Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

ALLE PARTI SEI E SETTE

PARTE OTTO: GALILEO RIABILITATO ?

L’INIZIATIVA DI GIOVANNI PAOLO II

Il 10 novembre 1979 il Papa, Giovanni Paolo II, tenne un importante discorso alla Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze in occasione della commemorazione della nascita di Albert Einstein(72). Tra le altre cose, disse:

La ricerca fondamentale dev’essere libera di fronte ai poteri politico ed economico, che debbono cooperare al suo sviluppo, senza intralciarla nella sua creatività o aggiogarla ai propri scopi. La verità scientifica, infatti, è, come ogni altra verità, debitrice soltanto a se stessa e alla suprema Verità che è Dio creatore dell’uomo e di tutte le cose. (…)La Chiesa … ritiene di aiutare la scienza a conservare la sua purezza ideale sul versante della ricerca fondamentale e ad assolvere il suo servizio all’uomo sul versante delle sue applicazioni pratiche. (…)La collaborazione di religione e scienza torna a vantaggio dell’una e dell’altra, senza violare in nessun modo le rispettive autonomie. Come la religione richiede la libertà religiosa, così la scienza rivendica legittimamente la libertà della ricerca. (…)

Signor Presidente! Lei nel suo discorso ha detto giustamente che Galileo e Einstein hanno caratterizzato un’epoca. La grandezza di Galileo è a tutti nota, come quella di Einstein; ma a differenza di questi, che oggi onoriamo di fronte al Collegio cardinalizio nel nostro palazzo apostolico, il primo ebbe molto a soffrire – non possiamo nasconderlo – da parte di uomini e organismi di Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto e deplorato certi indebiti interventi (…). 

A ulteriore sviluppo di quella presa di posizione del Concilio, io auspico che teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione, approfondiscano l’esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, da qualunque parte provengano, rimuovano le diffidenze che quel caso tuttora frappone, nella mente di molti, alla fruttuosa concordia tra scienza e fede, tra Chiesa e mondo. A questo compito che potrà onorare la verità della fede e della scienza, e di schiudere la porta a future collaborazioni, io assicuro tutto il mio appoggio. (…)

Le varie concordanze [tra le importanti norme di carattere epistemologico indispensabili per accordare la Sacra Scrittura con la scienza sostenute da Galileo e quanto sostiene la Chiesa  a partire dal Divino afflante Spiritu di Pio XII] non risolvono da sole tutti i problemi del caso Galileo, ma cooperano a creare una premessa favorevole per una loro onorevole soluzione, uno stato d’animo propizio alla composizione onesta e leale dei vecchi contrasti.

A questo intervento, che ebbe risonanza mondiale con titoloni da prima pagina e che emozionò ogni studioso ed ogni persona che conoscesse i termini del problema, seguirono delle iniziative che durarono 13 anni. All’atto della chiusura delle operazioni di revisione delle vicende di Galileo (ma non del processo), il 31 ottobre 1992, l’allora Monsignor Poupard così relazionò al Papa(73):

Lei auspicava che fosse intrapresa una ricerca interdisciplinare sui difficili rapporti di Galileo con la Chiesa. E ha istituito, il 3 luglio 1981, una Commissione Pontificia per lo studio della controversia tolemaico-copernicana del XVI e del XVII secolo, nella quale il caso Galileo si inserisce, affidando il coordinamento delle ricerche al Cardinal Garrone. Mi avete chiesto di fare un resoconto.
Questa Commissione era costituita da quattro gruppi di lavoro, di cui erano responsabili: Sua Eminenza il Cardinale Carlo Maria Martini, per la sezione esegetica; io stesso per la sezione culturale; il Professor Carlos Chagas e il R.P. George Coyne per la sezione scientifica ed epistemologica; Monsignor Michele Maccarrone per le questioni storiche e giuridiche; il R.P. Enrico di Rovasenda, segretario.
Scopo di questi gruppi di lavoro doveva essere quello di rispondere alle aspettative del mondo della scienza e della cultura riguardo alla questione di Galileo, di ripensare interamente tale questione in piena fedeltà ai fatti stabiliti storicamente e in conformità alle dottrine e alla cultura del tempo e di riconoscere lealmente nello spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II, i torti e le ragioni, da qualsiasi parte essi provenissero.
Non si trattava di rivedere un processo, ma di intraprendere una riflessione serena e obiettiva, tenendo conto della congiuntura storico-culturale. L’inchiesta è stata ampia, esaustiva, e condotta in ognuno dei campi interessati. E l’insieme degli studi, delle memorie e delle pubblicazioni della Commissione hanno suscitato inoltre numerosi lavori in ambiti diversi. (…)

Ebbene, a fine lavori, la Commissione conclude quanto segue:

In conclusione, la rilettura dei documenti d’ archivio lo dimostra ancora una volta: tutti gli attori di un processo, senza eccezioni, hanno diritto al beneficio della buona fede, in assenza di documenti extraprocessuali contrari. Le qualifiche filosofiche e teologiche abusivamente attribuite alle teorie nuove per allora sulla centralità del sole e la mobilità della terra furono conseguenza di una situazione di transizione nell’ambito delle conoscenze astronomiche, e di una confusione esegetica riguardo alla cosmologia. Eredi della concezione unitaria del mondo, che si impose universalmente fino all’alba del XVII secolo, alcuni teologi contemporanei di Galileo non hanno saputo interpretare il significato profondo, non letterale, delle Scritture, quando queste descrivono la struttura fisica dell’universo creato, fatto che li condusse a trasporre indebitamente una questione di osservazione fattuale nel campo della fede.
È in questa congiuntura storico-culturale, ben lontana dal nostro tempo, che i giudici di Galileo, incapaci di dissociare la fede da una cosmologia millenaria credettero a torto che l’adozione della rivoluzione copernicana, peraltro non ancora definitivamente provata, fosse tale da far vacillare la tradizione cattolica e che era loro dovere il proibirne l’insegnamento. Questo errore soggettivo di giudizio, così chiaro per noi oggi, li condusse ad adottare un provvedimento disciplinare di cui Galileo «ebbe molto a soffrire». Bisogna riconoscere questi torti con lealtà, come ha chiesto Vostra Santità.

Sembrerebbe che la Chiesa si assuma delle colpe ma senza scagionare Galileo. Ma, ad una lettura attenta le cose non stanno così. Mi riferisco alle parole che io ho sottolineato. A parte il solito riferimento al copernicanesimo non provato evidentemente rivolgendosi a Galileo, le colpe non sono della Chiesa ma di alcune persone, alcuni teologi, i giudici (quelli e basta) di Galileo. Questo modo di procedere non è dissimile a quanto la Chiesa ha fatto con tutte le scuse che ha chiesto (meno che con Giordano Bruno al quale neppure in questo modo ha chiesto scusa). In ogni caso, vi sono si stati gli errori suddetti da parte di alcuni uomini della Chiesa ma di riabilitazione di Galileo non si parla proprio. Ed oltre a questi dettagli vi sono elementi più sostanziosi che fanno dire che Galileo non è stato riabilitato(74). Vediamo.

La vicenda ha suscitato, giustamente un grande clamore e, in tutto il battage che si è creato, è rimasta la riabilitazione e sono scomparse le subdole e sleali argomentazioni che la Commissione preposta alla “riflessione serena ed obiettiva” (parole del coordinatore della Commissione, Cardinale G.M. Garrone) del caso Galileo, ha portato a sostegno della supposta riabilitazione. Per evitare equivoci premetto che l’iniziativa del Pontefice mi pare lodevole e che il dibattito mi è sembrato di grande interesse. Il motivo di questo mio commento risiede nel fatto che coloro che si sono occupati della questione si sono riferiti al solo intervento del Papa, senza leggere i documenti prodotti dalla suddetta Commissione per la ‘riabilitazione’. Il fatto è che la giurisprudenza è costituita dagli atti scritti (quelli che restano) e non dalle buone intenzioni oratorie, anche se queste ultime sono del Papa stesso. Si potrà qui discutere se il Papa sia stato preso in giro dalla sua Commissione o se veramente egli sia conscio di ciò che la II Commissione ha scritto. In ambedue i casi Galileo è lungi dall’essere riabilitato. Lo stesso Pontefice nel suo intervento del 31 ottobre dice: “…la Commissione presenta a conclusione dei suoi lavori un complesso di pubblicazioni che apprezzo vivamente. Desidero esprimere la mia sincera riconoscenza al Cardinale Poupard incaricato di coordinare le ricerche della Commissione nella fase conclusiva”.

Esaminiamo uno dei «prodotti» della sezione culturale della Commissione. Si tratta del libro “Galileo Galilei, 350 anni di storia (1633-1983). Studi e Ricerche“, a cura di Mons. Paul Poupard(75).

Il cardinale … allora monsignore.

Questo libro è una volgare offesa alla verità, al buon senso, alla storia, alla scienza; risultando invece un ulteriore atto inquisitorio contro Galileo e tutti coloro che si sono mossi sulla sua strada. Non si tratta di portare coloro che sostengono determinate tesi di fronte ad un simmetrico Tribunale dell’Inquisizione, ma di tenere vivo il pluralismo che non sembra far parte del DNA delle gerarchie ecclesiastiche.

I COMUNISTI

Che c’entrano i comunisti con Galileo ? Rispondete a questa domanda senza pregiudizi. Se non vi viene, come a me, la risposta dovete leggere questo libro che lo spiega molto bene nel saggio di Béné, l’ultimo del libro ma che lo stesso Cardinal Garrone consiglia di leggere per primo. Secondo Béné, i comunisti si sono appropriati di Galileo ed hanno fatto di esso un’arma contro la Chiesa. Ora, poiché comunista è sinonimo di ateo, nella logica delle gerarchie l’affare Galileo è un affare che esiste solo in quanto esistono i comunisti. Infatti , mentre i credenti sono convinti o facilmente convincibili, i comunisti un poco meno. Tanto è vero ciò che sostengo che l’affare Galileo viene affidato al Segretariato per i Non Credenti (4 su 9 nel caso in oggetto) ed i documenti che sono stati prodotti hanno visto la luce sulla rivista del Segretariato, Ateismo e Dialogo.

Il Béné avverte i comunisti di stare attenti poiché ricordare questo processo potrebbe richiamare alla mente i processi che nell’URSS venivano intentati contro altri scienziati. C’è una facile risposta a questa argomentazione che porta a conclusioni disastrose per le gerarchie: quanto sostiene Béné e nelle sue ipotesi vuol solo dire che tutti i regimi totalitari sono uguali nella loro oppressione del libero pensiero, Chiesa inclusa(76).

Vedete su che razza di strade portano libelli di questo tipo ? È intollerabile partire con queste premesse ma, facendo finta di nulla, iniziamo con gli argomenti che vengono portati a “denigrazione” di Galileo.

IL LIBRO “GALILEO GALILEI, 350 ANNI DI STORIA”

Il libro contiene i contributi di nove studiosi, otto dei quali teologi o sacerdoti comunque legati all’apparato della Chiesa, (uno solo tra questi otto è anche un fisico, G.J. Béné), ed un ricercatore in campo scientifico (J. G. Campbell, l’unico non compromesso con le gerarchie della Chiesa e l’unico, insieme al teologo e filosofo Vinaty, che sostiene tesi condivisibili in larghissima parte).

Non è qui il caso di annunciare tesi o di anticipare giudizi: i lettori, dopo un breve excursus del volume, saranno ben in grado di capirne la portata. Tra l’altro, molte delle cose che qui sono accennate, le ho discusse ampiamente nelle pagine precedenti. Dopo una breve prefazione del Cardinal Garrone, il libro offre l’introduzione del Card. Poupard (allora Monsignore), che esalta la libertà di pensiero minacciata da “pretese concezioni scientifiche della vita sociale che intendono imporsi con la forza“. Secondo l’autore, gli uomini di scienza devono “opporsi contro queste pretese insostenibili degli Stati totalitari“.

PRIME CONTESTAZIONI

Venendo a fatti più banali, come quello relativo ai rapporti di Galileo con la Chiesa, il Cardinale osserva che, in fondo, di questo Galileo “conosciamo poco dei suoi veri sentimenti religiosi”. E poi, certamente, quella sua lettera a Cristina di Lorena deve essere stata preparata dal suo amico, “noto uomo di scienza, il benedettino Benedetto Castelli” soprattutto per quel che riguarda le “citazioni scritturali e patristiche”. Ma cosa si rimprovera a Galileo? Il nostro, la cui occupazione era più la “scienza matematica che il sapere filosofìco” aveva ragione, sostiene Poupard “circa l’essenziale, adottando le teoria astronomica di Copernico; ma degli argomenti proposti da Galileo si discute ancora ai nostri giorni, specialmente a proposito della pertinenza della pretesa prova per mezzo dell’esistenza delle maree” (quest’ultima affermazione riprende un saggio di Padre P. Costabel, storico della scienza, apparso nel 1968, nel quale si sostiene che la sola prova portata da Galileo a sostegno del moto della Terra fosse il flusso e riflusso delle maree. Si noti inoltre che uno degli articoli presenti in questo libro è proprio di Costabel). Per coloro che non avessero letto l’opera o gli studi non sciovinisti su Galileo, ricordo che lo scienziato toscano ricerca la ‘prova‘ del moto della Terra nei principi di relatività e di inerzia. E poi, forse che Descartes o Newton hanno fornito le prove del moto della Terra? Per tali prove occorrerà aspettare il XIX secolo come già detto.

Dopo l’introduzione di Poupard si susseguono otto saggi che intendono approfondire i vari aspetti dell”affaire‘ Galileo. 

