Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

INTRODUZIONE

         Questo lavoro vuole spiegare in modo comprensibile cos’è, come è nata e come si è sviluppata l’Alchimia. Se facessi parte di quella scuola di pensiero che è capace di non storicizzare, evitando accuratamente di legare quanto avviene in un settore della conoscenza rispetto al tempo, alla storia, all’economia, …, l’impresa sarebbe facile. Si descrivono i principi base dell’alchimia, si racconta del loro sviluppo a partire da Bolos di Mendes fino al momento in cui l’alchimia, con Boyle, inizia la sua decadenza sostituita dalla scienza chimica. Ciò che invece mi propongo di fare è qualcosa di non riferibile alla scuola di pensiero di cui sopra e quindi di cercare ogni possibile rapporto tra alchimia ed il mondo che circonda tutta la sua storia. Il lavoro, così enunciato, sarebbe infinito e per questo qua e là, avvertendolo, dovrò rimandare ad altri studi e lavori.

         Quanto scriverò non è uno scritto esoterico ma una storia di una parte dell’esoterismo, componente di fondo dell’alchimia. Debbo però avvertire che il paziente lettore dovrà dimenticare il fondo di conoscenze che è di ognuno di noi ma di tentare di capire, come tenterò di aiutare a fare, la mente di una persona erudita che tenta di capire ciò che lo circonda a partire dalla conoscenza del mondo che si aveva nel V-IV secolo a.C. fino al XVI secolo.

         Per quanto dirò è importante iniziare a cogliere gli aspetti fondamentali delle concezioni dell’uomo e del mondo inanimato di Ippocrate (V-IV secolo a.C.) e di Empedocle (V secolo a.C.), poi ripreso da Aristotele (IV secolo a.C.). E’ sulla base di queste conoscenze, che saranno sempre sullo sfondo, che ogni sviluppo del pensiero nell’epoca indicata si fonderà.

Il processo artificiale di preparazione del cinabro sarebbe stato introdotto in Occidente attorno all’ottavo secolo dagli Arabi.

Il processo di ottenimento del Mercurio dal Cinabro, unico solfuro semplice di mercurio da cui è possibile estrarre in modo economico il metallo stesso, prevede l’arrostimento del minerale all’interno di forni; a circa 500-600 °C il mercurio sublima, passa cioè dallo stato solido a quello gassoso. L’estrazione del mercurio dal suo solfuro (HgS), veniva compiuta all’aria aperta.http://www.lamiaterradisiena.it/Parco%20Museo%20Minerario/Mercurio/istemi-di-distillazione-del-mercurio.jpg

Il cinabro frammentato era introdotto in vasi poi chiusi con muschio, capovolti, incastrati su altri vasi e interrati in prossimità del fuoco. Il calore provocava una reazione chimica che produceva mercurio puro allo stato gassoso. Il raffreddamento successivo causava la caduta dal vaso superiore a quello inferiore del mercurio che, filtrato dal muschio, passava allo stato liquido.

l procedimento di estrazione del mercurio dal minerale è molto semplice dato che il cinabro (solfuro di mercurio) è facilmente decomponibile per riscaldamento, secondo la relazione:

Hg S + O = Hg + SO2

cinabro + ossigeno = mercurio + anidride solforosa

II minerale riscaldato lasciava distil­lare il metallo; inversamente il cinabro si sublimava in una mescolanza di zolfo e di mercurio semplicemente scaldata. Si passava così da una sostanza metallica ad un composto rosso con un semplice riscaldamento moderato mantenuto a lun­go; e l’ossido svelava di nuovo il metallo per calcinazione.

Scrive Read:

La pietra filosofale venne spesso descritta come una polvere rossa e certamente qualche volta fu confusa con il cinabro che è un minerale rosso; si presenta con questo aspetto il solfuro di mercurio nativo, per riscaldamento del quale si ottengono il mercurio metallico (l’argento vivo liquido) e vapori solforosi (anidride solforosa) identici a quelli che si hanno bruciando lo zolfo nativo. Probabilmente questi esperimenti spinsero gli alchimisti musulmani a formulare la cosiddetta «teoria Zolfo-Mercurio» sull’origine dei metalli.

Per analogia, le proprietà fisiche di sale, zolfo e mercurio, ognuna esprimente una diversa capacità di trasmutazione della materia, cioè lo zolfo per la combustione, il mercurio per la plasticità, ed il sale per la solubilità, erano trasferite al piano etereo e metafisico, assurgendo a simboli dei componenti dell’essere umano (spiritoanimacorpo), visto come un microcosmo nel quale si rispecchia il macrocosmo.

Il sale, come il corpo fisico dell’uomo, è quindi spirito latente o solidificato, che attende di essere sciolto per tramutarsi in oro vivo.

Le proprietà filosofico-spirituali dello zolfo, dedotte per analogia da quelle fisiche, sono complementari al mercurio: mentre quest’ultimo è associato alle qualità femminili della Luna, dell’acqua, della passività, lo zolfo è simbolo maschile del sole, del fuoco, dell’attività, della coscienza, dell’individualità.[2] Interagendo col mercurio liquido esso doveva trasformarlo in mercurio igneo per realizzare le nozze alchemiche tra Luna e Sole, e ottenere così l’oro dei filosofi, capace di risanare la corruzione della materia.

Quale principio maschile, lo zolfo era ritenuto in particolare il «seme» di natura dal quale nascono e crescono i metalli, ritenuti entità vive come piante ed animali.[5] Esso era l’elemento primordiale, che conferisce individualità e specificità alla vitalità indifferenziata del mercurio, generando la varietà di metalli.

Per la sua caratteristica di assommare in sè proprietà antitetiche, essendo un metallo pesante ma anche volatile, sin da tempi remoti fu associato al dio Mercurio e al relativo pianeta, il cui simbolo riuniva insieme gli ideogrammi della Luna (), del Sole () e della Terra (), cioè rispettivamente la coppa, il cerchio e la croce, a indicare una sintesi armonica dei tre archetipi fondamentali dell’astrologia:[4] la falce della luna, posta in cima, esprimeva il predominio dell’aspetto femminile, vitale e fecondo, sulle proprietà del mercurio;[5] il cerchio, simbolo del sole, rappresentava invece lo spirito maschile, ossia la capacità di conferire all’anima un’individualità e una coscienza, mentre la croce costituiva il sostrato materiale.[6]

In quanto veicolo di collegamento fra cielo e terra, il mercurio era assimilato anche all’etere filosofico, cioè la sostanza con cui si riteneva intessuta l’Anima del mondo che permeava l’intero universo.[3] Esso era perciò detto «Azoto», in cui, oltre a diverse etimologie, si può individuare un acronimo cabbalistico di 4 lettere (A-Z-Ω-Th): A in quanto inizio dell’alfabetoZ in quanto fine, Ocome fine dell’alfabeto greco (omega), TO come fine dell’alfabeto ebraico; le caratteristiche di contenere in sé l’inizio e la fine di tutto erano quelle attribuite appunto al mercurio.[7]

