Fisicamente

di Roberto Renzetti

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Rino CAMMILLERI
Fregati dalla scuola – Il caso Galileo
tratto da Fregati dalla scuola, Effedieffe, Milano 1999

Il caso Galileo richiede un chiarimento. Innanzitutto diciamo subito che egli non inventò affatto il telescopio, né scoprì la rotazione e rivoluzione della terra, né disse mai «Eppur si muove!». Semplicemente puntando il cannocchiale (rispetto agli attuali, poco più che un giocattolo) al cielo scoprì i satelliti di Giove. Questo lo convinse che Copernico (morto vent’anni prima) aveva ragione: non tutto girava attorno alla terra. Ora si tenga presente che la teoria copernicana era regolarmente insegnata nelle università, accanto a quella tolemaica. Erano teorie non verificate, ma che la terra fosse al centro di tutto era cosa che si vedeva ad occhio nudo (infatti i sensi ci dicono che è il sole a girare, e la terra sta ferma). E Copernico era pure un prete.

Gli astronomi gesuiti della Specola Vaticana confermarono le scoperte di Galileo e le difesero contro gli scienziati laici che invidiavano il favore di cui il pisano godeva alla Corte pontificia. Galileo, carattere spigoloso, li beffeggiava e li insultava nei suoi scritti.

Gli tesero una trappola, facendo circolare certe sue lettere in cui diceva che la Chiesa avrebbe dovuto modificare il corrispondente passo delle Scritture (quello in cui Giosuè ferma il sole). Il cardinale Bellarmino (che è Santo) fu costretto a dire a Galileo di occuparsi di scienza e non di teologia. Galileo accettò e per vent’anni non se ne parlò più.

Continuò a insegnare la teoria copernicana e nessuno lo molestò. Poi si convinse che le maree erano dovute al movimento della terra (invece sono dovute all’attrazione lunare, come cercò di spiegargli Keplero) e pubblicò un’opera in cui faceva fare al Papa la figura dello sciocco. Solo che quel Papa era Urbano VIII, caratterino come il suo.

Convocato a Roma dal Sant’Uffizio Galileo venne alloggiato in un appartamento sul Pincio con un servitore. Il processo decretò, a stretta maggioranza, che i passi riguardanti la teoria copernicana data come provata nelle sue opere dovevano essere corretti. Lui venne condannato a recitare per tre anni i Salmi penitenziali un volta alla settimana.

Tutto qui. La rotazione della terra venne provata solo due secoli dopo.


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Pasquale ORAZZO
San Roberto Bellarmino e il mito del caso Galileo
2005

Oggi 17 settembre nella Chiesa Cattolica ricorre la memoria di San Roberto Bellarmino, scienziato e cardinale di quel Sant’Uffizio che giudicò Galileo Galilei il 22 giugno del 1633.

Da grande uomo di scienza qual’era, il santo si dimostrò di conseguenza più sostenitore di quel famoso metodo sperimentale tanto propugnato dal Galileo quanto in fondo disatteso nelle sue conclusioni proprio da quest’ultimo.

Infatti: “Un santo e un dotto della levatura di Roberto Bellarmino si diceva pronto (…) a dare alla Scrittura (…) un senso metaforico, almeno nelle espressioni che apparivano messe in crisi dalle nuove ipotesi astronomiche; ma soltanto se i copernicani fossero stati in grado di dare prove scientifiche irrefutabili. E quelle prove non vennero se non un secolo dopo” (cit. da V. Messori, Pensare la storia, Ed. Paoline, 1992, pag. 392).

Scrive Georges Bené: “Un po’ come il rifiuto di un articolo inesatto e senza prove da parte della direzione di una moderna rivista scientifica”!

In effetti furono giudici come il Santo cardinale Bellarmino che difesero la scienza – di cui erano rappresentanti e studiosi di levatura pressoché massima a quei tempi – la ragione e la realtà delle cose, rifuggendo da ogni pretesa “fideista”. Aspettavano cioè delle prove e in mancanza di queste chiedevano al Galilei di non assumere in modo acritico, quindi senza prove convincenti, le conclusioni dei suoi studi, ma di porre queste nel modo in cui erano per davvero: teorie e non ancora verità scientifiche.

