Fisicamente

di Roberto Renzetti

https://web.archive.org/web/20160313030943/http://etanali.it/mar_morto/files/redazione.htm

1 – La datazione

Sebbene la tradizione neotestamentaria ci presenti i vangeli sinottici sempre nell’ordine Matteo – Marco – Luca, è innegabile che, dei tre, il primo a vedere la luce è stato quello secondo Marco. A questo risultato possiamo giungere attraverso una semplice constatazione strutturale:

Lo schema ci fa comprendere che i redattori di Matteo e di Luca hanno utilizzato Marco come fonte e che ad esso hanno aggiunto nuovo materiale, sia comune ai due, sia esclusivo. Essi, in particolare, hanno aggiunto due natività e due genealogie che, però, sono completamente discordanti, e questo dimostra che hanno operato indipendentemente l’uno dell’altro. Il Gesù della natività di Matteo ha la dignità di un re, figlio di una dinastia di re, perseguitato in quanto aspirante re da Erode il Grande. Il Gesù della natività lucana ha la dignità di un sacerdote, figlio di una dinastia di sacerdoti, e non subisce alcuna persecuzione da parte di Erode.

Affrontiamo dunque il problema tecnico della datazione del vangelo di Marco. Le argomentazioni che svilupperemo sono fondate sulla constatazione che i vangeli di Marco, Matteo e Luca, contengono una precisa descrizione dei gravi eventi storici che riguardano l’assedio e la distruzione di Gerusalemme, da parte delle legioni di Tito, nell’estate dell’anno 70. In conseguenza di questo fatto noi siamo obbligati ad ammettere che la redazione dei nostri vangeli canonici non può essere fatta risalire ad un periodo precedente a tale data. L’evento non poteva essere descritto così dettagliatamente prima ancora che si verificasse.

Per i lettori non bene informati sulle vicende storiche della Palestina, nel primo secolo, è necessario fare una premessa. Essa riguarda la spaventosa guerra che vide ebrei e romani gli uni contro gli altri armati dal 66 al 70. La guerra era nata da una lunga serie di questioni, fra cui il fatto che una parte consistente della società ebraica, quella sensibile alle istanze dei messianisti, credeva che fosse giunto il momento di riscattare Israele dalla sua lunga condizione di sottomissione alle potenze straniere e pagane. I messianisti, in particolare, erano spinti a ciò dalla convinzione che lo stesso dio di Israele avrebbe guidato le sorti di questo scontro, facendolo concludere con la vittoria degli ebrei, la liberazione della nazione, la purificazione della società giudaica da tutti coloro che si erano compromessi col mondo pagano, la ricostruzione del regno di dio (Malkut YHWH), inteso in senso politico-religioso, la restaurazione della dinastia davidica sul trono, nella persona di un Messia annunciato dalle profezie, la restaurazione di una degna casta sacerdotale.

Le cose non andarono come speravano i messianisti [chrestianoi in greco]. Né avrebbero potuto andare diversamente, non ostante l’ardore degli ebrei, perché Israele di fronte a Roma era come una formica armata di fanatismo religioso di fronte ad un elefante armato di proboscide e di zampe da tre quintali l’una. Gerusalemme subì un tremendo assedio da parte delle legioni di Tito, allora figlio dell’imperatore Vespasiano. Fu una delle pagine più atroci della storia del genere umano. I cittadini morivano di fame. La gente si dava ad episodi di cannibalismo. Alcuni fuggivano in cerca di cibo, ma venivano catturati dai romani e crocifissi seduta stante di fronte alle mura della città. Lo spettacolo era quello di un mattatoio trasformato in teatro degli orrori. Infine i romani ruppero le difese e penetrarono nella capitale. Innumerevoli folle furono passate a fil di spada. Alcuni storici stimano in un milione le vittime del conflitto. Tutto venne distrutto e bruciato. Anche il tempio, il quale venne preventivamente profanato dallo stesso Tito. Egli violò il sancta sanctorum dove solo il sommo sacerdote poteva entrare, prelevò il candelabro a sette braccia e il tesoro intero, poi lasciò che tutto fosse consumato dal fuoco. I superstiti ebrei furono condotti in catene, come una genia sfortunata a cui rimaneva solo un destino di schiavitù o di penosa discriminazione nelle terre straniere. Giuseppe Flavio ci ha raccontato di quei terribili mesi con drammatico realismo.

