minuto di un grado del cerchio massimo [meno di 2 km, n.d.r.] com se fusse una linea retta, e due perpendicolari che da i suoi estremi pendessero, come se fussero parallele”

inoltre nei Discorsi si dice chiaramente, e ciò è dirimente che “. . .la circonferenza del cerchio infinito e la linea retta sono la stessa cosa“.

(48) Quando salta fuori il problema della natura della gravità, possiamo leggere quanto segue (Giornata seconda. E.N. VII, pag. 260):

Salviati — … dico che quello che fa muovere la Terra è una cosa simile a quella per la quale si muove Marte, Giove, e che è credo che si muova anche la sfera stellata; e se egli mi assicurerà chi sia il movente di uno di questi mobili, io mi obbligo a saper dire chi fa muovere la Terra. Ma più, io voglio far l’istesso s’ei mi sa insegnare chi muova le parti della Terra in giù.

Simplicio — La causa di quest’effetto è notissima, e ciaschedun sa che è la gravità.

Salviati — Voi errate, signor Simplicio; voi dovevi dire che ciaschedun sa che ella si chiama gravità. Ma io non vi domando del nome, ma dell’essenza della cosa… .

E neanche a pensare che Galileo aderisca alla teoria di Gilbert (la Terra assimilata ad un gigantesco magnete). Eppure, osserva Koyrè, questa teoria era stata accettata da Kepler. La risposta che Koyré dà a questa questione è la risposta che fornisce lo stesso Galileo:

“quello che avrei desiderato nel Gilberti, è che fosse stato un poco maggior matematico”.

            In un’epoca di dotte ed inconcludenti disquisizioni si richiede qualcosa di più preciso di una teoria alla Gilbert. Quest’ultimo certamente ha dei fatti (o, meglio, della analogie) da portare a testimonio, ma nessuna teoria matematica, nessun dato quantitativo (oltre ad una mole smisurata di fatti straordinari, magici e fantastici non riferibili a nessun dato dell’esperienza comune). E qui,credo, esca bene il criterio di scientificità per una teoria fisica che Galileo fornisce: l’osservazione di fatti senza un apparato formale, quantitativo, che li sostenga non può di per sé costituire una teoria fisica. E perché, allora, Kepler aderisce alla teoria di Gilbert? Perché Kepler è quel mistico ed esoterico personaggio di cui ho discusso nel testo.

(49) Di seguito riporto una breve cronologia del processo:

1632: in estate Galileo tenta inutilmente di fermare il sequestro del suo Dialogo, appoggiato dai diplomatici fiorentini, presso la sede papale.

1632: in settembre viene confermato il sequestro e viene istituita una commissione di indagine, sui contenuti potenzialmente eversivi o eretici del Dialogo; la commissione passa le consegne al Sant’Uffizio. L’Uffizio apre il 23 settembre la procedura processuale contro Galileo, dopo aver definito i capi di imputazione: il più grave fra questi, quello di non aver ottemperato al precetto di Bellarmino del 1616, interpretata secondo la versione dei gesuiti.

1632: ad ottobre a Galileo è imposto di recarsi a Roma per il processo.

1633: il 12 febbraio Galileo giunge a Roma dopo aver sostato in pieno inverno fuori dalle porte della città per svariati giorni, causa un periodo di quarantena imposto dalla peste. Galileo è ospitato per due mesi circa dall’ambasciatore di Toscana, in attesa della convocazione dell’organo ecclesiastico che si sarebbe riunito per giudicarlo.

1633: il 12 aprile avviene la prima udienza del processo. Padre Maculano, un domenicano, interroga il filosofo a proposito delle vicende del 1616 per conto del Sant’Uffizio. Viene contestata la mancata ottemperanza al precetto del Bellarmino. I capi d’imputazione sono: sostegno alla tesi di Copernico, insegnamento della stessa a molti discepoli, corrispondenza sospetta con alcuni matematici tedeschi, scrittura del saggio Delle macchie solari nel quale era presentata come vera la medesima teoria, esegesi della Bibbia volta a giustificare la centralità del Sole nell’universo e la rotazione della Terra. Galileo si difende sostenendo che mai gli è stato fatto precetto e portando come prova della sua innocenza l’attestato di “buona condotta” rilasciatogli a suo tempo dallo stesso Bellarmino. Tale attestato giustifica pienamente Galileo per aver insegnato e trattato in qualche modo l’eliocentrismo e rende il processo in corso un procedimento costruito sul falso. Galileo è costretto a una difesa perdente in partenza. Prova a sostenere che le tesi copernicane sono esposte alla stessa stregua di quelle tolemaiche. Questo atteggiamento peggiorò la posizione di Galileo. I prelati parvero irritati: in particolare quelle componenti più rigorose e conservatrici del Sant’Uffizio parvero rifiutare in via definitiva ogni forma di mediazione e di compromesso. Nei confronti di Galileo la corte assunse un atteggiamento di maggior severità. Questo atteggiamento coinvolse anche quanti si sarebbero accontentati di una condanna soltanto formale per lo scienziato. Nonostante qualche tentativo della diplomazia fiorentina prevalse la “linea dura” del Sant’Uffizio.

