Fisicamente

di Roberto Renzetti

Il fisico che rifiuta di asservire la scienza ad un uso malvagio.

Leonardo Sciascia ha dato un’importanza via via crescente al suo aureo saggio sulla scomparsa di Ettore Majorana, tanto che in un’intervista, in cui a Leonardo Sciascia veniva richiesto di dire quale fosse tra i suoi libri quello che a lui più piacesse, Leonardo rispose: “Fino a qualche anno fa, avrei detto Morte di un inquisitore, ora invece rispondo La scomparsa di Ettore Majorana.

Sciascia-detective non poteva non essere affascinato da quel giallo di alto livello culturale, quale è la vicenda relativa alla scomparsa di Ettore Majorana. Ma perché tanto interesse, e duraturo nel tempo, da parte di Leonardo Sciascia per questo personaggio e per le vicende della sua scomparsa nel lontano 1938?
In un libro di Sciascia, Fatti diversi di Storia Letteraria e Civile (Sellerio, Palermo) possiamo rileggere quanto da lui scritto in origine su La Stampa per commentare la tarda pubblicazione, da parte di Emilio Segrè, della discussa lettera indirizzata a quest’ultimo dal Majorana nel 1933.
A proposito del proprio racconto; “misto di storia e d’invenzione”, Sciascia aveva dichiarato:
“L’avevo scritto, questo racconto, nella memoria che avevo della scomparsa e su documenti che, per tramite del professor Recami, ero riuscito ad avere, dopo aver casualmente sentito un fisico parlare con soddisfazione (il titolo del pezzo giornalistico, qui, è “Majorana e Segrè”), ed entusiasmo persino, delle bombe che avevano distrutto Hiroshima e Nagasaki. Per indignazione, dunque; e tra documenti e immaginazione, i documenti aiutando a rendere probante l’immaginazione, avevo fatto di Majorana il simbolo dell’uomo di scienza che rifiuta di immettersi in quella prospettiva di morte cui altri, con disinvoltura, si erano avviati”.
Da questo brano si evince la vera ragione, la fonte, dell’interesse costante di Sciascia per l’argomento ivi toccato: ovvero, per la vexata quaestio della responsabilità della scienza e degli scienziati. L’incontro di Sciascia con Segrè avvenne a pranzo, in Svizzera, presente Moravia, il quale non si peritò di dare qualche gomitata sotto il tavolo a Leonardo quando Segrè cominciò a vantare il suo ruolo nella costruzione della bomba A (e, come vedremo, a Segrè non mancava una sua piccola dose di ragioni).
L’agrigentino Sciascia scelse, come contraltare di Segrè, il grande conterraneo (catanese) Ettore Majorana – paragonato da Enrico Fermi a geni come Galileo e Newton – quale esempio dello scienziato che, di fronte al pericolo che le proprie scoperte possano essere usate a fin di male dal potere economico e politico,  rinuncia a renderle note, e si ritira nell’ombra. Forse Leonardo esagerò in questa simbolica contrapposizione; d’altra parte, come lui stesso scrisse, e come abbiamo già menzionato, il suo racconto è “un misto di storia e di invenzione”: così che, confondendo volontariamente l’essere col dover essere, Sciascia arriva ad attribuire ad Ettore anche qualità, interessi e decisioni che probabilmente non rappresentavano la realtà, ma fanno assurgere la vicenda di Majorana a emblema del comportamento dello scienziato “buono” di fronte ai problemi posti dal progresso scientifico. Aggiungiamo, tra parentesi, che nel gruppo di Fermi ci fu davvero chi, sapendo di Los Alamos e della costruzione della bomba, abbandonò la fisica: il grande sperimentale Franco Rasetti. Abbandonata la fisica, divenne un paleontologo di rinomanza internazionale; e, già avanti negli anni, passò poi alla botanica, divenendo uno dei maggiori esperti mondiali di orchidacee.
Concediamoci alcune parole di cronaca.