PADRE WALLACE

Cominciamo col vedere cosa sostiene Padre Wallace(76 bis), teologo americano. La sua tesi è che Galileo avesse un profondo debito culturale e scientifico verso i professori gesuiti del Collegio Romano. Wallace dà molta enfasi ad una – pretesa – nuova scoperta secondo la quale alcuni manoscritti galileiani sarebbero in realtà copie di lavori dei gesuiti. Wallace non dà però nessuna referenza. Parla al condizionale avanzando il dubbio … Tali manoscritti in latino sarebbero uno di un Galileo quindicenne e l’altro ventenne. In particolare il “De Motu” di Galileo, che è del 1590 (lo scienziato aveva 26 anni e non si era ancora convertito al copernicanesimo) avrebbe tratto ispirazione da alcune lezioni che Padre Clavio ed altri tennero al Collegio Romano nel 1584(77). Clavio era certamente una eminenza che dette un contributo fondamentale alla riforma del calendario del 1582. Non vi è dubbio che uno studioso si rivolgesse a lui e nel 1587 risulta una visita di Galileo a Roma ed un incontro con Padre Clavio. Credo sia di grande importanza ricercare sempre il meglio dei maestri disponibili sulla piazza e non v’è dubbio che la formazione di Galileo avviene con il meglio del passato ed anche su ogni testo di gesuiti disponibile, tanto più che era un convinto aristotelico che non aveva da porsi scrupoli di sorta. Ma Wallace non demorde e, sulla strada aperta da Duhem, afferma che Galileo avrebbe avuto un ruolo marginale nella rivoluzione scientifica che va ricercata nel pensiero tardo medievale e scolastico (il notissimo Grossatesta!). Anche se ciò fosse (restiamo in attesa della pubblicazione dei documenti che a tutt’oggi, 2006, ancora non hanno visto la luce), il “De Motu” è un lavoro assolutamente marginale. Ma non la pensa cosi Wallace, che arriva a sostenere che la fama di Padre della Scienza derivi a Galileo proprio da quest’opera.

Il lavoro prosegue con la ricerca di alcuni errori teologici di Galileo e gli influssi che l’Euclide del sedicesimo secolo, cioè Clavio, e Paolo Valla ebbero sul giovane scienziato toscano. Secondo Wallace, comunque, Galileo non aveva ben assimilato gli insegnamenti del Valla, tanto che si ostinava a proporre come premessa di un sillogismo l’argomento da dimostrare. 

Qui bisognerebbe, una volta per tutte, mettersi d’accordo. E ripeto una cosa già detta. Perché continuare a dire che Galileo si serviva della logica aristotelica, per sottolinearne poi gli errori? Basterebbe invece ammettere che Galileo era uscito dalla logica aristotelica e scolastica. Facciamo un esempio. Il corretto sillogismo aristotelico relativo alla scoperta delle fasi di Venere, si presenterebbe in questa forma: se il sistema planetario fosse eliocentrico, Venere presenterebbe fasi come la Luna. Il sistema planetario è eliocentrico. Perciò Venere presenta fasi come la Luna. Se però si fa attenzione, ci si rende subito conto che questo sillogismo è solo un buon esercizio mentale che nulla ha a che vedere con il dato sperimentale. Sarebbe stato necessario prima ammettere il sistema copernicano per poi dedurne l’esistenza. Galileo, infatti, costruisce un altro sillogismo, errato rispetto alla logica aristotelica, ma indicativo di un modo nuovo e diverso di ragionare: se il sistema planetario fosse eliocentrico, Venere presenterebbe le fasi come la Luna. Venere presenta le fasi. Perciò il sistema planetario è eliocentrico. Si tratta di un cambiamento radicale, non di errori rispetto alla logica precedente. 

Nella fattispecie gli errori di logica (dal punto di vista aristotelico, naturalmente) a cui si riferisce Wallace erano nel lavoro di matematica, Theoremata circa centrum gravitatis solidorum, che Galileo regala a Clavio. Come dire che già iniziano delle profonde divergenze perché tutto l’argomentare aristotelico era sillogistico.

Ma Wallace non termina qui. Dice delle grandi influenze dei gesuiti su Galileo e si stupisce continuamente di lavori che non rispondono alla sua fissazione (è improbabile che Galileo aderisse qui …dà chiari segni di essere una composizione libera … ; sarebbe una coincidenza troppo grande …). Dice che comunque vi sono delle influenze metodologiche che restano, come il ragionare ex suppositione, come l’interesse per una scienza, come il suo interesse nel conoscere le cause dei fenomeni (e qui Wallace dice una enorme sciocchezza, come ho mostrato in precedenza). E più oltre leggiamo una sua stupefacente affermazione: “Galileo si dedicò a proseguire il programma di Clavio, nell’applicare la matematica allo studio della natura e nel generare una fisica matematica che potesse fornire valide spiegazioni causali sia per i fenomeni astronomici che per quelli fisici“. Si ha l’impressione che qui Wallace confonda Galileo con Kepler. Mai la matematica si pone in Galileo a priori, come un qualche cosa da cui poi poter far discendere la fisica come una sorta di teorema. Si può in definitiva dire che, per Wallace, Galileo è conseguenza del pensiero tardo medievale e scolastico e dei gesuiti del Collegio Romano. Una continuità senza problemi, un percorso lineare che non prevede, ad esempio, un inciampo come Giordano Bruno.

Le manipolazioni continuano, e Wallace ci parla delle esperienze di caduta dei gravi dalla torre di Pisa, esperienze alle quali solo lui ormai crede e che dà per eseguite (sic!) per creare una conseguenza con esperimenti di gesuiti. E dice cose ridicole: E’ probabile che Galileo lasciasse cadere oggetti dalla Torre Pendente, ma durante il soggiorno a Pisa egli non era ancora in possesso della legge dei corpi in caduta, infatti Wallace è ancora un tenace tomista convinto che l’esperienza debba seguire la legge. Come conclude questa digressione il teologo americano ? così: non vi è nulla di particolarmente originale in questo episodio della vita di Galileo, come dire: io ho inventato un episodio per poi dire che è poco significativo (!). Ma Wallace non è stupido come sembra. Ha detto questo per poter dire subito dopo che da qui discende il mito molto diffuso dell’originalità del pensiero scientifico galileiano che discenderebbe dal positivista Mach. Leggiamo le sciocchezze che seguono:

Il fatto è che Galileo fu uomo del suo tempo, con una profonda conoscenza del pensiero degli aristotelici progressisti come i Gesuiti, che fece buon uso dei canoni metodologici degli Analytica posteriora. Egli cercò invero di formulare la sua nuova scientia con l’aiuto di principia, definitiones, suppositiones e demonstrationes in modo da fornire una prova esatta delle proprietates e delle passiones che egli attribuiva al suo proprio soggetto. Manifestò una grande originalità nel progettare esperimenti e nello sviluppare tecniche matematiche, soprattutto quelle che si occupano della proporzionalità. Ma tutto ciò in un contesto aristotelico-euclideo-archimedeo che, come risulta, è del tutto estraneo al pensiero degli empiristi del ventesimo secolo.

Ma oltre questo mito ve ne è un altro che pone Galileo su un piedistallo e lo considera il campione della verità contro gli scolastici oscurantisti ed in malafede … La maggior parte dei biografi di Galileo risulta purtroppo composta di agiografi con un disprezzo per centinaia di studiosi, degno solo della continua riaffermazione della Chiesa come fonte di verità. Il nostro non si lascia sfuggire la polemica di Galileo con Grassi sulle comete (ma evita accuratamente quella con Scheiner sulle macchie solari), infilando una serie di sciocchezze tutte funzionali al discredito.

L’ultimo mito contestato dal nostro è legato al processo del 1633. Dice Wallace che “Molte leggende sono sorte intorno al processo e …, nella mente popolare (sic!) è radicata la convinzione che Galileo offrì la prova conclusiva del sistema copernicano e che venne costretto dall’Inquisizione a giurare il falso, asserendo che la Terra era immobile“. Ma poiché Galileo non ha mai dimostrato niente del genere, il nostro teologo può concludere in modo ignobile: “Galileo accettò semplicemente sulla base della fede l’asserzione che la Terra non si muoveva, cosa che poté fare in tutta onestà, dal momento che non era riuscito a dimostrare il contrario”. Peccato che Galileo fosse così convinto della giustezza della sua condanna da pubblicare (in Olanda!) la più copernicana tra le sue opere i “Discorsi e dimostrazioni matematiche …”.

PADRE VIGANÒ

Lasciamo Wallace per passare a Padre Viganò: il teologo italiano si intrattiene in una lunga disquisizione sul preteso diritto di Galileo di aspirare al titolo di filosofo. La questione, secondo Viganò, riveste una importanza particolare poiché fu proprio questa sua pretesa, insieme a quella di voler spiegare tutto, che lo perse. Se infatti si fosse accontentato del titolo di matematico non avrebbe avuto guai con l’Inquisizione. Occorre però ricordare al teologo e fisico Viganò alcune questioncine che nell’enfasi oratoria ha dimenticato:

1) Galileo si occupava di filosofia naturale (così si chiamava allora la fisica);

2) Galileo lavorava proprio per far uscire l’opera di Copernico dalla odiosa premessa di Osiander, che la relegava al mero rango di ipotesi matematica;

3) Galileo, e questa era probabilmente la questione più importante, sa che come ‘matematico’ guadagnava da cinque a dieci volte meno dei suoi colleghi ‘filosofi’ che insegnavano nella stessa Università.

Ma Viganò fa finta di niente e prosegue con un ragionamento basato sulla confusione tra ciò che è empirico e ciò che è sperimentale. Dice infatti l’autore che il sistema aristotelico-tolomaico era quantomeno ordinato e comunque dotato di una qualche base sperimentale (empirica, Viganò, empirica …). Quando poi Galileo annuncia le sue scoperte con il telescopio, la maggior parte dei teologi e dei filosofi scolastici, secondo Viganò, si attenne ai principi insegnati da Aristotele e San Tommaso, “riconoscendo il primato dell’esperienza“. La teoria copernicana però non si poteva mostrare con l’esperienza, quindi …

E poi come rifiutare i principi metodologici di San Tommaso ? così equilibrati … Ed è anche vero che l’universo aristotelico aveva un certo valore estetico ed una qualche base sperimentale. Qualcosa però non andava se Tolomeo dovette intervenire nel 500 dopo Cristo (si sbaglia di soli 350 anni, perché Tolomeo è del 150 d.C., e la cosa non è banale ma la dice lunga sulla serietà di questi studiosi, ndr).

            Dopo aver discusso, prima di Bruno (giusta la condanna per eresia) e Campanella ricordando che rimasero in prigione per anni (ma dimenticando il rogo di Bruno) quindi, con dubbia competenza, di Bacone e Descartes (i veri padri della scienza moderna), Viganò può concludere che Galileo non può essere ritenuto un filosofo in quanto si differenzia completamente da quelli che, all’epoca, erano ritenuti filosofi, come Bruno e Campanella. Ma chi è, allora, Galileo? Sorvolando sui suoi (di Galileo) toni di sprezzante superiorità (sic!) egli è in primo luogo un fisico che si eleva a considerazioni metafìsiche. È un infortunio di passaggio al quale non si deve alcuna rivoluzione, che semmai spetta a Copernico. Tant’è che Copernico non fu messo all’indice e servì anzi per la riforma del Calendario.

PADRE JACQUELINE

Dopo un intervento bibliografico di Padre Russo da cui si apprende solo che il De Revolutionibus di Copernico e la Lettera di Galileo a Foscarini furono tolti dall’Indice nel 1835, si passa a Jacqueline.

Padre Jacqueline, dottore in Diritto Canonico, aggiunge un’altra «perla» a questa collana. Secondo Jacqueline «è soprattutto Newton che, nel secolo XVIII, ha lasciato un’impronta nello studio della natura; il ruolo di Galileo fu allora minore e la sua fama si limitò piuttosto all’Italia». E, polemizzo io, padre Marsenne che faceva la spola tra Parigi e Firenze per vedere, apprendere, copiare, riferire, far pubblicare altri – come Pascal – senza citare Galileo, Torricelli ed altri ? 

Tra parentesi: ci informa Jacqueline che non è vero che i libri di Copernico furono tolti dall’Indice nel 1818 come afferma Rupert Halli ma nel 1757 (quattro pagine dopo Costabel dice che i libri in oggetto furono tolti dall’Indice tra il 1757 ed il 1822. E, spigolando qua e là vi è un fiorire di date diverse che lascia interdetti. Anche qui si mostra un fatto importante: questa non era una Commissione, si trattava di personaggi raccogliticci con età media di 75 anni, ognuno dei quali, senza sentire gli altri, ha inviato un proprio intervento.

PIERRE COSTABEL

Altro argomento contro Galileo viene ricavato da Costabel, definito come allievo della École Normale Supérieure (strana definizione per uno che all’epoca aveva 72 anni), sulla scorta della sua infarinatura in questioni scientifiche. Su una (pericolosa) strada, aperta dal cattolico Duhem, Costabel sostiene che Galileo avrebbe creduto alla virtù degli esperimenti cruciali (oltre ad essere uno scienziato positivista!). Secondo Costabel, Duhem dimostrerebbe l’ingenuità di tale posizione: in fisica non esistono esperimenti cruciali. A parte il fatto che l’experimentum crucis fu introdotto nella fisica da Newton, cerchiamo di capire come stanno davvero le cose a proposito della possibilità o meno di esistenza di un tale esperimento.

