Fisicamente

di Roberto Renzetti

Debbo riparlare di scuola aggiungendo poco da quanto vado accumulando dalle fatidiche date delle riforme di Luigi Berlinguer e pedagogisti associati. E’ però necessario rinfrescare la memoria ai miei concittadini distratti da problemi riguardanti la precarietà economica ed il disastro prossimo venturo.

       Sono moltissimi i temi che si accavallano e che rendono poco chiaro l’orizzonte. Ma qui debbo parlare solo di scuola e di quanto le capre al potere dicono di voler fare.

In fondo a queste note vi è un elenco di articoli da me scritti a partire dal nefasto Berlinguer (1998) fino alla calamità Gelmini (escludo i chiacchieroni e non pervenuti Profumo e Carrozza ma non Giannini che si cimenta oggi con premesse orripilanti e sulla quale ora dirò qualcosa).

         Dal 22 febbraio 2014 vi è il governo Renzi che ha strombazzato, da buon venditore di tappeti tarlati ed  al suo solito, la data 29 agosto come giorno del Big Bang delle riforme, tra le quali quella della scuola che ci avrebbe stupito.

         Il 29 agosto non è successo nulla perché, anche qui come al solito, il roboante Renzi è solo capace di chiacchierare mentre è incapace di fare perché, diciamocelo fuori dai denti, sa di tutto un poco ma ciò che sa è del tutto insufficiente a guidare anche solo un consiglio comunale. Se devo fare riferimento alla mia persona posso dire con estrema tranquillità che, pur facendo politica attiva da militante da 55 anni, chiamato a fare il ministro di qualunque cosa (così si usa) rifiuterei per mia impreparazione. Al massimo potrei fare il consulente su precisi temi (ma non di tutti insieme): istruzione, ricerca scientifica, ambiente. Questi argomenti li ho vissuti e studiati per tutti gli anni in cui facevo politica prodigandomi non già per un fine particolare ma per interesse generale. Ho conosciuto degli arrivisti, tanti, che hanno messo se stessi avanti a tutto, tra gli altri: Mattioli tra i verdi e Panini della CGIL Scuola. Io non ho mai portato borse a nessuno ed infatti sono qui con una pensione che mi fa lottare giorno dopo giorno per far quadrare i bilanci.

         E’ necessaria una riforma della scuola ? Direi proprio di sì ma voglio essere più preciso: servirebbero piuttosto varie controriforme cancellando molte delle cose che si sono accumulate con Berlinguer, D’Onofrio, Moratti, Fioroni, Gelmini. Non lo dico solo io ma è ormai patrimonio comune di conoscenze: la scuola italiana, pur con i suoi difetti anche importanti, era una delle migliori del mondo fino al 1998. Poi è iniziata la fregola delle riforme liberiste che l’hanno distrutta e continuano a demolirla là dove qualcosa resta di buono.

       In Italia abbiamo pagato un grosso dazio per avere avuto dei comunisti pentiti tra i politici importanti. Dopo la caduta dell’URSS costoro si sono vergognati di essere stati comunisti (?) e quindi sono diventati più realisti del Re. Le peggiori riforme liberiste sono frutto delle loro perverse intelligenze accompagnate da servi docili che si sono schierati con loro in cambio di benefici personali (nel caso della scuola i pedagogisti sono stati i cantori di questi riformisti da quattro soldi avendo in cambio un profluvio di inutili cattedre universitarie (solo alcuni esempi: psicologia dell’educazione,  psicologia dell’età evolutiva,  sociologia dell’educazione,  antropologia dell’educazione,  semiotica dell’educazione,  didattica generale, educazione degli adulti,  educazione permanente, scienza della valutazione, didattiche varie, didattiche della didattica, ….). Questi ex sono subito diventati mosche cocchiere ma dal fiato corto perché vi erano i Renzi in agguato, quelli portati al potere dall’imbecillità politica dei D’Alema, Fassino e Veltroni. E così il personale politico oggi di quella che fu la sinistra (almeno in parte) è rappresentato (non metto aggettivi per evitarmi conseguenze legali): Serracchiani, Madia, Boschi, Mogherini, Richetti, Chiamparino, Bonafé, Mosca, Morani, Orfini, Lotti, Picierno, Del Rio, Guerini, Faraone, Nardella, …. . Potete capire che con questi personaggi se, andando a sbattere, non ci facciamo male è un vero miracolo.

       Ma all’istruzione vi è una donna che proviene dal mondo accademico (e dalla Toscana, altrimenti Renzi non l’avrebbe voluta), è professore ordinario di Glottologia e Linguistica all’Università per stranieri di Perugia ed è anche  Segretario Politico di Scelta Civica quel partito che contava Monti come capostipite e che ora è ridotto a zero. Ho voluto dare il riferimento universitario per dire che questi grandi titoli non servono a nulla se la scuola non la si conosce dal di dentro. Ma lei la conosce in ambito universitario. Bene, se la conoscesse davvero bene, il suo primo atto avrebbe dovuto riguardare l’abrogazione immediata di quella vergogna di Berlinguer chiamata 3 + 2. Quel genialone di Berlinguer ci spiegò che poiché in Italia vi erano pochi laureati, occorreva rendere l’Università più abbordabile e quindi invece dei 4 o 5 anni che richiedeva un particolare corso di laurea egli ridusse a tre gli anni per il primo livello di laurea e per tutte le facoltà. Con tre anni, il genialone pensò che si sarebbero laureati molti più studenti e, dico io, con due anni ancora di più. Insomma dequalificare per avere numeri maggiori da portare in Europa, ancora una truffa ! Sta di fatto che inizialmente si è avuta una qualche crescita del numero dei laureati poi, visto che le aziende richiedono laureati del vecchio ordinamento (i 4 o 5 anni) allora vi è stato un brusco calo. Ho avuto la ventura di insegnare all’Università in questi ultimi anni ed ho trovato verificato quanto da tempo denuncio a proposito della dequalificazione imperante (si vedano gli articoli sul 3 + 2 nella sezione Problemi della Scuola di Fisicamente). I ragazzi, assolutamente incolpevoli, provengono da una scuola secondaria che Berlinguer ha voluto bombardare (dirò due parole tra qualche riga) e quindi in massima parte non sono preparati. Entrano all’Università ed il primo dei tre anni serve per fare una specie di gigantesca rimessa in sesto sia per l’uso della lingua italiana (non inglese) sia per le conoscenze tecnico scientifiche. Se tutto ciò è stato fatto si prosegue per soli due anni verso una laurea che non può che essere dequalificata (i due anni successivi della Laurea Magistrale rappresentano un’altra rottura di continuità che non garantisce nulla in termini di preparazione).

       Insomma il 3 + 2 deve essere distrutto e devono sparire gli ANVUR (agenzie per la valutazione) da sostituire con concorsi nazionali ed  il merito delle pubblicazioni (non numero ma peso da misurare attraverso le citazioni) come accade in tutte le università avanzate. Ma di questo la Giannini non ha detto una parola preferendo intervenire sulla scuola da quella dell’infanzia a quella secondaria di secondo grado. E che ha detto ? Un paio di anticipazioni, una eccellente ed una da far accapponare la pelle. Su quest’ultima dirò più oltre, per ora dico che la eccellente era la sistemazione (non assunzione per creazione di posti) di 100000 precari della scuola che lavorano da anni senza il loro riconoscimento come stabili. Ecco qui si apre un capitolo dolente. Negli anni Settanta furono introdotti i corsi abilitanti da frequentare dopo la laurea. Servivano per abilitarsi all’insegnamento acquisendo competenze specifiche che non erano studiate in corsi di laurea mirati ad altro (io da fisico nel mio corso di laurea non avevo studiato discipline che avevano a che fare direttamente con l’insegnamento). Una volta abilitati si attendeva il bando di un concorso a cattedre per il fatidico passaggio in ruolo. Tutto funzionava abbastanza bene e con qualche limatura si sarebbe potuto ottimizzare il tutto. Poi venne Berlinguer che introdusse le SSIS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario) di durata biennale e molto costosa. A questo punto vi erano persone che avevano l’abilitazione ed aspettavano ilo concorso, poi vi erano quelli che uscivano dalle SSIS: chi aveva la precedenza ? Ma non è finita perché altri ministri inventavano nuovi reclutamenti di insegnanti che andavano sempre ad accavallarsi con i precedenti di modo che si è creata una montagna di ricorsi che hanno messo la scuola in grave difficoltà. Quindi quella proposta (subito smentita) di quei 100000 posti sarebbe un sistemare (se possibile) il pregresso con l’immissione in ruolo di personale stras fruttato e mal pagato che ormai è diventato demotivato ma pronto a rimettersi in completa carreggiata. In ogni caso questi sono problemi burocratico-sindacali che con la riforma della scuola in sé non c’entrano (semmai siamo ad un per sé). Ed allora cosa occorre tenere presente per affrontare una riforma della scuola ? Intanto occorre fare una scelta di campo. Occorre decidere se si è per una scuola democratica come voluta dalla nostra Costituzione, o se si è per una scuola clerico-liberista aperta ai privati.