Qualche tempo fa: “l’erede degli inquisitori, il Prefetto dell’ex sant’Uffizio, cardinale Ratzinger (oggi Papa Benedetto XVI ndr), ha raccontato di una giornalista tedesca – una firma famosa di un periodico laicissimo, espressione di una cultura “progressista” – che gli chiese un colloquio proprio sul riesame del caso-Galileo. Naturalmente il cardinale si aspettava le solite geremiadi sull’oscurantismo e dogmatismo cattolico. Invece era il contrario: quella giornalista voleva sapere “perchè la Chiesa non avesse fermato Galileo, non gli avesse impedito di continuare un lavoro che è all’origine del terrorismo degli scienziati, dell’autoritarismo (quello sì! ndr) dei nuovi inquisitori: i tecnologi, gli esperti…”. Ratzinger aggiungeva di non essersi troppo stupito: semplicemente quella redattrice era un persona aggiornata, era passata dal culto tutto “moderno” della Scienza (quella mitologica, con la maiuscola! ndr) alla consapevolezza “post- moderna” che scienziato non può essere sinonimo di sacerdote di una fede totalitaria”. (op. cit. pag. 396).

Ebbene, di tutto questo, in nome del buonismo imperante, tempo fa si è chiesto perdono. Ma allora chi e quando, in nome di un vero amore ai fatti, alla scienza ed alla realtà così come è, chiederà dunque scusa per quel perdono?


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Franco TORNAGHI
Recensione a Galileo: le opere e i giorni di una mente inquieta a cura di E. Bellone
supplemento a Le Scienze del febbraio 1998, collana I grandi della scienza, pp. 104.

E’ difficile sintetizzare un giudizio su un lavoro, quale quello del direttore dell’edizione italiana della prestigiosa rivista Le Scienze, sulla figura di Galilei. La difficoltà nasce da una doppia impressione che rimane nell’animo del lettore, che da anni frequenta «problemi galileiani», dopo aver affrontato le 100 pagine preparate da Bellone, e che deve recensirle, cioè esprimere un giudizio sul valore dell’opera, per persone che, molto probabilmente, ignorano la complessità delle vicende. Per anticipare la conclusione dirò allora subito che il lavoro di Bellone è un Giano bifronte, con una faccia bella e appassionante per quanto riguarda gli aspetti della ricerca scientifica di Galilei, i risultati raggiunti e come li ha raggiunti (per stare al titolo, «le opere» della mente inquieta), e una faccia vecchia e preconcetta per tutto ciò che riguarda gli altri attori dell’affare Galilei e l’ambiente culturale, scientifico ed ecclesiale degli inizi del XVII secolo («i giorni»).

Nelle prime 50 pagine, Bellone espone i risultati raggiunti da Galilei nel sapere scientifico e, soprattutto, la modalità utilizzata per raggiungere tali risultati, con parole chiare e ottime tavole illustrative. In particolare i paragrafi “Dalla certezza all’approssimazione”, “Enigmi meccanici” e “Geometria e fisica”, nei quali si evidenziano i risultati di due grandi studiosi dello scienziato Galilei, quali Stillman Drake e Enrico Giusti, contengono una sintesi valida dei problemi aperti nel sapere scientifico della fine del XVI secolo e la soluzione ad essi proposta da Galilei.

Non nascondo che, a questo punto della lettura, pur con qualche possibile appunto su aspetti storici (segnaliamoli pure: Osiander, che fece una prefazione «mitigatrice» al De Revolutionibus di Copernico, era protestante e non cattolico, ma il dato viene taciuto; manca completamente la segnalazione del debito di Galilei nei confronti del Collegio Gesuitico di Roma, debito strettamente scientifico; lo scienziato pisano viene presentato come magnanimo diffusore di telescopi per aiutare altri studiosi nel controllo delle scoperte esposte… dimenticando che Keplero, che pur aveva a priori difeso le conclusioni di Galilei, non riceverà mai il tanto desiderato cannocchiale) avevo l’impressione che, finalmente, si fosse in presenza di un buon lavoro consigliabile anche ai liceali per le famose tesine della maturità…

Ma le ultime 50 pagine sono state una delusione. Più Bellone si faceva storico, meno sapeva trattare la complessità delle vicende e, cosa ancor più grave, meno manteneva un giudizio equo sugli aspetti scientifici collegati ai lavori di Galilei e degli altri scienziati dell’epoca. Insomma, il vecchio stereotipo del genio Galilei, circondato da stregoni o ignoranti o in malafede, emerge da noi ancora prepotentemente, nonostante i lavori d’oltralpe – e basti citare lo stesso Drake e Shea, se non si vuole dare credito al cattolico Brandmüller – abbiano definitivamente affossato la caricatura illuministica ancora diffusa nei libri di testo.