Nel 1972 un amico comune, il professor Carapezza di Palermo, ci telefonò informandoci dell’intenzione di Leonardo Sciascia di scrivere un libro su Ettore Majorana: Sciascia mandava a chiedere se anche noi stessimo redigendo un volume sull’argomento; solo in caso contrario avrebbe avuto il piacere di conoscere i documenti da noi già scoperti (tra cui l’epistolario di Majorana) e in nostro possesso. Avevamo, sì, già allora, il desiderio di condurre in porto il nostro volume su Il caso Majorana :epistolario, testimonianze, documenti: ma fummo ben lieti di cedere il passo a Leonardo, rinviando di una decina d’anni il nostro scritto (il quale infatti uscì solo nel 1987; quindi, negli Oscar Mondadori nel 1991; infine, nella quarta ed ultima edizione del 2002, presso la Di Renzo Editore, di Roma). E ciò sia per l’ammirazione che nutrivamo verso il grande scrittore, sia per la notorietà che la sua penna avrebbe certamente apportato alla figura di Ettore Majorana, allora nota fuori d’Italia quasi soltanto tra i fisici.
Accompagnando Sciascia a Roma, ottenemmo nel 1972 il consenso della sorella di Ettore, l’indimenticabile Maria, a concedergli copia di parte dei documenti esistenti (documenti, tra l’altro, tutti rinvenuti o raccolti da chi scrive, sempre in pieno accordo con la famiglia Majorana). Ma solo agli inizi dell’estate del 1975, accogliendo un ripetuto affettuoso invito di Leonardo e facendogli finalmente visita nella sua casa di Contrada Noce, lo si spronò e convinse a comporre, quell’estate, il suo saggio.
Esaminando questo saggio di Sciascia, si può verificare ancora una volta la profondità dell’intuito psicologico di Leonardo, e della sua intelligenza, cioè della sua alta capacità di intus legere, le quali accompagnano l’arte meditata della parola di cui Leonardo Sciascia sempre imbeve i suoi racconti.
Significativa, ad esempio, è la circostanza che Leonardo sostenne che Werner Heisenberg e gli altri scienziati tedeschi non vollero accingersi alla costruzione di una bomba atomica: commentando – come noto – che gli schiavi (di Hitler) si comportarono da liberi, mentre i liberi (gli Americani) si comportarono da schiavi…A questa tesi, che raccoglieva ben pochi sostenitori, Sciascia ci teneva; e quando la Lea Ritter Santini, in una nota all’edizione tedesca (1979) del saggio sciasciano, cominciò a rivelarne conferme, Leonardo fece aggiungere la nota della Ritter Santini all’edizione Einaudi del 1985 del proprio volume, considerandola “molto, molto interessante”… Ma la conferma definitiva è arrivata, eclatante, agli inizi degli anni ’90, dopo la dipartita di Sciascia, quando il British Intelligence ha tolto il segreto ai “Farm Hall Transcripts”. Spieghiamoci. Tra il giugno e il dicembre del 1945 (un periodo che comprese il bombardamento di Hiroshima del 6 agosto), per 24 settimane, dieci tra i più importanti scienziati tedeschi ( tra i quali Heisenberg, von Weizsaecker, Otto Hann, Walther Gerlach, Max von Laue)  furono tenuti prigionieri nella Farm Hall presso Cambridge, UK, e le loro conversazioni furono di nascosto registrate dal servizio segreto britannico. La traduzione inglese di tali conversazioni (in particolare delle reazioni dei reclusi quando giunse la notizia di Hiroshima e Nagasaki) è apparsa in stampa nel 1993 nel volume Operation Epsilon: The Farm Hall Transcripts (I.O.P. Pub, Bristol). Dalle suddette trascrizioni risulta evidente che su dieci, solo uno scienziato tedesco (non Heisenberg!) avrebbe voluto, potendo, contribuire alla costruzione della bomba A tedesca.
Significativo è pure il fatto che Sciascia si convinse presto che la scomparsa di Ettore si riferiva a una fuga e non ad un suicidio: ipotesi che sembra la più probabile alla luce dei documenti, pur non decisivi, successivamente rintracciati.
