Fisicamente

di Roberto Renzetti

Con l’eretico Galilei la chiesa usò il pugno di velluto

Rivisitiamo il dramma dello scienziato condannato nel 1632 per aver infranto il dogma della cosmologia cattolica. Lo studioso venne realmente perseguitato?
di VALENTINO NECCO
La terra è rotonda, la terra gira. A pensarci bene non è così scontato…O meglio: che la terra giri, su se stessa e intorno al sole, è per noi scontatissimo, così scontato che se qualcuno ci chiedesse di dimostrarlo, non è detto che saremmo capaci di farlo in maniera convincente. A pensarci bene, infatti, nella nostra esperienza quotidiana l’immediata percezione è proprio che sia il sole a muoversi, e non vi è nulla che renda evidente il contrario. Possiamo dunque ben immaginare quali potessero essere le resistenze all’idea di un sistema planetario eliocentrico (cioè con il sole al centro) attorno al 1600. Quando si pensa al processo a Galileo viene quasi naturale classificare la vicenda come uno dei tanti soprusi della Chiesa – il più clamoroso – al libero pensiero. Eppure anche questo non è così scontato… Intendiamoci: il processo a Galileo fu a tutti gli effetti una pagina nera nella storia della Chiesa e la condanna sua e delle sua opera una macchia difficilmente cancellabile. In questo senso i “mea culpa” della Chiesa sono arrivati fin troppo in ritardo. abile del “cattivo”.
A questo punto, tuttavia, non sarebbe affatto impossibile dimostrare che la giustizia ecclesiastica del tempo, così come del resto ai tempi della vituperata Inquisizione medievale, era molto spesso più umana e civile, in altre parole più moderna, di quella laica. Allo stesso modo non sarebbe difficile insistere sul fatto che la Chiesa cattolica, alla quale sola si chiedono i mea culpa, non si dimostrò molto più retrograda di quella protestante, che fu altrettanto ostile nei confronti della teoria copernicana. I principali protagonisti della Riforma si opposero in maniera durissima alla teoria eliocentrica. Lutero in uno dei suoi “discorsi a tavola” (1539) affermò: “La gente ha prestato orecchio ad un astrologo da quattro soldi (Copernico) il quale ha cercato di dimostrare che la terra gira, e non i cieli e il firmamento, il Sole e la Luna”… “Questo insensato intende sconvolgere l’intera scienza astronomica, ma la Sacra Scrittura ci dice che Giosuè ordinò al Sole, e non alla Terra, di fermarsi”.
Commentava Calvino: “Chi avrà l’ardire di anteporre l’autorità di Copernico a quella dello Spirito Santo?”. E Melantone, discepolo di Lutero, sei anni dopo la morte di Copernico, scriveva: “Gli occhi ci testimoniano che i cieli effettuano una rivoluzione nel giro di ventiquattr’ore. Ma certi uomini, per amor di novità oppur per dar prova di ingegno, hanno stabilito che la Terra si muove e affermano che sia l’ottava sfera sia il Sole non ruotano … Ebbene: è una mancanza di onestà e di dignità sostenere pubblicamente questi concetti, e l’esempio è pericoloso. È compito di ogni mente sana accettare la verità come ci è stata rivelata da Dio ed ad essa sottometterci”. Ma porre il problema in questi termini, anche se forse serve a sfatare qualche luogo comune, contribuisce a sua volta a far slittare sul terreno dell’ideologia una discussione che dovrebbe invece restare su quello della critica storica. Non è il caso di abbandonarsi al revisionismo spicciolo. Con il dramma di Galileo ha inizio quella che chiamiamo rivoluzione scientifica, un processo epocale che cambiò il volto della cultura occidentale e che a sua volta rappresenta il culmine della crisi della cultura tradizionale manifestatasi nel Rinascimento, e in particolare nella Riforma. Se l’Illuminismo ha delle radici, è in questo periodo, la prima metà del ‘600, che bisogna cercarle. Galileo, Bacone, Keplero, Newton, Descartes: sono questi i protagonisti principali di una sorta di movimento intellettuale che, in tempi e forme diverse, rifiutò la tradizione e si propose di indagare sistematicamente la realtà con uno spirito nuovo, uno spirito “scientifico”.