Costabel, che certamente è un conoscitore della fisica e della sua storia, saprà, ad esempio, che la teoria corpuscolare della luce prevedeva che quest’ultima avesse una velocità maggiore in mezzi più densi. Tutto ciò era l’esatto contrario delle previsioni della teoria ondulatoria. Vediamo se ci capiamo: un esperimento che misurasse la velocità della luce in mezzi di diversa densità e stabilisse che questa velocità è minore in mezzi più densi, che tipo di esperimento è ? È un tipico esperimento cruciale: tra due teorie se ne discrimina una a seguito di dati fatti sperimentali. Che poi questa teoria, quella che ha momentaneamente vinto, sia una teoria vera in assoluto e sempre, beh, questo è un altro discorso. E come facciamo, una volta ammessa una data teoria, a sbarazzarci di essa ? Proprio servendoci dei metodi introdotti da Galileo, dott. Costabel! E di esempi di esperimenti cruciali la fisica ne offre a decine. Ma questo non è mai stato un problema per nessuno (salvo per qualche epistemologo) e certamente non lo era per Galileo. Ciò che colpisce è il riferimento a Duhem, un preteso storico francese, preso sul serio solo da qualche francese, che ha tra i suoi meriti principali l’essere, appunto, cattolico. Ma poi, occorre andare a ripescare agli inizi del 1900 per ritrovare uno degno della fiducia di un cattolico? Vi assicuro che vi sono dei contemporanei epistemologi, storici e cattolici. Il fatto è che non sostengono le baggianate di Duhem. Questo richiamo è però qui non casuale ma finalizzato. Anche Duhem infatti batte sul ritornello del Galileo che non ha dimostrato la teoria di Copernico. Ma di questo abbiamo già parlato. Mancava solo da dire che l’opera di Galileo è certamente servita a DISTRUGGERE tutta la fisica e la cosmologia aristotelico – scolastica, terreno estremamente propizio per seminare la nuova fisica. Ma poi, che forse Newton ha mostrato la rotazione della Terra intorno al Sole ? Lo ha fatto Descartes ? Costabel non risponde insistendo nel dire che Galileo aveva il difetto della sicurezza nella assoluta verità delle proprie speculazioni. Ed infatti erano Urbano VIII e Bellarmino ad avere la logica dalla loro parte. Ed è Duhem a confermarlo quando attaccava la nozione semplicistica d’una scienza basata sulla sola esperienza (l’osservazione è davvero sconvolgente: un signore entra in un laboratorio, quello che trova trova, accende,butta, fa cadere, sbatte, … qualcosa uscirà, … attende un poco e dall’ectoplasma si materializza una legge fisica. Ma ci si rende conto della bestialità di tale affermazioni ?). Infatti diversi lavori oggi mostrano che teoria, osservazione ed esperimentazione, sono state da Galileo rigorosamente mischiate, ma che in materia di misure e di dati numerici sperimentali, si vede essenzialmente adoperare degli ordini di grandezza considerati come significativi. La frase è oscura nella conclusione e, se ho inteso qualcosa, si dice che Galileo non sarebbe stato esaustivo nei dati sperimentali. Se è così, Costabel è davvero uno sciocchino. La redazione di esperienze, a quell’epoca farebbe ridere oggi chiunque abbia pratica di laboratorio. Il fine non era una breve relazione con dati numerici e tabelle, ma quello di scrivere qualcosa per farsi capire e per convincere. Tanto è così che tutti gli illustri rompitori di scatole a Galileo si fermano a dibattere nei dettagli fino al Dialogo, saltando a piedi pari il dibattito sull’infinito che i tre interlocutori intrattengono ed i Discorsi dove vi è molto più di fisico in senso stretto (e naturalmente i Theoremata). 

E dopo le sue dotte disquisizioni ed aver detto che ormai da dieci anni era chiaro a tutti che il libro della Natura è scritto in caratteri matematici(78), Costabel conclude il suo intervento con una di quelle frasi di squalifica che accompagnano ogni dotto intervenuto in questo aureo libro. Secondo Costabel, Galileo “riponeva tutta la sua fede di scienziato nel ruolo degli artifici matematici allo scopo di salvare globalmente i fenomeni“, era un “teorico della fisica astratta“.

Che dire ? Niente!

GEORGES BÉNÉ

Dopo il condivisibile intervento di Campbell, del quale non parlo perché dice cose che sono presenti in questo mio lavoro,  la ciliegina sulla torta spetta al fisico francese G. J. Béné. Questi inizia con l’affermare che Galileo non è altro che una leggenda e che sbagliava mentre lottava con la scienza contro la Chiesa, mentre Urbano VIII aveva ragione (ed ancora di più Bellarmino che aveva avuto a che fare con Bruno). Inoltre lo scienziato faceva “confusione tra movimento relativo e movimento assoluto“. Infatti, “nella sua controversia indiretta con Bellarmino sul movimento relativo, è Bellarmino che ha ragione, e non Galileo“. Béné, che ha il coraggio di arrivare a citare Zichichi in una sua intervista al settimanale Gente, ci dice (e qui preparatevi alle ripetizioni), in accordo con Duhem, che la rivoluzione scientifica era nell’aria già nel Medio Evo, e che quindi Galileo ha fatto ben poco. Ma poi quei manoscritti scoperti negli USA (quelli di cui parla padre Wallace, si potrebbe definire una partita di giro su oggetti che tutti citano ma che nessuno ha mai visto)  che mostrano che Galileo ha plagiato i gesuiti del Collegio Romano … Inoltre lo scienziato voleva dimostrare il moto della Terra attraverso le maree e tale argomento era dimostrato come falso dagli scienziati dell’epoca (è un chiodo fisso di vari relatori questa cosa delle marre ma Béné ci mette del suo la sciocchezza che all’epoca l’argomento era considerato falso, n.d.r.) quindi, secondo Béné, “il ritiro del libro (il “Dialogo sui Due Massimi Sistemi“) si inserisce nello stesso contesto del rifiuto di un lavoro riconosciuto inesatto dal comitato scientifico di un serio giornale moderno“. Capito? E proprio quell’interpretazione delle maree da parte di Galileo è, secondo Béné, all’origine della sua condanna. E poi, perché accanirsi tanto contro la Chiesa per questo processo? “Che la Chiesa abbia invitato alla prudenza gli scienziati che trattavano l’eliocentrismo, è cosa certa; ma in tutti gli altri campi, lo sviluppo scientifico non ha subito di fatto alcun intralcio“. Ma poi, e questa è la cosa più importante (già annunciata nella Premessa), “Galileo serve anzitutto d’argomento come giustificazione della lotta antireligiosa e specialmente anticristiana. Infatti egli è stato recuperato dai marxisti sovietici(79)” i quali, ignavi, non sanno che Galileo è anche esempio per gli avversari dei sovietici: basta confrontare “il processo di Galileo con tutti i processi sovietici agli scienziati che non rispettavano i criteri del marxismo“. Appunto, dico io!

UN ROSARIO DI SCIOCCHEZZE

Cerco ora di dare una panoramica di alcune delle infinite inesattezze e dei gravi errori sostenuti nel libro.

– Vinaty si ostina a sostenere una posizione manifestamente infondata e cioè che Copernico avrebbe sostenuto l’infinità dell’universo;

– Poupard sostiene che le onde gravitazionali sarebbero state sperimentalmente accertate e ciò è falso;

– Jaqueline fa scrivere a Newton delle cose nel 1633, quando ancora doveva nascere. E neanche a dire che si tratti di un refuso: il contesto mostra la correttezza di quanto dico;

– Jaqueline afferma che la Chiesa non ce l’aveva con la teoria copernicana, tanto è vero che le opere di Copernico non furono messe all’Indice fino al 1616. Purtroppo la malafede è manifesta in chi dimentica la prefazione di Osiander, proprio per far uscire l’opera di Copernico dalla quale, Galileo subì la sua condanna (e da quel punto tutti e due all’Indice!);

– Jacqueline, citando W. Brandmuller (vedi oltre), afferma che nel 1616 nessun’opera personale di Galileo fu espressamente messa all’Indice. Tipica furbizia che può ingannare solo chi non conosce le vicende occorse: che cosa si doveva mettere all’Indice ? il Nuncius Sidereus ? le opere in cui Galileo tratta di meccanica ? di fortificazioni ? del compasso ? … II Nuncius Sidereus sembrerebbe la più incriminabile ma l’averlo fatto avrebbe ridicolizzato l’intera Corte Pontificia per il semplice fatto che al momento in cui questo libro uscì tutti lo applaudirono freneticamente;

– Béné, citando Zichichi (solo questo fatto basterebbe per ridicolizzare l’intero libro), dice che Galileo, uomo di fede, si è piegato davanti alla Chiesa … Come interpretare allora l’intera operazione avvenuta alle spalle degli stretti controllori di Galileo, che lo portò a pubblicare in Olanda la più copernicana delle sue opere (i “Discorsi“) ? Mi sembra si debba piuttosto dire che Galileo si è piegato alla forza della Chiesa;

– Béné afferma che, dopo la condanna di Galileo, la Chiesa avrebbe invitato, molto parzialmente in quel momento, alla prudenza gli scienziati che trattavano l’eliocentrismo. Ed aggiunge che in tutti gli altri campi, lo sviluppo scientifico non ha subito di fatto alcun intralcio. Sta di fatto che, da quel momento, il baricentro della ricerca scientifica si sposta dall’ Italia al centro ed al nord d’Europa. Questo spostamento di baricentro lo si può intendere anche osservando che lo scienziato, all’epoca, era uno studioso complessivo non lo si poteva appartare da un campo di ricerca così importante senza che l’intero edificio della sua ricerca crollasse interamente.

Vi sono poi altre questioni che vanno brevemente discusse. Come abbiamo già detto il libro in oggetto nasce come lavoro collettivo di una Commissione di studio coordinata dal Card. Garrone ed avente come responsabile l’allora Mons. Poupard. Non è quindi un lavoro nel quale debbano comparire interventi discordi sul dato tema. Qualcosa però non ha funzionato. Probabilmente la presunzione che l’essere cattolici avrebbe fornito una garanzia all’omogeneità degli argomenti discussi. Vi sono nei diversi contributi delle discordanze che, quanto meno, lasciano perplesso il lettore. Vediamone qualcuna.

– Mentre Vinaty sostiene che nel 1616 Galileo non giocava il ruolo di imputato ed è improprio parlare di un primo processo, di contro Viganò parla esplicitamente di un primo processo a Galileo.

— Secondo Jacqueline è falso sostenere, come fa Rupert Hall, che i libri di Galileo siano rimasti all’Indice fino al 1818; la data effettiva sarebbe il 1758. Quattro pagine oltre Costabel afferma che le opere di Copernico sarebbero state tolte dall’Indice nel 1757, mentre quelle di Galileo nel 1822. Secondo Russo l’opera di Copernico fu tolta dall’Indice nel 1835. Mi pare vi sia un poco di confusione.

— Riguardo poi al ruolo che Galileo assegnava alla matematica, Costabel sostiene che Galileo riponeva tutta la sua fede di scienziato nel ruolo degli artifici matematici allo scopo di salvare globalmente i fenomeni (come già detto). Campbell (l’unico che ha scritto qualcosa di serio, attento e documentato) afferma giustamente che Galileo non credeva nell’opinione secondo cui la scienza trova la propria verità solo nelle forme e relazioni matematiche.

– In altro luogo abbiamo già detto quale ruolo Wallace assegna a Clavio: colui che sarebbe stato alla base della produzione scientifica che rese famoso Galileo, l’Euclide del sedicesimo secolo. Più oltre Béné si lascia scappare che Clavio rifiutava quanto Galileo mostrava dal suo cannocchiale a proposito delle asperità della Luna. Secondo Clavio le valli e le montagne della Luna sono ricoperte da una sostanza assolutamente trasparente che permette all’astro di essere sferico malgrado le apparenze.

– Riguardo infine alle prove che Galileo avrebbe fornito a sostegno del moto della Terra, mentre Wallace e Costabel insistono sul fatto che non vi sarebbero, per contro Vinaty, citando Stillmann Drake, afferma che vi sarebbero.

Non mi spingo oltre perché credo che l’essenziale sia stato mostrato. Restano alcune considerazioni.

In conclusione, sembra di capire che Galileo sia stato riabilitato perché era politicamente conveniente. E siccome «il volgo» non sa di queste cose e si accontenta dei titoli dei giornali, riabilitiamo. Senza però modificare una virgola del giudizio su Galileo; tanto queste cose le leggeranno in pochi.

Ma c’è una cosa su cui sarebbe teoricamente possibile provare la buona fede dei riabilitatori: perché non vengono aperti agli studiosi gli Archivi Vaticani per permettere una serena ricerca su ogni questione connessa con Galileo (e non solo)? O dobbiamo attendere una nuova Repubblica Romana?

