Fisicamente

di Roberto Renzetti

Antonio SOCCI
Il lato debole di Giordano e Galileo
tratto da Il Sabato, 18.1.1992, n. 3, p. 52s.

In nome della ragione sono diventati due miti della modernità. Eppure Bruno e Galilei alla ragione preferivano la magia. Una storia da rifare?



Occhio alle date: 1492-1992. Sono giusto cinquecento anni che è morto il Medioevo. Da allora l’uomo è stato dotato di ragione (prima niente) e la donna di un’anima. Il 12 ottobre 1492 finisce la barbarie della superstizione e il 13 è l’alba della Ragione. Sono le scemenze del sistema scolastico e le reminiscenze del cittadino medio. Il bianco e il nero. I buoni e i cattivi. La luce della ragione e le tenebre della superstizione. E così passa per rivoluzionario uno storico come Jacques Le Goff quando svela una convinzione ormai assodata per gli specialisti: «Le qualità che tutti attribuiscono al Rinascimento, per me spettano al Medioevo».
Le leggende nere sono dure a morire. Ma dovremo abituarci alla verità: un Medioevo razionale e realista e una modernità torbida, ermetica, occulta e superstiziosa. I libri di Gustav Henningsen e di Giovanni Romeo usciti di recente hanno mostrato -ad esempio- che pure la psicosi delle streghe, con i conseguenti massacri, dall’antichità passa direttamente al Rinascimento. Il Medioevo razionale e realista com’era, non ha conosciuto “caccia alle streghe”. E’ un fenomeno legato direttamente alla riemersione dell’occulto nel Cinquecento e alla psicosi del demoniaco indotta dalla Riforma protestante nei Paesi del Nord. E’ ormai accertate che proprio la vituperata Inquisizione -guidata da uomini di grande dottrina e razionalità come lo straordinario Alonso de Salazar Frìas in Spagna- ha preservato i Paesi cattolici da queste sanguinarie fobie di massa. Ed à stata la sola istituzione di legalità e di umanità dove esisteva solo l’arbitrio e l’orrore.
«Il XX secolo» scriveva Romeo in Inquisitori, esorcisti e streghe (nell’Italia della Controriforma) (Sansoni) «si appresta a lasciare in eredità al Terzo millennio che s’apre un’immagine sorprendentemente nuova dei tribunali come quelli inquisitoriali, tradizionalmente relegati dal nostro immaginario collettivo tra gli orrori del fanatismo clericale». I due capitoli più frequentati di questa leggenda nera sono legati ai nomi di Galileo Galilei e Giordano Bruno. Adesso un’esposizione organizzata a Parigi («Cultura italiana del Seicento in Europa e l’Accademia dei Lincei») e un libro uscito in Inghilterra (John Bossy, Giordano Bruno and the embassy affaire, Yale University Press) portano a conclusioni sorprendenti su questi due episodi svoltisi a cavallo del 1600.