Come si fa, ad esempio, a trattare il gesuita Orazio Grassi, dileggiato eccessivamente dallo scienziato ne Il Saggiatore, non come uno dei maggiori scienziati del Collegio Romano che 9 volte su 10 – come afferma Shea – obiettava correttamente a Galilei sul problema delle comete, ma come un «poeta» e definire le riserve di Grassi «poetiche»?

Ritengo, inoltre, che sia giunto il momento di smettere di dipingere il Cardinal Bellarmino come una specie di diavolo in terra e riassumere la sua posizione come “…la dottrina copernicana non va difesa in alcuna occasione, e non è lecito comunque accoglierla nella propria mente” (p. 72), mentre in una celebre lettera del 1615, non citata da Bellone ma che mi rifiuto di credere a lui ignota, Bellarmino così si esprimeva “…Dico che quando ci fusse vera demonstratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel terzo cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra”. Riemerge in queste parole il vero problema scientifico che sta alla base delle altre considerazioni su tutta la vicenda di Galilei: ci fu la dimostrazione della teoria copernicana?

A tal proposito vale la pena segnalare quella che ci pare una incoerenza di Bellone. Relativamente alle comete egli segnala che l’atteggiamento di Galilei era che “il fenomeno in esame forse si realizzava in ‘modo lontano da ogni nostra immaginazione'” e che “la natura ha una intrinseca ed infinita ricchezza ‘nel produr suoi effetti con maniere inescogitabili da noi'”. Giusto e sottoscrivibile anche da Urbano VIII, anzi è proprio il famoso “argomento di Urbano VIII”, ossia quello che il papa aveva suggerito a Galilei di tenere in considerazione nello scrivere il “Dialogo” e che lo scienziato mise in bocca allo stolto Simplicio nelle ultime pagine del libro, per obbedire formalmente laddove invece l’adesione convinta non avrebbe potuto che essere valutata scientificamente corretta, data l’assenza di “vera demostratione” dell’eliocentrismo. Ma in questo caso, per Bellone, il papa aveva sì diritto a sentirsi offeso personalmente, ma non aveva ragione scientificamente. Due pesi e due misure.

Un’ultima annotazione. La sintesi dell’atteggiamento di Simplicio quando cita l’argomento di Urbano VIII, per Bellone, è “La scienza come generatrice di ‘fantasie’ non doveva dunque aspirare alla conoscenza della realtà”. Mi sembra una voluta forzatura e, in fondo, una sottovalutazione di quella che da sempre è una potente molla per la ricerca scientifica e la risistemizzazione del sapere, ossia la valutazione che, dietro l’apparenza di una teoria ‘funzionante’, si nasconda ben altra complessità. La frase andrebbe corretta: “La scienza, avanzando per ipotesi, deve aspirare a una conoscenza sempre più approfondita della realtà”. Ma qui lasciamo volentieri spazio agli epistemologi…


CESARE MEDA  Il Corriere della Sera22 MARZO 2001 Galileo mise in dubbio l’Eucarestia. Ma la Chiesa lasciò correre Rinvenuto un documento del 1628 che accusava l’astronomo di un’eresia che il Sant’Uffizio non volle perseguire Nel 1628 Galileo fu accusato di essere “pericoloso per la fede” ma non per le note ragioni astronomiche (l’adesione alla teoria eliocentrica copernicana che gli costò la famosa condanna da parte del Sant’Uffizio e l’abiura del 1633). Nel quadro delle “Letture galileiane” in corso a Firenze il professor William R. Shea, presidente dell’Accademia di storia della scienza di Parigi, ha annunciato ieri la scoperta di un documento inedito, rinvenuto negli archivi vaticani dal filosofo spagnolo Mariano Artigas nel novembre 1999. Da un faldone dell’Indice dei libri proibiti era spuntato un foglio piegato in due: il testo, compilato in latino da un anonimo ufficiale del Sant’Uffizio, accusa Galileo di “mettere in dubbio l’Eucarestia”. In particolare, la denuncia afferma che nell’opera Il Saggiatore (1623), lo scienziato aveva abbracciato la teoria atomista negando di fatto la trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo. Dalla ricostruzione di Shea, che con Artigas ha studiato il documento e ne pubblicherà l’edizione critica, risulta che l’atto d’accusa fu discusso dal collegio degli inquisitori, ma venne archiviato in seguito al parere determinante del cardinale Francesco Barberini, nipote di Urbano VIII. Fra l’altro Galileo aveva dedicato Il Saggiatore proprio a quel papa che fu suo interlocutore aperto e illuminato prima dell’involuzione che portò ai processi del ’33. Galileo non fu perseguito perché non era filosofo né teologo: così, in tema d’Eucarestia, le sue idee non avrebbero avuto alcun peso. Può apparire contraddittorio che la colpa “teologica” di mettere in dubbio l’Eucarestia, equivalente a una bestemmia, non sia oggetto di condanna, mentre una teoria scientifica sul moto degli astri sia fonte di scandalo e persecuzione. In realtà, più che principi teologici, Copernico e Galileo mettevano in gioco il principio di autorità, su cui si fondavano l’assetto sociale e il sistema politico medioevale di cui il potere temporale della Chiesa era trave portante. Al Sant’Uffizio non sfuggiva la carica destabilizzante della rivoluzione celeste; mentre i dubbi sull’Eucarestia non toccavano le sale del trono. (VEDI MIELI E FROVA)


