Fisicamente

di Roberto Renzetti

da Il Fatto Quotidiano del 19/08/2014

Come il boy scout che nasce negli Usa, anche il pensiero (sic!) di un tale personaggio proviene da lì e solo da lì.

R

ECCO COSA SCRIVEVANO GLI ANALISTI NEL RAPPORTO DEL 2013, RITORNATO NEL DIBATTITO DI QUESTI GIORNI SULLE RIFORME ISTITUZIONALI DEL GOVERNO RENZI

Alla fine del maggio dello scorso anno un report di Jp Morgan, banca d’affari statunitense, fotografava la crisi economica europea e segnalava la necessità di riforme strutturali. Anche riguardo alle Costituzioni nate in seguito alla caduta dei fascismi. Il documento, in 16 pagine, si sofferma anche sulla situazione italiana ed è divenuto parte del dibattito politico nazionale. Eccone un’ampia sintesi. Le parti in corsivo sono testuali.   La gestione della crisi nell’Eurozona ha due aspetti: la creazione di nuove istituzioni e la soluzione dei problemi nazionali che hanno afflitto il cammino dell’euro fin dall’inizio.

A questo proposito bisogna tener presente che secondo la Germania – il Paese che più di ogni altro determina in che modo viene gestita la crisi – i problemi nazionali vanno risolti dalle singole nazioni prima di procedere a ulteriori passi sulla strada dell’integrazione”. Si è pertanto creato un quadro disomogeneo. In alcune zone sono stati compiuti progressi notevoli, mentre in altre il processo di aggiustamento è a malapena iniziato. Nell’insieme possiamo affermare che il processo di aggiustamento si trova grosso modo a metà del suo cammino.   O ci pensa la Bce   o tocca alle periferie   “Questo approccio alla gestione della crisi ha avuto un impatto enorme sulla macroeconomia deprimendone il rendimento e incrementando il livello di dispersione”. Certo è che l’Eurozona non è in grado di sopportare altri tre anni come gli ultimi tre. “Secondo il nostro giudizio si tornerà a crescere senza abbandonare il necessario processo di aggiustamento”.   “Ma senza un molto più energico intervento della Bce, la crescita rimarrà modesta e l’Eurozona resterà esposta agli choc dei mercati. A un certo punto però le cose cambieranno. Ciò potrebbe accadere in due modi: o a seguito del riuscito processo di aggiustamento a livello nazionale, oppure a causa di forti pressioni politiche e sociali a livello periferico”.   Il dato di fondo della gestione della crisi negli ultimi tre anni va individuato nella convinzione che i problemi strutturali nazionali andassero affrontati a livello nazionale prima che la regione tentasse di accelerare il processo di integrazione.  “Prima ancora del salvataggio di Cipro, i Paesi dell’Eurozona hanno dovuto sopportare il peso della ricapitalizzazione delle banche e delle riforme strutturali. La crisi cipriota non ha fatto che rafforzare la convinzione secondo cui i problemi nazionali andassero affrontati a livello nazionale. La Germania ha sempre pensato che un intervento “ex ante” non avrebbe avuto altro effetto se non quello di rendere meno probabili gli aggiustamenti “ex post”. Per adottare questo approccio era necessaria una liquidità sufficiente a fronteggiare i terremoti dei mercati. Per questo la Bce si impegnò a sostenere le banche.   Spagna, Italia, Germania   e le riforme da fare   Ma questo approccio divenne problematico quando le tensioni dei mercati colpirono la Spagna e l’Italia nel 2011, Paesi troppo grandi per poter essere aiutati con semplici iniezioni di liquidità. “Le Operazioni monetarie definitive (OMT) furono lo strumento attraverso il quale la Bce permise alla Germania di continuare a imporre una gestione della crisi di suo gradimento”.   “All’inizio della crisi si pensò che i problemi strutturali nazionali fossero in larga misura di natura economica: eccessivi costi bancari, non adeguato allineamento del tasso di cambio interno reale e rigidità strutturali. Ma col tempo apparve chiaro che pesavano molto anche i problemi di natura politica. Le Costituzioni e gli ordinamenti creati nella periferia meridionale dell’Europa dopo la caduta del fascismo, hanno caratteristiche che vanno cambiate se si vuole proseguire sul cammino dell’integrazione. Quando la Germania parla di un decennio per il processo di aggiustamento, ovviamente pensa sia alla riforma economica sia a quella politica”.   La natura della gestione della crisi ha avuto un impatto enorme sul paesaggio macroeconomico. L’impatto maggiore è stato a carico della crescita regionale con l’effetto, tra l’altro, di accrescere le tensioni politiche. L’interrogativo è se la macroeconomia può far registrare miglioramenti anche senza modificare la gestione della crisi. A nostro giudizio la risposta è: sì, ma solo in misura limitata.   Banca centrale e Stati   Arriva la pagella   Cruciale sarà il comportamento della Bce. Negli ultimi mesi la Bce è apparsa incline a tollerare maggiormente le debolezze economiche. Quanto più la risposta della Bce sarà limitata, tanto più si allontanerà l’obiettivo dell’aggiustamento.   “La necessità di affrontare i problemi nazionali a livello nazionale crea l’immagine del viaggio. I viaggi e le destinazioni variano da Paese a Paese. Ma a che punto siamo del viaggio?   1) Aggiustamento del tasso di cambio reale: problema risolto per alcuni Paesi.   