Ebbe poi l’impressione di latente antagonismo tra Ettore Majorana ed Enrico Fermi, un antagonismo negato da tutti i colleghi e amici di Ettore, ma che, col senno di poi, (Ettore abbandonò non solo la famiglia, ma anche il gruppo dei “ragazzi di via Panisperna” guidato da Fermi) potrebbe contenere un qualche risvolto di verità. Tale presa di posizione di Sciascia, generò, come noto, una vivace polemica tra Leonardo e i fisici, in particolare Edoardo Amaldi. La polemica riguardò inizialmente quasi solo la questione della partecipazione del Majorana al famoso concorso universitario per la fisica teorica nel 1937 (partecipazione voluta dal gruppo di Fermi, o decisa da Ettore in contrasto coi colleghi?). Presto la polemica divenne aspra, tanto che Sciascia arrivò a scrivere (su La Stampa della vigilia di Natale del 1975) che “si vive come cani per colpa della scienza”: in ciò associandosi un po’ pedissequamente a una tradizione di pensiero tipicamente italiana e non molto nobile, che annovera comunque nomi quali il Vico e Benedetto Croce.
Cosa voleva dire Sciascia? Crediamo che lui sapesse che non esistono la scienza o la poesia, ma solo scienziati e poeti; e che le colpe ricadrebbero semmai su (alcuni) scienziati. Crediamo che sapesse, per di più, che, se un poeta o un filosofo pessimisti offrono a un infelice la goccia che lo decide a commettere suicidio, vere colpe non si possono attribuire a quel filosofo o poeta. Certamente Sciascia sarebbe stato d’accordo nell’affermare che la colpa dell’esistenza della sedia elettrica non è di Alessandro Volta; così come la colpa di una rapina a mano armata non è dell’inventore del coltello. Comunque Sciascia ha voluto rinverdire un problema, già riproposto in anni non lontani, e in maniera più soft, per esempio da Duerrematt: quello della potenzialità distruttiva degli strumenti che l’uomo costruisce. Ma si tratta di un problema vecchio come il mondo: è nato con Prometeo, quando l’uomo ha incominciato a controllare il fuoco. E’ un problema che ha sentito Alfred Nobel quando, avendo costruito la dinamite (che allevia la fatica delle braccia dell’uomo, ma può diventare arma bellica), creò il Premio Nobel, quasi come espiazione.
Per concludere, torniamo al tema principale che ha ispirato Sciascia: il problema della responsabilità degli uomini di scienza. Il problema delle scoperte umane (fosse solo il mantello) che ammettono applicazioni positive e negative è, dicevamo, un problema antico. La costruzione di strumenti è caratteristica ineliminabile dell’uomo. Mentre molti animali nell’evoluzione biologica, avendo bisogno per esempio di mascelle più robuste, sviluppano i muscoli della mandibola, l’uomo non fa altrettanto, ma costruisce a partire da una pietra un coltello di selce. E se ha bisogno di un braccio robusto, si limita ad usare un randello: fabbrica, in altre parole, prolungamenti artificiali dei propri organi. E’ inevitabile che l’uomo costruisca randelli,e martelli, anche se questi possono essere usati contro i propri simili. E’ forse un compito solo degli scienziati quello del controllo, e dell’uso a fin di bene, delle scoperte e delle invenzioni umane? Certamente no. E un tale compito si è fatto urgente e grave da quando l’uomo (inizialmente con mezzi di offesa poveri: deboli unghie e deboli denti…) è giunto ad avere a disposizione missili e bombe micidiali: cioè mezzi di offesa enormemente più potenti di quelli degli animali cosiddetti feroci. Ricordiamo che lo scienziato vero è quello che fa ricerca solo per amore della conoscenza: questo tipo di ricerca non può avere limiti come non può subirli la ricerca poetica. E’ il tecnologo che si occupa invece delle eventuali applicazioni dei risultati della ricerca scientifica. Ma il tecnologo stesso può giungere alla costruzione, al massimo, di un unico prototipo. E’ poi l’intervento del potere economico e politico a determinare la produzione, o meno, di innumerevoli copie del prototipo, e a migliorarlo. E a decidere come usarlo.
Il potere da controllare, pertanto, è quest’ultimo: il quale troppo spesso si ispira quasi esclusivamente al tornaconto, per conseguire il quale vengono scatenate guerre economiche e guerre vere. E’ ovvio pertanto che questo controllo non può essere demandato alle povere forze degli scienziati, e neppure a quelle dei soli tecnologi: ma esso è compito e dovere – attraverso la nostra maturazione morale – di tutti i cittadini.