1633: il mattino del 22 giugno Galileo viene condotto davanti all’inquisitore nella sala grande del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva. Lì lo attendono i cardinali del S. Uffizio, dei quali però tre su dieci sono assenti e non firmeranno il testo della condanna. Galileo veste il camice bianco dei penitenti e s’inginocchia davanti ai giudici che gli leggono la sentenza.

(50) La vulgata parla della frase che Galileo avrebbe pronunciato alla fine della tragica farsa che lo riguardò, il famoso Eppur si muove (riferito alla Terra). La frase compare per la prima volta in un’antologia del giornalista Giuseppe Baretti pubblicata a Londra nel 1757, Italian Library. In questo scritto Baretti raccontava la vicenda di Galileo ad un pubblico inglese e probabilmente, per mostrare che Galileo non era convinto di quanto lesse nell’abiura, inventò quella frase.

(51) . L’atomismo, ed il vuoto ad esso associato, era  inviso alla Chiesa per due questioni teologiche ritenute molto importanti. La prima riguarda il materialismo e quindi l’ateismo che veniva associato alla concezione corpuscolare sostenuta dai filosofi greci e conosciuta attraverso il De rerum natura di Lucrezio (l’operazione di San Tommaso di cristianizzazione di Aristotele sarà fatta per l’atomismo da Pierre Gassendi nel 1647); la seconda era più sottile e riguardava l’eucarestia. Nel Concilio di Trento (XIII sessione, 11 ottobre 1551), si era decretato che, dopo la consacrazione, restano nell’eucarestia solo le species, le apparenze sensibili del pane e del vino mentre la sostanza è ormai il corpo e il sangue di Cristo. Se si assume una concezione corpuscolare della sensazione questo miracolo diventa non più comprensibile poiché l’apparenza sensibile del pane sarebbe indissociabile dalla sostanza degli atomi, ciò che condurrebbe a negare la transustanziazione eucaristica.

(52) La frase continua così:

[…] e quale e quanta sia la forza che da numero immenso di debolissimi momenti insieme congiunti risulta, porgacene evidentissimo argomento il veder noi un peso di milioni di libbre, sostenuto da canapi grossissimi, cedere e finalmente lasciarsi vincere e sollevare dall’assalto de gl’innumerabili atomi di acqua, li quali, o spinti dall’austro, o pur che, distesi in tenuissima nebbia, si vadano movendo per l’aria, vanno a cacciarsi tra fibra e fibra de i canapi tiratissimi, né può l’immensa forza del pendente peso vietargli l’entrata; sì che, penetrando per gli angusti meati, ingrossano le corde e per consequenza le scorciano, onde la mole gravissima a forza vien sollevata. […]

e la riporto tutta perché qui, per la prima volta, en passant, si fa riferimento agli atomi.

            Osservo poi che l’intero ragionamento di Salviati è sostenuto da una bella esemplificazione ricavata dai fenomeni di fusione:

Nel considerar tal volta come, andando il fuoco serpendo tra le minime particole di questo e di quel metallo, che tanto saldamente si trovano congiunte, finalmente le separa e disunisce; e come poi, partendosi il fuoco, tornano con la medesima tenacità di prima a ricongiugnersi, senza diminuirsi punto la quantità nell’oro, e pochissimo in altri metalli, anco per lungo tempo che restino distrutti; pensai che ciò potesse accadere perché le sottilissime particole del fuoco, penetrando per gli angusti pori del metallo (tra i quali, per la loro strettezza, non potessero passare i minimi dell’aria né di molti altri fluidi), col riempiere i minimi vacui tra esse fraposti liberassero le minime particole di quello dalla violenza con la quale i medesimi vacui l’una contro l’altra attraggono, proibendogli la separazione; e così, potendosi liberamente muovere, la lor massa ne divenisse fluida, e tale restasse sin che gl’ignicoli tra esse dimorassero; partendosi poi quelli e lasciando i pristini vacui, tornasse la lor solita attrazzione, ed in consequenza l’attaccamento delle parti.

 (53) Riporto il brano in cui si discute sugli indivisibili (E.N., VIII, pagg. 77-83):

Salviati – Queste son di quelle difficoltà che derivano dal discorrer che noi facciamo col nostro intelletto finito intorno a gl’infiniti, dandogli quelli attributi che noi diamo alle cose finite e terminate; il che penso che sia inconveniente, perché stimo che questi attributi di maggioranza, minorità ed egualità non convenghino a gl’infiniti, de i quali non si può dire, uno esser maggiore o minore o eguale all’altro. Per prova di che già mi sovvenne un sì fatto discorso, il quale per più chiara esplicazione proporrò per interrogazioni al Sig. Simplicio, che ha mossa la difficoltà.