Prima di passare ad altro, mi preme riportare alcune pagine di due profondi conoscitori di Galileo, Andrea Frova e Mariapiera Marenzana(79 bis). Il loro libro veramente eccellente, Parola di Galileo (BUR, 1998), è forse l’unico che conclude facendo riferimento alla falsa riabilitazione di Galileo. Leggiamo allora cosa dicono i due autori:

La «riabilitazione» di Galileo
In questi ultimi decenni la Chiesa cattolica sembra aver dato il via a una piccola campagna di «riabilitazioni» nei riguardi di grandi pensatori del passato, a suo tempo colpiti da anatema. Ha cominciato con Galileo, com’era naturale, visto che la storia e la cultura gli hanno reso giustizia da sempre. Ma poiché l’abiura è un’imposizione violenta e come tale motivo di vergogna e colpa per chi la impone, la riabilitazione avrebbe dovuto essere della Chiesa e non di Galileo. Ed essa avrebbe implicato non tanto una condanna dei giudici di allora, quanto la denuncia nella Chiesa di oggi degli stessi errori che condussero alla condanna dello scienziato: in particolare, più che il ritenersi depositarla della verità, il volerla imporre agli altri.
Di Galileo la Chiesa si è limitata ad accettare le proposizioni strettamente scientifiche, oggi non più oppugnabili, ma non certo il metodo sperimentale e l’uso del raziocinio in settori più ampi della vita dell’uomo, né il concetto di una verità mutevole, che si aggiorna lungo il percorso della storia, né il rifiuto di princìpi accettati e non mai dimostrati, posizioni tutte che portano in rotta di collisione con qualsiasi tipo di credo dogmatico. Solo quando si saprà condurre a scienza la sociologia, il diritto, la politica, solo allora finirà il processo a Galileo come condanna della sua filosofia scientifica.
Ma c’è di più. La riabilitazione di Galileo da parte della Chiesa appare un’operazione di propaganda, come sottolinea Antonio Beltràn. Egli scrive (A. Beltràn Mari, Diàlogo sobre los dos màximos sistemas del mundo, Introducción, Alianza Editorial, Madrid 1994, p. LXX): «L’esito di questa operazione di propaganda risulta palese dal fatto che si è avuta una notevole risonanza nei mezzi di comunicazione. Questo è il suo primo merito. Il secondo consiste nell’aver ottenuto di avvalorare il termine “riabilitazione”. A distanza di tempo, la maggior parte della gente crede sicuramente che Galileo abbia commesso qualcosa di male, e che la Chiesa, facendo mostra di magnanimità, abbia deciso di perdonarlo». E ancora: «È ovvio che ciò che dice il papa riguardo alla scienza di Galileo o alla scienza in generale non ha assolutamente alcuna rilevanza. Però, di tutte le contraddizioni presenti in questa operazione, ne commenterei soltanto una, la più grottesca e pericolosa. Il fatto che il papa continui a sentirsi un’autorità nel dire qualcosa di pertinente su Galileo e la sua scienza dimostra che presso di lui non è cambiato nulla. Si sta comportando in maniera esattamente eguale a quella dei giudici di Galileo il cui errore adesso riconosce» (A. Beltràn Mari, op. cit.,p. LXXIII). Malgrado tutto ciò, questo mea culpa della Chiesa non è piaciuto nemmeno a certi esponenti della cultura scientifica di matrice cattolica. Tra essi, v’è chi ha espresso i seguenti pareri: «Se andiamo a rivedere il processo, Galileo è stato condannato non tanto per quello che diceva ma perché tentava in qualche modo di fare il teologo». E addirittura: «Galileo stesso diceva, sbagliando: “Poiché è la terra che gira intorno al sole, dobbiamo cambiare le Sacre Scritture”, col risultato che quando Newton avrebbe scoperto la gravitazione universale ed Einstein la relatività, avremmo dovuto riscrivere di nuovo i testi sacri». E altrove: «Il fatto è che nel ‘600 ha inizio una serie di scoperte, un processo innovativo che non viene colto da nessuna delle parti. Entrambe ragionano entro uno schema logico superato, che non riesce a prevedere la divaricazione tra scienza e religione in seguito maturata. L’errore viene però compiuto da entrambi i contendenti senza cattiveria, in buona fede».
Sono affermazioni prive di fondamento che, se non respinte con forza, gettano su Galileo ombre di sospetto e forniscono alla Chiesa motivi di alibi. Gli equivoci sono possibili e facili da nutrire. Dunque Galileo va difeso una volta ancora, oggi non meno di ieri: un destino, questo, che forse mai lo abbandonerà, almeno fintante che gli uomini non avranno imparato ad apprezzare la grande bellezza e superiorità della ragione.
Galileo, dunque: primo autentico fisico della storia, inventore dell’analisi critica dei fenomeni, della verifica sperimentale, dell’impiego lucido e demistificante della ragione. Il mondo anglosassone lo ha riconosciuto assai prima di noi: John Milton, reduce da una visita in Arcetri all’ormai cieco scienziato, diceva (Aeropagitica. For thè Liberty of Unlicenc’d Printing, 1644).: «È là che ho incontrato il famoso Galileo, vecchio, prigioniero dell’Inquisizione per aver pensato in Astronomia in modo difforme dai Francescani (sic) e dai Domenicani» Si noti bene, dice Astronomia, lui che è poeta e non uomo di scienza. Non fa cenno a materia di Religione.
Se Galileo avesse detto o fatto una qualsiasi delle cose sopra attribuitegli, difficilmente avrebbe evitato il rogo. Tutti i suoi scritti dimostrano invece come egli fosse estremamente cauto, e si preoccupasse di offrire agli ecclesiastici una lettura delle Scritture in chiave storica, che avrebbe permesso di far convivere le due verità, fede e scienza. Verità che, del resto, erano due soltanto per la Chiesa, non certo per Galileo: a lui il fatto che la Terra fosse a tutti gli effetti immobile per osservatori posti su di essa, com’erano gli estensori e i lettori delle Sacre Scritture, non dava il benché minimo fastidio.
Galileo si rammaricava non poco del fatto che i teologi fossero in errore, non tanto perché interpretavano ottusamente le Scritture, quanto perché avevano troppa fretta di pronunciarsi, anziché assumere un atteggiamento di savio disimpegno o perlomeno di attesa. E infatti li invitava alla prudenza, preoccupato, egli per primo, delle sabbie mobili in cui si stavano impantanando. Nella lettera al Castelli (Capitolo 11), li ammonisce a tenere presente che, nel loro desiderio di rendere materia di fede affermazioni riguardanti la fissità del Sole e della Terra, essi corrono il rischio di dover condannare come eretici coloro che dichiarassero la Terra immobile e il Sole in movimento, nell’eventualità che un giorno si arrivasse a provare, con la fisica o con la logica, che la prima è in moto e il secondo è fermo. Lo stesso Papa Giovanni Paolo II, nel discorso di «riabilitazione», mostra di cogliere questo particolare punto: «… la scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca, obbligava i teologi ad interrogarsi sui loro crite-ri di interpretazione della Scrittura. La maggior parte non seppe farlo. Paradossalmente Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto più perspicace dei suoi avversari teologi… La maggioranza dei teologi non percepiva la distinzione formale tra la Sacra Scrittura e la sua interpretazione, che li indusse a trasporre indebitamente nel campo della dottrina della fede una questione di fatto appartenente alla ricerca scientifica».
Tornando al punto di partenza, lo scontro tra Galileo e la Chiesa non nacque dunque perché «nel Seicento ha inizio una serie di scoperte, un processo innovativo che non viene colto da nessuna delle parti». È vero esattamente l’opposto. Tanto che all’uscita del Dialogo i gesuiti definirono quest’opera più perniciosa per la Chiesa che l’intera Riforma di Luterò e di Calvino. Se la Chiesa fu indubbiamente più cauta con Galileo che con Bruno, Pucci, Campanella e altri ancora, è perché nel suo caso era in gioco un sistema di idee che avrebbe potuto dimostrarsi corretto (laddove le teorie filosofiche sono sempre discutibili), come molti dotti gesuiti non mancarono di rilevare.
Lo scontro nacque proprio dalla consapevolezza di entrambe le parti della portata del cambiamento. Da un lato un singolo che sa pensare nuovo e sbaglia solo nel credere che la forza della ragione debba infine prevalere; dall’altro lato, un apparato statico, custode di verità eterne, il quale di fronte al nuovo non sa far di meglio che reagire ostacolandone sistematicamente la propagazione. Scontro non ci sarebbe stato solo se nel campo della Chiesa fossero esistiti uomini altrettanto geniali di Galileo, capaci cioè di vedere lontano. L’approdo recente della Chiesa a una parziale tolleranza è il risultato di una constatazione, avvenuta nel corso dei secoli, che sembra mettere al sicuro la fede dal raziocinio: gli uomini sono assai più irretiti dal fascino consolatorio dell’irrazionale, che non attratti dall’esercizio responsabilizzante della ragione.

PARTE NOVE: L’AZIONE CORROSIVA

VEDIAMO ORA COSA DICE RATZINGER, FUTURO PAPA

Nel 1992, il cardinale Ratzinger scriveva delle cose su Galileo prendendo spunto dalle prime notizie sulla clonazione. Leggiamo le obiezioni a Galileo, così originali, di un Papa(80):

… La domanda circa i limiti della scienza e i criteri cui essa deve attenersi si è fatta inevitabile. Particolarmente significativo di tale cambiamento del clima intellettuale mi sembra il diverso modo con cui si giudica il caso Galileo.

            Questo fatto, ancora poco considerato nel XVII secolo, venne – già nel secolo successivo – elevato a mito dell’illuminismo. Galileo appare come vittima di quell’oscurantismo medievale che permane nella Chiesa. Bene e male sono separati con un taglio netto. Da una parte troviamo l’Inquisizione: il potere che incarna la superstizione, l’avversario della libertà e della conoscenza. Dall’altra la scienza della natura, rappresentata da Galileo; ecco la forza del progresso e della liberazione dell’uomo dalle catene dell’ignoranza che lo mantengono impotente di fronte alla natura. La stella della Modernità brilla nella notte buia dell’oscuro Medioevo (qui il cardinale fa riferimento ad uno scritto di Brandmüller del quale discuterò subito dopo, ndr).

Il Papa si addentra ora in un terreno minato e si fa guidare da non vedenti. Inizia con il marxista romantico (io non so cosa vuol dire quell’aggettivo) E. Bloch del quale ho parlato alla fine della Parte Sei per ripetere la sua sciocchezza:

Secondo Bloch, il sistema eliocentrico – così come quello geocentrico – si fonda su presupposti indimostrabili. Tra questi, rivestirebbe un ruolo di primo piano l’affermazione dell’esistenza di uno spazio assoluto; opzione che tuttavia è stata poi cancellata dalla teoria della relatività. … 

Dice Bloch:

“Una volta data per certa la relatività del movimento, un antico sistema di riferimento umano e cristiano non ha alcun diritto di interferire nei calcoli astronomici e nella loro semplificazione eliocentrica; tuttavia, esso ha il diritto di restar fedele al proprio metodo di preservare la terra in relazione alla dignità umana e di ordinare il mondo intorno a quanto accadrà e a quanto è accaduto nel mondo”.

Infine

Il vantaggio del sistema eliocentrico rispetto a quello geocentrico non consiste perciò in una maggior corrispondenza alla verità oggettiva, ma soltanto nel fatto che ci offre una maggiore facilità di calcolo. 

Quindi passa a Feyerabend 

La Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione

e finisce con C. F. Von Weizsacker  che vede una «via direttissima» che conduce da Galileo alla bomba atomica.

Per le conclusioni si affida ad un aneddoto

Con mia grande sorpresa, in una recente intervista sul caso Galileo non mi è stata posta una domanda del tipo: «Perché la Chiesa ha preteso di ostacolare lo sviluppo delle scienze naturali?», ma esattamente quella opposta, cioè: «Perché la Chiesa non ha preso una posizione più chiara contro i disastri che dovevano necessariamente accadere, una volta che Galileo aprì il vaso di Pandora?».

Non sembri irriverente ma è necessario sottolineare le sciocchezze che sono dette in questo scritto.

Sua eminenza Ratzinger crede che, citando autori non cattolici, le sue considerazioni acquistino maggior valore. In linea di principio non è così, poiché ho ampiamente dimostrato che, tra questi autori ve ne sono molti che attaccano Galileo. Occorre poi o fare un serio lavoro di indagine o non azzardare conclusioni come fossero dogmi: incisioni di lapidi da gettare in faccia agli altri. Naturalmente le citazioni sono nel puro stile disinformazia, tipico dell’Inquisizione dalla quale Ratzinger ha attinto abbondantemente a seguito dell’essere stato per molti anni Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (che in breve è l’Inquisizione del passato con voglie nel presente). Poiché lo scritto è solo denigratorio di Galileo e non ha alcun carattere non dico di scientificità ma di serietà, mi permetto di rispondere in breve, senza cioè intervenire con citazioni colte poiché non sarebbero capite.

Sciocchezza 1 – Il Papa dice che il mito di Galileo sarebbe nato con l’Illuminismo e che prima non sarebbe quasi esistito. Sono spiacente ma fu Milton (1608 – 1674) che rese sommi onori a chi era stato vittima dell’oscurantismo. Inoltre il mito di Galileo era di tutto il mondo avanzato dell’epoca(81). A Galileo arrivavano offerte di lavoro da tutte le parti, tutti volevano che, ad esempio, un nuovo astro scoperto portasse il nome di un dato Principe, … Più in particolare non vi era scienziato che non citasse Galileo, compreso Descartes. L’accademico pontificio Brandmüller ha ben ragione di parlare di Galileo come stella della modernità in un Medioevo che la Chiesa ha trascinato avanti fino, appunto, all’età dell’Illuminismo. 

Sciocchezza 2 – Il bene ed il male, durante l’epoca del processo a Galileo, non sarebbero stati divisi nettamente. In verità la divisione non la facciamo ora e neppure fu fatta allora dagli studiosi, da coloro che tentavano la via della ragione e del libero pensiero. Fu la Chiesa che divise il mondo tra suoi sostenitori e suoi nemici, ai quali ultimi era data solo persecuzione, torture, braceri e morte. Non si scambino cause con effetti, oggi è più difficile fare i furbi di quanto non lo fosse  400 anni fa, anche se l’imbroglio, con un pubblico ignorante ed apatico, è sempre possibile (cfr.  il referendum sulla procreazione assistita).