Di Paolo Rossi

SETTE GALILEI? MEGLIO DI UNO

Sappiamo molto bene che ci sono di ogni grande e meno grande filosofo molti ritratti uno diverso dall’altro. Ci sono nelle interpretazioni e nella storiografia oscillazioni molto rilevanti. Anche nel caso di Galilei le diversità sono fortissime. Il fatto che a Galilei sia stata attribuita la paternità o la fondazione di una “scienza rigorosa” non è certo servita a porre alcun limite alla molteplicità e alla varietà delle interpretazioni.

  1. Il primo Galilei è lontano dalle astrazioni e aderente ai fatti. E’ ” il fondatore del metodo scientifico“, così come esso verrà concepito nei manuali di fisica. Galilei ha “una preponderante inclinazione per i fatti e non sente la necessità di ridurli a idee”; Galileo “non ha formulato una teoriadella caduta dei corpi, ma ha osservato e constatato, senza idee preconcette, il fatto del movimento di caduta”. Sembra quasi impossibile, ma questi due giudizi sono presenti l’uno nella Filosofia delle scienze induttive (1840) di William Whewell e l’altro in La meccanica nel suo sviluppo storico-critico (1883) di Ernst Mach.
  2. Il secondo Galilei è il “peripatetico”, che non assomiglia affatto a un rivoluzionario, ma a un conservatore, addirittura a un “ritardatario”:” A costo di contraddire le leggende (scriveva Pierre Duhem nel 1906), va affermato che le concezioni di Galileo sulla dinamica portano l’impronta profonda dei principi peripatetici, si discostano molto poco dalle dottrine ammesse da un buon numero di fisici del secolo XVI, sono in notevole ritardo sulle intuizioni di qualcuno dei suoi predecessori”
  3. Il terzo Galilei è connesso al secondo, ma è più decisamente “aristotelico”: “il nuovo metodo, la logica e la metodologia espressi da Galileo e destinati a diventare il metodo scientifico dei fisici del seicento (scrive John Hermann Randall jr. nel 1940) era il risultato della fruttuosa ricostruzione critica della teoria aristotelica della scienza intrapresa soprattutto a Padova e fecondata dalle discussioni metodologiche dei commentatori di scritti medici”.
  4. Il quarto Galileo è decisamente “platonico” ed è per intero costruito alla luce di una teoria della conoscenza e della scienza “non infettata dal virus empirista e positivista”. Alexandre Koyrè ha presentato un quadro della Rivoluzione Scientifica (che ha avuto una risonanza molto ampia e si è spesso “trasferito” nei manuali) nel quale l’opera di disinfestazione è andata molto avanti. Nel suo quadro della Rivoluzione Scientifica trova posto Gassendi e non trovano invece posto alcuno Francis Bacon e Robert Boyle. Una Rivoluzione Scientifica senza operazioni e senza strumenti, dove la scienza è sempre e solo matematizzazione e il conoscere non ha mai nulla a che fare con l’intervenire. In quel quadro (che risale al 1939) viene inserito un Galileo che sembra non abbia mai avuto qualcosa a che fare con il cannocchiale, o l’invenzione del termobaroscopio o con la resistenza dei materiali.
  5. Il quinto Galileo è il rovesciamento (principalmente operato da Stillman Drake nel 1978) del Galilei numero 4. Galileo effettua misure precise, non si limita a “pensare” esperimenti, ma li esegue. Dato che “le misure accurate delle distanze e dei tempi sono fatte senza riferimento alla filosofia” e sono indifferentemente utilizzabili dai platonici e dagli aristotelici, la sua grandezza ha a che fare soltanto con la fisica. L’unica e sola “metafisica” e l’unica e sola “epistemologia” della quale sia lecito parlare in riferimento a Galileo è quella che (come diceva Dirac aprendo i suoi corsi di meccanica quantistica) si limita “ad assumere l’esistenza di un mondo eterno”.