Attraverso i loro esperimenti gli alchimisti scoprirono che il mercurio poteva combinarsi con lo zolfo, a cui Paracelso aggiunse anche il sale.[8] In base al tipo e alle proporzioni di questi tre componenti, si pensava che in natura si verificasse una maggiore o minore solidificazione dell’etere, da cui si originavano così i quattro elementi classici: fuocoariaacquaterra. Scopo dell’alchimia era disciogliere questi elementi tramite distillazione riportandoli ai loro ingredienti originari, per poi ricombinarli in una forma più pura e nobile: solve et coagula.[9] Mercurio, zolfo e sale, ovvero animaspirito e materia, andavano cioè liberati dal loro aspetto fisico e trasfigurati in un senso spirituale. Gli esperimenti fisici su di essi fornivano la chiave analogica con cui interpretare i fenomeni psicologici dell’anima. L’analogia era infatti il principio filosofico che consentiva di desumere dal comportamento fisico di un elemento le proprietà spirituali ad esso corrispondenti.[10]

In particolare il mercurio era associato alle caratteristiche della Luna, dell’acqua, dell’argento, della passività, della resistenza, della plasticità, della vitalità indifferenziata.[11] Con l’aiuto dello zolfo, il mercurio liquido andava trasformato in mercurio igneo per realizzare le nozze alchemiche tra Luna e Sole, e ottenere così l’oro dei filosofi, capace di risanare la corruzione della materia; mentre in forma liquida esso costituiva un potente elisir di lunga vita.[9]

LA COMUNE CONCEZIONE DEL MONDO FINO AL XVI-XVII SECOLO

A qualche critico sciocco, come chi pur di denigrare la scienza diventa addirittura simpatizzante dell’alchimia, occorre spiegare che l’idea del genio che si sveglia dimenticando il mondo in cui vive inventandone uno nuovo è solo nel mondo delle favole.

LE DUE DIFFERENTI TRADIZIONI ALLA FINE DELLA STORIA

Newton:

“Il 10 maggio del 1681 compresi che la stella dell’alba era Venere la quale è figlia di Saturno e una delle colombe. Il 14 maggio capii [un tridente?] … Il 18 maggio arrivai alla soluzione ideale. E cioè Saturno sale in due salti uguali. Dopo di ché Saturno sale sulla pietra e si unisce con il malleabile Giove”.

 Il 10 luglio del 1681:

“Ho visto il sale di ammoniaca filosofico”.

“Venerdì 23 maggio [1684] ho fatto volare Giove nella sua aquila”.

L’ALCHIMIA

L’Alchimia (parola di dubbia origine e significato: dall’arabo al-kīmiyya, che vuol dire chimica o dal greco khymeia, che vuol dire fondere; o dall’egizio al Kemi, che vuol dire l’arte egizia o dal cinese kim-iya, che vuol dire matrice per fare l’oro) ha origini lontanissime e poco note, come testimoniano anche i diversissimi significati appena riportati.

La prima opera alchemica che conosciamo, Phisika kai mistika, risale al IV-III secolo a.C. e fu scritta in Egitto, a Mendes (l’antica città di Permanebsete), da un greco,  Bolos di Mendes (detto anche Pseudo-Democrito per il suo attribuire i suoi scritti a Democrito). Bolos era un medico alchimista e farmacologo, agronomo, astrologo e filosofo e nel suo lavoro raccolse le istruzioni per preparare tinture, lavorare metalli e pietre preziose fino all’arte di distillare con relativi strumenti, tra i quali l’alambicco, il tribikos (un imbuto), il solem (strumento per distillare). Si tratta quindi di istruire su tecniche tipicamente artigianali senza alcun riferimento a magie e misticismi ed in particolare ad elisir di lunga vita o a pietre miracolose.

Le conoscenze che costituivano il corpo di quest’alchimia erano l’insieme delle culture che gravitavano su Alessandria d’Egitto nel periodo ellenista, cioè quelle greche, siriane, persiane ed egizie. Questa alchimia, le tecniche che la riguardavano, doveva diventare via via conoscenza comune e, dopo la distruzione della biblioteca di Alessandria che conteneva molti testi arabi originali, fu tramandata, a partire dai vari frammenti rimasti, in modo alterato utilizzando autori dai nomi mitici, noti a tutti: Democrito, Iside, Mosè, Ermete Trismegisto (il dio Thoth) e vari altri. E molti tra i primi testi manoscritti di carattere alchimistico provengono proprio da Alessandria, sono redatti in greco e si possono situare tra il 2° ed il 5° secolo d.C., agli inizi dell’era cristiana. Rispetto agli antichi testi originali non sembra vi siano stati cambiamenti nelle tecniche ma nella considerazione dei processi alchemici ora intesi con un significato più spirituale e quindi mistico. Vi è da osservare che in questo periodo si diffuse in ambiente alessandrino l’idea aristotelica della tramutazione dei metalli e poiché ci si trovava in una zona nella quale la conoscenza e la cultura dell’antico Egitto era molto sviluppata, niente di più facile che le pratiche metallurgiche segrete sui metalli nobili dei sacerdoti egizi, sia stata interpretata come segreta conoscenza della trasmutabilità di metalli volgari in nobili. E queste eventuali speculazioni avevano grande presa sui potenti per ragioni di potere. Non a caso l’alchimia si svilupperà molto proprio su incitamento di potentati, principati, signorie, al fine di disporre di ricchezze che avrebbero permesso lussi e il moltiplicarsi di conquiste. Aiutò molto queste speranze la scoperta che, se si aggiungono al rame alcuni particolari metalli si ottengono delle leghe che somigliano come colore all’oro ed all’argento (si tratta qui di processi chimici che venivano indicati come duplicazione e triplicazione dei metalli nobili, processi chimici che si prestavano ad ogni truffa).

Naturalmente le pratiche artigiane alla base degli sviluppi dell’alchimia hanno certamente più di 5000 anni. Le arti dei vasai di terracotta hanno originato il mito del dio forgiatore dall’argilla, i primi fabbri hanno creato i miti degli dei forgiatori di ferro (Efesto). Ogni pratica era, da una parte, mantenuta segreta per ragioni di sopravvivenza, dall’altra le supposte meraviglie prodotte da tali pratiche creavano aloni magici intorno ad esse fino ad arrivare addirittura alla invenzione di dei. Così alla primitiva alchimia, che altro non era che la lavorazione di materiali, si è sovrapposta una pratica che doveva avere dentro di sé la facoltà di renderci perfetti e farci avvicinare a Dio. E così le applicazioni pratiche diventavano sempre più marginali per lasciar posto alle manipolazioni finalizzate a realizzare effetti di tipo soprannaturale. Anche qui si può avanzare qualche ipotesi. Poiché l’oro si trova sempre in miniere di rame ma in piccolissima quantità rispetto al rame medesimo, è possibile che la richiesta di averne di più, a partire da quanto ve ne fosse in natura, chiamava in causa l’intervento di entità soprannaturali. Questo richiamo al soprannaturale via via si pensò fosse possibile solo a particolari personaggi, ad iniziati che avessero una qualche affinità col soprannaturale medesimo. E così si può comprendere come credenze astrologiche e magiche siano state associate alle pratiche alchemiche e come a metalli si associassero pianeti. E si può anche comprendere perché il Mercurio, nella sua forma nativa, godesse di particolare attenzione (insieme allo Zolfo, come dirò): alla fine della sua distillazione resta sempre un residuo di oro e argento che mostrava la pretesa trasmutabilità. Per aumentare la quantità di trasmutazione, bastava avere particolari accorgimenti che, anche qui, solo un iniziato era in grado di conoscere. Ma qui il tutto si complica soprattutto per il fatto che i nomi assegnati ai minerali e composti non sono quelli che conosciamo. In particolare il mercurio si estrae anche come minerale solforoso ed il solfuro di mercurio (mercurio + zolfo) è il colorante rosso cinabro o minio in uso nella fabbricazione di tessuti fin dall’antichità. Nella pratica delle fabbricazioni di tali coloranti si assisteva, attraverso l’uso del fuoco, a cambiamenti stupefacenti di metalli e di colori.