Io suppongo che voi benissimo sappiate quali sono i numeri quadrati, e quali i non quadrati.

Simplicio – So benissimo che il numero quadrato è quello che nasce dalla moltiplicazione d’un altro numero in se medesimo: e così il quattro, il nove, etc., son numeri quadrati, nascendo quello a, e moltiplicati.

Salviati – Benissimo: e sapete ancora, che sì come i prodotti si dimandano quadrati, i producenti, cioè quelli che si multiplicano, si chiamano lati o radici; gli altri poi, che non nascono da numeri multiplicati in se stessi, non sono altrimenti quadrati. Onde se io dirò, i numeri tutti, comprendendo i quadrati e i non quadrati, esser più che i quadrati soli, dirò proposizione verissima: non è così?

Simplicio – Non si può dir altrimenti.

Salviati – Interrogando io di poi, quanti siano i numeri quadrati, si può con verità rispondere, loro esser tanti quante sono le proprie radici, avvenga che ogni quadrato ha la sua radice, ogni radice il suo quadrato, né quadrato alcuno ha più d’una sola radice, né radice alcuna più d’un quadrato solo.

Simplicio – Così sta.

Salviati – Ma se io domanderò, quante siano le radici, non si può negare che elle non siano quante tutti i numeri, poiché non vi è numero alcuno che non sia radice di qualche quadrato; e stante questo, converrà dire che i numeri quadrati siano quanti tutti i numeri, poiché tanti sono quante le lor radici, e radici son tutti i numeri: e pur da principio dicemmo, tutti i numeri esser assai più che tutti i quadrati, essendo la maggior parte non quadrati. E pur tuttavia si va la moltitudine de i quadrati sempre con maggior proporzione diminuendo, quanto a maggior numeri si trapassa; perché sino a cento vi sono dieci quadrati, che è quanto dire la decima parte esser quadrati; in dieci mila solo la centesima parte sono quadrati, in un millione solo la millesima: e pur nel numero infinito, se concepir lo potessimo, bisognerebbe dire, tanti essere i quadrati quanti tutti i numeri insieme.

Sagredo – Che  dunque si ha da determinare in questa occasione?

Salviati – Io non veggo che ad altra decisione si possa venire, che a dire, infiniti essere tutti i numeri, infiniti i quadrati, infinite le loro radici, né la moltitudine de’ quadrati esser minore di quella di tutti i numeri, né questa maggior di quella, ed in ultima conclusione, gli attributi di eguale maggiore e minore non aver luogo ne gl’infiniti, ma solo nelle quantità terminate. E però quando il Sig. Simplicio mi propone più linee diseguali, e mi domanda come possa essere che nelle maggiori non siano più punti che nelle minori, io gli rispondo che non ve ne sono né più né manco né altrettanti, ma in ciascheduna infiniti: o veramente se io gli rispondessi, i punti nell’una esser quanti sono i numeri quadrati, in un’altra maggiore quanti tutti i numeri, in quella piccolina quanti sono i numeri cubi, non potrei io avergli dato sodisfazione col porne più in una che nell’altra, e pure in ciascheduna infiniti? E questo è quanto alla prima difficoltà.

Sagredo – Fermate in grazia, e concedetemi che io aggiunga al detto sin qui un pensiero, che pur ora mi giugne: e questo è, che, stanti le cose dette sin qui, parmi che non solamente non si possa dire, un infinito esser maggiore d’un altro infinito, ma né anco che e’ sia maggior d’un finito, perché se ‘l numero infinito fusse maggiore, v. g., del millione, ne seguirebbe, che passando dal millione ad altri e ad altri continuamente maggiori, si camminasse verso l’infinito; il che non è: anzi, per l’opposito a quanto maggiori numeri facciamo passaggio, tanto più ci discostiamo dal numero infinito; perché ne i numeri, quanto più si pigliano grandi, sempre più e più rari sono i numeri quadrati in esso contenuti; ma nel numero infinito i quadrati non possono esser manco che tutti i numeri, come pur ora si è concluso; adunque l’andar verso numeri sempre maggiori e maggiori è un discostarsi dal numero infinito.

Salviati – E così dal vostro ingegnoso discorso si conclude, gli attributi di maggiore minore o eguale non aver luogo non solamente tra gl’infiniti, ma né anco tra gl’infiniti e i finiti.

Passo ora ad un’altra considerazione, inuo sian divisibili in sempre divisibili, non veggo come si possa sfuggire, la composizione essere di infiniti indivisibili, perché una divisione e subdivisione che si possa proseguir perpetuamente, suppone che le parti siano infinite, perché altramente la subdivisione sarebbe terminabile; e l’esser le parti infinite si tira in consequenza l’esser non quante [infinitesime, ndr], perché quanti infiniti fanno un’estensione infinita: e così abbiamo il continuo composto d’infiniti indivisibili.