Per dire di questo cruciale problema, in un Paese che è stato in fondo sempre clerico-fascista, dico qual è stato il provvedimento annunciato dalla Gannini da far accapponare la pelle: lo Stato finanzierà e detasserà le Scuole Paritarie di più di quanto già non lo faccia (in Italia le Scuole Paritarie sono confessionali, cioè a gestione pretesca con l’inculcare ai giovani un particolare credo e modo di vita che non si accorda in nulla con la libertà che la nostra Costituzione prevede. Vediamo cosa dice la Costituzione in proposito e poi torniamo al genialone.

<i>Articolo 33

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

E` prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.</i>

       Se si fa attenzione si dice che le scuole private paritarie o no possono costruirsi dove e quando si vuole ma lo Stato non deve sborsare un solo euro. Chi vuole tali scuole se le paga. Se poi da scuola privata si vuole passare a paritaria, fermo restando il suo essere privata, lo Stato chiede particolari prestazioni che la rendano simile alla Scuola Pubblica di Stato.

Già nel 1946 Giulio Preti sulle pagine del Politecnico scriveva in proposito:

“oggi la scuola privata italiana non ha alcuna funzione sua propria: essa non rappresenta, come vogliono i suoi sostenitori, un’integrazione della scuola statale, non è un’iniziativa privata che sorga a colmare le lacune e le deficienze – immancabili in un’istituzione burocratizzata – dell’ordinamento governativo dell’istruzione: non tenta nuovi metodi di insegnamento, non tenta nuovi orientamenti dell’organizzazione degli studi, non è neppure un tentativo di far sorgere scuole specializzate in settori in cui occorrono dei tecnici specializzati. (…) In sostanza, le scuole dei religiosi sono organizzazioni di propaganda clericale (e questo nel migliore dei casi) oppure ottimi investimenti di capitali degli istituti ecclesiastici: ottimi anche per i privilegi fiscali di cui godono, e per i generosi aiuti di pii patroni e patronesse, i cui figli, naturalmente, frequentano le loro scuole… In realtà, le scuole private sono organizzazioni industriali – la più orribile delle industrie (…) In generale le scuole private sono forme scandalose di organizzazione commerciale a scopo di lucro. Disciplina, efficienza didattica, moralità, tutto vi lascia a desiderare: e chi scrive lo sa per esperienza diretta. Inoltre esse sono quasi sempre, e lo sono state in particolare in questi ultimi anni, impiantate sulla base di una scandalosa compra-vendita di titoli di studi; al tempo dell’esame di Stato erano il centro che faceva da mediatore interessato di colpevoli e poco puliti accordi fra famiglie ed esaminatori. Scuole corrotte e fonte di corruzione, perciò diseducatrici dei giovani che ci vivono in mezzo e che imparano anche troppo presto come con la corruzione si possa evitare il lavoro e l’impiego. La legge prevedeva un controllo burocratico da parte dei provveditori e di commissari: ma non ha mai funzionato, e si capisce fin troppo bene il perché. Conclusione: bisognerebbe abolire tutte le scuole private. Questo sarebbe un provvedimento necessario per ridare serietà ed efficienza alla scuola tutta quanta, compresa la scuola statale, che risente anch’essa della concorrenza sleale e della pressione corruttrice di quelle ed è costretta ad abbassare il suo tono e a rilassare la sua disciplina”.

Che ha fatto Berlinguer per stravolgere la Costituzione ? Insieme al suo partito ha messo su un marchingegno che è una vera truffa. Il finanziamento dello Stato alla scuola privata è stato inserito nella nuova riforma del Titolo V, ma nessuno si è ancora accorto del “trucco”. Infatti, nel nuovo articolo 55 della “nuova” Costituzione si legge (si faccia attenzione!): “La Repubblica Italiana è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni, dallo Stato”. Quindi lo Stato è un ente come gli altri tre. In pratica se i soldi provengono dalle Regioni e non dallo Stato il finanziamento pubblico diventa lecito. Tutti i polemisti o sono ipocriti oppure non hanno letto e visto le quattro virgole all’art. 55 e il precedente art. 33. Con questo primo pezzo di riforma iniziarono le Regioni a dare soldi alle scuole confessionali. Poi arrivò la Legge 10 marzo 2000, n. 62 (in GU 21 marzo 2000, n. 67) dal titolo “Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”, legge con la quale anche la scuola privata diventava una scuola pubblica e quindi finanziabile da parte dello Stato. Capito cosa hanno fatto gli ex comunisti (?). Ed ora tanto perché le stupende memorie della nostra storia vadano perdute tra i liquami del renzismo, riporto l’intervento che uno dei padri ispiratori della Repubblica democratica, Piero Calamandrei, scrisse nel 1950:

<i>Discorso di Piero Calamandrei,
11 febbraio 1950

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso
dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN),
Roma 11 febbraio 1950

[Pubblicato in Scuola democratica, periodico di battaglia per una nuova scuola, Roma, iv, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1-5]

Cari colleghi, Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università […]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po’ vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c’è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l’art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà […].

La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello Stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue […].

La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società […].

A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.

Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l’art. 34, in cui è detto: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei pubblicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei pubblicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com’è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l’accento su quel comma dell’art. 33 della Costituzione che dice così: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Dunque, per questo comma […] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione […].

Lo Stato non deve dire: io faccio una scuola come modello, poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”. E l’art. 151: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni […].

Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: (1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. (2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c’erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l’espressione, “più ottime” le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna di­scutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: (1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […].

Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”. Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche […]. Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla […]. E venuta così fuori l’idea dell’assegno familiare, dell’assegno familiare scolastico.

Il ministro dell’Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a “stimolare” al massimo le spese non statali per l’insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno […].

Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! […]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito […].

Poi, nella riforma, c’è la questione della parità. L’art. 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: “La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali” […]. Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo Stato, lo dice lo stesso art. 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo Stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo Stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo Stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità […].

Però questa riforma mi dà l’impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c’era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c’è il cacciatore con il fucile spianato. È la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell’avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.

E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c’erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l’italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.

E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.</b>

Ma di tutto questo cosa ne sa il chiacchierone sbruffone ed ignorantone ? Siamo sempre alle solite con i clerico-fascisti (oggi clerico-liberisti) che sfasciano tutto lasciando l’onere della ricostruzione a noi, alla sinistra di classe (suona ancora bene e forse meglio che in passato) che c’è ancora nonostante i renziani, a coloro che non hanno venduto pure le mutande della madre per un corrispettivo in denaro.

Quindi io con la mia Costituzione sono per una scuola democratica e non per dare il colpo definitivo alla Scuola pubblica di Stato. L’articolazione di tale scuola l’abbiamo realizzata insieme ad un gruppo di studiosi per un progetto di Alternativa e la potete trovare nell’indice di Problemi della Scuola al numero 213 – DOSSIER. SCUOLA E UNIVERSITÀ: IL CORAGGIO DI ANDARE CONTROCORRENTE  ed al link:

(http://www.fisicamente.net/SCUOLA/Dossier_Alternativa_Scuola.pdf).

 C’è ora da chiedersi se c’è un qualche progetto non nascosto sulle iniziative da prendere per la riforma della scuola. Che strada si vuole imboccare ? Quella purtroppo prevedibile nei figuri circolanti al governo, scuola sempre più dequalificata per poterla vendere a poco a privati con iniezioni alle scuole dei preti che via via debbono diventare preminenti nell’Italia del Papa Re o quella che ho provato a descrivere nei documenti di Preti, di Calamandrei e di Alternativa ? Non è una scelta da poco, ne va della crescita morale e civile del Paese che riafferma i suoi principi antifascisti, antiliberisti e di adesione consapevole ad una Repubblica democratica.

