Fisicamente

di Roberto Renzetti

Si sa poco di certo sui primi anni di vita di Muhammad o Maometto. Discendeva dalla tribù divenuta stanziale dei Qurayš e dalla famiglia degli Hashimiti o Hāšim, arabi illustri e custodi delle Kaaba. Scrive Albrecht Noth: i Qurayš non potevano sicuramente essere annoverati nell'”aristocrazia guerriera” della Penisola arabica, ma erano riusciti a guadagnarsi un’altra fama, piuttosto in contrapposizione con il mestiere della guerra: erano considerati mercanti abili, di successo e – rispetto agli altri – agiati. I proventi del commercio non sembrano essere stati solo la fonte principale di sostentamento dei Qurayš; pare infatti che la loro coesione come gruppo tribale fosse stata garantita prima di tutto, proprio dagli interessi commerciali comuni ai diversi clan in lotta tra loro, impedendo così la rovina della tribù. Sembra che il benessere dei Qurayš fosse dovuto al loro stanziamento presso il Santuario della Pietra Nera, la Kaaba, come ad altri luoghi di culto (tra cui il centro sacro di Άrāfat a pochi chilometri da La Mecca) ed ai commerci realizzati con le tribù che regolarmente li visitavano ed alle fiere organizzate nei tre mesi sacri di pace tra tutte le tribù. Maometto non era quindi un povero come molta letteratura cristiana lo descriveva. Ma, a questo punto, si sono ricostruite leggende sulla sua famiglia, a partire da suo nonno che avrebbe alleviato le sofferenze di molti indigenti colpiti dalla carestia e avrebbe combattuto valorosamente contro gli abissini cristiani, cacciandoli dall’occupazione dello Yemen mentre avanzavano verso La Mecca, con l’aiuto di uno stormo di uccelli che bombardarono con pietre gli invasori. Questo nonno ebbe una ventina tra figli e figlie ed il più affascinante dei figli, Abdallah, si sposò con la bella Amina del clan Zuhra spezzando il cuore a moltissime fanciulle, duecento delle quali morirono di crepacuore. Maometto fu unico figlio di Abdallah ed Amina. A parte le leggende che fanno da contorno ad ogni mito della storia e della religione, davvero non si sa bene come furono condotti i primi anni di vita di Maometto. Egli nacque a La Mecca, come afferma Gibbon, quattro anni dopo la morte di Giustiniano ma non vi sono certezze. Sembra comunque che la sua nascita sia collocabile tra il 570 ed il 580, secondo calcoli complessi effettuati da alcuni benedettini, calcoli che richiedono il raccordo di date di un calendario occidentale incerto e di uno arabo per noi molto ma molto vago in cui sistemare una data di nascita non certa. I suoi genitori ed il nonno morirono quand’egli era ancora ragazzo e gli zii lo depredarono dell’eredità lasciandolo con poche cose (5 cammelli ed una schiava etiopica). Anche qui però, come nel seguito, vi sono molti dubbi per la difficoltà di dipanare la leggenda dalla storia. Un suo zio, Abū Tālib, lo prese con sé e gli fece da tutore fino all’età di 25 anni. Durante questo periodo la leggenda racconta di Maometto che a 12 anni (da notare che è l’età della presentazione di Gesù al Tempio), al seguito di una carovana dello zio, incontra nella citata città di Bosra il monaco cristiano siriano Bahīra che intravede in lui potenzialità carismatiche ed il simbolo profetico in un neo che aveva in una determinata posizione dietro le spalle. Ai 25 anni Maometto passò a servire una ricca e nobile vedova de La Mecca, Khadigia del clan degli Asad, che era dedita ai commerci. La cura e la fedeltà di Maometto verso la donna furono premiati con il matrimonio e con molte ricchezze (oltre ad un sostegno continuo anche contro i propri clan), eventi che riportarono Maometto al suo elevato rango. Maometto divenne allora carovaniere e tutto andò senza particolari da ricordare fino ai suoi 40 anni quando lo prese la vocazione religiosa e lo spirito nazionalista. Assunse allora il titolo di Profeta ed iniziò a predicare. Questo episodio è anch’esso ammantato di leggenda secondo la quale, in un dato giorno del ramadān (mese del digiuno) dell’anno (forse) 610, dopo un ritiro prolungato da eremita sui monti deserti che circondano La Mecca, gli apparve l’Arcangelo Gibrā’īl (il biblico Arcangelo Gabriele) che lo chiamò a diventare il messaggero di Allah(41), il tramite con il Popolo arabo delle rivelazioni di cui Dio lo faceva partecipe. Commenta acutamente Albrecht Noth che sulla buona fede soggettiva di Maometto, investitosi inviato di Dio, non vi possono essere dubbi, poiché tante furono le difficoltà pratiche ed i conflitti con se stesso, con il mondo esterno e con i clan familiari che egli dovette affrontare e, da questo punto in poi, il problema non è più dello storico ma del teologo di qualunque religione. Iniziarono quindi questi messaggi, queste rivelazioni, da parte di Allah … ma, ad un certo punto, si interruppero. Durante questo periodo di silenzio, Maometto pensò di suicidarsi. Poi tutto riprese con rivelazioni sulla vita che viene dopo la morte, una vita di delizie ma anche di pene che sarà definita nel Giorno del Giudizio. In tale giorno si avrà un Dio misericordioso per chi lo avrà servito ed un Dio implacabile per chi, con coscienza, si sarà allontanato da Lui. Il Dio misericordioso si adirerà contro chi ha smanie di ricchezza (secondo Lo Jacono questo insegnamento di Maometto discende direttamente dalle pratiche esose dei prestiti a tassi usurai tali da escludere i clan più poveri dagli affari più lucrosi. La richiesta di dirittura morale porterà grandi consensi alla predicazione di Maometto da parte della maggioranza delle tribù arabe che non vivevano floride condizioni economiche). Ma l’essersi fatto Profeta non fu compreso dalla maggioranza della sua tribù, i Qurayš, che passò appunto dall’incomprensione (anche perché oggettivamente le prime rivelazioni sembravano incomprensibili ai più), al dileggio, all’aperta ostilità per il rifiuto delle differenti divinità dei singoli clan della tribù con quel passaggio ad un Dio unico che metteva fuori gioco i santuari dove si facevano pellegrinaggi, cerimonie, fiere e metteva in discussione gli dei, il trio di figlie dell’Allah non dio unico cui ho accennato (vedi nota 41), che erano un simbolo distintivo della stessa tribù.Ma vi era anche il sospetto che dai suoi comportamenti Maometto ricavasse un utile personale. Queste rivelazioni che spesso avvenivano con il Profeta in stato di alterazione fisica (aveva freddo, tremava violentemente, rantolava, urlava) gli conquistarono i primi seguaci in famiglia e furono oggetto delle prime Sure del Corano (suddivisioni testuali del Corano a loro volta costituite da versetti), il libro sacro dei musulmani che raccoglie le rivelazioni di Allah a Maometto. Quando la predicazione uscì fuori dal clan familiare le Sure erano già diventate 70 (delle 114 che compongono il Sacro libro). Ma, a questo punto, la predicazione di Maometto passò, dalla curiosità che suscitava, ad essere osteggiata per gli effetti dirompenti che avrebbe prodotto la denigrazione delle differenti divinità nel tessuto sociale tribale.

        Nella sua predicazione Maometto respingeva il culto degli idoli e quello degli uomini. Inoltre, con la semplice motivazione che tutto ciò che sorge deve tramontare e che tutto ciò che è corruttibile deve perire, respingeva il culto degli astri e degli uomini. Fin qui non vi è argomento del contendere. Molti argomenti vengono invece sollevati da religioni rivali all’islam (termine che significa: completa sottomissione ad Allah). Per secoli vi è stata la demonizzazione di Maometto: sarebbe stato un ignorante casualmente assurto alla fama. Su questa strada sarebbe possibile scaricare insulti anche su Gesù ma evidentemente non è questo il cammino da percorrere. Quel poco che si sa della vita giovanile di Maometto non autorizza a pensarlo ignorante. La famiglia era agiata ed aveva rapporti stretti con la religione praticata, quella della Kaaba, con (probabilmente) il dio Hubal, essendo i familiari di Maometto custodi del tempio. Essere agiati ed avere entrature nell’ambiente più colto pensabile all’epoca non autorizza in alcun modo a definire Maometto un ignorante. Ma c’è di più perché Maometto fece il carovaniere e lo fece dalla posizione di compartecipe primario agli utili. In tale posizione ebbe contatti diretti con le culture più avanzate del Mediterraneo (Siria, Palestina ed Impero Bizantino da una parte e culture orientali arrivate nello Yemen dall’altra). E’ invece accettabile il discorso di Ostrogorsky che  afferma: l’opera di Maometto, poco sviluppata ed intellettualmente debole, contiene peraltro una certa energia primordiale che la rende un potente stimolo all’azione. Mentre sull’ultima parte non ho nulla da eccepire, posso fornire un brevissimo commento alla prima parte di tale giudizio. Il ritenere poco sviluppata ed intellettualmente debole l’opera di Maometto non è un giudizio assoluto ma relativo alle infinite disquisizioni che accompagnavano il Cristianesimo ed alla tradizione profetica millenaria dell’ebraismo. E, non a caso, Maometto viene collocato nella tradizione profetica biblica come uno dei profeti inviati da Dio all’umanità: Adamo, Abramo, Mosè e Gesù (e gli altri profeti citati nella Bibbia, per un totale di 28, e chiunque rifiuta uno solo tra i profeti è un infedele). Riguardo a Gesù, Maometto tenta un qualche parallelismo nel Corano. Gesù è ancora nella culla ma nonostante ciò risponde a chi lo interroga: 30. [Ma Gesù] disse: “In verità, sono un servo di Allah. Mi ha dato la Scrittura e ha fatto di me un profeta…. [Corano 19, 30] e la risposta riproduce in breve la medesima missione che Maometto s’è data. Vi è poi quell’assonanza tra il Gesù che non viene bene accolto a Nazareth (noi sappiamo che si deve oggi leggere: Gamala), il quale dice che nessun profeta è bene accetto in patria [Lc. 4, 24], e Maometto a cui la sua città, La Mecca, è ostile (va comunque detto che Maometto non sembra abbia letto i Vangeli anche perché ciò che dice su Gesù non sembra aver nulla a che fare con quanto i Vangeli stessi raccontano). Egli è quindi l’ultimo profeta che viene a chiudere il ciclo profetico con l’avvento dell’Islam nella storia dell’umanità ed è un profeta che si inserisce completamente all’interno del Vecchio (e Nuovo) Testamento e del Talmud facendo sua tutta quella storia, definendosi un continuatore di essa a partire dalla creazione, da Adamo ed Eva, passando per Noè e per la liberazione del popolo di Israele dall’Egitto da parte di Mosè, … fino ad arrivare al penultimo Profeta, Gesù (del quale però non si tiene conto del Padre, il Dio misericordioso, poiché il Dio resta il violento e vendicativo del Vecchio Testamento). Nel Corano possiamo leggere la presa di possesso da parte di Maometto di Profeti e/o personaggi di rilievo della Bibbia (compresi i Vangeli Apocrifi) e del Talmud. Leggiamo alcuni passi esemplificativi del Corano:

59. In verità mandammo Noè al suo popolo. Disse: “O popol mio, adorate Allah! Per voi non c’è altro dio che Lui. Temo, per voi, il castigo di un Giorno terribile” [Corano 7, 59]; 103. Poi, dopo di loro, inviammo Mosè con i Nostri segni, a Faraone e ai suoi notabili, ma essi trasgredirono […] 104. Disse Mosè: “O Faraone, in verità io sono un messaggero inviato dal Signore dei mondi. 105. Non dirò, su Allah, altro che la verità. Son giunto con una prova da parte del vostro Signore. Lascia che i figli di Israele vengano via con me”. […] 128. Disse Mosè al suo popolo: “Chiedete aiuto ad Allah e sopportate con pazienza: la terra è di Allah, ed Egli ne fa erede colui che sceglie tra i Suoi servi. L’esito felice sarà per coloro che [Lo] temono”. [Corano 7, 103-128]; 33. In verità, Allah ha eletto Adamo e Noè e la famiglia di Abramo e la famiglia di Imrân*, al di sopra del resto del creato, 34. [in quanto] discendenti gli uni degli altri [Corano, 3, 33-34];   

*[“la famiglia di Imrân”, questo è il versetto da cui trae il  nome la sura. La famiglia di Imrân è quella che discende dall’omonimo nipote di Levi, figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo. Imrân fu il padre di Aronne e Mosè e antenato di Mariam e Isa (pace su tutti loro)]

42. E quando gli angeli dissero: “In verità, o Maria, Allah ti ha eletta; ti ha purificata ed eletta tra tutte le donne del mondo. 43. O Maria, sii devota al tuo Signore, prosternati e inchinati con coloro che si inchinano”. 44. Ti riveliamo cose del mondo invisibile, perché tu non eri* con loro quando gettarono i loro calami** per stabilire chi dovesse avere la custodia di Maria e non eri presente quando disputavano tra loro.

*[“non eri…”: Muhammad] **[“quando gettarono i loro calami”: una tradizione racconta che ben ventisette notabili della tribù di Maria ambivano il privilegio di occuparsi di lei. Per decidere gettarono i loro calami nel fiume Giordano: rimase a galla solo quello di Zaccaria mentre gli altri andarono a fondo. Fu così che Maria gli fu affidata]

45. Quando gli angeli dissero: “O Maria, Allah ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente*: il suo nome è il Messia**, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’Altro, uno dei più vicini.

*[“una Parola da Lui proveniente”: come già nel vers. 39, questa espressione si riferisce a Gesù (pace su di lui). Il termine arabo che traduciamo (“parola”), è “kalima”.] **[“Messia”: in arabo “Masîh_”, l’Unto, uno dei nomi tradizionali di Gesù, ha il senso di “purificato”, “investito” di una particolare autorità spirituale]

46. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti”. 47. Ella disse: “Come potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata?”. Disse: “È così che Allah crea ciò che vuole: “quando decide una cosa dice solo Sii”, ed essa è. 52. Quando poi Gesù avvertì la miscredenza in loro, disse: “Chi sono i miei ausiliari sulla via di Allah?”. “Noi, dissero gli apostoli, siamo gli ausiliari di Allah. Noi crediamo in Allah, sii testimone della nostra sottomissione. […] 55. E quando Allah disse: “O Gesù, ti porrò un termine e ti eleverò a Me e ti purificherò dai miscredenti. Porrò quelli che ti seguono al di sopra degli infedeli, fino al Giorno della Resurrezione. Ritornerete tutti verso di Me e Io giudicherò le vostre discordie. […] 59. In verità, per Allah Gesù è simile ad Adamo*, che Egli creò dalla polvere, poi disse: “Sii”, ed egli fu.

 *[“per Allah Gesù è simile ad Adamo”: Gesù è una creatura, anche se la sua natura è del tutto particolare. Adamo non ebbe né padre né madre, Eva non ebbe madre, Gesù non ebbe padre]

 […] 84. Di’: “Crediamo in Allah e in quello che ha fatto scendere su di noi e in quello che ha fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e le Tribù, e in ciò che, da parte del Signore, è stato dato a Mosè, a Gesù e ai Profeti: non facciamo alcuna differenza tra loro e a Lui siamo sottomessi”. [Corano, 3, 42-84] […] 155. […] È Allah invece che ha sigillato i loro cuori [dei giudei] per la loro miscredenza e, a parte pochi, essi non credono, 156. [li abbiamo maledetti] per via della loro miscredenza e perché dissero contro Maria calunnia immensa,*

*[Gli ebrei non credono al miracolo della nascita di Gesù e infangano il nome di Maria (pace su di lei)]

157. e dissero: “Abbiamo ucciso il Messia Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Allah!”. Invece non l’hanno né ucciso, né crocifisso, ma così parve loro. Coloro che sono in discordia a questo proposito, restano nel dubbio: non hanno altra scienza e non seguono altro che la congettura. Per certo non lo hanno ucciso*

 *[Gesù non è morto per mano degli uomini, la sua crocifissione non fu che un’illusione voluta da Allah che ha innalzato Gesù fino a Lui (vedi versetto successivo]

158. ma Allah lo ha elevato fino a Sé. Allah è eccelso, saggio. 159. Non vi è alcuno della Gente della Scrittura che non crederà in lui prima di morire*. Nel Giorno della Resurrezione testimonierà contro di loro [Corano, 4, 155-159].

*[L’escatologia islamica e l’esegesi (Tabarî VI, 18 e ss.) descrivono lo svolgersi dei “tempi ultimi”, in cui Gesù (pace su di lui) ritornerà sulla terra scendendo a Damasco; ucciderà l’Anticristo e rimarrà per sette anni (o quarant’anni), durante i quali l’Islàm trionferà e anche gli israeliti e i cristiani riconosceranno la sua vera natura e crederanno nella sua missione profetica]

163. In verità ti abbiamo dato la rivelazione come la demmo a Noè e ai Profeti dopo di lui. E abbiamo dato la rivelazione ad Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e alle Tribù, a Gesù, Giobbe, Giona, Aronne, Salomone, e a Davide demmo il Salterio. […] 171. O Gente della Scrittura, non eccedete nella vostra religione e non dite su Allah altro che la verità. Il Messia Gesù, figlio di Maria non è altro che un messaggero di Allah, una Sua parola che Egli pose in Maria, uno spirito da Lui [proveniente]. Credete dunque in Allah e nei Suoi Messaggeri. Non dite “Tre”, smettete! Sarà meglio per voi. Invero Allah è un dio unico. Avrebbe un figlio? Gloria a Lui! A Lui appartiene tutto quello che è nei cieli e tutto quello che è sulla terra. Allah è sufficiente come garante.

e con questo cenno alla negazione della Trinità cristiana termino con le citazioni che sarebbero ancora lunghe. Si può certamente convenire che il tentativo di Maometto era quello di riprendere il filo delle due religioni monoteiste (ebraismo e cristianesimo) attraverso i loro testi sacri per una unificazione attraverso un Dio unico, le cui caratteristiche non erano dissimili da quello del Vecchio Testamento. I Giudei avevano ancora peccato ed erano stati abbandonati dal loro Dio. Anche l’uomo e Profeta Gesù era stato tradito dal suo popolo che lo aveva anche portato a morte (ma Gesù era stato sostituito all’ultimo momento da un altro, un fantasma o un malfattore, che morì per lui mentre la sua persona era stata elevata al settimo cielo). E Maometto, appunto l’ultimo messaggero di Dio, l’ultimo Profeta,  aveva tutti gli argomenti per scagliarsi contro i fallimenti delle altre religioni monoteiste: da una parte erano stati i cristiani a fornirgli quelli contro i giudei mentre erano stati gli gnostici e gli eretici scacciati dall’Impero di Roma che gli avevano fornito argomenti contro il cristianesimo. Coloro che lo seguirono chiesero però a lui le stesse incredibili prove che erano state fornite da Mosè e da Gesù, i miracoli. Maometto su questo tergiversava parlando di sé come di un umile servo di Allah … e poiché dalla sua persona non volevano venire miracoli, gliene furono assegnati una infinità da una fiorente letteratura leggendaria e fantastica (la fantasia di letterati e poeti arabi è ed è stata di un rilievo eccezionale).

        Poiché non vi era una religione strutturata nel territorio arabo, quel titolo di Profeta era infatti una sorta di assimilazione ai profeti dell’antico testamento, ma la comunità ebraica, i  Qurayza, non gli riconobbe il titolo e ciò creò un profondo risentimento verso gli ebrei da parte di Maometto. Egli era comunque mosso dall’aver visto la condizione degradata del suo popolo ed attribuì la decadenza alla corruzione esistente (denaro e commercio), soprattutto nelle città, all’abbandono del culto del Dio Hubal, venerato a Kaaba, ed alla corruzione nell’idolatria (osservo le similitudini esistenti con Gesù e con lo scontro che esisteva in Israele tra i Re ed i Profeti).

        A La Mecca Maometto, ospite di una cugina, era sottoposto a continui attacchi che aumentarono quando gli altri clan della tribù misero in una sorta di quarantena il suo clan, gli Hāšim. Si accordarono tutti per impedire unioni matrimoniali con persone del clan Hāšim. Nonostante ciò, Maometto aveva suo zio Abū Tālib come capoclan e questi lo aveva preso sotto la sua protezione. Intanto faceva proseliti ed alcuni suoi fedeli convertiti furono inviati a predicare verso la costa del Mar Rosso ed addirittura in Abissinia. Da notare che fu Maometto ad introdurre la preghiera nel suo insegnamento religioso, preghiera prima inesistente tra gli arabi ed invece di grande importanza tra ebrei e cristiani. Le preghiere dei fedeli di Maometto si recitavano rivolti a Gerusalemme. Intorno al 619 lo zio morì, poco dopo la morte dell’altra sua grande protettrice, la moglie Khadigia. Il nuovo capoclan, Abū Lahab, era un nemico personale di Maometto che gli tolse ogni protezione tanto da farlo sentire in pericolo. Maometto tentò in tutti i modi di trovare una protezione, a questo punto, esterna al suo clan ed alla sua tribù, presso altre tribù che incontrava in occasione dei pellegrinaggi rituali, presso dei nomadi, … ma fu respinto, a volte anche in malo modo. Le protezioni ad individui da parte di Tribù diverse era un fatto abbastanza comune per persone normali ma Maometto si presentava come Inviato da Dio e la cosa creava molti problemi non dissimili da quelli che aveva avuto con il suo clan e la sua tribù, con in più eventuali problemi con la tribù di provenienza. Solo alcuni pellegrini provenienti dall’oasi della città di Yathrib (detta la città, che in arabo è al Madīna cioè Medina), situata a circa 400 Km a nord di La Mecca, lo ascoltarono e furono disponibili ad offrirgli una nuova protezione tribale, codificata con la sottoscrizione di un Patto con alcuni clan medinesi (Sahīfa o Rescritto), cioè fra i credenti e musulmani Qurayš e quelli di Yathrib, ed estesa ai suoi seguaci convertiti(42). Questa accoglienza con protezione si ebbe probabilmente perché vi erano già dei musulmani a Medina, perché i medinesi avevano già buona conoscenza del monoteismo in quanto la città ospitava una grande comunità ebraica e perché la popolazione di questa città aveva caratteristiche del tutto diverse da quelle di La Mecca, essendo quella di Medina più eterogenea (oggi diremmo multietnica) in quanto formatasi in anni di immigrazioni di gruppi tribali di diversissima provenienza. In definitiva mentre nella sua tribù Maometto poteva essere un elemento di divisione che minava l’unità di essa, il suo ruolo si invertiva a Medina. Qui, una struttura multietnica non godeva a priori di una unione forte e Maometto, come esterno, poteva funzionare come elemento aggregante. Probabilmente risiede qui il successo di Maometto che riuscì a promuovere l’Islam da una minoranza mal tollerata ad una maggioranza con molti poteri decisionali. Da notare che le rivelazioni, dal momento in cui Maometto si insediò a Medina con ascendente e potere notevoli, divennero più forti, autoritarie, guerrafondaie, sanguinarie. Il tutto al fine di convertire e sottomettere gli infedeli dovunque si trovassero, trovando ogni giustificazione di ciò sui Testi Sacri, confondendo il Dio misericordioso di Gesù con quello assassino del Vecchio Testamento, ma con una tolleranza maggiore: non si trattava di distruggere sempre e comunque i nemici, come ordinava il Dio di Israele ma di dare ad essi la possibilità di  salvezza con la conversione. Con essa si entrava a pieno titolo tra i musulmani, i sostenitori di Allah, fino al punto di entrare nell’esercito di Maometto proteso alla conversione armata del mondo.

        Tornando a Maometto in fuga da La Mecca a Medina, la leggenda la ammanta di fenomeni sovrannaturali: egli di notte viene rapito dall’Arcangelo Gabriele su un cavallo bianco con ali e di nome Baruk, che lo portò, passando per La Mecca e Gerusalemme, in cielo, nel luogo più vicino possibile a Dio che gli fece altre rivelazioni. Durante questo fantastico viaggio Maometto attraversò i sette cieli incontrando Adamo nel primo, Giovanni e Gesù nel secondo, Giuseppe nel terzo, Idris nel quarto, Aronne nel quinto, Mosè nel sesto, Abramo nel settimo. Tutti costoro lo accolsero festosamente come fratello e sommo profeta. Dialogando con Allah, Maometto riuscì ad ottenere che le 50 preghiere al giorno che i fedeli gli dovevano, potevano essere ridotte a 5. Quest’anno, il 622, l’anno del trasferimento da La Mecca a Yathrib (Medina), è l’anno 1 della nuova era musulmana o Ègira (emigrazione), è lo stesso giorno dell’inizio delle vittorie dell’Imperatore bizantino Eraclio contro i persiani.

        A Medina, con il sostegno di dodici adepti (si noti l’assonanza con gli apostoli) e vari seguaci emigrati con lui da La Mecca, tra cui il suo fedele Abū Bakr(del quale nel 622 sposò la figlia Aisha(43)), Maometto continuò la predicazione facendo vari proseliti e riuscendo a rompere antiche tradizioni tribali, affermando addirittura che i legami di fede dovevano essere più importanti di quelli familiari. In questa città i musulmani erano ospiti e questa condizione non si poteva mantenere indefinitamente. I musulmani sapevano commerciare, condurre carovane e difenderle, ma in mancanza di queste occupazioni ricorsero, al fine di procurarsi i mezzi di sussistenza e … molte donne, al brigantaggio, alle razzie delle ricche carovane in transito sulla frequentatissima via che collegava La Mecca con Siria ed Egitto. E poiché con il bottino delle razzie i predoni al seguito di Maometto si arricchivano con facilità, questa pratica funzionò da calamita per altre tribù, clan e sopratutto per beduini nomadi, con la conseguenza che l’esercito di Maometto cresceva continuamente. Anche perché quella morte che aveva sempre preoccupato gli Arabi e quella resurrezione che li aveva fatti ridere, improvvisamente diventavano tutt’altro: divenuti fedeli di Maometto divennero, nel contempo, combattenti valorosi con la voglia di morire da eroi perché la predestinazione, alla base dei suoi insegnamenti, prevedeva che se uno doveva morire lo avrebbe fatto o in battaglia o nel suo letto ma se non era predestinato sarebbe passato indenne in mezzo a lance e frecce: 

154. […] Dicevano: “Cosa abbiamo guadagnato in questa impresa?”. Di’ loro: “Tutta l’impresa appartiene ad Allah”. Quello che non palesano, lo nascondono in sé: “Se avessimo avuto una qualche parte in questa storia, non saremmo stati uccisi in questo luogo”. Di’: “Anche se foste stati nelle vostre case, la morte sarebbe andata a cercare nei loro letti, quelli che erano predestinati. Tutto è accaduto perché Allah provi quello che celate in seno e purifichi quello che avete nei cuori. Allah conosce quello che celano i cuori [Corano, 3, 154]).

Inoltre, finalmente, coloro che cadevano in battaglia (che sarebbero comunque morti) avrebbero avuto in premio il perdono dei peccati:

157. E se sarete uccisi sul sentiero di Allah, o perirete, il perdono e la misericordia di Allah valgono di più di quello che accumulano. 158. Che moriate o che siate uccisi, invero è verso Allah che sarete ricondotti. […] 160. Se Allah vi sostiene, nessuno vi può sconfiggere. Se vi abbandona, chi vi potrà aiutare? Confidino in Allah i credenti. […] 169. Non considerare morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece e ben provvisti dal loro Signore, 170. lieti di quello che Allah, per Sua grazia, concede. E a quelli che sono rimasti dietro loro, danno la lieta novella: “Nessun timore, non ci sarà afflizione”. […] 185. Ogni anima gusterà la morte, ma riceverete le vostre mercedi solo nel Giorno della Resurrezione. Chi sarà allontanato dal Fuoco e introdotto nel Paradiso, sarà certamente uno dei beati, poiché la vita terrena non è che ingannevole godimento. […] 195. Il loro Signore risponde all’invocazione: “In verità, non farò andare perduto nulla di quello che fate, uomini o donne che siate, ché gli uni vengono dagli altri. A coloro che sono emigrati, che sono stati scacciati dalle loro case, che sono stati perseguitati per la Mia causa, che hanno combattuto, che sono stati uccisi, perdonerò le loro colpe e li farò entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli, ricompensa questa da parte di Allah. Presso Allah c’è la migliore delle ricompense [Corano, 3, 157-195]) e, […] nell’ultimo giorno, le sue ferite saranno splendenti come il minio, odorose come il muschio, e la perdita delle sue membra sarà supplita dalle ali di angeli e cherubini. 

Ma dietro le razzie e gli scontri armati che le accompagnavano, vi era la volontà di esercitare i suoi seguaci a future guerre ben più impegnative. Era una sorta di ripetizione di quanto avevano fatto gli ebrei per secoli, con il sostegno del Dio degli eserciti. Nel Patto sottoscritto tra Maometto ed i medinesi, al quale ho accennato, era anche scritto che, in cambio di protezione per i musulmani, i medinesi avrebbero tratto profitto economico dalle razzie. Nasceva in tal modo la Umma, la prima comunità politica di musulmani a Medina. Chi avrebbe mediato su eventuali contrasti sarebbe stato Maometto. Le razzie sarebbero avvenute contro le carovane dei clan di La Mecca che avevano osteggiato Maometto. Si attaccavano e depredavano le carovane che transitavano lungo il Mar Rosso per trasportare merci in Palestina ed in Siria. Tutto andò bene per un paio di anni finché un incidente non rischiò di pregiudicare l’intera predicazione di Maometto. Durante un mese sacro in cui tutti rispettavano una tregua, un attacco di musulmani ad una carovana, produsse un morto tra i carovanieri. La generale condanna per questo episodio fu tamponata da una opportuna rivelazione di Dio al Profeta (con le religioni non vi è scampo possibile):

216. Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa, che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete.
217. Ti chiedono del combattimento nel mese sacro. Dí: “Combattere in questo tempo è un grande peccato, ma più grave è frapporre ostacoli sul sentiero di Allah e distogliere da Lui e dalla Santa Moschea. Ma, di fronte ad Allah, peggio ancora è scacciarne gli abitanti. L’oppressione è peggiore dell’omicidio. Ebbene, essi non smetteranno di combattervi fino a farvi allontanare dalla vostra religione, se lo potessero. E chi di voi rinnegherà la fede e morirà nella miscredenza, ecco chi avrà fallito in questa vita e nell’altra. Ecco i compagni del Fuoco: vi rimarranno in perpetuo”. [Corano, 2, 216-217]

        Insomma: è certamente peccato ammazzare durante il mese sacro ma è peccato più grande allontanarsi da Dio, bestemmiarlo, eccetera. Cosa non giustificano le religioni ? Basta entrare nel meccanismo e si avranno sempre le rivelazioni giuste e le interpretazioni opportune. Ma, al di là di questa povera osservazione, questi versetti fanno entrare nella predicazione di Maometto il concetto di guerra di offesa contro i nemici di Maometto e di Allah. Queste guerre, come accennato qualche riga più su e come accadeva nell’ebraismo, si facevano quindi per volontà di Allah, per estendere la sua legge e quindi la comunità dei musulmani era chiamata ad un sacro impegno, alla ğihād. Maometto in persona, nel corso dei suoi 10 anni di vita dall’Ègira, partecipò ad una sessantina tra battaglie, guerre ed assedi, incitando i suoi seguaci, cavalcando alla loro testa con la sua bandiera bianca ed impugnando una delle sue molte armi. In questi anni (624) si riformò anche la modalità di preghiera, spostando il luogo dove orientarla: da Gerusalemme alla Kaaba, il Tempio Sacro della Mecca, e questa scelta discese per la rottura definitiva tra Maometto e la comunità ebraica. Ciò rappresentava un distacco dagli ebrei di Medina che non avevano riconosciuto Maometto come Profeta nel solco biblico (sembra perché Maometto mostrava di non conoscere la Bibbia nei dettagli). Spostare la direzione della preghiera voleva dire rinunciare definitivamente a Gerusalemme per individuare un luogo con precise caratteristiche arabe. Ed insieme a questo spostamento di riferimento si modificarono varie date importanti, come quelle del digiuno, che prima Maometto aveva fissato in comune con gli ebrei, per ora renderle solo musulmane.

        La politica delle razzie creò un ulteriore passo in avanti nella religione attraverso altre rivelazioni. Un nutrito gruppo di musulmani attaccò una carovana proveniente dalla Siria. Un contingente di molti armati, proveniente da La Mecca, arrivò ad aiutare la carovana ed in tal modo i musulmani si trovarono in netta inferiorità. A portare gli islamici alla netta vittoria (Battaglia di Badr, 623) fu la promessa del castigo di Allah per coloro che rifuggivano dalla battaglia e quella della salvezza eterna per coloro che avrebbero trovato la morte per sostenere il volere di Allah. I caduti, i martiri, sarebbero stati accompagnati in cielo da una fitta schiera di angeli. A parte il lauto bottino, quella vittoria mostrò che, quando si combatte con e per Allah, la vittoria è certa. Da La Mecca partì però un intero esercito (3000 uomini) di Quraysh, al comando di Abu Sufyan, con la decisa volontà di vendetta e per esaltare la potenza del loro dio Hubal. I musulmani (950 combattenti) furono sconfitti (Battaglia del Monte Uhud, vicino Medina, gennaio 625) e lo stesso Maometto fu ferito (dente e labbro rotti e colpo di scimitarra sulla spalla). Quella battaglia fu crudele (addirittura, per vendetta personale, venne squartato il cadavere di Hamzah, zio di Maometto, e la moglie del comandante Abu Sufyan mangiò il fegato del caduto) perché per la prima volta si scannarono tra membri delle medesime famiglie che combattevano su bandi opposti, visto che quanto aveva predicato Maometto a proposito del primato della fede sulla famiglia era stato accettato. Comunque, i soldati della Mecca non infierirono entrando a Medina perché credevano che molti abitanti non erano schierati con Maometto (ma vi è anche l’ipotesi che ne ebbero timore). Il colpo per la Umma musulmana fu tremendo tanto che addirittura a Medina iniziarono a vedere i musulmani come coloro che avevano portato lutti e disgrazie alla città. Quando la crisi è grande vi è sempre il buon Dio che interviene con delle rivelazioni:

138. Questo è un proclama per gli uomini, una guida e un’esortazione per i timorati.
139. Non perdetevi d’animo, non vi affliggete: se siete credenti avrete il sopravvento.
140. Se subite una ferita, simile ferita è toccata anche agli altri. Così alterniamo questi giorni per gli uomini, sicché Allah riconosca quelli che hanno creduto e che scelga i testimoni tra voi – Allah non ama gli empi –
141. e Allah purifichi i credenti e annienti i negatori. [Corano 3, 138-141]

        Anche qui la sconfitta discendeva dal fatto che i combattenti non avevano ubbidito al Profeta. Ed i responsabili principali erano i demoralizzatori ipocriti della città, cioè gli ebrei che furono anche accusati di aver attentato alla vita del Profeta. Gli ebrei dovettero lasciare la città per recarsi in un’oasi più a Nord. Portarono con loro ogni bene di cui disponevano che fosse trasportabile ma dovettero lasciare l’oasi di Medina con i beni immobili ai musulmani. E questi ultimi ripresero pian piano gli attacchi alle carovane mostrando così che quella sconfitta era stata episodica. Da La Mecca si mise su un nuovo esercito (10000 uomini) che marciò su Medina per mettere fine alle scorrerie delle bande musulmane che disponevano di un numero inferiore di uomini (3000) e peggio armati. Le difese approntate dai musulmani resero necessario assediare la città (Guerra delle nazioni o del fossato che fu necessario scavare, 627). Ma la stagione era diversa dalla precedente. Ora la mietitura dell’orzo era già avvenuta con la conseguenza che, per assediare Medina e quindi sfamare un esercito con gli animali al seguito, occorreva ammazzare ogni giorno decine di cavalli. Dopo qualche scontro da poco, l’esercito di La Mecca si ritirò. Fu un successo enorme per Maometto che ebbe subito il riconoscimento di varie tribù che cercarono amicizia con la Umma musulmana. E Maometto si vendicò sterminando le tribù che si erano schierate con La Mecca a cominciare dalla tribù ebrea(44) dei Banū Qurayza, insediata a Sud est di Medina dove possedeva vaste distese di terra (fu in questa occasione che Maometto prese come sua concubina l’ebrea Rayhana, poi convertita all’Islam), per proseguire con altre tribù ebraiche, tra cui la Banū Mustaliq (comportamenti del tutto simili a quelli che gli ebrei avevano nello sterminare i loro rivali in Palestina). Questi gesti di forza contro i perdenti spinsero sempre più le tribù beduine a cercare alleanze con i  musulmani. Ora però Maometto pretendeva il pagamento di una imposta per accettare l’alleanza. E gli alleati potevano muoversi liberamente su rotte mercantili che ormai erano vietate ai commercianti e carovanieri de La Mecca che dovettero scegliere l’impervia via dell’attraversamento della penisola, con il passaggio attraverso l’Impero Persiano Sassanide. In questo periodo, sembra che Maometto abbia scritto una lettera ai Re degli Stati confinanti l’Arabia (a Eraclio dell’Impero Bizantino al quale inviò un emissario ad Emesa; a Cosroe II di Persia; al governatore dello Yemen; al Negus dell’Abissinia; a Gassani Harith governatore del regno Gassanide di Siria; a Muqawqis sovrano dell’Egitto), chiedendo che si convertissero. Il potere dei musulmani si andava estendendo su tutta la penisola e Maometto iniziò a pensare al pellegrinaggio verso La Mecca, forzandolo nell’anno 628 con un rischio molto grande: l’insuccesso infatti avrebbe pregiudicato l’ulteriore espansione dell’Islam. Ma Maometto sapeva che, se l’operazione fosse riuscita, egli si sarebbe accreditato come capo indiscusso dell’Arabia (ed allo scopo si dotò di un esercito di armati). Con le forti difese de La Mecca in funzione, Maometto pensò e riuscì ad arrivare ad un accordo che permettesse il pellegrinaggio, non solo per quell’anno ma per i 10 anni successivi, rinunciando però agli armati. In fondo, per La Mecca, si trattava di un riconoscimento di quel loro tempio. Qualche musulmano non accettò questo accordo ma si convinse della sua correttezza dopo un’altra rivelazione al Profeta di un Dio Pacificante. Per completare l’accesso a La Mecca, tra il primo ed il secondo anno, Maometto si dette alla conquista della varie oasi ancora non in suo potere mentre la maggior parte della tribù dei Quraysh lasciò la città per i tre giorni del pellegrinaggio, perché non si sentiva sicura. Il pellegrinaggio risultò una manifestazione di forza con Maometto a dorso di cammello che fece i rituali sette giri intorno alla Kaaba e toccò la pietra nera solo con un bastone per mostrare che era ancora intrisa di politeismo (in questa occasione Maometto completò i rituali legati al pellegrinaggio). Le conversioni aumentarono e la pace durò poco. Prendendo a pretesto un episodio di sangue (beduini alleati ai Quraysh avrebbero aggredito altri beduini alleati dei musulmani) Maometto marciò a capo di un potente esercito verso La Mecca (630). I Quraysh, vista la sproporzione delle forze, decisero di arrendersi e di convertirsi all’Islam per avere salva la vita (solo in pochi non cedettero). La Mecca era ormai in balìa dei musulmani e Maometto tornò alla Kaaba e distrusse i 360 idoli presenti dentro e fuori il Tempio, lavò gli affreschi ivi presenti e, secondo alcune testimonianze, lasciò solo le immagini di Gesù e di sua madre Maria. Solo qualche giorno dopo tornò a Medina tranquillizzando gli abitanti che temevano di averlo perso, dicendo loro che gradiva morire in quel luogo che era stato così ospitale con lui.

        Mancava poco ormai per completare la conquista di tutta la fascia costiera del Mar Rosso (Hijāz), la più dura fu la battaglia vittoriosa per la conquista di Ta’if, una città fortificata immediatamente a Sud di La Mecca. Ormai Maometto dominava sull’intera Arabia avendo convertito una gran quantità di arabi. Siamo al 632 quando Maometto sentiva venir meno le sue forze. Organizzò allora un grande pellegrinaggio d’addio che gli servì per mostrare alle future generazioni ogni piccolo dettaglio del rituale. Con un gesto che oggi definiremmo populistico chiese ai pellegrini se egli aveva compiuto bene il suo ruolo di profeta, domanda alla quale vi fu l’ovvio gradimento dei musulmani. Come riassume Lo Jacono si era ormai definita nei dettagli la nuova fede:

Fede in un Dio Uno e Unico e nella missione profetica ultima di Muhammad, imposta di purificazione gravante sulle proprie ricchezze, preghiere canoniche cinque volte al giorno, digiuno in ogni mese di ramadān, pellegrinaggio maggiore e «sacro impegno» (gihād) erano ormai definitivamente i «pilastri» su cui la fede islamica si sarebbe dovuta poggiare.  

        Maometto morì l’8 giugno del 632, anno undicesimo dell’ègira, tre mesi dopo essere tornato a Medina, lasciando il compito di guidare l’Islam al suo amico il califfo o halīfa (che vuol dire successore o vicario) Abū Bakr.

L’Arabia nel 632, alla morte di Maometto. Da Atlante Storico

        Maometto lasciò il suo libro, il Corano, ammantato anch’esso di leggenda. Allah lo aveva consegnato, in copia preziosa rilegata in seta e rivestita di pietre preziose, all’Arcangelo Gabriele che dal Settimo lo aveva portato fino al Primo cielo (questo sette che ritorna sempre è indizio di una numerologia che non ha nulla a che fare con la fede, qualunque fede, e molto con la cabala ebraica). Da qui l’Arcangelo lo avrebbe rivelato un poco alla volta a Maometto. Per parte di Maometto le rivelazioni erano molto spesso legate a suoi stati alterati o per risolvere problemi contingenti, anche truffaldini (con l’avviso che era l’ultima rivelazione che prevaleva sulle altre in modo da evitare l’accusa di essersi contraddetto). Riguardo alla redazione fu fatta dai fedeli più vicini al Profeta su foglie di palma e/o su pelli di agnello che, una volta riempite, erano messe senza alcun ordine dentro una cassa custodita da una delle sue mogli. Solo due anni dopo la morte di Maometto, il Corano fu pubblicato in un incerto ordine delle differenti Sure dal suo discepolo prediletto Abū Bakr. Passati altri 20 anni, il Califfo Othman riprese in mano il sacro libro modificando qua e là sia il testo che l’ordine delle Sure. Almeno sappiamo che il Corano è stato manipolato. La manipolazione dei Vangeli è invece avvenuta nottetempo per accordare quegli scritti con i deliberati dei Concili che si svolsero successivamente. Per maggior Gloria di Dio.

         Stava affermandosi un nuovo monoteismo, l’Islam, una religione che era estremamente insidiosa per il Cristianesimo perché non si presentava come antagonista ma come naturale evoluzione, un compimento definitivo che superava le degenerazioni delle infinite correnti eretiche del Cristianesimo ormai divenute elemento di divisione profonda del mondo mediterraneo. La cosa fu colta dai più avveduti che iniziarono campagne antislamiche attraverso scritti che, da una parte, negavano ogni credibilità morale a Maometto e dall’altra respingevano il Corano come Scrittura rivelata. Ma ciò non fu ritenuto sufficiente se nel 691-692 fu convocato a Costantinopoli il Concilio in Trullo o Quinisesto al fine di rafforzare le istituzioni pubbliche e le strutture ecclesiastiche per far fronte all’Islam. Si trattava di rendere esecutive alcune scelte canoniche già discusse nei Concili Quinto e Sesto (da qui il nome) chiamando tutti i cristiani all’unità anche se, per cominciare, non fu riconosciuto dalla Chiesa di Roma.

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