(L’articolo è pubblicato per gentile concessione della rivista quadrimestrale di letteratura e teologia “OLTRE IL MURO”, Agrigento).

Le ipotesi sulla scomparsa [da Wikipedia]

Le ipotesi che sono state fatte sulla scomparsa volontaria di Ettore Majorana[18] seguono soprattutto cinque filoni: quello del suicidio, quello monastico, quello tedesco, quello sudamericano e quello siciliano.

Ipotesi del suicidio

L’ipotesi del suicidio, adombrato, ma non esplicitamente annunciato da Majorana nelle sue ultime lettere, è estremamente dolorosa e per l’epoca anche infamante. Le repentine variazioni di intenti (anche la partenza e l’improvviso ritorno a Napoli dopo solo 2 giorni) potrebbero essere state sintomi di una personalità molto turbata e la frase il mare mi ha rifiutato un poetico eufemismo, in un atteggiamento tipico di chi è tormentato da un pensiero autodistruttivo che non ha il coraggio di attuare oppure volutamente ambigua negli intenti nell’ipotesi di depistaggio. Vi sono infatti alcuni elementi contraddittori, così riassumibili:

  • è alquanto inverosimile che un suicida prelevi in banca una somma equivalente all’ammontare di alcune mensilità di stipendio poco prima di suicidarsi;
  • secondo talune testimonianze Majorana sarebbe stato avvistato e riconosciuto a Napoli giorni dopo la scomparsa.

Ancora nel 2011 continuano le indagini a livello giudiziario sulle ipotesi della scomparsa del fisico[19]. Già tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 appaiono alcune possibili notizie sul caso sul bollettino della Società italiana di fisica. In un articolo su Il Nuovo Saggiatore (“Il promemoria ‘Tunisi’: un nuovo tassello del caso Majorana”, vol 27, 5-6, 2011, pp. 58–68[20]), Stefano Roncoroni riporta tra l’altro alcuni brani del diario del nonno paterno Oliviero Savini Nicci: questi, Consigliere di Stato[21], ebbe un ruolo importante nei primi giorni della scomparsa di Ettore. Poi una lettera al direttore datata 29 febbraio 2012 firmata da Francesco Guerra e Nadia Robotti, intitolata “La borsa di studio della rivista ‘Missioni’: un punto fermo sulla vicenda di Ettore Majorana”[22]. In essa gli autori riferiscono tra l’altro di una lettera datata 22 settembre 1939 indirizzata da un gesuita, tale Padre Caselli, a Salvatore Majorana, il fratello maggiore di Ettore, che comunica di accettare la donazione della famiglia Majorana per istituire una borsa di studio da intitolare all’estinto Ettore. Padre Caselli ringraziando per la cospicua donazione ricevuta appena il giorno prima, scrive:

«[…] Ammiriamo sinceramente il V/. atto generoso per il compianto Ettore Majorana. Il Signore premi la V/. grande fede e il Vostro santo affetto per il caro estinto. […]»

Secondo gli autori se ne deduce un “punto fermo” nella vicenda: se un gesuita usa il termine “estinto” vuol dire che non ci sono dubbi sulla possibilità che Ettore Majorana sia deceduto entro il settembre 1939. E ciò toglierebbe di mezzo anche l’ipotesi del suicidio perché non si dedica una borsa di studio religiosa a un suicida. Tale interpretazione ha già ricevuto però qualche critica, osservandosi che potrebbe essersi ingenerato un equivoco tra i termini “scomparso” ed “estinto”[23], o comunque dato definitivamente per morto nel succedersi degli eventi e delle loro più nefaste interpretazioni.

È tuttavia da rilevare che la famiglia di Ettore Majorana, costituita dalla madre e i fratelli, dopo anni di attesa, si sia sempre espressa più o meno apertamente in favore dell’ipotesi più drammatica, ovvero quella del suicidio, cercando di mantenere il più rispettoso riserbo[15].