Sono già stato troppo lungo ma le cose che mancano le potete trovare ai link che vi propongo di seguito. Si tratta di una cernita di miei articoli del passato, purtroppo perfettamente attuali. Solo leggendo ed informandosi si è in grado di capire fino in fondo quanti scempi sono stati fattie quanti se ne preparano. Si parla delle riforme che si sono avute nella Scuola da vari governi, si fa una storia della scuola, si parla di valutazione, di INVALSI, di Pisa-Ocse, di come i padroni del mondo sono con le zampe pronte ad entrare nel grande affare della scuola pubblica privatizzata, di come servono i pedagogisti, di quanto lavorano i denigrati insegnanti, … vi sono insomma molte informazioni tutte nel senso del sostegno alla scuola democratica e contro la scuola liberista, padronale e confessionale. Prima però di passare ai miei articoli riporto tre interventi che si sono avuti in questi giorni sulla questione scuola che meritano di essere letti.

Roberto Renzetti

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Pubblico questo articolo del pedagogista Benedetto Vertecchi che sembra pentito dei disastri che, insieme a Maragliano, ha fatto con Berlinguer.

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<b>Benedetto Vertecchi – Scuole trattate come aziende: come sono miopi le riforme che non guardano al futuro</b>

SCELTE DISTORTE Si pensa a fare cassa e non si punta mai sull’educazione: i computer di oggi saranno obsoleti quando i bambini saranno adulti

Il Fatto Quotidiano 28/08/2014

Se le linee della riforma del nostro sistema educativo sono quelle finora annunciate nelle innumerevoli esternazioni che si stanno succedendo da alcune settimane (reclutamento del personale, orario di lavoro ecc.), c’è poco da stare allegri. E ciò per la semplice ragione che alla base dei provvedimenti che modificano un gran numero di aspetti del funzionamento delle scuole non c’è un disegno educativo, ma la combinazione di due intenti: il primo consiste nel razionalizzare la gestione delle scuole, l’altro nel favorire il passaggio dal sistema educativo alle attività produttive, secondo logiche che, forse, sono appropriate per la gestione delle imprese, ma certo non lo sono per favorire decisioni i cui effetti dovranno potersi apprezzare nel corso della vita di bambini e ragazzi. Rientrano nel primo intento i provvedimenti che riguardano le condizioni di lavoro degli insegnanti e dell’altro personale delle scuole (tecnico, amministrativo, ausiliario), mentre l’orientamento delle attività didattiche, come l’avviamento all’informatica già nella scuola elementare, dovrebbe essere funzionale al secondo intento. In linea di massima, le singole proposte non costituiscono una novità, ma richiamano in modo fin troppo evidente le tre “i” (internet, inglese, impresa) che costituivano il criterio di riferimento per gli interventi sulla scuola attuati, o quanto meno annunciati, dai governi della Destra che si sono succeduti dopo il 2001. Quel che sconcerta è che malgrado sia ormai del tutto evidente la paurosa povertà delle interpretazioni educative sottostanti quel criterio, lo si continui a proporre come premessa per la modernizzazione del sistema. Per quanto possa sembrare paradossale, si continua a intervenire sull’educazione di bambini e ragazzi senza elaborare ipotesi che riguardino il loro sviluppo e le loro condizioni di vita non solo nell’immediato, ma a medio e a lungo termine. Anche ammettendo che certe forme di modernizzazione abbiano un senso, in ogni caso non considerare i cambiamenti che modificano con crescente rapidità il profilo della popolazione avrebbe come effetto l’inefficacia delle misure che a quella modernizzazione fanno riferimento. Tanto per fare qualche esempio, nulla fa pensare che le soluzioni della tecnologia o i modelli produttivi sulla base dei quali sono state effettuate le scelte per l’educazione nella prima parte della vita abbiano ancora senso quando i ragazzi avranno completato il percorso degli studi sequenziali. Il rischio è che si disperda il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza in attività che rispondono a logiche anguste, a esigenze di breve momento, e che non di rado sono espressione del condizionamento esercitato dagli apparati ideologici che spianano la via agli interessi delle economie globalizzate.

CIÒ CHE PIÙ preoccupa è che, mentre si rincorrono le esigenze di una modernizzazione effimera, le scuole perdano progressivamente la loro capacità di elaborare progetti a lunga scadenza. È inutile porre l’enfasi sulla valutazione se non si tiene conto che la validità delle scelte educative non si può valutare se non a distanza di tempo. Nessuno dubita che al momento l’inglese sia la lingua di mediazione di gran lunga più diffusa, ma non troppi decenni fa lo stesso poteva dirsi del francese e già oggi c’è chi pensa che sia destinata a crescere rapidamente l’importanza dello spagnolo o del cinese. Intanto, inseguendo il senso comune, si trascura di promuovere una crescita reale della competenza linguistica, che nella scuola può estendersi ad altre lingue solo se si pone attenzione alla qualità dell’apprendimento della lingua italiana. Invece di annunciare la crescita della spesa per mandare i nostri ragazzi a fare un po’ di pratica all’estero, come ha fatto la ministra Giannini, meglio sarebbe ricostruire gli ambienti per l’educazione scolastica, che sono inesorabilmente poveri se non comprendono biblioteche bene organizzare e adeguatamente rifornite, spazi per attività teatrali e musicali, luoghi di confronto e di discussione. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda altri settori della conoscenza: le scuole hanno impiegato le risorse a disposizione per acquisire dotazioni digitali che, bene che vada, resistono due o tre anni e per le quali non è infrequente che manchi il tempo per arrivare a sviluppare programmi adeguati. Nel frattempo, sono andati in malora i laboratori, le collezioni naturalistiche, le apparecchiature da dimostrazione ecc. Siamo di fronte al paradosso di una scuola sempre più povera alla quale si impone di sprecare risorse che potrebbero costituire un capitale capace di rivalutarsi nel tempo. 

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<b>PERCHÉ NELLA SCUOLA IL PRIVATO NON È PUBBLICO</b>

Chiara Saraceno da Repubblica 28 agosto 2014

Sembra che Renzi abbia frenato lo slancio con cui la ministra Giannini, sbilanciandosi molto nel parlare alla non disinteressata platea di Cl, aveva promesso più soldi alle scuole paritarie come parte importante della riforma della scuola in cantiere (ormai non c’è governo che non ne faccia una, con risultati non sempre apprezzabili). Ma la Giannini ha fatto di più che promettere maggiori fondi. Ha infatti affermato che occorre superare «le posizioni ideologiche» per quanto riguarda la distinzione scuola pubblica/scuola paritaria, e di conseguenza i relativi finanziamenti, per «guardare solo alla qualità». Le ha dato successivamente manforte il sottosegretario Toccafondi, che ha spiegato: «Per troppo tempo in questo Paese si è detto che la scuola era pubblica o privata. La scuola è tutta pubblica e si divide in statale e non statale».

Non ci si può neppure stupire. È un processo iniziato con il maquillage linguistico, operato dal governo Prodi e dal ministro Berlinguer, che ha trasformato le scuole private, appunto, in pubbliche, per aggirare il dettato costituzionale, che ammette, e ci mancherebbe, la piena libertà di istituire scuole a organismi diversi, ma “senza oneri per lo stato”. Definita la scuola paritaria parte del sistema pubblico, il gioco sembra fatto. La scuola paritaria non solo è legittimata ad accedere ai fondi pubblici, ma a competere per essi con quella pubblica/statale. Finora ciò era avvenuto con fondi “a parte” – ancorché sempre sottratti al sistema autenticamente pubblico, anche in questi ultimi anni di tagli dolorosi. Sembra di capire che Giannini auspichi un finanziamento sistematico, regolare che non distingua più tra i due sistemi, salvo che sulla base della “qualità”.

Sembra così ignorare che il dettato costituzionale non è solo una norma di tipo finanziario, ma una precisa regola di attribuzione di responsabilità. Lo Stato ha la responsabilità prioritaria di garantire un’istruzione di qualità a tutti, senza privilegiare né il ceto sociale, né particolari opzioni di valore o visioni del mondo (salvo quelle della libertà, della democrazia, della uguale dignità di ciascuno), ma se mai metterle in comunicazione tra loro. Tutte le risorse disponibili vanno investite in questa direzione. Dio sa quanto ce ne sia bisogno in Italia, dove le disuguaglianze nello sviluppo delle competenze cognitive tra classi sociali e ambiti territoriali costituiscono una denuncia drammatica del fallimento dello Stato nel far fronte a quella responsabilità proprio nei confronti dei suoi cittadini più svantaggiati. Si può, si deve, anche ampliare la sfera del “pubblico”, non già, tuttavia, a scuole private con le loro legittime visioni del mondo (e regole di reclutamento degli insegnanti), ma alle comunità locali, agli individui e associazioni che possono integrare e arricchire le offerte educative della e nella scuola pubblica, alla costruzione di spazi, metodi e competenze perché la pluralità delle visioni del mondo possano confrontarsi criticamente e dove i bambini e i ragazzi non siano costretti a muoversi in una sola, per quanto ricca, pregevole, carica di storia. Non è detto che tutti gli insegnanti della scuola pubblica siano attrezzati per farlo. Ma ciò vuol dire che nel formarli e aggiornarli occorrerà tener presente anche questa dimensione, non che se ne può fare a meno.

