Fisicamente

di Roberto Renzetti

QUALCHE COSA CHE SO DELLA CHIESA,

E DEI SUOI CRIMINI

PARTE I

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Goya – Saturno che divora i suoi figli – Museo del Prado (Madrid)

Roberto Renzetti

INDICE

PARTE I

PREFAZIONE

INTRODUZIONE

1 – 1 – I PAPI VICARI DI CRISTO

1 – 2 – VERSO LE CROCIATE

1 – 3 – LE CROCIATE

1 – 4 – LA CROCIATA CONTRO GLI ALBIGESI

1 – 5 – NASCE L’INQUISIZIONE MEDIEVALE

1 – 6 – LA CROCIATA CONTRO I DOLCINIANI

1 – 7 – IL ROGO DI JAN HUS

1 – 8 – UN SEGUITO DI ORDINARIA CRIMINALITA’

1 – 9 – LA CACCIA ALLE STREGHE

1 – 10 – SENZA SPARGIMENTO DI SANGUE: LA DELIZIA DELLA TORTURA

1 – 11 – L’INQUISIZIONE SPAGNOLA

1 – 12 – L’ANIMA DEGLI INDIOS. LA CHIESA EVANGELIZZA GLI INDIANI D’AMERICA

1 – 13 – IL PREZZO PER SALVARE L’ANIMA

1 – 14 –  LA RIFORMA

1 – 15 – ALCUNE RIFLESSIONI SI IMPONGONO. MAGIA, ASTROLOGIA, ESORCISMI. SUPERSTIZIONE.

1 – 16 – LA CONTRORIFORMA

1 – 17 – L’INQUISIZIONE ROMANA

1 – 18 – QUALCHE PROCESSO ESEMPLARE

1 – 19 – LA FISICA SACRA

1 – 20 – IL SESSO. LE DONNE

1 – 21 – LASCIATE CHE I PARGOLI VENGANO A ME

1 – 22  – RITORNIAMO ALL’ORDINARIA CRIMINALITA’ DEI PAPI

APPENDICE  – Strumenti di tortura

Note

Bibliografia

Webografia

INDICE DEL SUCCESSIVO VOLUME (PARTE II)

2 – 1 – NASCITA DEL FASCISMO, FINANZA, ARMI E GUERRE. I COMUNISTI DA SCOMUNICARE E PAPA LUCIANI DA AMMAZZARE. I PAPI POLACCO E TEDESCO. L’IMBROGLIO DELLA SAPIENZA

2 – 2  – LA CHIESA, LA SCHIAVITU’, IL LAVORO

2 – 3  – LA CHIESA E I BENI MATERIALI. L’8 x 1000. LO IOR. LA MAFIA

2 – 4  – IL BEATO CRIMINALE STEPINAC

2 – 5  – RATLINES

2 – 6  – EIA, EIA, ALALA’

2 – 7  – IL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

2 – 8  – L’OPUS DEI. I LEGIONARI DI CRISTO. COMUNIONE E LIBERAZIONE. FOCOLARINI, NEOCATECUMENALI ED ALTRE BANDE

2 – 9  – IL SANTO IMBROGLIONE: PADRE PIO

2 – 10  – LA CHIESA E LA SCUOLA
2 – 11  – LE MADONNE PIANGONO

2 – 12  – SCIENZA E FEDE (ILLUMINISMO, POSITIVISMO E NEOPOSITIVISMO). BIOETICA E NON NEGOZIABILITA’. LA CURA DEGLI OMOSESSUALI E DEGLI INDEMONIATI

2 – 13 – ANCORA BAMBINI VIOLENTATI

2 – 14  – NUNC ET (SPERIAMO NON PER) SEMPER

2 – 15 – IL PAPA REAZIONARIO RATZINGER, TEOLOGO DEBOLE RISPETTO ALLA CURIA, SE NE VA. CI LASCIA UN ALTRO PAPA COSI’ CHE, ALLA FINE E PER SOMMA DISGRAZIA, ORA NE ABBIAMO DUE

APPENDICE  – Preti, suore, vescovi e cardinali in manifestazioni fasciste

Note

Bibliografia

Webografia

***

PREFAZIONE

Andrea Frova

Scrivere una prefazione a questo libro, per me uomo di scienza che considera un dovere civile essere anticlericale, direi quasi antireligioso, è stato un notevole motivo di piacere, ma anche un compito tutt’altro che facile. Per cominciare, a chiarimento del titolo in copertina si legge una significativa frase programmatica: “Qualcosa che so della Chiesa, la multinazionale del crimine”. Appare subito chiaro che l’autore non ha alcuna intenzione di fare sconti. Questo “qualcosa” si rivela infatti un vero e proprio compendio di tutte le nefandezze commesse dai vertici della Chiesa cattolica a danno del genere umano. Niente mezze parole o inutili riguardi per denunciare con abbondanza di particolari e di riferimenti storici e bibliografici le gesta di una potente organizzazione che, sfruttando un presunto collegamento con il Creatore, ha imperversato nei millenni nella gestione delle nostre vite e nell’organizzazione delle nostre società. E, come si rammarica Renzetti, spadroneggia tuttora.

         Facendo leva sull’umana esigenza di credere nell’inverosimile (come diceva Lèon Foucault, l’inventore dell’omonimo pendolo) e di vivere di chimere (come prima di lui aveva scritto Laplace), gli ideatori del cristianesimo e i loro successori hanno saputo allestire una grandiosa recita che, a duemila anni di distanza, non solo non è stata smascherata e debitamente castigata come altri generi di imbroglio, ma è riuscita a crearsi un’aureola di rispetto che la rende diversa da ogni altra forma di superstizione o di elucubrazione metafisica. Basti pensare alle forme di parossistica adorazione tributata a recentissimi papi, anche quando hanno fatto del loro meglio per non meritarla.

         Benedetto XVI, ad esempio, prima di lasciare il trono papale, ha goduto di una forma fanatica di idolatria. Ne è prova l’universale levata di scudi in sua difesa quando, nel 2008, alcuni docenti misero in dubbio, in una lettera privata al loro rettore, l’opportunità che un papa apertamente avverso alla scienza e alla ragione – e a Galileo in particolare[1] – tenesse un discorso ufficiale all’Università La Sapienza in occasione della cerimonia di apertura dell’Anno Accademico  (senza contraddittorio, naturalmente). Parere che, sommato alle proteste studentesche, spinse il papa a non presentarsi e a far leggere il suo discorso da un compiacente prorettore.

         Nel testo papale veniva affermato, quasi a conferma dei timori espressi dai docenti, che “se la ragione – sollecita della suapresunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana (sic!) e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita”.[2] Una vera bestemmia per gli scienziati. Sarà uno degli argomenti trattati da Renzetti nella seconda parte di questo libro, che verrà pubblicata a breve. Ma già qui egli anticipa il suo punto di vista sulla questione del rapporto tra fede e ragione. Dice testualmente, a proposito dell’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II: “Che vi siano dei preti… che continuano a dire sciocchezze non è da stupire, ma che vi sia tanta gente che li segue è veramente preoccupante sullo stato di salute della razza umana”. Il fatto è che la specie umana, in materia di fantasticherie soprannaturali, è purtroppo forgiata in modo da andare in cerca di questi inganni. Anche per il nuovo Papa Francesco va palesemente montando la stessa forma di adorazione idolatrica, incoraggiata anche dalle reti televisive, che non perdono occasione per attrarre l’attenzione su questo personaggio, e persino dai giornali più laici, come La Repubblica e L’Espresso.

         La prima parte del libro, cui ora mi confino, copre la storia della Chiesa dai primi papi a tempi abbastanza prossimi a noi, e rappresenta il naturale seguito storico di quanto già trattato nei due volumi di Renzetti con lo stesso editore, “Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù” e “La Chiesa… dopo Gesù”. L’insieme di questi testi costituisce una poderosa raccolta di notizie, fatti, figure, pratiche, suffragati da ampia documentazione. Essa va oltre quanto si può trovare in tanti altri scritti antireligiosi e anticlericali – pur meritori, ma in genere insufficienti dal punto di vista dell’approfondimento storico e scientifico – offrendosi come esaustiva opera di consultazione su aspetti specifici e fornendo al lettore una base documentaria al naturale scetticismo sull’origine e sulla natura divina della più grande multinazionale esistente.

Perché, se da un lato è alquanto immediato rifiutare, con l’uso della ragione o anche del semplice buon senso, le favole che infiorano le credenze religiose – dogmi, miracoli, resurrezioni, eventi impossibili, assurde e disumane prese di posizione[3] – dall’altro non è altrettanto facile rendersi conto di quanto nei secoli l’esistenza delle religioni costituite abbia influito negativamente sullo sviluppo della civiltà, sulla formulazione di una scala di valori autentici e anche, come si verifica ancora al nostro tempo, sul mantenimento della pace. Così come può non essere semplice avvertire quanto le religioni continuino a condizionare in senso negativo la legislazione, la politica, l’organizzazione sociale, il libero pensiero, il progresso della scienza e della filosofia.

         Il discorso di Renzetti in questa prima parte del terzo volume inizia con una notevole durezza: “La Chiesa è in cielo, in terra e in ogni luogo. Penetra tutto e tutti. Controlla minuziosamente ogni aspetto della vita umana intervenendo per modificarlo a suo uso e, è il caso di dirlo, consumo… È onnivora e schiaccia chiunque non si adegui… Dispone di molti sicari che operano in nome di Dio, felici di prostrarsi ai piedi di persone con gonnellino, zucchetto e sacre pantofole”. E prosegue illustrando i vari aspetti in cui il ruolo nocivo della Chiesa si è esplicato attraverso i tempi, con sistematico ricorso ad azioni criminose. Azioni con cui la Chiesa cattolica, e non solo quella, si è garantita nei secoli la sopraffazione degli umili e degli indifesi, e al contempo l’eliminazione di uomini piccoli e grandi che professavano pericolose idee di razionalismo laico, quali Girolamo Savonarola, Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Galileo Galilei.

         E questo fino a tempi assai recenti – 1870 per intenderci – quando Pio IX compilò il Sillabo, triste emblema delle ottusità e delle distorsioni cui conduce il sonno della mente. È trascorso così poco tempo da allora, che non è facile, per chi si sofferma ad analizzare i fatti e i personaggi descritti da Renzetti, non supporre che anche la Chiesa odierna indulga, benché in proporzione minore, in comportamenti illegali: morti inspiegate (persino all’interno del Vaticano), accumulo indebito di patrimoni, ricatto nei confronti dei gestori della cosa pubblica, al limite connivenza con la criminalità organizzata. Viene da chiedersi se all’alto tasso di corruzione e alla mancanza di senso sociale che caratterizzano il nostro Paese non abbia in parte contribuito il malvivere che per due millenni è stato coltivato in seno alla struttura della Chiesa, e soprattutto alla cupola vaticana.

         Fatta questa premessa, mi sembra importante illustrare rapidamente i contenuti del presente libro, citando qualche esempio preso a caso dalle varie parti in cui si articola. Si comincia con le vicende dei primi papi e la loro trovata di proporsi come vicari di Cristo, l’uomo-dio la cui parola è verbo. Un’utile connessione che conferisce loro a tutti gli effetti un’autorità divina (anche se il dogma dell’infallibilità papale in materie ex-cathedra viene sancito solo nel 1870, in occasione del Concilio Vaticano I convocato da Pio IX, grande promulgatore di dogmi, ossia di verità non verosimili). Il fatto che l’esistenza di Cristo sia di dubbia realtà storica non ha molta importanza, e nemmeno che egli, per le leggi stesse della natura, tutto possa essere meno che figlio di Dio e in grado di resuscitare. Se un personaggio con le prerogative del Cristo non fosse esistito era comunque buona cosa inventarlo, le religioni antiche stavano a testimoniarlo. E andava avvolto da una cortina fumogena di eventi soprannaturali capaci di incutere soggezione nei comuni mortali e assopire l’utilizzo della ragione. Nel Vangelo secondo Matteo, Cristo avrebbe detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa…”. È la sola frase nei Vangeli che potrebbe suggerire l’idea di una religione costituita in una struttura organica. Ma poteva bastare, e in effetti è bastata.

         I primi papi appaiono sulla scena solo qualche centinaio di anni dopo gli avvenimenti narrati nei Vangeli. Sono spesso degli avventurieri che si assicurano, attraverso la pensata geniale della loro “parentela” divina, posizioni di incontestabile potere e ne traggono vantaggio per sé, per la propria corte, per la propria discendenza. Tra loro, c’è chi si dà alle gioie terrene in maniera perversa – libidine sessuale etero[4] e omo[5], pedofilia, incesto[6] – c’è chi nomina cardinali i propri figli e i propri nipoti ancor fanciulli, chi si arricchisce a dismisura attraverso il mercato delle indulgenze (per i creduloni) o delle concessioni di cariche e onori (per i più furbi), oltre che con l’iniqua tassazione dei poveri e lo sfruttamento della prostituzione, chi ricatta altri potenti con la minaccia della scomunica, chi sfoga il proprio sadismo su coloro che si sospettano in disaccordo con l’operato della Chiesa.

         Renzetti ci rammenta che Gregorovius, l’illustre storico tedesco dell’Ottocento, in riferimento ai secoli a cavallo del primo millennio, scriveva in modo lapidario: “La Chiesa romana di quel tempo era diventata un bordello”. E anche: “L’ignoranza, profondamente radicata in tutto il clero italiano, si manifestò in forme particolarmente gravi e palesi nei prelati romani”. E non si trattava di un’esagerazione: alcuni secoli più tardi, la Roma di Sisto IV Della Rovere, che nominò cardinali ben sei dei suoi nipoti, contava 50.000 abitanti e 7.000 prostitute censite che operavano in bordelli ad uso prevalente dei sacerdoti che transitavano per la capitale. Al culmine dell’efferatezza si arriva con papa Alessandro VI Borgia, che già fanciullo aveva assassinato un suo coetaneo, una volta tanto menzionato persino nei libri scolastici per i suoi misfatti. L’autore si dichiara sgomento al pensiero che gli eredi di costui e di tanti altri papi-delinquenti sono ancora padroni oggi di terre e palazzi, humus, secondo lui, della speculazione edilizia che tanti danni ha fatto al nostro Paese.

         Al capitolo sui papi ne segue uno molto esteso sulle crociate, con gli interessi e i falsi motivi che le ispirarono e tutti i massacri che portarono con sé. Emblematica quella contro gli Albigesi. Viene poi la nascita e la rigogliosa crescita del Tribunale dell’Inquisizione, massimo merito di Gregorio IX, con cui la Chiesa affidava inizialmente ai domenicani la battaglia contro gli eretici. Fu allora che a Roma iniziarono le torture e i roghi a spese di migliaia di disgraziati che avevano anche solo marginalmente e localmente contestato il potere della Chiesa o il malaffare in seno ad essa. Non mancarono vittime innocenti di delazioni o di vendette personali (ci fu persino un editto che stimolava lo zelo dei delatori con somme di danaro o altri favori). Quanto alla tortura, fu una bolla papale di Innocenzo IV a renderla ufficiale. Era l’anno 1252. Presto comparvero “manuali del torturatore” che dettavano i metodi e le restrizioni che dovevano applicarsi a tale pratica. Allucinanti i dettagli di cui l’autore ci rende partecipi.

         Ed è qui che leggiamo la storia di Fra’ Dolcino, fautore di una Chiesa che tornasse al messaggio di Cristo, anziché darsi alla malvagità (“La chiesa consacrata non vale di più, per pregare Dio, di una stalla di cavalli o di porci”, scriveva dalla Dalmazia, dove si era rifugiato per salvare la pelle). Tremenda la vendetta della Chiesa e raccapricciante la fine del frate, della sua compagna Margherita e del suo luogotenente Longino Cattaneo, uccisi sul rogo. Dolcino fu incatenato su un carro che percorse lentamente le vie di Biella mentre due aguzzini strappavano di tanto in tanto parti del suo corpo con tenaglie arroventate. Scrive un testimone oculare: “Mai un solo lamento uscì dalla bocca del frate, e solo quando gli fu strappato il pene si udì un verso rauco come di un animale ferito”.

         Altri celebri predicatori invisi alla Chiesa per il loro spirito moralizzatore, in particolare l’invito alla povertà e il ritorno alla parola dei Vangeli, arsi sul rogo dopo indicibili maltrattamenti, furono Jan Hus e il suo compagno Girolamo da Praga. Ciò che colpisce, nelle descrizioni che Renzetti raccoglie da fonti storiche, è il feroce sadismo che contraddistingue queste esecuzioni. Nei campi di concentramento nazisti difficilmente si raggiungeva la crudele raffinatezza delle sevizie e delle morti che seguivano le condanne dei Tribunali dell’Inquisizione. L’autore ne stila un elenco dettagliato e approfitta per ricordarci che ancora oggi non esiste in Italia una legge contro la tortura.

         La caccia alle streghe viene ad aggiungersi a quella relativa agli eretici, e diventa frenetica dopo la pubblicazione del Malleus Maleficarum del 1486, opera di due domenicani, che forniva gli strumenti per riconoscere le streghe. È un vortice di spietate crudeltà che solo individui mentalmente inabili e sessualmente perversi potevano adottare. Eppure il massacro fu enorme. Lo stesso cardinale Carlo Borromeo, nipote di papa Pio IV, arcivescovo di Milano e fatto santo,[7] presenziò nel Canton Ticino a processi ed esecuzioni di centinaia di donne, che venivano torturate con preferenza negli organi genitali con la giustificazione che potevano aver intrattenuto rapporti sessuali con il diavolo.

         Un capitolo a sé occupa la Taxa Camarae, un listino delle somme da pagare per essere assolti da qualsiasi delitto per orrendo che fosse. Fu stilato nel 1517 per volere di Leone X de’ Medici.[8] Un vergognoso e rapido modo per il viziosissimo papa di accumulare denaro. Merita fare qualche esempio. A cifre arrotondate, l’uccisione di un figlio, un fratello, un genitore è perdonata con il pagamento di 17 libbre, ma quella di un alto prelato richiede 131 libbre. L’assassinio di molti preti in più occasioni è un po’ più caro, 137 libbre per la prima morte, la metà per quelle successive. Molto più economici i laici: l’assassinio di uno di essi costa 15 libbre, ma se i trucidati sono stati più d’uno, purché nello stesso giorno, la tariffa non varia. Come termine di confronto, il costo della deflorazione di una vergine da parte di un sacerdote vale soltanto un paio di libbre (forse per non scoraggiare tale pratica?). E poi c’è la possibilità di farsi un’assicurazione: chi vuole garantirsi a priori l’immunità per ogni omicidio incidentale perpetrato in futuro se la cava con 168 libbre. Il livello individuale più alto, 310 libbre, viene toccato dagli eunuchi interessati a entrare in un ordine monastico. Le voci della Taxa Camarae sono 35 ed ognuna costituisce un autentico spasso.

         Seguono a questo punto i filoni dell’esorcismo, delle reliquie, della magia, dell’astrologia, delle superstizioni minori che fanno da corollario a quella centrale, pratiche che sono ancora in atto ai giorni nostri. Si leggono, ancora nel 1985, lettere di Ratzinger in merito alle modalità dell’esorcismo. E si vede accolto alla televisione di stato con il più normale riguardo un esorcista del nostro tempo, padre Gabriele Amorth, autore di quasi 100.000 esorcismi. Una persona che probabilmente, fosse nato nei secoli bui, sarebbe finito sul rogo per pratiche diaboliche. I tempi cambiano, seppure di poco. Quanto alle reliquie, taluni santi avevano numerose braccia, mani, nasi, mascelle o altre parti del corpo. Ben sette chiese custodiscono il prepuzio di Gesù Cristo, di cui peraltro esistono vari altri di meno certa autenticità!

         Un capitolo a sé occupa l’Inquisizione romana. C’è un episodio che vale la pena di riferire come emblematico. Durante il papato di Pio V Ghislieri, nella seconda metà del Cinquecento, fu impiccato e poi bruciato (spesso una singola esecuzione non bastava per cancellare i peccati dei rei) il poeta e filosofo Antonio Paleario sospettato di aver scritto questi versi: “Quasi che fosse inverno – brucia cristiani Pio siccome legna – per avvezzarsi al fuoco dell’inferno”. Non si può dire che il malcapitato Paleario non se la fosse tirata addosso! Pio V, il grande persecutore di ebrei e ideatore dell’Indice, fu fatto santo, come del resto avveniva di frequente anche per i più efferati tra i papi.

         Sul finire del secolo fu il turno di Tommaso Campanella, torturato in modo selvaggio, e in anni successivi di Giordano Bruno. Il caso Bruno (come poi quello di Galileo) è qui trattato con dovizia di particolari: in primo piano la storia del controverso monumento al filosofo, inaugurato a Roma in piazza Campo dei Fiori nel 1889, durante il deprecabile pontificato di Leone XIII Pecci. Un papa così inviso alla popolazione che fu impiccato in effige. Oh bella Italia anticlericale del tempo del governo Crispi!

         Oggi purtroppo le cose non stanno più così, per la Chiesa si nutrono inspiegabili e ingiustificate forme di rispetto. Sui due grandi italiani Bruno e Galileo si leggono versioni di parte cattolica che tentano di mascherare le colpe della Chiesa. Di Galileo si è scritto molto, ma rileggere una volta di più nelle parole di Renzetti la violenza morale che gli omuncoli della Chiesa osarono esercitare su di lui produce un nodo in gola. Ma non meno vergognoso è che ancora ieri, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, si sia organizzata un’opera di propaganda come la “riabilitazione” del grande scienziato. Di più, sotto il controllo del cardinale Poupard e il probabile influsso del futuro Benedetto XVI, si è in realtà arrivati a formulare una sentenza di pari colpevolezza per Galileo e per la Chiesa. Lui dichiarato arrogante e sprovvisto di evidenze per la sua tesi eliocentrica, la Chiesa contraria ad accettare, al passo con i tempi, verità in contrasto con l’osservazione (oh, da quale pulpito una tale affermazione!). Una Chiesa che, esigendo l’esibizione di prove, si sarebbe dimostrata più razionale e galileiana dello stesso Galileo. Nel libro di Renzetti, le tante sciocchezze di provenienza curiale sono passate in dettagliata rassegna. Lettura istruttiva per il vasto pubblico, che alla “riabilitazione” di Galileo ha creduto per davvero.