Ipotesi monastica

Secondo una seconda ipotesi, sposata soprattutto da Leonardo Sciascia nel suo saggio La scomparsa di Majorana, il caso Majorana si sarebbe trattato di una sorta di “dramma personale”, di un “genio immaturo e irrequieto” o comunque diverso, alieno dalla normalità ovvero di un uomo, provato da malanni fisici persistenti (colite ulcerosa o gastrite) e stanco dopo aver indagato a fondo molteplici campi dello scibile umano, compresa la fisica e la filosofia (“la parte e il tutto”), abbia deciso di cambiare o rifarsi una vita normale lontano dai riflettori, rinunciando anche all’insegnamento, per via del suo carattere solitario, schivo e poco socievole al limite della misantropia, fors’anche conscio e turbato dai possibili esiti della fisica moderna, delle responsabilità etiche dello scienziato e dell’imminente conflitto mondiale, depistando le indagini a suo favore, facendosi credere morto e cercando l’oblio con una sorta di istrionico “colpo di teatro” pirandelliano, parzialmente casuale e parzialmente voluto, come accaduto nel personaggio de Il fu Mattia Pascal.

Infatti secondo i conoscenti universitari più stretti, Majorana stanco, sovraccarico di responsabilità e con il peso della sua stessa fama, sarebbe caduto in uno stato di profonda depressione subito dopo l’assegnazione della cattedra a Napoli, da cui la rinuncia all’insegnamento e forse la decisione di scomparire cambiando vita. Sulla questione è tornato nel 1999 lo storico della matematica Umberto Bartocci, con uno studio che discute, oltre a quelle menzionate, l’ipotesi che Majorana possa essere stato vittima di un piano maturato nell’ambiente dei fisici da lui frequentato, teso a eliminare un pericoloso rivale di parte avversa in vista dell’imminente conflitto mondiale[24][25]. Le argomentazioni di Bartocci, di tipo logico, psicologico e indiziario, sono state accolte da grande scetticismo (per non dire ripugnanza) nell’ambiente dei fisici, ma hanno anche attirato l’attenzione di diversi studiosi (storici e no)[26][27][28][29].

L’ipotesi monastica si riallaccia alla gioventù di Ettore con la sua educazione, dal momento che aveva frequentato l’Istituto Massimiliano Massimo dei gesuiti a Roma, e alla sua condizione di credente. Un possibile legame dunque con il passato che si fa vivo ovvero una parte della sua giovinezza. Su questa pista si erano inoltre indirizzate le ricerche della stessa famiglia, la quale scrisse a Papa Pio XII Pacelli, promettendo di non voler affatto interferire sulle scelte eventualmente maturate da Ettore, al solo scopo di sapere dal Vaticano semplicemente se egli fosse vivo: ma nessuna risposta, di nessun segno, venne mai fornita. Questa ipotesi viene ripresa nel libro di Alfredo Ravelli Il dito di Dio[30], dove Rolando Pelizza racconta di aver conosciuto il “maestro” in un convento e di aver collaborato con lui nella realizzazione di alcuni esperimenti.

Egli, secondo Sciascia, infine si sarebbe rinchiuso nella Certosa di Serra San Bruno in Calabria, per sfuggire a tutto e a tutti, dal momento che non sopportava la vita sociale. Molti hanno sostenuto come veritiera questa ipotesi, ma essa fu sempre negata dai monaci dell’ordine certosino, anche se fu, in seguito, papa Giovanni Paolo II in persona ad avvalorarla quando, il 5 ottobre 1984, andò in visita alla Certosa e in un discorso menzionò la passata presenza di personaggi illustri ospitati tra le sue mura, tra cui il fisico scomparso.[31]

Secondo Stefano Roncoroni (figlio di una cugina di Ettore Majorana, sin da giovane appassionato studioso del caso), Ettore Majorana fu infatti ritrovato da suo fratello maggiore, Salvatore, nel marzo del 1938 in un vallone del catanzarese, ma avendo deciso di sparire nessuno riuscì a convincerlo a tornare sui suoi passi, e sarebbe poi morto nel 1939. I Majorana, prendendone atto, avrebbero deciso di non collaborare alle indagini e di non rivelare dove si trovasse il fisico e tacere sulla sua fine[32]. Tra le motivazioni addotte dallo stesso Roncoroni c’è una malattia organica grave e molto più diffusa a quel tempo (forse tubercolosi) che un vicino convento era in grado di curare, una profonda crisi mistica o personale/esistenziale favorita forse dalla sindrome di Asperger oppure la presunta omosessualità di Majorana, a quel tempo molto meno tollerata di ora, e i conseguenti dissidi familiari[33].