LE STELLE DI GALILEO
In una recente conferenza il cardinal Ratzinger ricostruisce questo «mito dell’Illuminismo: Galilei appare come la vittima dell’oscurantismo medievale, ancora persistente nella Chiesa… da una parte troviamo l’Inquisizione come la forza della superstizione, come avversaria della libertà e della conoscenza. Dall’altra parte sta la scienza della natura, rappresentata da Galilei, come forza del progresso e della liberazione dell’uomo dalle catene dell’ignoranza».
Semplice. Troppo semplice. Oggi sappiamo: che fu lo stesso Galilei a immischiarsi in questioni teologiche e a pretendere il pronunciamento del Sant’Uffizio. Che uomini illuminati come il cardinal Bellarmino e papa Urbano VIII non avevano nessun pregiudizio sulle teorie copernicane e anzi sostenevano la ricerca scientifica. Che la Chiesa sollecitò sempre un atteggiamento razionale da Galileo: non trasformare ipotesi scientifiche in dogmi. Che Galileo non solo fu trattato con umanità, ma fu addirittura “mantenuto” dalla Chiesa.
Ratzinger cita due autori moderni. Il marxista Ernst Bloch, per il quale il sistema copernicano e tolemaico hanno la stessa plausibilità: «Dipende dalla scelta dei corpi presi come punti fissi di riferimento… non appare affatto improponibile accettare, così coma si faceva nel passato, che la terra sia stabile e che sia il sole a muoversi». E’ un filosofo della scienza laico, Paul Feyerabend: «Al tempo di Galilei la Chiesa si mantenne ben più fedele alla ragione di Galilei stesso, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina di Galilei. Il suo processo contro Galilei era razionale e giusto, mentre la sua attuale revisione si può giustificare solo con motivi di opportunità politica».
In effetti la Chiesa del tempo di san Roberto Bellarmino difendeva innanzitutto l’aristotelismo scolastico, cioè l’approccio alla realtà più razionale e realistico. E, curiosamente, la nascente scienza galileiana non ha come programma esplicito la guerra ai dogmi della fede e alla dottrina cattolica, ma lancia tutti i suoi strali contro l’aristotelismo. Affondando lo sue radici nell’antica mitologia ermetica e occultista, nella magia e nell’alchimia rinascimentali. Giordano Bruno, ad esempio, nel 1584 con La cena delle ceneri aderisce alle teorie copernicane, ma non dà motivazioni razionali o matematiche. Per lui l’eliocentrismo indica l’imminente ritorno della religione “egizia” o magica, «il solo copernicano annuncia il risorgere vittorioso dell’antica verace filosofia». La sua, secondo Frances A. Yates, «è una nuova interpretazione ermetica della divinità dell’universo, una gnosi sviluppata». Una mitologia inaccettabile per la Chiesa che accettava Copernico come ipotesi scientifica, ma -proprio a difesa della ragione e dell’esperienza- riteneva deliri quelli di Bruno. Che da allora crearono forti sospetti attorno all’eliocentrismo.

GLI INIZIATI
Le parti si ribaltano: la Chiesa a difesa della ragione e del realismo, la scienza che inalbera il vessillo esoterico delle superstizioni. Alla mostra parigina (allestita dal 12 dicembre all’8 gennaio dall’Institut Français) faceva bella mostra in una teca un documento rivelatore. E’ un verbale. Si tratta della riunione di fondazione dell’Accademia dei Lincei: è il 25 settembre 1603. I primi cinque soci si riuniscono nel palazzo romano di Federico Cesi a via della Maschera d’Oro, alle 9.50 del mattino. Il verbale -in parte scritto con caratteri cifrati- rivela che giorno e ora sono stati scelti per «captare il favorevole influsso degli astri, specialmente Mercurio». Spiega il curatore del catalogo: «Il testo redatto dal Cesi appare chiaramente come la descrizione di un’operazione magica condotta secondo i canoni dell’ermetismo rinascimentale con la quale si cerca, mediante la manipolazione di metalli e vegetali collegati ai pianeti, di attrarne simpateticamente l’influsso, convogliandolo verso di sé dalla sfera superiore del cosmo». Si legge sul documento consunto e ingiallito: «Su fogli di carta di seta predisposti allo scopo venivano trascritti pitagorici misteri».
Così nasce la prima accademia scientifica del mondo moderno. Nel cui seno sbocciò Galileo Galilei, il massimo frutto. Anch’egli largamente interessato all’astrologia. Fa una certa impressione leggere nel Proponimento linceo di «filosofica milizia» e di iniziazione «ai misteri della Sapienza». Ecco i primi Lincei qualificarsi come «sagacissimi indagatori delle scienze arcane e dediti dell’arte paracelsica» ovvero «amanti delle scienze e indagatori delle arti spagiriche».

TUTTI “FRATELLI”
L’interesse esoterico per la magia e il disvelamento degli arcani segreti non è una deviazione iniziale: è il substrato delle stesse ricerche empiriche in cui eccellerà Galileo. Il quale infatti convive nell’Accademia con il “mago” Giambattista Della Porta. Non c’è contraddizione. Eugenio Garin lo dimostra nel saggio introduttivo all’esposizione. Questa «fraternitas, che ha tutte le caratteristiche di un ordine rigidissimo, quasi di una setta» prevede diversi tipi di approccio alla conoscenza.
«L’atteggiamento del Cesi (il capo dell’Accademia, ndr) si iscriveva in una tradizione di sapore ermetico e magico, che nei vari piani della realtà vedeva gradi dell’essere espressi in “linguaggi” da interpretare, mentre solo gli iniziati potevano raggiungere il significato più profondo del “mistero” della natura, decifrando l’ultimo geroglifico dell’essere».
Tutti i bei nomi della scienza moderna nuotano in questo magma. Da Copernico che evoca Ermete Trismegisto, a Keplero che dichiarava di studiare l’astronomia «more hermetico».
Prendiamo Francis Bacon. D’Alembert nel Discorso preliminare all’Enciclopedia ne fa il profeta della scienza moderna: «Nato nel cuore della notte più profonda fa conoscere la necessità della fisica sperimentale». Erano secondo Luigi Firpo «tempi per il sapere umano ancora pieni di oscurantismo», ma con Bacone «si può dire che il Medioevo è finito». Ma scrive la Yates: «L’antico giudizio su Bacon, considerato un moderno ricercatore scientifico e sperimentatore, emerso da un passato di superstizione, non è più valido… (Bacon) scaturisce proprio dalla tradizione ermetica, dalla magia o dalla Kabbalah del Rinascimento».
Ecco perché poi mister Bacon, con le menti illuminate dei vari Boyle, Grozio e Cartesio, nonché Lutero e Calvino, fu tra i piromani banditori della “caccia alle streghe” (oltre che dell’assolutismo elisabettiano). I libri di Frances A. Yates, l’autorevole studiosa del Warburg Institute di Londra, sono una miniera. E’ lei che mostra il parallelismo della Nuova Atlantide di Bacon con la Fama Fraternitatis dei Rosacroce.
E le origini rosacrociane della stessa Royal Society, la grande accademia scientifica inglese che nacque sotto la bandiera di Bacon e il volere del re ufficialmente nel 1662 (e sul modello dell’Accademia dei Lincei). Si scopre così che pure «la chimica di Robert Boyle era figlia del movimento alchimistico, e che vi era uno straordinario sfondo alchimistico persino nel pensiero di Isaac Newton».
Tutto l’ambiente scientifico vive in questo mondo di suggestione esoterica e qua e là fa continuamente capolino la misteriosa Fraternità dei Rosacroce. Secondo Thomas De Quincey la massoneria è la forma che questa strana setta, di origine tedesca, assume in Inghilterra. E’ c’è un fatto curioso. Due dei promotori della Royal Society sono Elias Ashmole e Robert Moray. Il 16 ottobre 1646 Ashmole annota nel suo diario di essere stato iniziato nella loggia massonica di Warrington, nel Lancashire. E il 20 maggio 1641 è documentata l’iniziazione di Moray in una loggia di Edimburgo. Questi sono i due più antichi documenti storici sull’esistenza di logge massoniche (già fiorenti, dunque, a metà del Seicento). La Yales in L’Illuminismo dei Rosacroce (Einaudi) conclude: «(dai Rosacroce) la massoneria attinse solo un filone, mentre gli altri confluirono nella Royal Society, nel movimento alchimistico e in varie altre direzioni».
E’ curioso osservare che una di queste direzioni -se è vera la scoperta di Bossy su Giordano Bruno- è lo spionaggio: i servizi segreti sembrano proprio una delle vocazioni più antiche dell’esoterismo. Ci sarebbe proprio Bruno, infatti, dietro il misterioso pseudonimo Henry Fagot, la spia annidata nell’ambasciata francese a Londra che, nel 1583, svela un complotto dei cattolici (perseguitati) per rovesciare la sanguinaria Elisabetta.
Il cerchio si chiude attorno alla Corona inglese che si avvia a sbaragliare la Spagna cattolica e scatenare la sua potenza imperialistica. Davanti al dispiegarsi di questa enorme potenza (anche politica e militare) se ci fu un errore tragico da parte della Chiesa fu semmai quello di non essersi opposta abbastanza. Non solo sullo scacchiere politico. Il bel catalogo della mostra sui Lincei, a proposito della magia propiziatoria eseguita dai Lincei all’atto di fondazione, ricorda: «Anche gli Astrologica di Tommaso Campanella contengono il resoconto di un’analoga cerimonia propiziatoria celebrata dall’autore a Roma, nel 1628, assieme a papa Urbano VIII». (Quell’Urbano VIII la cui elezione fu salutata con entusiasmo dai Lincei e da Galileo per la sua apertura intellettuale e il suo interesse verso i fermenti culturali del momento).
Il potere moderno cominciava a vincere. E la battaglia più sottile, quella fatale, la Chiesa in questi anni la perde appunto con se stessa. John Bossy così conclude il suo libro su L’Occidente cristiano (Einaudi): «Il “cristianesimo” una parola che fino al Seicento indicava un gruppo di persone… da allora, come attesa la maggioranza delle lingue europee, si rifiorisce a un “ismo”, ovvero a un insieme di credenze».