2) Riduzione del livello di indebitamento delle istituzioni finanziarie: a metà del cammino.   3) Riduzione del livello di indebitamento delle famiglie in Spagna: ad un quarto del cammino.   4) Riduzione del livello di indebitamento delle banche: difficile dare una risposta a causa delle profonde differenze tra Paesi e banche, ma le grandi banche hanno fatto progressi.   5) Riforma strutturale: difficile a dirsi, ma si segnalano progressi.   6) Riforma politica:   praticamente nemmeno avviata”.   Quanto alla riduzione del debito sovrano, il Fiscal Compact impone due obiettivi di medio periodo: i Paesi con un debito eccedente il 60% del PIL debbono rientrare al di sotto di questa soglia entro venti anni; per gli altri Paesi l’obiettivo è non superare un deficit annuo dello 0,5%.  Famiglie indebitate   e banche troppo fragili   Per ciò che riguarda l’indebitamento delle famiglie la situazione varia molto da Paese a Paese. Questo problema colpisce in modo particolare Spagna e Irlanda. Meno chiaro è l’eventuale impatto sul Pil della riduzione del livello di indebitamento delle famiglie.   “Gli obiettivi per il sistema bancario nel suo complesso sono stati fissati dalla Bce e concernono il ritorno a più sostenibili rapporti tra capitale ed esposizioni e tra prestiti e depositi”. Il rapporto prestiti-depositi rimane tuttora ben al di sopra del 120% in Italia, Spagna,Portogallo e Irlanda, Paesi nei quali il sistema bancario permane fragile ed esposto alle scosse del mercato e all’andamento della crisi economica nel suo complesso.  Lavoro e burocrazia   mali italici   “Indicare con chiarezza un percorso per la riforma strutturale è molto difficile. Va misurata la situazione strutturale dell’economia ed è necessario individuare ciò che va cambiato e in quale misura va cambiato”. (…) “In linea generale ci sono tre modi per valutare lo stato di salute dell’economia da una prospettiva strutturale. Il primo consiste nel prendere in esame gli indicatori quali la disoccupazione di lungo periodo e le rigidità del sistema. Il secondo consiste nel valutare gli indicatori quantitativi quali quelli forniti dal Fraser Institute, dalla Banca Mondiale e dall’Ocse. Il terzo consiste nel tentare di misurare la percezione dei cittadini rispetto all’andamento dell’economia, cosa che ha fatto il World Economic Forum. Il problema è che da questi indicatori non emerge necessariamente un quadro omogeneo. Uno dei modi per sintetizzare i dati consiste nel creare una media ponderata dei vari indicatori. (…)   Osservando i dati vediamo che l’Olanda è il Paese nelle migliori condizioni di salute da un punto di vista strutturale, seguita a breve distanza da Finlandia e Irlanda. In fondo alla classifica troviamo Portogallo, Italia e Grecia.  Esaminando in particolare il caso dell’Italia emerge che le riforme del 2012 rappresentano un progresso, ma che c’è ancora molto da fare. “Tuttavia va considerato che per migliorare la situazione strutturale dell’economia,l’Italia non può limitarsi ad approvare nuove leggi, ma deve profondamente modificare la burocrazia e la giustizia. Questa realtà si evince dal rapporto tra misure quantitative (leggi a tutela del lavoro e normativa a disciplina del mercato) e percezione sullo stato di salute dell’economia. L’Italia non sarebbe in termini quantitativi molto lontana dalla media dei Paesi dell’Eurozona, ma la percezione per quanto concerne il commercio e il mercato del lavoro è molto lontana da un livello accettabile. Da questo si deduce che il problema riguarda più l’interpretazione delle leggi da parte della complessa burocrazia pubblica e del sistema giudiziario che le leggi in quanto tali”. (…)   La riforma e le Costituzioni   troppo “socialiste”   C’è infine la questione della riforma del sistema politico.   “Come già detto, con l’evolversi della crisi si è sempre più compreso che il problema non era solo economico, ma anche politico, in modo particolare in alcune aree dell’Eurozona”. “Gli ordinamenti costituzionali dei Paesi periferici dell’Eurozona sono stati approvati all’indomani della caduta di regimi dittatoriali e condizionati da questa esperienza. Le costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista a testimonianza della forza politica della sinistra in quel periodo della storia. Questi sistemi politici evidenziano in genere le seguenti caratteristiche:esecutivi deboli,debolezza del governo centrale rispetto alle autonomie regionali, tutela costituzionale dei diritti del lavoro, sistemi di costruzione del consenso tali da alimentare il clientelismo. Questi Paesi non sono riusciti – se non in parte – a realizzare riforme economiche incisive a causa dei limiti costituzionali (Portogallo), del prevalere delle autonomie locali (Spagna) e dell’emergere di partiti populisti (Italia e Grecia)”.   Il problema preoccupa tanto i Paesi periferici quanto l’Unione europea nel suo complesso. Si cominciano a intravedere alcuni cambiamenti. La Spagna ad esempio si è mossa approvando misure idonee a introdurre un maggiore controllo finanziario sui centri di spesa periferici. Ma, al di fuori della Spagna, si è fatto poco o nulla. Il banco di prova sarà il comportamento nell’anno prossimo dell’Italia e del suo nuovo governo che si è detto deciso a riformare il sistema politico.  