Sciocchezza 3 – Il pensiero di Bloch, filosofo ebreo tedesco marxista messianico (la speranza) e non romantico (che caspita vuol dire marxista romantico ?), relativo ai due massimi sistemi che si fonderebbero su presupposti indimostrabili non è completo, ma la cosa si può capire da parte di chi, Ratzinger, non conosce la fisica e la sua storia (e neppure la filosofia di Bloch se non ricorda che proprio Bloch definiva addirittura Bruno il cantore dell’infinito). Lo spazio assoluto che sarebbe servito ai due sistemi è introdotto da Bloch con un discorso che tiene già conto dei Principia Mathematica di Newton. E’ un guardare indietro tentando di dire a Galileo che gli sarebbe servito quel riferimento assoluto, riferimento che lo stesso Newton (non la relatività di Einstein) discusse a fondo con l’argomento della secchia (poi ripreso da Mach). Quello spazio assoluto cui accenna Bloch è completamente fuori da ogni discussione in Galileo. Piuttosto è Galileo che costruisce la relatività del moto in uno spazio non assoluto ma semplicemente inerte (e non quello pieno di angioletti di San Tommaso). Questa relatività, insieme al principio d’inerzia, gli serve per dimostrare che, se guardiamo dalla Terra, è il Sole che ci sembra girare intorno ma, se guardassimo dal Sole, troveremmo la cosa simmetrica. La relatività di Einstein semplicemente non c’entra.

Inoltre, la successiva citazione virgolettata di Bloch è correttissima ma non è stata capita da Ratzinger. Vi si dice che una descrizione cinematica dei moti Terra Sole è equivalente. Ma Ratzinger non sa (?) che il problema non era solo cinematico ma soprattutto fisico in senso lato ? Non sa che quella Terra al centro dell’universo (Aristotele + San Tommaso) era circondata da tante sfere cristalline che sostenevano i pianeti ? Che vi erano due mondi, quello sublunare e quello sopra il cielo della Luna ? Che il primo cambiava ed era soggetto a generazione e corruzione mentre l’altro era perfetto, etereo, eterno ed immutabile ? Che il Dio di San Tommaso, quale motore immobile, aveva la sua corretta sede al di là del cielo delle stelle fisse quasi abbracciando quel piccolo mondo, ma che lo stesso Dio in un mondo copernicano si sarebbe prese continue sberle in faccia dai vari pianeti che circolavano in modo anarchico infilandosi tra le sfere cristalline mandandole in frantumi ? Sembra poco al futuro Papa che Galileo dimostri che i cieli sono corruttibili ? che il Sole, il fuoco, il più vicino a Dio ha delle macchie ? che non solo la Terra è centro di moti circolari ? che anche Venere ha le fasi ? che la Via Lattea è formata da una miriade di stelle ? Che la Luna è strutturalmente come la Terra con montagne altissime ? che con i sillogismi aristotelici non si spiega nulla ? che i luoghi naturali non esistono come già aveva dimostrato Bruno (un chiodo cade su, verso la calamita, e non giù verso la Terra) ? che un masso ed un granellino di sabbia, lanciati dalla stessa quota raggiungono la Terra nel medesimo tempo ?  che un sasso che cade poggiato sopra un altro sasso, non pesa su di esso ? E’ una operazione di disinformazia far finta si tratti solo di cambiare di posto a Terra e Sole con il tutto che resta immutato !

Sciocchezza 4 – La cosa sostenuta successivamente, la maggiore facilità di calcolo del sistema copernicano rispetto all’aristotelico-tolemaico, è semplicemente falsa. E’ vero che Copernico affrontò il problema soprattutto a questo fine ma è altrettanto vero che la cosa non gli riuscì. Anche Bloch prende una papera. Spero che l’errore non lo condanni al rogo come si vorrebbe ancor oggi fare da parte della Chiesa per gli errori di Galileo (le maree) ma non per quelli di Padre Pio (una vita intera da imbroglione).

Sciocchezza 5 – Feyereband dice che, data la Chiesa dell’epoca, i suoi riferimenti culturali, la sua storia, le contingenze della Controriforma, non poteva far altro che condannare Galileo. Una posizione blanda della Chiesa in questo processo avrebbe potuto aprire controversie ben più gravi in campo teologico con ulteriori scismi. E’ quindi inutile stare a cincischiare sul riaprire il processo, la condanna sarebbe ripetuta (Feyereband ha tanta ragione che quanto diceva si è avverato, come racconto nella Parte Otto). Sua eminenza deve leggere le cose non in quanto apodittiche ma in quanto premesse a determinate conclusioni.

Sciocchezza 6 – L’autore che viene citato da Ratzinger, C. F. Von Weizsacker, dice che la svolta di Galileo è quella che ha prodotto l’atomica. Purtroppo sto bacchettando un futuro Papa e non posso trascendere. Ma la cosa, l’aver preso questa frase fuori di contesto, è una sciocchezza solenne. Stupisce il determinismo della Chiesa. Dal suo punto di vista avrei dato maggiore spazio al libero arbitrio che pure dovrebbe essere un suo caposaldo, molto vacillante per la verità, tanto da mettere in pericolo l’intero edificio. 

Ma vi è di più. La parte di Galileo che eventualmente avrebbe portato all’atomica era quella tecnica, cioè il compasso geometrico-militare, le fortificazioni, … straordinario, proprio le cose che la Chiesa non ha MAI messo in discussione. Inoltre il comunista Brecht ha indugiato su pensieri analoghi a quelli dell’autore citato da Ratzinger. Il resto è scienza pura, che nulla ha a che fare con l’applicativo.

Ed ancora. Ricordo ciò che il futuro pontefice fa finta di non sapere.  Il fisico credente e pacifista C. F. Von Weizsacker sosteneva anche: “Il cristianesimo ha fatto una distinzione tra la guerra giusta e la guerra ingiusta e tra un modo giusto e uno ingiusto di condurla. Ha fatto una distinzione tra l’etica individuale, che tendeva a riferirsi al Sermone sul monte, e l’etica di responsabilità politica, che comandava di proteggere i propri simili facendo uso delle armi. Tutto ciò ispira rispetto quando implica serietà di impegno. Ma mi chiedo se, dopo aver letto il Nuovo testamento, posso ancora lanciare una bomba H, e so che la risposta è “No!”. E se non ho il diritto di lanciarla non posso neppure fabbricarla perché un altro possa adoperarla, mi è lecito fabbricarla a scopo intimidatorio? … Non credo che la chiesa possa approvare l’uso della bomba H. Se non è capace di dire di no, dovrà ammettere la sua perplessità sia apertamente sia riducendosi al silenzio. Tuttavia credo che i membri della chiesa possano essere utili a se stessi e al mondo intero se, in base a presupposti inequivocabili, dicono chiaramente “No!””. A queste cose la Chiesa non risponde, non dice nulla, non risulta la scomunica o la condanna nei fatti per chi produce e minaccia il mondo con le bombe H. Giovanni Paolo II ha ricevuto amorevolmente il guerrafondaio  e credente Bush che di atomiche ne ha a iosa.

Sciocchezza 7 – Dice Ratzinger: “Con mia grande sorpresa, in una recente intervista sul caso Galileo non mi è stata posta una domanda del tipo: «Perché la Chiesa ha preteso di ostacolare lo sviluppo delle scienze naturali?», ma esattamente quella opposta, cioè: «Perché la Chiesa non ha preso una posizione più chiara contro i disastri che dovevano necessariamente accadere, una volta che Galileo aprì il vaso di Pandora?»”. Rispondo alla sorpresa. Se Ratzinger continua a frequentare le parrocchie, gli oratori, Scienza e Vita, … che domande si aspetta ? Riguardo  alla seconda domanda essa è evidentemente  retorica, è fatta da chi non ha mai digerito una scienza che mette sempre più all’angolo la fede. Si dice che la scoperta scientifica è il vaso di Pandora. Chi ha fatto questa domanda a Ratzinger è semplicemente un poveretto che ha bisogno di cure da un neuropsichiatra, pardòn, da uno sciamano o da Wanna Marchi.

Ma qui io devo chiedere al futuro Papa che dovrebbe essere conseguente con le sue posizioni qui espresse. Prenda atto che la scienza offertaci da Galileo è la causa di tutti i mali. NON SI CURI PIU’ con i prodotti di tale scienza! Non usi il termometro, non usi il misuratore di pressione, non usi medicinali ma sanguisughe e lassativi, non usi la macchina di Roentgen, non usi le trasfusioni, non usi la macchina per la dialisi, non usi la TAC, non usi ecografie, non salga in autoambulanza per andare al Gemelli, non telefoni, non usi ascensori alimentati da corrente elettrica e tantomeno aria condizionata. L’elicottero che ci fa volare è poi una vera bestemmia. Lasci queste mondanità e si ritiri a Fumone, le stanze Caetani un tempo occupate contro la sua volontà da Celestino V sono ancora libere, fresche ed un poco di pane ed acqua fa bene alla salute oltre ché allo spirito.

Sciocchezza 8 – Possibile che il discutere su Galileo debba sempre richiamare ogni sofisma per dire che però egli sbagliava. Alla fine deve sempre uscire fuori che la Chiesa ha sbagliato un poco ma lo ha fatto con uno che aveva capito poco. Inoltre vi è il metodo curiale dell’insinuare (mentre ci si stropicciano le mani), con la tecnica del “parlatene male, continuate a farlo, qualcosa resterà“. Insomma la condanna di Galileo è di una persona qualunque, non del padre della scienza moderna. Ancora una volta si dimostra che Giovanni Paolo II ha fatto una operazione di comunicazione falsa quando ha parlato di riabilitazione di Galileo. Il grande scienziato pisano è ancora là ed atterrisce ogni piccola e meschina Chiesa. Fermo restando il chi riabilita chi, occorre dire che non serve più alcun giudizio della Chiesa su Galileo. Su di lui si sono espresse milioni di persone in circa 400 anni. E mentre si esprimevano su di lui lo facevano sulla Chiesa. Il verdetto è: Galileo innocente e perseguitato, la Chiesa colpevole ed oscurantista. 

Di più: è davvero singolare che un Galileo che ci invita a guardare la realtà è uno che non dimostra nulla, mentre sarebbe così chiaramente dimostrato il mistero della fede …. Allo stesso modo delle cose dette dal futuro Papa in altra sede (ed anche da Giovanni Paolo II): mentre le teorie di Darwin non risulterebbero completamente dimostrate lo sarebbe la creazione ad opera di Dio. Totò avrebbe risposto semplicemente con un: ma ci faccia il piacere !

COSA DICE BRANDMÜLLER ?

Riguardo a W. Brandmüller  egli si riferisce ai giudizi degli altri e costruisce il solito pastone di banalità e cose ripetute. Dice l’esegeta(82)

Rivolgiamoci innanzitutto a Blaise Pascal, famoso scienziato, che scrive a proposito di Galileo: «tutti i fenomeni del movimento e dell’arretramento dei pianeti scaturiscono perfettamente da quelle ipotesi che si possono riscontrare in Tolomeo, Copernico e Tycho Brahe, e in molti altri. Di tutte queste ipotesi, una sola può essere vera. Ma chi potrebbe pronunciare un giudizio così grave, e chi potrebbe preferire un ipotesi a scapito di altre senza incorrere nel pericolo di errore?».

In modo del tutto simile si esprime Cartesio. […]

e non meraviglia affatto che i giudizi di Pascal e quello di Cartesio sullo strato delle cose fossero quasi identici a quelli dell’Inquisizione c’è infatti una grande differenza tra il dire che il sistema copernicano corrisponde a tutte le osservazioni astronomiche e le spiega, e il ritenerlo come l’unico vero (ma chi lo ha detto ? ndr) ed anche nel caso che Copernico ( si noti, parla di Copernico e non di Galileo, ndr) riuscisse a spiegare in modo convincente tutte le sue osservazioni astronomiche, con ciò non sarebbe ancora provato che il suo sistema corrisponda alla realtà cosmica, dal momento che potrebbero darsi anche altri sistemi in grado di fornire le stesse prestazioni … solo Newton, formulando la legge di gravità, ha aperto la strada per provare il movimento terrestre. E inoltre l’astronomia, con ognuna delle sue spettacolari scoperte, si è sempre più allontanata dall’idea che il sole sia il centro dell’universo.

Ma l’errore fu anche del Sant’Uffizio, ammette il nostro, infatti:

Galileo aveva saputo molto giustamente distinguere tra l’inerranza (sic!) della Sacra Scrittura e la capacità di errare dei suoi interpreti.

Brandmüller va oltre e sostiene una cosa che sarà d’interesse più oltre, il vero significato da dare al termine filosofo (qui fa comodo così):

La designazione della dottrina copernicana come filosoficamente assurda non va intesa come se la si dichiarasse falsa, in base al significato dell’uso attuale del termine “filosofia”. Qui “filosofia” è chiaramente da intendere nel senso di “scienza naturale”: Galileo era infatti anche “filosofo e matematico” del Granduca di Toscana. E assurda dal punto di vista scientifico – non matematico!

Più oltre il nostro sostiene una cosa penosa, tipico argomento pretesco:

non si può parlare di una paralisi della ricerca scientifica nei paesi cattolici in conseguenza del processo di Galileo. La miglior prova è costituita dal fatto che Galileo stesso – e ciò avvenne sotto la sorveglianza dell’Inquisizione, comunque la si intenda, – poté scoprire nel 1637 le oscillazioni della luna grazie ad ulteriori osservazioni astronomiche. Negli ambienti interessati, d’altronde, si sapeva valutare correttamente la portata dei decreti romani: ci si serviva del sistema di Copernico come di una – così sarebbe dovuto risultare – fruttuosa ipotesi di lavoro,

cioè, Galileo in prigione fa delle osservazioni astronomiche e ciò vuol dire che la ricerca nei Paesi Cattolici avanza ? Ed il fatto che di nascosto (quel libro e quel riferimento erano vietati!) si utilizzasse Copernico è un avanzamento della ricerca ? Per certamente si e la spudoratezza prosegue nel dire che 

nel secolo successivo alla morte di Galileo non si registrò nessun conflitto fra le scienze naturali e la Chiesa (nei Paesi cattolici non ci poteva essere conflitto, la ricerca non c’era più, ndr). La spaccatura si allargò nell’epoca seguente, nella misura in cui il razionalismo e finalmente il materialismo raggiunsero un’egemonia pressoché illimitata nell’ambito delle scienze naturali. In questo contesto Galileo diventò la figura di Gallione di una scienza consapevolmente atea (e queste ultime non sono altro che sciocchezze buone per i gonzi, ndr)(83).

ANCORA SU POUPARD (CON UNA NOTA SU STANLEY JAKI)

Ho già detto delle cose su Poupard, quando ho discusso del libro Galileo: 350 anni di storia. Poiché vi è un discorso pronunciato successivamente da Poupard(84), è utile riprendere delle cose approfittando anche per dire qualcosa in un frate, tal Jaki, spacciato nell’ambiente come storico della scienza.

In modo accattivante, Poupard dice:

Galileo e io siamo, se così posso esprimermi, dei vecchi amici. Come storico e come uomo di Chiesa, sin dai tempi in cui ero studente all’Università Cattolica di Angers e alla Sorbona, ci siamo incontrati in diversi momenti della mia vita. Ho avuto così occasione di avvicinarmi a lui, di studiare la sua vita, di ammirare la sua grandezza e di conoscere i suoi difetti.  

Ma poi, eccome no?, passa alla cantilena a tutti nota, con la citazione esplicita di Brecht (ma questi personaggi, oltre al titolo ed all’autore, leggono i libri ?):

Dai tempi dell’Illuminismo ai nostri giorni, il caso Galileo è stato usato come simbolo del carattere reazionario della Chiesa. Basti pensare a questo proposito al Galileo di Bertolt Brecht. Ancora oggi, quando la Chiesa si oppone, in nome della dignità dell’embrione, alla clonazione anche a fini terapeutici, alcuni cercano di presentare tale presa di posizione come “un nuovo caso Galileo”, come se la Chiesa cattolica non potesse fare a meno di opporsi al progresso, e la fede alla scienza. Tuttavia, uno studio storico serio dimostra che la scienza moderna, di cui Galileo è il padre, nasce dall’abbinamento dell’osservazione empirica con la formulazione matematica, ed ha avuto origine nell’occidente cristiano, in quanto solo in questo contesto si davano le premesse necessarie. A sostegno di questa tesi si pose il contributo di Pierre Duhem, il quale nella sua opera monumentale dimostrò in modo esauriente, contro i pregiudizi dai quali era circondato, l’origine cristiana della scienza.  

E’ inutile ripetermi, ho già detto troppo sugli argomenti riportati dalla pubblicistica cattolica per l’ennesima volta in relazione a Galileo.Ma seguiamo Poupard:

senza nulla togliere alle sofferenze inflitte alla persona di Galileo, il cosiddetto “caso Galileo” in quanto tale è una creazione dell’Illuminismo, mentre al tempo in cui avvenne, il processo e la condanna di Galileo furono percepiti come episodi marginali

Qui, citando come referenza Brandmüller (continuano le partite di giro), si dice quella cosa che non è neppure necessario dire che è falsa perché è solo sciocca. Ma qui siamo davanti ad un crescendo perché Poupard segue:

La leggenda secondo la quale Galileo proferì la famosa frase: “Eppur si muove!”, mentre usciva dalla Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, fa parte di questo mito, ma non risponde a verità. Pierre Costabel, Segretario Perpetuo dell’Accademia Internazionale di Storia delle Scienze, in un articolo incluso nel volume di studi che preparò la sezione culturale della Commissione 6 , presentò il risultato di una singolare inchiesta condotta (Costabel parla di sondaggio limitato fatto da uno dei nostri giovani colleghi presso i suoi studenti, ndr)(85)  tra studenti universitari francesi, che rivelava la persistenza e la forza dei miti: la maggior parte di essi non sapevano (non sapeva, Poupard!, il soggetto è singolare, ndr) perché Galileo fosse stato condannato, né per quale movimento della Terra, molti erano comunque certi che fosse morto sul rogo o, comunque, in una lugubre prigione dell’Inquisizione. Se tale inchiesta venisse ripetuta oggi tra gli studenti universitari, temo che i risultati non sarebbero molto diversi.  

Cosa dire di fronte a questo riferire in modo distorto ? E sull’evidente contraddizione tra il mito presunto e la non conoscenza reale ? E sul fatto che questa disinformazione degli studenti proviene da insegnanti cattolici in collegi cattolici ? Più oltre Poupard riprende la questione dei rapporti scienza-fede e per far ciò fa riferimento allo scritto di Giovani Paolo II, Fides et Ratio(86):

Per il Santo Padre, il caso Galileo insegna che le nuove scoperte scientifiche, o l’introduzione di nuovi metodi scientifici, impongono una chiarificazione dell’insieme delle discipline dello scibile. Le costringe a meglio delimitare il loro campo, i loro metodi e la portata delle conclusioni. E, in secondo luogo, ci insegna che spesso, «al di là delle visioni parziali e contrastanti, esiste una visione più ampia che le include e le oltrepassa entrambe». Questi due insegnamenti ­ da un lato la consapevolezza dei limiti e dei metodi propri di ogni disciplina, dall’altro l’integrazione delle discipline in una visione unitaria più ampia ­ sono stati proposti con forza dal Santo Padre nell’enciclica Fides et Ratio.

E, naturalmente, in questo modo subdolo si torna all’incomunicabilità perché, per chi non avesse letto la Fides et Ratio, la scienza faccia ciò che vuole purché segua gli insegnamenti di San Tommaso(87).

La Chiesa si interroga, oggi più che mai, sui fondamenti della fede, su come rendere ragione della speranza che abita in lei, davanti al mondo contemporaneo. La scienza, sempre più consapevole dei propri limiti, continua a sfidare la Chiesa con un’esigenza di rigore razionale nella presentazione del suo messaggio.

E dopo i buoni propositi, che vedono sempre la scienza che ha i limiti contrariamente alla Chiesa, Poupard conclude con una frase che la dice lunga sui rapporti tra scienza e fede:

La Rivelazione non si pone sul piano di una cosmogonia. L’assistenza divina non è stata donata alla Chiesa nella prospettiva dei problemi di ordine scientificopositivo.  

Restano da dire alcune cose su Jaki, un benedettino (povero, grande San Benedetto!) che si è trasformato in domenicano, un vero cane da guardia della Chiesa di 400 anni fa.

Dopo averci deliziato sulla giustezza del rogo a Giordano Bruno, il nostro va all’attacco della scienza che, secondo lui, è una vera e propria ideologia. In ogni caso già abbiamo fatto dei passi avanti rispetto ad una o due generazioni fa, quando scienza e positivismo erano la stessa cosa. Caspita. ecco il miglior e più succinto riassunto del dibattito del 1929 della Scuola di Copenaghen! I problemi allora sollevati sono risolti allo stesso modo: non esistono come non sono esistiti! Oggi siamo andati avanti (qui si mostra tutta la potenza dell’osservatore) ed è possibile affermare che la scienza, insieme all’ideologia per eccellenza, il cristianesimo, non sono inconciliabiili. E la cosa si può dire perché:

l‘affermazione che la scienza non ha avuto inizio improvvisamente col piano inclinato di Galileo la si può trovare perfino in alcuni dei più recenti trattati sull’inizio del pensiero moderno. Ciò è conseguenza del fatto che alcuni eminenti scienziati hanno preso nota delle vaste prove storiche su alcuni predecessori medioevali di Galileo.

Come si vede i pensatori cristiani sono pochi (Duhem) ma eterni. E Jaki ambisce ad essere un  pensatore cristiano e quindi afferma che in civiltà rigogliose, pur riscontrandosi germogli di conoscenze scientifiche, la scienza sperimentale non è riuscita a svilupparsi in profondità, mentre ha trovato una strada spianata nell’occidente europeo. Jaki attribuisce questo fatto alla presenza duratura nell’Europa cristiana dell’insieme di convinzioni che costituiscono la spina dorsale dell’impresa scientifica: l’affermazione dell’esistenza di un mondo ordinato e della capacità dell’uomo di conoscere quest’ordine. La scienza è sorta quando tali fattori divennero una matrice culturale grazie alla fede cristiana in un mondo razionale, opera di un Dio infinitamente intelligente e alla fiducia nella capacità dell’uomo di conoscere quest’ordine perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Questo realismo metafisico e gnoseologico è stato per Jaki il fondamento necessario della scienza moderna. Caspita! viene spontaneo, a quale epoca della fantastoria si riferisce ? La Chiesa è sempre stata un freno possente ad ogni novità, fossanche nell’inginocchiarsi, tanto perché si fosse ben coscienti che ogni cambiamento doveva solo dipendere da lei. Jaki, pervaso da afflati degni di miglior causa, ci dice:

la strada della scienza e le vie a Dio costituiscono un unico percorso intellettuale: una scienza fattibile è nata solo all’interno di una matrice culturale permeata dalla ferma convinzione che la mente umana fosse capace di individuare nel regno delle cose e delle persone un segno del loro creatore. Tutti i grandi progressi creativi della scienza sono stati compiuti nel quadro di un’epistemologia strettamente imparentata con tale convinzione. Di più: ogni volta che questa epistemologia ha incontrato un’opposizione abbastanza forte e coerente l’attività scientifica è rimasta evidentemente priva di solide basi.

Ehhh, a chi lo dici, Jaki … Il nostro, catturata coì la nostra benevolenza può azzardare  l’incompetenza della fisica a trattare di qualità se queste rappresentano valori – estetici, morali o spirituali. Mentre è evidente che le misure, e quindi la fisica, non hanno nulla da dire su temi filosofici come ad esempio l’essere. E’ questa continua scoperta che ci affascina di Jaki e noi imperterriti lo leggiamo fino a quando ci dice che  le speranze di riuscire ad elaborare una teoria fisica “finale” saranno sempre frustrate dal teorema di Gödel, che assicura che nessun insieme di proposizioni matematiche e logiche può contenere al suo interno la prova della sua propria consistenza. Ed in passato come sono andate le cose ? Dice Jaki che contro tutti gli stereotipi sull'”oscurantismo” diffusi dall’Illuminismo, dall’idealismo tedesco e dal marxismo, il Medioevo è un’età felice, non solo nel campo della filosofia e delle arti, ma anche in quello meno scontato della scienza e della tecnica (anche i medievali sapevano che l’universo non sarebbe durato fino all’eternità). Nel sapere scientifico le intuizioni furono molte. Come quella del moto newtoniano.

Non contento delle castronerie che dice, Jaki ne aggiunge e sostiene che l’Europa moderna fino al 1800 funziona con le invenzioni tecnologiche fatte nel Medioevo”, tanto per sostenere l’idea di Duhem (ancora!) che tutta la scienza iniziò da pensatori cristiani nel Trecento. Jaki esemplifica sul Trecento ma lo fa in modo superficiale e poco competente. Forse sa di cosa parla ma tira il carro dalle parti sue, gli oscuri sotterranei del Vaticano.

E la cosa sembra confermata da altre sue affermazioni

La fede cristiana non può essere provata dalla scienza. La sola cosa che può essere fatta è mostrare che essa non è contraria alla scienza stessa, non vuole sopprimerla. L’Illuminismo, al contrario, era fondato sulla considerazione che la scienza non potesse emergere senza eliminare la fede cristiana dalla mentalità della gente e della società. Questa è l’affermazione base dell’Illuminismo, e dalle altre correnti da esso generate, come il marxismo.

Insomma, scienza o non scienza, il problema di fondo, confessato (come ora) o meno, è sempre lo stesso: la Chiesa schierata con il mondo del privilegio, quello addirittura precedente alla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. E Jaki conclude in un modo ignobile:

 la cosa principale è che la moderna cultura accademica – le università laiche – resiste con tutte le forze, chiude gli occhi davanti alle prove dell’esistenza di una scienza e tecnologia nel medioevo. Harvard, Milano, La Sapienza di Roma, Yale, Heidelberg, dovunque ci si basa sull’adorazione della scienza. Essa porta la salvezza. Mentre la verità è che Cristo ha portato la scienza agli uomini. “Cercate prima il Regno di Dio e il resto vi sarà dato”. Il resto include la scienza”.

Quante idiozie in nome di Dio!

COSA DICE IL CARDINALE MARTINI ?

Eh, si, c’è anche il cardinale Martini che non si sottrae agli identici luoghi comuni (Carlo Maria Martini, L’ira di Dio e altri scritti, Milano, 1995, pagg. 239-248). Vi è un clichè di questo tipo: Galileo è una brava persona ma … e quindi tutta una serie di obiezioni che fanno rivedere il giudizio precedente. Questa era un pratica in uso nel PCUS ed anche nel PCI. Quando si interveniva, ad esempio, in un congresso dopo un tuo avversario politico, la frase di rito era: Sono d’accordo con il compagno che mi ha preceduto ma …. E giù tutto il possibile dizionario delle contestazioni.

