Fisicamente

di Roberto Renzetti

Incontri con Cesa e De Poli, colloquio con Casini, asse con Toti, Brugnaro e Lupi. Con Forza Italia in fase calante il leader leghista lavora per guadagnare spazio nel campo dei moderati in chiave anti Meloni. E da Roma in giù riapre le porte del partito agli orfani della Dc

di Antonio Fraschilla31 MAGGIO 2021

In una piccola sala dell’hotel Politeama, albergo in pieno centro a Palermo, durante una pausa dell’udienza preliminare per la vicenda OpenArms, Matteo Salvini incontra alcuni suoi fedelissimi. Poche persone, solo i suoi riferimenti in Sicilia. E a loro dice a un tratto: «A destra non possiamo più crescere. Se vogliamo aumentare i consensi e la nostra sfera d’influenza nel centrodestra dobbiamo aggregare. Da adesso si guarda al centro».


È un pomeriggio di aprile e molti prendono quelle frasi come uno sfogo, nulla di più. Nessuno dà peso a quelle affermazioni, dette in mezzo a un discorso nel quale il leader parla di migranti e Europa pescando dal suo solito dizionario politico.


Ma a quelle parole dette fugacemente a Palermo in queste ultime settimane stanno seguendo i fatti e adesso le frasi buttate lì quasi a caso in un anonimo e sbrigativo incontro con i suoi vengono rilette come la nuova vera linea della Lega. L’unica percorribile, a vedere il quadro politico, per arginare l’ascesa a destra di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia, con l’ex ministra dei governi berlusconiani del tramonto che è pronta a rivendicare la leadership del centrodestra e quindi la sua candidatura a presidente del Consiglio. Uno scenario che non fa dormire la notte Matteo Salvini, lui che di questa coalizione fino a qualche mese fa era il capo indiscusso. Così le sirene moderate, europeiste, di Giancarlo Giorgetti e Luca Zaia hanno iniziato a fare presa sul Capitano, prima con l’ingresso nel governo Draghi, adesso sul fronte delle alleanze in vista dei prossimi appuntamenti: elezione del Capo dello Stato e Politiche.

 
Salvini, il fu sovranista anti euro e anti Europa, negli ultimi giorni è molto attivo verso la galassia centrista, ormai divisa in mille rivoli e che rischia di rimanere senza l’unico porticciolo sicuro rimasto per avere ancora spazio nel prossimo Parlamento, Forza Italia. Il padrone del partito, Silvio Berlusconi, ormai è fuori dalla scena politica e lo sanno bene tutti gli azzurri che da mesi si guardano attorno per decidere cosa fare del loro personale, e piccolo, futuro. Una grande occasione per la Lega non più del Nord, con Salvini che prenderebbe il posto di Berlusconi come faro dei moderati del centrodestra. Solo fantapolitica? Non per Matteo, a vedere la sua agenda riservata da qualche tempo a questa parte. Due settimane fa, in una saletta del Senato, il Capitano ha incontrato due ex democristiani doc, che ancora hanno un pezzo di Scudocrociato sul petto: Lorenzo Cesa e Antonio De Poli. Sul tavolo un accordo, un patto federativo o una intesa elettorale poi si vedrà, per garantire rappresentanza e spazio a questo pezzo di mondo centrista alle prossime Politiche.

Il primo segnale del nuovo asse con la Lega De Poli lo ha dato nell’ultimo consiglio nazionale del partito criticando apertamente la scelta di Forza Italia di non dare la giusta rappresentanza allo Scudocrociato nel governo Draghi. Sembrano passati anni luce da quando De Poli criticava la Lega «che pensa solo ai migranti» o da quando, lo scorso dicembre, si lussava una spalla «per difendere un commesso durante una rissa animata dai leghisti». De Poli adesso da giorni twitta «solidarietà a Salvini per gli attacchi social» subiti dopo il discorso di Fedez durante il concerto del primo maggio.

 
Salvini sa bene però che il suo progetto di diventare riferimento centrista deve trovare sponde importanti su questo fronte. Così la scorsa settimana ha incontrato e fatto due chiacchiere più che amichevoli con Pier Ferdinando Casini. Uno scambio di opinioni sullo scenario politico, dice chi ha parlato con entrambi dopo il colloquio. Ma forse c’è di più: per dimostrare il cambio di passo, la rinnovata stima verso gli ex democristiani, quale carta migliore che puntare sul nome di Casini per la presidenza del Quirinale? Tra l’altro non è un mistero che quello di Casini sia il nome che sussurra in questi giorni anche l’altro Matteo, Renzi, e c’è chi vede in questa comunità d’intenti che unirebbe i due la mossa dietro le quinte di Denis Verdini: altro volto che collega Renzi e Salvini, entrambi in visita all’imprenditore forzista durante la sua permanenza in carcere a Rebibbia per scontare una pena per bancarotta.