Da allora fino ad oggi la scienza – questo qualcosa che tutti noi conosciamo implicitamente ma di cui non è così semplice dare una definizione – ha progressivamente soppiantato ogni altro sistema di conoscenza della realtà. Essa, da allora, ha allargato giorno per giorno la sua pretesa di verità e di conoscenza esaustiva del reale. In un’opera recente (che porta un titolo significativo: Perché il mondo è matematico?) così si esprime Barrow, scienziato inglese:”Uno dei più grandi misteri dell’Universo è il fatto di non essere un mistero. Siamo in grado di comprendere e prevedere il suo comportamento […] Il motivo per cui siamo stati così bravi a sciogliere l’enigma dell’Universo è che abbiamo scoperto la lingua nella quale il Libro della Natura sembra essere scritto. Questo linguaggio, come ha sostenuto con fervore Galileo più di trecento anni fa, è quello della matematica. In ogni aspetto del mondo naturale che abbiamo preso in considerazione, abbiamo visto che il linguaggio della matematica si adatta meravigliosamente alla natura del mondo e al suo funzionamento. Non è stato scoperto alcun fenomeno che sfugga al suo potere descrittivo”. La verità scientifica è sinonimo di verità matematica, e, dalla rivoluzione scientifica in poi, quest’ultima si è progressivamente imposta come verità tout-court. Nello scontro con la Chiesa, Galileo sostenne sempre l’autonomia della scienza dalla fede e l’incommensurabilità dell’una rispetto all’altra. i campi di indagine dell’una e dell’altra, in altre parole, non si sovrappongono mai, trattandosi di due forme diverse di conoscenza che indagano due realtà completamente differenti. Di fatto, però, il dominio della scienza si è sempre più allargato lasciando alla fede uno spazio sempre più residuale.
Così si esprimeva Galileo ne Il Saggiatore”:”[…] Convien ricorrer ad una distinzione filosofica, dicendo che lo intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive ovvero extensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intellegibili, l’intender umano è come nulla, quando bene egli intendesse mille proposizioni, poiché mille rispetto all’infinità è come uno zero; ma pigliando l’intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, dico che l’intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanto se n’abbia la istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè l’aritmetica e la geometria, delle quali l’intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall’intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obbiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la quale non possa esser sicurezza maggiore”. È intuibile che, nonostante i distinguo, la scienza, con la sua pretesa di essere fonte di certezza oggettiva, fosse vista fin dall’inizio come una concorrente della fede. Del resto Galileo era piuttosto esplicito nella pretesa di sottrarre all’autorità delle Scritture i risultati della ricerca scientifica. Da questo punto di vista non può certo stupire che la Chiesa del 1600 avesse qualche difficoltà ad accettare un’ipotesi del genere. In effetti il rapporto tra scienza e fede, che in teoria poteva risolversi in un “et-et”, si rivelò presto un conflittuale “aut-aut”. La grande sfida tra il sistema tolemaico e il sistema copernicano è l’emblema stesso della rivoluzione culturale di cui Galileo fu il massimo protagonista: nonostante la sconfitta di quest’ultimo davanti al Sant’Uffizio, fu il sistema copernicano a trionfare nello scontro, e con lui una cosmologia completamente nuova.
Nasceva così una nuova immagine del mondo: la terra non era più al centro del cosmo, e l’uomo stesso era ridotto a particolare non necessario di un universo smisurato. A dire il vero, già nel 280 a.C. Aristarco aveva parlato del sole come centro del cosmo, ma si trattava di una “verità” debitrice della sola intuizione e non dimostrabile scientificamente. Ci soffermeremo a lungo, più avanti, su cosa significhi realmente “dimostrabile scientificamente” proprio perché la novità di Galileo non stette solo nelle sue scoperte, ma nella rivendicazione del metodo scientifico come unico mezzo di spiegare la realtà in modo oggettivo. Siamo qui di fronte a una sorta di impasse, perché generalmente la scontro tra copernicani e tolemaici viene dipinto come lo scontro tra la ragione e l’oscurantismo. Certamente esiste un fondo di verità in questa distinzione pur così manichea. Il processo stesso a Galilei lo sta a dimostrare. Ma sul piano del “progresso scientifico”, e su questo solo, molto spesso si dà per scontato – o quasi – che le prove addotte da Galileo a favore della sua teoria fossero schiaccianti e inoppugnabili. Si tratta per molti aspetti di un luogo comune, dovuto ad una concezione della scienza un po’ distorta ma molto diffusa : una concezione per cui la scienza si sviluppa per accumulazione di singole scoperte ed invenzioni. In realtà una nuova teoria (quand’anche la sua sfera di applicazione sia molto ristretta) non è mai una mera aggiunta a ciò che è già noto.