Simplicio – Ma se noi possiamo proseguir sempre la divisione in parti quante [finite, ndr], che necessità abbiamo noi di dover, per tal rispetto, introdur le non quante [infinitesime, ndr]?

Salviati – L’istesso poter proseguir perpetuamente la divisione in parti quante [finite, ndr], induce la necessità della composizione di infiniti non quanti. Imperò che, venendo più alle strette, io vi domando che resolutamente mi diciate, se le parti quante nel continuo, per vostro credere, son finite o infinite?

Simplicio – Io vi rispondo, essere infinite e finite: infinite, in potenza; e finite, in atto: infinite in potenza, cioè innanzi alla divisione; ma finite in atto, cioè dopo che son divise; perché le parti non s’intendono attualmente esser nel suo tutto, se non dopo esser divise o almeno segnate; altramente si dicono esservi in potenza.

Salviati – Sì che una linea lunga, v. g., venti palmi non si dice contener venti linee di un palmo l’una attualmente, se non dopo la divisione in venti parti eguali; ma per avanti si dice contenerle solamente in potenza. Or sia come vi piace; e ditemi se, fatta l’attual divisione di tali parti, quel primo tutto cresce o diminuisce, o pur resta della medesima grandezza?

Simplicio – Non cresce, né scema.

Salviati – Così credo io ancora. Adunque le parti quante [finite, ndr] nel continuo, o vi siano in atto o vi siano in potenza, non fanno la sua quantità maggiore né minore: ma chiara cosa è, che parti quante attualmente contenute nel lor tutto, se sono infinite, lo fanno di grandezza infinita: adunque parti quante, benché in potenza solamente, infinite, non possono esser contenute se non in una grandezza infinita; adunque nella finita parti quante infinite, né in atto né in potenza possono esser contenute.

Sagredo – Come dunque potrà esser vero che il continuo possa incessabilmente dividersi in parti capaci sempre di nuova divisione?

Salviati – Par che quella distinzione d’atto e di potenza vi renda fattibile per un verso quel che per un altro sarebbe impossibile. Ma io vedrò d’aggiustar meglio queste partite con fare un altro computo; ed al quesito che domanda se le parti quante nel continuo terminato sian finite o infinite, risponderò tutto l’opposto di quel che rispose dianzi il Sig. Simplicio, cioè non esser né finite né infinite.

Simplicio – Ciò non arei saputo mai risponder io, non pensando che si trovasse termine alcuno mezzano tra ‘l finito e l’infinito, sì che la divisione o distinzione che pone, una cosa o esser finita o infinita, fusse manchevole e difettosa.

Salviati – A me par ch’ella sia. E parlando delle quantità discrete, parmi che tra le finite e l’infinite ci sia un terzo medio termine, che è il rispondere ad ogni segnato numero; sì che, domandato, nel presente proposito, se le parti quante nel continuo siano finite o infinite, la più congrua risposta sia il dire, non esser né finite né infinite, ma tante che rispondono ad ogni segnato numero: per il che fare è necessario che elle non siano comprese dentro a un limitato numero, perché non risponderebbono ad un maggiore; ma né anco è necessario che elle siano infinite, perché niuno assegnato numero è infinito: e così ad arbitrio del domandante una proposta linea gliela potremo assegnare segata in cento parti quante, e in mille e in cento mila, conforme a qual numero più gli piacerà; ma divisa in infinite, questo non già. Concedo dunque a i Signori filosofi che il continuo contiene quante parti quante piace loro, e gli ammetto che le contenga in atto o in potenza, a lor gusto e beneplacito; ma gli soggiungo poi, che nel modo che in una linea di dieci canne si contengono dieci linee d’una canna l’una, e quaranta d’un braccio l’una, e ottanta di mezzo braccio, etc., così contiene ella punti infiniti: chiamateli poi in atto o in potenza, come più vi piace, ché io, Sig. Simplicio, in questo particolare mi rimetto al vostro arbitrio e giudizio.

Simplicio – Io non posso non laudare il vostro discorso: ma ho gran paura che questa parità dell’esser contenuti i punti come le parti quante non corra con intera puntualità, né che a voi sarà così agevole il dividere la proposta linea in infiniti punti, come a quei filosofi in dieci canne o in quaranta braccia: anzi ho per impossibile del tutto il ridurr’ad effetto tal divisione, sì che questa sarà una di quelle potenze che mai non si riducono in atto.

Salviati – L’esser una cosa fattibile se non con fatica o diligenza, o in gran lunghezza di tempo, non la rende impossibile, perché penso che voi altresì non così agevolmente vi sbrighereste da una divisione da farsi d’una linea in mille parti, e molto meno dovendo dividerla in 937 o altro gran numero primo. Ma se questa, che voi per avventura stimate divisione impossibile, io ve la riducessi a così spedita come se altri la dovesse segare in quaranta, vi contentereste voi di ammetterla più placidamente nella nostra conversazione?