L’abilità nella chimica applicata degli egizi e la conoscenza teorica dei greci originarono una fusione che non fu del tutto positiva perché la chimica egizia si esprimeva soprattutto con l’imbalsamazione dei morti e con i riti religiosi così che la cultura greca si impregnò di misticismo ostacolandone il successivo sviluppo. La khemeia così legata alla religione incuteva timore come i suoi adepti, che assunsero sempre più un ruolo di “maghi” più che di scienziati. Questa condizione fu poi ulteriormente incoraggiata con l’uso di simboli e pratiche sempre più misteriose che accresceva l’alone di mistero che circondava questa pratica. Questa situazione portò la khemeia a mescolarsi con astrologia, magia ed astronomia, così i sette metalli conosciuti diventarono legati agli astri conosciuti e sette era anche il numero sacro tramandato da Pitagora: Oro → Sole; Argento→ Luna; Rame → Venere; Stagno → Giove; Piombo → Saturno; Mercurio → Mercurio; Ferro → Marte; ed in questo modo sparì la netta separazione tra scienza e religione operata dai greci.

LE VARIE ALCHIMIE

L’alchimia greco-egiziana o alessandrina

Tavole Smeraldine

Una rilevante modifica della teoria aristotelica dei quattro elementi, dovuta agli arabi, fu il considerare i metalli non più costituiti dai quattro elementi in proporzioni differenti, ma solo da due elementi, anche qui in proporzioni differenti, Zolfo e Mercurio (cambiando tali proporzioni si sarebbe potuto trasmutare una sostanza in un’altra).

L’alchimia occidentale.

Gli arabi, insediatisi in Spagna e nel sud d’Italia, trasferirono, oltre ai testi classici, le conoscenze alchemiche che ebbero subito una grande diffusione (a partire dal XII secolo) ed un gran numero di praticanti soprattutto per quella cosa della pietra filosofale (sempre descritta in modo ermetico con aloni di misticismo) ma anche per la ricerca di conoscenze mediche e farmacologiche.

Il primo testo alchemico, in realtà di chimica, pubblicato in Occidente è dovuto alla traduzione dall’arabo in latino de Il libro della composizione di alchimia (alchimia è qui con il significato letterale di: la chimica), attribuito ad un alchimista di nome Morieno, fatta dall’inglese Roberto Chester nel 1144.

Anche in Occidente l’alchimia mantiene il suo carattere mistico (con pratiche magiche e astrologiche a lato), di scienza occulta e segreta e, forse per questo, entra negli interessi di molti religiosi (sarà praticata da francescani e domenicani). La ricerca degli alchimisti è sul doppio fronte della trasmutazione della materia e del perfezionamento dello spirito.

L’Europa medioevale favorì molto lo sviluppo dell’alchimia, per la brama di arricchimento che le varie piccole corti avevano (brama che sembra fosse assente dagli alchimisti veri che operavano generalmente con uno spirito di umiltà e semplicità).

Per molti anni, non vi furono novità degne di particolare nota nelle elaborazioni degli alchimisti fino ai lavori di Paracelso.

Per essere iniziati non bastava una scuola; occorreva avere delle proprietà particolari, essere dotati da Dio di particolari poteri, in modo che si può anche sostenere che il mago, l’alchimista, è un poco un eletto da Dio, una specie di Santo.

La magia non temeva smentite. Il linguaggio criptico conteneva in sé sempre una affermazione ed il suo contrario ed il mago era inattaccabile. Se delle cose non andavano poi come dovevano era perché il ‘paziente’ non aveva fatto esattamente, non si era attenuto, non era stato casto, non è nelle condizioni favorevoli ad accogliere le potenze benefiche del cielo, non … In questo senso solo l’astrologia risultava quasi completamente aperta. Ma l’alchimia aveva una proprietà che la rendeva più “potente” rispetto all’astrologia. In quest’ultimo caso si trattava solo di descrivere le posizioni degli astri senza avere alcuna possibilità di intervento. L’alchimia con le sue manipolazioni permetteva di pensare che si lavorasse per un prodotto che si adattasse ad un dato scopo (per questo il ‘mago’ ricorreva quasi sempre all’alchimia).

Anche Alberto Magno (XIII secolo) ed il suo allievo Tommaso d’Aquino (XIII secolo) ebbero a che fare con l’alchimia.

Nella corte dei Medici arrivò il Corpus Hermeticum di Hermes Trismegisto che Cosimo dei Medici fece tradurre da Marsilio Ficino (1433-1499) intorno al 1460. A questo punto nasce l’intersezione tra tutta la tradizione magica, astrologica, alchimistica povera e che aveva vivacchiato di nascosto per centinaia d’anni. 

LE TEORIE ALCHIMISTICHE

Le trasmutazioni erano quelle indicate dalla teoria dei quattro elementi che prevedevano il cambio di alcune qualità per passare da un elemento ad un altro. In particolare si credeva fosse possibile imporre dall’esterno il colore e lo stato (come diremmo oggi) di aggregazione. Ecco allora che vi era una facile conseguenza da tale premessa. Il rame differisce dall’oro per il colore. Deve essere possibile trasferire il colore dell’oro al rame per ottenere oro. Tal cosa sembra sia stata tentata fin dal XIII secolo a. C. e ne abbiamo un qualche riscontro in alcuni scritti di epoca alessandrina (III secolo d.C.) di Zosimo di Panopoli, uno dei primi alchimisti che conosciamo

La ricerca sotto il cielo della Luna di questa sostanza che costituiva il mondo sopra il cielo della luna (l’etere) era compito principale dell’alchimista. Tale essenza, mescolata ad altre sostanze le avrebbe rese perfette e, ad esempio (ma questo è solo un aspetto marginale dell’alchimia e riguardava appunto ingordi e ciarlatani), avrebbe potuto tramutare il piombo ed altri metalli vili in oro o argento. Altra versione voleva tutti i metalli costituiti da un miscuglio di Mercurio e Zolfo (con caratteristiche non reali ma filosofali) e quando la proporzione tra i due era perfetta, il metallo risultante sarebbe stato l’oro.  In questa ricerca l’alchimista studiava le varie sostanze e ne cercava le proprietà.

VITRIOL (abbreviazione del latino: visita interiora terrae rectificando invenies occultum lapidem che vuol dire “vai a cercare all’interno della terra e con corrette operazioni troverai la pietra nascosta”).

GEBER (VIII-IX secolo) è un musulmano nato in Persia e vissuto a Baghdad. E’ tra i massimi alchimisti musulmani che aveva ereditato l’inizio di tali conoscenze dagli antichi autori greci. Questo Geber non deve essere confuso con l’altro Geber, detto Pseudo-Geber, alchimista forse spagnolo del XIV secolo. L’alchimia di questi antichi studiosi arabi ha il senso di vera ricerca chimica e non ha nulla a che fare con l’insieme di pratiche presunte di laboratorio e misticheggianti che si svilupparono in Europa a partire dal XII secolo, dal momento in cui, nella Spagna musulmana, iniziarono la mole delle traduzioni dall’arabo al latino. A Geber si deve la teoria Zolfo-Mercurio oltre alla realizzazione di varie sostanze chimiche.