Da questa prospettiva lo scontro tra la concezione tolemaica e la concezione copernicana del cosmo è un caso da manuale, e per la storia della scienza il processo a Galileo non è tanto importante in sé, ma in quanto rivelatore di quelle crisi in cui periodicamente incorre la scienza e che a loro volta dimostrano come la scienza stessa non proceda in modo lineare ma per salti successivi. Ma andiamo con ordine, e vediamo come in concreto le teorie di Galileo riuscirono a imporsi nonostante le resistenze non solo della Chiesa, che culminarono nel processo per eresia, ma di gran parte della comunità scientifica. Innanzitutto, il famoso cannocchiale. Nato probabilmente in Italia, venne sviluppato in Olanda e da qui riportato in Italia da Galileo che lo perfezionò ulteriormente e lo presentò come sua invenzione al Governo di Venezia. L’apparecchio destò grande stupore ed entusiasmo, tanto che a Galileo fu aumentato lo stipendio da 500 a1000 fiorini e gli venne fatta la proposta di un rinnovo a vita del suo contratto di insegnamento. Nell’ambiente accademico, tuttavia, i risultati ottenuti da Galileo attraverso l’uso del cannocchiale (da lui chiamato semplicemente “occhiale”) stentarono molto ad imporsi. Questi risultati furono pubblicati il 12 marzo 1610 nel Sidereus Nuncius: 1) l’esistenza di una moltitudine di stelle non visibili ad occhio nudo; 2) la natura della superficie della luna, simile a quella della terra e non perfettamente liscia e levigata; 3) la notizia che Galassia è soltanto una concentrazione di stelle; 4) la scoperta ( “meraviglia ancora più grande”) della natura delle stelle fino ad allora chiamate nebulose, in realtà simile a quella delle galassie; 5) infine, “argomento più importante”, la scoperta dei quattro satelliti di Giove (battezzati “pianeti medicei” in onore di Cosimo II de’ Medici). Quest’ultimo era un importantissimo punto a favore del modello copernicano, di cui forniva un perfetto esempio in miniatura.
Ma era un po’ tutto il complesso di queste novità a mandare in frantumi la tradizionale astronomia aristotelico-tolemaica; in particolare il fatto che la natura della luna fosse uguale a quella terrestre distruggeva un vero e proprio pilastro della cosmologia aristotelica, ovvero la distinzione tra corpi celesti e corpi terrestri. Dopo la pubblicazione del Nuncius, Galileo ottenne dalle sue osservazioni ulteriori conferme delle sue teorie: l’esistenza delle fasi di Venere e le macchie solari , nonché l’aspetto tricorporeo di Saturno, così definito (erroneamente) da Galileo che non aveva mezzi abbastanza potenti per distinguerne l’anello. Quelle che tuttavia erano per Galileo ( e così per noi, dopo tre secoli…) prove patenti della validità delle sue teorie lasciarono perplessa una gran parte dei suoi “colleghi”, nonostante Il cannocchiale ed anzi proprio a causa di questo. La novità sostanziale di Galileo fu il concepire il cannocchiale come potenziamento dei sensi. Egli andò al di là dell’utilità pratica dell’oggetto e lo trasformò in strumento scientifico, cioè in parte integrante della scienza stessa. Non si trattò affatto di un’operazione scontata, come dimostra il fatto che non tutti si fidassero delle immagini date dal telescopio. La grandezza di Galileo fu quella di superare tutta una serie di ostacoli epistemologici, di idee cioè che proibivano altre idee ed ulteriori ricerche. Per la tradizione aristotelica porre uno strumento tra i propri sensi e l’oggetto osservato era un atto irragionevole, ed anche al giorno d’oggi, in realtà, uno scienziato che segua una metodologia ortodossa diffida per principio di uno strumento che non conosce: lo stesso fecero molti contemporanei di Galileo, come il suo amico astronomo, il padovano Cesare Cremonini, che