Fisicamente

di Roberto Renzetti

Nuova Edizione, aggiornata, corretta, ampliata con la ricerca di Gesù nei  Vangeli Apocrifi.

Chi era Gesù ? Era un ebreo del suo tempo ? Un esseno ? Uno zelota ? Un mago ? Dove nasce ? Storia, mito, leggende.

Roberto Renzetti

Informazioni bibliografiche del Libro

Alla ricerca di un uomo chiamato Gesù: Chi era Gesù: Un ebreo del suo tempo? Un esseno? Uno zelota? Un fondatore di religioni? Dove nasce? Storia, mito, leggende. L’apparato di note e riferimenti è da capogiro: Roberto Renzetti è un fisico, e nel libro si vede, perché fa parlare – o meglio, fa scrivere (utilizzando una metodologia scientifica) – gli autori da cui la storia proviene e si preoccupa di discernere le testimonianze dalle affermazioni interessate. Prefazione di Carlo Bernardini.

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INTRODUZIONE

        So bene che di questo argomento è stato scritto da studiosi molto più autorevoli di me, nell’ipotesi che io abbia una qualche autorevolezza. Nonostante ciò ho voluto raccogliere alcune delle cose che negli anni ho studiato e creduto di capire per comunicarle a chi vorrà leggerle. Posso garantire che questo lavoro è stato portato avanti con passione ed onestà e dico questo perché non ho fini nascosti e non posso averli perché io non ho una religione da difendere ed a cui iscrivere addetti. Piuttosto sono, questo sì, uno scienziato ed uno storico della fisica, una persona che ha tentato di applicare il metodo storico critico alle vicende che tutti noi che viviamo in un Paese Cristiano (meglio: cattolico) conosciamo fin da bambini. Alcuni tra noi non si sono posti alcun problema ed hanno seguito le tradizioni dei padri, altri hanno voluto capire a cosa fossero ancorate tali tradizioni. Ebbene tra questo secondo gruppo mi ritrovo ed ho cominciato a pormi problemi non su questioni di fede ma su questioni socio economico politiche che riguardavano e riguardano i comportamenti della Chiesa cattolica in Italia. Senza spiegare, perché ci vorrebbe troppo spazio, ma confidando nella conoscenza del mondo che ci circonda da parte del benevolo lettore, l’invadenza nella vita quotidiana, civile e morale, di tutti noi, di questa istituzione è intollerabile. Da dove trae i suoi principi, da dove le leggi che vuole imporci ? Qual è il fondamento teorico alla base di comandamenti riversati sulla nostra testa come lapidi ? Al di là del catechismo che il buon parroco ci ha raccontato tanti anni fa, restava in me il bisogno di comprendere meglio di cosa si trattava, di che tessuto era fatta la camicia che ci costringeva e le costrizioni si possono alla fine anche accettare ma sapendo di cosa si tratta, essendo critici, cercando di capire chi e perché agisce in un dato modo.

        E’ qui che ho intersecato alcune mie conoscenze di metodo per capire. Prima ciò che mi era più vicino, chiedendo a persone da me ritenute sagge e competenti. Ebbi vari incontri con una persona che poi fu mia amica per anni, con un grande cattolico e pittore americano, William Congdon, l’amico Bill. Questa eccellente persona venne a vivere per un periodo di tempo in un eremo vicino al paese nel quale vivevo, l’eremo del Beato Lorenzo a Subiaco, vicino al Monastero di San Benedetto. Ero giovane, avevo 20 anni, ma già ero interessato a capire cosa avevo intorno perché, già allora, per me la Chiesa era nemica. In quel Paese chi, come me, aveva scelto un impegno pubblico a sinistra, era emarginato. Con gli amici ci si vedeva la sera perché non si doveva sapere di amicizie con me per via di quel posto di lavoro che passava per la Curia. Bill invece  parlò con me per ore, per molto tempo, in molte passeggiate lunghissime. Mi invitò al Beato Lorenzo, mi fece vedere la sua celletta. Quando seppe della mia avversione, allora solo contro l’istituzione ma già verso i fondamenti teorici di essa (anche se in modo assolutamente confuso), fu lui che mi disse la cosa più bella che uno si possa aspettare da un credente: Dio è tanto grande che noi non potremo mai sapere se gli è più vicino chi lo adora o chi a lui non crede. E aggiunse che avrei sempre dovuto fare ciò che credevo e pensavo. Insomma un personaggio davvero eccellente soprattutto per quell’invito ad agire sempre secondo coscienza. Che è la stessa cosa che da anni consiglio anch’io ai miei amici e conoscenti. Lo seguii poi nella sua attività preso la Pro Civitate Christiana ad Assisi e nei suoi incontri con Pasolini. Poi non lo vidi più.

