Fisicamente

di Roberto Renzetti

Roberto Renzetti

A Ipazia, l’unica santa martire

di quel periodo

che io conosca.

Con la speranza che non fosse vergine.

Santi?

di Roberto Renzetti

© 2013 Roberto Renzetti

© 2013 Tempesta Editore

I edizione 15 aprile 2013

I quaderni di Tempesta Laica

ISBN 9788897309376

Tempesta Editore

via Sisto IV, 77 – 00167 Roma

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INDICE

Un poco di storia 7

Comandamenti fai da te 15

Gli Atti di Paolo e Tecla 17

Gli Atti di Paolo 29

I racconti di Eusebio di Cesarea 35

La nascita dei Santi 63

Come sbarazzarsi dei riti pagani 71

Santa Caterina 79

I santi pagani 81

La vergine Maria e i santi apotropaici 87

Miracoli 93

La proliferazione dei santi malandrini 99

Miracoli, reliquie e superstizione 103

Note 107

Bibliografia 119

Webografia 119

UN POCO DI STORIA

         Chi sono i santi? Subito dopo il riconoscimento ufficiale del Cristianesimo da parte di Galerio, Licinio e Costantino, i santi erano quelle stimabili persone che hanno imposto a noi, come esempio, un modello di vita perfetta o, per lo meno, superiore. Gente seria che non rinunciava alle proprie idee e che per esse si faceva ammazzare. Dobbiamo quindi tutti tendere alla santità perché ciò ci avvicina a Dio e ci allontana dall’esercito dei voltagabbana che ci circonda.

         Il culto dei santi, che non era neppure immaginato nel Cristianesimo delle origini, risale a circa un secolo dall’inizio dell’espansionismo cristiano, quindi al IV secolo. I martiri come santi furono oggetto di culto quasi obbligato in sostituzione della pluralità delle divinità pagane che, a livello psicologico, non potevano trovare una adeguata sostituzione nella semplice e austera adorazione dell’unico dio monoteista giudeo-cristiano, imposta da quel criminale di Teodosio. Questo trasferimento del culto da divinità pagane a santi cristiani, fu una necessità per le popolazioni e per la Chiesa dovuta al fatto che, dopo i decreti di Teodosio, divenne impossibile venerare divinità pagane. Le popolazioni avevano le loro divinità che si videro sottratte da un giorno all’altro e la reazione, a lungo andare, fu quella di convertirsi (ma senza alcuna convinzione, semmai con qualche rancore) per ritrovare una qualche divinità da venerare, a cui affidarsi e da cui farsi proteggere. Qui nasceva la difficoltà per la Chiesa che doveva fornire a quei conversi la nuova divinità.  Un dio astratto, l’originario dio cristiano, non faceva al caso di chi aveva avuto una icona, una statua da venerare. Come vedremo la Chiesa operò delle sostituzioni costruite in modo da soddisfare al meglio il desiderio degli ex pagani che volevano avere una divinità. Stabilito in qualche modo il trasferimento, la cristianizzazione di questo trasferimento avveniva affermando che non era più quel dio (quindi ora quel santo) che faceva direttamente una grazia, ma il santo operava solo come intermediario verso l’unico Dio cristiano (era la vera novità che non intaccava l’ortodossia cristiana ed accontentava il convertito per il quale questo discorsetto iniziale aveva ben poco significato. Per tutto il resto i riti rimasero gli stessi del politeismo. Almeno per le divinità minori (perché il Cristianesimo riuscì ad abolire quelle maggiori), la cappella del santo prese il posto del santuario della divinità pagana e, senza colpo ferire, il nuovo occupante assunse tutte le funzioni dello sfrattato con il trasferimento a lui delle usanze e superstizioni locali. Poiché le divinità pagane erano venerate in quanto protettrici di qualche categoria di persone o di qualche fatto naturale, si pensò bene di attribuire ad ogni santo una particolare predisposizione nel proteggere persone, luoghi o eventi. La festa del dio venerato localmente diventò la festa del santo patrono. I miti relativi a questo santo patrono, come la sua vita ed il suo operato in materia di miracoli, spesso, sarebbero nati dall’integrazione di fatti di vita del santo in oggetto, supposto che sia mai esistito, con leggende relative al dio pagano.