RAZI (IX-X secolo) fu medico, scienziato e filosofo fu alchimista persiano che lavorò a Baghdad. A lui si deve l’invenzione, la progettazione e gli sviluppi di tecniche più propriamente chimiche oltre alla descrizione di moltissimi strumenti, utensili ed operazioni chimiche.

PARACELSO E L’ALCHIMIA MEDICA

Dal XII secolo, er molti anni, non vi furono novità degne di particolare nota nelle elaborazioni degli alchimisti fino ai lavori dello svizzero Theophrastus Philipp Aureolus Bombast von Hohenheim, auto chiamatosi Paracelso (1493-1541) per essere considerato “Oltre Celso”, la massima autorità medica del I secolo d.C., quello che scrisse Il vero discorso contro i cristiani.

Prima di Paracelso la cura consisteva in salassi, provocare vomito o sudore. Poco a poco quelli che esercitavano la professione medica divennero anche alchimisti ed utilizzavano per i loro medicamenti miscugli di prodotti animali ai quali venivano aggiunte sostanze, spezie, solventi … che derivavano da loro elaborazioni.  Queste ultime facevano passare all’uso di sostanze chimiche in medicina (iatrochimica).

Paracelso è il più noto rappresentante della parte dell’alchimia che va sotto il nome di arte spagirica (dal greco spao che vuol dire separare e agheiro che vuol dire riunire); si trattava di separare alcune sostanze, sottoponendole a trasmutazioni, per poi riunirle in preparati con proprietà medicamentose più efficaci di quelle tradizionali, di concezione ippocratica, galenica, araba.

Le infermità provenivano dal di fuori del corpo e non riguardavano l’intero corpo ma parti di esso.  Come conseguenza, egli cercò rimedi specifici abbandonando quelli generali accennati. La cura sarebbe stata possibile intervenendo con medicamenti minerali piuttosto che organici.

LA TEORIA ZOLFO – MERCURIO 

CON PARACELSO SI AGGIUNGE LO ZOLFO

Paracelso, riprendendo il lavoro di Razi, introdusse nell’alchimia un terzo principio attivo, quello del Sale, cioè il principio di non infiammabilità e di stabilità. A questo punto vi sono tre primi elementi (Zolfo associato all’anima, Mercurio associato allo spirito, Sale associato al corpo: i tria prima) ed il tre inizia a giocare un ruolo particolare. La numerologia vede nel tre un numero particolarmente favorito, vi è poi il richiamo alla Trinità attraverso l’energia spirituale che i tre elementi, interpretabili anche in senso materiale, avevano sul corpo, riflesso della trinità medesima. Lo Zolfo è un mediatore tra corpo e spirito per produrre le differenti sostanze che costituiscono il corpo. Il ruolo dell’anima, in questo modo di vedere le cose, è spirituale e simile a quello materiale che il liquido solvente esercita quando unisce Zolfo e Mercurio per realizzare la pietra filosofale.

L’alchimia da sola non è considerata da Paracelso risolvente i problemi della cura delle malattie.  Vi sono sempre da dover considerare molti altri influssi, tra i quali quelli astrologici

la medicina soggiacerà al volere degli astri, sarà dagli astri condotta e guidata. Ciò che quindi appartiene al cervello, sarà condotto al cervello dalla Luna, quel che appartiene alla milza, sarà condotto alla milza da Saturno, quel che appartiene al cuore, sarà condotto al cuore dal Sole, e così i reni da Venere, il fegato da Giove, mentre sotto il dominio di Marte si troverà la bile. Così stanno le cose, non soltanto per questi organi, ma anche per tutti gli altri infiniti a dirsi.

LA PIETRA FILOSOFALE

Arnaldo da Villanova (1235-1315):

Vi è in natura una certa sostanza pura che, una volta scoperta e resa perfetta dall’Arte, è capace di rendere paragonabile a sé tutti i corpi imperfetti che tocca

        L’origine della pietra (lapis philosophorum) è però molto più antica e davvero non si sa dove localizzarla, probabilmente ad Alessandria, nei primi secoli cristiani. Già al punto 5 delle Tavole smeraldine si dice che questo lapis, è il padre della perfezione in tutto il mondo. Raimond Lull la chiama carbunculus. Paracelso afferma che si tratta di un corpo solido color rubino, trasparente e flessibile che si rompe come il vetro. L’alchimista musulmano Kalid la definisce nel modo seguente:

Questa pietra riunisce in sé tutti i colori. E’ bianca, rossa, gialla, azzurra, verde

Altri affermano che si tratti di una polvere pesante e splendente con odore intenso e piacevole. Tale polvere era anche detta di proiezione ed aveva la capacità di trasformarsi in oro se era rossa ed in argento se era bianca.  Tutti concordavano nella sua proprietà di tingere e quindi di cambiare il colore originale dell’oggetto con il quale veniva in contatto.

Nel Musaeum Hermeticum (1678) si dice:

[La pietra filosofale] è familiare a tutti gli uomini, sia ai giovani sia ai vecchi. Si trova nelle campagne, nei villaggi, nelle città, in tutte le cose create da Dio, ma è disprezzata da tutti. Ricchi e poveri la toccano ogni giorno, le domestiche la buttano via, i bambini ci giocano. Non ha prezzo, sebbene, come l’anima umana, sia la cosa più bella e più preziosa sulla terra e abbia la forza di destituire re e principi. Malgrado ciò è considerata la più vile e spregevole delle cose terrestri

Per realizzarla più che un processo di fabbricazione si tratta di vari processi che è complesso raccontare, anche per quella cosa del segreto, dei simbolismi, di molte oscurità che ci raccontano tali processi. Gli stessi alchimisti lo definivano l’Opus Magnum, la Grande Opera.

Allo scopo servivano vari tipi di fornaci: per la fissazione e sublimazione, per il bagnomaria, per la calcinazione, per la distillazione, per la sublimazione, per la fusione, per la liquefazione, … Gli strumenti e particolarmente i forni o le fornaci (il prolungato e controllato riscaldamento dei materiali purificati) sono fondamentali per ogni lavoro alchemico, tanto che un forno è simbolo dell’alchimia, il forno Athanor, nome che proviene dal greco come parola composta da thanatos, che vuol dire morte, con una  (alfa) privativa davanti, che vuol quindi dire complessivamente immortalità (secondo un’altra versione Athanor deriverebbe dall’arabo al tannur che significa il forno per ottenere la fusione).

        Il fuoco giocava un ruolo importante. L’uovo filosofale (che poteva essere in pratica un’ampolla di vetro soffiato e poi sigillato in alto in modo di simbolizzare un uovo), contenente il pulcino (pietra filosofale) veniva aperto con il fuoco (simbolicamente rappresentato da una spada) che era il calore della cova e quindi un calore dosato con estrema cura, ed infatti, come accennato, era proprio il dosaggio del calore uno dei problemi più grandi degli alchimisti.

         E’ d’interesse osservare che l’uovo è simbolo utilizzato anche da uno dei massimi pittori del Cinquecento, Piero della Francesca.

L’alchimista Norton, ad esempio, sostenne (1447) che la Grande Opera doveva iniziare con il Sole nel Sagittario e la Luna nell’Ariete e doveva terminare con il congiunto influsso di Sole e Luna nel segno del Leone.