Ora, ai fini del problema della datazione dei quattro vangeli canonici, e in particolare di quello di Marco, noi dobbiamo leggere attentamente i seguenti brani dai medesimi, fra cui la cosiddetta celebre “Piccola Apocalisse di Marco”:

(Mc XIII 1-4) Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta» Mentre era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: «Dicci, quando accadrà questo…».

(Mc XIII 14-19) Quando vedrete l’abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti; chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni! Pregate che ciò non accada d’inverno; perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà.


Crocifissioni di massa

(Mt XXIV 1-3) Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata».

(Mt XXIV 15-22) Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi legge comprenda – allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. Pregate perché la vostra fuga non accada d’inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe.

(Lc XIX 41-44) Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».


Il trionfo delle legioni dopo il saccheggio del tempio (Roma, Arco di Tito)

(Lc XXI 5-6) Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».

(Lc XXI 20-24) Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia. Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti.

Di cosa stanno parlando i vangeli? Ci verrebbe da pensare che non esista una persona al mondo che avrebbe il coraggio di negare che si stia parlando dell’assedio di Gerusalemme da parte delle legioni di Tito, nonché del successivo saccheggio del tempio e della distruzione della città col massacro dei suoi cittadini. Ma la storia del mondo è storia dei paradossi e delle più clamorose assurdità. E allora non ci meraviglieremo scoprendo che alcuni propongono tutt’altra risposta a questa domanda. Essi interpretano le seguenti parole del vangelo di Marco…

lo interrogavano in disparte: «Dicci, quando accadrà questo» … «Quando vedrete l’abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca…”

con riferimento ad un altro episodio, che non è la distruzione del tempio da parte di Tito. Per comprendere ciò è necessaria purtroppo un’altra parentesi. Bisogna sapere che l’espressione abominio della desolazione non è affatto una originalità evangelica. Viene dal Vecchio Testamento (2 Mac VI, 2; Dn XI, 32) e si riferisce alla profanazione del tempio che fu effettuata nel dicembre del 176 a.C., quando Antioco, a Gerusalemme, fece innalzare un altare a Giove Olimpo al posto dell’altare dei profumi, nel cuore dell’area sacra. E’ questo l’abominio, che diverrà espressione simbolica di tutte le profanazioni così gravi delle aree sacre al culto dei giudei. Naturalmente quale profanazione può essere più clamorosa di quella effetuata da Tito? Non solo egli profanò il tempio saccheggiando il tesoro e gli arredi sacri, ma fece briciole di tutto. I brani che abbiamo letto sono piuttosto espliciti: “…quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina…“, “…Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani…“. Coloro ai quali preme sostenere la tesi che i vangeli canonici abbiano avuto una redazione precedente al 70 d.C., sono imbarazzati da queste affermazioni e si sono dati da fare per trovare un possibile riferimento che sia compatibile con una datazione dei vangeli agli anni 50 o, addirittura, agli anni 40. Ed ecco quello che hanno escogitato: l’imperatore Caligola (37-41 d.C.), secondo quanto ci racconta Giuseppe Flavio nella sua opera Guerra Giudaica…

“…inviò Petronio con un esercito a Gerusalemme per collocarvi le sue statue nel tempio, dandogli ordine, se i giudei non le avessero volute introdurre, di uccidere chi avesse voluto opporre resistenza…”.