Il riconoscimento di statuto pubblico alle scuole paritarie ha già fatto danni nelle scuole dell’infanzia, nella misura in cui un comune non si sente più in obbligo di fornire il servizio se in un determinato quartiere c’è già una scuola paritaria; anche se questa, come capita per lo più, è di tipo confessionale e non risponde agli orientamenti culturali dei genitori. Era questo il motivo del referendum bolognese, fallito per scarsa affluenza e per il timore, alimentato dall’amministrazione, che senza le scuole paritarie molti bambini non avrebbero avuto posto – appunto perché i finanziamenti erano stati dirottati lì. Ancora più grave è quanto è successo in Piemonte con l’amministrazione di centrodestra. Una legge regionale ha stabilito non solo l’equiparazione tra scuole per l’infanzia pubbliche e paritarie, ma ha dato alle seconde diritto di veto all’istituzione di una scuola pubblica sul “proprio” territorio, nel caso questa rischi di ridurne il bacino di utenza.

Il modello Giannini realizzato? Ora la nuova amministrazione regionale ci metterà una pezza, se non altro eliminando il diritto di veto. Ma rimane il fatto che, una volta riconosciuto il diritto al finanziamento pubblico delle scuole paritarie la competizione sulle risorse continuerà. Con il modello Giannini, rischia di estendersi dalla scuola per l’infanzia a quella dell’obbligo e oltre, con buona pace del diritto di scelta delle famiglie e soprattutto delle opportunità dei bambini e ragazzi di essere educati in un contesto culturalmente pluralistico. Su questi punti, e non solo sull’entità dei finanziamenti, è opportuno che Renzi e il governo facciano chiarezza, approfittando della pausa di riflessioni che si sono presi sull’argomento

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Pubblico anche questo articolo di Giorgio Israel che sembra pentito delle sue oscene collaborazioni con la Gelmini.

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<b>La scuola torni agli insegnanti, parte da qui la rivoluzione</b>

Giorgio Israel  da Il Messaggero   25/08/2014


È avventato commentare un progetto di cui sono note solo le linee generali, come quello che è stato preannunziato dal Messaggero sulla scuola, e questo non solo per il rispetto che si deve a chi l’ha formulato, ma anche perché è nei dettagli e nelle modalità di attuazione che si annidano gli aspetti più significativi e qualificanti. Tuttavia nell’annuncio vi sono due aspetti di metodo e di merito che colpiscono positivamente. Il primo: è sacrosanto che sia il governo, e anzi la persona del presidente del Consiglio, ad assumersi la responsabilità di formulare un progetto organico che non sia il frutto della solita tentazione demagogica di farlo nascere da una sorta di scrittura collettiva. Ben vengano poi commenti e critiche dei soggetti coinvolti. Il secondo è riassunto nella dichiarazione: «Tra dieci anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i funzionari degli uffici studi delle banche o i politici di Montecitorio. L’Italia sarà come l’avranno fatta le maestre, i maestri e gli insegnanti».
A maggior ragione questo vale per la scuola stessa, che deve essere restituita ai suoi agenti principali, gli insegnanti, dopo decenni in cui è stata dominata da altri soggetti che hanno debordato dalle loro funzioni istituzionali. Tra questi viene la burocrazia ministeriale, che anziché porsi al servizio dell’istruzione ha peccato di dirigismo seguendo una lontana e deprecabile tradizione. Poi i sindacati, che hanno non di rado travalicato la loro funzione intervenendo sulle modalità e i contenuti dell’insegnamento.

Anche se per controbilanciare il dirigismo di cui sopra. In terzo luogo, il peccato di alcuni pedagogisti ed “esperti della scuola” di voler rifare l’istruzione da cima a fondo nella veste di consiglieri del principe; i quali si sono tuttavia fatti rimpiangere dall’intervento degli ultimi soggetti coinvolti, proprio i funzionari degli uffici studi delle banche e gli “economisti della scuola”, che hanno voluto far credere che il problema dell’istruzione possa essere risolto con modelli econometrici e con l’abuso di test e quiz.

Tutto ciò indica la via da seguire per affrontare il tema centrale del merito e della valutazione: restituire questa funzione alla comunità di riferimento, cioè gli insegnanti. Questo non implica escludere dalla valutazione il contributo di studenti e famiglie. Ma la scuola non è un supermercato. La conoscenza non è un prodotto, la sua acquisizione non si valuta secondo la soddisfazione del consumatore, altrimenti la soluzione banale è promuovere tutti ovvero abolire il merito. È proprio la subordinazione a questa concezione sbagliata che ha condotto alle promozioni di massa che, a loro volta, rendono difficile la valutazione di merito degli insegnanti. Se non rimuoviamo il feticcio del «successo formativo garantito» sarà difficile se non impossibile introdurre una qualsiasi forma di valutazione professionale degli insegnanti. Pertanto, è sciocco dedurre dal fatto che l’esame di maturità abbia visto promozioni di massa la conclusione che esso debba essere abolito. L’esame di maturità, come l’esame di terza media (e anche un esame di conclusione della scuola primaria) possono essere migliorati e adeguati, ma hanno mostrato una validità formativa per i singoli e per la scuola come sistema (e questo non solo in Italia). La scuola deve essere aperta a tutti, ma non può essere un puro luogo di socializzazione; la scuola deve incoraggiare lo sforzo e l’impegno degli studenti.


L’Italia arriva tardi in tema di valutazione. Tanto più è bene guardare non solo ai punti di partenza dei modelli esteri ma anche alle critiche attuali. Come la pretesa bizzarra di valutare la ricerca scientifica senza leggerla è sempre più screditata, così l’abuso dei test – anche di quelli Ocse-Pisa – è sempre più oggetto di critiche autorevoli. Sarebbe davvero strano, mentre appare evidente la necessità di frenare la quizzomania a livello della valutazione degli studenti fare degli esiti dei test agli studenti uno strumento di valutazione degli insegnanti. Restituire protagonismo agli insegnanti significa, lo ripetiamo, fare della valutazione un processo interno alla categoria, ovvero basato su pratiche ispettive rigorose e lontane da quelle burocratiche di un tempo. Non è certo possibile qui entrare nelle modalità, che sono decisive ma che debbono essere identificate dal principio cardine del merito, e cioè che si crei un confronto che faccia dei migliori un modello per gli altri e trascini verso l’alto la qualità del sistema, esattamente come deve avvenire per gli studenti. Se, invece, si pensa di eliminare il confronto parlare di merito diventa derisorio.


Resta da dire qualcosa sul tema più importante: i contenuti. Siamo in fervente attesa di leggere i dettagli del progetto convinti che non ci si illuderà di risolvere i problemi di contenuto con le tecniche didattiche o digitali. Si straparla delle carenze in matematica ma chi creda che esse si risolvano con l’informatica o con i tablet commette un errore marchiano: esse si risolvono insegnando a pensare nella matematica propriamente detta abbattendo le barriere che la separano da altre discipline. Un discorso analogo vale per la fisica, la biologia o altre materie scientifiche. Fu proprio Steve Jobs a ricordare in un’intervista di parecchi anni fa che nessun problema dell’istruzione può essere risolto con mezzi digitali. Inoltre, la scuola italiana ha bisogno come veleno delle guerre di religione tra materie scientifiche e umanistiche e tra licei e istituti tecnici e professionali. Ha, al contrario, un bisogno assoluto della riqualificazione di questi ultimi, ma men che mai di far deperire i licei, magari diffondendo – come taluno fa sconsideratamente – una contrapposizione tra scuola e lavoro e inseguendo l’idea pericolosa di accorciare il liceo a quattro anni e disseccare quello classico. La frase di Matteo Renzi si avvicina all’aforisma del Nobel Albert Szent-Gyorgyi: la società futura sarà come sono le scuole oggi. Ci auguriamo che si tratti di una società avanzata e colta, perché sbaglia chi dissocia professionalità, capacità tecniche, alta tecnologia, dalla cultura in senso ampio e umanistico che esprime lo spirito critico e la capacità innovativa; e tutto ciò richiede non solo ma anche lunghe permanenze nello studio.