  6. Il sesto Galileo è un ritratto intelligente, irriverente e provocatorio. E’ quello che ha a che fare con una incrollabile “fede” nella verità copernicana. Quest’ultima viene riaffermata, a dispetto di ogni evidenza e dimostrazione, cambiando i tipi di osservazione che confutano la teoria, facendo ricorso a trucchi psicologici, espedienti retorici, piccole falsificazioni, colpi di mano. Il Galileo di Paul Feyerabend è collocato da un lato all’interno della tesi che teorizza l’insignificanza del problema del cosiddetto “metodo scientifico” e dall’altro lato in un contesto di tipo ideologico – politico: “Gli scienziati risolvono i problemi non perché posseggono una metodologia e una teoria della razionalità, ma perché hanno studiato il problema molto tempo, conoscono bene la situazione e non sono troppo stupidi”. “La scienza moderna schiacciò i suoi oppositori, non li convinse, si impose con la forza, non con il ragionamento. Non è il caso però di dimenticare, a proposito di questo sesto ritratto, che esso era stato preceduto non solo dal celebre libro di Thomas Kuhn sulle rivoluzioni scientifiche (che è del 1962), ma soprattutto dall’immagine, costruita (nel 1959) da un grande romanziere del Novecento, degli scienziati come “sonnambuli”. Ciò che Arthur Koestler aveva presentato come un’accusa di tipo morale (un Galileo “sfrontato e arrogante imbroglione” che si serve di espedienti illusionistici) diventa nel ritratto di Feyerabend un indiscutibile merito epistemologico.
  7. Il Galilei numero sette è direttamente figlio del numero sei. E’ un persuasore non occulto che rafforza gli argomenti logici con le tecniche della retorica, che rende accettabili le sue verità, facendo appello alle emozioni, all’estetica, alla psicologia. Maurice Finocchiaro (nel 1980) non pensa affatto che la scienza sia un’impresa irrazionale e che si risolva in retorica, pensa solo che “la retorica abbia un ruolo importante da svolgere all’interno della razionalità scientifica”. Finocchiaro si limita a raccomandare – e la sua raccomandazione ha avuto grandissima fortuna- che “non siano trascurati gli aspetti retorici della scienza”. Sono sempre stato convinto, fino dagli anni in cui polemizzavo su questo punto con Ludovico Geymonat e con i suoi (allora) giovani allievi, che non sia affatto da condividere il rimpianto “per quelle epoche nelle quali una visione metafisica della realtà e della storia sembra garantire uniformità di metodi e di risultati storiografici”. Di fronte alla varietà delle interpretazioni dei classici della filosofia e della scienza credo che riuscire a convivere con posizioni diverse dalle nostre e imparare da esse possa costituire un valore. Forse, anche a questo proposito, vale ciò che ha scritto Odo Marquard: la costellazione filosofica migliore è quella dove è più ampio il ventaglio delle soluzioni. A differenza di quanto accade nelle religioni, nelle “storie” non ci sono testi assoluti, ma soltanto testi relativi. La pluralità di modi di leggere serve a moderare le forme della ricezione. Ogni forma di ragione esclusiva tende a vietare le discordie e le critiche. Sono d’accordo, anche su questo punto, con quanto ha scritto Marquard: “Le storie, in quanto irrimediabili perturbatrici della quiete, non sono ammesse a priori: in esse, infatti, anziché unirsi, si racconta”.

Tratto dal Sole 24 – Ore di domenica 21 novembre 1999

Citazione da: Paolo Rossi, Un altro presente, edizioni Mulino


 JAKI

Uno storico del pensiero scientifico come Stanley L. Jaki ha osservato acutamente che la diminuita fiducia nel ruolo salvifico della scienza è stata provocata anche da un profondo mutamento di fattori, sia filosofici che storici, ai quali il caso Galileo è strettamente collegato. «Nella misura in cui la scienza non è semplice strumento ma attività intellettuale creativa, – afferma lo studioso benedettino – essa è intessuta di presupposti di carattere chiaramente ideologico. Anche su questo punto si ammette più oggi che non una o due generazioni fa, quando scienza e positivismo […] erano praticamente sinonimi. Anche in ambienti dove fino a poco tempo fa la prospettiva indiscussa era uno stato di guerra perenne si può ormai sentire dire che la scienza e l’ideologia per eccellenza, il cristianesimo, non sono necessariamente irriconciliabili E l’affermazione che la scienza non ha avuto inizio improvvisamente col piano inclinato di Galileo la si può trovare perfino in alcuni dei più recenti trattati sull’inizio del pensiero moderno. Ciò è conseguenza del fatto che alcuni eminenti scienziati hanno preso nota delle vaste prove storiche su alcuni predecessori medioevali di Galileo» (1).