Simplicio – Io gusto del vostro trattar, come fate talora con qualche piacevolezza; ed al quesito vi rispondo, che la facilità mi parrebbe grande più che a bastanza, quando il risolverla in punti non fusse più laborioso che il dividerla in mille parti.

Salviati – Qui voglio dirvi cosa che forse vi farà maravigliare, in proposito del volere o poter risolver la linea ne’ suoi infiniti tenendo quell’ordine che altri tiene nel dividerla in quaranta, sessanta o cento parti, cioè con l’andarla dividendo in due e poi in quattro etc.: col qual ordine chi credesse di trovare i suoi infiniti punti, s’ingannerebbe indigrosso, perché con tal progresso né men alla division di tutte le parti quante si perverrebbe in eterno; ma de gli indivisibili tanto è lontano il poter giugner per cotal strada al cercato termine, che più tosto altri se ne discosta, e mentre pensa, col continuar la divisione e col multiplicar la moltitudine delle parti, di avvicinarsi alla infinità, credo che sempre più se n’allontani: e la mia ragione è questa. Nel discorso auto poco fa concludemmo, che nel numero infinito bisognava che tanti fussero i quadrati o i cubi quanti tutti i numeri, poiché e questi e quelli tanti sono quante le radici loro, e radici son tutti i numeri. Vedemmo appresso, che quanto maggiori numeri si pigliavano, tanto più radi si trovavano in essi i lor quadrati, e più radi ancora i lor cubi: adunque è manifesto, che a quanto maggiori numeri noi trapassiamo, tanto più ci discostiamo dal numero infinito; dal che ne séguita che, tornando in dietro (poiché tal progresso sempre più ci allontana dal termine ricercato), se numero alcuno può dirsi infinito, questo sia l’unità. E veramente in essa son quelle condizioni e necessarii requisiti del numero infinito, dico del contener in sé tanti quadrati quanti cubi e quanti tutti i numeri.

Simplicio – Io non capisco bene come si deva intender questo negozio.

Salviati – Il negozio non ha in sé dubbio veruno, perché l’unità è quadrato, è cubo, è quadrato quadrato e tutte le altre dignità, né vi è particolarità veruna essenziale a i quadrati, a i cubi, etc., che non convenga all’uno: come, v. g., proprietà di due numeri quadrati è l’aver tra di loro un numero medio proporzionale; pigliate qualsivoglia numero quadrato per l’uno de’ termini e per l’altro l’unità, sempre ci troverete un numero medio proporzionale. Siano due numeri quadrati 9 e 4: eccovi, tra ‘l 9 e l’uno, medio proporzionale il 3; fra ‘l 4 e l’uno media il 2; e tra i due quadrati 9 e 4 vi è il 6 in mezzo. Proprietà de i cubi è l’esser tra essi necessariamente due numeri medii proporzionali: ponete 8 e 27, già tra loro son medii 12 e 18; e tra l’uno e l’8 mediano il 2 e ‘l 4; e tra l’uno e ‘l 27, il 3 e ‘l 9. Concludiamo per tanto, non ci essere altro numero infinito che l’unità. E queste sono delle maraviglie che superano la capacità della nostra immaginazione, e che devriano farci accorti quanto gravemente si erri mentre altri voglia discorrere intorno a gl’infiniti con quei medesimi attributi che noi usiamo intorno a i finiti, le nature de i quali non hanno veruna convenienza tra di loro.

Per esemplificare uno dei paradossi dell’infinito si possono considerare i due insiemi: quello dei numeri naturali e quello dei loro quadrati:

1, 2, 3,   4,   5,   6,   7,   8, ……

1, 4, 9, 16, 25, 36, 49, 64, …….

E’ evidente che i due insiemi sono altrettanto numerosi, anche se il secondo insieme è una parte del primo.

(54) Riporto il brano in cui si discute del modo ideato da Galileo per misurare la velocità della luce (E.N. VIII, pagg. 87-89):

Salviati – Gli altri incendii e dissoluzioni veggiamo noi farsi con moto, e con moto velocissimo: veggansi le operazioni de i fulmini, della polvere nelle mine e ne i petardi, ed in somma quanto il velocitar co’ i mantici la fiamma de i carboni, mista con vapori grossi e non puri, accresca di forza nel liquefare i metalli: onde io non saprei intendere che l’azzione della luce, benché purissima, potesse esser senza moto, ed anco velocissimo.

Sagredo –. Ma quale e quanta doviamo noi stimare che sia questa velocità del lume? forse instantanea, momentanea, o pur, come gli altri movimenti, temporanea? né potremo con esperienza assicurarci qual ella sia?

Simplicio – Mostra l’esperienza quotidiana, l’espansion del lume esser instantanea; mentre che vedendo in gran lontananza sparar un’artiglieria, lo splendor della fiamma senza interposizion di tempo si conduce a gli occhi nostri, ma non già il suono all’orecchie, se non dopo notabile intervallo di tempo.