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5 – Le “riforme” della scuola dal 1969 ad oggi (2002). Come, dalla protesta studentesca del 1968, si è passati alle leggi indecenti del governo Berlusconi di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-88.htm

7 – Quanto lavora un insegnante (lettera inviata al Ministro De Mauro, senza risposta) di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-78.htm

20 – La scuola pubblica ovvero “la scuola dell’ignoranza di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-953.htm

49 – Scienza e Scuoladi Roberto Renzetti  (Pubblicato su Insegnare n° 4, aprile 2004)

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-497.htm

58 – A che servono i pedagogisti   di Roberto Renzetti (accettato nell’estate 2004 da Insegnare ma mai pubblicato: lo pubblico qui a gennaio 2005)

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-622.htm

65 – La scuola sotto attacco di Roberto Renzetti (Pubblicato su Giornale di Storia Contemporanea VII, 2, 2004)

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-668.htm

70 – Appunti per una storia critica della scuola. Parte 1: dal Settecento alla Prima Guerra Mondiale di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-879.htm

71 – Appunti per una storia critica della scuola. Parte 2: Dalla Riforma Gentile al Progetto Brocca di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-890.htm

72 – Appunti per una storia critica della scuola. Parte 3: Dalla Riforma liberista di Berlinguer alla gestione demolitrice di Brichetto di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-891.htm

74 – PISA-OCSE in sinergia con il WTO per la privatizzazione della scuola. Berlinguer, De Mauro, Confindustria e Moratti sono d’accordo: tutti insieme da P.I.S.A. traggono spunto per proseguire nella distruzione della scuola di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-900.htm

80 – Scuola e mercato nel mondo globalizzato di Roberto Renzetti (parte prima)

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-985.htm

81 – Scuola e mercato nel mondo globalizzatodi Roberto Renzetti (parte seconda)

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-988.htm

173 – La scuola dell’autonomia   di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-1492.htm

195 – Il paese cancellato  di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-1774.htm

200 – Scuola: dieci anni dopo le riforme liberiste  di Roberto Renzetti(Pubblicato su il Giornale di Storia Contemporanea, XI, 2, 2008)

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-1797.htm

207 – LA SCUOLA. Ma cos’è ?   di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-1853.htm

211 – Le domande della UE sulla scuola italiana  di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-1932.htm

212 – La scuola al servizio dei mercati  di Roberto Renzetti

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/index-1942.pdf

213 – DOSSIER. SCUOLA E UNIVERSITÀ: IL CORAGGIO DI ANDARE CONTROCORRENTE  di Alternativa

http://www.fisicamente.net/SCUOLA/Dossier_Alternativa_Scuola.pdf

Il programma ‘La buona scuola’


Sono riassunti in 12 punti gli interventi che il Governo intende mettere in campo per migliorare la scuola italiana. 

– MAI PIÙ PRECARI NELLA SCUOLA – Un piano straordinario per assumere 150 mila docenti a settembre 2015 e chiudere le Graduatorie a Esaurimento. 

– DAL 2016 SI ENTRA SOLO PER CONCORSO – 40 mila giovani qualificati nella scuola fra il 2016 e il 2019. D’ora in avanti si diventerà docenti di ruolo solo per concorso, come previsto dalla Costituzione. Mai più ‘liste d’attesa’ che durano decenni.

– BASTA SUPPLENZE – Garantire alle scuole, grazie al Piano di assunzioni, un team stabile di docenti per coprire cattedre vacanti, tempo pieno e supplenze, dando agli studenti la continuità didattica a cui hanno diritto. 

– LA SCUOLA FA CARRIERA: QUALITÀ, VALUTAZIONE E MERITO – Scatti, si cambia: ogni 3 anni 2 prof su 3 avranno in busta paga 60 euro netti al mese in più grazie a una carriera che premierà qualità del lavoro in classe, formazione e contributo al miglioramento della scuola. Dal 2015 ogni scuola pubblicherà il proprio Rapporto di Autovalutazione e un progetto di miglioramento. 

– LA SCUOLA SI AGGIORNA: FORMAZIONE E INNOVAZIONE – Formazione continua obbligatoria mettendo al centro i docenti che fanno innovazione attraverso lo scambio fra pari. Per valorizzare i nuovi Don Milani, Montessori e Malaguzzi. 

– SCUOLA DI VETRO: DATI E PROFILI ONLINE – Online dal 2015 i dati di ogni scuola (budget, valutazione, progetti finanziati) e un registro nazionale dei docenti per aiutare i presidi a migliorare la propria squadra e l’offerta formativa. 

– SBLOCCA SCUOLA – Coinvolgimento di presidi, docenti, amministrativi e studenti per individuare le 100 procedure burocratiche più gravose per la scuola. Per abolirle tutte.

– LA SCUOLA DIGITALE – Piani di co-investimento per portare a tutte le scuole la banda larga veloce e il wifi. Disegnare insieme i nuovi servizi digitali per la scuola, per aumentarne la trasparenza e diminuirne i costi. 

– CULTURA IN CORPORE SANO – Portare Musica e Sport nella scuola primaria e più Storia dell’Arte nelle secondarie, per scommettere sui punti di forza dell’Italia. 

– LE NUOVE ALFABETIZZAZIONI – Rafforzamento del piano formativo per le lingue straniere, a partire dai 6 anni. Competenze digitali: coding e pensiero computazionale nella primaria e piano “Digital Makers” nella secondaria. Diffusione dello studio dei principi dell’Economia in tutte le secondarie. 

 FONDATA SUL LAVORO – Alternanza Scuola-Lavoro obbligatoria negli ultimi 3 anni degli istituti tecnici e professionali per almeno 200 ore l’anno, estensione dell’impresa didattica, potenziamento delle esperienze di apprendistato sperimentale. 

– LA SCUOLA PER TUTTI, TUTTI PER LA SCUOLA – Stabilizzare il Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa (MOF), renderne trasparente l’utilizzo e legarlo agli obiettivi di miglioramento delle scuole. Attrarre risorse private (singoli cittadini, fondazioni, imprese), attraverso incentivi fiscali e semplificazioni burocratiche.

Renzi e la scuola: demagogia e dilettantismo

 

di Marina Boscaino da Micromega

Il 24 febbraio, nel discorso al Senato, aveva detto: «Chi di noi tutti i giorni ha incontrato insegnanti, educatori, mamme, sa perfettamente che c’è una richiesta straordinaria: restituire il valore sociale agli insegnanti, e questo non ha bisogno di riforme, denaro, commissioni di studio. Ma del rispetto per chi va quotidianamente nelle nostre classi e si assume il compito struggente di essere un collaboratore alla creazione di una creatività. Ci sono fior di studi che dicono che un territorio che investe sull’educazione cresce in maniera proporzionale». Da questa considerazione, un impegno preciso: «Tutte le settimane il mercoledì entrerò in una scuola diversa, mi recherò come facevo da sindaco nelle scuole per dare un segnale simbolico, se volete persino banale, per far capire che da lì riparte un Paese». 

Da allora sono passati oltre 6 mesi. Un tempo durante il quale il premier non ha fatto che ribadire incessantemente la centralità della scuola, quasi a convincerci che le parole inverino fatti. Ma non è così. Persino a proposito del famoso piano per l’edilizia, molto rumore per nulla: il governo annuncia l’erogazione entro il 2015 di 3 mld e mezzo di euro, partenza dei lavori 1 luglio 2014, inutile la prudenza del sottosegretario Reggi. Per il momento sono stati stanziati 510 milioni, ma le scuole ancora non hanno visto un euro. La solita disfattista, si potrà osservare: solo lamentele, intanto qualcosa c’è. Indubbiamente, e ne sono lieta. Ma se prometto ai miei figli una vacanza di un mese a Porto Cervo devo prima verificare se il mio conto me lo consenta; e se non, viceversa, dovrò limitarmi a portarli per 5 giorni a Cesenatico.

La voce solista è coadiuvata dal coro compiacente. Davide Faraone, responsabile scuola del PD: “Vogliamo partire dall’ascolto delle voci della scuola e dal lavoro svolto in questi anni dal PD, ma non vogliamo fermarci alle proteste, c’è una pars destruens che sappiamo a memoria. È ora della pars costruens. È ora di dire cosa vogliamo fare e soprattutto è ora di farlo”.