JAKI S., La strada della scienza e le vie verso Dio , Jaca Book, Milano  1988

La strada della scienza e le vie verso Dio riunisce le 20 conferenze tenute da Stanley Jaki nelle Gifford Lectures (Edinburgo) nei corsi 1974-75 e 1975-76, che furono pubblicate in inglese nel 1978 (University of Chicago Press). L’opera è divisa in due parti di dieci capitoli ciascuna, nel corso dei quali l’autore offre una spiegazione del fatto che in civiltà rigogliose, pur riscontrandosi germogli di conoscenze scientifiche, la scienza sperimentale non è riuscita a svilupparsi in profondità, mentre ha trovato una strada spianata nell’occidente europeo. Jaki attribuisce questo fatto alla presenza duratura nell’Europa cristiana dell’insieme di convinzioni che costituiscono la spina dorsale dell’impresa scientifica: l’affermazione dell’esistenza di un mondo ordinato e della capacità dell’uomo di conoscere quest’ordine. La scienza è sorta quando tali fattori divennero una matrice culturale grazie alla fede cristiana in un mondo razionale, opera di un Dio infinitamente intelligente e alla fiducia nella capacità dell’uomo di conoscere quest’ordine perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Questo realismo metafisico e gnoseologico è stato per Jaki il fondamento necessario della scienza moderna. Parallelamente l’A. collega i successivi aborti (stillbirth) della scienza nelle grandi civiltà con l’assenza di un trasfondo realista di questo genere, che spesso viene sostituito da un pensiero panteistico che ostacola la creatività scientifica. In successivi capitoli, viene illustrata la tesi che non soltanto i pionieri della scienza moderna, ma ogni scienziato di valore lavora di fatto sullo sfondo di un realismo metafisico più o meno consapevole o riflesso. Ma il discorso di Jaki si spinge oltre, affermando che il tale realismo metafisico e gnoseologico si trova in continuità con una razionalità metafisica capace di condurre fino a Dio: «Lo scopo di queste conferenze è di dimostrare l’affermazione sottintesa dal titolo, e cioè che la strada della scienza e le vie a Dio costituiscono un unico percorso intellettuale: una scienza fattibile è nata solo all’interno di una matrice culturale permeata dalla ferma convinzione che la mente umana fosse capace di individuare nel regno delle cose e delle persone un segno del loro creatore. Tutti i grandi progressi creativi della scienza sono stati compiuti nel quadro di un’epistemologia strettamente imparentata con tale convinzione. Di più: ogni volta che questa epistemologia ha incontrato un’opposizione abbastanza forte e coerente l’attività scientifica è rimasta evidentemente priva di solide basi» (pp. 1-2). Non c’è dubbio che le tesi di quest’opera sono rilevanti per quanto riguarda una valutazione positiva del cristianesimo nel suo rapporto con la nascita e lo sviluppo della scienza moderna. Anche se troviamo alcuni spunti delle tesi esposte da Jaki in precedenti studi di Duhem, Whitehead, Dawson o altri, il modo con cui l’A. le svolge non manca d’originalità. Ogni capitolo è una miniera di esempi e di dati tratti dall’esperienza scientifica e dalla sua storia, reale, impiegati se con come dimostrazioni, certamente come illustrazioni convincenti.

JAKI S., The Relevance of Physics (1966) , Scottish Academic Press, Edinburgh  1992

