Fisicamente

di Roberto Renzetti

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Odifreddi denunciato per “aver offeso l’onore e il decoro di Zichichi Antonino“. Oggetto del contendere la recensione dagli amici si guardi Iddio.

ZICHICCHE 0

Piergiorgio Odifreddi

Aprile 1994


Dalle stelle della divulgazione . . .

La vita è una lunga immersione, a vari livelli di volontarietà e consapevolezza, in una cultura dalle forme molteplici: l’architettura, la scultura, la pittura, la musica, la letteratura, la filosofia ci inseguono non soltanto quando le ricerchiamo nei palazzi storici, nei musei, nei concerti, nelle biblioteche, ma anche quando passeggiamo per le città, sfogliamo i periodici, accendiamo la radio o la televisione.

Il parallelo estendersi dell’istruzione da un lato, e della capacità tecnologica di riproduzione di parole, suoni e immagini da un altro, ha prodotto un duplice ossimoro: una cultura di massa, e una massa di cultura. In particolare, produzione e fruizione sono salite in quantità e scese in qualità, in entrambi i casi drasticamente.

Un fenomeno interessante si è verificato nell’interzona fra produzione di alto livello e fruizione di basso livello: l’uso di mezzi espressivi universali quali il suono e l’immagine, o non tecnici quali il linguaggio naturale, ha creato un’illusione di comprensione di opere non difese da un linguaggio specifico, permettendo ad esempio lo stupefacente successo della musica classica presso un pubblico musicalmente analfabeta.

Poiché le scienze sono trincerate dietro un linguaggio tecnico, esse risultano in principio meno indifese delle forme di cultura citate finora: lo stesso pubblico che è disposto a restare ore in coda per conquistarsi il biglietto di un concerto di Brahms, troverebbe ridicolo fare altrettanto per una conferenza di teoria dei numeri (senza peraltro accorgersi che nel primo caso non saprà riconoscere un solo accordo, mentre nel secondo avrebbe almeno familiarità con qualche simbolo).

Le difese delle scienze stanno però ormai cedendo di fronte all’espansione del mercato della cultura, logica conseguenza della cultura del mercato. Il simbolo del mercimonio è oggi l’inserto del giornale, evoluzione moderna di quella terza pagina che Hermann Hesse stigmatizzò nel Gioco delle perle di vetro, scagliandosi contro gli intellettuali che vi contribuivano. Queste forme sono condannate senza rimedio a superficialità e frammentarietà, ma esiste anche un mercato potenzialmente piu serio, di periodici e libri.

Per colmare il divario fra scienza e pubblico è nata la figura del divulgatore, col ruolo di interfaccia fra il linguaggio scientifico e quello naturale, e con la funzione di esprimere in parole le idee che lo scienziato ha tradotto in formule. Il linguaggio scientifico non è però una perversità, bensì una necessità: se fosse possibile esprimere sempre ed in modo efficiente le idee scientifiche con parole, gli scienziati lo farebbero essi stessi.

Nella migliore delle ipotesi la divulgazione può dunque avere soltanto un successo parziale, 1 ed è esposta piu delle altre forme culturali di massa alla illusione di comprensione cui abbiamo accennato. D’altra parte, nei casi in cui effettivamente abbia successo, essa può contribuire all’inserimento della scienza in una prospettiva culturale più vasta di quella in cui la confina il linguaggio scientifico.

Proprio per la difficoltà della sua realizzazione e la delicatezza della sua funzione, la divulgazione richiede talenti che da un lato sappiano far evaporare dall’aridità delle formule la loro atmosfera intellettuale, e dall’altro riescano poi a farla precipitare in una forma letteraria che ne colga l’essenza.

Tali talenti sono rari, ma esistono. Ad esempio, molti premi Nobel hanno saputo esprimere in forma piana e informale, ma rigorosa, i risultati delle loro ricerche: Albert Einstein (Relatività, 1916), Max Born (L’instancabile universo, 1936), Erwin Schrödinger (Che cos’e la vita?, 1944), Werner Heisemberg (Fisica e filosofia, 1958), James Watson (La doppia elica, 1968), Francois Jacob (La logica del vivente, 1970), Jacques Monod (Il caso e la necessità, 1970), Salvatore Luria (La vita: un esperimento non finito, 1973), John Eccles (La comprensione del cervello, 1973), Steven Weinberg (I primi tre minuti, 1977), Ilya Prigogine (La nuova alleanza, 1979), Richard Feynman (Qed, 1985), Renato Dulbecco (Il progetto della vita, 1987), Gerald Edelman (Sulla materia della mente, 1992), Francis Crick (La stupefacente ipotesi, 1994) …

Né si deve pensare che soltanto le scienze naturali (fisica, chimica, biologia, medicina, da cui i citati premi Nobel provengono) possano essere divulgate in modo pienamente soddisfacente, semplificando tutto e solo ciò che è possibile: 2 anche la matematica, che nell’inconscio collettivo è difficoltà massima di comprensione, può essere divulgata con successo.

Per fare un solo esempio, che ci avvicina al nostro obiettivo più immediato: nel 1918 Bertrand Russell scrisse in sei mesi di prigionia l‘Introduzione alla filosofia della matematica, un classico di divulgazione dell’infinito e della logica. Per inciso, Russell ottenne nel 1950 il premio Nobel per la letteratura, pur senza aver mai prodotto opere propriamente letterarie.

. . . alle stalle della volgarizzazione

Abbiamo citato con dovizia premi Nobel perché l’autore del presente volume, benché non (ancora) insignito lui stesso del premio, ha spesso organizzato convegni a cui essi accorrevano come mosche, e nella nostra memoria la sua figura era prima d’oggi a loro legata.

Il suo nome è ben noto al pubblico, ma per coloro a cui esso fosse sfuggito possiamo ricordare brevemente, dalle note di copertina, che oltre ad essere “scienziato di fama mondiale”, più precisamente “autore di molte scoperte nello studio delle Forze Fondamentali della Natura”, egli si distingue “per la sua straordinaria capacità di spiegare con un linguaggio semplice le grandi conquiste del pensiero scientifico, senza nulla togliere al loro rigore concettuale”.

Il Professor Zichichi, perché possiamo ormai svelare che di lui si tratta, ha messo queste sue doti al servizio dell’infinito (matematico), ed ha effettivamente scritto un libro straordinario, dal titolo in verità un poco prevedibile, ma la cui trama ci ha tenuti col fiato sospeso fino alla conclusione: un vero thriller della matematica.

L’autore vuol dimostrare di saper trattare alla pari (più precisamente, da par suo) non solo con i contemporanei grandi della scienza, ma anche con i mitici grandi della matematica: egli ha quindi scelto come personaggi della sua avvincente storia Pitagora ed Euclide fra gli antichi, Georg Cantor, Bertrand Russell e Kurt Gödel fra i moderni.

A Pitagora viene attribuita la scoperta dell’esistenza di numeri irrazionali, cioè di numeri reali non frazionari o, equivalentemente, senza sviluppo decimale periodico. Il professor Zichichi non sembra essere molto a suo agio con gli irrazionali, perché parla di “numeri frazionari (razionali o irrazionali)” (p. 134), e crede che lo sviluppo di un irrazionale sia “una successione di numeri senza alcuna regolarità e senza sosta” (pp. 191 e 194). 3 Ma a sua (non richiesta) scusante, egli aggiunge l’interessante osservazione che “alla fisica bastano i numeri razionali” (p. 242).

Il ruolo di Pitagora in questa storia è secondario, mentre quello di Euclide è più importante. Qualunque studente di scuola media sa che due rette si dicono parallele se non si incontrano mai, e che il quinto postulato di Euclide asserisce l’unicità della parallela ad una retta data passante per un punto fuori di questa. Evidentemente, però, non ogni professore lo sa: il nostro, in particolare, sostiene che “col quinto assioma di Euclide si dice che due rette parallele non si incontreranno mai: è necessario un atto di fede” (p. 217).

Non si può che concordare sull’ultima parte di questa affermazione, visto che noi non credevamo ai nostri occhi quando abbiamo letto la prima! Ad Euclide si attribuisce anche la dimostrazione del fatto che ci sono infiniti numeri primi o, equivalentemente, che non esiste il piu grande numero primo. Di fronte a tali pedanti formulazioni, il cui unico merito è di essere corrette, la penna del bravo divulgatore freme, e produce riformulazioni forse matematicamente insensate, ma letterariamente durature: “Euclide riesce a dimostrare che non può esistere il più grande numero primo. Pertanto non c’e limite a quanto grande possa essere il più grande dei numeri primi” (pp. 206, 226).

Con Cantor entra in scena il personaggio principale della storia dell’infinito matematico. Egli trovò un modo per paragonare le grandezze di due insiemi qualunque, 4 e scoprì che non tutti gli insiemi infiniti hanno la stessa grandezza: ad esempio, l’insieme dei numeri reali ha una grandezza maggiore dell’insieme dei numeri interi. Cantor si chiese se queste due grandezze fossero immediatamente successive, e il problema divenne noto come ipotesi del continuo (perché l’insieme dei numeri reali è anche chiamato continuo).

Credendo che la grandezza del continuo sia immediatamente successiva a quella dell’insieme dei numeri interi per definizione (pp. 140, 167, 228), il professor Zichichi si ritrova legato mani e piedi, apparentemente impossibilitato a formulare l’ipotesi del continuo. Ma l’Houdini della divulgazione non solo riesce a liberarsi: egli raggiunge la propria apoteosi, chiedendo se “tra un livello di infinito e il successivo non esistono altri livelli d’infinito” (pp. 142, 229), e scambiando così una sua improvvida domanda (a cui egli stesso avrebbe potuto rispondere, semplicemente consultando un dizionario alla voce `successivo´) con uno dei più profondi problemi della matematica moderna.

Cantor non si era limitato a dimostrare che esistono due livelli di infinito: in realtà, la sua dimostrazione che l’insieme dei numeri reali ha una grandezza maggiore dell’insieme dei numeri interi è perfettamente generale, e prova che per ogni grandezza di infinito ne esiste una maggiore. Ormai possiamo attenderci che ai teoremi di Cantor corrispondano problemi del professor Zichichi, ma ci è ancora difficile prevedere quali. E infatti, ecco l’imprevedibile: a costruire livelli di infinito sempre più alti “Cantor ci avrebbe provato con tutte le sue forze, illudendosi di riuscire in questa impresa titanica, ma in verità formulando una teoria intuitiva. E non rigorosa, come lui avrebbe sperato” (p. 135).

Possiamo qui tirare un sospiro di sollievo: se la teoria di Cantor non è rigorosa secondo i soggettivi criteri del professor Zichichi (ben testimoniati dalle citazioni precedenti, e più generosamente dispiegati nell’intero libro), essa certamente lo è secondo gli oggettivi criteri dei matematici. Ci rimane pero una curiosità psicoanalitica: quale pecca di rigore avrà mai scovato il pigmeo della divulgazione nell’opera del gigante della teoria degli insiemi?

Ed ecco la risposta: “i nuovi insiemi infiniti portano al concetto di classe delle classi” (pp. 220, 223). Non c’e dubbio che se il teorema di Cantor richiedesse in qualche modo la classe di tutte le classi, ci sarebbe effettivamente un bel problema: la fama di Russell è infatti basata sulla scoperta che tale classe è contraddittoria. 5 Il professor Zichichi, strano a dirsi, sa pure lui che la classe di tutte le classi e contraddittoria, e si trova quindi di fronte al problema di dover spiegare come sia possibile che un teorema si basi su una contraddizione. 6 Dopo tutti gli scivoloni precedenti egli è comunque ormai in caduta libera, e ci annuncia che “la classe di tutte le classi si può benissimo costruire, a patto di non pretendere che essa sia la conseguenza rigorosamente logica di una costruzione assiomatica: prendiamo come assioma che deve esistere la classe delle classi” (p. 224).

Ma la matematica non aborriva forse la contraddizione, come la natura aborre il vuoto? Si, veniamo a sapere, ma solo fino al 1931: “per millenni l’uomo aveva pensato che per una affermazione possono esistere solo due possibilità: o è vera, o è falsa. Non può esserci una terza possibilità. E questo il famoso principio del terzo escluso. Gödel scoprì invece che, nel cuore della Logica Matematica, c’è la terza possibilità” (p. 214).

Non vorremmo essere accusati di malafede, visto che abbiamo fornito una citazione sul fallimento del principio del terzo escluso (`una affermazione è o vera o falsa´), e non una sul fallimento del principio di non contraddizione (`una affermazione non può essere sia vera che falsa´). Al lettore perplesso dobbiamo confessare che lo siamo anche noi ma che, per qualche motivo, il professor Zichichi ci assicura che la scoperta di Gödel “permetteva di riflettere in modo nuovo sull’opera di Cantor” (p. 224).

Per completare il quadro, ci tocca però ancora dire in che cosa consiste questa scoperta di Gödel. In parole povere (nostre): che per ogni sistema matematico non contraddittorio e sufficientemente potente, esistono formule vere che non sono dimostrabili, cioe verità che non sono teoremi. 7 In parole ricche (sue): che “sarà sempre possibile trovare un teorema che nessuno sarà in grado di dimostrare: vero oppure falso” (p. 148).
È vero che il pubblico dei media è assuefatto a stupri linguistici quali `teorema Calogero´ o `teorema Buscetta´, in cui la parola `teorema´ viene usata come sinonimo di affermazione non dimostrabile. In matematica essa significa però l’esatto opposto, e assimilare le argomentazioni di Gödel a quelle di un grande inquisitore o di un mafioso pentito trascende la pessima divulgazione: è puro vilipendio alle istituzioni matematiche.

Si avvicina comunque alla fine il vangelo dell’infinito secondo Zichichi, in venti grandi tappe, di cui la prima è cosi sintetizzata dall’evangelico divulgatore, evidentemente in vena autobiografica: “L’uomo appare sulla terra. Non ha ancora inventato il linguaggio. Si esprime gesticolando” (p. 225).

Conscio che “parlare d’infinito è un’impresa veramente ardua” (p. 176), e che “a questo punto il lettore potrebbe essere interessato a sapere come stanno le cose” (p. 219), il professor Zichichi volge in chiusura un ultimo sguardo alle macerie sotto cui ha seppellito il suo malcapitato argomento, e non può non ammettere che “in effetti il discorso va anzitutto approfondito, eppoi ampliato” (p. 242). Benché ignara della mancanza principale del libro (la correttezza, ben prima della profondità e dell’ampiezza), una tale sincerità ci rende comunque l’autore simpa(te)tico, e ci spinge a cercare di concludere in tono positivo.

Pensavamo quindi di dire che non avevamo in precedenza mai letto un thriller in cui l’autore, pur non comparendo fra i personaggi, è l’assassino; ma abbiamo scoperto nell’Ouvroir de Litterature Potentielle che questa trovata letteraria era già stata escogitata. Forse è originale una trama finita con una vittima infinita, ma anche qui il ricordo di Kafka non ci permette di arrischiarci.

Solo per mancanza di argomenti, quindi, e non di buona volontà, siamo costretti a chiudere in tono negativo. Per restare sul poliziesco, vorremmo osservare che se sei mesi di galera sono stati per Russell lo stimolo per un ottimo libro sull’infinito, essi potrebbero anche essere per il professor Zichichi una giusta punizione per uno pessimo. Ma forse, di questi tempi, non è bene scherzare su certe cose.

Bibliografia

Il lettore che abbia letto il libro del professor Zichichi è ormai infettato, e necessita di antidoti immediati; quello che voglia leggerlo ed uscirne indenne, dovrà immunizzarsi con potenti vaccini. Ad entrambi prescriviamo:

Bertrand Russell, Introduzione alla filosofia della matematica, 1918.
Paolo Zellini, Breve storia dell’infinito, 1980 (Adelphi).
Rudy Rucker, La mente e l’infinito, 1982 (Muzzio, 1991).
Gabriele Lolli, Dagli insiemi ai numeri, 1994 (Bollati Boringhieri).


Note:

0 – Recensione di Antonino Zichichi, L’infinito, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1994, pp. 257.

1 – Stiamo ovviamente parlando di successo teoretico, non commerciale: le due accezioni non sono necessariamente disgiunte, ma certo neppure necessariamente collegate.

2 – Si ricordi l’introduzione alla Critica della ragion pura: “parecchi libri sarebbero stati molto più chiari, se non avessero voluto essere tanto chiari”.

3 – La confusione qui sta nel fatto che la periodicità delle cifre è una possibile regolarità, ma non la sola. Esistono effettivamente numeri irrazionali il cui sviluppo decimale non presenta alcuna regolarità, ad esempio nel senso che nessun computer può generarne le cifre, ma essi non si trovano fra i numeri irrazionali di uso comune (citati dal professor Zichichi).

4 – Due insiemi A e B si dicono avere la stessa grandezza se è possibile far corrispondere i loro elementi in modo che a ciascun elemento di A corrisponda uno ed un solo elemento di B, e viceversa.

5 – Una metafora del paradosso di Russell, che ne coglie l’essenza, è la seguente: se chiamiamo autologico un aggettivo che descrive una proprietà che esso possiede (ad esempio, `italiano´ è autologico perche fa parte della lingua italiana), ed eterologico un aggettivo che descrive una proprietà che esso non possiede (ad esempio, `francese´ è eterologico perché non fa parte della lingua francese), e ci chiediamo se `eterologico´ sia autologico o eterologico, ci accorgiamo che esso non puo essere né l’uno né l’altro. Infatti, se `eterologico´ fosse autologico, descriverebbe una proprietà che esso possiede, e quindi dovrebbe essere eterologico; e se fosse eterologico, descriverebbe una proprietà che esso non possiede, e quindi non potrebbe essere eterologico.
Nel caso del paradosso di Russell, le classi prendono il posto degli aggettivi, e le proprietà di appartenere a se stesse oppure no prendono il posto delle proprietà di essere autologico o eterologico. Lo stesso ragionamento mostra allora che la classe delle classi che non appartengono a se stesse non puo né appartenere, né non appartenere a se stessa.

6 – Sia chiaro che il problema è completamente inesistente: si confonde qui fra il teorema di Cantor (la cui dimostrazione è perfetta come Cantor l’ha fatta) e la nozione intuitiva di insieme (che, a causa del paradosso di Russell, richiede delle limitazioni).

7 – Una metafora del teorema di Gödel, che ne coglie l’essenza, è la seguente. Un romanzo ci fa conoscere una realtà possibile, i cui aspetti espliciti si possono leggere direttamente nel testo, ed i cui aspetti impliciti si possono dedurre mediante analisi ed esegesi di esso. Nessun testo descrive una realtà sufficientemente complessa in modo completo: ad esempio, i Promessi sposi non determinano quanti bambini abbiano avuto Renzo e Lucia (“ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso”).
Se il romanzo descrive una realtà possibile ma fantastica, non ha senso chiedersi se i fatti da esso lasciati indecisi siano veri o falsi; nell’esempio: quanti bambini abbiano avuto Renzo e Lucia. Se invece il romanzo descrive una realtà di fatto, allora si può dire che gli aspetti non determinati dal romanzo sono comunque determinati dalla realtà, e ci saranno quindi fatti veri non descritti (né esplicitamente, né implicitamente) dal romanzo.
Romanzi, aspetti espliciti ed impliciti, e critica letteraria corrispondono a sistemi matematici, assiomi e teoremi, e dimostrazioni. Il teorema di Gödel dice che nessun sistema matematico può descrivere una realtà matematica possibile e sufficientemente complessa in modo completo. Se si crede che i sistemi matematici descrivano una realtà di fatto (una posizione detta platonismo), allora ci saranno formule vere che non sono teoremi.
 