        Da quegli anni lontani iniziai a leggere in modo disordinato, nel senso che leggevo cosa si scriveva su differenti argomenti senza passare per i testi originali. Poi iniziai con i Vangeli ma mi risultavano slegati da un qualche contesto. Poi aggiunsi gli Atti degli Apostoli ma anche qui non riuscivo ad inserirli in qualcosa che mi appartenesse. Intanto iniziavo a scontrarmi con i teorici rappresentanti di Gesù in terra. Prima con il battesimo forzato della mia prima figlia. Quindi con gli scontri fisici davanti alla chiesa di Sant’Andrea di Subiaco con un prete militante, Don PP, che imponeva volantini contro il divorzio sul sagrato. E poi con una Chiesa sempre più nemica perché sempre, nei secoli dei secoli, legata al potere che è sempre stato avverso a persone normali e non potenti quale io sono. Volevo capire meglio le basi teoriche e, finalmente, ho cominciato con l’Antico Testamento e mi sono letto tutto ciò che c’era. Con questa fondamentale premessa sono passato al Nuovo Testamento che, ora, mi risultava estremamente chiaro. Nel frattempo, per vicende politiche del tempo, imparai a conoscere Israele e alcune cose del popolo ebraico. Gli inserimenti di tali conoscenze con l’Antico Testamento a me spiegarono moltissimo delle vicende tragiche che, dal 1967, iniziarono ad interessarmi. Poi le successive lotte per sostenere la Legge 194 (interruzione di gravidanza) e, finalmente, le intollerabili interferenze, sempre sostenute da ogni parte politica come voto di scambio, su Procreazione Assistita e Testamento Biologico. Il Dio dell’Antico Testamento, con la sua violenza criminale ed assassina, poteva anche essere il padrino di tale Chiesa ma la svolta di Gesù, almeno su certi aspetti, non era più conciliabile con gli interventi violenti della Chiesa sulla vita civile di un Paese. Ho approfondito gli studi ed ho visto con estrema chiarezza che questa Chiesa, ogni Chiesa, non c’entra nulla con Gesù perché Gesù non ha fondato alcuna Chiesa. Alcune persone si sono appropriate del marchio Gesù (al quale è stata aggiunta Maria) per costruire una religione come centro di potere e privilegio. Sono stati bravi e ci sono riusciti. Noi, la povera gente, comunque sempre tagliati fuori e sempre a dover subire dal potere civile e religioso.

        Dopo aver scritto dei pessimi esempi del Dio veterotestamentario e della pochissimo edificante storia dei Papi, fino a Ratzinger, come sbocco naturale vi era il Gesù del Nuovo Testamento. Chi era, al di là degli stereotipi ? Qui, qualunque studioso che si muova senza pregiudizi, si trova di fronte a moltissimi problemi e contraddizioni. I testi sono stati manipolati nei primi secoli in modo da cambiare l’immagine di Gesù e farla somigliare a quella della Chiesa, il processo cioè inverso a quanto uno si aspetterebbe.

        Per parte mia debbo dire che molte cose che ho scritto derivano da una bibliografia secondaria, altre da letture di testi originali. Non ho letto direttamente tutti i testi degli studiosi che per secoli hanno sviscerato i Testi Sacri (inutile dire che l’impresa sarebbe proibitiva). Ho letto invece i testi di coloro che hanno attinto direttamente ai lavori degli studiosi suddetti. Di questi studiosi mi sono servito riportando spesso ampi brani dei loro lavori perché ritengo inutili le perifrasi che dovrebbero garantire una falsa paternità. Quindi io non ho inventato e/o scoperto nulla. Servendomi dei testi suddetti e, soprattutto della Bibbia, ho fatto la mia ricostruzione dei fatti, lasciando con interrogativi le parti più dubbie e discusse. Il lungo viaggio, iniziato idealmente moltissimi anni fa e materialmente da almeno otto anni, è arrivato a quanto troverete scritto di seguito.

        Perché ho scritto queste cose? Perché, probabilmente sbagliando, credo ancora che la conoscenza di alcune cose possa muovere delle coscienze. Al fine di togliere all’arroganza della Chiesa quella legittimità che non ha. Almeno come discendenza diretta da quell’Uomo chiamato Gesù.

        Un’avvertenza è necessaria. Le questioni di fede sono estremamente delicate perché toccano nel profondo le sensibilità della maggioranza delle persone. Io non ho nulla contro chi ha fede, contro la persona che affida se stessa ed i suoi cari ad un al di là che mi piacerebbe vi fosse. So che per molti vi è la fede, la fiducia nel sovrannaturale, come ultima e sola consolazione di fronte alla disperazione che una vita in determinate condizioni può provocare. Lungi da me l’idea di prendermela con costoro con i quali vorrei abbracciarmi. Chi legge capirà che l’eventuale bersaglio è proprio chi dalla sofferenza e speranza altrui trae beceri vantaggi. Intollerabile. E, ad evitare che mi si consideri un ingenuo, dico subito che sono cnvinto che chi ha fede non potrà mai essere scosso in alcun modo dalle cose che dirò, anche quando fossero riconosciute dirimenti.

PARTE I

IL CONTESTO STORICO

          Su Gesù si è scritto e riscritto ormai da secoli. Tento anche io un’indagine che vuole partire da ciò che era la Palestina all’epoca in cui viene situata la nascita e la vita di Gesù e, attraverso le varie tappe che hanno segnato questa vita (quelle vere e quelle leggendarie), e arrivare a comprendere quanto possibile dell’uomo Gesù. Avverto subito che la mia è la visione di un ateo che, con l’ebreo Gesù, va a ricercare quali siano le novità nella predicazione di quest’uomo rispetto all’intollerabile violenza dell’Antico Testamento.