         Dove cercare i primi santi, coloro che dovevano sostituire le divinità pagane ? Sembrò abbastanza naturale trovare questi personaggi esemplari, indiscutibili, di sicuro esempio, tra le persone che erano cadute per aver sostenuto la propria fede nell’Impero di Roma, i martiri, come li chiamò la Chiesa, che si erano avuti durante quelle che la Chiesa chiamò persecuzioni. C’è da dire però che l’Impero di Roma non aveva un particolare odio contro i cristiani. E’ a tutti noto che Roma aveva una legislazione estremamente permissiva con tutte le religioni dei popoli che. cadevano sotto il suo dominio considerandole manifestazioni degli dèi che già conoscevano. Nelle caserme e nei circhi c’erano piccoli altari dove ognuno pregava il suo Dio o i suoi dèi poiché non vi era l’unicità di un culto ma era possibile venerare più divinità contemporaneamente. Ciò che veniva richiesto a tali religioni era solo il rispetto delle leggi dello Stato e quindi il non creare problemi di ordine pubblico. In un certo momento, a quanto detto, si aggiunse una nuova legge che andava a sancire un costume affermatosi fin dalla morte di Augusto nel 14 d.C. In tutto l’Impero si diffuse una vera gratitudine per questo imperatore che aveva portato pace e prosperità dopo secoli di guerre e carestie. Come atto prevalentemente politico, come riconoscimento della centralità di Roma nell’Impero, si tributarono ad Augusto gli onori che normalmente vengono tributati ad una divinità e ciò non era altro che un modo per esprimere omaggio e lealtà allo Stato. Questa prassi divenne legge con Domiziano, Imperatore dall’81 al 96. La legge richiedeva a tutti i cittadini e sudditi dell’Impero, e quindi anche ai cristiani, il compimento di riti previsti in quella che era diventata religione di Stato, riti riassumibili in periodici sacrifici di animali o nel depositare un poco d’incenso dentro una pira in onore della divinità imperiale, fatto che, nella mentalità di Roma, non significava in alcun modo il riconoscimento dell’unicità di un Dio ma una semplice disposizione di ubbidienza e sottomissione allo Stato. Sappiamo quindi per certo che nelle pretese persecuzioni non ci si accaniva contro il cristiano in quanto tale ma solo in quanto commetteva, come chiunque altro, dei crimini e tra questi crimini subentrava la non fedeltà a Roma ed il non riconoscimento dello Stato (verso la fine del III secolo si rese evidente un altro motivo per perseguire i cristiani, il loro non volere combattere negli eserciti di Roma, come discusso in nota 4). In ogni caso le uccisioni e le condanne furono episodi circoscritti, legati a colpe concrete che venivano loro attribuite, e furono accompagnate anche da atteggiamenti favorevoli verso i cristiani in alcuni imperatori. All’obbligo di sacrificare all’Imperatore erano solo esonerati gli ebrei ma, appunto, non i cristiani. Alla domanda del perché accadesse ciò, ho trovato convincente la risposta di Gibbon che riassumo. Gli ebrei, con la loro superba pretesa di superiore santità, potevano spingere i politeisti romani a considerarli una genìa odiosa ed impura. I romani potevano considerare le leggi di Mosè frivole ed assurde ma, e questo è il punto, quelle leggi definivano da centinaia di anni un popolo, una nazione che, in quanto tale, doveva essere rispettata (anche se gli ebrei di Palestina avevano dato ai romani enormi problemi con