        Altra complicazione per l’alchimista era il colore (ho dato un qualche cenno qua e là). Occorreva seguire l’Opus nel suo complesso attraverso i differenti colori che le varie sostanze assumevano via via durante i processi. Anche qui vi erano colorazioni a priori che, per quello che rappresentavano nelle analogie, dovevano essere preferite. Si doveva partire dal nero per passare al bianco, poi al giallo e quindi al rosso e questo in analogia sia con i gradi di nobiltà dei quattro elementi che con quella dei quattro umori del corpo:

COLORIELEMENTIUMORI
NeroTerraBile nera
BiancoAcquaFlemma
GialloAriaBile
RossoFuocoSangue

Nel passaggio da un colore all’altro occorreva vedere i colori della coda del pavone; e se ciò accadeva voleva dire che tutto andava bene (Carnock, 1574). Il nero aveva il significato di completa putrefazione mentre il rosso si doveva ottenere dopo il nero, altrimenti tutto il processo era fallito. Il raggiungimento del rosso era un successo importante, un preparato in grado di moltiplicarsi (Ripley, XV secolo).

Da ultimo anche la musica aveva la sua importanza. Questo era un elemento di provenienza pitagorica, le armonie delle note musicali con le loro proporzioni aiutano della Grande Opera ed indicano le proporzioni tra i principi attivi (Norton, 1477).

        Infine non poteva mancare la preghiera, la purezza di cuore e l’assenza di peccato e l’imperativo dell’alchimista era:

Prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora ed alla fine troverai quel che cerchi (Mutus Liber, XIV Tavola).

IL MITO DELLA FUSIONE

        Nelle trasformazioni alla ricerca della perfezione, la fusione è una parte molto importante. La fusione perfetta era simboleggiata dall’amore fra Ermes e Afrodite, dal quale nacque Ermafrodito. Nel simbolismo alchemico il Sole e la Luna sono le due entità fondamentali che rappresentano rispettivamente il sesso maschile e quello femminile. Dalla loro congiunzione carnale deve nascere un Ermafrodito che deve però maturare mediante procedimenti alchemici. L’Ermafrodito nasce morto, nello stato di putrefazione nero. Da qui successivi processi alchemici lo portano a successivi stati sempre più vicini alla perfezione fino ad arrivare alla resurrezione di Cristo.

Vediamo come il Rosarium Philosophorum, opera di un anonimo (forse Arnaldo di Villanova, 1235-1315) alchimista del XIII secolo, descrive quanto ho detto, avvertendo che questa è una possibile interpretazione e che ve ne possono essere delle altre altrettanto valide.

Il processo, illustrato con molti disegni (alcuni dei quali riporto), inizia con l’indispensabile fonte mercuriale, origine di ogni trasformazione (raffigurazione del mondo interiore dell’anima dell’uomo). Vengono poi i due opposti (Sole e Luna, maschile e femminile, …) che, dopo essersi mostrati vestiti (con il cielo favorevole come mostra la colomba che discende da una stella), si denudano (lasciando cadere i veli della consapevolezza) per passare al lavacro. E da qui iniziano due successive trasformazioni. A questo punto vi è la prima coniunctio (che vede l’uomo sopra la donna per indicare che ora sono attive le forze maschili e passive quelle femminili), la fusione, il rapporto carnale che dà origine ad una pietra bianca (4 lati per i 4 elementi) e ad un ermafrodito, ad un androgeno rappresentato da un unico corpo con due teste, una maschile, una femminile.

Siamo però nello stadio della putrefazione: l’ermafrodito non può evolvere se non subisce altre trasformazioni. Dal corpo in putrefazione si eleva l’anima maschile lasciando il corpo alla passività femminile; questa anima va ad impregnarsi, ad essere vivificata, nell’alto del cielo. Vi è ora il lavaggio spirituale o la purificazione attraverso l’acqua che permette all’anima maschile impregnata dallo Spirito di ritornare al corpo dell’ermafrodito (gioia dell’anima o nascita o sublimazione).

E’ a questo punto che nasce a vita completa l’ermafrodito che ha le ali che mostrano volatilità. E’ la nascita della pietra lunare bianca.

Si passa ora al secondo processo che inizia invertendo i ruoli maschile e femminile. Passati ad uno stato superiore di purificazione è ora la donna attiva e l’uomo passivo in una nuova fusione (fermentazione).

Un disco solare alato discende ora nel vaso della trasformazione che contiene il mercurio vivente (la didascalia dice: Qui il Sole muore ancora ed è coperto dal Mercurio dei Filosofi).

L’anima femminile che va a vivificarsi rappresenta la solidificazione e la pioggia la moltiplicazione. Il ritorno dell’anima è la resurrezione. E così, si è arrivati alla nuova nascita dell’ermafrodito a livello ancora più perfetto.

E’ da notare il pellicano sullo sfondo che, beccandosi il petto fa uscire il suo sangue rosso che rappresenta la riuscita della fusione alchemica (il leone che si intravede è altro simbolo solare). L’ermafrodito staziona su un serpente a tre teste, l’una che mangia l’altra simboleggiando la riunificazione di Spirito, Corpo ed Anima.

Passiamo ora alla conclusione che inizia con un leone verde che divora il Sole. La simbologia dice che abbiamo a che fare con il mercurio filosofico degli alchimisti. Solo questo mercurio è in grado di penetrare in tutti i corpi e li eleva. Se si mescola con un altro corpo lo anima, lo illumina e modifica le sue proprietà. Quel Sole è tutto ciò che con le precedenti trasformazioni e fusioni ha fino ad ora ottenuto l’alchimista che viene modificato con l’Aqua Regia, l’acido verdastro, quello solforico, che solo può dissolvere l’oro (il vetriolo da non confondere con l’acronimo vitriol).

         Si passa ora al riconoscimento del buon conseguimento dell’Opus dell’alchimista che riceve una corona dal Padre (corpo), dal Figlio (anima) e dallo Spirito Santo. Non manca che l’ultima e più possente resurrezione, quella del Cristo. Il fine del processo è lo stesso che si proponevano gli asceti del cristianesimo primitivo: liberare i principi che animano l’essere umano tramite fermentazione e fusione dei corpi sottili.

        Il vitriol è anche un sale (ora diremmo acido) che è in grado di sciogliere l’oro (un leone verde). E’ quindi un potente elemento in grado di provocare le trasformazioni più elevate, quella, ad esempio, che abbiamo visto nella fusione precedere appena il momento della resurrezione di Cristo.

FLAMEL

Uno dei primi alchimisti europei fu un tal Nicolas Flamel (1330-1418)(16). Egli nacque in Francia da modesta famiglia che lo fece studiare ed operò tra Francia e Spagna. Era un mistico e persona devotissima. Vi è una leggenda che egli stesso scrive. Flamel avrebbe regalato alla chiesa del cimitero degli innocenti il bassorilievo ricavato dalla figura riportata nel suo Le livre des figures hierogliphiques d’Abrahm Juif (Parigi)(17). Questa figura Flamel l’avrebbe trovata nel libro comprato per due fiorini ed ha una gran somiglianza con quella del portale del cimitero

BASILIO VALENTINO

Il nome di tale alchimista è uno pseudonimo che significa Re potente dietro al quale non sappiamo chi ci fosse. Di certo era un frate benedettino vissuto probabilmente tra la fine del XIV secolo e gli inizi del XV che operava in Germania nella confraternita di San Pietro di Erfurt.