        Gli eventi si collocano in Palestina che, non occorre dimenticarlo, rispetto al successivo dispiegarsi degli imperi assiro-babilonese, egiziano, alessandrino, romano, era una zona geograficamente insignificante, anche se corridoio importante di collegamento tra Asia Minore e Nord Africa. Dico questo per dire che notizie relative agli avvenimenti di 2000 anni fa di una piccola zona sono difficili da reperire. Abbiamo la fortuna di disporre di alcuni scritti di uno storico, Giuseppe Flavio  (37-100 d.C. circa), un comandante militare ebreo durante la guerra giudaica contro i romani del 66-74 d.C., un uomo legato del Sinedrio di Gerusalemme e governatore della Galilea durante la suddetta guerra giudaica. Costretto presto ad arrendersi con tutta la sua guarnigione verso il 67 d.C., venne deportato a Roma dove collaborò con i romani diventando un protetto dell’imperatore Vespasiano e assumendo persino il patronimico della famiglia imperiale (Flavio). Le sue opere più importanti sono le Antichità Giudaiche, una storia dei giudei in venti libri dalle origini fino all’inizio della guerra giudaica, e la Guerra Giudaica, che narra gli eventi della prima grande rivolta giudaica contro i Romani culminata con la distruzione del tempio di Gerusalemme del 70 d.C., in sette libri. Un breve accenno alla rivolta giudaica e alla storia di quegli anni compare anche nel Libro V delle Historiae scritte dallo storico romano Tacito (70-126 d.C. circa). Purtroppo questa opera di Tacito è andata perduta nella parte finale di nostro interesse, tuttavia contiene alcune interessanti indicazioni sulla storia dei Giudei in quel periodo. Queste sono le due opere che ci forniscono le maggiorin informazioni sulla storia della Palestina in quegli anni, negli anni in cui è collocata la vita di Gesù. Un alro storico che ci fornisce informazioni relative a quel periodo fu un altro ebreo, Filone di Alessandria (20 a.C.- 45 d.C.). Altre notizie, non più relative a Gesù ma ai cristiani, le troviamo in scrittori posteriori come Plinio il Vecchio (23-79 d.C), Plinio il Giovane (61-112/113 d.C.), Svetonio (70-126 circa d.C.), l’Imperatore Adriano (76-138 d.C.), Trifone Giudeo (inizi II secolo d.C.), Marco Aurelio (121-180 d.C.), Epitteto (50-120 d.C.), Galeno (129-200 circa d.C.), Frontone (100-166 d.C.), Luciano di Samosata (120-180 circa d.C.), Celso (fine II secolo d.C.), Porfirio (233-305), Apuleio (120-180 circa d.C.).

        Fornisco in pochi cenni le vicende del popolo ebraico prima della conquista di quelle terre da parte dell’Impero Romano. Nel 164 a.C. la Giudea si rese indipendente dalla dominazione seleucide (Regno di Siria), eredità di Alessandro Magno. Gerusalemme fu liberata dalla rivolta iniziata dal sacerdote Mattatia della famiglia degli Asmonei (dal nome di un antenato) e guidata dal figlio Giuda Maccabeo(1). L’imperatore seleucide Antioco V, proprio in quell’anno asceso al trono, concesse un editto di tolleranza che durò solo due anni. Nel 162 successe ad Antioco V il nuovo imperatore Demetrio I che nel 161 fece uccidere Giuda Maccabeo. A Giuda successe il fratello Gionata Maccabeo che mantenne il potere fino al 143, ampliando i territori della Giudea a nord ovest e ad occidente. Gionata ottenne nel 152 dal pretendente al trono seleucide Alessandro Balas l’autonomia per la Giudea e la carica di sommo sacerdote. A sua volta Gionata venne ucciso da una congiura nel 143 e capo del movimento divenne un terzo fratello, Simone (143-134), anch’egli sommo sacerdote e governatore ed anch’egli ucciso, insieme a due suoi figli, nel 134 (dopo ulteriori ampliamenti dei territori di Giudea). Suo successore fu il figlio rimasto, Giovanni Ircano I, che regnò fino al 104 e con il quale inizia propriamente la dinastia degli Asmonei(2). Ircano I, nel 132, rinnovò l’alleanza con Roma, alleanza che era stata anche dei suoi fratelli, a partire da Giuda, e Roma ricambiò concedendo al regno di Giuda alcune città sottratte al regno di Siria, facilitando traffici di merci con Roma, permettendo insediamenti ebraici a Roma e, soprattutto, proibendo al sovrano seleucide Antioco VII di entrare nel regno di Giudea. Per parte sua Ircano teneva a bada i vari movimenti di rivolta nella zona. Nel 128 conquistò la Samaria e distrusse il tempio dei samaritani sul monte Garizim.  Represse la rivolta filo-siriana del generale ebreo che aveva ucciso suo padre e continuò la guerra prima contro Antioco VII, poi contro Seleuco V suo successore. Sotto il suo regno furono soggiogati gli Idumei che vennero poi convertiti forzatamente mentre si consolidavano i Sadducei ed i Farisei insieme agli Esseni. La politica delle conversioni forzate iniziata da Ircano I, proseguì con i successivi re Asmonei. Alla sua morte, nel 104, gli successe il figlio Aristobulo I, un vero mostro di crudeltà ed il primo della dinastia degli Asmonei ad utilizzare il titolo di Re perché solo i discendenti di Davide avevano diritto a tale titolo. Secondo il volere di Ircano, il regno sarebbe dovuto passare a sua moglie, mentre Aristobulo avrebbe dovuto ricevere solo il sommo sacerdozio; Aristobulo, invece, fece imprigionare la madre (facendola morire di fame) ed i suoi tre fratelli. Dopo appena un anno di regno, dopo aver conquistato la Galilea e dopo una dura persecuzione contro i Farisei morì di malattia. La vedova di Aristobulo, Shelomit (Salomé) Alexandra, liberò i tre fratelli di Aristobulo dal carcere, sposò il più anziano, Alessandro Ianneo, che divenne re ed abusivamente sommo sacerdote, regnando dal 103 al 76 insieme alla moglie. Fu sotto il suo regno, la cui crudeltà superò quella del fratello, che il potere della dinastia degli Asmonei giunse all’apice con l’estensione del regno degli Asmonei circa equivalente a quella raggiunta con Davide e Salomone. Pur essendo di formazione ellenistica volle imporre la religione ebraica anche a greci e siriaci creando profondo scontento che provocò l’intensificarsi del conflitto tra Asmonei e Farisei che sfociò in una guerra civile in cui persero la vita 50.000 ebrei. Alla fine, Ianneo fece crocifiggere 800 Farisei sotto le mura di Gerusalemme e ne fece trucidare mogli e figli, sotto i loro stessi occhi, mentre lui banchettava con le sue concubine. Forse il “leone Furioso . . . che appese uomini vivi” del Commentario a Nahum (uno dei documenti trovati a Qumràn, dei quali parlerò più oltre) si riferisce proprio a lui. Mentre il suo regno volgeva alla fine vi furono lotte interne tra Farisei e Sadducei che egli represse in modo crudele. Con Alessandro Ianneo viene rotta l’alleanza con Roma, preferendo ad essa l’alleanza con regni orientali come quello di Armenia e del Ponto. Alla sua morte il potere restò in mano della moglie che lo mantenne fino alla morte nel 67 a.C. Alexandra seppe governare in modo equilibrato, servendosi del sostegno proprio dei perseguitati dal marito, i Filistei. Quando Alexandra morì quel piccolo regnò divenne estremamente instabile con lotte intestine, intrighi, avvelenamenti, assassinii. Tutto per avere la successione ad Alexandra, successione che vide le lotte furibonde dei figli, Ircano II, che Alexandra aveva nominato sommo sacerdote, ed Aristobulo II, che Alexandra aveva nominato capo dell’esercito. Poiché non si trovava una soluzione(3) e le lotte divennero sempre più feroci e crudeli, Ircano II chiese l’intervento di Roma nella persona di Gneo Pompeo Magno che avanzava dalla Siria, dove aveva posto fine al regno seleucide, facendo della Siria una provincia di Roma. Pompeo, prima di occupare la Giudea ricevette tre delegazioni del regno di Giuda, una rappresentava Aristobulo II, un’altra rappresentava Ircano II, la terza, secondo ciò che racconta Flavio Giuseppe, rappresentava il popolo (termine vago ma probabilmente con il significato di oppositori degli Asmonei). Si possono immaginare le richieste e la difficoltà a priori di decidere. Fu il comportamento violento di Aristobulo II a convincere Pompeo ad accettare le richieste del popolo. A questo punto Aristobulo II occupò con la forza Gerusalemme ed a questa provocazione rispose con durezza Pompeo: prese la città nel giorno sacro di sabato quando gli Ebrei non potevano combattere, uccise i sacerdoti, fece arrestare Aristobulo II e penetrò nel santuario ebraico con ciò stesso contaminandolo. Leggiamo da Giuseppe Flavio nelle Antichità Giudaiche (Libro XIV):