In effetti, poiché gli ebrei consideravano empia la rappresentazione della figura umana, tanto più in aree sacre, né avrebbero mai accettato la presenza di codeste insegne pagane nel tempio, si trattò proprio di una minaccia molto seria di abominio della desolazione, col pericolo incombente di una inevitabile rivolta e grandi fatti di sangue. Ma, ed è questo che conta, tutto ciò non è mai avvenuto. Caligola, non solo non intendeva compiere alcuna distruzione del tempio, ma non fece nemmeno a tempo a mettere in atto il suo piano oltraggioso nei confronti degli israeliti; semplicemente egli morì prima che l’ordine potesse giungere a compimento e tutti, tanto i giudei quanto i romani, furono estremamente lieti di non dover affrontare l’incombenza di questa idea poco geniale dell’imperatore, che avrebbe procurato senz’altro sofferenze e vittime ad entrambe le parti. Addirittura lo stesso Petronio aveva insistito perché l’imperatore rinunciasse al suo intento, immaginiamoci dunque quanto fu felice di non doverlo mettere in atto.

Se rileggiamo i brani evangelici che abbiamo precedentemente citato possiamo renderci conto che hanno una pesante carica drammatica, testimoniano un tormento che non appartiene semplicemente al rischio, ma a qualcosa che è stato visto con occhi ai quali non sono rimaste più lacrime per piangere. Essi parlano

1 – dell’abbattimento delle mura,
2 – delle sfortunate madri che allattavano in quel periodo,
3 – della città circondata da ogni parte da trincee nemiche,
4 – di coloro che erano nel campo e che non sono tornati in città,
5 – del popolo passato a fil di spada,
6 – di quelli che furono condotti prigionieri fra popoli stranieri,
7 – di una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’inizio del mondo…

Questa non è altro che una descrizione dettagliata del terribile assedio dell’anno 70, che possiamo trovare anche nelle opere di Giuseppe Flavio, e di tutte le sue orribili conseguenze per gli ebrei. Ed è proprio perché i vangeli canonici ne parlano con immagini così pulsanti e drammatiche, primo fra tutti il vangelo di Marco, che noi possiamo essere certi che la loro redazione è un evento che segue nel tempo la tremenda disfatta subita dagli ebrei nel 70.

E non solo la segue nel tempo, ma ne è un corollario ideologico, perché questa vicenda fondamentale nella storia degli ebrei e del movimento messianico fondamentalista, che voleva ricostruire il Regno di Dio dopo avere ripulito la casa di Israele dentro e fuori (ovverosia dagli stranieri pagani e dagli ebrei corrotti), convinse ancor più i revisionisti della corrente di Paolo che il messianismo tradizionale era un fallimento sancito dalla storia e che la via da seguire era quella della salvezza spirituale, non quella della salvezza nazional religiosa di Israele, di cui, invece, l’aspirante Messia giustiziato da Pilato era stato l’eroe e il martire.

Forse era già tragicamente concluso anche l’episodio della resistenza degli esseno-zeloti asserragliati a Masada (nel 73), quando Marco mise mano alla penna e tradusse in narrazione scritta l’ideale di un salvatore assai più simile al Soter dei greci, al Saoshyant dei persiani, al Buddha e al Krishna degli indiani, che non al Mashiah degli ebrei. Anzi, gli ebrei, e non i romani, erano i “cattivi” della situazione e questo salvatore, invece che un carismatico rabbi giudeo sembrava piuttosto uno ierofante dei culti iniziatici ellenici, che resuscitava come Attis e come Mitra, dopo tre giorni passati agli inferi, e offriva ai fedeli, come pasto sacrificale, il sangue e la carne del dio incarnato.

2 – Gli autori e le caratteristiche del loro impegno redazionale

L’immagine qui accanto mostra l’evangelista Giovanni intento all’opera di redazione del suo vangelo. E’ un vecchio con la barba, anche perché molti sono d’accordo sul fatto che il quarto vangelo avrebbe visto la luce verso la fine del primo secolo, o l’immediato inizio del secondo. Pensiamoci bene: il presunto apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo, pescatore del lago di Tiberiade, secondo l’immagine trasmessaci dal vangelo, era un semplice popolano. A quel tempo le classi colte di Israele, farisei e sadducei, definivano quelli come lui ame ha aretz, ovverosia contadini e manovali ignoranti e analfabeti, il cui rispetto delle regole ebraiche di purità religiosa, spesso, lasciava a desiderare.