Una delle opere alchemiche più famose di Valentino è Le dodici chiavi della filosofia che ebbe varie edizioni, che differiscono tra loro per delle manipolazioni che tendevano a semplificare alcuni disegni.

E’ utile, per capire le gravi difficoltà in cui ci si dibatte, riportare una frase dello stesso Basilio Valentino:

Tutto questo sembrerà incomprensibile a molti e certamente porrà parecchi interrogativi alla mente degli uomini … Poiché la sostanza è alla portata di tutti ed è solo questo il modo per conservare la differenza voluta da Dio tra ricco e povero.

ALCHIMIA E RELIGIONE

Arnaldo da Villanova traccia il parallelismo tra la Passione di Cristo e la passione dei metalli sottoposti alle dure prove del crogiolo e dell’alambicco; la trasmutazione del piombo e del rame rievo­cava la trasformazione del pane e del vino in carne e sangue del Salvatore, ed il mercurio era come l’agnello sacrificale la cui morte e fonte di salvez­za.

Flamel pone al centro delle sue immagini allegoriche Gesù contorniato dai santi Pietro e Paolo. Ma abbiamo anche visto le allegorie che prevedono i miti religiosi trasferirsi in immagini alchemiche. La Purificazione, la Redenzione e la Resurrezione sono dappertutto e non solo come allusioni ma come veri viatici ed addirittura come immagini.

Nel Libro della Santissima Trinità (1415-1419) vi è una tesi squisitamente teologica che viene portata avanti: non solo il Padre ed il figlio sono di un’unica essenza ma anche Maria che nacque dallo Spirito Santo e concepì mediante lo Spirito Santo (Gesù Maria, madre di Dio è essa stessa sua propria madre nella sua incarnazione). Il Figlio rappresenta lo spirito (Mercurio), il Padre l’anima (il Sole) e la vergine Madre il corpo (la Luna). Lei è la matrice divina del grande mistero dal quale viene fuori ogni essenza (Se si dissolve, dà luogo ad una natura maschile; se si coagula, dà luogo ad un corpo di donna). E Maria è lo specchio della Santissima Trinità. A questo occorre aggiungere i quattro evangelisti che rappresentano i quattro elementi: Luca (il Toro) è il fuoco (Marte); Matteo (l’Angelo) è l’acqua (Venere); Giovanni (l’Aquila) è la terra (Saturno); Marco (il Leone) è l’aria (Giove). Ed ai quattro evangelisti vengono fatti corrispondere i sette metalli, le sette ferite di Cristo, le sette virtù, i colori, i giorni della settimana, le ore.

Second o Maier (1617) L’ermafrodito viene portato allo stato di perfezione da Alberto Magno e il compimento dell’Opera si realizza come nella messa.

La Chiesa, soprattutto per quella cosa della trasmutazione, cominciò a ritenere l’alchimia opera del demonio. Se Dio ha creato qualcosa l’idea di poterlo trasmutare è blasfema. Conseguenza di ciò fu la dura applicazione delle massime pene dell’Inquisizione contro gli alchimisti. Inoltre questa pratica proveniva dall’Islam ed era imbevuta di cultura ebraica. Papa Giovanni XXII la vietò nel 1317 ma Alessandro VI nel 1500 la riabilitò.

Ancora oggi vi sono preti che scrivono facendo paralleli tra alchimia e cristianesimo.

ALCHIMIA E CHIMICA

 Non vi è filiazione diretta tra alchimia e chimica.

Quando agli inizi del Seicento nasce la scienza sperimentale particolarmente attraverso la fisica o meglio la filosofia naturale, non si trattava di una invenzione di quel momento, un qualcosa che venisse dal nulla. Si era messa su una gran quantità di conoscenze particolari, essenzialmente tecniche che dovevano essere organizzate. Il corpo della cultura che precedeva il radicale cambiamento (la Rivoluzione Scientifica) era aristotelico, come aristotelico era il corpo della cultura alchemica inquinatasi nel passaggio dall’Egitto all’Islam, proprio della cultura greca. Un altro settore dove si rompeva la tradizione aristotelica era quello dell’anatomia.

E’ tutto un insieme di cose che si sommano nell’età del Barocco per distruggere i vecchi   edifici e iniziarne a fondare degli altri. E non c’è un qualcosa che avanza per conto suo a dispetto di un’intera società: tutto cambia perché la scienza è parte integrante della cultura e della società in cui si afferma.

è chiaro che il lavoro degli artigiani, degli alchimisti pratici (meglio la via secca, per intenderci), dei soffiatori … costruì un archivio di conoscenze preziosissimo. Gli stessi strumenti realizzati, i vasi, gli alambicchi, le storte, i matracci, i forni, le bilance, i mortai, … furono di enorme importanza. Ma, qui come nella fisica, occorreva tirare via la zavorra e rompere con una tradizione molto più insidiosa di quella che si aveva nella fisica, tanto è vero che l’emancipazione della chimica dall’alchimia sarà molto più lunga. Anche la semplice messa in discussione dei quattro elementi non serviva troppo se non si accompagnava (come solo inizierà a fare Boyle senza però offrire un metodo d’indagine) alla comprensione di cos’è un elemento chimico, cos’è un composto, cosa una reazione chimica, il ruolo del fuoco, la natura di aria ed acqua. Era cioè tutto scoperto e francamente molto difficile da districare.

Non era certo cosa da poco l’aver imparato a separare delle sostanze ed averne prodotte di nuove in buona quantità(25). Occorre però aspettare Robert Boyle (1627-1691) per poter iniziare a parlare di un approccio scientifico allo studio della materia.

Il chimico scettico del 1661 rappresenta una durissima critica ai fondamenti dell’alchimia, alla teoria cioè dei quattro elementi di Aristotele. In particolare il fuoco viene tirato fuori dagli elementi ed inizia ad essere considerato un qualcosa che agisce su di essi in modo da aiutare la loro scomposizione(26).

Boyle sostenne che il fuoco non poteva essere una sostanza. Inoltre si convinse che gli altri tre elementi aristotelici non potevano essere i soli costituenti la materia (non esistendo alcuna prova che tutti i composti, o corpi misti, possano essere costituiti da essi). Riguardo ai tre principi di Paracelso (Mercurio, Zolfo, Sale), Boyle era scettico e aveva in programma quantomeno il mostrare la confusione delle ipotesi che erano alla loro base. In particolare non capiva come si poteva conciliare l’idea di principio non corporeo con quella di corpo materiale, chiamati allo stesso modo.

La materia è pensata costituita da atomi qualitativamente neutri che agiscono muovendosi. Non sembra esservi una distinzione netta tra qualità primarie e secondarie e, se non c’è altro che un materiale comune, ogni diversità deve discendere dal modo in cui si divide e si muove tale materia prima. In conseguenza ogni possibile spiegazione di un fenomeno naturale deve discendere dal moto di tale materia (E’ convenzione il freddo; è convenzione il caldo; in realtà solo atomi e vuoto). In tal modo ogni qualità dei corpi, colore, sapore, suono; ogni proprietà chimica; ogni altra qualità deve discendere dal moto di questa materia, dalla sua forma e dalle sue dimensioni. Come si può apprezzare siamo alla formulazione di una teoria meccanico corpuscolare (materia e moto), a metà strada tra quella degli atomisti classici e quella dei cartesiani [il primo a riprendere Democrito era stato Pierre Gassendi (1592-1656)].