Le promesse sono state infinite, i proclami continui. Sembra quasi che le esternazioni siano strategiche, per “vedere di nascosto l’effetto che fa”. La sparano, osservano, si regolano di conseguenza. Mantenendo sempre e implacabilmente il più stretto riserbo su quali saranno i fondi a sostegno di quanto promesso. Il caso più eclatante si è verificato in luglio. All’inizio di quel mese il sottosegretario Reggi (sempre lui) fa annunciare a “Repubblica” il “patto sulla scuola”. 

Sinteticamente: le anticipazioni – che Reggi però, dopo la veemente reazione del mondo della scuola, ha definito indiscrezioni destituite di fondamento – prevedevano un nuovo contratto, con più ore di lavoro per tutti (fino a 36 ore, per infanzia e primaria, meno per la secondaria); e aumento di stipendio – deciso dal dirigente scolastico – per chi si prende “responsabilità”, mettendo a disposizione (oltre alle diciotto ore di lezione, confermate) competenze specifiche. Tra le competenze, naturalmente, non si parla di pedagogia, relazione educativa, contenuti e metodologie didattiche: informatica prima di tutto, ovviamente. Sarebbero confermati gli scatti di anzianità, ma erogati premi stipendiali fino al 30%, a seconda delle prestazioni fornite. Attività nel mese di giugno – quando a scuola si interrompono le lezioni – per attivare recupero e potenziamento, progetti et alia. E’ prevista un’apertura delle scuole progressivamente prolungata nel tempo, per arrivare fino a sera, escluso il mese di agosto. Un’ulteriore restrizione di possibilità per i 154.398 iscritti alle graduatorie ad esaurimento e per i 467mila precari inseriti nelle graduatorie di istituto si configurerebbe per il fatto che le assenze verrebbero coperte dai docenti di ruolo della scuola stessa. La proposta include anche il taglio di un anno della scuola superiore (circa 40 mila cattedre). 

Segue un estenuante minuetto, con smentite e conferme che si alternano in maniera rocambolesca. In agosto Renzi annuncia una consultazione massiccia del mondo della scuola, destinata a portare in ottobre alla più volte annunciata riforma. Balza definitivamente alle cronache la questione dei Quota 96: mandati finalmente in pensione dal decreto Madia, poi raggiunti da tante scuse (ci siamo sbagliati), perché la Ragioneria dello Stato ha fatto presente che prima degli annunci bisogna guardare ai fondi disponibili e i fondi non ci sono. Alla fine del mese, la consultazione sparisce e i tempi si accorciano. Il 19 agosto il premier cinguetta: “”Infine, il 29, linee guida su scuola. Perché tra 10 anni l’Italia sarà come la fanno oggi gli insegnanti. Noi lavoriamo su questo in agosto”. Non mancano i trionfalismi: il provvedimento inaugurerà la “rivoluzione culturale che serve all’Italia: spalancare le finestre e fare entrare aria nuova”. Al meeting CL Giannini (sì, c’è pure lei, anche se non sembra) annuncia l’abolizione delle supplenze

Qualcosa non va: il 28, ad un giorno dalla presentazione delle “linee guida” (terminologia ambigua; che consentirà – c’è da giurarci – di annunciare senza parlare di euro) la smentita, in un improbabile guizzo di saggezza e sobrietà. Non le presentiamo, “troppa carne al fuoco”. Il giorno dopo, il 29, ecco il nuovo tweet (sic!): “Sarà un percorso partecipato, non la solita riforma calata dall’alto”. Ci crede per primo il parlamentare PD Umberto D’Ottavio, Commissione Cultura, che plaude, potendo finalmente dare sfogo al suo pensiero. Su FB, naturalmente: “Il rinvio della discussione sulla scuola prevista per il Consiglio dei Ministri di oggi è la prova che il Governo fa sul serio. Se si vogliono affrontare i problemi veri sono necessari condivisione e risorse e lo sforzo di trovare sia la prima che le seconde va aiutato e non sbeffeggiato, anzi”. E aggiunge: “Il Governo fa bene, dopo anni di demolizione del sistema scolastico, a prendere il tempo che serve per cercare le parole giuste per aprire una discussione difficile sull’istruzione nel nostro Paese, ma che rappresenta la vera sfida per cambiare l’Italia”. Smentito immediatamente, l’1 settembre: la riforma sarà presentata nel prossimo consiglio dei ministri, il 3. Quindi domani. 

Questo pezzo è consegnato ai lettori a futura memoria del rispetto e della considerazione di questo Governo per scuola, docenti e studenti e per i cittadini tutti. Non possiamo consentire che improvvisazione, fretta, demagogia, dilettantismo, millanteria prevalgano sul buon senso. 

(2 settembre 2014)

Riforma della scuola: esempio eloquente del degrado della democrazia

di Marina Boscaino | 3 settembre 2014 da ilfattoquotidiano.it

Tg Cronache, la rubrica che – nel primo pomeriggio – segue il TgLa7, quello che – fino al governo Letta, ma soprattutto in epoca berlusconiana – ha rappresentato per alcuni un baluardo d’informazione più o meno credibile, ha dedicato un servizio all‘intervento del governo sullascuola; annunciato dal premier, come si sa, non con il consueto cinguettio, ma con un video che presenta un documento online di 136 pagine. Elementi imprescindibili e consueti: il tono enfatico – “una rivoluzione”; e l’”ascolto”: due mesi di confronto («a voi chiedo di essere protagonisti e non spettatori», annunciando la campagna d’ascolto «scuola per scuola» dal 15 settembre al 15 novembre) e un anno per «una rivoluzione».  

Il servizio di La7 inizia e finisce in un istituto superiore di Milano, il Gentileschi. Interpellate tutte le componenti: il dirigente, un’insegnante, due studenti. Tutti entusiasti sostenitori del Passo dopo Passo. E si conclude con la stupita notazione che la Rete degli Studenti e molti docenti stanno convergendo su una giornata di protesta indetta per il 10 ottobre (i soliti fannulloni-bastian contrario, insomma). Questa è informazione imparziale.

In meno di due mesi, con agosto nel mezzo – da quando cioè fu sfornato l’altrettanto improvvisato ma evidentemente troppo aggressivo Piano Reggi – la miracolosa compagine di governo (la cui grande assente è ormai da troppo tempo il legittimo titolare di Viale Trastevere, Giannini) ha partorito l’ennesima riforma, naturalmente epocale. Pardon, non una riforma: “Vi propongo un patto, un patto educativo, non l’ennesima riforma, non il solito discorso che propongono tutti i politici”. “Noi diciamo basta ai precari e alla “supplentite”, ma ci vuole anche il coraggio di dire che si devono giudicare gli insegnanti e che gli scatti di stipendio devono essere sulla base del merito e non dell’anzianità”. La supplentite è quella fastidiosa malattia che per un inguaribile vezzo circa 700mila persone nel nostro Paese hanno praticato, a volte per moltissimi anni, subendo una precarizzazione non solo professionale, ma esistenziale. Masochisti o inguaribili egocentrici che siano, 148.100 di loro saranno assunti il prossimo settembre, per abolire le supplenze. Benissimo e speriamo, davvero.

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Ma manca un dato. La ratifica di tutto ciò – per l’operazione «saranno necessari circa 3 miliardi di euro» – non avviene in Consiglio dei ministri; ma – come si diceva – con un video, eludendo qualsiasi forma di eventuale contraddittorio nonché la consueta tirata d’orecchie dalla Ragioneria dello Stato.