Sagredo – Eh, Sig. Simplicio, da cotesta notissima esperienza non si raccoglie altro se non che il suono si conduce al nostro udito in tempo men breve di quello che si conduca il lume; ma non mi assicura, se la venuta del lume sia per ciò istantanea, più che temporanea ma velocissima. Né simile osservazione conclude più che l’altra di chi dice: «Subito giunto il Sole all’orizonte, arriva il suo splendore a gli occhi nostri»; imperò che chi mi assicura che prima non giugnessero i suoi raggi al detto termine, che alla nostra vista?

Salviati – La poca concludenza di queste e di altre simili osservazioni mi fece una volta pensare a qualche modo di poterci senza errore accertar, se l’illuminazione, cioè se l’espansion del lume, fusse veramente instantanea; poiché il moto assai veloce del suono ci assicura, quella della luce non poter esser se non velocissima: e l’esperienza che mi sovvenne, fu tale. Voglio che due piglino un lume per uno, il quale, tenendolo dentro lanterna o altro ricetto, possino andar coprendo e scoprendo, con l’interposizion della mano, alla vista del compagno, e che, ponendosi l’uno incontro all’altro in distanza di poche braccia, vadano addestrandosi nello scoprire ed occultare il lor lume alla vista del compagno, sì che quando l’uno vede il lume dell’altro, immediatamente scuopra il suo; la qual corrispondenza, dopo alcune risposte fattesi scambievolmente, verrà loro talmente aggiustata, che, senza sensibile svario, alla scoperta dell’uno risponderà immediatamente la scoperta dell’altro, sì che quando l’uno scuopre il suo lume, vedrà nell’istesso tempo comparire alla sua vista il lume dell’altro. Aggiustata cotal pratica in questa piccolissima distanza, pongansi i due medesimi compagni con due simili lumi in lontananza di due o tre miglia, e tornando di notte a far l’istessa esperienza, vadano osservando attentamente se le risposte delle loro scoperte ed occultazioni seguono secondo l’istesso tenore che facevano da vicino; che seguendo, si potrà assai sicuramente concludere, l’espansion del lume essere instantanea: ché quando ella ricercasse tempo, in una lontananza di tre miglia, che importano sei per l’andata d’un lume e venuta dell’altro, la dimora dovrebbe esser assai osservabile. E quando si volesse far tal osservazione in distanze maggiori, cioè di otto o dieci miglia, potremmo servirci del telescopio, aggiustandone un per uno gli osservatori al luogo dove la notte si hanno a mettere in pratica i lumi; li quali, ancor che non molto grandi, e per ciò invisibili in tanta lontananza all’occhio libero, ma ben facili a coprirsi e scoprirsi, con l’aiuto de i telescopii già aggiustati e fermati potranno esser commodamente veduti.

Sagredo – L’esperienza mi pare d’invenzione non men sicura che ingegnosa. Ma diteci quello che nel praticarla avete concluso.

Salviati – Veramente non l’ho sperimentata, salvo che in lontananza piccola, cioè manco d’un miglio, dal che non ho potuto assicurarmi se veramente la comparsa del lume opposto sia instantanea; ma ben, se non instantanea, velocissima, e direi momentanea, è ella, e per ora l’assimiglierei a quel moto che veggiamo farsi dallo splendore del baleno veduto tra le nugole lontane otto o dieci miglia; del qual lume distinguiamo il principio, e dirò il capo e fonte, in un luogo particolare tra esse nugole, ma bene immediatamente segue la sua espansione amplissima per le altre circostanti; che mi pare argomento, quella farsi con qualche poco di tempo; perché quando l’illuminazione fusse fatta tutta insieme, e non per parti, non par che si potesse distinguer la sua origine, e dirò il suo centro, dalle sue falde e dilatazioni estreme. Ma in quai pelaghi ci andiamo noi inavvertentemente pian piano ingolfando? tra i vacui, tra gl’infiniti, tra gli indivisibili, tra i movimenti instantanei, per non poter mai, dopo mille discorsi, giugnere a riva?

(55) E’ interessante notare che Galileo studia i suoni attraverso le onde che producono sulla superficie dell’acqua contenuta in un recipiente e che si rende conto di come ad un dato suono corrisponde una data onda, cioè una data frequenza, dell’onda creata. A volte, per poter osservare alcune onde deve passare a recipienti più grandi. Come esempio riporto una sola frase di Sagredo:

Ma perché il numerar le vibrazioni d’una corda, che nel render la voce le fa frequentissime, è del tutto impossibile, sarei restato sempre ambiguo se vero fusse che la corda dell’ottava, più acuta, facesse nel medesimo tempo doppio numero di vibrazioni di quelle della più grave, se le onde permanenti per quanto tempo ci piace, nel far sonare e vibrare il bicchiere, non m’avessero sensatamente mostrato come nell’istesso momento che alcuna volta si sente il tuono saltare all’ottava, si veggono nascere altre onde più minute, le quali con infinita pulitezza tagliano in mezzo ciascuna di quelle prime.

