Fisicamente

di Roberto Renzetti

di Gianni Barbacetto

http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/gelmini.html

Oggi è la ministra dell’Istruzione paladina del merito. Promette esami severi. Nel 2001, però, per passare lei l’esame da avvocato, andò da Brescia a Reggio Calabria. Dove le promozioni erano assicurate. A cambiarle la vita è stato comunque non un professore, ma un giardiniere, il giardiniere di Arcore che la presentò a Berlusconi (meglio un giardiniere che uno stalliere…)


Le cronache non registrano insegnanti che le abbiano segnato la vita. Un giardiniere sì: Giacomo Tiraboschi, addetto al verde di villa Berlusconi ad Arcore. «Sì, fu Tiraboschi a presentarmi al Cavaliere», ha raccontato Mariastella Gelmini. «Ma ovviamente lui è qualcosa di più di un semplice giardiniere. Fa anche il produttore televisivo: quando ero assessore a Brescia mi ha anche invitato alla sua trasmissione, “Mela Verde”, su Retequattro». Con quel nome, Tiraboschi non poteva che occuparsi di alberi e fiori. Mariastella, invece, era solo una giovane amministratrice locale di Forza Italia. Ma con la presentazione del giardiniere di Arcore, nel maggio 2005 varca per la prima volta il cancello di villa Berlusconi. Ne esce coordinatore regionale del partito.

Aveva 32 anni e già una piccola storia politica alle spalle. Nel 1994, a 21 anni, era stata presidente del club azzurro di Desenzano del Garda; nel 1998 a Desenzano era stata eletta consigliere comunale di Forza Italia; nel 2002 era diventata assessore al Territorio della Provincia di Brescia; nell’aprile 2005, alle regionali, era stata la prima degli eletti a Brescia, con 17 mila preferenze. In quel momento il partito in Lombardia, proprio nella provincia chiave dell’impero, era profondamente diviso, indebolito al vertice dalle faide tra i suoi litigiosi colonnelli. A chi affidarne la guida? A Paolo Romani o ai ciellini di Roberto Formigoni? Berlusconi quel giorno ad Arcore spariglia le carte, conferendo il bastone del comando a una trentenne apparentemente fragile, un’antivelina con il crocefisso al collo, nata a Leno, infanzia all’oratorio e poi liceo classico dai preti. Figlia d’arte, però, perché suo padre era sindaco democristiano in un paese della bassa bresciana.

Coordinatore regionale: incarico a rischio in un partito rissoso dove ormai Romani non parlava più con Formigoni e Gabriele Albertini, il sindaco di Milano, non parlava più con nessuno. Dura poco, sussurravano attorno a lei con compatimento. Invece Mariastella Gelmini stupisce chi prevedeva che finisse triturata. Si destreggia benissimo tra primedonne, invidie e cordate, tanto che i militanti azzurri commentano: «Finalmente un coordinatore regionale con le palle».

A dispetto della fama da dura, lei continua a indossare i suoi vestitini perbene da antivelina: «Berlusconi ha un forte amore per i giovani e crede nelle donne. Dice che siamo caparbie, raggiungiamo ciò che ci prefiggiamo e siamo leali». A chi le fa notare che Berlusconi in politica vuole solo donne belle, lei spiega: «È perché lui pensa alla greca: kalòs kai agathòs ». La bellezza insieme al valore. «Sì, un altro modo per svecchiare la politica. È ancora traumatizzato dalla Prima Repubblica, col politico sciatto e slabbrato».

Lei, sciatta mai. Ma neppure mai vistosa. Gran lavoratrice, come devono essere i bresciani. Nel 2006 Berlusconi la manda in Parlamento. E quando, nel novembre 2007, annuncia dal predellino di una Mercedes, in piazza San Babila a Milano, la nascita del partito unico, dietro a Silvio ci sono due donne: lei, Mariastella, e Michela Vittoria Brambilla. Ma la seconda scompare quasi dalla scena, mentre la prima conquista un dicastero importante.

Quando diventa ministro, Giovanni Sartori la cita sulla prima pagina del Corriere come esempio di incompetenza: « Sono anche a qualificazione zero il ministro della Giustizia Alfano e il ministro dell’Istruzione, una leggiadra ma ignotissima Mariastella Gelmini». A rincarare la dose si mette in mezzo anche l’alleato Umberto Bossi, che le rimprovera di essere arrivata al vertice del ministero senza essere un’insegnante. Lei per replicare non chiama l’Ansa: va all’ Istituto tecnico commerciale Enrico Tosi, a due passi da Cassano Magnago, paese natale dell’Umberto. E parla: «Mi pare che nemmeno Bossi sia un eminente costituzionalista e nonostante questo credo che farà al meglio il suo lavoro dando al Paese le riforme necessarie. E anche Roberto Castelli ha fatto il ministro della Giustizia non essendo né avvocato né magistrato». Ecco la chiave del personaggio Gelmini: niente strepiti, tono sempre pacato, ma reazione colpo su colpo. «Certo, io non sono un’insegnante, ma mi occupo di politica da dodici anni e qualche esperien za ce l’ho».

Solo in un caso non ha replicato. Silenzio assoluto quando il gossip politico-giornalistico la coinvolge nella strana storia delle intercettazioni fantasma, adombrando l’esistenza di dialoghi a luci rosse in cui le prestazioni di Mariastella Gelmini sarebbero state paragonate con quelle della collega Mara Carfagna. Dopo tante chiacchiere, le intercettazioni non sono mai uscite e probabilmente non sono mai esistite.

L’esperienza politica comunque non la salva da qualche gaffe. Come quella sugli insegnanti del Sud che abbassano la qualità della scuola e sono quindi da migliorare con corsi di recupero. La conosce bene, l’anomalia meridionale: tanto che, per superare in fretta e senza problemi l’esame da avvocato, nel 2001 s’iscrive non a Brescia o a Milano, ma a Reggio Calabria, dove la promozione è assicurata e dove trova anche uno studio legale compiacente per finire il praticantato. È una finta, naturalmente, ma le fa ottenere il risultato. Oggi Mariastella è diventata invece una paladina del merito e della severità. Il suo obiettivo è Ma a parte questa sbandata, diventata ministro, Mariastella marcia diritta verso il suo obiettivo, che proclama chiaro: rompere nella scuola «il dominio ideologico della sinistra», «smantellare quella costruzione ideologica fatta di vuoto pedagogismo che dal 1968 ha infettato come un virus la scuola italiana». Mariastella l’antivirus lancia subito sette parole chiave: «autorevolezza, autorità, gerarchia, insegnamento, studio, fatica, merito». Per sgominare il virus del 68 aggiunge cinque proposte concrete: «voto di condotta, divisa scolastica, insegnamento dell’educazione civica, ritorno al maestro unico, rilancio degli istituti tecnici e della formazione professionale».

Il suo predecessore, Giuseppe Fioroni, era stato da lei definito «Speedy Gonzalez» (per la velocità con cui, da ministro, aveva concesso il via libera all’apertura di una scuola araba a Milano). Mariastella non corre. Va piano, pacata e inesorabile, perché vuole arrivare lontano.

Da Il Venerdì di Repubblica, 5 settembre 2008

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