Fisicamente

di Roberto Renzetti

L’ARABIA PREISLAMICA 

Questo articolo ed i tre seguenti (Maometto, L’espansione dell’Islam e I musulmani vengono definitivamente fermati) sono tratti dal mio libro “La Chiesa dopo Gesù”

        Per capire meglio cosa accadeva in una zona dell’Asia, l’Arabia, sul finire del VI secolo è utile avere presente una carta geografica che metta insieme quel territorio, con la suddivisione nei diversi regni, con il bacino del Mediterraneo:

L’Arabia sul finire del VI secolo. Da Atlante Storico
( http://www.silab.it/storia/?pageurl=00-mappe-storiche&zona=asia&pagina=2
http://www.silab.it/storia/?pageurl=00-mappe-storiche&zona=asia&pagina=3 )

Dopo questa mappa ne riporto altre due con le rotte commerciali dall’Oriente all’Arabia e quindi al bacino del Mediterraneo.

        A questo punto è possibile capire quali sono gli avvenimenti che hanno condizionato la nascita della religione islamica. Allo scopo debbo entrare in qualche particolare utile per capire un mondo che noi che riteniamo l’Europa al centro non conosciamo sufficientemente.

      Come si può vedere anche dall’ultima cartina (Happy Arabia), fino ai primi secoli dopo Cristo, vi era una parte dell’Arabia, distinta da quella desertica (Arabian Desert), un vero deserto pietroso ed inabitabile, che era nota come Arabia Felix (nome derivato da cattiva traduzione perché in realtà si tratta di Arabia Meridionale). Il motivo dell’aggettivo felix si credeva risiedesse nella effettiva prosperità della penisola nei suoi territori al Sud, più vicini all’Oceano Indiano, dove sugli altipiani il clima è temperato e la terra offre le ricchezze del caffè, delle erbe aromatiche, della mirra, che è una pianta dalla quale vengono estratti olii preziosi adatti all’unzione, e dell’incenso mentre dalle miniere si ricavano oro e pietre preziose (Gibbon afferma che questa differenza tra le due arabie, mentre era nota alle civiltà mediterranee, era ignota agli abitanti della penisola arabica). La popolazione araba, popolazione semitica, era principalmente beduina (Veri Arabi in contrapposizione con la popolazione del Sud degli Arabi Arabizzati), era organizzata in strutture tribali, allevava le pecore, il cavallo ed il cammello in un nomadismo (o seminomadismo) pastorale che non disdegnava, quando se ne presentava l’occasione, le razzie e, in modo stanziale coltivava palme e viti nelle oasi e nelle poche zone coltivabili (da questo ceppo, intorno alla fine del XX secolo a.C., si erano staccate le popolazioni ebraiche per migrare a Nord, verso la Mesopotamia) mentre il grado di evoluzione e di civiltà dell’Arabia felix era del tutto simile a quello dell’Egitto, dell’Assiria, di Babilonia. Tutte le tribù erranti degli arabi – scrive Gibbon – hanno le stesse abitudini di vita e nella faccia dei beduini attuali possiamo rintracciare i lineamenti dei loro antenati, che al tempo di Mosè o di Maometto, abitavano sotto consimili tende e guidavano i loro cavalli, i cammelli, le greggi, alle stesse fonti ed agli stessi pascoli. Le tribù beduine, costituite da varie sottotribù, in periodi estivi o in periodi invernali con penuria di ogni frutto della terra, migravano verso le zone costiere, sugli altipiani dell’Arabia felix, verso l’Eufrate, verso terre più pericolose come la Siria, la Palestina ed addirittura l’Egitto. La loro vita era povera e miserabile e, come ci fa capire Gibbon, al confronto con un privato mediamente agiato dell’Europa, un emiro arabo alla testa di 10 mila uomini era meno agiato e viveva con molta minore tranquillità. Il benessere che piano piano intervenne derivava dal trovarsi l’Arabia sulle rotte commerciali (seta, spezie, tessuti, materie prime, schiavi) che dalla medesima Arabia, dall’India e dalla Cina, passando per il Mar Rosso o su rotte terrestri vicine al mare, permettevano il commercio con i Paesi del Mediterraneo. Questo benessere aveva permesso l’irrigazione di vaste zone desertiche non pietrose, prevalentemente vicine al mare, generando ulteriore ricchezza e tranquillità economica. Come conseguenza ulteriore si erano iniziate a creare delle concentrazioni sedentarie di persone, dei veri e propri centri urbani, in alcune zone strategiche per le vie carovaniere dove alberi, ombra, acqua rendono la vita possibile (per importanza vanno citate La Mecca e Medina). La Mecca, situata in una infelice pianura arida circondata da aridi monti, con pascoli lontani ed acqua amara o salmastra, era un luogo commercialmente strategico per la sua vicinanza al porto di Gedda che collegava con facilità all’Abissinia. Da qui le ricchezze dell’Africa erano trasportate attraverso la penisola fino a Gerrha nel Golfo Persico ed ancora da qui, insieme alle perle dello stesso Golfo, il tutto era trasportato mediante zattere fino all’Eufrate. Inoltre la Mecca è situata a metà strada tra lo Yemen e la Siria e quindi, nel complesso, era un punto strategico per i commerci (le carovane, anche di 2 mila cammelli, passavano l’inverno nello Yemen e l’estate nella Siria). Nello Yemen, governato da un’oligarchia di mercanti cristiani ricchi come i corrispettivi di Alessandria ed Edessa, attraccavano le navi provenienti dall’India e dalla Cina e le carovane evitavano a tali navi il difficile percorso marittimo del Mar Rosso per arrivare in Siria. Nei viaggi verso Nord le carovane portavano quanto già detto (seta, spezie, tessuti, materie prime, schiavi) e da Damasco portavano verso Sud manufatti e grano. Da citare ancora, un’altra città importante sulle rotte commerciali, la citata Yathrib o Medina (che poi diventerà Madīnat an-Nabī, cioè la città del Profeta).

        L’Arabia prima del 622 (anno in cui iniziò l’attività di Maometto) non esisteva come nazione vera e propria, ma solo come sistema tribale. E, nonostante ciò, essa non era e non sarà mai stata conquistata per intero e stabilmente da qualche potenza straniera. Nella letteratura si parla della Provincia romana d’Arabia ma in realtà l’estensione di questa Provincia era ben poca cosa: le città di Petra (capitale del Regno dei Nabatei, a metà strada tra il Mar Morto ed il Golfo di Aqaba che era una snodo delle carovane provenienti dallo Yemen: alcune si dirigevano verso Gaza ed altre verso Damasco) e Bosra (seconda città del Regno dei Nabatei, situata a circa 150 Km a sud di Damasco, al confine tra Siria e l’attuale Giordania), conquistate (106 d.C.) da Cornelio Palma, un luogotenente di Traiano, governatore della Siria e, dopo la sconfitta dei Nabatei, anche governatore dell’Arabia Petraea. La conquista fu episodica come episodici furono alcuni sbarchi romani ed alcune incursioni di Giustiniano, ed irrisoria era la centuria che sorvegliava una dogana nel territorio di Medina. Al contrario, lo Yemen vide molte occupazioni, di abissini, di persiani, di turchi e finalmente, tra il I secolo a.C. ed il VI secolo d.C., degli himyariti (una importante tribù dell’antico Regno di Saba) che unirono a macchia di leopardo (le zone più impervie, prive di oasi, non erano di nessuno: solo i beduini nomadi si muovevano in esse) l’Arabia sud-occidentale dal Mar Rosso al Golfo Persico, dal Golfo di Aden fino al settentrionale Deserto Arabico (con espansione anche nelle zone africane dell’Etiopia). La capitale del regno di Himyar era Zafar, l’odierna Sanaa.

        I combattenti arabi che dalla Mecca all’Eufrate iniziarono ad essere chiamati Saraceni (la cui etimologia, scartata la ridicola derivazione biblica, non è nota) da Tolomeo, Plinio, Ammiano Marcellino e Procopio, quindi molti anni prima di Maometto, provenivano da quei beduini educati dalla vita dura che facevano, alla quale si accompagnavano esercitazioni fisiche continue, corse a cavallo, gare con l’arco, il giavellotto e la scimitarra. Quando vi era una qualche invasione, mettevano da parte le loro dispute e guerre interne ed accorrevano in massa, lasciando la cura del bestiame alle donne della tribù, aiutati dalla conoscenza di un territorio completamente ostile a chi non ne conosceva le trappole, le sorgenti nascoste, i pozzi in alcune oasi, le radici commestibili, le vie di fuga con animali addestrati a muoversi rapidamente nel deserto. Come raccontano Strabone e Plinio, lo appresero sulla loro pelle le legioni di Augusto comandate da Elio Gallo che, sbarcate presso Medina ed inoltratesi per circa 1000 Km in direzione dello Yemen, senza combattere, furono decimate da malattie, fame e sete. Solo con le flotte si riuscì a sottomettere lo Yemen fino, appunto, alla conquista degli himyariti.

        La religione di queste tribù era strettamente connessa alle stelle del cielo che avevano suddiviso in 28 costellazioni, al Sole ed alla Luna. Erano gli astri che indicavano le stagioni e la strada da seguire in pianure e terre sterminate prive di altri riferimenti. Oltre agli astri venivano venerati gli spiriti che popolavano la terra (animismo), spiriti generalmente invisibili, ma con la possibilità di manifestarsi sotto forma di animali, di alberi o rocce. A queste divinità naturali, non assegnabili ad un particolare luogo, se ne aggiunsero altre, locali, quando iniziarono i primi processi di sedentarismo. In tal modo le divinità divennero numerose, ma nessuna prevaleva sulle altre. A queste divinità se ne aggiungeva una, Hubal, risalente alla preistoria e venerata da tutti gli arabi, ognuno dei quali vi riconosceva e venerava il proprio dio, in un tempio a forma di cubo (Kaaba) che si trovava (e si trova) nel centro de La Mecca. La leggenda parla di una primitiva Kaaba distrutta dal Diluvio Universale. Da tale distruzione si sarebbe salvata una pietra nera (probabilmente un meteorite) andata ad incastrarsi in una montagna. Essa fu recuperata da un personaggio mitico, Ibrāhīm, che, aiutato dal figlio Ismā’īl, iniziò la ricostruzione della nuova Kaaba della quale ci parla anche Diodoro Siculo nel I secolo a.C.. Da notare che questi due personaggi sono rispettivamente l’Abramo e l’Ismaele della Bibbia e che Maometto sosterrà che la Kaaba era il luogo dove Abramo, il progenitore di tutti gli arabi, aveva un tempo sacrificato all’unico vero Dio. Anche gli arabi, come ogni altra popolazione dell’epoca, credevano nella divinazione ed in particolare nel predire il futuro attraverso il volo degli uccelli, avevano timore del malocchio dal quale si proteggevano con amuleti. E’ d’interesse notare che il dio Hubal era chiamato da tempi remotissimi con l’appellativo di onnipotente che in arabo suona al-illah che ha come forma contratta Allah. Questo Dio è assimilabile direttamente alla denominazione biblica del Dio ha-heloim.

        I contatti frequenti con la Siria e la Palestina convertirono molti arabi nomadi al Cristianesimo qui rappresentato dalle sétte eretiche allontanate dall’ortodossia (marcioniti e manichei), arabi che, quando tornavano al Sud, venivano perseguitati dai benestanti ebrei che, al Sud, erano preponderanti e stanziali da almeno 700 anni, prima di Maometto, quando se ne andarono dopo l’occupazione delle loro terre da parte di Tito ed Adriano. Grande attrazione per gli arabi verso il Cristianesimo rappresentò la Costantinopoli cristiana. La maggiore influenza sugli arabi sembra però sia derivata dalla parte dei cristiani apostolici, quelli che non condividevano le teorie di Paolo di Tarso, giudeo-cristiani che furono perseguitati dai confratelli paolini e spesso dovettero scappare e/o ritirarsi in terre desertiche ad oriente del Giordano ed in grotte sparse tra la Palestina ed il Sinai (ed è attraverso queste comunità e le loro fonti che Maometto conobbe il Cristianesimo). Queste vicinanze con ebrei e varie comunità cristiane separate sia da Roma che da Costantinopoli (in gran parte nestoriani e monofisiti) crearono la base per l’accettazione del monoteismo in tribù che avevano varie divinità e quindi erano politeiste. I cristiani non erano comunque un riferimento importante perché, a quell’epoca, erano ricaduti in una sorta di politeismo con i culti praticati delle reliquie e delle immagini, con la Trinità e con la dea Vergine Maria (la spiegazione di queste cose sarà buona solo per un credente).

        Questa situazione economica e spirituale del mondo arabo, situazione che dall’esterno sembrava immobile nel tempo, improvvisamente cambia agli inizi del VII secolo risvegliando interessi verso quelle terre e popoli anche da parte di quei distratti che hanno sempre e solo l’Europa come riferimento. Attacchi continui da parte degli etiopi verso le zone ricche dell’Arabia del Sud e le terre fertili della costa si erano incrementati nell’ultimo secolo. Ciò aveva fatto abbandonare queste terre ricche e con esse l’estendersi dell’operazione di fertilizzazione ed irrigazione. Restavano le carovane dirette verso, e provenienti dal, Mediterraneo che erano il bersaglio prediletto dei predoni provenienti ancora dall’Etiopia e da altre terre africane. Quelle rotte lungo il Mar Rosso erano ormai diventate troppo insicure e vennero sostituite con rotte più lunghe e faticose ma meno pericolose, rotte che, dopo l’attraversamento della penisola da Saba a Gerrha nel Golfo Persico, si addentravano nei territori dell’Impero Persiano Sassanide (attuale Iraq ed Iran), più sicuri, per poi entrare in quello Bizantino. L’insieme di questi eventi comportò un cambiamento radicale di vita che divenne sempre più precaria. Le città si impoverivano e le poche terre fertili tornavano a desertificarsi. Come è spesso accaduto nella storia, una popolazione in profonda crisi, che perde molte delle certezze di cui disponeva per andare in situazioni sempre più miserabili, è terreno fertile per rivolgimenti religiosi e, perché no, messianici. Insomma, in epoca in cui religione è politica senza intermediari, le popolazioni aspettano dalla religione la soluzione dei problemi che le assillano.

        Una delle personalità di maggiore spicco che seppe caricarsi di questa crisi religiosa per esaltarla e portarla ad uno sbocco fondamentale per l’Arabia e per il mondo intero, fu Muhammad o Maometto, il messia degli arabi.

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