Traduzione curata   da Carlo Antonio Biscotto

Da Il Fatto Quotidiano del 19/08/2014.

______________________________-

<b>Affari, consigli e abbracci. Banche che amano Renzi</b>

di Giorgio Meletti da Il Fatto Quotidiano del 19 agosto 2014

Il 26 maggio scorso, a spoglio delle elezioni europee ancora in corso, la banca d’affari Jp Morgan (seconda al mondo dopo la Goldman Sachs) ha emesso un curioso bollettino della vittoria: “Matteo Renzi sarà a capo del partito più forte nel blocco socialista e questo gli darà una importante influenza a livello europeo. Il suo risultato apre la possibilità che l’Italia abbia, insieme alla Germania, un ruolo più forte nella direzione generale della politica nell’Eurozona”. Il giorno dopo il premier italiano, nel corso della cena informale dei capi di governo a Bruxelles, si è rivolto ai colleghi con parole analoghe: “Con la forza di guidare il partito che ha ottenuto il miglior risultato e governare il paese che ha la maggiore affluenza alle urne, vi dico che anche chi ha votato per noi ha chiesto di cambiare l’Europa”. Questa eclatante consonanza aiuta a capire i nodi irrisolti nel rapporto tra il governo italiano e il sistema di potere sovranazionale che fissa le rotte europee. Il 28 maggio 2013, mentre Renzi si lanciava alla conquista della segreteria Pd, la Jp Morgan ha pubblicato il documento di cui diamo ampia sintesi, con prescrizioni stringenti per le riforme da fare in Italia, a cominciare da quella della Costituzione, frutto sorpassato dell’antifascismo e troppo parlamentarista a discapito del potere dell’esecutivo; per continuare con riforma della giustizia e della burocrazia, del mercato del lavoro e della legge elettorale. Una ricetta che Renzi ha poi applicato con disciplina.