si rifiutò addirittura di guardare nel telescopio. A sentire Giambattista della Porta, che pure era un grande esperto di ottica, definire l’occhiale “una coglioneria”, si è tentati di classificare immediatamente gli avversari di Galileo come degli ignoranti, ma in realtà le difficoltà incontrate dalle teorie di Galileo non furono poi molto differenti da quelle che incontrarono più tardi le teorie di Newton o di Einstein. Torneremo di nuovo su questo punto. Per ora limitiamoci a dire che, date le conoscenze del tempo, la fiducia di Galileo nel telescopio conteneva in qualche modo un elemento metafisico, che paradossalmente faceva di questa fiducia più una “fede” che il risultato necessario di un procedimento critico. Il primo processo a Galileo avvenne nel febbraio del 1916: il 3 marzo dello stesso anno il Sant’Uffizio trasmise la sua sentenza alla Congregazione dell’Indice che emise la condanna del copernicanesimo. Già il 26 febbraio il cardinale Bellarmino, su ordine del Papa, aveva ammonito Galileo di abbandonare l’idea copernicana, intimandogli, pena il carcere, di “non insegnarla e di non difenderla in modo alcuno”.
Nonostante la condanna, cui Galileo si era piegato, non solo il potente cardinal Bellarmino, ma anche il cardinal Orsini e il cardinal Del Monte espressero sentimenti “di somma reputazione” nei suoi confronti. Questo a testimonianza che l’ostilità della Chiesa, per quanto forte, era meno preconcetta di quello che normalmente si è soliti immaginare. A Galileo, che aveva promesso di obbedire al “diktat” ecclesiastico ma che non aveva abiurato le proprie teorie, il Bellarmino rilasciò una dichiarazione autografa proprio per permettere a Galileo di difendersi da calunnie e dicerie riguardanti appunto una sua ipotetica abiura. Nel 1623 Galileo pubblicò il Saggiatore, scritto in polemica con Orazio Grassi sulla natura delle comete, e che a noi interessa particolarmente in quanto, come abbiamo visto, vi viene esposta la sua dottrina filosofico-metodologica. Il 6 agosto dello stesso anno venne eletto Papa (con il nome di Urbano VIII) il cardinale Maffeo Barberini, amico e sincero estimatore di Galileo, che della stima del cardinale già aveva avuto prova nel processo del 1616. Reso più fiducioso da questo fatto, Galileo ripropose le sue tesi rispondendo alla pretesa confutazione del sistema copernicano esposta dal segretario della Congregazione di Propaganda Fide. Più tardi tornò, convinto di aver trovato una prova schiacciante a favore della teoria copernicana, sul problema delle maree nel Dialogo sul flusso e il riflusso del mare. Il fatto, curioso ma non troppo, che Galileo difendesse con argomenti falsi (considerando egli erroneamente le maree come prova del movimento terrestre) una teoria a sua volta attaccata con argomenti falsi può cominciare a farci sospettare che forse il cammino della scienza sia più tortuoso di quello che sembra e che la cosiddetta “autorità dell’evidenza”, che dovrebbe indicare di volta in volta la via alla ragione umana, è un criterio in realtà molto sfuggente.
L’opera in cui Galileo discute questi problemi è il famoso “Dialogo di Galileo Galilei all’Accademia dei Lincei, dove nei congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano”, conosciuto più brevemente come Dialogo sui massimi sistemi. Nel proemio dell’opera Galileo sostiene di considerare la teoria di Copernico come “pura ipotesi matematica” e aggiunge che il lavoro intende mostrare ai protestanti e a tutti gli altri che la condanna del copernicanesimo stabilita dalla Chiesa nel 1616 era stata una cosa seria, fondata su motivi offertici dalla pietà, dalla religione, dal riconoscimento della divina onnipotenza e dalla consapevolezza di quanto sia debole la conoscenza umana.