         Un ampio capitolo è dedicato all’atteggiamento della Chiesa nei confronti del sesso e delle donne. A parte le incredibili affermazioni della Bibbia (un testo da cui si dovrebbe stare in guardia per l’incitazione alla violenza che rappresenta), non meno vergognose sono quelle di molti Padri della Chiesa. Una sola citazione, San Girolamo: “Se è un bene non toccare una donna, allora è un male toccarla: gli sposati vivono come le bestie, infatti nel coito con le donne gli uomini non si distinguono in nulla dai porci e dagli animali irragionevoli”. E vivaddio! Non parliamo poi di Paolo di Tarso, di Alberto Magno e di San Tommaso, la cui ossessiva misoginia rasenta la perversione mentale. Al terzo, ahimé, si rifanno anche papi dei giorni nostri, come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. E infatti lo spirito antifemminile alberga vivo e vegeto nella Chiesa d’oggi, dove alla donna è ancora negato il sacerdozio e ogni ruolo propositivo o di guida in ambito di fede. Una prova di come la Chiesa consideri di fatto la donna un essere inferiore. Soltanto quarant’anni fa Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, scriveva: “Dovere principale della moglie è provvedere al governo della casa in subordinazione al marito. All’uomo spetta l’ultima parola in tutte le questioni domestiche e la donna deve essere pronta all’obbedienza in tutte le cose…”.

         In pochi campi come quello della vita sessuale la Chiesa ha predicato bene (a suo dire) e razzolato male. La condanna dell’omosessualità è sempre stata ferrea e implacabile, poteva essere ragione sufficiente per mettere una persona a morte. Eppure in molti conventi è stata largamente praticata. Nella storia, il clero ha sempre tuonato contro il sesso in generale mentre si dedicava a peccati di lussuria. E ai tempi nostri nulla è cambiato: omosessualità, amori illegittimi, pedofilia sono prassi diffuse. Qualche numero: uno studio indica che, degli 11.000 sacerdoti che negli anni dal 1950 al 2002 hanno servito la Chiesa cattolica nella parte degli Stati Uniti presa in esame, ben 4.450 hanno avuto denunce per abusi sessuali nei confronti di minori. Anche volendo ammettere che oltre la metà fossero accuse ingiustificate…

         A questo proposito, ricordo la reazione di Carol Bibi Tarantelli, moglie statunitense dell’economista Ezio Tarantelli, quando apprese dello scandalo dei preti pedofili nel suo Paese. Rimase incredula, costernata, lei che pure aveva subito la ferale notizia dell’uccisione del marito alla Sapienza per mano delle brigate rosse. Dovetti spiegarle che il fenomeno della pedofilia riguardava con tutta probabilità una notevole frazione del clero cattolico, ovunque nel mondo. E che molti italiani, sulla scorta di due millenni di storia, lo davano per alquanto scontato, specie nel caso di preti che, per il loro ruolo specifico, con i bambini si trovavano ad avere un’estesa frequentazione.[9]

         Si sa che la Chiesa cattolica negli Stati Uniti ha dovuto risarcire decine di milioni di dollari alle famiglie di bambini che sono stati oggetto (accertato) di molestie sessuali da parte di suoi ministri. Per anni la politica ufficiale, emanata da Roma, era stata di tenere tutto segreto all’interno della Chiesa e di vietare ogni ricorso in merito alle autorità civili: esiste una lettera segreta di direttive a tutti i vescovi, datata 2001, in seguito svelata dall’Observer e qui riportata integralmente. Fu firmata da Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e co-firmata dal Segretario Bertone. L’autore documenta alcuni emblematici casi, a cominciare da quello ben noto del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, pedofilo alla grande, molto legato a papa Woytila, alla fine punito con la riduzione allo stato laicale.

         I temi del controllo delle nascite e dell’aborto sono testimonianza del continuo sforzo della Chiesa volto a ostacolare l’emancipazione della donna e l’eguaglianza dei diritti nei due sessi. Renzetti si sofferma ad analizzare il tipo di educazione che il giovane cattolico riceve in fatto di religione, sesso e materie correlate, un’educazione capace di condizionarne il libero pensiero, spesso per la vita. A me piace parlare tout court in termini di un vero e proprio virus inoculato in soggetti ancora privi di anticorpi difensivi.

         Per riassumere, il libro è una preziosa rassegna delle delittuose imprese della Chiesa attraverso il tempo. Pervaso da una pesante ma giustificata ironia e da una sacrosanta indignazione, esso costituisce un autentico thesaurum per coloro che alle fole della religione non prestano fede e che deprecano le pompe dei suoi gestori. Ma anche un’utile fonte di informazioni per coloro che, pur credenti, avessero la buona intenzione e l’umiltà di volersi documentare. Non c’è molto da sperare, tuttavia: assai pochi verranno scalfiti nella loro fede, per forti che siano le evidenze avverse alla Chiesa. C’è anzi da temere che i più accuseranno l’opera di Renzetti di intolleranza, o quanto meno di scarsa obiettività. In duemila anni di storia, infatti, tanto profondamente si è radicato nella specie umana il rispetto del “sacro”, che i credenti rifiutano a priori, anzi nemmeno tollerano, che si parli della Chiesa senza peli sulla lingua. Siamo giunti alla grottesca situazione che sono gli agnostici, e non i credenti, a dover rendere ragione delle loro convinzioni. È proprio il caso di dire: non c’è più religione!

         Cade a proposito una frase di George Bernard Shaw: “Il fatto che un credente sia più felice di uno scettico non è diverso dal fatto che un ubriaco è più felice di una persona sobria”. E una di Polibio nel II secolo a.C., che pure si confrontava con una religione più naturale e tollerante di quelle monoteistiche con cui abbiamo a che fare oggi: “Quando si può trovare la causa di un fenomeno, si eviti di ricorrere agli dei”. Precursore della moderna scienza, come, un secolo più tardi, Lucrezio: “Mi dispongo a liberare la mente dai nodi della religione”. Concetti che sono impliciti, anche se prudentemente mai palesati, nella filosofia innovatrice di Galileo.

         Desidero concludere il discorso con un illuminante pensiero di Goethe, panteista spinoziano, tratto dal Viaggio in Italia (traduzione E. Castellani): “Il primo giorno di Natale vidi in S. Pietro il papa, che con tutto il pretume celebrava la messa solenne, in parte davanti al trono, in parte dall’alto di esso. È uno spettacolo unico nel suo genere, molto sfarzoso e imponente, ma io ormai sono così invecchiato nel mio diogenismo protestante,[10] che tanta magnificenza mi disturba più di quanto mi affascini, e avrei voglia di dire, come il mio valente predecessore, a codesti conquistatori religiosi del mondo: «Non nascondetemi il sole dell’arte somma e della pura umanità”.

Mi religión es buscar la verdad en la vida y la vida en la verdad

Miguel de Unamuno

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[1] Si veda ad esempio J. Ratzinger, La crisi della fede nella scienza, tratto da “Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti”, Edizioni Paoline, Roma 1992, p. 76-79. Si può trovare in rete: <http://www.culturanuova.net/filosofia/testi/galileo_ratzinger.php>, o anche <http://www.ratzinger.us/modules.php?name=News&file=article&sid=210> (sito Amici di Joseph Ratzinger). [1] (2) Si veda in rete ad esempio: <http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20080117_la-sapienza_it.html>.

[3] Il nuovo Papa assurto al soglio pontificio, Jorge Mario Bergoglio, nel suo libro Sobre cielo y terra del 2011, pur dicendosi contrario all’accanimento terapeutico, condanna duramente l’eutanasia (“eutanasia è uccidere”) e l’aborto (“non consentire lo sviluppo di chi  ha già tutto il codice genetico di un essere umano non è etico.  Il diritto di vivere è il primo fra i diritti umani”). Concezioni antiquate e superficiali, che non lasciano ben sperare in un futuro della Chiesa più illuminato e sensibile alle esigenze degli esseri umani e all’evoluzione dei costumi.

[4] Nel Quattrocento, papa Pio II si vantava in una lettera: “Ho distribuito numerosi colpi con la mia daga a timide vergini di voluttuosa bellezza…”.

[5] Nello stesso secolo, Sisto IV viene così descritto: “Costui… fu amante dei ragazzi e sodomita… a loro non solo donò un reddito di molte migliaia di ducati, ma osò addirittura elargire il cardinalato e importanti vescovati”.

[6] Emblematico il caso del papa francese Benedetto XII, figlio incestuoso di un altro papa, Giovanni XXII e di sua sorella, che userà violenza a Selvaggia Petrarca, sorella del poeta, dopo averla fatta rapire e condurre nel proprio palazzo di Avignone.

[7] Peraltro fondatore del meritevole Almo Collegio Borromeo di Pavia, dove chi scrive ha avuto la ventura di essere ospitato per gli anni dei suoi studi universitari. Circa in contemporanea, il famigerato papa Pio V Ghislieri, di cui parlerò più avanti, fondò l’altro celebre collegio universitario di Pavia, quello che da lui prende il nome.

[8] Leone X lasciò scritto: “Quanto abbia giovato a noi e ai nostri codesta favola di Cristo è abbastanza notorio in tutto il mondo”, dichiarazione di pregevole sincerità che nessun altro papa, ch’io sappia, ha mai osato esporre pubblicamente.

[9] Come psicanalista, Carol si è poi dedicata a studiare il fenomeno della violenza, non solo quella degli “anni di piombo”, che ha subito su di sé, ma anche quella che si consuma oggi, senza clamore, a danno di altre creature indifese, a cominciare dai piccoli.

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0 – INTRODUZIONE

La Chiesa è in cielo, in terra e in ogni luogo. Penetra tutto e tutti. Controlla minuziosamente ogni aspetto della vita umana intervenendo per modificarlo a suo uso e, è il caso di dirlo, consumo. Definisce costume, morale, etica e comportamenti minuti apparentemente insignificanti. E’ onnivora e schiaccia chiunque non si adegui. Presto o tardi. Clamorosamente e con rumore, o silenziosamente in modo felpato. Dispone di molti sicari che operano in nome di Dio, felici di prostrarsi ai piedi di persone con gonnellino, zucchetto e sacre pantofole. Persone suadenti, melliflue e untuose che ti ascoltano con attenzione per consolarti mentre ti pugnalano. Sto esagerando ? No, anzi, mancano le parole adeguate per raccontare questa genìa che si propone al di là del bene e del male. In ogni caso per i distratti, per quel gregge che non sa fare le somme, conviene presentare una qualche rassegna delle realizzazioni stellari dei gerarchi della Chiesa nei secoli dei secoli, … amen !

Arrivati al Sacro Romano Impero, dopo aver fagocitato l’Impero romano di Occidente, la storia della Chiesa si lega a quella secolare di ogni Impero. Dove c’è stato o c’è potere, c’è la Chiesa. Una volta per tutte debbo dire che la Chiesa della quale parlo è la Chiesa delle gerarchie che non ha nulla a che vedere con quella dei fedeli. Questi ultimi sono tanti ma purtroppo, se in buona fede, non contano nulla. Come del resto alcune comunità che lavorano con passione per il bene del prossimo e che, con la loro azione, forniscono alibi continui alle gerarchie. Il mito dell’ubbidienza li fa gregge e, francamente, mi pare inutile scrivere qualcosa su un gregge. Pascola, è felice, si esalta, soffre, chiede aiuto a Dio o ai Santi o a qualche statua o quadro, plaude ed ubbidisce al parroco, sostiene il potere che sostiene il gerarca, … tutto per maggior gloria di Gesù che, esistito o no e per ciò che raccontano i Vangeli, non era certamente una persona remissiva e quindi non aveva nulla a che fare con il gregge. E neppure educava a divenire gregge. Poi fu inventata la Chiesa che ha riprodotto tutto ciò contro cui Gesù lottava. Ed ecco il gregge che non ha capito nulla di Gesù semmai ha letto qualcosa che lo riguarda. Gli altri, i fedeli e le comunità che non gradiscono le gerarchie, sono persone ammirabili, dicono cose in gran parte condivisibili, ma la loro azione conta poco, anzi è utilizzata per dare maggior forza a quelle gerarchie che tutto schiacciano e omogeneizzano a loro fini. Dando un’occhiata indietro, fino ad arrivare al I secolo, si scopre che di queste brave persone ve ne sono state molte ma non hanno mai contato nulla. Lo schiacciasassi avanza inesorabile contro l’intera umanità e ora può fare addirittura mostra di pluralismo. Mostra, appunto, e basta.

Per raccontare la Chiesa, da questo momento lascio la stretta cronologia che ho invece seguito sia in Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù, sia in La Chiesa … dopo Gesù, libri ai quali rimando per tutto ciò che concerne la storia del Cristianesimo da Gesù al Sacro Romano Impero. In questo lavoro, diviso in due parti delle quali questa è la prima, che inizio qui ad intraprendere non seguirò più il giorno per giorno. Affronterò il problema Chiesa per temi, per argomenti, per cercare di focalizzare meglio il pensiero del lettore sull’opera nefasta di questa Istituzione che interviene sempre, dovunque, su tutto. Da dove iniziare ? Non vi sono aspetti meno importanti di altri ma forse è utile cominciare a dare un’occhiata ai massimi esponenti delle gerarchie, i papi. Ecco, attraverso la storia di questi delinquenti (mostrerò quanto dico) che prenderò come filo conduttore, inserirò la discussione di argomenti nati e sviluppatisi sotto la loro nefasta egida, riservandomi una trattazione più completa in capitoli a parte.

I papi rappresentano la Chiesa da quando qualche furbastro l’ha inventata. Una invenzione redditizia che inizia il rosario delle falsificazioni sfacciate del pensiero di Gesù.

       A parte ogni altro titolo tra i tanti, un Papa è la massima autorità della Chiesa cattolica, una specie di vicario di Gesù Cristo sulla Terra. Il tutto discende da una frase, una sola, scritta dall’evangelista Matteo, e solo da lui:

… Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa [Mt. 16, 18]

La frase è rivolta all’apostolo Pietro al quale Gesù dice che egli è Pietro e su quella pietra costruirà la sua Chiesa, cioè l’assemblea, la comunità dei fedeli. Gli altri evangelisti non riportano questa frase e neppure frasi simili, tanto che il suo contenuto doveva essere marginale e non fondante una parte essenziale della fede di cui Cristo era portatore. Insomma Gesù non aveva alcuna intenzione di fondare una struttura perenne che fosse portatrice dei suoi insegnamenti. Il Cristo, infatti, veniva sulla Terra per salvare in tempi rapidi tutti i peccatori del popolo ebraico  (sarà Paolo a falsificare ed estendere il pensiero di Gesù all’intera umanità) perché, Egli stesso lo dice e ripete più e più volte, sta finendo il mondo, sta per venire il Giudizio Universale, ed occorre procedere alla salvezza prima che ciò accada. E quando il mondo sta crollando non si fondano chiese e non si lasciano scritti come, coerentemente, Gesù non ha fatto. Ma, se leggiamo un poco oltre Matteo, troviamo che Gesù, ancora rivolto a Pietro, dice:

Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! [Mt. 16, 23]

dice cioè che Pietro è come un satana che dà scandalo e ragiona come gli uomini, dimenticando il modo di pensare di Dio. Se dobbiamo credere a Gesù e dare un minimo di valore alla ragione è d’obbligo allora ammettere che quella che conosciamo è la Chiesa.

Un altro vago cenno alla missione di Pietro si trova nel Vangelo di Giovanni dove Gesù risorto torna a farsi vedere per la terza volta. Naturalmente pranza con gli apostoli e, durante questo pranzo, dice a Pietro che dovrà pascere le sue pecore e le sue pecorelle e gli dice pure che farà una brutta fine. Intanto possiamo notare che si perpetua il sistema fasullo del Vecchio Testamento delle profezie fatte dopo che i fatti sono accaduti (o si suppone, come in questo caso, che siano accaduti e il riferimento è alla morte di Pietro a Roma, mai provata. Ma neppure è provata la presenza di Pietro a Roma se anche Paolo, che da Roma, dove era arrivato intorno al 60, scrisse le sue ultime lettere, non fa mai cenno a Pietro). Quindi, fatto più importante, Gesù assegna a Pietro il compito di pascolare le sue pecore che, come Gesù ha più volte ripetuto, sono solo le pecore d’Israele:

5 Questi dodici [apostoli] Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6 rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. 7 Andate ed annunciate che il Regno di Dio è vicino.[Mt. 10, 5-7]

Su questo non dico altro ma se dobbiamo giudicare di una qualche legittimità la risposta è del tutto evidente. Abbiamopoi, dopo la Chiesa, un Papa ed una tale figura deve provenire da un clero e Gesù non voleva un clero, anzi lo aborriva.

Nel Nuovo Testamento, ma solo nelle lettere di San Paolo che è un liquidatore degli insegnamenti di Gesù (Rom 12, 6-7; I Cor 12, 8-10; Ef 4, 7-11), vi sono elencati vari carismi e ministeri ma mai si parla di un qualcosa che abbia a che vedere con il sacerdozio, con una Chiesa, con edifici per il culto, con rituali, liturgie e funzioni. Nel Nuovo Testamento si parla di sacerdozio solo in riferimento a vecchie usanze degli ebrei Leviti. Vi è un brano della Lettera agli ebrei, attribuita a San Paolo ma in realtà del suo discepolo Apollo, in cui Gesù è definito sacerdote (Eb 5, 6; 7, 15-19) ma per spiegare che il sacerdozio levitico era ormai superato e Gesù è venuto anche per sbarazzarsi di quel tipo di sacerdozio, tribale, di casta, al servizio del tempio, per fare sacrifici che mondassero dai peccati (Eb 5, 9-10; 7, 21-25).  La Lettera è chiara anche in positivo quando dice che Gesù non ha bisogno di queste funzioni e tantomeno di sacrifici poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso (Eb 7, 27). E si potrebbe continuare ma sembra chiaro che il sacerdozio per Gesù in quel tempo era, diciamolo meglio, se non fonte di corruzione e di conformismo, un qualcosa di stantio, di ripetitivo che non entrava davvero nel messaggio di novità che Egli stesso portava(1). C’è allora da chiedersi: cosa rappresenta un Papa ? Il capo di una organizzazione di persone, legittima ma completamente estranea sia a Gesù che ai testi evangelici e per sostenere questa tesi mi servo dell’intervento del vescovo cattolico Strossmayer al Concilio Vaticano I del 1870:

«Non trovando alcuna traccia di papato ai tempi degli apostoli, mi dissi: Troverò qualcosa negli annali della chiesa. Ebbene, lo dico francamente: ho cercato un papa nei primi quattrocento anni e non l’ho affatto trovato. Nessuno di voi, spero, dubiterà della grande autorità del santo vescovo di Ippona, il grande e beato Agostino. Questo pio dottore, onore e gloria della chiesa, fu segretario di un noto concilio. Ora, nei decreti di quella venerabile assemblea, si possono trovare queste significative parole: “Chiunque s’appellerà a quelli d’oltremare non sarà ricevuto nella comunione di alcuno in Africa”. I vescovi africani riconoscevano così poco il vescovo di Roma da minacciare di scomunica chi avesse inteso rivolgersi a lui per qualunque ragione. Questi stessi vescovi, nel IV Concilio di Cartagine, tenutosi sotto Aurelio, vescovo di quella città, scrissero a Celestino, vescovo di Roma, per avvertirlo che non doveva ricevere appelli da vescovi, preti e chierici africani; non doveva inviare legati o commissionari; non doveva introdurre l’orgoglio umano nella Chiesa. Leggendo, dunque, i libri sacri con quell’attenzione di cui il Signore m’ha reso capace, io non trovo un solo capitolo, un solo versetto, in cui Gesù Cristo dia a S. Pietro la signoria sopra gli apostoli, suoi colleghi. Se Simone, figlio di Giona, fosse stato quello che noi crediamo essere oggi Santità Pio IX, è sorprendente che Egli non abbia detto loro: “Quando sarò salito al Padre, voi tutti ubbidite a Simon Pietro nella stessa maniera in cui ubbidite a me. Io lo stabilisco mio vicario in terra” … Non solo Cristo tacque su questo punto, ma così poco pensava di dare un capo alla chiesa che, quando promise agli apostoli la potestà di giudicare le dodici tribù d’Israele (Matteo 19: 28), garantì loro dodici troni, uno per ciascuno, senza però dire che uno di questi troni sarebbe stato più elevato degli altri, quello di S. Pietro. Certamente, se Egli avesse desiderato che così avvenisse, lo avrebbe detto. Che cosa dobbiamo dedurre da ciò? La logica ci dice che Cristo non pensò di fare di S. Pietro il capo del collegio apostolico. Quando inviò gli apostoli alla conquista del mondo, a tutti fece la promessa dello Spirito Santo… Cristo – così dice la Scrittura – vietò a Pietro e ai suoi colleghi di regnare e di esercitare signoria o di aver autorità sopra i fedeli come i re delle nazioni (Luca 22: 5). Se Pietro fosse stato destinato a essere papa, Gesù non avrebbe parlato in questi termini ma, secondo la nostra tradizione, il papato ha in mano due spade, simboli del potere spirituale e temporale. Una cosa mi ha sorpreso moltissimo. Ragionando attentamente ho detto a me stesso: “Se S. Pietro veniva considerato papa, avrebbero i suoi colleghi permesso che fosse inviato con S. Giovanni in Samaria (Atti 8: 14) ad annunciare l’Evangelo del Figlio di Dio? Cosa pensereste, venerabili fratelli, se in questo momento noi ci permettessimo di inviare Sua Santità Pio IX insieme a Sua Eccellenza Monsignor Plantier al Patriarca di Costantinopoli per indurlo a mettere fine allo scisma d’Oriente?… Ma c’è un altro fatto, ancor più importante. Un Concilio Ecumenico ebbe luogo a Gerusalemme per decidere intorno a questioni che dividevano i fedeli. Chi avrebbe dovuto convocare il Concilio, se S. Pietro fosse stato il papa? S. Pietro. Chi avrebbe dovuto presiederlo? S. Pietro, o il suo legato. Chi avrebbe dovuto promulgare i canoni (le regole della chiesa) ? S. Pietro. Ebbene, nulla di tutto ciò è accaduto. L’apostolo fu presente al Concilio come tutti gli altri, eppure non fu lui a presiederlo, ma S. Giacomo e i decreti furono promulgati nel nome degli apostoli, degli anziani e dei fratelli (Atti 15: 22-29)… Ora, mentre noi insegniamo che la chiesa è edificata su S. Pietro, S. Paolo, la cui autorità non può essere messa in dubbio, dice nella sua epistola agli Efesini (2: 20), che essa è edificata sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Gesù Cristo stesso la pietra angolare. E lo stesso apostolo crede così poco alla supremazia di Pietro, che apertamente rimprovera tanto quelli che dicevano: “lo son di Paolo; io son d’Apollo”, quanto quelli che dicevano: “lo son di Pietro” (1 Corinzi 1: 12). Se questi fosse stato il vicario di Cristo, S. Paolo sarebbe stato ben lungi dal censurare così violentemente quelli che si dichiaravano appartenenti a S. Pietro… Lo stesso apostolo, catalogando gli uffici della chiesa, menziona gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i dottori, i pastori (Efesini 4: 11). E’ giusto credere, miei venerabili fratelli, che S. Paolo, il grande apostolo dei Gentili (non israeliti, pagani), abbia dimenticato il primo di tali uffici, il papato, se questo fosse stato di istituzione divina? La dimenticanza mi appare impossibile… L’apostolo Paolo non menziona in nessuna delle sue lettere il primato di S. Pietro. Se tale primato esisteva, se in una parola la chiesa aveva nel suo corpo un capo supremo, infallibile nell’insegnamento, avrebbe il grande apostolo dei Gentili trascurato di farne menzione? Ma che dico! Avrebbe dovuto scrivere una lunga lettera attorno a questo importantissimo soggetto. Quando veniva eretto l’edificio della nostra Dottrina poteva essere dimenticato il fondamento, l’architrave?… Né negli scritti di S. Paolo e di S. Giovanni né in quelli di S. Giacomo ho trovato traccia o germe del potere papale. S. Luca, lo storico dei fatti missionari degli apostoli tace su questo importantissimo punto di cui, pure, se così come voi pretendete, avrebbe anche lui dovuto per forza trattare. Il silenzio di questi santi uomini, i cui scritti sono nel canone delle Scritture ispirate da Dio, qualora S. Pietro fosse stato papa, m’è sembrato insostenibile e impossibile, e tanto ingiustificabile quanto sarebbe se il Thiers, scrivendo la storia di Napoleone, avesse omesso il titolo di imperatore… Quel che mi ha sorpreso e ha bisogno di dimostrazione è il silenzio di S. Pietro. Se l’apostolo fosse stato quello che noi diciamo, cioè vicario di Gesù Cristo in terra, è naturale che egli per primo avrebbe dovuto saperlo. E, se egli lo sapeva, com’è che neppure una volta ha agito da papa?… Torno a dire che, mentre l’apostolo scriveva, la chiesa non pensò mai che potesse esservi un papa. Per poter sostenere il contrario, bisognerebbe del tutto ignorare gli scritti sacri… Ma, d’altro canto, si dice: S. Pietro non venne a Roma? Non fu crocifisso con la testa all’ingiù? Non vi sono forse nella Città Eterna i pulpiti dai quali egli insegnò e gli altari sui quali celebrò messa?… Che S. Pietro sia stato a Roma, venerabili, si trova in modo assai incerto nella sola tradizione ma, se egli fosse stato vescovo di Roma, come potreste voi dal suo episcopato ricavare la sua supremazia?» (J.G. Strossmayer, vescovo cattolico di Diakovar in Croazia, dal suo discorso tenuto al Concilio Vaticano I del 1870; citato da Giovanni Fantoni di webografia).  

E Strossmayer proseguiva tentando di far capire all’assemblea dei vescovi da dove era nata la degenerazione del papato:

«Quella (di voler comandare su tutte le chiese – n.d.a.) era una tendenza del patriarca di Roma il quale, fin dai primi tempi, per la “preminente principalità” della capitale dell’Impero, cercò di arrogarsi tutta l’autorità… Ammetto senza difficoltà che il patriarca di Roma occupò il posto d’onore. Una delle leggi di Giustiniano dice: “Decretiamo, dopo la definizione dei quattro concili, che il santo papa dell’antica Roma sarà il primo dei vescovi, e che l’altissimo arcivescovo di Costantinopoli, che è la nuova Roma, sarà il secondo”… «L’importanza del vescovo di Roma deriva non da un potere divino, ma dalla nobiltà della città stessa. Ho detto che fin dai primissimi secoli il patriarca di Roma aspirò al governo universale della chiesa. Sfortunatamente, vi riuscì ben presto, ma non raggiunse completamente il suo intento, poiché l’imperatore Teodosio II promulgò una legge con la quale stabilì che il patriarca di Costantinopoli doveva avere la stessa autorità del patriarca di Roma. I padri del Concilio di Calcedonia (451) posero i vescovi della nuova e dell’antica Roma sullo stesso piano per ogni cosa anche ecclesiastica (canone 28). Il VI Concilio di Cartagine (401) proibì a tutti i vescovi di assumere il titolo di principe o di vescovo sovrano, come per il titolo, che noi diamo di vescovo universale. S. Gregorio I, sicuro che i suoi successori non avrebbero mai pensato di adornarsene, scrisse queste memorande parole: “Nessuno dei miei predecessori ha voluto prendere questo nome profano perché, quando un patriarca prende il titolo di universale, ne soffre il titolo di patriarca. Lungi dai cristiani il desiderio di darsi un titolo che apporti discredito sui loro fratelli”».

        Come reagì il Concilio Vaticano I diretto da Papa Pio IX ? Addirittura con il sancire il dogma dell’infallibilità del Papa. Uno schiaffo a quel coraggioso oratore ed ai molti che condividevano le sue tesi (molti meno di quanti sostennero Pio IX che fu descritto come un Dio in terra).

Così come non si conoscono con certezza i primi Papi, essendo certo che i primi 4, con la gigantesca bufala di Pietro Papa che serviva solo ad accreditare la continuità con gli apostoli e quindi il primato di Roma su Costantinopoli, sono frutto di una ricostruzione leggendaria, le biografie di gran parte di loro o non le conosciamo o sono frutto di fantastiche ricostruzioni a partire da qualche nota biografica che ci è stata fornita dal Liber Pontificalis (di anonimo del VI secolo), che perciò stesso, almeno fino al III secolo, è in gran parte inattendibile. Tra i Vescovi di Roma, che per semplificare chiamerò Papi anche se questo nome verrà adottato molto più tardi (nel 608 ma con regolarità a partire dall’VIII secolo) con l’acquisizione di un’autorità sempre più estesa, vi furono certamente delle personalità rilevanti almeno fino al riconoscimento  del Cristianesimo da parte di Costantino (313). Si tratta di persone che sfidarono l’Impero, spesso pagando con la vita ed a volte tradendo per paura la propria fede (denunciando i correligionari, consegnando libri sacri, facendo sacrifici agli dei pagani, …). Ma è inutile addentrarsi in scampoli di storie, seguiamo invece ciò che sappiamo con qualche riscontro, non dimenticando di indagare i rapporti che si instaurano tra clero e potere in Roma. Per fare ciò è utile iniziare dal primo Papa del nuovo corso, Silvestro I (314-335).

Tralascio quindi le patetiche invenzioni che vorrebbero Pietro come primo Papa (con successori dei quali non si sa nulla(2)), e mi occupo invece di alcuni papi che ben rappresentano la Chiesa, perché laidi e criminali al punto giusto (non è altrimenti possibile raccontare tutto di tutti, troppi papi e troppe imprese purtroppo emblematiche), avvertendo solo che l’ordine della scelta dei personaggi è cronologico e non riguarda l’entità del crimine. I papi che tralascio o sono stati insignificanti o hanno regnato per un tempo troppo breve o hanno fatto mascalzonate relativamente meno gravi dei colleghi citati.

Una avvertenza: alcuni argomenti che tratterò meriterebbero, ciascuno, vari volumi di indagini molto più approfondite ed io mi sono dovuto limitare ad un solo libro ma diviso in due parti. Debbo solo aggiungere che ho ampiamente utilizzato la bibliografia ed in particolare i lavori di Deschner, Gregorovius e Rendina.

1 – 1 – I PAPI VICARI DI CRISTO 

[Gran parte delle notizie che riguardano i papi provengono dall’eccellente lavoro di Rendina, I papi].

            Dopo l’inutile pontificato di Silvestro I (314-335), che fu solo capace di arricchirsi con i regali di Costantino, arriviamo ai veri papi sanguigni che furono offerti da Roma. Il primo è Damaso (366-384), il primo Papa che viene eletto in mezzo a lotte furibonde, con scontri fisici nelle vie di Roma, tra i seguaci dei due candidati, lo stesso Damaso e Ursino (argomento del contendere era l’essere o meno concilianti con gli eretici pentiti e con i seguaci dell’antipapa Felice II(3)). I due vennero eletti simultaneamente vescovi di Roma in due Basiliche romane: in Santa Maria in Trastevere venne eletto Papa Ursino che: era contrario alla mitezza che era stata mantenuta dal predecessore Liberio con eretici e seguaci di Felice; rimproverava a Damaso di essere stato un sostenitore di Felice e … di avere il sostegno delle nobildonne romane; in San Lorenzo in Lucina veniva eletto Papa Damaso, un patrizio spagnolo. La maggioranza degli elettori era con Damaso ma Ursino resistette. Per tre giorni vi furono scontri violenti con molti morti, finché non vinse il partito di Damaso. Iniziavano, per la prima volta con tutta evidenza, le brame di potere per esaudire le quali ogni mezzo diventò lecito. Come ricorda Rendina, lo storico romano del IV secolo, Ammiano Marcellino, scriveva “Non c’è comunque da meravigliarsi, considerando lo splendore di Roma, che un premio così ambito accendesse il desiderio di uomini maliziosi e determinasse le lotte più feroci e ostinate. Una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace della fortuna assicurata dalle donazioni delle matrone, si va in giro su un cocchio vestiti elegantemente, si partecipa a banchetti il cui lusso supera quello della tavola imperiale”.  E San Girolamo, segretario di Damaso, era più esplicito: “Ci sono alcuni che si fanno consacrare diaconi e preti solo per poter fare visita liberamente alle donne … Pensano solo a vestirsi bene e profumarsi di mille odori. I calzari devono essere perfetti. Si arricciano i capelli col calamistri (ferro per arricciare i capelli, ndr); le dita sono sfolgoranti di anelli e per timore di sporcarsi le scarpe di fango li vedi camminare come in punta di piedi. A guardarli andare in giro in questo modo li prendi più per vagheggini che per chierici. L’operosità e la scienza di molti consiste esclusivamente nel conoscere nomi, case e tenore di vita delle matrone”.

         I papi, a partire da Sisto III (432-440), si preoccuparono di arricchire di chiese la città e di arredarle e decorarle con il massimo lusso tanto che Girolamo ebbe a dire: I veri servi di Cristo si tengono lontani dal lusso. Qualcuno mi dirà che in Giudea il Tempio era ricco e che in esso la mensa, i candelabri, i turiboli, le coppe, i calici e tutti gli altri arredi erano d’oro. Ma poiché il Signore fece della povertà il suo tempio, noi dobbiamo pensare alla croce e considerare la ricchezza nient’altro che fango. Ma i preti della capitale dell’Impero morente avevano altre idee ben raccontate da Gregorovius: [Questo clero] si sforzava di fare di ogni chiesa una copia del Tempio di Salomone e di esso riproduceva la sfarzosa pompa orientale degli arredi sacri e delle vesti sacerdotali. Ma su Sisto vi sarebbero delle gravissima accuse: aver violentato una giovane religiosa, Chrysogonie e aver avuto rapporti incestuosi. Le accuse gli vennero rivolte da un prete, Bassus, in un processo che fece scalpore. Sisto fu assolto e Bassus finì in prigione dove morì avvelenato. Era l’epoca in cui i barbari di Alarico saccheggiavano e distruggevano l’Italia, compresa Roma.

         Prima di seguire non si può non accennare a Papa Celestino I (422-432) il predecessore di Sisto III ed amico di Sant’Agostino. Era questi il vescovo di Roma, uomo di paglia in mano ad un criminale. Il criminale è il vescovo di Alessandria Cirillo, vero capo di squadracce cristiane che irrompevano armate di bastoni in sedi di concili all’attacco di ognuno che deviasse minimamente non già dal credo cristiano ma dal suo credo. Cirillo già noto per aver istigato le sue squadracce a fare a pezzi Ipazia, la filosofa e matematica direttrice della Biblioteca di Alessandria, fu a capo delle squadracce cattoliche per affermare dogmi di fede. Ma di questo ho trattato nel precedente mio libro La Chiesa … dopo Gesù. Qui mi interessa solo sottolineare che a condanna delle gesta banditesche di Cirillo non si levò neppure una parola dal Vescovo di Roma. Per maggior gloria di Gesù, il criminale Cirillo fu santificato nel 1882 con il massimo titolo di Dottore dalla Chiesa. E non sorprenda che Papa Benedetto XVI abbia recentemente fatto l’esegesi di San Cirillo (dimenticando Ipazia  e le bande armate). La Chiesa, allora come oggi, confida nell’ignoranza del gregge e da questo ha tratto molto profitto, anche la politica dei tempi bui che viviamo.

Veniamo ora agli anni in cui l’Italia era devastata da invasioni barbariche che sanciranno la fine dell’Impero romano d’Occidente. Quasi 50 anni dopo il Sacco di Roma da parte di Alarico, con Valentiniano III Imperatore e Leone I (Magno) Papa, altri barbari premevano ai confini, gli Unni di Attila. Nel 452 Attila era ad Aquileia e sembrava non vi fossero ostacoli alla conquista di Roma. Vi sono racconti che parlano del “flagello di Dio” che non avanzava per paura superstiziosa poiché Alarico era morto improvvisamente dopo il Sacco di Roma. Valentiniano era incapace di ogni azione ed addirittura non nominò il valente Ezio come condottiero dell’esercito per paura che la sua fama lo avrebbe offuscato. Anche ora si intavoleranno delle trattative che avranno luogo a Peschiera, vicino Mantova. La delegazione di Roma era composta anche da Leone Magno, colui che proibì la nomina degli schiavi a presbiteri (poiché non sono di natali raccomandabili) e che maledisse gli stupidi ebrei per aver assassinato Gesù, che sembra sia stato il più attivo negoziatore. Non si sa cosa si siano detti. Sembra che il motivo dirompente sia stata l’offerta da parte di Leone Magno di enormi quantità d’oro prelevato dal tesoro della Chiesa. Sta di fatto che Attila rinunciò ad avanzare e si ritirò (l’unico danno si ebbe a Roma dove Leone per ringraziare Dio dell’accaduto, fece fondere la statua di bronzo dedicata a Giove per realizzare la statua di bronzo di San Pietro esistente ancora oggi in San Pietro). Ma anch’egli morì l’anno successivo ubriaco e stremato nel letto di nozze. Scongiurata questa minaccia, Roma si vide invasa dalla corte di Valentiniano che prima risiedeva altrove. Un vero Imperatore miserabile, incapace, lussurioso che creò problemi gravi all’intera città perché indirettamente favorì l’invasione dei feroci vandali (cristiani ariani) di Genserico. Per basse questioni di vendette personali, Massimo era diventato Imperatore (Valentiniano aveva insidiato la moglie Anicia del senatore Massimo. Quest’ultimo si era vendicato uccidendo Valentiniano e divenendo imperatore. Morta Anicia, Massimo sposò Eudossia II, moglie di Valentiniano e figlia dell’Imperatore d’Oriente Teodosio, che nulla sapeva dell’assassinio di Valentiniano. Quando seppe cosa era accaduto, Eudossia si rivolse di nascosto al capo dei Vandali, Genserico, chiedendogli di invadere la città). Massimo, come tutti gli altri, era incapace di qualsiasi azione ed addirittura ostacolò il tentativo popolare di tassarsi per mettere su un esercito contro il terrore imminente di un’invasione di Vandali. Ancora una volta fu Papa Leone Magno ad andare a trattare con Genserico che aveva attraccato la sua flotta alle foci del Tevere. Con costui non bastò l’offerta di oro perché desistesse. Leone ottenne solo che nel saccheggio di Roma del 455, non si desse alle fiamme la città, non si uccidessero civili e fossero risparmiate le basiliche di San Pietro, San Paolo e del Laterano. Per 15 giorni la città fu a completa disposizione dei Vandali che la spogliarono di ogni bene. Statue, ori, vasellame, arredi, di ogni palazzo, ad iniziare da quello imperiale, di ogni tempio pagano, includendo le cose preziose che Tito aveva portato dal saccheggio del Tempio di Gerusalemme, ogni cosa fu trafugata e caricata sulle navi ormeggiate alle rive del Tevere. Anche migliaia di romani furono fatti schiavi e portati in Africa e, con loro, l’imperatrice Eudossia, che aveva incitato i Vandali ad invadere Roma, e le sue due figlie, Eudocia e Placidia. Gran parte del bottino andò perso nel naufragio che si ebbe sulla via del ritorno. Ma l’oro del Papa era ancora abbondante e, andati via i Vandali, Leone lo usò non per alleviare i danni ed i lutti della popolazione ma per ricostruire chiese, ripristinare arredi ed ogni cosa fosse andata distrutta nelle chiese medesime.

Leone era un Papa tanto devoto all’Imperatore quanto bugiardo perché pronto ad adulare chiunque altro offrisse di più e perché riuscì ad utilizzare il decadente Impero al solo fine di aumentare il potere della Chiesa. All’interno di essa pretendeva umiltà e mitezza dalle pecorelle rivendicando per sé il rango più elevato, il potere assoluto. E se qualcuno non si allineava lo perseguitava senza scrupoli con l’esilio, il carcere fino all’annientamento fisico.

Il successore di Leone Magno, Ilario (461-468), non si occupò mai di religione, ma solo di rendere fastose e piene d’oro le basiliche della città. Denunciava Gregorovius, “Mentre Roma precipitava nella miseria e moriva, le chiese si coprivano di pietre preziose e le basiliche traboccavano di tesori favolosi, davanti agli occhi di un popolo che si era dissanguato nel tentativo di armare un esercito e una flotta contro i Vandali”. Nel Liber Pontificalis si può leggere un elenco infinito di oggetti preziosi, d’oro e d’argento, con cui egli arredò chiese e sacrestie. Già a quel tempo quindi la Chiesa era ricchissima ed in essa affluivano montagne di beni da parte delle corti cristiane e da parte di innumerevoli donazioni di chi sperava di conquistarsi un posto in Paradiso vicino a Gesù. A tali beni c’era da aggiungere un immenso patrimonio immobiliare e terriero che forniva gigantesche rendite.

         Arriviamo così, passando attraverso la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476), a Gregorio I, detto anch’egli Magno (540-604), l’inventore del Purgatorio (un grande futuro investimento perché unica sede di indulgenze), che nel suo affanno di purificazione dall’immoralità praticata dai predecessori, fece bruciare tutti i libri “pagani” includendo l’intera Biblioteca palatina fondata da Augusto. E, come tutti i papi, fece molto di più perché ormai essere papi significava essere padroni che possono disporre dei sudditi e degli schiavi. Ed infatti Gregorio aveva molti schiavi, in gran parte sardi, e chiedeva al suo rappresentante nell’isola che vigilasse perché gli fosse inviata la merce migliore. Schiavi cristiani oltre a quelli pagani ma guai se gli ebrei avessero avuto un solo schiavo cristiano, perché i malvagi avevano ammazzato Gesù ! Così scriveva nel 599 il “santo padre” a Gianuario, vescovo di Cagliari, su alcuni pagani presenti nell’isola: i pagani ed idolatri devono essere convertiti mediante un convincente ammonimento e se tuttavia Voi notate che non sono disposti a modificare la loro condotta, desideriamo che con grande zelo Voi li arrestiate. Se sono schiavi, domateli con botte e torture al fine di ottenerne il miglioramento; ma se sono liberi, devono essere indotti al pentimento con una dura carcerazione, adeguata alle circostanze, affinché coloro che disdegnano d’ascoltare le parole di redenzione, che li salvano dal pericolo della morte, in tutti i casi possano essere ricondotti alla sana fede augurata per mezzo dei tormenti fisici.  Scrive in proposito Deschener: “Per natura, insegna Gregorio, gli uomini sono tutti uguali”, ma una “misteriosa disposizione” relega “alcuni più in basso di altri”, crea la “diversità delle classi”, e precisamente “come conseguenza del peccato”. Prima conclusione: “Ora, dal momento che gli uomini non procedono nella vita alla medesima maniera, gli uni devono dominare sugli altri”. Seconda conclusione: Dio e la Chiesa – nella prassi per il clero sempre la stessa cosa – erano per il mantenimento della schiavitù. E dalla Britannia alla Gallia e all’Italia ai suoi tempi c’era un florido commercio cristiano degli schiavi. La Chiesa romana aveva bisogno di schiavi, i conventi avevano bisogno di schiavi (Gregorio stesso nel 595 sollecitò il rettore della Gallia, Candido, all’acquisto di fanciulli inglesi schiavi per i chiostri romani), tutti compravano, usavano e usuravano schiavi come il proprio bestiame. E anche a un nemico quale il re longobardo Agilulfo il Papa poté assicurare che il lavoro di tali servi tornava ben utile a entrambe le parti ! Quando poi questi miserabili fuggivano dalla propria miseria, il che accadeva piuttosto sovente, il santo padre si dava naturalmente molto da fare per renderli ai loro padroni…”. Questo Papa che si occupava così affettuosamente dei padroni di schiavi fece anche un editto che vietava ai preti sposati di separarsi e poiché molto spesso i matrimoni si realizzavano dopo un concepimento, crebbero spettacolarmente in Roma gli infanticidi fino al punto che furono trovate nelle acque di un vivaio  circa 6000 teste di neonati.

         Ma la massima vocazione della Chiesa è sempre stata la falsificazione e, dopo papi inutili, arriviamo alla congrega papale che realizzò il Constitutum Constantini più noto come la Donazione di Costantino. Questo documento, suddiviso in due parti, vede nella sua prima parte il racconto della guarigione dell’Imperatore Costantino dalla lebbra grazie a Papa Silvestro I, la sua conversione e la sua professione di fede. Vi è ribadita l’autorità trasmessa, mediante la simbolica consegna delle chiavi, da Dio a Pietro e da questi ai suoi successori «eleggendo il principe degli apostoli e i suoi vicari a nostri protettori presso Dio».  La seconda parte contiene invece l’atto di donazione che Costantino fa alla Chiesa dell’Impero romano d’Occidente(4). Altro falsario di prim’ordine fu Leone IV (847-855) che, tra l’847 e l’852, mise insieme una gigantesca sequela di falsi documenti, le Decretali pseudoisidoriane, con il fine di accreditare sempre maggior potere alla Chiesa. Scrive Gregorovius che le leggi raccolte nei Decretali “ponevano il potere imperiale molto al di sotto della dignità dei papi e persino dei vescovi, e innalzavano nello stesso tempo il papato tanto in alto al di sopra di questi ultimi, da renderlo completamente indipendente dalle decisioni dei sinodi provinciali conferendogli anzi facoltà di giudizio supremo nei confronti dei metropoliti e dei vescovi, il cui ufficio e la cui autorità, sottratta all’influsso dell’imperatore, veniva ad essere sottoposta alla volontà del papa. In una parola: esse [le Decretali] conferivano al pontefice la dittatura sul mondo ecclesiastico”. A parte il significato manifesto di questo documento, ve ne era un altro all’interno del medesimo: i vescovi ed ogni ecclesiastico dipendevano solo dal Papa che ne aveva l’assoluta autorità simultaneamente negata ai tribunali civili. Erano le basi per la costruzione di uno Stato clericale.

        Siamo agli epigoni del millennio, e ci riallacciamo alla fine del mio La Chiesa … dopo Gesù, alla nasciata del Sacro Romano Impero dove la Chiesa inaugura una diarchia con l’Impero: da una parte un Re era elevato al trono con l’investitura della Chiesa e dall’altra alla Chiesa veniva il prestigio di aver incoronato un potente del mondo. Ma prima di arrivare ai papi criminali del secondo millennio, è utile una minirassegna di personaggi che si qualificarono per semplice banditismo papale.

Papa Giovanni VIII (872-882) subì un tentativo di avvelenamento, dopo il quale fu ucciso a martellate da membri del suo seguito (Alberico di Toscana e Lamberto di Spoleto). L’analfabeta e depravato Papa Stefano VI (896-897), che fece dissotterrare, vestire e sedere sul trono papale Papa Formoso per processarlo del delitto di avergli impedito un anno prima di essere eletto Papa e condannarlo alla mutilazione del corpo, fu strangolato per ordine di chi voleva far diventare Papa un proprio protetto. Papa Leone V (903) fu assassinato dal suo successore Sergio III (904-911). Papa Giovanni X (914-928) è il crocevia del governo delle prostitute. Qui la storia è complessa e quindi cerchiamo di mettere ordine a partire da Papa Sergio III (904-911) un parente della potente famiglia dei Conti di Tuscolo. Questo Papa fu eletto con un colpo di mano guidato dalla potente famiglia romana del nobile senatore Teofilatto che gestiva anche il potere amministrativo e militare della Chiesa. Con l’elezione di Sergio III, Teofilatto aveva in mano anche lo Stato Pontificio. Teofilatto era sposato con Teodora I, una delle grandi cortigiane dell’epoca, della quale era pazzamente innamorato Papa Giovanni X che divenne suo amante. Lo storico e vescovo Liutprando da Cremona così descrive Teodora I: sfacciata puttana … che esercitò il suo potere nella città di Roma peggio di un uomo… che chiavava prelati e cardinali per governare e ottenere favori (citato da Wikipedia). Figlie di Teofilatto e Teodora I furono altre due cortigiane, Teodora II e Marozia. Quest’ultima, che dai suoi 15 anni era amante di suo cugino, Papa Sergio III, fece assassinare mediante soffocamento Papa Giovanni X. Dalla relazione tra Marozia e Sergio III nacque il futuro Papa Giovanni XI, che Marozia impose come Papa quando aveva solo 21 anni, ma poi Marozia si stancò del suo amante Papa Sergio e lo fece assassinare. Per completare l’opera Marozia, autodefinitasi senatrix e patricia, tra il 925 ed il 935, decise l’elezione di altri tre papi (facendo uccidere anche Papa Leone VI) mentre suo marito, Alberico I (cavaliere di origine germanica che dominava su buona parte dell’Italia centrale poi fatto uccidere da Marozia), di altri sei: Anastasio III (forse pure figlio di Sergio III), Landone, Giovanni X, Leone VI, Stefano VII, Leone VII, Stefano VIII, Marino II, Agapito II. Ancora Liutprando da Cremona scrisse di Marozia: Mariozza, bella come una dea e focosa come una cagna, viveva nel cubicolo del Papa e non usciva mai dal Laterano (citato da Wikipedia). Gregorovius è lapidario: la Chiesa romana di quel tempo era diventata un bordello. La pornocrazia era davvero trionfante nella Chiesa dove i Vangeli erano in mano alle puttane che generavano, imponevano ed ammazzavano papi … per maggior gloria di Gesù. Papa Leone VI (928), Papa Stefano VII (928-931) e Papa Giovanni XI (931-935) furono creati da Marozia. Papa Stefano VIII (939-942), in una rivolta popolare contro di lui, fu mutilato e costretto a ritirarsi in un eremo. Papa Giovanni XII (955-964) era il figlio Ottaviano di Alberico II, la ignobile famiglia dei Conti di Tuscolo. Questa elezione, di uno che aveva solo 18 anni ed era estraneo alla Chiesa, era stata pretesa da Alberico II al clero e alla nobiltà di Roma, che ubbidirono. Eletto Papa non cambiò la sua vita lussuosa, lussuriosa e libertina. Trasformò il Laterano in un vero postribolo in cui navigavano cortigiane, belle donne e bei ragazzi. Ubriaco fece come Caligola nominando diacono uno stalliere. Non ubriaco nominò vescovo il suo amore pedofilo, un bambinodi 10 anni. Era uso regalare oggetti sacri di valore alle molte prostitute che frequentavano il palazzo del Laterano. Tentò di fare il politico con l’Imperatore Ottone del Sacro Romano Impero ma riuscì solo a farsi incriminare per ogni vergogna che aveva realizzato (omicidio, spergiuro, sacrilegio, incesto con parenti e due sorelle, … giocato a dadi, brindato con il Diavolo, invocato Zeus, Venere ed altri demoni). A seguito di ciò fu destituito ed al suo posto fu fatto eleggere, da Ottone, il laico Papa Leone VIII (963-965). Giovanni XII, dall’esilio in Corsica, fomentò un paio di rivolte. La prima del 964 fu repressa nel sangue da Ottone, la seconda, avvenuta quando Ottone era partito da Roma, ottenne la cacciata di Leone VIII che fu deposto. Ed iniziarono feroci vendette con taglio di naso e lingua ad ogni suo oppositore. Ottone e Leone VIII marciarono su Roma ma non fecero in tempo ad arrivare perché, nel frattempo, quel delinquente di Giovanni era morto. Fu ammazzato, lanciato dalla finestra, scoperto a letto con una sua amante, Stefanetta, probabilmente dal marito di lei. Non è tutto ciò estremamente edificante ? Non è il meglio dei racconti pornografici e del terrore ? E chi è l’interprete principale ? Ma sempre il rappresentante di Gesù in terra !

Al presentarsi l’anno 1000, tutti i profeti, gli asceti, gli eremiti, i bigotti predicavano la fine del mondo. Nascevano nuove religiosità e sembrava si tornasse ai tempi in cui Gesù sollecitava tutti a comportarsi bene perché la fine del Mondo ed il Giudizio Universale erano vicini. La Chiesa di Roma, che traeva enorme profitto da tali credenze e superstizioni, non ne traeva lezioni di moralità, anzi …

L’anno 1000 chiudeva il X secolo, un secolo in cui la barbarie trionfava in Roma. La corruzione dei costumi e di ogni cosa  non aveva neppure le coperture artistiche che saranno dei secoli successivi. Qui era solo malaffare, malcostume, corruzione, pornocrazia, crimine, violenza, per non parlare di cultura parola che neppure si sapeva cosa volesse dire … ed alla testa di questa miscellanea di orrori vi era la Chiesa. Dice Gregorovius che L’ignoranza, profondamente radicata in tutto il clero italiano, si manifestò in forme particolarmente gravi e palesi nei prelati romani. Ed aggiunge uno scambio di giudizi che ben testimoniano le idiozie sostenute da chi parla di Chiesa come erede testamentaria del pensiero greco e latino:

A Reims i vescovi della Gallia dichiararono: «In Roma, ai giorni nostri, è quasi impossibile trovare qualcuno che abbia. studiato le scienze, senza le quali, come sta scritto, è difficile anche essere buoni portieri. Se a confronto col vescovo romano un semplice prete può essere in qualche modo giustificato per la sua ignoranza, in nessun caso la stessa colpa potrà essere perdonata al vescovo di Roma, poiché a lui spetta di giudicare la fede, la condotta, la disciplina del clero, cioè in breve. la Chiesa cattolica nella sua totalità». Il papato respinse questi attacchi inviando in Francia il legato apostolico Leone, abate di S. Bonifacio, il quale pronunciò il seguennte discorso: «I vicari di Pietro e dei suoi discepoli rifiutano di avere per maestri Platone, Virgilio, Terenzio o altri del gregge dei filosofi, che con volo superbo si librano nell’aria come uccelli, si immergono nel profondo come i pesci del mare e passo passo si saziano dei frutti della terra. Dunque voi dite che coloro i quali non si cibano di tali poesie non possono neppure rivestire la carica di portinai ? Ma io vi rispondo che ciò è pura menzogna. Pietro, infatti, nulla sapeva di quelle cose, eppure gli fu affidata la porta del cielo, poiché il Signore gli disse: «Io ti darò le chiavi del regno celeste». Perciò i suoi vicari e i suoi discepoli sono edotti negli insegnamenti apostolici ed evangelici; essi disdegnano l’orpello dei discorsi, ma si adornano del senso e del valore della parola. Sta scritto: Dio elegge i semplici della terra per umiliare i potenti. Da che esiste il mondo Dio non ha scelto né filosofi né oratori ma illetterati e ignoranti». Questa era la chiara consapevolezza di sé che la curia pontificia aveva nel X secolo; la Chiesa romana confessava apertamente la propria ignoranza delle scienze o meglio il proprio disprezzo per la filosofia; rinneegava S. Paolo, l’erudito dottore dei popoli, e mostrava che Pietro, l’incolto pescatore, era colui che deteneva le chiavi, e alla fine gli eruditi vescovi di Gallia e di Germania deponevano le loro armi dinanzi allo scoglìo di Pietro.

Decaddero conventi e scuole. Le biblioteche, quando non bruciate da saggi papi, marcivano. Poiché non vi era più la carta che proveniva dall’Egitto ormai musulmano, per trascrivere testi sacri, messali e stupide agiografie si raschiavano le antiche pergamene su cui vi erano le opere dei classici greci e latini, su cui vi erano le opere preziose degli ellenisti come Archimede.  Ancora Gregorovius dice che: La cultura del clero si limitava alla comprensione del Simbolo, del Vangelo e delle Epistole, sempre ammettendo che esso fosse in grado di leggere e di illustrare quei testi. Nessun indizio ci lascia supporre che venissero coltivate la matematica, l’astronomia e la fisica. La cultura classica s’era ristretta all’angusto concetto di «grammatica». Un’epoca in cui la lingua non era altro che un continuo insulto alle regole grammaticali e nella quale, dalla dissoluzione delle leggi del latino, si veniva costituendo il volgare, […].

Comunque uno spiraglio si aprì con un Papa eccellente, vera perla ai porci. Parlo di Gerberto di Aurillac, un monaco benedettino dell’abbazia di Cluny, di eccezionale preparazione in tutti i campi del sapere tra cui la matematica e l’astronomia (tanto preparato e competente che veniva considerato un mago !), che fu eletto Papa con il nome di Silvestro II nell’anno 999. La fine del millennio aiutò indirettamente la crescita dello spirito monastico di Cluny per la cattiva coscienza dei ricchi padroni che si recavano imploranti perdono dove riconoscevano vi fosse la vera dedizione a Dio. In quell’epoca venivano recuperati dall’oblio tutti i vecchi testi apocalittici che ruotavano intorno al Vecchio Testamento, come il Libro di Daniele o Apocrifi del Nuovo Testamento o l’Apocalisse di Giovanni. Una vera sarabanda dell’orrido dominata dall’Anticristo e dalla nuova speranza della Seconda Venuta del Messia sulla Terra. Gli avvenimenti naturali andavano su quella strada: epidemie disastrose avevano decimato la popolazione d’Europa, eventi meteorologici avevano distrutto campi e città, le piaghe bibliche erano tutte lì, non ultima la corruzione ed il crimine dilagante proprio alla testa della Chiesa. Molti esaltati annunciavano visioni bibliche di combattimenti celestiali, di apparizioni di dragoni in lotta con i santi, … La fine del mondo era annunciata con profezie che si intrecciavano con numeri tratti dalla Cabala: sarà il 1000 ? o il 1033, l’anno 1000 dopo la Passione ? o quell’altro anno perché era significativo di quell’evento ? o quell’altro ? Nel 975 venne avanzata una data certa per il Giudizio: nell’anno in cui il Venerdì Santo sarebbe coinciso con la festa dell’Annunciazione, quando cioè Cristo sarebbe stato concepito il giorno della sua morte. Questa data era il 992 anche se qualcuno osservò che la circostanza si era già verificata nel 908 senza fine del mondo. Ogni cialtrone si guadagnava da vivere con le sue profezie ma la Chiesa incassava perché, anche se i suoi rappresentanti erano delinquenti, quella sembrava la via per il Signore. Le donazioni si moltiplicarono accompagnate da un ben preciso contratto che indicava il fine della medesima: Mundi Termini appropinquanti.

Come già detto, la Chiesa di Roma, che traeva enorme profitto da tali credenze e superstizioni, non ne traeva lezioni di moralità, anzi … Il millennio che si chiudeva, come raccontato, con alcuni Papi implicati in vicende che dire riprovevoli è un dolce eufemismo.

Purtroppo Silvestro durò solo fino al 1003 quando ricominciò la sarabanda dei delinquenti al soglio pontificio, dominata dalle famiglie dei Crescenzi e dei Conti di Tuscolo. Ci volle molto poco perché nel 1032, dopo papi inutili ed ignavi, arrivasse al papato a soli 12 anni uno dei massimi delinquenti di Santa Romana Chiesa, Benedetto IX (1032-1044) della già a noi nota famiglia criminale dei Conti di Tuscolo. Debbo solo ricordare che il predecessore di Benedetto IX, lo squalificato Papa Giovanni XIX (1024-1032), arrivato al papato senza essere stato neppure prete ma solo pagando e corrompendo, stava vendendo per lucro personale il primato di Roma ad Eustazio di Costantinopoli (fu fermato dalla rivolta dei vescovi, particolarmente quelli di Cluny). Leggiamo ora cosa dice Gregorovius di Benedetto IX:

La cristianità dovette rabbrividire vedendo un fanciullo, che il suo stesso padre avvolgeva nei paramenti papali, essere incoronato solennemente da vescovi e cardinali e insediato sulla cattedra apostolica come rappresentante in terra di Cristo. Il famigerato Giovanni XII era divenuto papa a diciotto anni; Teofilatto ovvero Benedetto IX, discendente dalla stessa famiglia, lo fu a dodici appena. A che punto era giunto il mondo, se i popoli sopportavano senza ribellarsi che un bambino governasse la Chiesa, se i re lo riconoscevano e i vescovi non provavano vergogna nel ricevere da lui la consacrazione, le bolle e le insegne della loro dignità! Il papato sembrava definitivamente allontanarsi dalla sua concezione originaria e la cattedra episcopale di Pietro pareva stesse diventando lo scanno di un conte; nulla per lo meno la distingueva più dalla scandalosa amministrazione dei vescovati, ai quali, dappertutto, le grandi famiglie nobili e principesche innalzavano parenti o loro creature, e a volte persino bambini. Fitte tenebre scendevano ad avvolgere la Chiesa e se c’era stato un tempo in cui Cristo aveva dormito nel suo tempio, sembrava ormai che, lasciato per sempre il santuario profanato, egli lo avesse abbandonato alla protervia di Simon Mago.

Il giovane Teofilatto era nipote dei suoi due predecessori e figlio del console e conte palatino Alberico. Morto Giovanni XIX nel gennaio del 1033, suo padre si affrettò ad assicurare alla propria famiglia i due poteri supremi; le armi e l’oro di cui disponeva gli resero il compito assai facile in quella Roma dove tutto era commerciabile e dove il clero, come attesta più tardi il pontefice Vittore IlI, viveva in condizioni di assoluta barbarie. Incontrastato, il fanciullo prese possesso del Laterano al principio dell’anno 1033 col nome di Benedetto IX. Egli aveva tre fratelli, Gregorio, Pietro e Ottaviano, il primo dei quali doveva essere maggiore di lui negli anni, poiché subito assunse la carica di patrizio. Può indurre a meraviglia che non fosse questo Gregorio a essere fatto papa; ma forse i Romani più facilmente sopportavano un bambino come vescovo che come capo del governo temporale. Tuttavia questo atto temerario dei conti di Tuscolo abbatté la potenza di questa famiglia, di cui un papa fanciullo era incapace di tenere in mano le redini. Suo fratello Gregorio fu dunque posto a capo del governo della città; ciò nonostante, per paura dell’imperatore, non poté chiamarsi patricius, ma soltanto console e probabilmente anche «senatore di tutti i Romani».

     Allorché il giovane papa sentì fremere, sul soglio di S. Pietro, le energie del proprio giovane corpo, si diede a condurre una vita esecranda. Uno dei suoi successori al pontificato, Vittore IlI, narra che a Roma Benedetto IX rubava e uccideva, e confessa di avere vergogna nel riferire le scelleratezze e le turpitudini della esistenza di lui. Un altro contemporaneo, Rodolfo Glaber, monaco di Cluny, ha dipinto l’odiosa figura di quest’uomo mostruoso sullo sfondo dell’epoca in cui visse, mentre carestie e pestilenze infuriavano per tutta Europa.
[…]
    Con Benedetto IX il papato toccò il fondo della decadenza morale. Le condizioni di Roma in quel periodo apparirebbero probabilmente peggiori di quelle dell’epoca di Giovanni XII e, forse, supererebbero in orrore quelle del periodo dei Borgia, qualora potessimo paragonare esattamente queste età fra di loro.[…]

       I Crescenzi, nel 1037, organizzarono l’assassinio di questo santo Papa ma il complotto fallì ed il Papa fanciullo riuscì a fuggire da Roma e a rifugiarsi da qualche parte che non conosciamo. Continua Gregorovius:

Rimesso sul trono nel 1038 [da Corrado II il Salico, Re di Germania, ndr] e protetto da suo fratello Gregorio, che reggeva la città come senatore dei Romani, Benedetto IX conduceva tranquillamente in Laterano una vita da sultano orientale; con la complicità della sua famiglia egli compiva ogni sorta di ruberie e di delitti nella città, dove ogni legge era ormai decaduta. Perciò, tra la fine del 1044 e il principio dell’anno seguente, il popolo si sollevò furibondo: il papa fuggì, ma i suoi vassalli difesero la città Leonina dall’attacco dei Romani; i trasteverini si schierarono dalla sua parte ed egli chiamò in aiuto amici e sostenitori. Il conte Gerardo di Galerìa [che odiava Benedetto IX perché gli aveva sedotto e sottratto la giovane figlia Riccarda, ndr] effettuò una sortita con molti cavalieri dalla parte dei Sassoni ricacciando i Romani e un terremoto sopraggiunse ad aumentare la carneficina nella città in rivolta. L’antica cronaca che narra questo episodio non dice se dopo tre giorni di lotta Trastevere venisse conquistato; essa riferisce soltanto che i Romani dichiararono all’unanimità di non voler avere più niente a che fare con Benedetto e che elessero papa col nome di Silvestro III il vescovo della Sabina, Giovanni.

Anche l’elevazione di Giovanni, però, fu dovuta al denaro con cui egli corruppe i rivoltosi e il loro capo Gerardo de Saxo, un potente romano che dopo aver furbescamente promesso a Benedetto IX la propria figlia poi gliela aveva negata. Il papa, infatti, non aveva avuto ritegno a chiedere in tutta serietà la mano di quella romana, sua parente; Gerardo lo aveva ingannato con la speranza che l’avrebbe posseduta, e gli aveva chiesto in cambio di deporre la tiara. Infiammato dal desiderio, il pontefice non si era opposto e aveva adempiuto la promessa proprio durante l’insurrezione. Una sensualità di origine infernale lo possedeva, la superstizione popolare diceva di lui che nelle foreste egli commerciava col diavolo e che attirava le donne con filtri ed incanti; e si pretendeva persino di aver trovato in Laterano i libri magici coi quali evocava i demoni. La sua cacciata, intanto, faceva avvampare d’ira la sua orgogliosa famiglia; in lui stesso il tranello di Gerardo suscitava odio feroce e brama di vendetta. Il suo partito, assai numeroso, teneva ancora Castel S. Angelo e il suo oro gli procurava nuovi amici; dopo soli quarantanove giorni di regno Silvestro III fu scacciato dal seggio apostolico e di nuovo ad esso salì il tuscolano, nel marzo del 1045 [questa seconda elezione durò dal  10.III.1045 al  1.V.1045, ndr].

    Ancora per qualche tempo dopo quei fatti, Benedetto IX mantenne il governo di Roma, mentre Silvestro III trovava riparo in qualche rocca sabina o magari in un ben munito monumento della città e continuava a farsi chiamare pontefice. Tenebre pietose scendono a coprire le atrocità di quell’anno. Odiato dai Romani, malsicuro sul trono, sempre in ansia per timore di una nuova rivoluzione, Benedetto si vede infine costretto ad abdicare. Fu l’abate Bartolomeo di Grottaferrata che lo persuase a compiere quel passo; ciò nonostante, egli vendette vergognosamente il papato per denaro, quasi fosse stato merce. Il 1 maggio 1045. in cambio di una cospicua rendita, precisamente dell’obolo inglese di S. Pietro, e con regolare contratto cedette la propria carica a Giovanni Graziano, un pio e ricco arciprete della chiesa di S. Giovanni a porta Latina, in cambio di soli 700 kg d’oro. Poteva la profanazione del più santo istituto della cristianità spingersi più oltre dopo tale vergognoso commercio? Ma il traffico delle cariche ecclesiastiche era cosi diffuso ormai in tutto il mondo, che nessuno ritenne di doversi stupire se infine persino un papa mercanteggiava il soglio di Pietro.

         Giovanni Graziano, ovvero Gregorio VI, mise da parte le leggi canoniche con un coraggio che pochissimi suoi contemporanei furono in grado di comprendere e di apprezzare. Questo papa memorabile, che comprò il papato per toglierlo dalle mani di un criminale e che in quel tempi terribili fu giudicato semplicemente uno sciocco, era forse un uomo di costumi severi e di alto sentire. […] I cluniacensi francesi e le congregazioni italiane salutarono tutti la sua elevazione come l’inizio di un tempo migliore; infatti, all’improvviso, accanto a questo papa simoniaco sarebbe comparso un giovane monaco pieno di ardimento che grazie agli eroici sforzi della sua intera vita avrebbe risollevato il papato ad altezze mai raggiunte prima d’allora. IldebrandoAldobrandeschi di Soana (paesino presso Grosseto)apparve per la prima volta sulla scena della storia a fianco di Gregorio VI, di cui era il cappellano; e questo basterebbe a dimostrare come Gregorio fosse tutt’altro che sciocco. Non sappiamo quale fosse a quei tempi l’attività di Ildebrando; né se egli avesse avuto parte nell’illegale azione del papa; tuttavia nel «vicario» di cui fanno parola i cronisti è certamente da ravvisare quel geniale giovane monaco che era il consigliere di Gregorio VI e che più tardi, in memoria riconoscente di questi, volle chiamarsi Gregorio VII.

Occorre notare che dopo Gregorio VI vi furono altri papi fantoccio fino ad una nuova elezione di Benedetto IX, dall’ottobre 1047 al luglio 1048, elezione che fu dichiarata decaduta da Enrico II di Germania che fece eleggere Papa Damaso II, probabilmente fatto avvelenare ancora da Benedetto IX. Dopo Damaso II ancora altri papi che durarono poco e furono ininfluenti fino ad un nuovo moralizzatore, Leone IX (1049-1054), che aprì la strada ad un altro grande Papa, Gregorio VII (1073-1085). Molte furono le riforme di questo Papa e, tra esse come vedremo, l’autorizzazione data a Roberto il Guiscardo di issare la croce alla testa di un esercito. Erano le prove per l’inizio della Prima Crociata che sarà avviata dal Papa francese Urbano II (1088-1099). Ho detto grande Papa riferendomi a Gregorio VII ma si deve sapere che il giudizio è relativo agli altri Papi. Anch’egli infatti aveva storie poco cristiane da nascondere. Fu sorpreso infatti in flagrante adulterio con una giovane serva di un monastero; fece strangolare la sua governante Beatrice in una notte di follie libertine; fu egli stesso un impenitente libertino noto per i suoi amori scandalosi con la contessa Matilde; curò un’ulcera all’ano del sodomita Ubaldo, vescovo di Montoue, applicandogli nella parte ferita la mitra papale. Insomma un personaggio con ogni merito per essere fatto santo.

Un evento straordinario era intanto accaduto tra la Chiesa di Roma, con Papa Leone IX, e quella di Costantinopoli, guidata dal Patriarca Michele I Cerulario: nel 1054 le due Chiese erano arrivate ad una definitiva rottura consumando il Grande Scisma che era andato maturando in vari secoli su due questioni fondamentali, il Primato non riconosciuto della Chiesa di Roma e l’inserimento in Occidente della parola filioque nel Credo niceno (si tratta della natura attribuita allo Spirito Santo che

nella religione ortodossa d’Oriente è “qui ex Patre procedit”, mentre nella cattolica romana è “qui ex Patre Filioque procedit“. Si veda in proposito il mio La Chiesa … dopo Gesù).

1 – 2 – VERSO LE CROCIATE

A margine del Concilio di Clermont Ferrand del novembre del 1095, uno dei tanti Concili che Urbano II convocava per tentare di unificare una Chiesa che si divideva tra papi ed antipapi, tra famiglie in continua guerra tra loro e con vere o presunte minacce esterne alle quali da poco si erano aggiunte quelle dell’Islam, il Papa arringò la folla accorsa per udirlo. A proposito delle minacce dell’Islam riporto quanto scrive Cammarosano:

Nel secondo quarto del secolo IX gli eserciti islamici iniziarono una pressione militare continua, mirando allo stanziamento e al dominio politico, e concentrando sulla Sicilia il loro sforzo. L’obbiettivo erano come di consueto le città. Palermo fu presa nell’831 e sarebbe diventata la capitale della colonia musulmana di Sicilia, formalmente dipendente dall’ emirato aglabita d’ Africa [situato nell’odierna Tunisia e con capitale l’antica Kairouan (Qayrawan), ndr] ma con la fondamentale tendenza di sovranità che caratterizzava oramai da tanto tempo ognuna delle regioni sulle quali si estendeva l’Islam. Poi gli Agareni [come sono detti nei testi latini perché fantasticamente fatti discendere dalla biblica Agar. In ogni caso le parole “arabi, saraceni, mori, turchi e berberi” erano utilizzate senza alcuna distinzione ed indicavano i soldati musulmani che, a partire dal VII secolo, solcavano il Mar Mediterraneo alla ricerca di bottini. La parola “saraceno” che noi troviamo nei libri di storia, designava inizialmente un popolo della penisola del Sinai per indicare, in seguito, tutti i popoli arabi, ndr] combinarono una logorante e incerta guerra nell’isola con puntate frequenti sul continente, impadronendosi di Taranto nell’836, incendiando Brindisi nell1’838, ponendo loro teste di ponte ad Agropoli e verso la foce del Garigliano, devastando la Campania e la Calabria, saccheggiando le Puglie negli anni 840-870. Bad, assalita una prima volta fra 840 e 841, fu occupata stabilmente nell’847 e sarebbe divenuta base delle gesta di Sawdan, il capo musulmano più celebrato per ardimento, ferocia e scaltrezza nelle narrazioni cristiane del tempo. Nel maggio dell’878 cadeva finalmente Siracusa, la città più importante di Sicilia e quella per la quale più a lungo si era combattuto.

Si andò avanti così per anni finché non si fece strada l’idea di tagliare alla radice questa calamità.

Il discorso appassionato del Papa Urbano II a Clermont, diretto all’intera cristianità, prima si soffermò sulla da lui definita orrenda situazione vissuta dai cristiani a Gerusalemme: “Abbattono gli altari dopo averli sconciamente profanati, circoncidono i cristiani e il sangue della circoncisione o spargono sopra gli altari o gettano nelle vasche battesimali; e a quelli che vogliono condannare a una morte vergognosa perforano l’ombelico, strappano i genitali, li legano a un palo e, percuotendoli con sferze, li conducono in giro, sinché, con le viscere strappate, cadono a terra prostrati. Altri fanno bersaglio alle frecce dopo averli legati ad un palo; altri, fattogli piegare il collo, assalgono con le spade e provano a troncare loro la testa con un sol colpo. Che dire della nefanda violenza recata alle donne, della quale peggio è parlare che tacere?”. Quindi partì dall’elemento che gli stava più a cuore: i cristiani d’Occidente si facevano continue e crudeli lotte tra loro, non era più opportuno combattere gli infedeli? I briganti si facciano soldati, chi ha lottato contro i fratelli lotti contro i barbari, chi è stato mercenario avrà una più grande mercede guadagnando per sé la salvezza eterna. Tutti i balordi erano riconquistati alla fede se in lotta contro il nemico: “Insorgete, puntate le vostre armi grondanti di sangue fraterno contro i nemici della fede cristiana. Voi, oppressori di orfani e vedove, voi, assassini e profanatori di chiese, voi ladri degli altrui beni, voi, che siete pagati per versare sangue cristiano, che come avvoltoi siete attirati dal fetore dei campi di battaglia: affrettatevi se amate l’anima vostra, a muovere al comando di Cristo in difesa di Gerusalemme. Voi tutti che commetteste tali delitti da essere esclusi dal regno dei cieli, riscattatevi a questo prezzo, poiché questo è il volere di Dio …”. E da ultimo l’esortazione a partire, ad armarsi per combattere gli infedeli profanatori dei luoghi santi: “Non vi trattenga il pensiero di alcuna proprietà, nessuna cura delle cose domestiche, ché questa terra che voi abitate, serrata d’ogni parte dal mare o da gioghi montani, è fatta angusta dalla vostra moltitudine, né è esuberante di ricchezza e appena somministra di che vivere a chi la coltiva. Perciò vi offendete e vi osteggiate a vicenda, vi fate guerra e tanto spesso vi uccidete tra voi. Cessino dunque i vostri odi intestini, tacciano le contese, si plachino le guerre e si acquieti ogni dissenso ed ogni inimicizia. Prendete la via del santo Sepolcro, strappate quella terra a quella gente scellerata e sottomettetela a voi: essa da Dio fu data in possessione ai figli di Israele; come dice la Scrittura, in essa scorrono latte e miele. Gerusalemme è l’ombelico del mondo, terra ferace sopra tutte quasi un altro paradiso di delizie; il Redentore del genere umano la rese illustre con la sua venuta, la onorò con la sua dimora, la consacrò con la sua passione, la redense con la sua morte, la fece insigne con la sua sepoltura. E proprio questa regale città posta al centro del mondo, è ora tenuta in soggezione dai propri nemici e dagli infedeli, è fatta serva del rito pagano. Essa alza il suo lamento e anela ad essere liberata e non cessa d’implorare che voi andiate in suo soccorso”. E “quando andrete all’assalto dei bellicosi nemici, sia questo l’unanime grido di tutti i soldati di Dio: «Dio lo vuole! Dio lo vuole!»”.

Da questo discorso accorato di Urbano II, non senza enormi difficoltà, ebbero inizio i due secoli di Crociate [alle quali accennerò in un successivo capitolo]. Sarebbe iniziata nel 1096 la Prima Crociata, uno dei più orrendi massacri della storia dell’umanità che seminerà per oltre duecento anni morte e distruzione non solo nel campo avverso ma anche tra cristiani che differivano per qualche dogma o per qualche funzione liturgica. Dio lo voleva ? La chiamata della Chiesa fu accolta con entusiasmo e la cosa era abbastanza strana in una Europa alla fame che non era ancora nella fase di ripresa che sarebbe presto venuta. I disastri annunciati per il passaggio del millennio e quelli reali erano alla base di questa conversione fondamentalista. Sembrava si fosse scampato il pericolo della fine del mondo ma la carestia che portava fame dappertutto, i proprietari terrieri feudali che premevano con lo sfruttamento sui contadini, le grandi migrazioni dal Nord al Sud d’Europa con tutti gli scompensi connessi, non potevano essere segnali che annunciavano peggiori calamità se non si fosse fermata l’avanzata del Diavolo liberando i Luoghi Santi ? Su questo predicavano e premevano i monaci di Cluny che magnificavano quelle calamità come segnali di Dio che avrebbero permesso la salvezza dell’umanità. A questo richiamo accorsero da ogni parte migliaia di persone che più oltre definiremo (successivamente vi sarà anche una crociata di bambini che si perderà in giro per l’Europa). Ed erano i papi che si susseguirono a trovarsi dietro le inenarrabili mattanze e che per la prima volta avevano fatto un uso indegno della croce sovrapponendola ad un esercito combattente, la Militia Christi.

Mai come ora è però il caso di dire che occorre essere tranquilli perché, morto un Papa criminale, se ne fa subito un altro, anzi più d’uno. Infatti era già in gestazione tra questi vicari di Cristo (sic !) una crociata da scatenare in Europa, contro l’eresia catara.

1 – 3 – LE CROCIATE

Già abbiamo visto che sul  finire  del  Primo  Millennio  l’Italia  era  territorio  di  conquista  per  i  più differenti  eserciti.  Risultava  frammentata  in  diversi  possedimenti  che  andavano cambiando  abbastanza  frequentemente  e  rapidamente. Alcuni  principati,  sia  al  Sud che al Nord d’Italia, si erano fortificati e sembrava dovessero diventare stabili. In Italia era poi divenuta stanziale una forte presenza longobarda a Nord e normanna al Sud. La Chiesa continuava a ricercare il miglior protettore che comunque non doveva  discuterne  l’autonomia.  Il tutto era però diretto da  varie  potenze  straniere,  alcune  delle  quali  declinavano  ed altre  emergevano.  Tra queste vi erano  le  potenze  imperiali  franca  e  bizantina,  la prima delle quali sostituita o appannata dalla potenza germanica.

E’ interessante leggere come il  fine millennio viene descritto da Gregorovius:

Le  lunghe  guerre  tra  la  corona  e  la  tiara  avevano precipitato  l’impero  in uno stato  di miseria  indescrivibile  e  le  passioni  partigiane,  contaminando  tutte  le sfere  della  società,  avevano  ispirato  odi  contro  natura  e  causato  discordie  e colpe  senza  numero.  La  defezione  di  Corrado  [il  figlio  di  Enrico  IV  che, disgustato dal padre, era passato sotto la protezione di Matilde di Canossa e del Papa, ndr], traditore del proprio stesso padre, non era che l’orrendo simbolo in cui l’intero genere umano,  in quell’epoca, poteva riconoscere se stesso, poiché ovunque  il  padre  insorgeva  contro  il  figlio,  il  fratello  contro  il  fratello,  il principe contro il principe, e contro il vescovo si schierava il vescovo, contro il papa un altro papa. Nella vita degli uomini si operò una scissione così profonda che  mai  se  ne  era  vista  l’uguale  nella  storia;  essa  sembrò  dilacerare  il cristianesimo stesso e  fiaccare  la  forza gloriosa dei suoi misteri.  Il mondo era immerso nelle  tenebre di una maledizione mortale; dove era più  il Redentore, grazia e benedizione dell’uomo? Se Cristo  fosse  tornato allora sulla  terra, con grande  stupore  avrebbe  constatato  che  la  religione  dell’amore  da  lui  stesso predicata si era tanto allontanata dalla freschezza delle origini da essere ormai irriconoscibile,  e  con  meraviglia  Pietro  avrebbe  trovato  i  suoi  successori nell’incarico apostolico  tutti  indaffarati a erigere un  trono cesareo sulle  rovine di Roma,  sopra  il  suo  stesso  sepolcro,  e  avrebbe  sentito  il pontefice definirsi Pontifex Maximus, al pari di un antico romano. 

Passato  l’anno 1000  e  constatato  che  tutto  seguiva  allo  stesso modo vi  fu una sorta di  spirito di  ripresa che coinvolse  tutti  tanto da portare  l’intera Europa ad una situazione  economica  favorevole  in  connessione  con  la  prima  rottura  della  società feudale  e  l’espansione  a  molti  piccoli  contadini  della  proprietà  terriera.  In concomitanza  con  questa  crescita  economica  europea  iniziò  una  crisi  della  potenza orientale:  sia  l’Impero Bizantino  che  quello  arabo  si  sfaldavano  e  cadevano  sotto  i colpi dei Turchi. E’ questa  situazione di accresciuta potenza occidentale  a  fronte di perdita di potenza orientale che sarà alla base degli avvenimenti che prenderanno  le mosse all’inizio del nuovo Millennio.

A  partire  dalla  fine  del Millennio  i  cristiani  di Occidente  avevano  iniziato  a praticare  pellegrinaggi  in  Terra  Santa.  Questa  pratica  era  iniziata  nel  IV  secolo sull’onda della visita in Terra Santa della madre di Costantino, Elena, ed aveva avuto impulso  dallo  stesso  Costantino  al  fine  di  rendere  popolare  la  nuova  religione.  In determinate epoche divenne un affare di moda il recarsi e stabilirsi in Palestina (San Gerolamo, ad esempio, che si stabilì alla fine del IV secolo in quelle terre seguito da molte ricche nobildonne romane; l’Imperatrice bizantina Eudossia, altro esempio, che per curarsi di  incomprensioni a corte verso  la metà del V secolo si stabilì da quelle parti  con  vari  aristocratici  di  corte).  In  questi  primi  anni,  ancora  sulla  scorta dell’operato  di  Elena,  iniziarono  le  raccolte  di  reliquie  che  presto  divennero  un gigantesco  affare  per  tutti  con  infinite  truffe  a  latere  (Eudossia  avrebbe  trovato,  e profumatamente  pagato,  addirittura  una  immagine  di Maria  dipinta  dall’evangelista Luca  !).  In  questa  stessa  epoca  si  iniziò  a  diffondere  il  culto  dei  santi.  Esso  era associato a miracoli che alcune reliquie avrebbero fatto o ad altri miracoli ottenuti per essersi  recati  a  visitare  determinate  tombe.  Tra  i  primi  a  sostenere  la  realtà  dei miracoli di  alcune  reliquie  e/o  corpi di  alcune  persone  furono  i  poeti Prudenzio  ed  Ennodio  (V  secolo).  E’  del  tutto  evidente  che  con  il diffondersi  della  notizia  del miracolo,  molte  persone  si  recassero  in  quei  luoghi  sia  per  ottenerlo,  sia  per appropriarsi di qualche reliquia da portare nel santuario del luogo d’origine. Il portare in patria il dito di un dato santo invogliava gli abitanti della regione in cui il dito era esposto ad andare a vedere  i luoghi da cui proveniva e magari vedere  l’intero corpo restante  (se  già  non  suddiviso  in  molti  pezzi).  Insomma  macabri  pellegrinaggi  si sostituirono a quelli di semplice e pure fede. Comunque, fino alle Crociate, le reliquie più importanti della cristianità erano localizzate nei luoghi santi ed a Costantinopoli. Il pellegrinaggio subì un importante rallentamento a seguito di due fattori: da un lato l’Occidente  impoverito  e  dall’altro  le  scorribande  dei  pirati  Vandali  che  resero insicure le rotte. Dopo la conquista di quelle terre da parte del’Islam,  nonostante non fosse impedito dagli arabi, il pellegrinaggio restò una pratica non molto frequente per i motivi suddetti che permanevano. Inoltre  l’insicurezza dei viaggi era cresciuta, per svariati cambiamenti geopolitici e per nuovi pirati arabi aggiuntisi agli altri, come era cresciuta  la  loro durata ed  il conseguente costo. Ma  intorno al 950 e 1100 ci  fu un importante  rinascimento  religioso,  sull’onda del misticismo  indotto dai monasteri di Cluny  e  della  Borgogna  che  fomentarono  ed  organizzarono  molti  pellegrinaggi anche  perché  erano  diventati  pene  canoniche  inflitte  a  ricchi  peccatori  (non  si indicava  quasi mai  la  destinazione ma  era  il  peccatore  che  sapeva  che  a maggior peccato  serviva  un  pellegrinaggio  più  oneroso  e  così  invece  di  Santiago  de Compostela  si  recava  in  Palestina). La  vita  ascetica,  che  faceva  parte  della  pratica  religiosa  di  alcuni  monasteri cristiani,  non  era  una  soluzione  praticabile  per  tutti  i  fedeli.  Risultava  difficile  ad esempio  per  coloro  che  avevano  responsabilità  pubbliche  o  semplicemente  erano lavoratori  che  dovevano  alimentare  le  famiglie.  Una  alternativa  alla  vita  ascetica poteva quindi essere il pellegrinaggio verso i luoghi sacri. L’altra alternativa e cioè le pene  che  venivano  comminate  per  redimersi  dai  peccati  (digiuno  a  pane  acqua, pubblica  umiliazione)  mal  si  adattavano  a  orgogliosi  e  fieri  cavalieri  ma  anche  a persone più umili ma orgogliose. Una  facilitazione  al  pellegrinaggio  si  ebbe  sul finire del X secolo, con la conversione dei sovrani di Ungheria al Cristianesimo. Ciò rese praticabile la via di terra, meno costosa anche se più  lunga. Il pellegrino non si spostava quasi mai da  solo ma associava a  sé per  il viaggio una pletora di poveri e bisognosi per espiare ancora di più a suon di denaro. L’ultimo famoso pellegrinaggio di un relativo gran numero di persone fu quello del 1033  in corrispondenza del millenario della morte di Gesù. Dopo questa data fu sempre più difficile raggiungere la Palestina per l’avanzata dei  Turchi  sia  in  terre  bizantine  che  arabe.  Da  questo momento  si moltiplicarono  racconti  di  aggressioni  e  rapine  sui  pellegrini  ed  i Turchi,  che  avevano  finalmente occupato  (1076)  le  terre  arabe  di Siria  e Palestina,  imposero  tasse  elevatissime  per entrare  nei  luoghi  santi  che  restavano  per  loro  una  fonte  d’ingresso  di  denaro importantissima. Episodi di  intolleranza vi erano stati anche con gli arabi ma erano sempre  stati marginali.  Si  pensi  ad  esempio  che mentre  i  pagani  furono  costretti  a convertirsi,  ciò  non  accadde  né  per  ebrei  né  per  cristiani.  Con  i  Turchi  le  cose peggiorarono  a  causa  del  fatto  che  i  pellegrini  erano  ritenuti  essere Bizantini,  loro nemici  acerrimi.  In  realtà  nessuno  avrebbe  potuto  distinguere  tra  quelle  masse  di persone  quali  fossero  Bizantini  e  quali  di  altra  etnia  europea.  Neanche  i  cristiani sapevano  distinguere  e  quando  scendevano  sempre  più  numerosi  in  quelle  terre  si dilettavano  negli  eccidi  di  Turchi  ma  anche  di  Bizantini  in  quanto  cristiani  non ossequienti al Vescovo di Roma ma al Patriarca di Costantinopoli ma anche perché il loro sentire  religioso era più vicino agli arabi che non alla Chiesa di Roma.  In ogni caso  i  fatti  di violenza  sono  certamente veri  (e non dissimili  da quanto  accadeva  a qualunque  viaggiatore  cristiano  in  qualunque  Paese  cristiano)  ma  sulla  effettiva ampiezza e risonanza di essi molti storici sollevano fondati dubbi. Anche all’epoca la propaganda tendeva ad esaltare determinate notizie e a nasconderne delle altre e tra le notizie da  esaltare vi  era  la  ferocia dei Turchi. Comunque,  in  quello  stesso  1055,  i Bizantini  si  rivolsero a Venezia per chiedere aiuto contro  le minacce  turche al  loro regno  e  piano  piano  si  fece  strada  l’idea  che  anche  l’Occidente  cristiano  nel  suo insieme dovesse temere una invasione. 

Un  evento  straordinario, al quale ho già accennato,  era  intanto  accaduto  tra  la Chiesa  di Roma  con  Papa Leone  IX  e  quella  di Costantinopoli  guidata  dal  Patriarca Michele  I Cerulario:  nel 1054  le  due Chiese  erano  arrivate  ad  una  definitiva  rottura  consumando  il Grande Scisma. 

Nel 1081 salì al  trono d’Oriente, ormai  in balia dei Turchi Selgiuchidi  (dinastia turca che trae il suo nome dal loro condottiero Seljük morto intorno all’anno 1000), Alessio I Comneno che  aveva  nei  suoi  progetti  la  riconquista  dell’Asia Minore  cosa  che  sarebbe  stata impossibile senza l’aiuto dei regni d’Occidente. Al fine di ottenere il desiderato aiuto al piano di riconquista, Alessio I inviò degli ambasciatori in Occidente che giunsero a Piacenza nel marzo del 1095, mentre era in corso un Concilio diretto da Papa Urbano II  (1088-1099).  In  tale  consesso  gli  ambasciatori  fecero  presente  la  difficilissima situazione dell’Impero d’Oriente minacciato  sempre più dai Turchi  che già  avevano conquistato grosse fette dei suoi territori. In questa occasione Urbano lanciò solo un messaggio  ai  cristiani  italiani,  franchi  e  normanni  che  li  esortava  ad  intervenire  in aiuto dei  confratelli d’Oriente. Ma vi erano già state esortazioni del genere che sembravano sempre dettate da fatti contingenti e non da una politica precisa ed anche stavolta il tutto sembrò cadere nel nulla.

Cerchiamo ora di capire  i  motivi  economico  politici  che mossero l’insieme degli eventi.

Occorre  intanto  ricordare  che  sull’onda  degli  entusiasmi  del  mondo  che continuava ad esistere, agli inizi e durante l’XI secolo si ebbero enormi avanzamenti tecnologici (in campo agricolo, in quello della navigazione, nello sfruttamento dell’energia dell’acqua fluente e nell’introduzione empirica dei primi elementi di chi,mica pratica) che resero più “facile” la vita. L’insieme  di  queste  realizzazioni  fatte  con fatica comportò il miglioramento delle condizioni di vita ed un relativo benessere che si  estese  per  i  vari  territori.  La  popolazione  aumentò  ed  in  conseguenza  si ripopolarono  le  campagne  con  effetti  a  catena:  nuove  terre  dissodate,  nuove piantagioni,  prosciugamento  di  paludi  e  disboscamenti  per  conquistare  terra, creazione di canali, di strade, … Si stabilirono regole tra il proprietario terriero ed il contadino che le aveva in gestione. La terra in dotazione inizialmente era in quantità sufficiente per  far vivere un gruppo  familiare ma con  le  suddivisioni  successive  tra figli si arrivò ad una tale parcellizzazione che presto dalle campagne si ritornò in città per  trovare  qualcosa  da  fare  per  sopravvivere.  Il  feudo  si  disfaceva  e  nascevano  i Comuni e con essi si ebbe una ripresa dei commerci che generò una borghesia che si poneva  come  strato  intermedio  tra  nobiltà  e  clero  da  una  parte  e  poveri  contadini dall’altra.

Anche  la Chiesa  ebbe  qualche  sussulto  con  l’elezione  di  Papa Gregorio VII (1073-1085). Ciò comportò un durissimo scontro con  l’Imperatore Enrico  IV e dette origine  alla  guerra  delle  investiture  che  iniziò  con  la  nomina  nel  1075  del  nuovo arcivescovo di Milano, nella persona di Tedaldo, suo cappellano, e con le interferenze imperiali nello stesso clero italiano, con il tentativo di costruire un nucleo di avversari di Gregorio. A ciò  rispose subito Gregorio stabilendo che nessun membro del clero poteva ricevere l’investitura dalle mani dell’imperatore e, nel Dictatus Papae proprio del 1075, affermò la supremazia del Papa su qualsiasi autorità terrena: unicamente il Papa  è  in  grado  di  confermare  o  di  contestare  imperi,  regni,  ducati,  contee  ed  in genere i possedimenti di tutti gli uomini, di darli e di toglierli, e il tutto sulla base di meriti  di  ciascuno. Gregorio VII intraprese  un’azione  ad  ampio  raggio  scrivendo  a tutte  le  persone  che  avevano  importanti  responsabilità  in  Europa  al  fine  di  avere sostegno per l’opera di riforma che si riprometteva di avviare affiancata da quella di riconquista  alla  Chiesa  dei  possedimenti  che  riteneva  di  sua  proprietà. Ebbe il sostegno ufficiale dell’Imperatore Enrico IV del Sacro Romano Impero, anche se da quelle  parti  non  avevano  gradito  un’elezione  nella  quale  non  avevano  potuto  dare indicazione  i  tedeschi.

Il Dictatus Papae, la pretesa cioè della Chiesa di mettere bocca su ogni nomina sia ecclesiastica che civile, la rivendicazione cioè della supremazia del Papa su qualsiasi autorità terrena, aprì uno scontro violento con Enrico IV. Quest’ultimo inviò a Gregorio una dichiarazione di disobbedienza, sottoscritta da quasi tutti i vescovi tedeschi e lombardi, ritenendolo non più degno di occupare quel posto. Gregorio rispose con la solenne scomunica di Enrico IV e di tutti coloro che avevano firmato  la  disobbedienza. Enrico  IV  si  adirò  violentemente ma  si  rese  conto  che  il popolo sosteneva il Papa anche perché sembrò che l’ira divina si abbattesse su di lui attraverso i suoi sostenitori che in breve tempo morirono in quantità. Ciò provocò la diffusione di una paura  superstiziosa che  fece  levare contro Enrico  IV vari principi tedeschi  che già non lo apprezzavano. Dopo varie vicende, Enrico IV chiese perdono al Papa a Canossa. Ma tentò ancora di far valere la sua autorità. Ma né popolo né principi erano più con  lui. Lo cacciarono con la benedizione papale  ed  elessero  Imperatore Rodolfo, Duca  di Svevia e  cognato  di Enrico. Da questo momento si accavallarono una quantità di eventi che videro: Enrico nominare un altro Papa, Clemente III, che scomunicò Gregorio; Enrico che arrivò a Roma con un suo esercito e si fece incoronare di nuovo Imperatore da Clemente III (mentre Gregorio era rifugiato a Castel Sant’Angelo); Gregorio che chiese aiuto al normanno Roberto il Guiscardo che, anche se con ritardo, arrivò a Roma, cacciò Enrico (mentre Clemente si rifugiò a Tivoli), saccheggiò la città e prese in ostaggio Gregorio portandolo a Salerno dove morì (1085).

Dopo  Gregorio  VII  fu  eletto  Papa  un  benedettino  da  tutti  riconosciuto come  un  sant’uomo  (Gregorio  aveva  indicato  tre  possibili  successori  ma  la  corte pontificia, conoscendo  il  forte carattere di questi, per non ripetere  l’esperienza di un Papa  che  faceva  tutto  lui  con  serietà  e  senza  corruzioni,  decisero  per  un  candidato diverso). Il momento era delicato e solo in questo modo sarebbe stato possibile avere una tregua intorno al trono pontificio e rimettere in moto ogni imbroglio. Anche qui, per acclamazione, fu eletto Desiderio di Montecassino che assunse  il nome di Papa Vittore  III  (1086-1087)  ma  desiderio  non  voleva  saperne  di  fare  il  Papa  perché preferiva una vita  ritirata di preghiera e  lavoro piuttosto che entrare nelle sarabande pontificali.  Una  volta  eletto  Vittore  si  dimise  allontanandosi  da  Roma,  dove ricomparve l’antipapa Clemente III che resterà come una presenza ineliminabile fino al 1100. Vittore sosteneva che il Papa doveva essere eletto secondo le modalità ormai stabilite.  Fu  accontentato  e  risultò  eletto  in  un  Sinodo  a  Benevento  (Roma  era impraticabile perché occupata da Clemente  III) ma di  fatto  fu Papa per  soli 4 mesi preferendo  ritirarsi  nel  suo  eremo  di  Montecassino  (nel  Sinodo  Clemente  III  fu scomunicato,  fu  rinnovato  il  divieto  all’investitura  laica  e  si  iniziò  ad  impostare  la campagna contro  i Saraceni  in Africa). E proprio su questa  importante questione vi furono  avvenimenti  che  accaddero  sotto  il  suo  Papato  che  meritano  di  essere ricordati. Quella  corte  pontificia,  che  si  era  in  gran  parte  sostituita  alla  prepotenza nobiliare  (ma  in  realtà  era  la medesima  cosa perché  tra  quei vescovi  e  cardinali  vi erano  i  rappresentanti  dei  nobili),  decise,  così  sembra,  all’insaputa  del  Papa,  una spedizione contro i musulmani.

Alla morte di Vittore  seguirono  scontri violenti  tra  le  famiglie nobili  a Roma, scontri che  interessarono anche  i Normanni,  i Lombardi e  l’Impero di Augusta. Era tutto  tornato  come  prima  con  attori  che  via  via  cambiavano  sulla  scena  recitando sempre  la  stessa parte. La novità  era quella della  lotta  contro  i musulmani  contro  i quali la Chiesa tentò di riconquistare l’unità dei cristiani. L’operazione inizierà, come vedremo, con Papa Urbano II, successore di Vittore, che ebbe buon gioco ad indicare i  musulmani  come  un  pericolo  onnipresente  e  continuamente  agente  contro  terre cristiane. Si susseguivano incursioni improvvise e sempre più massicce in imprecisati territori. Episodicamente si poteva avere un qualche successo come quando nell’871 il franco Ludovico II riuscì a strappare Bari all’occupazione saracena. Ma Ludovico fu fatto arrestare (morì poi nell’875) per altre vicende dal principe di Benevento Adelchi ed  i  Saraceni  ripresero  a  fare  razzie:  gli  attacchi  da  Saraceni  stanziati  in  Puglia riguardarono  le  coste  dalmate;  con  una  scorribanda,  nell’841,  fu  incendiata Capua; nell’878  Siracusa  fu  conquistata  dai  musulmani;  nell’880  fu  distrutto  l’eremo  di Montecassino e saccheggiata  la cittadina di San Vincenzo al Volturno;  … Come già detto  si  tratta  di  un  quadro  intricatissimo  di  guerre  e  devastazioni,  di  alleanze composte,  violate  e  ricomposte,  attraverso  le  quali  si  inserivano  vari  conquistatori, non  ultimi  i  Saraceni.  Sul  finire  del  IX  secolo  avevano  conquistato  quasi  tutta  la Sicilia  (resistevano  ancora Taormina,  che  cadrà  nel  902,  e Rometta,  che  cadrà  nel 963.  Da  qui  partirono  assalti,  oltreché  a  coste  italiane,  a  possedimenti  francesi  e bizantini. Particolarmente di mira furono prese Creta, Cipro, Sardegna e Corsica dove giovani,  donne  ed  uomini  furono  catturati  per  essere  immessi  nel  mercato  degli schiavi. Questo stillicidio del terrore fu per qualche  tempo fermato da una iniziativa di  Papa Giovanni X  e  del Re  d’Italia Berengario  insieme  ad  altri  principi  del  Sud (Capua, Salerno e Benevento) che nel 915 scacciarono i Saraceni dal Garigliano.

Si andò avanti così per anni finché non si fece strada l’idea di tagliare alla radice questa calamità. Già sotto Gregorio VII vi era stata una pre-crociata  (1081) guidata dal  normanno  Roberto  il  Guiscardo  che,  per  la  prima  volta  nella  storia,  ebbe  il permesso dal Papa di  issare la croce come simbolo di un esercito. Altra pre-crociata fu  appunto  quella  che  nacque  sotto  Papa Vittore  III  (1087)  e  fu  realizzata  da  una coalizione di Repubbliche Marinare, con particolare impegno pisano. Le cronache di Montecassino  raccontano  che questa  spedizione  fu promossa da Papa Vittore  III,  il benedettino  che  proveniva  da  quel  monastero.  Cronache  arabe  e  normanne aggiunsero particolari di  tipo economico: i pisani ebbero dall’emiro Tamîn una forte somma di denaro perché lasciassero liberi i territori tunisini che avevano occupato ed in  particolare  la  città  di  Mehdia,  roccaforte  della  flotta  saracena,  che  era  stata conquistata e saccheggiata. Con il bottino di guerra fu costruita la cattedrale di Pisa. E  erano  anche  iniziate  da  parte  di Gregorio VII  altre  gestioni  del  problema  Islam. Poco  oltre  il  1070  Gregorio  scrisse  ai  principi  (Aragona,  León  e  Navarra)  che operavano  (o  erano  in  procinto   di  farlo)  alla  Reconquista  dei  territori  spagnoli occupati  da  islamici  ricordando  loro  che  il Regno  di Spagna  era  pertinenza  di San Pietro  in  base  ad  un  antico  e  consolidato  diritto  (Gregorii  VII,  Registrum,  I,  7). Naturalmente non spiegava  l’origine di  tale diritto supponendo che esso discendesse ancora  dalla  falsa  Donazione  di  Costantino  e  (forse)  dalla  cessione  della  penisola iberica ai Visigoti (411), completamente cristianizzati nel 589. Siamo comunque in un’epoca  in  cui  l’Islam  esauriva  la  sua  carica  rivoluzionaria  e,  parallelamente,  la Chiesa di Gregorio passava dalla fuga dal mondo alla conquista cristiana del mondo. La  questione  sollevata  da Gregorio,  il  diritto  della Chiesa  sul Regno  di  Spagna, fu ripresa da Papa Urbano II che sollecitò a più riprese i Re cristiani alla riconquista di terre in mano islamica. A tal fine, nel 1090, convocò un Concilio a Tolosa nel quale venne  deliberato  di  inviare  una  delegazione  a  Toledo  perché  vi  fosse  restaurato  il Cristianesimo.  Intanto,  nel  corso  dell’XI  secolo  i  Normanni  avevano  occupato  la Sicilia  scacciando  i Saraceni.  Il  secolo XI vide una generale decadenza della spinta propulsiva che gli arabi avevano avuto a partire dai tempi di Maometto (VI secolo). A tale  declino  si  accompagnò  però  l’avanzata  tumultuosa  di  popolazioni  di  origine mongola,  i  Turchi,  convertiti  all’Islam  nel  secolo  X  ed  arrivati  al  Mediterraneo attraverso  la  conquista  di:  Persia,  Mesopotamia,  Siria,  Palestina  e  Gerusalemme (1070),  luoghi  santi,  ed  attaccando  a  più  riprese  ciò  che  rimaneva  dell’Impero Bizantino (sconfitto duramente nel 1071 nella battaglia di Manzicerta). Già nel 1073 Gregorio  VII  si  fece  promotore  di  una  spedizione  contro  i  Turchi  che  non  ebbe seguito per  le violente  lotte che  i cristiani amavano  fare  tra  loro, questa volta per  le citate investiture e per  lo scontro  in atto  tra  il Papato ed Enrico  IV,  il giovane  Imperatore del Sacro Romano Impero.

Nonostante quanto or ora detto le motivazioni che portarono alle Crociate non sono così semplici. Ne abbiamo conferma da quanto acutamente scrivono Tabacco e Merlo:

Appare ormai sufficientemente accertato che  le  tradizionali  ragioni  invocate a spiegazione della  crociata  –  accresciute violenze  contro  i pellegrini  europei  e richiesta di aiuto da parte di Alessio I Comneno [Imperatore bizantino dal 1081 al 1118, ndr] a seguito dell’avanzata dei Turchi selgiuchidi – siano motivazioni enfatizzate «a posteriori». La conquista turca non rallenta di molto la frequenza dei  pellegrinaggi verso Gerusalemme:  contribuisce  a meglio organizzarli  e disciplinarli,  talvolta  persino  ad  armarli [si deve comunque tenere conto che fino all’XI secolo  i pellegrinaggi  furono un  fenomeno abbastanza  limitato, per l’insicurezza generale e anche per una certa diffidenza da parte della  stessa Chiesa: essi andavano oltre il controllo delle diocesi, che era saldamente territoriale, e non era gradito  dagli  ordini  monastici.  Essi  inoltre  sostenevano  in  genere  che  la  propria “Gerusalemme” andasse trovata nel cuore di ogni cristiano, piuttosto che nel viaggio. In  seguito  la Chiesa  riconobbe  nel  pellegrinaggio  un’esperienza  fondamentale  della vita  religiosa  e  lo  disciplinò, ndr]. L’imperatore  di  Bisanzio,  dal  canto suo,  richiede  l’aiuto  militare  dell’Occidente  non  solo  per  la  difesa  dell’Asia Minore e  il  recupero di Antiochia  [occupata dai Turchi Selgiuchidi nel 1084, ndr], ma per  riavvicinarsi a Roma, dopo  la crisi che dal 1054 si agitava  tra  la chiesa greca e quella latina, al fine di fronteggiare il pericolo dei Normanni che nel 1082 erano penetrati profondamente nella penisola ellenica. 

Le  ragioni  della  crociata  non  sono  nell’Oriente  islamico,  sono  interne  alla cristianità  occidentale,  all’incrocio  di  tendenze  e  tensioni  non  facilmente conciliabili fra loro, quali l’esuberante e disordinato sviluppo di una società, la volontà di inquadramento e di direzione espressa dalle istituzioni ecclesiastiche –  e  in  primo  luogo  dal  papato  -,  l’affermazione  di  un  vasto  ceto  che  nell’uso delle armi trovava la sua ragion d’essere, la ricerca della pace come condizione necessaria all’ordinato svolgimento della vita civile e religiosa.  Proprio  dal movimento  delle  «paci  di Dio»(5) occorre  prendere  le mosse  per rintracciare  quelle  esigenze  che  la  crociata  porterà  alla  loro  compiutezza. La «pace  di  Dio»  svolge  progressivamente  la  funzione  di  isolare  le  violenze militari  nel  settore  del  popolo  cristiano  dedito  alle  attività  belliche,  poiché  i concili  episcopali  garantiscono,  sotto  minaccia  di  sanzioni  spirituali,  la protezione  divina  su  chiese,  chierici  e monaci,  e  «poveri»,  cioè  i  disarmati: siano essi contadini, mercanti, pellegrini, donne. Un isolamento che, nel secolo XI diviene limitazione sempre più ampia dell’esercizio della guerra, considerata come  fonte  di  peccato:  uccidere  un  cristiano,  significa  spargere  il  sangue  di Cristo. La «pace di Dio» si dilata a «tregua di Dio». E se  le  idee di pace non giungono certo a eliminare la guerra in Occidente, ottengono però il risultato di orientare  parte  dell’aggressività  dei  cavalieri  all’esterno  della  societas christiana.  L’unica  finalità  dell’uso  delle  armi  moralmente  e  religiosamente accettabile è  il  loro  impiego,  in coerenza con  la missione pur  ricevuta da Dio che  per  il  cavaliere  è  quella  di  combattere,  contro  i  nemici  della  fede:  il cavaliere a servizio del Cristo è in una condizione simile a quella dei «poveri» che  attorno  ai  vescovi  avevano  lottato  nella  difesa  delle  «paci  di  Dio»,  è equiparato  al  «povero»,  al  penitente.  Coinvolgimento  dunque  di  armati  e inermi in un grande progetto di pacificazione che non esclude, anzi implica la lotta per  creare  le  condizioni dell’affermazione del  regno di Dio «che  sta per venire», del regno che è promesso ai «facitori di pace».

Ancora Tabacco e Merlo commentano quanto accadde nel post Concilio di Clermont:

Quando Urbano II, a Clermont, in un concilio di «pace» e di «riforma», decide l’estensione  dei  privilegi  fin  allora  riservati  ai  «poveri»  a  tutti  quanti intraprendano il viaggio penitenziale al Santo Sepolcro, libera energie spirituali e culturali, prodotte da un lungo processo storico, che trovano ulteriore vitalità nelle  condizioni  sociali  ed  economiche,  oltre  che  politiche,  di  molte  terre d’Europa.  L’iter  Hierosolimitanum  [il viaggio verso Gerusalemme, ndr] è  ad  un  tempo  pellegrinaggio,  penitenza, strumento di  redenzione, avventura umana e  religiosa, occasione di conquista di  nuove  terre  della  cui  ricchezza  si  favoleggiava,  non  solo  per  l’aristocrazia militare,  grande  e  piccola,  ma  anche  per  gli  «inermi»  che  attribuiscono  al viaggio  un  valore  decisivo.  Per  loro  il  simbolo  è  realtà:  la  Gerusalemme «terrestre» è  la Gerusalemme «celeste». Dio chiama gli «eletti» per instaurare il  suo  regno.  Predicatori  itineranti,  quali  Pietro  d’Amiens  detto  l’Eremita, percorrono  le contrade,  raccontando delle  tribolazioni dei pellegrini, esibendo lettere  miracolosamente  «cadute  dal  cielo»,  richiamando  prodigi  e  profezie, incitando  i  «poveri»  a  mettersi  in  marcia.  E  gruppi  così  reclutati, spontaneamente  aggregatisi,  di  composizione  eterogenea,  nella  primavera  del 1096,  senza  aspettare  il  segnale  del  papa,  intraprendono  il  viaggio  verso Gerusalemme,  sostanziando  la  loro  attesa  millenaristica  di  antisemitismo:  la «crociata  popolare»  inizia  con  il  massacro  degli  Ebrei  delle  città  renane  e danubiane  [con  saccheggi e  scorribande crudeli, ndr].  I protagonisti di questa prima  avventura  finiranno  quasi  tutti  uccisi  prima  di  giungere  a  quella Gerusalemme che avevano creduto di intravedere ogni qual volta all’orizzonte si  profilava  una  fortificazione  [i  Turchi  li  fecero  quasi  tutti  a  pezzi  appena giunsero in Anatolia, ndr]. 