A ciò Salviati aggiunge:

Bellissima osservazione per poter distinguer ad una ad una le onde nate dal tremore del corpo che risuona, che son poi quelle che, diffuse per l’aria, vanno a far la titillazione su ‘l timpano del nostro orecchio, la quale nell’anima ci doventa suono

anche se, osserva, che quelle onde restano per poco tempo e sarebbe molto utile che si potessero mantenere per molto più tempo per poterle studiare meglio.

(56) E’ Salviati che definisce l’altezza o elevazione di un piano inclinato nel modo seguente:

Chiama la elevazione di un piano inclinato la perpendicolare che dal termine sublime di esso piano casca sopra la linea orizontale prodotta per l’infimo termine di esso piano inclinato;

come, per intelligenza, essendo la linea AB parallela all’orizonte, sopra ‘l quale siano inclinati li due piani CA, CD, la perpendicolare CB, cadente sopra l’orizontale BA, chiama l’Autore la elevazione de i piani CA, CD; e suppone che i gradi di velocità del medesimo mobile scendente per li piani inclinati CA, CD, acquistati ne i termini A, D, siano eguali, per esser la loro elevazione l’istessa CB: e tanto anco si deve intendere il grado di velocità che il medesimo cadente dal punto C arebbe nel termine B.

(57) Ho insistito sul principio d’inerzia perché vi sono alcuni storici che hanno lavorato per metà del loro tempo tentando di sostenere che tale principio non fu mai trovato da Galileo. E’ certo che una formulazione di tale principio fatta in modo assiomatico, come se avessimo di fronte un testo di fisica per i licei suddiviso in modo classico in statica, cinematica, …. eccetera, non c’è. In tal senso Galileo non ha enunciato nulla e diciamo pure che è un autore inutile. Il fatto è che questo modo di riassumere, il modo assiomatico che inizierà autorevolissimamente con Newton, non appartiene né a Galileo né alla fisica del Seicento. Tra gli accaniti denigratori di Galileo spicca lo sciovinista francese (di origine russa) Koyré in ottima compagnia di una schiera di personaggi secondo i quali chi ha fatto davvero le cose più eccellenti è lo scienziato più eminente, il Popov, del loro Paese.

(58) Galileo aveva certamente iniziato a studiare il moto dei proiettili prima del 1609, a Padova. E’ lui stesso che ce lo racconta in una lettera dell’11 febbraio 1609 ad Antonio de’ Medici, figlio del Granduca di Toscana Francesco I de’ Medici. e personaggio discusso e controverso.

(59) Anche Torricelli scriverà sulla forza della percossa. La seconda delle sue Lezioni Accademiche (10 settembre 1642) avrà come titolo proprio Della Percossa che si può leggere in Scienziati del Seicento, Rizzoli 1969.

(60) Riporto l’intero scritto di Galileo del 1599 sulla percossa:

Della forza della percossa

L’investigare qual sia la causa della forza della percossa è per più cagioni grandemente necessario. E prima, perché in essa apparisce assai più del maraviglioso di quello, che in qualunque altro stromento meccanico si scorga, atteso che, percotendosi sopra un chiodo da ficcarsi in un durissimo legno, o vero sopra un palo che debbia penetrare dentro in terreno ben fisso, si vede, per la sola virtù della percossa, spingersi e l’uno e l’altro avanti; onde senza quella, mettendosi sopra il martello, non pure non si muoverà, ma quando anco bene vi fosse appoggiato un peso molte e molte volte nell’istesso martello più grave: effetto veramente maraviglioso, e tanto più degno di speculazione, quanto, per mio avviso, niuno di quelli, che sin qui ci hanno intorno filosofato, ha detto cosa che arrivi allo scopo; il che possiamo pigliare per certissimo segno ed argumento della oscurità e difficoltà di tale speculazione. Perché ad Aristotile o ad altri che volessero la cagione di questo mirabile effetto ridurre alla lunghezza del manubrio o manico del martello, parmi che, senza altro lungo discorso, si possa scoprire l’infermità delli loro pensieri dall’effetto di quei stromenti, che, non avendo manico, percotono o col cadere da alto a basso, o coll’esser spinti con velocità per traverso. Dunque ad altro principio bisogna che ricorriamo, volendo ritrovare la verità di questo fatto. Del quale benché la cagione sia alquanto di sua natura obstrusa e difficile a esplicazione, tuttavia anderemo tentando, con quella maggior lucidezza che potremo, di render chiara e sensibile; mostrando finalmente, il principio ed origine di questo effetto non derivar da altro fonte, che da quello stesso onde scaturiscono le ragioni d’altri effetti meccanici.