64 – 3. E di questo i Romani erano bene al corrente, e nei giorni che noi chiamiamo sabbato non saettavano i Giudei né venivano alle mani con essi, ma innalzavano i terrapieni e le torri, e approntavano le macchine d’assedio affinché fossero poste in azione il giorno dopo.

65 Ognuno può argomentare di quale tempra sia la nostra pietà verso Dio e la nostra stretta osservanza delle leggi dal fatto che durante l’assedio la paura non distoglieva i nostri sacerdoti dal compiere alcune delle sacre cerimonie, ma due volte al giorno – al mattino e all’ora nona – compivano i sacri riti all’altare e non omettevano alcuno dei sacrifici, anche se, durante gli attacchi, sorgeva qualche difficoltà.

66 E, infatti, quando fu presa la città, nel terzo mese, nel giorno del digiuno, nell’Olimpiade centosettantesimanona, durante il consolato di Gaio Antonio e Marco Tullio Cicerone, il nemico irruppe con impeto e uccise i Giudei che si trovavano nel tempio,

67 ma ciononostante quanti erano intenti ai sacrifici seguitarono a compiere i sacri riti: né il timore per la loro vita, né il grande numero di quelli già trucidati li spinse a correre via, bensì pensarono bene di proseguire a fianco dell’altare qualunque cosa avessero poi da sopportare, piuttosto che trasgredire qualche legge.

68 Che questo non sia un semplice elogio proposto per una menzognera pietà, ma corrisponda alla realtà, è attestato da tutti coloro che hanno narrato le gesta di Pompeo, tra i quali Strabone e Nicola e, ancora, Tito Livio, autore di una Storia di Roma.

69 – 4. Ora, allorché fu installata la macchina d’assedio, la torre più grande fu scossa e crollò, facendo una breccia nel muro attraverso la quale entrò il nemico: il primo a entrare fu Cornelio Fausto, figlio di Silla che salì sulle mura con i suoi soldati; dopo di lui il centurione Furio con quelli che lo seguivano dall’altra parte; e tra loro un altro centurione, Furio, con un corpo di uomini forte e compatto. Correva sangue dappertutto.

70 Alcuni Giudei erano uccisi dai Romani, altri dai loro stessi compagni; e altri si gettavano in dirupi, davano fuoco alle loro case e si bruciavano con esse, perché non sopportavano di accettare il loro destino.