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Ironia della sorte. Il più grande accusatore di Ratzinger è uno sciocchino che naviga all’oscuro della storia della scienza ma prova a dire sciocchezze condite con amenità e bugie. Parlo del Socci, adoratore di Maria e dimentico del dono dell’intelligenza che pure, data la sua carità, Dio avrebbe dovuto elargire anche a lui.
La vicenda è semplice e riguarda il papa alla Sapienza, uno degli imbrogli più osceni della curia con la complòicità della maggior parte dei media e dei politici ahimé anche di sinsitra (anche se questa espressione deve essere cambiata perché parlare di sinistra e pensare a Veltroni è uno stridere di denti e di catene).
Ebbene, il brano citato dai 67 fisici della Sapienza viene qui commentato dallo sciocchino.
Tutti i servili commentatori si erano scatenati nel dire che i fisici non avevano saputo intepretare tale brano perché diceva il contrario di ciò che loro avrebbero voluto fare dire al papa. Il papa, cioè voleva dire che il giudizio su Galileo era cambiato mentre i cattivi maestri dicevano che il giudizio della Chiesa su Galileo si manteneva.
E quindi tutti i cattolici con i calzoni alla zuava ed il cervello all’ammasso (ora tocca a voi) si sono sbracciati in questa interpretazione da mentecatti ma tant’è: oggi non vale ciò che è ma ciò che si vuole fare apparire.
Ed allora come avere un commento VERO di un cattolico e non finalizzato alla denigrazione attuale ?
Semplice: prendere un tale commento di un cattolico sdraiato che sia precedente ai fatti contingenti. Ed ho trovato il cattolico del tutto adatto allo scopo: scicco al punto giusto, cristianista convinto, abbastanza ignorante di ciò che si discute. Egli, propio nel 1992, appena uscito il libro in cui c’è il brano discusso del papa, lo commentava ALLORA e, grandissima sorpresa!, dice quello che i cattivi maestri fisici avevano capito. Qui sarebbe interessante sapere se il Socci si rimangia quanto detto o se qualche crisitanista ammette che Socci ha ragione.

Roberto Renzetti
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PS1. Tale articolo di Socci, nella sua interezza lo avevo pubblicato nel sito (si veda http://www.fisicamente.net/index-527.htm). e lo avevo rivisto a dicembre quando ricercavo altro sulle panzane cattoliche sulle nostre migliori intelligenze offese dalla chiesa. Poi l’ho ricercato ma … ohibò è sparito. Caspita, era qui
http://www.storialibera.it/epoca_moderna/galileo_galilei/il_lato_debole_di_giordano_e_galileo.html
ma è sicuramente un caso, forse un intervento della Madonna che protegge Socci (altrimenti lo cacciano dalla comunità dei cristianisti).
PS2. Nel brano dell’apprendista stregone si fa un cenno a Galileo che sarebbe stato dedito alla magia. Ho scritto ampiamente su questo e devo dire che qui Socci MENTE. Mai Galileo è stato dedito a pratiche che hanno riguardato quasi tutti gli scienziati dell’epoca ma non Galileo. Mi si trovi un qualche scritto, brano, un qualcosa che lo dimostri e farò pubblica ammenda. Ho letto tutta l’opera di Galileo nell’Edizione Nazionale …. non c’è nulla di ciò che c’è in Cartesio, Newton, Hooke, Halley, Boyle, Gassensi. Galileo ed Huygens sono i soli che si astengono da queste pratiche infami che vedevano dei papi (Alessandro VI) come praticanti.
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<b>Il lato debole di Giordano e Galileo
Antonio SOCCI
tratto da Il Sabato, 18.1.1992, n. 3, p. 52s.</b>

In nome della ragione sono diventati due miti della modernità. Eppure Bruno e Galilei alla ragione preferivano la magia. Una storia da rifare?