inenarrabili stragi di soldati)(1). E questo popolo aveva le sue riconoscibili sinagoghe sparse ovunque ed ovunque faceva sacrifici al suo Dio. I cristiani erano invece considerati una setta di costituzione recente, senza tradizioni, senza nazione, senza chiese, senza sacrifici perché sostituiti con il pane ed il vino dell’eucarestia (questa metafora del sacrificio fu introdotta dalla Chiesa anche per avvicinare i poveri alla nuova fede, poveri che non potevano permettersi animali da sacrificare). Inoltre il loro non riconoscersi in nessuno degli dèi noti, con la presunzione del possesso esclusivo della conoscenza del vero Dio e con l’aggravante del disprezzo di ogni altra religione considerata empia ed idolatrica, li rendeva sospetti della non accettazione dell’ordine costituito e quindi contestualmente eversori o possibili tali (in un momento storico in cui in Palestina nasceva ogni tipo di setta disposta a farsi ammazzare pur di cacciare gli occupanti romani). Ma poi, una setta di recente costituzione come ha l’ardire di dileggiare, di accusare di errore i propri compatrioti credenti in altre divinità e, peggio, di condannare la fede dei padri, fede mai così denigrata da credenti in altri dèi ? Era un dato comune a tutti che la tolleranza è un qualcosa che si concede a chi ha una reciproca indulgenza. Infine costoro disponevano solo di un Dio invisibile che, come tale, non era comprensibile anche alle persone colte di Roma, ai filosofi ed ai credenti politeisti, anche pii. Sotto un diverso profilo, i cristiani erano conosciuti perché diffusi soprattutto in Asia ed Africa dove erano usi fare riunioni in case private anche di notte. Ebbene, queste riunioni segrete non erano tollerate dai romani in zone che continuamente creavano problemi di ordine pubblico. A questi dati oggettivi, che facevano parte della mentalità dell’epoca, si aggiunse come corollario la diffamazione non dissimile a quella che secoli dopo i cristiani realizzarono contro gli ebrei di Spagna. Si iniziò a favoleggiare di riunioni notturne dei cristiani nelle quali si effettuavano dei riti orrendi con dei neonati. Racconta Giustino Martire [Apolog. Major. I, 33; II, 14] che un bambino, completamente ricoperto di farina era considerato il mezzo per essere iniziati al Cristianesimo. Ogni aspirante doveva bucherellare la pelle del bambino, leccare il sangue che usciva fino a mangiare le sue carni. Terminato il rito iniziavano libagioni alla fine delle quali si scatenavano orge indicibili. Ad un dato momento veniva fatto il buio di modo che non si sapeva più chi si accoppiava con chi, uomo con uomo, fratello con sorella, madre con figlio, ….. I cristiani sapevano di essere così diffamati e reagirono nel modo peggiore possibile: dissero che queste cose avvenivano ma solo nelle sette eretiche dei marcioniti, degli gnostici, dei carpocraziani, … Ma come faceva un magistrato di Roma ad entrare nelle sottigliezze delle eresie se queste non erano neppure capite dal popolo semplice dei cristiani ? Per la legge e chi l’amministrava restavano solo i generici cristiani e, per loro stessa ammissione, rei di tali oscenità e crimini. Ma questi generici cristiani che, come detto, erano indistinguibili dagli ebrei almeno nei primi anni, erano salvati proprio dai quegli stessi magistrati che ogni volta, individuandoli come ebrei, li salvavano dall’ira e dalla furia dei veri ebrei.