E questo sarà co ‘l ridurci inanzi gli occhi quello, che in ogni altra operazione meccanica s’è veduto accadere: cioè che la forza, la resistenza ed il spazio, per lo quale si fa il moto, si vanno alternamente con tal proporzione seguendo, e con legge tale rispondendo, che resistenza eguale alla forza sarà da essa forza mossa per egual spazio e con egual velocità di quella che essa si muova. Parimente, forza che sia la metà meno di una resistenza potrà muoverla, purché si muova essa con doppia velocità, o, vogliam dire, per distanza il doppio maggiore di quella che passerà la resistenza mossa. Ed in somma s’è veduto in tutti gli altri stromenti, potersi muovere qualunque gran resistenza da ogni data picciola forza, purché lo spazio, per il quale essa forza si muove, abbia quella proporzione medesima allo spazio, per il quale si moverà la resistenza, che tra essa gran resistenza e la picciola forza si ritrova, e ciò esser secondo la necessaria constituzione della natura. Onde, rivolgendo il discorso ed argumentando per lo converso, qual meraviglia sarà, se quella potenza, che moveria per grande intervallo una picciola resistenza, ne spingerà una cento volte maggiore per la centesima parte di detto intervallo? Niuna per certo: anzi quando altrimente fosse, non pure saria assurdo, ma impossibile.

Consideriamo dunque quale sia la resistenza all’esser mosso nel martello in quel punto dove va a percuotere, e quanto, non percotendo, dalla forza ricevuta saria tirato lontano; ed in oltre, quale sia la resistenza al muoversi di quello che percuote, e quanto per una tal percossa venga mosso: e trovato come questa gran resistenza va avanti per una percossa, tanto meno di quello che anderebbe il martello cacciato dall’empito di chi lo muove, quanto detta gran resistenza è maggiore di quella del martello, cessi in noi la meraviglia dell’effetto, il quale non esce punto da i termini delle naturali constituzioni e di quanto s’è detto. Aggiungasi, per maggior intelligenza, l’essempio in termini particolari. È un martello, il quale, avendo quattro di resistenza, viene mosso da forza tale, che, liberandosi da essa in quel termine dove fa la percossa, anderia lontano, non trovando l’intoppo, dieci passi; e viene in detto termine opposto un gran trave, la cui resistenza al moto è come quattromila, cioè mille volte maggiore di quella del martello (ma non però è immobile, sì che senza proporzione superi la resistenza del martello): però, fatto in esso la percossa, sarà ben spinto avanti, ma per la millesima parte delli dieci passi, ne i quali si saria mosso il martello. E così, riflettendo con metodo converso quello che intorno ad altri effetti meccanici s’è speculato, potremo investigare la ragione della forza della percossa.

So che qui nasceranno ad alcuni delle difficoltà ed instanze, le quali però con poca fatica si torranno di mezzo; e noi le rimetteremo volontariamente tra i problemi meccanici, che in fine di questo discorso si aggiungeranno.

(61) Questo è il breve scambio di parole tra Aproino e Sagredo:

Aproino –  Parmi che sì.

Sagredo – Ah, Sig. Paolo, miseri noi; bisogna dire risolutamente che no. Imperocchè, se nella prima posata il peso morto delle mille libbre cacciò il palo quattro dita e non più, perchè volete che l`avernelo tolto solamente e poi rimessoglielo sopra torni a cacciarlo due altre dita? e perchè non lo cacciò prima che ne fusse levato, mentre già li era addosso? volete che lo smontarlo solamente e riposatamente riporvelo gli faccia fare quello che prima non potette?

Aproino –  Io non posso se non arrossire, e dichiararmi d` essere stato in pericolo di sommergermi in un bicchier d` acqua.

(62) Roberto Vergara Caffarelli –  Il principio d’inerzia negli ultimi scritti di Galilei – Cronos, 10, 63-68. Avverto inoltre che la trattazione nel testo di questa parte  è fatta seguendo il suddetto articolo.

(63) Su questo argomento vi è un bell’articolo, Caro Fortunio ti scrivo, di Mariapiera Marenzana che consiglio di leggere [si veda webografia].

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AA.VV. – La scuola elementare frequentata da Galileo http://www.illaboratoriodigalileogalilei.it/libro_galileoepisa/libro_galileoepisa_html/galipisa14.html

AA.VV. – Nascita, infanzia e primi studi (1564 – 1580) http://brunelleschi.imss.fi.it/itinerari/itinerario/NascitaInfanziaPrimiStudi.html

Mariapiera Marenzana – Caro Fortunio ti scrivo http://www.fisicamente.net/FISICA/MARENZANA.pdf‎&nbsp;  

Elisabetta Scapparone – Francesco Patrizi http://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-patrizi_(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Filosofia)/

Il mito dell’asino –  www.centrointernazionalestudisulmito.com/documenti/conf_asino.doc

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