Introdusse fondamentali concetti di estrema utilità, come quello di elemento di materia, una sostanza che mantiene sempre le stesse proprietà in qualunque quantità si prenda e non ulteriormente scomponibile con le tecniche note. E quindi quello di composto.

Tali lavori furono possibili a seguito delle scoperte del vuoto da parte di Evangelista Torricelli (1643) e della pompa da vuoto da parte di Otto Von Guericke (1650). Da ciò discese: A temperatura costante il volume di un gas V varia in modo inversamente proporzionale alla pressione P cui è sottoposto: P.V = costante.

Il problema del fuoco restava. Cos’è? Come mettere in discussione Aristotele? Due alchimisti, Becher e Sthal, sul finire del ‘600 avanzarono la teoria del flogisto che non deve essere confuso con il fuoco vero, quello che si presenta con una fiamma ed il calore quando si realizza la combustione. Ogni sostanza combustibile doveva essere composta da flogisto e cenere (un pezzo di legno è costituito da flogisto e cenere; quando il legno brucia resta cenere, cioè legno deflogistizzato); mentre ogni sostanza ossidabile o calcinabile, come i metalli, doveva essere costituita da flogisto e calce o ossido. In questo ultimo caso, durante la calcinazione (ossidazione) si libera il flogisto volatile e rimane la calce fissa. Analogamente, durante la combustione, si libera il flogisto, rimanendo la cenere. Sembra chiaro che il flogisto, quello che si libera durante la combustione, è inteso come una sostanza e quindi dotata delle proprietà materiali delle sostanze tra cui il peso. La prima evidente conseguenza è che ogni sostanza, bruciando deve perdere flogisto e quindi peso. Ma se ciò è apparentemente vero per il legno, non lo è per i metalli che, portati ad alta temperatura diminuiscono di peso ma scaldati in aria, aumentano di peso in seguito all’ossigeno che assorbono.

Fu accettato da tutte le teorie in ogni ambito di ricerca perché non disturbava nessuna metafisica e perché si poteva conciliare con tutte.

Occorreranno i lavori di Lavoisier (conservazione della massa) per mostrare l’erroneità di tale teoria.

L’interesse sui comportamenti del fuoco e dell’aria crebbe perché si intravvide un loro possibile uso pratico nell’industria nascente in Inghilterra. Abbiamo accennato al fatto che l’aria si espande o condensa a seconda di come agisce il fuoco ed abbiamo visto la possibilità di originare il vuoto àMacchina a vapore. Prima Thomas Savery (1650-1715), quindi Newcomen (1663-1729) ed infine, sul finire del Settecento, James Watt (1736-1819).

Contributi vennero da:

Van Helmont che, nell’ambito delle sue ricerche alchemiche, studiò i primi gas e vapori (1630).

Otto Von Guericke (1602-1686) che realizzò nel 1650 la macchina da vuoto (vuoto, che negava l’horror vacui di Aristotele, scoperto da Torricelli nel 1643). Questa macchina permise lo studio dell’aria e la scoperta dei gas.

Herman Boerhaave (1668-1738) che ebbe un ruolo nel mettere in discussione la teoria del flogisto e nell’isolare i fenomeni chimici da quelli di altra natura. Sostenne una teoria diversa da quella del flogisto

Joseph Black (1728-1799), maestro di Watt, per primo riuscì a determinare il peso di un gas in un composto scoprendo che durante la calcinazione si libera aria (ciò che in seguito sarà chiamata gas).

Karl Wilhelm Scheele (1742-1786) trovò il modo di produrre sia idrogeno (aria infiammabile) che ossigeno(29) (aria di fuoco) e mostrò essere l’aria un composto di una parte di aria di fuoco e di quattro parti di una non meglio precisata aria spenta (la scoperta è di fondamentale importanza per la demolizione della teoria dei quattro elementi). L’elenco delle scoperte di Sheele è lungo: il cloro, l’acido fluoridrico, il fluoruro di silicio, l’arsina, l’acido arsenicale, l’acido prussico, i manganati ed i permanganati, acidi tartarico, citrico, lattico, ossalico, …

Joseph Priestley (1733-1804) scoprì l’ossigeno e le sue proprietà nella combustione (aria deflogistificata) per vie diverse da quelle di Scheele. La comunicazione di questo risultato a Lavoisier (1774) fu densa di conseguenze.

Henry Cavendish (1731-1810) nel 1766 scoprì il gas in seguito chiamato idrogeno e riuscì a determinare il suo peso specifico. Scoprì anche che l’idrogeno, a differenza dell’anidride carbonica e della stessa aria, era estremamente infiammabile. Cavendish scoprì che era possibile produrre acqua bruciando idrogeno che quindi si ricomponeva con l’ossigeno dell’aria. Determinò infine le proporzioni relative di idrogeno e ossigeno nell’acqua. L’acqua non era quindi un elemento come affermato dalla filosofia greca ma un composto di due elementi, di due gas. Tali risultati furono portati a conoscenza di Lavoisier.

LAVOISIER

Il francese Antoine Laurent Lavoisier (1743-1794) ha come merito fondamentale l’affossamento della teoria del flogisto (o del calorico come era anche chiamata).

Siamo sul finire del Settecento e varie scoperte erano state fatte in modo completamente disordinato in varie parti d’Europa. Mancava però proprio la concezione di composto a partire da quello fondamentale di elemento. Mancava quindi una tavola che li elencasse descrivendone alcune proprietà ed un simbolismo adeguato. Il primo che capì dove rivolgersi per iniziare a dipanare la matassa fu il chimico, fisico (e scienziato a tutto tondo) russo M. V. Lomonosov (1711-1765) che anticipò di 20 anni Lavoisier.

Era finita l’alchimia considerata chimica. Nasceva definitivamente la vera chimica scientifica. Sparivano i principi generatori e le sostanze misteriose. Restava solo ciò che è misurabile e possibile da studiare. Lavosier insieme ad alcuni collaboratori gettò le prime basi della nomenclatura chimica e dello studio degli elementi e delle loro proprietà. Nasceva una base comune di discussione fra tutti i chimici

Il 1789 fu una data fondamentale e per la chimica e per la storia dell’umanità. Da una parte Lavoisier pubblicò il suo Traité Elémentaire de Chimie e dall’altra scoppiò la Rivoluzione Francese. Da una parte quel testo segnò l’inizio della chimica moderna, dall’altra quella Rivoluzione segnò la nascita dell’affrancarsi del mondo dal potere assoluto e dalle spiegazioni metafisiche.

ASTROLOGIA

Gli astri erano considerati come dèi ed in tal senso il loro comportamento astronomico poteva dare un qualche indizio sulla loro disponibilità verso le loro creature. Vi è anche il fatto che le vicende astronomiche hanno legami stretti con le stagioni e che, lo abbiamo visto in cosmologia, si ritenevano le perturbazioni climatiche risiedere nel cielo, a fianco agli astri. Se ora si riflette si trova che astronomia e meteorologia potevano essere (e nei fatti lo erano) confuse.

    Intorno al III secolo a.C. l’astrologia penetrò in Grecia con uno spirito diverso, quello di volere interpretare il destino di ciascuno degli esseri viventi a partire da dove sono situati gli astri ed i pianeti al momento della nascita e addirittura della concezione. Si può ad esempio dire subito che la durata della vita dipende dalla maggiore o minore lentezza nel sorgere di una data costellazione dello Zodiaco al momento della nascita. I pianeti sono arbitrariamente classificati come malefici o benefici o indifferenti; allo stesso modo arbitrario è considerata la loro posizione al momento della nascita (le congiunzioni, le opposizioni, le quadrature, …).