71 E così caddero circa dodicimila Giudei e di Romani assai pochi. Uno di coloro che furono presi prigionieri era Absalom, zio e a un tempo suocero di Aristobulo. Non piccola fu la trasgressione commessa verso il tempio inaccessibile in cui prima d’allora nessuno era mai entrato né l’aveva visto.

72 Pompeo, infatti, e non pochi dei suoi, vide ciò che non è lecito agli altri uomini salvo che ai sommi sacerdoti. Però benché ci fosse, nel tesoro, la mensa d’oro e il sacro candelabro, le tazze per le libagioni e una grande quantità di aromi, e ancora le monete sacre che ammontavano a duemila talenti, egli, per la (sua) pietà, non toccò nulla di tutto questo; anche a questo riguardo si comportò in una maniera degna del suo carattere virtuoso.

73 Nel giorno seguente diede ordine ai sacerdoti del tempio di pulire il tempio e offrire i soliti sacrifici a Dio, restaurò Ircano nel sommo sacerdozio perché in vari modi gli era stato utile e, in particolare, perché aveva distolto i Giudei di tutta la regione dal combattere affianco di Aristobulo; e aveva eseguito la decapita­zione dei responsabili della guerra.

74 Fausto e gli altri che erano saliti veloci sul muro, li premiò con adeguate ricompense per il loro coraggio. Fece Gerusalemme tributaria dei Romani, tolse ai suoi abitanti le città di Cele-Siria che avevano conquistato, e pose sotto il suo governatore; e l’intera nazione che prima si era alzata così in alto, la restrinse nei suoi confini.

75 Egli riedificò Gadara, che poco prima aveva demolito, per fare piacere a Demetrio di Gadara, suo liberto; e restituì ai loro abitanti le altre città di Hippo, Scitopoli, Pella, Dium, Samaria, così pure restituì ai loro abitanti le città di Marisa, Azoto, Jamnia e Aretusa.

76 E non solo queste città entroterra, oltre a quelle che erano state distrutte, ma anche le città costiere di Gaza, Joppa, Dora e Torre di Stratone – quest’ultima rifondata con magnificenza da Erode, dotata di porti e di templi, fu in seguito chiamata Cesarea – Pompeo lasciò libere tutte queste città e le unì alla provincia.

77 – 5. Di questa sfortuna che colpì Gerusalemme furono responsabili Ircano e Aristobulo, a motivo della loro discordia. Noi, infatti, abbiamo perso la nostra libertà e siamo divenuti soggetti ai Romani, e il territorio conquistato con le nostre armi e preso ai Siri, siamo stati costretti a restituirlo,

78 e in più, in breve tempo, i Romani riscossero da noi oltre diecimila talenti, e il regno che prima era concesso a coloro che erano della stirpe dei sommi sacerdoti, diventò un privilegio di uomini del popolo. Ma di questo parleremo a suo tempo.

        Era il 63 a.C., data che segna la fine dell’autonomia ebraica. Pompeo non trattò il regno degli Asmonei come altri regni. Non lo fece provincia romana. Prima annullò tutte le conquiste fatte da Alessandro Ianneo e dai predecessori, riportando il regno alla antica Giudea ed assegnando alla Siria le città di cultura greca. Quindi nominò Ircano II sommo sacerdote cancellando il regno degli Asmonei che, da questo momento, divenne un protettorato di Roma. La Giudea viene affidata ad Antipatro l’Idumeo, l’amico di Ircano II, che viene nominato sovrintendente. Più tardi Giulio Cesare lo nominerà epitropos, una carica di enorme importanza, superiore a quella di sommo sacerdote che aveva Ircano II.

Figura 1. Nella mappa: la Palestina nel I secolo dopo Cristo. Dopo il regno di Erode il Grande lo stato ebraico viene suddiviso tra i suoi tre figli legittimi Filippo, Archelao e Erode Antipa. Archelao ereditò la parte più importante del regno, costituita da Giudea, Samaria ed Idumea. A est del Giordano si trovava la Decapoli, una confederazione di dieci città ellenistiche (Pella, Dione, Gadara, Ippo, Filadelfia, Gerasa, Rafana, Damasco, Canata, Scitopoli) che si opponeva al giudaismo. La Nabatea era invece una regione araba probabilmente sorta dopo la deportazione degli ebrei al tempo di Nabucodonosor (Da: Gianluigi Bastia).