ALL’INIZIO c’è l’innamoramento di Renzi per Tony Blair, il suo modello. Nel 2011 il suo libro Fuori! inserisce l’ex premier britannico (“Fare politica significa dare una chance all’impossibile”) in un Pantheon di pensatori che va da Piero Calamandrei all’arbitro Pierluigi Collina, passando per Johnny Stecchino. Il 1 giugno 2012, pochi giorni dopo l’annuncio che Renzi sfiderà Pier Luigi Bersani per la candidatura a premier, Blair concede all’allievo un pranzo a quattr’occhi. “Gli ho chiesto dei consigli”, dirà poi il sindaco. Blair, finita la carriera politica, è diventato un consulente di punta della Jp Morgan. E infatti si è presentato a Firenze con il capo della banca, Jamie Dimon, che insieme a Renzi ha incontrato alcuni potenti uomini di finanza italiana e internazionale. Nessuna dietrologia. L’idea che negli uffici di Jp Morgan ci sia il burattinaio che tira i fili del premier di Rignano confligge con un semplice fatto: Goldman Sachs non lo permetterebbe. E poi potrebbe essere il contrario, la Jp Morgan che scommette su un emergente dal quale attendersi, a tempo debito, un occhio di riguardo. Le grandi banche non fanno solo documenti per spiegare ai popoli come governarsi. Soprattutto fanno affari. Basti ricordare il ruolo di Jp Morgan nel disastro Monte dei Paschi, per il quale ha alcuni conti in sospeso con i tribunali italiani. E basti notare che Renzi, il 20 febbraio, prima ancora di giurare, corre a spiegare allo sceicco Khaloon al Mubarak che il suo governo non ostacolerà la scalata all’Alitalia di Etihad, che ha Jp Morgan come advisor. Renzi insegue in modo apparentemente disordinato quei poteri forti che, secondo Massimo D’Alema, lo avrebbero scelto come terminale “per liquidare la sinistra”. Il 30 settembre del 2012, in pieno scontro con Bersani, aveva pronto un incontro fiorentino con l’ex presidente americano Bill Clinton, che però si è dato. “Avevamo messo in piedi l’incontro sulla base di una serie di rapporti, ma evitando che diventasse una sorta di endorsement al – le primarie”, ha commentato Renzi facendo il riservato. Il sospetto è forte, ma non possiamo dire con certezza se cercasse davvero consigli o un selfie da twittare. E questa rimane l’ambiguità del personaggio, mentre cresce presso partner europei e poteri forti vari il dubbio che parli ai mass media anche quando li guarda negli occhi.

IL SOSTEGNO DI BLAIR non è mai venuto meno. Quando Giorgio Napolitano incarica Renzi di formare il governo, si sbraccia per il giovanotto sponsorizzato dalla sua banca: “L’Europa ha bisogno che l’Italia assuma il ruolo che le compete, e i leader europei dovrebbero sostenere compatti Matteo mentre si assume la responsabilità per il futuro del suo Paese”. Il 1 aprile l’allievo invita a cena il maestro all’ambasciata italiana a Londra. Blair in tempo reale spiega in un’intervista a La Repubblica che la crisi darà a Matteo “l’opportunità di compiere quei cambiamenti necessari che finora non sono stati fatti per le resistenze di lobby e interessi speciali”. Poi però accadono due cose eccentriche rispetto all’ortodossia Jp Morgan. La prima è che Renzi, al momento del trionfo alle Europee, arringa l’Europa: basta col rigore, bisogna tener fuori gli investimenti dal patto di stabilità, aprendo così la strada a “un’ope – razione keynesiana straordinaria in 5 anni da più di 150 miliardi”per opere pubbliche e politica industriale. Più spesa pubblica? “Keynesiano” è un aggettivo che in casa Jp Morgan non piace, e neppure in casa Blair. Poi arriva il taglio agli incentivi delle energie rinnovabili, retroattivi rispetto a patti ventennali firmati dai precedenti governi. E questa è la cosa che tra gli investitori internazionali produce un altissimo tasso di odio per l’Italia e i suoi politici. Adesso Renzi deve decidere che cosa dire ai prossimi vertici europei. Ma i segnali sono già arrivati: stravolgere la Costituzione secondo le direttive di Jp Morgan potrebbe non bastare.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: