Fisicamente

di Roberto Renzetti

Gli edificanti insegnamenti del Vecchio Testamento, la conquista della Palestina, la fine dei Regni di Israele e di Giuda, le Guerre Giudaiche

Roberto Renzetti

Ai miei amici.

Ai tanti compagni di sofferenza e lotta che mi hanno accompagnato per tutta la vita.

Informazioni bibliografiche del Libro

PARTE I

LA

BIBBIA

VIOLENTA ED IMMORALE

INDICE

I PARTE

Dove e come nasce la Bibbia

Monoteismo?  [1]

Parola di Dio (spesso smemorato)

Il popolo di Israele

Pessima divulgazione scientifica di Dio

La creazione

Abramo prostituisce Sara due volte (iniziamo con il sesso)

Lot, figlio di Aran (fratello di Abramo), e Sodoma

Lot sedotto dalle figlie che generano due figli

Abramo ed Isacco (l’orrido)

L’onanismo (Giuda, Onan e Tamar)

Giuseppe in Egitto (con gli Hyksos?)

Mosè ed Esodo verso la terra dei Filistei (Palestina) [2]

Violenze e vendette di Dio [3]

I Comandamenti (varie altre norme per l’Alleanza con il Popolo d’Israele in Levitico, Numeri e Deuteronomio) [4]

I Comandamenti immorali [5]

Giosuè (storia e leggenda)

Violenze e vendette di Dio [come in 3]

Giudici, David e Betsabea con il povero Uria. I figli di David, Amnon e Tamar, con pornografia inclusa [6].

Dio ubriaco e folle [7].

Salomone (ma David e Salomone sono esistiti?) [8] [9]

Divisione del regno in due regni: Israele e Giudea.

Sconfitte e stragi continue: Elia [10]. Umiliazioni (distruzione Tempio da parte di Nabucodonosor nel 5) e deportazioni [11]

Redazione della Bibbia sotto Giosia (VII secolo a.C) [12]

II PARTE

Crisi ebraismo, egemonia della casta sacerdotale, fine del sogno della Terra Promessa

I Maccabei

Palestina Romana con Erode

Movimenti politici, religiosi e sociali

Gesù ed i suoi seguaci ebrei

Barabba ed i ladroni

La Prima Guerra Giudaica (66-70 d.C.)

Distruzione del Tempio

Nascita dei Vangeli

PREFAZIONE di Silvano Fuso

Penso che tutte le grandi religioni del mondo: buddismo, induismo,

cristianesimo, islamismo e comunismo, siano ad un tempo,

false e dannose. A rigor di logica, poiché contrastano fra loro,

non più di una dovrebbe essere quella vera. Con pochissime eccezioni,

la religione che l’uomo accetta è la stessa professata

dalla comunità dove vive, sicché è l’influenza dell’ambiente che

lo spinge ad accettarla.

B. Russell, Perché non sono cristiano (1957).

Se voi foste chiamati a deporre in tribunale o in altro consesso

austero, giurereste tenendo in mano un romanzaccio

splatter? Magari pieno di nefandezze, crudelta, indicibili

sofferenze inflitte a poveri innocenti, oscenita degne della

peggiore pornografia, incesti, abusi di ogni sorta. Il tutto

costruito con ben poca logica e quasi inesistente raziocinio,

zeppo di incongruenze, assurdita, nonsensi e contraddizioni?

Sono sicuro di no. Eppure, per secoli, questo e stato

fatto come se fosse la cosa piu normale al mondo, anzi, persino

con estrema solennita. E c’e gente che lo fa ancora

oggi. Persino un capo di Stato illuminato come Barack

Obama lo ha fatto in occasione del suo insediamento come

quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’Ame-

rica, il 20 gennaio 2009. E lo ha fatto con lo stesso volume

(gentilmente sorretto dalla consorte Michelle LaVaughn

Robinson) che era stato usato per l’analogo giuramento,

poco meno di 150 anni prima, dall’altrettanto illuminato

sedicesimo presidente Abramo Lincoln.

Beh, a questo punto, non ci vuole molto a capire di che

libro si tratta. Stiamo parlando della Bibbia, ovvero niente

meno che il “libro dei libri”.

Qualcuno si affrettera a obiettare che i testi biblici non si

devono interpretare letteralmente e cio che appaiono crudelta

e gesti ignobili devono essere considerati in un ottica

simbolica e/o metaforica. Puo darsi. Ma le interpretazioni

non letterali sono inevitabilmente soggettive e quindi opinabili.

L’autore del presente libro, Roberto Renzetti, (come

pure chi sta scrivendo la presente prefazione) possiede una

formazione scientifica e quindi e abituato a dare un valore

preciso alle parole. Chi ha questa forma mentis, in pratica,

ha il “brutto” (e oramai sempre piu raro) vizio di dire “pane

al pane e vino al vino”. Quindi non puo che fare riferimento

a cio che e scritto e al significato che le parole possiedono

nel comune intendere.

Preciso subito che se qualcuno trova scandaloso il mio paragone

tra il romanzaccio splatter e il sacro testo giudaicocristiano,

deve assolutamente leggere il presente libro (e

casomai avesse dei dubbi sui suoi contenuti, deve leggere

direttamente la Bibbia). Se qualcun altro trova invece il mio

accostamento intrigante o ha comunque dei dubbi in proposito,

lo deve leggere ugualmente (idem per la Bibbia).

Come afferma lo stesso Renzetti nell’introduzione:

[la Bibbia] è forse il [libro] più venduto tra i cattolici ma NON è

certamente il più letto. Direi anzi che è il libro meno letto nella biblioteca

dei cattolici.

Il problema e proprio questo. Moltissime persone venerano

la Bibbia come testo sacro (considerandolo fonte di preziosi

ed edificanti insegnamenti e ispirazioni) e magari ci

giurano pure sopra, ma pochissime lo hanno letto. Le gerarchie

cattoliche hanno in tal senso qualche responsabilita.

A differenza di quel che accade in altre confessioni religiose

(ad esempio, i protestanti), tra i cattolici la lettura

della Bibbia e scarsamente incentivata, preferendo affidare

al clero il ruolo di mediatori e unici interpreti di quanto in

essa e scritto. Il che e abbastanza curioso e pone qualche

problema di ordine logico. I cattolici affermano infatti che

la Bibbia sia stata scritta si da uomini, ma su ispirazione

diretta di Dio con lo scopo di auto-rivelarsi. Gli stessi cattolici

sostengono contemporaneamente che Dio e infallibile

e onnipotente. Se cosi fosse, chiunque legga la Bibbia dovrebbe

immediatamente comprendere la parola di Dio e accettarne

l’auto-rivelazione. E invece no. Per i ministri del

culto cattolico solamente loro stessi possono interpretare

correttamente la parola di Dio e divulgarla al popolo

(bue?). Non rendendosi conto, in tal modo, di contraddire

la stessa onnipotenza e infallibilita di Dio in cui loro stessi

affermano di credere. Ma lasciamo perdere le sottigliezze

logiche e veniamo ai contenuti.

La lettura del libro di Renzetti mi ha fatto venire in mente

un episodio autobiografico che mi permetto di raccontare

al lettore. Quand’ero poco piu che ventenne, studente universitario,

dedicai le prime ore mattutine di una mia vacanza

estiva (sono sempre stato molto mattiniero) proprio

alla lettura della Bibbia. Mi ero gia da tempo allontanato

completamente dalla fede cattolica cui ero stato educato da

bambino e, in accordo con quanto dicevo sopra, mi resi

conto che non avevo mai letto questo libro. La considerai

una mancanza: se volevo essere in grado di difendere efficacemente

la mia posizione di non credente razionalista,

dovevo colmare questa lacuna. La lettura fu una vera sorpresa.

Vi trovai cose che non mi sarei mai aspettato in un

testo considerato sacro da millenni. Mentre leggevo, prendevo

diligentemente appunti (proprio come suggerisce di

fare Renzetti: a tavolino, con carta e penna a fianco). Mi

ricordo di avere annotato molti episodi che mi colpirono

particolarmente e che oggi ho ritrovato, con piacevole sorpresa,

evidenziati e argutamente commentati in questo

libro. Confesso che (vista la mia giovane eta dell’epoca)

gli episodi che mi colpirono e intrigarono maggiormente

furono quelli di natura sessuale. Sono piuttosto numerosi

e mi fecero anche capire come mai i vari insegnanti di religione

che avevo conosciuto a scuola e a catechismo non

ci avevano mai consigliato di leggere direttamente la Bibbia!

A questo proposito, lo stesso Renzetti, a commento di

un versetto particolarmente piccante, scrive:

Di queste storie altamente educative ve ne sono molte nella Bibbia,

anche se con linguaggi un poco meno da carrettiere, e forse non

tutti sanno che, in epoca vittoriana, la Bibbia evocava fantasie che

avviavano alla masturbazione.

Il sesso, si sa, ha sempre creato non pochi problemi ai cattolici

e la lettura della Bibbia e del libro di Renzetti consente

di comprendere l’origine di molti tabu sessuali che

hanno contribuito a rovinare la vita a milioni di persone per

secoli. Oppressione dell’uomo sulla donna, orrore per il

sangue mestruale, condanna senza appello dell’omosessualita

(curiosamente solo maschile, mentre non si parla mai

di quella femminile), divieto assoluto di disperdere il seme

(e quindi di ogni metodo contraccettivo), ossessione per la

verginita e tutte le altre fissazioni, frustrazioni e fobie sessuali

di un popolo di pastori nomadi, vissuti quasi tremila

anni fa e inevitabilmente arretrati e incolti, sono state per

millenni spacciate per volonta di Dio e di conseguenza im-

poste a tutti, senza possibilita di appello.

Se dal sesso passiamo poi al concetto di giustizia, c’e da

mettersi le mani nei capelli. Il Dio dell’Antico Testamento

presenta caratteristiche che, se fossero possedute da un essere

umano, lo farebbero additare come un vero pazzo criminale

dalla maggioranza delle persone di buon senso.

Irascibile, vendicativo, sanguinario, smemorato (spesso e

volentieri dimentica infatti i precetti da lui stesso stabiliti),

schizofrenico, al punto che e difficile trovare nella storia

umana un dittatore che ne eguagli la crudelta e la follia.

D’altronde e lo stesso Jahvè a dichiarare apertamente “Io

sono un dio geloso” (se qualche lettore trovasse blasfeme

certe mie affermazioni, rifletta in cuor suo se le riterrebbe

egualmente sacrileghe se fossero riferite, ad esempio, allo

Zeus della mitologia greca e si chieda lucidamente dove

sta la differenza).

Renzetti illustra con sapienza e commenta con arguzia i numerosi

episodi biblici che descrivono le nefandezze divine

e non voglio certo privare il lettore del gusto (un po’ orrido)

di scoprirle da se. Vale pero la pena anticipare la sintetica,

ma efficace, interpretazione antropologica e socio-politica

che Renzetti fornisce di una simile divinita, contrapponendola

a quella solare, egualmente monoteistica, del faraone

egiziano Akhenaton (1378-1362 a.C.):

Il dio unico di Israele non è più quel sole equanime che splende per

tutti, i cui raggi scendono sulla terra come mani amorose che accarezzano

tutte le creature. Il dio di Israele diventa molto partigiano,

intende sterminare coloro che non vogliono essere suoi

fedeli, incarica un popolo prediletto di farsi esecutore impietoso di

questo piano finalizzato al risanamento spirituale dell’umanità.

Questa è ovviamente la proiezione narcisistica eseguita da un

gruppo umano che, a differenza di Akhenaton, non ha ereditato lo

splendore di un antico e ricco paese, bensì non ha ancora una terra,

non ha una storia comune, non ha altro che povertà, nemici ostili e

crisi di identità collettiva.

Renzetti e un fisico, da anni impegnato nella divulgazione

scientifica. Chi scrive la presente prefazione e un chimico,

anch’egli impegnato da anni nello stesso difficile compito

di diffondere razionalita e spirito critico. E quindi inevitabile

che entrambi abbiamo un occhio di riguardo per quelle

che potremmo chiamare le “questioni scientifiche” inerenti

la Bibbia. E ovvio che non si pretende certo di ritrovare in

essa affermazioni in linea con la scienza moderna. Da anni

(anche se, a dire il vero, non moltissimi) i suoi estimatori

e difensori si affannano a dire che non e un libro scientifico.

Siamo d’accordo. Tuttavia da un testo che ambirebbe a essere

considerato il prodotto diretto di una divinita onnisciente,

ci si aspetterebbe almeno un po’ di buon senso e

coerenza. E invece, anche da questo punto di vista siamo

messi maluccio. Renzetti dedica diversi capitoli a queste

tematiche: le conoscenze scientifiche nella Bibbia, l’astronomia

nell’Antico Testamento, il calendario biblico. Dall’accurato

esame fatto dall’autore scaturisce un quadro

desolante fatto di ignoranza, arretratezza e superstizione,

tanto da indurlo a esclamare:

Caspita, possibile che Dio sia così ignorante o abbia deciso di mantenere

il suo popolo a livelli culturali estremamente più bassi dei

vicini della Mesopotamia e dell’Egitto? Non vi è dubbio quindi che

l’arretratezza culturale del popolo di Dio era dovuta all’oppressione

di Jahve con i suoi sacerdoti, la loro morsa, a impedire ogni

avanzamento nella conoscenza del cosmo.

Per citare ancora l’autore:

[il Dio della Bibbia] è entità che non conosce cosa ha creato, non

sa come funziona o, comunque, non sa spiegarlo, almeno ai suoi

figli.

L’analisi di Renzetti e accurata e convincente, ma al lettore

che volesse approfondire ulteriormente questi aspetti, mi

permetto di consigliare anche la lettura del libro di Isaac

Asimov, In principio. Il libro della Genesi interpretato alla

luce della scienza, Mondadori, Milano 1991. Puo anche valere

la pena ricordare cio che Galileo affermava relativamente

alla Bibbia. A tale proposito riportiamo un brano

tratto dal libro: Andrea Frova, M. Marenzana, Parola di

Galileo, Rizzoli, Milano 1998 (Capitolo 11 – Fermati o

Sole):

Galileo non arriva a dichiarare, come Giordano Bruno, che la Bibbia

è un libro di favole, ma osserva che essa, pur di persuadere “de

gli articoli concernenti alla salute” dell’anima, ha rinunciato ad

educare ed è incorsa, e le parole sono pesanti, non solo in “diverse

contraddizioni”, ma anche in “gravi eresie e bestemmie”, ché tale,

dice Galileo, è l’attribuzione a Dio di condizioni contrarie alla sua

essenza: naturalmente se ci si limita al significato letterale delle

parole. Ma allora, suggerisce Galileo, dal momento che gli interpreti

della Bibbia operano per additare significati nascosti che la

riscattino da evidenti contraddizioni e bestemmie circa la rappresentazione

di Dio, perché non dovrebbero fare lo stesso per quanto

riguarda le poche affermazioni che essa contiene sul moto della

Terra e del Sole?

Si potrebbe pensare che le critiche finora espresse riguardino

solamente l’Antico Testamento, mentre nel Nuovo si

svilupperebbe in pieno quella religione dell’amore e della

fratellanza, tanto esaltata dai cattolici e dai cristiani in genere.

Nel Nuovo Testamento, e vero, non si ritrovano piu

le efferatezze presenti nell’Antico. Tuttavia i problemi non

mancano neppure qui. Incongruenze storiche e contraddizioni

(soprattutto con i Vangeli cosiddetti apocrifi, opportunamente

scartati dalle gerarchie ecclesiastiche) sono

all’ordine del giorno e vengono ben evidenziate da Renzetti

nella seconda parte della sua opera. L’autore fornisce poi

un’originale visione della figura di Gesu Cristo, di cui non

diro nulla, lasciando il piacere di scoprirlo al lettore.

Quanto esposto nella seconda parte mi ha fatto inevitabilmente

venire in mente un’altra lettura giovanile che influenzo

profondamente il mio atteggiamento nei confronti

delle religioni. Mi riferisco a Perché non sono cristiano di

Bertrand Russell, Longanesi, Milano 1960. Ricordo che

Russell mette bene in evidenza alcuni aspetti caratteriali di

Gesu Cristo che sono ben lontani dal messaggio di amore,

fratellanza e carita cui i cristiani, almeno a parole, dicono

di ispirarsi. Episodi d’ira, parole violente, intenti vendicativi

non sono affatto estranei al comportamento di Gesu,

cosi come appare dai Vangeli. Al punto di portare Russell

ad affermare (sono andato a riprendere il libro, dopo molti

anni):

Concludendo, la storia ci presenta persone ben più sagge e virtuose

di Cristo; citerò soltanto Buddha e Socrate, che, sotto questo

aspetto, mi appaiono molto superiori.

Ritengo, a questo punto, di avere scritto abbastanza ed e

giunto il momento che il lettore affronti i contenuti del bel

libro di Renzetti. Mi accomiato pero con un auspicio.

Esaminando la storia dell’umanita ci si rende conto che la

fede (stavo per scrivere cieca, ma penso che l’aggettivo non

sia affatto necessario) non ha mai prodotto nulla di buono.

Al contrario, l’intelligenza, la razionalita, lo spirito critico

e lo scetticismo hanno consentito di alleviare molte sofferenze,

migliorando enormemente le condizioni di vita

dell’uomo. Mi auguro che queste ultime caratteristiche, che

per fortuna l’essere umano sa esprimere, possano avere la

meglio. In tutta sincerita, non sono molto ottimista in tal

senso. Ma sicuramente libri come questo danno un utilissimo

contributo in questa direzione. Buona lettura!

Silvano Fuso, laureato in chimica e dottore di ricerca in scienze chimiche,

è docente di chimica e si occupa di didattica e divulgazione

scientifica. È socio effettivo del CICAP, (Comitato Italiano per il Controllo

delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), socio di Galileo 2001

(Associazione per la libertà e la dignità della scienza) e della Società

Italiana per il Progresso delle Scienze.

Seguono brani tratti dal libro di R. Renzetti, “Gli insegnamenti morali della Bibbia che non ti hanno fatto conoscere”, Tempesta 2014.

BREVE STORIA DELLA BIBBIA

         Le prime redazioni della Bibbia si ebbero su rotoli di papiro come quello mostrato in figura. Ben lungi dall’essere leggibili a prima vista questi rotoli apparivano al lettore come una sequenza interminabile di lettere (consonanti), dalla prima all’ultima riga. (In realtà, come si vede dalla figura, ogni tanto ci sono delle spaziature multiple, che indicano però delle pause “emotive” e non hanno nulla a che vedere con la composizione delle singola parole).


P r a t i c a m e n t e l a b i b b i a a p p a r i v a s c r i t t a c o s ì


    Non sono indicate le parole vere e proprie, ma devi trovartele tu separando i gruppi di lettere al punto giusto; siccome in realtà gli ebrei non scrivevano nemmeno le vocali, l’equivalente per noi sarebbe stato questo:


P r t c m n t l b b b p p r v s c r t t c s

    Moltiplicate questo rebus per circa 2 milioni e mezzo di lettere consecutive ed avrete davanti la Bibbia.

        Il problema dell'”interpretabilità” della Bibbia è quindi a strati multipli, poiché bisogna prima di tutto mettersi d’accordo su quello che c’è effettivamente scritto sopra. Soltanto dopo si potrà affrontare un’eventuale lettura allegorica o simbolica, del testo e casomai, in ultimo, quella ancor più complessa ed arcana detta esoterica o “cabalistica”.
        In un testo cosi lungo si verificano, per pura legge statistica, migliaia di casi in cui certe lettere possono essere attribuite sia alla parola precedente che a quella seguente, dando comunque un senso compiuto. L’udito, oppure lu dito? (per un sardo, il problema potrebbe anche porsi).

       Vi sono poi altrettanti casi in cui la variazione delle semplici vocali può dare adito a letture completamente diverse. Una cosa è dire “ti amo tanto”, ben altra è dire “tu mi tenti”, anche se le consonanti – t m t n t – rimangono le stesse. (Per non parlare poi di “temo i tonti”, o di “Tom è tinto”). Naturalmente, nel corso del tempo le varie generazioni di rabbini sono giunte ad un consenso di massima sul significato di ogni frase che è rispecchiato dalla moderna versione ebraica della Bibbia. Già che c’erano hanno pensato bene di aggiungere anche le vocali e di staccare le parole. Anche l’occhio vuole la sua parte.

            Questa operazione fu realizzata tra il VI e IX secolo dopo Cristo da un gruppo di ebrei, noto come masoreti (da mesorah, che ha il significato di trasmissione della tradizione ebraica), che ha dato significato alle consonanti della Bibbia aggiungendo suoni vocalici. E la Bibbia masoretica è la Bibbia ufficiale da cui discendono tutte le Bibbie moderne (il Codice di Leningrado è il primo manoscritto masoretico conservato ed è datato 1008). La Bibbia masoretica contiene varianti, alcune significative, con la più antica versione della Bibbia in greco detta dei Settanta.

        Come facciamo noi a sapere che questa versione “ufficiale” corrisponde davvero all’antico originale? In fondo, abbiamo visto come i Vangeli canonici siano stati martoriati, nel corso dei primi secoli, da correzioni, tagli e interpolazioni di ogni genere, volute dai padri della chiesa per adattare il credo, originariamente nato in Palestina, al mondo e alla mentalità dei gentili. Ma vi è di più. Secondo alcuni studiosi, che hanno tradotto la Bibbia in modo letterale, la prima versione del testo non era monoteista (e leggendo qua e là vari libri ne troviamo traccia, ad esempio quando Javhè afferma di essere un Dio geloso). Vi sarebbe stato un Dio più alto in grado, Elyon (Altissimo), che governava dèi inferiori, gli Elohim (Dio al plurale), tra cui vi era Javhè. Leggendo in ebraico il Deuteronomio (32, 8) ci troviamo di fronte a questo versetto: Elyon (quando divideva il mondo in nazioni) diede ad ognuno un Elohim e ad Israele assegnò Yahweh  (cioè, senza vocali, YHWH). Quindi nella visione monoteistica Elyon, Elohim e Yahweh sono lo stesso Dio (e così siamo stati portati a credere) ma in realtà si tratta di tre entità differenti. E qui la Bibbia mostra subito una incongruenza: Dio crea il mondo, lo divide in nazioni e poi prende per sé una piccola parte fregandosene di tutto il resto ? Seguendo a leggere nel Deuteronomio (32) si scopre che a Yahweh non piaceva la terra che gli era stata assegnata (desertica, improduttiva, …) e quindi cominciò a tentare ad espandersi con pulizie etniche al suo intorno (attaccava solo piccoli regni e territori, stando attento a non toccare terre assegnate a delle divinità più potenti di lui, assiri, egiziani, babilonesi, …). Si noti che, quando ancora Israele non esisteva e non esisteva il popolo ebraico, Mosè che incontra Dio, gli chiede ma tu chi sei ? Con ovvio significato: chi tra gli Elohim sei tu ? Avverto quindi che nel testo io parlo di Bibbia come se fosse monoteista ma si deve tener conto di questo perché è un fatto di fondamentale importanza.

La scrittura fenicia (semitica), risalente al XII secolo a.C. e sviluppata dai trafficanti fenici per le necessità dei loro traffici, sembra derivi da quella corsiva (ieratica) egizia. Da tale scrittura derivarono, oltre a quella greca, quella aramaica, ebraica e probabilmente araba. La grande novità di tale scrittura è il non essere più patrimonio di una qualche casta di scribi ma di tutti. Deve essere fonetica, facile da apprendere, semplice, flessibile e pratica per facilitare al massimo la comunicazione. Essa era consonantico-sillabica, cioè priva della notazione delle vocali. La notazione sillabica fenicia aveva operato una drastica riduzione di sillabe perché raggruppava le sillabe accomunate dalla medesima consonante iniziale (in precedenza infatti si disponeva di segni dotati di valori fonetici corrispondenti alle sillabe, unità fonetiche pronunciabili ed empiricamente identificabili. I “sillabari” però, dato l’elevato numero di sillabe, erano ancora difficilmente memorizzabili e poco maneggevoli perché vi erano tante sillabe quanti oggetti da indicare con la conseguenza che le stesse sillabe si ripetevano). Era una grande semplificazione che si pagava con l’ambiguità (il caso di parole differenti ma con consonanti uguali è tutt’altro che raro) perché era il lettore che doveva capire quale vocale inserire subito dopo la data consonante. [Il corsivo è in gran parte tratto da: http://www.thanx.it/Web/Web-Writing/03-Avvento-alfabeto-greco.pdf]   E’ solo intorno alla metà del VII secolo a.C. che viene via via reintrodotta la scrittura derivata da quella consonantica fenicia. La principale differenza sta nell’introduzione di vocali con simboli presi da consonanti fenicie deboli (Alef, Heh, Het, Yod, ‘ayin) non possedute dalla lingua greca. Si tratta di una scrittura alfabetica, basata sul primo vero alfabeto della storia. Esso sarà utilizzato, con poche differenze e varianti, da varie città dell’Egeo e sarà adottato ufficialmente come alfabeto greco classico per tutta la Grecia da Atene nell’anno 403 a.C., solo 4 anni prima della morte di Socrate.

LA COSMOLOGIA DI DIO

Il fatto che Dio abbia ispirato quanto è scritto nella Bibbia è davvero un qualcosa di incredibile e mostra quale scarsa considerazione, chi dice questo, abbia del proprio Dio, personaggio davvero ignorante di molte cose che dice e fa. Partiamo, per esemplificare, dalla creazione e dal come è descritto il cosmo nella Genesi.

        [1] “In principio Dio creò il cielo e la terra” [Gen. 1, 1].

Cosa sia la terra è abbastanza intuitivo (anche se si tratta di qualcosa di indistinto, una poltiglia di terra ed acqua) ma cosa sia il cielo è fatto del tutto oscuro. Sembrerebbe essere un contenitore vuoto dentro cui verrà sistemato il resto del cosmo. Ma il tutto era al buio !

        [3] ” Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu.” [Gen. 1, 3].

Poiché il cielo è, come azzardavo, un qualcosa di vuoto, un contenitore dove successivamente Dio disporrà gli astri, compreso Sole e Luna, cos’è la luce ? E’ poco importante perché Dio la separa subito dalle tenebre. Qui è necessario osservare che questo racconto parte da antiche leggende politiste ed è trasformato in caratteri monoteisti (meglio sarebbe dire monolatrici). Infatti Dio crea la luce e lascia come increato ciò che quindi doveva esserci nel fondo universale, un elemento cosmico eterno, la tenebra. Indagare cos’è questa tenebra, se un’altra entità tipica delle dicotomie luce/buio, buono/cattivo, …, o se rappresenta una divinità (il male contro il bene), è arduo e non mi soffermo. Sta di fatto che il profeta del VI secolo, Isaia Secondo o Deutero Isaia (che scrisse i capitoli dal 40 al 55 del Libro di Isaia), dovette correggere il tiro affermando che Dio era colui che creava la Luce e creava le Tenebre; che creava la pace (il benessere) e il male (la sventura). [Is. 45, 7]. [Nel seguito, con il nome Isaia mi riferirò a Proto-Isaia]. Non sappiamo in base a quali considerazioni, ma Dio si accorse che era una cosa buona. Caspita, si tratta di una creazione senza progetto intelligente un qualcosa di empirico, un lavoro artigiano e non pensato a priori: vediamo come va, vediamo se mi piace, solo in tal caso lascio le cose come le ho fatte. Con questo sistema Dio creò il firmamento e lo mise nel cielo, chiamando quest’ultimo firmamento.

        Qui Dio deve aver avuto qualche problema con lo scriba del suo pensiero. Dio aveva in mente la pioggia che era acqua che sta in cielo ed aveva in mente l’acqua che sta in fiumi, laghi e mari, cioè in terra. Come gliela crea l’acqua all’uomo ?  

[6] Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». 7 Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. 8 Dio chiamò il firmamento cielo [Gen. 1, 6].

Da Giovanni V. Schiaparelli. Il disegno è la ricostruzione schematica fatta da G. Schiapparelli, del mondo biblico: ABC rappresenta il cielo superiore; ADC il contorno dell’abisso; AEC il piano della terra e dei mari; in GHG vi è il firmamento o cielo inferiore; in KK i depositi dei venti; in LL i depositi delle acque superiori (piogge), della neve e della grandine; M è lo spazio occupato dall’aria dove corrono le nubi; in NN abbiamo le acque del grande abisso che alimentano in xxx le fonti, i fiumi ed i mari; PP è la zona del limbo mentre Q, la sua parte inferiore è l’inferno vero e proprio.

A questo punto sistemò le acque sotto il cielo ammucchiandole tutte da un parte in modo da creare l’asciutto che Dio chiamò terra. Un’altra volta Dio si compiace di ciò che ha fatto  dice che la cosa è buona. Incoraggiato da ciò prosegue creando verdure e piante con frutti che hanno dentro di loro dei semi (deve rassicurare coloro che vivono dei frutti dei campi). Anche qui la cosa è di suo gradimento tanto che Dio prende coraggio e crea (solo al quarto giorno) il Sole e la Luna:

[14] Dio disse: «Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni [15] e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne: [16] Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. [17] Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra [18] e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona [Gen. 1, 14-18].

Insomma, in modo più semplice, la Terra è rappresentata come un disco piatto con rilievi montuosi. Il disco è circondato dal mare ed al suo centro si trova Gerusalemme. Esso è ben fissato sulle acque profonde mediante colonne, che Dio scuote per provocare i terremoti. Sempre sotto la superficie si trova lo sheol, sede delle ombre dei morti.  Sopra la superficie, appoggiata alle montagne, si trova la grande cupola rigida del firmamento che trattiene le acque superiori; l’apertura di grandi sportelli, cioè delle cateratte, fa riversare sulla Terra le acque superiori provocando il diluvio. Dio manovra anche l’apertura di saracinesche per l’uscita di pioggia, vento e grandine. Sul firmamento sono incastonate le stelle e si muovono in modo misterioso i due grandi luminari sole e luna (non si parla di pianeti). Sopra tutto questo c’è il trono di Jhwh.

        Questa è la cosmologia che Dio dettò al suo scriba ed è davvero demoralizzante per un Dio che deve almeno divulgare quanto ha fatto in modo comprensibile ma corretto (si deve comunque osservare che Dio aveva copiato abbondantemente nella cosmologia dei babilonesi per passarla al suo popolo eletto che riproponeva le copiature anche se in modo più rozzo(4)). Ma qui sorge un problema molto importante che è gestito nel suo complesso dai cosiddetti biblisti, coloro che devono accordare la Bibbia con il buonsenso, evitando brutte figure.

        Io mi occupo principalmente di questioni scientifiche ed è da questo punto di vista che vado ad indagare alcuni fenomeni alla base della nostra civiltà. Dal mio punto di vista di scienziato che ha seguito il dramma di Galileo devo fare riferimento all’episodio chiave che sta dietro la sua condanna da parte della Chiesa. Di fronte all’appassionato lavoro di Galileo nella Lettera a Cristina di Lorena per convincere i suoi giudici che Dio parlava al suo popolo in modo da farsi capire e che quindi la Bibbia non andava intesa in senso letterale, ottusamente ma caparbiamente gli inquisitori, capitanati da Bellarmino, gli rispondevano che la Bibbia era parola di Dio e quindi andava accettata per ciò che diceva alla lettera. L’episodio biblico al centro della feroce (da parte della Chiesa) controversia è quello di Giosuè. L’esercito israeliano, capitanato da Giosuè, è impegnato in una delle continue battaglie. Sta vincendo ma sta terminando il giorno con il rischio di dover sospendere la  battaglia e che, durante la notte, il nemico si riorganizzi.  Come  fare ? Giosuè si rivolge a Dio (al suo, che non era certamente lo stesso dell’avversario) chiedendo di fermare il Sole nel cielo. La cosa andrà come Giosuè chiedeva fino alla vittoria definitiva. Da questo episodio la Chiesa traeva la conclusione che il Sole era in moto, altrimenti non avrebbe avuto senso il chiedere che si fermasse. Se avesse avuto ragione Galileo che parlava di Terra in moto intorno al Sole immobile, si sarebbe dovuto dire “fermati o Terra”. Ora, di fronte alle assurdità manifeste in queste sole prime frasi della Bibbia è la Chiesa che dice ciò che diceva Galileo vari secoli fa: la Bibbia è dettata da Dio in modo che la gente capisca di cosa si tratta. Ma anche qui le cose non tornano perché la creazione del cosmo come raccontato da Dio è veramente indegna di un Dio. E vi è ancora dell’altro.

        La gente deve essere messa in condizioni di capire ? Ma quando mai la Chiesa ed i sacerdoti di ogni religione hanno lavorato per far capire ? Il mistero è sempre stato il telone dietro il quale le religioni hanno prosperato. L’incomprensibile è l’anticamera dell’ultraterreno. Serve che esemplifichi ? Basta parlare di Trinità ? di eucarestia ? di transustanziazione ? di concepimento da madre vergine ? … e si potrebbe continuare all’infinito. Ebbene la gente, i fedeli, credono a tutto questo e non sono in grado di capire una spiegazione un poco meno trasandata di quella che Dio ha fornito nella Bibbia ? Questo modo di porre il problema non è credibile e, diciamocelo con franchezza: è falso.

        Questa era solo una esemplificazione relativa ad un Dio incapace di divulgare la sua opera. Vediamo ora meglio a quale popolo quegli scritti, redatti e rielaborati all’incirca dal 622 al 516 avanti Cristo, erano diretti (con la riserva di capire più oltre se quel popolo era un popolo o un insieme eterogeneo di genti). In questo lasso di tempo vi furono degli eventi tragici che riguardarono quel popolo che disponeva di un piccolo Stato, il Regno di Giuda che, attorno a Gerusalemme, aveva una piccola superficie, grande più o meno come l’Umbria. Questo piccolo Stato, con un popolo storicamente insignificante, era circondato da altri piccoli Stati, tutti sotto il dominio alla massima potenza dell’epoca, l’Impero di Babilonia. Il tentativo di ribellione del Regno di Giuda contro i babilonesi vide scatenarsi tutta la potenza dell’Impero guidato da Nabucodonosor che, dopo aver assediato Gerusalemme, la sconfisse e distrusse con il tempio del Dio YHWH (587 a.C.). Il sommo sacerdote ed una sessantina di notabili furono giustiziati e l’intera popolazione cittadina fu deportata in Mesopotamia (i contadini e gli allevatori, non rappresentando alcun pericolo per Babilonia, furono lasciati dove erano). Inizia il periodo della deportazione degli ebrei (il profeta Geremia nel VII secolo parlava di solo 4600 anime deportate, ma esse erano l’élite intellettuale e sociale di Gerusalemme – si veda Ger  52; 28-30 ed anche 2 Re 24; 14-16. Approfitto per ricordare che i fatti profetizzati che compaiono nella Bibbia furono scritti sempre dopo che erano accaduti. Il linguaggio profetico era un espediente stilistico, pura retorica, che si usava per darsi credibilità, utilizzando l’intervento di Dio nella storia) che riescono a mantenere la loro identità ed a rafforzarla affidandosi proprio ad un Dio, un Dio unico solo per loro, con il quale stabiliscono quel patto cui accennavo. Questi fatti drammatici per quel popolo lo furono ancor più perché, a lato di essi, si generò l’angoscia della coscienza di aver peccato contro Dio accompagnata dalla necessità di espiare. Ciò comportò qualcosa di ancora peggiore, la credenza nella virtù redentrice della sofferenza (una vera bufala sulla quale vive la Chiesa senza che la sofferenza la riguardi) con notevoli ripercussioni religiose che avranno ricadute anche nel Cristianesimo [sull’ignoranza della Bibbia in questioni scientifiche tornerò in un capitolo a parte].

Fratelli Pol e Jean de Limbourg – Visione dell’Inferno di Dante –(miniatura) –  Chatnilly, Museo Condè

Raffaello – Visione di Ezechiele (circa 1518)  – Galleria Palatina (Firenze)

Hieronimus Bosh (1450-1516) – Cristo che porta la croce (particolare)

(GENESI)

2483. La menzogna è l’offesa più diretta alla verità. Mentire è parlare o agire contro la verità per indurre in errore. Ferendo il rapporto dell’uomo con la verità e con il suo prossimo, la menzogna offende la relazione fondamentale dell’uomo e della sua parola con il Signore.

Catechismo della Chiesa Cattolica, 1992

INTRODUZIONE

         Dire Bibbia è dire il libro (o meglio i libri ma io mi rifarò alla prima dicitura), cioè tutto ciò che c’è da sapere, una antonomasia definitiva, esaustiva, autoritaria che non lascia spazio ad obiezioni. Da ragazzo, al sentire pronunciare Bibbia ero preso da una doppia sensazione: da un lato mi sembrava di avere a che fare con un libro antico, noioso, fatto per addetti al culto; dall’altra con un libro estraneo alla ma vita, un qualcosa che conteneva sotto forma di metafora racconti educativi, norme di comportamento sante, indiscutibilmente tese alla perfezione. In ambedue i casi quel libro era da non prendere in considerazione. Vi erano i suoi cultori e quello che serviva ce lo facevano conoscere quando occorreva. In fondo i temi religiosi non mi interessavano e lì vi erano trattate solo questioni religiose. Iniziai ad interessarmi della Bibbia (Vecchio o Antico Testamento) dopo aver letto i Vangeli per ragioni contingenti riguardanti la mia vita (materiale e non metafisica), ragioni che ho esplicitato nell’Introduzione al mio Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù e che non ripeto, anche perché mi riportano ad un’epoca triste. Dopo aver letto i Vangeli, dicevo, mi sembrò necessario leggere il libro per un motivo banale: i Vangeli sono incomprensibili (lo furono certamente a me) senza quell’altra lettura.

         Iniziai a leggere con lo spirito di chi deve affrontare un cammino noioso e mi trovai stranamente interessato a quel linguaggio antico ed all’inizio di quelle storie che mi parvero subito fantastiche e quindi gradevoli. Stavo leggendo la Genesi. Dopo essere andato avanti macinando pagine e pagine, mi resi conto che quello era un libro fondante di tre religioni monoteiste che riguardavano più di mezzo mondo. Non potevo continuare a leggere come si legge un romanzo, dovevo cercare gli insegnamenti nascosti, quelli a carattere religioso o quantomeno morale. Vi devono essere ! Ma poi la Bibbia era quella stessa che era stata portata come atto d’accusa a Galileo con quel passo in cui Giosuè dice al Sole di fermarsi. Lì non c’ero ancora arrivato ma mi resi conto di dover ricominciare e leggere, non più come si legge un romanzo magari a letto prima di addormentarsi, ma come si legge un libro di studio, a tavolino, con carta e penna a fianco. Mi ricordai subito di aver letto senza che la cosa mi preoccupasse il racconto della creazione, la creazione della luce prima di quella del Sole, e soprattutto quell’altro racconto: la creazione di Adamo seguita da quella di Eva. A partire da quel racconto era nata la durissima condanna di Darwin e della Teoria dell’Evoluzione. Insomma la Bibbia è intervenuta anche pesantemente nella vita degli uomini ed era per me necessario capire meglio da dove nasceva, chi l’aveva scritta, perché avesse quella autorità che alcuni gli riconoscevano e riconoscono.

         Ciò che mi propongo di scrivere e di offrire alla vostra indulgente considerazione è ciò che ho ricavato da questo studio della Bibbia con l’avvertenza che il mio approccio non ha nulla di religioso, è completamente laico e non ha alcuna intenzione di offendere i credenti. Io non cercherò le storie edificanti facendo finta che le altre non esistano ma, al contrario, cercherò tutto ciò che offende una persona, una donna, tutto ciò che è in contraddizione con altro, ogni racconto violento, volgare e vicino ad una pornografia addirittura riprovevole.

La questione di fondo è allora: si può ritenere la Bibbia, nell’accezione Vecchio Testamento, un libro educativo ? Può essere utilizzato per essere la base di un  discorso civile che coinvolga le persone di un Paese a priori civile ? La mia tesi è che ciò non è possibile e che, di più, il libro è addirittura nefasto perché educa alla violenza, ad essere spietati, a difendere il proprio da clan da tutto e tutti con tutti i mezzi, soprattutto quelli più subdoli e, oggi diremmo, criminali.

        Ma perché occorre parlarne ? Perché la Bibbia viene spacciata come il libro con la massima diffusione al mondo e quindi va o dovrebbe andare a toccare le coscienze di un paio di miliardi di persone (i cristiani di ogni sétta e gli ebrei). Ho utilizzato la parola “diffusione” perché dietro di essa vi è un primo grande imbroglio, almeno a livello dei cristiani cattolici (circa un miliardo di persone). Il libro è forse il più venduto tra i cattolici ma NON è certamente il più letto. Direi anzi che è il libro meno letto nella biblioteca dei cattolici. Non posso credere che chi abbia letto le oscenità presenti nella Bibbia, possa seguire a dirsi discendente di quegli insegnamenti. Più comprensibile è il credo nella Bibbia da parte ebraica. Quel libro è riferito a loro come popolo eletto, parla delle loro vicende, della loro storia e del loro diritto a determinate terre. Rinunciare ad esso è rinunciare a se stessi.

        Per parte mia, come ho già detto, parlerò di questo libro per ciò che è e non per ciò che ispira o dovrebbe essere. Tenterò di farlo non attraverso una visione ideologica ma solo attraverso dati di fatto, contesto storico, fonti e testo medesimo in discussione. Chi ha fede la manterrà, e forse la fortificherà. Non sono certo gli studi storico critici in grado di scuotere una fede, altrimenti che fede è ? Quindi il voler vedere in chi tenta una lettura storica, intersecantesi con una religiosa, una persona che attacca i fondamenti della civiltà è esagerato ed a me fa sentire importante. Piuttosto sarebbe di interesse avere delle obiezioni sul contenuto e non, come da decenni mi accade, sul metodo e su questioni al contorno. Una semplice avvertenza: mi propongo di non mentire.

         Una avvertenza importante: ho ampiamente utilizzato come riferimento un testo di Pepe Rodriguez,  Los pésimos ejemplos de Dios (Ediciones Temas de hoy, Madrid 2008). Il testo è in spagnolo ed io, qua e là, ho liberamente tradotto il testo di Rodriguez. Indicherò la referenza ma si deve sapere che la mia è una libera traduzione e quindi non compare una vera e propria citazione.

DOVE NASCE LA BIBBIA

         Non vi è dubbio che la Bibbia (ed io, in questo lavoro, mi riferirò sempre e solo al Vecchio o Antico Testamento) è strettamente connessa ad un popolo che oggi chiamiamo d’Israele o ebraico, costruitosi con diverse influenze da altri popoli. Uno dei problemi più complessi da sciogliere è proprio il capire quali rapporti temporali vi siano tra quell’insieme di popoli e la trascrizione, certamente più tarda della loro storia o leggenda, nel libro la Bibbia. La difficoltà risiede proprio nella apparente inestricabilità tra il racconto religioso e la storia ebraica. Solo da qualche decennio è stato possibile sciogliere via via alcuni parziali nodi grazie alle ricerche archeologiche che sono state in grado di mettere qua e là dei punti fermi (Ebla, Palmira, …).

Le zone in cui ebbero luogo gli avvenimenti che tratto. Da Atlante Storico.

         La Bibbia(0)fa iniziare la storia ebraica, mescolata a leggenda ed alla tradizione tramandata oralmente(1), in un’epoca (XIX secolo), detta dei patriarchi, quando gli antenati del popolo d’Israele risiedevano ad Ur in Mesopotamia  da dove migrarono in un primo tempo verso Harran e quindi da Harran verso Canaan (con nucleo centrale per gli insediamenti delle successive tribù a Sichem) ed infine da Canaan verso l’Egitto, in un tempo complessivo che si aggira tra il secolo XX ed il secolo XVI prima di Cristo.

  Il viaggio di Abramo (1800 – 1700 a.C. ?)

        La tradizione fa iniziare questa storia nel momento in cui il pastore nomade Terach (diciannovesimo patriarca biblico a partire da Adamo), padre di Abramo, primo patriarca delle tre religioni monoteiste, con la sua tribù abbandonò la città di Ur(2), situata in Mesopotamia vicino alla confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, per raggiungere la terra di Canaan, nell’attuale Palestina, mediante carovane i cui mezzi di trasporto erano gli asini. Ciò sarebbe avvenuto intorno al 1870 a.C., anche se queste date variano considerevolmente a seconda della fonte. Comunque la data probabile dell’inizio del viaggio di Terach è quando in Mesopotamia regnava Hammurabi (circa 1728 – 1686). L’epoca di arrivo in Egitto di qualche popolazione semitica, proveniente dalla Mesopotamia, come gli Habiri o Apiru (altro modo di chiamare gli ebrei, gruppi seminomadi dediti inizialmente al banditismo e successivamente convertitisi a lavori agricoli come la vendemmia e successiva lavorazione del vino)  è anch’essa piena di incertezze ma sembrerebbe databile all’epoca del regno di Ramses II, figlio di Sethi I, che aveva dato inizio alla costruzione della città di Pitom sul delta del Nilo, città per la quale serviva molta mano d’opera e nella quale Mosè iniziò la sua attività pubblica. A  questo proposito scrive Donnini:

Nell’Egitto degli ultimi faraoni della XVIII dinastia, e dei primi della XIX, succedeva qualcosa di somigliante a ciò che era successo nel paese dei sumeri mille anni prima; e che succede ancora oggi nei paesi opulenti dell’occidente cristiano. Le popolazioni circostanti, etnicamente diverse, socialmente e culturalmente meno evolute, economicamente più povere (potremmo considerarli gli extracomunitari dell’epoca), entravano in Egitto e qui si stabilivano in cerca di fortuna. Gli stessi Egiziani tolleravano la loro presenza perché, non ostante gli evidenti svantaggi del fenomeno immigratorio, questa gente offriva forza lavoro a basso costo, e poteva svolgere gli innumerevoli compiti che i contadini egizi non avrebbero potuto né voluto svolgere. La Bibbia li rappresenta come un popolo che aveva già maturato una sua identità nazionale, chiamandoli ebrei. Ma questa è pura leggenda. Infatti le popolazioni che si erano introdotte in Egitto per lavorare erano molte e diverse, così come oggi, da noi, sono diversi i marocchini dai senegalesi, gli albanesi dagli slavi… E’ probabile che, ad un certo punto, questa parte della varia umanità che componeva il tessuto sociale egiziano, abbia acquistato un certo peso e una certa coscienza di sé, maturando il bisogno di acquistare anche un senso della propria identità che, ovviamente, fino a quel momento non esisteva perché si trattava di un gruppo eterogeneo per lingua, razza e culti religiosi, in cui, probabilmente, prevaleva una componente semitica.[…]

E’ probabile che il monoteismo incentrato sulla figura divina del sole offrisse l’idea di un concetto universalistico che si prestava alle istanze di quanti, in seno alla società egiziana, erano collocati in una posizione fortemente emarginata e subordinata. Ed è anche probabile che gli ex funzionari e sacerdoti di Akhenaton, o i loro discendenti, abbiano trovato nelle popolazioni semitiche, che vivevano in Egitto in una condizione di pesante asservimento, una comunità disposta ad ascoltarli, interessata a seguirli, a dare loro peso e importanza. Si sarebbe così determinata una simbiosi fra la parte dissidente della società egiziana, costituita da quanti avevano subito il tracollo del sistema di Akhenaton, e le popolazioni immigrate, le quali, fino a quel momento, non erano state capaci di darsi né una identità né una forza come gruppo. […]

Ovviamente, le vicende e i disagi che questo insieme di genti ha dovuto vivere nei due o tre secoli successivi all’uscita dall’Egitto, ha influito profondamente sulla maturazione della loro concezione religiosa. Infatti, sebbene l’eredità teologica della concezione monoteistica di Akhenaton fosse il concetto di un creatore unico per tutto l’universo e per tutti gli esseri, fu impossibile evitare che queste tribù, impegnate in una dura lotta per la sopravvivenza, non sviluppassero un’immagine del dio come “proprio” dio, un dio che amava intervenire a favore del suo popolo prediletto, un dio che determinava gli esiti delle battaglie e veniva definito per questo “dio degli eserciti”.

Questa, filosoficamente parlando, è senz’altro una involuzione del monoteismo pacifista di Akhenaton, che sembrava accarezzare l’idea incredibilmente moderna di una religione universale, legata all’immagine di dio non come signore tribale, ma come signore della natura, depositario di quella potenza che elargisce e governa la vita di tutte le creature. Ma è anche vero che Akhenaton, in giovane età, come principe ereditario, si è trovato senza fatica sul trono di una antica e splendida civiltà. Per lui è stato facile immaginare una religione universale e pacifica, e non possiamo dimenticare che la sua politica idealista, in fin dei conti, è stata abbastanza rovinosa per l’Egitto.

Il dio unico di Israele non è più quel sole equanime che splende per tutti, i cui raggi scendono sulla terra come mani amorose che accarezzano tutte le creature. Il dio di Israele diventa molto partigiano, intende sterminare coloro che non vogliono essere suoi fedeli, incarica un popolo prediletto di farsi esecutore impietoso di questo piano finalizzato al risanamento spirituale dell’umanità. Questa è ovviamente la proiezione narcisistica eseguita da un gruppo umano che, a differenza di Akhenaton, non ha ereditato lo splendore di un antico e ricco paese, bensì non ha ancora una terra, non ha una storia comune, non ha altro che povertà, nemici ostili e crisi di identità collettiva.

Che altro può fare, un gruppo umano come questo, se non inventarsi un orgoglio nazional-religioso, anzi, una missione spirituale, un patto privilegiato col creatore, colmare il proprio immaginario collettivo con l’idea di essere, fra tutti i popoli, il favorito del creatore e di legittimare il proprio interesse promuovendolo al rango di una causa di giustizia universale? Non solo è una idea necessaria, ma si tratta di una idea geniale, assolutamente vincente e, sebbene il presunto favore di dio sia solo una invenzione narcisistica, chi, in Israele, avrebbe osato metterlo in dubbio? Ed è così che l’idea di un monoteismo di stato, presa in prestito da Akhenaton, che non si era rivelata utile per il vecchio Egitto, si rivelò utile per il giovane Israele; adattando però una parte della sua filosofia alle necessità di questo popolo nascente e assumendo tinte di spiccato nazionalismo.

Tornando a quanto dicevo più su, i riferimenti più antichi riguardanti gli Habiri nei documenti sumeri nella terra di Ur datano intorno al 1760 a.C. Era questa l’epoca in cui si ebbero grandi migrazioni semitiche ed i documenti in questione presentano gli Habiri come un elemento nuovo nella società, il cui status legale era difficile di definire (una sorta di Gitani dell’epoca). Essi erano accettati come degli stranieri, non come parte del popolo sumero. Ancora da tali documenti apprendiamo che gli Habiri erano attivi in diverse funzioni sociali, nello stesso modo che gli Israeliti lo erano in Egitto e poi anche nella corte di Nabucodonosor. Si deve notare che quando il termine Habiri scomparve dai documenti, inizia a comparire il termine Ivri (ancora ebrei), ma con connotazioni molto più ristrette, cioè, solo in riferimento agli Israeliti, avendo parte del gruppo principale Habiri scelto sistemazioni e localizzazioni diverse.

         Per ciò che riguarda un qualche riferimento al popolo asiatico d’Israele insediato nelle terre di Palestina abbiamo cenni della loro esistenza (come parte degli Habiri e di gruppi prima immigrati e poi fuggiti per una qualche ragione dall’Egitto) da documenti egizi in cui si parla del pagamento di loro tributi tra il 1200 ed il 1100 a.C.. Sappiamo per certo che la Palestina era stata abitata da differenti popoli (Fenici, Filistei, Amorrei, Hittiti, Aramei, …), che fino al 1350 circa era stata occupata (per periodi più o meno lunghi) dall’Impero di Babilonia poi rimpiazzato per circa 150 anni dall’Impero egiziano (XVIII dinastia). Insomma, le terre fertili di Palestina, alla fine della loro appartenenza all’impero egizio (circa 1200 a.C., durante il regno di Merneptah successore di Ramses II), che aveva iniziato la sua decadenza, erano diventate terre per scorribande di tribù di varie origini e provenienze. Il potente Impero egiziano si trovava in gravi difficoltà a seguito dei continui attacchi dei popoli del mare (così chiamati da varie iscrizioni su steli egizie), attacchi connessi con il complesso di migrazioni che tra il XIV e XII sec. a.C. sconvolse l’assetto del bacino orientale del Mediterraneo a seguito del crollo della produzione agricola, causata da eccezionali stagioni di siccità e dal collasso della rete dei canali per l’irrigazione dei campi (è l’epoca della fine dell’Impero hittita, dei regni micenei e di altri stati d’Oriente). Il potente Impero egiziano si trovò attaccato a più riprese da varie parti. I popoli del mare (Achei, Tirreni, Sardi, Siculi, Filistei, …), in gran parte provenienti dai Balcani, che aiutarono la fine dell’Impero hittita, riuscirono a mettere in difficoltà l’Impero egiziano che, attaccato sia da questi popoli che da tribù libiche, fu costretto a ritirarsi da terre occupate per sostenere la difesa del nucleo centrale dei propri possedimenti. Gli invasori, in epoche diverse, riuscirono ad impadronirsi di vari territori precedentemente sotto il domino egizio, divennero stanziali sulle coste orientali del Mediterraneo ed in particolare nella Palestina. Varie tribù seminomadi si stabilirono in queste terre e la loro provenienza era la più diversa: parte proveniva come detto dal mare(3), parte era di popolazioni stanziali anche in epoca di occupazione egizia, parte preveniente dalla Mesopotamia e dalla Siria, e parte ancora proveniente dallo stesso Egitto. In questo periodo (circa 1200 a.C.) troviamo per la prima volta su una fonte extrabiblica il nome di popoli nomadi ysrỉr o ivri (identificati con Israeliti e cioè con la biblica tribù di Issachar) in una iscrizione su una stele egizia che racconta le distruzioni operate da Merneptah nella terra di Canaan contro i popoli del mare. Questa popolazione, della quale non sappiamo altro che quel nome in quella iscrizione, si insediò nelle zone montuose (Catena montuosa centrale) che sono al sud della Grande Pianura di Esdraelon (o Valle di Jezreel) ed anche in altre zone separate l’una dall’altra (nella Bibbia, la tribù di Issachar o Israele, è la tribù del quarto figlio di Beniamino con la quale erano legate le tribù di Zabulon). Nella zona della Galilea e ad oriente del fiume Giordano andarono tribù della stessa etnia e comunque alleate. Al sud ancora altre tribù che diedero successivamente vita alla regione montuosa di Giuda. Ed ancora più a sud, le tribù di Ruben, Simeone e Levi che sembra siano state le prime ad insediarsi in quella zona nota come Cisgiordania centrale. In epoca posteriore il centro della Palestina fu occupato dalle tribù di Efraim e Manasse, che biblicamente costituirebbe la tribù di Giuseppe. Ad oriente del Giordano invece si insediarono pezzi delle tribù di Efraim divenute tribù di Gad e Galaad. Da quanto ora detto, si deduce che, contrariamente a quanto sostiene la Bibbia che d’altra parte non è libro storico ma solo religioso, nell’insieme di quella terra non si insediò un popolo con caratteristiche unitarie ma vari popoli facenti parte di tribù di seminomadi con caratteristiche e culture a volte radicalmente differenti arrivate in epoche anche molto diverse. Non si trattò di una conquista programmata dalle varie tribù d’Israele, operanti con un piano unitario, che poi si suddivisero il territorio ma piuttosto di varie tribù di seminomadi che si trovarono a condividere uno stesso territorio. Fu poi il mito che unificò le tradizioni, in origine profondamente diverse, delle varie tribù ed il mito fu costruito dalla tribù più importante, più influente, … sembra quella di Beniamino. Questa tribù sviluppò una sua storia di insediamento, di lotta, di conquista che poi ricostruì come operazione dell’intero gruppo delle tribù che avevano il possesso di quelle terre e che via via si federarono politicamente.

         La Bibbia, come già detto, fa il racconto di queste vicende il cui inizio ho già tracciato. Da Ur, gli ebrei guidati da Abramo e la moglie Sara arrivarono ad Harran e da qui  saranno i soli Abramo e Sara, con la tribù e le greggi al seguito, a portare a termine il viaggio fino a Canaan (iniziando una ricostruzione che vedrebbe una unità del popolo d’Israele inesistente). In questa terra muore Abramo e qui si svolgono le vicende di suo figlio Isacco e suo nipote Giacobbe, che in un incomprensibile passo della Bibbia, mentre lotta con qualche spirito malvagio o meno, viene chiamato Israele (e nella Bibbia compare qui per la prima volta il nome Israele):

[23]Durante quella notte … [25]Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. [26]Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. [27]Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». [28]Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». [29]Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». [30]Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse. [31]Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel «Perché – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva». [32]Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all’anca. [33]Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quegli aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico. [Gen, 32, 23-33]

Tra i 12 figli di Giacobbe-Israele che diedero vita alle 12 tribù d’Israele, risalta in particolare Giuseppe che, venduto dai fratelli come schiavo in Egitto, dopo colorite vicende riesce a diventare viceré del paese. Riappacificato coi fratelli invita il clan nomade di Giacobbe-Israele, sofferente per fame, a stabilirsi in Egitto, nella terra di Gosen (probabilmente la parte orientale del delta del Nilo). Con l’entrata degli ebrei in Egitto (XVIII sec) si chiude la Genesi. In Egitto vissero in pace, prosperando, per molti anni (il numero 40, come il 42 ed il 400, compare spesso nella Bibbia ma occorre avvertire che non ha nulla  che fare con un numero rappresentante la realtà. Nei testi biblici il numero quaranta – arbaim in ebraico -, ma anche 400, è un numero che vuol dire molti, mentre il 42 sta per l’attesa, la preparazione, la prova, il castigo; allo stesso modo il numero due – shettáyim in ebraico – significa ambo, doppio, dodici, dodicesimo, due, duecento, duemila, duodecimo, pari, secondo, due volte, venti mila, … Sembra, confrontando con gli altri usi nella Bibbia del numero 40 che esso voglia dire molti o abbastanza senza specificare quanti. Dio era piuttosto vago nel dettare le sue memorie) finché non salì al trono il faraone Ramses II che li rese schiavi obbligandoli ai lavori forzati nella costruzione delle città di Pitom e Ramses (tra circa il 1290 ed il 1220). Fu Mosè (XIII sec) che, con l’aiuto di Dio (le 10 piaghe d’Egitto), liberò il popolo d’Israele, facendolo uscire dall’Egitto mediante l’attraversamento del Mare dei Giunchi (è arbitrario affermare che si tratti del Mar Rosso, molto più probabile che si trattasse delle paludi note come Laghi amari, situate vicino Suez). Con il viaggio di Mosè inizia l’Esodo e va ricordato che Mosè ricevette direttamente da Dio, sul Monte Sinai, la rivelazione e la Legge ebraica. Siamo qui però in un’epoca in cui vi è un monoteismo incerto tra la popolazione raccogliticcia di Mosè. Mosè, che non era infatti un monoteista ma un enoteista monolatra (esistono più dèi tra i quali se ne sceglie uno solo, quello ritenuto il più potente),  accompagnerà gli ebrei per molti anni nel deserto per arrivare alla terra promessa da Dio. Abbiamo testimonianza di ciò in vari passi della Bibbia nei quali è lo stesso Dio a dirsi geloso di altri dei. Inoltre troviamo frasi come le seguenti: in Esodo 15; 11, Mosè dice: 11 Chi è come te fra gli dèi, Signore? Chi è come te, maestoso in santità, tremendo nelle imprese, operatore di prodigi?. Più oltre (Esodo 18; 11) Ietro, suocero di Mosè, dirà: 11 Ora io so che il Signore è più grande di tutti gli dèi, poiché egli ha operato contro gli Egiziani con quelle stesse cose di cui essi si vantavano. E Dio stesso affermerà che vi sono altri dèi Esodo 20; 2-5): 2 «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: 3 non avrai altri dèi di fronte a me. 4 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 5 Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, […]. Ma perché gli israeliti scelsero questo Dio ? Scrive a proposito Pepe Rodriguez [2]:

Data la sua umiltà storica ed insignificanza umana risulta perfettamente comprensibile che il popolo d’Israele — in virtù di quello che sappiamo sulla psicologia umana e su ciò che insegna la storia di molti altri popoli in situazioni analoghe — avesse un disperato bisogno di attrarre su di sé l’attenzione e la protezione di un dio onnipotente al quale era disposto a sottomettersi come un figlio debole o sprovveduto di fronte a un padre forte. Ma non essendo gli dèi nemici meno potenti, Israele, col passare del tempo, è stata costretta a compensare la sua timidezza sentendosi la nazione scelta, non già dal dio all’epoca più potente di tutti, ma da un Dio unico ed escludente che (quale non sarebbe la sua predisposizione a favore del popolo israelita?) sigillò un patto di esclusività con i suoi protetti. Una tale dinamica megalomane, colma di mitomania, fu la chiave che rese possibile la sopravvivenza degli israeliti e fini per diventare l’asse centrale dell’identità ebraica, e infine, per eredità diretta, di quella cristiana. È fondamentalmente per questa ragione che i testi biblici confondono la storia reale e quella mitica d’Israele con la sua religione.

Un’analisi più sottile è possibile, tralasciando l’ipotesi, da alcuni storici fatta, che il monoteismo ebraico discenda dal primo monoteismo noto, quello del faraone egiziano Akhenaton (1378-1362) nei riguardi del dio Sole da cui Mosè si sarebbe ispirato. Riprendiamo la frase di Jahvè io sono un dio geloso. Ciò impone una scelta radicale di un dio rispetto ai molti altri dèi esistenti e possibili. Un dio solo che non ammette alcun altro dio, quindi un dio che esclude ogni altro dio, cioè ogni altra cultura, ogni altro popolo che abbia un altro dio. Questa concezione si contrappone in modo radicale agli dèi greci e romani che, al contrario di quello ebraico e quindi cristiano, erano inclusivi, permettevano cioè che vi fossero altri dèi che potessero essere adorati senza per questo nulla togliere al proprio dio, al proprio credo, la propria cultura, al proprio popolo. Alla base di questa religione dei greci e romani vi era un’apertura impensabile rispetto alla religione chiusa del dio del Vecchio Testamento, apertura che faceva credere in tutta tranquillità che gli altri dèi non fossero altri che il proprio dio con nome differente. Abbiamo testimonianza di ciò in Apuleio che nelle sue Metamorfosi (o Asino d’oro)ci racconta della festa di Iside, della Dea-Madre. Nella religione romana Iside venne assimilata con molte divinità femminili locali, quali Proserpina, Cibele, Demetra e Cerere, e molti templi furono innalzati in suo onore in Europa, Africa ed Asia. Questo concetto è espresso molto chiaramente in vari brani dell’operadove la Dea Iside rappresenta tutte le dee senza identificarsi con nessuna. Essa finisce così per essere assimilata alle diverse divinità femminili, come la dea Demetra che disperata ricerca la figlia rapita, o Afrodite, nella sua veste di garante dell’amore coniugale, e persino la dea-gatta egizia Bastet, protettrice della maternità.

“(…) Indivisibile è la mia divina essenza, ma nel mondo io son venerata ovunque sotto molteplici forme, con riti diversi, sotto differenti nomi. Perciò i Frigi, i primi abitatori della terra, mi chiamano madre degli Dèi, adorata in Pessinunte; gli Attici autoctoni, Minervia Cecropia; i Ciprioti bagnati dal mare, Venere di Pafo; i Cretesi abili arcieri, Diana Dictinna; i Siciliani trilingui, Proserpina Stigia; gli abitanti dell’antica Eleusi, Cerere Attea; alcuni, Giunone; altri, Bellona; gli uni, Ecate; gli altri, Rammusia. Ma le due stirpi degli etiopi, gli uni illuminati dai raggi nascenti del sole all’alba, gli altri da quelli morenti al tramonto, e gli Egiziani cui l’antico sapere conferisce potenza, mi onorano con riti che appartengono a me sola, e mi chiamano, col mio vero nome, Iside Regina. (…)”.

Per i fedeli  di Iside tutti gli Dèi greco-romani erano riconoscibili nella figura della Dea, erano sue manifestazioni; Iside “dai mille nomi”, a volte era la capricciosa Dea Fortuna e dell’evento imprevedibile; ma era anche colei che poteva risolvere le sofferenze, la “Providentia”. Il caso decideva le sofferenze umane e le gioie, ma se ci si convertiva ad Iside questi avvenimenti apparivano, finalmente, come manifestazioni della Provvidenza che portava l’uomo verso la beatitudine. E’ dunque chiaro che ognuno poteva avere la sua Dea ma questa non era altri che Iside. Ciò include e non esclude gli altri popoli.