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ZICHICCHE II
Dagli amici si guardi Iddio

Piergiorgio Odifreddi

 Recensione di
Antonino Zichichi, Perchè io credo in colui che ha fatto il mondo,
Saggiatore, 1999, pp. 246, lire 28.000.

Tra i fisici italiani circolano molte barzellette sull’autore di questo libro, una delle quali rilevante in questa sede. Narra di un suo collega che ad un congresso lo incontra, realizzando il sogno della sua vita. Per l’emozione muore, ma arrivato in Paradiso lo trova deserto: San Pietro non sta alla porta, e fra le nuvole non c’è anima morta. Finalmente passa qualcuno trafelato, che spiega di essere in ritardo per la conferenza del Professor Zichichi. “Ma come, è morto pure lui?”, gli chiede allarmato il nuovo arrivato. “No. In realtà la conferenza la tiene Dio, ma ultimamente si è montato la testa”.

Per capire come possa originarsi una storiella di questo genere basta guardare la copertina dell’ultimo libro di Zichichi, sulla quale troneggia una fotografia del Professore in primo piano, mentre una immagine del Creatore viene relegata sullo sfondo. Per ribadire poi il senso delle proporzioni, il titolo provvede immediatamente a sottolineare che nel libro Dio interviene non di Suo, bensì in quanto oggetto della fede dell’Io del Professore.

Prima ancora di iniziare la lettura dell’opera è dunque facile prevedere che una recensione si potrà adeguatamente organizzare secondo la tipologia canonica dei peccati (di superbia), che puntualmente l’autore provvederà a commettere con dovizia e completezza.

Pensieri (confusi)

Il Credo di Zichichi, facilmente formulabile, è che “nè la Matematica nè la Scienza possono scoprire Dio” (p. 22), e “l’unica risposta all’esistenza del Trascendente è l’atto di Fede” (p. 144). Il che significa semplicemente che uno scienziato non può scrivere, in quanto tale, un libro dal titolo Perchè io credo in Colui che ha fatto il mondo. In particolare, non può esaminare dal punto di vista della scienza e della matematica moderne gli argomenti a favore dell’esistenza di Dio prodotti dalle teologie naturale e razionale, nel tentativo di riformularli in maniera adeguata alla cultura occidentale contemporanea.

Infatti, lungi dall’imbarcarsi in massimi ragionamenti, il Professor Zichichi non fa che indulgere in minimi slogan per l’intera durata del libro, infliggendoci a ripetizione vaghe banalità quali: “mai uno scienziato credente è diventato ateo. Semmai è successo il contrario” (p. 154). Arrivando a volte a dichiarare precise falsità, ad esempio che Einstein era credente (p. 45), il cui grado di attendibilità è facilmente valutabile in base alle parole dello stesso Einstein: “Ciò che si legge riguardo alle mie convinzioni religiose è una menzogna che viene sistematicamente ripetuta. Io non credo in un Dio personale e l’ho espresso chiaramente”1.

Impossibilitato dalle sue stesse premesse a produrre prove a favore della sua fede, il credente cerca di tirar acqua al suo mulino tentando di dimostrare che neppure il non credente sta meglio. “L’ateo dice infatti: per amor di logica non posso accettare l’esistenza di Dio. Ma il rigore logico non riesce a dimostrare che Dio non esiste. Ecco in sintesi l’antinomia dell’Ateismo” (p. 159). Naturalmente, l’antinomia esiste soltanto nella testa del Professore: se infatti il rigore logico riuscisse a dimostrare che Dio non esiste, non dovrebbe più credere nessuno; così come se il rigore logico riuscisse a dimostrare che Dio esiste, dovrebbero invece credere tutti. E’ proprio perchè secoli di indagini teologiche non hanno prodotto convincenti prove nè a favore nè contro, che il “rigore logico” permette sia credere che di non credere!

Come certi clown, che strappano risate schiaffeggiandosi da soli o spiaccicandosi la faccia per terra dopo essere inciampati in scarpe troppo grosse per i propri piedi, l’autore diventa letteralmente ridicolo quando afferma che “se l’ipotesi Dio non esiste fosse valida, la Logica Matematica dovrebbe scoprire il teorema della completezza” (p. 161)2. Teorema che, come sanno tutti gli studenti (ma non tutti i Professori), è stato dimostrato da Kurt Gödel nel 1930. E che non ha nulla a che vedere con il fatto che “la Logica Matematica è lungi dal poter dire di aver risolto tutti i problemi che sono sul tavolo delle cose certe come, ad esempio, la congettura di Goldbach o l’ipotesi di Rienmann [sic]” (p. 162).

Queste “cose certe”, che proprio perchè non sono ancora state dimostrate sono invece tutt’altro che certe, e per questo vengono appunto chiamate congetture o ipotesi e non teoremi, non sono affatto affermazioni logiche, ma matematiche. E benchè la matematica sia effettivamente incompleta, come ha dimostrato lo stesso Gödel nel 1931, nessuno sa (meno che mai Zichichi) se queste affermazioni siano effettivamente esempi di incompletezza o, invece, esempi di affermazioni dimostrabili ancora in attesa di essere dimostrate.

Parole (sgrammaticate)

Poichè, come diceva Buffon, le style, c’est l’homme, non sarà inutile soffermarsi su un’analisi stilistica del libro, nella speranza di capire di che fango sia stato fatto l’autore, da Colui in cui egli crede.

La confusione filologica del Professor Zichichi è disarmante. Ad esempio, secondo lui “in greco pianeta vuol dire Stella errante” (p. 104), benchè non ci sia polvere di stelle nell’originale planetes, che significa semplicemente “viandante”. Ma questo è niente, in confronto all’affermazione che “Lunedì vuol dire Luna; Martedì, Marte; Mercoledì, Mercurio; Giovedì, Giove; Venerdì, Venere; Sabato, Saturno; Domenica, Sole” (p. 104). Vada per l’omissione del suffisso “dì”, che come tutti (meno Zichichi) sanno significa “giorno”, per cui si dovrebbe affermare più propriamente che Lunedì vuol dire giorno della Luna, eccetera. Ma scrivere che Sabato e Domenica, che come tutti (meno Zichichi) sanno derivano dall’ebraico sabbath e dal latino dominus, vogliano dire giorni di Saturno e del Sole, significa veramente prendersi un weekend di riposo dal pensiero. E non si può neppure benevolmente concedere che il Professore pensi in inglese, a Saturday e Sunday, perchè altrimenti Tuesday, Wednesday, Thursday e Friday dovrebbero conseguentemente essere i giorni di Tiw, Woden, Thor e Frig: che, come siamo pronti a scommettere, il Professore non ha mai neppure sentiti nominare. L’unica spiegazione è che nel suo cervello le lingue costituiscano un ribollente calderone, dal quale egli attinge a caso col mestolo ogni volta che cerca di scodellare un pensiero.

Non sono comunque soltanto le lingue estere a provocargli dei guai: anche con l’italiano il ragazzo se la cava maluccio, direbbe il maestro elementare a lezione dal quale sarebbe conveniente rispedire il Professore perchè imparasse a parlare e scrivere. Che dire infatti di frasi che superano brillantemente l’arcaico schema soggetto-predicato-complemento, dissolvendolo in futuriste e inedite strutture logiche quali: “la Pietà, Michelangelo, l’ha saputa concepire, sentire e realizzare lui” (p. 113), o “il valore di un Crocifisso nello studio di un ateo ha in Pertini l’esempio più significativo” (p. 211)?

Se la sintassi del grande fisico barcolla, la sua semantica è stramazzata a terra ma ancora scalcia. Si tenga dunque il lettore a dovuta distanza da un brano come il seguente, a metà fra il pedante e la pedata: “è invalso l’uso di riferirsi ai secoli sedicesimo, diciassettesimo, diciottesimo, diciannovesimo, ventesimo dicendo nel Cinquecento, nel Seicento, nel Settecento, nell’Ottocento, nel Novecento. I sostenitori di questo uso dicono che non si può dire nel millecinquecento in quanto millecinquecento non indica un secolo ma un anno. Volendo essere rigorosi, anche il Cinquecento indica un anno e non si supera la difficoltà. Noi useremo il termine millecinquecento per riferirci al secolo sedicesimo, milleseicento per riferirci al secolo diciassettesimo e così via. Se dicessimo nel Cinquecento intenderemmo riferirci al sesto secolo dopo Cristo” (p. 30). Dal rigoroso racconto di un suo esperimento tenuto “a metà degli anni sessanta” (p. 56), cioè nel settimo decennio dopo Cristo, deduciamo dunque la sorprendente conseguenza che il Professor Zichichi è (e ci prende) in giro da almeno un paio di millenni!

Onestamente, una scrittura di tal fatta disonora una casa editrice che non solo ha accettato il libro, ma l’ha pubblicato senza neppure “uno straccetto di prova” (nel senso inglese di proof, “bozza”), per usare una recente espressione del protettore politico dell’autore. A proposito di bozze, un editore che rispetti se stesso e i suoi lettori avrebbe dovuto provvedere a correggerle per rimediare almeno alle più palesi deficienze linguistiche dell’autore, al quale viene invece permesso di scrivere impunemente frasi del tipo: “Le Tre Forze Fondamentali sono: la Forza Elettrodebole.” (p. 222).

Opere (millantate)

Si potrebbe pensare che, tutto sommato, l’autore sia solo un fisico che abbia voluto strafare, scrivendo un libro su un soggetto e in una lingua che non conosce. In realtà egli coglie l’occasione per dare sfogo a un delirio di potenza che sconfina in letterali millanterie. L’esempio più imbarazzante è la dichiarazione, in terza di copertina, che il Professor Zichichi “ha al suo attivo la scoperta dell’antimateria nucleare”! Qui egli manifesta una singolare amnesia selettiva, palesemente dolosa, del fatto che ben due premi Nobel siano stati assegnati nel passato per questa scoperta, quando lui era ancora in fasce: il primo nel 1933 a Paul Dirac, per la previsione teorica dell’esistenza dell’antimateria, e il secondo nel 1936 a Carl Anderson, per la scoperta della prima antiparticella (il positrone, o antielettrone). La millanteria resta anche intendendo l’aggettivo “nucleare” in senso letterale, perché un terzo premio Nobel è stato assegnato nel 1959 a Owen Chamberlain ed Emilio Segrè per la scoperta dell’antiprotone3.

I casi sono solo due: o ha barato il Comitato di Stoccolma, o sta barando il Professore di Bologna. Per smascherare l’impostore non c’è comunque bisogno di faticare troppo: basta interpellare uno qualunque dei premi Nobel di cui egli adora circondarsi, per brillare della loro luce riflessa. L’esperimento condotto dal recensore con Hans Bethe, che i lettori ricorderanno per un suo recente intervento sul nucleare in questa stessa sede4, ha prodotto questo lapidario giudizio sul Professor Zichichi: “ottimo organizzatore, mediocre fisico”. Da confrontare con le dilapidate note di copertina, che lo dipingono invece come “autore di studi e ricerche sulle strutture e sulle forze fondamentali della natura, alcune delle quali hanno aperto nuove strade nella fisica subnucleare delle alte energie”.

Il lettore potrà facilmente decidere quale fra i due giudizi sia quello corretto, domandando un parere al proprio fisico di fiducia. O, più semplicemente, aprendo a caso il libro e leggendovi perle di questo tipo: “Ancora oggi sorprende la velocità con cui cadono le pietre: troppo veloci per essere misurate. E invece no.” (p. 191). Oppure: “Galileo libera la terra dall’incubo di dover stare ferma al centro del mondo. Non serve a nulla star fermi al centro del mondo. Velocità costante zero equivale a velocità costante qualsiasi” (p. 196). E ancora: “Mangiare dieci chili di pane non è come mangiarne un chilo. Bere dieci litri di vino non è come berne uno solo. Però, anche se pane e vino hanno sapore diverso, la loro massa può essere esattamente la stessa” (p. 207).

Dopo un tale sforzo divulgativo il Professor Marcellino Pane e Vino, che evidentemente ha optato per i dieci litri, ha tutti i diritti di essere spossato. Forse è ora di smettere di tormentarlo con la fisica e passare alla neurobiologia, stimolati da questa sua dichiarazione di lapalissiana controfattualità: “se il Creatore m’avesse regalato un altro cervello io avrei potuto fare altre cose” (p. 92). In realtà, altre cose avrebbe dovuto farle soprattutto con il cervello che si ritrova!

In particolare, avrebbe dovuto evitare di parlare di argomenti assolutamente al di fuori della sua portata, dall’aritmetica alla logica, invece di reiterare pedestremente i madornali strafalcioni del suo precedente libro, L’infinito, del quale abbiamo già trattato in questa sede5. E invece ci infligge anche in questo campo inarrivabili stupidaggini quali: “la forma più elementare di Logica corrisponde a dire: patti chiari, amicizia lunga” (p. 50), “ci sono teoremi impossibili da dimostrare” (p. 143), “la più grande conquista della Logica Matematica è l’Infinito” (p. 151). Per non parlare delle sue incredibili definizioni: dell’Algebra come “teoria dei rapporti tra variabili”, dell’Analisi come “teoria dei rapporti tra funzioni di variabili”, e della Geometria come “teoria delle funzioni in uno spazio metrico” (p. 157). Il tutto con l’unico scopo apparente di confermare che “con il linguaggio è possibile dire tutto e il contrario di tutto” (p. 150).

Se fosse più modesto, aggettivo che però non appartiene al vocabolario della sua pseudolingua, il Professor Antonino Zichichi, fisico, scrittore, grande scienziato potrebbe lasciare in pace la matematica e passare a infastidire invece la numerologia. Scoprirebbe così, ad esempio, che assegnando in maniera canonica numeri da 1 a 26 alle lettere dell’alfabeto inglese, e sommando le cifre corrispondenti alla sua precedente definizione in corsivo, si ottiene il numero 666. Che dietro il Professore si celi una Bestia, come il suo libro lascia effettivamente supporre?

Omissioni (sfortunate)

Il Professor Zichichi, in tutto il corso del libro, fa il finto (si fa per dire) tonto sulla scienza e gli scienziati, con argomenti fra l’ingenuo e il fraudolento che, non ingannando neppure gli idioti, riescono comunque a menare per il naso gli “Iddioti” (almeno a giudicare dalle vendite).

L’autore si produce ripetutamente in provocatorie affermazioni quali “l’esistenza della Scienza la dobbiamo alla cultura cristiana” (p. 180), o “è nel seno della Chiesa di Cristo che ha avuto origine la Scienza” (p. 198), per nulla turbato dal fatto che la cultura cristiana e la Chiesa di Cristo non solo non abbiano generato la Scienza per milleseicento anni, ma l’abbiano consistentemente avversata fin dalla sua nascita. Sull’imbarazzante processo conclusosi nel 1633 il paziente Professore non trova niente di meglio da dire che “il caso Galileo è ancora cronaca. Dobbiamo aspettare qualche migliaio di anni per avere, di esso, una lettura fedele” (p. 190). Salvo contraddirsi immediatamente, dichiarando che “è con le orbite ellittiche che si chiude il caso Galileo” (p. 197): dunque, apparentemente, con la pubblicazione nel 1619 delle leggi di Keplero.

Con queste premesse diventa facile asserire che Giovanni Paolo II è “il Papa che ama la Scienza” (p. 200), e nell’enciclica Fides et ratio lo stesso Wojtyla arriva addirittura a citare Galileo come un precursore delle posizioni del Concilio Vaticano II sulla compatibilità delle verità di fede e scienza! Salvo poi smentirsi pure lui immediatamente (Dio li fa e poi li accoppia), reiterando la posizione del cardinal Bellarmino che molti scienziati, sbagliando, avevano pensato ormai superata: i fedeli non hanno il diritto di difendere come legittime le opinioni ritenute contrarie alla dottrina, ad esempio l’evoluzionismo, e devono invece considerarle come errori.

Dopo aver tronfiamente ricordato che “noi fisici siamo molto rigorosi nel formulare i nostri problemi” (p. 82), il fedele Zichichi obbedientemente ci mostra nel suo glaciale rigor mortis il cadavere di una biologia predarwiniana che, ingenuamente, ritenevamo morta e sepolta quasi dovunque, a parte le sacche più reazionarie e intellettualmente sottosviluppate degli Stati Uniti. E invece ci tocca imparare che un ex-presidente dell’Istituto Italiano di Fisica Nucleare può permettersi di scrivere, senza subire processi inquisitori, che “la teoria dell’Evoluzione Biologica della specie umana non è Scienza galileiana”, e che per spiegare la nascita dell’uomo bisogna “ricorrere a uno sviluppo miracoloso del cervello, occorso circa due milioni di anni fa” (pp. 82–83). La prova della falsità del darwinismo sarebbe che “durante diecimila anni questa forma di materia vivente [l’uomo] è rimasta esattamente identica a se stessa. Evoluzione biologica: zero” (p. 91). Una volta allertati, col senno di poi anche noi avremmo potuto trovare delle prove: ad esempio, che un Homo Sapiens che ha scritto un tale libro non può che essere ancora una Scimmia Primitiva. Evoluzione biologica: zero.

A compimento di due milioni di anni di evoluzione e miracoli, il teopiteco arriva a sostenere che “se fossero gli scienziati a dover decidere quali applicazioni permettere e quali no, saremmo in un mondo realmente giusto e veramente libero” (p. 37), e che “è il potere politico che decide come usare i risultati delle scoperte scientifiche” (p. 38). Come se non esistessero personaggi quali John von Neumann, le cui belle gesta noi abbiamo narrato su queste stesse pagine in altra occasione6, e che Zichichi invece si limita ad additare come esempio di “scienziato cattolico che non pensò mai di abbandonare la sua Fede a causa di quello che scopriva e inventava” (p. 72). Una volta rimossi da Los Alamos von Neumann e i suoi compari, il laboratorio rimane deserto e Zichichi può popolarlo impunemente dei fantasmi della sua mente, inventandosi questa bella novità: che “il padre della bomba che distrusse Hiroshima e Nagasaki è Hitler” (p. 184)!

Il Professore ci assicura, comunque, che “le grandi novità non capitano tutti i giorni, ma di rado. Mediamente, una volta ogni cento anni” (p. 117). Il che dimostra che le sue opere, che purtroppo infestano il mercato a scadenze ben più ravvicinate, non sono certo grandi novità. L’autore invece certamente lo è: finora avevamo infatti sentito parlare di incarnazioni di vario genere, ma mai di una barzelletta.

Note:

1 – Citato in Helen Dukas e Banesh Hoffman, Albert Einstein: the human side, Princeton University Press.

2 – Qui e in seguito i corsivi delle citazioni sono nell’originale, la cui originalità è effettivamente innegabile.

3 – Zichichi gioca subdolamente sulle parole, e intende per “antimateria nucleare” un “nucleo di antimateria”. Egli ha effettivamente scoperto nel 1965 il primo antinucleo (dell’idrogeno), ma il risultato è molto meno rilevante di quanto egli voglia far credere: non si trattava più della prima antiparticella o del primo antinucleone, scoperti appunto da Anderson, Chamberlain e Segrè, nessuno dei quali egli si degna di citare; e non si trattava ancora del primo antiatomo (dell’idrogeno), scoperto al CERN da Emilio Macrì “negli anni novanta”.

4 – “La bomba USA”, La Rivista dei Libri, Dicembre 1999, pp. 34–35.