Martini inizia con il dire che non bisogna impegnare la Bibbia in questioni di scienza e che devono essere gli studiosi a fare ricerca. I teologi quindi avrebbero dovuto essere cauti e, se lo avessero fatto, si sarebbero evitati tutti i mali che seguirono dalla condanna di Galileo. Certamente resta il problema di come mettere d’accordo la scienza con quei brani della Bibbia che sembrano asserire il contrario. Un primo passo in avanti, secondo Martini, già sarebbe l’affermare che chi scrisse la Bibbia si adattò alla «corrente opinione», all’«uso ricevuto», alla «capacità del vulgo». Occorre però dichiarare quale valore dare alle espressioni precedenti.

A questo punto, dopo che era sembrato un cauto ammettere la giustezza delle lettere di Galileo a Benedetto Castelli ed a Cristina di Lorena, Martini dice:

Su questo punto Galileo sembra fare un passo indietro, ritenendo che, una volta dimostrata la verità di un dato scientifico, sia possibile agli interpreti trovare sensi che dimostrano la sua presenza anche nelle parole del testo sacro. In realtà nel caso del sistema copernicano, che egli ritiene per parte sua dimostrato, non sa suggerire altra via per spiegare il capitolo 10 di Giosuè che quella di un’aderenza così rigida alla lettera del testo da far ritornare tutto il problema alle posizioni di partenza.

Allora, Martini ci dice qui un paio di cose importanti: Galileo che ha trovato un qualcosa che è in contrasto con una affermazione biblica, non deve credere che i teologi siano in grado di sistemare la nuova verità nel contesto biblico medesimo. Cioè, Galileo non è capace di suggerire ai teologi come fare. E qui sembra di vedere il candore dell’espressione del cardinale mentre sostiene queste cose che fanno allibire. Ma come, Galileo deve suggerire ai teologi come fare ? Caspita, siamo ridotti male! In realtà Galileo lo ha fatto, la relatività spiega tutto e non è colpa di Galileo se Dio, nella sua infinita saggezza, non ha spiegato la cosa ai profeti o quantomeno ai teologi. Ma nell’argomentare il cardinale usa termini che hanno valore in metafisica e non in fisica. Parla di verità, qualcosa che non esiste nelle scienze. Nel seguito del discorso viene ancora fuori la vicenda di Galileo che crede di aver dimostrato.

Ma Martini insiste nel chiedere e chiedersi perché Galileo non ha spiegato ai teologi come fare, ammesso (dico io) che glielo abbiano mai chiesto.

Perché Galileo non è riuscito, pur avendo posto in maniera eccellente il principio dello scopo salutare e non scientifico dell’insegnamento biblico, e quello delle «accomodazioni» del linguaggio, a unificare i due principi cosi da suggerire una spiegazione positiva adeguata per i passi che sembravano insegnare l’immobilità della terra e il moto del sole?

Il fatto è che l’errore discende da Galileo e dai suoi contraddittori: il primo introduce una modernità apparente, più a parole e nelle esigenze che sostanziale. Vi è infatti la confusione tra lo scrittore sacro e l’ispirazione divina e vi è la falsa persuasione che in ogni parola dei testi sacri debba ricercarsi un insegnamento dottrinale. E queste cose, che Martini ritiene di ritrovare nella Lettera a Cristina di Lorena, sono condivisibili, per ciò che posso intendere ma, che c’entra Galileo ? E qui seguono cose davvero straordinarie che riporto solo per far intendere fino a che punto si può arrivare. Dice Martini:

Per Galileo, non solo Dio, autore principale, ma anche lo scrittore umano sembra dotato ili una specie di onniscienza riaperto a tutto ciò di cui tratta. Così Galileo può affermare senza esitazione che gli autori delle Sacre Lettere non hanno preteso di insegnarci la costituzione dei cieli «ben che tutte queste cose fussero a loro notissime». Ne segue che il loro modo di parlare delle realtà naturali non può non apparire se non come quello di chi occulta ciò che in realtà conosce. In tale ipotesi riusciva difficile far comprendere perché lo scrittore sacro avrebbe dovuto nascondere a bella posta cose a lui perfettamente note, e occultarle in modo da far credere che egli ritenesse esattamente il contrario.

Qui sembra di trovarsi nella posizione di chi si aspetta chissà quali esternazioni ed invece si trova con cose che fanno cadere le braccia. Galileo avrebbe dovuto dire nella Lettera che i profeti erano ignoranti di questioni cosmologiche quasi quanto il popolo per cui scrivevano ? Andava sul rogo nel 1615 ! Il resto è una boutade di Martini: i profeti farebbero la figura di essere quelli che tengono nascoste delle verità. Continuando con le interpretazioni letterali, questa volta di ciò che scrive Galileo, non si fa neppure un passo in avanti.

Per Martini qui vi erano dei problemi teologici insormontabili (ma come era possibile allora chiedere ciò a Galileo ?) che si potevano risolvere così come aveva suggerito Galileo (che aveva dovuto usare la clausola di salvaguardia che vedeva i profeti a conoscenza della cosmologia). E Martini ridice ciò che Galileo aveva detto facendo apparire la cosa come discendente dalle sue meditazioni:

Soltanto traendo le conseguenze dal principio della finalità salvifica della rivelazione, o ammettendo perciò che l’autore sacro poteva ignorare molte cose che non riguardavano il suo messaggio ed esprimersi in esse secondo l’opinione comune, anche se scientificamente erronea, senza però farne parTe del suo insegnamento, era possibile avviarsi a una soluzione più soddisfacente delle difficoltà. 

Restavano comunque dei problemi, secondo Martini, relativi allo stabilire quali passi biblici hanno valore dottrinale e quali no. Ed è questo il motivo per cui all’epoca il principio di accomodazione della Bibbia, che oggi accettiamo, non poteva essere compreso come lo facciamo oggi. E’ d’interesse notare come, ogni volta che alle gerarchie è possibile e serve per loro fini, il relativismo è benvenuto (e qui parliamo di un relativismo pesante!). E Martini conclude questa breve disamina del caso Galileo affermando:

Per Galileo invece, e per i suoi contemporanei, la Bibbia è vista quasi esclusivamente come un arsenale di rivelazioni e di insegnamenti. Non si concepisce che l’autore non insegni qualcosa in ogni sua frase. E siccome nel senso letterale il supposto insegnamento delle frasi in questione è falso, si postula un altro «senso» in cui tali espressioni sarebbero vere.

Anche qui, relativizzando, le cose dette da Martini si possono condividere ma con due postille: 1) che c’entra Galileo se è proprio lui che inizia a dire che la Bibbia non va letta alla lettera ? 2) ma non è la Chiesa di Roma che deve insegnare ai fedeli a leggere la Bibbia ? e se non è riuscita a nulla in 1500 anni qualche responsabilità vi sarà, o no ?

 Quale dunque ci appare, aita luce di queste considerazioni, il contributo teologico di Galileo al problema dei l’interpretazione della Scrittura? Per rendergli giustizia, esso va visto naturalmente tenendo presente lo scopo dei suoi interventi. Ora esso fu soprattutto pratico: salvare Copernico dalla condanna, impedire che si limitasse la libertà della ricerca con decisioni affrettate, ottenere tranquillità e fiducia per gli scienziati nella loro indagine rigorosa del vero, nella persuasione che essa non può portare se non u una maggiore conoscenza dello stesso Iddio che si è rivelato nella Bibbia. Sotto questo aspetto il contributo di Galileo è di importanza somma, e le sue parole conservano il valore di una lucida e purtroppo tragica testimonianza. Ma egli ha cercato anche di fondare teologicamente queste sue richieste, suggerendo alcune considerazioni sull’ermeneutica biblica. Un esame dì esse ci ha fatto concludere che, benché la loro formulazione sia talora molto felice e .si avvicini assai ad alcuni principi dell’odierna metodologia, tuttavia l’influsso della mentalità nel tempo e la mancanza di una reale penetrazione delle condizioni proprie del linguaggio biblico gli impedirono di portare a maturazione quanto sembrava promettere. Occorreranno quasi tre secoli di faticoso approfondimento teologico e critico-letterario, e le nuove visuali offerte dalla riscoperta delle antiche letterature orientali, perché le intuizioni ermeneutiche di Galileo, liberate dai condizionamenti dell’epoca, potessero mostrare il saldo nucleo di verità che esse contengono.

A parte quell’insistere sulla verità non ho nulla da dire, anche perché le cose discusse riguardano la fede ed io non ho alcun titolo per entrare in queste discussioni.

ARRIVIAMO ORA ALLA BASSA PROPAGANDA

Occorre ammettere che Galileo scatena passioni ed immagino il senso di insoddisfazione di chi deve sempre e solo rifarsi a luoghi comuni e non possiede neppure gli strumenti concettuali per poter elaborare dell’altro. In questa categoria vi sono molti personaggi che ruotano nel sottobosco clericale. Ne cito alcuni, quelli che si sono cimentati su Galileo: Antonio Socci, Vittorio Messori, Luciano Benassi, Rino Cammilleri, Pasquale Orazzo, Franco Tornaghi, Luigi Negri, Mario Gargantini, Riccardo Chiaberge, Claude Allègre. Ma anche i Legionari di Cristo non si sono sottratti: Rafael Pascual e Sandro Turrini. E, naturalmente, Zichichi del quale però non dirò nulla perché la sua divulgazione a fini esegetici e denigratori del pensiero di Galileo, non merita attenzione.

Cercherò di riassumere gli elevati pensieri e l’alto insegnamento di tali personaggi, cogliendo ogni novità epistemologica.


NOTE

(72) Il testo completo del discorso si trova qui. A completamento del bel gesto di Giovanni Paolo II, occorre dire una cosa estremamente importante. L’Index librorum prohibitorum o l’Index librorum expurgandorum sembrava eliminato definitivamente con la Notificazione del 14 giugno 1966 che il Cardinale Ottaviani, allora Prefetto del Sant’Uffizio, aveva dovuto firmare, forse con qualche dispiacere, per ordine di Paolo VI. Tale eccellente provvedimento, è stato cancellato da Giovanni Paolo II nel 1979. 

(73) Il testo completo della relazione si trova qui. Il discorso del Papa del 31 ottobre 1992, si trova qui. A seguito della pubblicazione del libro che discuto di seguito, il biografo di Galileo, James Reston Jr (Galileo. A life, Harper Collins, 1994) chiese ed ottenne una intervista con il Cardinale Poupard, intervista che pubblica in conclusione del suo libro. Leggiamo cosa racconta Preston:

Visitai il Cardinale Poupard … in aprile del 1993. Il suo ufficio si trova a Trastevere … in un moderno edificio funzionale chiamato Palazzo San Callisto. Sua Eminenza mi aveva invitato a visitarla nei suoi appartamenti privati dell’ultimo piano. Avevo dovuto inviargli previamente le domande che gli avrei fatto, in teoria perché gliele traducessero. Io accettai in cambio del fatto che mi fosse permesso di filmare l’intervista.

Arrivato il momento mi condussero in un elegante appartamento che sembrava di Park Avenue, pieno di libri dal soffitto al pavimento, con tappeti orientali, quadri e statue che il cardinale aveva collezionato durante la sua vita nei suoi viaggi. Mi ricevette con espressione severa seduto alla sua scrivania, forse perché ero arrivato in ritardo di dieci minuti e gli avevo fatto domande delicate. Perché la Chiesa aveva tardato 13 anni ad affrontare il caso Galileo ? La dichiarazione del Papa del 31 ottobre scorso, era una apologia ufficiale ? Si vergognava la Chiesa della burla internazionale della quale era stata oggetto la dichiarazione del Pontefice ? Quando inviai le domande al cardinale via fax, l’usciere dell’Hotel mi guardò meravigliato, come se aspettasse di vedermi ardere quello stesso giorno, sul far della notte, in Campo de’ Fiori. …

Non tardai a rendermi conto che il personaggio che avevo davanti aveva tanto del politico quanto dell’uomo di Chiesa. … Iniziai soavemente: “Perché ha tardato tanto la Chiesa a risolvere questo problema ?” gli domandai. Mi rispose che una fatica “interdisciplinare” come quella richiedeva tempo …  “La dichiarazione papale del 31 ottobre 1992 era un’apologia ufficiale ?”. “Certo che no” disse il Cardinale facendo un gesto con la mano. Era semplicemente il “riconoscimento ufficiale” di un errore. Non capii bene la differenza ma contiunuai.

“Crede che la Chiesa dovrà aggiungere qualcosa in un qualche momento su questo affare ?”. Egli rispose retoricamente “Perché?”, l’affare è chiuso. Finito. “Perché allora le dichiarazioni ufficiali non contenevano nessuna critica specifica al comportamento di Urbano VIII ed agli abusi degli inquisitori ?”. Perché lo studio della sua commissione non si era concentrato sulle personalità (straordinarie come erano, tanto quella di Urbano VIII come quella di Galileo) ma negli avvenimenti, mi rispose. Bisognava incolpare i giudici di Galileo, non il Papa. Io credevo che Urbano VIII fosse uno dei suoi giudici.

Ascoltando il cardinale Poupard si traeva necessariamente la conclusione che la Chiesa non aveva avuto alcun problema di ansia nel riconsiderare il caso Galileo. Il conflitto tra fede e scienza era un mito, dichiarò, rigettandolo senza indugio. E senza il minimo dubbio e senza avvertire la contraddizione, ripeté il luogo comune della Chiesa su Galileo che io avevo sentito nei tre anni di preparazione del libro: Galileo era stato condannato per aver insistito nel trattare la sua teoria copernicana, senza poterla dimostrare, come verità invece di farlo come ipotesi.Questo atteggiamento comportava un fatto molto semplice: la teoria copernicana era certa e la Chiesa aveva impiegato metodi rigorosi e radicali per schiacciare questa verità e difendere la propria teoria falsa.