Il voluminoso studio di oltre 600 pp., pubblicato originariamente a Chicago nel 1966, si propone, nella prospettiva di una critica allo scientismo, di chiarire il campo di validità della scienza e del metodo scientifico, ossia, come dice il titolo, “la rilevanza della fisica” in sé e per le altre discipline. Stanley Jaki, benedettino, laureato in teologia e in fisica, si è principalmente occupato di storia della scienza con numerose saggi di indubbio interesse, fra cui The Roads to Science and the Ways to God, The Origin of Science and the Science of its Origin, Science and Creation: from Eternal Cycles to and Oscillating Universe, Planets and Planetarians: A History of Theories of the Origin of Planetary Systems. Il libro si divide in quattro parti. Nella prima parte si esamina, con numerose citazioni dalle fonti originali, la storia della fisica attraverso il dispiegarsi nel tempo delle sue principali “visioni”. La prima visione, che ha dominato l’antichità e si deve principalmente ad Aristotele, considera il mondo come un organismo. La seconda visione, che può essere ben simboleggiata da Newton, descrive il mondo come un meccanismo. La terza visione, che possiamo associare ad Einstein, tratta il mondo usando modelli matematici. La seconda parte del libro passa in rassegna i temi centrali della fisica contemporanea: la ricerca nel campo della fisica delle particelle elementari, e l’astrofisica che continua ad ampliare i limiti spaziali e temporali dell’universo conosciuto. A proposito di questi rami della fisica si nota che con l’espandersi del campo della conoscenza, si assiste ad un parallelo emergere di sempre nuove domande. È questa una dimostrazione di una delle tesi dell’A., ossia che le nuove scoperte continuano ad aumentare la rilevanza della fisica, ma mostrano pura la sua permanente incompletezza. Un capitolo intero è dedicato al problema della precisione in fisica, ovvero al suo essere limitata solo a ciò che è misurabile, ed al suo non poter affermare (scientificamente) nulla circa ciò che non è misurabile. La terza parte esamina la rilevanza della fisica per la metafisica, la biologia, l’etica e la teologia. Jaki sostiene, con abbondanza di documentazione, l’incompetenza della fisica a trattare di qualità se queste rappresentano valori – estetici, morali o spirituali. Mentre è evidente che le misure, e quindi la fisica, non hanno nulla da dire su temi filosofici come ad esempio l’essere. Per la biologia si argomenta che essa non è riducibile ad un ramo della fisica, per la non predicibilità di molti dei suoi processi. Un altro libro di Jaki, Brain, Mind and Computers aveva esaminato il rapporto con l’informatica e il problema della intelligenza artificiale. La quarta parte esamina in chiave critica le pretese dello scientismo. Le speranze di riuscire ad elaborare una teoria fisica “finale” saranno sempre frustrate dal teorema di Gödel, che assicura che nessun insieme di proposizioni matematiche e logiche può contenere al suo interno la prova della sua propria consistenza. Infine si descrive il ruolo della fisica nella cultura umana, concludendo che la fisica, come ogni attività dell’uomo, conserva tutta la sua bellezza e il suo significato, solo se la sua coltivazione è armonicamente coordinata con l’intera realtà umana.

GIANNI SANTAMARIA   AVVENIRE  16 novembre 1999 PIÙ SCIENZIATI CHE COPISTI Parla il fisico Stanley Jaki, monaco benedettino: innovazione e tecnologia nel Medioevo
“Acquisizioni come il moto newtoniano hanno origine allora”

Il medioevo età antiscientifica, nella quale aveva poco peso l’idea di rinnovamento e progresso? Età di copisti e semplici tramandatori di un sapere dato? Non è così. E’ netto Stanley Jaki, fisico americano di origine ungherese nel definire, contro tutti gli stereotipi sull'”oscurantismo” diffusi dall’Illuminismo, dall’idealismo tedesco e dal marxismo, l’età di mezzo come un’età felice, non solo nel campo della filosofia e delle arti, ma anche in quello meno scontato della scienza e della tecnica. Nel sapere scientifico le intuizioni furono molte. Come quella del moto newtoniano.
A partire dall’opposizione tra verità cristiana della creazione ex nihilo et in tempore (sancita come dogma dal quarto Concilio lateranense, 1215) e l’aristotelismo con la sua considerazione del moto celeste come senza inizio né fine. Dalla vulgata dello stagirita in campo cosmologico si differenziò Buridano, chiedendosi “come?” (“domanda base di ogni scienza”, chiosa Jaki). E attribuendo tale moto all’impetus dato da Dio in un istante e che si mantiene per il fatto che i corpi celesti si muovono in una regione senza attrito. Nell’età di mezzo sarebbe stato intuito anche un concetto chiave della fisica moderna: l’entropia. “Anche i medievali sapevano che l’universo non sarebbe durato fino all’eternità”. Lo studioso di cosmologia – monaco benedettino settantacinquenne, docente a Princeton e autore di numerosi studi su cristianesimo e scienza (alcuni editi in Italia presso la Libreria editrice vaticana, la Jaca Book e l’Ares) – ieri a Milano ha tenuto una conferenza (organizzata dal Centro culturale di via Zebedia per il tradizionale ciclo dei “Lunedì scientifici”, dedicato quest’anno a “Le grandi intuizioni della scienza”) proprio su Creatività e ingegno del Medioevo nella tecnologia e nella scienza. Lo abbiamo incontrato.