In attesa che nella Legge di stabilità – come previsto – vengano indicate le risorse disponibili per procedere a quello che Renzi ha definito “il più grande investimento sulla scuola degli ultimi 20 anni” (e, se queste cifre venissero confermate, il premier avrebbe ragione), ecco i punti critici del documento. Si tratta di una sorta di scambio: prendere o lasciare. In cambio della stabilizzazione dei precari delle graduatorie ad esaurimento la scuola dovrebbe accettare:

  • la rinuncia agli scatti di anzianità, per passare ad un sistema di valutazione-promozione, in cui i dirigenti scolastici diventerebbero i sacerdoti unici che cooptano la casta degli eletti. I docenti, valutati dai dirigenti, si renderanno disponibili al momento dell’assunzione allamobilità non solo fuori dalla provincia, ma – se necessario – anche fuori dalla regione. Il tutto in una professione che ha indici di femminilizzazione altissimi.
  • Creazione di un Registro nazionale del personale, che riporterà le abilità di ciascuno, fissandole in un portfolio individuale su cui verranno conteggiati i presunti “crediti” professionali dei singoli. Portfolio e crediti daranno la possibilità ai dirigenti di cooptare nella propria scuola i nuovi assunti, ma anche di premiere il 66% dei “migliori”, che ogni 3 anni potranno così accedere ad uno scatto stipendiale di 60 euro.
  • Entrata a regime del Sistema Nazionale di Valutazione, per il quale si prevede un aumento del corpo ispettivo, indicato come funzione strategica (anche per questa spesa non sono indicate le risorse)
  • per realizzare, la “piena autonomia” scolastica, serve “schierare la squadra con cui giocare la partita dell’istruzione”, cioè chiamare presso la propria scuola docenti ed Ata che il dirigente manager, dopo “consultazione collegiale”, riterrà più adatti.
  • Ogni scuola dovrà sviluppare un piano triennale di miglioramento; il Mof ed altre fondi di finanziamento pubblico saranno legati all’esito del piano di miglioramento, in proporzione del quale i dirigenti scolastici riceveranno un aumento salariale.
  • È prevista una revisione degli Organi Collegiali (alla quale il Pd aveva già pensato, considerando la stesura del ddl Aprea-Ghizzoni)
  • Viene riproposta, secondo ilo stesso progetto Aprea-Ghizzoni, la scuola fondazione: la scuola “non ce la fa”. Quindi entrata delle risorse private per contributi alla scuola statale. L’entrata dei privati viene massicciamente favorita: laboratori (negli istituti professionali, ad esempio) non solo finanziati da privati, ma addirittura posseduti e gestiti da privati nell’ambito dell’istruzione pubblica.
  • Si sterza definitivamente verso il “saper fare”, molto più economicamente conveniente del “sapere”. Stages lavorativi (gratuiti) obbligatori alle superiori per tutti gli indirizzi. Sistematizzazione della “didattica lavorativa”: la scuola azienda, quando non la scuola fabbrica. “Scuola fondata sul lavoro” è il contraddittorio titolo di un capitolo del documento: certamente le richieste del mercato e delle imprese non saranno irrilevanti, se viene prevista la possibilità di un curriculum basato sulle esigenze del territorio. Pertanto, fine del concetto di apprendimento disinteressato e della cultura come viatico di cittadinanza consapevole.
  • Per la prima volta – p. 66 “il sistema di valutazione sarà operativo dal prossimo anno per tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie” – la scuola paritaria viene promossa al rango di scuola pubblica. Meditiamo.
  • Soprassiedo sulla pastella in salsa modernista sul tema più tecnologia (sebbene noti un positivo mea culpa sugli investimenti per la Lim) e inglese: i livelli delle competenze dei quindicenni alfabetizzati nella comprensione del testo e in letto-scrittura continuano ad essere tra i più bassi d’Europa. E’ di oggi il dato che il 63% dei 16-18enni nel nostro Paese sono a rischio di abbandono e poco più bassa è la percentuale relativa agli studenti dai 14 ai 16 anni.

La contropartita rispetto alla presunta (ed auspicabile) stabilizzazione del precariato, come è evidente, è particolarmente pesante. Del resto il Pd non ha mai fatto mistero, da quando è nato, di quali fossero le proprie intenzioni rispetto alla funzione che attribuisce alla scuola. L’accesso al lavoro per più persone comporterebbe dunque una rinuncia di fatto ad una serie di principi e di diritti di e per tutti e – soprattutto – una modifica sostanziale al progetto di scuola della Costituzione.

<b>Scuola, dall’autonomia al tablet in aula: 20 anni di riforme promesse e non attuate</b>

Da D’Onofrio che si paragonava a Gentile alla Carrozza che la chiamava Costituente passando per gli Stati generali della Moratti: dal 1994 dieci ministri hanno annunciato “rivoluzioni” in tutti i settori. Dalla scuola materna alla media fino all’obbligo scolastico. Ma ogni nuovo sistema è stato cancellato dal governo successivo e attuato solo in parte

di Alex Corlazzoli | 3 settembre 2014  da ilfattoqotidiano.it

Eccola come tutti gli anni la riforma. Ogni anno il rito si ripete. Con la fine dell’estate arrivano il meeting di Comunione e Liberazione, il festival del cinema di Venezia, le feste dell’Unità e, puntuale, la promessa di una scuola nuova, senza precari, con i personal computer e i tablet in ogni classe connessi, con i docenti formati, più inglese e più informatica, più soldi. Dal primo governoBerlusconi passando da DiniProdiD’Alema uno e due fino a MontiLetta e Renzi, sono state presentate tante riforme quanti i ministri dell’istruzione: dieci in vent’anni. A dire il veroMaria Chiara Carrozza non aveva pensato ad una vera e propria riforma ma aveva parlato di una “Costituente”, chiaramente mai realizzata e nemmeno ripresa in mano dall’attuale ministro Stefania Giannini. In passato avevamo visto anche gli Stati Generali con Letizia Moratti ma ogni riforma presentata è stata cancellata dal Governo successivo o attuata solo in minima parte. E così il progetto italiano di scuola, nonostante gli appelli dell’Ocse, è svanito. I precari ogni anno fanno la loro coda agli ex provveditorati. I supplenti attendono la chiamata dalla scuola. E gli studenti cambiano ogni anno insegnante. La riforma è sempre attesa ma non arriva mai. Una gravidanza d’idee senza alcuna nascita di una seria riforma capace di mettere mano, una volta per tutte, allascuola media, anello debole del sistema; al sistema di reclutamento dei docenti; alla formazionedi maestri e professori; all’esame di maturità, all’insegnamento qualificato dell’informatica e dell’inglese; al ruolo della scuola materna, Cenerentola di ogni riforma. “Riformite”, accusava Renzi quando non era ancora premier. Ma le sue modifiche per il sistema della scuola sono saltate dal consiglio dei ministri, mentre l’attesa ora è per “passodopopasso”, il sito web dove la “rivoluzione renziana” sarà illustrata.

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Bisogna partire da Francesco D’Onofrio, nominato dal Cavaliere nel suo primo Governo per ascoltare le prime promesse da meeting. Il 23 agosto del 1994, D’Onofrio dal palco di Cl spiega: ”Il consiglio dei ministri di venerdì prossimo è giustamente atteso perché sarà il primo appuntamento dove verranno fuori gli orientamenti della finanziaria e del governo sul mondo della scuola. Con Berlusconi ho concordato di fare una relazione su obiettivi per una riforma organica della scuola italiana. Sarà la prima riforma autentica dopo quella diGentile del 1923”. In tema di partecipazione D’Onofrio aveva anticipato persino il rottamatore fiorentino: ”Una volta la scuola italiana attraverso un filo ideale partiva dal ministro, passava attraverso i provveditori agli studi, finiva ai docenti, agli alunni ed al personale amministrativo. Ebbene, io dico che questa riforma per essere veramente tale dovrà innanzitutto ribaltare questo principio e cioè l’input dovrà partire dai docenti, dagli alunni, dal personale amministrativo, passare per i provveditorati agli studi e arrivare al ministro”. Nella sostanza il ministro aveva pronta la riforma delle medie superiori e quindi l’innalzamento da 14 a 16 anni dell’obbligo scolastico; l’introduzione del tempo pieno; una serie di convenzioni con tutti i ministeri tra cui quella con le Finanze per ”costruire’” fin dai banchi della scuola un contribuente-modello. Alla base della ”grande riforma” c’erano naturalmente l’autonomia didattica e finanziaria degli istituti. 

Il 30esimo ministro dell’istruzione della Repubblica, Giancarlo Lombardi, nominato da Lamberto Dini, durò un anno e quattro mesi e fece in tempo a fare ben poco ma non mancò di informare gli italiani che in tasca aveva anche lui una riforma. Il 22 marzo 1996 a Torino durante una conferenza all’Unione Industriale disse: ”Se riuscirò ad avere ancora qualche mese da ministro, cercherò di fare la riforma dell’autonomia scolastica, incentrata sulla figura del preside. Questi dovrà avere mani libere nell’utilizzo delle risorse e un’adeguata soddisfazione personale per l’incarico che avrà; inoltre la scuola dovrà potersi organizzare in proprio”. Il 17 maggio 1996, dopo la vittoria dell’Ulivo, lasciò il posto al governo Prodi. 