         A questo punto si deve tener conto di un fatto cruciale: un cristiano poteva, come detto, evitare l’estrema punizione delle leggi di Roma semplicemente sacrificando (come detto bastava un poco d’incenso su una pira) ad un dio fasullo, l’Imperatore, per poter mantenere intatta la propria fede nel suo Dio. Ebbene, si faccia attenzione, i cristiani quando presero il potere non dettero mai questa possibilità di salvezza ai pagani(2) i quali dovevano cancellare completamente la propria fede e convertirsi per essere salvi dall’estrema punizione, anche qui la morte, che le proprie norme e consuetudini prevedevano (si tenga anche conto che gli ebrei non operavano come i cristiani contro coloro che ebrei non erano).

        Le persecuzioni contro i cristiani in Siria ed in altri territori dell’Asia, dove si concentravano in maggior numero, furono quelle le cui modalità sono descritte in alcuni documenti scritti da Plinio il Giovane, Traiano ed Adriano. Era stato il governatore di Bitinia e del Ponto, Plinio, a chiedere a Traiano come comportarsi con i cristiani che praticavano una religione considerata superstitio (ogni religione implicante un timore eccessivo degli dèi  perché probabile causa di disordini popolari) e Traiano aveva risposto sostenendo che non si doveva mettere in atto alcuna particolare procedura. I cristiani dovevano essere trattati come tutti gli altri cittadini senza particolare accanimento se non la richiesta che valeva per tutti i cittadini: il rispetto della legge (che prevedeva per tutti, meno che per gli ebrei, il riconoscimento, al lato del proprio Dio, dell’Imperatore come Dio di Roma). Vi è da aggiungere una considerazione: il fatto che Plinio, uomo che aveva dedicato la sua vita al diritto, aveva esercitato come avvocato nei tribunali di Roma, era stato senatore, … il fatto, dicevo, che chiedesse lumi a Traiano, mostra che non vi era alcuna legislazione o decreto contro i cristiani a cui affidarsi. Con Adriano (Imperatore dal 117 al 138), che sostenne medesime cose di Traiano, ebbe inizio un periodo di maggiore moderazione (l’accusatore di una qualunque illegalità da parte di un cristiano si sarebbe dovuto presentare a ripetere la denuncia in giudizio e se tale accusa fosse risultata falsa pene severe erano previste per l’accusatore). Con Antonino Pio (Imperatore dal 138 al 161) la legge che riguardava i cristiani divenne più chiara affermando che il cristiano in quanto tale non era perseguibile a meno che, individualmente, non commettesse dei reati contro le leggi ordinarie. Come ricorda Deschner [1], “per quasi due secoli … le autorità si comportarono verso il Cristianesimo in modo non meno tollerante che verso tutti gli altri culti pagani. Le dieci persecuzioni che abitualmente vengono indicate non rispondono alla verità dei fatti storici; come tanti altri fenomeni cristiani, anche il numero dieci riferito alle persecuzioni è una finzione, inventata in analogia alle dieci piaghe d’Egitto ed anche alle dieci corna dell’Apocalisse (e la numerologia, in una religione che prendeva le mosse dall’ebraismo con la sua kaballah, era d’obbligo). Se si prescinde dalla prima limitata persecuzione contro i cristiani, quella di Nerone del 64, che vide i cristiani accusati di incendio doloso(3) della città di Roma, persecuzione comunque limitata proprio alla città di Roma, [in cui i morti cristiani furono circa 300, ndr], si possono  stabilire con certezza solo le persecuzioni avvenute sotto cinque imperatori [Settimio Severo (198)(4), Decio (250)(5), Valeriano (258)(6), Diocleziano e Galerio (303)(7), ndr], dei cinquanta che hanno regnato fra Nerone e Costantino. «Tutte ebbero breve durata e un numero relativamente basso di martiri autentici [contati complessivamente in 2000 da Gibbon ed in 1500 da Drews, ndr]»”. Lo stesso Origene di Alessandria, figlio di martire, in Contra Celsum (III) scrisse che il numero dei martiri non era molto elevato, sostenuto in questo anche dalla testimonianza del suo amico Dionisio (vescovo di Alessandria e santo) il quale affermava che, durante la dura persecuzione di Decio nella grandissima Alessandria, si contarono dieci uomini e sette donne martirizzati come cristiani. E lo stesso Eusebio di Cesarea, che lo storico tedesco Jacob Burkhardt, nel suo Die Zeit Constantins des Grossen (1880), definì il primo storico completamente disonesto dell’antichità, nel suo De Martyribus Palestinae racconta solo di 9 vescovi decapitati e di un totale di 92 martiri. Il relativamente piccolo numero di martiri è dovuto al fatto che le autorità romane non facevano nulla per nascondere l’inizio di una persecuzione, che tra l’altro non poteva iniziare simultaneamente in ogni luogo, ed erano i vescovi stessi che avvertivano i fedeli di allontanarsi dai centri abitati sapendo che non vi era la ricerca ossessiva del cristiano da parte delle autorità civili.

Quando le persecuzioni terminarono, intorno al 311, fu Damaso I (305-384), un Papa che aveva bande armate con le quali massacrava i sostenitori di Papa Ursino, suoi oppositori, a mantenere la loro memoria e a far ricercare e trovare le tombe dei martiri in modo da amplificarne il ricordo. I martiri divennero così i santi e ad essi furono associati coloro che avevano abbracciato la fede cristiana e la avevano mantenuta per tutta la vita. A questa categoria di santi se ne aggiunsero via via  delle altre: le vergini (sempre e comunque), i monaci eremiti ed asceti, i dottori della Chiesa, gli educatori, … ed i papi.