Ovviamente, il trucco era facilmente smascherabile: “Lo stratagemma di voler dimostrare agli eretici la serietà della cultura cattolica è ovviamente una pura finzione: ciò che interessa al nostro è che questo stratagemma riapra la discussione, e permetta – in particolare – di far conoscere anche ai cattolici le nuove ragioni recentemente scoperte a favore della verità copernicana” (Geymonat). Una prefazione del genere apriva anche il De Revolutionibus di Copernico.
In realtà in ambo i casi si trattava di una mossa diplomatica: e anche questo può far riflettere su come i meccanismi della scienza non sempre sono puri meccanismi logici, ma vi entrano a far parte, in maniera integrante, ingranaggi di carattere politico, psicologico, culturale.
Mossa diplomatica, dicevamo, che in ogni caso servì a poco a Galileo, anche perché mentre la Chiesa era disposta ad una lettura strumentalistica del sistema copernicano (“mi pare che il signor Galileo faccia prudentemente ad accontentarsi di parlare ex suppositione, e non assolutamente, come io ho sempre creduto che abbia fatto il Copernico”, scriveva il Bellarmino), Galileo stesso in più di un caso aveva dato una lettura realistica dello stesso sistema. Scrive il filosofo della scienza Karl Popper che anche Galileo, naturalmente, era prontissimo a sottolineare la superiorità del modello copernicano come strumento di calcolo, ma che allo stesso tempo lo considerava una descrizione vera del mondo, di ciò che esiste realmente in rerum natura. Lo scontro con la Chiesa avvenne, com’era facile attendersi, proprio su questo punto. Anche in questo caso entrarono in gioco la politica e la diplomazia, o è meglio dire le invidie e le rivalità. Urbano VIII fu convinto dagli avversari di Galileo che uno dei personaggi del Dialogo (Simplicio, difensore poco convincente del sistema tolemaico) mettesse in ridicolo la figura del Papa e che l’opera nel suo complesso screditasse il suo prestigio e quello della Chiesa. Il Dialogo fu messo all’indice non appena pubblicato, nel 1632. Ingiuntogli di recarsi a Roma per essere a disposizione del Sant’Uffizio, Galileo dilazionò la partenza, adducendo motivi di salute, ma la reazione dell’Inquisizione fu durissima: lo si minacciò di mandare a Firenze un commissario a prelevarlo “et condurlo alle carceri di questo supremo Tribunale, legato anco con ferri, perché sin qui si vede che egli ha abusato la benignità di questa Congregazione”.
Ospitato a Roma dall’ambasciatore mediceo Niccolini (che da buon diplomatico gli aveva sempre consigliato di non sostenere pubblicamente le sue tesi) , il 12 di aprile Galileo è davanti al Sant’Uffizio, dove lo si accusa di aver ingannato il Padre Riccardi – che aveva concesso l’imprimatur del Dialogo – per non averlo informato del “precetto” impostogli nel 1616, stando al quale Galileo non poteva “insegnare o difendere in alcun modo” la teoria di Copernico. Galileo si difende affermando che il Dialogo era scritto per mostrare l’invalidità del copernicanesimo; che non si ricordava di alcun precetto che gli fosse stato dato in presenza di testimoni; e fa presente la dichiarazione rilasciatagli dal Bellarmino nel 1616. Persuasi che Galileo volesse ingannarli, in quanto il Dialogo era una strenua difesa dell’idea copernicana, fatta per di più con “argomenti nuovi, mai proposti da alcun ultramontano”; irritati dal fatto che Galileo avesse scritto la sua opera non in latino ma in volgare (fatto questo a suo modo rivoluzionario) “per trascinare dalla sua il volgo ignorante sul quale l’errore fa più facilmente presa […]”; sottolineando che “l’autore sostiene di aver discusso un’ipotesi matematica, ma [che] le conferisce realtà fisica, ciò che i matematici non fanno mai”, gli inquisitori, dopo un altro interrogatorio, il 22 giugno emettono la sentenza di condanna, e lo stesso giorno, Galileo Galilei, in ginocchio, pronuncia la sua abiura. Galileo, che pur vantava notevoli conoscenze, e dunque protezioni, nell’ambiente ecclesiastico, dovette perciò piegare il capo. Appartiene alla leggenda la famosa frase “eppur si muove” con cui Galileo avrebbe accolto la sentenza di condanna. Il carcere a vita gli venne subito tramutato in confino, prima presso il suo amico Ascanio Piccolomini, arcivescovo di Siena, che lo trattò con molti riguardi , successivamente nella sua grande villa di Arcetri.