L’astrologia è riferita ad una Terra immobile dentro l’Universo. Le costellazioni che sono prese a riferimento sono costellazioni in gran parte insignificanti rispetto, ad esempio all’Orsa Maggiore. Sono state prese proprio quelle costellazioni per un semplice fatto: su di esse, nel corso dell’anno, risulta proiettata l’immagine del Sole vista da questa Terra supposta immobile.

Le stelle nel cielo sono sistemate in modo molto casuale e il volervi vedere una immagine o un’altra è fatto puramente soggettivo. E’ un poco come voler riconoscere una qualche figura nelle nuvole nel cielo.

Inoltre le stelle non sono, come si credeva, tutte su di una superficie sferica per cui si potrebbe in qualche modo pensare ad una loro unità reale; esse si trovano a distanze assolutamente differenti dalla Terra e non costituiscono nessuna unità.

Si scopre che il Sole ha una tredicesima costellazione su cui risulta proiettato: si tratta di Ofiuco che si conosceva ma che fu fatta notare dall’astronoma inglese J. Mitton nel 1995. Ma tale costellazione, perché insignificante (per chi?) e perché complicante i calcoli (12 mesi e dodici costellazioni funziona meglio che con 13 costellazioni) è stata tranquillamente messa da parte.

  I SEGNI DEL VERO ZODIACO   
      
Capricorno dal 19 gennaio al 15 febbraio 
Acquario dal 16 febbraio all’11 marzo 
Pesci dal 12 marzo al 18 aprile 
Ariete dal 19 aprile al 13 maggio 
Toro dal 14 maggio al 20 giugno 
Gemelli dal 21 giugno al 19 luglio 
Cancro dal 20 luglio al 19 agosto 
Leone dal 20 agosto al 15 settembre 
Vergine dal 16 settembre al 30 ottobre 
Bilancia dal 31 ottobre al 22 novembre 
Scorpione dal 23 novembre al 29 novembre 
Ofiuco dal 30 novembre al 17 dicembre 
Sagittario dal 18 dicembre al 18 gennaio 

        Anche il moto retrogrado dei pianeti gioca un ruolo importante nell’astrologia. Il fenomeno nasce legato alla Terra immobile.

Tutto l’apparato “astronomico” dell’astrologia è lo stesso da secoli, mentre l’universo è cambiato e, per quel che ci riguarda, sono cambiate le posizioni reciproche di costellazioni, pianeti, Sole e stelle varie. Uno dei fenomeni che riguardano il moto della Terra intorno al Sole è la precessione degli equinozi. Esso, scoperto nel II secolo a.C. da Ipparco, non è stato mai considerato dagli astrologi. Eppure l’asse terrestre, a seguito della sua inclinazione, della Terra che non è una sfera perfetta, dell’attrazione lunare, di quella del Sole e degli effetti gravitazionali dovuti a tutti i pianeti, si sposta in modo che, ad esempio, il Polo Nord (ma anche il Polo Sud) compie una rotazione completa in circa 24 000 anni. Ebbene tutto ciò comporta che la proiezione del moto del Sole sulle costellazioni dello Zodiaco, avvenga in modo da essere proiettato su determinate costellazioni in tempi diversi da quelli che furono fissati nell’antichità.

        Altra considerazione riguarda gli oroscopi che impunemente si sono fatti per circa 2000 anni. Come era possibile se pianeti così importanti come Urano (scoperto nel 1781), Nettuno (nel 1846) e Plutone (nel 1930) non erano stati ancora scoperti?

Luna è preposta all’infanzia, alla digestione e alle mestruazioni. Dispensa un carattere sensibile, emotivo, impressionabile, influenzabile, sognatore, capriccioso, poetico, pigro, debole [caspita! n.d.r.].

Mercurio governa l’adolescenza, il sistema nervoso, la respirazione. Dispensa un carattere adattabile, flessibile, abile, accurato, ingegnoso, raffinato, mutevole, vario, instabile, versatile, malizioso.

Venere governa la prima giovinezza, il sistema genitale-urinario. Dispensa un carattere vivace, allegro, divertente, affabile, dolce, sensibile, elegante, attraente, amante, frivolo.

Sole governa la giovinezza (dai 20 ai 30 anni), la produzione di calore nell’organismo, l’apparato cardiocircolatorio, la vista, il cuore, il cervello. Dispensa un carattere altero, magnanimo, aristocratico, poderoso, generoso, sincero, a volte orgoglioso.

Marte governa l’inizio della maturità, la muscolatura, le pulsioni ed il tropismo. Dispensa un carattere energico, robusto, coraggioso, virile, combattivo, svelto, franco, impulsivo e tirannico.

Giove governa la maturità (i sessanta), il fegato, il sangue, le gambe. Dispensa le capacità astrattive e creatrici, l’idealismo (?), il senso comune, il senso dell’organizzazione, della disciplina e del dovere, l’autoritarismo insieme alle capacità di essere un buon amministratore.

Saturno governa la vecchiaia, lo scheletro, la pelle. Dispensa un carattere introverso, riservato, prudente, paziente, riflessivo, tranquillo, profondo, stabile, serio, fedele, malinconico. Dà propensione al pessimismo, all’egoismo ed alla solitudine.

Urano governa l’erezione, il mandare delle cose nel corpo e l’espellerle [certo che prima della metà del ‘700 vi erano una montagna di problemi e di natalità, di digestivi e lassativi, ndr]. Conferisce un carattere sistematico nel concentrare gli strumenti di cui si dispone e nel perseguire un determinato obiettivo, un carattere forte, indipendenza, singolarità, originalità, eccentricità, cinismo, stravaganza. E’ di interesse notare che gli astrologi assegnano a questo pianeta cose che nascono da quando il pianeta è scoperto: tecnicismo, progresso, riforme, macchinismo, industria, trust, capitalismo, imperialismo, fascismo e dittatura.

Nettuno governa l’indistinguibilità, la confusione, la disposizione a raggrupparsi in movimenti di massa. Fornisce un carattere ipersensibile, molto emotivo, impressionabile, sfumato, incerto, impreciso, caritatevole, masochista, chimerico, utopico ed idealista. Anche qui gli astrologi hanno aggiornato i cataloghi ed hanno assegnato a questo pianeta: movimenti di massa, anarchia, demagogia, , scandali, caos, rivoluzione, sindacalismo, democrazia, socialismo, comunismo [ultimamente Nettuno deve essere scomparso dal cielo, n.d.r.].

Plutone governa l’ombra e l’invisibile. Esprime il lato demoniaco della vita ed ha relazioni con istinti aggressivi profondi, quelli della morte. Riguarda grandi distruzioni, paure, sacrifici. Ha a che fare con magia, astrologia, alchimia ed ogni pratica eterodossa. Si assegna a questo pianeta il Ku Klux Klan, la sessualità (?), il nazismo, lo spionaggio, la bomba atomica [a questo punto sembra quasi certa la scoperta di un altro pianeta che dà indizi di sé dalle perturbazioni dell’orbita di Plutone; quasi certamente vi saranno affibbiate la globalizzazione, le Twin Towers, J.P. Morgan, la TV, n.d.r.].

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