Figura 1b. La stessa mappa con la suddivisione negli antichi regn

        Dopo la sconfitta di Pompeo a Farsalo (49 a.C.), Antipatro passa dalla parte di Giulio Cesare e conserva, aumentandolo, il potere, associando al trono i due figli: a Fasael affida l’amministrazione della Giudea, e ad Erode (discendente di eroi) quella della Galilea. Nel 44 a.C. Antipatro fu assassinato ma i romani, contro la volontà dei giusdei, rimasero legati alla famiglia idumea. Nel 42 a.C. Antigono, figlio di Aristobulo II, che si era rifugiato presso i Parti quando il padre era stato ucciso dal fratello Ircano II, cerca di riprendere il potere in Giudea con l’appoggio del re dei Parti; penetrato in Palestina, egli cattura Fasael che si suicida. Rimasto solo, Erode chiede di essere protetto da Roma e si accattiva le simpatie di Marco Antonio, che elimina Antigono ed attribuisce ad Erode il titolo di re dei Giudei. Il regno di Erode, che sarà detto il Grande, durerà dal 37, quando riconquistò Gerusalemme, ripresa per un breve periodo dagli Asmonei, con un esercito fornito dai romani, al 4 a.C. Fu dispotico e crudele con i nemici, un vero paranoico anche nei riguardi della sua famiglia vista sempre come fonte di complotti. Intorno al 20 a.C. iniziò il restauro e la ricostruzione del Tempio che sarà poi completato vari anni dopo la sua morte), essendo ormai fatiscente la ricostruzione effettuata da Zorobabele, ma ordinò anche l’assassinio di tre dei suoi figli, tra cui Aristobulo (il padre del futuro Erode Agrippa I), di sua moglie e di molti tra i suoi oppositori. Nel 30 a.C. Erode riuscì a farsi amico anche Ottaviano Augusto, che aveva vinto Antonio e Cleopatra ad Azio rnel 31 a.C. restando unico padrone di tutto l’impero, ed il nuovo sovrano lo riconfermò al potere, anche se odiato dalla maggioranza dei suoi sudditi quasi certamente per i suoi stretti legami con gli occupanti romani ed anche perché Erode stava sterminando la famiglia degli Asmonei che gli Ebrei avevano iniziato a sentire come famiglia reale giudaica simbolo della nazione. Secondo Giuseppe Flavio, Erode morì dopo trentasette anni dal tempo in cui fu dichiarato re dai Romani e dopo trentaquattro anni dal tempo in cui mise a morte Antigono. Da questo è stato calcolata la data della morte di Erode, che corrisponde all’anno 750 della fondazione di Roma, ovvero il 4 a.C. Va aggiunto che Erode rimaneva un giudeo in tutto. L’unica differenza con il suo popolo consisteva nella sua convinzione di integrare la cultura giudaica con quella greco-romana. Questo, come accennato, gli scatenò contro l’odio dei suoi, che intendevano restare rigidamente legati alla tradizione biblica senza contaminarsi con altri popoli e culture, fino al punto che egli venne descritto come un vero demonio, quello che fece uccidere tutti i bambini che, secondo la profezia sarebbero nati nel giorno di Gesù. Egli resta comunque un grande tanto che Augusto, alla sua morte, non rispettò il testamento relativo alla sua successione al figlio Archelao. Augusto decise di dividere il regno in tre parti, poiché tre erano i figli di Erode. Archelao fu nominato etnarca della Giudea e della Samaria, Erode Antipa fu nominato tetrarca della Galilea e della Transgiordania, Filippo infine tetrarca della Gaulanitide e della Batanea. Archelao deluse per i suoi comportamenti e nel 6 d.C. Augusto lo destituì facendo della Giudea una provincia di Roma. E con la nascita di Gesù verso il 7 a.C.(4) finiva l’era veterotestamentaria ed iniziavano i fatti narrati dai Vangeli.

        Dal punto di vista storico, dopo la morte di Erode occorre registrare un periodo lungo di disordini e rivolte. Gianluigi Bastia ricostruisce così quel periodo:

“Subito dopo la morte di Erode il Grande (4 a.C.) è Archelao, non ancora nominato ufficialmente re dall’imperatore di Roma, a dover fronteggiare una grossa rivolta popolare scoppiata a Gerusalemme in occasione di una Pasqua ebraica (Guerra Giud., 2,1-13; Ant., 17,8,3) che fece, secondo Giuseppe Flavio, tremila morti. In occasione della successiva Pentecoste, quindi sette settimane dopo questo fatto di sangue, la rivolta proseguì (Guerra Giud., 2-42-54; Ant., 17,10,2) ancora più violenta. Queste rivolte erano dirette sia contro i Romani, che controllavano di fatto militarmente il paese, sia contro Archelao accusato di collaborazionismo e complicità con i romani e di non attenersi scrupolosamente ai principi della religione ebraica. Nella società ebraica del tempo andavano infatti sempre più diffondendosi posizioni nazionalistiche estremiste. […] La Giudea e le altre regioni della Palestina erano zone difficili da governare, sembrava impossibile o molto difficile conciliare le rivendicazioni degli ebrei con gli interessi della potenza occupante. Scrive Giuseppe Flavio, con riferimento a questo periodo storico: “la Giudea era piena di brigantaggio, ognuno poteva farsi re come capo di una banda di ribelli tra i quali capitava e in seguito avrebbe esercitato pressione per distruggere la comunità causando torbidi a un piccolo numero di Romani e provocare una carneficina al suo popolo” (Ant. 17,10,8). A calmare la situazione intervenne il legato della vicina provincia romana di Siria Quintilio Varo che occupò Gerusalemme e represse nel sangue le rivolte giudaiche (Guerra Giud., 2,66 e segg.; Ant. 17,10,9 e segg.) stabilizzando la situazione. Il breve regno di Archelao, quello storicamente e politicamente più importante perché controllava la Giudea e Gerusalemme, ebbe fine nel 6 d.C. Archelao infatti venne accusato davanti ad Augusto da una commissione di Giudei e Samaritani quale re dispotico e crudele (Guerra Giud., 2-111; Ant. 17,13,2). Augusto, che in precedenza gli aveva conferito solo il titolo di etnarca aspettando di vedere il suo operato prima di dichiararlo re, decise allora di esiliarlo a Vienne, una città della Gallia, e di annettere direttamente alla provincia romana di Siria il territorio sul quale regnava Archelao. Giudea, Samaria e Idumea vennero quindi amministrate a partire dal 6 d.C., l’anno della destituzione di Archelao, da un governatore inviato direttamente da Roma, il quale formalmente doveva essere controllato dal legato di Siria (legatus pro praetore) che in quel periodo era Sulpicio Quirinio. Il governatore assunse in una prima fase storica il titolo di prefetto (lat. praefectus) ma dopo il regno di Agrippa I (41-44 d.C.) veniva chiamato procuratore (lat. procurator). In realtà non si trattò di una annessione piena alla provincia di Siria in quanto il legato di Siria si limitava a controllare e vigilare l’operato del procuratore senza mai interferire direttamente a meno che non ce ne fosse bisogno. Con il nuovo assetto e il controllo romano della Giudea, Samaria e Idumea nel 6 d.C. viene quindi nominato procuratore Coponio (Guerra Giud., 2-117), dal 6 d.C. al 9 d.C.; Coponio e Sulpicio Quirinio organizzano subito nel 6 d.C. un censimento che serviva per contare e registrare la popolazione al fine di calcolare i tributi da fare pagare al popolo. Il censimento del 6 d.C. organizzato da Sulpicio Quirinio  e  Coponio fu la scintilla che fece scoppiare alcune rivolte. Del censimento di Quirinio abbiamo notizia anche nel Vangelo di Luca: “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento su tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città.” (Luca 2:1-3). In Giudea e a Gerusalemme non di verificarono incidenti grazie all’opera del sommo sacerdote Iozaro che riuscì a evitare la sommossa (Ant. 18,1,1). Ma più a nord in Galilea sotto Erode Antipa si scatenò la rivolta di Giuda di Gamala (detto anche Giuda il Galileo anche se la sua città di origine Gamala non si trova in Galilea ma nel Golan) che dette il via a una sommossa di tipo messianico e arrivò sino a Gerusalemme con l’appoggio di alcuni farisei. La rivolta venne repressa nel sangue dai romani. Molti ribelli, compreso il loro capo, vennero giustiziati. Di Giuda di Gamala ci dà notizia Giuseppe Flavio (Guerra Giud., 2,118; Ant. 18,1,1-3). Pare che Giuda fosse figlio di un brigante detto Eleazaro che era stato giustiziato al tempo di Erode il Grande. Il termine “brigante” definisce, negli scritti di Giuseppe Flavio, non solo delinquenti ordinari ma anche i capi delle rivolte contro i romani. Fino all’avvento di Ponzio Pilato non si hanno notizie di altre rivolte importanti come quelle in occasione del censimento del 6 d.C. e quelle precedenti ai tempi della successione a Erode il grande. A Coponio succedettero Marco Ambivolo, Annio Rufo, Valerio Grato e Ponzio Pilato.

Nel 26 d.C. fu nominato governatore della Giudea Ponzio Pilato (26-36 d.C.), che rimase in carica fino al 36 d.C. con il titolo di praefectus. Pilato venne dunque coinvolto direttamente nelle vicende di Gesù. Il comportamento di Pilato, come ci racconta ancora una volta Giuseppe Flavio, non favorì certo la distensione fra Giudei e Romani. Se con i governatori precedenti, Ambivolo, Rufo e Grato, la situazione fu sostanzialmente tranquilla, lo stesso non si può dire del periodo di Pilato, nonostante Tacito abbia scritto che “sotto Tiberio ci fu la pace” (Hist., V, 9); Giuseppe Flavio racconta infatti che si verificarono alcuni incidenti. Pilato ufficialmente risiedeva a Cesarea Marittima, una cittadina costruita da Erode il grande (Guerra Giud., 1,410-414) e posta sulle rive settentrionali della Palestina che costituiva un porto per le comunicazioni con Roma ed era la capitale amministrativa della regione governata da Pilato. Il primo incidente diplomatico al tempo di Pilato, passato alla storia come episodio delle insegne, lo si ebbe proprio all’inizio del mandato del nuovo prefetto, quando egli tentò di introdurre a Gerusalemme le immagini dell’imperatore romano (Guerra Giud., 2.169-174; Ant. 18.55-59), un fatto che avrebbe scatenato le ire degli ebrei ortodossi. Scrive Giuseppe Flavio: “Pilato, governatore della Giudea, quando trasse l’esercito da Cesarea e lo mandò ai quartieri d’inverno a Gerusalemme, compì un passo audace in sovversione alle pratiche giudaiche, introducendo in città i busti degli imperatori che erano attaccati agli stendardi militari, poichè la nostra legge vieta di fare immagini” (Ant. 18.3.1). In seguito alla costituzione dell’impero romano, nel 28 a.C. con Ottaviano Augusto, l’imperatore era considerato dai Romani una divinità e le sue immagini erano considerate sacre dai Romani. Introdurre delle immagini di una divinità straniera come quella dell’Imperatore divinizzato era una violazione della legge ebraica e un grave insulto. I Giudei erano ormai prossimi ad una massiccia sommossa quando Pilato preferì rimuovere le immagini profane per evitare il bagno di sangue che ne sarebbe conseguito. Da Filone di Alessandria, ma non da Giuseppe Flavio, che non lo riporta, abbiamo poi notizia dell’episodio degli scudi votivi, un’altra occasione di scontro diplomatico tra Giudei e Romani. Filone racconta che Pilato fece esporre nel palazzo di Erode a Gerusalemme degli scudi dorati che recavano il nome dell’imperatore: i nobili della città protestarono presso l’imperatore Tiberio che, per evitare incidenti, ordinò di rimuovere gli scudi contestati e di farli appendere nel tempio di Augusto a Cesarea di Palestina (Legatio ad Caium, 299-305). Un terzo incidente, l’episodio dell’acquedotto, lo si ebbe quando Pilato impiegò parte del sacro tesoro del tempio di Gerusalemme per finanziare la costruzione di un acquedotto: scoppiarono delle rivolte che vennero soppresse nel sangue dai soldati romani (Guerra Giud.,  2.175-177; Ant. 18.60-62). Giuseppe Flavio racconta che Pilato era a Gerusalemme quando il palazzo in cui si trovava venne circondato da una folla numerosa e minacciosa. Pilato allora mandò i soldati per disperdere i rivoltosi, con l’ordine di non usare le spade. Nonostante questo molte persone morirono per le percosse subite. E’ poi durante il mandato di Pilato che viene condannato a morte Gesù Cristo verso il 30 (o forse il 33) d.C., l’episodio è raccontato da Giuseppe Flavio in Ant. 18,3,3 nel celebre passo noto come testimonium flavianum, ma è sospettato di essere una interpolazione. In Guerra Giudaica non vi è alcun accenno alla condanna di Gesù Cristo. Un’altra pesante azione di Pilato venne compiuta ai danni dei samaritani, per questo è passata alla storia come l’episodio dei samaritani; Giuseppe Flavio racconta che sotto la direzione di un loro leader alcuni samaritani tentarono di radunarsi sul monte Garizim, sacro per i samaritani, probabilmente per preparare una rivolta contro i Romani. Pilato prevenne la sedizione inviando l’esercito, molti samaritani vennero uccisi e i capi della rivolta furono giustiziati (Ant. 18.4.1). Questa azione, tuttavia, costò a Pilato la fine della sua carriera politica come governatore della Palestina. I Samaritani infatti protestarono presso Vitellio, all’epoca legato della provincia romana della Siria, che diede loro ascolto e rimandò a Roma Pilato, sostituendolo con Marcello. Pilato rimase così in carica dieci anni come governatore della Giudea. Giuseppe racconta che l’imperatore Tiberio era morto quando Pilato giunse a Roma, la destituzione risale quindi al 36/37 (Ant. 18.89).