Ma tornando al nuovo Salvini democristiano, sempre con i buoni uffici di Giorgetti, la Lega dialoga anche con altri protagonisti del pulviscolo centrista, dal governatore della Liguria Giovanni Toti (che con il nuovo movimento del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro ha appena creato gruppi autonomi in Parlamento) a Maurizio Lupi, Stefano Parisi e Saverio Romano di Noi con l’Italia: «Diciamo che siamo corteggiati, se la Lega entra nel Partito popolare europeo, un elemento per noi fondamentale, si aprono scenari nuovi e interessanti», dice l’ex ministro Romano di ritorno da un vertice con un buon pezzo del mondo centrista che non può certo più guardare a Forza Italia per prossime intese elettorali a garanzia di posti al Senato o alla Camera, e nemmeno pensare di fare tutto in proprio con l’attuale legge elettorale che prevede uno sbarramento forte al proporzionale e collegi uninominali.


Il Salvini moderato riapre anche il calciomercato al centro, soprattutto da Roma in giù. Nella Capitale è un volto della Lega il consigliere regionale Pietro Sbardella, ex Udc: proprio lui, il figlio di Vittorio, lo “squalo” della corrente andreottiana. Il Capitano accoglie ormai in prima persona i volti di ex famiglie democristiane: lo ha fatto in Campania, dove un ruolo chiave è stato dato al consigliere regionale di dinastia Dc, Gianpiero Zinzi, mentre in Calabria e in Sicilia Salvini ha cambiato i commissari togliendo duri e puri e mettendo uomini «del territorio», e quindi moderati per definizione: in Calabria ha nominato un avvocato, Giacomo Saccomano, iscritto al partito dal 2016 ma non certo un barricadiero sovranista e anti euro, e in Sicilia ha riportato a casa il varesino Stefano Candiani, che aveva chiuso la porta a tanti che nell’Isola volevano entrare nel partito, per nominare coordinatore regionale Nino Minardo.


Una scelta non casuale, perché in Sicilia la Lega democristiana avrà il suo primo vero banco di prova, visto che le regionali sono in programma il prossimo anno. Minardo arriva dalle file di Forza Italia ed è il rampollo di una famiglia di petrolieri di Modica che con il potere, prima Dc e poi berlusconiano, ci è andata sempre a braccetto. La famiglia Minardo è molto legata a Raffaele Lombardo: così la prima intesa elettorale, con tanto di patto federativo, la nuova Lega l’ha siglata proprio con l’Mpa dell’ex governatore. Minardo ha poi un ottimo rapporto con Gianfranco Micciché, tanto che si vocifera che a mandarlo avanti nel partito di Salvini, come testa di ponte, sia stato proprio l’ex sottosegretario oggi coordinatore azzurro nell’Isola. Minardo, inoltre, ha un appartamento a Roma in piazza Barberini, sopra l’abitazione di un altro ex democristiano che in Sicilia si muove ancora, seppur dietro le quinte: l’ex ministro Salvatore Cardinale che potrebbe, perché no, mettere su una lista a sostegno di Minardo alle prossime regionali con uno scambio di favori con la Lega poi alle Politiche.


Certo è che se Candiani non dialogava con questo mondo per principio, perché la «Lega è la Lega e se vogliamo cambiare il Sud non possiamo prenderci quelli che c’erano prima», come amava ripetere, Minardo, su mandato di Salvini, con questo mondo ci dialoga e pure tanto. Lo stesso Salvini ha appena accolto nel partito un nome che a Messina significa da decenni Democrazia cristiana e Forza Italia: Nino Germanà, erede della dinastia politica dei Germanà in Parlamento da decenni tra padre, nonni e zii. Coordinatore della Lega a Messina è stato invece nominato Nino Beninati, un altro ex forzista per quindici anni all’Assemblea regionale con gli Azzurri. In Sicilia le grandi manovre sono iniziate pensando alle prossime regionali. Al tavolo nazionale del centrodestra è stato deciso, con il via libera di Berlusconi e Meloni, che il prossimo candidato governatore nell’Isola venga indicato da Salvini. Tutti gli indizi portano al nome di Minardo anche se, come disse Maurizio Gasparri in un altro tavolo del centrodestra quando si doveva parlare di Sicilia: «Inutile fare accordi qui a Roma, in Sicilia fanno sempre di testa loro e non ci si può ragionare». A ragionare però i centristi di Sicilia hanno già iniziato, anche per non farsi trovare impreparati: domenica scorsa a Palermo è stato siglato un accordo tra varie anime centriste (Patto per il grande centro), compreso un pezzo di Italia Viva che all’Ars è ormai passata al centrodestra e sostiene il governo Musumeci. Un patto che in vista delle Politiche guarda ad accordi con la Lega, chiaramente, più che con il Pd.


In fondo per Matteo meglio morire democristiani che piccoli sovranisti scavalcati a destra in Italia e in Europa dalla Meloni.

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