Ebbene, secondo quanto leggiamo nel vangelo, egli avrebbe fatto molte cose che contrastavano palesemente col suo stato di ame ha aretz. Doveva essere un individuo introdotto nell’ambiente del tempio di Gerusalemme, cioè conosciuto e fidato ai sinedriti e alle guardie, al punto che, durante l’episodio dell’arresto di Gesù, si sarebbe potuto permettere di lasciar entrare nel cortile lo stesso Pietro. In realtà, Giovanni era giovanissimo, era un cittadino della Palestina settentrionale, era un pescatore analfabeta; come avrebbe potuto essere un personaggio introdotto e conosciuto nell’ambiente strettamente elitario del tempio?
Giovanni avrebbe dovuto scrivere il quarto vangelo da vecchio, anzi vecchissimo, sicuramente oltre gli ottant’anni, ma anche novanta. Nel frattempo avrebbe dovuto emanciparsi al punto da imparare a scrivere in lingua greca letteraria, avrebbe dovuto acquisire una cultura filosofica coerente con la teoria ellenistica del Logos. E poi, soprattutto, avrebbe dovuto sopravvivere fino a quell’età, mentre varie fonti letterarie, persino una profezia in bocca a Gesù nelle narrazioni evangeliche, testimoniano che egli fu giustiziato prima di raggiungere la vecchiaia.
Insomma, ci sono veramente molte incompatibilità nella attribuzione della paternità del quarto vangelo all’apostolo Giovanni.

Considerazioni simili valgono anche per l’evangelista Matteo, il pubblicano chiamato Levi. Anche di lui dobbiamo seriamente dubitare che avrebbe potuto mettersi a scrivere quel testo greco, che oggi figura come “vangelo secondo Matteo”, ed è il primo nella lista dei quattro scritti canonici. A dir la verità, se l’argomento non fosse complicato dal fatto di riguardare delle questioni così delicate, come i presupposti di una dottrina religiosa, qualunque studente del ginnasio, dopo avere dato un’occhiata ai testi evangelici, escluderebbe a priori che i loro autori possano essere degli ebrei, con le caratteristiche umane e culturali degli apostoli Matteo e Giovanni.

I nostri quattro vangeli canonici sono stati scritti

1 – in lingua greca,

2 – da persone che non hanno assistito ai fatti narrati,

3 – da gentili, ovverosia non ebrei,

4 – da conoscitori approssimativi delle usanze ebraiche,

5 – e, soprattutto, per un pubblico non ebreo.

Il punto 2 è testimoniato dalle innumerevoli e grossolane incongruenze fra le diverse narrazioni o, addirittura, all’interno della medesima narrazione, il che mostra come l’autore, ogni tanto, non avesse la più pallida conoscenza dei fatti e delle circostanze su cui stava scrivendo.

Il punto 3 è testimoniato dallo stile, dalla lingua, e dai contenuti fra i quali compaiono anche pregiudizi fortemente antisemitici. Infatti secondo la narrazione attribuita al Matteo, i romani sarebbero stati del tutto innocenti della morte di Gesù. L’autore, invece, ha chiaramente voluto enfatizzare con grande incisività l’infamia degli ebrei: egli ha dichiarato che la colpa gravissima di avere assassinato il figlio di dio è da addebitare completamente agli ebrei. Addirittura questi avrebbero deciso di assumerne coscientemente la responsabilità e di sopportarne le conseguenze:

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli».
(Mt XXVII, 24-25)

In pratica l’autore ha gettato le basi del plurisecolare antisemitismo cristiano. Come potremmo, infatti, dimenticare le nefaste conseguenze di quella frase del vangelo? Essa ha trasformato la discendenza di Abramo in una genia di perfidi giudei, di marrani, di deicidi… disprezzati, discriminati, perseguitati e sterminati per secoli nell’Europa cristiana.