L’arrivo di Luigi Berlinguer (classe 1932) cambiò il clima. Almeno per qualche mese e almeno a sinistra. Il nuovo inquilino di viale Trastevere chiaramente aveva pronta la soluzione per la scuola italiana e non mancò di annunciarla dal palco di Cl a Rimini, il 23 agosto del 1996: “Il governo presenterà in autunno il progetto per la riforma della secondaria superiore”. In un’affollata conferenza stampa al meeting il compagno Berlinguer spiegò che si sarebbe fatta una legge quadro di pochi articoli per scandire i 10 anni dell’obbligo con un biennio conclusivo (a 14 e 15 anni) diverso da quello attuato fino ad allora”. Il “compagno B” non disdegnò il Meeting nemmeno l’anno successivo e il 29 agosto del 1997 tornò dai fedeli di don Giussani per annunciare il via libera al disegno di legge per la riforma della maturità: “Ci sono tanti studenti che aspettano. Si può fare in pochissimi giorni. Gli altri due disegni di legge che devono essere approvati il più rapidamente possibile sono quelli relativi all’allungamento dell’ obbligo scolastico a 16 anni e quello sulla parità”. Da un’azienda, la “Antibioticos” di Torino, il ministro annunciò invece la rivoluzione digitale: mille miliardi da spendere in quattro anni per fornire le scuole italiane di computer. Il ministro spiegò che il piano d’informatizzazione avrebbe interessato 15mila scuole di ogni ordine e grado. Nella prima fase sarebbero stati installati due personal computer multimediali nella sala-professori ad uso degli insegnanti, poi nel giro di quattro anni, una media di dieci computer in ogni istituto. Non solo. Nella proposta di legge si prevedeva anche l’ avvio di un progetto pilota nelle scuole elementari per l’insegnamento della lingua inglese con il computer. Berlinguer passò alla storia per la riforma dei cicli poi puntualmente cancellata dalla Moratti con il secondo governo Berlusconi e con tanto di sdegno del compagno Berlinguer. 

Ma prima della Moratti, è toccato al ministro Tullio De Mauro durato in carica con Amato un anno e due mesi. Il professor De Mauro non passò da Rimini ma dalla festa dell’Unità di Bologna fece in tempo ad illudere i maestri parlando della necessità di “un piano pluriennale che porti un po’ alla volta le retribuzioni degli insegnanti ai livelli medi dei colleghi europei”. 

In Romagna tornò invece Letizia Moratti, due mesi dopo essere stata nominata ministro. Chiaramente con una nuova idea rispetto al lavoro precedente: “La riforma della maturità va fatta. Un primo passo potrebbe essere quello di una commissione di esame composta dal collegio dei docenti con un membro esterno, per garantire la correttezza delle procedure, sul modello dell’attuale scuola media”. La Moratti partorì gli Stati Generali dell’istruzione da dove snocciolò cifre a favore della scuola: 210 miliardi per il 2002 per la valorizzazione degli insegnanti e altri 68 miliardi per l’aggiornamento. “Inoltre nel triennio successivo – spiegò il ministro – le risorse complessive ammonteranno a una cifra che va da 15mila a 19mila miliardi. Nessun governo ha mai presentato con tanto anticipo un piano quinquennale di investimenti di queste dimensioni sulla scuola”.

Nel 2002, la Moratti lanciò persino un opuscolo dal titolo “Una scuola per crescere”stampato in due milioni e mezzo di copie, allegato a due settimanali, suscitando non poche polemiche da parte dell’opposizione: un vademecum, in nove capitoletti, spiegava nel dettaglio i vari articoli del disegno di legge di riforma e si concludeva con il testo integrale del provvedimento. Molte proposte sempre sentite e mai realizzate: dalla formazione iniziale e continua dei docenti, all’alfabetizzazione nelletecnologie informatiche

Nel 2006, arriva Giuseppe Fioroni con il Prodi II e l’idea di maturità della Moratti viene cancellata. Ecco il nuovo progetto di riforma dell’esame di maturità: ”Una commissione mista, con membri esterni per la metà, ed una metodologia di scelta delle materie e di bilanciamento con superamento dei debiti”. Fioroni ripartì da una circolare che in pratica “azzerava” i punti della precedente riforma. Con buona pace della Moratti. 

Tempo due anni e per il Popolo della Libertà è nominata Mariastella Gelmini, il più giovane ministro dell’istruzione di questo ventennio. La pupilla di Berlusconi non manca a fine agosto 2008 l’appuntamento di Rimini. Lo slogan stavolta è: fine del precariato per gli insegnanti e più tirocinio per arrivare in cattedra attrezzati ad affrontare gli studenti. Prima mossa: mandare in soffitta dopo non molti anni di vita le scuole di specializzazione per l’insegnamento, liquidate dalla Gelmini come ‘”una fonte di precariato”. E sul settimanale Gioia la Gelmini in quegli anni annunciava un’altra rivoluzione: “Cambierò la scuola media. C’è un deficit di formazione. Servono più italiano, più matematica, più inglese. Ho insediato una commissione che studia la riforma. Voglio farla presto”. Come la Giannini anche la Gelmini affrontò il tema del merito: “Ritengo decisivo un sistema di valutazione che abbia scopi d’incentivazione (anche economica) del merito e non certo finalità sanzionatorie. Abbiamo già avviato progetti di valutazione su base volontaria e continueremo a farlo, convinti che senza valutazione, riconoscimento e premio dei meriti non possa esserci un effettivo miglioramento della scuola e dell’università”. 

Nel 2011 è la volta di Francesco Profumo con “Super Mario” Monti a palazzo Chigi. Il nuovo ministro all’istruzione cambia registro. Punta ad avere, almeno per i primi mesi, un profilo basso. E il 13 gennaio 2012 dichiara: “Non ci sarà nessuna riforma organica, ne abbiamo avute troppe, è il tempo della semplificazione”. In realtà Profumo ha in mente un’altra riforma e tre mesi più tardi la annuncia con un messaggio inviato ad un convegno a Napoli: “Il 2012 sarà un anno palestra, in cui dovremo portare a compimento la riforma del sistema accademico, allenarci a cambiamenti e a competere sul mercato europeo e internazionale”. Da notare la svolta digitale. Profumo all’inaugurazione dell’anno scolastico nel settembre 2012 aveva annunciato la grande rivoluzione: tutte le classi scolastiche delle medie e delle superiori avrebbero dovuto avere un computer e ogni insegnante della Puglia, Campania, Sicilia e Calabria, un tablet. Incontrando i bambini della scuola primaria e media “Enrico Fermi” di Monterosso, aveva detto: “Daremo a tutti gli studenti e a tutte le classi un tablet. I libri sono troppo cari”. 

L’unica a non alzare troppo il tiro è stata Maria Chiara Carrozza che comunque il 23 agosto 2013 a Rimini ci va: “Stiamo lavorando a un provvedimento sulla scuola”. Durante il suo mandato è il primo ministro a parlare di organico funzionale: ”E’ allo studio la definizione di un nuovo piano triennale di immissioni in ruolo (2014-2017) del personale precario che consenta di ridurre il numero di soggetti che ancora prestano servizio nella scuola con contratti a tempo determinato”, nonché misure per introdurre, gradualmente e compatibilmente con le risorse disponibili, l’organico funzionale del sostegno e in prospettiva l’organico funzionale, come nuovo metodo di gestione degli organici”. La Carrozza si spinge anche più in là e da Casal di Principe parla, prima di Renzi, di un “investimento che si farà di circa 450 milioni di euro per adeguare le strutture scolastiche in tutt’Italia con la possibilità di nominare sindaci e presidenti delle Province commissari per l’edilizia scolastica”. Da osservare che, cambia il dizionario: non si parla di riforma ma di Costituente. Pochi mesi prima di lasciare il Governo la Carrozza al Tg1 afferma: “Penso che ci sia un discorso più complessivo che deve riguardare la riforma della scuola e credo che gli insegnanti possano partecipare a questa grande consultazione che stiamo cominciando sul futuro dell’istruzione. La Costituente della scuola affronterà questo e sarà la più grande consultazione popolare in Italia che coinvolgerà tutti, associazioni, famiglie, genitori”. 

Con l’arrivo di Stefania Giannini non si farà. Tra gli annunci da Meeting, in attesa del Cdm dove si parlerà di scuola e della pubblicazione del testo su “passodopopasso”, non c’è la consultazione popolare della Carrozza. C’è molto altro. Ma per ora è l’ennesimo annuncio settembrino.

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