        I primi santi (II e III secolo), quelli di cui mi occuperò, furono dunque i martiri, la cui storia fu sapientemente manipolata e resa come testimonianza di sangue che doveva servire innanzitutto come esempio, come storia esemplare, come mito, come testimonianza della non esistenza di sofferenza quando il fine è ricongiungersi con Dio, da proporre ai giovani da educare. Di molti di questi martiri abbiamo solo un nome (o vaghissime notizie) ed a questi nomi è molto difficile dare un qualche credito anche perché le prime storie di martiri le abbiamo dalla Storia Ecclesiastica del citato Eusebio di Cesarea, il cortigiano di Costantino. In ogni caso, nei primi secoli del Cristianesimo, i martiri furono gli unici santi ed essi iniziarono a svolgere il fondamentale ruolo di sostituzione ed imitazione del culto (prima greco, poi romano) dei personaggi esemplari, degli eroi, come Bacco, Esculapio, Ercole, culto che, a sua volta, si rifaceva a quello dei morti. Nei culti dell’antichità classica, il luogo dove si svolgevano le cerimonie era la tomba vera o presunta del morto, preteso taumaturgo o eroe. La tomba divenne sempre più ricca, piena di adorni, di offerte, di fiori e pian piano, in alcuni casi, divenne un tempio che disponeva di un altare per i sacrifici. I riti e le cerimonie avevano delle fissate periodicità. Tutto questo fu ripreso dalla Chiesa che, a partire dal IV secolo e quando non riuscì ad impadronirsi di un tempio pagano, costruì templi sempre più grandi e basiliche per i santi martiri che, come accennato, avevano storie costruite ad imitazione dei personaggi che dovevano andare a sostituire. E se non ve ne erano di adeguate, come non potevano perché la gran parte delle storie di sconosciuti era assolutamente anonima, si inventavano di sana pianta con racconti mitici, agiografie fantastiche che ancora oggi vengono raccontate per educare, senza vergogna, gli agnelli del gregge. Naturalmente per riuscire a penetrare nei sentimenti popolari più profondi in modo da prendere il posto di altre religioni serviva sostituire la venerazione di alcune divinità pagane con dei santi cristiani appositamente pensati. Ma ciò non bastava perché, nel corso dell’anno, vi erano molte feste dal sapore pagano che dovevano essere necessariamente rimpiazzate. Tali feste erano sempre molto attese perché erano giorni di riposo e di gozzoviglie e la Chiesa non poteva certo pensare di ottenere consenso semplicemente cancellandole. Si trattava, anche qui, di riprendere tali feste una ad una e di cristianizzarle. Occorreva innanzitutto collocare alcuni capisaldi del Cristianesimo in giorni dell’anno fondamentali in altre religioni e quindi si cominciò a collocare la nascita di Cristo in luogo opportuno, in quel 25 dicembre, data con profondo significato astronomico perché il sole inizia a risalire all’orizzonte, che era data di nascita di dei pagani tra cui Mitra.

         In somma sintesi, come già detto, il numero dei martiri, su persecuzioni lunghe 250 anni, fu relativamente piccolo. E le cose stanno certamente così anche se noi abbiamo notizie di persecuzioni atroci estese a moltitudini immense di persone, in maniera quasi ininterrotta dalla morte di Gesù fino a Costantino, da scrittori cristiani come Lattanzio e, appunto, Eusebio di Cesarea (per pura combinazione quasi tutti i testi scritti da laici o eretici o pagani sono scomparsi, distrutti dalla foga distruttrice dell’ortodossia). Per capire però quali miti si costruivano, di  che dimensione, di che portata, anche per  dare sostegno al grande e fantasioso numero di martiri, è utile iniziare da alcuni apocrifi, tra i più antichi che possediamo, come gli Atti di Paolo e Tecla e gli Atti di Paolo. Prima però è interessante ricordare ai furbastri delle gerarchie della Chiesa uno dei capisaldi del Vecchio Testamento: i Dieci Comandamenti che, secondo la tradizione, Dio aveva dettato a Mosè.

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