Un altro grandissimo del pensiero occidentale, Cartesio, avrebbe in seguito manifestato la sua sorpresa di fronte alla condanna di Galileo, “italiano e ben voluto dal Papa”. Tra l’altro, scrive sempre Cartesio, la teoria del movimento della terra “è stata in altri tempi censurata da qualche cardinale, ma mi sembrava di aver sentito dire che, successivamente, non si impediva di insegnarla pubblicamente, anche a Roma”. Egli concludeva aggiungendo che se la teoria di Copernico era falsa allora risultavano falsi tutti i fondamenti della sua filosofia, giacché la teoria della mobilità della terra era saldamente legata “a tutta le parti” del suo sistema. Ma evidentemente Cartesio aveva imparato la lezione. Egli cosi concludeva: “Poiché non intendo pubblicare uno scritto in cui si possa trovare anche una sola parola disapprovata dalla Chiesa, così preferisco sopprimerlo che farlo comparire alterato”. Questi dunque erano gli effetti della Controriforma? Una Chiesa che con le sue condanne metteva paura e inibiva il progresso del sapere? In parte sì, senza il minimo dubbio. Si può affermare, molto in generale, che ogni istituzione, quando assume un potere molte forte, tende a conservare lo status quo, e, nel farlo, usa e molto spesso abusa del suo stesso potere. Si tratti di istinto di autoconservazione, si tratti di quell’aspetto demoniaco che molti hanno individuato come elemento costitutivo del potere, la Chiesa non sfuggì a questa regola. E dunque, benché ogni evento storico debba essere, come si suol dire, contestualizzato, ben vengano i mea culpa.
Abbiamo però accennato al fatto che, dal punto di vista epistemologico, le teorie copernicane difese da Galileo incontrarono resistenze non dissimili da altre teorie altrettanto rivoluzionarie, come la teoria gravitazionale o la teoria dei quanti. Questo perché la scienza non sembra procedere in maniera lineare, bensì per salti successivi, e il passaggio dal sistema tolemaico al sistema copernicano, abbiamo già accennato anche a questo, ne è un esempio da manuale. Scrive Thomas Kuhn che gli storici della scienza si trovano di fronte a crescenti difficoltà quando si tratta di distinguere la componente “scientifica” delle osservazioni e delle credenze del passato da ciò che i loro predecessori hanno frettolosamente etichettato come “errore” o “superstizione”. ” Quanto più accuratamente essi studiano la chimica del flogisto (denominazione data dai chimici del 17° e 18° secolo a una immaginaria sostanza che si sarebbe dovuta liberare per riscaldamento da alcuni composti che la avrebbero contenuta; ndr) o la dinamica aristotelica, tanto per fare degli esempi, con tanta maggiore certezza essi hanno la sensazione che le concezioni della natura che si erano affermate nel passato non fossero, considerate nel loro insieme, né meno scientifiche né il prodotto di idiosincrasie umane più di quanto lo siano quelle di moda oggi. Se queste credenze si devono chiamare miti, allora i miti possono essere prodotti dallo stesso genere di metodi e sostenuti per lo stesso genere di ragioni che oggi guidano la ricerca scientifica. Se, d’altra parte, essi meritano il nome di scienza, allora la scienza ha incluso complessi di credenze abbastanza incompatibili con quelli che oggi sosteniamo. Date queste alternative, lo storico deve scegliere quest’ultima. Le teorie fuori moda non sono in linea di principio prive di valore scientifico per il fatto di essere state abbandonate.