Rimosso Pilato dal suo incarico, Vitellio si recò a Gerusalemme durante una Pasqua, forse quella del 37 d.C., e venne accolto con sommi onori. Egli si prodigò per riportare pace e tranquillità nella nazione dei Giudei. Dopo Pilato seguirono altri procuratori inviati da Roma ma sfortunatamente sappiamo poco di questi governatori, Giuseppe Flavio riferisce solamente che Vitellio “mandò uno dei suoi amici, Marcello, perché fosse governatore della Giudea” (cfr. Ant. 18,4,1) e che “a comandare la cavalleria in Giudea [Caligola] mandò Marullo” (cfr. Ant. 18,6,9). Secondo gli storici è persino possibile che Marullo e Marcello siano nomi diversi di uno stesso governatore. In questo periodo registriamo un’altra occasione di scontro tra Romani e Giudei. L’episodio è raccontato sia da Giuseppe Flavio che da Tacito nel libro V delle Historiae. Caligola, imperatore di Roma dal 37 al 41 d.C., inviò Petronio in Giudea con un esercito a suo sostegno per collocare delle statue dell’imperatore, considerato una divinità dai Romani, addirittura nel Tempio di Gerusalemme. Petronio, vista l’ostinazione dei Giudei e la loro determinazione ad evitare un simile sacrilegio, accolse le loro proteste e tentò di convincere l’imperatore ad ascoltare la popolazione, ma l’imperatore ordinò ugualmente di collocare con la forza le statue nel tempio. L’ordine, alla fine, non venne mai eseguito perché Caligola nel frattempo, mentre Petronio si trovava ancora in Giudea e prendeva tempo, venne assassinato e al suo posto divenne imperatore Claudio, come ricorda Tacito: “in seguito all’ordine di Caligola di collocare nel tempio una statua, preferirono prendere le armi e solo la sua morte troncò la rivolta” (Hist., V, 9). Così grazie al temporeggiamento di Petronio, che si dimostrò molto comprensivo nei confronti dei Giudei, venne evitato un massacro. Nel 41 dopo Cristo Agrippa I, nipote di Erode il Grande, riuscì a ottenere il controllo della Giudea, della Samaria e dell’Idumea che aggiunse al resto della Palestina che già governava. Grazie alla sua amicizia con l’imperatore Caligola, infatti, Agrippa I nel 38 d.C. era riuscito a farsi assegnare tutto il territorio su cui aveva regnato il tetrarca Filippo, che era morto nel 34 d.C. Alla morte di Erode Antipa, avvenuta nel 39 d.C., Agrippa ottenne anche l’assegnazione dei territori che erano stati posseduti dall’Antipa. Aggiungendo a questi territori anche la Giudea, la Samaria e l’Idumea, Agrippa I ricostituì di fatto l’estensione territoriale dell’antico regno di Erode il grande, sotto l’egida di Roma. Secondo Giuseppe Flavio il suo fu un regno eccellente, Agrippa I era stimato dalla popolazione, dai Romani (imperatori Caligola e Claudio) e persino dagli altri re vicini. Ma Agrippa I morì nel 44 d.C. e dopo la sua morte la Giudea tornò nuovamente sotto l’amministrazione romana perché il figlio erede legittimo di Agrippa I era troppo giovane per assumere il controllo del regno e succedere al padre.

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