         Anche Plutarco non ritiene assurdo o impossibile conciliare la fede in un Dio unico col politeismo della religione tradizionale, verso la quale nutre un incredibile rispetto. Egli riteneva che tutti gli dèi fossero differenti manifestazioni di un unico dio (per Plutarco, Apollo). Gli dèi sono un qualcosa di comune a tutti i popoli, anche se diversi da popolo a popolo come espressione diversa di una unica entità, un unico Logos. chiamato in modi differenti. Più in generale, nel mondo greco, l’idea predominante è quella di ritenere il divino come unica realtà (to qeion) anche se le divinità sono tante. E per i pagani era naturale che un nome di un dio fosse traducibile in quello di un altro dio (esempi sono Atena che diventa Minerva, Zeus che diventa Giove, Afrodite che diventa Venere, Ares/Marte, Artemide/Diana, Crono/Saturno, Era/Giunone, Poseidone/Nettuno, …..). Cosa vuol dire tutto ciò ? Che il politeismo è alla base della tolleranza che invece è negata dalla Bibbia, dal monoteismo biblico, dal Dio Geloso. Ma vi è un altro elemento da dover prendere in considerazione a proposito dell’intolleranza del Dio biblico, del Dio di Mosè: non si tratta della contrapposizione tra un Dio rispetto a tutti gli altri ma del vero Dio rispetto ai falsi dèi. Entriamo quindi in un confronto, che è a priori portatore di scontri che diventano violenti, tra vero e falso. E ciò è tanto vero quanto possiamo confrontare in tutta la storia negli scontri sempre più violenti tra religioni monoteiste ma anche all’interno dello stesso Vecchio Testamento, ad esempio nell’Esodo in cui, come vedremo nell’episodio del vitello d’oro, è lo stesso Jahvè a comandare l’assassinio di ogni diverso,, del proprio fratello, del proprio padre, del proprio amico, … Tutto ciò si è poi costituito in religioni che di fatto escludono tutti gli altri, religioni fondate su pretese rivelazioni, su Libri, su classi sacerdotali, uniche fonti del vero. E’ un credere del tutto irrazionale che richiede fede, petizioni di principio, esclude ragione ed apre la via alla completa intolleranza. 

Tornando a quanto avevo lasciato più su, per la conquista di un rigido monoteismo occorrerà attendere Giosia. In ogni caso, quando gli ebrei entrarono nella Palestina, dopo la morte di Mosè, avrebbero dovuto quindi già possedere l’intero blocco della Legge interamente strutturata (la Legge infatti è dettata da Dio, è rivelata e come tale non può essere modificata). Ma le cose non stanno così, perché quella Legge prese forma piano piano con contributi fondamentali dovuti alle riforme di Ezechia e Giosia (VII secolo a.C.). Per 200 anni gli ebrei vissero senza un re, guidati da capitribù, da saggi chiamati giudici. Riuscirono a sconfiggere i cananei e ad occupare le loro fertili terre senza però riuscire ad occupare le città fortificate allineate lungo la pianura, e tali città rimasero indipendenti fino a David e Salomone. Nell’XI secolo furono i Filistei, i cosiddetti popoli del mare, abili guerrieri, culturalmente molto evoluti (molto più del popolo di Dio) ad occupare il centro della Palestina con il medesimo fine degli israeliti: occupare le fertili terre di Canaan. Anche parti del territorio degli israeliti fu occupato dai Filistei e questi ultimi pretesero tasse elevatissime e condizioni umilianti per poter continuare a coltivare quelle terre. Ed è qui che vi fu la spinta alla maggiore unificazione delle varie tribù di Israele e ad unificarsi con una guida comune, il re Saul della tribù di Beniamino (siamo intorno all’anno 1000). Saul cadde in battaglia contro i Filistei e fu David a raccogliere il testimone per portare  alla fondazione del regno di Giuda e ad essere riconosciuto come re anche dalle altre tribù di Israele. Si deva a David la conquista di Gerusalemme, città capitale dell’ormai conquistata Canaan. A David successe Salomone che tentò di trasformare quel gruppo eterogeneo di tribù in una monarchia centralizzata e con dei governatori nominati dal centro alla guida delle singole etnie tribali. La cosa non riuscì anche per la insensatezza di Salomone che, da una parte sperperò denaro nella costruzione di grandi edifici pubblici che le povere finanze di quei territori non potevano permettersi, e dall’altra concesse maggior rilievo e potere alla sua tribù, quella di Giuda. Questo operato comportò che alla morte di Salomone il regno di divise in due parti, al nord di Gerusalemme il regno di Israele (samaritani) costituito da 10 tribù, al sud il regno di Giuda (giudei), costituito dalle tribù restanti, retto da discendenti di David. Per circa 200 anni i due regni vissero separati fin quando Dio non iniziò con il punire il regno del nord con le invasioni prima degli Aramei dalla Siria, quindi degli assiri mettendo a ferro e fuoco l’intero regno che cadde nel 721 a.C., che patì distruzioni ed esilio. Il regno del sud riuscì a resistere per oltre un secolo finché anche si di esso non si abbatté il castigo di Dio tramite le armate di Babilonia guidate da  Nabucodonosor che nel 586 distrussero questo regno dando alle fiamme l’intera città di Gerusalemme ed il Tempio e deportando i suoi abitanti (secondo esilio, dopo quello in Egitto del XIII secolo). Ma prima che ciò accadesse, nel 621 a. C., nel diciottesimo anno del regno di Giosia, il gran sacerdote Ilchia annunziava di aver «ritrovato», nel corso dei restauri nel Tempio, un rotolo che conteneva il testo originale del «libro della legge». Era il solo modo per far accettare una riforma ad un popolo estremamente conservatore. Con questo testo inventato o abilmente rimaneggiato, venivano cancellate tutte le tracce dei vecchi culti che il popolo d’Israele aveva adottato dai cananei con la simultanea sconsacrazione di ogni altare dove si era sacrificato agli altri dei, i Baal. La legislazione di Giosia obbligava tutti gli ebrei a mantenersi fedeli a un sol Dio, a esclusione di tutti gli altri.  Tra il popolo ebraico e il suo dio veniva stipulata un’alleanza, un «patto»: il popolo affidava le sue sorti a Jahvè e in cambio riceveva la promessa di salvezza, di prosperità, di vittoria sui nemici. Scrive Ambrogio Donini: “I santuari delle divinità agricole palestinesi, «da Geeba a Beersceba», vennero dichiarati immondi e soppressi; alle vocali del dio Melèk, «il re», vennero sostituite quelle della parola boscet, lo «sterco», cambiandolo così in Molèk o Molòk. Ai sacerdoti di questi culti venne impartito l’ordine di trasferirsi tutti a Gerusalemme e una rendita fu loro assegnata sui proventi del Tempio (i cohanin, plurale di cohen, «sacerdote»); ma essi si videro esclusi dalla celebrazione dei sacrifici, riservati ai leviti e in modo speciale ai membri della «casa di Sadòk», il leggendario gran sacerdote del «vero» culto di Jahvè, da cui prenderanno il nome sia la setta dei sadducei, menzionati nei vangeli, sia quella dei «figli di Sadòk», che sono al centro dei manoscritti in lingua ebraica scoperti presso il Mar Morto nel 1947. […] Artefici e gelosi custodi di questa riforma furono i «profeti», che cercarono di dare un’interpretazione di tutta la storia partendo da questo rigido contratto tra Jahvè e il suo popolo. Tutte le disgrazie, tutte le sconfitte di Israele vennero giudicate come un segno della collera divina per le trasgressioni religiose della nazione e i crimini commessi dai suoi gruppi dirigenti. Il profetismo ebraico, che ha dato pagine di elevato valore letterario e ideale alla raccolta degli scritti biblici, partiva da presupposti religiosi e sociali ben definiti ed esprimeva non di rado lo stato d’animo di protesta e di speranza degli strati popolari più umili e oppressi della Palestina”.

La situazione di questi due regni, da un punto di vista culturale, è descritta da Liverani [1]:

se paragonata al resto del Vicino Oriente antico, la cultura israelitica di età pre-esilica (secondo esilio, ndr) si segnala per povertà di attestazioni. Non solo le grandi culture dell’Egitto e della Mesopotamia, ma anche il resto della fascia siro-palestinese, hanno restituito all’indagine archeologica resti più clamorosi e più espliciti di quelli d’Israele. Eppure la Palestina è stata oggetto di capillare ricerca archeologica assai più intensamente di ogni altra regione del Vicino Oriente e forse del mondo. Se si dovesse ricostruire la storia politica e culturale d’Israele sulla base di questi ritrovamenti se ne avrebbe un quadro estremamente povero e sommario. La ragione fondamentale sta nella effettiva povertà della zona, marginale in ogni senso (ecologicamente, politicamente), con fenomeni insediativi, politici, culturali di dimensione ridotta, rispetto alle aree vicine […].

Ed infatti, come afferma autorevolmente ancora Ambrogio Donini,

i primi libri del Vecchio Testamento, pur richiamandosi a tradizioni anteriori, sono dovuti a una elaborazione molto tarda e risentono di precedenti influssi egiziani, babilonesi, ugaritici, persiani e persino greci. Essi non ci danno una documentazione diretta sui primordi del popolo ebraico; ma ci riferiscono semplicemente quello che su queste origini si credeva, in Israele, tra il III e il II secolo a. C., cioè grosso modo nello stesso periodo di tempo che ha visto fiorire la letteratura della Grecia classica e iniziarsi la letteratura latina. La storia documentata di quasi tutti gli altri popoli del vicino ed estremo oriente, e dello stesso mondo mediterraneo, risale di alcuni millenni più indietro.

 Incredibilmente però, quel Dio biblico così crudele con il suo popolo, che aveva portato alla distruzione dei due regni, era considerato ancora più potente di ciò che si pensasse perché era stato in grado di dirigere le armate nemiche a distruggere l’intero regno ebraico che aveva meritato quella punizione per i gravi peccati di cui si era macchiato. E, guardando sempre a quel Dio, con l’aiuto di alcuni esiliati di ritorno da Babilonia e dopo la ricostruzione del Tempio, Israele rinacque su nuove basi, non più come una monarchia ma come una comunità religiosa, ubbidiente a quel Dio che doveva essere placato con l’ubbidienza alla Legge. E, come ricordano Finkelstein e Silberman, verso la fine del VII secolo,

nell’arco di alcuni straordinari decenni di fermento spirituale ed agitazione politica, un’improbabile coalizione di funzionari di corte giudei, scribi, sacerdoti, contadini, e profeti, si aggregò per creare un nuovo movimento al cui centro c’era una scrittura sacra di valore spirituale e letterario senza uguali, una saga epica nella quale si veniva ad intrecciare una collezione incredibilmente ricca di scritti storici, memorie, leggende, racconti popolari, aneddoti, propaganda reale, profezie ed antiche poesie. In parte composizione originale, in parte adattamento di versioni e di fonti precedenti […].

Da questo momento non era più un qualche personaggio eminente, un giudice, un re o chi si vuole ad essere responsabile delle azioni del popolo d’Israele verso Dio, ma ciascuna persona facesse parte di questo popolo. Ed il riferimento era solo la Bibbia.