Una  prima  osservazione  deve  essere  fatta.  L’enfasi  sui  luoghi  santi  e Gerusalemme  risultava nuova. Quelle  terre non erano mai  interessate al Papato  fino ad  allora  (vi  erano  in  quel  periodo  delle  lotte  tra  turchi  e  dei  sommovimenti tra popolazioni dell’Asia Minore che rendevano difficili i pellegrinaggi, ma questa era la normalità che invece fu enfatizzata). Lì, dove era il sepolcro di Cristo, nessuno pensò mai di farne la sede della cristianità. Il Papa introduceva questo elemento nuovo per canalizzare l’attenzione e distoglierla dai disastri dell’Occidente e da un papato indegno. S’invocava  l’inizio di  una Guerra  Santa,  guerra  alla  quale  tutti,  ricchi  e  poveri,  dovevano  dare  il  loro contributo  perché  Dio  li  guidava.  Nessuna  paura  poi  perché  chi  fosse  morto  in battaglia avrebbe  ricevuto  l’assoluzione e  la  remissione dei peccati  (come del  resto avveniva  nell’Islam). Ma  la  Chiesa  sa  essere  generosa  quando  i  doni  che  fa  non costano nulla. E così donò:  indulgenza plenaria, esenzione dai  tributi,  immunità dai tribunali  ordinari,  protezione  da  persecuzione  per  debiti  fatti  prima  della Crociata, scomunica  per  chi  tentasse  di  far  danno  al  crociato,  alla  sua  famiglia  ed  alla  sua proprietà. Vi era poi un’invenzione che solo la Chiesa di Roma era capace di fare: chi pagava  forti  somme  alla Chiesa  era  esonerato da  fare  il  crociato vero  in  armi. Una seconda  osservazione  è  più  importante  e  riguarda  il  cosa  possa  essere  accaduto  tra marzo e novembre del 1095 perché Urbano passasse da una semplice esortazione ad un appello così forte e deciso. A questo proposito leggiamo cosa scrive Gatto che ci introduce molto bene ai motivi reali della crociata:

I  motivi  del  mutamento  possono essere molteplici, ma non vanno  sottovalutati  fra essi  taluni  incontri destinati probabilmente a determinare la volontà papale in modo irreversibile. Anzitutto, il vescovo di Roma visitò  l’Abbazia di Le Puy dove vide e parlò  lungamente con  Ademaro  di  Monteil,  il  quale,  verso  il  1087,  aveva  compiuto  un pellegrinaggio  a  Gerusalemme,  donde  era  rientrato  narrando  particolari  “apocalittici” sulle condizioni dei cristiani oppressi dai Selgiuchidi. Fra l’altro, Ademaro  era  imparentato  con  i  conti  di  Tolosa  e  fu  forse  proprio  in  quella occasione  che  furono  decise  la  spedizione  e  la  relativa  direzione,  entrambe affidate per l’appunto al conte tolosano Raimondo. V’è in proposito chi ritiene addirittura che dal centro monastico suddetto il pontefice si sia recato a Saint-Gilles  per  incontrarvi  Raimondo,  il  quale,  poi, mandò  i  suoi  ambasciatori  a Clermont  per  portarvi  ufficialmente  l’assenso  del  loro  signore  al  passagium. Una terza tappa del percorso urbaniano si svolse in Borgogna, più precisamente a Cluny, ove il papa prese contatto con il duca Ottone I, già in precedenza ben disposto  a  partecipare  alla  campagna militare  contro  i Mori  d’Africa.  In  quei paraggi  soggiornava  anche  Filippo  I  di  Francia  e  non  si  può  escludere  che Urbano  non  cercasse  ivi  anche  un  suo  primo,  sia  pur  generico  consenso  alla guerra  d’oltremare. Certo,  dal marzo  al  novembre  del  1095,  gli  intendimenti urbaniani apparvero fortemente mutati. È interessante pertanto studiare in qual modo tale evoluzione sia stata percepita, quanto sia stata posta in rapporto alla reale situazione della Palestina e dei cristiani che vi si recavano o vi vivevano e quanto  sia  scaturita  da  considerazioni  dettate  da  motivi  politici  contingenti. Disse, ad esempio, Fulcherio di Chartres che papa Urbano nutrì il proposito di suscitare  nuova  vitalità  nel  cristianesimo  proprio  sostenendo  la  crociata.  Se Urbano  dunque  ebbe  per  scopo  principale  la  preoccupazione  di  cancellare  il “basso profilo” in cui era scaduta la religione tra ecclesiastici e popolo e cercò di  scongiurare  il  pericolo  che  i  principi  cristiani  continuassero  a  passare  il tempo  combattendosi  sterilmente 1’un  l’altro,  allora  si deve  concludere  che  il suo  obiettivo  ebbe  scopo  squisitamente  politico  e  scarsamente  missionario. Egli, insomma, non avrebbe mirato all’ampliamento dei confini della cristianità o  alla  loro  difesa  dagli  invasori, ma  avrebbe  plasmato  il  cristianesimo  come una  fede praticata nell’  ambito geografico  ed umano di  competenza. Parecchi anni  dopo  quegli  eventi,  Guglielmo  di  Malmesbury,  invece,  nel  De  regum gestis pose in risalto il rischio concreto corso in quei frangenti dalla cristianità:rischio costituito dalla perdita a favore dei musulmani dell’ Asia e dell’ Africa. Legato alla  fede  rimaneva,  infatti, solo  l’Occidente cristiano e non mancarono difficoltà quando, come comprovò 1’occupazione della Spagna, delle Baleari e della Sicilia, i seguaci dell’Islam entrarono nel nostro continente. Il bisogno di respingere un possibile assalto alla fede dei padri, dunque, rimase un elemento non aleatorio e costante nell’azione del papa e fu comunemente rilevato da tutte le  fonti  narrative.  Tuttavia  tale  esigenza  non  fu  sempre  contrapposta  al tentativo  di  adeguare  la  passione  per  la  guerra  ad  una  finalità  che  non  fosse quella delle lotte interne tra cristiani. Le precedenti battaglie contro i Saraceni e la  situazione  della  Spagna  soggiogata  dai Mori  prepararono  altresì  gli  animi delle popolazioni alla riscossa armata. E in realtà ciò stette a dimostrare come nella  cultura  occidentale  fosse  ora  latente  ora  presente  un  fondo  di  “fobia” contro gli  stranieri volto  a  tradursi  in  scelte violente. Un  aspetto di  tale  stato d’animo  posto  alla  base  della mentalità  occidentale  può  individuarsi  pure  nel principio in base a cui l’obiettivo crociato fu individuato nella liberazione della Terra  Santa  nonché  nell’ostilità  che  i  Latini  provarono  quando  vennero  a contatto  con  i  loro  correligionari  copti,  siriani  e  greci,  considerati  quasi  alla stregua dei Turchi. Non è dato conoscere però neppure se e fino a qual punto i cristiani di rito latino fossero a conoscenza della diversità dei riti ortodossi. Di fatto,  l’incontro  con  il  mondo  bizantino  e  medio  orientale  provocò  in prevalenza  ostilità  e  risentimento  da  ambo  le  parti  e,  allorché  nel  Levante furono organizzati gli Stati latini, gli Arabi di fede cristiana vennero considerati senza alcun riguardo dall’autorità ecclesiastica latina e ciò attesta che l’impulso a  scontrarsi  era  forte  e  chiaro.  In  Europa,  poi,  l’odio  contro  lo  straniero  si diffuse con un contagio presto ingigantitosi, dapprima alimentato dalla paura di un imminente attacco islamico, dopo, da un indiscriminato risentimento contro le  popolazioni  levantine  e  soprattutto  contro  i  musulmani.  Quando,  in prosieguo  di  tempo,  nella  parte  dell’Est  del  nostro  continente  comparvero  le bande  indisciplinate  radunatesi al seguito di Gualtieri Senza Averi e di Pietro l’Eremita  (i  capi  della  crociata  dei  pezzenti  che,  privi  di  ogni  esperienza militare, portarono al massacro dei Turchi oltre 12000 persone), prese forma un conflitto  pericoloso  contro  le  popolazioni  locali  e,  segnatamente,  contro  le comunità  ebraiche.  Quasi  la  stessa  cosa  si  verificò,  poi,  allorché  vennero organizzati  eserciti  regolari  mossisi  sulla  base  di  una  più  severa  disciplina. L’autore  dei Gesta Francorum,  al  seguito  di Boemondo di Taranto,  offrì  una interessante  descrizione  della  gente  di  Tracia:  i  Traci  –  si  racconta  –  erano spaventati  al  solo vedere  i  cristiani;  essi non  pensavano  affatto  di  trovarsi  di fronte a dei pellegrini, ma a vere e proprie orde  indemoniate che  intendevano saccheggiare  il paese e uccidere  tutti. La gente del  luogo,  inoltre, non voleva vendere  loro vettovaglie, nessun articolo di vestiario o altro; così per  forza di cose,  i  Franchi,  per  sopravvivere,  dovettero  darsi  alla  rapina.  A Monastir  i peregrini  si  scagliarono  contro un  castello pieno di  eretici  che massacrarono, dando  l’edificio  alle  fiamme  con  quanti  vi  si  erano  rinchiusi.  Un’altra  volta furono  i  Bizantini  ad  attaccare  i  pellegrini;  allora  Boemondo,  assoggettati  i Greci,  si  rivolse  ai  prigionieri  catturati  chiedendo  loro:  «perché  uccidete  il popolo di Cristo  e  i miei uomini?». L’episodio  è  interessante,  in quanto vi  si coglie l’incapacità, peraltro abbastanza comprensibile, dei Franchi di integrarsi con popolazioni diverse da  loro. Tale  incapacità si verificò a differenti  livelli. Così,  mentre  i  crociati  franchi  passavano  per  le  regioni  balcaniche,  si moltiplicarono  al  loro  transito  saccheggi,  stupri,  assassini  e  battaglie  senza quartiere.  Eccezionale  fu,  poi,  l’intolleranza  franca  sul  piano  delle  proprie prerogative e delle proprie abitudini. La prova più lampante al riguardo venne data dalla pretesa occidentale di voler  latinizzare  le chiese ovunque ciò  fosse possibile  e,  quindi,  com’era  naturale  accadesse,  dall’intento  di  latinizzare  la stessa Grecia. Mai riuscirono, quindi, i “Latini” ad avere la comprensione degli Arabi  cristiani  di  Siria  e  Palestina,  quando  essi  divennero  loro  sudditi,  mai quella dei Bizantini ortodossi e  tanto meno quella degli  islamiti. D’altra parte Latini e Greci, Arabi e Siriani erano tutti e sempre convinti di essere i più civilie i più cristiani e ritenevano gli altri inferiori a loro. Non per nulla Guiberto di Nogent  nei  Gesta  Dei  per  Francos  considerò  le  crociate  fra  le  guerre combattute contro  i barbari. La  stessa convinzione di  superiorità emerse, poi, dai propositi di papa Urbano II, allorché individuò nei Franchi la guida naturale dei  cristiani, mentre Turci et Arabes  furono  ritenuti dei pericolosi  “primitivi” minacciosamente  addensatisi  ai  confini  dell’Impero  romano  d’Oriente. Anche l’uso  dei  termini  in  proposito  adoperati  è  utile  a  farci  comprendere  l’idea  del pontefice che chiamò gli  infedeli a volte pagani, a volte gentiles, senza  tener conto  che  la  loro  religione  e  provenienza  li  poneva  in  un  ambito  diverso.  Il modo  di  fare  abituale mostrato dai  crociati  e  quello degli  organizzatori  e dei dirigenti del movimento per  la  liberazione della Palestina  fu, dunque,  ispirato all’arroganza  fondata  sulla  convinzione  di  trovarsi  dalla  parte  della  ragione, secondo  una  teoria  in  precedenza  elaborata  sul1a  scorta  di  complesse  e capziose  argomentazioni  articolate  sui  princìpi  della  guerra  difensiva.  La liberazione  della  Terra  Santa  divenne  l’idea-forza  nonché  la  giustificazione della crociata. La Terra Santa – si disse – era cristiana per eccellenza e doveva essere,  quindi,  tolta  ai  barbari  che  l’occupavano  contro  ogni  diritto.  Se  i Franchi,  dunque,  erano  alla  guida  dei  cristiani,  loro  preciso  dovere  diveniva quello di  riconquistare Gerusalemme.  In  altri  termini  la Terra Santa  fu  allora definita terra di Dio in quanto aveva visto nascere, operare e morire Cristo; fu denominata  terra  sua  e  come  tale  doveva  essere  restituita  al  cristianesimo. Proprio  tale  concetto  di  restituzione  applicato  alla  riconquista  stabile  di  quel territorio  venne  conferito  nel  suo  senso  più  pieno  alla  Palestina.    L’idea  di crociata,  propugnata  da  Urbano  a  Clermont,  rispecchiò,  dunque,  un  mondo orientale sconvolto dalle guerre e un Occidente voglioso di combattere: da un lato  vi  fu  il  guerreggiare  violento  ed  entusiasta  dei  cristiani,  incapaci  di osservare  la  tregua  di  Dio,  e  dall’altro  quello  dei  Turchi  che  all’inizio arretrarono  dinanzi  all’inatteso  impeto  occidentale  e,  poi,  una  volta  ripresisi, con i loro attacchi incessanti, osarono spingersi fino alle rive del Mediterraneo e oltre.

Possiamo ora tornare a ciò che  il Papa aveva detto a Clermont. Cronisti dell’epoca raccontano  che,  appena  ebbe  finito  di  parlare,  centinaia  di  cavalieri  guidati  dal vescovo  di Le  Puy  si  inginocchiarono  ai  suoi  piedi  chiedendogli  la  benedizione  al fine di mettersi immediatamente in cammino verso la Terra Santa. Il Papa chiese loro di cucire sopra  i  loro panni una croce di  tela per mostrare  la condizione di crociati. Dopo  aver  recitato  insieme  il  Credo  niceno  fu  fissato  un  appuntamento  per  la partenza  al  15  agosto  dell’anno  seguente,  dopo  aver  raccolto  i  frutti  del  campo. Sarebbe iniziata nel 1096 la Prima Crociata, uno dei più orrendi massacri della storia dell’umanità  che  seminerà per  oltre  duecento  anni morte  e distruzione  non  solo nel campo  avverso  ma  anche  tra  cristiani  che  differivano  per  qualche  dogma  o  per qualche funzione liturgica. Dio lo voleva ?

La chiamata della Chiesa fu quindi accolta con entusiasmo in quasi tutta Europa. La  Repubblica  di  Venezia,  che  aveva  fiorenti  commerci  avviati  con  i  musulmani d’Oriente,  temendo  che  la Crociata  li  avrebbe  pregiudicati,  non  aderì. I veneziani avevano buoni  rapporti anche con Bisanzio che lasciava loro utilizzare  i  suoi porti. Ma Bisanzio  era  in  guerra  continua  con  i  Normanni  e  Venezia  non  credeva  fosse producente  aderire  ad  una  impresa  in  cui  anche  i Normanni  partecipavano.  Poi  si rese conto, ma dopo le vittorie crociate, che non partecipando avrebbe perso l’uso dei porti siriani e quindi aderì all’ultimo momento proprio per conquistare quei porti  e  per mostrare  al mondo  quanta  fede  la  sostenesse  (comunque  i  veneziani  si mossero  in modo  da  non  essere  troppo  cattivi  con  i musulmani,  soprattutto  quelli d’Egitto con i quali vi erano scambi che arricchivano gli uni e gli altri). Il fatto invece che gran parte d’Europa aderisse con entusiasmo alla Crociata era abbastanza strano perché non si era ancora nella fase di completa ripresa che sarebbe comunque presto venuta.  I  disastri  annunciati  per  il  passaggio  del millennio  e  quelli  reali  erano  alla base di questa conversione  fondamentalista. Sembrava  si  fosse  scampato  il pericolo della fine del mondo ma la carestia che portava fame dappertutto, i proprietari terrieri feudali  che  premevano  con  lo  sfruttamento  sui  contadini,  le  grandi migrazioni  dal Nord al Sud d’Europa con  tutti gli scompensi connessi, non potevano essere segnali che  annunciavano  peggiori  calamità  se  non  si  fosse  fermata  l’avanzata  del Diavolo liberando i Luoghi Santi ? Su questo predicavano e premevano i monaci di Cluny che magnificavano  quelle  calamità  come  segnali  di  Dio  che  avrebbero  permesso  la salvezza dell’umanità. A questo richiamo accorsero da ogni parte migliaia di persone, in  maggioranza  pezzenti  e  morti  di  fame  dell’intera  Europa  con  la  speranza  di riempirsi lo stomaco e tornare con qualche bottino piuttosto che salvarsi l’anima.

Impossibile a questo punto entrare nella storia delle nove crociate con un qualche dettaglio. E’ un periodo di tempo lungo circa 200 anni cha andò dalla presa di Gerusalemme da parte cristiana nella Prima Crociata (1099) alla totale riconquista musulmana del 1291, attraverso crociate europee tra le quali la più nota e criminale fu quella contro gli albigesi del sud della Francia. Posso solo ricordare la conclusione della Prima Crociata, l’unica ad avere successo, e dare qualche informazione sulla crociata europea ora ricordata.

A giugno 1099 ebbe termine la Prima Crociata con la conquista di Gerusalemme. Dopo un susseguirsi di eventi che è impossibile qui riportare, la notte tra il 13 ed il 14 luglio iniziò l’attacco alla città con la prima indispensabile operazione, riempire di terra il fossato in corrispondenza di dove le torri d’assedio sarebbero state avvicinate alle mura. Ci si riuscì con molte perdite perché dall’alto delle mura i musulmani bombardavano con pietre, con olio bollente e con fuoco greco. Infranta la difesa in un punto, si poggiarono gran quantità di scale ed i crociati iniziarono ad entrare. Vi furono fughe di tutti gli abitanti, dei soldati ed anche del governatore che, per aver salva la vita, pagò una grandissima quantità di denaro. Ma qui iniziò una cosa orrenda per la quale la cristianità va giustamente ricordata: ogni essere vivente della città fu ammazzato in modi orrendi. I cadaveri venivano addirittura squartati perché era costume dell’epoca ingoiare monete d’oro che si cercavano aprendo gli stomaci dei nemici. E che dire della ricerca delle monete nel sesso delle donne ? Tutti furono massacrati, nessuno si salvò, neanche gli ebrei che, accusati di aver collaborato con i musulmani e rifugiatisi nella sinagoga, vennero incendiati con essa. Cronisti anche cristiani dell’epoca raccontano che per camminare in città occorreva spostare cadaveri, avendo il sangue che arrivava fino alle caviglie (questa dimostrazione di bestialità cristiana fece rinascere il fanatismo dell’Islam). Il 15 giugno la città era caduta ed il 17 giugno i comandanti crociati si riunirono per decidere chi sarebbe stato il governatore di Gerusalemme. Due giorni dopo, senza essere venuto a conoscenza della conquista di Gerusalemme, moriva l’ideatore della Crociata, Papa Urbano II.