Professor Jaki, eppure di solito il medioevo è considerato l’opposto di un periodo scientifico e tecnologico.

“Dagli anni Settanta di questo secolo c’è stato un cambiamento considerevole nella valutazione della storia tecnologica dell’Europa moderna. Prima di allora si pensava che la creatività in questo campo non esistesse prima del 1450. E gli accademici consideravano che la scienza iniziasse con Galileo. Nonostante il fatto che Pierre Duhem avesse mostrato già ad inizio secolo come certi concetti base della scienza newtoniana avessero avuto origine prima, nella Sorbona agli inizi del Trecento. Il cambiamento di prospettiva di vent’anni fa si può così sintetizzare: l’Europa moderna fino al 1800 funziona con le invenzioni tecnologiche fatte nel Medioevo”.

Ad esempio?

“L’ “eccentrico”, o camma, che permette la trasformazione del moto lineare in circolare e viceversa, come nelle locomotive. E ancora oggi nelle automobili. Una scoperta enorme. Poi, la trasformazione del moto accelerato in non accelerato alla stessa velocità. E’ la base dell’orologio a pendolo, il cui meccanismo fu realizzato tra 1250 e 1300. Guardando all’architettura, i contrafforti, che hanno reso possibile la costruzione di edifici più alti e più larghi. O i mulini a vento. Al tempo dei romani avevano un asse verticale e le pale ruotavano su un piano orizzontale. I medievali mutarono la direzione dell’asse e angolarono le pale in modo da formare una coppia conica, aumentando l’efficienza. Fu introdotta la rotazione delle colture che raddoppiò la produzione del cibo. Il problema della fame fu per la prima volta eliminato alla base: a parte le catastrofi. Altre innovazioni: l’aratro, il basto, la sella, le staffe”.

E per quanto riguarda la scienza?

“C’è una creatività scientifica nel Medioevo. Ad esempio nella sostanziale anticipazione di Buridano della prima legge di Newton: il moto inerziale. Tutta la fisica newtoniana è basata sulla prima legge. E tutta la fisica moderna è basata su quella newtoniana: relatività, meccanica quantistica. L’unica differenza è che prima si usavano le equazioni differenziali e oggi le funzioni probabilistiche. Nelle prime c’è un continuum e possono essere applicate a qualsiasi interazione individuale, che la fisica moderna non può considerare. Questo è scienza e tutto il resto è filosofia. La scienza è essenzialmente un formalismo matematico, quantitativo. E la filosofia non può essere giustificata dal formalismo matematico”.

E il rapporto tra fede e scienza?

“La fede cristiana non può essere provata dalla scienza. La sola cosa che può essere fatta è mostrare che essa non è contraria alla scienza stessa, non vuole sopprimerla. L’Illuminismo, al contrario, era fondato sulla considerazione che la scienza non potesse emergere senza eliminare la fede cristiana dalla mentalità della gente e della società. Questa è l’affermazione base dell’Illuminismo, e dalle altre correnti da esso generate, come il marxismo”.

La cristianità medievale fu, invece, una culla per la scienza?

“La scienza è stata un “nato morto” in tutte le grandi culture antiche: Cina, India, Babilonia, Grecia. Fu nel Medioevo che la cristianità per la prima volta fu capace di sviluppare una cultura. Attraverso l’università e un sistema generale di istruzione, che apparve per la prima volta nel Medioevo occidentale. Nelle cattedrali, nelle abbazie”.

Ma gli uomini del Medioevo erano consapevoli del loro apporto individuale al progresso scientifico?

“Sì lo erano. La parola “moderno”, che appare per la prima volta nel latino tardo, V-VI secolo, diviene popolare con la scuola di Chartres. Avevano l’idea di portare qualcosa di nuovo. Ma la cosa principale è che la moderna cultura accademica – le università laiche – resiste con tutte le forze, chiude gli occhi davanti alle prove dell’esistenza di una scienza e tecnologia nel medioevo. Harvard, Milano, La Sapienza di Roma, Yale, Heidelberg, dovunque ci si basa sull’adorazione della scienza. Essa porta la salvezza. Mentre la verità è che Cristo ha portato la scienza agli uomini. “Cercate prima il Regno di Dio e il resto vi sarà dato”. Il resto include la scienza”.

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