Il cardinale spiegava che il papa era un amante della scienza. Come uomo che ha grande capacità di fiducia nel prossimo, Giovanni Paolo II si era limitato a domandare nella tappa finale dei lavori della commissione: “A che punto stiamo ?” ed il cardinale aveva risposto: “Cedo che non possiamo arrivare più lontano. Il Papa rispose: “Bene, andiamo avanti”.

Ma, non si vergognava la Chiesa per la copertura giornalistica dei fatti ? Au contraire. La stampa aveva dato una informazione ampia, precisa, positiva e responsabile. Per dimostrarlo, il cardinale aprì orgoglioso riviste francesi e spagnole con articoli a doppia pagina ben illustrati sulla dichiarazione, molti dei quali includevano foto dello stesso cardinale. Mi dette una copia di un suo articolo sulla risoluzione, pubblicato dal quotidiano parigino Le Figaro che cominciava dicendo che il Papa aveva preso l’iniziativa di quella risoluzione avec une belle intrépidité

La notizia di prima pagina della rivista mensile francese Nostre Histoire aveva un titolo su Galileo come uno sforzo per pulire la Chiesa cattolica. Cosicché, prima di alzarmi per lasciare il suo elegante appartamento, domandai al cardinale Poupard: “Chi sarà il seguente ? Forse Giordano Bruno ?”.

Mi dedicò un sorriso indulgente. “Esistono molti personaggi affascinanti” mi disse, ma il caso di John Huss il riformatore boemo che si oppose ai falsi miracoli e alla bramosia di denaro della Chiesa nel Medio Edo e morì sul rogo nel 1415, sarebbe stato il loro prossimo intervento. Senza alcun dubbio, disse il cardinale pensoso, chi gli interessava davvero era Giovanna d’Arco. La condannò un arcivescovo e morì sul rogo. Successivamente la fecero santa e la nominarono patrona di Francia.

(74) Della cosa gli stessi gesuiti non sono convinti. La loro posizione si trova qui.

(75) Riporto di seguito l’articolo Galileo condannato e dileggiato una seconda volta!, ampliato considerevolmente.

Questo articolo fu pubblicato per la cortesia del direttore, Carlo Bernardini, su Sapere (Riabilitato, con riserva – Sapere, 60, 4, 1994). Capisco che la diffusione di tale rivista sia relativamente piccola ma mi sono sempre stupito che la denuncia che conteneva il mio articolo non fosse ripreso da nessuno. Più volte ho scritto a coloro che parlavano sui media di riabilitazione di Galileo e sempre non ho neppure avuto risposta. L’ultima volta nel mese di gennaio 2006 a Mario Pirani di Repubblica. Niente anche qui. Davvero  on so capire i perché di tutto questo.    

(76) Ho chiesto recentemente a persona molto colta e vicina al pensiero retrivo della Chiesa dove è possibile vedere i comunisti nel caso Galileo. La risposta è stata demoralizzante. Mi è stato detto che Brecht è l’esempio dell’uso di Galileo da parte sei comunisti perché era comunista ed ha scritto il Galileo. Eppure Brecht, con quest’opera teatrale, pone una serie di questioni di primaria importanza in un mondo che vedeva la creazione e l’utilizzo della bomba atomica sul Giappone: quali sono i doveri dello scienziato nei confronti della società? quali devono essere i fini della ricerca? come porsi dinanzi agli usi illeciti della scienza? Non è cosa da poco. Ma Brecht era comunista e Galileo è stato da lui usato. Siamo ridotti proprio male.

(76 bis) L’intervento di Padre Wallace, ampliato con dettagli sulla vita di Galileo è riportato qui. A proposito di ciò che dice il Wallace, è utile rileggere la nota 69 bis.

(77) Wallace si addentra in analisi statistiche fatte di correlazioni tra alcuni testi latini dei gesuiti e i juvenilia di Galileo e, ad un certo punto dice: “il terzo manoscritto non ha i segni di copiatura evidenti negli altri due, ma contiene una serie di abbozzi, che formano un trattato finale, che fa pensare si tratti di una documentazione di un’opera in corso durante gli anni di insegnamento di Galileo a Pisa … Per analisi statistica, si può comunque dimostrare che il componimento di Galileo presenta maggiori correlazioni con il testo di Valla, seguito a breve distanza da quello di Vitelleschi, e poi da quello di Rugiero (il testo di Galileo è il già citato manoscritto latino dei juvenilia – non datato ma da situarsi prima del 1590 – e le tre persone citate sono tre gesuiti del Collegio Romano, ndr)”, cioè illazioni, illazioni, comunque riferite ad un Galileo aristotelico. Riguardo ai rapporti con Clavio, che furono di amicizia, c’è da ricordare che Galileo, quando venne a Roma nel 1587 donò a Clavio un suo opuscolo di matematica, Theoremata circa centrum gravitatis solidorum, che impressionò molto favorevolmente Clavio tanto che iniziarono a scriversi. Da questa corrispondenza risultano informazioni di Galileo a Clavio e non in senso contrario. Ma forse Wallace è a conoscenza di altri documenti negli Archivi del Vaticano … li tiri fuori sapendo che oggi vi è il Carbonio 14.

(78) E’ d’interesse leggere la frase sibillina che segue: C’è ancora molto da fare per comprendere a fondo  ciò che Galileo intendeva per libro della Natura e per nozione di “caratteri” in cui questo libro è scritto, ed è probabile che egli distinguesse più di quanto si creda ciò che nella natura è offerto alla riflessione dell’uomo e ciò che costui, scrittore e lettore al tempo stesso, elabora per comprendere. Chiaro, no ?

(79) Béné, per mostrare che i comunisti sovietici si sono impadroniti di Galileo facendone un precursore della teoria marxista, cita un passo del Galileo di Kouznetsov che, al suo giudizio confermerebbe la sua tesi. Leggiamo questo brano:

« Nella sua concezione del mondo e nel suo stile il grandissimo pensatore riflette la sua epoca ed il suo ambiente. Ma riflette anche il passato ed il futuro, così come gli altri ambienti sociali o nazionali in cui le sue idee si formarono, risuonarono, o subirono un’evoluzione. La storia della natura prova … il legame indissolubile tra le idee e i generi di pensiero particolari nelle diverse nazioni, unite nel comune progresso scientifico e culturale ».

Allora, avete preso atto della malvagità dei comunisti ?

(79 bis) Frova e Marenzana sono stati tra coloro che hanno scritto a proposito di uno dei libri più sciocchi mai scritto su Galileo, quello di Zichichi (Galileo, divin uomo) nel quale Galileo viene piegato alle oscene voglie dell’autore per maggior gloria della Chiesa. La disputa (se così può definirsi la cosa), nacque da una recensione su Il nuovo saggiatore, rivista della Società Italiana di Fisica, di tale libro. Con toni estasiati, il comunista Venzo De Sabbata, esalta il libro di Zichichi. La cosa ha scatenato un dibattito con l’intervento di fisici cattolici di Bologna, dove Zichichi fa il barone universitario (cosa non si fa per una cattedruccia!). Naturalmente Frova e Marenzana sono intervenuti per esprimere il loro dissenso ad una recensione su un libro che con la fisica non c’entrava nulla. E da lì una serie di interventi che furono conclusi d’autorità da una redazione clericale ed ottusa de Il nuovo saggiatore. Il dibattito si può leggere qui (quasi a fine pagina).

Zichichi è poi il personaggio che ha avuto la TV di Stato a disposizione (e come no?) l’11 maggio 1983 per blaterare una storia di Galileo a modo suo, con il fine infame di difendere il cattolico Galilei dall’arroganza della cultura dominante. La cosa seguiva l’iniziativa che aveva visto 200 scienziati magari bravi ma certamente ipocriti e filistei (di spirito pecorile, come furono definiti da Italo Mereu) sfilare in Vaticano nel convegno Scienza galileiana oggi. Una zichiccata che il premio Nobel Salvador Luria ha bollato come vergognosa.

(80) Si può leggere per intero lo scritto di Ratzinger qui.

(81) Le cose stupende che Milton dice su Galileo si trovano qui (alla fine dell’articolo).

(82) Walter Brandmüller – Galileo e la Chiesa alla luce della storia del pensiero – 
 Linea-tempo – Anno IV – Vol. 3 – Dicembre 2000. L’articolo si può leggere 
qui.

(83) Le vicende delle riabilitazioni sono così raccontate da Brandmüller:

Erano appena trascorsi quarant’anni dal suo processo allorché Copernico non figurava più nell’Indice dell’anno 1670. Nell’anno 1693 l’allievo di Galileo, Viviani, poteva discutere, in una corrispondenza col gesuita P. Baldigiani, sulle possibilità per una licenza di stampa del dialogo di Galilei. [ciò è semplicemente falso, ndr]   

[…] Il caso Galileo entrò in un nuovo e determinante stadio, in vista della decisione definitiva, allorché il professore di astronomia all’Università romana “La Sapienza”, Giuseppe Settele, pubblicò nel 1819-20 il suo Manuale di ottica e astronomia. Settele era il figlio di un maestro fornaio, proveniente da Seeg in Algovia, e abitante in Trastevere.

Nella sua opera egli presuppose in tutta naturalezza l’immagine copernicana del mondo. La censura non vi trovò nulla di contestabile al riguardo. L’opera era già in corso di stampa allorché l’autorità alla quale spettava la competenza decisiva per la stampa dei libri da pubblicare a Roma, il Maestro del Sacro Palazzo, il domenicano Filippo Anfossi, ne proibì la stampa. Egli insisteva nel sottolineare il carattere ipotetico del sistema copernicano. In seguito a ciò si sviluppò una violenta discussione all’interno della Curia, in cui Anfossi stava contro l’intero Santo Ufficio e contro il Papa, il quale era parimenti dell’idea di concedere la licenza di stampa. Sull’esito definitivo della controversia non potevano sussistere dubbi. Con la concessione della licenza di stampa per Settele venivano parimenti “riabilitati” Copernico e Galileo.

Questa soluzione fu il frutto di una notevole prestazione intellettuale del domenicano Maurizio Benedetto Olivieri, che in quegli anni era Commissario del Santo Ufficio, e quindi costituiva la terza autorità in ordine di importanza.

Sottolineato il fatto che il sistema copernicano nella forma in cui veniva insegnato allora – e cioè al tempo di Olivieri e Settele – non sollevava nessuna obiezione di natura teologica, l’Olivieri evitò da un lato di sconfessare le decisioni del 1616 e del 1633, mettendo d’altro lato completamente fra parentesi la problematica astrofisica. La decisione ecclesiastica dell’anno 1820 si mosse unicamente su terreno della dottrina della fede, lasciando libero corso alla scienza della natura. [si tengano presenti queste cose quando parlerò della cattedra di Fisica Sacra alla Sapienza di Roma].

(84) Il discorso di Poupard si può trovare qui.

(85) Riporto il brano del sondaggio di Costabel a cui si riferisce Poupard:

Citeremo, per ciò che ci riguarda, un sondaggio limitato, che uno, dei nostri giovani colleghi, professore di matematica in una Università, ha voluto fare presso i suoi studenti. Costoro un giorno furono invitati a rispondere a un questionario imperniato sul caso Galileo, e si domandò loro di dare lì per lì le risposte, in breve tempo, e senza comunicare gli uni con gli altri. Tutte precauzioni utili per accertare la sincerità e alle quali gli studenti si sono prestati volentieri. Benché faccia riferimento a un campione non conforme alle norme abituali degli istituti di sondaggio, questa inchiesta molto limitata conferma che il 15% non sono in grado di dire a bruciapelo perché Galileo fu condannato; il 30% non sa per quale movimento della terra (la rotazione attorno al sole o la rotazione su se stessa) fu rimproverato Galileo e, più significativamente ancora, non collegano la questione ai dibattiti antecedenti (Copernico). Qualcuno crede che Galileo sia morto sul rogo, il 20% pensa che abbia finito i suoi giorni in una prigione dell’Inquisizione, e la grande maggioranza afferma che questa storia molto vecchia non riveste oggi più alcun interesse. 
Ecco qualche informazione che non può, al termine di : un discorso su « Galileo oggi », non suscitare inquietudine. Il divario fra la cultura d’alto livello e la cultura di massai si rivela così abissale. 

(86) La Fides et Ratio si trova qui.

(87) Per leggere la critica alla Fides et Ratio si può leggere Aut fides aut Ratio di Paolo Flores D’Arcais.


BIBLIOGRAFIA

(l’unico ordine è relativo all’ordine con il quale ho consultato le varie opere)

Una avvertenza è necessaria: è impossibile riportare tutto ciò che su Galileo è stato pubblicato. Riporterò solo alcuni testi, quelli da me consultati per questo lavoro tra i quali alcuni che vale la pena leggere.

            Innanzitutto Galileo va letto nelle sue opere che sono fruibili da ogni persona che sia semplicemente curiosa ed interessata. Le cose da sapere prima sono in gran parte riportate dai “Frammenti di storia ….“. Non vi è matematica da conoscere preliminarmente. Vi sono varie edizioni di opere originali di Galileo e tutte vanno bene. Personalmente consiglio i 20 volumi dell’Edizione Nazionale che riportano tutto ciò che Galileo ha fatto in ordine cronologico, includendo una mole impressionante di lettere. Questa Edizione Nazionale nasceva tra il 1890 ed il 1909. Io ho una delle varie ristampe, quella del 1968 fatta fa G. Barbera. Una tale edizione cartacea è oggi introvabile ma gli interessati la troveranno pubblicata per intero nel sito.

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24) – Ugo Dotti – Galilei – Sansoni, 1971.

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26) – Antonio Aliotta, Cleto Carbonara – Galilei – Bocca, 1949.

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Segue …

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