Secondo il Prof. Elio Tartaglione, assistente per molti anni di Antonio Carrelli: «Un giorno, dopo la lezione, Carrelli mi condusse nel convento di San Gregorio Armeno, e mi rivelò, indicandomi una finestra, che in una di quelle celle Majorana praticava gli esercizi spirituali», dichiarazioni riportate su Repubblica il 7 Luglio 2006. Il Prof. Bruno Preziosi, collega di Tartaglione, che ne raccolse le confidenze, aggiunse che nell’occasione l’assistente chiese al Carrelli “Ma allora è ancora vivo?” ottenendo la risposta “Ritorniamo all’istituto che abbiamo da fare”. Di seguito, riferisce sempre il Prof. Bruno Preziosi, Tartaglione descrisse in una lettera gli accadimenti al Rettore dell’università di Napoli Fulvio Tessitore, il quale interrogò l’allora Arcivescovo Giordano, suo amico personale, ricevendone però la risposta “la domanda è irricevibile”.[34][35]

Dalle carte del pontificato di Pio XII custodite nell’Archivio apostolico vaticano, aperte agli studiosi il 2 marzo del 2020, risulta che la Santa Sede smise di cercare il fisico scomparso già nel 1940, dandolo ormai per morto[36].

Ipotesi tedesca

L’ipotesi tedesca[37] suppone che egli sia tornato (o forse anche rapito[38]) in Germania per mettere le sue conoscenze e le sue intuizioni a disposizione del Terzo Reich, e che dopo la seconda guerra mondiale sia emigrato in Argentina come molti altri esponenti del regime nazista, come testimonierebbe, secondo i fautori di questa ipotesi, una foto del dopoguerra in cui compare un volto con le fattezze simili a quelle di Majorana[39][40][41]. Per qualcuno invece questa “bizzarra” ipotesi sarebbe solo una “bufala[42]. In tale ambito non manca nemmeno l’ipotesi dell’assassinio da parte di qualche servizio segreto per motivi politici[42][43].

Ipotesi argentina

L’ipotesi argentina si fonda su tracce, reperite da Erasmo Recami[44], di una sua presenza a Buenos Aires, specie intorno agli anni sessanta, forse emulo di molti altri emigranti italiani del primo e secondo dopoguerra: la madre di Tullio Magliotti riferì di aver sentito parlare di lui dal figlio; la moglie di Carlos Rivera raccontò di un presumibile avvistamento del Majorana all’Hotel Continental; un ex ispettore di polizia riconobbe in un’immagine di Majorana l’italiano che incontrò a Buenos Aires in quegli anni.

Chi l’ha visto? e le indagini della magistratura romana: Majorana ritrovato in Venezuela?

Nel 2008 si è parlato della vicenda anche in occasione di una puntata della nota trasmissione televisiva Chi l’ha visto?. In particolare venne intervistato Francesco Fasani[45], un italiano emigrato in Venezuela a metà degli anni cinquanta, il quale espresse il convincimento di aver frequentato a lungo Majorana, anche se questi non gli avrebbe mai rivelato la propria identità. Il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani della Procura della Repubblica di Roma, si convinse ad affidare ai carabinieri verifiche ulteriori in Argentina e Venezuela, ipotizzando che lo scienziato catanese poteva essere ancora in vita nel periodo 1955-59. Il 3 febbraio 2015 la Procura della Repubblica di Roma, in seguito all’apertura di un fascicolo nel 2011 sulla scomparsa del fisico, ha richiesto l’archiviazione dell’indagine.

Secondo questa ricostruzione Ettore Majorana si faceva chiamare Sig. Bini. Come ulteriore prova il Fasani ha inoltre fornito una cartolina che Quirino Majorana, zio di Ettore (fratello del padre e anch’egli fisico di fama mondiale), spedì nel 1920 all’americano W.G. Conklin, e ritrovata dallo stesso Fasani nella vettura del presunto Bini-Majorana, una Studebaker gialla[46].