Il punto 4 è testimoniato da brani in cui l’autore lascia intendere di non avere molta dimestichezza con la Palestina e di non conoscere alcune caratteristiche fondamentali della condotta ebraica. Ad un certo punto compare un branco di maiali, come se nelle fattorie palestinesi questi animali fossero stati comunemente allevati. In realtà l’ambientazione del racconto non è la campagna laziale, ma quella giudea, e l’autore sembra dimenticare che gli ebrei non avrebbero mai toccato e tanto meno allevato o mangiato un maiale. Anche il racconto del processo a Gesù tradisce la più totale ignoranza delle leggi giudiziarie ebraiche. Mai si sarebbe potuta pronunciare una condanna a morte in quelle condizioni, dopo un incontro informale nel luogo non preposto, di notte, senza rispettare i tempi, senza testimoni regolari. Il luogo avrebbe dovuto essere l’area apposita denominata Beth Din. Il tempo, di giorno. Le testimonianze avrebbero dovuto essere circostanziate diversamente. La condanna doveva essere pronunciata almeno 24 ore dopo l’istruttoria.

Il punto 5, ovverosia il fatto che nelle intenzioni dell’autore lo scritto era destinato a lettori che non appartenevano alla comunità giudaica, è dimostrato dalle parole di Gesù nel corso dell’ultima cena. Tutta la circostanza è una evidente distorsione intenzionale, in senso gentile, ovverosia non ebraico, del pasto comunitario di stampo esseno. Del resto, ciò che Gesù ha annunciato ad una assemblea pasquale di giudei, ovverosia il fatto che il pane fosse la sua carne e il vino il suo sangue, e che i discepoli dovessero cibarsi della carne e del sangue del loro maestro sacrificato, visto come incarnazione divina, sarebbe suonato non solo insolito, ma orrendamente sacrilego, dal momento che queste idee configuravano una tipica concezione appartenente al mondo delle teologie e dei culti gentili, altamente disprezzati dai giudei. In particolare corrispondono a certi culti pagani teofagici (teofagia = cibarsi del dio), fra cui uno molto diffuso nell’area di provenienza di Paolo di Tarso, consistente nell’identificazione di un toro col dio che veniva sacrificato e del quale l’adepto doveva bere il sangue e mangiare la carne. Sappiamo invece che per gli ebrei il sangue costituisce un forte elemento di impurezza, che non è permesso toccare il sangue senza poi eseguire pratiche purificatorie, figuriamoci bere il sangue; anzi, una delle prescrizioni più rigorose del cibo kosher consiste proprio nell’assicurarsi che l’animale ucciso sia stato ben dissanguato. Storicamente parlando, non possiamo considerare credibile che Gesù, volendo trasmettere una novità teologica, avrebbe cominciato col proporre una formulazione rituale apertamente offensiva nei confronti della sensibilità ebraica e che avrebbe subito suscitato il ribrezzo dei suoi discepoli. Al contrario, varie discipline iniziatiche del mondo ellenistico, cui Roma non era estranea, contemplavano questo rito teofagico, e non avevano alcun genere di pregiudiziale nei suoi confronti.


I piatti usati dagli esseni durante i pasti comunitari,
così come sono stati trovati a Qumran

Ora dobbiamo notare che spesso si trascura completamente il fatto che la letteratura evangelica è, in realtà, una costellazione molto ampia di scritture, nello spazio e nel tempo, e che i nostri quattro vangeli canonici non sono certo i primi, in ordine cronologico, ad avere visto la luce. E’ assolutamente obbligatorio non dimenticare che i vangeli detti giudeo-cristiani, ovverosia il vangelo degli Ebrei, il vangelo degli Ebioniti, il vangelo dei Nazareni, di cui hanno parlato con ostilità i padri della chiesa Ireneo, Epifanio, Eusebio di Cesarea, Teodoreto, esistevano in lingua ebraica o aramaica, prima che fossero composti in greco i nostri quattro testi canonici, e che essi sono stati eliminati dalla faccia della terra. Così come sono stati eliminati i vangeli gnostici, molti dei quali, però, ci hanno fatto la sorpresa di ricomparire dalle sabbie assolate dell’Egitto centrale.

Ovviamente, se alcuni apostoli diretti di Gesù fossero stati autori dei testi evangelici, li avrebbero redatti in ebraico o aramaico, e noi dobbiamo pensare che solo gli scomparsi testi giudeo-cristiani potrebbero eventualmente ambire ad una tale autorevole paternità. I suddetti padri della chiesa ci hanno informato, nei loro scritti apologetici, che…

“…nel vangelo che essi (gli Ebioniti) usano, detto “secondo Matteo”, ma non interamente completo, bensì alterato e mutilato, e che chiamano “ebraico”… hanno tolto la genealogia di Matteo…”. (Epifanio, Haer., XXX, 13, 6).

Sembra, pertanto, che i vangeli giudeo-cristiani non contenessero i racconti della natività, che invece sono presenti nel canone neotestamentario, nei testi detti secondo Matteo e secondo Luca. Ora noi vedremo, in uno dei capitoli di questa ricerca, che l’analisi delle incongruenze tra i due racconti, nonché l’analisi storica dei medesimi, svelano il carattere leggendario delle natività e questo ci aiuta a comprendere che i quattro vangeli canonici sono stati scritti da autori che hanno usato come fonte i testi giudeo-cristiani, ma che hanno operato arbitrariamente tagli, aggiunte e modifiche, affinché da questo lavoro scaturisse la catechesi che a loro interessava. Essi hanno creato in tal modo una base scritturale per la teologia neo-cristiana, nata da una profonda revisione del pensiero messianico originale, di stampo esseno-zelota, che aveva caratterizzato l’ideologia di Gesù e dei suoi seguaci. Questa dottrina era stata rinnegata inizialmente da Shaul-Paolo e da alcuni suoi discepoli, prima della distruzione di Gerusalemme, e poi da quanti avevano abbracciato l’ideologia paolina, dopo la distruzione di Gerusalemme. Anzi, è proprio da parte dei seguaci di Shaul-Paolo che furono redatti, assolutamente non prima della distruzione di Gerusalemme, i vangeli della tradizione sinottica, cioè quelli che noi conosciamo come secondo Matteosecondo Marco, e secondo Luca.

Il redattore del vangelo di Marco era, probabilmente, una persona che aveva conosciuto bene Paolo. Egli ha scritto in lingua greca, a Roma, per i neo-adepti non ebrei di una giovane disciplina religiosa, che Paolo aveva elaborato attraverso una profonda revisione degli ideali del messianismo ebraico, e che non esisteva in Palestina. Egli ha scritto questo testo greco, per le inequivocabili ragioni che abbiamo già illustrato sopra, dopo la importante sconfitta degli ebrei che, nel 70 d.C., vide la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio saccheggiato da Tito, nonché l’inizio di una penosa e lunga diaspora.

La pretesa di certi studiosi di datare la redazione di questo documento agli anni 50-60 o, dopo la scoperta del celebre frammento 7Q5 nella biblioteca di Qumran, addirittura agli anni 40, è totalmente priva di fondamento. Anzi, se analizzata in tutti i suoi aspetti, solleva problematiche che finiscono per smentire ciò che i suddetti studiosi si ostinano a sostenere. Io mi auguro che quel frammento con poche sillabe, in cui qualcuno vede le tracce di una frase del vangelo di Marco, nasconda veramente quella frase, perché questo ci obbligherà a porre due domande fondamentali:

– che ci faceva una frase del vangelo di Marco nella biblioteca di quella setta, rigidamente ebrea e rappresentante di un estremo fondamentalismo messianico, della quale il mondo cattolico si è sempre affrettato a dire che non aveva niente a che fare coi cristiani primitivi?

– siamo sicuri che quello è proprio il vangelo di Marco, tale e quale allo scritto che oggi figura nel canone neotestamentario, o non si tratta piuttosto di un documento anteriore, per esempio una delle fonti a cui hanno fatto riferimento i redattori dei nostri vangeli canonici?

Le cose stanno così: non si può dire che…

il vangelo di Marco è entrato a far parte, per qualche strana ragione, della biblioteca qumraniana;

bensì, al contrario…

una frase di un documento qumraniano, o comunque di un documento accettabile nell’ambiente quamraniano, è entrata nel vangelo di Marco.

Ragioniamo sulla verosimiglianza della prima ipotesi. Se essa fosse vera significa che Marco, un seguace del movimento cristiano primitivo, mentre si trovava a Roma, verso gli anni 40-50, decise di redigere il suo Vangelo in greco, dopodiché, con molta rapidità, il documento giunse in Palestina e i Qumraniani decisero che quel documento era un buon pezzo da collezione e lo inclusero nella loro biblioteca. Ciò in contrasto con la loro abitudine di conservare gelosamente solo i documenti settari coerenti con la loro ideologia strettamente ebraica e fondamentalista, non certo quelli delle religioni scismatiche. Ed anche in aperto contrasto col fatto che i cristiani, subito dopo la scoperta archeologica dei resti di Qumran, si sono sempre affrettati a sostenere che gli esseni non avevano proprio niente a che fare coi primi cristiani. Come vediamo l’interpretazione si confuta praticamente da sola, in modo pressoché automatico, non ha alcuna logica verosimiglianza. Se invece riflettiamo sulla seconda ipotesi, troveremo ragionevole che Marco abbia usato un documento anteriore come fonte per redigere il suo vangelo e che, per questo motivo, alcune parole di un documento giudeo-cristiano si possano leggere, oggi, nel vangelo di Marco.

C’è anche un’altra incongruenza da sottolineare. Se il frammento 7Q5 fosse un brano del nostro vangelo di Marco, esso avrebbe potuto essere depositato nella biblioteca Qumraniana solo prima della devastazione del sito e del massacro dei suoi abitanti, al massimo nel corso della guerra giudaica, non oltre il 67/68 d.C, per la semplice ragione che oltre quella data i romani trasformarono i resti del sito in un loro avamposto militare. Dunque, prima del 67/68 questo documento avrebbe già contenuto la descrizione anticipata dell’assedio di Gerusalemme, del saccheggio e della distruzione del tempio, avvenuta nel 70. Infatti noi abbiamo visto sopra che la cosiddetta “Piccola Apocalisse di Marco” contiene un riferimento inequivocabile a quella grande tragedia e questo ci fa ulteriormente capire che il documento posto nella biblioteca essena non poteva essere il vangelo di Marco che noi leggiamo oggi. Poteva essere, tutt’al più, un vangelo primitivo, che in seguito avrebbe potuto costituire una fonte per Marco.

E’ inutile il tentativo di mostrare i quattro vangeli canonici come il frutto di una redazione molto primitiva, nei primissimi anni successivi alla morte di Gesù, da parte dei suoi diretti seguaci ebrei o dei discepoli dei discepoli. E di individuare in tale redazione un’opera di fedele trasmissione degli ideali autentici della comunità originale dei suoi apostoli.
I vangeli sono cronologicamente successivi alla distruzione di Gerusalemme, i suoi autori non ebrei sono pienamente aderenti ad una visione gentile del concetto di salvezza e i destinatari del loro insegnamento sono del tutto estranei ad una spiritualità ebraica. Il neocristianesimo dei quattro vangeli, è nato lontano dalla Palestina come reazione ideologica e religiosa al messianismo ebraico, in ambiente gentile, da parte dei gentili e per i gentili. L’uomo storico crocifisso da Pilato non lo avrebbe mai condiviso.

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