Tutte queste notizie sono in parte leggendarie ed occorrerebbe fare un discorso molto approfondito per giudicarne la veridicità e la loro sistemazione in una determinata epoca (vale sempre quanto scritto in nota 1). Si sa per certo che, come per la Genesi, non è possibile trovare una diretta conferma nelle fonti egizie circa il soggiorno e la fuga degli Ebrei. Si sa invece che dei nomadi semiti risiedevano all’epoca nel delta del Nilo e che le città citate furono costruite mediante persone ai lavori forzati.

Gli storici de La storia: Dalla preistoria all’antico Egitto, forniscono ulteriori informazioni che ci portano alla conquista della terra di Canaan da parte degli ebrei:

Sembra certo da parecchi indizi che ciascun gruppo ebraico avesse proprie tradizioni relative all’insediamento in Palestina e che la narrazione biblica della conquista, contenuta in Giosuè 1-12, rifletta la tradizione di un solo gruppo, quello che nel sistema della lega d’Israele si chiamò tribù di Beniamino, le cui gesta furono attribuite a tutto il complesso delle genti, che nel paese di cultura si federarono in un’unica unità politica.

La presa di possesso di gran parte della Palestina da parte degli Ebrei fu dunque il risultato di un processo non breve, che si attuò in varie fasi e con diverse modalità. […].

Stabilendosi in Palestina, gli Ebrei sfruttarono certamente una situazione di difficoltà economiche e di disordini sociali delle città cananee […]. La penetrazione unitaria nelle terre di cultura, tuttavia, se non dovette essere totalmente violenta e di breve durata, come vorrebbero le fonti bibliche, non fu neppure esclusivamente una lenta penetrazione pacifica risultante dalla progressiva sedentarizzazione di seminomadi praticanti la transumanza. Il carattere violento di alcuni degli episodi che condussero gli Ebrei in questa regione non solo è largamente riflesso nella tradizione, che divenne canonica, della conquista di Giosuè, ma è documentata archeologicamente dalla distruzione [di varie] città cananee […].

La federazione delle tribù sembra essersi compiuta dopo l’insediamento definitivo dei gruppi ebraici nei territori che la tradizione attribuì loro, come dimostrano certi nomi, quali la «montagna di Efraim» da cui certo presero nome i gruppi familiari attestatisi là attorno. La prima forma di unità politica in cui si raccolsero le tribù ebraiche, che fu una confederazione basata sulla comunanza di un determinato luogo cultuale, era fondata precisamente sulle tribù articolate in un sistema di alleanze senario. Costituita questa alleanza sacrale, probabilmente formata all’inizio da sei tribù e solo più tardi dalle tradizionali dodici, il popolo d’Israele si trovò nella necessità di salvaguardare la propria autonomia di fronte alle genti limitrofe […]. Negli scontri che Israele dovette sostenere sullo scorcio del II millennio, le sue genti furono guidate dai «giudici», capi carismatici che non venivano scelti come magistrati, ma nei quali le gesta compiute facevano riconoscere dalla comunità l’abbondanza dei doni divini.

Con queste notizie necessariamente molto brevi, ho tentato di ricongiungere quanto si sa di storia con quanto racconta la Bibbia (con una brevissima cronologia di ciò che è avvenuto fino all’anno 586). E’ ora quindi indispensabile capire quanto sia affidabile ciò che è stato trascritto sul libro Bibbia. Nella tradizione orale infatti da un lato vengono semplificati i fatti, dall’altro determinati aspetti vengono trascurati, vengono inoltre creati ed aggiunti alcuni particolari a scopo didattico, si preferisce una presentazione poetica piuttosto che cronachistica, vengono creati accostamenti e ripetizioni, infine si tende a far risaltare la presenza e l’intervento di Dio. Occorre poi aggiungere che i livelli culturali di chi ha redatto il libro erano estremamente poveri, quindi si deve osservare che il tempo intercorso tra la preistoria ebraica (i Patriarchi) e l’inizio dei primi scritti biblici (inizi del 1000 a.C.) è enorme con la conseguenza che quanto raccontato fino a circa l’anno 1000 è sempre più fantasioso mano a mano che ci si allontana da quell’anno, infatti i racconti di cui disponiamo sono stati scritti molti secoli più tardi, non in conformità a documenti scritti ma quali fissazione di tradizioni orali coltivate dal popolo. Tradizioni fissate dapprima in vari documenti di natura e ispirazione diversa, e unificate a distanza d’altri secoli nell’edizione definitiva del Pentateuco. Il periodo compreso tra il X secolo ed il VII secolo a. C., quando usciamo quasi del tutto dalla tradizione orale, è invece affidabile anche se non preciso. Quanto avviene di seguito è invece certo perché abbiamo riscontri su documentazione scritta. Dal punto di vista invece dei testi scritti costituenti i vari libri che compongono la Bibbia, è dal III secolo a.C. che furono sistemati insieme con opportuni collegamenti e canoni fissi. Questa sistemazione era solo embrionale perché la definitiva si avrà solo nei primi secoli dell’Era cristiana, tra la fine del I secolo e gli inizi del II d.C. (con la chiusura del canone palestinese a seguito degli scontri violenti con l’Impero Romano e le conseguenti catastrofi cui fu sottoposto il popolo di Israele). Tra i vari libri della Bibbia il Pentateuco è quello che ha per gli ebrei una sacralità superiore, perché il più antico (precedente al III secolo a.C.) e perché accettato unanimemente da samaritani e giudei (che infatti si separarono dopo il III secolo a.C.). Gli altri libri sono posteriori con i Profeti che datano agli inizi del II secolo a.C..

Con queste premesse che non debbono mai essere dimenticate è possibile parlare di Bibbia, non prima però di un’altra questione: essere cristiani implica credere in una  Bibbia dettata direttamente da Dio. Vediamo.

PAROLA DI DIO

       I testi che compongono la Bibbia sono nient’altro che racconti tramandati a voce, poi scritti da persone diverse e in tempi diversi senza grande precisione, per sviluppare una teologia più che fare storia. In essi vengono raccolte ed elaborate idee ebraiche e di altri, in forma di eventi e regole soprannaturali anziché umane, poi sottoposti lungo i secoli a fantasiose aggiunte, traduzioni capricciose e convenienti interpretazioni. La Bibbia ha un suo significato preciso per un determinato popolo. E’ la storia leggendaria ed utilitaristica dell’insieme di quelle genti che, da un certo momento (intorno al XIII secolo), si è riconosciuta come popolo ebraico o d’Israele. Gli usi ed i costumi nonché gli insegnamenti di quel libro sono diretti a quel popolo per il quale hanno significati precisi. Anche se vedremo che tali insegnamenti non sono certamente edificanti se confrontati con il comune sentire dei Paesi occidentali odierni. La Bibbia è stata poi assunta come testo sacro anche dalla cristianità ed in particolare dalla Chiesa cattolica. Qui arriviamo ad un assurdo flagrante: il Dio che mediamente ci viene presentato nel Vecchio Testamento (VT), dove emergono differenti suoi comportamenti, non ha nulla, ma proprio nulla a che vedere con quello del Nuovo Testamento (NT). E neanche a dire che il richiamo della Chiesa cattolica al VT sia dovuto ad una qualche svista. Infatti quel richiamo è perentoriamente fatto da Gesù nel NT che mostra di essere un perfetto ebreo rispettoso della sua religione. Per convincercene leggiamo un paio di brani dai Vangeli in cui Gesù afferma che la Legge, quella del patto di alleanza con Mosè, dovrà compiersi:

17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla Legge, senza che tutto sia compiuto. [Mt 5; 17-18]

17 E’ più facile che abbiano fine il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge. [Lc 16; 17]

Ebbene cerchiamo di capire quali sono gli insegnamenti di questa sacra Bibbia per il cattolicesimo (ma anche per l’ebraismo), quegli insegnamenti che, volenti o nolenti, tutti noi abbiamo da centinaia di anni come sottofondo, soprattutto morale, di riferimento. Per noi europei la storia del popolo di Israele ha un interesse, appunto, storico e quella parte della Bibbia non può significare null’altro per noi. Quindi dobbiamo ricercare i suoi “insegnamenti” nelle metafore suggerite, negli esempi e nelle cose dette esplicitamente riguardo a quella morale che viene proposta in modo esplicito.

        La storia del popolo ebraico è raccontata nei vari libri che compongono la Bibbia ed è il prodotto di un processo di elaborazione molto lungo durante il quale i documenti più antichi sono stati via via modificati con l’interpolazione di aggiornamenti ed interpretazioni diverse che rispondevano ai nuovi interessi e necessità dei successivi compilatori. Per parte sua la Chiesa cattolica ha sempre sostenuto che l’ispiratore dei vari scritti sacri costituenti la Bibbia è stato lo Spirito Santo e, di conseguenza, direttamente di Dio. L’esegesi ebraica ritiene che tutta la Torah scritta ed orale sia stata trasmessa da Dio a Mosé il quale poi la trasmise al popolo d’Israele. I primi quattro libri del Pentateuco furono trasmessi da Dio al popolo ebraico senza l’intermediazione di Mosè perché balbuziente; in seguito,  la balbuzie fu curata e Mosè poté trasmettere il quinto libro della Torah, il Deuteronomio. Materialmente furono degli uomini a scrivere ma sotto l’ispirazione di Dio.

Come l’unico vero Dio è il creatore dei beni temporali e dei beni eterni, così egli medesimo è l’autore di entrambi i Testamenti, poiché il Nuovo è figurato nel Vecchio, e il Vecchio è figurato nel Nuovo [Agostino, Contra adversarium Legis et Prophetarum) 1,17,35]

 I libri della sacra Scrittura, […] scritti per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa. Ma per comporre i libri sacri Dio scelse alcuni uomini e si servì di loro nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte [Concilio Vaticano II, costituzione Dei Verbum del 18 novembre 1965, n. 11]

La Sacra Scrittura, fissando per divina ispirazione i contenuti rivelati, attesta, in maniera autentica, di essere veramente Parola di Dio (cf. DV 24), del tutto orientata a Gesù, perché «sono proprio esse (le Scritture) che mi rendono testimonianza» (Gv 5, 39). Per il carisma dell’ispirazione i libri della Sacra Scrittura hanno una forza di appello diretto e concreto, che non hanno altri testi o interventi umani [Tratto dal Sinodo dei Vescovi, XII assemblea generale ordinaria, la parola di dio nella vita e nella missione della chiesa, instrumentum laboris, Città del Vaticano, 2008].

La Chiesa, assistita dallo Spirito Santo e quindi infallibile, i concili ecumenici e i papi, anch’essi infallibili, hanno sempre riconosciuto come Parola di Dio, e quindi vincolante per la fede e la vita del cristiano, la Sacra Scrittura [Tratto da Corso sui Fondamenti del Cristianesimo, Capitolo 11, La Bibbia parola di Dio]. 

Ho riferito questa caratteristica fondante la Bibbia perché, in quanto dirò nel seguito, dovrò riferirmi al suo autore, Dio, per fare qualche commento che sembrerà blasfemo.

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