[…] «Il XX secolo» scriveva Romeo in Inquisitori, esorcisti e streghe (nell’Italia della Controriforma) (Sansoni) «si appresta a lasciare in eredità al Terzo millennio che s’apre un’immagine sorprendentemente nuova dei tribunali come quelli inquisitoriali, tradizionalmente relegati dal nostro immaginario collettivo tra gli orrori del fanatismo clericale». I due capitoli più frequentati di questa leggenda nera sono legati ai nomi di Galileo Galilei e Giordano Bruno. Adesso un’esposizione organizzata a Parigi («Cultura italiana del Seicento in Europa e l’Accademia dei Lincei») e un libro uscito in Inghilterra (John Bossy, Giordano Bruno and the embassy affaire, Yale University Press) portano a conclusioni sorprendenti su questi due episodi svoltisi a cavallo del 1600.

LE STELLE DI GALILEO
In una recente conferenza il cardinal Ratzinger ricostruisce questo «mito dell’Illuminismo: Galilei appare come la vittima dell’oscurantismo medievale, ancora persistente nella Chiesa… da una parte troviamo l’Inquisizione come la forza della superstizione, come avversaria della libertà e della conoscenza. Dall’altra parte sta la scienza della natura, rappresentata da Galilei, come forza del progresso e della liberazione dell’uomo dalle catene dell’ignoranza».
Semplice. Troppo semplice. Oggi sappiamo: che fu lo stesso Galilei a immischiarsi in questioni teologiche e a pretendere il pronunciamento del Sant’Uffizio. Che uomini illuminati come il cardinal Bellarmino e papa Urbano VIII non avevano nessun pregiudizio sulle teorie copernicane e anzi sostenevano la ricerca scientifica. Che la Chiesa sollecitò sempre un atteggiamento razionale da Galileo: non trasformare ipotesi scientifiche in dogmi. Che Galileo non solo fu trattato con umanità, ma fu addirittura “mantenuto” dalla Chiesa.
Ratzinger cita due autori moderni. Il marxista Ernst Bloch, per il quale il sistema copernicano e tolemaico hanno la stessa plausibilità: «Dipende dalla scelta dei corpi presi come punti fissi di riferimento… non appare affatto improponibile accettare, così coma si faceva nel passato, che la terra sia stabile e che sia il sole a muoversi». E’ un filosofo della scienza laico, Paul Feyerabend: «Al tempo di Galilei la Chiesa si mantenne ben più fedele alla ragione di Galilei stesso, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina di Galilei. Il suo processo contro Galilei era razionale e giusto, mentre la sua attuale revisione si può giustificare solo con motivi di opportunità politica».
In effetti la Chiesa del tempo di san Roberto Bellarmino difendeva innanzitutto l’aristotelismo scolastico, cioè l’approccio alla realtà più razionale e realistico. E, curiosamente, la nascente scienza galileiana non ha come programma esplicito la guerra ai dogmi della fede e alla dottrina cattolica, ma lancia tutti i suoi strali contro l’aristotelismo. Affondando lo sue radici nell’antica mitologia ermetica e occultista, nella magia e nell’alchimia rinascimentali. Giordano Bruno, ad esempio, nel 1584 con La cena delle ceneri aderisce alle teorie copernicane, ma non dà motivazioni razionali o matematiche. Per lui l’eliocentrismo indica l’imminente ritorno della religione “egizia” o magica, «il solo copernicano annuncia il risorgere vittorioso dell’antica verace filosofia». La sua, secondo Frances A. Yates, «è una nuova interpretazione ermetica della divinità dell’universo, una gnosi sviluppata». Una mitologia inaccettabile per la Chiesa che accettava Copernico come ipotesi scientifica, ma -proprio a difesa della ragione e dell’esperienza- riteneva deliri quelli di Bruno. Che da allora crearono forti sospetti attorno all’eliocentrismo.

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