Una simile scelta, però, rende difficile guardare allo sviluppo scientifico come a un processo di accrescimento”. Ogni rivoluzione scientifica ha reso necessario l’abbandono da parte della comunità di una teoria scientifica un tempo onorata, in favore di un’altra incompatibile con essa; ha prodotto, di conseguenza, un cambiamento dei problemi da proporre all’indagine scientifica e dei criteri secondo i quali la professione stabiliva che cosa si sarebbe dovuto considerare come un problema ammissibile o come una soluzione legittima di esso. Si ha quello che chiamiamo un passaggio da un “paradigma” scientifico ad un altro. Questo passaggio avviene sempre in modo turbolento, richiede un certo lasso di tempo e non può mai ricondursi all’opera, per quanto geniale, di un unico individuo. Esso avviene quando il paradigma precedente non è più in grado di mantenere una coerenza interna soddisfacente.
Il sistema tolemaico ad esempio fu storicamente un successo scientifico straordinario: esso riusciva a prevedere meravigliosamente le mutevoli posizioni sia delle stelle sia dei pianeti. Nessun altro sistema aveva funzionato così bene; per le stelle, è ancora oggi largamente utilizzata per molte misurazioni. Per quanto riguarda i pianeti, le previsioni di Tolomeo erano altrettanto buone di quelle di Copernico. Ma, come per qualunque teoria (sottolineiamo qualunque) , esistevano alcune difficoltà a spiegare coerentemente alcuni fenomeni. Ad esempio esistevano discrepanze fra alcune previsioni del modello e le migliori osservazioni disponibili. La necessità di ridurre ulteriormente quelle discrepanze sta alla base di molti dei principali problemi della ricerca astronomica affrontati dai successori di Tolomeo.
Per molto tempo gli astronomi ebbero tutte le ragioni per supporre che questi tentativi sarebbero stati coronati da successo così come lo erano stati quelli che avevano portato al sistema di Tolomeo. Il sistema veniva di volta in volta adattato alle discrepanze emerse, ma ogni volta con maggiori difficoltà. Il processo fu lento anche perché la comunicazione all’interno della comunità scientifica era stagnante. Fin dall’inizio del XVI secolo, i migliori astronomi d’Europa in numero sempre crescente riconoscevano che il paradigma dell’astronomia non era riuscito a risolvere i suoi problemi tradizionali. Questo riconoscimento preparò il terreno sul quale fu possibile a Copernico abbandonare il paradigma tolemaico e elaborarne uno nuovo. Evidentemente, una volta assimilata la scoperta, gli scienziati sono in grado di spiegare una sfera più ampia di fenomeni naturali e di dare una spiegazione più precisa di alcuni di quelli conosciuti precedentemente. Ma questo vantaggio veniva raggiunto solo in seguito all’abbandono di alcune opinioni o di alcuni procedimenti precedentemente accettati e, al tempo stesso, in seguito alla sostituzione di quelle componenti del paradigma con altre. Ciò implica che, per restare al nostro caso, il modello tolemaico e quello copernicano rappresentano in qualche modo due paradigmi incommensurabili. Non sarebbe dunque molto significativo confrontarli, così come ha poco senso paragonare due lingue differenti: entrambe hanno un loro grado di coerenza interna, un determinato sistema di regole e un debito numero di eccezioni.
Questa visione contrasta con la concezione corrente secondo la quale le teorie che rimpiazzano le teorie più vecchie sarebbero “migliori”. Se invece esse parlano un linguaggio completamente differente si può forse tentare una qualche forma di traduzione, ma non è possibile stabilire alcuna forma di gerarchia. Questa può sembrare una posizione un po’ estremistica, se stiamo all’impressione che il sapere umano si collochi lungo un continuum. A minare questa certezza avevano già provveduto i risultati della moderna antropologia, che ha mostrato come , in relazione a culture arbitrariamente definite “arretrate” o “primitive” il sistema di sapere occidentale non sia affatto intrinsecamente superiore, né rappresenti uno stadio più avanzato lungo il cammino di un fantomatico “progresso”.
Ma anche restando nel solco del pensiero occidentale, c’è chi (come Feyerabend, noto epistemologo e allievo di Kuhn) spinge l’idea dei paradigmi ai limiti estremi e paradossalmente non fa distinzione fra mito e scienza. L’idea è evidentemente provocatoria, ma ha una sua legittimità. Essa ci sembra bizzarra (per non dire assurda) poiché nel contesto culturale in cui viviamo la scienza ha assunto un’autorità incomparabile.
Un’altra difficoltà a comprendere questo rifiuto a stabilire gerarchie tra teorie differenti è dato dal fatto che nelle scienze non esiste una distinzione categorica fra fatti e teorie. “Mi par che nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalla autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie” scriveva Galileo, enucleando la sua concezione del metodo scientifico. Ma qual è il rapporto tra “sensate esperienze” e “necessarie dimostrazioni”? Galileo fonda chiaramente, stando ai suoi scritti, la scienza sull’esperienza. Con un’opzione per Aristotele, di cui si considerava erede più fedele degli aristotelici suoi avversari, egli sostenne che le sensate esperienze dovevano precedere tutti i “discorsi” o “suppositioni”. Tuttavia, nonostante queste dichiarazioni, non sono rari i casi in cui Galileo sembra anteporre il discorso all’esperienza, e accentuare l’importanza delle”suppositioni” contro le osservazioni. In altre parole la teoria precede e anzi determina i fatti: non per altro Galileo difese tenacemente le proprie idee dai fatti che sembravano confutarle e che gli aristotelici gli opponevano.
E lo fece spesso contravvenendo a quelle regole di metodo che si pretende egli abbia fondato. Contro il moto della terra esistevano diversi argomenti, e tutti basati sull’osservazione empirica: uno di questi, tipico, era l’argomento della torre. Se la terra si muovesse, sostenevano gli aristotelici, una pietra fatta cadere dalla cime di una torre non dovrebbe cadere ai piedi di questa, come normalmente avviene. Nel controbattere questa obiezione, Galileo usò genialmente l’esempio della nave: una pietra fatta cadere dalla cima dell’albero maestro cade alla base di questo, anche se la nave è in moto. Così, Galileo introduceva il principio di relatività dei movimenti: in questo modo non “dimostrava”, nel senso che comunemente diamo a questo termine, il moto della terra, ma distruggeva tutte quelle “sensate esperienze” che venivano addotte contro il moto terrestre.
Dunque furono le teorie a spazzar via tutto quell’insieme di “fatti” contrari a Copernico e favorevoli a Tolomeo, e – letteralmente – a rimpiazzarli con altri “fatti”, con altre “esperienze” , con altre “evidenze”. Scrive Feyerabend: “Gli aristotelici propongono un argomento [quello della caduta del sasso dalla torre] che confuta Copernico facendo ricorso all’osservazione, Galileo rovescia l’argomentazione allo scopo di scoprire le interpretazioni naturali che sono responsabili della contraddizione. Le interpretazioni conciliabili sono sostituite con altre […]. In questo modo emerge un'”esperienza” completamente nuova “.
Il genio di Galileo fece quindi fare alla scienza il salto definitivo da un paradigma all’altro. Egli, prima e più di tutti gli altri, si rese conto – o intuì – che la ragione vede solo ciò che essa stessa produce (e in questo fu molto più platonico che aristotelico); comprese che la natura non va solo osservata, e per così dire classificata, come avveniva di norma nella scienza medievale, ma va guidata per l’appunto dalla ragione umana. Nonostante il preteso realismo di Galileo, dunque, che dovrebbe spiegare i fatti naturali attraverso le teorie, sono le teorie stesse che istituiscono i fatti e guidano la natura. Tra stupore e ammirazione Galileo si chiedeva come nell’Aristarco e nel Copernico il discorso potesse fare tanta violenza al senso, che mostrava con evidenza il sole muoversi attorno alla terra. Egli stesso, in una lettera a Giovan Battista Baliani, scriveva che se anche una teoria fosse entrata in collisione con degli “accidenti” (cioè dei fatti contrari), questo non gliela avrebbe fatta scartare: atteggiamento forse contrario ad ogni ortodossia metodologica, ma evidentemente necessario perché la scienza spiccasse il salto verso una nuova tappa del suo cammino.
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