5 – “Zichicche”, La Rivista dei Libri, Settembre 1994, pp. 11–12.

6 – “L’apprendista stregone”, La Rivista dei Libri, Gennaio 1996, pp. 12–13.


Nell’articolo che segue l’ineffabile Zichichi, con l’avallo di un inutile direttore (tal Bassani) e C.d.R. di una rivista ex prestigiosa come “Il Nuovo Saggiatore”, insieme alla solita serie di amenità e banalità, riesce a stravolgere la storia dimenticando (usando la lupara bianca) due fondamentali rappresentanti della scuola di Roma, Amaldi e Rasetti [si vedano gli articoli su Fermi ed Amaldi nel sito], ed includendo un fisico certamente eccellente ma che ebbe nella Scuola di Roma un ruolo marginale, in questo contesto: il “paesano” Majorana. Dalla lettura di questo pezzo che è il canovaccio di ogni “conferenza” di Zichichi si può capire come il preteso scienziato discrimini il mondo tra chi è d’accordo con lui e chi no, fregandosene addirittura della storia e mettendosi a pontificare insieme alle sciocchezze su Scienza e scienziati dette da Giovanni Paolo II [ricordo la falsa riabilitazione di Galileo che trova posto in un articolo nel sito]. Zichichi ha “licenza di uccidere” ………..

Più seriamente mi chiedo se sia possibile avere a che fare con un falsificatore di tale portata. Chi ha più autorità della mia perché non lo fa bandire definitivamente dal consorzio civile? Noto con dispiacere che, a parte qualche grande e meritevole di ogni elogio (tra cui certamente Odifreddi e Bellone), il personaggio può tranquillamente passare per “l’italiano che il mondo c’invidia”. Più coraggio! più e più coraggio!!!

 R.R.

IL NUOVO SAGGIATORE    VOL. 19, n° 3-4 (2003)

QUATTRO RAGAZZI DI VIA PANISPERNA

(Trascritto dalla registrazione magnetica)

A. Zichichi

Presidente World Federation of Scientìsts, Ginevra

Presidente Centro E. Fermi, Roma

          E’ con grande piacere che ho accettato di svolgere questa relazione in occasione della cerimonia di inaugurazione, a Tivoli, del busto bronzeo di Emilio Segrè. Emilio Segrè, mio sostenitore in tante battaglie scientifiche e culturali [lo spirito del picciotto ? n.d.r.], “faceva parte, con Fermi, Majorana e Pontecoruo, del gruppo di giovani scienziati storicamente noto come: i quattro di Via Panisperna“, come mi ha scritto nella sua gentile lettera d’invito l’Onorevole Nitto Palma [altro picciotto? n.d.r.], Presidente dell’Associazione Ex Alunni del Convitto Nazionale “A. di Savoia” di Tivoli, dove Segrè compì i suoi studi liceali.

L’opera dei ragazzi di Via Panisperna è di grande attualità per diversi motivi di carattere non soltanto scientifico ma anche culturale. Questi “quattro ragazzi”, sotto la guida di Enrico Fermi, si impegnarono infatti nel sostenere l’importanza della cultura scientifica. Essi vissero in prima persona l’ingresso della Scienza nella cultura del nostro tempo, cultura detta moderna ma che in realtà non è affatto moderna, bensì ancora pre-aristotelica. Delle tre grandi conquiste dell’intelletto umano, Linguaggio, Logica e Scienza, né la Logica, né la Scienza fanno parte della cultura detta moderna. Enrico Fermi e i ragazzi di Via Panispema, quindi Segrè, Majorana e Pontecorvo, si trovarono strettamente coinvolti nel problema della cultura scientifica moderna.

  >Un fenomeno molto raro chiamato radioattività, scoperto per puro caso in Francia, era stato trasformato in un fenomeno che poteva avvenire quasi dappertutto: bastava usare quelle particelle, dette neutroni, che erano state da poco scoperte. Fermi intuì che vi era in gioco una nuova forza fondamentale della natura. È tutt’altro che semplice scoprire una forza fondamentale. Basti pensare che, dall’alba della civiltà ai tempi di Galilei, l’unica forza evidente era quella dovuta alla gravità. Duecento anni dopo la forza di Galilei e Newton, venne fuori l’elettromagnetismo, con la forza elettromagnetica. Grazie a Enrico Fermi e ai suoi ragazzi, nacque infine una nuova forza fondamentale che Fermi chiamò “debole”, in quanto si manifesta in modo estremamente debole nella natura che ci circonda. Non si tratta di una forza banale, poiché risolve tanti problemi, rendendo conto in particolare del motivo per cui il Sole non si spegne o non esplode. Della valvola di sicurezza che garantisce nel corso di miliardi di anni la combustione del Sole e di tutte le Stelle sono responsabili le forze deboli, oggi dette forze di Fermi.

Gli studi e le ricerche dei ragazzi di Via Panisperna attrassero l’attenzione del mondo di quei tempi, togliendo spazio alla cultura da me definita pre-aristotelica e tuttora dominante. Venne così coniata la famosa battuta “scienziati vili meccanici” che lasciava chiaramente intendere come le verità fondamentali non potessero essere proprietà della Scienza, I ragazzi di Via Panisperna non ebbero modo di reagire sufficientemente a quell’attacco, scaturito come conseguenza del vivace esordio della Scienza moderna nella cultura cosiddetta moderna. Quei ragazzi, di cui Segrè era una colonna portante, cominciarono a battersi in difesa della Scienza fintanto che non entrarono in vigore le leggi razziali. Segrè fu costretto ad abbandonare l’Italia. Emilio Segrè fa parte in effetti della lista dei fisici che Enrico Fermi raccomandò alle Università americane. Le quattro lettere che Fermi spedì in quei tempi drammatici alle Università americane sono state, per volontà della Signora Fermi, donate al Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana”. Non è un caso che il Centro di Erice sia dedicato a Ettore Majorana, uno dei quattro ragazzi di Via Panisperna, e non è un caso che si chiami Centro di Cultura Scientifica. La cultura del nostro tempo è responsabile delle crisi in cui viviamo: il terrorismo, per esempio, è una crisi di natura culturale, non militare o tecnologica. La cultura cosiddetta moderna non è al passo con le grandi scoperte scientifiche e tutto avviene come se la Scienza non fosse stata mai scoperta. Purtroppo Enrico Fermi morì troppo giovane per dar vita alla cultura scientiifica che i ragazzi di Via Panisperna avevano così brillantemente iniziato a rappresentare e si pentì amaramente di non aver risposto con adeguata energia all’attacco sferrato contro la Scienza.

L’attacco non finì lì. Come Enrico Fermi aveva detto ai suoi ragazzi, se lo scontro culturale fosse rimasto ad altissimo livello, la cosa non sarebbe stata poi così grave. Ma che cosa è successo? Che lo scontro tra la cultura dominante e la cultura scientifica è caduto di livello, a tal punto che persone che non hanno mai scoperto né inventato nulla si sono messe a fare divulgazione detta scientifica. Oggi noi viviamo questa realtà in cui viene scambiata per cultura scientifica la divulgazione detta scientifica, che scientifica però non è. Per esempio, com’è possibile che nessuno abbia detto che Scienza e Tecnica sono due attività radicalmente diverse? Si deve a Giovanni Paolo II un grande aiuto proprio su questo punto, a difesa della Scienza contro gli attacchi scatenati dalla cultura dominante. Se fosse vero che Scienza e Tecnica sono la stessa cosa, sarebbe meglio smetterla subito con la ricerca scientifica. I ragazzi di Via Panisperna sapevano benissimo che il motore del progresso civile, sociale e tecnologico è la scoperta scientifica. Se la Scienza cessasse di scoprire noi ci fermeremmo dove siamo adesso. Come si spiega quindi questo profondo abisso che c’è tra la cultura dominante del nostro tempo e la cultura scientifica? Con ciò che Enrico Fermi chiamò “Hiroshima culturale”. Prima di lasciare questo mondo, Enrico Fermi ci ammonì: “State attenti che all’Hiroshima politica non segua l’Hiroshima culturale”. Eppure siamo in piena Hiroshima culturale perché Scienza e Tecnica non vengono distinte. Si deve a Giovanni Paolo II l’aver dichiarato: “L’uso della Scienza non è più Scienza. L’uomo può perire per la Tecnica che egli stesso inventa, non per le sue scoperte scientifiche”.

Scienza vuol dire scoprire la logica del Creato, le leggi fondamentali della natura. Scienza e Tecnica non debbono assolutamente essere confuse e se tutto è Scienza, nulla è Scienza. Bisogna quindi distinguere nettamente le tre grandi conquiste della ragione da me già citate: Linguaggio, Logica e Scienza. Il Linguaggio è quella scoperta che ha portato alla memoria collettiva permanente. Noi siamo l’unica forma di materia vivente dotata di ragione, da cui nasce il Linguaggio e dunque la scrittura: che è memoria collettiva permanente. Come amo ripetere nei miei discorsi rivolti a un vasto pubblico, le aquile non sanno scrivere, i leoni nemmeno, le scimmie neppure. E, passando alla Logica rigorosa, non mi risulta che i gatti sappiano cosa sia il teorema di Pitagora, né che le volpi si pongano il problema del Supermondo. Passando infine alla Scienza, una delle frontiere delle nostre attuali conoscenze scientifiche è proprio il Supermondo, quella realtà matematicamente elaborata, rigorosamente esistente dal punto di vista teorico, cui manca la prova sperimentale. E Scienza vuol dire proprio questo: rigore matematico nella formulazione del problema e prova sperimentale riproducibile per poter affermare che il fenomeno avviene effettivamente così.

Se la cultura scientifica fosse parte integrante della cultura del nostro tempo, noi non vivremmo la crisi culturale nella quale siamo immersi. Emilio Segrè fu un grande protagonista della Scienza e della cultura scientifica. Pubblicò molti libri che costituiscono opere di grande cultura scientifica, non certo di divulgazione detta scientifica. Egli fu un forte sostenitore del Centro di Erice che, come ho già detto, si chiama Centro di Cultura Scientifica ed è intitolato a Ettore Majorana per portare alta in Italia la bandiera di Enrico Fermi, in memoria di colui che egli stesso considerava un genio. Dopo la scomparsa di Majorana, Enrico Fermi diceva: “Essere scienziati vuol dire scoprire o inventare. Chi non ha mai scoperto né inventato nulla non può dirsi scienziato, ne può parlare in nome della Scienza”. Invece oggi in nome della Scienza parlano massimamente persone che, a prescindere dalla loro ideologia, non hanno mai scoperto né inventato nulla. Ecco l’origine della crisi culturale che confonde la Tecnica con la Scienza, la divulgazione scientifica con la cultura scientifica. La divulgazione scientifica ha creato disastri per mezzo di mistificazioni ideologico-culturali di cui è vittima la nostra società, ossia tutta la società avanzata del mondo industrializzato alla quale abbiamo il privilegio di appartenere. Tali mistificazioni hanno portato, per esempio, a ritenere Enrico Fermi ed Emilio Segrè i padri della bomba atomica che distrusse Hiroshima. Il vero padre della bomba di Hiroshima fu Adolf Hitler. Fu lui, con folle violenza politica e ideologica, a partire col progetto nazista per la bomba a fissione nucleare. Gli scienziati del Progetto Manhattan iniziarono la loro impresa con tre anni di ritardo, terrorizzati dall’idea di non riuscire a evitare per tempo che il mondo cadesse in mano a Hitler. Come se non bastasse, la divulgazione detta scientifica ha fatto credere a tutti che il padre della bomba H sia Edward Teller. Il vero padre della bomba H fu invece Iosif Stalin, come è adesso noto a tutti dopo il crollo del muro di Berlino. Mentre l’America si dibatteva sui dubbi di Oppenheimer, Stalin era già partito col progetto per la bomba a fusione nucleare. A Erice sono state portate, da chi le ha personalmente vissute, le testimonianze di questa incredibile realtà culturale che la divulgazione detta scientifica ha completamente stravolto. È la cultura scientifica lo strumento che può permettere al nostro mondo di superare ed evitare i drammi della crisi culturale. Pur tuttavia la società nella quale viviamo possiede una cultura che, come dicevo prima, non è al passo con le grandi scoperte della Scienza.

Emilio Segrè rappresenta un’eccezione, non la regola, nel mondo scientifico. Per motivi che non sto qui a discutere, avviene che i nostri colleghi, quando scrivono o quando parlano, si rivolgono sostanzialmente a se stessi, non al pubblico. Le torri d’avorio sono state create da coloro che vogliono tenere la Scienza lontana dalla società civile. Contrastare questa volontà è una battaglia molto dura, nella quale Emilio Segrè ha saputo distinguersi. Io non vi parlerò delle scoperte di Segrè perché sarà Franco Bassani a illustrarvele. Vorrei limitarmi a quelle conquiste di Emilio Segrè che riguardano direttamente la cultura del nostro tempo. Egli fu infatti, lo ripeto, uno straordinario esempio di scienziato e contemporaneamente di autore di libri di estremo interesse, che hanno fatto testo nella cultura scientifica moderna. Vorrei comunque raccontare un episodio sulla scoperta dell’antiprotone che mi è stato riferito da Goldhaber, direttore del più grande laboratorio americano di quei tempi. Goldhaber non credeva nell’esistenza dell’antiprotone. Come mai? L’idea delle antiparticelle nasce, com’è noto, nel formidabile cervello di Dirac. Dirac, giovane fisico inglese, all’inizio della prima guerra mondiale viene chiamato alle armi e riformato per errore. Molto dispiaciuto di non essere stato considerato idoneo, rimane praticamente solo a Cambridge, con un chiodo fisso: capire le implicazioni nel campo delle particelle fondamentali di una grande scoperta di Lorentz. Lorentz aveva scoperto una cosa ancora adesso estremamente affascinante: se lo spazio è reale il tempo deve essere immaginario e viceversa. Eppure nella vita di tutti i giorni noi consideriamo lo spazio e il tempo reali. La grande scoperta di Lorentz era il risultato di duecento anni di esperimenti in elettricità, magnetismo e ottica. Esperimenti che portarono Maxwell a formulare in appena quattro [erano venti ma è meglio non infierire, n.d.r.] equazioni l’enorme varietà dei fenomeni elettromagnetici. Adesso noi siamo in grado di scriverne una sola e questa grande conquista di sintesi matematica di tutti i fenomeni elettromagnetici esige una cosa incredibile: che lo spazio-tempo, nel quale lo spazio si misura con il metro e il tempo con l’orologio, non possa essere reale, bensì complesso. Il giovane Dirac si chiese dunque cosa sarebbe successo all’elettrone se descritto nello spazio-tempo complesso. Nessuno prima di lui si era mai posto questo problema. Così facendo scoprì che, se c’è l’elettrone, ci deve essere anche l’antielettrone. Questa è una delle più grandi conquiste della Scienza di tutti i tempi, alla quale tuttavia nessuno credeva.

A Cambridge, Dirac subiva lo scetticismo generale dei colleghi nei riguardi della sua scoperta teorica finché, per sua fortuna, pochi anni dopo non venne sperimentalmente scoperto l’antielettrone. E allora successe il finimondo. Se c’è l’antielettrone, sosteneva Dirac, ci deve essere anche l’antiprotone  e  a ogni particella deve corrispondere un’antiparticella. Però attenzione, la scoperta e l’affermazione di Dirac si basavano unicamente sulle forze elettromagnetiche. Dirac aveva infatti avuto l’idea dell’esistenza dell’antielettrone studiando che cosa fa l’elettrone quando interagisce elettromagneticamente. Ciò lo aveva portato a concludere che se c’è un elettrone di carica elettrica negativa ci deve essere quello di carica positiva, se c’è una particella ci deve essere l’antiparticella dotata di carica opposta. Quando Segré fece la sua proposta d’esperimento per scoprire l’antiparticella del protone, egli era convinto che oltre al protone ci dovesse per forza essere anche l’antiprotone. Però il protone, diceva giustamente Goldhaber, ha interazioni forti ed è una particella ben diversa dall’elettrone. Dunque nel caso dell’antiprotone, non era soltanto questione di carica elettrica. Ecco la ragione per cui molti fisici pensavano che l’antiprotone non dovesse esistere. Non è affatto vero quello che spesso si dice, ossia che fosse ovvio che l’antiprotone dovesse esistere. A tal punto che Goldhaber fece una grossa scommessa (grossa per le tasche di un fisico) sulla non esistenza dell’antiprotone, firmando un assegno. Chi vinse la scommessa non incassò mai quell’assegno, lo conservò in un quadro nel suo studio, regalandolo successivamente al direttore del laboratorio dove fu effettivamente scoperto l’antiprotone.

Oltre a Emilio Segrè, faceva parte della squadra di ragazzi di Via Panisperna anche Ettore Majorana. Majorana era persona di pochissime parole e finì nel gruppo di Fermi in quanto il padre di Majorana era amico di Corbino, uno dei due illustri fisici che Fermi chiamava “santi protettori”. I santi protettori di Enrico Fermi erano Corbino e Marconi [Marconi??? N.d.r.]. Il gruppo di Via Panisperna poté fare quello che fece grazie a questi due santi protettori. Infatti, quando nel giro di pochi mesi Corbino e Marconi morirono, Enrico Fermi, che doveva essere il successore di Marconi alla presidenza del Consiglio Nazionale delle Ricerche, non venne nemmeno fatto direttore dell’Istituto di Fisica. Confidò alla moglie Laura: “Ce ne dobbiamo andare dall’Italia, non mi faranno più far nulla”[??? n.d.r.]. Dopo pochi mesi entrarono in vigore le sciagurate leggi razziali. Si racconta che Fermi lasciò l’Italia per via di quelle leggi, ma non è così. Fermi aveva già deciso di andare via perché la ruggine accademica italiana tipica di quei tempi non gli consentiva di fare esperimenti con cose così strane come i neutroni. E ciò, malgrado il fatto che il gruppo di Via Panisperna stesse realizzando studi e ricerche incredibili. Majorana entra a far parte del gruppo di Fermi raccomandato da Corbino, che dice a Fermi: “Sa, c’è un ragazzo giovane molto brillante, lo metta alla prova”. Majorana arriva nel gruppo di Fermi un giorno in cui, come avviene in tutti i gruppi di ricerca, il capogruppo illustrava alla lavagna un problema, l’ultimo problema non risolto e sul quale tutti lavoravano da una settimana senza aver concluso alcunché. Majorana ovviamente non aveva mai incontrato nessuno del gruppo prima di allora. L’indomani, Majorana si avvicina tutto tremante a Fermi, dicendo: “Professore, sa, forse ho avuto un’idea”. Si trattava della soluzione del problema. Ecco come iniziò una collaborazione che fece dire a Fermi, quando Majorana sparì: “Vi sono tre tipi di scienziati, quelli che cercano di far qualcosa ma non combinano nulla, quelli che cercano di far qualcosa ma combinano poco, poi vi sono quelli che riescono a scoprire e a inventare. Infine vi sono i geni, tipo Galilei e Newton. Majorana era uno di questi“. Questa dichiarazione, che a Erice è incisa su una lastra di bronzo, mi è stata resa nota dalla Signora Fermi, ovviamente con il permesso di riprodurla. Enrico Fermi considerava Majorana una persona geniale innanzi tutto per via della questione del neutrone, ufficialmente scoperto da Chadwick. In realtà, la prima persona al mondo che scoprì il neutrone fu Majorana. Il problema era su per giù questo: una scoperta fatta dai coniugi Joliot-Curie era stata interpretata come dovuta a fotoni, cioè a luce di altissima energia. Majorana convinse Fermi che la spiegazione era sbagliata; che doveva essere in gioco una particella pesante e che si era dinanzi a un esempio di protone neutro. Nasce così il termine neutrone. E Fermi gli disse: “Formidabile, scrivi il lavoro!” Majorana apparteneva a quella razza di persone, debbo dire tipiche della cultura siciliana, le quali, quando capiscono una cosa, invece di rallegrarsene, si reputano stupide per non aver saputo capirla tre ore prima o tre giorni prima o tre mesi prima. Majorana non scrisse e non pubblicò il lavoro [con somma soddisfazione del gruppo che così si faceva apprezzare meglio! n.d.r.]. Emilio Segrè mi raccontò l’episodio, descrivendomi lo sbalordimento e l’incredulità del gruppo di Via Panisperna quando si venne a sapere che Chadwick aveva effettivamente scoperto il neutrone. Al gruppo non restava altro che continuare a portare avanti i propri esperimenti. Come se non bastasse, un bel giorno Majorana va da Fermi a fargli un discorso sui neutrini che oggi si chiamano i “neutrini di Majorana”. In sintesi la questione era questa: i neutrini di Dirac avevano quattro componenti ma secondo Majorana ne bastavano due. Nasce così l’idea del neutrino di Majorana. Fermi, conoscendo Majorana e sospettando quindi che non avrebbe nuovamente messo nulla per iscritto, scrisse personalmente il lavoro firmandolo Majorana e lo mandò per la pubblicazione. Se oggi noi sappiamo dei neutrini di Majorana, ancora di grande attualità, lo dobbiamo a Enrico Fermi e al fatto che aveva nel suo gruppo dei ragazzi geniali come Majorana, come Segrè o come Pontecorvo.