In somma sintesi, in tutte le Crociate vi fu sempre un grande sostegno da parte dei regni cristiani alla riconquista di quelle terre, essenzialmente Palestina e parte della Siria. Il sostegno, che con il passare degli anni divenne solo verbale, si andava a sommare ad interessi particolari di conquista di piccoli regni o feudi da assegnare a piccoli nobili disoccupati in patria, ad interessi economici molto forti, consolidatisi nei secoli, da parte di alcuni regni cristiani con i musulmani. In mezzo a tutto ciò vi era la cristianità d’Oriente con l’ultimo suo baluardo Costantinopoli o Bisanzio, l’unico vero regno cristiano in grado di far fronte, almeno fino ad una certa epoca, all’avanzata turca e infine tartara nell’Asia minore. Le prime crociate, dal centro Europa, si dirigevano in differenti eserciti verso i Balcani da cui raggiungevano Costantinopoli come testa di ponte per poi avanzare nell’attuale Turchia che era già stata persa dall’Impero romano d’Oriente ed in parte era un Sultanato di Turchi selgiuchidi. Per vari cammini (o lungo costa o all’interno) le mete successive erano Iconio, Tarso, Aleppo, Antiochia, Laodicea e quindi (ormai in terra costeggiante il mare dell’attuale Libano e Palestina) Tripoli, Beirut, Sidone, Tiro, Acri, Cesarea fino a Gerusalemme. Il cammino era estremamente pericoloso e molto variegato per differenti motivi: non vi era un solo potere musulmano ma diversi sultanati, alcuni dei quali erano indifferenti al passaggio di un esercito (bastava pagare) altri invece erano contrari ed attaccavano in armi; vi erano varie catene montuose con pericolosi passi da attraversare; vi erano fiumi che in particolari condizioni erano impetuosi; il territorio non era conosciuto dagli eserciti che tentavano di attraversarlo. A quest’ultima difficoltà facevano fronte le guide messe a disposizione da Costantinopoli (fino alla Terza Crociata) che andavano ad accogliere gli eserciti crociati ai confini europei dell’Impero d’Oriente per poi guidarli più o meno fino a Tarso. Durante le prime crociate vi erano difficoltà anche nell’attraversare i Balcani perché vi erano regni cristiani ma di fede ariana e non gradivano il passaggio di cattolici. Inoltre si deve tener conto di fatti molto rilevanti. Le crociate, almeno due e certamente la Prima, erano precedute da eserciti di pezzenti, miserabili, poveri, diseredati guidati da qualche predicatore con ascendente, come Pietro l’Eremita. Costoro, spesso, tentavano avventure che potessero garantire loro cibo ed una qualche sistemazione. Il più delle volte queste bande di “fedeli”, dopo aver attaccato quartieri ebraici in città dell’Europa cristiana con spoliazioni ed assassinii, si davano a saccheggiare ogni cosa che incontravano nel loro cammino ed erano viste come fumo negli occhi dai contadini che aspettavano il raccolto per sopravvivere. Dopo questa prima ondata di cavallette passavano gli eserciti che erano formati da migliaia di uomini tutti necessitati di alimenti per sé e per gli animali al seguito. Le spese erano imponenti e se ne facevano carico i nobili devoti (francesi, inglesi, tedeschi, normanni e veneziani con genovesi) ma questi nobili erano devoti per il denaro e non amavano disperderlo per cui piano piano iniziarono a tirarsi indietro, dopo aver professato a parole tutto il loro impegno per la futura crociata. Quando si passava per territori non ostili ma guardinghi, occorreva pagare sia il cibo che si prendeva con permesso sia quello comunque saccheggiato da truppe che per quanto ben addestrate facevano con sommo divertimento. Vi erano poi gli eserciti di prostitute che in nome di Dio allietavano la truppa (e non solo) che altrimenti andava a stuprare ogni donna che apparisse all’orizzonte. Insomma l’impresa non era semplice. Era costosa e pericolosa. I comandanti crociati, decisi sul campo, erano personaggi in cerca di sistemarsi in qualche piccolo regno che avrebbero fondato e le crociate mostrano come piccoli nobili europei si ritagliavano il loro piccolo territorio, lì si fermavano, abbandonando gli altri crociati al loro destino. E’ il caso del Principato di Antiochia e delle Contee di Edessa e di Tortosa della Prima Crociata, principati e contee che si costituirono prima della conquista di Gerusalemme che originò il Regno di Gerusalemme. Nella prima avanzata i crociati poterono utilizzare il Porto di San Simeone e quello di Lattakieh prospicienti Cipro che era terra dell’Impero d’Oriente da cui avere vettovaglie e rinforzi. Conquistata Gerusalemme, tra gli orrendi massacri ai quali ho già fatto cenno, fu il normanno Baldovino di Boulogne (fratello di Goffredo di Buglione morto qualche tempo prima) che fu riconosciuto Re (e la sua discendenza caratterizzerà la storia del Regno fino alla sua caduta). La città di Gerusalemme richiedeva un Patriarca ed a questo aveva pensato Urbano II prima di morire nominando il vescovo di Pisa, Daimberto, un vero grande delinquente che partì da Pisa con una flotta pisana e con pisani che intendevano prendere possesso di quelle terre per i loro floridi commerci. Fu il viaggio di una compagnia di pirati che, lungo la navigazione, si fermò a saccheggiare e rapinare le molte isole ionie. Ma l’alleanza piratesca di Chiesa e pisani era già stata collaudata, ad esempio, nel 1087 quando con il sostegno della Chiesa e con la partecipazione del vescovo di Mantova ed anche con le apparizioni di San Pietro e dell’Arcangelo Gabriele, assaltarono e saccheggiarono la città di Media in Tunisia, dove uccisero i sacerdoti di Maometto e rubarono tutti i beni della moschea, oro, marmi e porpora, con i quali iniziarono a costruire ed ornare la cattedrale di Pisa. Questa volta furono i bizantini che cercarono di fermarli mettendoli in fuga. I pisani approdarono nel Principato di Antiochia e furono ben accolti dal suo neoprincipe, Boemondo, che era preoccupato della prevedibile reazione dell’Imperatore d’Oriente Alessio per la sua presa di possesso del Principato che non doveva avvenire per i buoni rapporti esistenti tra Alessio ed i musulmani cui apparteneva la città (questo continuo rompere gli equilibri esistenti tra bizantini e musulmani, consolidati da innumerevoli trattative, iniziò a erodere la potenza di Bisanzio preparandone la caduta). Con quella flotta sarebbe stato possibile attaccare quella dell’Imperatore che occupava il fortificato porto di Lattakieh (che era anche di stanza a Cipro). Dopo una trattativa alla quale partecipò direttamente Daimberto, vi fu un accordo contro i bizantini. In una serie di eventi successivi, che comunque videro Alessio tentare di trovare un accordo, si arrivò al blocco navale di Lattakieh da parte dei pisani, mentre Boemondo assediava a terra la città. Proprio in quel frangente, gli eserciti crociati di Boemondo e degli altri comandanti erano di passaggio tornando da Gerusalemme. Furono indignati per ciò che accadeva, anche perché senza l’aiuto bizantino non sarebbero mai riusciti a tornare in Europa. Convocarono quel delinquente del vescovo Daimberto e lo rampognarono duramente perché non poteva iniziare la sua missione con atti di pirateria che tra l’altro avrebbero estraniato ai crociati la supposta simpatia dei cristiani del luogo. Daimberto dovette desistere e con lui Boemondo che, senza il sostegno della flotta pisana pirata, non avrebbe potuto nulla. Il governatore bizantino di Cipro rimase favorevolmente colpito da questo comportamento e si offrì di imbarcare ed accompagnare gratuitamente l’intero contingente crociato a Costantinopoli. Questo disturbava i veneziani che già avevano importanti basi commerciali nei sultanati della zona e da qui nasceranno molte guerre intestine che minerano alla base ogni possibilità di avere dei degni regni cristiani. Il delinquente Daimberto, preso possesso del Patriarcato di Gerusalemme, capì come molti altri che non si sarebbe fatta molta strada senza il sostegno dei veneziani. Ed infatti si sistemarono veneziani, genovesi e pisani, tanto bene che si scontrarono più volte per contendersi rotte commerciali. Le tre repubbliche marinare trassero massimi vantaggi economici dalle Crociate. Ebbero la concessione dai capi crociati del predominio commerciale sul Levante. La Quarta Crociata permise a Venezia di avere un grande impero coloniale; Genova aprì  rotte nel Mar Nero stabilendovi floride basi commerciali. Ma Daimberto non fu il solo Patriarca delinquente. Seguirono altri che ostentavano ricchezze e prostitute e che, alla presa di Gerusalemme da parte musulmana scappavano con carri pieni di oro e preziosi. Questi fatti, gli interessi commerciali ed i delinquenti come rappresentanti del Papa, crearono sempre maggiore disaffezione tra i crociati.

         Dal punto di vista politico, riassumo con Runciman, uno storico delle Crociate molto documentato e serio al quale ho attinto abbondantemente, gli eventi della Prima Crociata rappresentano una radicalizzazione dei rapporti tra Cristianesimo ed Islam ed anche una rottura sempre più evidente tra Chiesa Latina (Roma) e Chiesa Greca (Costantinopoli). L’Impero Bizantino viveva la Crociata come un qualcosa da mantenere su stretti binari perché se si fosse creata una coalizione europea contro Bisanzio avrebbe segnato la fine dell’Impero. Quindi le divisioni dell’Occidente andavano bene per l’Impero d’Oriente. Ma occorreva comunque che l’Occidente fosse vigile contro le minacce, ancora all’Impero d’Oriente, da parte musulmana. L’immagine dei puri cavalieri senza macchia che lottavano per il trionfo del Cristianesimo riuscì fortemente sbiadita al finire della Prima Crociata: quei principi e cavalieri non erano altro che falsi pellegrini, ipocriti avventurieri alla ricerca di profitti, arricchimenti ed affermazioni personali. Ma il massimo profitto dalla Crociata sarà per le potenze marinare, soprattutto italiane che videro aprirsi porti e mercati inimmaginabili qualche anno prima, con quantità di merci ambitissime in Occidente per gusto, raffinatezza e preziosità. Quindi iniziò una fitta rete di scambi che interessò Venezia, Genova, Marsiglia e Barcellona e che servì a fare girare più moneta e a far crescere l’economia europea con conseguente miglioramento del tenore di vita. In tutti i mercati europei iniziarono ad essere commerciati i raffinati ritrovati della civiltà orientale, con spezie, seta, zucchero, gemme, profumi L’importazione di cereali, alberi da frutta, piante di ogni genere, e la loro coltivazione su larga scala dette un importante impulso all’agricoltura. Le nuove esigenze della navigazione fecero stendere mappe accurate delle coste asiatiche. Ciò comportò la necessità di osservazioni sempre più accurate, soprattutto del cielo, con conseguente impulso di scienza, tecnica ed arti anche importate da quanto sviluppato e conservato dai musulmani come i preziosi codici della letteratura greca, le versioni arabe di Tolomeo  e di Aristotele e molto molto altro (ed i musulmani, da questo momento, non furono più considerati dei barbari infedeli e basta). Le conquiste effettuate localmente dai cavalieri e principi crociati ebbero vita stentata ed effimera. Non vi era nulla di stabile e si era sempre in attesa di un qualche attacco che avrebbe rigettato tutti in mare. Tutto ciò dipendeva anche da quella divisione degli interessi dei principi che mai si sognarono di lottare insieme per un fine comune e per interessi comuni. Eppure tutto ciò comportò importanti conseguenze in Europa perché quei principi erano parte del sistema feudale. Con la loro dipartita e le grandissime spese che essa comportò, le proprietà feudali iniziavano a passare di mano: dai principi ai banchieri, ai re, alla Chiesa che, con saggia gestione di ipoteche, avevano operato al fine di concentrare il potere in poche mani. La Chiesa, in particolare, ebbe vantaggi enormi da questa Prima Crociata: il suo prestigio (fino qui) crebbe a dismisura e le sue finanze si gonfiarono. Ma stava accadendo un fatto importantissimo: la fede incorrotta, che nessuno avrebbe discusso ancora nell’XI secolo, spariva gradualmente. Molti contadini erano riusciti a riscattare le loro terre a quei principi pellegrini bisognosi di denaro iniziando un tessuto di piccole proprietà che poco a poco, in concomitanza con i servi che lasciavano la terra per trovare di che alimentarsi in concentrazioni urbane, sfocerà nei Comuni in alternativa al potere centrale. La nuova mobilità sociale, la rottura dei confini feudali, addirittura di quelli nazionali per passare in Oriente, ciò che rompeva con la fissità del feudalesimo, avviava una rivoluzione civile, sociale ed economica. La nobiltà non trasse alcun vantaggio dalla Crociata oltre agli effimeri regni costruiti  in Terra Santa e nei quali tentavano di riprodurre il mondo feudale lasciato in Europa. Vantaggi vennero invece alla borghesia dei mercanti che cresceva ed iniziava ad affermarsi.

          Tutto questo accadde durante la Prima Crociata, l’unica che vide una supremazia chiara degli eserciti cristiani. Ciò avveniva perché i musulmani erano divisi in vari piccoli sultanati e non avevano un comando unificato ma soprattutto perché non si aspettavano la Crociata. Con il passare degli anni iniziarono vari attacchi (da parte musulmana prima e mongola verso la fine) ai vari piccoli regni cristiani che si erano costituiti, attacchi che rendevano insicuri quei territori che via via venivano erosi da successive conquiste dei musulmani che avevano iniziato ad organizzarsi riconoscendo di volta in volta un capo in grado di unificare i vari sultanati. Altro fenomeno che produsse questa Crociata fu  quello  della  nascita  dei  più  svariati  ordini  religioso-cavallereschi, tutti approvati con Bolle papali,  che  riempirono di sé l’intera storia del XII secolo ed anche molto oltre: Templari (riconosciuti nel 1139 dal Papa Innocenzo II con la Bolla Omne datum optime che li autorizzava ad appropriarsi dell’intero bottino sottratto ai Saraceni), ordine Teutonico, ordine di San Giacomo, ordine dei Portaspada, ordine degli ospedalieri di  San Giovanni detto anche dei Gerosolimitani (in seguito diventati Cavalieri di Rodi e quindi Cavalieri  di Malta ed oggi Sovrano Militare dell’Ordine di Malta, SMOM), … Si  tratta  in  gran  parte  di militari  con  qualche  vezzo  religioso,  sono  cioè  più militari  che monaci  (Bernardo  da  Chiaravalle  li  chiamava monaci).  Questi  ordini,  come  scrive  Hans  Prutz  nel  suo  libro  Ordini  religiosi cavallereschi erano  favoriti sia dalla Chiesa che dai Paesi dell’Occidente europeo e  non per quanto una persona  informata  superficialmente possa pensare ma perché  si liberavano così da una massa di elementi moralmente dubbi e pericolosi, lasciando che moltissimi briganti, profanatori di santuari ed assassini, spergiuri ed adulteri, se ne andassero in Oriente, dove erano bene accolti come soccorritori contro gli infedeli (Prutz citato  da Deschner). Ed a proposito delle ricchezze accumulate da questi ordini vi è un passo di Deschner che merita di essere citato:

come i Gerosolimitani, anche “i poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone” divennero assai rapidamente ed enormemente ricchi attraverso diritti speciali, donazioni e rapine. Le loro filiali nell’Europa occidentale si applicarono a far profitti in molteplici forme, puntando più di tutto sui grandi latifondi in via di espansione, specializzandosi in transazioni finanziarie, nello sfruttamento dei mulini non meno che nei profitti delle fiere commerciali. Erano gli esperti pecuniari per pellegrini facoltosi, per chierici e aristocratici. Regolavano il traffico dei pagamenti di privati e amministravano il tesoro dei principi, segnatamente quelli dei re di Francia e d’Inghilterra. In Terrasanta,tuttavia, nessun signore cristiano, nemmeno il re, poteva fare affidamento su di loro. Perché già nel XII secolo essi perseguivano i loro privati interessi altamente egoistici, a scapito di tutti gli Stati crociati.

Questo spirito evangelico-economico fece sì che i Templari si trovarono in lotta con i Gerosolimitani per ragioni economiche relative alla riscossione delle tasse ed al commercio dei privilegi. Si scontrarono anche militarmente in situazioni in cui i templari si allearono con i musulmani per meglio contrastare i Gerosolimitani.

Le successive crociate furono bandite per portare soccorso ai regni cristiani sempre più assediati in Terra Santa con capi che iniziarono ad avere ampio cedito tra i vari eserciti dei diversi sultanati, tra questi emerse prima Nurradin e quindi Saladino. Gli eserciti crociati dovettero cambiare rotte perché si erano rotti i rapporti con Costantinopoli con gravissime responsabilità occidentali (che arrivarono perfino ad assaltare Costantinopoli ed a saccheggiarla, come già accennato). Le partenze avvennero da Marsiglia, dalla Puglia, dalla Sicilia. Gli arrivi delle flotte erano nei porti del Principato di Antiochia, a Cipro, in Egitto alle foci del Nilo con cambiamenti continui del terreno di battaglia. Anche importanti e noti sovrani si impegnarono in prima persona. Tra questi il tedesco Federico Barbarossa che morì affogato prima di inizare a combattere nel 1188, l’inglese Riccardo Cuor di Leone  ed il Re di Francia Luigi IX (San Luigi). Di rilievo è la riconquista di Gerusalemme da parte di Saladino, dopo la dura sconfitta cristiana nella battaglia di Hattin del 1187 nella Seconda Crociata. A proposito di questa Crociata deve essere ricordato che fu Bernardo da Chiaravalle a convincere vari sovrani cattolici a parteciparvi per riconquistare i territori persi e per consolidare quelli occupati. E fu merito di Bernardo, per questo fatto santo, il mettere a tacere tutti coloro che credevano che la guerra non spettasse ai cristiani e la croce non dovesse essere trascinata nei massacri. Il teologo elaborò una teoria straordinaria che solo un pazzo che vuole autogiustificarsi è in grado di inventare, quella del malicidio: chi uccide una persona malvagia, quale è chi si oppone a Cristo, non uccide una persona, ma il male che è in lei; dunque egli non è un omicida bensì un malicida e quindi lavora per maggior gloria di Dio. Bernardo non si fermò qui perché predicò con tutte le sue forze la crociata fino a convincere Papa Eugenio a bandirla coinvolgendo l’Imperatore di Germania Corrado III che il Re di Francia Luigi VII. E’ anche da notare che la crudeltà cristiana nella presa di Gerusalemme non si ebbe mai da parte musulmana. Saladino fu sommamente magnanimo e pretese solo dei riscatti (pagando anche in proprio per i poveri che non avevano i soldi per riscattarsi). La Terza Crociata fu bandita per riprendere Gerusalemme che, ad evitare sanguinose battaglie, fu riconsegnata dai musulmani priva di ogni difesa che era stata smantellata. La Quarta Crociata, guidata dai veneziani, fu quella che attaccò Costantinopoli (una vergogna eterna), distruggendola, depredandola e preparandola alla successiva conquista musulmana. E così via fino alla Nona Crociata.

Si può dire in linea di massima che, da un certo punto, sia cristiani che musulmani avevano quasi accettato quella situazione di occupazione cristiana di piccoli territori musulmani perché da essa traevano ambedue profitto con l’accrescersi dei commerci. Senza ombra di dubbio queste tregue proficue ed a volte anche caratterizzate da stima ed amicizia furono sempre rotte da qualche eroe sciocco in campo cristiano che si divertiva in assalti alle carovane musulmane. Sta di fatto che piano piano si arrivò al disastro dei regni cristiani che furono tutti riconquistati. L’ultima città a cadere fu Acri, presa la quale caddero subito tutte le altre città cristiane ma in realtà franche, Tiro, Sidone, Beirut, Haifa, Tortosa e Athlit. Furono incendiati i monasteri del Monte Carmelo e per alcuni mesi le truppe ,mamelucche del sultano Khalil, arrivate dal Cairo e da Damasco, percorsero in lungo ed in largo tutta la costa distruggendo tutto ciò che sarebbe potuto risultare di una qualche utilità per i franchi. Furono abbattuti i frutteti, distrutti i sistemi di irrigazione. L’antica, compiacente tolleranza dell’Islam verso il Cristianesimo era finita. I profughi scampati a Cipro ebbero anch’essi vita grama come dei miserabili profughi indesiderati verso i quali la simpatia diminuiva sempre più con il passare del tempo.

A maggio del 1291 era finita l’esistenza dei cristiani in Terra Santa.  E la Chiesa per prendere quanto restava delle ricchezze cristiane in Terra Santa pensò bene di portare la cassaforte crociata, i Templari, davanti al Tribunale dell’Inquisizione. I Templari (esaltati da Bernardo da Chiaravalle), venuti via dalla Terra Santa a fine crociate, si erano molto estesi operando dall’Europa (specialmente Francia) in redditizi commerci con il Levante. Inoltre erano diventati una sorta di banchieri le cui sedi erano una rete di conventi cui si rivolgevano i ricchi per depositare e mantenere al sicuro le loro gioie. Insomma erano un bel boccone ormai inutile ai fini per cui era nato e ad esso aspirava non solo la Chiesa ma anche il Re di Francia, Filippo il Bello.  Fu così che l’Ordine fu sciolto da Clemente V nel 1312 con i suoi beni che in gran parte confluirono nelle casse del Re di Francia che aveva usato contro l’altra pretendente, la Chiesa, il ricatto dello scandalo del processo a Bonifacio VIII ed altre beghe connesse. Risulta quasi incredibile incontrare nella Storia un qualche ladrone più scaltro e più ladrone della Chiesa stessa e Filippo il Bello è uno di essi. In definitiva anche i Templari furono sterminati e questo sempre per maggior gloria di Gesù.

Dal momento della caduta di Acri si capì che con gli eserciti non si sarebbe ottenuto nulla e molti intellettuali pensarono ad interventi di tipo politico e di propaganda per riprendere la Terra Santa. I progetti potevano essere d’interesse ma non se ne fece nulla. Anzi ! fu necessario iniziare a preoccuparsi delle invasioni turche dell’Europa. Gli sciocchi crociati avevano fatto cadere Costantinopoli, l’unico serio baluardo all’espansione turca ed ora … Intanto si favoleggiava di altre crociate che tutti annunciavano ma che nessuno faceva. Il Papa cercava di fermare l’espansione turca con scomuniche a tutti coloro che commerciavano con i musulmani ma la cosa aumentò il ridicolo della Chiesa che aveva altre fonti per arricchirsi, fonti che non disdegnavano gli ingressi di chi con i musulmani commerciava. I turchi entrarono nei Balcani dopo aver conquistato Costantinopoli nel 1453 (e nel 1480, sotto la guida di Maometto II e regnante Sisto IV, sarebbero sbarcati ad Otranto). Vi furono scontri con eserciti cristiani, vi furono vittorie e sconfitte. I papi invocavano crociate, davano appuntamenti a cui nessuno si presentava, con conseguente morte di crepacuore, ad esempio di Papa Pio II. E si continuò per secoli ad invocare crociate con appelli di Santi assassini che nulla avevano capito di cosa accadeva nelle crociate. Caterina da Siena e Giovanna d’Arco furono tra i predicatori di crociate. Altri come Colombo le vagheggiarono. Intanto vi fu l’assedio turco a Vienna del 1529, la battaglia di Lepanto del 1571, ancora Vienna nel 1683 e la battaglia di Zenta sul Tibisco del 1697 … tutte queste vicende facevano pensare ad uno spirito crociato che non era morto e che comunque servì da collante fra i popoli cristiani che potevano sentirsi uniti da una secolare crociata, mai fatta, contro i Turchi.


[1] Si veda ad esempio J. Ratzinger, La crisi della fede nella scienza, tratto da “Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti”, Edizioni Paoline, Roma 1992, p. 76-79. Si può trovare in rete: <http://www.culturanuova.net/filosofia/testi/galileo_ratzinger.php>, o anche <http://www.ratzinger.us/modules.php?name=News&file=article&sid=210> (sito Amici di Joseph Ratzinger).

[2] Si veda in rete ad esempio: <http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20080117_la-sapienza_it.html>.

[3] Il nuovo Papa assurto al soglio pontificio, Jorge Mario Bergoglio, nel suo libro Sobre cielo y terra del 2011, pur dicendosi contrario all’accanimento terapeutico, condanna duramente l’eutanasia (“eutanasia è uccidere”) e l’aborto (“non consentire lo sviluppo di chi  ha già tutto il codice genetico di un essere umano non è etico.  Il diritto di vivere è il primo fra i diritti umani”). Concezioni antiquate e superficiali, che non lasciano ben sperare in un futuro della Chiesa più illuminato e sensibile alle esigenze degli esseri umani e all’evoluzione dei costumi.

[4] Nel Quattrocento, papa Pio II si vantava in una lettera: “Ho distribuito numerosi colpi con la mia daga a timide vergini di voluttuosa bellezza…”.

[5] Nello stesso secolo, Sisto IV viene così descritto: “Costui… fu amante dei ragazzi e sodomita… a loro non solo donò un reddito di molte migliaia di ducati, ma osò addirittura elargire il cardinalato e importanti vescovati”.

[6] Emblematico il caso del papa francese Benedetto XII, figlio incestuoso di un altro papa, Giovanni XXII e di sua sorella, che userà violenza a Selvaggia Petrarca, sorella del poeta, dopo averla fatta rapire e condurre nel proprio palazzo di Avignone.

[7] Peraltro fondatore del meritevole Almo Collegio Borromeo di Pavia, dove chi scrive ha avuto la ventura di essere ospitato per gli anni dei suoi studi universitari. Circa in contemporanea, il famigerato papa Pio V Ghislieri, di cui parlerò più avanti, fondò l’altro celebre collegio universitario di Pavia, quello che da lui prende il nome.

[8] Leone X lasciò scritto: “Quanto abbia giovato a noi e ai nostri codesta favola di Cristo è abbastanza notorio in tutto il mondo”, dichiarazione di pregevole sincerità che nessun altro papa, ch’io sappia, ha mai osato esporre pubblicamente.

[9] Come psicanalista, Carol si è poi dedicata a studiare il fenomeno della violenza, non solo quella degli “anni di piombo”, che ha subito su di sé, ma anche quella che si consuma oggi, senza clamore, a danno di altre creature indifese, a cominciare dai piccoli.

[10] Per Diogene di Sinope, detto il cinico, la virtù consisteva nell’evitare qualsiasi piacere fisico superfluo: rifiutava drasticamente, oltre ai valori tradizionali come la ricchezza, il potere, la gloria, anche le convenzioni e i tabù sessuali. Nelle sue parole “l’uomo ha complicato ogni singolo semplice dono degli Dei”.

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