La seconda vita di Majorana

Nel 2016 esce, edito da Chiarelettere nella collana Reverse, il volume La seconda vita di Majorana, scritto da Andrea Sceresini, Giuseppe Borello e Lorenzo Giroffi; un saggio biografico che indaga sulla presunta vita clandestina del fisico in Sud America, tra Argentina e Venezuela. Gli autori ripartendo dalle rivelazioni della trasmissione Chi l’ha visto? cercano di ricostruire la possibile vita clandestina del famoso fisico italiano. Nel libro viene ipotizzato che Majorana fosse giunto in Venezuela dall’Argentina e che nel periodo venezuelano risiedesse nella città di Guacara nel borgo di San Agustín. Dal libro è stato tratto anche un documentario omonimo andato in onda sul canale Rai Storia per il ciclo Italiani l’11 ottobre 2016 e introdotto da Paolo Mieli.

Ipotesi siciliana

Esiste anche una quinta ipotesi, emersa intorno agli anni settanta, che dava Majorana in Sicilia: sarebbe stato infatti lui il fisico eccellente che errava per la Sicilia come un senzatetto. In realtà esistono effettivamente degli elementi a sostegno di questa ipotesi: un certo Tommaso Lipari girava infatti per le strade di Mazara del Vallo, dove trovò la morte il 9 luglio del 1973; si trattava di un barbone particolare, dotato di una brillante conoscenza delle materie scientifiche, che lo portava a risolvere i compiti degli scolari che incontrava. Un abitante del paese, Armando Romeo, disse che il Lipari gli aveva mostrato una cicatrice sulla mano destra, cicatrice che possedeva anche il Majorana; inoltre usava un bastone con incisa la data del 5 agosto 1906, ovvero la data di nascita del fisico. Infine, al funerale di Lipari parteciparono tante persone, troppe per quello che è di solito l’estremo saluto a un barbone, e suonò la banda del paese[47][48].

Sul caso Lipari intervenne anche l’allora procuratore di MarsalaPaolo Borsellino: nel 1948 un certo Tommaso Lipari era stato rilasciato dalla galera (dov’era finito per un piccolo reato), ed era così possibile confrontare la sua firma con quella del barbone. Borsellino riscontrò tra loro una tale somiglianza che si sentì di concludere che appartenessero alla stessa persona, escludendo quindi un'”ipotesi Majorana”[49]. Secondo altri invece è estremamente improbabile che una persona della razionalità, della cultura e dello spessore di Majorana, nonché della sua estrazione sociale familiare, possa aver scelto deliberatamente di vivere da indigente; d’altro canto non è affatto infrequente trovare persone colte cadute in disgrazia per vicissitudini varie della vita e finite a fare il clochard.

Una nuova ipotesi: il ritorno a Roma

Un testimone, rimasto però anonimo, ha riferito di aver incontrato all’inizio degli anni ottanta a Roma[50] un clochard che diceva di avere la soluzione dell’Ultimo teorema di Fermat, enigma che ha impegnato, fin dal XVII secolo, i più grandi matematici, e che all’epoca risultava ancora irrisolto. Il testimone riferisce che: “Majorana stava in piazza della Pilotta, sugli scalini dell’Università Gregoriana, a due passi da Fontana di Trevi. Aveva un’età apparente di oltre 70 anni. A quel punto gli dissi di farsi trovare la sera seguente perché volevo farlo incontrare con Di Liegro“. L’incontro con monsignor Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas romana, avvenne la sera successiva. Fu lo stesso Di Liegro a rivelare al testimone la reale identità del clochard. Il racconto del testimone anonimo prosegue con il Di Liegro che provvede a riportare il Majorana in un convento dove lui era ospite e da dove si era allontanato.

Sempre il testimone ha raccontato di aver parlato con il sacerdote della necessità di mettersi in contatto con la famiglia del Majorana, ma egli non ne volle mai sapere, chiedendo anzi al testimone di tacere per almeno 15 anni dopo la sua morte, avvenuta il 12 ottobre 1997.[51] L’intera faccenda potrebbe però anche essere inquadrabile come caso di equivoco o mitomania da parte di un barbone.

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