Bruno Pontecorvo è il fisico che formulò l’ipotesi dell’oscillazione dei neutrini. Io sono grato a Pontecorvo per quanto riguarda il mio progetto per i Laboratori del Gran Sasso. La cosiddetta Scuola di Roma si scagliò contro il mio progetto all’epoca in cui lo presentai. Non che ciò mi abbia impedito di portarlo comunque avanti, però a un certo punto arrivò Pontecorvo in Italia. Erano anni che vivevamo in piena guerra fredda ed esisteva ancora il muro di Berlino, sicché alcuni di noi ricorderanno che l’arrivo di Pontecorvo in Italia fu un vero avvenimento. A Roma fu organizzata una conferenza scientifica di tre giorni nella quale fui invitato a presentare il progetto del Gran Sasso [da chi? N.d.r.], cosa che puntualmente feci. Senza preavviso, dopo la presentazione, mi fu chiesto di partecipare a una conferenza stampa, molto insolita per un ambiente di soli scienziati. Siccome io ero considerato un “anticomunista viscerale” e Bruno Pontecorvo un “comunista ufficiale”, nella mente degli organizzatori il divertimento era garantito. Non potendo andarmene, vidi il solito giornalista d’occasione alzare la mano e chiedere: “Professar Pontecorvo, cosa ne pensa del progetto napoleonico del Professor Zichichi sul Gran Sasso?” Già il termine “napoleonico” diceva tutto. Pontecorvo passeggiando, col suo modo tipico di muoversi molto lentamente, rispose pacatamente: “Mi dispiace di avere una certa età e di non essere più tanto giovane, mi dispiace molto di non essere abbastanza giovane per potere partecipare a questo formidabile progetto.” Da quell’istante in poi la cosiddetta Scuola di Roma smise di attaccare il progetto Gran Sasso. Ecco perché io sono grato a Bruno Pontecorvo ed ecco perché un’aula dei Laboratori del Gran Sasso è a lui intitolata. Anche Emilio Segrè in quell’occasione fu al mio fianco come grande difensore del progetto e sostenitore delle proposte che scientificamente hanno rappresentato per l’Italia una notevole opportunità. Poiché si parla tanto di fuga di cervelli, è bene sapere che il progetto Gran Sasso ha invertito questa tendenza, è l’unica iniziativa scientifica realizzata in Italia in cui la comunità internazionale ha investito non solo fondi, ma cervelli, tecnologie e un enorme impegno intellettuale.

  Questo significano per me i ragazzi di via Panisperna: quelli che ho personalmente conosciuto, e cioè Pontecorvo e Segrè, sono stati sempre dal mio lato; quelli che non ho conosciuto, lo sarebbero sicuramente stati, come mi ha sempre detto la Signora Fermi a proposito di suo marito.

Per concludere, vorrei tornare al tema iniziale. Noi viviamo in un mondo nel quale sarebbe bene che la cultura scientifica diventasse una componente della cultura moderna. Per esempio, le cinquantatre emergenze planetarie che sono state individuate e portate alla ribalta dalla World Federation of Scientists, vengono comunemente attribuite al progresso scientifico. Se fosse vero,  bisognerebbe  chiudere  con  la Scienza. Le cinquantatre emergenze planetarie sono in realtà il risultato di una dissennata violenza politica. Infatti, quali sono le aree del mondo più devastate? Sono quelle dell’ex Unione Sovietica dove è stata attuata un’innumerevole serie di devastazioni ecologico-ambientali. Cultura scientifica vuol dire correggere o finalmente cancellare le mistificazioni culturali che hanno stravolto la verità. Per fare cultura scientifica non bastano gli scienziati; c’è bisogno dell’azione politica di quelle persone sensibili che, dedicandosi allo sviluppo scientifico, tecnologico e sociale, possano dare a noi scienziati la possibilità di incidere sulla cultura del nostro tempo, m questa battaglia Emilio Segrè ha dato prova di un notevole coraggio e di un prezioso impegno grazie ai suoi numerosi scritti di vera grande cultura scientifica.


E L’IG – NOBEL  CONTINUA:

Da Famiglia Cristiana n° 22 (2003)

LE FONDAMENTALI SCOPERTE SCIENTIFICHE DI EMILIO SEGRÈ

I RAGAZZI DI VIA PANISPERNA

Con Fermi, Majorana e Pontecorvo fu protagonista di una stagione che fece compiere passi da gigante alla fisica.

In giugno il Comune di Tivoli rende omaggio a uno scienziato che con le sue scoperte ha dato lustro e prestigio scientifico all’Italia, all’Europa e alla sua città natale. Emilio Segrè, con Fermi, Majorana e Pontecorvo, fa parte del prestigioso gruppo detto “I quattro ragazzi di via Panisperna”. Nato a Tivoli nel 1905, iniziò la sua carriera come assistente di Orso Maria Corbino, che Enrico Fermi definì uno dei due “santi protettori” dei ragazzi di via Panisperna. L’altro era Guglielmo Marconi (?????? n.d.r.).

Le ricerche scientifiche su cui questi quattro ragazzi erano impegnati avevano dell’incredibile. C’era una proprietà molto peculiare che era stata scoperta in Francia: la radioattività. Un certo tipo di materiale, detto radio, produceva una “radiazione” tutta particolare, in modo totalmente naturale. Questo fenomeno era talmente raro che avrebbe potuto essere lasciato perdere.

C’era un altro fenomeno tutto da capire: com’erano fatti i nuclei degli atomi. Sembrava dovessero essere fatti soltanto con particelle cariche positivamente, dette protoni. Motivo: la parte esterna degli atomi era fatta di particelle cariche negativamente, gli elettroni. Sembrava non dovesse esserci bisogno d’altro per garantire carica zero alla materia. Qualunque tipo di materia, per evitare scintille di ogni tipo, deve essere fatta con lo stesso numero di particelle cariche di segno opposto: protoni ed elettroni sembravano risolvere il problema.

Però quel raro fenomeno della radioattività faceva nascere qualche dubbio. E Majorana pensò a una particella pesante come il protone, ma senza carica elettrica. Il gruppo dei quattro ragazzi lo chiamò “neutrone”. Purtropppo Majorana non pubblicò quell’idea e quando (1932) a Cambridge venne scoperto il neutrone, i quattro ragazzi non poterono far altro che impegnarsi per essere in prima linea nel capirne le proprietà. Sarebbe stato impossibile, nelle strutture accademiche della vecchia Italia, permettere a un gruppo di giovani lo studio degli effetti di quelle particelle appena scoperte, le cui proprietà erano ancora tutte da capire. In quelle nuovissime particelle c’era un’impensabile serie di formidabili novità.

Una nuova forza “debole”

La più importante è la scoperta di una nuova forza fondamentale della natura, che Fermi chiamò “debole” e che oggi porta il suo nome. L’uso dei neutroni lenti fece scoprire ai quattro ragazzi la radioattività artificiale che doveva portare all’accensione del fuoco nucleare di pace, primo fuoco che non dipende dal Sole. La libertà scientifica di cui godevano i quattro ragazzi era dovuta ai due “santi protettori”.

Prova ne fu che, quando nel giro di pochi mesi scomparvero Marconi e Corbino, Enrico Fermi non riuscì a essere nominato direttore dell’Istituto di fisica dell’Università di Roma e fu costretto ad abbandonare l’Università in seguito alle leggi razziali. La stessa sorte toccò a Segrè, vincitore della cattedra di Fisica dell’Università di Palermo. Enrico Fermi incluse Segrè nella lista “riservata” dei giovani ebrei cacciati dalle università italiane affinché venissero accolti dalle università degli Usa.

Ho avuto il privilegio e la fortuna di conoscere Segrè nel 1956 a Ginevra, dove la sua relazione sulla scoperta dell’antiprotone era al centro di quel Congresso mondiale dei fisici. Un famoso fisico americano aveva scommesso mille dollari che l’antiprotone non sarebbe mai stato scoperto. Quell’assegno non venne incassato, ma messo in cornice ed esposto nello studio del direttore del laboratorio in cui Segrè aveva scoperto l’esistenza del primo esempio di antiparticella diversa dall’antielettrone.

Segrè era molto fiero di un’altra sua scoperta: quella del primo elemento artificiale, che battezzò Tecnezio. Ed era orgoglioso di essere stato tra i fisici che, lavorando al Progetto Manhattan, si erano impegnati per evitare che l’Europa finisse sotto il dominio nazista.

Il progetto nazista era in vantaggio

Non dimentichiamo, amava ripetere, che il progetto della bomba nucleare nazista aveva un vantaggio di tre anni sul “nostro”. Fu proprio Segrè, con Kennedy, Seaborg e Wahl, a dimostrare che il plutonio poteva essere usato come combustibile nucleare e come esplosivo. Era ad Alamagordo quando il gruppo di scienziati europei ebbe la certezza che non sarebbe stato Hitler a dominare l’Europa. «Quando parlerete di me», disse, «non ricordatemi come “allievo di Fermi”. Lui era il papa. Noi soltanto cardinali».

“I quattro ragazzi di via Panisperna” hanno scritto una pagina gloriosa nella storia della scienza, non solo per quello che hanno fatto con Fermi, ma anche e soprattutto per i contributi dati con scoperte e invenzioni al progresso delle nostre conoscenze scientifiche.
[è proprio uno svergognato!!!! n.d.r].


MA LA COMPLETA IGNORANZA DELLA STORIA, UNITA A QUELLA DELLA FISICA, DA PARTE DELL’IG – NOBEL GLI HA FATTO RICOSTRUIRE LE VICENDE DI FERMI IN UN MODO CIALTRONESCO, BUFFONESCO E PAESANO. SE AVETE LO STOMACO, LEGGETE QUI.

http://www.uaar.it/documenti/cultura/saggi/scienza05.html 

Quando la scienza diventa dogma

Paolo Dune, in margine all’ultimo libro di Antonino Zichichi. Il fisico Antonino Zichichi prova a fare il teologo col suo ultimo Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo (Rizzoli, Milano 1999), saggio divulgativo, a metà strada tra scienza e religione. Lo stile vi appare poco o punto scientifico: prolisso, ripetitivo e con una serie di sentenze («L’uomo che ha Fede è fortunato» o «La verità è ben diversa. Eccola») che andrebbero bene in bocca a un messia, ma stridono in bocca ad uno scienziato. E soprattutto l’opera risulta priva di elementi di sostanziali novità nella dialettica credenti-non credenti.

Si parte dalla tesi che la scienza sia nata da Galileo Galilei, e che sia frutto di un suo atto di fede nel creato poiché voleva trovare negli oggetti volgari le impronte del Creatore. Oltre al termine creato, poco opportuno dal momento che la scienza non ha ancora dimostrato l’origine divina del mondo, la conclusione che senza la religione la scienza non sarebbe mai nata (p. 180) costituisce una notevole estremizzazione del ragionamento. Non si capisce perché si sia dovuto aspettare Galileo per tale nascita. Singolarmente l’autore dimostra di considerare «scienza» solamente la Fisica, e non fa alcun riferimento ad Ippocrate, padre della scienza medica, o ad Epicuro o a Lucrezio, che studiarono la natura, o ad altri autori non credenti. Con poca considerazione nei confronti di colleghi contemporanei arriva a sostenere che tutti i grandi scienziati sono stati credenti (p. 45). In realtà, se anche Galileo scoprì il metodo sperimentale con un atto di fede, ciò fu solo una circostanza occasionale. Anche Cristoforo Colombo scoprì l’America per un errore di navigazione. Ma le scoperte vivono di vita autonoma rispetto agli scopritori, e non ha alcun senso indagare sulle opinioni religiose di Galileo o quelle marinare di Colombo: ciò che conta sono i risultati e non le motivazioni che li ispirano. Neanche l’idea che la sperimentazione costituisca un «bussare alla porta di Dio» convince, dal momento che per bussare alla porta di Dio è sufficiente pregare. La sperimentazione costituisce invece un tentativo di conoscere il mondo con le proprie forze, senza bisogno di rivelazioni.

Ma nonostante ciò Zichichi vede nella natura, nella assolutezza e nell’ordine delle leggi di fisica, le impronte del creatore. «Studiando la parte materiale della nostra esistenza, l’uomo scopre le Leggi fondamentali della Natura. E non può non porsi la domanda: chi ha fatto queste leggi?» (p. 147). Zichichi confonde le leggi di fisica con quelle umane. Mentre infatti quelle umane sono di natura precettiva, impongono cioè un dover essere e presuppongono un legislatore, quelle di fisica sono meramente descrittive, si limitano a descrivere come un fenomeno è, senza presupporre altro. Zichichi rifiuta l’idea che il mondo possa derivare dal Caos, concetto ambiguo, che tuttavia non si cura di definire. E sorprende che nel libro non menzioni mai il secondo principio della termodinamica, conosciuto anche come entropia o «tendenza al disordine», che evidentemente non si armonizza con tale idea. Afferma: «La natura è un libro scritto seguendo un preciso disegno» (p. 119), ma non spiega mai quale sia questo disegno, e conclude: «Nessuno scienziato potrà mai capire fino in fondo il Grande Disegno» (p. 162); probabilmente perché non esiste alcun disegno da capire… E del resto, se anche la realtà fisica fosse «ordinata», ciò non presupporrebbe affatto un Artefice: l’ordine potrebbe essere un principio insito nell’universo, magari legato alla sua funzionalità. L’argomentazione della Causa Prima, che l’autore riprende, porta inevitabilmente al paradosso di presupporre sempre una nuova Causa Prima, in un processo di Cause Prime infinite, come scatole cinesi. Infine appare discutibile anche il legame tra il concetto di Dio e il concetto di Ordine: i miracoli delle religioni, ad esempio, nella loro totale discrezionalità ed arbitrio, e nella violazione delle leggi «ordinate» di fisica, sembrano più esprimere una volontà di caos che non di ordine.

In ogni caso Zichichi, dopo aver ribadito che la scienza non ha mai negato l’esistenza di Dio, segue due strade: da un lato affermare che l’esistenza di Dio è indimostrabile «per definizione» (p. 160), liberandosi in questo modo dall’onere della prova, dall’altro sostenere che l’ateismo è una costruzione contraddittoria perché non riesce a dimostrare l’inesistenza di Dio. A sostegno della prima tesi ricorda che vi sono verità in ambito matematico indimostrabili, e quindi non ha senso cercare la dimostrazione dell’esistenza di Dio. Ma questo, oltre a valere anche per la dimostrazione della sua inesistenza, sembra mettere sullo stesso piano i concetti astratti matematici con le esistenze reali. Inoltre cita Gödel per concludere che «Non è vero che una costruzione logica debba necessariamente portare a una conclusione o alla sua negazione. È altrettanto rigorosamente logico che venga fuori la conclusione: è impossibile decidere» (p. 137). Tale deduzione, lungi dal dimostrare la validità della fede, legittima invece l’agnosticismo: se non si può decidere, è più corretto non prendere posizioni! Da notare, invece, che Zichichi ignora completamente l’agnosticismo, al punto da non citarlo mai nelle sue argomentazioni; tra credere e non credere non vede sfumature intermedie. La sua conclusione è che, per arrivare a Dio, la scienza dovrà prima conoscere e spiegare tutto l’immanente, e tale traguardo è ancora lontano (p. 145); pertanto l’unica soluzione possibile appare l’atto di fede. La fede, qualunque fede, come divinizzazione dell’impotenza umana! Dio viene nascosto nel Trascendente, luogo metafisico la cui esistenza è «fuori discussione» (p. 20), e che viene anch’esso dimostrato dalla fede. Non è chiaro se Zichichi consideri la fede «derivata dalla Ragione», quindi fenomeno naturale, oppure «dono di Dio», quindi legato a una rivelazione (p. 153). Sulla contraddittorietà dell’ateismo, l’autore insiste che l’ateismo nasce «dalla negazione di Dio» e che quindi è tenuto a fornire la relativa prova. Ma, a parte il fatto che l’ateismo non parte dalla negazione di Dio, bensì giunge alla negazione di Dio, l’autore sembra suggerire che tutti coloro che negano l’esistenza di qualcosa, come ad esempio delle streghe, dovrebbero fornire la relativa prova!

È evidente l’aspetto discutibile delle teorie di Zichichi: il fare di Dio la premessa di ogni ragionamento, e non invece il risultato, il punto di arrivo di una ricerca. Con un dogmatismo da Pascal, afferma: «Il miracolo è destinato ad essere creduto da coloro che hanno avuto il dono della fede. E a non esserlo, da coloro che questo dono non l’hanno avuto» (p. 146). Come sapere se si è verificato un miracolo, non lo spiega. Da un lato ammette che «è vero che esistono prove concrete e sicure che corroborano la validità dell’evoluzione biologica in numerosissime forme di materia vivente» (p. 89), dall’altro, con atteggiamento velatamente specista, nega l’evoluzionismo poiché la specie umana è «l’unica dotata di un privilegio straordinario: quello di sapere decifrare la Logica di Colui che ha fatto il mondo» (p. 90). Una vanità che nessun’altra specie può contestargli. Ancora: se da un lato Zichichi svaluta le filosofie, lamentando che sono tutte diverse e contraddittorie tra loro (pp. 117, 119, 123), non è capace di ripetere lo stesso ragionamento per le religioni. Se cerca di conciliare fede e scienza, non spiega quale fede tra tutte le esistenti sia da scegliere e perché. Ringrazia il Creatore per aver dato all’universo una temperatura adatta all’uomo (p. 33), come se uno tanto onnipotente non avesse potuto creare l’uomo diversamente. E infine pretende di applicare il metodo sperimentale galileiano al marxismo per dimostrare la sua falsità, come se la fisica potesse essere applicata alle ideologie! Chissà, se si applicasse il metodo sperimentale al cristianesimo, che non si verificasse come in 2000 anni non sia riuscito a cambiare nulla…

In conclusione, alla fine del libro non si comprende quale sia il disegno di Dio, ma si comprende bene quale è il disegno dell’autore: sottomettere la scienza ai valori cattolici e al controllo religioso mediante la strumentalizzazione delle opinioni di Galileo e delle scoperte scientifiche. Giova ricordare quello che disse Albert Einstein, da Zichichi considerato credente: «Non posso immaginare un dio che premi e punisca gli oggetti della sua creazione, i cui fini siano modellati sui nostri. Un dio, in breve, che non è che un riflesso della fragilità umana. Né posso credere che un individuo sopravviva alla morte del suo corpo, sebbene gli animi deboli nutrono tali opinioni per paura o per ridicolo egoismo». Zichichi è sicuramente un valido scienziato, ma di quell’umiltà intellettuale che predica nel libro dovrebbe dare un migliore esempio, magari evitando di intervenire in materie che non gli sono proprie, o imparando l’arte del dubbio, che da Galileo ad oggi ha costituito il più grande stimolo di ricerca e di progresso.


http://www.nemesi.net/farf2.htm 

L’effetto serra: i dilemmi della Casa Bianca

Questa volta, il prof. Zichichi, non animato da ispirazioni misticheggianti, ha scritto un articolo apparentemente convincente. “Apparentemente” perché è razionale e corretto (per quel che vale, sono d’accordo per quanto riguarda il nucleare), però potrebbe avere torto. Potrebbe…
Zichichi sostiene giustamente che nella scienza non si procede sulla base del massimo consenso, bensì sulle prove. Purtroppo, in questo caso prove non ne abbiamo, ma solo simulazioni basate su ipotesi e un dato abbastanza concreto.

L’atmosfera va immaginata come un grande polmone che assorbe ed espelle anidride carbonica. La massa liquida della Terra (detta oceano globale), il suolo e le piante iniettano nel polmone della Terra (atmosfera) la stragrande maggioranza di CO2: 96,5 per cento. L’attività umana è responsabile del restante 3,5 per cento (di cui l’uno per cento dovuto alla deforestazione). Ed ecco il quesito che vale miliardi di dollari: perché dev’essere quel restante 3,5 per cento la causa delle variazioni climatiche? Nessuno sa rispondere.

E’ vero, nessuno sa rispondere. E nessuno sa spiegare perché solo una differenza di circa il 2 per cento del patrimonio genetico differenzia un uomo da uno scimpanzé.

Zichichi ha dimostrato di essere affetto da Galilei-dipendenza. Oltre al metodo sperimentale, ci sono altre teorie che devono essere prese in considerazione quando i dati empirici non sono disponibili con certezza, oppure quando i modelli non sono sufficientemente accurati. Per esempio, la Teoria delle Catastrofi e la Teoria del Caos, della quale l’effetto farfalla è un esempio che invita alla riflessione…


Da Il Messaggero

EFFETTO SERRA, I DILEMMI DELLA CASA BIANCA

di ANTONINO ZICHICHI

A PARTE pochissime eccezioni — quale ad esempio la fisica subnucleare — gli Stati Uniti sono oggi al vertice della scienza e della tecnologia. Come è possibile che l’unica superpotenza esistente al mondo abbia deciso di commettere il suicidio ecologico-ambientale di cui parlano i media in questi giorni? Qualcosa deve avere spinto il Presidente Bush. Questo qualcosa è una serie di flagranti contraddizioni. Non si può agitare lo spauracchio dell’effetto serra e demonizzare l’energia di origine nucleare. Né si può predicare il progresso economico e demonizzare l’energia. Come se non bastasse, queste due flagranti contraddizioni vengono corroborate da un criterio che ci fa fare un salto indietro di quattrocento anni. Fu infatti Galileo Galilei il primo uomo al mondo a dire che non si può mettere ai voti una verità scientifica. Noi vorremmo invitare i commissari europei, ad esempio quello all’Energia e quello all’Ambiente, a studiare come è nata la scienza. Non si possono prendere provvedimenti — che si traducono in effetti da migliaia di miliardi di lire — sulla base del concetto di “stragrande maggioranza del mondo scientifico” in quanto Galilei insegna che per una scoperta scientifica basta un solo scienziato. Se la “stragrande maggioranza” è contraria, questo non cambia minimamente la validità della scoperta scientifica. Per attaccare Bush è stato detto che la “stragrande maggioranza” del mondo scientifico concorda sulle conclusioni relative al cambiamento climatico più drastico e repentino che il pianeta abbia conosciuto negli ultimi millenni. Siccome non è possibile mettere ai voti una certezza scientifica il termine “stragrande maggioranza” è privo di senso.
Il problema di fondo è che non esiste l’equazione del clima. Se esistesse una formulazione matematica rigorosa di questo fenomeno, e se questa equazione fosse stata sottoposta a verifiche sperimentali di stampo galileiano, allora sarebbe possibile fare previsioni. Ad esse nessun governo potrebbe opporsi. Sarebbe un autentico suicidio.
Con l’anidride carbonica e con l’effetto serra siamo lungi da tali certezze. Gli esperti sanno produrre “modelli” la cui proprietà è quella di fare post-visioni non pre-visioni. Quei modelli prevedevano siccità. Essendo occorse le alluvioni, adesso tutti i modelli post-vedono anche le alluvioni. Bisogna combattere con fermezza l’inquinamento e questo vuol dire l’industrializzazione selvaggia, l’agricoltura speculativa ed irresponsabile, gli scarichi sulle aree urbane di sostanze inquinanti di ogni genere.
La scienza ha la certezza dell’inquinamento, non l’equazione del clima. E’ un errore demonizzare l’anidride carbonica (CO
2) e l’effetto serra. Se non ci fosse CO2 non esisterebbe la vita vegetale: addio piante. Se non esistesse l’effetto serra la temperatura media crollerebbe a quindici gradi sotto lo zero dei nostri termometri. Se togliessimo dall’atmosfera tutta l’anidride carbonica, l’effetto serra resterebbe al 93 per cento. Il problema non è ridurre a zero CO2 ed effetto serra, ma trovare un equilibrio e capire su quali basi solide costruire i modelli. Essi non hanno soluzioni sicure in quanto la stessa costruzione matematica dei modelli ha basi poco solide. Eccole.
Anzitutto è il bilancio di CO
2 nell’atmosfera che non è capito. L’atmosfera va immaginata come un grande polmone che assorbe ed espelle anidride carbonica. La massa liquida della Terra (detta oceano globale), il suolo e le piante iniettano nel polmone della Terra (atmosfera) la stragrande maggioranza di CO2: 96,5 per cento. L’attività umana è responsabile del restante 3,5 per cento (di cui l’uno per cento dovuto alla deforestazione). Ed ecco il quesito che vale miliardi di dollari: perché dev’essere quel restante 3,5 per cento la causa delle variazioni climatiche? Nessuno sa rispondere. Ma non è tutto.
Nel polmone della Terra (atmosfera) ristagnano i due terzi dell’anidride carbonica e solo un terzo partecipa alla circolazione. Perché? Nessuno sa rispondere. Continuiamo. L’aumento della temperatura dovrebbe portare a un aumento nei livelli del mare. Dalle misure fatte non è possibile trarre alcuna conclusione. La temperatura dovrebbe essere trascinata dall’aumento del tasso di anidride carbonica. Studiando “carote” di ghiaccio nell’Antartico si arriva a quasi 200.000 anni fa. I dati ammettono due soluzioni. Una dice che sarebbe la temperatura a trascinare l’aumento di anidride carbonica: in pieno contrasto con le condizioni necessarie per i modelli climatologici usati. Proseguiamo. Il raddoppio del tasso di anidride carbonica dovrebbe portare a un aumento della temperatura media di almeno 3 gradi. Anche qui non ci sono dati sicuri. Infatti l’aumento di anidride carbonica dovrebbe produrre un aumento nel flusso di energia verso gli strati bassi dell’atmosfera. Questo aumento favorirebbe l’emissione di vapore acqueo, quindi la formazione di nuvole. Esse rifletterebbero verso l’alto l’energia radiante. Il sistema in basso dovrebbe raffreddarsi. Non è pertanto ovvio che un aumento di anidride carbonica produca sicuramente un aumento di temperatura. Il modello matematico citato è altrettanto valido quanto gli altri che concludono l’esatto contrario. Nessuno può pretendere di saperne di più se prima non riesce a dare risposte rigorose a tutti i quesiti aperti.
Cosa ha deciso di fare l’America? Anzitutto combattere con provvedimenti drastici l’inquinamento, ma restare prudente sul clima. Per il semplice motivo che le “previsioni” sono basate su “modelli”. E poi finanziare studi dettagliati per cercare di risolvere i problemi che sono oggi privi di risposta senza arrecare danni all’economia del Paese. Tant’è vero che ieri una commissione di esperti, voluta proprio da Bush, ha sentenziato «che l’effetto serra esiste ed è causato dall’uomo». Un responso di cui certo Bush terrà conto.
Così l’Europa dovrebbe rispondere investendo in ricerca fondamentale il doppio di quello che fanno gli Usa, senza costringere l’economia del Vecchio Continente a subire un ulteriore colpo. L’Europa agisce dimenticando che la scienza è nata — grazie a Galilei — a casa nostra. Fare scienza vuol dire usare il rigore del linguaggio matematico corroborato da prove sperimentali al fine di fare previsioni. La credibilità scientifica dipende dalle equazioni corroborate da dati riproducibili. Il presidente Bush sa che non esiste l’equazione clima e sa che, se esistesse, sarebbe assurdo metterla ai voti. L’Europa ha messo ai voti un’equazione inesistente.
Se non vuole trovarsi al rimorchio della locomotiva Usa, l’Europa deve agire in modo da assicurarsi nei prossimi venti anni una crescita energetica pari al 30 per cento. Se invece dà priorità all’equazione inesistente invocando la “stragrande maggioranza del mondo scientifico”, l’Europa perderà questa nuova sfida tecnologica e fra dieci anni l’America avrà i più bassi tassi di inquinamento al mondo e un’economia fiorente.


http://www.ansa.it/ambiente/notizie/notiziari/rifiuti/20030821192732664933.html 

NUCLEARE: ZICHICHI, POSSIBILE RIDURRE VITA MEDIA SCORIE

ANSA) – ERICE (TRAPANI), 21 AGO – ”La vita media di alcune scorie radioattive puo’ essere ridotta da 3000 a 100 anni attraverso processi di trasmutazione nucleare”. Lo ha detto il professore Antonino Zichichi intervenuto oggi ai Seminari Internazionali sulle Emergenze Planetarie di Erice. La tecnica proposta da Zichichi per lo smaltimento delle scorie consiste ”nello spezzare i nuclei”. I nuclei, infatti, perdendo energia, hanno una vita media piu’ breve. Numerosi esperti del settore si sono confrontati su altre metodologie da impiegare per stoccare le scorie nucleari. Finora, tuttavia, nonostante le diverse proposte, la comunita’ scientifica internazionale non ha ancora deciso quale strada seguire. Sulla scelta influisce anche l’aspetto economico: nessuna delle metodologie sperimentata e’ a basso costo. (ANSA). RED
21/08/2003 19:27


E’ che questo è veramente IG – NOBEL !!! Dice più berlusconate lui che banana!

                    http://paginediiaia.clarence.com/archive/029170.html 

                 DA UN FORUM IN RETE

• Lunedì 22 Settembre 2003

La notizia: Zichichi nuovo testimonial per 3

la TIM, di risposta, si sta orientando su Nonna Papera

di paginediiaia, 

Commenti

da zuppa
• il problema di zichichi e’ che nei suoi libri si ostina a parlare di cose che non conosce e non riesce a spiegare bene nemmeno quelle che conosce.

Ottobre 27, 2003 01:30 PM


da panbagnato
• trovo che zichichi sia un po’ l’alberoni della scienza (o presunta tale). pan

Settembre 24, 2003 04:39 PM


da Iaia
• Kaos ed Inka: mi sa che, in quanto ad affidabilità scientifica, il cane della TIM in effetti sia più valido 😉

Settembre 23, 2003 08:11 AM


da Inka
• Ho letto sulla rivista del CICAP che Zichichi ne spara un po’ grosse… forse per la 3 va bene no??

Settembre 23, 2003 02:01 AM


da kaos
• Non so se è meglio Zichichi o il cane della TIM.

Settembre 23, 2003 12:12 AM


da Fabrizio
• Ho provato a leggere Hawkings (dal big bang ai buchi neri) avendo studiato fisica solo alle superiori, non ci ho capito molto. E non era nemmeno soporifero. Zichichi mi ricorda ezio greggio al drive in

Settembre 22, 2003 07:58 PM


da ferro
• o viceversa.. dimenticavo!! 🙂

Settembre 22, 2003 06:19 PM


da ferro
• lo spirito dell’ingegnere si fa sentire!! 🙂 in effetti chi compra Zichichi in libreria, di solito non compra anche Hawkings.. buona settimana Iaia!! 🙂

Settembre 22, 2003 06:18 PM


da Iaia
• Gas: mi sembra un’eresia mettere nella stessa frase Hawkings e Zichichi…

Settembre 22, 2003 05:57 PM


http://www.ilriformista.it/documenti/articolo.asp?id_doc=7197 

20 Maggio 2003

SFOTTÒ. RACCOLTI IN UN LIBRO SATIRICO GLI EXPLOIT MEDIATICI DELLO SCIENZIATO


Tutte le chicche di Antonino, anzi le Zichicche

Si vanta (per scherzo?) di essere stato il «consulente scientifico» di Gesù. E Andreotti, nella prefazione, lo elogia

A ciascuno il suo: gli americani hanno Richard Feynman e noi Antonino Zichichi. Ma gli americani non sanno cosa si perdono. E se Feynman è stato senz’altro un grande scienziato e uno splendido divulgatore, Antonino Zichichi, d’ora in poi Antonino (vedi il post scriptum), aggiunge alle qualità di Feynman anche quelle che gli derivano non solo dall’aver, come lui stesso ha scritto nel suo ultimo libro, scoperto sei scoperte, inventato quattro invenzioni, ideato tre idee e misurato quattro misure, ma anche dall’essere stato il consulente scientifico di Gesù Cristo.
Non stiamo scherzando. Il 19 gennaio 1983, in una sala dell’Università dell’Aquila, poco prima di una conferenza sulla pace nel mondo che vedeva proprio in Antonino l’unico relatore, si è tenuta la celebrazione di una paraliturgia (o, se preferite, un happening sacro) intitolato Gesù di Nazareth e la ricerca scientifica. Il nostro Antonino si è trovato dinanzi ai dodici apostoli (o meglio, a dodici studenti vestiti come apostoli che, a intervalli regolari, come il coro greco, ripetevano: «Zichichi, dicci, a nome dei colleghi, qual è la verità della ricerca») e a un Cristo in carne e ossa (un altro studente) che recitava una preghiera che, in alcune sue parti, suonava in questo modo: «Dimmi ora qual è il tuo segreto, il programma, la via della tua scienza… consentimi, Zichichi, se ora io cerco di traforare il cuore tuo per porvi dentro il mio laboratorio…è questa un’ora di alta liturgia: io la presiedo dando al tuo lavoro il crisma profumato dell’incenso». Ma il bello, come sempre, è arrivato alla fine: dopo la gogliardata degli studenti (apprezzatissima, beninteso, sia da Antonino che dal rettore dell’Università) e una volta iniziata finalmente la conferenza, il nostro professore, per via di un’improvvisa telefonata, ha dovuto interrompere per qualche minuto il suo discorso. E cosa è successo, con massima involontaria ironia, una volta ritornato in sala? cosa ha detto Antonino a Gesù e ai suoi dodici discepoli rimasti lì ad aspettarlo? Prima ha chiesto naturalmente scusa per l’interruzione, poi ha tenuto a precisare che al telefono l’aveva chiamato il papa in persona, e che il papa aveva bisogno di un suo parere.
Questo è solo un episodio della mirabolante fenomenologia di Antonino Zichichi, intitolata Zichicche, che Piergiorgio Odifreddi ha curato e pubblicato da pochissimo, con una prefazione di Giulio Andreotti, per le edizioni Dedalo. È un libro che raccoglie alcuni articoli usciti dalla fine degli anni settanta ad oggi sulle imprese del più famoso (televisivamente parlando) scienziato italiano. E sono imprese quasi sempre degne di nota, che coinvolgono, oltre alle sfere celesti, anche le orbite più materiali degli atomi, delle particelle e della politica nazionale ed internazionale. Come quando Antonino raccolse le firme per la beatificazione di Galileo Galilei con la motivazione che Galileo, con buona pace di Brecht, aveva preferito la verità della fede a quella della scienza. O come quando molti scienziati provenienti da tutto il mondo per i consueti seminari di Erice – una scuola estiva che Antonino aveva fondato perché gli scienziati russi e americani potessero continuare a confrontarsi sui grandi problemi della ricerca scientifica e sulla questione del disarmo nucleare, furono invitati ad assistere all’intronizzazione ad arcivescovo di Monreale di Salvatore Cassisa – cugino dello stesso Antonino. O come quando l’allora (1979) ministro della Ricerca scientifica Vito Scalia minacciò di ritirare l’Italia dal Cern (Centro europeo di ricerche nucleari di Ginevra), visto che su dodici paesi, undici (Italia esclusa) avevano votato contro la candidatura di Antonino a diventarne il presidente. O come quando, nelle note di copertina di un suo libro, Antonino scrisse sommessamente di essere uno «scienziato di fama mondiale, autore di molte scoperte nello studio delle Forze Fondamentali della Natura». O come quando Antonino sostenne di avere «al suo attivo la scoperta dell’antimateria nucleare» trascurando il fatto che, quando lui era appena un bebè, nel 1933, Paul Dirac aveva già vinto il Nobel proprio per la sua stessa grande scoperta. O come quando Antonino sostenne che ci «sono teoremi impossibili da dimostrare» nonostante un teorema sia, per definizione, una qualunque proposizione dimostrabile, ecc.
In ogni caso, concludiamo qui questo elenco; crediamo infatti che il resto vada letto e ricercato nel libro di cui stiamo rendendo conto. Per chiudere in bellezza, potremmo però lasciare la parola al senatore Giulio Andreotti che, in apertura di Zichicche, ha il compito di presentare e di difendere, in pieno spirito di par condicio, l’opera e la figura di Antonino che in questo libro sono, a dire il vero, un pochetto maltrattate. Riferendosi così all’esperienza dei famosi seminari di Erice, il senatore Andreotti conclude così la sua breve prefazione: «se, ascoltando gli appelli del Papa e del popolo di tante nazioni, si riprenderà la politica della comprensione e del dialogo, la “squadra” Zichichi avrà nuovo lavoro per tradurre gli auspici in disegni concreti».
PS – Uno dei cavalli di battaglia di Antonino Zichichi è la polemica contro l’abitudine di chiamare Galileo Galilei soltanto con il suo nome di battesimo. Infatti, per Antonino, questa consuetudine equivarrebbe a chiamare semplicemente Isacco, il grande Newton. Ma se Zichichi sembra trascurare il fatto che i grandi maestri dell’umanità sono chiamati semplicemente per nome (Michelangelo, Leonardo, ecc.), non lo dimentichiamo noi, che omaggiando l’alta considerazione che Zichichi ha di sé, lo abbiamo chimato Antonino.

Se pure questo giornalaccio, il Riformista,  riesce a dire qualcosa contro l’IG – NOBEL è di per sé una notizia.


 http://www.heliosmag.it/2000/9/zichichi.html 

L’intervista: il Prof. Antonino ZICHICHI

di Gianni Ferrara

 Il Prof. Zichichi è stato ospite a Reggio Calabria il due Agosto per presentare il suo ultimo libro dal titolo “L’irresistibile fascino del tempo” conquistando tutti per la sua disponibilità. Cordiale e generoso si è concesso senza risparmio al pubblico, intervenuto numeroso sia alla libreria Culture sia al Circolo Polimeni dove si sono tenuti gli incontri. Da fervido credente quale è il Prof. Zichichi, tra una foto ricordo ed un autografo, non ha perso occasione per riproporre quello che ormai è divenuta una sua crociata, già esposta nel suo precedente lavoro “Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo”, che, è quella di combattere i luoghi comuni diffusi da una cultura negativa secondo la quale la ragione e la fede così come la scienza e la religione sono cose tra loro assolutamente antitetiche, e citando una frase del Pontefice, sostenere che la ragione e la fede sono entrambe doni di Dio. Nell’esporre questa sua tesi, il Prof. Zichichi, pur disponibile a rispondere a qualsiasi quesito non vuole sentire però parlare di filosofia, ed infatti alla mia prima domanda contenente una citazione di Heidegger, inizialmente, anche se in modo garbato, si rifiutava di rispondere.
D.: “Prof. è solo una citazione, perchè non vuole sentire parlare dei filosofi?
R.: Perchè i filosofi sono dei presuntuosi e senza porre domande al Creatore, si danno risposte alle loro stesse domande; infatti Galileo Galilei diceva giustamente “ma ad Aristotele chi glielo ha detto che la forza è proporzionale alla velocità? Glielo ha chiesto a Colui che ha creato il mondo? Dove sono gli esperimenti?” e senza aver fatto mai esperimenti si è giunti a Galileo Galilei, e quello che l’uomo si è illuso di capire prima di allora è tutto sbagliato.
D.:- E la scienza può rivolgersi direttamente a Dio?
R.: Scienza significa leggere il libro di Colui che ha fatto il mondo e adesso siamo arrivati a una pagina che ancora non riusciamo a capire: c’è un mondo e un submondo e a questa domanda non sa rispondere nessun filosofo, nessun logico matematico, nessuno, soltanto noi facendo gli esperimenti e il significato di esperimento è porre la domanda a Colui che ha creato il mondo.
D.: L’uomo inizialmente viveva al centro della natura, poi con l’evoluzione della scienza si è spostato ponendosi dinanzi alla natura, manipolandone gli elementi come fosse qualcosa di diverso da lui. Può la scienza moderna riconvertire questo processo?
R.: La scienza non manipola nulla. Bisogna distinguere tra l’uso della scienza che è la tecnica e la scienza che non è altro che lo studio della logica del creato. La tecnica può essere utilizzata nel bene o nel male. L’età della pietra ha prodotto utensili di pace e ordigni di guerra; la scelta tra il bisturi e il pugnale nell’età del ferro non è scientifica ma culturale ed è ancora così. Quindi la scienza non manipola e questo i filosofi non l’hanno ancora capito e confondono la scienza con la tecnica perchè così gli ha detto Carlo Marx che ha inventato il materialismo scientifico quando ancora la la scienza non aveva capito cosa fosse la materia. Bisognerebbe che l’uso della scienza fosse in mano alla scienza e non alla violenza politica. 
Nel trascrivere l’intervista spesso mi sono soffermato a pensare ai presocratici ed a tutto quel pensiero filosofico che precede Galilei che senza utilizzare nessuno strumento scientifico per l’osservazione dei fenomeni, è giunto, grazie all’intuizione ed al ragionamento, a conoscere e comprendere il moto dei corpi celesti ed a prevedere con soddisfacente approssimazione le eclissi, vivendo in quell’età d’oro in cui il sapere sacro-religioso e quello scientifico-razionale erano due lingue di un unica fiamma: la filosofia che il fisico Zichichi rigetta, volendo però raggiungere quella sintesi tra religione e fede alla quale gli antichi filosofi erano già giunti.


http://www.laici.it/recensioni.asp?Mode=View&Id=51 

PERCHE’ IO CREDO IN COLUI CHE HA FATTO IL MONDO 

(Alessandro Lozzi)

A chi crede ancora nella neutralità della Scienza si suggerisce la lettura del libro edito da Il Saggiatore e scritto dal Prof. Antonino Zichichi. Già nel titolo:” Perchè io credo in Colui che ha fatto il mondo” l’autore si manifesta per chiarezza di idee e di linguaggio, nonchè per la totale assenza del dubbio. Fatta questa necessaria premessa è innegabile che il libro sia molto scorrevole, ben scritto, ed in questo si riconosce l’affascinante eloquio dell’autore. Del resto Zichichi con grande chiarezza ed onestà intellettuale si dichiara subito: l’uomo che ha Fede è fortunato. Chi non ha Fede è una persona cui manca qualcosa nel profondo della sua esistenza. La Fede è speranza. L’uomo che abbandona questa speranza non è un uomo, è un disperato.” La scienza, argomenta Zichichi è nata in casa cattolica, con Galileo Galilei, per atto di Fede nel Creato. Il padre della scienza moderna studiò gli oggetti volgari come le pietre sostenendo che in queste c’è la mano del Creatore, e che quindi studiando le pietre si possono scoprire le Leggi Fondamentali della Natura che sono state scritte usando caratteri matematici. La Logica Matematica, continua l’autore, non ha mai scoperto un teorema che negasse l’esistenza di Dio e quindi non può esservi contrasto tra Fede e Religione. E trattandosi di atto di Fede non rileva il fatto che, specularmente, non esiste alcun teorema che dimostri l’esistenza di Dio. Ma l’autore non si limita ad argomentare circa l’esistenza di Dio, dà anche buona prova della sua ben nota capacità divulgativa di concetti scientifici con parole semplici ed avvincenti, a tutti comprensibili. Così Zichichi svela che la cultura dominante ha fatto credere alla gente che Scienza e Tecnica sia la stessa cosa mentre la tecnica è solo l’uso umano della Scienza. Del pari è utile distinguere tra Scienza e Scientismo. Per lo Scientismo ciò che è tecnicamente fattibile diventa per cio’ stesso moralmente ammissibile mentre la vera grande Scienza non può avere problemi di natura etica in quanto essa nasce dalla volontà creativa di Colui che ha fatto il mondo. Tuttavia anche la Scienza non è immune da colpa infatti La Scienza ha fatto tanta Scienza ma pochissima cultura; questo ha determinato la scarsissima diffusione delle scoperte degli scienziati e quindi la diffusa convinzione nella gente che Scienza e Fede siano nemiche mentre invece, essendo nata con un atto di Fede nel Creato, la Scienza-sostiene Zichichi- non ha mai tradito il Padre Suo, essa ha scoperto – nell’immanente – nuove leggi, nuovi fenomeni, inaspettate regolarità, senza però mai scalfire anche in minima parte il Trascendente anzi, la scienza accetta i dogmi del Trascendente respingendo solo i dogmi nell’Immanente. Insomma la Scienza nasce nell’Immanente ma porta l’uomo al trascendente anzi, studiando l’Immanente nel modo più rigoroso che l’intelletto umano abbia mai saputo concepire, scopre una serie di verità, i cui valori sono in perfetta sintonia con quelli che l’uomo apprende dalla Verità Rivelata. Galileo, Newton, Maxwell Planck e Einstein ebbero tutti lo stesso sogno: far discendere tutto da un’unica legge esprimibile rigorosamente in forma matematica. L’auspicio conclusivo dell’autore, affinchè le Emergenze Planetarie possano essere affrontate e risolte nel terzo millennio è appunto la Grande Alleanza tra Scienza e fede, l’unica sorgente di speranza per tutti, credenti e non credenti. 

Alessandro Lozzi


 http://www.riflessioni.it/testi/zichichi.htm 

TESTI
da: “Perchè io credo in colui che ha fatto il mondo”
di Antonio Zichichi – Ed. il Saggiatore

E’ opinione comune che le leggi dell’universo scoperte dalla scienza siano in conflitto con quelle imperscrutabili di Dio. La contrapposizione tra fede e scienza rappresenta uno dei dilemmi più laceranti del nostro tempo; un dramma che conobbe il suo primo controverso atto con Galileo Galilei
Zichichi, smentisce e ribalta tale contrapposizione: “Non esiste alcuna scoperta scientifica che possa essere usata al fine di mettere in dubbio o di negare l’esistenza di Dio” 
Proprio Galilei, scopritore del principio d’inerzia, della relatività e delle prime leggi che reggono il creato, era credente e considerava la scienza uno straordinario strumento per svelare i segreti di quella natura che porta le impronte di Colui che ha fatto il mondo. E credenti erano Maxwell e Planck, due padri della fisica contemporanea, uomini che hanno scoperto nuovi orizzonti sulle leggi dell’universo grazie allo studio di particelle infinitamente piccole; tanto piccole da non poter contenere traccia né di angeli né di santi, e da non poter quindi avallare, apparentemente, alcuna spiegazione razionale dell’esistenza del divino. 
Le conquiste della scienza non oscurano le leggi divine, ma le rafforzano, contribuendo a risvegliare lo stupore e l’ammirazione per il meraviglioso spettacolo del cosmo, che va dal cuore di un protone ai confini dell’universo. 
Nessuna scoperta scientifica ha messo in dubbio l’esistenza di Dio. 
La scienza è fonte di valori che sono in comunione, non in antitesi con l’insegnamento delle Sacre Scritture, con i valori quindi della Verità Rivelata. 
Né la Scienza né la Logica permettono di concludere che Dio non esiste. 
Nessun ateo può quindi illudersi di essere più logico e scientifico di colui che crede. Chi sceglie l’Ateismo fa quindi un atto di Fede : nel nulla. 
Credere in Dio è più logico e scientifico che credere nel nulla. 
Si potrebbe obiettare: dal momento in cui risulta impossibile arrivare a Dio tramite scoperta di Logica Matematica o per via di una scoperta scientifica né Logica né scienza possono essere più invocate per arrivare all’atto di Fede. Tutto ciò è esatto. Infatti la fede è un dono di dio. Corroborata però dall’atto di Ragione nel Trascendente
Si rifletta comunque un po’. La Logica Matematica e la Scienza sono attività intellettuali che operano nell’Immanente
Se fosse possibile dimostrare l’esistenza di Dio per via di un rigoroso procedimento di Logica matematica, Dio sarebbe l’equivalente di un teorema matematico. 
Se fosse possibile dimostrare l’esistenza di Dio per via di una serie di ricerche rigorosamente scientifiche, Dio sarebbe l’equivalente di una grande scoperta scientifica. 
Se ciò fosse possibile, l’uomo sarebbe in grado di arrivare al teorema supremo: la dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio. 
Ovvero la più straordinaria di tutte le scoperte scientifiche: la scoperta di Dio. 
Teorema e scoperta oltre le quali non potrebbe esserci nient’altro. Sia la ricerca matematica sia quella scientifica hanno invece una proprietà fondamentale in comune. Ogni scoperta apre nuovi orizzonti. Concetti mai prima immaginati, Colonne e Forze di cui nessuno era riuscito a fantasticare l’esistenza, si presentano agli occhi del ricercatore come tappe di un cammino apparentemente senza fine. 
Colui che ha fatto il mondo queste cose le conosce. Solo un Suo pari potrebbe saperne altrettanto. 
Noi siamo miseri mortali: fatti sì, a sua immagine e somiglianza. Privi però della Sua potenza intellettuale. Ecco perché io penso che noi non sapremo mai tutta la Matematica né tutta la Scienza. C’è un aspetto della realtà in cui viviamo che mi affascina in modo particolare: il cammino senza soste, l’ascesa continua, nello studio della Logica Matematica e della Scienza. Ciò è possibile grazie all’intelletto che ci ha voluto dare Colui che ha fatto il mondo. 
E’ un privilegio straordinario essere stati invitati al tavolo della ragione che opera l’Immanente e nel Trascendente. Attorno a quel tavolo noi siamo seduti, desiderosi di apprendere, non di cacciar via Colui che ci ha invitati. Il tavolo della ragione permette però all’uomo di riflettere sul Trascendente e sull’Immanente. Ed ecco dove l’atto di Fede, che è dono di Dio, si coniuga con l’atto di Ragione. Infatti la Ragione è dono di Dio. 
(Antonio Zichichi)

 http://www.narkas.org/Zichichi1.htm 


ANCHE IO LE HO ASCOLTATE A ROMA, NEL SETTEMBRE 2001, QUESTE SCIOCCHEZZE ALLE QUALI SI E’ IRRESPONSABILMENTE PRESTATO IL CICISBEO ATHOS DE LUCA CHE PER IL MASSIMO DI SUA GLORIA AVEVA ALLA SUA DESTRA ANCHE IL SOTTOSEGRETARIO D’ALI’.

ERA SCOCCIATO IL DE LUCA PERCHE’ AVEVO INFASTIDITO L’OSPITE IG-NOBEL CON DUE DOMANDE (alle quali non ha neppure accennato una risposta):

– Come mai la continuità tra Galileo e Fermi che lei reclama è stata interrotta per 300 anni proprio in quei Paesi dominati dalla Chiesa che pure lei richiama come sostenitrice della scienza ? Lei sa (?) che altrove, in quegli anni si è costruito un universo scientifico mentre noi in Italia siamo rimasti fermi.

– Come mai nella Roma papalina nasceva la cattedra di Fisica Sacra ? Di che si tratta, cosa ci può dire ?

Roberto Renzetti


“Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo”

Antonino Zichichi

Io dovrei essere ateo, in quanto, secondo la cultura dominante, Scienza e Fede sono nemiche, però nessun grande scienziato ha mai detto questo! Diceva Enrico Fermi che esistono tre tipi di scienziati: quelli detti scienziati, ma che in verità non hanno mai fatto nulla, seconda classe quelli che cercano di fare del loro meglio, ma non riescono né a scoprire né ad inventare niente e vengono lo stesso detti scienziati, poi ci sono quelli che riescono ad inventare e a scoprire. Diceva Fermi che coloro che non hanno mai scoperto nulla dovrebbero stare zitti, perché non sono scienziati. Voi andreste da un medico che non ha mai curato un ammalato? E che medico è? Noi scienziati siamo esattamente come voi. Se uno si dice panettiere deve fare il pane, altrimenti che panettiere è? L’unica vera grande colpa della Scienza è quella di avere lasciato parlare impunemente scienziati falliti o finti scienziati. Il motivo per cui la Scienza viene presentata in questo modo completamente distorto che non corrisponde alla verità è esattamente questo. Per una serie di motivi la Scienza non ha fatto cultura. Ha fatto solo Scienza. L’unico esempio in cui la Scienza si è veramente “buttata fuori” dicendo “adesso basta! ” è nel 1982 con il Manifesto di Erice. Siccome c’era il pericolo dello scontro nucleare Est-Ovest siamo riusciti ad esprimere i nostri pensieri, le nostre idee parlando in modo coerente, parlando in prima persona non facendo parlare gli altri. Il motivo per cui siamo arrivati a questo è incredibile: una serie di circostanze favorevoli che hanno permesso alla comunità scientifica internazionale est-ovest, nord-sud, di esprimersi con lo stesso documento. Circa quarant’anni prima ci avevano provato i grandi fisici degli anni quaranta, dopo l’arrivo della più potente arma di distruzione planetaria, il prof Bohr, uno dei padri della Fisica atomica decise di esprimere con una lettera ai grandi di quei tempi Churchill, Stalin e Truman quello che la Scienza pensava di queste nuove armi. E andò da Truman, Churchill e Stalin dopo aver fatto il giro con questa lettera cercò di farla firmare dai più grandi scienziati di quei tempi. Uno gli diceva “. . .io firmo, però tu devi togliere questa frase. . .”, un altro “. . .io firmo, ma tu devi mettere questo. . “ e così via: alla fine quella lettera diventò completamente incomprensibile! E lui per la disperazione che fa? La manda al Segretario generale delle Nazioni Unite ( la lettera è ancora lì . . . si può ancora leggerla) . Io ebbi la fortuna di conoscere il prof. Bohr a Ginevra, perché era il professore di un mio grande maestro il prof. Weisskopf (…salti generazionali) ,e mi raccontò questo episodio e mi disse che se mai avessi scritto un documento di ricordarmi di dire “se firmi non cambi nulla, se no non firmi!” e così fu con il manifesto di Erice. Il manifesto venne redatto nel 1982 a Erice e fece il giro del mondo con una condizione “ se firmi non cambi nulla” e , infatti, il manifesto di Erice dice le cose che oggi stasera io vi dirò. Che cos’è la Scienza? Intanto, mettiamo chiarezza! Se tutto è Scienza, nulla è Scienza. Se io chiamo questo libro – libro, questa giacca – libro, questo pullover libro, questo microfono – libro, se tutto è libro nulla è libro. Che cos’è la Scienza? Non è vero che tutto è scienza! Mettiamoci d’accordo su quali sono le grandi conquiste dell’intelletto umano. Che cosa ha fatto questa forma di materia vivente alla quale noi apparteniamo? Quali sono le grandi conquiste? Non c’è bisogno di duecentomila pagine per illustrarlo. Perché sono appena tre! Le tre grandi scoperte dell’intelletto umano sono: In primo luogo, il linguaggio: io posso parlare con voi perché comunico concetti, posso trasmettere idee, ma se dovessi farlo gesticolando non sarebbe facile. Questa forma di materia vivente scopre il linguaggio. Non è vero che tutte le altre forme di materia vivente hanno scoperto il linguaggio, come pretendono altri scienziati che non hanno mai scoperti nulla. Perché? Perché la grande conquista del linguaggio non è tanto nella trasmissione di pensieri, ma è nella scoperta della memoria collettiva permanente. Nessun’ altra forma di materia vivente ha saputo scoprire la scrittura! Io so che cosa pensava Galilei o Platone o Aristotele, perché hanno scritto! Non mi risulta che i leoni abbiano lasciato scrittura di qualsiasi tipo, o le scimmie o i gatti o i cani ( che noi amiamo), ma ci sono migliaia e migliaia di forme di materia vivente, ma nessuna di esse ha scoperto la memoria collettiva permanente. Diceva Galilei “ . . .è incredibile! Fra diecimila anni sapranno quello che io penso oggi !”. Non ci sono altre forme di materia vivente che sanno fare questo. Pertanto, noi siamo una forma di materia vivente cui è stato dato un privilegio unico! Ci sono, ripeto, centinaia di migliaia di forme di materia vivente, ma nessuna di queste è dotata di ragione. Noi siamo l’unica materia vivente dotata di ragione! Qual è la prova? Le tre grandi conquiste: la memoria collettiva permanente: una ! Tremila anni fa, i nostri antenati scoprirono che con il linguaggio si può dire tutto e il contrario di tutto. E hanno tutti ragione. Ecco come nasce la Logica. Che vuol dire “patti chiari e amicizia lunga”. Mettiamoci d’accordo su quali sono gli assiomi. Se io faccio un discorso, se io scrivo tremila pagine, se uso il linguaggio per esprimermi, non è facile venire a capo su quale sia il filo conduttore del discorso. Nasce così la Logica. Assiomi: uno, due, tre, quattro, cinque, . . . gli assiomi sono verità che è così perché l’ ho detto io, però lo dico e lo faccio capire a tutti e chi non fosse d’accordo direbbe: “ no, io con l’assioma numero due non sono d’accordo”, benissimo. . .fatti la tua struttura logica rigorosa e, poi, troverai le tue conclusioni. Euclide con cinque assiomi costruisce la geometria euclidea. È incredibile che partendo da cinque assiomi si arrivi, per esempio, al più famoso teorema del mondo: il Teorema di Pitagora! E che c’entrano i due quadrati con la somma? Il Teorema di Pitagora è incredibile: immaginiamo di avere un quadrato . . . c’è qualcuno che lo sa divenire a metà ? Nessuno! . . . non è banale! . . . provate a dividere un quadrato in due quadrati . . .come si fa? Teorema di Pitagora: io costruisco un triangolo rettangolo, il quadrato costruito sul lato più piccolo, sommato a quello costruito sul lato costruito sul lato un po’ più grande, è uguale al quadrato costruito sul lato lungo. Una delle più grandi scoperte della logica geometrica! Rifletteteci, poi, a casa, . . . lo sanno fare le aquile questo? O le scimmie, o i pesci, o i leoni? Nessuno lo sa fare! Un esempio di logica. Ma, la più formidabile costruzione logica è quella dell’Infinito. È incredibile come Galilei sia il primo uomo al mondo ad avere scoperto la proprietà degli insiemi infiniti. Talmente sconvolgente era questa scoperta di logica matematica che Galilei . . . ( . . . per fortuna non c’erano i telefoni, se no non avremmo nulla . . .a quei tempi si scriveva!). . . quindi, Bonaventura Cavalieri allievo di Galilei scriveva: “ Caro maestro, solo lei può arrivare a capire: mi sono ingarbugliato in un problema e solo lei può riuscire a trovare la soluzione. . .” e gli riferisce il problema. Dopo due settimane Galilei risponde, dicendo: “Io ho trovato la soluzione al tuo problema, però, vedi, il tuo problema mi mette in difficoltà. In effetti, tu stai toccando un tema estremamente complicato, perché hai in mano l’infinitoE per risolvere il tuo problema, io ho bisogno di una cosa alla quale non credo”, e cioè: 1+1=2 non fa 1; 2+2 = 4 ; un pezzo di torta + un pezzo di torta = 2 pezzi di torta; una fetta di torta è più piccola della torta. E, invece Galilei che trova ? Che un pezzo di infinito + un pezzo di infinito non fa due pezzi di infinito, ma fa sempre infinito. ”. . . Questo fa a pugni con tutto quello che pensiamo di avere capito e, quindi la mia conclusione è che il nostro cervello è finito e non capirà mai l’infinito.” Galilei aveva scoperto la prima proprietà degli insiemi infiniti. Se voi, studiando, come fece Galilei, un problema di geometria avete in mano una relazione del tipo: un pezzettino di questo insieme + un pezzettino = sempre lo stesso insieme. Facciamo un esempio. Prendete tutti i numeri interi: 1,2,3,4, . . ., quanti sono? Infiniti! Adesso, prendete i numeri pari: 2,4,6,8,10, . . . quanti sono? Infiniti! Dovrebbero essere la metà, no?! Prendete i numeri dispari:1,3,5,7,9,11, . . . quanti sono? Infiniti! Dovrebbero essere la metà, no?! L’insieme dei numeri pari è uguale all’insieme dei numeri dispari, è uguale all’insieme dei numeri interi, con la stessa potenza di infinito. Fu la grande scoperta di Cantor. Infinito + infinito + infinito = infinito. Non è tre volte infinito. Sconvolgente! Ci vollero cento anni per arrivare alla conclusione che la logica degli insiemi infiniti non porta a nessuna contraddizione. E, infatti, cosa vuol dire Logica? Significa che io parto da assiomi e stabilisco quali sono le regole per dedurre da questi assiomi altre conseguenze, poi non posso cambiare più nulla. E vengono fuori i teoremi. Se in questa struttura qualcuno scopre che, partendo dagli stessi assiomi, usando le stesse regole, arrivo a un teorema e alla negazione dello stesso teorema la struttura viene “buttata a mare”. È successo nella storia della Matematica. La logica deve rispettare solo un criterio, uno e uno solo: non portare a contraddizione. Il linguaggio, no! Mentre, non può esistere una costruzione logica se porta a contraddizione. Linguaggio, Logica, Scienza. Che cos’è la Scienza? Tra tutte le logiche possibili, Colui che ha fatto il mondo ne ha scelta una. Nessun scienziato sa dirvi perché proprio quella sia stata scelta, ma una cosa è certa: quella logica esiste! Se quella logica non esistesse, noi saremo figli del caos. Se noi fossimo figli del caos, come tante persone ancora oggi scrivono, io sarei disoccupato! E, allora, mettiamoci d’accordo. Siamo figli del caos o no? Se siamo figli del caos, io non so più che fare. E, invece sono impegnatissimo, infatti adesso devo scappare di corsa, perché appartengo alla categoria degli scienziati che inventano e scoprono. Quando qualcuno venisse qui, a raccontarvi cose diverse dalle mie fategli una solo domanda: “ Prof. X, lei ha mai scoperto nulla?” , state pure tranquilli che risponde in modo talmente complicato che voi non ci capite nulla. Dovete esigere chiarezza! Scienza vuol dire chiarezza, non vuol dire complicazione. Perché? Perché noi cerchiamo di ridurre al minimo la complicazione di tutti i fenomeni apparentemente confusionali. Per esempio: noi qui vediamo tante forme, tanti colori, la luce. Il tatto, l’olfatto, il gusto, la vista, l’udito sono capitoli enormi della nostra esistenza nell’immanente. Questa innumerevole quantità di fenomeni è riconducibile a una sola quantità fisica: una!! La carica elettrica. Fu la cosa che fece impazzire di gioia Lord Kelvin, al secolo prof. Thomson. E in un famoso congresso di fisici del 1897, talmente si entusiasmò per la scoperta di un altro fisico, Maxwell – che era riuscito a sintetizzare in appena quattro equazioni duecento anni di esperimenti galileiani con elettricità magnetismo e ottica – che disse: “Cari colleghi, questa volta devo proprio confessarvi che, secondo me, abbiamo forse capito quasi tutto”, ha detto forse e quasi, per fortuna sua, perché dopo sei mesi un altro Thomson, J.J. Thomson, scopriva l’elettrone. Pensate, prima che l’uomo scoprisse il quanto di elettricità, quella cosa che trasporta la carica elettrica, Lord Kelvin si era talmente entusiasmato da dire “ è solamente questione di dettagli, ma abbiamo forse capito quasi tutto”, perché? Perché era incredibile che tutto ciò che, fino a quei tempi, aveva rappresentato un’enorme varietà di fenomeni, come, ad esempio, il sapore delle fragole, il colore dei limoni, la luce, il mare, la forma di qualunque cosa, potessero essere ricondotte a una forza fondamentale della natura: l’elettromagnetismo. E una sola sorgente: la carica elettrica. incredibile! La Scienza fa questo: riduce enormi quantità di informazioni a semplicissime strutture che sono le nostre equazioni. Come giustamente diceva Galilei, se non c’è matematica e se non ci sono esperimenti riproducibili, non c’è scienza. Ecco perché la fusione fredda non è scienza, perché la sanno fare solo loro e non sempre. Scienza significa rigore e riproducibilità. Un fenomeno che non è riproducibile non è Scienza. L’insieme di questi fenomeni riproducibili porta ad una incredibile conclusione: abbiamo capito quasi tutto di come è fatto il mondo. Talmente bene lo abbiamo capito che pensiamo di dovere concludere che siamo figli del Super mondo. Noi qui abbiamo tre dimensioni geometriche: larghezza, lunghezza e altezza. Poi, la quarta è il tempo. Vi dicono tutti che la quarta dimensione è il tempo. Ma non vi dicono una delle più grandi conquiste della scienza galileiani dovuta a Lorentz, il quale nello studio rigorosamente matematico di tutti i fenomeni dell’elettromagnetismo – duecento anni di esperimenti, mica un giorno – riesce ad arrivare a questa incredibile conclusione: le equazioni di Maxwell – che prima ho citato – portano una novità straordinaria che Lorentz mette in rigorosa evidenza matematica e , cioè, che il tempo non può essere reale. Se lo spazio è reale, il tempo deve essere immaginario: incredibile!! Nella vita quotidiana noi non ci rendiamo conto che spazio e tempo sono intimamente appiccicati. Io non posso mettere da una parte lo spazio e dall’altra il tempo. Come faccio con il sale – cloruro di sodio – un atomo di cloro e un atomo di sodio li metto insieme e faccio il sale. Però, posso mettere da una parte il cloro e da una parte il sodio, e ho il cloro e il sodio: con lo spazio-tempo non è così. Io posso dire “sono a Bologna”, ma non basta dire sono a Bologna, debbo dire quando. Io sono qui adesso, alle 21:10, fra mille anni dove saremo? Iddio solo lo sa dove saremo, ma certamente non saremo qui. Non basta dire dove uno si trova, deve dire quando. Lo spazio-tempo è inseparabile. Ma la cosa straordinaria qual è? E che tutti gli uomini, di tutte le epoche, di tutte le civiltà erano sempre stati convinti – con il grande filosofo Kant in testa – che lo spazio e il tempo sono due strutture assolute e reali: da una parte lo spazio, dall’altra il tempo. E così non è! Voi, poi, a casa ripensateci. Che significa, ad esempio: “ quanti anni ha questo ragazzo? 18 ” “È reale o immaginario?” “ Ma, lei è matto: come è reale o immaginarioÈ reale, è ovvio!”, oppure, “ Che ore sono? Le 9:10.” “È reale o immaginario?” “Ma scherziamo? È reale, è ovvio!”. Oppure, ancora, “Io ho un appartamento di 100m2 “ “ È reale o immaginario?” “Ma lei vuole andare al manicomio? Come fa a dire queste cose?”. La miscela di spazio-tempo non può essere reale. E non sto parlando di cose che non hanno riferimenti con la nostra esistenza. Se Colui che ha fatto il mondo avesse deciso di seguire le idee di Kant – lo spazio e il tempo entrambi reali – non potrebbe esistere la luce. Noi non potremmo essere qui. Perché, quando voi accendete un fiammifero, che fate? Il fiammifero si accende perché la massa si trasforma in energia. Una piccolissima quantità di massa. Un decimo di miliardesimo della massa del fiammifero si trasforma in energia. Se lo spazio e il tempo fossero entrambi reali non potrebbe avvenire questo fenomeno fondamentale per la nostra esistenza. Perché. Ad esempio, noi mangiamo e nel nostro organismo vivente c’è una continua trasformazione di massa in energia. Quando voi vi sentite robusti, fate salti, che fate? State trasformando massa in energia, se no non potrebbe avvenire nulla di quello che fa parte del fenomeno vita. Non sto parlando di cose astratte, sto parlando di come è fatto il mondo. E se vogliamo sapere come è fatto il mondo, insegna Galilei, c’è una sola strada: porre delle domande al Creatore. Ogni tanto, io ricevo lettere di ragazzi che mi dicono: “Caro prof. Zichichi, il prof. X ci ha detto: Non è vero, la Scienza non nasce con Galilei. Cosa dobbiamo rispondere?” E io rispondo: “ Cari ragazzi, chiedete al vostro professore di citare il nome di una sola persona che abbia scoperto una legge fondamentale della natura prima di GalileiNon c’è nessuno!”. Tutto ciò che l’uomo si era illuso di capire su come era fatto il mondo, dall’alba della civiltà a Galileo Galilei, di tutte le epoche, di tutte le zone del mondo, è tutto sbagliato. Sapete perché? Perché per diecimila anni, nessun uomo aveva avuto l’umiltà intellettuale di Galilei. Che fa Galilei? Galilei dice: “ Colui che ha fatto il mondo è più intelligente di tutti, di tutti i filosofi, i pensatori, poeti, pittori, qualunque persona che pensa è meno intelligente del Creatore di tutte le cose visibili e invisibili. Pertanto, io chiedo ad Aristotele: a te chi te lo ha detto che il mondo è fatto come tu scrivi? Non lo puoi sapere, perché non hai mai fatto una domanda al Creatore”. Che significa fare domande al Creatore? Come si fa a fare domande al Creatore? Ecco come nasce la Scienza: Galilei dice “ Colui che ha fatto il mondo è più intelligente di tutti, quindi non potremo mai sapere come è fatto io mondo se non gli poniamo domande in modo rigoroso – cioè, usando la matematica – ottenendo risultati riproducibili – queste sono le risposte”. E incomincia Galilei con le pietre. Io vi invito a riflettere: facciamo finta di essere quattrocento anni fa. Cosa aveva pensato l’uomo – espressione di questa forma vivente a cui noi apparteniamo – per migliaia e migliaia di anni? Aveva pensato che le pietre erano materia “volgare”. “Volgare” , in senso culturale, significa “non depositaria di verità fondamentali”. Erano solo le stelle depositarie di verità fondamentali: quindi bisogna studiare le stelle. Ma con le stelle non si possono fare esperimenti. Io non posso accendere e spegnere una stella. Conclusione: fare esperimenti non serve assolutamente a nulla, perché siamo sufficientemente intelligenti e basta la ragione per capire come è fatto il mondo . . .e passano diecimila anni. E non si capisce assolutamente nulla. Ripeto, nel caso in cui qualcuno non lo avesse afferrato, tutto ciò che questa forma di materia vivente si era illusa di avere capito su come è fatto il mondo, dall’alba della civiltà a Galilei, è tutto sbagliato. Se voi leggete in qualche posto che non è vero, scrivetemi! Se uno dicesse “. . .no, non è così! Per esempio, Democrito. . .”. Io ho fatto un esperimento negli anni settanta, per rispondere ad un quesito a cui nessuno sapeva rispondere: bisognava dimostrare se il protone si rompe o no . Un giornalista scientifico scrisse che io non avevo scoperto nulla, perché questo lo sapeva già Democrito.Questo giornalista, deve avere parlato con alcuni suoi amici che non capiscono nulla e che gli hanno fatto scrivere delle stupidaggini. Perché, avrei io fatto un esperimento se non era necessario farlo? No! Noi siamo galileiani: facciamo degli esperimenti quando siamo arrivati a un punto e non si capisce nulla e ci si chiede “qua si va di là o di qua?”. Che cosa era successo nel corso di vent’anni? Nel 1947, Enrico Fermi dice ai suoi collaboratori: “ Ragazzi, forse questa volta abbiamo capito quasi tutto”. Si ripete la storia di Lord Kelvin. Perché con tre palline – protoni, neutroni ed elettroni – e tre forze fondamentali si faceva qualunque cosa: il sole, le stelle, la luna, gli oceani, le galassie . . .tutto! E che volete più di questo? C’era qualche dettaglio al quale nessuno sapeva rispondere. Fermi disse: “ questo è il prezzo che dobbiamo pagare per essere arrivati quasi al traguardo”. Purtroppo, Fermi morì troppo giovane , all’età di 53 anni, ma spettò a lui un altro straordinario privilegio: scoprire la prima particella che rimetteva in ballo tutto quello che si era capito fino a quell’istante! E, infatti, lo stesso Fermi dice ai suoi collaboratori: “ hic sunt leones !”. Fermi aveva modi di esprimersi standard. Quando qualcosa non tornava più, siccome era molto legato alla cultura romana – i romani, come voi sapete, quando andarono in Africa e non sapevano più dove mettere i confini e avevano paura di andare oltre dicevano “qui ci sono i leoni” e tracciavano i confini dell’impero -. Per Enrico Fermi “ hic sunt leones” vuol dire “ non tornano più le cose”. Lui ha vissuto l’inizio della scoperta di un nuovo mondo: il mondo sub-nucleare, che nessun filosofo, pensatore, poeta, intellettuale – di destra, di centro, di sinistra – aveva mai saputo immaginare. Questo universo sub-nucleare è totalmente diverso da tutto ciò che si era pensato fino a quell’istante, fino alla metà degli anni settanta. Si pone un problema. Che cosa aveva detto Democrito? Democrito aveva detto: “ Prendete una pietra. Rompetela. Quando arriverete all’ultimo pezzettino di pietra, quest’ultimo pezzettino di pietra non si potrà più rompere in quanto è fatto nient’altro che di sé stesso. Questo orologio, ad esempio, non è fatto che di sé stesso, infatti lo si può rompere ed ha un sacco di cose dentro. Ma, se una cosa non si rompe vuol dire che è “elementare”. Qual è la cosa più semplice al mondo? Provate a definire: che cos’è la cosa più semplice al mondo? Com’è fatta? La cosa più semplice al mondo è quella cosa fatta nient’altro che di sé stessa ! Questa è la definizione rigorosa di particella elementare. Pensando riflettendo per millenni e millenni, questa forma di materia vivente alla quale apparteniamo concluse che a furia di rompere una pietra arriveremo alla particella elementare che non si rompe più, perché se fosse non elementare si dovrebbe rompere. Intorno agli anni sessanta, io ho fatto degli esperimenti sui protoni ed ho scoperto la struttura tipo-tempo del protone: insomma, il protone non è questa cosa fatta di nient’altro che di sé stessa. Esperimenti ripetuti in America, hanno confermato questo risultato. A un certo punto viene fuori che il protone è fatto di altre cose, non sappiamo di che cosa, ma elementare non è. Che cosa avreste fatto voi? Proviamo a romperlo. Non con le martellate, ma usando le più potenti energie concepibili in questo satellite del sole, io faccio un esperimento e dimostro che i protoni non si rompono . E come mai? Quindi, due risultati completamente contraddittori : i protoni non sono particelle elementari, ma portati a “martellate” di una potenza inaudita non si rompono. Nessun logico matematico, nessun filosofo, nessun pensatore sapeva uscire da questo dilemma: come mai? Che succede? Succede che Galilei aveva ragione. Colui che ha fatto il mondo è molto più intelligente di noi. Infatti, una pietra in un secondo precipita di cinque metri. Perché? Perché c’è la carica gravitazionale, per motivi rigorosamente capiti, agisse come se tutta la massa fosse concentrata nel centro della terra. Quindi, noi distiamo dal centro della terra 7.000 Km circa, distando così l’ accelerazione di gravità misurata da Galilei è circa 10m al secondo per secondo (9,81 m/s). In un secondo precipita di cinque metri. E se, invece, io vado sulla Luna? Cioè, tolgo la Luna e al posto ci metto la pietra , di quanto cade la pietra? Non deve cadere più, in un secondo, di cinque metri, perché la Luna è sessanta volte più lontana dal centro della Terra di noi ( circa 400.000 Km). Fu Newton a scoprirlo usando l’accelerazione di gravità misurata da Galilei. Che scoprì Newton? Scoprì che se io spostassi la Luna e ci mettessi una pietra, quella pietra in un secondo cadrebbe di 5 m, cioè 5.000 mm, diviso la distanza al quadrato – 602 fa 3.600 – quindi, 5000mm : 3.600 fa, circa, 1,5 mm. Quindi, una pietra messa al posto della Luna cadrebbe di 1,5 mm al secondo, perché la forza gravitazionale diminuisce all’aumentare della distanza. Questa è la scoperta di Galilei e Newton. A quei tempi non c’era l’elettricità. Poi, nascono i fenomeni elettromagnetici. Se io ho una carica elettrica positiva e una negativa distanti 1 m la forza è 1, se aumento la distanza fra loro a 10 m la forza è cento volte più piccola, perché diminuisce con il quadrato della distanza anche la forza elettrica. E, allora che cosa fa questa forma di materia vivente a cui noi apparteniamo? Crede che tutte le forze facciano così. E, poi, viene il “finimondo” : il protone è fatto di altre cose, ma pur essendo fatto di altre cose un protone non si rompe. Come mai? Immaginiamo di essere, qui in questo tendone, dentro ad un protone. Questo tendone sarà qualche metro, invece di qualche metro diciamo qualche fermi ( fermi è una distanza in onore di Enrico Fermi tipica del mondo sub-nucleare). Il fermi corrisponde a un decimo di millesimo di miliardesimo di centimetro . . . e come si fa a immaginare!? E’ facilissimo immaginarlo, perché? Noi siamo fatti di protoni, se questi protoni fossero come delle palline da tennis io sarei grande come il sistema solare. Ecco le proporzioni. Immaginiamo, quindi, di essere dentro un protone, con un po’ di fantasia. E prendiamo due pezzettini di protone, prendiamo quelle cose di cui è fatto il protone che non sappiamo ancora cosa sono, ma sono. E proviamo ad allontanare queste cose: scopriamo una cosa incredibile! Scopriamo che l’attrazione aumenta con la distanza, non diminuisce! Più ci allontaniamo, più si vogliono appiccicare insieme: ecco perché un protone non si rompe. E con il senno del poi, io debbo concludere che per fortuna non si rompe, perché se noi fossimo fatti con protoni che si rompono non potremmo esistere. La nostra struttura materiale è fatta in un modo tale che anche nel più grande collasso gravitazionale i nostri protoni rimangono tutti lì. La struttura di cui siamo fatti è formidabile, ma non l’aveva mai immaginato nessuno. Ecco la prova che Galilei, ancora una volta, aveva ragione. Nessuno aveva mai immaginato l’esistenza di forze che aumentano all’aumentare della distanza. A queste forze si dona il nome di forze non-abeliane per motivi affascinanti, ma complessi. Una di queste forze non è solo quella che c’è dentro il protone: la cosiddetta forza di Fermi è non- abeliana anche quella lì, ma non lo sapeva nessuno, e non sto parlando di dettagli, perché la forza di Fermi permette di capire come mai il Sole non si spegne e non salta in aria – ve lo siete mai chiesto? Brucia per miliardi di anni con estrema regolarità. La valvola di sicurezza della “candela a fusione nucleare” che è il Sole sono le forze di Fermi che sono forze non-abeliane. Le forze non-abeliane rappresentano, oggi, una delle frontiere della scienza galileiana moderna. Ma le forze non-abeliane sono state scoperte facendo esperimenti di stampo galileiano, chiedendo a Colui che ha fatto il mondo “Tu qui che hai combinato?”, sbattendo la testa contro il muro e, poi, . . .ah, abbiamo capito cosa succede! Scienza vuol dire porre domande rigorosamente formulate, quindi usando la matematica e non le chiacchiere, e ottenendo risultati riproducibili. Se qualcuno di voi dicesse: “Professore, io non ci credo che il protone non si rompe”, io l’acchiappo e glielo faccio toccare con le mani. Mentre se qualcuno mi dicesse: “Io non credo nella teoria dell’evoluzione cosmica”, io che posso fare? La cultura dominante non spiega a nessuno che la scienza galileiana ha tre livelli di credibilità scientifica. Galilei è grande per essere il padre del primo livello di credibilità scientifica. Galilei ha scoperto un sacco di cose: le montagne della luna, le macchie solari, le fasi di Venere, i satelliti di Giove, gli anelli di Saturno. Bastava una di queste scoperte per diventare famoso: lui ne ha fatte tante! Ma non è questa la grandezza di Galilei, perché l’astrofisica è scienza galileiana di secondo livello. Che vuol dire? Perché se qualcuno dice “io non ci credo”, io non posso prendere una stella per accenderla o spegnerla: non possiamo intervenire. E Galilei mette in grande evidenza questa straordinaria importanza di credibilità scientifica. La grandezza di Galilei è di aver scoperto “le prime impronte del Creatore” – come lui chiamava le prime leggi fondamentali della natura. Sapete come ha fatto a scoprirle? Prendendo una pietra, legandola ad una spago . . .e scopre le leggi del pendolo. Sapete qual’era l’orologio galileiano? Il polso! . . .tic,tic,tic, . . .se voi dimenticate l’orologio e volete sapere su per giù di come passa il tempo, toccatevi il polso. Su per giù, un colpo al secondo. E non è banale. Coloro che fanno gli esperimenti sotto terra debbono giurare di non toccarsi mai il polso. Infatti, per scoprire come funziona l’orologio biologico ci sono dei volontari che vanno sotto terra per un mese e sbagliano di dieci giorni. Non di un minuto. Perdono completamente il senso del tempo, per motivi non ancora capiti. L’orologio biologico non funziona. Come mai, prima di Galilei, nessuno aveva preso una pietra, un pezzo di spago e il polso per fare esperimenti sul pendolo? Gli esperimenti sul pendolo non sono banali, perché fino a Galilei la precisione nella misura del tempo era di circa un secondo ogni ventiquattro ore grazie alle meridiane: non c’era altro modo di misurare il tempo. Adesso siamo al millesimo di miliardesmo di secondo. Io ho inventato, progettato e costruito un circuito – il più potente al mondo – per fare un esperimento – al fine di stabilire se esiste o no l’antimateria. Tutti gli esperimenti di scienza galileiana ha sempre qualcosa dentro tecnicamente nuova, se no perché nessuno lo ha fatto prima? Com’è possibile che ci sono voluti duemila anni per scoprire una cosa che voi potete toccare con mano ogni volta che andate in autostrada? Prendete la macchina, andate a cento all’ora, spingete la frizione, spegnete la macchina . . . si ferma? Non si ferma. Duemila anni per capirlo! Non c’erano le autostrade a quei tempi, però Galilei aveva capito. Galilei ha scoperto l’ attrito, non Newton. Galilei ha scoperto che se io sposto questo libro e si ferma, si ferma non perché io non lo spingo più, come pensava Aristotele e come si è pensato per duemila anni: forza proporzionale alla velocità. Galilei, invece, nota che se invece del libro o della pietra prendo una sfera di cristallo e la spingo su un piano inclinato non si ferma mai. Se l’attrito è zero non si ferma mai. “ Se vuoi camminare gratis riduci l’attrito a zero” . . . prima legge del moto. E nasce così il famoso esperimento della piuma e del martello che il mio grande amico David Scott – comandante di Apollo 15 – fece sulla Luna, su mia precisa richiesta. Successe, poi, il “finimondo”, perché nessuno avrebbe mai immaginato un astronauta che dice “Galilei aveva ragione!”. Chi parlava mai di Galilei? Prendete l’Enciclopedia Britannica: dodici pagine su Newton, mezza pagina su Galilei. Allora, qualcuno potrebbe dire, non è vero che Galilei è il padre della Scienza. Sì, Galilei è il padre della Scienza, ma la nostra cultura lo ha abbandonato. Ecco uno dei motivi per cui questo Papa passerà alla storia come il più grande di tutti i tempi, perché ha portato a casa le conquiste nostre. La Scienza nasce a casa nostra, per atto di fede! Galilei non ha scoperto la logica del creato perché era ateo: no, no, e no! La Scienza avrebbe potuto essere scoperta dalla cultura atea, ed io questa sera non potevo venire qui a parlare, perché non avrei avuto nulla da dire. Ma la Scienza è stata scoperta dalla nostra cultura, per atto di fede. Il fatto che Galilei sia stato combattuto dalla Chiesa non è vero, perché è stato combattuto dagli aristotelici di quei tempi. Tre cardinali si rifiutarono di firmare la condanna, ma non lo dice nessuno. I veri nemici di Galilei erano gli aristotelici. Io insegno a Bologna e sono andato a vedere cosa insegnavano: solo Aristotele! E Galilei diceva: “ Ma, ad Aristotele queste cose chi gliele ha dette? “. Quando fra un certo numero di anni diranno “esiste l’antimateria nucleare, perché l’ ha scoperta Zichichi”, oppure “il protone non si rompe, lo ha scoperto Zichichi” – “ e chi glielo ha detto a Zichichi? Colui che ha fatto il mondo!”. Io ho fatto esperimenti, se avessi potuto dimostrare con il rigore della logica matematica e basta, che motivo c’era di fare esperimenti per anni e anni? Che motivo c’è di perdere tempo se si può concludere! Qualcuno potrebbe dire “Va bene, Zichichi dice queste cose adesso, ma ormai sono superate”, non è così ! Io ho un’altra sfida da porre a tutti coloro che negano che per conoscere com’è fatto il mondo esiste una ed una sola strada – quella indicata da Galileo Galilei – : rigore matematico e esperimenti riproducibili. A costoro io dico: se voi dite che non è così, vi prego di dirmi se esiste il super-mondo. Nessuno sa rispondere! Eppure, io ho studiato il super-mondo in modo rigorosamente matematico e ho scoperto una cosa estremamente importante su com’è fatto il super-mondo. Ma non posso dire che esiste: mi manca la prova sperimentale. C’è il rigore logico, manca la prova. E Galilei insegna “rigore e riproducibilità”, altrimenti non siamo nella Scienza. Prendiamo, ad esempio, l’evoluzionismo biologico della specie umana: vi dicono tutti che noi siamo cugini delle scimmie. Magari fosse vero, però io vorrei leggere dov’è questa equazione. Se io dico che un certo fenomeno avviene in un certo modo scrivo formule e porto risultati riproducibili. L’evoluzionismo come fenomeno biologico esiste in tante forme di materia vivente, ma noi siamo l’unica forma di materia vivente dotata di ragione: l’unica! Pertanto, l’evoluzionismo dovrebbe essere una struttura rigorosamente matematica in grado di descrivere il passaggio dalla materia inerte alla materia vivente alla materia cosciente, che diventa ragione, in modo rigorosamente matematico. Poteva esistere il mondo – spazio, tempo, massa, energie e cariche – senza vita. Non abbiamo ancora capito come si passa dal mondo alla vita. Poteva esistere il mondo e la vita senza ragione. Il passaggio dal mondo alla vita non lo sa fare nessuno. Se non c’è neppure un’equazione e un risultato riproducibile, come si fa a dire che l’evoluzionismo biologico della specie umana è Scienza galileiana ? Non è Scienza galileiana ! Quando voi leggete, ad esempio, il moscerino ha più geni del nostro corpo o altre cose che scrivono, non c’è bisogno di questo. Bastano protoni, neutroni ed elettroni. Io prendo un albero, lo analizzo nella sua struttura fondamentale e trovo che è fatto di protoni-neutroni-elettroni. Poi, prendo una pietra ed è fatta di protoni-neutroni-elettroni, poi prendo un’aquila ed è fatta di protoni-neutroni-elettroni, poi prendo un vermicciatolo ed è fatto di protoni-neutroni-elettroni, poi prendo il mare ed è fatto di protoni-neutroni-elettroni . . .tutto ciò che esiste è fatto di protoni-neutroni-elettroni. Non c’è bisogno di complicarci la vita con il codice genetico. Le strutture fondamentali ci dicono che nessuno sa fare il passaggio da quello che noi oggi chiamiamo Scienza alla vita. La Scienza non ha capito come si fa a passare dalla materia inerte alla materia vivente. E la Scienza non ha capito come si fa a passare dalla materia vivente alla materia che ragiona. Noi siamo l’unica forma di materia vivente dotata di ragione e quello che caratterizza la nostra specie non è l’evoluzionismo biologico della specie, ma l’evoluzionismo culturale. Noi esistiamo da diecimila anni – diciamo anche ventimila, centomila, non cambia nulla – noi siamo esattamente identici biologicamente parlando. Culturalmente noi siamo una “bomba” evoluzionista. Infatti, quanti milioni di anni di anni avremmo dovuto aspettare affinché i nostri occhi, per evoluzionismo biologico, potessero vedere fenomeni che avvengono a diecimila metri di distanza o diecimila chilometri o nella faccia nascosta della luna? Quanti milioni di anni avremmo dovuto aspettare, per evoluzionismo biologico, perché le nostre orecchie potessero sentire quello che dice qualcuno a New York, come facciamo con la radio o con il telefono? E quanti milioni di anni avremmo dovuto aspettare per muoverci a mille chilometri l’ora? L’evoluzionismo culturale da dove viene? Dalla Scienza. E la Scienza come nasce? Per atto di fede. Ecco, come stanno le cose ! La Scienza, ripeto, poteva essere scoperta dagli atei. Ma che ha fatto la cultura atea che parla tanto? Le grandi conquiste della Logica sono tutte di matematici credenti, come Leibniz che ha scoperto una cosa incredibile: la matematica binomiale. Noi siamo abituati a contare: uno,due, tre, . . . , dieci. Perché abbiamo dieci dita. Ma che ce ne facciamo della matematica con 10. Se io scrivo 111, significa 1 x 100 più l’altro 1 x 10 – e fa 110 – più 1 x 100 – e fa 111. Che me ne faccio? Io debbo tradurre questo numero in segnali che possono essere elaborati dai computer. Leibniz scoprì che qualunque numero può essere rappresentato, dalla logica binaria, usando solo due simboli: 1 e 0 . Mentre la nostra logica usa dieci simboli. Ma, per esprimere tutta l’aritmetica in modo tale che i computer la possano utilizzare io ho bisogno di sì e no . Qui, ad esempio, la luce o si accende o si spegne. Qualunque computer è un insieme di circuiti semplicissimi che sono o accesi o spenti. Il calcolo più complicato che voi possiate immaginare viene realizzato in questo modo: con circuiti che sono accesi o spenti. Quindi, io voglio esprimere 4.720.825.802 , e che me ne faccio. Io ho bisogno di una serie di sì e no, di acceso e spento. Sapete come Leibniz scoprì la Logica binaria, senza la quale non ci sarebbero i computer? Leibniz era un matematico credente ed era affascinato dai sette giorni della creazione. E diceva “ Queste sette giorni debbono poter essere espressi da qualcosa che rappresenta la creazione, la speranza, l’essere” – e questo è il simbolo 1 – mentre il simbolo 0 è la disperazione, il nulla. Leibniz scoprì che quella “cosa” che noi chiamiamo 7, nella Logica binaria è tre volte 1 ( on, on, on ). Quindi, se in un circuito metto on- on- on ho fatto sette. La Logica binaria avrebbe potuto essere scoperta dalla cultura atea, ma non l’ hanno scoperta! Il calendario più preciso al mondo l’ ha scoperto la nostra cultura. Io, al riguardo, ho scritto un libro, per desiderio preciso di questo grande Papa, quando scoppiò un putiferio: sembrava che Dionigi il piccolo fosse una specie di ignorante che non sapeva fare neppure le somme e le sottrazioni. Il più grande matematico e astronomo del 500 d.C. – che calcolò cento anni di Pasque seguenti – concepì la dimensione mistica del tempo. Dinanzi al problema di dire quando è nato Gesù, sapete che ha detto Dionigi il piccolo – che la cultura atea faceva passare per ignorante? “A questa domanda non si può rispondere guardando la luna o le stelle, perché entra la dimensione mistica del tempo”. Sapete come nasce il Calendario Gregoriano? Dalla dimensione mistica del tempo! Nessuna civiltà, in nessuna epoca, aveva saputo affrontare il problema di sincronizzare il calendario con una precisione così straordinaria come quella di Papa Gregorio XIII ( Papa bolognese ) che approvò la formulazione matematica di Aloisius Lilius che aveva come base la dimensione mistica del tempo. Che cos’è la dimensione mistica del tempo? Ad esempio, oggi è l’11 maggio. Che significa, oggi è l’11 di maggio? Se non ci fossero le stagioni, l’11 di maggio sarebbe identico all’11 febbraio o all’11 settembre. Quando noi diciamo una data di calendario diamo importanza a quella data, perché esprime dove siamo. I romani avevano l’anno con dieci mesi e, nel giro di pochi anni, dicevano siamo a dicembre ed erano a giugno. I calendari di tutte le epoche erano sincronizzati sulle stagioni. Cosa vuol dire stagioni? Inverno ed estate differiscono di sei mesi: 3×6=18 quindi circa 183 giorni. Un calendario non deve sbagliare in modo che nel giro di pochi anni mi sballano le stagioni. Accadeva esattamente questo. Allora, tutti i popoli e tutte le civiltà si erano sincronizzati sulle stagioni: nessuno aveva mai preso in considerazione un giorno. Stagioni vuol dire 183 giorni. Per la nostra cultura, no ! Perché, quando risorge Cristo? La prima domenica dopo la luna piena che segue l’equinozio di primavera. Equinozio di primavera significa un giorno in cui la quantità di luce e di buio è la stessa ( 21 marzo). Non posso sbagliare l’equinozio di primavera, perché mi sballa tutto. Che cosa mi sballa? La risurrezione di Cristo, la dimensione mistica del tempo. Aloisius Lilius affronta questo problema e lo risolve. Perché non l’ha fatto la cultura atea? Aloisius Lilius da al mondo il più preciso calendario mai concepito, prima che nascesse la Scienza, grazie alla dimensione mistica del tempo sentita da Dionigi il piccolo. Perché il calendario nostro è adottato da tutti i popoli di qualsiasi civiltà? Perché per sballare le stagioni ci vogliono tremila anni e con una piccola correzione si arriva a milioni di anni. Il più perfetto calendario al mondo è stato fatto dalla nostra cultura. La numerazione binomiale è stata fatta dalla nostra cultura. La Scienza nasce a casa nostra. Tutte queste cose avrebbe potuto farle la cultura atea. Non le ha fatte. Non è colpa mia: io dico la verità. Ora abbiamo il seguente quesito: perché Zichichi è credente? Perché ha alle spalle la Scienza e la Logica matematica. Non è vero che il credente è un credulone, è credulone l’ateo che ha fede nel nulla. Ateismo vuol dire fede nel nulla, non vuol dire atto di ragione. L’ateismo non è un atto di ragione. L’ateismo non ha alle sue spalle le grandi conquiste della scienza e della logica matematica. Ateismo vuol dire fede nel nulla, in quel nulla che Leibniz cercò di demolire dalla numerazione convinto che i sette giorni della creazione dovessero avere un significato anche nella loro espressione matematica. Quando noi mettiamo insieme tutte queste grandi conquiste, ci accorgiamo che dobbiamo essere orgogliosi di appartenere alla cultura credente ! Grazie.

11 maggio 2002 Ravenna 

Antonino Zichichi


Un’altra serie di zichiccate si possono trovare qui, dove addirittura l’IG-NOBEL, in una intervista a Pippo Baudo, parla di: Realtà come un’ equazione matematica; Scienza Politica ed emergenze planetarie (53); Effetto serra come luogo comune da sfatare; …

Vezio De Sabbata recensisce in modo entusiasta il libro di Zichichi su Galileo. Clicca qui.

Frova e Maranzana inorridiscono a tale recensione. De Sabbata (ex PCI, collega a Bologna di Zichichi e frequentatore di Erice) insiste. Clicca qui.

Una difesa appassionata di De Sabbata e quindi di Zichichi da parte di “scienziati cattolici” (?) la si può trovare qui.

Elio Fabri smonta le sciocchezze precedenti: clicca qui.

Per altre zichiccate che addirittura parlano di Hiroshima culturale del nostro tempo, nel sito dei gesuiti, cliccare qui.


Lo scrivevo 25 anni fa (vedi “Laureati in Democrazia Cristiana”-di prossima pubblicazione-). Le cose peggiorano, con in più l’aggravante che i cialtroni al potere gli assegnano posti di responsabilità nella ricerca! (e qualche incauto gestore di telefonia lo contratta per fare pubblicità!!!)

R.R.

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